Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’AMMINISTRAZIONE

QUARTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Burocrazia.

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Viabilità e Trasporti.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Disuguaglianza.

Il Welfare: Il Sistema Pensionistico ed Assistenziale.

I Patronati.

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Il Reddito di Cittadinanza.

Lavoro saltuario: il Libretto di famiglia.

Il Lavoro Figo.

Il Lavoro corto.

Il Lavoro umile.

Il Lavoro sottopagato.

Alternanza scuola-lavoro.

Il Licenziamento.

I Martiri del Lavoro.

Alti e Bassi.

Il Dna.

La Cura.

La Cura Digitale.

La Politerapia.

L’omeopatia.

Il Tumore.

La SMA Atrofia Muscolare Spinale.

La SLA Sclerosi Laterale Amiotrofica.

La Sclerosi Multipla.

Il Diabete.

La pressione alta.

Il Cuore.

Il Fegato.

La Sterilizzazione.

La Disfunzione Erettile.

L’Ernia inguinale.

Il Fibroma e le Cisti ovariche.

L’Eclampsia.

La sindrome del bambino scosso.

Cefalea ed Emicrania.

L’Insonnia.

CFS/ME (Sindrome da Stanchezza Cronica).

Fibromialgia.

L’Astenia.

La Podofobia.

L’Ictus.

Longevità e invecchiamento.

La Demenza Senile. L'Alzheimer.

Il Parkinson.

L’Autismo.

La sindrome di Pandas.

Sindrome di Gilles de la Tourette.

Lo Stress.

Lo Svenimento.

Cinetosi: mal d’auto.

L’Insolazione.

La Vista.

L’Udito.

I Dolori.

Il Mal di pancia.

Malattie virali delle vie aeree.

I cattivi odori.

Il Respiro.

L’Asma.

L’Acetone.

L’Allergia.

La Vitiligine.

L’Epilessia.

La Dermatite.

La Scarlattina.

La Setticemia.

Formicolio alle mani.

La sindrome autoinfiammatoria VEXAS.

La Psoriasi a placche.

Il Colesterolo.

Effetti del Parto. Diastasi addominale.

Malattie sessuali.

La Dieta.

Bulimia, anoressia, binge eating: quali sono i disturbi alimentari più diffusi. 

Il Soffocamento.

Il Movimento.

L’Artrosi.

Osteoporosi.

Piedi piatti.

La Scoliosi.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

Il Covid e le sue Varianti.

Le Origini del Covid.

Lo stigma dei covidizzati.

Io Denuncio.

Io Ricordo.

Protocolli sbagliati.

Morti per…morti con..

Vaccini e Cure.

I No Vax.

Gli Esperti.

Le Fake News: le Bufale.

Cosa succede in Puglia.

Cosa succede in Lombardia.

Cosa succede in Veneto.

Cosa succede nel Regno Unito.

Cosa succede in Cina.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

L’AMMINISTRAZIONE

QUARTA PARTE



 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Amputazioni.

Le Donazioni di Organi.

In Codice Rosso.

Il Cibo Ospedaliero.

I Parti.

Infettati.

L’Illecito Finanziamento.

I Medici.

Il Fallimento.

La Croce Rossa Italiana.

Strumenti e macchinari obsoleti.

I Pronto Soccorso.

Le aggressioni.

L’Ideologia.

Le Esenzioni.

Le Liste d’attesa.

Il Sistema Privato.

Il Sistema Pubblico.

Incapacità ed inefficienza.

RSA: Le Case di riposo.

Le mistificazioni territoriali.

I Farmaci.

Le amputazioni.

Sempre più frequenti in Italia i casi di amputazione: parla il presidente Gise Giovanni Esposito. Angelo Vitolo su L'Identità l'11 Giugno 2023 

Talvolta comincia con un formicolio alla gamba, poi un dolore intenso fino alla formazione di lesioni che non guariscono. Questa la sintomatologia tipica dello stadio avanzato dell’arteriopatia periferica, patologia che riduce drasticamente l’afflusso di sangue alle arterie. In Italia colpisce circa il 10% degli over 40, con un trend in aumento fino al 23% nei prossimi anni.

“L’arteriopatia periferica si sviluppa quando le arterie si ostruiscono e non sono più in grado di portare con normale regolarità tutto il nutrimento di cui avrebbe bisogno il nostro organismo”, spiega Giovanni Esposito, professore ordinario di Cardiologia e direttore della Uoc di Cardiologia, emodinamica e Utic dell’Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli e presidente del Gise.

Secondo gli esperti riuniti alla II edizione del meeting “Rome Peripheral Interventions”, è proprio in Italia che, nei casi più gravi, si ricorre più di frequente alle amputazioni: nel nostro Paese, infatti, vengono eseguite ogni anno 3.382 amputazioni (dati Pne 2021).

Obiettivo del convegno, fornire i più recenti aggiornamenti sulle evidenze cliniche e sulle possibilità attuali e future nel trattamento endovascolare delle patologie extra-coronariche. L’insufficiente uso di procedure ‘salva-arto’, soprattutto quelle ‘mini-invasive’ è la causa di un maggior numero di amputazioni e, di conseguenza, in un maggior carico di disabilità e un più alto rischio di mortalità precoce. “Iniziative come il meeting ‘Rome Peripheral Interventions’ – conclude Esposito – diventano quindi per gli specialisti appuntamenti di importanza cruciale per l’aggiornamento e per il miglioramento delle cure offerte ai pazienti”.

Le Donazioni di Organi.

L’Italia e il record delle donazioni così in silenzio salviamo le vite. Redazione su L’Identità il 14 Aprile 2023

DI UGOLINO LIVI

Domenica 16 Aprile si celebrerà la 26ma Giornata della Donazione degli Organi e per l’occasione il Centro Nazionale Trapianti (CNT) ha reso noti i numeri delle dichiarazioni di volontà alla donazione di organi & tessuti raccolte dai Comuni italiani nel corso del 2022 all’atto dell’emissione della Carta d’Identità Elettronica (CIE). Questa edizione dell’Indice del Dono è un rapporto analitico che fotografa il grado di generosità dei cittadini residenti nei vari comuni italiani, assegnando un valore in centesimi che tiene conto di alcuni indicatori come la percentuale delle dichiarazioni e dei consensi in rapporto alla popolazione nonchè la percentuale dei consensi sul totale delle dichiarazioni.

Tra le grandi città (>100.000 abitanti) è Trento a confermarsi per il secondo anno consecutivo la città più generosa con un Indice del Dono pari a 69,76/100, valore a significare che nel 2022 al rinnovo della CIE il 65,6 % dei cittadini ha espresso la propria volontà sulla donazione (34,4 % gli astenuti) e di quest’ultimi il 78,6 % ha dato il suo assenso (con 21,4 % di diniego). Tasso di consenso molto alto, ben al di sopra della media nazionale pari al 68,2 %. A seguire in gradatoria troviamo Sassari, Livorno, Verona, Padova, Cagliari, ecc., tutte con indici di consenso molto elevati, intorno all’80 % ma con astensione crescente (>40 %), cioè di cittadini che preferiscono non esprimere la loro volontà. Le metropoli vengono molto dopo, Milano al 16° posto, Torino al 29°, Roma al 32° e Napoli al 39°.

Per i Comuni di medie dimensioni (30-100mila residenti) il Comune di Corato in provincia di Bari spicca al vertice della graduatoria, seguito da da Nuoro ed Alghero, tutti con Indice del Dono di oltre 72/100, frutto di un consenso elevato registrato in oltre 80 % delle dichiarazioni. Per i Comuni medio-piccoli (5-30mila residenti) a primeggiare è Guardagrele in provincia di Chieti, con un tasso di adesione alla donazione che sfiora il 100 % e con un indice di astenuti molto basso, inferiore al 25 %. Tra i piccoli Comuni (30 %), nel 2022 è stato di circa il 32 %, che il suddetto tasso aumenta col crescere dell’età passando dal 28-30 % tra 18 e 60 anni d’età al 42 % tra 70 e 80 e al 56,5 % sopra gli 80, forse non per una minore sensibilità alla donazione delle persone anziane ma per l’errata convinzione che la donazione di organi non sia possibile ad una certa età. Se si guarda al genere, si scopre che gli uomini sono un pò più numerosi delle donne nell’espressione di volontà, quest’ultime viceversa esprimono percentuali superiori di consenso (71,3 % contro 66,2 %). La Giornata Nazionale della Donazione degli organi di Domenica 16 Aprile è un’occasione di sensibilizzazione e promozione per rafforzare la cultura del dono e far si che sempre più cittadini aderiscano con convinzione all’espressione di volontà alla donazione.

I pazienti in attesa di un trapianto di organi in Italia sono oltre 8000, molti dei quali in attesa di un organo salva-vita come fegato, cuore, polmone. La buona notizia è che nel 2022 c’è stato un incremento di donatori e di conseguenza un pari aumento del 2,5 % dei trapianti rispetto al 2021. I dati relativi ai primi 3 mesi del 2023 denunciano un ulteriore e significativo incremento dei donatori che ha consentito un maggior numero di trapianti (complessivamente, +12,7 %), con +47 % trapianti di cuore, +11 % di fegato, +17 % di rene e +27 % di polmone.

Se il trend attuale si confermasse per il resto dell’anno, il numero di donatori per milione di popolazione (PMP) passerebbe da 24,7 del 2022 a 28,0 del 2023, con un balzo che posizionerebbe l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Spagna per numero di donatori utilizzati con finalità trapianto. Bene celebrare la Giornata della Donazione di organi e tessuti a suggello dell’eccellenza sanitaria del nostro paese che col programma nazionale della donazione e trapianto evidenzia la capacità del sistema ad affrontare nuove sfide (vedi il recente programma di donazione organi a cuore fermo) in risposta ai bisogni di salute dei cittadini ed a vantaggio della scienza quando messa al servizio dell’uomo.

In Codice Rosso.

Estratto dell'articolo di Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il “Corriere della Sera” il 17 aprile 2023.

Se la «lista d’attesa» appartenesse a una corporazione, sarebbe certamente più corta. Ma qui si tratta di una lista senza rappresentanza, formata da milioni di cittadini dove ognuno subisce in solitudine il proprio disagio o si arrangia come può. Chi può. Eppure nessun governo ha mai dichiarato di voler tagliare la spesa sanitaria, al contrario sono sempre stati snocciolati miliardi di investimenti. Per capire se lo Stato ne tira fuori abbastanza gli esperti usano un indicatore: il rapporto tra i finanziamenti pubblici al Servizio sanitario nazionale e il Pil. 

[…]

Con 114,4 miliardi spesi nel 2019, l’Italia arriva alla pandemia con un livello di finanziamento rispetto al Pil del 6,4%, contro il 9,8% della Germania, il 9,3% della Francia e il 7,8% del Regno Unito (dati Ocse). Il 2020 è l’anno della spesa record: 120,5 miliardi, pari al 7,3% del Pil. La grande lezione del Covid è quella dell’impegno solenne: mai più risparmi e tagli sulla sanità. Cosa è successo dopo? 

Nel 2021 le Regioni spendono 8,3 miliardi in più per coprire i costi extra: ricoveri in ospedale di chi ha contratto il virus, tamponi, reclutamento di medici, infermieri, e vaccinazioni di massa. Lo Stato a oggi gliene ha rimborsati solo 4,45: vuol dire che le Regioni hanno accumulato un buco da 3,86 miliardi. […]

Nel 2022 le Regioni continuano a sostenere spese extra legate al Covid: i ricoveri, la sanificazione obbligatoria degli ambienti ospedalieri, le uscite per il personale aggiuntivo, oltre alle visite e gli esami da recuperare. Con la fine dello stato d’emergenza del 31 marzo, però, lo Stato di fatto non riconosce più i finanziamenti aggiuntivi. In più si sommano 1,4 miliardi di costi per l’impennata delle bollette di luce e gas.

Con il decreto del 10 gennaio 2023 il governo Meloni mette 1,6 miliardi alla voce «maggiori costi delle fonti energetiche e per il perdurare della pandemia». I fondi vengono distribuiti in percentuale rispetto alla popolazione delle regioni. Risultato: solo in bollette l’Emilia-Romagna spende 188,2 milioni e ne prende 120,9; la Toscana 153 e ne prende 101; l’Umbria 31 e ne prende 23,8 […] 

La Sanità pesa all’incirca per l’80% sui bilanci delle Regioni, e gli ultimi due anni si fanno sentire. Lo dimostra il confronto tra il 2022 e il 2019: le Regioni che avevano conti in ordine ora sono indebitate. L’Emilia-Romagna è in rosso di 84,9 milioni; il Piemonte di 21; il Lazio di 125,5; la Basilicata di 20,9 milioni; l’Umbria di 69,5 milioni, la Sardegna di 41,7.

Mentre Regioni già in negativo come Toscana, Abruzzo e Puglia hanno peggiorato la loro situazione finanziaria. Bilancio in pareggio ma risicatissimo per la Lombardia che chiude con 296 mila euro contro i 6,3 milioni del 2019, e il Veneto a 7 milioni contro i 29,4 del 2029. 

Ora alle 20 Regioni arriverà 1 miliardo e 85 milioni per il cosiddetto payback: chi negli anni passati ha acquistato dispositivi medici in più rispetto al tetto di spesa fissato recupererà il 50%. In sostanza si distribuiscono un po’ di soldi a tutte le Regioni che hanno sforato su un altro capitolo di spesa, sperando che tappi il buco aperto dai costi del Covid e dalle bollette. Difficile.

Del resto, il finanziamento al servizio sanitario cresce solo sulla carta: 123,4 miliardi nel 2021; 125,98 nel 2022; 136 nel 2023; 132,7 nel 2024 e 135 miliardi nel 2025. Ma siccome i soldi si pesano rispetto al Pil, siamo passati dal 6,4% del 2019 al 6,9% del 2021, e poi la curva si inverte: 6,6% nel 2022, 6,7% nel 2023, 6,3% nel 2024 e 6,2% nel 2025. In pratica stiamo tornando addirittura indietro rispetto al pre-pandemia. 

Per arrivare ai livelli di Germania e Francia servirebbero all’incirca 40 miliardi in più all’anno, e 20 per raggiungere almeno il Regno Unito. 

Quando le risorse sono poche si è costretti a risparmiare, proprio nel momento in cui è necessario investire in vista delle sfide che ci attendono. A partire dalle liste d’attesa. Resta da recuperare qualche milione di prestazioni sanitarie perse per il blocco/rallentamento dell’attività sanitaria durante i mesi clou della pandemia.

Oltre a esami e visite specialistiche (vedi il Dataroom del 6 febbraio 2023), i dati diffusi da ministero della Salute e Agenas confermano il permanere di criticità anche sui ricoveri: nel caso degli interventi cardiovascolari che devono avere la precedenza per motivi di urgenza (classe A) e che dovrebbero essere eseguiti entro 30 giorni, ben 14 Regioni presentano risultati peggiori di quelli del 2019. 

[…] 

I primi 9 mesi del 2022 registrano una riduzione della spesa per investimenti di oltre il 13%. Che vuol dire meno soldi per l’acquisto di attrezzature nuove e per la manutenzione dei reparti «al fine di garantire a ciascun cittadino una risposta adeguata alla domanda di salute, sia in termini di prevenzione che di cura delle diverse patologie».

Lo fa presente la Corte dei conti che scrive: «Il programma straordinario degli investimenti pubblici in sanità costituisce un contributo sostanziale al perseguimento della finalità pubblica della tutela della salute (ai sensi dell’art. 32 Cost.) in quanto l’ammodernamento del patrimonio strutturale e tecnologico del Servizio sanitario nazionale consente meglio di rispondere con strutture e tecnologie sempre più appropriate, moderne e sicure, alle necessità di salute della comunità e alle aspettative di operatori e utenti del Servizio sanitario nazionale». In conclusione: snocciolare qualche miliardo in più fa sempre una certa impressione, ma rispetto alle necessità sono solo noccioline.

Col decreto Calderoli gli italiani dicono addio al Servizio sanitario nazionale. L’autonomia differenziata, non solo aumenterà i divari fra la qualità del servizio offerto fra Nord e Sud, ma farà crescere anche la mobilità sanitaria, cioè i viaggi dei meridionali per curarsi rischiando di mandare in tilt le strutture del settentrione. Gloria Riva su L’Espresso il 5 aprile 2023.

In Toscana c'è una sola azienda sanitaria territoriale. In Veneto ce ne sono nove. In Lombardia le aziende sanitarie si chiamano Asst, altrove si chiamano Ats, al sud si chiamano aziende provinciali. In Friuli Venezia Giulia ci sono le aziende uniche, al cui interno vengono coordinati ospedali, università e strutture territoriali. Poi il Veneto ha avviato la formazione complementare degli Oss, gli assistenti socio assistenziali, mentre in Campania è stato istituito lo psicologo di base, mentre in Lombardia non c'è. E si potrebbe andare avanti all'infinito, nel tentativo di dimostrare che, limitatamente alla Sanità, l'autonomia differenziata esiste già, eccome. E gli effetti del federalismo sanitario, che esiste dal 1992 e prevede che siano le Regioni a gestire la sanità, sono sotto gli occhi di tutti: basta leggere gli ultimi dati dell'Agenas, l'agenzia che fa capo al ministero della Salute e monitora l'attività delle singole regioni, a proposito dei Lea, cioè i Livelli essenziali di assistenza.

Dunque, i Lea sono le prestazioni e i servizi minimi – in termini di prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera -, che il Servizio sanitario nazionale è obbligato a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o con una quota di ticket. Sono le Regioni che devono organizzarsi in modo tale da garantire un servizio adeguato a tutti, in modo tale che, da Palermo a Milano, il Ssn sia universale e le cure uguali per tutti. Questo, almeno, sarebbe l'obiettivo, perché nei fatti Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Piemonte e Lombardia riescono a soddisfare almeno l'87 per cento dei livelli minimi di assistenza, le regioni del centro Italia, più Liguria e Trento li raggiungono ma non pienamente, e invece sono profondamente arretrate le regioni del Sud.

Detto altrimenti, la Sanità italiana è diseguale. E la novità è che, con l'introduzione del Decreto legge Calderoli sull'autonomia differenziata, la situazione peggiorerà ulteriormente perché le Regioni potranno chiedere ancora più autonomia in ambito sanitario, specialmente rispetto al compenso previsto per il personale infermieristico e medico. Ma andiamo con ordine.

Con l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del Ddl Calderoli sull'autonomia differenziata è iniziato il percorso che dovrebbe portare le Regioni a chiedere e ottenere maggiore indipendenza legislativa nella gestione di 23 materie che, oggi, sono di competenza dello Stato. Dentro c'è di tutto, dalla scuola all'energia, professioni e alimentazione, porti e casse di risparmio, sostegno all'innovazione e finanza pubblica, fino alla tutela della salute.

Dai sindacati alle sigle di categoria dei medici, tutti hanno espresso un parere negativo rispetto all'estensione dell'autonomia a un tema delicato come quello sanitario. Addirittura lo stesso ministero della Salute ha dichiarato che sarebbe meglio mantenere in capi al ministero stesso un ruolo di indirizzo.

Mentre la Fondazione Gimbe, un ente indipendente che si occupa di analisi sulla sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale, ha realizzato un intero dossier sulla questione, arrivando a descrivere uno scenario da incubo (per la qualità di vita dei cittadini delle regioni più svantaggiate) qualora l'autonomia differenziata fosse confermata anche per la sanità: «Il mancato raggiungimenti dei Lea in molte regioni, nonostante decenni di tentativi di riequilibrio, conferma quanto la disuguaglianza sanitaria sia un fenomeno già attuale», commenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, che continua: «Di conseguenza, l’attuazione delle maggiori autonomie richieste dalle Regioni con le migliori performance sanitarie è amplificherà le diseguaglianze di un Ssn, oggi universalistico ed equo solo sulla carta. I princìpi fondanti del Ssn si sono già dissolti senza alcun ricorso all’autonomia differenziata e il regionalismo differenziato finirà per legittimare normativamente e in maniera irreversibile il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute».

Per Cartabellotta l'unica soluzione possibile è eliminare la materia sanitaria dall'elenco di competenze al centro del processo di autonomia.

Il cuore del problema è capire infatti come sarà possibile finanziare le regioni economicamente meno floride se il Nord tratterrà per sé il denaro raccolto dalle proprie tasse. Per capirci, come colmeranno il gap oggi esistente Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia senza gli stanziamenti provenienti dalle regioni più ricche? E poi, già oggi la spesa sanitaria pubblica si attesta attorno ai 2.147 euro pro-capite, ma la distribuzione fra Regioni è già piuttosto diversificata: si va dai 2.186 euro per i veneti ai duemila euro per i campani e siciliani. E con l'autonomia questa diversificazione andrà ulteriormente aumentando.

Il punto più dolente del ddl Calderoli riguarda la possibilità, per ciascuna regione, di remunerare il personale in autonomia. Oggi tutte le Regioni hanno difficoltà a reclutare medici e infermieri, e se Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna aumenteranno il salario dei propri camici bianchi da 60 a 100 euro l'ora, è chiaro che ci sarà una vera e propria migrazione di massa dei sanitari dalle aree più depresse a quelle più ricche, cosa che per altro già avviene, ma è calmierata dal fatto che i salari dei medici sono più o meno gli stessi in tutta Italia.

A ruota, si intensificherà il fenomeno della mobilità sanitaria, con un pellegrinaggio ancora più massiccio dei cittadini del sud in cerca di cure adeguate al nord. Finanziariamente sarà un disastro, perché le regioni più carenti dal punto di vista dei servizi, pagano alle regioni in cui i pazienti scelgono di curarsi una compensazione finanziaria: secondo i calcoli della Corte dei Conti, 13 regioni, quasi tutte al Sud, hanno accumulato un debito di 14 miliardi nei confronti delle regioni del Nord (dove i meridionali scelgono di curarsi).

Ma sarà altrettanto disastroso dal punto di vista della sostenibilità materiale delle strutture sanitarie del Nord Italia, che a stento riescono a rispondere alle richieste di assistenza dei propri cittadini e, con l'autonomia differenziata, rischiano di doversi fare carico dell'assistenza sanitaria dei pazienti di tutta Italia. Proprio così, l'autonomia differenziata potrebbe incatenare ancora di più le regioni del Sud alla dipendenza sanitaria degli ospedali del Nord.

Taglia il bisturi: Report Rai PUNTATA DEL 03/04/2023 di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Goffredo De Pascale 

Quali saranno le conseguenze per il Servizio Sanitario Nazionale?

Le Regioni sforano il tetto di spesa per l’acquisto dei dispositivi medici e le aziende fornitrici devono risponderne restituendo fino al 50% di quanto incassato dalle gare di appalto. Il payback sui dispositivi è una legge voluta dal Governo Renzi nel 2015, ma attivata da Draghi subito dopo le dimissioni. Più di 4000 piccole e medie imprese del settore rischiano di chiudere e, senza regole certe, hanno smesso di partecipare alle gare. Pochi giorni fa, il Consiglio dei ministri ha approvato una norma che prevede uno sconto di 1,1 miliardi di euro sui 2,2 inizialmente richiesti. La differenza ce la metterà il Governo che ha preso i soldi dal sostegno alle famiglie contro il caro bollette. Ma quali saranno le conseguenze per il Servizio Sanitario Nazionale? I pazienti rischiano di non poter usufruire di materiali adeguati nelle cure? Dovremo rivolgerci alla sanità privata?

TAGLIA IL BISTURI Di Luca Bertazzoni Collaborazione di Goffredo De Pascale Immagini di Giovanni De Faveri, Carlos Dias, Cristiano Forti, Paolo Palermo, Marco Ronca Ricerca immagini Paola Gottardi

MARCO SCATIZZI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CHIRURGHI OSPEDALIERI ITALIANI Questa è una sala operatoria, abbiamo il computer medicale per poter fare tutte le operazioni, il respiratore, il letto operatorio, alcuni carrelli con tutti i presidi.

LUCA BERTAZZONI Questi sono tutti dispositivi medici fondamentali.

MARCO SCATIZZI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CHIRURGHI OSPEDALIERI ITALIANI Questi? Irrinunciabili, senza questi noi non potremmo operare. Questo è un bisturi ad ultrasuoni, è uno strumento molto avanzato: taglia e cauterizza contemporaneamente; quindi è una cosa molto utile perché abbrevia i tempi e ci dà più sicurezza in sala operatoria rispetto a un bisturi comune. Se poi a un certo punto non mi viene fornito più, o andiamo su internet a catalogo, come si dice, e prendiamo uno strumento analogo del quale del quale ignoro la qualità. LUCA BERTAZZONI Cioè lei si sente di dire: “Se non mi danno questo o una cosa molto simile, io non sono in grado di garantire la sicurezza dell’operazione che normalmente faccio con questo”?

MARCO SCATIZZI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CHIRURGHI OSPEDALIERI ITALIANI Sì, risposta diretta.

LUCA BERTAZZONI Secco così.

MARCO SCATIZZI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CHIRURGHI OSPEDALIERI ITALIANI Assolutamente sì.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ogni giorno gli ospedali pubblici italiani usano migliaia di dispositivi medico-sanitari: dai macchinari per la Tac ai bisturi, dalle siringhe ai respiratori. La fornitura di tutti questi strumenti essenziali per salvare le vite dei pazienti è ora messa a rischio da un termine inglese: “payback”.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Payback significa, tradotto, “recupero”, ma, secondo il dizionario Garzanti, potrebbe anche significare “vendetta”. Noi siamo certi che quando nel 2015 il governo Renzi, ministro della salute Beatrice Lorenzin, hanno concepito questa la legge nell’ambito della spending review avessero le migliori intenzioni, quelle cioè di risanare le casse della sanità pubblica. Però siamo altrettanto certi che poi una volta ideata questa legge il sospetto che potesse esser percepita come una vendetta da parte delle aziende l’hanno avuto. Tant’è vero che non è stata attuata. Cosa contemplava questa legge? Che una volta che le regioni superavano il tetto di spesa istituito per legge, fissato per legge, nell’acquisto dei dispositivi sanitari, le aziende dovevano contribuire a ripianare l’eccedenza fino anche al 50% del fatturato delle forniture. Insomma una legge che si pensava essere virtuosa, si è trasformata in una legge illogica, anche probabilmente incostituzionale – perché chiedeva di restituire i soldi a delle aziende che avevano partecipato a delle gare pubbliche anche al ribasso - e probabilmente anche molto dannosa. Il governo Renzi non l’ha approvata, non l’ha attuata, ha lasciato la patata bollente agli altri governi. L’ha raccolta la patata bollente, il governo Draghi che poi l’ha attuata. Secondo la legge le aziende avrebbero dovuto pagare per il quadriennio che va dal 2015 al 2018, ben 2,2 miliardi di euro entro il prossimo 30 aprile. Poi son scattate le proteste. Questo almeno secondo il decreto Aiuti bis. Ma aiuti per chi? Perché poi ci sono 4 mila aziende che rischiano il fallimento, 120 mila lavoratori rischiano di rimanere per strada, il Sistema Sanitario Nazionale che rischia di rimanere senza dispositivi medici: senza bisturi, senza pacemaker, senza valvole, senza stent, cioè senza quei dispositivi che consentono di salvare vite umane. Il nostro Luca Bertazzoni.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Per acquistare i dispositivi medici nel quadriennio 2015-2018 le Regioni italiane hanno sforato il tetto di spesa per oltre 4 miliardi di euro.

MANIFESTAZIONE A ROMA CONTRO IL PAYBACK – 10/01/2023 No payback! No payback! Questa legge mostro farà morti e feriti. Il payback sui dispositivi medici è una follia normativa, è un segno di inciviltà.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A varare la legge sul payback è stato nel 2015 il Governo Renzi, Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

LUCA BERTAZZONI È stata Ministro per tanto tempo, ci può dire semplicemente la ratio di questa legge.

BEATRICE LORENZIN - MINISTRO DELLA SALUTE 2013 - 2018 Era una misura di spending review, brutalmente.

LUCA BERTAZZONI Lei lo ha subito dal Mef? Questo voglio capire.

BEATRICE LORENZIN - MINISTRO DELLA SALUTE 2013 - 2018 Sì, come anche il payback farmaci. Io penso che sono delle misure che possono essere temporanee per un brevissimo periodo, ma che poi devono essere superate e trovati altri modelli regolatori per fare quella cosa difficile che è trovare un equilibrio fra la sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale e l’accessibilità ai pazienti, poi, dei dispositivi.

LUCA BERTAZZONI Lei da Ministro non poteva dire: “Questa cosa non sta in piedi, perché ci sono le aziende che falliranno”?

BEATRICE LORENZIN - MINISTRO DELLA SALUTE 2013 - 2018 Da Ministro dissi che era complesso poterlo applicare, tanto è vero che volemmo fare un tavolo assieme alle aziende e le Regioni, che erano quelle che lo volevano, per trovare una misura che arrivasse ad essere scritta in un certo modo. Poi l’hanno scritta in un altro.

LUCA BERTAZZONI Se sforano le Regioni perché devono pagare le aziende questo molto banalmente?

BEATRICE LORENZIN - MINISTRO DELLA SALUTE 2013 - 2018 Succede così purtroppo nel meccanismo del payback.

LUCA BERTAZZONI Buongiorno Senatore

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 Buongiorno, che ci fate voi qua?

LUCA BERTAZZONI Avete fatto una legge che accolla alle aziende la metà degli sforamenti delle Regioni nelle spese per i dispositivi medici. Volevo capire il perché.

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 Quella legge serviva per la spending review, ma siccome non c’erano le condizioni per farla funzionare allora, fu una legge che non è mai entrata in vigore. Quindi tecnicamente è vero che abbiamo fatto una legge, ma…

LUCA BERTAZZONI L’avete accollata al governo successivo.

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 In realtà a 6 governi successivi. Tutti gli abbiamo sempre bloccato questa roba qua perché, nonostante fosse una richiesta sulla revisione della spesa che veniva dalla necessità europea di rimettere in ordine i conti, non stava in piedi e quindi l’abbiamo rinviata.

LUCA BERTAZZONI Però è cole se lei va a fare una conferenza, le dicono: “ti diamo 100” e dopo 5 anni le dicono: “ridammi 50”.

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 È diverso perché noi abbiamo fatto questa legge perché lo richiedevano i parametri europei, ma abbiamo creato le condizioni perché la legge non entrasse in vigore. Quindi siamo stati… da questo punto di vista.

LUCA BERTAZZONI E allora che l’avete fatta a fare?

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 Embeh non è mai entrata in vigore. È entrata in vigore o no?

LUCA BERTAZZONI È entrata in vigore dopo con Draghi.

MATTEO RENZI - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 2014 - 2016 Bertazzoni, ci vediamo all’autogrill.

LUCA BERTAZZONI Arrivederci.

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI Se questo è un Paese che a un certo punto si sveglia e 8 anni dopo decide di applicare una tassa, quale attrattività ha il nostro Paese per gli investimenti in generale, ma anche per gli investimenti esteri?

LUCA BERTAZZONI Da giurista quali sono le distorsioni di questo meccanismo?

VITALBA AZZOLLINI - GIURISTA Se lo sforamento della spesa è stato dovuto ad un acquisto in eccesso di bisturi o di camici, sarà comunque chiamata a ripianarlo anche l’azienda che per esempio fornisce protesi ortopediche.

LUCA BERTAZZONI Quindi a monte la Regione sbaglia e però paga l’azienda.

VITALBA AZZOLLINI - GIURISTA Esattamente. La Regione sbaglia e chiamati a rimediare all’errore fatto dalla Regione, sono le aziende che forniscono i dispositivi.

LUCA BERTAZZONI E poi è un provvedimento retroattivo.

VITALBA AZZOLLINI - GIURISTA Le aziende non possono fare una corretta programmazione finanziaria nell’ambito del proprio bilancio non sapendo ogni anno quale è la somma che saranno costrette a ripianare.

SIMONE INNOCENTI - IMPRENDITORE AESSE CHIRURGICA Questo è il nostro magazzino dove noi riceviamo il materiale, i vari ferri chirurgici. Qui ci sono le pinze, bisturini, forbici: chiaramente essendo una microchirurgia bisogna entrare dentro l’occhio. Questo è un apparecchio che serve proprio per fare la chirurgia oftalmica, ovviamente con tutti i suoi accessori che servono per attaccare qui e operare.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Simone Innocenti è un imprenditore fiorentino che compra dispositivi medici dai produttori e li rivende alle Asl a un prezzo massimo stabilito dalle gare di appalto.

SIMONE INNOCENTI - IMPRENDITORE AESSE CHIRURGICA A noi ci è arrivata questa lettera qua il 14 novembre con Pec dalla Regione Toscana in cui ci imputano di pagare 2 milioni e 408mila euro: sul mio fatturato annuale, significa il 75% dove dentro ci sono le spese, l’acquisto di questo materiale. Oltretutto il prezzo lo fanno loro, noi dobbiamo andare al ribasso in una gara e mi vengono a richiedere i soldi di un prezzo che fanno loro, di un fabbisogno che fanno loro e materiale che hanno usato perché ne hanno avuto bisogno perché tutto l’altro è ancora in testa a me.

LUCA BERTAZZONI Su cui lei oltretutto ha pagato le tasse.

SIMONE INNOCENTI - IMPRENDITORE AESSE CHIRURGICA Su cui ho pagato le tasse assolutamente, i dipendenti, gli agenti, tutto. Ci è arrivata una gara in cui ci dicono che è sotto il decreto payback, noi gli abbiamo chiesto: “ma quanto sarà il decreto payback”? La risposta è: “non lo sappiamo fino al prossimo anno, al 30 settembre”. Ma come faccio io a fare un calcolo di quanto potrà essere?

LUCA BERTAZZONI E allora lei non parteciperà?

SIMONE INNOCENTI - IMPRENDITORE AESSE CHIRURGICA Non parteciperò, non abbiamo partecipato ad alcune gare. Assolutamente.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Se oggi il primo effetto del payback è che le gare per le forniture di dispositivi medici per gli ospedali rischiano di andare deserte, il futuro per la sanità pubblica è ancora più a rischio.

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI Come uno si poteva immaginare che fisicamente le industrie avessero i soldi per poter, nel giro di un mese, perché già avevano mandato i PagoPa, per poter versare queste somme.

LUCA BERTAZZONI Quale è lo scenario?

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI Falliranno le aziende, quindi chiudendo non pagheranno.

LUCA BERTAZZONI Quindi le Regioni e lo Stato non incassano?

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI Ma ovvio.

SIMONE INNOCENTI - IMPRENDITORE AESSE CHIRURGICA Oltretutto mi farebbero chiudere le banche, perché chi è che mi dà credito? Nessuno. E quindi si ferma la chirurgia oftalmica. Il giorno che mancherà la banale siringa sarà un disastro, una catastrofe.

LUCA BERTAZZONI Saranno le aziende a dover pagare con il rischio di fallire o pensate che lo Stato in qualche modo debba contribuire?

GIANCARLO GIORGETTI - MINISTRO DELL’ECONOMIA Ci sarà una ragionevole via di mezzo.

LUCA BERTAZZONI Voi intendente modificarla o abolirla questa misura per il futuro?

GIANCARLO GIORGETTI - MINISTRO DELL’ECONOMIA Pensiamo di superare questo sistema.

LUCA BERTAZZONI Superare che vuol dire? Abolirlo o cambiare qualcosa?

GIANCARLO GIORGETTI - MINISTRO DELL’ECONOMIA Vuol dire superare questo sistema che ex post va a regolare gli anni precedenti, non va bene così.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il rischio è che “la ragionevole via di mezzo” di cui parla il Ministro Giorgetti sia comunque insufficiente a tenere in piedi il Sistema Sanitario Nazionale.

ROY DE VITA - PRIMARIO ISTITUTO NAZIONALE DEI TUMORI DI ROMA “REGINA ELENA” Un piccolo se è costretto pagherà, ma fallirà. Il grande invece non fallirà, ma siccome l’Italia rappresenta un mercato piccolo smetterà evidentemente di partecipare alle prossime gare e quindi noi perderemo, noi come Servizio Sanitario pubblico perderemo completamente tutta la tecnologia e avremo difficoltà ad approvvigionarci di qualsiasi cosa, per cui diventeremo un Servizio Sanitario Nazionale non di serie C, di Paese da terzo mondo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In realtà a leggere le voci di spesa sui dispositivi medici del sistema sanitario nazionale siamo nettamente al di sotto dei cosiddetti Paesi sviluppati.

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI La spesa europea in dispositivi medici l’anno scorso si è attestata ai 240/260 euro procapite, la Germania addirittura 320 euro, e noi siamo a 120/130 euro pro-capite.

LUCA BERTAZZONI Che è un dato impressionante.

MASSIMILIANO BOGGETTI - PRESIDENTE CONFINDUSTRIA DISPOSITIVI MEDICI Sottrarre dal sistema 2,2 miliardi vuol dire impoverirlo ulteriormente e quindi che la qualità diminuisce. Un mammografo di dieci anni e oltre, perché questa è l’età dei mammografi nelle nostre strutture pubbliche, rischia di non riuscire ad identificare delle lesioni tumorali in fase avanzata.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Una tecnologia obsoleta comporta ritardi nella diagnosi delle malattie e quindi un costo maggiore per lo Stato nella cura del paziente. Ma anche fare gare al ribasso sui piccoli dispositivi medici può non essere un vero risparmio.

ROY DE VITA - PRIMARIO ISTITUTO NAZIONALE DEI TUMORI DI ROMA “REGINA ELENA” Abbiamo bisturi cinesi, i bisturi cinesi ne apriamo due o tre perché le lame smettono di tagliare e quindi sei costretto a cambiarli e quindi ne apri di più. Compra cose scadenti, ma l’amministratore mica lo sa: pensa di aver fatto un risparmio. Mi davano dei drenaggi che erano ignobili, ignobili però costavano molto meno e avevano vinto la gara. Andiamo a vedere i privati: trovi soltanto materiale di prima qualità, con gente che fa business. Sono pazzi? No.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non sono pazzi, infatti fanno business. A volte anzi spesso lo fanno con i soldi della sanità pubblica. Ore. Guardando la lista delle spese delle regioni, colpiscono gli 0 centesimi della Regione Lazio e anche quelli della Regione Lombardia. Sono le più virtuose? No. In realtà loro non hanno tanto bisogno di comprare molti dispositivi medici, perché comprano soprattutto le prestazioni dalla sanità privata che fornisce anche i dispositivi medici, chiavi in mano. Però se la guardi dall’altra parte, la sanità privata riesce ad acquistare gli strumenti migliori, quelli più performanti, utilizzando anche parte del denaro pubblico. È proprio questo il rischio del payback: che poi vai in una struttura pubblica e quando la trovi, trovi un mammografo che magari è vecchio di 15 anni e non è performante. Insomma, senza investimenti nella sanità pubblica e soprattutto anche sull’aggiornamento e sull’acquisto anche di nuovi dispositivi medici, il nostro Sistema Sanitario Nazionale rischia di diventare quello di un paese del terzo mondo. Già la spesa pro-capite è bassa rispetto alla media europea: 120 euro pro capite rispetto ai 240/260 di quella di altri paesi europei. Ora; nel 2015 il governo Renzi e quello della ministra della Salute Lorenzin, avevano ritenuto che quella legge sul payback non fosse applicabile e che era scritta male. Ma allora perché non l’hanno corretta? Questa è una legge che favorisce sostanzialmente le multinazionali che in fatti sono state zitte in questo periodo perché grazie a questa legge possono sbaragliare i piccoli competitor. E favorisce anche la sanità privata che può acquistare liberamente dalle aziende i dispositivi migliori; perché è proprio alla sanità privata che le aziende hanno interesse a vendere visto che così evitano la roulette russa del payback, che imporrebbe di restituire fino al 50% del loro fatturato in forniture anche dopo aver partecipato alle gare al ribasso. Dopo la pubblicità vedremo invece la maglietta nera delle regioni, quelle che hanno speso di più in acquisto di dispositivi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, stiamo parlando del payback nella Sanità. Una legge che è stata concepita dal Governo Renzi nel 2015 poi attuata dal Governo Draghi dopo però che aveva annunciato le sue dimissioni. Prevede che quando una regione supera il tetto stabilito per legge per le spese per l’acquisto di dispositivi medici, le aziende fornitrici contribuiscono a risanare la spesa fino anche a versare, restituire, il 50% del fatturato delle forniture. In particolare apprensione ci sono le ditte fornitrici della Regione Toscana e della Regione Puglia, cioè le due regioni “maglia nera” nelle spese. Toscana ha sforato di 850 milioni di euro nel quadriennio 2015-2018, la Puglia di 530 milioni. Entrambe si erano anche dotate di un centro per ottimizzare i costi e anche snellire le procedure degli acquisti dei… sanitari insomma. Quanto hanno risparmiato e quanto hanno snellito?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Con 850 milioni di euro di sforamento del tetto di spesa sui dispositivi medico-sanitari, la Toscana è la maglia nera fra le Regioni italiane nel quadriennio 2015/2018. Enrico Rossi è stato il presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020.

LUCA BERTAZZONI Mi domandavo se lei da Presidente della Regione era al corrente di questi sforamenti del tetto.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 No. Dello sforamento del tetto dei dispositivi francamente no. Se gli enti locali sforano il bilancio allora qualcuno ci deve mettere una pezza. Avevo letto qualcosa sul Quotidiano Sanità infatti.

LUCA BERTAZZONI Soltanto nel 2018 235 milioni di euro, nel 2017 222 milioni, 2016 220 milioni.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Ma a livello nazionale come mai hanno confermato che i nostri bilanci erano regolarmente in pareggio? Non c’è nessun tetto preciso e vincolante per quanto riguarda la spesa per i dispositivi.

LUCA BERTAZZONI È il 4,4% della spesa.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Era un tetto indicativo che noi abbiamo superato perché abbiamo fatto tanti interventi anche di carattere chirurgico e di altro tipo.

LUCA BERTAZZONI Non stiamo discutendo su quello.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Non stiamo discutendo, io le ripeto che noi abbiamo rispettato la spesa. Richiedere il payback spetta al Governo e non spetta alle Regioni.

LUCA BERTAZZONI Certo, però avete sforato voi.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Non abbiamo sforato proprio alcunché perché queste sono spese che all’interno di indicazioni generali, che vengono fatte le Regioni, sono libere poi di spendere più o spendere meno.

LUCA BERTAZZONI Lei mi sta dicendo che non ha sforato in assoluto, però in particolare sui dispositivi sì.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Io ho speso i soldi che mi venivano dati.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il problema del payback è che anche se una Regione rispetta il bilancio complessivo delle spese sanitarie, ma supera il tetto per i dispositivi medici, a ripianare una parte dello sforamento sono le aziende private che glieli hanno forniti.

GIANLUCA PAGNINI - AMMINISTRATORE KOSMED SRL Questo è un video laringoscopio che serve per fare l’intubazione dei pazienti sia in sala operatoria, che i pazienti critici in terapia intensiva o nel soccorso. Consta di una telecamera che con questo device monouso consente l’intubazione in sicurezza.

LUCA BERTAZZONI E la sua azienda rifornisce…

GIANLUCA PAGNINI - AMMINISTRATORE KOSMED SRL Riforniamo una buona parte degli ospedali toscani.

LUCA BERTAZZONI E che vi è successo poi, a un certo punto vi arriva questa lettera.

GIANLUCA PAGNINI - AMMINISTRATORE KOSMED SRL La Pec della Regione in cui ci venivano praticamente richiesti oltre 750mila euro.

LUCA BERTAZZONI Per quale periodo?

GIANLUCA PAGNINI - AMMINISTRATORE KOSMED SRL 2015-2018. Non esistono questi margini nel nostro settore per poterci garantire la possibilità di poter pagare queste cifre, assolutamente.

LUCA BERTAZZONI Quindi lei mi sta dicendo che se dovesse ridare indietro questi 750mila euro…

GIANLUCA PAGNINI - AMMINISTRATORE KOSMED SRL Noi chiudiamo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’ente che si occupa del fabbisogno delle Asl della Regione Toscana è l’Estar, la centrale unica di acquisto creata nel 2014 dall’allora Presidente Enrico Rossi con lo scopo di razionalizzare la spesa e ottimizzare i costi della sanità pubblica. È stato quindi l’Estar ad acquistare i dispositivi medici che hanno portato allo sforamento del tetto di spesa.

DIPENDENTE ESTAR – ENTE SUPPORTO TECNICO AMMINISTRATIVO REGIONALE - TOSCANA La verità è che siamo solo dei passacarte.

LUCA BERTAZZONI Come si arriva a definire gli acquisti dei dispositivi medici?

DIPENDENTE ESTAR – ENTE SUPPORTO TECNICO AMMINISTRATIVO REGIONALE - TOSCANA C’è un meccanismo dopato che porta le Asl a chiedere più del dovuto perché non sanno precisamente quello che otterranno. Le Asl della Toscana ci dicono il loro fabbisogno, noi prendiamo nota, segnaliamo alla Regione che questa specie di lista della spesa li potrebbe portare a sforare il budget, però tutto finisce là.

LUCA BERTAZZONI Ma voi non dovreste razionalizzare gli acquisti? È questa alla fine la vostra missione.

DIPENDENTE ESTAR – ENTE SUPPORTO TECNICO AMMINISTRATIVO REGIONALE - TOSCANA La nostra missione è questa, se solo la Regione ci ascoltasse. Ma che dobbiamo fare noi? Bloccare la sanità pubblica? L’anno scorso già ad aprile avevamo superato il tetto di spesa per i dispositivi medici, ma possiamo fermare gli ospedali dopo 4 mesi? E negli altri 8 come vanno avanti?

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Se per garantire il livello di prestazioni sono stati necessari dispositivi medici o altro li abbiamo comprati, li ha comprati l’Estar molto bene perché la nostra Estar è di riferimento in Toscana ed ha funzionato benissimo.

LUCA BERTAZZONI Però la Corte dei Conti in una relazione segnala diverse criticità: mancata riduzione di costi, ingenti dimensioni della struttura…

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 L’Estar ha funzionato benissimo per quello che mi riguarda.

LUCA BERTAZZONI Quello che dice la Corte dei Conti è che c’è stata proprio una mancata razionalizzazione della spesa.

ENRICO ROSSI - PRESIDENTE REGIONE TOSCANA 2010-2020 Ma non è assolutamente vero perché anche la Corte dei Conti non è che le dice sempre tutte giuste.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nella relazione del 2019, la Corte dei Conti segnala alcune criticità nella gestione di Estar, a cui contesta costi in costante crescita. Un indebitamento di 42 milioni di euro dovuto all’accensione di nuovi mutui, fra cui quello da 6 milioni per la ristrutturazione della sede principale di via San Salvi a Firenze. E un incremento del personale a tempo indeterminato che conta 834 dipendenti, di cui 95 dirigenti, cioè uno ogni 9 dipendenti. Nel bilancio del 2021 le spese per il personale sono di 42,5 milioni di euro.

DIPENDENTE ESTAR – ENTE SUPPORTO TECNICO AMMINISTRATIVO REGIONALE - TOSCANA Estar è nato per ottimizzare la spesa sanitaria della Regione Toscana, però in realtà è un carrozzone voluto dalla politica.

LUCA BERTAZZONI Perché dice un carrozzone?

DIPENDENTE ESTAR – ENTE SUPPORTO TECNICO AMMINISTRATIVO REGIONALE - TOSCANA Perché per i ruoli dirigenziali fanno un concorso, però il meccanismo di scelta è l’opposto di quello che dovrebbe essere. Praticamente se vogliono fare entrare una persona gli cuciono su misura il concorso in modo che vinca. In apparenza sembra tutto trasparente, in realtà si tratta di assunzioni ad personam.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nella classifica degli sforamenti per il payback subito dopo la Toscana c’è la Regione Puglia, che ha superato di 530 milioni di euro il tetto di spesa per i dispositivi medicosanitari. L’equivalente di Estar in Puglia si chiama Innovapuglia ed è la centrale di acquisto territoriale.

LUCA BERTAZZONI Un Governatore si rende conto che sta sforando? Cioè man mano…

MICHELE EMILIANO - PRESIDENTE REGIONE PUGLIA No, assolutamente. Credo sia praticamente impossibile e in ogni caso è uno sforamento obbligato perché si tratta di dispositivi necessari che vanno acquistati per operare la gente, per fare operazioni chirurgiche. Quindi o sfori o non sfori li devi comprare.

LUCA BERTAZZONI Qui in Puglia ho visto che ultimamente c’è un’emergenza sulle protesi.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA Sulle protesi sì. Gli operatori sanitari devono averne a disposizione tante.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Prevedono di usarne talmente tante che hanno bandito una gara di 3,2 miliardi di euro per i prossimi 4 anni.

MASSIMO RIEM - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA FORNITORI OSPEDALIERI Non può una Regione spendere esclusivamente di protesi ortopediche una somma di 3,2 miliardi di euro, benché per 4 anni, quando tutto il nostro sistema Paese spende 6 miliardi per quanto attiene a tutti i dispositivi non ortopedici, cioè complessivamente. In sostanza Regione Puglia stima di utilizzare in un anno l’equivalente del 45% del numero delle protesi al ginocchio utilizzate in tutta Italia.

LUCA BERTAZZONI 810 milioni di euro l’anno solo in protesi quando nel 2018, faccio un esempio, per tutti i dispositivi sanitari la Regione Puglia ha speso 470 milioni. Quindi già siamo quasi al doppio.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA Sì, però…

LUCA BERTAZZONI 140mila protesi per l’anca, 35mila all’anno quando nel 2021 sono state 115mila in tutta Italia. Di chi è la colpa di questa gara? Non sta in piedi questa cosa.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA Non sta in piedi…

LUCA BERTAZZONI È sproporzionata la spesa, questo lo dice il Tar, questo lo dice l’Anac.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA I fabbisogni vengono certificati dalle singole Asl.

LUCA BERTAZZONI E quindi sono impazzite le Direzioni Generali della Asl?

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA O le Direzioni Generali delle Asl sono impazzite tutte quante oppure vuol dire che il fabbisogno è quello reale.

LUCA BERTAZZONI “I tavoli tecnici di esperti coordinati dal soggetto aggregatore”, voi, “non dovrebbero limitarsi alla mera raccolta dei fabbisogni dei beneficiari finali senza effettuare preliminarmente alcun tipo di analisi, discernimento e valutazione sugli stessi”. Questo lo dice la Regione Puglia di voi.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA Sì, però potrebbe anche dire un qualcosa che non è corretto.

MICHELE EMILIANO - PRESIDENTE REGIONE PUGLIA Devo dire che sono stati ottimisti, cioè evidentemente InnovaPuglia avrà pensato di fare una specie di somma di tutte le richieste ipotetiche delle Asl nei prossimi anni che ovviamente sono prospettiche e ha fatto una gara che il Dipartimento della Regione Puglia ha giudicato un pochino sovradimensionata.

LUCA BERTAZZONI Il Tar stesso ha detto che non va bene questa…

MICHELE EMILIANO - PRESIDENTE REGIONE PUGLIA Prima del Tar la Regione, quindi io penso che il provvedimento e la gara possano essere rivisti, ovviamente non è una cosa che decido io: lo decide il soggetto aggregatore.

LUCA BERTAZZONI Ora che il Tar ha annullato la gara voi rifarete il giro delle Asl e direte: “abbassiamo un po’”.

ANTONIO SCARAMUZZI - RESPONSABILE SERVIZIO ACQUISTI E GARE INNOVAPUGLIA Si renderanno loro conto perché con questo scherzetto abbiamo ritardato di diversi mesi la disponibilità.

LUCA BERTAZZONI Oltretutto, di queste famose protesi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Diciamo anche che i centri di spese della Regione Toscana e della Puglia, non sono esempi così virtuosi. Quelli della Puglia, ha indetto gare per quantitativi di protesi che basterebbero a soddisfare il 40% dell’intero fabbisogno nazionale. Quello invece della Toscana, secondo i magistrati contabili, spende troppo per mantenere i propri dipendenti e le proprie strutture. Tutto questo mentre è scoppiato il caos del payback, dove le aziende fornitrici di dispositivi medici, non partecipano più alle gare per il timore di dover restituire i soldi, rischiano il fallimento, rischiano di lasciare sguarnito il Sistema Sanitario Nazionale di dispositivi medici. Questo a favore della sanità privata. Ora il Consiglio dei Ministri ha pensato di ridurre quello che doveva essere il contributo di queste aziende, passato da 2,2 miliardi a 1,1 miliardi, hanno preso le risorse i ministri, dal sostegno alle famiglie per le bollette del gas e della luce elettrica. Ma hanno chiesto in cambio alle imprese, di rinunciare ai ricorsi presentati al Tar. Insomma, per le aziende cambia poco perché di fatto si trovano di fatto ad essere soci delle regioni senza diritto di parola. Se va male rischiamo che spariscano dal panorama 4 mila aziende, se va bene rischiamo invece di curarci con materiale scadente e di sottoporci a delle diagnosi con macchinari vecchi che non sono in grado di individuare in tempo una patologia. Magari alla fine i conti saranno anche un po’ più in ordine, ma come diceva quel medico furbo, per evitare di far riconoscere le proprie responsabilità, “l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto.”

SANITÀ IN CODICE ROSSO. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 29 Marzo 2023

Codice rosso per il Sistema Sanitario Nazionale. Una crisi prodotta da una sommatoria di problematiche sottostimate e irrisolte che in oltre 15 anni di “indifferenza” hanno portato il nostro settore sanitario a un punto di non ritorno.

A denunciarlo è la Fondazione Gimbe che, per voce del presidente Nino Cartabellotta ha annunciato la necessità di un “radicale cambio di rotta”. Un annuncio che precede la presentazione, da parte di Gimbe, del Piano di Rilancio del SSN, in programma a Bologna venerdì 31 marzo.

SANITÀ E DEMOCRAZIA

Una crisi che Gimbe attribuisce anche ai governi che, negli ultimi anni, sono stati indifferenti ai problemi del Sistema Sanitario. Governi che “oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute”. Gravi mancanze che ignorano alcuni pilastri incontrovertibili e cioè “che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia; che il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese; e che la perdita di un SSN universalistico porterà a un disastro sanitario, sociale ed economico senza precedenti”. Un disastro sanitario che sembra preannunciato e che è stato indebolito, nel corso degli ultimi anni, dall’emergenza del Covid-19 che ha mostrato i punti più deboli del sistema e del settore sanitario sia dal lato dei finanziamenti pubblici – tutti destinati all’emergenza -, sia dal lato dalla gestione dei servizi e del personale, rimasti indietro e spesso dimenticati. D’altra parte, l’emergenza pandemica ha anche messo la sanità sotto ai riflettori – nel bene e nel male – dove è rimasta per poco più di due anni, per poi tornare nel dimenticatoio più malconcia di prima, con gli strascichi della “retorica degli eroi” e le sole promesse sul potenziamento della sanità pubblica.

UNA CURA CHE NON C’È

Oggi i pazienti vivono ogni giorno le conseguenze di un SSN ormai in codice rosso per la coesistenza di varie malattie: imponente sottofinanziamento, carenza di personale per assenza di investimenti, mancata programmazione e crescente demotivazione, incapacità di ridurre le diseguaglianze, modelli organizzativi obsoleti e inesorabile avanzata del privato” tuona il presidente Cartabellotta. Un “sistema malato” che costringe i pazienti a usufruire poco – o a tratti per nulla – di un servizio pubblico a causa di liste di attesa infinite che gli enti territoriali non riescono a smaltire. Attese che si protraggono dalla pandemia, ma che portano conseguenze attuali che vanno dalla migrazione sanitaria – in altre Regioni rispetto a quella di appartenenza – alla spesa per visite e controlli nel privato, fino ad arrivare alla rinuncia alle cure. Rinunce dovute alla lunga attesa del pubblico e alle sempre minori possibilità economiche per accedere al privato. Secondo il recente Rapporto CREA Sanità, nel 2021 la spesa privata è stata in media di 1.734 euro per nucleo familiare, ovvero il 5,7% dei consumi totali. E nel 2020 oltre 600mila famiglie hanno dovuto sostenere spese gravose fino a diventare insostenibili rispetto ai budget dedicati alle spese per la salute, e quasi 380mila famiglie si sono impoverite per spese sanitarie.

FIGLI E FIGLIASTRI

Disagi che derivano da un sistema che non funziona e che si trasformano in disuguaglianze sociali. Lo aveva già reso noto, attraverso i propri canali, il Ministero della Salute che con la pubblicazione dei dati sui LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) aveva documentato “enormi diseguaglianze regionali con un gap Nord-Sud ormai incolmabile, che rende la questione meridionale in sanità una priorità sociale ed economica” ha sottolineato il numero uno di Gimbe. Disuguaglianze sociali, tra nord e sud del Paese, che potrebbero acutizzarsi – denuncia Gimbe – con l’attuazione dei provvedimenti relativi all’Autonomia Differenziata. E disugualianze territoriali che si uniscono ad altre, correlate alla residenza presso aree urbane e non, al sesso, al grado di istruzione e al reddito.

Un Sistema Sanitario, dice Cartabellotta che quindi “garantisce una ‘salute diseguale’ che si riflette anche sugli anni di vita perduti”.

CORSA AL PRIVATO

Elefante nella stanza, infine, il connubio disfunzionale tra sistema pubblico e privato, che si nota nell’offerta delle strutture sanitarie private accreditate, ovvero rimborsate con il denaro pubblico. Lo dimostrano i dati del 2021 per cui risultano private accreditate il 48,6% delle strutture ospedaliere (995), il 60,4% di quelle di specialistica ambulatoriale, l’84% di quelle deputate all’assistenza residenziale e il 71,3% di quelle semiresidenziali. Inoltre, per Cartabellotta “esiste un vero e proprio cavallo di Troia che erode risorse pubbliche dirottandole ai privati” ovvero la congiunzione tra i fondi sanitari e le assicurazioni.

Dopo la denuncia di Gimbe, che va avanti da dieci anni (dal lancio della campagna del 2013 “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale) ora la Fondazione con il “Piano di Rilancio del Servizio Sanitario Nazionale” del prossimo venerdì a Bologna, coglierà l’occasione per il lancio di un nuovo corso, che possa essere anche un manifesto per le istituzioni chiamate all’intervento.

Il Cibo Ospedaliero.

Quando la cura sembra peggiore della malattia. Il cibo in ospedale può essere buono? Maria Vittoria Caporale su L’Inkiesta il 15 Febbraio 2023.

Continuiamo ad approfondire il tema del cibo ospedaliero descrivendo Crunch, il progetto del Policlinico di Sant’Orsola a Bologna che ha come obiettivo integrare nel percorso clinico assistenziale nuove strategie nutrizionali sostenibili e funzionali alla guarigione

«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo».

E fin qui niente di nuovo, l’illustre medico Ippocrate di Cos vissuto tra il 460 a.C. e il 377 a.C. aveva già capito tutto: l’importanza e il ruolo centrale dell’alimentazione ai fini della nostra salute e benessere.

Tutto bene se applichiamo questo pensiero alla nostra dieta quotidiana e ai piatti che cuciniamo nella comodità della nostra cucina di casa o che scegliamo di ordinare al ristorante.

Ma perché se veniamo catapultati, per qualunque ragione, in un letto di ospedale, al primo pasto, il cibo, che dovrebbe essere un elemento fondamentale ai fini della guarigione, ci appare addirittura peggiore della malattia stessa?

Domande che effettivamente ci si pone solo una volta calati nella parte alle quali ho cercato alcune risposte da chi si occupa di ristorazione ospedaliera in prima persona come Luisa Zoni, responsabile fino al 2019 dell’Unità Operativa di Nutrizione Clinica nell’Ausl di Bologna e oggi consulente al Tavolo Tecnico dell’Emilia Romagna sulla Sicurezza Nutrizionale (Tarsin), e Ferdinando A. Giannone, biologo e nutrizionista, responsabile del progetto Cucina e Ristorazione Uniti nella Nutrizione Clinica Hospedaliera (Crunch).

Innanzitutto, è sempre più lontano il tempo delle mense interne degli ospedali che, nella maggior parte delle strutture, hanno lasciato spazio ad appalti esterni, sottoposti al controllo da parte dell’ospedale attraverso l’economato, i dietisti o i servizi di dietologia. L’azienda che si aggiudica il contratto relativo al servizio di ristorazione ospedaliera fornisce pasti pronti al consumo che sono quindi preparati in edifici esterni all’ospedale, e, a volte, anche piuttosto lontani.

È con il dietetico ospedaliero, la raccolta di diete a composizione definita realizzate nel rispetto delle linee di indirizzo nazionale per la ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica, che si definiscono il vitto comune – adatto a pazienti che non presentano particolari patologie, ispirato alla stagionalità e alle tradizioni locali, con scelta tra almeno due alternative per portata e piatti fissi – e i vitti specifici per diverse patologie, con possibilità di prescrizione da parte di personale di diete ad personam che prevedono grammature e/o alimenti e/o modalità di allestimento specifiche. Sempre garantendo gli apporti consigliati dai Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana (Larn).

Secondo le linee di indirizzo nazionale per la ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica: «I pasti erogati devono garantire prioritariamente i requisiti di food safety (sicurezza igienico-microbiologica) e di food security (apporto di energia e nutrienti adatto alle esigenze dell’utente), adeguando al contesto le definizioni stesse, considerandole un insostituibile completamento dei percorsi di prevenzione e cura» e ancora: «Il servizio di ristorazione collettiva deve raggiungere un ottimale livello sia in termini di qualità nutrizionale, che di qualità sensoriale».

Il dubbio è proprio sulla qualità sensoriale. Su che fine fa il gusto.

E qui entrano in campo diversi elementi, primo fra tutti la nostra esperienza pregressa di gusto secondo la quale viene stabilito inevitabilmente un confronto con ciò che troviamo sul vassoio che non lo reggerà, quel confronto. Anche perché non va dimenticato che il vitto stesso potrebbe prevedere preparazioni dalla scarsa espressione gustativa, che partono quindi male in partenza sotto questo aspetto.

La vista è il primo organo di senso coinvolto nell’esperienza perché interviene prima ancora dell’ingestione del cibo. E anche il primo che qui viene deluso, sia perché le pietanze vengono comunque preparate alcune ore prima – perdendo le caratteristiche di una preparazione espressa – sia perché il fattore estetico – che indubbiamente rende il piatto più o meno invitante – non è certo un elemento centrale in questo tipo di ristorazione. Solo l’olfatto, direttamente connesso all’ippocampo – centro della memoria a lungo termine – come il gusto, potrebbe venirci in aiuto nel caso in cui l’odore della pietanza attivi ricordi o stati emozionali di un cibo a noi gradito.

A questo, va aggiunto lo stato d’animo del paziente ospedaliero che, lontano dai propri affetti, dai propri indumenti, dalle routine abituali, costretto a stare in un luogo non familiare, senza punti di riferimento e con pochi stimoli non sarà certo propenso a trovare quel che di buono potrebbe esserci nel piatto. Prenderà quindi parte al rito collettivo di denigrare il pasto ospedaliero a prescindere.

La perdita di elementi gustativi a favore di food safety e di food security è reale, e forse, nella maggior parte dei casi, inevitabile per la natura stessa della ristorazione collettiva – quel settore della ristorazione che consiste nella preparazione e consegna di pasti su larga scala rivolto a comunità di persone – soprattutto nel caso degli appalti.

Quanto incide sul soggetto l’alimentazione del periodo di degenza?

Esattamente quanto incide la nostra alimentazione, spesso non troppo bilanciata, che seguiamo in vacanza, ad esempio. È una parentesi, auspicabilmente breve, che poi ci riporta alla routine di sempre.

Eppure, c’è chi ha accettato la sfida di non lasciar morire il gusto del cibo in ospedale, portando avanti progetti virtuosi che possano dare un valore e un senso all’alimentazione, anche qui.

Crunch è un progetto nato nel 2016 al Policlinico di Sant’Orsola a Bologna: 1.515 posti letto, 40.966 ricoveri ordinari annuali, 6.807 dipendenti. E soprattutto, cucine interne.

Capitanato da Ferdinando A. Giannone, biologo, nutrizionista e responsabile del progetto (all’interno  della struttura di Gestione Servizi & Operation diretta da Diego Lauritano), affiancato da Davide Sarti e Alessandro Guerzoni (assistenti tecnici della cucina centralizzata) e in collaborazione con le dietiste del Dipartimento di Nutrizione Clinica e Metabolismo, è un programma di sperimentazione quinquennale per far conoscere l’importanza del ruolo degli alimenti e dell’alimentazione nella prevenzione e nella terapia, che ha scardinato le procedure di appalto a favore di un controllo interno e diretto della cucina ospedaliera, unendo quindi la clinica alla ristorazione collettiva ospedaliera pubblica.

Crunch ha l’obiettivo principale di individuare nuove strategie nutrizionali nell’ambito del percorso clinico-assistenziale ospedaliero e adeguate pratiche di gestione della ristorazione ospedaliera per un miglioramento di tutta la filiera legata all’alimentazione – dalla materia prima al letto del paziente – permettendo ai cuochi di imparare dai clinici e di essere parte di un sistema che fa percepire loro la responsabilità di prendersi cura di qualcuno attraverso l’atto di cucinare e insegnare ai clinici che la cucina è una risorsa.

Si occupa di formazione e consulenza nel campo della nutrizione clinica applicata e delle più recenti Linee Guida nel campo della prevenzione alimentare, al personale della cucina ed altri operatori sanitari coinvolti in processi specifici (ad esempio personale sanitario, logopedisti…); di formazione e consulenza sulla valorizzazione delle produzioni territoriali tipiche del territorio per un utilizzo in ambito clinico-sanitario partendo dalla cucina e dal servizio di ristorazione del Sant’Orsola; di supporto tecnico professionale alla cucina e sviluppo di ricette e menu innovativi, con particolare riguardo al menu di alcune particolari patologie oltre che del menu vitto comune e della mensa interna; di sviluppo di analisi di fattibilità per preparazioni alimentari innovative a supporto delle singole Unità Operative e anche di supporto alla comunicazione per favorire il trasferimento delle conoscenze in campo nutrizionale all’alimentazione quotidiana.

Il cibo e la dieta sono concepiti come un supporto prezioso alla cura, ecco perché c’è una maggiore attenzione verso il cibo: contribuisce a migliorare, a più livelli, sia il percorso terapeutico che la qualità di vita del paziente. Il periodo di degenza può diventare uno strumento di educazione dei pazienti a un corretto stile alimentare, promuove la qualità del pasto a supporto delle terapie e sviluppa così una cultura del cibo come parte integrante della cura oltre che della prevenzione.

Alcuni esempi? Il pane viene acquistato da un forno locale, senza imballaggio e preparato con farina tipo 2, olio extra vergine di oliva e lievito madre; i menu rispettano la stagionalità, la carne è ridotta al minimo – e non manca mai nel sugo, fresco, del primo piatto della domenica perché siamo pur sempre a Bologna, i legumi sono sempre presenti, e, nel rispetto della tradizione locale, la pasta fresca, in occasione delle feste, è preparata a mano, direttamente nella cucina dell’ospedale.

Crunch dimostra come in ambito della ristorazione collettiva ospedaliera si può agire sì a vantaggio dei pazienti ma anche dell’ospedale.

La corretta gestione di un progetto così complesso lo rende sostenibile dal punto di vista economico con il raggiungimento del rapporto ideale tra qualità e prezzo ma anche perché attraverso il cibo si abbreviano le degenze, generando risparmi.

La sostenibilità è anche ambientale perché la gestione interna delle cucine elimina i costi dei trasporti – generati invece dagli appalti – elimina l’utilizzo di contenitori usa e getta per gli alimenti che lasciano spazio ai piatti in ceramica e riduce nettamente l’utilizzo di imballaggi. Inoltre, riduce gli sprechi, perché le eccedenze, non essendo uscite dall’ambiente cucina, vengono giornalmente donate, grazie a Last Minute Market – una società spin-off accreditata dell’Università di Bologna – ad associazioni beneficiarie.

Buono, sostenibile, educativo: Crunch è un modello senza dubbio virtuoso, una chiamata agli ospedali pubblici.

Ma come tutto – soprattutto tutto ciò che ruota intorno al cibo – anche il cibo che ci si presenta sul vassoio dell’ospedale, soprattutto se frutto di progetti così articolati, ha una storia che va raccontata.

Avrebbero mai avuto un impatto così positivo su di noi, i piatti di nostra nonna, estrapolati dal loro contesto, dalla loro storia, dalle loro modalità di preparazione? No.

E così anche la cucina in ospedale, di cui dal nostro letto non possiamo conoscere nulla, potrebbe acquisire tutto un altro significato.

I Parti.

Gli assistenti alla maternità.

In Italia.

A Brindisi.

A Napoli.

A Roma.

Gli assistenti alla maternità.

«Noi, assistenti alla maternità, boicottate dal mondo ostetrico». Anna Maria Becherini, puericultrice, racconta che in passato ci fu un tentativo di creare la figura della Mother Assistant. Ma nonostante il corso il progetto sfumò. Perché la loro professionalità non fu mai riconosciuta. «In fondo siete colf da sei euro l'ora». L’Espresso il 31 marzo 2023.

Nell'inchiesta Partorirai con Dolore, pubblicata su L'Espresso, è stata messa in luce la tendenza tutta italiana a lasciare sole le donne nella delicata fase del post parto. Le neo mamme, almeno quelle che non sono affiancate dalle ostetriche dei consultori, o seguite privatamente da professioniste dell'allattamento, restano in balia dei propri dubbi, dei propri dolori, della stanchezza fisica e mentale che si accompagna all'evento del parto.

La puericultrice, oggi in pensione, Anna Maria Becherini racconta a L’Espresso come all'inizio degli anni Duemila ci fosse stata una spinta alla creazione di una figura professionale per l'assistenza alle neo mamme, che tuttavia non ha mai preso piede, sconfessata e boicottata dalla politica e dal mondo dell'ostetricia.

Nei primi anni Duemila fu realizzato a Perugia un corso – finanziato dalla Comunità Europea - per la creazione di figure professionali femminili, non sanitarie, denominate Mother Assistant, cioè Assistenti alla Maternità. Il fine era duplice: offrire un'occasione di qualificazione professionale a donne – ragazze più o meno giovani – interessate a entrare nel mondo del lavoro o a rientrarvi dopo esperienze di inattività o licenziamento per promuovere la cultura dell'occupazione; e promuovere la cultura dell'assistenza domiciliare individuale, prima, durante e dopo il parto, ovvero dell'affiancamento alla neo madre nei primi complicati mesi di vita del neonato.

Il corso fu strutturato in 700 ore, la metà composto da lezioni frontali fornite da ostetriche di ampia esperienza, pediatri ospedalieri, antropologi, psicologi, ginecologi, la restante parte di tirocini pratici in reparti nascita, nidi, al domicilio di donne in molti casi in difficoltà, sole o straniere o impreparate, o legittimamente spaventate.

Le aspiranti Mother Assistant furono preparate essenzialmente ad affinare l'attenzione ai bisogni della coppia madre-bambino, a quella del nucleo familiare e furono anche accuratamente formate in merito ai diritti delle madri durante il travaglio, il parto, la scelta del tipo di nutrizione (allattamento al seno o latte artificiale), l'avvio dell'allattamento al seno. La Mother Assistant sarebbe stata «presenza competente e rassicurante» al fianco della neomadre. Un aiuto pratico personalizzato anche nella gestione dell'attività quotidiana di vita: per esempio offrendo un supporto nel disbrigo delle commissioni, organizzazione dei pasti, attaccamento al seno, supporto nelle visite mediche specialistiche, ascolto e consulto psicologico, tramite con il team di medici e infermieri specialisti a fronte di evidenti disturbi fisici e psichici.

L'ordine delle ostetriche ci osteggiò, perché non comprese che la Mother Assistant non sarebbe stata una concorrente, non essendo una figura sanitaria.

Finito il corso, incassata con esame finale la qualifica, il funzionario regionale incaricato di definire i termini economici delle nostre prestazioni, laconicamente, disse che in fondo eravamo colf, magari un po' più competenti, e che sei euro l'ora sarebbe stato il giusto compenso. Fummo lasciate sole, scopo e spirito del corso vanificati. Organizzammo convegni pubblici per promuovere la figura della Mother Assistant e, soprattutto, l'essenza "politica" dell'evento nascita.

Poi, incontrando resistenze e muri, in breve ciascuna prese altre strade.

In Italia.

«Ho partorito due volte: in Italia con urla e dolore, in Francia con rispetto e tutela». Valentina Montalto su L’Espresso il 23 marzo 2023.

Dopo la nostra inchiesta ci ha scritto una giovane mamma che ha avuto due esperienze molto diverse: a Varese l’epidurale le è stata “concessa” con il contagocce, è stata abbandonata con il piccolo nel post parto e zero attenzione una volta tornata a casa. Mentre in Francia, le cose sono andate molto diversamente

Dopo l’inchiesta dell’Espresso sulla violazione dei diritti delle partorienti italiane, riceviamo e pubblichiamo la lettera di Valentina Montalto, che racconta i suoi due parti: il primo avvenuto in un ospedale pubblico del Nord Italia, il secondo a Parigi.  

Quando lo avrai tra le braccia, dimenticherai tutto”. Questa è la tipica frase che viene detta alle madri che osano chiedere in cosa consista esattamente il parto.

A inizio 2021 ho dato alla luce il mio primo figlio. Ricordo perfettamente i dolori e le urla. E penso che li ricorderò per tutta la vita. Soprattutto non dimenticherò mai che l’epidurale è durata solo due ore, a cui se ne sono aggiunte altre due, più tardi, solo perché il ginecologo ha avuto la buona idea di passare e chiedere come stavo. L’ostetrica mi aveva detto che non potevo più averla, altrimenti non avrei sentito le contrazioni. Risultato: quattro ore di epidurale, su 12 ore di travaglio, per partorire un bimbo di oltre quattro chili. Ci ho messo dieci giorni per tornare a camminare. So che non è così per tutti, tra le mie conoscenze ci sono persone che hanno avuto esperienze migliori. L’impressione, infatti, è che, nonostante la possibilità di beneficiare dell’epidurale sia un diritto della donna, nei fatti dipenda dalla volontà dell’ostetrica di turno. Come se mancasse un protocollo condiviso. 

Mi sono tormentata di domande da allora. Non riuscivo a capire e ad accettare il perché di tanta sofferenza per un evento così importante nella vita di una donna. E mi sono sempre chiesta perché non si possa fare altrimenti.

Non credo di avere ancora tutte le risposte. Ma vorrei condividere l’esperienza del mio secondo parto, a Parigi, un mese fa. Non solo per mostrare che delle alternative esistono ma anche e soprattutto perché credo ci sia un gran bisogno di parlarsi. Tutt’oggi una donna non sa a cosa va incontro quando va a partorire. Il parto è tabù. Di conseguenza è impossibile porre le giuste domande. E resta diffusa l’idea che il parto non possa che essere doloroso.

Rispetto all’esperienza italiana, tre sono le cose che mi hanno più di tutte colpita del mio parto in Francia in un ospedale pubblico.

Prima di tutto la piena attenzione umana e la grande competenza medica nell’approcciare una donna che viveva ancora nell’incubo del primo parto. Mi hanno tutti spiegato che avrei avuto l’epidurale nel momento in cui sarebbe iniziato il travaglio e fino al momento del parto. E che avrei potuto regolare io stessa il dosaggio, per adattare l’anestesia alla mia personale soglia del dolore. È stato esattamente così, come da protocollo. Non ho sofferto e dopo il parto ero in piena forma. Niente di più importante per avere la lucidità mentale e le forze fisiche per occuparsi di un neonato. Inoltre, tutta l’equipe medica era al corrente del mio precedente parto e ogni mia richiesta - di chiarimento o assistenza - è stata affrontata con grande attenzione e cura. Un’ostetrica mi ha detto: “In quanto donna, non voglio che tu soffra e farò di tutto per farti affrontare il parto nel modo più piacevole possibile”.

Secondo, l’assistenza del servizio maternità è stata esemplare. Nessuna domanda risultava banale e il personale, la notte dopo il parto, si è offerto di tenere la piccolina, vedendomi esausta dopo cinque ore di pianto della bambina. In Italia, quando ho fatto presente che non avrei potuto prendere mio figlio per allattarlo perché non avevo le forze, mi hanno detto di tenerlo nel letto con me. Non mi ha stupito, purtroppo, la tragica notizia di Roma.

Terzo e non da ultimo, nonostante la carenza di pediatri in Francia, esiste una sorta di consultorio di prossimità (gratuito) che si mette in contatto con tutti i neogenitori per offrire la propria assistenza in merito a questioni come allattamento, monitoraggio del peso o svezzamento. Questo è molto importante, non solo per la qualità del servizio offerto ma perché non ti fa sentire mai sola. Inoltre, per il post-parto, l’ospedale prescrive, e il servizio sanitario rimborsa, un percorso di riabilitazione del perineo. Chi ha partorito sa quanto sia importante, ma in Italia non ne ho mai sentito parlare. Ciliegina sulla torta: l’ospedale mi ha invitata a riempire un questionario di soddisfazione via email, a riprova del fatto che l’attenzione al paziente esiste. Non solo sulla carta.

Non è esterofilia. E so bene che c’è un problema di risorse nella sanità pubblica che non si può risolvere dall’oggi al domani. Ma in base alla mia esperienza, mi pare che intorno al parto ci sia innanzitutto un grave problema culturale da cui deriva una mancanza di protocolli condivisi. È ora di permettere alle donne di operare scelte informate e consapevoli. Per davvero. Non si tratta di un capriccio o di una mera scelta valoriale. Ne va della salute della madre e del bambino.

A Brindisi.

Estratto dell'articolo di Antonio Della Rocca per il “Corriere della Sera” il 26 gennaio 2023.

La Asl aveva archiviato senza muovere alcun addebito il caso di Viviana Delego, la 41enne insegnante di inglese morta il 22 dicembre scorso all’ospedale Perrino di Brindisi dopo avere partorito due gemelli. Ma ora spuntano nuovi retroscena: il ginecologo avrebbe chiesto al primario di Chirurgia generale, Giuseppe Manca, di rimuovere l’utero della donna non essendo lui in grado di eseguire l’intervento.

E ancora: quello stesso giorno, il 17 dicembre 2022, nel reparto di Ginecologia che aveva in carico la paziente, erano assenti sia il primario, sia la sua vice, i quali quella operazione avrebbero potuto farla […]. Un documento che contiene la cronistoria di una mattinata drammatica, terminata con l’isterectomia, […] praticata dal chirurgo nel tentativo di mettere fine a una copiosa emorragia seguita al parto cesareo avvenuto poco prima.

[…] il medico racconta di essere stato chiamato la mattina di sabato 17 dicembre per praticare d’urgenza una isterectomia. A chiedere supporto, come precisa lo stesso estensore del documento, sarebbe stato proprio il ginecologo in servizio nell’unità operativa di Ostetricia[…]. Viviana era arrivata la mattina stessa in ospedale, a causa dell’emorragia cui si era tentato di far fronte con numerose trasfusioni, fino a prosciugare 17 sacche di sangue. […]

[…] Viviana Delego morirà in Rianimazione cinque giorni dopo l’intervento, ma non è dato sapere se le sue condizioni cliniche fossero già seriamente compromesse prima di subire l’isterectomia, tanto da rendere quest’ultima un disperato tentativo di salvare la vita alla donna. Né si possono ipotizzare ora altre responsabilità di qualsiasi natura nella gestione della paziente. Sarà la Procura, eventualmente, a doversi esprimere se la famiglia di Viviana decidesse di presentare un esposto. […]

Francesco Oliva, Lucia Portolano per repubblica.it il 27 dicembre 2022.

Una lettera per ringraziare i medici nonostante la morte della moglie nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale "Perrino" di Brindisi. E una telefonata arrivata da Papa Francesco. La vicenda è quella di Viviana, l'insegnate di 41 anni, originaria di Pezze di Greco (frazione di Fasano) morta giovedì 22 dicembre, subito dopo aver dato alla luce due gemelli: Edoardo Maria ed Emilia Maria. Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di tenere in vita la donna, non c'è stato nulla da fare.

 Viviana lascia un'altra figlia oltre ai due gemelli e al marito, Giacomo. Quest'ultimo, nonostante il dolore, ha reagito nel modo più bello scrivendo una lettera per ringraziare i medici "della loro professionalità, impegno e umanità dimostrati". "Viviana era una donna, una moglie, una mamma fuori dal comune - si legge nella lettera diffusa dall'Asl di Brindisi - e mi spiace che non abbiate avuto la possibilità di conoscerla".

"Amava la vita ma soprattutto amava la famiglia tanto da sacrificare la sua vita per darla a due fantastiche creature: Edoardo Maria ed Emilia Maria. In realtà tutte queste sue caratteristiche non moriranno mai. È vero, il normale schema della vita non dovrebbe essere questo. Non è giusto - prosegue la missiva - che due splendidi gemelli non avranno mai la possibilità di conoscere la loro mamma né che una bimba di sei anni (Emma Maria) non possa più abbracciare la sua stella. Ma dietro tutto questo dolore, dietro tutta questa ingiustizia c'è comunque un aspetto positivo".

"Aver conosciuto tutti voi, di cui non ricordo i nomi, ma che per cinque lunghi e speranzosi giorni siete stati gli angeli custodi di mia moglie, della mamma dei miei figli. Aver visto le lacrime nei vostri occhi mi ha fatto capire tutta la vostra umanità e quanto abbiate sudato, studiato per cercare di dare una speranza a Viviana. Purtroppo così come mi avete insegnato, in medicina due più due non fa mai quattro. Sento comunque il dovere di ringraziarvi da parte mia, di mia figlia (che spero possa fare il vostro lavoro) e di tutta la mia famiglia - conclude il marito della donna - per l'impegno, la professionalità e l'umanità che vi rendono dei veri e propri angeli custodi in carne e ossa. Con affetto, Giacomo".

 Dopo la lettera l'uomo ha ricevuto anche una telefonata di Papa Francesco, come raccontato su Facebook da Don Donato Liuzzi che al Pontefice aveva indirizzato un messaggio dopo la morte di Viviana. "Ho sentito nel cuore l’ardire di bussare al cuore di Papa Francesco per raccontare di Viviana e dei gesti di vicinanza del nostro popolo ha scritto su Facebook - Questa mattina il Papa con umiltà disarmante mi ha indirizzato una lettera di vicinanza e nel tardo pomeriggio ha telefonato a Giacomo.Abbiamo sentito il cuore del Pastore attento e sensibilissimo. Ringraziamo il Signore per questa carezza sulla carne umana ferita che Egli viene a salvare. Ringraziamo la maternità della Chiesa, visibile negli umili gesti del Papa. È un Natale che non dimenticheremo mai!".

Sulla vicenda non è stata aperta alcuna inchiesta dall'Asl così come dalla Magistratura e i funerali si sono già celebrati. La donna era arrivata in ospedale circa una settimana prima accusando già malesseri importanti. Considerate le sue condizioni di salute, i medici avevano deciso di operarla d'urgenza facendo nascere i piccoli al settimo mese di gravidanza con un cesareo d'urgenza mettendo poi in atto tutte le procedure mediche per cercare di salvarla. Nonostante gli sforzi dei medici con interventi chirurgici e di terapia intensiva purtroppo la 41enne non ce l'ha fatta.

Cesare Bechis per corriere.it il 27 dicembre 2022.

Viviana Delego è morta la mattina del 22 dicembre all'ospedale di Brindisi. È morta dopo aver partorito due gemelli, un maschietto e una femminuccia. Viviana, insegnante di inglese 41enne di Pezze di Greco (Fasano), nel Brindisino, era arrivata in ospedale con un quadro clinico già compromesso.

 Il parto prematuro, crisi convulsive, distacco della placenta e rottura delle membrane. I medici sono intervenuti d'urgenza con un taglio cesareo, ma una forte emorragia, non compensata neanche dalle venti sacche di sangue trasfuso, ha reso inutili tutti i tentativi di salvarle la vita. I gemellini, invece, stanno bene. Viviana ha lasciato anche un'altra bimba, di sei anni, e il marito, Giacomo Cofano, maitre di sala in un albergo di Fasano. Una tragedia che ha colpito una famiglia bella e perbene proprio a Natale. Eppure, nel dolore che non si può descrivere, proprio il giorno di Natale questa casa colpita dal lutto è stata illuminata da un raggio di luce. Don Donato Liuzzi, il parroco del paese, aveva voluto informare la segreteria del Papa dell'accaduto. E il 25 dicembre Francesco ha chiamato il vedovo.

A che ora è arrivata la telefonata di papa Francesco?

«Esattamente alle 19.20».

 Le era stata preannunciata?

«Don Donato, a cui mi lega un rapporto di amicizia, mi aveva chiesto se ero solito rispondere a numeri sconosciuti. E mi aveva invitato a farlo. Potrebbe arrivarne una dal Vaticano, mi aveva detto...».

 Alle 19.20 squilla il telefono. E lei?

«Stavo rientrando dall'ospedale con Edoardo Maria, il gemellino appena nato, ho risposto e ho sentito: pronto, sono papa Francesco. Mi sono emozionato moltissimo e abbiamo cominciato a parlare. Siamo stati al telefono qualche minuto».

Cosa le ha detto?

«Parole di conforto. Ha compreso la tragedia di una mamma che ha dato la vita per i figli e il dolore che ha colpito la mia famiglia. L'emozione era fortissima, non ricordo le parole precise, sono rimasto stupito dal fatto che abbia pensato a me e trovato alcuni minuti per chiamarmi e rincuorarmi. Giuro, mi sembrava di parlare con una persona cara, con un amico. È stato quasi come una confessione. Ha chiuso dicendomi di essere a disposizione per qualsiasi cosa. Sembra assurdo dirlo con quello che ci è successo, ma è stato un bel Natale. Gli ha dato un senso. Fra l'altro c'è una coincidenza: i gemellini sono nati il 17 dicembre, lo stesso giorno del Papa».

Lei come sta?

«Un'altalena di emozioni, ma bisogna andare avanti. Ho tre figli, la più grande, Emma Maria, ha sei anni, fa la prima elementare, è stata lei a scegliere i nomi dei fratellini».

 Ha già saputo della mamma?

«Sì, le ho parlato io, non poteva farlo nessun altro. Mi sono confrontato con alcuni esperti che mi hanno suggerito il modo di comunicarglielo. Ora sa che la sua mamma è diventata un angelo».

 Ora che farà? Tornerà al suo lavoro?

«No, cambierò vita. Con tre figli così piccoli non posso continuare a fare il maitre, è un lavoro che non agevola la gestione di una famiglia. Voglio essere sempre presente con i miei figli. Appena passato questo periodo mi darò da fare, come sempre. Resterò qui, la mia vita è dove sono nato e cresciuto. Se si vuole, si può fare tutto».

 Lei ha voluto ringraziare i medici del reparto dov' è morta sua moglie. Perché?

«Ho scritto la lettera la stessa notte. Ho voluto ringraziare il personale per aver tentato tutto il possibile per salvare Viviana. So che lo hanno fatto davvero».

Il marito di Viviana Delego, morta dopo il parto: «Ringraziai i medici, ma forse non è stata curata al meglio: farò denuncia». Cesare Bechis su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

La relazione choc del primario: «La situazione era estremamente difficoltosa e il collega non era in grado di trattarla…». La donna era in preda a una fortissima emorragia, ma non erano presenti né il primario né la sua vice e il ginecologo di turno non sapeva procedere all’intervento

«Io avevo addirittura ringraziato i medici e gli infermieri per gli sforzi fatti nel tentativo di salvare mia moglie, poi leggendo il Corriere ho scoperto tutta un’altra verità». Giacomo Cofano, il marito di Viviana Delego, l’insegnante di inglese morta a 41 anni il 22 dicembre cinque giorni dopo aver dato alla luce due gemellini con un parto cesareo, è incredulo. Era convinto che all’ospedale Perrino di Brindisi fosse stato fatto l’impossibile per salvare sua moglie, ma la realtà è diversa. Ed è contenuta in una relazione inviata alla direzione sanitaria dal primario di Chirurgia generale, Giuseppe Manca. Scrive di essere stato chiamato dal ginecologo in servizio il 17 dicembre nel reparto di Ostetricia per effettuare un’isterectomia su Viviana Delego dal momento che il suo collega aveva valutato «la situazione estremamente difficoltosa e non essendo in grado di trattarla…». La donna era in preda a una fortissima emorragia e quel giorno non erano presenti né il primario né la sua vice e il ginecologo di turno, a quanto pare, non sapeva procedere all’intervento. Viviana morì cinque giorni dopo.

Giacomo, si aspettava questo scenario?

«No, per niente. Tra l’altro non avevo ancora letto il giornale e mi ha informato con una telefonata mio fratello che vive a Pescara. Devo fare chiarezza e capire se c’è stato qualcosa che non ha funzionato, non solo negli ultimi cinque giorni ma anche durante la gravidanza. Non è escluso che sia stata trattata con superficialità, ma sono soltanto miei pensieri perché sin dall’inizio sapevamo che era una gravidanza a rischio e andava trattata come tale».

Cosa vuole dire?

«Mia moglie era stata già ricoverata al Miulli di Acquaviva delle Fonti per tre giorni, il 7, 8 e 9 dicembre a causa di perdite ematiche. E poi era ritornata a casa. Di nuovo il 13 dicembre l’avevo portata al Pronto soccorso sempre del Miulli, ma non c’era stato ricovero. Il 17 l’ho ricoverata al Perrino di Brindisi. Devo capire se qualcosa sia sfuggito».

Prenderà qualche iniziativa?

«È assolutamente necessario ricostruire gli eventi attraverso le cartelle cliniche. Vorrei che mi assicurassero che siano stati rispettati tutti i protocolli. Voglio saperlo perché solo così potrò farmene una ragione».

Ha già consultato un legale?

«Sì, l’avvocato Paolo D’Incecco di Pescara».

Cosa farete?

«Innanzitutto una denuncia contro ignoti ai carabinieri, perché aprano un’indagine e verifichino se esistono responsabilità».

Cos’ha provato nel leggere di questa relazione?

«Guardi, avevo trovato una sorta di pace, questa lettura mi ha profondamente smosso, mi ha tirato fuori la rabbia ed è arrivato il momento che io faccia chiarezza su tutto. Devo mettere a posto tutti i tasselli, altrimenti rischio di perdere il controllo».

Come ha raccontato a sua figlia di 6 anni ciò che è accaduto?

«All’inizio non volevo rovinarle il Natale, ma non era la scelta più giusta da fare. Noi siamo in simbiosi e lei capisce quando nascondo qualcosa. Ho preso il coraggio e ho usato le sue parole: la mammina non tornerà più a casa e diventerà un angioletto. Ma a 6 anni lei mi incalza e mi chiede: perché è un angioletto? Le ho promesso che le racconterò tutto al momento giusto. Ora va in prima elementare e la maestra mi dice che è una bimba serena, ciò mi fa stare tranquillo».

Come stanno i gemellini?

«Stanno bene finalmente. Il piccolino l’ho dovuto ricoverare qualche giorno fa per il virus della bronchiolite, ma ora sta bene. Mi rendo conto che la mia più grande responsabilità è proteggerli. Poi racconterò anche a loro della mamma».

Come farà?

«Sto riempiendo una scatola di ricordi conservando tutto ciò che la riguarda. I bigliettini ricevuti, le scatole fatte dai suoi alunni, i ritagli dei giornali, tutto ciò che può ricordarla».

Brindisi, morì dopo il parto di 2 gemelli: la relazione del chirurgo. "Il ginecologo non sapeva operare". L'Asl: "Medico esperto". Francesco Oliva su La Repubblica il 26 Gennaio 2023.

Si riapre il caso di Viviana Delego, l’insegnante d’inglese di 41 anni, deceduta il 22 dicembre scorso all’ospedale Perrino. Il Papa telefonò al marito a Natale. Lui: "Sono ricaduto in un vortice"

C'è una serie di presunte omissioni dietro la morte di Viviana Delego, l’insegnante d’inglese di 41 anni, residente a Pezze di Greco, frazione di Brindisi, deceduta giovedì 22 dicembre scorso all’ospedale Perrino di Brindisi, cinque giorni dopo aver dato alla luce due gemellini con un parto cesareo. I dettagli sono contenuti in un documento (finora secretato) inoltrato dal primario di Chirurgia generale, Giuseppe Manca, alla direzione sanitaria dell’ospedale.

Nelle carte si legge che il medico ha asportato l’utero della donna a causa di una forte emorragia non appena il ginecologo ammise di non essere in grado di eseguire l’intervento. E con il direttore dell’Unità operativa e la sua vicaria che erano assenti. Il documento è stato inviato ai vertici dell'azienda sanitaria il 20 dicembre, dunque due giorni prima il decesso e in un clima di piena tensione per l’evolversi del quadro clinico sempre più grave della donna.

Manca scrive di essere stato chiamato la mattina di sabato 17 dicembre per praticare in urgenza una isterectomia (l’asportazione totale dell’utero). Un supporto, secondo il chirurgo, sollecitato dal ginecologo in servizio nell’unità operativa di Ostetricia dopo che quest’ultimo si era reso conto di “non essere in grado di trattare una situazione estremamente difficoltosa”.

Per le complicanze sopraggiunte i medici erano stati costretti a effettuare più trasfusioni sulla donna.  L’intervento, come evidenziato nel documento dello stesso Manca, era stato motivato “da un’emergenza in paziente con shock ipovolemico da sanguinamento post-partum, dato che il direttore dell’Unità operativa non era in servizio perché fuori sede e la sua vicaria non era presente per malattia”. Assenti sia il primario che la sua vice, con  il ginecologo in servizio non in grado di eseguire l’intervento, stando alle carte. L’unico, peraltro, “al momento responsabile del reparto”.

La paziente in questione ha effettuato un parto cesareo in urgenza su gravidanza gemellare - sottolinea sempre il primario di Chirurgia - e da quel momento ha iniziato a sanguinare in modo incontrollabile, nonostante la terapia medica effettuata, quindi dopo numerose emotrasfusioni il ginecologo ha posto indicazione a isterectomia d’urgenza”. Ecco perché Manca ha voluto dare un senso sulla sua presenza nella gestione di una paziente ginecologica”. Per l’Asl, però, il caso appare già chiuso così come riportato nell’immediatezza della tragedia in un dispaccio in cui si specificava che “erano state messe in atto tutte le procedure mediche, chirurgiche e di terapia intensiva previste nel trattamento di questi gravissimi casi”.

La famiglia

La domanda che si fanno i familiari, però, è chiara: le condizioni di Viviana erano già compromesse prima dell’intervento tanto che l’operazione si doveva effettivamente ritenere l’ultima spiaggia in un contesto già molto grave? Il marito della 41enne, Giacomo Cofano, dice di essere "ricaduto in un vortice in cui credevo di non tornare. Non sapevo assolutamente nulla dell’esistenza di questa relazione. Pensate un po’, è stato mio fratello, da Pescara, a leggere per primo della notizia sui media e a mandarmi un messaggio, chiedendomi se ne sapessi qualcosa. Ma io non sapevo di cosa parlasse e quando ho letto è stata come una doccia gelata. Penso che sia una cosa grave, che questa nota sia comunque uscita per via della situazione. Dovessi andare d’istinto - sono le sue parole - mi sembra come una sorta di ammissione di un qualcosa che non ha funzionato".

La posizione dell'Asl

"L'intervento che si era reso necessario effettuare - si legge in una nota dell'Asl Brindisi - si precisa che la richiesta è avvenuta da parte del ginecologo di turno considerata la complessità del caso clinico. La necessità di intervenire con una gestione chirurgica multidisciplinare si è già verificata in altre circostanze di pari gravità. Il ginecologo cui si fa riferimento, peraltro, è un professionista con trent'anni di esperienza, che ha ritenuto di agire nell’esclusivo interesse della paziente e per garantire una maggiore sicurezza".

"Si fa presente, inoltre, che come previsto dalla Raccomandazione ministeriale n.6, l’unità Gestione del Rischio clinico aziendale, ha acquisito sin da subito gli atti relativi al caso e sono in corso, da parte dei medici legali dell’ufficio, tutte le valutazioni di competenza. Inoltre - continua la nota - si ricorda che la donna era arrivata in ospedale con il 118 già in condizioni critiche. Nella presa in carico della paziente sono state messe in atto tutte le procedure previste nel trattamento di situazioni di estrema gravità. È facile presumere che tutto questo, a distanza di oltre un mese, possa aver riacceso un dolore immenso nella famiglia, a cui l’azienda tutta esprime nuovamente la propria vicinanza".

Brindisi, muore dopo il parto di due gemelli, la Asl : «Ecco cosa accadde». Giacomo, il marito di Viviana: «Ora voglio la verità, lo devo al mio dolore e ai miei figli». Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Gennaio 2023

Un nuovo tassello per far luce sulla morte della 41enne di Pezze di Greco Viviana Delego, il 22 dicembre scorso all’ospedale Perrino di Brindisi, cinque giorni dopo avere dato alla luce due gemellini con un parto cesareo. La Asl di Brindisi ha voluto spiegare ufficialmente il motivo della «partecipazione del direttore della Chirurgia Generale all’intervento che si era reso necessario».

«La richiesta - spiegano dalla Asl - è avvenuta da parte del ginecologo di turno considerata la complessità del caso clinico. La necessità di intervenire con una gestione chirurgica multidisciplinare si è già verificata in altre circostanze di pari gravità. Il ginecologo cui si fa riferimento, peraltro, è un professionista con trent'anni di esperienza, che ha ritenuto di agire nell’esclusivo interesse della paziente e per garantire una maggiore sicurezza». Una precisazione che arriva all'indomani di un'altra relazione, in cui si parlerebbe della inadeguatezza del ginecologo che aveva in carico la donna e della necessità, a quel punto, di far intervenire il direttore di Chirurgia generale.

Una verità che ha provocato la reazione del marito della donna: «Voglio che sia accertata la verità su quanto successo a mia moglie - dice - Lo devo al mio dolore, ma anche a quello dei miei figli». Giacomo Cofano non ha dubbi: «Farò quello che ci sarà da fare - dice - non avevo intrapreso nulla. Stiamo solo aspettando di avere tutto in ordine, e quindi la documentazione completa. È mia intenzione capire come effettivamente siano andate le cose. E non solo a Brindisi, ma anche andando a ritroso, e quindi capire l’intera gravidanza. Non mi concentrò solo sulla tragedia di Brindisi. Di sicuro non escluderò nulla. Mia moglie era viva a casa, apparentemente stava bene, ed ecco che ora ho bisogno di conoscere tutto».

Affiancato da «avvocati ed esperti» l’uomo conferma che si rivolgerà all’autorità giudiziaria. «Non so come tecnicamente, se sarà un esposto o una denuncia, ma qualcosa la farò - afferma - nel rispetto del nostro dolore, di quello che stiamo pagando, e ne rispetto dei miei figli prima di tutto. Prima o poi dovrò dare conto anche a loro che mi chiederanno cosa è successo alla loro madre». «Adesso - conclude Giacomo Cofano - sono piccolini, il tempo passa e vorranno sapere. Ed è giusto che il loro papà dica tutto a loro». 

La morte di Viviana ha commosso tutti e ha toccato anche il cuore di Papa Francesco, che saputo del dramma, in segno di vicinanza, telefonò pochi giorni dopo a Giacomo, per dargli conforto.

A Napoli.

Aperte due inchieste. Dall'ospedale: "Vicinanza ai familiari". La tragedia di Angela Brandi, morta a 24 anni dopo le dimissioni dal pronto soccorso: “Sanguinava dal naso”. Redazione su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

L’Asl Napoli 2 nord vuole vederci chiaro sulla morte di Angela Brandi, la ragazza di 24 anni deceduta poche ore dopo essere stata dimessa dal pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria della Grazie di Pozzuoli dove era arrivata nel pomeriggio di martedì 24 gennaio in seguito a forti dolori al petto e alla perdita di sangue dalla naso. L’azienda sanitaria guidata dalla direttrice Maria Iervolino ha avviato delle verifiche interne per appurare eventuali responsabilità.

Una inchiesta, dopo la segnalazione dei familiari della 24enne ai carabinieri, è stata aperta anche dalla procura di Napoli con il pm di turno che ha disposto il sequestro della salma e l’esame autoptico per chiarire le cause del decesso.

Angela, che viveva a Licola (Giugliano in Campania) con la famiglia, era arrivata al pronto soccorso dell’ospedale flegreo presentando epistassi, ovvero fuoriuscita di sangue dal naso. E’ stata assistita dallo specialista otorinolaringoiatra che le ha trattate come varici al setto nasale. Dopo la visita la 24enne è stata dimessa ed è tornata a casa. In serata la tragedia: la giovane ha avuto un malore ed è stata riportata al Pronto Soccorso dove però è arrivata già in arresto cardiaco. Nonostante i tentativi di rianimazione da parte dei sanitari, poco dopo è sopraggiunto il decesso.

L’ospedale ha consegnato agli inquirenti l’intera documentazione clinica richiesta e confida negli accertamenti disposti dal pm, esprimendo “profondo cordoglio e vicinanza ai familiari”. Tantissimi i messaggi di cordoglio che in queste ore si stanno susseguendo sui social.

A Roma.

Neonato morto al Pertini, la mamma: «Fu il personale a consigliarmi di tenerlo nel mio letto». Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

La denuncia della madre: «Sconcertante. Mio figlio piangeva, fu il personale a suggerirmi di tenerlo nel letto con me»

«Ero distrutta per la stanchezza del lungo travaglio e ho chiesto consiglio a medici e infermieri: mio figlio piangeva spesso e io non sapevo che cosa fare, come calmarlo. Mi è stato suggerito dal personale di turno che, se il bambino avesse pianto, sarebbe stato opportuno tenerlo a letto con me». È il passaggio cruciale della denuncia presentata contro l’ospedale Pertini di Roma dalla mamma, 30 anni, che lo scorso 8 gennaio ha perso il figlio soffocandolo involontariamente con il proprio corpo per essersi addormentata dopo due giorni di insonnia.

 Il suggerimento è da lei considerato legato alla tragedia di cui sono stati vittime lei e il bambino morto 72 ore dopo la nascita: «Il consiglio, abbinato alla pregressa stanchezza, ha posto mio figlio di fronte ad un rischio che si è purtroppo concretizzato», è scritto nell’esposto presentato ieri alla Procura che indaga sul caso. L’accusa è di omicidio colposo, ancora però senza indagati.

La donna, che vive con il marito a poche decine di chilometri dalla Capitale, nell’esposto riporta un episodio da lei definito prima «spiacevole» e poi «sconcertante». È la mattina del 13 gennaio scorso e sono passati cinque giorni dalla tragica morte del piccolo. Alle 10, in casa, squilla il telefonino: è il medico di turno del reparto di Pediatria del Pertini. Motivo? «Mi chiedono chiarimenti per la mia assenza e quella del bambino alla visita (di routine dopo il ritorno a casa di madre e figlio, ndr). Mi hanno pure rimproverata...».

 La donna sottolinea che «la telefonata appare sconcertante per la maniera in cui il personale non ha avuto la delicatezza necessaria per gestire la vicenda». Chiaro il corto circuito all’interno dell’ospedale. Solo alle 13.10 di quel 13 gennaio, cioè circa tre ore dopo la telefonata, la donna riceve un’email dalla dottoressa Camilla Gizzi, in cui il medico, a nome di tutto il personale, si scusa per l’incresciosa situazione.

C’è anche un altro episodio ricordato nell’esposto che getta ulteriori zone d’ombra sul funzionamento del reparto di Ostetricia e Ginecologia: è il 6 gennaio quando il papà del neonato si reca nell’ospedale per stare insieme alla compagna e al neonato. Citofona. A rispondergli è un infermiere. Che comunica al neo papà che lei sarebbe potuta uscire, «lasciando il bimbo in camera se quest’ultimo dormiva». Come rimarca la puerpera, qualora lei fosse davvero scesa, il piccolo sarebbe rimasto «incustodito». E «tale circostanza è del tutto inconferente rispetto al protocollo del rooming in», sottolinea la donna, aiutata nella stesura della denuncia dagli avvocati Alessandro Palombi e Michela Tocci. La coppia ribadisce di aver detto più volte al personale sanitario di avere bisogno di aiuto per sostenere l’enorme fatica e stanchezza, accudendo il bambino al nido durante la notte. Sollecitazione che sarebbe caduta nel vuoto.

La denuncia infine si chiude con una circostanza finora mai emersa su quanto accaduto la notte tra il 7 e l’8 gennaio scorsi: poco prima dell’una la donna racconta di essere stata svegliata, senza preavviso, dal personale sanitario al fine di prelevare il bambino per svolgere l’esame relativo al livello di «iperbilirubinemia neonatale», il cosiddetto ittero, facendo un prelievo di sangue. Il piccolo viene riportato in camera dopo circa un quarto d’ora. La puerpera si addormenta con il figlio in braccio ma pochi minuti più tardi viene scossa con forza dell’infermiera di turno: «Abbiamo portato il piccolo in rianimazione».

Sono minuti di terrore. A un’amica scrive un sms all’1.20: «Mio figlio sta male». Pochi minuti dopo la tremenda notizia viene comunicata alla coppia: «Il vostro bambino è morto».

Il Soffocamento.

Si addormenta mentre allatta, il neonato muore. La mamma era in ospedale, aveva partorito da tre giorni. Indagine per omicidio colposo. Redazione il 23 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Una tragedia inimmaginabile per una mamma che ha appena messo al mondo un figlio. Perderlo nel modo più atroce nel momento più felice della propria vita, a pochi giorni dal parto, schiacciandolo involontariamente con il peso del proprio corpo al termine di una poppata nel letto dell'ospedale dove aspettava di rimettersi in forma per potersene tornare a casa con il suo bambino.

È accaduto nella notte tra il 7 e l'8 gennaio nel reparto di ginecologia del Pertini, nosocomio romano in via dei Monti Tiburtini. Il dramma si è consumato senza che nessuno della struttura sanitaria si rendesse conto di nulla. Per questo adesso la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta e l'ospedale dovrà dimostrare di non avere responsabilità in quanto accaduto. La neomamma non è indagata ed è ancora in stato di choc. Nel tardo pomeriggio del 7 gennaio la trentenne voleva tenere tra le braccia il suo bambino, nato tre giorni prima, qualche minuto in più. E aveva chiesto al personale del reparto di poter restare con il figlio ancora un po' dopo averlo allattato al seno. Ma poi si è addormentata e nel sonno è finita inavvertitamente sul neonato con tutto il peso del suo corpo, soffocandolo. Se qualche infermiera fosse ripassata a stretto giro per riprendere il piccolo e riportarlo al nido, come prevede la prassi, la tragedia forse si sarebbe potuta evitare. Ma così non è stato. Forse per una dimenticanza, forse per la carenza di personale. Per questo gli inquirenti hanno aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo contro ignoti. Vogliono verificare se ci sono state carenze nell'assistenza della madre o se il dramma è stata provocato soltanto da una fatalità. Il magistrato ha disposto l'autopsia e presto ascolterà il personale in servizio quella sera. La donna è comunque considerata parte offesa e il sospetto di chi indaga è che sia vittima di un comportamento omissivo o scorretto del personale della struttura sanitaria. Da una prima ricostruzione, sarebbe stata un'infermiera del turno di notte a notare nel letto, soltanto dopo la mezzanotte, il corpo senza vita del bimbo accanto a quello della madre. Sarebbe stato anche praticato un disperato tentativo di rianimazione, ma purtroppo per il neonato non c'è stato nulla da fare. I magistrati della Procura di Roma sperano di ottenere dall'esame autoptico risposte certe su cosa abbia causato il decesso e vogliono capire come mai non è stato rispettato il protocollo, secondo il quale il personale deve sorvegliare le fasi dell'allattamento e provvedere a riportare il piccolo in culla per evitare i danni collaterali del co-sleeping, considerato tra le principali cause di morte dei neonati.

Giovanni Iacoi, candidato di Forza Italia alla Regione Lazio, ha stigmatizzato il problema della carenza di personale in corsia: «Incredibile come il momento più felice del mondo per ogni donna possa trasformarsi in dramma. Mi stringo nel dolore a questa mamma che ha perso il suo piccolo e non posso non rilevare, ancora una volta, come la situazione dei nostri ospedali, in sofferenza per il poco personale, sia da non sottovalutare».

Roma, mamma neonato morto al Pertini: ho chiesto aiuto ma mi hanno detto no. Storia di Redazione Tgcom24 il 24 gennaio 2023.  

La mamma del neonato di tre giorni, trovato morto a Roma all'ospedale Pertini, nel letto in cui la donna lo teneva dopo averlo allattato ed essersi addormentata, interviene dopo il marito e sfoga la sua disperazione: "Sto leggendo le dichiarazioni rilasciate dalla Asl 2 dicono che hanno garantito tutta l'assistenza necessaria, che alle puerpere viene fatta firmare un'autorizzazione a tenere i figli con loro. Bellissime parole, peccato non siano veritiere". "Ho chiesto aiuto e mi hanno detto no", dice.

 "Più volte ho chiesto in reparto di essere aiutata - precisa al  Messaggero - perché non ce la facevo da sola e di portare per qualche ora il bambino al nido per permettermi di riposare, eppure mi è stato detto sempre di no", aggiunge.

"Non è che si giustificassero in qualche modo. Dicevano che non era possibile e basta. E io rimanevo lì a dovermi occupare di tutto. Dovevo allattare il piccolo, cambiarlo, riporlo nella culletta accanto al letto, e ho dovuto farlo anche subito dopo il parto anche se ero sfinita".

La mamma del neonato morto al Pertini: «Ho chiesto aiuto per tre notti di seguito, ma non mi hanno ascoltato».  Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 24 Gennaio 2023.

La procura indaga (per ora) contro ignoti per omicidio colposo. La 30enne: «Mi hanno svegliata nel cuore della notte e portata in una stanza per dirmi che era deceduto, ma non mi hanno spiegato come era successo»

«È come se fosse successo ieri. Ancora sto mettendo in ordine quello che ho passato in quei giorni. Pretendo che sia fatta chiarezza sulla morte del mio bambino». Sono passate due settimane dalla tragedia all’ospedale Sandro Pertini. Anna, un nome di fantasia, non riesce a pronunciare più di tre parole senza che le lacrime le impediscano di andare oltre. Un misto di rabbia e dolore accompagna la giovane donna che abita con la famiglia alle porte di Roma. Mentre la magistratura e la polizia indagano per individuare eventuali responsabilità della struttura sanitaria nel decesso per soffocamento del bimbo che aveva appena dato alla luce, la notte fra il 7 e l’8 gennaio scorsi nell'ospedale romano, la mamma - tramite il suo avvocato Alessandro Palombi, che assiste lei e il compagno - accetta di rispondere ad alcune domande.

Ricorda cosa è successo quella notte?

«Ero ancora molto stanca, piuttosto provata dal parto, dopo 17 ore di travaglio, il 5 gennaio. Ero entrata in ospedale il giorno precedente, avevamo scelto il Pertini perché ero affezionata a questo posto visto che ci sono nata anche io. Per due notti, quella dopo aver partorito e quella successiva, sono riuscita, a fatica, a tenere il bambino vicino a me. Ero stravolta, ho chiesto aiuto alle infermiere, chiedendo loro se potevano prenderlo almeno per un po’, mi è sempre stato tuttavia risposto che non era possibile portarlo nella nursery. E lo stesso è accaduto la notte di sabato. Anzi, mi sentivo peggio dei giorni precedenti. Ho chiesto ancora di prendere il bimbo, non l’hanno fatto. Due notti ho resistito, l’ultima ero davvero affaticata. “Non è possibile”, mi è stato risposto ancora una volta». 

Come stava il bambino fino a quel momento?

«Benissimo, in piena salute. Pesava più di tre chili. Le infermiere mi hanno dato alcune indicazioni su come mettermi sul letto per allattarlo, ma a parte la stanchezza avevo sempre una flebo attaccata al braccio. Mi muovevo con difficoltà. Poi quella notte sono crollata, non ce la facevo proprio. Da quel momento non ricordo più nulla».

Fino a quando?

«All’improvviso, nel cuore della notte, sono stata svegliata dalle infermiere: il bambino non stava più nel letto con me. Senza dirmi una parola, mi hanno fatto alzare e mi hanno portato in una stanza vicina: lì mi hanno comunicato che il bimbo era morto. Non ricordo che fosse presente una psicologa, e nemmeno che mi abbiano dato una spiegazione più approfondita. Di sicuro non mi hanno detto come era successo. A quel punto non ho capito più niente, mi è crollato tutto addosso. Forse sono anche svenuta».

Quando ha appreso la notizia di quello che era successo al piccolo?

«Ho realizzato a poco a poco. Non ricordavo niente di quella notte. Non capisco come sia potuta succedere una cosa del genere: ho chiesto aiuto per tre notti di seguito al personale del reparto in cui ero stata ricoverata (Ostetricia e ginecologia, ndr), non mi hanno ascoltato. Due giorni dopo, il 10 gennaio, ho firmato le dimissioni e sono tornata a casa. Adesso pretendo giustizia». 

Anna, 30 anni, il compagno di 36 - che non sono stati sentiti dai pm - e gli altri familiari non hanno ancora sporto denuncia. «Questo passo non è stato ancora compiuto - spiega l’avvocato Palombi - perché in realtà l’indagine è scattata d’ufficio. Abbiamo massima fiducia nel lavoro dei magistrati». La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo, gli agenti del commissariato Sant’Ippolito si sono recati nel pomeriggio dell’8 gennaio al Pertini su richiesta della direzione sanitaria: acquisite le cartelle cliniche del bambino e della madre (negativa agli esami sull’assunzione di farmaci), e i turni di servizio di medici e infermiere di Ostetricia dal 4 all’8 gennaio scorsi.

Neonato morto, ospedale sotto accusa. Il papà: "Mia moglie stravolta, aveva chiesto di tenerlo al nido". Test tossicologico negativo. Maria Sorbi il 24 Gennaio 2023 su Il Giornale.

«La mia compagna arrivava da un travaglio di 17 ore, non si reggeva più in piedi. Aveva chiesto di portare il bambino al nido per riposarsi ma le hanno detto di no. L'hanno abbandonata». È uno sfogo con una precisa accusa quello del padre del neonato soffocato all'ospedale Pertini di Roma nella notte fra il 7 e l'8 gennaio mentre la madre lo stava allattando. La donna, negativa al tossicologico, si è addormentata tenendolo in braccio e probabilmente lo ha schiacciato senza volerlo con il suo corpo.

«Ora vogliamo giustizia anche per le altre mamme e gli altri piccoli» dicono i genitori, distrutti dal dolore inaspettato. La donna, 29 anni, era stremata dal parto ma, per le regole anti Covid, nelle ore successive non aveva nessuno ad aiutarla di fianco al letto, nè parenti nè personale sanitario. I risultati dell'autopsia sul corpicino del bimbo, nato apparentemente sano, arriveranno tra 60 giorni. Sul caso è stato aperto un fascicolo della Procura di Roma contro ignoti: si indaga per omicidio colposo. Gli inquirenti hanno acquisito una serie di documenti in ospedale, compresa la cartella clinica della donna. La Asl Roma 2 precisa che, «come da prassi, ha attivato immediatamente un audit clinico per verificare la correttezza e l'aderenza alle best practice e l'appropriatezza delle procedure, ed ha consegnato alla magistratura tutta la documentazione in possesso al fine di consentire uno svolgimento delle indagini che conduca, il più rapidamente possibile, a ricostruire la dinamica degli avvenimenti e ad accertare eventuali responsabilità». La Asl tiene comunque a sottolineare in una nota che «l'ospedale Pertini è punto di riferimento per la città di Roma»: nel 2022 ha contato «916 parti con un trend in crescita rispetto agli anni precedenti».

Da chiarire se ci sia stata noncuranze nei confronti delle richieste della donna da parte delle ostetriche o no. Il personale sanitario ha lasciato il bimbo nel letto con la mamma seguendo la pratica del rooming-in, «consolidata nel contesto nazionale ed internazionale per sostenere il contatto tra neonato e mamma, sin dalle prime ore dopo la nascita».

Sia l'Organizzazione mondiale della sanità sia l'Unicef promuovono questo modello organizzativo, che permette al piccolo e alla neomamma di condividere la stanza 24 ore su 24. Per questo motivo il rooming-in viene attuato anche nell'ospedale Pertini, dove tutte le puerpere vengono informate dei rischi connessi alla gestione del bambino, venendo peraltro edotte, anche con la sottoscrizione di un modulo, sulle azioni da effettuare per evitare il verificarsi di eventi avversi.

«Quanto è successo al Pertini è un fatto tragico che ha dell'incredibile, la magistratura farà il suo corso perché le concause possono essere diverse: al vaglio degli inquirenti ci sono tutte le ipotesi, starà a loro decidere cosa è effettivamente accaduto» spiega Silvia Vaccari, presidente della Fnopo, la Federazione nazionale Ordini professione di ostetricia. «Non possiamo escludere nessuna causa - evidenzia Vaccari - tanto meno che si tratti di un caso di Sudden infant death syndrome (Sids), o morte in culla, ovvero il decesso improvviso e inspiegabile di un bambino al di sotto dell'anno di età. Lo stabilirà solo il medico legale ad autopsia avvenuta».

Bimbo morto in ospedale. Il padre: “Colpa delle regole anti Covid”. La denuncia del papà del piccolo soffocato a Roma all’ospedale Sandro Pertini: “Nessuno poteva stare con lei”. Claudio Romiti su Nicolaporro.it il 23 Gennaio 2023.

Un bimbo di tre giorni muore soffocato a Roma, nell’ospedale Sandro Pertini, mentre lo stava allattando la madre. E secondo il padre non si tratta affatto di mera fatalità. Egli punta il dito contro le sempre più folli misure anti-Covid nei nostri centri di cura e lancia il suo j’accuse: “Mia moglie dopo il parto era sfinita, ma le hanno portato il piccolo per l’allattamento, sebbene lei non si reggesse letteralmente in piedi. Hanno persino preteso che gli cambiasse il pannolino da sola”. E ancora: “Avevamo scelto il Pertini   perché la mia compagna è nata lì e lì voleva partorire. Ma gliel’hanno lasciato accanto ininterrottamente e con le norme Covid nessuno di noi ha potuto starle accanto. E lei, anche se ha 29 anni, era stanchissima, il piccolo era irrequieto, non l’hai mai fatta dormire. Così ha passato le nottate senza chiudere occhio”. Molte donne, è la denuncia, “sono lasciate sole nei reparti anche a causa delle restrizioni anti-Covid. I protocolli andrebbero rivisti”.

Dai primi accertamenti operati dalla polizia, sembrerebbe che il piccolo sia morto schiacciato dalla madre, la quale è comprensibilmente crollata dal sonno dopo un travaglio di 17 ore. Malgrado ciò anche in questo caso ha prevalso l’ottusa, intransigente battaglia del nostro sistema sanitario contro un virus clinicamente quasi scomparso e che – parole di Giorgio Palù, illustre virologo presidente dell’Aifa – attualmente registra un tasso di letalità cinque volte più basso rispetto a quello dell’influenza stagionale.

Da questo profilo, così come è accaduto a molte giovani vittime dei vaccini pseudo-sperimentali e ai tantissimi morti causati dal ritardo nelle cure di altre malattie, il neonato di Roma allunga l’interminabile lista di decessi determinati dalle più rigide restrizioni d’Occidente. Di fatto possiamo definire il prodotto di questa catastrofe, in parte ancora in atto, come i danni collaterali di una follia che non sembra avere mai fine.

Una follia che ci impone ancora di indossare l’inutile e malsana mascherina per accedere in qualunque ospedale della Penisola (per questo motivo sto procrastinando la mia consueta donazione di sangue, in attesa che il nostro formidabile ministro della Salute si decida ad eliminarne l’obbligo, perché mi rifiuto di subire una tale umiliazione), e che condanna ad una morte evitabile tante, troppe persone, così come pare che sia accaduto al povero bimbo della Capitale.

Ancora una volta bisognerebbe emulare in massa l’esortazione del protagonista del magnifico film Quinto potere, del grande Sidney Lumet, gridando dalle nostre finestre “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più.” Tutto ciò nella speranza che dagli alti palazzi della politica qualcuno si prenda la responsabilità di mettere la parola fine a questa surreale vicenda, mandando finalmente al macero i citati, demenziali protocolli anti-Covid. Claudio Romiti, 23 gennaio 2023

Neonato morto al Pertini, l'allarme fu dato da una delle mamme. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 25 gennaio 2023.

Sorveglianza carente? Il pm vuole chiarire quali e quanti controlli furono fatti dal personale quella notte. L’avvocato della famiglia: «La prossima settimana arriverà la nostra denuncia»

È stata un'altra mamma, all’una di notte dell’8 gennaio, a lanciare l’allarme al personale sanitario dell’ospedale Pertini. Si era accorta che il neonato, nel letto accanto al suo, rischiava di morire soffocato sotto il peso della mamma, crollata nel sonno per l’estrema stanchezza. L’infermiera è arrivata subito, anche se ormai troppo tardi per salvare il piccolino, nato tre giorni prima. Il fatto che ad allertare il personale sanitario sia stata una paziente, ricoverata nella stessa stanza della tragedia, rappresenta una svolta nell’inchiesta sulla tragedia avvenuta all’ospedale Pertini. Si tratta di una novità che rafforza la principale ipotesi della procura: il piccolo sarebbe morto per la sorveglianza carente da parte del personale medico. A dare sostegno a questa tesi c’è ora una testimone oculare del dramma, che potrà parlare dei controlli lacunosi sulla mamma del piccolo, nei giorni seguenti al parto.

Questa la ricostruzione di quell’attimo fatidico, almeno in base alla testimone. È quasi l’una di notte, quando la puerpera si volta verso la compagna di stanza che stava allattando. Non vede più il neonato. Prova a chiamarla. Ma niente, la mamma non risponde. Allora lancia l’allarme. L’infermiera si precipita. Come la dipendente dell’ospedale scrive nel report, apre la porta e toglie il piccolo da sotto la mamma, addormentatasi per l’estrema stanchezza. Ormai però non c’è niente da fare: il piccolo è morto. I primi riscontri dell’autopsia danno un risultato prossimo alla certezza: il neonato sarebbe spirato perché soffocato, anche se per certificarlo in modo definitivo mancano gli esami istologici che deve finire di svolgere il professor Luigi Cipolloni. Il racconto della testimone sarà il cardine dell’inchiesta.

Alla puerpera che ha dato l’allarme sarà chiesto se ricorda un aspetto: c’è stato o no il rifiuto degli infermieri (riferito al Corriere dalla mamma), di portare il neonato nella nursery come chiesto dalla donna perché spossata dalla fatica, dopo 17 ore di travaglio e due notti insonni? Se il personale medico ha sottovalutato la stanchezza, lo chiarirà l’inchiesta del pm Maria Sabina Calabretta, che indaga per ora senza indagati con l’accusa di omicidio colposo in ambito sanitario. L’indagine è stata avviata su segnalazione dell’Ospedale Pertini, come succede sempre quando muore un neonato. Un particolare ha destato però l’attenzione degli investigatori. L’assenza della relazione dell’anatomopatologo dell’ospedale Pertini chiamato a fare un primo esame sulle ragioni del decesso. La mancanza è parsa un’anomalia che ha fatto sorgere un dubbio: il medico si è dimenticato oppure ha preferito proprio non farlo? Sarà l’inchiesta a chiarirlo. Un punto appare già certo agli inquirenti: la donna ha firmato un protocollo dove si avvertono le mamme sul divieto di dormire con i neonati. Tuttavia in capo al personale rimane l’obbligo stringente di evitare le disgrazie, tra le quali quella di un neonato che può morire soffocato sotto il peso della stessa mamma. «La prossima settimana presenterò una denuncia in procura, documentata con una investigazione difensiva», dice l’avvocato Alessandro Palombi, legale dalla signora. Intanto l’associazione «Mama Chat» lancia una petizione «Basta mamme sole» per chiedere di garantire accompagnatori h24 per le puerpere.

Estratto dell'articolo di Nadia Ferrigo per "la Stampa" il 25 Gennaio 2023.

Ripetuta dieci, cento, mille e ancora mille volte, è una frase che va oltre l'immedesimarsi nello stremo e nella solitudine della neomamma lasciata sola con il suo bimbo di tre giorni, morto soffocato al seno al Pertini di Roma perché lei è crollata per la stanchezza. Non è solo compassione, ma denuncia collettiva e rivendicazione: non è stato un incidente, una disgrazia.

[…] Sarah Malnerich, con Francesca Fiore ideatrice della community Mamma di Merda, dedita a «smontare la retorica della mamma perfetta e lenire i sensi di colpa». «Mia figlia aveva il cordone ombelicale girato intorno alla testa e nessuno se ne era accorto. […]. Dopo un primo giorno in cui hanno tenuto la bambina al nido, me l'hanno portata in camera e non c'è stato verso di farla tenere un minuto in più. Una notte chiamai una puericultrice chiedendole di aiutarmi a prendere la bambina dalla culla per allattarla. Non avevo forze e dolori lancinanti. Mi rispose: "Signora, che cosa si credeva? La maternità è questo: sacrificio"».

Poche ore dopo questo post, i commenti e le storie raccolte dalla community sono già centinaia. C'è che si sfoga con racconti lunghi e dettagliati, che ripercorrono passo passo la degenza, chi riassume quanto vissuto in poche, dolorose, parole. Come Federica di Perna, che scrive: «Quei tre giorni in ospedale sono stati un inferno. Non mi sono mai sentita così umiliata e impotente in vita mia». […]

 «Quando ho letto la storia del bimbo di tre giorni morto soffocato, ho pianto» racconta Martina Strazzeri, mamma di un bimbo nato a Rimini, in pieno Covid. «Dopo un lungo travaglio e un taglio cesareo d'urgenza sono rimasta completamente sola tre giorni, non riuscivo a piegarmi per tirarlo su dalla culla. Quando ho chiamato per chiedere aiuto, mi hanno detto che avrei dovuto impegnarmi un pochino di più, che la culla si chiama "next to me" proprio perché sta vicino. Loro mi hanno fatto una lezioncina di inglese, io non ho chiuso occhio per tre giorni, nel terrore di far cadere o schiacciare mio figlio. Mi hanno preso in giro».

[…] «Non è solo colpa dei tagli alla Sanità. Da queste testimonianze emerge un problema sistemico nell'affrontare la maternità, il dolore e il corpo delle donne – denuncia Malnerich -. La retorica della maternità ci dice che "verrà tutto naturale", che le donne "lo fanno da secoli" e hanno risorse infinite. Il sacrificio, lo sforzo estremo, è dovuto. E se non ce la fai il problema sei tu. Il riposo per una mamma non è concesso, nemmeno dopo il parto. Questa è la retorica patriarcale, che fa danni gravissimi». […]

Estratto dell'articolo di Paolo Russo per la Stampa il 25 Gennaio 2023.

 Il bambino è nato, che la festa cominci. Parenti e amici accorrono in ospedale con fiori e cioccolatini, pensando che sarà una passeggiata. Ma non sempre è così e ce lo ricorda la tragedia di Anna, che al Pertini di Roma ha schiacciato il proprio neonato, Andrea, addormentandosi dopo 17 ore di travaglio e il parto.

Soprattutto in un Paese come il nostro, dove si fa fatica a seguire le puerpere prima, durante e dopo il parto. […] spiega la dottoressa Silvia Vaccaro, presidente della Fnopo, la federazione dell'ordine delle ostetriche.

In Italia sono 20 mila, «ma ne servirebbero almeno altre 4 mila per offrire un'assistenza adeguata alle donne e assistere i neonati nei nidi degli ospedali anziché essere costretti ad affidarli a mamme magari ancora sotto stress per il parto», […]. «All'estero le donne continuano ad essere seguite anche a casa, controllando non solo lo stato di salute del neonato e della mamma, ma intercettando anche qualche eventuale trauma psichico […]».

Ma il nostro Servizio sanitario nazionale, a corto di soldi e personale, ha sempre più difficoltà a offrire cure adeguate alle partorienti, […] Lo dicono i dati di un'indagine a cura del Centro di collaborazione Oms per la salute maternoinfantile dell'Irccs «Bruno Garofolo» di Trieste, […]  Il 44,6% ha avuto già difficoltà ad accedere alle cure prenatali, fatte anche di accertamenti diagnostici e analisi che - quando i tempi nel pubblico si allungano oltre misura - si finisce per dover fare nel privato, pagando di tasca propria. […]

complici le restrizioni imposte dalla pandemia, il 78,4% delle partorienti non ha potuto contare sul proprio compagno in sala parto. Il 36,3% non ha invece ricevuto un supporto adeguato all'allattamento, il 39,2% non si è sentita coinvolta nelle scelte mediche, il 33% afferma di aver ricevuto indicazioni poco chiare dal personale, mentre il 24,8% ha riferito di non essere stata trattata con dignità, con un 12,7% che denuncia persino di aver subito abusi. E se questo è il quadro, non c'è di che stupirsi se a volte la solitudine della puerpera sconfina poi nel dramma.

«Noi, neo mamme stanche e affaticate: lasciate da sole con i nostri bambini appena nati». Simona De Ciero su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

Farina (Ostetricia): «Contatto utile, ma ogni caso è diverso»

«Sono una mamma fortunata perché tengo mio figlio addormentato addosso. È vivo ed è sano. Ma sarebbe potuta andare diversamente». Sabrina Zanini, trentunenne torinese, è la mamma di Vittorio Milo, 11 mesi. È una delle tante neo madri di Torino e provincia che hanno deciso di riunirsi in un collettivo spontaneo ed esprimere il loro punto di vista dopo la morte del neonato all’ospedale «Pertini» di Roma in circostanze ancora da accertare ma che stanno facendo discutere l’opinione pubblica. Il piccolo sarebbe stato lasciato da subito in stanza con sua madre, e sarebbe morto mentre lei — esausta dopo travaglio e parto — si era addormentata. «Come ogni donna, nel post parto sono stata lasciata da sola con il mio bambino, sia di giorno sia di notte. Le puericultrici passavano la mattina a pesare il piccolo e a medicare il cordone — racconta Sabrina— . Passava un’infermiera a prendere temperatura e saturazione a noi mamme, e questo avveniva sia di giorno sia di notte. Passava il pediatra a visitare il piccolo, e una volta al giorno passava una signora a chiedere cosa volessimo per pranzo e cena. Le ostetriche passavano a controllare l’attacco al seno del bambino, e accorrevano quando chiamate». Secondo la signora Zanini, però, questo non basta. 

«Ricordo che non vedevo l’ora di essere dimessa per tornare a casa e dormire; perché in ospedale è quasi impossibile, specie se, oltre il tuo, ci sono bambini che piangono e mamme in travaglio nelle stanze vicine. La privazione del sonno, è una cosa terribile». Sabrina parla di una profonda e perenne stanchezza e «di un senso estremo di solitudine pur cercando di fare del mio meglio per stare accanto al mio bambino, allattarlo tutte le volte che lo desiderava e tenerlo vicino a me. Come mi avevano spiegato di dover fare durante il corso preparto: allattarlo a richiesta e tenerlo come me nel letto di notte». E così spiega di aver fatto. «Anche se facevo fatica a stare in piedi e a camminare per i punti del cesareo. Anche se non mangiavo da 36 ore e forse non ero lucidissima. Anche se, come tutte le altre mamme (Vittorio Milo è nato in pieno periodo pandemico, ndr), non avevo la possibilità di vedere il mio compagno per qualche minuto al giorno: ricevere un abbraccio, un aiuto o un po’ di sostegno, anche solo per mangiare qualcosa senza il mio bimbo in braccio». E aggiunge: «Sono stata fortunata. - Sarebbe potuto succedere anche a me, di addormentarmi e di schiacciare il mio piccolo». 

Come lei la pensa anche Valentina Viecca, madre di Raul. «Chi tiene i corsi preparto e le ostetriche, incoraggiano senza mezze misure il rooming-in (contatto pelle-pelle ndr) perché fondamentale per la crescita emotiva del neonato, alla base di un sano rapporto madre-figlio e della buona partenza dell’allattamento — precisa — una necessità ribadita così tante volte, che le neo mamme spesso si sentono in colpa e perse se ciò non può avvenire. È successo anche a me, che non ho potuto tenere Raul da subito a causa di complicazioni che hanno reso necessario il suo ricovero in terapia intensiva». Valentina Viecca e le altre mamme torinesi però non se la prendono con la sanità pubblica, almeno non direttamente. «Non stiamo dicendo che ostetriche e infermieri facciano il proprio lavoro senza giudizio e amore — prosegue Valentina — ma sono pochi rispetto alle partorienti e ai bambini. Il sistema non dovrebbe prevedere che le neo mamme rimangano sole per giorni a gestire il piccolo dopo il parto; è una questione culturale che deve cambiare per accettare e sostenere anche gli aspetti più scomodi della maternità, e lasciarsi alle spalle quel racconto retorico e che ci vuole unicamente felici». 

Così la vede anche Lucrezia Cerutti che ha partorito Margherita un anno fa, con cesareo d’urgenza e che «completamente stordita da emozioni, stanchezza e soprattutto dalla morfina. Dopo essere stata sgridata da un’infermiera perché non avevo cambiato il pannolino quasi per tutto il giorno, ho capito che non ero lucida e così, invece di chiedere aiuto mi sono fatta togliere la flebo di morfina, preferendo il dolore alla paura di far del male a mia figlia. Per tre giorni siamo state sempre da sole in stanza, io e lei, in un letto singolo, alto e senza sponde, con una cicatrice dolorante che mi limitava i movimenti, con la pressione bassissima e tutta l’insicurezza di quei primi momenti». 

Daniele Farina, a capo del Dipartimento ostetrico ginecologico di Città della Salute sostiene che il roaming-in sia «senza dubbio una buona cosa ma ogni situazione è a se stante e le mamme, specie in un periodo complesso come questo in cui la presenza dei caregiver è molto limitata, devono essere trattate con la giusta cura da parte nostra che abbiamo l’onore di partecipare al momento neonatale, tanto bello quanto complesso e faticoso». Insomma, i comportamenti estremi sono sempre sbagliati, anche se hanno buone radici. Intanto Torino non è l’unica città in cui le donne si stanno mobilitando per sollecitare un cambiamento culturale legato al post partum ospedaliero che molte definiscono «violenza ostetrica». A provarlo, le oltre 110 mila firme raccolte in pochi giorni online. 

Cittadine (in)consapevoli. Il mito della maternità e la tragica realtà del sistema sanitario nazionale. Alessia Centioni su L’Inkiesta il 26 Gennaio 2023

La gravidanza non è un momento magico da raccontare come se fosse una favola: è un eccezionale sforzo fisico e mentale che ha bisogno di servizi di assistenza e di cura adeguati e pagati dalle tasse

La notizia della mamma che ha perso il suo neonato addormentandosi su di lui dopo l’allattamento ha colpito l’opinione pubblica. È una tragedia e sappiamo quanto le tragedie dove di mezzo ci vanno i bambini colpiscano la sensibilità di tutti. Per le madri invece c’è sempre la gogna morale. Assia Neumann Dayan ha scritto un pezzo perfetto, condivisibile anche nelle virgole che porta alla luce il grande equivoco sulla gravidanza e la maternità. Concepita ancora come “dono”, vissuta da molte madri che leggono libri sbagliati come fosse una lezione di yoga acrobatico, un’occasione per sperimentare pratiche naturalistiche. 

La realtà è che gravidanza e maternità sono state impacchettate con una serie infinita di stronzate, più verosimili alle credenze che alla medicina. Assia Neumann Dayan tocca un punto centrale quando parla di tasse, quelle pagate da noi donne ma dimenticate quando sperimentiamo il Servizio sanitario nazionale e altri servizi (?) del welfare. Ma andiamo per ordine.

Le visite ginecologiche ogni due settimane per nove mesi: fanno diciotto, minimo, a cui si aggiungono varie analisi. Tra queste analisi, i test del DNA fetale per scoprire possibili malformazioni del feto non rientrano nelle nostre tasse. Come se scoprire malformazioni del feto non sia poi necessario cara mamma, potrebbero esserci sofferenze supplementari che valgono il “dono” della maternità. Le scoprirai a tempo debito.

Oggi, in Italia, circa cinquantamila donne in gravidanza richiedono ogni anno il test del DNA fetale, pagando cifre comprese fra 300 e 700 euro. Bene per chi può permetterselo, e le altre? Scopriranno il “dono” il giorno del parto perché il Sistema sanitario nazionale non include il NIPT fra gli esami gratuiti.

Ritornando alle visite ginecologiche, ci fosse un medico, dico uno che ti informi sulle possibilità che possono avverarsi durante il parto, delle possibili complicazioni per te e il bambino o dei possibili interventi che subirai. Poi ti ritrovi su quel lettino, dolorante, distrutta nel corpo e nella mente e all’improvviso, se ce la fai ancora a tenere la testa su, vedi apparire una grande siringa, delle grandi forbici e in un attimo sei tagliata e ricucita. Un dolore cane, che si aggiunge ad altri ma guai a lamentarsi, devi soffrire. Alla fine non è niente di che. Sentire quel dolore profondo per settimane che ti farà tremare di paura anche solo lavarti, non è nulla cara mamma, puoi sopportare. 

Quando chiedi al medico spiegazioni sul perché non ti abbia informata sull’episiotomia ti senti rispondere: «non volevo spaventarla signora». Ma come non voleva spaventarmi? Non mi informa? State raccontando una fiaba a una bimba o state informando una paziente? Qual è la considerazione avete delle donne? Come siamo trattate? 

Siamo trattate come bambinette cui si racconta il mito della maternità, un mito che per definizione è privo di basi scientifiche ma pieno di omissioni a sostegno della narrazione di un mistero che tu madre scoprirai poco a poco e a tue spese. Invece no! Siamo pazienti che pagano le tasse e hanno il diritto di essere informate, di scegliere e di mettere limiti al sacrificio fisico che non siamo obbligate a sopportare e che al contrario deve essere alleviato con tutti gli strumenti di cui la medicina dispone. Sul rooming-in e allattamento è stato già detto tutto. 

Invece sulle terapie e l’assistenza post parto non è stato detto nulla dai ministri della Salute. In molti paesi europei, Belgio e Francia per citarne alcuni, nei giorni post parto la paziente riceve la visita di una fisioterapista che valuta lo stato fisico generale, del pavimento pelvico e del bacino, entrambi sconquassati. Riceve un appuntamento per iniziare le sedute nelle settimane successive e la aiuta a rimettersi in sesto. Il costo della fisioterapia è accessibile e rimborsato dal Servizio sanitario nazionale. 

Dopo il parto, quando rientri a casa disponi della possibilità di avere un’ostetrica a domicilio per otto settimane che aiuta te e il bambino, ti aiuta ad abituarti alla tua vita con il bebè, ti rassicura, ti guida, ti assiste. Prova a farti respirare mentre continui a perdere sangue per settimane, il seno ti esplode, i capezzoli sono lividi. Anche questo servizio è economicamente accessibile e rimborsato dal Servizio sanitario nazionale.

Se volessimo rendere il nostro Paese un Paese normale, se volessimo smettere di dire idiozie sull’inverno demografico e sull’essere genitori, se prendessimo seriamente la vita e il funzionamento dello Stato per come sono senza immaginarlo attraverso false credenze, la negligenza e l’ignavia mascherate da ideologie e inutili studi di associazioni militanti, inizieremmo a pensare la gravidanza e la maternità per quello che sono. Un eccezionale sforzo fisico e mentale che ha bisogno di servizi di assistenza e di cura adeguati. 

Inizieremmo a sostenere le spese per le cure per la fertilità, per la fecondazione assistita e in vitro. Metteremmo a disposizione protocolli di diagnosi e cure più efficaci per l’endometriosi e la vulvodinia. Finalmente smetteremmo di pensare al post parto come si trattasse esclusivamente della dieta più efficace che c’è per perdere quei chili di troppo (tanto c’erano pure prima), smetteremo di aspettarci e di convincerci che la gravidanza sia un “dono” bellissimo, ci baseremmo sulla scienza invece che su libricini mistici, esigeremmo cure e prestazioni sanitarie civili. Voteremmo chi sostiene che la buona sanità può cambiarci la vita e chi vuole investire nel Servizio sanitario nazionale. 

Noi donne per prime, dovremmo dopo migliaia di anni, appropriarci della narrazione del corpo femminile, maternità inclusa e pretendere di più, pretendere di essere curate e non riempite di stronzate. Dovremmo esigere che una donna che abortisce, una che partorisce e un’altra ancora che toglie una ciste ovarica non stiano nello stesso reparto. 

Dovremmo smettere una volta per tutte di sentirci fragili, vittime, fortissime wonder women capaci di tutto, e iniziare semplicemente ad essere CITTADINE che esigono informazioni precise, cure e servizi di alta qualità. Essere madri non è un “dono” magico da babyshower, perché quando lo scarti, trovi tante soprese che non ti aspettavi e forse non avresti voluto.

Restiamo vive. L’inganno del “rooming-in” e tutte le cose che non ci hanno detto prima di partorire. Assia Neumann Dayan su L’Inkiesta il 24 Gennaio 2023

L’ipocrisia della maternità senza problemi, anche per sopperire alla carenza di personale nei reparti maternità

Non è fantastico poter partorire in sale ospedaliere che fanno uso dell’aromaterapia? Vogliamo poi parlare di quando ci sono anche le luci biodinamiche per la cromoterapia? Che dire poi del parto in acqua, della musica in filodiffusione, del contatto pelle a pelle prolungato, della rava, della fava. Non è forse questo il migliore dei mondi possibili? La scienza esatta, l’avanguardia, l’evoluzione della medicina, tutto splendido, poi però capisci che il progresso non conta un cazzo perché a contare è solo la fortuna. Un neonato è morto soffocato al terzo giorno di vita perché la mamma si è addormentata mentre lo stava allattando.

È successo a tutte di addormentarsi col bambino nel letto: lo so io, lo sapete voi, lo sanno i vostri mariti, lo sanno le ostetriche, lo sa pure il primario, lo sanno tutti, ma noi abbiamo avuto fortuna, lei no. Il marito della donna ha detto che lei aveva chiesto di poter riposare, di poter lasciare il bambino al nido qualche ora, ma non è successo. E questo è quello che succede a tutte, perché non è un’eccezione, ma la prassi. Il buon senso viene sostituito dall’ideologia per diventare poi, di fatto, un abuso.

I nidi ospedalieri non ti aiutano, il neonato lo devi tenere con te anche la notte, perché adesso c’è il rooming-in perpetuo: sapete mamme, è meglio per l’allattamento al seno, per creare un legame madre figlio, sceme noi che abbiamo sempre pensato che nostro figlio ci avrebbe amato comunque, anche con il latte artificiale, anche da riposate.

Nella Dichiarazione congiunta OMS/UNICEF del 1989 dallo splendido titolo “L’allattamento al seno: protezione, incoraggiamento e sostegno. L’importanza del ruolo dei servizi per la maternità” possiamo leggere: «Il contatto tra madre e figlio, che si realizza sia a livello epidermico che visivo immediatamente dopo la nascita, dovrebbe continuare offrendo alla madre la possibilità di tenere sempre il bambino con sé. La pratica del rooming-in dovrebbe quindi sostituire quella di tenere madre e figlio in camere separate e a contatto soltanto durante “visite” programmate. La prima pratica presenta una serie di importanti vantaggi: per esempio, facilita il crearsi di un legame affettivo, rende possibile l’allattamento al seno tutte le volte che il neonato sollecita nutrimento e permette un contatto più stretto con il padre e gli altri familiari». Immagino che tutti i figli che hanno ammazzato i genitori abbiano usato come attenuante al processo la mancanza di un legame affettivo con la mamma per colpa dell’assenza di rooming-in, no?

Non sono un medico, ma possiamo supporre che prima o poi un legame con questo neonato si creerà, o vivremo per sempre ignorate e malvolute? Tanto succede lo stesso, quindi possiamo anche dormire due ore, no? Le mamme che quindi chiedono aiuto alle ostetriche, puericultrici, infermiere per tenere il bambino stanno compromettendo qualcosa? Non vogliono bene al loro bambino? Il meglio però arriva sul finale: «Il rooming-in può essere gestito in vari modi, in base alla struttura dell’ospedale o del reparto di maternità. Il principio fondamentale è consentire alla madre libero e facile accesso al neonato grazie alla sua vicinanza fisica, sia che il piccolo divida il letto con lei, traendo così molti importanti vantaggi, sia che si trovi in un altro letto posto nella stessa stanza». Possiamo smetterla di dire in continuazione «ma lo dice l’OMS!»? Dai, smettiamola.

Ho letto un numero importante di articoli di professori stimati, pediatri luminosi, riviste illuminate sull’importanza del tenere il bambino sempre vicino, sempre, mentre nemmeno una riga sul: se siete stanche, se non ce la fate, chiedete aiuto al personale ospedaliero, perché pagate le tasse. Ecco, noi dobbiamo smetterla di berci tutte le stronzate che ci vengono dette. Dobbiamo smetterla ancora prima che ci vengano dette. Essere madre ti dà sempre un vantaggio nell’era dove l’identità vale tutto, dove tutte possiamo fare gli editoriali sui quotidiani anche perché abbiamo un figlio: non serve essere un medico per capire che anche se dorme tre notti al nido il bambino ti vorrà bene, non serve essere un medico per sapere che anche se gli dai il latte artificiale non succede niente, non serve essere un medico per capire che una donna dopo aver partorito deve dormire.

Nessuno sa quantificare il dolore del parto: una volta ho letto che bisogna pensare alla rottura in contemporanea di tutte le ossa del corpo. Questa è un’idea vaga, perché una donna si fa anche venti ore di travaglio, il che vuol dire rompersi tutte le ossa per venti ore di seguito. E anche lì, secondo me non rende l’idea. Capite anche voi che dopo esservi rotti tutte le ossa ogni cinque minuti per 24 ore dovete dormire, no? E allora quello che succede negli ospedali cosa diventa? Diventa accanimento, tortura, buttar via le mie tasse, violenza, abuso. Poi il capitolo delle manovre vietate durante il parto che vengono fatte lo stesso, delle epidurali negate, nelle episiotomie a sorpresa lo apriamo un’altra volta, ma va aperto.

Io vorrei che qualcuno, ad esempio, mi avesse parlato dei morsi uterini: non del parto in acqua (dove non puoi farti fare l’epidurale, perché sa signora, coi tubi è un casino, lasci perdere l’epidurale, nuoti nel suo sangue che fa bene alla pelle), non della possibilità di usare oli essenziali alla citronella, non della palla su cui sedersi durante il travaglio: perché nessuno mi ha detto che dopo aver partorito avrei continuato ad avere le contrazioni? E non posso nemmeno dormire? Eh signora, poi sarà peggio a casa, meglio che si abitui, non avrà davvero pensato che fosse facile? E nessuna di noi risponde mai, e invece bisogna iniziare a farlo, perché lì siamo sole, perché credetemi, avere un brutto carattere aiuta a sopravvivere.

E allora anche basta berci la stronzata della maternità come santità perché partoriscono pure le gatte, iniziamo a pretendere che i reparti maternità funzionino, che i corsi preparto non siano dei ted sull’allattamento al seno, sulla diade speciale madre figlio, sull’epidurale che è meglio di no perché siamo donne e ce la possiamo fare, sul cesareo no che è brutto e cattivo, e iniziamo a parlare delle nostre tasse e di come i nostri soldi vengono spesi. Il rooming-in anche notturno risponde a una mancanza di organico ospedaliero, perché non possiamo davvero pensare che la spiegazione sia che se no non si crea un legame affettivo tra madre e figlio. I nostri figli ci ameranno lo stesso, noi ameremo loro, ma per succedere dobbiamo rimanere tutti vivi.

Non ho mai partorito, ma…Il dramma del metodo scientifico nel facinoroso mondo dei social. Guia Soncini su L’Inkiesta il 25 Gennaio 2023.

Il neonato morto in ospedale ha fatto emergere plotoni di picchiatelli che su Twitter e Instagram praticano epistemologia identitaria, mistica della maternità e se-non-sei-madre-non-puoi-capire

Non ho mai partorito, ma una volta, alle quattro di mattina, una neurologa che mi stava per fare una tac mi disse che lei non lo sapeva ancora, se avessi avuto un ictus, ma comunque non avrebbe potuto applicare il protocollo perché, acciocché sia efficace, quel protocollo di cura va somministrato entro tot ore, che erano più di quelle lungo le quali infermieri e dottori mi avevano mollata nella sala d’attesa del pronto soccorso.

Non ho mai partorito, ma alla vigilia d’un intervento (in clinica privata) per l’endometriosi ho detto all’anestesista (donna) che non volevo la spinale (mio padre era anestesista, e la sua storia del terrore preferita era la paralisi se ti sbagliano la spinale: grazie papà, tu sì che hai saputo lasciarmi i tabù giusti). Un attimo prima che entrassi in sala operatoria, la stronza è venuta a insistere, eh ma sennò poi devo farle più morfina, ma mi faccia la morfina e si faccia i cazzi suoi – che adesso lo dico perentoriamente ma lì singhiozzavo come chi è nella posizione di debolezza di una che ha paura pure dei prelievi di sangue e stanno per aprirle la pancia.

Non ho mai partorito, ma ho nel telefono dei filmati di una delle volte in cui sono stata in un pronto soccorso, nessuna delle quali per fortuna per cose letali. Ho dei filmati perché non c’era campo telefonico ma c’era il wifi (grande metafora di non so bene cosa), e agli amici preoccupati mandavo filmini della gente mollata assieme a me in una specie di deposito corpi non diagnosticati, molti (corpi) dei quali urlavano ininterrottamente.

Siete mai stati in un pronto soccorso? Urlano tutti, e nessuno fa quel che, se non sei mai stato in un pronto soccorso, ti sembra normale e naturale fare se qualcuno già malato urla: accorrere.

Medici e infermieri non accorrono perché sanno che sono falsi allarmi? Forse, ma poi ci sarà l’uno su mille che ha una vera emergenza (e pure se non ce l’ha: una volta una signora dall’apparente età di centoventi anni ha urlato che voleva l’acqua così a lungo che se ci ripenso mi sale la sete e l’angoscia e la voglia di prendere a schiaffi l’infermiera che poco più in là chiacchierava di linee di autobus con un’amica passata a trovarla).

Non accorrono perché se non hai tre dita di pelo sullo stomaco come diavolo fai a stare in mezzo a gente che sta male tutto il giorno e a non farti venire l’esaurimento? Forse. Mio padre, quando da piccola a cena mi lamentavo di qualcosa, rispondeva: che vuoi che sia, oggi abbiamo operato uno col cancro, l’abbiamo aperto e richiuso – e lo diceva col tono con cui io riferisco che Glovo mi ha portato il pranzo freddo.

E quindi questo non è un articolo sulla tizia il cui neonato è morto perché la mistica della maternità è persino più pervasiva di quella della bellezza, non lo è perché quel che c’è da dire sulle responsabilità del sistema l’ha già scritto Assia Neumann, ma soprattutto non lo è perché io non sono abbastanza sensibile da pensare al bambino morto: io penso alla madre viva, a una madre che ha per distrazione ucciso il figlio, al plotone di psicologi che spero le abbiano messo intorno, a una tragedia che persino Euripide o Sofocle avrebbero qualche remora a immaginare.

Non ho mai partorito, ma non è per questo che non parlo di come sarebbe meglio accudire le madri. Anzi, vi dirò: questa deriva dell’epistemologia identitaria non è la soluzione, è il problema.

Ormai siamo abituate, e quindi quasi non ci fa impressione la diffusa modalità per cui è autorizzato a parlare solo chi ha subìto il problema. L’altro giorno ho visto un filmato in cui una militante dell’Instagram sosteneva che se sei contrario all’aborto ti basta non abortire. Sotto, commenti d’entusiasta condivisione di questa miseria dialettica.

Non sarebbe un problema (il mondo è sempre stato costituito più da gente inabile dialetticamente di quanto lo fosse da Christopher Hitchens), non fosse che a quella militante lì la tv dà uno spazio per dire la sua sull’attualità, che per quella militante lì le case editrici stanno facendo un’asta per farle rilegare i suoi penzierini e farne un’intellettuale, una filosofa, una che legittimamente può sentirsi pensatrice di professione, una di quelle che gli americani chiamano pomposamente published author. Una che fa il mio stesso mestiere, che il dio del fare fatturato purchessia fulmini gli editori.

Quindi, se una troppo scema per capire che chi è contro l’aborto pensa si tratti di assassinio, e per questa metà della popolazione dire «e allora non farlo» è come dire che non servono leggi contro la pedofilia, «se sei contrario, non scoparti i bambini», se una così è una che io dovrei considerare interlocutrice alla pari, non è che possiamo prendercela con le disgraziate qualunque.

Disgraziate qualunque che ieri, a commento del dibattito sul neonato morto e le ostetriche stronze e le madri stanche e il sistema che non funziona, twittavano elogi ai loro ginecologi che ammettevano di non sapere niente del parto essendo (orrore) maschi che non l’avevano «vissuto per esperienza diretta».

Se non scartassi molti interventi social pensando «ma questo può essere un articolo» (e molti articoli pensando «ma questo può essere un libro»), avrei risposto alla signora che l’epistemologia identitaria, ovvero l’idea che il ginecologo conosca ciò che ha vissuto e non ciò che ha studiato, ci ha portate fin qui: alla mistica della maternità, del se-non-sei-madre-non-puoi-capire, dell’allattamento al seno che guai se non lo fai, come vivessimo nella foresta e al neonato servissero anticorpi a infezioni che il Napisan e gli antibiotici non conoscono.

Non ho mai partorito e non ho mai voluto figli, ma solo per caso non mi è capitato quel che accade a molte (saltate queste righe se la vostra identità di madri è una vocazione religiosa): d’innamorarmi di uno che i figli li vuole, e di assecondarlo.

In quel caso sono però abbastanza certa di come sarebbe andata, con la sicumera che ho quando non sono sul tavolo operatorio: li avrei adottati. Questo nella migliore delle ipotesi: ho un’amica di buoni studi e apparente equilibrio psichico che è quasi morta di parto perché, nonostante si sapesse che aveva molti problemi, il marito ci teneva troppo che il figlio avesse il suo dna per optare per l’adozione. Sì, in questo secolo.

Nell’ipotesi in cui anch’io fossi stata accondiscendente come la mia amica, e ridotta quindi alla gestazione, poi però cesareo e latte artificiale. Invece di pensare che la qualità della vita delle madri la faccia lo stipendio alle casalinghe, iniziamo a pensare che non è normale, nel ventunesimo secolo, farsi squarciare le innominabilità da quattro chili d’essere vivente e farsi sanguinare i capezzoli per nutrirlo. Si è sempre fatto così? Eh, si è anche sempre andati a cavallo e morti di vaiolo: ci si evolve.

Però. Però a me piacerebbe dire, come dice Eugenia Roccella, «Non credo che le donne siano deboli» – ma mentirei, considerata la mia amica che quasi muore perché il padre del feto vuole il sangue del suo sangue e le piume delle sue piume, considerate quasi tutte le donne che osservo da tutta la vita.

Credo invece che le donne siano abituate a considerare la debolezza uno strumento seduttivo, e che quindi i figli vengano lasciati con una madre esausta sì perché le linee guida sono una puttanata (ho solo dodici parole per voi: ma voi ve lo ricordate come l’Oms ha gestito la pandemia?), sì perché sono appunto esauste, ma anche per la ragione per cui le donne non chiedono più soldi al datore di lavoro: perché preferiscono essere benvolute che averla vinta. L’ha scritto ieri Assia, ed essendo mitomane sono convinta l’abbia capito osservandomi: il brutto carattere ti salva la vita (e il fatturato).

Sì, lo so che non posso liquidare l’Oms in quella parentesi. Lo so che c’è un problema di valutazione del principio di autorità, che nei secoli scorsi era dato dal fatto che i medici erano quelli che avevano studiato, e noi eravamo quelli che zappavano la terra e non avevamo gli strumenti culturali per metterli in discussione. In questo, di secolo, c’è stato un carpiato del dibattito culturale: siamo quasi tutti laureati, e tutti terrorizzati di dire che i medici sono incapaci. Un po’ perché la categoria è stata santificata dai sacrifici-fatti-durante-la-pandemia (cioè: dall’aver fatto né più né meno che il suo lavoro); un po’ perché nessuno vuole sembrare il picchiatello laureato all’università della vita che pensa di saperla più lunga di chi ha studiato la materia. Ma la materia sua l’ha studiata anche Orsini: nell’epoca in cui la laurea è più diffusa dei tatuaggi, mi pare evidente che non basta a certificare alcuna competenza (una laurea italiana, poi: un paese dove 30 può prenderlo anche uno che non conosce l’ortografia).

Oltretutto, diversamente dall’ingegnere che se progetta un ponte che poi crolla è proprio asino, il medico procede per tentativi: i metodi di cura cambiano nel tempo, e anche questo è un problema comunicativo. Meno di un anno fa l’ostetrica a capo del Royal college of Midwives si è scusata perché la linea-guida che pretendeva meno parti cesarei (negli ospedali inglesi fare più parti naturali faceva crescere la valutazione della struttura) aveva preso una deriva ideologica, non ti facevano il cesareo neanche se era l’opzione più sicura, e ne erano ovviamente derivati casi così agghiaccianti che non sto a descriverveli.

Il metodo scientifico è prendere una decisione, vagliarne i risultati, cambiare idea. Il metodo social è dire «no ma noi non abbiamo mai detto che i vaccini non vi avrebbero fatti ammalare», come gli archivi dei giornali non fossero a disposizione di tutti, perché ammettere che la medicina è una scienza inesatta – e che un vaccino progettato in tre quarti d’ora lo scopri vivendo che limiti ha, e cara grazia se ti evita di crepare – non appare una linea spendibile nell’epoca dei picchiatelli saperlalunghisti.

E quindi?, chiederanno coloro che non mi hanno mai letta e pensano di trovare risposte, oltre alle domande, in questo prolisso sproloquio. E quindi io mica lo so come se ne esce. So come non se ne esce: invocando epidurali fuori orario come se non servissero soldi per assicurarle (la polemica e le campagne elettorali, nel tempo che viviamo, sono due passatempi accomunati dal fatto che chi le fa non tiene mai conto del fatto che le risorse sono una quantità limitata). E so che per fortuna non ho mai partorito. Per fortuna ho sempre avuto un carattere così brutto che nessuno si è intestardito a volerlo far ereditare alla sua prole. Per fortuna, per il brutto carattere, non serve allocare un budget.

Infettati.

Cardiochirurgia pediatrica, 6 morti sospette per infezione: gli ispettori al Giovanni XXIII. Bari, blitz in reparto dopo lo stop agli interventi. La verifica della Regione è partita dall’esposto dei genitori di una bimba deceduta a 5 mesi. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 25 Gennaio 2023

Nei quattro anni tra il 2018 e il 2022 al «Giovanni XXIII» di Bari ci sarebbero stati sei decessi a seguito di infezione da Klebsiella e stafilococco. Ad accomunare i sei casi ci sarebbero due circostanze: i piccoli pazienti sono tutti stati sottoposti a un intervento di cardiochirurgia pediatrica, e sono poi transitati dalla Terapia intensiva. Il sospetto - tutto da verificare - è che l’«ospedaletto» non avesse implementato protocolli per il controllo delle infezioni.

La scorsa settimana il Policlinico di Bari, da cui dipende il «Giovanni XXIII», ha annunciato la sospensione dell’attività di cardiochirurgia. E sabato gli ispettori della Regione hanno fatto un vero e proprio blitz all’ospedale pediatrico, per acquisire documentazione utile a completare l’indagine straordinaria chiesta dal governatore Michele Emiliano al Nirs guidato dall’avvocato Antonio La Scala.

Non è un segreto la situazione esplosiva che si è creata negli anni al «Giovanni XXIII» tra il direttore della Terapia intensiva, Leonardo Milella, e il direttore della cardiochirurgia Gabriele Scalzo...

L’Illecito Finanziamento.

Salute e Assistenza. Sanità, al Sud migliorano le cure ma la mobilità arricchisce il Nord. Dal 2012 al 2021 cinque Regioni del Sud hanno speso per i "viaggi della speranza" quasi 11 miliardi, che sono finiti nelle casse del Nord: si alimenta così il meccanismo che relega il Mezzogiorno in serie B. VINCENZO DAMIANI su Il Quotidiano del Sud il 21 Gennaio 2023.

Dal 2012 a 2021, cinque Regioni del Sud (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Abruzzo) hanno speso per la mobilità passiva, i cosiddetti “viaggi della speranza”, oltre 10,8 miliardi di euro: soldi che sono finiti nelle casse del Nord, principalmente Lombardia (6,1 miliardi) ed Emilia Romagna (3,3 miliardi), ma ci hanno guadagnato anche Toscana (1,3 miliardi) e Veneto (1,1 miliardi).

LA RISALITA DEL SUD

Così si è autoalimentato il perverso meccanismo che ha portato il sistema sanitario a spaccarsi in due tronconi, non garantendo al 40% della popolazione italiana gli stessi livelli di prestazioni. Soldi che, in sostanza, hanno finanziato gli ospedali lombardi, emiliani, veneti, toscani, andando a sommarsi alle risorse derivanti dall’iniquo riparto del fondo sanitario che premia, manco a dirlo, sempre il Nord.

Tutto questo nonostante negli ultimi dieci anni siano state le Regioni del Mezzogiorno a migliorare i loro conti e la qualità dell’assistenza: l’analisi impietosa è della Corte dei conti, che ha trasmesso al Parlamento la relazione sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali.

«I risultati delle Regioni in piano di rientro – si legge nel report – sembrano relativamente migliori e mostrano una riduzione da 2,1 a 0,7 miliardi di euro dei disavanzi dei servizi sanitari tra il 2012 e il 2020, con qualche segnale di peggioramento nel 2021, e indicherebbero un positivo sviluppo gestionale, già maturato con la spending review 2012-2019».

Le Regioni in piano di rientro sono quasi tutte del Sud, tranne il Lazio. Solamente nel 2020, le Regioni in piano di rientro hanno ridotto il disavanzo sul 2019 del 59% circa, quelle non sottoposte a piano di rientro del 34% e le Autonomie speciali (esclusa la Sicilia, inserita tra le Regioni in piano di rientro) del 19%. «Il risanamento finanziario – evidenziano i magistrati – inoltre, non sembra essere avvenuto a scapito dei Lea, migliorati costantemente almeno fino al 2019, tranne limitate eccezioni».

MOBILITÀ PASSIVA, UN BUSINESS PER IL NORD

In definitiva, nonostante il sottofinanziamento dei sistemi sanitari regionali del Mezzogiorno, nonostante una mobilità passiva che porta altri miliardi al Nord, il Sud ha ridotto il proprio deficit, riuscendo persino a migliorare la qualità dell’assistenza e delle cure. Passi in avanti importanti ma, ovviamente, con poche risorse finanziarie a disposizione restano «ancora significative le differenze geografiche nei servizi territoriali, come quelli per le cure palliative ai malati di tumore, il numero di anziani non autosufficienti in trattamento socio-sanitario e l’assistenza domiciliare integrata» si legge sempre nella relazione della Corte dei conti.

La mobilità passiva si è trasformata quindi in una sorta di business per il Nord, che ha potuto così alimentare ulteriormente le proprie casse. I pazienti si sono trasformati, indirettamente, in un “affare”. Una situazione che si è incancrenita per colpa anche del criterio della spesa storica applicato al riparto del Fondo sanitario nazionale.

I numeri, certificati sempre dalla Corte dei conti in un altro documento, parlano chiaro e sono a prova di smentita: dal 2012 al 2017, nella distribuzione del fondo, sei regioni del Nord hanno aumentato la propria quota, mediamente, del 2,36%; altrettante regioni del Sud, invece, già penalizzate perché erano beneficiarie di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno.

Significa che, nel periodo dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato poco meno di un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.

LA CRESCITA DEI DIVARI

Ecco come è lievitato il divario tra le due aree del Paese: «Le politiche di finanziamento dei sistemi sanitari – evidenzia la Corte dei conti – condizionano l’accessibilità alle cure, la qualità dei servizi e la stessa efficienza dell’organizzazione del sistema sanitario. Il tema del finanziamento del Servizio sanitario nazionale costituisce, dunque, momento fondamentale della problematica connessa alle esigenze di tutela della salute, in virtù dello stretto legame tra l’effettività di tale diritto, costituzionalmente garantito, e le risorse disponibili e investite per renderlo concreto e sostenibile».

Tutto questo ha un solo riflesso: la spesa pubblica sanitaria pro capite è sbilanciata in favore del Nord. Infatti, nel 2019, tutte le regioni del Mezzogiorno, a esclusione del Molise, hanno avuto una spesa pro capite inferiore alla media nazionale, pari a 1.961 euro. Fanalino di coda è la Campania con 1.820 euro, segue la Calabria con 1.868 euro, poi il Lazio (1.875), Sicilia (1.884), Puglia (1.888), Basilicata (1.902). Al contrario, quasi tutte le regioni del Nord hanno una spesa pro capite superiore alla media: Liguria 2.132 euro, Friuli Venezia Giulia 2.129, Valle d’Aosta 2.096 euro, Emilia Romagna 2.067 euro, Toscana 2.032 euro, Lombardia 2.000. Fa eccezione il Veneto con 1.941 euro, superiore alle regioni del Mezzogiorno ma lievemente inferiore alla media nazionale.

Nel biennio 2020-2021 la spesa sanitaria è risultata in aumento, soprattutto in virtù degli effetti pandemici. L’Italia, nel complesso, continua, tuttavia, a spendere meno dei partner europei, pur reggendo il confronto nell’efficienza. «Le maggiori risorse impiegate nella sanità – scrivono i magistrati – hanno interrotto il trend decennale di contenimento della spesa nel settore, con prospettive di ritorno ai livelli pre-pandemia, ma sono ancora ampi i divari tra le Regioni».

La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.

Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  

Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.

I Medici.

Falsi.

Impuniti.

Omissioni.

Carenza.

Speculazioni.

Il Fallimento.

Falsi.

Estratto dell'articolo di Matteo Politi per ilgazzettino.it 22 Agosto 2023

Arrestato a Marghera Matteo Politi, il falso chirurgo estetico ricercato in mezzo mondo: lavorava in un hotel. Oggi, martedì 22 agosto, a Marghera i carabinieri del Nucleo Investigativo di Venezia hanno arrestato Matteo Politi, il 43enne veneziano ricercato tramite mandato di arresto europeo emesso dall’autorità giudiziaria romena per l’espiazione di 3 anni e 4 mesi di reclusione. 

I reati contestati sono quelli di truffa e falsificazione di documenti: l'uomo avrebbe esercitato in maniera abusiva la professione medica in Romania.

Secondo la magistratura romena, tra il marzo e il dicembre 2018, l’uomo si sarebbe finto medico estetico. Nove le vittime indotte a credere alla sue competenze di medico specialista in chirurgia plastica estetica. 

Una volta tratto in arresto l’uomo, le cui ricerche si erano spinte fino ad Hong Kong, i carabinieri hanno allertato il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia per le comunicazioni con gli organismi esteri e, su disposizione dell’autorità giudiziaria, lo hanno condotto presso il carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia, in attesa delle procedure di estradizione. L’autorità giudiziaria romena aveva disposto l'arresto dell’uomo, che si era allontanato dalla Romania nel 2022.

Aveva la terza media e si spacciava da 15 anni per chirurgo estetico, ingannando Usl ma anche clienti stranieri come ad Hong Kong e in Romania, paese che ha emesso un mandato di arresto europeo eseguito oggi dai carabinieri di Venezia […]

Estratto dell’articolo da “il Giornale” 23 Agosto 2023

È finita la fuga del falso chirurgo estetico che aveva ingannato pazienti e aziende sanitarie, in Italia e all’estero, per anni. Matteo Politi, 43 anni, aveva la terza media ma da 15 anni si spacciava per chirurgo estetico, ingannando aziende ma anche e soprattutto ricchi clienti stranieri, arrivando ad esercitare, senza nessun titolo, anche a Hong Kong e in Romania. 

Proprio in Romania il suo caso era venuto alla ribalta, con la magistratura che dopo alcune denunce lo ha processato e condannato per truffa e ha emesso un mandato di arresto europeo. Politi, che nel frattempo aveva cambiato il suo nome in Luigi, era stato segnalato a Honk Kong o comunque in Oriente, invece è stato trovato ieri mattina a Marghera, vicino a Venezia, dove gli uomini del Nucleo investigativo dei Carabinieri lo hanno arrestato mentre si trovava in un albergo dove aveva trovato lavoro sotto falso nome.

Il mandato di arresto europeo emesso dall’Autorità Giudiziaria romena, prevede per il finto chirurgo una pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione dopo la condanna definitiva in quel Paese per i reati di truffa e falsificazione di documenti. Eppure Politi, per anni, è sempre riuscito a farla franca. Nel nostro Paese e in giro per il mondo, il falso medico ha avuto in cura di centinaia di pazienti raccontando a tutti di essere un esperto in «cosmetic and aesthetic medicine».

Non solo, le sue capacità truffaldine gli hanno permesso di convincere delle sue capacità i dirigenti di ben sei strutture sanitarie in quattro diverse regioni. Nonostante fosse denunciato per esercizio abusivo della professione, non si era mai fermato, mettendo parzialmente nei guai anche un suo omonimo, lui però realmente medico e totalmente estraneo alla vicenda. 

[…], dopo il blitz, è stato portato in carcere in attesa che venga sbrigate le procedure relative all’estradizione in Romania dove sconterà la sua condanna.

Laura Tedesco per corriere.it 23 Agosto 2023 

«Matteo non ha mai fatto mistero di voler fare soldi senza fatica, diceva: “Voglio diventare ricco come Paperon de’ Paperoni”. A guadagnare uno stipendio di 800 euro al mese non ci pensava proprio. O meglio, 800 euro sì, ma in una sola serata... ». 

Gli studi abbandonati

È una vicina di casa a sintetizzare così il «Politi-pensiero»: abita nella palazzina dove i carabinieri hanno arrestato il veneziano che per 15 anni è riuscito a operare come medico estetico in Europa, Cina e Usa senza essersi mai laureato, e lo sentiva «ripetere di non volere la vita di lavoro e fatica che hanno fatto i miei genitori». 

In effetti, prima di reinventarsi «doctor Matteo Politi-Matthew Mode», il 43enne si è ritagliato altre cento-mille vite dall’unico comune denominatore: sfondare. E pensare che la sua primissima esperienza nel mondo del lavoro, dopo aver abbandonato anzitempo gli studi all’Itis di Mestre, lo vide impegnato in carrozzeria.

Ma nei suoi sogni c’era la tv: il giovane e capellone (all’epoca aveva una folta chioma lunga) Matteo era attratto dalle telecamere e partecipava a tutti i provini. Uomini e Donne, Ciao Darwin, L’Arena: nel 2006-2007 Politi, che è nato nel 1980, si è candidato come aspirante tronista alla trasmissione di Maria De Filippi, ha preso parte come figurante allo show di Paolo Bonolis, ha partecipato come comparsa al programma di Massimo Giletti. Puntava già a diventare famoso, ma la grande occasione non arrivò dalla televisione. Allora il tenace Politi non si demoralizzò e si concentrò sull’altra sua grande aspirazione: diventare medico.

[…] riuscì con l’aiuto di un falsario ad appropriarsi dell’identità di un medico salentino dal nome quasi identico, Matteo Vincenzo Politi. Iniziò così la vita di «dottore»: nel 2009 aprì un centro estetico a Verona dove effettuava iniezioni di botulino e acido ialuronico, tramite una cooperativa riuscì anche a lavorare in alcuni ospedali del Nord Italia, tra cui Bussolengo e Isola della Scala nel Veronese. Nel 2010 fu scoperto dopo la denuncia di una vigilessa e patteggiò a Verona 16 mesi per truffa con pena sospesa […] 

Dopo i guai veronesi si persero (ufficialmente) le sue notizie fino al 2018, ma lui nel frattempo si era reinventato un’altra delle sue tante vite: altra nazione, altro nome. Lo ritroviamo infatti a Bucarest, nuovamente con il camice di medico estetico, stavolta come «doctor Matthew Mode».

[…] quando nel 2019 lo arrestarono dopo aver scoperto che non era un vero medico, Politi collaborava con 4 cliniche private nella capitale romena dov’era considerato uno specialista nelle plastiche al seno. […] «Era solo molto lento -osservarono le infermiere al processo -. Per sostituire una protesi basta un’ora, lui ne impiegava quattro..». 

[…] Prima di essere condannato, ha fatto il presentatore, inciso un singolo, organizzato raccolte fondi per bambini disabili. Ultimamente faceva tutorial, dava consigli come influencer nei social, stava perfino girando un «film sulla mia vita». Fino al mandato d’arresto e alla (falsa) «fuga»... nella sua casa a Marghera.

Era ormai famoso in Romania. Chi è Matteo Politi: arrestato il finto chirurgo che operava senza essere medico

Aveva provato a sfondare in televisione, non c'era riuscito. Aveva aperto una clinica senza nessun titolo. Operava in Italia e all'estero, era diventato un di vip in Romania. Pensava a un film sulla sua vita. Redazione Web su L'Unità il 23 Agosto 2023 

Per anni si è finto chirurgo plastico senza esserlo: non aveva alcun titolo per esercitare la professione eppure ha fatto imprecisate operazioni tra l’Italia e altri Paesi stranieri tra Europa, Cina e Stati Uniti. Una vicenda da film insomma. È diventata virale la storia di Matteo Politi, 43enne di Mestre, arrestato martedì a Marghera. Su di lui pendeva un mandato di arresto europeo. Per le accuse di truffa e falsificazione di documenti legati all’esercizio abusivo della professione di medico Politi era stato condannato in appello a tre anni e quattro mesi a Bucarest, capitale della Romania.

Che Politi non fosse davvero un medico era emerso già in Italia nel 2010: una donna aveva denunciato l’uomo perché insoddisfatta di un intervento di chirurgia estetica. Politi aveva studiato all’Its a Mestre, aveva abbandonato e lavorato in carrozzeria. Aveva provato a partecipare a tutta una serie di trasmissioni televisive ma non era mai riuscito a sfondare né a convincere ai provini.

Aveva aperto nel 2009 una clinica a Verona, faceva soprattutto iniezioni di botulino e acido ialuronico. Aveva cominciato tramite una cooperativa anche a lavorare in alcuni ospedali del veronese. Si scoprì che l’uomo aveva la terza media e che esercitava la professione usando l’identità di una persona con un nome simile al suo ma realmente iscritta all’albo dei medici. Con l’aiuto di un falsario si era appropriato dell’identità di un medico salentino quasi suo omonimo. Fu processato per falso e sostituzione di persona, patteggiò a un anno e quattro mesi con pena sospesa.

La nuova indagine in Romania partì nel 2019 e il sedicente chirurgo venne arrestato in attesa del processo. L’indagine scoprì che il 43enne aveva ricominciato a esercitare abusivamente in almeno quattro cliniche private di Bucarest e che si faceva chiamare “Doctor Matthew Mode”. Era considerato uno specialista nelle plastiche al seno. Alcune infermiere che lo avevano affiancato nelle operazioni testimoniarono sulla sua inadeguatezza professionale. Anche lì, come in Italia, la maggioranza delle pazienti si disse tuttavia soddisfatta dei risultati. Non è chiaro come e dove e quando Politi abbia imparato.

Il caso ha avuto rilevanza nazionale in Romania dove Politi ha fatto anche delle comparsate in televisione, il presentatore e ha pubblicato una canzone nel 2020. Ultimamente dava consigli da influencer sui social e stava girando un film sulla sua vita. Quando è stata emessa la condanna in Appello a Bucarest, Politi non è stato arrestato perché non si trovava in Romania. Il suo avvocato ha raccontato a Il Corriere della Sera che dall’inizio dell’anno il suo assistito si trovava in Veneto e che lavorava in un hotel a Mestre. Da martedì si trova in carcere a Venezia, dovrebbe essere estradato in Romania. E in effetti un film, da tutta questa storia, qualcuno potrebbe tirarlo fuori.

Redazione Web 23 Agosto 2023

Finto chirurgo dei vip con la terza media, il 43enne arrestato aveva rubato l'identità a un medico salentino. La rocambolesca storia di Matteo Politi, che per 15 anni si è spacciato come chirurgo estetico con una clientela illustre da mezzo mondo. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 23 Agosto 2023

Aveva la terza media e si spacciava da 15 anni per chirurgo estetico, ingannando Usl ma anche ricchi clienti stranieri, fino ad arrivare a Hong Kong e in Romania, postando foto da 'palestrato' sui social media. Ma nel paese balcanico la magistratura ha puntato gli occhi su di lui, lo ha processato e condannato per truffa e ha emesso un mandato di arresto europeo. 

L’attività medica di Matteo Politi, 43 anni - che nel frattempo aveva cambiato il suo nome in Luigi, di fatto rubando l'identità a un medico salentino, vero chirurgo e in servizio a Modena - è finita a Marghera (Venezia), dove il Nucleo investigativo dell’Arma di Venezia lo ha scovato e lo ha ammanettato, in esecuzione del mandato di arresto europeo emesso dall’Autorità Giudiziaria romena, per l’espiazione di 3 anni e 4 mesi di reclusione dopo la condanna definitiva in quel Paese per i reati di truffa e falsificazione di documenti. 

Nel suo peregrinare dall’Italia in mezzo mondo, Politi si è preso cura di centinaia di pazienti asserendo di essere un esperto in 'cosmetic and aesthetic medicine' ed è riuscito a convincere delle sue capacità i dirigenti di sei strutture Usl di quattro regioni diverse. Si era fatto chiamare anche Matthew Mode, e in Romania era diventato una celebrità arrivando a trattare clienti vip di mezzo mondo. Era stato anche denunciato per esercizio abusivo della professione, ma questo non l’aveva fermato mettendo in difficoltà tra l’altro un suo omonimo, lui sì vero medico ma estraneo alla vicenda. Si era 'fatto' un nome di prestigio nel campo e lo ha saputo vendere alle cliniche di molti paesi esteri, con una fama avvalorata anche da falsi attestati. Ma qualcosa non quadrava ai colleghi romeni, veri medici che hanno allertato l’autorità giudiziaria del loro paese, che ha così aperto le indagini e il processo per truffa. 

Le vicende finite in tribunale a Bucarest riguardano un periodo di tempo tra il marzo ed il dicembre 2018. Sempre fingendosi medico chirurgo estetico, Politi avrebbe ingannato nove persone qualificandosi come uno specialista in chirurgia plastica. Avrebbe inoltre utilizzato un nome contraffatto e sarebbe riuscito infine a eseguire interventi in cinque strutture sanitarie a Bucarest, ottenendo profitti per decine di migliaia di euro. 

Ricercato per queste truffe e la conseguente condanna, aveva fatto perdere le proprie tracce, ma i Carabinieri di Venezia hanno scoperto che il medico con la terza media aveva era finito a trovare impiego in una struttura alberghiera a Mestre. Qui il blitz ha preso forma, e Politi è stato portato in carcere, in attesa delle procedure di estradizione. 

Impuniti.

Estratto dell’articolo di Maria Sorbi per “il Giornale” il 7 marzo 2023

Il burnout, lo stress permanente sul lavoro, colpisce il 52% dei medici e il 45% degli infermieri che lavorano nei reparti ospedalieri di medicina interna, quelli che da soli assorbono un quinto di tutti i ricoveri in Italia. […] 

Si calcola che gli errori in corsia siano 100mila l’anno. A fornire la fotografia di medici e infermieri è la survey condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su un campione rappresentativo di oltre duemila professionisti sanitari. Sia per i medici sia per gli infermieri, l’incidenza di stress è più del doppio tra le donne […]

«L’influenza del burnout sulle malattie professionali è un fatto oramai acclarato dalla letteratura scientifica», afferma Francesco Dentali, presidente Fadoi. «Il rischio di infarto del miocardio e di altri eventi avversi coronarici è infatti circa due volte e mezzo superiore in chi è in burnout, mentre le minacce di aborto vanno dal 20% quando l’orario di lavoro non supera le 40 ore settimanali salendo via via al 35% quando si arriva a farne 70. Evento sempre meno raro con il cronico sottodimensionamento delle piante organiche ospedaliere» aggiunge Dentali.

[…]Uno studio condotto dalla Johns Hopkins University School of Medicine e dalla Mayo Clinic del Minnesota ha rilevato almeno un errore grave nel corso dell’anno nel 36% dei camici bianchi in burnout. Percentuale che proiettata sul totale dei nostri medici da un totale di oltre 20mila errori gravi. 

Discorso analogo per gli infermieri. Qui una serie di studi internazionali raccolti dalla Fnopi, la Federazione degli ordini infermieristici, stima siano addirittura il 57% gli errori clinici più o meno gravi commessi nell’arco di un anno. Dato che applicato sul numero degli infermieri dà altri 71.500 errori in fase di assistenza per un totale di almeno di 92mila, […]

La ricerca Fadoi contiene però anche un positivo e inedito rovescio della medaglia: sia la stragrande maggioranza dei medici che quella degli infermieri «sente di aver affrontato efficacemente i problemi dei propri pazienti». «Il lavoro sanitario ai tempi del burnout nuoce tanto alla salute dei cittadini che a quella di medici e infermieri» commenta a sua volta il presidente della fondazione Fadoi, Dario Manfellotto. […]

Le cause contro i medici stanno facendo a pezzi la sanità. In otto casi su dieci finiscono in un nulla di fatto. Ma le conseguenze economiche sono importanti, tra costi per i contenziosi ed esami inutili prescritti per ragioni “difensive”. Roberta Grima su L'Espresso il 14 Giugno 2023 

Sono 300.000 le cause per colpa medica, 35.000 ogni anno le richieste di risarcimento per danno biologico (compreso il decesso). La maggior parte dei casi denunciati riguarda l’attività chirurgica (38,4%), gli errori diagnostici (20,7%), terapeutici (10,8%) e le infezioni ospedaliere (6,7%). Un fenomeno in costante crescita, eppure oltre l’80% delle cause finisce in un nulla di fatto, che però pesa sulle casse dei contribuenti 22,5 miliardi di euro l’anno, il 15% della spesa sanitaria annuale.

Una cifra che riflette la difficile situazione del sistema, tanto da condizionare l’attività assistenziale nella pratica della medicina difensiva. Si tratta di prestazioni in più che i camici bianchi erogano per timore di contenziosi, generando un incremento della spesa sanitaria pari a 10 miliardi di euro, lo 0,75% del Pil e il 10% del fondo sanitario nazionale, incidendo sui costi della sanità per l’11%.

Le liti

Un corto circuito del sistema al quale si è cercato di porre rimedio con la legge Gelli-Bianco del 2017. «La norma prevede – spiega l’avvocato Renzo Lancia – che il medico risponda del proprio operato all’azienda sanitaria di appartenenza e non al cittadino che invece dovrà ricorrere contro l’ente e non contro il professionista, a meno che non abbia stipulato un contratto con lui. L’onere della prova è a carico del cittadino che ritenendosi danneggiato dal medico deve portare una prova del presunto nesso causale tra il danno subito e la colpa del professionista. Infine, è esclusa la punibilità del medico che abbia rispettato le linee guida vigenti».

Va detto tuttavia che le linee guida non sempre sono aggiornate o esistono in relazione a tutte le patologie. Il medico rischia di trovarsi di fronte al bivio se scegliere di seguire le linee guida tutelandosi da eventuali atti giudiziari o adottare terapie più moderne, anche se ancora non previste.

«La legge non sembra aver segnato un deterrente alla litigiosità in materia sanitaria e, negli anni, la medicina difensiva è aumentata», osserva però Raffaele Gaudio, responsabile nazionale pronto soccorso della Fismu (Federazione italiana sindacale dei medici uniti). Una delle ragioni è culturale. «Un tempo la gente accettava più facilmente la morte. Oggi si hanno troppe aspettative dalla medicina che si è evoluta ma che non sempre può dare le risposte sperate».

E i pronto soccorso sono anche per questo la frontiera, osserva Gaudio: il luogo in cui convergono tutti i pazienti che il territorio non gestisce. Con tempi di attesa che si allungano, moltiplicando i ritardi per i casi più urgenti, che diventano poi materia di contenziosi giudiziari nella caccia alle responsabilità individuali. La situazione non cambia nei reparti ospedalieri, come medicina, sotto pressione per la mole di ricoveri impropri: pazienti che potrebbero essere curati a casa se l’assistenza domiciliare funzionasse a dovere o lungodegenti che avrebbero bisogno di un diverso trattamento. Solo nel 2022 si sono registrati 1 milione e 300 mila ricoveri impropri.

La rete

Occorrerebbero strutture adatte al tipo di paziente, personale e posti letto sufficienti alla domanda di salute. In Italia si contano 995 ospedali, il 51% sono pubblici, il resto privati. L’andamento dal 2016 al 2021 ha registrato una diminuzione di entrambe le categorie con un -0,9% degli ospedali pubblici e un -0,3 di quelli privati, mentre nuove strutture territoriali arrancano a realizzarsi.

Il 52,5% dei nosocomi è dotato di un dipartimento di emergenza-urgenza, il che vuol dire possibilità di coordinare tutti i servizi emergenziali di un ospedale in modo efficace, guadagnando tempo e riducendo il rischio di errori. Possibilità che l’altra metà delle strutture ospedaliere invece non ha. Così il 67,8% ha un centro di rianimazione, il restante 33% è costretto a trasferire il malato che si aggrava, in altra struttura attrezzata di rianimazione con i rischi che ne conseguono durante il trasporto. E c’è, infine, il dato relativo ai pronto soccorso, presente nel 79,3% delle strutture di ricovero italiane e nel 17% di quelle pediatriche.

I bisogni

I posti letto collegati al servizio emergenziale sono ancora pochi: 7.469 posti letto di terapia intensiva, 1.121 di terapia intensiva neonatale, 2.413 posti letto per unità coronarica e 1.638 posti per terapia semi-intensiva, su tutto il territorio nazionale. In generale in Italia ci sono 3,4 letti ogni 1.000 abitanti. Un numero ben al di sotto della media europea, pari a 5,3 posti per ogni 1.000 abitanti.

Per non parlare della carenza di medici che ancora non ha visto un turnover per coprire i vuoti lasciati da chi è andato in pensione, mentre regioni come la Puglia che ha un disavanzo di 450 milioni ha bloccato le assunzioni di personale. Dieci le regioni che hanno un deficit di bilancio, con conseguente difficoltà a investire. Mancati investimenti in posti letto e personale non fanno che facilitare i rischi per i pazienti e aumentare la litigiosità tra le parti che si fa sentire soprattutto nel Meridione.

La distribuzione geografica dei contenziosi coincide con gravi criticità di alcune zone, il 44,5% delle denunce arriva dal Sud e dalle isole. Un dato che fa il paio con quello degli investimenti in sanità ridotti negli ultimi 10 anni di 37 miliardi di euro, a cui ha contribuito per il 50% il blocco delle assunzioni, con condizioni lavorative insostenibili per molti medici in servizio e che a lungo andare optano per l’estero. E così i costi per la formazione del personale non trovano alcun ristoro nell’impiego. L’ennesimo conto sballato di un sistema in tilt.

Assolti ma rovinati: medici vittime del panpenalismo. Malasanità, scagionato l’85% dei sanitari. Ma sullo scudo penale il magistrato Cisterna invoca cautela. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 27 aprile 2023.

I numerosi contenziosi che si aprono in materia di responsabilità medica molto spesso finiscono su un binario morto. Le denunce per casi di malasanità hanno come esito, il più delle volte, l’assoluzione del medico. Si tratta di un tema dal grosso impatto sociale ed economico, che riguarda il funzionamento della giustizia, con l’intasamento dei Tribunali, e mette al centro chi deve affrontare un procedimento giudiziario: primi fra tutti i medici.

Questi ultimi spesso vengono sbattuti in prima pagina sui giornali e sui telegiornali, perché ritenuti protagonisti di errori. Vicende che distruggono la vita privata e lavorativa del professionista, per non parlare della gogna mediatica che trova una sponda pure nelle “piazze” dei social. «Prima di risolvere tutte le questioni giudiziarie e accantonare definitivamente la mia vicenda giudiziaria – confida al Dubbio un medico che vuole restare anonimo – ho dovuto attendere oltre dieci anni. Tanto ci è voluto per tagliare il fatidico traguardo del giudizio definitivo davanti al Tribunale. In molti mi hanno considerato un professionista poco attento, per non dire poco capace. Anni di studio e di sacrifici offuscati da una vicenda che prima di essere chiarita ha richiesto tempo e danaro».

Considerazioni amare condivise da Musa Awad, consigliere dell'Ordine dei Medici di Roma, impegnato pochi giorni fa nella presentazione, in Campidoglio, del “Rapporto 2021 sui conflitti e sulla conciliazione” pubblicato da Maggioli Editore in collaborazione con l’Istituto regionale di Studi Giuridici del Lazio “Arturo Carlo Jemolo”. «Le controversie in medicina sono tante – commenta Awad -, ma l'85% delle presunte denunce per casi di malasanità finisce in una assoluzione per il medico. Come Ordine dei Medici abbiamo tutto l'interesse a ridurre le controversie e a cercare di chiuderle attraverso la conciliazione, senza arrivare in Tribunale. Già nel 2005, in tempi non sospetti e prima del legislatore, abbiamo istituito presso l'Ordine dei Medici di Roma lo sportello “Accordia”, una sorta di organismo di conciliazione fra le parti, medici e cittadini, proprio per risolvere le controversie. Siamo stati inoltre tra i primi a partecipare all'Osservatorio della conciliazione del Tribunale di Roma».

Qualcosa per i medici che incappano in vicende giudiziarie potrebbe però cambiare, come ha riferito in una intervista al “Messaggero” il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Chiaro il messaggio del responsabile delle politiche sanitarie: depenalizzare gli errori medici, ad esclusione del dolo, e porre argine alla cosiddetta medicina difensiva (si veda anche Il Dubbio del 28 marzo scorso). «Dai dati che abbiamo – afferma Schillaci - gran parte delle cause giudiziarie contro i medici finiscono in un nulla di fatto, nell’assoluzione. Per questo va depenalizzato il reato. E poi la medicina difensiva è un male. Porta i medici a prescrivere troppi esami, ingolfa le strutture, aumenta le liste di attesa. E le dico da medico: confonde anche il medico curante che da tanti, troppi, accertamenti deve trarre le conclusioni. Bisogna prescrivere a ciascuno solo gli esami di cui il paziente ha realmente il bisogno».

Predica equilibrio Alberto Michele Cisterna, presidente della Tredicesima Sezione civile del Tribunale di Roma, dove operano sedici magistrati impegnati in via esclusiva in materia di responsabilità professionale. In tale ambito, la responsabilità sanitaria è prevalente con circa l’85% del totale dei casi. «La sindrome da denuncia da parte dei pazienti o dei loro familiari – sottolinea Cisterna - è un dato di fatto. Tante volte si getta discredito sulla sanità per cui le parti sono sempre convinte che sia successo qualcosa o che qualcosa sia andato storto per colpa di qualcuno. Tutto ciò avviene per una sorta di pregiudizio, per una percezione non tranquillizzante del modo in cui la sanità funziona. Tale situazione genera denunce ed esposti, che si indirizzano verso la Procura della Repubblica con la necessità di provvedere. Si tenga presente che la legge Cartabia ha dato una svolta, perché impone per l’iscrizione di un cittadino nel registro delle notizie di reato una soglia di elementi indiziari particolarmente qualificata. Non è più una iscrizione che si effettua automaticamente. Imporrebbe e impone una vigilanza da parte del pubblico ministero e una certa attenzione nell’individuare non già intere filiere di soggetti responsabili, come accaduto tante volte, ma di selezionare l’iscrizione nei confronti di soggetti che effettivamente appaiono attinti da elementi meritevoli di accertamento».

La normativa vigente ha avuto un impatto sulla riduzione dei contenziosi. «Bisogna dare atto – commenta il magistrato del Tribunale di Roma - che con la legge Gelli il numero di cause che vengono introdotte nei confronti dei medici è sceso vertiginosamente. Per le prestazioni rese nell’ambito di strutture complesse, ospedali, cliniche o presidii, le cause contro i sanitari sono pochissime. I danneggiati prendono ormai in considerazione direttamente la struttura e questo ha portato ad un decremento notevole delle cause. Lo studio di Eurispes pone l’attenzione sugli accertamenti svolti, che riguardano i medici, le strutture e le specializzazioni. Una ricerca che non riguarda tutte le cause di responsabilità professionale sanitaria, ma soltanto gli accertamenti svolti in via preventiva».

Sulla presa di posizione del ministro della Salute, Cisterna riflette in maniera approfondita: «Il tema dell’abolizione del reato colposo è molto delicato, nel senso che vorrebbe dire escludere le fattispecie colpose delle lesioni e dell’omicidio in relazione ad atti sanitari. Si tratta di fare una scelta politica estremamente onerosa. Comporta che anche di fronte a fatti di negligenza molto grave il reato non ci sia. Facciamo l’esempio del chirurgo che entra in sala operatoria ubriaco. In tal caso potremmo ravvisare una colpa, una negligenza, ma manca il dolo. Dovremmo poi ragionare se c’è un dolo eventuale. Si tratta di capire se si intende circoscrivere la responsabilità penale alla sola colpa grave. Su questo è già intervenuta la legge Gelli».

Il legislatore fa le leggi, il magistrato le applica. «Non mi permetto di sindacare – conclude Cisterna - sulle scelte del legislatore. La condanna del medico gravemente negligente è una necessità pubblica, non riguarda il solo paziente, ma attiene anche al fatto che occorre perseguire soggetti in grado di fare danni. Immagino che la proposta del ministro vada nel senso di circoscrivere la responsabilità penale colposa ai soli casi di colpa grave. Imprudenza, imperizia e negligenza sono tre elementi che, se espressi a livello grave, hanno un costo sociale che non si può aggirare».

L’era imbecille. La mastectomia cosmeticamente accettabile e la cialtronaggine dei medici (e di tutti noi). Guia Soncini su L'inkiesta il 18 Aprile 2023

Il chirurgo Ian Paterson è in galera dal 2017, gli sono morte 675 pazienti su 1206 operate di cancro al seno. La sua storia da cinema, ma senza finale geniale

Una cosa che succede invecchiando è che cambia il senso dell’umorismo. Per molta parte della mia vita, uno dei miei espedienti comici preferiti consisteva nella cronaca delle mie diagnosi sbagliate. Lasciate che vi racconti di quella volta che – figlia di medico, nipote di medici, in vacanza con medici – mi curarono per la malaria, e avevo la varicella, narravo garrula nei dopocena.

Negli anni, l’ilare aneddoto è diventato cupo presagio: una vita di diagnosi sbagliate, di medici cialtroni, di per fortuna non m’è mai venuto niente di serio sennò sarei morta sicuro. A una certa età, è tutto un complesso di cose, quello che ti fa venire lo sconforto.

Intanto c’è il fatto che le persone attorno a te si ammalano molto più spesso di quant’avvenisse a vent’anni, e l’idea che la categoria preposta a occuparsene scambi la varicella per malaria rende plausibile qualunque folle ipotesi: siamo sicuri che questa cisti della mia amica non sia una gravidanza extrauterina? Che questa influenza stagionale del mio vicino non sia meningite? Siamo sicuri che questo dottore non sia imbecille come la maggior parte dell’umanità?

Eravamo più giovani, quando i medici cani ci facevano ridere, ma soprattutto non avevamo i social. Sì, non ho mai incontrato un dottore che sappia fare il suo mestiere, pensavo a trent’anni, ma è di certo perché sono sfortunata. Poi sono arrivati i social e ho scoperto che la classe dirigente è formata quasi solo da imbecilli, e perché mai i medici dovrebbero fare eccezione.

Come aggravante, tra i miei trentaepocopiù e i miei cinquant’anni sono andate in onda diciannove stagioni di “Grey’s Anatomy”, quattrocentoquindici ore che avrei potuto trascorrere mandando a memoria la Recherche e ho invece passato a guardare una serie in cui i medici pensano solo alle loro vite sentimentali, e alla fine però hanno sempre un guizzo con cui risolvono un caso impossibile. Guizzo che però è chiaramente un trucco televisivo: nella realtà, se ti ritrovi in un ospedale vedi nei medici veri la stessa distrazione della tv, la stessa cialtroneria della tv, ma mai la stessa genialità della tv.

Il Sunday Times ha fatto un’inchiesta tra le ex pazienti di Ian Paterson, un chirurgo che operava donne malate di cancro al seno e che è in carcere dal 2017, condannato a vent’anni per diciassette imputazioni di lesioni dolose. In corso ci sarebbe un’indagine ulteriore, sulla morte di seicentocinquanta pazienti.

Paterson diceva di aver inventato la cleavage-sparing mastectomy, una mastectomia che permetteva di conservare una scollatura piacente. «Dite così, poi cambiate idea», pare abbia detto a una paziente (poi morta) che gli aveva chiesto di togliere tutto e si era invece risvegliata dall’anestesia con ancora le tette. Ovviamente per farti conservare la scollatura doveva lasciare del tessuto, ovviamente lasciando del tessuto c’era il rischio che il cancro si ripresentasse e metastatizzasse.

Come ha detto uno specialista del settore al quale ho chiesto di spiegarmi come fosse andata, «di cancro si muore», e può accadere che anche dopo un intervento la paziente muoia. Ma se è vero, come dice un documento prodotto nel 2017 da una fondazione legata al servizio sanitario inglese, che a Paterson sono morte 675 pazienti su 1206 mastectomie, ecco, il sospetto (che lo specialista trasforma in certezza) è che non siano esattamente proporzioni normali, in un secolo in cui il cancro al seno è molto curabile.

L’invenzione della mastectomia cosmeticamente accettabile mi ha fatto venire in mente “Malice”, che a ottobre fa trent’anni. Nel film un chirurgo arrogante asportava le ovaie a Nicole Kidman senza una giustificazione clinica. Durante l’udienza, al chirurgo – interpretato da Alec Baldwin – viene rinfacciata una valutazione giovanile in cui il primario aveva scritto ch’egli soffriva d’un certo qual delirio d’onnipotenza. Lo sventurato avvocato domanda, e Alec Baldwin – in uno dei primi tra i molti favolosi monologhi scritti da Aaron Sorkin per personaggi d’ego e di genio – risponde.

«Mi chiedo se abbia una vaga idea di che razza di talento bisogna avere per essere a capo di un’équipe chirurgica. Quando qualcuno entra nella cappella dell’ospedale e s’inginocchia e prega che la figlia non muoia dissanguata, chi crede che stia pregando? Legga la bibbia, e vada in chiesa, e se è fortunato vincerà pure la riffa, ma se sta cercando dio, dio era nella sala operatoria numero due, il 17 novembre, e non gli piace essere contraddetto. Mi chiede se ho un delirio d’onnipotenza? La risposta è: io sono onnipotente».

Leggevo la storia di Paterson e un po’ mi sembrava Alec Baldwin, un po’ no. Perché c’erano sì le accuse di lasciare tessuto canceroso pur di far vedere che lui era così bravo da toglierti il cancro lasciandoti le tette. Ma c’erano anche le accuse contrarie, le pazienti cui aveva fatto fare chemio inutili, o alle quali aveva consigliato l’asportazione di tette che il cancro non ce l’avevano. Insomma: più il pasticcio d’una storia vera che la nitida coerenza narrativa d’una sceneggiatura di Sorkin.

Avrei voluto che questa folle storia avesse quella magnificenza che culmina in monologhi stronzi e perfettissimi, e invece mi sa che è sempre la solita vicenda di baristi che fanno i cappuccini troppo caldi, idraulici che sbagliano a cambiarti i tubi, maestre elementari che t’insegnano a non accentare «sé stesso», avvocati che non preparano le arringhe. Decenni di sceneggiati in cui i medici hanno ogni sorta di difetto caratteriale ma mai sono afflitti da incompetenza professionale, seguiti da qualche anno di pandemia e di conseguente riduzione a santino della figura del professionista della sanità, e quasi ci dimenticavamo che il tasso di cialtronaggine è lo stesso in tutte le professioni. Ci voleva uno che ne ha ammazzate a centinaia nell’arco di due decenni, per ricordarcelo.

Contro i medici 30mila contenziosi ogni anno. Il 99% finisce nel nulla. In un libro i rischi della medicina difensiva: «Secondo un’indagine ministeriale, costa 10 miliardi l’anno». Simona Musco su Il Dubbio il 10 aprile, 2023

A luglio del 2022 Giovanni Buccoliero è morto in corsia. D’infarto, dopo un turno durato 24 ore per coprire le carenze di organico dell’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria. Aveva accumulato più di 170 giorni di ferie non godute, dimostrando una dedizione unica per il suo lavoro. Un amore incondizionato, nonostante da circa otto anni combattesse con un’accusa infamante per chi indossa un camice: omicidio colposo. Buccoliero era infatti sotto processo, per un reato che - si scoprirà solo dopo la sua morte - non aveva mai commesso. E se fosse sopravvissuto allo stress, alla fatica, lo scorso febbraio avrebbe avuto l’occasione di urlarla ad alta voce quell’innocenza che qualcuno aveva negato. Il medico era a processo a Taranto assieme ad altri tre colleghi: secondo l’accusa, i quattro avrebbero causato la morte di un settantacinquenne di Avetrana, deceduto a novembre del 2015. Per i giudici, però, «il fatto non sussiste». Una pronuncia che nei tribunali, quando a processo ci finiscono i medici accusati di aver svolto male il proprio lavoro, non è difficile sentire.

Secondo un dossier Ania - Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici -, sulla responsabilità civile delle strutture sanitarie e dei medici, il numero dei contenziosi è in continua crescita, con circa 30mila casi ogni anno. A fine 2022 erano 3 milioni 829mila i casi pendenti nei tribunali. Numeri altissimi, ma il 99 per cento dei medici sotto inchiesta viene dichiarato innocente al termine delle indagini, senza dover neppure affrontare un processo.

«L'esplosione del contenzioso - ha sottolineato l'ortopedico Lucio Catamo, coordinatore del Convegno dal titolo “Rivendicazione giusta e ingiusta rivendicazione” tenutosi il 29 ottobre scorso nella sede di Medinforma a Bologna - ha costi sociali elevatissimi e distrae risorse economiche dalla vera assistenza. Migliaia di medici in tutta Italia, nel timore di poter essere denunciati, applicano ormai di routine la cosiddetta “medicina difensiva”: sottoporre chiunque a tutti gli accertamenti diagnostici possibili, anche quando sono chiaramente inutili, con l'obiettivo di allontanare il rischio di possibili contenziosi legali per negligenza o superficialità. Ancor più clamoroso è l'abbandono degli ospedali da parte dei medici strutturati, soprattutto nei Pronto Soccorso, e spesso l'abbandono dell'Italia verso Paesi meno riottosi e più generosi economicamente».

Di casi la cronaca ne è zeppa. Il 7 marzo scorso, ad esempio, ad essere assolti sono stati tredici medici di Medicina e Chirurgia d'urgenza dell'ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona, a Salerno, accusati per la morte di un 61enne, deceduto a luglio del 2015. Secondo la denuncia dei familiari, l’uomo non fu sottoposto alle cure più opportune dopo la diagnosi di una colecisti acuta grave. Secondo il giudice monocratico Francesco Rossini, però, Mario Memoli, Stefania Minichiello, Maria De Martino, Luigi Pecoraro, Antonio Battista, Gianluca Orio, Antonio Carrano, Pasquale Smaldone, Antonio Canero, Anna Pollio, Guido De Feo, Marcello Della Corte e Giuseppe De Nicola non avrebbero commesso il fatto. Sei giorni dopo, il 13 marzo, ad essere assolti sono stati altri sei medici imputati di omicidio colposo per la morte di una donna di 65 anni sottoposta a due interventi chirurgici. Il Gup Gelsomina Palmieri ha sancito il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste per medici della casa di cura Sant'Anna di Caserta e dell'ospedale "Fatebenefratelli" di Benevento, accusati per la morte di una donna di Caserta, avvenuta nell'ottobre del 2017 nell'ospedale beneventano.

Stando ai dati del 2019, le denunce vengono presentate principalmente al Sud e nelle isole (44,5 per cento). Al Nord la percentuale scende al 32,2 per cento mentre al Centro si ferma al 23,2 per cento. Dati che impensieriscono i medici: il 78,2 per cento di loro ritiene di correre un maggiore rischio di procedimenti rispetto al passato, il 68,9 per cento pensa di avere treprobabilità su 10 di subirne; il 65,4 per cento avverte una pressione indebita nella pratica quotidiana. Proprio per tale motivo ad esultare, di fronte alla proposta di depenalizzazione avanzata nei giorni scorsi dal ministro della Salute, è il sindacato dei medici. «Si tratta di un intervento che chiediamo da tempo e che reputiamo essenziale per ridare maggiore serenità ai medici e per ridurre il ricorso alla medicina difensiva - ha affermato Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed -. Solo in Italia, in Polonia e in Messico l’errore medico rischia di essere sanzionato penalmente. Ora lavorare rapidamente al provvedimento in modo da superare tale singolarità».

A scrivere un libro sull’argomento era stato Pietro Bagnoli, chirurgo oncologo dell’apparato digerente, che ha raccontato la sua storia nel volume “Reato di cura” (Sperling & Kupfer), del 2016. Bagnoli nel 2009 finì sotto processo insieme alla sua équipe, altri due chirurghi e un radiologo, per la morte di una ragazza. I genitori fecero causa e i medici furono rinviati a giudizio, poi assolti in primo grado e in appello «perché il fatto non sussiste». Una storia giudiziaria lunga quasi quattro anni, che oltre a rappresentare il racconto di accuse naufragate nel nulla evidenzia anche la deriva della sanità italiana.

La medicina difensiva, infatti, «secondo un’indagine ministeriale, costa all’Italia 10 miliardi l’anno», scrive Bagnoli. C’è quella di tipo attivo, con il medico prescrive esami «che servono, più che a saperne di più sul paziente, ad accumulare referti per contestare un’eventuale contestazione. Pezze d’appoggio, insomma. Che chiaramente fanno crescere la spesa sanitaria e i tempi d’attesa per gli altri pazienti». E poi c’è quella “passiva”: «Il medico è portato a evitare atti terapeutici impegnativi e rischiosi. Perché se vanno bene, nessuno ti dice grazie. Se vanno male, ti portano dritto in tribunale». Una autocensura preventiva, insomma, per evitare conseguenze. La soluzione, secondo Bagnoli, è passare a una medicina «basata sull’evidenza» che esca dall’autoreferenzialità dell’appartenenza alle «scuole».

Estratto dell’articolo di Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 9 aprile 2023.

«A breve sarà varato il fascicolo sanitario elettronico. Sarà descritta la storia clinica di ogni cittadino. In questo modo, con i dati digitalizzati, miglioreranno le cure perché ovunque andrà a chiedere assistenza, in qualsiasi struttura sanitaria, il medico potrà conoscere subito la sua situazione pregressa».

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, punta a una ripartenza della sanità, dopo la drammatica paralisi del Covid («In autunno nuova campagna vaccinale ma solo per anziani e fragili e su base volontaria»). E assicura: «Perché la sanità torni a essere un fiore all'occhiello del nostro Paese siamo pronti a sbloccare il provvedimento che aggiorna le tariffe in attuazione dei nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza)». Quelle prestazioni che il Servizio sanitario deve fornire ai cittadini («Sono ferme da sei anni»).

 Ministro, partiamo dalla piaga dei pronto soccorso affollati e delle lunghissime liste di attesa per esami e prestazioni. Si punta molto sulla realizzazione delle case di comunità, grazie ai fondi del Pnrr. Ma c'è ancora un punto dolente: il ruolo dei medici di famiglia, sempre più distanti dai cittadini.

«[…] Il carico di adempimenti burocratici per i medici di medicina generale sarà diminuito. Senza questo fardello, avranno più tempo da dedicare ai loro pazienti. […]  stiamo lavorando a un provvedimento legislativo che presto sarà pronto e che riguarderà anche il ruolo cruciale delle farmacie. Con i medici di medicina generale stiamo anche trovando delle formule grazie alle quali i medici più giovani, i neo assunti, possano collaborare con le case di comunità. Sulle case di comunità sono fiducioso che si possano realizzare tutte quelle previste dal Pnrr. Lo ricordo, sono 1.350. […]».

[…] Lei ha annunciato la depenalizzazione degli errori medici, ad esclusione del dolo, per limitare la cosiddetta medicina difensiva: si prescrivono molti esami perché in caso di denuncia si può dimostrare di avere fatto tutto il possibile. Questo però non rischia di alimentare la sfiducia dei cittadini che penseranno: "Per il medico non vale più il principio del chi sbaglia paga"?

«[…] Dai dati che abbiamo gran parte delle cause giudiziarie contro i medici finiscono in un nulla di fatto, nell'assoluzione. Per questo va depenalizzato il reato. E poi la medicina difensiva è un male. Porta i medici a prescrivere troppi esami, ingolfa le strutture, aumenta le liste di attesa. E le dico da medico: confonde anche il medico curante che da tanti, troppi, accertamenti deve trarre le conclusioni. Bisogna prescrivere a ciascuno solo gli esami di cui il paziente ha realmente il bisogno».

 […] Siamo vicini alla soluzione sulle tariffe dei Lea?

«Sì, manca poco, diciamo che per fine mese possiamo arrivare a una conclusione. Da più di sei anni mancano i nuovi Lea che rappresentano davvero il simbolo dell'universalità del sistema sanitario nazionale, la possibilità di accedere a cure adeguate indipendentemente dal luogo dove si abita. […]».

 Le case di comunità rappresenteranno un livello intermedio di assistenza sanitaria che consentirà, tra l'altro, ai cittadini di parlare con un medico o sottoporsi ad esami senza per forza mettersi in fila in pronto soccorso. Quando saranno pronte?

«Il piano ha varie tappe da completare, comunque, entro il 2026. […]».

 A che punto è il fascicolo sanitario elettronico che ad oggi è utilizzato solo parzialmente?

«Siamo alla fase conclusiva dell'iter, Sogei è già pronta con la piattaforma che ci consentirà di avere una sanità più moderna. Se mi visita un medico in un qualsiasi pronto soccorso, immediatamente, consultando il fascicolo elettronica, avrà chiara la mia storia clinica».

 Ad oggi però liste di attesa e i pronto soccorso affollati sono ancora una condanna quotidiana.

«Sui pronto soccorso siamo intervenuti portando dei benefici a medici e operatori sanitari dell'emergenza e rendendo dunque più appetibile lavorarci. Il sovraffollamento trova una forte causa nel fatto che molti dei pazienti potrebbero trovare una risposta in altri luoghi. […] Per questo dico che rafforzando la medicina territoriale, rafforzando la rete dei medici di famiglia e delle farmacie, rafforzando la telemedicina, una parte dei pazienti potrà trovare l'attenzione che cercano in luoghi alternativi al pronto soccorso. […]».

[…] Ecdc (l'agenzia Ue per la medicina) consiglia nuove vaccinazioni anti Covid in autunno. Vi state organizzando?

«Faremo una campagna di sensibilizzazione volta a invitare soprattutto le persone anziane, over 65, e i fragili a vaccinarsi per il Covid, così come viene fatto ogni anno anche per l'influenza. […]».

Estratto dell’articolo di Graziella Melina per “il Messaggero” il 9 aprile 2023.

[…] La carenza di medici e di macchinari, i turni sempre più massacranti e le continue richieste di prestazioni, aumentano ovunque il rischio di una diagnosi sbagliata o di una cura non corretta. E così alla fine per i camici bianchi il timore di commettere errori rende la giornata ancora più pesante. «Ogni anno ci sono circa 35mila denunce, quasi 100 al giorno - spiega Guido Quici, presidente del sindacato dei medici della Cimo Fesmed Ormai viviamo senza la dovuta serenità».

[…] solo in Polonia, in Messico e in Italia per gli errori sanitari si può rischiare un processo penale. «Oggi il medico è sottoposto a tre tipi di tribunali, paralleli e convergenti precisa Di Silverio : civile, penale e del'ordine. Se il medico risulta innocente per uno di questi tre tribunali, non è detto che si interrompa l'azione negli altri due. Ma se viene reputato colpevole è colpevole per gli altri due». E anche se alla fine il 97% delle denunce si conclude con un nulla di fatto, per evitare comunque possibili errori e richieste di risarcimento insostenibili, spesso negli ospedali si fa ricorso ad accertamenti eccessivi sui pazienti rispetto al fabbisogno reale.

«La cosiddetta medicina difensiva - ribadisce Quici - costa al servizio sanitario circa 11miliardi di euro; oltre il 90% dei medici la applica per evitare contenziosi penali». E a pagarne le conseguenze sono poi i pazienti in lista di attesa. […] provoca un sovratrattamento e sovradiagnosi per patologie che potrebbero essere diagnosticate con esami di primo livello; con una ricaduta sui tempi del Pronto soccorso, ma anche delle liste di attesa». […]

Omissioni.

Ecco quando è omissione di atti d’ufficio se un medico di guardia rifiuta la visita domiciliare. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Febbraio 2023.

Nel caso esaminato dai togati della Suprema Corte, un medico di guardia non si era recato a casa della paziente, né aveva effettuato un consulto telefonico. Si trattava di una anziana paziente , come è stata accertato nel processo, le cui condizioni di salute rendevano necessaria la visita domiciliare, e sulla colpevolezza del sanitario

Con la propria recente sentenza n. 44057/2022, la Corte di Cassazione, ha stabilito che il medico di guardia che non si rechi ad effettuare la visita al domicilio del paziente, commette il reato di omissione di atti d’ufficio, previsto e punito dall’art. 328 del codice penale. La Suprema Corte, nel confermare che la visita domiciliare resta opzionale e non è, quindi, un obbligo per il medico di guardia, stabilisce che il sanitario di continuità assistenziale, invece, ha il dovere di valutare, caso per caso, l’opportunità di recarsi presso il domicilio del paziente per una visita o, comunque, prestare un consulto telefonico.

Nel caso esaminato dai togati della Suprema Corte, un medico di guardia non si era recato a casa della paziente, né aveva effettuato un consulto telefonico. Si trattava di una anziana paziente , come è stata accertato nel processo, le cui condizioni di salute rendevano necessaria la visita domiciliare, e sulla colpevolezza del sanitario, a nulla ha rilevato il fatto che un altro medico, successivamente recatosi al capezzale dell’inferma, l’avesse classificata quale “codice bianco”, quindi non in pericolo di vita, né in condizioni da lasciar prevedere una rapida evoluzione peggiorativa del suo quadro clinico.

L’omissione d’atti d’ufficio

La condotta del medico di guardia è stata giudicata penalmente rilevante in quanto integrante il reato di omissione d’atti di’ufficio in quanto connotata dalla manifesta indisponibilità anche a fornire un consulto telefonico . Sul punto la Corte di Cassazione ha richiamato l’art. 13, comma 3, dell’accordo collettivo nazionale per la regolamentazione dei rapporti con i medici addetti al servizio di guardia medica ed emergenza territoriale, reso esecutivo ai sensi dell’art. 48 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, il quale postula un apparente automatismo, stabilendo che il medico di continuità assistenziale è tenuto ad effettuare, al più presto, tutti gli interventi che siano chiesti direttamente dall’utente entro la fine del turno al quale è preposto e non può prescindere dalla conoscenza del quadro clinico del paziente, acquisita attraverso la richiesta di indicazioni precise in ordine all’entità della patologia dichiarata.

L’unica opzione possibile

Nell’inquadramento normativo della questione, altre fonti normative, precisano, come d’altronde appare logico, che il medico deve valutare, sotto la propria responsabilità, l’opportunità: 1) di fornire un consiglio telefonico, 2) recarsi al domicilio per una visita, 3) invitare l’assistito in ambulatorio. Nel caso di specie dunque – continua la Corte nella propria decisione – tre erano le opzioni che l’imputato poteva scegliere: considerato che la terza possibilità era fuori discussione a causa dell’età e delle condizioni della paziente – la signora per la quale era stato richiesto l’intervento era molto anziana, aveva riportato una frattura alle costole e non era, dunque, nelle condizioni di recarsi ad una visita ambulatoriale – e non si poteva ritenere valida l’alternativa di chiedere l’intervento di un’ambulanza, né, se la situazione fosse rimasta stazionaria, quella di rivolgersi, il giorno dopo, al medico di base, l’imputato avrebbe dovuto recarsi al domicilio dell’ammalata. 

L’unica opzione era, quindi, la visita domiciliare, in relazione alla cui mancata esecuzione l’imputato, durante il processo, non ha addotto – tantomeno documentato – alcun impedimento. La difesa del medico ha eccepito la mancanza del requisito dell’urgenza, insito nella necessità che l’atto vada compiuto senza ritardo, e l’assenza del dolo.

Il potere di sindacare la valutazione del medico

A fronte di tali argomentazioni, la Cassazione ha ricordato che, sebbene la giurisprudenza di legittimità riconosca pacificamente la connotazione discrezionale della valutazione del medico, tuttavia, riserva al giudice il potere di sindacarla quando emergano elementi che evidenzino l’evidente erroneità di quest’ultima, potere che, nel caso in esame, è stato esercitato dai giudici laddove hanno accertato che il quadro clinico descritto dall’utente avrebbe imposto di recarsi immediatamente al domicilio della malata, affetta da difficoltà respiratorie in un contesto di età avanzata e frattura alle costole. 

L’omissione di atti d’ufficio è un reato di pericolo e, sulla base della ricostruzione del fatto operata dai giudici, tale pericolo (nel caso di specie, per la salute dell’assistito) sussisteva al momento della realizzazione della condotta omissiva, a nulla rilevando la sua successiva neutralizzazione ad opera di un terzo (nel caso di specie, il secondo medico contattato).

L’elemento soggettivo del dolo

Né può ritenersi fondato l’ulteriore elemento sostenuto dalla difesa relativo al difetto del necessario elemento soggettivo del dolo, in quanto l’imputato non si sarebbe rappresentato la necessità di compiere l’atto dovuto senza ritardo, non avendo ritenuto critica ed urgente la condizione clinica della donna. In base alla ricostruzione operata dai giudici, l’indifferibilità dell’atto dell’ufficio era ragionevolmente ipotizzabile già al momento della telefonata, alla luce delle circostanze del fatto (quali le condizioni e l’età della donna, nonché la tipologia di sintomi riferita dal figlio), con la conseguenza che il soggetto agente non poteva non essersela rappresentata. Né può incidere sull’elemento soggettivo, elidendolo, la circostanza che, sempre sulla base della ricostruzione fattuale dei giudici, il pericolo fosse venuto meno, per effetto del successivo intervento, in chiave terapeutica, di un secondo medico di continuità assistenziale.

La sentenza di condanna

La Cassazione, quindi, nel confermare della condanna del medico per omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.) ha ribadito i seguenti principi di diritto: – la violazione dell’interesse tutelato dall’art. 328 c.p. ricorre ogni qual volta venga denegato un atto non ritardabile alla luce delle esigenze prese in considerazione e protette dall’ordinamento, prescindendosi dal concreto esito della omissione, atteso che l’omissione di atti di ufficio ha natura di reato di pericolo (Cassazione, Sez. VI, sentenza n. 21631, 4 maggio 2017); – ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo del delitto di omissioni di atti d’ufficio (dolo) è necessario che il pubblico ufficiale abbia consapevolezza del proprio contegno omissivo, dovendo egli rappresentarsi e volere la realizzazione di un evento “contra ius”, senza che il diniego di adempimento trovi alcuna plausibile giustificazione (Cassazione, Sez. VI, sentenza n. 36674, 10 settembre 2015); – l’esercizio del potere-dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare è pienamente sindacabile dal giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti nel processo (Cassazione, Sez. VI, sentenza n. 43123, 20 settembre 2017; Cassazione, Sez. VI, sentenza n. 23817, 30 ottobre 2012).

di Antonio Serpetti di Querciara, avvocato a Milano ed autore Giuffrè –Francis – Lefebvre

Redazione CdG 1947

Carenza.

Estratto dell’articolo di Marzio Bartoloni per “Il Sole 24 Ore” martedì 17 ottobre 2023.

Un esodo biblico di quasi 40mila camici bianchi da qui al 2025 che rischia di mettere in ginocchio definitivamente la Sanità pubblica già uscita malconcia dopo la pandemia. È quello che aspetta il nostro Servizio sanitario nazionale che vedrà una uscita massiccia per pensionamenti dei propri medici dipendenti entro i prossimi due anni: da quelli ospedalieri ai dottori di famiglia, da quelli che lavorano negli ambulatori fino alle guardie mediche.

E sì perché la cosiddetta gobba pensionistica - il picco cioè di uscite per anzianità (67 anni è la media) - per tutte queste categorie di camici bianchi tocca i livelli massimi nel 2023, nel 2024 e l’anno successivo - quando si registreranno rispettivamente 12763 uscite, 12748 e 13156 - con qualche pesante ricaduta anche nel 2026 (12801 pensionamenti), poi il trend degli addii comincia a scendere per tornare ai livelli più fisiologici del 2020 soltanto nel 2030.

Del resto quella dei medici, a causa di un turn over con il contagocce e una programmazione sbagliata dei posti a Medicina e nelle specializzazioni, è una delle categorie con l’età più avanzata nella Pubblica amministrazione visto che quasi la metà dei nostri dottori in servizio in ospedale e negli studi ormai ha più di 60 anni: in particolare è over 60 il 45% degli ospedalieri e il 52% di pediatri e medici di famiglia. 

E proprio tra quest’ultimi c’è la situazione più critica: si sono già ridotti a 39.270 quando erano 42.428 nel 2019 (in pratica 0.69 per mille abitanti ) e ora per questa categoria (compresi i pediatri) sono previsti 4.747 pensionamenti nel 2023con l'apice della gobba pensionistica nel 2024 con 4.924 ritiri per poi scendere a 4822 uscite nel 2025. Insomma ogni anno va in pensione più del 10% dei medici di famiglia. 

[…]

Entro il 2025, facendo la somma complessiva perderemo in tutto 14.493 medici di medicina generale e pediatri di libera scelta; 3.674 specialisti ambulatoriali e 20.500 dirigenti medici per un totale di 38.667 camici bianchi. Insomma una vera e propria emorragia di dottori nel Ssn che non tiene nemmeno conto del fenomeno delle dimissioni volontarie - si stimano almeno 3mila medici che ogni anno si licenziano o chiedono il prepensionamento - per andare a lavorare nel privato o addirittura all’estero dove si aggiungono nuove ambite mete come i Paesi arabi dove i dottori vengono pagati a peso d’oro. 

A mettere in fila tutti i numeri sui nostri camici bianchi è un ampio rapporto del centro studi del Sumai Assoprof (il sindacato dei medici specialistici ambulatoriali) presentato nei giorni scorsi in occasione del congresso a Roma e realizzato sui database di Ordine, Enpam, Sisac, Aran, Istat, Corte dei conti e ministero della Salute.

Numeri davvero preoccupanti che fanno dire al segretario Sumai Antonio Magi che «se non ci saranno subito investimenti seri e decisivi sul personale sanitario, la Sanità pubblica Italiana che conosciamo oggi, anche se in crisi, dal 2025 rischia di saltare realmente». Un rischio concreto anche perché l’aumento dei nuovi laureati in Medicina e soprattutto degli specializzandi (dal 2021 sono state aumentate di molto le borse che ora viaggiano sulle 14mila l’anno) si vedranno dal 2026 in poi. […]

Estratto dell’articolo di Lavinia Lundari Perini per “la Repubblica” l'1 agosto 2023.

Pochi minuti prima dell’ora fatidica, le 20 di venerdì, si è presentato nella piazzetta davanti al suo ambulatorio: cappellino, divisa e mazza da baseball. E mentre un suo paziente improvvisava le note di “Se telefonando”, lui ha dato «quattro colpi mortali a un ordigno infernale che ha condizionato i miei ultimi anni da medico»: un telefono, filo e cornetta. 

Il dottor Ugo Gaiani, 66 anni, ha scelto questo gesto plateale per uscire di scena, per chiudere 33 anni di onorata carriera da medico di famiglia a Guastalla, nella Bassa reggiana, dopo la gavetta come guardia medica in Appennino. Fra gli applausi di decine di amici e pazienti, ma raccogliendo anche qualche malumore per un gesto considerato da alcuni «violento e diseducativo». «Se sono pentito? Niente affatto. È qualcosa che ho fatto per me stesso». 

Gaiani, perché ne ha sentito il bisogno?

«Perché negli ultimi anni il telefono ha squillato in continuazione, dalle 8 di mattina alle 8 di sera. All’inizio per scherzo dicevo fra me e me: l’ultimo giorno prendo una mazza da baseball e lo sfascio. Poi mi sono deciso a farlo davvero: ho comprato il materiale su Amazon, ho scelto simbolicamente l’ora e il giorno in cui si conclude la reperibilità del medico di famiglia. Con questa cerimonia catartica ho salutato amici, colleghi e pazienti». 

Quand’è che il telefono è diventato suo nemico?

«Durante le prime fasi della pandemia le persone erano sconvolte, impaurite. Chiamavano noi medici di famiglia, come era normale che fosse. Centinaia di squilli al giorno. Io e i colleghi ci dicevamo: siamo in prima linea, prima o poi finirà. Ma poi la gente ha capito che il proprio medico c’era e rispondeva sempre, e le chiamate sono continuate anche dopo l’emergenza». […] 

Pazienti poco pazienti, dunque?

«Aggressivi no, ma senz’altro più insofferenti e preoccupati. Più spaventati. Basta fare i conti: una settantina di chiamate, 5 minuti l’una, e se ne vanno 6 ore, mezza giornata. Nelle altre sei ore devi incastrare tutto: l’ambulatorio, le visite domiciliari. Sono arrivato a 16 ore di lavoro al giorno per fare tutto». 

Potesse tornare indietro, rifarebbe il medico?

«Sicuramente. È la professione più bella del mondo. Ti chiami medico di famiglia e in fondo ne fai parte, vedi le persone diventare grandi, segui i il travaglio di chi per anni cerca un figlio e alla fine ti chiama e ti dice: oggi è nata la mia bimba. Questo è davvero un lavoro bellissimo, difficile e complicato, che richiede un sacco di tempo. Il mio non è stato un gesto contro i miei pazienti ma per dimostrare che questo mestiere è diventato una follia».

[…] 

Il suo camice è ora appeso al chiodo?

«Un medico di famiglia il camice non se lo mette quasi mai. Crea una barriera. Ora sono in ferie, ma non smetterò di lavorare: chiudo con la medicina di famiglia e proseguirò nell’ambito delle cure palliative, dove farò solo il dottore e basta».

Estratto dell'articolo di Mauro Evangelisti per “Il Messaggero” l'8 maggio 2023.

Ogni giorno dieci medici si licenziano dagli ospedali italiani.

Chi può va all'estero, altri preferiscono il settore privato, c'è perfino chi fa il concorso per medico di base perché così ritiene di avere una vita più tranquilla. E poi ci sono i "gettonisti": coloro che vanno a lavorare per cooperative a cui si rivolgono le aziende sanitarie per colmare le lacune degli organici. 

Solo che un medico "gettonista" guadagna 110 euro all'ora, lavorando meno incassa molto di più di quando era in reparto come dipendente. I numeri sono stati raccolti da Anaao Assomed, l'associazione dei medici dirigenti. 

[…]

I numeri consolidati dimostrano che "la grande fuga", che in realtà è un fenomeno che riguarda anche altri settori e non solo in Italia, negli ospedali ha caratteristiche molto più marcate. Tra il 2019 e il 2021, 21mila medici hanno lasciato gli ospedali italiani. Quel dato elaborato da Anaao Assomed includeva 12.645 pensionamenti, compresi quelli anticipati. Lo studio però faceva notare che in 8mila se ne erano andati per scelta, si erano licenziati, soprattutto nelle strutture sanitarie di regioni del Sud, come Calabria, Sicilia e Liguria, ma anche nel Lazio, in Lombardia e in Liguria. 

[…]

 Al fenomeno poco virtuoso dei "gettonisti" il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha promesso che sarà dato un freno: «Possibile che dovessi arrivare io per accorgermi che questo tipo di gestione degli ospedali è inaccettabile?». Schillaci ha deciso di porre un limite al numero di affidamenti e comunque prima di ricorrere a incarichi esterni bisogna verificare la disponibilità del personale interno. Ci sarà inoltre molta più attenzione nei controlli del possesso dei requisiti professionali dei "gettonisti". Raccontano al Ministero della Salute: quando abbiamo disposto ispezioni da parte dei Nas, sono emersi casi di medici a gettone mandati in reparti per i quali non avevano qualifica necessaria.

Ricapitolando: la "grande fuga" dagli ospedali italiani è stata aggravata dallo stress causato dagli anni difficili del Covid, ma è causata anche da salari ritenuti bassi (su questo il Ministero sta intervenendo per chi è impiegato nei pronto soccorso); dalle «carenze degli organici che costringono a turni massacranti» dice Di Silverio; dalla tentazione rappresentata da stipendi più ricchi nel settore privato e del lavoro da "gettonista". 

C'è poi una serie di concause. La prima: la frequenza di aggressioni subite, soprattutto per chi lavora in prima linea. «E non dimentichiamo le continue cause giudiziarie di chi ritiene di avere subìto un torto in ospedale, che quasi sempre terminano in archiviazione perché sono ingiustificate, ma comunque alimentano lo stress tra i medici» osserva il leader di Anaao Assomed. […]

Estratto dell'articolo di Mauro Evangelisti per “Il Messaggero” l'8 maggio 2023.

La pandemia ha dato il colpo di grazia, ma la situazione era già drammatica prima. Tra medici e infermieri degli ospedali stanno crescendo stanchezza, scoraggiamento, stress, nervosismo. Un camice bianco su due è affetto dalla sindrome da burnout, che significa esaurimento psico-fisico delle forze e perdita di lucidità. Questo ha un effetto inevitabile anche sull'assistenza ai pazienti, perché un medico o un infermiere in crisi, inevitabilmente, commette più errori. Secondo uno studio commissionato da Fadoi sono almeno centomila all'anno.

[…] «Il quadro è devastante - spiegano a Fadoi -. I camici bianchi sono depressi, stressati e in perenne carenza di sonno per orari di lavoro che vanno ben oltre il lecito, impossibili da gestire. Il tutto aggravato da mancanza di riconoscimento del valore di quanto con competenza professionale si fa, un numero di pazienti per medici e posti letto che rende quasi impossibile instaurare un rapporto empatico con i pazienti e la burocrazia che rende tutto ancora più difficile.

C'è questo e di più in quello che in gergo tecnico si definisce "sindrome da burnout", quell'insieme di sintomi determinati da uno stato di stress permanente con il quale devono vivere il proprio lavoro il 52 per cento dei medici e il 45 per cento degli infermieri che prestano la loro opera nei reparti ospedalieri di medicina interna». In altri termini ci sono 56mila medici e 125.500 infermieri che si trovano in corsia pur affrontando la sindrome da burnout. Ma dal punto di vista del paziente questo cosa significa? Inevitabilmente si alza la percentuale degli errori medici.

Fadoi ha incrociato i numeri con gli studi realizzati da Johns Hopkins University School of Medicine e dalla Mayo Clinic del Minnesota, arrivando a concludere che quasi 100mila errori medici in corsia sono determinati da questa situazione di disagio di medici e infermieri. E come ci siamo arrivati? 

Spiega Dario Manfellotto, presidente della Fondazione Fadoi, del Dipartimento Medicina interna dell'Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina Gemelli di Roma: «Vent'anni fa non avremmo avuto questi dati. Contano tre variabili. La prima: l'invecchiamento del personale medico e infermieristico, provato da tanti anni di professione. Aggiungiamo i tre anni del Covid, che sono stati devastanti. Dal punto di vista emotivo, organizzativo e personale quell'esperienza ha inciso in modo drammatico: si è lavorato senza soluzione di continuità, prendendosi dei rischi, trascurando le famiglie. Infine, oggi il sistema sanitario è diverso da quello di vent'anni fa. Prima avevamo pazienti con un carico sanitario minore, oggi spesso hai ricoverati che necessitano di un'assistenza continua».

[…] Dalla ricerca emerge che l'84 per cento dei camici bianchi crede di influenzare positivamente la vita delle altre persone con il proprio lavoro e nel 73 per cento dei casi si sente "rallegrata dopo aver lavorato con i propri pazienti". Sarebbe importante anche liberare i camici bianchi da un pesante fardello di procedure burocratiche». 

Altra zona oscura, l'aumento delle aggressioni ai danni di medici e infermieri, specialmente di chi lavora nei pronto soccorso (quattro episodi ogni giorno, secondo gli ultimi dati), mentre si è ormai affievolito il ruolo del filtro dei medici di base. Osserva Francesco Dentali, presidente di Fadoi: [...] «L'influenza del burnout sulle malattie professionali è un fatto oramai acclarato dalla letteratura scientifica. Il rischio di infarto del miocardio e di altri eventi avversi coronarici è infatti circa due volte e mezzo superiore in chi è in burnout, mentre le minacce di aborto vanno dal 20 per cento quando l'orario di lavoro non supera le 40 ore settimanali salendo via via al 35 per cento quando si arriva a farne 70» […]

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per “la Stampa” il 15 marzo 2023.

Forse nemmeno il dottor Terzilli, alias Alberto Sordi, avrebbe potuto fare più in fretta: 9 minuti per una visita, la maggior parte dei quali trascorsi a riempire moduli sul computer dopo aver dedicato appena una manciata di secondi all'ascolto del paziente.

 Se vogliamo un esempio lampante di come carenza di personale, condizioni di lavoro stressanti e tecnicizzazione portata all'estremo abbiano finito per disumanizzare la medicina, basta spulciare la ricerca dell'Università di Cambridge sulla durata media di una visita, condotta in 18 Paesi tra in quali l'Italia. Perché in 9 minuti non si può creare una relazione, tantomeno empatia tra medico e paziente. Tanto più se già dopo 20 secondi si viene interrotti dalle domande del medico.

Che passa due terzi del tempo incollato a un pc a compilare moduli e ricette. O a scrivere su Whatsapp, visto che secondo una ricerca dell'Ordine dei medici di Firenze il 47,6% lo usa per dispensare ricette e consigli medici.

 Eppure svariate ricerche internazionali narrano che già quella relazione tra curante e curato è una terapia, in grado di ridurre fino a 4 volte il rischio di ricovero e di aumentare del 30% la possibilità di tenere sotto controllo patologie come la colesterolemia, il diabete o quelle cardiovascolari. I dati sulla durata media delle visite sono del 2015, ma non è che da allora le cose siano migliorate, anzi.

Perché in questi ultimi anni il personale è ancora diminuito, tanto che, secondo il recente Rapporto Crea, di dottori ne mancano 30 mila, di infermieri addirittura 250 mila. Vuoti in organico che sono diventati via via una voragine per effetto di una politica scellerata, che continua ad imporre un tetto assurdo alla spesa del personale, ferma al livello del 2004 e diminuita per di più dell'1,4%.

Così, per aggirare l'ostacolo, Asl e ospedali ricorrono sempre più spesso ai medici a gettone, che finiscono nella voce di spesa per beni e servizi, che non ha tetti da rispettare, tant'è che come mostra la Relazione sullo stato sanitario del Paese appena presentata dal ministero della Salute, per la prima volta - spinta dai gettonisti - ha superato quella per il personale.

Peccato però che i medici in affitto non sappiano nulla dei pazienti, che vedono una volta prima di rispondere alla chiamata di un altro ospedale. E a farvi ricorso sono sempre più strutture, tant'è che solo in Lombardia coprono oramai sui 45 mila turni l'anno e in Veneto 42 mila. […]

Quanti medici ci sono nella tua città? Il database dell'emergenza sanitaria. Pediatri per i minori, ginecologi per le donne, cardiologi ospedalieri e medici di base: sono sempre meno e devono occuparsi di un numero crescente di pazienti. Ma la situazione cambia da città a città. Scopri come si classifica la tua provincia nei dati elaborati da Cittadinanzattiva. Mauro Munafò e Gloria Riva su L’Espresso l’8 Febbraio 2023.

Grazie al database elaborato da Cittadinanzattiva – Il tribunale per i diritti del malato, l'Espresso offre la possibilità a tutti i cittadini di sapere con esattezza quanti medici, pediatri, cardiologi e ginecologi lavorano nella propria provincia e regione.

Il record negativo è quello di Asti, con pediatra ogni 1.813 bambini, contro una media nazionale di mille pazienti e una normativa che prevede un medico ogni 800 bambini. Non sorride neppure Bergamo, con un medico di base ogni 1.517 pazienti a Bergamo, mentre a Caltanissetta il ginecologo è introvabile: uno ogni 40.565 donne, mentre a Roma ce n'è uno ogni 2.292 pazienti. C'è un cardiologo ogni 224.706 abitanti a Bolzano, mentre a Pisa ce n'è uno ogni 3.157 pazienti.

Il database di Cittadinanzattiva è stato realizzato grazie al progetto europeo Ahead, Action for Health and Equity, sulla base dei numeri forniti dal Ministero della Sanità e racconta che la crisi dei medici è drammatica, ma non ovunque allo stesso modo.

Sorpresa: il Nord sta peggio del Sud per carenza di medici. Ecco le città in cui è più difficile curarsi. Gloria Riva su La Repubblica il 19 Gennaio 2023.

Il report sulla desertificazione sanitaria di Cittadinanzattiva, l’associazione per i diritti del malato, mostra le città in cui è più complicato ricevere cure. Le peggiori? Bolzano, Asti e Caltanissetta

Cos'hanno in comune Asti e Caltanissetta sul fronte sanitario? La desertificazione sanitaria, ovvero la difficoltà ad accedere alle cure perché manca il personale, perché i tempi d'attesa sono infinitamente troppo lunghi o perché l'ambulatorio è troppo distante. In provincia di Asti ci sono 1813 bambini per ogni pediatra - contro una media nazionale di circa mille pazienti e una normativa che prevede un medico ogni 800 under quindici anni – mentre nel territorio di Caltanissetta c'è un ginecologo ogni 40.565 donne, con una media italiana di uno a 4.132. Questo a riprova del fatto che le difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale non risiedono solo nel Sud Italia, ma coinvolgono l'intero territorio nazionale.

Di più, come racconta il report “Bisogni di salute nelle are interne, tra desertificazione sanitaria e Pnrr” reso pubblico il 19 gennaio, da Cittadinanzattiva, associazione che si occupa della tutela dei diritti del cittadino, «il sovraffollamento negli studi dei medici di base e dei pediatri è evidente soprattutto nel Nord del paese», si legge nel documento ricevuto in anteprima dall’Espresso. Infatti, tenendo presente le 39 province dove gli squilibri, tra numero di medici e cittadini, sono più marcati, primeggiano la Lombardia – e in particolare Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Lodi e Milano – e il Piemonte con Alessandria, Asti, Cuneo, Novara, Torino e Vercelli in tesa alla classifica. Segue al terzo posto il Friuli Venezia Giulia e poi viene la Calabria, il Veneto, la Liguria, l'Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Lazio.

Attenzione però, la situazione non è drammatica ovunque. Esistono luoghi in cui curarsi è possibile e garantito dal Servizio Sanitario Nazionale. Facciamo un paio di esempi: sul fronte della ginecologia, Caltanissetta registra un medico specialista ogni 40.565 donne, mentre a Roma i ginecologi sono uno ogni 2.292 pazienti. Significa che la situazione nella provincia siciliana è 17 volte peggiore rispetto al capoluogo, il che implica una forte disuguaglianza fra cittadini per nulla uguali di fronte al diritto alla salute. E ancora: a Bolzano c'è un cardiologo ospedaliero ogni 224.706 abitanti (dove la media è di un cardiologo ogni 6.741 abitanti), mentre il dato migliore è quello di Pisa: uno ogni 3.147 abitanti: «La situazione di Bolzano è 71 volte peggiore rispetto a chi vive in provincia di Pisa», puntualizza Anna Lisa Mandolino, segretaria generale di Cittadinanziattiva che continua: «Raccogliere questi dati è stato tutt'altro che semplice. La verità che mancano dati certi, aggiornati e facilmente reperibili sulla carenza di personale sanitario e questo non agevola la programmazione degli interventi e la destinazione delle risorse. Per essere chiari, le risorse del Pnrr, che si concentrano sulle infrastrutture – case e ospedali di comunità in primis –, avranno senso ed efficacia solo se ci sarà un adeguato investimento anche sul personale». Altrimenti chi andrà a lavorare in quelle strutture se, in quelle già esistenti, manca il personale?

Non solo. Per quanto riguarda la dislocazione dei fondi del Pnrr destinati alla sanità, che equivalgono a circa 20 miliardi, di cui la maggior parte spesi per nuovi ospedali e case di comunità, Cittadinanzattiva ha analizzato quante di queste future realtà saranno realizzate per arginare la desertificazione sanitaria intesa come mancanza di strutture, ambulatori e punti di cura nelle aree interne. Il risultato dell'indagine è tutt'altro che roseo: su 1.431 Case della Comunità si prevede che 508 saranno costruite nelle aree interne, ovvero in una delle 39 province dove la carenza di personale sanitario e di ambulatori e ospedali è più marcato, ma nello specifico ci saranno cinque milioni di italiani che vivono nelle aree periferiche e ultraperiferiche che resteranno quasi sguarniti di qualsiasi presidio sanitario.

Detto altrimenti, il Pnrr ha pensato poco alle zone più scollegate e remote, dove sono previste appena il 16 per cento delle case di comunità, che dovrebbero accogliere gruppi di medici di base e infermieri per creare una solida rete di attenzione al territorio, e soltanto il 17 per cento degli Ospedali di comunità, dedicati alle cure a lungo termine per una funzione intermedia tra la cura della malattia acuta (da affrontare nell'ospedale locale) e il domicilio.

La situazione peggiore, ancora una volta, non si riscontra al Sud, ma nel Nord: dice il report di Cittadinanzattiva che in 13 comuni delle valli periferiche della Valle d'Aosta e in altri 36 comuni dell'entroterra ligure non è stata pensata e programmata la realizzazione di alcun tipo di servizio territoriale da parte del Pnrr. In totale, per ben 654.883 italiani che vivono in aree interne periferiche ed ultra periferiche di 7 regioni, non è previsto alcun ospedale di comunità: si tratta di Piemonte, Liguria, Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Marche. E ancora una volta, sorpresa, è il Nord a subire la maggiore desertificazione sanitaria.

Speculazioni.

Medici ospedalieri: ecco quanto guadagnano davvero. DATAROOM, Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera martedì 15 novembre 2023.

Se mancano i medici è impensabile fare funzionare gli ospedali e garantire visite ed esami in tempi decenti. Agli errori di programmazione del passato dove non è stato formato un numero di specialisti sufficiente per sostituire chi va in pensione e dove sono state fatte scelte politiche assurde che scontiamo ancora adesso, come il blocco del turn-over, si aggiunge uno dei grandi problemi di oggi: lo scarso appeal della professione medica. Una questione che viene spesso collegata anche allo stipendio. Contratti alla mano vediamo, allora, quanto guadagnano davvero i 110 mila medici che lavorano a tempo indeterminato negli ospedali pubblici, e cosa cambierà dal 2024.

Se mancano i medici è impensabile fare funzionare gli ospedali e garantire visite ed esami in tempi decenti.

I contratti

Un primario di area chirurgica con incarico da oltre 25 anni prende 8.324 euro lordi al mese (per 13 mensilità); un medico con oltre i 15 anni d’anzianità 6.449 euro; un medico tra i 5 e i 15 anni d’anzianità 6.088; chi ha meno di 5 anni d’anzianità 4.495. A parità di potere di acquisto, è il 70% in meno dei colleghi tedeschi, il 41% in meno dei britannici e l’8% in meno dei francesi (qui i dati Ocse, alla voce «Remunerazione degli specialisti, PPA per consumi privati»).

Gli aumenti

Dopo infinite polemiche e mesi di trattative, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni che tratta per lo Stato (Aran) e le sigle sindacali a fine settembre hanno firmato il nuovo contratto collettivo nazionale che sta completando il suo iter burocratico (qui). Da gennaio o febbraio 2024, dunque, la busta paga di chi lavora avrà degli aumenti che riguardano 4 voci e complessivamente valgono quasi 2,4 miliardi di euro. Eccoli:

1) lo stipendio tabellare è la parte fissa uguale per tutti i medici a prescindere da posizione e anzianità: più 135 euro lordi al mese (per 13 mensilità);

2) l’indennità di specificità medica viene data per il fatto di «essere medico»: più 76 euro lordi al mese (per 13 mensilità) per i primari e 52 per tutti gli altri;

3) la retribuzione di posizione legata al ruolo ricoperto: più 41,50 euro per i primari; 28,80 euro per chi ha oltre 5 anni di anzianità; e 9,20 euro per chi non li ha ancora;

4) l’indennità per chi è a capo di una struttura complessa (primari): più 23,60 euro.

Risultato: i primari vedono un aumento in busta paga di 276 euro lordi al mese (per 13 mensilità) pari al 3,3%, i medici oltre i 5 anni di 216,60 pari al 3,5%, e quelli con meno di 5 anni 197 euro pari al 4,4%. A queste voci vanno poi ad aggiungersi guardie, festivi e pronta disponibilità che possono valere intorno ai 200 euro lordi mensili. E a valere dal 2022, ai dirigenti medici operanti nei servizi di Pronto soccorso, compete un’indennità di 12 euro lordi per ogni turno di dodici ore di effettiva presenza in servizio.

I dubbi

Basteranno questi aumenti a motivare e a trattenere chi è già in corsia, vista la carenza di personale? E basteranno questi aumenti a sistemare le voragini in alcuni reparti cruciali ma dove nessuno vuol più andare? Dei posti banditi per il 2023 nelle Scuole di specialità sono rimasti vuoti l’87% di quelli di Radioterapia, l’85% di quelli per Patologia clinica e Biochimica clinica (dove s’impara, per intendersi, a fare le analisi di laboratorio), e il 74% di Medicina d’emergenza-urgenza. Al contrario sono tutti occupati i posti per Chirurgia plastica e ricostruttiva, Dermatologia e Oftalmologia, specialità super-gettonate perché danno facilmente accesso all’attività a pagamento.

Le regole del gioco

Dopo il sacrosanto aumento di stipendio ai medici ospedalieri, le questioni di fondo restano tali e quali. Le regole del gioco definite nel 1996 dall’allora ministro alla Salute Rosy Bindi sono queste: io Stato non sono in grado di pagarti quanto dovrei e, allora, ti consento di svolgere fuori dalle 38 ore settimanali una parte dell’attività in libera professione dentro all’ospedale o in un ambulatorio collegato (qui). Hanno scelto questa strada in 44.791. Il loro guadagno in media è di 20 mila euro in più all’anno, nella realtà c’è chi incassa meno e chi raddoppia, triplica lo stipendio. Di certo non saranno gli aumenti che scatteranno dal 2024 a spingerli a rinunciare alla libera professione: gli stessi soldi li portano a casa con una o due visite private al mese.

La seconda possibilità che la legge Bindi dà ai medici ospedalieri è quella di rinunciare al vincolo di esclusiva per poter lavorare a pagamento, sempre fuori dall’orario di lavoro, nelle strutture private. Nel 2022 hanno preso questa decisione in 4.134. Il vincolo di esclusiva per un primario vale 1.804 euro al mese, per chi ha oltre 5 anni di anzianità dai 1.000 ai 1.353, e per quelli sotto i 5 anni 246 euro: quello che perdono rinunciandoci lo incassano con meno di dieci visite. E, anche in questo caso, non saranno certo i 200 e rotti euro lordi in più al mese a tenerli di più in corsia. Morale: finché permangono queste regole, per le liste d’attesa non c’è speranza.

In fuga

Ci sono poi i 61.055 medici che non fanno nessuna attività a pagamento, stravolti da turni massacranti e straordinari, sempre più tentati di abbandonare il pubblico o di ritornarci da medici-gettonisti, non più dipendenti, ma pagati per i turni che svolgono. Dai casi di cronaca la scelta appare sempre più frequente (nonostante il ministro della Salute Orazio Schillaci abbia tentato di porci un freno, con il divieto per chi interrompe volontariamente il rapporto di lavoro da dipendente di una struttura sanitaria pubblica di chiedere successivamente la ricostituzione del rapporto di lavoro con il Servizio sanitario nazionale qui). Un medico ospedaliero assunto da più di 15 anni guadagna in media 52 euro lordi all’ora, per 6 ore e 20 minuti al giorno da contratto (che però vengono sempre superate) per 267 giorni l’anno. Il calcolo tiene conto di un giorno di riposo settimanale, 36 di ferie e 10 di festività. Gli stessi soldi un medico a gettone li guadagna facendo 84 turni da 12 ore, poiché la paga oraria minima in Ps e in Anestesia è di 87 euro lordi. Certo, a suo carico il gettonista ha ferie e malattia, ma c’è chi arriva a cumulare anche 20 turni al mese con uno stipendio che cresce esponenzialmente (vedi Dataroom del gennaio 2023 qui).

Non bastano, poi, questi aumenti in busta paga a risollevare dalla frustrazione medici che si vedono costretti a subire delle ingiustizie.

Umiliati per poche centinaia di euro

Non bastano, poi, questi aumenti in busta paga a risollevare dalla frustrazione medici che si vedono costretti a subire delle ingiustizie. Emblematico a tal riguardo è il caso dell’ospedale Niguarda, uno dei più importanti di Milano: i voti delle pagelle sulle capacità professionali dei medici, a cui sono legate poche centinaia di euro come parte variabile della retribuzione, vengono abbassati perché non ci sono abbastanza soldi nelle casse aziendali per pagarli secondo le reali competenze.

Più operi, più guadagni

Per chi si stanca di lavorare nel pubblico, stanno diventando sempre più attrattivi gli ospedali privati accreditati o il privato puro. Per i medici dipendenti che lavorano in queste strutture gli stipendi sono più bassi in media del 20-30%. Ma qui una delle forme di ingaggio più diffuse è il pagamento in percentuale alle prestazioni effettuate: il 15% della tariffa di un intervento chirurgico che viene divisa tra l’équipe medica generalmente di 3 persone; il 30-40% delle tariffe di rimborso degli esami diagnostici e il 65% delle visite ambulatoriali. Più ne fai, più guadagni. dataroom-corriere.it

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per “la Stampa” sabato 12 agosto 2023.

Il doppio lavoro dei medici divide il mondo della sanità, mentre al ministero dele Salute si sta pensando, se non a una stretta, a nuove regole che impediscano si arrivi ad avere ospedali che fanno più attività nei reparti solventi che nel pubblico, come documentato dall’Agenas in una sfilza di strutture sparpagliare in ben 16 regioni. 

Le parole del padre dell’Istituto farmacologico Mario Negri, Silvio Garattini, che propone di abrogare l’intramoenia, ossia le visite private negli ospedali, in cambio di un aumento del 30% degli stipendi, hanno di nuovo aperto un solco tra sostenitori e avversari dell’attività libero professionale che i medici possono fare all’interno delle strutture pubbliche, fuori dall’orario di lavoro e cedendo il 20% della parcella alla stessa azienda sanitaria da cui dipendono.

Secondo i medici è un falso problema, perché le liste di attesa si allungano causa carenza di professionisti non per l’attività che questi svolgono privatamente. Per chi si occupa dei problemi di gestione in sanità invece c’è necessità di mettere dei paletti. […] Parole che rischiano di non far dormire sonni tranquilli ai camici bianchi, che saranno anche i meno pagati d’Europa, ma che nel 42% dei casi rimpinguano lo stipendio con il doppio lavoro, come mostra la relazione di ministero della Salute e Agenas appena consegnata al Parlamento.

Nel 2021, al netto del 20% dovuto ad Asl e ospedali per la messa a diposizione dello studio, i 45 mila medici che fanno l’intramoenia si sono messi in tasca un miliardo e 86 milioni, che sommati al miliardo e 169 mila euro dell’indennità di esclusiva, aumentata del 27% nel 2021, fanno in totale 45 mila euro a testa per lavorare privatamente in ospedale rinunciando a fare affari in clinica.  […]

«Le accuse all’intramoenia si commentano da sole e non tengono conto della realtà dei fatti», va giù duro Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell’Anaao, il più grande sindacato dei medici ospedalieri. Che poi spiega: «Il numero dei medici in rapporto esclusivo che esercitano la libera professione è diminuito dal 2013 al 2021 di 10.198 unità. Questo perché appena il 30% dei ricavi della prestazione è, al netto di tasse e contributi, guadagno del medico. Le aziende, invece, incassano 250 milioni l’anno, da destinare in parte a progetti di riduzione delle liste di attesa di cui, in verità, non si vede traccia». Quelle liste che - comunque la si giri - finiscono per arricchire il privato. 

«Sì, è vero che pagai l’oncologo», il paziente che ha fatto arrestare il primario a Bari: «Mi chiese 200 euro a visita». Nell’interrogatorio di garanzia depositata la presa d’atto delle dimissioni del primario che resta ai domiciliari: «Chiariremo tutto». MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 luglio 2023.  

Vito Lorusso non è più un dipendente dell’Istituto Oncologico di Bari, che ha preso atto della richiesta di andare in pensione. Il medico, 69 anni, arrestato in flagranza mercoledì della scorsa settimana e da sabato ai domiciliari per peculato e concussione nei confronti dei pazienti, ieri ha preferito non rispondere al gip Rosa Caramia nell’interrogatorio di garanzia: con i difensori Gaetano e Luca Castellaneta si è riservato di chiedere un interrogatorio per spiegare, dal suo punto di vista, qual era il rapporto con i malati cui - secondo l’accusa - chiedeva somme di denaro non dovute.

La Procura, con il pm Chiara Giordano, ha depositato 15 registrazioni fatte dalle telecamere nascoste nella stanza del medico, al primo piano dell’Irccs: documentano i passaggi di denaro avvenuti tra il 20 giugno e il 12 luglio, quando sono scattate le manette a seguito della consegna di 200 euro da parte di un malato di tumore. La Procura ieri ha anche depositato il verbale di interrogatorio dell’uomo, che a caldo aveva negato di aver dato soldi a Lorusso e per questo era finito indagato per favoreggiamento. Sentito lunedì dalla pm (con l’assistenza dell’avvocato Tommaso Barile) l’uomo ha cambiato versione: ha detto che fin da marzo è sempre stato seguito da Lorusso, e che da un certo momento in poi il medico gli fece capire che ogni volta avrebbe dovuto consegnare 200 euro. Cosa che è poi effettivamente avvenuta...

Bari, dopo il caso dell'oncologo Lorusso fioccano esposti sui medici. Oggi il primario arrestato torna davanti al gip. Altre denunce di pazienti: richieste di soldi negli ospedali. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 luglio 2023

A quattro giorni dall’udienza di convalida che lo ha fatto finire ai domiciliari, stamattina l’ex primario Vito Lorusso dovrà tornare davanti al gip Rosa Caramia. Stavolta il medico barese, 69 anni, dovrà difendersi dalle accuse di concussione e peculato riguardanti i 17 pazienti da cui avrebbe ottenuto illegittimamente denaro, somme che vanno dai 50 ai 200 euro che non erano dovute oppure dovevano essere versate nelle casse dell’Istituto Oncologico.

Ma a una settimana esatta dall’arresto in flagranza del direttore dell’Oncologia medica (che nel frattempo ha chiesto la pensione), l’inchiesta della Procura di Bari potrebbe allargarsi. E abbracciare ulteriori casi che riguardano lo stesso Lorusso ma - a quanto sembra - anche altri medici, non necessariamente in servizio nello stesso ospedale barese dove in due anni sono già due gli oncologi finiti in manette...

Foggia, ginecologo in pensione torna in corsia: 12 mila euro per un mese di lavoro. Il professionista era stato chiamato a novembre per far fronte alla carenza di medici negli ospedali di San Severo e Cerignola. Una delibera della Asl Foggia, datata primo febbraio 2023, dispone in pagamento dell’importo. Antonio Della Rocca su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

Per un mese di servizio negli ospedali di San Severo e Cerignola, un ginecologo in pensione, reclutato per fare fronte alla carenza di medici, ha presentato alla Asl di Foggia una fattura di 12.239 euro che sarà liquidata a breve. Tanto valgono, evidentemente, le prestazioni di un camice bianco esterno all’organizzazione ospedaliera che vanta un contratto da 38 ore settimanali. La delibera dirigenziale del 1° febbraio 2023, che dispone il pagamento dell’importo, non eccepita in alcuna sua parte, sta facendo il suo normale corso attraverso i canali burocratici e tra non molto i soldi giungeranno sul conto corrente del medico, cooptato dalla Asl per coprire le esigenze cliniche del mese di novembre 2022 con la formula del rapporto di collaborazione.

Le motivazioni

In delibera si chiarisce che «avendo estrema necessità di personale medico specializzato in Ginecologia» da utilizzare, nello specifico, presso gli ospedali di San Severo e Cerignola, «con termine dell’incarico al 31 dicembre 2022», è stata siglata una convenzione tra la Asl di Foggia e personale medico specialista in Ginecologia. La Asl di Foggia, puntualizza che «i medici esterni vengono retribuiti secondo le norme. Nel presidio ospedaliero di San Severo, nella struttura complessa di ostetricia e ginecologia, a causa di pensionamenti e di trasferimenti presso altri enti, oggi abbiamo in servizio un organico ridotto di dirigenti ginecologi, a fronte di 24 posti letto», fa sapere l’azienda sanitaria guidata dal commissario straordinario Antonio Nigri. «Anche l’analoga struttura di Cerignola è in sofferenza per cui è stato necessario ricorrere ai medici in quiescenza per coprire i turni», precisa la Asl. Il fenomeno della penuria di medici è ben noto in Puglia e nel resto d’Italia e, a sentire gli addetti ai lavori, tra cui l’assessore alla Sanità della Regione Puglia, Rocco Palese, immaginare che da questa emergenza si possa uscire in breve tempo è un’utopia. Ci vorranno almeno 6-7 anni, secondo Palese, per riuscire a colmare le voragini createsi nei reparti di tutti gli ospedali a causa dei pensionamenti e delle dimissioni che fioccano per via della difficile situazione in cui i camici bianchi si trovano ad operare proprio per le carenze degli organici.

Chiamati gli idonei del concorso, ma nessuno ha risposto

Entrando nel dettaglio del singolo caso concreto riguardante il ginecologo gratificato con un compenso di oltre 12 mila euro, la Asl foggiana aggiunge: «La determina in questione comprende il corrispettivo delle ore di servizio rese nel mese, anche in reperibilità. Prima di arrivare a ricorrere ai medici in quiescenza sono state chiuse le procedure concorsuali per dirigenti di primo livello: quattro idonei di cui nessuno ha accettato l’incarico. Sono state stipulate apposite convenzioni con Asl Bat, Policlinico di Foggia, Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, con un risultato minimo, vista la carenza di personale delle aziende in questione». Insomma, la direzione strategica della Asl foggiana le avrebbe tentate tutte prima di ricorrere alla extrema ratio. «Abbiamo chiesto l’utilizzo delle graduatorie di concorso di altre Asl pugliesi, ma nessun ginecologo - sostiene ancora la Asl - ha accettato l’incarico. È di due giorni fa la pubblicazione della delibera di conferimento incarico per mobilità nazionale. Ha fatto domanda una sola ginecologa che, per venire a lavorare nella Asl Foggia, deve ricevere prima il nulla osta dalla azienda dove attualmente è in servizio. In queste ore stiamo attivando una nuova procedura concorsuale. In tutta la Puglia mancano centinaia di medici ospedalieri, ma le carenze riguardano anche i medici di medicina generale».

Il Fallimento.

Gettoni d'oro. Report Rai PUNTATA DEL 16/01/2023 di Walter Molino

Collaborazione di Federico Marconi

Il Servizio sanitario nazionale è in affanno.

Negli ospedali e nei pronto soccorso mancano migliaia di medici e infermieri. In Calabria il 20% dei malati è costretto a curarsi lontano da casa, le strutture sanitarie sono spesso inadeguate e i concorsi per assumere nuovi medici vanno deserti. Così per non chiudere i reparti di emergenza-urgenza le Aziende sanitarie devono ricorrere ai medici a gettone, pagando cifre esorbitanti a società di intermediazione e cooperative, spesso con affidamenti diretti che aggirano le regole del Codice degli appalti e che riducono sensibilmente la qualità delle cure. Per tamponare l’emergenza il Presidente della Regione Roberto Occhiuto ha firmato un accordo transnazionale per portare in Calabria centinaia di medici cubani.

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per “la Stampa” il 15 Gennaio 2023.

L'allarme delle regioni è bipartisan: continuando di questo passo, dicono al governo, tra sottofinanziamento, carenza di personale, inflazione e caro energia la sanità è a rischio crac, con conseguenze che le stesse Regioni definiscono «catastrofiche». Il grido d'allarme viene dal coordinatore degli assessori regionali alla Sanità, l'emiliano Raffaele Donini, che a nome di tutte le Regioni ha inviato una lettera al ministro della Salute, Orazio Schillaci e al titolare dell'Economia, Giancarlo Giorgetti. Un appello condiviso, perché l'80% dei bilanci regionali è assorbito dalla Sanità e su questa si gioca una bella fetta del consenso elettorale.

«La sostenibilità economico-finanziaria dei bilanci sanitari è fortemente compromessa dall'insufficiente livello di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, dal mancato finanziamento di una quota rilevante delle spese sostenute per il contrasto alla pandemia da Covid-19 e per la campagna vaccinale», scrive Donini.

 I conti le Regioni al governo li avevano già fatti: tra maggiori spese sostenute per il Covid e quota non finanziata del caro bollette in Asl e ospedali, per l'anno passato i governatori lamentano un ammanco di 3,8 miliardi di euro. […]

GETTONI D’ORO di Walter Molino collaborazione Federico Marconi Filmaker Marco Ronca Cristiano Forti Alfredo Farina Montaggio Andrea Masella Giorgio Vallati Michele Ventrone Ricerca immagini Alessia Pelagaggi Eva Georganopoulou Paola Gottardi

GABRIELLA MALIZIA E adesso facciamo un bel calcio d’angolo!

GIUSEPPE Gol!

GABRIELLA MALIZIA Gol!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Giuseppe ha 8 anni ed è nato a Cosenza. Quando sua mamma Gabriella ha scoperto che era ammalato di leucemia sono partiti per Roma, per cominciare le cure all’ospedale pediatrico Bambin Gesù.

GABRIELLA MALIZIA La maglia dei campioni!

GIUSEPPE Si! Dove l’hai presa?! Dove l’hai presa?!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Giuseppe e la mamma vivono ormai da 9 mesi nella “Casa di Davide”, ospiti dell’associazione Ciavattini.

DONNA La befanina, guarda quanto è carina

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I volontari accolgono gratuitamente decine di famiglie del Sud Italia che nella propria terra non hanno strutture sanitarie adeguate.

GABRIELLA MALIZIA A Cosenza non abbiamo il reparto di ematologia ed oncoematologia e io decisi di portarlo al Bambin Gesù. Siamo partiti direttamente dal Pronto soccorso di Cosenza il 14 già lui il 15 aprile lui già ha iniziato la terapia di cortisone.

WALTER MOLINO Da allora non è mai più tornata a casa.

GABRIELLA MALIZIA No, non sono più tornata perché se si verifica un evento come febbre lo devo portare subito al Pronto soccorso e a Cosenza non saprei dove portarlo.

WALTER MOLINO Lei ha dovuto lasciare il lavoro.

GABRIELLA MALIZIA Si.

WALTER MOLINO E il resto della sua famiglia è rimasto in Calabria?

GABRIELLA MALIZIA Si, ho un’altra figlia di 13 anni.

SORELLA DI GABRIELLA Ciao!

GABRIELLA MALIZIA Buona Befana! Qua c’è stata una Befana ricchissima! Giuseppe è tranquillo, è a posto, si. Anche lui ha avuto la sua calza, della Juve!

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Al Sistema sanitario calabrese mancano 2500 medici. Ogni anno più di duecento milioni di euro di mobilità sanitaria passiva: significa che un calabrese su 5 va a curarsi in altre regioni italiane, preferibilmente al Nord. E a chi non ha i mezzi per viaggiare, non resta che sperare. La Sanità è commissariata da 12 anni e il debito complessivo ha sfondato il muro del miliardo di euro.

ETTORE JORIO – PROFESSORE DIRITTO CIVILE SANITARIO UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA Lei si immagini che il governo non programma più dal 2006. Hanno portato la mia regione a vivere il dramma di bambini, giovani che sono morti in sala operatoria e anziani che muoiono in attesa nei pronto soccorso.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Quando è stato eletto presidente della Regione, il forzista Roberto Occhiuto ha giurato che le cose sarebbero cambiate e si è fatto nominare dal Governo Commissario straordinario per la Sanità.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Ogni mese si licenziano dal pubblico centinaia di medici in Italia per andare a lavorare nel privato, guadagnando venti volte di più che nel pubblico.

WALTER MOLINO Potreste fare dei concorsi con dei posti a tempo indeterminato anziché questi tempi determinati di pochi mesi…

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI E infatti ho detto ai commissari di fare concorsi a tempo indeterminato.

WALTER MOLINO E che cosa le hanno risposto?

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Invece di selezionare tre, quattro, cinque medici, sono riusciti a selezionarne uno soltanto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A Cosenza il presidente dell’ordine è Eugenio Corcioni, gli piacerebbe far tornare a casa i medici calabresi emigrati.

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Mio figlio è radiologo al Sant’Orsola, ha quarantadue anni. Dico guarda: qui c’è la facoltà di medicina, qui a Cosenza. Mi hanno chiesto un giovane radiologo da inquadrare come aiuto anziano, capace, a Cosenza.

WALTER MOLINO E lei ha chiesto a suo figlio: perché non torni a casa?

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Vuoi venire tu? Ti fanno subito associato a Cosenza e tu fra 4-5 anni diventi ordinario di radiologia, ok? Mi ha mandato affanculo!

WALTER MOLINO E com’è finita la storia, chi hanno preso?

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Nessuno, ancora.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, è un problema sicuramente nazionale ma per chi parte con un handicap come la Calabria può rappresentare un dramma. E forse siamo solo all’inizio perché secondo il sindacato ben quattro medici su dieci sono pronti a lasciare il servizio sanitario nazionale per guadagnare di più da privati. Ora il presidente della regione e anche commissario alla sanità Roberto Occhiuto è riuscito finalmente a calcolare il debito della sanità: un miliardo di euro. È dal 2007 che stanno cercando di calcolarlo senza riuscirci e finalmente l’hanno fatto. E dentro la contabilità è finito un po’ di tutto: fatture doppie, triple, anche per prestazioni non esistenti. E ora dopo anni di blocco di assunzioni e di tagli si rischia di chiudere gli ospedali perché manca il personale e attingere ai privati e alle cooperative rischia di far saltare le casse. E allora qual è la soluzione che ha trovato il presidente Occhiuto? Lo vedremo nel servizio di Walter Molino, con la collaborazione del nostro Federico Marconi.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO I medici a gettone sono l’ultima disperata risorsa per le aziende sanitarie italiane a corto di personale. E le tariffe lievitano: la CMP di Bologna chiede 135 euro all’ora per un anestesista all’ospedale di Polistena, ma sul tavolo del Presidente Occhiuto è arrivata anche la proposta della GAP MEDICAL di Pisa: 150 euro all’ora per medici specialisti. Ma non è tutto: GAP precisa che i medici arruolabili per la Calabria preferiscono lavorare nelle località costiere, l’entroterra è pericoloso, troppo frequenti le aggressioni al personale sanitario.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Un medico italiano costa al Sistema sanitario 6700 euro al mese tra netto, contributi, oneri previdenziali. Un medico selezionato con queste società d’intermediazione o cooperative, costa 1200 euro al giorno, 50 mila euro al mese.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO GAP Medical ha ottenuto ricchissimi affidamenti con aziende sanitarie di tutta Italia. Poi, l’8 agosto, scorso, GAP ha lanciato un accorato appello su Facebook: siamo stati chiamati in prima linea a supportare la Sanità della Regione Calabria.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Una regione come la mia, che è una regione povera, che ha grande bisogno di medici, non può pagare queste somme.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Ma il Presidente Occhiuto si sbaglia. In Calabria queste somme si pagano eccome. Un medico anestesista o rianimatore assunto regolarmente verrebbe pagato 40 euro all’ora. Ma scopriamo che il 20 settembre l’azienda sanitaria di Reggio fa un affidamento diretto proprio a Gap Medical. In sei pagine di delibera la parola URGENZA compare 16 volte. E per i suoi medici GAP si è fatta pagare fino a 150 euro all’ora. Forse è per questo che l’Azienda sanitaria di Reggio Calabria ha deciso di chiedere un parere all’ANAC - l’Autorità anticorruzione - per sapere se il prezzo è giusto. Ma lo ha fatto con colpevole ritardo: la delibera è del 20 settembre, la richiesta all’ANAC è del 4 ottobre.

GIUSEPPE BUSIA – PRESIDENTE AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE Mandateci gli atti prima di farli in modo che verifichiamo se sono rispondenti a quello che prevede il codice.

WALTER MOLINO Quando ve li mandano prima di farli.

GIUSEPPE BUSIA – PRESIDENTE AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE Quando ce li mandano prima.

WALTER MOLINO Sottolineate il rischio che il frazionamento degli affidamenti possa essere anche artificioso così da eludere l’obbligo di evidenza pubblica. Questo è proprio l’ANAC che sente un po’ odore di potenziale corruzione.

GIUSEPPE BUSIA – PRESIDENTE AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE Se faccio tanti piccoli affidamenti fraziono, pago di più e probabilmente sfuggo a un’evidenza pubblica che invece dovrei garantire.

WALTER MOLINO Se volessi aggirare il problema di fare gli affidamenti senza fare le gare questo sarebbe un metodo perfetto.

GIUSEPPE BUSIA – PRESIDENTE AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE Assolutamente si. Perché riduco la garanzia e la trasparenza delle gare, pago di più e non ho adeguata concorrenza. Quindi è il doppio danno che elude la normativa che c’è.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Ma quanto guadagnano davvero le società e le cooperative di medici? Che percentuale trattengono sulle super tariffe imposte al pubblico? Nel bilancio 2021, GAP registra ricavi per 1,8 milioni di euro ma è possibile che gli utili siano di appena 40 mila euro? Siamo andati a cercarli. La sede legale è a Pisa, ma ben lontana dalla torre pendente. Nella periferia industriale della città abbiamo trovato questa etichetta sulla cassetta della posta dello studio di un commercialista.

WALTER MOLINO Quando costa un turno di un’ora fornito da GAP MEDICAL?

COMMERCIALISTA Lei contatta l’amministratore della società e se l’amministratore vorrà, le darà tutti i chiarimenti del caso.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO L’amministratore non ci ha mai risposto. Claudio invece è un anestesista che ha contattato GAP Medical per lavorare a gettone in Calabria.

MEDICO ANESTESISTA Mi hanno chiesto il curriculum e se fossi disposto a scendere in Calabria, in uno degli ospedali che è messo peggio…

WALTER MOLINO L’ospedale di Polistena?

MEDICO ANESTESISTA Si. Tenga presente che a luglio hanno dovuto chiudere i punti di primo intervento a Palmi, Oppido Mamertino e Scilla, perché non c’erano medici.

WALTER MOLINO Quanto l’hanno pagata?

MEDICO ANESTESISTA 1.400 euro per un turno da 12 ore.

WALTER MOLINO E quanti turni ha fatto?

MEDICO ANESTESISTA Eh, un bel po’…

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora l’azienda sanitaria di Reggio Calabria ha chiesto un parere all’Anac: è congruo quanto io ho pagato i medici della Gap, della società di medici privati? Solo che l’ha fatto dopo che ha pagato. Infatti l’Anac dice: ma adesso me lo chiedi? E ha aperto una attività di vigilanza sul contratto per possibile violazione del codice degli appalti. E poi l’Anac ha sottolineato al ministro della Salute Schillaci le varie irregolarità, criticità, che si stanno accumulando in tutta Italia per questi medici privati e queste cooperative. Insomma, le cooperative, questi medici privati, che fanno? Monitorano, vedono dove sono le Asl dove manca il personale, dove sono con l’acqua alla gola, si presentano con un’offerta, che ovviamente è un’offerta capestro. Ecco, tutto questo è possibile perché è mancata la programmazione. Nell’urgenza bisogna creare un appalto, dipingere un bando, su misura, sulla società che propone i medici. Ecco bisognerebbe intervenire immediatamente con delle leggi. Anche perché il ricorso continuo a questi medici privati rischia di far saltare le casse pubbliche. Non solo, si rischia anche di abbassare la qualità della cura. Quando entri in un pronto soccorso, è come se giocassi alla roulette. Che cosa ha escogitato il presidente della regione Calabria? Che cosa si è inventato? Lo vedremo tra poco.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora siamo in Calabria dove ospedali e pronto soccorso rischiano di chiudere perché manca il personale. I concorsi per le assunzioni pubbliche vanno deserte. I medici preferiscono fornire le loro prestazioni da privati perché incassano 150 euro l’ora invece dei 40 se fossero dipendenti. Allora in questa situazione, con le casse pubbliche a rischio, cosa si è inventato il presidente della Regione nonché commissario alla Sanità Occhiuto? Ecco, lui è un politico di centrodestra, sincero liberale, ma alla fine insomma medici non olet, anche se c’è da finanziare quello che lui stesso definisce un regime. Un regime comunista.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Quando muore un cittadino calabrese in un ospedale calabrese io avverto la responsabilità di avere il governo della Sanità. Dovevo scegliere: o chiudere gli ospedali o pensare a una soluzione d’emergenza.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO La soluzione del Presidente della Regione è stata quella di chiedere aiuto a Cuba. 497 medici per tamponare l’emergenza. Dopo molti intoppi burocratici i primi 51 sono arrivati il 27 dicembre scorso. Tutte le mattine vanno a studiare l’italiano all’Università di Cosenza.

MEDICO DONNA Buon pomeriggio dottor Jonas?

MEDICO UOMO Come va

MEDICO DONNA Non molto bene, sono preoccupata e un po’ nervosa. Penso di avere un cancro al fegato

MEDICO UOMO Mi dica dottor Dago, come si sente?

MEDICO UOMO Da ieri sento un dolore alla schiena che a volte si irradia al petto.

MEDICO UOMO Ha mangiato qualcosa di particolare?

MEDICO UOMO Ho mangiato cibo piccante.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Salute universale e gratuita per tutti, questo è il modello applicato da Cuba, che fin dagli anni ’60 ha attivato la Collaborazione medica internazionale, mandando oltre 400 mila medici in 164 paesi del mondo, mentre il Bloqueo imposto dagli Stati Uniti limita o impedisce del tutto all’isola caraibica l’acquisto di apparecchiature e medicine.

WALTER MOLINO Come le è venuto in mente di andare a prendere quasi 500 medici a Cuba?

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Ho detto al Presidente dell’Albania, perché non mi mandi qualche medico in Italia? Lui mi ha detto: no, noi cerchiamo di mantenerli in Albania i medici, ma quelli che vanno via dall’Albania vanno in Germania perché guadagnano cinquanta volte più che in Albania, dieci volte più che in Italia. Io però avevo gli ospedali di Polistena di Locri, di Gioia Tauro e tanti altri che rischiavano di chiudere.

WALTER MOLINO Lei è un sincero democratico, è stato eletto con Forza Italia, sicuramente non può essere tacciato di essere un comunista. Ma è andato a prendere questi medici in una società di intermediazione del governo cubano a cui verserete circa 28 milioni di euro.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI Ho fatto quello che la legge mi consentiva di fare.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Il Presidente Occhiuto ha firmato un accordo di distacco medico internazionale con una società d’intermediazione, la Comercializadora de Servicios Medicos cubanos dal valore complessivo di 28 milioni di euro all’anno. Per i primi 51 medici arrivati in Calabria la regione pagherà 2,8 milioni di euro.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA -COMMISSARIO SANITA’ Noi versiamo una parte dei compensi alla società cubana e un’altra parte dei compensi al medico cubano.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Secondo l’accordo firmato in agosto, ai medici cubani in tasca rimarrebbe ben poco, appena 1200 euro per il mantenimento e il rimborso delle spese e dei costi.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA -COMMISSARIO SANITA’ Poi dovrebbero ricevere altro dalla società cubana ma questo dipende dalla società cubana.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO Sul meccanismo di intermediazione però, il Parlamento europeo ha sollevato più di un dubbio: due risoluzioni, fondate su testimonianze e rapporti di associazioni umanitarie, parlano esplicitamente di sfruttamento del lavoro.

LAURA FERRARA – PARLAMENTARE EUROPEA MOVIMENTO 5 STELLE Ciò che ci indigna è chiaramente il possibile avallo indiretto della Regione Calabria su situazioni che sono state bollate dall’UNHCR, da diverse altre organizzazioni non governative come nuove forme di schiavitù.

WALTER MOLINO Questa forma di schiavitù in che cosa si concretizzerebbe?

LAURA FERRARA – PARLAMENTARE EUROPEA MOVIMENTO 5 STELLE Non possono avere relazioni di amicizia o amorose con persone del paese ospitante, non possono partecipare a eventi pubblici senza prima aver ricevuto l’autorizzazione, non possono abbandonare la missione prima del suo termine naturale altrimenti in base al codice penale cubano rischiano fino a 8 anni di carcere e non possono rivedere neanche i loro figli.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA - COMMISSARIO AD ACTA SERVIZI SOCIO SANITARI I medici cubani qui saranno trattati come medici italiani. È previso che lavorino come i medici italiani. In regime di assoluta libertà, altro che schiavismo. Se non fosse stato possibile fare un accordo di distacco transnazionale con un paese come Cuba, la legge italiana… l’Italia è un paese che…

WALTER MOLINO Quando dice un paese come Cuba cosa intende?

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA -COMMISSARIO SANITA’ Cuba è evidentemente un regime.

WALTER MOLINO – FUORI CAMPO E se da un regime comunista si possono importare medici a buon mercato, il presidente eletto con Forza Italia chiude volentieri un occhio. L’altro occhio però è a Roma: cosa ne pensa il Ministero della Salute? Nonostante le promesse non hanno risposto alle nostre domande, né quando c’era Roberto Speranza né con il nuovo ministro Orazio Schillaci.

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA -COMMISSARIO SANITA’ Il mio decreto poi dovrà essere validato dai due ministeri vigilanti.

WALTER MOLINO E se glielo dovessero bocciare?

ROBERTO OCCHIUTO – PRESIDENTE REGIONE CALABRIA -COMMISSARIO SANITA’ Ma io intanto i cubani li faccio venire. E poi vediamo se me lo bocciano.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Però a differenza di tutti gli altri medici che esercitano in Italia non sosterranno l’esame per iscriversi all’Ordine.

WALTER MOLINO Avreste voglia di farlo questo esame per iscrivervi all’ordine?

DAYSI LUPERON - CARDIOLOGA Sicuro!

DAYLIS RAMOS – RADIOLOGA Ma noi siamo qui per aiutare, per solucionare la situazione, la emergencia sanitaria della regione. Insieme, tutti i medici calabresi.

DAYSI LUPERON – CARDIOLOGA Tutti siamo especialista in qualcuna materia e stiamo preparato.

DAYLIS RAMOS – RADIOLOGA È un contratto come i medici italiano, personale, tutti per noi. Io decido per la mia famiglia, per me, per fare la spesa.

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Non viene validato il corso di laurea. Viene detto: quello dice di essere anestesista, va in anestesia. Quello ha competenze particolari di chirurgia di pronto soccorso e va in pronto soccorso.

WALTER MOLINO E la fonte di questa competenza qual è? Il curriculum che lo stesso medico, anzi la società d’intermediazione, fornisce? EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Fornisce.

ETTORE JORIO – PROFESSORE DI DIRITTO CIVILE SANITARIO UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA Ciascuno di questi medici dovrà affrontare l’esame comparativo del titolo di studio

WALTER MOLINO E chi lo valuta questo medico?

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Nessuno! Nessuno! Lui vende fumo.

WALTER MOLINO La valutazione dei titoli, l’iscrizione all’ordine…

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA Non l’hanno fatta! Non fanno niente! Questi faranno esercizio abusivo!

WALTER MOLINO Ma se l’ASP di Cosenza prende cinque medici cubani questi medici cubani dovranno presentare l’iscrizione all’Ordine di Cosenza.

EUGENIO CORCIONI – PRESIDENTE ORDINE DEI MEDICI DI COSENZA No! Ha detto di no! Ha negato questo! Anzi mi ha detto: e secondo te lascio a te di farmi saltare l’affare perché devi fare l’esame d’italiano?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma rischiamo di trovarci in un cul de sac, perché i medici cubani dovrebbero essere iscritti all’ordine per esercitare. Dovrebbero anche passare un esame in cui viene valutato il titolo, la specialità, e poi anche la conoscenza tecnica della lingua italiana, perché tu devi parlare con un paziente, devi stilare un referto, devi fare una prescrizione, una ricetta. E tuttavia i cubani questo esame non lo faranno, grazie anche a un decreto Cura Italia del 2020, quando in piena pandemia abbiamo aperto le porte ai medici che arrivavano da tutte le parti del mondo, perché eravamo disperati. Ora questa interpretazione della legge viene contestata aspramente dall’ordine dei medici. Però durerà fino alla fine del 2023. Poi si vedrà. Nel frattempo a giudicare i medici cubani sarà una commissione della Regione. Poi però c’è il problema degli stipendi. Inizialmente l’accordo prevedeva che sui 4700 euro lordi, 1200 andassero ai medici, il resto venivano versati alla società di intermediazione. Poi è intervenuto il ministero del lavoro. Sono intervenuti duramente gli ispettori del lavoro e Occhiuto ha cambiato idea. Ora i 4700 euro verranno versati direttamente sui conti italiani dei medici cubani. Ma la società di intermediazione cubana, quella del governo cubano, non avrà nulla da ridire? Insomma, vedremo. Ma una cosa ci tengo a dirla all’ordine dei medici che nulla ha detto, non ha stigmatizzato le richieste dei medici privati alla sanità con l’acqua alla gola. Voi fate un giuramento prima di cominciare l’attività, il giuramento di Ippocrate. Che ai primi punti recita questo: “Regolerò il mio tenore di vita per il bene dei malati, secondo le mie forze e il mio giudizio. Mi asterrò dal recare danno e offesa”. Ecco io capisco che non c’è arrivata la politica, non ci sono arrivate le leggi. Ma dove non arrivano le leggi e la politica dovrebbe arrivare la coscienza.

Sanità, medici a gettone: 100 mila turni in un anno. Tutti i rischi per i pazienti. Milena Gabanelli, Simona Ravizza e Giovanni Viafora su Il Corriere della Sera il 16 Gennaio 2023.

Gli errori commessi in vent’anni di politica sanitaria, sono oggi la causa di un fenomeno che, senza contromisure immediate, rischia di paralizzare il servizio sanitario nazionale: la mancanza di specialisti e la conseguente diffusione, senza regole, dei medici a gettone. Gli ospedali per coprire i buchi di organico appaltano alle cooperative, che i medici invece li hanno perché ingaggiano neolaureati, pensionati, liberi professionisti e chi ha lasciato il servizio sanitario perché stremato e sottopagato. I gettonisti sono pagati per i turni che svolgono: di solito 12 ore la notte, nei fine settimana e nei festivi. Dataroom è in grado di quantificarne per la prima volta le dimensioni nelle principali Regioni del Nord Italia: solo nel 2022 i turni appaltati in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna superano i 100 mila. Vediamo cosa nasconde questo numero e perché è stata superata la soglia d’allarme.

Dal Pronto soccorso alle Terapie Intensive

In Lombardia, secondo i dati forniti dalla Regione, i turni gestiti dalle cooperative sono oltre 45 mila, così ripartiti: 14.682 in Pronto soccorso; 9.960 coinvolgono gli anestesisti da fare entrare in sala operatoria e per le Terapie intensive; 20.515 in altre specialità tra cui Pediatria, Ginecologia-Ostetricia, Cardiologia, Psichiatria, Radiologia e Ortopedia. Il Fatebenefratelli di Milano con il suo Pronto soccorso di centro città ha appaltato 703 turni; il Ps di Lecco con i presidi di Merate e Bellano 4.674; quello di Varese con i presidi di Tradate, Cittiglio, Luino e Angera 1.800 e quello della Valtellina con i presidi di Sondrio, Sondalo, Chiavenna e Morbegno 1.080. In Veneto mancano 124 medici per i Ps, 75 anestesisti, 28 ginecologi e 20 pediatri: la conseguenza si traduce (sempre secondo i dati forniti dalla Regione) in 42.061 turni appaltati di cui 15.490 in accettazione e Pronto soccorso, 9.990 per gli anestesisti delle sale operatorie e per le Terapie intensive, 3.729 in Ostetricia e Ginecologia e 2.604 in Pediatria. In Piemonte i dati del 2022 riguardano solo il Pronto soccorso e sono 14.400. Il calcolo è della Società italiana di Medicina di Emergenza- Urgenza (Simeu), perché i numeri ufficiali della Regione sulle prestazioni esternalizzate al momento sono aggiornati al 2021 ed erano i seguenti: quasi 25 mila turni di cui il 31% in accettazione e Ps, 20% in Ginecologia e un altro 20% in Pediatria, 12% in Anestesia e Rianimazione e, complessivamente, il 17% tra Medicina interna, Ortopedia e Radiodiagnostica. Nella più virtuosa Emilia-Romagna il fenomeno è meno diffuso, ma comunque presente. Secondo i numeri forniti dall’assessore alla Sanità Raffaele Donini, 225 i turni appaltati al Ps di Ferrara negli scorsi mesi, mentre sono tuttora appaltati: 8 notti al mese al punto di Primo presidio di Santa Sofia (Forlì-Cesena); 60 turni mensili che da gennaio 2023 diventeranno 76 al Pronto soccorso di Carpi e Mirandola (Modena); 36 ai punti nascita di Mirandola; e dal 9 dicembre 30 turni mensili più 10 pronte disponibilità all’Ostetricia e Ginecologia di Carpi. Sempre a Carpi e Mirandola a gennaio è partito un nuovo appalto di un anno da 3,2 milioni per Pronto soccorso e Ginecologia.

Cosa dicono i dati

Da questa fotografia inedita emerge che alla carenza di medici per i turni d’emergenza in Pronto soccorso, in Ostetricia per i parti e in Pediatria per le urgenze dei bambini, si affianca una mancanza di medici che sta via via estendendosi anche alle altre specialità. È la riprova dei danni fatti negli anni dal blocco del turnover, dai continui tagli alla sanità e da una programmazione sbagliata sul numero di medici da formare. Ma non finisce qui. Tra gli ospedali in difficoltà per i buchi di organico spesso ci sono i più piccoli, scarsamente attrattivi per i medici e con pochi pazienti. Nel 2015 il decreto ministeriale 70 dal titolo «Definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera», voluto dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin, prevedeva che i reparti che non hanno un’attività minima devono essere riconvertiti in ambulatori di prima assistenza o chiusi, anche e soprattutto per ragioni di sicurezza: quando si fanno pochi interventi manca l’assistenza in caso di complicazioni. In realtà quel provvedimento è rimasto in larga parte lettera morta (qui il Dataroom dell’aprile 2019).

Tra gli ospedali in difficoltà per i buchi di organico spesso ci sono i più piccoli, scarsamente attrattivi per i medici e con pochi pazienti.

I rischi per i pazienti

Il problema oggi è la scarsità di garanzia di qualità delle cure ai pazienti poiché la diffusione dell’utilizzo dei medici a gettone non segue nessuna regola. La competenza e la lucidità del turnista dipendono solo ed esclusivamente dal livello di serietà delle cooperative che li selezionano e che vincono appalti: spesso l’unico requisito richiesto è il «minor prezzo». Al di là delle capacità del singolo medico (ci sono turnisti impeccabili), la conferma del rischio di inadeguatezza del servizio offerto arriva da un’indagine dei Nas che, d’intesa con il ministero della Salute, dalla metà di novembre ai primi di dicembre ha svolto verifiche a campione su 1.525 medici delle cooperative. Risultato: sono stati trovati dottori arruolati come ostetrici senza nessuna formazione per fare i parti cesarei, altri in Ps senza avere competenze in Medicina d’Urgenza, oppure già dipendenti di altri ospedali che facevano di nascosto i doppi turni per la cooperativa, altri ancora sopra i 70 anni e dunque fuori per legge dal servizio sanitario. Otto i casi di frode nelle pubbliche forniture in cui «con dolo vengono consegnate cose diverse da quelle pattuite». E in assenza di regole è anche difficile eseguire controlli: com’è possibile, per esempio, scovare il medico che dopo avere smontato il turno di 12 ore in un ospedale, senza osservare le ore di riposo, va a lavorare in un altro per accumulare gettoni, ossia soldi? Allo stato delle cose non è individuabile, eppure nessun paziente vorrebbe farsi curare da un medico in servizio da 24-36 ore. Inoltre sappiamo, da testimonianze dirette, che tra i medici a gettone ci sono molti neolaureati in medicina senza nessuna esperienza che si trovano a eseguire diagnosi.

Stipendi a confronto

Un medico ospedaliero assunto da più di 15 anni guadagna 52 euro lordi all’ora, per 6 ore e 20 minuti al giorno da contratto (che però vengono sempre superate) per 267 giorni l’anno. Il calcolo tiene conto di un giorno di riposo settimanale, 36 di ferie e 10 di festività (qui il contratto). In totale il salario annuo lordo è poco più di 85 mila euro. Gli stessi soldi un medico a gettone li guadagna facendo 84 turni da 12 ore, poiché la paga oraria minima in Ps e in Anestesia è di 87 euro lordi. Certo, a suo carico il gettonista ha ferie e malattia, ma c’è chi arriva a cumulare anche 20 turni al mese con uno stipendio che cresce esponenzialmente.

Stipendi a confronto

Il governo non è ancora intervenuto per regolare il fenomeno, così le Regioni cercano soluzioni in proprio aumentando la paga oraria: da 60 a 100 euro ai medici ospedalieri disponibili a turni extra. Il Veneto lo fa dallo scorso maggio, il Piemonte e l’Emilia-Romagna con la legge di Bilancio dello scorso dicembre. Quest’ultima permette anche agli ospedali di contrattualizzare direttamente liberi professionisti in aggiunta ai dipendenti. Mentre da fine settembre la Lombardia promuove accordi tra ospedali pubblici dove chi ha medici disponibili li manda a fare turni extra dove c’è bisogno sempre a 100 euro l’ora. Attraverso questo incentivo le Regioni puntano a ridurre il ricorso alle cooperative, anche perché trattandosi di somministrazione di pura manodopera, si potrebbe configurare una violazione del Codice civile.

È evidente che queste soluzioni tampone non possono protrarsi nel tempo perché gravano su un personale sanitario già sfiancato da oltre due anni di epidemia e dal recupero di qualche milione di visite ambulatoriali. Il tema è sempre lo stesso: una programmazione sanitaria in grado di formare i medici di cui c’è bisogno e poi pagarli il dovuto per non farli scappare. Ebbene, ancora una volta dalla legge di Bilancio non arriveranno investimenti. Paradossalmente si è discusso di più dell’abbattimento dei cinghiali.

La Croce Rossa Italiana.

Estratto dell'articolo di Paolo Russo per “la Stampa” il 16 gennaio 2023.

La Croce Rossa chiede soccorso. Non quella nazionale, che scaricata la sua valanga di debiti a una bad company, la «Esacri» istituita nel 2016, ora va avanti senza fardelli, grazie anche al surplus di appalti e commissioni piovuti dal cielo per via dell'emergenza pandemica, come rimarca nella sua ultima relazione del 2022 la Corte dei Conti. Il problema sono le miriadi di sedi locali, che con la privatizzazione sono diventate autonome anche dal punto di vista del bilancio e dove i commissariamenti fioccano.

(...)

Il comitato Croce Rossa di Crotone, ad esempio, è stato commissariato per la terza volta nell'arco di otto anni a causa di «una preoccupante situazione sia associativa che amminstrativo-gestionale». Leggasi assunzioni familiaristiche, stipula di un sub comodato con la locale Asp non consentito dalla legge, assenza di attività di volontariato

 La cattiva gestione è ugualmente all'origine del commissariamento della Cri di Como.

 (...)

A Vercelli la locale Croce Rossa è commissariata da quasi sei mesi ed è alle prese con una difficile situazione economica, con lo spettro di esuberi tra il personale dipendente. Il presidente regionale della Cri, Vittorio Ferrero, ascrive alle minori donazioni ricevute le difficoltà economiche. Ma intanto l'ultimo deficit accertato per il 2021 è di 130 mila euro.

 (...)

 Per cercare di capire come stanno andando invece le cose al livello nazionale, dove al posto di Francesco Rocca alla guida della Cri è arrivato Rosario Valastro, che già ricopriva la carica di vice presidente: dopo la privatizzazione che ha portato nel 2016 ad accollare tutti i debiti alla bad company Esacri, la Cri, senza più fardelli alle spalle, nel 2020 ha visto crescere il suo attivo del 13,9% rispetto all'anno precedente, certifica l'ultima relazione della Corte dei Conti del settembre scorso. Dove però si rimarca anche che questo è avvenuto grazie a un forte aumento della produzione, pari al 68,2%, frutto anche delle convenzioni sottoscritte con le amministrazioni pubbliche e delle donazioni ricevute per fronteggiare l'emergenza Covid. Come andrà in tempi di pace si vedrà.

Estratto dell’articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 16 gennaio 2023.

Spacciava eroina, in quei tempi ormai lontani, perché non voleva più fare il bagnino se non da miliardario, come nel vecchio film di Elvis Presley che amava e che per lui, nato nel 1965, era già un cult.

 Ma il giovane Francesco Rocca si avvelenava, in dosi massicce, soltanto di fascismo che, in quegli anni, tra i '70 e gli '80, di sprezzava i drogati: "conigli da erba" e "zecche da siringa".

 (...)

Quando lo arrestarono, cambiò il suo rapporto col tempo che più passa e più leviga il ricordo come l'onda di risacca sui ciotoli di Ostia. Rocca ora dice che noi giornalisti lo inchiodiamo alla macchina del fango, ma è lui che non riesce a non parlarne, nelle interviste, nei convegni, dovunque: «Per fatto personale" comincia. La condanna definitiva è dell'87, tre anni e due mesi: i primi sei li passò a Rebibbia, nella cella di fronte c'era Ali Agca.

 Poi lo mandarono ai domiciliari perché collaborava: Clement Chukwrak e Patrick Okafor erano gli studenti nigeriani che fornivano la droga e Okafor aveva un rapporto speciale con un funzionario dell'ambasciata. Rocca si legò a uno spacciatore che si chiamava Alessandro Vettese e divenne il "ponte" fra i nigeriani e Ostia, già allora divisa in famiglie.

 Con il pentimento comincia l'epopea della resurrezione, da carcerato a candidato. C'era già Fabio Rampelli che lo riportò dentro il Fronte della gioventù che lo aveva espulso

 (...)

 Di sicuro in Croce Rossa, dove fu mandato da Gianni Letta e Gianfranco Fini come commissario straordinario ed è rimasto per 15 anni, in tanti adesso dicono di aver subito «il carattere bipolare del presidente», dolente e allegro, autoritario ma generoso, tipico della sua Ostia dove «niente è come sembra».

(...)

E Rocca non è solo Croce Rossa. È un amministratore della Sanità romana, «quel gran giro de quatrini» che sono le cliniche degli Angelucci di cui, sino alla settimana scorsa, ha pure presieduto una fondazione. Se chiedi di Rocca ti mandano dossier, ti raccontano storie a mezza bocca Respingo le offerte, dico che non mi interessa. Ma Rocca ha amministrato e presieduto tutto: le Asl, l'Idi, la Confapi e pure l'ospedale sant' Andrea, dove lo mandò come commissario straordinario Francesco Storace quand'era presidente della Regione e dove conobbe la sua seconda moglie, la nutrizionista e oncologa Debora Rasio che sposò in Campidoglio

Strumenti e macchinari obsoleti.

Paolo Russo per “la Stampa” il 12 gennaio 2023.

Se le liste d'attesa si allungano, se aumentano le diagnosi tardive di tumore, se sempre più giovani medici fuggono all'estero e l'assistenza domiciliare resta un miraggio per la quasi totalità dei nostri anziani di deve anche al Jurassic park tecnologico della nostra sanità, dove l'89% delle strutture utilizza macchinari obsoleti.

 Quelli che andando più facilmente fuori uso fanno allungare i tempi per eseguire una tac o una risonanza, che spingono i camici bianchi in carriera verso Paesi dove la tecnologia è più avanzata, che non fanno individuare un cancro allo stato iniziale o che non permettono il monitoraggio da casa di un anziano cronico.

 Come stanno le cose ce lo rivela l'Osservatorio parco installato di Confindustria dispositivi medici, l'associazione che rappresenta le imprese del settore. Il 71% dei mammografi convenzionali ha superato i 10 anni di età, il 69% delle Pet ha più di 5 anni e il 54% delle risonanze magnetiche chiuse hanno oltre 10 anni.

Partiamo dai mammografi. L'età media di quelli convenzionali è di 13,4 anni, quando non dovrebbero superare i sei, secondo gli standard di sicurezza e adeguamento tecnologico. Ma solo il 9% ha meno di 5 anni e l'84% supera comunque il limite anagrafico che darebbe diritto al pensionamento. Va un po' meglio per gli angiografi, le apparecchiature che servono a valutare lo stato dei nostri vasi sanguigni e delle coronarie. Insomma un esame importante, che nel 61% dei casi affidiamo a una strumentazione ormai obsoleta.

 La risonanza magnetica sappiamo tutti a cosa serve e quanto sia importante per diagnosticare in alcuni casi malattie, come quelle oncologiche, che prese per tempo possono ancora essere sconfitte. Peccato che ben il 74% di queste apparecchiature abbia superato il limite di età che le rende non più al passo con i tempi.

Anche perché parliamo di risonanze magnetiche con minor livello di precisione, secondo l'unità di misura "Tesla", che in questo caso è pari a 1, mentre quelle tecnologicamente più avanzate arrivano anche oltre il valore di 3. Qui la percentuale di obsolescenza scende al 41%. Ma le risonanze 4.0 sono una rarità degli ospedali italiani.

 Le tomografie assiali computerizzate, le tac tanto per capirci, sono troppo in là negli anni in un caso su due (il 51% per l'esattezza). Anche in questo caso la percentuale si abbassa quando si va a contare l'età delle apparecchiature multistrato, capaci di vedere più in profondità dentro ossa e organi.

Ma anche qui le Tac più avanzate sono quelle meno diffuse. A volte per fare una diagnosi corretta basta una semplice radiografia. Peccato che se parliamo degli apparecchi radiografici tradizionali l'81% abbia superato il limite dei 10 anni di anzianità, oltre i quali si farebbe bene a sostituirli, mentre obsoleto è il 48% di quelli digitali, che sono ancora una rarità nei nostri centri diagnostici.

 Quando pensiamo a una sala operatoria ci vengono in mente bisturi e chirurgo ma non immaginiamo quanta tecnologia ci sia. Ad esempio per monitorare i nostri parametri vitali con quei grandi macchinari, definiti in termini tecnici "sistemi mobili ad arco", obsoleti nel 57% dei casi. «Per capire come l'obsolescenza tecnologica finisca per influire sul nostro lavoro e sulla sicurezza dei pazienti basti pensare alla chirurgia mininvasiva laparoscopica. È chiaro che se abbiamo telecamere di ultima generazione aumenta la definizione delle immagini e questo ci permette di operare con più precisione» spiega Il professor Marco Scatizzi, presidente dell'Acoi, la società scientifica dei chirurghi ospedalieri.

Che poi aggiunge: «Purtroppo oggi con le imprese stritolate dal cosiddetto Pay back, che le impone di rimborsare 2,2 miliardi per il ripiano dello sfondamento di un tetto di spesa sottostimato, oggi abbiamo carenza anche di cose come bisturi elettrici e suturatrici meccaniche», denuncia. Lamentando poi il fatto che «il Pnrr investe circa 4 miliardi per l'ammodernamento tecnologico della sanità, ma nulla per quello delle sale operatorie».

Ma se negli ospedali la tecnologia appartiene in media all'era giurassica, nel territorio spesso manca proprio.

 In Italia ci sono oltre 200 mila pazienti con supporto ventilatorio domiciliare, 100 mila in ossigenoterapia, 30 mia nutriti artificialmente per via enterale o parenterale. In moltissimi casi i pazienti domiciliari necessitano di più terapie contemporaneamente, si pensi ad esempio agli oltre 6 mila pazienti affetti da Sla, che nelle fasi più avanzate della patologia hanno bisogno di supporto respiratorio continuo, di essere nutriti tramite Peg, di assistenza sanitaria e riabilitativa, di ausili per la comunicazione oculare.

Secondo distributori e produttori di dispositivi medici però oggi la fornitura di queste terapie domiciliari complesse va spesso a singhiozzo, ed è disomogenea da Asl a Asl, nonostante siano prestazioni a pieno titolo garantite dai Lea, i livelli essenziali di assistenza che garantiscono la mutuabilità delle cure.

 E questo finisce per pesare anche economicamente sui pazienti e badanti o familiari che li assistono in casa. Ma anche dove le apparecchiature ci sono mancano poi personale formato a leggere i dati prodotti e reti digitali in grado di connettere tra loro strutture sanitarie e professionisti. «Tutto il flusso di dati che arrivano dal monitoraggio dei pazienti a domicilio devono essere strutturati e gestiti da un collettore di informazioni, che le veicoli poi in modo strutturato giorno per giorno ai medici curanti e alle strutture sanitarie che hanno in carico il paziente.

Per questo occorre formare chi va a domicilio del paziente come avviene per le strutture ospedaliere. E per questo servirebbe un sistema di accreditamento anche per i servizi di assistenza a domicilio, che preveda l'uso delle tecnologie rispetto alla tradizionale presa in carico del paziente e l'integrazione tra medical device, telemedicina e professionisti della sanità».

Mentre oggi larga parte dell'assistenza domiciliare è delegata a cooperative e associazioni private, che hanno poco interesse a pagare di tasca propria la formazione digitale dei propri dipendenti. E così tra apparecchiature ospedaliere simili a vecchie 500 che arrancano nei nostri ospedali e Ferrari tecnologiche parcheggiate nei garage dell'assistenza territoriale la sanità 4.0 resta per ora un sogno.

I Pronto Soccorso.

Antonio Giangrande: Se non è estorsione questa…

Avetrana. In presenza di una patologia con disturbi urologici che pare abbastanza grave ed improvvisa ci si rivolge al medico curante: chiuso!

Allora ci si rivolge alla Guardia Medica. Il medico di guardia è assente per visite domiciliari. Si attende con pazienza. Dopo un po’ di tempo il medico arriva e ti visita, ma non si esprime sulla diagnosi e la cura: si dichiara incompetente e ti manda al Pronto Soccorso di Manduria a 20 km.

Al Pronto Soccorso si arriva con mezzi propri, ci si rivolge all’accettazione e si manifesta il disturbo. Questi si dichiarano incompetenti e ti invitano ad andare al Pronto Soccorso di Taranto a 50 km. Ritengono che a Taranto vi possa essere la relativa visita specialistica.

Si preferisce aspettare a Manduria almeno per le cure più immediate. Allora ti assegnano il codice verde: non critico.

Dopo ore di attesa (con altri pazienti arrivati ore prima con differenti codici) arriva la visita medica (con pubblico annesso: 1 guardia e 2 infermiere) con riscontro di edema dello scroto e del pene, che lo fa diventare grosso come una palla. Visita di un minuto: una punturina intramuscolo e via.

La sorpresina è il pagamento del Ticket:

Importo ticket 20,66

Quota ricetta 10,00

Quota pronto soccorso 25,00

Totale: 55,66

Naturalmente da aggiungere le spese per il doppio percorso effettuato con auto propria per la visita, prima, ed il pagamento in giorno successivo, poi. Più il costo dei farmaci.

Quando si dice: diritto alla salute…

Antonio Giangrande:

Una persona può essere sana o avere qualche malattia.

Le malattie sono curabili secondo l'evoluzione della scienza riconosciuta dalle istituzioni e dalle lobby farmaceutiche, e/o la preparazione dei medici, e/o nel caso della prevenzione e della scoperta nei tempi giusti.

La sanità italiana non permette la prevenzione o la cura adeguata, tenuto conto delle liste di attesa dovute alla gestione privatistica della sanità dei baroni e, spesso, della svogliatezza e dell’impreparazione dei medici.

Un malato: o è curabile o è terminale.

Al malato curabile si somministrano le terapie necessarie prescritte da uno specialista voglioso e preparato.

Il malato terminale, in base al censo ed alla famiglia, si abbandona o gli si somministrano le terapie palliative.

La parola palliativo deriva dalla parola latina pallium che significa mantello, protezione.

Per cure palliative si intende “l'insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un'inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”. (Legge n.38/1 Art. 2-Definizioni)

Le cure palliative, quindi, sono quell'insieme di cure, non solo farmacologiche, volte a migliorare il più possibile la qualità della vita sia del malato in fase terminale che della sua famiglia.

La cura palliativa per i pazienti agiati in Italia diventa, spesso, accanimento terapeutico. I familiari, o solo per imposizione di alcuni di essi in contrasto con il resto della famiglia, o il malato, servito e riverito, protraggono egoisticamente la cessazione della vita di qualche giorno, al costo di immani sofferenze per il malato stesso con interventi chirurgici e cure inutili, che non vuol cessare una vita, spesso inutile per sè stesso e per la società, e con molti oneri assistenziali per loro da parte dei familiari e della sanità pubblica.

Quando si decide di dire basta alle cure palliative, non è eutanasia egoistica, ma vero senso di carità per una morte dignitosa e caritatevole.

Quale valore affettivo vuol significare vedere il proprio caro sofferente in perenne stasi o in catalessi con il catetere per l'urina, la pala al culo, la flebo attaccata, il sondino per l'alimentazione. l'occhialino dell'ossigeno?

Quale interesse è per il malato terminale a cui si danno false speranze di guarigione, facendolo morire disperato, anziché accompagnarlo ad una morte serena e consapevole?

Il Diritto e la Pretesa.

La gioventù e la vecchiaia sono facce della stessa medaglia. In entrambe le fasi della vita c’è qualcuno che dipende da un altro, che se ne prende cura.

I giovani sono mantenuti, istruiti ed educati dai vecchi.

I vecchi sono mantenuti dai giovani.

Cosa vuol dire e qual è la differenza.

Vuol dire che c’è un obbligo giuridico a carico di giovani e vecchi.

La differenza è che i giovani non possono scegliere, né pretendere, ma solo, eventualmente, recriminare. A loro viene dato il mantenimento, l’istruzione e l’educazione secondo i canoni familiari di appartenenza, che la fortuna gli ha riservato, e da lì dipende il loro futuro. Lo Stato interviene ove la famiglia manca fisicamente o per incapacità, ma non è sempre un giovamento. Spesso l’intervento è tardivo, o mancante, o nocivo. Ergo: essi non si discostano dalla falsa riga culturale ed economica di appartenenza.

I vecchi, invece, possono scegliere. Si diceva: i giovani sono i bastoni della vecchiaia dei genitori. E i genitori questo dogma l’hanno preso alla lettera, tanto che si creavano più di un bastone: famiglie con tanti figli. Figli che erano bastoni anche della gioventù dei genitori, perché lavoravano per loro.

Gli odierni vecchi sono persone che hanno usufruito del pensionamento in tenera età e si son goduti la vita. Si sentono giovani e non hanno nessuna voglia di morire. Hanno una bella pensione, spesso aggiunta a quella di reversibilità del coniuge. Quindi, non hanno bisogno di mantenimento, come per legge. E lì finisce l’obbligo dei figli nei loro confronti.

Invece, ad un certo punto i vecchi, però, fanno i capricci. Vogliono l’assistenza!!! Perché così fan tutti.

Fa niente se sono stati cattivi genitori e non la meritano: loro la pretendono.

L’assistenza, secondo i vecchi, è che i figli li devono accudire come bambini: averli presenti fisicamente notte e giorno con loro. Come moderni schiavi. Fa niente che questi hanno la loro famiglia ed il loro lavoro: i loro obblighi verso i loro figli.

I vecchi pensano solo per loro. Non vogliono lasciare la loro casa per stare, per comodità, con i figli. Spesso non dormono la notte e non fanno dormire i presenti, perché hanno paura di morire nel sonno o hanno delle allucinazioni, come le apparizioni di persone care defunte. Mentre di giorno poltroneggiano, di notte si mettono a camminare in casa. Vogliono essere accompagnati al bagno, per paura di cadere, o imboccati quando mangiano, per paura di sporcarsi. Voglio essere accuditi come malati, con medico ed infermiera al seguito. Medicine e visite mediche periodiche non devono mancare. Vogliono essere ascoltati. Parlano e parlano, dicendo sempre le stesse cose. Le loro opinioni sono incontestabili. Quindi, non sono persone incapaci, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a sé stesse. E quantunque fosse, lo Stato offre l’intervento dei Servizi Sociali, la possibilità dell’accompagnamento e dell’esenzioni mediche, oltre che delle agevolazioni della legge 104. Tra pensioni ed accompagnamento si ha la possibilità della Residenza per anziani o della badante. Ma loro vogliono i figli senza pagare.

Eppure, se non fai come loro pretendono, ti minacciano di diseredarti per qualcosa che non hai ancora avuto, o ti rinfacciano qualcosa che ti hanno dato. Fosse anche niente, ma per loro è tantissimo. Comunque, non mi sembra che nell’aldilà qualcuno abbia portato le cose terrene con sé.

Insomma, alla fine, riescono a rovinare tutto quel di buono vi era stato nei rapporti in famiglia.

Io spero di non diventare come loro e, magari, di morire prima…anche se vecchio già lo sono.

I Genitori.

Art. 30 della Costituzione:

E’ dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede che siano assolti i loro compiti”.

Dispositivo dell'art. 147 Codice Civile (R.D. 16 marzo 1942, n. 262):

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo VI - Del matrimonio  Capo IV - Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315 bis Dispositivo dell'art. 315 bis Codice Civile

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo IX - Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio Capo I - Dei diritti e doveri del figlio

Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa.

I Figli.

Articolo 433 Codice Civile (R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo XIII - Degli alimenti

All'obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell'ordine:

1) il coniuge;

2) i figli;

3) i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti;

4) i generi e le nuore;

5) il suocero e la suocera;

6) i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.

Dispositivo dell'art. 591 Codice Penale:

Codice Penale LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare Titolo XII - Dei delitti contro la persona Capo I - Dei delitti contro la vita e l'incolumità individuale

Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Alla stessa pena soggiace chi abbandona all'estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto, a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro.

La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte.

Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

L'obbligo di assistenza ai genitori anziani. Da studiolegalecastagna.it il 12 gennaio2023

I dati demografici degli ultimi anni, come noto, mostrano un progressivo invecchiamento della popolazione che pone spesso di fronte al problema di anziani in stato di bisogno che vivono soli o che possono essere a tutti gli effetti considerati genitori abbandonati dai loro figli.

All'interno del nostro codice civile, come è noto, è previsto l'obbligo dei genitori di prendersi cura dei propri figli e mantenerli sino al raggiungimento della loro completa autonomia economica.

Tuttavia, meno conosciuto ma non meno importante, potrebbe essere il corrispondente obbligo dei figli, nei confronti dei propri genitori, i quali si trovino in stato di bisogno e incapacità a provvedere al proprio mantenimento, sancito dall'art. 433 c.c.

Inoltre, se i genitori ormai anziani vengono lasciati a sé stessi, i figli e/o i nipoti potrebbero rischiare di incorrere nel reato previsto dall'art. 591 c.p., il quale sanziona l'abbandono di persone incapaci.

Per sapere quando questo reato sussista, occorre partire dall'articolo stesso del codice penale, secondo cui: chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Tali pene vengono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

Tale fattispecie è stata più volte interpretata dalla Corte di Cassazione, il cui precedente orientamento, prevedeva che ai fini della sussistenza del reato di abbandono di persone incapaci, era necessario accertare in concreto l’incapacità del soggetto passivo di provvedere a sé stesso.

A differenza dei bambini, che a prescindere vengono considerati incapaci fino al compimento dei 14 anni, per quanto riguarda gli anziani va valutato caso per caso, in quanto l'età avanzata, di per sé, non può essere considerata motivo invalidante.

Con la conseguenza che, non essendoci presunzione di incapacità per la vecchiaia, in quanto condizione non patologica, abbandonare il genitore anziano senza malattie specifiche, non poteva costituire reato.

Con la sentenza n. 44098/2016 la Corte cambia orientamento: il caso trattava di un anziano, padre della ricorrente, il quale trovandosi in uno stato di precaria salute e sostanzialmente abbandonato dalla figlia, sarebbe stato posto in pericolo.

La ricorrente era, infatti, stata condannata per abbandono di incapace dal tribunale di primo grado, con sentenza confermata anche dalla Corte d’appello di Bari.

La donna tuttavia si rivolgeva alla Corte di Cassazione lamentando un'errata applicazione dell’art. 591 c.p., poiché il pericolo per l’incolumità fisica derivante dall’inadempimento dell’obbligo di assistenza, non poteva sussistere, in quanto il padre non era mai stato affidato alla sua custodia. In aggiunta, precisava che l'impossibilità di assistere il padre derivava dalla necessità di accudire i propri figli.

La Cassazione ha ritenuto tutti i motivi presentati dalla ricorrente infondati, sancendo che: "l’elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità dei soggetto passivo"; sottolineando, inoltre, come dalle precedenti sentenze, soprattutto di primo grado, il Giudice abbia ampiamente motivato sul tema del dovere giuridico, oltre che morale, di cura ravvisabile in capo all’imputata verso il padre.

Tale motivazione viene fondata sull'interpretazione sistematica di diverse norme, sia di livello costituzionale, che riguardano il riconoscimento della famiglia come società naturale, il suo inquadramento tra le formazioni sociali ove si svolge la personalità dei singoli e l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale (artt. 3 e 29 Cost.), sia di quelle del codice civile che impongono il dovere di rispetto dei figli verso i genitori, che diventa concretamente stringente in caso di stato di bisogno ed incapacità del singolo a provvedere al proprio mantenimento ( art. 433 c.c.).

La Corte di Cassazione si sofferma infine sul dovere di cura gravante sulla donna, sancendo che chi lascia il proprio genitore anziano da solo, in condizioni di grave incapacità fisica o mentale, anche senza una patologia specifica ma semplicemente per vecchiaia, risponde del reato di abbandono di persone incapaci, così come previsto dall'art. 591 c.p., sancendo che l’obbligo di accudire i genitori non è più unicamente morale, ma stabilito per legge, grazie anche ai rinvii operati alla Costituzione e al codice civile.

Legge 104 assistenza genitori anziani: come funziona? Da epicura.it 3/2/2023

Indice

1. Assistenza genitori anziani da parte dei figli

2. Legge 104: a chi spetta?

3. Legge 104 e permessi: come funziona?

4. Legge 104: come fare domanda?

5. Assistenza genitori anziani: due anni di congedo retribuito

In Italia, più di 14 milioni gli anziani necessitano di cure e assistenza continua perché non più autosufficienti.

Negli ultimi anni, infatti, la figura di Caregiver familiare ha assunto un ruolo di primaria importanza. Con questo termine, s'intende "colui che si prende cura”, ovvero tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato o disabile.

Tuttavia, ad oggi chi svolge questa attività di assistenza non è ancora formalmente tutelato da un quadro normativo.

L'unica modalità concessa dallo Stato Italiano è rappresentata dalla Legge 104 per l'Assistenza di Genitori Anziani, ovvero riconoscimento per un familiare che accudisce un parente anziano, con copertura da parte dello Stato dei contributi maturati durante l'assistenza e il lavoro svolto prendendosi cura del soggetto, equiparandoli a quelli che si maturano come lavoro domestico.

Assistenza genitori anziani da parte dei figli

Un genitore, per quanto possibile, desidera trascorrere il resto della sua vita nella casa dove ha visto nascere e crescere la propria famiglia. Si sente più tranquillo e sereno se a occuparsi di lui è un figlio o comunque una figura familiare, con la quale ha confidenza e intimità.

Prendersi cura di un genitore anziano è un atto meraviglioso, dettato dall’affetto e dalla necessità di garantirgli il necessario benessere emotivo, mentale e fisico.

Un desiderio legittimo, a cui segue, però, un'attenta riflessione sul rovescio della medaglia. Si tratta di un impegno che richiede nervi saldi, tempo, lavoro e qualche sacrificio in più perché le attività da svolgere sono tante e onerose.

E se il familiare da assistere non fosse autosufficiente o affetto da gravi patologie?

In questo caso, si può usufruire dei permessi e degli strumenti descritti nella Legge 104 per l’Assistenza ai Genitori Anziani.

Legge 104: a chi spetta?

La Legge 104 si applica a qualsiasi lavoratore dipendente, con un contratto a tempo indeterminato o determinato e con a carico un familiare affetto da una grave disabilità.

I soggetti che non hanno diritto alla 104 sono i lavoratori autonomi, quelli a domicilio, i lavoratori agricoli a tempo determinato occupati a giornata e chi svolge lavori domestici e familiari.

Legge 104 e permessi: come funziona?

Le agevolazioni previste dalla legge 104 / 92 per l’Assistenza dei Genitori Anziani sono di natura fiscale, economica e lavorativa.

Uno degli aiuti più importanti stabiliti dalla Legge 104 sono i giorni di permesso. La legge stabilisce che chi ha un familiare con patologia invalidante o handicap grave, ha diritto a 3 giorni al mese di permessi retribuiti. Inoltre, è possibile frazionarli in ore purché non si superi il triplo delle ore lavorative giornaliere.

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che è possibile richiedere il permesso anche se il familiare è ricoverato in una struttura residenziale, a patto che sia una casa di riposo e non una RSA dove è garantita un’assistenza sanitaria continua.

A questa agevolazione, ha diritto chi è in possesso di 3 requisiti specifici ovvero:

l'assistito deve avere più di 65 anni

il grado di parentela deve essere al massimo entro il terzo grado

il lavoratore deve essere convivente o comunque abitare vicino al familiare anziano

L’assistenza esclusiva dei genitori anziani da parte dei figli prevista dalla Legge 104 stabilisce che il permesso possa essere richiesto da un solo lavoratore dipendente che diventa a tutti gli effetti un referente. Nel caso in cui una persona debba assistere più familiari contemporaneamente, può usufruire di più permessi.

Sarà necessario, inoltre, programmare un piano accurato con le assenze previste da consegnare all’amministrazione. L’INPS o datore di lavoro sono chiamati a effettuare dei controlli finalizzati all’accertamento della presenza dei requisiti richiesti dalla normativa.

Per quanto riguarda la sede lavorativa, la Legge 104 dispone che il lavoratore abbia la facoltà di scegliere quella più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso. Allo stesso modo, è possibile rifiutare di lavorare in orari notturni (7 ore consecutive a partire dalla mezzanotte) se si tratta di un familiare non autosufficiente.

Legge 104: come fare domanda?

Innanzitutto, bisogna richiedere un certificato medico per attestare l’intera storia clinica del genitore anziano da assistere. A compilarlo è il medico di base che, una volta visitato il paziente, è tenuto a inviare telematicamente all’INPS l’intera documentazione e a rilasciare il numero di protocollo.

Una volta in possesso del numero di protocollo, bisogna inviare la richiesta della Legge 104 alla sede dell'INPS che, una volta visionata l’anamnesi del medico di base, convocherà l'assistito per essere visitato dalla commissione medica della ASL di appartenenza.

Se la diagnosi non è sufficientemente chiara, la commissione potrà richiedere altri accertamenti.

In caso di esisto positive, si provvederà al rilascio del verbale in cui sarà indicato in maniera chiara e inequivocabile il grado di handicap grave ai sensi della Legge 104 articolo 3 comma 3.

Assistenza genitori anziani: due anni di congedo retribuito

I lavoratori dipendenti pubblici o privati possono usufruire anche di un’altra importante agevolazione, ovvero il congedo straordinario biennale, frazionato o continuativo, da richiedere nell’arco della vita lavorativa.

Il congedo è retribuito sulla base dell’ultimo stipendio percepito, dà diritto alla tredicesima ed è coperto dai contributi ai fini pensionistici.

Il requisito per richiedere tale congedo è che l'assistito non sia ricoverato a tempo pieno e che non presti attività lavorativa per il biennio in esame.

E se il figlio non fosse convivente?

A chiarire la questione, è intervenuto l’articolo 42 del D.Lgs. n.151/2001 che ha definito "non prioritario il requisito della convivenza a patto che suddetta convivenza abbia luogo entro l’anno dalla richiesta di congedo straordinario e sia conservata per l'intera durata dello stesso".

La Legge 104 in materia di Assistenza ai Genitori Anziani dispone che il figlio, se in possesso di 20 anni di contributi, possa richiedere la pensione anticipata. L’assegno mensile in questo caso non dovrà superare il tetto massimo di 1.500 euro lordi.

Tra i diritti stabiliti dalla Legge 104 per l’Assistenza dei Genitori Anziani da parte dei figli, c'è la possibilità di richiedere:

Indennità di accompagnamento

Agevolazioni che spettano per l’acquisto di attrezzature e accessori come le poltrone speciali destinate ai non deambulanti

Detrazioni fiscali per l’assunzione della badante, per l'acquisto di farmaci o per l’eliminazione delle barriere architettoniche.

Alla base di quanto descritto, la legge 104 rappresenta quindi un quadro normativo importante al quale fare riferimento per agevolare la vita degli assistiti e dei loro figli.

In conclusione, occuparsi di un caro non autosufficiente non è semplice: per questo è fondamentale vagliare tutte le opzioni per trovare la soluzione che garantisca la serenità alla persona anziana e a tutta la sua famiglia.

Figlio si occupa da solo della madre malata, può chiedere il rimborso al fratello?

Il figlio che cura gli anziani genitori adempie ad un’obbligazione naturale (articolo 2034 del codice civile). Di Marcella Ferrari, Avvocato, Pubblicato il 19/03/202 su altalex.com

 Nelle famiglie, capita spesso che uno dei figli si occupi, in via esclusiva, degli anziani genitori (o di uno solo di essi) e che il fratello, vivendo in un’altra città, se ne disinteressi. Il figlio che ha sempre assistito il genitore, che ha pagato le cure e ha investito il proprio tempo nella gestione della casa, può chiedere un rimborso all’altro?

Prima di rispondere al quesito, analizziamo gli obblighi gravanti sui figli in relazione all’assistenza degli ascendenti.

Sommario

L’obbligo degli alimenti a carico dei figli

L’obbligo di assistenza ai genitori

Le somme spese per i genitori e l’obbligazione naturale

Un figlio che si disinteressa dei genitori è indegno a succedere?

L’obbligo degli alimenti a carico dei figli

Qualora gli anziani genitori versino in stato di bisogno, poiché, ad esempio, la pensione non è sufficiente per pagare tutte le spese o perché malati, grava sui figli l’obbligo di alimenti (art. 433 c.c.). La legge richiede che il soggetto non sia in grado di sopportare le spese fondamentali, come il vitto, l’alloggio, il vestiario e i medicinali.

È irrilevante che lo stato di bisogno sia imputabile al genitore che, ad esempio, ha dilapidato il proprio patrimonio senza pensare al futuro. Il Codice civile indica un elenco di soggetti obbligati a versare gli alimenti. Primo tra tutti, l’altro coniuge (art. 433 n. 1 c.c.), anche se separato. Vi sono poi i figli e i discendenti (art. 433 n. 2 c.c.) chiamati a fornire un aiuto qualora non vi sia un coniuge o questi non possa soddisfare l’obbligo alimentare. Il diritto agli alimenti è limitato allo stretto necessario ed è proporzionato alle condizioni economiche dell’onerato.

Se il genitore ha più di un figlio, tutti sono obbligati a concorrere alla prestazione in base alle proprie capacità (art. 441 c. 1 c.c.).

Se il figlio non intende versare alcuna somma, può ospitare in casa propria il genitore, in tal modo adempiendo all’obbligo di legge (art. 443 c. 1 c.c.).

L’obbligo di assistenza ai genitori

Il Codice penale sanziona chi fa mancare i mezzi di sussistenza agli ascendenti con il reato di “violazione degli obblighi familiari” punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro (art. 570 c.p.).

I mezzi di sussistenza sono quelli indispensabili a soddisfare le necessità essenziali della vita, come il cibo, l’abitazione e i medicinali. Inoltre, costituisce reato l’abbandono di una persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia o per vecchiaia, o per altra causa, della quale si debba avere cura; la fattispecie di reato è punita con la reclusione da 6 mesi a 5 anni e le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal figlio (art. 591 c. 4 c.p.).

Dalla norma penale emerge un generale dovere in capo ai figli di assistere i genitori.

Le somme spese per i genitori e l’obbligazione naturale

Torniamo ora alla domanda iniziale: il figlio che aiuta economicamente il genitore può chiedere il rimborso al fratello?

La risposta è negativa.

Il figlio che cura gli anziani genitori adempie ad un’obbligazione naturale (art. 2034 c.c.). Con tale espressione, ci si riferisce alle somme versate spontaneamente in esecuzione di doveri morali e sociali. Si tratta di doveri imposti dal principio di solidarietà e il loro inadempimento comporta la disistima sociale. Ebbene, simili prestazioni non sono ripetibili, ossia non è possibile chiederne la restituzione.

Allora, cosa può fare il figlio che accoglie il genitore nella propria abitazione per farsi aiutare dai fratelli?

Come abbiamo visto, tenere in casa il soggetto bisognoso rappresenta un modo in cui adempiere all’obbligazione alimentare, pertanto, il genitore, in qualità di legittimato attivo, può chiedere agli altri figli di versare gli alimenti, come prescritto dal Codice civile e, in caso di loro rifiuto, rivolgersi al Tribunale per ottenere una condanna in tal senso.

Molto spesso, il figlio che ha accudito il genitore pensa di aver diritto ad una quota maggiore dell’asse ereditario. Anche in questo caso, la risposta è negativa. Infatti, la circostanza che uno dei figli si sia occupato in via esclusiva del genitore anziano o malato, non incide sulle quote del patrimonio ereditario.

Un figlio che si disinteressa dei genitori è indegno a succedere?

La morale e il diritto non sempre vanno di pari passo. Infatti, anche se eticamente è biasimevole la condotta noncurante di un figlio, non è possibile considerarlo giuridicamente come indegno a succedere. L’istituto dell’indegnità (art. 463 c.c.) riguarda casi tassativi come, ad esempio, l’ipotesi in cui un figlio attenti alla vita del genitore. Solo in tale evenienza egli può essere escluso dall’asse ereditario, perché l’indegnità rappresenta una causa di esclusione dalla successione. Al di fuori di tali casi limite, tutti i figli succedono ai genitori in base alle quote stabilite per legge in assenza di testamento.

Quindi, il genitore che intende “ricompensare” il figlio che si è preso cura di lui può farlo tramite una disposizione testamentaria. Infatti, oltre alla quota di legittima, che spetta di diritto anche all’altro figlio, il testatore è titolare di una quota disponibile che può lasciare a chi desidera.   

L’obbligo alimentare dell’art 433 codice civile. Studio Legale degli Avv.ti Berti e Toninelli. Articolo pubblicato: 17 Febbraio 2022

Chi e come deve versare gli alimenti ex art 433 codice civile

L’obbligo alimentare dell’art 433 codice civile per chi versa in stato di bisogno

Nel Titolo XIII, del primo libro del Codice Civile è contenuta la particolare disciplina inerente gli obblighi alimentari: dell’art 433 codice civile all’art. 448 bis codice civile si parla delle obbligazioni alimentari (conosciute anche come c.d. diritto agli alimenti) alle quali alcuni soggetti sono tenuti, in virtù dell’esistenza di vincoli familiari.

Presupposto del diritto agli alimenti è lo “stato di bisogno”. Una delle ipotesi più frequente è, ad esempio, quella del mantenimento genitore anziano non economicamente autosufficiente.

Il fondamento delle obbligazioni alimentari è individuato nei principi costituzionali di solidarietà e assistenza.

L’art. 433 codice civile indica i soggetti chiamati a prestare gli alimenti, secondo il principio del grado, sulla base della intensità del legame personale con il soggetto beneficiario.

In base all’elenco dell’art 433 codice civile, il primo degli obbligati è il coniuge del beneficiario. In sua assenza, sono obbligati i figli, gli ascendenti prossimi, i generi/nuore, i suoceri ed infine i fratelli/sorelle. Obbligato è altresì il donatario, cioè chi ha ricevuto una donazione dal beneficiario, ma nei limiti del valore “residuo” della donazione ricevuta.

Dopo una breve analisi generale sull’obbligazione alimentare, l’articolo si sofferma sui presupposti, sulle cause di modifica e cessazione dell’obbligo e sui soggetti obbligati.

Viene approfondita soprattutto l’obbligazione nei confronti del coniuge e dei parenti affini: l’articolo esamina se in caso di separazione consensuale gli alimenti continuano ad essere dovuti, e qual è la sorte degli alimenti dopo il divorzio (se cioè sono dovuti o meno gli alimenti al coniuge divorziato).

Viene esaminata anche la dimensione processuale: in che modo il beneficiario può richiedere il diritto agli alimenti. L’azione alimentare deve essere intrapresa dal beneficiario, oppure dal suo tutore, curatore o amministratore di sostegno (nominato tra i parenti e affini entro il quarto grado, oppure esterno alla famiglia), previa autorizzazione del Giudice Tutelare

Questi sono gli argomenti trattati:

Cos’è l’obbligo alimentare ex art 433 codice civile?

L’art 433 codice civile e le altre fonti delle obbligazioni alimentari

Quali sono i presupposti dell’obbligazione alimentare ex art 433 codice civile

Art 433 codice civile: cosa si intende per “stato di bisogno”

Gli alimenti nei confronti del fallito: art 433 codice civile e dlgs 14/2019

Chi sono i soggetti obbligati in base all’art 433 codice civile

Quando i figli (n. 2 dell’art 433 codice civile) sono obbligati al mantenimento del genitore anziano

Quando si è obbligati al mantenimento del suocero o della suocera (n. 4 dell’art 433 codice civile)?

Quale differenza tra alimenti e mantenimento

In caso di separazione consensuale gli alimenti sono dovuti?

Devono essere corrisposti gli alimenti dopo il divorzio?

Quando gli alimenti sono dovuti nelle unioni civili e nelle convivenze di fatto

Perché il donatario precede tutti i soggetti indicati all’art 433 codice civile

Quali sono le caratteristiche dell’obbligazione alimentare

Art 433 codice civile: come si calcola l’assegno alimentare

Art 433 codice civile: come devono essere versati gli alimenti

Come si richiedono gli alimenti ai soggetti ex art 433 codice civile

Gli alimenti urgenti e provvisori ex art 433 codice civile

Art 433 codice civile: quando si modifica e si estingue l’obbligazione alimentare?

Cosa si rischia per l’inadempimento ex art 433 codice civile

COS’È L’OBBLIGO ALIMENTARE EX ART 433 CODICE CIVILE?

Nel codice civile non viene fornita una vera e propria definizione di obbligo alimentare. Si tratta dell’obbligo di garantire, ad una persona che versa in “stato di bisogno”, le risorse economici sufficienti a soddisfare i bisogni primari, quali il vitto e l’alloggio.

Tale obbligo può sorgere sia in base ad una disposizione di legge, ed è il caso dell’art 433 codice civile, sia in base ad un testamento, sia infine in base ad un contratto, quale la donazione in primis.

In via generale, i caratteri distintivi dell’obbligo alimentare sono:

Lo stato di bisogno del beneficiario: questo deve essere privo di risorse economiche sufficienti a soddisfare i bisogni primari della persona e nella impossibilità oggettiva di procurarseli.

Il particolare legame che lega l’obbligato ed il beneficiario: può trattarsi di un vincolo di famiglia (obbligati in base all’art. 433 del codice civile sono il coniuge, i parenti e gli affini più prossimi) o meramente giuridico (la donazione, oppure un diverso contratto, oppure ancora un lascito testamentario). Secondo una recente pronuncia di merito (Trib. Lecce, sentenza 1418/2020) il legame particolare può sostanziarsi anche nella convivenza di fatto (da non confondere con la mera coabitazione) intesa quale vincolo affettivo.

L’entità della prestazione deve essere commisurata alla situazione personale (non solo sul piano economico, ma anche di età, salute, capacità lavorativa …) di chi la richiede ed alle condizioni economiche di chi è tenuto a tale obbligo. Non può comunque superare alcuni limiti, identificabili in base alla posizione sociale dell’alimentando e ciò che appare necessario ai fini del suo sostentamento.

Nei prossimi paragrafi saranno approfonditi i requisiti richiesti per procedere ex art. 433 codice civile all’identificazione dell’obbligato, nonché altri aspetti tecnici dell’obbligo alimentare.

L’ART 433 CODICE CIVILE E LE ALTRE FONTI DELLE OBBLIGAZIONI ALIMENTARI

Nel nostro ordinamento sono previste diverse fonti da cui può sorgere l’obbligazione alimentare.

Come anticipato la fonte principale dell’obbligo alimentare è l’art. 433 codice civile, e cioè la legge, la quale muove dal principio di assistenza e di solidarietà familiare.

La fonte dell’obbligo alimentare può altresì essere di natura convenzionale, nel rispetto del principio dell’autonomia contrattuale. Quindi è possibile, ad esempio, far sorgere un’obbligazione alimentare anche con contratto (prevedendo ad esempio un vitalizio alimentare) sulla base del principio dell’autonomia dei privati. Unico contratto previsto espressamente (articoli 437 e 438 codice civile)  è la donazione, tanto che “il donatario è tenuto, con precedenza su ogni altro obbligato, a prestare gli alimenti al donante”, con esclusione della donazione fatta in riguardo di un matrimonio e della donazione remuneratoria.

Infine, l’obbligo alimentare può essere imposto per testamento: l’art. 660 codice civile stabilisce che “Il legato di alimenti, a favore di chiunque sia fatto, comprende le somministrazioni indicate dall’art. 438, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto.”

QUALI SONO I PRESUPPOSTI DELL’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE EX ART 433 CODICE CIVILE

Concentrandoci sull’obbligazione alimentare di fonte legale ex art. 433 codice civile e successivi, i presupposti essenziali sono:

l’oggettivo ed incolpevole stato di bisogno dell’alimentando, che deve trovarsi in una condizione tale da non poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Ad esempio, sono dovuti gli alimenti per il mantenimento del genitore anziano che percepisce un reddito complessivo (ad esempio la pensione oppure altre indennità o rendite) insufficiente per il vitto e l’alloggio;

lo stato di bisogno deve essere, secondo una valutazione prognostica, non provvisorio. Il soggetto deve versare nella impossibilità oggettiva di procurarsi i mezzi necessari alla sussistenza. Ad esempio, sono dovuti gli alimenti per il mantenimento del genitore anziano che non può svolgere alcuna attività lavorativa;

Anche il soggetto obbligato al versamento degli alimenti deve presentare alcune caratteristiche. Questo deve essere il donatario o un familiare stretto del beneficiario/donante e deve risultare capace di far fronte alla prestazione economica degli alimenti, ovvero avere una posizione economica tale da potervi provvedere senza sacrificare i propri bisogni primari.

ART 433 CODICE CIVILE: COSA SI INTENDE PER “STATO DI BISOGNO”

Lo stato di bisogno dell’alimentando è il presupposto per far sorgere l’obbligazione oggetto d’esame: ai sensi dall’art. 438 codice civile “gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento”. Per poterne dare una definizione più precisa, viene in aiuto la giurisprudenza che, in modi diversi, ha fornito specifiche indicazioni sul punto.

Nel 2013 la Cassazione ha affermato che per stato di bisogno va fatto riferimento ad uno stato di “impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l’abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell’alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie” (Cass., sent. 25248/2013).

Lo stato di bisogno richiede poi una valutazione prognostica sulla impossibilità, per il futuro, di ricevere fonti di reddito, quale l’attività lavorativa in primis. Questa è la parte più difficile da accertare, in concreto, poiché non si limita all’aspetto economico, ma coinvolge tutti gli aspetti della persona del beneficiario: l’età, lo stato di salute, financo il grado di istruzione.

Oltre che oggettivo, lo stato di bisogno deve essere incolpevole. Questo vuol dire che la causa della impossibilità di provvedere autonomamente ai propri bisogni deve essere non imputabile al beneficiario.

Inoltre il beneficiario deve aver tentato, in ogni modo ragionevolmente possibile, di provvedere autonomamente ai propri bisogni.

GLI ALIMENTI NEI CONFRONTI DEL FALLITO: ART 433 CODICE CIVILE E DLGS 14/2019

L’art. 147 del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, riprendendo l’art. 47 della “vecchia” legge fallimentare, stabilisce che “Se al debitore vengono a mancare i mezzi di sussistenza, il giudice delegato, sentiti il curatore e il comitato dei creditori, può concedergli un sussidio a titolo di alimenti per lui e per la famiglia.”

Anche se la disposizione si riferisce agli “alimenti” condizionati alla mancanza dei mezzi di sussistenza, si tratta di qualcosa di diverso dall’istituto previsto dall’art 433 del codice civile.

Il sussidio a beneficio del debitore fallito e della sua famiglia, viene “concesso” dal giudice. Non si tratta quindi, in questo caso, di un diritto soggettivo, ma rimesso alla discrezionalità del giudice delegato. Inoltre, il sussidio viene attinto dal patrimonio dello stesso beneficiario, pur se destinato alla soddisfazione dei creditori.

CHI SONO I SOGGETTI OBBLIGATI IN BASE ALL’ART 433 CODICE CIVILE

Come già anticipato, soggetti obbligati a versare gli alimenti sono i familiari stretti e il donatario, cioè colui che in passato ha ricevuto una donazione da parte di chi, successivamente, si è trovato in stato di bisogno.

L’art. 433 codice civile, fornisce una elencazione tassativa dei soggetti obbligati a versare gli alimenti al familiare in difficoltà, indicandoli in ordine di “affezione” parentale. Infatti, l’art. 433 del codice civile stabilisce che all’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine:

il coniuge;

i figli, anche adottivi (sono inclusi tutti i figli adottivi, sia quelli adottati dopo il compimento della maggiore età, sia i soggetti adottati nei c.d. casi particolari),

i discendenti prossimi (in mancanza di figli);

i genitori. Come stabilito dall’art. 436 codice civile, il genitore adottante è obbligato prima del genitore del beneficiario;

gli ascendenti prossimi (in mancanza dei genitori);

gli adottanti;

i generi e le nuore;

il suocero e la suocera;

i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.

Si applica il principio del grado: la possibilità dell’adempimento da parte di chi è più prossimo al beneficiario, esclude che l’obbligo ricada su chi è meno prossimo. In altre parole, solo se il coniuge non è in grado di provvedere al pagamento degli alimenti, l’obbligo del mantenimento del genitore anziano ricade sui figli o sui nipoti, e così via.

Il primo dei chiamati agli alimenti è l’eventuale donatario, che ai sensi dell’art. 437 codice civile precede ogni altro obbligato, salvo che si tratti di una donazione obnuziale o remuneratoria.

Nel caso vi siano più persone nello stesso grado (fratelli, sorelle, figli…) o di grado diverso (coniuge e figli) chiamate congiuntamente a corrispondere gli alimenti (ad esempio per il mantenimento del genitore anziano), l’obbligo viene tra essi diviso in proporzione alle condizioni economiche di ciascuna (art. 441 codice civile). Si tratta di una obbligazione parziaria, in base a cui ciascuno risponde in proporzione alle proprie sostanze, ma ai sensi dell’art. 443 codice civile, in caso di urgente necessità, l’autorità giudiziaria può porre temporaneamente l’obbligazione degli alimenti a carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli altri. Peraltro, come sancito dalla giurisprudenza di legittimità, “qualora i bisogni dell’avente diritto agli alimenti sono soddisfatti per intero da uno solo dei condebitori ex lege, questi può esercitare l’azione di regresso, senza la necessità di una preventiva diffida ad adempiere” (Cassazione civile, sentenza n. 4883/1988)

Ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 441 codice civile, i coobbligati possono accordarsi sulla misura, sulla distribuzione e sul modo di somministrazione degli alimenti. In mancanza di accordo, provvede l’autorità giudiziaria secondo le circostanze.

QUANDO I FIGLI (N. 2 DELL’ART 433 CODICE CIVILE) SONO OBBLIGATI AL MANTENIMENTO DEL GENITORE ANZIANO

Quando i figli sono chiamati al mantenimento del genitore anziano?

In caso di un genitore anziano i doveri dei figli sono indicati all’art. 315 bis del codice civile: “il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Indipendentemente dalla convivenza, i figli devono occuparsi del mantenimento del genitore anziano, quando ricorrono alcune condizioni:

il genitore anziano si trova in uno stato di bisogno, come ampiamente descritto nei paragrafi precedenti (art. 438 codice civile);

i soggetti chiamati in via principale (il coniuge del genitore anziano, nonché un eventuale donatario, se esistenti), sono impossibilitati totalmente o parzialmente ad adempiere (art. 433 del codice civile);

i figli hanno risorse economiche sufficienti a provvedere, almeno in parte, ai bisogni elementari del genitore (art. 441 capoverso del codice civile).

Al verificarsi di queste condizioni, i figli sono obbligati al mantenimento del genitore anziano, ciascuno in proporzione alla propria capacità economica.

QUANDO SI È OBBLIGATI AL MANTENIMENTO DEL SUOCERO O DELLA SUOCERA (N. 4 DELL’ART 433 CODICE CIVILE)?

La prestazione alimentare ex art 433 codice civile coinvolge anche gli affini, ed in particolare gli ascendenti prossimi del coniuge.

È quindi possibile che il genero o la nuora siano chiamati al mantenimento del suocero o della suocera in stato di bisogno.

Rispetto all’ipotesi precedentemente descritta, tuttavia, per poter configurare la sussistenza dell’obbligo, occorre che:

il suocero o la suocera versino in stato di bisogno;

siano impossibilitati a mantenerli, in tutto o in parte, i rispettivi coniugi, i loro figli o nipoti, i loro genitori o ascendenti prossimi, nonché eventuali donatari;

Il genero o la nuora abbiano risorse economiche sufficienti per provvedere, almeno in parte, al mantenimento dei suoceri.

QUALE DIFFERENZA TRA ALIMENTI E MANTENIMENTO

In caso di separazione giudiziale o separazione consensuale gli alimenti sono dovuti? Per rispondere a questa domanda, occorre distinguere tra mantenimento ed alimenti, sebbene nel linguaggio comune tali espressioni vengano spesso confuse ed utilizzate come sinonimi.

L’obbligo di mantenimento investe una serie di situazioni diverse, tutte riconducibili al contesto dei rapporti endo-familiari. Si parla dell’obbligo di mantenimento dei genitori nei confronti dei figli (art. 147 codice civile), dell’imprenditore nei confronti del collaboratore familiare (art. 230 bis codice civile), del coniuge separando nei confronti dell’altro (art. 156 codice civile).

Come anticipato nei paragrafi precedenti, l’obbligazione alimentare è finalizzata ad assicurare a chi si trovi in “stato di bisogno”, la possibilità di provvedere al proprio sostentamento ed è dovuta in proporzione al bisogno di chi li richiede ed alle condizioni economiche di chi deve somministrarli.

Diversamente, il mantenimento che il soggetto economicamente “forte” versa all’altro, è una prestazione economica di portata molto più ampia di quella alimentare, finalizzata ad assicurare al soggetto “debole” non solo il minimo indispensabile per i bisogni vitali, ma anche un adeguato tenore di vita.

C’è quindi una differenza qualitativa e quantitativa.

IN CASO DI SEPARAZIONE CONSENSUALE GLI ALIMENTI SONO DOVUTI?

Fatta questa preliminare distinzione, alla domanda se in caso di separazione giudiziale o separazione consensuale gli alimenti sono comunque dovuti, occorre dare risposta affermativa.

Nel sistema italiano, la separazione dei coniugi non determina il venir meno del vincolo coniugale, ma solamente la sospensione di alcuni obblighi endo-familiari (come l’obbligo di coabitazione e di fedeltà tra i coniugi). Pertanto, anche in pendenza di separazione, al verificarsi dei presupposti il coniuge in stato di bisogno ha diritto a ricevere la prestazione alimentare dall’altro coniuge, e ciò a prescindere dall’eventuale addebito.

Inoltre, in materia di separazione, l’addebito (ne abbiamo parlato in questo articolo ) esclude il diritto al mantenimento, ma non quello agli alimenti.

In materia di successione, l’art. 548 comma 2 codice civile stabilisce che “Il coniuge cui è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi, e non è comunque di entità superiore a quella della prestazione alimentare goduta.”

DEVONO ESSERE CORRISPOSTI GLI ALIMENTI DOPO IL DIVORZIO?

Sono dovuti gli alimenti dopo il divorzio? Se la separazione costituisce una fase di “crisi” del ménage matrimoniale, il divorzio ne segna il definitivo scioglimento, e con esso la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ivi compresi tutti gli obblighi reciproci dei coniugi indicati all’art. 143 del codice civile.

Con la sentenza di divorzio, il “coniuge” cessa di essere tale. Perde quindi il diritto agli alimenti il coniuge divorziato, che tuttavia può ricorrere agli altri soggetti indicati dall’art 433 codice civile.

Lo stesso può dirsi in caso di annullamento del matrimonio, che a differenza del divorzio, lo cancella come se non fosse mai esistito.

Tuttavia, l’art. 5 comma 6 della legge sul divorzio n. 898 del 1970 stabilisce che “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale (…) dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Anche in questo caso, occorre soffermarsi sulla differenza tra obbligo alimentare ed assegno divorzile, il quale ha funzione assistenziale, perequativa e compensativa (SS. UU. sent. n. 18287/2018). L’assegno divorzile ha la funzione di assicurare all’ex coniuge l’autosufficienza economica (Cass., sent. n. 11504/2017) e viene stabilito sulla base non solo dello stato di bisogno, ma anche su altri fattori, quali il contributo dato dall’ex-coniuge al nucleo familiare ed al patrimonio, alla durata del matrimonio, al nesso causale tra le scelte operate dagli ex coniugi in costanza di matrimonio e la loro situazione attuale (Cassazione, ordinanza n. 1786/2021).

QUANDO GLI ALIMENTI SONO DOVUTI NELLE UNIONI CIVILI E NELLE CONVIVENZE DI FATTO

L’art. 433 codice civile nulla dice in merito alla possibilità di poter considerare, alla stregua del coniuge, anche il soggetto convivente di fatto o unito civilmente. Orbene, l’art. 1 comma 65 della legge “Cirinnà” (legge n. 76/2016) afferma che in caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice adito stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti, qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Peraltro il Tribunale di Lecce (sentenza n. 1418 del 18.06.2020) ha interpretato l’art. 1 comma 65 della legge 76/2016 applicandolo anche alle coppie di fatto more uxorio non registrate. Pertanto, il convivente more uxorio, anche in assenza del contratto di convivenza, ha diritto agli alimenti “qualora sia accertato lo stato di bisogno del richiedente e questi non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’art. 438, co 2 c.c., in proporzione cioè del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli“.

La maggiore differenza rispetto alla disciplina “ordinaria” contenuta all’art 433 codice civile sta nella durata dell’obbligo: gli alimenti devono essere versati dall’unito civilmente per un periodo di tempo determinato dal giudice, che sia proporzionale alla durata della convivenza intercorsa e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile.

Per quanto riguarda la “posizione” nella gerarchia dell’art. 433 del codice civile, la L. 76/2016 obbliga l’unito civilmente con precedenza su fratelli e sorelle, ma in subordine al coniuge, ai figli, ai discendenti, ai genitori, agli ascendenti prossimi, agli adottanti, ai generi e nuore, ai suoceri.

PERCHÉ IL DONATARIO PRECEDE TUTTI I SOGGETTI INDICATI ALL’ART 433 CODICE CIVILE

Come abbiamo visto nei precedenti paragrafi, l’art. 437 codice civile prevede che il donatario (colui che ha ricevuto una donazione) sia obbligato, con precedenza su ogni altro soggetto, a prestare gli alimenti al donante.

La ratio alla base è ben individuabile nel rapporto tra donante e donatario.

Quando la donazione viene fatta per assoluto spirito di liberalità, cioè in modo totalmente gratuito e fine a sé stesso, la legge ravvede nella posizione del donatario, un dovere di riconoscenza.

Tanto è vero che, ai sensi dell’art. 801 del codice civile, la donazione può essere revocata “per ingratitudine”, se il donatario rifiuta indebitamente di versare gli alimenti dovuti.

L’obbligo del donatario precede quello dei familiari, perché sarebbe irragionevole che il donatario si arricchisca, mentre la famiglia del donante, che pur ha risentito gli effetti sfavorevoli della donazione, debba provvedere al suo mantenimento. Viene tuttavia temperato nel quantum: l’art. 438 codice civile stabilisce che questo è obbligato nei limiti del valore della cosa donata, che residua al momento in cui nasce l’obbligazione alimentare.

Viceversa, laddove la donazione non sia animata da una liberalità “pura”, il donatario è escluso dall’elenco ex art 433 del codice civile e dai soggetti chiamati. È il caso delle donazioni remuneratorie ex art. 770 codice civile, cioè quelle effettuate per ricompensare il donatario di qualche merito, e quelle obnuziali ex art. 785 codice civile, effettuate in relazione alla celebrazione del matrimonio del donatario. Sono escluse anche le donazioni elargite in virtù di usi e consuetudini, e quelle di modico valore.

Rimane invece discusso se possano essere o meno escluse le donazioni indirette.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DELL’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE

Il c.d. diritto agli alimenti di cui agli art 433 codice civile e seguenti ha carattere strettamente personale. Ai sensi dell’art. 447 codice civile, il credito alimentare è indisponibile: non può essere ceduto, né usato per compensare i debiti del beneficiario ed è intrasmissibile agli eredi.

È irripetibile (non ne può essere richiesta la restituzione) e inalienabile, non potendo neanche essere sottoposto a rinuncia o transazione.

Il carattere di indisponibilità non riguarda invece l’obbligo alimentare sorto per convenzione (Cass. civ. n. 10362/1997).

Le somme dovute a titolo di alimenti non possono essere pignorate, ai sensi dell’art. 545 comma 1 codice di procedura civile, tranne che per cause di alimenti.

Infine, è escluso dalla massa fallimentare, nei limiti di quanto necessario al fine di garantire il sostentamento del fallito e della sua famiglia .

ART 433 CODICE CIVILE: COME SI CALCOLA L’ASSEGNO ALIMENTARE

Gli alimenti sono dovuti “in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli” (art. 438 codice civile).

Il giudice determina il quantum dell’obbligo alimentare, considerate diverse circostanze, sia oggettive che soggettive.

Occorre valutare sia la situazione economica effettiva nella quale versa l’alimentando, comprese le fonti di reddito derivanti o derivabili da diritti reali che gli consentirebbero di sopravvivere dignitosamente, sia quella di coloro i quali sono chiamati ad adempiere la prestazione alimentare.

La Suprema Corte ha precisato che, per poter individuare il quantum del diritto agli alimenti, “il raffronto fra le rispettive condizioni economiche va effettuato con riferimento alla situazione in atto, e, quindi, deve prescindere da vicende future, quale la probabile riscossione di crediti, le quali potranno avere influenza, al loro verificarsi, per un’eventuale revisione di dette statuizioni, ai sensi dell’art. 440 c.c.” (Cass., sent. n. 9432/1994).

Tra fratelli e sorelle, gli alimenti sono dovuti nella misura dello stretto necessario (a prescindere dalle condizioni economiche e sociali del beneficiario) e possono comprendere anche le spese per l’educazione e l’istruzione, se l’alimentando è minorenne.

Il variare delle condizioni economiche dell’obbligato e/o del beneficiario, giustifica una variazione dell’importo da versare. Ai sensi dell’art. 440 codice civile “se dopo l’assegnazione degli alimenti mutano le condizioni economiche di chi li somministra o di chi li riceve, l’autorità giudiziaria provvede per la cessazione, la riduzione o l’aumento, secondo le circostanze.”

L’obbligo alimentare non può eccedere quanto necessario per la vita dell’alimentando, mentre un limite specifico è previsto per l’obbligo del donatario, per il quale l’importo da versare non può superare il valore attuale e residuo della donazione accettata.

ART 433 CODICE CIVILE: COME DEVONO ESSERE VERSATI GLI ALIMENTI

In base all’art. 443 codice civile, “chi deve somministrare gli alimenti ha la scelta di adempiere questa obbligazione o mediante un assegno alimentare corrisposto in periodi anticipati, o accogliendo e mantenendo nella propria casa colui che vi ha diritto. L’autorità giudiziaria può però, secondo le circostanze, determinare il modo di somministrazione.”

Pertanto l’assegno alimentare, di regola versato mensilmente, può essere sostituito dall’accoglimento nella propria casa dell’alimentando, provvedendo così alle sue spese, garantendogli vitto, alloggio, assistenza (si pensi al mantenimento del genitore anziano) e cure mediche ove necessarie.

Nel caso in cui la scelta della convivenza non sia condivisa dal beneficiario, egli può chiedere che ai sensi dell’art. 443 comma 2 codice civile, sia l’autorità giudiziaria a determinare le modalità di somministrazione degli alimenti, anche prevedendo soluzioni alternative a quelle indicate al primo comma, come ad esempio la fornitura periodica di beni in natura, la messa a disposizione di una rendita, la stipulazione di un contratto di comodato abitativo di un immobile.

La prestazione alimentare è dovuta dal momento della domanda giudiziale o dal momento in cui si effettua la costituzione in mora dell’obbligato, se entro sei mesi dalla stessa viene iniziato il giudizio.

COME SI RICHIEDONO GLI ALIMENTI AI SOGGETTI EX ART 433 CODICE CIVILE

Per poter ottenere la prestazione alimentare, l’interessato deve rivolgersi al proprio legale di fiducia, al fine di instaurare un procedimento avanti al Tribunale competente.

Nel caso in cui al beneficiario sia affiancato un tutore, un curatore o un amministratore di sostegno, nominato tra i parenti ed affini entro il quarto grado, oppure esterno alla famiglia, è necessaria l’autorizzazione del Giudice Tutelare (art. 374 codice civile).

La domanda giudiziale, nella forma dell’atto di citazione (art. 163 codice procedura civile), instaura un giudizio ordinario di merito, nel quale il richiedente deve dimostrare il proprio stato di bisogno e l’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento, nonché il vincolo (familiare o contrattuale) che lo lega al soggetto chiamato.

In merito al riparto dell’onere della prova, si evidenzia come sull’obbligato gravi la dimostrazione del suo stato di impossibilità economica a provvedere ai bisogni del parente in difficoltà, e/o la esistenza di altri soggetti, tra quelli indicati all’art 433 del codice civile, che lo precedono nell’obbligo del versamento.

Il deposito della domanda giudiziale segna anche l’inizio della debenza degli alimenti, che tuttavia retroagisce al momento della messa in mora dell’obbligato, se l’azione viene intrapresa entro i sei mesi successivi (art. 445 codice civile).

La sentenza che accerta l’esistenza del diritto e condanna l’obbligato è pronunciata “sic rebus stantibus”, cioè al permanere della situazione di fatto e di diritto attuale. Questo quindi non preclude la possibilità di una futura modifica della misura degli alimenti (sia in aumento, che in riduzione) o della cessazione dell’obbligo, al sopravvenire di nuove circostanze di fatto e di diritto.

GLI ALIMENTI URGENTI E PROVVISORI EX ART 433 CODICE CIVILE

Considerato che i lunghi termini del procedimento giudiziario non consentirebbero, nelle more della sua definizione, una tutela effettiva del richiedente, l’art. 446 codice civile prevede che il Presidente del Tribunale disponga, su richiesta ed in via provvisoria, la corresponsione di un assegno.

Inoltre, in base all’art. 443 codice civile, pur in presenza di più coobbligati (si è detto, in maniera parziaria, ciascuno in proporzione delle proprie capacità economiche), l’obbligo può essere temporaneamente posto interamente a carco di uno solo di essi, salvo il diritto di regresso nei confronti degli altri.

La giurisprudenza si è spesso interrogata sulla natura del provvedimento urgente e provvisorio emesso dal giudice e sulla possibilità che lo stesso possa essere reso in altri modi diversi dall’introduzione del giudizio di merito, cioè evitando la causa vera e propria in caso di disaccordo tra le parti. L’orientamento prevalente ritiene che sia necessario istaurare il giudizio di merito, non essendo possibile ottenere il provvedimento provvisorio in via cautelare, ad esempio tramite un provvedimento ex art. 700 c.p.c. (in tal senso, v. Trib. Milano ord. 3 aprile 2013; Trib. Venezia ord. 28 luglio 2004; Trib. Catania ord. 22 marzo 2005). Tuttavia, parte della giurisprudenza di merito invece ritiene ammissibile la tutela d’urgenza prima dell’inizio della causa vera e propria (v. Trib. Catania 22 marzo 2005; Trib. Trani 9 gennaio 2012).

ART 433 CODICE CIVILE: QUANDO SI MODIFICA E SI ESTINGUE L’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE?

Come tutte le obbligazioni, anche quella alimentare può subire modifiche o estinguersi al verificarsi di svariate situazioni.

L’art. 440 codice civile stabilisce che, se le condizioni economiche di chi somministra o chi riceve gli alimenti mutano dopo la sentenza, occorre nuovamente rivolgersi al giudice per richiedere una modifica dell’importo da versare.

Tipicamente, un motivo di richiesta di modifica è la inflazione monetaria, anche se nella prassi, la misura dell’obbligo alimentare viene legata alla rivalutazione economica.

Inoltre, la prestazione alimentare può subire riduzioni anche al verificarsi di una condotta disordinata o riprovevole dell’alimentato, ad esempio, quando alimentando non utilizzi le somme di denaro corrisposte a titolo di alimenti in maniera coscienziosa. In questi casi, i parenti e gli affini entro il quarto grado possono richiedere la nomina di un amministratore di sostegno, che si occupi della gestione economica dei beni dell’alimentando.

Inoltre, è possibile chiedere la cessazione dell’obbligo in capo ai soggetti ex art. art 433 codice civile nel caso in cui vengano meno i presupposti previsti dall’art. 438 codice civile.

L’estinzione dell’obbligo alimentare si verifica anche con la morte dell’alimentando o dell’alimentante (v. art. 448 c. c. caso di estinzione per morte dell’obbligato).

Sono poi previste ipotesi speciali di cessazione dell’obbligo:

per il figlio (o i suoi discendenti prossimi) cessa l’obbligo nei confronti del genitore per il quale sia stata pronunciata la decadenza della responsabilità genitoriale (art. 434 codice civile);

per i suoceri (e del genero e della nuora) cessa l’obbligo quando il beneficiario è passata a nuove nozze; e quando il coniuge, da cui deriva l’affinità, e i figli nati dalla sua unione con l’altro coniuge e i loro discendenti sono morti (art. 448 bis codice civile). Come da pacifica giurisprudenza, la sentenza di divorzio non determina l’automatica caducazione del vincolo di affinità fra un coniuge e i parenti dell’ex coniuge: di tale vincolo viene meno, in base all’art. 78 comma 3 codice civile, solo in caso di nullità del matrimonio. Quindi, il divorzio non fa venir meno l’obbligo alimentare tra affini, che resta disciplinato dall’art. 434 c. c.: la sentenza, mentre determina la caducazione dell’obbligo alimentare tra gli affini solo ove l’avente diritto passi a nuove nozze e se non siano vivi i figli nati dal matrimonio o loro discendenti, peraltro può giustificare soltanto una richiesta di revisione dell’obbligo medesimo, ove essa sentenza si traduca, anche in relazione alle statuizioni patrimoniali conseguenziali al divorzio, in un mutamento della situazione in base alla quale gli elementi siano stati riconosciuti e liquidati (in tal senso Cass., sent. n. 2848/1978).

per il donatario, in caso di revoca o nullità della donazione;

per il coniuge, che perde il diritto agli alimenti dopo il divorzio o in caso di annullamento del matrimonio.

COSA SI RISCHIA PER L’INADEMPIMENTO EX ART 433 CODICE CIVILE

L’inadempimento dell’obbligo alimentare comporta una duplice responsabilità, sia sul piano civile che su quello penale.

Sul piano civile, l’inadempiente potrebbe subire un procedimento di esecuzione forzata, con conseguente pignoramento dei propri beni.

Sul piano penale, l’art. 570 codice penale, rubricato “obblighi di assistenza familiare”, punisce con la reclusione sino a un anno, ed una sanzione pecuniaria che va da 103 a 1.032 euro, chi fa mancare i mezzi di sussistenza agli ascendenti (…ai discendenti di età minore, inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa…).

Inoltre, l’art. 388 comma 2 del codice penale (mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice) punisce con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032, chi “elude l’ordine di protezione previsto dall’articolo 342-ter del codice civile, ovvero un provvedimento di eguale contenuto assunto nel procedimento di separazione personale dei coniugi o nel procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero ancora l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito”.

Lo Studio Legale degli Avv.ti Berti e Toninelli opera presso i Tribunali di Pistoia, Prato, Lucca e Firenze ed in tutta Italia tramite i servizi online. Si trova a Pistoia, in Piazza Garibaldi n. 5.

Accompagnamento anziani: cosa è, a chi viene dato e come richiederlo. Da Seremy. Finalmente un pò di chiarezza sul tema dell'accompagnamento anziani, molto importante per chi si prende cura di un genitore avanti con gli anni.

Non tutti sanno esattamente cosa sia esattamente l’accompagnamento anziani, chi ne abbia diritto e a quanto ammonti la somma percepita. Per questo abbiamo deciso di fare chiarezza sul tema, molto importante per chi si prende cura di un genitore avanti con gli anni.

Chi ha diritto all’accompagnamento anziani?

La richiesta può essere fatta da tutti coloro che hanno un’età minima di 67 anni, ma non basta l’età anagrafica per ottenere l’accompagnamento anziani. In questo caso è fondamentale avere un’invalidità al 100% riconosciuta in modo permanente dall’INPS, ente nazionale di previdenza sociale.

Si tratta quindi di un beneficio che va a favore di chi ha difficoltà a compiere le attività quotidiane e necessita di costante assistenza.

Come fare domanda di indennità di accompagnamento?

Per ottenere l’accompagnamento anziani è importante avere un certificato di invalidità al 100% rilasciato dall’INPS. Successivamente il patronato correda questo documento con la dichiarazione dei redditi del richiedente e l’ASL di riferimento contatta il cittadino per la visita medica che ne certifichi il grado di invalidità.

Oltre all’invalidità al 100% è importante sapere che si deve avere un reddito inferiore a 17,340,17 euro all’anno per richiedere l’importo dell’accompagnamento anziani. Se la procedura di richiesta va a buon fine l’anziano riceve la somma dal mese successivo al recepimento del verbale.

A quanto ammonta l’assegno di accompagnamento?

Pochi sanno a quanto ammonti l’assegno di accompagnamento per anziani. Nel dettaglio si tratta di un sussidio di importo pari a 530,27€ mensili per un totale di 12 mensilità annue e che a differenza dell’indennità di invalidità civile non prevede la tredicesima.

Quali sono le differenze tra accompagnamento e invalidità?

Oltre all’importo erogato ci sono altre differenze tra accompagnamento e invalidità civile. La domanda di invalidità civile riguarda tutti coloro che – dai 18 ai 67 anni di età – sono affetti da gravi patologie o deficit fisici e psichici. La richiesta viene fatta anche dagli invalidi al 100% oltre i 67 anni di età e non più autosufficienti e bisogna rispettare alcuni requisiti di reddito.

In alcuni casi l’accompagnamento è rivolto anche ai minori di 18 anni con gravi patologie, anche in questo caso sulla base di requisiti di reddito.

In ogni caso in Italia le persone invalide hanno diritti ad un assegno di mantenimento che permette loro di vivere in modo adeguato e coprire le spese per un eventuale servizio di badante.

Vittorio Puglisi se n’è andato.

Non è ritornato a Catania in Sicilia, sua terra natia, per rinchiudersi in un ospizio, come aveva preventivato di fare. No! E’ morto.

E ad Avetrana, suo paese ospitante, nessuno ne sa niente. Nemmeno un manifesto funebre per avvisare la popolazione, eppure era conosciuto e beneamato da molti.

Non può essere che se ne vada così senza che di lui non vi rimanga un ricordo.

Era di Catania. Era un agente di commercio trasfertista, poi domiciliatosi nel barese. Era sposato con due figli.

Dopo che si era trasferito lasciò la moglie a Catania per la sua segretaria di Erchie (Br) con due figlie, che lui crebbe ed istruì. Una di loro è diventata Avvocato e poi Parlamentare.

La famiglia di Catania recise ogni rapporto con lui.

Da pensionato si trasferì con la nuova famiglia a Manduria e poi comprò casa in un condominio a San Pietro in Bevagna.

Con la seconda moglie le cose non andarono bene, tanto che lei, malata, lo lasciò per trasferirsi in una casa di riposo per anziani, fino alla sua morte. Anche le figlie di lei recisero ogni rapporto con Vittorio, salvo mantenere una lite giudiziaria per degli immobili comprati dai coniugi, ma in possesso delle figlie e non resi come quota ereditaria a Vittorio. Gesto che indusse Vittorio, per ripicca, a donare ai figli di Catania la sua casa al mare.

Lui rimase comunque solo, ultrasettantenne.

Su consiglio di un personaggio, che si autodefiniva guardiano dei condomini della litoranea in cambio di regalie, si trasferisce ad Avetrana, in un appartamento vicino al suo, affinché non fosse da solo a svernare sulla marina. Si scoprì poi che la ragione del gesto era di poter affittare l’appartamento ed intascare i soldi, senza che Vittorio ne sapesse niente.

Vittorio diventa mio vicino, spalla a spalla.

La casa vecchia presa in locazione, con lui si trasforma tutto a vantaggio del proprietario.

È autonomo, giovanile e distinto e voleva affrancarsi dai figli, assoggettandosi ad un estraneo. Non è acculturato e non riesce a capire che l’estraneo è limitato dalla legge nelle decisioni che lo riguardano, tantomeno non vi era alcun incentivo con la donazione modale, avendo dato tutto ai figli.

Lui fa amicizia con tutti quelli che si rapportano con lui.

Un giorno dalla mia cucina sento un tonfo dall’altra parte del muro divisore, con conseguenti gemiti.

Mio figlio Mirko, prima chiama il suo nome e poi, non ricevendo risposta, salta il muro e va a vedere cosa fosse successo.

Vittorio era caduto in bagno. Era scivolato nella vasca, aveva battuto la testa e si era rotto l’anca e non aveva la forza di chiedere aiuto.

Chiamammo l’ambulanza che lo ricoverò all’ospedale di Manduria. Durante la sua decenza lo assistemmo, io e la mia famiglia, e pagai le spese correnti, in quanto lui non poteva prelevare il denaro.

Gli consigliai di chiamare i figli, per l’assistenza e per poter prendere decisioni. Lui lo fece.

Loro rimasero solo un giorno, lasciando il malato da solo a letto, impossibilitato a muoversi.

Io chiamai l’OSS e l’assistente sociale di Avetrana. Non potevo assistere un malato con la spada di Damocle della circonvenzione di incapace. Io, per autotutela, rifiutai ogni forma di donazione di riconoscenza, cosa che altri, forse, non fecero dopo il mio allontanamento. Perché lui era prodigo con tutti, vantandosi della sua capacità di intendere e volere.

L’assistente sociale ed i carabinieri mi supplicarono di provvedere a Lui, ma non potevo. Non avevo la legittimità di agire dei figli o di un rappresentante legale.

Denunciai i figli per abbandono di incapace. Vittorio non poteva muoversi dal letto per l’operazione all’anca e non vi era nessuno ad aiutarlo, nemmeno per mangiare. La denuncia fu rigettata.

Vittorio sapeva della denuncia e ne rimase male. Lui voleva molto bene ai figli e soffriva per il fatto che l'amore non era ricambiato.

In questo modo Vittorio era rimasto solo, salvo la presenza della cagnolina. Comunque io non ho mai negato ogni aiuto urgente e necessario, o che altri non fossero capaci di dare.  

Vittorio in cerca di qualcuno che gli facesse compagnia, cercò la sponda in un altro vicino di casa.

Intanto con me festeggia le festività e il 2 giugno 2023 festeggia con me i miei sessant’anni in famiglia.

Dopo pochi giorni vende la casa, con la firma dei figli donatari. Questi rimangono poche ore, giusto il tempo della firma: ricevono i soldi e vanno via.

Agli inizi di luglio 2023 muore la cagnolina, sua compagna per 19 anni.

La sua routine giornaliera era regolare. Incombenze casalinghe e passeggiate con la cagnolina.

E così è andato avanti, fino a che nell’ultimo anno si sentiva stanco ed affaticato. Era un po’ sordo ed aveva la prostatite. Aveva fatto l’operazione della cataratta agli occhi ed altri esami di routine. Eppure arriva un giorno che, per l’ennesima volta, chiamo insieme a lui il medico, perché era un po’ di giorni che non andava al bagno. Lei arriva, lo visita, legge le analisi fatte giorni prima e chiama l’ambulanza. Il pronto soccorso di Manduria dopo un’ora mi chiama per riprenderlo, perché gli hanno dato l’uscita. Era il 25 luglio 2023: entrata ore 16-uscita ore 18. Gli danno come cura un placebo: degli integratori che io provvedo a comprare in farmacia.

Dopo tre giorni di cura inutile, uso di purghe varie e della peretta, nulla succede, Vittorio va nuovamente al pronto soccorso con un amico. Dopo ore di attesa senza che venga visitato, ritorna a casa debilitato.

Il 31 luglio 2023 alle ore 4 del mattino Vittorio si fa riaccompagnare al pronto soccorso di Manduria dallo stesso amico coetaneo.

Questa volta lo tengono in osservazione e lo ricoverano. Solo adesso si accorgono che Vittorio ha tutti i sintomi visibili della Leucemia ed i valori dei globuli bianchi sono sfalsati. Tutto visibile da un anno a questa parte. Tanto che il medico, che lo cura in reparto dell’ospedale, si spinge a dire: come mai nessuno si era accorto prima della malattia, nonostante i reiterati esami, omettendo l’accusa ai suoi colleghi del pronto soccorso.

Il Medico, stante la situazione, dice a Vittorio di chiamare i figli.

Loro vengono e nello stesso giorno vanno via, portandosi con sé la sua Mercedes pagata qualche mese prima 16mila euro.

L’11 agosto 2023 alle ore 18.00 Vittorio muore all’ospedale di Manduria. Aveva 86 anni.

I figli ritornano e il giorno dopo vanno via.

Vittorio è rimasto ancora una volta da solo nella camera mortuaria del cimitero di Avetrana, dall’11 al 17 agosto 2023, giorno della sua cremazione a Foggia, come lui ha sempre voluto.

Il proprietario della casa di Vittorio ne prende possesso.

Delle cose di Vittorio site nella sua dimora nulla più si saprà; delle sue volontà depositate dal notaio, nulla si sa.

Questo resoconto affinchè di Vittorio non rimanga solo cenere ed oblio.

Ciao Vittorio, ci ricorderemo di te…

Estratto da open.online il 7 Settembre 2023

Domenico, il padre del cantante Michele Merlo, dice che suo figlio è stato ucciso dal sistema sanitario. E sostiene di essere rimasto basito dalla richiesta di archiviazione dell’indagine da parte della procura. 

L’ex carabiniere ricorda l’accusa nei confronti del medico di base di Rosà Domenico Pantaleo. Ma poi aggiunge: «Il punto non è un giovane medico di base che ha commesso un errore madornale. Il punto è il sistema che per anni ha promosso i tagli e le politiche che hanno prodotto le condizioni perché un errore del genere fosse commesso». 

Annuncia l’opposizione alla richiesta di archiviazione.  

(...)

Michele Merlo è morto per una leucemia fulminante il 6 giugno 2021. Ma il padre non ci sta: «Ci sono diverse perizie che dicono la stessa cosa: con le giuste cure Michele aveva altissime probabilità di essere salvato. Eppure per il pm non è possibile stabilirlo con certezza. Lo capisco, ma che mi si venga a dire una cosa del genere dopo due anni… Io vorrei solo che il pm si mettesse anche solo per un minuto – non dico per oltre due anni, basterebbe un minuto – nei nostri panni. 

Se immaginasse cos’è diventata la nostra vita…». Nel colloquio con Maria Elena Grottarelli ricorda: «Prima ci eravamo rivolti al pronto soccorso di Cittadella, in provincia di Padova e, il 26 maggio, a quello di Vergato, fuori Bologna, da cui Michele venne mandato via con un antibiotico. E allora, secondo lei, io con chi me la dovrei prendere? Con Vitaliano Pantaleo? Con un ospedale? No, questo è un problema di sanità».

 Noci, turista 92enne muore dopo una caduta: 6 chiamate al 118 e una al 113 senza risposta. L'anziana vittima, Domenico Fiorelli, si era ferito alla testa scivolando da una scala esterna di un trullo. Il figlio Umberto sporge denuncia e scrive a Giorgia Meloni: «Ci pensi a portare il G7 in Puglia, qui la sanità non esiste». REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno l' 08 settembre 2023

. Una vacanza finita in tragedia per un 92enne di Bolzano che lo scorso 4 agosto è morto a Noci. L'uomo, Domenico Fiorelli si era ferito alla testa scivolando da una scala esterna di un trullo. Nonostante la famiglia e i vicini avessero chiamato per 6 volte il 118 e una volta il 113, non hanno ricevuto alcuna risposta. Così, i vicini decidono di portare il signor Domenico direttamente al presidio ospedaliero di Noci e, di fronte al medico, che per spostarsi ha bisogno di un’autorizzazione del servizio medico, chiamano ancora il 118. Ma ancora una volta non ottengono alcuna risposta.

Tra la prima e l’ultima chiamata passano 40 minuti. Momenti fatali visto che Domenico - secondo quanto raccontano i familiari - ha avuto un infarto. «Il medico, senza effettuare alcuna manovra di rianimazione come credo che si debba fare in queste situazioni, gli fa un elettrocardiogramma e mi annuncia che è morto. Erano in tre nell’ambulanza e nessuno ha tentato una manovra, nulla. Non so perché. Mio papà è morto così», spiega il figlio della vittima 

A denunciare la vicenda alla questura di Bolzano, città di residenza dell’anziano, è stato il figlio Umberto: il caso verrà preso in gestione dai magistrati di Bari. Il figlio della vittima anche scritto a Giorgia Meloni: “Ci pensi a portare il G7 in Puglia, qui la sanità non esiste”.

Il centro operativo del servizio 118 di Bari sta ora effettuando gli accertamenti per capire cosa sia accaduto realmente. Inoltre, chi indaga sta risalendo al registro delle chiamate e ai turni di lavoro nella sala operativa per verificare se effettivamente possano esserci responsabilità da parte dei sanitari.

Torino, l’odissea con mio padre 84enne, abbandonato per sei ore su una barella alle Molinette. Jan Pellissier su Il Corriere della Sera venerdì 17 novembre 2023.

Nel corridoio, al freddo, altri venti malati. «Questo è l’inferno, a breve me ne vado», le parole di un medico che dopo vari tentativi mi concede udienza

Da oltre dieci anni mio padre soffre, dopo una caduta, di attacchi epilettici. Il suo ospedale di riferimento è il Mauriziano, dove hanno una cartella clinica che è un libro oramai. Quasi sempre gestiamo gli attacchi in famiglia, qualche volta però serve ricoverarlo.

Lunedì scorso ha avuto ben due attacchi. Il primo al mattino dopo una leggera caduta, con conseguente ricovero al Mauriziano, esame della Tac negativo e rientro a casa verso le 14. Il secondo poco dopo le 15, con nuovo ricovero ma alle Molinette dove arriva alle 16 in codice rosso. Dopo una visita e una nuova Tac, mi viene concesso di entrare al Pronto Soccorso e il neurologo di turno mi chiede lumi sulla storia clinica di mio padre. Lui dovrebbe aprire la storia clinica di mio padre con un click, e invece sconsolato ammette che le banche dati dei due ospedali non si parlano.

Sono quindi costretto a riassumere dieci lunghi anni di malattia con i miei ricordi, con il rischio di omettere dettagli magari cruciali. Un’anamnesi dilettantesca, su cui vengono però prese decisioni vincolanti. Mi viene chiesto quale sia il piano terapeutico attuale di mio padre, ma letti i farmaci, il neurologo spiega che non sono disponibili. Il neurologo decide quindi di tenere mio padre in osservazione per sei ore. È abbandonato su una lettiga con indosso solo un pannolone chiuso male e una pettorina di stoffa bucata, a coprirlo un lenzuolo e una coperta. Fa freddo, siamo in un seminterrato, e le porte si aprono e chiudono di continuo facendo entrare altra aria fredda, e molte porte nemmeno si chiudono più. Nessuno monitoraggio su pressione, saturazione o altri parametri vitali. Lo copro con una giacca che mi sono portato da casa, e con la mia giacca a vento gli proteggo i piedi. Non è possibile dargli l’acqua, perché altrimenti fa la pipì e tocca portarlo in bagno. Quindi ha anche sete. Nel corridoio altri 20 malati. Intorno a me una donna seminuda, uomini anziani doloranti sulle barelle con organi sessuali en plein air. Alle 21, dopo cinque ore finalmente arriva una delle tre pastiglie della sua terapia, e un sorso d’acqua.

I medici si alternano, nessuno si ferma o chiede come stia mio padre, che prova a dormire, sempre più confuso. Alle 22 un medico, dopo varie richieste, mi concede udienza. È stanco, ma non come lo sono io. «Questo è l’inferno, a breve me ne vado» mi spiega, senza che gli abbia chiesto nulla. Legge nello schermo quel che ho raccontato io al neurologo, mi consegna un blister di potassio, con sole due pillole superstiti, e dà il via libera alle dimissioni. Sono solo e devo caricare in auto mio padre. Una ragazza del personale mossa a pietà, mi aiuta a rivestirlo. È stremato. Vado a prendere l’auto in strada, torno nell’area di parcheggio delle ambulanze e da soli, io e il mio papà 84enne, ci arrangiamo in qualche modo a salire in auto. Nessuno offre aiuto, nessuno vede nulla e nessuno, forse, si è mai accorto che c’eravamo.

La giornata di un medico al pronto soccorso da cittadino “semplice”: le falle e i successi della sanità. DANIELE COEN, medico, su Il Domani il 17 novembre 2023

Il percorso di una persona con un problema acuto di salute svela limiti e potenziale del nostro sistema sanitario. Ci sono i ticket da pagare e le difficoltà della medicina territoriale, ma anche l’efficienza del pronto soccorso

Un piccolo problema di salute di un giovane membro della famiglia mi ha proiettato per qualche giorno nella posizione di utente (indiretto) del Servizio sanitario nazionale. Credo che il breve resoconto di questa esperienza renda conto più di tante parole dei grandi meriti e degli altrettanto grandi limiti della sanità pubblica nel nostro paese.

Parliamo di un giovane uomo vigoroso che fa un lavoro fisicamente faticoso a partita Iva. Ogni giorno di lavoro perso sono impegni che saltano e soldi che non entrano in casa. Smania per riprendere il più presto possibile. Da due mesi ha una tosse stizzosa, ma passerà, si dice, e nessuno se ne preoccupa. Poi di colpo una tonsillite delle più classiche.

Febbre a 40, placche in gola, difficoltà a deglutire, linfonodi ingrossati. Grazie a un parente medico, inizia subito a prendere gli antibiotici, ma dopo sei giorni la situazione non è minimamente cambiata, la febbre resta altissima e il giovanotto è uno straccio.

LA MEDICINA TERRITORIALE

Dopo diversi tentativi riesco a mettermi in contatto telefonico con il curante. In via di amicizia riuscirà a vederlo fra tre giorni, intanto suggerisce una serie di esami e una radiografia del torace. Passo a ritirare le ricette e mi do da fare per gli appuntamenti.

Esami il mattino dopo. RX del torace non prima di sei giorni. Il mattino dopo trascino il giovane in ambulatorio per il prelievo, paghiamo un ticket di 36 euro. Ci dicono che ci sono degli esami “un po’ particolari” per cui i risultati non saranno disponibili prima di cinque giorni. E adesso? Ci guardiamo in faccia. Ci vergogniamo un po’ ad andare in pronto soccorso per una tonsillite, ma a estremi mali…

UN GIRO AL PRONTO SOCCORSO

Eccoci dunque al triage del grande ospedale cittadino dove ho avuto dei trascorsi lavorativi. Uno dei pochi pronto soccorso che tengono ancora botta. Ci accoglie un’infermiera sulla quarantina. «Pensi», mi dice, «ormai sono una delle più anziane».

I colleghi sopra i cinquanta se ne sono andati quasi tutti. Troppa fatica qui, e li capisco. I giovani ci sono e sono volenterosi, ma per accumulare quel bagaglio di competenze e di conoscenze ci metteranno anni, sempre che non se ne vadano prima. Ci assegna un codice verde e ci manda nell’ambulatorio “codici minori”. Quelli che, secondo molti, in ospedale non dovrebbero neppure mettere piede.

Giusto, ma allora dove? Nell’atrio dell’ambulatorio sono sedute una ventina di persone. Alcune attendono da ore. A un certo punto una ragazza dice che si sente svenire e viene fatta passare avanti. Dopo un quarto d’ora è un’anziana signora a sentirsi svenire ed essere accolta e distesa su una barella.

Al terzo potenziale svenimento, un omone grande e grosso che fino a quel momento passeggiava avanti e indietro parlando al cellulare, l’infermiere è meno gentile. Si sfiora la rissa, ma grazie alla professionalità dell’operatore la situazione torna presto sotto controllo. Finalmente tocca a noi.

Dopo un’attenta visita vengono prelevati nuovamente gli esami, viene richiesta una radiografia del torace e viene fatta seduta stante un’ecografia di torace e addome. Avremo i risultati nel giro di un’ora. Per “gli esami particolari” che fuori avremmo ricevuto dopo cinque giorni, bisognerà attendere solo fino al primo pomeriggio.

QUATTRO CHIACCHIERE

Lascio il mio giovane parente seduto nell’atrio e faccio un giro in cerca di vecchi colleghi.

Incontro Giorgio che è ancora lì dopo il turno di notte. «Non me la sono sentito di andare via», dice. «Abbiamo passato in consegna 48 pazienti ai colleghi che fanno mattina. Se non ne concludo almeno qualcuno prima di andarmene, non me la perdòno. Non capisco perché, ma, anche se gli accessi non sono aumentati di tanto, qui c’è sempre più gente».

Si avvicina un caposala. «È vero», dice. Nell’ultimo anno il tempo di permanenza medio in pronto soccorso si è allungato di un’ora. Circa trecento ore di assistenza in più al giorno, novemila al mese, centomila in un anno. Naturalmente a risorse umane immodificate. Chiedo se analizzando i dati non si riesca a capire qualcosa di più. Ci sono più malati anziani? Più gravi? Attendono più a lungo un posto letto? O sono i medici a chiedere più esami, o gli specialisti a tardare per le loro consulenze? Sono cambiate le patologie? «Magari potessimo», risponde, «ma con il nuovo sistema informatico non riusciamo più ad analizzare niente».

«Perché cambiarlo?», chiedo, ricordandomi che quello di prima andava come un olio. «Sì», mi risponde, «funzionava bene, ma non era più allineato con i nuovi requisiti regionali». Alza gli occhi al cielo. Ha vinto la gara un’azienda siciliana che ha sede nella città natale di un importante politico nazionale. «Un caso», dico io. «Certo, un caso», dice lui, «infatti adesso in regione hanno capito e ce lo cambieranno». Almeno sei mesi per metterlo in pista, poi bisognerà formare tutti. Tempo e soldi buttati via.

QUANTO COSTA L’ECCELLENZA?

Con la coda dell’occhio controllo la sala di emergenza. Le vecchie abitudini stentano a morire. Nel giro di mezz’ora sono arrivati quattro pazienti in codice rosso. Due incidenti gravi, un infarto, una donna in coma. In quei 60 metri quadrati, oltre a medici e infermieri che lavorano velocemente e ordinatamente, si muovono barellieri, poliziotti, tecnici di radiologia.

A pochi metri di distanza, sull’unico letto di emergenza rimasto libero, tre infermieri si sono fermati a fine turno per ripassare il protocollo di approccio al trauma maggiore usando un manichino. Una sanità che funziona, penso. Un’eccellenza che non è fatta solo di nuovi farmaci e di alta tecnologia, ma di organizzazione, di professionalità e di dedizione degli operatori.

Ormai mezzogiorno è passato da un po’ e accompagno un medico più anziano in mensa. Fra tre anni potrà andare in pensione e l’idea che il governo abbia tagliato quello che riceveranno medici e insegnanti lo fa inviperire. «Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto aumenti ridicoli», dice, «e abbiamo perso potere d’acquisto. Adesso ci tagliano anche la pensione! Lo sai», aggiunge, «che ci hanno abbassato tutti gli incentivi di risultato?» «Quelli che dovevano premiare il merito?», chiedo.

«Sì, proprio quelli», riportati al minimo per decisioni superiori. Poi, davanti al distributore del caffè aggiunge: «Per fortuna che ho cominciato a fare la libera professione come endocrinologo. Una vecchia specialità che non avevo mai usato. Adesso lavoro in intramoenia un pomeriggio alla settimana. Vedo cinque pazienti a 150 euro l’uno. Un terzo lo prende l’ospedale, trentacinque euro vanno in tasse e a me ne restano sessantacinque. Fanno quasi millecinquecento euro al mese con poca fatica. E pensare che, se ci va bene, con il prossimo contratto ci daranno duecento euro lordi!».

FINE DELLA STORIA

Finalmente i risultati degli accertamenti del giovane familiare si sono conclusi. La diagnosi è fatta. Si tratta di un virus un po’ particolare che, mi dicono i colleghi, stanno vedendo più spesso del solito da un po’ di tempo a questa parte e con quadri clinici più gravi. Ricordo come è cominciato il Covid e incrocio le dita. Viene raggiunto al telefono l’infettivologo che dà utili consigli.

«Il ticket?», chiedo. No, è un codice verde e non c’è niente da pagare. Torniamo a casa più sereni. Sappiamo cosa fare e più o meno quanto tempo ci vorrà perché le cose migliorino.

A questo punto è pleonastico chiedersi perché la gente continui a rivolgersi ai pronto soccorso nonostante l’affollamento e i tempi di attesa. Puoi fare tutti gli esami necessari nello stesso luogo e nello stesso tempo, non devi buttare via ore o giorni per prenotarli, per attendere il momento dell’appuntamento, per ricevere i risultati. In genere uscirai con una risposta ai tuoi problemi senza pagare, o pagando meno di quanto ti sarebbe costato farti seguire negli ambulatori del Servizio sanitario nazionale o del privato.

C’è ancora un enorme lavoro da fare perché la medicina del territorio possa raggiungere la stessa efficienza di un pronto soccorso ben funzionante, e forse non è neppure corretto porle questo obiettivo. Ma velocità ed efficienza sono le cose che i cittadini di uno stato moderno si attendono, e fin quando non succederà non ci sarà soluzione all’affollamento dei servizi di urgenza ospedalieri.

In sei ore ho visto o sentito raccontare esempi di soldi usati bene e di soldi gettati al vento. Una volta di più mi è apparso chiaro che immaginare una medicina universalistica, efficiente e gratuita per tutti, è un’utopia. Oggi si finge che la nostra sanità lo sia, ma quasi un quarto della spesa sanitaria italiana grava già, tra ticket ed esborsi diretti, sulle tasche dei cittadini. In futuro bisognerà lavorare perché chi non può spendere venga tutelato, mentre chi può farlo riceva una parte dei servizi sanitari attraverso canali di previdenza integrativi.

Formiamo eccellenti professionisti, ma rischiamo di perderli se non troveremo velocemente il modo di garantire loro una buona qualità di lavoro e un giusto compenso. Che sia l’attività libero-professionale a integrare le entrate che lo stipendio pubblico non è in grado di offrire non è probabilmente la migliore delle soluzioni, ma sarebbe senz’altro peggio restare senza medici perché nessuno vuole più fare questo mestiere.

Non siamo i soli a livello internazionale a dover affrontare questi problemi. Sarebbe allora bene che la smettessimo di crogiolarci nella convinzione di avere uno dei migliori sistemi sanitari del mondo e che incominciassimo a guardare con più attenzione, più umiltà e meno pregiudizi a quello che tanti altri paesi stanno provando a fare.

DANIELE COEN, medico. Medico d’urgenza, è stato per 15 anni direttore del Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano.  Membro del Direttivo nazionale della Academy of Emergency Medicine and Care (AcEMC).  Ha collaborato per  anni con le associazioni dei consumatori a progetti di educazione e di divulgazione in campo sanitario. Ha pubblicato: Margini di errore (Mondadori  2019) e L’arte della probabilità (Raffaello Cortina 2021)

Malasanità, il Nas setaccia ospedali e case di cura: 3.884 liste d'attesa truccate, denunciati 26 medici. Tra le irregolarità anche prenotazioni chiuse per far fare le ferie al personale. La Stampa l'08 Settembre 2023

Ventisei, tra medici e infermieri, sono stati denunciati dai carabinieri del Nas in diverse città d’Italia a seguito di controlli effettuati tra luglio e agosto sulle liste d'attesa. Nel mirino del Nucleo Antisofisticazione dell’Arma sono finite in particolare le prestazioni ambulatoriali, ma l’indagine si è poi allargata ad altre questioni: visite specialistiche ed esami nel Servizio sanitario pubblico. Le ispezioni sono state eseguite in presidi ospedalieri e ambulatori delle aziende sanitarie, compresi gli Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico e le strutture private accreditate, con l’obiettivo di accertare il rispetto dei criteri previsti dal Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa.

Sono stati effettuati controlli in 1.364 tra ospedali, ambulatori e cliniche, sia pubblici sia privati in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, analizzando 3.884 liste e agende di prenotazione per prestazioni ambulatoriali relative a svariate tipologie di visite mediche specialistiche e di esami diagnostici.

Tra i casi più rilevanti, i Nas di Milano, Torino, Perugia e Catania hanno denunciato 9 medici per aver favorito conoscenti e propri pazienti privati, stravolgendo le liste d'attesa, consentendo loro di essere sottoposti a prestazioni in data antecedente rispetto alla prenotazione ed eludendo le classi di priorità. Il Nas di Reggio Calabria ha denunciato, per l'ipotesi di peculato, 3 medici di Aziende Sanitarie per aver prestato in modo fraudolento servizio presso un poliambulatorio privato sebbene contrattualizzati in regime esclusivo con le aziende sanitarie pubbliche. Il Nas di Perugia ha invece individuato un medico radiologo svolgere attività privata presso un altro ospedale, pur trovandosi in malattia, oltre a due infermieri che svolgevano esami del sangue per privati, registrando falsi ricoveri.

Oltre 3 mila agende analizzate

Le ispezioni svolte sull'ingente mole di dati e riscontri relativi a oltre 3 mila 800 agende ha consentito, inoltre, di rilevare 1.118 situazioni di affanno nella gestione delle 2 liste di attesa e superamento delle tempistiche imposte dalle linee guida del Piano nazionale, pari al 29% di quelle esaminate. Tra le cause più frequenti degli sforamenti delle tempistiche sono state accertate, su 761 agende, carenze funzionali ed organizzative dei presidi ospedalieri e degli ambulatori, diffusa carenza di personale medico e tecnici specializzati che, oltre alla alla mancanza di adeguati stanziamenti e attrezzature, il che ha determinato il rallentamento dell'esecuzione di prestazioni sanitarie.

Nessun rispetto di priorità e urgenze

Slittamento che si ripercuote anche nel mancato rispetto delle classi di priorità (“Urgente”, “Breve” e “Differibile”) ricollocate, in 138 casi, in tempistiche entro i 120 gg (“Programmabili”), non compatibili con i criteri di precedenza ed urgenza. In 195 situazioni il Nas ha riscontrato la sospensione o la chiusura delle agende di prenotazione, in parte condotte con procedure non consentite, oppure determinate dalla carenza o assenza di operatori senza prevederne la sostituzione. Proprio in tale contesto, gli accertamenti svolti dai Nuclei di Palermo, Reggio Calabria, Latina e Udine hanno consentito di rilevare vere e proprie condotte dolose, con la denuncia di 14 dirigenti e medici ritenuti responsabili del reato di interruzione di pubblico servizio, per aver arbitrariamente chiuso in modo ingiustificato le agende di prenotazione a luglio/agosto, posticipando le prestazioni diagnostiche per consentire al personale di poter fruire delle ferie estive o svolgere indebitamente attività a pagamento. Alle carenze di organico si integrano anche comportamenti non allineati ad una corretta deontologia professionale, come nel caso di un dirigente medico di una Asl della provincia di Roma che - sebbene responsabile degli ambulatori di gastroenterologia e colonscopia per cui vi fosse indisponibilità presso l'intera ASL - esercitava le stesse prestazioni in attività intramoenia extramuraria – regolarmente autorizzata - presso un poliambulatorio privato, con una programmazione fino ad 8 esami giornalieri.

Tra pubblico e privato

Sono state anche individuate 21 irregolarità nello svolgimento di attività intramoenia per esubero delle prestazioni concordate con le Asl e omesse comunicazioni sullo svolgimento delle attività esterne da parte dei medici pubblici. Un ulteriore aspetto emerso dai controlli è la mancata adesione di cliniche e ambulatori privati, già convenzionati, nel sistema di prenotazione unico delle Aziende sanitarie o a livello regionale, aspetto che riduce la platea di strutture utili per l'erogazione delle prestazioni mediche specialistiche e diagnostiche.

Facebook. ZeroGas: Organizzazione di tutela ambientale

COME MUORE UN ANZIANO OGGI?

Muoiono in OSPEDALE.

Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.

“Come va la nonna, dottore?”. “E’ molto debole, è anemica!”.

Il giorno dopo della nonna ai nipoti già non gliene frega più niente!

Esattamente lo stesso motivo (non per tutti, sia chiaro!) per il quale da diversi anni è rinchiusa in casa di riposo.

“Come va l’anemia, dottore?”. “Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione”.

“Ma voi cosa pensate?”. “Beh, potrebbe essere un’ ulcera o un tumore… dovremmo fare un’ endoscopia”.

Chi lavora in ospedale si è trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una attempata signora di 92 anni ad una gastroscopia? Che mi frega sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? Ed inevitabilmente la gastroscopia viene fatta perché i nipoti vogliono poter dire a se stessi e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.

Certe volte comprendo la difficoltà e il disagio in certi ragionamenti.Talvolta no.

Dopo la gastroscopia finalmente sappiamo che la Signora ha solamente una piccola ulcera duodenale ed i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.

A questo punto ormai l’ ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse visto che ogni sei ore cambia il turno degli infermieri, non è abituata ad essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo.

La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida ed affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato perché detenuta senza motivo.

All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi e la nonna viene finalmente messa a dormire.

“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre”.

Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.

“Dottore, la vecchina del 12 non respira più”.

Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante (spesso il Rianimatore sollecitato di corsa per “fare di tutto”)scrive in cartella la consueta litania “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”.

La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.

Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri anziani che il ricovero in ospedale non serve e anzi è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita.

Che serve amore, vicinanza e dolcezza.

Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”.

Ma perché?

Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l’ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.

In ultimo, per noi medici: ok, hanno sbagliato, ce l’hanno portata in ospedale, non ci sono posti letto, magari resterà in barella o in sedia per chissà quanto tempo. Ma le nonnine e i pazienti, anche quelli terminali, moribondi,non sono “rotture di scatole” delle 3 del mattino.

O forse lo sono. Ma è il nostro compito, la nostra missione portare rispetto e compassione verso il “fine vita”. Perché curare è anche questo, prendersi cura di qualcuno.Anche e soprattutto quando questo avviene in un freddo reparto nosocomiale e non sul letto di casa.

di Carlo Cascone (belle persona conosciuta per caso da ZeroGas) 

11 ore in attesa di ricovero Covid: la precisazione del Marianna Giannuzzi. Non ha tardato ad arrivare la replica da parte della direzione medica del presidio ospedaliero “Marianna Giannuzzi” sul caso dell’uomo di Avetrana rimasto ad aspettare in ambulanza per circa 11 ore prima di essere ricoverato. Francesca Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 27 novembre 2020. Non ha tardato ad arrivare la replica da parte della direzione medica del presidio ospedaliero “Marianna Giannuzzi” sul caso dell’uomo di Avetrana rimasto ad aspettare in ambulanza per circa 11 ore prima di essere ricoverato. A narrare l’esperienza, era stato il figlio del paziente, l’avvocato Mirko Giangrande in un’intervista rilasciata al Nuovo Quotidiano di Taranto, in cui lamentava, appunto, la lunga attesa a cui erano stati sottoposti a causa di un affollamento di ambulanze nel piazzale dell’ospedale. La direzione medica, in base alle notizie pervenute dal responsabile del Pronto Soccorso, racconta che all’arrivo del signor Giangrande in ospedale, l’assistito era stato visitato, eseguito il tampone naso-faringeo per verificare l’eventuale positività al Covid-19 e somministrata la terapia adeguata. In seguito, all’esito della positività del tampone, veniva fatto accomodare nell’area attrezzata all’osservazione breve fino a 48/72 ore e alle ore14:00 del giorno successivo, ricoverato nel reparto Medicina Covid, occupando il primo posto letto disponibile. «Al signor Giangrande non sono mai mancate le cure di cui ha avuto necessità in una giornata tuttavia congestionata per l’arrivo contestuale di numerose ambulanze del 118.», chiarisce la responsabile, riconoscendo l’imprevisto. Della stessa opinione anche la direzione Asl di Taranto che rivolge le proprie scuse al signor Giangrande ed al figlio, ribadendo che al paziente era sempre stata assicurata la massima sicurezza grazie all’esemplare competenza di tutti gli operatori sanitari presenti. Francesca Dinoi

Parla il figlio dell'uomo rimasto 11 ore in ambulanza prima del ricovero al Giannuzzi. L’avvocato Mirko Giangrande racconta in un’intervista al Nuovo Quotidiano di Taranto il calvario del padre ricoverato al Giannuzzi dopo un’attesa di 11 ore in ambulanza. La Redazione de La Voce di Manduria martedì 24 novembre 2020. Un calvario di 11 ore. Tanto è durata l’attesa in ambulanza di un uomo di Avetrana domenica scorsa. A raccontare l’incredibile vicenda al Nuovo Quotidiano di Taranto è il figlio del povero malcapitato, Mirko Giangrande. I particolari che l’avvocato riferisce hanno dell’incredibile. Il paziente, positivo già da diversi giorni, è stato prelevato dalla sua abitazione dopo aver effettuato una cura anti-Covid domiciliare. Giunto nel piazzale dell’ospedale Giannuzzi, dopo le prime ore, l’uomo - provato dall’attesa ed in evidente stato di agitazione - ha allertato il 112 ed il 113 addirittura dall’interno dell’ambulanza. Le comunicazioni con la famiglia avvenivano tramite whatsapp, visto l’affaticamento respiratorio e la difficoltà nell’effettuare chiamate vocali. Intorno alle 16.30, gli è stato effettuato un prelievo di sangue, ma il povero malcapitato – già da più di 4 ore all’interno dell’ambulanza – non dava segni di miglioramento e la febbre continuava ad aumentare. Il racconto del figlio del pover’uomo si fa sempre più inquietante: «Io vivo fuori, mi sono sentito impotente oltre che angosciato. In più – aggiunge l’avvocato – la cura intrapresa a casa si era interrotta durante le ore in ambulanza. Aveva solo l’ossigeno a sua disposizione e la febbre continuava a salire. Non sapevo cosa fare così, ormai stravolto, ho contattato il consigliere regionale Renato Perrini che si è adoperato a denunciare all’Asl di Taranto quanto stava accadendo» riferisce Giangrande. Stando a ciò che ha raccontato lo stesso avvocato durante l’intervista, sarebbero state ben cinque le ambulanze in coda per ore, così come riferitogli dal padre. L’avvocato non ci sta e promette di andare a fondo sulla vicenda: «Mi preme evidenziare che questo è accaduto ad un uomo di 57 anni in grado di comunicare con l’esterno e di mantenere lucidità. Ma se fosse capitato ad un uomo anziano? Non si può correre il rischio di morire in attesa di essere ricoverati. Questi inconvenienti potevano essere comprensibili a marzo, ma non a novembre perché, come cittadini, ci saremmo aspettati una maggiore organizzazione» aggiunge Giangrande, che poi conclude: «Tenere bloccate le ambulanze per così tante ore è inconcepibile. E se dovessero servire per un’emergenza? Non ho parole».

Verso mezzanotte, dopo la previsione di spostarmi all’Ospedale di Castellaneta, a 100 km di distanza, e la mia forte opposizione (ho preso la valigetta e stavo per scendere dall’ambulanza per recarmi al pronto soccorso), mi introducono in Pronto Soccorso. Qui mi rifanno il tampone e la radiografia. Fino alle 4 nel corridoio, poi in una stanzetta. Il ricovero effettivo in reparto avviene il giorno, 23 novembre 2020, dopo alle 14.00».

La situazione del presidio continua ad essere drammatica. Primario chirurgo in ferie, niente interventi al Giannuzzi, pazienti trasferiti altrove. La Redazione de la Voce di Manduria, giovedì 17 agosto 2023

Dal 12 agosto e sino al 21, all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria non si fanno interventi chirurgici perché il primario Rocco Lomonaco è in ferie. In questo periodo dunque il pronto soccorso non accetta più patologie che necessitano di intervento di natura chirurgica, neanche quelli di estrema urgenza come emorragie interne di qualsiasi natura. Quelli che capitano che vengono trasferiti altrove.

Lo ha comunicato la responsabile della direzione sanitaria del presidio ospedaliero messapico, la dottoressa Irene Pandiani, in una circolare indirizzata al pronto soccorso e alla centrale operativa del 118 che dal 12 scorso dirotta le ambulanze con i pazienti potenzialmente chirurgici negli ospedali di Taranto, Martina Franca e Castellaneta. «Considerate le note carenze di dirigenti medici nella struttura complessa di chirurgia generale – si legge -, è possibile inserire in turno un solo chirurgo reperibile e logicamente – aggiunge la nota -, non potranno essere effettuati interventi chirurgici da un solo chirurgo». L’organico interno è quello che è: tre specialisti di cui uno con limitazioni funzionali oltre al primario Rocco Lomonaco che è in vacanza. L’alternativa sembra essere scontata per chi dirige il Giannuzzi e per la stessa Asl ionica che lascia fare: «trasferire i pazienti chirurgici agli ospedali limitrofi in assenza del primario». 

In effetti a tutte le postazioni del 118, informato del caso, è stato impartito l’ordine di bypassare il Giannuzzi e portare i pazienti con accertata patologia chirurgica come primo step a Taranto e, in caso di indisponibilità di posti letto, negli altri presìdi della provincia. E per chi si reca in pronto soccorso con mezzi propri con disturbi di natura chirurgica, la storia non cambia perché, altro ordine impartito dalla direzione medica del Giannuzzi, prima di essere ricoverati tutti i pazienti devono essere valutati dall’unico chirurgo reperibile che deciderà se tenerlo o farlo trasferire altrove se i disturbi fanno prospettare una possibile implicazione di natura operatoria. 

I disagi sono sotto gli occhi di tutti con ambulanze che dai comuni del versante orientale della provincia fanno su e giù a Taranto e viceversa con gli immancabili intasamenti davanti al pronto soccorso del Santissima Annunziata che si deve far carico dell’utenza «servita» dalla struttura periferica chiusa per le ferie del primario. E attendere il proprio turno, a volte lungo anche diverse ore, significa lasciare scoperta la propria area di competenza con il rischio, quasi quotidiano per la centrale operativa, di dover attivare ambulanze di altre postazioni distanti decine di chilometri dal luogo della chiamata. Questo sia per i codici di piccola o medie gravità ma anche per i codici rossi che devono anche loro attendere l’arrivo della prima ambulanza disponibile spesso distante 15 o 20 chilometri, oppure «prestata» dalla centrale operativa 118 della provincia di Brindisi o Lecce.   Ovviamente questo crea disagi anche ai reparti di chirurgia degli altri ospedali il cui organico, seppure più fornito del Giannuzzi, risente sempre del calo della disponibilità dovuto allo stesso diritti delle ferie che deve essere garantito.

Sanità, «a Taranto attese per pazienti fino a 12 ore». La denuncia di Renato Perrini, vice presidente della commissione Sanità della Regione Puglia. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Agosto 2023   

«La sanità pugliese è allo sbando. Lo denuncio da tempo ma, evidentemente, Emiliano e Palese hanno altro a cui pensare. Una riflessione però va fatta, oggi, alla luce di tutto quello che sta succedendo: nel 2014 è stato un errore chiudere il Pronto Soccorso del Moscati, che come struttura sanitaria, era centrale, in quando serviva non solo a sollevare il sovraccarico del Santissima Annunziata di Taranto, ma anche di altri Comuni vicini». Lo dichiara in un comunicato il vicepresidente della commissione Sanità della Regione Puglia, Renato Perrini.

«Non è possibile - continua - che il paziente oncologico, già fortemente provato fisicamente, debba girovagare nei vari Pronto soccorso ed essere rimandato al Moscati. È un’inutile sofferenza. Dopo l’ennesimo sopralluogo - effettuato ieri sera - continuerò a sollecitare l’assessore Palese affinché venga riaperto il ps dell’ospedale S.Giuseppe Moscati e il Moscati diventi davvero un polo oncologico in grado di prendersi cura dell’ammalato».

«Oggi - conclude Perrini - alla luce di quello che sta avvenendo al Santissima Annunziata, dove le attese per essere visitati arrivano anche a 12 ore, dare ai cittadini di Taranto e provincia un presidio efficiente non è solo indispensabile, ma dignitoso per i tanti pazienti che hanno diritto a una Sanità degna di questo nome.

Quant’era bella giovinezza. La sanità italiana non riesce a compensare l’invecchiamento della popolazione. Gianni Balduzzi su L'Inkiesta il 30 Agosto 2023

I medici sono in aumento, così come gli infermieri. A cambiare, negli ultimi vent’anni, è stato il rapporto tra il numero di dottori e gli anziani, cioè quelli che hanno più bisogno di cure e assistenza

Secondo i più recenti sondaggi di Eurobarometro sia per gli italiani che per gli altri popoli dell’Unione europea al primo posto tra le riforme prioritarie che i singoli Paesi, con l’aiuto di Bruxelles, dovrebbero intraprendere ci sono quelle riguardanti la sanità. Viene anche prima dell’istruzione, del mercato del lavoro, della transizione ecologica, del sostegno alle famiglie.

All’origine dell’emergenza, delle liste di attesa che si allungano, dell’assenza dei medici di famiglia, non c’è solo la maggiore consapevolezza dell’importanza del settore che il Covid ha portato, ma soprattutto una delle sfide epocali del ventunesimo secolo (e probabilmente anche dei successivi): il calo demografico. I dati, pubblicati molto di recente, sono chiari.

È importante sottolineare che i medici praticanti per adesso non sono in calo, né in Italia né altrove. Nel nostro Paese nel 2022 erano 424,9 per centomila abitanti. E facendo una media dei numeri degli ultimi tre anni siamo circa a metà classifica in Europa.

Lo stesso discorso si può fare per un’altra categoria indispensabile e spesso ignorata, quella degli infermieri, che sono 621,3, sempre ogni centomila persone.

Certo, in Italia già si nota un certo rallentamento del trend, non a caso negli anni Duemila vi erano più medici pro capite che in Spagna e in Germania, mentre ora in questi ultimi due Paesi ne sono presenti circa il sei per cento in più.

Questo è un dato importante, un sintomo del fatto che la situazione italiana è in realtà ancora più grave di quella degli altri Paesi.

Tuttavia il fatto più rilevante è il rapporto tra il numero di medici e quello di coloro che di cure sanitarie hanno più bisogno, gli anziani. È qui il principale problema, è qui che entra in gioco la transizione demografica e il suo impatto, che come si vede, è più trasversale di quello che si pensa.

Se nel 2000 vi era una ragionevole relazione diretta tra proporzione di over settantacinquenni nella popolazione e densità di medici, ovvero ve ne erano di più laddove vi erano più anziani, oggi le cose sono cambiate.

L’Italia si posiziona come il Paese in cui la percentuale di ultra-75enni, il dodici per cento degli abitanti, è di gran lunga la più ampia, eppure siamo passati dall’essere tra gli stati con più dottori a metà classifica. Ve ne sono decisamente di più in Spagna, Norvegia, Austria, Germania, Lituania, dove la quota di anziani è, di poco o di molto, più ridotta.

C’è stata un’evoluzione differente da quella che ha interessato il resto d’Europa. In alcuni (rari) casi come la Svezia il numero di medici pro-capite è cresciuto anche in assenza di invecchiamento della popolazione, in altri, come in Germania o Spagna, le due cose sono andate quasi di pari passo. In Italia, invece, la crescita della quota di over-75 è stata decisamente più rapida.

Il risultato è che oggi abbiamo il terzo peggior rapporto tra numero di medici e di popolazione con più di settantacinque anni dopo Lettonia e Francia. Ce ne sono solo 34,55 ogni mille. Non solo, scivoliamo al penultimo posto, davanti ai soli francesi, se il confronto è con gli over-80.

Ci sono 54,19 medici ogni mille ottantenni in Italia, mentre in Germania sono 63,48, in Spagna 73,78, nei Paesi Bassi 81,51, in Irlanda addirittura 115,13.

Considerando che, è pleonastico dirlo, sono questi, gli over-75, gli over-80, ad avere maggiore necessità di servizi sanitari, siamo davanti a un grande incremento di domanda di fronte a un’offerta che non aumenta abbastanza. Aggiungiamo a questo il fatto che negli anni, anche a parità di età, è cresciuta l’attenzione per la propria salute, vi è una maggiore premura di fare prevenzione, di approfondire un sintomo.

Come mai l’offerta stenta? In parte proprio per la stessa ragione che sta portando a un eccesso di domanda, la transizione demografica: i medici italiani sono i più vecchi d’Europa, più di metà, il 54,1 per cento di essi, ha più di cinquantacinque anni. Questa percentuale è del 44,1 per cento in Germania, del 44,6 per cento in Francia, del 32,7 per cento in Spagna. E questo invecchiamento è avvenuto in modo più veloce proprio nel nostro Paese che altrove.

Non si tratta solo di questo, però. Tra i motivi c’è anche il limitatissimo afflusso di medici dall’estero. Solo l’1,5 per cento di quelli presenti si è formato in altri Paesi e poi è arrivato in Italia, meno che in Romania, in Polonia, che in gran parte dei Paesi dell’Est. A questi ci accomuna, tra l’altro, un destino di emigrazione sostenuta del personale medico.

È stridente il confronto con realtà come quelle della Norvegia, dell’Irlanda, della Svizzera, dove intorno al quaranta per cento dei medici è immigrato.

Singolare è il caso della Grecia, dove un terzo dei dottori ha studiato altrove, per esempio proprio in Italia, ma si tratta in gran parte di greci che poi sono tornati.

Abbiamo grande bisogno di stranieri che si formino nel nostro Paese e ci rimangano, o che arrivino anche dopo. Come accade nel caso di tanti infermieri che sono giunti nel nostro Paese.

Ci si può consolare con il fatto che dal 2014 aumentano i laureati in medicina, e non di poco. Sono più di diciotto all’anno ogni centomilamila abitanti, erano meno di dodici un anno fa. Abbiamo fatto meglio degli altri Paesi europei da questo punto di vista.

Basterà di fronte all’invecchiamento di chi medico è già e sta per andare in pensione? Di fronte alla crescita inarrestabile della proporzione di anziani? No. La transizione demografica ci sta facendo pagare pegno anche in questo ambito, non solo in campo pensionistico, economico, fiscale.

Visto che interessa tutta Europa nel medio periodo neanche l’immigrazione da altri Paesi può essere una soluzione stabile. In una lotta a chi strappa più giovani, risorsa sempre più scarsa, all’altro, i Paesi più poveri come l’Italia sarebbero perdenti.

E di fronte all’ineluttabilità dei comportamenti riproduttivi in Occidente, non possiamo sperare in un ritorno a un numero di nascite analogo a quello di cinquant’anni fa, l’unico aiuto può venire dalla tecnologia. Anche se questo vuol dire che si tratterà soprattutto di soluzioni che importeremo, se il sistema Paese rimarrà questo, allergico alle innovazioni, allergico alla ricerca.

Insomma, il futuro non possiamo prevederlo, non sappiamo quanto l’informatizzazione e l’intelligenza artificiale potranno prendere piede nella sanità e quanto velocemente, ma una cosa appare piuttosto certa: è meglio se gli attuali over-50 che non sanno farlo comincino a imparare a usare il computer e gli strumenti digitali.

Se paghi salti la fila al pronto soccorso: la sanità neoliberista arriva a Bergamo. L'Indipendente giovedì 17 agosto 2023.

Il Policlinico San Marco, in provincia di Bergamo, facente capo al Gruppo San Donato, ha attivato il servizio di pronto soccorso a pagamento: si tratta della possibilità di sottoporsi a visite mediche e ad eventuali esami diagnostici senza bisogno di prenotazione. Lo stesso, inoltre, permette di saltare la coda ai pronto soccorsi per tutti quei casi non urgenti a cui sarebbero assegnati i codici bianchi o verdi pagando una cifra di 149 euro. Si tratta, dunque, di un ulteriore passo verso la privatizzazione della sanità come conseguenza del suo graduale e incessante processo di definanziamento pubblico, inaugurato a partire dall’epoca della “spending review” di Mario Monti e destinato a ingrassare le tasche dei privati, rendendo – di fatto – un servizio efficiente e disponibile solo per le fasce più abbienti della popolazione. Non si tratta comunque del primo caso di questo tipo: servizi simili, infatti, sono già stati attivati a Milano e a Brescia.

Il Gruppo San Donato, sul suo sito Internet, resta sul vago e parla di «Ambulatorio ad accesso diretto». Ha specificato, inoltre, che si tratta di un «servizio sperimentale» che sarà attivo cinque giorni su sette, dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 18. Per prestazioni sanitarie che non hanno carattere d’urgenza, il paziente presso l’ambulatorio potrà ricevere assistenza da diversi specialisti, quali ortopedico, chirurgo polispecialistico, odontoiatra e urologo. Oltre ai 149 euro per la visita, si aggiungono i costi relativi ad eventuali esami diagnostici di 1° e 2° livello e strumentali stabiliti dallo specialista a seguito del controllo. Il servizio mira a colmare le ormai sempre più evidenti lacune del sistema sanitario pubblico afflitto dalla mancanza di personale sanitario, di strumentazione e spazi adeguati all’assistenza di tutti i pazienti. Una spinta ideale all’incremento del business privato nel settore sanitario.

Per denunciare questa situazione di squilibrio tra pubblico e privato a favore del secondo, è intervenuto il segretario provinciale della Funzione pubblica della Cgil Giorgio Locatelli: «È la sanità per ricchi figlia del depotenziamento della sanità pubblica territoriale», ha affermato, aggiungendo anche che «Al San Marco volano bassi perché si rendono conto della spregiudicatezza dell’operazione. Alla base c’è il sistema perverso di regole impostato da oltre 25 anni dalla Regione, in cui pubblico e privato giocano su tavoli separati a vantaggio del secondo, che si accredita per quello che reputa conveniente e poi si butta sugli spazi rimasti liberi». A criticare l’iniziativa c’è anche la onlus Medicina democratica che sta raccogliendo firme per un referendum sulla sanità pubblica: «Questo servizio è la dimostrazione di come la sanità privata si infili nelle pieghe dell’inefficienza pubblica, creando disparità di trattamento e agevolazioni per chi può permettersele economicamente, e di fatto pazienti di serie A e di serie B», ha dichiarato il referente Erik Molteni.

Quello dei pronto soccorsi a pagamento rappresenta uno dei risultati più evidenti del processo di smantellamento del Sistema sanitario nazionale e si può considerare l’anticipazione della sanità del futuro nel suo complesso se non ci sarà un’inversione di tendenza in quest’ambito. Si tratta della vittoria del neoliberismo e del business sullo stato sociale e sulla cura e i servizi ai cittadini.

Ai privati i casi meno gravi: in Friuli si inaugura la privatizzazione dei Pronto Soccorso. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 15 Giugno 2023 

In tutta Italia i Pronto Soccorso annaspano a causa di finanziamenti insufficienti, gestioni poco virtuose e carenza di visione programmatica. Viste le difficoltà nel garantire il diritto alla salute, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale ha indetto delle gare per esternalizzare il Servizio medico specialistico e di gestione dei codici minori relativi al Pronto soccorso del Santa Maria della Misericordia di Udine e degli ospedali di San Daniele e Palmanova. L’ente pubblico istituito dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel 2020 cederà dunque per un periodo di sei mesi la gestione di una parte del servizio sanitario. Si prevede una spesa di oltre un milione di euro, calcolata però su un periodo di un anno, una scelta che potrebbe tradursi il prossimo inverno in una seconda fase di privatizzazione.

A Udine, la gara di appalto è stata vinta dalla società Amaltea, la quale fornirà personale al Pronto Soccorso del Santa Maria della Misericordia per i prossimi sei mesi. Oltre alla laurea in Medicina e all’iscrizione all’Ordine, i camici bianchi dovranno essere specializzati in Medicina e chirurgia di accettazione e d’urgenza, in disciplina equipollente o in Anestesia e rianimazione. A ciò si aggiunge la partecipazione a corsi certificati Blsd, Acls, Itls o Phtc. Per gli ospedali di San Daniele e Palmanova non sono ancora stati resi noti i risultati del bando, dunque il nome delle aziende private che gestiranno i codici meno gravi dei rispettivi reparti d’urgenza.

La decisione dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale è stata presa “per far fronte alla carenza di personale emergentista nelle strutture sanitarie”. Tra salari bassi, stress, turni massacranti e aggressioni, ogni settimana decine di medici si licenziano dalle nostre strutture. Ammalarsi di superlavoro è diventato sempre più frequente per gli eroi della pandemia da Covid-19 dimenticati dopo l’emergenza. «Siamo sotto organico e Giovanni, come tanti di noi, faceva anche da tappabuchi. Martedì sera, arrivando in ospedale, ha lavorato dodici ore al Pronto soccorso. Poi, dalle 8 del mattino successivo, altre dodici in reparto rientrando a casa solo mercoledì sera. Giovedì mattina era poi regolarmente in reparto a fare le visite ed è morto praticamente in corsia». Con queste parole il personale dell’Ospedale Giannuzzi di Manduria (Taranto) ha raccontato la morte improvvisa di Giovanni Buccoliero, 61 anni, che in quella struttura ricopriva il ruolo di primario facente funzioni del reparto di Medicina. Storie simili a quella di Giovanni riempiono le cronache, non smuovendo però l’indirizzo politico del Paese, stretto tra tetti alla spesa pubblica e impotenza nei confronti della privatizzazione, che si traduce in panacea per pochi e nell’inaccessibilità alle cure per molti. [di Salvatore Toscano]

I Pronto Soccorso allo sfascio tra medici a gettone e costi alle stelle. Nel 2020 le aziende ospedaliere avevano speso 6 milioni per gestire i Ps con le cooperative. Nel 2022 la cifra è salita a 23. E a causa della flat tax molti dottori si licenziano dal servizio pubblico per tornare in corsia a partita Iva. Ora il governo cerca di risolvere con provvedimenti urgenti presi nel Consiglio dei Ministri. Gloria Riva su L’Espresso il 29 Marzo 2023

Circolano aneddoti poco rassicuranti sui medici gettonisti, arruolati per una notte o poco più nei Pronto Soccorso. Nell’urgenza di coprire i turni, è stato preso a bordo anche uno specialista in Metodologia Clinica, esperto in Semeiotica Medica che di ictus e polmoniti ne ha visti pochi. Ha preso servizio anche un medico di base in pensione di San Marino, investito da un moto di nervosismo dei colleghi del turno successivo, ritrovatisi con 23 pazienti arretrati - nessuno dei quali era stato visitato e preso in carico - , più quelli di giornata. «Basta respirare e avere una laurea in medicina per essere arruolati», Fabio De Iaco è il capo del Pronto Soccorso dell'Ospedale Maria Vittoria di Torino e presidente di Simeu, Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza, che avverte: «Gli specialisti in Emergenza Urgenza sono così pochi da poter decidere dove lavorare. Scelgono gli ospedali centrali, più strutturati, con un minor carico di turnazione, e restano sguarnite le aree periferiche, i presidi più piccoli, creando disparità di servizio offerto», una sanità di serie B, insomma.

La novità di queste ore è che nel consiglio dei ministri di ieri, mercoledì 28 marzo, il governo ha preso alcuni provvedimenti urgenti per porre un freno all’abuso di medici a chiamata. Ad esempio, il governo ha imposto che i medici a gettone, ai quali sarà imposto un tetto di retribuzione e potranno lavorare per un massimo di dodici mesi, possano essere impiegati nelle aziende sanitarie solo in caso di necessità e urgenza e in un'unica occasione, senza possibilità di proroga, e solo se è impossibile utilizzare personale in servizio.

All’appello mancano cinquemila medici di pronto soccorso e il 25 per cento degli ospedali ricorre alle cooperative - in realtà sono per lo più società a responsabilità limitata - che reclutano persino i medici in pensione (anche se gli over 70enni non potrebbero lavorare in ospedale) e neo laureati. L’inchiesta dai Nas di fine 2022 ha smascherato 165 posizioni irregolari, segnalato 205 persone, sono stati deferiti otto titolari di cooperative per frode e inadempimento nelle pubbliche forniture. 43 i casi di esercizio abusivo della professione, con medici e infermieri che smontavano da 12 ore di turno, per attaccarne un altro, fino a 36 ore filate. Il caso più eclatante è quello di medici spediti a effettuare parti cesarei in sala parto, senza averne mai fatto uno.

«Il fenomeno pone problemi di qualità e notevoli costi che gravano sul settore sanitario, in forte sofferenza», ha detto il procuratore della Corte dei Conti del Lazio, Pio Silvestri, preannunciando un’inchiesta «sul sempre più massiccio impiego di gettonisti».

Anche il presidente dell’autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, ha chiesto ai ministeri della Sanità e dell’Economia e delle Finanze di predisporre un decreto ministeriale per dare indicazioni certe sui prezzi da applicare perché all’Anac: «Sono giunte parecchie richieste di pareri di congruità dei prezzi per “forniture di servizi medico-sanitari disposti in somma urgenza”. Specie in reparti “sensibili” come Pronto Soccorso e Anestesia molti dipendenti si licenziano, per tornare allo stesso posto assunti da società private, con costi moltiplicati».

Lo stesso ministro della Sanità Orazio Schillaci, dopo aver definito «allucinante che in uno stesso reparto ci sia chi percepisce il triplo di chi è assunto», ha promesso provvedimenti legislativi e l’apertura di un tavolo al ministero che, tuttavia, non ha ancora dato risultati.

Di fatto l’unica certezza è che grazie alla flat tax introdotta dal governo in legge di bilancio, un medico gettonista che guadagna 85 mila euro con 20 turni di lavoro da dodici ore ciascuno, paga 12.750 euro l’anno di tasse.  Mentre il suo collega dipendente, 85mila euro li guadagna in un anno e versa allo Stato 36.550 euro. Per evitare che i medici in servizio si licenzino per assumere incarichi professionali da libero professionista sempre nello stesso ospedale, il governo ha imposto che costoro non possano più essere reintegrati in futuro nel Ssn e ha inoltre previsto 200milioni di euro di incentivi per i medici del pronto soccorso. 

Snocciola dati Giovanni Migliore, presidente di Fiaso, Federazione delle Aziende Sanitarie Ospedaliere: «La spesa lorda sostenuta dalle aziende sanitarie per il personale medico delle cooperative nel 2020 è stata di 6,3 milioni. Nel 2022 è salita a 23,3 milioni. Il costo orario per il personale strutturato è di 49,45 euro, mentre un gettonista costa alle casse pubbliche 99,26 euro l’ora». Ecco perché le società di medici a partita Iva fioriscono.

A Vicenza tre medici anestesisti hanno aperto la Mst Group, passata da 3.500 euro di fatturano nel 2019 a 1,2 milioni del 2021. Hanno solo tre dipendenti, ma reclutano - con accordi di prestazione d’opera - 75 medici per i reparti di Emergenza e Urgenza di Veneto e Sardegna. In Piemonte e in Lazio è attiva Medical Line Consulting, di Lorenzo Bartoletti, romano, ben introdotto nei palazzi del potere. Il volume d’affari della Srl in tre anni è passato da 10 a 15 milioni. I dipendenti sono dieci, ma offrono servizi sanitari per 14 milioni di euro. Stesso discorso per la romana Medical Service Assistence: il fatturato è passato da tre a sei milioni in tre anni, 10 i dipendenti. Il grosso dei costi di produzione se ne va “per servizi” e in nessun bilancio c’è l’ombra di contratti siglati con i medici. Perché le società non offrono agli ospedale personale medico, bensì un servizio. Così facendo qualsiasi responsabilità legale ricade sul professionista assoldato, mentre gli ospedali contabilizzano il costo nella voce “beni e servizi”, anziché sul personale.

Il motivo dell’esplosione dei medici gettonisti sta tutto qui, in una mera questione contabile: «Il blocco del tetto di spesa sul personale non consente né di aumentare gli stipendi, né di assumere. Mentre non vi sono limiti alla voce “beni e servizi”, su cui le Aziende Sanitarie hanno mano libera, riuscendo così a offrire ai gettonisti remunerazioni tre volte superiori rispetto al personale dipendente. Incredibile», commenta Andrea Filippi della Cgil. Già, perché il ministero dell’Economia e delle Finanze da un lato mette a dieta le Asl sul fronte del personale, dall’altro concede spese pazze per i servizi.

Orazio Schillaci, essendo un ministro-tecnico, non ha il potere politico di far passare quel regolamento che vieterebbe l’attività libero professionale all’interno degli ospedali, anche perché la materia dovrebbe quantomeno essere condivisa con Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica Amministrazione.

E sempre Schillaci non ha la possibilità di intervenire sullo sblocco dei tetti di spesa al personale, o di accordare aumenti ai medici di pronto soccorso, perché la questione è in capo a Giancarlo Giorgetti, titolare del Mef, per nulla interessato ad allargare i cordoni della borsa. Nel frattempo si favorisce l’esternalizzazione di fette del servizio pubblico -ad esempio gli infermieri, ricercati ma sottopagati, stanno passando all'outsourcing - a scapito della qualità. Per esempio, nel 2021 una cooperativa di Sassuolo, la Fenice, è stata oggetto di segnalazioni per criticità e disservizi da parte dell’Ordine dei Medici di Campobasso, ma la stessa continua a crescere, passando nel giro di tre anni da 243 mila euro di ricavi a cinque milioni, perché le aziende ospedaliere non hanno alternative.

O forse ne avrebbero, se si riuscisse almeno a far passare un decreto d’emergenza per i prossimi 36 mesi: «Quello che osserviamo è l’effetto dell’imbuto formativo, ovvero per troppi anni le scuole di specializzazione hanno offerto poche borse di studio rispetto al turnover ospedaliero», spiega Migliore, della Fiaso, che propone di «valorizzare il trattamento economico di chi lavora nelle aree critiche e marginali e, in via transitoria, di reintrodurre la figura dell’assistente medico, così da consentire agli specializzandi, fin dal primo anno, di lavorare nei reparti. Per loro sarebbe un’occasione di formazione sul campo, di fare più attività pratica, per l’ospedale sarebbe così possibile ridurre il ricorso alle cooperative, affiancando specializzandi e medici strutturati, in un’ottica di continuità, maggiore qualità e minori costi». Una porposta che è stata parzialmente accettata nel Cdm di ieri: Fino al 31 dicembre 2025, in via sperimentale, i medici in formazione specialistica possono infatti assumere, su base volontaria e al di fuori dall'orario dedicato alla formazione, incarichi libero-professionali presso i servizi di emergenza-urgenza ospedalieri, per un massimo di 8 ore settimanali.

Mentre a lungo termine, dice Alessandro Vergallo, presidente di Aaroi-Emac, l’associazione degli anestesisti, c’è una questione da risolvere: «Il fenomeno ha colpito soprattutto i medici di emergenza e urgenza e gli anestesisti perché, in entrambi i casi, non hanno margini per effettuare la libera professione, come invece è consentito fare ai colleghi ospedalieri specializzati in cardiologia, dermatologia, ortopedia e via dicendo. Se il lavoro straordinario fosse retribuito e fosse compensata l’attività - più impegnativa - di emergenza urgenza, sarebbe possibile porre un freno ai gettonisti».

Dagospia il 23 marzo 2023. UN’ORA PUÒ VALERE LA VITA! - MELANIA RIZZOLI: “CHI È COLPITO DA INFARTO, ICTUS, TRAUMI, EMORRAGIE E SEPSI, SE ARRIVA ALLA OSSERVAZIONE MEDICA SPECIALISTICA ENTRO I SESSANTA MINUTI DALL’INSORGERE DELLA SINTOMATOLOGIA, HA UN’ALTA PROBABILITÀ DI SOPRAVVIVERE E DI VEDER RISOLTA LA PATOLOGIA IN ATTO IN MODO PIÙ CHE SODDISFACENTE - I CASI CLINICI TEMPO DIPENDENTI HANNO LA POSSIBILITÀ 4 VOLTE PIÙ ALTA RISPETTO ALLE STIME UFFICIALI DI VEDER STRONCATA OD ARRESTATA LA PATOLOGIA.."

Estratto dell’articolo di Melania Rizzoli per "Libero quotidiano" il 23 marzo 2023.

La scorsa settimana si è avuta notizia di tre personaggi famosi italiani che hanno avuto improvvisi ed inaspettati accidenti vascolari, con esiti differenti determinati dalla tempestività di diagnosi e intervento medico.

 La giornalista e scrittrice Bice Biagi era sola in casa quando è stata colpita da un infarto o da un accidente cerebrale, e quando la sorella, che viveva con lei ed era uscita da un’ora per fare la spesa, è rientrata nell’ appartamento, l’ha trovata ormai senza vita, ancora seduta sul divano del suo salotto, morta improvvisamente senza aver avuto la possibilità di muoversi e di chiedere aiuto.

 L’attore Jerry Calà era in albergo a Napoli quando ha accusato un forte dolore alla bocca dello stomaco. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a girare le scene del suo ultimo film, per cui ha avvertito telefonicamente la produzione che in giornata non sarebbe andato sul set per le prove di rito.

Il suo produttore però, preoccupato per lui e per l’inizio del film, nonostante la contrarietà dell’attore che minimizzava il suo sintomo, gli ha mandato un medico, il quale ha intuito immediatamente la criticità clinica e lo ha ricoverato in ospedale, dove è stata eseguita d’urgenza una angioplastica con applicazione di alcuni stent coronarici, che hanno evitato le conseguenze di un infarto cardiaco acuto in atto, e in pratica hanno salvato e guarito il paziente, che oggi sarà dimesso.

L’artista Mauro Coruzzi, in arte Platinette, ha avuto un ictus cerebrale mentre eseguiva la fisioterapia a domicilio con un operatore sanitario, il quale ha subito riconosciuto i sintomi ed intuito la gravità dell’evento ed altrettanto immediatamente lo ha soccorso e portato d’urgenza in ospedale, dove i medici hanno facilmente contenuto la patologia con le terapie d’urgenza specifiche, evitando così i consueti esiti invalidanti.

[…] A livello mondiale la prima ora in cui si sviluppa una malattia considerata potenziale letale è chiamata la “Golden Hour”, cioè l’ora d’oro in cui si può intervenire per salvare la vita ed impedire al soggetto di morire, poiché è scientificamente dimostrato che chi è colpito da infarto, ictus, traumi, emorragie e sepsi, se arriva alla osservazione medica specialistica entro i sessanta minuti dall’insorgere della sintomatologia, ha un’alta probabilità di sopravvivere e di veder risolta la patologia in atto in modo più che soddisfacente.

I casi clinici “tempo dipendenti” infatti, hanno la possibilità 4 volte più alta rispetto alle stime ufficiali di veder stroncata od arrestata la patologia acuta sul nascere, nella sua fase ancora di insorgenza, prima che raggiunga la gravità spesso fatale senza le cure adeguate.

[…]

Estratto dell’articolo di Mauro Evangelisti per “il Messaggero” l’11 marzo 2023

I pronto soccorso sono l'imbuto infernale in cui le attese sono eterne, gli anziani restano nelle barelle anche per giorni, i medici fuggono (o vanno a lavorare a gettone dove pagano meglio). Il sistema sta implodendo in tutte le Regioni, sia pure con gradazione di gravità differente. Dice il ministro della Salute, Orazio Schillaci: «Oggi dal 60 all'80 per cento di coloro che vanno in pronto soccorso, vi si recano in modo inappropriato. Per evitarlo, dobbiamo offrire una sanità territoriale, come emerso in pandemia. Stiamo lavorando su questo, anche con i fondi del Pnrr che dobbiamo utilizzare in modo corretto. Ma la vera trasformazione sarà la digitalizzazione della sanità, che ci permetterà anche di superare le tante disuguaglianze che ci sono oggi nel servizio sanitario».

[…] l'affollamento infernale ha un effetto collaterale: in 3 anni negli ospedali italiani ci sono stati 5.000 episodi di aggressione e, molto di frequente, sono stati nei pronto soccorso, visto che è la prima linea. Ma davvero troppo spesso gli accessi sono inappropriati come dice il ministro? Davvero andiamo al Dea per malanni banali per i quali un tempo avremmo chiamato il medico di famiglia? Vediamo i numeri: nel 2021 gli accessi sono stati 14,5 milioni (e nel 2022 sono aumentati), di questi i codici rossi (quindi molto gravi) sono stati solo 366mila, i gialli quasi 4,5 milioni. Ma i bianchi e i verdi (dunque davvero per richieste banali) sono stati rispettivamente 1,8 e 7,8 milioni.

In un mondo perfetto questi quasi 10 milioni di cittadini non sarebbero andati ad affollare i pronto soccorso, ma sarebbero stati visitati dal loro medico di famiglia. Il problema è che il sistema dei medici di base di fatto è saltato (sono sempre di meno, hanno moltissimi assistiti e non riescono a occuparsi di tutti) e un cittadino che ha un problema di salute semplicemente non sa dove chiedere aiuto, se non in pronto soccorso.

Per questo Schillaci, in questo caso in continuità con il suo predecessore Speranza, sta puntando molto sulla realizzazione in tutta Italia delle "case di comunità", che saranno realizzate con i fondi del Pnrr, al cui interno il paziente deve trovare un medico o un infermiere che risponde a richieste non urgenti. L'altro strumento deve essere quello dell'"ospedale di comunità", già funzionante in alcune regioni […]

[…] In Italia tra il 1996 e il 2019 i posti letto sono stati dimezzati a causa dei tagli, sono 160mila in meno. In sintesi: oggi sono 189.826, un letto ogni 314 abitanti; nel 1996 erano 347.297, uno ogni 163 abitanti. Tutto questo è avvenuto con il numero di abitanti che è aumentato e, soprattutto, con l'età media della popolazione che è più alta, e dunque ci sono più patologie che giustificano il ricorso all'ospedale. Giusto potenziare la sanità sul territorio, ma è necessario anche avvicinarsi ai numeri degli altri Paesi per i posti letto. La Francia ha il doppio di letti dell'Italia, la Germania il triplo. Il Regno Unito ha programmato un incremento di oltre 20mila letti».

Le aggressioni.

SALVATE IL SOLDATO CAMICE. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 25 Aprile 2023.

Da Paola Labriola a Barbara Capovani. Dopo dieci anni dall’aggressione che ha portato alla morte della psichiatra di Bari, da ieri – quando è terminata la procedura di accertamento della morte con criteri neurologici – si piange anche la scomparsa della collega di Pisa, aggredita e uccisa da un ex paziente lo scorso venerdì. L’aggressore, un 35enne già noto alle forze dell’ordine per denunce e per un’altra aggressione al tribunale di Lucca, conosceva la donna e dalle ultime ricostruzioni sembrava conoscere bene anche la struttura dove è avvenuta la violenza. L’uomo, fermato ieri notte dalla polizia, ha atteso per oltre un’ora l’uscita della psichiatra che, una volta fuori dall’ospedale, è stata colpita ripetutamente con una spranga e lasciata in una pozza di sangue e in fin di vita sul luogo della violenza. Si tratta del più recente caso di una lunghissima sequenza di episodi violenti ai danni di medici e del personale medico, che vanno dalle minacce a lesioni più o meno gravi. A dare un quadro chiaro della realtà italiana sono i dati dell’Inail che prendendo in considerazioni tutte le strutture – dagli ambulatori di psichiatria fino alle guardie notturne e pronto soccorso – stimano nel nostro Paese circa 1600 aggressioni l’anno, con una media di oltre quattro episodi violenti al giorno. Un fenomeno in crescita per cui nel 2020 era nato un Osservatorio dedicato al tema ed era stata approvata una legge che prevedeva un aumento delle sanzioni penali in casi di violenza. Eppure, per chi tutti i giorni lavora e vive la violenza, i casi come quello della dottoressa Capovani sono solo la punta dell’iceberg: si tratta di casi eclatanti che rimbalzano nei notiziari e indignano l’opinione pubblica, ma che non raccontano ciò che tutti i giorni viene subito dai professionisti nelle strutture. 

UN ALLARME INASCOLTATO 

Quanto tempo ancora ci vorrà per far capire a tutti che il medico è un alleato e non un nemico del paziente?”. Così il presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, Pietro Dattolo, esprime vicinanza per la morte della collega di Pisa. “Poco più di un mese fa avevamo rilanciato l’allarme sulle aggressioni ai colleghi in occasione della Giornata nazionale contro la violenza nei confronti degli operatori nazionali”. Parole portate via dal vento, spiega il presidente con troppi allarmi rimasti “inascoltati”. E così l’ordine dei medici di Firenze, insieme ad altri chiede di attuare iniziative concrete per permettere al personale sanitario di lavorare in sicurezza, ma soprattutto chiede di fare un “lavoro culturale”di sensibilizzazione, per “far capire ai pazienti che siamo dalla loro parte, non contro”. A intervenire in difesa della categoria e di tutti i professionisti è anche il presidente della federazione nazionale dell’Ordine dei Medici Filippo Anelli: “La violenza è sempre una sconfitta, non solo per chi la subisce ma per l’intera società”. Una morte che è avvenuta nonostante siano stati fatti passi avanti. Anelli ricorda come dalla morte di Paola Labriola è nato un movimento che ha portato a una serie di risultati, eppure non sufficienti perché “Siamo qui a piangere un’altra collega”. E non solo: secondo i dati dell’Ordine dei medici, il 55% dei professionisti riferisce di aver subito violenza e il 48% pensa sia normale. Questo perché persistono problemi di carattere culturale e organizzativo: primo tra tutti, dice “non abbiamo il tempo per parlare con i malati. La legge del 2017 che indica la comunicazione come tempo di cura non è realizzabile, per la carenza di personale, per il numero esiguo delle figure professionali”.

UN’EMERGENZA NAZIONALE

C’è la necessità di fare una riforma”. Così ribadisce Filippo Anelli e così chiede anche la Società italiana di psichiatria (Sip) per voce delle presidenti Emi Bondi e Liliana Dell’Osso. Perché la violenza contro gli operatori sanitari è una vera e propria emergenza nazionale. E così la Sip dopo le parole di commemorazione del ministro della Salute Schillaci chiede “un incontro urgente” al dicastero perché “gli intenti comuni non si esauriscano nella commemorazione del fatto di cronaca lasciandoci inermi di fronte al dolore e per iniziare una collaborazione proficua”. Ed è così che il ministro Schillaci ha convocato una riunione sulla riforma della psichiatria, in programma domani, 26 aprile. “Nel corso di questi ultimi mesi abbiamo già iniziato ad affrontare il tema della salute mentale e della riforma delle procedure per l’assistenza nelle strutture residenziali psichiatriche. Dobbiamo fare in modo che quanto accaduto a Barbara Capovani non si ripeta” ha dichiarato il ministro. Perché il caso Capovani riapre il dibattito sulla legge 180, o meglio nota Legge Basaglia. A spiegarlo è la Società italiana di psichiatria che di fronte alla crescita esponenziale di bisogno di salute mentale ha stato registrato un “progressivo e silenzioso smantellamento di quell’organizzazione, pur imperfetta, che è nata nei due decenni che hanno seguito l’applicazione della legge 180”. E cioè una perdita importante di risorse umane a cui si affianca il mancato ricambio con le nuove leve, con un conseguente impoverimento dei servizi pubblici che “riduce la capacità di risposta dei dipartimenti di Salute mentale, già in seria difficoltà”. Insomma, a decenni in cui si è arrivati a maggiore consapevolezza della salute mentale non si è affiancata una crescita del settore, che si ritrova sempre più carico di richieste di aiuto e di nuovi bisogni emergenti. Una riforma è necessaria non solo per evitare che i casi di violenza non si ripetano, ma anche per garantire a pazienti e professionisti un servizio degno di questo nome.

I dati sono stati diffusi dall'organizzazione sindacale Anaao Assomed. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Aprile 2023

Nel 2022 le denunce di aggressione nell’Asl di Bari sono state 42, di cui 17 per violenza fisica e verbale, 5 solo fisiche e 20 aggressioni solo verbali. I dati sono stati diffusi dal sindacato di medici e dirigenti sanitari Anaao Assomed che evidenzia che il «40,4% dei casi hanno riguardato medici, il 28,5% infermieri, il 7,1% assistenti sociali, 4,7% Oss, 4,7% amministrativi e 14,6% altro personale (psicologici, farmacisti, tecnici)».

«Anche la Puglia - riferiscono dal sindacato - ha pagato un prezzo troppo alto per la mancata sicurezza degli operatori della sanità; la morte di Paola Labriola, avvenuta per mano di un paziente il 4 settembre 2013, è una ferita insanabile, un dolore inconsolabile che si rinnova ogni volta che si ha notizia di una ennesima aggressione. Da allora, duole sottolinearlo, nulla è cambiato». Il 69% delle violenze registrate negli ospedali di Bari e provincia, viene evidenziato, ha visto "protagonista un paziente, il 28,5% parenti dei pazienti, il 2,4% utenza non identificata». Gli episodi, secondo quanto emerge dal report, si sono verificati principalmente nei Centri di salute mentale, Servizio per le dipendenze, Servizio psichiatrico diagnosi e cura, Neuropsichiatria, Pronto Soccorso.

«La Asl Bari ha il triste primato nelle aggressioni al personale sanitario - commenta Silvia Porreca, segretaria aziendale Annao Assomed Asl Bari -. La nostra posizione, come più volte espressa anche dal segretario nazionale Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, è chiara: fino a quando non si metteranno in atto tutte le condizioni per tutelare il personale sanitario nell’esercizio delle proprie funzioni, non faremo che contare le vittime». «Occorre, lo ribadiamo, il riconoscimento del medico quale pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, l'inasprimento delle pene nei confronti degli aggressori, il rafforzamento - conclude - dei sistemi di vigilanza in tutti i presidi, soprattutto quelli con maggiore vulnerabilità come reparti e centri psichiatrici e pronto soccorso». 

Napoli, le testimonianze choc dei medici aggrediti: «Mi hanno puntato una pistola», «mi disse: so dove abita la tua famiglia». Simona Brandolini su Il Corriere della Sera l’11 Marzo 2023

I racconti dei dottori napoletani minacciati, picchiati. L'Ordine: servono leggi severe

 «La mia prima aggressione l’ho vissuta quando avevo 39 anni. Ero al pronto soccorso, all’improvviso mi trovai coinvolta in una rissa scoppiata tra i familiari di un paziente deceduto e la polizia. Un collega più anziano mi si parò davanti per proteggermi. Nonostante questo, qualcuno mi scagliò contro un monitor di computer. Ricordo molto bene quel giorno, lo sgomento e la paura». A parlare è la dottoressa Maria Carmela Corbisiero, uno dei medici chiamati dall’Ordine a condividere la propria esperienza nell’imminenza della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari. 

Il record

Napoli con il Cardarelli ha un triste primato in Italia: secondo Nursing up in un anno più di 50 episodi di violenza ai danni di medici e infermieri. Con il nosocomio più grande del Mezzogiorno che ne fa registrare almeno uno a settimana. L'ultimo eclatante, quello del ginecologo del vecchio Policlinico finito in una pozza di sangue e una commozione cerebrale perché i parenti di una sua assistita  l'hanno aggredito.

Il grido: «Io non ce la faccio più»

Per la dottoressa Corbisiero quella non è stata la sola aggressione, anni dopo è stata presa a schiaffi dal figlio di una paziente che stava visitando. «Si trattava di un accesso improprio. Nonostante tutto, stavo cercando di approfondire la sintomatologia lamentata dalla donna. All’improvviso mi trovai addosso il figlio che con violenza mi colpiva sulla nuca. Lo denunciai immediatamente». Oggi all’ospedale Pellegrini della Pignasecca è tornato ad esserci un drappello di polizia, anche se in molti ritengono che la presenza degli agenti dovrebbe essere costante. «Questa non è rabbia, né reazione alla sanità che non funziona - dice il presidente Bruno Zuccarelli – è addirittura premeditazione. Arrivati a questi livelli vuol dire che la gente aggredisce ed è violenta in modo premeditato. Servono leggi severe, ma anche un processo di educazione che parta dalle scuole». Il grido dei medici è «io non ce la faccio più», e l’Ordine ha intenzione di rilanciare con forza questo monito. «Ogni giorno sette medici si dimettono dal servizio sanitario nazionale. Un medico che ha paura non può lavorare al meglio. I cittadini dovrebbero capire che in queste condizioni è a rischio la salute degli stessi assistiti». Zuccarelli chiede che nei pronto soccorso più a rischio sia garantita la sicurezza che viene garantita nei tribunali o negli aeroporti e che allo stesso tempo si faccia molto di più sotto il profilo dell’informazione. «Le persone per bene sono la maggior parte nella nostra città – conclude Zuccarelli – non possiamo accettare che per gli atti di pochi che hanno atteggiamenti camorristici paghino tutti». Così, all’Auditorium dell’Ordine dei Medici è stata organizzata una mattinata di incontro e confronto tra medici, cittadini e gli studenti di 5 scuole di Napoli: convitto Nazionale Vittorio Emanuele, istituto tecnico Fermi e i licei Pansini, Genovesi e Vico. Ancora molto controversa è la questione che riguarda il riconoscimento dello status di pubblico ufficiale per i medici in servizio. 

Raffaella De Franchis, pediatra di famiglia

Dopo la dottoressa Corbisiero, prende la parola Raffaella De Franchis pediatra di famiglia: «Mi puntarono una pistola alla tempia», racconta. «In quegli anni ero una giovane dottoressa che si affacciava con entusiasmo alla professione. Facevo studio a Giugliano, una sera entrarono due uomini che, pistola in pugno, mi rapinarono. Forse credevano che il mio fosse un ambulatorio privato, pensavano di poter incassare un bel bottino. Ricordo ancora il terrore di quei momenti, mi puntarono la pistola alla tempia e mi dissero di consegnare ciò che avevo. Ovviamente, feci denuncia alle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo, alla fine di una giornata di visite molto intensa, un uomo bussò dicendo di essere il papà di un bimbo. Quando aprii la porta si aggiunse un suo complice mi ritrovai nuovamente con un’arma puntata. Mi ritrovai nuovamente a vivere quella paura, un senso di rabbia e frustrazione che non ho mai potuto dimenticare. Per circa 15 giorni ebbi un agente di polizia con me durante le visite, poi fui costretta a cambiare studio. Quello è stato un periodo della mia vita che mi ha segnata molto». 

«Disse a mia moglie: so dove abitate» Anche nel racconto di Alfredo Scarpa, medico di famiglia oggi in pensione, c’è un vissuto carico di ansie e preoccupazioni. «Nel mio ambulatorio, in via Foria, circa tre anni fa si presentò un paziente che aveva cercato più volte certificati di assenza dal lavoro. Inizialmente feci di tutto per capire l’origine di questa lombosciatalgia che lamentava. Prescrissi diversi esami, che però risultarono tutti negativi. Gli chiesi allora di tornare dopo qualche giorno con la certificazione di uno specialista che dicesse più di quanto io non riuscissi a vedere. Sapevo che non sarebbe tornato, perché era chiaro a quel punto che la patologia era solo un pretesto. Mi sbagliavo. Non sul fatto che fosse un pretesto, ma sul fatto che non sarebbe più tornato. Quel paziente tornò a studio e al mio diniego mi aggredì. Mi scagliò addosso il mio stresso computer e solo l’intervento di altre persone che erano in attesa mi salvò dal peggio. Ricordo che una sera, pochi giorni dopo, suonarono al citofono di casa. Rispose mia moglie. La voce al portone le disse qualcosa che la fece impallidire. Poi mi raccontò che si trattava di minacce: “dite al medico che sappiamo dove abitate”. Fortunatamente riuscii a far ragionare quell’uomo, anche grazie all’interventi di un suo stesso parente. Ma non dimenticherò mai quei giorni terribili». 

Ornella Langhezza, medico del 118

Ornella Laghezza: «Il marito con una pistola in mano continuava a dirci “se succede qualcosa a mia moglie…». Il ricordo ancora molto vivo nella mente della dottoressa Ornella Laghezza è quello di un intervento a bordo dell’ambulanza del 118. «Eravamo stati contattati per un dolore toracico, una crisi ipertensiva e aumento della frequenza cardiaca. Un codice rosso. Al nostro arrivo facemmo quanto necessario da protocollo, ma nel visitare la paziente il marito incominciò a mostrarsi molto agitato. Con un cenno feci capire all’autista dell’ambulanza di allertare le forze dell’ordine. Gli agenti arrivarono in pochi minuti, ma furono attimi molto complicati. Restammo per un tempo che ci sembrò eterno a monitorare i parametri della donna con il marito evidentemente agitato. Con una pistola in mano continuava a dirci “se succede qualcosa a mia moglie…».

Da romatoday.it il 10 gennaio 2023.

Un medico è stato aggredito all'ospedale Sant'Andrea di Roma. A darne notizia è il sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed. "Ancora un episodio di violenza ai danni di un collega, schiaffeggiato e colpito da una borsa mentre tutto il personale infermieristico e ausiliario presente veniva pesantemente insultato. Violenza che ha causato danni anche alle strumentazioni mediche presenti nel luogo dell'aggressione, che è stata scatenata dalla comunicazione del decesso di un parente degli aggressori. Il medico aggredito è stato assistito dal personale del pronto soccorso del Sant'Andrea e ha denunciato gli aggressori", si legge in una nota.

Il sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed (cui aderiscono le sigle Anpo, Ascoti, Cimo, Cimop e Fesmed) esprime solidarietà al personale sanitario vittima dell'aggressione: "Chi si prende cura della salute dei cittadini deve essere protetto: le Istituzioni e le Aziende devono fare in modo che quanto accade ormai quasi quotidianamente negli ospedali italiani non accada più. Si tratta senz'altro di un problema di ordine pubblico, ma anche di tipo culturale: chi aggredisce, insulta o minaccia un medico, deve capire che mette a rischio il diritto alla salute di tutti".

Non è la prima volta che accade. L'ultimo episodio lo scorso 12 dicembre. Prima ancora un episodio del 18 ottobre scorso in cui un'infermiera ha subito un tentativo di strangolamento sempre in pronto soccorso. 

Giusi Fasano per corriere.it il 10 gennaio 2023.

«Già da tempo meditavo sulla scelta di iniziare una nuova facoltà e cambiare professione, dopo questo fatto so che sicuramente sarà la scelta giusta e la intraprenderò appena possibile». La dottoressa Adelaide Andriani ha 28 anni e ha fatto la sua scelta. Come dice lei stessa in un messaggio inviato via Whatsapp, ci pensava «già da tempo». Ma dopo l’aggressione subita l’altra sera non ha più dubbi: non farà la dottoressa anche se si è già laureata in Medicina ed è una specializzanda in Chirurgia generale. Un uomo ha cercato di strangolarla mentre lei era di turno alla guardia medica dell’ospedale Gervasutta,a Udine.

 «Mi ha messo le mani al collo e per qualche istante non sono riuscita a respirare, sentivo che l’aria non passava. Ho pensato: adesso muoio soffocata», ha raccontato lei ai carabinieri. Fortuna che in quel momento aveva accanto la collega che era di turno assieme a lei, Giada Aveni, 31 anni. È stata la dottoressa Aveni a strattonare l’aggressore e a costringerlo a mollare la presa. Forte abbastanza per lasciare vistosi segni sul collo e provocare abrasioni per cinque giorni di prognosi. Ma non sono i postumi fisici a pesare di più. In questa storia il dramma e il peso più grande stanno nel sentirsi vulnerabili, continuamente a rischio perfino fra le mura di una struttura pubblica come un ospedale.

 È successo tutto il giorno 7 gennaio, cioè sabato scorso. Era pomeriggio tardi, già buio. Le persone che arrivano all’interno dei locali della guardia medica — che oggi si chiama servizio di continuità assistenziale — di solito vengono prima intercettate all’ingresso via citofono oppure telefonano: questo per consentire ai medici una valutazione di massima del problema e per non affollare la sala d’attesa, dati i noti problemi legati al Covid. Ma quel pomeriggio all’improvviso compaiono fra gli altri pazienti in attesa due uomini entrati senza lo screening iniziale. Uno dei due ha un problema a una gamba e zoppica, l’altro lo sta soltanto accompagnando. «Il paziente non era agitato, ci ha detto che erano immigrati senza tetto e senza documenti», racconta la dottoressa Aveni.

«Invece era molto aggressivo e maleducato l’altro, l’accompagnatore. Voleva a tutti i costi che guardassimo la medicazione alla gamba che ci hanno detto che era stata fatta da poco dalla croce rossa. Così alla fine l’abbiamo medicata daccapo, anche se la medicazione andava bene. Aveva lesioni di cui però non potevamo stabilire la natura e così abbiamo consigliato al paziente di andare al pronto soccorso per accertamenti. Quando lui è uscito e l’ha detto all’altro, fuori dall’ambulatorio, quello se l’è presa tantissimo. Bussava insistentemente, alzava la voce, insultava... Allora ho chiamato i carabinieri».

Maria Sorbi per ilgiornale.it il 12 gennaio 2023.

 Le ore che ha passato sui libri di medicina sono infinite, la gioia il giorno della laurea impagabile. Eppure, a soli 28 anni, Adelaide Andriani, ha deciso di lasciare la professione medica. La specializzanda, aggredita al collo mentre era di turno come guardia medica a Udine, si è spaventata così tanto ha scelto di appendere il camice bianco, ancora immacolato. «Ci stavo pensando da tempo. Questo episodio è stata l'occasione per decidere di fare altro».

 Che una giovane dottoressa abbandoni la professione all'inizio della sua carriera è una sconfitta per tutta la categoria dei medici, che non solo sono sottopagati, incastrati in doppi turni e ferie saltate, ma sono anche a rischio, sempre di più. Ridare appeal alle professioni sanitarie è una delle missioni del nuovo governo per risolvere il problema della fuga dagli ospedali e della carenza dei medici in corsia, ma per farlo è necessario garantire sicurezza e incolumità.

 È di ieri la notizia di un altro medico aggredito a Palermo: i parenti di una paziente, che volevano entrare in reparto fuori dagli orari di visita, lo hanno preso a calci, pugni e gli hanno lanciato addosso una scrivania lussandogli una spalla.

 Secondo un rapporto dell'Inail, ogni anno in Italia si verificano almeno 2.500 episodi violenti nei confronti dei professionisti della sanità.

«Bisogna prevedere la presenza dell'Esercito e delle forze dell'Ordine innanzitutto nei presidi ospedalieri a maggior rischio perchè in aree più disagiate, ed avviare una sperimentazione da estendere poi eventualmente a tutto il territorio nazionale. Ma non solo: stop ai turni di notte nelle guardie mediche se si lavora da soli, prevedendo accordi con il sistema 118 per l'assistenza notturna» è la proposta del presidente della Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli.

Il vice presidente Fnomceo, Giovanni Leoni, alla guida del sindacato Cimo Veneto, sostiene che i punti chiave su cui lavorare siano: Deterrenza, pronto intervento e certezza della pena. «Occorre una videosorveglianza ben pubblicizzata e collegata con un servizio di guardianeria per il pronto intervento, pulsante rosso per la chiamata diretta e sirena di allarme attivabile. Servono guardie giurate dedicate come per il controllo dell'accesso ai servizi nelle ore diurne, servizi di pubblica sicurezza direttamente collegati. E poi va applicata la legge contro la violenza verso gli operatori sanitari».

 A breve potrebbe arrivare una direttiva del governo per portare più sicurezza nelle corsie. «Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, si farà promotore presso il Governo di una iniziativa per l'emanazione di una direttiva specifica da parte del Ministero dell'Interno a tutte le Prefetture, per procedere in tempi certi e rapidi alla stipula dei protocolli operativi con le Aziende sanitarie per garantire interventi rapidi delle forze odine in caso di aggressioni» assicura il presidente della Federazione delle Aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), Giovanni Migliore.

A chiedere i ripristino delle forze dei drappelli di Polizia o dell'esercito è anche Manuel Ruggiero, presidente di Nessuno Tocchi Ippocrate, associazione nata per denunciare le violenze in corsia: «Finora però la risposta è stata negativa, perché implicherebbe togliere una volante dal territorio. L'esercito sarebbe una valida scelta anche per il numero di risorse disponibili». I militari sono disponibili a fare la loro parte: «Siamo pronti a qualsiasi evenienza, ma è proprio necessario che sia l'Esercito a occuparsi di queste mansioni? Anche perché distoglieremmo gli uomini da altri incarichi» commenta il Cocer dell'Esercito, con il delegato Gennaro Galantuomo.

Le mani al collo della dottoressa. L'aggressione choc dello straniero. Ennesimo episodio di violenza a un camice bianco, a Udine. La giovane specializzanda mostra sui social i segni sul collo frutto dell'aggressione. Lo aveva invitato ad andare in pronto soccorso. Federico Garau il 9 Gennaio 2023 su Il Giornale

Un nuovo episodio di violenza ai danni del personale sanitario si è verificato lo scorso sabato 7 gennaio a Udine: la vittima è una dottoressa specializzanda di 28 anni, aggredita mentre stava prestando servizio presso la locale guardia medica. L'aggressione è avvenuta nel piazzale esterno dell'ambulatorio di via Gervasutta, quando la giovane è stata assalita da un uomo che, giunto in qualità di traduttore per aiutare un conoscente di nazionalità pakistana a farsi comprendere, le ha messo le mani al collo. Evidenti i segni rimasti dopo la violenza subita, come dimostrato dalle foto postate sulla pagina Facebook "Nessuno tocchi Ippocrate".

I fatti

Tutto è accaduto intorno alle 18, quando i due uomini si sono presentati in ambulatorio per una medicazione. Il pakistano aveva una gamba fasciata, ma le ferite, risultate lesioni da ulcera, non potevano essere curate in guardia medica a causa della mancanza dei mezzi idonei per poter intervenire in modo efficace. La dottoressa, che in quel momento prestava servizio con una collega di 31 anni, ha quindi consigliato ai due di rivolgersi direttamente al Pronto Soccorso.

Una soluzione che non è piaciuta al traduttore, il quale ha intimato alle due di procedere alla medicazione richiesta. Inutile ogni tentativo di spiegarsi, per cui alla fine, visto il clima di tensione crescente, i due uomini sono stati invitati a uscire. Proprio nel piazzale antistante è avvenuta l'aggressione ai danni della 28enne, che ha potuto evitare conseguenze più gravi solo grazie al pronto intervento della collega. I carabinieri di Udine, giunti poco dopo sul posto, sono riusciti a identificare il facinoroso, ai danni del quale è stata sporta denuncia. La dottoressa, invece, è stata costretta a ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.

Le reazioni

"Sono profondamente indignato per l'aggressione subita da una giovane medico specializzanda che presta servizio come guardia medica a Udine", dichiara Riccardo Riccardi, vicepresidente del Friuli Venezia Giulia, come riportato da Il Friuli.it. "La violenza e l'intimidazione che ha dovuto affrontare sono inammissibili e non devono essere tollerate in nessuna forma. I medici sono al servizio della nostra comunità", aggiunge, "e meritano rispetto e gratitudine per il loro lavoro indispensabile". "Prenderemo tutte le misure necessarie per assicurare la sicurezza dei nostri operatori sanitari. Condanno con forza questo comportamento riprovevole", conclude.

"Il 2023 inizia, purtroppo, con un nuovo caso di violenza ai camici bianchi", commenta invece il presidente dell'Ordine dei Medici di Udine Gian Luigi Tiberio. Episodi del genere continuano a moltiplicarsi e a richiedere interventi più decisi. Il presidente, tuttavia, rivolge innanzitutto un appello alla popolazione. "I cittadini devono rendersi conto che un medico è, prima di tutto, un essere umano. Il mio, oggi, vuole essere un forte richiamo alla popolazione a mantenere la corretta attenzione nei confronti degli operatori sanitari", esorta il presidente. "Tutti devono avere un senso di responsabilità verso gli altri, chi cura e chi viene curato. Non è accettabile che si rischi la propria incolumità per svolgere la professione che siamo chiamati a fare. Capisco che tutti ci portiamo dietro un alto livello di tensione, ma" dichiara in conclusione Tiberio, "l'uso della violenza non si può giustificare un alcun modo".

NEL BARESE. Bitonto, troppa attesa dal medico: paziente gli tira un calcio e gli frattura una mano. La solidarietà della Fimmg: «Episodi di questo genere, magari con conseguenze meno gravi e spesso non denunciati, continuano a ripetersi». Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 09 Gennaio 2023

In una nota diffusa oggi il segretario Fimmg Bari, Nicola Calabrese, esprime solidarietà a un medico che lo scorso dicembre a Bitonto è stato aggredito in studio da un paziente. L'uomo aveva ricevuto rassicurazioni sul fatto che sarebbe stato visitato a breve, ma in uno scatto d'ira ha sferrato un calcio al medico fratturandogli una mano. «Episodi di questo genere, magari con conseguenze meno gravi e spesso non denunciati, continuano a ripetersi - continua Calabrese - la sicurezza degli operatori sanitari è un’emergenza che non si è mai risolta. Semplicemente, è stata dimenticata per un po’ dai media. Non possiamo però attendere il caso tragico per ricordarcene. Chiediamo la piena applicazione della legge sulla sicurezza degli operatori sanitari, soprattutto in riferimento alla procedibilità d'ufficio, sgravando gli operatori dalla denuncia dell'episodio».

L’Ideologia.

Stanze singole ai trans e toilette "asessuate", sono le nuove regole della Sanità Lgbt. Polemiche per l'iniziativa dell'Iss rivolta agli operatori che devono usare linguaggi neutri I pazienti minori con dubbi sulla sessualità "dirottati" verso le associazioni arcobaleno. Massimo Balsamo il 5 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Un manuale Lgbt in salsa gender ma anche un omaggio alla nuova religione woke. L'Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un vademecum per gli operatori sanitari dal titolo «Linee di indirizzo per la comunicazione del personale sanitario con i/le pazienti lgbt+», destinato a fare discutere.

Approvato dall'Osservatorio medicina di genere, il documento è stato redatto dal gruppo di lavoro «Diseguaglianze di salute legate al genere»: 35 pagine con le linee guida per consentire ai medici di avere gli strumenti per comunicare con i pazienti della comunità arcobaleno. Stranamente privo di schwa, dati i contenuti, il bignamino accende i riflettori su temi come il benessere delle persone Lgbt, gli ostacoli nell'accesso e nell'utilizzo dei servizi sanitari o ancora le pratiche inclusive. A tal proposito, per gli esperti presumere che i pazienti siano cisgender e eterosessuali può rappresentare un'inconsapevole micro-aggressione. Ma il peggio deve ancora venire.

Per non urtare il mondo arcobaleno, il personale sanitario dovrebbe creare un ambiente accogliente a partire dall'utilizzo da cartelli, e brochure accoglienti negli studi e nelle sale d'aspetto. Un altro suggerimento è quello di «affiggere, in modo visibile, una dichiarazione di non discriminazione in cui si affermi che le prestazioni sanitarie erogate presso il Servizio sono uguali per tutti i pazienti a prescindere dall'età, dall'etnia, dalla religione, dall'abilità, dall'orientamento sessuale e dall'identità/espressione di genere».

Chiamati ad assumere un «atteggiamento affermativo» e ad utilizzare un «linguaggio neutro», medici e operatori dovrebbero inoltre «prevedere almeno un servizio igienico non specificatamente destinato ad un singolo genere. Nel caso di ricovero in una struttura sanitaria di una persona TGD (transgender e gender diverse, ndr), ove possibile, verificare la disponibilità d'uso di una camera singola, a garanzia della privacy della persona interessata». La toilette gender neutral, la vittoria di Zan.

Dalle domande iper-inclusive all'invito a non utilizzare termini come madre/padre, il documento è la fiera dell'ideologia dei risvegliati. Basti pensare al passaggio dedicato alle differenze sulle questioni legate alla salute sessuale: «Lo screening del cancro della cervice uterina è raccomandato per tutte le persone assegnate femmine alla nascita». Wokeismo allo stato puro. Capitolo a parte per i minori e la comunicazione da adottare. Vietato dire ai giovani pazienti che stanno attraversando una fase: «L'orientamento sessuale lesbico/gay/bisessuale/asessuale come quello eterosessuale è una variante naturale della sessualità umana. Se hai dubbi che vuoi risolvere e desideri avere più chiarezza potrebbe essere utile che tu ti rivolga ad associazioni LGBT+ sul territorio». In altri termini, i medici si chiamano fuori e spingono bambine e bambini minorenni tra le braccia del mondo arcobaleno. In chiusura, una decina pagine con un glossario che comprende termini come trigender (chi si identifica non con due ma con tre identità di genere), pangender e eterosessismo.

Le Esenzioni.

Laboratori pugliesi, dal 1° luglio stop alle analisi con esenzione. Non tutte le strutture convenzionate aderiscono alla serrata. GIANPAOLO BALSAMO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Marzo 2023.

Davvero non c’è pace per gli oltre 230 laboratori di analisi convenzionati disseminati su tutto il territorio pugliese. La maggior parte di essi, infatti, sono tornati sul piede di guerra proclamando una «serrata» a partire dallo scorso 27 marzo: stop delle prenotazioni delle analisi in esenzione successive al 30 giugno. In altre parole, dal prossimo 1 luglio i laboratori d’analisi privati in Puglia non erogheranno più prestazioni di laboratorio garantite dal Servizio sanitario nazionale.

Uno blocco che andrebbe a ripercuotersi soprattutto sulla fascia più fragile della popolazione e che giunge in un clima di attese e incertezze, dopo che, nel frattempo, è arrivata finanche una segnalazione dell’Antitrust a proposito della ripartizione delle risorse pubbliche all’interno della rete dei laboratori privati accreditati e in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci dopo che il Governo centrale ha deciso di impugnare innanzi al più importante organo di garanzia costituzionale l’art. 23 della legge n.30 con cui la Regione Puglia, lo scorso mese di novembre, chiarì la soglia di produttività delle 200mila prestazioni annue necessarie per mantenere l’accreditamento. Già qualche anno prima, è bene ricordare, a seguito della Lg 296/2006, la delibera regionale 736/2017 fornì i criteri per la riorganizzazione della rete delle strutture esistenti, in base ai quali i laboratori di analisi accreditati si sono adeguati facendo anche ingenti investimenti.

«Da lunedì scorso - precisa il referente di Confcommercio Sanità Puglia, Giuseppe Chiarelli - sono state sospese le prenotazioni delle analisi di laboratorio in esenzione successive al 30 giugno 2023. Ovviamente sarà garantito tutto ciò che era già stato prenotato prima». Una «serrata» che è stata promossa non solo da Confcommercio Sanità Puglia ma, anche, dal Sindacato nazionale biologi liberi professionisti (Snabilp) e Laboratori analisi associati pugliesi (Lanap). «Sia ben inteso, non si tratta di una mera difesa di interesse di categoria ma della tutela del diritto alla salute e dei servizi di assistenza sanitaria territoriale che va salvaguardato a beneficio di tutti i cittadini pugliesi e soprattutto quelli che si trovano in stato di particolare fragilità trattandosi di offerta di prestazione sanitaria rientrante nei livelli essenziali di assistenza (Lea)», precisano i rappresentanti delle tre sigle sindacali...

Le Liste d’attesa.

Liste di attesa per visite ed esami: ecco i trucchi per nascondere i ritardi. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 10 9 novembre 2023.

L’ultima novità è che le liste d’attesa non esistono! Eppure ciascuno di noi ogni volta che è alle prese con la prenotazione di una visita medica o di un esame diagnostico sa bene come funziona: o paghi o ti arrangi. Ma quanto tempo realmente passa fra la prescrizione del medico e l’erogazione del servizio che riceviamo come pazienti? Il dottore di famiglia o lo specialista indicano il codice di priorità sulla ricetta: se urgente, il sistema sanitario nazionale deve garantire la prestazione in 72 ore; se c’è il codice «breve» entro 10 giorni; se è differibile entro 30 giorni per una visita, e 60 per un esame; entro 120 giorni se si tratta di prestazioni programmate. In quale percentuale i tempi indicati sono rispettati? E c’è un controllo efficace per intervenire dov’è necessario? Vediamo come i cittadini continuano a essere presi in giro.

Perché finora ci hanno imbrogliato

Finora non ci sono mai state analisi sui tempi di attesa con numeri attendibili che provengono da fonti istituzionali indipendenti: come già denunciato in un Dataroom del maggio 2022 (qui) il sistema di monitoraggio previsto per legge non funziona (qui). Il motivo? Sui siti regionali sono pubblicati migliaia di dati, ma ogni Regione è libera di utilizzare il criterio di raccolta che più le fa comodo: i risultati dei tempi di attesa non sono differenziati in base al codice di priorità, i giorni indicati possono essere una previsione o quello che in realtà il paziente ha dovuto attendere, possono essere presi in considerazione solo gli ospedali più efficienti, oppure un giorno-indice, ecc.. Insomma, non c’è una linea guida comune e nessuna trasparenza sulla situazione reale, che era invece lo scopo delle legge voluta nel febbraio 2019 dall’allora ministro Giulia Grillo.

La settimana-campione

Per risolvere un problema bisogna innanzitutto conoscerlo. Partendo da questo assunto l’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), che fa capo al ministero della Salute, con la Fondazione The Bridge, ha realizzato un progetto-pilota: alle Regioni sono stati chiesti i tempi di attesa di 14 visite e 55 prestazioni di diagnostica su una settimana campione, dal 22 al 26 maggio 2023. L’obiettivo è di portare alla luce tutta la verità sulle liste di attesa, con un criterio di raccolta dei dati che superasse le criticità denunciate. I risultati dell’analisi, per la prima volta, mostrano in modo inconfutabile i trucchi che vengono adottati per fare sembrare sulla carta che il problema non c’è.

I dati delle Regioni

Nove Regioni preferiscono continuare a trascurare il problema, o non riescono ad avere idea di quanto tempo deve attendere un cittadino per ogni singola visita o esame: Valle d’Aosta, Bolzano, Molise e Puglia hanno ignorato la richiesta di Agenas; Lombardia, Liguria, Basilicata e Sicilia non sono state in grado di produrre i dati; quelli della Calabria non sono utilizzabili perché incompleti. Invece 6 Regioni hanno risposto fornendo i tempi di attesa di 2-3 ospedali: Veneto, Lazio, Abruzzo, Campania, Umbria e Sardegna, per un totale di 23.656 visite e 24.478 esami. Hanno invece fornito tutte le informazioni richieste il Piemonte, Trento, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Marche, per un totale di 101.265 visite e 122.208 esami.

Il primo appuntamento disponibile

Prendiamo in considerazione 3 esami diagnostici e 2 visite da garantire entro 10 giorni e vediamo qual è il primo appuntamento disponibile all’interno dell’Asl di riferimento del paziente. Il 78% delle Tac, il 67,5% delle risonanze magnetiche e il 78% delle ecografie all’addome risultano erogate nei tempi di legge.

Concentriamoci sui casi più eclatanti. Piemonte e Sardegna riescono a garantire addirittura il 100% delle Tac e delle risonanze magnetiche, Campania e Lazio il 100% delle risonanze magnetiche, il Piemonte il 99,6% delle ecografie all’addome.

Abruzzo e Campania il 100% delle visite cardiologiche;

l’Abruzzo il 100% delle visite ortopediche.

Sembra di sognare! Anche con dati raccolti ed elaborati in modo corretto i risultati appaiono in gran parte ingannevoli. Perché?

Il gioco delle tre carte

I tempi di attesa monitorati dalle Regioni prendono in considerazione il numero di giorni che trascorrono dalla chiamata del paziente al call center (Cup) per prenotare alla data dell’appuntamento. Se però gli rispondono che in quel momento non c’è posto e lo invitano a ritelefonare dopo una settimana o due, la data che farà fede è quella della seconda chiamata, nella quale l’operatore fisserà effettivamente l’appuntamento. Della prima richiesta del paziente non resta traccia, anche se in realtà la sua attesa è iniziata da allora. In questo modo però tutti i tempi di prenotazione risultano più brevi. La prova che il meccanismo è diffuso la troviamo nei dati di Agenas che contano, e per la prima volta, quanto tempo trascorre da quando io ho in mano la ricetta del medico a quando telefono al Cup per prendere l’appuntamento. Solo il 18% lo fa il giorno stesso o il giorno dopo, se deve fare l’esame in 72 ore; il 41% se deve farlo in 10 giorni; il 51% se deve farlo entro 60. É paradossale: prima devo avere un esame o una visita, più tardi chiamo. Non può succedere davvero così. È ragionevole pensare che io la telefonata al Cup la faccio subito, ma solo al 18% viene dato l’appuntamento, e infatti ne rimane traccia. A tutti gli altri viene detto di richiamare perché non c’è posto. Se ne deduce che di quell’82% una parte non farà la visita nei tempi previsti, e un’altra parte si rivolgerà alla Sanità a pagamento. L’Osservatorio sui consumi privati in Sanità (Cergas-Bocconi) stima che su 100 esami 21 sono a pagamento; e 41 su 100 visite mediche.

L’altro problema è che i dati comunicati dalle Regioni si riferiscono solo alle telefonate fatte al call center che, nella realtà, spesso intercetta solo una parte delle richieste (non quelle, per esempio, fatte agli sportelli). Ciò emerge andando a vedere il numero di prenotazioni fatte per mille abitanti: è realistico che nell’Asl di Roma 1 e Rieti nella settimana tra il 22 e il 26 maggio solo 30 pazienti abbiano avuto bisogno di prenotare una Tac entro 10 giorni oppure che nell’Asl di Oristano solo 2 avessero bisogno di una risonanza magnetica sempre entro 10 giorni? Lo stesso vale per le visite: possibile che in tutto il Piemonte solo in 376 abbiano bisogno di una visita cardiologica? In Emilia-Romagna, che può essere considerata una Regione benchmark le prenotazioni sono intorno a 1 per 1.000 abitanti. Dove ci sono percentuali inferiori vuol dire che i dati non intercettano le vere richieste dei cittadini. E quindi come si risolve questa piaga se i direttori generali mascherano la realtà?

Le scelte dei cittadini

Infine, ci sono anche i pazienti che scelgono una data d’appuntamento diversa da quella proposta dal Cup, e in un caso su due aspettano di più. Quasi l’80% lo fa per andare in una struttura, o addirittura in un reparto, diversi da quelli proposti, dove pensano di essere seguiti meglio.

Qui però non si può puntare il dito contro nessuno, si tratta di ritardi subordinati a una libera scelta del paziente. Dataroom-corriere.it

Servizio sanitario nazionale, l’imbroglio che ci condanna alle liste d’attesa. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera mercoledì 4 ottobre 2023.

«C’è sempre una soluzione a tutto, ciò che conta è la salute», dice l’antico proverbio. Lo dice anche l’articolo 32 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Su questo diritto abbiamo costruito uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, salvo poi svuotarlo piano piano nel corso degli anni, pentircene, e giurare di risanarlo. Bene, guardiamo com’è oggi la situazione in Italia con un’elaborazione in esclusiva di Dataroom su dati dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali che fa capo al ministero della Salute, e che per la prima volta ci permettono di capire davvero cosa è successo negli ospedali italiani dopo i 2 anni orribili del Covid. Il 2022 dovrebbe essere stato un anno di ritorno alla normalità, in cui è possibile anche recuperare l’attività rimasta indietro nei mesi clou dell’epidemia.

I ricoveri persi

Nel 2022 in Italia ci sono stati 6,9 milioni di ricoveri di cui 5,1 negli ospedali pubblici e quasi 1,8 nei privati accreditati con il servizio sanitario. Rispetto al 2019 gli ospedali pubblici perdono 740.788 ricoveri, che diventano 833.749 se togliamo i 92.961 ricoveri Covid che nel 2019 non ci sono stati. Tradotto in percentuale fa un meno 13%. È come se in Italia in 4 anni avessimo chiuso, nel silenzio più assoluto, oltre 17 mila posti letto. L’equivalente di 40 ospedali di medie dimensioni e oltre 800 reparti. Invece negli ospedali privati accreditati i ricoveri sono diminuiti solo del 4%, che al netto dei ricoveri per Covid la perdita è di 79.953 ricoveri.

Significa che nel 2022 gli ospedali pubblici perdono il triplo dei ricoveri rispetto agli accreditati, un dato che indica l’aumento del peso specifico della Sanità privata accreditata

Infatti se nel 2019 su 100 ricoveri 76 erano negli ospedali pubblici e 24 nel privato accreditato, ora il rapporto è 74 nel pubblico e 26 nel privato convenzionato. Può sembrare differenza piccola, ma in realtà indica una tendenza progressiva in corso da tempo e ancora non visibile al cittadino comune. Per lui non fa differenza, quello che gli interessa è essere curato al meglio, e generalmente le più importanti strutture convenzionate funzionano bene. Del resto il servizio sanitario nazionale accredita gli ospedali privati per contribuire a completare l’offerta sanitaria e potere erogare ovunque i livelli essenziali di assistenza. Dunque sulla carta hanno stessi diritti e stessi doveri. Ma è davvero così? Per rispondere a questa domanda bisogna capire se gli ospedali privati accreditati, i cui ricoveri Covid nel 2022 sono ormai limitati al minimo (12.311), si fanno carico di compensare l’attività non svolta dal pubblico ancora in evidente difficoltà. Vediamo cosa dicono i numeri. 

Patologie oncologiche

Partiamo dagli interventi chirurgici per tumori, e dunque per le patologie più gravi e urgenti:

• tumori al seno con mastectomia: nel 2022 il privato accreditato fa 412 interventi in più rispetto al 2019, e recupera anche il pubblico con +806;

• neoplasie al rene e uretere: il privato accreditato ne fa 494 in più, e recupera anche il pubblico +457;

• polmoni: il privato accreditato ne fa 316 in più, e recupera anche il pubblico +324;

• interventi per tumori prostata : il pubblico ne fa 1.545 in meno, il privato 2.413 in più.

Dunque: nel recupero dei ricoveri persi per le patologie tumorali più gravi la risposta del sistema sanitario nel 2022 è importante sia nel pubblico sia nel privato accreditato che in alcune aree è determinante per ottenere un saldo positivo rispetto al 2019. 

Altre malattie

Il quadro cambia se guardiamo i ricoveri per le altre patologie mediche e chirurgiche:

• ricoveri cardiologici come quelli per aritmia meno 7.588 nel pubblico e meno 1.427 nel privato, e quelli per insufficienza cardiaca meno 36.983 nel pubblico e meno 7.155 nel privato;

• interventi di chirurgia vascolare minore (legatura e stripping di vene): meno 5.349 nel pubblico e meno 2.023 nel privato;

• malattie degenerative del sistema nervoso: meno 9.152 nel pubblico e meno 5.522 nel privato;

• ricoveri legati alle malattie gastroenteriche e delle vie biliari come quelli per esofagite: meno 13.575 nel pubblico e meno 3.319 nel privato;

• interventi oculistici come interventi sulla retina: meno 2.583 pubblico e meno 79 privato;

• interventi di tonsillectomia e/o adenoidectomia: meno 8.295 nel pubblico e meno 2.002 nel privato. 

E la lista degli esempi può continuare.

Prestazioni più remunerative

Quindi per le patologie che possiamo definire più comuni, che però poi fanno impazzire i cittadini prigionieri delle liste d’attesa, il pubblico arranca e il privato accreditato non fa nessun sforzo supplementare. Cosa fa invece: il privato accreditato sceglie le attività in cui guadagnare quote di mercato su una base economica di redditività, specializzandosi sempre di più in quegli interventi con tariffe di rimborso più elevate (Drg ad alta redditività).

I dati lo dimostrano in modo inequivocabile:

• sostituzione di articolazioni maggiori o reimpianto degli arti inferiori (protesi): più 16.674 interventi nel privato che fa il 56% di questi interventi (in crescita rispetto al 49% del 2019). Rimborso: 12.101 euro.

• chirurgia dell’obesità: più 3.301 interventi nel privato che ne fa il 68% (in crescita rispetto al 59% del 2019). Rimborso: 5.681 euro.

• artrodesi, dove vengono inchiodate le vertebre della schiena, a seconda delle tecniche: più 1.413 interventi nel privato che ne fa il 60% (in crescita rispetto al 53% del 2019). Rimborso: 12.376. Oppure artrodesi vertebrale con approccio anteriore/posteriore: più 89 nel privato che ne fa il 66% (in crescita rispetto al 64% del 2019). Rimborso 19.723. 

Tra le prestazioni più remunerative anche quelle delle specialità di cardiologia/cardiochirurgia come dimostrato nel Dataroom del giugno 2021 (qui) che soprattutto su Milano vedono concentrazioni impressionanti e in continua crescita nel privato accreditato che sostituisce il 77% delle valvole cardiache (17.843 euro), fa il 67% dei bypass coronarici (19.018 euro) e impianta il 62% dei defibrillatori (rimborso 19.057 euro). 

Conclusione: gli ospedali pubblici nel 2022 perdono 1,27 miliardi

(meno 6,7%) rispetto al 2019, i privati accreditati guadagnano 57,7 milioni (+1%). I cittadini aspettano in lista d’attesa. O devono pagare

L’importanza delle regole

Ma cambiare le cose è possibile? Nell’agosto 2019 in Lombardia, tranne che in caso di tumori o gravi patologie, il rimborso dell’artrodesi viene tagliato: il minimo è 3.200 euro fino a un massimo di 7.600 e non più 19.723 euro. È una decisione dell’allora direttore generale della Sanità Luigi Cajazzo, proprio per rendere gli interventi redditizi e tentare di limitare quelli inutili (qui il Dataroom del novembre 2019 e qui la delibera con le tariffe pag. 10).

In controtendenza rispetto al resto d’Italia succede che nel 2022 gli interventi calano del 23% rispetto al 2019.

I risultati, dunque, si possono ottenere, ma è necessario un sistema di governo che costringa i privati accreditati a fare quello che serve e non quello che rende di più. E bisogna poi resistere alle pressioni di chi difende interessi di parte

Il 15 maggio 2023 con la delibera 285 su proposta dell’assessore Guido Bertolaso le tariffe dell’artrodesi sono riviste al netto rialzo: l’artrodesi vertebrale con approccio anteriore/posteriore combinato arriva a 22.219 euro di rimborso senza più nessun paletto (qui l’allegato alla delibera con le tariffe, pag. 6). 

Dataroom su Il Corriere della Sera mercoledì 4 ottobre 2023.

Estratto dell'articolo di Elisa Campisi per corriere.it martedì 5 settembre 2023.

«L’angoscia di dovermi curare l’ho superata. L’idea di farlo lontano dalla mia famiglia è troppo», Gian Michele Angheleddu strozza il pianto. Ha 51 anni, è sardo e da poco ha scoperto di avere un cancro che richiede la radioterapia. Come autotrasportatore è abituato a viaggiare, ma non avrebbe mai immaginato di dover stare lontano dalla moglie e dai tre figli piccoli proprio adesso che si sente così vulnerabile. Eppure, è ciò che gli è stato suggerito nero su bianco il 28 agosto da un ospedale della sua provincia, il San Francesco di Nuoro.

«A causa della lista d’attesa — è scritto — non è possibile rispettare una tempistica oncologica corretta (come suggerito dal rapporto “Istisan” 02/2. Istisan , ovvero dell’Istituto Superiore di Sanità, ndr)». Deve aspettare circa 6 mesi solo per poter iniziare la radioterapia, «pertanto si invita il paziente a recarsi in altro centro fuori regione».

L’assessore regionale della Sanità, Carlo Doria, sostiene che il messaggio sia un falso o «vecchio di anni». Ma Angheleddu al Corriere ribatte: «Quel documento me l’ha mandato l’Asl ed è noto che i tempi sono lunghi anche per chi è più grave di me». 

[…]

Entro l’anno le nuove attrezzature dovrebbero permettere una riduzione dei tempi, ma il problema di Nuoro è la mancanza di personale, sufficiente per far funzionare solo uno dei due apparecchi disponibili. Tutti i bandi vanno a vuoto: «Abbiamo introdotto la paga di 60 euro all’ora più il rimborso spese per chi va a lavorare nelle aree problematiche. Presto arriverà pure un bonus da mille euro al mese, ma è difficile trovare dei tecnici».

«La colpa — dice — potrebbe essere degli stipendi bassi, dei numeri chiusi nelle facoltà o del fatto che alcune professioni sanitarie diventano meno attrattive». Per Angheleddu, Cugusi e tanti altri, però, ciò che conta è solo che la Regione si muova prima che sia troppo tardi.

Nuoro, il caso delle liste d’attesa per la radioterapia: «Situazione insostenibile sia per i pazienti che per i medici». Storia di Elisa Campisi su Il Corriere della Sera giovedì 7 settembre 2023.

La radiologa Maria Maddalena Giobbe è presidente del consiglio direttivo dell’Ordine dei medici di Nuoro. Da poco in pensione, per anni ha lavorato alla radiologia del San Francesco, lo stesso ospedale che ha inviato al paziente oncologico Gian Michele Angheleddu suggerendo di curarsi fuori regione per via della lunga lista d’attesa. Alla conferenza stampa organizzata per chiarire, lo stesso direttore dell’Asl nuorese, Paolo Cannas, ha ammesso che i documenti simili sono almeno 5-6 su un totale di 300 pazienti in carico. Ma per Giobbe «la situazione è diventata insostenibile, per i pazienti quanto per i medici».

Sei mesi d’attesa per iniziare la radioterapia sono tempi oncologicamente corretti per alcune patologie?

«Assolutamente no. Non sono compatibili con la cura e neppure tollerabili. Nel caso specifico del San Francesco io non so come è andata, ma obiettivamente sei mesi non erano compatibili con la patologia del paziente e se gli è stato suggerito di andare fuori, secondo me, vuol dire che era necessario».

Lei fino all’anno scorso lavorava proprio al San Francesco. Capitava già di dover invitare il paziente ad andare fuori Regione?

«Sì, ma la scelta di solito è motivata dal fatto che quelle cure oncologiche non possono essere applicate in quell’ospedale o dalla richiesta esplicita dello stesso paziente. È normale che un malato oncologico si scoraggi quando gli vengono comunicati tempi così lunghi. Rimanere in Sardegna diventa un’opzione difficile, ma non dobbiamo neppure pensare che per il paziente andare in un’altra Regione sia poco oneroso, a livello economico quanto affettivo. Anche le scelte personali vanno rispettate».

Perché le liste d’attesa sono così lunghe?

«Stiamo parlando di una radioterapia che prima in Sardegna era un fiore all’occhiello, ma negli ultimi anni è iniziato il declino e di conseguenza le liste d’attesa si sono allungate. Oggi la situazione è aggravata dalla chiusura parziale dell’ospedale Businco di Cagliari per via del rinnovo del parco macchine. Molti pazienti si riversano così a Nuoro».

Da che cosa è dipeso questo declino?

«Manca il personale e ogni anno va sempre peggio. Finora, però, sono state trovate solo soluzioni tampone, come i medici a gettone o la chiamata di quelli in pensione. Io stessa da poco mi sono ritirata, ma vengo ancora convocata nei momenti di difficoltà maggiore. Servirebbe l’inserimento di personale strutturale».

L’assessore regionale della Sanità, Carlo Doria, dice che i bandi vanno a vuoto…

«Allora anche lui riconosce che il problema c’è. La carenza di organico porta a dei ritmi di lavoro insostenibili. Saltano persino le ferie e molti colleghi soffrono di burnout. Tanto più la provincia è in affanno tanto meno questo polo diventa attrattivo per i medici. Molti scelgono di lavorare a Cagliari o a Sassari, sia perché sono le città in cui hanno studiato sia per l’idea che lì le condizioni siano migliori. Chi si specializza, poi, preferisce ambiti meno stressanti, a livello fisico ed emotivo».

Avete fatto presente questo problema all’assessore?

«A luglio c’è stato un incontro con Doria su iniziativa del prefetto di Nuoro, Giancarlo Dionisi. Abbiamo parlato di liste d’attesa, ferie non godute e stress del personale sanitario, ma provvedimenti concreti non se ne sono ancora visti. Si tratta di un problema annoso. Non hanno saputo programmare il numero dei laureati, le specializzazioni e le borse di studio. Per anni, molti colleghi sono rimasti bloccati a fare le guardie mediche perché non aprivano le specializzazioni. Di recente hanno aumentato sia i posti che le borse di studio, ma ci vorrà tempo prima che i nuovi professionisti entrino negli ospedali. Intanto, è già in corso l’esodo pensionistico».

L’Emilia-Romagna fa il triplo delle prestazioni della Calabria per la diagnosi dell’addome. Ma per altri controlli il divario in Italia è ancora più ampio. La Repubblica il 18 Aprile 2023.  

La sanità non è uguale per tutti. Non lo è praticamente mai stata, ma adesso le cose vanno peggio. Mentre il sistema dell’assistenza scricchiola per i problemi economici e di personale e il governo decide di far scendere ancora il valore della spesa sanitaria rispetto al Pil, le Regioni viaggiano ognuna per conto proprio.

E così succede che in Emilia-Romagna il sistema pubblico fa quasi 10 ecografie all’addome ogni 100 abitanti in un anno (il 2022) mentre in Calabria il dato scende a 3,1. Significa che da una parte i pazienti si sottopongono a troppi accertamenti e si rischia così l’inappropriatezza, e dall’altra vengono visti poco. Restando sullo stesso esame, la media italiana è di 6, il livello in teoria ottimale.

Se si guarda a chi lavora meno, però, è necessario fare un ulteriore distinguo. In certe realtà del Sud può esserci effettivamente un’offerta pubblica inferiore rispetto al Centro-Nord. Altrove invece i dati contenuti significano un’altra cosa: che le persone scelgono il privato. Cioè pagano per evitare attese e sistemi di prenotazione macchinosi. Succede ad esempio nel Lazio, dove accanto alle 3,5 ecografie all’addome fatte nel pubblico ce ne sono sicuramente tante altre svolte a pagamento. Stesso discorso potrebbe valere per la Sicilia (4,1).

A raccogliere i numeri è stata Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni che ha preso in considerazione 10 prestazioni specialistiche e ha visto, appunto, quante ne sono state fatte nelle varie realtà locali in rapporto agli abitanti. Tra l’altro il lavoro delle strutture pubbliche e convenzionate anche nel 2022 è stato inferiore al 2019, cioè all’anno prima del Covid. Proprio le ecografie addominali sono state il 10% in meno, le prime visite neurologiche il 13%, quelle oculistiche addirittura il 24%, e qui probabilmente ha pesato molto il privato. Sono aumentate prestazioni a rischio inappropriatezza come le risonanze muscoloscheletriche (alle ginocchia, alle spalle e così via), cioè +4,6%, e le tac del capo (+6,8%). Le visite di controllo, che riguardano persone che hanno già una diagnosi, sono scese in modo preoccupante del 15%. E tutto questo succede anche se praticamente in tutte le Regioni le liste d’attesa sono lunghe. Malgrado la riduzione della domanda, quindi, l’offerta non riesce a essere adeguata. 

Riguardo all’andamento nelle Regioni di altre prestazioni, le risonanze muscoloscheletriche, uno degli esami considerato dai radiologi a maggior rischio di inappropriatezza, sono state 1,3 per 100 abitanti in Sicilia e 3,5 in Emilia-Romagna, che si conferma la Regione dove si fanno più prestazioni. La possibilità che molte di queste attività non siano necessarie è alto, visto che in realtà come Piemonte, Lombardia e Toscana si resta intorno a 2.

L’elettrocardiogramma è un test che spesso viene eseguito non da solo ma all’interno di una visita cardiologica. Comunque sia, anche in questo caso ci sono enormi differenze. La media italiana è di 6,7 esami per 100 abitanti ma in Emilia-Romagna si superano i 10 test e in Liguria e nelle Marche si resta sotto 2. Ci sono un po’ meno differenze nelle prime visite neurologiche. Rispetto a una media di 1,6, si va dallo 0,8 di Bolzano al 2,5 della solita Emilia-Romagna, in questo caso quasi appaiata da Basilicata e Liguria.

L'occhio di riguardo. Report Rai. PUNTATA DEL 10/04/2023 di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi

L’Ospedale Oftalmico di Roma è il più antico e importante nosocomio italiano interamente specializzato nella cura dell’occhio.

Un’istituzione con quasi un secolo di storia che cura migliaia di pazienti ogni anno, persone che accedono all’ospedale attraverso il pronto soccorso, negli ambulatori o seguendo la strada delle liste d’attesa per poi essere operate. Una grande struttura con enormi inefficienze: solo nei primi mesi del 2022 oltre mille persone hanno abbandonato il pronto soccorso, mentre le sale operatorie sono state utilizzate per 1.080 ore su 1.951 disponibili. Ma oltre le inefficienze e la burocrazia, Report svela una profonda manipolazione delle liste d’attesa e un sistema di vasi comunicanti tra l’attività pubblica e quella privata, dove diversi medici indirizzano i pazienti dell’ospedale nei loro studi privati e allo stesso tempo favoriscono l’ingresso in ospedale dei pazienti che passano per gli studi, permettendogli di superare il tappo delle liste d’attesa. Un sistema così diffuso che – come rivela un’analisi interna che Report ha potuto leggere  in esclusiva – almeno il 20% delle chiamate per i ricoveri viene condotto non dai telefoni dell’ospedale, ma da numeri esterni. Dati allarmanti che hanno portato la procura di Roma ad aprire un’indagine proprio sulla gestione delle liste d’attesa del nosocomio.

Truffa per le liste di attesa, inchiesta sull'ospedale oftalmico di Roma. Inchiesta della procura di Roma sull'ospedale Oftalmico per presunti favoritismi fra i pazienti in attesa. Del caso si è occupata anche Striscia la notizia. Federico Garau il 6 Aprile 2023 su Il Giornale.

L'ospedale Oftalmico di Roma finisce sotto la lente d'ingrandimento delle autorità per alcune ncongruenze nella gestione delle liste d'attesa che hanno fatto insospettire gli inquirenti. La maxi inchiesta ha infatti portato alla luce un sistema opaco di vie preferenziali che ora deve essere chiarito. La procura romana, dunque, sta indagando per cercare di comprendere se all'interno della struttura di piazzale degli Eroi veniva di fatto portato avanti un meccanismo illecito.

Attese infinite e favoritismi

In un momento così critico per il nostro sistema sanitario, con scarsità di personale e di risorse, è più che mai fondamentale tutelare il paziente. Gli inquirenti incaricati di seguire il caso parlano di pazienti favoriti, inseriti nelle liste d'urgenza a discapito di altre persone, magari in gravi condizioni, lasciate invece nelle liste ordinarie, con tempi più lunghi.

Sarebbe venuta meno, dunque, la priorità assegnata a seconda dello stato di salute.

Un comportamento scorretto, che si inserisce in una realtà difficile come quella di Roma e del Lazio, dove i cittadini sono già costretti ad affrontare attese lunghissime per ottenere una visita o un intervento.

La pm Giulia Guccione sta seguendo attentamente il caso, coordinando il lavoro dei carabinieri Nas. I militari hanno trascorso gli ultimi mesi ad affettuare accurate indagini all'interno dell'ospedale.

Segnalazioni arrivano dal 2022. C'è un documento, citato da Repubblica, in cui vengono presentati i molteplici reclami arrivati all'ospedale. "A parte i reclami che segnalano atteggiamenti degli oculisti poco consoni al ruolo, gli utenti lamentano prevalentemente la mancata presa in carico, ovvero la difficoltà dopo un primo accesso (al pronto soccorso) ad avere continuità in particolare segnalando difficoltà ad avere informazioni sui tempi che lamentano sui lunghissimi e con generale senso di abbandono da parte della struttura", si legge nel testo.

Interviene anche Striscia la notizia

Dell'ospedale oftalmico si è interessata anche Striscia la notizia. Due settimane fa l'inviato Jimmy Ghione si è occupato della struttura in un suo servizio, denunciando la situazione. Mesi di attesa per una visita oculistica, anni per un intervento alla cataratta. A fine marzo, si parla di liste d'attesa piene fino a dicembre 2023, come è possibile ascoltare nel video mostrato da Striscia.

"Purtroppo è così, al momento", risponde il direttore sanitario Giuliana Villari a Ghione. "Ne abbiamo consapevolezza, e abbiamo attivato dei gruppi di lavoro per risolvere il problema. Ci auguriamo di riuscire a breve".

Pediatra cercasi nel caos sanità in lista d’attesa. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 31 Marzo 2023

Vogliamo fare una riforma a 360° per la nostra sanità” ha annunciato il ministro della Salute Orazio Schillaci. Perché le misure “toppa” – come il tetto ai medici gettonisti, la libera professione per gli infermieri, i fondi per il miglioramento dei pronto soccorso – servono, ma non bastano. I quasi tre anni di emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19 hanno catapultato il Sistema Sanitario Nazionale in una bolla di allarmi e di lavoro straordinario che hanno posto sotto stress il settore e, se da un lato ne sono emersi i punti di forza, dall’altro il SSN ne paga lo scotto. Non tutte le colpe sono da additare alla pandemia, ma di certo gli strascichi non hanno aiutato e non aiutano alla ripresa.

UN PROBLEMA DI ATTESE

Manifesto di questa crisi sono le liste di attesa che hanno cominciato ad allungarsi da quel funesto 2020 e che oggi rendono le cure e la prevenzione dei cittadini sempre più difficile, tanto da spingere molti a rinunciarvi. Dai ricoveri alle visite mediche, abbattere i tempi delle liste di attesa è una delle priorità attuali degli addetti ai lavori per una ripresa del Sistema Sanitario, la cui gestione è stata fino ad ora “un fallimento”. A segnalarlo è il rapporto Healthcare Insights – Osservatorio sull’Accesso alle cure, presentato a Roma dalla Fondazione The Bridge. Per Alessandro Venturi, Vicepresidente Fondazione The Bridge, “il tema viene sempre affrontato come una lungaggine nell’accesso al sistema” quando invece va oltre: “le liste d’attesa servono per graduare la complessità nell’accesso al sistema e garantire quindi una parità di accesso, un’uguaglianza e soprattutto in funzione della sua gravità”. Ma per risolvere la problematica, sottolinea, servono i dati dai territori, che non ci sono e se ci sono presentano difformità, e per questo “non c’è nessuna politica per le liste d’attesa”. Senza uno studio, spiegano, non si può pensare a un intervento funzionale.

CERCASI PEDIATRI

L’attesa, per le cure, colpisce tutta la popolazione: anche i più piccoli. Perché tra le carenze del nostro Sistema Sanitario, c’è anche quella dei pediatri di base. Secondo le stime di Save the Children, in Italia mancano circa 1400 pediatri di libera scelta, con particolari carenze – e sproporzioni – in nove regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria) e nelle zone periferiche e ultraperiferiche del Paese. A spiegare il disagio vissuto da famiglie e bambini è la professoressa Annamaria Staiano, presidente della Società Italiana di Pediatria: “Attualmente noi abbiamo un numero di pediatri di libera scelta pari a circa 7500 contro i 5500 pediatri ospedalieri o universitari. Mancano circa 1400 pediatri di libera scelta per assicurare quel tetto di 800 assistiti per pediatra che garantisce l’accuratezza della presa in carico e – secondo le stime dell’Anaao – nel 2025 ne mancheranno circa 3300”. Questo, spiega Staiano, compromette quelle aree geografiche più disagiate e i piccoli centri dove non è possibile assicurare una corretta assistenza pediatrica. Infatti, in molte regioni e aree urbane, la difficoltà è ormai tangibile, tanto è che si è provveduto a innalzare il numero di assistiti, arrivando ben oltre quello previsto (800, appunto) e sfiorando i 1.300-1.400 bambini per ogni pediatra. Visite, appuntamenti, prestazioni vanno a rilento e, anche qui, le liste di attesa aumentano, con il rischio di non fornire servizio anche ai piccoli pazienti che hanno necessità di cure anche più urgenti.

SPIRAGLI DI RIFORMA

Consapevole delle problematiche, il ministro della Salute Schillaci che, annunciando misure di contenimento per le problematiche sanitarie, ha dichiarato di voler migliorare il Sistema Sanitario Nazionale a 360 gradi, attraverso una riforma di settore che può iniziare ad avanzare a piccoli passi: potenziare la medicina del territorio, a decongestionare il flusso dei pazienti, concedere libera professione agli infermieri e aumentare il numero del personale sanitario. Proprio sul personale medico e assistenziale, si concentra l’attenzione del ministro. La riforma, annuncia: “mira a rimettere al centro del sistema gli operatori del Ssn, gratificando per tutto quello che fanno”. Una mancanza, quella dei medici, che rende difficile l’accesso alle cure, ma anche il lavoro di chi si trova in reparti ormai con personale sottodimensionato. Per questo, dice infine il ministro “credo si debba renedere più attrattivo il SSN, non solo come gratificazione economica, ma anche con una migliore organizzazione” per fornire a tutti – pazienti e personale – un servizio degno di questo nome.

Tre mesi per una risonanza: la Puglia delle liste d’attesa. La mappa dei ritardi. E nelle strutture privata le macchine lavorano il triplo. Sulle prenotazioni brilla Foggia, maglia nera alla Bat. Ma per una ventina di prestazioni le attese restano eccessive ovunque. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Febbraio 2023

La più moderna risonanza magnetica a disposizione del servizio sanitario pubblico pugliese è installata - chissà perché - nell’ambulatorio di radiodiagnostica dell’ex ospedale di Conversano. Qui viene fatto, più o meno, un esame l’ora. La stessa macchina, montata in una clinica privata, può effettuare un esame ogni 20 minuti. Funziona così più o meno dappertutto: la Tac dell’ex Cto di Bari fa sei esami al giorno, esattamente pari alle ore lavorative del turno degli operatori. Il pomeriggio: niente. La sera: niente.

Basterebbe questo a spiegare buona parte del problema delle liste d’attesa, che letto con i dati complessivi sembrerebbe meno grave di quanto appaia. Il sistema sanitario ha infatti (tra l’altro) un problema di efficienza e di allocazione delle risorse. Nonostante la sola Puglia abbia un numero di «grandi macchine» superiore a quello dell’intera Olanda, non riesce a stare dietro alle richieste. E il cittadino è messo di fronte a un bivio: aspettare oppure pagare.

In questo senso, infatti, i numeri sono fuorvianti. Guardiamo al totale delle prestazioni «brevi» richieste a settembre 2022 (ultimo mese disponibile per il monitoraggio del piano nazionale di riduzione delle liste d’attesa): in provincia di Bari il 65% delle prenotazioni viene evaso entro i 10 giorni previsti, e in provincia di Foggia si arriva addirittura al 95%. Se guardiamo a tutte le classi di prenotazioni, soltanto la Bat scende al di sotto del 50% di prestazioni effettuate entro i tempi previsti, ma Foggia è al 93%. Il dato medio però maschera la realtà: ci sono una ventina di visite ed esami specialistici per i quali, ordinariamente, non si può far altro che aspettare o pagare. Il problema è tutto lì.

Il grosso delle attese si concentra sugli esami strumentali, quelli su cui c’è il maggior numero di richieste. Per la prenotazione di una tac torace (lo scorso anno ne sono state effettuate circa 33mila in tutta la Puglia), l’attesa media è di 43 giorni. Per la risonanza alla testa (circa 15mila), si arriva a 87 (tre mesi). Un elettrocardiogramma (50mila solo in provincia di Bari) richiede 44 giorni (53 con l’holter), una ecografia all’addome un mese. Una mammografia bilaterale ne richiede addirittura 109. Non va meglio sulla specialistica: quasi due mesi per una visita cardiologica (36mila in provincia di Bari lo scorso anno), poco meno per una neurologica, 80 giorni per essere ricevuti dall’oculista...

STAND BY SANITÀ. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità l’11 Gennaio 2023

Una sanità fuori tempo massimo toglie ai cittadini il diritto a curarsi. Succede in Italia e oramai, purtroppo, non è una novità. A preoccupare sono sì i dati che raccontano la malagestione, ma anche e soprattutto la mancanza di una prospettiva di cambiamento, che almeno per ora sembra non vedersi. Cittadini che aspettano mesi per una visita di controllo, medici di base che nelle regioni aspettano di essere collocati, farmacie che attendono i farmaci e i dispositivi medici carenti e le stesse aziende sanitarie che con il payback “sospes”o aspettano di scoprire cosa gli riserverà il futuro.

TEMPI BIBLICI

Lo standby della sanità colpisce al cuore della società, ovvero sui cittadini, che al momento di una prenotazione per una visita o per un esame sanno già che a dividerli dall’incontro con lo specialista di turno potrebbero passare mesi. Se non anni. Difatti, le liste di attesa si sono allungate in maniera ingravescente, raggiungendo tempi infiniti: secondo i dati del “Rapporto civico sulla salute” di Cittadinanzattiva, nel 2021 l’attesa per una Tac e un’ecografia è arrivata fino a un anno, mentre si aspettano cento giorni per una colonscopia e più di due mesi per una visita oncologica. Ad avere la peggio, però, sono le visite per una mammografia, per cui si è aspettato – record negativo – fino a 720 giorni. Un’odissea dai numeri impressionanti che porta, come conseguenza, la rinuncia alle cure per un italiano su dieci. Perché se molti cittadini per aggirare la problematica delle tempistiche virano sulle visite private – nel 2021 gli italiani hanno speso nella sanità provata oltre 37 miliardi di euro – altri non hanno la possibilità economica per accedervi e rimangono orfani non solo del diritto ad essere curati, ma anche del benessere psicofisico.

ASSISTENZA SOLD OUT

In attesa, oltre ai cittadini, ci sono anche le strutture e le figure predisposte alla cura delle persone. Parliamo dei medici di base, il primo e più prossimo riferimento per il cittadino, e del comparto farmaceutico, alle prese con una carenza di medicinali mai vissuta – neanche in pandemia. Guardando ai numeri, la Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) denuncia che quasi due milioni di cittadini rimarranno senza medico di famiglia e che oltre cinquemila medici non potranno più garantire l’assistenza negli ambulatori territoriali di Continuità assistenziale e lasceranno vacanti centinaia di presidi di emergenza territoriale. La causa si ritrova nell’errore interpretativo fatto da alcune Regioni che hanno impedito ai medici in formazione di assumere incarichi provvisori e di sostituzione di medicina generale, come invece deciso nella legge del 2018 che permetteva – in deroga alle incompatibilità precedenti – di assumere incarichi convenzionali. La giustificazione? Una norma poco chiara.

Altro numero che spaventa è quello dei medicinali mancanti, che continua a salire giorno dopo giorno arrivando – a oggi – a oltre 3200. Tra questi ci sono gli antinfiammatori, antipiretici, alcuni antibiotici, cortisonici per l’aerosol, prodotti per la tosse, ma anche farmaci antipertensivi e antiepilettici. La produzione è rallentata, la richiesta è alta e farmacisti e medici di base, in attesa di una soluzione, devono sopperire alle mancanze nella cura dei cittadini.

PAYBACK SOSPESO

Infine, in attesa di risposte sul proprio destino, ci sono le aziende, gli operatori e i lavoratori delle aziende produttrici di dispositivi medici che ieri si sono riuniti a Roma in una protesta per chiedere l’abolizione del payback sanitario. Si tratta dello strumento – in piedi dal 2015 ma mai applicato fino al governo Draghi – che costringe i fornitori dei dispositivi medici a restituire parte dei pagamenti ricevuti dalle Regioni che hanno comprato i loro prodotti eccedendo i tetti di spesa. “Un meccanismo – denuncia il presidente di Pmi Sanità Gennaro Broya – che vuol far pagare alle aziende italiane gli sprechi e gli errori delle Regioni incapaci di fare i conti e programmare la loro Sanità”. Una cifra che si attesta intorno a due miliardi e 200 milioni di euro che con l’applicazione dello strumento, porterebbe conseguenze economiche e occupazionali gravissime su tutto il settore industriale e sulla salute dei cittadini italiani. Proprio per questo, il governo si è indirizzato verso la proroga della misura, fino al 30 aprile. Ma non basta: per quella data, la condizione del comparto non sarà cambiata e, pertanto, la richiesta nei confronti dell’esecutivo è proprio quella di abolire definitivamente questa misura. Intanto si sospende la “pena” per altri quattro mesi e si rimane in attesa. Ma forse serve un miracolo.

«Basta intramoenia: le liste di attesa del pubblico sono troppo lunghe»: il monito della Corte dei Conti. Gloria Riva su L’Espresso il 06 Febbraio 2023

Negli ospedali toscani il numero di prestazioni private ma effettuate nelle strutture pubbliche ha superato quello delle visite con il Ssn. Ma la legge impone di bloccare quella pratica quando le liste d’attesa sono troppo lunghe

La Toscana è fra le regioni che più si è data da fare per riorganizzare il centro unico di prenotazione. Ha per esempio introdotto - unica in Italia - l’indice di cattura, cioè il rapporto tra le prestazioni prenotate e quelle prescritte. E nonostante abbia segnato un miglioramento nei tempi di attesa - 21 giorni in media - la Regione è stata recentemente bacchettata dalla Corte dei Conti, in particolare sul problema delle liste chiuse: «Bisogna consentire la registrazione di tutte le richieste di prenotazione che giungono al sistema, prendendo in carico, ad esempio nelle “preliste”, anche quelle per le quali non possa essere proposta una data di prima disponibilità entri i tempi massimi. Questa carenza comporta infatti una inevitabile barriera all’accesso alle prestazione che comporta casi di “blocco liste” vietati dalla legge».

Scrive, nella delibera, che al 30 giugno 2022 oltre l’80 per cento delle prestazioni arretrate sono ancora da recuperare e i tre quarti dei soldi stanziati dallo Stato per il loro recupero non sono stati spesi.

Negli ultimi cinque anni le prescrizioni per esami ambulatoriali sono arrivate a quota 4,9 milioni, al contrario l'offerta - e quindi le prenotazioni - sono 3,4 milioni.

Sempre più spesso i cittadini aggirano il problema ricorrendo all’intramoenia, cioè effettuano visite a pagamento all’interno degli stessi ospedali. Dice la Corte dei Conti che in alcune specialità il rapporto fra le prestazioni in regime di Ssn e quelle private è totalmente sbilanciato a favore del secondo: il rapporto è 161 a pagamento ogni cento gratuite negli accertamenti di chirurgia generale, così come il 102 per cento nelle gastroscopie, il 136 per cento nelle visite ortopediche e così via. Soluzione? È sempre la Corte dei Conti a far notare che «il Piano nazionale prevede espressamente che in caso di superamento del rapporto tra l’attività in libera professione e istituzionale sulle prestazioni erogate o di sforamento dei tempi di attesa massimi già individuati dalla Regione, si attui il blocco della libera professione, fatta salva l’esecuzione delle prestazioni già prenotate».

L’indicazione è chiara: con liste d’attesa così lunghe le visite a pagamento negli ospedali vanno bloccate.

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per “la Stampa” il 2 Febbraio 2023.

[…] Ancora troppo devono invece aspettare i pazienti che non hanno la possibilità di ricorrere al privato per accorciare le liste d'attesa, che arrivano a due anni per una mammografia, uno per una tac, sei mesi per una risonanza. Tempi sempre più lunghi perché a causa della pandemia nel 2020 sono saltati due milioni e mezzo di screening oncologici.

Che si sono tradotti poi in altri ritardi di 5 mesi per i test del tumore al collo dell'utero, quattro e mezzo per quelli della mammella e 5 mesi e mezzo per il colorettale. Un tempo sospeso che secondo l'Osservatorio nazionale screening sarà la causa di oltre 3.300 carcinomi mammari, 2.700 lesioni cervicali, quasi 1.300 carcinomi colorettali e oltre 7.400 adenomi avanzati. Tutti tumori non intercettati a causa dei mancati appuntamenti con gli screening. Non solo per colpa del Covid, perché le liste d'attesa erano già insostenibili prima della pandemia. […]

Se circa due milioni e mezzo di italiani hanno rischiato di scoprire tardi di avere un cancro causa i tempi lunghi per ottenere un esame diagnostico o anche una semplice visita oncologica (fino a sei mesi di attesa per un appuntamento), anche una volta scoperto di avere un carcinoma la strada continua ad essere in salita. Perché per accedere alle cure dopo una diagnosi di tumore si arriva ad attendere più di 30 giorni prima di accedere alle cure.

È quello che succede al 25% dei malati secondo un'indagine presentata lo scorso anno da Cittadinanzattiva. Solo il 22% viene poi instradato in un percorso terapeutico assistenziale, che significa poi essere presi a tutto tondo in carico da una struttura pubblica, che pianifica terapie ed accertamenti senza lasciarci in balia delle telefonate al centro prenotazioni.

Oltre il 73% poi non ha ricevuto alcuna informazione circa la possibilità di eseguire a carico della propria regione un test genomico, essenziale per personalizzare le cure o evitare, quando è possibile, la chemioterapia. Tra chi lo ha fatto solo il 15% è riuscito comunque ad avere il rimborso.

 […]

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per la Stampa il 2 febbraio 2023.

Venerdì 27 avrei dovuto essere nel Salone d'Onore del Coni alla cerimonia del premio Estra. Avrebbero dovuto consegnarmi un riconoscimento per un articolo scritto un anno fa su La Stampa. Non sono potuta andare, e chiedo pubblicamente scusa al comitato organizzatore per la mia assenza. Venerdì mi stavo ricoverando d'urgenza per un tumore al colon diagnosticato poche ore prima, quando il mio medico ha visto i risultati della colonscopia e poi della Tac. «Ancora un po' e questa non l'avrebbe raccontata», mi ha detto il medico osservando gli esami.

 «Ma è arrivata appena in tempo. La risolviamo, non si preoccupi».

 Venerdì 27 mi hanno operata, mi sto lentamente riprendendo. Il medico non sapeva che fossi una giornalista, ha usato in modo casuale la parola «raccontare» ma, ora che inizio ad avere le forze, lo faccio davvero. Racconto quello che mi è successo e presto tornerò a raccontare anche altro, come ho sempre fatto nella mia vita.

 Racconto del mio tumore non per un improvviso bisogno di riflettori ma per lanciare un allarme, da giornalista quale sono. Da quando il medico ha pronunciato quella frase, sottolineando l'urgenza di intervenire, non smetto di pensare a chi non ha avuto la mia possibilità di essere rapida.

 Una possibilità legata solo alla capacità di pagare un esame che dovrebbe essere garantito a tutti. Il tumore al colon è il terzo per incidenza e mortalità tumorale nei Paesi occidentali.

Più diffusi e pericolosi sono soltanto quello mammario e quello polmonare. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa cinquantamila tumori al colon ma nel 2020, durante il primo anno di emergenza Covid, c'è stata una riduzione del 45 per cento degli screening e dell'11,9 delle diagnosi di tumore colon-rettale, secondo i dati della Fismad, la Federazione Italiana Società Malattie dell'Apparato Digerente.

 Eppure gli esami preventivi sono l'unico modo per scoprire in tempo questo e altri tumori.

Io ammetto di avere la colpa di non essermi sottoposta a una colonscopia o ad altre analisi ma, non avevo disturbi, non mi sentivo affatto stanca, mangio carne al massimo tre o quattro volte l'anno, mi nutro di alimenti il più possibile provenienti da contadini fidati, e ho un'età tutto sommato non troppo a rischio. Pensavo di essere tranquilla ancora per un po' di tempo. Proprio quel tempo che, secondo il medico che ha visto la mia Tac, invece non c'era.

 Se ho sbagliato a non sottopormi a un controllo preventivo, ho fatto molto bene – da quello che mi hanno detto i medici – a correre quando ho avuto il primo segnale d'allarme.

 Era due settimane fa. A quel punto avevo due possibilità: rivolgermi alla sanità pubblica o a quella privata. Se avessi provato a prenotare una visita gastroenterologica nel pubblico, in alcune Asl di Roma avrei dovuto aspettare più di un mese.

 In altre – forse – sarebbe andata meglio, a giudicare dai dati presenti sul monitoraggio dei tempi di attesa fornito dalla Regione. A questo teorico mese avrei dovuto sommare i tempi di attesa per la colonscopia, nella migliore delle ipotesi almeno un altro mese. E avrei anche dovuto considerarmi fortunata perché in altre Regioni i tempi di attesa sono più lunghi, come abbiamo scritto su questo giornale agli inizi di gennaio. Non mi sono rivolta al sistema sanitario pubblico, sarei arrivata tardi. In questi casi il tempo è tutto. Aspettare vuol dire consentire al tumore di farsi strada, di avanzare. Ho prenotato una visita nel privato.

Ho potuto farlo perché ho un lavoro e perché ogni mese dal mio stipendio viene automaticamente prelevato un contributo da versare alla Casagit, la Cassa di assistenza sanitaria integrativa dei giornalisti. Un'assistenza che in tanti hanno capito di dover pagare per avere accesso alle cure in Italia. Secondo un rapporto di Ania, l'associazione nazionale delle imprese assicuratrici, la spesa sanitaria privata ha raggiunto nel 2020 i 38 miliardi di euro, un aumento del 36 per cento rispetto al 2004. Si stima che il numero di cittadini italiani con una copertura sanitaria integrativa sia tra i 17 e i 20 milioni nel 2021, in crescita di circa 4 milioni dal 2017.

 (…)

Paolo Russo per lastampa.it il 7 gennaio 2023.

Il sistema sanitario più universalistico del mondo, quello che offre gratis a tutti tutta l’assistenza di cui si ha bisogno, si infrange contro il muro delle liste d’attesa. Perché quando si arriva a dover attendere un anno o più per un esame diagnostico e mesi per una visita specialistica le alternative sono due: ricorrere al privato pagando di tasca propria o rinunciare del tutto alle cure. La prima strada l’ha percorsa il 54% degli italiani spendendo qualcosa come 37 miliardi di euro nel 2021, alla rinuncia sono invece stati costretti in 5, 6 milioni. Erano poco più della metà solo due anni prima.

 Le cause di questo imbuto sono molteplici e in parte analizzate nelle precedenti puntate di questa inchiesta: carenza di personale medico negli ospedali e negli ambulatori delle Asl, 18mila macchinari diagnostici come tac e risonanze oramai obsoleti e per questo non di rado fuori uso, scarso filtro dei medici di famiglia nel territorio e, non da ultimo, il Covid, che ha tenuto per almeno due anni molti pazienti lontani dagli ospedali e dalle altre strutture sanitarie, facendo saltare oltre 100 milioni di prestazioni sanitarie.

 E così si è arrivati a quasi due anni di attesa per una mammografia, circa uno per un’ecografia, una tac o un intervento ortopedico. Mentre gli screening oncologici accusano ritardi in oltre la metà delle regioni e sono in calo le coperture per i vaccini, non solo quello anti Covid.

L’ultimo “Rapporto civico sulla salute” di Cittadinanzattiva rileva attese fino a 720 giorni per una mammografia, circa un anno per Ecografie e Tac, sei mesi per una risonanza, 100 giorni per una colonscopia. Ma si attende un anno anche per una visita dal diabetologo, 300 giorni per farsi visitare da un dermatologo, un reumatologo o un endocrinologo. Persino per l’oncologo, che si presuppone sottenda qualche urgenza, si aspettano anche più di due mesi. Un anno si può aspettare per un intervento chirurgico al cuore o per riparare una frattura, 180 giorni per operare un tumore. Nel 2021, l’11% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a visite ed esami per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio.

Come al solito le cosa cambiano poi da regione a regione, con alcune situazioni particolarmente critiche. Ad esempio in Sardegna dove la percentuale sale al 18, 3%, con un aumento di 6, 6 punti percentuali rispetto al 2019; in Abruzzo la quota si stima pari al 13, 8%; in Molise e nel Lazio la quota è pari al 13, 2% con un aumento di circa 5 punti percentuali rispetto a due anni prima.

 Per il 57% delle regioni si segnala la sospensione o l’interruzione del normale svolgimento degli screening per tumore alla mammella, alla cervice, al colon retto. I danni dell’interruttore della prevenzione posizionato su “off” li vedremo con il tempo. Intanto, informa la Favo, la federazione delle associazioni dei malati oncologici, ogni persona colpita da tumore arriva a spendere di tasca propria 1. 841 euro l’anno, parte dei quali proprio per gli esami diagnostici.

 In realtà per gli assistiti un modo per liberarsi dalla trappola delle liste d’attesa c’è e sarebbe quello di vedersi applicato il diritto sancito da un decreto legislativo del 1998 che consente di rivolgersi al privato pagando il solo ticket quando il servizio pubblico non rispetta i tempi massimi di attesa: 72 ore se urgente (codice U sulla prescrizione), 10 giorni se da erogare a breve (B), entro 30 giorni le visite e 60 gli esami diagnostici se c’è la lettera P di programmabile. Ma quel diritto è di fatto non garantito per una serie di motivi.

Prima di tutto Asl e ospedali non forniscono quasi mai i moduli per fare richiesta di ricorso al privato. Poi per aggirare l’ostacolo in molti siti regionali vengono indicati tempi di attesa non veritieri ma in linea con quelli massimi consentiti. Non da ultimo quando i tempi si allungano le stesse aziende sanitarie pubbliche, ma anche quelle private convenzionate, chiudono illegalmente le agende di prenotazione per evitare di dover erogare prestazioni che poi non verranno rimborsate dalla Regione perché fuori budget. Cosa che solitamente inizia a verificarsi già dopo la prima metà dell’anno.

 Per uscire da questa situazione il ministro della Salute, Orazio Schillaci ha indicato due strade, entrambe bocciate dalle associazioni dei medici pubblici: alzare l’offerta del privato, dare un aumento ai medici che si mettono a disposizione per più ore di lavoro. «Stiamo valutando i risultati delle misure messe in campo fino ad oggi. In base a tali risultati – dichiara il ministro a La Stampa– cercheremo di investire le risorse in iniziative che ci consentano di recuperare le prestazioni inevase, anche con il contributo del privato accreditato. Ma con rigidi controlli sulla qualità e l’appropriatezza delle cure. Dobbiamo però garantire anche una remunerazione più adeguata ai medici che svolgono l’attività aggiuntiva dentro gli ospedali. È assurdo pagare quattro volte tanto professionisti esterni presi in affitto, quando ci sono quelli interni che già lavorano in team e garantiscono un alto livello di specializzazione».

Intanto un ordine del giorno di FdI approvato dal Parlamento impegna il Governo a valutare l’opportunità di abrogare il tetto di spesa per i privati convenzionati. E siccome le risorse quelle sono, significherebbe dare più soldi a loro a discapito del pubblico. Far lavorare di più i camici bianchi pagandoli extra fa invece proprio arrabbiare i medici ospedalieri. «Non siamo addetti alla catena di montaggio ma eroghiamo cure. Vogliamo essere retribuiti per il nostro lavoro ordinario e invece si avvantaggiano i liberi professionisti che con la flat tax vedono ridursi la tasse dal 41 al 15%. Un regalo alle cooperative che affittano medici a costi quadruplicati», tuona Pierino De Silverio, segretario nazionale dell’Anaao, il sindacato di categoria. La soluzione per gli ospedalieri c’è ed è una sola: «Assumere personale rendendo dignitoso e sicuro per tutti il lavoro in ospedale». Dove trovare le risorse per farlo resta però un rebus.

Sanità: liste d’attesa per visite ed esami: ecco perché sono sempre più lunghe. Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 06 Febbraio 2023.

In Italia da tempo indefinito la certezza di avere un esame o una visita medica in tempi rapidi ce l’ha solo chi può permettersi di pagare. Prima della pandemia, secondo il Censis, 19,6 milioni di italiani si sono visti negare almeno una prestazione dei livelli essenziali di assistenza in un anno e, presa visione della lunghezza della lista di attesa, hanno proceduto a farla di tasca propria: ogni 100 tentativi di prenotazione, 28 sono finiti nel privato (qui il documento). Dopo i due anni di picco del Covid (2020-2021) che cosa sta succedendo? Vale l’immagine che abbiamo utilizzato più volte: immaginate una lunga fila al binario che attende di salire sul treno a cui si sommano i passeggeri di oggi. Se al treno non vengono aggiunte altre carrozze, ci saranno sempre più passeggeri che dovranno rimandare quel viaggio, che in molti casi gli può salvare la vita, o in alternativa pagarsi un trasporto privato. È il motivo per cui recuperare velocemente le prestazioni sanitarie perse durante il Covid, a causa della paralisi dell’attività programmata, è per il Servizio sanitario nazionale una assoluta priorità. E per due ragioni: 1) la maggior parte della popolazione non può permettersi la sanità a pagamento; 2) il ritardo di una cura o di una diagnosi va ad aggravare sia il paziente che le casse pubbliche. Un’elaborazione di dati fatta per Dataroom dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che fa capo al ministero della Salute ci permette di capire quanto è lunga quella coda e perché non si riesce ad accorciarla.

Esami e visite saltati

Rispetto al 2019, nel 2020 e nel 2021 sono state fatte in meno oltre 12,8 milioni di prime visite e 17,1 milioni di visite di controllo. Per quanto riguarda gli esami, sono stati persi 1,3 milioni di ecografie all’addome, sono saltati 3,1 milioni di elettrocardiogrammi e più di mezzo milione di mammografie. La lista può continuare, ma la storia non cambia: almeno una prestazione ambulatoriale su cinque è stata rinviata. Così adesso il diktat per tutte le Regioni – anche su indicazione dei governi che si sono alternati – è di tornare almeno ai livelli del 2019. Un obiettivo su cui potrebbero essere sollevate almeno due obiezioni. La prima: ci sono stati purtroppo oltre 186 mila morti di Covid, tra i quali soprattutto malati cronici che sono i principali consumatori di Sanità. La seconda: una parte delle prestazioni saltate poteva non essere strettamente necessaria e dunque, passato quel determinato momento, non venire più richiesta. In sintesi: potrebbero essere saltati esami e visite che oggi non devono essere recuperati perché chi ne aveva bisogno è deceduto oppure perché il problema si è risolto spontaneamente.

La richiesta di prestazioni

La realtà dei fatti e dei numeri però è impietosa: nel 2022 la richiesta di visite ed esami non solo è ritornata ai livelli del 2019, ma è addirittura in crescita esponenziale. Lo dimostrano i dati della Toscana, unica Regione a tener monitorate anche le prescrizioni: nel 2022 il numero di ricette per le visite è in aumento rispetto al 2019 del 25%, per le visite di controllo del 28%, per la diagnostica per immagini del 31%, e per quella strumentale del 17%. È verosimile che l’andamento sia questo più o meno dappertutto.

La domanda allora è: rispetto al 2019 quante prestazioni sanitarie sono state erogate nel 2022? L’analisi dei dati di Agenas per Dataroom fa per la prima volta una proiezione su tutto il 2022. I risultati: le prime visite sono ancora sotto di 3,1 milioni (- 14%), le visite di controllo meno 5,3 milioni (- 16%), le mammografie meno 127 mila (- 7%), le ecografie all’addome meno 334 mila (- 9%), gli elettrocardiogrammi meno 1 milione (- 20%). Conoscere le esatte dimensioni del problema è il primo passo per risolverlo. La difficoltà di recuperare la domanda di salute dei cittadini riguarda tutte le Regioni, seppure con differenze tra una e l’altra.

I risultati delle Regioni

Se guardiamo i dati rispetto ai volumi di attività del 2019 il quadro è questo: il Piemonte è ancora a meno 17%, la Provincia autonoma di Bolzano meno 46%, il Friuli Venezia-Giulia meno 25%, il Veneto meno 13%, la Lombardia meno 11,12%, l’Emilia-Romagna meno 12%, la Liguria meno 16%, il Lazio meno 10,9%, le Marche e la Sicilia meno 19%, la Calabria meno 22%. Solo la Toscana ha recuperato un più 1%.

Entrando poi nel dettaglio delle singole richieste: per un elettrocardiogramma il Piemonte è sotto del 39%, il Veneto del 27%, la Liguria meno 40%, la Toscana meno 18%, la Sardegna meno 31%. E sperando in tutto il Paese di non aver bisogno di una visita oculistica, per esempio la Lombardia deve recuperare un 21%, il Veneto il 25%, l’Emilia-Romagna il 15%, la Calabria il 45% e la Sicilia il 25%.

I soldi ci sono

Eppure, con la legge di Bilancio 2021 sono stati messi a disposizione 500 milioni per pagare più prestazioni e medici (un aumento di stipendio per chi fa turni extra: passato da 60 euro l’ora a 80). Perché, allora, il problema resta? I motivi principali sono due. Il primo riguarda le strutture pubbliche: già strangolate prima della pandemia per carenza cronica di medici, devono fare i conti con le difficoltà organizzative. Riuscire a prolungare gli orari delle visite e degli esami presuppone da parte dei direttori generali una capacità di pianificazione, che spesso non hanno perché la loro nomina da parte della politica non la considera un requisito essenziale. Il secondo motivo riguarda le strutture private accreditate: a loro più che offrire prestazioni con il Servizio sanitario nazionale conviene offrire prestazioni a pagamento. Giusto per fare un esempio: nel 2019 a Milano il 27% dell’attività complessiva e il 41% delle prime viste era svolta in regime di solvenza, nel 2022 sono salite rispettivamente al 36% e 58%. Su larga scala il fenomeno è lo stesso: accorciano l’attività in convenzione e allargano quella dove il paziente paga di tasca propria perché il margine di guadagno è maggiore.

(…) accorciano l’attività in convenzione e allargano quella dove il paziente paga di tasca propria perché il margine di guadagno è maggiore.

I tempi di attesa

Riepilogando: se, come abbiamo visto, la richiesta di prestazioni sanitarie è in aumento ma il volume di attività non cresce di pari passo nelle strutture pubbliche e private accreditate, la conseguenza che ne deriva è un peggioramento disastroso delle liste di attesa. Il paradosso è che quest’effetto potrebbe non vedersi dai dati con cui le Regioni monitorano i tempi per ottenere una visita o un esame. Oltre ai problemi del sistema di rilevazione già denunciati in un Dataroom del maggio 2022 che lo rendono di per sé inattendibile (qui), la realtà può essere alterata da altri due fattori: 1) l’aumento del ricorso degli assistiti alle prestazioni a pagamento 2) l’impossibilità di prenotare a causa della chiusura delle agende da parte degli erogatori. Un mascheramento che mostra un quadro apparentemente perfetto. E per i pazienti, oltre al danno, pure la beffa.

Chi paga e chi aspetta

Dal rapporto Censis: «Il ricorso alla Sanità a pagamento è l’esito, non di una corsa al consumismo sanitario inappropriato, ma di prestazioni prescritte da medici che i cittadini non riescono ad avere in tempi adeguati nel Servizio sanitario». Infatti, è in crescita costante la spesa che gli italiani sostengono di tasca propria per curarsi: secondo gli ultimi dati disponibili della Ragioneria generale dello Stato si è passati dai 34,85 miliardi di euro del 2019, ai 37 miliardi del 2021 (qui il documento, pag. 113). Un 6% in più, equivalente a 2,15 miliardi. La metà di questa spesa è per visite specialistiche ed interventi. In sostanza: chi può paga, gli altri aspettano.

Il Sistema Privato.

Padre Pio: debiti e clientele dell’ospedale del Vaticano. Milena Gabanelli, Mario Gerevini e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 28 Giugno 2023

Dice il Papa nell’Angelus di domenica 11 luglio 2021 dal Policlinico Gemelli, dove è ricoverato: «Anche nella Chiesa succede a volte che qualche istituzione sanitaria, per una non buona gestione, non va bene economicamente, e il primo pensiero che ci viene è venderla. Ma la vocazione, nella Chiesa, non è avere dei quattrini, è fare il servizio, e il servizio sempre è gratuito». Sacrosante parole, ma concentriamoci sulla malagestione: le sue conseguenze ci riguardano tutti come pazienti. Nella quasi totalità dei casi un ospedale meglio è gestito migliori cure può offrire e così i soldi non vengono buttati al vento. E viceversa: il principio dimostrato nel Dataroom dello scorso maggio per gli ospedali pubblici (qui) non può che valere anche per i privati accreditati con il servizio sanitario nazionale. Papa Francesco non fa nomi, ma il più vaticano degli ospedali italiani è la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia), altrimenti conosciuta come l’ospedale di Padre Pio visto che lo fonda proprio il Santo nel 1956. È l’unico insieme al Bambin Gesù a essere controllato direttamente dalla Santa Sede e fa capo a una Fondazione di diritto canonico che, recita il suo statuto, «ha lo scopo principale … di dare ospitalità e assistenza, religiosa e sanitaria, agli ammalati ed ai pellegrini …». Nel 2022 in una masseria a pochi km da San Giovanni Rotondo, monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, il dicastero a capo del patrimonio immobiliare e finanziario del Vaticano comprese le mura dell’ospedale pugliese, ammonisce i gestori dell’Opera di Padre Pio in una riunione riservata: «Occorre cambiare passo, ripristinare la credibilità e l’aspetto reputazionale, cercando la soluzione a questa vicenda che ha prodotto solo frutti amari che la Santa Sede non può permettersi». E qualche mese fa, ancora il Papa, manda un messaggio che suona così: aiutatevi da soli, i buchi di bilancio non saranno coperti con i soldi dei fedeli. 

Uno dei più grandi del Sud

È l’ultima chiamata, probabilmente, per l’ospedale di Padre Pio, 756 posti letto, 2.700 dipendenti, tra i più grandi del Sud con 32.500 ricoveri e quasi 923 mila prestazioni di attività ambulatoriale. Accreditato con il servizio sanitario, riceve dalla Regione Puglia circa 200 milioni all’anno per le prestazioni sanitarie convenzionate, su 230 di ricavi complessivi.

Però la Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, l’ente vaticano proprietario, non rende pubblici i bilanci. Legittimo, formalmente: è un soggetto sottoposto al Codice di diritto Canonico, come leggiamo nelle carte della Segreteria di Stato della Santa Sede, dotato di personalità giuridica pubblica, canonica e civile

Ma non è stato proprio Papa Francesco nel pieno dello scandalo sulla gestione dei fondi della Segreteria a pretendere «assoluta trasparenza delle attività istituzionali dello Stato vaticano, soprattutto nel campo economico e finanziario?». L’ospedale di Padre Pio non è tecnicamente un’istituzione vaticana, ma rappresenta l’anima della Chiesa cattolica, è uno storico marchio e insieme anche una delle più grandi aziende controllate dal Papa. 

Conti in rosso

La Casa Sollievo della Sofferenza è incapace di uscire dalla terapia intensiva dove da tempo immemore è relegata. La diagnosi è seria: rischio crac. Da documenti riservati che Dataroom può leggere emerge che negli ultimi 18 anni ha chiuso solo 4 volte in attivo. La gestione operativa dell’ospedale, appesantita anche da costi considerati eccessivi per il personale, è in perdita di 673 mila euro nel 2015, -225 mila nel 2016, -4,5 milioni nel 2017, -17,1 milioni nel 2018, -27,5 milioni nel 2019, quest’ultima ripianata solo grazie al contributo di 38 milioni della Regione Puglia. Nel 2022, dopo gli anni del Covid che non fanno testo, il rosso è di 22 milioni. Solo con i fornitori i debiti sono vicino ai 100 milioni quando erano 57 milioni nel 2016. E questo forse è uno dei capitoli più delicati e spinosi. 

Qualità delle cure e ricoveri in calo

Dai dati del «Piano nazionale esiti» (Qui), lo strumento con cui l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che fa capo al ministero della Salute testa annualmente la qualità delle cure, emergono chiaramente delle criticità: la mortalità a 30 giorni per ictus è del 18,8% contro una media di riferimento nazionale del 10,84%; per la sostituzione delle valvole cardiache è del 10,7% contro il 2,51%; per il tumore al polmone del 3% contro l’1,02%. I posti letto sono occupati solo al 74%. I 32.500 ricoveri del 2022 sono in calo del 25% rispetto al 2018. E, sempre per lo stesso periodo, l’attività ambulatoriale scende del 19%. 

Il piano di rilancio

I numeri delineano un quadro di lento e costante declino. Nessun arcivescovo (la presidenza per statuto spetta al titolare dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, attualmente Franco Moscone), nessun consiglio di amministrazione, nessun manager è stato in grado di aggredire debiti e clientele per rimettere stabilmente in linea di galleggiamento l’ospedale. Ora tocca al nuovo direttore generale e consigliere della Fondazione, Gino Gumirato, manager veneto di grande esperienza sanitaria, nominato dalla Santa Sede a novembre 2022. Il suo piano triennale prevede il ritorno al pareggio dal 2024, riduzione dei posti letto a 585 in tre anni, turnover più efficiente dei malati, sostituzione per lo stretto necessario dei 350 dipendenti che andranno in pensione entro il 2026, in prevalenza medici e infermieri. Ci riuscirà? 

L’esempio dell’ospedale di Negrar

Una cosa è certa: gestire con efficienza un ospedale religioso privato accreditato e no profit è possibile. Prendiamo come esempio l’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), anche questo fondato da un futuro santo. Siamo nel cuore della Valpolicella, colline foderate di vigneti, terra dell’Amarone e di Giovanni Calabria, sacerdote veronese, morto nel 1954, santo nel 1999, fondatore della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza che accoglie emarginati e sofferenti. «Il malato è, dopo Dio, il nostro vero padrone», si legge all’ingresso del Sacro Cuore, un ospedale in buona parte sovrapponibile a quello di Padre Pio: 549 posti letto, oltre 30 mila ricoveri e 1,5 milioni di prestazioni ambulatoriali nel 2022. Ci lavorano 2.311 persone di cui 307 medici e 1.536 tra infermieri, tecnici e altri. Su 185,6 milioni di euro di ricavi ne riceve dalla Regione Veneto 135,2 (dati 2022, anche se per i residenti offre prestazioni per 138,3 milioni, ma i tre milioni in più sono di fatto regalati perché c’è un tetto al budget oltre il quale la Regione non rimborsa). Almeno negli ultimi 30 anni non è mai stato in perdita, e gli utili vengono reinvestiti nell’attività sanitaria dell’ospedale: 150 milioni di investimenti complessivi dal 2013. 

Il manager cresciuto in ospedale

La Congregazione, a cui la struttura fa capo, ha affidato le redini e pieni poteri a un manager cresciuto all’interno della famiglia calabriana: Mario Piccinini, entrato nel 1975 come impiegato, nel 1988 diventa direttore del personale, nel 1991 direttore amministrativo e dal 2015 assume le funzioni di amministratore delegato. Nessuno al Sacro Cuore timbra il cartellino e l’ultimo conflitto sindacale è degli anni Settanta. Nel 2019 nell’ospedale viene installato il primo acceleratore lineare del Sud Europa per un tipo di radioterapia all’avanguardia contro i tumori ed è un punto di riferimento importante per la medicina rigenerativa. Produce radiofarmaci sperimentali, unico ospedale in Italia (Qui i dati sulla qualità delle cure). 

Tra i medici più noti ci sono Grazia Pertile, uno dei maggiori chirurghi internazionali per l’oculistica, convinta nel 2003 a rientrare dal Belgio dov’è già una professionista di fama, mettendole a disposizione le più avanzate tecnologie; e poi Claudio Zorzi, primario di Ortopedia e Traumatologia, che con un intervento di medicina rigenerativa ha operato la sciatrice Sofia Goggia al ginocchio rimettendola in piedi per le Olimpiadi ad appena 15 giorni dall’infortunio.

A Negrar sono tutti orgogliosi del loro ospedale che fa dell’efficienza e dei bilanci in utile la normalità. A San Giovanni Rotondo raggiungere efficienza e utili sarebbe un miracolo. Ma i Santi in paradiso (e i bravi manager) possono essere d’aiuto.

La nostra sanità pubblica sta morendo: la salute è diventata un affare privato. Liste di attesa infinite, pronto soccorsi al collasso, pochi medici, finanziamenti in calo. Mentre cresce a tassi record la spesa privata. È questa la “cartella clinica” del nostro Sistema sanitario nazionale, mentre per il 24 giugno la Cgil organizza una manifestazione a Roma per riportare il tema al centro dell’agenda politica. Gloria Riva su L'Espresso il 22 Giugno 2023 

Lunghissime liste di attesa, Pronto Soccorso allo stremo, medici di medicina generale assenti in molte aree del paese, massiccio ricorso alle cure del privato (con relativo esborso dalle tasche dei cittadini) per far fronte al deserto sanitario del pubblico, generale sotto-finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, interi settori – dalla Salute Mentale all'assistenza agli anziani – abbandonati a se stessi: ce n'è abbastanza per far insorgere un intero paese. Vedremo quindi quanti cittadini riuscirà a portare in piazza del Popolo, a Roma, la Cgil sabato 24 giugno per una Manifestazione a difesa del Servizio Sanitario Nazionale, che ha già raccolto l'adesione di un'ampia rete di associazioni.

Partiamo dai numeri del dissesto sanitario

Lo Stato italiano spende 126 miliardi in sanità, 1.947 euro a cittadino, cioè il 6,4 per cento del Pil. Siamo ben distanti da Francia e Germania, dove sulla sanità si investe il 10 per cento del Pil. Per capirci, ogni anno l'Italia dovrebbe mettere sul piatto della finanziaria altri 20 miliardi per eguagliare il Regno Unito e il Portogallo, oppure 40 miliardi per essere come Francia e Germania. Anche l’Ocse ha dichiarato che l’Italia, per garantire la tenuta sociale del Paese, dovrebbe spendere almeno 25 miliardi in più all’anno. A parole tutti difendono l’Ssn («Sono un fervente sostenitore della sanità pubblica», dice il sottosegretario al ministero della Salute, Marcello Gemmato, in quota Fratelli d’Italia), nei fatti quest’anno sono stati appostati due miliardi di euro in più: briciole. Del resto sono 20 anni che la spesa sanitaria è un elettroencefalogramma piatto e gli aumenti coprono soltanto i maggiori costi dell’inflazione.

Gli italiani aggiungono di tasca propria altri 41 miliardi per curarsi: un record mondiale. Vanno poi aggiunti altri 9,6 miliardi sborsati per assistere figli disabili e genitori anziani, più 9,1 miliardi di trasferimenti diretti alle famiglie dall’Inps che, sotto la veste di assegni di accompagnamento, alimentano il mercato privato e spesso informale delle badanti. In sintesi, ogni famiglia spende di tasca propria 2.200 euro l’anno per curarsi. A proposito di ricorso al privato, il centro di ricerca Cergas Bocconi, che monitora il Ssn, stima che tre famiglie su dieci a causa di impreviste spese per la salute stanno rischiando di scivolare sotto la soglia di povertà e oltre il nove per cento ha impegnato per le cure più del 40 per cento del denaro a propria disposizione. Si tratta di un altro record negativo italiano al confronto con gli altri Paesi dell’Europa occidentale.

E per il prossimo futuro andrà anche peggio: l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil scende al 6,5 per cento nel 2023 e al 6,1 nel 2025, in calo di oltre un punto e mezzo rispetto al 2022, al di sotto dei livelli pre-pandemici (era al 6,4 per cento nel 2019) e parecchio distante dalla media europea del 7,9.

Manca il personale

Otto assunzioni su dieci fatte nei mesi della pandemia sono state a termine. Quindi i nuovi ingresso a tempo indeterminato sono solo 17 mila: un numero non sufficiente a compensare le uscite per pensionamenti e burnout dovuti all’elevata età del personale e ai livelli di stress subiti in reparto e negli studi medici. Avverte Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che oggi sono in servizio 103mila medici e 264mila infermieri, ma entro il 2027 andranno in pensione 41mila medici e 21mila infermieri. Oggi, stima la Federazione Nazionale Ordine dei Medici, mancano all’appello 20mila medici, di cui 4.500 nei pronto soccorso, 10mila nei reparti ospedalieri, sei mila medici di base.

Il buco degli infermieri

Le Università si preparano a formare 2.779 medici di base all’anno e 14.387 specialisti: pochi per stare al passo con le uscite. E se il numero di medici in servizio, nonostante le criticità, continua a essere in linea con quello europeo è invece l’infermieristica il tallone d’Achille. Sempre Agenas dice che l’Italia registra un tasso molto inferiore alla media europea con 6,2 infermieri per mille abitanti, contro gli 11 della Francia e i 13 della Germania. «In risposta alla carenza di medici, diversi Paesi hanno iniziato a implementare ruoli più avanzati per gli infermieri», scrive Agenas nel report, dove cita la Finlandia a titolo di esempio: «Qui le competenze più avanzate degli infermieri hanno migliorato l’accesso ai servizi e ridotto i tempi d’attesa, fornendo la stessa qualità delle cure». Da noi l'assenza di infermieri significa che i medici svolgono compiti che nei sistemi sanitari più moderni sono eseguiti dalle professioni sanitarie. Invece in Italia dell’infermiere continua a essere un mestiere poco pagato e non attrattivo, con 1,6 candidati per ogni posto in Università (contro il rapporto 7 a 1 del concorso a medicina), determinando un tasso di abbandoni addirittura del 25 per cento. Risultato: nei prossimi cinque anni usciranno dall’Università molti più medici specializzati che infermieri e paradossalmente questa situazione aumenterà la percezione che mancano dottori, semplicemente perché ci abitueremo a pensare che funzioni assistenziali, tipiche delle professioni sanitarie, vengano assolte dai camici bianchi.

L'illusione del Pnrr

La speranza di invertire la rotta con i 18,12 miliardi portati in dote dal Pnrr per creare nuovi ospedali, case della comunità, sistemi digitali di medicina territoriale a domicilio e ammodernamento tecnologico svanisce quando si considera che per far funzionare le nuove strutture servono fra i 30 e i 100 mila infermieri, che costano fra i 3 e i 7,8 miliardi annui. Soldi e personale che non sono neppure stati preventivati.

Gli effetti del sottofinanziamento

Come racconta il Rapporto Civico sulla Salute presentato a Maggio da Cittadinanzattiva la scarsità di risorse – economiche e professionali – si evidenzia principalmente nell'allungamento a dismisura delle liste d'attesa. Servono due anni per una mammografia di screening, tre mesi per un intervento per tumore all’utero che andava effettuato entro un mese, due mesi per una visita specialistica ginecologica urgente da fissare entro 72 ore, sempre due mesi per una visita di controllo cardiologica da effettuare entro 10 giorni. Sono alcuni esempi di tempi di attesa segnalati dai cittadini che lamentano anche disfunzioni nei servizi di accesso e prenotazione, ad esempio determinati dal mancato rispetto dei codici di priorità, difficoltà a contattare il Cup, impossibilità a prenotare per liste d’attesa bloccate.

Il secondo effetto, col quale facciamo i conti da almeno dieci anni, è la costante riduzione dei servizi di emergenza urgenza: si conta una riduzione sul territorio nazionale di 61 dipartimenti di emergenza, 103 pronto soccorso, 10 pronto soccorso pediatrici e 35 centri di rianimazione. Subiamo una riduzione di 480 ambulanze di tipo B, un incremento di sole 4 ambulanze di tipo A (ma nel 2019 il decremento rispetto al 2010 era di 34 unità), un decremento di 19 ambulanze pediatriche e di 85 unità mobili di rianimazione.

Anche rispetto alla tempestività dell'arrivo dei mezzi di soccorso, la situazione è peggiorata significativamente e in modo preoccupante: è il caso della Calabria in cui il mezzo di soccorso arriva mediamente in 27 minuti, Basilicata 29 minuti e Sardegna 30 minuti, quando la media nazionale è di circa 20 minuti.

Il terzo elemento di rischio è la riduzione dei fondi destinati alla prevenzione. Sono sei le regioni (erano tre nel 2019) che non raggiungono la sufficienza rispetto ai criteri Lea, ovvero i livelli essenziali di assistenza, per la prevenzione: in particolare a Sicilia, Bolzano e Calabria, che mostrano i dati più bassi, si aggiungono nel 2020 Liguria, Abruzzo e Basilicata.

Gli scenari

«È il momento di dire la verità», dice Mario Del Vecchio, professore di Economia all'Università Bocconi di Milano, che continua: «Con le scarse risorse a disposizione, il Servizio Sanitario Nazionale non può offrire un servizio universale. Serve un ridimensionamento delle aspettative e la politica deve ammettere la necessità di un sistema ibrido, pubblico e privato, cercando di governarlo, con un’attenzione esplicita alle iniquità». Nella migliore delle ipotesi, Del Vecchio ipotizza una collaborazione tra pubblico e privato, ma non esclude uno scenario segnato dalla massima disuguaglianza se il privato continuerà a competere e a viaggiare in parallelo al pubblico senza una regia di quest'ultimo. In tal caso si prefigura uno scenario argentino, nel senso di un totale default dell'Ssn.

Ad avere assistenza saranno i cittadini che possono permettersi cure private. Del resto già ora gli italiani pagano di tasca propria il 75 per cento delle visite specialistiche, il 62 per cento di tac, ecografie e altri accertamenti diagnostici, l’81 per cento dei trattamenti di riabilitazione. I cittadini sborsano 678 euro di tasca propria per curarsi. E si tratta di una media: nel dettaglio si passa dagli 849 euro della Lombardia ai 364 euro investiti privatamente dai campani.

Perché non si scende in piazza?

Il finanziamento alla Sanità è materia di discussione di ogni Finanziaria. Nel senso che i soldi destinati a questo capitolo di spesa pubblica vengono decisi ogni anno in base alle disponibilità economiche di quel momento. E visto che la Sanità non è mai un argomento su cui i partiti politici fanno battaglie di principio – come invece si fa sulle pensioni e sulle concessioni balneari – restano solo le briciole per il Ssn. «È quello che vogliono gli italiani. La collettività ha legittimamente scelto politiche che ridistribuiscono il denaro nelle proprie tasche, come gli 80 euro del bonus Renzi, Quota 100 e altri anticipi pensionistici, il reddito di cittadinanza, il taglio al cuneo fiscale: misure che valgono 42 miliardi l’anno», mostrando come dal 2012 i trasferimenti economici alle famiglie hanno superato la spesa sanitaria. «Non c’è un partito politico che si batte come un leone per destinare più soldi al fondo di sanità pubblica in occasione del tradizionale assalto alla legge finanziaria di fine anno».

Occhi puntati, dunque, sulla manifestazione di Piazza del Popolo del prossimo 24 giugno, sperando in un'alta adesione. Che per altro segue a poca distanza quella dello scorso 15 giugno indetta dai medici di Anaao-Assomed che ha portato in piazza migliaia di cittadini in 36 città d'Italia, e quella di inizio maggio in cui Cittadinanzattiva ha aperto la petizione su Change.org “Urgenza sanità: per il rilancio di un servizio sanitario accessibile e universale” perché, come spiega Anna Lisa Mandorino, segretaria di Cittadinanzattiva: «Ci sentiamo di proclamare noi questa volta lo stato di emergenza sanitaria, che scioglieremo quando avremo la prova concreta che le scelte e le politiche stanno andando nella direzione di rafforzare la sanità pubblica governando quella convenzionata, che ci sono all’orizzonte investimenti sufficienti a finanziare le riforme già previste, come quella per l’assistenza agli anziani non autosufficienti e per il ridisegno dell’assistenza territoriale, e che Stato e Regioni stringano un Patto per la salute con l’unico obiettivo di mettere al centro il diritto costituzionale di ogni individuo e della collettività».

Vuoi un posto letto all’Ospedale Gemelli? Sono 20mila euro a settimana. A un ultraottantenne al Pronto Soccorso del Policlinico romano per polmonite grave, viene proposto di trasferirsi in una struttura specializzata in dermatologia. Poi in una di ortopedia. Alla fine la direzione gli offre un posto nel reparto solventi. Lui rifiuta e attende un letto convenzionato con il Ssn: nell’attesa, però, contrae il Covid. Gloria Riva su L’Espresso il 21 Febbraio 2023.

«Vuole un letto? Fanno 20mila euro a settimana». Considerato che il signor Mario (nome di fantasia), 81 anni, è oggi ricoverano al Policlinico Gemelli di Roma da quasi un mese, il soggiorno in ospedale gli starebbe costato già centomila euro. Ma andiamo con ordine.

A raccontare a l'Espresso la storia di Mario è sua nipote, G.S., che una mattina di metà gennaio lo accompagna al Pronto Soccorso del Policlinico Gemelli, il più grande ospedale della Capitale, perché praticamente non respirava più».

La situazione è grave al punto che i medici lo fanno entrare subito in un'area protetta, «una sorta di accesso rapido, dove vengono accolti pazienti con problemi respiratori e con il covid», racconta G.S., che continua: «Resta in quell'area protetta per un intero giorno e la notte successiva, seduto su una sedia a rotelle, senza che nessuno se ne occupi. E lì succede una cosa strana».

Una donna in camice bianco, se fosse un medico o un infermiere non è possibile dirlo, si avvicina a Mario e gli propone un'alternativa: «C'è un letto libero all'Idi, ci vuole andare? Ha trenta minuti per decidere», la donna si volta e se ne va. La soluzione è allettante, soprattutto perché Mario giace parcheggiato da venti ore su una sedia a rotelle. Ma l'Istituto Dermopatico dell'Immacolata è specializzato in dermatologia e poco ha a che vedere con la polmonite bilaterale acuta che l'ha colpito e che non solo gli sta togliendo il fiato, ma gli sta anche gonfiando a dismisura i piedi, stretti nelle scarpe da ginnastica che nessuno si è preso la briga di sfilargli.

La donna torna. Mario rifiuta l'offerta. Ma la signora in camice bianco prova a mercanteggiare: «Allora ci sarebbe un letto all'ospedale San Feliciano». Il Polo Sanitario San Feliciano è un centro di cura romano specializzato nell'ortopedia. Ma anche qui, non c'è un reparto di Pneumologia. Mario ringrazia e rifiuta.

Com'è possibile che a un anziano uomo in quelle condizioni venga proposto di essere trasportarlo in un altro ospedale? «Il Gemelli ha alcune convenzioni con altre strutture sanitarie, fra cui il San Feliciano e l'Istituto Dermopatico dell'Immacolata, che offrono posti letto quando il Pronto Soccorso del Policlinico è sovraffollato», spiega a l'Espresso un dirigente medico dell'Emergenza e Urgenza. Un dettaglio: l'offerta è stata fatta a Mario prima che qualsiasi medico riferisse a lui o ai suoi famigliari la diagnosi. Insomma, in quel momento nessuno aveva comunicato a Mario di essere in pericolo di vita: «Solo la mattina successiva arriva una barella, lo sdraiano, gli tolgono le scarpe e, finalmente, lo conducono nell'area critica. E il giorno dopo, il terzo dacché siamo arrivati al Pronto Soccorso, i medici ci dicono che zio è in pericolo di morte, che la polmonite è grave».

Rifiutate le offerte per il San Feliciano e per l'IdI, G.S. bussa alla porta della direzione sanitaria del Policlinico Gemelli, per segnalare le irregolarità: «Ci viene detto che purtroppo c'è carenza di medici e di posti letto, ma ci dicono che c'è una possibilità, forse c'è un posto nel reparto solventi». Il reparto solventi, che non ha nulla a che vedere con la chimica, è riservato ai pazienti che hanno la capacità economica di pagarsi non solo il posto letto, ma anche le medicine, le cure, le visite, le prescrizioni, tutto. Il preventivo è da capogiro: «Vuole un letto? Sono 20mila euro la settimana». La direzione sanitaria cerca di capire se la famiglia ha la capacità economica di accedere al reparto solventi, facendo leva sul livello di disperazione dei parenti, che assistono impotenti al tragico abbandono del proprio caro in un'area del pronto soccorso: «Ci siamo fatti un paio di conti, considerate le condizioni di salute dello zio avremmo speso non meno di centomila euro», racconta la nipote.

Tutti i grandi ospedali privati convenzionati hanno un proprio reparto solventi, che di norma viene riservato a chi ha la capacità economica di potersi permettere cure su misura. Ad esempio, un'operazione alla prostata al San Raffaele di Milano in regime di solvenza, viene a costare 120mila euro. Per intenderci, il reparto solventi è quello utilizzato da Silvio Berlusconi al San Raffaele – per lui viene riservato il padiglione Diamante – ed è lo stesso utilizzato dal cantante Fedez lo scorso marzo per l'operazione al pancreas. La novità, ora, è il pressing che le dirigenze sanitarie, come nel caso del signor Mario all'ospedale Gemelli, stanno esercitando per offrire questo servizio a pazienti provenienti dal Pronto Soccorso.

Mario, che non ha la disponibilità economica di Fedez, tanto meno di Silvio Berlusconi, anche in questo caso rifiuta l'offerta e resta pazientemente in attesa di un posto letto a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Il letto arriva qualche giorno dopo, nel reparto Pneumologia, ma ben presto l'intera area viene chiusa perché si scopre che tutti i pazienti hanno contratto il Covid: «Mio zio ha preso il virus accedendo all'area riservata del Pronto Soccorso, dove avevamo capito che, accanto ad alcuni pazienti con problemi respiratori, altri erano affetti da Covid». A quel punto Mario viene ricoverato in un'area di cura subintensiva, riservata però ai casi Covid. E lì resta.

«I medici si danno un gran da fare e il personale è disponibile e preparato, ma come ci è stato spiegato, a causa dei protocolli Covid e della carenza di personale, la stragrande maggioranza delle cure non può essere effettuata». Nonostante di Covid non si parli più, all'interno degli ospedali la pandemia continua ad essere un grave problema per la gestione ordinaria. I pazienti positivi vengono collocati in apposite aree, accessibili solo con l'applicazione di protocolli e adeguate misure di sicurezza da parte del personale sanitario, che accedono al servizio il minimo indispensabile, in attesa che il tampone sia negativo.

Mario dopo quattro settimane è ancora positivo, avrebbe bisogno di fisioterapia e di cure specifiche per la sua polmonite. Ma secondo gli stringenti protocolli Covid il suo caso può attendere. L'alternativa? Pagando 20mila euro a settimana si può accedere all'area solventi.

Il primario del Gemelli: «Non abbiamo mai chiesto soldi per curare un paziente». Dopo il caso sollevato da L’Espresso, risponde il direttore della medicina d’Urgenza dell’Ospedale Gemelli, dicendo che la situazione è di forte stress per tutti i Pronto Soccorso, ma che le cure vengono assicurate a tutti. Gloria Riva su L’Espresso il 27 Febbraio 2023

Meno di un mese fa il professor Francesco Franceschi, direttore dell'area medicina dell'Urgenza e del Pronto Soccorso del Policlinico Gemelli, ha presentato al comitato tecnico scientifico del Parlamento Europeo a Bruxelles una relazione riguardante il fenomeno del sovraffollamento nei Pronto Soccorso, non solo italiani, ma di tutto il mondo Occidentale: «Tutti i pronto soccorso sono affollati in egual modo in questo momento storico. Il fenomeno interessa tutto il mondo occidentale a causa della crescita numerica dei pazienti fragili, dell'aumento dell'età media e dell'avanzamento delle terapie. Inoltre, quando il territorio non offre soluzioni, allora il punto di riferimento per tutti diventa il Pronto Soccorso e, specialmente nei grandi ospedali delle grandi città, il livello di stress è elevato».

Si sta riferendo anche al Pronto Soccorso del suo ospedale, il Policlinico Gemelli?

«Anche al Gemelli. Ma vorrei rassicurare i cittadini. Se il paziente non viene tempestivamente ricoverato in reparto, perché in quel momento non c'è un posto letto libero, questo non significa che il malato assistito in Pronto Soccorso sia abbandonato a se stesso: all'interno del Pronto Soccorso i pazienti ricevono tutte le cure, i farmaci, le terapie di cui necessitano. Certamente non si tratta di soluzioni comode, perché devono soggiornare su una barella e non hanno una stanza assegnata, ma tutti i pazienti vengono gestiti e curati al meglio già nel Pronto Soccorso».

E quando l'Ospedale non ha abbastanza posti letto per accogliere i malati provenienti dal Pronto Soccorso?

«La Regione Lazio ha emanato un piano per la gestione dell’iperafflusso di pazienti nei Pronto Soccorso. All’interno di questo piano è prevista la possibilità di ricoverare i pazienti non solo all'interno dell'Ospedale afferente al Pronto Soccorso, ma anche presso una rete di strutture sanitarie accreditate, con le quali, proprio perché convenzionate, è possibile interagire al fine di trasferire i pazienti. Queste strutture hanno già agito in tal senso nel corso della pandemia, mostrando una qualità che è stata condivisa da tutte le strutture sanitarie impegnate nel contrastare la diffusione della pandemia e nell’offrire l’adeguata assistenza ai pazienti con e senza Covid. Per questo motivo, un eventuale rifiuto del paziente al trasferimento in uno di questi ospedali con competenze comprovate è ritenuto equivalente alla rinuncia al ricovero, anche all'interno del Gemelli. Per questa ragione altri pazienti con analoga situazione clinica, presenti in Pronto Soccorso da meno tempo e in attesa di destinazione, sopravanzano il paziente che rinuncia, cui comunque continuano a essere assicurate tutte le cure necessarie».

Nel caso descritto da l'Espresso, il paziente aveva una grave polmonite e gli sono state proposte due strutture con altre specialità. Per questo ha rifiutato.

«Per prima cosa va detto che il paziente di cui si racconta nell’articolo è ricoverato da un mese al Gemelli in una stanza singola in regime di Servizio Sanitario Nazionale: questi sono i fatti. Poi, per completezza, è anche il caso di chiarire che gli accertamenti da noi fatti non inducono affatto a concludere che il paziente abbia contratto il Covid nel reparto dove è tuttora degente e smentiscono che il Covid abbia rappresentato un impedimento per l’erogazione delle prestazioni sanitarie. Come prima ricordato, al paziente in Pronto Soccorso sono state proposte due strutture accreditate, ossia rispondenti a standard e requisiti organizzativi, tecnologici e di risorse riconosciuti e accertati come presenti dagli organi di controllo regionali. Due strutture peraltro dotate di personale di grande competenza, entrambe con reparti di medicina interna, idonei dunque alla cura della malattia respiratoria in questione. Il paziente ha rifiutato il trasferimento, ma avendo una grave polmonite non era ovviamente possibile dimetterlo. Subentrato un peggioramento significativo, una volta ottenuta la stabilizzazione dei principali parametri, ricevuta la disponibilità di un posto letto in un reparto del Gemelli in grado di assicurare il monitoraggio costante di parametri essenziali per valutare l’evoluzione del quadro respiratorio e cardiologico, il paziente vi è stato ricoverato, trascorse complessivamente meno di 48 ore dal suo arrivo in ospedale. Detto questo, tutti i pazienti possono avere delle evoluzioni cliniche, ora per ora, giorno per giorno, e prima di effettuare un trasporto in altro ospedale ci sinceriamo delle condizioni di salute; soprattutto siamo noi stessi medici che sconsigliamo il trasferimento quando il fabbisogno di ossigeno supera il 35 per cento».

E se si fosse aggravato una volta trasferito?

«Il trasferimento è bidirezionale. Se il paziente si aggrava allora torna qui, con la massima disponibilità ad accoglierlo. Ma sia chiaro il Pronto Soccorso non ha nulla a che fare con il reparto solventi dell'Ospedale».

Dopo qualche giorno di ricovero in Pronto Soccorso, come l'Espresso aveva raccontato, i familiari del paziente hanno chiesto spiegazioni alla direzione dell'Ospedale, dove gli è stato proposta un'alternativa: un posto letto, al costo complessivo di 20mila euro a settimana.

«Non è possibile un ricovero in attività privata in quella modalità. Le spiego: l’attività libero-professionale intramoenia ruota attorno al medico scelto liberamente dal paziente. Se non si realizza questa condizione, non si può proprio parlare di ricovero né di costi di degenza (giornaliero o settimanale) in regime privato. Come pure non ha senso il riferimento alla Direzione Sanitaria: l’ufficio che gestisce i ricoveri privati (cioè in regime libero professionale) non ha nulla a che vedere con la Direzione Sanitaria. In ogni caso, è comprensibile che i parenti vorrebbero che il proprio caro fosse ricoverato subito – e il nostro obiettivo è quello di ricoverare tutti il prima possibile - ma c'è una priorità da rispettare in base alla gravità delle condizioni cliniche, una lista d’attesa che vale per i ricoveri in regime Ssn come in regime libero-professionale, ma, nel frattempo, tutti i pazienti assistiti in Pronto Soccorso vengono curati qui con la massima attenzione e dedizione».

Ecco le bugie di sinistra sui privati nella sanità: in testa le Regioni rosse. Dem all'attacco: in Lombardia poco pubblico. Ma i numeri fotografano una realtà diversa. Marta Bravi il 9 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Contrordine compagni: ecco la verità sui rapporti tra pubblico e privato nel sistema sanitario nazionale. Smascherata in poco meno di un minuto, con semplici cifre, la vulgata faziosa e non corrispondente al vero secondo cui in Lombardia, fiore all'occhiello del sistema sanitario nazionale, la sanità privata sia prevalente sul pubblico.

Sei Regioni d'Italia, infatti, hanno un rapporto di letti rispetto al numero degli abitanti più spostato verso il privato accreditato rispetto alla Lombardia. Di queste, tre - udite udite! - sono governate dal centrosinistra come il Lazio, la Campania e l'Emilia-Romagna. I numeri parlano chiaro: se la Lombardia ha indice 3 come rapporto tra il numero dei posti letto (letti ordinari, day surgery e day hospital) pubblici per mille abitanti (30mila letti totali) e 0,8 per quelli accreditati ai privati (7.975) secondo i dati dell'Annuario statistico del SSN ministero della Salute 2019, nell'Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini, lo stesso indice 3 vale per i letti pubblici (13.361) rapportati alla popolazione (per mille abitanti), ma sale a 0,9 per quelli privati (4.021 in numeri assoluti). Così il Lazio governato fino a novembre da Nicola Zingaretti che ha un indice di 2,7 come rapporto tra letti pubblici (15.442) e abitanti e 0,9 per il privato (5.441 letti). Rapporto che sale a 1 (5.561 letti) nella Campania di Vincenzo De Luca e a 2,1 per il pubblico (11.916).

«La presenza della sanità privata è un'ossessione che hanno a sinistra» attacca il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, candidato dal centrodestra alle Regionali, ai microfoni di Mattino5. Ossessione non comprovata dai fatti, come dimostra «un'indagine da cui emerge come sei Regioni hanno più sanità privata della Lombardia». Ecco smontato con delle semplici cifre, il teorema del candidato di Pd e M5S alla presidenza della Lombardia Pierfrancesco Majorino che continua a sostenere, in maniera del tutto infondata, come «in questi anni nella Regione Lombardia si è pensato di fare accordi con la sanità privata indebolendo la sanità pubblica». Si spiega così la giravolta del candidato dem di qualche giorno fa che ha annunciato come per «potenziare la sanità pubblica» e «riorganizzare il servizio sociosanitario, sarò io a tenere la delega perché credo debba essere il presidente della Regione Lombardia la prima persona responsabilizzata su questo terreno». Forse pareva brutto indicare come possibile assessore alla Sanità, come sbandierato, invece, all'inizio della campagna elettorale, Fabrizio Pregliasco, virologo, docente di Igiene alla Università degli Studi di Milano, ma soprattutto direttore sanitario dell'Irccs Ospedale Galeazzi del Gruppo San Donato, che con 56 strutture oggi costituisce il primo gruppo ospedaliero privato italiano.

A cadere nello stesso errore ieri anche il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: «Sulla sanità in Lombardia bisogna fare il contrario di quanto fatto fino ad ora. Si è investito sulla privatizzazione e si è mortificato il servizio pubblico. Ma Fontana e soci si sono accorti che ci sono decine di migliaia di famiglie lombarde che non possono nemmeno permettersi le cure di base?».

Ai predicatori di fake news il governatore Fontana risponde con i fatti, ricordando come al Grande Ospedale Metropolitano di Niguarda di Milano, Irccs pubblico, in soli 10 giorni siano stati eseguiti 14 trapianti d'organo, 9 di fegato e 5 di rene. «La Lombardia si conferma l'eccellenza della sanità italiana, complimenti a tutte le équipe».

Così, un'altra dimostrazione dell'eccellenza della sanità lombarda si trova in quei 180mila italiani che si rivolgono ogni anno agli ospedali lombardi.

Antonio Giangrande: A.D. 2014. MORIRE DI DENTI, MORIRE DI POVERTA’, MA I DENTISTI SI SCAGLIANO CONTRO ANTONIO GIANGRANDE.

«Siamo un paese di gente che, presi uno ad uno, si definisce onesta. Per ogni male che attanaglia questa Italia, non si riesce mai a trovare il responsabile. Tanto, la colpa è sempre degli altri!». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Quando ho trattato il tema dell’odontoiatria, parlando di un servizio non usufruibile per tutti, non ho affrontato l’argomento sulla selezione degli odontoiatri. Non ho detto, per esempio, che saranno processati a partire dal prossimo 6 marzo 2014 i 26 imputati rinviati a giudizio dal gup del Tribunale di Bari Michele Parisi nell'ambito del procedimento per i presunti test di ingresso truccati per l'ammissione alle facoltà di odontoiatria e protesi dentaria delle Università di Bari, Napoli, Foggia e Verona, negli anni 2008-2009. Ho scritto solo un articolo asettico dal titolo eclatante.»

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

In una sequela di corpi nudi, da quale particolare tra loro riconosceresti un indigente? Dai denti, naturalmente! Guardalo in bocca quando ride e quando parla e vedrai una dentatura incompleta, cariata e sporca.

In fatto di salute dentale gli italiani non si rivolgono alla ASL. I dentisti della ASL ci sono, eppure è solo l'8% degli italiani ad avvalersi dei dentisti pubblici. Nel 92% dei casi gli italiani scelgono un dentista privato. Più che altro ad influenzare la scelta per accedere a questa prestazione medica è perché alla stessa non è riconosciuta l’esenzione del Ticket. Ci si mette anche la macchinosità burocratica distribuita in più tempi: ricetta medica; prenotazione, pagamento ticket e finalmente la visita medica lontana nel tempo e spesso a decine di km di distanza, che si protrae in più fasi con rinnovo perpetuo di ricetta, prenotazione e pagamento ticket. La maggiore disponibilità del privato sotto casa a fissare appuntamenti in tempi brevi, poi, è la carta vincente ed alla fine dei conti, anche, la più conveniente. Ciononostante la cura dei denti ci impone di aprire un mutuo alla nostra Banca di fiducia.

Il diritto alla salute dei denti, in questo stato di cose, in Italia, è un privilegio negato agli svantaggiati sociali ed economici.

LA VULNERABILITA’ SOCIALE. Può essere definita come quella condizione di svantaggio sociale ed economico, correlata di norma a condizioni di marginalità e/o esclusione sociale, che impedisce di fatto l’accesso alle cure odontoiatriche oltre che per una scarsa sensibilità ai problemi di prevenzione e cura dei propri denti, anche e soprattutto per gli elevati costi da sostenere presso le strutture odontoiatriche private. L’elevato costo delle cure presso i privati, unica alternativa oggi per la grande maggioranza della popolazione, è motivo di ridotto accesso alle cure stesse anche per le famiglie a reddito medio - basso; ciò, di fatto, limita l’accesso alle cure odontoiatriche di ampie fasce di popolazione o impone elevati sacrifici economici qualora siano indispensabili determinati interventi.

Pertanto, tra le condizioni di vulnerabilità sociale si possono individuare tre distinte situazioni nelle quali l’accesso alle cure è ostacolato o impedito:

a) situazioni di esclusione sociale (indigenza);

b) situazioni di povertà:

c) situazioni di reddito medio – basso.

Perché il Servizio Sanitario Nazionale e di rimando quello regionale e locale non garantisce il paritetico accesso alle cure dentali? Perché a coloro che beneficiano dell’esenzione al pagamento del Ticket, questo non è applicato alla prestazione odontoiatrica pubblica?

Andare dal dentista gratis è forse il sogno di tutti, visti i conti che ci troviamo periodicamente a pagare e che non di rado sono la ragione per cui si rimandano le visite odontoiatriche, a tutto discapito della salute dentale. Come avrete capito, insomma, non è così semplice avere le cure dentistiche gratis e spesso, per averle, si devono avere degli svantaggi molto forti, al cui confronto la parcella del dentista, anche la più cara, non è nulla. E' però importante sapere e far sapere che, chi vive condizioni di disagio economico o ha malattie gravi, può godere, ma solo in rare Regioni, di cure dentistiche gratuite a totale carico del Sistema Sanitario Nazionale. Diciamo subito che non tutti possono avere questo diritto: le spese odontoiatriche non sono assimilabili a quelle di altre prestazioni mediche offerte nelle ASL, negli ospedali e nelle cliniche convenzionate di tutta Italia. Inoltre, qualora si rendano necessarie protesi dentarie o apparecchi ortodontici, questi sono a carico del paziente: vi sono però alcune condizioni particolari che permettono, a seconda dei regolamenti regionali, di ottenere protesi dentali gratuite e apparecchi a costo zero o quasi. Le regioni amministrano la sanità, e dunque anche le cure dentistiche, con larghe autonomie che a loro volta portano a differenze anche sostanziali da un luogo all'altro. Bisogna, quando si nasce, scegliersi il posto!

Alla fine del racconto, la morale che se ne trae è una. E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?

Questo articolo è stato pubblicato da decine di testate di informazione. E la reazione dei dentisti non si è fatta attendere, anche con toni minacciosi. Oggetto degli strali polemici è stato, oltre che Antonio Giangrande, il direttore di “Oggi”.

«I Dentisti non sono mafiosi bensì gli unici che si prendono cura dei cittadini». ANDI protesta con Oggi per una delirante lettera pubblicata. Così viene definito l’articolo. Il 14 gennaio 2014 sul sito del settimanale Oggi, nella rubrica “C’è posta per noi”, è stata pubblicata una missiva del dott. Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie dal titolo “La lobby dei dentisti e la mafia odontoiatrica”. Nella nota Giangrande analizza il bisogno di salute orale e le difficoltà del servizio pubblico di dare le risposte necessarie chiedendosi se tutto questo non è frutto del lavoro della lobby dei dentisti talmente potente da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl e le decisioni del Parlamento. ANDI, per tutelare l’immagine dei dentisti liberi professionisti italiani, sta valutando se intraprendere azioni legali nei confronti dell’autore della lettera e del giornale. Intanto ha chiesto di pubblicare la nota che riportiamo sotto. La Redazione di Oggi ha scritto il 24.1.2014 alle 16:59, Il precedente titolo della lettera del Dottor Giangrande era fuorviante e di questo ci scusiamo con gli interessati. Qui di seguito l’intervento dell’Associazione Nazionale Dentisti italiani, a nome del Presidente Dott. Gianfranco Prada, in risposta allo stesso Dottor Giangrande. «A nome dei 23 mila dentisti italiani Associati ad ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) che mi onoro di presiedere vorrei rispondere alla domanda che il dott. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie ha posto sul suo giornale il 14 gennaio. “E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?” La risposta è no. No, dott. Giangrande non c’è una lobby di dentisti così forte da influenzare le scelte della sanità pubblica. La causa di quanto lei scrive si chiama spending review o se vogliamo utilizzare un termine italiano dovremmo dire tagli: oltre 30 miliardi negli ultimi due anni quelli per la sanità. Poi io aggiungerei anche disinteresse della politica verso la salute orale che non ha portato, mai, il nostro SSN ad interessarsi del problema. Vede dott. Giangrande lei ha ragione quando sostiene che un sorriso in salute è una discriminante sociale, ma non da oggi, da sempre. Ma questo non per ragioni economiche, bensì culturali. Chi fa prevenzione non si ammala e non ha bisogno di cure. Mantenere sotto controllo la propria salute orale costa all’anno quanto una signora spende alla settimana dalla propria parrucchiera. Ed ha anche ragione quando “scopre” che le cure odontoiatriche sono costose, ma non care come dice lei. Fare una buona odontoiatria costa e costa sia al dentista privato che alla struttura pubblica, che infatti non riesce ad attivare un servizio che riesca a soddisfare le richieste dei cittadini. Inoltre, oggi, lo stato del SSN quasi al collasso, non consente investimenti nell’odontoiatria: chiudono i pronto soccorso o vengono negati prestazioni salva vita. Ma le carenze del pubblico nell’assistenza odontoiatrica non è neppure di finanziamenti, è di come questi soldi vengono investiti. Qualche anno fa il Ministero della Salute ha effettuato un censimento per capire le attrezzature ed il personale impiegato da Ospedali ed Asl nell’assistenza odontoiatrica e da questo è emerso che i dentisti impiegati utilizzano gli ambulatori pubblici in media per sole 3 ore al giorno. Ma non pensi sia per negligenza degli operatori, molto spesso è la stessa Asl che non può permettersi di attivare il servizio per più tempo. Non ha i soldi. Però poi succede anche che utilizzi le strutture pubbliche per dare assistenza odontoiatrica a pagamento e quindi per rimpinguare i propri bilanci. Come mai non ci indigna per questo? Il problema non è di carenza di attrezzature (mediamente quelle ci sono) sono i costi per le cure. Una visita odontoiatria è molto più costosa di una visita di qualsiasi altra branca della medicina. Pensi quando il suo dermatologo o cardiologo la visita e poi allo studio del suo dentista in termini di strumenti, attrezzature e materiali utilizzati. Anche con i pazienti che pagano il ticket l’Asl non riesce a coprire neppure una piccola parte dei costi sostenuti per effettuare la cure. Da tempo chiediamo ai vari Ministri che negli anni hanno trascurato l’assistenza odontoiatrica di dirottare quegli investimenti in un progetto di prevenzione odontoiatrica verso la fasce sociali deboli e i ragazzi. Una seria campagna di prevenzione permetterebbe di abbattere drasticamente le malattie del cavo orale, carie e malattia parodontale, diminuendo drasticamente la necessità di interventi costosi futuri come quelli protesici. Invece nelle nostre Asl e negli ospedali non si previene e non si cura neppure, perché costa troppo curare, così si estraggono solo denti… creando degli “sdentati” che avranno bisogno di protesi. Dispositivo che il nostro SSN non può erogare. Ma molto spesso lo fa a pagamento. Pensi, dott. Giangrande, siamo talmente lobbie che l’unico progetto di prevenzione pubblica gratuito attivo su tutto il territorio nazionale è reso possibile da 35 anni dai dentisti privati aderenti all’ANDI. Stesso discorso per l’unico progetto di prevenzione del tumore del cavo orale, 6 mila morti all’anno per mancata prevenzione. Per aiutare gli italiani a tutelare la propria salute orale nell’immediato basterebbe aumentare le detrazioni fiscali della fattura del dentista (oggi è possibile detrarre solo il 19%) ma questo il Ministero dell’Economia dice che non è possibile. Però da anni si permette ai cittadini di detrarre oltre il 50% di quanto spendono per ristrutturare casa o per comprare la cucina. Come vede, caro dott. Giangrande, il problema della salute orale è molto serio così come molto serio il problema della mafia. Ma proprio perché sono problemi seri, per occuparsene con competenza bisogna sforzarsi di analizzare il problema con serietà e non fare le proprie considerazioni utilizzando banali lunghi comuni. In questo modo insulta solo i dentisti italiani che sono seri professionisti e non truffatori o peggio ancora mafiosi. Fortunatamente questo i nostri pazienti lo sanno, ecco perché il 90% sceglie il dentista privato e non altre strutture come quelle pubbliche o i low cost. Perché si fida di noi, perché siamo seri professionisti che lavorano per mantenerli sani. Aspettiamo le sue scuse. Il Presidente Nazionale ANDI, Dott. Gianfranco Prada».

Antonio Giangrande, come sua consuetudine, fa rispondere i fatti per zittire polemiche strumentali e senza fondamento, oltre che fuorvianti il problema della iniquità sociale imperante.

Palermo. Morire, nel 2014, perché non si vuole - o non si può - ricorrere alle cure di un dentista. Da un ospedale all'altro: muore per un ascesso. Quando il dolore è diventato insopportabile ha deciso di rivolgersi ai medici, ma la situazione è precipitata, scrive Valentina Raffa su “Il Giornale”, martedì 11/02/2014. Una storia alla Dickens, con la differenza però che oggi non siamo più nell'800 e romanzi sociali come «Oliver Twist», «David Copperfield» e «Tempi difficili» dovrebbero apparire decisamente anacronistici. Eppure... Eppure succede che ai nostri giorni si possa ancora morire per un mal di denti. Un dolore a un molare che la protagonista di questa drammatica vicenda aveva cercato di sopportare. Difficile rivolgersi a un dentista, perché curare un ascesso avrebbe richiesto una certa spesa. E Gaetana, 18enne di Palermo, non poteva permettersela. Lei si sarebbe dovuta recare immediatamente in Pronto soccorso. Quando lo ha fatto, ossia quando il dolore era divenuto lancinante al punto da farle perdere i sensi, per lei non c'era più nulla da fare. È stata accompagnata dalla famiglia all'ospedale Buccheri La Ferla, di Palermo, dove avrebbe risposto bene alla terapia antibiotica, ma purtroppo il nosocomio (a differenza del Policlinico) non dispone di un reparto specializzato. Quando quindi la situazione si è aggravata, la donna è stata portata all'ospedale Civico. Ricoverata in 2^ Rianimazione, i medici hanno tentato il possibile per salvarle la vita. A quel punto, però, l'infezione aveva invaso il collo e raggiunto i polmoni. L'ascesso al molare era divenuto fascite polmonare. L'agonia è durata giorni. La vita di Gaetana era appesa a un filo. Poi è sopraggiunto il decesso. Le cause della morte sono chiare, per cui non è stata disposta l'autopsia. Nel 2014 si muore ancora così. E pensare che esiste la «mutua». Ma Gaetana forse non lo sapeva. Sarebbe bastato recarsi in ospedale con l'impegnativa del medico di base. è una storia di degrado, non di malasanità: ci sono 4 ospedali a Palermo con servizio odontoiatrico. Ma nella periferia tristemente famosa dello Zen questa non è un'ovvietà.

Morire di povertà. Gaetana Priola, 18 anni, non aveva i soldi per andare dal dentista scrive “Libero Quotidiano”. La giovane si è spenta all'ospedale civico di Palermo, dove era ricoverata dai primi giorni di febbraio 2014. A ucciderla, uniinfezione polmonare causata da un ascesso dentale mai curato. All'inizio del mese, la giovane era svenuta in casa senza più dare segni di vita. I medici le avevano diagnosticato uno choc settico polmonare, condizione che si verifica in seguito a un improvviso abbassamento della pressione sanguigna. Inizialmente, Gaetana era stata trasportata al Bucchieri La Ferla e, in seguito, era stata trasferita nel reparto di rianimazione del Civico. Le sue condizioni sono apparse da subito come gravi. I medici hanno provato a rianimarla ma, dopo una settimana di cure disperate, ne hanno dovuto registrare il decesso. Disperazione e dolore nel quartiere Zen della città, dove la vittima risiedeva insieme alla famiglia.

All'inizio era un semplice mal di denti, scrive “Il Corriere della Sera”. Sembrava un dolore da sopportare senza drammatizzare troppo. Eppure in seguito si è trasformato in un ascesso poi degenerato in infezione. Una patologia trascurata, forse anche per motivi economici, che ha provocato la morte di una ragazza di 18 anni, Gaetana Priolo. La giovane, che abitava a Palermo nel quartiere Brancaccio, non si era curata; qualcuno dice che non aveva i soldi per pagare il dentista. Un comportamento che le è stato fatale: è spirata nell'ospedale Civico per uno «shock settico polmonare». Le condizioni economiche della famiglia della ragazza sono disagiate ma decorose. Gaetana era la seconda di quattro figli di una coppia separata: il padre, barista, era andato via un paio di anni fa. Nella casa di via Azolino Hazon erano rimasti la moglie, la sorella maggiore di Gaetana, il fratello e una bambina di quasi cinque anni. Per sopravvivere e mantenere la famiglia la madre lavorava come donna delle pulizie. «È stata sempre presente, attenta, una donna con gli attributi», dice Mariangela D'Aleo, responsabile delle attività del Centro Padre Nostro, la struttura creato da don Pino Puglisi, il parroco uccisa dalla mafia nel '93, per aiutare le famiglie del quartiere in difficoltà. L'inizio del calvario per Gaetana comincia il 19 gennaio scorso: il dolore è insopportabile tanto da far perdere i sensi alla diciottenne. La ragazza in prima battuta viene trasportata al Buccheri La Ferla e visitata al pronto soccorso per sospetto ascesso dentario. «Dopo due ore circa, in seguito alla terapia, essendo diminuito il dolore, - afferma una nota della direzione del nosocomio - è stata dimessa per essere inviata per competenza presso l'Odontoiatria del Policlinico di Palermo». Dove però Gaetana non è mai andata. Si è invece fatta ricoverare il 30 gennaio al Civico dove le sue condizioni sono apparse subito gravi: in seconda rianimazione le viene diagnosticata una fascite, un'infezione grave che partendo dalla bocca si è già diffusa fino ai polmoni - dicono all'ospedale -. I medici fanno di tutto per salvarla, ma le condizioni critiche si aggravano ulteriormente fino al decesso avvenuto la settimana scorsa. Al momento non c'è nessuna denuncia della famiglia e nessuna inchiesta è stata aperta. «È un caso rarissimo - spiega una dentista - ma certo non si può escludere che possa accadere». Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. «L'11% degli italiani rinuncia alle cure perchè non ha le possibilità economiche, e nel caso delle visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% - denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi - In Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi un medico privato, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d'attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure».

È un caso rarissimo – spiega una dentista – ma certo non si può escludere che possa accadere”, scrive “Canicattiweb”. Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. Il Codacons si è schierato subito al fianco dei familiari e dei cittadini indigenti. “Il caso della 18enne morta a Palermo a causa di un ascesso non curato per mancanza di soldi, è uno degli effetti della crisi economica che ha colpito la Sicilia in modo più drammatico rispetto al resto d’Italia”. “L’11% degli italiani rinuncia alle cure mediche perché non ha le possibilità economiche per curarsi, e nel caso delle le visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% – denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi – Ed in Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi cure private, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d’attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure. Tale stato di cose genera emergenze e situazioni estreme come la morte della ragazza di Palermo. E’ intollerabile che nel 2014 in Italia si possa morire per mancanza di soldi – prosegue Tanasi – Il settore della sanità pubblica deve essere potenziato per garantire a tutti le prestazioni mediche, mentre negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli lineari nella sanità che hanno prodotto solo un peggioramento del servizio e un allungamento delle liste d’attesa”.

Bene, cari dentisti, gli avvocati adottano il gratuito patrocinio, ma non mi sembra che voi adottiate il “Pro Bono Publico” nei confronti degli indigenti. Pro bono publico (spesso abbreviata in pro bono) è una frase derivata dal latino che significa "per il bene di tutti". Questa locuzione è spesso usata per descrivere un fardello professionale di cui ci si fa carico volontariamente e senza la retribuzione di alcuna somma, come un servizio pubblico. È comune nella professione legale, in cui - a differenza del concetto di volontariato - rappresenta la concessione gratuita di servizi o di specifiche competenze professionali al servizio di coloro che non sono in grado di affrontarne il costo.

Dr Antonio Giangrande

Il Sistema Pubblico.

Contro il cancro terapie al top solo in 30 ospedali. Gli oncologi: fare rete. Storia di Vito Salinaro su Avvenire il 2 dicembre 2023.

Dei 1.000 ospedali italiani, pubblici e privati, solo 30 (8 dei quali in Lombardia), erogano la terapia con radioligandi, l’ultima novità della medicina nucleare contro il cancro: si tratta di radiofarmaci che rilasciano radiazioni direttamente nelle cellule neoplastiche ovunque siano presenti, agendo quindi in modo altamente specifico e con estrema precisione.

E soltanto 35 ospedali del nostro Paese mettono a disposizione dei pazienti affetti da alcuni tumori del sangue, la terapia con Car-T, una innovativa procedura, in continuo perfezionamento, che “reingegnerizza” una parte delle cellule del sangue prelevate ai pazienti, istruendo i linfociti T ad attaccare e a distruggere quelle maligne.

E se un paziente necessita di sedute di protonterapia, che tratta sia i tumori sviluppati in organi critici o in sedi difficili da raggiungere, sia un crescente numero di neoplasie orfane di cura e che non rispondono alla radioterapia convenzionale, dovrà mettersi in fila per essere accettato nei tre centri italiani che la erogano: l’Ieo a Milano, il Centro nazionale di Adroterapia oncologica di Pavia e il Centro di protonterapia di Trento. Nel laboratorio dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) di Catania, si curano invece i melanomi oculari. Questi trattamenti sono il presente e il futuro della lotta al cancro, e sono destinati a gruppi di pazienti in rapida crescita. Richiedendo una specializzazione elevata, team multidisciplinari, oltre a tecnologie e laboratori d’avanguardia e molto costosi (i centri di protonterapia nel mondo sono un centinaio), non si può certo pensare di trovarli in ciascuna delle 1.000 case di cura sparse per il Paese. D’altra parte, non è neanche concepibile che il paziente oncologico gestito in nosocomi “periferici” e che non riesce a raggiungere i reparti di eccellenza degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e dei più prestigiosi ospedali universitari del Paese, siano destinati a campare di meno e peggio degli altri. Dunque, si pone un problema di accessibilità a queste terapie. A sentire l’Aiom (Associazione italiana oncologia medica), serve prima di tutto investire in équipe di specialisti adeguatamente formati, geograficamente ben distribuiti, che garantiscano ai pazienti il corretto e più aggiornato percorso di cura, che potrà poi svolgersi nei centri altamente specializzati.

Le nuove terapie, come quella con radioligandi, afferma Maria Luisa De Rimini, presidente dell’Associazione italiana di medicina nucleare, «nei loro molteplici aspetti di gestione», necessitano però anche «di un indispensabile adeguamento infrastrutturale, essenziale perché possa esserne garantita l’erogazione e perché queste strategie terapeutiche diventino opportunità di cura accessibile in modo uniforme sul territorio». Ottimizzarne l’impiego, «assicurerebbe equità di accesso in tutte le regioni». Impossibile avere tutto in ogni ospedale. Ma, aggiunge De Rimini, si può e si deve almeno «superare la disomogeneità di distribuzione geografica aumentando il numero di strutture» in grado di offrire le nuove terapie. Perché l’obiettivo è «eliminare il fenomeno della migrazione sanitaria che spesso costringe pazienti e loro familiari a disagi da lunghi viaggi».

Fondamentali, così come raccomanda il Piano oncologico nazionale, sono i gruppi multidisciplinari. Per molti tumori, oltre ad oncologi ed ematologi, serve una condivisione del piano terapeutico che comprenda anche figure molto diverse: dal medico nucleare all’endocrinologo, dal patologo allo specialista di fisica medica, al radiologo.

Se è vero che per un cambio di passo bisogna investire in tecnologie e formazione, è altrettanto vero che i soldi impiegati sarebbero non solo ben spesi ma anche destinati a tornare indietro con gli interessi. Perché il ricorso sempre più frequente alla personalizzazione delle cure è garanzia di maggiore efficacia e, di conseguenza, come rileva l’Aiom, di una consistente riduzione dei costi di ospedalizzazione. Per la terapia con radioligandi, per esempio, servono uno, massimo due giorni in reparto ogni sei-otto settimane, per un totale di 4 cicli. A tutto vantaggio del nostro traballante bilancio sanitario. «Anche le più recenti linee guida Aiom-ItaNet – sottolinea il presidente eletto Aiom, Massimo Di Maio, docente di Oncologia all’Università di Torino, e direttore dell'Oncologia medica all'Ospedale Mauriziano del capoluogo piemontese – sanciscono l’importanza della condivisione delle scelte terapeutiche e la necessità di inserire il paziente in un percorso integrato e dedicato, gestito». Per restare alla terapia con radioligandi, confinata al momento in pochi istituti, «è importante che i team multidisciplinari dei centri periferici siano messi in condizione di lavorare quanto più possibile a stretto contatto con l’expertise centrale delle strutture in grado di prendere in carico i pazienti».

Non proprio una formalità, stando a quanto denuncia il Cipomo (Collegio dei primari oncologi medici ospedalieri) per il quale le strutture di oncologia medica italiane, «soffrono negli aspetti organizzativi interni e nella gestione del percorso del paziente dall’ospedale al territorio». Non solo: meno della metà di queste unità (circa il 40%), ha una connessione strutturata con i dipartimenti di prevenzione primaria e secondaria e con centri screening; una cartella informatizzata manca nel 66% delle strutture, ed è condivisa con il territorio solo nell’8% dei casi. Come dire: in tanti ospedali le terapie top possono attendere.

Le armi più potenti contro i tumori: il ruolo dei vaccini

Immunoterapia, vaccini, radiofarmaci, protonterapia. Il cancro ha nuovi, potenti, nemici. Alcuni già disponibili. Altri che saranno presto disponibili. Appena ieri l’Istituto nazionale tumori “Pascale” di Napoli ha annunciato il via libera in Italia ai test di fase 3 sul vaccino a mRna contro il melanoma. Il Pascale è il primo centro a partire nel nostro Paese con l'ultimo step di sperimentazione clinica, e tra i primi al mondo. L'avvio poche settimane fa, con l'arruolamento di pazienti con diagnosi di melanoma radicalmente operato. «Il vaccino si basa sulla stessa tecnologia adottata per quelli contro il Covid – spiega il direttore del dipartimento di Oncologia, melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative del Pascale, Paolo Ascierto –. Sono prodotti che utilizzano mRna sintetici progettati per “istruire” il sistema immunitario a riconoscere specifiche proteine, chiamate “neoantigeni”, che sono espressione di mutazioni genetiche avvenute nelle cellule malate». I dati, a 2 anni dalla somministrazione del vaccino contro il melanoma, mostrano una riduzione del rischio di recidiva o morte del 44% in chi lo ha ricevuto in combinazione con il farmaco immunoterapico pembrolizumab. «Ci vorrà qualche anno prima di avere i risultati di quest'ultima fase clinica – puntualizza Ascierto –. La nostra speranza è di poter dare una nuova e più efficace opzione terapeutica a quanti più pazienti possibili».

Sono invece impiegate contro tumori del sangue, linfomi aggressivi o leucemie linfoblastiche, in pazienti che hanno subito anche molteplici ricadute, le terapie con Car-T, che rappresentano una possibilità concreta di controllo della malattia, con un importante aumento della sopravvivenza, e con percentuali di guarigione che possono superare il 40% dei casi. All’inizio dell’autunno erano già sei i farmaci che utilizzano Car-T approvati. Mentre non è certo un caso se in tutto il mondo si contano 1.400 studi clinici registrati che si occupano di questa procedura.

La protonterapia utilizza protoni e ioni carbonio, particelle atomiche che hanno il vantaggio di essere più pesanti e dotate di maggior energia rispetto agli elettroni (utilizzati dalla radioterapia) e di conseguenza di essere ancora più efficaci nel distruggere le cellule tumorali. È stata inserita nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) nel 2017. Il ministero della Salute ha individuato 10 patologie oncologiche per le quali è considerata appropriata. Dal prossimo primo gennaio 2024 questa procedura, che presenta minori rischi di malattie indotte dai raggi e meno tossicità durante e dopo il trattamento, entrerà tra le prestazioni erogabili dal Sistema sanitario nazionale per i cittadini di tutto il territorio italiano.

La rivoluzione dei radioligandi

Ma una delle novità che riscuote interesse in tutto il mondo nella lotta al cancro è rappresentata dai radioligandi, ovvero dei radiofarmaci. La nuova frontiera aperta da questo trattamento sta nel fatto che diagnosi e cura fanno parte dello stesso percorso perché utilizzano la stessa molecola. «Nessuna altra strategia – spiega il presidente della Fondazione Aiom, Saverio Cinieri – è in grado di delineare con altrettanta accuratezza e predittività se, quanto e come si potrà colpire il target tumorale ancor prima di iniziare la terapia». Oggi i radioligandi sono utilizzati per i tumori neuroendocrini (definiti “Net”), le cui cellule sono presenti in tutto l’organismo e che dunque possono colpire organi molto diversi tra loro come intestino, pancreas, polmoni, tiroide, timo o ghiandole surrenali. Sono tumori che si presentano il più delle volte già in fase metastatica. In questo tipo di malattie, i radioligandi hanno già dimostrato di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti, anche nei casi molto compromessi. Ma i ricercatori considerano questa terapia, da poco approvata dagli enti regolatori statunitense, Fda, ed europea, Ema, potenzialmente in grado di arrecare enormi vantaggi anche su altri tumori. «Partendo dall’esperienza dei Net – dice Marcello Tucci, primario oncologo dell’Ospedale “Cardinal Massaia” di Asti –, numerosi studi internazionali hanno valutato il potenziale dei radioligandi in fase diagnostica e terapeutica in diverse neoplasie, come il cancro della mammella, del pancreas, del polmone, della prostata, nel melanoma, nel linfoma e nel mieloma multiplo». Non solo: «Grazie ai radioligandi, il tumore della prostata sta vivendo il suo ingresso in una nuova “era” di terapie nel segno della medicina di precisione».

Anche per via di questi sviluppi, si moltiplicano gli studi sui radiofarmaci sperimentali. L’Italia, anche grazie ai fondi erogati dall’Airc, è in prima linea nella ricerca. Tra gli ospedali al centro di questo fermento scientifico, c’è il Policlinico Gemelli di Roma che ha avviato una serie di progetti per diverse patologie, non solo oncologiche: da quelle neuro-psichiatriche al diabete, ai linfomi, alle neoplasie ginecologiche, gastroenteriche, fino alle malattie infiammatorie croniche, che vedranno le prime applicazioni sperimentali sui pazienti nel 2024. Né restano immuni, da questa nuova frontiera della medicina, le grandi aziende farmaceutiche, convinte più che mai del potenziale terapeutico dei radiofarmaci. Non si spiegherebbe altrimenti l’investimento da 104 milioni di euro, annunciato poche settimane fa dal colosso svizzero Novartis, per il polo dell’innovazione oncologica di Ivrea, in Piemonte, dove si produrranno i radioligandi del futuro.

Estratto dell'articolo di Antonio Noto per “la Repubblica” martedì 24 ottobre 2023.

[…] La sanità privata supera quella pubblica nella fiducia degli italiani. È quanto emerge da uno studio condotto dall’Istituto demoscopico Noto Sondaggi per Repubblica, […] Dopo la prima ondata di Covid in cui emerse che gli ospedali non erano in grado di reggere l’emergenza, […] da un punto di vista strutturale con la carenza dei posti letto in terapia intensiva, è iniziata a calare la fiducia nel confronti della sanità pubblica.  E forse non è un caso che proprio negli ultimi anni si sta registrando una significativa uscita di medici ed infermieri dalle Asl che trovano invece lavoro presso strutture private o all’estero. 

Oggi il 56% degli italiani non valuta soddisfacente il servizio pubblico sanitario nel suo complesso e quasi il 60% valuta un peggioramento negli ultimi 4 anni, cioè rispetto al periodo pre-pandemico.

[…] Per il 47% i servizi pubblici sono meno efficienti di quelli privati e solo l’11% li giudica migliori. Le liste di attesa sono in cima nella classifica dei fattori che determinano un giudizio negativo. […]

Solo il 4% dichiara di aver aspettato pochi giorni ed il 15% qualche settimana. Le cose non migliorano se si chiedono i tempi di attesa per l’effettuazione di esami diagnostici: un italiano su 2 (48%) aspetta mesi ed un altro 12% anche più di un anno. Appena l’8% esprime soddisfazione indicando in pochi giorni dalla richiesta l’esecuzione del servizio. […] 

Altro dato critico che emerge dallo studio è il modo in cui le strutture convenzionate, che dovrebbero essere di supporto alla sanità Pubblica, gestiscono per un loro tornaconto di business le richieste di prestazioni dei cittadini. Ben 3 cittadini su 4 (75%) affermano che quando si rivolgono a privati convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale si sentono rispondere che il tempo di attesa è di almeno un mese ma che in regime privato in quella stessa struttura le visite o gli esami possono essere effettuati nel corso di qualche giorno.

Certo, escludendo la malafede, questo è dovuto anche al fatto che le strutture convenzionate hanno dei limiti di saturazione di prestazioni che possono erogare per conto delle Asl pubbliche ma al contempo evidenzia anche che il sistema delle convenzioni private spesso non risolve i problemi derivanti da un sottodimensionamento della capacità del sistema pubblico di far fronte in tempi celeri alle richieste dei cittadini. Questo però ha determinato che nell’ultimo anno il 65% dei pazienti ha preferito pagare privatamente visite specialistiche o esami diagnostici pur di abbreviare i tempi delle attese, in alcuni casi incompatibili con lo stato di salute.

[…]

Oltre il 60% valuta la performance della sanità pubblica migliore al nord, questa percentuale aumenta fino quasi a sfiorare il 70% fra gli stessi residenti nelle regioni settentrionali. Il crollo di reputazione della sanità pubblica, dunque, non sembra avere solo a che fare con le capacità organizzative ma trova giustificazione anche nella disparità della qualità dei servizi. È per questo che l’82% condivide le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Mattarella cioè che «la Sanità è un patrimonio prezioso da difendere », […]

Manovra: gli extracomunitari dovranno pagare 2.000 euro per la sanità pubblica. Storia di Redazione online su Il Corriere della Sera lunedì 16 ottobre 2023.

C’è uno degli articoli della manovra illustrata oggi dal governo destinato a fare discutere e riguarda ancora una volta i migranti: viene previsto infatti un contributo di 2.000 euro per gli extracomunitari residenti in Italia che vogliano usufruire della sanità pubblica.

La norma prevede che i residenti in Italia di nazionalità non Ue potranno continuare a iscriversi al Servizio sanitario nazionale versando «un contributo» di 2mila euro all’anno. «Per i residenti stranieri cittadini di Paesi non aderenti all’Unione europea - si legge in una nota del Mef - si prevede la possibilità di iscrizione negli elenchi degli aventi diritto alle prestazioni del Ssn, versando un contributo di 2.000 euro annui. L’importo del contributo è ridotto per gli stranieri titolari di permesso di soggiorno per motivi di studio o per quelli collocati alla pari».

Il primo commento alla «tassa sulla salute» per extracomunitari arriva dalla federazione dei medici: «L’articolo 32 della Costituzione tutela gli individui, oltre che la collettività. E sottolinea che le cure debbono essere gratuite per i poveri. Se gli stranieri extracomunitari sono nullatenenti devono essere assistiti gratuitamente: non si parla di cittadini ma di individui. E a mio parere, quindi, il diritto alla salute deve essere garantito comunque a chi non può pagare» ha dichiarato il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli.

Il Servizio Sanitario Nazionale è al capolinea: i numeri nel nuovo rapporto Gimbe.  Stefano Baudino su L'Indipendente il 14 ottobre 2023.

Il servizio pubblico e il diritto costituzionale alla tutela della Salute sono sempre più compromessi. Lo attesta, dati alla mano, la Fondazione GIMBE, che ha presentato il 6° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Le statistiche diramate dalla Fondazione – in cui si evidenziano grandi criticità in relazione alla spesa sanitaria, ai Livelli Essenziali di Assistenza, alle disuguaglianze su base regionale e al personale – raccontano infatti che, tra il 2010 e il 2019, sono stati sottratti alla sanità pubblica oltre 37 miliardi.

Il rapporto ha sottolineato che, nel giro di 10 anni, il Fabbisogno Sanitario Nazionale – ovvero il livello complessivo delle risorse del Servizio sanitario nazionale al cui finanziamento concorre lo Stato – è aumentato di € 8,2 miliardi (crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua, che si è attestata a 1,15%). Tra il 2020 e il 2022, il FSN è aumentato di € 11,2 miliardi, crescendo in media del 3,4% annuo, ma questo rilancio è stato assorbito dai costi della pandemia COVID-19. La spesa sanitaria totale per l’anno 2022 è pari a 171.867 milioni di euro, di cui 130.364 milioni di spesa pubblica (75,9%), e 36.835 milioni a carico delle famiglie (21,4%), e € 4.668 milioni di spesa intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (2,7%). Essa si è attestata al 6,8% del PIL, sotto di 0,3 punti percentuali rispetto alla media OCSE (7,1%) e a quella europea (7,1%). Complessivamente, nel periodo 2010-2022, rispetto alla media dei Paesi del continente europeo la spesa sanitaria pubblica italiana è stata inferiore di 345 miliardi.

Impietosi risultano anche i dati riferiti ai Livelli Essenziali di Assistenza. Nel mirino della Fondazione c’è, in particolare, il mancato raggiungimento del dichiarato obiettivo di “continuo aggiornamento dei LEA, con proposta di esclusione di prestazioni, servizi o attività divenuti obsoleti e di inclusione di prestazioni innovative ed efficaci, al fine di mantenere allineati i LEA all’evoluzione delle conoscenze scientifiche”. Il report evidenzia infatti come il ritardo di oltre 6 anni e mezzo nell’approvazione del Decreto Tariffe ha reso impossibile ratificare i 29 aggiornamenti proposti dalla Commissione LEA, nonché l’esigibilità delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e di protesica inserite nei “nuovi LEA”. Il DM Tariffe è stato approvato il 4 agosto 2023, ma i LEA rimarranno ancora in stand-by sino al 1° gennaio 2024 per la specialistica ambulatoriale e al 1° aprile 2024 per l’assistenza protesica.

L’analisi conferma inoltre una vera e propria “frattura strutturale” tra Nord e Sud. Per questo motivo, negli adempimenti cumulativi 2010-2019 nessuna Regione meridionale si posiziona tra le prime 10 e continua ad essere alimentato “un imponente flusso di mobilità sanitaria dalle Regioni meridionali a quelle settentrionali”. La Fondazione mette dunque in guardia dagli effetti dell’attuazione di maggiori autonomie a livello sanitario richieste dalle Regioni “con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione”, che non potranno che “amplificare le diseguaglianze”. Per quanto riguarda i numeri del personale sanitario, il rapporto registra che “il nostro Paese si colloca poco sopra la media OCSE per i medici e molto al di sotto per il personale infermieristico”, con un rapporto infermieri/medici tra i più bassi d’Europa.

«La Fondazione GIMBE invoca un patto sociale e politico che, prescindendo da ideologie partitiche e avvicendamenti di Governi, rilanci quel modello di sanità pubblica, equa e universalistica, pilastro della nostra democrazia, conquista sociale irrinunciabile e grande leva per lo sviluppo economico del Paese», ha dichiarato il presidente Nino Cartabellotta. «Il preoccupante “stato di salute” del SSN – ha continuato – impone una profonda riflessione politica: il tempo della manutenzione ordinaria per il SSN è ormai scaduto, visto che ne ha sgretolato i princìpi fondanti e mina il diritto costituzionale alla tutela della Salute. È giunto ora il tempo delle scelte: o si avvia una stagione di coraggiose riforme e investimenti in grado di restituire al SSN la sua missione originale, oppure si ammetta apertamente che il nostro Paese non può più permettersi quel modello di SSN. In questo (non auspicabile) caso la politica non può sottrarsi dal gravoso compito di governare un rigoroso processo di privatizzazione, che ormai da anni si sta insinuando in maniera strisciante approfittando dell’indebolimento della sanità pubblica». [di Stefano Baudino]

Angelucci, De Benedetti, Rotelli: chi sono i privati che guadagnano dai tagli alla Sanità. L’offerta pubblica ormai soccombe di fronte all’avanzata del privato, ora in maggioranza. Ecco i protagonisti di questo settore tra affari per miliardi, porte girevoli, agganci politici, contributi ai partiti e controllo dei giornali.

Sergio Rizzo su L'Espresso giovedì 19 ottobre 2023

Quando si è saputo che il maggior finanziatore privato alla luce del sole dell’ultima campagna elettorale per le politiche rispondeva al nome di Marco Rotelli, classe 1993, nessuno si è sorpreso più di tanto. Il contributo standard del giovane esp