Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’AMMINISTRAZIONE

PRIMA PARTE

 


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Burocrazia.

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Viabilità e Trasporti.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Disuguaglianza.

Il Welfare: Il Sistema Pensionistico ed Assistenziale.

I Patronati.

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Il Reddito di Cittadinanza.

Lavoro saltuario: il Libretto di famiglia.

Il Lavoro Figo.

Il Lavoro corto.

Il Lavoro umile.

Il Lavoro sottopagato.

Alternanza scuola-lavoro.

Il Licenziamento.

I Martiri del Lavoro.

Alti e Bassi.

Il Dna.

La Cura.

La Cura Digitale.

La Politerapia.

L’omeopatia.

Il Tumore.

La SMA Atrofia Muscolare Spinale.

La SLA Sclerosi Laterale Amiotrofica.

La Sclerosi Multipla.

Il Diabete.

La pressione alta.

Il Cuore.

Il Fegato.

La Sterilizzazione.

La Disfunzione Erettile.

L’Ernia inguinale.

Il Fibroma e le Cisti ovariche.

L’Eclampsia.

La sindrome del bambino scosso.

Cefalea ed Emicrania.

L’Insonnia.

CFS/ME (Sindrome da Stanchezza Cronica).

Fibromialgia.

L’Astenia.

La Podofobia.

L’Ictus.

Longevità e invecchiamento.

La Demenza Senile. L'Alzheimer.

Il Parkinson.

L’Autismo.

La sindrome di Pandas.

Sindrome di Gilles de la Tourette.

Lo Stress.

Lo Svenimento.

Cinetosi: mal d’auto.

L’Insolazione.

La Vista.

L’Udito.

I Dolori.

Il Mal di pancia.

Malattie virali delle vie aeree.

I cattivi odori.

Il Respiro.

L’Asma.

L’Acetone.

L’Allergia.

La Vitiligine.

L’Epilessia.

La Dermatite.

La Scarlattina.

La Setticemia.

Formicolio alle mani.

La sindrome autoinfiammatoria VEXAS.

La Psoriasi a placche.

Il Colesterolo.

Effetti del Parto. Diastasi addominale.

Malattie sessuali.

La Dieta.

Bulimia, anoressia, binge eating: quali sono i disturbi alimentari più diffusi. 

Il Soffocamento.

Il Movimento.

L’Artrosi.

Osteoporosi.

Piedi piatti.

La Scoliosi.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

Il Covid e le sue Varianti.

Le Origini del Covid.

Lo stigma dei covidizzati.

Io Denuncio.

Io Ricordo.

Protocolli sbagliati.

Morti per…morti con..

Vaccini e Cure.

I No Vax.

Gli Esperti.

Le Fake News: le Bufale.

Cosa succede in Puglia.

Cosa succede in Lombardia.

Cosa succede in Veneto.

Cosa succede nel Regno Unito.

Cosa succede in Cina.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI. (Ho scritto un saggio dedicato)
 


 

L’AMMINISTRAZIONE

PRIMA PARTE



 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Pacchetto Sicurezza.

Le Rapine.

I Pozzi.

Manifestazioni politiche.

Movida Molesta.

Babele Italia.

La Video Sorveglianza.

I Cortei.

La Legittima Difesa.

Le Forze dell’Ordine.

I Militari.

Le Armi.

I Reati.

Le Città.

Il Pacchetto Sicurezza.

Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 59 16 Novembre 2023

Il Consiglio dei Ministri si è riunito giovedì 16 novembre 2023, alle ore 15.24, a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente Giorgia Meloni. Segretario, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

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DISPOSIZIONI SU SICUREZZA, DIFESA E SOCCORSO PUBBLICO

Il Consiglio dei Ministri ha approvato tre disegni di legge che introducono nuove norme in materia di sicurezza pubblica, tutela delle forze di polizia e delle vittime dell’usura e dei reati di tipo mafioso, valorizzazione della specificità del Comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico e di funzionalità dell’amministrazione civile dell’interno, riordino delle funzioni e dell’ordinamento della polizia locale.

Di seguito le principali previsioni dei provvedimenti, con l’indicazione dei proponenti.

1. Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela delle Forze di Polizia nonché di vittime dell’usura e dei reati di tipo mafioso (disegno di legge – Ministro dell’interno, Ministro della giustizia, Ministro della difesa)

Il disegno di legge interviene in materia di:

prevenzione e il contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata, beni sequestrati e confiscati, controlli di polizia;

sicurezza urbana;

tutela del personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco;

tutela delle vittime di usura;

ordinamento penitenziario.

Prevenzione e il contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata, beni sequestrati e confiscati, controlli di polizia

Si introduce il reato di “detenzione di materiale con finalità di terrorismo” che punisce, con la reclusione da due a sei anni, chiunque si procura o detiene materiale finalizzato a preparare atti di terrorismo e si prevede la reclusione da sei mesi a quattro anni per chi distribuisce, diffonde o pubblicizza materiale contente istruzioni per la preparazione e l’utilizzo di materie esplodenti, al fine di attentare all’incolumità pubblica.

Si prevede un ampliamento dei casi in cui gli esercenti il servizio di autonoleggio devono comunicare alla Questura i dati identificativi del cliente e si introduce la sanzione dell’arresto fino a tre mesi o dell’ammenda fino a 206 euro per chi omette tale comunicazione.

In considerazione della progressiva diffusione del cosiddetto “contratto di rete”, si inseriscono tra i soggetti sottoposti a verifica del possesso della documentazione antimafia le imprese aderenti al contratto stesso. Inoltre, nell’ambito del procedimento di rilascio dell’informazione antimafia, si prevede che il Prefetto possa escludere, d’ufficio o su istanza di parte, l’operatività dei divieti conseguenti all’applicazione definitiva di una misura di prevenzione personale, ove accerti che verrebbero a mancare i mezzi di sostentamento all’interessato e alla sua famiglia.

In materia misure di protezione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia, si chiarisce che l’utilizzazione dei documenti di copertura può essere consentita anche ai collaboratori e ai loro familiari che siano sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari o che fruiscano della detenzione domiciliare.

Inoltre, si consente che il Servizio centrale di protezione utilizzi i documenti di copertura per funzionari e addetti e crei identità fiscali “di copertura”, anche di tipo societario.

Si modificano alcune norme relative alla gestione dei beni sequestrati e confiscati, semplificando la gestione delle aziende e stabilendo che l’amministratore giudiziario illustri al giudice le caratteristiche tecnico-urbanistiche dei beni immobili sequestrati, evidenziando gli eventuali abusi e i possibili impieghi urbanistici. In caso di accertamento di abusi non sanabili, con il provvedimento di confisca viene ordinata la demolizione in danno del soggetto destinatario del provvedimento. In tal caso, il bene non viene acquisito al patrimonio dell’Erario e l’area di sedime viene acquisita al patrimonio indisponibile del Comune territorialmente competente. 

Infine, si estende da 3 a 10 anni il termine entro il quale poter esercitare la revoca della cittadinanza concessa allo straniero in presenza di condanne definitive per specifici reati.

Sicurezza urbana

Si introduce il reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”, perseguibile a querela della persona offesa, che punisce, con la reclusione da due a sette anni, chi, mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui o impedisce il rientro nel medesimo immobile da parte del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente. La stessa pena viene applicata anche a chi si appropria dell’immobile altrui, con artifizi o raggiri, o cede ad altri l’immobile occupato. Si prevede, inoltre, una procedura volta a consentire a chi ne ha titolo il rapido rientro in possesso dell’immobile occupato, con provvedimento del giudice nei casi ordinari e, quando l’immobile sia l’unica abitazione del denunciante, con intervento immediato della polizia giudiziaria, successivamente convalidato dall’autorità giudiziaria.

Si sanzionano più gravemente i reati che riguardano la “truffa aggravata”, per colui che ha profittato di circostanze tali da ostacolare la pubblica o privata difesa. In tali circostanze si prevede anche l’arresto obbligatorio in flagranza.

Si estende la possibilità di disporre il cosiddetto “DASPO urbano”, previsto per le manifestazioni sportive, anche per vietare l’accesso alle aree di infrastrutture e pertinenze del trasporto pubblico ai soggetti denunciati o condannati per reati contro la persona o il patrimonio. Inoltre, si estende alle ferrovie la fattispecie di illecito amministrativo che punisce chiunque impedisce la libera circolazione su strada ordinaria e si prevede la trasformazione dell’illecito amministrativo in reato quando il fatto è commesso da più persone riunite.

Al fine di assicurare la certezza dell’esecuzione della pena nei casi di grave pericolo, si modificano le norme relative al rinvio della pena per donne incinte e madri di bambini fino a un anno di età, in modo da rendere tale rinvio facoltativo anziché obbligatorio. In tal modo, si allinea la norma a quella che già prevedeva il rinvio facoltativo per le madri di bambini tra uno e tre anni di età. Si prevede, comunque, che la madre con figlio tra uno e tre anni possa scontare la pena, in alternativa rispetto all’istituto penitenziario “ordinario” (come è attualmente previsto), anche presso l’istituto a custodia attenuata per detenute madri (ICAM). Nell’ipotesi di donne incinte e madri di prole fino a un anno, ove si escluda il differimento della pena per grave pericolo, si prevede sempre e comunque l’esecuzione della pena presso gli istituti a custodia attenuata.

Inoltre, si innalza da 14 a 16 anni l’età dei minori coinvolti per stabilire la punibilità delle condotte relative all’avvalersi, permettere, organizzare o favorire l’accattonaggio, si inasprisce la pena prevista per tali condotte e si introduce la condotta di induzione.

Tutela del personale delle forze di polizia, delle forze armate, del corpo nazionale dei vigili del fuoco e degli organismi del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica

Si aggrava la pena per le ipotesi in cui la violenza, minaccia o resistenza a un pubblico ufficiale siano poste in essere nei confronti di un ufficiale o di agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria. Inoltre, si estende il reato previsto per chi cagiona lesioni personali a un pubblico ufficiale o agente di pubblica sicurezza o polizia giudiziaria in occasione di manifestazioni sportive, ricomprendendovi tutte le condotte di lesioni cagionate a tali soggetti nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o dell’esercizio del servizio.

Al fine di potenziare la salvaguardia dei beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche, si introduce una fattispecie aggravata per colui che imbratta o deturpa tali beni qualora il fatto sia commesso con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene, con inasprimento della reclusione in caso di recidiva.

Si inaspriscono le sanzioni nei casi d’inosservanza delle prescrizioni impartite dal personale che svolge servizi di polizia stradale (es. inosservanza dell’obbligo di fermarsi intimato, rifiuto di esibire documenti di guida o di far ispezionare il veicolo).

Si aggrava la pena prevista per il delitto d’istigazione a disobbedire alle leggi, se è commesso al fine di far realizzare una rivolta all’interno di un istituto penitenziario, a mezzo di scritti o comunicazioni dirette a persone detenute. Inoltre, si introduce il delitto di rivolta in istituto penitenziario, che punisce chiunque promuove, organizza e dirige una rivolta all’interno di un istituto penitenziario e chi vi partecipa, prevendo specifiche aggravanti.

Si prevede anche un reato che punisce, con la pena della reclusione da uno a sei anni, lo straniero che, durante il trattenimento presso i centri per i rimpatri o la permanenza nelle strutture per richiedenti asilo o altre strutture di accoglienza o di contrasto all’immigrazione illegale, mediante atti di violenza o minaccia o mediante atti di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti dalle autorità, posti in essere da tre o più persone riunite, promuove, organizza, dirige una rivolta. Per il solo fatto di partecipare alla rivolta, la pena è della reclusione da uno a quattro anni. Si prevede, inoltre, un aggravamento della pena se il fatto è commesso con l’uso di armi o se nella rivolta taluno rimane ucciso o riporta lesioni personali gravi o gravissime. In quest’ultimo caso, l’aggravante sussiste anche nell’ipotesi in cui l’uccisione o la lesione personale avvengano immediatamente dopo la rivolta e in conseguenza di essa.

Si autorizzano gli agenti di pubblica sicurezza a portare senza licenza un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio.

Si estende l’esimente penale prevista dalle norme vigenti per il personale che, per le necessità delle operazioni militari, faccia uso o ordini di fare uso di armi, forza o altro mezzo di coazione fisica anche all’uso di apparecchiature, dispositivi, programmi, apparati o strumenti informatici. Si estendono le condotte scriminabili per il personale del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica con garanzie funzionali ad ulteriori fattispecie di reato, riferibili agli attuali contesti in cui si sviluppa la minaccia terroristica e si attribuisce la qualifica di agente di pubblica sicurezza, con funzione di polizia di prevenzione, anche al personale delle Forze armate che concorra alla tutela delle strutture e del personale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) o dei Servizi di informazione per la sicurezza. Si interviene con ulteriori norme per il rafforzamento delle attività di contrasto al terrorismo internazionale.

Tutela delle vittime di usura

Si prevede la possibilità, per gli operatori economici vittime di usura ai quali venga erogato il mutuo nell’ambito del cosiddetto “Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura”, di servirsi di un esperto, con funzioni di consulenza e di assistenza, iscritto, a richiesta, in un Albo istituito presso il Ministero dell’interno-Commissario straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, al fine di assicurare un efficace sostegno all’impresa beneficiaria, garantirne il rilancio e il reinserimento nel circuito economico legale.

Ordinamento penitenziario

Si inseriscono, tra i reati “ostativi”, le fattispecie già esistenti di “istigazione a disobbedire alle leggi” e di “rivolta in istituto penitenziario”. In questi casi, per concedere benefici penitenziari, il magistrato di sorveglianza dovrà valutare la positiva partecipazione al programma di riabilitazione specifica previsto per il detenuto.

Per favorire l’attività lavorativa dei detenuti, si includono, tra le aziende che possono beneficiare delle agevolazioni introdotte dalla legge, anche quelle che organizzano attività produttive o di servizi all’esterno degli istituti penitenziari o che impiegano persone ammesse al lavoro esterno. Inoltre, si aggiungono i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro all’esterno nell’elenco dei soggetti che possono fruire dell’apprendistato. Infine, il disegno di legge prevede una delega al Governo per apportare modifiche alle norme che disciplinano l’organizzazione del lavoro dei detenuti.

Fine impunità per i reati "quotidiani". Dalle truffe agli anziani alle occupazioni, il nuovo pacchetto dà risposte concrete al Paese. Luca Fazzo il 18 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il poliziotto che vede uscire sorridendo dalla Questura l'antagonista che lo ha insultato e malmenato. La vecchia depredata e umiliata da truffatori destinati a non scontare un giorno di condanna. Il piccolo proprietario che per anni cerca invano di andare a vivere nella sua casa, occupata da un prepotente spesso più abbiente di lui. Sono questi i destinatari diretti del messaggio che il governo lancia giovedì con il nuovo disegno di legge sulla sicurezza, fatto di trentuno articoli apparentemente eterogenei ma tenuti insieme dalla filosofia di dare risposte a domande che vengono dal paese profondo.

Ci sono anche norme che riguardano reati di spessore maggiore, come quella che sul fronte del terrorismo islamico colpisce pesantemente chi viene scoperto anche solo in possesso di materiale di propaganda o di istruzioni per fabbricare ordigni. Finora, se non si dimostrava una sua attività terrorista, poteva venire assolto come accaduto appena dieci giorni da a Bleona Tafallari, la «leonessa dei Balcani» protagonista di intensa attività di proselitismo. Ora la semplice detenzione del materiale potrà costare fino a quattro anni di carcere.

Il cuore del disegno di legge governativo sta però nei reati quotidiani, quelli che in continuazione, su diversi versanti del vivere civile, fanno percepire lo Stato come distratto o inerte. L'esempio più eclatante è forse la mano pesante annunciata dal governo contro chi insulta e attacca le forze di polizia. «Era ora», è il commento secco di Stefano Paoloni, segretario generale del sindacato di polizia Sap. «Da anni - aggiunge - denunciamo l'impunità di fatto di chi commette reati contro le forze dell'ordine. É passato il messaggio che un poliziotto si può insultare o picchiare liberamente, in tutti i contesti. Quello classico sono le manifestazioni politiche, ma ora abbiamo a che fare anche con l'emergenza delle baby gang. Se dopo essere stati attaccati li riusciamo a fermare, vengono liberati prima ancora che i colleghi abbiano finito di scrivere il verbale». Per le minacce a un poliziotto o carabiniere - finora punite come quelle a un qualunque «incaricato di pubblico servizio» - le condanne verranno inasprite di un terzo, per le lesioni gravi si arriverà a dieci anni di carcere.

Sotto la bandiera «basta con l'impunità» il governo ricomprende anche gli articoli che colpiscono la piaga delle occupazioni abusive degli stabili. Se il testo rimarrà invariato, non solo chi invade un appartamento ma anche chi rifiuta di lasciarlo dopo la scadenza del contratto («detiene senza titolo» è l'espressione usata) verrà punito, in base al nuovo articolo 634-bis, col carcere da due a sette anni. Nei casi più gravi, come quello dell'anziano che al rientro dell'ospedale si trova la casa invasa da abusivi, si apre una strada inedita: può essere la polizia a intervenire direttamente e buttare fuori l'occupante. «Io mi auguro - dice Laura Buonincontro, la signora di Acerra che ha denunciato a Fuori dal Coro di essere da tre anni in lotta per riavere la sua casa - che sia la volta buona. Finora andavo anche con la polizia, e quelli non se ne uscivano mai: una volta erano malati, una volta aspettavano un figlio...».

E poi c'è il dramma delle truffe agli anziani, devastante anche per l'equilibrio psichico. Oggi i responsabili (quasi tutti di tre provenienze: polacchi, sinti, napoletani) possono finire in cella solo se - come accade a Milano - il pm contesta loro l'aggravante della «minorata difesa». Ma al momento della sentenza le condanne restano quasi sempre aldisotto della soglia dei quattro anni, sufficiente per scontare la pena in libertà. Il governo, alzando la pena massima a sei anni, punta a rendere più ardua questa eventualità.

L'Unità, "fascisti": agghiacciante prima pagina, in edicola così. Libero Quotidiano il 17 novembre 2023

"Beh, come fai a non usare la parola fascista?". Piero Sansonetti sceglie per l'Unità una prima pagina (e un editoriale) che più rosso non si può. Una provocazione talmente sconcertante da risultare persino surreale, quasi comica. 

Il tema è quello dello sciopero generale, ma il direttore del fu organo del Partito comunista italiano allarga il campo della sua indagine critica, se così vogliamo chiamarla. La sintesi del titolo è mirabile: "'Più carcere e meno sindacati'. Come fai a non dire che sono fascisti?", domanda Sansonetti, che poi parte in quarta.
 "È il giorno dello sciopero generale. Ed è il giorno della sfida al governo. Lo scontro è durissimo". E fin qui, tutto regolare. "Il governo ha risposto con le minacce e la repressione", spiega dimenticando che è stato il Garante per gli scioperi, autorità terza e imparziale, a frenare le ambizioni di sciopero generale di Landini e Bombardieri. "Per la prima volta nella storia della Repubblica ha fatto ricorso alla precettazione contro uno sciopero generale", sottolinea Sansonetti. Peccato che, appunto, non si tratti di sciopero generale ma "multisettoriale".

La precettazione "non è una misura amministrativa: è l'espressione della capacità di sopraffazione dello Stato sui lavoratori. Uno dei punti più alti dell'autoritarismo in una società moderna", è il grido disperato del direttore dell'Unità. 

Sul conto del governo, ovviamente "fascista", Sansonetti mette anche il pacchetto sicurezza che prevede la possibilità di mandare in carcere anche le borseggiatrici pur se incinte. "A completare il decreto ci sono varie misure punitive per i detenuti, soprattutto per i detenuti che non obbediscono", chiosa il direttore secondo cui è chiaro "il disegno generale". Alla fine, al lettore meno trinariciuto, viene da porsi una domanda: come fai a non dire che non sono più comunisti?

L'attacco allo sciopero. Il disegno fascista del governo Meloni: attacco a sindacati, rom, detenuti e profughi. Questo governo non è una somma di reazionarietà: ha un disegno. Pensa di riorganizzare la società e lo stato sulla base di una ideologia autoritaria, statalista, giustizialista e razzista. Piero Sansonetti su L'Unità il 17 Novembre 2023

Il Consiglio dei ministri che si è riunito ieri sera non ha varato un decreto per reintrodurre la pena di morte. Probabilmente tutto rinviato a fine legislatura. Si è limitato a stabilire che le donne incinte possono tranquillamente andare in cella per tutto il tempo necessario, e che le pene per i detenuti che dovessero ribellarsi, o comunque essere poco obbedienti alle guardie, aumenteranno di diversi anni.

Tutto questo è avvenuto 24 ore dopo la decisione del ministro Salvini di emanare l’ordine di precettazione per tentare di azzoppare lo sciopero generale indetto per oggi dalla Cgil e dalla Uil. Mettiamo insieme le due cose perché lo spirito che sta dietro ai due provvedimenti è lo stesso. L’esatto contrario dello spirito liberale.

Lo spirito liberale tende a ridurre le azioni di forza dello Stato e a impedire ogni misura che comprima la libertà. Qui invece si ricorre per la prima volta nella storia della Repubblica a una precettazione contro uno sciopero generale, accompagnata da dichiarazioni minacciosissime di Salvini. E poi, per quel che riguarda la giustizia, invece di depenalizzare – tipica azione liberale – si stabilisce che è il carcere il principale strumento del controllo sociale. Di liberale non c’è neppure l’ombra.

Viene nostalgia di Berlusconi. E non si sfugge all’idea che il centrodestra quando è morto il suo fondatore abbia tirato un respiro di sollievo e abbia riesumato in gran pompa tutto il suo vecchio e tradizionale forcaiolismo che – se possibile – supera anche quello dei Cinque Stelle.

Parliamo prima dello sciopero che è indetto per oggi.

I giornali di destra, e Salvini e i leghisti, esultano perché dicono che il ministro ha piegato Landini. Beh, spieghiamo bene. Il ministro ha dichiarato la precettazione sulla base di una norma del 1990, mai applicata per lo sciopero generale. Se un lavoratore è precettato e sciopera lo stesso viene nel migliore dei casi multato per 2500 euro (cioè, quasi due volte il suo stipendio mensile) e nel peggiore viene licenziato.

Nessun lavoratore, specialmente se ha famiglia, magari dei bambini, può permettersi di restare per due mesi senza un soldo in tasca. Probabilmente se lo può permettere Salvini, non un operaio o un impiegato.

E certo Landini non si sogna nemmeno di chiederglielo. Dire che ha vinto Salvini, ed esultare, è come se di fronte a un bandito armato di pistola che rapina un pensionato tu esulti e dici: “Ha vinto il bandito, ha vinto il bandito!”. Diciamo che ha vinto chi aveva la pistola.

Quella della precettazione non è una partita che si può giocare: è solamente una imposizione, una sopraffazione esercitata da uno Stato autoritario che non riconosce il pieno diritto di sciopero. E se poi questa imposizione è accompagnata da frasi del ministro che si rifanno alla necessità della “obbedienza” -ha detto proprio così: obbedienza – chiunque capisce bene che siamo solo all’inizio di una offensiva.

E capisce che l’idea è quella di andare a fondo – non a caso Salvini contesta anche la legittimità dei bilanci dei sindacati e alcuni giornali amici contestano il diritto al finanziamento del sindacato con le trattenute volontarie in busta in paga – verso la delegittimazione del sindacato e la sua messa fuorigioco.

Se metti vicino la proposta di riforma costituzionale ed elettorale – con netto ridimensionamento del potere delle opposizioni – con l’attacco alla stessa esistenza del sindacato, allora ti fai un’idea di quale sia il disegno: quello di una svolta istituzionale autoritaria dove la distribuzione dei poteri prevista dalla Costituzione viene annullata e trasformata in un accentramento del potere esecutivo – molto ristretto e piramidale – che trova come contraltare, o come alleato, non più il potere parlamentare – che scompare – ma solo quello della magistratura (con la quale si stringe un accordo rinunciando alla riforma della giustizia).

Non sono piccoli passi: è un disegno piuttosto organico. Che si accompagna con una svolta autoritaria sul piano della giustizia. Ieri, dicevamo, il governo ha varato un decreto che permette l’incarcerazione delle donne in gravidanza, e affianca a questa misura varie altre misure di aumento delle pene. In netta continuità con l’ideologia grillina.

L’accanimento contro le donne incinte è chiamato decreto antiborseggio ed è una norma studiata ad hoc contro la popolazione rom. L’obiettivo, come succede spesso in questi casi, è quello di dare carburante alla propaganda anti-zingari che serve a consolidare il consenso di una fetta molto ampia di opinione pubblica, sensibile a questa forma particolare di razzismo.

Il razzismo contro i rom e i sinti è una delle forme più odiose di razzismo, perchè rivolto contro un popolo non violento e molto debole. Oggi si parla giustamente molto spesso dell’Olocausto che ha ucciso sei milioni di ebrei. Nessuno, ma proprio nessuno mai dice che in quello stesso atroce olocausto furono sterminati 600 mila zingari. Se provi a dirlo ti urlano che sei un cretino e un buonista.

Cosa è oggi un’ideologia se non l’insieme di questi elementi? Autoritarismo, dirigismo, statalismo, razzismo, giustizialismo. Ora, io faccio tutti gli sforzi possibili per evitare di definire” fascista” ogni azione del governo. Però questo che ho illustrato mi sembra esattamente un disegno fascista. Non fascista nostalgico e folcloristico.

No, fascismo nuovo, moderno, costruito sulle tendenze della pancia sociale del paese, e di una proposta forte alla borghesia: rinunciate ai principi liberali e noi renderemo più facile la vostra crescita, sul piano economico e del potere. Non è una cosa molto diversa da quella che successe in Italia circa un secolo fa.

P.S. Ho finito di scrivere e ho ancora un dubbio: usare o no la parola fascismo? Ma proprio adesso arriva la notizia che è stata sequestrata la nave Ocean Viking, adibita a salvare i naufraghi. 20 giorni ferma. Molti salvataggi saranno impossibili. Forse ci saranno dei morti. Supero tutti i dubbi: fascisti! Piero Sansonetti 17 Novembre 2023

Estratto dell’articolo di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” domenica 19 novembre 2023.

Quelli delle volanti, delle squadre mobili, dell’anticrimine, dei reparti operativi: poliziotti, carabinieri, finanzieri, che stanno in strada, non aspettano altro. Non appena il pacchetto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri diventerà legge si presenteranno in armeria e, senza bisogno di alcuna licenza, con 500-600 euro, potranno portarsi a casa un’arma privata con cui poter girare liberamente senza dare nell’occhio. 

E non tanto per poter essere «in servizio permanente effettivo», come dice il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ma perché i piccoli malavitosi di quartiere che li conoscono o i criminali di strada che inseguono ogni giorno sappiano che d’ora in poi, anche al cinema o al supermercato con la famiglia, potrebbero avere una pistola alla cintola sotto la maglia o alla caviglia sotto i pantaloni.

Ben più leggera e facile da occultare rispetto alla Beretta d’ordinanza, 22 centimetri di lunghezza e un chilo di peso, che pure ormai da otto anni possono portare in giro fuori servizio, in deroga alla legge che di norma lo consente solo durante il servizio e nel tragitto da e per casa. Deroga prevista da una circolare, mai revocata e dunque in vigore, firmata dall’allora capo della polizia Franco Gabrielli nel periodo dell’allerta terrorismo dopo l’attentato al Bataclan. 

«Chi lavora negli uffici amministrativi magari non ne sentirà il bisogno ma per noi poter portare un’arma maneggevole anche quando siamo liberi è una garanzia di sicurezza - dice un poliziotto che è in servizio sulle volanti - quello di chi lavora per strada è un altro mondo. Rischiamo anche fuori servizio, la metà di noi prenderà una seconda pistola».

Quanti saranno i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri che compreranno un’arma privata dopo il via libera del governo è difficile dirlo. Ma la misura suscita diversi interrogativi anche negli addetti ai lavori […]

Tendono invece a minimizzare l’impatto reale del provvedimento i sindacati di polizia. «[…] Come mai nessuno si preoccupa delle armi portate senza licenza da magistrati o prefetti che non sono mai stati addestrati né sono soggetti a controlli psicoatt itudinali?», dice Felice Romano, segretario generale del Siulp. Un allarme ingiustificato […] obiettano i sindacati di polizia. Anche perché, a loro avviso, a fronte di una platea interessata di 300.000 persone, meno del 10% si presenterà in armeria a comprare una pistola.

E la sinistra si schiera con i delinquenti. Lodovica Bulian il 18 Novembre 2023 su Il Giornale. Per la stampa di opposizione le misure del governo penalizzano i deboli. Fdi: "Critiche pretestuose"

La sinistra attacca il governo sul pacchetto sicurezza appena approvato dal consiglio dei ministri, ma le critiche arrivano anche dai giornali con titoli come questi: «Ecologisti, migranti e donne: la destra ce l'ha con i deboli», scrive il Fatto quotidiano. Che aggiunge: «Resta la mano leggera con i colletti bianchi». La Repubblica: «Arresto anche per le donne incinte, ecco la sicurezza secondo il governo».

Il pacchetto sicurezza approvato dall'esecutivo contiene norme per dare più tutele alle forze dell'ordine che subiscono violenza o lesioni, un nuovo reato per punire chi partecipa e organizza rivolte nelle carceri e nei centri per il rimpatrio dove sono detenuti i migranti, procedure più veloci per la liberare gli immobili dalle occupazioni abusive, una stretta alle truffe agli anziani, misure anti-borseggio, in particolare contro il problema delle donne incinte. Una piaga quella dei furti nelle metropolitane da parte di donne rom. Le borseggiatrici incinte note alle forze dell'ordine che per il loro stato di gravidanza finora tornavano in libertà subito dopo il fermo. Nel pacchetto si prevede che il rinvio dell'esecuzione della pena per le donne in stato di gravidanza o madri di figli fino a tre anni, non sia più obbligatorio ma valutato dal giudice in presenza dei requisiti di legge. Per evitare, spiegava il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, «lo sgradevole fenomeno dell'utilizzo della maternità come esimente in caso di commissione di reato». Tra gli elementi che possono influire nella valutazione del giudice la recidiva, caratteristica tipica del fenomeno delle borseggiatrici rom. La pena può essere scontata negli istituti a custodia attenuata per detenute madri, fermo restando il divieto del carcere per le donne incinte e le madri dei bambini più piccoli (fino a un anno di età). Invece La Stampa sintetizza così le misure: «La nuova stretta del governo non risparmia le madri. Ora le donne incinte e i piccoli potranno finire in cella». Fdi respinge gli attacchi: «Critiche infondate e pretestuose quelle secondo cui vi sarebbe un peggioramento della condizione delle detenute madri di bimbi di età inferiore ai tre anni. Questo è assolutamente falso».

E ancora, sull'intero pacchetto di norme, Avvenire titola: «Un altro giro di vite. La ricetta è sempre più penale». Il Manifesto: «Armi, polizia e galera: il Far west della Meloni». Armi, polizia e galera sarebbe la traduzione delle nuove norme per tutelare le forze di pubblica sicurezza quando sono in servizio e non solo. Il provvedimento del governo prevede un aggravamento di pena nei casi in cui i reati di violenza, minaccia o resistenza a un pubblico ufficiale siano commessi contro agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria. Agenti che «saranno autorizzati a portare un'arma diversa da quella di ordinanza, senza licenza, fuori servizio, per impedire la commissione di un reato o in borghese». E poi «gli ecologisti» nel mirino a cui si riferisce indignata la sinistra, sarebbero gli attivisti ambientali che bloccano le strade per protesta. Le nuove misure prevedono che diventi un reato «nel momento in cui risulti particolarmente offensiva ed allarmante».

Armi private ai poliziotti, la lezione dei sindacati alla sinistra: "Polemiche sterili". I sindacati di polizia smorzano le polemiche sulla norma che prevede la possibilità, per gli agenti, di acquistare armi senza licenza. Francesco Curridori il 21 Novembre 2023 su Il Giornale.

Continuano a far discutere le norme presenti nell'ultimo dl Sicurezza varato dal governo Meloni. A destare scalpore tra le fila del centrosinistra è soprattutto la possibilità per le forze dell'ordine di acquistare armi senza licenza. Una norma che era stata fortemente chiesta dai sindacati di polizia.

"Noi di Italia Celere, cinque anni fa, proponemmo questa norma che arriva ora in Parlamento", spiega il segretario generale del sindacato, Andrea Cecchini che ricorda come "anche l’allora capo della polizia Pansa nel 2017, disse che è necessario che i poliziotti abbiano già con sé un’arma privata in funzione anti-terrorismo". Secondo Cecchini si tratta di una "norma è giusta e adeguata" perché finora era prevista solo ai funzionari di pubblica sicurezza (pari al 15% del totale) e ai magistrati. "Questo, dunque, non significa allargare a tutti la possibilità di avere un’arma, ma dare la possibilità a chi ha già un’arma di averne un’altra più leggera", puntualizza il segretario di Italia Celere. Anche secondo Stefano Paoloni del Sap si tratta di "una polemica sterile" perché "la verifica nei confronti delle forze dell’ordine è fatta a priori, non serve un’ulteriore documentazione visto e considerato che gli agenti sono già autorizzati a portare armi".

Paoloni fa sapere, poi, che sul tema esiste già una circolare anche dell’ex capo della polizia Gabrielli che invitava gli operatori a uscire armati per essere maggiormente presenti in caso di attentati terroristici. "All’epoca il ministro dell’Interno era Alfano", ricorda ancora il segretario del Sap. Domenico Pianese del Coisp ha le idee chiare sul tema: "Gli agenti sono sempre stati autorizzati a portare con sé la propria arma di ordinanza; questo perché, al di là dell'orario di lavoro, sono in servizio h24 avendo l'obbligo, qualora si verificasse una situazione di pericolo, di intervenire immediatamente". E anche Pianese ricorda che nel periodo degli attentati al Bataclan di Parigi, sia il Capo della Polizia sia il Ministro dell'Interno ribadivano agli agenti di portare sempre con sé l'arma di ordinanza per sventare un potenziale attentato intervenendo immediatamente. "Ma - spiega il segretario generale del Coisp - la Beretta, in dotazione alla Polizia, è un'arma da guerra, pesa quasi due chili, è ingombrante nonché difficile da occultare sotto abiti civili". Da qui nasce la richiesta di una normativa che permetterà agli agenti di avere armi più piccole e maneggevoli. "È sciocco - chiosa Pianese - inoltre pensare che le nostre città diventeranno un far west, perché a ogni agente, prima di consentirgli il possesso di un'arma, vengono fatte visite e verifiche psicologiche; il cosiddetto “porto d'arma” lo hanno già".

Le Rapine.

(ANSA lunedì 4 dicembre 2023) "I giudici non hanno apprezzato abbastanza lo stato psichico in cui si trovava, sottolineato da tutti i consulenti. Le condizioni di Mario Roggero non gli consentivano una percezione esatta della realtà": così l'avvocato Dario Bolognesi commenta la sentenza di condanna a 17 ani di carcere nei confronti del gioielliere, responsabile dell'uccisione di due banditi e del ferimento di un terzo dopo una rapina nel suo negozio a Grinzane Cavour (Cuneo).

La difesa aveva puntato sulla seminfermità mentale, ma il verdetto della Corte d'assise di Asti è stato più severo delle stesse richieste di pena formulate dal pm. Scontata la presentazione dell'appello: "Troppa attenzione mediatica ha sicuramente nuociuto" afferma l'avvocato. All'inizio delle indagini Roggero aveva parlato di una sparatoria all'interno del negozio, ma era stato poi smentito dai video delle telecamere: "Anche il perito del tribunale ha detto che non è una persona che mente: è solo che era confuso. Tutti gli psichiatri concordano sul fatto che non fosse in grado di ricostruire la vicenda".

(di Andrea Cascioli) (ANSA lunedì 4 dicembre 2023) È una condanna pesante quella che i giudici della Corte d'Assise di Asti hanno inflitto a Mario Roggero, 68enne cuneese di La Morra: dal 1980 titolare di una nota gioielleria nella vicina Grinzane Cavour, è stato condannato in primo grado 17 anni di carcere, tre in più di quelli che aveva chiesto il pm Davide Greco al termine della requisitoria per il duplice omicidio, il 28 aprile 2021, dei rapinatori che avevano fatto irruzione nel negozio e per il tentato omicidio di un terzo, ferito. 

Una condanna che non ha scalfito il gioielliere - "ognuno ha il proprio destino, loro hanno avuto il loro", ha detto senza rimorsi - e contro la quale si è schierato il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini: "Dopo una vita d'impegno e di sacrifici, ha difeso la propria vita e il proprio lavoro - ha scritto sui social il leader leghista - in carcere dovrebbero esserci altri, veri delinquenti".

Per l'accusa, ed evidentemente anche per il tribunale stando alla sentenza, quella di Rogerio fu però tutt'altro che legittima difesa. "Un giustiziere privato, impulsivo, irascibile", lo aveva definito il procuratore che poi nella requisitoria aveva ribadito il concetto: "la parola difesa stona con un video in cui abbiamo visto un'esecuzione". Il magistrato aveva poi citato un precedente del 2005, una condanna per minaccia che Roggero aveva avuto per aver mostrato una pistola al fidanzato di una delle figlie. 

Nella prima fase delle indagini il gioielliere aveva sostenuto di avere iniziato a sparare quando si trovava ancora nel retrobottega: versione che è stata smentita dai filmati. Nelle immagini si vedono infatti i rapinatori uscire dal negozio e dirigersi verso un'auto. Poco attimi dopo il gioielliere esce con la pistola in pugno e spara prima all'autista e poi al bandito che stava salendo dal lato del passeggero. In due riescono a fuggire ma il gioielliere li insegue e uno di loro viene colpito e cade a terra. Roggero torna poi nella gioielleria con la pistola in pugno.

Una rapina subita nel 2015 e conclusa con un pestaggio e la cattura dei responsabili è stata invece utilizzata dalla difesa per indicare il punto che ha segnato "uno spartiacque nella vita psichica di Roggero", come l'ha definito l'avvocato Dario Bolognesi. Per la difesa, inoltre, era invocabile la legittima difesa putativa: Roggero avrebbe sparato perché convinto che i banditi fossero saliti in macchina, trascinando sua moglie con loro. Illogico, ha ribattuto il procuratore: "Chi sparerebbe dove pensava che si trovasse l'ostaggio?".

E il gioielliere stesso aveva poi aggiunto di fronte ali filmati delle telecamere: "Le ero passato di fianco con la pistola in mano, senza vederla. Ancora adesso sono rimasto stupito quando ho visto i filmati, non ho quel fotogramma in testa". 

Fin dall'inizio quello di Roggero è stato un caso mediatico, con l'accusato che non si è mai sottratto a interviste e che ha sempre rivendicato la legittimità della sua azione: "Non provo niente. Mi spiace sia successo, ma o io o loro" aveva dichiarato subito dopo la sparatoria. Nel processo si è discusso anche il suo stato mentale: tre periti su cinque, i due della difesa, ma anche lo psichiatra nominato dalla procura, gli riconoscevano la parziale incapacità di intendere. Non così i due consulenti nominati dal tribunale, alle cui conclusioni si è appellato il pubblico ministero.

Rapina di Grinzane Cavour, 17 anni al gioielliere che sparò e uccise i ladri: «È una follia, viva la criminalità». Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera lunedì 4 dicembre 2023.

Per la sentenza si trattò di un duplice omicidio volontario, più un altro tentato, e non di legittima difesa, la reazione del gioielliere Mario Roggero, che uccise due rapinatori e ne ferì un terzo

Fu un duplice omicidio volontario, più un altro tentato, e non una legittima difesa (o un suo eccesso), la reazione del gioielliere Mario Roggero, 68 anni, che uccise due rapinatori e ne ferì un terzo, inseguendoli fuori dal proprio negozio di Grinzane Cavour: la corte d’Assise di Asti - presidente Alberto Giannone, giudice a latere Elio Sparacino - ha infatti condannato l’uomo a 17 anni di reclusione (video della lettura della sentenza). 

Dopo due ore e mezza di camera di consiglio, accolta la ricostruzione del pubblico ministero Davide Greco, inasprendone pure la pena, rispetto ai 14 anni chiesti. All’imputato, difeso dagli avvocati Dario Bolognesi e Nicola Fava, sono state concesse le attenuanti generiche e quella dell’aver agito dopo provocazione. La corte d’Assise ha riconosciuto anche una provvisionale di 460 mila euro ai famigliari delle vittime, assistiti, tra gli altri, dagli avvocati Marino Careglio, Angelo Panza e Giuseppe Caruso.

Fuori dalla gioielleria, colpiti dai colpi della 37 special di Roggero, morirono Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, rimase ferito Alessandro Modica. Al gioielliere era contestato anche il porto abusivo di arma: il revolver, infatti, non avrebbe potuto essere portato fuori dal negozio. Già nel 2015 Roggero aveva subito una violenta rapina, durante la quale due rapinatori lo picchiarono, rompendogli il setto nasale. Quel 28 aprile del 2021 però - secondo la Procura e, si deduce, il tribunale - l’uomo reagì per offendere e non per difendersi. Alla lettura della sentenza, il gioielliere Mario Roggero ha commentato: «Viva la delinquenza, viva la criminalità».

Il vicepremier, Matteo Salvini, in un tweet: «Piena solidarietà a un uomo di 68 anni che, dopo una vita di impegno e di sacrifici, ha difeso la propria vita e il proprio lavoro. A meritare il carcere dovrebbero essere altri, veri delinquenti, non persone come Mario».   

Estratto dell’articolo di Lodovico Poletto per “la Stampa” lunedì 4 dicembre 2023.

Per dirla con le sue parole, la questione è semplice: «Più che la condanna, mi pesa il fatto che la giustizia non sia stata dalla mia parte. Diciassette anni mi hanno dato. E certo che è una condanna pesante. Ma lo sa perché mi hanno dato 17 anni?». 

Perché ha ammazzato due persone.

«Perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni fino in fondo. Ed è questo ciò che più mi pesa. Complimenti ai magistrati». […]  Mario Roggero, 69 anni, il gioielliere di Grinzane Cavour, "il pistolero" come l'hanno chiamato […] 

[…] «[…] quel giorno quei delinquenti sono venuti da me, con violenza e con le armi in mano, per portarmi via tutto un'altra volta. Poi hanno detto che le armi erano finte. Ma si sono dimenticati di dire che la loro violenza era vera. E io quel giorno mi sono difeso». 

E ha sparato, uccidendo. Per quello l'hanno condannata. Non crede?

«Guardi, io e i miei consulenti avevamo preparato una ricostruzione che non hanno voluto mettere agli atti. Si vede nettamente tutto ciò che è accaduto. Abbiamo fatto un lavorone.

Ricostruito ogni istante. Messo insieme gli elementi anche nei punti dove la telecamera non riprendeva. Ma mi hanno detto che era troppo tardi per produrlo. Questa non è giustizia».

Non mi dica che sperava in una assoluzione?

«Guardi mi aspettavo una riduzione a 7 o 8 anni. […] so di aver agito in stato di necessità. Per quello ero tranquillo. Non solo un delinquente». 

E anche sua moglie, aveva le sue stesse convinzioni granitiche?

«[…] lei l'altra notte non ha nemmeno dormito. […] dopo quella rapina tutto è cambiato. È stato trauma su tutta la linea». 

In che senso tutto è cambiato?

«Mia moglie non vuole più venire in negozio. Mia figlia Paola, quella che era astata picchiata durante il colpo del 2015 ha aperto un bed&breakfast da un'altra parte. L'altra mia figlia se può evita. E io sono rimasto solo in gioielleria. E l'età avanza. Ho 69 anni, non so fino quando proseguirò con la mia attività».

La gente del posto come la tratta?

«Stanno tutti dalla mia parte. Beh, qualcuno che non sta con me c'è. Ma sono pochi». 

E che cosa le dicono?

«Mi dicono che sono un fascista. Ma io non lo sono. Io voglio la giustizia, il rigore, la certezza della pena. Chi delinque deve essere punito in modo esemplare». 

Quindi politicamente dove sta?

«Da come parlo credo che lo abbia capito che non sono di Rifondazione comunista. Sto più in là, anzi più spostato ancora...».

[…] Salvini oggi lo ha sentito?

«Non ancora, ma spero di parlargli presto. Lui sostiene la legittima difesa, e io quel giorno mi sono soltanto difeso da tre rapinatori che volevano portarmi via tutte le mie cose». 

È contento di questa solidarietà?

«Certo. Ma sono deluso da Meloni, che non ha detto nulla su questa ingiustizia che ho subito. Ah, ma Salvini e gli altri invece voglio proprio sentirli per chiedergli, ragazzi: adesso che cosa facciamo?». 

In che senso?

«Lo sa che io ho già pagato 300 mila euro alle famiglie di quei delinquenti? E poi ho pagato anche l'avvocato. E non sono pochi soldi. E poi, in aula, alla lettura della sentenza davanti ai parenti dei rapinatori devo sentire quella gente applaudire? Io mi sono girato e li ho guardati così, sorridendo. Lo sa che mi hanno insolentito? Mi dicevano "Che cazzo ridi?"».

Lei proprio non si tiene, eh.

«E come potrei? C'era anche la mamma di uno di quelli, venuta ad ascoltare il processo per il figlio morto sul lavoro. Ma dai…». 

Dicono che un partito, dopo quel che accaduto nel 2021, le avesse proposto una candidatura. È vero?

«Si mi avevano detto che c'era un posto per me. Chi? Non glielo dico e non mi viene neanche in mente il nome: erano quelli che nel simbolo avevano una tartaruga. E comunque il loro programma era buono. Si parlava di sicurezza. Di tutti questi arrivi. Di giustizia». 

[…] Torniamo a quella mattina della rapina. Si è pentito di aver sparato?

«[…] io avevo la pistola puntata qui, in faccia. E loro contavano: cinque, quattro tre… Credevo di morire». 

Lei, però, ha sparato con una pistola vera..

«Ma io non sono un amante delle armi. La pistola la avevo perché era di mio nonno». 

E non l'aveva mai usata prima?

«Mai. Soltanto mio nonno aveva sparato con quell'arma. A chi? A un ladro che era entrato in cortile per rubare la Bmw. Io mai, e da quel giorno non ho più armi. Me le hanno prese tutte. Senza neanche starmi ad ascoltare».

Ma lei crede nella giustizia?

«Una giustizia così fa schifo. È vomitevole». 

Quindi non ha più fiducia?

«Guardi, tutto dipende sotto chi capiti. È sempre un terno al lotto. Ah, ma io non mi fermo eh». 

E che cosa vuole fare?

«Voglio dire che adesso intendo contattare Roberto Vannacci. Dice cose su cui sono completamente d'accordo: qui c'è tutto che va all'incontrario. E poi voglio chiamare il procuratore Nicola Gratteri: è uno con le palle. Sta dalla parte della gente per bene».

Quante rapine ha subito?

«Due. Una nel 2015, che hanno massacrato mia figlia. Quella del 2021, e poi mi hanno fatto delle spaccate in casa. Sa, in questa zona, sono tanti nelle miste stese condizioni. Così non si può andare avanti». […] «[…] la giustizia dipende essenzialmente da chi incontri sulla tua strada. Soltanto quello. Se non ti ascoltano quando spieghi le tue ragioni, mi dica lei che giustizia è?».

Estratto dell'articolo di Silvia Mancinelli per adnkronos.com sabato 9 settembre 2023.

Colpita con una bottiglia di Coca cola vuota che le ha fratturato il braccio solo perché, insieme ad altre donne del quartiere e all’associazione Tor Più Bella, stava pulendo via Scozza. E' successo questa mattina a Roma a Maricetta Tirrito, volontaria da sempre impegnata nel sociale, aggredita da un uomo di origine nordafricana mentre ripuliva la strada. 

“Quell'uomo, uno dei tanti spacciatori di zona, ha prima offeso le donne impegnate a ripulire quella che è una delle vie di Tor Bella Monaca abbandonate al degrado, poi le minacce perché evidentemente 'occupavamo' la sua piazza di spaccio, infine quella bottiglia lanciata contro un sasso in direzione della volontaria - racconta all'Adnkronos il presidente del VI Municipio Nicola Franco, stamattina sul posto insieme all'associazione - Voglio esprimere tutta la mia solidarietà a Maricetta Tirrito che, assieme ad altre mamme, aveva deciso di rispondere all’appello di don Coluccia, il prete antimafia, e di pulire via Scozza, a Tor Bella Monaca".

"La reazione scomposta del nordafricano, che ha causato 25 giorni di prognosi a Maricetta, segnala il fatto che la criminalità è in difficoltà - aggiunge - Con la società civile presente e le Istituzioni, don Coluccia e il Dg di Ama Alessandro Filippi con gli operatori, gli spacciatori hanno dovuto interrompere la loro attività. L’aggressore è stato fermato e portato in caserma. 

Come per l’operazione blitz di giovedì mattina, inoltre, rileviamo che non sia un caso la nazionalità di quest’aggressore e di quella degli altri manovali della criminalità organizzata: sono tutti extra comunitari. La criminalità si serve di questi soggetti, spesso in possesso già di più fogli di via; non possiamo tollerarli oltre, devono essere portati nei Cie di tutta Italia per poi essere spediti nelle rispettive patrie. Durante le operazioni di bonifica ho trovato e consegnato ai carabinieri un machete e un coltello nascosti in un divano su cui abbiamo poi scoperto che faceva prostituire donne e anche ragazzine. Questa è la strada giusta, non molliamo un centimetro di territorio”. [...]

Aggredita mentre puliva la via dello spaccio a Tor Bella Monaca: per Maricetta Tirrito braccio rotto e 25 giorni di prognosi. “Non mi arrendo”. Salvatore Giuffrida su La Repubblica sabato 9 settembre 2023.

La vittima è la coordinatrice di “Laboratorio Una Donna”. L’ordine dei clan era di fermare l’iniziativa promossa da Ama, residenti e Don Coluccia che ha condannato l’episodio 

Ancora una aggressione a Tor Bella Monaca: i clan hanno tentato di fermare con la violenza i residenti, le associazioni e gli operatori di Ama che stavano pulendo e bonificando la strada e la piazza di spaccio nei palazzi Ater di via Scozza, fortino dei clan Moccia e Sparapano. Una iniziativa organizzata dai residenti con il supporto di Ama: presenti anche 15 operatori della municipalizzata, il presidente del Municipio Nicola Franco, il direttore generale di Ama Alessandro Filippi e il prete antimafia don Antonio Coluccia anche lui aggredito pochi giorni fa di fronte a un’altra piazza di spaccio in via dell’Archeologia.

Come associazioni erano presenti l'attivista antimafia Tiziana Ronzio fondatrice di Torpiùbella e Maricetta Tirrito coordinatrice di “Laboratorio Una Donna”: entrambe da mesi accompagnano don Coluccia nelle iniziative contro la droga a Torbellamonaca. A fare le spese dell’aggressione è stata proprio Maricetta Tirrito, colpita alla spalla con una bottiglia di birra piena, lanciata con violenza da uno dei reggenti della piazza di spaccio, un extracomunitario che cercava di riprendere il possesso dei locali.

La bonifica è iniziata poco dopo le dieci del mattino, quando il gruppo si è presentato nel parcheggio e nei locali al pianoterra nei pressi delle Torre Ater fra via Scozza e via Santa Rita, dove abitano alcuni componenti delle famiglie Sparapano e Moccia. “La tensione è salita subito appena abbiamo portato via un divano che era usato come ufficio dai pusher per spacciare e costringere alcune donne tossicodipendenti a prostituirsi, fra cui una minorenne”, racconta il presidente del Municipio Nicola Franco che al momento dell’aggressione si trovava al fianco di Maricetta Tirrito ed è stato fra i primi a soccorrerla.

“Subito dopo che abbiamo portato via il divano è apparso un signore che ha cominciato a urlare e inveire ma noi abbiamo continuato. Poi io stesso ho trovato un machete a poca distanza dal divano, e lui si è innervosito ancora di più”. La tensione è salita alle stelle e dalla strada le vedette hanno ricevuto l’ordine dai capiclan, che giravano con i suv lungo la via, di bloccare l’iniziativa. E poco prima di pranzo la tensione è sfociata in violenza. “L’uomo continuava a urlare da dietro un cancello e all’improvviso abbiamo visto volare una bottiglia che ha preso in pieno Maricetta, colpendola alla spalla destra”, continua Nicola Franco.

Rottura del capitello radiale, braccio ingessato dalla spalla alle dita e 25 giorni di prognosi. Illesi residenti e operatori, ma è successo il finimondo. Nicola Franco si è scagliato contro l’aggressore, che è stato fermato e portato in caserma dai carabinieri di scorta a Tiziana Ronzio mentre Tirrito veniva portata al pronto soccorso del policlinico Casilino. “Nonostante i tentativi di fermarci non ci sono riusciti e oggi gli abbiamo impedito di spacciare”, spiega Maricetta Tirrito che aggiunge: “Non mi arresndo”

E immediata la condanna di Don Coluccia: “"Quello che è successo oggi a Tor Bella Monaca è grave. Una volontaria arrivata da Ostia per aiutare le donne e le mamme del quartiere a ripulire una strada in mano agli spacciatori, è stata colpita dal lancio di una bottiglia e ne avrà per 25 giorni, considerata la frattura del braccio. La strada dove avevano organizzato questa encomiabile iniziativa, alla quale ho partecipato anche io insieme alle Istituzioni, all'Ama e alle forze dell'ordine, è una piazza di spaccio gestita da manovalanza nordafricana, minorenni per lo più pagati poco e coinvolti in attività di vedetta e vendita".

«Ha scippato una anziana». Massacrato di botte dai passanti. Storia di Igor Traboni su Avvenire venerdì 8 settembre 2023.

Calci e pugni a ripetizione sferrati anche con la vittima già a terra e visibilmente stordita. Una gragnuola di colpi terribile, usando anche un casco da motociclista, ad accanirsi su un cittadino indiano di 26 anni, salvato dal linciaggio solo dopo alcuni interminabili minuti e con l’arrivo dei carabinieri, dopo il pestaggio a sangue perché resosi responsabile poco prima dello scippo di una catenina a una donna di 90 anni. Il tutto, immortalato in un video girato da un palazzo della zona e ora diventato virale, si è verificato nella mattinata di giovedì nella zona tra via Ostuni e via Manfredonia a Roma, nel quartiere del Quarticciolo, uno dei più tristemente conosciuti nella Capitale per lo spaccio di droga.

E il giovane di origine indiana, secondo quanto ricostruito più tardi dagli investigatori, si era recato da quelle parti proprio in cerca di una “dose” ma, non avendo i soldi necessari a pagarla, ha scippato la donna della catenina d’oro che portava al collo. Una scena che non è passata inosservata agli occhi di alcuni ragazzi del quartiere, che hanno subito circondato e bloccato lo scippatore dietro alcune auto in sosta e poi lungo la strada, dopo il primo vano tentativo della vittima di sfuggire al raid; un pestaggio da Far West che, proprio come documentato dal video, ha conosciuto una escalation di violenza, anche con mosse da arti marziali. E quando tutto sembrava finito e la vittima, pur barcollante, cercava di allontanarsi, dopo 3-4 minuti di questa giustizia fai da te e con alcune donne che imploravano di smetterla, ecco che invece sopraggiungeva un altro giovane, ancor più deciso a regolare i conti con l’indiano e subito spalleggiato da altri due coetanei, facendo arrivare ad almeno una decina il numero delle persone coinvolte. Nel video si nota anche un altro ragazzo che transitava con lo scooter, fermarsi all’improvviso lasciando il mezzo in strada per partecipare al pestaggio.

Nel frattempo, come detto, arrivava una pattuglia dei carabinieri della vicina caserma della Compagnia Casilina, mentre gli autori del raid punitivo si dileguavano in tutta fretta. I militari dell’Arma hanno quindi portato i primi soccorsi alla vittima del pestaggio che ha riportato la frattura del setto nasale ed è stata accompagnata al Policlinico Tor Vergata per le cure del caso; poi il borseggiatore è stato identificato in caserma e questa mattina è comparso davanti al giudice che, con il rito direttissimo, ha intanto disposto il divieto di dimora a Roma.

Ma allo stesso tempo i carabinieri hanno avviato le indagini per risalire a tutti gli autori dell’aggressione. Il video, che ha subito iniziato a fare il giro della Rete e in cui si sente distintamente la voce della donna che lo ha girato preoccuparsi più che altro che gli aggressori non danneggiassero l’utilitaria del figlio parcheggiata poco distante, è stato acquisito dagli investigatori proprio per cercare di dare un nome ai picchiatori, che invece il volto dell’efferatezza lo hanno già mostrato tutto.

Il drammatico episodio ripropone ancora una volta l’emergenza sociale che arriva da alcuni quartieri popolari di Roma, con la Chiesa e le istituzioni che cercano comunque di rispondere. La parrocchia dell’Ascensione di Gesù Cristo, infatti, è diventata un punto di riferimento per il rione, con varie attività portate avanti dai religiosi dehoniani che ne hanno la cura e che da tempo hanno deciso di vivere in mezzo alla gente e ai loro problemi. Attiva, come in tutta la periferia romana, anche la Comunità di Sant’Egidio. Da circa un anno, inoltre, è attiva una “Casa di quartiere”, con tanto di sportello per i diritti dei cittadini e un emporio solidale dell’associazione Età Libera.

Estratto dell’articolo di Alessia Marani per “Il Messaggero” sabato 9 settembre 2023.  

Giustizia fai-da-te al Quarticciolo, in via Manfredonia, una delle note "piazze" di spaccio della periferia Est della Capitale. È qui che è finito giovedì mattina intorno a mezzogiorno un indiano di 26 anni, Singh A., che ha scippato una vecchietta di 90 in strada scatenando l'ira e il pestaggio di un gruppo di sette ragazzi che si sono avventati su di lui a colpi di casco, con raffiche di pugni e calcioni in faccia. Il giovane, conosciuto in zona come un assuntore abituale di crack, con tutta probabilità si era avvicinato al "lotto" popolare per acquistare droga ma non avendo i soldi ha pensato di "svoltare" [...]

In un baleno su di lui che cercava di scappare si è scagliato il branco. Qualcuno armato di un casco ha cominciato a colpirlo con una violenza cieca e inaudita. Il ventiseienne è caduto a terra, ma anche una volta sull'asfalto il gruppo non ha avuto pietà. La scena è stata interamente ripresa in un video girato con lo smartphone da una donna affacciata alla finestra di una palazzina di fronte. 

[...]. Quando i carabinieri della compagnia Casilina sono arrivati sul posto (dei residenti hanno chiamato il 112) gli aggressori si erano dileguati. In strada, all'avvicinarsi delle sirene, erano rimasti davvero in pochi, c'è stato il fuggi fuggi generale. L'indiano è stato, di fatto, consegnato sanguinante ai militari che lo hanno portato al pronto soccorso del policlinico di Tor Vergata dove i medici gli hanno riscontrato la frattura nasale [...]

L'anziana, sotto choc, ha rifiutato i soccorsi, seppure sia caduta a terra quando è stata strattonata dall'indiano che le ha strappato la borsa procurandosi alcune contusioni. 

Del video impressiona la violenza con la quale il branco assale l'indiano. Per oltre due minuti, senza sosta, i ragazzi del Quarticciolo si accaniscono su di lui. Persino la donna stessa che riprende la scena, almeno all'inizio, sembra più preoccupata per le sorti della macchina della figlia, parcheggiata in strada e contro la quale l'indiano viene sbattuto più volte. Nessuna condanna per gli aggressori, ma un laconico: «Guarda dove viviamo». Solo verso la fine si vede un'altra signora che si avvicina ai giovani e dice loro «adesso basta» e altri passanti intervenire evitando che il linciaggio potesse avere un epilogo tragico. 

L'indiano è stato arrestato per rapina, ha trascorso la notte nelle camere di sicurezza nella caserma dei carabinieri e ieri mattina si è presentato davanti al giudice per la direttissima. L'arresto è stato convalidato, per lui è stato disposto il divieto di dimora nella Capitale e, tornato libero, si è recato dagli stessi carabinieri per sporgere denuncia contro i suoi aggressori: «Sono sbucati da più parti e me li sono ritrovati improvvisamente addosso, non sono riuscito a capire nemmeno quanti fossero perché ero completamente stordito». [...]

Estratto dell’articolo di Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” sabato 9 settembre 2023.  

«Quer pasticciaccio brutto del Quarticciolo» è il racconto di tre disgusti in sequenza. Il primo è lo scippo in strada di una signora di novant’anni da parte di un uomo di ventisei: reato che l’età della vittima rende particolarmente vile. Il secondo disgusto è la reazione dei passanti, che davanti a un sopruso non conoscono mai mezze misure: o rimangono indifferenti, oppure, come in questo caso, si trasformano in giustizieri, accanendosi in branco [...].

Il terzo disgusto è la telecronaca della donna che riprende il pestaggio dal balcone, condendola di bestemmie monumentali. Raggiunge il culmine quando il branco, nella foga dell’azione punitiva, spinge il ladruncolo nei pressi di un’automobile parcheggiata: «Aoooooo, mortacci tua, la macchina de mi fija no… Levalo da quella macchina!». 

E che diamine, andate a massacrarlo un po’ più in là: come se il rischio di un’ammaccatura alla carrozzeria di famiglia fosse l’unico aspetto della vicenda veramente capace di turbarla. [...] la scuola dell’obbligo ha fallito il suo compito, se siamo ancora ridotti così.

Scippa un’anziana e viene linciato da folla, Salvini: “Però se non avesse rapinato...”. Sui social il video della giustizia fai da te: il borseggiatore è stato pestato da una folla di venti persone. Il leader leghista: “Sì alla legittima difesa, no ai giustizieri”. Il Dubbio l'8 settembre 2023

Linciato della folla un borseggiatore al Quarticciolo. Sembrava una clip cinematografica sulla giustizia fai da te, quello andato in scena ieri nel primo pomeriggio in via Ugento al quartiere Prenestino, quando uno scippatore ha tentato di strappare una catenina d'oro ad una novantenne. Per più di due minuti ci sono stati momenti concitati e drammatici.

Con tanto di improperi, parolacce, bestemmie e incitazioni a colpirlo più duramente da parte di una residente affacciata alla finestra che riprendeva il pestaggio con un cellulare, preoccupandosi che non venisse danneggiata l'automobile del figlio che era parcheggiata; una ventina di persone, fra cui alcune donne, hanno scaraventato a terra il presunto malvivente e lo hanno preso a calci, pugni e colpi a suon di casco da motocicletta ed infine con una pentola. Il fatto, con il video diventato virale sui social, è avvenuto in una piazza di spaccio di droga, oggetto negli ultimi mesi di numerosi blitz della polizia e dei carabinieri per debellare il narcotraffico che, nel quartiere, viene gestito dalle famiglie Cori e De Vito ed appaltato alla criminalità straniera per quanto riguarda le cessioni delle dosi al minuto ai tossicodipendenti.

Il peggio è stato evitato con l'intervento di una pattuglia della compagnia Casilina, ed i carabinieri, dopo aver sottratto al linciaggio lo scippatore, lo hanno arrestato per rapina. L'arresto del giovane, un indiano di 26 anni, è stato convalidato questa mattina durante l'udienza che si è celebrata con il rito direttissimo. Il giudice monocratico del tribunale penale di piazzale Clodio ha disposto nei suoi confronti, come misura cautelare, il divieto di dimora a Roma. La Procura ha aperto un fascicolo, ancora contro ignoti, per identificare gli autori dell'aggressione, ripresi dal video postato in rete.

“No alla giustizia fai da te. Un conto è la legittima difesa in caso di aggressione violenta, di cui rimango un sostenitore, poiché se la mia vita o quella di mio figlio è a rischio ho il diritto di difendermi. Non possiamo avere un poliziotto in ogni camera. Altro conto, invece, prendere a calci e pugni un rapinatore in strada: questo non è da Paese civile” ha commentato Matteo Salvini, intervistato dal giornalista Rai, Giuseppe Malara, a Formello, nell'ambito dell'evento Itaca 20.23 - Viaggio tra le idee. “Diciamo che se invece di rapinare una novantenne fosse stato a lavorare in cantiere, probabilmente quel 26enne si sarebbe risparmiato qualche problema”, ha concluso il leader leghista. 

Lo scippatore linciato a Roma è di nuovo libero: e adesso denuncia tutti. L'indiano arrestato per la rapina a un'anziana di 90 anni è tornato in libertà. Dimesso dall'ospedale, il 36enne intende denunciare chi lo ha picchiato al Quarticciolo. Caccia agli autori del linciaggio. Rosa Scognamiglio il 9 Settembre 2023 su Il Giornale.

È già libero Arshdeep Singh, l'indiano che è stato linciato a Roma dopo aver trascinato sull'asfalto e tentato di rapinare un'anziana di 90 anni. Il 36enne, clandestino sul territorio italiano e senza fissa dimora, ha denunciato i responsabili del feroce pestaggio. "Chiedo scusa per quanto fatto alla signora anziana, non volevo fare male a nessuno", ha dichiarato nel corso dell'udienza in tribunale. Intanto è caccia ai sette aggressori del Quarticciolo che, all'arrivo dei carabinieri, si sono dileguati. Al vaglio degli investigatori il video del linciaggio e le testimonianze dei residenti.

Lo scippatore denuncia gli aggressori

Dopo l'arresto per tentata rapina, Singh è tornato in libertà e ha già formalizzato denuncia contro gli aggressori. Nonostante il violento pestaggio - è stato colpito alla testa con un casco e preso ripetutamente a calci - se l'è cavata con qualche giorno di prognosi e una sospetta frattura del setto nasale. Ieri è comparso davanti al giudice che ha convalidato il provvedimento disponendo nei suoi confronti il divieto di dimora nel comune di Roma. In attesa del processo, il 36enne non può lasciare il territorio nazionale (pur essendo irregolare) e ha nominato un avvocato ufficio, Simona Rampiconi.

La tentata rapina alla 90enne

Probabilmente Singh si era recato al Quarticciolo, rione tra Prenestino e Torpignattara, in cerca di crack. Non avendo contanti per acquistare la droga, ha tentato di rapinare un'anziana di passaggio in zona. La vittima, 90 anni, è stata trascinata sul marcepiede per alcuni metri e derubata della borsa. Per fortuna, l'intervento tempestivo di alcuni passanti ha evitato il peggio. Nonostante lo choc e le contusioni, la donna ha rifiutato di farsi visitare preferendo rincasare.

Il video del pestaggio

Poco dopo la tentata rapina, all'angolo tra via Ugento e via Manfredonia, si è consumata un'altra violenta aggressione. Sette persone si sono accanite sull'indiano colpendolo persino con un casco. Il raid punitivo è stato ripreso con lo smartphone da un residente che, dalla finestra della sua abitazione, ha assistito al feroce pestaggio. Il video, poi diventato virale sui social, mostra una sequenza a dir poco impressionante di calci, pugni e schiaffi. Due minuti di orrore puro. Il branco si è poi dileguato all'arrivo dei carabinieri della Casalina mentre Singh è rimasto a terra visibilmente stordito.

La caccia agli aggressori

Il filmato del brutale linciaggio è stato acquisito dai militari dell'Arma. Tra gli aggressori - sette in totale - si intravede anche una donna. Stando a quanto apprende il quotidiano romano da fonti qualificate, si tratta di volti già noti alle forze dell'ordine per reati legati (anche) allo spaccio di stupefacenti. Sono tutti ricercati. "I protagonisti della vicenda - scrive l'assessore ai Trasporti, Eugenio Patanè, in una lettera inviata al prefetto della Capitale, Lamberto Giannini - sono in realtà parte di un gruppo più ampio. 'I soliti noti', ovvero un gruppo di uomini di giovane età di differenti nazionalità, compresa quella italiana, che trascorrono le giornate in Piazza della Chiesa Nuova tra atti di intimidazione e di violenza".

È caccia al branco del linciaggio: "C'erano due donne, io li denuncio". Il rapinatore querela i suoi aggressori: "Dovevano chiamare il 112, non massacrarmi. Chiedo scusa alla 90enne che volevo scippare". Stefano Vladovich il 10 Settembre 2023 su Il Giornale.

«Chiedo scusa alla signora che ho cercato di rapinare». Davanti al giudice che ha confermato l'arresto, Singh Arshdeep, 36 anni, linciato dalla folla alla periferia romana, si pente. Accusato di tentata rapina con strappo, con l'aggravante di essersi scagliato contro una vecchietta di 90 anni, l'uomo adesso vuole andare fino in fondo e denuncia il branco che si è accanito su di lui anziché chiamare il 112. Almeno sette persone tra i 18 e i 35 anni, fra le quali due donne, tutte con precedenti penali e già identificate dai carabinieri del Casilino che ieri hanno battuto palmo a palmo il Quarticciolo e Centocelle alla ricerca di armi e droga.

«Hanno le ore contate» assicurano i militari che sono sulle loro tracce. Un personaggio, in particolare, noto alle forze dell'ordine ed esperto di arti marziali, avrebbe picchiato lo scippatore a colpi di karate. Il tutto ripreso da una donna su un balcone, preoccupata solamente dell'auto della figlia parcheggiata sotto casa. «Annateve a menà da n'artra parte, li mortacci vostra!» urla mentre riprende il pestaggio. Una storia di violenza e degrado in una città, Roma, dove la popolazione arriva a farsi giustizia da sé. «Chiede scusa? Maddechè, il Quarticciolo non perdona» dicono con rabbia gli abitanti delle case popolari di via Manfredonia dove giovedì mattina è avvenuto il linciaggio. Due minuti di calci e pugni che solo per miracolo non hanno avuto gravi conseguenze sull'uomo, in Italia da sei mesi, irregolare, senza fissa dimora e occupazione, tossicodipendente da crack ed eroina. Dopo l'udienza di convalida Singh ha lasciato il territorio comunale, come imposto dal giudice, e in attesa del processo ha eletto domicilio dal suo legale, l'avvocato Simona Rampiconi. Una storia che divide il web e non solo. Un rapido sondaggio di Welcome to Favelas, il sito che ha lanciato in rete il video choc del pestaggio, rileva che l'87 per cento degli utenti è dalla parte dei picchiatori e soltanto il 13 per cento dice no alla violenza. «Bisognava telefonare al 112, non comportarsi in quel modo, da bestie» posta Elisabetta. Ma nel quartiere non tutti la pensano così. «Chiamare le guardie? Non siamo mica infami, noi. Quel tossico che non ci ha pensato un solo istante prima di sbattere la vecchia addosso al muro per quattro spicci. Ha avuto quello che si merita: se lo arrestano è subito fuori a fare altri scippi e rapine. Gli abbiamo dato una lezione di vita». «Da uno scippo si passa a un pestaggio. Altri due caschi e due calci in testa e lo mandavano in coma» ribatte Ley La. «Sono i rischi del mestiere» posta Marzia. «Se annava a lavorà nessuno lo pistava» scrive Simone. La pensionata aggredita, fortunatamente non ha riportato lesioni, tanto da rifiutare il ricovero in ospedale.

«Che me volete vedè morta su una lettiga?» avrebbe detto ai soccorritori prima di farsi accompagnare in caserma per sporgere denuncia. Singh, nonostante le botte ricevute, se l'è cavata con la medicazione del setto nasale e una prognosi di un giorno per una sospetta frattura. Adesso ha paura, si nasconde perché teme ritorsioni dalla gente del posto. Un quartiere difficile, del resto, il Quarticciolo, durante la seconda guerra teatro di scontri durissimi fra SS e partigiani guidati da Giuseppe Albano, il «Gobbo del Quarticciolo». A capo di una banda di ladri e rapinatori, sabotando treni e assaltando forni Albano uccide soldati tedeschi e fascisti fino a uno scontro a morte con i carabinieri, a guerra finita. Stefano Vladovich

Estratto dell’articolo di Valeria Costantini per il “Corriere della Sera – Roma”

«È la legge del Quarticciolo: qui donne e bambini non se toccano, sennò ce pensamo noi». C’è un’etica anche tra i banditi. È uno dei tanti paradossi di questo enclave di case decrepite, strette tra via Prenestina e via Palmiro Togliatti. Le regole in un mondo di illegalità sono queste. Primo: non si fa la spia. Secondo: non si chiamano le «guardie». Terzo: chi sbaglia paga. Specialmente se «forestiero». Come è successo ad Arshdeep Singh, che ha «osato» scippare un’anziana. 

La vendetta è scattata immediata con tanto di linciaggio. Perché dove lo Stato latita, regnano gli spacciatori. Ce n’è uno a ogni angolo, le «piazze» ben divise tra quelli che chiamano i lotti, piccoli isolati delimitati da muretti e giardini desertificati. Le auto rallentano, le dosi si passano dai finestrini. In via Ugento c’è il dispiegamento più numeroso. È qui che è il raid punitivo ha avuto luogo. […]

Il palazzo da cui è stato girato il video del pestaggio è presidiato. Da un lato loro, i pusher, dall’altro il parchetto dove lavorano i trans e dove collassano i tossici. Dentro, inferriate a ogni piano per rallentare i controlli della polizia, la paura è quasi tangibile. Nessuno vuole parlare di quanto successo. 

«Qui comandano loro», indica a malapena con lo sguardo il signor Carlo, da 50 anni residente nelle case ex Iacp di via Manfredonia, gli occhi puntati agli spacciatori. «Io devo scortare le mie nipoti a scuola», gli fa eco nonno Elio. «Io ci sono nata qua, ma da anni ho paura a uscire la sera - riassume la disperazione degli abitanti Orietta -. Ormai lo Stato ci ha abbandonato, non interessiamo a nessuno, scrivetelo questo. Eppure tra di noi c’è tanta solidarietà. Ma conviviamo con risse, violenza, la droga ha rovinato questo posto, subaffittano gli scantinati agli stranieri che poi si mettono a spacciare».

I narcos hanno sottomesso l’intero quartiere, hanno zittito anche le persone perbene. Il pestaggio crea però divisioni. C’è chi si schiera contro la giustizia fai da te, ma la rabbia contro tutto e tutti prevale. Specialmente perché la vittima dello scippo è molto nota e amata in zona. 

Nonna Ginetta la «sarta», che va in giro vestita elegante e regala dolcetti ai figli delle vicine. «Sto bene, ma non voglio parlare», dice dalla sua abitazione in via Manfredonia l’anziana donna, da sempre residente al Quarticciolo, che ha riportato solo qualche contusione nella caduta.

«Io sono cocainomane, ho fatto sempre un sacco di casini, ma le donne non si toccano», riassume le regole del quartiere Alessio durante una pausa del suo «lavoro» ovvero la vendita di sostanze non legali all’angolo con via Ostuni. […]

Da “Posta e risposta” – “la Repubblica” - estratto domenica 10 settembre 2023.

Caro Merlo, non merita clemenza l’indiano che ha scippato una signora novantenne buttandola a terra, ma il tentativo di linciaggio è peggio. Nel video si percepisce con chiarezza che a muovere questi squallidi giustizieri non è stata solo la pietà verso la vittima. È barbaro il loro gusto per la violenza, il loro piacere nel picchiare.

Lidia Zari - Firenze 

Risposta di Francesco Merlo:

Mi sottraggo alla facile psicanalisi sul linciaggio che è già troppo praticata. Le faccio notare però che l’orribile scippatore, che ha infierito sulla vecchietta trascinandola in strada, è stato fermato, ma il giudice lo ha liberato dopo poche ore. 

Non ha documenti e non ha dimora ed è difficile immaginarlo a processo. Ecco, i suoi aggressori sono barbari, ma nella giustizia c’è qualcosa che non va. [...]

Bastone o carota... Cosa insegna la vicenda dello scippatore picchiato. Andrea Soglio su Panorama l'11 Settembre 2023

La vera domanda è: cosa è più efficace per convincere un delinquente ad essere un cittadino onesto?

C'è una cosa che incuriosisce da quando è stato pubblicato online il video del pestaggio avvenuto a Roma nei confronti di un malvivente, uno scippatore che pochi secondi prima aveva rubato la borsetta ad un'anziana. Inutile dire che tutto il can can mediatico si è concentrato sulla violenza e colpevolezza degli aggressori facendo passare per vittima quello che, per prima cosa (anche cronologicamente parlando) è un delinquente, uno scippatore, un criminale. Lasciamo a loro il dibattito sull'«hanno fatto bene o hanno fatto male a picchiarlo» sapendo perfettamente che esistono due Italia: quella che si schiera contro la violenza gratuita, anche nei confronti di un criminale colto in flagrante e quella che invece pensa il più classico dei "gli sta bene". Personalmente ritengo che la questione più interessante sia un'altra: capire come questa aggressione abbia agito sul delinquente, sulla sua vita da criminale. Mi spiego: mettiamo caso che dopo lo scippo invece dei passanti che lo hanno picchiato lo scippatore si fosse imbattuto in una pattuglia delle Forze dell'ordine. Sarebbe scattato l'arresto, le manette, l'accompagnamento in Questura, la denuncia e, presumibilmente dopo una notte dietro le sbarre l'uomo sarebbe stato rimesso in libertà, come è effettivamente avvenuto con il solo divieto di soggiorno a Roma. Ecco, questo tipo di gestione perfettamente rispettosa della legge e senza alcun tipo di violenza avrebbe cambiato l'agire futuro del criminale? Lo avrebbe convinto a diventare cittadino onesto? Non lo so. Ma i dati dicono che l'80% di chi viene rimesso in libertà dopo il carcere torna a delinquere; figuriamoci dopo un semplice buffetto ed una sgridatina da parte del giudice. Invece dei carabinieri lo scippatore ha trovato dei passanti, violenti, che non gli hanno risparmiato alcun tipo di colpo, con l'appoggio di chi assisteva alla scena invitando a dare una lezione all'«infame». Ecco: quei calci quei pugni, il setto nasale rotto e la paura che lo stesso uomo ha raccontato alla stampa saranno stati un deterrente efficace a convincerlo a non farlo più? Le sue scuse (per quello che valgono in un'intervista dove non avrebbe potuto dire altro che quello) lasciano il tempo che trovano. Sono certo che d'ora in avanti prima di puntare un'altra anziana, un'altra borsetta ci penserà due volte. Quei calci e quei pungi di sicuro gli sono entrati nella testa, molto più di un banale decreto di divieto di dimora.

L'Italia che si fa giustizia da sola (se manca lo Stato). Linda Di Benedetto su Panorama il 12 Settembre 2023

Il caso del Quarticciolo è solo l'ultimo di una lista di episodi dove persone comune hanno colpito alcuni criminali colti con le mani nel sacco

Il caso dell'uomo che ha rischiato di essere linciato nel quartiere Quarticciolo a Roma da una folla inferocita per aver scippato un'anziana è solo uno degli episodi di "giustizia fai da te" che in questi mesi hanno riempito le cronache dei giornali. Un'escalation pericolosa che preoccupa le forze dell'ordine, perché rischia di sfuggire di mano con casi , su casi registrati su tutto il territorio nazionale e spesso diffusi in video (perché ripresi dai passanti), che mostrano aggressioni di una violenza inaudita, dove lo Stato ancora una volta è il grande assente. Il 9 giugno a Roma una dodicenne ha denunciato di essere stata abusata sessualmente in ascensore da un uomo. Il padre della ragazza dopo aver denunciato si è fatto giustizia da solo pestando un uomo che secondo lui era responsabile delle molestie sulla figlia. Quell'uomo, però, non era l'autore delle violenze, bensì un suo conoscente mentre il vero responsabile era già stato identificato dai carabinieri. A distanza di circa un mese il 10 luglio un uomo a Torvaianica in provincia di Roma, ha picchiato selvaggiamente una donna di etnia Rom che ha tentato di trafugargli qualcosa mentre erano entrambi sul bus. La borseggiatrice scoperta è stata massacrata di botte fino a rimanere a terra, stordita. Il video dell’aggressione, diffuso da "Welcome to Favelas" ha immediatamente fatto il giro del web. Sempre a Roma, che sembra essere diventata il teatro di questo genere di violenze, il 19 agosto a due passi dal Pantheon una borseggiatrice è stata beccata mentre cercava di portare via la borsa ad una turista seduta al ristorante. Nella scena, immortalata dall’alto, la ladra è stata presa calci e pugni dai clienti e dai camerieri del ristorante. Ma la cronaca continua, con un'altra spedizione punitiva. Il 21 agosto ad Ostia, un ragazzo di sedici anni che si era arrampicato al primo piano di un palazzo per rubare in un appartamento è stato massacrato di botte dai condomini che si sono trasformati in giustizieri fai da te, prendendolo addirittura a bastonate. Solo l'intervento dei Carabinieri, ha salvato il sedicenne, di origine cubana, poi identificato e denunciato per tentato furto. Mentre come abbiamo anticipato a Roma il 7 settembre è avvenuto il linciaggio del Quarticciolo. Un vero e proprio blitz punitivo durante il quale un cittadino straniero è stato più volte colpito alla testa con un casco e scaraventato a terra senza che nessuno intervenisse. A causa del pestaggio l'uomo ha riportato la frattura del setto nasale e varie ferite al volto e al corpo. Gli aggressori sarebbero tutti abitanti della zona, alcuni anche con precedenti penali. Infine ieri a Milano un 58enne italiano incensurato, ha aperto il fuoco contro un giovane che si era introdotto all’interno del suo giardino procurando al ragazzo una ferita sotto l'ascella destra e una frattura alla mano destra. L'arma era regolarmente detenuta ed il giovane ha dichiarato di essersi introdotto nella proprietà dell’uomo "non per rubare" ma per nascondersi da alcuni coetanei con i quali aveva avuto, poco prima, una colluttazione in un locale vicino. «Non parlerei di "giustizia fai da te" ma piuttosto di forme di vendetta barbariche che denotano una pericolosa regressione del sentire comune di una parte della popolazione. Un'escalation di violenza che dovrebbe preoccupare tutti dalle istituzioni a chi ricopre ruoli sociali, perché c'è una squalifica dello Stato attraverso la privatizzazione dei conflitti che vanno risolti dalle istituzioni, non da un'entità fai da te»-ci spiega il sociologo Maurizio Fiasco Cosa sarebbe opportuno fare?

«Questo fenomeno deve essere stroncato immediatamente da chi ha un ruolo politico e da tutti coloro che hanno una funzione pubblica perché se qualcuno mostra indulgenza potrebbe portare a modelli di replicazione pericolosi». Cosa ha pensato del video girato al Quarticciolo? «È un video terribile ed agghiacciante, girato in un luogo dove non c'era nessuna presenza dello Stato. Gli aggressori dello scippatore hanno commesso dei gesti di tipo tribale in luoghi in cui a parte la subcultura non c'è altro. Si consideravano una tribù. Mentre il caso dell'uomo che ha aggredito selvaggiamente la borseggiatrice sul mezzo di linea è diverso. La sua è stata una reazione istintiva e inaccettabile che mostra come per quella persona non ci fossero delle regole da rispettare. A questo contesto si aggiungono poi i video che circolano in rete sulle aggressioni che sono una forma di voyeurismo e rappresentano un popolo di guardoni che non sentono le lacrime e la sofferenza di chi stanno riprendendo perché non avvertono con il mezzo che utilizzano (smartphone)la responsabilità personale della situazione». In questo contesto cosa si deve fare? «Il mondo appena descritto deve diventare un problema della classe dirigente perché sta provocando un'antisocialità diffusa che oltre ad inficiare sull'immagine del Paese è pericolosa per la popolazione».

Non ci sono più le rapine di una volta. Nell’ultimo decennio i colpi si sono quasi dimezzati. Dalle banche alle poste, dai benzinai ai tabaccai, i pagamenti digitali disincentivano i malviventi per la probabilità di trovare poco denaro in cassa. Più a rischio le farmacie e i supermercati. Massimiliano Salvo su L'Espresso il 31 agosto 2023.

Irruzioni fallite, arresti, magri bottini. In banca o dal benzinaio, per i rapinatori è sempre più facile trovarsi davanti a una cassa mezza vuota e con gli agenti alle calcagna. Esempi? A fine luglio un uomo che ha rapinato una banca a Brescia è fuggito con appena quattromila euro, mentre a Torino una donna è stata arrestata durante la rapina all’ufficio postale. Pochi giorni prima, a Firenze, un giovane è stato fermato in una sala bingo mentre cercava di rapinare i clienti. A giugno, a Roma, un uomo ha rapinato quattro farmacie per poche centinaia di euro, prima di essere arrestato. 

Secondo i dati diffusi dal Viminale a metà agosto, nei primi sette mesi del 2023 le rapine sono state 15.846, ovvero 867 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+3,8%). Ma i numeri non devono ingannare: se si guardano i dati dell’ultimo decennio, il trend è chiarissimo. Le oltre 42 mila rapine del 2012 sono scese a 22 mila nel 2021, anno che ha visto crescere gli episodi del 10,5% rispetto a un 2020 falsato dai lockdown. 

Ma anche con il rimbalzo, per alcune tipologie è continuata la discesa. L’anno scorso le rapine in banca sono diminuite del 26,9%, quelle ai benzinai del 26,1 e alle poste del 16,1. I dati sono del “Rapporto intersettoriale sulla criminalità predatoria 2022”, realizzato da Abi e dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno. «Il numero di reati – si legge – è quasi dimezzato rispetto al picco del 2013 con oltre 43 mila casi». Più della metà delle rapine avviene per strada; seguono quelle nei negozi grandi, nelle abitazioni e in altre attività economiche. Nei primi sei mesi del 2022 le rapine sono cresciute del 31,8% rispetto al 2021, ma si paragona il ritorno alla normalità con un periodo segnato ancora dalla pandemia. Tra il 2022 e il 2019, il numero resta infatti «sostanzialmente in linea». 

In un contesto generale di diminuzione dei reati (nel 2023 sono scesi del 5,4% rispetto al 2022), le rapine sono calate in ogni settore: banche, poste, benzinai, farmacie, tabaccai, negozi. In banca, si è passati da 1.242 nel 2012 a 87 nel 2021, quando in sette regioni non c’è stato nemmeno un episodio. «Le misure di sicurezza sono aumentate», spiega Marco Iaconis, coordinatore di Ossif, il Centro di ricerca dell’Abi sulla Sicurezza anticrimine che ha curato il report: «Ci sono sistemi di controllo all’ingresso, telecamere che registrano immagini anche all’esterno e personale formato per gestire l’ipotetica emergenza. La presenza della cassaforte temporizzata ha limitato molto la quantità di denaro immediatamente disponibile». 

I pregi di una società cashless si vedono in Danimarca, dove nel 2022 non ci sono state rapine negli istituti di credito. Il Paese ha 5,8 milioni di abitanti, più della metà della Lombardia che, però, con 20 rapine è stata la regione italiana con le banche più prese di mira. In Campania, Sicilia e Lazio, invece, avviene la maggior parte delle rapine agli uffici postali: i 104 episodi del 2021 sono il picco più basso degli ultimi dieci anni (-80%). Anche nel caso delle poste, «la progressiva riduzione del contante» è al primo posto tra le strategie di prevenzione indicate da Ossif. Il bottino medio delle rapine in banca è di 50 mila euro e in posta di 22 mila. Ma sono alcuni colpi eclatanti a farlo salire, visto che una rapina su tre fallisce. 

«I rapinatori sono spesso persone in difficoltà economica che non puntano a grandi cifre», spiega il generale dei carabinieri in pensione Alberto Tersigni. Si capisce perché il rischio maggiore si corra nella distribuzione organizzata (supermercati, franchising), dove il bottino medio è di duemila euro. «I rapinatori professionisti bilanciano la probabilità di finire in carcere con quella di ottenere guadagni importanti», aggiunge Emiliano Mandrone, primo ricercatore dell’Istituto nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche: «Infatti, chi gestisce grandi quantità di denaro, come i supermercati, cerca di ridurre il contante in cassa, con prelievi frequenti e pagamenti digitali». 

Grazie a questi, si è passati da 222 miliardi di euro di transazioni nel 2017 a 331 miliardi nel 2021, secondo l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. Mario Antonelli, presidente della Federazione italiana Tabaccai, ripete alla categoria che «il contante non conviene, se si considerano il tempo per versarlo, le assicurazioni per furti o rapine e i rischi. È vero, però, che, vendendo prodotti con scarso margine di guadagno, ridurre le commissioni è la strada per aumentare i pagamenti digitali». 

Comunque, le tabaccherie sono il settore meno a rischio: 0,3 rapine ogni 100 negozi rispetto allo 0,7 di dieci anni fa (dal record di 460 rapine nel 2013 alle 160 del 2021). Al contrario, tra gli esercizi più presi di mira ci sono quelli della distribuzione organizzata (scesa, in ogni caso, da 18 a 3,2 rapine su 100 punti vendita) e le farmacie (con 2,3 rapine al posto di 7). «Sono vittime di rapinatori improvvisati, hanno poche misure di sicurezza e clienti anziani che preferiscono il contante», spiega Bruno Foresti, responsabile dell’ufficio legale di Federfarma. 

Così, nel 2017, i distributori di carburante hanno lanciato il piano “Zero contanti”. Nel 2016, il 60% del loro incasso era in contanti, nei primi sei mesi del 2022 lo era per il 42%. «Circa 7 miliardi si sono trasformati in pagamenti tracciati, riducendo l’illegalità e il rischio potenziale di rapine e furti», dice il rapporto 2022 di Unione Energie per la Mobilità. Le rapine, infatti, sono scese da 2,5 ogni 100 distributori nel 2012 a 0,7 nel 2021. Un calo del 75%: il più alto dopo banche e poste. A colpire i benzinai sono malviventi sprovveduti, soprattutto nelle feste natalizie e d’estate: «Quando servono soldi per le vacanze – spiegano gli investigatori – il distributore, nell’immaginario comune, rimane un luogo dove trovarne facilmente».

I Pozzi.

LA STORIA DI ALFREDINO RAMPI. L'incidente di Vermicino

Gaia Vetrano il 27 Maggio 2023 su nxwss.com

Quando il 10 giugno 1981 Alfredino Rampi mette piede fuori casa, non sa che sarà l’ultima volta che esplorerà le campagne attorno Roma.

Quarant’anni fa, lungo la strada che porta da Roma verso Frascati, la famosa Tuscolana, centinaia di macchine si incolonnarono per raggiungere quello che per tutti era un pozzo artesiano.

Questo si realizza quando si vuole attingere alle omonime falde. Questo perché sono meno superficiali, ma garantiscono una potabilità dell’acqua superiore.

Generalmente, trovandosi l’acqua a una notevole pressione, sottoterra, quando la trivella scava il passaggio, questa sgorga naturalmente.

Nonostante il pozzo artesiano più famoso, per le sue dimensioni, si trovi in Australia, in Italia ne abbiamo uno egualmente tanto conosciuto. Ma per delle motivazioni molto più oscure. Una in particolare, prende il nome di Alfredo Rampi, per tutti Alfredino.

C’erano molte cose a muovere quelle centinaia di persone verso Vermicino: curiosità, morbosità, voglia di dare una mano o semplicemente sentirsi parte di un evento che già si sapeva avrebbe segnato la storia del nostro paese. Nella speranza che potesse avere un epilogo felice.

Per chi non poteva essere presente, addirittura una diretta Rai apposita, seguita da 28 milioni di persone. All’apparenza un vero caso mediatico. Un evento che avrebbe cambiato la storia di fare tv.

Nel 1981 l’Italia è reduce dalle stragi di Ustica, Bologna ed è impantanata tra la minaccia terroristica e quella mafiosa. Lo shock istituzionale provocato dalla pubblicazione della lista dei membri della classe politica appartenenti alla loggia massonica P2 aveva provocato un’onda d’urto immane, tra banche rotte e suicidi eccellenti.

Tutto comincia mercoledì 10 giugno alle 7 e mezza di sera. Alfredino, bambino di sei anni, sta tornando a casa con suo padre Ferdinando e due suoi amici e insieme devono attraversare un campo. C’è ancora luce, così il piccolo decide di restare ancora un attimo fuori a giocare, con il consenso di suo padre.

D’altro canto, che pericoli possono mai esserci in un campo di sterpaglie?

Suo padre non lo sa, ma sotto una lamiera è nascosta una grande minaccia. Questa ha un diametro molto piccolo, tra i 15 e i 33 centimetri circa, e si estende fino a 80 metri di profondità. Si tratta di un posso artesiano. È coperto, perché usato dal contadino che gestisce quel terreno.

Senza che nessuna si accorga di niente, Alfredino viene inghiottito dal buio, sprofondando nelle immensità della terra. Di botto sparisce, senza che nessuno se ne renda conto.

Nemmeno il contadino già nominato se ne rende conto, nota soltanto la lamiera spostata. Quando la nota, la rimette al suo posto, con dei sassi sopra.

È la nonna di Alfredino a rendersi conto della scomparsa del nipote. Lei conosceva di quel pozzo, e anche dello spirito avventuriero del bambino. Così, quando alle 21 un emissario della Polizia si reca sul posto e sposta la lamiera, senta le urla di un bambino.

È un grido disperato di aiuto, udito da tutta l’Italia.

Il piccolo Rampi, per via delle pareti del pozzo estremamente fangose, è già scivolato dove calarsi senza imbracatura è impossibile. Più bambino si dimena, più sprofonda nel vuoto, inghiottito dalla terra, a 36 metri di profondità. Quella del salvataggio è una missione al cardiopalma: Alfredino soffre di una cardiopatia congenita, non potrà resistere a lungo nel buio e nel freddo.

Le immagini e le voci di questa storia ci sono ancora, ma la mamma e papà hanno chiesto che di non diffonderle ulteriormente. Per tre giorni, però, riuscirono a fermare l’Italia.

Il racconto che fermò l’Italia

I primi ad arrivare a Vermicino sono i Vigili del Fuoco, che dietro si portano un treppiedi rudimentale, con una tavoletta di legno assicurata a una corda che provano a calare, nella speranza che Alfredino ci si aggrappi. A detta dei suoi genitori è un bambino molto sveglio, capirà subito a cosa serva quella tavoletta. In realtà è il primo tentativo che va male, perché si incastra e non riescono più a tirarla fuori.

C’è anche un problema di comunicazione: Alfredino grida, ma da laggiù non si capisce cosa dica. Quindi una troupe Rai decide di calare dentro un microfono, che a quel punto consente alla madre, Franca Rampi, di parlargli. Gli parla il vigile Nando Broglio, da tanti detto il gigante dagli occhi buoni, che inginocchiato su quel pozzo ci rimarrà per due giorni, nel tentativo di tranquillizzare il piccolo.

Alfredino si lamenta, piange, grida e si arrabbia: lui da lì vuole uscire e chiede anche di farlo in fretta.

L’idea principale è di scavare un tunnel parallelo. Da lì aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità. Proprio per questo venne subito fatto un appello di emergenza da parte dei Vigili del fuoco di Elveno Pastorelli nel quale si chiedeva una sonda di perforazione.

Mentre si effettua tale ricerca, alle 4 del mattino un gruppo di speleologi ha l’arduo compito di tirare fuori il bambino, guidati da Tullio Bernabei. Il giovane, ancora ventiduenne, di corporatura magra, si offre per farsi calare a testa in giù nel pozzo per cercare di rimuovere la tavoletta incastrata.

A causa però della conformazione del pozzo, i restringimenti non gli consentirono di arrivare a questa. Dopo di lui Maurizio Monteleone, ma anch’egli arrivò a pochissima distanza dalla tavoletta, non riuscendo a prenderla. 

Questa costituiva un vero e proprio problema in quanto, ostruendo la luce, non si riusciva a determinare con certezza dove il bambino si trovasse.

L’ultimo a tentare l’impresa tra gli speleologi, mentre i Vigili pompavano ossigeno per evitare l’asfissia, è Fabio Pironi di Bondeno.

Nonostante le otto ore, Alfredino riesce a parlare con i soccorritori, tra cui anche Tullio.

La sonda arrivò solamente alle sei del mattino, ma a causa dei substrati di roccia duri presenti nel terreno, come peperino e laviche, la geologa Bortolani propose di seguire altre strade oltre a quelle del tunnel, ma con molta probabilità il comandante Pastorelli si rifiutò, decidendo di usare solamente la sonda.

La trivellazione comincia alle 8:30 del mattino, e le vibrazioni che provoca riverberano anche nel pozzo, provocando quindi un ulteriore discesa del bambino.

Nel campo si raduna gente da fuori, e muoversi quindi intorno al luogo diventa complesso in primis per i soccorritori. Pian piano si trasformerà in un vero circo, tra venditori di gelati e venditori di porchetta.

Come previsto, alle 10.30 la sonda incontra il primo strato di roccia granitica difficile da scalfire. Quando Alfredino si lamenta per il forte rumore, gli dicono che Jeeg Robot D’Acciaio sta venendo a salvarlo.

Il tunnel verso il vuoto

Verso le 13, i principali giornali annunciano ai TG l’arrivo di una perforatrice più potente, cominciando a fornire aggiornamenti dal vivo della vicenda. Tutti vogliono sapere di Alfredino.

Migliaia di persone si radunano attorno al luogo, rendendo impossibili i soccorsi e sottoponendo chiunque a una pressione psicologica particolare. 

Intorno alle 16:00 entrò in azione la seconda perforatrice, più efficace, dopo che la prima era riuscita a scavare un pozzo di 20 metri di profondità e 50 cm di diametro. I tecnici operatori di questa nuova macchina, a causa del sottosuolo duro e compatto, ipotizzarono non meno di 8-12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta.

Alle 18:22 il pozzo parallelo aveva raggiunto una profondità di 21 metri e lo scavo procedeva con difficoltà. Sono le 20:00 quando entra in funzione un terzo impianto di perforazione, mentre continuano ad arrivare i volontari disposti a calarsi nel pozzo. Tra questi alle 23 ci prova Isidoro Mirabella, 52 anni, dal fisico minuto, chiamato “l’Uomo Ragno”.

L’aiuto di chiunque è ben accettato, perché Alfredino risponde sempre meno man mano che il tempo passa. Sotto gli occhi delle telecamere, l’opinione pubblica assisteva all’impotenza dello Stato e della scienza.

Alle 7:30 del 12 giugno la perforatrice raggiunge i 25 metri di profondità. Il piccolo Rampi è sempre più stanco: quando parla con i soccorritori via sonda non riesce a trattenere le lacrime. Sono le 10 quando raggiungono i 32 metri e cominciano a scavare a mano il collegamento, pensando di sbucare a qualche metro di distanza da Alfredino.

Alle 16 arriva anche Sandro Pertini, Presidente della Repubblica. Il suo arrivo convinse le emittenti televisive a proseguire la diretta. Viene trasmessa in diretta la conversazione che questo intrattiene con Alfredino, che diffonde speranza tra le persone. Ma questa dura poco.

Alle 19 riescono ad aprire il foro a 34 metri, ma il bambino non c’è. Probabilmente a causa delle forti vibrazioni è sprofondato ulteriormente. Rispetto alla superfice, Alfredino si trova a 60 metri sottoterra. Quel tunnel realizzato porta solamente verso il vuoto.

L’aiuto di Angelo e Donato

Per la famiglia di Rampi l’unica speranza è che qualcuno si offra per scendere dentro il pozzo. Il primo è Claudio Aprile, ma la discesa era per lui troppo complessa.

Dopo di lui ci provò Angelo Licheri, tipografo di origine sarda, piccolo di statura e molto magro.

Scese nel tunnel in sola biancheria intima, per evitare che i vestiti potessero fare attrito con le pareti del cunicolo. Proprio a causa dei vari cunicoli riportò svariate ferite su braccia e gambe, delle quali porterà i segni per tutta la sua vita. 

Angelo, con molte difficoltà, riuscirà a raggiungere Alfredino e a dialogare con lui. Il bambino riusciva solamente a emettere rantoli, segno di una respirazione che stava peggiorando. Licheri gli tolse il fango dagli occhi e dalla bocca, liberandogli le mani e le braccia.

Fallì però nel tentativo di disincastrarlo completamente, in quanto il bambino si presentava rannicchiato con le ginocchia che gli schiacciavano il petto. Provò ad allacciargli l’imbracatura, ma per ben tre volte questa s’aprì. Nello sconforto provò a prenderlo di forza prima sotto le ascelle e poi per le braccia, ma il bambino continuava a scivolare per via del fango che lo ricopriva.

Per 45 minuti Licheri rimase a testa in giù, con il polso ferito rotto e correndo dei rischi per la sua salute mentale, essendo 25 minuti la soglia massima di sicurezza tollerata per restare in quella posizione corporea capovolta.

Rendendosi conto di non poter fare niente per liberare il bambino si fece portare su. Uscito dal pozzo è sanguinante, ricoperto di fango e non in grado di reggersi in piedi.

Licheri non fu l’ultimo. A offrirsi anche nani, esperti di pozzi e persino un contorsionista circense soprannominato “Denis Rock“. Intorno alle ore 3:00, si offrì Pietro Molino, sedicenne di Napoli, ma a causa del dissenso dei suoi genitori le Forse dell’Ordine furono costrette ad allontanarlo dal posto.

L’ultimo a calarsi sarà lo speleologo Donato Caruso, ventiduenne di Avezzano. Come Licheri riuscì a raggiungere il bambino, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che portato per imbracare Alfredino scivolarono via al primo strattone.

Il giovane ci proverà due volte: Caruso si fece sollevare fino al cunicolo di collegamento per riposare, per poi farsi nuovamente calare giù con delle manette legate alla stessa sua corda di sicurezza. I tentativi sono purtroppo inutili, per Alfredino è ormai troppo tardi.

Tornato in superficie, Donato dichiara che il bambino non emette più segnali di vita. Verso le 9:00 del 13 giugno, dopo i tentativi della mamma Franca di mettersi in contatto con il figlio, viene calato nel pozzo uno stetoscopio, al fine di percepire il battito cardiaco del bambino.

Alle 16 alcuni tecnici della Rai calarono giù una piccola telecamera. A circa 55 metri individuarono la sagoma immobile di Alfredino. Per consentire il mantenimento del corpo venne immesso nel pozzo l’azoto liquido a −200 °C.  Riusciranno a recuperare il corpo solo l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino, con l’aiuto di una squadra di minatori.

Saranno Angelo e Donato a portare la salma il giorno dei funerali, il 15 luglio 1981, nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. 

La morte di Alfredino è solo un incidente?

Nel 1982 vengono rinviati a giudizio per omicidio colposo il proprietario del terreno agricolo nel quale si trovava il pozzo e il titolare della ditta che aveva gestito le attività di sbancamento successive allo scavo. Entrambi verranno assolti, il primo per gravi problemi di salute, il secondo perché aveva già terminato i lavori nel 1981.

Nel febbraio dello stesso anno il pubblico ministero Armati apre un’altra inchiesta in cui, dopo aver raccolto le varie documentazioni sul salvataggio, fa un’ipotesi sconvolgente: Alfredino potrebbe essere stato gettato nel pozzo. In particolare, qualcuno avrebbe potuto calarlo dentro con l’uso di una fettuccia, la stessa che venne ritrovata avvolta attorno al corpo del bambino.

Questo perché la storia avrebbe potuto, così com’è andata, distogliere l’opinione pubblica dagli scandali della P2.

Eppure, Bernabei dichiarò di aver calato lui stesso durante i salvataggi quella fettuccia. A causa dell’insufficienza di prove, nel 1987 l’inchiesta venne chiusa.

Accanto alla bara di Alfredino nel Cimitero del Verano di Roma, verrà sepolto anche il fratello di Riccardo, che nel 2015 all’età di 36 anni morirà per un improvviso infarto.

La mancanza di messi adeguati al soccorso del piccolo Rampi generò una grande riflessione per tutto il paese. Oltre ogni ragionevole misura, Alfredino rimane per tre giorni all’interno di un cunicolo, rannicchiato nonostante la sua cardiopatia, mentre pian piano le forse lo abbandonano. Quando chiama la madre e il padre, rispondono estranei. Tra la sete, la fame e la paura.

In seguito all’incidente di Vermicino e al terremoto dell’Irpinia, istituiranno ufficialmente la Protezione Civile, un sistema di corpi in grado di offrire soccorso in maniera organizzata per sopperire alle emergenze, e fare in modo che non capitino più drammi del genere.

Scritto di Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Manifestazioni politiche.

Gli studenti caricati dalla polizia a Torino? La Rai non ne parla. O li chiama "attivisti dei centri sociali". L'informazione pubblica si piega (con poche eccezioni) alla narrazione voluta dal governo. E dopo poche ore la notizia delle contestazioni sparisce dalle scalette. Chiara Sgreccia il 4 Ottobre 2023 su L'Espresso. 

Che le forze dell’ordine abbiano caricato un corteo di studenti a Torino non è più una notizia. È successo il 3 ottobre: quando circa 300 persone sono partite da Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, per contestare le politiche del Governo con l’obiettivo di raggiungere il teatro Carignano, dove la premier Giorgia Meloni è intervenuta per la chiusura del Festival delle Regioni e delle Province autonome. Ma neanche 24 ore dopo, l’accaduto è scomparso da radio e telegiornali Rai. 

Nessun accenno durante i Gr di Radio1 e Radio 2 della mattina del 4 ottobre. Durante i quali, però, dopo la tragedia di Mestre, si approfondisce il discorso della Presidente del Consiglio da Torino su sanità, Pnrr, autonomia differenziata e manovra economica. Fa lo stesso il telegiornale di Rai 1. Che neanche nell’edizione delle 20 del 3 ottobre, il giorno degli scontri, aveva ritenuto fondamentale, al fine di informare l’opinione pubblica, riportare tra i lanci in apertura la contestazione a Meloni. 

Per il Tg2 sia del 3, sia del 4 ottobre, «le tensioni sono state tra No Tav (prima ndr), studenti (dopo ndr) e la polizia. Per l’edizione del Gr di Radio 3 delle 6.45: «In città un corteo dei centri sociali si è scontrato con la polizia». È stato l’unico tra i giornali radio della mattina a ricordare l’accaduto, dedicandogli pochi secondi, ma soprattutto raccontando una realtà diversa da quella dell’edizione di 12 ore prima - quando «i manifestanti erano per lo più studenti» - e da quella descritta durante l’edizione delle 19 del 3 ottobre del tg di Rai 3 - che ha dedicato, invece, spazio alle ragioni della contestazione al governo Meloni e agli scontri tra  polizia e manifestanti mentre tentavano di raggiungere piazza Carignano.  

Ma non solo. La narrazione dei radio e telegiornali Rai è distante da quello che è accaduto per le strade di Torino, ma perfettamente funzionale agli spin del governo. «Se le contestazioni sono dei centri sociali lo considero perfettamente normale, anzi mi ricorda che sono dalla parte giusta della storia», ha commentato la presidente Meloni. Poco importa che a manifestare siano stati soprattutto studenti. Si vede bene dai filmati diffusi dai giornali e sui social, molto di più che in quelli andati in onda sui Tg: «Che fai, non vedi che è un ragazzino? Lascialo», si sente qualcuno gridare alle forze dell'ordine che stanno prendendo a manganellate i manifestanti. In un altro video, girato in via Montebello: «Basta hanno rotto il cazzo..», pronuncia un agente pochi secondi prima di far partire le cariche. Ma ai telespettatori questo non è stato fatto vedere o sentire.

Sono il papà del ragazzo manganellato a Torino: è stato un sopruso”. Redazione di Nicolaporro.it il 4 Ottobre 2023

Riceviamo e pubblichiamo la mail che ci è arrivata in merito ai fatti di Torino dove polizia e manifestanti sono arrivati allo scontro fisico. Qui invece puoi leggere la “versione” di un poliziotto.

Buongiorno,

sono il padre del manifestante manganellato a Torino e sto prendendo questa iniziativa all’insaputa di mio figlio. Queste le mie considerazioni in ordine di importanza su quanto accaduto:

Mio figlio è maggiorenne e risponde per sé; queste sono mie opinioni di genitore e cittadino che non può tacere davanti ad un evidente sopruso subito dal figlio. Parlo e scrivo in nome mio e soltanto mio. Parlo da insegnante. Da persona impegnata nel sociale. Da professionista con esperienza all’estero.

Se il cittadino ‘X’, in questo caso mio figlio, o il pubblico ufficiale ‘Y’, in questo caso il manganellatore, ha violato la legge, ne devono rispondere. Per chiarirmi:

La manifestazione non era autorizzata? Bene, non dovevi essere lì.

Hai percosso senza motivo e da squadrista (come mostra il video chiaramente)? Bene, non ti era permesso.

Se il cittadino ‘X’, in questo caso mio figlio, passa il suo tempo in un centro sociale a fare del bene (andare a sincerarsi come ho fatto io), e la procura indegnamente e forse illegittimamente criminalizza e/o perseguita questo centro sociale, e tu giovane stupido coi tuoi compagni andate a una manifestazione inutile, inutile e ancora inutile a sputtanare tutto ciò che di buono fare, siete scemi! Perché offrite un pretesto a delle forze dell’ordine e ad una procura assolutamente discutibili per schedarvi, rovinarvi il futuro ecc.

Nella sostanza i ragazzi hanno tutte le ragioni per protestare, e anche di farlo pacificamente come i video di ieri, inequivocabili. La violenza c’è stata da parte della celere. Gratuita.E la sostanza è che in Italia lo studio è sotto-finanziato e tutti i servizi ad esso accessori; lo dico da insegnante, lo dico da cittadino 55enne che ha lavorato all’estero, e per esperienza diretta di due figli che all’estero hanno studiato; lo dico da cittadino che paga le tasse e si vergogna che – primo esempio alla mano – queste vengano spese in armi anziché in sovvenzioni per le residenze universitarie. O in medicinali, il concetto non cambia. Ora, non si accampino giustificazioni di mercato: ovviamente i prezzi li stabilisce il mercato, ma nei paesi che “invidiamo”, il mercato è calmierato per fasce “protette” come gli studenti universitari, oppure la spesa pubblica indirizzata a fornire maggiori servizi: perché si investe sui giovani più che qui, sul nostro futuro.La domanda da porsi è se vogliamo restare un paese livellato al basso da finto socialismo reale; se una città Torino o Milano che si fregiano della propria offerta formativa siano veramente all’altezza dei tempi e paragonabili a realtà analoghe in tutto il mondo. La risposta è “no”: gli affitti per gli universitari, se vogliamo aumentare la possibilità di tirare su gente qualificata, devono essere più bassi. Più bassi e basta.Il come non sta a me deciderlo, io sono un cittadino, non un legislatore o un governante. Che serva andare a sbraitare alle orecchie del primo ministro, prestanome di chi l’ha preceduta, beh dico io che non serve a nulla, ma la ragione della protesta è purtroppo sostanziale e denuncia la nostra arretratezza.

Io insegno, ho 55 anni e coi giovani ci vivo. Insegno. E sono rigido sulle regole della convivenza civile. Mi vergogno delle forze dell’ordine italiane, perché per prime eludono il senso civico che dovrebbero servire, riparandosi dietro argomentazioni che neanche menziono. Mi spiace ma è così. Le forze dell’ordine sono sempre meno dalla parte del cittadino e sempre più dalla parte del governo. E anche i loro stipendi arrivano dalle mie tasse; è a me cittadino che devono rispetto i signori in divisa. Ma se lo dimenticano spesso: basta guardare la faccia dei capi squadra in maglietta, quelli senza casco, nei video di Torino. Onnipotenti senza remore che randellano ragazzine.Ma soprattutto le forze dell’ordine sono sempre più forti coi deboli e sempre più deboli coi forti. Dai droni e idranti durante il Covid, ai casi sistemici ripugnanti tipo “Diaz” o “Verona 2023”, fino alle agghiaccianti storie alla “Cucchi”, i nostri protettori sono sempre più incapaci di occuparsi dei veri problemi e sempre più dediti a manganellare quattro sbarbati sbraitanti.Ho detto serenamente a mio figlio, nella speranza che apra gli occhi, che manifestare per gli affitti contro la Meloni serve a giustificare lo stipendio dei celerini, non certo a ottenere le (dovute) condizioni migliori che rivendicano.

Giornalisti andatevene a sincerarvi per cortesia di ciò che scrivo, come ho fatto io. Voi giornalisti avete il ruolo vitale di favorire la consapevolezza nell’opinione pubblica. Ascoltate e leggete bene cosa dicono questiragazzi. Sono un pericolo? Sono una minaccia? O fanno a volte ciò che dovrebbero fare le istituzioni preposte?

Giorgia Meloni e le forze dell’ordine sono imbarazzanti perché non hanno capito la situazione demografica italiana (birthgap.org); i giovani vanno tutelati, sono ormai una specie protetta. Che continui pure così tutta la classe politica, a vendere armi a scapito di formazione e sanità. Che Giorgetti & C. perseverino nel regnare dalla torre d’avorio che un tempo tanto demonizzavano: sono loro adesso i satrapi. E lo sanno, altrimenti non consentirebbero che accadessero cose simili.

Mi prendo naturalmente tutta la responsabilità di ciò che scrivo e mi piacerebbe tanto confrontarmi con un dirigente della questura di Torino sul video di ieri, ma anche con un magistrato di Torino sui procedimenti in atto contro ragazzotti di centri sociali che non torcerebbero un capello a una mosca; voglio che mi dica in faccia che l’inseguimento di mio figlio è stato legale e legittimo; voglio che mi dicano in faccia che se quell’agente si fosse trovato davanti suo figlio o il pargolo del procuratore lo avrebbe manganellato lo stesso; voglio che mi dicano che sono dei cristiani (non dei cattolici, dei cristiani) e che nel loro operato professionale sposano i valori della Costituzione. Così, quando me lo avranno detto potrò finalmente fargli sapere cosa penso. Ci terrei a mantenere la schiena dritta pubblicamente. Davide Bellelli

Poliziotti presi a calci ma il Pd sta con i violenti. Schlein attacca: "Uso eccessivo della forza". E l'Anpi evoca il fascismo. I sindacati di polizia: noi le vittime. Pier Francesco Borgia il 5 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Non sono bastati i momenti di tensione vissuti dai torinesi martedì mattina quando le strade del centro hanno fatto da cornice a una scena che sembrava calata improvvisamente da un'epoca che speravamo definitivamente archiviata. L'epoca, cioè, dove l'ideologia diventava violenza e l'intolleranza sgombrava il campo dai residui di un pacifico confronto politico.

E a Torino martedì si è respirata quest'aria. Basta osservare la foto che riportiamo qui in pagina, pubblicata ieri sulla cronaca cittadina della Stampa. Una foto che ribalta la narrazione che la sinistra diffonde per dimostrare che è stata la polizia a manganellare. Il giorno dopo le violenze, che hanno lasciato sul campo quattro poliziotti feriti e sessanta fermi tra i dimostranti, l'opposizione prova infatti a speculare sull'esito di una manifestazione (tra l'altro non autorizzata) che chiedeva a gran voce di non far entrare la premier Giorgia Meloni a Torino. I respingimenti dei reparti mobili in assetto antisommossa sono diventati gratuite (e illegittime) «bastonate» ai danni di ragazzi. La stessa leader dei Dem, Elly Schlein, parla di «uso sproporzionato, illegittimo ed eccessivo della forza nei confronti di alcune centinaia di ragazzi», da parte delle forze dell'ordine.

E l'equazione che vuole la presunta violenza di Stato associata all'altrettanto presunta deriva autoritaria del primo governo guidato da un'esponente della destra italiana è scontata. Ed è ovviamente l'Anpi a proporla per voce del suo presidente. «C'è il pericolo di una torsione autoritaria, oscurantista, nazionalista, che in questa misura richiama alcuni capisaldi del fascismo? - si chiede Gianfranco Pagliarulo - La mia risposta è sì. La conferma è la sequela impressionante di provvedimenti sostanzialmente autoritari e repressivi del governo, ultime le cariche di Torino nei confronti degli studenti». «Mi sembra - aggiunge la stessa Schlein - che questo governo insista soprattutto sugli elementi repressivi». E intanto annuncia che verrà presentata un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, per spiegare le ragioni di quello che già hanno giudicato un comportamento (da parte delle forze dell'ordine) sopra le righe. «Il manganello c'è, ora vediamo l'olio di ricino», è lo slogan che pubblica su X il rettore dell'Università di Siena, Tomaso Montanari (lo stesso che si è rifiutato di far mettere la bandiera a mezz'asta in occasione della giornata di lutto nazionale per le esequie di Berlusconi).

L'idea dell'opposizione è di isolare le stesse forze dell'ordine. Anche Carlo Calenda si unisce al coro e sui social dice: «Quando lo Stato usa la forza su dei ragazzi che manifestano, vuol dire che lo Stato ha fallito. Punto».

Chi però era lì in piazza a difendere l'ordine ha un'opinione differente. «Oggi contiamo i soliti feriti fra i poliziotti, incolpevoli bersagli - scrive Pasquale Griesi, coordinatore nazionale reparti mobili (Fsp) in una lettera aperta pubblicata da Nicola Porro sul suo sito web -. Oggi padri di famiglia, cittadini, lavoratori, hanno ricevuto pugni, calci, sputi, insulti di ogni genere per aver adempiuto ad un atto d'ufficio. È questo quello su cui si dovrebbe riflettere, il resto è solo strumentalizzazione ipocrita».

Anche il prefetto di Torino Donato Giovanni Cafagna difende l'operato delle forze dell'ordine ricordando che «il diritto a manifestare è sacro, ma deve rispondere a regole», mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto puntualizza che tra i manifestanti erano presenti non soltanto pacifici ragazzi ma anche «soggetti violenti» riconducibili agli ambienti No tav e dei centri sociali. Gli stessi che, secondo Augusta Montaruli, vice capogruppo a Montecitorio di FdI, «il Pd ha decisoora di sostenere».

Movida Molesta.

La protesta dei sindaci: "Oltre a responsabilità dateci anche poteri per far rispettare le regole". Movida nociva per la salute, Comuni costretti a pagare i danni: la sentenza della Cassazione. Redazione su Il Riformista il 4 Giugno 2023 

Sei i rumori sono forti e invadenti, e diventano nocivi per la salute di chi abita nelle vicinanze, il Comune ha il dovere di pagare i danni causati dalla movida e dal mancato rispetto delle norme di quiete pubblica. A deciderlo sono stati i giudici della Cassazione a cui si è rivolta una coppia di coniugi di Brescia per protestare contro la “immissione da rumore” generata dalla piazza piena di ragazzi fino a tarda notte. Una sentenza che potrebbe essere utilizzata da altri cittadini di tutta Italia, contro le amministrazioni locali, perché stanchi del caos notturno.

A riportare la vicenda, iniziata nel 2012, è Il Messaggero. Protagonista Gianfranco Paroli, fratello maggiore dell’allora sindaco di Brescia Adriano, oggi senatore di Forza Italia. Una causa vinta in primo grado, con un risarcimento previsto di oltre 50mila euro (20mila euro a coniugi per il danno non patrimoniale, 9mila per quello patrimoniale, oltre le spese processuali), e persa poi in appello con la Cassazione che adesso riapre il caso: i residenti dei quartieri della movida possono chiedere il risarcimento dei danni alle amministrazioni comunali “che non garantiscano il rispetto delle norme di quiete pubblica e di conseguenza non tutelino la salute dei cittadini“.

Per i supremi giudici “la tutela del privato che lamenti una lesione del diritto alla salute (costituzionalmente garantito) è incomprimibile nel suo nucleo essenziale sulla base dell’articolo 32 della Costituzione, ma anche del diritto alla vita familiare e della stessa proprietà, che rimane diritto soggettivo pieno sino a quando non venga inciso da un provvedimento che ne determini l’affievolimento, cagionata dalle immissioni (nella specie, acustiche) intollerabili, provenienti da area pubblica (nella specie, da una strada della quale la Pubblica Amministrazione è proprietaria)”.

Tocca dunque al Comune garantire ai suoi cittadini questo diritto: “La pubblica amministrazione – si legge nel provvedimento – è tenuta ad osservare le regole tecniche o i canoni di diligenza e prudenza nella gestione dei propri beni e, quindi, può essere condannata sia al risarcimento del danno patito dal privato in conseguenza delle immissioni nocive che abbiano comportato la lesione di quei diritti, sia la condanna ad un “facere”, al fine di riportare le immissioni al di sotto della soglia di tollerabilità”.

Per il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, presidente anche dell’Unione delle Province d’Italia, “questa sentenza attribuisce forti responsabilità, anche risarcitorie, ai Comuni; in passato i locali lamentavano di venire sanzionati per il rumore in strada di fronte a loro. A volte ben sappiamo che i comportamenti scorretti di pochi avventori creano enormi problemi, a fronte della maggioranza degli utenti che si intrattengono in maniera rispettosa. Certo è che servirebbe un intervento legislativo che abbini alle responsabilità i poteri, per poi far rispettare le regole perché – ragiona il primo cittadino parlando con l’ANSA – il danno economico per i Comuni potrebbe essere enorme”.

Babele Italia.

Furti, aggressioni, stupri, stranieri: un italiano su quattro vuole armarsi. È quanto emerge da un’indagine condotta da Eurispes in collaborazione con il dipartimento della pubblica sicurezza e la direzione centrale della polizia criminale. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Maggio 2023

Nel 2023 più di un cittadino su quattro (26,6%) giudica insicuro il luogo in cui abita: questo accade con più frequenza al Sud (30,5%) e nelle Isole (38,4%). Fra i crimini che più preoccupano gli italiani sul piano della sicurezza, spicca il furto in abitazione (26,6%), l’aggressione fisica (17,7%) e la paura di subire uno scippo (11,1%). Il furto di dati personali su internet preoccupa il 9,9% dei cittadini, mentre raggiungono percentuali intorno al 7% la truffa, il furto sull’auto in sosta e la rapina. Il 4,8% ha paura di subire violenza sessuale e il 2,9% di subire altri reati. È quanto emerge da un’indagine condotta da Eurispes in collaborazione con il dipartimento della pubblica sicurezza e la direzione centrale della polizia criminale.

Dalla videosorveglianza allo spray al peperoncino Tra le mura domestiche, riguardo ai possibili provvedimenti da prendere per sentirsi più sicuri, il 22,5% degli intervistati ha risposto di avere installato negli ultimi tre anni un sistema di allarme, il 21,4% ha installato le grate alle finestre e il 20,7% ha messo la porta blindata. Portare con sé uno spray al peperoncino (8,7%), un coltello (8,6%) o comprare un’arma da fuoco (3,6%) sono opzioni adottate da una esigua parte del campione.

Cosa dovrebbe fare lo Stato Su quali strategie puntare per contrastare la criminalità? Per il 16,9% dei cittadini è necessario incrementare l’occupazione, per il 16,3% va garantita la certezza della pena, per il 14,9% occorre rafforzare il dispiegamento delle Forze dell’ordine e per il 14,6% bisogna sostenere le categorie più deboli; l’11,6% richiede un inasprimento delle pene, il 10% vorrebbe una promozione dell’educazione alla legalità, l’8% risolverebbe il problema limitando l’accesso degli immigrati nel Paese e il 7,2% garantendo processi penali rapidi.

Gli elettori dell’opposizione Per l’elettorato di centro-sinistra, di sinistra, di centro e del Movimento 5 Stelle, per contrastare la criminalità è necessario, in primo luogo, incrementare l’occupazione, sebbene fra gli intervistati di sinistra questo provvedimento sia eguagliato dal sostegno alle categorie più deboli (19,9% entrambi) e per gli intervistati del M5s dal rafforzamento della presenza delle Forze dell’ordine (17,1% per entrambe le opzioni).

La repressione secondo la destra Gli elettori di destra reputano più efficace, rispetto alle altre strategie, il rafforzamento del dispiegamento delle Forze dell’ordine (23,5%) e sono della stessa opinione anche quelli di centro-destra (19,4%), ma per questi ultimi potrebbe essere altrettanto efficace garantire la certezza della pena; ricordiamo che anche i sostenitori del M5s mettono al primo posto questa opzione insieme all’incremento dell’occupazione, anche i centristi apprezzano questo tipo di intervento collocandolo in seconda posizione (19,2%).

Inasprire le pene può essere una soluzione vincente soprattutto per quanti si collocano politicamente a destra (14,7%, terzo posto insieme alla garanzia della pena) e per l’elettorato di centro-destra (13,7%, seconda posizione). A pensare più spesso che sia meglio limitare l’accesso degli immigrati nel Paese sono gli italiani di centro-destra (11,3%), seguiti da quelli di destra (10,1%).

Furti e rapine, il report choc: un reato su due compiuto da immigrati. Calano in Italia gli omicidi ma aumentano quelli di natura predatoria. Elevata l'incidenza dei reati compiuti da stranieri: "Il 34.1% dei reati è compiuto da stranieri". Francesca Galici il 5 Maggio 2023 su Il Giornale.

In Italia esiste un problema di sicurezza e questo è ormai acclarato, riconosciuto anche dalla sinistra che, almeno a Milano, ha preso atto del fatto che l'emergenza va affrontata con pragmatismo. Il dipartimento della Sicurezza del ministero dell'Interno, in collaborazione con Eurispes, ha condotto lo studio "La criminalità: tra realtà e percezione", analizzando dati e fattispecie per "dedicare una particolare attenzione ai trend della delittuosità degli ultimi anni e ad alcune categorie criminali che consideriamo particolarmente sensibili all’interno della nostra società". Così ha spiegato il prefetto Vittorio Rizzi, vicedirettore generale della pubblica sicurezza, direttore centrale della polizia Criminale. Nel lavoro si cerca di fare dei distinguo tra realtà e percezione con "un’analisi basata su dati concreti e una visione d’insieme che offra una corretta interpretazione dei fenomeni".

Lodevole l'impegno del ministero dell'Interno e della polizia di Stato, che nel rapporto evidenziano una risalita della delittuosità in Italia a partire dal 2021, nel post pandemia, dopo alcuni anni, a partire dal 2014, di inversione di tendenza. "Nel 2022, i delitti commessi registrati sono 2.183.045, con un incremento rispetto al 2021 del 3,8%", si legge nel report, dove però si evidenzia, giustamente, come il 2021 e il 2020 siano stati anni anomali a causa delle restrizioni legate alla pandemia. Se si mettono a confronto i dati del 2022, primo anno vero di post-pandemia, con quelli del 2019 pre-pandemia si nota una flessione.

Nel rapporto è stata dedicata attenzione ai reati commessi da stranieri, che considerando la popolazione regolare e residente rappresenta circa l’8.5% del totale. Nel 2022 si rilevano 271.026 segnalazioni nei confronti di stranieri ritenuti responsabili di attività illecite, pari al 34.1% del totale delle persone denunciate ed arrestate. Un'incidenza molto importante e in aumento, sia in valori

assoluti che in termini di incidenza, rispetto a quello del 2021, quando le segnalazioni erano state 264.864, pari al 31.9% del totale. I dati si fanno ancora più netti, come si sottolinea nel rapporto, quando si considerano i reati di natura predatoria. Per quanto riguarda i furti, per esempio, le segnalazioni riferite agli stranieri denunciati e/o arrestati nel 2022, che si attestano sui 41.462 casi, rappresentano il 45.48% del totale. In relazione alle rapine, invece, le segnalazioni riferite a stranieri denunciati e/o arrestati nel 2022 sono 9.256 e rappresentano il 47.31% del totale.

Esiste, ed è certificata una riduzione generale degli omicidi, che viene spesso utilizzata come dato spia dalla sinistra per smentire l'esistenza di un allarme sicurezza, ma si registra un aumento in quelli legati alla criminalità organizzata. Ma a fronte della riduzione degli omicidi sono in aumento gli altri reati, di fatto rendendo fallace la ricostruzione della sinistra. Fra i crimini che più preoccupano gli italiani sul piano della sicurezza, spicca il furto in abitazione (26.6%), segue con notevole distacco l’aggressione fisica (17.7%) e, successivamente, la paura di subire uno scippo/borseggio (11.1%).

Sicurezza: per un cittadino su quattro il luogo dove vive è insicuro. Secondo uno studio Eurispes fra i crimini che più preoccupano gli italiani spicca il furto in abitazione (26,6%). Seguono con notevole distacco l'aggressione fisica (17,7%) e la paura di subire uno scippo/borseggio (11,1%). Ignazio Riccio il 5 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 I dati

 I crimini che fanno più paura

 Gli strumenti di difesa

 Il commento di Eurispes

Nonostante il 61,5% dei cittadini italiani ha dichiarato di vivere in una città che percepisce sicura, la paura di subire reati è aumentata del 24,8% dall’inizio della pandemia da Covid-19. Il campione di persone intervistate dall’Eurispes, in sinergia con la direzione centrale della polizia criminale e con l’ausilio del servizio di analisi criminale, ha risposto a domande sul livello di sicurezza percepito sia in riferimento alla propria persona sia all'ambiente circostante. Per portare a termine l’indagine sono stati coinvolti 1.026 cittadini sull’intero territorio nazionale.

I dati

La maggioranza degli intervistati ha affermato di sentirsi sicuri ad uscire da soli di giorno nella zona di residenza, complessivamente nell'83,3% dei casi. Le cose cambiano se si tratta di uscire nelle ore serali e il tasso di risposta positiva diminuisce (67,6%). La casa è il luogo in cui una fetta più ampia del campione si sente al sicuro (81%). Tra le strategie utilizzate per "mettersi in sicurezza", negli ultimi tre anni, il 22,5% degli intervistati ha installato un sistema di allarme, il 21,4% ha installato le grate alle finestre e il 20,7% ha messo la porta blindata. Potare con sé uno spray al peperoncino (8,7%), un coltello (8,6%) o comprare un'arma da fuoco (3,6%) sono opzioni adottate da una piccola parte del campione.

I crimini che fanno più paura

Fra i reati che più preoccupano gli italiani sul piano della sicurezza, spicca il furto in abitazione (26,6%). Seguono con notevole distacco l'aggressione fisica (17,7%) e la paura di subire uno scippo/borseggio (11,1%). Al di là della percezione generale della diffusione dei crimini, i due reati rispetto ai quali si concentra la maggiore paura di esserne personalmente vittime sono il furto in abitazione (58,3%) e il furto di dati personali su Internet (55,1%). Al terzo posto troviamo la truffa (46,2%), seguita da scippo/borseggio (45%), furto di auto/motorino/moto (42%), rapina (40%) e lesione (35,9%). Un intervistato su quattro (25,6%) teme di poter essere vittima di violenza sessuale, seguono i maltrattamenti contro familiari e conviventi (22,2%) e l'estorsione/usura (15,6%).

I reati che vengono percepiti, nella maggior parte dei casi, più pericolosi che in passato sono: il furto di dati personali su Internet (56,2%), la truffa (53,5%), il furto in abitazione (53,1%) e lo scippo/borseggio (50,6%). L'indagine ha poi provato a ricollocare i reati come esperienze calate nella vita reale e nell'ultimo anno gli italiani hanno dichiarato di essere stati vittime soprattutto di truffe su Internet (14,7%), di minacce (11,2%), di furto in casa (11%). Un italiano su dieci (10,2%) è invece stato vittima di truffe e raggiri, come la clonazione di carte di credito, truffe finanziarie, cartomanti, agenzie di viaggio o falsi contratti, il 7,3% di scippi e borseggi, 6,1% di furto d'auto (il 4% di furto dell'auto in sosta), mentre il 6,2% è stato raggirato da false richieste di lavoro. Il 5,5% dei rispondenti è stato vittima di aggressioni fisiche, il 2,3% di estorsioni ed usura, l'1,7% di violenza sessuale.

Gli strumenti di difesa

Per ciò che riguarda l’utilizzo di strumenti utili a difendersi contro i crimini, la legittimazione al possesso di armi da fuoco è considerata dal 44,8% degli italiani un pericolo, perché le armi possono finire nelle mani sbagliate. Un 19,2%, invece, ritiene che sia un diritto da riservare solo a categorie particolari esposte a rischi, un 18,4% pensa che rappresenti la possibilità per qualunque cittadino di difendersi dai malintenzionati. Poco più di un intervistato su quattro (27,1%) acquisterebbe un'arma per autodifesa, il 72,9%, al contrario, non lo farebbe. Rispetto all'ipotesi di utilizzare un'arma in caso di minaccia concreta alla propria persona e alla propria famiglia, il campione si è diviso a metà con il 49% di risposte positive e circa il 51% di indicazioni negative.

Il commento di Eurispes

"L'indagine – ha spiegato il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara – rappresenta uno spaccato sui fenomeni criminali in Italia quale strumento indispensabile nell'elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto, volte ad elevare gli standard di sicurezza. Lo studio risponde ad un'esigenza d'informazione sui temi della sicurezza che assumono una rilevanza prioritaria nel dibattito pubblico in Italia, come pure nel sentire di ogni cittadino”.

Fara ha continuato: “La sicurezza rappresenta uno degli argomenti centrali nella comunicazione politica, ma è necessario distinguere tra rischio reale e rischio percepito, categorie che spesso non collimano, l'uno basato su dati oggettivi e misurabili, l'altro condizionato da dinamiche soggettive come la paura e l'incertezza del futuro. Il presente studio può rappresentare un utile strumento di lettura della complessità, con un'analisi dei dati reali, anche nella loro evoluzione storica, che si riferiscono ai reati denunciati ma anche alle semplici esperienze dei cittadini”.

Poi, c'è chi dice il contrario. L’Italia è un Paese sicuro: l’Eurispes smaschera i professionisti della paura. Il rapporto sulla criminalità (in costante diminuzione) sfata i luoghi comuni cavalcati per lustri dalla politica. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 5 maggio 2023

Chi getta benzina sul fuoco della paura, legata anche alla sicurezza delle nostre città, si muove in una direzione che non tiene conto della reale percezione dei cittadini. La differenza tra rischio reale e rischio percepito è, infatti, non di poco conto. Parte da queste tracce l’indagine realizzata dall’Eurispes in collaborazione con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza-Direzione centrale della Polizia criminale. Lo studio, intitolato “La criminalità: tra realtà e percezione”, è stato presentato a Roma. Condivide percorsi di studio e di analisi in uno scambio di dati e di informazioni derivanti dall’esperienza delle forze di polizia e dalla ricerca scientifica.

In merito al livello di sicurezza percepito dai cittadini, sia in riferimento alla propria persona sia all’ambiente circostante, l’Eurispes e la Direzione centrale della Polizia criminale, con l’ausilio del Servizio di analisi criminale, hanno coinvolto poco più di mille cittadini. La rilevazione campionaria è stata effettuata tra i mesi di gennaio e febbraio di quest’anno. Sono stati indagati diversi temi legati a criminalità e sicurezza, a partire dalla percezione della sicurezza, dalle esperienze personali dei cittadini, fino ad arrivare alla violenza domestica e all’utilizzo delle armi da fuoco. I dati che emergono sono interessanti e non sono sganciati dalle dinamiche di chi fa della paura una sorta di arma di propaganda politica. Il 61,5% dei cittadini afferma di vivere in una città-località che giudica sicura. Dal confronto con i risultati ottenuti alla stessa domanda nella rilevazione effettuata dall’Eurispes nel 2019, l’inversione di tendenza è palese. Infatti, la quota di quanti si sentivano in sicurezza nel luogo di residenza erano il 47,5%, vale a dire meno della metà del campione. Nel 2023, più di un cittadino su quattro (26,6%) giudica insicuro il luogo in cui abita. Ciò accade con più frequenza al Sud (30,5%) e nelle Isole (38,4%).

È stato anche chiesto al campione degli intervistati se e come è cambiata negli ultimi tre anni, dall’inizio della pandemia, la paura di subire reati. «Nella maggior parte dei casi – spiega l’Eurispes - è rimasta invariata (67,9%), per il 24,8% del campione è aumentata e il 7,3% afferma di avere meno paura rispetto al passato. Un aumento del timore di subire reati è più evidente al Sud (30%) e nelle Isole (34%) rispetto alle altre aree geografiche». Per quanto concerne le strategie sulle quali puntare per contrastare la criminalità, il 16,9% dei cittadini ritiene che sia necessario incrementare l’occupazione, il 16,3% sostiene che vada garantita la certezza della pena, per il 14,9% occorre rafforzare il dispiegamento delle forze dell’ordine e per il 14,6% bisogna sostenere le categorie più deboli. E ancora: l’11,6% degli intervistati richiede un inasprimento delle pene, il 10% vorrebbe una promozione dell’educazione alla legalità, l’8% risolverebbe il problema limitando l’accesso degli immigrati nel Paese e il 7,2%, garantendo processi penali rapidi.

Un altro spunto di riflessione offerto dal rapporto Eurispes si riferisce alla considerazione verso i «principali responsabili dei crimini fra italiani e stranieri». Un’ampia fetta del campione (47%) ritiene che i crimini siano commessi in egual misura da italiani e stranieri; circa un cittadino su cinque pensa che gli autori siano principalmente stranieri (20,7%) e solo il 6,1% attribuisce le colpe agli italiani. È rilevante il tasso di non risposta a questo quesito (26,2%). Sul modo in cui i mass media rappresentano il problema della criminalità, il 27,9% del campione ritiene che la narrazione dei media sia realistica, mentre il 26,1% degli intervistati sostiene che la criminalità sia rappresentata in modo meno grave rispetto alla realtà, per il 21% invece i media offrono una visione allarmistica e il 25% non sa o preferisce non rispondere.

«Nel lavoro presentato – dice il prefetto Vittorio Rizzi, vicedirettore generale della Pubblica sicurezza - abbiamo voluto dedicare una particolare attenzione ai trend della delittuosità degli ultimi anni e ad alcune categorie criminali che consideriamo particolarmente sensibili all’interno della nostra società. La paura e l’incertezza sono caratteristiche del nostro tempo, spesso alimentate dalle continue emergenze, come la pandemia, il conflitto russo-ucraino e i disastri ecologici».

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, si sofferma sull’esigenza di informazione sui temi della sicurezza. «Tali temi – commenta Fara - assumono una rilevanza prioritaria nel dibattito pubblico in Italia, come pure nel sentire di ogni cittadino. La sicurezza rappresenta infatti uno degli argomenti centrali nella comunicazione politica e in quella degli organi d’informazione, ma è necessario distinguere tra rischio reale e rischio percepito, categorie che spesso non collimano, l’uno basato su dati oggettivi e misurabili, l’altro condizionato da dinamiche soggettive come la paura e l’incertezza del futuro».

Il magistrato Giovanni Tartaglia Polcini, vicepresidente dell’osservatorio internazionale di Eurispes, sottolinea il carattere scientificamente innovativo del rapporto: «È un documento di grande utilità sul piano della raccolta e dell’analisi dei dati sulla sicurezza reale e percepita, da mettere a disposizione del decisore. Il divario tra la realtà e la rappresentazione dei fenomeni criminali era stato già dimostrato in materia di corruzione. La metodologia utilizzata dall’Eurispes si presta a un uso sempre più diffuso sia per settore di intervento, sia per scenario di riferimento ed è suscettibile di condivisione sul piano internazionale».

Il ghetto dell'illegalità. Augusto Minzolini il 30 Aprile 2023 su Il Giornale.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, come buona parte della nouvelle vague radical chic del Pd, ogni volta che si presenta un fatto di cronaca nera che chiama in causa un extracomunitario tenta di svicolare, o, peggio, ne parla con fastidio

Sarà solo un'impressione, ma il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, come buona parte della nouvelle vague radical chic del Pd, ogni volta che si presenta un fatto di cronaca nera che chiama in causa un extracomunitario tenta di svicolare, o, peggio, ne parla con fastidio. Quasi che il tema della sicurezza sia per principio un tema di destra, un feticcio agitato dai mondi contrari all'accoglienza. È una reazione sbagliata che spesso si trasforma in un boomerang, perché solo un osservatore superficiale o ubriaco di ideologia non comprende il forte nesso che lega proprio la sicurezza all'accoglienza.

Di fronte a episodi come l'accoltellamento di sei persone da parte di un immigrato che aveva chiesto la protezione speciale in Germania, o, ancora, allo stupro di due giorni fa ad opera di un irregolare marocchino di cui è stata vittima una turista, nessuno può negare - non fosse altro per onestà intellettuale - che la Stazione Centrale si è trasformata in un ghetto criminale. Far finta di niente, sottovalutare o prendere dei provvedimenti in ritardo non aiuta, perché la Stazione è il biglietto da visita di Milano e le cronache a lungo andare creano una nomea che finisce per penalizzare la città. Il fatto poi che già solo nel capoluogo lombardo, per non parlare del resto del Paese, si aggirino 50mila «fantasmi», cioè immigrati clandestini, pone una questione più generale che merita una riflessione: è proprio la condizione di insicurezza ad alimentare quei rigurgiti di xenofobia e diffidenza verso l'accoglienza che non appartengono alla storia e alla cultura del nostro Paese.

I due problemi sono connessi come non mai. E la politica dello struzzo finisce per essere complice di chi fa tutto un mazzo degli immigrati, anche quelli onesti, per suscitare il rigetto dell'opinione pubblica. Può sembrare paradossale, ma è così. Ecco perché curare con attenzione la politica di sicurezza, aumentare la presenza dello Stato nelle stazioni, restringere la protezione speciale, rimpatriare i delinquenti, contrastare o, almeno, fare un'operazione di dissuasione nei confronti dei clandestini, serve a favorire e ad ampliare i flussi di immigrazione legale e a promuovere l'integrazione.

Sono tutte esigenze che si sposano con una visione pragmatica, l'unica possibile, del problema. Specie in una fase come l'attuale in cui gli sbarchi si stanno moltiplicando e stanno assumendo le proporzioni di un esodo verso le nostre coste. Rimuovere tutti questi problemi affidandosi al buonismo di maniera, che è nel Dna di questo Pd, può aiutare nella retorica di salotto, in qualche talk-show a sfondo progressista, nel mondo delle Ong o nelle piazze di un solo colore in cui l'immigrazione è uno strumento per affibbiare agli avversari un'immagine razzista, ma mina nel profondo ogni politica di integrazione.

Da San Ferdinando a Mazara. Ecco i ghetti d'Italia nelle mani dei clandestini. Michel Dessì il 3 Maggio 2023 su Il Giornale.

Non solo la Centrale: da Nord a Sud, tutte le zone franche in cui lo Stato ha abdicato.

L'ultimo stupro alla stazione di Milano ha acceso i riflettori sugli invisibili, gli immigrati fantasma. Quelli che tutti (o quasi) fanno finta di non vedere. Uomini senza identità, pronti a tutto. A testimoniarlo è la cronaca di questi ultimi mesi: accoltellamenti, risse, violenze. Solo a Milano (secondo le ultime stime del 2022) sarebbero circa 50mila. Basta attraversare il piazzale della stazione Centrale per accorgersene. Un ghetto all'aperto. Ma di ghetti e tendopoli, in Italia, ce ne sono tanti. Da Nord a Sud. Villaggi di fortuna, spesso sperduti nelle periferie delle città o nelle campagne. Baraccopoli fatte di cartoni e lamiere popolate perlopiù da lavoratori stagionali, tutti provenienti dall'Africa. Tutti senza identità. C'è chi cerca lavoro nei campi e chi, invece, non lo trova e delinque.

In Sicilia, Calabria, Puglia e Campania il numero più alto degli insediamenti abusivi. Diverse le città che devono fare i conti con la presenza ingombrante dei migranti. Una manna per alcuni agricoltori, una disgrazia per altri. A Vittoria, in provincia di Ragusa, uno dei più grossi centri ortofrutticoli del Paese, c'è chi lavora sotto le serre per poi tornare la sera nel ghetto. In sella ad una bicicletta o dietro ai sedili di un furgone guidato da immigrati che, abbandonato il duro lavoro della terra, si riscoprono caporali. Una parte del guadagno è la loro, per diritto. Una sorta di ufficio di collocamento autogestito, dove vige la legge del più forte. Stessa storia per il campo di fortuna costruito con la plastica a Campobello di Mazara, nel Trapanese. Un piccolo insediamento andato a fuoco già due volte, provocando due vittime. Sempre in Sicilia ci sono poi le baraccopoli di Paternò, Caltanissetta e Cassibile dove i servizi igienici sono inesistenti, come l'acqua potabile. Anche qui «abitazioni» di vecchie lamiere diventano case.

Un pezzo di Africa è in Calabria, a San Ferdinando. In quella che sarebbe dovuta essere la zona industriale del porto di Gioia Tauro c'è, invece, una delle più grandi tendopoli d'Italia. Nascosta in mezzo al nulla. In un labirinto di strade dissestate. Le tende blu del ministero dell'Interno, ormai usurate dal tempo, sono visibili a distanza. Come i cumuli di immondizia. Molti dei migranti risultano essere residenti in quella tendopoli. Molti altri, invece, non hanno nulla con sé. Nessuno sa chi siano, da dove provengano e, soprattutto, nessuno conosce la loro storia, spesso fatta di criminalità. Ma l'elenco delle baraccopoli è lungo. In Puglia, a Cerignola, ci sono i ghetti di Borgo Tressanti e Borgo Libertà per non parlare, poi, del grande ghetto di Borgo Mezzanone, nel foggiano. L'illegalità la fa da padrona. Accanto al Cara (gestito dallo Stato e presidiato dall'esercito) c'è un campo di baracche infinito. I migranti, gestiscono anche la prostituzione. Decine di ragazze vengono sfruttate, tenute ostaggio a servizio degli stessi immigrati che lì vi abitano.

Ma il Lazio non è da meno. A Latina, per esempio, esiste una grande comunità di immigrati. Gli stessi che l'onorevole ed ex sindacalista Aboubakar Soumahoro avrebbe dovuto aiutare. Inutile sgomberare e abbattere come già fatto diverse volte. Bastano poche ore e le baracche rispuntano come funghi. Secondo la fondazione Ismu gli immigrati irregolari in Italia sarebbero 506 mila, l'8,4% della presenza straniera complessiva. I campi sono anche nel Bresciano, in Lombardia, e in Piemonte ad Asti e Cuneo. Un fenomeno inarrestabile.

Babele Italia.  Carlo Cambi e Fabio Amendolara su Panorama il 03 Maggio 2023.

Dai ghetti di Campania e Puglia alle «banlieue alla francese» di Milano e Roma, dove l’integrazione è ormai impossibile tra degrado e criminalità. Al di là delle polemiche sulla «sostituzione etnica», vince la realtà. Ecco la mappa di un Paese in cui l’immigrazione disordinata o clandestina ha strappato il tessuto sociale.

Polizia e telecamere sono inutili se non tolgono i clandestini dalle strade. Andrea Soglio su Panorama il 02 Maggio 2023 Lo stupro, l'ennesimo, in Stazione Centrale a Milano sta portando alle solite soluzioni inutili. Serve una svolta nei confronti dei migranti irregolari

L’età e l’esperienza aiutano, insegnano. Ho cominciato questo lavoro 25 anni fa, cronista per una tv locale. Uno dei primi servizi fu legato ad una violenza alla Stazione Centrale di Milano. Da allora ho assistito a decine di vertici sulla sicurezza in prefettura dove sono cambiate si le facce dei partecipanti, non le frasi post incontro: «chiederemo più uomini al Governo» etc etc etc. Abbiamo visto ministri degli interni e sindaci di Milano presentare le nuove telecamere passate da 0 a 10, poi 20, poi quelle notturne, poi quelle con il sensore vocale in grado di captare un grido di aiuto, poi 30. Abbiamo seguito e ripreso decine di retate e controlli tutti finiti alla stessa maniera: camionette che portavano via i clandestini che bivaccano nel piazzale e che poi, il giorno dopo erano bellamente al loro posto. Questo per dire che le frasi di questi giorni dopo lo stupro durato ore ai danni di una turista sono del tutto inutili, oltre che ipocrite. Siamo ancora lì a parlare di più agenti e più occhi elettronici… Come se questo bastasse a ripulire il tutto, a rendere il posto più sicuro. Invece si tratta dell’ennesima acqua lanciata in un secchio bucato. Il problema non è avere 10 uomini in divisa in più o 5 nuove telecamere. Chi bivacca impunemente da decenni da quelle parti se ne frega bellamente di questo; ci convive in maniera serena e pacifica come vediamo in maniera evidente dalle finestre della redazione che si trovano proprio sul piazzale. Già oggi ci sono uomini e mezzi ma i reati non calano, anzi, aumentano. Soprattutto sarebbe ora di finirla con il nascondere il nocciolo della questione, la vera domanda: perché questi clandestini sono sempre li? Stiamo parlando di persone che non hanno documenti, non hanno titolo per entrare e girare liberi in Italia, non hanno un lavoro, non hanno soldi. Eppure si fa finta di non vedere le persone ed il problema. O forse non si ha il coraggio di affrontare la questione come si dovrebbe: non aggiungendo polizia e tecnologia ma togliendo i delinquenti. Fin quando tutto questo non sarà fatto sarà solo attesa del prossimo stupro, del prossimo vertice per la sicurezza, dell’ennesima ipocrisia.

La Video Sorveglianza.

Antonio Giangrande. L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

Lo Stato non garantisce la sicurezza e inibisce chi ci pensa da solo con la burocrazia e con le reprimende e le speculazioni.

Inchiesta del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

I media da sempre ce la menano sul fatto che contro gli atti criminali, specie quelli bagatellari e comuni, bisogna denunciare. Poco si sa, invece, che la gente rinuncia a denunciare proprio quei reati più odiosi, per il fatto sottaciuto che, in un modo o in un altro, le notizie di reato non vanno avanti per insabbiamenti (denunce non registrate; archiviazioni artefatte, non comunicando la richiesta di archiviazione, quando preteso per presentare opposizione; indagini mai svolte o svolte male), o per il disincentivo (perchè è solo una perdita di tempo).

Allorquando qualcuno si incaponisce a credere che ci sia uno Stato di Diritto e questi ha bisogno di prove per perseguire i responsabili del reato e lo fa con la ripresa delle immagini. Ecco che allora lo Stato lo inibisce in tutti i modi.

Certo è che lo Stato, prima ti sbeffeggia. La Stabilità 2016 ha stanziato fondi (15 milioni di euro) per il Bonus Sicurezza, ovvero un credito d'imposta per quei privati che decidono di installare sistemi di videosorveglianza. I cittadini che si doteranno di impianti si vedranno riconoscere il 50 per cento della spesa sostenuta.

I fondi son limitati. Ergo: Chi prima arriva, prima alloggia...

Dopo lo sberleffo arriva l'inghippo. Tutti i modi per impedire la sicurezza fai da te.

1. Il tema della Privacy. Ce lo spiega Alessio Sgherza il 15 febbraio 2017 su "La Repubblica". Il tema videocamere pone per i cittadini un problema di privacy: il problema di chi viene ripreso e deve mantenere il suo diritto alla riservatezza e ai suoi dati personali; e il problema di chi decide di installare i sistemi di videosorveglianza perché ha il diritto a difendere le proprie pertinenze. Due diritti che si contrastano sulla carta e tra i quali è necessario trovare un equilibrio. Ecco quindi che sul tema - già dal 2004 - è intervenuto il Garante della Privacy, che ha emesso un provvedimento sulla videosorveglianza datato 2010 e in corso di aggiornamento. Il testo è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 aprile 2010 e elenca tutte le misure che soggetti pubblici e privati devono mettere in pratica per installare questi sistemi. Per quanto riguarda i privati, è esplicitamente prevista la possibilità di installare telecamere "contro possibili aggressioni, furti, rapine, danneggiamenti, atti di vandalismo, prevenzione incendi" e in questi casi "si possono installare telecamere senza il consenso dei soggetti ripresi, ma sempre sulla base delle prescrizioni indicate dal Garante". Ma quali sono le prescrizioni del Garante? Eccole, in quattro punti:

I cittadini che transitano nelle aree sorvegliate devono essere informati con cartelli della presenza delle telecamere.

I cartelli devono essere resi visibili anche quando il sistema di videosorveglianza è attivo in orario notturno.

Le immagini registrate possono essere conservate per periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore.

Nel caso in cui i sistemi di videosorveglianza installati da soggetti pubblici e privati (esercizi commerciali, banche, aziende etc.) siano collegati alle forze di polizia è necessario apporre uno specifico cartello, sulla base del modello elaborato dal Garante.

2. Il tema sindacale. L'autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro. Ce lo spiega "La Gazzetta di Reggio" il 26 ottobre 2016. Un ispettore del lavoro, dopo un sopralluogo, gli ha fatto togliere tre telecamere che aveva da poco messo nel locale, appioppandogli anche una multa di circa 500 euro. Ma appena spento l’occhio elettronico, un ladro è entrato nel negozio è ha portato via l’incasso, pari ad altri 500 euro. È l’odissea raccontata da Federico Ferretti, insieme a Fabrizio Salsi uno dei soci della gelateria Cupido in via Emilia San Pietro 71. Dopo un punto vendita a Carpi e Correggio, a maggio la gelateria ha aperto un locale anche in città. E alla fine di luglio, i due soci avevano deciso di installare nel locale tre telecamere di videosorveglianza, due nell’area vendita e una nel laboratorio. «Eravamo in attesa dell’autorizzazione, dal momento che in estate molti uffici erano chiusi – racconta Ferretti – quando il 12 agosto abbiamo ricevuto la visita di un ispettore del lavoro, che ci ha contestato il fatto che le telecamere riprendessero il bancone, dicendo che dovevano essere indirizzate solo all’ingresso. Sosteneva che usavamo le telecamere per controllare i nostri due dipendenti, che invece avevano firmato la liberatoria. Noi le avevamo collocate così solo per ragioni di sicurezza». Dal sopralluogo è scattato un verbale, recapitato ai soci a metà settembre, in cui si dava tempo trenta giorni per rimuovere la videosorveglianza. «Sabato – aggiunge Ferretti – abbiamo rimosso l’impianto. L’ispettore ci ha anche chiesto la certificazione dell’azienda che le ha tolte, con un eccesso di rigidezza». Ma, due giorni dopo la rimozione, nella gelateria è avvenuto un furto: «Lunedì sera, intorno alle 21, c’erano il mio socio e un dipendente. Il socio era nel laboratorio. E ha chiamato un secondo il dipendente per dargli del gelato pronto. Un secondo. Ma qualcuno è entrato nel negozio e velocissimo ha rubato incasso e fondo cassa, in totale quasi 500 euro. Abbiamo subito chiamato i carabinieri. La prima cosa che ci hanno chiesto: “Avete telecamere?”. Gli abbiamo dovuto spiegare che ce le avevano appena fatte togliere». Per i titolari, oltre al danno la beffa: «Abbiamo ripresentato domanda per una nuova installazione, ma dall’ispettorato ce l’hanno bocciata. Siamo reggiani, abbiamo deciso di investire qui, dove i furti sono all’ordine del giorno. Non è possibile trovarsi davanti a queste cose. Le telecamere sono presenti anche nelle grandi catene e nessuno dice niente».

3. Il tema Amministrativo-burocratico. Per le telecamere occorre la Scia, scrive Maurizio Caprino su "Il Sole 24ore" del 9 marzo 2017. Le telecamere di videosorveglianza sono sostanzialmente fuorilegge, se sono anche del Comune. In questo caso, vanno trattate come impianti privati e quindi necessitano di un’autorizzazione, che in molti casi manca. Lo stesso vale per altri impianti di trasmissione, tra cui quelli per le radio di servizio dei vigili urbani. Lo afferma chiaramente la Prefettura di Pordenone, nella nota n. 6104, emanata il 6 marzo dopo una segnalazione del ministero dello Sviluppo economico. E quella della provincia friulana è una realtà...tutta italiana.

4. Il tema fiscale-speculativo. Lo Stato stanga la sicurezza "fai da te". Multati i Comuni che installano telecamere. Sanzioni dal prefetto per i sindaci che si dotano di sistemi di sorveglianza, scrive Pier Francesco Borgia, Venerdì 10/03/2017, su "Il Giornale". Nell'Italia dei campanili, quella più alta è sempre la torre del paradosso. Solo da noi, infatti, possiamo assistere al poco comprensibile «spettacolo» di una prefettura che commina multe e sanzioni ai Comuni che per difendere la tranquillità dei propri cittadini decide di investire le scarse risorse a disposizione per installare sistemi di videosorveglianza. Con una nota del 16 febbraio scorso, infatti, il Ministero dello Sviluppo economico, tramite il suo Ispettorato territoriale di Pordenone, ha fatto sapere alla prefettura del capoluogo friulano «di aver rilevato presso le Amministrazioni comunali ripetute problematiche conseguenti la carenza dei necessari dati informativi relativi agli obblighi di legge previsti per l'installazione ed esercizio di reti e servizi di comunicazione elettronica». La citazione è presa da una circolare che gli uffici della prefettura di Pordenone hanno inviato il 6 marzo a tutte le amministrazioni comunali della provincia. Lo scopo è quello di chiarire che a disciplinare i sistemi di videosorveglianza ci pensa il Decreto legislativo 259 dell'agosto del 2003 (ovvero il cosiddetto Codice delle Comunicazioni elettroniche). Fatto questo che fa ricadere le stesse telecamere a circuito chiuso nei sistemi di informazione. E quindi chi li installa, che si tratti di un privato o di un'amministrazione locale poco importa, è tenuto a corrispondere un canone al Mise (il già citato Ministero per lo sviluppo economico). Da qui la facile deduzione che senza quel canone si rischia un'ammenda. D'altronde, spiega Stefano Manzelli direttore della rivista on line poliziamunicipale.it, «molti di quegli amministratori non immaginavano nemmeno che un sistema di telecamere a circuito chiuso fosse paragonato a un sistema aperto di trasmissioni radio». La violazione di queste norme, insomma, sarebbe avvenuta in buonafede. Resta però il fatto che senza quel canone scatta la sanzione e si rende più faticosa la gestione del territorio di competenza. E questo contraddice - fa notare lo stesso Manzelli - lo stesso spirito del decreto legge 14 del 2017 che aumenta lo spettro delle competenze in materia di sicurezza. «Ora i sindaci hanno ricevuto ulteriori poteri di ordinanza su questioni di ordine pubblico e sicurezza, per migliorare il controllo e la qualità della vita delle aree più a rischio. Eppure, se non pagano il canone di questi sistemi di videosorveglianza, rischiano le sanzioni». Un sistema per evitare il peggio sarebbe quello di affidare questi sistemi di videosorveglianza direttamente allo Stato, attraverso le forze dell'ordine. Gli unici soggetti, infatti, esentati dal pagare il canone. L'iter, però è lungo e farraginoso, spiega Manzelli, e non sempre le amministrazioni locali hanno la possibilità di ricorrere a questo escamotage. Resta il fatto che se un Comune si pone anche solo l'obiettivo di regolare l'accesso ad aree a traffico limitato per le auto, deve sottostare alle regole imposte dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche con tanto di canoni da sborsare.

I Cortei.

"Fermare questi cortei. Per noi commercianti danni e incassi persi". Da Confcommercio a Confesercenti e Epam, l'sos a tutelare il lavoro e i locali "sotto tiro". Nicolò Rubeis il 15 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Sembra un déjà-vu, ma stavolta più violento. Con le proteste degli anarchici che chiedono la revoca del 41bis per Alfredo Cospito, a Milano sono tornati i sabato pomeriggio di passione: «Speriamo non si ripeta quanto è successo già con i No-vax che invasero non so quante volte il centro», commenta Lino Stoppani, presidente di Epam, l'associazione dei pubblici esercizi della città. I commercianti sono preoccupati, anche perché «il lavoro perso è perso aggiunge il mancato incasso, in una giornata come il sabato, è un danno che non si recupera più». Intanto gli undici anarchici che sono stati portati in Questura dopo gli scontri sono stati tutti denunciati per vari reati relativi all'ordine pubblico. Secondo Marco Barbieri, segretario Confcommercio Milano, «saltare sulle macchine, spaccare dehors e vetrine e lanciare molotov non è un modo civile di manifestare».

L'auspicio è che «se ci fossero altri cortei prosegue vengano svolti tutelando la libertà e il lavoro di tutti». E magari, come successo già dopo le manifestazioni dei No Expo, otre alle singole assicurazioni «sarebbe utile ragionare sullo stanziamento di fondi pubblici, a cui accedere tramite bando, con cui le imprese possano coprire parzialmente i danni di un atto vandalico e i mancati guadagni». La guerriglia ha risparmiato la Galleria, ma anche se quella parte di centro non è stata coinvolta «queste situazioni influiscono sul timore di cittadini e turisti e possono indurli a cambiare programma rispetto a una passeggiata in centro», sottolinea Pier Galli, portavoce dell'associazione Salotto di Milano. «Avevamo rimosso queste situazioni e tirato un sospiro di sollievo dopo la pandemia spiega Andrea Painini, presidente Confesercenti Milano speriamo che si spenga subito questa fiammella e che non sia l'inizio di una reazione a catena».

L'associazione nazionale funzionari di polizia chiede di inasprire il trattamento sanzionatorio per il travisamento o per la violazione del Foglio di via, che potrebbe disincentivare la partecipazione di estremisti di altre province, e la rimodulazione dei reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, specie se commessi durante le manifestazioni. Per il sindacato di polizia Coisp «è solo grazie alla professionalità dei poliziotti se il corteo non è sfociato in una vera tragedia», mentre per Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato, si è trattato di «terrorismo di piazza» che andrebbe delineato «in un'apposita fattispecie che lo preveda e lo punisca severamente».

Un appello che raccoglie subito il deputato di Fratelli d'Italia Riccardo De Corato che presenterà in parlamento una proposta di legge per introdurre il reato di terrorismo di piazza che preveda norme anche per la punibilità di chi istiga alla violenza. «E che consenta afferma De Corato - l'arresto differito, quando non sia possibile procedere in flagranza, anche grazie alla prova video o fotografica». Il governo lavorerà «a nuove assunzioni e al rafforzamento del Taser e delle dotazioni - assicura il sottosegretario all'Interno, il leghista Nicola Molteni - ma servono anche ulteriori norme a tutela dell'operato dei nostri poliziotti».

I sindacati di polizia chiedono l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza”. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 14 febbraio 2023.

Con il pretesto del “pericolo anarchico” rievocato nelle ultime settimane in concomitanza con le proteste in solidarietà di Alfredo Cospito, i sindacati di polizia hanno avanzato la richiesta dell’introduzione di una nuova fattispecie di reato nel codice penale, da denominare nientemeno che “terrorismo di piazza”, al fine dichiarato di dotare gli agenti degli «strumenti adeguati per intercettare ed impedire la prossima guerriglia». La proposta è stata accolta immediatamente dal deputato Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, che ha promesso di avanzare una proposta di legge in merito.

Come riportato in un articolo pubblicato su Il Giornale il 13 febbraio, il segretario generale di Fsp Polizia di Stato, Valter Mazzetti, ha riferito di «Sei poliziotti feriti, di cui uno seriamente alla gamba, lanci di bombe carta, schegge, botte, danni gravi a locali e automobili, undici persone fermate sono il bilancio di violenze che di fatto sono “terrorismo di piazza”». Questo, dichiara Mazzetti, rende necessario riaprire la discussione sull’introduzione del suddetto reato, affinché alle forze dell’ordine siano forniti gli «strumenti adeguati per intercettare ed impedire la prossima guerriglia». Alle sue dichiarazioni fanno eco quelle di Enzo Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, il quale parla di «pericolosa saldatura tra il mondo anarchico ed un’ampia fetta della galassia antagonista» e sottolinea come «Se manifestare il proprio dissenso è sempre stato e sempre sarà un diritto insopprimibile, lanciare sassi e bombe carta contro la polizia non può essere accettabile» e richiede strumenti di maggiore efficacia per poter contrastare gli scontri, quali «la possibilità di inasprire il trattamento sanzionatorio per il travisamento o per la violazione del cosiddetto “foglio di via” che potrebbe disincentivare la partecipazione di estremisti di altre province».

A cogliere la palla al balzo è stato appunto il deputato Riccardo De Corato, il quale si è detto pronto ad introdurre una legge che introduca il reato di “terrorismo di piazza”, con l’immissione degli articoli «613 quater e quinquies del Codice penale – immediatamente dopo, quindi, i reati di tortura, che prevede pesanti aggravanti in caso sia messa in atto dalle forze dell’ordine, e di istigazione alla tortura da parte di pubblico ufficiale – che prevedano l’inasprimento delle pene per chiunque provochi incidenti nelle manifestazioni, la punibilità di chi istiga alla violenza e la possibilità di arresto differito, quando non sia possibile procedere in flagranza, anche grazie alla prova video o fotografica». Una parte delle opposizioni hanno preannunciato battaglia. Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, ha infatti sottolineato: «Vogliono farci credere che 400 manifestanti, anche se non pacifici, possano assediare una città. Noi condanniamo ogni forma di violenza ma è ovvio che già esistono tutte le misure possibili nel Codice penale, non c’è bisogno di un nuovo reato che ha tutto il sapore di un’arma per reprimere ogni dissenso».

Gli strumenti per punire i reati di piazza esistono effettivamente già e, con l’introduzione del dl 53/2019 (il cosiddetto decreto Sicurezza bis), erano già state introdotte diverse aggravanti, comprese quelle per le violenze ai danni della polizia, e l’inasprimento delle sanzioni per chi partecipa a manifestazioni di piazza con dispositivi protettivi, quali i caschi, che ne rendano difficoltoso il riconoscimento. Lo stesso riconoscimento che i partiti di maggioranza e i sindacati di polizia continuano a non volere per gli agenti, rifiutando ogni proposta sull’introduzione del codice identificativo sulle divise, una norma di trasparenza che esiste in gran parte delle democrazie occidentali.

Nonostante quindi gli strumenti per reprimere i manifestanti (anche quelli violenti) esistano già, si cerca di mantenere un atteggiamento sempre più garantista nei confronti delle forze dell’ordine. Proprio il partito della premier Giorgia Meloni, infatti, ha manifestato l’intenzione di rivedere il reato di tortura, che nel nostro Paese è stato introdotto con un certo ritardo rispetto alla media europea e che ha permesso, ad esempio, di portare a processo decine di agenti che si sono macchiati di violenze ai danni dei detenuti (sono oltre 200 solamente nel 2022), definendolo uno «strumento di ricatto» nelle mani dei detenuti e preferendo così optare per l’impunità degli agenti violenti.

Va poi sottolineato come, allo stesso modo di quanto avvenuto per l’introduzione del cosiddetto “decreto rave”, concretizzatosi a seguito di un episodio avvenuto nei pressi di Modena lo scorso ottobre, è bastato lo scontro con poche centinaia di manifestanti affinché il governo sentisse la necessità di ipotizzare una nuova fattispecie di reato di natura maggiormente repressiva. Il tutto mentre, a livello generale, sembra delinearsi un clima sempre più oppressivo per coloro che fanno opposizione sociale, in un contesto generale di crescente scollamento tra istituzioni politiche e società (basti guardare il dato sull’affluenza alle regionali in Lazio e in Lombardia, tra i più bassi di sempre). In questo clima generale, dove si finisce in carcere se si cerca di appendere uno striscione, la priorità del partito di maggioranza si conferma quella di colpire ulteriormente chi protesta. [di Valeria Casolaro]

La Legittima Difesa.

Disattesa.

A Napoli.

A Brindisi.

Disattesa.

Il Bestiario, il Pacifigno. Giovanni Zola l'1 Giugno 2023 su Il Giornale.

Il Pacifigno è un essere leggendario che pretende di vivere in città sicure senza l’intervento delle forze dell’ordine

Il Pacifigno è un essere leggendario che pretende di vivere in città sicure senza l’intervento delle forze dell’ordine.

Il Pacifigno è un animale leggendario il cui habitat naturale sono lussuosi grattacieli. Si muove in branco su grossi Suv rigorosamente elettrici senza mai uscire dalla “città dei 15 minuti” il cui confine coincide con la zona ZTL. Il Pacifigno ha un enorme senso civico, gonfio come il suo portafoglio, e per non sentirsi in colpa vota PD. Tutto intorno a lui, nella città reale, è tutta un’altra storia. L’insicurezza e la criminalità crescono a dismisura anche grazie alle flotte di migranti accolti a braccia aperte dallo stesso Pacifigno che poi abbandona a sé stessi.

Così capita che le forze dell’ordine talvolta debbano intervenire anche duramente, rischiando la propria incolumità, per fermare i casi più violenti e fuori controllo. Il Pacifigno, traumatizzato dai video messi on line da curiosi videomaker novelli Spielberg, s’indigna senza interrogarsi sui motivi di quelle azioni violente, senza chiedersi cosa abbia portato i vigili o i carabinieri ad utilizzare metodi estremi. Al Pacifigno non sfiora l’idea che se le forze dell’ordine hanno agito in un certo modo, consapevoli che una mossa sbagliata possa mettere a repentaglio la loro carriera in una società che li colpevolizza a priori, forse vuol dire che hanno agito per necessità. Il Pacifigno si ferma al video, non fa neanche lo sforzo di fantasia per immaginarsi cosa sia potuto accadere prima.

Il Pacifigno dimentica che quando ad essere filmati furono le borseggiatrici nelle metro milanesi, fu lui a scandalizzarsi perché non si era rispettata la privacy delle povere ladre di mestiere, ma evidentemente la privacy delle forze dell’ordine è meno privacy delle scippatrici. Fatto sta che anche grazie al clamore sollevato dal Pacifigno, i tre vigili milanesi sono stati indagati con l’accusa di lesioni aggravate. Lesioni tanto aggravate che la sera stessa, il transessuale protagonista della triste vicenda e che non ha perso tempo per denunciare la Polizia locale, era libero di tornare a bere e drogarsi.

Il Pacifigno sogna un mondo di pace e amore, non tollera la violenza nei confronti dei delinquenti pericolosi e soprattutto sostituirebbe i manganelli con le baguette e gli spray urticanti con Chanel n° 5. E dire che il Pacifigno quando in periodo pandemico vedeva i runner solitari correre su spiagge sconfinate, tifava per i quad e gli elicotteri delle forze speciali affichè quei pericolosi terroristi venissero arrestati e condannati al 41 bis.

Estratto da open.online il 4 giugno 2023.

«Considerando le leggi che ci sono in Italia oggi mi girerei dall’altra parte». Questo è il verdetto di Massimo Zen […] mentre aspetta, ancora per poche ore, la sua incarcerazione. Il 22 aprile 2017, Zen ex guardia giurata di Cittadella mise la sua auto di traverso per fermare la fuga di tre uomini che dopo aver rapinato diversi bancomat della provincia di Treviso si stavano dirigendo dritti verso di lui […] con l’intenzione di investirlo. L’auto non si fermava, e Zen reagì esplodendo due colpi. Uno colpì il cofano del mezzo dei ladri, un altro finì addosso a Manuel Major, uno degli autori delle rapine.

«Oggi, o al massimo lunedì», le forze dell’ordine porteranno Zen in carcere, dove dovrà rimanere per 9 anni e mezzo, come deciso dalla corte di Cassazione, contro l’opinione della procura generale. 

[…] L’uomo 51enne si dice «deluso dalla Giustizia, che non ha tenuto conto della situazione in cui mi sono trovato a operare. Deluso dall’azienda per la quale lavoravo che, dopo aver promesso sostegno, mi ha lasciato a spasso appena mi è stata tolta la possibilità di lavorare col risultato che, da ormai un anno e mezzo, tiro avanti con l’assegno di disoccupazione. 

E deluso anche dalla politica», dato che «nei giorni seguenti alla sparatoria diversi politici dichiararono ai giornali la loro solidarietà […]. Eravamo in periodo elettorale ma, nel giro di breve, la loro vicinanza non si è più fatta sentire», racconta in un’intervista a cura di Andrea Priante per il Corriere del Veneto.

[…] «[…] Fino a quel giorno, per oltre vent’anni ho indossato una divisa e i malviventi ero abituato a catturarli. Invece ora tocca a me andare in carcere e non so cosa aspettarmi». 

Zen fornisce la sua versione dei fatti […]: «Quella notte sono di servizio, devo controllare una serie di aziende. Mi fermo a parlare con una pattuglia di carabinieri, quando ricevono l’allarme che un bancomat è stato assaltato e, subito dopo, […] mi segnalano che anche una filiale nostra cliente è stata presa di mira. I militari corrono sul posto e io continuo il mio solito giro, rimanendo in contatto con loro.

Al quarto bancomat svaligiato, i carabinieri riescono […] a intercettare i banditi e si mettono all’inseguimento. Io mi trovo a Vedelago quando, all’improvviso, me li vedo spuntare davanti e metto l’auto di traverso […]». […] «Scendo dal veicolo e mi sono posiziono di lato. Questione di secondi. Vedo la vettura dei rapinatori venire dritta verso di me e mi convinco che vogliano investirmi: tempo dopo, uno dei due nomadi sopravvissuti ammise che se avessero voluto mi avrebbero abbattuto “come un birillo”.

Ho avuto anche la percezione che esplodessero un colpo di pistola, ma quell’arma non è mai stata trovata e quindi è la mia parola contro la loro. Ad ogni modo, per non farmi ammazzare, premo il grilletto due volte: il primo proiettile finisce nel cofano, l’altro attraversa il parabrezza e uccide l’uomo alla guida». Una versione per cui la Corte di Cassazione ha deciso la condanna per omicidio volontario.

Uccise un ladro, andrà in carcere. "Oggi mi girerei dall'altra parte". Il vigilante condannato per la morte di un giostraio, i pm avevano dato parere contrario. "Deluso dalla giustizia". Daniela Uva il 5 Giugno 2023 su Il Giornale.

All'alba del 22 aprile 2017 sparò due colpi di pistola contro tre rapinatori che avevano messo a segno diversi colpi nei bancomat della zona di Cittadella, in provincia di Padova. Uno di quei colpi centrò uno dei tre uomini, un giostraio, in fuga su un'auto inseguita dai carabinieri.

Adesso Massimo Zen, guardia giurata di 52 anni, è in attesa di essere portato in carcere dopo che nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha confermato la pena a nove anni e sei mesi di reclusione inflitta per omicidio volontario. Nonostante la Procura generale avesse chiesto di annullare la condanna e rimandare il caso alla Corte di Appello perché «l'evento si sviluppò nel contesto di una attività lecita, seppur rischiosa, che aveva determinato una situazione che imponeva una reazione», la Suprema Corte ha ritenuto esatta l'impostazione dei giudici di secondo grado disponendo il carcere per l'uomo che adesso si dice deluso dalla giustizia, «che non ha tenuto conto della situazione in cui si era trovato a operare», e attende a casa, con la sua compagna, l'arrivo dei carabinieri. Secondo la ricostruzione effettuata dal Corriere del Veneto, la guardia giurata mise la macchina di traverso per cercare di bloccare i malviventi, quando i banditi puntarono su di lui per investirlo esplose due colpi, uno dei quali sfondò il parabrezza e uccise Manuel Major, uno dei rapinatori.

Il 52enne racconta di essere deluso anche dal comportamento dell'azienda per la quale prestava servizio. «Dopo aver promesso sostegno dice - mi ha lasciato a spasso appena mi è stata tolta la possibilità di lavorare con il risultato che, da un anno e mezzo, tiro avanti con l'assegno di disoccupazione». Ma la sua amarezza è anche nei confronti «della politica». «Nei giorni seguenti alla sparatoria - sostiene Zen - diversi politici dichiararono ai giornali la loro solidarietà nei miei confronti. Eravamo in periodo elettorale ma, nel giro di poco tempo, la loro vicinanza non si è fatta più sentire». E a chi gli chiede se lo rifarebbe, risponde senza esitare: «No, considerando le leggi che ci sono in Italia, oggi mi girerei dall'altra parte». Zen racconta anche la difficoltà delle sue ultime ore da uomo libero. «Ancora non so quando mi verranno a prendere per portarmi in carcere spiega -. A ogni modo, sono le mie ultime ore di libertà. Ho abbracciato mio figlio, comprato le crocchette per i cani, ho salutato i miei genitori, che sono entrambi malati. Ora voglio rimanere a casa, accanto alla mia compagna: aspetto con lei l'arrivo dei carabinieri». «Ancora non riesco a rendermene conto prosegue - Fino a quel giorno, per oltre vent'anni ho indossato una divisa e i malviventi ero abituato a catturarli. Invece ora tocca a me andare in carcere e non so cosa aspettarmi. Quindi, ora come ora, più che preoccupato da ciò che mi aspetta, sono deluso». Zen fornisce anche la sua ricostruzione della vicenda, che ricorda come fosse ora. «Quella notte sono di servizio per controllare diverse aziende - dice -. Mi fermo a parlare con una pattuglia di carabinieri, quando ricevono l'allarme che un bancomat è stato assaltato e, subito dopo, dalla centrale operativa mi segnalano che anche una filiale nostra cliente è stata presa di mira. I militari corrono sul posto e io continuo il mio solito giro, rimanendo in contatto con loro. Al quarto bancomat svaligiato, loro riescono finalmente a intercettare i banditi e si mettono all'inseguimento. All'improvviso me li vedo spuntare davanti e metto l'auto di traverso sulla strada, per bloccarne la fuga». «Scendo dal veicolo e mi posiziono di lato - racconta ancora Zen -. Questione di secondi. Vedo la vettura dei rapinatori venire dritta verso di me e mi convinco che vogliano investirmi. Per non farmi ammazzare, premo il grilletto due volte: il primo proiettile finisce nel cofano, l'altro attraversa il parabrezza e uccide l'uomo alla guida». Una versione che non è bastata a convincere i giudici.

I casi Petrali/Cattaneo e quelle ferite causate dal sistema giudiziario. Di Nicolo Petrali il 17 Aprile 2023 su Culturaidentità.it

L’ex tabaccaio di Milano e l’oste del lodigiano hanno vissuto e vivono un calvario

Legittima difesa. Articolo 52 del codice penale. “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Letta così, sembrerebbe la norma giuridica più chiara del mondo: chi difende se stesso (o altri) è scriminato, a patto che lo faccia a determinate e ragionevoli condizioni. Quali? L’attualità del pericolo e la proporzionalità della reazione. E qui però casca l’asino, perché è proprio in queste quattro paroline che si insinuano preconcetti ideologici e sete di carriera da parte di certa magistratura, che di fatto rendono questa legge una fra le più “interpretabili” del nostro codice. Dunque, diventa d’obbligo una domanda: esiste una formula magica per scrivere questa norma rendendola totalmente impermeabile alla discrezionalità delle toghe? Molto probabilmente la risposta è no. Per quanto ci si possa impegnare, non è possibile riformulare questa legge in modo tale che possa davvero impedire a pm e giudici di disporre della vita di cittadini perbene. Tentativi in questo senso ne sono stati fatti, ma purtroppo non hanno portato gli esiti sperati. E allora come se ne esce? Duole doverlo ammettere, ma la verità è che tutto rimarrà com’è. D’altra parte, il nostro è un Paese che si è costituito su logiche ben precise e inscalfibili con al fondo un unico comune denominatore: la sottomissione assoluta dell’individuo nei confronti dello Stato. Al singolo, dunque, non può e non potrà mai essere riconosciuta nessuna libertà d’azione o di valutazione, nemmeno quando la posta in gioco è la sua stessa vita, perché la sua intera esistenza è concepita solo ed esclusivamente all’interno della cornice sociale di cui fa parte. Solo lo Stato può intervenire, tramite le forze dell’ordine, per sanare una situazione di “homo homini lupus”. Dunque, chi non accetta questa logica e decide di fare da sé, si colloca automaticamente al di fuori di questa visione e ne dovrà pagare inevitabilmente lo scotto attraverso anni e anni di calvario giudiziario. Se chi si difende è fortunato e durante la reazione non commette nulla di vagamente interpretabile, allora dovrà “solo” soffrire insieme alla propria famiglia tutte le pene psicologiche legate all’interminabile processo. Al contrario, se il suo non è un tipico caso di scuola o se non può permettersi un buon avvocato, potrà solamente – come ogni buon suddito che si rispetti – rimettersi alla clemenza della Corte. Se a ciò si aggiunge il carrierismo di chi accusa, che passa inevitabilmente per vittorie processuali a tutti i costi, ecco che il quadro generale ci restituisce davvero poche speranze. La verità è che o si cambia la cultura e il sistema di questo paese, oppure l’elenco delle vittime – così ben rappresentate e supportate da Unavi – si allungherà sempre di più. Ecco il perché di questa bella iniziativa, più importante di qualsiasi battaglia politica.

Scrivo queste righe non come semplice osservatore ma come figlio di una vittima che si è difesa uccidendo un bandito. No, non è un controsenso perché mio padre, Giovanni Petrali, ex tabaccaio di Milano, è una vittima. Vittima di rapina e violenza prima e del sistema giudiziario poi che lo ha condannato in primo grado e tenuto in scacco per dieci lunghi anni prima di assolverlo definitivamente. E anche la sua famiglia è vittima, io stesso sono vittima. Perché in un sistema che non tutela il singolo, vittime siamo tutti.

Dal 2003 in avanti, ho rivissuto il caso di mio padre con tutte le vittime di “illegittima difesa” che si sono succedute negli anni. Oggi, in particolare, con l’oste del lodigiano, Mario Cattaneo e la sua famiglia che stanno eroicamente sopportando un calvario giudiziario che non meritano. Questo quadro è dedicato anche a loro. E, in qualche modo, anche a tutti coloro che pensano che questo paese sia di chi lavora, di chi ama, di chi difende sé stesso, i propri cari e il frutto delle proprie fatiche. Queste persone si riconoscono subito, non servono dieci anni di processi per assolverle. Basta guardarle negli occhi.

A Napoli.

Estratto dell'articolo di Simona Pletto per “Libero quotidiano” il 15 febbraio 2023.

Serata di follia quella che si è consumata lunedì sera a Napoli, dove un poliziotto si è visto costretto a sparare alle gambe a un uomo, per evitare una strage. Una difesa, da parte dell’agente […] che ha già sollevato non poche manifestazioni di solidarietà a sua difesa sui social.

 Il tutto è iniziato intorno alle 22, quando i poliziotti sono intervenuti in via Pietro Colletta per una lite in famiglia. Marco Ementato, un 29enne con precedenti penali, in preda alla furia cieca e sotto l’effetto si sostanze stupefacenti, durante una lite, ha cercato di sgozzare con un’arma da taglio la madre, a casa sua. Poi ha raggiunto il compagno della donna al Commissariato Vicaria-Mercato […] dove il patrigno tunisino si era recato per denunciare l’aggressione. Ma l’aggressore, ancora sporco del sangue della madre, lo ha inseguito e colpito alla gola, per fortuna non mortalmente.

[…] Il 29enne si è scagliato per colpire chiunque gli capitava davanti. Un agente ha tentato coraggiosamente di disarmarlo, ma è stato colpito alla gamba destra, sventando un ulteriore colpo alla gola, tentato sempre dall’aggressore straniero. Per fermarlo, un collega ha esploso un colpo di arma da fuoco alla gamba del tunisino, ferendolo gravemente. Trasportato in codice rosso all’ospedale Vecchio Pellegrini, Marco Ementato è deceduto, probabilmente per la copiosa emorragia conseguita dal colpo di pistola. La madre nel frattempo era stata portata all’ospedale Cardarelli in codice verde dove è stata poi dimessa, come il compagno ferito, arrivato in codice giallo al Vecchio Pellegrini. Nello stesso nosocomio è stato medicato e dimesso con 15 giorni di prognosi, anche l’agente ferito, ora indagato, come atto dovuto, per omicidio colposo.

[…] Le indagini, anche attraverso le testimonianze dei presenti e i rilievi, puntano a ricostruire l’esatta dinamica dell’aggressione, partita nell’abitazione della madre e terminata nel sangue all’interno del Commissariato.

 A difesa dell’agente indagato ieri sono intervenuti i colleghi dei diversi sindacati di Polizia. “Siamo vittime dell’atto dovuto”, commentano Stefano Paoloni, segretario generale del Sap ed Ernesto Morandini, segretario provinciale di Napoli. «[…] è inconcepibile che ogni qualvolta vi sia l’uso delle armi, non venga fatta alcuna valutazione preliminare per determinare se l’uso sia stato più o meno legittimo».

E ribadisce Paoloni del sindacato autonomo di Polizia: «L’atto dovuto non può essere un automatismo. Se si tratta di lesioni dolose è giusto colpire con l’avviso di garanzia, ma se sussiste una causa di giustificazione del reato, no». Anche i social si sono scatenati a difesa del poliziotto napoletano. […] “Ma è possibile o no in questo Paese difendere i cittadini?”. E chi si chiede: “Questi poveri agenti cosa dovrebbero fare? Che poi ha mirato ad una gamba...”. “La giustizia italiana funziona proprio al contrario”.

"La droga lo rendeva violento". Ucciso da poliziotto in commissariato, la madre: “Ha visto la foto di Padre Pio e mi ha picchiata, ma non doveva morire”. Redazione su Il Riformista il 15 Febbraio 2023

E’ impazzito alla vista del santino di Padre Pio, poggiato dalla madre sul comodino della sua camera, e, sotto l’effetto di droga, ha iniziato ad aggredire con delle forbici prima la madre e poi il patrigno, fino al drammatico epilogo avvenuto all’interno degli ufficio del Commissariato Vicaria-Mercato, nel centro storico di Napoli, quando dopo aver aggredito ancora una volta il patrigno e un agente intervenuto in difesa, è stato raggiunto da un proiettile alle gambe partito dalla pistola di un secondo poliziotto. Proiettile che non gli ha lasciato scampo perché presumibilmente, ma sarà l’autopsia a chiarirlo, gli ha reciso l’arteria femorale, facendolo morire dissanguato.

Una tragedia nella tragedia quella avvenuta due sere fa (13 febbraio) nel capoluogo partenopeo. Mario Ementato non doveva morire, il poliziotto che ha sparato è ora indagato per omicidio colposo. Un atto dovuto ma stando alle prime testimonianze raccolte e a quanto emerso nella ricostruzione della dinamica, l’agente ha mirato alle gambe e quindi non voleva uccidere il 30enne. Ha sparato perché l’uomo dopo aver aggredito nuovamente il patrigno, si era scagliato contro un poliziotto ferendolo, sempre con le forbici, prima alle gambe e, mentre stava sferrando un secondo fendente (questa volta all’altezza della gola, è stato raggiunto dal proiettile alle gambe.

Ementato è morto successivamente all’ospedale dei Pellegrini. La madre 52enne, Patrizia Ragosta, adesso chiede giustizia. Vuole capire come è morto il figlio e se poteva essere evitata la tragedia. Per la donna “Mario andava aiutato, curato”. Al quotidiano “Il Mattino” ha spiegato che “non era mai accaduto uno scontro così brutale con Mario che sembrava paranoico e completamente fuori di sé”.

Non avevo mai visto così tanta violenza in lui ma le ferite più profonde, ora, sono quelle che mi porto nell’anima” ha raccontato la donna che, ieri sera, continuava a ripetere “per quanto mi avesse aggredita, non meritava morire, mio figlio andava curato e aiutato”. Il passato aveva già denunciato il figlio per violenza, salvo poi ritirare tutto dopo qualche settimana.

A scatenare la violenza del figlio la foto di Padre Pio, santo a cui la donna è assai devota. “Mio figlio faceva uso di stupefacenti e più volte avevamo provato ad aiutarlo ma, a causa della droga diventava violento e, in passato, mi era capitato di denunciarlo per poi ritirare la denuncia”. Poi “quando mio figlio ha visto Padre Pio, ha cominciato a urlarmi contro che ero un demone e a picchiarmi fino al punto di sembrare completamente alterato e fuori di sé”.

A Brindisi.

UNA LUNGA LETTERA DAL CARCERE. Vigilante brindisino uccise un rapinatore: Mattarella gli concede la grazia parziale. Il presidente della Repubblica accoglie l’istanza: sarà scarcerato con 7 anni di anticipo. Francesco Casula su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Gennaio 2023.

Ha ottenuto la grazia parziale e lascerà il carcere nel 2026 anziché nel 2033 Crocefisso Martina, 69enne vigilante condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio, durante un tentativo di rapina a gennaio 2007, di Marco Tedesco 28enne di Brindisi. Martina è uno dei pochi detenuti a cui il capo dello Stato Sergio Mattarella ha firmato la grazia: nel 2021, su centinaia di richieste solo 7 sono state accolte dal Quirinale.

Tutto comincia nella notte del 23 gennaio 2007. Un gruppo di ladri fa irruzione in una stazione di servizio nei pressi di Trepuzzi, nel leccese: in quattro con il volto coperto, si introducono nel locale e lo saccheggiano. Il primo ad arrivare è Crocefisso Martina che, secondo quanto ha sempre sostenuto, scende dall’auto, intima l’alt senza successo e, accortosi che i rapinatori erano armati, esplode alcuni colpi di pistola. Ma è qui che le cose si complicano. L’arma dei rapinatori non viene mai ritrovata dagli investigatori e, soprattutto, il frammento di uno dei proiettili esplosi dal vigilante, rimbalza su un’auto e raggiunge il collo di Tedesco uccidendolo. Martina viene accusato prima di eccesso colposo di legittima difesa, poi di omicidio colposo e infine di omicidio volontario. Dopo diversi gradi di giudizio viene condannato a 14 anni di reclusione. Entra in cella a Matera nel giugno 2019 e da subito mantiene un comportamento esemplare: le commissioni lo premiano riducendo di quasi un anno la detenzione. Martina vive con impegno...

Le Forze dell’Ordine.

Polizia Locale.

Carabinieri.

Polizia di Stato.

La Guardia di Finanza.

Polizia Locale.

Roma.

Torino.

Milano.

Sassuolo.

Cassolnovo- Vigevano.

Bari.

Taranto.

ROMA.

Estratto dell’articolo di Romina Marceca per repubblica.it il 17 luglio 2023.

Lei denuncia il collega-amante per maltrattamenti ma viene emarginata dai colleghi. Tutti contro Stella, purtroppo, nella polizia locale. La solitudine è l’amara realtà per la vigilessa che un mese fa ha fatto aprire un’indagine per lesioni e minacce nei confronti del poliziotto, anche sindacalista molto conosciuto del Gruppo Prati, con il quale aveva una relazione da circa tre anni. 

«Solo il comandante mi ha sostenuta, gli altri mi hanno abbandonata. Sono stata costretta a andare via dal mio ufficio. Ma denuncerei ancora altre mille volte», non si arrende Stella.

Lui la picchiava anche in servizio e in un’occasione la donna per salvarsi si è lanciata dall’auto in corsa. […] 

Sembra paradossale ma è successo. Invece di stare dalla sua parte, i colleghi hanno difeso l’uomo che la maltrattava. Come mai?

«Dopo la denuncia e dopo l’articolo apparso su Repubblica i colleghi mi hanno emarginata. “Hai infangato la polizia locale di Roma”, mi dicevano. Mi sono dovuta difendere, in molti non mi salutano più. Altri sostenevano che l’avevo fatto perché così lui avrebbe lasciato la moglie per stare con me. Tutti pettegolezzi».

Ma è vero che a farle il vuoto attorno sono state soprattutto le colleghe?

«Purtroppo sì, molte donne più degli uomini. […] Sono stata accusata di avere chiamato addirittura io il giornale. Invece non è così». 

[…] Cosa è successo tanto da farle cambiare addirittura ufficio?

«Prima della denuncia molti sapevano ma facevano finta di nulla. Dopo hanno iniziato a ignorarmi, uscivano fuori dalla stanza dove entravo. Alcuni uomini mi hanno detto: “Lo hai rovinato”. Oppure: “Lui con le conoscenze che ha prenderà i migliori avvocati”. Il comandante del gruppo Prati mi ha invece protetta, insieme al comandante generale, e mi ha chiesto di scegliere dove andare».

Adesso va meglio?

«Diciamo di sì, ma c’è sempre chi mi guarda di traverso. Lui è un personaggio potente». 

Lei denuncerebbe di nuovo?

«Sì, assolutamente. Chi mi isola non ha compreso quanto è accaduto. Quando lui mi stava strozzando, il giorno che poi ho deciso di rivolgermi alla polizia, ho capito che era una bestia e non un uomo. […]».

TORINO.

Estratto dell’articolo di Alfio Sciacca per il “Corriere della Sera” il 17 luglio 2023.

«Sono serena perché ho fatto ciò che era giusto fare, per me in quanto donna e per il mio ruolo di sindaca». Quel che andava fatto è stato denunciare per molestie sessuali il suo comandante dei vigili urbani. O meglio «ex», visto che prima della denuncia Chiara Rossetti, 54 anni, sindaca di Bardonecchia (Torino), lo ha rimosso. Anche se lui, Alessandro Lovera, 52 anni, continua a fare il vigile urbano nello stesso Comune. 

Una storia di presunte «attenzioni ossessive», «strusciamenti», «baci sulla guancia» e messaggi del tipo «oggi sei stupenda», che ha portato la Procura a chiudere le indagini sull’ufficiale per molestie aggravate. Per lui l’accusa aveva chiesto anche il divieto di avvicinamento, ipotizzando la violenza sessuale. Misura che però è stata respinta dal gip.

In ogni caso la pm Giulia Rizzo entro fine mese deciderà se chiedere il rinvio a giudizio […]

Nella denuncia si parla di «attenzioni» talmente pressanti da costringere la sindaca in un’occasione «a barricarsi in ascensore e poi nel suo ufficio in attesa dell’arrivo dei carabinieri». Quanto basta per scatenare il passaparola e le toccatine di gomito in questo paese al confine con Francia […].  A Bardonecchia ormai non si parla d’altro. 

La sindaca ha preso qualche giorno di ferie ma ci tiene […] a spiegare che c’è dell’altro oltre alle molestie. «I primi approcci erano spesso difficili da decifrare — racconta al Corriere — in ogni caso li ho sempre arginati. Quando però hanno preso una piega che aveva dei risvolti anche sull’attività amministrativa ho capito che non potevo più passarci sopra».

In pratica secondo Chiara Rossetti il comandante avrebbe alimentato la voce di una relazione «per accrescere il suo potere». «A un certo punto mi sono resa conto che Lovera cominciava a utilizzare la storia di una presunta relazione, che non è mai esistita, per farsi forte nella gestione del suo ruolo di comandante dei vigili, con condotte che hanno prodotto favoritismi e irregolarità che ora stanno venendo fuori anche dagli accertamenti della Procura». 

Il riferimento è a quella parte dell’inchiesta che vede indagati Lovera e altre 5 persone anche per altri reati. Come il peculato, per l’uso privato di due monopattini del Comune, e per una presunta truffa all’assicurazione per aver «falsificato elementi di prova» in un sinistro in cui era rimasto coinvolto un suo parente. 

E le avance? «Sono andate avanti dall’agosto al dicembre 2022. Avvenivano anche in Comune, alla presenza di altre persone e impiegati, mettendomi in grande imbarazzo.

Toccatine, strusciamenti, bacetti sempre più fastidiosi, visto anche il mio ruolo. Situazione che mi creava un fortissimo stress, essendo una donna sposata, ho due figli, e sono una docente di liceo».

Da parte sua l’ex comandante si dice «incredulo, visti i rapporti che avevo con la sindaca. Comunque non voglio anticipare quel che racconterò al pm». Ma poi si lascia andare: «Già nelle motivazioni del gip che ha respinto le misure cautelari si parla di un rapporto di cordialità. Forse sono altre le motivazioni che hanno scatenato quest’odio che prima non era tale». 

Anche Lovera nega che ci fosse una relazione, ma «solo rapporti cordiali». Ma poi chiosa sibillino: «Dalle chat telefoniche si capirà bene il clima confidenziale che c’era tra di noi. Fino a un certo giorno andava bene e poi non è andato più bene». […] «La storia degli strusciamenti è un’idiozia già smentita. Quanto al bacio, se tutti quelli che danno un bacio di commiato dovessero essere indagati non so quanti finirebbero in carcere».

Milano.

Vigili bloccano e manganellano una donna trans a Milano: il video choc. Marco Leardi il 24 Maggio 2023 su Il Giornale.

Un 41enne è stata colpita con manganellate dalla polizia locale di Milano prima di essere ammanettata. I pm indagano con l'ipotesi di lesioni aggravate dall'abuso della pubblica funzione. A breve le prime iscrizioni

Immobilizzata con uno spray al peperoncino e ammanettata. Ma anche colpita con ripetute manganellate prima di essere immobilizzata. Le immagini finite sui social mostrano l'intervento di alcuni agenti della polizia locale di Milano nei confronti di una persona, che poi si scoprirà essere una donna transessuale di origini brasiliane. L'episodio documentato da un video amatoriale, sarebbe avvenuto in zona Bocconi, via Sarfatti 25, nella mattinata odierna. Nel breve filmato si vede la concitatissima scena, con quella persona seduta a terra accanto a un cespuglio, attorniata da quattro "ghisa". Il forte suono di una sirena accesa copre l'audio. Sul caso indaga la procuratrice aggiunta di Milano Tiziana Siciliano, che ha aperto un'inchiesta per lesioni aggravate dall'abuso della pubblica funzione. Quando arriveranno in Procura gli atti di identificazione degli agenti coinvolti - riporta l'Ansa - questi ultimi saranno iscritti nel registro degli indagati.

Il placcaggio e le manganellate: le sequenze choc

Come si vede nel video girato al primo piano, nella biblioteca dell'univesità Bocconi dove gli studentisi sono affacciati allertati dalle urla e delle sirene, la donna transessuale viene dapprima fatta cadere a terra e subito gli agenti tentano di immobilizzarla. Uno di essi, a un tratto, sferra delle manganellate contro di lei. E un altro agente aziona uno spay al peperoncino. Mentre la polizia locale cerca di ammanettarla, la signora si dimena e viene nuovamente colpita con vigore. Stavolta in testa. Le sequenze sono dure e appunto concitate: dal filmato non si capisce il contesto dell'intervento, non si intuisce per quale motivo la donna fosse stata fermata, né se fosse stata armata o in grado di procurare pericolo e in quale misura. Le uniche immagini disponibili sono appunto quelle che stanno facendo il giro dei social, suscitando anche commenti indignati per quel placcaggio che alcuni hanno definito sproporzionato ed eccessivo nelle sue modalità.

Granelli: "Era fuggita durante il tragitto"

L'assessore alla sicurezza del comune di Milano Marco Granelli ha riferito: "Quanto sappiamo al momento è che gli agenti che erano in servizio, come ogni mattina, alle scuole del Parco Trotter hanno ricevuto una richiesta di aiuto da alcuni genitori perchè una persona mostrava atteggiamenti molesti nei confronti dei presenti. Gli agenti intervenivano cercando di interrompere l'azione della stessa, chiamando in ausilio altre pattuglie e anche l'ambulanza per assistere la persona". A quel punto, riferisce l'assessore, "dato che la medesima opponeva resistenza agli agenti, rifiutava le cure dell'ambulanza, oltre ad essere priva di documenti, si rendeva necessario accompagnarla presso l'Ufficio fermi e arresti della Polizia Locale. Durante il tragitto riusciva a fuggire, e da qui l'inseguimento e l'azione di fermo ripresa dal video. La Polizia Locale e l'Autorità giudiziaria verificheranno tutto l'accaduto, individuando le singole responsabilità di tutti i soggetti coinvolti. A seguito di questo saranno presi tutti i provvedimenti necessari e opportuni, con la massima trasparenza e nel rispetto di tutti".

Aperta un'indagine interna

Questa mattina il comandante del corpo di polizia, Marco Ciacci, si è limitato a riferire ilGiornale.it: "Stiamo facendo degli accertamenti". Sono dunque in corso approfondimenti per capire la dinamica dell'accaduto e per avviare eventuali provvedimenti nei confronti degli agenti coinvolti. Il comando è in contatto con l'autorità giudiziaria "per attivare le necessarie azioni della magistratura".

La versione dei sindacati dei vigili

Daniele Vincini del sindacato Sulpl ha raccontato che i vigili erano stati chiamati alle 8.15 dai genitori di una scuola perché stava importunando i bimbi all'ingresso. Un fatto questo che non risulta per il momento agli inquirenti. Una prima pattuglia della polizia locale avrebbe caricato in auto la donna trans per portarla in un'altra parte della città, in via Custodi, dove ha sede il reparto radiomobile. Avrebbero però dovuto fermare la macchina. "Ha iniziato a dare testate e s'è finta svenuta. Quando gli agenti hanno fatto i controlli li ha aggrediti" per scappare, riferisce Vincini. A quel punto è inziata la parte più violenta del tentativo di placcaggio, quella che si vede nel video. Quella che, in ogni caso, ha suscitato sconcerto.

Sala: "Fatto grave"

Lo stesso sindaco di Milano, Beppe Sala, interpellato a caldo sull'accaduto, ha affermato: "Mi sembra un fatto veramente grave". Però - ha aggiunto - "per potere formalmente intervenire è necessario che la polizia locale faccia una relazione, nelle more di questa relazione i vigili in questione sono stati messi in servizi interni. Poi alla luce del risultato della relazione si potranno fare due cose: prendere provvedimenti come ad esempio la sospensione o anche arrivare a fare una denuncia, cosa da non escludere, da parte nostra all'autorità giudiziaria". Il primo cittadino, pur esprimendo biasimo per l'episodio, si è comunque riservato di leggere la relazione che gli verrà presentata." Non voglio dire cose non precise e aspetto di leggere la relazione altrimenti rischierei di dare un commento generico e non posso farlo", ha concluso. 

Metodi discutibili. Video. Milano, presa a manganellate in testa dalla polizia locale. I testimoni: “Importunava bimbi davanti a scuola”. Redazione su Il Riformista il 24 Maggio 2023

Una scena davvero cruda. Quattro agenti della polizia locale di Milano tentano di immobilizzare una donna usando spray al peperoncino. E come se non bastasse, iniziano a sferrarle forti colpi di manganello al fianco e alla testa.

A ricostruire quanto accaduto è Daniele Vincini del sindacato Sulpl: ha spiegato che i vigili erano stati chiamati alle 8,15 dai genitori di una scuola perché la transessuale, questa la versione, stava importunando i bimbi all’ingresso. Qui gli agenti sono riusciti a metterla, con fatica, sull’auto con cella di contenimento, dove “ha iniziato a dare testate e s’è finta svenuta. Quando gli agenti hanno fatto i controlli li ha aggrediti” per scappare. E poi è stata bloccata:“Quello che si vede è l’ultima parte del video”.

Sicuramente nel video la vittima non mostra atteggiamenti violenti nei confronti dei quattro agenti. Eppure la donna, una trans brasiliana, viene colpita più volte con violenza. Sul caso la Procura di Milano sta svolgendo accertamenti. Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un intervento in zona Bocconi. 

La donna prima viene prima fatta cadere a terra, poi colpita mentre è seduta sul marciapiede. Lei si copre il volto e cerca di difendersi mentre gli agenti le sferrano una manganellata sul fianco e una direttamente in testa. Tutto questo dopo averle spruzzato negli occhi un’abbondante quantità di spray al peperoncino.

La polizia locale di Milano sta effettuando «tutte le verifiche per capire cosa è successo, quali siano le responsabilità e quindi i provvedimenti da prendere nei confronti degli agenti coinvolti». Il comando è in contatto con l’autorità giudiziaria «per attivare le necessarie azioni della magistratura». Della vicenda è stata informato il procuratore aggiunto Laura Pedio e il procuratore Marcello Viola. Verrà aperto un fascicolo di indagine. 

Bruna, la donna trans presa a manganellate dalla polizia locale a Milano: «Non davo fastidio ai bambini: trattata come un cane». Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2023

Il suo racconto:  «Avevo bevuto e fumato uno spinello». Poi il tentativo di fuga: «Spray urticante negli occhi, mi faceva impazzire» 

«Non mi sono spogliata e non ho dato fastidio a nessun bambino. Là non c’erano bambini». Bruna, la donna transessuale 41enne manganellata mercoledì da quattro agenti della polizia locale di Milano, su questo punto non transige. È originaria di Fortaleza, in Brasile, ma da 29 anni è a Milano. È a una panchina di un giardinetto nei dintorni di via Padova con alcune amiche. 

Come sta? 

«Adesso sto bene ma ho avuto tutto ieri mal di testa e bruciore agli occhi». Sulle braccia ha segni di graffi che però, giura, non si è procurata durante le fasi più agitate della mattinata di mercoledì ma sarebbero stati i rami dell’aiuola vicino alla Bocconi in cui ha cercato di nascondersi dopo essere scappata dal controllo dei “ghisa”. 

Il suo racconto inizia con il motivo dell’intervento dei vigili vicino al parco Trotter. «Ero agitata, è vero. Stavo litigando con cinque peruviani ubriachi che mi stavano insultando». 

Ma è vero che minacciava di infettare gli agenti, dicendo di avere l'Aids? 

«Non è assolutamente vero. L’unica cosa che ho fatto è stato mordermi la mano dal nervoso. Io quando mi arrabbio, mi arrabbio, ma non sono violenta. Ero arrabbiata perché hanno preso me e non quel gruppo di peruviani che mi insultavano». 

Ma era alterata da alcol o droghe? 

«La sera prima avevo bevuto un po’ e fumato uno spinello». 

E poi? Cosa è successo? 

«Mi hanno messo in auto. Io ho iniziato a lamentarmi e loro mi dicevano “zitta, zitta, stai buona”. Allora ho dato testate contro il plexiglas (quello che divide i sedili posteriori da quelli anteriori nell’auto di servizio, ndr). E quello che era il capo ha detto di fermare l’auto: “Adesso gli diamo delle botte”. Ha cercato di prendermi per i capelli per farmi scendere ma io l'ho spinto via e sono scappata. Ho provato a nascondermi in un’aiuola ma mi hanno trovata». 

Il resto è quello che racconta il video diventato virale. Le manganellate, lo spray urticante. «Poi mi hanno ammanettata e prima di rimettermi in auto mi hanno spruzzato di nuovo lo spray negli occhi. Il bruciore mi faceva impazzire». Portata nelle celle di via Custodi, ci rimarrà almeno sei ore. Riceve la visita di un rappresentante del consolato brasiliano. «È stato bruttissimo. Mi sono sentita trattata come un cane». Quando ricorda i momenti più difficili della giornata, si commuove. «Io alzavo le mani, chiedevo che non mi picchiassero. Ho avuto tanta paura. Ora voglio denunciarli».

Estratto da open.online il 27 maggio 2023.

Ha incontrato il suo legale Bruna, la 42enne colpita con calci e manganellate due giorni fa a Milano da agenti della Polizia locale. Dopo l’aggressione che ha subito, ripresa in un video diventato virale, è intenzionata a presentare denuncia contro i vigili. 

«Ha una brutta ferita alla testa col sangue raggrumato, compatibile con una manganellata, è sconvolta, triste, depressa, piange e non riesce proprio a rivedere il video che ha ripreso quella scena», ha spiegato l’avvocata Debora Piazza, che l’ha accompagnata anche al Svs della clinica Mangiagalli. 

«È terrorizzata, ha paura che qualcuno possa farle ancora del male», ha aggiunto il legale. La denuncia sarà presentata al più presto, dopo il referto medico. Attualmente è aperta una inchiesta dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Giancarla Serafini per lesioni aggravate dall’abuso della pubblica funzione, nella quale nei prossimi giorni dovrebbero essere iscritti i nomi di almeno tre dei quattro agenti della Locale. 

La legale ha chiarito che la donna, nel colloquio del pomeriggio nello studio legale, ha fornito la versione già data alla stampa. L’avvocatessa ha aggiunto: «Non l’hanno neanche soccorsa dopo averla pestata, anzi l’hanno tenuta al comando per ore». […]

Il sindacato dei vigili raccoglie fondi per gli agenti che hanno manganellato Bruna. La rappresentanza della Polizia locale apre una sottoscrizione per le spese legali delle persone accusate di aver pestato la donna trans a Milano. «Non possiamo consentire che vengano additati come mostri e condannati a priori». Sala: «Raccolta impropria». Simone Alliva su L'Espresso il 6 Luglio 2023

Una donna trans viene manganellata da un gruppo di agenti della polizia locale di Milano. Parte la raccolta fondi, in sostegno. Dell’aggredita? No: degli aggressori. Un cortocircuito di senso che continua ad alimentare la vicenda di Bruna, colpita più volte a Milano dagli agenti con un manganello: alla testa, alle costole, ancora alle gambe e poi ricoperta di spray urticante. Le prime ricostruzioni su quanto accaduto, parlavano di agenti della polizia locale intervenuti dopo essere stati richiamati da alcuni genitori perché la donna esibiva le proprie parti intime nei pressi di una scuola elementare. Una ricostruzione smentita dalla Procura e dai video che in pochissimo tempo hanno inondato la rete. 

Gli agenti sono stati denunciati per tortura aggravata dalla discriminazione razziale, lesioni aggravate dall'abuso di potere e minacce aggravate. E non solo: il Comune di Milano ha notificato loro gli avvisi di «addebito disciplinare», per essere intervenuti "autonomamente”, allontanandosi da un altro intervento a cui erano stati assegnati per spostarsi proprio in via Giacosa dove è avvenuto il pestaggio. Senza però chiedere autorizzazione. Ma soprattutto, come documentato dai video usciti subito dopo il pestaggio, per aver utilizzato il bastone distanziatore per colpire.

A ideare la raccolta fondi per gli agenti coinvolti nel pestaggio, il sindacato di polizia locale Siulp che ha aperto un conto corrente e a breve farà partire anche una raccolta online sulla piattaforma GoFundMe. «Non possiamo consentire che degli operatori di Polizia nell'adempimento del proprio dovere d'ufficio vengano additati come mostri e condannati a priori», ha spiegato il segretario milanese e lombardo del sindacato, Daniele Vincini. 

Il sindacato ha messo a disposizione i propri legali e attivato la tutela assicurativa sulla responsabilità civile, «ma questo non basterà in quanto le spese che si dovranno sostenere saranno sicuramente ingenti». Da qui la nascita del comitato "Sosteniamo gli agenti” e l'apertura del conto corrente.

«Una cosa anomala» si è affrettato a commentare il sindaco di Milano, Beppe Sala, «impropria, io rispetto a operatori polizia non ho mai avuto atteggiamenti ideologici o demagogici e prima di esprimere un giudizio ho chiesto una valutazione seria, però per come abbiamo visto degli errori ci sono stati e penso che sia una iniziativa un po' improvvida».

Il crinale è sottile. E politicamente molto rilevanti sono i dubbi che emergono attorno alle immagini che hanno fatto il giro del mondo e che immortalano il momento del fermo alla donna trans. In più di un frangente il bastone distanziatore, strumento di autodifesa individuale, viene usato come un’arma verso la persona fermata su diverse parti del corpo, come si legge nella notifica del Comune di Milano, «fra cui il capo e, ciò nonostante, nell’insegnamento impartito al personale in occasione dei corsi di tecniche operative, siano vietati i colpi alla testa». E per quale motivo gli agenti hanno deciso di agire «d’iniziativa, senza informare la centrale operativa e averne autorizzazione. Abbandonando così il servizio interforze che era stato assegnato»? Perché gli agenti, in uno video successivo, decidono di strattonare la donna fin dentro l’auto, dove sarebbe stata rinchiusa per 20 minuti ammanettata, con spray al peperoncino negli occhi insultandola con frasi come "f... di merda" e "trans basta***"?

«Ho cercato di chiedere agli agenti di smetterla - racconta Stefano, un uomo di 41 anni, testimone dell'aggressione a Bruna - ma nessuno mi ha dato retta. Ho reputato allora di accendere la videocamera del cellulare chiedendo spiegazioni da cittadino di questa inaudita violenza di cui sono stato testimone». Adesso risponderanno in Tribunale, dove sono convocati il 25 luglio per presentare la propria difesa.

Milano, il colonnello Paternò: "Il trans? Perché le vittime sono gli agenti". Pietro Senaldi su Libero Quotidiajo il 29 maggio 2023

«In verità finora l’unico che l’ha fatta franca è il trans. Malgrado l’accusa di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, reato che prevede l’arresto in flagranza, è a piede libero e rilascia interviste come una star, nonostante la sua oggettiva pericolosità sociale desumibile dai numerosi precedenti penali».

Però c’è un video che riprende i vigili mentre manganellano la persona fermata...

«Per chi lo vede con sano preconcetto e cieco pregiudizio contano solo quei pochi secondi. Nulla di quanto accaduto prima rileva. Non che il trans era fuggito, aveva sputato agli agenti dichiarando di avere l’Aids, aveva preso a calci un vigile, che ha una prognosi di quindici giorni. Bisogna confrontare il danno minacciato con quello arrecato. Se la minaccia è un’infezione potenzialmente mortale, la difesa con qualche blanda manganellata mi appare proporzionata». 

Blanda manganellata?

«Le assicuro che una vera manganellata sulla testa non ti permette di stare in piedi e rilasciare interviste il giorno dopo. Ma poi, chi vuole vedere veri calci in faccia e vere bastonate, anziché il video realizzato dai prodi studenti bocconiani dovrebbe visionare quelli delle sanguinose risse tra clandestini nelle nostre periferie o davanti alle stazioni». 

Quindi difende i vigili manganellatori?

«La guerra contro l’attuale criminalità urbana è una guerra che nessuno vuol vedere né dichiarare, perché altrimenti andrebbe addebitata alle scellerate politiche sull’immigrazione dei governi passati, e a mio avviso anche di certa politica attuale. So solo che, a combatterla, sono rimaste, loro malgrado, unicamente le forze dell’ordine, in totale solitudine». 

Abbandonate anche dai loro vertici, che a ogni episodio fanno a gara per accusare i sottoposti e dissociarsi?

«Altrimenti non si fa carriera. I capi scaricano sulla truppa, è la regola. E gli agenti, abbandonati, si sentono sempre meno sicuri, e quindi garantiscono meno sicurezza». 

Però ogni tanto si esagera...

«Sicuramente c’è un problema di addestramento a monte, ma nelle prese di posizione dei comandi generali non c’è mai mezza parola sullo stato di tensione ed esasperazione nel quale gli uomini sono costretti a operare ogni giorno in metropoli sempre più impazzite».

Il governo dice che i crimini sono diminuiti, è solo aumentata la percezione di essi...

«Ah sì certo, si vede allora che la cocaina è diventata legale, se aumenta il suo consumo ma diminuiscono i reati. Cosa significa percezione, che il trans sputazzatore denunciato dai cittadini ai vigili era un ologramma?». 

Milano, calci e manganellate alla trans: il contrappasso per la città dei buoni 

Il colonnello Salvino (non per caso) Paternò non ha peli sulla lingua, che è ormai l’unica arma che le nostre forze dell’ordine possono usare per difendersi, ma solo dopo aver cessato il servizio. E infatti il colonnello, protagonista della lotta alla criminalità organizzata negli anni Ottanta e Novanta, «quando la mafia e la camorra c’erano davvero, non come oggi che le strade sono in mano alle baby gang, il che dimostra che Cosa Nostra è stata sconfitta», ha lasciato i carabinieri da anni e si gode la sua pensione facendo l’agricoltore nei campi della Ciociaria. «Scrivo quel che penso su Facebook e mi sono guadagnato una certa fama», spiega Paternò, «ma tutto quello che dico e faccio è da privato cittadino sia chiaro. Nei secoli fedele, però l’Arma è rimasta solo nel mio cuore».

Questa premessa non impedisce tuttavia che il colonnello sia un mito per i suoi colleghi, che lo considerano una specie di vendicatore morale della categoria.

«La politica, e i vertici delle forze dell’ordine che le sono sottomessi, forse pensano che la sicurezza si mantenga regalando margherite ai criminali. Per non finire nel tritacarne giudiziario i nostri agenti devono usare tecniche d’intervento non fisiche bensì metafisiche, quasi trascendentali. Il crimine va contrastato filosofeggiando, ammaliando i delinquenti. Altro che teaser e spray al peperoncino, dobbiamo ricorrere all’ipnosi. Gli agenti ormai lo sanno e temono più le conseguenze penali e le gogne mediatiche delle coltellate o delle pallottole, perché almeno quelle non fanno soffrire anche le loro famiglie».

Colonnello, lo ammetta, talvolta le forze dell’ordine esagerano...

«Ah sì, l’abuso di potere è sempre dietro l’angolo, il reato di tortura bussa alle spalle, il magistrato è sul piede di guerra, il superiore è pronto alla fuga, il cittadino ha il cellulare spianato e il giornalista sorvola l’area come un avvoltoio. E se esplodi un colpo di pistola, puoi star certo che in tv spunteranno come funghi esperti di balistica e maestri di tiro ad accusarti di eccesso di legittima difesa. Starà poi al magistrato dalla sua scrivania, tra il pranzo e la cena, soppesare se, in una situazione convulsa, con l’adrenalina in vena, ricorrevano le condizioni di proporzionalità tra offesa ricevuta e portata. Che poi la cosa incredibile è che il poliziotto viene dileggiato sia che reagisca, sia che non lo faccia, come quel poveretto che si è fatto sfilare la pistola da un extracomunitario a Vicenza...».

Quella è stata una figuraccia...

«Se intervieni con decisione sbagli, se non lo fai sbagli. Abbiamo regole d’ingaggio schizofreniche che annichiliscono la polizia».

È per questo che anche i criminali semplici sono sempre più aggressivi?

«Certo, e la cartina di tornasole è la vicenda delle borseggiatrici filmate nella metropolitana di Milano. Il Comune si è schierato con loro in difesa della privacy. Se guardi tutti negli occhi, leggerai nei criminali la spavalderia dell’impunità, nei cittadini la rabbia della rassegnazione e negli agenti la consapevolezza dell’impotenza».

Non è sempre stato così...

«Tutto è precipitato nell’ultimo decennio ma non saprei identificare il momento in cui abbiamo perso la guerra contro questa criminalità, dopo aver vinto senza mezzi, senza tecnologia e senza neppure una grande cultura, quella contro la mafia». 

Come vi riusciste?

«Avevamo la fortuna di poter utilizzare metodi operativi che attualmente sarebbero definiti criminali. Ha presente parole tipo “rastrellamento, retata, cinturazione d’area urbana?”. Vocaboli che oggi sarebbero ritenuti incitamenti all’odio o istigazione a delinquere. E poi c’è anche da dire che allora i vertici della forze dell’ordine volevano sconfiggere mafia e camorra. Oggi non si combatte la criminalità urbana perché farlo non porta medaglie, promozioni né prime pagine sui giornali».

A lei la do la prima pagina...

«E ne approfitto per chiedere alla politica di intervenire sul campo giuridico con adeguate norme repressive e preventive che permettano alla polizia di operare in maniera risolutiva. Vuole sapere l’altra ragione per la quale abbiamo sconfitto la mafia?».

Secondo lei?

«Perché dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio crollò il sistema di connivenze. L’Italia migliore ebbe un moto di ribellione al quale neppure la politica più collusa poteva resistere. Chissà se questa Italia sarebbe capace di una risposta altrettanto forte. Mi permetta di dubitare».

Oggi c’è ancora chi lancia accuse contro Berlusconi?

«Fantasie. La mafia la sconfiggemmo con la Prima Repubblica, i governi Craxi, Amato... Berlusconi non c’entra nulla e la strage di via dei Georgofili fu solo un colpo di coda di una mafia morente».

La politica però abbandonò Falcone e Borsellino...

«Da quel che ricordo penso che furono abbandonati soprattutto dai loro colleghi. Quelli che poi hanno avuto una seconda vita da professionisti dell’Antimafia».

La scorsa settimana c’è stato uno scontro politico e mediatico sulla nomina dell’onorevole Colosimo, di Fdi, a presidente della Commissione Antimafia...

«Che vuole che le dica. Sono organismi inutili, come inutili sono le polemiche. E poi la Colosimo non è nata nel 1986? La mafia oggi non c’è più, è stata sconfitta negli anni Novanta dopo una sanguinosa lotta durata un ventennio, pertanto le Commissioni Antimafia non servono. È tempo di smettere di alimentare il mito dell’Antimafia, che è legalità da salotto con la quale ci si riempie la bocca per costruire carriere politiche. Io la mafia l’ho combattuta in strada, respirando la fitta aria d’omertà e indifferenza di chi si muove in terra nemica. La nostra caserma dei carabinieri a Torre Annunziata era stata ribattezzata “Fort Apache” dal suo collega Giancarlo Siani, trucidato dalla camorra. Eravamo la sola roccaforte di legalità in una terra criminale».

Matteo Messina Denaro però l’hanno preso solo a gennaio dopo trent’anni di latitanza...

«Se anziché allestire per anni fantasmagorici teoremi processuali con tanto di voli pindarici su visionarie e contorte trattative ci si fosse concentrati sulla latitanza, non sarebbe passato tanto tempo».

Donna trans manganellata a Milano, la Procura smentisce gli agenti: “Nessun atto osceno sui bimbi, solo schiamazzi”. Simone Alliva su La Repubblica il 25 Maggio 2023  

Pestata da quattro poliziotti locali, aveva solo dato in escandescenze fuori da una scuola elementare. Ora indagini per lesioni e abuso potere

Una donna trans brasiliana è stata massacrata dalla Polizia locale a Milano. Il video che immortala la violenza ha fatto il giro del mondo. Si vede una donna che urla, dei poliziotti che la colpiscono più volte con un manganello: alla testa, alle costole, ancora alle gambe fino a ricoprirla di spray urticante. Quattro uomini armati contro una donna disarmata, a terra e mentalmente instabile. Un match irregolare su qualunque ring. Nell’epoca dei telefonini, nel tempo in cui di ogni evento ci sono decine e decine di filmati c’è davvero poco da discutere: i fatti sono questi.

Le prime ricostruzioni su quanto accaduto, parlavano di agenti della polizia locale intervenuti dopo essere stati richiamati da alcuni genitori perché la donna esibiva le proprie parti intime nei pressi di una scuola elementare. Una ricostruzione, resa nota dai sindacati. Veicolata da Silvia Sardone e Alessandro Verri rispettivamente commissaria delle Lega a Milano e Capogruppo in Consiglio comunale. «Ma l’assalto violento a una persona disarmata è inaccettabile. Davvero non siamo in grado di assicurare i più elementari diritti civili?» si domandava il consigliere di Milano del Pd, Michele Albiani chiedendo chiarezza.

Adesso una certezza c’è. Arriva dalla procura di Milano che ha smentito le ricostruzioni del sindacato. Gli agenti sarebbero intervenuti, secondo i pm, per la segnalazione di schiamazzi da parte della donna transessuale, ma non per atti osceni davanti ai bimbi di una scuola elementare. La procura ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate dall'abuso della funzione pubblica sul caso. Il fascicolo è al momento contro ignoti perché manca l'identificazione precisa dei quattro vigili che sono stati ripresi da numerosi video durante il fermo che somiglia a un assalto. La donna trans ha piccoli precedenti di strada per resistenza e violazione della normativa sull'immigrazione.

Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano ha ricevuto una prima relazione di servizio sui fatti immortalati dai video. Almeno un ragazzo e una ragazza autori dei video si sono già rivolti agli inquirenti meneghini, ma sono numerosi i testimoni dell'accaduto in via Sarfatti che andranno sentiti dalla procuratrice aggiunta Siciliano. Il comandante della polizia locale Marco Ciacci, raggiunto da L’Espresso, ha deciso di non rilasciare dichiarazioni affidandosi alla ricostruzione che verrà inviata in Procura.

«Non è certo una bella immagine, è un fatto grave», ha detto il sindaco Giuseppe Sala, commentando il video, diventato virale, e non escludendo la possibilità di una denuncia, da parte di Palazzo Marino, nei confronti degli agenti coinvolti nel pestaggio. «I vigili sono stati messi in servizio interno. Successivamente, alla luce della relazione sono possibili due cose: provvedimenti interni come la sospensione o arrivare a una denuncia da parte nostra all'autorità giudiziaria, che non è una cosa da escludere». Per gli studenti della Bocconi, è «vergognoso picchiare una persona disarmata». Fuori dalla biblioteca e dalle aule lettura dell'Università Bocconi di via Gobbi a Milano gli studenti e le studentesse in pausa studio commentano il video. «Abbiamo visto tutti il video, è girato nelle chat di noi studenti in un attimo. Non so cosa sia successo prima ma è vergognoso picchiare così una persona disarmata», dice a LaPresse una studentessa al secondo anno di economia aziendale.

La questione che si pone è doppia. Prima l’abuso, lo Stato tutela i cittadini dalle ingiustizie e dai soprusi, non li esercita. E invece da sempre, spesso viene denunciato l’abuso dalle famiglie delle vittime: Patrizia Aldrovandi, la mamma di Federico, morto a 18 anni nel 2005 durante un controllo di polizia. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, massacrato nel 2009, che da senatrice dell'Alleanza Verdi e Sinistra, chiederà un interrogazione parlamentare.

Che chi dovrebbe farsi garante della sicurezza dei cittadini spadroneggi nelle strade è qualcosa che riguarda ciascuno di noi, il posto in cui viviamo.

E ancora la profilazione razziale uniti alla disumanizzazione del corpo trans, che ricopre da sempre un ruolo chiave nei crimi d’odio verso le persone Lgbt, come denuncia Arcigay Nazionale: «Il fatto che la persona oggetto del pestaggio sia una donna trans razzializzata può aprire ulteriori inquietanti scenari che devono essere chiariti fino in fondo senza lasciare spazio a dubbi o incertezze, perché troppe volte nella storia recente la violenza sistemica frutto dell’odio e della discriminazione ha investito le persone LGBTQIA+ sottoposte alla custodia delle autorità».

Estratto da open.online il 25 maggio 2023.

La procura di Milano iscriverà oggi nel registro degli indagati i quattro vigili di Milano che hanno picchiato con i manganelli A.M., una donna transgender di 41 anni. Il video del pestaggio davanti al plesso scolastico di Parco Trotter ha permesso l’apertura di un fascicolo per lesioni aggravate dall’abuso della pubblica funzione. La pm che indaga è Tiziana Siciliano. Anche la polizia locale ha aperto un’inchiesta su quanto cominciato al “Trotterino” di via Giacosa e finito in via Pietro Custodi davanti all’università Bocconi. Intanto lei è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. La 41enne cittadina brasiliana ha precedenti specifici che risalgono al 2010. E nella relazione del Comando 2 alla procura gli agenti si difendono.

La ricostruzione

La prima ricostruzione dei fatti basata sui filmati dice che i “ghisa” sono intervenuti in via Giacosa per la segnalazione di una persona che urlava contro i passanti e diceva di avere l’Aids. Gli agenti sono arrivati con un’ambulanza. Hanno fatto entrare la donna transgender nell’auto per portarla nel Reparto Radio Mobile di via Custodi per l’identificazione. Durante il tragitto la donna ha detto di non sentirsi molto bene. Quando l’auto si è fermata è scappata all’altezza di via Castelbarco. È stata fermata in via Sarfatti 25, sotto la biblioteca della Bocconi. Qui è stata girata la scena che si vede nel video. Gli agenti hanno usato manganelli e spray al peperoncino. Quando la 41enne è stata portata negli uffici della Polizia locale ha rifiutato il trasporto in ospedale e ora è libera, denunciata per resistenza a pubblico ufficiale.

Ilaria Cucchi: «È tortura»

L’onorevole Ilaria Cucchi oggi in un commento su La Stampa dice che quanto accaduto a Milano ha un nome: «Si chiama tortura. «Non conta nulla quanto possa essere accaduto prima ma solo quella terribile sequenza di colpi che vengono inflitti a freddo. Senza, cioè, una reale colluttazione, alla vittima inerme e indifesa che li subisce tutti senza nemmeno rendersi conto del perché.  

(...)

«Scalciava con violenza»

I ghisa intanto rispondono alle accuse. L’edizione milanese di Repubblica dice che ad agire nella colluttazione sono stati il sovrintendente V.C., l’assistente F.A. e i due agenti A.G. e S.C. Nella relazione trasmessa dal Comando 2 in procura si scrive che la trans A.M. «iniziava a mordersi la mano fino a farla sanguinare e iniziava a sputare sangue minacciando di avere l’Aids. E di infettare tutti i presenti». 

Una volta trasferita nell’auto dei vigili, la 41enne «tramite alcuni fermagli metallici che aveva tra i capelli — prosegue l’annotazione — tentava ancora di autolesionarsi». Poco dopo «iniziava a dare testate violente ai finestrini laterali della vettura e alla paratia di sicurezza centrale, lesionandosi il capo che sanguinava». Agli atti risultano calci agli sportelli e minacce agli agenti. E una frase a V.C. e F.A.: «Voi due non arrivate vivi a stasera, io sono pazza». 

(...) 

Nella relazione non ci sono cenni ai calci e all’uso dello spray al peperoncino. I quattro sono stati nel frattempo destinati a lavoro d’ufficio e tolti dalla strada. Oggi saranno ascoltati dai pm. I sindacati intanto li difendono. Dice Daniele Vincini del Sulpl: «Dovrebbero essere lodati, hanno fatto il loro dovere ed evitato che quella persona potesse far male ai bambini. Sono già stati condannati ed è una vergogna, ma non lo consentiremo e saremo al loro fianco. Se necessario con i nostri avvocati». Stessi argomenti da Orfeo Mastantuono del Csa: «L’operato tecnico del collega potrebbe non essere stato del tutto appropriato. Ma la fase finale e il video quindi non riportano la realtà dei fatti. Le dichiarazioni del sindaco e dell’assessore sono inaccettabili e fuori luogo»

Milano, parla uno dei poliziotti che ha picchiato il trans: "Ho sbagliato". Uno dei poliziotti coinvolti nel terribile pestaggio ai danni del trans ammette le sue colpe, ma la Procura smentisce la ricostruzione. Jacopo Romeo su Notizie.it il 26 Maggio 2023

Le immagini terribili del pestaggio subito dal trans tra le vie di Milano da parte di quattro poliziotti hanno fatto il giro di tutti gli organi di stampa. Uno dei protagonisti della vicenda, racconta quanto successo a ‘Il Giorno’, ma la sua versione è già stata smentita dalla Procura.

Milano, poliziotti picchiano il trans: “Sopraffatti dall’adrenalina”

Era la mattina del 24 Maggio quando quattro poliziotti aggrediscono un trans di nome Bruna in zona università Bocconi a Milano. Qualcuno fra i passanti riesce a filmare una parte del pestaggio e il video diventa subito virale. Uno dei poliziotti è stato intervistato da ‘Il Giorno’ e ha raccontato i motivi che hanno spinto lui e gli altri agenti a comportarsi in quel modo: “Ho sbagliato. Ma la concitazione di quei momenti, la corsa per riprendere quella persona dopo il finto svenimento e l’immagine che continuava a girarmi in testa dei bimbi a scuola hanno preso il sopravvento.”

La smentita della Procura

Nel video si vede solo la parte in cui la donna è stesa a terra con le mani alzate mentre i quattro agenti le sono addosso e la colpiscono anche con delle manganellate, oltre a spruzzare lo spray al peperoncino. Secondo il racconto degli agenti, tutto questo sarebbe stato preceduto da minacce e sputi nei loro confronti da parte del trans. Versione diversa, invece, quella di Bruna: “Mi hanno messo in auto. Io ho iniziato a lamentarmi, ho dato testate contro il plexiglas e quello che era il capo ha detto di fermarsi. Ha cercato di prendermi per i capelli per farmi scendere, mi ha dato le botte ma io l’ho spinto via e sono scappata. Mi sono nascosta dietro a un’aiuola e mi hanno trovata.”

Le parole della trans pestata. Presa a manganellate dai vigili a Milano, parla Bruna: “Trattata come un cane e colpita anche in auto, ora ho paura”. Redazione su L'Unità il 25 Maggio 2023

Nega di aver infastidito passanti e bambini al parco Trotter e rivela di aver subito altre aggressioni da parte di quegli stessi agenti della polizia municipale di Milano che l’hanno brutalmente pestata, tra calci e manganellate, in via Sarfatti, davanti alla biblioteca della Bocconi.

A parlare a Repubblica è Bruna, come si fa chiamare la 41enne transessuale brasiliana, originaria di Fortaleza ma da 29 anni a Milano, protagonista del video virale che ha spinto la Procura meneghina (ma anche la stessa polizia municipale) ad aprire un fascicolo contro ignoti per lesioni aggravate dall’abuso della pubblica funzione.

Bruna, denunciata a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale, nega con fermezza la ricostruzione del sindacato Sulpi secondo cui girava nel parco Trotter senza vestiti infastidendo i passanti: “Ero molto agitata ieri mattina, avevo litigato con alcuni sudamericani, ma non è vero che ero nuda al parco”.

La 41enne sarebbe quindi andata in escandescenze quando i vigili sono intervenuti chiedendole i documenti, che non aveva con sé: “Ero su di giri – ammette Bruna – sono un tipo molto agitato, avevo bevuto la sera prima e avevo fumato uno spinello. Ma non ho fatto nulla di male, non ho picchiato nessuno. Dalla rabbia mi sono morsa le braccia e mi sono fatta dei tagli”.

In una seconda intervista, al Corriere della Sera, smentisce anche la ricostruzione sulle minacce relative all’Aids, secondo cui la transessuale avrebbe iniziato a “mordersi la mano fino a farla sanguinare e iniziava a sputare sangue minacciando di avere l’Aids. E di infettare tutti i presenti”. “Non è assolutamente vero. L’unica cosa che ho fatto è stato mordermi la mano dal nervoso. Io quando mi arrabbio, mi arrabbio, ma non sono violenta. Ero arrabbiata perché hanno preso me e non quel gruppo di peruviani che mi insultavano”, spiega la 41enne brasiliana.

Subito dopo viene caricata in auto e portata via. “Io ho iniziato a lamentarmi  – racconta Bruna – e loro mi dicevano “zitta, zitta, stai buona”. Allora ho dato testate contro il plexiglas (quello che divide i sedili posteriori da quelli anteriori nell’auto di servizio, ndr). E quello che era il capo ha detto di fermare l’auto: “Adesso gli diamo delle botte”. Ha cercato di prendermi per i capelli per farmi scendere ma io l’ho spinto via e sono scappata. Ho provato a nascondermi in un’aiuola ma mi hanno trovata”.

È a quel punto che avviene quello mostrato nei video girati dalla biblioteca della Bocconi, tra manganellate, calci e spray al peperoncino mentre lei è inerme a terra. “Io ero seduta avevo le braccia alzate dicendo di non picchiarmi. Invece ho preso colpi in testa, al fianco, ancora alla testa. Mi sono sentita trattata come un cane”, racconta oggi Bruna, che ancora scossa spiega che chiedeva agli agenti “di non picchiarmi, solo la donna vigile è stata gentile con me”.

Dopo il pestaggio Bruna è stata quindi “lasciata ammanettata sulla macchina per venti minuti fuori dall ufficio dei vigili. Avevo caldo male agli occhi. Anche in auto mi hanno colpita insultandomi”. La 41enne spiega quindi che ha intenzione di fare denuncia ma allo stesso tempo rivela di avere “paura”, “è una brutta storia, ho paura che mi succeda qualcosa se parlo troppo”.

Sassuolo.

Quattro vigili indagati a Sassuolo per tortura: incredibilmente due di loro potranno rientrare in servizio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 16 Marzo 2023

Secondo quanto denunciato nell’esposto e ricostruito dalla Procura, il paziente era stato trasportato in ambulanza in ospedale dopo essere stato trovato in strada in stato confusionale per una pesante crisi ipoglicemica. Proprio al pronto soccorso i quattro agenti, che non erano stati chiamati dal personale sanitario, lo avrebbero picchiato. 

Dopo l’episodio degli agenti della Polizia Locale violenti a Taranto, torma alla ribalta una vicenda risalente all’autunno del 2021 quando quattro vigili vennero accusati del reato di tortura accusati del reato di tortura, per aver immobilizzato e picchiato con la forza un uomo marocchino che giaceva sulla barella del pronto soccorso di Sassuolo, che venne scambiato per un pusher. I fatti risalgono alla notte tra il 15 e il 16 ottobre 2021, e l’inchiesta dei Carabinieri del nucleo operativo e Radiomobile di Sassuolo con la collaborazione della Comandante della polizia locale coordinati dalla Procura di Modena, aveva mosso accuse pesantissime nei confronti dei quattro agenti: reato di tortura, al quale si aggiungeva per due di loro quello di falsità ideologica per aver  redatto  e firmato una relazione di servizio falsa.

Tutti e quattro gli agenti erano stati immediatamente interdetti dal lavoro. Secondo quanto denunciato nell’esposto e ricostruito dalla Procura, il paziente era stato trasportato in ambulanza in ospedale dopo essere stato trovato in strada in stato confusionale per una pesante crisi ipoglicemica. Proprio al pronto soccorso i quattro agenti, che non erano stati chiamati dal personale sanitario, lo avrebbero picchiato. 

Uno di loro è salito con i piedi sul bacino del paziente, chiedendogli con insistenza se avesse assunto sostanze stupefacenti” spiegava la Procura di Bologna in una nota. La vittima, che lavora come operaio in Italia da anni e con regolare permesso di soggiorno, non era invece mai stata denunciata o anche solo segnalata per reati di droga. Peraltro non ha mai presentato denuncia per quei fatti, riferendo di non ricordare nulla dell’accaduto.

Per quei fatti erano stati immediatamente sospesi dal servizio., ma oggi Il Tribunale del riesame di Bologna ha annullato la misura cautelare disposta nei confronti di due dei quattro agenti della Polizia locale di Sassuolo che potranno tornare al lavoro. Si tratta comunque di indagati nella vicenda che il mese scorso erano finiti nell’occhio del ciclone dopo la segnalazione arrivata alla Procura di Modena dal primario del pronto soccorso. Le prossime mosse spettano al Comando della Polizia Locale di Sassuolo che dovrà decidere se e quando ammettere di nuovo gli agenti in servizio. Redazione CdG 1947

Cassolnovo- Vigevano.

Cassolnovo, arrestata comandante della polizia locale: «Multe tolte agli amici e vendita di moto sequestrate».  Davide Maniaci  su Il Corriere della Sera il 16 Gennaio 2023.

Pavia, ai domiciliari Maria Grazia Pietrapertosa e il vice Luigi Critelli. Le indagini dopo la denuncia di una madre per la confisca clandestina della moto del figlio. Contestati anche gli atti persecutori verso un giovane collega

Un clima intimidatorio e autoritario. Secondo le accuse formulate dalla Procura della Repubblica di Pavia, nel comando della polizia locale di Cassolnovo, centro alle porte di Vigevano, le vessazioni verso gli agenti appena arrivati erano comuni. E poi multe tolte agli amici con i dati modificati e moto sequestrate senza verbali, da vendere agli stessi «amici» al prezzo fissato dai vigili. Per questo motivo nella mattinata del 16 gennaio i carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Pavia e della sezione operativa della compagnia di Vigevano hanno arrestato il comandante, Maria Grazia Pietrapertosa, e il suo secondo, Luigi Critelli. 

I due sono attualmente agli arresti domiciliari, in custodia cautelare. Tutto è partito dalla denuncia di una signora, madre di un adolescente. Quest’ultimo insieme a un amico guidava una motocicletta da cross priva di targa e assicurazione e inadatta a circolare in paese. Gli agenti si sarebbero fatti consegnare i due veicoli senza contestazioni formali e senza provvedere al sequestro amministrativo. Senza, cioè, rispettare l’iter consueto. Semplicemente, le hanno prese. Le moto sono rimaste per diversi giorni presso gli spazi del comando. «Per evitare multe o denunce, e la conseguente confisca – così ha ricostruito la Procura – le motociclette sarebbero dovute essere messe in vendita. I compratori erano già stati individuati dagli agenti, il prezzo già fissato, inferiore al reale valore dei veicoli».

Dopo le vibranti proteste delle famiglie, che si erano rivolte anche al Comune, le moto erano state restituite ai legittimi proprietari. Successivamente erano stati redatti i verbali di contestazione e fermo amministrativo, che riportavano comunque fatti diversi dalla realtà. Una relazione sui fatti, sempre fasulla, era anche stata inviata al sindaco di Cassolnovo, Luigi Parolo, e al segretario comunale.

Dalle indagini (mediante testimonianze ed intercettazioni telefoniche) è emerso come i superiori ordinassero a un agente appena arrivato di annullare multe già elevate a persone legate agli indagati, per motivi professionali o di amicizia, modificando i verbali e associando i dati di un altro veicolo. L’agente non ha voluto. Cassolnovo ha 7 mila abitanti, il comando della polizia locale è piccolo. Ci lavorano il comandante, il suo secondo (l’incarico di «vice» doveva ancora essere formalizzato) e altri due agenti, assunti da poco. 

Il rifiuto di uno di questi ultimi, un giovane vigile che non pensava di trovare un ambiente del genere, ha portato i suoi superiori a minacciarlo, per evitare che spifferasse quello che accadeva al comando. «L’agente in questione – è la relazione della Procura, dopo le indagini dirette dal sostituto procuratore Paolo Mazza – ha descritto un ambiente di lavoro caratterizzato da un clima autoritario ed intimidatorio, con ingiustificate e pretestuose accuse di ammanchi di cassa, minacce di contestazioni di addebito disciplinare e perfino di licenziamento nel caso avesse rivelato la verità e non si fosse adeguato». Aggressioni verbali e fisiche, che hanno costretto la vittima ad assentarsi dal lavoro per sottoporsi a terapia psichiatrica, con assunzione di psicofarmaci e a modificare le condizioni lavorative. Al rientro, infatti, era stato spostato in un altro ufficio, con mansioni diverse da quelle per cui era stato assunto. Comandante e «vice», ora agli arresti domiciliari, sono accusati dei reati di concussione continuata, falso in atto pubblico, indebita induzione e dare o promettere utilità ed atti persecutori in danno del collega.

Bari.

Bari, filmò i vigili che volevano multarlo: assolto 65enne. A luglio 2018 l’automobilista fu accusato di essere passato con il rosso. Lui si oppose alla sanzione e fu denunciato per resistenza. Per il giudice «è legale fare video a un agente se abusa del proprio potere». ISABELLA MASELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Settembre 2023

Ha filmato i vigili che volevano multarlo e nel tentativo degli agenti di sottrargli il telefono con il quale l’automobilista stava riprendendo la scena uno di loro si è slogato un polso. Il cittadino è finito a processo per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate ma il giudice lo ha assolto, ribaltando la lettura della vicenda e accusando i vigili di abuso di potere.

L’episodio risale al 9 luglio 2018. L’automobilista, Luciano Scrima, barese di 65 anni, stava percorrendo alla guida del su autocarro viale Orazio Flacco e, era l’accusa, avrebbe superato l’incrocio di viale Papa Pio XII in direzione piazza Giulio Cesare con il semaforo rosso. Una pattuglia di polizia municipale che stava effettuando lì servizio di viabilità lo fermò per contestargli la violazione ma lui - a detta degli agenti - si sarebbe prima rifiutato di fornire le proprie generalità e documenti negando l’infrazione e poi avrebbe iniziato a filmare con il cellulare i due vigili. Uno dei due, nel tentativo di bloccarlo, avrebbe tentato di strappare il telefono di mano all’automobilista, affacciandosi alla vettura dal lato passeggero. Ne sarebbe seguita una colluttazione a seguito della quale l’agente aveva riportato la contusione del polso.

L’automobilista fu portato al comando per essere identificato e poi denunciato. La Procura lo ha portato in giudizio e, al termine del processo, ne aveva chiesto la condanna a 8 mesi di reclusione e 600 euro di multa.

Nel ricostruire la vicenda, sulla base dei referti medici e delle testimonianza, il giudice Giacomo De Raho ha ritenuto «indubbio come gli agenti stessero elevando una sanzione amministrativa ai danni dell’odierno imputato - si legge nella sentenza - , e come questi avesse estratto il proprio cellulare, innescando la reazione» di uno dei vigili, «che aveva provato a sottrarglielo, alla fine riuscendovi, sia pure dovendo vincere la resistenza dell’uomo». L’automobilista, secondo il giudice, «si è opposto a che gli operanti gli sottraessero il cellulare, che stava adoperando per filmarli, non ravvisandosi la sussistenza di un atto dell’ufficio». A questo proposito il giudice ricorda che «la legge italiana non vieta di riprendere i pubblici agenti, in un luogo pubblico, essendo vietata la diffusione sui social». Anzi, «nel caso in cui si ritiene di essere vittime di un abuso da parte di pubblici ufficiali, - evidenzia De Raho - è perfettamente legale riprendere in video o fotografare un agente che abusa del proprio potere utilizzando il materiale (foto, audio, video) per produrlo in giudizio, per incriminare l’autore di un reato o difendersi da una falsa accusa. In altre parole, è lecito tutelare i propri diritti quando c’è di mezzo un reato senza doversi preoccupare di oscurare il volto dell’agente ripreso». «In alcun modo, quindi, i due vigili erano legittimati a sottrarre il cellulare, addirittura introducendosi nell’abitacolo del veicolo: non è configurabile - secondo il giudice - alcun atto d’ufficio, ma, all’opposto, una condotta compiuta come comuni cittadini, per giunta sussumibile nel delitto di violenza privata». Da vittime a carnefici, insomma. E tuttavia il giudice non ha trasmesso gli atti alla Procura nei confronti dei due agenti «in quanto il reato è divenuto procedibile a querela e la stessa non è stata presentata».

Sulla base di queste considerazioni, Scrima, assistito dall’avvocato Attilio Triggiani, è stato assolto dall’accusa di resistenza a pubblico ufficiale perché «il fatto non sussiste». Per quanto riguarda le lesioni, queste sono state «conseguenza della colluttazione avvenuta nel tentativo di strappare il telefono cellulare dalle mani» dell’automobilista e, quindi, secondo il giudice non sono aggravate così come contestate dalla Procura. Essendo il reato procedibile a querela (che non c’è), da questa accusa il 65enne è stato prosciolto.

Taranto.

La violenza della Polizia Locale di Taranto contro un povero corriere della SDA (Poste Italiane). Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 14 Marzo 2023

Per fortuna sono intervenuti gli agenti della Polizia di Stato a tutelare e difendere quel povero ragazzo aggredito e picchiato da questi quattro esaltati in divisa, traendolo in salvo e portandolo lontano dalla violenza folle di quattro esaltati che andrebbero immediatamente sospesi e cacciati dal Corpo

Ecco cosa è successo questa mattina a Taranto, in pieno centro dove quattro agenti “esaltati” e violenti della Polizia Locale hanno aggredito e malmenato con violenza un autista di un furgone della SDA società di recapiti del gruppo Poste Italiane, responsabile (a loro dire) di aver parcheggiato male il suo automezzo di lavoro. Abbiamo contattato l’assessore alla Polizia del Comune di Taranto, Cosimo Ciraci. La sua risposta ? “Leggeremo la relazione degli agenti” aggiungendo “chi ci assicura che quel video non è stato tagliato ?“. Silenzio totale da parte del Comando di Polizia Locale di Taranto. La verità è che purtroppo in questa amministrazione comunale in molti sono fuori di testa !!!!

Meno male che sono intervenuti gli agenti della Polizia di Stato a tutelare e difendere quel povero ragazzo aggredito e picchiato da questi quattro esaltati in divisa, traendolo in salvo e portandolo lontano dalla violenza folle di quattro esaltati che andrebbero immediatamente sospesi e cacciati dal Corpo. Se ci fosse un comandante all’altezza della situazione, ed un assessore capace di far rispettare alla Polizia Locale le norme di legge !

Nel pomeriggio il Comitato Rappresentanti di maggioranza “RSA” SDA d’ Italia, ha diramato un comunicato stampa: ” Rappresentiamo la nostra piena solidarietà, al Collega di SDA Taranto, per la vicenda riportata dal quotidiano in oggetto (cioè il nostro giornale n.d.r.) , nonché l’indignazione per i modi e le procedure adottate dagli agenti di Polizia Locale, che trattano un onesto lavoratore come il peggiore dei delinquenti. Chiediamo che venga fatta luce sulla vicenda, e una volta accertate le responsabilità dei singoli siano presi i  dovuti provvedimenti , e che maltrattamenti del genere non si ripetano mai più, nei confronti di nessun cittadino. Questa è la posizione dei corrieri SDA sindacalizzati d’Italia, che fermamente condannano questo accaduto“.

Incredibilmente il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, invece di chiedere scusa e prendere i dovuti provvedimenti nei confronti degli agenti della Polizia Locale di Taranto responsabili delle violenze patite dal povero corriere (che è stato refertato con 10gg di prognosi dal locale pronto soccorso ospedaliero) ha emesso questo comunicato stampa: ” Rispetto all’intervento effettuato questa mattina dalla Polizia Locale, ripreso da diversi video amatoriali, la direzione competente ha avviato gli accertamenti del caso e siamo in attesa di una relazione dettagliata da parte degli operatori coinvolti, affinché si possa ricostruire l’esatta dinamica degli eventi”. “Seguiremo con attenzione l’evoluzione della vicenda, confidando che si faccia presto piena chiarezza a garanzia dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e del rispetto del codice. Al momento, ciò che si può osservare è una reazione molto scomposta da parte del conducente, davanti all’elevazione di una multa a carico di un furgone che sostava contromano, nei pressi di un’intersezione, ostruendo uno scivolo predisposto per i cittadini diversamente abili“.

Resta da capire quale sarebbe stata la “reazione scomposta” di cui parla il sindaco di Taranto che probabilmente o non ha visto i video che il nostro giornale ha pubblicato per primo, che è diventato “virale” nel web e nei social network, da cui si vede chiaramente un vigile che entra nel furgone e trascina fuori di forza il povero esile corriere, che viene spintonato, buttato per terra, lanciato contro i cassonetti della spazzatura !

Qualcuno spieghi al primo cittadino rag. Melucci il quale ci risulta documentalmente che si firma nei suoi atti persino in Tribunale come “dott”. Melucci , che è un reato, quello di “millantato credito“, senza essersi mai laureato (!!!) che la Suprema Corte di Cassazione con la propria sentenza n. 18841/2011, ha escluso la punibilità del soggetto che si è sottratto all’abuso di autorità da parte di un qualsiasi pubblico ufficiale, qualora la sua condotta sia finalizzata esclusivamente a difendersi dall’illegittimo comportamento del rappresentante dell’autorità pubblica. cioè esattamente quanto è accaduto a Taranto. Peraltro, sempre la Corte di Cassazione con la propria sentenza n. 4457 del 29 gennaio 2019, ha ritenuto legittima l’opposizione del cittadino anche quando la condotta della polizia sia oggettivamente legale, ma posta in essere con tanta insistenza e con modalità tali da ingenerare nella persona la ragionevole convinzione di essere vittima di un abuso di potere da parte delle autorità.

È altresì legittima la reazione del cittadino che si oppone all’accompagnamento coattivo in caserma in ragione del precedente rifiuto non già di declinare le generalità, ma di esibire i documenti di identità: per legge, infatti, non si è tenuti a mostrare i documenti, ma solamente a indicare le proprie generalità personali idonee all’identificazione.

Melucci continua nel suo comunicato che definire imbarazzante è poco: “Come detto, attendiamo la relazione ufficiale per avere un quadro più significativo, tuttavia, se confermate, deve essere inequivocabile per una città civile che certe infrazioni e reazioni sono intollerabili”. Affermazioni che preferiamo non giudicare, essendo state già giudicate dalla decine di cittadini testimoni presenti sul posto, e dalle centinaia di commenti postati sui socialnetwork. Dal vertice del Gruppo Poste Italiane da noi contattato, un commento semplice e chiaro: “quanto abbiamo visto nel video è semplicemente vergognoso“.

E’ stata presentata un’interrogazione al Sindaco Melucci ed all’ assessore alla Polizia, Ciraci da parte dei consiglieri d’opposizione: “Nella giornata del 14 Marzo 2023 abbiamo assistito, indignati, a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni Vigili Urbani nei confronti di un lavoratore dell’azienda SDA. Tutto ciò è avvenuto in pieno centro cittadino. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio. Inoltre non rappresenta un bel biglietto da visita per la nostra città: sono immagini che stanno facendo il giro dell’Italia. I sottoscritti consiglieri comunali chiedono pertanto: – Dettagliata relazione del Comandante Matichecchia e dell’assessore al ramo su quanto accaduto e sugli eventuali provvedimenti immediati che si intendono applicare nei confronti degli agenti coinvolti nello spiacevole episodio; – La sospensione dal servizio dei Vigili responsabili dei comportamenti avuti nei confronti del lavoratore, se detta condotta violenta fosse confermata“. La nota è firmata da Massimo Battista (Una città per cambiare – Taranto), Luigi Abbate (Taranto senza l’Ilva), Francesco Battista (Lega-Prima l’Italia). 

In serata l’ avvocato penalista Egidio Albanese e la civilista Simona Scarpati del Foro di Taranto hanno accolto l’invito “pubblico” lanciato nella diretta video dal nostro direttore, e ci hanno comunicato la loro disponibilità ad assistere “pro bono” cioè gratuitamente il povero ragazzo, che lavora come corriere per la società SDA-Gruppo Poste Italiane nei confronti degli agenti di Polizia Locale e del Comune di Taranto, i quali furbescamente lo hanno denunciato a piede libero per “oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e violenza”. Avete letto bene: per “violenza” ! Un’ennesima strumentale vergognosa denuncia della Polizia Locale di Taranto per cercare di nascondere le proprie responsabilità come già accaduto in passato persino al nostro Direttore che è stato prosciolto proprio dalla procura di Taranto (pm. Lanfranco Marazia) da queste analoghe squallide vergognose accuse . Ma anche questa volta il modus operandi di questi signori in divisa, mantenuti dai contribuenti, , non servirà a nulla, in quanto le immagini parlano sin troppo chiaramente. Redazione CdG 1947

Taranto, il corriere lascia il furgone in divieto di sosta: multa, poi la colluttazione con i vigili. Melucci: «Seguiremo con attenzione». Attimi di paura oggi in città: si è creato un capannello di gente intervenuta per difendere il ragazzo, strattonato fuori dal mezzo. A quanto si apprende non avrebbe consegnato i documenti agli agenti. La Repubblica il 14 marzo 2023.

Un'aggressione in piena regola, con immagini forti che abbiamo dovuto oscurare, anche per tutelare la moltitudine di persone intervenute. Siamo a Taranto, in via Oberdan angolo via Pupino. Questa mattina un corriere ha parcheggiato il pulmino per le consegne in divieto di sosta, non trovando altro modo per effettuare la consegna, visto il problema parcheggi in città. I vigili gli hanno, però, fatto la multa. A quanto si apprende, anche se la dinamica è al vaglio della polizia, il corriere si sarebbe rifiutato di fornire i documenti e sarebbe stato strattonato fuori dal mezzo. A quel punto sarebbe partita una colluttazione.

Si è creato un capannello di gente che ha cercato di sedare gli animi, ma la situazione si è calmata solo con l'intervento della Questura. Le indagini sono in corso.

L'INTERROGAZIONE AL SINDACO DAI CONSIGLIERI DI OPPOSIZIONE

«Nella giornata del 14 Marzo 2023 abbiamo assistito, indignati, a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni Vigili Urbani nei confronti di un lavoratore dell’azienda SDA. Tutto ciò è avvenuto in pieno centro cittadino. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio. Inoltre non rappresenta un bel biglietto da visita per la nostra città: sono immagini che stanno facendo il giro dell’Italia. I sottoscritti consiglieri comunali chiedono pertanto:

- Dettagliata relazione del Comandante Matichecchia e dell'assessore al ramo su quanto accaduto e sugli eventuali provvedimenti immediati che si intendono applicare nei confronti degli agenti coinvolti nello spiacevole episodio;

- La sospensione dal servizio dei Vigili responsabili dei comportamenti avuti nei confronti del lavoratore, se detta condotta violenta fosse confermata». La nota è firmata da Massimo Battista (Una città per cambiare - Taranto), Luigi Abbate (Taranto senza l'Ilva), Francesco Battista (Prima l'Italia). 

LA REPLICA DI MELUCCI

«Rispetto all’intervento effettuato questa mattina dalla Polizia Locale, ripreso da diversi video amatoriali, la direzione competente ha avviato gli accertamenti del caso e siamo in attesa di una relazione dettagliata da parte degli operatori coinvolti, affinché si possa ricostruire l’esatta dinamica degli eventi».

Lo sottolinea il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci in merito ai video, diventati virali sui social, che ritraggono tre vigili urbani a Taranto mentre strattonano e ingaggiano una colluttazione con un giovane «corriere» di una ditta di spedizioni.

«Seguiremo con attenzione l’evoluzione della vicenda, confidando - aggiunge il primo cittadino - che si faccia presto piena chiarezza a garanzia dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e del rispetto del codice. Al momento, ciò che si può osservare è una reazione molto scomposta da parte del conducente, davanti all’elevazione di una multa a carico di un furgone che sostava contromano, nei pressi di un’intersezione, ostruendo uno scivolo predisposto per i cittadini diversamente abili».

La dinamica dell’accaduto è al vaglio della Polizia.

«Come detto, attendiamo la relazione ufficiale - conclude Melucci - per avere un quadro più significativo, tuttavia, se confermate, deve essere inequivocabile per una città civile che certe infrazioni e reazioni sono intollerabili».

Taranto, il corriere lascia il furgone in divieto di sosta: multa, poi la colluttazione con i vigili. Melucci: «Seguiremo con attenzione». Attimi di paura oggi in città: si è creato un capannello di gente intervenuta per difendere il ragazzo, strattonato fuori dal mezzo. A quanto si apprende non avrebbe consegnato i documenti agli agenti. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Marzo 2023.

Un'aggressione in piena regola, con immagini forti che abbiamo dovuto oscurare, anche per tutelare la moltitudine di persone intervenute. Siamo a Taranto, in via Oberdan angolo via Pupino. Questa mattina un corriere ha parcheggiato il pulmino per le consegne in divieto di sosta, non trovando altro modo per effettuare la consegna, visto il problema parcheggi in città. I vigili gli hanno, però, fatto la multa. A quanto si apprende, anche se la dinamica è al vaglio della polizia, il corriere si sarebbe rifiutato di fornire i documenti e sarebbe stato strattonato fuori dal mezzo. A quel punto sarebbe partita una colluttazione.

Si è creato un capannello di gente che ha cercato di sedare gli animi, ma la situazione si è calmata solo con l'intervento della Questura. Le indagini sono in corso.

L'INTERROGAZIONE AL SINDACO DAI CONSIGLIERI DI OPPOSIZIONE

«Nella giornata del 14 Marzo 2023 abbiamo assistito, indignati, a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni Vigili Urbani nei confronti di un lavoratore dell’azienda SDA. Tutto ciò è avvenuto in pieno centro cittadino. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio. Inoltre non rappresenta un bel biglietto da visita per la nostra città: sono immagini che stanno facendo il giro dell’Italia. I sottoscritti consiglieri comunali chiedono pertanto:

- Dettagliata relazione del Comandante Matichecchia e dell'assessore al ramo su quanto accaduto e sugli eventuali provvedimenti immediati che si intendono applicare nei confronti degli agenti coinvolti nello spiacevole episodio;

- La sospensione dal servizio dei Vigili responsabili dei comportamenti avuti nei confronti del lavoratore, se detta condotta violenta fosse confermata». La nota è firmata da Massimo Battista (Una città per cambiare - Taranto), Luigi Abbate (Taranto senza l'Ilva), Francesco Battista (Prima l'Italia). 

LA REPLICA DI MELUCCI

«Rispetto all’intervento effettuato questa mattina dalla Polizia Locale, ripreso da diversi video amatoriali, la direzione competente ha avviato gli accertamenti del caso e siamo in attesa di una relazione dettagliata da parte degli operatori coinvolti, affinché si possa ricostruire l’esatta dinamica degli eventi».

Lo sottolinea il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci in merito ai video, diventati virali sui social, che ritraggono tre vigili urbani a Taranto mentre strattonano e ingaggiano una colluttazione con un giovane «corriere» di una ditta di spedizioni.

«Seguiremo con attenzione l’evoluzione della vicenda, confidando - aggiunge il primo cittadino - che si faccia presto piena chiarezza a garanzia dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e del rispetto del codice. Al momento, ciò che si può osservare è una reazione molto scomposta da parte del conducente, davanti all’elevazione di una multa a carico di un furgone che sostava contromano, nei pressi di un’intersezione, ostruendo uno scivolo predisposto per i cittadini diversamente abili».

La dinamica dell’accaduto è al vaglio della Polizia.

«Come detto, attendiamo la relazione ufficiale - conclude Melucci - per avere un quadro più significativo, tuttavia, se confermate, deve essere inequivocabile per una città civile che certe infrazioni e reazioni sono intollerabili».

Taranto, parla il corriere strattonato dai vigili: «Ho avuto paura». L'episodio accaduto ieri è stato documentato con un video divenuto virale. Oggi la versione del lavoratore. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Marzo 2023.

«Ho avuto chiaramente paura che mi facessero del male. Sono andato in panico, e quando sono finito schiacciato per terra ho pensato che di lì a poco mi avrebbero riempito di botte».

A parlare è il fattorino 37enne Damiano, immortalato in alcuni video ieri a Taranto mentre viene strattonato in modo energico da tre vigili urbani che lo avevano multato perché aveva parcheggiato il suo furgone sulle strisce pedonali. In un comunicato della Cgil, sindacato al quale è iscritto, il 37enne racconta di aver chiesto ai vigili che «fosse cancellato il verbale: ho spiegato che noi corrieri facciamo soste veloci e che era un peccato far pagare a un lavoratore 65 euro di multa». Da lì sarebbe nata una discussione.

«Mi hanno chiesto il libretto del furgone - continua Damiano - ma poi hanno minacciato di togliermi anche la patente. Me l’hanno chiesta e per paura che la minaccia si trasformasse in realtà ho negato la consegna del mio documento personale. E’ come se si fossero sentiti offesi e quello che è accaduto è nelle immagini riprese da tante persone che erano lì attorno e che hanno anche cercato di difendermi».

Taranto, il corriere lascia il furgone in divieto di sosta: multa, poi la colluttazione con i vigili. Melucci: «Seguiremo con attenzione»

La scena è stata ripresa da numerosi passati con i telefonini e i video realizzati in poco tempo sono diventati virali sui social network. Si è formato anche un capannello di persone intervenute a difesa del giovane che hanno inveito contro gli agenti, ritenendo il loro intervento spropositato.

«I vigili urbani erano già lì - spiega il 37enne - tanto che comminavano multe a due ragazzi in motorino privi di casco. Io ho digitato con il palmare il codice del pacco intorno alle 11.30 e dopo tre minuti ero già pronto ad andare via per un’altra consegna. Per questo si è trattato solo di una sosta veloce, che non ha impedito però agli agenti di comminarmi un verbale». 

Un corriere lascia il furgone sulle strisce: la reazione dei vigili di Taranto. La reazione dei vigili di Taranto su un corriere multato in divieto di sosta. Annarita Digiorgio il 14 Marzo 2023 su Il Giornale.

Un corriere Sda, di Taranto, aveva lasciato il furgone momentaneamente sulle strisce per effettuare una consegna nella sua città. Al rientro ha trovato una multa sul parabrezza. Ma la reazione dei vigili di Taranto è stata ripresa in un video, mentre i passanti chiedevano alla municipale di liberare il corriere.

Il comune di Taranto è guidato da un'amministrazione di centrosinistra: Pd, 5s e verdi. Il sindaco pd Rinaldo Melucci non ha espresso solidarietà verso il lavoratore strattonato, ma in difesa del codice: "La direzione competente ha avviato gli accertamenti del caso e siamo in attesa di una relazione dettagliata da parte degli operatori coinvolti, seguiremo con attenzione l'evoluzione della vicenda, confidando - aggiunge il primo cittadino - che si faccia presto piena chiarezza a garanzia dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e del rispetto del codice. Al momento, ciò che si può osservare è una reazione molto scomposta da parte del conducente, davanti all'elevazione di una multa a carico di un furgone che sostava contromano, nei pressi di un'intersezione, ostruendo uno scivolo predisposto per i cittadini diversamente abili". La dinamica dell'accaduto è al vaglio della Polizia. "Come detto, attendiamo la relazione ufficiale - conclude Melucci - per avere un quadro più significativo, tuttavia, se confermate, deve essere inequivocabile per una città civile che certe infrazioni e reazioni sono intollerabili".

Di tutt'altro avviso invece l'opposizione, guidata dal consigliere della Lega Francesco Battista: "Abbiamo assistito, indignati, a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni Vigili Urbani nei confronti di un lavoratore dell’azienda SDA. Tutto ciò è avvenuto in pieno centro cittadino. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio. Inoltre non rappresenta un bel biglietto da visita per la nostra città: sono immagini che stanno facendo il giro dell’Italia".

Pertanto Francesco Battista, insieme ai colleghi consiglieri Luigi Abate e Massimo Battista, ha subito presentato una interrogazione all'assessore alla Polizia Locale Cosimo Ciraci, che prima di passare con la giunta Melucci era uno storico esponente di At6, la lista del famigerato sindaco di Taranto Giancarlo Cito, noto per usare metodi forti per il controllo della città.

I consiglieri di opposizione hanno anche chiesto la sospensione dal servizio dei Vigili responsabili dei comportamenti avuti nei confronti del lavoratore, se detta condotta violenta fosse confermata.

Carabinieri.

Estratto da livornotoday.it il 25 maggio 2023.

Un calcio in faccia, sferrato da un carabiniere ad un giovane appena fermato e immobilizzato in quel momento da un altro militare dell'Arma. Questo si vede da un video che ha iniziato a girare nella mattinata di oggi giovedì 25 maggio su Telegram, sul canale 'Welcome to Favelas', immagini che nel giro di pochi istanti hanno invaso il web e hanno subito provocato una reazione dell'Arma che adesso "valuterà - spiegano dal comando provinciale - con la massima serenità il comportamento perché non in linea con le procedure".

Il video, della durata di circa un minuto e dieci secondi, mostra come il ragazzo a terra, ormai bloccato, venga colpito con un calcio in faccia da un carabiniere. Il giovane, durante il fermo, continua a parlare: "Così no, mi fai male alla gamba. La gente mi guarda, ora fanno le foto".

Secondo quanto emerso il ragazzo aveva messo a segno un furto ieri mercoledi 24 maggio al supermercato Esselunga, dove aveva rubato del materiale elettronico. Lo hanno scoperto e hanno chiamato il 112. Quando i militari dell'Arma sono arrivati il giovane è scappato, lo hanno rincorso e il militare più giovane è riuscito a bloccarlo a terra, poi è arrivato il secondo collega, quello che, come si vede nel video, ha sferrato il calcio. […] 

«Tale condotta non è assolutamente in linea con i valori dell'Arma. Il comportamento del militare verrà giudicato immediatamente con il massimo rigore sotto ogni aspetto, a partire dal trasferimento istantaneo ad un incarico non operativo». È quanto fa sapere l'Arma dei Carabinieri, interpellata sul video choc del militare che, a Livorno, dà un calcio alla testa a un uomo in arresto.

Livorno, calcio in faccia a un ragazzo fermato dai carabinieri: «Subito trasferito il militare». Simone Innocenti e Simone Lanari su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2023

Un nuovo caso simile a quello di Milano, questa volta a Livorno, immortalato in un video diventato virale. L'Arma: subito trasferito 

Un calcio in faccia ad un giovane già fermato e bloccato a terra. Un nuovo caso simile a quello di Milano, questa volta a Livorno, immortalato in un video diventato virale mostra un fermo in strada operato da due carabinieri: uno dei due sferra un calcio in faccia al ragazzo già bloccato dal collega. 

La dinamica

Da quanto al momento ricostruito, il giovane, originario del Nord Africa, prima di essere fermato dai carabinieri aveva messo a segno una rapina in un centro commerciale di Livorno. Il ragazzo era scappato con del materiale elettronico dopo aver minacciato una guardia giurata. I carabinieri, che hanno ricevuto la richiesta di aiuto, sono intervenuti e lo hanno localizzato. Uno dei due militari lo ha rincorso e acciuffato: durante queste fasi sarebbe stato colpito. Ecco perché poi è stato arrestato con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale oltre che di rapina impropria. 

A quel punto sarebbe intervenuto il secondo militare, poi ripreso nel video dove si documenta il calcio in faccia. I militari lo hanno rincorso, uno di loro lo ha fermato a terra bloccandolo: uno dei due sferra un calcio in faccia al ragazzo già bloccato dal collega. I due carabinieri ripetono al giovane più volte la parola «Fermo» mentre è a terra. Il giovane, mentre viene ammanettato e un militare lo tiene per il collo, urla: «Mi fa male la gamba». E poi: «La gente mi guarda, così mi fanno le foto».

La risposta dell'Arma

L'Arma dei Carabinieri, interpellata sul video che mostra violenze nel corso di un fermo in strada operato da due carabinieri a Livorno, afferma che «tale condotta non è assolutamente in linea con i nostri valori. Il comportamento del militare verrà giudicato immediatamente con il massimo rigore sotto ogni aspetto, a partire dal trasferimento istantaneo a un incarico non operativo».

L'esposto del Codacons

Sul caso interviene anche il Codacons con un esposto alla Procura della Repubblica in cui chiede di indagare il militare coinvolto per i reati di percosse e lesioni personali. «Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un episodio vergognoso, del tutto indegno di un paese civile – spiega il presidente Carlo Rienzi –.  La brutalità con cui il carabiniere ha aggredito il ragazzo rappresenta un pericolo anche sul fronte sociale, perché le immagini che hanno fatto il giro del web rischiano di avere un enorme potere diseducativo, incentivando e spingendo i giovani alla violenza».

«Abbiamo deciso di presentare un esposto alla Procura di Livorno, chiedendo di indagare per i possibili reati di percosse e lesioni personali, e ovviamente il carabiniere responsabile del gesto dovrà non solo essere sospeso dal servizio, ma licenziato in tronco, avviando le dovute azioni risarcitorie considerati anche i danni di immagine subiti dall’Arma», conclude Rienzi

Polizia di Stato.

La polizia predittiva di Giove incombe sull’Italia. Walter Ferri su L'Indipendente il 7 Giugno 2023

Il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno guarda a Giove, ma non al pianeta, quanto a una divinità digitalizzata che tutto vede e tutto sa. L’istituzione si prepara a condividere con le Questure di tutta Italia uno strumento di polizia predittiva il cui nome si ispira alla divinità protettrice del Campidoglio, un software che è ipoteticamente in grado di anticipare dove e quando avverranno determinate tipologie di reato. Si sa ancora poco di Giove, tuttavia la sua natura sembra muoversi in aperta controtendenza con le leggi sulle intelligenze artificiali che presto verranno introdotte su scala europea.

La notizia è emersa lunedì 5 giugno dalle pagine de Il Sole 24 Ore e in poche ore è esplosa fino a raggiungere ogni angolo della Rete. Che il Ministero dell’interno stesse studiando il programma era cosa relativamente nota sin dal 2020, tuttavia la testata ha rivelato che il progetto non è affatto stato abbandonato, anzi la Polizia di Stato sarebbe ormai solamente in attesa del via libera del Garante della privacy prima di condividere un simile mezzo con gli agenti di tutta Italia.

Adoperando le parole delle istituzioni, Giove “prevede una funzionalità volta a realizzare le informazioni raccolte in sede di denuncia che consente di poter alimentare un sistema di carattere previsionale”. In altre parole, le forze dell’ordine hanno creato o dovranno creare degli archivi contenenti tutte le informazioni a loro disposizione sui reati di forte impatto sociale così che la macchina possa poi elaborare un’analisi automatizzata per l’ausilio delle attività di polizia. Come tutto questo debba funzionare nello specifico, è ancora cosa molto fumosa.

Giove nasce come evoluzione di alcuni test effettuati nel 2018 dalla Questura di Milano, la quale ha adoperato il programma KeyCrime per effettuare delle previsioni di crimine su base “crime linking”, una metodologia che prevede l’identificazione di aree geografiche e temporali circoscritte in cui dovrebbe virtualmente concretizzarsi un reato. Vale la pena notare che l’azienda che ha in mano KeyCrime sia stata fondata da Mario Venturi, ex-ufficiale di Polizia che è stato per anni assistente capo proprio della Questura in questione.

Se KeyCrime voleva semplicemente arginare le rapine agli esercenti, Giove punta però a traguardi più ambiziosi. Stando all’intervista rilasciata dal direttore centrale Anticrimine della polizia di Stato Francesco Messina alle pagine de Il Giornale, il programma in mano al Dipartimento sarebbe infatti stato disegnato anche per essere in grado di delineare modelli capaci di intercettare le molestie sessuali, i furti in abitazione e le truffe agli anziani.

La casistica della polizia predittiva ha dimostrato per anni di essere soggetta a preconcetti che vanno a danno delle minoranze e delle fasce vulnerabili delle società, in più l’AI Act discusso su scala europea sembra destinato a rendere illegale qualsiasi applicazione di questo strumento che non sia riferita ai casi di sicurezza nazionale, quindi l’avvento di Giove ha spiazzato molti, ancor più perché il tutto è ammantato da una coltre di ambiguità.

Wired riporta che il Senatore Filippo Sensi – personaggio politico già noto per aver proposto la moratoria ai sistemi di riconoscimento facciale – ha immediatamente avviato un’interrogazione Parlamentare al fine di chiedere al Ministero dell’interno dettagli su «quali tipo di dati e quali batch si intenda utilizzare per andare a comporre la memoria operativa del sistema», ma anche «quali interventi [la Polizia di Stato] intenda mettere in atto per introdurre il sistema Giove in Italia, se esistono altri software di questo tipo già in uso o dei quali si prospetta l’utilizzo, quali aziende siano state coinvolte nella definizione di questa tecnologia, della sua implementazione e del suo sviluppo». Quesiti puntuali di cui non resta che attendere risposta. [di Walter Ferri]

Estratto dell'articolo di ansa.it il 6 giugno 2023.

Questa mattina personale della Polizia di Stato di Verona ha eseguito una ordinanza di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal gip del Tribunale di Verona a carico di un ispettore e quattro agenti per presunti atti di violenza avvenuti nel periodo ricompreso tra il luglio 2022 e il marzo 2023, nei confronti di persone sottoposte, a vario titolo, alla loro custodia. 

Calci, pugni ed umiliazioni contro stranieri o senzatetto, persone in stato di fermo costrette a subire la violenza degli agenti di polizia. Queste le azioni, secondo il gip, nei confronti di chi veniva fermato e portato negli uffici per l'identificazione. 

 In uno dei casi di violenza che hanno portato agli arresti di cinque agenti della questura di Verona, due poliziotti sono accusati non solo di aver picchiato una persona sottoposta a fermo di identificazione, ma anche di averla costretto a urinare nella stanza fermati.

Lo scrive il Gip di Verona nell'ordinanza nei confronti degli indagati sottolineando che gli stessi l'hanno poi l'hanno spinta in un angolo facendola cadere a terra e usandola "come uno straccio per pulire il pavimento". 

In un caso un agente sferrò uno schiaffo al volo di uno dei fermati, si legge nell'ordinanza, così "vigoroso da fargli perdere i sensi per alcuni minuti". "Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio", una delle frasi con cui gli agenti si rivolgevano ai fermati. 

In alcuni casi, poi, oltre alle botte e agli insulti razzisti e xenofobi, gli agenti infierivano utilizzando anche lo spray al peperoncino. "Ti spruzzo nel c...o", minacciava l'ispettore arrestato davanti ai colleghi.

"I soprusi, le vessazioni e le prevaricazioni poste in essere dagli indagati risultano aver coinvolto, in misura pressocché esclusiva - scrive il gip, Livia Magri -, soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora, ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti, dunque soggetti particolarmente 'deboli'". 

"È innegabile che tutti gli indagati, con le condotte sopra descritte abbiano tradito la propria funzione, comprimendo i diritti e le libertà di soggetti sottoposti alla loro autorità offendendone la stessa dignità di persone, creando essi stessi disordine e compromettendo la pubblica sicurezza, commettendo reati piuttosto che prevenirli, in ciò evidentemente profittando della qualifica ricoperta, anche compiendo falsi ideologici in atti pubblici con preoccupante disinvoltura".

[…]

Ai cinque indagati, oltre al reato di tortura, sono stati contestati, a diverso titolo, anche quelli di lesioni, falso, omissioni di atti d'ufficio, peculato e abuso d'ufficio. 

I destinatari delle misure cautelari erano già stati trasferiti ad altri incarichi all'indomani della chiusura delle attività di indagine e quindi da alcuni mesi. Negli sviluppi dei successivi accertamenti giudiziari, il Questore della provincia di Verona, Roberto Massucci, ha disposto la rimozione dagli incarichi di altro personale che, pur non avendo preso parte a episodi di violenza, si presume possa non aver impedito o comunque non aver denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi. 

L'inchiesta è partita grazie ad una intercettazione telefonica, compiuta nell'ambito di un'altra indagine, in cui un agente si vantava di aver "messo al suo posto" una persona fermata dandogli due schiaffi.

"Raccontava alla fidanzata, inframezzando il narrato con risate e commenti divertiti, il pestaggio ai danni di una delle vittime". È quanto emerge dall'ordinanza di arresto emessa dal Gip. Nel documento vengono riportate alcuni stralci dei suoi dialoghi con la fidanzata, quando le raccontava delle violenze nei confronti di alcune persone che aveva fermato: "m... che pigna che gli ho dato". E ancora: "ho detto vabbè, oggi le devi prendere anche da me!". 

In un'altra conversazione aggiungeva: "gli ho fatto una presa io, gli ho calciato fuori e poi l'abbiamo portato dentro insieme, no, e vabbè gli abbiano tirato due, tre schiaffi a testa, no, ma così, giusto per...".

In un altro dei sette casi documentati sino al marzo di quest'anno, uno straniero si sarebbe preso un manrovescio per aver compiuto un atto osceno mentre si trovava nella stanza degli interrogatori. E' quanto riferiscono fonti investigative sugli episodi che hanno portato stamane agli arresti di cinque poliziotti sottoposti ai domiciliari. 

"Si è trattato di una indagine svolta completamente dall'interno e durata diversi mesi per accertare in modo chiaro e trasparente comportamenti non legittimi": lo sottolinea all'ANSA il questore di Verona, Roberto Massucci, dopo i cinque arresti scattati oggi nei confronti di cinque poliziotti per le violenze avvenute il luglio 2022 e il marzo 2023 nei locali della Questura. […]

VERONA, CINQUE POLIZIOTTI ARRESTATI PER TORTURA E PESTAGGI IN QUESTURA. Estratto da tg24.sky.it il 6 giugno 2023.

Cinque poliziotti sono stati arrestati a Verona con l'accusa di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto e omissione di atti di ufficio e falso ideologico in atto pubblico. Un ispettore e quattro agenti sono finite ai domiciliari. 

[…] avrebbero in diverse occasioni pestato persone fermate per strada nel corso di controlli, per poi truccare i verbali in modo tale da allontanare responsabilità e sospetti. Non si tratta di un caso isolato: oltre ai cinque arrestati, ci sono una decina di poliziotti indagati. […]

[…] Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha commentato quanto accaduto: "Affrontiamo questo caso con dignità e compostezza". E ancora: "Ringrazio la procura della Repubblica di Verona per la fiducia accordata alla Polizia di Stato nel delegare alla locale Squadra Mobile le indagini riguardanti gli operatori appartenenti alla stessa questura. La levatura morale della nostra amministrazione ci consente di affrontare questo momento con la dignità e la compostezza di sempre".

(ANSA il 6 giugno 2023) - L'inchiesta della Procura sui casi di tortura e violenza avvenuti a partire dal luglio 2022 nella questura scaligera è partita grazie ad una intercettazione telefonica, compiuta nell'ambito di un'altra indagine, in cui un agente si vantava di aver "messo al suo posto" una persona fermata dandogli due schiaffi. 

In un altro dei sette casi documentati sino al marzo di quest'anno, uno straniero si sarebbe preso un manrovescio per aver compiuto un atto osceno mentre si trovava nella stanza degli interrogatori. E' quanto riferiscono fonti investigative sugli episodi che hanno portato stamane agli arresti di cinque poliziotti sottoposti ai domiciliari. Le stesse fonti sottolineano quanto la stessa Polizia si sia spesa per individuare al suo interno i responsabili dei fatti.

L'indagine, si rileva, "non è nata da pressioni dell'opinione pubblica o da filmati postati in rete. Un segnale positivo - viene sottolineato - sulla presenza di un sistema che anche dall'interno consente di intercettare (e non nascondere) episodi di derive illegali". Secondo quanto si è appreso, oltre ai poliziotti autori delle violenze, sono stati trasferiti e sottoposti ad indagine anche coloro i quali potevano sapere e non hanno fatto nulla per impedire o denunciare gli abusi. In un terzo episodio, secondo quanto trapelato, gli agenti avrebbero usato contro il fermato dello spray al peperoncino sul viso. La questura sottolinea che si tratta di sette casi isolati, che sono stati documentati attraverso intercettazioni audio e video all'interno degli stessi uffici di polizia

 Dentro la questura di Verona si tortura: arrestati 5 poliziotti. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 6 giugno 2023.

A Verona, il giudice per le indagini preliminari (gip) ha disposto cinque arresti domiciliari per altrettanti poliziotti, accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. I poliziotti, un ispettore e quattro agenti, si sarebbero resi protagonisti di atti gravemente lesivi della dignità umana nei confronti di diverse persone sottoposte ad accertamenti nella questura di Verona tra luglio 2022 e marzo 2023. Le misure cautelari sono state disposte a seguito delle indagini delegate dalla Procura alla stessa Polizia di Stato di Verona, conclusesi a marzo. Negli ultimi tre mesi, i cinque poliziotti sono stati trasferiti dalla Squadra mobile “ad altri incarichi”. Stesso destino per un altra decina di agenti che, stando alle recenti indagini, non avrebbero impedito o comunque denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi. Uno scenario che, se confermato a processo, aggiungerebbe un nuovo tassello agli episodi di tortura e di successiva omertà tra le forze dell’ordine.

Violenze in questura nascoste da verbali truccati e generale accondiscendenza. Questo l’oggetto delle indagini condotte per otto mesi dalla Squadra Mobile di Verona, che hanno portato il gip a disporre cinque misure cautelari (arresti domiciliari) in vista del processo. Nell’ordinanza si legge che due dei cinque poliziotti sono accusati di aver picchiato una persona sottoposta a fermo di identificazione, costretta poi a urinare nella stanza. A questo punto gli agenti l’avrebbero spinta in un angolo facendola cadere a terra e usandola “come uno straccio per pulire il pavimento”. L’ordinanza del gip di Verona segue di qualche settimana la pubblicazione del Rapporto 2022-2023 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Relativamente all’Italia, l’indagine di Amnesty International si apre con una certa preoccupazione nei confronti della tortura, uno dei temi affrontato da L’Indipendente nel Monthly Report di gennaio. Il divieto di trattamenti degradanti è stato recepito dal nostro Paese sia mediante la ratifica di accordi internazionali, come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), sia attraverso la legge n. 110 del 2017. Ciononostante, la pratica non è stata debellata. “A novembre, 105 agenti penitenziari e altri funzionari sono stati processati con l’accusa di molteplici reati, tra cui la tortura, per la repressione violenta di una protesta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nell’aprile 2020″, scrive Amnesty, citando anche il caso di Hasib Omerovic precipitato giù dalla finestra della sua casa in circostanze ancora non chiare, durante un’ispezione di polizia non autorizzata. [di Salvatore Toscano]

«È crollato a terra svenuto. Che pigna che gli ho dato»: le intercettazioni choc dei poliziotti arrestati a Verona. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 07 giugno 2023 

Tutto è partito dalla telefonata di uno degli agenti i fermati con la fidanzata. «L’ho portato dentro la cella — si vantava l’agente —, ho preso lo spray urticante e gliel’ho spruzzato tutto quanto sulla faccia» 

La confessione del primo pestaggio — che per i magistrati inquirenti rientra nel reato di «tortura» — i suoi colleghi della Squadra mobile l’hanno raccolta quasi in diretta dall’agente Alessandro Migliore, 25 anni ancora da compiere, intercettato la sera del 22 agosto scorso. Il poliziotto parla con la fidanzata Nicole, e le racconta quello che è successo con un italiano fermato la notte precedente. «Ha iniziato a rompere il cazzo... Vi spacco sbirri di merda di qua e di là — dice Migliore —. Allora ha dato una capocciata al vetro... Il collega apre la porta e “vieni un attimo fuori... adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta fai”... Boom boom boom boom... E io ridevo come un pazzo». 

Poi quasi si vanta di essere entrato in azione: «Amò, lui stava dentro l’acquario (la stanza dei fermati con una parete a vetro, ndr), gli ho lasciato la porta aperta in modo tale che uscisse perché io so che c’è la telecamera dentro... Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là... È svenuto... Minchia che pigna che gli ho dato...».

Nell’atto d’accusa si sostiene che poi Migliore ha «istigato» un altro poliziotto a tiragli un calcio alla schiena. Dei cinque episodi per i quali si ipotizza la tortura, questo è l’unico contro un italiano; gli altri sono cittadini stranieri, e secondo il giudice i poliziotti indagati contavano sul loro silenzio. Senza calcolare, però, che i loro telefoni erano finiti sotto controllo nell’ambito di un’altra indagine, su una perquisizione di cinque mesi prima fin troppo benevola (praticamente mancata, secondo gli inquirenti) nei confronti di un gruppo di albanesi sospettati di tentato omicidio e detenzione di armi. 

Parenti del gestore di una discoteca frequentata dal gruppo di poliziotti «ballerini», che una volta compreso di chi si trattasse si sono fermati. L’ha raccontato l’albanese in un’altra intercettazione: «Io ero sporco in casa, i poliziotti... Il giovane Alessandro... Io avevo due fucili, un silenziatore e due pistole! Sa cos’ha fatto il poliziotto? Ha detto: “La perquisizione è finita, negativo!”».

Da lì i controlli su Migliore, l’ascolto del primo pestaggio e la decisione dei colleghi guidati dal questore Roberto Massucci — d’accordo con la Procura — di non fermarsi a una denuncia nei confronti dell’agente, bensì di aumentare il numero di microspie e telecamere in questura, alla ricerca di riscontri su quello ed altri episodi, per costruire un’indagine che svelasse l’eventuale marciume in nome della trasparenza. Aprendo uno spaccato di altre «torture» documentate quasi in diretta. Come quella nei confronti di un rumeno fermato e accompagnato in questura il 14 ottobre, addebitata a Migliore e un altro poliziotto; è sempre «il giovane» a raccontare alla fidanzata l’indomani: «Ha iniziato a sbroccare... Vabbè, gli abbiamo tirato due tre schiaffi a testa ma così, giusto per... Allora si è buttato a terra, gli stavo per dare un calcio, però... L’ho messo in piedi... Ho fatto sinistro destro, pam pam... Il collega fa “no, grande Ale”... Si è spento, l’ho portato dentro la cella, ho preso lo spray e gliel’ho spruzzato tutto sulla faccia».

Per i magistrati, l’uso dello spray urticante anche su soggetti ridotti all’impotenza, e dunque contro le regole, è «indicativo della volontà d infliggere ulteriore, gratuita sofferenza a un soggetto già percosso con violenza»; così come gli insulti «con parole di discriminazione razziale» nei confronti degli stranieri sono il sintomo di un «pessimo comportamento, inutilmente aggressivo e violento». Riassunto nei capi d’accusa che descrivono, a proposito di un altro episodio, il particolare di un fermato «spinto nella direzione di una stanza dove aveva urinato (sebbene secondo la sua testimonianza avesse solo fatto finta, ndr) e premuto al suolo bagnato, di fatto impiegando la sua persona come uno straccio per pulire il pavimento».

In attesa di ascoltare le versioni difensive, nel catalogo delle accuse rientrano anche le percosse nei confronti di un «tunisino di merda, figlio di puttana» che il 21 ottobre era finito a terra per i calci ricevuti, e si è sentito orinare addosso da un poliziotto che diceva «so io come svegliarlo». L’uomo ha raccontato di essere stato picchiato e umiliato in un tunnel della questura, di cui — ancora una volta — hanno parlato gli agenti inquisiti e intercettati, un mese più tardi. La notte del 17 novembre un assistente capo che non figura tra i cinque arrestati, parlando con un collega non identificato avverte: «Volevo dirti, e questo vale per tutti... Evitate di alzare le mani nell’acquario... Perché non si sa per quale motivo sono andati a vedere le registrazioni... Magari questi iniziano a controllare e cagare il cazzo... Quindi se dovete dare qualche schiaffo, nei corridoi...». Un altro interviene: «Abbiamo sempre fatto nel tunnel».

In realtà la settimana precedente erano state registrate le immagini e gli audio di un’altra aggressione di un cittadino africano che stava dando in escandescenze, affrontato da due degli arrestati: l’assistente capo Roberto Da Rold che «lo spinge dentro facendogli sbattere la parte posteriore della testa sulla panca in cemento», e l’ispettore Filippo Failla Rifici che, dopo essere stato ripetutamente toccato dal fermato nonostante le intimazioni a non farlo, «gli dà uno schiaffo al volto per poi buttarlo a terra dove lo colpisce con degli schiaffi».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e Simone Di Meo per “La Verità” il 12 maggio 2023. 

[…] Il nuovo capo della Polizia è Vittorio Pisani […] La carriera in polizia di Pisani inizia a 20 anni quando ottiene il premio «Luigi Calabresi» quale miglior allievo vicecommissario. A Napoli arriva nel 1991, a 24 anni. Giovanissimo funzionario, inizia a farsi le ossa nella sezione Omicidi della Squadra mobile. Il capoluogo campano è sconquassato dalla guerra di camorra tra l’Alleanza di Secondigliano e il clan Mazzarella.

È il tempo delle autobombe e degli attentati coi kalashnikov in pieno centro. Uno dopo l’altro, killer e padrini finiscono nella rete di questo taciturno e giovane segugio che arriva dalla Calabria. Prima di passare al Servizio centrale operativo a Roma, fa in tempo a stringere le manette ai polsi di Pietro Licciardi, Giuseppe Lo Russo e Gaetano Bocchetti: tutti e tre ai vertici della Cupola napoletana. 

Allo Sco arriva invece con l’obiettivo di catturare uno dei leader della Sacra Corona Unita, Raffaele Prudentino. Lo prenderà sei mesi dopo in Grecia. Nel 2004 torna a Napoli con i gradi di capo della Mobile. Dopo qualche mese, scoppia la faida di Scampia, un tribale conflitto tra i figli del boss Ciruzzo ’o milionario e un gruppo di «scissionisti»: quasi 70 morti ammazzati in un anno. E il lavoro della Mobile è fondamentale per ricostruire ruoli e responsabilità di quella mattanza.

Tanto che, nel giro di qualche tempo, Pisani può rivendicare di aver decapitato quasi da solo il cartello dei secondiglianesi. Finiscono in galera Raffaele Amato, Paolo Di Mauro, Domenico Pagano, Giuseppe Dell’Aquila, Vincenzo Licciardi ed Edoardo Contini. Nel 2010 riesce ad arrestare Antonio Iovine, primula rossa dei Casalesi. Nel 2011 una sgangherata inchiesta della Dda partenopea lo travolge col sospetto di aver favorito un informatore, Salvatore Lo Russo, soprannominato dai nemici Totore ’o capitone per il suo essere viscido e sgusciante. Pisani viene allontanato dalla città in forza di un divieto di dimora firmato dal gip su richiesta della Procura.

Ritorna in silenzio allo Sco mentre quasi tutti i cronisti di giudiziaria e di nera fanno i cecchini con le pallottole gentilmente offerte da Lo Russo. Potrebbe chiudersi nel cono d’ombra, il super poliziotto. Invece no. Da indagato, Pisani piomba a Casapesenna e stana da un bunker sotterraneo l’altro grande super ricercato della camorra casertana, l’imprendibile Michele Zagaria. 

Pisani viene rinviato a giudizio, e qualcuno – sui giornaloni – maliziosamente ricorda quando, in una intervista, l’ex capo della Mobile disse che non c’erano motivi per dare la scorta a Roberto Saviano, santino dell’antimafia militante di sinistra. Per Pisani, le minacce della camorra allo scrittore non esistevano. Il processo «Megaride» è però un disastro per la pubblica accusa e per i suoi tifosi.

Lo Russo mente platealmente, si contraddice. Pisani smonta le ricostruzioni dei pm. E viene assolto in primo grado e in appello. ’O capitone stavolta non riesce a scivolare via dalla rete: finisce sott’inchiesta e condannato per calunnia. Arriva il momento dei risarcimenti. Pisani sbarca al ministero dell’Interno e poi all’Aisi, il servizio segreto interno. Diventa dirigente generale della polizia di Stato e, nel febbraio 2023, ad appena 55 anni, ottiene la nomina a prefetto.

Al suo posto, come vicedirettore dell’Aisi, il capo Mario Parente e il direttore del Dis, Elisabetta Belloni, spingerebbero oggi per una soluzione interna con un possibile profilo già individuato. Pisani prende il posto dell’attuale capo Lamberto Giannini. Quest’ultimo, appena cinquantanovenne e grande esperto di terrorismo (lui e Franco Gabrielli hanno contribuito a smantellare le nuove Br) prenderà il posto di prefetto di Roma. Lo stesso ricoperto a suo tempo dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La cerimonia di passaggio di consegne dovrebbe avvenire lunedì 22 maggio. […]

Estratto dell'articolo di Andrea Priante per corriere.it il 7 giugno 2023.

I «poliziotti ballerini», li  aveva soprannominati un collega, dopo che il gruppetto di agenti aveva finto di non vedere delle irregolarità nel corso di una perquisizione. La decisione di chiudere un occhio era stata presa solo perché, nel mirino dell’ispezione, era finito il fratello del buttafuori che li faceva entrare in un locale senza pagare e saltando la fila. 

L’agente si arrabbia con i colleghi, senza sapere di essere intercettato: «Cioè, dobbiamo fare attenzione guagliò! Soprattutto con il periodo storico che stiamo (...) Tutti e dieci che andate a ballare gratis (...) Salta la fila, parcheggia dentro... e dai! Le cose si sanno... Ma a ballare uno ci va. Solo che si prende il portafoglio e paga... Non è più la polizia degli anni Settanta!».

Un po’ sbruffoni, un po’ furbetti. Ma, soprattutto, violenti. Gli agenti della sezione Volanti di Verona finiti nei guai, sono tutti poliziotti di provata esperienza. Alcuni hanno vent’anni di carriera alle spalle. 

A leggere l’ordinanza con la quale il gip Livia Magri ha disposto gli arresti domiciliari per cinque di loro, il più spregiudicato sembra essere l’agente di polizia giudiziaria Alessandro Migliore che, coi suoi 25 anni non ancora compiuti, è anche il più giovane tra gli indagati. 

Originario di Torre del Greco (Napoli) risulta risiedere in uno degli appartamenti che il ministero mette a disposizione degli agenti. Tatuaggi ben in vista, orecchini, fisico scolpito, esperto di boxe e di una tecnica di combattimento insegnata alle forze di difesa israeliane, il krav maga. […]

Migliore viene descritto dal gip come  un giovane che «tortura con sadico godimento» anche perché «manifesta chiara soddisfazione nel rievocare le violenze commesse», che assume saltuariamente droghe e arriva a rubare le biciclette che trova incustodite lungo la strada. Anche lui fa parte del gruppetto dei «poliziotti ballerini»: ha concorso a depistare la perquisizione- osserva il gip - solo per ricambiare il «trattamento di favore nel parcheggio di una discoteca o all’interno del locale, e garantirsi analogo trattamento per il futuro». 

Eppure, è proprio Alessandro Migliore che, con una buona dose di boria, finisce per inguaiare se stesso e i colleghi, vantandosi delle loro «imprese» con la sua fidanzata. Il 22 agosto, con il telefono sotto controllo, la chiama raccontandole di aver fermato un giostraio e che questo ha sbattuto volontariamente la testa contro il vetro.

A quel punto, le spiega, è intervenuto un altro poliziotto «bello grosso», che «apre la porta. «Tu hai dato una capocciata al vetro - gli fa - e adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta. Bom! bom! bom! E io ridevo come un pazzo». Ma il giostraio insiste, insulta gli agenti e a quel punto Migliore lascia aperta la stanza di sicurezza («l’acquario», lo chiamano) «in modo tale che uscisse, perché io so che là dentro c’è la telecamera... Appena è uscito (...) ho caricato una stecca, amò, bam! Lui chiude gli occhi e va di sasso per terra... È svenuto... Hai presente il ko?». A quel punto arriva un collega: «Boom! Gli ha dato un calcio nella schiena (...) L’ha tartassato di mazzate». La fidanzata sembra divertita: «Minchia, li menate proprio, eh». E lui: «Mamma mia».

[…]

Dalle carte dell’indagine emerge che alcuni poliziotti tenevano per sé piccole somme di denaro trovate nelle tasche delle persone fermate. Ma anche droga. Il solito Migliore spiega alla fidanzata di aver portato in questura un marocchino («Gli ho tirato una secca, un pugno») e perquisendolo «è saltato fuori un pezzettino di fumo», un grammo di hashish. «Indovina chi ce l’ha? Sììì!». La ragazza gli chiede: «Dai fammi provare» e per il gip è la conferma che l’agente si è tenuto la droga per uso personale. 

Sempre Migliore, stavolta racconta di «due barboni in un bar», uno dei quali viene caricato sulla vettura di servizio per essere condotto in questura. «Ha iniziato a sbroccare (...) Allora io gli ho fatto una presa, gli ho calciato fuori e poi l’abbiamo portato dentro insieme. No, vabbé, gli abbiamo tirato due-tre schiaffi a testa, ma così, giusto per...». 

[…]

Dopo aver fermato un altro senzatetto, vengono intercettate le conversazioni tra due degli agenti arrestati: il 35enne Filippo Failla Rifici e il 45enne bellunese Roberto Da Rold. «Maledetto marocchino di m...» sbotta Rifici, accusando il vagabondo di un gesto inconsulto. Un collega gli chiede: «Com’è che Roberto (Da Rold, ndr) non l’ha ammazzato?», e proprio Da Rold suggerisce: «Lo buttiamo là, nella casa abbandonata, prende una scarpata...». Failla Rifici lo incalza: «Mi raccomando Roby: quelle che non gli hai dato prima, dagliele dopo (...) Gli è andata pure bene che non gli ho fatto la doccia col secchio d’acqua». Infine, di nuovo Da Rold: «Io adesso ho imparato a dare le cinquine più piano». 

[…] Dalle carte, emerge anche come Alessandro Migliore si ritenesse ormai al di sopra della legge. «Una pessima personalità» lo definisce il gip, commentando le conversazioni nelle quali spiega alla fidanzata che sta rubando una bicicletta e proprio non si capacita di come il proprietario potesse averla lasciata incustodita. Lei  risponde che gliene regalerà una a Natale, ma il poliziotto replica che non ne ha bisogno, perché lui, le bici, «è solito rubarle».

Verona, torture e umiliazioni in questura. I pm: «Metodi condivisi e consolidati». Giovanni Bianconi, inviato a Verona su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023

Ora gli inquirenti puntano a svelare eventuali responsabilità ai livelli superiori. 

Che l’indagine sulle «torture» alla Questura di Verona non sia circoscritta ai cinque ordini d’arresto eseguiti martedì mattina, s’intuisce dal numero degli altri poliziotti indagati, già appartenenti al reparto Volanti e rimossi a fini precauzionali nei mesi scorsi.

Per ora sono diciassette, la maggioranza dei quali sotto inchiesta per omessa denuncia sebbene la Procura stia valutando anche ipotesi più gravi, come il concorso in tortura. Già contestata a un’agente donna, e dunque contando anche i cinque finiti ai domiciliari, sono almeno sei gli inquisiti per questo reato. Ma è un numero che potrebbe crescere, dando consistenza ancora maggiore a un’indagine che volutamente i pubblici ministeri e la Squadra mobile non hanno frettolosamente circoscritto ai primi episodi accertati.

Il «sistema»

L’obiettivo era e resta comprendere quale fosse il grado di compromissione e copertura nel presidio di sicurezza trasformatosi — in un suo segmento, da capire quanto grande — in un luogo di soprusi e illegalità; e smantellare definitivamente quello che la giudice Livia Magri ha definito «un vero e proprio modus operandi consolidato e condiviso da numerosi operanti all’interno dell’Ufficio Volanti della Questura».

Dunque l’indagine è destinata ad allargarsi per accertare altre eventuali responsabilità, anche a livelli superiori rispetto a quelli già colpiti e individuati. Pur nella consapevolezza, da parte degli stessi inquirenti, che i ricambi decisi nei mesi scorsi ai vertici della Questura e del Reparto finito sotto la lente d’ingrandimento, abbiano già costituto una efficace risposta a possibili sottovalutazioni. Come invece potrebbe essere accaduto in occasione di un precedente che, alla luce dello scandalo emerso ora, poteva rappresentare un campanello d’allarme che forse non è suonato abbastanza. Agli atti di questa inchiesta, infatti, sono stati acquisiti quelli di un altro procedimento aperto oltre un anno fa, a febbraio 2022, nei confronti di un assistente capo e un agente scelto dello stesso Nucleo Volanti per lesioni e tortura nei confronti di tre nordafricani fermati e poi denunciati a piede libero per resistenza. Due di loro (uno dei quali giudicato guaribile in tre giorni) presentarono denuncia ai carabinieri. Il procedimento risulta tuttora in corso, i due poliziotti sono stati sospesi senza ulteriori conseguenze. Stavolta, dopo l’intercettazione di agosto 2022 in cui l’agente Alessandro Migliore confessava il primo pestaggio alla fidanzata, s’è deciso di procedere in un altro modo. L’indagine è durata fino a dicembre, quando gli episodi documentati erano già sette e gli stessi inquisiti s’erano resi conto di essere finiti nel mirino.

Gli altri accusati

Il 17 novembre un assistente capo raccomandava di non «alzare le mani nell’acquario», cioè nella sala fermati, perché due colleghi della Mobile erano andati a guardare le registrazioni; e, poco dopo, i cinque arrestati furono trasferiti all’Ufficio passaporti. A quel punto si sono interrotte le intercettazioni, gli investigatori hanno tirato i fili dell’inchiesta e a marzo la Procura ha presentato le richieste di misure cautelari al gip, che le ha concesse il 26 maggio. Indicando ulteriori posizioni da approfondire e lasciando in sospeso la decisione sulle richieste di misure interdittive.

Per esempio nei confronti di una agente donna che la sera del 9 novembre era in servizio sulla Volante Milano insieme all’assistente capo Roberto Da Rold, il più anziano dei cinque arrestati. Insieme portarono in questura uno dei «torturati», per un’identificazione di cui non ci fu bisogno perché l’africano risultava già fotosegnalato. L’uomo, chiuso nell’acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive nei confronti dei poliziotti, e per tutta risposta subì le percosse e le spruzzate di spray urticante. Nelle immagini video-registrate, accusa il gip, si vede l’uomo che «chiede insistentemente di andare in bagno» e la poliziotta «gli risponde di urinare verso l’alto così che l’urina possa finirgli sulla testa»; poi l’uomo viene accompagnato in bagno e la donna «gli mostra lo spray minacciando di usarlo». Più tardi lei stessa dirà in un’intercettazione di averglielo spruzzato in faccia, ma nella relazione di servizio non ne fece cenno.

Abuso di autorità

Quella sera, di fronte al fermato che saltellava nell’acquario, i poliziotti «paragonavano il suo atteggiamento a quello di una scimmia», con frasi di scherno che nella ricostruzione del giudice ricordano quanto accaduto in un’altra occasione, quando un tunisino rimase «vittima di un trattamento inumano e degradante nel momento in cui uno degli operanti, mentre lui si trovava a terra nel “tunnel”, gli urinava addosso per “svegliarlo”». E il gip sottolinea che «quest’atto denigratorio e sminuente ha certamente incontrato l’approvazione e suscitato l’ilarità degli altri poliziotti presenti, tant’è che nessuno ha dato il minimo segnale di disappunto». Quella notte, di fronte al tunisino a terra «apparentemente privo di sensi» per i calci ricevuti da uno degli arrestati, c’era pure un assistente capo indagato, insieme ad altri tre poliziotti, per «abuso di autorità contro arrestati o detenuti». Anche queste posizioni saranno rivalutate dagli inquirenti, che hanno già un’idea di come «l’abuso dei poteri connessi alla funzione o al servizio» svolto dai poliziotti sotto accusa, «non soltanto abbia consentito agli indagati di cogliere più facilmente le opportunità di commissione di illeciti, ma abbia altresì costituto una sorta di “paravento” al riparo del quale schermare le proprie responsabilità».

Verona, una vittima già nel 2018: "Picchiato e circondato mentre i poliziotti ridevano: vedi abusi di potere qui?" Giuliano Foschini, Fabio Tonacci su La Repubblica l'8 Giugno 2023

Quando martedì ha letto dei cinque arresti tra i poliziotti della questura di Verona, il trentunenne curdo-turco Ugur Bilkay si è seduto, ha alzato gli occhi per incrociare quelli di sua moglie, ed è crollato in un pianto di gioia. Perché quel posto, quegli agenti, quel metodo violento e intimidatorio, Bilkay ha avuto la sventura di conoscerli già un pomeriggio di aprile di 5 anni fa.

Due dei poliziotti accusati a Verona erano già sotto inchiesta per tortura, ma vennero lasciati in servizio. Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su La Repubblica l'8 Giugno 2023

Su 104 uomini delle Volanti della Questura è coinvolto uno su 5: ecco la rete di complicità che coprì le violenze degli agenti

Assistente capo Michele Tubaldo. E agente scelto Davide Cracco. Finora i loro nomi sono stati citati poco e niente nelle cronache dello scandalo della questura di Verona. Ma la storia di questi due poliziotti racconta perché le torture e le sevizie nei confronti degli "ultimi" della città non siano solo il comportamento deviato di cinque mele marce, quanto piuttosto il sintomo di un metodo.

Estratto dell’articolo di Nicola Fierro per “la Repubblica” il 7 giugno 2023.

Nicolae Daju, 56 anni, romeno, è una delle persone trascinate come stracci sull’urina delle celle della Questura. Vive a Verona da 3 anni, era venuto in Italia per cercare lavoro, ma la strada l’ha risucchiato nel suo gorgo di solitudine ed emarginazione. Ora tira a campare, dorme sulle panchine del parco davanti al cimitero monumentale, e ogni giorno si cimenta nell’impresa di mettere insieme un pranzo e una cena. […] 

Cos’è successo il 14 ottobre dell’anno scorso?

«Mi trovavo al bar Primo Kilometro, in zona Fiera. Ero con un amico, stavamo bevendo una birra e un caffè. Improvvisamente è arrivata una macchina della polizia, sono scesi due agenti, sono venuti subito da noi. E ci hanno chiesto i documenti». 

E lei cos’ha fatto?

«Gli ho detto che non stavamo facendo niente di male ma, alla fine, gli ho dato la mia carta d’identità. Non è bastato, mi hanno detto di salire in macchina».

Quindi l’hanno caricata nella volante?

«Sì, ma prima di farmi entrare all’interno mi hanno spruzzato in faccia lo spray urticante». 

Si era opposto in qualche modo?

«Ma no, senza motivo. Non avevo fatto niente». 

E una volta in Questura?

«Uno dei due poliziotti (dalla descrizione si capisce che parla di Alessandro Migliore, ndr) mi ha afferrato i capelli e trascinato di peso, fino a rinchiudermi dentro una cella con una parete trasparente». 

Lei ha reagito in qualche modo?

«No, perché avevo paura. Come si può reagire in quelle condizioni?». 

È vero che lei è una delle persone trascinate nell’urina a terra?

«Sì, è vero».

Cos’è accaduto precisamente?

«Avevo bisogno di andare al bagno, con urgenza. Ho cercato di attirare l’attenzione di un poliziotto gesticolando attraverso la parete trasparente». 

Cosa chiedeva?

«Di andare al toilette». 

Cosa le hanno risposto?

«Mi hanno detto che non era possibile andare al bagno e che avrei dovuto farla a terra». 

Ha fatto così?

«Certo, mi sono messo in un angolo e ho fatto pipì. Purtroppo mi hanno punito per questo».

Cosa intende dire?

«Appena ho finito di urinare un poliziotto (l’assistente capo Loris Colpini, ndr) è entrato dentro come una furia. Mi ha spruzzato in faccia lo spray urticante ancora una volta e poi mi ha trascinato a terra sopra la pozza di urina». […]

Cinque poliziotti in arresto. Nella questura di Verona torturavano i fermati. Pestaggi furiosi, spray urticante, degradazioni immonde e insulti razzisti. I fatti sono tutti da accertare ma attenti anche a una preventiva assoluzione delle forze dell’ordine per proteggerne devianze e illegalità. Iuri Maria Prado su L'Unità il 7 Giugno 2023

Due opposti errori devono rigorosamente essere evitati nel commentare le notizie arrivate ieri da Verona: far finta che si tratti di episodi eccezionali, reclamando una giustizia inflessibile che mette tutto a posto o, al contrario, liquidare la cosa al rango di una brutta faccenda che però non deve stupire perché purtroppo si sa che certi abusi possono capitare.

I fatti – tutti da accertare, ovviamente – riguardano cinque poliziotti, arrestati ieri, che si sarebbero resi responsabili di inenarrabili e gratuite violenze ai danni di persone sottoposte alle loro “cure”: delicatezze come l’uso di spray urticante, i pestaggi furiosi, le degradazioni più immonde (si riferisce di un poveretto adoperato a mo’ di strofinaccio per asciugare un lago di urina), il tutto con un buon corredo di sane ingiurie e insulti razzisti (“tunisino di merda”, “figlio di puttana”, e via di questo passo) nei confronti delle vittime di quelle inammissibili sopraffazioni.

L’avvertenza non inutile è che bisognerebbe andarci cauti già se ci fosse il processo che ancora non c’è, perché anche i presunti responsabili di questi delitti sono degli innocenti fino a prova contraria: e figurarsi ora che siamo solo alle indagini. Ma il fatto che quelle violenze siano anche solo per ipotesi commesse da funzionari di pubblica sicurezza obbliga tutti a un supplemento di urgentissima attenzione, soprattutto in un clima generale che sgradevolmente tira in senso opposto e cioè a una specie di preventiva assoluzione che per tutelare “le forze dell’ordine” insorge a proteggerne le devianze e le illegalità.

E purtroppo non basta. Perché la notizia secondo cui quei presunti e tanti abusi riguarderebbero, pressoché sempre e con una sola eccezione, immigrati ed emarginati, ebbene aggrava ulteriormente una vicenda che, se trovasse conferma, sarebbe già abbastanza allarmante. E anche qui occorre non cadere in nessuno dei due errori di cui si diceva all’inizio: e cioè affettare indignazione fingendo di non sapere che proprio nei confronti di quei soggetti – immigrati, emarginati, disturbati di mente – più spesso si consumano simili violenze; oppure – peggio, e non si dica che non si assiste sistematicamente allo scatto di quest’altro meccanismo – fare spallucce perché d’accordo che sono brutte cose, d’accordo che non devono succedere, d’accordo che chi sbaglia deve pagare, ma è pur sempre una multiforme canaglia (il clandestino, il drogato, magari la transessuale) quella di cui stiamo parlando, e nella tutela dei diritti bisognerà pur ricordare che prima vengono gli italiani.

Il fatto che gli accertamenti siano partiti dall’interno – e cioè dalle stesse forze dell’ordine – dovrebbe tranquillizzare quelli abituati a denunciare le cospirazioni degli amici dei criminali che infangano l’immagine di chi, per uno stipendio da fame, rischia la vita per difendere la gente perbene. Ma c’è da temere che non basti, e che anche questa volta le retoriche sicuritarie saranno adibite alla solita funzione: celebrare la specchiatezza e la probità delle forze dell’ordine non perché ci si crede davvero o perché qualcuno davvero le contesta (chi mai, infatti?), ma perché vien buono a tagliare corto se ogni tanto capita di assistere a qualche eccesso. Anche se non è ogni tanto. E a maggior ragione se la pelle su cui si eccede ha quel colore diverso.

DI Iuri Maria Prado 7 Giugno 2023

Le testimonianze delle vittime. “Niente bagno, l’ho fatta lì e mi hanno usato come straccio”, l’orrore di una delle vittime dei poliziotti arrestati a Verona.  Redazione Web su L'Unità il 7 Giugno 2023

“Dovevo andare in bagno e alla fine mi hanno detto di farla lì, in un angolo. È quello che ho fatto, ma dopo una delle guardie mi ha buttato a terra e mi premeva la faccia sul pavimento bagnato, per farmelo pulire…”. E’ questo uno dei drammatici racconti di una delle vittime dei poliziotti arrestati per le torture che infliggevano a senzatetto alcolisti e immigrati. Nicolae è un senzatetto rumeno di 56 anni. Ha vissuto sulla sua pelle quell’orrore come le altre vittime, tutte persone più deboli su cui si sarebbero accaniti gli agenti, come ricostruiscono le carte del Gip con i capi d’accusa dei magistrati contro 5 poliziotti del Nucleo Volanti della Questura di Verona.

Gli agenti sono stati arrestati e posti ai domiciliari con l’accusa di tortura, lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio. Per i magistrati, l’uso dello spray urticante anche su soggetti ridotti all’impotenza, e dunque contro le regole, è “indicativo della volontà d’ infliggere ulteriore, gratuita sofferenza a un soggetto già percosso con violenza”, come riportato dal Corriere della Sera. E poi gli insulti “con parole di discriminazione razziale” nei confronti degli stranieri sono il sintomo di un “pessimo comportamento, inutilmente aggressivo e violento”.

E poi c’è il drammatico episodio che riguarda il 56enne, riportato ancora nell’ ordinanza del Gip. Un fermato “spinto nella direzione di una stanza dove aveva urinato e premuto al suolo bagnato, di fatto impiegando la sua persona come uno straccio per pulire il pavimento”. Un orrore che Nicolae ha vissuto il 14 ottobre 2022 e che l’uomo ha ricostruito intervistato dal Corriere. “Ero al bar con un mio amico – racconta – e all’improvviso ci vediamo venire incontro due agenti: uno grande e grosso, l’altro piccolino. Mi chiedono i documenti e subito mi ordinano di salire in auto con loro. Abbiamo percorso cinquanta metri, hanno fermato la macchina e mi hanno picchiato. Così, senza motivo…”.

Nicolae vive in strada, nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Tutta la sua vita è racchiusa in uno zaino da trekking che si porta sempre sulle spalle. Ha raccontato che quel giorno, una vota portato in Questura è stato aggredito ripetutamente dagli agenti. “Mi davano pugni, e poi con il manganello sulla schiena”. È accaduto anche un fatto singolare: “Uno di loro aveva uno spray in mano: me l’ha spruzzato sul viso e sono svenuto. Credo fosse un narcotico o qualcosa del genere”. Tempo dopo Nicolae ha raccontato tutto alla Procura. La sua testimonianza è finita nell’ordinanza con la quale il gip ha stabilito gli arresti, compresa l’umiliazione di essere trattato come uno straccio e le percosse subite.

Gli agenti quella sera avevano fatto scattare contro di lui una denuncia per ubriachezza molesta e una violazione amministrativa perché si era rifiutato di firmare il verbale (falso) che avevano stilato. “Mi picchiavano, mi spruzzavano dello spray urticante, mi insultavano. E ancora non so perché lo facessero, non lo capisco…”.

DI Redazione Web 7 Giugno 2023

Estratto da lastampa.it l'8 giugno 2023.

Emergono le prime foto dalle telecamere di sorveglianza dei pestaggi compiuti da alcun agenti di polizia a Verona. Vi sono i pestaggi in questura di Mattia Tacchi e di Nicolae Daju, per cui il pm configura il reato di tortura, e di Adil Tantaoui, con l'accusa di lesioni. 

In alcune immagini, il poliziotto costringe a urinare un uomo, e poi lo costringe a «essere utilizzato come uno straccio per pavimenti sulla sua stessa urina». In altre l’agente Alessandro Migliore gli spruzza uno spray al peperoncino sul viso, in maniera che sembra gratuita.

Il che genera un comportamento quasi impazzito del detenuto, evidentemente per il bruciore agli occhi. Si tratta di immagini tratte dalle intercettazioni video effettuate per mesi dalla squadra mobile nell'acquario, la sala dove venivano condotte le persone fermate durante i controlli. 

Il procedimento giudiziario che ha fatto finire agli arresti domiciliari due giorni fa cinque poliziotti delle Volanti di Verona rappresenta la prosecuzione di un'altra indagine per tortura aperta nel febbraio del 2022 a carico di un assistente capo e un agente scelto dello stesso reparto, attualmente sospesi.

Tre nordafricani vennero picchiati nell'ormai famigerato “acquario”, la stanza con un vetro in plexiglass in cui venivano condotte le persone fermate durante i controlli per strada. Furono denunciati a piede libero per resistenza. 

Due delle tre vittime a loro volta denunciarono a Carabinieri le presunte lesioni e le torture subite. Dopo la conclusione delle intercettazioni […] la Procura ha presentato al Gip le richieste di misure cautelari, concesse il 26 maggio. Si indicavano ulteriori posizioni da approfondire. È il caso di una agente donna che la sera del 9 novembre scorso era in servizio con uno degli arrestati.

Insieme portarono in Questura un africano per l'identificazione. L'uomo chiuso nell'acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive ai poliziotti. Venne percosso e gli fu spruzzato in faccia dello spray urticante. Nelle immagini […] lo si vede chiedere all'agente donna di andare in bagno e lei che gli risponde «di urinare verso l'alto così che l'urina possa finirgli in testa». […]

Estratto dell'articolo di Niccolò Zancan per “la Stampa” l'11 giugno 2023.  

Signor Adil Tantaoui, cosa ricorda del giorno delle torture?

«Ricordo tutto. Erano le otto di mattina del 26 ottobre. Io e mia moglie Elena vivevamo allora in una casa abbandonata, vicino al Bar Bauli, in via Perlar a Verona. Mi ero svegliato presto, stavo camminando nel parco che c'è lì davanti. Un ragazzo italiano mi ha chiesto una sigaretta, ma io non l'avevo. Lui ha preso un bastone e mi ha colpito sulla testa». 

Chi ha chiamato la polizia?

«Sono stato io. Mi usciva il sangue, ero incredulo. Io quella persona non l'avevo mai vista prima in vita mia. Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto. Non pensavo che sarebbe finita così». 

[…] Adil Tantaoui ha 37 anni, ha lavorato come cameraman e come magazziniere. Vive in Italia da sette anni, è sposato con una donna italiana. È incensurato. […]

Cosa è successo quando è arrivata la polizia?

«Hanno lasciato stare il ragazzo italiano, ma hanno portato via me. Non mi hanno chiesto neanche i documenti, non hanno voluto sapere niente. Un dottore del 118 mi aveva appena medicato la testa. Gli agenti mi hanno caricato in auto e subito uno dei due, quello pelato, ha iniziato a insultarmi: "Arabo di merda! Marocchino te ne devi andare di qua!». 

[…]

È stato picchiato nel tunnel del parcheggio?

«Mi hanno preso a calci nelle gambe. E poi mi hanno strappato dalla testa le medicazioni. Ma il peggio è stato dopo».

Cosa è successo?

«Stavo male. Mi hanno tolto tutti i vestiti e mi hanno buttato per terra nella stanza degli arrestati in mutande. Senza mangiare, senza niente. Tutto il giorno e tutta la notte. Sono svenuto».

Sempre in mutande?

«No. A un certo punto un altro poliziotto, uno che non avevo mai visto, mi ha portato i jeans e la maglietta». 

Cosa è successo il giorno dopo?

«Mi hanno caricato su un'altra auto della polizia, questo volta erano due agenti gentili, una donna e un vecchio. E con loro ho fatto il viaggio fino al Cpr di Torino». 

Il Centro per le espulsioni di Torino. Ma lei essendo sposato con una donna italiana non può essere espulso. Lo sapeva?

«Questo l'ho scoperto dopo, grazie ai miei avvocati. Sono stato per 35 giorni chiuso lì dentro. È proprio un carcere. Ti tolgono il telefono. La gente impazzisce. Il cibo è tremendo. È un casino. E poi ti danno delle pastiglie per calmarti e molti le prendono, ma io mi sono rifiutato».

Come ha fatto a non perdere la testa?

«Io l'avevo persa. Ero molto triste. Quando al giorno numero 35 la polizia è venuta a prendermi al cancello, io non sapevo il motivo. Ero preoccupato. Pensavo fosse per il mio permesso di soggiorno».  

Era per l'inchiesta sui pestaggi nella questura di Verona? 

«Sì. Ho spiegato tutto. Prima a Torino, poi una seconda volta a Verona». 

[…]

 Lo rifarebbe? Richiamerebbe la polizia?

 «Forse no. Non lo so. Non mi aspettavo un trattamento del genere». 

 Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” l'8 giugno 2023.

Che l’indagine sulle «torture» alla Questura di Verona non sia circoscritta ai cinque ordini d’arresto eseguiti martedì mattina, s’intuisce dal numero degli altri poliziotti indagati, già appartenenti al reparto Volanti e rimossi a fini precauzionali nei mesi scorsi.  Per ora sono diciassette, la maggioranza dei quali sotto inchiesta per omessa denuncia sebbene la Procura stia valutando anche ipotesi più gravi, come il concorso in tortura. Già contestata a un’agente donna, e dunque contando anche i cinque finiti ai domiciliari, sono almeno sei gli inquisiti per questo reato. Ma è un numero che potrebbe crescere […]. 

[…] Dunque l’indagine è destinata ad allargarsi per accertare altre eventuali responsabilità, anche a livelli superiori rispetto a quelli già colpiti e individuati. Pur nella consapevolezza […] che i ricambi decisi nei mesi scorsi ai vertici della Questura e del Reparto finito sotto la lente d’ingrandimento, seguiti a un’ispezione ordinata dal Dipartimento che aveva messo in luce molte carenze e disfunzioni a livello organizzativo e gestionale, abbiano comunque costituto una risposta a possibili sottovalutazioni.

[…] a marzo la Procura ha presentato le richieste di misure cautelari al gip, che le ha concesse il 26 maggio. Indicando ulteriori posizioni da approfondire e lasciando in sospeso la decisione sulle richieste di misure interdittive. 

Per esempio nei confronti di una agente donna che la sera del 9 novembre era in servizio sulla Volante Milano insieme all’assistente capo Roberto Da Rold, il più anziano dei cinque arrestati. 

Insieme portarono in questura uno dei «torturati», per un’identificazione di cui non ci fu bisogno perché l’africano risultava già fotosegnalato. L’uomo, chiuso nell’acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive nei confronti dei poliziotti, e per tutta risposta subì le percosse e le spruzzate di spray urticante.

Nelle immagini video-registrate, accusa il gip, si vede l’uomo che «chiede insistentemente di andare in bagno» e la poliziotta «gli risponde di urinare verso l’alto così che l’urina possa finirgli sulla testa»; poi l’uomo viene accompagnato in bagno e la donna «gli mostra lo spray minacciando di usarlo». Più tardi lei stessa dirà in un’intercettazione di averglielo spruzzato in faccia, ma nella relazione di servizio non ne fece cenno. 

[…] Quella sera, di fronte al fermato che saltellava nell’acquario, i poliziotti «paragonavano il suo atteggiamento a quello di una scimmia», con frasi di scherno che nella ricostruzione del giudice ricordano quanto accaduto in un’altra occasione, quando un tunisino rimase «vittima di un trattamento inumano e degradante nel momento in cui uno degli operanti, mentre lui si trovava a terra nel “tunnel”, gli urinava addosso per “svegliarlo”». 

E il gip sottolinea che «quest’atto denigratorio e sminuente ha certamente incontrato l’approvazione e suscitato l’ilarità degli altri poliziotti presenti, tant’è che nessuno ha dato il minimo segnale di disappunto». 

Quella notte, di fronte al tunisino a terra «apparentemente privo di sensi» per i calci ricevuti da uno degli arrestati, c’era pure un assistente capo indagato, insieme ad altri tre poliziotti, per «abuso di autorità contro arrestati o detenuti». Anche queste posizioni saranno rivalutate dagli inquirenti, per i quali «l’abuso dei poteri connessi alla funzione» ha costituto «una sorta di “paravento” al riparo del quale schermare le proprie responsabilità».

Estratto dell’articolo di Andrea Priante per il “Corriere della Sera” l'8 giugno 2023.  

Un giovane poliziotto che «tortura con sadico godimento» anche perché «manifesta chiara soddisfazione nel rievocare le violenze commesse». Che assume saltuariamente droghe leggere e arriva a rubare le bici che trova incustodite lungo la strada o uno zainetto che poi regala alla fidanzata. 

È il ritratto […] di Alessandro Migliore, uno dei cinque agenti della sezione Volanti della questura scaligera finiti ai domiciliari nell’ambito delle indagini per le torture inferte a stranieri e non, sbandati e senzatetto che venivano fermati di notte lungo le strade della città veneta. L’agente di polizia giudiziaria, coi suoi 25 anni non ancora compiuti, è anche il più giovane tra gli indagati. Originario di Torre del Greco (Napoli), abita in uno degli appartamenti della caserma. 

[...] 

È proprio Migliore che, con una buona dose di boria, finisce per inguaiare se stesso e i colleghi vantandosi con la fidanzata delle loro «imprese».

Sue le intercettazioni più compromettenti, come quando le racconta — dopo il fermo di un giostraio — di aver lasciato aperta la stanza di sicurezza della questura «in modo tale che uscisse, perché io so che là dentro c’è la telecamera... 

Appena è uscito (...) ho caricato una stecca, amò, bam! Lui chiude gli occhi e va di sasso per terra... È svenuto... Hai presente il ko?».  Poi, l’intervento di un collega: «Gli ha dato un calcio nella schiena (...) L’ha tartassato di mazzate». E la fidanzata? Sembra divertita: «Minchia, li menate proprio, eh». 

In un’altra conversazione le racconta di essersi intascato un grammo di hashish trovato nelle tasche di un uomo, mentre in precedenza la chiama per dirle che sta rubando una bici e proprio non si capacita di come il proprietario possa averla lasciata incustodita. Per il gip, Migliore mostra «una spiccata propensione criminosa e una spregiudicata modalità di azione, non contenibile in alcuna maniera se non tramite la sottoposizione a misura cautelare». Quanto basta per spedirlo ai domiciliari.

(ANSA il 14 giugno 2023) – Solo uno dei cinque poliziotti arrestati a Verona per presunte torture ha parlato stamani, nel corso degli interrogatori di garanzia davanti al Gip Livia Magri. Si tratta di Roberto Da Rold, il quale ha sostenuto di aver reagito a una 'provocazione' della persona fermata. 

Gli altri agenti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere; per Federico Tomaselli, difeso dagli avvocati Stefano Casali e Michele Masso, è stata preannunciata una memoria difensiva. Oltre ai cinque di stamani, il Gip sentirà di seguito anche gli altri 17 agenti indagati, per i quali i magistrati avevano chiesto l'emissione di provvedimenti disciplinari.

Casali ha annunciato che nei prossimi giorni verrà presentata ai pm titolari del procedimento una memoria difensiva "sulla quale stiamo ancora lavorando", con "elementi oggettivi a discarico" dell'indagato, che si è avvalso della facoltà di non rispondere. Si tratta, ha precisato, di attività che richiedono tempi tecnici: "Dobbiamo ad esempio estrapolare da una 'body cam' delle immagini riprese dagli agenti a loro tutela" sui fatti contestati. 

Tomaselli aveva con sé la body cam, "ma anche altri poliziotti ne avevano", ha aggiunto Casali. A essere sentiti sono stati anche l'ispettore Filippo Failla Rifici, e gli agenti Alessandro Migliore e Loris Colpini. Per quanto riguarda la posizione di Migliore, il principale indagato per le violenze e per il falso in un verbale di perquisizione, assistito dagli avvocati Marco Pezzotti e Carlo Alberto Lerco, non è prevista la presentazione di istanza al Tribunale del Riesame.

Il Gip fisserà un incidente probatorio per verbalizzare e 'fissare' le dichiarazioni delle presunte vittime dei pestaggi in questura. Una richiesta in questo senso è stata avanzata dai sostituti procuratori, Carlo Boranga e Chiara Bisso. L'udienza avverrà con ogni probabilità al termine degli interrogatori di garanzia.

Le foto choc delle violenze nella Questura di Verona: gli indagati scherzavano su Cucchi e parlavano con i pizzini. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023. 

Gli agenti temevano le intercettazioni. Le minacce con lo spray e le battute su Cucchi

La sera del 9 novembre scorso, mentre le telecamere della Questura riprendevano le violenze sul fermato Amiri Tororo (che nel cosiddetto «acquario» dava in escandescenze e insultava i poliziotti), i microfoni registravano le frasi pronunciate dagli agenti ora accusati di tortura e altri reati.

«Maledetto marocchino di merda...».

«Com’è che Roberto (uno degli arrestati, ndr) non l’ha ammazzato?».

«Sì che l’ammazza (ride)». 

Interviene Roberto: «Lo buttiamo là alla casa abbandonata, prende una scarpata nei coglioni!».

«Mi raccomando Roby, quelle che non gli hai dato prima dagliele dopo».

«Gli è andata pure bene che non gli ho fatto la doccia col secchio d’acqua (ride)». 

E poco dopo ancora Roberto spiega: «Io adesso ho imparato a dare le cinquine più piano». 

Tra i presenti c’era un’agente donna — anche lei indagata per il reato di tortura, della quale i pubblici ministeri hanno chiesto l’intedizione dall’impiego — che rideva e insultava il fermato minacciandolo con lo spray urticante: «Giuro che ti spruzzo adesso», «Dai raga, vi prego, un’altra spruzzata!», «Tagliatelo se ti fa male il cazzo». 

Per i pm rappresentano la prova di una «palese adesione e non irrilevante contributo concorsuale alla commissione dell’azione delittuosa, oltreché l’accanimento mostrato nei confronti della persona offesa». 

Sono ulteriori dettagli dell’inchiesta che ha condotto cinque poliziotti del Reparto Volanti agli arresti domiciliari, e all’iscrizione di altri 17 nel registro degli indagati; per loro pendono le richieste di misure interdittive sulle quali dovrà pronunciarsi il giudice, probabilmente dopo gli interrogatori previsti per la prossima settimana. 

I nuovi particolari emergono dagli atti allegati all’inchiesta, insieme ai fotogrammi dei filmati degli impianti di sorveglianza interni alla Questura, ora a disposizione degli avvocati difensori. 

Un insieme di indizi da cui si deduce, secondo la Procura e il gip, che gli inquisiti «hanno inteso l’appartenenza alla Polizia di Stato come occasione per tenere condotte illecite», insieme alla «consuetudine nell’utilizzo ingiustificato di violenza fisica su soggetti sottoposti a controllo o fermo». 

Dall’estate 2022 e fino a dicembre, la Squadra mobile veronese ha indagato sui loro colleghi raccogliendo le prove delle violenze e degli altri reati contestati, primo fra tutti la falsificazione dei verbali. Ma nell’ultima fase degli accertamenti, i poliziotti sotto osservazione si sono accorti di avere gli occhi addosso.

Provando a prendere precauzioni, per rendere più difficile il lavoro degli investigatori. 

Hanno cominciato a cercare telecamere e microspie nelle stanze in cui s’incontravano, a volte salendo su seggiole e scrivanie per vedere se fossero nascosti nei lampadari; tutto documentato nelle informative della Mobile. Come l’incontro in Questura del 5 dicembre tra l’assistente capo Loris Colpini (uno degli arrestati) e il vice-ispettore Giuseppe Tortora, indagato: «Quest’ultimo, evidentemente temendo di essere intercettato, prende un foglietto e dopo aver manoscritto qualcosa lo mostra al Colpini, il quale commenta chiedendogli contezza circa il contenuto di quanto appena letto. A questo punto Tortora riprende il foglietto, lo strappa e lo getta nel cestino sito nel corridoio, quindi fa cenno al Colpini di seguirlo e i due escono dall’ufficio». Forse temendo ciò che sarebbe stato scoperto. 

Un mese prima alcuni agenti commentavano il cattivo stato di salute di un fermato facendo riferimenti scherzosi a Stefano Cucchi. 

L’8 novembre, altri tre sono stati registrati mentre «parlano del fatto che l’ex dirigente dell’Ufficio Volanti, nonostante i vari problemi che coinvolgono gli operatori del Nucleo, dei quali lei era a conoscenza, è stata trasferita al momento giusto senza alcuna ripercussione». In un’intercettazione del 27 novembre è citato un sovrintendente (ora indagato) che «nonostante il periodo in cui il loro Ufficio è attenzionato, ha picchiato un soggetto e ne ha denunciati altri due».

Quell'odio mal celato e gratuito verso le Forze dell'Ordine.  Andrea Soglio su Panorama su il 7 Giugno 2023

L'inchiesta sulle violenze di 5 agenti di Polizia a Verona ha ridato voce a chi, da sempre, non sopporta poliziotti, carabinieri e agenti di ogni tipo

«Fatti di una gravità enorme». Le parole del Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, sottolineano la gravità di quanto emerso dall’inchiesta sulle azioni di 5 agenti di Polizia che sarebbero responsabili di violenze ingiustificate ed ingiustificabili contro alcuni extracomunitari e senzatetto (7 gli episodi contestati). Nell’inchiesta sono finiti altri 17 colleghi che avrebbero saputo delle aggressioni ma non avrebbero denunciato come dovuto. Quando è una persona in divisa a macchiarsi di episodi di violenza e di atti criminali è giusto pretendere la maggior severità e fermezza possibile. Chiunque indossi una divisa, chiunque rappresenti lo Stato e le sue regole ha molto più degli altri il dovere di rispettarle per primo, proprio in nome di quella divisa indossata che non si può sporcare e soprattutto non si deve «smacchiare» in qualche modo. Chi ha sbagliato paghi, e salato. Questo però non deve sfociare nell’esagerazione, anzi, nella generalizzazione. Da ieri, da quando le prime notizie dell’inchiesta di Verona hanno cominciato a circolare in rete è partito forte, più forte che mai, il tam tam di chi ha una concezione molto chiara sugli uomini e le donne di Polizia, carabinieri, Guardai di Finanza e quant’altro. Chi ha una divisa è a prescindere di tutto un violento, un fascista, un essere pericoloso, dal manganello facile, voglioso di picchiare, sparare e magari anche uccidere. Persone che odiano, cattive e da attaccare ogni qual volta emerge un caso che confermi questa loro folle teoria. C’è come una sorta di antipatia mal nascosta verso le forze dell’ordine ed i militari. Solo così si spiegano certi commenti sui social e persino certi titoli di giornale. Un quotidiano oggi apriva con queste parole: «A Verona i criminali sono i poliziotti». Capito? Capita l’uguaglianza? Poliziotto= Criminale. Un odio talmente presente e profondo da non far capire a queste persone che l’inchiesta è partita proprio da altri poliziotti, perbene, che non hanno provato a difendersi nascondendo la polvere sotto il tappeto, ma hanno portato il marcio alla luce del sole nel rispetto della loro divisa e della loro onestà. Sono decine di migliaia gli uomini delle Forze dell’ordine; saranno 400 quelli alla Questura di Verona. Definirli tutti criminali per le azioni di 5, ed il silenzio di 17, è misero.

Estratto dell’articolo di Niccolò Zancan per la Stampa l'8 giugno 2023.

Via Lavello, Verona.

Periferia Nord. «Ricordo tutto di quella sera. La sera dell'arresto. Ricordo che Mohamed aveva bevuto, era agitato e stavamo litigando. Ricordo che la bambina piangeva e i poliziotti sono entrati in casa, ci hanno rubato 2 mila euro. Tutti i risparmi che avevamo. E poi l'hanno preso di forza e l'hanno portato via». 

Due mila euro, il telefono, due gratta e vinci. Ecco il bottino. Il verbale di perquisizione è stato falsificato. 

Intanto Mohamed D., 30 anni, decoratore originario di Sfax, a Verona da 6 anni, è stato portato in questura per il solito trattamento. Che inizia con una frase pronunciata dall'agente Federico Tomaselli a bordo della volante: «Tunisino di merda, figlio di puttana, cosa fai qua?». Preso a calci nel tunnel della questura, svegliato con il getto d'urina di un poliziotto, buttato a faccia in giù nella sala arrestati. Agonizzate, in preda a convulsioni.

«Non riuscivo a respirare», dice adesso Mohamed D. «Gli agenti ridevano e mi puntavano la torcia negli occhi. Poi se ne sono andati. E quando io mi sono ripreso, quando sono andato a parlargli al vetro che separa la stanza degli arrestati, quando ho detto che volevo chiamare il mio avvocato, uno di loro mi ha detto. "Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio"». Metodo Verona? «Questo non posso dirlo», premette l'avvocato Simone Bergamini, che difende proprio Mohamed D. «Ma posso affermare che la notizia dell'arresto di quei poliziotti non ci ha colti di sorpresa.

Avevamo gli occhi ben puntati su questo genere di fenomeno.

Stavamo raccogliendo testimonianze. Altri miei clienti mi hanno riferito di essere stati pestati e maltrattati. Presto chiederò un incontro in procura per riferire i fatti». Certo: non era tutta la questura. E certo: sono stati gli stessi poliziotti della Squadra Mobile a portare alla luce le violenze dei colleghi delle Squadra Volanti. Ma sono in tutto 27 gli agenti finiti nelle indagini, non solo i cinque agli arresti domiciliari. Ventisette poliziotti e poliziotte che a Verona infierivano su persone che non erano nemmeno in grado di difendersi. Così la domanda, adesso, è questa: da quanto andava avanti? Quante sono le vittime che non hanno denunciato?

(...)

Corsi brevi e zero psicologi: ecco le scuole per i poliziotti. NELLO TROCCHIA su Il Domani l'11 giugno 2023

Il corpo della polizia di stato è scosso da uno dei più gravi scandali degli ultimi anni, forse il più eclatante dalla notte di depistaggi e orrori della Diaz di Genova, quando gli agenti, anno 2001, entrarono e massacrarono di botte inermi manifestanti prima di fabbricare false prove.

Una notte di barbarie che ha avuto una coda lunga con i capi di allora promossi nonostante le evidenti responsabilità e quella lacerante ferita che ha segnato per sempre la nostra democrazia.

A distanza di oltre due decenni ora arriva il caso Verona, con protagonista Alessandro Migliore, il picchiatore. Chi li forma i poliziotti? Sono tutti civili quelli assunti? Chi si occupa della loro salute mentale? Qual è il modello gestionale dei commissariati?

Il corpo della polizia di stato è scosso da uno dei più gravi scandali degli ultimi anni. Forse è il più eclatante, dopo la notte degli orrori e i successivi depistaggi della scuola Diaz a Genova. Era il 2001 e gli agenti entrarono e massacrarono di botte i manifestanti inermi, per poi fabbricare prove false. Quella notte di barbarie ha avuto poi una lunga coda: i capi di allora sono stati promossi, nonostante le evidenti responsabilità, aprendo una ferita lacerante che ha segnato per sempre la nostra democrazia.

Gli scandali non hanno riguardato solo la polizia di stato, ma quasi tutte le forze dell’ordine. Solo per citare gli esempi più noti, c’è il caso di Stefano Cucchi, morto di botte e abbandono mentre era nelle mani dei carabinieri. Quello di Federico Aldrovandi, deceduto durante un controllo della polizia. E il pestaggio dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere da parte della polizia penitenziaria. Ora, il devastante caso di Verona. Il protagonista si chiama Alessandro Migliore, il picchiatore, un bandito in divisa che favoriva i criminali e annichiliva i poveri cristi con spray, schiaffi e angherie varie. Con lui c’erano quattro sodali, altri 17 a coprire e qualcun altro che non è stato ancora identificato. Era un sodalizio, un clan e un blocco di potere che si era insediato in quel presidio di legalità che dovrebbe essere una questura.

«Quanti ne ho arrestati di colleghi, anche di altre forze dell’ordine. Non ho mai coperto nessuno, non ho mai tollerato esagerazioni anche quando siamo stati sfidati. Ricordo la sera in cui un mafioso spaccò la faccia a uno dei nostri: contro di lui non abbiamo alzato nemmeno un dito, e lo stesso atteggiamento lo abbiamo avuto anche con gli altri. Questa storia ci indigna, questi non sono nostri colleghi. Sono gentaglia», dice chi ha passato trent’anni in polizia inseguendo malacarne e criminali.

Non c’è solo rabbia nella sua analisi, ma anche questioni aperte da approfondire. Domani ha parlato con poliziotti, funzionari ed esperti per capire dove può nascere la devianza, dove si può correggere un sistema che è fatto di elevate professionalità, di coraggio e impegno quotidiano. Risposte che non sono comunque sufficienti per capire Verona e quella degenerazione.

Abbiamo però cercato di rispondere a una serie di domande: chi forma i poliziotti? Esiste la diffusione di una cultura anti-violenza e del rispetto delle regole? Gli assunti sono tutti civili? Chi si occupa della loro salute mentale? Qual è il modello gestionale dei commissariati? È possibile riconoscere oggi chi non è adeguato a ricoprire un ruolo così sensibile?

LA RISERVA MILITARE

In polizia si entra per concorso pubblico, e i concorsi sono differenti: c’è quello per agente semplice, quello per ispettore e commissario. Il superamento delle prove rappresenta solo il primo step per il definitivo ingresso nella polizia di Stato. Successivamente, tutti sono obbligati a frequentare un corso, la vera e propria scuola di formazione che cambia, con programmi e durata, in base alla posizione che si andrà a ricoprire.

Nei concorsi e anche nelle scuole di polizia ci sono criticità che sono emerse in questi anni. Il concorso per agente prevede una prova d’esame scritta, una di efficienza fisica e i successivi accertamenti di idoneità psicofisica e attitudinale. Se ad esempio si legge con attenzione l’ultimo bando, emanato lo scorso novembre per 1.188 posti di allievo agente della polizia di stato, si scopre un dettaglio che è presente in ogni concorso: c’è un’aliquota riservata per gli ex militari di leva volontaria.

«Nessuno stigma, ma il problema c’è e riguarda la quota che per legge è riservata a chi proviene dall’esercito», dice un dirigente della polizia di Stato. In pratica, nel 2000 (governo D’Alema), con il completamento dell’iter della legge delega, si sospese la leva obbligatoria per passare a quella volontaria. Da allora è stata attribuita una percentuale importante delle assunzioni nelle forze dell’ordine a chi proviene dall’esperienza militare volontaria. E qual è il problema?

Ce lo spiega uno dei massimi esperti di sociologia della sicurezza, Maurizio Fiasco. Per quasi tre decenni è stato professore nelle scuole di formazione e aggiornamento della polizia. Tra i frequentatori del suo corso dirigenziale ha avuto anche il futuro capo della polizia Franco Gabrielli: «È vero, nell’anno 2001, era il migliore in assoluto di quel corso», ricorda Fiasco, che però – dall’avvento di Matteo Salvini al ministero dell’Interno – non ha più svolto docenze.

«Si è passati da una leva obbligatoria, che costruiva un contatto e un rapporto diretto tra l’esercito e la società, a una ferma volontaria che alimenta invece estraneità e settarismo. Con un ulteriore grave limite: la leva volontaria non consente un effettivo accesso alla carriera.

È un impiego a termine, che si offre a quanti incontrano maggiori difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro. Così, l’assunzione facilitata in tutte le organizzazioni delle forze di polizia, sia statali sia locali, si presenta come uno sbocco privilegiato. Un salto all’indietro rispetto alla riforma del 1981 che ha smilitarizzato l’ex corpo delle guardie di pubblica sicurezza», dice Fiasco.

Il problema è che sono due mondi molto diversi tra loro. «L’esperienza militare è maturata sui teatri di guerra, in lunghi giorni vissuti guardandosi dalla minaccia dall’esterno, su una coesione di gruppo separato che avverte un “noi soldati” contrapposto agli “altri”, tra i quali si annidano i nemici. Ne deriva peraltro una sofferenza, che ingenera una visione (anche se non mancano esempi di sostegno sociale alle popolazioni) da guarnigione in caserma: è distante anni luce dall’identità civile di servizio al cittadino, che è invece il cardine del servizio nella polizia di Stato», sottolinea Fiasco.

IL VOTO MIGLIORE

Ci sono persino concorsi riservati unicamente a militari in servizio e congedati, ed è uno di questi quello a cui ha partecipato Alessandro Migliore. Era un bando di concorso, pubblicato nel 2018 e che si è svolto nel 2019, alla ricerca di 654 allievi agenti della polizia di Stato.

All’epoca Migliore aveva 21 anni e rientrava nei requisiti previsti. A quel concorso potevano partecipare «i volontari in ferma prefissata di un anno e in servizio almeno da sei mesi continuativi». Migliore, finita l’esperienza militare, si è buttato in polizia e ha partecipato al concorso. Domani ha visionato il punteggio della prova scritta – 9,585 – che è stato il lasciapassare verso la divisa.

Ma la provenienza militare non basta in alcun modo per spiegare il caso Verona: altri indagati provenivano da concorsi riservati ai civili e non avevano trascorsi nell’esercito. Come Filippo Failla Rifici che, dopo aver vinto il concorso, ha sostenuto 18 mesi di corso di formazione nella scuola ispettori di Nettuno. Prima, ha dovuto affrontare sia una prova scritta sia una orale, superando entrambe brillantemente con questi voti: sette e 7,30.

Rifici, che ha anche due lauree alle spalle, e Migliore sono ora indagati per tortura. Per loro è stato disposta la misura degli arresti domiciliari, dopo che sono stati protagonisti di abusi di potere, tra schiaffi e urina, modello Arancia meccanica.

I CORSI RIDOTTI

Va ribadito che migliaia di ex militari svolgono con professionalità il loro mestiere, nonostante l’approccio cambi completamente da esercito a polizia. Proprio la formazione dovrebbe rivestire un ruolo decisivo, in ragione di questo circuito differente di origine. Ma negli ultimi anni è stata sempre più ridotta in termini di intensità e durata per la solita ragione che guida tutte le scelte: l’organico insufficiente al quale si aggiunge un’età media sempre più alta, intorno ai 47 anni.

«I concorsi dedicati, quelli con le aliquote, spalancano le porte a chi arriva da un’esperienza nell’esercito e, in considerazione dell’approccio differente, avremmo dovuto in questi anni aumentare la formazione. Invece, è stata ridotta considerevolmente. Lo si è fatto per dare maggiore impulso agli ingressi, visto il perenne problema di organico, ma non è la strada giusta», dice Fiasco.

Uno degli ultimi corsi di formazione per allievi, anche a causa della pandemia, ha avuto la durata di 8 mesi, quattro mesi in meno di quelli che abitualmente, negli anni passati, venivano svolti dai futuri poliziotti. Le scuole per agenti sono sette, sparse su tutto il territorio nazionale. «L’allievo agente dovrà, al più presto, avere coscienza che l’appartenente alla polizia di Stato deve mantenere un costante autocontrollo, una dirittura morale e uno spiccato senso del dovere, che non dovranno vacillare in nessuna situazione», recita un vademecum per l’allievo del ministero dell’Interno.

La prima parte del corso è teorica, la seconda pratica con l’agente che svolge un periodo di prova, prima della definitiva assegnazione. I futuri poliziotti studiano materie giuridiche, di polizia giudiziaria amministrativa; le regole tecniche ed esperienziali che caratterizzano il bagaglio dell’operatore; con approfondimenti legati al completamento della formazione.

Un alto dirigente ci mostra la sua scrivania coperta da manuali, appunti, libri utilizzati in decine di corsi svolti e incontri con i futuri agenti. Su un manoscritto si legge «qualità personali dell’investigatore» e più sotto: «Mai innamorarsi di una sola tesi». Rivendica l’importanza di quest’attività di formazione e il livello di attenzione a ogni aspetto, riconoscendo che la riduzione di tempo rappresenta un evidente passo indietro.

LA VITA IN REPARTO

Il viaggio di un poliziotto, dopo aver superato il concorso, aver frequentato la scuola e la fase di agente in prova, trova finalmente il suo capolinea nel commissariato dove viene trasferito. Il periodo di aggiornamento continua, ma anche quello di valutazione.

«È anomala l’assenza di responsabilità, almeno per il momento, di superiori nella vicenda Verona, visto che noi siamo sottoposti ogni anno a un giudizio», racconta un poliziotto a Domani.

Ogni dodici mesi, infatti, i superiori devono redigere un rapporto informativo per l’anno trascorso, nel quale devono fare una valutazione dettagliata dell’agente. Una sezione è riservata alla competenza professionale, un’altra alla capacità di risoluzione, la terza a quella organizzativa e, da ultimo, viene valutata la qualità dell’attività svolta. «Bastava spostarli prima, i dirigenti hanno una chiara colpa, non hanno vigilato», continua l’agente.

Ed è qui che nasce un ulteriore quesito: cosa succede quando un superiore scopre un agente esagitato? «Le soluzioni sono due e sono legate anche alla personalità del dirigente: denunciarlo, così da avviare un’indagine giudiziaria, oppure trasferire il poliziotto in un altro reparto. Quando ho agito spostando da una sezione all’altra l’agente non sono mancate rimostranze delle sigle sindacali, un altro interlocutore da gestire in queste vicende. In altre occasioni ho denunciato e seguito personalmente il caso, fino all’arresto e alla destituzione», dice un questore di lungo corso.

Sugli equilibri interni e sul peso delle sigle sindacali le opinioni sono diverse. Un poliziotto la pensa diversamente: «Ma quale peso, siamo diventati più militari rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Oggi i dirigenti hanno tutte le possibilità di trasferire e spostare, il peso sindacale si è totalmente ridotto», dice l’agente.

Il reparto volanti, quello che vede coinvolti i poliziotti di Verona, se non è inserito pienamente nella macchina organizzativa rischia di diventare un mondo a parte di sceriffi di strada.

Oltre i quattro, conquistati dall’ex militare guida Migliore, ci sono altri 17 che rischiano l’interdizione. Sono tutti con poca esperienza e sono accusati di aver coperto violenze e abusi. «Bisogna ripensare i modelli organizzativi, la carriera deve essere incentivata quando rendi un servizio efficace ai cittadini, non solo quando catturi i ladri. Bisogna ripensare i criteri in base ai quali disporre gli avanzamenti di carriera. Chi struttura un commissariato efficiente, stabilisce legami di fiducia con il territorio, fa aumentare le denunce, attiva un moderno sistema di prevenzione, paradossalmente è penalizzato nella carriera. E dunque è questo il modello di valutazione da cambiare», conclude Fiasco.

LA PAURA DELLO PSICOLOGO

C’è un altro aspetto, trascurato e ignorato dal dibattito pubblico: chi aiuta il poliziotto? E cosa succede se chiede aiuto? Quando scopre un cadavere massacrato di coltellate chi lo assiste?

«Dovremmo essere sottoposti a visite psicologiche costanti e periodiche, bisogna uscire dalla logica dei Robocop ed entrare nella modernità», dice Roberto Massimo, segretario nazionale dell’Usip, Uil polizia.

«Oggi se un poliziotto chiede il supporto psicologico deve informare il superiore. Quando si entra in un percorso di terapia, nella maggior parte dei casi, ti vengono sottratti la pistola e il tesserino, in attesa dell’esito dei consulti. Noi chiediamo psicologi esterni, che non siano dell’amministrazione, e una vigilanza sanitaria frequente. Perché non ne possiamo più di lavorare in queste condizioni con suicidi in costante aumento».

Tutto questo non cancella Verona e nemmeno lo spiega. Ma aiuta ad avere qualche strumento in più per evitare che casi simili si ripetano in futuro.

NELLO TROCCHIA. È inviato di Domani. Ha realizzato lo scoop internazionale sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere prima con un'inchiesta giornalistica e poi pubblicando i video delle violenze, alla storia ha dedicato un libro Pestaggio di stato. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Poliziotti violenti, Amnesty: «Giorgia Meloni vuole azzerare il reato di tortura. Ci saranno mille Verona impunite». La denuncia del portavoce italiano Riccardo Noury: «C’è un clima in atto che fomenta un accanimento verso le persone più vulnerabili». Simone Alliva su L'Espresso il 7 Giugno 2023

«Sembra di essere tornati alla caserma di Bolzaneto, 22 anni fa» dice a L’Espresso Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia mentre commenta il caso dell'indagine sulle violenze compiute da alcuni poliziotti di Verona. Fotogrammi dell’orrore che a leggere le carte sulla vicenda di Verona ritornano: il sangue misto alla pipì. I racconti e le immagini di quei ragazzi messi nudi contro il muro in piedi, gambe divaricate, per ore. O delle ragazze umiliate e minacciate di stupro. Gli ordini: «Canta faccetta nera», «viva il Duce» e ancora gli urli della ragazza a cui fu strappato il piercing dal naso. Il reato di tortura all’epoca non c’era. Approvato solo nel 2017, oggi la destra al Governo vuole abolirlo. «C’è un clima», ripete Noury, «oggi chi è sempre stato contrario al reato di tortura è al governo».

Riccardo Noury: il caso della donna trans pestata dalla polizia locale di Milano, quello del carabinieri che prende a calci in testa un uomo arrestato e adesso Verona. Questi episodi cosa ci dicono?

«Che c’è accanimento nei confronti delle persone con vulnerabilità, in molti di questi casi c’è un’aggravante di odio razziale e questo rende il tutto ancora più inaccettabile. Si tratta in uno squilibrio di forze tra chi è indifeso e chi si ripara dietro una divisa, contando su un certo clima politico».

In che senso “un clima politico”?

«Non parlo soltanto di un certo atteggiamento nei confronti di persone vulnerabili, ma di un tentativo scivoloso di porre al centro del dibattito politico il tema del reato di tortura. Ne parla il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ad esempio, ci sono proposte di legge di Fratelli d’Italia che dichiarano di voler “migliorare” la legge, in realtà la vogliono cancellare. Succede con l’aborto, succede con il reato di tortura. Questa è l’aria che si respira nei palazzi a Roma ed è qualcosa che scende nelle strade e nelle città».  

Come ricordava lei, in una lettera indirizzata a un sindacato autonomo di polizia prima del voto, Giorgia Meloni prometteva che una volta al Governo la destra avrebbe abolito il reato di tortura. Il disegno di Fdi vuole definire la tortura come un aggravante e non un reato riferibile in particolare modo ai pubblici ufficiali.

«Ci abbiamo messo 29 anni ad avere una legge che non è perfetta e rischiamo che in 29 giorni questa legge venga cancellata. La legge italiana prevede la tortura come reato comune, ma aggravato se commesso dal pubblico ufficiale, questo elemento già all’epoca era problematico. Ma, sa, all’epoca le associazioni per i diritti umani si sono detti: prendiamo questo testo anche se non è perfetto, ma non ci sono condizioni politiche. Adesso si vuole fare un passo indietro. Ufficialmente per adattare il testo italiano alla normativa internazionale mentre in realtà ha un intento neanche troppo mascherato di acuire». 

Quali sono i rischi?

«Se si modifica il testo bisogna chiedersi cosa ne è dei processi in corso, se cambia la fattispecie è evidente che c’è un problema. Questa narrazione sulle modifiche e sulle migliorie nasconde altro. Quelli che per quasi 30 anni, dall’1989 al 2017, erano contrari al reato di tortura ora sono al Governo e hanno la maggioranza». 

Ma non si potrebbe intervenire prima. Fare un lavoro di prevenzione?

«Il reato di tortura introdotto nel 2017 pecca anche di elementi sulla prevenzione. La tortura è uno dei più gravi crimini internazionali, non è tollerabile servirebbero delle condanne forti, unanime da chi è al potere in questo Paese. Il Presidente del Senato ha rilasciato ieri una dichiarazione cauta, va bene. Ma non basta una dichiarazione isolata. Non bisogna tentennare. Il che vuol dire che questo Governo deve porre fine anche ai tentativi di azzerare il reato di tortura. Altrimenti ci saranno mille Verona e non saranno punite». 

Estratto dell’articolo di Titti Beneduce per corriere.it l'11 maggio 2023.

Calabrese di Nascita, ma napoletano di adozione: Vittorio Pisani, il nuovo capo della polizia, ha trascorso all'ombra del Vesuvio molti anni della sua straordinaria carriera. Cinquantasei anni il prossimo 22 maggio, Pisani è rimasto nel cuore dei poliziotti che nel corso del tempo hanno lavorato con lui. 

Funzionario responsabile di diverse sezioni della squadra mobile di Napoli dal 1990 al 1999, nel 1998 è stato promosso per merito straordinario al grado di vice questore aggiunto per una operazione di polizia giudiziaria di straordinaria importanza nel contrasto all'Alleanza di Secondigliano.

Dal 1999 al 2004 ha ricoperto l’incarico di funzionario coordinatore di indagini in materia di criminalità organizzata e di ricerca latitanti presso il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dirigente della squadra mobile di Napoli dal 2004 al 2011, nel corso dell’incarico ha ricevuto numerosi encomi ed encomi solenni per operazioni di polizia giudiziaria di particolare importanza contro la criminalità organizzata, tra cui le catture di diversi capi di camorra latitanti. 

Vice consigliere ministeriale presso la Direzione centrale anticrimine dal giugno 2011 al dicembre 2012, ha diretto le attività investigative che hanno condotto alla cattura del capo della camorra latitante Michele Zagaria. Ha abitato a lungo nel quartiere collinare del Vomero, dove tuttora ha molti amici.

[…] Il nuovo capo della polizia è sposato dagli anni Novanta con Giulia, conosciuta nell'ambito del suo lavoro: il padre di Giulia, l'ispettore Vincenzo Pirone, era infatti uno dei più stretti collaboratori di Pisani quando quest'ultimo dirigeva la sezione Omicidi della squadra mobile di Napoli. La coppia ha due figli […]. 

[…] Nel 2011 […] fu coinvolto nell'inchiesta sul presunto riciclaggio di denaro sporco da parte del clan di camorra Lo Russo in lussuosi ristoranti di Napoli gestiti dai fratelli Iorio, dei quali era amico. La Procura […] gli contestava i reati di rivelazione di segreto, favoreggiamento, abuso d'ufficio e falso. Il rinvio a giudizio avvenne pochi giorni dopo l'arresto del boss Michele Zagaria. Ma Pisani da quelle accuse è stato completamente scagionato e assolto con formula piena in tutti i gradi di giudizio.

[…] Il giorno in cui Zagaria fu finalmente catturato dopo 16 anni di latitanza Vittorio Pisani era sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora in provincia di Napoli: anche per questo motivo l'operazione fu clamorosa. Quando il capoclan fu stanato dal suo bunker sotterraneo di Casapesenna e portato nella Questura di Caserta, i suoi uomini intonarono spontaneamente un coro di solidarietà scandendo il suo nome: Vittorio, Vittorio. 

[…] Per l’arresto del capo del clan dei casalesi Pisani è stato promosso per merito straordinario alla qualifica di dirigente superiore. È stato direttore del Servizio immigrazione della polizia di Stato e poi capo dell'Aisi. Alla cattura dei boss Iovine e Zagaria, Rai 1 ha dedicato la fiction «Sotto copertura» […].

[…] Nel 2009 Vittorio Pisani, all'epoca capo della squadra mobile di Napoli, rilasciò un'intervista al Magazine del Corriere della Sera, in cui spiegava di non condividere la decisione di concedere la scorta a Roberto Saviano […]. «Demmo parere negativo. Tantissime persone impegnate contro i clan restano senza difesa» […].

 Vittorio Pisani, storia di un cacciatore di boss scelto per aprire un nuovo corso (e chiudere l’ultima stagione). Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'11 Maggio 2023 

Dall’arresto di Zagaria all’assoluzione dopo le calunnie di un ex camorrista: il ritratto del nuovo capo della polizia 

L’arresto del boss Michele Zagaria, alle sue spalle Vittorio Pisani: la foto risale al dicembre 2011 quando Pisani era capo della Squadra mobile di Napoli 

Il nuovo capo della polizia è il classico esemplare di ciò che si definisce, con formula un po’ abusata, uno «sbirro di razza»; investigatore specializzato in criminalità organizzata e cacciatore di latitanti, Vittorio Pisani — calabrese di nascita e napoletano di adozione, ma tifoso del Milan, 56 anni tra dieci giorni — incarna il funzionario cresciuto alla scuola delle Squadre mobili e dell’Anticrimine, espressione di una generazione formatasi all’indomani delle stragi mafiose che trent’anni fa misero in ginocchio il Paese e provocarono una riscossa dello Stato fondata proprio sulla lotta ai clan.

 Da lì si avviò la catena dei «mobilieri» al vertice dell’istituzione: Fernando Masone, Gianni De Gennaro, Vittorio Manganelli e Alessandro Pansa hanno guidato la Pubblica sicurezza per un ventennio, tra il 1994 e il 2015, e allevato una nidiata di poliziotti destinati a una brillante carriera. Pisani l’ha trascorsa quasi tutta fra questura di Napoli e Servizio centrale operativo, attività in strada e con l’orecchio sempre teso a intercettazioni e «soffiate», ma anche cultore del Diritto applicato alle indagini e autore di pubblicazioni scientifiche; protagonista di inchieste e catture di boss importanti (soprattutto di camorra) e qualche incidente di percorso: le polemiche per il parere contrario alla scorta assegnata all’allora giovane scrittore Roberto Saviano e un processo per presunto favoreggiamento e rivelazione di segreto dal quale è uscito con una doppia assoluzione, in primo grado e in appello; e il suo accusatore, l’ex camorrista pentito Salvatore Lo Russo, condannato per calunnia.

Una vicenda giudiziaria che, hanno scritto i giudici nella sentenza divenuta definitiva, «ha finito per trasformarsi in un processo alla carriera dell’imputato, alla sua moralità, alla sua stessa persona e di riflesso all’importante ufficio cui era preposto (in quel momento capo della Mobile, ndr)». Lasciandolo però senza macchia. Da indagato, i magistrati gli avevano imposto il divieto di dimora a Napoli, e in quel frangente Pisani era tornato a lavorare a Roma, alla Direzione anticrimine, da dove ha guidato la cattura di Michele Zagaria, il boss del clan dei Casalesi, un anno dopo quella dell’altro capo Antonio Iovine. 

Da quelle operazioni è nata la fiction Rai Sotto copertura, con l’attore Claudio Gioè nei panni di Pisani che nel frattempo è salito di grado approdando alla guida del Servizio Immigrazione del ministero: altro ufficio divenuto strategico dove è stato apprezzato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini durante il governo Conte I e dall’allora capo di gabinetto Matteo Piantedosi, che nel 2019 l’hanno promosso a vicedirettore dell’Aisi, il servizio segreto interno.

Con Piantedosi rientrato al Viminale da titolare, e il governo Meloni deciso a far rientrare nella giostra dello spoils system pure il vertice della polizia, il nome di Pisani è emerso come una candidatura quasi naturale per sostituire Lamberto Giannini, nominato poco più di due anni fa. Un’esperienza interrotta bruscamente soprattutto per dare un segno di discontinuità rispetto al passato più recente incarnato più che da Giannini dal suo predecessore: il prefetto Franco Gabrielli, nominato nel 2015 da Matteo Renzi e divenuto il faro di Mario Draghi in materia di sicurezza, al punto di sceglierlo come sottosegretario con delega ai servizi segreti. 

Per aver lavorato a lungo al suo fianco e per la medesima provenienza dalle investigazioni antiterrorismo, Giannini è stato vissuto dal nuovo governo come un continuatore della gestione Gabrielli; una sovrapposizione forzata e mal digerita ogni volta che quest’ultimo — ora senza incarichi e prossimo a un’anticipata pensione — s’è lasciato andare a esternazioni critiche sulle politiche dell’esecutivo, ad esempio in materia di immigrazione. Nonostante il suo successore non c’entrasse nulla e stesse guidando il Corpo secondo le proprie idee, non quelle del suo ex capo.

  Così ha prevalso la voglia di chiudere una stagione per aprirne un’altra, all’insegna del ritorno dell’Anticrimine al vertice dell’istituzione, la rivalutazione delle Squadre mobili e delle pattuglie in strada rispetto al lavoro spesso oscuro e sottotraccia tradizionalmente compiuto dalle Digos; con l’idea di una maggiore attenzione alla micro e macro delinquenza e al loro impatto sul territorio e sulla sicurezza percepita, che alle ricostruzione di trame e alla prudenza nella gestione dell’ordine pubblico. Con un imprinting politico che passa sopra le teste delle persone coinvolte.

  Lo spostamento del capo della polizia alla prefettura di Roma è un inedito dal sapore di retrocessione (nonostante le smentite di tutti) che non sfugge a nessuno. Ne è testimonianza il lungo e affettuoso applauso che ieri ha accolto Giannini alla celebrazione per la fondazione della Polizia postale. «È una giornata particolare», ha detto lui aprendo l’evento; parlava dell’anniversario, ma pure di sé.

E' il nuovo capo della polizia. Chi è Vittorio Pisani, il superpoliziotto che dialogava con la camorra: dalla cattura di Zagaria alla gogna ‘grazie’ ai pentiti. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'11 Maggio 2023 

Dalla lotta alla camorra ai servizi segreti, non senza difendersi nelle aule di tribunale dalle accuse di ex boss confidenti, oggi diventati collaboratori di giustizia per evitare di passare il resto della vita in carcere. Il profilo di Vittorio Pisani, 55 anni, è quello del poliziotto vecchia maniera. Origini catanzaresi, Pisani succede a Lamberto Giannini (nominato prefetto di Roma) alla guida della polizia di Stato.

Pisani è stato capo della Squadra Mobile della Questura di Napoli dal 2004 al 2011. Anni difficili, segnati da una parte delle faide di camorra a Scampia, dall’altra dallo strapotere economico e imprenditoriale del clan dei Casalesi. Fu lui a dirigere le indagini, coordinate dalla Dda partenopea, che portarono agli arresti dei boss Antonio Iovine e, soprattutto, Michele Zagaria, catturato nel dicembre 2011 dopo una lunghissima latitanza e, soprattutto, con Pisani, in quel periodo sotto inchiesta per favoreggiamento, sottoposto al divieto di dimora a Napoli.

E’ il capoluogo partenopeo a segnare il decollo della carriera di Pisani. Già a fine anni ’90 ottenne riconoscimenti per la cattura degli elementi apicali della celebre Alleanza di Secondigliano. Dopo l’esperienza a capo della Squadra Mobile di Napoli, venne trasferito a Roma nel ruolo di vice Consigliere ministeriale presso la Direzione Centrale Anticrimine. Promosso dirigente superiore, ha guidato il Servizio Immigrazione della polizia di Stato, presso la Direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere. Successivamente è stato nominato prefetto, restando a disposizione della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nel giugno 2019 è stato nominato dall’allora governo guidato Giuseppe Conte a capo dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna).

Il nuovo capo della polizia finì sotto inchiesta per via di alcune dichiarazioni di un collaboratore di giustizia nonché ex boss, Salvatore Lo Russo (uno dei tanti confidenti di Pisani che dialogava con la criminalità organizzata per ottenere informazioni e per conoscerne meglio le dinamiche). Lo Russo lo accusò di aver favorito alcuni imprenditori impegnati in attività di riciclaggio nel settore della ristorazione a Napoli. Nel 2013 le dichiarazione di Lo Russo furono smentite e Pisani fu assolto da tutte le accuse, e nel 2016 fu promosso al ruolo di dirigente superiore, con decorrenza dal 2011, cioè dall’anno in cui era stato coinvolto nella vicenda giudiziaria. Lo Russo venne poi condannato per calunnia.

Ciro Cuozzo 

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Secondo Dagospia: Roberto Saviano, i boss dei Casalesi assolti, le minacce e la scorta: tutti i misteri dell'autore di Gomorra, scrive “Libero Quotidiano”. La sentenza da parte del tribunale di Napoli, che ieri ha assolto i boss casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine dall'accusa di aver rivolto intimidazioni a Roberto Saviano, fa sorgere un dubbio significativo: chi minaccia lo scrittore di Gomorra? Una domanda che non viene cancellata dalla condanna all'avvocato dei boss, reo di aver diffamato Saviano. I falsi allarmi - E' Dagospia a sollevare questo quesito: non è la prima volta che il clan dei Casalesi viene assolto da intimidazioni a Saviano, dato che nel 2009 il pm Antonello Ardituro archiviò l'inchiesta sull'ipotesi di un attentato ai danni dello scrittore. Il magistrato accertò che si era trattato soltanto di un falso allarme, dettato da un "eccesso di zelo" da parte di un investigatore. E ancora prima, Vittorio Pisani (ex capo della Squadra mobile di Napoli) aveva firmato una relazione di servizio con cui si esprimeva negativamente sull'assegnazione della scorta. "A noi della Mobile - spiegò successivamente Pisani - fu data la delega per riscontrare ciò che Saviano aveva raccontato sulle minacce ricevute, ma dopo gli accertamenti demmo il parere negativo". "Ma chi è Saviano?" - Infine è stato lo stesso Antonio Iovine ad affermare ai pm nello scorso giugno: "Ma chi è Saviano? Ma che ce ne importa a noi?". Resterebbero da vedere le informazioni riservate sui pericoli che corre Saviano: quelle sono in mano al ministero dell'Interno, che ha il compito di assegnare le scorte. Roberto Saviano scriveva su Twitter, alla vigilia della sentenza sui boss che lo avrebbero minacciato: “Sono in attesa della sentenza. In attesa di un passaggio essenziale della mia vita”. I boss sono stati assolti, mentre è stato condannato il loro avvocato per averlo diffamato. A questo punto, passati molti anni dall’assegnazione di una scorta a Saviano, e dopo questa sentenza, è forse lecito chiedersi: chi minaccia davvero Roberto Saviano? L'assoluzione “per non aver commesso il fatto”, decisa ieri dal Tribunale di Napoli, per i boss casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine – accusati con l'avvocato Michele Santonastaso, unico condannato a un anno (pena sospesa), di aver rivolto intimidazioni allo scrittore di Gomorra durante il processo Spartacus – più che dare una risposta solleva questa domanda. Da chi Saviano viene protetto da un imponente apparato di sicurezza secondo solo a quello del presidente della Repubblica? Nel giugno 2009, il pm della Dda Antonello Ardituro archiviò l'inchiesta sull'ipotesi di un attentato ai danni dello stesso scrittore ordito dal clan dei Casalesi. Il magistrato, oggi consigliere del Csm, accertò che si era trattato di un falso allarme dettato da un “eccesso di zelo” da parte di un investigatore. Ancor prima, era stato l'ex capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani (autore, peraltro, dell'arresto proprio di Michele Zagaria e di Antonio Iovine) a firmare una relazione di servizio con cui dava parere negativo all'assegnazione della scorta. Spiegò tempo dopo il poliziotto al giornalista Vittorio Zincone che “a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo”. Pisani fu attaccato a furor di popolo per quelle dichiarazioni e l'unico che confermò la correttezza di quella valutazione tecnica fu il generale dei carabinieri Luigi Sementa, all'epoca comandante della polizia municipale del capoluogo. In ultimo, è stato proprio Antonio Iovine, neocollaboratore di giustizia, a raccontare com'è che lui – allora superlatitante di camorra – aveva vissuto il fenomeno Gomorra. “Tu sei scemo, ma chi è, ma che ce ne importa a noi di questo Saviano?”, ha detto il pentito ai pm che lo hanno interrogato in carcere nel giugno scorso. “Santonastà (Michele Santonastaso, il legale condannato, ndr), ma perché non ti stai zitto con questo Saviano? Ma lascialo perdere…”. Sicuramente, il comitato del ministero dell’interno che assegna le scorte, ha informazioni riservate sui pericoli che corre Saviano che il pubblico non conosce (e non potrà mai conoscere, per ragioni di riservatezza e sicurezza). Ma con la sentenza di ieri cade una delle poche (potenziali) minacce che sono emerse in questi anni.

Ma quale Saviano, la scorta serve agli italiani, scrive il 22 giugno 2018 Cristiano Puglisi su "Il Giornale". Fiumi di parole, un profluvio di inchiostro. Tutto e solo per lui, Roberto Saviano. E per la sua scorta. Già, un privato cittadino con un conto in banca in milioni di Euro e la protezione pagata dallo Stato. Un figlio della buona borghesia campana, fresco proprietario di un lussuoso attico a New York, che nella vita ha avuto il merito, incontestabile per carità, di scrivere, ormai 12 anni fa, un romanzo sulla camorra. Eppure la storia e l’attualità del sud Italia sono piene di esempi di coraggio, che la scorta non ce l’hanno. Dai braccianti e sindacalisti che denunciano gli abusi del caporalato ai giornalisti precari che raccontano gli intrecci del malaffare sulle testate locali. E perché non menzionare anche Vittorio Pisani, ex capo della Squadra Mobile di Napoli. Un signore che la camorra l’ha combattuta sul campo. E che, dello scrittore partenopeo, disse: “A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione (…). Ho arrestato centinaia di delinquenti, io giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta”. Tutta gente che, forse per la sola colpa di non avere accesso ai salotti (di sinistra) che contano, non ha potuto rendere questa attività un business, non ha potuto trarne sceneggiature per il cinema e le serie TV e non è stata invitata a parlare da “compagni” altolocati nelle trasmissioni televisive. E allora, francamente, poco importa della scorta dell’autore di “Gomorra”. Se gli organi competenti reputeranno che di rischi non ne corre, bene farà il ministro Salvini a levargliela. In caso contrario che la tenga. Anche se, è chiaro, la protezione di Stato a un milionario che sostanzialmente vive all’estero fa sorridere. Piuttosto la protezione la si dovrebbe dare agli italiani, potenziando l’organico e gli strumenti a disposizione delle Forze dell’ordine e le leggi a loro tutela. E magari varando una norma decente sulla legittima difesa. È questo che chiedono i cittadini normali. Quelli come i tabaccai, i benzinai e tutti gli esercenti che rischiano costantemente di essere rapinati mentre guadagnano onestamente il pane per se e per la propria famiglia. Soprattutto perché questo, nel bel Paese, non è una possibilità remota, ma avviene una volta ogni quarto d’ora, stando ai dati del 2016. E allo stato attuale quei cittadini, se per sbaglio dovessero avere la malaugurata idea di provare a difendersi, rischierebbero pure di finire in galera. Loro, non i delinquenti. Così come quelli che, mentre personaggi alla Saviano si ergono dai loro pregiati immobili a paladini di nomadi e irregolari (a proposito ma come la mettiamo con la storia della legalità?), devono dormire nella propria casa con il terrore di ricevere la visita di qualche ladro, perché magari non possono pagarsi un costoso antifurto. O ancora come gli anziani che, costretti ad abitare in qualche alloggio popolare dopo una vita di sacrifici, devono stare attenti a non farselo occupare mentre vanno a fare la spesa. Ecco, è a queste persone, a questi cittadini che lo Stato deve garantire davvero sicurezza e tutela. Altro che Saviano. Altro che balle.


 

 

 

 

 

 

Quante bugie di scorta, scrive Vittorio Sgarbi, Lunedì 25/06/2018, su "Il Giornale". Uno dei migliori poliziotti italiani, ovunque stimatissimo e all'epoca capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, a ragion veduta e con dati certi affermò che Saviano non correva rischi reali più di quanto potesse correre ogni altro giornalista che scriveva articoli di prima mano (non di seconda, come Saviano) sulla camorra. Le considerazioni di Pisani non erano politiche ma tecniche. Non c'è un diritto senza riscontri alla scorta. Il discorso era chiaro, ma la falsa indignazione e la retorica prevalsero. «A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta». Pisani aggiunse: «Faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato... Beh, giro per la città con mia moglie e con i miei figli, senza scorta. Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni. Non ho mai chiesto una scorta». Saviano ha rappresentato la vita sotto scorta come una dolorosa costrizione. Un'assoluta bugia. Pisani, che aveva osato mettere in discussione i rischi eventuali di un intoccabile, si trovò al centro di un'indagine giudiziaria, fu costretto a lasciare Napoli per essere poi riabilitato e assolto dopo le dichiarazioni calunniose di un collaboratore di giustizia.

VITTORIO PISANI. L’ANTI SAVIANO ASSOLTO DOPO ANNI DI FANGO.

Chi ha torto? Chi ha ragione? I magistrati che lo hanno processato o i magistrati che lo hanno giudicato?

Insabbiamento o gogna giudiziaria e mediatica? Assolto da tutte le accuse l'ex capo della squadra mobile Vittorio Pisani nel processo sul riciclaggio nei locali del lungomare. Pisani è stato assolto "perché il fatto non sussiste". La sentenza è stata emessa dalla VII sezione del Tribunale di Napoli presieduta da Rosa Romano. Secondo i pubblici ministeri del processo, Enrica Parascandolo e Sergio Amato, Pisani avrebbe informato un imprenditore nel settore della ristorazione, suo amico, di indagini in corso sul suo conto. Nella requisitoria i pm avevano chiesto quattro anni. Pisani, dopo aver subito il divieto di dimora a Napoli, attualmente è a Roma, nell'ufficio immigrazione del Viminale.

L'anti-Saviano assolto dopo due anni di fango. Per l'ex capo della Mobile di Napoli Vittorio Pisani cade l'accusa di riciclaggio. I suoi guai iniziarono quando criticò la scorta allo scrittore, scrive Carmine Spadafora su “Il Giornale”. Per due anni e mezzo è rimasto sulla graticola della malata giustizia italiana. Per la Procura di Napoli, l'ex capo della Squadra mobile, Vittorio Pisani, il superpoliziotto che ha arrestato centinaia di camorristi, aveva tradito la sua missione, rivelando informazioni riservate a un imprenditore finito sotto inchiesta e presunto colluso con la camorra. Tutto falso. Il 18 dicembre 2013, nel pomeriggio, poco prima delle ore 15, il Presidente della Settima Sezione del Tribunale di Napoli, Rosa Romano ha assolto Pisani «perchè il fatto non sussiste». I cronisti che lo conoscono fin da quando ha mosso i suoi primi passi da commissario lo hanno visto per la prima volta commuoversi. Con i lucciconi agli occhi, l'uomo di ghiaccio ha abbracciato i suoi avvocati, Rino Nugnes e Vanni Cerino, stretto tante mani e ricevuto pacche sulle spalle. Commosso ma con le labbra cucite. Il senso di questo processo, di questa mastodontica indagine che ha gettato fango sulla dignità di un uomo onesto è racchiuso nelle parole dell'avvocato Nugnes: «Era un processo che per quanto riguarda la posizione di Pisani poteva anche non essere celebrato». Pisani, che osò dire che lo scrittore Roberto Saviano non meritava la scorta perchè nella sostanza non esistevano giustificati motivi di sicurezza per assegnargliela, ha lasciato l'aula 318 del Tribunale per fare ritorno a Roma, dove lavora presso l'Ufficio immigrazione del Viminale. Ma, fino a pochi mesi fa non aveva potuto nemmeno vivere sulla sua città di adozione, Napoli, accanto alla moglie e ai figli, per un obbligo di divieto di dimora impostogli dal gip. Lui, lo «sbirro» che aveva messo le manette ai polsi ai due numeri uno della camorra, casalese, Antonio Iovine e Michele Zagaria, stanati entrambi dopo 15 anni di latitanza, costretto a stare lontano dalla «sua» città. Dal 30 giugno del 2011 fino a ieri pomeriggio ha vissuto con una macchia addosso, l'accusa di avere favorito un imprenditore accusato di avere riciclato in ristoranti della Napoli bene, i denari della camorra di Secondigliano, del clan Lo Russo. Una cosca storica, capeggiata da Salvatore «o capitone» poi pentitosi ma in passato informatore di Pisani. Si, un informatore, come si conviene per un vero poliziotto. Da collaboratore Lo Russo ha versato palate di fango sul superpoliziotto. Fango vero, accuse fasulle. La sentenza pronunciata dal Presidente Romano rappresenta una gravissima sconfitta per la Procura napoletana. La Settima Sezione del Tribunale ha infatti demolito il castello di accuse costruito dai pm contro Pisani e, in parte, anche per gli altri imputati. Undici assoluzioni ma per i sei condannati è caduta l'accusa più grave, ovvero, l'articolo 7, cioè «avere agito con finalità» mafiose. Il Tribunale ha disposto il dissequestro di tutti i locali. Sarà anche la sfortuna ma i guai per Vittorio Pisani sono iniziati all'indomani di una intervista rilasciata al Corriere della sera Magazine, nella quale rivelava che «a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sulla scorta». Onestà intellettuale di un poliziotto di Calabria non abituato a calcoli di convenienza ma rigoroso nel suo lavoro. Pisani «osò» anche dire: «Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tanti poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni».

Il capo della Mobile di Napoli “non ha indagato per anni su capitali illeciti” prodotti dal riciclaggio e l'usura praticati dal clan Lo Russo. Lo affermano il procuratore di Napoli Lepore e l'aggiunto Pennasilico. Pisani rivelò all'imprenditore Iorio, referente per il riciclaggio del clan Lo Russo, notizie sull'indagine. Ed era “in comprovata amicizia” con Iorio e in quotidiani rapporti con il boss Salvatore Lo Russo, suo confidente. “Mi dispiace, Pisani era anche un amico”, ha detto Lepore. Il questore di Napoli Luigi Merolla, ha messo a capo della Squadra Mobile il vice Pietro Morelli. Vittorio Pisani verrà, invece, trasferito a Roma. Questo mentre lo stesso ormai ex Capo della Mobile napoletana, Pisani, risulta indagato per favoreggiamento nell'ambito di un'inchiesta su riciclaggio e usura. A confermarlo il procuratore di Napoli, Lepore. Il reato di favoreggiamento si configura nei confronti di esponenti del clan Lo Russo (attivo nel quartiere di Miano). Oltre ad essere indagato, Pisani ha ricevuto il divieto di dimora.

Le accuse della Procura al capo della Mobile.

"Il dottor Vittorio Pisani, legato con solidi e comprovati rapporti di amicizia con Marco Iorio ed in rapporti con Salvatore Lo Russo, sui confidente, non ha esitato a rivelare a Iorio l'avvio dell'indagine da parte di questo ufficio, informandolo al contempo del contenuto di alcune annotazioni di servizio redatte dal suo stesso ufficio". Questo un brano centrale di un durissimo comunicato firmato dal procuratore di Napoli Giandomenico Lepore e dall'aggiunto Alessandro Pennasilico distribuito ai giornalisti nel corso della conferenza stampa alla Procura di Napoli sul sequestro di ristoranti e locali pubblici a Napoli nell'ambito di un'inchiesta su usura e riciclaggio del clan Lo Russo. "Cio' - prosegue il comunicato della Procura - inevitabilmente ha arrecato un serio pregiudizio alle indagini, specialmente sotto il profilo della compiuta individuazione ed acquisizione dei beni da sequestrare, essendosi sia Marco Iorio che Bruno Potenza,a sua volta informato da Iorio, immediatamente attivati per occultare i capitali, parte dei quali effettivamente già trasferiti all'estero, programmando in queste ultime settimane addirittura la vendita a prestanome delle stesse attività di ristorazione". "Ma si è anche accertato - prosegue il testo - che il dottor Vittorio Pisani era da anni a conoscenza del reimpiego dei capitali illeciti da parte di Marco Iorio e non solo non ha mai effettuato alcuna indagine, nè redatto alcuna comunicazione di notizie di reato, ma ha intrattenuto quotidiani rapporti amicali con questo ultimo, frequentando il ristorante "Regina Margherita". "Ma le indagini - prosegue il testo - hanno rivelato anche qualcosa di più grave, che attiene al comportamento tenuto proprio in relazione alle indagini in corso, da parte del dirigente della Mobile, il quale si è fortemente speso in difesa dell'amico Iorio, tenendo comportamenti decisamente contrari ai doveri connessi con l'alto ruolo ancora oggi rivestito. E mentre trasferiscono i soldi in Svizzera gli indagati cominciano anche a immaginare una strategia difensiva e - come rivelato dalle intercettazioni ambientali - si dovrebbe concretizzare nell'attribuzione delle quote occulte al nero accumulato negli anni per effetto di una mera evasione fiscale". " Diventa allora inevitabile che appaia quasi come un'anticipazione delle linea difensiva degli indagati - conclude il comunicato dei vertici della Procura di Napoli - l'intervista che lo stesso Pisani rilascia alla fine del mese di marzo 2011 dal titolo 'I professionisti evadono il fisco e riciclano i soldi in bar e ristoranti". L'opinione manifestata dal dirigente della Mobile è infatti che nel riciclaggio sono coinvolti sopratutto i medici, gli avvocati, i notai, ed i commercialisti. Non una parola sulla camorra nè su altre e reali fonti illecite". 

Una bella gazzarra chiude il pasticcio delle primarie napoletane: poco dopo le 21 della sera di martedì 25 gennaio 2011 i bassoliniani pro Cozzolino hanno occupato la sede della federazione provinciale del PD di Napoli inveendo contro il segretario Nicola Tremante. I sostenitori di Cozzolino sono molto arrabbiati per le dichiarazioni rilasciate che potrebbero causare l’annullamento del voto nei seggi sospetti di compravendita di voti invalidando così la vittoria del delfino di Bassolino. I cozzoliniani hanno insultato il segretario per le dichiarazioni rilasciate.

Questo pochi giorni prima della raffica di arresti in tutto il Paese nell’ambito di un’operazione per reati ambientali. Da tutta la stampa nomi e fatti. La ex vice di Guido Bertolaso alla Protezione Civile, Marta Di Gennaro, e il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania, sono stati arrestati dai carabinieri nel blitz coordinato dalla procura della Repubblica di Napoli. I due, ai quali è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari, sono accusati di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali. Nella stessa operazione che ha portato in manette altre dodici persone, sono anche indagate l’ex governatore Antonio Bassolino, l’ex assessore regionale Luigi Nocera e l’ex capo della segreteria politica di Bassolino, Gianfranco Nappi. Nel corso dell'operazione, coordinata dalla procura di Napoli e portata avanti dai carabinieri del Noe e dalla Guardia di Finanza, è stata accertata l’esistenza di un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani. Un accordo che ha consentito, per svariati anni, lo sversamento in mare del percolato (il rifiuto liquido prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani) in violazione delle norme a tutela dell’ambiente. Secondo gli inquirenti, infatti, il percolato veniva immesso senza alcun trattamento nei depuratori dai quali finiva direttamente in mare, contribuendo ad inquinare un lunghissimo tratto di costa della Campania, dal Salernitano fino al Casertano. Agli arresti domiciliari è finito anche Gianfranco Mascazzini, ex direttore generale del ministero dell’Ambiente. Sono invece in carcere Lionello Serva, ex sub-commissario per i rifiuti della Regione Campania; Claudio Di Biasio, tecnico degli impianti del Commissariato; Generoso Schiavone, responsabile della Gestione acque per i depuratori della Regione Campania e Mario Lupacchini, dirigente del settore Ecologia della Regione. Sequestri di documentazione sono stati messi in atto in diverse sedi istituzionali, come la prefettura di Napoli, la Regione Campania, ma anche la Protezione civile di Roma e in sedi di aziende di rilievo nazionale. L’indagine, durata fino al luglio 2010, ripartiva da quella conclusa nel maggio 2008 e nota con il nome di "Operazione Rompiballe" che aveva portato all’arresto di 25 indagati per traffico illecito di rifiuti. E' stata sviluppata mediante attività tecniche, nonchè riscontri documentali, che hanno permesso di acquisire gravi indizi di colpevolezza nei confronti di ex uomini politici, professori universitari, dirigenti della pubblica amministrazione e tecnici delle strutture commissariali che si sono avvicendati al Commissariato per l’emergenza rifiuti della Regione Campania dal 2006 al 2008.

Questa è una considerazione. Poi ne segue un'altra.

E il giustizialista Saviano ha il padre alla sbarra. Articolo di Gian Marco Chiocci - Luca Rocca su “Il Giornale”

Processo per truffa e corruzione: come medico avrebbe danneggiato l'Asl. La difesa: vittima di raggiri altrui.

L’imbarazzo dell’autore di Gomorra. Roberto Saviano, neo-icona della sinistra italiana, per qualcuno addirittura il suo prossimo leader, purtroppo per lui è alle prese coi guai giudiziari di suo padre, Luigi, medico di base alla Asl di Napoli, sotto processo per un storia di prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, rimborsi non dovuti.

I fatti risalgono al periodo 2000-2004, ma il 19 maggio prossimo il tribunale di Santa Maria Capua Vetere (presidente Raffaello Magi, l’estensore della sentenza Spartacus al clan dei casalesi) dovrà decidere se accorpare al procedimento riguardante il papà dello scrittore un secondo filone, nel quale vengono contestati reati che sarebbero stati commessi fino al 2006 e che vede alla sbarra gli stesi imputati per gli stessi reati. Luigi Saviano è imputato, insieme ad altri medici e professionisti, con l’accusa di truffa, ricettazione, corruzione e concussione ai danni dell’Asl. La vicenda, là dove si parla del ruolo dei medici di base, viene così descritta dalla procura che si è battuta per il rinvio a giudizio del genitore dell’illustre figlio e di altri coindagati: «Avevano il ruolo di stilare ricette riportanti prescrizioni fittizie di esami di laboratorio, con l’inserimento di nominativi, corrispondenti a propri ignari assistiti (che non hanno riconosciuto le prescrizioni loro attribuite) su ricettari loro assegnati». L’aggravante sta nel danno patrimoniale, «di rilevante quantità», subito dalle aziende sanitarie locali che, sempre secondo i pubblici ministeri campani, «hanno provveduto alla liquidazione di quanto richiesto». Nelle carte in mano ai magistrati si parla anche dell’esistenza di un vero e proprio «mercato di notevoli dimensioni, ad oggetto la falsificazione e la spedizione di ricette mediche che vengono scambiate con assoluta semplicità da persone che non tengono minimamente conto dei gravi danni arrecati all’Erario».

Nelle contestazioni mosse a Luigi Saviano, nero su bianco si parla del «suo ruolo in seno all’organizzazione, in particolare quello di assicurare ai gestori di tali centri un ingiusto profitto derivante da una serie cospicua di ricette riportanti prescrizioni fittizie di analisi cliniche». Su 54 pazienti interrogati «solo 9 hanno asserito di aver eseguito le diagnostiche loro prescritte, il dato è significativo per dimostrare l’intera percentuale (85 per cento) di incidenza delle false prescrizioni redatte da Saviano Luigi e portate in liquidazione» in centri riconducibili a un altro indagato. I pm hanno ascoltato anche le pazienti del «nonno di Gomorra», che hanno negato di aver mai fatto gli esami clinici che invece risultano realizzati a loro nome.

Un primo esempio. Gli accertamenti ormonali e gli esami allergici di Carmela A. non sarebbero mai stati eseguiti. La stessa donna rivela che «nel 2002 non mi sono nemmeno recata a Caserta per effettuare né prestazioni specialistiche». C’è poi Rosario A. e il suo presunto problema al ginocchio: «Io godo di buona salute in genere – dice il primo - non soffro di particolari patologie per cui debba sottopormi con frequenza a cure o ad indagini diagnostiche». Una seconda donna, Vincenza C., smentisce di aver mai effettuato «indagini ormonali» nel 2002: «Confermo che il mio medico di base è il dottor Saviano Luigi – dice a verbale -, nel corso del 2002 non solo non sono andata a Caserta per fare prestazioni specialistiche» ma «non ho effettuato alcun prelievo di sangue negli ultimi 4 anni in alcun centro della Campania». Nel 2006 l’allora legale di Saviano padre, Marina Di Siena, aveva commentato così l’iscrizione del suo assistito nel registro degli indagati: «Il dottor Saviano è stato in realtà vittima di una truffa, per un episodio che risale a un periodo a cavallo fra il terzo e il quarto trimestre del 2004». Secondo la tesi difensiva, insomma, il padre di Roberto sarebbe una parte lesa di altrui raggiri, essendo all’oscuro di tutto perché ricoverato in un ospedale di Napoli dov’era in cura per problemi infettivi. La parola passa ora al tribunale, anche se il processo sembra destinato a finire in prescrizione. Giuridica, non medica.

La lotta alla camorra ed alla illegalità non deve essere, né sembrare, lotta di parte o di facciata.

Nè deve mirare a criminalizzare una intera classe politica o a denigrare l’immagine di una regione, forte della sua storia, cultura e tradizione. I media nel nord vanno a nozze nel creare un solco incolmabile con la loro Padania.

La sinistra non si deve appropriare di una battaglia di civiltà, per il sol fatto di essere capace di fare corpo unico nella difesa della sue fazioni, delle sue posizioni, delle sue bandiere.

Ognuno di noi ha scheletri nell’armadio. Nessuno viene da Marte.

L’onestà intellettuale pretende che nessuno si erga a paladino della legalità e della ragione, sbandierando la sua presunta superiorità morale.

Noi, “Associazione Contro Tutte le Mafie”, unico sodalizio nazionale pluritematico, ben conosciamo tutte le realtà: dall'Alto Adige alla Sicilia. In loco abbiamo denunciato infiltrazioni camorristiche nella vicina provincia di Latina, con conseguente sospensione delle giunte comunali interessate.

Abbiamo scritto un libro che parla delle nefandezze italiane, taciute dai media ed impunite dalle istituzioni.

Di contro abbiamo avuto attacchi dalla mafia e dall’antimafia.

Purtroppo, a ragion veduta, non siamo di sinistra, né santifichiamo i magistrati. E questo ci penalizza.

Ma la realtà deve essere conosciuta da tutti, pur pagando, noi, un prezzo altissimo per le nostre esistenze.

Sul Magazine del  Corriere della Sera del 15 ottobre 2009, pag 78, vi è «L’intervista » di Vittorio Zincone a Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli.

Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare controcorrente sul tema Saviano è impegnativo.

Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: "A noi della squadra mobile fu data la delega per riscontrare quel che Roberto Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta. Ho arrestato centinaia di delinquenti - ha aggiunto il capo della squadra mobile - Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. Resto perplesso quando vedo scortate persone, che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti, che combattono la camorra da anni. 'Gomorra' ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un'immagine eroica della lotta alla criminalità" perché "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare".

All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.

Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?

E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti, presidente di "Libera", non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?

A tal proposito vi è l’intervento di Vittorio Sgarbi, critico d’arte, opinionista Tv, già parlamentare e sindaco di Salemi, in Sicilia: “sono anche uomo di parola, e di denuncia, ma senza accettare regole e senza essere iscritto al club dei professionisti dell’antimafia.

Cosicché senza avere il sostegno di Repubblica, di Annozero, di Marco Travaglio, di Rita Borsellino, di Sonia Alfano, quando io ho denunciato gli interessi della mafia della schifosa impresa dei parchi eolici, improvvisamente cresciuti nella provincia di Trapani, nessuno, dico nessuno, dei sopra citati professionisti dell’antimafia (diversamente da quanto è accaduto in Sardegna) mi ha seguito e sostenuto, con l’eccezione del sindaco di Gela, Rosario Crocetta. E sarei stato ancora più solo se un’indagine della magistratura non avesse portato all’arresto di tredici persone, tra imprenditori, politici e mafiosi, sotto il controllo di Messina Denaro, a conferma delle mie posizioni. La lotta continua e nel frattempo ho ricevuto buste con pallottole, teste mozze di maiale, cani morti e innumerevoli, quotidiane, telefonate anonime.

La premessa era necessaria per dire che anch’io, come Saviano, sono sotto scorta, nella forma più lieve della cosiddetta «tutela», assegnatami dopo le minacce e con l’obiettivo di prevenire rischi per rivendicazioni annunciate perché io sono in una posizione singolare: sono minacciato anche dall’antimafia, o sedicente tale che non mi perdona le critiche alla magistratura e in particolare a Caselli e si apposta, con evidente intenzione provocatoria e inevitabili telecamere a ogni mio incontro pubblico, non per sostenere la mia azione contro la mafia, ma per denunciare le mie critiche all’antimafia. Basterà ricordare la mia presa di posizione rispetto al suicidio del giudice Lombardini dopo essere stato interrogato nel suo ufficio a Cagliari dai magistrati di Palermo e sull’arresto di un prete, padre Frititta, mostrato in manette perché accusato di avere confessato un mafioso, e poi, naturalmente, assolto perché il fatto non sussisteva nell’indifferenza generale. Ma non è consentito criticare gli intoccabili, indicare le loro distrazioni, l’impegno straordinario su falsi obiettivi, i veri obiettivi mancanti.

Ne consegue che io mi sono trovato paradossalmente minacciato dalla mafia e dall’antimafia, non essendo, come Roberto Saviano, politicamente corretto, e cioè da una parte sola. “Gomorra”. Un libro Mondadori, una pubblicità Mondatori (la Mondadori dell’odiato Berlusconi, ndr). Niente di male ma, mentre si invoca la libertà di parola per sé, eroe minacciato, si indicano i nemici in altri, che hanno o dovrebbero avere diritto di legittima critica, o per lo meno di dubbio, e che sono accusati di non difendere il minacciato Saviano, di abbandonarlo, di far mancare «l’impegno unitario» di stare con lui, dalla sua parte e di proteggerlo.

Chi lo critica non ha nome, non merita di essere citato, è «un funzionario». Saviano scrive «Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero de Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario». Toccherà a me dire che il «funzionario» è Vittorio Pisani. Un uomo che rischia la vita. Mi sia consentito dargli parola per rispondere a Saviano: «Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Be’, giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta». Che ragioni ha Pisani di esporsi, mettersi contro tutti e dire quello che ha detto? Non c’è antipatia nella sua intervista e non c’è neppure contrapposizione politica. Semplicemente la consapevolezza che le cose che ha scritto Saviano le hanno scritte altri giornalisti, senza pubblicare libri fortunati e reclamizzati, senza fare le vittime e senza avere scorte. Il fatto è che, come alcuni, come i magistrati di Palermo, come il presidente della Repubblica, Saviano appartiene alla categoria degli intoccabili. Io invece a quella dei toccabili. Faccio e ricevo critiche e non esalto la mafia descrivendomi come un eroe minacciato dall’antimafia. Non riesco a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non sono fiero, ma sono incazzato contro chi vede distruggere la Sicilia, la Campania, la Puglia e tace raccontando di essere minacciato. Ma Saviano ha mai visto la distruzione del paesaggio fatta nelle regioni meridionali dagli speculatori dell’eolico, crocefiggendo montagne, solo per cupidigia di denaro?

E perché ha taciuto? E perché tace? E con lui tutti gli amici di Beppe Grillo, di Travaglio, di Di Pietro, di Santoro pronti a esprimere solidarietà e a firmare appelli. Io sto con Vittorio Pisani e credo alla sua parola e al suo impegno di poliziotto. Saviano ricorderà che Montanelli fu gambizzato, che Costanzo sfuggì a un attentato, e che altri giornalisti come Walter Tobagi, o Peppino Impastato (non solo magistrati) sono stati uccisi. I giornalisti che dicono la verità sono a rischio, siamo a rischio, ma nessuno può pretendere di essere intoccabile, nessuno ha diritto di indignarsi o di fare emozioni degli affetti per una critica, né Saviano, né il presidente della Repubblica.

A meno che non aspirino e non glielo vorrei augurare a diventare come padre Pio, e a pretendere non ragionamenti, valutazioni, discussioni, ma atti di fede. Con questa logica, come chi critica il capo dello Stato, anche chi critica Saviano rischierà di essere processato per vilipendio a «professionista dell’antimafia». Sciascia laico e irriverente, resterebbe senza parole. Lui, non «intoccabile», ma toccabilissimo (dalla sinistra, ndr).”

L'intervista del poliziotto sul Magazine del Corriere: "Saviano non doveva avere la scorta". Il titolo che i lettori del Corriere troveranno a pagina 78 del Magazine, a introdurre «L’intervista » di Vittorio Zincone, è: «Saviano non doveva avere la scorta». Nell’occhiello c’è il nome e cognome di chi sostiene questa tesi: Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli. Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni (oggi ne ha 42) gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare contro­corrente sul tema Saviano è impegnativo. Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: «A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta». E in tre anni non sembra aver cambiato idea: «Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni». Nemmeno di Gomorra pare entusiasta: «Ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori». È la prima volta che un uomo dello Stato mette in discussione il fenomeno Saviano, sia per quanto avrebbe inciso con il suo libro nella lotta alla camorra, sia per i rischi ai quali quel libro lo avrebbe esposto. Ma Pisani rischia di rimanere solo. Saviano, contattato dal Corriere per una replica, sceglie ufficialmente il silenzio, ma è chiaro che l’ha presa malissimo. E comunque ci tiene a far sapere di avere avuto in questi anni conferme di essere stato condannato a morte dai casalesi, anche da persone in passato vicine al clan capeggiato da Francesco «Sandokan» Schiavone e dai superlatitanti Mario Iovine e Michele Zagaria. Non risponde direttamente a Pisani, ma prende chiaramente le distanze, invece, il procuratore di Salerno Franco Roberti, fino a pochi mesi fa capo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. «Non commento l’opinione personale del dottor Pisani — dice — ma vorrei ricordare che il comitato presieduto dal prefetto che assegnò la scorta a Saviano lo fece sulla base di una serie di informazioni anche confidenziali e tutte convergenti. E quindi non ho dubbi che lo siamo di fronte a un soggetto da proteggere assolutamente». Del resto la decisione di assegnare o meno la scorta a qualcuno viene presa anche considerando un contesto ambientale che può non avere riscontri certi dal punto di vista giudiziario. Per esempio non sono mai stati individuati gli autori delle scritte contro Saviano sui muri di Casal di Principe, né dei volantini trovati nella buca delle lettere dei genitori dello scrittore. Ma quegli episodi rappresentano una minaccia. Come fu una minaccia il proclama in aula durante il processo Spartacus contro Saviano, il giudice Raffaele Cantone e la giornalista Rosaria Capacchione. Per quell’episodio, però, un risvolto giudiziario c’è e c’è un’inchiesta che vede imputati Iovine e l’altro boss dei casalesi Francesco Bidognetti. Archiviata, invece, l’indagine sulla preparazione di un attentato con autobomba per uccidere lo scrittore. Se ne parlò come della confidenza di un pentito, ma in realtà non era vero niente. Non solo l’organizzazione dell’attentato ma nemmeno la confidenza del pentito.

Poliziotto condannato a 5 anni, per aver dato un pugno a un turista.  Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 7 Gennaio 2023

All'agente della Polizia di Stato sono stati contestati i reati di "lesioni" e "falso". Ad un anno di reclusione è stato condannato anche un medico dell’ospedale Sant’Eugenio, Carmine Antonio Pellegrino, che si sarebbe rifiutato di curare il ragazzo

Francesco Teruzzi, 38 anni, poliziotto del commissariato Esposizione di Roma è stato condannato a cinque anni di reclusione dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Roma per aver colpito con un pugno e senza alcun motivo, un turista siciliano fratturandogli la mandibola. La vicenda risale alla notte dell’ 11 giugno del 2017. All’agente della Polizia di Stato sono stati contestati i reati di “lesioni” e “falso“. Ad un anno di reclusione è stato condannato anche un medico dell’ospedale Sant’Eugenio, Carmine Antonio Pellegrino, che si sarebbe rifiutato di curare il ragazzo, nonostante lamentasse dei dolori lancinanti al viso. 

Dolori lancinanti al viso che erano stati confermati dall’intervento alla mandibola al quale il giovane aggredito dal poliziotto, si è dovuto sottoporre 24ore dopo al suo rientro a Gela. Il pm Gennaro Varone della procura di Roma in udienza aveva chiesto la condanna di entrambi gli imputati.

Secondo la ricostruzione del pm Erminio Amelio che ha condotto le indagini, il ragazzo aggredito si trovava in giro per l’Eur in compagnia di un amico – anch’egli turista. Dove aver passato parte della serata nel locale “Bibliotechine”, si stava aggirando a piedi nella zona del Gay Village quando vede una pattuglia della Polizia, che fermava per chiedere informazioni, in quanto sia lui che l’amico non conoscevano bene la città. Mentre il turista si apprestava a chiedere informazioni il poliziotto Teruzzi, senza alcuna giustificazione e motivazione, gli sferrava un pugno in faccia. Il processo ha escluso che il turista abbia proferito frasi irriguardose nei confronti dell’ agente della Polizia di Stato.

Il giovane aggredito dolorante si recava all’ospedale Sant’Eugenio, dove viene visitato al Pronto Soccorso dal medico Pellegrino, al quale riferisce di sentire un forte dolore al viso, spiegando il motivo della sofferenza, riferendo di aver ricevuto un pugno da un poliziotto. 

Il medico, sempre secondo le ricostruzioni della Procura, lo ascolta ma non dispone alcun esame strumentale per verificare che il giovane non abbia alcuna lesione. A quel punto l’aggredito, spazientito dall’attesa di un accertamento, va via. Con un referto dove il medico dr. Pellegrino aveva attestato che non ci sono segni di lesioni sul viso. Ma il turista il giorno mattino dopo rientra a Gela, dove viene sottoposto a un intervento per ridurre la frattura scomposta della mandibola. Da qui la querela ed il processo conclusosi con la condanna per il poliziotto ed il medico. Redazione CdG 1947

La Guardia di Finanza.

Estratto dell’articolo di Gianni Santucci per corriere.it il 18 aprile 2023.

I rapinatori della «banda delle ville» si facevano passare per finanzieri. Due di loro però finanzieri lo erano davvero, due appuntati. E quindi, quando entravano nelle case in divisa, coi loro distintivi, e con verbali e decreti della magistratura falsificati per simulare ispezioni per evasione fiscale, erano finanzieri nell’aspetto e nel ruolo, che si muovevano però da criminali. 

Per quella serie di rapine tra Milano e le province di Bergamo e Brescia, sulle quali arrivarono in convergenza due indagini sia della Guardia di finanza, sia dei carabinieri, la banda accumulò un guadagno di 810 mila euro. 

La cifra, confermata da sentenze ormai passate in Cassazione, è decisiva per comprendere il maxi risarcimento al quale i due ex militari, a poco meno di una decina d’anni dai reati, sono stati ora condannati dalla Corte dei conti con una sentenza depositata nei giorni scorsi. 

Dovranno infatti pagare in totale al ministero dell’Economia e al loro vecchio corpo di appartenenza 354.740 euro. Prima di verificare quale sia stato il calcolo, bisogna ripercorrere alcuni passaggi della sentenza. […] 

La banda dei finanzieri che rapinava le ville venne fermata dai colleghi delle fiamme gialle e dai carabinieri nel 2015. Nei capi di accusa venivano elencati furti e rapine tra Milano, Lumezzane (Brescia) e Dalmine (Bergamo). I processi sono dunque avvenuti di fronte a più Tribunali per una lunga lista di reati:

«Rapina, usurpazione di pubbliche funzioni, furto aggravato, uso di segni distintivi (paletta della Guardia di finanza), porto abusivo di armi comuni e da guerra, ricettazione di armi con matricola abrasa, uso di segni distintivi artefatti delle procure della Repubblica di Bergamo e di Torino e della Guardia di finanza, sezione antiriciclaggio».

[…] Dato che era composta da dieci persone, i giudici hanno ipotizzato che, da un calcolo complessivo di 810mila euro rubati e rapinati (contanti, gioielli, altri oggetti di valore), ogni componente avesse ricavato la decima parte di quella somma, dunque 81 mila euro. 

Come danno di immagine in caso di reati così gravi, la legge prevede che il danno possa equivalere al doppio dei proventi dei reati: è così che si arriva a quella condanna a un risarcimento vicina ai 360 mila euro.

I Militari.

La Folgore è passione”. IL RACCONTO DEL GRADUATO SCELTO ANDREA ROSSETTI

Lorenzo Vita il 31 marzo 2023 su Inside Over.

(Shama, Libano) Trent’anni, molti dei quali passati nella Folgore. Terza missione all’estero: Libano, Libia e ora di nuovo Libano. Una ragazza e una famiglia che lo aspettano in Italia. Lo sguardo sognante di chi è paracadutista per lavoro, ma con i piedi ben piantati a terra.

Incontriamo Andrea Rossetti, graduato scelto con l’incarico di esploratore paracadutista del Reggimento “Savoia Cavalleria” (3º), nella base di Shama, pochi chilometri a nord del confine tra Israele e Libano. Per lui, è la seconda volta in Libano. La prima volta nel 2017, sempre nel contingente italiano di Unifil. Sei anni dopo è di nuovo qui, nel settore ovest, membro di quella forza di contrapposizione attualmente a guida Folgore che vigila sulla difficile tregua armata tra i due Stati.

Il lavoro di Andrea si concentra sulla pianificazione, sull’assetto e sulla gestione delle pattuglie. Dopo aver ricevuto l’incarico, si passa al controllo di orari e percorsi, dei mezzi, del loro carico, degli uomini. Procedure standardizzate a cui segue il briefing del comandante per valutare le specificità della missione. Poi si parte: o a nord di Al Mansouri o a sud lungo la Blue Line, la linea di separazione tra Libano e Israele sorvegliata dalle Nazioni Unite e che nel settore ovest è a guida italiana.

Andrea racconta il suo lavoro con le parole di chi ormai la considera una “semplice” routine. Ma il suo, come quello di tutti i suoi colleghi, è un lavoro complesso, in cui anche un solo errore può costare caro: verso sé stessi, verso la propria squadra, ma anche verso la propria forza armate e il proprio Paese, ospiti di una realtà delicata e fragile. “Quando sei lì, in pattuglia, sei con il tuo equipaggio ma sei anche solo. Se ti capita qualcosa, sei tu il responsabile e devi sapertela cavare grazie all’addestramento, ricordandoti che ogni errore non ricade solo su di te, ma anche su cosa rappresenti”. È per evitare di trovarsi impreparati che i militari italiani iniziano il loro addestramento per il teatro operativo ben prima della partenza. “Devi avere per forza una preparazione teorica e pratica, a 360 gradi” ci spiega Andrea, ribadendo che quello che si impara sul luogo in cui si opera e su come gestire il lavoro di tutti i giorni è fondamentale. Una preparazione che non si ferma all’addestramento ma che è costante: l’esperienza è fatta di azioni quotidiane che fanno crescere sia a livello umano che professionale.

Quando torni da una missione, da qualsiasi missione, cresci molto. Ti confronti con una realtà diversa, sei lontano dal tuo nucleo di affetti, dal tuo Paese. Quando sei qui – continua Andrea – il tuo team diventa una ‘microfamiglia’, sei 24 ore insieme alla tua squadra e ti confronti su tutto”. Una famiglia che per Andrea significa anche il paracadute e il basco amaranto (momentaneamente celeste Unifil) come segni distintivi. “La Folgore è passione” dice il militare, che per un certo periodo della sua vita, inconsapevolmente, rischiava di non poter farne parte. “Avevo lasciato la scuola, pensavo di fare altro. Poi ho scoperto di volere essere paracadutista, ma mi serviva terminare gli studi. Mi sono riscritto a scuola, ho fatto tutto. E ora sono da 10 anni in brigata”. Un messaggio che vale anche per tanti ragazzi che disinteressati o disillusi pensano di non avere bisogno di completare il percorso scolastico.

In patria, a Roma e a Grosseto, lo aspettano genitori e compagna. Al papà e alla mamma ha deciso di dire le cose all’ultimo: “Lo faccio sempre per non farli preoccupare. Sia quando parto in missione sia quando mi lancio col paracadute. Preferisco dirglielo a cose fatte”, scherza. Andrea a questo punto apre una tasca e prende in mano la foto: è quella della sua ragazza: “La porto sempre con me, ormai è un po’ sgualcita ma è in tasca con me dalla prima missione e me la tengo stretta”. Lorenzo Vita

Estratto dell’articolo di Clemente Pistilli per repubblica.it il 20 marzo 2023.

"Feci l'ultimo esame di volo, lo superai positivamente e per la prima volta decollai da sola. Una volta atterrata, come da tradizione, venni presa per essere buttata in piscina, ma anziché prendere parte a un rito che dovrebbe essere stupendo, iniziai a essere frustata con dei rami di alloro".

 A parlare oggi, 20 marzo, davanti al Tribunale di Latina, è Giulia Schiff, secondo gli inquirenti vittima cinque anni fa di un episodio di nonnismo all'interno del 70esimo Stormo dell'Aeronautica pontina. Schiff, giovane di Mira, in provincia di Venezia, aveva denunciato l'accaduto sostenendo di essere stata colpita contro la sua volontà durante il rito del battesimo del volo, il 7 aprile 2018, con circa cento frustate, spinta contro l'ala di un aereo e poi buttata in una piscina, e lo ha oggi ribadito in aula.

 Giubbotto e pantaloni verdi e Dr. Martens neri ai piedi, oggi la trincea per Giulia è stata nel palazzo di giustizia pontino. "Le frustate erano dolorose", ha detto. "Sentivo un fortissimo bruciore dove mi avevano colpito", ha aggiunto.

In aula è stato proiettato il video-shock delle violenze e l'ex pilota ha indicato i diversi imputati, sottolineando cosa le ha fatto ognuno di loro. "È stata una tortura, mi ha fatto male anche rivedere il video e se non fosse successo tutto questo non sarei andata in Ucraina a combattere e dove poi, ferito mio marito Viktor, ho deciso di dedicarmi al volontariato. Tornerò li il 26 marzo".

 Il processo, dopo che il giudice ha respinto tutte le eccezioni avanzate dai legali del Ministero della difesa, è infatti iniziato proprio con la testimonianza della ex allieva dell'Arma Azzurra, che per l'occasione è rientrata in Italia dall'Ucraina, dove ha combattuto nella brigata internazionale per poi sposarsi e dedicarsi al volontariato. Schiff oggi ha svelato che si sposerà anche in Italia con il 29enne israelo-ucraino Viktor, anche lui ex soldato.

 La cerimonia sarà celebrata al Castello di Bevilacqua a Verona il 7 maggio, a un anno esatto dal loro primo incontro e dall'amore "che è stato a prima vista", ha raccontato.

 Sotto accusa otto sergenti, Andrea Angelelli, di Copertino, Leonardo Facchetti, di Manerbio, Joseph Garzisi, di Patrica, Luca Mignanti, di Montalto di Castro, Matteo Pagliari, di San Severino Marche, Ida Picone, di Vicenza, Andrea Farulli, di Gessate, e Gabriele Onori, di Tivoli.

Il legale della giovane, l'avvocato Massimiliano Strampelli, ha mostrato anche due foto ingrandite del fondoschiena di Giulia, completamente rosso per i colpi subiti. "Non potevo sedermi - ha assicurato la ragazza - non riuscivo a dormire, ma non sono potuta andare in ospedale. Vivevamo nella base e ci dissero che quanto accaduto doveva restare tra noi altrimenti sarei passata come debole".

 Nel video si sente Giulia urlare e si sentono gli imputati ridere e dire: "Più forte". "Mi avevano detto - ha aggiunto la giovane - che mi avrebbero colpito per fare male". Giulia ha anche fotografato una collega che aveva subito lo stesso trattamento e aveva i segni delle frustate sul corpo: "Era contenta, c'è chi pensa che così si mostra forte".

Le Armi.

L'area del poligono. Report Rai PUNTATA DEL 19/11/2023 di Giulia Presutti

L'assenza di controlli sulle armi è finita sotto la lente della Procura di Roma.

L'11 dicembre 2022 un uomo di nome Claudio Campiti è entrato armato a Fidene nell'assemblea di un consorzio di abitazioni e ha fatto fuoco uccidendo quattro donne. La pistola è risultata di proprietà del Tiro a segno di Roma, il poligono dove Campiti si esercitava regolarmente. Da lì aveva sottratto l'arma circa mezz'ora prima della strage. Ma come? Il regolamento del poligono prevedeva che gli iscritti, anche privi di porto d'armi, noleggiassero la pistola in armeria e percorressero poi in autonomia lo spazio di 247 metri che li separava dalle linee di tiro. L'assenza di controlli sulle armi è finita sotto la lente della Procura di Roma, che ha ottenuto il rinvio a giudizio anche del presidente e dell'armaiolo del Tiro a segno. Ma chi doveva controllare l'operato del personale del poligono? L'Unione Italiana Tiro a Segno è una federazione sportiva affiliata al CONI ma sottoposta alla vigilanza del Ministero della Difesa. Per la pubblica sicurezza connessa all'uso delle armi è competente, invece, il Ministero dell'Interno. Hanno vigilato?

- La nota di Unione Italiana Tiro a segno

- La nota del Ministero della Difesa

 La nota di Unione Italiana Tiro a segno

Spett.le Redazione, malgrado il brevissimo lasso di tempo concesso per rispondere alle domande inviatemi, rispondo succintamente per quanto di mia competenza, nonostante sia fuori Roma per impegni collegati alla carica che rivesto. Fermo restando che il fatto, stante la sua gravità, merita ogni approfondimento della magistratura, nel cui lavoro confido pienamente, e che sono vicino ai famigliari delle vittime ed ai sopravvissuti della tragedia, non posso non sottolineare come l’UITS sia estranea ai fatti e chiederà di essere accertata tale anche con riferimento alla contestata posizione di “responsabile civile”. Tanto doverosamente premesso, con riferimento ai singoli punti preciso come: 1. il coordinamento e la vigilanza cui fa riferimento lo statuto delle Sezioni T.S.N. (che sono enti e soggetti di diritto autonomi e distinti dall’U.I.T.S.) è, ovviamente, limitato a quanto di propria competenza e concerne quindi la pratica e l’esercizio dell’attività sportiva, l’organizzazione delle gare, nonché l’attività di addestramento al tiro svolta dalle sezioni TSN, non potendo comportare una invasione di campo rispetto alle competenze del Ministero delle Difesa e del Ministero dell’Interno. A tal fine l’Unione annualmente predispone protocolli addestrativi che debbono essere posti in essere dalle sezioni affinché l’attività formativa venga svolta in maniera uniforme e coordinata sul territorio nazionale. Le ispezioni vengono effettuate periodicamente su tutte le Sezioni T.S.N. ed in via straordinaria laddove si renda necessario, ma sempre solo per quanto attiene le specifiche funzioni dell’U.I.T.S.; 2. l’UITS non ha invece alcuna competenza per quanto riguarda la vigilanza relativa all’uso ed alla movimentazione delle armi all’interno delle sezioni, che per legge è riservata all’autorità di pubblica sicurezza, come peraltro anche di recente ribadito dal Ministero dell’Interno, che ha affermato la propria competenza in merito alla vigilanza ed al controllo sull’osservanza delle prescrizioni di legge e regolamentari nell’utilizzo e nella custodia delle armi, nonché all’applicazione delle connesse misure sanzionatorie; 00196 ROMA VIALE TIZIANO 70 – TEL. 06-87975541 – email: presidenza@uits.it 3. la modifica allo statuto delle Sezioni cui fa riferimento la delibera citata attiene ad una previsione che non era in linea con il vigente assetto normativo in tema di controlli sulle armi spettanti alle autorità di pubblica sicurezza ed è, quindi, stata modificata dall’attuale consiglio direttivo dell’Unione - che è appena il caso di ricordare si era insediato solo pochi mesi prima dei tragici fatti di Roma - senza che avesse mai trovato attuazione proprio per tale motivo; 4. sia io che il Segretario Generale abbiamo ricevuto una tessera di soci onorari della Sezione T.S.N. di Roma (così come quella di altre Sezioni T.S.N.), ma quella di Roma non è la Sezione T.S.N. che frequentiamo e abbiamo avuto modo di visitarla solo in occasioni istituzionali, ma senza visionare le linee di tiro essendoci recati solo negli uffici amministrativi. Ovviamente l’Unione non era a conoscenza di anomalie nella gestione delle armi da parte della Sezione TSN di Roma; 5. per quanto attiene quanto accaduto nel 2012, nulla so non rivestendo all’epoca alcuna carica negli organi dell’U.I.T.S., né ovviamente, ero a conoscenza del menzionato tentativo di furto del 2022, non essendo né le autorità di Pubblica Sicurezza, né le Sezioni T.S.N. obbligate ad informare di tali fatti l’U.I.T.S. (che, si ricorda, è ente distinto dalle Sezioni T.S.N.). Confidando di aver così esaustivamente risposto alla Vostra e-mail e ribadendo che per un migliore e più utile confronto appare necessario concordare con anticipo ogni richiesta che se fatta oggi per domani è normalmente incompatibile con le quotidiane attività di tutti coloro che ricoprono ruoli pubblici o che semplicemente lavorando non possono essere a disposizione della redazione ventiquattr’ore su ventiquattro, porgo i più cordiali saluti Il Presidente UITS

- La nota del Ministero della Difesa

Da: stampa Inviato: lunedì 23 ottobre 2023 14:28 A: [CG] Redazione Report Oggetto: Richiesta informazioni - Report Rai 3 Attenzione, la presente mail proviene da un mittente esterno alla rete aziendale RAI Gent.ma dott.ssa Presutti, In relazione a quanto chiesto con la sotto riportata mail ed espletati i dovuti approfondimenti all’interno di questo Stato Maggiore della Difesa (Area tecnico-operativa del Ministero della Difesa) di seguito quanto emerso: 1) Enti/Comandi competenti. Gli Enti/Comandi della Difesa competenti sono: • Il Segretariato Generale della difesa (SGD): • per le funzioni di vigilanza, compresa l’istruttoria dei procedimenti e degli atti riguardanti i compiti istituzionali degli Enti vigilati, nonché le verifiche sul loro operato anche ai fini della proposta di commissariamento; • per le problematiche demaniali dei poligoni dell’U.I.T.S.. • Lo Stato Maggiore dell’Esercito (SME) per l’approvazione dei progetti e il rilascio delle agibilità al tiro. 2) Definizione dei compiti di vigilanza della Difesa sulle attività UITS. La vigilanza della Difesa sulle attività della U.I.T.S. è sancita dai disposti normativi D.lgs. 66/2010, D.P.R. 90/2010 e D.M. 16/01/2013, in attuazione dei quali il predetto Dicastero provvede: 1. all’approvazione dei progetti e al rilascio delle agibilità al tiro dei poligoni in uso alle Sezioni del Tiro a Segno Nazionale (art. 1039 D.P.R. 90/2010); 2. ad esercitare funzioni di vigilanza, compresa l’istruttoria dei procedimenti e degli atti riguardanti i compiti istituzionali degli Enti vigilati (tra cui la U.I.T.S.), nonché le verifiche sul loro operato anche ai fini della proposta di commissariamento (art. 6 del D.M. 16/01/2013); in particolare le funzioni di vigilanza risultano in capo al Dipartimento delle Infrastrutture Esercito (per gli aspetti inerenti la definizione della policy) e al Comando Infrastrutture Esercito (così come anche riportato nel sito dell’UITS). Per completezza di informazione, si specifica che il II Reparto del Segretariato Generale della Difesa –SGD/DNA (area tecnicoamministrativa del Ministero della Difesa) è competente esclusivamente per funzioni di vigilanza amministrativo/ contabile, in quanto la UITS rientra tra gli enti vigilati dal Ministero della Difesa (combinato disposto art 20, co. 1, D. Lgs 66/2010, cd “Codice Ordinamento Militare” e art. 6, co. 2, lett. a, Decreto 16.01.2013, cd. “Decreto Struttura SGD/DNA”, stralcio in All. 1). 3. ad esercitare funzioni di controllo sulle aree demaniali concesse in uso alla UITS (art. 8 del D.M. 16/01/2013); in particolare SGD/ DNA, per il tramite del suo IV Reparto (Coordinamento dei programmi di armamento), esercita attività d’indirizzo e coordinamento in materia di problematiche demaniali (art. 8, co. 2, lett. d, Decreto 16.01.2013, stralcio in All. 2) dei poligoni affiliati. Per quanto attiene segnatamente al IV Reparto l’azione si concretizza nell’esprimersi in merito alla eventuale dismissione e/o cessione parziale di poligoni in concessione alla UITS che non dovessero essere più ritenuti utili alla stessa, eventualmente destinando il sedime ad altri usi, in ambito Area TecnicoAmministrativa. 3) Procedure attuative impiegate per lo svolgimento della suddetta vigilanza Per svolgere le funzioni di propria competenza, lo Stato Maggiore dell’Esercito (SME) ha emanato apposite procedure attuative descritte nella Direttiva n. 4020 ed. 2020 che regolamenta le attività da effettuare per le specifiche competenze sui poligoni chiusi in galleria e la Direttiva Tecnica D.T./P2 ed. 2006 che regolamenta le attività nei poligoni chiusi a cielo aperto. In particolare, i compiti sono delegati a: • Comando Genio dell’Esercito, per i poligoni chiusi in galleria; • Reparti Infrastrutture presenti sul territorio nazionale, per impianti di tiro chiusi a cielo aperto. Le attività condotte sono le seguenti: • Rilascio del parere di conformità per i progetti dei poligoni di nuova realizzazione; • Rilascio 1a agibilità e rinnovo agibilità al tiro, con cadenza triennale per le gallerie, quinquennale per i poligoni a cielo aperto; • Controllo dei rapporti semestrali delle attività a fuoco. • Controlli saltuari per la verifica del mantenimento dei requisiti nei poligoni chiusi a cielo aperto. Si rimane a disposizione per eventuali chiarimenti in merito Cordiali saluti

L’AREA DEL POLIGONO” di Giulia Presutti immagini di Carlos Dias – Cristiano Forti – Paolo Palermo – Marco Ronca montaggio di Andrea Masella – Sonia Zarfati montaggio e grafica di Michele Ventrone

MASSIMO LUGLI - SCRITTORE Questa ha una storia particolare, quest’arma perché è la Jaguar calibro 22 660 che è la pistola che usava il mostro di Firenze. E qui abbiamo la mia passione che è questa Skorpion uso civile, calibro 9 per 21… questa è la nuova versione della mitraglietta Skorpion, quella con cui fu ucciso Aldo Moro.

GIULIA PRESUTTI Qual è l’uso civile di quest’arma?

MASSIMO LUGLI - SCRITTORE Uso civile perché, praticamente, ha un colpo solo. Io ho un’autorizzazione prefettizia ad avere 1500 pallottole perché sono agonista, altrimenti si possono avere 200 pallottole, a casa.

GIULIA PRESUTTI Ma 200 sono tante.

MASSIMO LUGLI - SCRITTORE Sì… Però se vai a sparare... Tieni conto che molti poligoni non vendevano le munizioni fino a qualche tempo fa.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO E Massimo Lugli al poligono va regolarmente, spara ogni settimana con la sua Skorpion grazie a un porto d’armi per tiro sportivo: può trasportare pistole e carabine per andare sulla linea di fuoco ad esercitarsi con un bersaglio. L’importante è che durante il tragitto le armi siano scariche. Come lui, su un totale di 1.237.000 porti d’armi, 574mila persone hanno ottenuto una licenza per uso sportivo. Si esercitano nel tiro a segno, soprattutto in quelli pubblici.

MASSIMO LUGLI - SCRITTORE I TSN sono i poligoni ufficiali Coni, tiro a segno nazionale, sono quelli dove si prende l’abilitazione all’uso delle armi che poi userai o per prendere il porto d’armi o per andarti ad allenare lì da frequentatore normale.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO A Tivoli il tiro a segno è vicino a una scuola e a un campo di calcio per ragazzi. A garantire la sicurezza sono le regole del ministero della Difesa, perché ogni poligono pubblico insiste su un terreno del demanio militare. Oltre alla Difesa è coinvolto anche il ministero dell’Interno per la pubblica sicurezza connessa all’uso delle armi.

SANDRO BADARACCHI - PRESIDENTE TIRO A SEGNO TIVOLI (RM) Adesso c’è un tiratore che deve sparare, l’istruttore gli consegna l’arma, la prende qui, è senza caricatore e la consegniamo sulla linea di tiro.

GIULIA PRESUTTI Non c’è mai un momento in cui il tiratore può usufruire dell’arma e portarla via?

SANDRO BADARACCHI - PRESIDENTE TIRO A SEGNO TIVOLI (RM) No, per legge questo passaggio è vietato.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La legge prevede che gli istruttori custodiscano le armi con ogni diligenza, adottando misure antifurto perché al poligono può accedere chiunque anche senza porto d’armi. Basta avere un certificato medico e pagare l’affitto della pistola. GIULIA PRESUTTI Un certificato medico per attività non agonistica.

SEGRETARIA POLIGONO Come quello che si usa per le palestre praticamente.

GIULIA PRESUTTI Quindi io il certificato solo dal medico di base non tipo da mia cugina che è medico?

SEGRETARIA POLIGONO A me serve questo certificato qui compilato, poi se lo fa tua cugina non lo so ma insomma non è un problema.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per i precedenti penali poi è sufficiente un’autocertificazione, con la quale l’aspirante tiratore dichiara di non avere carichi pendenti.

GIULIA PRESUTTI C’è un controllo su questa documentazione?

SANDRO BADARACCHI - PRESIDENTE TIRO A SEGNO TIVOLI (RM) La questura non ci dà questi dati, sono dati sensibili perciò non li possiamo avere.

GIULIA PRESUTTI Questo nella sua attività le ha causato problemi?

SANDRO BADARACCHI - PRESIDENTE TIRO A SEGNO TIVOLI (RM) Soggetti che dopo ho saputo, per vie traverse, che erano appartenenti pure alle BR e venivano qui ad addestrarsi. E un avvocato che quella sera aveva vinto il concorso da procuratore, gli ho dato sei colpi con la trentotto, due li ha sparati e con l’altro si è ucciso.

GIULIA PRESUTTI Perché a lei nessuno ha detto che questa persona aveva dei problemi?

SANDRO BADARACCHI - PRESIDENTE TIRO A SEGNO TIVOLI No. Poi dopo si è scoperto che prendeva psicofarmaci.

PAOLO BUSCAGLIA - EX SOCIO UNIONE ITALIANA TIRO A SEGNO Il problema è come fare andare questa informazione dai medici fino al poligono. O lei dà di matto in sezione e quindi se ne accorgono o la polizia e la magistratura comunicano. Occorre una motivazione per fare partire il controllo perché se no si resta all’autocertificazione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Come si entra in un poligono? Abbiamo scoperto che puoi entrarci anche se non sei in possesso di un porto d’armi. Entri con un certificato medico per attività sportiva non agonistica. Puoi entrarci anche se hai dei precedenti penali, basta non dichiararli. Nessuno può verificare se menti, per una questione di privacy. Va tutto bene finché non accade la tragedia, che peraltro era anche annunciata.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano una Ford Ka entrare nel parcheggio. La sbarra è alzata e la lascia passare. Dall’auto esce un uomo che si dirige verso l’armeria. È Claudio Campiti che dal locale esce con in mano una valigetta, quella che contiene la pistola appena noleggiata, e si dirige indisturbato verso Fidene.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Nel nostro Paese ci sono 256 poligoni pubblici, sono su aree demaniali e la vigilanza spetta all’Unione Tiro a Segno. Deve farlo per statuto. Ma insomma, glielo abbiamo chiesto, non abbiamo ben chiaro su che cosa vigili. Mentre sulle strutture vigila il ministero della Difesa, rilascia anche l’agibilità, mentre sulla sicurezza delle armi, all’interno di un poligono, vigila il ministero dell’Interno. Tuttavia è potuto accadere che un signore che non aveva il porto d’armi perché gli era stato negato in quanto un soggetto sospettato essere pericoloso, è potuto entrare, ha potuto prendere una pistola, delle munizioni, uscire dal poligono, compiere una strage, stare in giro per la città per ore senza che nessuno se ne accorgesse. Come è potuto accadere tutto questo? La nostra Giulia Presutti.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO 11 dicembre 2022, Fidene, periferia nord est di Roma. Sono le 9.30 del mattino e in questo gazebo del bar Il Posto Giusto è in corso un’assemblea tra i proprietari delle case di un consorzio vicino Rieti. La riunione sta iniziando e i revisori dei conti si preparano ad approvare il bilancio. Ma qualcosa va storto.

MARZIA BRACCONERI - SOPRAVVISSUTA Ho visto quest’uomo che si avvicinava alla porta ed è entrato. Ha estratto la pistola, l’ha puntata nei confronti della prima persona che era dietro al tavolo presidenziale, Sabina, e ha sparato. Quando è entrato, quest’uomo ha detto una frase, “vi ammazzo a tutti”, ma l’ha detta in maniera molto silenziosa, ferma. Ha continuato poi a sparare, come fossimo dei birilli. Sentivo solo gli spari e pregavo il Signore che finisse.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO L’uomo è Claudio Campiti, 57 anni, residente del consorzio. Da anni tra lui e gli altri inquilini andava avanti un contenzioso fatto di esposti e minacce. Quella mattina Campiti ha esploso diversi colpi con una pistola Glock calibro 45 e prima di venire disarmato ha ucciso quattro donne e ferito gravemente due condomini.

GIOVANNI BETTI - MARITO DI NICOLETTA GOLISANO La vita ti cambia in un secondo, io ho salutato Nicoletta la mattina, ha detto ciao torno a pranzo e non è più tornata. È là il dramma vero. La prima cosa che pensi è come dirlo a Lorenzo perché tu lo sai e già sei morto dentro, in un attimo ti si gela tutto, e poi dici come faccio a dirlo a un bambino di 10 anni a cui hanno strappato la madre. A dieci anni…

GIULIO IACHETTI - MARITO DI FABIANA DE ANGELIS Agire per uccidere e colpire sette persone significa avere una capacità di esecuzione. Sparare ad una persona, togliergli la vita e non avere un attimo di incertezza. GIULIA PRESUTTI Quindi secondo lei era addestrato?

GIULIO IACHETTI - MARITO DI FABIANA DE ANGELIS È esattamente come dentro a un poligono, stava facendo delle esecuzioni, era anche molto più semplice del poligono, il bersaglio era a un metro.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nelle tasche di Campiti i carabinieri hanno trovato circa 170 proiettili e una Tessera Platinum, quella che utilizzava per accedere al poligono di Tor di Quinto. Al tiro a segno il killer andava a sparare regolarmente dal 2018. In quell’anno aveva anche fatto richiesta per il porto d’armi, che però gli era stato negato dalla questura di Rieti con la motivazione che era indagato per danneggiamento e che aveva una condotta ostile nei confronti degli altri abitanti del consorzio.

FRANCESCO INNOCENTI – AVVOCATO DI PARTE CIVILE Un soggetto che commette dei reati, che comunque ha dei precedenti, che ha una condotta inidonea ad avere un porto d’armi, a mio avviso doveva necessariamente essere anche capillarmente comunicato come soggetto inidoneo all’uso di un’arma, anche all’addestramento di un’arma.

GIULIA PRESUTTI Invece tra la questura e il poligono non c’è stata comunicazione?

FRANCESCO INNOCENTI – AVVOCATO DI PARTE CIVILE Questa comunicazione al momento non risulta.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Al poligono Campiti non solo si esercitava regolarmente, ma si è anche procurato la Glock 45 con la quale ha sparato a Fidene. L’ha portata via da lì circa mezz’ora prima della strage. Ma come ha fatto? Sono le 8.46 dell’11 dicembre 2022 al tiro a segno di Tor di Quinto. Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano una Ford Ka entrare nel parcheggio. La sbarra è alzata e la lascia passare. Dall’auto scende un uomo che si dirige verso l’armeria. È Claudio Campiti, che dal locale esce con in mano una valigetta, quella che contiene la pistola appena noleggiata. E si dirige indisturbato verso Fidene. I video hanno confermato agli inquirenti che quel giorno, Campiti, le linee di tiro non le ha mai raggiunte.

NATALIE DE CINTIO – AVVOCATA DI PARTE CIVILE I carabinieri, dopo aver verificato che la pistola fosse riconducibile alla proprietà del tiro a segno, intorno alle 10.40 si sono recati al poligono di tiro e hanno espressamente richiesto dove si trovasse Campiti e l’armaiolo con assoluta tranquillità rispondeva che Campiti si trovava lungo la linea di tiro. Un’ora e quaranta dopo essersi allontanato dal poligono di tiro nessuno si era accorto che non era mai andato verso la linea di tiro.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Durante l’interrogatorio, che pubblichiamo in esclusiva, il presidente del poligono Bruno Ardovini spiega qual era la modalità di consegna e controllo delle pistole da parte dell’armaiolo.

BRUNO ARDOVINI - PRESIDENTE TSN DI ROMA 2021 - 2022 Lui aveva il computer con le armi che erano fuori, quando vedeva che c’era un’arma che era fuori da troppo tempo io so, perché così mi dicevano, che chiamavano giù, poi se non lo facevano non lo so.

GIOVANNI MUSARÒ - SOSTITUTO PROCURATORE DI ROMA Ma lei non era il barista, era il presidente, ha dato una disposizione in questo senso o era un’iniziativa di Maturo e lei ne prendeva atto?

BRUNO ARDOVINI - PRESIDENTE TSN DI ROMA 2021 - 2022 Disposizioni scritte non ce n’erano. Io so’ il presidente ma non è che mi posso mettere appresso a 30 soci che vanno a prendere l’arma al giorno.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Secondo il pubblico ministero Giovanni Musarò “Campiti aveva potuto appropriarsi della pistola e allontanarsi per una macroscopica falla esistente all’interno del Tsn”.

GIULIA PRESUTTI Come è successa questa cosa?

ISTRUTTORE TIRO A SEGNO ROMA Perché quello là ha rubato la pistola e se ne è andato.

GIULIA PRESUTTI E non c’era un controllo?

ISTRUTTORE TIRO A SEGNO ROMA No, non può esserci controllo, non è un posto privato questo. Questo è aperto al pubblico. È come se tu vai a un circolo golfistico e affitti le mazze da golf e te ne vai con le mazze da golf.

GIULIA PRESUTTI Però qui dentro ci stanno le pistole.

ISTRUTTORE TIRO A SEGNO ROMA Perché che pensi che sia così difficile procurarsi una pistola?

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Fino al giorno della strage, il regolamento del tiro a segno prevedeva che il tiratore noleggiasse arma e munizioni in questo locale, l’armeria, e si recasse sulla linea di tiro in autonomia con la pistola dentro a una valigetta chiusa da una semplice fascetta di plastica. Per farlo bisogna attraversare uno spazio molto ampio, 247 metri, dove si trovano aree aperte al pubblico come un parcheggio e un bar. E nessuno controlla.

GIULIA PRESUTTI Succedeva tutti i giorni, quindi, una cosa che non doveva succedere, cioè la detenzione illegittima di armi in un luogo pubblico.

NATALIE DE CINTIO – AVVOCATA DI PARTE CIVILE Eh, sì. Se uno non ha il porto d’armi può camminare per strada con la pistola? Decisamente no. La stessa cosa vale all’interno del poligono di tiro.

GIOVANNI MUSARÒ - SOSTITUTO PROCURATORE DI ROMA Insomma, lei si è cullato sul fatto che nessuno le ha mai fatto formalmente degli addebiti.

BRUNO ARDOVINI - PRESIDENTE TSN DI ROMA 2021 - 2022 Certo neanche la UITS, che anche loro avevano il regolamento. Quando noi facciamo l’assemblea dei soci gli comunichiamo che abbiamo modificato o comunque approvato il regolamento interno per cui era a disposizione di chiunque volesse vederlo.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO L’Unione Italiana Tiro a Segno è una federazione sportiva affiliata al CONI. Unisce tutte le sezioni del tiro a segno presenti sul territorio nazionale ed è sottoposta alla vigilanza del ministero della Difesa. Non aveva fatto alcun rilievo alla gestione del poligono di Tor di Quinto.

FRANCESCO INNOCENTI – AVVOCATO DI PARTE CIVILE Emanava addirittura una bozza di regolamento per l’uso del poligono, all’interno del quale non guardava minimamente quelle che erano le misure di sicurezza relative alla custodia delle armi. GIULIA PRESUTTI Cioè non c’era, nella bozza di regolamento...

FRANCESCO INNOCENTI – AVVOCATO DI PARTE CIVILE Non c’è ed è un cortocircuito quello. È come se era più importante verificare ogni quanto doveva essere pulita l’area di sparo rispetto invece a quelle armi e la relativa custodia e la relativa consegna e le modalità.

GIULIA PRESUTTI Buongiorno, Giulia Presutti di Report. Noi avevamo chiesto un’intervista.

COSTANTINO VESPASIANO - PRESIDENTE UNIONE ITALIANA TIRO A SEGNO Chi l’ha autorizzata a usare quella cosa? La spenga.

GIULIA PRESUTTI Lei è il presidente dell’Unione tiro a segno.

COSTANTINO VESPASIANO - PRESIDENTE UNIONE ITALIANA TIRO A SEGNO Non sono cose che la riguardano.

GIULIA PRESUTTI Ci può spiegare come è uscita una pistola dal poligono di Tor di Quinto? Quindi non vuole spiegare quali sono i compiti dell’Unione Tiro a Segno nel controllo delle sezioni del TSN?

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Ardovini dichiara che Vespasiano il poligono di Roma lo avrebbe frequentato regolarmente, così come gli altri membri della Unione tiro a segno, che quindi avrebbero potuto intervenire sulla consegna delle pistole. Il regolamento intanto aveva suscitato perplessità in tutti gli iscritti.

MASSIMO LUGLI - SCRITTORE Noi tiratori che frequentavamo il poligono questa particolarità che tu non venivi controllato ci ha colpiti. Tu in quel momento hai persino un alibi, cioè se io me ne vado prima, mi porto la pistola e i colpi, vado a compiere una rapina lì vicino, poi ritorno indietro e restituisco la pistola, in quel momento risulterà che io, Massimo Lugli, ero sparare al poligono.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO E infatti nel 2012 a Firenze Marcello Ventrella, soprannominato “l’architetto", ha compiuto una rapina alle poste minacciando tutti con una magnum 44 rubata proprio al poligono di Tor di Quinto.

ROBERTO VENTRELLA - AVVOCATO Il Ventrella si presentò presso l’ufficio postale vestito anche abbastanza vistosamente con un cappello da cowboy a tesa larga, con un cappotto nero di quelli molto lunghi, fino alla caviglia...

GIULIA PRESUTTI Si era vestito da John Wayne?

ROBERTO VENTRELLA - AVVOCATO Soprattutto con una pistola Smith & Wesson 44 magnum che anche cinematograficamente parlando ha fatto la storia delle armi da fuoco.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Con quella Smith & Wesson Ventrella ha sparato a due persone ferendole gravemente. Ma la cosa incredibile è che l’armaiolo che all’epoca consegnò l’arma a Ventrella è Giovanni Maturo, lo stesso oggi imputato per aver consegnato l’arma anche a Claudio Campiti. E non è l’unico precedente.

FRANCESCO INNOCENTI – AVVOCATO DI PARTE CIVILE Nel febbraio del 2022 interviene una pattuglia perché un soggetto straniero aveva segnalato di voler andare al poligono a prelevare un’arma e poi recarsi in Vaticano per regolare dei conti e presso il poligono effettivamente intercettano questa persona che trovano in uno stato un po’ confusionale.

CLEMENTE PISTILLI - GIORNALISTA DE “LA REPUBBLICA” Viene allertato il commissariato di Ponte Milvio. Il commissariato di Ponte Milvio si rende conto che qualcosa non va, tanto che - dice - qui c’è il rischio che chiunque possa entrare, prendere un’arma e poi allontanarsi indisturbato. GIULIA PRESUTTI A chi lo dice questo?

CLEMENTE PISTILLI - GIORNALISTA DE “LA REPUBBLICA” Lo sostiene la famosa comunicazione inviata alla Questura di Roma.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Una lettera del dirigente del commissariato di zona che sembra prevedere la tragedia, sostenendo che per l’assenza di controlli al poligono "risulterebbe molto facile, per malintenzionati, portare via l’arma e le munizioni”. La lettera viene indirizzata alla divisione polizia amministrativa della Questura di Roma.

CLEMENTE PISTILLI - GIORNALISTA DE “LA REPUBBLICA” La procura di Roma interroga una dirigente della Questura. Questa dirigente dice che sì, dopo la strage, solo dopo, ha scoperto che era stata inviata questa comunicazione ma che nessuno l’aveva portata alla sua attenzione.

GIULIA PRESUTTI Si era un po’ persa.

CLEMENTE PISTILLI - GIORNALISTA DE “LA REPUBBLICA” Sempre questa dirigente, interrogata, sostiene: di solito, quando ci sono comunicazioni del genere, su qualcosa di importante, di mediamente importante, sono precedute da un WhatsApp o da un sms. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La questura lo sa da febbraio del 2022, cioè da dieci mesi prima che Campiti compisse la strage, che da quel poligono era facile portare via armi e munizioni. Tuttavia, fino al giorno della strage, non è stato cambiato il regolamento. In settimana si è svolta l’udienza preliminare del processo della strage di Fidene. Il GIP ha autorizzato, a garanzia dei risarcimenti, la convocazione dei responsabili civili, è cioè dell’Unione Italiana Tiro a Segno di Roma, che ci scrive che non era a conoscenza di anomalie della gestione delle armi da parte del poligono perché ci sono stati, ma solo negli uffici amministrativi. L’ex presidente del poligono dice che erano iscritti. Poi il ministero della Difesa ci scrive che invece non ha alcuna competenza sulla gestione corrente del poligono né sulle strutture fuori dall’area di tiro, comprese le armerie. È competente solo nella zona dove si spara. Il Ministero dell’Interno, invece, preferisce mantenere il riserbo perché è stato convocato all’interno del processo. Ora, alla fine, speriamo che si farà chiarezza sul perché in un luogo, dove armi e munizioni girano allegramente, a sorvegliare che tutto andasse bene c’era un solo volontario che non percepiva neppure lo stipendio.

La lobby delle armi si riunisce a Verona e trova nuove sponde politiche. Gloria Ferrari su L’Indipendente il 15 Febbraio 2023.

Il Consiglio regionale del Veneto ha condiviso sui propri profili social una foto che ritrae Joe Formaggio, consigliere di Fratelli d’Italia, con un fucile mitragliatore in mano in visita alla fiera delle armi di Verona. «In rappresentanza della Regione. Sempre al fianco della lobby dei cacciatori e delle armi», si legge sul post. Formaggio, fortemente contestato, ha ribadito la sua posizione («Quella foto l’hanno scattata a me. Dopodiché, se il Consiglio ha ritenuto di pubblicarla, se ne chieda conto al Consiglio»), aggiungendo poi di aver portato con sé all’evento anche il figlio, perché «meglio che lasciarlo a casa a guardare la schifezza di Sanremo». Il consigliere, nonché ex sindaco della città di Albettone, in provincia di Vicenza – per cui diede il suo contributo alla costruzione del «poligono da tiro più grande del Veneto» – è noto da tempo per la sua posizione di totale apertura sul possesso delle armi.

Nel corso della carriera politica Formaggio si è schierato più volte a favore di cittadini indagati per aver impugnato un’arma, prima ancora che fossero i tribunali a stabilire se si trattasse o meno di legittima difesa. Come accaduto con Graziano Stacchio, l’uomo che il 3 febbraio del 2015 ha imbracciato il suo fucile per impedire ai ladri di assaltare l’oreficeria vicina alla sua pompa di benzina, definito da Formaggio un eroe prima ancora che qualsiasi sentenza si fosse pronunciata: tant’è che l’ex sindaco si era pure fatto fare una t-shirt con su scritto “Io sto con Stacchio”. D’altronde Formaggio le armi è sempre pronto a tirarle fuori visto che si è spesso vantato di dormire con il fucile sotto il cuscino, per usarlo contro potenziali criminali («li aspettiamo col fucile in mano»).

Sul tema della legittima difesa e della diffusione delle armi da fuoco si discute praticamente da sempre, ma le polemiche si accentuano spesso durante le campagne elettorali o in occasione di qualche fatto di cronaca, quando la cosiddetta “emergenza sicurezza” diventa argomento di propaganda. È lecito, a questo punto, farsi due domande: abbiamo davvero un problema di sicurezza? E in ogni caso, aumentare il numero di armi in circolazione ci farebbe sentire più al sicuro?

La risposta, tralasciando opinioni e punti di vista, sta nei dati. Partiamo dal primo quesito. Secondo il Censis, istituto di ricerca socio-economica, negli ultimi 10 anni le denunce di reati in Italia sono diminuite del 25,4%, passando da 2 milioni e 800 del 2012 a 2 milioni e 100mila del 2021. Nello stesso arco di tempo gli omicidi volontari sono diminuiti del 42,4% (da 528 del 2012 a 304 del 2021), le rapine del 48,2% (da 42.631 a 22.093), i furti nelle abitazioni del 47,5% (da 237.355 a 124.715) e i furti di autoveicoli del 43,7% (da 195.353 a 109.907). Nel 2021, tra l’altro, in 32 province italiane (abitate da 11 milioni di persone) non si è verificato neppure un omicidio.

Certo, questi dati non rispondono alla seconda domanda. I dati Censis infatti, se da una parte hanno messo in luce il calo dei reati, dall’altra hanno mostrato che una delle più grandi paure degli italiani (per il 52% degli intervistati) è proprio quella di rimanere vittima di reato. Non si vuole certo negare che, specie in alcuni quartieri delle nostre città, la sicurezza sia un problema, secondo alcuni questa insicurezza si deve combattere mettendo più armi in giro: “I buoni devono potersi armare per difendersi dai cattivi” è grossomodo l’argomentazione in voga tra i difensori del diritto alle armi libere d’oltreoceano e non solo. Ma più libertà nel detenere fucili e pistole equivale realmente ad avere una società più sicura? Anche in questo caso ci vengono in soccorso i dati.

Prendiamo come caso studio quello americano, Paese in cui a partire dal 2009 l’acquisto di pistole per la difesa personale ha superato pure la vendita dei fucili usati per la caccia e dove in generale le armi in circolazione (dati 2018) sono circa 400 milioni. Per questi motivi, secondo il rapporto diffuso dal “The American Journal of Medicine”, negli Stati Uniti il rischio di essere uccisi da un’arma da fuoco è 25 volte più alto della media delle nazioni OCSE con alto reddito – e la probabilità di rimanere vittima di un colpo partito accidentalmente è 6 volte più alta. La correlazione tra armi e morti si baserebbe su un principio piuttosto lineare: se il malvivente in procinto di commettere un’aggressione teme che la vittima possa essere armata (e viceversa, o se un poliziotto teme che l’aggressore possa essere armato), è più facile che decida di sparare per uccidere.

In Italia, nonostante la riduzione dei reati sopra citata, nel periodo tra il 2014 e il 2017, ad esempio, 200mila cittadini in più hanno fatto richiesta – e hanno ricevuto – una licenza per porto d’armi – principalmente per uso caccia e per uso sportivo. “Un numero che, sicuramente, è da mettere in relazione con i successi dei nostri tiratori nelle diverse competizioni internazionali, ma che risulta essere molto meno consistente rispetto agli effettivi atleti tesserati. Difficile non mettere in relazione questo aumento della voglia di sparare anche con la diffusione della paura e con la tranquillità apparente che può derivare dal saper maneggiare un’arma da fuoco”, scrive il Censis. Motivo per cui, tra l’altro, il 39% della popolazione sarebbe favorevole a modificare la legge sul porto d’armi, rendendo i criteri per poter disporre di un’arma da fuoco per difesa personale meno rigidi. Se in America nel 2016 sono avvenuti 14.415 omicidi volontari con arma da fuoco, pari a 4,5 ogni 100.000 abitanti, in quell’anno in Italia, dove le leggi sono più restrittive, se ne verificavano 150, pari a 0,2 per 100.000 residenti.

Si potrebbe argomentare la differenza tra Italia e Stati Uniti adducendola a una presunta maggiore violenza intrinseca della società americana. Dopotutto le comparazioni statistiche che si basano su due soli dati sono naturalmente deboli. A risolvere questo specifico dubbio arriva in soccorso il dato che mette a confronto il tasso di morti per arma da fuoco rapportato al tasso di armi detenute nei principali paesi occidentali.

Fonte: Gunpolicy.org, United Nations Development Programme

Pur con qualche eccezione, in linea generale la correlazione è evidente al primo colpo d’occhio: i Paesi con meno armi in circolazione sono generalmente quelli con meno morti per arma da fuoco. D’altra parte, anche prendendo in considerazione una sola nazione federale come gli Stati Uniti, le statistiche dimostrano che gli Stati USA con più armi in circolazione sono anche i più violenti e che il tasso di vittime cala progressivamente con la diminuzione del tasso di armi possedute.

Fonte: Injury Prention, CDC, vox.com

Eventi come l’European outdoor show (EOS) di Verona – “una fiera volta ad incentivare la diffusione delle armi in Italia”, come l’ha descritta l’associazione Rete Italiana Pace e Disarmo in un comunicato stampa – non sembrano andare quindi nella direzione di una società più sicura. D’altra parte ogni fiera di settore non è certo un evento filantropico, ma un’occasione commerciale che punta a rafforzare gli affari delle aziende che vi investono. La fiera di Verona, continua la Rete per il Disarmo, rappresenta “un’anomalia nel panorama fieristico dei paesi dell’Unione europea”,  visto che l’EOS espone tutti i tipi di “armi comuni” – quindi, non solo quelle dedicate ad uno specifico settore- e consente l’accesso ad ogni tipo di pubblico – e quindi non solo agli operatori specializzati di settore -, e permette l’ingresso anche ai minorenni purché accompagnati da un adulto. Una lobby che in Italia trova sempre più spesso sponde a livello politico. [di Gloria Ferrari]

Estratto dell'articolo di Francesco Grignetti per “la Stampa” il 7 febbraio 2023.

Italiani, brava gente, ma con il porto d'arma. Gli ultimi dati ufficiali dicono che sono 1.222.537 le licenze di porto d'armi […] quasi una metà di quelli con porto d'armi, pari a 543.803 licenze, sono di uso sportivo. Il resto sono 600mila cacciatori, 33mila guardie giurate e poi 12.500 persone che hanno un porto d'arma per difesa personale. […] E si stima che ci siano in circolazione almeno 10 milioni di pistole.

Una licenza per il porto d'armi, peraltro, dura 5 anni, va rinnovata in prefettura, occorre una certificazione medica, e dal 2021 c'è stata anche una minima stretta in quanto non è più possibile avere armi per chi sia stato sottoposto a un Trattamento sanitario obbligatorio. Accadeva infatti anche questo: che i prefetti, per motivi di privacy, non potessero avere accesso ai dati sanitari dei richiedenti. […]

 Chi si occupa di sicurezza ritiene che sia un errore strategico diffondere le armi. Poco tempo fa, Domenico Pianese, segretario generale del sindacato Coisp: «È più che mai necessario rivedere e irrigidire i criteri di assegnazione dei porto d'arma e dei nullaosta all'acquisto ai privati cittadini».

Già, perché molti hanno un semplice nullaosta, il che permette loro tranquillamente di tenere le armi in casa. «E mentre il porto d'armi viene concesso in seguito a un'istruttoria, e in casi di necessità comprovata, il nullaosta all'acquisto è molto più semplice da ottenere dal momento che decadono i requisiti della straordinarietà. Con un nullaosta è possibile acquistare in una qualsiasi armeria fino a sei fucili, due pistole e 1.500 proiettili da tenere in casa».

[…] Un altro dato salta agli occhi: il Censis recentemente ha sondato le paure degli italiani e ha scoperto che il 9,6% dei residenti ritiene di dover difendere la propria abitazione con un'arma da fuoco. Sono circa 4 milioni di persone. Molte più di quelle autorizzate dal ministero dell'Interno. Palesemente è da questo bacino che vengono fuori i 543mila che dichiarano un uso sportivo e vanno regolarmente ad addestrarsi al poligono.

[…] L'allarme è carsico e riemerge ad ogni tragedia. Due anni fa, ci fu un triplice allucinante delitto ad Ardea, terminato con il suicidio dell'assassino, un giovane con palesi problemi psichici. Quella storia fece rabbrividire l'Italia perché furono uccisi due bambini al parco. Quella volta, il giovane Andrea Appignani si era impadronito dell'arma del padre […].

 «In un Paese con 10 milioni di pistole e una crisi sociale già grave da anni, acuita dalla pandemia, un'Italia spaventata e armata, quante Ardea rischiamo nei prossimi tempi?», si domandava con angoscia Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino, lo storico capitano della Roma suicidatosi nel 1994, che al fenomeno delle armi ha dedicato un libro, «Dritto al cuore».

DAGONOTA il 18 gennaio 2023.

Entrambi gli autori degli ultimi due omicidi compiuti a Roma con «arma regolarmente detenuta», avevano in tasca una licenza per l’uso sportivo di pistole e fucili. Claudio Campiti, 57 anni, disoccupato, l’11 dicembre s’è presentato in un bar di Fidene nel quale era in corso una riunione di condominio, ha estratto una semiautomatica Glock 45 che aveva appena rubato al poligono di tiro di Tor di Quinto, e ha ucciso quattro donne.

 Un mese dopo, lo scorso venerdì, fuori dal ristorante “Brado” di Roma, Costantino Bonaiuti, 60 anni, dirigente dell'Enav, ha freddato con un colpo di pistola l’ex compagna, Martina Scialdone. Casualità, Bonaiuti frequentava (con ossessiva insistenza) lo stesso poligono di Tor di Quinto.

Sia  Campiti sia Bonaiuti era persone mentalmente “fragili”,  con traumi alle spalle, ed erano stati in cura. Eppure entrambi possedevano e tenevano regolarmente in casa armi che potevano utilizzare per «uso sportivo». A questo punto una domanda si pone una domanda: come funziona in Italia la legge sulle armi?

Estratto dell’articolo di Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 18 gennaio 2023.

Ma è proprio vero che la legge italiana sulla vendita delle armi è così severa? Lo ripetiamo ogni volta che dagli Stati Uniti arriva la notizia di una di quelle terribili stragi nelle scuole che da noi non esistono. […]

 La cosa migliore è partire dalle licenze per uso sportivo, quelle richieste da chi spara nei tiro a segno. Rispetto a venti anni fa, quando erano poco più di 100 mila, adesso superano quota mezzo milione. E compensano la progressiva diminuzione delle licenze dei cacciatori, scese in 20 anni da quasi 900 mila a poco più di 600 mila. […]

Quali sono i dettagli che possono trasformare una legge severa in una regolamentazione piena di buchi? Intanto la durata della licenza, cinque anni. In 1.800 giorni la vita di una persona può rovesciarsi completamente. Un divorzio, una malattia, un fallimento, un licenziamento. Mille traumi piccoli e grandi che possono cambiare radicalmente la prospettiva di vita, l’equilibrio di ognuno di noi. […]

 Un secondo problema lo spiega Giorgio Beretta, dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere: «Il certificato medico necessario per ottenere il porto d’armi, compreso quello per uso sportivo, è spesso un’autocertificazione di fatto». In che senso? «È il diretto interessato che compila il modulo, dicendo che non ha malattie nervose, non ha turbe psichiche, non è dipendente da alcol e stupefacenti. Poi porta quel foglio dal medico che, se non sospetta nulla di strano, controfirma. E la cosa finisce lì».

Non ci sono test «oggettivi» su droghe e alcol. E chi ha qualcosa da nascondere non si incastra certo da solo barrando la casella «sbagliata» sul modulo. Ma c’è di più.

 Se chi vuole un’arma è in cura da uno psichiatra e magari prende anche dei farmaci, il suo psichiatra non può avvertire il medico di base. C’è la barriera della privacy. A meno che non sia il paziente stesso a dirlo al medico che gli deve dare l’ok per avere un’arma […]

 C’è però un altro buco che forse misura meglio ancora la distanza tra buone intenzioni e risultati un po’ così. Chi ottiene il porto d’armi si impegna a comunicare la cosa a tutti i maggiorenni conviventi: moglie, marito, compagno, figli grandi. Ma nessuno verifica che questa comunicazione sia stata fatta davvero.

Sulla legge severa, che forse così severa non è, c’è del resto un enorme punto interrogativo. Non sappiamo quanti armi ci sono in Italia. Gli unici dati sono quelli che riguardano il porto d’armi: poco più di 1,2 milioni anche se per ogni licenza le armi «detenibili» sono diverse. Ma nulla si sa dei nulla osta, che consentono di tenere l’arma solo in casa, senza portarla in giro.

 Qui la richiesta va fatta alla singola stazione di polizia o caserma dei carabinieri. Non c’è una banca dati centralizzata. Le stime sul totale variano dai 2 agli 8 milioni. […]

I Reati.

(ANSA il 30 dicembre 2022) - Confrontando i primi 10 mesi del 2022 con quelli del 2021, si rileva un aumento quasi del 16% (precisamente il 15,7%) delle violenze sessuali in Italia. Diminuiscono invece del 10,3% gli atti persecutori o stalking e c'è anche un calo del 3,9% dei maltrattamenti in famiglia. E' quanto emerge dal consuntivo della Direzione centrale della polizia criminale diffuso oggi.

Analizzando i primi dieci mesi dell'anno, si registra nel 2022 un aumento del 20% circa dei furti rispetto al 2021 (precisamente del 19,7%). Nello stesso periodo di riferimento le rapine crescono del 18,2%: dato che costituisce una media tra le varie forme di rapina, che vedono un +20,7% per quelle commesse nella pubblica via.

È quanto emerge dal consuntivo della Direzione centrale della polizia criminale. Nel report di precisa che il dato sui furti è comunque inferiore a quello del periodo prepandemia: era di 887.905 nei primi dieci mesi del 2019, di 782.391 nello stesso periodo del 2022 (653.889 nei primi dieci mesi del 2021).

Confrontando i primi dieci mesi dell'anno del 2019 (dunque nel periodo prepandemia) con quelli del 2022 si registra un aumento del 14,3% dei minori denunciati e arrestati, con punte che riguardano alcuni tipi di reati: attentati +53,8%, omicidi volontari +35,3% (17 in valore assoluto nel 2019, 23 nel 2022), tentati omicidi +65,1%, +33,8% lesioni, +50% percosse, +75,3% rapine (+91,2% per quelle in pubblica via). È quanto emerge dal consuntivo della Direzione centrale della polizia criminale diffuso oggi. (ANSA) 

Furti con spaccata: al Nord più che al Sud, ma Bari resta tra le più colpite. Dati Istat elaborati da Cgia. È record nelle città del Nord, ma qui 3 reati su 4 restano impuniti. GIANPAOLO BALSAMO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 maggio 2023.

Il clichè è sempre lo stesso: vetrine in frantumi, porte divelte, merce arraffata alla meno peggio e registratori di cassa ripuliti o, addirittura, letteralmente sradicati e portati via.

La Puglia, insomma, appare sempre più «spaccata» a causa di una serie di furti che continuano a essere un grosso problema per tanti commercianti e altrettanti artigiani.

L’ultimo episodio in ordine cronologico risale alla notte tra il 16 e il 17 maggio quando fu compiuta l’ennesima spaccata ai danni di una profumeria in corso Cavour a Bari. Altri analoghi episodi si sono verificati, sempre nel capoluogo pugliese, anche ad aprile e marzo.

Secondo una indagine dell’Ufficio studi della Cgia Mestre (società di analisi socio economiche della Confederazione nazionale degli artigiani) in base alle rilevazioni Istat, le situazioni più critiche si verificano al Nord: Milano, Parma, Bologna, Rimini, Imperia, Firenze e Torino sono le province d’Italia dove i negozianti sono i più bersagliati dai malviventi.

A livello nazionale in quasi 3 casi su 4 gli autori di questi furti compiuti ai danni di negozi e botteghe rimangono impuniti.

Stiamo ovviamente parlando di reati contro il patrimonio che sono stati denunciati dalle vittime alle forze dell’ordine che, si stima, costino alle attività economiche attorno ai 3 miliardi di euro all’anno.

Nel 2021 - ultimo anno in cui i dati sono disponibili - ci sono state 56.782 denunce per furto nei negozi in Italia, il +10,8% del 2020, anno più critico della pandemia. Praticamente gli operatori commerciali e artigianali hanno subito 156 furti al giorno, 6,5 ogni ora e uno ogni 9 minuti.

In Puglia i furti sono stati 2.110 (915 in provincia di Bari, 361 nel Foggiano, 265 nel Tarantino, 304 nel Salento, 142 in provincia di Brindisi, 123 nella BAT), 108 in Basilicata (39 in provincia di Matera e 69 nel Potentino).

«Il dato più saliente - commenta Paolo Zabeo, coordinatore del Centro studi Cgia Mestre - è che le regioni del Sud sono meno interessate del Nord forse perchè i negozianti denunciano di più o, pagando il “pizzo”, pensano di non avere problemi. Comunque a livello nazionale, Bari è la prima provincia del Sud per numero di furti per abitante».

Nel 72,3% - quasi 3 su 4 - gli autori del delitto non sono stati catturati. Le regioni dove i malfattori la fanno franca maggiormente sono Umbria e Marche (73,8% dei casi), la Campania (79,8%) e il Lazio (81,3%).

In Puglia il 73% dei delitti sono rimasti insoluti, in Basilicata il 63%.

«Le strategie di difesa apportate dai negozianti sono note ai più: negli ultimi anni per difendersi dalle “razzie” dei malviventi - spiega il coordinatore del Centro studi Cgia Mestre - c’è stato un boom di installazioni di saracinesche, inferriate e vetri antisfondamento. I negozi sono diventati dei fortini che, controllati 24 ore su 24 dai sistemi di videosorveglianza, hanno “arginato” queste intrusioni. Spesso, però, nei palazzi di pregio o negli edifici più recenti montare delle grate non è consentito. Va inoltre segnalato che il numero di coloro che ricorrono ad una assicurazione è in calo. Il premio di una polizza contro i furti ha ormai dimensioni economiche proibitive, soprattutto per alcune tipologie merceologiche, quelle, ovviamente, di maggior pregio».

Storicamente le categorie più colpite sono gli orafi-gioiellieri, i pellicciai, i tabaccai, i farmacisti e i benzinai; le prime due per il valore economico dei loro prodotti, le altre per la disponibilità di contanti. Grazie ai pagamenti elettronici, alle telecamere di sorveglianza e alle casseforti a tempo il rischio è sceso.

Da qualche anno inoltre sono sempre più nel mirino anche i negozi di prodotti tecnologici, gli autoriparatori o concessionari auto-moto, i commercianti di bici di pregio, i supermercati, la moda-abbigliamento sportivo e i negozi di cosmetici e profumi.

Secondo Zabeo della Cgia, «il problema, purtroppo, è di natura politica. Se carabinieri e polizia di stato disponessero di un maggior numero di uomini e di mezzi in grado di presidiare con maggiore attenzione il territorio, specie nelle ore notturne, i malviventi avrebbero sicuramente la vita più dura».

Le Città.

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La nuova sentenza spagnola. “Igor il Russo” condannato, il killer deve scontare altri 4 anni per l’aggressione in carcere: “Vi cercherò uno per uno”. Redazione su L'Unità il 28 Luglio 2023 

Norbert Feher, il killer serbo anche conosciuto “Igor il Russo” arrestato nel dicembre del 2017 in Spagna dopo aver ucciso tre persone e ferito gravemente altre due a colpi d’arma da fuoco nella zona di Teruel (Aragona), dopo aver già ucciso nell’aprile dello stesso anno due persone in Italia, è stato condannato a quattro anni di reclusione nell’ennesimo processo che lo vedeva alla sbarra.

Feher, 42 anni, è stato condannato a quattro anni di reclusione per aver aggredito con una piastrella cinque guardie del carcere di Dueñas (provincia di Palencia) nel 2021, a pochi giorni dall’inizio di uno dei processi in cui è stato implicato.

Stando al quotidiano spagnolo El País, la nuova condanna a quattro anni è frutto di un patteggiamento tra le parti in causa. Dopo l’aggressione a 5 guardie carcerarie, aggiunge il quotidiano spagnolo, nella sua cella venne ritrovato un messaggio scritto in italiano: “Il tempo è solo una finestra, la morte è solo una porta. Tornerò e cercherò ognuno di voi“.

Sempre in Spagna era stato già condannato all’ergastolo (con possibilità di libertà anticipata non prima di 30) per l’omicidio del pastore José Luis Iranzo Alquézar, e per due volte a 25 anni di reclusione per l’uccisione di due agenti della Guardia Civil.

In Italia Feher nell’aprile del 2017 aveva ucciso il barista Davide Fabbri di Budrio (Bologna) e la guardia ecologica volontaria Valerio Verri di Portomaggiore, quest’ultimo durante la fuga iniziata proprio dopo la tentata rapina al locale di Fabbri finita in omicidio. Per i due omicidi la giustizia italiana lo ha condannato all’ergastolo in via definitiva.  Inoltre, in Spagna è condannato anche a 21 anni per i tentati omicidi di due persone, mentre in Italia a 11 in appello per rapine.

Attualmente il killer serbo si trova recluso nel carcere di Huelva, già il quinto penitenziario in cui “Igor” è stato spostato dal momento dell’arresto in Spagna nel tentativo, per ora vano, di gestire la sua aggressività.

Oltre alle condanne per gli omicidi, Feher dovrebbe anche risarcire economicamente i parenti delle vittime. Il condizionale è d’obbligo: in Spagna gli sono stati chiesti circa 3 milioni di euro, mentre in Italia dovrebbe in teoria pagare 800 mila euro a Maria Sirica, vedova di Davide Fabbri, ma a causa dell’impossibilità di “Igor” di provvedere a recuperare tale somma la vedova di Fabbri ha chiamato lo Stato a risarcire i danni in sede civile ritenendolo responsabile di non aver eseguito i due decreti di espulsione che erano stati emessi a carico di Feher nel 2010 e nel 2011.

Frosinone.

Estratto dell’articolo di Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 28 aprile 2023.

«Willy non si è accorto che stava morendo, non ha nemmeno parlato. È stato un omicidio brutale verso un ragazzo indifeso, un atto di macelleria nei confronti di una persona a terra e inerme, che è stata massacrata di botte». Per questo, ieri, il procuratore generale Giangiacomo Bruno ha chiesto alla Corte d'assise d'appello di Roma di confermare la sentenza di primo grado: ossia l'ergastolo per Marco e Gabriele Bianchi, 23 anni di reclusione per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli, tutti accusati dell'omicidio di Willy Monteiro Duarte.

La notte tra il 5 e il 6 settembre del 2020 lo studente 21enne venne ucciso a calci e pugni in piazza Oberdan a Colleferro, in provincia di Roma, dopo essere intervenuto in difesa di un suo amico aggredito. Un delitto che ha sconvolto l'Italia intera, e che fa ancora rabbia. Soprattutto perché dai fratelli Bianchi, spavaldi anche in aula, non è mai arrivato un pentimento. Dopo essere stati separati e reclusi in due carceri diversi, ieri si sono ritrovati seduti uno a fianco all'altro sul banco degli imputati. 

A giudicare dall'aspetto fisico, continuano entrambi ad allenarsi anche dietro le sbarre. Vestito con camicia bianca, pantaloni e maglioncino beige, con le sopracciglia sempre curate […] L'accusa ha impiegato tre ore per spiegare i motivi per i quali i giudici d'appello dovrebbero confermare le condanne inflitte dalla Corte d'assise di Frosinone il 4 luglio scorso. Al sostituto procuratore di Velletri Francesco Brando, lo stesso pm che ha tenuto la requisitoria anche in primo grado, è toccato il compito di ricostruire il complesso quadro accusatorio.

[…] Brando ha contestato la versione contenuta nel ricorso presentato dagli avvocati di Gabriele Bianchi, secondo cui la pressione mediatica ha influito sulle testimonianze. «Si vuole mettere in discussione la credibilità dei testi - ha spiegato il pm - quando invece una trentina di loro ha confermato che è stato Gabriele Bianchi a sferrare il primo e violento calcio al petto di Willy, con la pianta del piede, aggrappandosi a un palo per dargli più potenza; usando una tecnica delle arti marziali miste (Mma). Quel calcio micidiale crea una contusione al cuore, che tocca le pareti rigide del corpo e si riempie di sangue.

Ciò comporta un'accelerazione del battito, una fibrillazione e infine la morte. Quel calcio fissa le regole di ingaggio, dicendo agli altri come bisogna picchiare. Gli imputati aderiscono a questo messaggio e iniziano il pestaggio: un'azione che mantiene il livello di violenza, ma aumenta di qualità, contro un soggetto che non ha nemmeno il tempo di accorgersi che sta morendo. Willy non reagisce e annaspa alla ricerca dell'aria, perché viene massacrato per 50 secondi». […]

(ANSA il 12 luglio 2023) - "Più o meno me l'aspettavo. Nessuna sentenza mi darà più mio figlio. Sento di avere avuto giustizia? Accetto la giustizia che è stata fatta. Il perdono è un'altra cosa. Non provo rabbia, non so se è una sentenza giusta o non giusta". E' quanto afferma Lucia Monteiro Duarte, madre di Willy, dopo la sentenza di secondo grado per l'omicidio del figlio avvenuta a Colleferro nel settembre del 2020.

(ANSA il 12 luglio 2023) - "Sulla riduzione di pena con la concessione delle attenuanti generiche era una delle previsioni che mi ero permesso di fare, in quanto obiettivamente i fatti si sono svolti in una modalità tale da non consentire un distinguo così netto fra i due protagonisti Bianchi e gli altri due protagonisti Pincarelli e Belleggia ai quali già erano state concesse le attenuanti generiche, quindi una decisione che io ritengo processualmente ineccepibile". 

Lo afferma l'avvocato Domenico Marzi, legale della madre di Willy Monteiro Duarte, commentando la decisione dei giudici di secondo grado. "Desidero esprimere apprezzamento per una sentenza della corte d'appello che arriva a neanche tre anni dal fatto che dimostra che l'amministrazione della giustizia in questa vicenda ha funzionato perfettamente", ha concluso.

Omicidio Willy Monteiro: pena ridotta a 24 anni per i fratelli Bianchi. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 12 Luglio 2023

Non più l’ergastolo, ma 24 anni di carcere per i fratelli Bianchi, colpevoli dell’omicidio di Willy Monteiro, ucciso nel settembre del 2020 a Colleferro. La condanna di primo grado per i due fratelli è stata ridotta in appello dall’ergastolo a 24 anni, mentre sono stati confermati 23 anni per Francesco Belleggia e 21 per Mario Pincarelli, condannati per concorso in omicidio. In aula erano presenti tutti e quattro gli imputati, a pochi metri di distanza dalla madre di Willy, Lucia Monteiro.

Omicidio Willy Monteiro, la madre: “Me l’aspettavo”

“Più o meno me l’aspettavo. Nessuna sentenza mi darà più mio figlio. Sento di avere avuto giustizia? Accetto la giustizia che è stata fatta. Il perdono è un’altra cosa. Non provo rabbia, non so se è una sentenza giusta o non giusta” ha detto la madre di Willy Monteiro dopo la sentenza. Entrambi i genitori del ragazzo erano in aula con l’altra figlia, Milena.

Omicidio Willy Monteiro: la ricostruzione dei fatti e la morte per mano dei Fratelli Bianchi

Willy Monteiro Duarte aveva 21 anni quando è stato ucciso. Quella sera del settembre 2020 a Colleferro, il giovane aveva cercato di difendere un altro ragazzo ed è stato perso a botte dai due fratelli Bianchi, Marco e Gabriele fino a morire. Una violenza inaudita per una morte che è arrivata a forza di pugni e calci nei confronti di un giovane indifeso.

Furono quattro le persone subito individuate e poi accusate a vario titolo. La corte d’appello, dopo la sentenza dello scorso anno, poteva confermare le condanne di primo grado, ma anche assolvere o cambiare il reato da omicidio volontario a preterintenzionale con esclusione delle aggravanti. Questa era la richiesta delle difese.

Nello specifico, la pena dei fratelli Bianchi è stata ridotta dai giudici perché sono state riconosciute loro le attenuanti generiche come per gli altri due imputati, Francesco Belleggia e Mario Pincarelli. “Era una delle decisioni possibili, la più probabile viste le attenuanti concesse in primo grado agli altri imputati. Hanno agito in quattro con differenze davvero minime tra loro” hanno dichiarato gli avvocati della difesa.

Fratelli Bianchi, tolto l'ergastolo. La mamma di Willy non perdona. Stefano Vladovich il 13 Luglio 2023 su Il Giornale.

Condanna ridotta a 24 anni, la stessa dei complici. Lucia Monteiro: "Niente rabbia, ma dimenticare è un'altra cosa"

Omicidio Willy: ergastolo «condonato» ai fratelli Bianchi. Ventiquattro anni di reclusione per Marco e Gabriele Bianchi, i picchiatori di Artena che hanno ucciso a calci e pugni Willy Monteiro Duarte, 21 anni, origini capoverdiane, in una rissa a Colleferro. Confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma la pena per i complici, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 per Mario Pincarelli, tutti accusati di omicidio volontario in concorso. Dopo l'annullamento della Cassazione dell'ergastolo per Lee Elder Finnegan, il 21enne killer del carabiniere Mario Cerciello Rega, un'altra sentenza choc dei magistrati romani. In secondo grado, dunque, ribaltata la sentenza del Tribunale di Frosinone. Motivo? La Corte ha concesso alle «belve» di Artena le attenuanti generiche. Pluripregiudicati per droga, rissa e lesioni, i due campioni di arti marziali, MMA, ufficialmente disoccupati, vivevano in una villa lussuosa, giravano su auto di grossa cilindrata e percepivano il reddito di cittadinanza. Conosciuti tra Artena e Valmontone come picchiatori di professione, ingaggiati dai clan locali per recupero crediti, per anni non hanno mostrato pentimento.

Dignitosa la famiglia di Willy. «Me l'aspettavo - commenta la mamma -. Nessuna sentenza mi ridarà mio figlio. Accetto la giustizia che è stata fatta. Non provo rabbia, ma il perdono è un'altra cosa». Meno di un minuto, tanto è durato il pestaggio del giovane cameriere intervenuto per sedare una lite in cui era coinvolto un suo compagno di scuola. «Cinquanta secondi. In questo tempo tutti gli imputati non solo non hanno mai desistito ma, anzi, hanno intensificato la condotta. Quattro contro uno, proseguendo a martoriare Willy, infierendo su un corpo totalmente remissivo», commentano i legali di parte civile. La difesa promette ricorso in Cassazione. «I fatti andavano inquadrati nell'omicidio preterintenzionale», afferma l'avvocato di Gabriele Bianchi, Ippolita Naso.

Una rissa scoppiata in un pub per degli apprezzamenti a una ragazza e finita in tragedia. È il sabato sera del 6 settembre 2020. Nel locale centrale di Colleferro, il Due di Picche in piazza Santa Caterina, due gruppi di giovani. Uno è del posto, l'altro di Artena. Questi ultimi incontrano due amici, Francesco Belleggia e Mario Pincarelli. Con loro ci sono anche i fratelli Bianchi. Marco e Gabriele, dopo poco, escono con Vittorio Tondinelli e si appartano in uno spiazzo vicino al cimitero con tre giovani mai identificate. Pincarelli è ubriaco, importuna pesantemente tre ragazze di Colleferro. Interviene il fidanzato di una di loro, Alessandro Rosato assieme a Federico Zuma, compagno di classe di Willy. Volano parole grosse. Pincarelli, nonostante un braccio ingessato, spinge Zuma giù dalle scale. Il gruppo di Colleferro interviene, arriva anche Willy che si accorge dell'amico in difficoltà. Cerca di calmare gli animi. La lite si sposta in strada. Intanto Michele Cerquozzi, un altro del branco di Artena, telefona ai Bianchi, che partono a razzo su un'Audi Q8, Tondinelli resta alla guida. Quando arrivano ai giardini davanti al pub sono delle furie e si scagliano sul primo che capita. Il primo colpo allo stomaco lo sferra di Gabriele Bianchi. Willy crolla a terra ma i quattro non si fermano. «Saltavano sopra al corpo di Willy steso a terra inerme», mettono a verbale i testimoni. Willy non reagisce: un calcio in testa, secondo l'autopsia, lo manda in coma. I criminali fuggono ad Artena ma verranno fermati nella notte dai carabinieri.

La madre: "Accetto la giustizia ma il perdono è un'altra cosa". Omicidio Willy, cade l’ergastolo per i fratelli Bianchi: Marco e Gabriele condannati a 24 anni in Appello. I genitori: “Va bene così”. Redazione su Il Riformista il 12 Luglio 2023 

Dall’ergastolo a 24 anni di reclusione. Questa la sentenza del processo di secondo grado che vede imputati i fratelli Marco e Gabriele Bianchi accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, ucciso a calci e pugni in una piazza di Colleferro il 6 settembre del 2020. I giudici della prima Corte d’Assise d’Appello di Roma, presieduta da Vincenzo Gaetano Capozza, hanno riconosciuto le attenuanti generiche. Confermate le altre due condanne: 21 anni inflitti a Mario Pincarelli e i 23 anni a Francesco Belleggia, ai quali già in primo grado vennero riconosciute le attenuanti generiche.

In aula presenti i quattro imputati e i parenti di Willy, il giovane di origini capoverdiane, quella sera era stato picchiato a morte per aver tentato di aiutare un amico, Federico Zurma, precedentemente preso di mira dai quattro giovani condannati.

“Accettiamo questa decisione, va bene così” è il commento dei genitori di Willy, Lucia e Armando, raccolto dal Corriere.it. “Era una delle decisioni possibili, la più probabile viste le attenuanti concesse in primo grado agli altri imputati – osserva Domanico Marzi, legale della famiglia -. Hanno agito in quattro con differenze davvero minime tra loro. Siamo contenti comunque che in meno di tre anni ci sia stata una sentenza di secondo grado che ha riconosciuto la loro colpevolezza”.

“Più o meno me l’aspettavo. Nessuna sentenza mi darà più mio figlio. Sento di avere avuto giustizia? Accetto la giustizia che è stata fatta. Il perdono è un’altra cosa. Non provo rabbia, non so se è una sentenza giusta o non giusta” sono le parole di mamma Lucia dopo la sentenza.

“La pena non è una vendetta sociale, ma il meccanismo che deve far funzionare il recupero delle persone secondo l’idea espressa della Costituzione” ha detto in mattinata l’avvocato di Gabriele Bianchi, Valerio Spigarelli, concludendo le repliche nel corso dell’udienza nel processo d’appello. La difesa aveva chiesto l’assoluzione per gli imputati con Spigarelli che ha definito “squilibrata” la sentenza di primo grado, perché “poggiata sulla mostrificazione degli imputati. Una pena ingiusta – ha detto -. Tutto questo non restituisce ciò che è stato tolto, ma sarebbe una ulteriore ingiustizia in un processo ingiusto che di ingiustizie ne ha viste già tante”. Il sostituto procuratore generale Bruno Giangiacomo aveva invece chiesto alla Corte di confermare le condanne del primo grado.

Anticipazione da “Oggi” giovedì 27 luglio 2023.

Per la prima volta, parla la mamma di Willy Monteiro, il ragazzo di 21 anni ucciso a botte tre anni fa a Colleferro. In un’intervista a Walter Veltroni per OGGI, Lucia Monteiro racconta il suo Willy da bambino, i suoi studi, i suoi desideri: «Ha completato l’alberghiero, ha lavorato e voleva mettere da parte un po’ di soldi per andare all’estero. Il sogno della sua vita era diventare uno chef famoso».

Poi affronta quella tragica notte del settembre 2020: «A mezzanotte e mezza Willy è venuto da me e mi ha dato, come faceva tutte le sere nonostante avesse 21 anni, il bacio della buonanotte. Io ero sempre in pensiero, quando stava fuori, come tutti i genitori. La domenica mattina alle sette e mezza mi sono accorta che il divano letto non era stato aperto». 

E ancora: «I carabinieri non avevano il coraggio di dirmi la verità, mi hanno fatto capire che dovevamo andare all’ospedale… Loro mi hanno solo aggiunto, ma capisco il loro disagio e imbarazzo, che c’era stata una lite. A un certo punto ci hanno portato in una stanza e lì abbiamo saputo che Willy non c’era più. Poi ce l’hanno fatto vedere, nella camera mortuaria».

Alla domanda su come si possa superare una tale ingiustizia dice: «Certe volte, quando mi afferra la disperazione totale, me la prendo un po’ con Gesù. Ma dopo la disperazione viene il tempo di andare avanti. Per Willy, per sua sorella Milena, per mio marito e poi per me stessa. E per andare avanti chiedo a Gesù la forza necessaria. Ma la trovo anche nel pensiero che altri possono stare peggio di me, possono aver perso un figlio e sentirsi soli e abbandonati, soli e disperati. Io non sono sola, ho vicina la mia famiglia, gli abitanti di questo paese, gli amici di Willy. Ho sentito il calore della solidarietà». 

E sui fratelli Bianchi, per i quali di recente è stata diminuita la pena, e gli altri complici dice: «Non sono capace di odiare, anche chi mi ha fatto più del male. Ma dalla parte dei responsabili, non ho visto pentimento. Le scuse le hanno fatte per loro stessi. Dopo tre anni non hanno ancora trovato una parola sincera, non hanno fatto un gesto. Io non smetto di attenderlo. Non ho desiderio di vendetta, non auguro del male a nessuno, mai. Spero anzi che la morte di Willy li aiuti a cambiare».

Roma.

Roma, gli albergatori: «Termini è un inferno, tanti criminali in giro. E in strada si rischia la vita».  Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2023 

L’allarme degli albergatori nella zona della stazione, difficile trovare personale:  troppi pericoli per chi fa i turni di notte Il bastone per difendersi nella reception. 

Furti, spaccio, accoltellamenti, stupri e prostituzione. La mancanza di sicurezza intorno alla stazione Termini è arrivata a un livello insostenibile per chi lavora nella zona. E non più solo nelle ore notturne. Molti, gravi episodi di violenza avvengono ormai anche alla luce del giorno. Sempre meno donne vogliono lavorare nella zona, ma il problema si estende a tutti: commercianti, residenti e turisti. A confermarlo è Manuela Mariani, che gestisce l’hotel Igea in via principe Amedeo: «Il portiere che fa l’orario notturno si chiude a chiave all’interno, dice che se fosse un turista avrebbe paura a rientrare tardi». Il suo albergo è sulla stessa strada in cui recentemente una ragazza di 22 anni ha subìto un tentato stupro nell’androne di un palazzo intorno alle 20.30.

Risanamento della sicurezza

 L’imprenditrice aggiunge: «Il risanamento della sicurezza pubblica in questo quartiere sarebbe un vantaggio per l’intera città. Noi come deterrente per l’illegalità abbiamo dotato l’ingresso di una tettoia con diversi fari per illuminare la strada». Evitare le vie che sono al buio è una delle precauzioni prese dalle dipendenti che iniziano a lavorare prima dell’alba o che finiscono il turno dopo il tramonto. Lo racconta Daniela De Silva, dipendente dell’hotel Morgana, in via Filippo Turati, che la sera esce intorno alle 22.30 per avviarsi a casa. «La zona è illuminata male, bisogna sapere dove andare. Lavoro qui da dieci anni, quindi so in quali punti si aggregano i delinquenti», dice, oltre a sottolineare quale sia il comportamento di prudenza che contraddistingue l’uscita dall’alberto: «Cammino sempre velocemente, malgrado il tratto da percorrere fino alla stazione sia breve, e quando è possibile faccio la strada con i colleghi». Roberto Di Rienzo è il titolare della struttura, oltre che vicepresidente del comitato Albergatori romani e presidente del comitato Rinascita Esquilino.

Le donne si licenziano

 «Abbiamo anticipato la fine del turno pomeridiano dalle 23 alle 22. Le dipendenti in primis ci chiedono di non lavorare di notte», specifica. E poi osserva, amareggiato: «Alcune si sono già licenziate, altre chiedono il trasferimento in un albergo che gestisco in piazza di Spagna». Ultimamente una delle dipendenti è stata aggredita e minacciata da un uomo alle 6.30, mentre aspettava di entrare in albergo per iniziare il turno. Secondo l’albergatore la situazione si è aggravata durante la pandemia, quando il livello di criminalità è aumentato di pari passo al degrado della zona. Per questo - ricorda - «un mese fa abbiamo inviato una lettera al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per chiedere controlli costanti, ma non è cambiato nulla. Paradossalmente le maxi operazioni ad alto impatto che vengono effettuate dalle forze dell’ordine peggiorano la situazione: chi non riesce a delinquere durante il giorno, la notte è inferocito ed è ancora più pericoloso», sostiene Di Rienzo. Il comitato è intenzionato a rivolgere il grido d’aiuto anche al sindaco Roberto Gualtieri e alla Caritas diocesana. Il disagio di chi lavora in zona Termini lo vive anche Roberto Ghezzi, titolare dell’hotel Charter, gestito insieme al padre Giacomo.

Alle 6 il quartiere fa paura

 «Qui davanti (all’incrocio tra via Gioberti e via Filippo Turati, ndr) è un viavai continuo di delinquenti. Sempre le stesse persone che scippano i turisti e che a volte tentano di entrare in albergo. La mattina arrivo alle 6, a quell’ora il quartiere fa paura, perciò mi sento costretto a tenere questo», dice. E fa vedere un bastone di legno che tiene nascosto sotto al desk della reception. L’immagine dell’insicurezza provata dai lavoratori dell’Esquilino. 

(ANSA lunedì 20 novembre 2023) Una condanna ad 1 anno e due mesi di reclusione. E' quanto sollecitato dalla Procura di Roma nei confronti del carabiniere Silvio Pellegrini accusato di abuso d'ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio per avere fotografato Christian Gabriel Natale Hjorth mentre è bendato in una caserma dopo il suo fermo nella vicenda legata all'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. 

Quello scatto è poi finito in una chat. L'imputato "ha fatto una cosa che non doveva - ha detto il pm Maria Sabina Calabretta nel corso della requisitoria -. Non c'è alcun dubbio sulla sua responsabilità e non c'è alcun motivo investigativo dietro la diffusione di quella foto".

Omicidio Cerciello, il Gup: «A Natale Hjorth e Elder in caserma offese, sputi e almeno uno schiaffo». Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

Impossibile «pervenire all’individuazione degli eventuali aggressori» dice il gupa archiviando le accuse nei confronti di due dei carabinieri indagati

«Tra la stanza 109 dell’hotel Visconti e la stanza 8 della caserma Roninv di via in Selci, alla presenza di almeno venti carabinieri, Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder sono stati attinti da sputi, offese e almeno da uno schiaffo». A scriverlo è il gup Angelo Giannetti che però aggiunge: «Non è possibile pervenire all’individuazione degli eventuali aggressori». Questa la motivazione per cui il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura in merito alle posizioni dei militari Michele Lorusso e Christian Salvati, indagati per lesioni. Chi abbia tormentato i due americani, rimarrà, pertanto, un mistero. 

La condanna annullata

È l’ennesima sorpresa nella ricostruzione giudiziaria delle terribili ore dell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso da Elder con undici coltellate. Solo pochi giorni fa, il 15 marzo, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di condanna della Corte d’assise d’appello a 24 anni di reclusione per Elder e 22 per Hjorth.

 Cosa accadde dopo l'arresto?

All’esame del gup Giannetti, però, non c’è il delitto, ma i momenti concitati seguiti all’arresto dei due americani. Bisogna tornare indietro alla tragica notte di sangue del 26 luglio del 2019. Cerciello Rega è stato ucciso in Prati da una coppia di sconosciuti verso le tre di notte. Si scatena la caccia all’uomo, che termina quasi subito: Elder, 23 anni, e Hjorth, 22, in vacanza nella Capitale da qualche giorno, vengono arrestati al mattino nella loro stanza all’hotel Visconti in via Federico Cesi. Da quel momento i ragazzi entrano nella custodia dei carabinieri. Cosa succede? I due riportano delle lesioni?

 Il giallo delle lesioni

Non ce n’è alcuna prova negli atti secondo Giannetti, che tuttavia non esclude che gli imputati le abbiano riportate negli attimi cruenti dell’omicidio o durante l’arresto. Tuttavia Elder e Hjorth, osserva il gup, non hanno mai denunciato alcunché. 

Le indagini 

Uno dei carabinieri, sentito dagli inquirenti, ha riferito che qualcuno alla domanda «Lat sfunnat a mazzat a ‘sti bastardi?» («Li avete sfondati di mazzate questi bastardi?»), avrebbe risposto: «Io sì e i colleghi pure». Ma il gup ritiene che ulteriori attività sul punto appaiono superflue perché si tratta di affermazioni generiche, nonché de relato. Anche sentire Il carabiniere Fabio Manganaro, presente nella stanza 8 della caserma e condannato per aver bendato Hjort, non aggiungerebbe alcunché per Giannetti perché il militare il suo contributo lo ha già fornito in sede d’indagine. 

«Impossibile accertare chi offese gli arrestati»

 Quindi Lorusso - difeso dall’avvocato Francesco Anelli - e Salvati, sebbene presenti in quegli attimi, non possono essere accusati di lesioni. Per una ragione precisa: «Non è possibile indicare in che modo abbiano rafforzato il proposito criminoso di chi ha offeso, sputato e colpito Elder e HJorth». E la chat tra i militari in cui qualcuno in quelle ore scrive «Ammazzateli più che potete» e «Speriamo che gli fanno fare la fine di Cucchi...»? Così le giudica il gup sul piano probatorio: «Trattasi di conversazioni dal contenuto assai poco credibile, in quanto frutto di chissà quale incontrollata puerile spinta emotiva».

Estratto dell’articolo di Valentina Errante per “Il Messaggero – Edizione Roma” giovedì 23 novembre 2023.

Molteplici e gravi lacune e palesi incongruenze e contraddizioni riscontrate nelle motivazioni. Per questo, lo scorso marzo la Corte di Cassazione ha bocciato la sentenza d'Appello che stabiliva la responsabilità di Natale Hjorth «per il suo concorso, consapevole e volontario, nell'omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega», condannandolo a 22 anni (24 per Finnegan Lee Elder). 

Secondo i giudici, che hanno disposto un appello bis per Hjorth per il concorso nell'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate il 26 luglio del 2019, e per Elder in relazione alle sole aggravanti e per la resistenza a pubblico ufficiale, le conclusioni sono «illogiche».

Ritengono infatti che non sia dimostrato «al di là di ogni ragionevole dubbio», il fatto che gli imputati «pacificamente a digiuno della lingua italiana», avessero «compreso di essersi venuti a trovare di fronte a due carabinieri». 

«L'intenzione di portare avanti la colluttazione per impedire a Varriale (il collega carabiniere di Cerciello, ndr) di accorrere in aiuto del collega, attribuita dalla Corte di Assise di appello a Natale Hjorth nella sua valenza di elemento comprovante il concorso in omicidio - si legge - avrebbe dovuto essere, all'evidenza, messa a confronto con la testimonianza di Varriale, dalla quale parrebbe emergere una volontà diametralmente opposta dell'imputato, ossia quella di sottrarsi al controllo e fuggire, in coincidenza, tra l'altro, con la versione fornita dall'imputato medesimo».  […]

Omicidio Cerciello Rega, sentenza della Cassazione: annullate le condanne dei due americani, si farà un nuovo processo. Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 15 Marzo 2023

Colpo di scena in Cassazione sull'omicidio del carabiniere avvenuto a Roma il 26 luglio 2019. Annullate con rinvio le precedenti condanne a 24 e 22 anni 

Molte ore di camera di consiglio e una sentenza arrivata pochi minuti prima della mezzanotte per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega: le condanne a 24 e 22 anni dei due studenti americani sono state annullate con rinvio. I giudici della Suprema Corte hanno deciso che è necessario un nuovo processo di appello per valutare il concorso di Gabriel Christian Natale Hjorth e le aggravanti nei confronti dell’amico Finnegan Lee Elder. Così la decisione dei giudici della Corte di Cassazione in merito all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, avvenuto il 26 luglio 2019.

Qualche sottovalutazione ma nessuna ambiguità: i giudici della Corte di Cassazione ridimensionano le ombre che hanno inciso sulla narrazione (difensiva soprattutto) dell’omicidio di Mario Cerciello Rega, il carabiniere accoltellato a morte a 35 anni il 26 luglio del 2019, dietro il monumentale Palazzo di giustizia. L'operazione dei militari fu di routine. Bermuda e t-shirt indossati dalla vittima e dal suo collega Andrea Varriale quella notte più l’assenza di un’arma avevano favorito l’idea di un’operazione di polizia poco ortodossa. Quindi era esploso il dibattito sull’esibizione del tesserino di ordinanza. Mostrato oppure no? Si, secondo il superstite Varriale. No, secondo gli imputati. 

Era vero, allora, come teorizzato dalle difese che i due americani erano convinti di essere alle prese con malviventi? Il tema viene spazzato via dal pg Francesca Loy secondo cui i due sapevano di avere di fronte degli appartenenti alle forze dell’ordine per averli visti poco prima a Trastevere nel prologo della serata durante la quale avevano cercato di procurarsi la coca: i carabinieri li avevano fermati in seguito all’acquisto infatti. Non bastasse uno di loro, Natale, esperto di italiano, capì dalle grida che erano carabinieri e infatti si diede alla fuga quando realizzò che ne avevano ucciso uno. Impossibile dunque, per Loy, separare le sorti processuali dei due giovani americani come tentato soprattutto dai difensori di Natale (Francesco Petrelli e Roberto Capra) al quale l’accusa aveva imputato la progettazione della serata. Di Natale l’idea di tuffarsi nella movida trasteverina in cerca del «doping» notturno. Ma di Natale anche il progetto di rivalersi contro Sergio Brugiatelli, l’intermediario di quei pusher che gli avevano rifilato aspirina al posto della coca rubandogli lo zaino. 

Un omicidio commesso in tandem dunque: alle due del mattino i carabinieri arrivano in Prati all’appuntamento stabilito con l’intenzione di recuperare lo zaino di Brugiatelli. I ragazzi li vedono arrivare. Elder nasconde un coltello da marine nella felpa. I carabinieri sono disarmati, le loro previsioni — scongiurare un tentativo di estorsione messo in campo da due ragazzini — si rivelano sbagliate. Elder, il ragazzo borderline, il giovane arrabbiato con alle spalle una dipendenza dall’hashish e dai farmaci, prende l’inziativa e in venti secondi sferra undici coltellate a Cerciello. Nulla riesce a fare Varriale, bloccato da Natale. Infine la fuga in albergo dove verranno arrestati poco dopo. 

Omicidio Cerciello Rega, la Cassazione annulla le condanne agli americani. GIULIA MERLO su Il Domani il 14 marzo 2023

La Suprema corte ha ribaltato l’esito del primo e del secondo grado, che si era concluso con le condanne di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder a 22 e 24 anni per l’omicidio in concorso del carabiniere. La Cassazione ha respinto il ricorso di Elder, che ha materialmente accoltellato Cerciello Rega, per l’omicidio, ma lo ha accolto per le aggravanti e per la resistenza al pubblico ufficiale. Appello bis, invece, per Natale Hjorth

La Cassazione ha ribaltato gli esiti processuali sull’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, avvenuto Roma nella notte del 26 luglio 2019.

La Suprema corte ha annullato con rinvio le condanne a 24 anni per Finnegan Lee Elder e a 22 anni per Gabriel Natale Hjort, i due ragazzi americani già condannati in primo grado all’ergastolo per omicidio volontario in concorso, ridotto in appello a a 22 e 24 anni di reclusione.

La decisione, arrivata dopo 5 ore di camera di consiglio, smonta di fatto il giudizio dei due precedenti gradi di merito, differenziando però le posizioni dei due imputati.

Per Elder, che materialmente ha accoltellato il carabiniere, ha respinto il ricorso per l'omicidio, ma lo ha accolto per le aggravanti e per la resistenza al pubblico ufficiale. La pena dovrà essere ricalcolata e potrebbe essere più bassa di 14 anni.

Per Natale Hjorth, che invece ha avuto una colluttazione con un altro carabiniere e non ha materialmente partecipato all’omicidio ma era stato comunque condannato per concorso, ci sarà un nuovo processo.

Entrambe le difese hanno espresso soddisfazione per l’esito e ora si attende la lettura delle motivazioni della sentenza.

«Adesso si apre una nuova pagina nel processo», ha detto l'avvocato Fabio Alonzi, difensore, insieme al collega Francesco Petrelli, di Natale Hjorth.

Il caso ha avuto grande eco nell’opinione pubblica, perchè la dinamica dei fatti è subito apparsa poco chiara e molti dubbi sono rimasti anche dopo le sentenze di primo e secondo grado. Proprio su questo hanno fatto leva le difese nel ricorso di cassazione.

I PROTAGONISTI

I protagonisti della vicenda sono sei: due americani, due carabinieri e due spacciatori romani.

All’epoca dei fatti, Gabriel Natale Hjorth è un diciannovenne americano, iscritto alla facoltà di architettura a Santa Monica, è in Italia dai nonni paterni, che sono di Fregene. Parla italiano perché ogni anno trascorre qui le vacanze. A Roma decide di passare la serata con Finnegan Lee Elder, suo conoscente dai tempi del liceo. Elder ha la sua età, soffre di depressione e ha tentato più volte il suicidio. I genitori lo hanno mandato in Europa da solo in vacanza per farlo svagare. Nella notte dell’omicidio sono a Trastevere e vogliono comprare della cocaina.

I due carabinieri sono Mario Cerciello Rega, la vittima, e il suo collega Andrea Varriale. Nella notte dell’omicidio sono in borghese e pattugliano la zona dello spaccio di Trastevere. Emergerà che hanno lasciato le armi in caserma e girano a bordo di una punto nera.

Infine, i due spacciatori sono Sergio Brugiatelli, che non vende droga in prima persona, ma bazzica la zona di piazza Trilussa e fa da mediatore. I due americani gli chiedono dove poter comprare un grammo di cocaina e lui li accompagna nella vicina piazza Mastai, dopo aver parlato al telefono con un amico spacciatore, Italo Pompeo. Lui tenta di vendergli per 80 euro una bustina di cocaina, prima che lo scambio venga interrotto dall’arrivo di un gruppo di carabinieri fuori servizio. Pompeo è anche un informatore dei carabinieri della zona.

Lo scambio di droga non va a buon fine. Brugiatelli ha incontrato Pompeo solo con Natale Hjorth, che è l’unico degli americani a parlare italiano. Elder, invece, è rimasto a piazza Mastai, con la bicicletta e lo zaino di Brugiatelli.

Nel tragitto, però, il gruppo non si è accorto di essere stato notato e seguito da quattro carabinieri fuori servizio, che hanno aspettato lo scambio e poi sono intervenuti.

Quando si accorge di loro, Pompeo butta a terra la droga che finisce sotto una macchina, ma si tiene i soldi degli americani. Natale Hjorth, invece, dopo un breve scambio coi carabinieri fuori servizio, scappa verso l’amico Elder.

Insieme prendono un taxi per tornare a Prati, il quartiere dove hanno l’hotel, e portano con loro lo zaino di Brugiatelli, come dispetto per essere stati truffati.

È così che iniziano le trattative per il cosiddetto “cavallo di ritorno”, quello che in gergo è l’operazione per cui la vittima di estorsione si reca sul luogo dell’incontro accompagnato dalle forze dell’ordine in incognito che, al momento dello scambio e dunque della consumazione del reato, arrestano gli autori dell’estorsione.

Brugiatelli, infatti, si rivolge ai carabinieri per chiedere di denunciare il furto. Poi viene contattato dai ragazzi che gli propongono uno scambio: il suo zaino in cambio degli 80 euro e del grammo di cocaina che volevano comprare.

LA DINAMICA DEI FATTI

A questo punto inizia la sequenza di eventi che porta alla morte di Cerciello Rega.

Per organizzare il “cavallo di ritorno”, la centrale chiama la volante di Cerciello Rega e Varriale, che quella sera sono in servizio in borghese e dunque sono perfetti per l’operazione.

Secondo Brugiatelli l’appuntamento per lo scambio è a Trastevere, in piazza Gioacchino Belli, e i due agenti in borghese qui hanno vicini i rinforzi per intervenire in caso di necessità. I ragazzi invece intendono via Gioacchino Belli, a Prati, vicino al loro albergo.

I carabinieri non comunicano il cambio di zona alla centrale e si spostano a Prati senza chiedere assistenza di carabinieri in uniforme a supporto.

Secondo le difese, anche il protocollo dell’azione viene violato. A effettuare lo scambio, infatti, vanno i due carabinieri in borghese e non Brugiatelli, che rimane in auto. Intanto i ragazzi passano dall’hotel dove alloggiano e, prima di uscire per lo scambio, Elder prende con sé un coltello simil-militare con una lama di 18 centimetri che infila nella tasca della felpa.

I ragazzi si aspettano di veder arrivare Brugiatelli, a cui hanno raccomandato di venire solo. Invece, nella via deserta (sono le 3 del mattino) compaiono i due carabinieri in borghese.

L’OMICIDIO

Intorno all’omicidio il racconto dei fatti diverge. Certamente Varriale inizia una colluttazione con Natale Hjorth e lo stesso fa Cerciello Rega con Elder, che è armato di coltello e lo colpisce con 11 coltellate. Entrambi i ragazzi scappano e vengono arrestati la mattina dopo in hotel.

Nella sua deposizione, Varriale racconta che sia lui che Cerciello si identificano come carabinieri e l’accusa ritiene che lo scontro tra Elder e Cerciello Rega avviene frontalmente.

I ragazzi, invece, negano che i due agenti si siano qualificati, raccontano di averli scambiati per malviventi assoldati da Brugiatelli e di essersi difesi. Inoltre, Eder dice che Cerciello gli si avventa sopra e lui usa il coltello per liberarsi e fuggire.

Particolare determinante: i due carabinieri, pur essendo in servizio, non hanno con loro la pistola di ordinanza. Varriale mente su questo dettaglio e per questo viene imputato in un procedimento penale per “violata consegna”. Mente però anche ai colleghi che gli chiedono chi siano gli assalitori, definendoli due «nordafricani». Inoltre, sorgono irregolarità nell’ordine di servizio, compilato in ritardo e con lacune e falsi, rispetto all’identificazione di Brugiatelli.

L’ERGASTOLO IN PRIMO GRADO

Il processo di primo grado si conclude con la condanna all’ergastolo per entrambi gli americani, per concorso nell’omicidio di Cerciello Rega. Viene dunque ritenuta attendibile la ricostruzione di Varriale e Natale Hjorth è considerato la mente dei fatti per aver organizzato l’estorsione, pur non avendo materialmente toccato il carabiniere.

La corte d’assise non riconosce nemmeno le attenuanti generiche. Il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia, nella sua requisitoria aveva sottolineato: «Gravi sono i fatti e grave l'ingiustizia che è stata commessa ai danni di un carabiniere, un lavoratore e un uomo buono».

Gli avvocati Renato Borzone e Roberto Capra, che difendono Elder, avevano chiesto per lui l’assoluzione per legittima difesa, mentre Francesco Petelli e Fabio Alonzi, difensori di Natale Hjorth, avevano chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

LE PENE RIDOTTE IN APPELLO

In appello, le pene vengono ridotte a 24 anni per Elder e 22 per Natale Hjorth e anche la dinamica dell’omicidio viene parzialmente riscritta.

Gli avvocati continuano a mettere in discussione l’intero impianto della sentenza di primo grado, che si fonda sull’attendibilità della testimonianza di Varriale.

Nelle intercettazioni in carcere tra Elder e i suoi familiari e in una telefonata alla fidanzata immediatamente dopo i fatti, il ragazzo dice che i due carabinieri non si sono identificati e la sua versione non cambia mai.

La conclusione dei legali di Finnegan Elder è che lui «non poteva sapere che Cerciello Rega era un carabiniere, non aveva l’uniforme, la pistola e non ha mostrato il tesserino. Il ragazzo ha avuto una reazione istintiva, purtroppo tragica, alla manovra di bloccaggio di Mario Cerciello Rega che lo aveva steso a terra, stringendogli il collo. La perizia dimostra che questa è l’unica posizione compatibile con le ferite sul corpo del vicebrigadiere. Le ferite sono sulle parti laterali del tronco, nessuna alle spalle né frontale. Quindi nessuna aggressione a freddo come vorrebbe l’accusa. Finnegan ha reagito pensando di essere in pericolo di vita».

La linea difensiva di Natale Hjorth, invece, è quella di far valere il fatto che lui non ha materialmente preso parte all’omicidio perchè impegnato in uno scontro con Varriale, dopo il quale è fuggito e non si è reso conto di cosa stava facendo l’amico.

La sentenza d’appello, che riconosce le attenuanti generiche ai due ragazzi ma li condanna ugualmente per omicidio, ricostruisce però in maniera diversa rispetto al primo grado la dinamica dei fatti.

In particolare, nella sentenza di appello si legge che gli agenti, «dopo aver simulato una traiettoria leggermente diversa ed essersi repentinamente girati, si siano diretti verso gli imputati con l’intenzione di immobilizzarli», quindi l’aggressione sia partita da loro. Inoltre, «la dinamica dei fatti si è svolta separatamente, Elder a contatto con Cerciello Rega e Natale Hjorth con Varriale a qualche metro di distanza» e «Varriale non si accorge minimamente per un primo momento di come a pochi passi si stia consumando il tragico ferimento del collega».

In altre parole, le due colluttazioni sono avvenute separatamente e i primi ad andare incontro sarebbero stati i poliziotti. Inoltre, i giudici d’appello mettono in dubbio che i carabinieri si siano qualificati effettivamente.

I PROCESSI PARALLELI

Parallelamente al processo per omicidio, se ne sono svolti altri due. Uno a Varriale, indagato dal tribunale militare a per “violata consegna”, perché disarmato durante il servizio.

Un altro processo militare, invece, si è svolto per la gestione della tenezione di Natale Hjorth. Nelle ore immediatamente successive all’arresto, infatti, ha fatto il giro del mondo la foto del ragazzo in caserma, ammanettato e bendato. 

Per tale trattamento, un carabiniere è stato condannato a due mesi con pensa sospesa per “misura di rigore non consentita”.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

«L’omicidio Cerciello Rega? Gabriel è stato condannato ingiustamente». Intervista a Fabrizio Berruti, autore di Gabriel. Non ho ucciso nessuno (Round Robin Editrice, euro 12). Valentina Stella su Il Dubbio il 18 maggio 2023

Ieri è stato nostro ospite allo stand del Dubbio al Salone internazionale del Libro di Torino Fabrizio Berruti, autore del libro Gabriel. Non ho ucciso nessuno, con la prefazione di Roberta Petrelluzzi. (Round Robin Editrice, euro 12). Gabriel è il giovane americano condannato in concorso per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Berruti, giornalista, scrittore, autore e regista televisivo, ha lavorato con Massimo Sani, Giovanni Minoli e Sergio Zavoli per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Ha diretto documentari per la RAI sul delitto Calabresi, su Pasolini, Pertini e la storia della scorta di Aldo Moro. Attualmente si occupa di programmi di genere true crime per la RAI e per Discovery. Autore del programma “Commissari” (Raitre) e capoprogetto e regista di “Detectives” (Raidue), in collaborazione con la Polizia di Stato.

Come mai hai scelto di scrivere questo libro?

Io mi occupo di casi di cronaca giudiziaria da anni, partendo sempre dalla lettura delle carte processuali. Essendo di Roma, quella vicenda dell’estate del 2019 mi ha molto colpito: inizia a Trastevere, dove due giovani turisti americani decidono di passare la serata insieme e acquistare mezzo grammo di cocaina e termina in Prati, con la tragica morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Due giovani turisti coinvolti in una storia più grande di loro, che sarebbe potuta capitare a chiunque. I due aspetti che più mi hanno colpito sono la tragica concatenazione degli eventi e quella foto di Gabriel con la benda sugli occhi nella caserma dei carabinieri. Vedere quella immagine mi ha terrorizzato. Quella foto e quel video, che hanno fatto il giro del mondo, per me avevano la stessa potenza di quella con i ceppi ai polsi di Enzo Carra. Quel video di quel ragazzo bendato e ammanettato dietro la schiena è qualcosa che fa male vedere in una democrazia, in uno Stato di diritto. Qualsiasi reato una persona abbia commesso, o non commesso, non merita quel trattamento. Da subito ho iniziato a seguire con attenzione la vicenda e mi sono accorto pian piano che qualcosa non tornava nella ricostruzione dei fatti. Non dimentichiamoci che venivamo dalla vicenda di Stefano Cucchi e dai depistaggi messi in atto da alcuni esponenti dell’Arma dei Carabinieri. Ho cominciato a seguire tutte le udienze su Radio Radicale, perché a causa del covid era difficile entrare in aula.

Cosa ti ha colpito di più dal punto di vista giudiziario?

Il fatto che la sentenza sembrava fosse già scritta fin da subito: quei due ragazzi erano colpevoli. Questa sensazione era anche promossa da come è stato diretto il processo dalla Presidente della Corte di Assise. Quasi ogni volta che i difensori dei due imputati cercavano di mettere in difficoltà i testi dell’Arma, venivano interrotti dalla magistrata che li ammoniva dal mettere in dubbio le parole dei carabinieri. Ma l’esame dei testimoni, la cross examination, è proprio quello che un avvocato deve fare in un’aula di giustizia al fine di ricostruire i fatti. C’era poi la questione del tesserino, sulla quale anche la Corte di Appello ha mostrato dei dubbi sul fatto che siano stati esibiti. In conclusione, leggendo con attenzione le carte del primo e secondo grado e le relative sentenze, mi sono convinto che le tante prove emerse e le perizie del Ris non sono state adeguatamente valutate.

E dal punto di vista umano?

Mi ha colpito come da un giorno all’altro un ragazzo di 18 anni possa vedersi sconvolta la vita entrando in carcere, accusato di concorso in omicidio in una storia nella quale il suo ruolo appariva sin da subito assolutamente marginale. Per scrivere il libro ho trascorso del tempo con i suoi genitori, lo zio e i nonni di Gabriel, catapultati anche loro in un incubo. Ho letto le carte processuali e studiato gli atti e mi sono avvicinato alla storia di Gabriel perché, a mio parere, è stato condannato ingiustamente per concorso in omicidio, pur non avendo ucciso nessuno e non sapendo che l’altro ragazzo avesse preso con sé un coltello.

Come è stato il tuo incontro con Gabriel?

Il mio incontro con Gabriel è avvenuto tramite le lettere che si scambiava con i suoi familiari e le conversazioni che aveva con loro nelle visite in carcere. Avevo richiesto la possibilità di incontrare Gabriel in carcere, ma non ho ricevuto l’autorizzazione. Avevo due preoccupazioni: rimanere fedele alle risultanze degli atti e rispettare tutte le vittime di questa tragedia. Alla fine, è uscito un libro che è un mix di racconto giudiziario e umano.

Che giudizio dai di come i media abbiano trattato questa vicenda?

Nel caso Cerciello Rega si è cavalcato il tema della sicurezza. Molta stampa, senza neanche conoscere gli atti processuali, si è schierata dalla parte dell’accusa; altri invece, come il vostro giornale, si sono posti il dubbio, hanno cercato di capire come sono andate realmente le cose quella notte.

Eravamo entrambi in Cassazione quando i giudici hanno deciso per un nuovo appello. Nutri speranze?

Qualche giorno prima della decisione della Cassazione era uscito questo libro e non nascondo una certa soddisfazione per come sono andate le cose a Piazza Cavour. I giudici in Cassazione hanno annullato la sentenza d’appello in merito al concorso di Gabriel nell’omicidio e ora bisogna attendere le motivazioni per sapere che margini gli ermellini offrono ai nuovi giudici di Appello.

«Rispettiamo il dolore della vedova Cerciello, ma nostro figlio non è un killer». Parlano i genitori di Finnegan Elder, il ragazzo americano accusato di aver procurato la morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Valentina Stella su Il Dubbio il 16 marzo 2023

Leah e Ethan Elder, i genitori di Finnegan, il ragazzo accusato per aver procurato la morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega con diverse coltellate, hanno visto stravolta la loro vita da quel 26 luglio 2019. Il figlio partito per una vacanza, si ritrova in carcere in Italia accusato di un terribile omicidio. È un ragazzo fragile che ha commesso un errore fatale. Una prima condanna all’ergastolo, poi a 24 anni, ora però tutto è stato rimesso in gioco dalla Cassazione per un nuovo giudizio di appello che per loro deve giungere “alla verità dei fatti”: “Finnegan e il suo amico Natale hanno sempre negato che i due carabinieri in borghese avessero mostrato il tesserino e si fossero qualificati”.

Come vi siete sentiti quando due notti fa vi è stata comunicata la decisione della Cassazione?

Abbiamo accolto la decisione con applausi e lacrime, abbiamo informato amici e familiari che sono stati così solidali con Finn e con noi in questi ultimi quattro anni estenuanti.

Ora c'è un nuovo processo da fare. Dopo due verdetti negativi di primo e secondo grado, pensate che la verità verrà finalmente fuori?

Sì crediamo nella verità, è importante nella vita. E sappiamo di essere ottimisti sul fatto che il nuovo processo rivelerà le bugie dette dall'unico testimone vivente (il carabiniere Andrea Varriale, ndr) e la verità di quella notte verrà fuori. Nessuno vuole far passare in secondo piano la tragedia in cui, purtroppo, un uomo ha perso la vita, ma quello che è stato scritto nelle sentenze precedenti non rappresenta cosa è veramente successo quella maledetta sera. Tuttavia la piena consapevolezza delle proprie responsabilità deve necessariamente passare, per lui come per noi, anche attraverso la verità dei fatti.

Ossia che non sapevano che fossero dei carabinieri?

Finnegan e il suo amico Natale hanno sempre negato che i due carabinieri in borghese avessero mostrato il tesserino e si fossero qualificati, e Finnegan ha reagito, anche se in modo sproporzionato, a quella che sembrava un’aggressione di due malintenzionati. Speriamo che, anche alla luce di questa nuova sentenza, possa emergere questa verità.

Avete incontrato vostro figlio dopo la notizia? Come ha reagito?

Sì, siamo andati in prigione a trovarlo oggi. Finn era grato di avere la verità riconosciuta, ma ha molte domande e si preoccupa di quanto velocemente il processo andrà avanti.

Cosa hanno significato per lui questi anni di carcere?

Sono stati traumatici, strazianti e incredibilmente difficili per lui. È stato debilitante ma sta maturando mentalmente e fisicamente. È cambiato molto in questi quattro anni di carcere, sta lavorando, ha ricominciato a studiare e vuole iscriversi alla facoltà di economia. È comunque ancora molto provato per quello che è successo. Noi come suoi genitori siamo preoccupati per gli effetti duraturi di questo terribile periodo.

È giusto concentrarsi sulla sofferenza della famiglia di Cerciello Rega, ma quanto è profondo il vostro dolore nell’ avere un figlio in prigione dall'altra parte dell'oceano?

Non ci sono parole per descrivere la sofferenza nostra, delle nostre famiglie e degli amici. Ha influenzato la nostra salute e il nostro sostentamento: questa orribile tragedia ha consumato ogni nostro momento di veglia.

Cosa rimproverate a vostro figlio?

Vorremmo riformulare questa parola: rimproverare. La nostra risposta è che crediamo che Finn abbia così tanto senso di colpa per la sua parte in quella notte che niente di quello che avremmo potuto dire avrebbe compensato quel suo sentimento.

Cosa pensate del sistema giudiziario italiano?

Abbiamo sempre avuto fiducia nel sistema giudiziario italiano e la nostra fede è stata confermata da questa sentenza.

Cosa pensate dei media italiani?

Apprezziamo i pochi media che si sono presi il tempo di porre le domande difficili e non semplicemente riproporre la posizione dell'accusa e dei carabinieri.

Come è stata raccontata questa storia negli Stati Uniti?

La storia è stata raccontata in modo poco onesto. Come in Italia, i media statunitensi non hanno fatto molte domande difficili, o hanno scavato molto a fondo nei fatti del caso.

Estratto dell’articolo di Val.DiC. per “il Messaggero” il 17 marzo 2023.

«Ho atteso fino a tarda notte senza avere notizie. Questa mattina (ieri, ndr) avevo paura di svegliarmi e quando ho appreso la notizia sono scoppiato in lacrime. […]».

 Queste le parole di Gabriel Natale Hjort, che ieri ha incontrato nel carcere di Velletri gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, dopo la decisione della Cassazione di annullare con rinvio la sentenza di appello che lo aveva condannato a 22 anni per concorso nell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega.

 […] Alla luce di questa pronuncia, l'appello bis per Natale potrebbe vederlo scagionare dalla pensante accusa di omicidio. Anche se è difficile credere che possa scampare da quella (alternativa) di favoreggiamento: considerato che non ha chiamato i soccorsi dopo aver assistito all'accoltellamento del carabiniere ed è stato proprio lui a nascondere nel controsoffitto della stanza dell'hotel Meridién di Roma, dove alloggiavano i due ragazzi, l'arma del delitto.

Per quanto riguarda invece Finnegan Lee Elder, l'accusa di omicidio non potrà essere più scalfita, ma la pena di 24 anni potrebbe essere sensibilmente ridotta, considerato che per i giudici della Suprema Corte ci sono dubbi sull'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e sulla sussistenza delle circostanze aggravanti.

«Sentivo Mario che urlava con una voce provata: "Fermati! Carabinieri! Fermati!" - aveva riferito il collega di pattuglia Andrea Varriale nella sua testimonianza durante il processo di primo grado […]».

 Elder aveva cercato di difendersi così davanti ai giudici: «L'uomo più grande, era una montagna, mi ha buttato per terra e si e messo sopra di me. Ho sentito le sue mani sul collo come stesse tentando di strangolarmi. Allora sono stato preso dal panico, ho pensato che volesse uccidermi, ho preso il coltello e ho colpito diverse volte per cercare di togliermelo di dosso». «Credeva fossero banditi o mafiosi», aveva aggiunto la fidanzata di Elder, rivangando il solito luogo comune americano secondo cui gli italiani sono quasi tutti mafiosi.

Ma in realtà, subito dopo il suo arresto, i medici non avevano refertato un solo graffio o livido sul collo del giovane di San Francisco. Quindi, anche se i due amici non avevano capito che Cerciello e Varriale fossero delle forze dell'ordine (nonostante il militare sopravvissuto abbia confermato ai giudici che si erano qualificati), resta il fatto che non c'era ragione per reagire in quel modo: i due carabinieri, infatti, erano disarmati.

Omicidio Cerciello Rega, «bendare il fermato è un’anomalia assoluta non prevista dalla legge». Le motivazioni della condanna del carabiniere per la misura adottata nei confronti di Hjorth. Valentina Stella su Il Dubbio il 6 giugno 2023

«Sull'assoluta anomalia della misura adottata dal sottufficiale imputato non possono, in concreto, nutrirsi dubbi di sorta in quanto non solo la stessa non è espressamente prevista (e il dato non è solo meramente formale) da alcuna disposizione di legge, ma la totalità dei testi cui la relativa domanda è stata posta nel presente procedimento ha escluso, nonostante trattasi di soggetti con diversi anni di esperienza in attività di polizia giudiziaria, di aver mai proceduto o assistito al bendaggio di un fermato, procedura infatti che non rientra certo nelle prassi operative delle forze di polizia italiane».

È quanto scrive il giudice monocratico di Roma Alfonso Sabella nella sentenza con cui lo scorso febbraio ha condannato a due mesi, pena sospesa, Fabio Manganaro, il carabiniere accusato di misura di rigore non consentita dalla legge per aver bendato Gabriel Natale Hjorth nella caserma di via in Selci dopo il fermo dei due americani, Hjorth e l’amico Finnegan Elder Lee, per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019 nel centro della Capitale.

Nel corso del procedimento l’imputato aveva riferito di aver bendato il giovane americano per calmarlo. Tesi che non ha convinto il giudice. «Il tribunale – si legge nelle motivazioni della sentenza - non riesce a comprendere bene la relazione tra il bendaggio di un individuo in un contesto quale quello chiaramente emerso in dibattimento e la necessità di tranquillizzarlo ritenendo che, a differenza di quanto avviene per gli uccelli rapaci quando vengono privati degli stimoli visivi, un essere umano appena aggredito con quelle modalità dovrebbe, all'esatto contrario, agitarsi molto di più non potendo nemmeno vedere se qualcuno si appresta a colpirlo e da che punto arriva la minaccia (e del resto lo stesso Manganaro ha dichiarato anche di avergli coperto gli occhi... per disorientarlo)».

Per i legali di Gabriel Natale, gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, le motivazioni con le quali il giudice ha giustificato la condanna dell’autore di quel gesto «ci appaiono solide ed approfondite, con interessanti riferimenti anche ai limiti di applicazione dei cd. regimi speciali ex art. 41 bis, e alle norme convenzionali e costituzionali di riferimento, poste a tutela dell’umanità dei trattamenti restrittivi e della dignità della persona». Il giudice ha ribadito in tal senso «“l’assoluta anomalia della misura adottata” chiarendo che la stessa “non rientra certo nelle prassi operative delle Forze di polizia italiane”».

La condotta dell’imputato – come si legge in sentenza – «fu produttiva di una “condizione inutilmente mortificante e gravosa per il fermato” e ciò appare sufficiente ad integrare il reato di abuso di autorità» . Come ricostruito nel processo, Gabriel Natale, mentre era bendato e ammanettato, venne infatti anche video ripreso e fu sottoposto a una sorta di interrogatorio del tutto informale da parte del carabiniere Varriale, che si svolse peraltro - come ricostruito in sentenza – con modalità caratterizzate da particolari definiti dal giudice “inquietanti” come quello emerso dalla visione del video stesso della presenza di un soggetto (non identificato) collocato alle spalle di Natale che durante l’interrogatorio “tiene saldamente con una mano la testa di quest’ultimo”.

Il giudice dà atto nelle sue motivazioni di tali situazioni, «ribadendo non solo che “il bendaggio di un fermato non è una misura di rigore consentita dalla legge italiana”, ma che la stessa era risultata in quel caso “certamente umiliante”». Si legge ancora in sentenza che, “a giudizio del Tribunale”, il gesto dell’imputato Manganaro di bendare Natale «“può trovare solo una giustificazione individuabile nella necessità di impedire al fermato di memorizzare i volti di coloro che potevano aggredirlo in quel frangente”», concludono i legali. Intenti aggressivi, parzialmente portati a compimento, dei quali il giudice rinviene prova nel contenuto piuttosto esplicito delle chat dei militari acquisite agli atti del processo all’esito di perizia informatica. Uno di questa diceva: “speriamo che gli fanno fare la fine Cucchi”, un’altra suggeriva di “squagliarli nell’acido”.

«Mio figlio è innocente, confido nel coraggio dei giudici italiani». Parla la madre di Gabriel Natale Hjorth, condannato per ora a 22 anni di carcere per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega in concorso con Finnegan Lee Elder. Valentina Stella su Il Dubbio il 16 giugno 2023

Per la prima volta Heidi Hjorth, la madre di Gabriel Natale Hjorth, condannato per ora a 22 anni di carcere per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega in concorso con Finnegan Lee Elder che materialmente accoltellò il carabiniere, si confessa in questa lunga intervista. Emergeranno sentimenti apparentemente contrastanti: la sofferenza per un figlio in carcere a migliaia di chilometri di distanza e un dolore, senza ipocrisia, per la tragedia che ha investito la famiglia Rega. Ma di una cosa è convinta: mio figlio è innocente e deve tornare a casa.

Heidi, come ha scoperto cosa era successo quella maledetta notte?

Ho ricevuto una telefonata dal papà di Gabriel nella quale mi diceva che lui e i suoi genitori stavano guardando il telegiornale mentre cenavano e hanno visto la foto di Gabriel sullo schermo. Mi disse che Gabriel era stato arrestato in relazione all'omicidio di un ufficiale dei carabinieri. Sono rimasta paralizzata, mi sono fatta mille domande, ero in preda alla paura e a mille emozioni che mi attraversavano la mente. Non riuscivo a ragionare con lucidità e non abbiamo ricevuto ulteriori informazioni su nostro figlio per due giorni. Potevamo solo assistere all'inizio del “processo mediatico” dove mio figlio è stato immediatamente condannato per omicidio.

Quando ha rivisto suo figlio per la prima volta e cosa vi siete detti?

Dato che il padre di Gabriel era già in Italia, dove era arrivato con lui pochi giorni prima per visitare la famiglia italiana, io non sono venuta subito perché dovevamo coordinare i nostri viaggi e dovevo prendermi cura di mio figlio minore, 15 anni all’epoca. Ho visto Gabriel per la prima volta in carcere ad ottobre, per il suo compleanno. Ha compiuto 19 anni in carcere. È stato un momento estremamente triste. Gabriel era molto giovane, così impaurito, e abbiamo cercato di sostenerlo in ogni modo possibile. Gli tenevo la mano, provavo a pensare ai bei ricordi insieme. Abbiamo parlato di suo fratello e di quanto gli mancava il suo amato cane, abbiamo cercato di parlare delle cose normali di cui parlavamo sempre. Era difficile per noi, e ancora più difficile per Gabriel, capire cosa stava succedendo. Ci ha detto, fin dal primo momento, che lui non aveva commesso alcun omicidio e abbiamo quindi cercato di rassicurarlo che tutto si sarebbe chiarito. Continuava a chiederci perché fosse in prigione dato che non aveva ucciso nessuno.

Ha mai dubitato della verità di Gabriel?

No, mai. Gabriel ha un carattere forte, era sicuramente immaturo, ma è sempre stato profondamente onesto. Ha sempre detto la verità ed era per noi quindi naturale credergli. Dopo quattro anni, finalmente, si sta almeno togliendo il peso di non essere stato creduto, malgrado dicesse la verità e malgrado i tanti riscontri, molti dei quali disponibili sin dall’inizio di questa storia. Siamo grati a tutte le persone che stanno contribuendo alla giustizia.

Cosa significa per una madre avere un figlio in carcere in un Paese straniero, a migliaia di chilometri di distanza?

Non si può spiegare cosa si prova. Se questo non fosse successo a me, alla nostra famiglia, non sarei stata minimamente in grado di capirlo. Pur con tante difficoltà, riusciamo ad assicurargli la migliore assistenza giuridica possibile e siamo grati ai nostri eccellenti avvocati, ma al di fuori di questo noi possiamo fare ben poco, tanto più da così lontano. Saremo per sempre grati allo zio e ai nonni italiani di Gabriel per i loro instancabili sforzi nel visitarlo con regolarità e nel fargli avere i generi alimentari o gli indumenti puliti. Il contatto diretto con la famiglia è fondamentale per Gabriel, il vedersi e ora, dopo il periodo covid, anche il potersi finalmente riabbracciare. Gabriel può farmi tre brevi telefonate alla settimana, sono momenti di grande emozione, ogni volta, e non durano mai abbastanza. Gabriel fa anche 2-3 videochiamate al mese, in alternativa alle visite di persona. Gabriel è così cambiato in questi quattro anni così difficili. È sempre stato un ragazzo affettuoso e premuroso, ma ora si preoccupa, incredibilmente ancor più, lui di noi, di come stiamo noi.

Come sono i suoi rapporti con la famiglia di Elder?

Non conoscevamo Finnegan né i suoi genitori prima di questa tragedia. Con il tempo, ho stretto un legame molto forte con sua madre. Ci troviamo insieme in questa tragedia e abbiamo bisogno del sostegno reciproco. Un sostegno sincero, colmo di tristezza, ma anche di speranza. Sebbene i nostri figli abbiano avuto ruoli diversi, credo che il quadro generale di questa tragedia richieda grande compassione da parte di tutti.

La famiglia di Cerciello Rega potrebbe obiettare: almeno lui è vivo, il nostro Mario è morto. Cosa risponde?

La morte di Cerciello Rega è anche per noi un profondo dolore, un'ingiustizia, e non posso immaginare il dolore dei suoi familiari. Penso poi a mio figlio che non ha ucciso nessuno e non merita neanche lui un'ingiustizia e non dovrebbe essere in prigione da ormai quasi quattro anni.

Qual è la sua opinione sulla giustizia italiana?

Sono stata terrorizzata dal primo processo. Ho assistito a come il giudizio emotivo rendeva sordi alle evidenze che emergevano sempre più chiare. Quella non era Giustizia, non è “la Legge è uguale per tutti”. Con molta fatica, abbiamo comunque continuato a cercare di far emergere la verità. Per quanto triste sia la storia, credo che la giustizia debba venire dall’analisi obiettiva dei fatti e delle prove. È stata fatta luce su molte anomalie e adesso sembra che le prove presenti sin dall’inizio ci stiano conducendo, purtroppo molto lentamente, alla verità e alla comprensione della vicenda.

Come viene trattato Gabriele in carcere?

Per fortuna, le prigioni in Italia, per la nostra esperienza, sono notevolmente migliori di quello che ho letto o visto sulle prigioni negli Stati Uniti. Quando Gabriel era a Regina Coeli ci diceva di non aver mai visto nessuno in prigione che fosse giovane come lui ed io ero molto preoccupata per la sua incolumità. Adesso, quattro anni dopo, in carcere ci sono ragazzi più giovani di lui, ma lui è sempre tra i giovanissimi. Fortunatamente, la vita quotidiana sembra piuttosto calma. Il fatto che possa cucinare i pasti insieme ad altri detenuti e creare legami con alcuni di loro è qualcosa di cui sono estremamente felice. A Gabriel piace cucinare e si tiene occupato leggendo, studiando e prendendosi cura di se stesso e questo ci dà molto sollievo, ci rassicura un po’.

Chi era Gabriel prima di quella notte?

Un adolescente come tanti, un ragazzo diciottenne che si affacciava alla vita di adulto, che studiava all’Università in un’altra città, che passava il tempo libero con gli amici e voleva divertirsi. Un carattere forte, con un grande cuore e molto consapevole delle persone meno fortunate di lui. Ricordo che una volta eravamo in auto ed ha notato una persona in sedia a rotelle a cui era caduta la spesa per terra. Gabriel mi ha chiesto di fermarmi ed è corso a raccogliere la spesa per questo signore e gli ha chiesto se potevamo aiutarlo a tornare a casa. Mi piace molto ricordare con lui quest’episodio.

Come genitore, si rimprovera qualcosa nella sua educazione?

Il mestiere di genitore, si sa, non viene insegnato, noi genitori ci ispiriamo alla nostra stessa esperienza da bambini, a quello che abbiamo letto, alle riflessioni che abbiamo fatto sul rapporto genitore-figlio. Poi, ogni bambino, ogni persona ha la sua personalità. È naturale e inevitabile sbagliare, nessuno di noi è perfetto, ma i valori fondamentali, quelli devono essere un caposaldo. Quello che ho fatto con entrambi i miei figli è stato parlare apertamente con loro di tutti gli argomenti. Ho cercato di insegnargli l’onestà, la gentilezza, il valore della famiglia e di metterli in guardia dai pericoli della vita. Abbiamo sempre parlato di tutto e cercato di creare un rapporto di fiducia e di ascolto reciproco.

Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai nuovi giudici di appello?

Mio figlio è cresciuto nel rispetto delle istituzioni e, nonostante quello che sta passando e quello che inevitabilmente ha perso e continua a perdere ogni giorno della sua gioventù, vuole ancora credere nella giustizia. Quello che chiediamo è un processo giusto, il rispetto delle prove, un giudizio secondo giustizia. Non deludete un ragazzo innocente che ha già passato un inferno di ingiusta privazione della libertà e che trova ancora la forza di credere nella Giustizia.

Ha mai provato a contattare la famiglia di Cerciello Rega? Cosa vorrebbe dire loro?

La perdita violenta di un familiare è una tragedia così profonda e inimmaginabile che merita discrezione e rispetto commosso. Il loro dolore inestinguibile è inimmaginabile. Prego per il compianto vice brigadiere Cerciello Rega e per tutti i suoi familiari, specie per la giovane moglie e la madre. È vero: nel processo siamo seduti su banchi opposti, ma spero che possano credere alle mie parole, prive di qualsiasi ipocrisia, quando dico che sento una vicinanza verso di loro.

Come hanno trattato i media questo caso?

All'inizio male, con qualche eccezione di pochi giornalisti veramente interessati alla verità che hanno subito compreso che, al netto dell’emotività, diversi tasselli del puzzle non tornavano. I media hanno cavalcato l'immane tragedia in modo sensazionalista, l’opinione pubblica era quindi orientata all’indignazione e la ricerca della verità passava in secondo piano. Era più importante sbattere in prima pagina due ragazzi come mostri e fare un processo mediatico con condanna sommaria piuttosto che contribuire a cercare la verità. In Tribunale sono poi emerse tante anomalie nel racconto di alcuni carabinieri e le cose hanno iniziato a chiarirsi, anche grazie al lavoro dei nostri avvocati. Oggi, dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato la condanna di mio figlio, diverse testate giornalistiche offrono finalmente una prospettiva più equilibrata e ed obiettiva della situazione e paiono finalmente intenzionate a comprendere i fatti e le responsabilità di ognuno.

Che finale immagina di tutta questa storia?

Immagino che ci sia Giustizia. E che mio figlio tornerà quindi finalmente a casa. È forte, ma non può continuare a essere detenuto per un crimine che non ha commesso. Quattro anni della sua giovane vita gli sono stati sottratti ingiustamente. Avrà bisogno di grande supporto per ricominciare la sua giovane vita, non sarà facile, ma non vedo l’ora che questo momento arrivi. Immagino e desidero con tutto il cuore il coraggio di giudici che fanno Giustizia. Immagino mio figlio libero che al mattino fa colazione cercando il latte nel frigo di casa.

Napoli.

"Ha subito chiamato i soccorsi, poteva scappare ma non l'ha fatto". Rapina al distributore e odio social contro benzinaio ‘occasionale’, l’ingegnere: “Mi ha salvato la vita, aiutatemi a rintracciarlo”. Redazione su Il Riformista il 4 Aprile 2023

Nei giorni scorsi era stato attaccato sui social perché non ha fatto l’eroe. Non ha provato ad aggredire il rapinatore armato di pistola che minacciava l’ingegnere 32enne che si trovava sullo scooter e stava facendo benzina. Oggi è stata la stessa vittima, Fabio (le cui condizioni sono in netto miglioramento dopo i colpi d’arma da fuoco ricevuti alle gambe per sfregio), a lanciare un appello “all’uomo di colore” che gli ha salvato la vita. Un giovane che, come tanti altri migranti, provano a guadagnare qualche spicciolo assistendo i clienti ai distributori nella speranza di ricevere poche decine di centesimi. 

Fabio è stato ferito da due proiettili alle gambe e ricoverato in codice rosso all’ospedale del Mare. Aveva perso molto sangue e rischiava addirittura l’amputazione della gamba. Per fortuna il primo intervento chirurgico al quale è stato sottoposto è andato bene e le sue condizioni, giorno dopo giorno, migliorano. Fondamentale è stato l’apporto del giovane africano che si trovava la sera di mercoledì 29 marzo al distributore di benzina in via Reggia di Portici, nel quartiere San Giovanni a Teduccio a Napoli. Erano le 19.35 quando due giovani in scooter sono entrati in azione per rubare il motorino del 32enne ingegnere. Un’azione durata circa un minuto e mezzo e finita nel sangue perché il bandito, una volta realizzato che la preda non avrebbe consegnato lo scooter, ha sparato mirando alle gambe prima di fuggire.

Lasciato in una pozza di sangue, il 32enne è stato aiutato dall’uomo presente al distributore così come raccontato in una intervista a Il Mattino. “Ha subito chiamato i soccorsi, intervento fondamentale per la mia salvezza. Avrebbe potuto scappare per la paura e invece non si è mai allontanato. Questo ha significato molto. In quel momento non mi sono sentito solo e vorrei farglielo sapere“.

Sento l’esigenza di dirgli grazie – aggiunge -. Si, voglio ringraziarlo per non essere fuggito via e avermi aiutato. Chi ha messo in atto quella rapina aveva una pistola ma, nonostante questo, lui non è andato via. Sono stato ferito, ero a terra sanguinante, non so cosa sarebbe potuto accadere. Devo a lui la possibilità di essere stato soccorso velocemente e vorrei che gli giungesse il mio grazie”. Nel filmato diffuso nei giorni scorsi, si vede infatti il giovane prendere il cellulare e allertare i soccorsi prima di aiutare la vittima, riversa a terra in una pozza di sangue.

L’appello viene rilanciato anche dalla trasmissione “La Radiazza” in onda su Radio Marte e condotta da Gianni Simioli. “All’indomani dell’ennesima pagina di violenza, la rapina all’ingegnere (ferito da colpi di arma da fuoco alle gambe), i soliti “opinionisti” dei social, si sono scatenati contro il ragazzo che lavora presso la pompa di benzina, scenario del drammatico episodio. L’accusa? Non aver, secondo gli stessi, mosso un solo dito a difesa del malcapitato. Ma, ‘o Pataterno è grande, e stamattina, è proprio la vittima, un ingegnere, a lanciare, dalle pagine de “Il Mattino” un appello affinchè quel ragazzo si faccia vivo. vuole dirgli grazie. “Ringrazio il benzinaio, mi ha soccorso e non mi ha fatto sentire solo”. Noi de “La Radiazza” su Radio Marte, sosteniamo questo appello e cercheremo di trovarlo. Magari ha paura di uscire allo scoperto perchè era lì senza contratto o teme di essere identificato dai delinquenti. Aiutateci a contattarlo”.

Francesco Pio Maimone, incensurato, era con gli amici dopo turno di lavoro. Agguato a Mergellina, 18enne pizzaiolo ucciso per errore dopo una banale lite: non era lui l’obiettivo. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 20 Marzo 2023

Aveva finito il turno in pizzeria e si era visto con gli amici dopo una giornata di lavoro. Francesco Pio Maimone è stato ucciso per errore al culmine di una lite nata tra due paranze per futili motivi (probabilmente un piede pestato) nella zona degli chalet di Mergellina a Napoli. Il giovane, residente a Pianura, secondo quanto ricostruito dagli agenti della Squadra Mobile guidati dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini è stato ucciso senza motivo.

Non era lui l’obiettivo. Non sarebbe stato coinvolto, pare, nella lite tra i due gruppi. Fondamentali nella ricostruzione degli investigatori le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Incensurato, “Checco” è stato raggiunto da un proiettile al petto poco dopo le due di notte del 20 marzo all’altezza dello chalet “Da Sasà”. Soccorso dagli amici, anche loro senza precedenti di polizia, e trasportato al pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini, è morto poco dopo le 3 nonostante i tentativi dei medici. Una morte insensata, un omicidio gratuito nato da una banale lite che qualcuno ha provato a ‘risolvere’ tornando poco dopo, estraendo la pistola (a tamburo) e sparando prima verso l’alto e poi almeno un colpo d’arma da fuoco ad altezza d’uomo.

Maimone, residente in via Escrivà, conosciuta come zona delle Case Gialle a Pianura (un complesso di case popolari), si trovava probabilmente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era estraneo agli ambienti malavitosi e alle dinamiche legate allo spaccio nel quartiere dove viveva. Dinamiche che nell’ultimo mese hanno portato all’omicidio di Antonio Esposito, 48enne anche lui residente in via Escrivà (ucciso in via Torricelli il 3 marzo scorso), e all‘agguato nei confronti del 20enne Antonio Gaetano, avvenuto nel weekend della scorsa settimana sempre nella zona degli chalet di Mergellina, a poca distanza da dove è stato colpito mortalmente Maimone. I due episodi non sono dunque collegati.

Il 18enne, nato il 4 settembre del 2004, era con il suo gruppo di amici quando è avvenuta la lite. Secondo quanto appreso da fonti di polizia, nessuno di loro è legato agli ambienti criminali, compreso Maimone che viveva in un’area di Pianura dove sono state registrate costanti fibrillazioni di recente e probabilmente conosceva (ma non frequentava) i coetanei coinvolti nello scontro che la scorsa settimana ha fatto registrare anche l’esplosione di colpi d’arma da fuoco in via Escrivà, oltre all’arresto di due pusher (Emanuele Gaetano e Vincenzo De Grosso, rispettivamente 27 e 23 anni).

In attesa che le indagini cristallizzino quanto accaduto la scorsa notte, Maimone è il terzo giovane di Pianura morto ammazzato in pochi anni. Altri “bravi piccirilli” uccisi come boss sono Antonio Zarra ad agosto 2021 e Andrea Covelli, nel luglio 2022. 

Da ore si susseguono sui social commenti di persone che lo conoscevano. Maimone viene definito come un “giovane estraneo alla malavita”, un “bravo ragazzo che lavorava e sognava di aprire una pizzeria”. Tra i commenti anche quello di una sua insegnante. In molti “chiedono giustizia per l’omicidio di un giovane innocente”.

L’omicidio della scorsa notte tiene sempre accesi i riflettori su una zona, come quella degli chalet di Mergellina, diventata in questi anni ‘terra di nessuno’. Numerosi gli episodi di sangue registrati soprattutto nel weekend quando, in assenza della presenza delle forze dell’ordine, centinaia di giovani si intrattengono anche fino alle 4-5 del mattino, paralizzando spesso il traffico con soste selvagge di auto e scooter. Dopo l’agguato di due settimane fa, il prefetto di Napoli Claudio Palomba aveva disposto  maggiori controlli delle forze dell’ordine. Controlli che, per ora, non sono serviti a evitare l’ennesima tragedia.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Estratto dell’articolo di Titti Beneduce e Gennaro Scala per corriere.it il 21 marzo 2023.

Un ventenne di Barra è stato sottoposto a fermo in  serata con l'accusa di avere ucciso Francesco Pio nella zona degli chalet di Mergellina. Si tratterebbe dell'esponente di una famiglia di camorra ben nota alle forze di polizia: di qui la decisione della Procura di affidare il fascicolo a un sostituto della Dda.

 Il padre dell'indagato, in particolare, fu ucciso dieci anni fa in un agguato di camorra. Gli uomini della squadra mobile stanno ricostruendo nel dettaglio la dinamica dell'omicidio: le fasi concitate della lite, gli spari e Francesco, 18 anni - incensurato e che non c'entra nulla con la scarpa macchiata all'origine della rissa - crolla a terra dopo essere stato raggiunto da tre colpi al petto. La tragica sequenza che ha portato alla morte di Francesco Pio Maimone potrebbe essere stata immortalata dalle telecamere di sorveglianza installate nella zona di Mergellina, sul lungomare di Napoli.

Le indagini

Gli investigatori hanno lavorato sui filmati acquisiti subito dopo il tragico evento della notte tra domenica e lunedì. In quei video sarebbe stato isolato e identificato chi ha usato la pistola, chi ha fatto fuoco uccidendo per sbaglio il 18enne nel corso di una lite scatenata per una scarpa sporcata. Una lite della quale Francesco Pio Maimone sarebbe stato solo spettatore. Quando il killer ha tirato fuori l’arma, lo ha fatto per «punire» l’altro avventore per l’affronto subito. Ma l’arma non era solo un deterrente. Il giovane ha sparato più volte ma il suo bersaglio si è scansato e i proiettili hanno centrato Francesco Pio che, con quella vicenda, non c’entrava nulla. Piombo e sangue sono stati la conseguenza di una macchia su una scarpa.

 (…)

Estratto dell’articolo di Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 21 marzo 2023.

Alle 2 dell’altra notte, davanti a un chiosco sul lungomare di Mergellina, l’ennesima lite di quelle che ormai da mesi scandiscono le ore piccole dei fine settimana napoletani, ha avuto l’epilogo più tragico: un ragazzo di 18 anni è stato ucciso con un colpo di pistola che lo ha raggiunto al petto. Si chiamava Francesco Pio Maimone e faceva il rider, consegnava pizze a domicilio.

 Chi lo ha ucciso non sapeva nemmeno a chi stesse sparando. Ce l’aveva con un altro, uno che gli aveva fatto cadere qualcosa sulle sue costosissime sneaker bianche e gliele aveva sporcate. Roba che si poteva risolvere con uno smacchiatore, e invece è stata risolta sparando. Era nell’aria che prima o poi sarebbe successo. Nelle notti di sabato e domenica Mergellina è un campo di battaglia. […]

Hanno sentito sparare e si sono trovati in mezzo alla folla che scappava, perché pure se erano passate le 2 di gente ce n’era, e tanta, davanti al chiosco. Forse i primi colpi erano in aria, altrimenti avrebbero raggiunto anche qualcun altro, poi però chi impugnava la pistola ha deciso di sparare per uccidere. E ci è riuscito. Francesco Pio è arrivato in ospedale poco prima delle 3, accompagnato in macchina dai suoi due amici. Respirava ancora ma non c’è stato verso di rianimarlo o stabilizzarlo: è morto dopo un’ora di inutili tentativi. […]

 Francesco Pio era un ragazzo che lavorava e faceva progetti. Gli stava bene anche passare le serate andando avanti indietro con il motorino per portare pizze a domicilio, perché sentiva che cosi stava facendo i primi passi verso quello che era il suo sogno: diventare un giorno il proprietario di una pizzeria e magari assumere qualcuno che avesse la sua stessa voglia di lavorare e pagarlo però un po’ meglio, rispetto a quello che guadagnava lui. […]

Estratto dell’articolo da open.online il 21 marzo 2023.

[…] Prima di tornare a casa, si era fermato davanti al chioschetto «Da Sasà» a mangiare noccioline. A quel punto, succede l’impensabile. Uno schizzo di alcol o un pestone macchiano la scarpa di un ragazzo lì vicino. Che, in tutta risposta, reagisce iniziando a sparare in aria.

Poi l’arma si abbassa, continua a sparare e colpisce al petto l’incolpevole Francesco Pio, estraneo alla lite. «Abbiamo visto sparare in aria, pensavamo fosse una pistola a salve. Poi Francesco si è accasciato e ha detto “non respiro, non respiro”», raccontano gli amici che erano con lui quella sera. […]

Omicidio Mergellina, parla l'amico-testimone: «È morto tra le mie braccia, esplosi più colpi». Le parole del testimone in esclusiva. CorriereTv su Il Corriere della Sera il 21 Marzo 2023

Carlo Chiaro, amico del diciottenne Francesco Pio Maimone, ucciso nei pressi di uno chalet di Mergellina, Napoli, racconta in esclusiva gli attimi in cui il suo amico ha perso la vita. Non ci sarebbero state risse o discussioni prima della sparatoria, il ragazzo ha raccontato di aver sentito partire più colpi e Francesco Pio sarebbe morto quasi sul colpo. «È morto tra le mie braccia, non esiste un perché, non si può morire così, amava la pizza e lavorare». (Agtw - Walter Medolla) (Agtw - Walter Medolla)

Diciottenne ucciso per errore a Mergellina: fermato un ventenne di Barra, il padre fu assassinato in un agguato. Titti Beneduce e Gennaro Scala su Il Corriere della Sera il 21 Marzo 2023

Il giovane indagato per omicidio ha lo stesso nome di battesimo della vittima: Francesco Pio. Il padre, Ciro Valda, fu ammazzato nel 2013. Inchiesta alla Procura antimafia

Un ventenne di Barra è stato sottoposto a fermo in serata con l'accusa di avere ucciso Francesco Pio nella zona degli chalet di Mergellina. Si tratta di Francesco Pio Valda, esponente di una famiglia di camorra ben nota alle forze di polizia: di qui la decisione della Procura di affidare il fascicolo a un sostituto della Dda. Il padre dell'indagato, Ciro, fu ucciso dieci anni fa in un agguato di camorra. L'accusa nei confronti di Valda è omicidio aggravato dalle modalità mafiose.

La dinamica 

Gli uomini della squadra mobile stanno ricostruendo nel dettaglio la dinamica dell'omicidio: le fasi concitate della lite, gli spari e Francesco, 18 anni - incensurato e che non c'entra nulla con la scarpa macchiata all'origine della rissa - crolla a terra dopo essere stato raggiunto da tre colpi al petto. La tragica sequenza che ha portato alla morte di Francesco Pio Maimone potrebbe essere stata immortalata dalle telecamere di sorveglianza installate nella zona di Mergellina, sul lungomare di Napoli.

Le indagini

Gli investigatori hanno lavorato sui filmati acquisiti subito dopo il tragico evento della notte tra domenica e lunedì. In quei video sarebbe stato isolato e identificato chi ha usato la pistola, chi ha fatto fuoco uccidendo per sbaglio il 18enne nel corso di una lite scatenata per una scarpa sporcata. Una lite della quale Francesco Pio Maimone sarebbe stato solo spettatore. Quando il killer ha tirato fuori l’arma, lo ha fatto per «punire» l’altro avventore per l’affronto subito. Ma l’arma non era solo un deterrente. Il giovane ha sparato più volte ma il suo bersaglio si è scansato e i proiettili hanno centrato Francesco Pio che, con quella vicenda, non c’entrava nulla. Piombo e sangue sono stati la conseguenza di una macchia su una scarpa. 

Dopo gli spari il caos

Dopo gli spari c’è stato il caos e in quel momento chi ha sparato, si è confuso tra la folla scappando. I tavolini e le sedie davanti allo chalet si sono aperti come quando si getta un sasso in uno stagno. Al centro c’erano il 18enne e i suoi amici intorno che continuavano a ripetere il suo nome: «Checco, Checco!». Carlo, il suo miglior amico, gli ha praticato la respirazione bocca a bocca, poi la decisione di trasportarlo in ospedale. Una corsa disperata e purtroppo inutile. Circa un’ora dopo il cuore di Francesco Pio ha cessato di battere. Non è solo «MalaMovida», è una vera e propria emergenza. A Chiaia appare ormai troppo facile trovare una pistola, un coltello o altre armi. Lì, nel cuore «by night» partenopeo per eccellenza, si sta vivendo una vera e propria escalation. «Qui siamo in emergenza e abbiamo paura per i nostri figli, ma non possiamo di certo tenerli a casa», riferisce una residente. 

Mentre la polizia era sulle tracce del presunto assassino, a Pianura, nel quartiere in cui viveva Francesco Pio Maimone, decine di persone hanno organizzato una fiaccolata e un corteo. Tra queste c’era Carlo, il suo migliore amico, il ragazzo che ha cercato di soccorrere il 18enne dopo che era stato raggiunto da un proiettile al petto. Clacson, applausi e magliette stampate col volto del diciottenne assassinato. «Pio, Pio» hanno urlato in coro i residenti del quartiere. E ancora: «Giustizia sia fatta!», mentre Carlo, con gli occhi al cielo pure urlava il nome del suo amico. I funerali verranno celebrati nei prossimi giorni alla chiesa di San Lorenzo Martire.

A Pianura striscione e fumogeni per Kekko: "Vive per sempre". Omicidio Francesco Pio Maimone, fermato 20enne figlio di camorrista ucciso: si era rifugiato a Ponticelli. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Marzo 2023

Si era rifugiato a casa di alcuni conoscenti Francesco Pio Valda, il 20enne sottoposto a fermo di indiziato di delitto, con l’accusa di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, del 18enne di Pianura Francesco Pio Maimone, ucciso domenica notte, poco dopo le 2.30, in via Caracciolo, nei pressi degli Chalet di Mergellina, al termine di una banale lite tra gruppi di Napoli est (una bevanda cha avrebbe sporcato le scarpe del pistolero) ai quali Maimone non apparteneva.

Una misura emessa dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli al termine delle indagini condotto della Squadra Mobile di Napoli. Valda, che si chiama proprio come la vittima, è residente nel quartiere Barra, ha precedenti di polizia ed è il figlio di Ciro, un affiliato al clan Cuccaro, deceduto in un agguato di camorra il 23 gennaio 2013. Nel corso dell’interrogatorio avrebbe rilasciato dichiarazioni spontanee.

Il giovane, come anticipato in mattinata dal Riformista, dopo essersi reso irreperibile nella giornata di ieri, è stato rintracciato dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli e dai poliziotti del commissariato San Giovanni presso un’abitazione di alcuni conoscenti nel quartiere Ponticelli. Gli accertamenti svolti hanno evidenziato che nei pressi di uno chalet sito in via Caracciolo si sono affrontati due gruppi di giovani a seguito di una lite per futili motivi.

L’indagato che ha partecipato alla lite, nell’allontanarsi dal luogo, avrebbe estratto una pistola esplodendo diversi colpi d’arma da fuoco, alcuni in aria e uno ad altezza d’uomo che ha ferito mortalmente il 18enne Francesco Pio Maimone, risultato totalmente estraneo alla vicenda.

Maimone è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale dei Pellegrini dove era stato accompagnato dagli amici a bordo di una Fiat Panda scortata dalla polizia. Il provvedimento eseguito è una misura precautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e il destinatario dello stesso è persona sottoposta alle indagini e quindi presunto innocente fino a sentenza definitiva.

Intanto a Pianura, nella zona delle Case Gialle dove viveva il 18enne, amici e familiari hanno esposto uno striscione (“Kekko vive per sempre”) e acceso alcuni fumogeni per ricordare il 18enne i cui funerali verranno celebrati nei prossimi giorni dopo l’autopsia in programma al Secondo Policlinico di Napoli. La chiesa dovrebbe essere la parrocchia della San Lorenzo Martire, ma non ci sono ancora conferme ufficiali.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Estratto dell’articolo di Titti Beneduce e Gennaro Scala per corriere.it il 22 marzo 2023.

Un padre ucciso quando lui aveva circa dieci anni, un fratello arrestato per aver tentato di uccidere un minorenne, una famiglia che proviene dagli ambienti della malavita del quartiere Barra, alla periferia orientale di Napoli. 

 È il profilo di Francesco Pio Valda, sottoposto a fermo per l’omicidio di Francesco Pio Maimone, ammazzato per errore durante una lite degenerata tra due gruppi di giovani. In un primo momento l'indagato si era reso irreperibile, ma nelle scorse ore è stato rintracciato dagli uomini della squadra mobile, guidati da Alfredo Fabbrocini. Le indagini sono coordinate dai pm Antonella Fratello e Claudio Onorati.

Francesco Pio Valda è fratello di Luigi, arrestato lo scorso agosto per il tentato omicidio di un minorenne avvenuto nella notte tra il 21 e 22 luglio 2022, ma è anche il figlio del ras Ciro Valda, ucciso il 23 gennaio del 2013. […]

Francesco Pio Valda, chi è il presunto omicida di Mergellina. Il padre ucciso, il fratello arrestato, i colpi di pistola contro la casa della nonna. Titti Beneduce e Gennaro Scala su Il Corriere della Sera il 21 Marzo 2023

Il giovane fermato per l'assassinio di Francesco Pio Maimone ha 20 anni ed è di Barra. Un precedente per droga, poi la messa alla prova. Come la vittima ha lavorato in una pizzeria e, incredibilmente, hanno lo stesso nome

Un padre ucciso quando lui aveva circa dieci anni, un fratello arrestato per aver tentato di uccidere un minorenne, una famiglia che proviene dagli ambienti della malavita del quartiere Barra, alla periferia orientale di Napoli. È il profilo di Francesco Pio Valda, sottoposto a fermo per l’omicidio di Francesco Pio Maimone, ammazzato per errore durante una lite degenerata tra due gruppi di giovani. In un primo momento l'indagato si era reso irreperibile, ma nelle scorse ore è stato rintracciato dagli uomini della squadra mobile, guidati da Alfredo Fabbrocini. Le indagini sono coordinate dai pm Antonella Fratello e Claudio Onorati.

L'agguato al padre

Francesco Pio Valda è fratello di Luigi, arrestato lo scorso agosto  per il tentato omicidio di un minorenne avvenuto nella notte tra il 21 e 22 luglio 2022, ma è anche il figlio del ras Ciro Valda, ucciso il 23 gennaio del 2013. Ciro Valda aveva 34 anni quando fu assassinato nel corso di un agguato davanti alla sua casa di via Mastellone, nel quartiere Barra. L’uomo fu raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco e uno dei proiettili lo raggiunse alla testa, uccidendolo sul colpo. La famiglia Valda faceva parte del clan Amodio-Abrunzo, la falange ribelle del cartello Aprea-Cuccaro-Andolfi di Barra. 

Dichiarazioni spontanee

È stato un lungo interrogatorio nel corso del quale Francesco Pio Valda ha reso dichiarazioni spontanee al termine delle quali gli inquirenti hanno emesso il fermo. 

La droga

Tre anni fa, da minorenne, era stato arrestato insieme al fratello per spaccio di droga e, difeso dall’avvocato Antonio Iavarone, aveva ottenuto la messa alla prova. In quella occasione, come il diciottenne ucciso, anche lui per un periodo aveva fatto il pizzaiolo. 

Colpi di pistola contro la casa della nonna

La nonna di Valda è Giuseppina Niglio, a sua volta coinvolta in passato in inchieste sul clan. Di recente contro la sua casa sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco.

Estratto dell’articolo di Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2023.

«Francesco Pio Valda mi ha detto di aver sparato con un revolver calibro 38 prima due colpi in aria». Ma poiché «gli avversari gridavano che la pistola era a salve, lui per dimostrare che la pistola era vera ha sparato nel vetro di un’auto parcheggiata». E poi ha continuato e ha ammazzato un ragazzo che stava per i fatti suoi bevendo una birra con due amici.

 I drammatici attimi della notte di Mergellina rivivono nelle testimonianze che riempiono le pagine del provvedimento di fermo notificato a Francesco Pio Valda, il ventenne accusato di aver sparato più volte al culmine di una lite con altri ragazzi e di aver ucciso, colpendolo al petto, Francesco Pio Maimone, […]

«Mentre eravamo in attesa di essere serviti (dal gestore del chiosco di bibite, ndr ), un ragazzo che usciva dallo chalet fortuitamente è salito sopra le scarpe di Valda Francesco Pio», mette a verbale un teste.

 E aggiunge: «In quell’istante si è creata la prima discussione, infatti Valda ha detto al ragazzo di fare più attenzione in quanto le scarpe erano costose, della marca Louis Vuitton, da mille euro. Il ragazzo gli ha risposto che gliene avrebbe comprate dieci».

La situazione sarebbe degenerata con l’intervento di un uomo di circa 50 anni che faceva parte del gruppo del Rione Traiano, e che pure è stato identificato e interrogato, ma non ha fornito notizie particolarmente utili agli investigatori.

 Che invece hanno trovato ulteriore conferma ai loro sospetti prima dal rinvenimento di alcuni proiettili calibro 38 nel cortile del palazzo dove Francesco Pio Valda viveva con la nonna, e poi dall’intercettazione di una telefonata sull’utenza della stessa nonna.

Lunedì mattina un uomo, non ancora identificato, ha chiamato per avvertire il ragazzo che la polizia stava interrogando i suoi amici e lui doveva immediatamente scappare: «Vestiti presto presto e vattene, ‘o frat ».

Il capo della Squadra Mobile: "Lite tra gruppi di Barra-San Giovanni e Rione Traiano, gli spari da altro chalet". Omicidio Mergellina, indagini tra telecamere flop e omertà: “Francesco Pio non si è accorto di nulla, mangiava noccioline”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 22 Marzo 2023.

Una scarpa sporcata da un drink o da un pestone, la lite nata tra un gruppetto di Barra-San Giovanni a Teduccio e un altro del Rione Traiano, e i proiettili esplosi a tradimento, quando il presunto autore Francesco Pio Valda, 20 anni, nell’allontanarsi verso un altro chalet, ha estratto la pistola e ha sparato più volte, prima in aria e poi ad altezza uomo, uccidendo Francesco Pio Maimone, un ragazzo che non era coinvolto nella discussione, mangiava noccioline con gli amici e “abbiamo ragione di ritenere che non si sia accorto di nulla di quanto stesse accadendo intorno a lui”. Anche perché il killer “si stava allontanando dallo chalet dove era avvenuta la lite ed era nei pressi di un altro chalet quando ha sparato”, quindi a una distanza di diversi metri.

A parlare è il capo della Squadra Mobile di Napoli Alfredo Fabbrocini che in una conferenza stampa tenuta in mattinata al terzo piano degli uffici della Questura di via Medina, fa il punto della situazione, premettendo che si tratta solo di un decreto di fermo, in attesa di convalida del Gip del Tribunale di Napoli. Indagini lampo quelle condotte dai poliziotti investigativi e coordinate dalla Procura prima e della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli successivamente. “C’è stata una lite nata per futili motivi. Non è ancora chiaro – precisa – se questa famosa scarpa sia stata sporcata da un drink rovesciato o da un’altra scarpa. Certo è che questo ha dato vita a una discussione tra giovanissimi tra i 18 e i 19 anni. La vittima Francesco Pio non era tra questi – sottolinea Fabbrocini -, era una persona che stava lì al bar con altri due amici, veniva dal quartiere Pianura, diverso da quelli delle due bande che si sono fronteggiate, stava mangiando noccioline ed è stato colpito inavvertitamente, abbiamo ragione di ritenere che non si sia accorto di nulla di quanto stesse accadendo intorno a lui”.

Chi era l’obiettivo dell’agguato? “Possiamo solo presumere che la pallottola fosse indirizzata a una persona con la quale stesse litigando” taglia corto Fabbrocini.

Una discussione “nata in maniera estemporanea per quello che abbiamo potuto constatare lì sul posto”, non c’era dunque stato un precedente “litigo tra bande”, e che ha visto coinvolti due gruppi: uno proveniente dai quartieri di Napoli Est (Barra-San Giovanni a Teduccio), l’altro da Napoli Ovest (Rione Traiano). “Complessivamente erano una decina di persone, quelli che si fronteggiavano più accanitamente erano due-tre”.

Con il pm  – rimarca il capo della Squadra Mobile – abbiamo contestato l‘aggravante mafiosa perché il presunto autore del reato viene da una famiglia mafiosa e ci sono elementi che possono ricondurre queste dinamiche a un contesto di criminalità organizzata”. Valda è il figlio di un camorrista ucciso sotto casa nel 2013 (nell’ambito di una faida interna al clan Cuccaro) e fratello di Luigi, arrestato la scorsa estate per aver fatto parte di un commando che ha ferito a colpi d’arma da fuoco un ragazzino di 16 anni per questioni legate allo spaccio.Fabbrocini precisa che Francesco Pio Valda non è stato sottoposto ad alcun interrogatorio, smentendo le indiscrezioni relative ad alcune ammissioni fatte dal 20enne, “perché era una persona già sottoposta a fermo e le sue dichiarazioni non avrebbero avuto valore”.

L’arma utilizzata, “probabilmente un revolver, non è stata ritrovata”, mentre la videosorveglianza presente sul lungomare “non ci permette di vedere la parte relativa all’esplosione dei colpi d’arma da fuoco ma di capire la dinamica della lite”. Fondamentali dunque le testimonianze delle persone presenti, a partire dagli amici della vittima e del presunto killer. “Come sempre accade ci sono state testimonianze determinanti” ma “c’è stata anche molta omertà” spiega Fabbrocini. “Qualcuno non ha fornito secondo noi la collaborazione che avrebbe dovuto fornire davanti a una situazione del genere”.

A collaborare, secondo il capo della Squadra Mobile, “alcune delle persone presenti” tra cui “alcuni amici della vittima, alcuni amici dell’autore”. Ricostruita poi la fuga di Pio Valda: “Scappa a piedi poi entra in auto e torna nel suo quartiere d’origine accompagnato da una persona a lui vicina”. E’ stato rintracciato ieri pomeriggio “a casa di conoscenti” dove “siamo arrivati attraverso attività di polizia giudiziaria”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L'agguato, le passerelle e la solita retorica sulle periferie. Le scarpe da mille euro (“Te ne compro 10”), gli sfottò sulla pistola a salve e la fine di Francesco Pio: “Sono morto quando sono nato”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 23 Marzo 2023

Francesco Pio uccide Francesco Pio. Napoli est contro Napoli ovest. Lo scontro tra periferie per una scarpa costosa macchiata involontariamente. La reazione (“Te ne compro altre 10 paia”). Gli spari in aria. La nuova provocazione (“E’ a salve, non ci fai paura”). La tragedia: con il proiettile esploso ad altezza uomo da una distanza di oltre venti metri che uccide un innocente, un ragazzino che stava mangiando noccioline ed era, con buona pace dei politici-influencer-giornalisti come Francesco Emilio Borrelli sempre pronto a puntare il dito (“Aveva un padre pregiudicato“, “Perché stanno in giro fino a tarda notte?”), in compagnia di amici dopo una giornata di lavoro e probabilmente alla vigilia di un giorno di riposo.

Nel mezzo, il campo neutro del lungomare di Mergellina, dove paranze di ragazzini si spostano nel weekend così come avviene in altre zone della movida partenopea e dove spesso si affrontano gratuitamente. Una tragedia nella tragedia quella avvenuta nella zona degli chalet. Da una parte Francesco Pio Valda, il pistolero (che ad agosto compirà 20 anni) cresciuto a pane e malavita: papà camorrista ucciso in un agguato, fratello maggiore in carcere da meno di un anno per tentato omicidio, nonna coinvolta nello scontro tra clan e madre in fuga dopo anni in cui è stata costretta a subire violenze. Dall’altra Francesco Pio Maimone, il 18enne che lavorava per non pesare su una famiglia già precaria: raccoglieva la spazzatura per il vicinato in cambio di pochi spiccioli, lavorava prima in un pub, poi nella pizzeria della sorella dove provava a diventare pizzaiolo e all’occorrenza faceva le consegne a domicilio.

Due vite diverse ma con tanti punti in comune, a partire dalla provenienza. Due figli di una Napoli che in questi giorni si indigna, si sconvolge, si interroga ma che, passati i processi mediatici, le fiaccolate, le passerelle istituzionali e i funerali, tornerà nella consueta giungla quotidiana dove ai proclami non seguono mai fatti concreti (ve lo ricordate il famoso ‘Patto educativo‘? Che fine ha fatto?) e non resta che la repressione. Francesco Pio Valda andava recuperato, le comunità c’hanno provato, il ragazzo dopo un arresto per spaccio quand’era minorenne ha ottenuto la messa alla prova ma poi una volta tornato in libertà si è perso nuovamente tra le strade delle periferie che non interessano alle istituzioni.

Sono morto quando sono nato” ripeteva spesso il 20enne di Barra, ricordando le violenze subite dalla madre quando era incinta di lui. Al settimo mese di gravidanza la donna venne aggredita a coltellate dal marito Ciro Valda, ucciso nel 2013 in un agguato di camorra nell’ambito di uno scontro interno al clan Cuccaro di Napoli Est. Una infanzia segnata da violenza e malavita. Poi l’adolescenza vissuta seguendo i miti sbagliati, il tentativo di riabilitazione in comunità (con relazioni positive delle educatrici), la nuova caduta e la tragedia di pochi giorni fa quando per una scarpa sporca (una sneakers Louis Vuitton da mille euro) è nato un putiferio tra le due paranze di periferia.

Il pestone del ragazzo del Rione Traiano, legato secondo gli investigatori ad attività illegali in quella che è considerata la più grande piazza di spaccio a cielo aperto presente a Napoli ed operativa 24 ore su 24. Il rimprovero di Valda e l’invito a prestare attenzione perché quelle scarpe non costano poco. La reazione da guappo (“Te ne compro 10 paia”). La lite e l’aggressione, con il 20enne di Barra nel mirino di 2-3 persone, tra cui anche un uomo di oltre 40 anni. Fino alla tragedia quando, pur di dimostrare che non era un fesso, ha tirato fuori la pistola, sparando prima in aria e poi- sempre secondo la ricostruzione degli investigatori basata sulle testimonianze raccolte da alcune persone presenti –  dopo l’ulteriore provocazione (“Non ci fai paura, è a salve”), gli spari ad altezza uomo con un proiettile che colpisce il Pio di Pianura al cuore.

Un giovane lavoratore che dopo la sua morte ha dovuto anche subire la solita retorica relativa al ragazzo di periferia, proveniente da una famiglia con un papà pregiudicato (che oggi fa il rider per la pizzeria della figlia…), ‘colpevole’ di intrattenersi in strada fino a tarda notte sul lungomare della terza città d’Italia, tra le destinazioni preferite dai turisti di tutto il mondo. Politici che fanno i giornalisti, gli influencer, che occupano sedi istituzionali da anni ma che si dedicano soprattutto a condannare con fermezza tutto quello che accade (anche i clacson dei motorini che, disposti a semicerchio, ricordano Pio nel rione dove viveva) ed ad aizzare gli animi spesso gratuitamente. Politici e istituzioni presenti più che mai in questi giorni. Sabato 25 marzo l’ultima sfilata in occasione dei funerali di Pio in programma alle 15 presso la parrocchia San Lorenzo. A celebrarli monsignor Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli, diocesi in cui rientra il quartiere di Pianura.

Intanto il Gip del Tribunale d Napoli Napoli Maria Luisa Miranda ha convalidato il fermo e disposto il carcere per Francesco Pio Valda, il 19enne accusato di omicidio volontario aggravato dalla finalità mafiosa. Il giovane si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Estratto dell’articolo di Fulvio Bufi per il "Corriere della Sera" il 25 marzo 2023.

Gli ultimi occhi che lunedì notte Francesco Pio Maimone ha incrociato prima di chiudere per sempre i suoi, sono stati quelli di Carlo. «Mi ha chiamato due volte. Poi più niente».

Carlo Chiaro, 18 anni come Francesco Pio, che per lui era soltanto «Pio» e quando parlavano tra loro non si chiamavano nemmeno per nome, dicevano solo ’o fra’ , fratello.

 «Eravamo veramente fratelli, capitava che lui venisse pure a dormire a casa mia, e quando finivamo di lavorare stavamo sempre insieme. Pure io faccio il pizzaiolo, e parlavamo di aprirci un giorno un locale tutti e due, anche lontano da Napoli. Magari l’avessimo fatto e ce ne fossimo andati da qui».

Lunedì notte […] Alle 2 erano a Mergellina, al chiosco, Da Sasà, punto di ritrovo di tanti ragazzi e anche loro. «Ma quelli che si sono presi a botte non li conoscevamo proprio. Noi tarantelle (ovvero discussioni, liti, ndr ) non ne abbiamo mai fatte. Pio non ha mai preso questioni con nessuno, era proprio contrario. Stavamo a un tavolino, avevamo comprato le noccioline, quando abbiamo sentito gente che litigava e poi i colpi di pistola. Ma erano a venti metri almeno da noi e c’era in mezzo un sacco di gente. Io non mi faccio capace, come è possibile che è stato colpito lui? […]

Pensavo che fosse svenuto per la paura quando quello ha sparato. E allora cercavo di tirargli fuori la lingua per non farlo soffocare. Gli altri dicevano “il sangue, il sangue”, ma io mi ricordavo che aveva addosso una maglietta con un disegno rosso. E dicevo “non vi preoccupate, non è il sangue è il disegno della maglietta”. Invece teneva un buco in petto. Un buco piccolissimo, che però l’ha ucciso. Non me lo dimentico più. L’ho visto morire, lo tenevo tra le braccia quando ha perso conoscenza».

 E Carlo invece ha perso la speranza. «[…] adesso io dico che la vita è inutile. Perché se Pio è morto così, allora veramente la vita è inutile».

Almeno mille persone a Pianura per l'ultimo saluto. Napoli piange Francesco Pio Maimone, fiume di gente ai funerali del 18enne ucciso da un coetaneo: “Campane a festa, il nostro amico vive”. Ciro Cuozzo e Antonio Lamorte su Il Riformista il 25 Marzo 2023

Così tante persone che gli amici di Francesco Pio si sono seduti sulle scale nei pressi dell’altare della Parrocchia San Lorenzo Martire, a Pianura, dove un fiume di gente è accorso per partecipare all’ultimo saluto al 18enne, Francesco Pio Maimone ucciso da un colpo di pistola al petto a Mergellina, nei pressi di uno chalet sul lungomare di Napoli. Per quel colpo esploso è stato arrestato un ventenne di Barra, Francesco Pio Valda. “Quando si spegneranno riflettori mediatici su questo evento drammatico non giriamo subito pagina ma continuiamo a trasmettere valori ai tanti giovani, oggi ce ne sono molti qui”, ha detto nell’omelia il vescovo Pascarella.

Sulla bara bianca una foto in una cornice, un rosario e la sciarpa dell’Inter, la squadra del cuore del 18enne. All’esterno della Chiesa lo striscione con l’immagine della giovane vittima. Si legge: “Dentro ogni nostro pensiero c’è sempre un po’ di te”. E: “Francesco Pio Vive”. Un migliaio di persone almeno, tantissimi i giovani e i giovanissimi. I familiari della vittima seduti intorno alla bara, circondati da una quarantina di ragazzini, amici di Francesco Pio, assiepati sulle scale tra la salma e l’altare.

Presente alle esequie anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il presidente municipalità Pianura-Soccavo Andrea Saggiomo ed Enzo castaldi, padre di Paolo vittima innocente di camorra. “Al termine celebrazione suoneremo le campane a festa perché come c’è scritto sulle vostre magliette Francesco pio vive”, aveva annunciato don Enzo Cimarelli, parroco della San Lorenzo, prima dell’inizio della celebrazione officiata dal vescovo di Pozzuoli Pascarella.

Gli altoparlanti a diffondere anche all’esterno della Chiesa le parole e il messaggio del prelato: “Non vorremmo mai vivere celebrazione come queste, la morte è parte della nostra vita, porta sempre con sé dolore e distacco, ma la morte di un giovane per mano violenta da parte di altro giovane ci disorienta, ci angoscia, ci sgomenta. Un grido è spontaneo, soprattutto dai genitori vittima: ‘Perché?’. C’è bisogno di adulti testimoni di onestà, rispetto dell’altro anche se diverso, di giustizia, valori che non sono optional“.

Ciro Cuozzo e Antonio Lamorte

Agguato a Mergellina, Antonio Gaetano morto in ospedale: dal lavoro alla malavita, il dramma in un anno. Il Riformista il 23 Marzo 2023

E’ morto dopo 12 giorni di agonia in ospedale Antonio Gaetano, il 20enne vittima di un agguato di camorra il 12 marzo scorso sempre nella zona degli chalet di Mergellina, al centro negli ultimi giorni delle cronache nazionali per la morte di Francesco Pio Maimone, il 18enne ucciso senza motivo in seguito a una lite per una scarpa sporca tra due gruppi di giovani.

Fino a poco più di un anno fa lavorava in un supermercato prima e in un pub poi. La scuola non gli piaceva e già prima della maggiore età faceva lavori saltuari per guadagnare qualcosa. Poi la ‘folgorazione’ sbagliata. Le cattive amicizie, la prospettiva del guadagno facile e l’idea effimera di potere lo hanno portato a entrare nel ‘sistema’. Oggi, mesi dopo aver scelto la malavita, Antonio Gaetano, 20 anni, non ce l’ha fatta.

Gaetano è deceduto in mattinata nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Fuorigrotta dove era arrivato in fin di vita dopo essere stato raggiunto da un proiettile alla nuca e da altri due al torace mentre si trovava, in compagnia di un amico, all’interno di un’auto parcheggiata sul lungomare di Napoli. Secondo gli investigatori era diventato, dopo gli arresti dell’estate scorsa, un elemento apicale del clan Esposito-Marsicano-Calone di Pianura, periferia ovest di Napoli.

Le sue condizioni sono apparse sin da subito gravi: in caso di sopravvivenza rischiava la paralisi perché un proiettile aveva compromesso la colonna vertebrale. Poi dopo un lieve miglioramento, nei giorni successivi all’agguato, ecco il drammatico epilogo delle ultime ore. Le indagini sull’omicidio di Gaetano sono affidate alla Squadra Mobile diretta dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini. Il giovane venne già ferito in un agguato lo scorso agosto, quando i pistoleri mirarono però alle gambe probabilmente per intimidirlo.

Soprannominato biscotto e plasmon, il 20enne è nato e cresciuto in via Torricelli, dove oggi comandano i Carillo-Perfetto, clan a cui si contrapponeva. Negli ultimi tempi era spesso di casa nel fortino degli Esposito-Calone-Marsicano, in via Napoli, per la gestione delle piazze di spaccio.

Gaetano viene etichettato come reggente di una organizzazione, già smantellata nei mesi scorsi, i cui superstiti sono appunto giovanissimi, arrivati anche a chiedere 50 o 100 euro di “regalo” per le bancarelle di Capodanno e qualche “calza della Befana” per i “fratelli carcerati”. E’ una guerra che riguarda giovanissimi. Perché anche tra i reduci dei Carillo-Perfetto vi sono 4-5 under 25 e, soprattutto, sarebbero organici i nipoti del vecchio clan Pesce, il cui boss Pasquale Pesce anni fa ha avviato il percorso di collaborazione con la giustizia (anche Antonio Carillo è nipote del boss pentito mentre Mattia Perfetto è il figlio di uno storico killer dell’organizzazione).

L’OMICIDIO DI ANTONIO ESPOSITO – L’agguato nei confronti di Gaetano avviene a poco più di una settimana di distanza dall’omicidio di Antonio Esposito, 48 anni, ucciso poco dopo le 8.30 di venerdì 3 marzo a Pianura, periferia ovest di Napoli, all’angolo tra via Evangelista Torricelli e via Alfredo Capelli, all’altezza di uno spiazzale dove ci sono un gommista e una chiesa evangelica, a pochi passi dal vocazionario del Santo Don Giustino Maria Russolillo e dalle case popolari di via Torricelli, la zona dove si spara sempre nell’indifferenza dello Stato.

L'omicidio nel napoletano. Agguato in pieno giorno in strada: Raffaele Malvone ucciso a 30 anni a Torre Annunziata. Vito Califano su Il Riformista il 26 Marzo 2023

Raffaele Malvone si trovava in strada quando è stato attinto da colpi d’arma da fuoco che non gli hanno lasciato alcuno scampo. È morto, aveva trent’anni. L’agguato si è consumato in pieno giorno a Torre Annunziata, in provincia di Napoli. Sull’accaduto indagano gli agenti della Polizia di Stato del Commissariato di Torre Annunziata e squadra mobile.

L’agguato si è consumato poco dopo le 13:00. A via Plinio, la vittima si trovava all’esterno di una salumeria. Secondo le prime ricostruzioni delle forze dell’ordine a entrare in azione due persone a bordo di scooter. Il 30enne è stato raggiunto da tre colpi di arma da fuoco. È morto durante il trasferimento all’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia.

Secondo le forze dell’ordine Malvone era pluripregiudicato, considerato vicino al clan Gionta.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Una terribile lite familiare finita in tragedia. Accoltella la madre e il suo compagno, poi si avventa su poliziotto: il collega spara e lo colpisce, muore in ospedale. Elena Del Mastro su Il Riformista il 14 Febbraio 2023

Una tremenda lite familiare si è trasformata in pochi minuti in un’escalation di violenza fino alla tragedia. Un 29enne ha prima accoltellato sua madre, poi, il compagno della donna che era andato dritto in commissariato per denunciare l’aggressione. Un agente della polizia, assistendo alla scena è subito intervenuto ma il giovane ha iniziato a colpire anche lui. A quel punto un collega è intervenuto per sedare le violenze e, nel cercare di disarmarlo, ha colpito l’assalitore alla gamba. Morirà poco dopo in ospedale. Una vicenda drammatica avvenuta nel cuore del centro storico di Napoli, nella tarda serata di venerdì 13 febbraio.

Come ricostruito dal Corriere della Sera, tutto è iniziato in un’abitazione di via Pietro Colletta dove è esplosa la lite familiare. Intorno alle 22 le urla si sono alzate da quell’appartamento. La discussione è degenerata e il 29enne, volto già noto alle forze dell’ordine per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e porto abusivo di armi da taglio, ha all’improvviso colpito la mamma con un coltello. Non è ancora chiaro cosa abbia fatto scattare la violenta lite familiare a cui il compagno della donna ha assistito. L’uomo, un cittadino di nazionalità tunisina, vedendo la scena è subito intervenuto andando dritto verso il vicino commissariato di polizia Vicaria-Mercato, in piazza De Nicola.

Il 29enne lo ha seguito e mentre erano nell’atrio del commissariato lo ha aggredito con il coltello. Il compagno della mamma è rimasto anche lui ferito nella colluttazione. Un poliziotto, vedendo la scena è subito intervenuto per fermare la rissa. Ma il giovane ha assalito e pugnalato anche l’agente, colpendolo a una gamba sempre con una coltellata. La foga aveva preso ormai il sopravvento sul giovane che ha iniziato a colpire con violenza il poliziotto mirando anche alla gola. Una situazione difficilissima. Un secondo poliziotto, sentendo le urla è accorso e per difendere il collega ha cercato di disarmare il giovane e durante la colluttazione ha esploso un colpo di arma da fuoco ferendo il 29enne.

Il 29enne è stato colpito a una gamba ed è precipitato al suolo. A quel punto sono scattati i soccorsi per tutti i feriti: La donna è stata portata al Cardarelli in codice verde, il compagno al Vecchio Pellegrini in codice giallo come l’agente ferito. Anche il poliziotto che ha sparato ha fatto ricorso ai sanitari. Ad avere la peggio è stato l’assalitore che è stato portato al Vecchio Pellegrini in codice rosso. Giunto in ospedale è morto poco dopo. L’epilogo drammatico di una vicenda iniziata per una lite familiare.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Alatri.

Estratto dell’articolo di Aldo Simoni per il “Corriere della Sera” domenica 30 luglio 2023.

Due bande di adolescenti che si affrontano: una locale e l’altra formata da stranieri, per lo più egiziani e marocchini. Liti ripicche, vendette. Una rivalità sempre più aspra per il controllo dello spaccio e di altre attività illegali. […] Un clima di tensione raccontato in una raffica di avvisi di garanzia per rissa — l’antefatto dell’omicidio di Thomas Bricca — emessi dalla Procura di Frosinone: 14 le persone coinvolte in aggressioni e offese di ogni tipo. 

[…] siamo ad Alatri, nel cuore della Ciociaria, quella che le statistiche nazionali indicavano, fino a qualche anno fa, come una delle zone più tranquille d’Italia. Ed è nel centro storico che il 30 gennaio scorso è stato ucciso Thomas Bricca, 19 anni: un colpo di pistola esploso da due killer su uno scooter. Thomas indossava un giubbotto bianco come quello del suo amico marocchino Omar Haoudi, vero obiettivo degli assassini. […]

«Un drammatico errore di persona», ha confermato il procuratore di Frosinone, Antonio Guerriero, che ha coordinato le indagini culminate pochi giorni fa nell’arresto di Roberto e Mattia Toson, 48 e 24 anni, padre e figlio che — secondo la procura — coperti da un casco integrale, la sera del 30 gennaio erano sullo scooter da cui sono partiti gli spari. Il padre alla guida, il figlio dietro. 

E mentre si attende il giudizio del tribunale del Riesame che si pronuncerà martedì, la Procura ha ricostruito le numerose risse che hanno preceduto il delitto. I carabinieri hanno infatti individuato tutti i giovani che hanno dato vita alle due serate (il 28 e il 29 gennaio) di scontri e pestaggi nel centro di Alatri. Il primo provvedimento è stato notificato ad Alexandru Negru, 26 anni, romeno, assistito dall’avvocato Antonio Ceccani.

Gli altri 13 li hanno consegnati i carabinieri del Nucleo Operativo di Frosinone a Roberto e Mattia Toson (in carcere a Civitavecchia); al fratello di quest’ultimo Nicolò; al loro amico Cristian Belli e ad Omar Haoudi. Gli ultimi 8 sono tutti per ragazzi stranieri, egiziani e marocchini. 

«Il mio assistito — spiega l’avvocato Ceccani — ha cercato di dividere Mattia da Omar la sera del 28 gennaio. Ma il giorno dopo, la domenica, il gruppo di Omar sarebbe arrivato in piazza con un machete, per vendicarsi dei fatti precedenti». Il romeno compare nella testimonianza di Omar, il marocchino con cui Roberto Toson (ex guardia carceraria) aveva già avuto duri scontri: un’acredine, a detta del ragazzo, scaturita da motivi razziali. 

Insomma, Alatri […] Bastava un nulla e scoppiava la scintilla. Lo spiega bene il gip, Bracaglia Morante, nell’ordinanza di arresto. Il 28 gennaio Roberto Toson aveva aizzato il suo cane contro un immigrato; ma l’animale non si era mosso e lui era stato deriso.  A quel punto aveva chiamato i figli Mattia e Nicolò, insieme agli amici Cristian Belli e Alexandru Negru, e il «chiarimento» era finito a botte da orbi. La sera seguente il gruppo di Omar si era vendicato affrontando i Toson. E, 48 ore dopo, la questione era stata regolata nel peggiore dei modi: a colpi di pistola, lasciando a terra (per errore) l’incolpevole Thomas.

(ANSA il 18 luglio 2023) - C'è uno scambio di persona alla base dell'assassinio di Thomas Bricca, il 19enne ucciso da uno dei colpi di pistola esplosi contro il gruppo nel quale si trovava la sera del 30 gennaio scorso nella zona Girone di Alatri. 

Non volevano uccidere lui ma il suo amico di origini marocchine Omar Haudy che quella sera indossava un giubbino uguale a quello di Thomas. Lo ha detto questa mattina il procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero, annunciando l'arresto di Roberto Toson di 47 anni e del figlio Mattia Toson di 22: secondo le indagini a sparare sarebbe stato il figlio mentre il padre guidava lo scooter T-Max.

(ANSA il 18 luglio 2023) - "Sono felicissimo, ma mancano ancora importanti tasselli. Ora comincia la grande battaglia dei processi". Con queste Paolo Bricca, il papà di Thomas - il 19enne ucciso con un colpo di pistola ad Alatri lo scorso gennaio - commenta con l'ANSA l'arresto di Roberto Toson e del figlio Mattia in relazione con l'omicidio del ragazzo. 

"Non abbiamo ancora vinto niente - sottolinea il papà di Thomas -, speriamo che ora riescano a farli parlare". Secondo Paolo Bricca "restano ancora tanti tasselli" da chiarire nella vicenda dell'omicidio del figlio, raggiunto da un colpo di pistola esploso da due persone a bordo di uno scooter la sera del 30 gennaio nella zona del Girone ad Alatri.

"Mancano lo scooter e la pistola e chi li ha forniti ai criminali - aggiunge -. Io avevo perso le speranze, soprattutto davanti alla strafottenza di quelle persone che addirittura salivano in paese a provocare".

(ANSA il 18 luglio 2023) - "Buona galera boss". Queste le uniche parole con cui Lorenzo Sabellico, lo zio di Thomas Bricca - il 19enne ucciso con un colpo di pistola lo scorso gennaio ad Alatri - ha commentato su Facebook l'arresto di Roberto Toson e del figlio Mattia in relazione all'omicidio del ragazzo. "Era ora", "ma quanto ci è voluto", "giustizia", sono alcuni dei commenti che riempiono la pagina sociale dello zio di Thomas.

(ANSA il 18 luglio 2023) - "Volevano uccidere Omar che quella sera indossava un giubbino bianco uguale a quello che per sua sfortuna indossava Thomas": lo ha detto il procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero durante la conferenza stampa in cui ha annunciato due arresti per l'omicidio di Thomas Bricca. 

"L'attività investigativa è stata resa più complessa dal contesto ambientale in cui i fatti sono avvenuti, caratterizzata da una particolare reticenza - ha spiegato il colonnello Alfonso Pannone, comandante provinciale dei carabinieri di Frosinone - abbiamo dovuto fare ricorso a centinaia di intercettazioni ambientali e telefoniche ed all'uso di droni per ricostruire i fatti, rilevando che non c'era riscontro alle versioni fornite dai due indagati, che anzi erano precostruite". 

Sono state intercettate oltre 40 utenze telefoniche centinaia di conversazioni, ci sono state vare intercettazioni ambientali e su due computer, ha spiegato il colonnello Italino Guardiani, comandante del Reparto Operativo.

Attraverso questi elementi i carabinieri hanno ricostruito che "Roberto e Mattia Toson non erano nei luoghi in cui avevano dichiarato di essere al momento del delitto e cioè ad una festa di compleanno. I loro telefoni erano spenti proprio per non lasciare tracce informatiche". 

Ma perché il gruppo di Omar e quello dei Toson era in conflitto? Nelle ore immediatamente successive al delitto si era parlato di droga. "Avevano interessi contrapposti" spiega il procuratore ma non si spinge oltre "in quanto non abbiamo individuato elementi concreti che ci consentano di dire o contestare altro".

(ANSA il 18 luglio 2023) - Il Comune di Alatri si costituirà parte civile nel procedimento per l'omicidio di Thomas Bricca: lo ha annunciato il sindaco di Alatri Maurizio Cianfrocca a margine della conferenza stampa tenuta questa mattina nel Palazzo di Giustizia di Frosinone per annunciare due arresti legati all'assassinio del 19enne raggiunto da uno dei colpi di pistola esplosi la sera del 30 gennaio contro il gruppo nel quale si trovava. 

"Mai come oggi mi sento di rappresentare una comunità che attendeva Giustizia e che ora ha avuto un chiaro segnale di presenza dello Stato", ha detto il sindaco. In città c'erano state varie iniziative con le quali sollecitare gli inquirenti, tra cui marce e fiaccolate. 

"La complessità delle indagini - ha spiegato a questo proposito il procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero - ha dilatato i tempi. In particolare quelle legate alle memorie contenute nei telefoni. Il loro contenuto non è stato decisivo ma è stato importante per mettere tutto in relazione".

 (ANSA il 18 luglio 2023) - C'è una svolta nelle indagini sull'omicidio di Thomas Bricca, il 19enne ucciso da uno dei colpi di pistola esplosi contro il gruppo nel quale si trovava la sera del 30 gennaio scorso nella zona Girone di Alatri.

Nessun riscontro era stato trovato sui telefoni degli indagati né dei loro amici ma nelle ore scorse sono emersi elementi dal cellulare della vittima. In questo momento i carabinieri stanno operando in forze sulla città ed il procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero ha convocato con urgenza una conferenza stampa che si terrà alle 10.30 di questa mattina, insieme al comandante provinciale dei carabinieri Alfonso Pannon, al tribunale di Frosinone.

A sparare due colpi contro Thomas erano state due persone in sella ad uno scooter che poi si erano dileguate facendo perdere le loro tracce. I carabinieri avevano concentrato l'attenzione su Roberto Toson di 47 anni ed il figlio Mattia Toson di 22. La sera precedente al delitto, nel centro storico di Alatri c'era stata una lite al culmine della quale Francesco Dell'Uomo (zio acquisito di Mattia) era stato picchiato e appeso nel vuoto ad una balaustra. 

A farlo era stato un gruppo rivale del quale faceva parte un ragazzo di origini marocchine Omar Haudy entrato in contrasto con i Toson. La sera del delitto, Thomas era nel gruppo di amici nel quale c'era anche Omar ed entrambi indossavano un giubbino di colore chiaro. Da subito le indagini avevano ipotizzato che si fosse trattato di una spedizione punitiva dei Toson per l'aggressione a Dell'Uomo.

(ANSA il 18 luglio 2023) - Roberto Toson di 47 anni ed il figlio Mattia Toson di 22 sono stati arrestati dai carabinieri per l'omicidio di Thomas Bricca, il 19enne ucciso da uno dei colpi di pistola esplosi contro il gruppo nel quale si trovava la sera del 30 gennaio scorso nella zona Girone di Alatri. La Procura della Repubblica di Frosinone ha rilevato quelle che ritiene gravi incongruenze tra i racconti che hanno fornito agli inquirenti durante questi mesi di indagini e quanto trovato invece sullo smartphone della vittima. 

Nei giorni scorsi i carabinieri del Racis ne avevano effettuato la 'copia forense' dei dati dopo avere chiesto l'intervento del produttore al fine di forzare la password posta dal ragazzo a sicurezza del telefonino. 

Tutti i dettagli verranno forniti a partire dalle ore 10.30 dal procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero nel corso di una conferenza stampa insieme al comandante provinciale dei carabinieri Alfonso Pannone, che si terrà nel tribunale di Frosinone. Thomas venne ucciso da uno dei colpi di pistola esplosi da due persone in sella ad uno scooter che poi si erano dileguate facendo perdere le loro tracce. Fin dall'inizio i carabinieri avevano concentrato l'attenzione su Roberto Toson di 47 anni ed il figlio Mattia Toson di 22. [...] 

Alatri, il padre di Thomas Bricca: «Era solo una lite tra ragazzini, poi hanno assoldato un killer. Non li perdonerò mai».  Edoardo Iacolucci su Il Corriere della Sera l’1 Febbraio 2023.

Paolo Bricca, genitore del 18enne in coma profondo, si sfoga su Facebook: «Ho il cuore spezzato, Dio perdonerà ma io no»

«Era una lite tra ragazzini che andava avanti da tre giorni. È finita che uno di loro è stato buttato in un fossato e i suoi amici hanno deciso di vendicarsi e hanno assoldato un killer. Stiamo parlando di pistole, non sono cose da ragazzini». Paolo Bricca alterna momenti di rabbia a momenti di disperazione.

In un post su Facebook ha scritto: «Figli di p... mi avete spezzato il cuore, bastardi tossici di m... dio perdona io no, bastardi».

Suo figlio Thomas è in coma profondo, gravissimo, e si trova ricoverato all’ospedale San Camillo di Roma dopo essere stato colpito martedì sera da un proiettile ad Alatri, in provincia di Frosinone. Lui, che ha un’officina meccanica proprio ad Alatri, non si allontana dal reparto. E quando esce dal centro di rianimazione al secondo piano del nosocomio sbotta e accetta di parlare. 

Le condizioni del ragazzo sono disperate, anche se i medici dall’ultimo elettroencefalogramma avrebbero rilevato ancora una lievissima attività cerebrale. Paolo Bricca ha gli occhi grandi e azzurri come quelli di Thomas, ma ora sono rossi e lucidi per il dolore e la notte insonne.

Lei sa che cosa è successo fuori da quel bar pizzeria?

«Io so quello che è successo prima. C’era stata questa lite, che andava avanti dal fine settimana, da tre giorni. Poi è successo che un gruppo di ragazzi ha buttato un giovane di un altro gruppo giù in un fossato. E questi ultimi, per vendicarsi, hanno pensato bene di assoldare un killer».

Mentre le indagini si concentrano proprio su chi ha sparato, il papà di Thomas non abbandona la speranza che il figlio possa farcela.

Come sono arrivati a questo punto?

«Ad Alatri ci sono tanti ragazzetti e non sanno mai che fare».

Vuole dire che questa tragedia è stata causata dal «non sapere che fare» di chi si trova a passare il tempo libero girovagando per la cittadina?

«Stanno lì questi ragazzi, vanno in giro, si fanno le birrette, le canne e alla fine litigano».

Lei ha scritto sui social un post durissimo.

«Ho scritto quel post su Facebook come sfogo, perché ero arrabbiato».

Ora la sua espressione torna dolce, nonostante lo struggimento di fondo. Quando va via dal San Camillo alla guida della sua macchina, accompagnato dalla figlia, la sorella minore di Thomas, e saluta gli altri amici di famiglia e parenti venuti all’ospedale per dargli sostegno e conforto, Paolo Bricca dimostra di non aver perso la speranza. «Resisti amore mio, Thomas amore mio devi resistere», ripete. 

Omicidio di Alatri, svolta l'autopsia: Thomas Bricca ucciso con una pistola a tamburo.  Aldo Simoni su Il Corriere della Sera il 7 Febbraio 2023.

Primi risultati delle analisi sulla salma del 19enne: la traiettoria rettilinea porta a escludere il colpo di rimbalzo

Ad uccidere Thomas Bricca la sera del 30 gennaio ad Alatri (Frosinone) è stato un colpo sparato da una pistola a tamburo. Una ipotesi già ventilata subito dopo il delitto dal momento che, a terra, non sono stati trovati bossoli. «Una pistola di piccolo calibro» precisa il professor Giorgio Bolino, medico legale nominato dalla Procura che ha eseguito l’autopsia presso l’obitorio del Verano, a Roma. 

Dai primi accertamenti, inoltre, sembra che la traiettoria del colpo sia stata rettilinea, e non deviata, come qualcuno aveva ipotizzato. Il che dimostrerebbe che il killer non ha sparato a scopo intimidatorio, bensì ad altezza d’uomo, e che si possa di conseguenza escludere un colpo di rimbalzo. Una circostanza che, per il codice penale, andrebbe tradotta in omicidio volontario. «In ogni caso – osserva il professor Bolino – dovremo confrontare i nostri dati con quelli balistici e con l’esame istologico». Il medico legale, infatti, ha eseguito prelievi dei tessuti organici il cui esito sarà consegnato fra 30 giorni. La salma sarà restituita mercoledì 8 febbraio ai genitori e, molto probabilmente, i funerali si svolgeranno giovedì, quasi certamente nella cattedrale di Alatri. Parteciperà il presidente della Provincia, Luca Di Stefano, per portare il cordoglio di tutta la Ciociaria.

La morte del 19enne ad Alatri. Omicidio Thomas Bricca, due fratelli interrogati in caserma: “Sappiamo che ci state cercando”. Vito Califano su Il Riformista il 2 Febbraio 2023

Non è detto si tratti di una svolta quella nel caso di Thomas Bricca, il 19enne colpito in un agguato lunedì scorso ad Alatri e ormai clinicamente morto. Due persone si sono presentate in caserma dai carabinieri per essere ascoltate. Si tratterebbe di due fratelli, originari di Frosinone, il capoluogo che dista pochi chilometri da Alatri. Due erano anche le persone che nel corso della sparatoria di lunedì scorso hanno aperto il fuoco da uno scooter verso un gruppo di ragazzini su una scalinata nel centro. L’ipotesi di reato è quella di omicidio volontario a carico di ignoti.

Bricca era finito in coma profondo. Ieri la nota dell’ospedale San Camillo: clinicamente morto. Gli spari sono partiti da uno scooter sul quale viaggiavano due persone. I colpi sono partiti da una distanza di 25 metri. Ancora da accertare la dinamica dei fatti: non è chiaro se Bricca fosse in effetti l’obiettivo della spedizione o se sia rimasto vittima per scambio di un regolamento di conti tra bande di giovani e giovanissimi. Secondo il procuratore di Frosinone, Antonio Guerriero chi ha sparato “difficilmente puntava a uccidere quel ragazzo”. Non è escluso che il magistrato Rossella Ricca della Procura di Frosinone non passi a una derubricazione del caso in omicidio preterintenzionale.

“Sappiamo che ci state cercando”, le parole riportate da Il Corriere della Sera dei due che si sono presentati spontaneamente in caserma, da chiarire se per fornire un alibi o per costituirsi. Secondo fonti investigative sono sotto interrogatorio dalla serata di mercoledì. Gli investigatori avevano provato a stringere il cerchio dei sospettati già nel pomeriggio, dopo aver ascoltato i testimoni di quanto avvenuto e dopo aver visionato le immagini delle telecamere della zona. Sul motorino c’erano due persone ma non è escluso che le indagini coinvolgano più persone tra chi ha eventualmente partecipato e chi ha contribuito a organizzare il raid.

Bricca è morto dopo un’agonia di oltre 40 ore, ricoverato nell’ospedale romano dov’era arrivato in condizioni disperate. A sparare un revolver o una pistola semiautomatica. Fatale il proiettile che lo ha colpito alla testa. Il sindaco di Alatri Maurizio Cianfrocca aveva segnalato alle forze dell’ordine diversi scontri che nel fine settimana precedente avevano attraversato le strade del comune. Il primo cittadino ha detto di aver lanciato l’ultima segnalazione lunedì mattina in merito a una lite che si era consumata il sabato precedente tra due bande nella centrale piazza Santa Maria Maggiore.

“Il paziente, ricoverato dalla giornata di ieri in gravissime condizioni per una lesione cerebrale imponente da colpo d’arma da fuoco, in condizioni stabili con presenza di minima attività elettroencefalografica residua – hanno fatto sapere i medici – nella mattina di oggi, ripetendo il controllo elettroencefalografico, ha presentato le caratteristiche del coma irreversibile con elettroencefalogramma piatto per assenza di attività elettrica cerebrale. Trattandosi di paziente clinicamente morto, si è riunita una commissione medica aziendale per la certificazione della morte, come prescritto dalla legge”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Alatri, il dolore degli amici del 18enne ucciso "Thomas non era nella rissa, divideva i litiganti". Indagini concentrate sullo scooter usato nell'agguato. Non era stato rubato. Stefano Vladovich il 4 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Roma. Alatri come Siculiana. Tutti sentono, nessuno parla. Intanto gli inquirenti temono una vendetta trasversale per l'omicidio di Thomas Bricca. Mentre il vero obiettivo, l'amico di origine marocchina, è sotto protezione, la cittadina ciociara vive nel terrore.

Un clima pesante, quello che si respira fra le antiche mura del paesino arroccato del Basso Lazio, da quando è scoppiata la guerra fra bande per le piazze di spaccio. Una faida violentissima in cui si è trovato in mezzo anche Tommy. «Si ma lui non ha partecipato alla rissa di domenica - spiegano gli amici che fanno la spola tra il Girone e il vicolo del Torrione - Anzi lui ha cercato di dividere quelli che si menavano». I ragazzi si fermano sulle scalette che danno sul parcheggio di via Liberio, scuotono la testa. Ancora non credono che Tommy, l'amicone sempre pronto a difendere gli amici, se ne sia andato per sempre. Morto dopo un'agonia di 40 ore.

Pochi i punti fermi di questo dramma e su questi starebbero lavorando i carabinieri. Il T-Max scuro con targa coperta da uno straccio. Non risultano moto così, rubate nei giorni scorsi, come accade quando si pianifica un omicidio di mala. Dunque i due sicari avrebbero agito d'impulso con un mezzo proprio, poche ore dopo la scazzottata in via Roma in cui ha la peggio un 30enne. Usare una moto «pulita» è il primo errore degli assassini. Che decidono per un'azione dimostrativa, ma nemmeno troppo, a colpi d'arma da fuoco. I militari stanno controllando, uno a uno, tutti i possessori del potente maxi scooter della provincia incrociando dati del casellario giudiziario, quelli della motorizzazione civile e gli elementi raccolti negli interrogatori. Manca la prova regina per inchiodare i responsabili, mandanti ed esecutori. In Procura, nonostante le bocche cucite, sono certi di arrivare ai due sicari.

Il secondo errore, secondo gli esperti balistici, è la traiettoria dei due proiettili calcolata alla carlona, sempre se l'intento è quello di spaventare. Il killer che scende dallo scooter è a circa 30 metri dal gruppetto di ragazzi e a un livello più basso di almeno 5 metri. Spunta dal buio del parcheggio e mira a delle sagome, alcuni sono in piedi, altri seduti. Per non lasciare tracce, come un professionista, usa un revolver. Ovvero un'arma a tamburo che trattiene i bossoli. Potente, una calibro 38 special o, addirittura, una 44 magnum visto il proiettile deve percorrere decine di metri con la massima gittata e potenza. Non si vuole avvicinare troppo l'assassino, nonostante il casco teme di essere riconosciuto. Non dice nulla, spara nel mucchio, in direzione del giubbino bianco che di solito indossa l'amico marocchino. Forse mira alle gambe ma non abbassa abbastanza il braccio e calcola male il bersaglio. Il primo colpo va a vuoto. Dopo lo sparo i ragazzi provano persino a scansarsi. Ne arriva un secondo che, sfiorando alcune inferriate, centra Thomas in fronte.

Alatri, la sorella di Thomas: «Mio fratello sembrava un duro ma era solare e generoso. Adesso voglio solo giustizia».  Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2023.

Parla Silvana Bricca, 16 anni: «Non so se ha fatto da paciere ma conoscendolo è possibile. Era amato da tutti, sognavamo di girare il mondo»

Alatri (Frosinone) Con il permesso degli insegnanti le scuole di Alatri si sono svuotate. Gli studenti delle superiori, tutti assieme, ricordano Thomas Bricca nel luogo dove è stato ucciso. Decine di adolescenti portano fiori, lasciano biglietti, fanno volare palloncini bianchi, abbracciandosi e piangendo in un silenzio commovente. Per ultima, quando l’ora di pranzo è già passata, resta Silvana, la sorella di Thomas, ultima dei cinque figli avuti dal padre da compagne diverse. Sua mamma è dominicana, gli altri fratelli abitano lontano, una casa comune non c’è mai stata.

Thomas era la persona a lei più vicina. Sui social lo chiamava «fratellone», «il mio guerriero». «Ti ho accarezzato e ti ho dato un ultimo bacio, vola più in alto che puoi, vivrò anche per te», ha scritto per dirgli addio. Con lei ci sono ora, fino all’ultimo, due amiche che non la lasciano un attimo, sedute strette ai suoi lati sulle scalette dell’agguato. Silvana, capelli neri, lunghi e ricci raccolti in una coda, occhi lucidi, spalancati e profondi, e apparecchio ai denti, ha in mano un pacchetto con carta regalo a pois.

«Fra una settimana compio sedici anni, le mie amiche mi hanno voluto comunque regalare in anticipo questo libro che volevo da tempo per farmi sentire che ci sono, soprattutto oggi. Leggere mi piace».

Che rapporto avevi con Thomas?

«Un legame fortissimo, è sempre stato una delle persone più importanti nella mia vita. L’ho amato da sempre anche se forse non gliel’ho mai detto davvero. Sono stata vicina a lui ogni minuto che è stato in ospedale, ho sperato fino all’ultimo che potesse farcela, avrei dato la mia vita per lui. So quanto ha lottato per sopravvivere e quanto è ingiusto che non ci sia più».

Si è detto tanto su di lui, chi era davvero?

«All’apparenza poteva indurti a pensare male, se lo vedevi con certe compagnie. Ma io l’ho conosciuto davvero, mio fratello, ed era solare, generoso, amico di tutti».

Quali compagnie?

«Non conoscevo tutti i suoi amici, non uscivamo assieme. Ma in un paese come Alatri finisci per stare anche con persone diverse da te».

C’è un cuore affisso sul muro dove è stato ucciso che dice «Thomas figlio di Alatri», che vuol dire?

«Thomas era davvero figlio di tutti, gli volevano tutti bene. Salutava grandi e piccoli (i racconti di negozianti, baristi, netturbini, insegnanti lo confermano, ndr). Lo hanno visto crescere, parlava con tutti, sempre un sorriso».

Il suo sorriso viene ricordato anche in molti messaggi lasciati qui tra i fiori, sembrano pensieri sinceri. Ti conforta aver visto tutta questa gente a salutarlo?

«Mi fa sicuramente piacere e ringrazio di cuore chi mi è stato vicino. Come dicevo, era impossibile non amarlo e resterà nel cuore di tanti».

Quando l’hai visto l’ultima volta?

«Sabato a pranzo, al solito bar vicino la scuola».

Ti aveva detto niente delle tensioni che sono poi diventate risse, fino all’agguato di lunedì?

«Guardi, sabato pomeriggio lui neanche era ad Alatri. E domenica non so se era presente».

Un amico che era con lui dice che aveva provato a fare da paciere. 

«Non lo so, ma conoscendolo è possibile».

Di che parlavate tra voi?

«Avevamo tutti e due il sogno di viaggiare, di esplorare il mondo. Lui lo diceva sempre che avrebbe voluto visitare posti diversi e anche a me piacerebbe».

Sapeva già che strada prendere dopo il diploma?

«Non aveva ancora un piano, diceva di voler finire quest’anno e poi vedere quello che sarebbe successo. Sono riusciti a spegnere un ragazzo pieno di vita, con un futuro meraviglioso davanti».

Su chi l’ha ucciso ti senti di dire qualcosa?

«Sposterei montagne per avere giustizia. Chi deve pagare pagherà, sia per mano della giustizia che per mano di Dio. Chiunque sia stato. L’hanno portato via e non so neanche dire quanto mi manca. Mi hanno strappato via un pezzo di cuore, come a tutti».

Silvana scarta il libro: Punk 57 di Penelope Douglas. Sottotitolo, Insieme siamo perfetti. 

Delitto di Alatri, la difesa di Mattia Toson: «Ero a una festa degli Spada». Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 28 Febbraio 2023

Interrogato per sei ore in procura a Frosinone l'unico indagato per l'omicidio di Thomas Bricca. Minacce ai suoi avvocati

«Era pallido e agitato, impossibile non notarlo». Sono le 21 di lunedì 30 gennaio: alla festa di Bruno Spada è appena arrivato Mattia Toson. Mezz’ora prima, secondo l’accusa dei magistrati della Procura di Frosinone, avrebbe partecipato all’omicidio di Thomas Bricca ad Alatri.

L’alibi che, per quasi un mese, ha tenuto al riparo da contestazioni più specifiche il 22enne di Alatri nel fascicolo per omicidio volontario, può ora ritorcersi contro di lui. La sua presenza, la sera del delitto, nell’agriturismo di Ferentino dove uno degli appartenenti alla famiglia di origine sinti festeggiava il compleanno del figlio è infatti sì confermata ma ha «buco» temporale nel quale potrebbero rientrare l’agguato, la fuga dal luogo degli spari, la corsa in scooter per partecipare all’evento e così allontanare da sé i sospetti. Diversi avventori e il personale in servizio nel locale ricordano il suo arrivo e lo fissano con mezz’ora di ritardo rispetto all’inizio della cena: le 21, appunto, rispetto alle 20,30 quando Thomas veniva raggiunto al volto da un colpo di pistola.

Di questo e delle risse dei giorni precedenti dalle quali sarebbe scaturito l’omicidio gli è stato chiesto conto nelle quasi sei ore di interrogatorio alle quali il 22enne, maglione beige, frangia nera sulla fronte, arrivato e ed uscito da una porta secondaria, è stato sottoposto da parte del procuratore Antonio Guerriero e dal pm Rossella Ricca all’ottavo piano del palazzo di giustizia di Frosinone. Nonostante la mole di testimonianze e indizi raccolti dai carabinieri del comando provinciale, la Procura non ha ritenuto di avanzare contestazioni specifiche al ragazzo, unico indagato nel fascicolo per omicidio.

Ad accompagnarlo c’erano gli avvocati Umberto Pappadia e Angelo Testa e contro quest’ultimo in particolare (è anche lui di Alatri), si è indirizzata la sete di giustizia, diventata rabbia ogni giorno di più, da parte dei parenti e degli amici di Bricca. In paese sono comparsi volantini anonimi che lo invitano a «riflettere» sulla scelta di assistere quello che le «voci di popolo» indicano come uno dei principali sospettati del delitto. Il precedente delle intimidazioni ai difensori degli assassini di Emanuele Morganti, il 20enne ucciso a botte in strada, ancora ad Alatri, nel 2017, non lascia sereni e il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Frosinone esprime in un documento vicinanza al collega, difendendone il ruolo sancito dalla Costituzione.

E se nessun passo avanti formale sembra aver fatto la procura rispetto alla posizione del 22enne, anche i presunti complici restano al momento liberi da contestazioni. Per il suo stesso alibi sembra ridimensionarsi l’ipotesi del coinvolgimento del fratello minore, Niccolò a quella cena in agriturismo è arrivato puntuale. Le perquisizioni dei giorni scorsi in località Fraschette hanno poi riguardato anche il padre dei ragazzi, Roberto, ex agente della polizia penitenziaria, appassionato di armi, allontanato dal corpo di polizia per alcuni episodi incompatibili col ruolo e sottoposto in questo periodo ad obbligo di dimora (per maltrattamenti alla compagna) a partire da un orario che non gli avrebbe permesso di essere alla cena. Nel casolare vive anche il suo fratellastro, Francesco. Nelle indagini non sono stati ritrovati né lo scooter né la pistola dell’agguato. Ad oggi non sono stati fissati altri interrogatori né trova conferma la voce di accertamenti irripetibili da svolgere a breve. 

Thomas Bricca, mezz'ora di buco nell'alibi del ragazzo indagato per il delitto di Alatri. Aldo Simoni su Il Corriere della Sera il 27 Febbraio 2023

Oggi in procura a Frosinone l'interrogatorio del 22enne Mattia Toson, indagato per l'omicidio del 19enne, il 30 gennaio ad Alatri

C’è un buco di mezz’ora nell’alibi fornito ai carabinieri. Ecco perché questa mattina, Mattia Toson, di 22 anni, dovrà spiegare, in Procura, dov’era e cosa ha fatto in quel lasso di tempo. L’inchiesta sull’omicidio di Thomas Bricca, lo studente di 19 anni ucciso la sera del 30 gennaio ad Alatri con un colpo di pistola, è dunque a una svolta.

Dopo il delitto Mattia e Nicolò Toson in caserma

Subito dopo il delitto, Mattia e suo fratello Nicolò, si erano presentati in caserma, ad Alatri, mettendo le mani avanti: «Sappiamo che ci cercate. Eccoci. Ma noi non c’entriamo nulla». Dopo qualche ora erano tornati a casa avendo fornito un alibi ai carabinieri. Ma è proprio quell’alibi che ora sembra non reggere più. I fratelli Toson, infatti, avevano detto di essere stati a cena, in un ristorante alla periferia di Alatri, assieme ad amici e familiari. Tutto vero. Ma la cena è iniziata intorno alle 21, mentre il delitto è stato avvenuto intorno alle 20,30. Ossia mezz’ora prima. Che cosa ha fatto Mattia prima di arrivare alla cena?

L'omicidio di Alatri

Dopo di lui non è escluso che possano essere ascoltati gli altri familiari (dal padre allo zio acquisito) per ricostruire i movimenti di quella sera e metterli a confronto con le decine di testimonianze raccolte. Testimonianze che concordano su due punti: i giorni precedenti l’omicidio ci furono una serie di risse e i Toson avrebbero voluto «vendicarsi» di uno sgarro. Omar, il giovane marocchino indicato come il reale bersaglio degli spari (e la sera del delitto era in compagnia di Thomas) ha pubblicato, qualche giorno fa, sul suo profilo Instagram, proprio le loro immagini. È stato comunque accertato che i Toson non hanno mai avuto la disponibilità di uno scooter. Qualora fosse appurato un coinvolgimento del ragazzo nel delitto (al momento tutto da dimostrare) emergerebbe anche la complicità di chi ha prestato il T Max, il quale potrebbe entrare a sua volta nell’inchiesta.

Le iniziative in ricordo di Thomas Bricca

Anche questo dovrebbe essere un elemento che l’interrogatorio di oggi potrà chiarire. Intanto oggi alle 15.30, nell’auditorium dell’istituto superiore «Sandro Pertini» (la scuola frequentata da Thomas), si terrà un incontro con don Luigi Ciotti per discutere di disagio e devianze giovanili. Mercoledì alle 18, invece, da piazza Santa Maria Maggiore partirà la fiaccolata in ricordo di Thomas organizzata dai familiari della vittima in collaborazione con il loro legale, Marilena Colagiacomo. Infine ieri pomeriggio, ad Alatri, sono stati affissi volantini contro il difensore di Toson, che ha lo studio nel paese: «Egregio avvocato tutta Alatri prova disprezzo e disgusto riguardo al suo operato (...) la riteniamo una persona cosciente della legge. Per questo inneggiamo alla giustizia che sarà difficile ottenere anche per vostra colpa. Le chiediamo, quindi, di rifletterci attentamente sopra». 

Estratto dell’articolo di Giovanni Del Giaccio per “il Messaggero” l’8 marzo 2023.

Ha cercato di nascondere quello che poteva, nel tentativo di evitare guai al nipote. Adesso deve rispondere dell'accusa di falsa testimonianza, nell'ambito del procedimento per l'omicidio di Thomas Bricca, avvenuto ad Alatri il 30 gennaio.

 È la seconda persona a finire sul registro degli indagati per l'uccisione del diciannovenne e non è un caso che sia una questione di "famiglia". L'uomo, Luciano Dell'Uomo, è infatti il nonno acquisito di Mattia Toson, il ragazzo di 22 anni che deve rispondere dell'accusa ben più grave di omicidio.

 […] L'uomo ha cercato di "coprire" il nipote rispetto all'alibi della sera del delitto e anche nel tentativo di far sparire una pistola scacciacani. Una decina di giorni fa i militari hanno effettuato una serie di perquisizioni in località "Fraschette", tutte in abitazioni di pertinenza della famiglia Toson. Tra queste c'è la casa dei nonni, dove Mattia risiede, secondo quanto emerso durante l'indagine.

Quando i militari sono andati a prendere le telecamere di sicurezza installate nell'abitazione non hanno trovato la "scheda" video. […] Non solo, le telecamere erano state anche smontate perché - secondo fonti investigative - l'uomo aveva deciso di disfarsi dell'impianto.

 Il problema è che avrebbe fornito, rispetto all'alibi del nipote, una versione poco convincente ai carabinieri. Da lì, oltre che da alcune conversazioni intercettate, sono scattati i controlli alle "Fraschette". Quando i militari sono arrivati c'era l'impianto di sorveglianza smontato e la memoria video sparita. Al tempo stesso c'era una scacciacani che l'uomo aveva cercato di nascondere malamente. Non è l'arma del delitto, è evidente, ma il comportamento avuto dal nonno acquisito del ragazzo indagato è stato sufficiente a contestare l'accusa di falsa testimonianza.

Luciano Dell'Uomo è il patrigno del padre naturale di Mattia Toson e dell'altro fratello, indicati sin dall'inizio dai testimoni come coinvolti nell'omicidio di Thomas, ma è anche il padre naturale di colui che domenica 29 gennaio è stato umiliato - rimanendo "appeso" a una balaustra - nel corso della rissa che doveva vendicare quella del giorno precedente.

 […] Sulla sera del delitto l'alibi di Mattia, che ha riferito di essere a una cena degli Spada insieme al resto dei familiari, ha vacillato sia tra le testimonianze raccolte dai carabinieri sia durante l'interrogatorio in Procura.

Il giovane si sarebbe contraddetto davanti alle contestazioni dei magistrati sulla presenza alla cena (è arrivato più tardi rispetto all'ora degli spari al "Girone", era sconvolto ed è andato via prima) e sugli spostamenti prima e dopo. Mancano, però, alcuni elementi fondamentali che vanno dalla pistola usata per il delitto - e finita chissà dove - allo scooter T Max sul quale sono arrivati i sicari che hanno aperto il fuoco. […]

(ANSA il 20 marzo 2023) Roberto e Mattia Toson, padre e figlio, sono sospettati di essere i due uomini che ad Alatri, in sella ad uno scooter, hanno sparato tre colpi di pistola verso il 18enne Thomas Bricca, raggiungendolo alla fronte con uno di questi e riducendolo in fin di vita la sera del 30 gennaio scorso. Il giovane morì il 2 febbraio all'ospedale San Camillo di Roma.

 Nella ricostruzione dei carabinieri del comando provinciale di Frosinone, padre e figlio erano sullo scooter: al procuratore capo di Frosinone Antonio Guerriero ed al sostituto Rossella Ricca gli investigatori hanno specificato anche chi dei fosse alla guida del mezzo e chi impugnasse l'arma.

Ma sui particolari vige il riserbo più assoluto. I carabinieri di Alatri avevano concentrato da subito la loro attenzione su Mattia e Roberto Toson, alla luce delle dichiarazioni raccolte dai testimoni oculari. Mattia Toson era stato interrogato per sei ore e poi rimandato a casa la mattina del 27 febbraio scorso. Il padre Roberto non risulta sia mai stato interrogato. Padre e figlio sono assistiti dagli avvocati Angelo Testa e Umberto Pappadia.

(ANSA il 20 marzo 2023) C'è un secondo indagato per l'omicidio di Thomas Bricca, il 18enne di Alatri ucciso con un colpo di pistola esploso da distanza ravvicinata la sera del 30 gennaio scorso nel pieno centro storico di Alatri da due persone con il volto coperto, in sella ad uno scooter nero. Il colpo lo raggiunse alla testa e il 18enne morì dopo due giorni in ospedale. Il secondo indagato è Roberto Toson, padre di Mattia il giovane di Alatri iscritto nei giorni scorsi nel registro degli indagati per l'omicidio.

Anche Roberto Toson ora è accusato di omicidio "poiché in concorso" con il figlio "cagionavano la morte di Thomas Bricca esplodendo un colpo d'arma da fuoco". Ma anche in questo caso - specifica l'avvocato difensore dei Toson, Umberto Pappadia, non c'è una contestazione specifica. Martedì intanto i carabinieri del Racis analizzeranno il telefonino di Mattia Toson estraendo la copia forense dei dati al suo interno. Insomma la svolta sule indagini promessa dagli investigatori potrebbe essere vicina. Lo stesso procuratore capo di Frosinone, Antonio Guerriero, alcune settimane fa aveva promesso alla famiglia di Thomas presto segni concreti nell'inchiesta sull'assurda morte del giovane.

 Il faro delle indagini da settimane è rivolto sull'intera famiglia che potrebbe essere coinvolta, in vario modo, nell'omicidio scaturito come rappresaglia dopo alcune risse avvenute in paese giorni prima dell'agguato. "Ci hanno rassicurato e chiesto di pazientare ancora un po' - disse il papà di Thomas, Paolo -. Noi chiediamo solo giustizia, e spero con tutto il cuore che si arrivi presto all'arresto dei responsabili". Determinante sarà a perizia del Ris sul telefonino di Toson per verificare ancora una volta l'alibi fornito dall'indagato, già lungamente interrogato, e controllare se ci siano elementi che possano in qualche modo ricondurre all'omicidio.

 Durante l'incontro in Procura, i genitori di Thomas sono stati rassicurati sull'andamento delle indagini, nonostante non si sia ancora arrivati ad individuare chi, quella sera, a bordo di uno scooter, abbia aperto il fuoco contro il gruppetto di ragazzini seduti su una scalinata in centro ad Alatri. All'appello, infatti, manca sia l'arma del delitto - probabilmente una pistola a tamburo - sia il mezzo utilizzato per l'agguato. "Possono stare tranquilli che stiamo facendo tutto il possibile con il massimo impegno", ha detto il Procuratore all'incontro con la famiglia di Thomas aggiungendo che lui stesso si sta occupando del fascicolo in prima persona.

Arezzo.

Mugnai, accusato dell’omicidio del vicino ad Arezzo: «La ruspa colpiva i muri, se non avessi sparato la casa sarebbe crollata». Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera l’11 Gennaio 2023.

Intervista all'uomo accusato di omicidio volontario del suo vicino di casa ad Arezzo

È appena stato scarcerato. Parla a fatica, piange, si dispera. Sandro Mugnai, 53 anni, è il fabbro accusato di omicidio volontario per aver ucciso con il suo fucile da caccia un vicino di casa, Gezim Dodoli, 59 anni, impresario edile albanese, che a bordo di una ruspa la sera del 5 gennaio ha assaltato la sua casa alla periferia di Arezzo mentre era a cena con i familiari. «Sono un uomo disperato anche se convinto d’essere innocente — dice aiutato dai suoi legali, Marzia Lelli, amica di famiglia, e Piero Melani Gaverini —. Ho agito per salvare la mia famiglia. Quell’uomo stava facendo crollare la nostra casa, eravamo in trappola come topi. Non avevo altra scelta che sparare».

Aveva mai conosciuto il carcere?

«Mai, ho la fedina penale candida, sono un uomo per bene, un volontario, mi piace aiutare le persone. Adesso ci sono stato quattro giorni in galera. Ero in isolamento, ed è stata una esperienza terribile. Ma neppure per un attimo ho pensato di essere colpevole».

Lei è accusato di omicidio volontario anche se il reato potrebbe essere derubricato in eccesso di legittima difesa. Come ha vissuto i giorni in cella?

«Gli agenti di custodia sono stati straordinari. Cercavano di farmi coraggio. Mi dicevano di stare tranquillo, di non essere così disperato, che probabilmente sarei uscito presto e avrei potuto riabbracciare mia moglie e i miei figli. Hanno avuto ragione loro. Li ringrazio tantissimo come ringrazio il giudice che mi ha scarcerato».

Può raccontarci quei momenti? Perché ha sparato a quell’uomo?

«Lo ripeto, non avevo scelta. Eravamo in sette a tavola per festeggiare l’Epifania, la notte dei regali. Tutti allegri, tutti felici. C’erano mia moglie Maria Luisa, mia madre Fortunata, mio figlio Michele, mio fratello Massimo, sua moglie Maria Cristina e il loro figlio. A un certo punto sentiamo un frastuono in giardino. Mio fratello si è affacciato alla finestra e si è messo a urlare. “C’è un pazzo che con la ruspa sta distruggendo le nostre auto”. Mi sono affacciato anch’io e ho visto il mio vicino di casa che cercava di aprire un varco tra le macchine parcheggiate. Poi si è scagliato contro la casa. Massimo ha cercato di uscire per fermarlo ma lui ha tentato di schiacciarlo e con la benna ha danneggiato la porta d’ingresso. Si è salvato per un miracolo».

Ma perché non siete fuggiti?

«Non era possibile. Dodoli aveva semidistrutto la porta bloccandola, l’unica via d’uscita. Gli urlavo di andare via ma non si fermava. È stato un vero incubo. La casa tremava perché lui aveva iniziato a distruggere il tetto. Tutti gridavano terrorizzati. Ho preso il fucile da caccia, pensavo che forse sarei riuscito a spaventarlo, a farlo ragionare. E invece...».

E invece?

«Ha continuato a colpire la casa. Ho sparato il primo colpo di avvertimento a terra, ma lui non si è fermato. Gli infissi della casa si muovevano, cadevano calcinacci. I miei familiari gridavano disperati. Ho sparato ancora».

Quanti colpi?

«Credo tre, forse quattro. Miravo in basso sperando di ferirlo alle gambe. Ad un tratto la ruspa si è fermata. Ho salvato le vite della mia famiglia e la mia. Ma a un prezzo altissimo. Piango ancora per quell’uomo, però ripeto: non c’erano altre possibilità».

Il gip ha scritto che lei «ha sicuramente agito per difendere la vita dei propri familiari e non la proprietà».

«Sì, e lo ringrazio ancora, ma il dolore e la disperazione restano».

Come si spiega il comportamento del suo vicino di casa?

«Non ci riesco. C’era stato un litigio un mese fa con mia madre perché lui suonava la batteria alle 2 di notte. Nient’altro. Io continuavo a salutarlo».

Uccise l'uomo che lo assaliva con la ruspa. Arresto confermato, ma va subito a casa. Arresto convalidato, ma Sandro Mugnai è fuori dal carcere. Tiziana Paolocci il 9 Gennaio 2023 su Il Giornale

Arresto convalidato, ma Sandro Mugnai è fuori dal carcere. Il gip ha disposto che si aprissero le porte della prigione di San Benedetto per l'artigiano di San Polo (Arezzo) che la sera del 5 gennaio ha sparato e ucciso Gezin Dodoli, il 59enne che con un escavatore gli stava demolendo casa mentre lui si trovava seduto a tavola per cenare con i suoi familiari. Il 53enne ha chiuso la questione sparando cinque colpi di fucile contro l'operaio albanese, ma il gip ieri ha ritenuto che non ci sia pericolo di fuga per il killer, né di reiterazione del reato, né pericolo di inquinamento delle prove e non ha disposto misure cautelari a suo carico.

L'udienza di convalida si era tenuta ieri proprio nel carcere dove l'italiano era stato condotto subito dopo il delitto. I difensori dell'imputato, avvocati Marzia Lelli e Piero Melani Graverini, avevano sottolineato la legittima difesa per il loro assistito. Un tema che probabilmente porteranno in aula anche durante le prossime udienze, che vedranno il 53enne a giudizio.

L'uomo, secondo i legali, sparando avrebbe difeso la sua famiglia messa in pericolo di vita dall'imminente e possibile crollo del tetto della casa, che veniva attaccato coi colpi dati dall'escavatore manovrato da Dodoli.

Tra i due i rapporti erano tesi da tempo, per banali questioni di terreni confinanti, tubature e cattivi odori. Ma nulla lasciava presagire la tragedia che invece si è consumata la sera della vigilia della Befana.

Mugnai era a cena con la moglie, i figli, la famiglia del fratello e l'anziana madre quando ha sentito il rumore dell'escavatrice che aveva iniziato a danneggiare alcune auto parcheggiate nel cortile. Così intimorito si è affacciato alla finestra. Ha raccontato in aula di aver visto la benna del mezzo puntare contro la sua porta di casa e la parete. Ha detto al gip di aver provato a fermare a parole il vicino di casa, intimandogli di smetterla, gridando. Ma senza alcun risultato. Così, terrorizzato da quanto stava accadendo, è passato all'azione e ha sparato con la carabina da caccia, regolarmente denunciata. Cinque i colpi, di cui uno è andato a vuoto.

L'aretino dice che quello sarebbe dovuto servire da avvertimento, ma non avrebbe sorbito effetto sull'albanese, che avrebbe continuato a manovrare la gru. Così l'italiano, caposquadra in un team di caccia al cinghiale, ha freddato il rivale senza pensarci ancora.

I conoscenti raccontano che Mugnai e Dodoli un tempo si frequentavano ed erano amici. Poi l'albanese per un periodo era andato a Seveso e al ritorno con lui non c'era più uno dei figli, rimasto con la mamma in Lombardia. Il rapporto con il fabbro nel tempo era mutato. In molti riferiscono di una escalation di dissapori tra i due. Qualcuno in paese è pronto a giurare che tempo fa sarebbe partita anche una denuncia per la musica troppo alta, ma nulla di sconvolgente.

Invece quell'astio, covato forse per mesi, è stato fatale a uno dei due. L'ipotesi di reato per cui procede la Procura al momento resta omicidio volontario, ma la difesa di Mugnai ritiene che debba essere invocata la legittima difesa.

L’Aquila.

Il figlio disabile, il biglietto in cucina: così l’ex primario Carlo Vicentini ha sterminato la famiglia. Nicola Catenaro, Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera l’1 aprile 2023

L’uomo, un urologo, poi si è sparato. Era in pensione da 3 mesi. «Soffriva per la disabilità del primogenito». Ha lasciato un biglietto in cucina nel quale ci sarebbero scritte frasi farneticanti

L’orario in cui è avvenuto quell’orrore è imprecisato, forse tra le due di mercoledì notte e le dieci di giovedì mattina. Carlo Vicentini, 70 anni, sino allo scorso dicembre primario di urologia all’ospedale «Mazzini» di Teramo e professore universitario, si sposta tra le stanze da letto della villetta in cui vive con la famiglia, alla periferia dell’Aquila. Impugna una pistola tedesca risalente al tempo di guerra, una «Walther P38» regolarmente detenuta. Con quell’arma l’uomo, un cacciatore appassionato, commette una strage uccidendo la moglie, Carla Pasqua, ex funzionaria Asl, 69 anni, e i figli Massimo, 43, da tempo immobilizzato sulla sedia a rotelle per via di una malattia neurodegenerativa, e Alessandra, 36, nutrizionista da poco assunta nello stesso ospedale in cui per vent’anni il padre era stato uno stimato responsabile di reparto.

È adesso Giovanni, il fratello del medico, a raccontare che «giorni fa Carlo mi aveva anticipato che con tutta la famiglia sarebbe andato al mare a Tortoreto, nel Teramano». Quando giovedì «ho provato a contattare mio fratello non ho avuto risposta. Ho visto che le finestre erano abbassate e ho pensato fossero già partiti». Poi ieri, dopo altre telefonate a vuoto, con delle chiavi secondarie altri familiari, verso le 12, sono andati ad aprire imbattendosi nella tragedia. Poco dopo sono arrivati gli investigatori della Squadra mobile coordinati dal pm Guido Cocco. Filtra pochissimo su quanto è stato visto dentro la casa che sta a Tempera, tranquillo sobborgo periferico del capoluogo abruzzese.

Si sa solo che sulla scrivania del medico erano sparse tante carte mentre in cucina c’era un biglietto sul quale erano scritte delle frasi farneticanti. Tutte le vittime erano in pigiama e il corpo di Alessandra — il cui ultimo accesso su WhatsApp risale alle due di mercoledì notte — sarebbe stato trovato sotto il letto, come se avesse cercato di sfuggire a quella mattanza.

Massimo, che era immobilizzato per l’aggravarsi della malattia e che usava un macchinario per la respirazione, sarebbe stato ucciso per primo. Nel corridoio è stata infine trovata la madre che aveva da tempo lasciato il suo impiego alla Asl aquilana per assistere il figlio. Vicentini si è poi tolto la vita nella sua stanza. Capire cosa abbia indotto quel medico — descritto come inappuntabile sul lavoro,