Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’AMMINISTRAZIONE

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Burocrazia.

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Viabilità e Trasporti.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Disuguaglianza.

Il Welfare: Il Sistema Pensionistico ed Assistenziale.

I Patronati.

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Il Reddito di Cittadinanza.

Lavoro saltuario: il Libretto di famiglia.

Il Lavoro Figo.

Il Lavoro corto.

Il Lavoro umile.

Il Lavoro sottopagato.

Alternanza scuola-lavoro.

Il Licenziamento.

I Martiri del Lavoro.

Alti e Bassi.

Il Dna.

La Cura.

La Cura Digitale.

La Politerapia.

L’omeopatia.

Il Tumore.

La SMA Atrofia Muscolare Spinale.

La SLA Sclerosi Laterale Amiotrofica.

La Sclerosi Multipla.

Il Diabete.

La pressione alta.

Il Cuore.

Il Fegato.

La Sterilizzazione.

La Disfunzione Erettile.

L’Ernia inguinale.

Il Fibroma e le Cisti ovariche.

L’Eclampsia.

La sindrome del bambino scosso.

Cefalea ed Emicrania.

L’Insonnia.

CFS/ME (Sindrome da Stanchezza Cronica).

Fibromialgia.

L’Astenia.

La Podofobia.

L’Ictus.

Longevità e invecchiamento.

La Demenza Senile. L'Alzheimer.

Il Parkinson.

L’Autismo.

La sindrome di Pandas.

Sindrome di Gilles de la Tourette.

Lo Stress.

Lo Svenimento.

Cinetosi: mal d’auto.

L’Insolazione.

La Vista.

L’Udito.

I Dolori.

Il Mal di pancia.

Malattie virali delle vie aeree.

I cattivi odori.

Il Respiro.

L’Asma.

L’Acetone.

L’Allergia.

La Vitiligine.

L’Epilessia.

La Dermatite.

La Scarlattina.

La Setticemia.

Formicolio alle mani.

La sindrome autoinfiammatoria VEXAS.

La Psoriasi a placche.

Il Colesterolo.

Effetti del Parto. Diastasi addominale.

Malattie sessuali.

La Dieta.

Bulimia, anoressia, binge eating: quali sono i disturbi alimentari più diffusi. 

Il Soffocamento.

Il Movimento.

L’Artrosi.

Osteoporosi.

Piedi piatti.

La Scoliosi.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

Il Covid e le sue Varianti.

Le Origini del Covid.

Lo stigma dei covidizzati.

Io Denuncio.

Io Ricordo.

Protocolli sbagliati.

Morti per…morti con..

Vaccini e Cure.

I No Vax.

Gli Esperti.

Le Fake News: le Bufale.

Cosa succede in Puglia.

Cosa succede in Lombardia.

Cosa succede in Veneto.

Cosa succede nel Regno Unito.

Cosa succede in Cina.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 


 

L’AMMINISTRAZIONE

TERZA PARTE



 

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Antonio Giangrande: Anzichè far diventare ricchi i poveri con l'eliminazione di caste (burocrati parassiti) e lobbies (ordini professionali monopolizzanti), i cattocomunisti sotto mentite spoglie fanno diventare poveri i ricchi. Così è da decenni, sia con i governi di centrodestra, sia con quelli di centrosinistra.

LA POVERTA’

Esser povero conviene

Chiedi e ti sarà dato”

Disse Gesù se ti sorviene

Cercate e troverete” ha annunciato

Bussate e vi sarà aperto” è l’andirivieni

Se hai fame sarai saziato

Tanto qualcun altro interviene

Non hai un tetto troverai un casato

Il lavoro non lo cerchi e non viene

Tanto qualcun altro è tartassato

Da imprenditore lo Stato tutto si trattiene

Da operaio non vieni pagato

Tutto è gratis senza catene

Mantenuto, finanziato ed esentato

La ricchezza l’onestà non tiene

I ricchi son ricchi perché han rubato

Questo dogma si mantiene

Il povero è onesto nato

Ma non tutti la povertà contiene

I veri poveri han tentato

Se non hai qualcuno che interviene

Non a tutti vien donato

Esser comunisti è un bene

Tutto è mio e non viene dato.

 Antonio Giangrande (scritta il 19 gennaio 2023)

Antonio Giangrande: Michela Murgia, l'ultimo delirio: "Il momento della lotta di classe", ecco come vuole impoverirci tutti. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Marx e Saviano, ecco i riferimenti ideologici di Michela Murgia. Lo ha esplicitato ieri lei stessa al Festivaletteratura di Mantova. «Le battaglie femministe oggi sono vitali, così come quelle Lgbt e contro la razzializzazione delle persone. Ma la lotta di classe, più trasversale di altre, è quasi assente. Spero ci sia un movimento forte che si batta contro le differenze economiche». La sinistra riscopre dunque il suo odio anti-ricchi. Insieme al disprezzo per la famiglia. «Saviano», continua la Murgia, «ha detto che le mafie finiranno quando finiranno le famiglie. Mi chiedo anche io se sia possibile ripensare la società, mettendo in discussione il concetto di famiglia».

La povertà è fame: sei impossibilitato a sfamare te e la tua famiglia.

La povertà è solitudine: non puoi avere una famiglia.

La povertà è emarginazione: non puoi avere amici.

La povertà è sporcizia: sei impossibilitato a lavarti e ad adottare le più elementari forme di igiene.

La povertà è vivere senza un tetto o in abitazioni insalubri.

La povertà è vivere con vestiti logori e sporchi.

La povertà è malattia: sei impossibilitato a curare te e la tua famiglia.

La povertà è ignoranza: non puoi far studiare te e i tuoi figli per migliorare il futuro.

La povertà è sopraffazione: non puoi difenderti da accuse penali infamanti.

La povertà è staticità: non puoi viaggiare per fuggire.

La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente.

La povertà è mancanza di libertà e di dignità.

La povertà è silenzio: nessuno ti scolta, anche se hai tanto da insegnare.

La povertà assume volti diversi, volti che cambiano nei luoghi e nel tempo, ed è stata descritta in molti modi.

La povertà è una situazione da cui la gente vuole evadere con qualsiasi mezzo e compromesso.

La povertà è essere indifeso, quindi vittima di sopraffazione ed ingiustizie altrui.

Per capire come si può ridurre la povertà, per capire ciò che contribuisce o meno ad alleviarla e per capire come cambia nel tempo, bisogna vivere la povertà. Dato che la povertà ha tante dimensioni, deve essere osservata mediante una serie di indicatori; indicatori dei livelli di reddito e di consumo, indicatori sociali ed anche indicatori della vulnerabilità e del livello di accesso alla società e alla vita politica. Una forte incidenza della povertà si associa al basso titolo di studio o al basso profilo professionale e, come è naturale, anche, per i casi di disoccupazione.

Odiare i poveri è una parte integrante della nostra società malata. A partire dagli anni Settanta è diventato di moda prendersela con le forme di welfare e accusare chi ne usufruisce di non avere voglia di lavorare o di essere un truffatore. Proprio come avvenuto di recente con l'abolizione del reddito di cittadinanza. Roberto Ciccarelli su L'Espresso il 28 novembre 2023

Insultare i poveri, il catalogo è ricco: miserabili, debosciati, buoni a nulla, lazzaroni, residui umani, abbrutiti, feccia. Questa non è solo cronaca nazionale. È una storia globale che dura da secoli e ha riscosso un grande successo mediatico, e tra i politici, a partire dagli anni Settanta. (…) 

Questa è la storia delle welfare queens, le «regine del welfare». Il nomignolo infamante emerse nel corso degli anni Sessanta negli Stati Uniti dalle colonne del Reader’s Digest e di Look, riviste scandalistiche specializzate in storie sensazionali di madri che «sfruttavano il sistema». Fu adottato, e trasformato in un’arma politica, da Ronald Reagan nella sua prima campagna presidenziale nel 1976. Qualcosa era accaduto nel frattempo. Due anni prima Linda Taylor, processata per rapimento di bambini e sospettata di omicidi non provati, fu accusata di avere usato due pseudonimi per ottenere 23 assegni sociali.(...) 

Dalla sua storia criminale è stato estratto un dato secondario, ma centrale per una delle più feroci, e riuscite, battaglie contro l’idea di Stato sociale negli Stati Uniti. Il messaggio era: rubare i soldi dell’assistenza sociale ha la precedenza sui rapimenti e sugli omicidi.(...) Da allora questa forma dell’odio dei poveri ha fatto una lunga strada. Si è incarnato nel fantasma del panico morale che gioca sulle ansie razziste senza evocarle direttamente e ha colpito altri soggetti: non solo lo stereotipo di una donna nera indolente che vive della generosità dei contribuenti, ma anche di tutte le sfumature della povertà che, attraverso i generi, e le appartenenze nazionali, si riproduce nella zona grigia tra il lavoro povero e la deprivazione economica o culturale. In Italia la strategia dell’insulto è stata usata in maniera percussiva sin da quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza.

I beneficiari del sussidio che avessero rifiutato le offerte di lavoro – al tempo il governo Conte 1 ne aveva prospettate addirittura tre, oggi quello Meloni l’ha ridotta ad una – avrebbero perso il sussidio. Ma prima ancora di entrare in questo circuito infernale, mai ancora iniziato in Italia, i beneficiari del reddito sono stati sottoposti a una cura preventiva fatta di insulti. Il 16 settembre 2018 l’allora vicepremier e ministro del lavoro Luigi Di Maio (Movimento 5 Stelle) parlò del «divanista»… 

Più contundente è stata l’idea di definire il reddito di cittadinanza come un “metadone di Stato”. L’espressione è diventata una consuetudine lessicale diffusa in Fratelli d’Italia prima di arrivare al governo. La pronunciò la prima volta Giorgia Meloni il 5 settembre 2021 a Napoli. Lo stigma era basato su un’atroce equivalenza: chi è povero è un drogato, in quanto drogato è malato, il povero malato è una patologia sociale. Per curarla bisogna recidere le cause, cioè lo Stato equiparato a uno spacciatore di eroina. L’eroina era associata, in maniera allucinatoria, al reddito di cittadinanza. L’insulto si regge su un’equivalenza aberrante ed è il frutto dell’ignoranza. Il metadone previene i gravi problemi correlati all’assunzione di oppiacei e serve a contrastare la dipendenza. 

L’espressione è stata invece usata in senso opposto: non allunga la vita, ma porta alla morte. La metafora tossicologica del reddito di cittadinanza è stata una forma dell’odio di classe. Lo Stato non deve rendere dipendenti i poveri, ma disintossicarli eliminando la dose mensile del sussidio. Lo stesso sussidio va elargito alle imprese che però non sono considerate «tossicodipendenti». Oggi l’insulto ha raggiunto il risultato: confermare il fatto che le imprese sono soggetti giuridici più reali delle persone in carne ed ossa. E che lo Stato sociale, quando non è uno spacciatore di sussidi ed è “in salute”, mette i poveri al servizio del mercato. Il loro benessere dipende dalla capacità di realizzare profitti da parte degli imprenditori.

Estratto dell’articolo di Elena Tebano per corriere.it mercoledì 29 novembre 2023.

Non ci sono più i ricchi di una volta, ed è un problema per tutti. Perché tradizionalmente i più ricchi sapevano che la loro ricchezza era un privilegio mal visto e nei periodi più difficili erano disposti a rendere qualcosa alle società in cui vivevano, per pareggiare almeno in parte i conti. Oggi non è più così e il rischio è la destabilizzazione della società contemporanea. 

È la tesi di un editoriale del New York Times firmato dall’italiano Guido Alfani. Si tratta di un «guest essay», uno degli articoli di opinione che il grande quotidiano americano fa scrivere a firme esterne alla sua organizzazione quando vuole aprire il dibattito in corso su temi rilevanti. Alfani insegna Storia economica all’Università Bocconi di Milano […] 

«A partire dal XV secolo, e a partire dalle aree economicamente più sviluppate dell’Europa, come l’Italia centro-settentrionale, ai ricchi fu assegnato un ruolo sociale specifico: fungere da riserva privata di denaro a cui la comunità poteva attingere nei momenti di maggiore necessità» spiega Alfani.

Erano considerati come «granai privati di denaro» per usare l’espressione coniata dall’umanista toscano Poggio Bracciolini nel suo trattato del 1428 De avaritia («Sull’avarizia»): così come le autorità accumulavano riserve pubbliche di cibo a cui attingere nei momenti di carestia, le comunità avevano bisogno dei ricchi («molti individui avidi» li definiva Bracciolini) per attingere ai loro patrimoni nei momenti di difficoltà collettiva. 

Esempi di questo meccanismo sono i prestiti forzosi imposti da Venezia ai suoi cittadini più ricchi dopo la peste del 1630 durante la guerra contro l’Impero Ottomano nel 1645-69, ma anche i «Liberty Bond» emessi negli Stati Uniti nel 1917-18 per finanziare la partecipazione alla Prima guerra mondiale. La tassazione progressiva è un’altra forma di applicazione di questo principio, secondo cui chi ha molto o moltissimo deve aiutare di più gli altri. Un principio che però adesso secondo Alfani è in crisi.

Nonostante la crisi del debito e la pandemia di Covid infatti in Europa e in Nord America non c’è stato un aumento significativo della tassazione sui grandi patrimoni e negli Stati Uniti i propositi del presidente Joe Biden di farlo sono largamente falliti. Anzi, durante la pandemia di Covid le disuguaglianze sono aumentate, e Alfani ipotizza che «l’eccezionale resilienza dei ricchi alle recenti crisi sia stata ottenuta in modo tale da rendere la società nel suo complesso meno resiliente», visto che l’alto debito pubblico accumulato durante la pandemia in molti Paesi peserà soprattutto sui più poveri.

«I ricchi di oggi, la cui ricchezza è stata in gran parte preservata dalla Grande Recessione (quella della crisi del debito, ndr) e dalla pandemia di Covid-19, si sono opposti alle riforme volte a sfruttare le loro risorse per finanziare politiche di mitigazione di ogni tipo. Si tratta di uno sviluppo storicamente eccezionale. 

Contribuire a pagare il conto delle grandi crisi è stata a lungo la principale funzione sociale attribuita ai ricchi dalla cultura occidentale. In passato, quando i più ricchi sono stati percepiti come insensibili alle difficoltà delle masse, e soprattutto quando sono sembrati trarre profitto da tali difficoltà (o sono stati semplicemente sospettati di farlo), la società è diventata instabile, portando a disordini, rivolte aperte e violenza antiricchezza» scrive Alfani […]

La diseguaglianza non è un destino (considerazioni tra immaginario e realtà). Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico, su L'Indipendente sabato 7 ottobre 2023.

Parlare della diseguaglianza sembrerebbe parlare del destino: ognuno ha il suo e niente si può cambiare. Sappiamo però che non è così e che ciascuno di noi è sempre davanti a delle scelte. E che quindi anche la diseguaglianza è un motore narrativo, è un potenziale, deficitario sì, ma pur sempre un potenziale che egualmente può produrre una spinta, una scintilla, avrebbe detto James Hillman. Un paradosso insomma che dovremmo caricare di aspettative anche se le condizioni oggettive sembrerebbero condannarci alla ripetizione, all’identico senza mutamenti, a un tutto preordinato. (Chi ha curiosità romanzesche può leggere il racconto Il destino è maldestro della Antologia della letteratura fantastica curata da Ocampo e Casares, ed. it. Editori Riuniti).

Per portare avanti il ragionamento mi servirò di due fonti, apparentemente molto lontane tra di loro. La prima è rappresentata dalle fiabe con protagonisti i fratelli e l’altra dall’opera di James Hillman, in particolare dagli scritti sull’anima e sul concetto di dàimon, il responsabile della scintilla a cui ho accennato. Ma mi servirò anche della psicologia popolare, come la chiamava Jerome Bruner, quella che per esempio ha fissato, quale requisito speciale, le umili origini per personaggi illustri, scienziati, santi, sportivi, personalità politiche: tutti in qualche modo avvantaggiati, nell’opinione corrente, dal provenire da famiglie disagiate, da contesti di indigenza, da classi sociali marginalizzate. Una caratteristica che si ritiene li accrediti di particolari meriti. Se ne ricava l’impressione che la diseguaglianza avrebbe delle eccezioni quando si verificano queste condizioni, eccezioni particolari che confermano tuttavia la regola secondo la quale chi proviene da contesti privilegiati parte sicuramente favorito.

Nel patrimonio folklorico sono ricorrenti, in tutto il mondo, le fiabe cosiddette a triplicazione, quelle che per intenderci vedono la presenza di tre fratelli, messi alla prova dal padre, fiabe analizzate dal grande studioso russo Vladimir Propp all’inizio del Novecento. Di norma i primi due fratelli che, sulla carta, sarebbero i più dotati, partono da casa molto convinti ma poi incorrono in cadute maldestre, danno fiducia a persone sbagliate, non obbediscono al divieto loro imposto di non seguire certi sentieri o attraversare zone impervie. Può anche succedere che il primogenito decida autonomamente di andare a fare fortuna come se l’iniziativa fosse per lui dovuta. Avendo poi fallito nell’impresa sarà il secondo a lasciare la casa di famiglia; egli però, finito ad esempio nella casa di un tipo di cui voleva fare il servitore, non si era accorto che si trattasse di un mago che lo avrebbe ingannato. Il terzo fratello, invece, quello ritenuto meno dotato, ma che era invece “un po’ più furbo”, come diceva la fiaba, riuscì a superare gli inganni e a catturare e portare a casa uno speciale bastone magico che al comando faceva uscire denari a palate dal fondoschiena di un asino, il famoso asino cacadenari di tutto il folklore europeo.

La fiaba citata è di origine piemontese ma la storia e il meccanismo dei tre fratelli è comune al folklore di tutto il mondo e mostra, in modo popolaresco, l’infondatezza di certe regole sociali – la primogenitura – e la prevalenza delle doti dell’astuzia su quelle del puro e semplice potere, anche magico. Insomma, come racconta una fiaba birmana, “se un uomo usa il cervello, la fortuna deve arrivare”, a proposito di un povero anziano, abbandonato dalla famiglia, che escogitò uno stratagemma per riconquistare l’interesse dei parenti (Fiabe birmane, a cura di G. Ferraro, Arcana editrice 1989).

Esiste dunque un aspetto magico, di cui tener conto nella valutazione delle vicissitudini della fortuna, qualcosa che non attiene semplicemente ai fattori economici e che investe invece la complessità della nostra identità e il nostro modo di stare al mondo. Come in quell’altra fiaba piemontese (Fiabe piemontesi, a cura di G.P. Caprettini, Donzelli 2002) dove il potente re morente sembrava potesse essere guarito dall’indossare la camicia di un uomo contento, un uomo che cantava allegro sotto un gelso, il quale però affermò di non possedere nessuna camicia speciale. Evidentemente si trattava di qualcos’altro, dell’anima e del daimon forse, e dunque della “forza del carattere”, come avrebbe detto James Hillman.

A questo proposito, in sue opere fondamentali, come Il codice dell’anima, Hillman, il grande continuatore di Jung, ha preso in esame la vita di illustri personaggi come l’attrice Judy Garland, Pablo Picasso, Gandhi mostrando gli effetti nello sviluppo della propria vita incontrati da chi ha seguito il proprio dàimon, quel fuoco interiore, quella energia invisibile, di origine mitica secondo Hillman, che ci spinge a superare gli ostacoli e che orienta e carica il nostro destino, sottraendolo al determinismo di una semplice derivazione da antenati, precursori, condizionamenti oggettivi, del DNA ecc. ecc. , richiedendoci di fare un lavoro sulla nostra persona per sottrarla al meccanismo determinista dei dati di realtà ritenuti insuperabili, dando ad esempio la voce al puer dei nostri sogni, alla fantasia creativa che va oltre l’immediatezza e risale agli archetipi.

Tuttavia, parlare di diseguaglianza, inevitabilmente, a mio parere non evoca soltanto questi quadri potenziali che ci aiuterebbero a superare i condizionamenti imposti, a uscire dai confini di una fattualità che ci vorrebbe imprigionare. Parlare di diseguaglianza significa evocare forme di discriminazione. L’orizzonte così si carica non più soltanto di funzioni inconsce ma di quella propensione del potere, che lo stesso Hillman ha affrontato suggestivamente in un suo studio, e che a mio parere attiene strettamente alla svolta economicista che alla nostra società è stata impressa dall’avvento delle macchine nell’Ottocento e anche dai conseguenti processi democratici. Il lavoro, in effetti, e anche il mancato lavoro, è il luogo di partenza della discriminazione, anzitutto per il fatto che certi valori intrinseci della persona, il suo potenziale, le sue cariche creative e immaginifiche, i suoi dati di personalità, vengono conculcati dalla richiesta di prestazioni che trascurano le attitudini e le aspirazioni; al contrario, esse vorrebbero essere definite prematuramente una volta per tutte, quando ad esempio la scuola determina quali debbano essere gli orizzonti a cui può aspirare l’allievo.

Diciamo allora che la diseguaglianza non è unicamente questione sociale, di origine e appartenenza a un ceto e a un contesto ma è connessa alla mancata reciprocità nell’operare umano, nella trascuratezza a cui vengono sottoposte le persone più disagiate, alla mancanza di interlocutori adeguati ai bisogni. La diseguaglianza allora si misura nella vita quotidiana, nella disponibilità ad esempio dei servizi sanitari, nella mancata informazione sulle caratteristiche e le proprietà dei prodotti che vengono consumati, a cominciare da quelli alimentari. Così la diseguaglianza dal tema della discriminazione sulle reali attitudini e capacità arriva al problema della disinformazione lentamente scivolando sugli orizzonti della formazione.

La scuola in effetti è il luogo nel quale ciascuno di noi, se ne è stato consapevole, ha misurato la diseguaglianza, la difformità di trattamento a partire ad esempio dalla valutazione del proprio studio e lavoro, quando essendo richiesta l’acquisizione di un sapere, veniva messa in secondo piano l’attitudine, il daimon. Chiediamoci perché certi o certe insegnanti e docenti sono rimasti impressi in modo favorevole (o sfavorevole) nella nostra mente, quella mente allora intransigente, se vogliamo, con cui commisuravamo i propri desideri rispetto ai rapporti in famiglia o nella crescita di ciascuno di noi.

Vorrei in conclusione collegare, in quanto semiologo, la diseguaglianza alla crescita, alle molteplici capacità cioè di dare senso ai segnali che produciamo e che ascoltiamo o vediamo, alla constatazione della straordinaria varietà degli input che riceviamo e del loro differente potenziale, anche perché le tecnologie sono spietate nel rilevare difformità e deficit, oppure genialità, oppure automatismi. Intelligenze e sensibilità estremamente varie e variabili che rischiano di confluire poi tutte nel collo stretto di quell’imbuto dove la mutevolezza e la diversità dei soggetti, delle condizioni umane, delle aspirazioni e delle aspettative finiscono per essere amministrate in modo univoco, inesorabile, come se le alternative fossero soltanto patologiche o minacciose. Bloccando il destino di ognuno nell’adeguazione a standard naturalizzati, rendendo la diseguaglianza una moneta di scambio, piccola o grande che sia, ma pur sempre una moneta, come i dieci centesimi o i due euro che stanno nel nostro portafoglio, diseguali ma sempre monete, strumenti dello stesso meccanismo.

Riprendiamoci invece altre unità di misura: il nostro dàimon, la nostra fantasia, le nostre storie, il nostro spirito, la nostra anima, la nostra sensibilità, la nostra immaginazione. Nella dimensione cioè dove le differenze sono questioni di dignità non soltanto di calcolo.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

La Povertà ed il Metadone di Stato.

Giorgia Meloni a Dritto e Rovescio di Rete4 il 9 settembre 2021.

Del Debbio: Ha definito il reddito di cittadinanza una sorta di Metadone di Stato”. Senta cosa gli ha risposto Giuseppe Conte interpellato dal nostro Angelo Macchiavello.

Giuseppe Conte: E’ un’espressione volgare, veramente offensiva. Il Reddito di Cittadinanza ha ridato dignità ai cittadini. Se usiamo questo linguaggio, togliamo dignità ai cittadini.…

Giorgia Meloni: Ma guardi non so cosa ci sia di volgare agli occhi dell’ex presidente del Consiglio. Può essere un’espressione che lui considera irrispettosa, ma non verso i cittadini, ma verso di lui. Verso il Movimento 5 Stelle. Verso chi ha voluto il reddito di Cittadinanza. Guardi, io ho detto una cosa molto precisa. Ho detto che il principio del Reddito di Cittadinanza in rapporto alla povertà è lo stesso principio che si usa con il Metadone in rapporto ad una persona tossico dipendente. Perché che cosa fa il Metadone. Il Metadone non risolve il problema di quella persona: la mantiene in quella condizione, perché non dia fastidio allo Stato. Col Reddito di Cittadinanza la mentalità è esattamente la stessa: io non risolvo il problema della povertà di quella persona trovandole un lavoro, dandole la possibilità di migliorare la sua condizione. No, io la mantengo in quella condizione, serva di una politica che sono costretto a votare, perché magari mi dà la paghetta, senza poter mai migliorare. Diceva, l’ho detto tante volte, diceva il premio Nobel per l’economia Amartya Sen che la povertà non è semplicemente la mancanza di soldi. La vera povertà è l’impossibilità che tu hai di migliorare la condizione nella quale ti trovi, che è data dal contesto che ti circonda. Quando io, ad esempio, sentì dire dall’allora ministero dell’economia per il Sud che la soluzione che il Governo aveva individuato era il Reddito di Cittadinanza, io non ci sto. Perché non ci sto a dire al Mezzogiorno d’Italia che quelle persone non possono migliorare la loro condizione. Che non ci sarà mai un investimento infrastrutturale, che non ci sarà mai uno sviluppo vero. Che non ci sarà mai una crescita; una possibilità di competere ad armi pari. No, tutti a 300, 400, 500 euro col Movimento 5 Stelle, rimanendo esattamente lì dove si è. Questo è lo stesso principio del Metadone di Stato.

Aggiungo io, Antonio Giangrande, Metadone di Stato è anche il considerare mafiosi tutti i cittadini meridionali e per gli effetti tutte le imprese meridionali. Le informative amministrative antimafia artefatte che precludono l'esercizio delle imprese del Sud solo per il sentore di mafiosità, dovuto a mille fattori non delinquenziali. Gli annosi procedimenti giudiziari antimafia di alcuni Pm mediatici, che spesso risultano dei bluff. La distruzione metodica del tessuto produttivo meridionale, nell'interesse delle imprese del Nord, porta desertificazione lavorativa e assoggettamento all'assistenzialismo che perdura la povertà. Senza impresa non c'è lavoro. 

Estratto dell’articolo di Elisa Forte per “la Stampa” il 5 giugno 2023.

[…] Nel Paese i senzatetto sono quasi 100mila. L'Istat a fine 2021 ne ha censiti 96.197. Sono perlopiù uomini (67%), italiani (62%) e con un'età media di 41 anni. Impietoso il confronto con il resto della popolazione: in media si muore a 84 anni, le persone senza dimora a circa 47. 

Le cause? Le condizioni di salute precarie (37%). Il 23% del totale in Italia vive a Roma (22mila). Milano ne conta 8.541, Napoli 6.601 (con la quota di donne più elevata), Torino 4.444.

È una strage invisibile solo per chi si gira dall'altra parte. I morti l'anno scorso sono stati 393. Più di uno al giorno. I corpi (e le croci) disseminati per strada, sui marciapiedi, sulle panchine, tra i cartoni-giaciglio sono visibili ed esposti. 

Sono scandalosi. Secondo l'osservatorio della Fiopsd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora) "le morti sono raddoppiate". È il bilancio più pesante degli ultimi 3 anni: l'incremento è del 55% rispetto al 2021 e dell'83% rispetto al 2020. […]

Estratto dell’articolo di Danilo Ceccarelli per “la Stampa” il 5 giugno 2023.

[…] Qui sono in molti ad aver sentito parlare del progetto del governo, che in vista delle Olimpiadi di Parigi del prossimo anno vuole sgomberare l'Île-de-France dai senzatetto mandandoli in provincia. A metà marzo è stato chiesto alle prefetture di tutta la Francia di creare nuovi centri di "accoglienza temporanea regionali", dove trasferire i senzatetto della regione parigina, in gran parte migranti, prima di ricollocarli nel "tipo di struttura che corrisponde alla loro situazione". […]

L'iniziativa ha sollevato un polverone. Le opposizioni di sinistra e diverse associazioni l'hanno giudicata disumana, denunciando un'operazione di facciata per rendere Parigi più attraente agli occhi di tutto il mondo una volta che si accenderanno i riflettori delle Olimpiadi.

Il ministro delle Politiche abitative, Olivier Klein, garantisce che l'obiettivo è quello di smaltire il sovraffollamento nei centri della capitale e che la concomitanza con i Giochi è solo un caso. 

[…] «Li vogliono cacciare lontano per nascondere la miseria!», tuona Hervé. Lui la strada la conosce bene perché ci ha vissuto per sette mesi una ventina di anni fa dopo essersi separato dalla moglie. Oggi si è rifatto una vita e fa il volontario quando non lavora come netturbino.

«Vogliono mostrare una Parigi senza problemi, ma non ci riusciranno perché non possono certo obbligare la gente ad andarsene», spiega il 60enne in un momento di pausa, mentre Hamid accanto a lui continua ad urlare e a scherzare con la gente in fila. […]

Antonio Giangrande: Noi non siamo poveri. Ci vogliono poveri. Non siamo in democrazia. Siamo in oligarchia politica ed economica.

Perchè i regimi cosiddetti democratici ci vogliono poveri? Per incentivare lo schiavismo psicologico che crea il potere di assoggettamento. Nessun regime capitalistico o socialista agevola il progresso economico delle classi più abbienti e numerose, che nelle cosiddette democrazie rappresentative sono indispensabili alla creazione ed al mantenimento del Potere.

Il Regime capitalista è in mano a caste e lobby che pongono limiti e divieti al libero accesso ed esercizio di professioni ed imprese.

Il regime socialista è in mano all'élite politica che pone limiti alla ricchezza personale.

Tutti i regimi, per la loro sopravvivenza, aborrano la democrazia diretta e l'economia diretta. Infondono il culto della rappresentanza politica e della mediazione economica. Agevolano familismo, nepotismo e raccomandazioni.

Muhammad Yunus, l’economista bengalese settantottenne, Nobel per la pace nel 2006, che con l’invenzione del microcredito in 41 anni ha cambiato l’esistenza di milioni di poveri portandoli a una vita dignitosa, non ha avuto esitazioni, giovedì 17 maggio 2018 all’Auditorium del grattacielo di Intesa San Paolo a Torino, nell’indicare la via possibile verso l’impossibile: eliminare la povertà. E contestualmente la disoccupazione e l’inquinamento. Come riferisce Mauro Fresco su Vocetempo.it il 24 maggio 2018, tutto il sistema economico capitalistico, nell’analisi di Yunus, deve essere riformato. A partire dall’educazione e dall’istruzione, immaginate per plasmare persone che ambiscono a un buon lavoro, a essere appetibili sul mercato; ma l’uomo non deve essere educato per lavorare, per vendere se stesso e i propri servizi, deve essere formato alla vita; l’uomo non deve cercare lavoro, ma creare lavoro, senza danneggiare altri uomini e l’ambiente. Perché ci sono i poveri, si domanda Yunus, perché la gente rimane povera? Non sono gli individui che vogliono essere poveri, è il sistema che genera poveri. Ci stiamo avviando al disastro, sociale e ambientale: oggi, otto persone possiedono la ricchezza di un miliardo di individui, questi scenari porteranno, prima o poi, a uno scenario violento: dobbiamo evitarlo. La civiltà è basata sull’ingordigia. Dobbiamo invece mettere in atto la transizione verso la società dell’empatia.

Yunus ha dimostrato, con il microcredito prima e con la Grameen Bank poi, che quella che a economisti e banchieri sembrava un’utopia irrealizzabile è invece un’alternativa concreta, che dal Bangladesh si è via via allargata a più di 100 Paesi, Stati Uniti ed Europa compresi. Con ironia, considerando la sede che lo ospitava, Yunus ha ricordato che, quando qualcuno gli ribadiva che un progetto non era fattibile, «studiavo come si sarebbe comportata una banca e facevo esattamente il contrario». Fantasia, capacità di rischiare e, soprattutto, conoscenza e fiducia nell’umanità, in particolare nelle donne, sono i segreti che hanno permesso di dar vita a migliaia di attività imprenditoriali, ospedali, centrali fotovoltaiche, sempre partendo dal basso e da progettualità diffuse. L’impresa sociale, che ha come obiettivo coprire i costi e reinvestire tutti profitti senza distribuire dividendi, sostiene Yunus, è l’alternativa possibile e molto concreta per vincere «la sfida dei tre zeri: un futuro senza povertà, disoccupazione e inquinamento», titolo anche del suo ultimo lavoro pubblicato da Feltrinelli. L’impresa sociale può permettersi di produrre a prezzi molto più bassi, non ha bisogno di marketing pervasivo, campagne pubblicitarie continue, packaging attraente per invogliare il consumatore. Così anche le "verdure brutte", quel 30 per cento di produzione agricola che l’Europa butta perché di forma ritenuta non consona per essere proposta al consumatore – «la carota storta, la patata gibbosa, la zucchina biforcuta una volta tagliate non sono più brutte» ha ricordato sorridendo Yunus – possono essere utilizzate da un’impresa sociale e messe in vendita per essere cucinate e mangiate.

«Il reddito di cittadinanza per tutti? È questo che intendiamo per dignità della persona? Ai poveri dobbiamo permettere un lavoro dignitoso, la carità non basta».

Il premio Nobel Yunus: "Il reddito di cittadinanza rende più poveri e nega la dignità umana". Scrive il HuffPost il 13 maggio 2018. L'economista ideatore del microcredito intervistato dalla Stampa: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo e senza creatività". "Il reddito di cittadinanza rende più poveri, non è utile a chi è povero e a nessun altro, è una tipica idea di assistenzialismo occidentale e nega la dignità umana". Parola di Muhammad Yunus, economista e banchiere bengalese che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2006 per aver ideato e creato la "banca dei poveri". In un'intervista a La Stampa, l'inventore del microcredito boccia tout court il caposaldo del programma M5S: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo".

Secondo Yunus l'Europa ha un grande limite. "L'Asia avrebbe bisogno di molte cose che in Europa ci sono e ci sono da tanto tempo, ma trovo che da voi ci sia un pensiero unico che limita gli slanci. Mi spiego meglio: le società europee sono ossessionate dal lavoro, tutti devono trovare un lavoro, nessuno deve rimanere senza lavoro, le istituzioni si devono preoccupare che i cittadini lavorino... Invece in Asia la famiglia è il luogo più importante e non c'è questo pensiero fisso del lavoro: esiste una sorta di mercato informale, in cui gli uomini esercitano loro stessi come persone. Penso che la lezione positiva che viene dall'Asia sia quella di ridisegnare il sistema finanziario attuale, privilegiando la dignità delle persone e il valore del loro tempo".

Durissimo il giudizio sul reddito di cittadinanza. "è la negazione dell'essere umano, della sua funzionalità, della vitalità, del potere creativo. L'uomo è chiamato a esplorare, a cercare opportunità, sono queste che vanno create, non i salari sganciati dalla produzione, che per definizione fanno dell'uomo un essere improduttivo, un povero vero".

Noi abbiamo una Costituzione comunista immodificabile con democrazia rappresentativa ad economia capitalista-comunista e non liberale.

I veri liberali adottano l'economia diretta con la libera impresa e professione. Lasciano fare al mercato con la libera creazione del lavoro e la preminenza dei migliori.

I veri democratici adottano la democrazia diretta per il loro rappresentanti esecutivi, legislativi e giudiziari, e non quella mediata, come la democrazia rappresentativa ad elevato astensionismo elettorale, in mano ad un élite politica e mediatica.

Ci vogliono poveri e pure fiscalmente incu…neati.

Quanto pesa il cuneo fiscale sui salari in Italia? E in Europa? Nell'ultimo anno la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà, scrive l'Agi.

Che cos’è il cuneo fiscale e quanto pesa in Italia. Il cuneo fiscale – in inglese Tax wedge – è definito dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) come «il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio (una persona single con guadagni nella media e senza figli) e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore».

Nella definizione dell’Ocse sono comprese oltre alle tasse in senso stretto anche i contributi previdenziali. Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente ma nelle casse dello Stato. Nel caso dei contributi, i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione (ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono oggi erogate: non è che il pensionato incassi quanto lui stesso ha versato nel corso della propria vita, come se avesse un conto personale e separato presso l’Inps).

Secondo il più recente rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 – pubblicato l’11 aprile 2019 – nel 2018 in Italia la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà. Ma come siamo messi in Europa da questo punto di vista?

La situazione in Europa. Il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 contiene anche una classifica dei suoi Stati membri, in base al peso del cuneo fiscale. Andiamo a vedere come si posizionano l’Italia e il resto degli Stati Ue presenti in classifica. Roma arriva terza, con il 47,9 per cento. Davanti ha il Belgio, primo in classifica con un cuneo fiscale (e contributivo) pari al 52,7 per cento, e la Germania con il 49,5 per cento. Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6 per cento, appaiata con l’Austria. Seguono poi Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia. Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi sono nettamente più in basso in classifica: la Spagna è sedicesima nella Ue con il 39,6 per cento, la Polonia ventesima con il 35,8 per cento, e il Regno Unito ventitreesimo con il 30,9 per cento. Londra è poi, dei Paesi Ue che sono anche membri dell’Ocse, quello con il cuneo fiscale minore.

Altri Paesi Ocse. In fondo alla classifica dell’Ocse non troviamo nessuno Stato dell’Unione europea. La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, appena il 7 per cento di cuneo fiscale. Davanti, staccati, arrivano poi Nuova Zelanda (18,4) e Messico (19,7). Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2 per cento. Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6 per cento. La media Ocse è del 36,1 per cento.

Conclusione. In Italia il cuneo fiscale è pari al 47,9 per cento. Questa è la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. Davanti a Roma si trovano solamente Berlino e Bruxelles.

CI STANNO PORTANDO NELLA GIUSTA DIREZIONE? Mariano Amici il 2 Settembre 2023

CONTINUIAMO A FAR MATURARE LE COSCIENZE.

Per entrare in riflessione leggete questo racconto emozionante di un’ Italia ormai scomparsa pubblicato da Eraldo Pecci

“A metà degli anni Sessanta c’era lavoro, crescita, ottimismo. La gente lavorando acquisiva certezze e benessere. Ci si costruiva la casa, si comprava prima la Vespa e poi la si cambiava con l’auto, il frigorifero, la televisione. E d’estate si cominciava a potersi permettere la vacanza in riviera. Noi abitavamo al mare e, visto che arrivava gente, ci organizzavamo per accoglierla. Quei tre mesi di lavoro erano detti “la stagione” ed era normale che si iniziasse a farla anche da bambini.

Io cominciai nel giugno del 1965 quando avevo da poco compiuto dieci anni. Barista con mio fratello Maurizio. Lui era “grande”, di anni ne aveva ormai quattordici. Orario di lavoro dalle 8 alle 13 e dalle 19 alle 22.30-23. Cento o centocinquanta lire al giorno, non ricordo bene, la paga. Mi sentivo utile e importante. Anche se mi ci voleva la cassetta vuota della Coca-Cola sotto i piedi perché altrimenti non arrivavo all’altezza giusta per fare i caffè o per disporre le cose sul bancone. Riempivo i frigoriferi tutte le sere prima di andarmene, controllavo le cose da ordinare ai fornitori, preparavo piattini, tazze, cucchiaini, bicchieri, zucchero, nei vassoi che i camerieri avrebbero solo dovuto portare per servire i clienti. Pulivo e lucidavo le mensole con su gli alcolici e gli amari, davo lo straccio e preparavo tè, camomille e perfino cocktail. Si iniziava da apprendisti e grazie all’aiuto e alla pazienza dei più grandi in poco tempo si apprendeva davvero.

Che bello era, ogni tanto, ritrovarsi con gli amici, che lavoravano a loro volta, a mangiare una pizza e pagare il conto con le mance guadagnate! Che bello era conoscere gente di ogni parte d’Italia e d’Europa! Imparare parole di altre lingue. Avere le chiavi di casa in tasca e l’impressione di non pesare sugli altri. E tutte le notti depredare il frigorifero e lasciare comunque qualcosa a Maurizio se rientrava dopo, come lui faceva con me se rientravo più tardi io. Qualunque fosse la sequenza, il mattino la mamma trovava regolarmente il frigo vuoto. Bei tempi, belle sensazioni.” -Eraldo Pecci (Ci piaceva giocare a pallone)

«Abbiamo perso tutto», in coda al Banco dei pegni. E c'è chi si vende gli autografi di Maradona e Platini. Nicolò Fagone La Zita su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023.

Lo spaccato di una società in ginocchio. I clienti abituali: «Torneremo finché avremo beni in casa». Un addetto allo sportello: «Ciò che mi sorprende è la presenza in costante aumento della classe media» 

«Sono in coda per provare a vendere i bracciali che hanno regalato ai miei figli per la comunione. Mi piange il cuore, alcuni di questi oggetti sono ricordi importanti, ma non posso fare altro. Cosa racconterò ai miei figli? Che la mamma li ha ceduti in un momento di difficoltà, oppure fingerò di averli persi. Quando sarà il momento valuterò. Per ora hanno ancora 12 e 15 anni». 

Indebitati durante la pandemia 

Vittoria, 43 anni, è una delle tante torinesi in coda al banco dei pegni. Qualcuno si rivolge ad «Affide», in piazza della Repubblica, altri a «ProntoPegno», in via XX Settembre. Facce stanche, sguardi bassi, poca voglia di parlare. I vetri temperati delle vetrine nascondono l’identità di chi è all’interno perché la privacy, in certi casi, vale ancora di più. Molti sono clienti abituali, e chiedono alla persona presente allo sportello dove sia il collega che li aveva serviti l’altra volta. 

«Tiriamo avanti»

Hanno iniziato a recarsi al monte dei pegni dai tempi del Covid, e da lì non hanno più smesso. «Sarà così finché avrò ancora beni a disposizione — racconta Alberto, 58 anni — prima della pandemia io e mia moglie gestivamo un ristorante, ma gli aiuti dello Stato sono stati tardivi e insufficienti. Abbiamo perso quasi tutto. La banca ci ha pignorato la casa, perché non siamo riusciti a stare dietro al mutuo. Adesso siamo in affitto e ci arrabattiamo con lavori saltuari». 

Oro, argento, orologi

Quasi tutti, all’interno della stanza completamente bianca e spoglia, fissano ossessivamente il ticket che si stacca all’entrata, dove è indicata la precedenza di chi è in attesa. Lo sguardo vola rapido tra il biglietto che si ha tra le mani e il monitor, che viene aggiornato ogni qualvolta qualcuno esca. Difficile stabilire un identikit di chi è in fila, i profili sono eterogenei. Giovani, anziani, avvocati, liberi professionisti, dipendenti, la crisi e l’inflazione non risparmiano nessuno. E per contrastarle si porta di tutto, soprattutto oro, argento, gioielli e orologi. 

La disperazione

La tensione è tangibile, c’è sconforto e disperazione. Ma questa è una soluzione veloce: si entra e nel giro di massimo 20-25 minuti si ha un prestito, senza grossi problemi, con una polizza da tre a nove mesi. Nessuno chiede che lavoro si fa, se si hanno debiti, quale situazione si vive. Clienti che difficilmente avrebbero un prestito in banca possono contare su un’ultima ancora di salvataggio. Per il riscatto del bene in pegno si vedrà, l’importante è avere liquidità oggi, subito, nell’immediato. Cercando di ottenere il più possibile rispettando i limiti di legge, che fissano a 4 mila 999 euro 99 centesimi la quota massima per il pagamento in contanti. 

In fila

In coda gli accenti si mischiano: nord, sud, estero, lo spaccato è quello di una società in ginocchio. E qualcuno cerca di sbancare il lunario anche con un po’ di fantasia: «Queste due firme sono gli autografi di Maradona e Platini — sottolinea Sergio, 62 anni — vediamo quanto me li valuteranno». Ma una volta arrivato allo sportello, il suo tentativo va in fumo: «Mi spiace, ma non ritiriamo questa tipologia di oggetti» dice l’addetto. «Peccato — risponde Sergio — vorrà dire che li venderò su internet. Magari torno domani con un paio di tappeti». «No no, lasci stare, non prendiamo neanche quelli», aggiunge il dipendente, per lo scoramento di Sergio. 

«Eppure una volta non era così — commenta un’anziana — anzi ricordo che si portava praticamente di tutto. Vent’anni fa potevi persino mettere in pegno le zanne di elefante, ora questi centri fanno gli schizzinosi». 

I dati di Affide

D’altronde è dal 1500 che in Italia esistono i banchi dei pegni, prestiti assicurati in cambio di beni personali. Ma tra chi è in coda c’è anche qualcuno che si limita a rinnovare il prestito, nella speranza di poterlo riscattare quando le cose si sistemeranno. Secondo i dati forniti da Affide, infatti, nel 95 per cento dei casi i clienti riescono a riappropriarsi del bene consegnato all’azienda. 

Il caso di Mattia

Difficilmente però sarà il caso di Mattia, 28 anni, laureato in filosofia: «Lavoro come cameriere — spiega — ma un contratto da mille euro al mese oggi non basta più. Sto per cedere un bracciale che mi aveva regalato la mia ex, non credo che riuscirò a riscattarlo ma voglio tenermi la porta aperta. Da un compro oro otterrei di più, ma voglio essere ottimista». 

Carlo e il funerale da pagare 

Carlo invece, 32 anni, è impegnato a consegnare i beni del padre per potersi permettere il suo funerale. «Mi ha cresciuto nel migliore dei modi — racconta con fierezza — ma nell’ultimo periodo si era indebitato. Sto dando in pegno i suoi orologi per pagare l’agenzia funebre e rinunciare all’eredità, visto che lo Stato per chiudere la pratica mi chiede 700 euro. Mio figlio ha appena quattro mesi, e dovrà fare lo stesso quando sarà maggiorenne. Un’assurdità». Il padre, però, ha avuto il tempo di «conoscere il nipote, e almeno per questo sono felice». 

Il dipendete

La giornata al banco dei pegni finisce alle 16.15. Ma prima di abbassare la saracinesca, anche uno dei dipendenti vuole dire la sua: «Facendo questo lavoro tocchi con mano la realtà quotidiana — racconta — e rispetto al periodo del Covid registriamo meno persone, ma i flussi rimangono continui. Ciò che mi sorprende è che è sempre più presente la classe media. Persone con un lavoro normale, vestite bene, che però fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. E così sono disposti a sacrificare, a tempo, oggetti che tengono in cassaforte da una vita. Vengono qui per nascondere le apparenze».

(ANSA il 28 Marzo 2023) Da decenni la nostra società ha vissuto grandi trasformazioni e al contempo l'area della povertà è cresciuta in maniera molto importante: nel 2021 circa due milioni di famiglie si trovano in una situazione di povertà assoluta, ossia più del doppio rispetto al 2005". E' quanto emerge dal rapporto della Fondazione Cariplo sulle disuguaglianze.

"Da anni assistiamo a una frammentazione crescente che crea un divario di futuro e di prospettiva di vita: è in questo spazio che perdiamo il potenziale umano di tanti ragazzi, di tanti lavoratori, di tanti cittadini del domani", evidenzia il presidente delle'Ente, Giovanni Fosti. "Davanti a questo la Fondazione Cariplo, che da sempre investe sulle potenzialità delle persone e sui legami di comunità, vuole mettersi in dialogo - rileva Fosti - con gli altri soggetti che possono contribuire al contrasto della disuguaglianza".

Dal rapporto peraltro emerge che oggi in Italia solo l'8% dei giovani con genitori senza un titolo superiore ottiene un diploma universitario contro il 22% della media Ocse. "Se vogliamo scardinare la dinamica dove chi ha poche opportunità è destinato ad averne sempre meno - prosegue Fosti - non possiamo attendere che siano proprio queste persone a prendere l'iniziativa, ma dobbiamo deliberatamente e tenacemente andare a cercarle. In altre parole, siamo convinti che davanti a questa disuguaglianza di possibilità sia necessario passare da un atteggiamento di attesa a uno di iniziativa", sostiene il presidente della Fondazione Cariplo.

Estratto dell’articolo di Paolo Foschini per il “Corriere della Sera” il 29 Marzo 2023

«Un cazzotto nello stomaco», lo ha definito il cardinale Matteo Zuppi. È il primo Rapporto sulle disuguaglianze in Italia , realizzato da Fondazione Cariplo […] nel 2005 avevamo 1,9 milioni di poveri e oggi ne abbiamo più di cinque e mezzo, mentre la forbice tra loro e i ricchi anziché stringersi si allarga.

 […] Il rapporto è stato presentato a Milano con la partecipazione tra gli altri di Gian Paolo Barbetta per Fondazione Social Venture, Giordano Dell’Amore Evaluation Lab, di Enrica Chiappero dell’Università di Pavia, commentato a caldo dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina e dal presidente di Generali Italia Andrea Sironi.

Questa prima edizione è focalizzata sul momento di origine delle disuguaglianze, quello della formazione, i cui meccanismi appaiono oggi sempre più inadeguati a permettere il funzionamento dell’ascensore sociale: i figli dei laureati si laureano o perlomeno ci provano, gli altri sempre meno. «La retorica del merito — ha scandito Zuppi — è oggi più che mai fuori luogo perché sono i punti di partenza che creano opportunità o meno.

Il merito va dato a tutti».

 E non farlo, ha proseguito il cardinale presidente della Cei, è una violazione della Costituzione: «È compito della Repubblica — ha ripetuto il cardinale citando l’articolo 3 — rimuovere gli ostacoli sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona». […]

Estratto dell’articolo di R.E. per “la Stampa” il 29 Marzo 2023

 «Per combattere la povertà e le disuguaglianze in Italia è necessario che qualcosa venga fatto a livello di Governo e di pubblico». A dirlo, in maniera diretta e senza giri di parole, è l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, intervenuto ieri alla presentazione del rapporto sulle disuguaglianze della Fondazione Cariplo: «È un cazzotto nello stomaco» ha aggiunto il banchiere. […]

In tal senso il numero uno di Intesa Sanpaolo rileva come il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) «da realizzare è una priorità assoluta per il nostro Paese. Se questo succede tutte le istituzioni private […] possono contribuire a fare in modo che da questo percorso si possa generare una forte mitigazione delle disuguaglianze». […]

Antonio Giangrande: Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

Gennaio, tempo di notifica delle cartelle esattoriali inviate il 31 dicembre, per impedirne la prescrizione quinquennale. Gennaio tempo di scoperte e di sorprese.

Il “No Profit” paga Imu e Tasi dei locali dove svolge la sua attività.

Intervento del Sociologo storico, dr Antonio Giangrande, autore, tra gli altri, anche del saggio UGUAGLIANZIOPOLI e relativi aggiornamenti annuali.

L’Italia è il Paese del foraggiamento a pioggia, dove tutti chiedono e dove tutti ottengono. Eppure si trascura quel mondo fatto di centinaia di migliaia di associazioni di volontariato: il cosiddetto “No Profit”.

Mondo che supplisce a tutte quelle mancanze statali a sostegno dei diritti inalienabili dei cittadini.

La Costituzione, appunto, prevede la tutela del Principio di solidarietà e di Uguaglianza, ma, come sempre in questa Italia, tutti i principi costituzionali vengono sempre calpestati. Per inciso con l’intercalare: vanno a farsi fottere.

Il “No Profit”, proprio per sua stessa definizione, non produce reddito. La sua attività si basa sull’opera di milioni di volontari che, gratuitamente, prestano la loro opera materiale ed intellettuale.

Il Volontariato, non producendo reddito, va da sé, logicamente, non può acquistare nulla per sé, né essere proprietario di alcunché.

La sede legale è spesso sita presso un locale messo a disposizione gratuitamente dal presidente dell’associazione, o da un suo componente, o da terzi benefattori.

Quindi di quel locale con il COMODATO si ha l’UTILIZZO e non il POSSESSO.

Il Dlgs 504/1992 (Riordino della finanza degli enti territoriali), al Titolo I, Capo I (Imposta Comunale sugli Immobili), art. 7 comma 1 lett. I (Esenzioni), in ossequio alla Costituzione prevedeva la dicotomia Utilizzo e Possesso, prevedendo l’esenzione dell’Imu/Tasi sia per i possessori sia per gli utilizzatori, se diversi dai proprietari. In questo caso viene premiato il COMODATO D’USO a fini solidaristici.

Invece, i Comuni hanno pensato bene di non distinguere i possessori dagli utilizzatori, inquadrando l’esentato in una sola figura: ossia il proprietario deve essere l’utilizzatore.

A tal riguardo si riporta, a titolo esemplare, la Deliberazione del Consiglio Comunale di Avetrana con oggetto l'approvazione del Regolamento per l’applicazione dell’Imposta municipale propria IMU del 15/06/2012, nell'art. 5(Immobili utilizzati dagli enti non commerciali), discostandosi dai principi previsti dal legislatore, che recita “L'esenzione prevista dall'art. 7, comma 1, lettera i) del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, si applica soltanto ai fabbricati ed a condizione che gli stessi, oltre che utilizzati, siano anche posseduti dall’ente non commerciale utilizzatore”. Regolamento adottato dai Consiglieri Mario De Marco, sindaco, Enzo Tarantini, assessore al ramo, Antonio Minò, Daniele Petarra, Antonio Baldari, Vito Maggiore, Pietro Giangrande e Cosimo Derinaldis, presidente del Consiglio. Il Funzionario del servizio ragioneria, Antonio Mazza, esprimeva parere favorevole.

La casistica riporta i casi in cui vi sia l’utilizzo indiretto di un beneficiario. Prendendo in esame solo i casi in cui i beni ecclesiastici, di per sé esentati, vengono utilizzati da terzi, con le stesse finalità solidaristiche. Non si parla di possessori privati che prestano i loro beni gratuitamente alle associazioni di Volontariato.

Si denota con stupore che, se da una parte le commissioni tributarie ed il Ministero dell’Economia e Finanze si esprimono in ossequio ai principi del legislatore del 1992, prevedendone la dicotomia POSSESSO ED UTILIZZO, la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione se ne discostano, riconoscendo l’esenzione solo a quei “No Profit” che oltre ad essere utilizzatori siano anche possessori.

Va da se che termine più aleatorio nel diritto civile è quello del POSSESSO, ma in questo caso si intende PROPRIETA’ O USUFRUTTO, e non COMODATO.

Il Legislatore, con la sua profonda saggezza, ha insistito sul punto, in ossequio ai fini solidaristici costituzionali.

Con riferimento agli Enti non commerciali, la Legge di Bilancio 2020 non modifica la precedente agevolazione prevista dall’art. 7 co. 1 lett. i) del D.Lgs. 504/1992, ovvero per tali enti prevista l’esenzione dal pagamento dell’Imu qualora ricorrano i seguenti requisiti:

· L’immobile sia posseduto e/o utilizzato da enti non commerciali di cui all’art. 73 co 1 lettera c) del TUIR;

· Lo stesso sia destinato, in via esclusiva, allo svolgimento, con modalità non commerciali, di una o più delle attività elencate all’art. 7, co1 lett. a) del D.lgs. 504/1992 (assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive).

Per la legge di bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022, n. 160/2019, nell'art. 1 comma 759 “Sono esenti dall'imposta, per il periodo dell'anno durante il quale sussistono le condizioni prescritte: g) gli immobili posseduti e utilizzati dai soggetti di cui alla lettera i) del comma 1 dell'articolo 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità' non commerciali delle attività' previste nella medesima”. Con questa enunciazione la legge di Bilancio 2020 sembra discostarsi dai principi previsti dal legislatore del 1992.Ma la vera novità è introdotta dalla Legge di Bilancio 2020 nell'art. 1 comma 777 che prevede la possibilità per i Comuni di prevedere l’esenzione del pagamento IMU sugli immobili dati in comodato d’uso gratuito alle associazioni, a prescindere dall’attività svolta dall’ente.

Art. 1 comma 777. “Ferme restando le facoltà di regolamentazione del tributo di cui all'articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, i comuni possono con proprio regolamento: (…)

e) stabilire l'esenzione dell'immobile dato in comodato gratuito al comune o ad altro ente territoriale, o ad ente non commerciale, esclusivamente per l'esercizio dei rispettivi scopi istituzionali o statutari”.

Questo significa la possibilità di un’esenzione del pagamento IMU sugli immobili che spesso il presidente e / o altri dirigenti cedono a titolo gratuito. Ricordiamo che la scelta in merito a questa esenzione viene rimandata ai comuni, quindi sarà fondamentale verificare i regolamenti comunali e, se ce ne sono le condizioni, fare pressione affinché il Comune si muova in tal senso.

Degna di nota è la citazione del Comune di Falconara, in nome del vice sindaco Raimondo Mondaini, con delega al Bilancio. Comune che tra i primi, con merito, ha previsto l’esenzione IMU per quegli immobili ceduti gratuitamente alle associazioni di volontariato.

Quando il Legislatore ha configurato l’ipotesi di esenzione da Imu e Tasi per la platea degli enti non commerciali lo ha fatto con riferimento agli immobili che vengono direttamente utilizzati nella loro attività “istituzionale”.

In particolare, è l’articolo 9, comma 8, D.Lgs. 23/2011 a disporre che si applica all’Imu l’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lett. i), D.Lgs. 504/1992 recante disposizioni in materia di imposta comunale sugli immobili “destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”.

Con il D.L. 16/2014, invece, al fine di assimilare il trattamento della Tasi a quello dell’Imu, l’articolo 1, comma 3 del citato decreto rende applicabili alla Tasi quasi tutte le esenzioni applicabili all’Imu, tra le quali certamente spicca quella riservata agli enti non commerciali, stabilendo che “Sono esenti dal tributo per i servizi indivisibili (Tasi) gli immobili posseduti dallo Stato, nonché gli immobili posseduti, nel proprio territorio, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, ove non soppressi, dagli enti del servizio sanitario nazionale, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali. Sono altresì esenti i rifugi alpini non custoditi, i punti d’appoggio e i bivacchi. Si applicano, inoltre, le esenzioni previste dall’articolo 7, comma 1, lettere b), c), d), e), f), ed i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504; ai fini dell’applicazione della lettera i) resta ferma l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 91-bis del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27 e successive modificazioni”. E nel richiamo alla lett. i) dell’articolo 7 D.Lgs. 504/1992 c’è proprio la citata esenzione prevista per gli enti non commerciali ai fini Imu. Dr Antonio Giangrande

Antonio Giangrande: IMU e ONLUS ad Avetrana. Comodato e Proprietà del Volontariato.

Disuguaglianza ed Estorsione tra i No Profit più deboli presso tutte le Avetrana d’Italia.

Il Possesso e l’Ipocrisia della Politica. La Violazione dei principi costituzionali nel silenzio dei media e del Volontariato d’Elite. Una questione non di poco conto.

La denuncia pubblica del saggista Antonio Giangrande, presidente della Associazione Contro Tutte Le Mafie ONLUS, già iscritto presso la Prefettura di Taranto nell'elenco delle Associazioni Antiracket ed Antiusura. Associazione che non riceve sovvenzionamenti pubblici o privati.

Ed a quanto pare nemmeno risposte dagli Uffici preposti dei Ministeri interpellati del Walfare e delle Finanze.

Oggetto: chiarimento ed interpretazione.

Riferimento: Il presidente di una associazione di volontariato - onlus – ente non commerciale deve pagare l’Imu-Tasi, essendo usufruttuario di un immobile dato in comodato gratuito, presso il quale si è eletta sede legale dell’associazione e per il quale locale l’associazione se ne fa uso gratuito?

La legge stabilisce il no. L’alta giurisprudenza e la burocrazia impone il sì.

Di questo si fa forte il Comune di Avetrana, nella persona del Dr Mazza, che ha voluto precisare: “difenderemo gli interessi comunali in ogni stato e grado del giudizio. L’eventuale costituzione in giudizio comporta il pagamento del contributo unificato. Inoltre, la parte che perde in giudizio può essere condannata al rimborso delle spese sostenute dalla controparte, maggiorate del 50% a titolo di spese del procedimento di mediazione".

Cosa è l’Imu? L'IMU, Imposta Municipale Propria, è il tributo istituito dal governo Monti nella manovra Salva-Italia del 2011 e si paga a livello comunale sul possesso dei beni immobiliari. È operativa a decorrere dal gennaio 2012, e fino al 2013 è stata valida anche sull'abitazione principale. L'ICI (Imposta comunale sugli immobili) era la vecchia tassa applicata al possesso dei beni immobiliari prima dell'arrivo dell'IMU, a partire dal gennaio 2012. L'IMU in buona sostanza ne ha replicato i regolamenti e i sistemi di calcolo. La tassa sulla proprietà della prima casa:

prima del 2012: non si pagava più dal 2007, quando si chiamava ICI

2012: IMU con 0,4% di aliquota standard. Detrazione di 200 euro + 50 euro per ogni figlio

2013: mini IMU di gennaio, la differenza fra l’IMU calcolata con aliquota allo 0,4% e con quella del comune. Niente detrazioni. In discussione l’eliminazione di questo conguaglio.

Dal 2014: Tasi con aliquota standard allo 0,1%, detrazioni 200 euro + 50 euro per ogni figlio.

Cos’è il Volontariato? Il Volontariato è quell’insieme di sodalizi che operano sussidiariamente nei vari campi dei servizi pubblici, laddove lo Stato non vuole o non può operare. A favore del Volontariato sono previste delle agevolazioni fiscali e dei sostegni economici a ristoro di progetti inclusivi ed accoglibili. Da questo quadro d’insieme, però, sono osteggiate le piccole realtà solidaristiche, spesso non incluse nel grande sistema della solidarietà partigiana, foraggiata dalla politica amica. I grandi nomi, sponsorizzati con partigianeria dai media e sostenuti economicamente dalla politica, non hanno difficoltà ad acquistare gli immobili dove hanno la sede locale o dove operano. Le miriadi piccole realtà, distribuite sul territorio e con maggior valore per l’intervento di prossimità, non hanno sostentamento e quindi si sorreggono con le liberalità degli associati. Gli immobili dove operano sono dati in comodato dagli stessi membri del sodalizio.

Qual è il sostegno al Volontariato? 5XMille; Finanziamento pubblico di progetti per ogni ramo di intervento; donazioni private

Quali sono e agevolazioni ed esenzioni fiscali al Volontariato? I benefici fiscali per le organizzazioni di volontariato e le onlus (Da ipfonlus.it). Oltre che dalla legge istitutiva, sono stati riconosciuti, a favore delle organizzazioni di volontariato, numerosi vantaggi anche da parte di una serie di altri provvedimenti legislativi, fra i quali assume particolare rilievo il decreto legislativo 460/97, relativo al riordino ed alla disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus). Tali vantaggi sono estesi alle organizzazioni di volontariato, in forza di esplicito rinvio con il quale vengono considerate Onlus le organizzazioni di volontariato, purché iscritte nei registri regionali. I benefici riconosciuti con il suddetto decreto possono essere suddivisi in due parti: agevolazioni ed esenzioni.

Agevolazioni. Le agevolazioni riguardano:

le imposte sui redditi;

le erogazioni liberali;

l’imposta sul valore aggiunto;

le ritenute alla fonte;

l’imposta di registro;

le lotterie, le tombole, le pesche e i banchi di beneficenza.

È il caso di fare qualche accenno su ognuna di esse. Le agevolazioni ai fini delle imposte sui redditi riguardano il solo reddito di impresa e non si riferiscono ad altre categorie reddituali che concorrono alla formazione del reddito complessivo.

Per le erogazioni liberali, il decreto legislativo pone, da una parte, le persone fisiche e gli enti non commerciali e, dall’altra, le imprese. I primi possono detrarre dall’imposta lorda le erogazioni liberali in denaro, fatte a favore delle organizzazioni di volontariato, per un importo fino a quattro milioni di lire.

Per le imprese è prevista una serie di deduzioni che riguardano:

– le erogazioni liberali in denaro per un importo non superiore a quattro milioni di lire o al due per cento del reddito di impresa dichiarato;

– le spese relative all’impiego dei lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato, utilizzati per prestazioni di servizi a favore delle organizzazioni di volontariato, nel limite del cinque per mille dell’ammontare complessivo delle spese per prestazioni di lavoro dipendente;

– la cessione gratuita alle organizzazioni di volontariato, in alternativa alla usuale eliminazione dal circuito commerciale, di derrate alimentari, di prodotti farmaceutici e di beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa.

Le disposizioni relative all’imposta sul valore aggiunto (Iva) prevedono una serie di agevolazioni per prestazioni effettuate da organizzazioni di volontariato o a favore delle stesse organizzazioni. Esse attengono a:

– divulgazione pubblicitaria;

– cessioni di beni-merce;

– trasporto di malati o feriti con veicoli all’uopo equipaggiati;

– educazione dell’infanzia e della gioventù e didattica di ogni genere anche per la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione e la riconversione professionale. In esse sono comprese anche le prestazioni relative all’alloggio, al vitto ed alla fornitura di libri e materiali didattici come pure le lezioni relativi a materie scolastiche e universitarie impartite da insegnanti a titolo personale;

– attività socio sanitarie, di assistenza domiciliare o ambulatoriale, in comunità, in favore di persone svantaggiate, rese dalle organizzazioni di volontariato sia direttamente sia in esecuzione di appalti,

convenzioni e contratti in genere.

Le organizzazioni di volontariato inoltre, non sono soggette all’obbligo di certificazione dei corrispettivi mediante ricevuta o scontrino fiscale.

Per quanto riguarda la ritenuta alla fonte, non viene applicata la ritenuta del quattro per cento a titolo di acconto sui contributi corrisposti alle organizzazioni di volontariato dagli enti pubblici. Inoltre, la ritenuta sui redditi di capitale corrisposti alle organizzazioni di volontariato viene considerata a titolo di imposta anziché di acconto.

Relativamente all’imposta di registro, occorre distinguere fra Onlus e organizzazioni di volontariato. Per quanto riguarda le prime, è da sottolineare che tutti gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di beni immobili in genere e gli atti traslativi o contributi di diritti reali immobiliari di godimento, compresa la rinuncia ad essi, destinati ad essere utilizzati nell’ambito delle attività statutarie, deve essere corrisposta, per la registrazione, la cifra fissa di lire 250 mila.

Per quanto concerne le organizzazioni di volontariato, occorre fare riferimento alla legge-quadro la quale prevede la totale esenzione dall’imposta di registro. Con l’autorizzazione dell’Intendenza di finanza e previo nulla osta delle prefetture, le organizzazioni di volontariato possono effettuare lotterie, tombole, pesche e banchi di beneficenza, con le seguenti limitazioni:

per le lotterie è previsto che la vendita di biglietti deve riguardare il solo territorio della provincia. I biglietti vanno staccati da registri a matrice in numero determinato. L’importo complessivo di ogni lotteria non può superare i 100 milioni di lire;

per le pesche e i banchi di beneficenza, le operazioni sono limitate al territorio del comune in cui esse hanno luogo. Il ricavato complessivo non può superare i 100 milioni di lire.

Esenzioni. Le esenzioni riguardano:

l’imposta di bollo;

le tasse sulle concessioni governative;

l’imposta sulle successioni e sulle donazioni;

l’imposta sostitutiva;

l’imposta sull’incremento di valore degli immobili e della relativa imposta sostitutiva;

l’imposta sugli spettacoli;

le raccolte pubbliche occasionali di fondi;

i contributi per lo svolgimento convenzionato dell’attività.

Anche su ognuna di esse si ritiene utile fare qualche accenno.

Sono esenti dall’imposta di bollo:

gli atti, i documenti, le istanze, i contratti, le copie anche se dichiarate conformi, gli estratti, le certificazioni, le dichiarazioni e le attestazioni poste in essere oppure richieste dalle organizzazioni di volontariato.

Sono esenti dalle tasse sulle concessioni governative

tutti gli atti ed i provvedimenti concernenti le organizzazioni di volontariato.

Sono pure esenti dall’imposta sulle successioni e sulle donazioni i trasferimenti a favore delle organizzazioni di volontariato.

Agli immobili acquistati a titolo gratuito, anche per causa di morte, non si applica l’imposta sull’incremento di valore. Lo stesso trattamento è riservato all’imposta sostitutiva di quella comunale sull’incremento di valore degli immobili.

L’imposta sugli spettacoli non è dovuta per le attività spettacolistiche svolte occasionalmente dalle organizzazioni di volontariato in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione. Per ottenere l’esenzione è necessario dare comunicazione, prima dell’inizio della manifestazione, all’ufficio accertatore territorialmente competente.

Sono da considerarsi attività spettacolistiche:

– gli spettacoli cinematografici e misti di cinema e avanspettacolo, comunque ed ovunque dati, anche se in circoli e sale private;

– gli spettacoli sportivi di ogni genere, ovunque si svolgano, nei quali si tengano o meno scommesse;

– gli spettacoli teatrali; le esecuzioni musicali di qualsiasi genere, escluse quelle effettuate a mezzo di elettrogrammofoni a gettone o a moneta; i balli, le lezioni di ballo collettive, i veglioni e altri trattenimenti di ogni natura ovunque si svolgano e da chiunque organizzati; i corsi mascherati e in costume, le rievocazioni storiche, le giostre e tutte le manifestazioni similari;

– gli spettacoli teatrali di opere liriche, balletto, prosa, operetta, commedia musicale, rivista, concerti vocali e strumentali; le attività circensi e dello spettacolo viaggiante;

– gli spettacoli di burattini e marionette ovunque tenuti;

– le mostre e le fiere campionarie;

– le esposizioni scientifiche, artistiche e industriali, rassegne cinematografiche riconosciute con decreto del Ministero per le finanze e altre manifestazioni similari di qualunque specie.

Il Ministro delle finanze può stabilire, con proprio decreto, quando le suddette attività sono da considerarsi occasionali.

Le raccolte pubbliche occasionali di fondi non concorrono alla formazione del reddito delle organizzazioni di volontariato anche se esse avvengono mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione.

Anche in questo caso, il Ministero delle finanze può stabilire, con proprio decreto, condizioni e limiti atti a definire occasionali le predette attività.

Non concorrono alla formazione del reddito i contributi corrisposti alle organizzazioni di volontario da amministrazioni pubbliche per lo svolgimento convenzionato di attività aventi finalità sociali esercitate in conformità ai fini istituzionali.

Altre agevolazioni

Tutti i vantaggi e le esenzioni finora segnalati sono riconosciuti dalla normativa nazionale. Ci sono, però, alcuni tributi che sono di pertinenza di comuni, provincia, regioni e province autonome. Per essi, i predetti enti possono prevedere la riduzione oppure, addirittura, l’esenzione. (Da ipfonlus.it)

IMU e ONLUS. Qual è la discrepanza tra Norme, Principi Costituzionali e pratica burocratica?

Il Dlgs 504/1992 (Riordino della finanza degli enti territoriali), al Titolo I, Capo I (Imposta Comunale sugli Immobili), art. 7 comma 1 lett. I (Esenzioni), recita: “Sono esenti dall'imposta:

a) gli immobili posseduti dallo Stato, dalle regioni, dalle province, nonchè dai comuni, se diversi da quelli indicati nell'ultimo periodo del comma 1 dell'articolo 4, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, dalle unità sanitarie locali, dalle istituzioni sanitarie pubbliche autonome di cui all'articolo 41 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dalle camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali;

(…)

i) gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'articolo 73, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917,e successive modificazioni, fatta eccezione per gli immobili posseduti da partiti politici, che restano comunque assoggettati all'imposta indipendentemente dalla destinazione d'uso dell'immobile, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”. L'esenzione spetta per il periodo dell'anno durante il quale sussistono le condizioni prescritte (art. 7, comma 2 Dlgs 504/1992).

Per la legge di bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022, n. 160/2019, nell'art. 1, comma 777. “Ferme restando le facoltà di regolamentazione del tributo di cui all'articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, i comuni possono con proprio regolamento: (…)

e) stabilire l'esenzione dell'immobile dato in comodato gratuito al comune o ad altro ente territoriale, o ad ente non commerciale, esclusivamente per l'esercizio dei rispettivi scopi istituzionali o statutari”.

Questa è una Interpretazione autentica: Proviene dallo stesso soggetto che ha emanato la norma, al fine di eliminare incertezze e dubbi. Essendo contenuta in un atto avente forza di legge è vincolante per tutti; alla norma in questione non sarà più attribuibile un significato diverso da quello fissato dalla legge interpretativa.

Questa è una interpretazione EVOLUTIVA E’ necessario interpretare una disposizione normativa non solo facendo riferimento al contesto passato in cui è stata emanata ma anche a quello attuale in cui è in vigore.

Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza del 10.03.2020, n. 6752. E' bene al riguardo rammentare che l'attività ermeneutica, in consonanza con i criteri legislativi di interpretazione dettati dall'art. 12 preleggi, deve essere condotta innanzitutto e principalmente, mediante il ricorso al criterio letterale; il primato dell'interpretazione letterale è, infatti, costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (vedi ex multis, Cass. 4/10/2018 n. 241651 , Cass. 21/5/2004 n. 97002 , Cass. 13/4/2001 n. 3495) secondo cui all'intenzione del legislatore, secondo un'interpretazione logica, può darsi rilievo nell'ipotesi che tale significato non sia già tanto chiaro ed univoco da rifiutare una diversa e contraria interpretazione. Alla stregua del ricordato insegnamento, l'interpretazione da seguire deve essere, dunque, quella che risulti il più possibile aderente al senso letterale delle parole, nella loro formulazione tecnico giuridica.

L’Intenzione del legislatore è chiara, ma racchiusa in quella deleteria delega agli enti locali, che sistematicamente disapplicano lo scopo ed i principi della legge.

Inoltre la mancata applicazione dell’art. 1, comma 777, della legge 160/2019 comporta la violazione dell’art. 3 della Costituzione. L’ampia discrezionalità concessa ai singoli Comuni circa la possibilità di esentare da IMU – o meno – gli immobili concessi in comodato unita all’assenza di criteri univoci utili a garantire un trattamento di eguaglianza nei confronti degli enti interessati, potrebbe portare disparità di trattamento - verso gli immobili concessi in comodato - per i diversi contribuenti che risiedono all’interno di un raggio territoriale limitato a pochi km di distanza l’un l’altro, ovvero ad eventuali calcoli di convenienza tra le parti nello svolgere le proprie attività in territori comunali con immobili ad “esenzione garantita” a favore del comodante, verso il quale sarebbe auspicabile un chiarimento sia a livello legislativo, oltre che di prassi, al fine di evitare il proliferarsi di eventuali contenziosi nei confronti dei Comuni interessati a non concedere il beneficio agevolativo di esenzione in parola.

Si denota con stupore che, se da una parte le commissioni tributarie ed il Ministero dell'Economia e Finanze si esprimono in ossequio ai principi del legislatore del 1992, prevedendone la dicotomia POSSESSO ED UTILIZZO, la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione se ne discostano, riconoscendo l'esenzione solo a quei "No Profit" che oltre ad essere utilizzatori siano anche possessori.

Va da sè che termine più aleatorio nel diritto civile è quello del POSSESSO, ma in questo caso si intende PROPRIETA' O USUFRUTTO, e non COMODATO. Il Legislatore, con la sua profonda saggezza, ha insistito sul punto, in ossequio ai fini solidaristici costituzionali.

A tal riguardo, di contro, la Deliberazione del Consiglio Comunale di Avetrana con oggetto l'approvazione del Regolamento per l’applicazione dell’Imposta municipale propria IMU del 15/06/2012, nell'art. 5 (Immobili utilizzati dagli enti non commerciali), discostandosi dai principi previsti dal legislatore, recita “L'esenzione prevista dall'art. 7, comma 1, lettera i) del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, si applica soltanto ai fabbricati ed a condizione che gli stessi, oltre che utilizzati, siano anche posseduti dall’ente non commerciale utilizzatore”.

Giunte di destra e di sinistra si sono succedute. Ma ad Oggi le Avetrana di tutta Italia non hanno nessuna intenzione di allargare le magie dell’esenzione.

Sul tema è intervenuta anche la giurisprudenza che, discostandosi dai principi previsti dal legislatore, ha circoscritto l’ambito applicativo dell’esenzione ai soli immobili che risultano posseduti ed utilizzati allo stesso tempo dall’ente non commerciale.

Con le ordinanze 19.12.2006 n. 429 e 26.1.2007 n. 19, la Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 59 co. 1 lett. c) del DLgs. 15.12.97 n. 446, in relazione all’art. 7 co. 1 lett. i) del DLgs. 30.12.92 n. 504. Secondo la Consulta, tale disposizione non innova la disciplina dei requisiti soggettivi richiesti dalla richiamata lett. i), in quanto “l’esenzione deve essere riconosciuta solo all’ente non commerciale che, oltre a possedere l’immobile, lo utilizza direttamente per lo svolgimento delle attività ivi elencate”.

La Corte di Cassazione, in più sentenze, ha espressamente subordinato il riconoscimento del diritto all’esenzione alla duplice condizione soggettiva che l’ente non commerciale possieda ed utilizzi l’immobile; e tale orientamento troverebbe fondamento nella “costante giurisprudenza di questa Corte” che in materia duplice condizione “dell’utilizzazione diretta degli immobili da parte dell’ente possessore e dell’esclusiva loro destinazione ad attività peculiari che non siano produttive di reddito”.

Chiarimenti sono pervenuti anche dall’Amministrazione finanziaria. La circolare Min. Economia e Finanze 26.1.2009 n. 2/DF si è limitata a richiamare le ordinanze della Corte Cost. 19.12.2006 n. 429 e 26.1.2007 n. 19, ravvisandovi elementi atti a sostenere che l’esenzione “deve essere riconosciuta solo all’ente non commerciale che, oltre a possedere l’immobile, lo utilizza direttamente per lo svolgimento delle attività … elencate” alla lett. i) dell’art. 7 co. 1 del DLgs. 504/92. Nello stesso senso si è espressa anche la ris. Min. Economia e Finanze 4.3.2013 n. 4/DF che ha ritenuto applicabili all’IMU le sopra richiamate sentenze della Corte costituzionale, oltre alla Cass. 30.5.2005 n. 11427.

Di senso opposto ed in ossequio ai principi previsti dal legislatore, si è conformata la giurisprudenza prevalente successiva. Si sta formando in giurisprudenza un indirizzo per cui l’esenzione da Imu e Tasi non spetta solamente ai soggetti che utilizzano direttamente l’immobile per il soddisfacimento dei propri fini istituzionali, ma anche a coloro che concedono in uso gratuito lo stesso immobile a realtà che lo utilizzano nel perseguono delle medesime finalità istituzionali del soggetto concedente.

Con riferimento al vincolo dell’utilizzo “diretto” dell’immobile, quale requisito inderogabile per riconoscere l’esenzione, recente giurisprudenza sta mettendo in crisi tale concetto, riconoscendo il beneficio anche nei casi in cui lo stesso immobile sia stato concesso in comodato a soggetti che, a loro volta, lo utilizzano per il perseguimento dei propri fini istituzionali, anch’essi meritevoli di tutela. L’esenzione spetta anche per gli immobili in comodato.

La gratuità del comodato giustifica l'esenzione dal pagamento dell'Imu per gli enti non commerciali che svolgono attività meritevole. Questa la conclusione "progressista" cui giunge il Mef nella risoluzione 4DF del 4.3.2013. Nella risoluzione 4/DF del 4.3.2013, il Mef tratta il caso di un ente non commerciale che concede in comodato gratuito un immobile di sua proprietà ad un altro ente non commerciale, per lo svolgimento di attività meritevoli. Il Mef stravolge l'orientamento prevalente della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale, che hanno da sempre richiesto la coincidenza soggettiva tra proprietario e utilizzatore dell'immobile, sostenendo che ciò che conta è la gratuità della concessione, e quindi la non formazione di reddito in capo all'ente. Secondo alcune pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, l'esenzione per gli enti non commerciali si applica a condizione che l'immobile sia posseduto e utilizzato per attività meritevoli (articolo 7 comma 1 letera i del D.lgs. 504/1992) direttamente dallo stesso ente non commerciale, circostanza che non avviene in caso di concessione in comodato ad un altro ente non commerciale. Per attività meritevoli si intendono quelle assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreativi, sportive, di religione e di culto.

In netto contrasto con questa soluzione il Ministero, nella risoluzione 4/DF, conclude affermando che l'esenzione Imu si applica nel caso di immobili concessi in comodato a titolo gratuito ad altri enti dello stesso tipo. Secondo il Mef, infatti, l'elemento decisivo per l'applicazione o meno dell'Imu è la presenza di un reddito determinato dall'immobile, che nel caso del comodato a titolo gratuito non sussiste.

A sostegno di questa tesi, nella risoluzione si richiama la sentenza n. 11427/2007 della Corte di Cassazione che ha trattato il caso di un immobile dato in locazione. Anche in questo caso si verificava la non coincidenza tra soggetto proprietario e soggetto utilizzatore dell'immobile, che secondo il principale orientamento della giurisprudenza escludeva l'applicabilità dell'esenzione. In tale sentenza però la Corte di Cassazione, esclude l'applicabilità dell'esenzione per il fatto che la locazione determinava un reddito in capo all'ente, indice di una determinata capacità contributiva, non idonea a giustificare l'agevolazione.

Nel caso del comodato gratuito, invece, a differenza della locazione non si genera alcun reddito in capo all'ente, e pertanto l'esenzione si applica.

Ovviamente l'ente utilizzatore non deve pagare l'Imu perché non è soggetto passivo, ma deve fornire all'ente non commerciale che gli ha concesso l'immobile, tutti gli elementi necessari per consentirgli l'esatto adempimento degli obblighi tributari sia di carattere formale che sostanziale.

D'altra parte l'orientamento "elastico" del Mef è da apprezzare, considerando che ha voluto cogliere la ratio più profonda della norma. L'esenzione, infatti, è il giusto riconoscimento del valore sociale apportato dagli enti no profit attivi in settori particolarmente delicati della vita dei cittadini. È proprio il carattere non lucrativo l'elemento che giustifica l'esenzione, e che tra l'altro, esprimendosi in termini di umanizzazione, costituisce un "ritorno" nelle tasche dei cittadini. E' pertanto la natura del contratto di comodato e la sua non onerosità a consentire al ministero di giustificare l'esenzione Imu. Restano ovviamente soggetti a tassazione gli immobili locati in quanto l'affitto rappresenta un reddito e una fonte di ricchezza che è oggettivamente incompatibile con gli obiettivi che le norme sull'esenzione dall'Imu tutelano.

Peraltro l’Amministrazione Finanziaria, contrariamente a quanto affermato dalla su indicata giurisprudenza, con le Risoluzioni n. 3 e 4 del 4 marzo 2013 ha chiarito che un ente commerciale che conceda in comodato un immobile ad un altro ente non commerciale per l’esercizio di attività non commerciale gode ugualmente dell’esenzione IMU.

È infatti con la sentenza n. 3528/2018 che la suprema Corte di Cassazione ha stabilito che gli enti non commerciali non sono esonerati dal pagamento delle imposte locali per il fatto di essere accreditati o convenzionati con la pubblica amministrazione. La sottoscrizione di una convenzione con l’ente pubblico, quindi, non garantisce che l’attività venga svolta in forma non commerciale e che i compensi richiesti siano sottratti alla logica del profitto. In tutte queste situazioni, pertanto, al fine di valutare l’esenzione, si dovranno verificare con molta attenzione le caratteristiche dell’attività svolta dall’ente non commerciale, non essendo sufficiente limitarsi alla verifica dell’esistenza di una convenzione con la pubblica amministrazione. In sintonia con l’ultima sentenza citata anche l’ordinanza n. 10754/2017 con la quale, sempre la Cassazione, ha affermato che le scuole paritarie sono soggette al pagamento dei tributi locali, e quindi non godono dell’esenzione, se l’attività non viene svolta a titolo gratuito o dietro richiesta di una somma simbolica.

In condizioni normali, dopo l’istanza in autotutela, rigettato, e dopo il reclamo-ricorso, rigettato, si potrebbe agire in giudizio presso la Commissione Tributaria Provinciale, ove si ponesse fiducia nel giudice illuminato e preparato sicuri della vittoria. Però il Comune di Avetrana, nella persona del Dr Mazza ha voluto precisare: “difenderemo gli interessi comunali in ogni stato e grado del giudizio. L’eventuale costituzione in giudizio comporta il pagamento del contributo unificato. Inoltre, la parte che perde in giudizio può essere condannata al rimborso delle spese sostenute dalla controparte, maggiorate del 50% a titolo di spese del procedimento di mediazione".

Ciò significa che trovato il giudice illuminato a Taranto, ritrovato un ulteriore giudice illuminato a Bari, per forza di cose ci ritroviamo a Roma dove gli ermellini si guarderebbero bene a rinnegare i loro precedenti.

Quindi il novello Davide “Antonio Giangrande”, pur in una famiglia di avvocati e con pochezza di risorse, contro il Golia “Comune di Avetrana”, con risorse comunali illimitate, pur nella ragione, soccomberebbe.

Gli avversari troppo forti, quali sono la burocrazia e la giurisprudenza.

Il legislatore inane, che in assenza di una politica rappresentativa degli interessi diffusi, che non afferma i suoi principi e metta fine a questa sperequazione, favorisce l’intimazione, l’oppressione e l’omertà.

Ergo: Dr Antonio Giangrande, paga, subisci e taci!

Dr Antonio Giangrande

La destra avanza e la sinistra latita...La povertà aumenta: triplicata in 18 anni, dov’era la sinistra? Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Marzo 2023

Monsignor Zuppi, che è il capo della Conferenza dei vescovi italiani (cioè, per capirci: non è il capo del partito comunista), intervenendo all’incontro nel quale la Fondazione Cariplo ha presentato il suo rapporto sulla disuguaglianza (la fondazione Cariplo è emanazione di una banca lombarda. Cioè: non è di origini bolsceviche) ha riassunto il suo pensiero leggendo il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione Italiana. Il quale dice così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Monsignor Zuppi dice che questo articolo non è per niente rispettato dalla politica e dal potere. E dice che parlare di “merito” prima che questo articolo abbia ottenuto di essere rispettato è cosa senza senso. Perché si può parlare di prevalenza del merito solo in una società che abbia assicurato non dico l’eguaglianza, ma quanto meno la compatibilità tra le condizioni di partenza del giovane e della persona che si presenta alla gara sociale. Ebbene – ha osservato Zuppi, leggendo il rapporto della Cariplo – queste condizioni di partenza sono sempre più lontane. Perché il rapporto della Cariplo ci informa che negli ultimi venti anni (anzi, 18) la povertà in Italia è quasi triplicata. Cioè, per essere precisi, non è aumentata la povertà, è aumentato il numero dei poveri che è passato da un po’ meno di due milioni nel 2005 (1 milione e 900 mila) a oltre 5 milioni e mezzo oggi. È un dato sconcertante.

Anche la ricchezza, naturalmente, è aumentata, ma è aumentato anche il tasso della sua concentrazione. Non è aumentato, cioè, di molto il numero dei ricchi, perché gli ascensori sociali sono fermi, ma è aumentata la quantità della ricchezza concentrata in poche mani. Questa ricchezza, evidentemente, è stata sottratta alla parte più debole della popolazione. E così monsignor Zuppi ha posto sul tappeto un tema del quale da tanto, tanto tempo non si parla più: l’uguaglianza. Parola magica e maledetta, che – appunto – è scritta anche nella Costituzione, ma che da diverso tempo, qui in Italia (ma forse in tutto l’occidente), è stata scritta nel libro nero delle parole proibite. Il concetto di uguaglianza è stato equiparato all’idea della società comunista, che appiattisce le differenze, e quindi cancella l’iniziativa privata, e quindi abbatte la produzione di ricchezza, la concorrenza, il mercato, e alla fine anche il pluralismo e le diversità culturali. E dunque la libertà. E dunque è un male.

Ma forse l’uguaglianza della quale parla Zuppi non è esattamente questo. Cioè, non è un motore della dittatura e dell’autoritarismo. È solo la legittima aspirazione ad avere una società popolata da donne e uomini, vecchi e giovani, molto diversi tra loro sul piano culturale, etico, e anche economico, pienamente liberi, ma che vivono in uno Stato che garantisce a tutti – tutti – di vivere in condizioni di dignità, di serenità, di non indigenza. Non credo che Zuppi ambisca a radere al suolo il mercato. Forse però immagina un mercato che disponga della distribuzione delle ricchezze, ma con dei limiti che sono poi limiti naturali: e cioè non abbia il diritto di far funzionare i propri meccanismi alimentandosi con la povertà di un settore minoritario ma consistente della società.

Tutto qui. Niente di straordinario. Si tratta semplicemente di stabilire una griglia di diritti che permetta l’esprimersi della libera concorrenza ma senza porre la libera concorrenza al di sopra dei diritti individuali e collettivi. Non c’è bisogno di ricorrere a Marx, a Lenin. a Gramsci: basta scorrere i testi di alcuni discorsi e scritti di un papa mite e moderato come Giovanni Battista Montini, cioè Paolo VI. Il quale nel 1967 scrisse un’enciclica molto famosa, che fu stampata in centinaia di migliaia di copie in un libricino esile e con la copertina di cartoncino giallo, intitolata Populorum progressio. In questa enciclica era possibile leggere la seguente frase (oggi assolutamente scandalosa): “La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario.“

Dopo quella enciclica nel nostro paese ci fu effettivamente una spinta a ridurre, attraverso il riformismo, le diseguaglianze e a ridurre anche la povertà. Negli ultimi trent’anni quella tendenza si è invertita: mentre l’Italia cresceva sul piano della sue ricchezze, le diseguaglianze, anziché diminuire ed attenuarsi, sono aumentate fino a raggiungere il livello attuale che è assolutamente insopportabile e che ci porta molto lontano dalla Costituzione. Quali sono le cause di tutto questo?, si è chiesto monsignor Zuppi. Io penso di poter dire una cosa lapalissiana. Il motivo di questa degenerazione è stato il rovesciarsi dei rapporti di forza in politica. Fino agli anni Ottanta la politica italiana era bilanciata dalla contrapposizione e dalla lotta tra una borghesia, in parte illuminata e moderna, e una classe operaia (un movimento operaio) molto forte sia sul piano numerico e sociale sia su quello della sua rappresentanza politica. Il sindacato era un pilastro dell’architettura sociale.

La sinistra godeva di un eccezionale prestigio e di una forte capacità di influenza sul potere politico e persino su settori importanti dello schieramento conservatore. In questo clima tutte le riforme che furono realizzate furono riforme che non avevano come scopo essenziale quello di rendere più libero il capitalismo, ma quello di migliorare le condizioni economiche di vita, e i diritti, delle classi più deboli.

A metà degli anni Ottanta, e poi soprattutto nei Novanta, la situazione si capovolge. Il riformismo diventa uno strumento per chi vuole ridurre i diritti dei più deboli, e immagina che l’interesse del paese, quindi l’interesse generale, coincida con l’interesse delle classi dominanti e sia del tutto subalterno alle necessità del sistema produttivo.

Paolo VI è morto da molto tempo. Le tendenze sociali della Chiesa, con Wojtyla e poi con Ratzinger, si rinsecchiscono, e si avvitano tuttalpiù nel caritatismo. Il movimento operaio scompare, la borghesia illuminata lascia al suo posto la borghesia conservatrice, la sinistra – che aveva sprigionato per due decenni la sua egemonia politica – si inchina al liberismo e al giustizialismo. Il liberismo e il giustizialismo diventano i padroni dell’intera macchina politica. Piegandola ai propri interessi o al proprio fondamentalismo. Il giustizialismo prende il posto della lotta sociale, danneggiando pesantemente l’economia, ma senza nessun vantaggio per la giustizia sociale. L’assalto alla politica (alla Casta, come viene definita con disprezzo dalla stampa borghese) porta immediatamente a una riduzione della democrazia, e dunque del conflitto, e dunque del potere dei ceti più deboli.

In queste condizioni, ogni crisi economica si scarica interamente sugli ultimi. E questa discesa sociale è accompagnata dalla nuova ideologia della destra, costruita tutta sulla caccia agli ultimi che vengono contrapposti ai penultimi e cioè al ceto medio. La costruzione di una forte opinione pubblica xenofoba e in parte razzista è parte integrante di questa operazione politica, alla quale la sinistra, sbandata, non sa rispondere. Balbetta. Talvolta denuncia. Rinuncia al conflitto, si affida alla magistratura.

Nasce così il crollo di civiltà al quale assistiamo. E che ha portato al trionfo della destra radicale, che oggi ha conquistato il governo, e al degrado sociale denunciato dalla Cariplo. Non credo che si possa porre riparo a questa frana, senza una ripresa della sinistra, e un suo ritorno al pensiero e all’azione. La Chiesa fa quel che può. Rabbercia qualche squarcio. Non può fare di più.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Antonio Giangrande: A.D. 2014. MORIRE DI DENTI, MORIRE DI POVERTA’, MA I DENTISTI SI SCAGLIANO CONTRO ANTONIO GIANGRANDE.

«Siamo un paese di gente che, presi uno ad uno, si definisce onesta. Per ogni male che attanaglia questa Italia, non si riesce mai a trovare il responsabile. Tanto, la colpa è sempre degli altri!». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Quando ho trattato il tema dell’odontoiatria, parlando di un servizio non usufruibile per tutti, non ho affrontato l’argomento sulla selezione degli odontoiatri. Non ho detto, per esempio, che saranno processati a partire dal prossimo 6 marzo 2014 i 26 imputati rinviati a giudizio dal gup del Tribunale di Bari Michele Parisi nell'ambito del procedimento per i presunti test di ingresso truccati per l'ammissione alle facoltà di odontoiatria e protesi dentaria delle Università di Bari, Napoli, Foggia e Verona, negli anni 2008-2009. Ho scritto solo un articolo asettico dal titolo eclatante.»

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

In una sequela di corpi nudi, da quale particolare tra loro riconosceresti un indigente? Dai denti, naturalmente! Guardalo in bocca quando ride e quando parla e vedrai una dentatura incompleta, cariata e sporca.

In fatto di salute dentale gli italiani non si rivolgono alla ASL. I dentisti della ASL ci sono, eppure è solo l'8% degli italiani ad avvalersi dei dentisti pubblici. Nel 92% dei casi gli italiani scelgono un dentista privato. Più che altro ad influenzare la scelta per accedere a questa prestazione medica è perché alla stessa non è riconosciuta l’esenzione del Ticket. Ci si mette anche la macchinosità burocratica distribuita in più tempi: ricetta medica; prenotazione, pagamento ticket e finalmente la visita medica lontana nel tempo e spesso a decine di km di distanza, che si protrae in più fasi con rinnovo perpetuo di ricetta, prenotazione e pagamento ticket. La maggiore disponibilità del privato sotto casa a fissare appuntamenti in tempi brevi, poi, è la carta vincente ed alla fine dei conti, anche, la più conveniente. Ciononostante la cura dei denti ci impone di aprire un mutuo alla nostra Banca di fiducia.

Il diritto alla salute dei denti, in questo stato di cose, in Italia, è un privilegio negato agli svantaggiati sociali ed economici.

LA VULNERABILITA’ SOCIALE. Può essere definita come quella condizione di svantaggio sociale ed economico, correlata di norma a condizioni di marginalità e/o esclusione sociale, che impedisce di fatto l’accesso alle cure odontoiatriche oltre che per una scarsa sensibilità ai problemi di prevenzione e cura dei propri denti, anche e soprattutto per gli elevati costi da sostenere presso le strutture odontoiatriche private. L’elevato costo delle cure presso i privati, unica alternativa oggi per la grande maggioranza della popolazione, è motivo di ridotto accesso alle cure stesse anche per le famiglie a reddito medio - basso; ciò, di fatto, limita l’accesso alle cure odontoiatriche di ampie fasce di popolazione o impone elevati sacrifici economici qualora siano indispensabili determinati interventi.

Pertanto, tra le condizioni di vulnerabilità sociale si possono individuare tre distinte situazioni nelle quali l’accesso alle cure è ostacolato o impedito:

a) situazioni di esclusione sociale (indigenza);

b) situazioni di povertà:

c) situazioni di reddito medio – basso.

Perché il Servizio Sanitario Nazionale e di rimando quello regionale e locale non garantisce il paritetico accesso alle cure dentali? Perché a coloro che beneficiano dell’esenzione al pagamento del Ticket, questo non è applicato alla prestazione odontoiatrica pubblica?

Andare dal dentista gratis è forse il sogno di tutti, visti i conti che ci troviamo periodicamente a pagare e che non di rado sono la ragione per cui si rimandano le visite odontoiatriche, a tutto discapito della salute dentale. Come avrete capito, insomma, non è così semplice avere le cure dentistiche gratis e spesso, per averle, si devono avere degli svantaggi molto forti, al cui confronto la parcella del dentista, anche la più cara, non è nulla. E' però importante sapere e far sapere che, chi vive condizioni di disagio economico o ha malattie gravi, può godere, ma solo in rare Regioni, di cure dentistiche gratuite a totale carico del Sistema Sanitario Nazionale. Diciamo subito che non tutti possono avere questo diritto: le spese odontoiatriche non sono assimilabili a quelle di altre prestazioni mediche offerte nelle ASL, negli ospedali e nelle cliniche convenzionate di tutta Italia. Inoltre, qualora si rendano necessarie protesi dentarie o apparecchi ortodontici, questi sono a carico del paziente: vi sono però alcune condizioni particolari che permettono, a seconda dei regolamenti regionali, di ottenere protesi dentali gratuite e apparecchi a costo zero o quasi. Le regioni amministrano la sanità, e dunque anche le cure dentistiche, con larghe autonomie che a loro volta portano a differenze anche sostanziali da un luogo all'altro. Bisogna, quando si nasce, scegliersi il posto!

Alla fine del racconto, la morale che se ne trae è una. E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?

Questo articolo è stato pubblicato da decine di testate di informazione. E la reazione dei dentisti non si è fatta attendere, anche con toni minacciosi. Oggetto degli strali polemici è stato, oltre che Antonio Giangrande, il direttore di “Oggi”.

«I Dentisti non sono mafiosi bensì gli unici che si prendono cura dei cittadini». ANDI protesta con Oggi per una delirante lettera pubblicata. Così viene definito l’articolo. Il 14 gennaio 2014 sul sito del settimanale Oggi, nella rubrica “C’è posta per noi”, è stata pubblicata una missiva del dott. Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie dal titolo “La lobby dei dentisti e la mafia odontoiatrica”. Nella nota Giangrande analizza il bisogno di salute orale e le difficoltà del servizio pubblico di dare le risposte necessarie chiedendosi se tutto questo non è frutto del lavoro della lobby dei dentisti talmente potente da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl e le decisioni del Parlamento. ANDI, per tutelare l’immagine dei dentisti liberi professionisti italiani, sta valutando se intraprendere azioni legali nei confronti dell’autore della lettera e del giornale. Intanto ha chiesto di pubblicare la nota che riportiamo sotto. La Redazione di Oggi ha scritto il 24.1.2014 alle 16:59, Il precedente titolo della lettera del Dottor Giangrande era fuorviante e di questo ci scusiamo con gli interessati. Qui di seguito l’intervento dell’Associazione Nazionale Dentisti italiani, a nome del Presidente Dott. Gianfranco Prada, in risposta allo stesso Dottor Giangrande. «A nome dei 23 mila dentisti italiani Associati ad ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) che mi onoro di presiedere vorrei rispondere alla domanda che il dott. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie ha posto sul suo giornale il 14 gennaio. “E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?” La risposta è no. No, dott. Giangrande non c’è una lobby di dentisti così forte da influenzare le scelte della sanità pubblica. La causa di quanto lei scrive si chiama spending review o se vogliamo utilizzare un termine italiano dovremmo dire tagli: oltre 30 miliardi negli ultimi due anni quelli per la sanità. Poi io aggiungerei anche disinteresse della politica verso la salute orale che non ha portato, mai, il nostro SSN ad interessarsi del problema. Vede dott. Giangrande lei ha ragione quando sostiene che un sorriso in salute è una discriminante sociale, ma non da oggi, da sempre. Ma questo non per ragioni economiche, bensì culturali. Chi fa prevenzione non si ammala e non ha bisogno di cure. Mantenere sotto controllo la propria salute orale costa all’anno quanto una signora spende alla settimana dalla propria parrucchiera. Ed ha anche ragione quando “scopre” che le cure odontoiatriche sono costose, ma non care come dice lei. Fare una buona odontoiatria costa e costa sia al dentista privato che alla struttura pubblica, che infatti non riesce ad attivare un servizio che riesca a soddisfare le richieste dei cittadini. Inoltre, oggi, lo stato del SSN quasi al collasso, non consente investimenti nell’odontoiatria: chiudono i pronto soccorso o vengono negati prestazioni salva vita. Ma le carenze del pubblico nell’assistenza odontoiatrica non è neppure di finanziamenti, è di come questi soldi vengono investiti. Qualche anno fa il Ministero della Salute ha effettuato un censimento per capire le attrezzature ed il personale impiegato da Ospedali ed Asl nell’assistenza odontoiatrica e da questo è emerso che i dentisti impiegati utilizzano gli ambulatori pubblici in media per sole 3 ore al giorno. Ma non pensi sia per negligenza degli operatori, molto spesso è la stessa Asl che non può permettersi di attivare il servizio per più tempo. Non ha i soldi. Però poi succede anche che utilizzi le strutture pubbliche per dare assistenza odontoiatrica a pagamento e quindi per rimpinguare i propri bilanci. Come mai non ci indigna per questo? Il problema non è di carenza di attrezzature (mediamente quelle ci sono) sono i costi per le cure. Una visita odontoiatria è molto più costosa di una visita di qualsiasi altra branca della medicina. Pensi quando il suo dermatologo o cardiologo la visita e poi allo studio del suo dentista in termini di strumenti, attrezzature e materiali utilizzati. Anche con i pazienti che pagano il ticket l’Asl non riesce a coprire neppure una piccola parte dei costi sostenuti per effettuare la cure. Da tempo chiediamo ai vari Ministri che negli anni hanno trascurato l’assistenza odontoiatrica di dirottare quegli investimenti in un progetto di prevenzione odontoiatrica verso la fasce sociali deboli e i ragazzi. Una seria campagna di prevenzione permetterebbe di abbattere drasticamente le malattie del cavo orale, carie e malattia parodontale, diminuendo drasticamente la necessità di interventi costosi futuri come quelli protesici. Invece nelle nostre Asl e negli ospedali non si previene e non si cura neppure, perché costa troppo curare, così si estraggono solo denti… creando degli “sdentati” che avranno bisogno di protesi. Dispositivo che il nostro SSN non può erogare. Ma molto spesso lo fa a pagamento. Pensi, dott. Giangrande, siamo talmente lobbie che l’unico progetto di prevenzione pubblica gratuito attivo su tutto il territorio nazionale è reso possibile da 35 anni dai dentisti privati aderenti all’ANDI. Stesso discorso per l’unico progetto di prevenzione del tumore del cavo orale, 6 mila morti all’anno per mancata prevenzione. Per aiutare gli italiani a tutelare la propria salute orale nell’immediato basterebbe aumentare le detrazioni fiscali della fattura del dentista (oggi è possibile detrarre solo il 19%) ma questo il Ministero dell’Economia dice che non è possibile. Però da anni si permette ai cittadini di detrarre oltre il 50% di quanto spendono per ristrutturare casa o per comprare la cucina. Come vede, caro dott. Giangrande, il problema della salute orale è molto serio così come molto serio il problema della mafia. Ma proprio perché sono problemi seri, per occuparsene con competenza bisogna sforzarsi di analizzare il problema con serietà e non fare le proprie considerazioni utilizzando banali lunghi comuni. In questo modo insulta solo i dentisti italiani che sono seri professionisti e non truffatori o peggio ancora mafiosi. Fortunatamente questo i nostri pazienti lo sanno, ecco perché il 90% sceglie il dentista privato e non altre strutture come quelle pubbliche o i low cost. Perché si fida di noi, perché siamo seri professionisti che lavorano per mantenerli sani. Aspettiamo le sue scuse. Il Presidente Nazionale ANDI, Dott. Gianfranco Prada».

Antonio Giangrande, come sua consuetudine, fa rispondere i fatti per zittire polemiche strumentali e senza fondamento, oltre che fuorvianti il problema della iniquità sociale imperante.

Palermo. Morire, nel 2014, perché non si vuole - o non si può - ricorrere alle cure di un dentista. Da un ospedale all'altro: muore per un ascesso. Quando il dolore è diventato insopportabile ha deciso di rivolgersi ai medici, ma la situazione è precipitata, scrive Valentina Raffa su “Il Giornale”, martedì 11/02/2014. Una storia alla Dickens, con la differenza però che oggi non siamo più nell'800 e romanzi sociali come «Oliver Twist», «David Copperfield» e «Tempi difficili» dovrebbero apparire decisamente anacronistici. Eppure... Eppure succede che ai nostri giorni si possa ancora morire per un mal di denti. Un dolore a un molare che la protagonista di questa drammatica vicenda aveva cercato di sopportare. Difficile rivolgersi a un dentista, perché curare un ascesso avrebbe richiesto una certa spesa. E Gaetana, 18enne di Palermo, non poteva permettersela. Lei si sarebbe dovuta recare immediatamente in Pronto soccorso. Quando lo ha fatto, ossia quando il dolore era divenuto lancinante al punto da farle perdere i sensi, per lei non c'era più nulla da fare. È stata accompagnata dalla famiglia all'ospedale Buccheri La Ferla, di Palermo, dove avrebbe risposto bene alla terapia antibiotica, ma purtroppo il nosocomio (a differenza del Policlinico) non dispone di un reparto specializzato. Quando quindi la situazione si è aggravata, la donna è stata portata all'ospedale Civico. Ricoverata in 2^ Rianimazione, i medici hanno tentato il possibile per salvarle la vita. A quel punto, però, l'infezione aveva invaso il collo e raggiunto i polmoni. L'ascesso al molare era divenuto fascite polmonare. L'agonia è durata giorni. La vita di Gaetana era appesa a un filo. Poi è sopraggiunto il decesso. Le cause della morte sono chiare, per cui non è stata disposta l'autopsia. Nel 2014 si muore ancora così. E pensare che esiste la «mutua». Ma Gaetana forse non lo sapeva. Sarebbe bastato recarsi in ospedale con l'impegnativa del medico di base. è una storia di degrado, non di malasanità: ci sono 4 ospedali a Palermo con servizio odontoiatrico. Ma nella periferia tristemente famosa dello Zen questa non è un'ovvietà.

Morire di povertà. Gaetana Priola, 18 anni, non aveva i soldi per andare dal dentista scrive “Libero Quotidiano”. La giovane si è spenta all'ospedale civico di Palermo, dove era ricoverata dai primi giorni di febbraio 2014. A ucciderla, uniinfezione polmonare causata da un ascesso dentale mai curato. All'inizio del mese, la giovane era svenuta in casa senza più dare segni di vita. I medici le avevano diagnosticato uno choc settico polmonare, condizione che si verifica in seguito a un improvviso abbassamento della pressione sanguigna. Inizialmente, Gaetana era stata trasportata al Bucchieri La Ferla e, in seguito, era stata trasferita nel reparto di rianimazione del Civico. Le sue condizioni sono apparse da subito come gravi. I medici hanno provato a rianimarla ma, dopo una settimana di cure disperate, ne hanno dovuto registrare il decesso. Disperazione e dolore nel quartiere Zen della città, dove la vittima risiedeva insieme alla famiglia.

All'inizio era un semplice mal di denti, scrive “Il Corriere della Sera”. Sembrava un dolore da sopportare senza drammatizzare troppo. Eppure in seguito si è trasformato in un ascesso poi degenerato in infezione. Una patologia trascurata, forse anche per motivi economici, che ha provocato la morte di una ragazza di 18 anni, Gaetana Priolo. La giovane, che abitava a Palermo nel quartiere Brancaccio, non si era curata; qualcuno dice che non aveva i soldi per pagare il dentista. Un comportamento che le è stato fatale: è spirata nell'ospedale Civico per uno «shock settico polmonare». Le condizioni economiche della famiglia della ragazza sono disagiate ma decorose. Gaetana era la seconda di quattro figli di una coppia separata: il padre, barista, era andato via un paio di anni fa. Nella casa di via Azolino Hazon erano rimasti la moglie, la sorella maggiore di Gaetana, il fratello e una bambina di quasi cinque anni. Per sopravvivere e mantenere la famiglia la madre lavorava come donna delle pulizie. «È stata sempre presente, attenta, una donna con gli attributi», dice Mariangela D'Aleo, responsabile delle attività del Centro Padre Nostro, la struttura creato da don Pino Puglisi, il parroco uccisa dalla mafia nel '93, per aiutare le famiglie del quartiere in difficoltà. L'inizio del calvario per Gaetana comincia il 19 gennaio scorso: il dolore è insopportabile tanto da far perdere i sensi alla diciottenne. La ragazza in prima battuta viene trasportata al Buccheri La Ferla e visitata al pronto soccorso per sospetto ascesso dentario. «Dopo due ore circa, in seguito alla terapia, essendo diminuito il dolore, - afferma una nota della direzione del nosocomio - è stata dimessa per essere inviata per competenza presso l'Odontoiatria del Policlinico di Palermo». Dove però Gaetana non è mai andata. Si è invece fatta ricoverare il 30 gennaio al Civico dove le sue condizioni sono apparse subito gravi: in seconda rianimazione le viene diagnosticata una fascite, un'infezione grave che partendo dalla bocca si è già diffusa fino ai polmoni - dicono all'ospedale -. I medici fanno di tutto per salvarla, ma le condizioni critiche si aggravano ulteriormente fino al decesso avvenuto la settimana scorsa. Al momento non c'è nessuna denuncia della famiglia e nessuna inchiesta è stata aperta. «È un caso rarissimo - spiega una dentista - ma certo non si può escludere che possa accadere». Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. «L'11% degli italiani rinuncia alle cure perchè non ha le possibilità economiche, e nel caso delle visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% - denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi - In Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi un medico privato, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d'attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure».

È un caso rarissimo – spiega una dentista – ma certo non si può escludere che possa accadere”, scrive “Canicattiweb”. Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. Il Codacons si è schierato subito al fianco dei familiari e dei cittadini indigenti. “Il caso della 18enne morta a Palermo a causa di un ascesso non curato per mancanza di soldi, è uno degli effetti della crisi economica che ha colpito la Sicilia in modo più drammatico rispetto al resto d’Italia”. “L’11% degli italiani rinuncia alle cure mediche perché non ha le possibilità economiche per curarsi, e nel caso delle le visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% – denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi – Ed in Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi cure private, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d’attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure. Tale stato di cose genera emergenze e situazioni estreme come la morte della ragazza di Palermo. E’ intollerabile che nel 2014 in Italia si possa morire per mancanza di soldi – prosegue Tanasi – Il settore della sanità pubblica deve essere potenziato per garantire a tutti le prestazioni mediche, mentre negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli lineari nella sanità che hanno prodotto solo un peggioramento del servizio e un allungamento delle liste d’attesa”.

Bene, cari dentisti, gli avvocati adottano il gratuito patrocinio, ma non mi sembra che voi adottiate il “Pro Bono Publico” nei confronti degli indigenti. Pro bono publico (spesso abbreviata in pro bono) è una frase derivata dal latino che significa "per il bene di tutti". Questa locuzione è spesso usata per descrivere un fardello professionale di cui ci si fa carico volontariamente e senza la retribuzione di alcuna somma, come un servizio pubblico. È comune nella professione legale, in cui - a differenza del concetto di volontariato - rappresenta la concessione gratuita di servizi o di specifiche competenze professionali al servizio di coloro che non sono in grado di affrontarne il costo. Dr Antonio Giangrande

La vita dei senzatetto con 10 euro al giorno: «Mio figlio lavora qui, finge di non conoscermi. Giuro che mi rialzerò». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera l’11 Febbraio 2023

Sotto i portici di Torino, tra gelo, coperte e cellulari nascosti nelle mutande. Antonino: «Prima ho finito gli amici, poi i soldi». Cristina: «Vorrei andare al mare con il mio nipotino». È raddoppiato in 3 anni il numero di chi vive per strada: tanti tra i 40 e i 60 anni

«I o nella vita una cosa l’ho capita, che la gente è cattiva». Cristina aveva un figlio, un marito, una casa, un impiego, e ora non ha più niente. Uno schiocco di dita. «Ci vuole tanto così, basta un attimo». Chissà quando è successo. Quando si è rotto il ghiaccio sotto ai piedi di una esistenza normale. Quale è stata la disperazione che ti ha obbligato a convincerti che questo strato di cartone sopra al marmo freddo e queste coperte che non bastano mai sono stati davvero una scelta, e non un vicolo cieco. «Se cadi, sono contenti, e gli piace lasciarti a terra, li fa sentire fortunati». Cristina è considerata la decana dei portici. Quando parte per i suoi viaggi senza destinazione, nessuno occupa il suo posto sotto all’insegna luminosa del negozio Mont Blanc. Se un nuovo arrivato ci prova, trova sempre qualcuno pronto a fargli cambiare idea, con le buone o con le cattive. Ma lei non fa mai caso a quel che le succede intorno. Tutto il suo mondo e i suoi ricordi stanno dentro un sacchetto da supermercato, oggetti sparsi alla rinfusa, che lei estrae per esibirli come fossero una prova, non è sempre stato così, anche io sono stata come voi, anche io sono stata felice. «Ho pure un nipotino, lo sa? Guardi la foto, come è bello». È una donna impegnata a conservare la propria dignità, che per prima cosa mostra le sue unghie pulite e il suo astuccio per la toilette agli estranei che la stanno disturbando. «Stavo per andare a letto» dice con la sua voce da cantilena piemontese. E ci aggiunge un sorriso che richiede complicità. Ma è difficile ricambiarlo.

Le strade del lusso

Notte di inizio febbraio. Tira un vento gelido, uno sguardo al telefonino rivela che siamo già sottozero, tra due ore si scenderà a -4. Per tutte queste persone accampate tra via Roma e Galleria San Federico magari è normale. Però fa proprio tanto freddo, da battere i piedi sul selciato dove loro invece dormono, o almeno ci provano. Gli articoli sui clochard all’addiaccio sono come le strenne natalizie, riservano sempre poche sorprese, quando arriva la stagione si guarda e si scrive, poi finisce lì, fino al prossimo inverno. O al prossimo dolente ritratto sul morto senza nome dimenticato da tutti. Torino ne è una capitale, a malincuore. Oltre 2.200 persone senza casa, una ogni cinquecento abitanti. Negli ultimi tre anni sono raddoppiate. Via Roma e i suoi portici sono il cuore commerciale della città, una passerella a cielo aperto. Tutte le sere intorno alle 19.30 è come se avvenisse un passaggio di consegne tra il popolo di sopra e quello di sotto. Gli ultimi pendolari corrono verso la stazione di Porta Nuova, i turisti rientrano in hotel, pregustando le cene, la partita in televisione, il calore di una casa. Le strade del lusso si svuotano. Come dal nulla, spuntano decine di persone, che attendevano solo il momento per sistemare il loro giaciglio, le loro cose chiuse nei sacchetti, ammassati in carrelli della spesa sbilenchi. All’ultimo censimento fatto dei vigli urbani, un mese prima della pandemia, si contavano nel giro di poche centinaia di metri circa 250 «senza fissa», come li chiamano gli operatori sociali, lasciando cadere dalla definizione quel «dimora» ormai inutile. Quando la trasformazione è compiuta, il contrasto tra le vetrine illuminate dei negozi alla moda e quelli che ci dormono fuori non potrebbe essere più violento.

Sacchetti e riviste

«È una vita che consuma, che ti spegne come una candela. Ma hanno fatto più male i dispiaceri». Ogni tanto Cristina fugge, non solo dal freddo di questi marmi, ma da un dolore al quale non riesce a dare un nome. Sale su un treno interregionale che la porta in Liguria, e poi verso il mare, su fino alla Costa Azzurra. «Immagino di fare le vacanze con mio nipote, che oggi dovrebbe avere sette anni. Ma poi mi viene in mente che non so neppure più dove abita, che forse non saprei riconoscerlo. E torno indietro». Scende per ultima e fa incetta di giornali e libri dimenticati dagli altri passeggeri. Tira fuori da un altro sacchetto una guida di Nizza, un libro in francese di Anna Politkovskaja, giornali vecchi di qualche giorno. «Cerco di tenermi aggiornata, di capire qual è il nostro futuro. Vivere per strada non significa mica essere privi della propria dignità». Ma a cominciare dai verbi sempre coniugati al passato, tutto in lei induce al rimpianto. Dal balcone di casa sua vedeva i soldati della caserma di fronte che ogni sera uscivano a suonare il silenzio. Suo marito era un tecnico della Fiat. Poi cosa è successo, Cristina? «La gente muore, la gente che resta delude. Chi è più debole sta male. Io non ce l’ho fatta, non ho retto. Ma un giorno mi rialzerò. Sono qui di passaggio. Appena trovo una casa, mi sistemo».

In cerca di un riparo

Nessuno dice di essere qui per restare. La rientranza nel portico del cinema Lux è uno dei luoghi più riparati. È già passata mezzanotte quando una voce chiama da sotto un cumulo di coperte. Antonino, 44 anni, un tempo artigiano decoratore a Moncalieri. Problemi con le droghe, una denuncia durante il lockdown per avere aggredito un carabiniere. Una fidanzata che non ne poteva più di lui. Prima sono finiti gli amici, poi i soldi. La solitudine è sempre l’inizio della discesa. Fino a Natale racconta di essere stato ospite del dormitorio di Rivoli. «Ma lì comandano gli africani. E poi qui si sta meglio, almeno non hai obblighi». Giaccone, cuffia di lana, scarpe ai piedi, telefonino e portafoglio nascosti nelle mutande. La notte si dorme poco. I piccioni disturbano, il mal di schiena morde, ogni tanto qualcuno prova a rubare qualche oggetto al proprio vicino di giaciglio. Antonino conosce tutto e tutti, vita, morte e miracoli. Ma racconta di essere arrivato in Galleria San Federico appena tre mesi fa. «È più facile “scollettare” con i passanti che trovare un lavoro. Per fare la spesa al Lidl mi bastano dieci euro al giorno. Tanto alle 22.10 arrivano sempre i volontari con il cibo caldo. Se fai passare troppo tempo finisce che ti ci abitui. Ancora qualche giorno e me ne vado».

Nel mondo di sotto

La foto di denuncia fa sempre il suo effetto, anche se negli anni ha perso ogni significato. La prospettiva di via Roma è una lunga fila di rudimentali fagotti, i sacchi a pelo sono merce rara, uno per ogni rientranza di negozio, illuminati dalle insegne dei marchi più famosi e di prestigio. Ma non c’è causa e non c’è effetto. Non è il consumismo altrui che trasforma una donna o un uomo in un clochard. È come se le crisi economiche degli ultimi anni avessero ridisegnato la mappa del cosiddetto disagio sociale, definizione quasi rassicurante coniata per nascondere la nostra paura dell’abisso, della povertà estrema, che non sembra ma è lì a un passo. Non ti accorgi del piano inclinato, e ci scivoli sopra. Nel gennaio del 2020 uno studio dei Servizi Sociali del Comune aveva tolto qualunque patina da scapigliatura e di ribellione al destino di chi dorme per strada. Più della metà dei senza tetto era di nazionalità italiana e aveva un’età compresa tra i quaranta e i sessant’anni. I giovani, solo stranieri, quasi tutti dell’Europa dell’Est, perché il Covid ha cambiato ancora una volta tutto obbligando intere comunità all’esodo. Anche nel centro di Torino è come se il mondo di sotto fosse diviso in due. Agli italiani vanno gli anfratti più riparati, conservati talvolta con l’aiuto dei volontari che forniscono lucchetti e catene per fissare il proprio bagaglio. Quelli in galleria, quelli dove c’è una qualunque sporgenza che protegge e rende più tollerabile il freddo. I rumeni appena giunti da Satu Mare, centomila abitanti ai piedi delle montagne di Transilvania, dormono dove capita insieme ai loro cani. Antonio, uno di loro, chiede aiuto. Accanto a lui c’è una sua anziana parente, Adeliana, che trema in modo vistoso. Il suo unico riparo è un lenzuolo usa e getta di tessuto sintetico, di quelli che si usano nelle case di riposo. «Da noi non c’è niente. Quando arriva la neve grande, veniamo da voi».

Verso la stazione

Alle 4.20 si alzano quasi tutti. A quell’ora apre l’atrio della stazione e il suo bar interno. Esiste un patto tacito con i vigili urbani, niente bisogni in strada, altrimenti i commercianti protestano e arriva la nettezza urbana che carica sui camion la spazzatura e i giacigli. L’unica toilette è quella del parcheggio sotterraneo in piazza CLN, ma è lontana. Molti clochard usano i pannoloni, che al mattino gettano nei cestini pubblici. Mentre seguiamo il piccolo gruppo che attraversa piazza San Carlo, si sveglia Massimo, che ha preso residenza vicino allo storico Caffè Torino. Il suo unicorno appoggiato ai piedi del materassino da yoga sul quale dorme è l’esca che usa per attirare le elemosine. Con la barba bianca incolta e lo sguardo buono, è diventato un elemento del paesaggio. Ex operaio, un figlio trentenne che lavora in un bar poco distante. «Abbiamo il patto che fingiamo di non conoscerci». Trecento euro per la pensione di invalidità, affetto da depressione bipolare. «La verità è che abbiamo tutti problemi mentali. Altrimenti chi si lascerebbe andare in questo modo?». Fino a qualche mese fa puliva le stalle in un maneggio, poi non ce l’ha più fatta. «Non avere un tetto è un lavoro a tempo pieno. Ma sono ottimista, tra poco me ne andrò da qui». Anche lui sente il bisogno di ripeterlo, in primo luogo a se stesso. Perché una piccola speranza di futuro vale più di una casa. Come per Cristina, che cerca solo qualcuno che le voglia bene. Come per Antonino, che aspetta l’aiuto di un amico perduto. Contano i giorni, e sono qui da anni.

Lettere al Riformista. La storia di Federico, uscito dal carcere e diventato un senza tetto: “Ha pagato tutto ma suo figlio finge di non conoscerlo”. Rossella Grasso su Il Riformista il 12 Febbraio 2023

Non sempre chi sbaglia, finisce in carcere e sconta per intero la pena, salda il suo debito con la giustizia, poi viene perdonato e riabilitato alla vita. Anzi questo è forse un lusso di pochi: lo stigma dell’essere un “ex detenuto” accompagna tanti a vita. Lo sa bene Luigi Mollo, corso di laurea in scienze politiche relazioni internazionali diritti umani presso l’Università degli studi di Padova, progetto Università in carcere. Un giorno gli è capitato di fare la conoscenza di un senza tetto, Federico (nome di fantasia), ex detenuto che ha scontato per intero la sua pena. Ma il ritorno alla vita da uomo libero non è stata una gioia incontenibile come tanti si aspetterebbero. Anzi, dall’uscita del carcere è iniziata la sua discesa verso gli inferi. La sua storia è emblematica e lo ha molto colpito. Ecco perché ha deciso di scrivere una lettera al Riformista per raccontarla. Riportiamo di seguito le sue parole.

Nella vita ho capito che gli uomini hanno poca intenzione di perdonare gli errori nonostante c’è chi come me che li ha pagati tutti innanzi la legge. Vi racconto la storia di Federico (nome di fantasia), 47 anni,  problemi con le droghe e una denuncia per aggressione ad un carabiniere diventata poi condanna definitiva. Aveva un figlio, una casa, un impiego, e in un attimo, uno schiocco di dita, si è rotto il ghiaccio sotto i suoi piedi ed è caduto nelle gelide acque della detenzione, distruggendo definitivamente la sua esistenza.

Ora dopo aver pagato il suo debito, vive sotto i portici della mia città, come letto uno strato di cartone sopra al marmo freddo, e coperte che in questa stagione non bastano mai. Mi dice in un amaro sorriso che era più confortevole il materasso che aveva nella sua cella, ed io noto un sacchetto ove sta dentro tutto il suo mondo e tutti i suoi ricordi, oggetti sparsi alla rinfusa che estrae esibendo come fossero una prova tangibile della sua esistenza e, con voce ferma e seria mi dice: “vedi che non è sempre stata così la mia vita, anche io sono stato felice”.

Mi accorgo che è un uomo impegnato a conservare la propria dignità, mani e viso puliti, qualche libro ordinato per terra, telefono e portafoglio nascosti nelle mutande. Parla a ruota libera con me che sono un perfetto sconosciuto e mi dice che tutti non ne potevano più di lui, e che la solitudine è stato il suo inizio verso la discesa; la notte dorme poco, il mal di schiena morde e ogni tanto qualcuno prova a rubargli qualche oggetto di poco valore. Racconta che la sera i volontari passano sempre con cibo caldo e in quel momento esce dalla sua solitudine e per un attimo sente ancora le attenzioni di qualcuno che non lo ha dimenticato, aggiunge anche che esiste ormai un patto con la polizia locale, che non interviene se si lascia il portico privo di spazzatura, altrimenti i commercianti poi protestano.

Mi turba profondamente quando mi rivela che il figlio lavora in un negozio non distante dal suo riparo, e che tra i due vige un patto di non conoscersi, due singoli elementi nel paesaggio circostante. Uscire dal carcere, ritrovarsi senza un tetto diventa un lavoro a tempo pieno, finisci per contare i giorni e poi resti in quelle condizioni per anni. A mio avviso, l’uscita dal carcere non è automaticamente un approdo felice, assomiglia a un’odissea prolungata e conosce le sue tempeste, come una vela spezzata e solo ricucita, esposta ai venti amici o nemici dell’aiuto o dell’ostilità sociale.

Se solo si potesse tornare al secondo prima di commettere l’errore, ma il tempo corre in avanti e non può tornare indietro. Il dopo-carcere è uno stigma pesante, perché si sale la china con il passo di chi è ferito. La recidiva la si costruisce giorno per giorno nell’ozio di una cella. Le misure alternative sono una speranza in cui credere, e solo un uomo giusto le può concedere ad un uomo sbagliato, mira ad evitare danni di questo tipo, migliora la condizione psicologica inflitta dalla privazione della libertà. Rossella Grasso

Homeless, popolo in crisi: crescono italiani e donne. «I servizi non bastano mai». Giulio Sensi su Il Corriere della Sera il 12 Febbraio 2023

Aumenta il numero di chi vive in strada o si adatta a soluzioni d’emergenza. I senza dimora concentrati nelle metropoli. FioPsd: «Bisogna superare le politiche emergenziali». L’impegno del Terzo settore

Fanno notizia quando muoiono di stenti o di freddo per strada, ma per ogni vita persa ce ne sono migliaia salvate da enti e associazioni che si prendono cura degli invisibili. Roma è la capitale dei senza dimora: quasi un quarto di tutti quelli che in Italia non hanno un tetto sotto cui dormire vivono nell’area metropolitana capitolina. «In città sono circa ottomila - racconta Augusto D’Angelo della Comunità di Sant’Egidio - e un terzo di loro vive nelle strutture del Comune o della rete delle parrocchie e associazioni, un altro terzo dimora in alloggi impropri e di fortuna. Un terzo sta per strada». Non sono soli, ma stanno aumentando. «Tante cose migliorano - aggiunge D’Angelo - sul versante dei servizi e dell’accoglienza anche grazie a una nuova sensibilità delle amministrazioni e all’aumento del 42 per cento dei posti letto in strutture più piccole e disseminate sul territorio. Negli ultimi cinque anni la Sant’Egidio ha strappato dalla strada, accompagnandole, più di 300 persone. Ma la crisi cronica che stiamo vivendo ne sta spingendo molti altre nella spirale della povertà».

Non esiste un numero preciso dei senza dimora in Italia: l’ultima stima dell’Istat, datata 2021, è di oltre 96mila, ma nel computo ci sono anche quelli che pur non avendo una abitazione fissa non vivono comunque in condizioni di indigenza e possono tornare ogni sera sotto un tetto dignitoso, magari da parenti, amici o in strutture mobili. Nel 2015, il dato più recente specificatamente dedicato ai senza dimora in condizioni di marginalità, la stima fatta sempre da Istat con il supporto delle associazioni era di oltre 50mila.

Una parte consistente è composta da stranieri con o senza permesso di soggiorno, ma gli italiani sono in forte crescita. «È allarmante - spiega Caterina Cortese, responsabile dell’Osservatorio di FioPsd, la federazione nazionale in cui sono riunite circa 146 realtà che si occupano del fenomeno - l’aumento delle donne in genere e dei giovani problematici fuoriusciti da percorsi istituzionali che hanno perso rapporti con le famiglie di origine. E sta crescendo il numero degli italiani: oltre a quelli che hanno una storia di marginalità risalente nel tempo, c’è un’accelerazione dello scivolamento di nuclei che con la perdita del lavoro e poi della casa si ritrovano per strada». «La nostra stima - spiega la presidente di FioPsd, Cristina Avonto - è una crescita del 30 per cento rispetto al 2015. C’è una quota di cronicizzati, ma ciò che inquieta è la facilità maggiore con cui si scivola in basso. Assistiamo ad uno sfaldamento delle reti di tenuta: la perdita del lavoro, una malattia, una rottura familiare portano più facilmente le persone per strada. Il reddito di cittadinanza ha permesso a tanti di accedere ad alloggi dignitosi. E la presidente sottolinea: «Certo, è giusto ridiscuterlo, ma ricordandoci che è stato fondamentale per molti».

Le parole d’ordine delle associazioni sono «housing first»: prima la casa, poi ricostruire una vita dignitosa. I servizi non bastano mai, specie nelle grandi città come Roma e Milano, ma funzionano e danno assistenza insieme alle tante associazioni e ai volontari. L’Italia, a livello nazionale e locale, non è indietro nelle politiche di contrasto al fenomeno, ma a parere delle associazioni serve un cambio di passo e un lavoro di squadra per rendere accessibili le abitazioni. «Rischiamo - aggiunge Avonto - di tornare alle politiche emergenziali. Panini, docce, mense sono importanti, ma non bastano, servono politiche più strutturali e di lungo periodo e il mantenimento dei fondi di contrasto alla povertà che permettono sui territori di fare interventi efficaci».

Con prezzi di affitto più accessibili almeno una parte del problema si potrebbe risolvere. «Cosa che a Milano - commenta Alessandro Pezzoni di Caritas Ambrosiana - è quasi impossibile. Le abitazioni sono ancora poche, troppo poche, e continua a prevalere l’offerta del solo posto letto. Stiamo lavorando alla costruzione di interventi più ampli per accompagnare le persone, che peraltro vivono spesso condizioni di precaria salute mentale e di dipendenze, a ricostruire la propria vita. Caritas, come molte altre realtà, cerca di fare un lavoro di attivazione della comunità: non vogliamo creare ghetti, ognuno di loro ha certo fragilità, ma anche potenzialità e risorse da mettere in gioco».

Un’impresa a volte quasi impossibile, che richiede tempi molto lunghi e la riattivazione dei legami sociali. A Bologna Piazza Grande sperimenta l’approccio del lavoro di comunità per costruire un contesto sociale che riaccolga le persone emarginate. Gestisce cento appartamenti e ad oggi ha accolto 73 persone che hanno ritrovato un tetto e una vita grazie al progetto housing first. La presidente della cooperativa sociale, Ilaria Avoni, spiega: «Lavoriamo su due fronti. Da una parte l’empowerment delle persone per cambiare la loro condizione, dall’altra la necessità di andare oltre l’assistenzialismo e il superamento dell’idea del singolo servizio per coinvolgere la comunità. Associazioni e volontari partecipano all’animazione delle strutture, contribuendo a ricostruire una socialità che quando viene meno è spesso una delle cause della perdita di tutto».

In Italia 2 milioni di famiglie in povertà assoluta: ricchezza nelle mani di pochi. di Redazione Buone Notizie su Il Corriere della Sera il 16 Gennaio 2023.

Allarme anche per il nostro Paese nel rapporto dell’Oxfam: «I super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di una ricchezza equivalente a quella dal 60% degli italiani più poveri»

Sempre più ricchi: pochi. E sempre più poveri: tanti. La «disuguaglianza non conosce la crisi» è la sintesi del rapporto di Oxfam - organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze – presentato al World Economic Forum che si è aperto oggi a Davos in Svizzera e proseguirà fino a venerdì sul tema «La cooperazione in un mondo frammentato». Disuguaglianze in tutto il mondo. Ma anche in Italia, dove « i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri». A conti fatti nel nostro Paese «due milioni di famiglie vivono in povertà assoluta». Un dato preoccupante, accompagnato da una forte «disuguaglianza dei redditi netti, che colloca l’Italia tra gli ultimi paesi nella Ue».

L’allarme

I bilanci generali dei cinque Continenti che vengono presentati al vertice di Davos – in cui sono previsti oltre 450 panel con 2.700 partecipanti provenienti da 130 Paesi, fra cui 52 capi di Stato o di governo - sono un chiaro campanello d’allarme. Un dato su tutti: «Dal 2020 l’1% più ricco – si legge nel rapporto di Oxfam - si è accaparrato quasi il doppio dell’incremento della ricchezza netta globale rispetto alla quota andata al restante 99% della popolazione mondiale». Una forbice che si allarga: «Le fortune dei miliardari aumentano di 2,7 miliardi di dollari al giorno, mentre almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in Paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari».

Le percentuali italiane

Ma torniamo all’Italia che deve fare i conti con un sempre crescente divario. Le cause? All’inizio la pandemia, poi la crisi dell’energia, l’impennata dei prezzi, il tasso d’inflazione mai così alto da 35 anni. E le previsioni che indicano un peggioramento della situazione in tema di disuguaglianza. «Tra il 2020 e il 2021 è cresciuta la concentrazione della ricchezza in Italia: la quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (sei volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%)».

I super ricchi

Così i super ricchi, come viene indicato dall’Organizzazione sui dati relativi 2021, detengono patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani): una ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. «Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico». E in tema di povertà assoluta «stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020, questa interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno allarmante che ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile».

Gli interventi e il governo

«L’aumento dell’incidenza della povertà è stato attenuato, nell’emergenza, dagli interventi pubblici di supporto alle famiglie, ma le prospettive di arretramento sono forti alla luce dei fattori correnti di rischio per l’economia italiana come gli impatti del conflitto russo-ucraino e la crescita dell’inflazione – ha commentato Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia -. Le misure di sostegno alle famiglie devono proseguire ed essere indirizzate meglio verso le famiglie in condizioni di maggior bisogno. È inoltre indispensabile abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, riformando l’unica misura strutturale di contrasto alla povertà di cui disponiamo». Intanto crollano i salari per oltre 6 milioni di dipendenti privati, a tal punto che gli adeguamenti non copriranno l’inflazione. E dal governo «arrivano misure ancora insufficienti. Se il dilagare del lavoro povero rappresenta una caratteristica strutturale del mercato italiano, destano preoccupazione le iniziative già messe in campo e le intenzioni del nuovo Esecutivo>, ha concluso Maslennikov.

Ogni giorno in Italia muore un senza fissa dimora. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 9 gennaio 2023.

Sono 387 le persone senza dimora morte in Italia nel corso del 2022, più di una al giorno, per la quasi totalità uomini, per due terzi stranieri e con una età media di 49 anni. Quattro quelle che si contano già nei primi giorni del 2023. Di alcune di loro conosciamo il nome, il cognome e il Paese d’origine, di centinaia di altre è impossibile accertarne l’identità. Corpi invisibili che finiscono nell’oblio e che di anno in anno, diventano sempre di più. Nel 2021 i decessi sono stati 251, nel 2020 invece 212, quasi la metà di quelli registrati nei mesi appena trascorsi. «I dati, purtroppo, confermano la costante di un morto al giorno, una dimensione della tragedia mai vista in questi anni», ha commentato Michele Ferraris, responsabile della comunicazione della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (Fio-Psd).

La maggior parte delle vittime viene ritrovata per strada (46,8%), in sistemazioni di fortuna (29,7%) e in stazione (9%). Si muore anche in ospedale (12,2%), e nei boschi, campi, pinete, fiumi e mare o in automobile, così come nei sottoscala, parcheggi, cavalcavia e case abbandonate. Le cause che portano alla morte sono diverse: molti sono stroncati da un malore, altri finiscono investiti da un’auto o dal treno. «In genere si muore in situazioni in cui non ci si troverebbe mai, se non si vivesse in strada e se non si fosse per questo psicologicamente o fisicamente molto provati» dice il responsabile. Nel restante dei casi, le vittime muoiono dopo aver subito una violenza, o per overdose. Succede anche che la morte sopraggiunga per annegamento o per suicidio. Infine c’è l’ipotermia. In generale, anche se non è così facile stabilire con certezza quali siano state le ragioni primarie che hanno portato alla morte, circa il 60% dei decessi avviene per via di incidenti, violenza e suicidio, mentre il restante 40% per motivi di salute.

Al contrario di quanto solitamente si tende a pensare, non è vero che tutti i senza dimora muoiono uccisi dal freddo. In realtà si contano vittime tutti i mesi, anche se è chiaro che le basse temperature portano maggiore sofferenza (e certo, talvolta anche la morte) e sono nemiche di chi non ha la garanzia di avere un tetto sotto cui ripararsi. «I piani freddo dei comuni sono in grado di ammortizzare i decessi» ha proseguito Ferraris. Si tratta di un progetto, portato avanti dai servizi sociali dei comuni, attivato annualmente quando le temperature si fanno rigide. Prevede, tra le altre cose, la predisposizione di posti letto in strutture come scuole o palestre, che possono anche rimanere aperte tutto il giorno, e maggiori uscite delle Unità Mobili. «Sicché i numeri di marzo e settembre, oppure di gennaio ed agosto, sono simili». Certo, non è facile trovare posto per tutti, soprattutto in città più piccole che non hanno a disposizione grossi edifici come quelli di Torino o Milano.

Secondo i dati Istat (terzo Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, autunno 2021), in Italia le persone senza dimora sono poco più di 96mila, il 38% delle quali è di nazionalità straniera e in prevalenza maschile (212,4 uomini ogni 100 donne) con un’età media tra i 41 e i 45 anni per gli italiani e di 35 per gli stranieri. Un incremento, rispetto a 7 anni fa, di circa il 20% o forse più, principalmente perché «sono aumentate le situazioni di grave povertà soprattutto legate ai nuclei familiari. Chi era al limite della sopravvivenza ha risentito molto degli aumenti delle bollette o dell’inflazione alimentare». E in mancanza di un sistema che attutisca il più possibile tali traumi, il rischio che queste cifre continuino ad aumentare è piuttosto ampio. «Si può iniziare col dormire in macchina, poi subentrano depressione e altri problemi di salute. Si innesca così un ciclo negativo che travolge tutti gli aspetti della vita», dice Ferraris.

Secondo gli ultimi dati, i più aggiornati, messi a disposizione dall’Istat l’estate scorsa, nel 2021 in Italia vivevano in povertà assoluta – condizione definita tale quando non si raggiunge la spesa minima mensile, soggetta a variabili, per beni e servizi considerati necessari per mantenere uno standard di vita accettabile – circa 5,6 milioni di persone, cioè il 9,4% di tutta la popolazione. Il triplo rispetto a quindici anni fa, quando la povertà assoluta riguardava il 3,1% dei cittadini.

Eppure, povertà o meno, teoricamente il diritto ad avere una casa (almeno quello) dovrebbe essere garantito a tutti. La carta sociale dell’UE, all’articolo 31, recita proprio queste parole: “Tutte le persone hanno diritto all’abitazione”, che questa sia “vivibile” e che rispetti la dignità di ogni cittadino dell’Unione. Nella carta si legge inoltre che uno degli obiettivi principali dei Paesi dovrebbe essere quello di prevenire e ridurre fino ad eliminare completamente lo status di “senza tetto”, garantendo ad esempio la presenza sul territorio di alloggi economicamente accessibili a tutti. Ad oggi, in Italia, il prezzo medio di un affitto (tralasciando la grandezza e le condizioni dell’abitazione) si aggira attorno ai 538 euro. Una cifra non propriamente definibile alla portata di tutti. [di Gloria Ferrari]

Giusy, l'ex negoziante del centro di Milano, in fila alla mensa dei poveri per un pasto gratuito: «Non vivo con 600 euro». Giampiero Rossi su Il Corriere della Sera il 31 Dicembre 2022.

Aveva una vetrina in piazza Cordusio e vendeva articoli da regalo: «Salutavo tutti i giorni Giorgio Strehler». Poi l'affitto insostenibile e la precarietà, fino alla coda al «Pane quotidiano»

Anche oggi si è mescolata alla babele di lingue, fragilità, ruvidità, rassegnazioni e furbizie che ogni mattina si mette in coda per un pacco viveri. Non lo fa tutti i giorni ma è comunque una presenza assidua, conosciuta dai volontari e anche dai dirigenti dell’Opera Pia «Pane quotidiano», che offre cibo a chiunque si presenti ai cancelli. «Giusy e basta», si presenta, e accetta di raccontarsi per non dispiacere ai volontari che gliel’hanno proposto e perché è consapevole che la sua storia non merita di rimanere tra pochi. «Si deve sapere che una persona che ha sempre lavorato, arriva alla pensione in queste condizioni».

Classe 1947, nativa di Lipari, Eolie, Sicilia, ma parlata assolutamente milanese come tanti immigrati bambini. A Milano è arrivata quando aveva 3 anni, in pieno boom economico. Non sa dire neanche lei se da quel treno, finalmente fermo sotto le arcate della Stazione centrale, è scesa in braccio a papà o mamma passando dalla porta o se invece, come raccontano le immagini di allora, anche lei è stata trasferita da un abbraccio all’altro attraverso un finestrino nella calca di valigie di cartone. Però ricorda quando iniziò a lavorare: 11 dicembre 1969, un giorno prima della mostruosa esplosione in piazza Fontana. È la tipica figlia di quell’immigrazione e di quella città, che dava opportunità e prospettive a tutti. E lei, tra i nebbioni e le luci di piazza Duomo — dove la dattilografa della pubblicità luminosa della carta carbone Kores ripeteva i suoi gesti all’infinito — ha trovato la sua vita, l’ha potuta costruire fino a mettersi in proprio, altra cosa molto ambrosiana: titolare di un negozio. Ma mica una bottega di periferia, no: una vetrina nientemeno che in piazza Cordusio, il salotto delle banche con vista su maschio del Castello Sforzesco e sulla guglia della Madonnina.

«Vendevo articoli da regalo» racconta modificando inconsapevolmente sguardo, timbro di voce e postura. Sembra di vederla dietro il suo bancone di piccola imprenditrice abituata a incrociare uomini incravattati e frettolosi che non chiedevano lo sconto e signore ingioiellate che dedicavano tanto tempo alla scelta del regalo e che lo sconto alla fine lo chiedevano. Fuori da quel negozio c’era Milano. E che Milano: «Salutavo tutti i giorni Giorgio Strehler, perché il suo teatro era proprio lì di fronte, e parlavo con sua moglie Andrea Jonasson, eravamo come vicine di casa, e c’era Renato De Carmine, l’attore, gran bell’uomo...». Erano anni belli, per lei e per Milano.

Poi racconta di quando si è ritrovata il conto corrente bloccato «perché era la banca di Michele Sindona». Le cose cambiano. «L’affitto del negozio continuava ad aumentare e non ci stavo più dentro» e allora la decisione di rimettersi in gioco nel mondo che cambiava: «Sono stata co.co.co, co.co.pro. e tutta quella roba lì, con il risultato che oggi mi ritrovo con una pensione da poco più di 600 euro. Mi dica lei come si fa a vivere a Milano con 600 euro? E meno male che mi è rimasta la casa».

Così anche lei viene al «Pane quotidiano» a riempire le borse con quel che c’è: oggi, per esempio, pasta, pane, frutta, formaggio magro, tiramisù confezionato, tutta roba donata da aziende o privati, che a conti fatti consente di limare le spese alimentari di 150-200 euro al mese. Sono i calcoli che, nella stessa coda di Giusy, fanno anche il pensionato Giovanni — che invece l’accento pugliese non l’ha perso affatto — e la giovane sarta ucraina Ludmila, in fuga dalla guerra con i suoi due splendidi bambini, la mamma dello Sri Lanka, casalinga per badare al figlio disabile, e le centinaia di persone che vengono da altri mondi, non sanno chi erano Strelher e Sindona ma conoscono l’indirizzo del «Pane quotidiano».

Milano, folla mai vista alle mense dei poveri: a Natale diecimila persone in coda. Elisabetta Andreis e Giampiero Rossi su Il Corriere della Sera il 28 dicembre 2022

La onlus Pane quotidiano: «Numeri impressionanti, iniziamo a fare fatica a reperire gli alimenti». A chiedere un pasto molte persone con una casa ma in difficoltà economica tra affitti, bollette e libri di scuola dei figli 

Non erano neanche le 7 del mattino di sabato scorso, vigilia di Natale. Faceva freddo, era ancora buio. Eppure più di duemila persone erano già lì, ferme, a formare una lunga coda in attesa che i volontari aprissero il cancello del «Pane quotidiano» di viale Toscana, che ogni giorno distribuisce aiuti alimentari a chiunque si presenti per riceverli.

La pasta, il sugo, il latte, il panettone: verso le 11 in tanti avevano già in mano il loro piccolo «regalo» alimentare. E sabato, vigilia di Natale, a mettersi in coda per quel pacco sono state quasi 2.200 persone. E alla sede di viale Monza di «Pane quotidiano» anche di più. Numeri record replicati anche nel giorno di Natale. Si sono visti anche tanti i bambini al seguito delle mamme, come succede quando le scuole sono chiuse, mentre secondo gli operatori sono pochissimi i clochard che partecipano: in coda si mettono soprattutto persone che la casa ce l’hanno ma si dibattono in difficoltà economiche tra affitti, bollette, libri di scuola dei figli e quindi limano le uscite alla voce pranzo e cena. E allora arrivano così, con il buio, da tutti i quartieri della città. «Numeri impressionanti — dice l’amministratore delegato di Pane quotidiano, Luigi Rossi — e iniziamo a fare fatica a reperire gli alimenti: le aziende stanno più attente ad avere pochi eccessi di produzione, ci regalano meno rispetto alla domanda che è esplosa».

Nel 2022, complessivamente, sono andate a chiedere aiuto al Pane quotidiano 1,3 milioni di persone. E le cifre-spia della povertà milanese andrebbero completate con gli accessi a tutte le mense aperte a chi ne ha bisogno (a partire da quella dell’Opera San Francesco) e dalla distribuzioni di pacchi viveri e aiuti d’ogni sorta che si ramifica nell’area metropolitana attraverso associazioni, istituzioni, Ong e reti di volontariato. «Il tema della povertà alimentare è appesantito da quello sopravvenuto della povertà energetica — spiega Luciano Gualzetti, direttore della caritas Ambrosiana — e in questo periodi di feste tradizionali affiorano più visibilmente anche le difficoltà di chi si ritrova anche con relazioni familiari spezzate o rarefatte».

Povertà, fragilità e solitudini. «E gli operatori dei nostri centri d’ascolto segnalano anche maggiori difficoltà nell’intercettare nuove fasce di bisogno, quelle che coinvolgono persone che lavorano, ma in condizioni precarie e sottopagate, e che non hanno mai fatto ricorso a sostegni solidali. È un tema affrontato anche dall’arcivescovo Mario Delpini nel discorso di Sant’Ambrogio, che ha parlato della città che non è alla portata di per tutti per i suoi costi e da parte nostra — conclude Gualzetti — abbiamo cercato di anticipare questa situazione avviando il progetto della “bolletta sospesa”, ma diversi segnali ci fanno temere che l’ondata di persone rimaste indietro possa crescere».

Anche il Comune prosegue con l’attività della sua rete di distribuzione di aiuti alimentari. Il 16 dicembre è stato chiuso il bando per il nuovo dispositivo di finanziamento delle associazioni impegnate su questo fronte. Sono arrivate 22 offerte che sono al momento al vaglio della commissione e si stima che ciascun progetto possa portare all’acquisto di 40/50 tonnellate di aiuti alimentari per un equivalente di circa 45mila pacchi in totale. Al momento sono attivi cinque hub (Isola, Gallaratese, Lambrate, Santa Croce e dentro al mercato agroalimentare) e l’obiettivo è aprirne uno in ogni municipio. E resta operativo anche il «Piano freddo» promosso da Palazzo Marino. Nel frattempo il Comune di Legnano ha offerto sistemazione in due appartamenti all’uomo che insieme alla compagna e due figlie vive da mesi in auto, mentre i servizi sociali di Milano stanno cercando nuovamente di convincere i due ragazzi che vivono alla stazione di San Donato a rivolgersi alla rete di accoglienza. 

Stato di indigenza. Solo in Italia il welfare è così squilibrato a favore di chi ha già di più. Gianni Balduzzi su L’Inkiesta il 28 Dicembre 2022

Nel nostro Paese sono insufficienti le misure legate al reddito per aiutare chi ha più figli o il pagamento di un affitto, o le borse di studio per consentire a chiunque di frequentare l’università

Da quando è stato ideato, il welfare ha una funzione precisa: sollevare dalla povertà gli strati più indigenti della popolazione, dando a essi i servizi essenziali (basti pensare alla salute) e fornire loro quelle opportunità che con i propri mezzi non potrebbero avere, in termini di istruzione e formazione. Un investimento fatto per poter mettere pienamente a frutto il capitale umano di una nazione. In Occidente il welfare si è sviluppato in modo diverso da Stato a Stato, mantenendo però questa impostazione ideale. Si è tradotto in assegni familiari, sussidi di disoccupazione e di povertà, pensioni, congedi parentali.

L’Italia invece è lo Stato dove il welfare premia chi ha già di più, soprattutto se dividiamo i trasferimenti statali, che del welfare sono parte importantissima, tra quelli che vengono erogati in base al reddito (e a volte il patrimonio) e quelli che non dipendono da questa variabile.

Alle famiglie che fanno parte del 10 per cento con i guadagni più bassi vanno mediamente 246,7 euro al mese, 7,9 volte in più di quelli percepiti dal 10 per cento più facoltoso. In Spagna e Germania il gap è molto più ampio, rispettivamente di 24,9 e 162 volte. In Francia è simile all’Italia, 7,4 volte, ma i nuclei del decile di povero prendono ogni mese molto di più, 462,3 euro.

Sono però i sussidi che non dipendono dalle entrate quelli che creano un vero e proprio squilibrio a favore dei più ricchi. Al punto che il 10 per cento con i redditi mensili più alti (6.044,5 euro) percepisce ben 579,9 euro al mese di trasferimenti di questo tipo contro i 59,5, quasi 10 volte meno, del decile in maggiore difficoltà, quello con soli 399 euro di entrate mensili. Da nessun altra parte accade qualcosa di simile. E se non vi è un equilibrio sostanziale come in Germania, in ogni caso il vantaggio di chi ha già di più, come in Spagna, è decisamente inferiore.

Il caso italiano sarebbe peculiare anche se ci fermassimo al nono decile, quello delle famiglie in cui entrano 3.872,3 euro mensili.

Aggregando i due tipi di trasferimento emerge bene come l’Italia rappresenti un’eccezione per quanto poco va agli ultimi e ai penultimi e, soprattutto, per quanto ricevono invece i primi. Così la differenza tra quanto percepito da una famiglia media, 228,2 euro al mese, e da quella che si può definire povera, 296,7, è minima. Nei Paesi Bassi si va da 452,1 a 877,9, in Francia da 305,4 a 595,6, in Germania da 221,9 a 342,8.

È anche interessante notare come in alcuni Paesi il welfare verso un nucleo familiare “normale” sia più generoso di quello che in Italia riguarda i soli indigenti.

In campo economico nei confronti tra Stati si dovrebbero usare i dati relativi, non assoluti. Ma anche confrontando i trasferimenti con il reddito originario dei diversi decili, prima di sussidi o tasse, risulta come i nostri poveri prendano meno di quelli dei principali Paesi UE, e al massimo come quelli spagnoli. Le famiglie che costituiscono il 10 per cento più povero ricevono dallo Stato un ammontare che corrisponde al 76,7 per cento di quanto entra loro in tasca. In Francia, Germania, Paesi Bassi tale percentuale è superiore al 100 per cento. Con i più ricchi, cui arriva una somma uguale al 9,5 per cento del reddito, il nostro welfare è, invece, più generoso, visto che nei Paesi già citati i trasferimenti sono per loro intorno al 2 per cento delle entrate.

È chiaro, una causa importante di questi dati risiede nel grande peso del nostro sistema pensionistico. Sono le pensioni che arrivano, nel caso dei decili più ricchi, a comporre più di un terzo delle entrate, mentre hanno un ruolo più piccolo per i poveri, tra i quali, come si sa, ormai ci sono pochi anziani. Ai più facoltosi va quindi anche una porzione importante di quella parte degli assegni pensionistici che costituisce un vero e proprio benefit sociale.  È il caso, per esempio, del trattamento di reversibilità (che in Italia non viene negata neanche a chi ha entrate altissime).

Vi sono anche altri sussidi e bonus che di fatto vanno anche verso chi non è indigente, dalla Naspi per chi perde il lavoro alla cassa integrazione, dall’assegno di invalidità a quello unico per i figli.

Anche se oltre una grande generosità verso i più ricchi a caratterizzare il nostro welfare è soprattutto una scarsa attenzione verso gli ultimi, nonostante il Reddito di Cittadinanza. Sono insufficienti, soprattutto se confrontate con quelle presenti altrove, le misure legate al reddito per aiutare chi ha più figli o il pagamento di un affitto, o le borse di studio per consentire a chiunque di frequentare l’università.

Il risultato finale è che siamo davanti a un welfare meno efficace, perché non riesce ad abbattere il tasso di povertà, già alto di base, dell’Italia, come fanno i nostri principali partner. Da uno del 40,3 per cento senza alcun intervento, si scende a uno del 20,3 per cento.

In media nella Unione europea si va dal 35,7 per cento al 16,2 per cento, in Francia dal 36,7 per cento al 12 per cento, meno di un terzo, in Germania dal 32,8 per cento al 14 per cento. Nei Paesi Bassi cala meno perché la base di partenza è molto inferiore, mentre la Spagna presenta numeri molto simili ai nostri.  E sono proprio i trasferimenti, sia quelli legati che quelli non legati al reddito, ad apparire poco incisivi: anche senza di essi il tasso di povertà salirebbe poco, al 23,6 per cento o 23,2 per cento. Altrove, per esempio nella solita Francia, il gap sarebbe maggiore.

È come dire che questi bonus, sussidi, assegni, fanno poco per abbassare la percentuale di italiani in stato di indigenza. Il grosso, invece, è responsabilità o merito delle solite pensioni.

Questi numeri spiegano quindi perché su una misura come il Reddito di Cittadinanza, forse l’unica, con i suoi mille difetti, mirata solo ai più poveri, vi sia stata e vi sia tanta attenzione da parte di quella porzione di italiani povera e impoverita. E allo stesso tempo perché le pensioni, sempre più importanti come fonti di reddito, sembrino così intoccabili. Sicuramente siamo davanti a squilibri che non sono solo iniqui, ma soprattutto dannosi per la tenuta sociale e per il futuro della nostra economia.

Il capitale umano potenziale è sempre più scarso visto il declino demografico. Come possiamo utilizzarlo appieno se non diamo opportunità ai tanti giovani che si trovano proprio nei primi decili di reddito, quelli più poveri, se sprechiamo risorse limitate trasferendone di più a quanti tali opportunità le hanno già?

Giampiero Rossi per il “Corriere della Sera” il 27 dicembre 2022.

Al nome non ha neanche pensato. «Che senso aveva? Tanto sapevo che non lo avrei tenuto. Come si fa a tenere un neonato in questa situazione?». Il bambino nel frattempo è diventato adottabile, perché non è stato riconosciuto. Ma sembra già lontano dai suoi pensieri, costantemente occupati dalle piccole necessità in un orizzonte che si estende al massimo alla giornata in corso. È nato prematuramente il 2 dicembre, all'ospedale di Melegnano, pochi chilometri a sud di Milano. 

E lì è rimasto, quando lei, la madre, è tornata al suo rifugio precario alla stazione della metropolitana di San Donato, alle porte della città: tre ombrelli aperti più uno rotto, una coperta militare dal colore indefinito, un po' di cartoni, un carrello della spesa. Lì l'aspettava il suo inseparabile compagno, perché è lì che insieme vivono da aprile, indifferenti al via vai di autobus e persone, che a loro volta sembrano indifferenti alla miseria di quel giaciglio. 

Lei non ha ancora 24 anni, lui ne ha 29. Vengono entrambi da un piccolo centro vicino a Cagliari, da dove sono sostanzialmente fuggiti prima della pandemia: «Niente nomi, per favore, non vogliamo che ci riconoscano». Dai loro racconti zigzaganti nel tempo e nella logica - orfani di troppi dettagli - affiorano due giovani esistenze in equilibrio instabile lungo la linea di galleggiamento, prima di scivolare nel degrado, fuori dal campo di tutti i radar sociali. Randagi e fantasmi, ma sempre insieme. «Non abbiamo documenti e quindi non possiamo fare niente», spiegano prima uno e poi l'altra.

Lui rimanendo accucciato sotto gli ombrelli-tenda, lei in piedi lì davanti, in una sorta di moto perpetuo di gambe, braccia, mani annerite e testa ondeggiante, liberando qualche sorriso quando racconta i dettagli più dolorosi. «Dovremmo andare a rifare tutto nel nostro Comune di residenza - dice la ragazza in un accento inconfondibile - ma chi ce li ha i soldi per andare fino in Sardegna? Qualcuno dice che mi pagherebbe il biglietto, ma io non credo che una persona normale poi ci paghi anche il ritorno e in Sardegna non ci vogliamo restare, perché lì non c'è proprio niente per noi». 

Eppure ci sono ricordi di nonne e mamme, e poi anche loro hanno vissuto da «persone normali». O almeno così dicono i loro ricordi del periodo di permanenza in Germania. «Michael lavorava come pizzaiolo dentro una fabbrica della Volkswagen, e io facevo lavoretti in nero, stavamo bene». Ma poi arriva un buco nero, quantomeno nella memoria, perché il racconto conduce in un carcere tedesco.

«Avevamo dei debiti - taglia corto la ragazza - però lì in prigione ti danno tutto e pure un po' di soldi». Poi il foglio di via e l'approdo a Milano. «In centro ci mandavano sempre via, qui va bene e se fa troppo freddo andiamo a dormire giù in metropolitana, ma alle 5 del mattino ti cacciano. Nei dormitori non ci andiamo perché ci separano». 

Le loro giornate sono senza ore: un giro in centro per «raccogliere qualche soldo», un passaggio al supermarket per comprare soprattutto birra da 9 gradi a pochi centesimi e un vermouth che costa meno di un euro e mezzo a bottiglia. «Serve per stare qui», sogghigna, e arrossisce lievemente tra un piercing e l'altro quando ammette tacitamente di usare qualche sostanza, ogni tanto: «Ma quella è roba che costa».

Sui cartoni che fanno da materasso è adagiato anche un libro: «Io leggo sempre, mi piacciono i thriller e si trovano libri gratis in giro», racconta e rievoca la sua «formazione artistica» e confida ridendo nervosamente il suo grande sogno: «Fare l'anatomopatologa, sin da piccola disegnavo benissimo i corpi umani». Ma il sorriso si fa amaro un istante dopo, quando allontana persino l'idea di rimettere in carreggiata la sua vita, che a 24 anni le sembra già persa: «Vorrei un lavoro, ma chi se la prende una come me?».

 Dai ricordi ingarbugliati spunta anche un passato di sofferenza psicologica, «ero seguita dai servizi psichiatrici in Sardegna», e anche una prima gravidanza: «Ho fatto un'interruzione volontaria di gravidanza, firmò mia madre perché ero minorenne. E pure questa volta l'avrei fatta se mi fossi accorta di essere incinta - dice tutto d'un fiato - ma da tre anni non avevo più il ciclo, quindi proprio non mi sono resa conto». Quel giorno e quel bambino senza nome sembrano già lontani nelle sue parole. Il passato non ha spazio. C'è da pensare a come arrivare a sera, quando si rintaneranno insieme al riparo dei tre ombrelli.

Vorrei un lavoro, ma chi se la prende una come me?” Vive in strada a 24 anni, Sabrina rinuncia al bimbo appena nato: “Non poteva vivere con me al gelo”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 27 Dicembre 2022

Il piccolo è nato prematuramente ai primi di dicembre all’ospedale di Melegnano a Sud di Milano. La sua mamma e il suo papà hanno deciso di non riconoscerlo: Sabrina e Michael, rispettivamente 24 e 29 anni, si amano ma non hanno un tetto sotto cui dormire. Vivono in strada e per questo motivo hanno deciso di rinunciare al loro bimbo appena nato: “Come si fa a tenere un neonato in questa situazione?”, raccontano al Corriere della Sera. E sperando per lui un futuro migliore della vita di stenti che gli avrebbero potuto offrire i due giovani genitori naturali, hanno fatto sì che potesse essere adottato.

Appoggiati in un rifugio improvvisato nella stazione della metropolitana. Così vivono i due su un letto fatto di cartoni e degli ombrelli aperti come tetto. Invisibili al viavai di persone che passa di là. Il Corriere racconta che i due vengono da un piccolo centro vicino Cagliari. Per un periodo hanno vissuto in Germania, una vita “normale” fatta di casa e lavoro. “Lui lavorava come pizzaiolo dentro una fabbrica della Volkswagen, e io facevo lavoretti in nero, stavamo bene”, racconta lei. Poi qualcosa è andato storto e i due sono finiti in carcere. “Avevamo dei debiti – racconta la ragazza – però lì in prigione ti danno tutto e pure un po’ di soldi”.

Poi il foglio di via e sono finiti a Milano. “Non abbiamo documenti e quindi non possiamo fare niente”, spiegano. Raccontano di una vita alla giornata, come bloccata e sospesa nel nulla senza possibilità di sbocchi. “Dovremmo andare a rifare tutto nel nostro Comune di residenza — dice la ragazza — ma chi ce li ha i soldi per andare fino in Sardegna? Qualcuno mi dice che mi pagherebbe il biglietto, ma io non credo che una persona normale poi ci paghi anche il ritorno e in Sardegna non ci vogliamo restare, perché lì non c’è proprio niente per noi”.

Così se ne stanno nella metro alternando qualche giro in centro cercando di racimolare qualche soldo e qualche bicchiere per sopportare il freddo. Sabrina racconta del suo grande sogno: “Fare l’anatomopatologa, sin da piccola disegnavo benissimo i corpi umani”. Ma il sorriso si fa amaro un istante dopo, quando allontana persino l’idea di rimettere in carreggiata la sua vita, che a 24 anni le sembra già persa: “Vorrei un lavoro, ma chi se la prende una come me?”. Racconta di un passato buio e di sofferenza psicologica. Era seguita dai servizi psichiatrici in Sardegna. Racconta anche di essere ricorsa all’interruzione volontaria di gravidanza quando era ancora minorenne. “E pure questa volta l’avrei fatta se mi fossi accorta di essere incinta – dice- ma da tre anni non avevo più il ciclo, quindi proprio non mi sono resa conto”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Neonato nato a dicembre ricoverato in terapia intensiva. Famiglia con due bimbe vive da mesi in auto, lo sfogo di Ignazio: “La gravidanza di mia moglie sul sedile posteriore, io lavoro non rubo”. Redazione su Il Riformista il 26 Dicembre 2022

Da mesi vivo in questa situazione e nessuno fa niente. Mia moglie è incinta e dormo in macchina con le mie due bambine piccole. Io lavoro, non rubo“. E’ lo sfogo in un video pubblicato sui social di Ignazio che con la sua famiglia vive in auto da diversi mesi a Legnano, in provincia di Milano.

La moglie Milena ha trascorso quasi l’intera, travagliata, gravidanza nella vettura di famiglia, dormendo sui sedili posteriori arrivando a partorire lo scorso 6 dicembre il piccolo Ethan, nato con una paralisi alle corde vocali e ricoverato in terapia intensiva in un ospedale pediatrico di Milano.

Il calvario della giovane famiglia milanese è iniziato lo scorso aprile quando papà Ignazio, manovale con contratto a termine, ha perso il lavoro e non è riuscito più a pagare fitto e bollette. Da allora, insieme alla moglie incinta e alle due figlie di 7 e 8 anni, ha trovato prima una sistemazione in un magazzino di un amico, dove dormivano su materassi gonfiabili, poi negli ultimi mesi è stato costretto a vivere con le sue tre donne in auto in un parcheggio.

Alle figlie ha raccontato “che era come quando andavamo in campeggio e dormivamo in tenda. La piccola però, che è quella più birichina delle due, non ci ha mai creduto”. Poi lo strazio: “Pensavo che questa situazione sarebbe durata pochi giorni ma ad oggi siamo ancora senza un tetto sulla testa e mio figlio sta lottando per uscire dall’ospedale“.

I primi a rendersi conto del dramma della famiglia di Ignazio sono stati i volontari dell’associazione Il Sole nel Cuore che opera a Legnano. “Appena abbiamo saputo della situazione drammatica in cui era costretta a vivere la famiglia ci siamo attivati per dar loro aiuto. Li abbiamo trovati una notte in un parcheggio, con le bambine al fianco della mamma incinta e completamente rannicchiata. In tanti anni di volontariato e aiuto a famiglie in difficoltà”, spiega Valeria Vanossi, presidente dell’associazione, “non mi era mai capitato di vedere una situazione del genere”.

Nonostante la vicinanza dell’associazione, la famiglia di Ignazio non è ancora riuscita a trovare una casa a causa delle inadeguate economiche che hanno impedito per il momento privati e agenzie pubbliche di concedere loro un’abitazione.

Da qualche giorno l’associazione Il Sole nel Cuore sta pagando loro un albergo: “Non volevamo passassero le feste e il Natale senza una casa”, spiega Valeria Vanossi, “ora però anche per noi diventa difficile continuare a sostenere questa spesa, per questo chiediamo un intervento all’amministrazione per dare definitivamente alla famiglia di Ignazio una casa”.

L’Assistenza ai non autosufficienti.

Le Pensioni.

L’Assistenza ai non autosufficienti.

L’assistenza a 3,5 milioni di non autosufficienti oggi è una vergogna: ecco cosa cambierà. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 07 giugno 2023

L’assistenza a 3,5 milioni di anziani non autosufficienti che vivono in casa è la vergogna d’Italia, che complessivamente coinvolge 10 milioni di persone considerando anche i familiari e gli operatori sociosanitari dedicati. Un problema che però non è mai stato in cima all’agenda politica di nessun governo. Finalmente dopo 26 anni dal primo tentativo, 17 proposte finite nel nulla e a tre anni dal suo annuncio, il 23 marzo 2023 viene approvata la riforma (Legge 33) su pressione della società civile con il Patto per la non autosufficienza che raggruppa 50 associazioni. L’Austria l’ha fatta nel 1993, la Germania nel 1995, il Portogallo nel 1998, la Francia nel 2002, la Spagna nel 2006. Vediamo cosa cambierà e quali sono i passaggi che ancora mancano per aiutare davvero chi oggi fa una vita d’inferno (qui il Dataroom del maggio 2022 dedicato al percorso tortuoso della riforma). 

A chi bisogna rivolgersi: prima e dopo la riforma/1

Prendiamo i tre principali aiuti di competenza statale che vengono erogati dall’Inps: l’invalidità civile per chi è cieco, sordo o ha un’ autonomia limitata che serve per accedere ai benefici economici come le pensioni, ma anche per l’esenzione dal ticket, le protesi e gli ausili; l’indennità di accompagnamento per chi non è in grado di alzarsi, lavarsi e vestirsi da solo che dà diritto a 527 euro al mese; e i benefici collegati alla legge 104, cioè i permessi o i congedi per chi ha un familiare disabile a carico.

Oggi è necessario fare ogni volta una domanda diversa che vede un’odissea tra sportelli e commissioni anche se l’ente che li eroga è sempre lo stesso

Esempio che può sembrare paradossale: una invalidità civile al 100% non dà automaticamente diritto all’indennità di accompagnamento che è sempre indipendente dal reddito. Così dopo avere fatto la trafila all’Inps per ottenerla, per avere anche i 527 euro mensili bisogna: rivolgersi al medico di famiglia che fa una certificazione; inviarla all’Inps per ottenere un codice identificativo; fare una visita medica all’Asl; presentare la domanda (via web o patronato). Il caso viene poi esaminato da una commissione presieduta da un medico Inps che rilascia il verbale di indennità civile; segue infine la compilazione del modulo AP70 che consente di ricevere dalla stessa Inps l’indennità di accompagnamento (qui il Dataroom del maggio 2021 dedicato all’odissea tra sportelli e uffici). 

Con la riforma ci sarà l’introduzione di una Valutazione nazionale unica che garantisce l’accesso in simultanea a tutte le prestazioni di competenza statale di cui un non autosufficiente ha diritto in base alla sua gravità: la VNU sarà eseguita da parte di équipe comparabili alle attuali commissioni Asl che avranno una sede facilmente identificabile. 

Assistenza domiciliare: prima e dopo la riforma/2

Oggi per gli aiuti di competenza locale che sono l’infermiere a casa (assistenza domiciliare integrata, conosciuta Adi), l’accesso a strutture semidiurne, le protesi e pannoloni bisogna fare ancora altre domande a commissioni diverse anche se il referente è sempre l’Asl; e per i voucher per l’assistenza domiciliare del Comune (Sad) è necessario rivolgersi ai Servizi sociali. Invece con la riforma la Valutazione nazionale unica sarà trasmessa in via informatica alle Unità di Valutazione Multidimensionale locali, ossia a presidi territoriali a cui il cittadino potrà rivolgersi per attivare i servizi necessari senza ulteriori adempimenti, documenti o nuove valutazioni. Per l’anziano non autosufficiente vuol dire finirla di peregrinare tra i vari sportelli. E questo non costa un euro in più. 

Aiuti economici: prima e dopo la riforma/3

Oggi un anziano con demenza che deve essere monitorato h24 a causa dei suoi problemi comportamentali riceve gli stessi soldi di chi ha bisogno di aiuto nelle attività di base della vita quotidiana come alzarsi, lavarsi e vestirsi. Con la riforma sarà dato di più a chi ha più bisogno partendo dalla cifra minima di 527 euro al mese. Inoltre in alternativa potrà scegliere al posto dell’indennità di accompagnamento di farsi pagare la badante assunta regolarmente e in questo caso la cifra che riceverà dovrà essere più alta (la somma è ancora da definire). Il numero di badanti oggi oscilla intorno al milione: il 40% è occupato regolarmente, mentre il 60% è irregolare. Il beneficiario potrà sempre modificare l’opzione scelta. 

Cosa manca

Ma non è ancora finita. Perché gli anziani non autosufficienti possano avere un’assistenza adeguata sono necessari almeno altri due passaggi fondamentali. Uno: entro gennaio 2024 devono arrivare i decreti attuativi altrimenti la riforma resta solo sulla carta. Due: vanno definiti i nuovi importi per l’assegno di invalidità e per pagare la badante. E qui invece servono i soldi che dovranno essere stanziati a partire dalla Legge di bilancio 2024. Oggi, comprese le case di riposo, la spesa è di 21 miliardi l’anno. I dati Eurostat ci dicono che in media spendiamo 270 euro l’anno per un non autosufficiente contro una media Ue di 584. La stima è che servono 5-7 miliardi aggiuntivi a regime. 

Con il Pnrr l’Ue ci darà 2,72 miliardi di euro per contribuire ad assistere a casa con l’assistenza domiciliare integrata di qui al 2026 altri 806.970 non autosufficienti (il 10% degli over 65 contro il 6,2% di oggi pari a 858.722). Ma oggi l’80% riceve tra 1 e 3 accessi mensili di un infermiere, evidentemente insufficienti. Bisognerà dunque riformare l’assistenza domiciliare dell’Asl integrandola con quella dei Comuni. I nostri nonni, mamme, papà, zie valgono meno di quelli del resto d’Europa? Se la risposta è no, presidente Meloni, ministra Calderone e ministri Giorgetti e Schillaci, trovate i soldi e intestatevi questa riforma.

Le Pensioni.

La storia degli interventi pensionistici degli ultimi decenni. Pensioni, le promesse da marinai dei populisti a caccia di soldi o di voti.  La storia degli interventi pensionistici degli ultimi decenni, tranne poche eccezioni, può essere sintetizzata come un pendolo tra riforme “rigoriste” (a caccia di soldi) e riforme “clientelari” (a caccia di voti). Tommaso Nannicini su Il Riformista il 19 Novembre 2023

Secondo alcune teorie sul “populismo”, la sfiducia degli elettori verso la politica tradizionale mette in discussione il principio cardine della democrazia rappresentativa per cui i cittadini delegano ai politici alcune scelte di fondo durante il loro mandato. Ed è lì che si inserisce la politica populista, prendendo impegni rigidi (commitments) sulle cose da fare. Taglieremo i parlamentari. Daremo a tutti un reddito di cittadinanza. Aboliremo la Fornero e manderemo tutti in pensione prima. Faremo il blocco navale, così nessuno cucinerà curry nei pianerottoli dei vostri condomini. Quello che queste teorie non dicono, però, è cosa succede quando questi impegni si sciolgono come neve al sole. La fiducia verso la politica tradizionale risale? Oppure arrivano nuovi populisti con altre promesse, non si sa perché più credibili di quelle che si sono appena rivelate illusorie?

In attesa di conoscere la risposta, non c’è dubbio che i populisti di casa nostra abbiano perso ogni credibilità in materia di pensioni. Non c’è politica pubblica dove il divario tra le loro promesse e la realtà sia altrettanto gigante. La storia degli interventi pensionistici degli ultimi decenni, tranne poche eccezioni, può essere sintetizzata come un pendolo tra riforme “rigoriste” (a caccia di soldi) e riforme “clientelari” (a caccia di voti). E la destra, Lega in testa, si è sempre buttata come un avvoltoio sulla seconda sponda, quella dove c’erano voti da blandire. Col risultato finale che il nostro sistema pensionistico non è equo né tra generazioni (visto che i costi della sua sostenibilità sono stati scaricati sui più giovani), né all’interno delle generazioni (visto che i più fragili sono lasciati soli di fronte a un’età di pensionamento che aumenta anche quando non hai un lavoro o quel lavoro diventa troppo faticoso). L’ultima legge di bilancio si inserisce nel solco. Ma a sorpresa (visto il commitment di Lega e compagnia sulle pensioni), nel pendolo tra esigenze di cassa e spese facili a fini elettorali, fa prevalere le prime, con buona pace delle promesse. Fa prevalere l’esigenza di far cassa. Anche troppo, se si pensa che ci sono esigenze sociali, dagli anziani in difficoltà ai giovani senza contributi continuativi, che richiederebbero interventi forti.

L’ennesima quota, francamente, ce la potevamo risparmiare. Non è che una misura ingiusta come quota 100 diventa giusta se la trasformi in versione bonsai, tagliuzzandola di anno in anno fino ad arrivare a questa nuova versione di quota 103, ulteriormente ridotta nella sua generosità per via dell’estensione del ricalcolo contributivo. Le poche risorse disponibili dovrebbero essere usate per aiutare chi è in difficoltà di fronte all’allungamento dell’età pensionabile, come chi non ha un lavoro, ha una disabilità o si prende cura di un familiare, non chi fa un lavoro per niente gravoso e ha una storia contributiva robusta, che non gli fa temere niente per la pensione (e purtroppo sono questi ultimi i tipici beneficiari di quota 103).

In verità, altre due misure contenute in legge di bilancio sembrano andare in questa direzione, quella giusta, ma lo fanno senza metterci risorse adeguate. La prima è la cancellazione del vincolo di 1,5 volte la pensione sociale per accedere alla pensione di vecchiaia (con quel vincolo, infatti, qualcuno rischiava di non poter andare in pensione fino a 71 anni). Ora, però, per completare questo intervento servirebbe una misura per tutelare i soggetti deboli, soprattutto giovani, che col contributivo rischiano di avere una pensione da fame. La seconda misura è il rifinanziamento dell’Ape sociale (la misura introdotta dal governo Renzi per le categorie svantaggiate, che dimostra una formidabile resilienza venendo rifinanziata con ogni legge di bilancio, a prescindere dalle maggioranze, perché va incontro a una domanda di equità). Anche qui però le risorse sono poche. Per tutelare i soggetti fragili, servirebbe un’Ape sociale più estesa e ben finanziata.

Insomma, quando si parla di pensioni, dal pendolo tra rigorismo e clientelismo – e dalla guerra tra cacciatori di soldi e cacciatori di voti – non usciremo mai, a meno che non cambi il modo in cui ne parliamo. In un libro edito dal Mulino che ho curato insieme a Michele Faioli (“L’uguaglianza è una cosa seria. Come riformare pensioni e welfare”), cerchiamo di farlo cambiando prospettiva e parole d’ordine. Non perché sostenibilità finanziaria, flessibilità in uscita e consenso elettorale non siano importanti. Ma perché sono strumenti, non obiettivi. Una riforma in grado di consegnarci pensioni sostenibili perché giuste dovrebbe basarsi su altro: su un concetto di equità non solo attuariale ma sociale, di “giustizia previdenziale”. E dovrebbe farlo all’interno di un welfare universalistico che, a fronte del progresso tecnologico, protegga tutti e tutte: dipendenti e autonomi, disoccupati e precari, giovani e adulti. Tommaso Nannicini

Estratto dell’articolo di Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il “Corriere della Sera - Dataroom" lunedì 6 novembre 2023.

Il principio è noto e antico: con i contributi del mio lavoro oggi pago chi sta prendendo la pensione, e domani ci dovrà essere qualcuno che lo farà per me. Se questo equilibrio si spezza, le casse dell’Inps e degli altri enti previdenziali saltano. 

L’attenzione dei governi è concentrata su come far reggere sul lungo periodo il sistema previdenziale […. E a livello Paese chi è in difficoltà deve essere aiutato da chi sta meglio. 

Ma dove si collocano i margini di questo equilibrio? […] l’ultima analisi del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali di Alberto Brambilla (sul 2021) dal titolo «La Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale italiano», e che Dataroom ha potuto leggere in anteprima, sposta lo sguardo andando a vedere come stanno le cose dentro le singole Regioni.  I risultati mostrano una radiografia impietosa. […] 

[…] Delle scorse settimane il dibattito su «Quota 104» (63 anni e 41 di contributi), poi saltata su pressing della Lega. Ora l’ipotesi è di nuovo «Quota 103», ma con l’introduzione di un tetto all’assegno. Ancora una volta […] si affronta il problema pensioni come se fossimo un Paese omogeneo dove a Milano e a Napoli ci sono le stesse opportunità, dove le problematiche della Calabria sono assimilabili a quelle delle Marche.

In pratica ogni volta che si riforma il sistema per garantirne la sostenibilità di medio-lungo termine, si tira dritto senza mai andare a vedere cosa succede Regione per Regione. 

[…] Immaginiamoci […] una bilancia: su un piatto ci sono i contributi versati da lavoratori e datori di lavoro, dall’altro la spesa per le pensioni. La bilancia sta in equilibrio, secondo dati ormai consolidati, se il tasso di copertura è almeno del 75%: spendo 100, incasso 75, e al momento sui numeri generali lo è. Oggi il totale dei contributi versati all’Inps e alle altre casse previdenziali ammonta a 200,3 miliardi, le uscite per pagare le pensioni a 248,99 miliardi. C’è un buco da 48,68 miliardi. Vuol dire che il tasso di copertura nazionale è pari all’80,45%.

Ma se guardiamo dentro le singole Regioni tutto cambia. Ecco come. […] Il tasso di copertura è del 75% solo in 9 Regioni che sono: Trentino-Alto Adige (unica regione pienamente autosufficiente, 103%); Lombardia (99%), Veneto (93%), Lazio (90%), Emilia-Romagna (87%), Friuli-Venezia Giulia (78%), Valle d’Aosta e Toscana (76%) e Marche (75%). In Calabria è del 50%; in Molise del 57%; in Puglia del 60%; in Sicilia del 61%. E la lista continua: Basilicata 62%; Sardegna 63%; Liguria 65%; Umbria 66%; Campania e Abruzzo 68%; Piemonte 73%. 

[…] Andiamo a scoprire adesso cosa c’è dietro i buchi. E ci concentriamo su tre voci su tutte. La prima: le pensioni integrate al minimo che sono 2,5 milioni con una spesa di 6,4 miliardi. Sono quelle che scattano quando abbiamo versato contributi sufficienti, ossia versati per almeno 15-20 anni (come prevede la legge per prendere la pensione), ma che non raggiungono il minimo per avere una pensione da 563,74 euro al mese (nel 2021, anno di riferimento dei dati, il valore è di 515,58 euro). La differenza ci viene integrata.

Al Nord, dove vivono quasi 27,5 milioni di persone, ce ne sono poco più di un milione: vuol dire una ogni 26 abitanti, con 2,9 miliardi di spesa. Al Centro, dove abitano in quasi 11,8 milioni, ce ne sono 484.438: l’incidenza è di 1 una ogni 24 abitanti per un totale di 1,2 miliardi di spesa. Nelle Marche una ogni 18 abitanti e in Umbria una ogni 19. 

Al Sud le pensioni integrate al minimo sono 966.116 con oltre 19,9 milioni di abitanti: una ogni 21 abitanti con una spesa totale di 2,3 miliardi. In Molise una ogni 13 abitanti, in Basilicata una ogni 15, in Calabria una ogni 17 e in Sardegna una ogni 19.

[…] La seconda: gli assegni sociali che sono 816.701 per quasi 5 miliardi di spesa. Ci vengono versati quando non abbiamo pagato i contributi neanche per 15-20 anni. I requisiti: 67 anni d’età, residenza in Italia, e limite di reddito annuo che per il 2023 è fissato a 6.542,51 euro. L’assegno sociale è di 503,27 euro al mese per 13 mensilità. Al Nord la spesa è di 1,2 miliardi con un assegno ogni 143 abitanti; al Centro di 995,5 milioni con un assegno ogni 73 abitanti; e al Sud di 2,7 miliardi con un assegno ogni 43 abitanti. In Sicilia ce n’è uno ogni 37 abitanti; in Campania uno ogni 40.

[…] La terza: l’invalidità previdenziale che scatta quando c’è una riduzione di 2/3 della capacità lavorativa e almeno 5 anni di versamento dei contributi (3 nel quinquennio precedente alla domanda). Le pensioni di invalidità sono 974.813 e valgono per 12, 5 miliardi. A livello nazionale ce n’è una ogni 61 abitanti. Al Nord una ogni 88, al Centro una ogni 57, nel Mezzogiorno una ogni 44 (la frequenza, dunque, è doppia rispetto al Nord). 

Dettaglio regionale: in Campania una ogni 51 abitanti, in Puglia una ogni 39, in Sicilia una ogni 55. Impietoso il confronto con Lombardia e Veneto, dove ce n’è una rispettivamente ogni 110 e 102 abitanti.

[…] Evidentemente non possono essere fatte generalizzazioni, né messi all’indice i singoli individui. Ma dai numeri emerge in modo inconfutabile che qualcosa non va: le marcate differenze a livello regionale tra la diffusione di pensioni integrate al minimo, assegni sociali e pensioni di invalidità previdenziale sono indicatori di un sistema dove, in mezzo a chi davvero ne ha bisogno per sopravvivere, c’è chi paga e chi se ne approfitta. 

Per portare il sistema pensionistico in equilibrio è dunque necessario correggere anche le storture a livello regionale. Vuol dire intervenire sulle politiche regionali del lavoro: il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni al Nord è del 75%, contro il 52% del Mezzogiorno. Vuol dire fare investimenti sulle infrastrutture strategiche (trasporti, energia e insediamenti produttivi) che stanno oggi penalizzando anche Piemonte e Liguria. Vuol dire attivare un controllo sistematico sull’evasione contributiva: può essere che così tante persone in 40 anni di lavoro non siano riuscite a versare per incassare il minimo? E infine vuol dire correggere la piaga delle invalidità: nulla spiega la ragione per cui in Campania, Puglia o Sicilia ci siano più invalidi che nelle altre regioni.

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” il 18 luglio 2023.

Viaggi, biglietti aerei, ma, per qualcuno, anche incontri con escort e consulenze remunerative. Era il prezzo della corruzione pagato agli ex vertici dell'Enpapi la cassa previdenziale degli infermieri - che, in cambio, avrebbero utilizzato i fondi dell'ente per realizzare investimenti finanziari e operazioni immobiliari pregiudizievoli e svantaggiose per gli iscritti. 

Operazioni che, secondo l'accusa, avrebbero scavato un buco da 40 milioni di euro nelle casse dell'istituto e, dall'altro lato, foraggiato il conto in banca degli imputati. Una condotta che, secondo la Corte dei conti, non avrebbe solo contribuito a danneggiare l'Enpapi e i soci, ma avrebbe anche procurato all'ente un gigantesco danno di immagine. Per questo, i giudici contabili hanno condannato l'ex presidente Enpapi, Mario Schiavon, a pagare 247.347 euro, il doppio dell'importo delle mazzette percepite.

La condanna penale a suo carico, intanto, è diventata definitiva: 2 anni e 11 mesi di reclusione, incassati con il patteggiamento. Il giudice ha parlato di «un vero e proprio sistema corruttivo, fondato sul sistematico mercimonio delle pubbliche funzioni, che vedeva coinvolti i vertici dell'ente, i quali ricevevano notevoli somme di denaro da parte di imprenditori e professionisti quale compenso per incarichi di consulenza loro conferiti dalle società di gestione dei fondi nei quali l'Enpapi aveva effettuato investimenti».

[…] L'inchiesta penale e quella contabile, però, sono solo la punta dell'iceberg. La vera partita si gioca davanti al Tribunale civile, dove pende una causa da 250 milioni di euro, avviata dall'ente di previdenza in rappresentanza degli iscritti. Secondo i denuncianti, infatti, l'Enpapi non sarebbe stata danneggiata solamente dal punto di vista dell'immagine e per le tangenti, ma soprattutto dal punto di vista patrimoniale, a causa di operazioni svantaggiose e investimenti "tossici" […]

I privilegi assurdi che rendono insostenibili le pensioni. Trattamenti di favore a chi non li merita. Finti malati. Errori burocratici. Oltre allo squilibrio strutturale, una miriade di casi surreali aggravano i costi: ecco alcune storie. Sergio Rizzo su L'Esprresso il 19 Maggio 2023

L’insegnante Franca Maria Lucentini è baciata dalla fortuna. Per ben dodici anni, dal 2006 al 2018, incassa all’inizio di ogni mese la pensione da ex insegnante e alla fine di ogni mese il regolare stipendio da insegnante. Che cosa sia esattamente accaduto non sono riusciti a scoprirlo nemmeno i giudici della Corte dei Conti, cercando di ricostruire la sconcertante vicenda.

Intendiamoci: le responsabilità sono chiare. C’è una dirigente della scuola Giovanni Paolo II di Belpasso, 27 mila abitanti in Provincia di Catania, che a quanto pare non ha spedito il modello D con il quale si comunica all’amministrazione che una insegnante se ne va in pensione. E c’è una funzionaria che dovrebbe seguire la pratica, accertandosi che tutto vada per il verso giusto, ma se n’è dimenticata. Questo, almeno, viene appurato.

Ma la ricostruzione dei fatti non spiega come sia stato possibile che per dodici anni nessuno si sia posto il problema di un dipendente statale che figura contemporaneamente in servizio e in pensione. Il problema avrebbe potuto sollevarlo la protagonista. Mettetevi però nei suoi panni: quanti l’avrebbero fatto, pur sapendo che la cosa non sarebbe rimasta priva di conseguenze? Nella fattispecie la questione non riguarda più l’insegnante Franca Maria Lucentini, deceduta all’inizio del 2019. Bensì i suoi eredi ai quali lo Stato chiede i soldi indietro. Anche se dovrebbe farseli dare da qualcun altro, e non soltanto, come hanno sentenziato il 14 novembre 2022 i magistrati della sezione d’appello della Corte dei Conti, dalle presunte responsabili del pasticcio alla scuola di Belpasso. Una di loro l’ha detto chiaramente ai giudici, che non hanno potuto non condividere le sue rimostranze sulla «incomprensibile mancanza di controlli protrattasi per ben dodici anni, durante i quali gli enti pagatori della pensione e dello stipendio non hanno riscontrato la macroscopica irregolarità». Sembra impossibile che nessuno abbia notato non soltanto l’anomalia di pensionato che continua a ricevere lo stipendio, ma pure l’assurdità che lo Stato paghi uno stipendio a una signora fino ai 78 anni. Ben oltre la massima età pensionabile di chiunque.

Per questa serie di inconcepibili negligenze non ci sono colpevoli. E i magistrati che scrivono la parola fine non possono che archiviare la storia accompagnandola con l’aggettivo «surreale». Che ben si adatterebbe a episodi e circostanze decisamente più pesanti per i conti pubblici.

Svetta su tutte un norma sbocciata nello stesso decreto del 1973 che partorisce l’abominio delle pensioni baby, con la quale viene istituito il «trattamento previdenziale privilegiato».

È una maggiorazione dell’assegno pensionistico, che può essere concessa ai dipendenti pubblici vittime di infortuni o malanni causati dal loro lavoro. Oltre, naturalmente, a quello che viene definito «equo indennizzo». Il minimo sindacale, per chi deve rischiare la vita tutti i giorni come i poliziotti e i carabinieri. Se non fosse per quel vizio, ahimè tutto italiano, che trasforma in occasioni per gli approfittatori anche le iniziative nate con le migliori intenzioni.

Perché c’è stato un lungo momento durante il quale le pensioni privilegiate fioccavano. C’entrava forse anche il fatto che la commissione incaricata di accertare la dipendenza delle malattie da cause di servizio fosse composta in maggioranza, com’è ancora oggi, da medici delle forze armate o di polizia. Sono 23 su 35 membri. Nulla però giustifica la folle decisione di estendere la possibilità di ottenere la pensione privilegiata anche ai 670 mila dipendenti della sanità. Per loro è andata avanti fino al 2011, quando la riforma Fornero l’ha riservata esclusivamente a militari e forze dell’ordine. Ma l’effetto trascinamento è lungo. Le cause vanno avanti per anni, e fra ricorsi e controricorsi capita che la pensione privilegiata arriva anche dopo dieci anni o forse più. Nel 2021 l’hanno ancora ottenuta ben 152 sanitari, per un importo medio di ben 4758 euro mensili.

Che cosa ha prodotto quella legge lo dicono chiaramente i dati dell’Inps. Le pensioni di inabilità vigenti alla fine del 2021 sono più di 206 mila. E siccome gli assegni pensionistici del pubblico impiego sono circa 3 milioni, significa che più o meno uno statale su quindici si è infortunato o ammalato per colpa del lavoro.

Non mancano episodi di spudorata sfrontatezza. Dicembre 2021: la Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna condanna l’assistente capo C. F. in servizio presso la polizia di frontiera a pagare 39 mila euro di danni erariali al ministero dell’Interno. Il Nostro ha la lombosciatalgia: causa di servizio. Così grave che la commissione medica è costretta a dichiararlo «non idoneo permanente ai servizi operativi di polizia» per i quali è richiesto «pieno possesso dell’efficienza fisica e quindi la capacità di effettuare corsa, salti, trattenere e bloccare persone, essere esposti al rischio di colluttazioni». Non può fare il poliziotto di strada, né portare il cinturone con la pistola. Un chilo e mezzo, troppo pesante. Può però giocare a tennis a livello agonistico: non è forse un tesserato della Federazione italiana tennis? Ma è anche musicista. Suona il basso, e con il suo complesso fa anche concerti, regolarmente pubblicizzati sulla sua pagina Facebook. Tennis e concerti, magari anche nella stessa giornata. Alla faccia della lombosciatalgia. Finisce agli arresti domiciliari, però non ci sta. Ammette, sì, di aver partecipato a un paio di tornei di tennis. Ma argomenta che la «spondilodiscoartrosi lombosacrale con voluminosa ernia lombare posteriore» di cui è affetto non è incompatibile con dritto, rovescio, servizio e volee. Misteri della medicina…

E siccome per i malanni non c’è prescrizione, ecco che qualcuno avanza la pretesa di pensione privilegiata per causa di servizio dopo cinquant’anni. Non è uno scherzo: lo racconta una sentenza emessa dalla Corte dei Conti nel 2021. È il 21 agosto del 1962, i Beatles hanno appena cominciato a strimpellare, due settimane prima è morta Marilyn Monroe e il governo razzista del Sudafrica ha spedito in carcere Nelson Mandela. Il signor Sempronio è un giovanotto e sta andando in macchina al mare. A un certo punto la strada impazzisce e si ritrova all’ospedale. Ha la commozione cerebrale, una frattura al cranio e anche una lieve paralisi facciale. Poteva andare peggio, per l’incidente che è stato. Un mese a letto e il Nostro si rimette in sesto. Dopo una botta del genere almeno mi risparmieranno il servizio militare, pensa. Invece si sbaglia. A luglio del 1963 lo spediscono sotto le armi. Poi però un ricovero dopo l’altro all’ospedale militare, e la naja finisce a novembre.

Ma non finisce la storia. Nel luglio 2013, esattamente cinquant’anni dopo essere stato arruolato, il signor Sempronio presenta la richiesta di equo indennizzo e pensione privilegiata perché la leva avrebbe aggravato le sue menomazioni fisiche causate dall’incidente dell’agosto 1962. Aggravamento riscontrabile nei «segni di ipertensione endocranica e di irritazione meningea da postumi di trauma cranico». La domanda viene respinta, ma lui fa ricorso e nel 2021 la Corte dei Conti gli dà ragione. E riapre la partita, mentre il signor Sempronio (il nome è ovviamente di fantasia) si avvia a tagliare il traguardo degli ottant’anni. Mai dire mai.

Estratto dell'articolo di Alessandro Camilli per blitzquotidiano.it il 9 maggio 2023.

Domandare, chiedere la risposta del sentir comune, della pubblica opinione, della gente, dei media, dei talk-show televisivi e di strada: come stiamo messi noi italiani a pensioni? La risposta sarà: poche, maledette e tardi. 

Poche le pensioni erogate? In Italia ogni 111 stipendi percepiti sono in pagamento 100 pensioni. Per chi non lo sapesse (pochi, i più proprio non lo vogliono sapere) dai contributi che vengono dagli stipendi in essere si dovrebbero pagare le pensioni in essere. La differenza, ed eccome se differenza c’è, ce la mette lo Stato, la cassa pubblica. Questa differenza tra entità dei contributi pagati e prestazioni erogate sta aumentando, aumentando, aumentando…[...]

Sono già 29 su 107 le Province (la politica e il giornalismo amano tanto la parola territori) dove i pensionati sono più numerosi di coloro che sono al lavoro. Al sud di Italia ma non solo al Sud. Comunque campione è la Calabria, registra 100 pensioni pagate ogni 67 persone che lavorano. 

Eppure l’idea generale è che nulla importi o comunque significhi e comporti che i pensionati diventino sempre di più e i lavoratori in attività sempre di meno. Anzi la pulsione sociale e il cruccio politico è quello di mandare in pensione più gente possibile e il più presto possibile. Tanto la differenza tra contributi e pensioni ce la mette lo Stato… Adesso ce la mette in effetti, con le tasse. [...]

La crescente, montante differenza tra soldi versati per la Previdenza e soldi versati dalla Previdenza quindi non dalle tasse. E allora da dove? Dal diritto naturale alla pensione, garantito e finanziato dalla volontà popolare. La pensione come risorsa naturale inesauribile e pubblica, un po’come l’acqua e l’aria. La pensione come variabile indipendente dai contributi, dal bilancio, dalla cassa, dal numero dei lavoratori, dalla demografia, da tutto…A proposito di demografia, inquietante l’assonanza e l’interazione tra la diminuzione, irreversibile, del rapporto tra nascite e morti e la diminuzione del rapporto tra lavoratori in attività e pensioni erogate.

Previdenza imprevidente, l’allarme di Sergio Rizzo sul futuro delle pensioni. FERRUCCIO DE BORTOLI su Il Corriere della Sera il 2 Maggio 2023 

In un saggio, edito da Solferino, Sergio Rizzo lancia un forte allarme per il dissesto crescente dei conti dell’Inps. Il sistema è una bomba a orologeria difficile da disinnescare

Quando l’Italia era giovane e sfrontata, sicura di conquistare il futuro con la stessa facilità con cui si era lasciata alle spalle la guerra, con le sue ferite e le sue macerie, la sostenibilità della previdenza era l’ultima delle preoccupazioni. Eravamo poi uno dei Paesi più popolati al mondo. Oggi siamo uno dei più anziani. Il declino demografico è largamente sottovalutato. Si scopre, leggendo Il Titanic delle pensioni di Sergio Rizzo (editore Solferino), che fino al 1945 il sistema pensionistico era a capitalizzazione, cioè i contributi venivano versati in un fondo e poi investiti. Un po’ come fanno i fondi pensione oggi. Quelli che non riusciamo a far decollare per irrobustire il secondo pilastro della previdenza, visto che il primo, quello obbligatorio, ansima da tempo. L’Italia non era ancora stata liberata del tutto che un decreto luogotenenziale (1° marzo 1945) del governo Bonomi apriva alla ripartizione. Ovvero le prestazioni cominciarono a essere pagate anche con i contributi versati da chi era al lavoro.

Gli anziani allora erano pochi, le famiglie se ne facevano carico più facilmente. E non solo perché le pretese erano modeste. Perdurava il riflesso di una civiltà contadina nella quale le famiglie convivevano nelle cascine, si davano una mano reciproca in condomini affollati di bimbi verso i quali c’era più tolleranza di oggi. La forte immigrazione interna, dal Sud verso il Nord, dall’Est — che non era ancora il Nord Est industriale e ricco di oggi — verso l’Ovest del triangolo industriale, ne rivoluzionò composizioni e abitudini. Il saldo migratorio cambierà di segno solo nel 1975, quando l’eccezionale sviluppo del dopoguerra rallenterà inesorabilmente. Fino ad allora erano più gli italiani che cercavano lavoro all’estero, riversando le loro rimesse ai parenti rimasti in patria, degli stranieri immigrati da noi.

Un sistema pensionistico a ripartizione non creava apparentemente alcun problema in un’Italia con tante persone al lavoro e relativamente poche in quiescenza. La previdenza divenne però, con il passare degli anni, un formidabile strumento di welfare reale e di immediato consenso politico. Nel 1969, il governo Rumor scelse definitivamente il sistema a ripartizione. Le pensioni di anzianità consentivano già di lasciare il lavoro con 35 anni di contributi, indipendentemente dall’età. Nel 1973 arrivò la versione più audace, quella delle baby pensioni che consentivano di ritirarsi anche con meno di 35 anni.

«Una follia costata alla collettività — scrive Rizzo — 250 miliardi, per non parlare dell’impatto sulla scuola pubblica risultato devastante». Cominciò, in quel decennio disgraziato, l’assalto corporativo al sistema pensionistico che ne avrebbe minato la sostenibilità. Ma chi mai avrebbe potuto opporsi al riconoscimento di contributi figurativi a favore di servitori dello Stato, di categorie disagiate, del grande bacino dei lavoratori agricoli, vaste categorie di votanti? O, in seguito, all’utilizzo del pensionamento anticipato per risolvere grandi crisi aziendali?

L’amara realtà che emerge dal pamphlet di Rizzo è che il concorso di colpa è stato, salvo poche eccezioni, pressoché generale. Non sempre l’essere bipartisan è un merito. In materia pensionistica, sia a livello statale ma in particolare nelle Regioni, l’uso di leggine ad hoc, provvedimenti su misura per pochi privilegiati — politici, sindacalisti — emendamenti dell’ultima ora, è stato così ricorrente dall’essere diventato, anche in tempi recenti, una pratica abituale. Con molti che volgevano e volgono lo sguardo altrove. Ogni categoria (giornalisti compresi) ha le sue colpe.

La riforma Dini del 1995 — che non a caso come quella Fornero del 2012 venne dopo una violenta crisi finanziaria — trasformò gradualmente il sistema in contributivo con assegni commisurati all’entità dei versamenti. Se all’Italia del secolo scorso, che pure cominciava a fare meno figli e a non aver più voglia di svolgere alcuni lavori umili, si poteva perdonare una sottovalutazione della bomba nascosta con miccia a lenta combustione, a quella di oggi non si può perdonare più nulla. Bisogna però avere il coraggio — come scrive Sergio Rizzo — di dire tutta la verità. Senza nascondere la testa sotto la sabbia e rinviare quella verifica statistico-attuariale sulla sostenibilità del sistema pensionistico che per legge dovrebbe essere fatta ogni tre anni. E non illudere più, con false promesse — come la fallimentare quota 100 — gli italiani.

Il sistema pensionistico in un Paese sempre più anziano — età media 48 anni, era meno di 30 anni nel 1950 — non regge. Lo segnala molto bene, con scenari inquietanti, l’ultimo Documento di economia e finanza (Def) che può essere riassunto così: solo con una forte immissione di immigrati regolari si può allargare la platea contributiva e innalzare il tasso di natalità. Com’è avvenuto in Germania e in Svezia. Non bastano gli asili nido. E non si potrà continuare a lungo — come si è fatto con la riduzione del cuneo — a scaricare sulla fiscalità generale una quota crescente di contributi, peraltro evasi in forma massiccia. L’Inps ha crediti contributivi largamente superiori ai 100 miliardi, che si è arrivati anche al punto di «rottamare». Per non parlare delle truffe (in particolare in agricoltura), dello scandalo dei falsi invalidi (la Sicilia ha il primato dei ciechi), della montagna di cause nelle quali l’Inps soccombe quasi in un caso su due.

Il quadro è desolante. Apparentemente senza soluzione di fronte a un lavoro che cambia e spesso è intermittente, precario. L’evasione fiscale e contributiva non è più tollerabile, basterebbe non assecondarla per avere risultati apprezzabili. Separare l’assistenza dalla previdenza farebbe emergere costi collettivi e individuali oggi invisibili o rimossi. Rizzo è favorevole a un sistema a capitalizzazione non solo per il secondo pilastro ma anche per il primo. Una marcia indietro di 80 anni. Ma soprattutto un bagno di umiltà in un Paese che si illude di poter vivere ancora a lungo al di sopra delle proprie possibilità.

Il volume e gli incontri

Il libro di Sergio Rizzo Il Titanic delle pensioni. Perché lo Stato sociale sta affondando è pubblicato da Solferino (pagine 220, euro 16,50). Si tratta di un’analisi delle condizioni critiche in cui si trova il sistema previdenziale italiano, che si avvia verso il dissesto.

Sergio Rizzo presenterà il suo libro il 15 maggio nell’ambito del Prospero Festival di Monopoli (ore 21) con Vincenzo Magistà, direttore di Tele Norba. Il 19 giugno si terrà un altro incontro al Circolo dei lettori di Torino (ore 18), dove Rizzo dialogherà con Elsa Fornero.

Nato a Ivrea nel 1956, Sergio Rizzo è stato a lungo una firma del «Corriere della Sera» e poi vicedirettore di «Repubblica». Con Gian Antonio Stella ha pubblicato il bestseller La casta (Rizzoli 2007). Per Solferino nel 2022 ha pubblicato il saggio Potere assoluto

Bergamo, professoressa in pensione spiega agli amici la storia del Duomo di Città Alta: multa da 1.333 euro per esercizio abusivo della professione. Rosanna Scardi su Il Corriere della Sera il 12 Aprile 2023

La comandante della polizia locale: «Stiamo intensificando l'attività di contrasto delle guide non autorizzate»

Stava illustrando le bellezze di Città Alta, a Bergamo, a un gruppo di visitatori, tutti soci di un’associazione senza scopro di lucro, quando è stata avvicinata da agenti della polizia locale che le hanno chiesto i documenti. I vigili volevano verificare che fosse iscritta al registro delle guide turistiche della Lombardia. Ma non lo era. La donna, Rosita Corbetta, è un'insegnante in pensione, ex docente di arte alle scuole medie di Missaglia, nel Lecchese, membro del direttivo dell'Università per tutte le età di Casatenovo. Quando è stata multata dai vigili la professoressa stava spiegando i particolari degli arazzi e delle tarsie del coro di Santa Maria Maggiore, ma per la legge non lo può fare, è esercizio abusivo della professione. Ed è stata multata. Gli agenti hanno redatto il verbale che prevede una sanzione da 1.333 euro. La storia è stata raccontata da Bergamonews. 

Il fatto è successo lo scorso 28 marzo, di pomeriggio. A segnalare la donna alla polizia locale sarebbe stata una guida turistica autorizzata. I vigili l'hanno sorvegliata per un quarto d'ora, poi si sono avvicinati e le hanno chiesto i documenti. La donna ha provato a difendersi, spiegando che si trattava di una lezione privata, a titolo gratuito, per un gruppo di amici. Ma nonostante le spiegazioni è scattata la sanzione. La donna, insieme all'Università per tutte le età, ha detto che farà ricorso. 

La comitiva dell'Università per tutte le età di Casatenovo multata a Bergamo il 28 marzo

«Siamo esterrefatti – commenta Samuele Baio, presidente dell’Università per tutte le età che faceva parte della comitiva -. La professoressa tiene lezioni per i nostri soci; in questo caso, anziché guardare delle diapositive, abbiamo voluto vedere sul posto le meraviglie di Bergamo. Mai avremmo immaginato di venire multati. Tanto più che la professoressa aveva compiuto un sopralluogo nei giorni precedenti e le era stato detto solo che non si poteva parlare nella Basilica». 

«Abbiamo intensificato l'attività di contrasto delle guide non autorizzate, anche in sinergia con le guide della nostra città», ha spiegato a Bergamonews la comandante della polizia locale, Gabriella Messina. Quest'attività è stata incrementata dai vigili dall'inizio dell'anno, in concomitanza con l'avvio dell'esperienza della Capitale della Cultura.

Le Pensioni. Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 7 marzo 2023.

Quando la guardia di finanza ha sequestrato 40 milioni di euro tra partecipazioni e ville sparse in tutta Italia, è emerso un mondo dietro al quale il denaro dell’Enpapi, l’istituto previdenziale degli infermieri, sarebbe stato utilizzato per restaurare appartamenti privati, acquistare voli aerei per assistere alla finale di Champions League o pagare signorine con cui trascorrere notti brave.

Era il 2019 e in quell’indagine venivano contestati diversi reati poi giudicati dal tribunale di Milano. A Roma tuttavia è andato avanti il processo in cui l’ex direttore generale dell’Ente, un imprenditore e un avvocato sono accusati di aver ostacolato la vigilanza sui conti dell’istituto. E adesso la sentenza: l’allora Dg Marco Bernardini dovrà scontare 8 anni di carcere, mentre il legale Piergiorgio Galli è stato condannato a 4 anni di reclusione e l’impresario Giovanni Conte è stato condannato a 7 anni e 6 mesi e solo per un episodio relativo alla compravendita di un immobile a Potenza.

(...)

 Favori in cambio di altri favori, come un aereo che da Venezia portava fino in Germania “ per assistere alla partita di Champions League in programma a Berlino il giorno 6 giugno 2015”, quella disputata tra Juventus e Barcellona e terminata con gli spagnoli che portarono a casa la coppa dalle grandi orecchie. Tra gli altri vantaggi anche l’organizzazione “ in almeno 19 occasioni ( tra gennaio 2018 e febbraio 2019), di incontri con ragazze”, pagate “ tra 500 e 800 euro ad evento” e con le quali alcuni indagati, trascorrevano “la serata o la nottata in ristoranti o alberghi in diverse località”.

(…).

Le balle sulle pensioni. Edoardo Sirignano su L’Identità il 19 Gennaio 2023

Trenta anni di balle sulle pensioni”. A dirlo Giuliano Cazzola, economista, politico ed ex sindacalista.

Quale è stato il primo vero provvedimento a riguardo?

Quello del governo Amato del 1992. Dimostrò che si poteva cambiare qualcosa. Fino ad allora gli uomini andavano in pensione a 60 anni e le donne a 55. Nel 1995, poi, ci fu la riforma Dini, intervento di carattere strutturale. Il suo limite era una fase di transizione troppo lunga rispetto alle esigenze di sostenibilità. Solo il primo governo Prodi nel 1998, in vista dell’ingresso nella moneta unica, rese ancora più uniforme il sistema, avviando un’omogeneità dei trattamenti tra pubblico e privato. Nel 2011, poi, ci fu la Fornero, che, nei fatti, chiuse il cerchio.

Quest’ultima, però, ha generato non poche polemiche…

Pur essendo apprezzata in tutto il mondo, in Italia è stava vittima di una campagna menzognera di disinformazione. A seguire solo piccole e grandi controriforme, lontane dai veri obiettivi di sostenibilità. Vediamo adesso cosa ci proporrà Meloni.

Come siamo messi rispetto al resto d’Europa?

Se ci paragoniamo alla Francia, facciamo bella figura. Il problema di Macron non è solo quello di elevare l’età pensionabile, ma anche di superare la frammentazione dei fondi e delle casse. Pensi che noi nel 1992 avevamo 47 regimi diversi, dispersi in una pletora di enti. Oggi i trattamenti, in Italia, sono uniformi tra pubblico e privato, mentre esiste un solo ente l’Inps, che ha incorporato tutti gli altri, tranne le casse dei liberi professionisti.

Chi è stato il primo a parlare di riforma, che poi non si è fatta?

Il primo a provarci fu Gianni De Michelis, ministro del governo Craxi. Fu il primo a rendersi conto che il sistema non avrebbe retto. Presentò degli emendamenti, a nome del governo, al testo su cui stava lavorando una Commissione parlamentare, presieduta da Nino Cristofori. Ma finì la legislatura. In quella successiva, non si riuscì a far nulla, se non appesantire il sistema con le pensioni d’annata e con un onere di 25mila miliardi di lire.

Ci può fare un riepilogo delle corbellerie sul tema pensioni…

La maggiore è ormai divenuta luogo comune, ovvero che dopo la riforma Fornero i lavoratori non possono più andare in pensione se non all’età di Matusalemme. I dati dimostrano che in Italia i percettori di un trattamento anticipato sono 6,5milioni, mentre i pensionati di vecchiaia (per tre quarti donne) sono 4,2milioni. La discriminazione di genere non deriva da norme diverse, ma da differenti condizioni di lavoro. Altra balla presentare i pensionati come poveri. I dati dicono il contrario. Errore lo commette pure chi confonde le pensioni (23 milioni) con i pensionati (16,5 milioni). Il pianto, poi, sui pensionati al minimo, ai quali il sistema e i contribuenti destinano tutti gli anni circa 21 miliardi per integrare la pensione a calcolo, è davvero assurdo. Stesso discoro vale per la mancanza di flessibilità. Ci sono più vie d’uscita del Delta del fiume Po. Menzogna, infine, la separazione tra previdenza e assistenza.

Perché sull’argomento, non si è ancora riusciti a trovare una quadra?

La denatalità e l’invecchiamento della popolazione pesano e non poco sul mercato del lavoro. Tra una ventina di anni mancheranno da 5 a 6 milioni di persone in età di lavoro. Ecco perché e necessario un flusso ordinato ed integrato di stranieri. È dal 2014 che gli stranieri non riescono più a colmare il saldo demografico negativo. Da allora abbiamo perduto 1,4 milioni di persone residenti, di cui 900mila nel Sud.

Il governo ha la possibilità di fare una riforma vera?

Con le posizioni in campo di taluni partiti della maggioranza, come la Lega, ne dubito. Poi anche le posizioni dei sindacati sono fuori mercato. La sola speranza sta nel fatto che il governo è sotto osservazione da parte dei mercati in materia di pensioni. Meloni ha dimostrato, in generale. di esserne consapevole. Occorrerà, comunque, rendersi conto della vera emergenza quella demografica. Quanto può reggere una situazione in cui diminuiscono quelli che pagano ed aumentano quelli che incassano? I trend demografici non si invertono in breve tempo.

Cosa ne pensa delle novità introdotte dal governo Meloni?

Un pasticcio che però non procura eccessivi danni, perché con una mano nega ciò che riconosce con l’altra. In sostanza introduce una pensione anticipata flessibile (quota 103), ma la rende impraticabile e non conveniente, attraverso le condizioni per avvalersene.

Quali i punti di forza e di debolezza?

Il punto di forza l’ho già indicato. Quello di debolezza sta nella sua iniquità. Pensi che per anticipare di qualche mese il pensionamento di 41mila lavoratori (maschi) si è massacrata opzione donna (da 20mila a meno di 3mila) e si è ridotta, per due anni, la perequazione automatica all’inflazione (nel momento in cui è in crescita) a 3,3milioni di pensionati.

Quella sinistra che da anni dice di battersi sul tema doveva collaborare di più ?

Su questo tema la sinistra è divisa, tra l’area riformista che tutto sommato le riforme le ha fatte stando al governo e quella che oggi è pentita di ciò che ha fatto. E attribuisce al contagio liberista i motivi della sua sconfitta.

Pensioni: le menzogne dei politici. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 18 Gennaio 2023.

«Con la crescita zero il Paese invecchia. Tra un po’ avremo un pensionato a carico di ogni disoccupato». La vignetta di Altan è vecchia, ma la provocazione sta diventando realtà. Il principio su cui si regge il sistema previdenziale lega a doppio filo il numero di lavoratori a quello dei pensionati: con i contributi del mio lavoro oggi pago chi sta prendendo la pensione, domani ci dovrà essere qualcuno che lo farà per me. Se questo equilibrio si spezza, le casse dell’Inps e degli altri enti previdenziali saltano. Su 36 milioni di italiani in età da lavoro oggi i dipendenti (sia a tempo indeterminato sia a tempo determinato) e gli autonomi sono 23 milioni. Da questo numero è escluso chi è in cassa integrazione o inattivo da oltre 3 mesi. Invece a incassare la pensione di anzianità, vecchiaia, sociale, invalidità e infortuni sul lavoro, sono 16 milioni. Con questi numeri fino a quando sono garantite le pensioni ai livelli di oggi? Vediamo che cosa ci aspetta e cosa innesca il continuo cambiamento delle regole per abbassare l’età pensionistica. Il decimo rapporto «Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano» redatto dal Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali di Alberto Brambilla e presentato stamattina, 18 gennaio, alla Camera dei deputati, parla chiaro. Dataroom l’ha potuto leggere in anteprima.

La situazione attuale

Secondo i calcoli ormai consolidati, per consentire al sistema pensionistico di reggere devono esserci tre lavoratori ogni due pensionati: è il «rapporto attivi/pensionati» espresso tecnicamente dal tasso di 1,5. Oggi siamo a 1,42. Il conto è fatto sugli ultimi dati disponibili comparabili, quelli di fine 2021: i lavoratori sono 22 milioni e 884 mila contro 16 milioni e 98.748 pensionati. La differenza tra il tasso di 1,5 e quello di 1,42 sembra minima, ma non lo è: vuol dire che nel 2021 per avere una condizione in perfetto equilibrio ci dovrebbero essere 1 milione e 264.122 lavoratori in più, oppure 842.748 pensionati in meno. Invece ci sono entrate contributive per 208 miliardi e 264 milioni, mentre la spesa pensionistica è di 238 miliardi e 271 milioni. Un buco di 30 miliardi. Sul 2022 invece c’è il numero di occupati (23 milioni), ma manca ancora quello dei pensionati.

Come siamo arrivati fin qui

Il saldo negativo tra entrate contributive e spesa pensionistica non è una novità, tant’è che negli anni i disavanzi patrimoniali hanno dovuto essere coperti con interventi legislativi. Nell’ultimo decennio si possono distinguere due momenti. Il primo è quello che va dal 2012 al 2018, e che vede una diminuzione costante del numero dei pensionati: dai 16 milioni e 668.584 del 2011 ai 16 milioni 4.503 del 2018. È l’effetto della riforma Fornero scattata a gennaio 2012 (qui il provvedimento, art. 24) che innalza l’età per la pensione di vecchiaia da 65 a 67 anni, e pone come requisiti per la pensione anticipata 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Fino ad allora bastavano 35/36 anni, a patto di avere compiuto i 60/61 anni («Quota 96»). Il secondo momento è quello che va dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2021 e vede una risalita del numero di pensionamenti: dai 16 milioni 4.503 ai 16 milioni e 98.748. Il motivo principale è l’entrata in vigore di «Quota 100», approvata dal governo Conte I su spinta del leader della Lega Matteo Salvini e che prevede la possibilità di andare in pensione a 62 anni e con almeno 38 anni di contributi. Tra il 2019 e il 2021 hanno utilizzato «Quota 100» in 379.860 con una spesa di 11,84 miliardi. Ma con lo smaltimento delle domande arretrate la stima è che si arriverà a 450 mila, con un anticipo medio di pensionamento rispetto alla Fornero di 2 anni e mezzo.

Occupazione in ripresa e morti da Covid

Con il tasso all’1,42 abbiamo visto che il numero di pensionamenti resta troppo elevato rispetto al numero di lavoratori. E questo si verifica nonostante nel 2021 l’occupazione sia in netta ripresa, e il numero di pensionati diminuisca in modo significativo anche per le morti da Covid. Da un lato con 22 milioni e 884 mila lavoratori si torna ai livelli pre-pandemia, con il numero di contratti a tempo determinato costante negli anni (intorno al 17%). Dall’altro lato, il numero di prestazioni previdenziali con durata quarantennale, erogate cioè a persone andate in pensione nel lontano 1980 o ancor prima, è passato da 423.009 a 353.779: le 69.230 prestazioni eliminate sono da imputare prevalentemente al Covid che ha colpito soprattutto gli over 80.

Quota 102 e Quota 103

Allo scadere di «Quota 100», il governo Draghi introduce «Quota 102» (qui il provvedimento, art. 1 comma 87): l’età per andare in pensione con 38 anni di contributi passa da 62 a 64 anni. La stima è che in totale nel 2022 le richieste accolte sono cinquemila con un anticipo medio di 27 mesi e un costo a regime di circa 42 milioni di euro. Con la legge di Bilancio 2023 i criteri cambiano di nuovo, e spunta «Quota 103»: il governo Meloni riporta l’età per la pensione anticipata a 62 anni, ma stavolta con 41 di contributi (qui il provvedimento, art. 1 comma 283). La nostra aspettativa di vita è tra le più elevate a livello mondiale e, tirate le somme, l’età effettiva di pensionamento in Italia è 63 anni, mentre la media europea è di 65 anni. Oggi la spinta politica italiana è quella di abbassare l’età pensionabile per favorire le assunzioni dei giovani. Vediamo se si trova riscontro nei fatti.

Lavoro dipendente: più pensionati, meno assunzioni

Calcoliamo quanti under 29, tra il 2015 e il 2021, sono entrati nel mercato del lavoro per ogni lavoratore anziano uscito. Il conto prende in considerazione il numero di nuovi pensionati Inps tra i lavoratori dipendenti e le assunzioni di giovani fino a 29 anni nel settore privato. Risultato: il rapporto è uguale o superiore a 1 solo per un anno, il 2017, quando per ogni nuovo pensionato vengono assunti 1,7 giovani. I dati più bassi sono registrati nel 2015 (0,30) e nel 2019 (0,37). Nel 2021 il rapporto sale a 0,88: 212.045 under 29 assunti contro 239.602 nuovi pensionamenti.

L’ostacolo maggiore per le nuove assunzioni è la mancanza dei profili professionali di cui necessitano le imprese. Non viene soddisfatta quasi la metà della domanda: ad esempio ad inizio gennaio 2023 su un totale di 152.540 figure richieste il 48% non è stato reperito. In particolare considerando le competenze più difficili da reperire, ovvero operai specializzati, tecnici in campo informatico e ingegneristico, farmacisti e biologi, su oltre 44 mila richieste il 64,6% non è stato trovato (qui il documento). Infine un dato molto preoccupante: tra i ragazzi fra 16 e i 24 anni che non studiano, lavora solo il 17,5% contro il 32,7% della media Ue. Di fronte all’inesorabilità dei dati emerge tutta l’irresponsabilità politica: incapace di creare le condizioni per aumentare i posti di lavoro, preferisce accontentare chi vuole smettere di lavorare, spacciandola come soluzione per liberare spazio a vantaggio dei giovani. E le conseguenze di un minore incasso si spalmeranno su tutti i cittadini.

Ecco a chi finisce la metà delle nostre pensioni. Quasi la metà dei pensionati italiani è "coperta" dal denaro versato da chi guadagna una cifra superiore a 35mila euro lorde l'anno: ecco il meccanismo derivato dalle pensioni di assistenzialismo. Alessandro Ferro il 6 Gennaio 2023 su Il Giornale.

In attesa della tanto desiderata riforma del sistema pensionistico, un allarme è stato lanciato dall'Osservatorio di Itinerari Previdenziali: poco meno della metà di chi non fa più parte del mondo del lavoro riceve dall'Inps pensioni di assistenza che vanno a gravare enormemente sulle spalle dei contribuenti.

Quali sono i numeri

Su poco più di 16 milioni gli ex lavoratori, circa 7 milioni e 277mila di loro sono assistiti: come scrive Libero, di questa fetta ben definita il 44% riceve prestazioni del tutto assistenziali, il 56% fa invece parte degli invalidi di lavoro. Negli ultimi anni (2008-2021), i numeri dell'assistenzialismo sono esplosi passando dai 54 miliardi di euro nel 2008 a ben 144 miliardi nel 2021 a cui bisogna aggiungere altri 11 miliardi per le assistenze sociali tra i Comuni. Questi numeri dimostrano che il denaro impiegato nella spesa sociale ha raggiunto quello stesso delle pensioni ma che, se queste ultime sono il frutto dei contributi che hanno versato i lavoratori nel corso del tempo, le spese per l'assistenza sono totalmente finanziate dai contribuenti che hanno un guadagno maggiore di 35mila euro lordi ogni anno.

Povertà in aumento

La notizia negativa è che nel corso degli anni la forbice tra spese assistenziali, redditi, Irpef e Pil si è allargata a dismisura con la prima voce che è cresciuta a un ritmo elevatissimo. Nonostante questi esborsi, il tema su chi vive in povertà non è diminuito: se nel 2008 erano circa 2,11 milioni i poveri assoluti, nel 2019 questo numero è più che raddoppiato passando a più di 4,5 milioni prima dell'arrivo della pandemia che ha peggiorato le cose. Insomma, vengono sborsate cifre incredibili sugli assegni sociali ogni anno a italiani e stranieri (circa 4,18 miliardi) mentre il computo complessivo per gli invalidi è di circa 18,2 miliardi. L'Osservatorio ricorda che a queste cifre bisogna mettere quasi 22 miliardi di euro che vanno a incrementare le pensioni minime e quelle sociali.

I pensionati degli enti pubblici

Tra i numeri in rosso spiccano anche quelli per gli ex dipendenti pubblici ai quali sono destinati poco più di 14 miliardi di euro tra oneri, quattordicesime, pensioni ex Inpdap e anche le perequazioni. Altri 5,6 miliardi vanno a vari Fondi tra cui compaiono quelli per le Ferrovie dello Stato, gli Spedizionieri doganali e quelli per i porti di Trieste e Genova. Tirando le somme, sono quasi 92 i miliardi destinati all'assistenzialismo: come abbiamo visto sul Giornale.it, adesso avremo a che fare con la nuova Quota 103 e la rivalutazione delle pensioni con circa 48 miliardi in più nell'arco di 10 anni.

Il direttore dell'Osservatorio, Alberto Brambilla, ha anche posto l'accento su un altro discorso: intervistato da Libero, ha spiegato che in Italia esistono circa 900mila pensionati sociali di cui l'Inps e il Fisco non conoscono nemmeno le generalità ma che potrebbero ricevere 600 euro mensili, una pensione quasi simile a quella di un artigiano che ha pagato le tasse e riceve circa 800 euro. "In questo modo stiamo favorendo 4,5 milioni di pensionati che non hanno mai pagato le tasse, quasi il 30% dei 16 milioni di pensionati totali: sono stati mantenuti prima e vengono mantenuti anche adesso".

Patronati, tutti i servizi legali e i costi. I patronati erogano dei servizi specifici molto spesso a titolo gratuito. Tuttavia, quando è necessario il supporto di un avvocato, questo va pagato dal cittadino che se ne avvale. Ecco cosa sapere e come comportarsi, anche quando il giudice liquida le spese. Giuditta Mosca il 3 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Cosa fanno gli avvocati dei patronati

 Quanto costano gli avvocati dei patronati e chi li paga

 La liquidazione delle spese legali

I patronati affiancano i cittadini per risolvere problemi di natura lavorativa e previdenziale. Caf e patronati sono diversi tra loro, anche se i termini sono diventati ormai interscambiabili. Ci sono questioni che possono richiedere l’intervento di avvocati, di norma consigliati dagli stessi patronati in virtù di una collaborazione rodata che è sinonimo di affidabilità.

I casi in cui il cittadino può avere bisogno del supporto di un avvocato sono diversi: si va dalle dispute di natura lavorativa fino a quelle con l’Inps quando, per esempio, non riconosce un’indennità di accompagnamento.

L’assistenza fornita dai patronati (e anche dai Caf) è di norma gratuita, quando è necessario avvalersi di un avvocato, questo ha diritto a un compenso.

Cosa fanno gli avvocati dei patronati

Gli avvocati dei patronati si prefiggono di supportare i cittadini che si rivolgono ai patronati laddove questi ultimi non sono in grado di risolvere un problema. I più classici sono le difficoltà dei dipendenti nell’ottenere che il datore di lavoro versi tutti i contributi previdenziali dovuti, dispute per ottenere il Tfr oppure contenziosi con l’Inps in materia di invalidità o di altre prestazioni non erogato in modo corretto.

Tutte questioni che non possono essere risolte per via amministrativa e richiedono di adire un giudice, l’intervento di un avvocato è quindi imprescindibile.

Quanto costano gli avvocati dei patronati e chi li paga

Quando erogano servizi ai cittadini, i patronati vengono pagati dallo Stato il quale, a seconda di un tariffario, riconosce un importo per ogni attività svolta. A titolo di cronaca, si tratta di importi che di norma variano dai 35 euro ai 175 euro.

La cosa cambia quando occorre un avvocato il quale, pure se raccomandato da un patronato, va pagato dal cittadino. Il costo dell’avvocato varia ovviamente a seconda della complessità del caso e, in ogni caso, andrebbe pattuito prima di conferirgli il mandato, chiedendo un preventivo scritto dettagliato, ossia un preventivo nel quale figura ogni singola attività che l’avvocato svolgerà e il prezzo per ognuna di queste.

In alcuni casi i patronati hanno dei tariffari già pronti e ciò significa che i costi sono già stati concordati con gli avvocati di cui si avvalgono.

Non di rado, a fronte di specifici casi, gli avvocati dei patronati agiscono a titolo gratuito esigendo però un compenso a fronte dell’esito positivo della causa e, allo stesso modo, è opportuno pattuire tale compenso anticipatamente.

Quale che sia la formula per il pagamento, è bene tenere presente che l’avvocato agisce come professionista e quindi emetterà una parcella per il suo lavoro.

La liquidazione delle spese legali

Emettendo una sentenza o un decreto, un giudice può liquidare l’onorario dell’avvocato. Ciò succede, per esempio, quando condanna la parte soccombente a pagare le spese legali.

Tuttavia, le spese accordate dal giudice all’avvocato potrebbero essere inferiori a quelle pattuite e, in questo caso, il cittadino dovrà versare la differenza. Per esempio, se un avvocato pattuisce un compenso di 1.000 euro e, con la propria sentenza, il giudice impone alla parte soccombente di pagare le spese legali per 800 euro, il cittadino dovrà versare la differenza di 200 euro per arrivare a saldare l’intero onorario.

Il Bestiario, lo Scioperigno. Giovanni Zola il 4 Maggio 2023 su Il Giornale.

Lo Scioperigno è un leggendario animale che mobilita lo sciopero quando il governo aumenta lo stipendio ai lavoratori

Lo Scioperigno è un leggendario animale che mobilita lo sciopero quando il governo aumenta lo stipendio ai lavoratori.

Lo Scioperigno è un essere mitologico che ripete urlando sempre lo stesso discorso da decine di anni tanto che lo stesso discorso ascoltato oggi potrebbe essere lo stesso di un qualsiasi 1968. Lo Scioperigno è un animale con abitudini particolari e alquanto curiose: capace di andare in letargo anche per anni, al suo risveglio si mette a gridare come una scimmia urlatrice con un terribile mal di denti. Gli etologi hanno rilevato che tale rituale non è casuale, ma a seconda del governo in carica, lo Scioperigno decide se starsene a dormire nella sua tana o scioperare tenacemente con mobilitazioni permanenti organizzate prevalentemente durante i weekend di pioggia per rendere più drammatica la lotta di classe.

Lo Scioperigno sa bene che la crisi internazionale odierna metterebbe in difficoltà qualsiasi esecutivo a causa di una coperta corta, ma con quello attuale, lo Scioperigno è particolarmente aggressivo come un orso trentino. Così, anche se con fatica, sono state trovate risorse per i lavoratori e le famiglie, lo Scioperigno insiste nella sua lotta furiosa contro i mulini a vento. Occorre essere intellettualmente onesti: fa piacere vedere lo Scioperigno, animale che sembrava in via d’estinzione – soprattutto durante il Biennio pandemico - rianimarsi improvvisamente agitandosi, ma senza cambiare nulla come nella sua natura intrinseca, dimostrando che l’habitat che lo valorizza al suo meglio è di fatto quello di stare all’opposizione. E per questo glielo auguriamo ancora e ancora.

Anche le pro loco festeggiano. Dal punto di vista folcloristico non possiamo che ringraziare lo Scioperigno che con i suoi raduni colora le piazze come solo una sapiente armocromista da 300 euro all’ora saprebbe fare. Crea importanti punti di socializzazione dove i lavoratori possono lamentarsi in compagnia, ma anche ballare e divertirsi grazie ai momenti di intrattenimento musicale in stile rave party organizzati dai centri sociali e rifocillarsi grazie alle bibite e ai panini portati dai seguaci dell’attuale Inviato Speciale per il Golfo Persico.

Anche grazie allo Scioperigno redivivo, ancora una volta, vince l’italietta delle contrapposizioni che dimostra come sia più importante il potere rispetto al “bene comune”, che dimostra che l’ideologia è il male del mondo e che dimostra infine che a perdere, alla fine dei conti, sono sempre i lavoratori.

"Avvocata e ingegnera". La lezione di Ambra Angiolini a Murgia & Co. Lasciando di stucco i radical chic del Concertone, l'attrice tira una bordata alle ultrà dello schwa che ogni giorno storpiano la lingua italiana. Giorgia Fenaroli il 2 Maggio 2023 su Il Giornale. 

Parole, parole, parole. Soltanto parole. Mina già lo cantava nel 1972, ma la lezione del brano sembra essere tornata utile sul palco del concertone del Primo Maggio. Ieri da piazza san Giovanni, a Roma, la conduttrice Ambra Angiolini si è scagliata contro quelle che in fin dei conti sono solo parole. "Avvocata, ingegnera, architetta: tutte queste vocali in fondo alle parole saranno armi di distrazione di massa?", ha detto l'attrice e cantante, lasciando forse di stucco la stuola di radical chic che gioivano nel vederla alla conduzione del carrozzone del Primo Maggio per la sesta volta. "Le parole ci fanno perdere di vista i fatti. E i fatti sono che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione", ha detto snocciolando i dati. 

Persino l'ex valletta di Non è la Rai sembra esserci accorta della contraddizione portata avanti da chi - Michela Murgia, Laura Boldrini e compagne in primis - vorrebbe farci credere che sia sufficiente non una parola, ma una sola vocale a cambiare tutto. Da chi non vede l'ora di storpiare la lingua italiana, facendola passare come una grande "conquista", convinti che tanto basti a risolvere finalmente la questione femminile e dare alle donne quello che meritano. Poco importa se poi, nella realtà, le donne continuino a essere pagate meno dei loro colleghi uomini o trovino più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro: almeno potranno fregiarsi del gagliardetto di farsi chiamare avvocata, medica, sindaca. 

"Non lo diceva già la Costituzione nel 1948 che la donna doveva avere gli stessi diritti dell’uomo nell’art. 36? Che ce ne facciamo delle parole?", ha detto Ambra. Dal palco rosso per eccellenza, l'attrice ha tirato una bella bordata alle femministe "de sinistra" che pretendono di sapere cosa è meglio per tutte, impartendo una lezione ai fan della lingua di genere: le battaglie da combattere sono altre e ben più importanti di una vocale a fine parola. 

E se è vero che la lingua descrive la società, è anche vero che di certo non basta mettere una "a" alla fine della parola per cambiare il mondo. È solo un contentino che allontana il dibattito dalle cose serie. Oltre a creare una comprensibile irritazione nell'opinione pubblica, le femministe causano anche l'effetto opposto rispetto a quello che vorrebbero raggiungere: è di pochi giorni fa il sondaggio della Fondazione Bruno Kessler secondo cui farsi chiamare "avvocata" testimonia una minore affidabilità rispetto al maschile (e neutro) "avvocato". Ambra lo ha capito e non risparmia una frecciata finale ai cultori del politicamente corretto: "Voglio proporre uno scambio: riprendetevi le vocali in fondo alle parole al femminile, ma ridateci il 20% di retribuzione. Pagate e mettete le donne in condizione di lavorare. Uguale significare essere uguale. E finisce con la e".

Estratto dell'articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2023.

Bando ad asterischi e schwa, no all’articolo davanti al nome (la Meloni, la Schlein), e no alle reduplicazione retoriche (i cittadini e le cittadine, le figlie e i figli), sì invece al plurale maschile non marcato «inclusivo», e soprattutto ai nomi di professione declinati al femminile (avvocata, magistrata, questora): l’Accademia della Crusca risponde così al quesito postole dal comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione sulla scrittura negli atti giudiziari rispettosa della parità di genere.

[…]

Intanto, niente asterischi o schwa: «È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (”Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…). Lo stesso vale per lo scevà o schwa».

Poi, in una lingua come l’italiano che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, «lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti» non è per l’Accademia della Crusca «la reduplicazione retorica, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi» (come in «lavoratrici e lavoratori», «impiegati e impiegate»); ma é «l’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo “persona” a “uomo”, “il personale” a “i dipendenti”), oppure (se ciò non é possibile) il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare».

E sempre il maschile non marcato si può usare quando ci si riferisce «in astratto all’organo o alla funzione, indipendentemente dalla persona che in concreto lo ricopra o la rivesta», ad esempio «il Presidente del Consiglio». Per il resto, l’Accademia suggerisce di «far ricorso in modo sempre più esteso ai nomi di professione declinati al femminile»,

[…]

Estratto dell'articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” il 3 maggio 2023.

Era difficile condurre un Primo Maggio e riuscire a fare solo cose profondamente di destra, ma Ambra Angiolini – incredibile a dirsi – ce l’ha fatta. Probabilmente, se accanto a Biggio ci fosse stata Daniela Santanchè, avremmo avuto un Primo Maggio più spostato a sinistra, ma ormai è andata. La conduzione inizia subito in maniera un po’ stonata. 

La conduttrice che parla di alternanza scuola-lavoro e di come sia stato ingiusto rubare il futuro a un giovane di 18 anni (Lorenzo, morto in alternanza scuola lavoro) che doveva solo andare a scuola. Considerato che Ambra ha iniziato a lavorare a Non è la Rai a 14 anni dalle 11 del mattino fino alle sei del pomeriggio, sarebbe stato più interessante ascoltare la sua esperienza più che la sua predica, ma poi sono saliti sul palco i genitori di Lorenzo con la loro incrollabile dignità e il momento è stato toccante.

Tra una canzone e l’altra, sotto la pioggia battente, è poi il turno del fisico Carlo Rovelli, il quale sul palco dice quello che ribadisce da tempo, e cioè che è contrario alla guerra: “Lo sapete che in Italia il ministro della Difesa è stato vicinissimo a una delle più grandi fabbriche di armi del mondo? Il ministero della Difesa deve servire per difenderci dalla guerra, non per fare i piazzisti di strumenti di morte”. 

(...)

Diamo a tutti la possibilità di parlare ma anche a tutti quella di rispondere e questa risposta è mancata. È un’opinione del professor Rovelli”. 

Ha fatto bene a chiarire questo ultimo passaggio perché pensavamo che sul palco Rovelli avesse portato un’opinione di Ornella Vanoni e invece era proprio sua, pensate che cosa bizzarra, ma detto ciò, la parte davvero anomala della precisazione è quel “ci dovrebbe essere un contraddittorio”. E certo, ogni volta che qualcuno esprime un’opinione su qualcun altro deve esserci anche l’altro. Un po’ macchinoso come metodo. 

Quindi ogni volta che in tv qualcuno cita Biden bisogna organizzare uno skype con la Casa Bianca. A questo punto se si cita Mussolini urge una seduta medianica in diretta per fargli dire anche la sua. Il ministro Crosetto poi fa molta fatica a trovare un pulpito da cui controbattere, pover’uomo.

E infatti, con immensa fatica, oggi su tutti i giornali del paese è stata riportata la sua risposta, della serie: “Rovelli faccia il fisico. Gli mando un abbraccio pacifico e lo invito a pranzo”. Tra parentesi, quando Fedez lanciò la sua invettiva da quel palco non ricordo la conduttrice Ambra pronta a cazziarlo perché mancava la controparte. Al Corriere della Sera che il giorno dopo le ha chiesto come mai avesse preso le difese di Crosetto, ha risposto: “È una questione di umanità”. 

Quindi esprimere un’opinione senza che l’oggetto dell’opinione sia presente è disumano. Io sto scrivendo questo articolo senza che Ambra sia seduta accanto a me, spero possa tollerare la mia dose di disumanità. 

E poi, siccome non era già abbastanza a destra, Ambra si sposta ancora un po’ più a destra. Per parlare di donne e lavoro le è parsa una buona idea leggere delle card con dei testi scritti sopra da qualcuno che poteva essere a) Giorgia Meloni b) Hoara Borselli c) Giorgia Meloni e Hoara Borselli a quattro mani. Il concetto sintetizzato era: inutile parlare di desinenze, accapigliarci per un avvocatO anziché avvocatA se tanto quando si parla di lavoro i nostri diritti sono ancora calpestati. Torniamo a occuparci della ciccia anziché parlare di vocali. Pagateci il giusto stipendio e tenetevi le vocali.

Insomma, secondo Ambra Angiolini le parole non sono importanti, basta il giusto stipendio. In effetti potremmo continuare a chiamare i lavoratori di colore “ne*ri”, l’importante è che ricevano il giusto salario. O ignorare la questione identità di genere e continuare a usare le desinenze maschili pure riferendoci a chi si sente donna e viceversa (e però Ambra non perde occasione per indossare il maglioncino o la spilletta arcobaleno). 

Nessuno le ha mai spiegato che l’inclusività passa prima di tutto attraverso il linguaggio, e che la prima forma di discriminazione e di rivendicazione del predominio maschile è proprio questa resistenza a consegnarci la nostra identità. Eppure fu proprio lei, anni fa, a raccontare quanto una parola di Aldo Grasso la ferì a morte, a spiegare alla sua generazione quanto le parole scrivano la realtà. Definiscano. Facciano vivere o sparire.

Insomma, davvero un brutto primo maggio quello di Ambra Angiolini, ma di sicuro IL presidente Meloni sarà contento. O contenta.

Decida Ambra.

 Apriti schwa. Concertone e Domenica In, la grande festa degli scandali scemi del Nuovo Asilo Italiano. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Maggio 2023

Siamo arrivati a dare peso alle parole di chi non vive di parole proprie, fino al punto di far partire l’inquisizione digitale contro le attrici che dicono cose banali 

Comincerei dagli attori, e formerei due file ordinate. Da una parte chi non ha studiato niente, al massimo ha appreso da “Shakespeare in love” che una volta i ruoli femminili li interpretavano i maschi, e parla degli attori come fossero persone intellettualmente rilevanti. Dall’altra chi rimpiange i tempi in cui venivano sepolti in terra sconsacrata, e si chiede con sconforto come siamo diventati una società che domanda pareri a gente pagata per esprimersi con parole altrui.

Tra domenica e lunedì, grande festa alla corte degli scandale du jour, e tutta a base di attori, cioè appunto di gente che si è scelta un mestiere che le garantisca di non dover mai pensare a cosa dire. Ma questo non basta, nell’epoca in cui, pur di posizionarci dalla parte dei giusti, siamo disposti anche a prendercela con chi non vive di parole proprie.

Domenica In” ospita una coppia di attori. Sono marito e moglie, hanno fatto un film insieme, sono piuttosto bellocci. Non credo d’aver mai visto un film con lei, lui invece l’ho visto quando copulava con Rosy Abate in quel capolavoro kitsch che era “Squadra Antimafia”, serie di Canale 5 (parlando di Canale 5 da viva).

Mara Venier lo tratta come fosse Marlon Brando, ne loda la credibilità e il non essersi mai venduto (della signora invece lodano tutti in coro l’onestà intellettuale, qualunque cosa significhi). Del film che sono venuti a presentare lui fa la regia. Trascrivo le prime parole che ne dice: «Non è un film di caccia, “La caccia” è un titolo che rappresenta un po’ una sorta di metafora della vita, nel senso una caccia a volte anche contro sé stessi, contro le proprie anime».

A quel punto noialtre sul divano pensiamo «figlio mio, meno male che sei belloccio», sua moglie e la Venier invece si guardano e sospirano quant’è intelligente, un po’ tipo i Ferragni quando il figlio scarabocchia un foglio e volano i «bravissimo, amore!».

L’intervista prosegue con un lessico da non madrelingua. La coppia racconta d’un bisticcio perché al figlio un compagno di calcio aveva fatto fallo, lui dice «una cosa goliardica», non faccio in tempo a chiedermi cosa diavolo penserà voglia dire «goliardica», quando lei dice del marito «non mi aspettavo questo suo randagismo che a me piace molto perché io adoro essere gestita», e ci vuole fantasia a immaginare cosa intenderà mai con «randagismo» (autoritarismo? perentorietà? dogmatismo?).

È a quel punto che arriva lo scandale du jour, che mostra i due caratteri classici della dinamica degli scandale du jour: dici una cosa di cui nessuno si sarebbe scandalizzato dieci anni fa ma che può riempirci le giornate social oggi; nessuno di coloro che partecipano alla conversazione capisce come va il mondo (e infatti con la frase su RaiPlay ci fanno il titolo dell’intervista) e quindi l’inquisizione spagnola arriva, come sempre, inaspettata.

La frase dell’attrice riguarda la spartizione dei lavori domestici tra lei e il marito: «Io non tollero l’uomo che si mette a fare il letto, a dare l’aspirapolvere, non lo posso proprio vedere, sono antica in questo, rispetto i ruoli, non mi piace, mi abbassa l’eros, me lo uccide». Se fossimo una società di adulti, tratteremmo questa frase come ciò che è: l’affermazione di una che ha del personale di servizio in casa.

Siccome siamo un collettivo di dodicenni pronti a tutto per prendersi i cuoricini, ci costerniamo e ci indigniamo e americanizziamo la questione: non sei un’attrice che dice delle cose a caso in un programma della domenica pomeriggio, sei un modello comportamentale, e stai dicendo alle donne a casa che devono fare da serve ai loro mariti.

E le donne a casa ti ascolteranno, diamine, perché se c’è una cosa che accomuna le donne emancipate e quelle meno emancipate è che vivono come le attrici in tv dicono loro di vivere. (Il martedì, la poverina dovrà scusarsi. Scusarsi perché non le fa sangue che il marito passi l’aspirapolvere. Pensa se avesse detto che le piace farsi legare al letto, che espiazione le toccherebbe).

Il lunedì, per completare la ricreazione, il concerto del primo maggio viene condotto da un’altra attrice, che a un certo punto fa la sua brava tirata sul lavoro femminile e sul divario salariale. Che è un lamento propagandistico anche quello da cuoricini facili. Certo che ci saranno eccezioni, che sono appunto eccezioni; ma perlopiù esistono i contratti collettivi nazionali e non prevedono che io possa pagarti meno se hai le tette.

Perlopiù, i dati sul divario salariale che propagandisticamente vengono citati sono il risultato di comparazioni che non tengono conto dei ruoli: in generale le donne guadagnano meno degli uomini perché in generale le donne scelgono di fare le professoresse e lavorare diciotto ore a settimana e non di fare i cardiochirurghi e stare in sala operatoria dodici ore di fila.

La conduttrice sceglie – come chiunque stia su quel palco e non voglia farsi linciare – di dire che il divario salariale esiste, ma per farlo osa aggiungere un dettaglio, così la linceranno comunque ma per aver mancato di rispetto a un totem più piccino. La conduttrice dice che insomma, basta con questa scemenza delle vocali finali, paghiamo la donna che fa l’ingegnere quanto l’uomo, invece di preoccuparci che la chiamino «ingegnera». Apriti schwa.

Su Instagram una comica si mette le orecchie da persona seria e le fa la lezioncina: una volta, cara te, non c’era la parola «attrice» perché il tuo lavoro lo facevano gli uomini, se non ti suona «medica» è perché non sei abituata alle femmine con lavori di responsabilità. (Mistero misterioso perché in questi casi nessuna chieda la vocale giusta per la muratora che così spesso rischia la vita sulle impalcature).

Su Twitter, una tizia che in bio ha un ruolo nella segreteria Schlein e molti cancelletti le dice perentoria che non solo è molto grave non volersi occupare delle vocali, ma pure che «non si tratta col patriarcato». Signora, il patriarcato ci ha dato la pillola. Signora, il patriarcato per la mia liberazione – e pure per la sua – ha fatto parecchio più dei cancelletti.

Anzi, sa che le dico? Il patriarcato ci ha dato pure i cancelletti, cancelletti che oggi – in una società che ha risolto questioni quali i diritti dei lavoratori, l’acqua potabile, la sanità e la scuola gratuita, e altre bazzecole che nella vostra delirante abolizione delle gerarchie sono rilevanti quanto il 41 bis per gli uomini che non sparecchiano – ci permettono d’intrattenerci per interi pomeriggi posizionandoci dalla parte dei buoni e dei superiori.

Superiori a un’attrice che non vuole che il marito rifaccia i letti, e a un’altra che chiama «avvocato» gli avvocati con le tette. Avvocati con le tette nessuna delle quali vuol essere chiamata né col femminile italiano – avvocatessa – né con quello in neolingua (avvocata). Ma sono donne, e quindi non sanno ciò che vogliono: noi che siamo dalla parte dei buoni le costringeremo a non farsi chiamare avvocato e a non sparecchiare, e ancora una volta avremo salvato il mondo.

«Ambra Angiolini ha ragione: provocano noi donne sulle vocali, e poi ci ignorano sui numeri». Beatrice Dondi su L'Espresso il 3 maggio 2023. 

La distrazione di massa del monologo della conduttrice sul palco del Primo Maggio è l’arma impugnata da chi di quella desinenza (Avvocata, Architetta) non sa che farsene. E che alle donne nega senza fatica quel 20 per cento di retribuzione

Le parole sono importanti, ce l’ha insegnato Nanni Moretti, e lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, giorno dopo giorno. Sì, le parole sono importanti. Ma alla fine le azioni lo sono almeno altrettanto. E purtroppo, accade spesso, l’attenzione riservata a quelle parole appunto importanti rischia di fagocitare tutte le altre attenzioni, come un aspirapolvere alla massima potenza che porta via tutto, dai riccioli di polvere di Stephen King al senso profondo delle battaglie di cui quelle parole dovrebbero essere il vestito.

Così è successo che incautamente Ambra, conduttrice del concertone del Primo Maggio, si sia lasciata andare a un monologo sul lavoro delle donne che anziché far sobbalzare gli astanti per il suo contenuto ha fatto indignare per la riflessione sul linguaggio.

Non è che stiamo sbagliando battaglia? Ha detto Ambra dal palco di San Giovanni «Negli ultimi tempi ci stiamo infatti accapigliando se una donna viene chiamata direttore d'orchestra o direttrice, avvocato o avvocata, come se il cambiamento (culturale e sociale) passasse solo da una qualifica. Tutte queste vocali in fondo alle parole sono, saranno armi di distrazione di massa?».

E qui la questione comincia a farsi seria. Perché ciascuna donna pretende a ragione la desinenza corretta, ci mancherebbe. E non è certo una concessione, si chiama molto semplicemente lingua italiana. Ma il problema su cui riflettere, scatenato dalla provocazione di Ambra è un altro. La distrazione di massa intravista da Ambra è l’arma impugnata da chi di quella desinenza non sa che farsene, è il punteruolo di chi i diritti delle donne li vede come una fase accessoria, un bigodino su una testa arruffata. E protesta contro queste “fissazioni al femminile” ben sapendo che la reazione (sacrosanta) arriverà puntuale. E a questo punto certo sì che ci si distrae. Se Meloni chiede di farsi chiamare Il Presidente è perché così è certa che per giorni si dibatterà su questa inezia, e non sul fatto che La presidente sino a oggi ai diritti delle donne non ha dedicato neppure una virgola. Si perdono di vista i fatti appunto e i fatti sono «che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione».

Certo, quando Ambra chiude il suo monologo proponendo lo scambio, « riprendetevi le vocali in fondo alle parole, ma ridateci il 20 per cento di retribuzione» fa un certo effetto. Nessuna donna vuole uno scambio perché non si cede un diritto in cambio di un altro. I diritti sono tali proprio perché sono per tutti. Ma fa ancora più strano che non si sia scatenato un putiferio su quel 20 per cento, che non è una parola, è un numero ma fa male da morire. Perché è vero che senza le parole non siamo, come ha scritto giustamente Loredana Lipperini su La Stampa. Ma la polemica è sempre portata avanti da chi pensa che uno stipendio ridotto solo a causa del nostro sesso non sia un tema. Tanto alla fine, meglio farci scaldare sulle vocali, così sulle consonanti in busta paga si può prendere tempo.

Estratto dell'articolo di liberoquotidiano.it l'1 maggio 2023.

Che abbia inizio il Concertone del Primo maggio. Come da sei anni a questa parte a condurlo su Rai 3 ci pensa Ambra Angiolini. A lei - e non solo - vanno le critiche di Nicola Porro. […] senza mai citarla, ecco che prende di mira chi ne è al timone. 

Premettendo che la vita di ognuno di noi è scandita da cerimonie più o meno importanti, quelle più insopportabili - a detta di Porro - sono due: il 25 aprile e il 1° maggio. Per lui, infatti, si tratta di "due gigantesche rotture di co***ni, io raderei al suolo con il Napalm il calendario in quei giorni perché penso che siano il concentrato della retorica delle stro***te e della follia collettiva". In particolare, per l'occasione della festa del Lavoro, "vorrei catapultarmi a Chicago o a Detroit dove il primo maggio non si festeggia e dove la disoccupazione è al 3,5 per cento". 

In Italia, invece, "le persone che pensano bene devono dire le cose che ti aspetti". Da qui la frecciata a "chi conduce il concertone" che per la carriera è "meglio di Sanremo" e se ci arrivi "hai svoltato". La Angiolini era "una ragazzina che veniva teleguidata da un vecchio regista sulla tv di Berlusconi". Ora - conclude col dente avvelenato, "sali sul palco del concertone e sei redenta!". 

Trent'anni tra comizi e provocazioni. Quando gli artisti diventano pasdaran. Come sempre, il Concertone del Primo Maggio è una fucina di polemiche e per la conduttrice Ambra Angiolini "è giusto che sia così". Paolo Giordano il 3 Maggio 2023 su Il Giornale.

Come sempre, il Concertone del Primo Maggio è una fucina di polemiche e per la conduttrice Ambra Angiolini «è giusto che sia così». Giusto o non giusto, da decenni il palco di piazza San Giovanni è la tribuna ideale per comizi, provocazioni, campagne elettorali e autopromozioni. Ha iniziato Elio con le sue Storie Tese già nel secondo anno di questo evento, ossia nel 1991, quando interrompono il classico Cassonetto differenziato per il frutto del peccato e cantano una versione distorta di Cara ti amo elencando i nomi dei super politici di allora, da Andreotti a Cossiga. Risultato: la Rai interrompe lo show e il grande Vincenzo Mollica si precipita sul palco per intervistare Ricky Gianco. Due anni dopo tocca ai Litfiba, che attaccano Giovanni Paolo II per le scelte della Chiesa su preservativo e aborto: Come mai il Papa parla sempre di sesso - urla Pelù - non dovrebbe essere metafisico?». Apriti cielo. Dieci anni dopo, nel 2003, Daniele Silvestri è più politico e se la prende con Silvio Berlusconi: «Se c'è una guerra di cui vorrei parlare è quella che il nostro governo sta dichiarando alla magistratura italiana». Il mondo politico si azzuffa, l'esibizione viene tolta da YouTube e da allora per qualche anno il Concertone andrà in differita di venti minuti, non si sa mai.

Nel 2007 ci pensa il presentatore Andrea Rivera a vestire i panni del provocatore chiedendo al Vaticano perché erano stati concessi i funerali ai dittatori Pinochet e Franco ma non a Piergiorgio Welby (che aveva scelto l'eutanasia in Svizzera). In poche parole, in questi trent'anni il concerto dei sindacati al Primo Maggio ha progressivamente ridotto la propria ricerca musicale per alzare il profilo delle polemiche. Dici Concertone e pensi alle polemiche, più che alla musica. Nel 2013 fu annunciata la partecipazione di Fabri Fibra ma l'associazione Dire (Donne in rete contro la violenza) gli rinfaccia i testi «sessisti e misogini» e lui viene cancellato dalla lista dei partecipanti due settimane prima di salire sul palco. Curioso pensare che i brani di Fabri Fibra non sono mai stati censurati o cancellati da nessuna piattaforma, da nessuna radio e da nessun'altra tv...

Nel 2014 Piero Pelù se la prende con «il non eletto, ovverossia il boy scout di Licio Gelli». Si era a ridosso delle elezioni europee, Renzi prese il 40 per cento dei voti, vinse la causa e Pelù lo risarcì con 20mila euro. Costavano di più i due Rolex che Sfera Ebbasta indossò sul palco nel 2014 celebrando la festa dei lavoratori. Lui non chiese scusa: «Se vi basta un outfit Gucci per rovinarvi la serata, vuol dire che avete un problema molto più grosso da risolvere».

La Rai lo ha avuto nel 2021 con Fedez che se la prese con il senatore della Lega Andrea Ostellari in merito al disegno di legge Zan sulla omotransfobia. Denunce. Minacce. Telefonate registrate. Ma poi Fedez sale sul palco e sbeffeggia la Lega senza problemi. Insomma il Concertone è come i social: pieno di polemiche ma poi tutto finisce lì.

Lo sconcerto del Primo maggio: se la cantano e se la suonano. Di Nicola Boscolo Pecchie il 2 Maggio 2023 su culturaidentita.it

L’armamentario è collaudato da tempo: qualche bandiera del Che, qualche falce, qualche martello, qualche bandiera rossa…per la verità ultimamente convertite in un’armocromia più multicolor, più da bandiera della pace, anche se finchè la stringi in mano urli le peggior cose a chi, più che legittimamente, governa. Ciò che non è cambiato sono le offese, l’antagonismo a tutti i costi, la voglia di avere sempre e per forza qualcuno con cui prendersela. Non è cambiato, anzi è dato in rialzo, il buonismo imperante delle belle parole, sciorinate da prezzolati oratori, preoccupati loro e solo loro di salvare il pianeta intero.

Ma quest’anno più che di un concerto si è trattato di uno sconcerto per un Governo che si convoca il 1 maggio e che vuole rendere omaggio alla festa con provvedimenti se si vuole discutibili, opinabili, ma pur sempre provvedimenti. Piaccia o no!

Si può criticare il sostanziale abbattimento del cuneo fiscale? Si può contestare ciò che altri governi precedenti, anche di centro sinistra, potevano fare e non hanno fatto? E’ discutibile la riforma del Reddito di Cittadinanza? Ma si può affermare che il precedente provvedimento favoriva il lavoro? Si possono obiettare le misure sulla sicurezza o quelle sul contributo per l’assunzione di disabili? Si obietta che voucher e cambio delle causali del contratto a tempo determinato portano precarietà, ma è anche vero che portano flessibilità. E comunque si può opinare sulle singole misure, sicuramente implementabili, ma che il lavoro sia stato messo al centro è innegabile.

Che poi l’abbia fatto un governo di destra rubando la scena sul lavoro alla sinistra effettivamente è sconcertante. E’ tutto uno sconcerto…quando il governo di destra fa il governo di sinistra e quando il governo di destra fa il governo di destra, ma sì dai, è la solita retorica di sinistra che se la suona e se la canta e che non so se veramente arrivi a quei giovani che sono in piazza e che almeno loro sono riusciti a scroccare un concerto senza sconcertarsi.

Dagospia il 2 maggio 2023. Il post su Facebook di Marco Ardemagni

Fatemi gli auguri, sono passati dieci anni.

E ancora aspetto il saldo della fattura.

Roma, concerto del Primo Maggio, eravamo stati scritturati Filippo Solibello ed io per una cifra leggermente superiore all'abituale (ma niente di faraonico) per fare da valletti a Geppi Cucciari, ma fondamentalmente l'avremmo fatto anche a rimborso spese, per allegria, per sostenere i lavoratori. Tra gli autori Luca Bottura supportato come spesso dalla valida Linda Ovena 

Curiosamente in tanti anni di carriera l'unica fattura che non mi è stata saldata è quella per il Concerto dei sindacati, nella giornata della Festa dei Lavoratori.

Non sto a dire quanti guai poi mi vennero da quella partecipazione, a partire dall'attacco di pollinosi che mi prese sul palco (Roma era già in fiore, Milano no: un occhio clinico lo può notare anche dalla foto) ma questo è un altro discorso.

So che il problema del mancato pagamento ha toccato tanti altri, compresi molti che fanno lavori più duri del mio, come gli attrezzisti o i fonici, anche in edizioni precedenti, basta cercare in rete. Eppure i sindacati (i soliti tre) se ne sono sempre impipati, per dirla all'antica. 

Chissà, magari Maurizio Landini, o PierPaolo Bombardieri o Luigi Sbarra hanno voglia di fare una piccola indagine interna per cancellare questa vergogna, perché penso sia brutto non pagare chi lavora per i lavoratori (a meno che non ci si accordi prima, e l'avremmo anche fatto).

Non so i miei compagni di disavventura, ma, a questo punto, io sarei anche dell'idea di devolvere l'eventuale saldo, comprensivo di interessi, alla raccolta fondi dell'Unicef per i bambini dell'Ucraina anche a parziale compensazione per l'imbarazzante discorso di Carlo Rovelli. Mi tratterei soltanto l'IVA che l'agenzia delle entrate ha preteso in anticipo sul saldo mai avvenuto e le spese di viaggio.

Che ne dite?

Antonio Giangrande: Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Editoriale del Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, che sul tema ha scritto alcuni saggi di approfondimento come "Uguaglianziopoli. L'Italia delle disuguaglianze" e "Caporalato. Ipocrisia e speculazione".

Il primo maggio è la festa di quel che resta dei lavoratori e da un po’ di anni, a Taranto, si festeggiano i lavoratori nel senso più nefasto della parola. Vogliono mandare a casa migliaia di veri lavoratori, lasciando sul lastrico le loro famiglie. Il Governatore della Puglia Michele Emiliano, i No Tap, i No Tav, il comitato “Liberi e Pensanti”, un coacervo di stampo grillino, insomma, non chiedono il risanamento dell’Ilva, nel rispetto del diritto alla salute, ma chiedono la totale chiusura dell’Ilva a dispregio del diritto al lavoro, che da queste parti è un privilegio assai raro.

Vediamo un po’ perché li si definisce nullafacenti festaioli?

Secondo l’Istat gli occupati in Italia sono 23.130.000. Ma a spulciare i numeri qualcosa non torna.

Prendiamo come spunto il programma "Quelli che... dopo il TG" su Rai 2. Un diverso punto di vista, uno sguardo comico e dissacrante sulle notizie appena date dal telegiornale e anche su ciò che il TG non ha detto. Conduttori Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Mia Ceran. Il programma andato in onda il primo maggio 2018 alle ore 21,05, dopo, appunto, il Tg2.

«Primo maggio festa dei lavoratori. Noi abbiamo pensato una cosa: tutti questi lavoratori che festeggiano, vediamo tutte ste feste. Allora noi ci siamo chiesti: Quanti sono quelli che lavorano in Italia. Perchè saranno ben tanti no?

Siamo 60.905.976 (al 21 ottobre 2016). Però facciamo così.

Togliamo quelli sotto i sei anni: 3.305.574 = 57.600.402 che lavorano;

Togliamo quelli sopra gli ottant’anni: 4.264.308 = 53.336.094 che lavorano;

Togliamo gli scolari, gli studenti e gli universitari: 10.592. 685 = 42.743.409 che lavorano;

Togliamo i pensionati e gli invalidi: 19.374.168 = 23.369.241 che lavorano;

Togliamo anche artisti, sportivi ed animatori: 3.835.674 = 19.533.567 che lavorano;

Togliamo ancora assenteisti, furbetti del cartellino, forestali siciliani, detenuti e falsi invalidi: 9.487.331 = 10.046.236 che lavorano;

Togliamo blogger, influencer e social media menager: 2.234.985 = 7.811.251 che lavorano;

Togliamo spacciatori, prostitute, giornalisti, avvocati, (omettono magistrati, notai, maestri e professori), commercialisti, preti, suore e frati: 5.654.320 = 2.156.931 che lavorano;

Ultimo taglietto, nobili decaduti, neo borbonici, mantenuti, direttori e dirigenti Rai: 1.727.771 = 429.160 che lavorano».

Questo il conto tenuto da Luca e Paolo con numeri verosimili alle fonti ufficiali, facilmente verificabili. In verità a loro risulta che a rimanere a lavorare sono solo loro due, ma tant’è.

Per non parlare dei disoccupati veri e propri che a far data aprile 2018 si contano così a 2.835.000.

In aggiunta togliamo i 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione dei reparti sicurezza e difesa. Quelli che per il pronto intervento li chiami ed arrivano quando più non servono.

Togliamo ancora malati, degenti e medici (con numero da precisare) come gli operatori del reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale di Manduria “Giannuzzi”. In quel reparto i ricoverati, più che degenti, sono detenuti in attesa di giudizio, in quanto per giorni attendono quell’intervento, che prima o poi arriverà, sempre che la natura non faccia il suo corso facendo saldare naturalmente le ossa rotte.

A proposito di saldare. A questo punto non solo non ci sono più lavoratori, ma bisogna aspettare quelli futuri per saldare il conto.

Al primo maggio, sembra, quindi, che a conti fatti, i nullafacenti vogliono festeggiare a modo loro i pochi veri lavoratori rimasti, condannandoli alla disoccupazione. Ultimi lavoratori rimasti, che, bontà loro, non fanno più parte nemmeno della numerica ufficiale.

Lo sfruttamento minorile in Italia è ancora una realtà che colpisce 336 mila bambini. Gloria Ferrari su L'Indipendente l'1 maggio 2023.

In Italia quasi 1 minore su 15, tra i 7 e i 15 anni – per un totale di 336 mila persone –  ha avuto almeno un’esperienza lavorativa. Tra i ragazzi della fascia d’età 14-15 anni, che hanno dichiarato di svolgere o aver svolto un’attività, il 28% è stato impiegato in lavori particolarmente dannosi per i percorsi educativi e per il benessere psicofisico, “percepiti dagli stessi intervistati come tali, perché svolti in orari notturni o in maniera continuativa durante il periodo scolastico”. È quanto emerge dal report Non è un gioco, un’indagine sul lavoro minorile radicato nel nostro territorio redatta da Save The Children, che mette in luce quanto e come in Italia la legge in materia venga più volte violata. Il nostro ordinamento, infatti, prevede che gli adolescenti possano iniziare a lavorare a 16 anni, dopo aver superato cioè l’obbligo scolastico. Invece per quasi un 14-15enne su 5 l’attività è cominciata prima di aver superato tale soglia anagrafica, con un impiego quotidiano (1 su 3 lo fa durante i giorni di scuola) che a volte scavalca le lezioni (il 4,9% salta le lezioni per lavorare), rischiando di “compromettere i loro percorsi educativi e di crescita”. In realtà più della metà dei minori che ha dichiarato di aver lavorato durante l’ultimo anno o in passato, ha iniziato dopo i 13 anni, mentre il 6,6% prima degli 11 anni.

Un processo tra l’altro su cui è difficile intervenire per via della “mancanza nel nostro Paese di una rilevazione statistica sistematica sul lavoro minorile, che non consente di definirne i contorni e intraprendere azioni efficaci di contrasto al fenomeno”.

Tuttavia l’indagine dell’organizzazione ci ha permesso di avere un quadro più chiaro e di individuare i settori prevalentemente interessati dal fenomeno del lavoro minorile. Tra questi c’è la ristorazione (25,9%), la vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali (16,2%), seguiti dalle attività in campagna (9,1%), in cantiere (7,8%), dalle attività di cura con continuità di fratelli, sorelle o parenti (7,3%). Con l’avanzare della tecnologia sono però emerse nuove forme di lavoro, anche queste terreno fertile per lo sfruttamento dei più piccoli. Questi sono impiegati nel lavoro online (5,7%) per realizzare contenuti per social o videogiochi, o ancora per il reselling – fenomeno per cui un prodotto molto ricercato, di solito in edizione limitata, viene rivenduto a prezzo maggiorato – di scarpe cellulari e così via.

I motivi e le cause che spingono ragazzi e ragazze a cominciare a lavorare sono diversi, e rispecchiano esigenze spesso opposte. Più della metà lo fa per avere soldi per sé, il 33% invece per offrire un aiuto economico ai genitori, mentre per il 38% si tratta di un’esperienza fatta per il piacere di farla. Save the Children ha riscontrato che in molti casi “il livello di istruzione dei genitori, in particolare della madre, è significativamente associato al lavoro minorile”. Infatti la percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media è significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro, “un dato che deve far riflettere sulla trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione”.

Ma quali sono le cause principali del lavoro minorile? Come già accennato, c’entra il contesto familiare e socioeducativo in cui i ragazzi vivono, a partire dalla condizione di povertà ed esclusione sociale – basti pensare che sono quasi un milione e mezzo i minori che vivono in povertà, cioè il 14% del totale. Ragazzi che potrebbero portarsi dietro questa condizione anche negli anni a venire. I dati dicono che nel 2022 i ‘NEET’ (cioè i giovani under 30, in età da lavoro, che non studiano, non sono impiegati e non sono inclusi in nessun percorso di formazione) erano il 19% della popolazione di riferimento, con un valore in Europa secondo solo a quello osservato in Romania.

«Molti ragazzi oggi in Italia entrano nel mondo del lavoro dalla porta sbagliata: troppo presto, senza un contratto, nessuna forma di tutela, protezione e conoscenza dei loro diritti e questo incide negativamente sulla loro crescita e sul loro percorso educativo», ha commentato Raffaela Milano, Direttrice del Programma Italia-EU di Save the Children. Un fenomeno di cui le istituzioni dovrebbero essere più consapevoli, per poi farsene carico. [di Gloria Ferrari]

I multischiavi del lavoro. Giovanni Vasso su L'Identità il 30 Aprile 2023 

di GIOVANNI VASSO

Povero lavoro. E poverissimi lavoratori. Lo ha detto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, da Reggio Emilia, ha lanciato un serissimo monito sul lavoro e sulla dignità.

Ma c’è un giudice del lavoro. Non a Berlino, per fortuna, ma a Milano. Che ha sanzionato, come incostituzionale, la paga oraria addirittura inferiore ai quattro euro all’ora che era stata riconosciuta a una donna, padovana, assunta come guardiana di un magazzino per la grande distribuzione. Lavorava a fronte di un salario da 3,96 euro l’ora. In un mese, anche mettendocela tutta, non riusciva a superare la soglia della povertà individuata dall’Istat nella cifra di 840 euro. Guadagnava, infatti, circa 640 euro ogni mese. E la beffa era che quella somma era perfettamente in linea con un regolare contratto nazionale, controfirmato da sindacati importanti come Cgil e Cisl. Il giudice ha disposto l’applicazione di un altro contratto, legato a servizi di portierato, e ha ingiunto all’impresa di rifondere alla sua dipendente 372 euro, lordi, per ogni mese di lavoro. Non è mica la prima volta che un giudice, in Italia, stanga i datori di lavoro troppo avidi che approfittano di contratti poco generosi nei confronti dei dipendenti. Era già successo nel 2016, ad agosto, quando un vigilante piemontese, finito a lavorare per qualcosa come 4,40 euro all’ora, chiese e ottenne dal tribunale un “aumento” rispetto a un contratto nazionale regolarmente sottoscritto dai sindacati.

La beffa, in questi casi, è che spesso e volentieri si tratta di contratti applicati da società che nascono cooperative, quindi con una precisa ragione sociale (che, in teoria, sarebbe quella di fornire condizioni migliori di lavoro ai suoi soci) e che finiscono poi per diventare società di capitali, talora addirittura Spa. La beffa nella beffa è che queste aziende lavorano, spesso e volentieri, a strettissimo contatto con il pubblico. E limano, al massimo, sugli emolumenti e sui salari riconosciuti ai loro dipendenti per rientrare nella logica dei massimi ribassi delle gare d’appalto. Insomma, un cane che si morde la coda.

Accade, per esempio, anche nell’edilizia. I guardiani sono pagati, mediamente, tra i sette e gli otto euro l’ora, con una paga base conteggiata tra i 4,38 e i 4,93 euro l’ora. Nel campo sociosanitario le cose non vanno meglio. Per le badanti, per esempio, il salario orario minimo è tra i 4,83 euro e gli 8,57 euro.

Il contratto di lavoro Multiservizi, attualmente, prevede (dopo lo scatto del 2022) una paga oraria minima di circa 6,7 euro. Che aumenterà a sette euro a luglio di quest’anno. Tra un anno saranno aggiunti altri quattro centesimi. Poco, pochissimo. Ma regolare, tutto a norma di legge. E di concertazione.

È evidente che in questa vicenda si inserisce il tema del salario minimo. Una paga fissa, sotto la quale non si può scendere, per attuare il dettato dell’articolo 36 della Costituzione. Quello che, al di là della retorica, stabilisce che la remunerazione deve garantire una vita dignitosa al lavoratore. Sarebbe la soluzione, secondo chi ne propugna l’inserimento nell’ordinamento giuslavoristico nazionale, ai problemi di lavoro povero, di contratti ingenerosi. Infatti, il tema è che l’Italia, a differenza della Germania dove vige questa norma, si è preferito (da sempre) puntare forte sulla contrattazione collettiva. Solo che, si capisce, qualcosa è andato storto. Al 30 giugno dello scorso anno erano stati depositati al Cnel qualcosa come 1.010 contratti collettivi nazionali di lavoro. Una marea di scartoffie, sottoscritti (talora) da un pugno di imprese e da decine e decine di sigle concertative di ogni tipo, di ogni nome, di ogni dimensione.

Dalla Triplice fino ai sindacati di dimensioni molto minori. A essere cattivi, si direbbe quasi più fogli di carta che lavoratori effettivamente assunti. Si questi, ben 940 afferiscono al settore privato. E, tra loro, ben 563 (poco meno del 60%) già scaduti da tempo. Intanto, nelle more (come si dice in burocratese) di prosegue a dare valenza a quelli scaduti. E perciò l’Italia si presenta, in Europa, come il Paese in cui le retribuzioni sono le più depresse in tutto il Vecchio Continente, rispetto agli aumenti dei prezzi e del costo della vita. Non dall’inizio della crisi energetica, nemmeno dalla pandemia in poi: ma da qualche decennio. Forse per la Bce, che propugna la necessità di fermare gli aumenti degli stipendi per frenare l’inflazione, il nostro Paese potrebbe anche rappresentare un modello. Ma la realtà è che, ovunque, i lavoratori stanno meglio che in Italia. Almeno in termini di trend. 

Antonio Giangrande: I cinquestelle, nel loro totale giustizialismo, inesperienza, imperizia, non aiutano i poveri con il reddito di cittadinanza.

Il loro sistema di sostegno populista aiuta i nullatenenti ritenuti in apparenza onesti, non i poveri, non gli emarginati.

Se, per esempio, un disoccupato riceve dai genitori in eredità un vecchio rudere, che per il fisco valuta più dei limiti di valore dai pentastellati stabiliti, non ha diritto al reddito di cittadinanza, sempre che non rinuncia all’eredità.

Non può accettarlo e cederlo. Se lo vende supera il reddito previsto o la giacenza in banca.

Se, per esempio, una vittima di ingiustizia o oggetto delle circostanze, si ritrova emarginato e bisognoso, ad esso il reddito di cittadinanza è escluso, tanto da reindurlo al crimine per campare. 

La rivolta (inutile) dei fannulloni. Ancora proteste contro l’abolizione del reddito di cittadinanza. Gli ex percettori minacciano e si dicono pronti a tutto pur di riprendersi la paghetta di stato. E il lavoro? Beh, la parola a loro è sconosciuta. Michel Dessì l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Cosa accade tra le stanze damascate dei palazzi della politica? Cosa si sussurrano i deputati tra un caffè e l'altro? A Roma non ci sono segreti, soprattutto a La Buvette. Un podcast settimanale per raccontare tutti i retroscena della politica. Gli accordi, i tradimenti e le giravolte dei leader fino ai più piccoli dei parlamentari pronti a tutto pur di non perdere il privilegio, la poltrona. Il potere. Ognuno gioca la propria partita, ma non tutti riescono a vincerla. A salvarsi saranno davvero in pochi, soprattutto dopo il taglio delle poltrone. Il gioco preferito? Fare fuori "l'altro". Il parlamento è il nuovo Squid Game.

I fannulloni non perdono tempo per protestare. Ogni occasione è buona per fare caciara, perfino la visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Caivano. Nonostante si sia recata lì dopo lo stupro di gruppo nei confronti di due bambine, loro, i fannulloni, i nullatenenti, i mantenuti dallo Stato, ne hanno approfittato per sghignazzare, deridere e insultare il premier. Che cattivo gusto. Per carità, il dissenso è sempre lecito purché ci sia rispetto. Non solo per la persona contestata, ma anche e soprattutto per il luogo. In questo caso il parco verde di Caivano teatro di orrore e di violenza. Ma si sa, i fannulloni (alcuni di quelli presenti ovviamente) non hanno nessun senso di rispetto, di vergogna. Nessun pudore. Vogliono i soldi, i nostri soldi. Soldi regalati loro dal Masaniello Giuseppe Conte (con tanto di buco nella casse dello Stato da oltre 15 miliardi) che soffia sul fuoco della protesta. "Ridateci il reddito", dicono loro a favore di telecamera.

Ai percettori, anzi, agli ex, non va proprio giù che il governo abbia mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale e cancellato il sussidio grillino con un colpo di spugna. Gli aiuti da ora in poi li riceveranno solo i veri bisognosi, i cittadini che non hanno alcuna possibilità di lavorare. Il piano è già partito. Ovviamente i fragili continueranno a ricevere l'assegno. Più che giusto, è dovere dello Stato aiutare i suoi "figli" bisognosi. Questo, però, non significa regalare soldi a pioggia senza controlli come accaduto in questi anni. "Come faremo ora ad andare avanti?", dicono gli ex mantenuti in protesta convinti di essere esauditi. Magari con il lavoro? Peccato, però, che per molti di loro la parola lavoro sia sconosciuta. Allora li aiutiamo noi!

LAVORO: occupazione retribuita e considerata come mezzo di sostentamento e quindi esercizio di un mestiere, di un'arte, di una professione. Vivere del o con il proprio lavoro; non ha altra fonte di reddito che il proprio lavoro; chiedere, cercare, trovare lavoro. Ci auguriamo che lo facciano perché la musica è cambiata. Come la disoccupazione già scesa al 7,6%. Lo dice l'Istat.

Copia-incolla. Il governo Meloni ricicla la piattaforma grillina per trovare lavoro ai percettori del reddito. Lidia Baratta Linkiesta il 9 Agosto 2023

Il progetto preso in mano da Massimo Temussi all’Anpal Servizi è lo stesso avviato da Mimmo Parisi. Pure il team di informatici che sta sviluppando il software è rimasto lo stesso, coordinato da Stefano Raia e Maurizio Sorcioni. Mentre il guru del Mississippi, voluto da Di Maio, ha fatto causa e chiede il risarcimento dopo essere stato commissariato da Draghi

Un anno fa, nel pieno della campagna elettorale estiva, Meloni e alleati promettevano l’abolizione del reddito di cittadinanza in preda alla propaganda anti-grillina, anti-sussidi, anti-divano.

Un anno dopo, la realtà è ben diversa. Non solo il sussidio esiste ancora: gli hanno cambiato nome e cifre, che sono più basse, ma non hanno certo eliminato gli assegni. E anche la piattaforma Siisl, Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa, quella che – secondo la ministra Marina Calderone – da settembre farà magicamente trovare un lavoro ai percettori ritenuti occupabili, è la stessa a cui stavano lavorando Luigi di Maio e il suo guru del Mississippi Mimmo Parisi. Proprio la stessa: quella che avrebbe dovuto chiamarsi “Italy Works” (dal nome della app Mississippi Works che Parisi aveva creato negli States).

Il progetto della piattaforma preso in mano da Massimo Temussi, il sardo consulente della ministra messo a capo di Anpal Servizi, è quello avviato da Mimmo Parisi. Pure il team di informatici e dirigenti che sta sviluppando la piattaforma è rimasto quello di Parisi, coordinato da Stefano Raia e Maurizio Sorcioni. Un copia-incolla, con qualche sfumatura di destra.

Anche con l’uscita di Mimmo Parisi, all’Anpal non hanno mai terminato il lavoro sulla piattaforma, scontrandosi con la annosa questione della interoperabilità dei dati provenienti da fonti e regioni diverse. A dimostrazione del fatto che, contrariamente da quel che dicevano Di Maio e alleati e che va dicendo ora la ministra Calderone, una piattaforma non si fa in qualche mese.

E in effetti la piattaforma, che dovrebbe entrare a regime a settembre, ancora non è pronta. I percettori del reddito considerati occupabili, quelli a cui è stato tagliato il reddito con un sms, da settembre potranno entrare nel servizio di Sostegno alla formazione e al lavoro. Riceveranno un assegno di trecentocinquanta euro, ma a patto di iscriversi alla Siisl e partecipare ai corsi di formazione proposti da un catalogo.

Le Regioni, che sulle politiche attive del lavoro hanno la competenza, la piattaforma ancora non l’hanno vista. Qualche mese fa, nel corso di una Conferenza Stato-Regioni, Raia mostrò agli assessori regionali alcuni “pezzi”. Poi il nulla, dicono.

L’idea di partenza, tramandata dai Cinque Stelle a Fratelli d’Italia, è quella di incrociare i dati di chi cerca lavoro con gli annunci delle imprese che cercano i lavoratori, riuscendo però a fare una analisi predittiva sui fabbisogni del mercato del lavoro, territorio per territorio. In modo da indirizzare il soggetto percettore del reddito al corso di formazione giusto, che poi dovrebbe quindi fargli ottenere un impiego.

Almeno questo è lo schema sulla carta. Si chiama “targhetizzazione”, che però sembra funzionare ben poco. Come sottolineano gli esperti di politiche attive, la letteratura dal 2003 mostra che dove sono state realizzate piattaforme del genere i risultati sono stati spesso modesti, quasi mai utilizzate da operatori e utenti. E la missione appare ancora più difficile con i fatiscenti centri per l’impiego italiani, che non certo pullulano di annunci di lavoro da parte delle imprese italiane.

L’ipotesi, dunque, dovrebbe essere quella che le agenzie per il lavoro private, ben inserite nei tessuti produttivi e che Calderone conosce bene, introducano le loro vacancy nella futura piattaforma. «Ma a quale costo?», si chiede un esperto di politiche attive che preferisce restare anonimo. «Perché le agenzie private dovrebbero aiutare l’attore pubblico?». E ancora: «Questa rischia di essere la piattaforma degli “sfigati”. Quale impresa inserisce delle vacancy solo per i percettori del reddito? Le grandi imprese vanno su Linkedin e Indeed a cercare i dipendenti, non certo sulla Siisl».

Insomma, l’impressione è che Meloni e colleghi stiano vendendo la luna, ripetendo l’errore degli avversari grillini e poggiando su centri per l’impiego che sono gli stessi di prima, scarsamente digitalizzati e con operatori senza competenze specifiche in materia. Di certo, nei vecchi uffici di collocamento non ci sono molti psicologi, quelli che – dicono gli esperti – servirebbero per capire quali corsi di formazione far fare ai beneficiari del reddito, con bassi titoli di studio, spesso da lungo tempo al di fuori del mercato, per i quali andrebbe preparato anche un servizio di accompagnamento nelle aziende.

Risultato: in pochi si fidano delle doti magiche della piattaforma decantate da Calderone e Meloni. Tanto che alcune regioni, le più virtuose, nel frattempo si sono fatte la propria. La Regione Lombardia, ad esempio, ha sviluppato nei mesi scorsi una propria applicazione di incrocio domanda-offerta. Anche Veneto, Toscana e Friuli Venezia Giulia hanno già i propri servizi nelle politiche attive e certo non ci rinunceranno per il software di Calderone.

Si prospetta, insomma, un altro buco nell’acqua da milioni di euro dopo il flop di Parisi. Il prof del Mississippi, intanto, esautorato e commissariato dal governo Draghi prima della scadenza del suo mandato dopo una gestione disastrosa dell’Anpal, ha fatto causa all’agenzia chiedendo la retribuzione intera pattuita inizialmente per tre anni di contratto. Di Maio gli aveva venduto la presidenza di Anpal come oro colato, ha raccontato agli amici una volta rientrato negli Stati Uniti. Ma aveva omesso di dirgli che nella legislazione italiana sono le Regioni ad avere competenza sulle politiche attive. Calderone, almeno, questo dovrebbe saperlo. E sa che che la sua piattaforma, a meno di un miracolo, non funzionerà.

Reddito fallito. Lo diceva il programma dei grillini. Francesco Maria Del Vigo il 2 Agosto 2023 su Il Giornale.

Nel mondo velocissimo e bulimico e trasformista della politica, cinque anni sono un'immensità. Per i grillini ancora di più

Nel mondo velocissimo e bulimico e trasformista della politica, cinque anni sono un'immensità. Per i grillini ancora di più. Ripescare il programma elettorale grillino del 2018, quello che portò il Movimento alla vittoria elettorale e alla nascita del governo giallo-verde, è un'esperienza straniante. Innanzitutto perché la versione dettagliata è praticamente introvabile: totalmente sparita dal sito ufficiale del Movimento o, quantomeno, abilmente occultata. D'altronde uno dei pilastri del mondo pentastellato era la trasparenza assoluta, la casa di vetro. Per gli altri, non per loro. Sul sito del ministero dell'Interno, tuttavia, è ancora reperibile la versione in 20 punti del programma politico (foto) del movimento, con firma autografa dell'allora leader Luigi Di Maio. Tra le tante corbellerie promesse e alcune, purtroppo, mantenute giova rileggere il capitolo dedicato all'emolumento che ha reso famosi e vittoriosi i grillini. Già il titolo, un lustro dopo, sembra quanto meno ossimorico: «Reddito di cittadinanza: rimettiamo il paese al lavoro». È evidente a tutti come la regalìa M5S abbia, al massimo, rimesso il paese sul divano. Nel programma esteso il provvedimento viene spiegato più nel dettaglio: «È una misura attiva rivolta al cittadino al fine di reinserirlo nella vita sociale e lavorativa del paese. Garantisce la dignità dell'individuo e solleva il paese dalla profonda crisi occupazionale ed economica». Qui è ancora più evidente quanto il reddito sia stato spacciato come una misura attiva per incentivare l'occupazione. Quattro anni dopo, con una spesa di 35 miliardi e persino i navigator rimasti senza lavoro, possiamo affermare con certezza che, stando ai parametri posti dallo stesso Movimento, il reddito di cittadinanza nella funziona attiva è totalmente fallito. Così è rimasto per quello che è: un gigantesco voto di scambio, calcificatosi in una elefantiaca prebenda assistenzialista. E in una pericolosa arma di ricatto.

Estratto dell’articolo di Pasquale Napolitano per “il Giornale” l'1 agosto 2023.

La battaglia di Beppe Grillo contro la povertà gli frutta 25mila euro al mese. Euro più, euro meno. Una battaglia sacrosanta, insomma. Quella somma sarebbe […] il compenso che il comico genovese, ritornato negli ultimi due giorni a fare da megafono al M5S, porterebbe a casa grazie al contratto di consulenza stipulato nel 2022 con il capo politico Giuseppe Conte. 

Una consulenza per svolgere attività di comunicazione, in bilico quest’anno per le casse vuote del M5S, rinnovata poi nel gennaio del 2023 per un altro anno. Il contratto prevede un compenso di circa 300mila euro l’anno. Suddiviso per 12 mesi, frutterebbe a Grillo 25mila ogni 30 giorni. 

Una montagna di soldi che fa a pugni con le crociate portate avanti da Grillo. A cominciare da quella di questi giorni contro il governo Meloni dopo la rimodulazione del reddito di cittadinanza. Anche ieri, il fondatore del M5S ha lanciato la sua invettiva, puntando sulla questione dei salari in Italia. 

Grillo ha pubblicato in un tweet con la lista degli stipendi medi netti in diversi Stati del mondo. L’Italia, con i suoi 1.724 dollari, è al 31esimo posto [...]. L’immagine è accompagnata da un «No comment».

Certo che lui, problemi di salario minimo, non ne ha. Domenica il garante del M5S aveva condiviso sui suoi social un articolo del suo blog sul tema del salario minimo. [...] Due uscite in 24 ore. Grillo si guadagna il pane. [...] Il via libera alla consulenza è arrivato dopo un lungo braccio di ferro. 

Grillo è chiamato a svolgere «attività di supporto nella comunicazione con l’ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della Scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche». In cambio il Movimento versa nelle casse della società del comico una somma pari a 300mila euro l’anno. 

Con il conto corrente rimpinguato ogni mese con 25mila euro, il comico ha tutto il tempo per dedicarsi alla povertà (degli altri). E nel frattempo, tra un post e l’altro, Grillo ha ripreso anche la tournée con lo spettacolo L’Altrove. Prossima tappa in Calabria, aspettando il bonifico di Conte.

[...] Per fine agosto sarebbe in programma una grande manifestazione contro l’esecutivo. Il sogno è riproporre una mobilitazione stile vaffa-day. E magari con un Grillo in piazza. C’è solo un nodo da sciogliere: il cachet sarà extra o rientra nei 300mila euro?

"La povertà non va in vacanza". Quei comizi ipocriti della sinistra chic. Grillo intasca una consulenza da 300mila euro l'anno dal suo partito. Fratoianni si gode la doppia indennità in famiglia, come Franceschini. Pasquale Napolitano il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

«La povertà non va in vacanza», attacca un'agguerrita Elly Schlein. Intestandosi la battaglia contro il governo Meloni sul salario minimo e reddito di cittadinanza. Come darle torto. I poveri il mare lo vedranno solo in cartolina. Al contrario, i «paladini» degli ultimi il relax se lo concederanno eccome. Grazie a vitalizi, consulenze d'oro e doppio stipendio in famiglia da parlamentare. Chi da Capalbio. Chi opterà per il fresco di Cortina. E chi nella residenza estiva di Marina di Bibbiona (dove nacque il governo Pd-M5s). Tutti, archiviate le fatiche politiche, scapperanno in terre e ville isolate. Attenzione: la battaglia contro la povertà non si ferma. Una premessa: guadagnare bene non è una colpa. Appare però singolare che a condurre la crociata in Parlamento in difesa delle famiglie disagiate siano proprio coloro che hanno trasformato le istituzioni in un centro per l'impiego familiare.

Il colmo ieri in Aula: Aboubakar Soumahoro, il pupillo di Angelo Bonelli, che non si era mai accorto degli affari sui migranti fatti da moglie e suocera, si è scagliato contro la maggioranza di centrodestra dopo il rinvio della discussione sul salario minimo. È evidente come la «guerra» di Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli su reddito di cittadinanza e salario minino sia tutta ideologica e demagogica. L'obiettivo è la difesa di un totem. Nulla più. Piero Fassino si alza a Montecitorio e sventola il cedolino: 4700 euro (stipendio da parlamentare) sono pochi. Omette però di dire che al suo stipendio va aggiunto il vitalizio della moglie: Anna Serafini, parlamentare per ben 20 anni. Dal 1987 al 2007. Prima della riforma la moglie di Fassino percepiva un assegno di 6411 euro. Con il taglio dei vitalizi avrà subìto un leggero ritocco. Al Nazareno la moglie di Fassino la ricordano bene per il famoso «lodo Serafini»: una deroga al limite delle due legislature per consentirle la terza (quarta e quinta) candidatura. Almeno Massimo D'Alema, beccato con barca e casa popolare, ebbe la decenza di vendere il suo veliero Ikarus e lasciare l'appartamento di un ente previdenziali. Comunisti d'altri tempi.

E che dire di Giuseppe Conte, il «fortissimo punto di riferimento della sinistra moderna». Urla contro condoni e rottamazioni. E poi non si accorge (al pari di Saumahoro) che compagna e suocero hanno inseguito freneticamente gli sconti fiscali grazie alla pace fiscale e alle rottamazioni cavalcate da Salvini. E l'avvocato non si sarà accorto nemmeno che di poveri non c'era traccia a Cortina, località scelta per rigenerarsi nelle pause natalizie. Nel Movimento, Conte è in buona compagnia: il suo mentore, Beppe Grillo, è infuriato per l'abolizione del reddito di cittadinanza. Una furia che gli frutta 25mila euro al mese: 300mila in un anno. È la «consulenza francescana» che Grillo si pappa per scrivere due post sulla povertà.

Il mito di tutti i poveri d'Italia è Nicola Fratoianni: un comunista vero. Di quelli duri e puri, che alla prima occasione si è portato (con lui) in Parlamento la moglie Elisabetta Piccolotti. Doppia entrata. Doppio stipendio da parlamentare. Povertà (in famiglia) azzerata. Ditelo a Fassino come si fa per arrivare a fine mese. Fratoianni non è il solo. Dario Franceschini, mente dell'ascesa di Schlein al timone del Pd, è stato più scaltro. Lui se ne è andato al Senato. La moglie, Michela Di Biase, l'ha piazzata alla Camera. Furbata. Doppio stipendio e casa in Sardegna garantita. I poveri possono dormire sonni tranquilli. Con questi «paladini» resteranno in povertà tutta la vita.

Ieri contro, oggi a favore. Le giravolte sul reddito di cittadinanza del Pd: da ‘sciocchezza’ e ‘pagliacciata’ ad ‘accanimento contro la povera gente’. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 3 Agosto 2023

Sul reddito garantito la storia riserva sorprese, a guardarci dentro. La Cgil era scettica. “Lavoro per tutti, non carità pelose”, dicevano i duri e puri del sindacato. E la contrarietà del Pci pesò fino a bandirla dai programmi sul welfare del Pds, Ds e Pd. Almeno fino al 2017, quando fu nelle more del governo di Paolo Gentiloni, sospinto dal Pd guidato da Matteo Renzi, a lavorare su una misura inclusiva di contrasto della povertà.

Anche lì, “la Cgil minacciò di incatenarsi se soltanto ci avessimo pensato e il M5S non era arrivato alla lettera S nella lettura del dizionario”, ricorda con ironia il senatore di Iv, Davide Faraone. Fu con Renzi e Gentiloni che alle misure sperimentali SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva) – che nel 2015 raggiunse i 7 miliardi di spesa – e all’Assegno di disoccupazione (ASDI) venne fatta seguire una unica misura, il REI, che lo sostituisce dal gennaio 2018. La legge delega voluta allora dal Pd per il contrasto alla povertà seguiva il Dl 15 settembre 2017, n.147. In quel momento c’era Matteo Renzi, a guidare il Nazareno.

Il ministro del Lavoro e delle politiche sociali era Giuliano Poletti. E il Pd non era ancora diventato l’alter ego del Movimento Cinque Stelle. L’attenzione alle politiche di inclusione era alta, ma non demagogica. Nel 2019 il Pd si schiera contro il Rdc, criticandolo in più occasioni. La proposta del Pd era quella di potenziare il reddito di inclusione e di non mischiare la lotta contro la povertà con le politiche attive per il lavoro. La deputata Dem Roberta Nardi nel 2018 depositerà il testo di una proposta di legge per istituire il Lavoro minimo garantito. Altroché reddito. Altroché divano. E non era, questa, la posizione dei soli riformisti del Pd.

Si veda, nel novembre 2018, l’intervista con Il Sole 24 Ore Francesco Boccia – all’epoca deputato del PD, oggi capogruppo al Senato del partito – aveva definito il reddito di cittadinanza una “sciocchezza”. “La priorità è creare lavoro e accompagnare chi lo ha perso verso un nuovo impiego. La risposta alla povertà è il reddito di inclusione, che va rafforzato”, aveva dichiarato Boccia.

Antonio Misiani, oggi responsabile economico della segreteria Dem, era impietoso: «Il reddito di cittadinanza penalizza le famiglie con disabili e anche quelle numerose, dove è maggiore il tasso di povertà». Anche l’ex segretario del PD Zingaretti è stato tra i critici del reddito di cittadinanza.

A novembre 2018, ospite a Omnibus su La7, Zingaretti – che alcuni mesi dopo sarebbe salito alla guida del partito – aveva dichiarato: “Invece di questa pagliacciata sul reddito di cittadinanza, che nessuno sa cos’è, mettiamo i soldi sul reddito di inclusione, che amplia la base e fra qualche mese porterebbe gli assegni nelle case degli italiani”. 

Quando il Reddito di cittadinanza arrivò in Parlamento, il Pd votò contro.

Nel corso della discussione, il perché della netta ostilità Dem sul Rdc lo aveva ben spiegato il senatore dem Edoardo Patriarca: “Nel provvedimento al nostro esame il bene che proponete è confuso e intriso di una burocrazia asfissiante. Vi è una sequenza di procedure e di tempistiche irrealizzabili. E a pagare saranno i poveri”. “Non è un diritto per tutti – scandiva Patriarca – e state creando un’aspettativa che produrrà ancora più delusione ed incertezza: le persone e le famiglie fragili tanto evocate nei vostri interventi non meritano illusioni e false speranze. Proprio non le meritano e non se lo possono neppure permettere”.

Allora era il Pd, ancora nei suoi panni e senza la crisi di identità che lo travolgerà ai giorni nostri, a dire che “povertà sociale e povertà di reddito vanno distinte: la povertà di reddito si combatte con l’occupazione, producendo lavoro, mentre la povertà sociale si combatte con la presa in carico. Sono due percorsi diversi”, sentenziava Patriarca, con il collega Tommaso Nannicini (un altro dei ‘padri’ del Rei) a dirla apertamente: “Continuate a confondere contrasto alla povertà e tutela della disoccupazione. Può accadere che un povero non sia occupabile e può accadere che un disoccupato non sia povero. Entrambi hanno bisogno di una garanzia del reddito e di servizi, ma diversi”.

“Lo stesso Maurizio Martina, che era diventato Reggente del Pd, ribadirà la sua contrarietà: “La strada giusta è il rafforzamento del Rei”.

Passano gli anni. E arrivano le conversioni, le inversioni a U. Prima che il Pd perdesse completamente la bussola, consegnandosi con le mani alzate a Grillo e a Conte.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Estratto dell’articolo di Francesco Specchia per “Libero quotidiano” l'1 agosto 2023.

[…] la coerenza […] degli indomiti dirigenti del Pd sul reddito di cittadinanza. Controordine.

È bastato che la segretaria del Pd Elly Schlein a In Onda su La7, dichiarasse che l'sms inviato dall'Inps per comunicare la sospensione del reddito di cittadinanza fosse a un «livello di cinismo che ricorda i licenziamenti collettivi fatti via sms dalle aziende, ma stavolta è lo Stato che lascia senza prospettiva le famiglie»; che i suoi uomini si schierassero in falange, e cavalcassero la stessa protesta del Movimento 5 Stelle. […] Eppure, se Giuseppe Conte ei suoi – i veri creatori del reddito - levano legittimamente gli strali verso il governo, dal Pd e dai sindacati il «contrordine, compagni» suona talmente paradossale da assumere quasi fascino letterario. Quasi.

Prendete, per esempio, Nicola Zingaretti. In piena campagna elettorale per diventare il nuovo leader del Nazareno dichiarava nel febbraio 2019: «Bisogna investire per creare lavoro vero, altrimenti il reddito di cittadinanza diventa reddito di sudditanza». Questo perché «fare il reddito di cittadinanza senza investire sul lavoro è una vergogna che pagheremo tutti». 

Di più. Un anno prima, all'Omnibus di Gaia Tortora lo Zinga aveva inveito contro il governo Conte: «Invece di mettere soldi su questa pagliacciata del reddito di cittadinanza che nessuno sa cos'è, mettiamola sul Rei, sul reddito di inclusione». Dopodiché, con straordinario tuffo carpiato, l'ex segretario Pd, il 27 maggio del 2022 si rimangiava tutto: «Eliminare il reddito di cittadinanza? Questo accanimento contro la povera gente non mi sorprende ma mi colpisce”.

Cioè: per Zinga il Rdc ieri era pagliacciata, oggiè dovere morale. Tra l'altro, il Rei è una delle fonti d'ispirazione della nuova misura rimodulata dal governo Meloni ma transeat. Anche Francesco Boccia, Mazzarino di Schlein, […] spiegava nel novembre 2018 al Sole 24Ore come quel fosse reddito «una grande sciocchezza: aumentare solo il lavoro nero. In Campania ho incontrato cittadini che stanno per divorziare al fine di avere diritto all'assegno. Il tema vero è come creare nuovo lavoro e come aiutare chi lo ha perso a ritrovarlo». 

[…] Antonio Misiani, oggi responsabile economico della segreteria Dem «Il reddito di cittadinanza penalizza le famiglie con disabili e anche quelle numerose, dove è maggiore il tasso di povertà». […] Ora, invece, il taglio a quello stesso reddito calpesta la dignità dei 169mila percettori che ne rimarranno privi.

Per non dire dell'ondivaga fermezza dei sindacati. Il 9 febbraio 2019 scendevano in piazza a Roma, per contestare le politiche economiche del governo Conte 1. Il segretario Cgil aveva il solito scatto populista: «Il reddito di cittadinanza è un ibrido che mescola la lotta alla povertà con le politiche per il lavoro. Il rischio è che non affrontino bene né l'una né l'altra, perché la povertà si combatte dando lavoro». Insomma: «Il lavoro lo crei facendo gli investimenti pubblici e questo governo (del M5S, ndr) li ha tagliati. Stanno sbagliando e, così facendo, vanno a sbattere». Landini era anche quello che, inoltrandosi nella specifica funzione dei navigatori, la sbertucciava, «un capolavoro di intelligenza». […]

Idem, per la segretaria che alla Cgil l'aveva preceduto, Susanna Camusso. La quale Camusso […] nel 2018 sostiene a Fanpage: «No al reddito di cittadinanza! Quelle risorse venivano usate per trovare lavoro»; per ritrattare nel 2022: «La modifica al reddito di cittadinanza è punitiva per la povertà». In realtà, l'avversione di Pd e sindacati annessi verso la misura dei 5 Stelle aveva una sua ratio. L'Espresso del 30 ottobre 2018 sotto la gestione del Gruppo Repubblica aveva un sondaggio tombale: «Per gli elettori del Pd il reddito di cittadinanza è peggio del condono fiscale». […]

Estratto dell’articolo di Luca Monticelli per “la Stampa” domenica 30 luglio 2023. 

Dopo il messaggio sul cellulare che ha scatenato le polemiche, Fratelli d'Italia apre un nuovo fronte evocando la costituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui «mancati controlli» dell'ex presidente dell'Inps Pasquale Tridico, una ipotesi che scatena la rabbia dell'opposizione. «Non riusciranno a intimidirci con il loro tentativo di bullismo istituzionale» attacca il leader del M5s Giuseppe Conte.

Mentre la polemica infuria, l'Istituto di previdenza prova a rassicurare le persone che ad agosto non riceveranno più il reddito di cittadinanza. «Non abbandoniamo nessuno», spiega l'Inps che annuncia un piano per gestire in sinergia con i centri per l'impiego e i servizi sociali i nuovi strumenti: l'Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione. Il primo sarà un sostegno simile al reddito ma rivolto solo ai nuclei con figli minori, disabili o ultrasessantenni ed entrerà in vigore a gennaio del 2024. Il secondo garantirà agli occupabili un sostegno di 350 euro per un anno.

Oltre alle 169 mila famiglie già informate con un sms, da qui alla fine dell'anno arriveranno dall'Inps altri 80 mila avvisi. Le stime del governo ipotizzano che alla fine saranno 213 mila i nuclei che perderanno il vecchio reddito di cittadinanza e non saranno presi in carico dai servizi sociali, dovendo ripiegare a settembre sul sussidio da 350 euro al mese. L'Inps, invece, ha dei numeri diversi e su 250 mila sospensioni conta di recuperarne la metà grazie ai servizi sociali, che però scontano un deficit di personale. La Cgil, infatti, lancia l'allarme «bomba sociale al Sud». 

Come stabilito dalla legge di bilancio varata a dicembre dal governo Meloni, i nuclei familiari senza figli minori, disabili o over 60, scaduti i primi sette mesi del 2023, non percepiranno più il reddito di cittadinanza, il cui assegno poteva arrivare al massimo a 780 euro al mese, ma che mediamente si aggirava sui 571 euro. Le 169 mila famiglie che hanno già ricevuto l'sms o l'email che ricorda loro la fine del sussidio a partire da agosto, sperano di essere prese in carico dai servizi sociali.

La metà di queste persone, sostiene l'Inps, sono in una situazione di disagio sociale (tossicodipendenti o con problemi abitativi) e potranno essere inserite in un progetto di recupero, perciò manterranno il sussidio. Gli altri, i cosiddetti occupabili, dovranno andare nei centri per l'impiego e firmare il Patto di servizio personalizzato per essere avviati al lavoro. […] Entro dicembre, però, l'Inps spedirà altre 80 mila comunicazioni […] 

Le politiche attive sono la grande falla del reddito di cittadinanza, tuttavia anche l'esecutivo di centrodestra non sembra avere un disegno chiaro di come far funzionare la macchina per consentire agli occupabili di trovare un impiego. […]

[…] Fratelli d'Italia replica mettendo sul tavolo l'istituzione di un'altra commissione d'inchiesta (pochi giorni dopo il monito del presidente Sergio Mattarella, secondo cui delle commissioni d'inchiesta si sta abusando). «Il reddito di cittadinanza si è rivelato una misura assistenzialista, nata con uno scopo demagogico, scritta male, attuata peggio, il che ha comportato enormi danni all'erario», spiega il capogruppo alla Camera Tommaso Foti che aggiunge: «Riteniamo necessaria la costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta, limitando la responsabilità a Tridico per non avere consapevolmente attivato i controlli per non far perdere consenso elettorale e personale ai suoi mandanti».

Reddito di cittadinanza, i numeri. Chi lo ha preso, quanto è costato, quanti hanno truffato lo Stato. Barbara Massaro su Panorama il 31 Luglio 2023

Introdotto nel 2019 come azione simbolo del governo a guida Movimento 5 Stelle il sussidio di Stato ha interessato milioni e milioni di cittadini ed è costato decine di miliardi. Truffe comprese

Il Reddito di Cittadinanza fa discutere ed ha fatto discutere fin dalla sua introduzione. Era il 2019; il Governo gialloverde lo approva nel 2019. era uno dei simboli del Movimento 5 Stelle. Una misura che ha interessato milioni di famiglie, milioni e milioni di cittadini con un costo di diversi miliardi anni dopo anno. ed oggi, nel momento in cui il Governo Meloni ha stabilito la prima stretta per gli "occupabili" aumentano le proteste. I Numeri dei redditi concessi 2019: I nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC (pensione di Cittadinanza) sono stati 1,1 milioni, per un totale di 2,7 milioni di persone coinvolte. 2020: i nuclei sono stati 1,6milioni, per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte. 2021: i nuclei beneficiari di almeno una mensilità sono risultati quasi 1,8 milioni per un totale di poco meno di 4 milioni di persone coinvolte 2022: si è registrata una flessione: 1,7 milioni di nuclei interessati per un totale di 3,7 milioni di persone 2023: la stretta del governo Meloni amplifica il calo: da gennaio a giugno 2023 c’è stata la presenza di 1,3 milioni di nuclei e 2,8 milioni di persone. La stragrande maggioranza delle persone che ha ottenuto il RdC risiede al sud. Prima tra tutte la provincia di Napoli

Dal 2019 ad oggi il reddito di cittadinanza è costato allo stato quasi 30 miliardi di euro. Nel 2019 la spesa è stata di 3,8 mld. Nel 2020 la spesa è stata di 7,2 mld Nel 2021 la spesa è stata di 9 mld Nel 2022 la spesa è stata di 8 mld Nel 2023 (gennaio-giugno) la spesa è stata di 4,3 mld L’importo medio mensile erogato è crescente nel tempo; complessivamente è aumentato del 12%, passando da 492 euro nell’anno 2019 a 551 euro nel 2022, e 566 attualmente. Il differenziale assoluto tra Sud/Isole da un lato e Nord dall’altro è stabilmente superiore a 100 euro al mese, mentre quello tra RdC e PdC oscilla attorno ai 300 euro al mese. La spesa media mensile è di circa 587 milioni. Le truffe I controlli della Guardia di Finanza sono cominciati immediatamente ed hanno avuto risultati sorprendenti e danni alle casse dello stato da centinaia e centinaia di milioni di euro

I DATI. Puglia, fiato sospeso per l’esercito di beneficiari del reddito di cittadinanza. Sono circa 136.000 i nuclei familiari beneficiari, circa 320.000 per l’esattezza le persone coinvolte, con un importo medio mensile inferiore ai 600 euro. REDAZIONE PRIMO PIANO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Luglio 2023

La Puglia è tra le regioni dove il reddito di cittadinanza è particolarmente diffuso: sono circa 136.000 i nuclei familiari beneficiari, circa 320.000 per l’esattezza le persone coinvolte, con un importo medio mensile inferiore ai 600 euro. Molti di loro, circa la metà, non hanno mai avuto contatti con i Centri per l’impiego dove un navigator avrebbe dovuto tentare di connetterli al mondo del lavoro. Ma tanti altri, quelli non «occupabili» grazie al Rdc hanno avuto la possibilità di una esistenza più dignitosa. Ecco perché la Cgil ha parlato di «bomba sociale» che potrebbe esplodere dopo la cancellazione definitiva dell’assegno voluto e introdotto dai 5 Stelle.

Preoccupata la segretaria generale Cgil Puglia Gigia Bucci che ha confermato il gran numero di telefonate giunte nelle sedi del sindacato da parte di persone che hanno ricevuto l’sms con l’annuncio della sospensione dell’assegno. «Saremo invasi da richieste di aiuto» ha detto Bucci. Sarà così per tutte le organizzazioni sindacali.

Più modesti i numeri per quanto riguarda la Basilicata. Qui nel 2022 sono stati oltre 26.000 i beneficiari, per un numero complessivo di 13.600 famiglie. La media dell’importo mensile calcolato dall’Inps è di 500 euro. Tra i lucani che beneficiano del Rdc oltre 8.000 sono stati indirizzati ai servizi per il lavoro, come ha evidenziato l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. La quasi totalità dei beneficiari ha sottoscritto un patto per il lavoro. Di questi, la metà presenta un alto rischio di disoccupazione di lunga durata.

Anche in Basilicata la Cgil è mobilitata: «È indispensabile la programmazione di un incontro urgente con il Prefetto, l’Anci, l’assessore alle attività produttive e i vertici dell’Arlab - scrivono Vincenzo Esposito, segretario generale Cgil Potenza, e Giuliana Pia Scarano, segretaria generale Fp Cgil Potenza - al fine di mettere in asse le azioni volte ad affrontare la grave emergenza che ci aspetta ed evitare che gli operatori di Cpi e Assistenti sociali, in quanto punti di prossimità con l’utenza, restino soli ad affrontare questa gravissima situazione sociale». 

La timida difesa di Tridico sul reddito grillino: "Non pagati 11 miliardi di euro". Francesca Galici il 30 Luglio 2023 su Il Giornale.

Mentre FdI ipotizza l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sul lavoro di Tridico per il Rdc, lui si difende e critica la nuova misura

Fratelli d'Italia, per tramite di Tommaso Foti, ha avanzato la possibilità di costituire una commissione parlamentare di inchiesta per esaminare gli errori commessi nel sistema del Reddito di cittadinanza, con particolare riferimento a Pasquale Tridico, ai tempi presidente dell'Inps. "Il gruppo parlamentare di Fratelli d'Italia ritiene sempre più necessaria la costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta, limitando la responsabilità a Tridico per non avere consapevolmente attivato i controlli, al fine di non far perdere consenso elettorale e personale ai suoi mandanti", ha detto Tommaso Foti.

L'ex direttore ha trovato spazio su La Stampa per articolare la sua difesa, che appare debole e poco credibile per le argomentazioni che vengono portate da Tridico: "C’è stata una narrazione volutamente fuorviante. Sotto la mia gestione ho creato una direzione antifrode che non è mai esistita prima". Ma Fratelli d'Italia non sindaca su questo aspetto ma sui numeri delle truffe che sono state compiute nel corso degli anni e che hanno causato un enorme danno all'erario dello Stato. Ma l'ex direttore dell'ente previdenziale continua a sostenere che il Reddito di cittadinanza "è stata la misura più controllata di sempre. I controlli preventivi e successivi hanno evitato mancati esborsi del reddito a circa tre milioni di domande tra il 2019 al 2022, per un valore di 11 miliardi di euro non pagati".

Ma per tre milioni di domande non meritevoli che sono state intercettate, quante sono state quelle che sono passate? Nelle parole di Tridico esiste una omissione che è quasi un'ammissione su un meccanismo che ha mostrato diversi punti di debolezza, che sono stati utilizzati dai truffatori, che ben ne conoscevano le criticità per usarle a proprio favore. Di punti deboli il Rdc ne aveva tanti sui quali non si è intervenuto in corso d'opera per porre rimedio. E ora che il governo guidato da Meloni è intenzionato a offrire un'alternativa diversa, che non prevede aiuti a pioggia e incondizionati ma solo agli inoccupabili. Un sistema che a Tridico non piace: "L’unico strumento contro la diseguaglianza e di contrasto alla povertà viene abolito e queste persone resteranno senza un sostegno, in un periodo segnato da un’inflazione molto alta. La gran parte di questi duecentomila cittadini è poco scolarizzata".

Lavoro e sussidiarietà. Tutte le truffe del reddito di cittadinanza grillino: dovevano abolire povertà, hanno abolito onestà. Benedetta Frucci su Il Riformista il 7 Maggio 2023

Era il 27 settembre 2018 quando un esultante Luigi Di Maio si affacciava dal balcone di Palazzo Chigi annunciando agli italiani che la povertà era stata abolita. 5 anni dopo quell’annuncio più adatto al Venezuela di Maduro che a una democrazia occidentale, l’unica cosa che il Movimento Cinque Stelle sembra aver abolito è stata l’onestà.

Scopriremo infatti forse solo fra qualche anno quanto davvero è costato agli italiani il reddito di cittadinanza. Eh già, perché ai dati ufficiali relativi alla spesa pubblica destinata alla misura, vanno sommate le truffe emerse e quelle che- potenzialmente- non sono mai state scoperte, nonché i 270 milioni di euro spesi, nel complesso, non solo per retribuire ma anche per formare i mitologici navigator. Ma andiamo con ordine.

Per iniziare, in passivo vanno messi 8 miliardi per il 2022 e circa 20 miliardi nei tre anni precedenti. Poi, si entra in un buco nero, quello degli sprechi e delle truffe, fatto di pochi dati parziali e di tanti casi di cronaca che raccontano di furbetti che si sono avvantaggiati del sussidio, ai danni dei più bisognosi e dei contribuenti che, con il loro lavoro e i loro sacrifici, si sono trovati anche a riempire le tasche di criminali.

Per esempio, considerando la fascia temporale che va dal 1° gennaio 2021 al 31 maggio 2022 la Guardia di Finanza ha scoperto truffe per 288 milioni di euro, di cui 171 milioni effettivamente incassati e 117 milioni richiesti e non riscossi. Le storie di truffe affollano le cronache locali e nazionali. Si va dalle più sostanziose, come quelle emerse grazie al lavoro dei Carabinieri a Napoli per un periodo di 553 giorni che va da giugno 2021 all’ottobre del 2022, per un totale di 15 milioni di euro, 26.488,69 euro ogni giorno, 1.103,69 euro ogni ora. La truffa ha coinvolto 662 persone, fra le quali numerose con precedenti penali perfino per mafia e usura.

O come quelle scoperte di recente a Reggio Calabria, che sono costata ai contribuenti in totale 1 milione e 300000 euro e hanno visto coinvolte 120 persone. Pochi giorni fa, a Bari, un uomo, titolare di una tabaccheria, attraverso finti acquisiti, avrebbe invece riciclato 465.000 euro consentendo così di liquidare il reddito di cittadinanza a oltre 300 cittadini romeni.

La truffa è stata scoperta nell’ambito di un’indagine per falsa residenza degli stranieri. Un caso simile a quello accaduto a Bologna, dove fu scoperta, grazie al senso civico di una dipendente delle Poste, una truffa da 48000 euro che coinvolgeva cittadini stranieri che fingevano di risiedere in Italia ai fini di percepire il famigerato reddito. Ma anche a Roma, con truffe per oltre 200mila euro. Sempre nella capitale, un impiegato in un CAF della periferia est della città è stato trovato in possesso di moduli per l’autocertificazione del reddito dal contenuto totalmente falso. Avrebbe permesso, con questo sistema, a un centinaio di persone di incassare il sussidio senza averne diritto.

A Treviso, una donna riceveva il reddito di cittadinanza mentre si trovava ospite del carcere friulano: poca cosa la somma incassata, 3500 euro, ma significativo l’episodio che dimostra come siano lacunosi e difficili i controlli. Ci sono poi i casi, ancora più odiosi, che coinvolgono Mafia, Camorra e criminalità organizzata. Restando a Roma, è stato scoperto che 61 persone avevano truffato allo Stato mezzo milione di euro. Tra questi, esponenti dei clan Spada e Casamonica. A Cefalù, fra i 117 truffatori scoperto dai Carabinieri, alcuni avevano precedenti per Mafia. Lo stesso è accaduto in Puglia, Calabria, Campania. Il boss Gaetano Scotto, arrestato per Mafia, durante il processo ha dichiarato al GIP di percepire il sussidio perché nullatenente.

Alcuni episodi di truffe, riguardano poi persone salite all’onore delle cronache per omicidi feroci. Pietro Maso, che uccise brutalmente i propri genitori, per un periodo ha incassato il sussidio grillino, ma anche i Fratelli Bianchi, autori dell’omicidio del povero William, a Pomezia, che sconvolse l’Italia. E poi, storie che farebbero sorridere se non si trattasse di sperpero di denaro pubblico, come quella di una signora che viveva ai Caraibi e tornava in Italia solo per incassare il denaro del reddito.

O il caso di Perugia, dove un uomo si fingeva indigente ma aveva un parco macchine da fare invidia a un collezionista: Ferrari, Bentley, Lamborghini, Rolls-Royce. E ancora, solo pochi giorni fa una signora è stata pizzicata con un conto segreto aperto su un sito online di scommesse, contenente 25000 euro. Peccato che fingesse di essere nullatenente. Per poter elencare tutte le truffe legate al reddito di cittadinanza servirebbero cen tinaia di pagine. Eppure, anche da questo breve e non esaustivo elenco si capisce come sia una misura totalmente fallimentare: non ha abolito la povertà come di Maio sosteneva ma ha in compenso aumentato gli sprechi di risorse.

Il problema non risiede di per sé nell’idea di un sussidio che vada ad aiutare chi è oggettivamente inabile al lavoro e si trova in condizioni di indigenza. Combattere la povertà dovrebbe essere una priorità per l’azione di qualunque Governo. Il problema è come la si combatte. Se con i sussidi o con la creazione di posti di lavoro e con l’istruzione. La prima scelta è espressione di uno statalismo totalizzante. Quando Giuseppe Conte, parlando del Superbonus, utilizza l’avverbio “gratuitamente” in realtà sta esponendo un concetto molto chiaro e brutale: rinnega cioè la provenienza del denaro pubblico, che è frutto, per molta parte, delle tasse dei cittadini.

Per cui, si capisce bene come nel creare il meccanismo del reddito di cittadinanza, nessuno fra le fila del Movimento. Cinque stelle si sia preoccupato del fatto che quei denari potessero essere sprecati. In secondo luogo, quello stesso statalismo presuppone che non si debba incoraggiare e sostenere l’individuo nell’emancipazione dallo Stato ma lo si voglia legare indissolubilmente ad esso. La seconda strada che invece lo Stato può scegliere per combattere la povertà, è tipica di chi ha una visione liberale dell’azione pubblica. Punta sul lavoro e sulla scuola e quindi sulla decontribuzione per combattere gli stipendi da fame, sull’attrazione di investimenti e la costruzione di infrastrutture, per creare nuovi posti di lavoro. Chi invece ha una visione da Stato etico, vede nel sussidio la soluzione di tutti i mali.

Nel caso del Movimento Cinque Stelle, il reddito di cittadinanza è stato poi anche un potente mezzo di propaganda elettorale. Durante la campagna elettorale delle ultime politiche, Conte è stato definito il papà del reddito. Ha aizzato le folle contro la sua abolizione. Incassando poi, in termini elettorali, maggiormente laddove c’era un maggior numero di percettori del reddito.

La riforma Meloni, toglie ora, si spera, molti dei problemi che ha generato il sussidio grillino. Al contempo, è necessaria però un’azione potente del Governo nel campo della crescita e una valorizzazione maggiore del Terzo Settore nel sostegno a chi non ce la fa. Due le parole d’ordine: lavoro e sussidiarietà.

Benedetta Frucci

Estratto dell’articolo di Enrico Marro per corriere.it il 16 aprile 2023.

Il testo del decreto legge per la riforma del Reddito di cittadinanza è sostanzialmente chiuso e il provvedimento verrà approvato dal governo in uno dei prossimi consigli dei ministri. […] 

Ci sono state delle modifiche ma senza cambiare l’impianto: due misure, una per le famiglie povere, che sostanzialmente conferma il reddito introdotto nel 2019 dal governo Conte 1, e una per i cosiddetti occupabili, ovvero persone single o coppie di adulti abili al lavoro, che prenderanno un assegno ridotto e per non più di 12 mesi: uno strumento pensato più come un ammortizzatore sociale che un’indennità assistenziale. 

Garanzia per l’inclusione per le famiglie povere

Il nuovo reddito non si chiamerà più Mia (misura per l’inclusione attiva) come era previsto nella prima bozza ma Gil, Garanzia di inclusione. Potranno chiederlo i nuclei familiari in povertà assoluta al cui interno vi sia almeno un minore o un anziano con almeno 60 anni o un disabile.

Garanzia per l’attivazione lavorativa per gli occupabili

La misura per gli occupabili si chiamerà Gal, Garanzia per l’attivazione lavorativa. Potrà essere richiesta da single o coppie di adulti abili al lavoro, che quindi non fanno parte di famiglie con minori, anziani e disabili che fanno scattare il diritto a chiedere la Gil. 

Entrambe le nuove prestazioni scatteranno dal primo gennaio 2024. Per gli abili al lavoro, che da agosto di quest’anno, secondo quanto stabilisce la legge di Bilancio, non riceveranno più il vecchio Reddito di cittadinanza, scatterà una prestazione transitoria per coprire gli ultimi mesi del 2023, si chiamerà Pal, prestazione di accompagnamento al lavoro. 

La Garanzia per l’attivazione lavorativa sarà di 350 euro

Come hanno anticipato in questi giorni il Messaggero e il Sole 24 Ore, la nuova indennità per gli occupabili sarà di 350 euro; quindi, non solo più bassa dei 780 euro che in teoria un single può prendere con il Reddito, ma anche rispetto ai 375 euro ipotizzati nella prima bozza. Non solo. Nel caso in cui la famiglia sia composta di due adulti occupabili, il secondo percettore prenderà la metà: 175 euro, per un totale nella coppia di 525 euro. 

La Garanzia per l’inclusione sarà di 500 euro (più 280 per l’affitto)

Per le famiglie che invece potranno chiedere l’assegno sostitutivo del Reddito, quelle cioè al cui interno c’è un disabile, un minore o un anziano con almeno 60 anni, l’importo base sarà sempre di 500 euro al mese più l’eventuale parte destinata a coprire l’affitto, fino a 280 euro al mese, per un totale appunto di 780 euro, com’è stato finora, aumentati secondo una nuova scala di equivalenza che tiene conto della composizione familiare. La Gil verrà corrisposta, come l’attuale Reddito, per 18 mesi, rinnovabili dopo una sospensione di un mese, come l’attuale Reddito.

I nuovi limiti di Isee

Resta però, anche nella bozza attuale, la forte riduzione del requisito di Isee per chiedere l’assegno: dai 9.360 euro previsti per il Reddito si scende a 7.200 euro. Per gli occupabili l’Isee è ancora più basso e la Gal, scaduti i 12 mesi, non sarà rinnovabile. 

[…] Risparmi per circa 3 miliardi

Con la riforma il governo mira a risparmiare almeno un miliardo il primo anno e due a regime, rispetto ai circa 8 miliardi annui spesi col Reddito (la spesa stimata scenderà a circa 5,3 miliardi). Si fa molto affidamento sulla progressiva riduzione delle domande (già cominciata con l’esaurirsi della pandemia e in seguito all’inasprirsi dei controlli) e sul fatto che per gli occupabili il sussidio di 350 euro potrà durare al massimo 12 mesi non rinnovabili. […]

Gli irriducibili del reddito di cittadinanza: ecco chi lo difende ancora. Lorenzo Grossi il 30 Marzo 2023 su Il Giornale.

Nonostante il flop della misura voluta quattro anni fa dal Movimento 5 Stelle, c'è chi non demorde e attacca il governo Meloni per averla cancellata

I difensori irriducibili del reddito di cittadinanza non spariscono mai. L'ultimo, in ordine, di tempo è tal Emiliano Fossi, deputato del Partito Democratico e membro della commissione Lavoro della Camera. Il parlamentare dem ha sfruttato la recente notizia del crollo delle domande per il rdc registrato dall'Inps per attaccare il governo Meloni e difendere lo strumento voluto dal Movimento 5 Stelle: "La Destra è riuscita nell'intento di spaventare gli italiani", strepita Fossi. "Il reddito di cittadinanza si è rivelato estremamente utile per conseguire il miglioramento del welfare, per limitare gli effetti negativi della pandemia permettendo alle famiglie più fragili di sopportare il calo di reddito". Ma c'è da dire che il deputato del Pd si ritrova in "buona" compagnia della difesa strenua del reddito.

La strenua difesa da parte dei 5 Stelle

A inizio marzo, infatti, è trapelata l'introduzione di "Mia", la misura di inclusione attiva che metterà in soffitta il reddito di cittadinanza. Da quel momento in poi tante sono state le voci che si sono sollevate pur di non ammettere il fallimento della norma entrata in vigore nel 2019 per volere dei pentastellati. Del resto i dati parlano di un misero 8% di percettori del rdc che ha poi trovato lavoro. Senza contare i numerosi abusi e illegalità, agevolate dal provvedimento, che sono state portate alla luce in questi ultimi mesi. Eppure c'è chi non si arrende e, armato di elmo e scudo, insiste sul fatto di lasciare tutto com'è, ignorando il flop che il reddito si è rivelato. A partire dallo stesso M5s - ça va sans dire -, con Giuseppe Conte che parla di un taglio che "porterà al disastro sociale" e che potrebbe sfociare in vere e proprie "tensioni". A fagli eco c'è naturalmente Beppe Grillo, secondo cui "il governo usa i poveri per fare cassa". Posizioni simili sono state portate avanti anche da Alessandro Di Battista e dall'ex presidente della Camera Roberto Fico.

"Ha agevolato abusi e illegalità". I numeri che smontano il reddito grillino

Non solo Movimento 5 Stelle, però. Anche il Partito Democratico del nuovo corso Schlein si sta battendo a spron battuto in sostegno del reddito di cittadinanza. Oltre a Fossi, infatti, c'è anche l'ex viceministro dell'Economia Antonio Misiani ad alzare la voce: "L'unico dato certo è che il governo Meloni ha tagliato del 20% i fondi contro la povertà dal 2024. Senza soldi, è come fare le nozze coi fichi secchi", si dice certo il senatore dem. La Cgil ha espresso "preoccupazione e perplessità" anche per non essere "stati chiamati su una partita importante che richiederebbe un confronto approfondito" Secondo il sindacato guidato da Landini "la povertà è un fenomeno complesso, non basta la presa in carico dal punto di vista economico. C'è il disagio abitativo, la povertà educativa, ci vuole una presa in carico complessiva". Ma naturalmente, dalla Cigl, manca un contro-proposta concreta.

Il taglio del reddito di cittadinanza

Secondo il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, "è un errore toglierlo a chi non ha il lavoro": questo perché "l'Italia dovrà fare i conti con le direttive della Commissione Europea sul reddito minimo, consentire a coloro che pur non trovando il lavoro perdono il reddito". Infine, tra i critici contro la contro-misura del governo Meloni c'è anche Chiara Saraceno, che ha presieduto il comitato scientifico per la riforma del reddito di cittadinanza durante il governo Draghi. Secondo la sociologa "prevale l'intento punitivo verso i poveri e persistono elementi controversi o inspiegabili". Il taglio del 30% del sussidio ai percettori "occupabili" può essere spiegato da Saraceno solo in questo modo: "Affamare i poveri per spingerli a trovarsi un lavoro. Non voglio crederci". Insomma: la misura di inclusione attiva non è ancora di fatto entrata in vigore, ma le vedove nostalgiche del reddito di cittadinanza restando saldamente in campo, a proteggere una porta oramai rimasta mestamente sguarnita.

Estratto dell'articolo di Paolo Baroni per “La Stampa” l’8 marzo 2023.

Una bella fetta delle famiglie verrà esclusa dalla nuova Mia, la Misura di inclusione attiva che da settembre prenderà il posto del Reddito di cittadinanza, per effetto della drastica riduzione della soglia Isee richiesta per ottenere i sussidi: da 9.360 euro si dovrebbe infatti passare a quota 7.200, tagliando fuori diversi centinaia di migliaia di nuclei; in pratica secondo alcune stime si arriverebbe a 25% del totale, oltre 260 mila nuclei rispetto a 1,035 milioni di famiglie italiane che a gennaio hanno ricevuto l'assegno.

Il governo punta a risparmiare 3 miliardi sugli 8 previsti per il vecchio Rdc e per questo, oltre al taglio orizzontale dei beneficiari («fa cassa e colpisce i poveri» denunciano M5S e Pd), nel mirino sono finiti i soggetti occupabili, il cui assegno base viene tagliato del 25%, scendendo da 500 a 375 euro, e le famiglie con minori. Che rischiano a loro volta un pesante taglio a causa della modifica della scala di equivalenza.

 […] Di conseguenza una madre con due figli minori, che con l'Rdc avrebbe ricevuto 700 euro (500 moltiplicato per 1,4, assegnando un coefficente pari a 1 al primo componente e 0,2 ai figli), con la Mia scenderà a 600 euro (500 euro per la madre e 50 per ogni figlio).

Madre, padre e due figli maggiorenni che con l'Rdc arrivano a 1.050 euro al mese (posto che la scala equivalente ha un tetto massimo di 2,1) calerebbero invece a quota 787,5 euro (375 euro x 2,1) per effetto del taglio del contributo destinato agli occupabili. Per effetto di questi stessi meccanismi una famiglia di 5 persone composta da madre, padre, due figli maggiorenni e uno minorenne, da 1.050 salirebbe invece a 1.100, perché il minore è fuori dalla scala di equivalenza e riceve comunque 50 euro. Se una coppia avesse invece solo due figli minorenni l'importo scenderebbe dai 900 attuali (500 euro per 1,8 ovvero 1 +0,4 +0,2 +0,2) agli 800 euro della Mia (ovvero 500 euro per 1,4 più 100 euro per i due figli).

In pratica con questa manovra il governo si muove nella direzione opposta rispetto a quella indicata dal Comitato scientifico guidato da Chiara Saraceno, che su incarico dell'allora ministro del Lavoro Andrea Orlando a fine 2021 aveva effettuato una valutazione dell'Rdc in vista di un possibile tagliando. Proprio la scala di equivalenza dell'Rdc era giudicata «molto penalizzante» per le famiglie che con questo meccanismo ricevono «un contributo economico non adeguato alle loro necessità», era scritto nel rapporto. [...] 

Mia, il nuovo Reddito di Cittadinanza. Che doveva sparire ma resta. Cristina Colli su Panorama il 6 Marzo 2023

Ecco la proposta allo studio del ministero dell'economia con sussidi anche per le persone «occupabili»

Non dovevamo vederci più? E invece no, o meglio non del tutto. Il Reddito di cittadinanza cambia nome e diventa Mia (Misura di inclusione attiva) e ne beneficeranno (a differenza di quanto preannunciato negli ultimi mesi) anche i cosiddetti “occupabili” , cioè coloro che possono lavorare. A cambiare non è però solo il nome. Si preannuncia una stretta: durata tagliata, meccanismo a calare, trattamento diverso tra le due categorie di beneficiari, controlli per i furbetti e coinvolgimento delle agenzie per il lavoro privato. Il nuovo Reddito di cittadinanza sta per arrivare. Ministero del Lavoro e del Tesoro sono alla limatura delle cifre (obiettivo risparmiare 2-3 miliardi di euro, rispetto ai 7-8 spesi per il Reddito) e il decreto-legge dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri fra quindici giorni. Da settembre 2023 sarà attivo. Partiamo dalla questione beneficiari. La Mia spetterà a due categorie: “non occupabili” (le famiglie povere dove ci sono figli minori, persone con disabilità o anziani over 60) e “occupabili” (cioè famiglie dove non ci sono queste situazioni e c’è almeno un membro tra i 18 e i 60 anni). Gli “occupabili” sono quei 400 mila nuclei per i quali la Legge di Bilancio aveva concesso per il 2023 gli ultimi sette mesi di Reddito di cittadinanza. La Mia con tagli (nell’importo) e limiti (nei tempi) rispetto al Reddito di cittadinanza ci sarà invece anche per loro. La stretta sul sussidio si preannuncia però per tutti. Per i “non occupabili” l’importo base (se si è single) dovrebbe essere di 500 euro al mese, mentre oggi si può arrivare a 780 euro (i 280 euro per l’affitto previsti dal Reddito di cittadinanza sono in forse). Durata? 18 mesi. Per gli “occupabili” si parla di un assegno base di 375 euro al mese. Durata? 12 mesi. Stretta (sempre in nome del risparmio) significa anche basta alla ripetizione senza limiti del sussidio, come avveniva per il Reddito di cittadinanza, ma si dovrebbe applicare l’idea del décalage. I “non occupabili” finiti i primi 18 mesi potranno (con uno stop di un mese) richiedere un’altra Mia che però, dalla seconda volta in poi, durerà 12 mesi. Più dure le regole per gli “occupabili”. Per loro la seconda Mia durerà 6 mesi e la terza si potrà richiesta solo dopo un anno e mezzo. Quindi si dà il sostegno agli “occupabili” , ma incentivando e legando fortemente la richiesta di sussidio alla ricerca di lavoro. Stretta anche sui requisiti di Isee per fare domanda. Il tetto dovrebbe scendere da 9360 del Reddito di cittadinanza a 7200 euro della Mia. Sono due mila euro in meno, che tradotto significa escludere dai beneficiari circa un terzo dei richiedenti attuali. In linea con la politica del governo poi l’importo del sussidio aumenterà in base al numero dei componenti della famiglia. Quindi si prevede un aiuto alle famiglie più numerose. Dovrebbe essere anche corretto il requisito della residenza in Italia, che dovrebbe passare da 10 a 5 anni. Per gli “occupabili” entrano in gioco anche le Agenzie per il lavoro. Con i centri pubblici per l’impiego incroceranno offerta e domanda con una piattaforma online dedicata. Iscrizione obbligatoria e chi percepisce il Mia e rifiuta anche una sola offerta di lavoro congrua (proveniente dalla propria provincia o da una confinante) perderà subito l’assegno. Per i non occupabili resta il percorso con i servizi comunali per l’inclusione. Contro “i furbetti” aumenteranno anche i controlli, ma soprattutto per evitare frodi dovrebbe essere estesa a tutti i tipi di lavoro dipendente la possibilità di cumulare l’assegno con redditi da lavoro stagionale o intermittente fino a 3 mila euro l’anno (oggi possibile per i beneficiari del Reddito). I controlli saranno rafforzati e in caso di non rispetto delle regole il beneficio verrà tolto. Il Reddito di cittadinanza al suo esordio nel 2019 tocco poco più di 1 milione di famiglie e il picco si toccò nel 2021 dopo il Covid con 1,8 milioni, per scendere a gennaio 2023 a 1,1 milioni. Con 550 euro al mese in media la misura è costata circa 8 miliardi di euro all’Italia nel 2022 (8,8 miliardi nel 2021). Bankitalia a fine anno (dicembre 2022 in audizione alla Camera sulla Legge di Bilancio) aveva chiaramente definito il reddito di cittadinanza una tappa significativa nell'ammodernamento del welfare del nostro Paese, senza il quale ci sarebbero stati un milione di poveri in più. Ma aveva chiesto una riforma, per superare le criticità della misura.

Da blitzquotidiano.it il 24 gennaio 2023.

A dicembre hanno ricevuto il reddito di cittadinanza 164.215 famiglie della provincia di Napoli per 422.715 persone coinvolte. Un numero che supera il doppio di quelle di tutta la Lombardia che nello stesso mese sono state 81.115 per 151.433 persone coinvolte. E’ quanto emerge dalle tabelle dell’Osservatorio Inps sul Reddito e la pensione di cittadinanza. Nel mese le famiglie che hanno ricevuto il reddito nel complesso sono state 1.168.722 per 2.483.885 persone coinvolte.

 La differenza tra Nord e Sud

Il 65% delle famiglie con l’assegno contro la povertà è nel Sud e nelle Isole (759.767) mentre poco più del 20% risiede al Nord. nel Centro le famiglie coinvolte sono 174.425 pari a quasi il 15% del totale. Nel Mezzogiorno l’assegno medio a dicembre è stato superiore di oltre 100 euro rispetto al Nord con 580,80 euro medi a fronte dei 477,23 del Settentrione.

 Reddito di cittadinanza: la scadenza del 31 gennaio

Per non perdere il Reddito di cittadinanza entro il 31 gennaio bisogna rinnovare l’Isee con i dati aggiornati. Ma come si rinnova? Per rinnovare l’Isee si deve compilare la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) e presentarla alle Poste, al Comune, a un centro di assistenza fiscale o anche online sul portale dell’Inps. Per avere diritto al Reddito, lo ricordiamo, bisogna avere un Isee inferiore a 9.360 euro.

I numeri monstre del reddito grillino: quanto ci costa davvero. Nel 2022 sono stati spesi per il Reddito e la pensione di cittadinanza quasi 8 miliardi di euro. Il 61% delle famiglie con il sussidio grillino è nel Mezzogiorno. I dati Inps. Marco Leardi il 25 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Solo in un anno, il reddito grillino ci è costato quasi 8 miliardi di euro. Sussidi a pioggia pagati dallo Stato e finiti soprattutto al Sud e nelle isole, dove si concentra il maggior numero dei percettori. Ad attestarlo sono gli Osservatori statistici dell'Inps, in un report di recentissima pubblicazione. Secondo le rilevazioni, nel 2022 i soldi attinti dalle casse pubbliche per pagare il reddito e la pensione di cittadinanza sono stati 7,99 miliardi. Cifre rispetto alle quali ci sarebbe da interrogarsi, se si considera che la misura assistenzialista di contrasto alla povertà non ha quasi mai offerto soluzioni concrete sul piano delle politiche attive.

Reddito di cittadinanza, quanto costa

Ad accedere ad almeno una mensilità del sussidio sono state 1.685.161 famiglie, per un totale di 3.662.803 persone coinvolte. L'importo medio degli assegni erogati è stato di 551,11 euro medi di assegno. Nel Sud e nelle isole sono concentrate la maggior parte dei cittadini beneficiari del sussidio: si tratta - riferiscono i dati Inps - di 1.040.957 famiglie con almeno una mensilità (il 61% del totale di quelle con il sussidio) e di 2.399.875 persone (il 65,5% del totale). In questo caso l'assegno percepito è stato di 583,27 euro medi.

Rdc, a Napoli i sussidi sono il doppio della Lombardia

Nello specifico, a dicembre 2022 sono state 1.168.712 le famiglie che hanno ricevuto il reddito o la pensione di cittadinanza per 549,46 euro medi. Secondo gli Osservatori statistici Inps, le persone complessivamente coinvolte nel mese sono state 2.483.885, con una spesa nel mese di 642,16 milioni di euro. Sempre a dicembre, solo nella provincia di Napoli hanno ricevuto il sussidio 164.215 famiglie, per 422.715 persone coinvolte: oltre il doppio rispetto alla Lombardia, dove nello stesso mese sono state 81.115 le famiglie, per 151.433 persone coinvolte.

Reddito di cittadinanza, chi lo percepisce

Il report dell'Inps restituisce anche l'identikit dei percettori del sostegno statale (reddito o la pensione di cittadinanza). Le famiglie percettrici con un solo componente sono state 541.426: il 46,33% del totale delle famiglie che hanno complessivamente uno dei due sussidi. Ma, se si escludono i nuclei che hanno la pensione di cittadinanza, si vede che le famiglie single con il reddito sono state - a dicembre 2022 - 434.311: quasi il 42% del totale delle famiglie con il sussidio (1.045.992 quelle con il reddito). Stando a quanto monitorato dall'Inps, l'età media di queste persone è di 49,4 anni. L'età media più bassa è stata registrata in Calabria, con 46,8 anni, e quella più alta è in Veneto con 53 anni.

Le polemiche politiche

Dati destinati probabilmente a inasprire le contese sul fronte politico. Al riguardo, ricordiamo le già arroventate parole spese da Matteo Renzi contro il leader pentastellato: "Ciò che sta accadendo al Sud, con le manifestazioni di giubilo di chi percepisce il reddito al passaggio di Conte, costituisce la più scandalosa operazione politica di voto di scambio degli ultimi anni". Conte infatti era stato accusato di aver ottenuto consensi nel Meridione proprio in virtù delle soluzioni assistenzialiste promosse dal suo partito. Al momento i Cinque Stelle proseguono la loro strenua difesa della misura, mentre il governo ha avviato i lavori per sostituire il reddito di cittadinanza con differenti soluzioni. E, dal Pd, Stefano Bonaccini ha osservato: "Serve un Mezzogiorno in cui le politiche non siano solo assistenzialiste".

Nei giorni scorsi, il ministro degli Interni Matteo Piantedosi aveva escluso la possibilità - paventata invece da Conte - che le modifiche al reddito di cittadinanza previste dal governo possano provocare tensioni sociali.

Uski Audino per “la Stampa” il 4 gennaio 2023.

Se in Italia il reddito di cittadinanza fa un passo indietro, in Germania fa un passo avanti. Dal primo gennaio è in vigore una versione riformata del sussidio che vedrà aumentare il contributo mensile di circa 50 euro, crescere le prestazioni e ridurre le sanzioni. In controtendenza con quanto accade in Italia, il governo del socialdemocratico Olaf Scholz ha deciso di spingere sull'acceleratore e riformare il vecchio sussidio introdotto dal governo Schroeder nel 2005 - il cosiddetto Hartz IV - e limarne le criticità.

Perché ora? Le ragioni sono molteplici. La prima è che la misura rientra in un disegno complessivo di sostegno al reddito in un anno caratterizzato da incertezza sul futuro per la guerra in Ucraina, aumento dei costi dell'energia e inflazione. 

«Il reddito di cittadinanza riguarda uno Stato sociale all'altezza dei tempi», ha detto il ministro del Lavoro Hubertus Heil. «Si tratta di proteggere in modo affidabile le persone in stato di bisogno. È una questione di solidarietà sociale», ha commentato. Ed è proprio la solidarietà sociale una delle bandiere distintive del partito di maggioranza.

La seconda ragione è che la riforma del sostegno figura tra le principali promesse elettorali dell'Spd, insieme all'innalzamento del salario minimo a 12 euro/ora, entrato in vigore a ottobre. La terza e più prosaica motivazione è che una riforma era necessaria dopo i rilievi della Corte costituzionale.

 Nel 2019 l'alta Corte aveva osservato che le multe ai percettori che non rispettavano gli accordi presi con i centri per l'impiego arrivavano a soglie talmente drastiche, con tagli ai contributi fino al 60-100%, da rendere vano il principio stesso del sussidio.

Ora, l'attuale riforma prevede ancora sanzioni ma in modo ridimensionato rispetto al passato. Se non si rispettano gli appuntamenti con il Job Center, se non si frequentano i corsi di formazione o si rifiuta di fare le domande di lavoro, c'è un sistema di richiami. Al primo richiamo si avrà una decurtazione dell'importo del 10% per un mese, al secondo del 20% per 2 mesi, al terzo del 30% per tre mesi.

 Oltre non si va e i soldi per l'affitto e le spese accessorie non verranno toccati. Gli importi sono stati aumentati per tutte le categorie di percettori di circa 50 euro al mese, così che un single che prendeva al 31 dicembre 449 euro, dal primo gennaio ne prenderà 502.

La platea dei beneficiari del sussidio attuale è la stessa dei percettori dell'Hartz IV, che a fine 2021 era di circa 5 milioni, riporta Destatis.

Tra questi non solo chi non è in grado di lavorare ma anche i cosiddetti occupabili, senza lavoro o che guadagnano talmente poco da non riuscire a mantenersi. Anche per loro è previsto un sostegno, come l'aiuto di un coach per essere reintegrati nel mondo del lavoro. Il dibattito di questi mesi in Germania è stato uguale e contrario rispetto all'Italia: forti si sono levate le voci delle associazioni per dire che la platea era troppo ristretta o che l'aumento del contributo era troppo basso. Mentre chi sosteneva che con 502 euro al mese, piuttosto che con 449, si è scoraggiati a cercare lavoro ha avuto un'eco ben modesta in un Paese che vede nel 2022 crescere l'occupazione a livelli record con più 589.000 occupati in un anno.

Libretto di famiglia, chi può usufruirne e cosa c'è da sapere. Ecco le novità su questo strumento introdotte dalla legge di Bilancio. Federico Garau il 7 gennaio 2023 su Il Giornale.

Con l'approvazione dell'ultima Manovra sono state ampliate dal governo le possibilità di utilizzo del cosiddetto libretto di famiglia, un mezzo che, introdotto per la prima volta nel 2017, si pone l'obiettivo di disciplinare le prestazioni di lavoro occasionale. Tale strumento, precisa l'Inps, può essere usato "dai soggetti che vogliano intraprendere attività lavorative in modo sporadico e saltuario".

In cosa consiste

Si tratta in sostanza di un libretto nominativo prefinanziato, composto da buoni del valore nominale di 10 euro che si possono utilizzare per retribuire attività lavorative di durata inferiore a un'ora. Tale strumento, che viene erogato dall'Inps, può essere ricaricato con versamenti effettuati tramite F24 modello Elide e con causale Lifa, oppure attraverso il "Portale dei pagamenti" dell'Istituto nazionale di previdenza sociale. Il libretto, ovviamente, è rivolto a persone fisiche che non esercitino attività professionali o di impresa.

Vi sono tuttavia dei parametri annuali specifici da rispettare per ambo le parti. Ogni prestatore può elargire alla totalità degli utilizzatori compensi per un importo massimo di 5mila euro in 12 mesi. Ogni utilizzatore invece può percepire, con riferimento alla totalità dei prestatori, compensi per un valore complessivo massimo di 10mila euro l'anno. Qualora tali buoni siano elargiti dal prestatore in favore dello stesso utilizzatore, il tetto annuale degli importi complessivi scende fino a 2.500 euro. Appurato ciò, non è concesso poter ricorrere al libretto di famiglia qualora sia già in atto un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione continuativa tra le parti contraenti, o nel caso in cui questo rapporto si sia interrotto da meno di sei mesi.

Come anticipato, ogni buono ha valore complessivo nominale di 10 euro: di questi 8 formano il compenso vero e proprio, 1,65 sono destinati alla contribuzione Ivs alla Gestione Separata, 0,25 costituiscono il premio assicurativo Inail, e 0,10 il finanziamento degli oneri gestionali.

Solo alcune specifiche attività possono essere remunerate tramite tale strumento: si tratta, come previsto dalla legge, di piccoli lavori domestici (tra cui anche quelli di giardinaggio e di pulizia/manutenzione), assistenza domiciliare a bambini o persone anziane, ammalate o con disabilità, e insegnamento supplementare privato.

Come ottenerlo

È l'Inps a rilasciare il libretto: per ottenerlo sia il prestatore che l'utilizzatore devono accedere al portale e registrarsi alla piattaforma dedicata al servizio. La registrazione e l'invio dei dati relativi alla prestazione lavorativa possono essere effettuati anche appoggiandosi a Contact Center oppure tramite patronati o intermediari abilitati e in possesso di delega.

Entro il terzo giorno del mese successivo alla conclusione della prestazione, l'utilizzatore ha l'obbligo di comunicare all'Inps i dati identificativi del prestatore, il compenso pattuito, il luogo di svolgimento e la durata della prestazione, l'ambito di svolgimento ed eventuali ulteriori informazioni necessarie a definire la natura del rapporto lavorativo. Entro il giorno 15 del mese successivo alla prestazione, infine, l'Istituto deve erogare i compensi pattuiti al momento della registrazione.

Torino, il ministro Zangrillo agli studenti: «Il posto fisso lo lasciamo a Checco Zalone. I giovani vogliono un lavoro figo» Christian Benna su Il Corriere della Sera il 14 Aprile 2023

Il titolare del dicastero della Pubblica Amministrazione  è intervenuto all'Università di Torino  con una lectio sulla cultura d'impresa 

«Il posto fisso non si lascia mai!» Macché. Meglio un lavoro figo, ancorché a tempo determinato.  Il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, nel suo intervento alla Scuola di Management di Torino,  manda in frantumi il monito del senatore Binetto (Lino Banfi) che insegue Checco Zalone lungo tutto il film Quo Vado e che, tra il serio e faceto, è diventato lo slogan della generazione Z che il posto fisso non lo vede neppure con il binocolo . «Il mito del posto fisso sta per essere soppiantato dal mito del lavoro figo, nel senso che oggi i giovani non cercano la stabilità, cercano un virtuoso equilibrio tra l'attività professionale e la loro vita privata», ha detto  il ministro  Zangrillo, a margine della sua lectio «Pubblica Amministrazione e Cultura d'impresa, la sfida della formazione» presso la School of Management dell'Università.

 «Quindi quando cercano il posto di lavoro (McDonald’s intanto assume 100 persone a Torino per rafforzare i team di alcuni dei suoi ristoranti) non si accontentano di un posto fisso - ha aggiunto - vogliono avere un lavoro che sia ben retribuito, capace di valorizzarli, che dia loro delle opportunità di crescita e che sia capace di bilanciare l'aspetto professionale con quello della vita privata. Quindi io direi che il mito del posto fisso lo lasciamo a Checco Zalone», ha concluso.

Senza stipendio d’estate, i conducenti di scuolabus non arrivano alla fine del mese. Hanno paghe che consentono a stento la sopravvivenza e in tanti casi arrivano anche in ritardo. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 29 Agosto 2023

950 euro per soli 9 mesi. Nessuno stipendio durante l’estate, quando le scuole sono chiuse. «La prima paga completa, in realtà, la riceviamo a novembre, relativa al lavoro svolto il mese prima», racconta Enrico, autista di scuolabus da 24 anni. «Siamo impegnati tutto il giorno dalle sette di mattina alle cinque di pomeriggio, con un paio d’ore di pausa in tarda mattinata che, però, non sono abbastanza per svolgere un altro lavoro. Portiamo in classe gli studenti delle scuole materne, elementari e medie, abbiamo la loro responsabilità quando sono a bordo, di circa 200 bambini al giorno. E anche quella del mezzo, qualsiasi danno ci viene imputato in percentuale in base al contratto di lavoro. Ma non ci viene riconosciuto niente di tutto questo. Il contratto nazionale a cui facciamo riferimento è quello degli autoferrotranvieri. Non ne abbiamo uno nostro. Oggi, con il costo della vita che aumenta, è impossibile andare avanti a queste condizioni: chiediamo almeno che ci venga pagato lo stipendio durante l’estate. Come giustamente avviene anche per gli altri lavoratori della scuola con contratto a tempo indeterminato. Siamo un servizio essenziale per la cittadinanza».

Come Enrico sono molti gli autisti di scuolabus, in Italia, nelle stesse condizioni. Paghe basse che consentono a stento la sopravvivenza. Che in tanti casi, testimonia la cronaca locale, arrivano anche in ritardo. A Teramo, in Abruzzo, denuncia la Filt Cgil: «I dipendenti della ditta che ha vinto la gara d’appalto con il Comune sono rimasti senza stipendio a ferragosto», quello, però, che aspettavano da giugno. E manca anche il Tfr. Il problema va avanti da tempo, tanto che il Comune ha deciso di non prorogare l’affidamento. Ma i ritardi nei pagamenti delle mensilità si verificavano anche prima, con le altre imprese. Ecco perché Cgil chiede alle istituzioni di valutare la possibilità di riappropriarsi del servizio in modo diretto, facendo marcia indietro sull’esternalizzazione.

«Lo stesso problema c’è anche nelle città di Pesaro e di Fano», spiega Luca Polenta, segretario generale della Filt Pesaro Urbino: «Da molti mesi ormai succede che i dipendenti dalla ditta Scoppio, che gestisce il servizio scuolabus, non ricevono lo stipendio il giorno in cui dovrebbero. Di solito, però, non appena il Comune manda all’azienda la lettera in cui intima di pagare gli stipendi, entro 15 giorni i soldi arrivano ai lavoratori. Così il ritardo medio è di circa 7-10 giorni». Questa volta, però, qualcosa è andato più storto del solito. E circa 40 lavoratori non ricevono lo stipendio da giugno. «È impossibile vivere così», spiega uno di loro che preferisce restare anonimo. «Sto cercando un altro lavoro. Come me anche altri colleghi vorrebbero non tornare a settembre. Così il servizio scuolabus è a rischio e i genitori degli studenti sono preoccupati per chi verrà dopo di noi, se qualcuno verrà».

Mario, nome di fantasia, al contrario di Enrico, ha un contratto a tempo determinato, che scade a giugno. E che oggi anno, grazie alla clausola sociale, gli viene rinnovato con l’inizio della scuola: «Ho uno stipendio di circa 1100 euro per nove mesi l’anno, lavoro 6 giorni su 7 con turni che vanno dalle 4 alle 6 ore a giornata. Durante l’estate percepisco il sussidio di disoccupazione. Quello almeno arriva puntuale», scherza con amarezza.

Lavoro, al Nord si lavora due mesi in più che al Sud. Ma c'è un perché. Il Tempo il 15 luglio 2023.

I lavoratori dipendenti del settore privato del Nord lavorano ufficialmente quasi 2 mesi in più all’anno dei colleghi del Sud e per questo percepiscono una retribuzione giornaliera del 34% più alta. La causa di questa differenza è nel lavoro ‘nero’, con le ore lavorate irregolarmente che non possono essere incluse nelle statistiche ufficiali. A renderlo noto è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha elaborato i dati dell’Inps. “La concorrenza sleale praticata dalle realtà completamente o in parte sconosciute al fisco e all’Inps - viene affermato - mantengono, nei settori in cui operano, molto basse le retribuzioni previste dai contratti. Se queste ultime salissero anche di poco molte imprese regolari subirebbero un incremento dei costi che, probabilmente, le farebbe scivolare fuori mercato”. 

Secondo i dati elaborati dalla Cgia nel 2021 il numero medio delle giornate retribuite al Nord è stato pari a 247, al Sud, invece, a 211. Per quanto concerne la retribuzione media giornaliera lorda, nel Nord si è attestata attorno ai 100 euro e in meridione sui 75. Di conseguenza, la paga giornaliera in settentrione è mediamente più elevata del 34% rispetto a quella percepita nel Mezzogiorno. “Al Sud si lavora meno - afferma la nota - perché oltre alla presenza di un’economia sommersa più diffusa che nel resto del Paese che, statisticamente, non consente di conteggiare le ore lavorate irregolarmente, nel meridione c’è poca industria, soprattutto high-tech, e una limitata concentrazione di attività bancarie, finanziarie ed assicurative. Il mercato del lavoro è caratterizzato da tanti precari, molti lavoratori intermittenti, soprattutto nei servizi, e tantissimi stagionali legati al mondo del turismo. La combinazione di questi elementi fa sì che gli stipendi percepiti dai lavoratori regolari siano statisticamente più bassi della media nazionale”.

Nel 2021 la retribuzione media giornaliera più elevata d’Italia è stata erogata ai lavoratori dipendenti del settore privato occupati nella provincia di Milano (124 euro). Seguono quelli di Bolzano (104,8 euro), Parma (103,8 euro), Bologna (103,4 euro), Modena (102 euro), Roma (101,3 euro), Reggio Emilia (100,6 euro), Genova (99,8 euro), Trieste (99,4 euro) e Torino (98,5 euro). Gli stipendi giornalieri più bassi, invece, sono stati pagati a Trapani (67,1 euro), Cosenza (66,8 euro), Vibo Valentia (66,7 euro) e, infine, a Ragusa (66,5 euro). Gli operai e gli impiegati con il maggior numero medio di giornate lavorate durante il 2021 sono stati quelli occupati a Lecco (259,5 giorni). Seguono i dipendenti privati di Vicenza (258,2), Treviso (256,9), Lodi (256,7), Pordenone (256 giorni), Bergamo (255,6 giorni), Padova (255,4), Cremona (254,8 giorni), Reggio Emilia (254,1 giorni) e Modena (252,2 giorni). Le province, infine, dove i lavoratori sono stati «meno» in ufficio o in fabbrica durante l’anno preso in esame sono state quelle di Crotone (200,7 giorni), Lecce (200 giorni), Rimini (199,5 giorni), Agrigento (199,3 giorni) Salerno (198,7 giorni), Foggia (198,4 giorni), Cosenza (196,8 giorni), Trapani (195,6 giorni), Nuoro (193,7 giorni), Messina (193,4 giorni) e Vibo Valentia (177,2 giorni).

Contratti a termine, dimissioni e voucher: quando la flessibilità diventa una trappola. Milena Gabanelli e Francesco Tortora su Il Corriere della Sera il 20 Marzo 2023

Sono almeno 25 anni che l’Italia punta sui contratti di lavoro flessibili. Nel 1997 Tiziano Treu, ministro nel primo governo Prodi, introduce l’omonimo pacchetto che insieme alla successiva legge Biagi (2003) regolamenta i primi «lavori atipici». Da allora diverse riforme tra cui il Jobs Act di Renzi rendono le regole sempre più agili. Adesso tocca al governo Meloni, che oltre a ridisegnare il sistema dei voucher, è pronto a incentivare ulteriormente i contratti a termine. Non c’è dubbio che in un mercato molto variegato i contratti debbano permettere una certa flessibilità, ma di quanto si sta allungando questo elastico?

Il ritorno dei voucher

I voucher sono buoni a ore con cui si paga il lavoro occasionale: il 75% va in tasca al lavoratore, il resto copre contributi e assicurazioni contro gli infortuni). Ideati nel 2003 dalla riforma Biagi (art.70) per pagare i «lavoretti» di solito svolti in nero, come babysitter, colf, insegnanti privati, raccoglitori d’uva, ed utilizzabili dai «soggetti a rischio di esclusione sociale» (disoccupati, casalinghe, studenti, pensionati e disabili). Dal 2008 la possibilità di pagare con i voucher viene estesa ad altre figure professionali e nel 2012 con la riforma Fornero si allarga a tutti i settori produttivi e a ogni tipo di lavoratore. La richiesta di voucher si impenna: se nel 2008 ne sono emessi poco più di mezzo milione, nel 2015 diventano 134 milioni. Si impenna anche l’abuso, soprattutto nell’edilizia, nel turismo e nel commercio: molte imprese coprono qualche ora con i voucher, e il resto pagato in nero. In pratica con questa modalità evitano di assumere lavoratori utilizzati a tempo pieno spacciandoli come occasionali. Le irregolarità assumono dimensioni tali che nel 2017 il governo Gentiloni decide di abolirli e con il successivo decreto n.50 del 2017 fissa limiti stringenti (libretto famiglia e PrestO). La finanziaria 2023 ne allarga invece l’uso alle imprese che hanno fino a 10 dipendenti a tempo indeterminato (escluse quelle agricole ed edilizie). L’importo orario minimo netto è di 9 euro all’ora, quello giornaliero di 36 euro. La somma che ogni azienda può spendere in voucher è di 10 mila euro all’anno, con l’obbligo di comunicare preventivamente all’Inps l’utilizzo di lavoratori occasionali. Il governo Meloni dichiara che l’estensione della misura servirà a ridurre il sommerso, ma la norma, come si è già visto, è facilmente aggirabile e allontana i lavoratori da contratti stabili. Anche perché le sanzioni per chi viola la legge non sono severe: da un minimo di 500 euro ad un massimo di 2.500.

Contratti a termine

In Italia negli ultimi anni il contratto di lavoro più diffuso è stato quello a tempo determinato. Nel 2021 ne sono stati attivati 7,7 milioni (il 69% del totale) che sono diventati 8,5 milioni nel 2022. Nel terzo trimestre dell’anno scorso oltre il 31% dei contratti a termine sottoscritti aveva una durata massima di un mese e il 46,5% non superava i 90 giorni. Il decreto Dignità del 2018 prevede che dopo un anno di contratto a termine scatti l’assunzione, se invece l’imprenditore intende prolungarlo, il tempo massimo concesso è di 12 mesi, ma deve indicare una causale e pagare uno 0,5% di contribuzione in più. Ora la ministra del Lavoro Marina Calderone in una recente audizione al Senato ha sottolineato come «una rigida tipizzazione legale delle causali possa rappresentare un limite per il sistema imprenditoriale e lavorativo del Paese». Tradotto: questi vincoli devono sparire. Eppure siamo uno dei Paesi dell’Eurozona con più contratti a termine (16,4%), e molto sopra la media Ocse (11,8%).

Occupati, precari e part-time indesiderati

A gennaio gli occupati hanno superato i 23,3 milioni mentre i disoccupati sono 2 milioni. Numeri mai raggiunti negli ultimi 15 anni. Tuttavia fra gli occupati, a crescere sono soprattutto i contratti precari che hanno raggiunto quota 3 milioni (erano 2,3 milioni nel 2008). Allo stesso tempo sono diminuite le ore lavorate pro-capite: venti in meno a trimestre rispetto al 2008, che vuol dire in media anche una paga più bassa. Poi ci sono i contratti part-time indesiderati. Sempre nel 2008 coloro che hanno dovuto accettarli pur preferendo un lavoro a tempo pieno erano 1,3 milioni, nel 2022 sono saliti a 2,7 milioni. L’Italia ha il record del part-time involontario nella Ue: circa l’11,3% del totale dei lavoratori vorrebbe lavorare full time, ma deve accontentarsi di mezza giornata. La media Ocse è del 3,4%.

La trappola della precarietà

Se consideriamo tutte le forme contrattuali atipiche (tempo determinato, collaborazioni, part-time, etc) - spiega l’ultimo studio Censis - queste coinvolgono circa il 21,3% del totale degli occupati, ovvero circa 5 milioni di lavoratori. Un dato che incide sulla crescita complessiva dei contratti di lavoro degli ultimi 12 anni: più 24%. Ma attenzione, dentro ci sono tutte quelle forme che non prevedono un impiego fisso, e che sono aumentati del 33%. Nello stesso arco di tempo gli impieghi standard sono invece cresciuti solo del 4,8%. Alla fine – spiega il rapporto 2022 dell’Inapp (Istituto nazionale per le politiche pubbliche) – il lavoro atipico non è più quello strumento intermedio che serve poi ad ottenerne uno stabile, ma è diventato «una trappola» che ti mantiene precario a vita. Prendendo come riferimento tre trienni (2008-2010, 2016-2018 e 2018-2021) la ricerca dimostra che in linea di massima, solo il 35-40% dei lavoratori alla fine riesce a ottenere un contratto a tempo indeterminato. Se ci focalizziamo sull’ultimo periodo (2018-2021), il 30% resta inchiodato all’impiego precario, mentre i lavoratori che cercano una nuova occupazione dopo aver perso il lavoro sono aumentati del 18%. Una crescita certamente in parte imputabile alla pandemia. Ma c’è un altro dato preoccupante: il 17% è stato completamente espulso dal mercato.

Salari bassi, lavoro povero e boom di dimissioni

L’unico Paese europeo dove gli stipendi sono diminuiti negli ultimi 30 anni (1990-2020) è l’Italia (-2,9%). Il vero crollo però si è verificato nel decennio 2010-2020 quando il salario medio è calato dell’8,3%. E questo perché gli stipendi non sono legati alla produttività, che pur essendo più bassa rispetto al resto d’Europa, è comunque cresciuta del 21,9%.

Le statistiche evidenziano la differenza tra chi ha un lavoro stabile e chi ne ha uno precario. In media un lavoratore a tempo indeterminato nel 2021 ha ricevuto un salario che supera i 26 mila euro all’anno, contro i 9.634 euro di un lavoratore a tempo determinato e i 6.425 di uno stagionale (Qui il documento pag.5). Tra 2010 e 2020 circa l’11,3% dei lavoratori italiani ha avuto una retribuzione sotto i 14.460 euro lordi, mentre l’8,7% del totale vive con uno stipendio che non raggiunge i 10 mila euro l’anno. «Oggi c’è già tanta flessibilità che produce lavoro povero – spiega Franco Scarpelli, professore di Diritto del lavoro all’Università Bicocca di Milano – perché molte imprese ricorrono a contratti a termine cambiando continuamente i dipendenti di fascia medio bassa alla scadenza dei contratti». Salari bassi sono spesso la causa numero uno del boom di dimissioni dell’ultimo triennio. La ricerca della «Fondazione Studi Consulenti del Lavoro» sui primi 9 mesi del 2021 mostra questo: chi si dimette è giovane e con un lavoro a bassa qualificazione. Il 52,9 % ha un contratto a termine e il 37,9% un contratto part-time.

La decisione spagnola

La Spagna è il Paese europeo che da anni ha il più alto tasso di disoccupazione giovanile. Per uscirne, a inizio 2022, ha introdotto una riforma del lavoro che va nella direzione opposta a quella italiana: forte riduzione dei contrattia termine e limitazione a tutte le forme di esternalizzazione del lavoro. La legge, varata in accordo con sindacati e imprese, ridà centralità ai contratti standard, e per ridurre la precarietà utilizza oltre 2,3 miliardi dei fondi del Next Generation Eu. Risultato: 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, crollo del tasso di precarietà di 12 punti (dal 26,1% al 14%) con enorme crescita di posti fissi per donne e under 30.

A febbraio 2023 il governo di Pedro Sánchez, per contrastare l’inflazione, ha alzato anche il salario minimo di 93,3 euro al mese per 14 mensilità. È il caso di evidenziare che per rilanciare l’economia non è necessario comprimere i salari e le garanzie dei lavoratori: nel 2022 l’economia spagnola è cresciuta del 5,5%.

Il lavoro è diventato la nostra malattia. Ridateci il diritto all’ozio. Ray Banhoff su L’Espresso il 06 Febbraio 2023

È un’ossessione radicata in noi come la spada nella roccia. Attendiamo un Artù che ci liberi da questa fobia. Perché senza svago ci atrofizziamo

Basta lavorare, non ha più senso nel 2023. I lavoratori dipendenti italiani sono tra i meno pagati d’Europa e tra quelli che stanno più ore alla scrivania con uno stipendio medio che è circa la metà di quanto guadagna Chiara Ferragni con un singolo post su Instagram: 25 mila euro scarsi contro i 40-80 di un’inserzione dell’influencer. Un anno di sbattimento = Un post. Dopo una notizia così come fai a dire che il lavoro dipendente sia moralmente accettabile? Una Repubblica fondata sul lavoro, sì, ma di noi poveracci.

L’illuminazione l’ho avuta parlando con un’amica. Sua figlia frequenta un asilo nido di provincia, una specie di eccellenza dell’educazione, e l’altra mattina mi ha girato un video montato dalle maestre (montato dalle maestre!) in cui si alternavano immagini dei nanerottoli impegnati in attività come: cantare una canzone con un vero microfono e registrarla, indossare delle pettorine e dipingere con le tempere sporcandosi tutti (che bello sporcarsi), fare dei riposini (paghereste per questo, lo so).

Osservando estasiato quella pace ho pensato: stiamo sbagliando tutto. Penso ai volti devastati dalle occhiaie e ai burnout dei miei coetanei dagli uffici di Palermo alle redazioni e alle agenzie di Roma e capisco: perché relegare queste piccole fughe di svago solo all’infanzia o alla vecchiaia? Dove sta scritto che anche un adulto sano non possa concedersi tempere, riposini e svaghi? È inutile che infiliamo la parola «resilienza» ovunque, se poi non siamo resilienti. L’evento traumatico è la vita adulta! L’ozio è necessario. Serve dare aria al cervello e dedicarsi a sé stessi. Se lavori tutti i giorni dalle 9 alle 18 ti atrofizzi, la tua creatività viene meno, non rendi più. Il lavoro è diventato la nostra malattia, la definizione di chi siamo, c’è gente che invece del buongiorno ha preso l’abitudine di augurarti buon lavoro. Ma vaffanculo.

Fuori c’è il sole e anche noi adulti dovremmo essere filmati mentre ci divertiamo, con degli inservienti che si occupano di noi. Così con la mia amica, che è un’affermata psicoterapeuta, ci siamo messi a fantasticare di creare una struttura per quarantenni esauriti o semplicemente scontenti, dal cassiere senza prospettive di carriera al povero a partita Iva.

Niente locali sanitari o a norma, ma un bel posto affrescato e accogliente rivolto alle persone comuni. Le attività? Nessuna. Si gioca a calcio, si affonda nelle vasche di palline, si chiacchiera. Senza scopo, senza dover migliorare il proprio corpo o l’aspetto fisico, senza essere competitivi o prestanti.

Uno svago che non c’entra niente con quelle missioni paranoiche degli adulti tipo andare in palestra a puzzare e sudare con gli altri per diventare quadrati e non dover più trattenere la pancetta, così come non c’entra con frequentare gli insulsi locali che sono solo dei piccoli lager di networking. Come fanno gli svedesi che lasciano degli slittini nei parchi e alla prima neve, in pausa pranzo, vanno a lanciarsi in discesa anche se hanno settant’anni. Il motivo? Perché li rende felici.

Poi a un certo punto un brivido. Mi sono accorto che l’entusiasmo verso la struttura stava nel fatto che avrei guadagnato da questa attività e che quindi sarebbe diventato il mio lavoro. Lì sì che ho avuto paura. L’idea sbagliata è radicata salda in noi come la spada nella roccia. Aspettiamo un Artù che ci liberi da questa fobia.

Settimana corta: in 18 Paesi si lavora già quattro giorni. Ecco dove. Milena Gabanelli e Francesco Tortora su Il Corriere della Sera il 25 gennaio 2023.

Nel mondo post-pandemia delle dimissioni di massa e dell’ormai endemica carenza di personale, si sta facendo strada la settimana lavorativa di quattro giorni. Nel 2023 in almeno 18 Paesi decine di imprese la stanno attuando o sperimentano progetti pilota. La scommessa prevede che lavorando un giorno in meno, ma a stipendio pieno, diminuisca l’assenteismo e aumenti la produttività. Ne beneficerebbero l’ambiente grazie alla riduzione di CO2, la qualità di vita dei lavoratori e le aziende, che diventerebbero più attrattive per personale qualificato e motivato.

2018: in Nuova Zelanda parte la settimana corta

Tra i primi sostenitori della settimana corta si può annoverare l’economista inglese John Maynard Keynes che nel saggio del 1930 «Possibilità economiche per i nostri nipoti» vedeva l’opportunità «di lavorare solo 15 ore a settimana entro un paio di generazioni». Da allora la politica ha rispolverato periodicamente l’idea di lavorare meno a parità di retribuzione. Nel 1956, l’allora vicepresidente degli Usa Richard Nixon dichiarò che la svolta sarebbe arrivata «in un futuro non troppo lontano». Oggi a rilanciarla concretamente è «4 Day Week Global»: la Ong senza scopo di lucro ha esteso a livello internazionale l’esperimento di «Perpetual Guardian», una società fiduciaria neozelandese con 240 dipendenti che dal 2018 ha adottato con successo la settimana lavorativa di 4 giorni. L’iniziativa prevede che in ogni Paese aderente un gruppo di aziende partecipi a un progetto pilota di 6 mesi basato sul modello «100:80:100»: 100% dello stipendio ai dipendenti che però lavorano l’80% delle ore previste (di solito 32) e si impegnano a raggiungere gli stessi risultati che si conseguirebbero lavorando 5 giorni a settimana.

I test nelle aziende Usa e Gran Bretagna

A inizio 2022 è stato condotto il primo importante test scientifico monitorato dai ricercatori dell’Università di Cambridge, dell’Università di Oxford, del Boston College e coordinato da «4 Day Week Global». Trentatré piccole e medie imprese sparse tra Usa, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Irlanda, Regno Unito, che impiegavano complessivamente 903 dipendenti, hanno deciso di seguire il modello «100:80:100». Alla fine del periodo di prova, su 27 società interpellate, nessuna ha dichiarato di voler tornare alla settimana di 5 giorni. Gli indicatori hanno dimostrato che l’esperienza era stata positiva. In media durante il test i ricavi delle aziende sono aumentati dell’8%, l’assenteismo si è ridotto (da 0,6 a 0,4 giorni al mese) e le dimissioni sono leggermente diminuite. Da giugno a dicembre 2022 un nuovo progetto pilota seguito dagli stessi ricercatori è stato lanciato nel Regno Unito: coinvolte 72 aziende con oltre 3.300 dipendenti. Si tratta di banche, società di marketing, assistenza sanitaria, servizi finanziari e vendita al dettaglio. A metà del periodo di prova l’89% delle imprese ha espresso la volontà di continuare l’esperienza nell’anno successivo. La produttività è migliorata «leggermente» per il 34% delle aziende, «in modo significativo» per il 15%, mentre il 46% ha risposto che è rimasta praticamente la stessa, nonostante tutti lavorassero un giorno alla settimana in meno.

Europa: in corso i progetti pilota

Negli ultimi anni la settimana corta si sta testando soprattutto in Nord Europa. Ha iniziato l’Islanda, che tra 2015 e 2019 l’ha sperimentata nel settore pubblico: le ore lavorative sono passate da 40 a 35 da smaltire in 4 giorni senza alcun taglio di retribuzione. Il test, al quale hanno partecipato circa 2.500 dipendenti, è stato così positivo da essere esteso al settore privato. Oggi nel Paese l’86% della popolazione lavora con l’orario ridotto. Progetti pilota si stanno conducendo in Germania su 150 aziende e in Irlanda su 20. In Lituania dal 2023 chi ha figli sotto i 3 anni e lavora nel settore pubblico può scegliere la settimana corta, e in Scozia a inizio 2022 il governo ha lanciato un fondo di 10 milioni di sterline per finanziare le società che vogliono partecipare all’iniziativa. Nel dicembre 2022 è stata la volta della Spagna che ha finanziato un fondo governativo di 10 milioni di euro destinato a circa 70 piccole e medie imprese. Ognuna di queste aziende, che applicano una riduzione di almeno il 10% dell’orario di lavoro e si impegnano a mantenerlo per almeno 2 anni, riceve dal Ministero dell’Industria fino a 150 mila euro. Infine c’è il Belgio: dal 21 novembre scorso, e per un periodo di 6 mesi, le aziende possono concedere ai lavoratori la settimana corta senza tagli di stipendio, mantenendo però lo stesso numero di ore lavorative, ovvero 36. In Italia per ora solo Banca Intesa ha lanciato in fase sperimentale la settimana corta su circa 200 filiali, accoppiata a 4 mesi di smart working. E come per i dipendenti belgi, lavorando un giorno in meno le ore da passare in ufficio salgono a 9.

Produttività e lavoro

I promotori della settimana corta sostengono che la produttività individuale aumenta con il diminuire dell’orario di lavoro settimanale. Questa scommessa, almeno in Europa, è confermata dalle ultime statistiche dell’Ocse. I Paesi dell’Europa occidentale dove si lavora più ore all’anno (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) hanno tra i tassi di produttività più bassi. Dall’altra parte i Paesi che lavorano meno ore all’anno (Germania, Danimarca, Austria e Svizzera) presentano tassi di produttività più alti. Inoltre, chi fa la settimana corta – spiegano i ricercatori del Boston College – tende a utilizzare il terzo giorno libero per appuntamenti dal medico o altre commissioni personali che altrimenti dovrebbe stipare in una giornata lavorativa.

Un privilegio non per tutti

Secondo gli esperti il datore di lavoro del XXI secolo non può più trascurare il benessere psicofisico dei propri dipendenti.

Infatti chi beneficia della settimana corta si sente più motivato, prende meno giorni di malattia e sperimenta meno burnout

Potrebbe essere l’inizio di un cambiamento epocale, ma immaginare una società dove tutti lavorano solo quattro giorni resta un’utopia perché esistono impieghi, come nel trasporto pubblico, nei servizi sanitari o d’emergenza, che richiedono una presenza fissa sette giorni su sette. In questi settori, dove ai dipendenti sono richiesti sempre turni più lunghi, applicare l’orario di lavoro ridotto richiede un aumento del personale e di conseguenza l’insostenibilità dei costi.

Lo dimostra l’esperimento fatto tra il 2015 e il 2017 a Göteborg in Svezia: per due anni le infermiere della casa di cura per anziani Svartedalen hanno lavorato 6 ore giornaliere anziché 8, ma in breve tempo il sistema si è rivelato ingestibile economicamente. Inoltre – per i critici - creare una differenza troppo marcata tra i lavori d’ufficio e gli altri impieghi rischia di aumentare le diseguaglianze sociali.

Estratto dell’articolo di Serena Coppetti per “il Giornale” l'1 agosto 2023.

Pagati per dormire. Per testare materassi, annusare i cattivi odori dell’aria e anche delle ascelle altrui (si deve a loro se i deodoranti funzionano o meno...). 

Stipendiati per mangiare, o solo assaggiare ma di tutto, caramelle, gelati, persino cibo per cani e gatti, per raccattare sott’acqua le palline da golf che finiscono nei laghetti, per spedire feci a domicilio in conto terzi come messaggio tutt’altro che simbolico, oppure ancora, come è successo a Natale, assunti per mangiare biscotti, guardare film, ricevere regali o anche tutto insieme. Al mondo, e l’Italia non fa eccezione, ci sono lavori strani, assurdi, folli, a volte anche parecchio disgustosi ma spesso pure

ben pagati e persino ridicoli. […]

Da ex disoccupati a pionieri Qualche anno fa aveva fatto il giro del mondo la storia di Glenn Berger, ex disoccupato in Florida, che dopo aver perso il lavoro si è tuffato, anzi proprio immerso in una nuova avventura. Caso ha voluto che proprio vicino a casa sua ci fosse un campo pratica da golf. Lui da sub esperto qual è, si è offerto di recuperare le palline da golf finite nei laghetti. Nel giro di un anno, Berger è riuscito a tirare fuori quasi due milioni di palline. Le ha pulite, lavate, lucidate e poi le ha rivendute ad un prezzo super conveniente. Per ogni pallina recuperata chiede 1 o 2 dollari, in 16 anni ha racimolato una cosa come 15 milioni di dollari.

[…] I sommozzatori del golf sono diventati insomma una professione. Come lo è diventata quella del Codista, cioè chi si mette in fila per gli altri, un mestiere anche questo avviato da un (ex) disoccupato

[…] 

Era serissimo ad esempio il bando pubblicato lo scorso anno a maggio dall’Agenzia regionale per l’ambiente in Campania per reclutare 100 tecnici olfattivi, cioè «annusa-odori» per dare la caccia a colpi di naso alla causa dei miasmi misteriosi che da anni sono presenti nell'aria della zona di Giugliano, in provincia di Napoli e che in alcuni periodi costringono gli abitanti a tenere le finestre chiuse anche in piena estate. Nasi supersensibili pagati 38 euro (lordi) per tre ore di lavoro. Requisiti, oltre ai 18 anni non avere allergie o malattie nasali, dalla rinite alla sinusite.

L’elenco dei 100 nomi ora è a disposizione del «laboratorio di olfattometria». Nasi speciali anche quelli ricercati dalla Nissan, la casa automobilista, con il compito di annusare i diversi componenti dell’abitacolo della vettura per poi fare un elenco dei buoni e dei cattivi odori e valutare così se l’auto soddisfa i profumati requisiti. Come stabilire invece se un deodorante dura 42 o 70 ore, o per quale pelle è più efficace e quale ph... be’ pare che negli Stati Uniti vengano reclutati annusatori di ascelle, un lavoro per il quale ci vuole un discreto stomaco (oltre che naso) ma capace di fruttare 35mila dollari all’anno. 

In alcuni negozi sono comparsi i manichini viventi, ma se si parla di lavoro dei sogni, ce n’è uno per cui basta dormire per candidarsi. Tester di materassi, collaudatore di reti e dintorni, sleepinfluencer: tanti nomi per lo stesso professionista dormiente. L’azienda Emma - The Sleep Company ha appena assunto il suo nuovo ambassador: tre mesi di contratto a 1300 euro per Giorgia Melotto, selezionata tra più di 70 candidature di sonnambuli, dormiglioni, neogenitori alle prese con le notti in bianco, studenti stressati sotto pressione pronti a mettere alla prova il loro sonno.

Niente di troppo eccentrico se si considera l’offerta fatta a Natale scorso da EduBirdie, disposta a pagare mille dollari a testa più le spese per i «Christmas Moodcatchers» «obbligati» a mangiare cenoni di Natale, guardare i film preferiti, ricevere regali (o tutto insieme) per capire come prolungare più possibile l’atmosfera natalizia. «Appetibile», soprattutto per quanto riguarda il salario l’assaggiatore di polpette per cani, umano ovviamente.

Ben diversa la soddisfazione di chi si è aggiudicato l’anno scorso il posto offerto da Candy Funhouse, rivenditore online di dolciumi, tra caramelle gommose, barrette di cioccolato, liquirizie che ha pubblicato l’offerta su Linkedin per un Chief Candy Officer remunerato 80mila dollari per «condurre le riunioni del candy board, essere il capo tester...». 

La piattaforma Careermatch.com offriva un’occupazione per viaggiatori sempre con il costume da bagno in valigia. Il collaudatore di scivoli nei parchi acquatici deve controllare altezza, velocità, quantità di spruzzi.

Oltre agli aspetti ludici del mestiere deve valutare efficacia, sicurezza e funzionalità di questi giochi che potrebbero risultare pericolosi per i bambini o per chili prova per la prima volta. Ma anche la fatturazione scivola via veloce: si parla di 23mila euro lordi all’anno. In rete ci sono anche molte bufale. 

Non è il caso (anche se ne ha tutto l’aspetto) del sito shitexpress.com: con 15,95 euro si offrono di spedire escrementi a chi si desidera e in totale anonimato. […]  Sul sito Indeed ci sono vari altre opportunità. Impossibile non citarne una: il rapinatore legale di banche. Si tratta di militari che testano la sicurezza fisica e informatica delle banche per assicurare che tutti gli impianti di sorveglianza e sicurezza siano funzionanti e utili in caso di rapina. […]

Estratto dell’articolo di Giusy Franzese per “Il Messaggero” il 5 gennaio 2023.

Fino a un po' di anni fa trovare una colf o una badante italiana era quasi un miracolo. Sotto i 40 anni poi neanche a parlarne. Andare a servizio, come si diceva un tempo, era diventata quasi una vergogna. Il Covid ha rivoluzionato anche questo. Nel 2021 oltre ventimila giovani italiani non ancora trentenni, per la stragrande maggioranza donne (83%), hanno accettato di lavorare come collaboratori domestici o come aiuto per gli anziani. Dieci anni fa, nel 2012, non arrivavano a 14.000.

 Lo evidenzia il IV Rapporto annuale sul lavoro domestico, curato dall'Osservatorio Domina. Il balzo (+41% rispetto al 2012) è avvenuto proprio nel 2020, quando con il Covid che imperversava lavorare in un ambiente protetto è diventato un vantaggio. Soprattutto - secondo i curatori del rapporto - è cambiato il modo di pensare: ora il lavoro domestico non è più l'ultima spiaggia, ma «un nuovo modo per entrare nel mondo del lavoro».

IL PASSAGGIO Visto il numero di ore settimanali impegnate e le retribuzioni medie l'approccio sembra essere: inizio a guadagnare qualcosa in attesa di un'occupazione diversa. La conferma viene da due dati: il 56% lavora meno di 19 ore a settimana (soltanto il 9% lavora almeno 35 ore a settimana); per la metà di questi giovani la durata del contratto non supera i 6 mesi. E così la retribuzione media annuale si aggira attorno ai 3.600 euro, solo il 6% supera i 10 mila euro. (…)

DAGONEWS il 12 febbraio 2023.

Le società evolvono, si sa, e con esse cambiano le persone e le professioni. Alcune, più che modificarsi, spariscono nell’indifferenza collettiva. Il sito History Defined ha fatto una curiosa lista delle professioni comuni fino a qualche decennio fa e diventate improvvisamente obsolete.

 “In questo elenco – si legge sul sito, specializzato in aneddoti storici - verranno illustrati alcuni dei lavori più strani, ma all'epoca necessari, che sono scomparsi, principalmente per via dei progressi tecnologici. Ad esempio, le moderne piste da bowling sono dotate di elaborati sistemi di raccolta delle palle e dei birilli, per cui i ‘pinsetter’ non sono più necessari.  Allo stesso modo, con la diffusione della refrigerazione, il mestiere del tagliatore di ghiaccio è diventato un ricordo del passato. In questo articolo verranno illustrate dieci strane professioni che non esistono più. Chissà, forse scoprirete un lavoro che i vostri antenati facevano prima che voi nasceste”.

 Dunque, andiamo a vedere la lista.

La sveglia umana

Ai tempi in cui non c'erano le sveglie, le persone assumevano altri esseri umani per svegliarsi al mattino. Può non sembrare necessario, ma nell'Ottocento era un lavoro piuttosto essenziale. Le "sveglie umane" o "Knocker Uppers" usavano spesso lunghe aste per battere sulle finestre dei loro datori di lavoro o addirittura per sparare piselli contro i vetri delle finestre.

 Può sembrare un lavoro superfluo, ma pensateci: anche all'epoca le persone non avevano bisogno di svegliarsi a determinati orari?  Dopotutto, si poteva perdere una riunione o un appuntamento importante se si dormiva troppo. Vi immaginate di dover pagare qualcuno per svegliarvi ogni mattina?”

 I “pinsetter”

Se avete giocato almeno una volta a bowling, saprete che le macchine resettano i birilli dopo ogni turno. Ma prima di queste macchine automatiche, c'era una professione dedicata a sistemare manualmente i birilli. I ‘dipendenti’ erano spesso bambini. Si trattava di un lavoro noioso. L'introduzione delle ‘spillatrici’ automatiche nel 1956 da parte della Brunswick Company è stata rivoluzionaria per il settore”. Talmente rivoluzionaria da aver eliminato una professione, togliendo il lavoro a molti operai. Un lavoro peraltro pericoloso, “perché i birilli o le palle da bowling potevano colpirli. Naturalmente, un lavoro del genere oggi viola le leggi sul lavoro minorile, ma allora i tempi erano diversi.

I tagliaghiaccio

Sapevate che prima dell’introduzione della moderna refrigerazione, le persone tagliavano il ghiaccio da laghi e fiumi per conservare gli alimenti?  Nel 1800 il tagliatore di ghiaccio era una vera e propria professione ed era un lavoro pericoloso. Usavano grandi seghe per tagliare i blocchi di ghiaccio, che poi trasportavano nelle case e nelle aziende.  Questa professione è diventata rapidamente obsoleta negli anni Venti. È difficile credere che un tempo si facesse questo per vivere, ma dimostra quanto sia cambiata la nostra società in un periodo così breve”.

 I raccoglitori di sanguisughe

Prima della medicina moderna, le sanguisughe venivano utilizzate per il salasso, una pratica medica in cui i medici estraevano il sangue da un paziente per curare varie malattie. Si potrebbe considerare una pratica strana e barbara, ma in realtà questi piccoli vermi erano molto richiesti dai medici.  Tanto che c'erano persone che le raccoglievano per vivere.

 Questi ‘raccoglitori di sanguisughe’ si recavano spesso in paludi e acquitrini per trovare le sanguisughe.  Usavano vecchi cavalli, a cui le sanguisughe si attaccavano, oppure direttamente il proprio corpo per attirarle.

 Il “lampionaio”

Il compito di queste persone era illuminare le strade di notte, proprio come avviene oggi con i lampioni elettrici. Usavano un lungo palo con uno stoppino a un'estremità per accendere l'olio o le candele nei lampioni, per poi tornare a spegnerle al mattino. L'illuminazione manuale dei lampioni iniziò a declinare con l'invenzione delle lampade a gas nel 1814 in Europa e poi, ancora più rapidamente, con l’arrivo della lampadina a incandescenza di Thomas Edison nel 1879.  La professione era diventata obsoleta e quasi estinta all'inizio del 1900.”

 L’acchiappatopi

Un tempo era una professione comune, soprattutto in Europa, in particolare durante la Peste Nera, quando i ratti costituivano un problema significativo nelle città. Gli acchiappatopi intrappolavano o sparavano agli animali e li consegnavano alle autorità. In alcuni casi, erano anche responsabili dello smaltimento. Ovviamente, questo lavoro li esponeva a malattie, poiché i ratti potevano diffondere malattie.  Con l'avvento dei moderni metodi di disinfestazione, questa professione è scomparsa”. E la qualità vita di queste persone si è allungata

Il computer umano

No, non è un film di fantascienza: c'è stato un tempo in cui le organizzazioni assumevano persone per eseguire calcoli ora gestiti dai computer. Questi ‘computer umani’ erano spesso donne, ritenute più capaci di svolgere questi compiti ripetitivi.

 Resurrezionisti

Prima della medicina moderna, si credeva che sezionare i cadaveri fosse il modo migliore per studiare l'anatomia.  Tuttavia, c'era un problema: i cadaveri a disposizione legalmente erano molto rari. Quindi, chi aveva bisogno di corpi per i propri studi assumeva dei "resurrezionisti" per rubarli dai cimiteri. Le università dovevano assumere "resurrezionisti" per tenere il passo con la domanda di cadaveri. Il furto di tombe era molto diffuso in Gran Bretagna.  Anche se i "resurrezionisti" non erano ben visti dalla comunità per ovvie ragioni, questa professione divenne obsoleta con l'approvazione dell'Anatomy Act nel 1832, che la rese illegale.  

I resurrezionisti venivano spesso catturati e accusati di furto di tombe. Con lo sviluppo delle moderne scuole di medicina, questa professione non è più necessaria.

 La ragazza delle sigarette

Le “Cigarette Girl” erano un tempo comuni in America, soprattutto nei primi anni del 1900.  Andavano in giro per locali pieni di fumatori, come bar e club, a vendere sigarette ai clienti.  Di solito indossavano abiti succinti per attirare l’attenzione dei maschi, e vendevano sigarette da una scatola appesa al collo. Con l’arrivo dei distributori automatici, a metà del 1900, questo lavoro è andata progressivamente in declino, per poi sparire del tutto a fine secolo

Groom of the stool”

Questo lavoro è forse uno dei più strani, una figura intraducibile in italiano (tipo “lo sposo dello sgabello”): un cortigiano che, alla corte inglese, si occupava di assistere il re durante le sue minzioni e abluzioni. In pratica, di aiutarlo a espletare i suoi bisogni e “fornirgli il necessario per andare in bagno”. Forniva asciugamani, acqua e un lavabo, ma non è chiaro se pulisse anche il culo reale. Di sicuro, come racconta “History Defined”, “svuotava anche il vaso da notte e, vista la sua peculiare occupazione, era anche un confidente del capo. La figura divenne famosa sotto Enrico VIII: il re dalle sei mogli aveva un “groom of the stool” che controllava persino i suoi movimenti intestinali, per assicurarsi che fosse in buona salute e, in caso contrario, parlava con i medici per rimediare alla situazione”.

 Questi alcuni dei molti lavori spariti nel corso dei decenni, ma quali professioni saranno le prossime a finire in soffitta? “History defined” ne elenca cinque: il cassiere, il bancario, gli autisti di Taxi, l’agente di viaggi e il postino. Staremo a vedere.

Estratto dell’articolo di Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera” lunedì 30 ottobre 2023.

Gli stipendi degli italiani sono sempre più bassi. Dai dati Ocse il loro potere d’acquisto (i cosiddetti salari reali) è in calo in Italia dal 1990 più che in qualunque altro Paese sviluppato. Solo nell’ultimo anno sono diminuiti del 7%. I partiti di opposizione (ad esclusione di Italia viva) propongono di affrontare il problema con un salario minimo definito per legge a 9 euro lordi l’ora, che tradotti in paga mensile per un dipendente a tempo pieno fanno 1.550 euro lordi su 12 mensilità (circa 1.200 netti). 

Le statistiche Istat mostrano che quasi 3 milioni di dipendenti sono sotto, in media, di 804 euro l’anno. Tuttavia, i partiti di governo non ne vogliono sapere. 

Dove c’è il salario minimo

Su 27 Paesi Ue, 22 applicano il salario minimo, parametrato al costo della vita e all’andamento del mercato del lavoro. Stessa cosa per 30 su 38 Paesi Ocse. In Germania non si scende sotto i 2.080 euro lordi al mese, in Belgio 1.900, in Francia 1.750, in Spagna 1.250. La paga oraria minima non c’è in Italia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Austria. 

Secondo i detrattori della misura, il salario minimo potrebbe innescare un meccanismo al ribasso: chi oggi paga meno di 9 euro con un contratto regolare potrebbe ricorrere al nero; chi invece applica un contratto poco sopra i 9 euro l’ora sarebbe tentato di abbandonarlo per passare al salario minimo. 

Nella pratica tutto questo nei Paesi europei che già da anni hanno introdotto il salario minimo non è mai avvenuto. Il ricorso al nero invece è una piaga tipica del nostro Paese, e che andrebbe stroncata con maggiori controlli. 

La decisione del Cnel

Su richiesta del governo, il Cnel si è espresso sul salario minimo per legge: 39 consiglieri contrari su 62. Per il Cnel è un provvedimento non necessario soprattutto per un motivo: in Italia la contrattazione collettiva è forte e definisce già salari minimi per ogni settore. 

In effetti anche la Commissione europea è convinta che un salario minimo contrattato sia meglio di uno definito per legge, tanto che impone il salario legale soltanto ai Paesi dove la contrattazione nazionale copre meno dell’80% dei dipendenti. E da noi la contrattazione fra le parti sociali copre almeno il 95% dei lavoratori: il 92% con contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil e il 3% dai sindacati minori. Ad avere invece il contratto di una sigla pirata, cioè nata apposta per firmare accordi al ribasso, è lo 0,4% dei lavoratori dipendenti. Questi numeri però non dicono tutta la verità. 

I contratti sotto i 9 euro

La Fondazione dei consulenti del lavoro, analizzando solo i principali accordi, ha individuato ben 22 contratti di categoria sotto i 9 euro lordi l’ora, firmati da Cgil, Cisl e Uil: c’è il personale delle cooperative e consorzi agricoli con retribuzioni d’ingresso a 8,4 euro; quello dei dipendenti delle imprese di pulizia a 8,1; i dipendenti dell’industria delle calzature a 7,9; del vetro a 7,1. Fino ad arrivare agli addetti della vigilanza pagati 5,37 euro l’ora da un contratto firmato non da sindacati di comodo, ma da quelli confederali con il mondo delle cooperative. 

In questo caso è intervenuta la Cassazione, che, con la sentenza del 2 ottobre scorso, ha definito l’accordo non in linea con la Costituzione (articolo 36), perché la retribuzione garantita non ha le caratteristiche di «proporzionalità e sufficienza». 

Nella pratica da anni la contrattazione in molti settori non riesce più a negoziare salari decenti. La maggior parte degli accordi al ribasso sono firmati da associazioni delle imprese che fanno riferimento al mondo delle piccole aziende e della cooperazione, ma qualcuno anche da Confindustria. Tutto questo avviene per diverse ragioni intrecciate tra loro, a partire dal fatto che i sindacati in molti settori si sono indeboliti. Dove le aziende sono piccole non riescono nemmeno a entrare: in Italia il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti. 

[…]

Ovviamente chi esce dal «contratto madre» punta a dare ai dipendenti uno stipendio più basso e minori garanzie. È emblematico il caso dell’alimentare: fino a ieri facevano rifermento a Federalimentare 13 associazioni di categoria (i produttori di latte, bevande, acque minerali, di trasformazione, ecc.), e tutte con un contratto unico. Recentemente si sono staccate quelle che rappresentano i produttori di farine, di mangimi e carni, e stanno negoziando un contratto parte. Improbabile che sia al rialzo. 

A complicare le cose poi è la nascita di sempre nuove associazioni delle imprese. Ciascuna firma un suo contratto. Così solo nel settore dei servizi ci sono 242 contratti nazionali. Nel metalmeccanico 50. Qui, rispetto al principale, firmato da Federmeccanica, il contratto degli artigiani metalmeccanici paga 480 euro lordi in meno al mese. Eppure a firmare sia l’accordo con Federmeccanica che quello con gli artigiani dell’industria sono sempre Cgil, Cisl e Uil. 

I contratti nazionali scaduti

I contratti nazionali vanno rinnovati ogni tre anni. Oggi il 57% è scaduto da tempo, e la percentuale sale addirittura al 96% nei servizi dove sono fuori tempo massimo, tra gli altri, i contratti dei servizi di Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione (tutti scaduti nel 2019), quello del turismo e dei pubblici esercizi di Confcommercio (scaduto nel 2021). Sono coinvolti in questo ritardo circa 7,5 milioni di dipendenti che devono fare i conti con l’impennata dei prezzi. 

I contratti «pirata»

Su quasi 1.000 contratti nazionali, ben 353 sono siglati da sindacati non rappresentati al Cnel. Si tratta di contratti firmati spesso da associazioni di comodo per produrre accordi al ribasso, e riguardano 54 mila lavoratori. Talvolta si tratta di un pugno di aziende che si mettono insieme con il supporto di un consulente del lavoro e di un sindacato compiacente. 

[…] 

La proposta

Il Cnel dice no al salario minimo ma non spiega come si rilancia la contrattazione. Un’idea ce l’ha invece la Fondazione consulenti del lavoro, si basa sulla misurazione della rappresentanza dei sindacati e delle associazioni delle imprese: definire i settori, prendere per ciascuno l’accordo più rappresentativo per numero di aziende, dipendenti e valore prodotto, quindi applicare la paga minima e le tutele al resto del comparto, vietando accordi peggiorativi. 

Nel metalmeccanico vale quello di Federmeccanica, dove il salario d’ingresso è di 10,8 euro l’ora, e sotto non deve andare. Le altre organizzazioni potrebbero contrattare soltanto al rialzo. Ma potrà fare questo un governo sostenuto da piccole e numerosissime associazioni di categoria, premiate anche con un maggior numero di posti dentro al Cnel? È il caso di ricordare che quando i salari sono troppo bassi intervengono i sussidi, poi è necessario integrare pure le pensioni, e tutto finisce a carico della fiscalità generale.

Estratto dell’articolo di Aldo Fontanarosa per repubblica.it il 3 ottobre 2023.

Uno stipendio mensile superiore alla “soglia di povertà” – che l’Istat fissa in 834,66 euro – non è necessariamente legittimo. Al contrario, una retribuzione è sempre ingiusta se non garantisce “un livello di vita dignitoso”; se non permette alle persone di svolgere “attività culturali, educative, sociali”, intanto che mangiano e pagano il fitto. 

E’ la Corte di Cassazione – chiamata a giudicare il caso di 8 lavoratrici e lavoratori di una Cooperativa di vigilanza e portierato – a fissare questi importanti principi. L’Istat non basta – dice dunque la Cassazione – per misurare la congruità e legittimità di uno stipendio. Il giudice dovrà far riferimento ad altri parametri economici. In concreto, il salario minimo non dovrebbe distanziarsi troppo da quello medio del Paese.

Ecco la storia del lungo processo. Gli 8 vigilantes fanno causa alla Cooperativa perché guadagnano 930 euro lordi al mese. Somma che garantisce una retribuzione netta di 650,29 euro (per un dipendente a tempo pieno e di livello D). 

Chiedono di sapere, gli 8 lavoratori, se queste cifre siano rispettose dell’articolo 36 della Costituzione che garantisce a tutti “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del loro lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

Nel primo dei tre gradi di giudizio, gli 8 lavoratori vincono la causa. Il giudice di primo grado, tra le altre cose, fa un calcolo molto semplice. Lo stipendio netto (650,29 euro) è inferiore alla soglia di povertà che l’Istat stabilisce in 834,66 euro. Quindi la busta paga è troppo leggera e va integrata. 

Nel secondo grado di giudizio, il giudice dell’Appello ribalta il verdetto. Questo giudice fa riferimento allo stipendio lordo mensile dei vigilantes (930 euro), che in effetti è superiore alla “soglia di povertà” dell’Istat. Dunque il giudice considera la busta paga legittima ed equa.

Nel terzo e definitivo grado di giudizio, i giudici della Cassazione si interrogano intanto sul differente approccio. Si chiedono come mai il giudice di Appello abbia preso a riferimento lo stipendio lordo (930 euro) e non quello netto (650,29), come invece avrebbe dovuto.  […] 

I giudici della Cassazione, infine, affermano che una busta paga può essere illegittima  e iniqua anche se rispetta i Contratti collettivi di lavoro. Contratti che i giudici hanno il diritto di sindacare e mettere in discussione. 

Questi Contratti sono troppi: ben 946 (calcola il Cnel). E di questi – scrive ancora la Cassazione – “solo un quinto sarebbero stati stipulati da sindacati più rappresentativi a copertura della maggior parte dei dipendenti”.

Cassazione: i giudici possono modificare i contratti che non garantiscono una vita “dignitosa”. Stefano Baudino su L'Indipendente il 4 Ottobre 2023

Mentre imperversa la battaglia politica sul “salario minimo” e il governo attende le proposte del Cnel per il contrasto alla povertà lavorativa, con una sentenza dirompente la Cassazione ha sancito che i giudici possono disapplicare i contratti collettivi nazionali che prevedano minimi non “proporzionati alla quantità e qualità del lavoro” e “sufficienti ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, arrivando persino a fissare una cifra che risulti adeguata: un “salario minimo Costituzionale”.

La decisione della Cassazione, dunque, smorza la centralità della contrattazione collettiva, “che non può tradursi in fattore di compressione del giusto livello di salario e di dumping salariale” nell’individuazione del livello della retribuzione. La Corte indica ai giudici i parametri su cui calibrare la loro decisione: uno stipendio “giusto” deve essere proiettato a “una vita libera e dignitosa e non solo non povera” e, per individuare la somma, occorre basarsi sui contratti collettivi di settori affini. Il limite minimo inderogabile deve essere inquadrato nella soglia di povertà calcolata dall’Istat, ma la Cassazione si spinge oltre, affermando che “l’attuazione del precetto del giusto salario costituzionale” deve essere effettuata “considerando anche le indicazioni sovranazionali e quelle provenienti dall’Unione Europea e dall’ordinamento internazionale”.

La sentenza 27711/23 della Cassazione scaturisce dalla causa intentata da un dipendente che svolge l’attività di vigilante presso un Carrefour alla cooperativa per cui lavora. L’uomo si era rivolto a un tribunale per chiedere un aumento di stipendio al fine di ottenere una cifra che fosse rispettosa dell’art. 36 della Costituzione: guadagnava solo 830 euro lordi al mese per un lavoro full time (il contratto collettivo nazionale di lavoro della vigilanza privata, infatti, è noto per contemplare le paghe più basse dell’intero universo dei contratti collettivi italiani). Il giudice di primo grado gli aveva dato ragione, sancendo che la sua paga dovesse essere integrata. In appello, invece, si era stabilito che la sua retribuzione non fosse irregolare, poiché rispettava il Ccnl. La Cassazione, però, ha ribaltato il verdetto.

La Cassazione ha sottolineato che l’intervento giudiziale può concernere non soltanto il diritto del lavoratore di richiamare in sede di determinazione del salario il Ccnl della categoria nazionale di appartenenza, “ma anche il diritto di uscire dal salario contrattuale della categoria di pertinenza”, poiché, “per la cogenza dell’art. 36 Cost., nessuna tipologia contrattuale può ritenersi sottratta alla verifica giudiziale di conformità ai requisiti sostanziali stabiliti dalla Costituzione che hanno ovviamente un valore gerarchicamente sovraordinato nell’ordinamento”.

Soddisfazione è stata espressa dalle opposizioni, che quest’estate hanno depositato una proposta di legge per un salario minimo di 9 euro lordi all’ora in Parlamento. Riferendosi alla pronuncia della Cassazione, hanno parlato di una sentenza “storica”, intestandosene, di fatto, la bandiera. Ciò che è certo, però, è che il diritto a un “giusto salario” è cosa ben diversa dall’individuazione di un “salario minimo”, che non sempre è sinonimo di liberazione dal lavoro povero. La previsione di un importo così modesto, infatti, sposterebbe ben poco gli equilibri: basti pensare che, nel nostro Paese, l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori è coperto da contrattazione collettiva con un salario superiore rispetto a quello ipotizzato. Su tale platea, la norma non produrrebbe sostanzialmente nessun effetto, mentre rimarrebbero irrisolti i veri problemi di fondo: la mancanza di diritti politici e sindacali della comunità del lavoro e il dramma della disoccupazione, frutto delle misere condizioni del mercato del lavoro, in cui domanda e offerta si incrociano sempre meno. [di Stefano Baudino]

Le toghe vogliono decidere pure gli stipendi. Assist della Cassazione sul salario minimo. Per il verdetto i giudici possono stabilire le retribuzioni in base alla Costituzione Esultano Schlein e Conte. Il ministro Calderone: «Già rinnovati molti contratti». Francesco Boezi il 4 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Le opposizioni stappano spumante ideologico per una sentenza della Cassazione. Una pronuncia che apre al salario minimo. In un’Italia in cui la separazione dei poteri non è, almeno per una certa parte politica, un tema così sentito, succede anche questo. In sintesi: il caso esaminato è quello di 8 dipendenti di una cooperativa che si occupa di vigilantes e di portineria. I lavoratori sollevano la distanza tra la contrattazione collettiva che riguarda il loro settore e l’articolo 36 della Costituzione. Quello che per intenderci recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». In prima istanza, il giudice prende le parti dei lavoratori. Il secondo grado corrisponde a un’inversione di marcia della Corte d’Appello.

Ma la Cassazione conferisce di nuovo la ragione ai dipendenti della cooperativa. E stabilisce che un magistrato può individuare un «salario minimo costituzionale». Il tutto dopo aver fotografato l’esistenza di situazioni da «lavoro povero». Per Pd e compagni diventa una fase di giubilo. La Schlein è tra le prime a prendere posizione: «Arriva dalla Cassazione, con una sentenza storica, una indicazione che conferma la necessità e l'urgenza di stabilire un salario minimo secondo i principi stabiliti dalla Costituzione». Poi ci si mette anche il leader di Azione Carlo Calenda, che si è scoperto un sostenitore di questo tipo di diritti sociali: «Con la sentenza che conferma la necessità di un salario minimo legale, la Cassazione è arrivata dove invece fino a ora il governo ha temporeggiato», incalza.

Il M5S non fa quasi notizia in materia: «Questa pronuncia segna cambio di passo decisivo, perché dice a chiare lettere che da sola la contrattazione collettiva non può bastare», osserva la formazione guidata da Giuseppe Conte. Il tema è questo: la soglia di «dignità» può essere superiore a quanto disposto dal contratto collettivo. E questo principio, per le sinistre, spalanca la legittimità del salario minimo.

Misura che però, secondo il governo e la maggioranza di centrodestra, potrebbe rivelarsi un boomerang sociale. Il premier Meloni ha già motivato il perché: c’è il rischio concreto che gli stipendi alzati siano meno rispetto a quelli abbassati. E questo una volta approvata la misura. In ogni caso, l’esecutivo non è fermo. E sta aspettando il Cnel. «Il salario minimo per legge dimentica la contrattazione che ha dato luogo a una stagione importante di rinnovi», ha fatto presente ieri il ministro del Lavoro Marina Calderone. E dunque - ha aggiunto il titolare del dicastero al Tg4 - bisogna «tenere conto dei giudici quando dicono che la contrattazione da sola non basta. Questo è il lavoro che farà il Cnel». Un lavoro che per il ministro è «a buon punto».

L’intenzione della maggioranza resta quella di migliorare la contrattazione, come specificato in serata dal viceministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Teresa Bellucci.

Se i precari d’Italia incrociassero le braccia, il Paese collasserebbe. Sono gli schiavi moderni per la gioia del Capitale che li vuole schiavi. Dimenticati dalla politica e abituati anche a non protestare. Ray Banhoff su L'espresso il 31 agosto 2023.

Lasciate ogni speranza, o voi precari! Solo così forse continuerete a svilupparvi come una super specie quale ormai siete. Dimenticati dalla politica, perennemente in crisi, tra di voi regna la legge della Natura Matrigna: sopravvive solo il più forte.

L’Italia è la Sparta della vostra stirpe, la giungla biologico-economica in cui vi siete evoluti e siete sopravvissuti. Il mercato ha bisogno di voi, la sacra economia italiana vi sfrutta, ormai anche nel settore pubblico siete in abbondanza, quindi scordatevi di mutare la vostra condizione sociale. Precari siete e precari rimarrete in un sistema di caste che vi vuole schiavi moderni. Non abbastanza schiavi da non avere il cibo, diciamo piuttosto il giusto refill monetario mensile per permettervi di pagare l’affitto, le tasse e le bollette. Le uscite, la vita sociale avete già imparato a ridurle al minimo, accampando scuse per evitare l’imbarazzo di non poter pagare il conto. Tranquilli, potrete vedere le partite (se proprio non avete i soldi per gli abbonamenti digitali, su qualche gruppo Telegram si trova ogni match in streaming pirata).

Producete, consumate, crepate voi eroi moderni necessari al Capitale per perpetuarsi; voi vittime del Mercato, il culto più in voga in questi anni senza dei. Siamo così evoluti ora che siamo quasi pagani, così emancipati, che non ci fa mica troppo dispiacere piegare milioni di esistenze a una vita di stenti. È il progresso, bellezze! Se sei povero è colpa tua; tu che vuoi il salario minimo o il reddito di cittadinanza, tu che non hai voglia di lavorare!

Se da domani tutti i precari d’Italia incrociassero le braccia per una settimana, il Paese collasserebbe. Non funzionerebbe più niente, dalla scuola ai trasporti, passando per la consegna dei pacchi di Amazon, fino ai media. Ma non succede. C’abbiamo ’sta cosa per cui i nostri cugini francesi sono famosi per fare casino ogni volta che viene loro toccato un diritto. Noi no, poiché fare casino potrebbe significare anzitutto lo stigma sociale e la nomea di guastafeste con la conseguente minaccia del «non lavori più», letale per la nostra mentalità; ma, soprattutto, magari vi beccate il penale (o le botte) e tocca prendere un avvocato. Sapete quanto costa un avvocato? Lasciate perdere.

Forse i precari non protestano più perché sono troppo impegnati in un processo evolutivo che li renderà gli esseri perfetti dell’austerità economica. Esseri in grado di vivere con le borse dell’acqua calda sotto il maglione in inverno per risparmiare sul riscaldamento di casa, gente che cambia gestore telefonico di continuo per la tariffa migliore, esperti nella rateizzazione per gli strumenti informatici che usano per lavorare.

Sono troppo presi da questa continua necessità di sopravvivenza. Disabituati alla protesta, completamente scoraggiati dalla possibilità di un cambiamento, consapevoli che la politica deve occuparsi solo dei temi del giorno: il generale che scrive un libro in cui esprime i concetti che tutti i maggiori quotidiani di destra stampano da anni, la psicanalisi di Roberto Mancini che lascia la Nazionale, chi scopa chi nel mondo dei famosi.

In attesa che arrivi una sorta di Che Guevara a salvarvi, voglio solo ricordare una cosa: nella storia i diritti si sono sempre e solo conquistati con la lotta, oggi grande assente forse da riabilitare.

In Italia chi lavora nella cultura guadagna meno di 10 mila euro l’anno. A Firenze i “biblioprecari” protestano: una vertenza contro il bando senza tutele che riassegna i servizi museali della città. Diletta Bellotti su L'Espresso il 16 Agosto 2023.

C’è un sentimento che chiamo “dolore indie”, riprende tutto un modo di provare emozioni, spesso nostalgiche e dolorose, intorno a un mondo, e dunque un’estetica, ormai sbiaditi. Quel mondo che alcuni riconoscono nel ricordo specifico di una libreria di quartiere o di un modo di fare le cose. In questo senso, è bello essere giovani perché si può dire «questo nuovo mondo fa schifo» senza passare per forza per dei boomer nostalgici (magari solo per dei boomer nostalgici in divenire). Si è invece forse solo stati così fortunati da vedere la fine di un’epoca e l’impennata prima dello schianto, anche se non si aveva certo alcun potere di arrestarlo.

Dolore indie è anche quel dolore dolciastro nei confronti di luoghi specifici, come le biblioteche e gli archivi. I luoghi tanto cari all’universo indie ovvero semplicemente posti dove stare a leggere e approfondire gratuitamente. Il dolore indie è quindi il sentimento di perdita verso la fruizione, gratuita o comunque accessibile, della cultura.

In Italia, la metà di chi tutela e cura questi luoghi, guadagna meno di 10 mila euro all’anno (“Mi riconosci”, 2022). Da Firenze, la blasonatissima culla del Rinascimento, si sta lanciando un allarme. Da novembre 2015, l’associazione “Mi riconosci” chiede che le amministrazioni locali e il ministero abbiano la decenza di ascoltare i precari della cultura perché «il sistema non regge più». Il 17 giugno c’è stato un presidio davanti agli Uffizi: la protesta dei lavoratori di Opera è contro il bando da 121 milioni di euro che dopo oltre vent’anni di proroghe deve riassegnare i servizi museali delle Gallerie (Corridoio Vasariano, Giardini Boboli e tutto Palazzo Pitti), della Direzione Regionale Musei della Toscana (tra cui: Archeologico, San Marco, Villa Medicea) e dell’Opificio delle Pietre Dure.

Nonostante la lunghissima attesa, il bando è privo di garanzie per i lavoratori in termini di paga e numero di operatori riassorbiti. Il 16 giugno, i “Biblioprecari”, lavoratori esternalizzati delle biblioteche e degli archivi civici di Firenze, hanno protestato contro un processo di internalizzazione che se privo di tutele, rischia di esodare il personale attualmente in appalto. Il processo, già in corso, ha già visto l’uscita di un concorso per funzionari che non riconosceva l’esperienza dei precari e nell’assunzione di personale amministrativo privo di formazione biblioteconomia che in alcuni casi è stato fatto firmare proprio da chi rischia il posto di lavoro. A seguito di mobilitazioni, scioperi, assemblee sindacali e raccolte firme, sono riusciti a ottenere, il 4 agosto, un incontro con gli assessori al Personale e alla Cultura, Bettini e Giuliani, e con la compagine tecnica del Comune di Firenze. Sicuramente un’apertura formale ma che manca ancora di sostanza.

In quell’occasione, l’amministrazione si è impegnata a valutare tutte le opzioni possibili per un processo di re-internalizzazione che tuteli quanti lavorano. Nell’ascoltare i lavoratori e le lavoratici in lotta, chi negli archivi, chi nelle biblioteche di Firenze, si ricrea l’atmosfera confusa e soffocante degli uffici kafkiani ne “Il Processo”. A., della rete “Biblioprecari”, parla di figure che hanno il potere di fare il buono e il cattivo tempo: burocrati, tecnici e politici. In balia di questo distruttivo battito d’ali, archivisti e bibliotecari battagliano, dal 2020, contro un vuoto politico. Nel vuoto si sentono i cori e le grida? Pare proprio di no.

Nuovo capitale umano. La crescita italiana è trainata dal lavoro (spesso mal pagato) degli immigrati. Gianni Balduzzi su L'Inkiesta il 10 giugno 2023.

Le statistiche dimostrano che l’occupazione nel nostro Paese aumenta soprattutto grazie ai giovani stranieri. Ma il Paese non riesce ad approfittare di queste risorse, anzi: blocca loro gli stipendi e nega le forme di welfare

I dati dell’Istat lo hanno certificato. L’aumento insperato del Pil nel primo trimestre del 2023, +1,9 per cento anno su anno, +0,6 per cento sull’ultimo trimestre 2023, ha una causa precisa: una crescita dei consumi che pochi si aspettavano e che da sola vale metà dell’incremento del nostro prodotto interno lordo. Come è stato possibile, visto che il carovita si è mangiato il potere d’acquisto degli italiani? A quanto pare a salvarci è stato l’aumento dell’occupazione.

Mai così tante persone hanno avuto un impiego e gli acquisti in più dei nuovi lavoratori, uniti a una tendenza al risparmio ormai bassissima, hanno compensato i minori consumi di chi un lavoro l’aveva già. Ma chi sono questi nuovi occupati? Intanto sono soprattutto giovani, a differenza di quanto avveniva qualche anno fa, e molti di loro sono stranieri. Nel corso del 2022 il tasso di occupazione di coloro che non hanno la cittadinanza italiana ma lavorano nel nostro Paese è cresciuto molto più di quello degli “autoctoni”. Era mediamente del 57,8 per cento nel 2021 ed è arrivato alla fine dello scorso anno al 60,6 per cento, mentre tra gli italiani è passato dal 58,3 per cento al 60,6 per cento. Questi numeri fanno il paio con quelli sui salari che sono saliti molto meno rispetto all’inflazione. È facile immaginare che ciò sia avvenuto non solo per il mancato adeguamento dei salari già esistenti all’aumento dei prezzi, ma in parte anche per il ricorso a nuovi dipendenti mediamente pagati meno, spesso sottopagati. Quelli di origine straniera, appunto.

Se però allarghiamo lo sguardo molto oltre gli ultimi due anni, scopriamo che in realtà oggi le aziende utilizzano risorse umane con passaporto estero molto meno di un tempo. Al contrario di quanto accaduto tra gli italiani, il cui tasso di occupazione non aveva mai toccato prima il sessanta per cento, nel caso degli stranieri prima della crisi finanziaria del 2008-09 questo era arrivato oltre il sessantotto per cento. Poi era sceso di 9 punti durante il duro periodo tra il 2008-2013, quando il crollo dell’edilizia e di parte dell’industria aveva colpito loro più che proporzionalmente, e non era risalito se non di un 3 per cento con la ripresa successiva. Con il Covid sono stati sempre loro, gli stranieri, a fare da vittime sacrificali: nel 2020, per la prima volta, tra loro la percentuale di quanti avevano un impiego era minore che tra gli italiani.

E l’attuale aumento ha riportato i numeri del 2022 a quelli del 2018-19, ma lontanissimi da quelli di 15-16 anni fa. Rispetto ad allora il loro tasso di occupazione è del 6,6 per cento inferiore, mentre nel caso degli italiani si è avuto un aumento.

Questo è avvenuto soprattutto nel Mezzogiorno, dove la percentuale degli occupati tra gli stranieri è addirittura di più di dieci punti inferiore (dal 61,1 per cento è scesa al 50,3 per cento) ed è persino più bassa che nel 2019 e nel 2013, anno di crisi dopo il quale vi era stata invece al Nord una ripresa occupazionale per tutti.

C’è un’evidente distorsione. Non stiamo impiegando abbastanza nel settore produttivo il segmento che invece numericamente cresce di più. Dal 2002 infatti gli stranieri sono aumentati del 2,83 per cento, mentre gli italiani sono diminuiti del 3,73 per cento, senza contare che la maggior parte dei primi sono in età lavorativa, tra i 20 e i 50 anni.

Lo stesso accade in Europa, a dire il vero. Qui il tasso di occupazione degli autoctoni è di più del dieci per cento superiore a quello degli immigrati extracomunitari. Nella Ue però, a differenza che in Italia, è sempre stato così. Inoltre, diversa è la storia per i comunitari, che sia nel nostro Paese che negli altri del Vecchio Continente, lavorano molto. Sono però, evidentemente, una minoranza tra chi proviene dall’estero. 

La ragione di questi numeri la sappiamo: le comunità straniere sono più fragili. Solitamente vivono in aree più povere, i giovani hanno meno possibilità di raggiungere livelli di istruzione superiore, sono più spesso preda dell’economia grigia o lavorano in nero, in alcuni casi prevalgono culture tradizionali che vogliono la donna in casa invece che in fabbrica o in ufficio.

Quando il fenomeno migratorio era all’inizio, come era il caso dell’Italia di 20-30 anni fa, ad arrivare erano quasi solo quanti cercavano ardentemente un impiego, spesso uomini o donne senza famiglia, e tra loro il tasso di occupazione era alto. Però poi, come si è visto, anche nel nostro Paese sono prevalsi meccanismi che hanno portato gli stranieri a rimanere indietro nel mercato del lavoro. Del resto, complice la Bossi-Fini, negli ultimi anni molti più immigrati regolari sono entrati in Italia per ricongiungimento familiare e non per motivi lavorativi.

Tutto ciò però non spiega, se non in parte, il fatto che, al contrario di quanto avviene tra gli italiani, tra gli stranieri l’andamento occupazionale dei laureati è quasi identico a quello dei diplomati. Tra loro la percentuale di quanti hanno un impiego dopo avere preso un titolo universitario è di ben quattordici punti più bassa che tra gli italiani con gli stessi studi. 

Questi ultimi numeri fanno pensare a discriminazioni, a una mancata integrazione, a uno spreco di capitale umano. Quale integrazione è possibile, del resto, se nel momento in cui si decide di cambiare una misura di welfare pur controversa come il Reddito di Cittadinanza a essere sfavoriti sono proprio loro, gli stranieri? Banca d’Italia ha calcolato come nel passaggio dal RdC all’Assegno di Inclusione (AdI) solo il 32,5 per cento di loro rimarrà potenzialmente beneficiario, contro il cinquantanove per cento degli italiani. Il motivo è che da un lato vi è una crescita, grazie a un obbligo europeo, di chi è presente nel nostro Paese da cinque e non da dieci anni, dall’altro vi sono due restrizioni che colpiscono particolarmente gli stranieri. La prima è quella che elimina l’assegno per chi ha tra i diciotto e i cinquantanove anni ed è senza figli, provvedimento che impatta di più chi ha un’età media inferiore, come la maggior parte degli immigrati. La seconda è quella che prevede una diminuzione del peso degli affitti pagati nel determinare le condizioni economiche dei richiedenti sussidi statali. Anche quest’ultima variazione affligge di più gli stranieri, essendo questi locatari di un appartamento molto più spesso degli italiani.

A cosa serve ridurre le forme di welfare e assistenza, già striminzite in confronto a quelle presenti in altri Paesi, per chi non ha né una pensione né la cittadinanza italiana, ma che in Italia tanto rimarrà, anche perché magari arrivato molto giovane? Tra l’altro senza pensare, al posto di queste restrizioni, ad alcun investimento nel loro capitale umano, prezioso in un paese che ha smesso di crescere, compreso nelle sue risorse lavorative. Negli ultimi anni in Italia le persone in età di lavoro sono infatti diminuite di ben ottocentomila unità.

Tutti coloro che si sono fatti due calcoli, compreso chi è ideologicamente contro l’immigrazione, sanno che non possiamo rinunciare né a nuovi arrivi né a occuparli di più e meglio, senza sfruttarli. Sarebbe molto produttivo se si cominciasse, se non a dirlo apertamente, almeno ad agire di conseguenza. 

"Lavoro da 10 anni e non so cosa sia un contratto". Emanuela, la babysitter da un euro l’ora: “Cercano schiavi, mai chiesto il reddito e resto a Napoli per stare con mamma”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 25 Maggio 2023 

Le hanno offerto di lavorare “dal dal lunedì al venerdì dalle 8 del mattino alle 7 di sera, per 400 euro al mese. A conti fatti avrei guadagnato poco più di un euro l’ora. Ho detto al proponente che la sua era un’offerta assurda, e la risposta che ho ricevuto è stata: ‘beh allora resta a casa’?”. E’ diventata virale nel giro di pochi giorni la denuncia social di Emanuela Calzarano, una ragazza napoletana di 28 anni residente nel quartiere di Pianura.

Un duro sfogo quello pubblicato sui social dopo tanti lavori sottopagati e quasi sempre a nero. Diplomatasi dieci anni fa come tecnico-informatico, Emanuela ha lavorato come commessa, segretaria, cameriera. Negli ultimi tempi un problema alla mano le ha impedito di continuare a lavorare in pub e negozi, e ha iniziato a cercare lavoro come babysitter salvo poi rendersi conto che “qui non cercano dipendenti ma schiavi”. Anche perché “con 400 euro al mese come si fa a vivere?” soprattutto oggi  “che fare la spesa costa più di un anno fa, e le bollette sono arrivate alle stelle” racconta la 28enne in una intervista al Corriere del Mezzogiorno.

Emanuela racconta di non aver “mai richiesto il reddito di cittadinanza” perché “questi sussidi ci devono essere, ma per chi non può lavorare. Ora che la misura è stata ristretta penso anche che è giusto così. Però alle istituzioni vorrei anche dire: avete ristretto le maglie del reddito di cittadinanza? Va benissimo. Ora però andate anche a controllare che quando uno va a lavorare lo possa fare in condizioni quanto meno decenti. Anche perché – aggiunge- non aspiro a fare la bella vita, vorrei solo una vita normale che mi permetta attraverso il lavoro di poter pagare le mie spese e ogni tanto andare anche in pizzeria».

Un presente e un futuro frustrante per i giovani. Quella di Emanuela, infatti, non è la prima denuncia di offerte di lavoro raccapriccianti, fatte di giornate con turni infiniti in cambio di paghe da fame. “In un supermercato di una grande catena commerciale mi hanno proposto 400 euro al mese per un lavoro a tempo pieno. Mi chiedo dove sono i controlli da parte dello Stato? Perché – prosegue – nessuno fa niente per impedire che si verifichino queste situazioni? Lavoro da 10 anni e non so cosa sia un contratto”. 

Contratti-chimera, spesso promessi e mai, realmente, ottenuti. “Quando l’ho chiesto, le risposte che ho ricevuto sono state sempre le stesse: “Lo facciamo tra poco”; “non ti preoccupare”; “poi vediamo”. Ma il contratto non è mai arrivato”.

Poi l’immancabile riflessione sui tanti ragazzi che per sperare in un futuro migliore sono costretti ad andare altrove e su altri, come lei, che decidono di rimanere anche per stare vicini ai genitori: “La mia è una situazione comune a tanti altri miei coetanei. Parecchi miei amici sono andati già via da Napoli. Nonostante mia madre mi dice di partire, di pensare al mio futuro, non ce la faccio a lasciarla sola. Spero che prima o poi qualcosa di buono si possa trovare anche a Napoli: stiamo parlando di una metropoli, non di un paesino”. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Estratto dell’articolo di Paolo Baroni per “la Stampa” il 9 maggio 2023.

Grama, davvero grama la vita dello stagista, al punto che spesso non conviene nemmeno accettare un'offerta o scervellarsi per individuare tra le tante quella più interessante. Perché anche nelle città dove i compensi sono più alti, fra affitto e costo dei consumi, le spese per vivere in trasferta inseguendo il proprio sogno professionale possono anche arrivare a più del doppio del compenso mensile. 

Rendendo praticamente impossibile l'impresa dei tanti giovani, e sono migliaia, che in questo modo cercano di imparare in concreto un mestiere nella speranza poi di trovare più facilmente un'occupazione.

Il caso più eclatante è quello di Milano, la città italiana dove tra l'altro è da sempre più alto il numero delle posizioni aperte: a fronte di uno stipendio medio per gli stage di 669 euro al mese bisogna infatti mettere in conto in media 1.299 euro per l'affitto - a riprova che sotto la Madonnina questa voce ha costi esorbitanti - e 207 euro di spese per consumi. 

Il totale fa 1.506 euro con uno squilibrio entrate/uscite che sfiora gli 840 euro pari al 125% del compenso. Lo stesso vale per Roma dove pure lo stipendio medio è più alto (792 euro al mese) ma dove il totale delle spese arriva a quota 1.204 euro con uno squilibrio di 412 euro (+52%). Più contenuto, ma sempre in rosso per circa 100 euro, anche lo squilibrio di uno stage a Torino. Al Sud il costo della vita, come è noto, è molto più basso, ma anche le occasioni di stage sono certamente minori. 

[…]

Imbarazzante il confronto con tante altre città europee, innanzitutto in termini di stipendio. Manchester è la migliore città europea per gli stagisti, che vanta il maggior numero di opportunità di sviluppo al di fuori del lavoro, con 2.440 workshop ed eventi di networking gratuiti. […]

Estratto dell'articolo di Marina de Ghantuz Cubbe per repubblica.it il 4 maggio 2023.

"Non è lavoro, è sfruttamento". Sara ha quasi trent'anni, cerca un impiego e trova, invece, quella che il segretario della Cgil Roma e Lazio Natale Di Cola definisce "una proposta indegna". Ovvero un contratto part-time che in realtà nasconde molto lavoro in più, in nero. Per aver denunciato tutto sui social, la donna è stata anche insultata: un utente che su Facebook si presenta come Roberto, le ha scritto in privato dandole dell'idiota: "Fatti il culo e la gavetta, morta di fame e di sonno, rimarrai una fallita".

[…] Il contratto che le hanno proposto ha il sapore della truffa: in teoria è a tempo determinato e part-time, prevede 4 ore a settimana di lavoro e 8.100 euro per 14 mensilità. In realtà, racconta Sara, si tratta "di un lavoro 6 su 7, festivi e domeniche incluse, sette ore e mezza al giorno per uno stipendio di 1.000 euro per un totale di circa 200 ore al mese. Ovviamente straordinari non pagati idem i festivi, sia chiaro. Già da qui si può intuire molto. Quasi 5 euro l'ora". L'altra cosa che si può facilmente intuire è che il resto delle ore, quelle da svolgere ma che non sono previste dal contratto, sarebbero state lavorate in nero.

Di qui la rabbia della donna: "Veramente vogliamo continuare a dire che il problema sono i giovani, il reddito, il non voler fare la gavetta, la mancanza di voglia? Davvero? Questo è sfruttamento […]Iniziate a pagare i dipendenti come si deve e vedrete che fila fuori i vostri locali" […]

La busta non paga. Report Rai. PUNTATA DEL 15/05/2023

di Bernardo Iovene

Collaborazione di Lidia Galeazzo e Greta Orsi

Le maggiori aziende della logistica utilizzano lavoratori dipendenti da cooperative e società esterne.

Il costo del lavoro per loro si riduce, addirittura per BRT vale solo l’8%. Le aziende esterne talvolta chiudono dopo due anni e riaprono con un altro nome a danno del lavoratore, che spesso viene pagato poco e perde i diritti dovuti. La Procura di Milano attraverso la GDF ha recuperato 170 milioni di euro di oneri non pagati da BRT, Geodis e DHL, che utilizzavano questo schema impiegando manodopera a basso costo. Ma anche in vari settori della Pubblica amministrazione si aggirano contratti nazionali e livelli di retribuzione e contributi: dai custodi dei musei ai vecchi LSU, lavoratori socialmente utili che avrebbero dovuto essere assunti stabilmente; fino ai magistrati onorari, la cui mancata regolarizzazione rischia di far saltare i soldi del PNRR previsti per il ministero della Giustizia. Infine, l’esempio degli istruttori sportivi: sono decenni che svolgono l’attività professionale presso impianti sportivi pagati come dilettanti senza diritti di ferie, malattie, maternità e contributi.

LA BUSTA NON PAGA di Bernardo Iovene Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi Immagini di Paco Sannino Grafiche di Federico Ajello

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Nell’ambito dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018 alla Corte di Appello di Venezia dopo gli interventi dei rappresentanti del Csm, del Ministero, dell’Ordine degli avvocati, dell’Anm e del procuratore, un giudice onorario denunciò di lavorare a nero per lo Stato.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA Dopo vent'anni di lavoro svolto senza la titolarità di diritti che normalmente distinguono un lavoratore regolare da uno in nero.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA Sono un lavoratore a nero dello Stato

BERNARDO IOVENE E fa il giudice

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA E faccio il giudice.

BERNARDO IOVENE Quanto guadagna al mese?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA 1500 euro al mese

BERNARDO IOVENE Non ha i versamenti INPS.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA Non ho i versamenti.

BERNARDO IOVENE Non ha la malattia riconosciuta, non ha niente.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA Non ho nulla. Nulla.

BERNARDO IOVENE Non ha niente?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI VICENZA Non ho nulla, nulla

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO I magistrati onorari sono avvocati che superano un concorso a titoli selezionati dal Consiglio superiore della magistratura, onorario significa temporaneo; infatti, la nomina dovrebbe durare tre anni più uno ma vista la carenza dei togati in migliaia ormai svolgono la funzione da oltre vent’anni, ma a cottimo, senza diritti di ferie, maternità malattia e senza contributi per la pensione.

LISA GUARNIERI - GIUDICE ONORARIA TRIBUNALE DI BOLOGNA Noi veniamo pagati a udienza, ma in realtà lavoriamo molto dietro tutti questi processi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Oltre ai giudici onorai ci sono anche i pubblici ministeri denominati viceprocuratori onorari VPO, anche loro lavorano a cottimo, a udienza. BERNARDO IOVENE Cioè oggi In pratica in quest'aula c'era un giudice onorario e un pubblico ministero onorario. Cioè voi mandate avanti questa macchina di 30, 40 processi al giorno da giudici onorari?

ELENA NITTOLI - VICEPROCURATRICE ONORARIA PROCURA DI BOLOGNA Assolutamente sì.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Poi ci sono i giudici di pace che trattano un 1 milione 300mila procedimenti civili, nella sezione penale si occupano di reati come lesioni, minaccia, diffamazione, piccoli furti, danneggiamenti, uccisioni di animali e una marea di piccoli reati che ingolferebbero i tribunali.

BERNARDO IOVENE Da quanti anni lavora?

MARIAFLORA DI GIOVANNI - GIUDICE DI PACE DI CHIETI Io da 27.

BERNARDO IOVENE Lo Stato non le ha mai versato un contributo?

MARIA FLORA DI GIOVANNI - GIUDICE DI PACE DI CHIETI Mai, e io ho lavorato in via esclusiva per lo Stato. Non ho fatto mai nient'altro che questo.

RAIMONDO ORRU – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA In realtà siamo dei veri e propri lavoratori in nero.

BERNARDO IOVENE Lo stipendio si aggira più o meno. 

RAIMONDO ORRU – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Stiamo parlando di 1200 1.300 euro.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO I magistrati onorari sono dei semplici avvocati che non hanno però partecipato al concorso in magistratura, ne hanno fatto uno per titoli, sono selezionati dal CSM. Avrebbero dovuto occupare per un breve tempo il ruolo di viceprocuratori o di giudici e invece, a causa dell’ingolfamento della macchina della giustizia, di deroga in deroga sono durati 30 anni. Sono stati retribuiti dal Ministero della Giustizia con un'indennità che però non prevedeva il pagamento delle ferie, delle malattie, e soprattutto i contributi previdenziali. Poi invece c’è la storia dei giudici di pace, la loro è durata 27 anni, fino a che non è intervenuto il Comitato europeo dei diritti sociali, che ha detto: Stato italiano devi pensare a pagare i contributi previdenziali ai giudici di pace, altrimenti vìoli la Carta sociale dei diritti, la carta europea, e dice anche che i magistrati onorari devono essere equiparati nello stipendio a quelli togati perché semplicemente fanno lo stesso lavoro. Su questo ci sono anche sentenze della cassazione che vanno nella stessa direzione, però i governi che si sono succeduti fino a qui hanno fatto spallucce da mercante. E il Ministro Orlando, per esempio, ha tentato anche una riforma però è andata nella direzione opposta, ha tentato di limitare anche le prestazioni nel tempo, due a settimana, uno stipendio lordo di 16 mila euro ma tasse e contributi a carico del giudice onorario. Insomma, alla fine rimaneva sì o no 600 euro di stipendio. Ma la riforma è stata bocciata perché, secondo l’Europa, non rispettava le direttive sul lavoro in merito ai diritti e la retribuzione. L’Europa ha anche avviato una procedura di infrazione. Poi ci ha pensato la Cartabia, nel 2021 ha tentato la stabilizzazione ma a scaglioni e poi non ha equiparato lo stipendio ai togati ma li ha equiparati a semplici funzionari. Ora, se non prendiamo provvedimenti rischiamo delle conseguenze molto serie, molto più di quelle che immaginiamo e insomma le sta sottovalutando queste conseguenze anche l’attuale governo che quando era all’opposizione imbracciava il megafono per urlare più forte i diritti negati ai magistrati onorari. Il nostro Bernardo Iovene.

RAIMONDO ORRU – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Un grande applauso perché è grazie a Fratelli d’Italia, è grazie al presidente Delmastro (che con quelle parole hanno messo spalle al muro il ministro della Giustizia)

RAIMONDO ORRU – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Questo sono io. Non so più neanche in quale anno BERNARDO IOVENE E sta passando il Megafono nientemeno che alla Meloni,

GIORGIA MELONI ALLA MANIFESTAZIONE DEI MAGISTRATI ONORARI 23/12/2020 Da tempo abbiamo depositato una proposta banale semplice stabilizzazione per la magistratura onoraria fino alla pensione, trattamento equiparato ai magistrati togati. 4 È questa la domanda alla quale lo Stato non ha mai voluto rispondere. E quando ha risposto come l'ultima volta ha risposto il ministro Bonafede, le cose sono andate anche peggio.

RAIMONDO ORRU – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Ero proprio fiducioso in attesa che potessero prendere le redini del governo. Oggi questo è avvenuto e diciamo siamo francamente imbarazzati invece dal dover sapere che il Ministero della Giustizia continua a parlare di volontari della giustizia in una sorta di caporalato, nascondendo all'Europa la vera essenza anche della riforma Cartabia.

BERNARDO IOVENE Lei lavora ancora a cottimo?

FABIANA PANTELLA - VICEPROCURATRICE ONORARIA PROCURA DI ROMA Io lavoro ancora a cottimo.

MARIAELENA FRANCONE - GIUDICE ONORARIA TRIBUNALE DI ROMA Non abbiamo previdenza, non abbiamo malattia, non abbiamo al momento nessun tipo di tutela.

BERNARDO IOVENE Lei dovrebbe essere stata assunta.

MARIA PAOLA DI NICOLA - VICEPROCURATRICE ONORARIA PROCURA DI TIVOLI (RM) Io dovrei essere stata assunta fra virgolette e sono fra i colleghi che sono senza compensi per quanto mi riguarda dal 12 gennaio.

PAOLA PIRAS - GIUDICE ONORARIA TRIBUNALE DI ROMA Sono in attesa di una riforma sulla quale ci tengono tutti appesi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO L'Europa si è espressa chiaramente. L'ultima lettera di messa in mora è del luglio 2022. La Commissione Europea ritiene che continui a esistere disparità di trattamento per i giudici onorari e quindi i magistrati onorari e i giudici togati sono lavoratori comparabili. Quando erano all'opposizione ne hanno chiesto conto all'infinito ai precedenti governi sia Meloni che l'attuale sottosegretario Delmastro, che ha proprio la delega alla giustizia.

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA Comprensibile anche per un ignorante come Bonafede che voi siete dipendenti avete un vincolo di subordinazione e come tali dovete essere trattati. BERNARDO IOVENE Era abbastanza chiaro no, bisogna applicare le sentenze europee, che voi siete equiparate ai magistrati. Rispetto a quello che diceva prima ha cambiato idea? 

MARIA FLORA DI GIOVANNI - GIUDICE DI PACE DI CHIETI Sembrerebbe, ci si propone una gestione autonoma di Inps quando noi dovremmo avere la gestione ordinaria dell'Inps come l'hanno i magistrati.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Oggi al governo né del Mastro né il presidente Meloni hanno ancora attuato la cosa semplice che pretendevano dai vecchi governi, tengono in vita la riforma Cartabia che da gennaio di quest’anno assume a scaglioni in tre anni i magistrati onorari con il trattamento economico dei funzionari amministrativi, un compenso che la Commissione Europea ha bocciato perché inadeguato.

BERNARDO IOVENE La Commissione Europea dice: dategli lo stesso stipendio dei magistrati…

MONICA CAVASSA – VICEPROCURATRICE ONORARIA PROCURA DI MILANO Di pari anzianità di tribunale perché fanno il Lavoro di magistrato naturalmente

BERNARDO IOVENE Perché fanno il lavoro di magistrati…

MONICA CAVASSA - VICEPROCURATORE ONORARIO PROCURA DI MILANO Esattamente. La legge invece ha inquadrato il magistrato professionalizzato onorario nella figura di funzionario amministrativo di Area tre. BERNARDO IOVENE Che vuol dire per noi umani...

MONICA CAVASSA - VICEPROCURATORE ONORARIO PROCURA DI MILANO Che vuol dire pochi soldi, la legge già è entrata in vigore. Però mancano le linee guida ministeriali per la fattività di questa legge. Il rischio è una procedura di infrazione che costerà all'Italia milioni di euro.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La riforma Cartabia ha previsto anche che i magistrati onorari prenderanno sempre la stessa cifra di stipendio, senza scatti fino a 70 anni.

RAIMONDO ORRU - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Perché non si prevede alcun aggiornamento Istat. La cosa incredibile è anche questa.

BERNARDO IOVENE Che fino a 70 anni avrete lo stipendio se ci sarà bloccato…

RAIMONDO ORRU - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Sempre lo stesso

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO 6 Sempre la riforma Cartabia stabilisce che per il magistrato onorario assunto ci sia la rinuncia ad ogni pretesa conseguente al rapporto onorario pregresso, compreso i contributi mai versati per trent'anni. Anche questo è contestato dall'Europa.

RAIMONDO ORRU - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Cioè il datore di lavoro ci ha detto. Vuoi proseguire in queste funzioni? Devi rinunciare a tutto quello che hai maturato, cioè vent'anni. Non raggiungeremo mai il minimo per acquisire una pensione, forse avremo la pensione sociale.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Davanti a questa situazione i magistrati onorari continuano a scioperare ed allora l’equiparazione economica con i togati viene chiesta al Ministro della Giustizia in un’interrogazione proprio dalle fila della maggioranza, dall’On. Lupi, ma la risposta affidata al viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto gela i giudici onorari.

MAURIZIO LUPI – DEPUTATO - PRESIDENTE NOI CON L’ITALIA Mi piacerebbe stendere un velo pietoso. Si, sintesi della risposta: Vedremo, faremo un tavolo, prendere del tempo secondo me lo dico al mio amico Sisto è un errore.

BERNARDO IOVENE Lei saprà anche che Delmastro e la Meloni sono stati sempre sulle barricate a favore dei giudici di pace quando erano all'opposizione.

MAURIZIO LUPI – DEPUTATO - PRESIDENTE NOI CON L’ITALIA E va beh, adesso siamo in maggioranza, risolviamo i problemi, l’appello e risolviamo i problemi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO E a risolverli ironia della sorte spetta proprio al sottosegretario alla giustizia Delmastro che inveiva dall’opposizione contro l’ex ministro che chiamava malafede e ignorante.

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA Comprensibile anche per un ignorante come Malafede che voi siete dipendenti con vincolo di subordinazione e come tali dovete essere trattati.. BERNARDO IOVENE È semplice dall’opposizione…

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA La stupirò con effetti speciali noi continuiamo a considerare così anche al Governo e su quello stiamo lavorando..

BERNARDO IOVENE Lei si è coordinato anche con Sisto. Perché Sisto il viceministro ha dato una risposta… 

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA Guardi io capisco, capisco la battuta e so peraltro che voi siete generalmente molto ficcanti e salaci nelle battute. Il viceministro Sisto ha dato una risposta a legislazione invariata, che non poteva che essere quella, che è la fotografia di ciò che sono oggi. Stiamo lavorando per una riforma strutturale della magistratura onoraria. Stabilizzazione nelle funzioni fino a settant'anni, un trattamento economico, retributivo, pensionistico, assistenziale degno di questo nome con equiparazione ai magistrati togati e non come hanno fatto in passato ai funzionari amministrativi.

BERNARDO IOVENE Lei si sente coerente rispetto a quello che diceva prima insieme al Presidente Meloni all'opposizione…

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA Dato che lei è di una simpatia straordinaria gliela ribalto, mi dica un punto dove non sono coerente rispetto a quello che ho detto lì

BERNARDO IOVENE L’Importante che poi le faccia le cose.

ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE - SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GIUSTIZIA Questo è un altro discorso ancora.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Intanto il sottosegretario ha già fissato dei punti con i sindacati dei magistrati onorari. L'intenzione è riconoscere una retribuzione pari ai magistrati togati, 72.000 euro netti l'anno. Ma le proteste continuano.

BERNARDO IOVENE Delmastro vi ha fissato 12 punti ma voi continuate a protestare?

RAIMONDO ORRU - GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE DI ROMA Le proteste che noi porteremo avanti e continueremo a portare avanti e se nulla si farà. Temiamo fortemente i poteri forti, che continuano sicuramente ad essere presenti all'interno del Ministero.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO I giudici onorari ipotizzano che 30 anni di questo impasse sarebbe dovuto anche alle resistenze dei magistrati ordinari che sono distaccati al Ministero della Giustizia, così come in passato si opponeva alla loro stabilizzazione l’Associazione Nazionale dei Magistrati togati, in quanto li hanno sempre considerati onorari e quindi con una funzione temporanea. 

GIUSEPPE SANTALUCIA - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI E di fatto li hanno professionalizzati. Quindi il carattere onorario…

BERNARDO IOVENE È caduto…

GIUSEPPE SANTALUCIA - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI È venuto meno perché un carattere tipico dell'onorarietà e la temporaneità, la ministra della giustizia professoressa Cartabia li ha stabilizzati ovviamente li ha stabilizzati nel ruolo onorario, rimarranno fino all'età pensionabile magistrati onorari, quindi una stabilizzazione nella onorarietà, una contraddizione in termini una cosa tutta italiana.

BERNARDO IOVENE Però voi non vi mettete più di traverso come è successo negli anni passati.

GIUSEPPE SANTALUCIA - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI l'Associazione magistrati ha sempre detto in magistratura si entra per concorso, la magistratura onoraria è una realtà diversa

BERNARDO IOVENE Quindi voi siete per la comparabilità economica tra…

GIUSEPPE SANTALUCIA - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI No, c'è una differenza sono magistrati onorari non fanno lo stesso mestiere.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Spetta al governo che innanzitutto deve rispondere all’Europa, perché la procedura è avviata se non ci sarà la comparazione ai magistrati ordinari sono pronti a sanzionarci.

BERNARDO IOVENE Che cosa rischia lo Stato italiano?

VINCENZO DE MICHELE - AVVOCATO Il blocco completo dei fondi del PNRR.

BERNARDO IOVENE Su queste sentenze? VINCENZO DE MICHELE - AVVOCATO Su queste sentenze. 

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma, rischiamo oltre la multa il blocco del PNRR. Bisogna risolvere il problema di 4.500 magistrati onorari che hanno contribuito allo svolgimento regolare della giustizia in questi anni partecipando a circa due milioni di processi tra civili e quello penale. Lo hanno fatto a fianco di quelli togati ma con una retribuzione di 1200 -1300 euro senza ferie, malattie né previdenza pagati. Ora la Cartabia aveva tentato, ha abolito sostanzialmente il criterio di temporaneità e li ha stabilizzati ma non ha, li ha equiparati ai magistrati togati nello stipendio bensì ai funzionari e in cambio ha anche chiesto loro di rinunciare a 30 anni di diritti acquisiti. Ora, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro che quei diritti negati li urlava al megafono, oggi che è al governo è un po' più timidino, li ha messi nelle buone intenzioni però ha promesso che li approverà, vedremo. Mentre molto più rigidi sono quelli dell’Associazione nazionale dei magistrati, i togati che dicono: noi siamo una cosa diversa. Insomma, è vero però i magistrati onorari hanno fatto lo stesso lavoro e rischiano di non poter godere di una pensione dignitosa, rischiano la pensione sociale. Un po' come i lavoratori socialmente utili. Erano ex cassaintegrati, licenziati o disoccupati. Nascono come fenomeno a metà degli anni Ottanta, hanno il boom nel ‘95 quando diventano un vero e proprio serbatoio di mano d’opera per quei comuni che sono vincolati al patto di stabilità e senza risorse ma poi vengono utilizzati nelle regioni, nelle province, anche nei tribunali. Insomma, viene creato un mostro giuridico per 40 mila persone che vengono pagate semplicemente con un contributo da 580 euro, senza contributo per modo di dire perché i contributi non ci sono, sono solo figurativi. Doveva essere temporaneo, anche là è durato 25 anni. Nel 2020 finalmente lo Stato ha detto: guardate assumeteli questi lavoratori socialmente utili, vi diamo un contributo di 9.300 euro l’anno e il resto poi ce lo mettete voi. Ecco, come è andata a finire?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Dal 2020 i lavoratori socialmente utili quasi tutti sono diventati dipendenti degli enti pubblici dove hanno prestato servizio per 25 anni con un sussidio di 580 euro al mese. Adesso ricevono uno stipendio, in parte con un incentivo dello Stato e la restante parte toccava ai comuni che, sempre in dissesto, non hanno soldi e quindi sono dipendenti a ore con lo stesso stipendio di prima ma tassato.

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) Dopo 25 anni.

BERNARDO IOVENE Fino a poco tempo fa quanto prendeva al mese qua dentro?

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) Quasi 600 euro

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) Poi da quando sono inquadrati …

BERNARDO IOVENE È un paradosso

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) È sì si è ridotto anche la mensilità perché su quei soldi stanziati noi ci paghiamo anche i nostri contributi.

BERNARDO IOVENE Prima non vi versavano i contributi adesso vi versano i contributi su pochissime ore 

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) E Li paghiamo noi.

BERNARDO IOVENE quindi si arriva a 430 euro.

ANDREA CIRILLO - DIPENDENTE COMUNE ORTA DI ATELLA (CE) Si questo è il nostro mensile ci siamo ridotti ancora peggio di prima.

FRANCO ARENA - DIPENDENTE COMUNE DI ORTA DI ATELLA (CE) Con questa legge ci hanno messo 11 ore settimanali, faccio il messo comunale adesso prendiamo 430 euro al mese. Abbiamo fatto 25 anni di lavoratori socialmente utili senza percepire i contributi, e quindi questo aspetto contributivo adesso si riversa pure sulla pensione.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La signora Angela e la signora Maria sono state assunte invece a 18 ore settimanali al Comune di Castello di Cisterna.

ANGELA ESPOSITO - DIPENDENTE COMUNE CASTELLO DI CISTERNA (NA) Io collaboro con l'ufficio tecnico.

BERNARDO IOVENE Da quanti anni.

ANGELA ESPOSITO - DIPENDENTE COMUNE CASTELLO DI CISTERNA (NA) Dal ‘95.

BERNARDO IOVENE Adesso finalmente vi hanno stabilizzato?

ANGELA ESPOSITO - DIPENDENTE COMUNE CASTELLO DI CISTERNA (NA) Si a 18 ore

BERNARDO IOVENE A 18 ore quindi uno stipendio di..

MARIA CARMELA VAIA - DIPENDENTE COMUNE DI CASTELLO DI CISTERNA (NA) 618.

BERNARDO IOVENE 618 se vogliamo essere precisi

MARIA CARMELA VAIA - DIPENDENTE COMUNE DI CASTELLO DI CISTERNA (NA) 618 euro.

BERNARDO IOVENE Signora, lei quanti anni ha?

MARIA CARMELA VAIA - DIPENDENTE COMUNE DI CASTELLO DI CISTERNA (NA) Io 60?

BERNARDO IOVENE La sua vita contributiva?

MARIA CARMELA VAIA - DIPENDENTE COMUNE DI CASTELLO DI CISTERNA (NA) Zero! Mi sono fatta fare un estratto contributivo dall’Inps e. Andrei a prendere 270 euro di pensione dopo aver lavorato 27 anni in un Comune.

BERNARDO IOVENE Lei che mansioni svolge?

MARIA CARMELA VAIA - DIPENDENTE COMUNE DI CASTELLO DI CISTERNA (NA) Io lavoro nel Comando Polizia Municipale di Castello di Cisterna.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO A Fratta Minore, il Comune assunto gli ex LSU a 20 ore settimanali.

BERNARDO IOVENE Quanto prende?

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) Con le 800 euro al mese non ci facciamo niente, siamo costretti sempre a svolgere attività di lavoro nero, lavoro sommerso. Siamo proprio obbligati. BERNARDO IOVENE Quindi lei. Fa le 20 ore al Comune…

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) Faccio le 20 ore al comune e tutto quello che riesco a fare in nero lo faccio tranquillamente senza preoccuparmi né delle forze dell'ordine. Io sono Cristofaro Domenico

BERNARDO IOVENE Ci sta mettendo pure la. Faccia dicendo che lavoro pure a nero.

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) Io ci metto la faccia tranquillamente, ce l'ho sempre messa la faccia. Abbiamo dovuto anche subire delle pressioni degli amministratori facendo, qualche lavoretto anche a casa di qualcuno.

BERNARDO IOVENE Vi hanno sfruttato pure così…

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) Hanno sfruttato anche personalmente alcuni amministratori BERNARDO IOVENE Ma, vi davano qualche mancia

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) No no durante l'orario delle LSU abbiamo svolto…

BERNARDO IOVENE Lavori a casa…

DOMENICO CRISTOFARO - DIPENDENTE COMUNE FRATTAMINORE (NA) A casa di qual che amministratore lo dico qua e lo posso dire anche in altre sede.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Tralasciando il pregresso attualmente i Comuni pagano gli ex LSU, oggi dipendenti comunali, quasi esclusivamente con l'incentivo statale che è di 9.300 euro l'anno.

MIMMO CHINELLI – RESPONSABILE USB ENTI LOCALI REGIONALE CAMPANIA La maggior parte degli enti sono in dissesto in riequilibrio finanziario, l'incentivo va al lavoratore quindi automaticamente l'ente dovrebbe metterci poi gli oneri accessori ma purtroppo molti hanno utilizzato queste questo incentivo coprendo tutto

BERNARDO IOVENE Lordi praticamente.

MIMMO CHINELLI – RESPONSABILE USB ENTI LOCALI REGIONALE CAMPANIA Esattamente.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Al comune di Melito di Napoli oltre a quello statale il giovane e nuovo sindaco si aspettava anche l’incentivo regionale da destinare ai lavoratori socialmente utili, l’abbiamo incontrato pochi giorni prima che fosse arrestato per presunti accordi elettorali politici mafiosi.

LUCIANO MOTTOLA - SINDACO DI MELITO (NA) 2021 - 2023 Inizialmente era previsto un doppio contributo uno dello Stato e uno della Regione Campania. Quello della Regione Campania improvvisamente scomparve per essere onesti. E ci trovammo naturalmente ad assumere questi lavoratori con delle percentuali minime.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Uno dei pochi Comuni che invece ha assunto i lavoratori socialmente utili al 100%, con le 36 ore settimanali, è stato quello di Napoli quando c'era il sindaco De Magistris.

LUIGI DE MAGISTRIS - SINDACO DI NAPOLI 2011-2021 Non era nel mio programma elettorale perché una di quelle cose che era difficile poter ipotizzare e si riusciva a realizzare; invece, ce l'abbiamo fatta e ripeto erano 23 anni che invece queste persone ascoltavano solo promesse elettorali che poi rimanevano come tali.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Come la signora Anna, eccola quattro anni fa lavoratrice socialmente utile era addetta allo spazzamento per il Comune e oggi è dipendente al 100% in una scuola comunale.

BERNARDO IOVENE Era allo spazzamento aveva la tuta arancione.

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI Bravo, adesso so tutta blu

BERNARDO IOVENE è contenta?

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI Sì, perché sto con i bambini sono stata assunta tre anni fa, a 60 anni, io non andrò in pensione perché non avrò nemmeno forse quella sociale.

BERNARDO IOVENE Che stipendio prende?

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI 1200.

BERNARDO IOVENE Adesso ha le ferie no?

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI Sì tutto.

BERNARDO IOVENE Ha le malattie. 14

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI Tutto, è stato veramente bello e non ci voglio pensare ancora la pensione ci devono pensare i Governi.

BERNARDO IOVENE Io da una parte le faccio gli auguri.

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI Grazie. Auguri a tutti gli LSU, ex.

BERNARDO IOVENE Perché finalmente comunque ha riconquistato…

ANNA AMBROSINO - DIPENDENTE COMUNE DI NAPOLI La dignità vede io sto più dritta, non ho parole…. Niente basta.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Queste persone negli enti locali sono stati retribuiti con un sussidio con contributi non versati ma solo figurativi.

BERNARDO IOVENE Quanto prende di pensione signora?

MARIA LIBERA CAPASSO - PENSIONATA vado a Prendere 470.

BERNARDO IOVENE Di pensione, quanti hanno lavorato.

MARIA LIBERA CAPASSO - PENSIONATA 26 anni.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La signora Filomena invece ha lavorato 20 anni in fabbrica anni poi licenziata è stata 25 anni al comune di Scisciano come Lavoratrice socialmente Utile, oggi è in pensione.

BERNARDO IOVENE Il suo estratto INPS no? Allora lei ha iniziato a lavorare nel 1974 e dove praticamente le versavano tutti i contributi?

FILOMENA ESPOSITO - PENSIONATA Esatto.

BERNARDO IOVENE Quando è diventata lavoratrice socialmente utile, sussidio di disoccupazione non ci sono più contributi

FILOMENA ESPOSITO - PENSIONATA Bravissimo. Praticamente 25 anni senza contributi

BERNARDO IOVENE Senza contributi.

FILOMENA ESPOSITO - PENSIONATA Prendendo una pensione non dignitosa.

BERNARDO IOVENE E quindi prende quanto ha detto.

FILOMENA ESPOSITO - PENSIONATA Attualmente 630.

BERNARDO IOVENE di pensione.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Abbiamo chiesto al presidente dell’Inps, che ha studiato a fondo la situazione degli LSU qual potrebbe essere la soluzione per evitare un futuro di povertà.

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Purtroppo, hanno la copertura figurativa dei contributi.

BERNARDO IOVENE Vuol dire cioè io ti do gli anni per arrivare alla pensione. Ma non…

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Ma non il quantum. Quindi sarà una pensione molto povera se ci arrivano.

BERNARDO IOVENE Quindi questi lavoratori si devono rassegnare a fare una vecchiaia in povertà.

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 La legge dà loro la possibilità di fare il riscatto oneroso per loro. BERNARDO IOVENE Facciamo un conto quanto, quanto dovrebbe essere all'anno.

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Ma costa intorno a 5.000 euro all’anno

BERNARDO IOVENE Quindi vent'anni sono 100.000 euro?

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Sì, se sono vent'anni, si, alternativamente, come dire, si potrebbe pensare anche alla creazione di un fondo pubblico per la copertura di questi contributi, ammonterebbe a circa 200 milioni di euro.

BERNARDO IOVENE Quindi insomma, lo Stato, se volesse risolvere questa situazione, deve mettere 200 milioni.

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Alternativamente, come dicevamo prima, lo devono pagare. BERNARDO IOVENE Quindi la soluzione è questa?

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Non ce ne sono altre.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Alla fine dopo averli tenuti per 25 anni in un limbo giuridico, senza aver versato un euro di contributi, la soluzione e fargli prendere una pensione dignitosa, sono due le soluzioni: una o lo Stato investe in un fondo pubblico fondo pubblico di 200 milioni di euro oppure deve pensarci il singolo lavoratore socialmente utile a riscattare i 25 anni versando fino a centomila euro! Centomila euro per chi ha potuto godere di un sussidio da fame sostanzialmente. Quando sono stati assunti hanno anche tirato un sospiro di sollievo tranne poi vedere la prima busta paga che era la cifra, grossomodo la stessa, anche al lordo dei contributi da versare. Ora prima o poi bisognerà che qualcuno ci pensi anche a questa situazione. Come pensi anche alla situazione in cui lavorano nella logistica. Da sola vale l’8%, anzi più dell’8% del pil nazionale, ci lavorano 82 mila aziende conto terzi, 1 milione e 400 persone. Ma in quali condizioni?

MANIFESTANTI Lavoro, diritti, dignità. Lavoro, diritti, dignità.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Questa è una delle piattaforme di Italtrans in provincia di Bergamo da dove centinaia di tir ogni giorno partono per rifornire le catene dei supermercati italiani. I Lavoratori in appalto da cooperative esterne che lavorano nei magazzini sono 700, quelli iscritti al sindacato USB chiedono più salario, una mensa che non c’è, e più diritti.

OPERAIO IN SCIOPERO Non si può mantenere una famiglia…

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Hanno bloccato i cancelli ai Tir in entrata, creando una coda di chilometri ed è intervenuta la polizia.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Hanno bloccato i cancelli ai tir in entrata, creando una coda di chilometri ed è intervenuta la polizia.

ELISA FORNONI - RESPONSABILE USB BERGAMO Abbiamo fatto tre scioperi qui fuori ai cancelli e tre volte c'è stato l'intervento delle forze dell'ordine.

BERNARDO IOVENE Perché bloccate i camion che passano?

ELISA FORNONI - RESPONSABILE USB BERGAMO Picchetto. Per sciogliere il picchetto c'è l'intervento delle forze dell'ordine.

OPERAIO Non siamo animali, siamo solo persone che chiediamo i nostri diritti, chiediamo il buono pasto in pace.

BERNARDO IOVENE Voi siete tutti dipendenti di cooperative?

OPERAI Si si

BERNARDO IOVENE Se tu vai in malattia?

OPERAIO I primi tre giorni non vengono pagati.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Poi c'è il problema del carico di lavoro

ROBERTO MONTANARI – SINDACALISTA USB PIACENZA In 8 ore un lavoratore movimenta 30 tonnellate di merci.

OPERAIO Il lavoro è molto pesante, fino a 20-25 chili di pezzi che dobbiamo prendere. Loro stanno chiedendo 180 colli all’ora, non è non è possibile per farlo.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La dirigenza aziendale è presente al completo sul posto.

BERNARDO IOVENE Salve.

ITALTRANS Se desidera da fare un'intervista con qualcuno di noi siamo disponibili.

BERNARDO IOVENE Volentieri, voi siete?

ITALTRANS L’Italtrans.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ci invitano quindi a fare una visita guidata nei capannoni, i lavoratori che caricano i pacchi sul muletto sono tutti esterni in appalto dalle 10 cooperative, normalmente ci dice il direttore caricano senza problemi fino a 150 pacchi all’ora a fronte degli 80 che oggi chiedono gli scioperanti.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Questo è uno dei colli che si fa.

MATTEO TESTA - DIRETTORE RISORSE UMANE ITALTRANS SPA Questo è uno dei colli, questo è uno dei colli.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Poi c’è anche questo qua e questo qua. E negli 80 colli c’è dentro anche questo che puoi fare così guarda, questi son sei. Poi c'è anche il cartone di vino per l'amor di Dio.

BERNARDO IOVENE 80 colli all’ora?

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA 80 colli. All’ora io li faccio in un quarto d’ora. Io accetterei a 160 colli perché se ne faccio 200 che si possono fare porto a casa 3-400 euro al mese in più.

MATTEO TESTA - DIRETTORE RISORSE UMANE ITALTRANS SPA Oggi ci sono circa 850 persone. Complessivamente un centinaio sono dipendenti nostri che svolgono altre mansioni.

BERNARDO IOVENE È chiaro che a voi conviene?

MATTEO TESTA - DIRETTORE RISORSE UMANE ITALTRANS SPA E’ un modello organizzativo che ormai è in essere da diversi anni. Credo che l'importante sia il rispetto della legalità.

BERNARDO IOVENE Lamentano straordinari non pagati.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Sono in 40 che si lamentano allora chiediamo agli altri 750 vediamo cosa dicono.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ci propongono quindi di intervistare un dipendente di cooperativa che non sciopera.

BERNARDO IOVENE I colleghi che stanno protestando non sono nella tua cooperativa.

OPERAIO No, sono anche loro fa parte della nostra cooperativa, ognuno è libero di fare quello che vuole nella vita ma per quanto riguarda me ripeto io sono a posto.

BERNARDO IOVENE Tu non hai l'esigenza di avere una mensa qua dentro.

OPERAIO No, sinceramente io no, sono a posto così.

BERNARDO IOVENE La malattia, ti è mai capitato di andare in malattia?

OPERAIO Io in cinque anni, mai fatta.

BERNARDO IOVENE Mai fatto malattia, quindi non hai avuto problemi perché…

OPERAIO Non ho avuto problemi perché..

BERNARDO IOVENE Perché non li crei i problemi.

OPERAIO Quello è, hai già capito tutto, io vengo qua per lavorare e alla fine prendo quello che mi tocca perché lavoro.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Al sentirti dire dal figlio di puttana la gente fuori che sarei io, il figlio di puttana che fa lavorare la gente non è una bella cosa. Se sono rappresentati da gente, che non hanno mai lavorato. È dura ragazzi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Per Italtrans complessivamente lavorano 3000 persone e soltanto 300 sono dipendenti diretti gli altri 2700 dipendono da una dozzina di cooperative e società esterne.

ELISA FORNONI - RESPONSABILE USB BERGAMO Chiaramente loro sono assunti da dieci aziende dieci cooperative diverse hanno dieci trattamenti diversi c'è chi viene pagata la malattia al 100 chi al 70.

BERNARDO IOVENE Tu lavori per una cooperativa?

OPERAIO Io lavoro per la Novecento. Ci sono ancora persone che sono quattro anni che sono qua a lavorare, hanno ancora contratto part time e pretendono che si fermano a fare gli straordinari. OPERAIO Noi al minimo facciamo 10 o 12 ore al giorno. Poi alla fine a fine mese troviamo la busta paga di 1.000, 1.200, 1.300 euro. BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO L’azienda rispetto a questi lavoratori ha pochi obblighi, infatti qui con 800 lavoratori non c’è mensa, e per questo che chi protesta chiede 8 euro al giorno di ristoro.

OPERAIO Non c'è la mensa cioè i salari devono aumentare almeno di 280 euro al mese.

BERNARDO IOVENE Loro chiedono 8 euro.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA 8 euro non si sa perché lo chiedono, è impensabile dare. C'è un contratto.

BERNARDO IOVENE Che non prevede la mensa.

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Non lo prevede

BERNARDO IOVENE Lei ha 100 dipendenti ma ne ha 800. Non ha mai pensato di assumere tutti?

CLAUDIO BELLINA - TITOLARE ITALTRANS SPA Tutte le società che lavorano qua dentro, ognuno si gestisce il personale suo. Noi saremmo oggi anche in difficoltà ad assumere tutte queste persone, perché serve una struttura.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Il 90% del personale è più conveniente che venga gestito da società esterne.

SINDACALISTA AL MEGAFONO Due lavoratori sono stati licenziati in questi giorni.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Infatti, solo dopo qualche giorno una di queste società ha inviato ai delegati sindacali delle USB una lettera di licenziamento immediato e un’altra di contestazione con sospensione intercettando dei messaggi WhatsApp tra i lavoratori. E quindi è ripreso il blocco dei tir in entrata e in uscita.

LAVORATORE AL MEGAFONO Vogliamo dentro i nostri fratelli che sono stati ingiustamente licenziati.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ed è intervenuta di nuovo la polizia. A parte questa situazione di conflittualità ci sono migliaia di cooperative, società serbatoi di mano d’opera, che chiudono dopo 2 anni frodando sia il fisco che il lavoratore. È quello che è successo a Simone, nome di fantasia, che lavora per BRT ma attraverso una società esterna che gli ha addebitato le rate del furgone facendogli credere che poi diventava suo.

LAVORATORE BRT C’è la rata 400 euro, Trentatreesima rata sul 65.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO E poi hanno sempre consegnato buste paga che non corrispondevano al reale pagamento.

BERNARDO IOVENE Cioè quello che c'è scritto sulla busta paga non è quello che ti versano in banca

LAVORATORE BRT No, No no

BERNARDO IOVENE è sempre meno

LAVORATORE BRT Meno, meno, meno.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ad esempio, su una cifra accumulata con le consegne di 3. 373 euro gli toglievano oltre agli oneri anche le spese.

LAVORATORE BRT Rata del mezzo 400 euro, assicurazione 164 euro, cessione del quinto.

BERNARDO IOVENE Gasolio.

LAVORATORE BRT 22 Gasolio 795 che lui ha speso, 180 di gomme, è questo è quello che lui ha guadagnato a giugno 2022, lui ha guadagnato 264 euro, quello che è, però in busta paga dice eh… la busta paga è completamente farlocca.

BERNARDO IOVENE Cioè qui dicono 1.963 che lui non ha mai incassato?

LAVORATORE BRT No

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Su quest’altra il fatturato del suo lavoro 3.881 euro arriva a una paga reale di 950 euro.

BERNARDO IOVENE Gli è rimasto 950.

LAVORATORE BRT Tu hai guadagnato questo?

LAVORATORE BRT Sì, sì.

BERNARDO IOVENE E invece risulta?

LAVORATORE BRT 1.600

BERNARDO IOVENE 1.612

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Attualmente Brt, colosso multinazionale dei trasporti, su richiesta della procura di Milano è in amministrazione giudiziaria per frode fiscale e stipula di fittizi contratti di appalto di manodopera. Ha subito un sequestro di 68 milioni di euro, l’operazione ha colpito anche Geodis l’altra multinazionale della logistica e un’azienda intermediaria. Complessivamente lo stato ha recuperato 126 milioni di euro.

BERNARDO IOVENE Quindi 126 milioni di euro

EMILIO PALERMO – TENENTE COLONNELLO GUARDIA DI FINANZA - MILANO 126 milioni di euro

BERNARDO IOVENE Di chi stiamo parlando?

EMILIO PALERMO – TENENTE COLONNELLO GUARDIA DI FINANZA - MILANO Attualmente nelle casse dello Stato. Brt e Geodis.

BERNARDO IOVENE Brt ex Bartolini?

EMILIO PALERMO – TENENTE COLONNELLO GUARDIA DI FINANZA - MILANO Ex Bartolini, che sostanzialmente utilizzavano manodopera a bassissimo costo e in modo illecito, detraggono l'IVA senza averne titolo e soprattutto spesso le buste paga sono state in qualche modo manomesse. Le società che costituiscono il serbatoio della manodopera sono delle società costituite per avere una vita breve non più di tre anni. Scompaiono in modo da essere difficilmente rintracciabili, soprattutto per il fisco. In mezzo ci sono i nuovi schiavi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO I nuovi schiavi sono stati trovati anche in DHL, che ha subito un sequestro da parte della Guardia di Finanza di Milano di 25 milioni, più 35 di interessi e sanzioni, per un totale di 60 milioni di euro.

EMILIO PALERMO – TENENTE COLONNELLO GUARDIA DI FINANZA - MILANO Siamo riusciti a coniugare da un lato la tutela degli interessi dell'erario. Dall'altro lato, DHL ha già assunto 1500 dipendenti. E non solo hanno presentato un piano d'accordo con l'autorità giudiziaria per l'assunzione di ulteriori 1500 lavoratori dipendenti.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ed è quello che auspica il signor Antonio, che consegna e veste nei panni DHL, ma è ancora dipendente da una società esterna.

BERNARDO IOVENE Viaggiate come DHL. Noi percepiamo che voi siete DHL e invece non dipendente da DHL.

ANTONIO GIGLIO - ABACO TRASPORTI SRL Non dipendiamo da DHL. L'auspicio da lavoratore è quello che un domani, oggi io ho quasi 52 anni, un domani che DHL ci assuma in modo diretto, sarebbe un fatto gratificante per noi, perché comunque noi siamo il corriere DHL.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO A 52 anni glielo auguriamo. La Guardia di Finanza è riuscita nella nobile impresa di recuperare quello che non era stato pagato in tasse dunque per il welfare, per la sanità, per la difesa dei più fragili da una parte e dall’altra anche, in alcuni casi, a far assumere quei lavoratori precari dietro ai quali si sono, alle spalle dei quali si sono consumate vere e proprie porcate. Abbiamo visto anche buste paga da 1900 euro, ridursi poi quando vai a vedere quello che ti versavano sul conto a 260 euro. Questo perché nella busta paga facevano scontare ai lavoratori anche le rate per l’acquisto dei mezzi sui quali trasportavano le merci e che credevano poi fossero di proprietà loro, alla fine. Ecco tutto questo è potuto accadere perché mancano i controlli e grazie al meccanismo di questi contratti che favoriscono le disuguaglianze, la precarietà, la 24 mancanza di diritti, dell’osservazione di diritti sul lavoro. Tutto questo in nome della flessibilità. Il padre della flessibilità e della precarietà può essere identificato in Tiziano Treu, un Ministro del Lavoro nel 1997, dei governi Prodi, Dini e Prodi poi commissario INPS del governo Renzi. Ecco è l’uomo che ha introdotto, dopo che era stato abolito nel 1960, il concetto di interposizione di manodopera. Aveva aperto alla flessibilità e questo era un bene ma, introducendo l’interposizione di manodopera, ha consentito che qualcuno guadagnasse alle spalle dei lavoratori, insomma, come fossero degli schiavi. Poi questo concetto di precarietà, di flessibilità è stato ampliato da Biagi nel 2003, la legge Biagi che con l’articolo 29 ha addirittura scaricato tutte le responsabilità che poteva avere il committente sul mediatore, l’interposizione, colui che assumeva poi di fatto i lavoratori. Ecco, questo meccanismo ha consentito che molte cooperative diventasse lo strumento per offrire lavoro a basso costo. Sono proliferate così migliaia di imprese, migliaia di cooperative anche spurie, hanno applicato dei contratti subdoli, mortificando la dignità dei lavoratori. Spesso queste cooperative sparivano, erano intestate a prestanome, a stranieri che non si ritrovavano neppure più e i lavoratori passavano poi in mano ad altre cooperative con condizioni economiche peggiorate, calpestando ogni dignità. E a proposito di dignità siamo il Paese che ha il più vasto patrimonio culturale e artistico al mondo, abbiamo la bellezza di 3.400 musei, 2.100 parchi archeologici, 43 siti Unesco. Investiamo sulla formazione degli operatori culturali, quando poi c’è da valorizzare questi beni, applichiamo loro il contratto di vigilanti, vigilantes!

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO A Verona, città d’arte, nei musei civici, oltre ai dipendenti comunali lavorano anche 65 operatori museali dipendenti e soci di una cooperativa che è vincitrice di una gara d’appalto, la maggior parte sono giovani laureati, conoscono le lingue e sono specializzati nella materia dei beni culturali.

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Sono un operatore museale a Verona. Presto servizio presso la Casa di Giulietta, l'Arena, Castelvecchio.

BERNARDO IOVENE Il vostro contratto? Quello reale, quale deve essere?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Federculture.

BERNARDO IOVENE Quanti di voi hanno questo tipo di contratto?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Nessuno.

BERNARDO IOVENE Che tipo di contratto avete?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA 25 Abbiamo il contratto fiduciario che sono gli operatori di sorveglianza non armata nei musei e la paga è di 4 euro l'ora.

BERNARDO IOVENE 4 euro l'ora?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Più o meno quattro 4 euro.

OPERATRICE MUSEALE DI VERONA Io guadagno all'incirca 1000, 1100 quando va bene. Un contratto del genere, una paga oraria così bassa pensavo non esistesse neanche più una cosa del genere al giorno d'oggi.

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Ci sentiamo sfruttati, presi in giro. Comunque, tanti di noi sono laureati anche nell'ambito artistico e dei beni culturali e non ci sentiamo per nulla valorizzati.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La cooperativa “Le macchine celibi” di Bologna ha vinto l’appalto con il comune di Verona applicando un contratto multiservizi, quello per gli addetti alle pulizie, quindi già penalizzante, ma poi in corsa, senza accordi, unilateralmente, ha peggiorato il contratto in quello della vigilanza, si chiama “servizi fiduciari” che prevede paghe da 4 euro all’ora. Ma il fatto che più ci indigna è che dei lavoratori sino costretti a raccontare la loro condizione di sfruttamento incappucciati. Come fossero dei mafiosi pentiti.

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Ci tolgono il posto di lavoro.

BERNARDO IOVENE Cioè se voi ci mettete la faccia. La cooperativa vi licenza?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Non solo la cooperativa ma anche il Comune

BERNARDO IOVENE Però lei mi diceva che avete un sindacato. Posso parlare con un sindacalista?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Guardi le posso assicurare che non si esporrà proprio perché la paura è forte BERNARDO IOVENE Il sindacato? Non ci mette la faccia?

OPERATORE MUSEALE DI VERONA Il sindacalista guardi penso che la paura è forte soprattutto della direzione museale, molto forte perché hanno questo sistema di minacce di ricatto.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La paura è forte ma è strano che nemmeno il delegato della CGIL a cui abbiamo chiesto un’intervista ha voluto metterci la faccia, allora siamo andati nella sede provinciale della CGIL, dove ci hanno fatto parlare con la segretaria del settore Turismo e servizi della Filcams, ma ci avvisa subito che non ha intenzione di fare il nome della Cooperativa.

BERNARDO IOVENE Perché non fare il nome?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA No, non faccio il nome dell'azienda dai non faccio il nome. Parliamo di Comuni di appalti.

BERNARDO IOVENE Senza fare nomi.

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Ma no, non faccio il nome dell'azienda. ERIKA CATINI –SINDACALISTA FILCAMS CGIL - VERONA Beh, lui penso che lo dirà…

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Va be se lo dirà lui…

BERNARDO IOVENE Ma son loro he hanno cambiato contratto da Multiservizi a fiduciari e quindi dico…

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Ho capito ma è sempre una questione di appalti

BERNARDO IOVENE Ma non fare il nome che cosa comporta il nome visto che se hanno fatto una cosa, hanno fatto una cosa lecita no?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Hanno fatto una cosa lecita dovevano farla insomma col sindacato ma noi non siamo stati d'accordo.

BERNARDO IOVENE E quindi voi cosa fate invece di denunciarli non fate i nomi? Addirittura, i delegati sindacali non ci mettono la faccia perché hanno paura.

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Beh, su questo io non sono d'accordo perché non è vero.

BERNARDO IOVENE A me hanno detto no.

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Eh, vabbè in televisione dai… adesso insomma…

BERNARDO IOVENE Vuol dire che in questo settore c'è una sorta di forma di ricatto verso i lavoratori che magari rivendicano un diritto no? Dico ci dobbiamo abituare a questo?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA No, assolutamente. Finché ci saranno le retribuzioni a 4 euro, ogni azienda cercherà ovviamente di portarsi a casa il risultato per sé stessa. Si è impoverito il lavoro in Italia, questo è il problema.

BERNARDO IOVENE Tornando al caso di Macchine Celibi non hanno fatto niente di straordinario loro, hanno fatto quello che fanno tutti?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Mi sta registrando? Adesso io come posso dire che fanno come tutti? Come posso dirlo? Hanno fatto i loro conti e quindi hanno deciso di cambiare il contratto nazionale da Multiservizi a Vigilanza privata. Così si può dirlo?

BERNARDO IOVENE Non lo so dico, non lo so qual è il problema, non capisco qual è il problema

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA No, voglio dirla bene non la voglio dire male, solo quello ecco...

BERNARDO IOVENE E diciamola bene, come si deve dire bene sta cosa?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA È perché tu sei forte, tu sei giornalista, io sono una sindacalista, la voglio dire bene la roba non la voglio dire male.

BERNARDO IOVENE E diciamola bene come si deve dire questa cosa?

GRAZIELLA BELLIGOLI - SEGRETARIA GENERALE FILCAMS CGIL - VERONA Non è che posso dire che son tutti delinquenti e ve coppo tutti perché allora lo farei tutti i giorni

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La segretaria generale siede al tavolo di confronto con la cooperativa Le macchine Celibi, che ha rifiutato l’intervista, e il Comune che è il committente. Dall’anno scorso 28 è cambiata la giunta, il nuovo assessore dice di conoscere bene la professionalità dei lavoratori in appalto.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA E parliamo di personale che ha, come dire, competenze anche abbastanza importanti laurea, master.

BERNARDO IOVENE Parlano le lingue.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Parlano le lingue, si occupano anche di quelle attività tipiche di un museo di una valorizzazione della cultura.

BERNARDO IOVENE Senta, queste persone prendono 1.000 euro, quando va bene, 1.100 cioè non arrivano oltre, e lavorano 8 ore al giorno.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Sì, c'è un problema vero che riguarda il settore della cultura ed è il fatto che possono essere vengono applicati contratti che nulla c'entrano con la cultura. Secondo me serve un contratto nazionale che dica che quello è il contratto che si applica a tutti i lavoratori della cultura, lavoratori e lavoratrici.

BERNARDO IOVENE Che c’è è Federculture

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Si c’è Federculture. Ne ho parlato anche con la Giunta. Comunque, di far partire da Verona insieme ad altre città d'arte quello che è un manifesto per i lavoratori e le lavoratrici del settore della cultura. Allora è vero che sono un costo in più perché logicamente ha un costo maggiore.

BERNARDO IOVENE Ma voi siete disponibili ad affrontarli?

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Noi siamo disponibili.

BERNARDO IOVENE Questa è una notizia che ci sta dando

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Perlomeno iniziamo a dare qualche risposta.

BERNARDO IOVENE Questa proposta che state facendo a chi la farete? Al Ministro della cultura?

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA L'idea di fare al Ministro della cultura coinvolgendo altre città. Perché è difficile fare cultura non pagando le persone, insomma, diventa anche un po’ umiliante per loro. BERNARDO IOVENE Senta, a proposito di umiliazione, ho intervistato dei lavoratori a volto coperto, volto coperto perché hanno paura delle ritorsioni.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL LAVORO – COMUNE DI VERONA Da parte del Comune possono stare assolutamente tranquilli. Mi dispiace che vengo a sapere da lei di questo clima. Nessuno, secondo il sottoscritto deve lavorare avendo paura di poter dire alcune cose sul proprio lavoro insomma. Credo che sia impensabile al giorno d'oggi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO E invece purtroppo è realtà, e non solo a Verona, i lavoratori in appalto del Colosseo, uno dei monumenti più visitati al mondo, attualmente hanno un contratto multiservizi che sono 2 euro in più rispetto ai colleghi veronesi, ma la nuova gara è stata vinta dal CNS, un consorzio a cui è associata anche la Coop di Verona, i lavoratori sono talmente preoccupati, che non vogliono mostrarsi.

OPERATRICE MUSEALE DI ROMA Siamo lavoratori dei beni culturali altamente specializzati. Il nostro contratto collettivo è quello dei servizi delle pulizie. Noi rischiamo che la società subentrante applichi Servizi Fiduciari. Contratti da 4,50 euro l'ora di vigilanza privata che nulla hanno a che fare con la nostra professionalità, per cui materialmente siamo andati a finire probabilmente dalla padella alla brace.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Il prossimo datore di lavoro è CNS, il Consorzio Nazionale di Servizi, che fa parte di Lega Coop, che rappresenta 15.000 cooperative la presidente del settore culturale ci informa che nel settore museale attualmente applicano il contratto multiservizi contratti e che la Coop Le macchine Celibi che aderisce tuttora al CNS Consorzio è stata espulsa dalla Lega Coop.

GIOVANNA BARNI - PRESIDENTE NAZIONALE CULTURMEDIA LEGACOOP È stata espulsa ormai da moltissimi anni da Legacoop per cui.

BERNARDO IOVENE Mi può dire il motivo per cui?

GIOVANNA BARNI - PRESIDENTE NAZIONALE CULTURMEDIA LEGACOOP Uno dei motivi è anche questo la non applicazione dei contratti.

BERNARDO IOVENE Questa cooperativa però fa parte di questo consorzio nazionale che è legato a Legacoop.

GIOVANNA BARNI - PRESIDENTE NAZIONALE CULTURMEDIA LEGACOOP Il Consorzio nazionale è Legacoop.

BERNARDO IOVENE Però lo possiamo dire che sono contratti vergognosi questi a 4 euro l'ora.

GIOVANNA BARNI - PRESIDENTE NAZIONALE CULTURMEDIA LEGACOOP Noi siamo ben disponibili a creare, diciamo, un'omogeneità quanto più possibile contrattuale.

BERNARDO IOVENE Legacoop si schiera contro, contro l'utilizzo di questi contratti di servizi fiduciari? Questo voglio sapere semplicemente.

GIOVANNA BARNI - PRESIDENTE NAZIONALE CULTURMEDIA LEGACOOP Ma noi non siamo solo contrari a questo siamo disponibilissimi a sederci intorno a un tavolo per fare uno Statuto unico del lavoro culturale e tutte quelle condizioni contrattuali dignitose.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO L’associazione più rappresentativa della cooperazione è Confcooperative, riunisce 17.000 imprese di cui 1.200 nel settore cultura, turismo e sport.

IRENE BONGIOVANNI - PRESIDENTE DIVISIONE CULTURA TURISMO E SPORT- CONFCOOPERATIVE Le nostre cooperative non credo applichino questo contratto. Ma soprattutto bisogna interrogarsi sul perché viene permesso in alcuni casi dalle stazioni appaltanti di applicare questo contratto.

BERNARDO IOVENE Ve la sentite di fare una proposta che da oggi in poi si deve applicare un altro tipo di contratto che non sia quello delle pulizie?

IRENE BONGIOVANNI - PRESIDENTE DIVISIONE CULTURA TURISMO E SPORT- CONFCOOPERATIVE Si! Siamo d'accordo nel dirci che serve una linea guida per le stazioni appaltanti, per degli appalti che tengano conto delle risorse adeguate e che ci sia il riconoscimento dell'offerta qualitativa delle offerte e dall'altra l'impegno da parte nostra di applicare dei contratti del settore adeguati.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, tutti si dicono disponibili a rivedere questi contratti da 4 euro l’ora, il Comune di Verona, Legacoop, Confcooperative, ma allora perché non lo fanno? Dovrebbe far sentire la sua voce anche il ministro della cultura Sangiuliano di fronte a questa indecenza. Abbiamo speso 9 milioni di euro per magnificare le nostre bellezze, poi quando si tratta di retribuire giustamente chi quelle bellezze le ha studiate, e potrebbe valorizzarle agli occhi dei turisti che vengono a visitarle, li paghiamo come dei vigilantes privati. Ora in questo caso, una delle tante cooperative che si comporta 31 in questo modo è Le macchine celibi. È un’associazione di Bologna, nata da ex studenti, dovrebbero apprezzare il valore e il sacrificio dello studio. Sul loro sito ostentano i requisiti di onestà, solidarietà, equità, trasparenza però, il suo capo, il loro capo Carlo Terrosi, con noi non ha voluto parlare. Ed è un pessimo segnale perché questi hanno cambiato il contratto strada facendo, peggiorando la dignità e le condizioni di vita dei lavoratori e nessuno ha detto nulla. Non hanno detto nulla neppure quei lavoratori delegati sindacali, evidentemente non si sentivano tutelati sufficientemente dai sindacati provinciali e regionali che rappresentano. E anche perché insomma qui bisogna capire gli stessi sindacati che hanno degli interessi in quei fondi bilaterali, sono stati istituiti per legge per la formazione, la ricollocazione dei lavoratori ma beccano un 4% di contributo in ogni rapporto di lavoro somministrato che viene attivato. Cioè, quando poi non hanno diretti interessi nelle cooperative che somministrano lavoratori. Insomma, sono entrati nel business del precariato che dovrebbero invece tutelare. Poi ci sono altri contratti che sono stati invece giudicati irregolari da Inail e Inps e riguardano quelli degli istruttori delle palestre e delle piscine negli impianti sportivi. Si è accorto improvvisamente di loro lo Stato quando, dopo la pandemia, doveva pensare ai ristori dice: ma da dove sono spuntati tutti questi invisibili?

BERNARDO IOVENE Questi sono i tuoi ragazzi?

ANDREA SALVATORI - ALLENATORE ASD PESARO RUGBY Si è la squadra che alleno, io sono Andrea Salvatori e sono un collaboratore sportivo.

BERNARDO IOVENE Fino adesso come sia stato retribuito?

ANDREA SALVATORI - ALLENATORE ASD PESARO RUGBY Contratto di collaborazione sportiva prevede appunto una retribuzione che è fino ai 10.000 euro annui non prevede tassazione.

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA Sono un istruttore sportivo di ginnastica artistica.

BERNARDO IOVENE Lei lavora da 24 anni.

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA E non ho accumulato niente

BERNARDO IOVENE Non ha contributi.

BERNARDO IOVENE Si chiama collaborazione sportiva.

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA Collaborazione sportiva, contratto di collaborazione sportiva.

PAULA SESMA - ISTRUTTRICE DI NUOTO - MILANO Io sono una istruttrice di nuoto

BERNARDO IOVENE E viene retribuita come?

PAULA SESMA - ISTRUTTRICE DI NUOTO - MILANO Come collaboratore sportivo, contratto che non ha nessun tipo di tutela, non abbiamo pensione o malattia. Non abbiamo Inail, non abbiamo vacanze, non abbiamo tredicesima, TFR, niente assoluto è un contratto da nero legalizzato.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO È il mondo dello sport? Piscine, palestre, campi di football. A guidare le attività dilettantistiche sono in realtà circa 600.000 professionisti. In gran parte però sono retribuiti come dilettanti volontari. GIORGIO ORTOLANI – NIDIL- CGIL TICINO OLONA (MI) Gli istruttori, gli addetti alla reception, i contabili e tutto il resto del personale sono assunti come collaboratori sportivi. Questo tipo di, questa tipologia di contratto è utilizzata in modo irregolare.

BERNARDO IOVENE Se questo non è lecito, perché viene applicato?

GIORGIO ORTOLANI – NIDIL- CGIL TICINO OLONA (MI) Perché ci hanno provato!

BERNARDO IOVENE Ah, perché ci provano? GIORGIO ORTOLANI – NIDIL- CGIL TICINO OLONA (MI) Ci provano e finora non era mai successo nulla.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La Cgil ha aperto varie vertenze con gli impianti sportivi privati e pubblici per far riconoscere ai lavoratori il rapporto di subordinazione. Il contratto di collaborazione sportiva, invece, andrebbe applicato solo ai volontari dilettanti.

GIORGIO ORTOLANI – NIDIL- CGIL TICINO OLONA (MI) In tutti i casi delle vertenze aperte, in realtà all'ultimo minuto le aziende hanno conciliato riconoscendo le differenze retributive al lavoratore, ma non sono volute andare ovviamente in giudizio.

BERNARDO IOVENE In giudizio.

GIORGIO ORTOLANI – NIDIL- CGIL TICINO OLONA (MI) Nel senso che se il lavoratore fa causa alla fine vince. BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Il lavoratore vince. Ed è successo tutte le volte, anche quando e se arrivano gli ispettori dell'Inps.

PASQUALE TRIDICO - PRESIDENTE INPS 2019-2023 Questo è successo proprio perché appunto la norma prevede degli indici di subordinazione. Quando gli ispettori li rilevano sono costretti a inquadrare i lavoratori in quelle forme e quindi a richiedere contributi non versati.

PAULA SESMA - ISTRUTTRICE DI NUOTO - MILANO Questi contratti sono illegali ma comunque continuano a farli.

ANDREA SALVATORI - ALLENATORE ASD PESARO RUGBY Ad oggi c’è una difficoltà di fondo nel concepire la forma dell’allenatore come un lavoratore. È dieci anni che faccio questo lavoro, non ho un contributo versato. Un qualunque lavoratore se sta male è tutelato. Perché noi no?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Della condizione di questi lavoratori ci si è accorti durante il lockdown, centinaia di migliaia erano senza tutele e quindi senza ristoro.

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA Nessuno lo sapeva. Le prime, i primi incontri erano proprio quasi non è possibile che non hanno un ammortizzatore. Invece lì poi Sport e salute ha erogato un contributo che abbiamo preso. Devo dire la verità.

BERNARDO IOVENE Siete riusciti ad avere qualcosa…

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA Il contributo l'abbiamo avuto e lì si è aperta questa finestra. Il collaboratore sportivo Chi? Chi è? Come funziona? E infatti…

BERNARDO IOVENE Siete emersi.

LUCA FARENGA - ISTRUTTORE DI GINNASTICA ARTISTICA - ROMA Siamo emersi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Ed allora si è pensato a una legge che obbliga le associazioni le imprese le cooperative sportive a stabilire un rapporto di lavoro da dipendente da co.co.co. o a partita IVA, ma dal 2021 non è ancora entrato in vigore, subendo continui rinvii e modifiche.

GIORGIO ORTOLANI - NIDIL CGIL TICINO OLONA (MI) Le associazioni sportive, il Coni e tutti erano per ritardare perché questa comporterà ovviamente un aumento dei costi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Il nuovo ministro ha stabilito dei tavoli di confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e le imprese sportive, che al momento però continuano a pagare gli istruttori con il contratto di collaboratore sportivo ritenuto irregolare.

BERNARDO IOVENE Fino adesso li avete pagati come li pagano tutti.

IRENE BONGIOVANNI - PRESIDENTE DIVISIONE CULTURA TURISMO E SPORT - CONFCOOPERATIVE Arriviamo da una fase pandemica per cui le cooperative e le associazioni sono in difficoltà.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Attualmente, dopo varie proroghe, l'entrata in vigore è prevista per il 1º luglio,

BERNARDO IOVENE Ci sono molte resistenze per far applicare questa legge. Innanzitutto, lei si prende l'impegno che dal primo luglio va in vigore.

ANDREA ABODI - MINISTRO PER LO SPORT E I GIOVANI Ah, l’ho detto più volte, adesso diventa ancora più ufficiale. Abbiamo riaperto comunque un ascolto con le categorie e gli organismi sportivi, devono trovare un equilibrio dal punto di vista delle ore durante la settimana alcuni aspetti tecnici diciamo così fondamentalmente che sono importanti.

BERNARDO IOVENE Ah, ma sono importanti, perché lei lo sa, fatta la legge si trova l'inganno.

ANDREA ABODI - MINISTRO PER LO SPORT E I GIOVANI Tanto abbiamo un fondo che svolgerà la funzione di ammortizzatore sociale un fondo che consente di abbassare l'impatto degli oneri contributivi.

BERNARDO IOVENE Probabilmente a luglio cambierà tutto, come vi adeguerete?

SIMONE MATTIOLI –PRESIDENTE ASD PESARO RUGBY Probabilmente questa cosa porterà ad un inevitabile aumento dei costi di gestione di questo personale, ma è una cosa che se va nella direzione di tutelare di più chi lavora per lo sport è una cosa giusta.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Speriamo l’approvino presto questa norma, visto che di tanto in tanto la rimandano. Insomma, è l’ennesimo schiaffo in faccia ai lavoratori. Schiaffo a cui ha contribuito spesso anche l’Europa a cominciare dalla lettera dell’estate del 2011 di Trichet e Draghi a Berlusconi governo che stava per cadere. I due chiedevano sostanzialmente di rivedere i parametri dei salari e delle condizioni dei lavoratori in base alle esigenze delle imprese. Cosa che poi è stata fatta nell’accordo del 28 giugno, nell’incontro tra sindacati e industriali. Poi c’è, è arrivato il governo Monti- Fornero. Sono diminuite le tutele per i lavoratori precari, a partire per esempio dal fatto di chi veniva licenziato ingiustamente insomma si rendeva più difficile il reintegro. Poi sono stati ampliati i meccanismi per le prestazioni occasionali, per esempio i voucher, poi è arrivato il governo Renzi, il ministro Poletti che ha ampliato l’utilizzo del contratto a tempo determinato, spostandolo fino a tre anni e poi sono state svuotate le motivazioni per cui si ricorreva per esempio ai co.co.co o comunque ai lavori in somministrazione. Poi è stata dichiarata nulla, per esempio, la cassa integrazione per quei lavoratori che lavoravano per aziende che venivano chiuse definitivamente, è stato rivisto lo spirito dell’articolo 18 per l’ingiusta causa del licenziamento, non era più obbligatorio il reintegro, bastava il risarcimento economico. Infine, è stato consentito l’utilizzo di telecamere sul luogo di lavoro, somma ipocrisia, non sui lavoratori ma sui macchinari. E insomma ecco, l’ultimo provvedimento che ha ampliato la precarietà è quello dell’ultimo primo maggio, Festa dei Lavoratori, quando il governo, a parte il taglio del cuneo fiscale che consentirà ai lavoratori di avere un centinaio di euro in più, in alcuni casi, ha ampliato ancora di più la flessibilità e la precarietà. Ecco ne vedremo delle belle con la modifica del codice degli appalti che consente appalti, subappalti, subappaltini. Ecco forse dal mercato degli schiavi si uscirà solo quando politici e imprenditori avranno la consapevolezza che nella stipula del contratto, insomma, non c’è il corpo ma la dignità della persona.

Milano, giudice: paghe da fame sono illegittime, anche se accettate dai sindacati. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 7 Aprile 2023

Una lavoratrice di Padova, la quale svolgeva un lavoro subordinato al contratto collettivo nazionale di Vigilanza privata-Servizi fiduciari, ha vinto la causa intentata contro il proprio datore di lavoro per via della paga troppo bassa. Secondo il giudice del tribunale di Milano, infatti, una paga misera – la donna percepiva appena 3,96 euro l’ora, per un totale netto di 640 euro al mese – è incostituzionale in quanto “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36 della Costituzione). La sentenza crea un precedente importante, dal momento in cui dichiara illegittimo un contratto collettivo nazionale, accettato dunque dai sindacati, in base al quale sono stati assunti decine di migliaia di lavoratori, che ora potranno pretendere condizioni economiche migliori.

Lavorare dodici mesi l’anno per percepire uno stipendio inferiore al reddito di cittadinanza e vivere al di sotto della soglia di povertà, fissata dall’ISTAT a 840 euro mensili. Un destino che accomuna circa un lavoratore italiano su dieci. Una parte di questi offre la propria forza lavoro seguendo le condizioni dettate da un contratto collettivo nazionale, frutto dunque di un’intesa tra le aziende e le forze sindacali, che dovrebbero in teoria tutelare i dipendenti. Il giudice del lavoro di Milano, Tullio Perillo, ha però condannato la Civis, importante società di vigilanza privata con sede legale a Milano, a pagare a una propria dipendente un risarcimento di 372 euro lordi in più per ogni mese (oltre 6.700 in totale), ovvero il differenziale tra la paga versata e quella prevista per un servizio di portierato. «È una vittoria storica, che apre la strada anche ad altri lavoratori nella stessa situazione in Italia, circa 100mila, e soprattutto dice ai sindacati che avevano siglato questo collettivo, nel caso specifico CGIL e CIS, che quei contratti da fame non vanno firmati», ha commentato Mauro Zanotto di ADL Cobas, la quale ha sostenuto la lavoratrice durante la causa.

L’associazione sindacale ha poi aggiunto che a Padova, dove vive la lavoratrice, sarebbero pendenti un’altra ventina di cause simili, sempre legate al settore dei servizi fiduciari, in cui insistono 4 contratti collettivi differenti. «Non solo in aziende private, come Civis, ma anche in settori del pubblico impiego, Esu, ospedali, Agenzia delle Entrate». Si tratta soltanto della punta di un iceberg tutto italiano su cui la sentenza del giudice Tullio Perillo ha puntato i riflettori. [di Salvatore Toscano]

Estratto dell’articolo di Cristiano Cadoni per lastampa.it il 6 aprile 2023.

Povero, anzi poverissimo. E pure contrario ai princìpi della Costituzione. Quello dei lavoratori con contratto Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie ma con tante altre mansioni, anche qualificate - è uno stipendio da fame, irrispettoso della dignità delle persone.

 Lo ha stabilito, con una sentenza storica, un giudice del lavoro di Milano che ha accolto il ricorso di una lavoratrice padovana, sostenuta nella sua causa da Adl Cobas Padova e dagli avvocati, anch’essi padovani, Giorgia D’Andrea e Giacomo Gianolla.

La paga di 3,96 euro orari che veniva corrisposta alla lavoratrice - quella prevista dal contratto nazionale - per il giudice viola l’articolo 36 della Costituzione, laddove è sancito che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Dunque uno stipendio di 930 euro lordi al mese - poco più di 640 netti - è illegittimo, anche perché inferiore al reddito di cittadinanza o a una mensilità di cassa integrazione.

 Per questo la causa è stata accolta e la Civis, società di vigilanza per la quale lavora la donna, è stata condannata a pagare un risarcimento di 372 euro lordi in più per ogni mese (6,756,04 in totale), cioè la differenza tra la paga versata e quella prevista per un servizio di portierato, che pure sarebbe il lavoro povero per eccellenza.

La sentenza spalanca scenari tutti da esplorare per almeno tre motivi. Il primo: dietro questa causa ce ne sono tante altre avviate da lavoratori che hanno lo stesso contratto.

 Il secondo: i lavoratori dei servizi fiduciari sono impiegati soprattutto da enti pubblici. […] Fanno funzionare servizi essenziali ma sono sfruttati, nel silenzio complice degli enti.

 Il terzo motivo: ora quel contratto nazionale - sottoscritto da Cgil e Cisl - teoricamente non può più essere applicato, a meno che le società non adeguino il trattamento, che era comunque - nel caso della Civis - inadeguato anche per altri aspetti.

Ma anche gli altri contratti di settore (l’Aiss e il Safi, sottoscritti da altri sindacati) nella sentenza sono stati certificati come inadeguati, perché prevedono retribuzioni mensili che variano dai 642,34 euro (Aiss) ai 711,29 (Safi).

 La causa e le condizioni di lavoro

La vicenda prende avvio a novembre del 2022 quando una lavoratrice padovana […] ricorre contro il trattamento economico che le spetta in base al contratto nazionale, chiedendo che sia adeguato quantomeno a quello dei servizi di portierato.

 La donna porta a casa poco più di mille euro al mese ma solo perché fa oltre 160 ore di straordinario al mese, condizione anche questa oggetto di contestazione.

 Oltretutto Civis non le paga la malattia (e la sentenza la condanna a risarcire 345,45 euro per questa voce).

[…] «Il fatto che sia lo stipendio previsto dal contratto nazionale approvato da Cgil e Cisl - punto sul quale si è basata la difesa di Civis - non può essere una giustificazione», sottolineano i legali, «perché i sindacati possono anche conoscere bene la realtà lavorativa ma non stabilire cosa è dignitoso e cosa no».

 […] Terzo aspetto, gli straordinari. Tra i lavoratori c’è chi ne fa più di 80 ore al mese, da aggiungere a orari già massacranti. «Civis ha sostenuto che il lavoro non è pesante perché discontinuo», spiega Marco Zanotto di Adl Cobas, «ma questi lavoratori non si limitano ad aprire una porta. Controllano gli accessi, sbrigano la corrispondenza, danno informazioni, gli è richiesta formazione antincendio, sono impegnati di continuo. Nel periodo del Covid gestivano anche gli accessi ai punti tampone». […]

La lotta contro la paga sotto la soglia di povertà. “Lo stipendio da 3,96 l’ora è anticostituzionale”, la storica sentenza che condanna l’azienda. Elena Del Mastro su Il Riformista il 6 Aprile 2023

La sua paga effettiva oraria era di 3,96 all’ora, lavorando per 12 mesi all’anno per una società di vigilanza, nonostante l’applicazione del contratto nazionale di settore. Secondo un giudice del lavoro di Milano una paga che la poneva sotto la soglia di povertà, dunque anticostituzionale. Così ha dato ragione a una lavoratrice perché, si legge nella sentenza, è stato violato l’articolo 36, secondo il quale “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

A ricostruire la vicenda è l’Ansa. La lavoratrice, impiegata nel servizio di portierato in un magazzino della grande distribuzione, percepiva uno stipendio netto intorno ai 640 euro, meno del reddito di cittadinanza. Secondo l’Istat la soglia di povertà è stimata a 840 euro. Sul tavolo del giudice ci sarebbero anche altre sentenze simili. Con la sentenza l’azienda è stata condannata a pagare un risarcimento per ogni mese di lavoro effettuato, ovvero il differenziale tra la paga versata e quella prevista per un servizio di portierato.

La mia cliente doveva insomma lavorare circa 70 ore alla settimana per ottenere uno stipendio che si aggirasse intorno ai mille euro – ha detto l’avvocato Giacomo Gianolla a Repubblica – Una situazione assurda, com’è assurdo che un suo collega single, non potendo contare su nessun supporto per il pagamento dell’affitto, sia costretto da almeno due anni a vivere con il frigorifero spento perché altrimenti non riuscirebbe a far fronte al pagamento delle bollette. Mio nonno negli anni Settanta scaricava le merci dalle navi al porto di Venezia e poteva permettersi di tenere il frigo acceso. Sono passati 50 anni e siamo tornati drammaticamente indietro“.

Nella sentenza si legge infatti che “non si può certo ritenere sufficiente e proporzionata una retribuzione laddove sia inserita all’interno di una contrattazione collettiva che pure remuneri in maniera significativa il lavoro straordinario, di fatto imponendo a ogni lavoratore di lavorare tutte le ore di straordinario possibili, così anche rischiando di pregiudicare la propria salute, per potersi allineare a valori economici di stipendio dignitosi”.

Il legale ha spiegato che il tribunale si è pronunciato sulla nullità del contratto collettivo applicato in quell’azienda, che non è rinnovato da oltre dieci anni e prevedeva una retribuzione davvero ridicola per un lavoro a tempo pieno. “Un lavoratore è così obbligato, per arrivare a 1200/1300 euro mensili, a fare fino a mille ore di straordinario all’anno – ha detto ancora l’avvocato – Il che vuol dire, tolte le ferie, più di 100 ore al mese. Quindi circa 270 ore al mese. Vuol dire lavorare anche 12 ore al giorno”. Una sentenza definita “storica” da Adl Cobas che ha sostenuto la battaglia della lavoratrice: “Apre la strada anche ad altri lavoratori nella stessa situazione in Italia, circa 100mila”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto dell’articolo di Chiara Tadini per today.it il 10 marzo 2023.

 “Non si trova personale". "I giovani non hanno più voglia di lavorare". "Non c'è più spirito di sacrificio, preferiscono stare sul divano a prendere la disoccupazione". Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito o letto sulle pagine dei giornali queste frasi ripetute dagli imprenditori?

 Non fanno eccezione quelli del settore turistico, con centinaia di appelli lanciati a mezzo stampa o social in cui albergatori, ristoratori e titolari di stabilimenti balneari denunciano la difficoltà nel reperire baristi, camerieri, cuochi, animatori e altre figure lavorative del comparto.

Ho provato a candidarmi ad alcune offerte di lavoro stagionale sulla riviera romagnola, mettendo in curriculum le mie reali esperienze nel settore turistico (e omettendo, per ovvi motivi, la laurea in giornalismo e le mie attività lavorative in ambito giornalistico). Le proposte ricevute, purtroppo, hanno confermato i miei dubbi sull'affidabilità degli appelli degli imprenditori balneari.

 Tra le offerte di lavoro alle quali ho risposto inviando il mio (finto) curriculum, c'è un hotel a tre stelle della zona tra Cesenatico e Bellaria. L'annuncio pubblicato online dava poche informazioni: si cerca animatrice o animatore, preferibilmente con un anno di esperienza, preferibilmente conoscenza della lingua inglese, contratto a tempo determinato, turno diurno e stipendio 1.000-1.200 euro al mese. Non passano neanche cinque minuti dall'invio della mia candidatura che vengo ricontattata telefonicamente dal titolare.

Innanzitutto non mi era mai capitato di ricevere una risposta in maniera così rapida; oltre a questo, mi stupisce la gentilezza della persona dall'altra parte del telefono, che fa di tutto per mettermi a mio agio e si aspetta che sia io a fargli una proposta di retribuzione. Il tutto con una semplice chiamata telefonica nel quale non mi chiede neanche di descrivere le mie esperienze precedenti (che ho appena abbozzato nel curriculum): sembra quasi che stia aspettando solo che io dica "Ok, accetto" per offrirmi il lavoro. […]

L'albergatore mi spiega che in passato si è rivolto alle agenzie di animazione per l'invio di animatori, ma di avere avuto problemi perchè "sono ragazzi pagati poco e inquadrati male". Sembra una buona partenza. Prosegue spiegandomi subito gli orari di lavoro: due ore al mattino, dalle 10 a mezzogiorno, poi tre ore al pomeriggio, due ore di pausa per la cena e di nuovo dalle 20.30 fino alle 10 di sera. […]

 Benissimo, visto che sembra già deciso a offrirmi il lavoro passo subito al sodo: contratto e retribuzione. "Considera che noi non possiamo assumerti come animatrice, ma ti assumeremo come tuttofare come abbiamo fatto in precedenza con altre animatrici". Perchè non può assumermi come animatrice? Forse perchè il tuttofare è il livello di inquadramento più basso del Ccnl del turismo...?

Ma lui continua: "Per quanto riguarda lo stipendio dimmi tu, a quanto pensavi?". La butto sul ridere: "Beh allora direi 10mila euro al mese". Dopo un rapido scambio di battute arriva la proposta, quella vera. "Io offro 1.200 euro al mese, che non sono pochi". In effetti ho visto di peggio, anche se in questa offerta si richiede anche il lavoro serale, che per legge deve essere pagato di più.

 "Naturalmente non saranno proprio 1.200 in busta paga". Alt: in che senso? L'albergatore farfuglia un po': "Mah, adesso devo sentire bene con il commercialista... Sai, una parte dei soldi si dà in busta paga... L'altra fuori busta...". Cioè in nero? "Si esatto, fuori busta". Ma come? Non erano le agenzie di animazione quelle che pagavano poco e male? Ringrazio per l'offerta e riaggancio.

 Un secondo imprenditore mi chiama un paio d'ore dopo l'invio del mio curriculum. La posizione da ricoprire, si legge nell'annuncio, è quella di barista in un bar in spiaggia poco lontano dall'hotel della prima offerta. "Tempo parziale mattina dalle 7.30 alle 15.30" (e già viene da chiedersi perchè scrivano tempo parziale se poi la giornata lavorativa è la classica full time da otto ore).

La prima cosa che mi specifica il titolare è che in realtà stanno cercando un "aiuto barista". Gli orari sono quelli, dal lunedì alla domenica senza giorno di riposo - cosa illegale: il dipendente stagionale, alla pari di qualunque altro dipendente, ha diritto a 24 ore di riposo consecutive settimanali, e se la norma non viene rispettata le multe possono arrivare fino a 10mila euro. […]

 Passiamo a contratto e retribuzione, e qui la situazione si fa davvero confusionaria. "Il contratto è a tempo determinato per tre mesi, però devo sentire con il commercialista se posso farti anche un contratto da apprendista, perchè con quello riesco a darti qualcosa in più in busta paga e a pagare meno contributi".

Mi pare strano: un apprendista è pagato più di un non apprendista? Provo a chiedere delucidazioni: "Ma intendi il contratto di apprendistato? Perchè in tal caso la retribuzione è inferiore, non superiore a quella di un normale dipendente". "Ah... Non lo so... Non me ne intendo...". Vabbè, confidiamo nell'eventuale aiuto del commercialista.

 Ma lo stipendio per un normale contratto a tempo determinato qual è? "1.100 euro". Lordi o netti? La mia domanda lo spiazza: "Oddio non lo so, io faccio un bonifico da 1.100 euro... Sei la prima che me lo chiede in tanti anni".  […]

 Terzo imprenditore, titolare di due stabilimenti balneari nella stessa zona dei primi due colloqui. "Cerchiamo due bariste, ma facciamo una gran fatica a trovare personale", premette subito. Poi mi spiega le mansioni, che vanno ben oltre quelle della semplice barista: "Siamo in pochi e quindi tutti fanno tutto, dal preparare i caffè, al servirli al tavolo, alle pulizie, alla cassa, a darmi una mano a me ai fornelli".

Lavoro anche di cucina quindi: bene, di solito il settore è pagato di più. La stagione è quella che qui viene definita "lunga", da Pasqua fino a metà settembre. La giornata lavorativa va dalle 8 del mattino alle 20.15 di sera e si lavora su turni di 8 ore e mezza.

 Chiedo informazioni sul giorno di riposo: "Eh qui siamo in pochi, non riusciamo a fare il giorno di riposo". Questo significa lavorare per più di 5 mesi full-time senza neanche un giorno per rifiatare. E chi ha mai "fatto una stagione", come si dice nel settore, sa bene quanto siano massacranti le giornate di lavoro. Bene, passiamo all'argomento retribuzione. "Il primo mese io do 1.300 euro, poi se la ragazza va bene si passa a 1.500". Lordi o netti? Anche in questo caso ricevere una risposta precisa è quasi impossibile:

 "1.300 sono quelli in busta paga... Non so... Io do quelli... Immagino siano lordi". Anche se fossero netti, comunque, significherebbe meno di 5 euro all'ora. Figuriamoci netti. "Grazie per l'offerta, ci penso e in caso ci risentiamo". […]

Estratto dell’articolo di Dimitri Canello per corriere.it il 13 febbraio 2023.

«Cercansi cameriera part-time, solo con contratto». Campeggia così, in bella vista da alcuni giorni vicino alle casse, il cartello de L’Intermezzo di via Nicolò Tommaseo a Padova. Il locale offre servizio bar e pranzi veloci e si è messo alla ricerca di una cameriera part-time.

 Il contratto è chiaro e cristallino: «Offriamo un part time di tre ore al giorno — spiega uno dei due titolari, Davide Baldin — l’inquadramento è quello di cameriera di quinto livello, il contratto è quello nazionale Fipe. Inserendo la quota tredicesima e quella della quattordicesima di arrivano a percepire 600 euro al mese circa, a cui va sommato il tfr di 2 mila euro se si resta in carica per due anni. A tutto questo vanno aggiunte le ferie».

Qual è l’inghippo allora? Il problema è che le richieste che sono arrivate hanno letteralmente spiazzato i titolari. Perché le candidate hanno chiesto senza troppi giri di parole di lavorare in nero: «Ce lo hanno detto chiaro e tondo — prosegue Baldin — come se fosse la cosa più naturale del mondo. C’è chi è stato più discreto, chi invece ha proprio specificato che, essendo titolare del reddito di cittadinanza, non voleva perdere quel privilegio. Siamo rimasti sbigottiti».

Il locale è aperto da 28 anni, i due titolari sono fratelli, a Davide (57 anni) si affianca Alberto, 55. Quasi tre decadi di duro lavoro, una presenza costante nella zona della Fiera e del Tribunale, che ha sempre garantito un’ottima clientela: «Noi continuiamo la nostra ricerca — sottolinea Baldin — e speriamo davvero di poter trovare la candidata giusta. […]

R.E. per “la Stampa” l’11 Febbraio 2023.

Quasi la metà dei lavoratori dipendenti è impegnato in orari "antisociali" di sabato, domenica, nei giorni festivi o di notte. Questo è quanto emerge da un'indagine dell'Inapp secondo la quale il 60% dei lavoratori subordinati fa lavoro straordinario e un quarto di questi senza una paga supplementare. In pratica, su un campione di 45mila individui riferita al 2021, il 15,9% del totale dei lavoratori dipendenti è costretto ad andare oltre l'orario stabilito dal contratto senza che lo sforzo sia retribuito.

 Secondo lo studio il 18,6% dei dipendenti lavora sia di notte che nei festivi (circa 3,2 milioni di persone), il 9,1% anche il sabato e i festivi (ma non la notte), mentre il 19,3% anche la notte (ma non di sabato o festivi).

Il dato dell'indagine, spiegano i ricercatori, potrebbe essere legato anche all'ampio utilizzo dello smartworking nel 2021. Secondo i dati Eurostat riferiti sempre al 2021 sul totale degli occupati (non solo i dipendenti) il 34,2% lavora il sabato, il 14,3% lavora la domenica, il 12,3% la sera (molto meno del 16,3% del 2019 prima della pandemia) e il 5,9% la notte (contro l'8,3% del 2019) Gli uomini – sottolinea la ricerca – sperimentano di più sia il solo lavoro notturno, sia quello svolto sia di notte che nei festivi; le donne, invece sono impegnate più il sabato o nei festivi.

«Spesso la domanda di lavoro richiede disponibilità che confliggono con le esigenze di vita – afferma il presidente Inapp, Sebastiano Fadda, presidente dell'Inapp – è vero che per alcuni settori economici, come il commercio o la sanità, e per alcune professioni, come quelle dei servizi, il lavoro notturno o nei festivi è connaturato alla natura della prestazione, ma è anche vero che questa modalità sembra diffondersi anche dove non è strettamente necessaria. È urgente avviare una seria riflessione».

Giovani, formati e con stipendi da fame: lo sfogo sui social contro lo sfruttamento a cui la politica resta sorda. Chiara Sgreccia su L’Espresso il 7 Febbraio 2023.

Il video virale dell’ingegnera è solo l’ultimo esempio. Sempre più lavoratori consegnano al web la delusione per le enormi disuguaglianze retributive. Il docente Scarpelli (Bicocca): «Andare dai giudici non è la soluzione, ma nei casi gravi sarebbe giusto farlo»

«Io a 27 anni devo vivere con 750 euro?». Il video in cui Ornela Casassa, una giovane ingegnera di Genova, racconta su TikTok le paghe da fame proposte a chi entra nel mercato del lavoro è passato sugli schermi di mezza Italia. È solo l’ultima di una lunga lista di giovani professionisti che consegnano ai social, a volte in via anonima, la delusione per le offerte che ricevono. Un “format” capace di accendere i riflettori su un problema, ma a cui nessuna istituzione fornisce poi una risposta.

«Quel no me lo sono potuta permettere. Perché i miei genitori mi avrebbero rimesso un tetto sulla testa se avessi perso l’affitto. Molti invece avrebbero dovuto accettare», ha spiegato Casassa a Repubblica. «Ma davvero vi sorprendete che i giovani siano sottopagati?».

Sulla stessa falsa riga c’è la denuncia di un architetto consegnata alla pagina Instagram Riordine degli Architetti: «Me lo spiegate voi come faccio a vivere a Milano con 700 euro?», scrive un professionista riferendosi all’offerta di collaborazione arrivata da uno dei più conosciuti studi di progettisti d’Italia. Offerta che ha rifiutato, rendendo pubblico lo scambio di e-mail. Iniziativa simile a quella iniziata dalla pagina Gentilissima Rivolta con focus sul settore della comunicazione: «Non vogliamo un ambiente in cui solo gli stronzi vanno avanti, dove i giovani sono in condizioni perennemente precarie, dove gli stagisti sono carne da cannone, dove i capi si comportano come se i diritti dei lavoratori finissero alle soglie della propria agenzia», hanno scritto, raccogliendo in pochissimo tempo tante storie di esperienze lavorative terrificati.

Per l’Osservatorio Inps il reddito medio annuo dei lavoratori dipendenti e autonomi tra i 20 e i 24 anni nel 2021 è stato di 9.911 euro. Per chi ha tra i 25 e i 34 anni, di 15.629 euro: i giovani sono per la maggior parte lavoratori poveri che arrivano con fatica a mille euro al mese.

Come spiega Franco Scarpelli, professore di diritto del lavoro all’università di Milano Bicocca, sono molteplici i fattori che determinano la cattiva qualità del settore occupazionale per i giovani: «Da un lato, c’è la difficoltà nell’incrociare domanda e offerta. Così molti seguono percorsi di formazione lunghi e articolati che non trovano uno sbocco adeguato. Dall’altro lato, e questo aspetto riguarda anche gli occupati meno qualificatati, c’è l’idea per cui i primi anni debbano essere caratterizzati da precarietà e retribuzioni molto basse. Questo si realizza o attraverso i contratti a termine oppure con i falsi stage».

Lo stage dovrebbe essere un percorso formativo transitorio. Quando, invece, diventa un modo per far lavorare le persone «a tempo determinato, senza prospettive, con compensi bassissimi, siamo di fronte a un utilizzo irresponsabile e irregolare che non può essere né giustificato né accettabile da punto di vista giuridico», sottolinea Scarpelli. Queste situazioni possono essere denunciate. «Non penso che andare dai giudici sia la soluzione ai problemi del mercato del lavoro ma nei casi gravi sarebbe giusto farlo».

Vale anche per le finte Partite Iva. Cioè per quegli autonomi che, in realtà, hanno solo un committente e nessuna voce nella determinazione dei tempi e dei modi con cui svolgere il lavoro. «Le imprese hanno una grande responsabilità sociale nella costruzione di opportunità d’impiego e percorsi di crescita per i giovani. Non è possibile che all’interno della stessa azienda esistano disuguaglianze enormi tra un neoassunto che, ad esempio, percepisce 1300 euro lordi al mese, neanche più sufficienti per vivere in città come Milano, e i dirigenti che guadagno dieci volte tanto», conclude Scarpelli.

L’esercito dei freelance: la metà non raggiunge i 10 mila euro l’anno. Valentina Conte La Repubblica il 06 Febbraio 2023.

Poche tutele, scarsi diritti, compensi bassi. Le piccole partite Iva, quelle dei giovani, sembrano invisibili al fisco, alle norme e alla politica. Il disegno di legge sull’equo compenso non si applica a chi è fuori dagli Ordini professionali

Poche tutele, scarsi diritti, compensi bassi. E pure cattiva fama di evasori. I freelance, i liberi professionisti italiani - una vasta galassia di 2,5 o 3 milioni di lavoratori, malcontati: le statistiche traballano - discutono da giorni del video di Ornela che rimbalza di chat in chat. "I datori se ne approfittano, specie se sei giovane, donna, inesperta, inconsapevole dei tuoi diritti, non sindacalizzata", è il commento di molti.

Estratto dell’articolo di Michela Bompani per repubblica.it il 5 febbraio 2023.

«Davvero vi sorprendete che i giovani siano sottopagati? In fondo, nel video ho detto che la terra è tonda, mi colpisce il boom mediatico che ha suscitato». Ornela Casassa ha 28 anni, è un’ingegnera edile, abita a Genova e il video girato in un locale nel centro storico della città, in cui denuncia «di aver rifiutato uno stipendio da fame» […]

 Casassa, cosa è successo?

«Al liceo ho deciso di iscrivermi a ingegneria edile. Una strada che ho proprio scelto con determinazione. Ho studiato all’Università di Genova e dopo la laurea, tre anni fa, ho svolto un tirocinio semestrale. Mi pagavano 600 euro netti al mese. Al termine del periodo, i datori di lavoro, soddisfatti, mi hanno proposto di restare, aprendo partita Iva e guadagnando 760 euro netti: uno schiaffo in faccia, una proposta ingiusta, insufficiente per pagare l’affitto. E ho detto no». […]

Ha detto che la «politica deve smettere di abbassare l’asticella dei diritti»: quale politica?

«La sinistra dovrebbe avere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori nel suo dna, dovrebbe averli tra i suoi temi fondanti. La sera del video, al tavolo, ci chiedevamo perché la sinistra perda voti e la mia era una risposta.

 Il tema del lavoro per i giovani è fondamentale, lo dimostra la valanga di commenti che ho ricevuto. Ragazze e ragazzi si sono rispecchiati in me, che ho solo detto, in maniera forse un po’ diretta, come stanno le cose. Non si tratta di trovare una soluzione semplice e veloce. Bisogna cambiare un sistema: la sinistra non avrebbe dovuto lasciar cadere così in basso l’asticella».

Quando ha rifiutato il contratto, che le hanno detto amici e colleghi?

«Molti mi hanno criticata: hanno detto che avevo sbagliato, che avrebbero trovato subito un’altra al mio posto e avevo perso la mia occasione. C’è una grande disillusione tra i miei coetanei, pensano di non aver valore. E c’è molta paura: quella paura che autorizza i datori di lavoro a pagarci sempre meno, […]».

 E i sindacati?

«Non sono mai venuta a contatto con quel mondo. La maggior parte di noi giovani lavoratori, non solo professionisti, non sa cosa siano».

La storia dell’ingegnera Ornela Casassa “smettiamo di accettare contratti da fame”. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 4 Febbraio 2023.

Il rapporto tra giovani e mondo del lavoro porta molto spesso a un disagio reciproco. Tra chi sostiene che questi giovani “non hanno voglia di lavorare” e questi giovani che invece invocano maggior rispetto e riconoscimento – soprattutto economico. L’ultima testimonianza di disagio nel mondo del lavoro è quella dell’ingegnera ligure Ornela Casassa, 27 anni, che si è trovata di fronte a una particolare proposta al termine del tirocinio di sei mesi in uno studio ingegneristico. “Erano soddisfatti di avermi nel team” racconta “e mi hanno proposto una collaborazione a 900 euro a partita Iva che significano 750 euro netti, tolte le tasse. Solo 150 euro in più rispetto al tirocinio”. Uno schiaffo, racconta Ornela. Eppure, succede a molti: la richiesta di una collaborazione a partita Iva al posto di un’assunzione è per molti settori all’ordine del giorno, come lo sono i piccoli aumenti nello scatto di posizione. A far emergere la storia di Ornela non è solo il suo status di consigliera regionale in Liguria, ma anche e soprattutto un video sui social. Il video che ritrae il suo sfogo ha collezionato oltre un milione e mezzo di visualizzazioni su TikTok ed è rimbalzato su moltissimi canali Instagram.

Un racconto della propria esperienza, ma anche un monito a chi, come lei, si trova o si è trovato in situazioni simili. Ornela spiega “Ho detto no perché non è giusto”, per nessuno: né per chi è privilegiato né per chi un certo lavoro diventa impossibile da rifiutare. Allora, alla fine il suo messaggio è forte “Chiediamo di non abbassare l’asticella” e quindi ai giovani il messaggio è chiaro: non accontentatevi.

La giornata degli stagisti contro lo sfruttamento. Ma intanto anche alla Camera lavorano gratis. VALERIA COSTA su Il Domani il 10 novembre 2023

Oggi si celebra la ricorrenza istituita nel 2014 per sensibilizzare sul tema del lavoro precario e delle condizioni dei tirocinanti che spesso non vedono trasformarsi la loro esperienza in un’offerta di lavoro. La legislazione in materia avrebbe bisogno di una revisione, ma per ora nulla è stato fatto

Oggi si celebra la Giornata internazionale degli stagisti. Una ricorrenza nata nel 2014 per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla precarietà dei tirocinanti. Il tema è di fondamentale importanza, perché idealmente i tirocini dovrebbero essere un ponte verso il lavoro, eppure ancora nel 2022 l’Italia risultava il terzo paese Ue per tasso di disoccupazione (18 per cento) nei giovani tra i 15 e i 29 anni.

Non solo. Secondo Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli stagisti: «Gli stagisti in Italia sono circa mezzo milione all’anno». Questa cifra però – conferma Voltolina – riguarda solo gli «stage extra-curriculari», mentre rimane un segmento «letteralmente ignoto» quello degli stage curriculari. Le due esperienze, infatti, sono profondamente diverse, anche dal punto di vista legislativo.

DUE TIPI DI STAGE

Il tirocinio curriculare è un percorso formativo-professionale che si svolge durante il periodo di studio, la maggior parte delle volte universitario. Lo studente riceve in cambio crediti utili per il suo libretto universitario, ma non c’è una legge che prescriva un compenso obbligatorio minimo. 

Lo stage extracurriculare invece è definito di inserimento (o reinserimento) lavorativo. È prevista per obbligo di legge un’indennità – sebbene cambi da regione a regione – ma non ha quindi alcun collegamento con il periodo scolastico universitario.

Allo stesso modo non è neanche legato a limiti d’età, tuttavia in una società ideale sarebbero prettamente i giovani a usufruirne. E invece, come riporta Voltolina all’Adnkronos: «Rispetto specificamente agli extracurriculari è interessante sottolineare che non si tratta affatto di una esperienza riservata ai giovani: oltre 46mila delle persone coinvolte in un tirocinio nel 2022 avevano più di 35 anni. Vale a dire quasi uno stagista su sette è di mezza età. In particolare, quasi 9mila sono gli ultra 55enni che sono stati inseriti in stage».

Non sorprendono quindi i dati Eurostat per il 2022 in cui i giovani italiani lasciano la casa dei genitori in media a 30 anni, molto al di sopra della media europea che si attesta a 26,4 anni.

LA NORMATIVA

Per i tirocini curriculari esiste una normativa con valenza nazionale che si basa sulla legge 196 del 1997 e il successivo decreto attuativo numero 142 del 1998. La legge stabilisce solo i princìpi generali, tocca poi agli enti di formazione definire la disciplina per l’attivazione e il funzionamento dei tirocini curriculari.

Per gli extracurriculari la regolamentazione è regionale e si basa su un accordo raggiunto in sede di Conferenza stato-regione con l’emanazione di linee guida.

Le ultime linee guida emanate risalgono al 2017 e sono ancora in vigore nel 2023. Tuttavia, la legge di Bilancio del 2022 ha previsto una modica delle regole, ma il governo Meloni non è ancora intervenuto. Inoltre, la Corte costituzionale, accogliendo il ricorso della regione Veneto, ha bocciato i criteri che circoscrivevano l’applicazione della nuova disciplina in ambito di tirocini in favore di soggetti con difficoltà d’inclusione sociale. 

Le disposizioni del governo Draghi hanno l’obiettivo di evitare un uso distorto dello strumento. In particolare, si basano su alcuni criteri, tra cui il riconoscimento di un congruo compenso, la fissazione di una durata massima dei tirocini, comprensiva di eventuali rinnovi e definizione di forme e modalità di contingentamento per vincolare l’attivazione di nuovi tirocini all’assunzione di una quota minima di tirocinanti al termine del periodo di stage.

IL CASO DELLA CAMERA

C’è poi il caso della Camera dei deputati, uno dei luoghi della politica più importanti in Italia: a fine novembre scade il bando per dieci tirocini curriculari. Si lavora per sei mesi, ma gratis. Chiaramente non viene violata alcuna legge, perché non è obbligatorio il rimborso spese in questo caso, ma è indicativo che il parlamento italiano mandi questo segnale a tutte le aziende italiane. Soprattutto dopo i recenti sviluppi.

Nella passata legislatura era in discussione una riforma sugli stage curriculari che avrebbe introdotto anche un rimborso spese mensile. Il primo tentativo l’ha fatto Massimo Ungaro, primo firmatario della proposta. Nei restanti tre anni sono state depositate altre proposte simili, fino ad arrivare a un testo unico nel 2021 sottoscritto da Italia viva, Liberi e uguali, Movimento 5 stelle, e Partito democratico.

Anche in quella bozza l’elemento principale era l’introduzione di un rimborso spese. Ma, caduto il governo Draghi e sciolte le camere, ogni buona intenzione è venuta meno. 

VALERIA COSTA. Laureata in Scienze politiche. Studia Governo amministrazione e politica alla Luiss a Roma

Alternanza scuola-lavoro, la riforma beffa: i ragazzi potranno morire assicurati. L'Indipendente il 27 Gennaio 2023

Il 16 settembre 2022 il diciottenne Giuliano De Seta moriva schiacciato da una lastra di acciaio di oltre una tonnellata. Era uno studente dell’istituto tecnico Da Vinci di Portogruaro, ma anziché essere a scuola si trovava a lavorare in fabbrica, non per scelta ma perché obbligato dalla riforma renziana delle cosiddetta “buona scuola”, che sancisce che gli studenti delle superiori debbano ottenere crediti formativi prestando servizio gratuito in azienda. Alla tragedia, per la famiglia di Giuliano, si è aggiunta la beffa: l’INAIL ha negato il risarcimento previsto per infortuni e decessi sul lavoro, visto che in quanto studente non godeva della copertura assicurativa. Ieri la ministra del Lavoro, Marina Calderone, e il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, hanno raggiunto l’accordo che amplia la copertura assicurativa agli studenti in alternanza scuola-lavoro. Un provvedimento che i movimenti studenteschi rigettano, chiedendo l’abolizione stessa della misura e non un eventuale risarcimento post-mortem.

L’annuncio è arrivato in concomitanza con l’avvio del tavolo tecnico ministeriale sull’alternanza scuola-lavoro, che si è riunito per la prima volta ieri mattina al ministero dell’Istruzione e del Merito (Miur). Secondo il ministro Valditara il tavolo dovrà servire ad aumentare la sicurezza degli stage e a riattivare il Comitato per il monitoraggio e la valutazione dell’alternanza scuola-lavoro. Nessuna intenzione, a quanto pare, di ridiscutere l’esistenza stessa della misura, come chiedono da tempo i movimenti studenteschi che denunciano come l’alternanza – annunciata come un percorso didattico volto a rendere il mondo dell’istruzione più utile al percorso lavorativo abbia “progressivamente allontanato la scuola dalla sua funzione emancipatrice, didattica e pedagogica, per allinearla alle necessità delle aziende e dei privati”.

Le stesse modalità di attuazione del tavolo tecnico è stata denunciata dagli studenti, che non hanno mancato di denunciare come tra le 37 sigle invitate ai lavori ci sono tutti (sindacati confederali, associazioni dei datori di lavoro e presidi) tranne le organizzazioni studentesche, segno di come l’opinione e la testimonianza diretta di chi effettivamente subirà le decisioni non è richiesta. “Nonostante il tavolo sia stato dipinto come la soluzione alle morti in alternanza, non ci sfugge il vero tentativo del ministero, cioè quello di riformare e potenziare ulteriormente l’alternanza scuola-lavoro. Ormai, in perfetta continuità con i governi precedenti e con il governo Draghi, Valditara mostra per l’ennesima volta a tutti il modello di scuola che ha in mente: una scuola completamente aziendalizzata, integrata nel mercato del lavoro del territorio e per questo diseguale nel Paese, che plasma gli studenti allo sfruttamento e alla precarietà lavorativa mentre mette a disposizione dei privati un esercito di studenti-lavoratori non retribuiti, piegando le nostre conoscenze e la nostra manodopera al loro profitto”, ha scritto in un comunicato l’OSA (Opposizione Studentesca d’Alternativa, una delle sigle del movimento studentesco).

Tra i sindacati invitati al tavolo (dal quale sono stati esclusi quelli di base e conflittuali come i Cobas) la CGIL chiede che l’alternanza non sia più un obbligo formativo ma diventi una scelta dello studente. Mentre a difendere a spada tratta l’obbligatorietà dello stage rimangono le associazioni dei datori di lavoro (per le quali lo stagista significa manodopera non retribuita) ed anche l’Associazione Nazionale Presidi (ANP) che la definisce nientemeno che “una metodologia didattica innovativa”. Al tema dell’Alternanza scuola lavoro su L’Indipendente abbiamo dedicato nel recente passato un ampio approfondimento, che dimostra anche le storture con le quali viene applicato un percorso che dovrebbe essere vincolato a paletti rigidi per quanto riguarda il tutoraggio in azienda e l’esenzione dei ragazzi da ogni compito pericoloso. Norme che evidentemente sono state violate in molti luoghi di lavoro, portando al decesso di tre stagisti nel 2022. Senza una riflessione complessiva sulla misura e senza reali azioni di monitoraggio sull’effettivo rispetto delle norme, la decisione di limitarsi ad allargare la copertura INAIL rischia di tramutarsi in quello che gli studenti hanno già ribattezzato «diritto a morire assicurati».

Antonio Giangrande: QUELLI CHE……L’ART. 18.

Licenziare il lavoratore dannoso all'impresa ed alla società civile, significa educare al lavoro ed al rispetto dei ruoli, delle persone e della proprietà altrui. Come significa anche aprire il mercato del lavoro a chi il lavoro non lo ha mai avuto per colpa di coloro che, sindacalizzati e politicizzati, avevano il monopolio e l'esclusiva dell'occupazione. Perchè qualcuno deve coprire il posto di lavoro lasciato libero dal licenziamento.

Estratto da lastampa.it l'1 ottobre 2023.

Licenziato per avere ricaricato il motorino elettrico, causando all'azienda un danno i 25 centesimi. Sarà il tribunale del Lavoro di Bergamo a decidere se l'operaio di 50 anni di origini indiane, protagonista di questo episodio, ha danneggiato la ditta Novella Bio di Trescore Balneario, una impresa agricola di agricoltura bio in serra. L'operaio è stato licenziato per giusta causa e rischia anche una denuncia penale. 

Secondo i legali dell'uomo […] il licenziamento sarebbe una ritorsione per la sua appartenenza sindacale e gli avvocati chiedono il reintegro nel posto di lavoro oltre al risarcimento per i mancati stipendi, da ottobre 2022 (quando avvenne il licenziamento) a oggi.

Opinione diversa ha il legale della ditta Novella bio, che è il vicesindaco di Bergamo, Sergio Gandi. Per loro la ricarica non sarebbe un episodio isolato ma sarebbe avvenuta in più occasioni, concretizzando dunque un furto di energia elettrica. […]

Lo statuto dei licenziati. Tommaso Cerno su L'Identità il 30 Settembre 2023

È bello scoprire che il sindacato più forte d’Italia, quello che ha costruito lo Statuto dei lavoratori e che ha segnato la storia del Novecento, la Cgil, abbia attinto la sua cultura sindacale dalla pratica. Quella di licenziare. Perché più si scava dentro la confederazione guidata da quel Landini che già sente il seggio come prossimo obiettivo di una lunga carriera politica, più si scopre un mondo in cui si predica bene ma si razzola molto diversamente da come si predica.

Devono essere talmente esperti dei cavilli che contestano nelle piazze contro i governi, in particolare quelli di destra, che per essere sicuri di quanto il maleficio che vanno profetando possa abbattersi di colpo su milioni di lavoratori, in casa loro fanno le prove. E così le storie che comincio a raccontare oggi sono storie di italiani normali. Che hanno avuto la sfortuna di non lavorare per quegli imprenditori abituati al pericolo per la stabilità di addetti e funzionari d’impresa, che poi sono gli stessi che molte volte per pagare gli stipendi ci mettono i soldi loro, ma di trovare il posto sicuro in quello che all’apparenza era il tempio del tempo indeterminato, della dimensione umana del lavoro, dell’applicazione maniacale degli Statuti e delle regole.

Quel sindacato che, come capita a certi preti, studia bene la teoria e poi fallisce nella pratica. E così nel lungo elenco di contraddizioni federali e confederali che si sono elencate in queste settimane viene il dubbio che il lavoro stia messo così male in Italia perché proprio quelli che abbaiano non mordono. E che il ruolo che oggi il sindacato riveste è quello di stare in piedi, di sfruttare tutte le scappatoie possibili che con il suo benestare si sono create in quello che un tempo era il muro solido del diritto del lavoro, costruendo via via carriera politica a tutti quelli che in questa specie di gioco di ruolo finiscono a sedersi sulle poltrone più in alto. Non si tratta nemmeno di criticare, si tratta di prendere atto che alla fine le strutture che sono nate dalle contraddizioni di questo Paese ne sono diventate il suo specchio. D’altra parte anche un imbecille capisce che se i salari in Italia sono i più bassi fra tutti i Paesi industrializzati come il nostro in giro per l’Europa la colpa sarà pur di qualcuno. E se non è tutta è un concorso.

E quindi in una Repubblica dove si sono alternate ere geologiche di politica e l’unica cosa che è rimasta uguale sono le sigle sindacali, forse è venuto il tempo di ascoltare meno prediche e più mea culpa. E anche di dirci le cose come stanno: se siamo arrivati al punto di invocare il salario minimo come panacea di tutti i mali, significa che anche la sinistra sindacalizzata ha capito che la traiettoria che la Cgil ha preso non è certo quella che è scritta nel suo statuto e che in fondo il liberismo avrà anche contaminato i governi, le segreterie dei partiti, e perfino qualche cattedra di tribunale ma non ha certo lasciato indenne quello che un tempo era considerato l’antidoto sociale al sopruso del Palazzo e che oggi è un Palazzo come un altro. Forse perfino peggio.

Estratto dell’articolo di Aldo Fontanarosa per “la Repubblica” martedì 19 settembre 2023.

Il giudice del lavoro di Roma cancella perché illegittimo il licenziamento del pilota di Ita Airways che, nella notte del 30 aprile 2022, si addormentò mentre guidava l’aereo tra New York e Roma.

Ieri un deputato della Commissione Trasporti mostra due documenti nella sede del suo partito. 

Tra le mani ha la sentenza del giudice del lavoro Luca Redavid che annulla il licenziamento (il 21 luglio 2023); e soprattutto le motivazioni della sentenza favorevole al pilota, che arrivano in queste ore.

Il giudice Luca Redavid - mentre spazza via il licenziamento perché «illegittimo» - condanna il datore di lavoro (cioè Ita) a reintegrare il pilota. E il pilota avrà anche diritto a ricevere lo stipendio dal momento del licenziamento (il 26 maggio 2022) fino al giorno dell’effettivo reintegro tra i dipendenti della compagnia, oltre ai «contributi assistenziali e previdenziali». 

[…] Il problema è che Ita ha mosso queste contestazioni e formalizzato il licenziamento con modalità illegittime. In particolare, la compagnia ha violato l’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori. Un’azienda - si deduce dalla sentenza - può licenziare un dipendente (per quella che considera un “giusta causa”) purché rispetti un preciso binario procedurale. Proprio l’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori obbliga l’azienda «alla preventiva contestazione dell’addebito», con una lettera scritta al dipendente sotto accusa. La forma scritta è obbligatoria perché «rende certa e immutabile» la contestazione. 

Soltanto se ha inviato la contestazione scritta, e una volta trascorsi 5 giorni, l’azienda può prendere la madre di tutte le decisioni, come è il licenziamento. Questa procedura - ricorda ancora il giudice del lavoro di Roma - è la sola a «consentire al lavoratore di difendersi adeguatamente». Se un’impresa evita il binario procedurale corretto, l’intera procedura di licenziamento è illecita. Anzi: è addirittura «inesistente». E anche «il fatto contestato non esiste a priori ».

Estratto dell'articolo di Massimo Basile per "la Repubblica" domenica 10 settembre 2023. 

[…]

Negli Stati Uniti è in corso una nuova trasformazione nel mondo del lavoro: se tra i dipendenti si sta diffondendo il modello del “Quiet Quitting”, cioè del lavorare meno senza darlo a vedere, i “padroni” rilanciano con il “Quiet Cutting”. Ci sono solo due lettere di differenza, ma lo scenario è totalmente diverso: le compagnie non licenziano in massa, ma mettono i loro dipendenti davanti alla possibilità: andarsene, oppure accettare un cambiamento di mansioni, ricollocamenti, trasferimenti. A volte le proposte vengono accettate, a volte no. E lì scatta la fine del rapporto che, però, non rientrerà nelle statistiche alla voce: licenziamenti.

Bonanni: “Noi sindacalisti abbiamo fatto errori. Oggi si pensa troppo a potere e politica”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 29 Settembre 2023 

Bonanni: “Noi sindacalisti abbiamo fatto errori. Oggi si pensa troppo a potere e politica”

“Fino a qualche anno fa vigeva l’idea che l’armonia dell’organizzazione veniva garantita dalla libertà d’opinione. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, tale patto non formale è venuto meno. Per un’opinione diversa si rischia di essere licenziati o addirittura cancellati dal sindacato. Chi vince, pur avendo il consenso, però, non può pensare di privare gli iscritti della loro libertà o autonomia. Altrimenti le stesse istituzioni vengono meno”. A dirlo Raffaele Bonanni, ex segretario generale della Cisl.

Anche i sindacati, oggi, sono costretti a licenziare. Cosa è cambiato rispetto a qualche anno fa?

Gli iscritti sono calati e quindi anche gli incassi non sono quelli di una volta. Le disponibilità di bilancio sono diverse. Un’altra ragione, poi, è il venir meno di una regola non scritta.

Quale?

Fino a qualche anno fa c’era un codice interno che veniva rispettato da chi aveva scelto di fare una vita diversa. Vigeva l’idea che l’armonia dell’organizzazione era garantita dalla libertà d’opinione. Questa andava di pari passo con una condizione di tutela interna. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, tale sorta di patto non formale è venuto meno. Per un’opinione diversa si rischia addirittura di essere licenziati dal sindacato o emarginati. La verità è che nel passato anche gli scontri più cruenti erano protetti da tolleranza e rispetto. Nel sindacato di oggi ciò non accade.

Quali le ragioni del cambiamento?

Le leadership non devono essere imposte, ma devono essere frutto di un consenso. Detto ciò, chi vince, pur essendo rappresentativo, soprattutto in Italia, sbaglia a ritenere che tutto quanto non deciso dal vertice debba essere messo in discussione. Chi sgarra, quindi, paga.

Sono sempre meno, intanto, i nostri concittadini che si iscrivono a un sindacato. Perché?

Le aziende sono sempre più piccole, non sono quelle di una volta. È cambiato il paradigma del lavoro. Si tende a essere più artigiani. Ognuno prende il proprio carico e lo fa nello spazio e nel tempo che ritiene opportuno. Viene meno, pertanto, un rapporto collettivo. Se a tutto ciò, aggiungiamo che le organizzazioni, sia politiche che sindacali, non si sono adeguate ai tempi, capiamo le ragioni della mancanza di adesioni.

Cala pure la fiducia verso le organizzazioni…

Andando oltre la retorica, fare il sindacalista dovrebbe essere una vocazione. Si tratta di impegnarsi in orari straordinari. Nella mia esperienza non esisteva tempo e limite all’impegno.

Come avvicinare le persone a questa professione. Lo Stato può fare qualcosa?

La verità è che il sindacato deve sapersi adattare da solo al contesto attuale. Altrimenti rischiamo di trovarci di fronte a un cambiamento degenerato e sottoposto a poteri statali e politici. Il sindacato deve restare autonomo.

A cosa si riferisce?

Alla Magneti Marelli si impedisce a un’istituzione di poter entrare in uno stabilimento solo perché di un colore politico diverso. In questo modo, però, non si aiutano gli operai. Rispetto a certe battaglie bisognerebbe andare oltre gli steccati.

Autonomia, talvolta, significa per qualcuno non rispettare lo Statuto dei Lavoratori.

Può avvenire che quella morale che doveva esserci all’interno delle organizzazioni, purtroppo, viene meno. Il dissenso, prima, non era punito, ma garantito. Molto spesso, oggi, accade il contrario. Se non ti sottoponi a chi comanda, vai fuori. La libertà di espressione è un lontano ricordo.

In tutto ciò, i giovani vedono le organizzazioni di categoria come un superfluo…

Siamo in una fase di transizione, dove c’è il vecchio che resiste e il nuovo che incalza. Bisogna saper separare bene le forze per contenere il passato e portarlo nel futuro. Per fare questo, occorre innanzitutto cultura. Mi riferisco alla modernità.

A proposito di cultura, il sindacalista, talora, viene indicato, in modo errato, come un peso…

L’Italia, in questa crisi, ha molto più bisogno di sindacato. Menomale che ci sono persone che si alzano la mattina presto e parlano con gli altri. Oggi come non mai, deve esserci qualcuno che regola sulle cose concrete il rapporto tra imprese e lavoratori. Il problema vero è che in questi tempi bisogna essere più forti. Bisognerebbe prendere degli integratori culturali. Non è la società giusta quella dove gli individui non si possono organizzare e non riescono a gestirsi collettivamente con il potere economico.

Spesso, però, sentiamo parlare di scandali, come rubare nelle istituzioni o addirittura prendere in giro chi dovrebbe essere garantito…

Le pecore nere ci sono e ci sono sempre state. Ogni cassetta, purtroppo, ha la sua mela marcia. Detto ciò, non possiamo dire alle persone di non mangiare più mele.

Così la Cgil mi ha cacciata: a casa con due figli dopo 35 anni di lavoro. Rita Cavallaro su L'Identità il 29 Settembre 2023

Si riempiono la bocca con i diritti dei lavoratori e scendono in piazza per il salario minimo, ma nelle segrete stanze della Confederazione se ne infischiano di quei diritti, arrivando perfino a licenziare i dipendenti dalla sera alla mattina. La Cgil di Maurizio Landini sta mostrando, giorno dopo giorno, il vero volto del più grande sindacato italiano, quello che con i suoi 5 milioni di iscritti si definisce il “baluardo contro l’aumento delle diseguaglianze sociali e la precarietà dei contratti”. Peccato che proprio l’era Landini ha aperto una stagione di licenziamenti in tronco, mascherati con la formula “per giustificato motivo oggettivo” e sfruttando perfino il Job Acts. Sta facendo discutere la cacciata di Massimo Gibelli, lo storico portavoce della Cgil messo alla porta dopo quarant’anni nel sindacato. Ma la sua storia è solo la punta dell’iceberg, perché dalle filiali sparse in tutta Italia casi come quello di Gibelli stanno diventando quasi la normalità, insieme a tutta una schiera di denunce per demansionamenti e presunti casi di mobbing. Gente che, comunque, ancora una stipendio a casa lo porta, a differenza di Gibelli&Co, licenziati da un giorno all’altro e sul piede di guerra, convinti ad andare fino alla fine in quella che si prospetta una battaglia in tribunale.

E che molto spesso si rivela un ulteriore dispendio di denaro, perché il sindacato resta irremovibile contro il reintegro e le vertenze vanno avanti per anni, fino alla Cassazione. Come nel caso di Igina Roberti, la cui vicenda non solo ha dell’incredibile, ma è in grado di suscitare lo sdegno dei più, per i tempi e le modalità con cui si è consumata. Igina, infatti, è stata liquidata con due parole, “sei licenziata”, in piena emergenza Covid, il periodo più buio della nostra storia moderna, carico di sofferenze per le persone che finivano intubate, segnato dalla paura di morire, dalle restrizioni, dai lockdown, da un distanziamento sociale che ha pesato sui rapporti umani. Il sindacato che parlava a favore di quelle persone in difficoltà economica, a causa degli esercizi commerciali chiusi o delle aziende fallite, ha fatto ancora peggio quando il 7 maggio 2019 ha convocato Igina nella sede Fillea-Cgil di Taranto per congedarla senza troppi fronzoli. Una donna sola, madre di un figlio di vent’anni, con due familiari disabili si è vista risolvere, dopo 35 anni di servizio, un’assunzione a tempo indeterminato con una semplice comunicazione verbale. “Mi hanno detto che la motivazione del licenziamento era legata alla diminuzione degli iscritti al sindacato, mi hanno chiesto di consegnare immediatamente le chiavi e di non presentarmi il giorno dopo al lavoro”, racconta a L’Identità Igina Roberti, che da allora ha avviato una battaglia legale per la difesa dei suoi diritti. “Per due giorni mi sono recata ugualmente in ufficio, senza poter entrare, perché era stata cambiata la serratura. Solo poi ho ricevuto la lettera di licenziamento. Ho scritto a Landini, non mi ha mai risposto.

Per me è stata una tragedia, perché all’improvviso mi sono trovata senza stipendio, 1.500 euro, e sono finita in strada, non riuscendo a pagare l’affitto. Io e mio figlio ci siano dovuti trasferire a casa di mia madre e mio fratello, che hanno già tanti problemi, e nessuno si è mai preoccupato della mia situazione. Sono l’unica donna licenziata in tronco dalla Cgil”. Alla faccia del “baluardo contro l’aumento delle diseguaglianze sociali”. E alla demagogia della tutela del lavoro si contrappone la presa di posizione della Confederazione, che non solo si è opposta alla reintegrazione di Igina, ma si è rifiutata di raggiungere qualsiasi tipo di accordo. “Se mi avessero pagato almeno i sei anni di contributi che mi mancano per la pensione io avrei chiuso la faccenda, ma non hanno voluto”, ha aggiunto Igina, sottolineando quanto sia stata dura per lei, che nel corso della sua vita ha sempre creduto nei principi portati avanti del sindacato, “vedere l’avvocato dei paladini del lavoro che andava contro una lavoratrice in modo così pesante”.

Tutta colpa del landinismo, secondo la donna, entrata in Fillea a ventun anni e da allora passata attraverso vari segretari. “Una volta credevo in quei valori, l’era più bella è stata quella di Giorgio Cremaschi, una persona in gambissima, ma anche con Epifani non c’erano problemi. Invece questa nuova gestione di Landini è fallimentare, non fa certo gli interessi dei lavoratori”, ha detto Igina. Che non fa mistero neppure di quanto, nella Cgil, la sinistra operi con il consueto sistema delle correnti e dello spoil system. “La cosa che mi ha fatto davvero pena sono i tanti messaggi di solidarietà in privato dei compagni, i quali mi chiedevano però di non far sapere a nessuno che stavano dalla mia parte. Li ho eliminati tutti dalle mie amicizie, perché le battaglie si fanno insieme mettendoci la faccia”.

Gibelli: «La Cgil mi ha licenziato dopo 40 anni, sfruttando anche il Jobs Act». Storia di Claudio Bozza su Il Corriere della Sera l'11 settembre 2023.

«Non capita a tutti di essere licenziati dal sindacato. A me è successo. La Cgil mi ha licenziato il 4 luglio. Per di più sfruttando anche il Jobs act». Inizia così il lungo sfogo di Massimo Gibelli, storico spin doctor della Cgil, e portavoce di leader del sindacato come Sergio Cofferati, Susanna Camusso e l’attuale Maurizio Landini, che, a dire la verità, già nel 2021 aveva cancellato la figura del portavoce con una direttiva che suonava così: «Avendo lo stesso segretario generale l’abitudine e la propensione a intrattenere direttamente i rapporti con la stampa e i media in generale»... Un portavoce era diventato inutile, nello schema landiniano.

Ma Gibelli, pur senza avere più quel ruolo formale, era rimasto dipendente della Camera del Lavoro. Fino al 4 luglio scorso, quando lo spin doctor è stato licenziato in tronco. «Al rientro da un breve periodo di ferie, sono convocato dal segretario organizzativo — racconta Gibelli sulla sua pagina Facebook —. Durante il colloquio mi viene comunicato il “licenziamento per giustificato motivo oggettivo” e consegnata la lettera raccomandata a mano in cui si specifica che “la data odierna, 4 luglio 2023, è da considerare l’ultimo suo giorno di lavoro”. Seguono ringraziamenti e saluti di rito. Ovviamente il licenziamento è stato impugnato e sono ora in corso le conseguenti procedure».

Lo storico portavoce della Cgil, la cui carriera era iniziata al fianco di Fausto Bertinotti 40 anni fa, precisa poi che il sindacato ha «sfruttato anche il Jobs act». «Il diritto del lavoro — scrive ancora Gibelli — è materia complessa e mutevole, risultato del sovrapporsi di innumerevoli leggi e riforme. Il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo è previsto dall’articolo 3 della legge n. 604 del 1966, più volte modificato nel corso degli anni, in ultimo dalla riforma Fornero del 2012 e nel 2015 dal Jobs Act di Renzi. Leggi che furono fortemente contestate dal sindacato».

Gibelli racconta di essersi reso disponibile a ricoprire altri incarichi, «ma la situazione è invece progressivamente peggiorata». «Non so dire — conclude con amarezza — se la scelta della data in cui mi è stato comunicato l’ultimo giorno di lavoro sia stata casuale o ragionata. Per quanto mi riguarda, mio malgrado, voglio pensare, devo pensare, che il 4 luglio, l’Independence Day, possa essere un nuovo inizio».

Estratto dell’articolo di Laura Cesaretti per “Il Giornale” martedì 12 settembre 2023 

Il Jobs Act è «una follia». È «contro i diritti dei lavoratori». Va «abolito». «Abrogato». «Cancellato». Per tutti, tranne che per me. Già: stavolta l’illustrissimo Segretario Generale della Cgil Maurizio Landini, acerrimo nemico dei licenziamenti e della «precarietà», implacabile difensore dei lavoratori che perdono il posto per colpa dei cattivissimi padroni, promotore di un (improbabile, anzi impossibile, ma lui lo annuncia lo stesso) referendum per abrogare la riforma del lavoro firmata dall’odiato Renzi, è stato preso in castagna. 

E che la contraddizione gli faccia assai male lo dimostra lui stesso, sottraendosi con un imbarazzatissimo e muto «no comment» alla troupe tv della trasmissione Quarta Repubblica (Rete 4) che lo incalza: «Segretario, a quanto ci risulta il 4 luglio la Cgil ha licenziato lo storico portavoce del sindacato, Massimo Gibelli. Ne è a conoscenza?»

Landini gira la testa, affretta il passo, non risponde. «Segretario, è stato licenziato con una formula che si ritrova proprio nel Jobs Act, quello che la Cgil vuole eliminare. E lo utilizzate per licenziare i vostri dipendenti?» Landini serra le labbra, non risponde, scappa. 

Del resto che potrebbe rispondere? Le cose stanno proprio così, e a raccontarlo (con un intervento su Huffington Post) è stato lo stesso protagonista, malgré soi, della imbarazzante faccenda. Massimo Gibelli, 64 anni, torinese, provenienza socialista, è entrato in Cgil nel lontano 1983. Ha collaborato con tutti i grandi leader sindacali degli ultimi decenni, da Lama a Del Turco a Trentin. È stato il portavoce […] di Sergio Cofferati […]

Finché alla Cgil è approdato Landini, che ha deciso di licenziarlo. Utilizzando proprio l’immondo Jobs Act: «Oggi, 4 luglio 2023, è da considerarsi il suo ultimo giorno di lavoro», gli è stato comunicato dal segretario organizzativo Luigi Giove. Licenziamento per «giustificato motivo oggettivo». 

Già nel 2021, racconta su HuffPost Gibelli, la segreteria Cgil aveva «deliberato la soppressione della posizione di portavoce del segretario» che lui ricopriva. Motivazione surreale, ma nero su bianco: «Avendo il segretario l’abitudine e propensione a intrattenere direttamente i rapporti con i media». 

Da cui si deduce che Landini è abituato a importunare telefonicamente, per chiedere interviste e sollecitare ospitate tv, a direttori ed editori: immaginabile, vista l’ansia di visibilità del personaggio, ma non proprio usuale.

[…] «Il licenziamento è stato impugnato», scrive Gibelli. La Cgil dovrà dimostrare di non aver potuto ricollocare un dipendente nonostante vanti «5 milioni di iscritti, 12 categorie nazionali, 21 strutture regionali, 102 Camere del lavoro, patronati, Caaf, società di comunicazione, incarichi in enti pubblici, sedi in 3 continenti». […] 

Estratto dell’articolo di Laura Cesaretti per “il Giornale” mercoledì 13 settembre 2023.

Eh no, il portavoce «è un lusso che non possiamo più permetterci». Dopo 24 ore di imbarazzo e fughe dai cronisti, il segretario della Cgil Maurizio Landini tenta di uscire dall’angolo. Il caso del licenziamento ex Jobs Act dello storico portavoce del sindacato, Massimo Gibelli, gli è scoppiato tra le mani, e il capo cigiellino prova a giustificarlo. Ma la toppa non è molto migliore del buco. 

«La questione è molto semplice assicura - la Cgil ha proceduto a una riorganizzazione interna e accanto a me non vedete un portavoce, figura che non esiste più perché è un lusso che non possiamo permetterci: viviamo del contributo degli iscritti e dobbiamo avere attenzione a come spendiamo i soldi».

[…] Del resto il capo Cgil, che dichiara orgoglioso: «Io ragiono ancora in lire», ha rivelato che lui risparmia pure sul caffè: non lo prende al bar, perché «mi rifiuto di pagarlo 3000 lire». Peccato che le cose non stiano esattamente così: lo stipendio di Gibelli gravava sulla Cgil per appena 55mila euro lordi annui. 

La «riorganizzazione» della comunicazione, appaltata da Landini un paio d’anni fa alla srl Futura (di cui Cgil nazionale è socia di minoranza al 48,8% ma di cui garantisce le esposizioni), si è rivelata invece piuttosto costosa. Nel bilancio ufficiale Cgil 2021, alla voce «oneri per il comparto comunicazione», la cifra è di 2.846mila euro. Nel 2022, si registrano 2.710mila euro, di cui 2.141mila per Futura srl.

Nel corso del 2022, si legge, «sono stati effettuati versamenti in conto capitale per euro 2.002.800 per permettere a Futura srl la prosecuzione del proprio consolidamento. In data 23 gennaio 2023 Futura srl ha comunicato che a seguito della perdita di bilancio 2021 ha utilizzato euro 1.089.201 dai versamenti in conto capitale che la società ha ricevuto dalla Confederazione». 

Non solo la Confederazione, ma anche le singole categorie e le segreterie locali contribuiscono generosamente al finanziamento della comunicazione, visto che a Futura srl è stata affidata la gestione dell’intero «ecosistema multimediale» del sindacato: il portale di informazione Collettiva (9mila contatti al giorno, non moltissimi), la radio Articolo 21, i podcast, le edizioni Ediesse, il sito Cgil, i social etc. 

Un massiccio investimento voluto da Landini, che sulla propria visibilità mediatica punta come è noto moltissimo, con criteri che la minoranza della Cgil definisce «più da marketing privatistico che da propaganda sindacale».

[…] 

Ma Landini, quando si tratta di protagonismo politico personale, non bada a spese. Anche se le iniziative hanno poco o nulla a che fare con i compiti del sindacato: basti pensare che nel 2022 la Cgil ha speso 500mila euro circa (in lire, così capisce anche lui, sarebbero 1 miliardo tondo) per finanziare tre manifestazioni per la «pace» e reclamare - si immagina con gran soddisfazione dell’invasore russo - di sospendere immediatamente il sostegno alla lotta di liberazione dell’Ucraina invasa.

(ANSA martedì 12 settembre 2023 ) - "Voglio dire una cosa molto semplice: la Cgil ha proceduto ad una sua riorganizzazione interna e la scelta che è stata fatta è quella di non avere più la figura del portavoce. Nella riorganizzazione questo è un lusso che non possiamo più permetterci.

Non a caso io non ho più nessun portavoce, quindi abbiamo semplicemente fatto una riorganizzazione che va in questa direzione, né più né meno". Così il leader della Cgil, Maurizio Landini, sul tema della cessazione del rapporto di lavoro dello storico portavoce della Cgil, Massimo Gibelli, che ha detto pubblicamente di essere stato licenziato dal sindacato con le regole del Jobs Act.

"Il licenziamento con il Jobs Act non c'entra assolutamente nulla, lui era assunto dal 2012", ha sottolineato Landini, mentre la misura è entrata in vigore solo nel marzo del 2015. "Insisto - ha aggiunto Landini - noi abbiamo previsto una riorganizzazione" nell'ambito della quale "la figura del portavoce non esiste più. Accanto a me di altri portavoce non ne vedete, perché è un lusso che non possiamo permetterci - ha concluso rivolgendosi ai giornalisti presenti - Siamo un'organizzazione che vive sul contributo economico degli iscritti e dobbiamo avere attenzione su come spendiamo i nostri soldi. Non c'è altra operazione che questa".

Maurizio Landini licenzia i suoi? Ma spende 2,7 milioni. Libero Quotidiano il 14 settembre 2023

Non devono essere delle giornate facili per Maurizio Landini. Il segretario della Cgil è finito nel polverone mediatico dopo che il sindacato da lui guidato ha deciso di fare a meno un suo portavoce, Massimo Gibelli. Ma soprattutto perché il licenziamento è avvenuto grazie al Jobs Act, la norma voluta da Matteo Renzi. E che il segretario troppo spesso ha criticato. "La questione è molto semplice - assicura - la Cgil ha proceduto a una riorganizzazione interna e accanto a me non vedete un portavoce, figura che non esiste più perché è un lusso che non possiamo permetterci". Ventiquattro ore di silenzio e imbarazzo. Ma per Landini potrebbe non essere finita qui.

Come riporta Il Giornale, lo stipendio di Gibelli pesava sulla Cgil per appena 55mila euro lordi annui. La pianificazione - per usare un termine caro ai compagni - della comunicazione appaltata da Landini un paio d’anni fa alla srl Futura si è rivelata invece piuttosto onerosa. Nel bilancio ufficiale Cgil 2021, alla voce "oneri per il comparto comunicazione", la cifra è di 2.846mila euro. L'anno seguente si registrano 2.710mila euro, di cui 2.141mila per Futura srl. Nel corso del 2022, si legge, "sono stati effettuati versamenti in conto capitale per euro 2.002.800 per permettere a Futura srl la prosecuzione del proprio consolidamento. In data 23 gennaio 2023 Futura srl ha comunicato che a seguito della perdita di bilancio 2021 ha utilizzato euro 1.089.201 dai versamenti in conto capitale che la società ha ricevuto dalla Confederazione".

Un investimento poderoso voluto da Landini, che sulla propria visibilità mediatica punta moltissimo. Ma il segretario, quando si tratta di protagonismo politico personale, è di manica larga. Anche se le iniziative c'entrano poco con i compiti del sindacato: basti pensare che nel 2022 la Cgil ha circa speso 500mila euro per appoggiare tre manifestazioni per la "pace" e reclamare di sospendere immediatamente il sostegno alla lotta di liberazione dell’Ucraina occupata.

La Storia.

I Numeri.

La Cultura.

A Chieti.

La strage di Brandizzo.

Giacomo Chiapparini.

Vito Germano e Cosimo Lomele.

Alessandro Nasta.

Angelo Giovanni Zanin e Dario Beira.

Antonio Golino.

Giuliano De Seta.

La Storia.

Tragedia di Marcinelle 8 agosto 1956, tra le più gravi stragi minerarie al mondo. Adnkronos su L'Identità l'8 Agosto 2023

(Adnkronos) – Una delle più gravi tragedie minerarie della storia si verificò l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga di Marcinelle) dove si sviluppò un incendio che causò una strage. Morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, per le ustioni, il fumo e i gas tossici. Causa dell’incidente, rivela Focus Cultura Storia, fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all’origine del disastro fu un’incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. Erano le 8 e 10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12. Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo sinistrato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido: 'Tutti cadaveri'. Ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale). In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco. La tragedia della miniera di carbone di Marcinelle è soprattutto una tragedia degli italiani immigrati in Belgio nel dopoguerra. Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore. L'Italia a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. All'arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro 'alloggi', le famose 'cantines': baracche, insomma, o 'hangar', gelidi d'inverno e cocenti d'estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.  La mancanza di alloggi convenienti, previsti peraltro dall'accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all'epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere 'ni animaux, ni etranger' (né animali, né stranieri). Un'integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d'origine professionale. La più pericolosa di queste è la silicosi, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi nei polmoni, crea insufficienze respiratorie. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani oggi parteciperà, alla presenza dei Reali del Belgio, alla 67ma commemorazione della tragedia di Marcinelle. È la prima volta che un vicepremier italiano partecipa alla cerimonia che ha luogo ogni anno nella periferia di Charleroi cui solo poche volte, in passato, è intervenuto un nostro ministro degli Esteri. La presenza di Tajani alle celebrazioni è volta a sottolineare l’importanza che il governo attribuisce tanto all’emigrazione storica, quanto a quella dei nostri giorni. “Il sacrificio dei nostri nonni a Marcinelle e in tanti altri luoghi ci deve rendere orgogliosi per lo straordinario contributo degli emigrati italiani allo sviluppo dei Paesi in cui arrivarono – ha osservato il vicepremier – ma deve farci riflettere anche sulla nuova emigrazione". Secondo Tajani, che ha disposto recentemente anche la riapertura di un Consolato indipendente a Bruxelles per il rafforzamento dei servizi ai cittadini, "i nostri connazionali all’estero sono ambasciatori dell’Italia nel mondo, in quanto sono portatori della nostra cultura e dei nostri valori, così come delle nostre eccellenze imprenditoriali, tecnologiche e scientifiche". Dopo la commemorazione che avrà luogo al sito della miniera e che si aprirà coi tradizionali 262 rintocchi di campana e proseguirà con un sorvolo di due Tornado dell’Aeronautica Militare italiana, il vicepremier renderà omaggio al Monumento alle vittime. Successivamente, incontrerà una rappresentanza della comunità italiana e assisterà alla presentazione di un progetto scolastico in corso nelle scuole belghe e italiane dal titolo “Belgio Chiama Italia”, finalizzato a una rilettura in chiave attuale della tematica dell’emigrazione e a rafforzare la cultura identitaria nelle nuove generazioni. 

I Numeri.

Più infortuni sul lavoro. Diminuiscono i morti ma sono sempre 100 al mese. Storia di Redazione Buone Notizie su Il Corriere della Sera mercoledì 4 ottobre 2023.

Più infortuni sul lavoro (con un aumento del 24,6%), ma meno vittime anche se il numero rimane ancora altissimo: 1.208 morti, vale a dire cento ogni mese. La fotografia tracciata dalla Relazione annuale dell’Inail per il 2022 mostra tutta la drammaticità di una «piaga» che in Italia appare tragicamente insanabile, nonostante la flessione delle persone che hanno perso la vita. Un’emergenza senza fine, soprattutto se si considera che i dati di infortuni e morti (tra incrementi e diminuzioni) risentono dell’incidenza del Covid-19 nel confronto con gli anni passati. E ancora, numeri alla mano. Nei bilanci dei primi otto mesi di quest’anno sono state 383.242 denunce di infortunio (meno 20,9% rispetto allo stesso periodo del 2022 ma più 8,1 a confronto al 2019, anno pre-pandemia) e 657 le vittime (venti in meno rispetto all’anno scorso e 28 in meno a confronto con il 2019). Sono quindi questi i dati forniti dal commissario straordinario dell’Inail, Fabrizio D’Ascenzo, in occasione della relazione annuale.

Ma veniamo nei dettagli. Nel 2022 sono stati denunciati all’Inail 703.432 infortuni sul lavoro, circa 139mila in più rispetto agli oltre 564mila del 2021 (+24,6%). Un aumento, viene spiegato dagli analisti, dovuto sia ai contagi professionali da Covid-19 (passati dai 49mila del 2021 ai 120mila del 2022) sia agli infortuni «tradizionali». Nel 2020, in particolare, l’incidenza media delle denunce da nuovo Coronavirus sul totale degli infortuni denunciati è stata di una ogni quattro, nel 2021 è scesa a una su 12 e nel 2022 è risalita a una su sei. Al netto dei contagi da Covid-19, nel 2022 le denunce di infortunio «tradizionale» registrano un incremento di oltre il 13% rispetto al 2021. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro nel 2022 sono stati 429.004, in aumento del 18,2% rispetto ai 363.074 dell’anno precedente. Circa il 15% è avvenuto «fuori dell’azienda», cioè «in occasione di lavoro con mezzo di trasporto» o «in itinere», nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro.

E veniamo alle vittime sul lavoro. Le denunce di infortunio con esito mortale sono state 1.208, con una flessione del 15,2% rispetto alle 1.425 del 2021. Questa contrazione è legata interamente ai decessi causati dal contagio da Covid-19, passati dagli oltre 230 casi del 2021 agli otto del 2022. Gli infortuni mortali accertati sul lavoro sono stati 606, in calo del 21,7% rispetto ai 774 dell’anno precedente. Quelli avvenuti «fuori dell’azienda» sono 365, pari a circa il 60% del totale (45 casi sono ancora in istruttoria). Gli incidenti plurimi, che hanno cioè causato la morte di più lavoratori, nel 2022 sono stati 19 per un totale di 46 decessi, 44 dei quali stradali.

Intervenendo alla presentazione della relazione dell’Inail, Marina Calderone, la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, ha sottolineato: «C’è un grande sforzo per investire in sicurezza e prevenzione. I numeri, al netto dei casi Covid, dicono che gli infortuni sul lavoro con esito mortale stanno diminuendo. Certamente poi sappiamo che anche una sola vita persa è una sconfitta di sistema, perché il compito è fare in modo che ciò non avvenga».

Incidenti sul lavoro, più di ventimila vittime in vent'anni: i dati dell'Inail. Il segretario della Cgil Maurizio Landini commenta l'incidente alla stazione di Brandizzo inquadrando il fenomeno della morte sul lavoro in Italia come «una strage vera e propria»: l'Inail gli dà ragione. Marianna Piacente su Notizie.it Pubblicato il 7 Settembre 2023

Il lavoro elimina l’uomo. Ma il proverbio non diceva «nobilita»? In effetti, sì. Dai dati raccolti dall’Inail riguardo gli incidenti sul posto di lavoro, tuttavia, è evidente che di nobiltà c’è (rimasto) ben poco. Sono più di ventimila i morti sul lavoro negli ultimi vent’anni, un numero che per il segretario della Cgil Maurizio Landini – intervistato da La Stampa sull’incidente dello scorso 30 agosto avvenuto a Brandizzo (TO) – è indicativo di «una strage vera e propria».

La scarsa sicurezza del lavoro precario: l’appello di Landini

Landini sostiene che tra le principali cause di questi incidenti ci siano le scarse condizioni di sicurezza del lavoro precario e che sia pertanto necessario «investire su prevenzione e controllo». Ha ragione? Ha torto? Entrambe possibili, ma una cosa è certa: i dati che cita sono corretti. I numeri aggiornati delle denunce di incidenti sul posto di lavoro sono raccolti dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: l’Inail specifica quanti tra gli incidenti hanno condotto il lavoratore alla morte, segnalando inoltre se l’infortunio è avvenuto durante il lavoro oppure in itinere, ovvero nel tragitto tra l’abitazione e il luogo di lavoro. A ogni denuncia corrisponde una singola persona infortunata: in caso di incidenti che coinvolgono più persone, il datore di lavoro ha presentato all’Inail tante denunce quanti sono i lavoratori infortunati.

Il record dei morti sul lavoro durante la pandemia da Covid-19

I dati definitivi più recenti sono quelli del 2021: quell’anno le denunce di morti sul lavoro sono state 1.400. Nel 2022, 1.090 (ancora provvisori). Nei primi sette mesi del 2023, 559 (anch’essi provvisori). Prendendo come riferimento i dati del ventennio 2002-2021 rielaborati da Pagella Politica, i morti sul lavoro sono stati in totale 26.199, circa 1.300 all’anno. C’è da dire, comunque, che in questi anni l’andamento del numero di morti sul lavoro è stato altalenante: se nel 2009 si sono toccate le 1.068 vittime, i morti sul lavoro nel 2020 – durante la pandemia da Covid-19 – sono stati ben 1.695. Landini torna, purtroppo.

Quanti sono i morti sul lavoro in Italia nel 2023, ieri tre vittime in un giorno: un 20enne, un 59enne e un 75enne. Quanti sono i morti sul lavoro in Italia nel 2023. Schiacciato da un macchinario, caduto in un cantiere, stroncato dal caldo: due tragedie avvenute in Campania, la terza nelle Marche. Sono persone, non numeri. Andrea Aversa su L'Unità il 20 Luglio 2023 

Si chiamavano entrambi Raffaele. Avevano rispettivamente 20 e 59 anni. Purtroppo sono in ‘buona’ compagnia: con loro ci sono un uomo di 75 anni e un altro di 52. Cosa hanno in comune tutti e quattro? La morte. Quattro persone hanno perso la vita sul lavoro, tre in un solo giorno: ieri. Ed è impressionante quanto la morte non guardi in faccia all’età. Morire a 20 anni schiacciato da un macchinario per macinare le spezie, farlo a 75 anni a causa del caldo per scendere da una gru. I Raffaele hanno perso la vita in Campania, l’anziano nelle Marche e oggi, il 52enne, è deceduto in Puglia: era un operaio rimasto schiacciato tra due tir.

Quanti sono i morti sul lavoro in Italia nel 2023

Si tratta di persone e non di numeri. Ma se parliamo di statistiche ed evidenziamo quelle pubblicate lo scorso maggio dall’Inail, ci troviamo di fronte a dati sconcertanti. Numeri che delineano uno scenario di strage. Una vera e propria mattanza di Stato. Nei primi quattro mesi del 2023 le persone decedute sul lavoro sono state 264, tre in più rispetto al 2022 (+3%). Se a questa cifra aggiungiamo le quattro vittime di questi ultimi due giorni, arriviamo a 268. E alla conta mancano i mesi di maggio e giugno. In merito l’Unione sindacale di base (Usb) ha pubblicato un suo report affermando che i morti sul lavoro fino al 15 giugno sono state 503 (507 con le ultime quattro vittime). È evidente che la sicurezza sul lavoro non è una priorità per lo Stato italiano.

Analizzando il rapporto pubblicato dall’Inail è possibile tracciare un profilo molto specifico per ogni regione italiana. Innanzitutto il Paese è diviso in quattro zone colorate: rossa, arancione, gialla e bianca. Il colore indica rispettivamente la gravità dell’incidenza, se superiore al 25% rispetto alla media nazionale (l’indice di incidenza medio è pari a 9 morti sul lavoro ogni milione di lavoratori). In particolare, sono in zona rossa: Umbria, Valle D’Aosta, Abruzzo e Marche; in zona arancione: Veneto, Piemonte, Liguria, Lombardia e Sicilia; in zona gialla: Campania, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Puglia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Lazio e Toscana; in zona bianca: Calabria, Basilicata e Molise. La regione con più vittime è la Lombardia (42 decessi). Subito dietro il Veneto (23), il Piemonte (18), l’Emilia-Romagna (17), il Lazio (16), la Campania (14), la Sicilia (12), la Toscana (11), la Puglia (10), le Marche e l’Abruzzo (8), l’Umbria (7), la Liguria (6), la Sardegna, il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige (4), la Calabria (2) e la Valle d’Aosta (1).

Il dramma del lavoro minorile

Un’altra piaga è quella relativa al lavoro minorile. Secondo il rapporto, “Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro” di Unicef Italia, nel 2022 ci sono stati +20mila lavoratori minorenni. Nel report è stato scritto che in cinque anni – dal 2017 al 2021 – sono stati ben 74 i ragazzi che hanno perso la vita sul lavoro. La maggior parte di loro, 67, aveva un età compresa dai 15 ai 19 anni. Gli altri 7 meno di 14. Sogni di giovani vite spezzate, vite con speranze e ambizioni che non potranno essere mai realizzate.

Andrea Aversa 20 Luglio 2023

La Cultura.

Operaia di 26 anni muore schiacciata da un macchinario. Grishaj Anila aveva 26 anni ed era impiegata in una ditta di surgelati in provincia di Treviso. Per cause ancora da accertare è morta schiacciata da un macchinario. Francesca Galici il 14 Novembre 2023 su Il Giornale.

Ancora un incidente sul lavoro in Italia, dove nel pomeriggio di oggi è morta un'operaia albanese di 26 anni, Grishaj Anila. La giovane era impiegata in un'azienda di surgelati a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso. La giovane è stata uccisa da un macchinario dell'imballaggio, che prima l'ha incastrata all'altezza della testa poi l'ha schiacciata. Da quanto è stato riferito, quella particolare macchina era stata acquistata di recente dalla ditta ma, per cause ancora da accertare, Grishaj è stata colpita ed è morta a causa dello schiacciamento delle vertebre cervicali. Sul posto carabinieri, personale Spisal (Servizio per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro) e Vigili del Fuoco.

Le indagini sono in corso per capire cosa sia successo e come abbia fatto l'operaia a morire durante il lavoro, in un incidente che ricorda molto da vicino quello di Luana D'Orazio, operaia di 22 anni morta mentre lavorava a un orditoio. Nel pomeriggio, quando è stata resa nota la morte della giovane, si sono registrati momenti di tensione all'interno della fabbrica di surgelati, dove alcuni parenti si sono recati carichi di rabbia per quanto accaduto. Impossibile per il momento capire la dinamica, sarà necessario analizzare il macchinario e ascoltare le eventuali testimonianze di chi ha assistito alla tragedia.

Ma Grishaj Anila non è purtroppo l'unica vittima sul lavoro della giornata di oggi. Nel polo chimico di Ravenna si è verificato un altro gravissimo incidente che ha visto la morte di un operaio di 59 anni. Per cause ancora da chiarire, l'uomo è stato colpito da un escavatore mentre lavorava all'interno di un cantiere. Anche in questo caso sarà necessario attendere i rilievi e le analisi per capire come si sia potuto verificare un incidente così drammatico.

Nei primi sette mesi del 2023 sono

in Italia, delle quali 430 in occasione di lavoro (+4,4% rispetto a luglio 2022) e 129 in itinere (-17,8% rispetto a luglio 2022). Alla Lombardia va la maglia nera per il maggior numero di vittime in occasione di lavoro (74). Seguono Veneto (40), Lazio (36), Campania e Piemonte (33). In 20 anni i morti sul lavoro sono stati circa 20 mila.

Estratto da open.online mercoledì 15 novembre 2023.

È indagato un collega di Anila Grishaj per la morte della operaia 26enne, deceduta ieri 14 novembre dopo essere rimasta schiacciata in un macchinario per l’imballaggio, nello stabilimento di surgelati di Pieve di Soligo, in provincia di Treviso. 

[…] il collega della ragazza, accusato di omicidio colposo, avrebbe spinto il pulsante che ha azionato il macchinario, convinto che non ci fosse nessuno nell’area critica. La ragazza invece si trovava in una zona considerata pericolosa, ma avrebbe escluso che quel macchinario fosse attivo. Grishaj, che lavorava nell’azienda da cinque anni, sarebbe morta dopo che il macchinario le ha schiacciato le vertebre cerebrali.

Un tragico errore umano quindi secondo la procura, che non esclude al momento responsabilità da parte dell’azienda. Nelle indagini sono coinvolti gli ispettori della Spisal, l’agenzia che si occupa di prevenzione nella sicurezza sul lavoro, ai quali potrebbero presto affiancarsi consulenti esterni. Intanto la procura ha acquisito i filmati delle telecamere di sicurezza, per ricostruire più nel dettaglio la dinamica dell’incidente e definire con certezza le responsabilità sul piano della sicurezza.

Incidenti sul lavoro, un’operaia di 26 anni muore a Pieve di Soligo nel Trevigiano. A cura della redazione Cronaca nazionale su la Repubblica il 14 Novembre 2023

La ragazza è rimasta incastrata con la testa in un macchinario della ditta di surgelati Bocon. Morto anche un 59enne all’interno del polo chimico di Ravenna e ferite altre tre persone in Friuli, Trentino e Lombardia. 559 le vittime nei primi sette mesi del 2023

E' stata uccisa da un macchinario che l'ha colpita alla testa nella ditta di surgelati, a Pieve di Soligo, nel trevigiano, in cui era vicedirettrice: così è morta oggi pomeriggio Anila Grishaj, un'operaia di soli 26 anni, in quello che è l'ennesimo incidente sul lavoro. Un macchinario dell'imballaggio, dove la ragazza stava operando, acquistato di recente, per cause in corso di accertamento l'ha colpita schiacciandole le vertebre cervicali. Momenti di tensione all'esterno dell'azienda di surgelati: alcuni familiari della ragazza, particolarmente agitati, sono stati allontanati dai carabinieri.

La tragedia ricorda da vicino la morte di Luana D'Orazio, l'operaia 22enne, mamma di un bambino, morta stritolata dentro un orditoio nel 2021, a Prato, durante il turno di lavoro nella ditta tessile che l'aveva assunta come apprendista. Luana finì dentro l'ingranaggio dell'orditoio, la macchina che permette di preparare la struttura verticale della tela che costituisce la trama del tessuto; il macchinario, emerse poi, era stato modificato per farlo funzionare in automatico e velocizzare il lavoro.

E questo non è l'unico gravissimo incidente della giornata.

Un altro operaio, di 59 anni, è deceduto in un incidente sul lavoro che si è verificato all'interno del polo chimico di Ravenna. L'uomo, per cause ancora da chiarire, è stato colpito da un escavatore mentre lavorava all'interno di un cantiere.

A Sedigliano, in provincia di Udine, invece un giovane è rimasto gravemente ferito dopo essere stato schiacciato dagli pneumatici di un mezzo pesante in manovra ed è stato portato con un volo in ospedale.

Incidente sul lavoro anche in Trentino: un uomo di 43 anni, tecnico manutentore, è rimasto ferito in seguito ad una esplosione mentre stava controllando la caldaia nuova, al primo avvio, che si trova nell'autolavaggio di una officina. Il ferito è rimasto ustionato alle braccia e al volto ed è stato trasportato in codice rosso con l'elicottero all'ospedale Santa Chiara di Trento.

"E' preoccupante leggere quotidianamente di incidenti sul lavoro quando dovrebbe essere il posto più sicuro del mondo dopo casa propria”, sottolineano Gian Luca Fraioli, coordinatore della Uil Veneto-Treviso e Roberto Toigo, segretario generale della Uil Veneto. “Qualcosa non va e bisogna assolutamente rivedere e aggiornare, se necessario, i protocolli di sicurezza".

Infine, un incidente è avvenuto anche a Milano, all'interno del Merlata Bloom il "super mall' di 70mila metri quadrati che sarà inaugurato domani nel quartiere Gallaratese. Un operaio è rimasto ferito in maniera non grave. L'uomo, secondo quanto riferito dai carabinieri, intorno alle 12 è precipitato da una scalinata in allestimento procurandosi la frattura della gamba.

Nei primi sette mesi del 2023 sono 559 le vittime sul lavoro in Italia, delle quali 430 in occasione di lavoro (+4,4% rispetto a luglio 2022) e 129 in itinere (-17,8% rispetto a luglio 2022). Alla Lombardia va la maglia nera per il maggior numero di vittime in occasione di lavoro (74). Seguono Veneto (40), Lazio (36), Campania e Piemonte (33), Emilia Romagna (31), Puglia (29), Sicilia (26), Toscana (21), Abruzzo (16), Marche (14), Umbria e Calabria (13), Friuli Venezia Giulia (12), Trentino Alto Adige e Liguria (11), Sardegna (10), Basilicata (5) e Valle d'Aosta e Molise (1). In 20 anni i morti sul lavoro sono stati circa 20 mila.

Chi sono i due autisti morti mentre trasportavano i migranti, avevano 32 e 34 anni. L'incidente è avvenuto sull'A1, coinvolto uno dei due bus che si è scontrato con un mezzo pesante. I pullman viaggiavano da Porto Empedocle ed erano diretti in Piemonte. Redazione Web su L'Unità il 15 Settembre 2023

Due autisti sono morti e 25 migranti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, in un incidente stradale avvenuto l’autostrada A1, all’altezza di Fiano Romano (Roma). Uno dei bus, in uso alla Prefettura di Agrigento, che stava trasferendo dei migranti da Porto Empedocle ai centri d’accoglienza del Piemonte, ha avuto un impatto frontale con un mezzo pesante. I due autisti, entrambi italiani, hanno perso la vita. Le altre persone ferite sono stati portate in più ospedali della zona. Dei rilievi si è occupata la polizia Stradale. I migranti erano sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi.

Chi sono i due autisti morti mentre trasportavano i migranti

L’incidente stradale si è verificato alle 2,22, i bus erano partiti alle ore 10 di ieri. Chi sono i due autisti morti mentre trasportavano i migranti? Le vittime sono state identificate: si tratta di Alberto Vella, di 34 anni, e Davide (chiamato Daniel) Giudice di 32. I due giovani sono entrambi originari di Favara (località in provincia di Agrigento). L’episodio si è rivelato una tragedia nella tragedia: quella dei migranti e quella delle morti sul lavoro.

Migranti e morti sul lavoro

Il trasferimento dei migranti da Lampedusa è stato reso necessario in quanto l’hotspot dell’isola era al collasso con ben 7mila persone presenti. Infatti ieri, ci sono state delle tensioni tra gli immigrati ammassati sul molo e le forze dell’ordine. Sempre nella giornata di ieri, un altro dramma: un neonato di 5 mesi è morto annegato al largo dell’isola. Per quanto riguarda le morti bianche, con i due autisti deceduti oggi, siamo a sette persone che hanno perso la vita in tre giorni, altrettante tre solo in Campania. Cinque su sette originarie del Sud.

Redazione Web 15 Settembre 2023

Morti sul lavoro, da Treviso al porto di Salerno: altre cinque vittime. Chi erano. Storia di Redazione Cronache su Il Corriere della Sera giovedì 14 settembre 2023.

Una strage che non si ferma. Ieri altri cinque persone sono morte sul lavoro e quattro sono rimaste ferite. In meno di 24 ore. Gli incidenti mortali si sono verificati a Bologna, Napoli, Salerno e nel Trevigiano. E si sommano ai tre operai della provincia di Chieti vittime, il giorno prima, di un’ un’esplosione avvenuta in fabbrica. La tragica statistica si è ingrossata a poche ore dalle parole di denuncia che il Presidente della Repubblica, , aveva fatto pervenire in un messaggio alla ministra del Lavoro Elvira Calderone: «Non è tollerabile perdere una lavoratrice o un lavoratore a causa della disapplicazione delle norme che ne dovrebbero garantire la sicurezza sul lavoro. I morti di queste settimane ci dicono che quello che stiamo facendo non è abbastanza. Lavorare non è morire».

In sette mesi (da gennaio a luglio 2023), secondo i dati pubblicati dall’Inail, le vittime sul luogo del lavoro accertate sono state 559. Secondo altri dati, aggiornati del sindacato di base Usb in questi giorni, si sarebbe oltrepassato il numero di 800 infortuni mortali.

Ieri a perdere la vita sono stati quattro operai e un giovane ufficiale. Alfredo Morgese stava lavorando all’aeroporto Marconi di Bologna; Giuseppe Lisbino e Giuseppe Cristiano sono morti a pochi chilometri di distanza, nel Napoletano. Il quarto operaio, Marco Bettollini, era nella cantina Ca’ di Rajo a San Polo di Piave (Treviso). Mentre l’ufficiale di 29 anni, Antonio Donato, è stato travolto nel porto di Salerno.

Del triste bilancio fanno parte anche quattro feriti. Ai due colleghi che stavano lavorando con il giovane ufficiale e con Bettollini, vanno aggiunti un 59enne di origini tunisine, colpito da una trave alla testa in un’azienda ceramica del polo industriale di Finale Emilia (Modena) e un 50enne nel Fermano, il cui braccio destro è finito in un’impastatrice di massetto autolivellante. Gli è stato amputato l’arto fino al gomito.

Alfredo schiacciato sulla pista

S i chiamava Alfredo Morgese, aveva 52 anni ed è morto alle 3.45 di notte. Schiacciato dall’auto guidata da un collega sulla pista dell’aeroporto Marconi di Bologna. Morgese, sposato, 3 figlie e un nipotino, abitava nel Modene-se e da 14 anni era dipendente della Frantoio Fondovalle, che ha in appalto la manutenzione della pista dello scalo. Da una prima ricostruzione, dopo aver concluso il carico e scarico del bitume, Morgese era sceso dal mezzo e si era spostato sul retro, tra il portellone e il carrello ribaltabile, per rimuovere le scorie. In quel momento un collega, in retromarcia con un altro mezzo spargisabbia, senza vederlo, l’ha schiacciato contro il portellone. Per lunedì i sindacati hanno indetto uno sciopero di 4 ore (Marco Madonia)

Antonio, l’ufficiale

S i chiamava Antonio Donato, 29enne messinese, il giovane ufficiale travolto e ucciso al porto di Salerno nell’incidente in cui è rimasto anche gravemente ferito un collega. Entrambi imbarcati sulla «Cartour Delta» della compagnia Caronte & Tourist attraccata in porto, al molo 26. Per l’Autorità portuale di Salerno l’incidente sarebbe avvenuto «a bordo della nave». Ma la compagnia dà un’altra versione: «Due uomini, un primo ufficiale e un secondo ufficiale in servizio sulla “Cartour Delta”, sono stati travolti mentre erano a terra da un trattore-ralla dell’impresa portuale che — secondo le prime ricostruzioni — durante le operazioni commerciali manovrava in retromarcia su una banchina del porto». (Patrizio Mannu)

Giuseppe caduto da 10 metri

Era impegnato nell’installazione di pannelli fotovoltaici l’uomo di 44 anni, Giuseppe Lisbino, residente a Frattaminore, nel Napoletano, deceduto nel pomeriggio di ieri in un incidente sul lavoro avvenuto ad Arzano. L’operaio, per cause in corso di accertamento, è precipitato dal tetto del capannone da un’altezza di circa 10 metri. Le indagini dei carabinieri di Arzano coadiuvati dal personale dell’Asl dovranno accertare se l’operaio è caduto per un malore, oppure se l’incidente possa essere stato causato per un problema di mancata sicurezza durante l’installazione dei pannelli. Lisbino lascia la moglie e due figli. Sulla sua pagina facebook molti in queste ore scrivono messaggi di cordoglio. (P.M.)

Giuseppe, investito dal camion

È morto poco prima dell’alba Giuseppe Cristiano, 66 anni, dipendente di Asìa, l’azienda comunale di igiene urbana di Napoli. È stato investito frontalmente da un camion dell’azienda nel deposito di Piazzale Ferraris, durante la manovra di uscita. Un’ambulanza lo ha portato all’Ospedale del Mare, dove è stato operato ma è deceduto. L’investimento mortale dell’operaio è avvenuto malgrado il piazzale sia ben illuminato. Il sistema di videosorveglianza ha ripreso le fasi tragiche dell’incidente e le immagini saranno messe a disposizione degli inquirenti. I sindacati Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Fiadel della Campania hanno proclamato per oggi 4 ore di sciopero dei lavoratori di Asìa Napoli. (P.M.)

Marco, morto nella cisterna

È entrato in una cisterna per lo stoccaggio del vino per salvare il collega che giaceva a terra svenuto. Le esalazioni però gli hanno fatto perdere i sensi e Marco Bettollini, enologo di 46 anni originario di Roma ma da anni residente a Bassano del Grappa (Vicenza), è affogato nei pochi centimetri di residui di vino presenti sul fondo dell’autoclave. Il collega di 31 anni è stato poi tratto in salvo dai vigili del fuoco e portato in ospedale dove è tuttora ricoverato in gravi condizioni. La tragedia è avvenuta nella cantina Ca’ di Rajo di Rai di San Polo di Piave (Treviso) proprio nel giorno della festa di inizio vendemmia. Secondo la prima ricostruzione ad opera dello Spisal l’operatore più giovane era entrato nella cisterna per eseguire la pulizia del fondo ma è svenuto a causa delle esalazioni presenti nell’autoclave; il collega più esperto è entrato per salvarlo ma ha perso i sensi. (Ni.Ro.)

L'Italia dell'ecatombe bianca. Tre morti al giorno sul lavoro. Il report dell'Inail: da gennaio a luglio 559 vittime. I più a rischio gli ultra 65enni. Record in Lombardia. Enza Cusmai l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

I numeri ufficiali delle morti sul lavoro si fermano a luglio. Quelli di agosto, sei solo ieri, saranno inserite in un`altra arida tabella Inail. Le statistiche ci dicono che ben 559 lavoratori sono usciti di casa per andare a lavorare e non sono più rientrati nelle rispettive case, dalle rispettive famiglie. Si contano dunque 80 morti sul lavoro al mese, circa 20 a settimana, quasi tre al giorno. Il mercoledì, curiosità macabra, sembra essere il giorno più luttuoso della settimana, ovvero quello in cui si sono verificati più infortuni mortali nei primi sette mesi dell`anno (20,5%).

Le tabelle aggiornate a luglio scorso e rese note ieri dall`Inail, sono drammatiche, perché i decessi crescono in modo vertiginoso nonostante si faccia un gran parlare di sicurezza nel mondo di lavoro, che evidentemente non è ancora sufficiente a fermare le disgrazie evitabili. Se a fine maggio, gli infortuni con esito mortale erano «fermi" a 358», sono bastati due mesi in più di conteggi per far schizzare il numero complessivo fin quasi a raddoppiarlo. E comprendono sia le morti sul lavoro, sia quelle che avvengono quando ci si trasferisce da casa al posto di lavoro e viceversa, con i mezzi pubblici o privati.

Nel dettaglio, i decessi sono avvenuti o sul luogo di lavoro sono 430, quelli in itinere 129. Ma se le morti per incidente stradale o malore non direttamente connessi al posto di lavoro sono in netto calo, -17,8% rispetto al luglio del 2022, i morti durante il turno di lavoro crescono del 4,4%.

A morire sono soprattutto gli ultra 65enni (65,5% di incidenza), poi quelli vicini più alla pensione, la fascia 55-64 anni. Ma si contano anche 18 ragazzini tra i 15 e i 24 anni a cui è stato negato un futuro e ben 39 giovani adulti tra i 25 e i 34 anni.

E uno si domanda a questo punto dove si muore di più. Chi pensa al manufatturiero sbaglia settore. Quello, a volte molto pericoloso per l`utilizzo dei macchinari, rimane il più colpito ma spesso dagli infortuni (35.503). Per i decessi invece, nei primi sei mesi del 2023 è sempre il settore trasporti e magazzinaggio a registrare il maggior numero di decessi in occasione di lavoro: sono 50 in tutto. Segue a distanza il settore delle Costruzioni (39), dalle attività manifatturiere (37) e dal commercio (27).

I lavoratori stranieri sono quelli più esposti: il loro rischio di infortunio mortale è quasi doppio rispetto agli italiani, con un`incidenza di mortalità di 33% su un milione. In sette mesi ne sono morti 79 spesso nei cantieri edili che non garantiscono le minime norme di sicurezza. Gli infortuni mortali sono stati 351, con un`incidenza nazionale del 16,9%. Le donne morte sul lavoro rimangono ancora una minoranza. L`incidenza è del 2,6%. Hanno perso la vita in azienda 25 donne, mentre 14 di loro hanno detto addio al mondo mentre tornavano a casa, oppure mentre si recavano sul posto di lavoro. Le regioni che denunciano una situazione più drammatica sono quelle dell`Italia centrale. Elaborando i dati Inail, è l`Osservatorio sicurezza sul lavoro e ambiente Vega di Mestre a stilare una classifica regionale da cui emerge che si muore di più sul posto di lavoro in Umbria, Abruzzo, Basilicata e Calabria (Crotone in testa). In questi territori, l`incidenza dei decessi è superiore al 25% rispetto alla media nazionale del 18,6% di decessi su un milione di occupati. E per questa grave situazione, Vega le ha inserite nella «zona rossa». Nella fascia arancione, un po` meno pericolosa, invece finiscono Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, insieme a Puglia, Marche, Campania, Sicilia e Veneto. In zona gialla, invece troviamo Piemonte, Valle d`Aosta, Liguria, Sardegna, Lombardia e Lazio.

Numericamente però in Lombardia si conta per il maggior numero di vittime (74). Seguono: Veneto (40), Lazio (36), Campania e Piemonte (33), Emilia Romagna (31), Puglia (29), Sicilia (26), Toscana (21), Abruzzo (16), Marche (14), Umbria e Calabria (13), Friuli Venezia Giulia (12), Trentino Alto Adige e Liguria (11), Sardegna (10), Basilicata (5) e Valle d`Aosta e Molise (1).

Morti sul lavoro, se le leggi (da sole) non bastano. L’Italia ad oggi è tra i paesi con la normativa più restrittiva in tema di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, e ciò nonostante siamo tra i paesi occidentali più vulnerabili. Ferrante De Benedictis l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

La tragedia ferroviaria di Brandizzo, dove la scorsa notte un treno merci ha spento per sempre la vita, le speranze ed il futuro di 5 uomini e delle loro famiglie, riporta prepotentemente in primo piano il tema della sicurezza sul lavoro.

Kevin Laganà il più giovane era un ragazzo di soli 22 anni, Michael Zanera di anni 34; Giuseppe Sorvillo, 43 anni; Giuseppe Aversa, 49 anni e Saverio Giuseppe Lombardo di anni 52, in una tranquilla notte di fine agosto, inconsapevoli di quanto il destino avesse loro riservato, stavano lavorando ed immaginavano un futuro migliore.

Il lavoro appunto, quello che dovrebbe portare serenità e sicurezza nelle famiglie, quello che dovrebbe nobilitare l’uomo, offrirgli la speranza per un domani radioso, ed invece si trasforma in uno spietato killer, portatore di disgrazia, che lascia nella paura e nel dolore un’intera comunità, il lavoro che doveva garantire il futuro glielo ha cancellato portandosi via per sempre quanto avevano di più prezioso “la vita”.

Non entreremo nel merito delle indagini e delle responsabilità oggettive, ma di certo quando accadono fatti del genere non si può dare la colpa al fato, chi come me si occupa di sicurezza sa benissimo che, se è pur vero che il rischio zero non esista, oggi abbiamo gli strumenti per ridurlo e riportarlo in un campo così detto di accettabilità.

Il rischio è infatti il prodotto di due fattori una probabilità che un certo evento possa cagionare un danno ed una magnitudo, ossia il suo potenziale impatto; e l’analisi del rischio di norma lavora su due leve la prevenzione e la protezione, la prima riduce la probabilità di accadimento, la seconda la magnitudo (ossia riduce i potenziali effetti negativi), ma badate bene il tutto funziona solo se inserito in un contesto culturale adeguato.

Senza un’autentica cultura della sicurezza, nessuna legge, norma o sanzione potrà mai essere pienamente efficace, e purtroppo il nostro è un paese che già mal digerisce le regole, ma fatica ancor di più a metabolizzare una cultura della sicurezza che si traduca in un’attenzione proattiva alla questione della sicurezza.

Tale cultura della sicurezza non la si può trasferire in modo nozionistico, ma deve diventare centrale in un processo educativo che interessi tutte le agenzie preposte le famiglie, la scuola, i centri di formazione, le agenzie del lavoro e le istituzioni.

Quando ci si riferisce al tema della cultura della sicurezza si fa riferimento, in modo molto più ampio, al fatto che si debbano dare risposte forti su prevenzione e protezione del territorio, sulle politiche di analisi e di indagini preditive e preventive, sui modelli organizzativi delle aziende. E tale esempio virtuoso non può non venire in primis dalle istituzioni che in questo modo dimostrano con i fatti che il nostro è un paese meraviglioso che fa della cultura della sicurezza e dunque della prevenzione un baluardo insostituibile, senza questo diventa arduo il compito di far comprendere al cittadino l’importanza di assimilare una piena cultura della sicurezza che si traduca in un’attenzione alla prevenzione ed alla protezione in ogni attività del proprio quotidiano sia esso lavoro o tempo libero.

Ma oggi cosa possiamo fare concretamente? La risposta più naturale dopo un’immane tragedia come questa è quella emotiva e che ha sempre portato nel nostro paese a valutare l’inasprimento delle pene, al moltiplicare procedure, norme, modelli, ma purtroppo temo che non basterà. L’Italia ad oggi è tra i paesi con la normativa più restrittiva in tema di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, e ciò nonostante siamo tra i paesi occidentali più vulnerabili, abbiamo una media di 2,25 decessi ogni 100 mila lavoratori contro una media UE di 1,77; per questa ragione è forse giunto il tempo di proporre meno leggi ma più buone azioni e buone pratiche, far così comprendere ai nostri lavoratori e ai nostri imprenditori che la sicurezza è un valore e non un onere, che un’azienda sicura vale molto di più di una meno sicura, che sicurezza e qualità vanno a braccetto

e che una vita vale più di qualunque contratto.

Bisognerà anzitutto invertire la perversa logica del profitto a tutti i costi e la conseguente definitiva sconfitta della centralità della persona, che da fine diventa mezzo, merce, strumento di profitto appunto. Il lavoratore deve ritornare ad essere il fine e come tale la sua salvaguardia deve avere l’assoluta priorità, ma perché ciò avvenga si deve puntare su un processo culturale, unico strumento utile a rigenerare le coscienze e modificare le abitudini.

Tutto questo perché non possiamo continuare a fingere di non vedere e voltarci dall’altra parte, dietro ogni morte c’è un dramma sociale, una sconfitta per un’Italia che non è in grado di creare occupazione e di proteggere chi un’occupazione troppo spesso è costretto ad accettarla per sopravvivere, per offrire una flebile speranza ad un bimbo e ad una moglie che attenderà invano il suo eroe.

Teresa Bellanova sulla tragedia di Brandizzo: “Doveva essere evitata. Le morti sul lavoro accadono per distrazione. Leggi sufficienti, il problema è applicarle”. Parla l’ex viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: “Abbiamo il dovere di fare quanto prima chiarezza perché quei lavoratori non torneranno in vita ma le famiglie devono sapere che lo stato non si gira dall’altra parte”. Annarita Digiorgio su Il Riformista l'1 Settembre 2023 

«Morire sul lavoro è un oltraggio alla convivenza», ha detto ieri Mattarella per la tragedia dei cinque lavoratori che hanno perso la vita sulle rotaie della Milano-Torino. Ne abbiamo parlato con Teresa Bellanova che tra ministeri, parlamento e sindacato, si occupa di lavoro da sempre.

Cosa è successo a Brandizzo?

«Una tragedia che doveva assolutamente essere evitata perché perdere la vita con tutte le innovazioni, le digitalizzazioni e i controlli da remoto che si possono fare al giorno d’oggi, è assurdo. Perdere la vita è sempre inaccettabile ma lo è ancora di più quando la si perde per andare a lavorare».

Ma le morti bianche sono tante?

«Di bianco c’è solo il lenzuolo che copre quei morti. Non è fatalità quando accade un incidente sul lavoro, ma c’è un’omissione del rispetto delle regole. O per rendere più veloce i tempi di lavorazione, o determinate pratiche, o perché non si rispettano le regole. Le morti sul lavoro accadono per distrazione, disattenzione e non applicazione delle regole».

Che non possono essere imputate al lavoratore?

«Assolutamente no. Il lavoratore deve essere tutelato, e c’è una legge che lo fa. Il punto è che se le norme dicono che devi bloccare il traffico quando si fanno questi lavori e questo non avviene, o se una lavoratrice sta a un telaio e viene tolto un attrezzo per farlo andare più veloce, la colpa non è del lavoratore ma di chi deve rispettare le regole e di chi deve controllare».

Dipende dalla legge scarsa?

«No, abbiamo una legislazione d’avanguardia sulla salute e la sicurezza, il punto è farla applicare e controllare. Da parte delle istituzioni, dell’azienda e della rappresentanza del lavoro».

Quindi non servono nuove leggi?

«La legge che c’è è sufficiente. Non è che a ogni incidente facciamo una nuova legge e inaspriamo le pene. Se poi non fai applicare neppure quella già esistente, stai solo prendendo in giro».

Ma anche per la violenza sulle donne a ogni evento di cronaca viene detto facciamo una nuova legge.

È riconosciuto a livello internazionale che per la sicurezza sula lavoro in Italia abbiamo una legislazione di alta qualità, che va oltre quanto è previsto in Europa. Così è per le donne. Ma se vengono lasciate sole e le regole non vengono applicate, è il massimo della pigrizia richiamare pene più severe. Intanto facciamo rispettare quelle che ci sono e garantiamo la certezza delle pene. Facciamo che le donne vengano ascoltate e credute, che si facciano approfondimenti immediati appena denunciano».

Ma sulle reti ad esempio ci sono strumenti di sicurezza per evitare queste tragedie?

«Bisogna applicare tutti i mezzi che la scienza ci ha messo a disposizione per evitare tanti incidenti. L’innovazione non deve essere mai fermata e bisogna applicare ciò che il mondo della ricerca mette a disposizione. Nel caso specifico io spero si accertino rapidamente le responsabilità perché è già vietato lavorare dove c’è un treno in movimento. Abbiamo il dovere di fare quanto prima chiarezza perché quei lavoratori non torneranno in vita ma le famiglie devono sapere che lo stato non si gira dall’altra parte».

Ma se abbiamo più di 400 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, siamo di fronte a un fenomeno sociale?

«La logica del profitto non può prevalere sul valore della vira umana. Nessun incidente su lavoro è impossibile da evitare».

Ad esempio tu ti sei occupata da tanti anni di Ilva, tutti sappiamo che un ennesimo incidente in quella fabbrica implicherebbe la morte del siderurgico, eppure ci sono stati tre morti al porto di Taranto nell’ultimo anno e non ne parla nessuno. Esistono morti di serie A e morti di serie B?

«Purtroppo si, ma sono tutti uguali, e bisogna prestare la stessa attenzione sia che dipendano da una multinazionale che dall’indotto. Troppe persone muoiono e troppe rimangono invalide. Purtroppo fanno notizie gli incidenti in cui ci sono i morti, ma ce ne sono tantissimi in cui i lavoratori portano delle disabilità che sono altrettanto gravi e vanno evitate».

I sindacati dovrebbero essere più presenti?

«C’è disattenzione sulla mancata formazione ai datori di lavoro, ai responsabili della sicurezza e ai lavoratori. Ogni persona deve essere consapevole dei rischi che incorre facendo o non facendo determinate operazioni sul lavoro. Ognuno deve fare la sua parte se ci sono tanti incidenti significa che ci sono tanti luoghi in cui le norma vuole che sono state conquistate anche dalle iniziative dei sindacati non vengono applicate come si dorrebbe».

Si può fare di più?

«Chi dice che servono nuove norme deve dire cosa. Cosa manca nella legislazione? Devono dirlo con contezza altrimenti si specula difronte al lavoro delle persone».

Se i rischi per chi lavora sono di perdere la vita, meglio il reddito di cittadinanza?

«Non penso che un operaio arriva a fare questa riflessione. Va ripensato il valore del lavoro, per tutti».

Annarita Digiorgio

Vittime di una guerra. 1090 morti sul lavoro in un anno: è una carneficina, non chiamateli incidenti. Politiche aziendali al risparmio, prevenzione scarsa o inesistente, regole ignorate: nei campi, nei cantieri, nei campi, nei magazzini si continuano a immolare innocenti sull’altare del Dio profitto. Marco Grimaldi su su L'Unità l'1 Settembre 2023

Brandizzo. Un nuovo nome, come in guerra, per ricordare una battaglia in tempo di pace. Ieri notte nel comune alle porte di Torino, hanno perso la vita, in un colpo solo, cinque operai di una ditta di manutenzione, che stava operando sui binari della linea Torino-Milano. Travolti alle spalle e smembrati da una locomotiva che stava percorrendo quel tratto a tutta velocità. Una carneficina.

La pm Giulia Nicodemo è arrivata prima dell’alba per le prime rilevazioni. La procuratrice di Ivrea, Gabriella Viglione, informata alle prime luci del mattino, ha aperto l’inchiesta sulla strage. Nel fascicolo si ipotizzano i reati di “disastro ferroviario colposo e omicidio colposo plurimo”, tutto ancora a carico di ignoti. Sono stati sequestrati diversi documenti e già sentite molte persone. In primis i due macchinisti che erano alla guida del treno e che sono stati trasportati all’ospedale di Chivasso dopo l’impatto, anche per verificare il loro stato di salute. Sentiti dai magistrati hanno confermato di “non sapere della presenza degli operai”.

Sul tavolo diversi punti oscuri di un incidente al momento inspiegabile. La linea infatti avrebbe dovuto essere chiusa, analisi saranno effettuate anche sul convoglio che ha investito e ucciso gli operai che però era previsto passasse a quell’ora, non certo ad alta velocità. Un passaggio però non visibile sugli orari pubblici, giacché il convoglio viaggiava senza passeggeri. Da verificare anche quando avrebbero dovuto cominciare i lavori, e ovviamente quanti ne erano a conoscenza. “I lavori erano appena iniziati, ma noi come Comune non siamo quasi mai avvisati se ci sono lavori sulla linea. Io li avevo visti qualche giorno fa, in diurno, lavorare sulla linea, per mettere a posto le transenne e il verde. Quindi, presumo che siano lavori di routine. Non c’era nulla di straordinario in queste cose, presumo sia avvenuto qualcosa” nella comunicazione “tra la ditta appaltatrice dei lavori e Rfi”.

A dire queste parole subito a caldo è il sindaco di Brandizzo, Paolo Bodoni, accorso sul luogo. Nelle prossime ore si capirà di più su quali disposizioni di sicurezza dovessero osservare gli addetti della società Sigifer di Borgo Vercelli. Secondo Rfi, il cantiere poteva essere attivato soltanto dopo che il responsabile della squadra operativa del cantiere avesse ricevuto il nulla osta formale ad operare, in esito all’interruzione concessa, da parte del personale abilitato di Rete ferroviaria italiana. Secondo le Ferrovie italiane, “sotto indagine” sarebbe “il rispetto della procedura di sicurezza vigente. Infatti, questo genere di interventi di manutenzione, che nello specifico riguardavano il cosiddetto armamento (binari, traverse, massicciata), Rfi le affida anche a imprese esterne qualificate e certificate, e si eseguono come previsto in assenza di circolazione dei treni”. Insomma, Rfi si difende e attacca: “I lavori – secondo procedura – sarebbero dovuti iniziare soltanto dopo il passaggio di quel treno”.

Ma c’è qualcosa che non torna. Ed il quadro più generale della vicenda. E i primi a dirlo sono proprio i sindacati. “Il sistema dei subappalti e degli appalti fa risparmiare le imprese, ma mette a rischio salute e vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Politiche aziendali tese al risparmio aumentano i rischi e le vittime, determinano tragedie e compromettono la vita di persone che escono da casa per lavorare e non ci ritornano più. È un sistema che va cambiato”, tuona Giorgio Airaudo, storico sindacalista della Fiom, già deputato e oggi segretario generale Cgil Piemonte lo dice tra le righe. “La vicenda di Brandizzo riapre una ferita, fa tornare indietro nel tempo. È una triste storia che crea angoscia, ansia, dolore”. Queste parole non sono del presidente Sergio Mattarella, ieri pomeriggio presente sul luogo per deporre un mazzo di fiori in ricordo dei 5 operai. Sono di Rosaria Demasi Plati, la mamma di Giuseppe, operaio della Thyssenkrupp morto a 26 anni dopo 24 giorni di agonia.

“La vicenda Thyssen purtroppo non ha insegnato nulla.  Per qualche anno abbiamo sperato che qualcosa cambiasse, ma si tende a dimenticare. Non dimentica solo chi purtroppo c’è, chi muore e i parenti che rimangono” spiega la donna. “Purtroppo fatti come quello della Thyssen accadono ancora e ti fanno tornare indietro, a quei terribili giorni. Impossibile non pensare alle famiglie e a quello che stanno vivendo, ai lavoratori che hanno perso la vita. Uno aveva solo 22 anni, una vita spezzata”, osserva Rosaria. “Si lavora con superficialità, non c’è prevenzione, non c’è cultura della sicurezza in Italia e mai ci sarà. Si dovrebbero vergognare, la gente non può morire in questo modo, non si rendono conto del dolore che provocano alle famiglie. Abbiamo le regole, ma niente si applica. Non c’è giustizia. In questo paese che amo e a volte odio nessuno paga perché sono potenti o perché hanno i soldi o perché si comprano tutto”.

Quello che è avvenuto nella stazione di Brandizzo ieri notte per il Piemonte è la sciagura più drammatica sul lavoro, dopo quella della Thyssen, costata la vita a 7 persone. Avvenuta a meno di due anni da un altro eccidio sempre a Torino in via Genova, quando il 18 dicembre 2021 con lo schianto al suolo di una gru montata sul suolo persero la vita Filippo Falotico di 20 anni, Roberto Peretto di 52 anni e Marco Pozzetti di 54 anni. Omissioni, lacune nei controlli. E poi la manovra sbagliata da parte del pilota dell’autogru, mezzo che, tra l’altro, non era idoneo al lavoro che doveva svolgere, perché era più basso del necessario, secondo le perizie dell’accusa. Sono alcune delle conclusioni a cui è giunta la Procura di Torino al termine delle perizie di parte sulla tragedia quando una gru crollò in strada e tra i palazzi da 40 metri di altezza.

Una tragedia che ‘si poteva evitare’, se fossero stati adottate specifiche misure tecniche, i tre operai forse si sarebbero salvati. Di lavoro e sul lavoro si continua a morire in Italia: secondo le ultime rilevazioni dell’Inail nel 2022 sono state 1090 le persone che hanno perso la vita nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi, nei magazzini, sui mezzi di trasporto. In questo anno ne sono morte tre al giorno. In molti oggi hanno detto che serve introdurre il reato di morte sul lavoro. Spero che presto ne discuteremo in Parlamento e nelle commissioni di inchiesta sulle morti sul lavoro appena insediate alla Camera e al Senato. Rimettiamo al centro le condizioni del lavoro in questo Paese, prima di tutto per fare vera prevenzione. Perché bisognerebbe iniziare a mettere nero su bianco che non si possono trattare le persone e il lavoro come una merce su cui risparmiare e fare profitto.

Marco Grimaldi 1 Settembre 2023

Labour Weekly. Se abbiamo gli Ispettori del lavoro, lo dobbiamo all’Impero austro-ungarico. Linkiesta il 24 Giugno 2023

Nel 1883, centoquaranta anni fa, Vienna approvò la legge che istituiva i cosiddetti “Ispettori industriali”. I primi a operare nelle città italiane sono stati assunti proprio dagli austriaci. Da questa settimana pubblichiamo la newsletter dello studio legale Laward

La nascita degli Ispettori del lavoro

Durante la seconda metà del diciannovesimo secolo le industrie continuavano ad attirare sempre più persone dalle campagne. Dopo un primo periodo senza nessuna tutela, gli operai iniziavano a vedere qualche diritto in fondo al tunnel. In questo contesto, l’Impero Austro-ungarico ha approvato una legge che istituiva i cosiddetti “Ispettori industriali”, gli antenati degli odierni Ispettori del lavoro. La legge è stata approvata nel 1883, quando il territorio austriaco includeva città come Trieste, Trento e Bolzano. Possiamo quindi dire che i primi Ispettori del lavoro a operare in città italiane sono stati assunti da Vienna.

L’articolo 5 della legge n. 117 del 17 giugno 1883 descrive i compiti degli Ispettori specificando che: «L’incombenza degli ispettori industriali in faccia ai padroni ed agli operai, consiste nella sorveglianza dell’esecuzione delle prescrizioni di legge concernenti:

le disposizioni e gli allestimenti, ai quali sono obbligati i possessori dell’industrie a tutela della vita e della salute degli operai tanto negli spazi di lavoro come in quelli di abitazione, qualora li forniscano;

l’impiego di operai, in tempo giornaliero di lavoro e le interruzioni periodiche del lavoro;

la tenuta di elenchi degli operai e l’esistenza di regolamenti di servizio, i pagamenti della mercede e le legittimazioni degli operai;

l’istruzione industriale degli assistenti giovanili».

Come avrete notato, i cosiddetti “Ispettori industriali” erano chiamati a svolgere le attività che grossomodo sono eseguite oggi dai nostri Ispettori del lavoro. Il controllo degli ambienti di lavoro, la verifica dell’orario e dei riposi, il rispetto degli adempimenti burocratici, la formazione dei più giovani. Certo i diritti garantiti ai lavoratori del 1883 erano molti di meno rispetto ai dipendenti di oggi. L’istituzione di un organismo di controllo specializzato nei luoghi di lavoro ha rappresentato comunque un passo importante per aumentare le tutele di chi lavora.

Tanti auguri agli Ispettori del lavoro austro-ungarici che hanno da poco compiuto 140 anni e scusate per questo numero “Barberiano” della newsletter*.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Da oggi, ogni settimana, Linkiesta ne pubblicherà i contenuti. Qui per iscriversi

Strage silenziosa: in Italia 264 morti sul lavoro in quattro mesi. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 18 giugno 2023.

Sono già 264 le persone che nei primi quattro mesi del 2023 hanno perso la vita a causa del proprio lavoro. In media 16 a settimana. Una cifra che secondo il Centro Studi della Confederazione sindacale Unitaria di Base (Cub), che ha diffuso i dati, “è fortemente in difetto”. Le ultime vittime si sono susseguite una dietro l’altra nel giro di neppure ventiquattro ore, a poca distanza l’una dall’altra.

A Castegnato, in provincia di Brescia, Sami Macakulli è precipitato giù dritto per 45 metri dal traliccio a cui si era appeso per effettuare alcuni lavori di manutenzione. Il ventitreenne è praticamente morto sul colpo, sotto lo sguardo incredulo dei colleghi della ditta privata per cui lavorava. Pare che il ragazzo fosse legato alla struttura con un grosso cavo, che però poi ha ceduto.

A pochi chilometri di distanza la stessa sorte è toccata a Tiziano Pasquali, sessantenne originario di Piove di Sacco (Padova), schiacciato da un mezzo pesante operante nei cantieri tra Desenzano del Garda e Brescia della A4, mentre era impegnato in un intervento sotto un cavalcavia. Anche Angelo Aleo è morto in un incidente verificatosi in un cantiere, questa volta edile. L’operaio cinquantaseienne, di Acireale, è morto dopo una caduta da tre metri di altezza mentre stava lavorando alla realizzazione del solaio di un edificio per abitazione civile, a Misterbianco (Catania).

Non ce l’ha fatta neppure Pasquale Cosenza, morto dopo la caduta del 9 giugno da un’altezza di circa 10 metri. L’uomo è precipitato dal tetto di un’azienda di Pastorano (in provincia di Caserta) su cui era salito per montare dei pannelli fotovoltaici. Tra le vittime delle ultime ore ci sono anche Giovanni e Filippo Colapinto, rispettivamente padre e figlio di 81 e 47 anni, morti durante l’ispezione e la pulizia di una cisterna di vino a Gioia del Colle (in provincia di Bari). Le prime ricostruzioni dicono che il figlio sia caduto per primo all’interno del ‘pozzo’, probabilmente perché intossicato e stordito dalle esalazioni di anidride carbonica. Il padre, che avrebbe cercato di salvarlo, sarebbe poi caduto a sua volta.

Perché sono ancora così tante le persone che in Italia muoiono sul posto di lavoro?

Secondo Walter Montagnoli, membro della segreteria nazionale della CUB, il motivo è che «manca una seria cultura della sicurezza sul lavoro, mancano soprattutto severi e capillari controlli sul rispetto delle normative di legge» e «manca la volontà politica di arginare una volta per tutte questa strage quotidiana». Una piaga che in realtà affligge anche molti altri Paesi europei.

Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea, tenendo conto del numero di infortuni in rapporto alla popolazione occupata e dei vari settori in cui questi si verificano, dice che nel continente nel 2020 ci sono stati 1.446 infortuni non fatali e 2.1 fatali ogni 100mila lavoratori – in quest’ultima classifica l’Italia è undicesima, con 3 morti ogni 100mila occupati (dati elaborati da Openpolis). Numeri che, in entrambi i casi, negli ultimi dieci anni (in media) si sono abbassati nella maggior parte degli stati membri.

Una buona notizia sì, ma non sempre veritiera, visto che, come sottolinea Eurostat, alcune cifre potrebbero risultare particolarmente basse per via di un sistema di denuncia poco sviluppato. Molte vittime potrebbero ad esempio decidere di non dichiarare il proprio incidente perché scoraggiate, come spiega Openpolis, “da una scarsità di incentivi finanziari oppure da leggi meno rigide nei confronti dei datori di lavoro” – ovviamente solo nel caso di incidenti non mortali. Secondo Montagnoli «l’approvazione del reato di ‘omicidio sul lavoro’, che preveda la chiusura delle aziende ove siano avvenuti decessi per l’incuria nel rispetto delle normative sulla sicurezza», potrebbe contribuire ad abbassare ulteriormente le statistiche.

«Auspichiamo che il Governo voglia seriamente valutare questa proposta, a fronte di una situazione che riteniamo vergognosa per un Paese che si voglia definire moderno e civile». [di Gloria Ferrari]

Morti sul lavoro: 5 decessi in 24 ore, 264 nei primi 4 mesi del 2023. Giulia Arnaldi su Il Corriere della Sera il 13 Giugno 2023 

A Gioia del Colle padre e figlio uccisi dalle esalazioni di una botte. Nel Veronese un operaio travolto in autostrada. Gli altri incidenti a Catania e Caserta. Cgil: «Ogni morte bianca è una sconfitta per la società». 

Continua la strage degli incidenti sul lavoro. Nelle ultime 24 ore, in Italia, 5 persone sono decedute. Secondo i dati Inail, le morti denunciate sul lavoro nei primi 4 mesi del 2023 sono state 264 , 3 in più rispetto allo stesso periodo del 2022.

Padre e figlio, Giovanni e Filippo Colapinto, sono morti nella serata di ieri a Gioia del Colle, in provincia di Bari, dopo essere caduti in una cisterna di vino, a causa delle esalazioni. secondo le ricostruzioni, il padre sarebbe caduto nel tentativo di salvare il figlio, scivolato mentre eseguiva le operazioni di pulizia. 

Un operaio, invece, è stato investito da un mezzo pesante stamattina in un cantiere nella tratta Desenzano del Garda — Brescia dell’autostrada A4 Brescia-Venezia 

Sempre stamattina, a Misterbianco, in provincia di Catania, un operaio di 56 anni è morto in un incidente avvenuto intorno alle 11 in un cantiere edile. Secondo le prime ricostruzioni l’uomo sarebbe caduto da un ponteggio. Immediatamente è stato allertato il personale medico ma purtroppo l’operaio è deceduto. 

Infine, un 38enne è deceduto oggi a Capua, in provincia di Caserta, dopo essere caduto 4 giorni fa dal tetto di un capannone.

«Il settore nazionale degli edili — sottolinea Vincenzo Cubito, segretario di Fillea Cgil Catania — è tra i più coinvolti in questa “carneficina”, le cui cause non vengono combattute adeguatamente dalle istituzioni. Abbiamo più volte denunciato l’insufficienza dei controlli nei cantieri e dunque degli organici negli ispettorati. Ogni morte bianca in più è una sconfitta per le regole e per la società».

Un’altra persona che era con la vittima è rimasta ferita. Stava ristrutturando la sede di un'azienda. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 maggio 2023.

 Un uomo, di cui non sono state rese note le generalità, è morto folgorato nella tarda mattina di oggi in una cabina elettrica a torre privata che si trova in via Casamassima a Capurso, nel Barese. Per la vittima sono stati inutili i soccorsi prestati dal personale del 118 che ne ha potuto constatare solo il decesso. A dare l’allarme è stata un’altra persona che era con l’uomo, rimasta leggermente ferita e che è stata trasportata in ospedale, le sue condizioni non sarebbero gravi. Non è chiaro cosa i due stessero facendo all’interno della cabina. Sull'accaduto indagano le forze dell’ordine. 

I DETTAGLI

E’ un operaio di 58 anni che stava eseguendo lavori di ristrutturazione nella sede della società Copam srl di Capurso (Bari) l’uomo morto folgorato nella cabina elettrica a torre. L’incidente è avvenuto alle ore 13 circa, in via Casamassima.

La vittima - si apprende dai carabinieri - stava eseguendo lavori di ristrutturazione e, per cause da accertare, dopo essere entrato nella cabina elettrica dell’alta tensione (non di pertinenza della Copam), è rimasto folgorato. La segnalazione ai carabinieri di Capurso e al personale Spesal è giunta dall’altro operaio presente sul posto.

APERTA L'INDAGINE

Si chiama Pasquale Pipino, l'operaio di 58 anni morto folgorato nella tarda mattinata di oggi a Capurso dopo essere entrato in una cabina dell’alta tensione. Il 58enne era impegnato in lavori di ristrutturazione per conto della ditta per cui era dipendente, la società Copam srl di Capurso quando è entrato in una cabina a torre dell’alta tensione.

Non è chiaro cosa sia accaduto e come mai la vittima si trovasse nella cabina elettrica che non è di pertinenza della azienda per cui lavorava. I carabinieri, coordinati dal magistrato della procura di Bari Ignazio Abbadessa, sono a lavoro per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e definire cosa ha determinato la morte dell’uomo. Sul posto, oltre al personale del 118 e ai vigili del fuoco, sono intervenuti i tecnici dello Spesal della Asl di Bari. Nell’ambito dell’inchiesta sul decesso del 58enne la procura di Bari ha disposto l’autopsia. Le indagini sono affidate ai carabinieri. 

SEQUESTRATA LA CABINA ELETTRICA

La procura di Bari ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo sul lavoro per fare chiarezza sul decesso di Pasquale Pipino, l’operaio di 58 anni morto folgorato nella tarda mattinata mentre si trovava in una cabina dell’alta tensione in via Casamassima a Capurso, in provincia di Bari. Secondo quanto emerso fino a questo momento la vittima, dipendente della ditta Copan srl di Capurso specializzata nella progettazione di segnaletica stradale, avrebbe dovuto svolgere alcuni lavori all’interno del capannone aziendale che si trova non lontano dal luogo dell’incidente. Non è chiaro come mai la vittima si trovasse invece, con un collega che sta bene, nella cabina elettrica che non è di pertinenza della stessa azienda.

La cabina a torre - di cui a quanto si è appreso sarebbero state forzate, asportate e manomesse le griglie di protezione - è stata sequestrata così come quanto rinvenuto al suo interno tra cui una scala, dei flessibili e delle grate in rame. Sull'accaduto indagano i carabinieri coordinati dal magistrato della procura di Bari Ignazio Abbadessa che dovranno ricostruire l'esatta dinamica dell’episodio.

«La morte, in circostanze ancora da chiarire, del nostro concittadino oggi ci ha colpito tutti come comunità. Marito e padre di due ragazzi, lascia troppo presto quest