Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.

 


 

L’ACCOGLIENZA

TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lo sterminio di rom e sinti, quella parte dimenticata del nazifascismo. Il "divoramento", cioè l'internamento e l'uccisione nei campi di concentramento, dei popoli romanì è un fatto storico sottoposto ad autentico memoricidio. Il destino di un numero di persone tra 200 mila e un milione in Europa è avvolto dall'oscurità. Diletta Bellotti su L'Espresso il 17 Novembre 2023

Secondo alcune fonti, Tadeusz Joachimowski, ebreo polacco sopravvissuto alla prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, riuscì a seppellire un archivio dei rom e sinti internati nel Zigeunerlager, l’apposito settore per gli «asociali», ovvero coloro che venivano socialmente riconosciuti come romanì, ritenuti intrinsecamente criminali e su cui venivano condotti i principali esperimenti di eugenetica per separare il gene «ariano» da quello «criminale». Grazie a Tadeusz e ad altri due prigionieri, sappiamo i nomi dei 20 mila rom e sinti uccisi nei forni crematori, quando si decise di fare spazio per l’arrivo delle prigioniere politiche. 

Soprattutto, conosciamo i nomi di coloro che la notte del 16 maggio 1944 appresero, dall’archivista Tadeusz, la notizia del trasferimento e si ribellarono, ispirando migliaia di prigionieri dentro Auschwitz-Birkenau a fare lo stesso. La loro rivolta contro le Ss, nata da barricate e guerriglia, armata di pettini e forchette, durò quasi tre mesi. Fu soppressa con la fame, le epidemie e, infine, i forni. Per i romanì internati nei campi non c’erano registri di morte e, anche per questo motivo, i numeri dello sterminio in Europa variano dai 200 mila al milione. 

In Italia, il memoricidio nei confronti del cosiddetto “Porrajmos”, del “divoramento” dei popoli romanì, cioè rom, sinti, manush e kalé, durante il nazifascismo, persiste. In Italia, dove il primo campo di prigionia per i romanì anticipa le leggi razziali di dodici anni, il memoricidio sembra tramandarsi di decennio in decennio, affinché, sulla loro pelle, si possa sempre fare campagna elettorale. Tra i campi di prigionia ad hoc ricordiamo quello di Agnone, di Berra, di Bolzano e di Prignano sulla Secchia, in provincia di Modena, a cui sopravvissero i “Leoni di Breda Solini”. I Leoni erano un distaccamento partigiano di sinti circensi e giostrai attivi al confine tra l’Emilia e la Lombardia, specializzato nel disarmo e nel sabotaggio. Si conquistarono il soprannome di “Leoni” dopo aver disarmato una pattuglia dell’avanguardia tedesca. Sono ricordati perché rifuggivano, il più possibile, la violenza e perché alternavano mattinate di spettacoli nelle piazze con nottate di azioni sabotatrici. 

Il memoricidio del divoramento dei popoli romanì nei campi di prigionia è superato forse solo dall’oblio intorno al loro ruolo nella Resistenza: non ricevettero mai compensazioni né riconoscimenti. Tra i partigiani romanì fa eccezione Amilcare “Taro” Debar, partigiano nella 48° Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”, attiva nella liberazione di Torino. Finita la guerra di Liberazione, a Taro non fu riconosciuto il suo impegno durante la Resistenza finché Sandro Pertini non divenne presidente della Repubblica. 

Nel dopoguerra, né la Germania né l’Italia avviarono alcun procedimento per il riconoscimento formale dello sterminio etnico compiuto nei confronti delle popolazioni romanì: in Germania figurano fra le «altre vittime». In Italia, la legge che ha istituito il Giorno della Memoria non fa alcun riferimento al Porrajmos. Dal 2015, la comunità internazionale ha istituito una giornata per ricordare il divoramento: il 2 agosto, anniversario della repressione della rivolta di Auschwitz. Canta così l’inno rom “Gelem, gelem”: «Sono andato, sono andato per lunghe strade, ho incontrato rom felici […] una volta avevo una grande famiglia, la legione nera li ha uccisi».Antonio Giangrande. Foibe: le vittime della realpolitik. Il silenzio degli ignavi italiani sotto il giogo occidentale. Il comunista dittatore sanguinario Tito per battere il comunista dittatore sanguinario Stalin.

Contro l’estinzione dell’italianità. Un fiocco o nastro nero per gli emarginati, diseredati, gli ingiustamente condannati o detenuti, i tartassati e le vittime dei reati impuniti e comunque vittime di ingiustizie. Italiani dimenticati dal politicamente corretto e dalla politica oligarchica che li valuta meno di gay ed immigrati. Basta con il comunismo di destra (fascismo) ed il comunismo di sinistra (stalinismo) e con l’ostentazione fuori luogo della loro religione.

Così, nel novembre 1953, i triestini lottarono per ritornare italiani (e vinsero).  Una lezione-spettacolo, con Parlato e Rossi, per riscoprire la rivolta dimenticata. Matteo Sacchi il 7 Novembre 2023 su Il Giornale.

Morirono in sei. Senza retorica potremmo considerarli gli ultimi morti del Risorgimento. Settant'anni fa, dal 3 al 6 novembre, un numero enorme di cittadini di Trieste insorse per cercare di far sì che la città ritornasse italiana e ne nacquero scontri violenti. Una vicenda quasi dimenticata che torna a rivivere oggi al Politeama Rossetti di Trieste (alle 18 e 30) in una lezione spettacolo con due studiosi, Davide Rossi e Giuseppe Parlato, dal titolo I moti del '53 e la curatela del direttore del teatro Paolo Valerio (con la collaborazione della Lega Nazionale di Trieste della Regione Friuli Venezia Giulia e del comune di Trieste).

Ma vediamo di riassumere brevissimamente cosa furono questi moti, che per il loro doloroso coraggio meriterebbero una narrazione minuto per minuto (ma per fortuna ci pensa lo spettacolo a rendere la loro drammaticità e complessità). Con la fine della Seconda guerra mondiale fu stabilito nel 1947 dal Trattato di pace che dovesse sorgere il Territorio Libero di Trieste: indipendente sotto l'egida dell'Onu e destinato a fare da cuscinetto fra Italia e Jugoslavia. A causa dei veti incrociati tra gli ex Alleati non si riuscì a trovare un accordo. Così la Venezia Giulia rimase divisa in due zone: la Zona A, governata dagli Alleati, e la Zona B, sotto Belgrado. Per 7 anni le diplomazie italiane e jugoslave lavorarono per ottenere l'intero controllo del territorio, creando così una situazione (esplosiva) di stallo. Nell'agosto del 1953 l'appena nato governo Pella decise la mobilitazione delle truppe. Una scelta dovuta a diverse paure, un'esplosione spontanea di moti, una scelta indipendentista di Trieste, l'intervento armato jugoslavo. L'Italia intanto preme perché in entrambe le zone si svolga un plebiscito. Le tensioni crescono sino che, il 3 novembre, anniversario di quando Trieste, nel 1918, è diventata italiana iniziano ad essere issati tricolori in molte parti della zona A. Il 4 novembre i cittadini di ritorno dal sacrario di Redipuglia improvvisano una manifestazione per l'italianità di Trieste. La Polizia, guidata da ufficiali inglesi, interviene per sequestrare il tricolore dei manifestanti: ne seguono scontri e sassaiole, che in pochi minuti si propagano in tutta la città.

Il giorno dopo, il 5 novembre, gli studenti manifestano di fronte alla chiesa di Sant'Antonio. Al passaggio di un ufficiale inglese, partono dei sassi. L'ufficiale viene strattonato e gettato a terra; intervengono dei rinforzi, i ragazzi si rifugiano dentro la chiesa, dove vengono inseguiti, molti sono feriti. Il vescovo, Antonio Santin, stabilisce per il pomeriggio la cerimonia di riconsacrazione del tempio: partecipano migliaia di cittadini. Nascono nuovi incidenti. Un ufficiale inglese apre il fuoco, lo fanno anche degli agenti: muoiono Piero Addobbati e Antonio Zavadil, mentre decine di altri vengono feriti. Il 6 novembre la città è invasa da una folla immensa, decisa a travolgere i simboli dell'occupazione. In Piazza Unità d'Italia tocca al palazzo della Prefettura: gli agenti reagiscono sparando sulla folla, ferendo decine di persone e uccidendo Francesco Paglia, Leonardo Manzi, Saverio Montano ed Erminio Bassa.

Ma a quel punto diventa chiaro a tutti che la situazione non è più gestibile. Le diplomazie devono trovare una soluzione: 11 mesi dopo, nel 1954, con il memorandum di Londra la Zona A è finalmente assegnata all'amministrazione civile italiana, la Zona B rimane alla Jugoslavia. Questa vicenda rivive nella lezione spettacolo in tutte le sue sfumature, lezione che si progetta di fare andare in tournée in Italia.

Giorno del Ricordo, non solo le foibe: in quel confine orientale corrono tutti i tormenti del ’900. Il 10 febbraio è la data dedicata alla rievocazione delle vicende avvenute nel secolo scorso nell’Alto Adriatico. La memoria di questa tragica pagina di storia è difficile. E spesso strumentalizzata. Pierangelo Lombardi su L'Espresso il 9 febbraio 2023

Il 10 febbraio è una data del calendario civile italiano: il Giorno del ricordo. Nel corso di formazione per insegnanti organizzato l’autunno scorso dall’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, la sfida è stata quella di andare al di là delle sovraesposizioni mediatiche e delle ingerenze politiche, che non aiutano, ma al contrario allontanano la piena comprensione delle vicende avvenute nel corso del Novecento nell’Alto Adriatico.

Il ragionamento di lungo periodo, proposto agli insegnanti, è stato quello di riflettere sul tema che proprio la legge istitutiva del Giorno del ricordo, del 2004, indica come «la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Perché in questa tragica pagina di storia non c’è solo una memoria difficile e complessa, ma, come ha suggerito Guido Crainz, c’è in «quel confine tormentato tutto il nostro Novecento».

Ci sono i nazionalismi e i processi di nazionalizzazione, dove uno spirito discriminatorio e per nulla inclusivo troppo a lungo ha soffiato sul Vecchio Continente; c’è il trauma della Prima guerra mondiale, con la «italianizzazione forzata» imposta dal fascismo alle popolazioni slovene e croate; ci sono la violenza e la brutalità dell’occupazione nazista e fascista della Jugoslavia nel 1941; c’è la tragica lezione della Seconda guerra mondiale, una guerra totale, in cui veniva meno la distinzione tra militari e civili, dove l’imbarbarimento del conflitto, specie sul fronte orientale, è stato massimo.

Ancora: c’è l’incontro tra violenza e ideologia politica che si fa devastante e dove, in un clima torbido e inquietante, s’intrecciano il giustizialismo politico e ideologico del movimento partigiano titino, il nazionalismo etnico e, soprattutto in Istria e nelle aree interne, la violenza selvaggia tipica delle rivolte contadine. Ci sono le violenze contro le popolazioni italiane del settembre del 1943 e del maggio-giugno del ’45, di cui le foibe, gli arresti e il clima di terrore che spinge all’esodo forzato migliaia di italiani sono simbolo ed espressione; c’è la volontà di Tito e del comunismo jugoslavo di annettere l’intera Venezia Giulia, con un’epurazione volta a eliminare – senza andare troppo per il sottile – qualsiasi voce di dissenso.

Ci sono, infine, le logiche della Guerra fredda e della radicalizzazione dello scontro ideologico nell’immediato Dopoguerra. Il tutto sulla pelle di decine di migliaia di persone. Un vero e proprio tornante di fughe e di espulsioni in tutta Europa, infatti, si accompagna agli esordi della Guerra fredda e a una più generale ridefinizione dei confini europei e dei loro significati.

Diventa, quindi, sempre più necessario, nell’affrontare questa pagina di storia, contestualizzarla con grande rigore, respingere tesi negazioniste o riduzioniste, così come le banalizzazioni e le verità di comodo più o meno finalizzate a uno scorretto uso pubblico della storia. Occorre assumere un ruolo attivo nel processo di rivisitazione critica, che sola può portare al superamento delle lacerazioni del passato. Anche perché le vicende dell’area giuliano-dalmata costringono chi le affronta a misurarsi con temi assai più generali e con fenomeni centrali per la comprensione della nostra contemporaneità.

Anpi, fango sulla vittima delle Foibe: l'oltraggio a Norma Crosetto. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 7 ottobre 2023

I partigiani vogliono-pretendono-impongono una convenzione per spiegare la storia agli studenti. Ma se ti azzardi a parlare di foibe, a parlare del sacrificio orrendo di Norma Cossetto, ti riempiono di male parole. A 80 anni da quel martirio l’Anpi non è riuscita a pigiare sul pedale del freno e dalle sue varie articolazioni territoriali sono uscite dichiarazioni davvero orribili. Negano la storia proprio coloro che vogliono dal ministro Valditara una specie di esclusiva nelle scuole che probabilmente hanno dimenticato di frequentare in gioventù. Norma Cossetto fu orrendamente umiliata, seviziata e gettata nelle foibe come italiana. E per nient’altro. La colpirono a morte i macellai del maresciallo Tito. E loro, i signori dell’Anpi, anziché inchinarsi alla memoria di quella ragazza assassinata nel fiore degli anni, osano insolentirla.

Si distinguono in Piemonte, come scrive Anpi Valle Elva: «La vicenda di Norma Cossetto è perlomeno controversa» e già questo basterebbe a chiudere ogni discorso. Poi, l’oltraggio: «Studi rigorosi e mai confutati hanno verificato che non ci sono prove che sia stata uccisa da partigiani “slavi”». Sarà stato un suicidio? Arrivano a scrivere che «parafrasando il cronista che per primo si occupò del caso del bandito Salvatore Giuliano si potrebbe dire che l’unica cosa certa è che è morta». Anche la pietà... Tutto questo e altre bestialità perché l’amministrazione comunale di Ivrea ha concesso il suo patrocinio alle celebrazioni in ricordo della Martire a cui l’Anpi negherebbe anche il diritto alla sepoltura. Ma va detto che questi signori non sono soli. Ieri una brutta pagina si è aperta anche in Parlamento. Alla Camera dei deputati parlava il deputato Fabio Rampelli, di Fdi, vicepresidente dell’assemblea, proprio in memoria di Norma Cossetto.

Il surreale antifascismo del nuovo millennio. Se non avessimo visto l'altro ieri con i nostri occhi qui a Firenze la cosiddetta manifestazione antifascista degli studenti del liceo Michelangiolo, avremmo pensato a una rievocazione cinematografica del tempo che fu. Paolo Armaroli il 23 Febbraio 2023 su il Giornale.

Se non avessimo visto l'altro ieri con i nostri occhi qui a Firenze la cosiddetta manifestazione antifascista degli studenti del liceo Michelangiolo dopo gli scontri tra giovani di destra e di sinistra, avremmo pensato a una rievocazione cinematografica del tempo che fu. E allora diciamo una buona volta le cose come stanno dal punto di vista storico e costituzionale. Morto il fascismo per indisposizione del dittatore, ben presto anche l'antifascismo storico quello vero al quale ci inchiniamo e non quello da barzelletta che si è visto in seguito non ha più ragion d'essere.

Tirando le cuoia, l'antifascismo verace partorisce due creature. Da una parte si afferma la democrazia liberale di Alcide De Gasperi e dei suoi alleati. Ed ecco la scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947, quando Giuseppe Saragat rompe con Pietro Nenni perché opta per una scelta di civiltà, e il trionfo del 18 aprile 1948 del leader democristiano, che conferma una scelta di campo irreversibile. E dall'altra i Nenni e i Togliatti, allora uniti dal patto di unità d'azione, che si schierano a favore di Peppone Stalin, uno spietato dittatore come pochi altri. Nell'immediato dopoguerra nostalgici del fascismo, monarchici e comunisti si contavano a milioni. Mentre adesso sono quasi scomparsi del tutto. Comunisti compresi, da quando Achille Occhetto, meglio tardi che mai, pensò bene di disfarsi di un partito considerato sempre più imbarazzante. La pretesa di resuscitare adesso il monolite antifascista è semplicemente surreale, visto e considerato che non è più un monolite dagli anni dell'immediato dopoguerra. Tutti dobbiamo invece osservare la Costituzione. Una Carta che si fonda soprattutto su due articoli: l'articolo 3 e l'articolo 21, entrambi caratterizzanti un ordinamento liberaldemocratico. Il primo sancisce il principio di eguaglianza davanti alla legge senza discriminazione alcuna. Il secondo riconosce a tutti il diritto di libera manifestazione del pensiero. Ora, sarà anche vero che la nostra è la Costituzione più bella del mondo. E se lo dice Benigni, che pure non è un costituzionalista, possiamo crederci. Resta il fatto che è una illustre sconosciuta. Ne abbiamo avuto la riprova proprio in questi giorni. Alcuni studenti dei Collettivi di sinistra del liceo classico Michelangiolo di Firenze, con in mano un cestino dell'immondizia, hanno invitato alcuni giovani di destra a deporvi i loro volantini considerati robaccia e a togliere il disturbo sui due piedi perché udite, udite non ne condividono il contenuto. E nel corso della manifestazione dell'altro ieri hanno chiarito si fa per dire il loro pensiero: «Se arrivano davanti alle scuole, troveranno chi li scaccia». Urge un corso accelerato di educazione civica. Che aspettano i professori a farsi parte diligente?

Il corteo "anti-violenza" inneggia alle foibe e a Tito. A Firenze 2.000 in piazza insultano il governo. Ma quando i pestaggi sono rossi, silenzio totale. Francesco Giubilei il 23 Febbraio 2023 su il Giornale.

Dopo i fatti avvenuti nei giorni scorsi al Liceo Michelangiolo, i collettivi studenteschi, le sigle della sinistra e le associazioni antifasciste, sono scese in piazza lunedì nel tardo pomeriggio a Firenze in una manifestazione che si è trasformata in una sfilata degli orrori. Il corteo, nato per protestare «contro l'aggressione subita da due giovani davanti al Liceo Michelangiolo» (anche se in un nuovo video si sostiene sia avvenuta «non un'aggressione ma una rissa»), si è aperto con lo striscione «Liberiamoci dal fascismo e dal governo Meloni».

Si potrebbe già obiettare sul collegamento tra quanto avvenuto fuori dal liceo fiorentino e il governo ma è nulla rispetto allo spettacolo andato in scena per le strade del capoluogo toscano. I manifestanti, circa duemila, si sono radunati a Campo di Marte per poi dirigersi verso via Frusa, sede di Azione Studentesca (il movimento a cui appartengono i militanti coinvolti nei fatti del Liceo Michelangiolo).

Nel tragitto sono stati intonati cori contro la polizia e i giornalisti e, mentre circolava un volantino di solidarietà all'anarchico Alfredo Cospito e contro il 41Bis, si è alzato un coro di minacce al presidente del Consiglio: «Meloni fascista, sei la prima della lista». Non paghi, alcuni dei presenti hanno inneggiato alle foibe gridando «Viva le foibe» a cui è seguita la canzoncina «il compagno Tito ce l'ha insegnato...» per poi concludere con «fascista di merda, ti lascio morto in terra».

A fare da contorno le bandiere dell'Urss e della Jugoslavia comunista di Tito, un contesto da cui di certo non può arrivare nessuna lezione di democrazia. E, non a caso, il corteo è culminato con un lancio di bottiglie contro gli agenti di polizia schierati in assetto antisommossa. Eppure, nonostante il tenore dell'iniziativa, non è arrivata una parola di condanna da parte di politici e opinionisti di sinistra che nei giorni scorsi hanno accusato il governo di non prendere le distanze da Azione Studentesca.

Lo stesso silenzio che si registra ogni volta che i collettivi occupano le università e impediscono con l'uso della forza lo svolgimento di eventi o conferenze su temi o con ospiti a loro non graditi. D'altra parte, quando gli aggressori sono di estrema sinistra, nessuno dice niente. A maggio, a Bologna, alcuni esponenti di Fdi e Azione universitaria sono stati assaliti da militanti dei centri sociali. Quel giorno - la vicenda è raccontata nel portale di Nicola Porro - intervennero le forze dell'ordina. La procura di Bologna ha chiuso le indagini chiedendo il rinvio a giudizio per otto aggressori di sinistra. Di questo fatto non si è parlato né sono state organizzate manifestazioni.

Due pesi, due misure. I presidi degli istituti fiorentini condannano quanto accaduto al Michelangiolo e, dopo i dirigenti scolastici dell'Istituto Salvemini Duca d'Aosta e del Liceo Pascoli, anche la preside del liceo Leonardo Da Vinci è intervenuta affermando che: «Il fascismo in Italia non è nato con le grandi adunate da migliaia di persone. È nato ai bordi di un marciapiede qualunque». Mentre la Procura ha aperto un fascicolo nei confronti di sei ragazzi coinvolti nelle violenze del Liceo Michelangiolo, l'auspicio è che i dirigenti scolastici fiorentini prendano allo stesso modo le distanze da quanto andato in scena per le strade di Firenze perché le minacce, la violenza e inneggiare a regimi totalitari o a dittatori, deve sempre essere condannato da qualsiasi parte arrivi.

Inneggiano alle foibe e a Tito: ecco cosa rischiano ora i compagni. Durante il corteo di ieri a Firenze cori per inneggiare a Tito e alle foibe. L'Unione degli istriani: "Pronti a querelare". Matteo Carnieletto il 22 Febbraio 2023 su il Giornale.

La risposta è arrivata dall'Unione degli istriani. Secca. Chiara. Definitiva. Dopo aver visto i video in cui gli antifascisti fiorentini inneggiano a Josip Broz Tito e alle foibe, l'associazione di esuli di Trieste si è detta pronta a querelarli.

L'annuncio è stato dato in un comunicato in cui l'Unione, dopo aver ripercorso le offese degli antifà, afferma: "Non postiamo il video, non volendo pubblicizzare quello che comunque gira già dappertutto sui social: di bandiere rosse, ed addirittura jugoslave, con quella lurida stella vermiglia, ne abbiamo viste abbastanza, dal 1954 in avanti e ben prima, quando eravamo ancora a casa nostra, in Istria. Stavolta però l'Unione degli Istriani non intende stare a guardare. Il presidente Massimiliano Lacota in una nota diramata poco fa ha fatto sapere, a chiare lettere, che il limite è stato oltrepassato".

E, per rendere ancora più chiara l'idea, Lacota ha annunciato: "Denunciamo una volta per tutte questi delinquenti del linguaggio che si permettono di infangare la nostra memoria, che è quella dei Martiri delle Foibe. È giunto il momento di che si assumano le loro responsabilità davanti alla legge per queste manifestazioni di intolleranza, che non possono più rimanere impunite".

Una dura presa di posizione è venuta anche da Giampaolo Giannelli, coordinatore toscano Unione degli Istriani, che in una nota ha affermato: "A seguito degli avvenimenti accaduti all'esterno del liceo Michelangelo, gli studenti dei collettivi di sinistra hanno organizzato una manifestazione antifascista. Peccato che la manifestazione, oltre a momenti di tensione culminati nel lancio di petardi contro la polizia, abbia visto sventolare le bandiere della ex Jugoslavia di Tito, il massacratore di migliaia di italiani. Peccato, soprattutto, che si siano ascoltati cori vergognosi inneggianti a Tito ed alle foibe, tutti documentati da video che circolano in rete. Ci aspettiamo da parte della politica, tutta - aggiunge -, una ferma condanna dell'accaduto, che costituisce una grave offesa ai nostri martiri ed alle famiglie che hanno affrontato il dramma dell'esodo per sfuggire alla ferocia dei partigiani comunisti titini".

Ieri uccisi nelle foibe, oggi ostaggi dell’uso politico della storia. La doppia condanna degli italiani d’Istria. Il lungo silenzio della sinistra e la chiassosa rivalsa ideologica della destra non permettono di costruire una memoria condivisa sulla tragedia del fronte orientale tra 1943 e 1945. Gigi Riva su L’Espresso il 20 Febbraio 2023.

Dopo le solite discussioni furibonde e tutte ideologiche che hanno coinvolto persino il festival di Sanremo in occasione del Giorno del Ricordo (10 febbraio), è il caso di aprire una riflessione pacata sulle foibe, senza semplificazioni di parte e tenendo conto della complessa e tormentata storia del nostro confine orientale.

C’è un presupposto imprescindibile per qualunque analisi serena e mondata da interessi partitici: la Venezia Giulia, l’Istria tutta, avevano storicamente tre radici: italiana, slovena e croata. I tre gruppi etnici convissero più o meno pacificamente fino a metà Ottocento quando cominciarono ad affiorare sentimenti di appartenenza che sfoceranno nella formazione degli Stati nazione. La regione faceva allora parte dell'impero austro-ungarico che, dopo la perdita del Veneto nella Terza guerra d'indipendenza, temendo l’irredentismo italiano e la volontà di riunire quei territori al neonato Regno d’Italia, ne favorì la slavizzazione «con energia e senza riguardo alcuno» per usare una frase dell'imperatore Francesco Giuseppe al Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Si può far risalire a quell'epoca l’inizio di tensioni, odi e vendette che si protrarranno per quasi un secolo.

Dopo la sconfitta dell’Austria-Ungheria nella Prima guerra mondiale, l’Italia con il Trattato di Rapallo del 1920 ebbe il controllo di una larga fetta dell’Istria e di una parte del litorale, in cui abitavano circa 356 mila italiani e 490 mila slavi. Benito Mussolini, anche prima di arrivare al potere, aveva idee chiare su come risolvere per le vie spicce il rapporto con le altre popolazioni. A Pola, il 22 settembre 1920, disse: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

E bastone fu. Squadre in camicia nera si occuparono di dare contenuti alle parole del duce. Fu proibito l’uso delle lingue slovena e croata, fino all’episodio estremo di un anziano di 92 anni impiccato al campanile di una chiesa perché parlava nel suo idioma non conoscendone altri. L’opera di pulizia culturale fu spietata. Case del popolo bruciate, così come le scuole degli slavi, italianizzati i cognomi persino sulle lapidi dei cimiteri, abolite le associazioni culturali, sociali e sportive. Italianizzazione forzata (leggi il libro “Il martire fascista”, di Adriano Sofri, Sellerio).

Interi paesi bruciati, contadini espropriati delle loro terre a favore dei coloni italiani mandati a mutare la composizione demografica della regione, pestaggi e arresti indiscriminati, centinaia di processi sommari a chi si opponeva al regime. Omicidi, ovviamente. E il gerarca Cobolli Gigli che minacciava chi si ostinava a usare la propria lingua: «Corre il pericolo di trovare sepoltura nella foiba». Si calcola che almeno centomila persone furono internate nei campi di concentramento. Ancora Mussolini: «Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazione e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali». Una prassi diffusa nel Ventesimo secolo che usò anche Stalin.

La situazione peggiorò con l'invasione dell’Italia fascista del 1941 e la creazione della provincia di Lubiana, quando crebbero fucilazioni e deportazioni. Per fare un esempio, il 12 luglio del 1942 su ordine del prefetto della provincia di Fiume Temistocle Testa tutti i 91 uomini del villaggio di Podhum di età compresa tra i 16 e i 64 anni furono fucilati.

Questo il quadro prima del 1943, dell’armistizio, dell’operazione Nubifragio con cui i nazisti volevano assumere il controllo della Venezia Giulia, della controffensiva dei partigiani di Tito che toccò il suo apice di crudeltà con gli infoibamenti.

Le foibe sono cavità carsiche profonde fino a 200 metri in cui furono gettati i corpi di migliaia di italiani. Alcuni ancora vivi e che morirono dopo un’indicibile agonia. Migliaia di italiani. Già ma quanti? Gli storici più prudenti accreditano una cifra tra i 3 e i 5 mila, altri arrivano a quattro volte tanto, 20 mila. Fra di loro non solo fascisti, ma innocenti uccisi perché italiani. Seguì più tardi l’esodo verso l’Italia di 250-350 mila italiani che non volevano restare nella Jugoslavia comunista.

La nostra sinistra ebbe l’indiscussa colpa di coprire per lungo tempo con un velo di silenzio queste tragiche vicende in nome dei buoni rapporti tra Palmiro Togliatti e Tito e per il timore che l’intera questione fosse decrittata con la lente dell’ideologia: una vendetta comunista contro gli italiani fascisti. Mentre, se è innegabile che esistesse anche questa componente, la vendetta scaturiva anche dai torti subiti nel ventennio fascista e dunque era piuttosto una rivincita etnica.

La destra, all’opposto, ha voluto usare solo la lente ideologica, come se si potesse racchiudere il problema del confine orientale limitandosi all’analisi del periodo 1943-45 e senza mai rammentare i nostri misfatti precedenti. Un uso della storia à la carte, a seconda del proprio interesse elettorale. Ogni anno, per il Giorno del Ricordo, istituito dal governo Berlusconi nel 2004, riemergono queste tendenze e contrapposizioni a causa delle quali risulta impossibile creare una memoria condivisa. E questo nonostante gli sforzi soprattutto dei presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella di leggere i fatti con uno sguardo mondato dai pregiudizi. Per quanto li si possa contraffare, i fatti sono ostinati e, alla lunga, riemergono come un fiume carsico.

Inno alle foibe, botte e droga: lezioni di anarchia ai giovani. Nei collettivi e sui social, i gruppi antagonisti cercano di «educare» gli studenti. Che giocano alla rivoluzione. Francesca Galici il 17 Febbraio 2023 su il Giornale.

Centri sociali e anarchici fanno ancora proselitismo in scuole e università. Niente di nuovo, una strategia che si ripete: una cantera di giovani volubili, sobillati da ideali rivoluzionari, che poi vengono messi nelle prime file dei cortei violenti, come si è già verificato in diversi episodi, anche recenti. Le occupazioni sono il pretesto migliore, i collettivi studenteschi il «piede di porco» delle organizzazioni per infiltrarsi nelle istituzioni scolastiche. Siamo entrati nelle chat di alcuni di questi per capire come funzionano e come si muovono, trovando conferme sul loro modus operandi.

Abbiamo individuato il leader di uno dei collettivi in un giovane non ancora maggiorenne, molto vicino a uno dei centri sociali più attivi nelle guerriglie No Tav. Lui stesso, come dimostrano i suoi social, ha preso parte agli assalti al cantiere di San Didero, l’ultimo nel giorno dell’Epifania. È a lui, figura più carismatica, che fanno riferimento tutti gli altri ragazzini, ammaliati dal fascino dello scontro violento con le istituzioni. Si sentono adulti che giocano alla rivoluzione, insultano gli «sbirri», parlano di «lotta armata» e condividono le foto, diventate celebri, degli Anni di Piombo a Milano. Dicono di volere lo «scontro» con le forze dell’ordine alle quali rispondere con le «botte», ma pochi messaggi dopo spiegano di non poter partecipare alle riunioni del collettivo, perché la loro mamma non vuole.

Il giovane leader inneggia alle foibe e nel Giorno del Ricordo ha cercato di coinvolgere gli altri giovanissimi a partecipare al contro-corteo per mettere in pratica gli insegnamenti del «laboratorio» seguito durante l’occupazione. Quale laboratorio? Quello dell’antifa-boxe. Durante l’occupazione, infatti, in uno dei licei sono stati organizzati alcuni incontri con personaggi esterni alla scuola, spesso provenienti dai centri sociali. Tra questi, appunto, anche quello di boxe-antifascista. Non è mancato il «corso sulla lotta No Tav», il tutto all’interno di un liceo statale, che per alcuni giorni è stato nelle mani di un manipolo di studenti. Nella maggior parte dei licei occupati, anche in quello a cui fa riferimento uno dei collettivi delle chat, si tengono incontri contro il 41-bis e in solidarietà con Alfredo Cospito, che vengono spesso organizzati e gestiti da personaggi vicini al mondo anarchico e dei centri sociali, esterni alla scuola.

L’occupazione a cui fa riferimento uno dei collettivi da noi seguiti è stata camuffata come un gesto di protesta nei confronti del ministro dell’Istruzione Valditara, anche solo per il fatto che sia vivo. Così si legge in una delle conversazioni che si trovano in questa chat, in cui gli pseudo-rivoluzionari parlano anche di cacciare gli «sbirri» in caso di tentativo di sgombero dell’edificio. Un trattamento che vorrebbero riservare anche al dirigente scolastico, per avere la massima libertà di azione. Libertà che, dal loro punto di vista, include anche quella di portare e consumare droga, come scrivono senza remora alcuna nelle loro conversazioni, quando parlano di ragazzi «fatti» durante l’occupazione.

Stando a quanto emerge dai messaggi che si scambiano a ogni ora del giorno e della sera, anche durante le ore scolastiche, a essere maggiormente coinvolti nei collettivi sono gli studenti delle classi inferiori, spesso quelli delle prime classi, che vengono forse attirati dall’idea di fare qualcosa di nuovo e di alternativo, senza comprenderne a pieno le implicazioni. Ragazzini che, appunto, vanno a scuola ed escono accompagnati dalla mamma e dal papà, ai quali gli impavidi «rivoluzionari» si preoccupano di non mostrare gli eccessi di queste occupazioni.

L'odio (vigliacco) dei rossi. Lapidi distrutte e imbrattate, convegni negazionisti o giustificazionisti. La sinistra continua ad odiare i martiri delle foibe. Matteo Carnieletto il 17 Febbraio 2023 su il Giornale.

Ogni anno è sempre la stessa storia. Non appena si avvicina il 10 febbraio, il Giorno del Ricordo, i monumenti che ricordano il dramma del confine orientale vengono distrutti o imbrattati. A Cosenza, per esempio, largo vittime delle foibe è stato vandalizzato dalla scritta "Nas Tito" (il nostro Tito), accompagnata da falce e martello d'ordinanza. Un atto vigliacco. Compiuto nella notte. Come sempre.

Qualcosa di simile è successo a Firenze, dove alcuni ignoti (solo nei nomi, ma celebri per vigliaccheria e appartenenza politica) hanno scritto "vendetta" sopra il nome del largo intitolato agli italiani uccisi dai titini e fatto scomparire la scritta "martiri".

L'8 febbraio è stato il turno di Genova, dove è stato vandalizzato, con una grande zeta nera (simbolo dell'invasione russa dell'Ucraina), la targa "Passo vittime delle foibe". Sotto, su un muretto, è stata aggiunta la frase "l'unica giornata del ricordo è il 25 aprile". E poi la firma: "Genova antifascista". A inizio febbraio, a Vicenza, un manifesto che ricordava le vittime delle foibe è stato strappato e macchiato con della vernice rosso sangue. Ci fermiamo qui, ma l'elenco potrebbe essere molto più lungo.

Parlare delle violenze compiute dai regimi comunisti nel Novecento è ancora oggi difficile. Chi scrive, ieri, ha presentato una mostra realizzata in collaborazione con l'Unione degli istriani, su Goli Otok, l'isola calva dove Tito rinchiudeva i cominformisti per rieducarli. Pochi giorni prima dell'evento, Rifondazione comunista mi aveva dato del "vampiro" che voleva approfittare del Giorno del ricordo per sponsorizzare un'iniziativa anti comunista. Non era così. Semplicemente, volevo (e voglio continuare a) raccontare le atrocità di un'ideologia, quella comunista, che ha sulla coscienza cento milioni di morti. Nonostante i proclami, nonostante si siano scomodati carabinieri e Digos, nessuno è venuto non dico a protestare (grazie al cielo), ma nemmeno a confrontarsi e a discutere del tema della serata. Come al solito: molto rumore per nulla.

Ma non c'è solo la violenza fisica. C'è anche una violenza fatta di mistificazioni della storia e di continue giustificazioni delle bestialità compiute da Tito e dai suoi sgherri. Come nota Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo: "Ci sono vittime che vanno ricordate e meritano rispetto, come giusto che sia, e vittime che, per qualcuno, invece no. Non solo sono stati cancellati per anni dai libri di storia, ma oggi i Martiri delle Foibe, vittime dell’odio anti italiano di Tito, devono fare i conti con negazionisti che, immancabilmente, il 10 febbraio, risorgono per convocare conferenze con l’intento di negare la realtà e con vandali che distruggono e imbrattano le targhe commemorative, come successo pochi giorni fa ai giardini Cavagnaro di Genova. Questi atteggiamenti negazionisti e irrispettosi sono assolutamente vergognosi e meritano parole di condanna da ogni parte politica".

Perché è questo il punto. A distanza di ottant'anni da quegli eventi, mentre la destra ha fatto pace coi fantasmi del suo passato, una certa sinistra si ostina a non cambiare. A giustificare i crimini commessi. A minimizzarli. A sfregiare la memoria dei morti altrui che poi, nel caso delle foibe, sono semplicemente morti italiani. E lo fa a suo modo: continuando ad odiare. In modo violento e vigliacco.

Dalla rubrica delle lettere de “la Repubblica” il 12 febbraio 2023.

Caro Merlo, per quale motivo la tragedia delle foibe è stata accuratamente tenuta nascosta agli italiani dal 1945 al 2003? Chi sono i responsabili di questa lunga rimozione della verità?

Pietro Volpi — Lovere (Bg)

Risposta di Francesco Merlo

Molti libri di storia ignorarono la “pulizia etnica” dei partigiani titini contro gli italiani che vivevano nelle terre di confine, l’Istria e la Dalmazia, e che poi nel 1947 furono cedute alla Jugoslavia come “pegno” della sconfitta. È una pagina di storia che la sinistra comunista, vergognandosene, trovava comodo negare ammettendo solo la repressione dei fascisti che, a loro volta, si erano macchiati della «brutale politica antislava — ha ricordato il presidente Mattarella — che era stata perseguita dal regime di Mussolini».

E invece la carneficina riguardò tutti gli italiani, comunisti compresi: un eccidio di massa, non solo nei baratri carsici, “le foibe” appunto. Gli storici accreditati calcolano che in 12 anni 250 mila italiani furono espropriati e cacciati dal nuovo regime nazionalista e comunista di Tito. Un ruolo, nel nascondimento della verità o nel suo ridimensionamento, ebbe la protezione, anche culturale, di cui godette in Occidente Tito, considerato un comunista “eretico” perché antistalinista.

Del resto, anche in Italia ci fu ostilità per gli esuli che rientravano: “i banditi giuliani”. Ancora oggi questa vicenda storica è “strumento di lotta politica” tra gli eredi del fascismo e gli eredi del comunismo. Ma “nessuno deve avere paura della verità… perché solo la verità rende liberi” ha concluso Mattarella in un discorso, tutt’altro che di circostanza, bello, rigoroso e appassionato che andrebbe pubblicato per intero.

«Io, testimone delle foibe: cacciati dalla nostra terra», oggi è il Giorno del Ricordo. Nel Giorno del Ricordo lo scrittore Diego Zandel racconta la tragica odissea dei connazionali vittime degli jugoslavi. Diego Zandel su La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Febbraio 2023

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Ma credo sia significativo introdurre la mia testimonianza sul Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata, ancora troppe volte criticato, dal momento della sua istituzione nel 2004, quasi fosse una celebrazione di parte e non, quale è, una pagina di storia nazionale: sfugge a molti polemisti e commentatori che la cessione alla ex Jugoslavia di gran parte della regione Venezia Giulia è stato il tributo che l’Italia ha dovuto pagare per una guerra persa da tutti gli italiani, visto che le nostre forze armate erano composte da militari provenienti dalle più disparate regioni, dalla Sicilia al Piemonte. Così come gli istriani, fiumani e dalmati, vivendo sulla linea di confine, sono state le prime e uniche vittime sacrificali delle azioni compiute dall’esercito italiano in Slovenia e nei territori dell’ex Regno di Jugoslavia, esercito comandato da generali come il modenese Roatta e il romano Pirzio Biroli. Per vendicarsi, gli uomini di Tito non sono venuti fino a Bari o a Napoli o a Firenze, a Roma o a Milano o Torino. No, si sono fermati a Fiume e a Trieste e hanno fatto strame non solo dei nemici, ma anche di tutti coloro, partigiani e antifascisti innanzi tutto, che si opponevano all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. E tutto ciò anche con la complicità del Partito Comunista Italiano, ben testimoniata dalla lettera di Togliatti al Presidente del Consiglio d’allora Ivanoe Bonomi, in cui il segretario comunista stigmatizzava l’ipotesi che «le nostre unità partigiane prendano sotto controllo la Venezia Giulia, per impedire che in essa penetrino unità dell’esercito partigiano jugoslavo (…) Tutti sanno, infatti» continua Togliatti «che nella Venezia Giulia operano oggi le unità partigiane dell’esercito di Tito, e vi operano con l’appoggio unanime della popolazione slovena e croata. Esse operano, s’intende, contro i tedeschi e i fascisti».

Il che, palesemente, non fu. Emblematica, in questo senso, la strage del 7 febbraio 1945, quando una formazione di gappisti comunisti italiani uccisero, presso le malghe di Porzüs, 21 partigiani della Divisione Osoppo, di tendenza azionista e cattolica. Gli eventi successivi, ovvero l’effettiva annessione ad essa di gran parte della Venezia Giulia in seguito al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, avrebbero travolto quel mondo abitato da persone appartenenti a etnie diverse, italiani, croati e sloveni, abituate da secoli a convivere in pace insieme, realtà testimoniate dall’ampia presenza sul territorio di famiglie miste: io stesso sono di famiglia italo-croata. Un equilibrio - anche questo non va assolutamente dimenticato - la cui rottura va imputata inizialmente al fascismo e alle sue leggi liberticide, come la chiusura delle scuole di lingua croata e slovena, il divieto di parlare croato o sloveno nei luoghi pubblici, l’italianizzazione forzata dei cognomi. Una rottura che il regime di Tito, poi, seppur all’insegna di facciata dello slogan «Fratellanza e unità», ha perpetuato con il determinato intento di ridurre, fino a sfiorare la pulizia etnica, la presenza italiana in Istria e a Fiume, così da costringere la stragrande maggioranza della stessa a lasciare la propria terra, la propria casa, il proprio lavoro, la famiglia, le tombe dei propri cari.

E quella gente che se n’è andata, 300 mila persone, raggiunta l’Italia, da cui si erano rifiutate di staccarsi, hanno dovuto subire l’onta della propaganda: da una parte di coloro, all’estrema sinistra, che li definiva fascisti, dall’altra, all’estrema destra, che strumentalizzava, in chiave anticomunista, la loro tragedia, così avvalorando ingiustamente il profilo politico di un popolo che, nella realtà, non era dissimile al resto d’Italia. E che ad essa, a questo Paese, anzi, ha dato qualcosa di più, soprattutto i tanti, tantissimi, che nonostante abbiano combattuto per liberare la loro terra dal nazifascismo, sono stati costretti a lasciare quella stessa terra. Tra questi anche i miei genitori. Nel luglio del 1947, novello sposo, fuggiva con mia madre da Fiume. Sarebbero stati destinati al campo profughi di Servigliano, nelle Marche, già campo di concentramento, dove vide la luce il loro unico figlio, la cui prima culla fu una cassetta di arance.

Foibe, la sinistra si adegui. I morti non valgono meno. Non bastavano tutte le brutture di questo strampalato Sanremo, ci mancavano anche i deliri di Selvaggia Lucarelli. Francesco Maria Del Vigo il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Non bastavano tutte le brutture di questo strampalato Sanremo, ci mancavano anche i deliri di Selvaggia Lucarelli. La giornalista del quotidiano Il Domani, penna da sempre acuminata, questa volta ha sbagliato totalmente mira. Da giorni l'opinionista televisiva pubblica sui suoi profili social commenti al vetriolo sulla kermesse musicale. E, fin qui, non c'è nulla di male, lo fanno tutti, è uno dei tanti sport che accomunano gli abitanti dello stivale. Il piacere di criticare è una delle poche gioie gratuite e sane della vita. Però, tweet dopo tweet, alla Lucarelli sfugge qualcosa di troppo dai polpastrelli. Metti il gusto di far polemica, di essere controcorrente, di sconvolgere il lettore, di farsi vedere. Metti un po' quello che vuoi, ma la sparata è oltre i limiti della decenza: «Ora basta rompere il cazzo con E LE FOIBE?». Persino i suoi fedelissimi e numerosissimi follower si sono ribellati.

Contestualizziamo: è il giorno del ricordo, cioè quello nel quale si celebrano le migliaia di vittime italiane uccise dei partigiani jugoslavi. Una strage per anni dimenticata e colpevolmente taciuta: strappata dai libri di storia, negata dalla politica e misconosciuta dall'intellighenzia di sinistra sempre pronta a glissare sul crimini dei regimi comunisti. Al Festival di Sanremo, un po' per obbligo istituzionale e un po' per placare le polemiche sugli attacchi alla maggioranza, Amadeus ricorda le vittime della tragedia. Dieci minuti scarsi di programmazione su millanta ore di sterminata diretta. Un puntino microscopico di non sinistrismo in un oceano di melassa politicamente corretta, tra ossessione del gender, bordate quotidiane alla destra, denunce di razzismo inesistenti e tutte le varie sfumature possibili, immaginabili e inimmaginabili del politicamente corretto. Ma quel microscopico puntino è stato abbastanza per provocare l'ira della Lucarelli, è stato sufficiente a farle dire che adesso bisogna smettere di «rompere il cazzo con e le foibe». E invece, dopo più di cinquant'anni di vergognoso e complice silenzio, continueremo a romperlo. Perché quei morti non siano mai più di serie B.

Foibe: la verità storica oltre la propaganda. Paolo Arigotti su L'Indipendente l’11 Febbraio 2023.

Anche ieri, come ogni anno dal 2004, il 10 febbraio è stato “il Giorno del ricordo” dedicato alle Foibe e come sempre non sono mancati momenti per ricordare quella che spesso viene definita «la più grande tragedia del popolo italiano». La commemorazione non ha ovviamente risparmiato il palco di Sanremo dove, di fronte a milioni di spettatori, Amadeus ha ricordato «l’eccidio di migliaia di nostri connazionali gettati nelle foibe dalle milizie del maresciallo Tito». Alla foiba di Basovizza si è recato invece il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha parlato di «pulizia etnica» ai danni degli italiani. Ma cosa furono realmente le Foibe e cosa sappiamo, utilizzando solo le fonti storiche, su quanto avvenne? Chi ci finì dentro? Per quale ragione? Quanti furono realmente gli infoibati? E per ultimo: si trattò realmente di un caso di pulizia etnica ai danni degli italiani o la questione è in realtà più complessa?

Il Giorno del ricordo

In memoria delle vittime delle foibe e degli esodati della regione giuliano-dalmata, la legge n. 92 del 30 marzo 2004 ha istituito la giornata dedicata al ricordo, che si celebra il 10 febbraio di ogni anno: in tale data, nel 1947, furono firmati a Parigi gli accordi pace che chiudevano ufficialmente il secondo conflitto mondiale. I fatti che vengono commemorati il 10 febbraio, perlomeno quelli riferiti ai cosiddetti infoibati, si verificarono quando il conflitto era ancora in corso – nell’autunno 1943 – e quando volgeva al termine (primavera del 1945), mentre già si profilava all’orizzonte lo scenario della guerra fredda e dei due blocchi contrapposti.

La divulgazione degli eventi, in generale, si è spesso concentrata su quanto accadde nella primavera del 1945 e negli anni successivi con il grande esodo, ma non va dimenticato come nei mesi di settembre e ottobre del 1943, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, si consumò, speciale nelle aree rurali istriane, una spirale di violenze (omicidi, sevizie, stupri, etc.) che colpì tutti coloro, non solo italiani, che furono ritenuti colpevoli di aver collaborato col regime fascista e con le autorità di occupazione. A farne le spese non soltanto militari o gerarchi, ma anche membri delle forze dell’ordine e comuni cittadini, come funzionari pubblici, impiegati e insegnanti, proprietari terrieri, persino ostetriche e levatrici. A prescindere dalla nazionalità.

I fatti del 1943

A differenza di quanto avverrà a fine guerra, quando si parlerà di “violenza di Stato”, i fatti del 1943 si configurarono per lo più come un moto (più o meno) spontaneo di ribellione e vendetta contro quelli che erano ritenuti i protagonisti della passata occupazione. Un ulteriore distinguo tra le due ondate di violenza investe il profilo spaziale: i fatti del 1943 investirono soprattutto l’Istria, mentre nel 1945 l’epicentro si spostò nelle province di Trieste e Gorizia. Inoltre, se la prima delle due ondate di violenza scaturì dal crollo del Fascismo e dal successivo armistizio di Cassibile, nel 1945 fu il regime di occupazione nazifascista, che aveva istituito in Friuli, nella Venezia Giulia e in Dalmazia la cosiddetta “zona di operazioni litorale adriatico” (controllata di fatto dai tedeschi) a implodere, travolto dalla sconfitta bellica.

Tornando all’autunno del 1943, poco prima dell’arrivo delle forze di occupazione tedesche, si creò una sorta di limbo, nel quale il crollo del regime di occupazione dell’Italia fascista lasciò spazio, per alcune settimane, alle forze antagoniste, guidate dal movimento di liberazione partigiano. Questo ultimo, approfittando del fatto che i tedeschi in un primo momento si preoccuparono di occupare i centri nevralgici di Trieste, Pola e Fiume – il che spiega perché nella prima ondata di violenza ad essere colpita fu più che altro l’Istria -, proclamarono l’annessione della penisola istriana alla Iugoslavia, dando avvio – senza una organizzazione definita, per lo meno senza un disegno organico – alla resa dei conti con gli ex occupanti; in questa fase nacquero i “poteri popolari” e furono celebrati in tutta fretta processi sommari ed esecuzioni ai danni dei “nemici del popolo”, che sfociarono nei primi infoibamenti. 

Gli italiani “brava gente”

La narrazione politica delle Foibe, introdotta specialmente per volere dei partiti della destra italiana, si è concentrata su una narrazione vittimistica dei fatti. Nel senso che questi vengono interpretati come un atto di violenza etnica immotivata ai danni degli italiani, attribuiti a una cattiveria immotivata degli slavi e alla perfidia criminale del leader comunista dei partigiani jugoslavi: il maresciallo Josip Broz Tito. Ma ogni fatto storico deve essere inserito in un contesto, ogni fatto va illustrato mettendo in campo gli antefatti, se no è impossibile farsi una idea corretta di un accadimento storico.

La domanda da porsi in questo caso è la seguente: per quale ragione vi era tanto risentimento nelle zone jugoslave che per anni erano state sottoposte all’occupazione fascista? In Italia si è imposta oggettivamente una memoria selettiva dei fatti. Per quanto ultimamente, ad onor del vero, l’argomento cominci a essere dibattuto e non sia solo più appannaggio di storici e addetti ai lavori, non ci dovremmo mai stancare di ricordare come, nella provincia di Lubiana, occupata nei primi anni di guerra assieme alla costa dalmata e alla provincia di Zara, gli italiani praticarono una dura politica di occupazione e feroce italianizzazione forzata, con tanto di leggi e provvedimenti molto stringenti nei confronti delle popolazioni slave: per esempio fu vietato, già a partire dagli anni venti per le parti annesse dopo la Prima Guerra Mondiale, l’uso delle lingue locali. E con la guerra le cose peggiorarono.

Gli italiani istituirono nelle zone occupate veri e propri campi di concentramento, dove furono internate le (numerose) popolazioni locali contrarie alla politica fascista di assimilazione. Resta negli annali un telegramma dell’allora comandante dell’XI corpo d’armata, generale Mario Robotti che scrivendo ai suoi sottoposti nell’agosto del 1942, riportava una frase lapidaria (tutta in maiuscolo): «SI AMMAZZA TROPPO POCO!». In sostanza, l’invasione e l’occupazione nazifascista della Jugoslavia, iniziata nell’aprile del 1941, divenne ogni giorno più cruenta, rappresentando un vulnus al mito nostrano degli italiani “brava gente”. In realtà, per demolirlo basterebbe avere contezza dei crimini perpetrati, per l’appunto, in queste regioni e in Grecia, e non parliamo dell’Africa per non divagare, rinviando alla lettura dei libri dello storico Angelo Del Boca. Per una breve disamina vi consigliamo, assieme alla lettura dei molti saggi dedicati, il video realizzato da Nova Lectio “Perché non c’è mai stata una Norimberga italiana”. È bene inoltre ribadire che le vittime delle violenze non furono solo gli italiani, ma anche sloveni e croati etichettati come “collaborazionisti”, ragion per cui, per restare sempre ai fatti del ’43, sarebbe per lo meno improprio parlare di una violenza su base etnica. E lo stesso discorso varrà, come vedremo, per i fatti del ’45.

Non tutte le vittime morirono nelle foibe

Per quanto le foibe siano divenute, in un certo senso, il simbolo stesso della tragedia, diciamo subito che non tutte le vittime delle violenze degli anni Quaranta furono precipitate nelle cavità carsiche. Inoltre, le foibe, veri e propri “inghiottitoi naturali”, non furono quasi mai strumenti per dare la morte ai malcapitati, bensì degli strumenti utili per occultare le vittime; va pure detto che in taluni casi le persone furono gettate ancora vive all’interno delle cavità, magari con la promessa che se si fossero salvate sarebbe stata loro risparmiata la vita, ma nella gran parte dei casi chi vi veniva precipitato era già morto.

Non era la prima volta che le foibe, termine derivante dalla lingua slovena, venivano utilizzate con questo scopo. Queste cavità naturali, diffuse nell’entroterra istriano e nei pressi di Trieste e Gorizia già in precedenza erano state utilizzate per occultare cadaveri, come per esempio i corpi dei militari morti in guerra, e probabilmente vi si fece ricorso perché costituivano il mezzo più celere per disfarsi dei morti. Se vogliamo, tutto questo rappresenta un’atroce beffa, visto che prima della guerra era diffusa tra le genti locali l’abitudine di gettare nelle foibe carcasse di animali o semplici rifiuti, non mancarono i suicidi, per cui il loro utilizzo in queste circostanze farebbe pensare a una sorta di cinica equiparazione tra gli esseri umani e semplici rifiuti da “smaltire”. Per questi scopi non furono utilizzate solo le cavità naturali, ma anche miniere di Bauxite o il pozzo minerario di Basovizza, divenuto sede del memoriale ufficiale.

Non tutti i morti delle violenze di quegli anni, sui numeri ancora si discute, furono infoibati, il che contribuisce ad alimentare molte delle incertezze che circondano il bilancio delle vittime. Per questa ragione gli stessi autori del saggio Foibe parlano di “deportati” o “uccisi” per riferirsi alla platea delle vittime della repressione.

Un discorso del tutto diverso, per quanto i due fatti vengano spesso accomunati, è quello che investe gli esuli di origine italiana che abbandonarono nel dopoguerra le regioni della Venezia Giulia passate dalla Jugoslavia (si parla di circa 250mila persone, ma c’è chi ha parlato di numeri più elevati): oggi non ce ne occuperemo per non ampliare troppo il discorso, limitandoci a dire che se un punto di contatto può essere trovato tra i fatti descritti e il grande esodo del dopoguerra, allora possiamo dire che il clima di violenza destò una grande impressione sugli italiani residenti in Istria e Dalmazia, i quali – al di là della volontà politica del nuovo regime titino – poterono essere indotti in molti casi, a lasciare tutto, preoccupati del ripetersi di certi scenari.

Un argomento a lungo trascurato?

Per molti anni delle foibe non si è parlato. I primi a farlo, per quanto la cosa possa sorprendere, furono i nazisti occupanti. Le prime operazioni di ispezione e rinvenimento dei cadaveri precipitati nelle cavità naturali furono messe in atto proprio durante il regime di occupazione, instaurato nella Venezia Giulia, Istria e Dalmazia a partire dall’autunno del 1943. Non si deve pensare a un gesto umanitario da parte delle forze del Terzo Reich: i rinvenimenti – cui seguirono le prime stime sul numero delle vittime – e la divulgazione di notizie in merito servirono come strumento di propaganda per un regime che ancora provava a farsi vedere sul fronte interno come “costretto” alla guerra dalla violenza degli avversari. Le vicende belliche resero via via meno prioritarie le operazioni di recupero, ma ci sono pervenuti una serie di documenti storici che costituiscono una preziosa fonte, naturalmente da valutare con ogni accortezza, vista la evidente parzialità della parte coinvolta e gli eccessi propagandistici che circondarono le indagini. 

Facendo un salto in avanti di circa un anno e mezzo, arriviamo alla primavera del 1945, quando la guerra in Europa volge al termine, con la disfatta delle forze dell’Asse. In quella fase, i territori della Venezia Giulia e dell’Istria, a cominciare dalla città di Trieste – nota per la sua valenza strategica ed economica, prima ancora che simbolica – erano contesi tra le forze partigiane guidate da Josip Broz Tito e gli alleati occidentali, tra i quali figurava anche l’Italia (quasi del tutto) liberata, alla quale era stato riconosciuto dagli alleati lo status di co-belligerante. Non potendo approfondire più di tanto, ci limiteremo a dire che in quella sorta di “corsa” per occupare per primi le zone contese, ciascuna parte si proponeva di mettere l’altra di fronte al fatto compiuto. Ed è importante dire questo, per comprendere come la nuova ondata di violenze, questa volta più organizzata rispetto a quella del ’43, si collegò direttamente con la volontà di “arrivare primi”, colpendo, anche questo non è un caso, i centri urbani – a cominciare da Trieste e Gorizia – con l’obiettivo di eliminare e/o indurre alla fuga tutti coloro che si opponessero all’annessione di questi territori alla futura Jugoslavia. 

Non solo italiani

Ancora una volta ad esserne travolti non furono solo gli italiani, fascisti o meno che essi fossero poco importava, quanto tutti coloro che si opponessero, più o meno apertamente, al disegno politico del nuovo stato socialista jugoslavo: anche in questo caso, pertanto, ad essere uccisi o deportati furono anche gli slavi. Visto che a contare era l’affinità ideologica, ad essere eliminati o perseguitati furono anche diversi appartenenti alle formazioni partigiane non marxiste.

Il che ci offre lo spunto per rispondere a uno dei tanti (e improbabili) paragoni che sono stati proposti tra le foibe e le guerre iugoslave degli anni Novanta. Fermo restando che in entrambi i casi furono commessi numerosi crimini, spesso ai danni di persone innocenti, il binomio sarebbe quantomeno discutibile. La violenza degli anni Quaranta, come abbiamo visto, non aveva una matrice etnica, ma era stata mossa da risentimenti personali (specie nel ’43) o da ragioni politiche (1945). In altre parole, tanto nel ’43 che nel ’45, non si può parlare di un progetto di pulizia etnica, vale a dire scacciare da un determinato territorio gli appartenenti a una certa nazionalità, bensì di una vendetta contro l’oppressore o del perseguimento dell’obiettivo politico di conquista territoriale (e, se vogliamo, ideologica), che passava attraverso l’eliminazione del nemico di turno, a prescindere dalla sua appartenenza etnica. Infine, in merito all’ipotesi di una equiparazione tra foibe e olocausto, si è espresso fin troppo chiaramente lo storico Marcello Flores, che ha definito il paragone «frutto di ignoranza o stupidità».

Chi erano gli infoibati?

E se c’è un punto sul quale le discussioni si fanno particolarmente accese, questo, come accennavamo, riguarda il numero delle vittime, tanto per i fatti del ’43, che del ’45. Esistendo sul punto una corposa storiografia, non possiamo che rinviare a quella, limitandoci solo a una considerazione, magari banale, ma a nostro avviso importante: a prescindere dalla posizione che si voglia assumere, e tenendo sempre a mente che solo una parte delle vittime fu infoibata, un clima di violenze fondata su una giustizia sommaria – che provochi una, cento, mille, centomila vittime – non è mai una cosa buona. Si era in guerra e in un contesto molto particolare, verissimo, ma in via di principio ci sia consentita questa presa di posizione. Se poi tra le vittime c’erano dei criminali – e sicuramente ci furono, tipo chi lavorò per il famigerato Ispettorato speciale per la pubblica sicurezza della Venezia Giulia o prestò la propria opera in quell’inferno in cui venne trasformata la risiera di San Sabba – il percorso doveva essere un altro, specie una volta cessate le ostilità. 

Le difficoltà per stilare un bilancio delle vittime

Spendiamo solo qualche parola sulle difficoltà nello stilare un bilancio delle vittime. Occorre tener conto, in primis, delle difficili operazioni di rinvenimento dei resti umani all’interno delle foibe – vi risparmiamo i dettagli più atroci – del fatto che nel contesto bellico furono in tanti a morire per le vicende stesse della guerra (pensiamo ai morti in battaglia o causati dai bombardamenti per esempio), a tutti coloro che dopo l’arresto trovarono la morte all’interno dell’apparato repressivo e concentrazionario creato dal governo jugoslavo, alle vittime di vendette personali o atti di criminalità comune. Guido Franzinetti, che insegna Storia contemporanea e dei territori europei presso l’università del Piemonte Orientale di Vercelli, parlò di un numero ridotto di vittime italiane nelle foibe, mentre la maggioranza trovò la morte nei campi di concentramento jugoslavi gestiti dall’OZNA, il Dipartimento per la Protezione del Popolo, la polizia politica del regime titino. In un passaggio di una intervista al periodico Trenta Giorni del 2007, la storica Alessandra Kersevan sosteneva che: «Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del ’43, e con l’occupatore tedesco per quanto riguarda il ’45. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al Movimento di liberazione.

Ma il punto più importante è uno: qualsiasi ricerca condotta con i crismi della scienza storica in questi anni porta a numeri ben inferiori a quelli spesso sparati in libertà da parte del mondo politico e giornalistico maggiormente interessato all’utilizzo del tema. È ormai assodato che in Istria nel ’43 le persone uccise nel corso dell’insurrezione successiva all’8 settembre sono fra le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da parte dei nazifascisti; nel ’45 le persone scomparse, sono meno di 500 a Trieste e meno di 1000 a Gorizia, alcuni fucilati ma la gran parte morti di malattia in campo di concentramento in Jugoslavia. Uso il termine “scomparsi”, ma purtroppo è invalso l’uso di definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà nel ’45 le persone “infoibate” furono alcune decine, e per queste morti ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei confronti di spie o ritenute tali. Insomma, se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia ben diversa da un progetto di pulizia etnica come viene spesso detto in questi anni.

Il dopoguerra e i primi tentativi di storicizzare le foibe

Venendo al “poi”, come ricordano Pupo e Spazzali nel dopoguerra furono celebrati alcuni processi contro gli autori degli eccidi, ma si trattò sempre del perseguimento di fatti singoli, mai di un processo sulle foibe o contro gli infoibatori in generale: diversi degli autori dei crimini trovarono rifugio in Jugoslavia, scampando così alla giustizia. Lo stesso discorso varrà per il processo celebrato tra fine Novecento e il nuovo millennio a Roma, tra i quali il croato Oskar Piskulic, ex ufficiale della OZNA mai presente in aula, che si chiuderà con una sentenza di proscioglimento.

In effetti, fu a partire dai primi anni Sessanta che si cominciò a storicizzare le foibe, mentre col processo per i responsabili della risiera di San Sabba degli anni Settanta si tentò di riportare alla luce i fatti. Va detto che un autorevole storico come Giovanni Miccoli ha sempre rigettato ogni accostamento tra le foibe e San Sabba. Galliano Fogar, tra i massimi studiosi dell’argomento nei decenni del dopoguerra, non sembra accogliere l’idea di un genocidio antitaliano, che ove praticato – a suo avviso – avrebbe provocato molte più vittime. Sulla stessa linea Diego De Castro, che fu consigliere del governo italiano presso l’amministrazione militare di Trieste, che parla casomai di una logica di “epurazione preventiva” contro i nemici (presunti) del nuovo regime titino, che forse e per breve tempo pensò di estendere i suoi confini fino a Trieste.

Su violenza di stato e clima da epurazione preventiva si incentrano anche le riflessioni della Commissione mista italo slovena istituita nel 1993 di comune accordo tra i due governi, che ha presentato le sue conclusioni negli anni duemila. Sergio Dini, ex capo della procura militare di Padova, chiamato a indagare a inizio millennio sulle Foibe, così si pronunciò in merito a presunti intralci alla giustizia: «Avevamo individuato i responsabili ma l’inchiesta fu trasferita dalla Cassazione e sparì. Il comandante del campo di concentramento di Borovnica? Prese la pensione italiana fino alla morte».

Conclusioni

Trovandosi oggi a scrivere delle Foibe, quando nel prossimo autunno saranno trascorsi ottant’anni dalla prima ondata di violenze, il dovere della memoria resta quanto mai attuale. Prendendo le mosse dalle motivazioni politiche contingenti e dal contesto internazionale del secondo dopoguerra, che a lungo fece calare il silenzio su quei fatti, tranne che tra gli addetti ai lavori, ci sia consentito di esprimere qualche perplessità sui tentativi di strumentalizzazione politica dei fatti. Come abbiamo già detto, forse l’unico punto di contatto è che un crimine resta tale, tanto che sia compiuto per ragioni politiche, quanto che lo si commetta per odio etnico o religioso, circostanza che spesso celano ben altre finalità.

I fatti dell’Istria e della Venezia Giulia racchiudono al loro interno una serie di fattori dei quali non si può non tenere conto: il contesto storico, le vicende belliche, una serie di violenze che evocano la responsabilità di vari attori, le vicende del secondo del dopoguerra, con la rottura tra Tito e Stalin (1948) e la nuova collocazione internazionale della Iugoslavia socialista. In tal senso, il lavoro di indagine e accertamento, affidato agli storici e ai ricercatori, dovrebbe fondarsi anzitutto sulle fonti documentali, trascurando le mere opinioni. A nostro avviso, l’insieme di fatti e circostanze chiamate, per semplificare, “tragedia delle Foibe”, dovrebbe insegnare che quando il terrore e la convenienza politica prendono il sopravvento, magari associati alla propaganda martellante, al rancore e al fanatismo, spesso a pagare sono (anche) coloro che hanno la sventura di trovarsi nel “posto sbagliato al momento sbagliato”. 

Per tutto quanto non abbiamo potuto dirvi e raccontarvi per esigenze di tempo e di spazio, vi chiediamo perdono e vi rimandiamo, ancora una volta, alla consultazione di libri e documenti, l’unico metodo per chi voglia veramente comprendere. [di Paolo Arigotti]

Giorno del Ricordo: significato e perchè si festeggia il 10 febbraio. Il Giorno del Ricordo viene celebrato ogni anno in Italia il 10 febbraio in memoria dei morti nelle foibe: storia, curiosità e significato. Jacopo su Notizie.it Pubblicato il 10 Febbraio 2023

Il Giorno del Ricordo viene celebrato ogni anno nel nostro Paese in data 10 febbraio in ricordo di coloro che morirono nelle foibe.

Giorno del Ricordo: storia, curiosità e significato

Il Giorno del Ricordo fu istituito nel marzo del 2004 (quando entrò in vigore la legge numero 92) con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe. Si scelse di fissare la commemorazione nella data del 10 febbraio perché fu proprio quel giorno che, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi.

È la stessa legge 92 a spiegare lo scopo dell’istituzione di questa ricorrenza: “In memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale.”

Che cosa sono le foibe?

Le foibe sono delle cavità naturali presenti sul Carso che nel secondo dopoguerra divennero la sede di vere e proprie esecuzioni.

In quei luoghi, migliaia di italiani membri delle forze dell’ordine e dell’esercito o semplici civili furono uccisi dai partigiani comunisti del maresciallo Tito. Stimare il numero di vittime non è semplice, secondo alcune ricostruzioni sembra che i morti siano stati 4 mila o 6 mila, mentre altre fanno ammontare il numero totale di vittime a ben 20 mila persone.

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Sono passati quasi vent'anni da quando il Parlamento italiano istituì, con una significativa ampia maggioranza, il Giorno del Ricordo, dedicato al percorso di dolore inflitto agli italiani di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia nella drammatica fase storica legata alla Seconda Guerra Mondiale e agli avvenimenti a essa successivi".

 Una legge, che vuole "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Lo ha detto Sergio Mattarella al Quirinale.

(ANSA il 10 febbraio 2023) - Oggi si ricordano "vessazioni e violenze dure, ostinate, che conobbero eccidi e stragi e, successivamente, l'epurazione attraverso l'esodo di massa. Un carico di sofferenza, di dolore e di sangue, per molti anni rimosso dalla memoria collettiva e, in certi casi, persino negato.

 Come se le brutali vicende che interessarono il confine orientale italiano e le popolazioni che vi risiedevano rappresentassero un'appendice minore e trascurabile degli eventi della fosca epoca dei totalitarismi o addirittura non fossero parte integrante della nostra storia". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

"In realtà - ha proseguito il capo dello Stato - quel lembo di terra bagnato dall'Adriatico, dove per lungo tempo si è esercitata, con fatica e con fasi alterne, la convivenza tra etnie, culture, lingue, religioni, ha conosciuto, sperimentandoli e racchiudendoli, tutti gli orrori della prima metà del Novecento, passando - senza soluzione di continuità - dall'occupazione nazifascista alla dittatura comunista di Tito".

 "Un territorio colmo di ricchezza, di bellezza e di cultura - ha sottolineato Mattarella -, alimentato proprio dalle sue differenze, che ha subìto l'immeritato destino di veder sorgere sul proprio suolo i simboli agghiaccianti degli diversi totalitarismi: le Foibe, il campo di prigionia di Arbe, la Risiera di San Sabba.

Ringrazio tutti gli intervenuti: il ministro Tajani, il professor De Vergottini, il professor Orsina, per le loro riflessioni e i loro spunti. Rai storia per il filmato, l'Orchestra Tartini, Maria Letizia Gorga per aver dato corpo e voce ai ricordi di una bambina esodata. Ricordi tratti da un libro le cui pagine coinvolgono chi lo ha letto, come a me, leggendolo tempo fa, è avvenuto. Tutti loro hanno contribuito, oggi, a fare memoria di quegli accadimenti tristi e violenti e a farla condividere".

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Nessuno deve avere paura della verità. La verità rende liberi. Le dittature - tutte le dittature - falsano la storia, manipolando la memoria, nel tentativo di imporre la verità di Stato. La nostra Repubblica trova nella verità e nella libertà i suoi fondamenti e non ha avuto timore di scavare anche nella storia italiana per riconoscere omissioni, errori o colpe". Lo ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo al Quirinale per la cerimonia di commemorazione del 'Giorno del ricordo'.

"La complessità delle vicende che si svolsero, in quei terribili anni, in quei territori di confine, la politica brutalmente antislava perseguita dal regime fascista, sono eventi storici che nessuno oggi può mettere in discussione.

Va altresì detto, con fermezza, che è singolare, è incomprensibile, che questi aspetti innegabili possano mettere in ombra le dure sofferenze patite da tanti italiani. O, ancor peggio, essere invocati per sminuire, negare o addirittura giustificare i crimini da loro subiti. Per molte vittime, giustiziate, infoibate o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti l'unica colpa fu semplicemente quella di essere italiani". Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo al Quirinale per la cerimonia di commemorazione del 'Giorno del ricordo'.

 (ANSA il 10 febbraio 2023) - "Grazie al coraggio, all'azione instancabile e a volte faticosa delle associazioni degli esuli istriani, dalmati e della Venezia Giulia, il tema delle foibe e dell'esodo è oggi largamente conosciuto dall'opinione pubblica, è studiato nelle scuole, dibattuto sui giornali. Le sofferenze subite dai nostri esuli, dalle popolazioni di confine, non sono non possono essere motivo di divisione nella nostra comunità nazionale ma, al contrario, richiamo di unità nel ricordo, nella solidarietà, nel sostegno". Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo al Quirinale per la cerimonia di commemorazione del 'Giorno del ricordo'.

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Le prevaricazioni, gli eccidi, l'esodo forzato degli italiani dell'Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia costituiscono parte integrante della storia del nostro Paese e dell'Europa. Alle vittime di quelle sopraffazioni, ai profughi, ai loro familiari, rivolgiamo oggi un ricordo commosso e partecipe. Le loro sofferenze non dovranno, non potranno essere mai sottovalutate o accantonate".

 Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle celebrazioni del Giorno del RIcordo al Quirinale. "Troveranno corrispondenza, rispetto e solidarietà - ha aggiunto - a seconda di quanto saremo in grado di proseguire sulla strada di pace, di amicizia, di difesa della democrazia e dei diritti umani, intrapresa con l'approvazione della Costituzione Repubblicana, con la scelta occidentale ed europea, con la politica costante per il dialogo, la comprensione, la collaborazione tra i popoli".

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Ribadendo la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo, segnalo che il rischio più grave di fronte alle tragedie dell'umanità non è il confronto di idee, anche tra quelle estreme, ma l'indifferenza che genera rimozione e oblio". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando al Quirinale in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria.

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Siamo oggi qui, al Quirinale, per rendere onore a quelle vittime e, con loro, a tutte le vittime innocenti dei conflitti etnici e ideologici. Per restituire dignità e rispetto alle sofferenze di tanti nostri concittadini. Sofferenze acuite dall'indifferenza avvertita da molti dei trecentocinquantamila italiani dell'esodo, in fuga dalle loro case, che non sempre trovarono solidarietà e adeguato rispetto nella loro madrepatria. Furono sovente ignorati, guardati con sospetto, posti in campi poco dignitosi".

 Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo al Quirinale per la cerimonia di commemorazione del 'Giorno del ricordo'. "Tra la soggezione alla dittatura comunista e il destino, amaro, dell'esilio, della perdita della casa, delle proprie radici, delle attività economiche - ha proseguito - questi italiani compirono la scelta giusta.

 La scelta della libertà. Ma nelle difficoltà dell'immediato dopoguerra e nel clima della guerra fredda e dello scontro ideologico, che in Italia contrapponeva fautori dell'Occidente e sostenitori dello stalinismo, non furono compresi e incontrarono ostacoli ingiustificabili"

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "La civiltà della convivenza, del dialogo, del diritto internazionale, della democrazia è l'unica alternativa alla guerra e alle epurazioni, come purtroppo ci insegnano - ancora oggi - le terribili vicende legate all'insensata e tragica invasione russa dell'Ucraina. Un inaccettabile tentativo di portare indietro le lancette della storia, cercando di ritornare in tempi oscuri, contrassegnati dalla logica del dominio della forza". Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle celebrazioni del Giorno del RIcordo al Quirinale.

"La presenza di segnali ambigui e regressivi, con rischi di ripresa di conflitti, ammantati di pretesti etnici o religiosi, richiede di rendere veloce con decisione e coraggio il cammino dell'integrazione europea dei Balcani occidentali".

Lo ha detto Sergio Mattarella alle celebrazioni del Giorno del RIcordo al Quirinale, alludendo alle recenti tensioni tra Serbia e Kosovo."Italia, Slovenia e Croazia, grazie agli sforzi congiunti e al processo di integrazione europea - ha aggiunto - hanno fatto, insieme, passi di grande valore. Lo testimoniano Gorizia e Nova Gorica designate insieme unica capitale europea della cultura del 2025".

(ANSA il 10 febbraio 2023) - "Ribadendo la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo, segnalo che il rischio più grave di fronte alle tragedie dell'umanità non è il confronto di idee, anche tra quelle estreme, ma l'indifferenza che genera rimozione e oblio". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando al Quirinale in occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo.

Giorno del Ricordo, Mattarella: «L’Italia sia unita per non dimenticare». Al Quirinale la cerimonia per ricordare l’eccidio delle Foibe. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 10 febbraio 2023.

«Le sofferenze subite dai nostri esuli, dalle popolazioni di confine, non sono non possono essere motivo di divisione nella nostra comunità nazionale ma, al contrario, richiamo di unità nel ricordo, nella solidarietà, nel sostegno». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Quirinale in occasione del giorno del Ricordo, in memoria delle vittime italiane delle Foibe.

«Ribadendo la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo, segnalo che il rischio più grave di fronte alle tragedie dell’umanità non è il confronto di idee, anche tra quelle estreme, ma l’indifferenza che genera rimozione e oblio», ha aggiunto il capo dello Stato.

«Un carico di sofferenza, di dolore e di sangue, per molti anni rimosso dalla memoria collettiva e, in certi casi, persino negato - ha sottolineato Mattarella - Come se le brutali vicende che interessarono il confine orientale italiano e le popolazioni che vi risiedevano da secoli rappresentassero un’appendice minore e trascurabile degli eventi della fosca epoca dei totalitarismi o addirittura non fossero parte integrante della nostra storia».

Dal Colle poi l’invito ad accelerare il processo di entrata nell’Ue del Balcani occidentali e il riferimento alla guerra in Ucraina. «La presenza di segnali ambigui e regressivi, con rischi di ripresa di conflitti, ammantati di pretesti etnici o religiosi, richiede di rendere veloce con decisione e coraggio il cammino dell’integrazione europea dei Balcani occidentali - è il ragionamento del capo dello Stato - La civiltà della convivenza, del dialogo, del diritto internazionale, della democrazia è l’unica alternativa alla guerra e alle epurazioni, come purtroppo ci insegnano, ancora oggi, le terribili vicende legate all’insensata e tragica invasione russa dell’Ucraina: un inaccettabile tentativo di portare indietro le lancette della storia, cercando di ritornare in tempi oscuri, contrassegnati dalla logica del dominio della forza».

«Giorno del ricordo», per non dimenticare l’esodo istriano. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

Il 10 febbraio si celebra il ricordo dei massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata

Ieri, in mattinata, il Tg1 ha trasmesso dal Quirinale la celebrazione del «Giorno del ricordo» alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Per l’occasione, Rai Cultura ha preparato un filmato che ha ricostruito il dramma dell’ esodo istriano-dalmata dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia: è il racconto di un esodo doloroso, lungo, a volte silenzioso degli italiani costretti a lasciare le proprie terre e le proprie case senza alcuna certezza, incalzati e in alcuni casi trucidati dall’esercito titino, è il racconto di un lutto nazionale (bisognerebbero trasmetterlo in tutte le scuole). Nel primo pomeriggio, su Rai3 per «Passato e presente» Paolo Mieli, insieme al professor Enrico Miletto, ha raccontato l’esodo di migliaia di italiani che non volevano più vivere sotto il regime jugoslavo, inquadrando questo passaggio all’interno dei contrasti esistenti tra italiani e slavi in quell’area.

LA SOLENNITÀ

Cosa sono le foibe e cosa accadde il Giorno del Ricordo: il genocidio e il significato del 10 febbraio 1947

Giovedì sera, Rai3 ha ritrasmesso il film «Red Land» (Rosso Istria) di Maximiliano Hernando Bruno. Dopo l’arresto di Mussolini il 25 luglio, il maresciallo Badoglio chiede e ottiene l’armistizio da parte degli anglo–americani e fugge da Roma, lasciando l’Italia allo sbando. L’esercito non sa più chi è il nemico e chi l’alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a sé stessi nei teatri di guerra, ma anche, e soprattutto, per le popolazioni civili che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia antitaliana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, laureanda all’Università di Padova, barbaramente violentata e uccisa dai partigiani titini, avendo la sola colpa di essere italiana e figlia di un dirigente locale del partito fascista. L’ha ricordata ieri il ministro Antonio Tajani al Quirinale.

Foibe, il giorno del ricordo: quando Napoli accolse migliaia di profughi. Raffaele Ambrosino su Il Riformista il 10 Febbraio 2023

Tra il 1943 e il 1947 per mano dei partigiani jugoslavi titini, comunisti leninisti e stalinisti a pieno titolo, venne scritta una pagina decisamente tragica della nostra storia, a lungo rimasta più o meno nel silenzio finché, il 30 marzo del 2004, non fu istituito il “Giorno del Ricordo”, che da allora si celebra il 10 febbraio di ogni anno.

La drammatica vicenda dell’esodo di italiani di Istria, Fiume e Dalmazia a seguito della vittoria militare della Jugoslavia di Tito, divenne non solo una violenta reazione post bellica, ma assunse atrocemente i caratteri di una vera e propria pulizia etnica. Le vittime di tale eccidio sono ad oggi stimate in circa 10mila persone che furono gettate, legate l’una all’altra a decine con il fil di ferro, nelle foibe, grandi e profondissime caverne verticali tipiche della regione carsica del Friuli Venezia Giulia e dell’Istria. Una morte atroce che arrivava tra le urla strazianti di donne, uomini, anziani e bambini, anche dopo giorni di sofferenza immane.

A seguito di quelle efferate violenze senza pietà alcuna, vi fu un grande esodo, circa 400mila profughi, presso città grandi e piccole della penisola a sud di quegli eventi.

Anche Napoli e i napoletani, accoglienti e di cuore come sempre, ospitarono in alcuni campi profughi i loro connazionali che scappavano da quegli orrori portando con loro le poche cose che riuscirono a mettere insieme nelle fretta di scappare dalla certezza della morte.

Nel 1947, il più grande dei tre campi napoletani venne realizzato nel parco di Capodimonte dove fu costruita una baraccopoli che accolse circa mille esuli che vennero accolti e assistiti anche dai residenti dei quartieri di Miano e Capodimonte adiacenti al Parco. Negli anni a venire tanti dei mille si integrarono con la città trovando lavoro e abitazioni dignitose e altri si trasferirono in altre città.

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A memoria delle migliaia di vittime di quel martirio e dei profughi scampati alla morte, ma feriti nell’animo, che trovarono accoglienza e solidarietà vera e sincera in terra napoletana, fu posta, nel 2006 una targa a loro ricordo nei pressi della quale, ogni dieci febbraio, viene celebrato il Giorno del ricordo alla presenza delle autorità cittadine e militari che depongono, solennemente, una corona di alloro a imperitura memoria. La Targa si trova nei pressi dell’ingresso della “porta di Miano” sotto un bellissimo albero di magnolia.

Per la prima volta, il 10 febbraio del 2022, un sindaco ha partecipato alla commemorazione, Gaetano Manfredi, neo primo cittadino non volle mancare a differenza del precedente sindaco che mai ha partecipato direttamente alle celebrazioni. C’è chi resta condizionato da dubbie ideologie e c’è chi pensa che per definirci uomini liberi non possiamo dirci soltanto antifascisti ma si rende necessario definirci pienamente antitotalitari, condannando in modo fermo e deciso tutti gli orrori dei regimi, passati e presenti. Tutti. Raffaele Ambrosino

LE FOIBE, UNA VERGOGNA DELLA REPUBBLICA ITALIANA. Rassegnastampa-totustuus.it

Il genocidio dei giuliano-dalmati avviene a più riprese a partire dal 1943, con punte di ferocia già in tempo di pace: mentre il resto d'Italia festeggia il suo 25 Aprile, Istria, Fiume e Dalmazia sono "liberate" dai partigiani comunisti di Tito, il cui ordine è deitalianizzare quelle regioni. Inizia il calvario delle foibe, dei campi di concentramento jugoslavi, delle deportazioni: in 300mila scappano e in tutta Italia si allestiscono per gli esuli 109 campi profughi ricavati in ex caserme, ex manicomi, scuole dismesse. Questa orrenda pagina di storia grava come un macigno sui comunisti jugoslavi e italiani, che a quel genocidio hanno attivamente collaborato. Non solo, ma per decenni hanno infangato la memoria delle migliaia di connazionali così orrendamente assassinati chiamandoli “fascisti” e dileggiato e oltraggiato chi fuggiva dalle terre istriane e giuliane, depredato di ogni cosa, per salvare almeno la vita. Complice di questa barbarie anche la Repubblica italiana, che ha sempre saputo della tragedia che si è consumata ma che non ha mai fatto nulla per ristabilire un minimo di verità e di giustizia.

MA ROMA SAPEVA Negli archivi del Ministero della Difesa ci sono le prove che lo Stato italiano era a conoscenza delle stragi effettuate dalle bande titine. Non è vero che Roma è rimasta all’oscuro, lungo mezzo secolo di agghiacciante ignavia, dei crimini slavocomunisti lungo il confine orientale. Né che l’Italia nulla sapeva delle bande titoiste che godevano di stupri e violenze animali sull’orlo delle foibe, in un fracasso di mitra e sadiche risate, esplosioni e diktat, scheletri accartocciati sotto il getto continuo di sempre nuovi cadaveri e urla straziate echeggianti nell’abisso Ecco alcuni dei documenti segreti (rassegnastampa-totustuus.it)

E NELLE FOIBE GLI ITALIANI UCCISI FURONO VENTIMILA Chi erano ? Gli slavi si provarono a dire: «Tutti fascisti e nazisti». Tra le salme di militari e militarizzati che si riuscirono a recuperare c'erano più carabinieri, guardie di finanza e anche vigili urbani che non soldati della Rsi e della Wehrmacht. C'erano soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l '8 settembre e appena rientrati dai lager. E c'erano anche, ancora in uniforme, perché erano stati ammazzati in fretta, senza che i boia predatori riuscissero a spogliarli di ogni cosa come facevano con le altre vittime . (rassegnastampa-totustuus.it)

«LA MIA GENTE SPARITA NEL NULLA» La furia della polizia jugoslava non risparmiò proprio nessuno: «Gli antifascisti furono i primi a essere gettati nelle foibe, perché il regime jugoslavo non voleva interlocutori. Molti partigiani italiani caddero nel tranello di Tito che li mandò a combattere sui monti al centro della Jugoslavia per annettersi senza intralci l’Istria. E anche sulla tragedia di Porzus, con l’eccidio fratricida tra i partigiani cattolici della Brigata Osoppo e quelli rossi della Brigata Garibaldi c’è la responsabilità di Togliatti che considerava fratelli i partigiani di Tito…». (rassegnastampa-totustuus.it)

FOIBE/ QUELLA TRAGEDIA SCOMODA CHE LA POLITICA CI HA FATTO DIMENTICARE Le foibe, come molti fenomeni di pulizia etnica perpetrati dai cosiddetti “vincitori”, sono state a lungo e volutamente dimenticate. Per motivi di quieto vivere da una parte politica e di connivenza dall’altra. Oggi, dopo quasi 70 anni da quelle efferatezze, se ne torna a parlare. Si parla del crimine demandando la responsabilità a non meglio precisate “forme di rimozione diplomatica”, non ancora specificando nomi e cognomi dei responsabili. Abbiamo interpellato in merito il professor Roberto Spazzali, da anni studioso dell’argomento intorno al quale ha pubblicato numerosi volumi di ricerca e opere divulgative. (rassegnastampa-totustuus.it)

SONO USCITO DALLE FOIBE Le foibe (dal latino foves, ossia crepaccio, baratro), numerosissime nella geologia dell'Istria e della Venezia Giulia, nonostante i loro sedicimila morti, sin quasi ai nostri giorni la storia non l'hanno fatta. Motivo: i massacri non collimavano, com'è noto, con la successiva direttrice di marcia della politica italiana. Per cui, silenzio. O, addirittura, omaggi al condottiero degli infornatori, maresciallo Tito. (rassegnastampa-totustuus.it)

«I NOSTRI CARI ANCORA IN FONDO ALLE FOIBE» Sono passati i decenni, la Jugoslavia è sparita dalle carte geografiche, ma ancora gli esuli giuliano dalmati attendono invano il diritto più antico, rispettato persino nelle tregue permesse dalle guerre, «quello di seppellire i propri morti». Colpa in primo luogo dell'Italia – dicóno – che dal 1945 ad oggi non ha mai preteso il recupero della salme, ma nemmeno ha avviato indagini per accedere agli archivi jugoslavi e scoprire i loro destini. (rassegnastampa-totustuus.it)

CHIESA E FOIBE: ECCO LA VERITA’ I vescovi giuliani, dalmati e croati denunciarono più volte gli orrori commessi dai titini. E anche papa Pacelli intervenne. I silenzi successivi della storiografia sono da imputare alla Cortina di ferro. A sollevare il velo furono i cattolici in Usa e Inghilterra. (rassegnastampa-totustuus.it)

IL GIORNO DEL RICORDO” La struggente rievocazione di chi ha vissuto in prima persona e sulla propria pelle il drammatico esodo di trecentomila persone che dall'lstria. Fiume, Zara, Dalmazia e Alto Isonzo hanno abbandonato per sempre le proprie città, case, lavoro, amicizie e affetti. Unica scelta possibile per mantenere la propria identità nazionale e la libertà di pensiero, parola e religione. (rassegnastampa-totustuus.it)

ANTONIO SOCCI: LA SINISTRA SPUTAZZA SUI PROFUGHI ITALIANI E BACIA GLI STRANIERI Ogni giorno, a proposito della marea migratoria, da Sinistra arrivano sermoni moraleggianti sul dovere dell'accoglienza generalizzata e incondizionata degli stranieri. Peraltro danno spesso, tacitamente, ad intendere che tutti siano «profughi» (quando - in realtà - solo una piccola percentuale è costituita da profughi). Eppure se, nella nostra storia nazionale, qualcuno ha da fare un «mea culpa» sull' accoglienza dei profughi, è proprio la Sinistra, almeno quella comunista. (rassegnastampa-totustuus.it)

Amadeus ricorda le Foibe, "il fucile...": l'orrore della sinistra al Festival. Libero Quotidiano il 10 febbraio 2023

Il ricordo delle Foibe di Amadeus, stringato ma commosso, genera commenti sarcastici e velenosi tra il "popolo della sinistra" riunito su Twitter per seguire in diretta il Festival di Sanremo 2023. "Il 10 febbraio, come sapete, è la giornata del Ricordo, istituita per tenere viva la memoria di una delle pagine più tragiche della nostra storia: l'eccidio di migliaia di nostri connazionali gettati nelle foibe dalle milizie del Maresciallo Tito e l'esilio di centinaia di migliaia di italiani costretti a lasciare la loro terra e i loro averi", ricorda Amadeus che per celebrare la triste ricorrenza legge un brano del libro di Gigliola Alvisi, La bambina con la valigia dove sono raccolte le testimonianze di Egea Haffner, definita dal conduttore, "una delle testimonianze più autentiche della tragedia vissuta da migliaia di italiani di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia nel Dopoguerra".

Nelle parole lette da Amadeus il momento in cui il padre di Egea venne portato via da casa per non tornare più. "La sera del quattro maggio mamma stava trafficando ai fornelli, papà era appena tornato dalla gioielleria e si stava lavando prima di sedersi a tavola. Poi, ecco tre colpi imperiosi alla porta. Io ero già a letto o forse ero rimasta a dormire da nonna Maria, non l'ho mai saputo, ma ho immaginato tante volte la scena. Quella visita a un'ora così inconsueta poteva significare una sola cosa: l'arrivo della polizia del maresciallo Tito, i titini".

"Una vicenda a lungo dimenticata - conclude Amadeus - che appartiene all'epoca oscura delle dittature e ci fa riflettere sul valore della Memoria e soprattutto della verità. Perché la libertà non si conquista dimenticando o rimuovendo, ma ricordando. Sempre". Eppure c'è chi ride e la butta in politica, inventandosi "minacce" ricevute da Amadeus da parte del governo di centrodestra.

Firenze, nel Giorno del Ricordo sul centro sociale sventola la bandiera di Tito. Christian Campigli su Il Tempo il 10 febbraio 2023

Una tradizione odiosa. Che ogni anno si ripropone, nell'indifferenza e nel roboante silenzio dell'amministrazione comunale. Il Cpa, il centro sociale più grande di Firenze, ha esposto questa mattina due enormi bandiere della Jugoslavia di Tito. Un gesto tanto eclatante, quando semplice da interpretare: l'esposizione di quel labaro sottintende il disgusto provato dei nipotini di Carlo Marx per la tragedia dalmata-istriana. Solitamente, infatti, quei drappi vengono gelosamente conservati come cimeli nelle stanze dell'immobile occupato abusivamente da oltre venti anni. E tirati fuori nel Giorno del Ricordo. Per loro, le Foibe non furono un orrendo massacro, ma solo la naturale coda della Seconda Guerra Mondiale. Le persone uccise e torturate non erano Italiani innocenti, ma fascisti o simpatizzante del Duce, che meritavano quella fine. Una visione distorta e folle della storia. Inaccettabile. Che, è bene ricordarlo, fu però la medesima seguita per oltre mezzo secolo dalla sinistra parlamentare.

È un'autentica vergogna che in uno stabile di proprietà comunale dove da anni viene tollerata dalle istituzioni la presenza di questi figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari si inneggi agli assassini autori di un genocidio – ha ricordato il capogruppo in Regione Toscana di Fratelli d'Italia, Francesco Torselli - E come sempre a Palazzo Vecchio nessuno muoverà un dito perché saranno pure imbecilli, ma hanno il diritto di voto”.

Un'occupazione che pare però essere intoccabile. Nonostante i clamori di scelte a dir poco discutibili. Nel 2018 l'enorme struttura sita nel residenziale quartiere di Gavinana ospitò Barbara Balzarani. L'ex brigatista delle Br e componente del gruppo che ha preso parte al rapimento di Aldo Moro, pronunciò parole raccapriccianti in quell'occasione, riferendosi alla figlia dell'ex segretario Dc. “Fare la vittima è diventato un mestiere”. Nonostante le molte promesse della sinistra, il Cpa non è mai stato sgomberato. Anzi. Ogni anno espone con orgoglio quelle orrende bandiere, simbolo di morte e di dittatura, nell'indifferente silenzio del Partito Democratico che, da anni, governa il capoluogo toscano.

Genova, la solita vergogna contro il ricordo delle Foibe. Di  Andrea Lombardi su Culturaidentita.it il 7 Febbraio 2023

Ancora scritte oltraggiose contro i Martiri delle foibe e gli Esuli. L’atto vandalico è avvenuto ieri nei giardini Cavagnaro a Genova-Staglieno, dove si erge la stele che ricorda i Martiri delle Foibe e gli Esuli di Istria e Dalmazia

Ignoti hanno vergato la scritta “l’unica giornata del Ricordo è il 25 aprile”, firmata con la notoria sigla “Genova Antifascista” nei pressi della stele, e lordato la targa del passo dedicato alle Vittime delle Foibe con la “Z” divenuto simbolo dell’aggressione putiniana all’Ucraina.

Condanniamo l’ennesimo sfregio alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo da parte di questi “Antifascisti” genovesi, che perseverano da anni in danneggiamenti, aggressioni e apologia di regimi criminali – da staliniani a putiniani – e terroristi, e ci chiediamo se partiti e esponenti di sinistra, l’ANPI e la CGIL condanneranno questo affronto alle sofferenze di tanti italiani – e anche ai valori del 25 aprile stesso, direi, e incoraggiamo autorità e cittadinanza a reagire uniti, pur nella diversità di idee politiche, a questi attacchi alla memoria condivisa della nazione, innanzitutto partecipando numerosi alle prossime commemorazioni del Giorno del Ricordo a cavallo del 10 febbraio prossimo a Genova e in Liguria, e chiedendo ai propri amministratori locali, biblioteche civiche, enti e associazioni di attivarsi in tal senso,

Giorno del ricordo 2023: il treno della vergogna e gli esuli istriani. Di Veronica Adriani. Il 31 Gennaio 2023 su studenti.it

Giorno del ricordo 2023, contesto storico, riassunto degli eventi e storie degli esuli istriani: il treno della vergogna del 1947

GIORNO DEL RICORDO

Il Giorno del ricordo si celebra il 10 febbraio ed è una giornata dedicata alla commemorazione dei fatti di cui furono protagonisti gli italiani nell'ex-Jugoslavia del post armistizio e del dopoguerra. Il Giorno del ricordo è stato istituito nel 2005 per commemorare le vittime dell foibe. Nel ricordo di quei giorni, le ricostruzioni storiche possono aiutare più di ogni altra cosa a fare chiarezza sugli eventi e a preservarne la memoria, anche per difenderlo dagli accesi dibattiti politici di cui, solitamente, le foibe sono protagoniste.  

I fatti più cruenti del periodo sono naturalmente quelli relativi alle foibe, le profonde cavità carsiche tipiche della Venezia Giulia, utilizzate negli anni prima dai fascisti italiani e poi dai partigiani titini, per l'eliminazione e l'occultazione degli avversari politici. Ma un altro fenomeno, più lungo ma non meno doloroso, ha scavato nella storia di molte famiglie italiane: l'esodo giuliano-dalmata, ovvero la fuga di centinaia di migliaia di italiani scampati agli eccidi delle foibe, che furono costretti a imbarcarsi con le loro masserizie su navi dirette verso l'Italia per sfuggire alla crescente ostilità del regime comunista.

L'ESODO GIULIANO-DALMATA 

 Quello che definiamo esodo giuliano-dalmata ha avuto, secondo gli storici, due fasi distinte:

Una prima fase dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943

Una seconda fase successiva alla fine della Seconda guerra mondiale, dal 1945 in poi

Spiega lo storico Raoul Pupo che in entrambi i casi i periodi storici possono essere considerati come dei dopoguerra, nei quali l'esercito Jugoslavo di Tito cerca di porre il controllo sulle zone occupate. Le stesse zone che sotto il fascismo avevano visto feroci repressioni ai danni delle popolazioni slave (era stato vietato l'uso di lingue diverse da quella italiana negli uffici pubblici, le scuole slovene e croate erano state chiuse, molti cognomi erano stati italianizzati, e via dicendo), ora devono tornare sotto il controllo slavo con ogni mezzo.

Una volta stabilito il nuovo assetto della penisola istriana, la reazione titina è feroce: nel '43 iniziano gli infoibamenti, che colpiscono non solo fascisti e nazisti, ma chiunque possa rappresentare in qualche forma la comunità italiana su suolo Jugoslavo. Il tribunale popolare di Tito - istituito all'interno del castello di Pisino - non risparmia impiegati, ufficiali, militari, ma neppure antifascisti contrari a questo nuovo regime di violenza. Per questa ragione, buona parte degli italiani scampati a questo massacro parte alla volta dell'Italia già dal '43, quando ancora le sorti della penisola non sono stabilite con precisione.

LA STRAGE DI VERGAROLLA 

 Il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, dove si svolgono le gare natatorie per la Coppa Scarioni, scoppia un'enorme quantità di esplosivo uccidendo circa cento persone (il numero delle vittime non verrà mai stabilito con esattezza). Quella che passerà alla storia come la strage di Vergarolla convince la comunità italiana dell'aperta ostilità del nuovo regime nei suoi confronti, e dà il via a nuove partenze.

Quando dopo il trattato di Parigi del 1947 diventa ormai chiaro che gran parte dell'Istria resterà a Tito, gli italiani delle città slovene e croate si trovano di fronte a una scelta: restare e diventare cittadini Jugoslavi, perdendo qualsiasi contatto - anche linguistico e culturale - con la loro identità italiana, o partire. Presto le città si svuotano: Pola, Fiume, Umago (ma anche Spalato, Zara, Ragusa) diventano presto fantasma. I negozi chiudono, le famiglie partono portando con sé le loro cose: vestiti, ricordi, mobili, a volte anche bare, per non lasciare i loro morti in una terra non più considerata come propria.

IL TRENO DELLA VERGOGNA 

L'episodio passato alla storia come Treno della vergogna si colloca all'interno di questo scenario: nel 1947 alcuni esuli provenienti da Pola approdano ad Ancona, dove vengono accolti con ostilità.

La convinzione diffusa è infatti che la maggior parte degli esuli sia composta da fascisti in fuga dal regime di Tito, gente ostile al comunismo e al nuovo liberatore. Forse non è chiaro con esattezza cosa stia realmente avvenendo dall'altra parte dell'Adriatico, ma un importante ruolo lo gioca la diffidenza verso i nuovi arrivati: hanno altri tratti somatici, parlano un dialetto diverso, non parlano di sé. L'ostilità nei confronti dello straniero cresce, come racconta in un documentario della Rai il professor Raoul Pupo dell'Università di Trieste.

In realtà, moltissimi fra gli esuli non solo non hanno mai appoggiato il fascismo, ma sono apertamente antifascisti, cattolici o ex partigiani che disapprovano (e temono) i metodi titini di imposizione del potere. Non solo. Nel frattempo Stalin ha condannato apertamente Tito disconoscendo i suoi metodi, così anche i comunisti aderenti all'ideologia staliniana sono ugualmente costretti a partire, e si trovano anch'essi profughi in Italia.

Da Ancona gli esuli partono su un convoglio alla volta di Bologna: si tratta di un treno merci che una volta arrivato in città permetterà loro di rifornirsi di viveri della Croce Rossa e della Pontificia Opera Assistenza per i profughi. Ma una volta arrivati in stazione, i ferrovieri si ribellano, considerando quel treno il treno dei fascisti, come verrà appellato. Parte lo sciopero e il più importante snodo ferroviario del paese si blocca: le persone vengono lasciate senza cibo, impossibilitate a scendere dal treno. Alcuni esuli ricorderanno nei loro memoriali episodi in cui il latte destinato ai bambini viene rovesciato sui binari e il cibo gettato nell'immondizia, pur di non essere dato a chi viene considerato fascista.

Reazioni di diffidenza e aperta ostilità nei confronti deli esuli in tutta Italia fu più frequente di quel che si immagina.

Per questa ragione molti di loro, anche a distanza di anni, racconteranno di aver vissuto per tutta la vita con il timore di raccontare la propria storia per paura di subire discriminazioni. Una forma di memoria ed identità personali cancellate dalla vergogna.

Il Giorno del ricordo, una data per non dimenticare le foibe e l'esodo istriano. Lara Crinò su La Repubblica il 10 Febbraio 2023.

Il 10 febbraio si commemorano le vittime delle rappresaglie iugoslave sul fronte orientale, e si ricorda l'esodo di oltre 250mila italiani dalle terre dell'Istria. Un pezzo di storia del Paese in cui alla ricostruzione degli eventi si sono a lungo sovrapposte narrazioni politiche divergenti

Il 10 febbraio 2023 si commemora il Giorno del Ricordo, la giornata istituita per "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Chi ha istituito il Giorno del Ricordo

Il giorno del ricordo è stato istituito dalla Repubblica italiana con la legge n. 92 del 30 marzo 2004. Con questa giornata di commemorazione, oltre a ricordare le uccisioni di italiani e italiane avvenute nelle foibe delle zone carsiche di Friuli-Venezia Giulia e Istria, si ricorda l’esodo di massa che coinvolse la componente italiana della popolazione istriana tra il 1945 e il 1956: si stima che furono almeno 250mila le persone che lasciarono l’Istria, perdendo le loro proprietà e ritrovandosi esuli in Italia nel Dopoguerra.

Perché il giorno del ricordo cade il 10 febbraio

La data del 10 febbraio per il Giorno del Ricordo è stata scelta perché proprio il 10 febbraio 1947 fu siglato il trattato di Pace di Parigi che assegnata l’Istria, il Quarnaro, Zara e parte del territorio del Friuli Venezia Giulia alla neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. La decisione definitiva sul territorio di confine risale tuttavia al 1954, dopo nove anni di amministrazione internazionale della città di Trieste e di una fascia di territorio conteso. I territori dell’Istria, dove popolazioni di lingua italiana e di origine veneta vivevano, soprattutto lungo le coste, fin dai tempi della Repubblica di Venezia, erano stati assegnati al regno d’Italia con il Patto di Londra (1915, art. 4) e poi annessi all’Italia dopo la vittoria della Prima guerra mondiale, mentre la Dalmazia era stata annessa a seguito dell’invasione tedesca dei territori del regno di Jugoslavia a partire dal 1941.

A partire dalla firma italiana dell’armistizio (8 settembre 1943) in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito iniziarono operazioni di rappresaglia e vendetta nei confronti sia di chi, nella popolazione slava, veniva considerato un oppositore, sia della componente italiana, in particolare dei rappresentanti del regime fascista. Il regime infatti a le due guerre mondiali aveva promosso una politica di repressione nei confronti di comunisti e antifascisti e aveva costretto all'italianizzazione forzata le popolazioni slave locali. I componenti dell’amministrazione fascista ma anche gli italofoni considerati borghesi e non comunisti furono presi di mira. Si stima che già in queste fase vennero torturate e gettate nelle foibe, insenature naturali formate da grandi caverne verticali tipiche del territorio dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia, circa un migliaio di persone.  

Con il ritorno dei territori alla Jugoslavia, le rappresaglie colpirono sempre più duramente la popolazione italiana: oltre a coloro che scomparvero nelle foibe ci furono carcerazioni e internamenti in campi di lavoro forzato, con ulteriori vittime. Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» e indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

Cosa sono le foibe

Si tratta di insenature naturali formate da grandi caverne verticali presenti in Istria e Friuli Venezia Giulia, nella zona del Carso.  Il nome "foiba" deriva da un termine dialettale dell'area giuliana, che deriva a sua volta dal latino fovea (fossa, cava). Nella foiba la cavità si restringe man mano che si scende in profondità per poi riallargarsi in un bacino: la forma rende difficoltosa la risalita e i soccorsi, motivo per cui spesso le vittime venivano gettate vive o ferite nelle cavità e vi morivano. La conformazione delle foibe ha reso in seguito difficile il recupero e l’identificazione delle vittime.

Dove si trovano le foibe

Le foibe si trovano in un vasto territorio carsico, che include in Italia le provincie di Udine e Pordenone ma soprattutto quelle di Trieste e Gorizia. Alcune "foibe" erano in realtà cave o miniere: una delle più importanti per la storia degli eccidi, la  Foiba di Basovizza, nei pressi di Trieste, è ad esempio il pozzo abbandonato di un'antica miniera, quindi una cavità artificiale.

La dichiarazione dell’ANPI sul Giorno del Ricordo

In occasione del Giorno del Ricordo 2023, la Segreteria nazionale Anpi ha reso noto un appello. Eccone il testo: ”Ribadiamo l'orrore e la condanna delle esecuzioni sommarie nelle foibe e rispettiamo il dramma dell'esodo che ha colpito tanti italiani che vivevano in Istria e in Dalmazia. Denunciamo le pesanti esagerazioni e strumentalizzazioni tese non a stabilire la verità storica ma a legittimare il fascismo e delegittimare la Resistenza. Per questa ragione le forze di estrema destra accusano di negazionismo chiunque collochi quei drammi e quelle tragedie, come recita la legge, nella “più complessa vicenda del confine orientale”. Per questo denunciamo il silenzio sull'aggressione italiana alla Jugoslavia del 1941, sui conseguenti crimini e le deportazioni da parte italiana che hanno causato decine e decine di migliaia di vittime, sulla snazionalizzazione dei croati e degli sloveni, sulla mancata punizione dei criminali di guerra italiani e sul sostegno italiano al regime criminale di Ante Pavelic in Croazia. Nella ricostruzione storica di quegli eventi occorre evitare ogni interpretazione nazionalista e proporre una visione sovranazionale, e perciò obbiettiva. La lettura faziosa della storia porta a dividere gli italiani e a creare tensioni con i Paesi confinanti. In nome della comprensione delle gigantesche sofferenze della popolazione dell'Istria, del Litorale sloveno e di tutte le aree di Slovenia e Croazia occupate dagli italiani, nonché delle vittime uccise nelle foibe e degli esuli, lanciamo un appello alle istituzioni, alle forze democratiche ed agli antifascisti affinché in occasione del Giorno del Ricordo sia rispettata la verità storica, sia contrastata la faziosità dell'estrema destra e prevalga la cultura del rispetto, della tolleranza e dell'integrazione”.

Il documentario sulla Rai

Va in onda il 10 febbraio alle 21:25 su Rai Tre il documentario, prodotto da Rai Documentari, Io ricordo. La terra dei miei padri. Il docufilm, prodotto da Clelia Iemma e Beatrice Palladini Iemma per la D4 srl in collaborazione con Rai Documentari, racconta l’esodo istriano dalmata attraverso gli intrecci di numerose testimonianze, tra cui in particolare quella dell’ammiraglio Romano Sauro, nipote diretto dell’eroe istriano e nazionale Nazario Sauro.

Il docufilm ripercorre in una crociera in barca a vela la storia millenaria dei territori dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, dalle origini romane fino alla tragedia delle foibe e dell’esodo. Un viaggio che fa tappa nelle città di Fiume, Pola, Parenzo, Rovigno e Lussinpiccolo per poi proseguire nei luoghi simbolo del dramma delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, come il Magazzino 26 di Trieste, il villaggio Santa Domenica, il campo profughi di Padriciano e il villaggio giuliano-dalmata di Roma. La narrazione è arricchita dal contributo di storici come Giordano Bruno Guerri, Gianni Oliva e Marino Micich.

La tragedia delle foibe e dell’esodo in un saggio storico con il «Corriere». DINO MESSINA su Il Corriere della Sera il 9 Febbraio 2023.

Il 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, in edicola con il quotidiano una ricostruzione degli eventi dal 1882 al 1954 nell’alto Adriatico firmata dallo studioso triestino Raoul Pupo

La bandiera italiana, quella della Reggenza del Carnaro di Gabriele D’Annunzio e quella dell’Istria

«Adriatico amarissimo», slogan coniato da Gabriele D’Annunzio, è stato scelto da Raoul Pupo, il maggiore storico delle vicende novecentesche sul confine orientale dell’Italia, come titolo al libro che esce in edicola domani con il «Corriere» in occasione del Giorno del Ricordo, al prezzo di e 9,90 più il costo del quotidiano.

Terra di cerniera tra i mondi italiano, slavo e germanico, quella che noi chiamiamo Venezia Giulia, secondo la definizione del glottologo ottocentesco Graziadio Ascoli, è stata l’epicentro di una feroce lotta tra nazionalismi di cui ha fatto le spese una pacifica e laboriosa popolazione.

Il racconto di Pupo inizia con il fallito attento di Guglielmo Oberdan a Francesco Giuseppe. Oberdan, in realtà Oberdank, di madre slovena, primo martire dell’ irredentismo, impiccato il 20 dicembre 1882 nella Caserma grande di Trieste, è la dimostrazione di quanto l’identità nazionale da quelle parti sia sempre stata un fatto culturale, di scelta, non dettata dal sangue o dal suono del cognome. Ciò non toglie che per una lunga stagione il confronto fra i vari gruppi subì da allora una escalation inarrestabile. Risalgono al 23 maggio 1915, vigilia dell’entrata in guerra, i pogrom anti-italiani a Trieste. La vittoria cambiò tutto, non solo con l’annessione di Trieste, dell’Istria e di Zara sancita dal trattato di Rapallo del 1920, ma con l’avanzata di un nazionalismo sempre più aggressivo testimoniato dall’incendio al Narodni Dom, la casa della comunità slava triestina, del 13 luglio 1920. Un attacco capeggiato dal fascista toscano Francesco Giunta. Intanto volgeva al termine l’avventura di D’Annunzio a Fiume, che sarebbe diventata italiana con il trattato di Roma del 1924.

Il carattere antislavo del fascismo di confine si manifestò con le leggi che vietavano l’insegnamento in lingue che non fossero l’italiano, nella soppressione delle scuole slave, nella repressione del clero che in parte divenne protagonista della riscossa nazionale slovena e croata. In questo quadro si inserisce la nascita delle prime formazioni clandestine che compirono sanguinosi attentati a Trieste e in Istria. Si chiamavano Tigr (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka, cioè Fiume) e Borba (lotta) le prime formazioni nate da una gita di giovani sul Monte Nevoso. Le loro azioni, attentati a Trieste, in cui tra l’altro venne ucciso un giornalista de «Il popolo di Trieste», e un attacco armato contro i contadini di Pisino che si recavano alle urne per il plebiscito del 1929, furono severamente punite. Quattro degli 87 arrestati furono condannati a morte, tra cui Ferdo Bidovec, di madre italiana. Il luogo dell’esecuzione fu il poligono di Basovizza. Non lontano da quella miniera dove nel maggio 1945 vennero gettati i corpi di qualche centinaio di italiani uccisi dalla polizia di Tito. Le vittime non erano soltanto fascisti, ma anche antifascisti sospetti finiti negli elenchi dell’Ozna, i servizi segreti jugoslavi.

Non è un caso che l’atto simbolico di riconciliazione più significativo tra sloveni e italiani sia avvenuto a Basovizza il 13 luglio 2020 dove i presidenti Sergio Mattarella e Borut Pahor, tenendosi per mano hanno reso omaggio alle vittime dei due fronti. Un atto di concordia sottolineato con forza dall’autore.

Pupo dedica lunghi e intensi capitoli alle due stagioni delle foibe, quella dell’autunno 1943, che ebbe come teatro l’Istria e ha come simbolo la studentessa Norma Cossetto, figlia del podestà di Visinada, rapita, violentata e gettata nella foiba di villa Surani, e quella del maggio 1945, quando a Trieste, Gorizia e Fiume e in tutta l’area della Venezia Giulia si svolse una feroce resa dei conti in cui a pagare non erano soltanto i fascisti. L’obiettivo delle forze titine era triplice: punire i crimini, epurare la società da elementi scomodi e intimidire la componente italiana. Tuttavia per Pupo, secondo cui le vittime civili italiane non furono più di cinquemila, non si può parlare di genocidio, quanto di stragismo e di sostituzione nazionale. Tito ebbe mano più pesante con i collaborazionisti sloveni o con gli ustascia croati (le vittime vanno da 60 a 70mila) e riguardo agli italiani il suo braccio destro Edvard Kardelj si raccomandava di punirli in base al fascismo e non alla nazionalità. Ma i metodi usati furono molto pesanti e alla fine, per paura e per sentimento patrio, circa 300 mila italiani, oltre l’80 per cento dei residenti, abbandonarono le case dei padri, lasciando luoghi dove le loro famiglie erano radicate da secoli.

È lo stesso Pupo ad aver parlato in altra occasione di una «catastrofe demografica». Esemplare è l’esodo da Pola, dove andarono via quasi tutti, 28 mila abitanti su 30 mila circa, dopo la strage di Vergarolla del 18 agosto 1946: oltre cento morti sulla spiaggia cittadina per l’esplosione di mine sottomarine che erano disinnescate. Un probabile attentato, il primo dei tanti misteri irrisolti della storia repubblicana, perché l’episodio avvenne dopo il referendum del 2 giugno 1946 e prima del trattato di pace del 10 febbraio 1947, quando furono cedute alla Jugoslavia quelle terre.

Tra le tante pagine interessanti di questo saggio, che si conclude con il memorandum di Londra del 1954, il passaggio di Trieste all’Italia e l’esodo dalla zona B, non possiamo non citare quelle sui rapporti tra i partiti comunisti, dove emerge la subalternità del Pci rispetto al confratello sloveno, complice anche le direttive che venivano dal Mosca e da Georgi Dimitrov.

La politica delle larghe intese inaugurata da Palmiro Togliatti con il riconoscimento del governo Badoglio non valeva sul confine orientale, dove vigeva l’antica logica del fronte contro fronte e della lotta al nemico nascosto anche nelle file antifasciste. Ne fecero le spese i partigiani della Brigata Osoppo, tra cui Francesco De Gregori, zio del cantante, e Guido Pasolini, fratello del poeta, trucidati dai «garibaldini» del comandante Mario Toffanin (detto Giacca) perché coniugavano patriottismo e antifascismo.

I partigiani di Tito condussero una lotta di liberazione dal nazifascismo, una rivoluzione sociale e nello stesso tempo perseguirono obiettivi di conquista nazionale che avevano radici negli irredentismi di fine Ottocento.

Tempeste della storia. Terreno di scontro su ideologie totalitarie

Esce venerdì 10 febbraio in edicola con il «Corriere della Sera» il libro di Raoul Pupo Adriatico amarissimo . Una lunga storia di violenza, al prezzo di euro 9,90 più il costo del quotidiano. Il volume, pubblicato in collaborazione con l’editore Laterza in occasione del Giorno del Ricordo per le foibe e l’esodo giuliano-dalmata, resta in edicola per un mese. Il saggio di Pupo, riassumendo e sintetizzando gli esiti di lunghe ricerche, ricostruisce le vicende che interessarono il confine orientale tra lo scorcio finale del XIX secolo e la prima metà del XX. Le terre adriatiche, osserva a tal proposito l’autore nell’introduzione, «hanno costituito per tanti aspetti un laboratorio delle esperienze politiche estreme del Novecento». Qui sono passati, con esiti particolarmente drammatici, il fascismo, il nazismo e il comunismo. E ancora prima si sono incontrate e scontrate diverse identità nazionali. D’altronde l’alto Adriatico è, scrive sempre Pupo, «una tipica area di sovrapposizione tra periferie, in questo caso del mondo romanzo, germanico e slavo, con qualche incursione magiara». Si è così verificato un intreccio tra conflitti nazionali e conflitti ideologici, di cui le popolazioni civili sono state spesso vittima. Due guerre mondiali hanno seminato lutti e inasprito rancori. Alla seconda di esse vanno ricondotte le sofferenze alle quali è dedicato il Giorno del Ricordo. Si parla delle foibe, cavità naturali del territorio carsico in cui i partigiani jugoslavi di Tito, il cui Paese era stato invaso dalle forze dell’Asse, gettarono spesso i loro oppositori, fra cui molti italiani. E poi l’esodo di circa 30o mila nostri connazionali dalle terre che in seguito al trattato di pace furono annesse alla Jugoslavia.

Cosa sono le foibe e cosa accadde il Giorno del Ricordo: il genocidio e il significato del 10 febbraio 1947. Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2022.

Tra il 1943 e il 1947 oltre 10 mila persone furono gettate vive nelle foibe, le cavità carsiche ai confini orientali, o uccise dopo processi sommari dai comunisti di Tito

Il 10 febbraio è il giorno del ricordo di una pagina tra le più cupe della storia contemporanea, avvolta a lungo nel silenzio e nel buio, come le tante vittime, inghiottite nelle cavità carsiche, le cosiddette foibe, per volere del maresciallo Tito e dei suoi partigiani, in nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia.

Il 10 febbraio 1947 vennero infatti firmati a Parigi gli accordi di pace (che assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia) che posero idealmente fine alle violenze nel corso delle quali, nei quattro anni precedenti, oltre 10 mila persone furono gettate vive o morte in queste gole. Un genocidio che non teneva conto di età, sesso e religione, riconosciuto ufficialmente nel 2004, con la legge numero 92 che istituì la «Giornata del Ricordo», in memoria dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata.

La violenza dopo la firma dell’armistizio

La spirale di violenza esplode dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre del 1943: mentre le truppe tedesche assumono il controllo di Trieste, Pola e Fiume, il resto della Venezia Giulia passa nelle mani dei partigiani slavi, che si vendicano contro i fascisti e gli italiani, considerati possibili oppositori del regime comunista e dell’annessionismo jugoslavo. Il 13 settembre 1943, nel comune di Pisino, viene proclamata unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia e i partigiani dei Comitati di liberazione improvvisano tribunali che emettono centinaia di condanne a morte. Le persone presenti in questi elenchi vengono arrestate e condotte a Pisino, quindi giustiziate insieme ad altre, di etnia croata: moriranno scaraventati nelle foibe o nelle miniere di bauxite. Secondo le stime più attendibili, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia sarebbero tra 400 e 600 persone.

Norma, la ragazza che disse «no». Torturata e uccisa

Alcune delle uccisioni sono rimaste impresse nella memoria per la loro efferatezza: valga per tutti il nome di Norma Cossetto, una studentessa istriana che non volle aderire al movimento partigiano e, per questo, venne arrestata e condotta all’ex caserma della Finanza di Parenzo, quindi sottoposta a sevizie di ogni genere. La notte tra il 4 e 5 ottobre del 1943, insieme ad altri prigionieri, fu portata a piedi a Villa Surani e lì gettata, probabilmente ancora viva, in una foiba.

Le ispezioni e i macabri ritrovamenti

Le prime ispezioni delle foibe istriane, disposte dopo il ripiegamento dei partigiani e dopo l’invasione nazista della zona, portano al rinvenimento di centinaia di corpi. La propaganda fascista darà molto risalto ai ritrovamenti e sarà proprio allora che il termine «foibe» inizierà a essere associato agli eccidi, fino a diventarne sinonimo.

Il massacro ripetuto

Il massacro si ripete nella primavera del 1945, quando Trieste, Gorizia e l’Istria vengono occupate dall’esercito di Tito: questa volta le vittime sono soprattutto gli italiani, non solo i fascisti, ma tutte le personalità che avrebbero potuto minare il nuovo ordine comunista, compresi i partigiani, i membri del comitato di liberazione nazionale e tutti i sostenitori della comunità italiana nella Venezia Giulia. Agli occhi di Tito, l’annientamento della presenza italiana nell’area sarebbe stata determinante ai fini delle future trattative sulla delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia.

Arresti, sparizioni e uccisioni

Dopo la liberazione dall’occupazione tedesca, a partire dal maggio del 1945, nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume il potere passa nelle mani delle forze partigiane jugoslave: ne conseguono arresti, sparizioni e uccisioni di centinaia di persone, alcune delle quali gettate nelle foibe. Le violenze cesseranno solamente dopo la sostituzione dell’amministrazione jugoslava con quella degli alleati, il 12 giugno 1945 a Gorizia e Trieste, e il 20 giugno a Pola. In quest’orrenda pagina della storia recente, le foibe hanno avuto come principale obiettivo quello di occultare gli eccidi di oppositori politici e cittadini italiani, ostacolo all’annessione jugoslava delle zone, come sarà poi confermato dallo stesso Tito, quando il governo di De Gasperi, in possesso di informazioni in merito alla vicenda, chiederà ragione delle migliaia di morti di nazionalità italiana.

La relazione

Nel 2001 verrà pubblicata la relazione della «Commissione storico-culturale italo-slovena», incaricata dal governo italiano e da quello sloveno di mettere a punto una versione condivisa dei rapporti tra i due Paesi fra il 1880 e il 1956. Il rapporto concluderà che «tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra, e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato». In tale progetto «confluivano diverse spinte: l’impegno a eliminare soggetti e strutture ricollegabili al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo Stato italiano e, inoltre, anche un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale e ideologica diffusa nei quadri partigiani».

L’occupazione e l’esodo degli italiani

Il movente dell’annessione jugoslava è stato particolarmente importante a Gorizia e Trieste, e alla fine della Seconda guerra mondiale Tito farà il possibile per occupare le due città prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. E proprio in questi due luoghi, durante l’occupazione slava, diverse migliaia di italiani saranno arrestati, uccisi o deportati nei lager jugoslavi, soprattutto a Borovnica e Lubiana, nell’intento di far credere che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione.

Il dopoguerra, tra imbarazzi e colpe

Trascorso il dopoguerra, la vicenda delle foibe è stata a lungo trascurata dai governi italiani. Secondo lo storico Gianni Oliva questo silenzio italiano e internazionale ha avuto più ragioni: prima di tutto la rottura tra Stalin e Tito avvenuta nel 1948, che spinge tutto il blocco occidentale a stabilire rapporti meno tesi con la Jugoslavia in funzione antisovietica e in secondo luogo l’atteggiamento di un certo Pci, non intenzionato a evidenziare le proprie colpe e contraddizioni in merito alla vicenda.

Napolitano spezza la «congiura del silenzio»

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno del Ricordo nel 2007, userà queste parole: «Va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe e va ricordata la “congiura del silenzio”, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».

Giorno del Ricordo, non solo le foibe: in quel confine orientale corrono tutti i tormenti del ’900. Pierangelo Lombardi su L’Espresso il 9 Febbraio 2023.

Il 10 febbraio è la data dedicata alla rievocazione delle vicende avvenute nel secolo scorso nell’Alto Adriatico. La memoria di questa tragica pagina di storia è difficile. E spesso strumentalizzata

Il 10 febbraio è una data del calendario civile italiano: il Giorno del ricordo. Nel corso di formazione per insegnanti organizzato l’autunno scorso dall’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, la sfida è stata quella di andare al di là delle sovraesposizioni mediatiche e delle ingerenze politiche, che non aiutano, ma al contrario allontanano la piena comprensione delle vicende avvenute nel corso del Novecento nell’Alto Adriatico.

Il ragionamento di lungo periodo, proposto agli insegnanti, è stato quello di riflettere sul tema che proprio la legge istitutiva del Giorno del ricordo, del 2004, indica come «la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Perché in questa tragica pagina di storia non c’è solo una memoria difficile e complessa, ma, come ha suggerito Guido Crainz, c’è in «quel confine tormentato tutto il nostro Novecento».

Ci sono i nazionalismi e i processi di nazionalizzazione, dove uno spirito discriminatorio e per nulla inclusivo troppo a lungo ha soffiato sul Vecchio Continente; c’è il trauma della Prima guerra mondiale, con la «italianizzazione forzata» imposta dal fascismo alle popolazioni slovene e croate; ci sono la violenza e la brutalità dell’occupazione nazista e fascista della Jugoslavia nel 1941; c’è la tragica lezione della Seconda guerra mondiale, una guerra totale, in cui veniva meno la distinzione tra militari e civili, dove l’imbarbarimento del conflitto, specie sul fronte orientale, è stato massimo.

Ancora: c’è l’incontro tra violenza e ideologia politica che si fa devastante e dove, in un clima torbido e inquietante, s’intrecciano il giustizialismo politico e ideologico del movimento partigiano titino, il nazionalismo etnico e, soprattutto in Istria e nelle aree interne, la violenza selvaggia tipica delle rivolte contadine. Ci sono le violenze contro le popolazioni italiane del settembre del 1943 e del maggio-giugno del ’45, di cui le foibe, gli arresti e il clima di terrore che spinge all’esodo forzato migliaia di italiani sono simbolo ed espressione; c’è la volontà di Tito e del comunismo jugoslavo di annettere l’intera Venezia Giulia, con un’epurazione volta a eliminare – senza andare troppo per il sottile – qualsiasi voce di dissenso.

Ci sono, infine, le logiche della Guerra fredda e della radicalizzazione dello scontro ideologico nell’immediato Dopoguerra. Il tutto sulla pelle di decine di migliaia di persone. Un vero e proprio tornante di fughe e di espulsioni in tutta Europa, infatti, si accompagna agli esordi della Guerra fredda e a una più generale ridefinizione dei confini europei e dei loro significati.

Diventa, quindi, sempre più necessario, nell’affrontare questa pagina di storia, contestualizzarla con grande rigore, respingere tesi negazioniste o riduzioniste, così come le banalizzazioni e le verità di comodo più o meno finalizzate a uno scorretto uso pubblico della storia. Occorre assumere un ruolo attivo nel processo di rivisitazione critica, che sola può portare al superamento delle lacerazioni del passato. Anche perché le vicende dell’area giuliano-dalmata costringono chi le affronta a misurarsi con temi assai più generali e con fenomeni centrali per la comprensione della nostra contemporaneità.

*Quello di Pierangelo Lombardi, presidente dell’Istoreco pavese, è il terzo degli interventi sulle date fondanti della Repubblica. Il primo, sul 12 dicembre, strage di piazza Fontana, e il secondo, sul 27 gennaio, Giornata della Memoria, sono pubblicati sul sito de L’Espresso. I prossimi saranno su 8 marzo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 4 novembre.

Foibe: ecco come fu seviziata e mutilata Norma Cossetto. Di  Alvaro Gradella su Culturaidentita.it il 10 Febbraio 2023

Norma Cossetto era una ragazza come furono tante altre, come tante altre sono e saranno. Aveva sogni, speranze, progetti… Studiava, era prossima alla laurea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova per la quale stava preparando la tesi “Istria Rossa”, dal color ruggine che la bauxite dava alla terra dov’era nata. Come tante altre a quei tempi, era iscritta ai Gruppi Universitari Fascisti e, come tante altre, era figlia di un alto funzionario fascista. Era anche innamorata, e già s’immaginava sposa e madre. Come tante altre giovani donne, fantasticava di un radioso futuro… Invece, l’attendeva una fine precoce e crudele.

Il 25 Settembre 1943 un gruppo di partigiani italiani e slavi razziò la sua casa di famiglia a Visinada (nell’odierna Istria croata). Convocata dal comando partigiano italo-slavo, Norma rifiutò di collaborare. Fu prima rilasciata e poi arrestata insieme a parenti, conoscenti e amici. L’arrivo di una colonna di tedeschi costrinse i partigiani a spostare i prigionieri nella vicina Antignana. Qui, separarono la giovane istriana dagli altri. Per un’interminabile notte, i suoi aguzzini la sottoposero a brutalità e stupri ripetuti. Le inflissero sevizie e mutilazioni inumane testimoniate dal suo povero corpo, recuperato poi da una foiba profonda 136 metri assieme a moltissimi altri.

Solamente una donna può immaginare le indicibili sofferenze che dovette patire.

Alcune settimane dopo soldati tedeschi catturarono sedici partigiani responsabili dell’infame scempio, e li obbligarono a vegliare – chiusi nella stessa stanza per una notte intera – il cadavere decomposto della loro innocente vittima. Tre di essi persero la ragione nel corso di quelle ore. Tutti furono fucilati all’alba del giorno dopo.

I resti straziati di Norma furono sepolti nel cimitero di Santa Domenica di Visinada.

L’Università di Padova preferì non riconoscere le scomode e terribili responsabilità di quella morte, e – pur conferendo anche a lei la laurea honoris causa – accomunò il suo nome a quelli di 29 studenti-partigiani assassinati dai tedeschi o dai fascisti. Cosa che non stupisce, stante la famosa direttiva di Palmiro Togliatti che, nel ’44, invitava a “favorire l’occupazione della regione giuliana da parte delle truppe slave di Tito”…

Solo il 10 febbraio 2011, l’Università e il Comune padovani, in occasione del Giorno del Ricordo delle Vittime delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata, hanno posto nel Cortile Nuovo del Palazzo del Bo’ una targa commemorativa della sua morte, omettendo però l’inequivocabile motivazione con la quale il Presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria di Norma Cossetto: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio».


 

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La croni-norma.

Quelli che si ribellano.

La Protezione Speciale.

Le Testimonianze.

Il Numero.

Perché i migranti non usano l’aereo o la nave?

Politici.

Protetti.

Economici.

Ambientali.

La croni-norma.

Da documenti.camera.it.

Atti Parlamentari —2— Camera dei deputati

XVII LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI — DOC. XXII-BIS N. 21

Sommario

I FONDAMENTI GIURIDICI DELLA DISCIPLINA SULL’ASILO E L’EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA ITALIANA ED EUROPEA IN MATERIA...................................................................... 5

La nozione generale di “rifugiato”....................................................................................................... 6

La legge Martelli ................................................................................................................................... 8

La disciplina comunitaria.................................................................................................................... 10

La legislazione degli anni ’90: dal decreto Puglia alla legge Turco-Napolitano ............................... 15

La legge Bossi-Fini del 2002............................................................................................................... 17

I regolamenti Dublino II e Dublino III................................................................................................ 19

Norme di recepimento delle direttive europee..................................................................................... 20

Lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e la protezione umanitaria....................................... 22

Il decreto Minniti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale e le disposizioni sui minori stranieri non accompagnati............................................................................ 28

IL SISTEMA ITALIANO DI ACCOGLIENZA: DALLE PRIME ESPERIENZE DEGLI ANNI '90 AL MODELLO ATTUALE....................................................................................................................... 33

L’applicazione della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato prima del 1990 .................... 33

Le emergenze degli anni ’90................................................................................................................ 34

La dimensione della presenza dei rifugiati fra il 1990 ed il 2011 ....................................................... 39

La costruzione della rete territoriale dalla fine degli anni Novanta. .................................................. 40

L’avvio di alcune sperimentazioni nazionali di accoglienza: politiche di assistenza come laboratorio bottom-up............................................................................................................................................. 41

Il progetto Azione comune................................................................................................................... 43

Il Programma nazionale asilo (PNA).................................................................................................. 45

La nascita del Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati nel 2002 ...................................... 47

L’integrazione della legislazione vigente: i decreti di recepimento delle direttive CE in materia di accoglienza.......................................................................................................................................... 50

Il decreto legislativo n. 140 del 2005......................................................................................... 50

Il decreto legislativo n. 25 del 2008........................................................................................... 51

L’articolazione del sistema nazionale di accoglienza e l’avvio di ulteriori “sperimentazioni istituzionali” a carattere nazionale e comunitario.............................................................................. 51

L’emergenza Nord Africa (2011-2013) ............................................................................................... 54

La nuova ondata migratoria dal 2014 al 2017.................................................................................... 56

L'accesso dei richiedenti asilo ai percorsi di integrazione.................................................................. 71

3 3 –– La questione respingimenti e rimpatri e l’evoluzione dei centri di trattenimento ai fini di identificazione ed espulsione, dai CPT ai CIE ai CPR........................................................................ 73

IL MONITORAGGIO DEI CENTRI: ALCUNI FOCUS DI APPROFONDIMENTO ....................... 89

Glossario ............................................................................................................................................. 89

La filiera del sistema dell’accoglienza ................................................................................................ 92

Dati generali sull’accoglienza............................................................................................................. 94

Risultati dell'attività di monitoraggio con riguardo al rapporto migranti su popolazione ............... 106

Risultati dell’attività di monitoraggio con riferimento alle procedure di affidamento ..................... 109

VALUTAZIONI E PROPOSTE DELLA COMMISSIONE................................................................. 115

Provvedimenti volti a favorire distribuzione nel territorio e migliore inclusione sociale dei migranti ..119

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE ..................................................................................................... 121

INDICE ANALITICO .............................................................................................................................. 129

4 4 –– I fondamenti giuridici della disciplina sull’asilo e l’evoluzione della normativa italiana ed europea in materia

DIRITTO ALL’ASILO COME DIRITTO FONDAMENTALE SANCITO DALLA COSTITUZIONE

Il diritto all'asilo è sancito dall’articolo 10, terzo comma, della Costituzione italiana, che recita: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». È stato giustamente osservato che “l’enunciazione in termini così puntuali dell’istituto in questione si radica storicamente nell’esperienza vissuta durante il ventennio fascista dai Costituenti, molti dei quali avevano dovuto intraprendere personalmente la dura via dell’esilio ed erano pertanto ben determinati, al momento di redigere la nuova Carta costituzionale democratica, a prospettare una forma di accoglienza in Italia per quegli stranieri che avessero patito nel loro Paese di origine una situazione di illibertà” 1 . Non a caso, il diritto di asilo viene annoverato dalla nostra Carta Costituzionale tra i “Principi fondamentali”, ai quali è improntato il nostro ordinamento.

MANCA UNA LEGGE DI ATTUAZIONE

Nonostante, la norma costituzionale contenesse una delega al legislatore a dettare una disciplina di attuazione di tale diritto, non è mai stata emanata una legge nazionale organica del diritto di asilo che ne regolasse le condizioni di esercizio. In tale situazione di vuoto normativo, lungo e travagliato è stato il dibattito dottrinario e giurisprudenziale circa la natura meramente programmatica o immediatamente precettiva dell’articolo 10, comma terzo, della Costituzione. Se la giurisprudenza più risalente, proprio in considerazione del difetto di una disciplina di attuazione, ne affermava la valenza esclusivamente programmatica, dagli anni novanta, invece, si è consolidato l’orientamento opposto, seppur riconoscendo al disposto costituzionale ora 1 M. Benvenuti, voce Asilo (diritto di), Diritto Costituzionale, in Enciclopedia giuridica, Roma, 2007, p. 1. –– 5 5 –– una ampia portata immediatamente operativa, che configurerebbe “un vero e proprio diritto soggettivo all'ottenimento dell'asilo, anche in mancanza di una legge che, del diritto stesso, specifichi le condizioni di esercizio e le modalità di godimento”, ora, invece, un significato precettivo più circoscritto limitato al “diritto soggettivo di accedere al territorio dello Stato, al fine di esperire la procedura per ottenere lo status di rifugiato”. In questa seconda ipotesi, il diritto soggettivo di asilo perde la sua autonomia e rilevanza per assumere una funzione meramente strumentale al riconoscimento della diversa situazione giuridica soggettiva dello status di rifugiato, con l’ulteriore conseguenza che l’esito negativo della procedura comporta la consunzione del diritto di asilo e la perdita di efficacia del permesso provvisorio di soggiorno per motivi umanitari temporaneamente concesso. La nozione generale di “rifugiato”

LA NOZIONE GENERALE DI “RIFUGIATO”

La nozione generale di “rifugiato” è entrata nel nostro ordinamento per effetto della ratifica da parte dell’Italia, con legge 24 luglio 1954, n. 722, della Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, modificata dal Protocollo di New York del 31 gennaio 1967 (legge di ratifica ed esecuzione del 14 febbraio 1970, n. 95). Secondo la Convenzione di Ginevra è «rifugiato» "chiunque nel giustificato timore d'essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi ". Principio cardine della Convenzione è il divieto di réfoulement (articolo 33), che si articola nel divieto di espulsione, di estradizione e di respingimento alla frontiera dello straniero verso Paesi nei quali la sua vita e la sua libertà –– 6 6 –– possano essere messi in pericolo per i detti motivi discriminatori. La Convenzione detta, quindi, una sorta di stato giuridico del rifugiato comprendente doveri – in primis l’obbligo di conformarsi a leggi e regolamenti del Paese ospitante – e diritti fondamentali che gli Stati aderenti devono garantire al rifugiato, quali quello a non subire discriminazioni, alla libertà di religione, opinione ed associazione, alla protezione legale, al lavoro, all’istruzione, all’assistenza sociale e sanitaria, etc… RAPPORTO TRA ASILO E STATUS DI RIFUGIATO Delicato è sempre stato il rapporto tra asilo e status di rifugiato. Entrambi gli istituti costituiscono strumenti di protezione politico-umanitaria dello straniero e, pur tuttavia, pacifica ne risulta la diversità ontologica, in quanto presupposto unico del diritto di asilo è la provenienza da un Paese nel quale sia impedito nei fatti il libero esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione, mentre il riconoscimento dello status di rifugiato spetta a chi, a prescindere dalle condizioni generali del Paese di origine, sia colà personalmente sottoposto a persecuzione. Risulta evidente che l’ambito di applicazione dell’asilo sia più ampio e che l’esercizio di tale diritto non possa avere, come di fatto invece affermato in passato dalla giurisprudenza surriportata, funzione meramente ancillare rispetto alla proposizione della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato. Con l’introduzione anche nel nostro ordinamento - accanto allo status di rifugiato - delle ulteriori due forme di protezione dello straniero, sussidiaria ed umanitaria, l’istituto del diritto di asilo ha trovato, infine, una sua definitiva ricostruzione esegetica. Oggi, secondo l'orientamento ormai consolidato espresso dalla Corte di Cassazione «il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo status di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, –– 7 7 –– adottato in attuazione della Direttiva 2004/83/Ce del Consiglio del 29 aprile 2004, e di cui all'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286» 2 . Ne consegue che “non v’è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’articolo 10, comma 3, Cost.”. 3 È, infine, ormai acquisizione pacifica e consolidata nel nostro sistema giuridico d'asilo che il diritto alla protezione internazionale sia un diritto soggettivo da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali tutelabili avanti all'autorità giudiziaria ordinaria 4 .

CONVENZIONE EUROPEA PER LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DELL’UOMO E DELLE LIBERTÀ FONDAMENTALI CONVENZIONE CONTRO LA TORTURA CONVENZIONE SUI DIRITTI DEL FANCIULLO

Norme rilevanti in materia di asilo sono contenute anche in altri trattati internazionali anche successivi in tema di protezione dei diritti dell’uomo, ratificati dall’Italia come dagli altri Paesi dell’Unione europea: la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o CEDU, firmata a Roma il 4 novembre 1950; la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, firmata a New York il 10 dicembre 1984 e la Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

La legge Martelli

LA LEGGE MARTELLI

Il decreto-legge 30 dicembre 1989, n. 416, convertito con modifiche nella legge 28 febbraio 1990, n. 39 (c.d. legge Martelli), recante “Norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato”, costituisce il primo tentativo in Italia di dettare una disciplina organica del fenomeno migratorio non limitata all’ambito lavorativo. Sino a quel momento, infatti, gli interventi normativi affastellatisi confusamente avevano avuto carattere marcatamente settoriale, con l’unico obiettivo della 2 Cass. SS.UU. 26 giugno 2012 n. 10686. 3 Cass. Sez. VI 4/8/2016 n. 16362. 4 Cass. 17 dicembre 1999 n. 907; Cass. 9/4/2002 n. 5055; Cass. 18 giugno 2004 n. 11441. –– 8 8 –– regolarizzazione e tutela dei diritti dei lavoratori stranieri presenti in Italia in misura sempre più significativa dall’inizio degli anni ’80. La normativa di riferimento in tema di ingresso e soggiorno del cittadino straniero in Italia era rappresentata unicamente dal vetusto regio decreto n. 733 del 18 giugno 1931 “Testo Unico di Pubblica Sicurezza (TULPS)” le cui disposizioni, autoritarie - improntate unicamente alla garanzia dell’ordine pubblico e sovente di dubbia legittimità costituzionale poiché gravemente lesive nei confronti dello straniero di diritti fondamentali della persona - apparivano ormai del tutto inadeguate. La “legge Martelli”, nata sull’onda emergenziale della necessità di far fronte al massiccio incremento dei flussi migratori verso il nostro Paese verificatosi alla fine degli anni Ottanta e di regolare l’afflusso dei lavoratori stranieri – da cui anche lo strumento adottato della legislazione d’urgenza – recepisce ed amplia la nozione di “rifugiato” introdotta dalla Convenzione di Ginevra, in particolare facendo venir meno la “riserva geografica” posta all’atto dell’adesione dall’Italia, che si impegnava all’osservanza degli obblighi internazionali solo nei confronti degli stranieri provenienti da determinati Paesi. Con l’istituzione del permesso di soggiorno della durata da sei mesi a due anni, la legge punta a sanare la situazione dei tanti stranieri extracomunitari già stabilitisi sul territorio nazionale e - con la previsione per la prima volta di una programmazione statale dei flussi di ingresso in base alle necessità economiche e occupazionali del Paese (c.d. quote) - mira a contenere l’aumento esponenziale dell’immigrazione. Contestualmente, viene prevista la possibilità di espellere, con un foglio di via o nei casi più gravi con un accompagnamento coatto alla frontiera, gli immigrati pericolosi o clandestini. Per quanto riguarda la lotta all’immigrazione clandestina, per la prima volta sono, infine, introdotte pene detentive e pecuniarie contro coloro che la favoriscono. Con il Regolamento di attuazione (decreto del Presidente della Repubblica 15 maggio 1990, n. 136) si disciplinava nel dettaglio la procedura amministrativa per il riconoscimento dello status di rifugiato, attribuendo la –– 9 9 –– competenza all’esame delle domande alla “Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato” (oggi “Commissione Nazionale per il diritto di Asilo”). Pur nella sua incompletezza e frammentarietà, caratteristiche legate al carattere emergenziale della normativa, la legge Martelli ha sia il pregio di avere - per la prima volta - preso atto e riconosciuto ufficialmente del fenomeno della presenza importante e stabile degli immigrati nel nostro Paese, sia quello di aver posto le basi per la loro inclusione ed integrazione nel tessuto nazionale.

La disciplina comunitaria

NEL CONTESTO EUROPEO, LA PRIMA REGOLAMENTAZIONE AVVIENE CON L’ACCORDO DI SCHENGEN

Anche in ambito europeo, alla fine degli anni Ottanta, l’incremento esponenziale dei flussi migratori extracomunitari “misti” (composti cioè da rifugiati ma anche da altre categorie di migranti come i c.d. migranti economici), che ha interessato il territorio europeo nell’ultimo decennio, originato dall’insorgere di numerosi conflitti in varie parti del mondo, dall’aggravarsi in senso sfavorevole agli insediamenti umani delle condizioni climatico-ambientali nel continente africano, dall’acuirsi del divario socio-economico tra Paesi sottosviluppati e non, ha indotto ad intensificare e rimodulare l’azione politica europea in materia di asilo. In precedenza, nell’Europa degli anni ’50/’70, il fenomeno migratorio era stato prevalentemente interno ed economico e l’immigrazione extracomunitaria aveva avuto dimensioni del tutto marginali. Nel Trattato di Roma del 1957, istitutivo della CEE, la materia del trattamento dello straniero, in quanto estranea alla finalità della creazione di un mercato comune (unica forma di integrazione europea perseguita) era riservata alla competenza esclusiva degli Stati membri. Con il mutare della situazione di fatto nel decennio successivo e la creazione dello spazio comune “Schengen”, ove è garantita libertà di circolazione con apertura delle frontiere interne (Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen del 19 giugno 1990), viene avvertita l’esigenza di un coordinamento delle politiche d’immigrazione ed asilo degli –– 10 10 –– Stati aderenti, al fine di assicurare la sicurezza delle frontiere esterne della comunità ed evitare flussi incontrollati. Con la Convenzione di Dublino del 15 giugno 1990 (ratificata in Italia con legge n. 523 del 1992), gli Stati aderenti, nel riaffermare i propri obblighi ai sensi della Convenzione di Ginevra, modificata dal protocollo di New York, senza alcuna limitazione geografica della sfera di applicazione, fissano i criteri oggettivi per la determinazione dello Stato competente per l'esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri, secondo una precisa gerarchia (articoli da 4 ad 8). Il criterio principe è quello della competenza dello Stato che abbia già riconosciuto ad un membro della famiglia del richiedente l'asilo lo status di rifugiato; in subordine, la competenza spetta allo Stato che abbia rilasciato al richiedente asilo un titolo di soggiorno o un visto, in ulteriore subordine, la competenza spetta allo Stato membro ove il richiedente ha fatto ingresso regolare o irregolare (criterio nella pratica di più ampia applicazione).

CLAUSOLA DI SOVRANITÀ

È previsto, altresì, il diritto per ciascuno Stato membro di prendere in esame una domanda di asilo presentatagli da uno straniero, anche se detto esame non gli compete in virtù dei criteri definiti nella Convenzione, a condizione che il richiedente l'asilo vi consenta (clausola di sovranità). CLAUSOLA UMANITARIA Per ragioni umanitarie, attinenti in particolare a motivi di carattere familiare e culturale, uno Stato membro, anche se non competente in base ai criteri stabiliti, su richiesta di altro Stato e con il consenso dell’interessato, può esaminare una domanda di asilo (clausola umanitaria).

FENOMENO DELL’ASYLUM SHOPPING La Convenzione mira essenzialmente a contrastare il fenomeno della presentazione di plurime domande di asilo negli Stati membri (fenomeno dell’asylum shopping), individuando prontamente all’interno dello spazio “Dublino” un unico Paese competente per il trattamento della domanda, nonché ad evitare il fenomeno dei c.d. “rifugiati in orbita”, ossia la condizione di quei richiedenti asilo che sono rinviati da un Paese all’altro. Estraneo alle finalità della –– 11 11 –– Convenzione è, dunque, l’obiettivo di un’equa distribuzione delle domande di asilo tra i Paesi aderenti, secondo un principio solidaristico. Progressivamente è stata avvertita l’esigenza di procedere ad una maggiore integrazione politico-giuridica degli Stati comunitari in tema di asilo ed immigrazione che, tuttavia, si è sempre scontrata con una certa ritrosia degli stessi Paesi a derogare al principio di sovranità nazionale, limitando le proprie valutazioni politiche e competenze legislative in materia a favore di una politica europea.

TRATTATO DI MAASTRICHT DEL 1992

Con il Trattato di Maastricht del 1992, istitutivo della Unione europea, che pure per la prima volta prevedeva una politica comune in materia di asilo, questa veniva, infatti, qualificata come “settore di comune interesse” ed ancora una volta riservata solo ad interventi di cooperazione intergovernativa. TRATTATO DI AMSTERDAM DEL 1997 È solo con il Trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997 ed entrato in vigore il 1 maggio 1999, che vengono modificati il Trattato dell’Unione europea e quelli istitutivi delle Comunità europee e la materia dell’asilo viene trasferita alla competenza diretta comunitaria, creando la base giuridica per l’adozione di norme comunitarie.

L’ARTICOLO 63 DEL TRATTATO CE (“VISTI, ASILO, IMMIGRAZIONE E ALTRE POLITICHE CONNESSE CON LA LIBERA CIRCOLAZIONE”)

In particolare, l’articolo 63, inserito nel Titolo IV del Trattato CE (“Visti, asilo, immigrazione e altre politiche connesse con la libera circolazione”), prevede che il Consiglio Europeo - nell’arco del successivo quinquennio - adotti in materia di asilo, in conformità alla Convenzione di Ginevra ed agli altri Trattati internazionali, misure inerenti ai criteri e meccanismi per la determinazione dello Stato membro competente per l’esame della domanda di asilo presentata da un cittadino di un Paese terzo in uno stato dell’Unione. Lo stesso articolo 63 prevede l’introduzione di norme minime in materia di accoglienza dei richiedenti asilo, di riconoscimento della qualifica di rifugiato e sulle procedure per la concessione e la revoca di tale status, nonché per il riconoscimento di forme di protezione temporanea agli sfollati di Paesi terzi che non possano tornare nel Paese d’origine e per le persone che –– 12 12 –– necessitino altrimenti di protezione internazionale. Con riguardo a tale ultimo punto, gli Stati membri hanno inteso dare riconoscimento ad istanze di protezione internazionale che non potevano trovare tutela nell’ambito della tradizionale disciplina di protezione dei rifugiati, ma solo con quelle forme di protezione sussidiaria e complementare medio tempore elaborate nell’ambito dei singoli ordinamenti nazionali. A seguito del Trattato di Amsterdam sono stati concordati i piani quinquennali di attuazione di Tampere (1999-2004), dell’Aja (2004-2009) e di Stoccolma (2009-2014) che delineano la cosiddetta road map del diritto di asilo comunitario. In una prima fase, della durata di un quinquennio (1999-2004), ci si proponeva essenzialmente di armonizzare gli ordinamenti giuridici nazionali in materia, adottando norme minime comuni che garantissero maggiore equità, efficienza e trasparenza nel trattamento dei richiedenti asilo in tutti i Paesi dell’Unione europea.

IL TRATTATO DI LISBONA INTRODUCE L’ARTICOLO 78 NEL TRATTATO SUL FUNZIONAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA (TFUE)

La seconda fase, già anticipata nel piano elaborato in occasione del vertice di Tampere, è codificata all’articolo 78 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), così come modificato dal Trattato di Lisbona (approvato il 18 ottobre 2007 ed entrato ufficialmente in vigore il 1^ dicembre 2009). L’obiettivo perseguito è quello dello sviluppo di un sistema europeo comune di asilo, volto a garantire a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessiti di protezione internazionale uno status appropriato ed uniforme in tutta l’Unione in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea a favore degli sfollati, con il rispetto del principio di non réfoulement, in conformità alla Convenzione di Ginevra ed agli altri Trattati internazionali in materia, garantendo inoltre procedure comuni per l'esame delle istanze di riconoscimento e di revoca di tali status, criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro –– 13 13 –– competente per l'esame di una domanda protezione internazionale e standards comuni per l’accoglienza dei richiedenti asilo.

SVILUPPO DI PARTENARIATO E DI COOPERAZIONE CON PAESI TERZI PER GESTIRE I FLUSSI DI RICHIEDENTI ASILO O PROTEZIONE SUSSIDIARIA O TEMPORANEA

Rispetto al precedente Trattato, un elemento di importante novità è dato dalla previsione - tra le linee direttrici del sistema comune europeo di asilo - dello sviluppo di partenariato e di cooperazione con Paesi terzi per gestire i flussi di richiedenti asilo o protezione sussidiaria o temporanea. Particolare risalto, inoltre, nel nuovo Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea viene dato alla necessità di equilibrio e solidarietà tra gli Stati membri tanto da prevedere che “le politiche dell’Unione di cui al presente capo (sui controlli alle frontiere, asilo ed immigrazione) e la loro attuazione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario” e che “ogniqualvolta necessario, gli atti dell’Unione adottati in virtù del presente capo, contengono misure appropriate ai fini dell’applicazione di tale principio”. È, infine, espressamente previsto, quale misura a carattere eccezionale, che “qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento Europeo”. SISTEMA EUROPEO COMUNE DI ASILO (CEAS) In attuazione del Sistema europeo comune di asilo (CEAS), sono state approvate, dal 2003 in poi, nuove norme a livello dell’Unione europea che definiscono standards comuni elevati, diretti a garantire ai richiedenti asilo, ovunque presentino domanda di protezione internazionale, parità di trattamento in un sistema equo ed efficace, evitando altresì fenomeni di migrazione interna determinati dai diversi trattamenti loro riservati dai Paesi ospitanti. In particolare, vanno segnalate: – 14 – − la direttiva modificata in materia di accoglienza che garantisce al richiedente asilo l’accesso – 14 – a condizioni di accoglienza (alloggio, vitto, assistenza sanitaria ed occupazione, cure mediche e psicologiche) dignitose ed uniformi in tutti gli Stati membri ed una regolamentazione dettagliata e più restrittiva della possibilità di ricorso al trattenimento (direttive n. 2003/9/CE del 27 gennaio 2003 e 2013/33/UE del 26 giugno 2013); - la direttiva modificata relativa alle qualifiche, che stabilisce le condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato e di quello del beneficiario di protezione sussidiaria, garantendo decisioni più motivate ed uniformi all’interno dell’UE in conformità alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, armonizzando, altresì, i diritti concessi in materia di accesso all’occupazione ed all’assistenza sanitaria ai titolari di protezione internazionale (direttive n. 2004/83/CE del 29 aprile 2004 e n. 2011/95/UE del 13 dicembre 2011); - la direttiva modificata relativa alle procedure, che disciplina l’intero iter di una domanda di asilo ed è diretta a garantire decisioni in materia più eque, più rapide e di migliore qualità (direttive 2005/85/CE del 1^ dicembre 2005 e n. 2013/32/UE del 26 giugno 2013).

La legislazione degli anni ’90: dal decreto Puglia alla legge Turco-Napolitano

IL COSIDDETTO DECRETO PUGLIA

Intanto l’Italia, alla metà degli anni Novanta, conosce una nuova emergenza migratoria legata al massiccio afflusso di profughi albanesi sulle coste pugliesi, a seguito della caduta della Repubblica Socialista d’Albania nel 1991 e della grave crisi economica che aveva investito quel Paese. Con il decretolegge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito in legge 29 dicembre 1995, n. 563 (“Disposizioni urgenti per l’ulteriore impiego del personale delle Forze Armate in attività di controllo della frontiera marittima nella regione Puglia”) si costituiscono tre centri lungo la frontiera marittima pugliese per le esigenze di prima assistenza, prevedendo, altresì, la possibilità di interventi e di istituzione di centri analoghi anche in altre aree –– 15 15 –– del territorio nazionale, in relazione a situazioni di emergenza che ivi si verificassero. Non viene però dettata una disciplina organica in tema di accoglienza. Alla fine degli anni Novanta, l’acuirsi della pressione migratoria ed il sempre più diffuso timore nell’opinione pubblica del rischio di criminalità connesso all’immigrazione clandestina, inducono nella classe politica la convinzione che la legge Martelli sia ormai del tutto inadeguata a fronteggiare il fenomeno.

LA LEGGE 6 MARZO 1998 N. 40 (COSIDDETTA LEGGE TURCO-NAPOLITANO)

Viene, quindi, varata la legge 6 marzo 1998, n. 40 (c.d. legge Turco-Napolitano), recante “Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, con la quale ci si propone, superando la fase emergenziale affrontata dalla precedente legge Martelli, di dettare una disciplina organica dell’intera materia dell’immigrazione. In particolare, la legge Turco-Napolitano intende contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina prevedendo sanzioni ben più severe della normativa precedente, soprattutto allorché il favoreggiamento dell’immigrazione avvenga con finalità di lucro.

CARTA DI SOGGIORNO

Nel contempo, favorisce l’integrazione dello straniero regolare, prevedendo il rilascio a suo favore di carta di soggiorno nell’ipotesi di permanenza regolare nel nostro Paese per almeno cinque anni.

RESPINGIMENTO ALLA FRONTIERA, ESPULSIONE E ALLONTANAMENTO

Sempre al fine del contrasto dell’immigrazione irregolare e delle derive criminali della presenza nel territorio dello Stato di stranieri extracomunitari pericolosi, vengono introdotti gli istituti del respingimento alla frontiera del migrante clandestino da parte del Questore e dell’espulsione quale misura di sicurezza o quale sanzione sostitutiva della detenzione applicata dall’autorità giudiziaria. Viene altresì ampliato il campo di applicazione dell’allontanamento dello straniero clandestino mediante accompagnamento alla frontiera.

CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA (CPT)

Ma la norma più innovativa e discussa della legge Turco-Napolitano fu quella istitutiva dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT, poi divenuti CIE e poi CPR), destinati ad ospitare, per un periodo massimo di trenta giorni, gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione o di allontanamento con accompagnamento coatto alla frontiera non immediatamente eseguibili. La portata innovatrice era data dalla previsione - per la prima volta in Italia - di una forma di detenzione a fini amministrativi non collegata alla commissione di fatti di rilevanza penale. È bene, tuttavia, evidenziare in proposito che, in altri ordinamenti nazionali di Paesi dell’Unione europea, la possibilità di detenzione del clandestino a fini di accertamento dell’identità, anche in ambito carcerario e per periodi anche più lunghi, era già ed è tuttora contemplata.

IL DECRETO LEGISLATIVO 25 LUGLIO 1998, N. 286 (COSIDDETTO TESTO UNICO SULL’IMMIGRAZIONE)

In ottemperanza alla delega contenuta nella stessa legge Turco-Napolitano (articolo 47, comma 1), il Governo emanava il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, contenente il “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” e, ex articolo 1, comma 6, dello stesso decreto, il relativo Regolamento di attuazione (decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394).

La legge Bossi-Fini del 2002

LEGGE 30 LUGLIO 2002 N. 189 (COSIDDETTA LEGGE BOSSI-FINI)

Ad appena quattro anni di distanza, le disposizioni del testo unico accusate di non offrire valido baluardo all’immigrazione clandestina ed alla criminalità ad essa collegata, vengono modificate ad opera della legge 30 luglio 2002, n. 189 (c.d. legge Bossi-Fini).

OBBLIGO DELLA SOTTOPOSIZIONE A RILIEVI FOTODATTILOSCOPICI

Viene introdotto l’obbligo della sottoposizione a rilievi fotodattiloscopici per lo straniero che chiede il permesso di soggiorno o il suo rinnovo. L’espulsione eseguita dal Questore mediante accompagnamento coattivo alla frontiera diviene la principale modalità di espulsione.

L’INOTTEMPERANZA AD UN ORDINE DI ALLONTANAMENTO DIVIENE REATO

Il periodo di permanenza presso un CPT viene prolungato da trenta a sessanta giorni e l’inottemperanza ad un ordine di allontanamento viene configurata quale reato. La legge Bossi-Fini introduce, altresì, la possibilità di trattenimento anche del richiedente asilo in appositi centri di identificazione ed, addirittura, ove questi sia già destinatario di provvedimento di espulsione o respingimento, in un CPT. In attesa della definizione da parte dell’Unione europea di procedure minime comuni per l’esame delle domande di protezione internazionale, la legge n. 189 del 2002, al fine di porre rimedio al problema dell’abuso delle domande di asilo strumentalmente presentate solo al fine di eludere un provvedimento di espulsione, oltre all’appena detto trattenimento del richiedente asilo in CPT, introduce una procedura semplificata e più breve, laddove l’istanza appaia palesemente infondata.

COMMISSIONI TERRITORIALI PER IL RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI RIFUGIATO

La finalità di accelerazione dei tempi di definizione delle domande di asilo è, inoltre, perseguita attraverso il decentramento della competenza a decidere dalla Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato istituita dalla legge Martelli (ridenominata Commissione Nazionale per il diritto di asilo ed il cui ambito di competenze viene ridisegnato), alle neo costituite “Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato”, istituite presso le Prefetture - Uffici Territoriali del Governo. Anche la procedura di esame della domanda, già dettata dal Regolamento di attuazione della legge Martelli (decreto del Presidente della Repubblica n. 136 del 1990), viene modificata con il Regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato adottato con decreto del Presidente della Repubblica del 16 settembre 2004, n. 303.

SERVIZIO DI PROTEZIONE PER RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI (SPRAR),

FONDO NAZIONALE PER LE POLITICHE ED I SERVIZI DELL’ASILO E SERVIZIO CENTRALE SPRAR

Altra importante integrazione apportata alla legge Martelli è quella che prevede l’istituzione del Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) gestito dagli enti locali con la previsione di un contributo finanziario elargito dallo Stato agli enti locali impegnati in tali servizi attraverso apposito fondo, denominato Fondo nazionale per le politiche ed i servizi dell’asilo, istituito presso il Ministero dell’Interno presso il quale è costituito, altresì, un Servizio Centrale SPRAR, affidato all’ANCI, con funzioni di informazione e coordinamento, consulenza, supporto tecnico e monitoraggio.

I regolamenti Dublino II e Dublino III

REGOLAMENTO N. 343 DENOMINATO DUBLINO II

Nell’ambito della prima fase di attuazione del sistema comune europeo di asilo, viene approvato il 18 febbraio 2003 il Regolamento n. 343 denominato Dublino II che sostituisce, rendendola norma comunitaria immediatamente applicabile, la Convenzione di Dublino del 1990 recependone il contenuto in modo sostanzialmente inalterato. Un elemento di novità è rappresentato dalla possibilità di applicazione della clausola di sovranità a prescindere dal consenso dell’interessato.

REGOLAMENTO N. 604 DEL 26 GIUGNO 2013 DENOMINATO DUBLINO III

Il successivo Regolamento n. 604 del 26 giugno 2013, denominato Dublino III, non intacca il nucleo centrale del precedente regolamento e della convenzione di Dublino in ordine ai criteri di determinazione dello Stato membro competente all’esame della domanda di asilo, ma introduce elementi innovativi al fine di rendere le procedure più efficaci e celeri (tempi massimi per la presa in carico dell’interessato e per il trasferimento) e disposizioni a maggiore tutela e garanzia dei richiedenti (obblighi di informazione e colloquio personale obbligatorio con il richiedente, tutela dell’interesse superiore del minore e maggiori possibilità di ricongiungimento familiare, previsione della possibilità di impugnazione avverso la decisione di trasferimento e suo effetto sospensivo unitamente all’assistenza legale gratuita, divieto espresso di trasferimento nel caso di esposizione al rischio di trattamenti disumani o degradanti, limitazione della possibilità e della durata del trattenimento).

TESTO DI RIFORMA DEL REGOLAMENTO DUBLINO III

DELEGA APERTA PER RECEPIRE LA NORMATIVA EUROPEA SULLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE

Da ultimo, è stato recentemente approvato presso la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo un testo di riforma del Regolamento Dublino III5 che prevede, in attuazione del principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità consacrato dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea come modificato dal Trattato di Lisbona sinora di fatto disatteso, l’attribuzione della competenza all’esame della domanda di asilo non più in base al criterio del primo ingresso, rivelatosi pesantemente penalizzante per i Paesi dell'Unione europea con frontiere esterne (tra cui evidentemente l’Italia), ma secondo una ripartizione tra tutti gli Stati membri per quote stabilite secondo criteri oggettivi. Verrebbe, inoltre, favorito il ricongiungimento familiare attraverso l’adozione di un concetto di famiglia più ampio, nonché attribuita rilevanza anche a “fattori di collegamento”, quali precedenti soggiorni, periodi di studio o formazione o la sponsorizzazione da parte di enti accreditati, per cui il richiedente asilo possa vantare una preferenza per un determinato Paese all’interno dell’Unione. Norme di recepimento delle direttive europee Nel nostro ordinamento, successivamente alla legge Bossi-Fini, sono state emanate una serie di norme di recepimento delle direttive europee che sono andate a costituire un corpus legislativo che si è aggiunto alle norme preesistenti senza che sia mai stata approvata una legge organica che dettasse una disciplina unitaria del diritto di asilo, anche solo raccogliendo e coordinando in un testo unico tutte le disposizioni di legge nel tempo intervenute in materia. Non a caso, l’articolo 7 della legge 7 ottobre 2014, n. 154 (Legge di delegazione europea 2013 secondo semestre), reca delega al Governo per l'adozione di un testo unico delle disposizioni di attuazione della normativa dell'Unione europea in materia di protezione internazionale e di protezione temporanea entro il 20 luglio 2019.

DECRETO LEGISLATIVO 7 APRILE 2003, N. 85: COM(2016) 270 CONCESSIONE DELLA PROTEZIONE TEMPORANEA IN CASO DI AFFLUSSO MASSICCIO DI SFOLLATI

Con il decreto legislativo 7 aprile 2003, n. 85, è stata 5 data attuazione alla direttiva europea 2001/55/CE del 20 luglio 2001 (“recante norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell'equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell'accoglienza degli stessi”). Non si tratta di un'ulteriore forma di protezione internazionale in aggiunta a quella riconosciuta ai rifugiati e a quella sussidiaria, ma di una «procedura di carattere eccezionale che garantisce, nei casi di afflusso massiccio o di imminente afflusso massiccio di sfollati provenienti da Paesi non appartenenti all'Unione europea che non possono rientrare nel loro Paese d'origine, una tutela immediata e temporanea alle persone sfollate, in particolare qualora sussista il rischio che il sistema d'asilo non possa far fronte a tale afflusso» (articolo 2, comma 1, lett. a)). Per «sfollati» debbono intendersi coloro, cittadini di Paesi terzi o apolidi, che fuggono o sono stati evacuati da zone ove vi sono conflitti armati o situazioni di violenza endemica o siano esposti a rischio grave o siano stati vittime di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani ed il cui rimpatrio in condizioni sicure e stabili risulta momentaneamente impossibile in dipendenza della situazione nel Paese stesso (articolo 2, comma 1, lett. c)). Lo strumento della protezione temporanea in esame non è stato finora mai attuato, benché richieste in tal senso siano state formulate dal Governo italiano in occasione dei massicci sbarchi di persone provenienti dalla Tunisia nei primi mesi del 2011. In occasione di tale emergenza – come già in precedenza in favore degli sfollati provenienti dall'ex Jugoslavia, dall'Albania e dal Kosovo – lo Stato italiano attivò lo strumento previsto dall'articolo 20 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali).

DECRETO LEGISLATIVO 30 MAGGIO 2005, N. 140 LE DUE FORME DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE: • STATUS DI RIFUGIATO • PROTEZIONE SUSSIDIARIA LA DEFINIZIONE DI «RIFUGIATO»

Per un più approfondito esame dell’istituto della protezione temporanea si rimanda a quanto esposto nella Relazione sull’attività svolta approvata da questa Commissione il 3 maggio 2016, pagg. 78/796 . Con il decreto legislativo 30 maggio 2005, n. 140, successivamente modificato con il decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, è stata data attuazione alle direttive europee nn. 2003/9/CE del 27 gennaio 2003 (“recante norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri”) e 2013/33/UE del 26 giugno 2013 (“recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale”). Per una più ampia ricostruzione dell’evoluzione del sistema di accoglienza in Italia si rimanda a quanto di seguito esposto al secondo capitolo. Lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e la protezione umanitaria Presupposti e contenuti delle due forme di protezione internazionale – status di rifugiato e protezione sussidiaria – sono stati disciplinati per la prima volta in ambito comunitario dalla direttiva 2004/83/CE del 29 aprile 2004 (“recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”), cui è stata data attuazione nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 – c.d. «Decreto qualifiche» – poi modificata dalla direttiva 2011/95/UE (“recante norme sull'attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o gli aventi titolo a beneficiare dell'asilo, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta”) recepita con il decreto legislativo 21 febbraio 2014, n. 18, che ha modificato in parte il predetto decreto qualifiche. La definizione di «rifugiato», elaborata già nel diritto internazionale e contenuta all'articolo 1 – A, n. 2 par. 1 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, è stata recepita fedelmente all'articolo 2, comma 1, lett. e) del decreto legislativo n. 251 del 2007, secondo cui è «rifugiato» il «cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione di cui all'articolo 10».

LA PROTEZIONE SUSSIDIARIA

La protezione sussidiaria nella disciplina comunitaria è prevista con funzione complementare e subordinata rispetto alla protezione internazionale accordata con il riconoscimento dello status di rifugiato. La valutazione della ricorrenza dei presupposti per la protezione sussidiaria dovrà, pertanto, necessariamente intervenire successivamente alla negativa delibazione circa la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della prima forma di protezione internazionale. Coerentemente, l'articolo 2, comma 1, lett. f) del decreto legislativo n. 251 del 2007 offre la seguente definizione di «persona ammissibile alla protezione sussidiaria: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dall'articolo 14 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese». Il successivo articolo 14 del decreto legislativo n. 251 del 2007 precisa che «ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, sono considerati danni gravi: a) la condanna a morte o all'esecuzione della pena di morte; b) la –– 23 23 –– tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale». A norma dell’articolo 23 del detto decreto legislativo, ai titolari dello status di rifugiato ed ai titolari dello status di protezione sussidiaria viene rilasciato un permesso di soggiorno di durata quinquennale rinnovabile, che consente l'accesso al lavoro e allo studio ed è convertibile per motivi di lavoro, sussistendone i requisiti.

LA PROTEZIONE UMANITARIA

Il nostro sistema giuridico d’asilo conosce una terza forma di protezione, di ben più complessa ricostruzione esegetica, quella della protezione umanitaria, istituto che non trova la sua fonte nel diritto internazionale o in quello comunitario, ma è previsto unicamente nell'ordinamento interno all'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo n. 286 del 1998. Trattasi, quindi, di una forma di protezione riconosciuta dall'Italia, avente carattere residuale tale cioè da poter essere accordata solo in difetto dei presupposti per il riconoscimento delle due forme principali di protezione internazionale ed assai meno disciplinata e strutturata rispetto alle altre due, in quanto la norma succitata contiene una previsione di carattere del tutto generale che può abbracciare una ampia gamma di situazioni soggettive meritevoli di tutela. Massima, di conseguenza, è anche la discrezionalità applicativa, con tutto quel che ne può conseguire in termini di rischio di abuso dell'istituto e di difficoltà di verificabilità e controllo delle decisioni. L'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo n. 286 del 1998 prevede che «il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno possono essere altresì adottati sulla base di convenzioni o accordi internazionali, resi esecutivi in Italia, quando lo straniero non soddisfi le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli Stati contraenti, salvo che ricorrano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti –– 24 24 –– da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è rilasciato dal questore secondo le modalità previste nel regolamento di attuazione». L'articolo 11, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394 (Regolamento recante norme di attuazione del T.U.), in materia di rilascio del permesso di soggiorno, individua “oggettive e gravi situazioni personali che non consentono l'allontanamento dello straniero dal territorio nazionale” tra i vari motivi di concessione del permesso per motivi umanitari. Il citato articolo 19 (Divieti di espulsione e di respingimento. Disposizioni in materia di categorie vulnerabili) del testo unico n. 286 del 1998, al comma 1, recita: «In nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione». L'elaborazione dottrinale e giurisprudenziale ha ritenuto, pertanto, di individuare i «seri motivi» presupposto per il riconoscimento della protezione umanitaria in ragioni umanitarie o nella lesione o messa in pericolo di diritti e garanzie inviolabili dell'uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione e/o da convenzioni internazionali, che non interessino direttamente il richiedente (che altrimenti avrebbe diritto al riconoscimento di una delle altre due protezioni), ma abbiano sul medesimo un'incidenza potenziale ed indiretta, quali il diritto alla vita, il divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti, il divieto di schiavitù e lavoro forzato, il divieto di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento, il diritto alla tutela delle persone vulnerabili (minori, disabili, anziani, genitori singoli con figli minori, donne in stato di gravidanza, vittime di gravi violenze fisiche, psichiche o sessuali) o, infine, in condizioni psicofisiche dell'interessato che siano tali da non consentirgli o l'allontanamento o la cura nel Paese d'origine, tutela peraltro imposta dal diritto costituzionalmente garantito alla salute.

LE PROCEDURE PER IL RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI ASILO

Le procedure per il riconoscimento del diritto di asilo sono disciplinate dal decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 – c.d. “Decreto Procedure” – che ha dato attuazione alla delibera europea n. 2005/85/CE del 1^ dicembre 2005 (“recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato”), novellato, poi, dal decreto legislativo 1 settembre 2011 , n. 150, e, da ultimo, dal decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, che ha dato attuazione alla delibera europea n. 2013/32/UE del 26 giugno 2013 (“recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale”). Con decreto del Presidente della Repubblica 12 gennaio 2015, n. 21, è stato emanato il relativo regolamento di attuazione.

DURANTE LA FASE AMMINISTRATIVA E L’EVENTUALE GIUDIZIO DI PRIMO GRADO IL RICHIEDENTE ASILO HA DIRITTO A PERMANERE NEL TERRITORIO DELLO STATO IN REGIME DI ACCOGLIENZA.

Durante la fase amministrativa e l’eventuale fase giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto a permanere nel territorio dello Stato in regime di accoglienza. La competenza all’esame della domanda di protezione internazionale è affidata alle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale (già denominate Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato nella legge Bossi-Fini), attualmente in numero di venti con altrettante sezioni.

IL PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO È ASSISTITO DA GARANZIE PROCEDURALI ASSIMILABILI A QUELLE DEL PROCEDIMENTO AVANTI ALL’AUTORITÀ

Il procedimento amministrativo è per così dire “paragiurisdizionalizzato” in quanto assistito da garanzie procedurali diverse ma assimilabili a quelle del procedimento avanti all’autorità giudiziaria, improntato alla più ampia tutela e garanzia dei diritti del richiedente asilo (composizione delle commissioni territoriali formate da rappresentanti dell'amministrazione centrale, degli enti locali e di organismi –– 26 26 –– GIUDIZIARIA internazionali, libero accesso alla procedura, possibilità di assistenza legale, audizione personale del richiedente, ampi poteri istruttori dello stesso, verbalizzazione degli atti, obbligo informativo previsto in ogni fase del procedimento amministrativo nei confronti del richiedente asilo nella lingua da lui conosciuta ed obbligatoria assistenza da parte di un interprete, particolari garanzie per i minori ed altre categorie vulnerabili, obbligo di valutazione della situazione individuale del richiedente asilo unitamente alla situazione del Paese d’origine e di decisione scritta, motivata in fatto ed in diritto, con indicazione degli elementi di valutazione e delle fonti di informazione, natura collegiale della decisione). Avverso il provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale è consentita l’impugnazione avanti all’autorità giudiziaria (Tribunale in composizione monocratica) con effetto devolutivo prevedendosi la totale cognizione del giudice su tutto l'oggetto del procedimento amministrativo, con piena rivalutazione di ogni aspetto in fatto ed in diritto e con la possibilità di attivazione anche di poteri istruttori ufficiosi. L’impugnazione ha effetto sospensivo dell’esecutività del provvedimento impugnato. Il procedimento di primo grado si svolge secondo il rito sommario di cognizione nel termine massimo di sei mesi (così a seguito della modifica introdotta dal decreto legislativo n. 150 del 2011 , prima il rito era camerale). Il provvedimento giurisdizionale di rigetto del ricorso può essere appellato avanti alla Corte d’Appello, che decide in composizione collegiale con effetto devolutivo e piena cognizione sull'intero oggetto del giudizio, con possibilità di rinnovazione istruttoria e nel termine massimo di sei mesi. Avverso il provvedimento di rigetto in grado di appello può essere proposto ricorso per cassazione per motivi di legittimità. Anche per questa fase è previsto il termine massimo di sei mesi. Per una più approfondita disamina delle procedure amministrative e giurisdizionali di esame delle domande di protezione internazionale e delle loro criticità nel periodo antecedente all’emanazione del decreto di cui qui di seguito, si rimanda all’esposizione contenuta nella Relazione sull’attività svolta approvata da questa Commissione il 3 maggio 2016, pagg. 79/1017 . Il decreto Minniti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale e le disposizioni sui minori stranieri non accompagnati

DECRETO LEGGE 17 FEBBRAIO 2017 N. 13 (COSIDDETTO DECRETO MINNITI)

Con decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13 (Disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale) convertito con modificazioni dalla legge 13 aprile 2017, n. 46, preso atto della crescita esponenziale delle domande di protezione internazionale e del rilevante incremento delle impugnazioni giurisdizionali con conseguente insostenibile aggravio di lavoro delle autorità amministrative e giudiziarie preposte a tali procedimenti nonché delle difficoltà nel rimpatrio dei soggetti non aventi titolo all’asilo, si è inteso dettare norme dirette ad agevolare ed accelerare i procedimenti amministrativi e giurisdizionali in materia e l’esecuzione dei provvedimenti di espulsione e allontanamento dei cittadini stranieri in posizione di soggiorno irregolare.

ISTITUZIONE DI SEZIONI SPECIALIZZATE IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE, PROTEZIONE INTERNAZIONALE E LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CITTADINI DELL'UNIONE EUROPEA

Sul primo fronte, si è intervenuti con l’istituzione di Sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea presso ogni tribunale ordinario del capoluogo del distretto di Corte d’appello - per un totale, quindi, di 26 sezioni – con competenza tendenzialmente estesa all’intera materia dell’immigrazione e dell’asilo (ma restano di competenza del Giudice di Pace importanti procedimenti come quelli ex articolo 18 del decreto legislativo n. 150 del 2011 di impugnazione del decreto prefettizio di espulsione e quelli ex articolo 13 comma 5-bis e 14 del decreto legislativo 7 n. 286 del 1998, concernenti rispettivamente la convalida del provvedimento del Questore di allontanamento dal territorio dello Stato e la convalida del provvedimento del Questore di trattenimento dello straniero in un CIE) ora in composizione monocratica ed ora collegiale (ad es., per le controversie in materia di protezione internazionale). A tali sezioni devono essere assegnati giudici dotati di specifiche competenze e formazione. Ulteriori previsioni sempre al fine dell’accelerazione dei procedimenti giurisdizionali in materia di protezione internazionale, sono quelle contenute nel nuovo articolo 35 bis introdotto nel decreto legislativo n. 25 del 2008, del mutamento del rito da sommario di cognizione a camerale (rito, peraltro, già previsto per tali procedimenti antecedentemente alla novella introdotta con il decreto legislativo n. 150 del 2011), tendenzialmente senza fissazione dell’udienza di comparizione delle parti che eccezionalmente potrà essere celebrata nei casi di cui al comma 11 dell’articolo cit. (disposizione, tuttavia, che lascia ampia discrezionalità al giudice e cui, prevedibilmente, verrà fatto significativo ricorso) e dell’abolizione del grado di appello. Sempre in funzione acceleratoria del giudizio, il termine per la decisione è ridotto da sei a quattro mesi ed il decreto di rigetto – di cui è prevista la possibilità di sospensiva dell’esecutività per fondati motivi - è ricorribile per Cassazione con previsione di durata massima di sei mesi del giudizio di legittimità. Al fine di semplificare e rendere più efficienti le procedure avanti alle Commissioni territoriali sono introdotte ulteriori modifiche al decreto legislativo n. 25 del 2008 e segnatamente agli articoli 11, comma 3, in tema di notificazioni ed all’articolo 14, interamente sostituito, per quanto riguarda l’audizione del richiedente asilo che dovrà essere videoregistrata e trascritta in lingua italiana con l’ausilio di sistemi automatici di riconoscimento vocale. In sede di ricorso giurisdizionale, la videoregistrazione dovrà essere trasmessa unitamente al verbale di trascrizione all’autorità giudiziaria, che se ne dovrà avvalere ai fini istruttori sostanzialmente in sostituzione della comparizione personale del richiedente in udienza che, di norma, non dovrà essere fissata.

CENTRI DI PERMANENZA PER I RIMPATRI (CPR)

La Commissione dovrà, inoltre, mettere a disposizione del magistrato tutti gli atti utilizzati per la decisione in sede amministrativa. La nuova legge ha invero già suscitato un vivace dibattito dottrinale, che verrà meglio illustrato in seguito (vedi pag. 117). Per quanto concerne, invece, il contrasto all’immigrazione clandestina, il decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13, ridenomina in centri di permanenza per i rimpatri (CPR) gli ex CIE già CPT prevedendone, altresì, l’ampliamento della rete privilegiando per la dislocazione di nuovi centri le aree extraurbane. Il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale potrà avervi libero accesso. Con modifica dell’articolo 14, comma 5, del decreto legislativo n. 286 del 1998, si prevede, inoltre, che lo straniero che sia già stato detenuto in carcere per un periodo di 90 giorni, e che, secondo il disposto previgente, poteva esservi trattenuto per un periodo massimo di trenta giorni, possa permanervi, nei casi di particolare complessità delle procedure di identificazione o di organizzazione del rimpatrio, per ulteriori quindici giorni, previa convalida della proroga da parte del giudice di pace. Con integrazione dell’articolo 6, comma 3, del decreto legislativo n. 142 del 2015, si estende l’obbligo del mantenimento del trattenimento in CPR anche a colui che, ristrettovi in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di c.d. respingimento differito, abbia strumentalmente presentato una domanda di protezione internazionale al fine di eludere tale provvedimento. Nel tentativo di dare una copertura giuridica al nuovo “approccio hotspot” imposto dalla Commissione Europea, il nuovo articolo 10 ter introdotto nel decreto legislativo n. 286 del 1998 prevede che –– 30 30 –– i punti di crisi siano istituiti presso le strutture di cui alla legge n. 535 del 1995 (c.d. legge Puglia di cui sopra8 ). Permangono evidentemente tutti i dubbi di costituzionalità per violazione del disposto di cui all’articolo 13 Cost. già sollevati da autorevole dottrina in ordine al trattenimento dei migranti ai fini identificativi presso gli hotspot9 . Il nuovo articolo 10-ter, al comma 3, prevede, altresì, che il rifiuto reiterato dello straniero a sottoporsi ai rilievi fotodattiloscopici configuri rischio di fuga legittimante il trattenimento presso i CPR per un periodo massimo di trenta giorni, previa convalida del trattenimento da parte del giudice di pace. La medesima disposizione, inoltre si applica anche ai richiedenti asilo per la convalida del cui trattenimento è competente, però, la neo istituita Sezione specializzata presso il tribunale ordinario.

LA LEGGE 7 APRILE 2017, N. 47 (COSIDDETTA LEGGE ZAMPA-POLLASTRINI)

Da ultimo, con recente legge 7 aprile 2017, n. 47 (Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati), si è inteso dettare una disciplina unitaria organica in materia di protezione, rappresentanza, accoglienza ed integrazione del m.s.n.a. introducendo una serie di modifiche alla normativa vigente. Con la nuova legge, in particolare, per la prima volta viene dettata, introducendo nel decreto legislativo n. 142 del 2015 l’articolo 19 bis, una compiuta disciplina delle procedure per l’identificazione e l’eventuale accertamento dell’età del m.s.n.a. Specifiche norme vengono, poi, introdotte per favorire gli istituti dell’affidamento familiare e della tutela (istituzione presso i Tribunale per i Minorenni di appositi albi di tutori volontari per i m.s.n.a. specificamente formati), nonché i ricongiungimenti familiari ed i rimpatri volontari ed assistiti. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali viene istituito il Sistema informativo nazionale dei minori non 8 Vedi pag. 15. 9 Per una più ampia disamina della tematica si rimanda alla Relazione sul sistema di identificazione e di prima accoglienza nell’ambito dei centri “hotspot”, pagg. da 40 a 56. Doc. XXII-bis, n. 8: accompagnati. Si prevede che i minori non accompagnati siano accolti nell’ambito del Sistema di protezione per richiedenti asilo, rifugiati e minori stranieri non accompagnati10.

DISPOSIZIONI INTEGRATIVE E CORRETTIVE DEL DECRETO LEGISLATIVO 18 AGOSTO 2015, N. 142 Il 18 dicembre 2017, il Consiglio dei ministri ha definitivamente approvato il decreto legislativo correttivo e integrativo del decreto n. 142 del 2015. Il provvedimento prevede, tra l’altro, l’assegnazione alle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale delle 250 unità di personale specializzato assunto in base al decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13. Inoltre, razionalizza il quadro delle disposizioni applicabili in materia di minori stranieri non accompagnati, attribuendo, tra l’altro, al Tribunale per i minorenni, anziché al giudice tutelare, il potere di nominare il tutore del minore non accompagnato.

Livia Turco, l'inventrice dei Ctp che non risolse l'emergenza immigrazione. Lorenzo Grossi su Il Giornale il 22 Settembre 2023

L'ex ministra della Solidarietà è tornata a farsi sentire recentemente per criticare l'azione del governo Meloni sui migranti, ma si dimentica le storture della sua "Turco-Napolitano" di venticinque anni fa

 Il presente politico di Livia Turco

Nelle settimane in cui si discute tanto di immigrazione e di emergenza sbarchi, ecco che recenntemente è ritornata in auge una di quei protagonisti politici che hanno messo mano alle norme che regolano il flusso dei migranti irregolari: Livia Turco. Scomparsa dai radar delle aule parlamentari e istituzionali da più di dieci anni, l'ex ministra della Solidarietà sociale fu l'autrice - insieme a Giorgio Napolitano - di quella legge 6 marzo 1998, n. 40 - poi rientrata nel Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 - che disciplinò quella tematica, tentando di proporsi come legislazione di superamento della fase emergenziale.

La legge che non sconfisse l'immigrazione clandestina

L'obiettivo della Turco-Napolitano (governo Prodi 1) fu quella di regolamentare l'immigrazione, favorendo da un lato l'immigrazione regolare e scoraggiando dall'altro l'immigrazione clandestina. Chi veniva poi considerato a regola poteva affrontare il percorso di acquisizione della cittadinanza, caratterizzato da una serie di tappe verso l'acquisto dei diritti propri del cittadino pleno iure, che includeva il diritto al ricongiungimento familiare, del diritto al trattamento sanitario e alla salute, e del diritto all'istruzione. Di contro, l'immigrato clandestino diventava destinatario di un provvedimento di espulsione dallo Stato.

Livia Turco perde le staffe: "Mi sono fatta un culo così"

Tale legge istituiva anche, per la prima volta, la figura del Centro di permanenza temporanea (all'articolo 12), per tutti gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile". Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, quella legge non riuscirà a risolvere un fenomeno che si era sviluppato in Italia soprattutto nella seconda parte degli anni '90. Tant'è che, appena quattro anni più tardi, il governo Berlusconi dovrà ricorrere alla Bossi-Fini per consentire di tamponare un po' la situazione.

Il presente politico di Livia Turco

Nata a Cuneo il 13 febbraio 1955, Livia Turco è una donna che ha sempre militato orgogliosamente a sinistra. Iscritta alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci), l'organizzazione giovanile del Partito Comunista Italiano, nel 1973 si trasferisce a Torino e conferma la sua scelta di adesione politica nel Pci. Durante quegli anni difficili si occupa della lotta al terrorismo e delle battaglie per superare i manicomi, conquistare la legge per la regolamentazione dell'aborto e ottenere il servizio sanitario nazionale approvato nel 1978. Viene eletta nel 1987 in Parlamento e vi rimane ininterrottamente fino al 2013, tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. Tra il 2006 e il 2008 verrà nominata anche ministra della Salute. Dal Pci passa al Pds e poi al Partito Democratico, con il quale deciderà di non ricandidarsi alle elezioni politiche del 2013.

I suoi sostegni a Roberto Giachetti come sindaco di Roma nel 2016 e ad Andrea Orlando come segretario nazionale del Pd nel 2017 non daranno i frutti sperati. Dovrà aspettare il 2021 per ricoprire nuovamente un incarico pubblico: il neoeletto primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, la nomina la sceglie per la guida dell'Azienda dei servizi alla persona "Istituto romano San Michele". Dopo un lungo periodo di silenzio, Livia Turco è tornata a parlare proprio della sua storica legge sull'immigrazione per criticare l'attuale governo Meloni: "I nostri erano centri per quei pochi casi di migranti di cui non fossimo riusciti a scoprire le generalità. Solo 30 giorni in attesa di svolgere le faticose indagini con i consolati".

Ora Zingaretti ricicla pure Livia Turco

Peccato che la "mancata esibizione del documento d'identità senza giustificato motivo", prevista dal Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ha consentito la bizzarrìa secondo la quale un immigrato straniero poteva tranquillamente assolto (anche più volte) dal reato previsto in quanto un "giustificato motivo per non esibire il documento" poteva essere il fatto che lui - quel documento - non lo possedeva proprio. I sospettati non potevano essere identificati e gli espulsi furono un numero limitato.

La ricetta pragmatica di Fini sull'immigrazione: "Cambiare la Bossi-Fini. Il blocco navale è da campagna elettorale". Il Foglio il 20 settembre 2023. 

"Sono passati vent'anni da quella legge, è cambiato tutto", dice il fondatore di Alleanza Nazionale. Poi bacchetta Salvini e plaude al lavoro di Tajani: "Serve una risposta sovranazionale"

Gianfranco Fini, ex presidente della Camera e fondatore di Alleanza Nazionale, intervistato oggi dal Fatto Quotidiano si esprime sulla gestione, da parte del governo, dei flussi migratori: “La legge che porta la mia firma e quella di Umberto Bossi va cambiata, ha vent'anni e quindi è datata”. Sottolineando la somiglianza con la norma "Turco-Napolitano", che richiedeva un contratto di lavoro per essere considerato migrante economico, aggiunge: "Vent'anni dopo è cambiato tutto il panorama internazionale e il fenomeno migratorio si è trasformato. Oggi riguarda centinaia di migliaia di persone ed è dovuto a grandi fattori economico-sociali: il divario tra nord e sud del mondo, il malessere sociale, il crollo di alcuni stati come Siria e Libia e così via. Per questo la legge va cambiata".

Fini analizza l'evoluzione del fenomeno migratorio: "Oggi coloro che arrivano in Europa spesso chiedono di godere del diritto di asilo perché arrivano da guerre, carestie, persecuzioni. Ma il quadro è cambiato: quando fu approvata la mia legge solo in pochissimi chiedevano l’asilo. Sono cambiate le condizioni e quindi bisogna agire in un contesto sovranazionale, perché nessuno stato può affrontare da solo un fenomeno così gigantesco. Basti pensare che la sola Nigeria tra vent'anni avrà più abitanti dell’intera Europa. La mia legge prevedeva quote di ingresso regolari: portò a una sanatoria di centinaia di migliaia di migranti. Questo è il modello da seguire".

Poi l'apprezzamento nei confronti dell'atteggiamento del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, riguardo al tentativo di coinvolgere l'Onu: "Le risposte possono essere solo sovranazionali, coordinate in sede europea e a livello internazionale. Qualcuno in Italia pensa di affrontare la cosa in maniera risoluta, ma sui migranti non si può dire né di 'stare a casa lorò né 'accogliamoli tuttì".

Quanto all'altro azionista di maggioranza, Matteo Salvini, l'ex leader di Alleanza Nazionale si esprime così: "Il governo non è diviso, come dice l’opposizione. Ma quello di Salvini è un comizio, un tweet: sono affermazioni eccessive tipiche della campagna elettorale. Però poi non ci pensa a fare la crisi di governo". 

Infine l'invito al pragmatismo: "La politica dovrebbe fare un ragionamento più ampio rispetto alla battuta giornaliera del blocco navale tipica di una campagna elettorale. Il blocco navale è solo un elemento e anche controverso: l’operazione Sophia, che serviva per controllare gli sbarchi con le navi europee funzionava a metà. C'erano resistenze degli stati nazionali perché veniva mantenuto il Trattato di Dublino".

Il governo dice di voler bloccare le partenze. Ci riuscirà? "Sono buone intenzioni, ma ci sono paesi che fanno resistenza. Prendiamo la Tunisia che dice: dateci i soldi e forse li fermiamo. La logica dell'interesse nazionale vale per tutti. Non resta che la redistribuzione a livello europeo", continua Fini che aggiunge: "Fino a quando si continuerà a ragionare secondo la logica degli stati nazionali non si troverà una soluzione. In Francia dove c'è Le Pen, in Germania dove Afd è in risalita e nei Paesi di Visegrad c'è una destra radicale e sovranista che sta emergendo: così nessuno vuole prendersi parte dei migranti"

Migranti, Mattarella archivia le regole di Dublino: “Sono preistoria, ora sforzo insieme” La Repubblica il 21 settembre 2023.

"Il nostro compito è quello di essere riferimento della comunità nazionale e formulare suggerimenti. Io credo che occorra di fronte ad un fenomeno così, pensare in maniera adeguata: le regole di Dublino sono preistoria, era un altro mondo, non c'era una migrazione di massa, è come fare un salto in un'altra era storica. Sono una cosa fuori dalla realtà. Occorre invece uno sforzo insieme, prima che sia impossibile governare il fenomeno migratorio in modo da affrontarlo con nuove formule". Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della conferenza stampa tenuta con il presidente tedesco Frank Walter Steinmeier a Siracusa.

Rispondendo a chi gli chiede un commento sul fatto che la Germania non accolga i migranti: "E' un argomento di cui parlano i due ministri dell'Interno e sono convinto che troveranno una soluzione collaborativa. Quello che è emerso nei nostri colloqui è un'omogeneità di pensiero sul tema dei migranti, abbiamo entrambi la percezione che è un fenomeno epocale che va affrontato non con provvedimenti tampone ma con una visione del futuro. Ma di questo si occupano i governi, non spetta a me e Steinmeier".

Il presidente tedesco concorda: "Abbiamo bisogno di regole comuni europee, nel rispetto della verità se vogliamo tenere aperti confini interni Ue abbiamo bisogno di un dibattito sugli strumenti per consentire ciò". "Dal febbraio scorso – ha continuato – ci troviamo in una situazione che non avremmo mai voluto vedere, a cominciare dalla guerra in Ucraina. In Europa dobbiamo occuparci della sicurezza, c'è coesione e compattezza nel sostegno a Kiev. E sono grato al sostegno che l'Italia dà all'Ucraina e di questo la ringrazio", ha detto rivolto a Mattarella.

"Abbiamo parlato della migrazione e del rafforzamento della cooperazione con i paesi d'origine. Dobbiamo adoperarci perché il numero degli approdi diminuiscano ed abbiamo bisogno di soluzioni europee".

Migranti, è il regolamento di Dublino che ingolfa l’Italia: Salvini rifiutò la riforma piegandosi ai Paesi di Visegrad. Angelo Lucarella, Giurista, saggista, opinionista, su Il Riformista il 19 Settembre 2023

Lampedusa sta registrando flussi migratori incessanti ed incredibili. Tuttavia non c’è da meravigliarsene perché con Malta, si tratta dell’isola di approdo più facile per chi parte dalle coste africane prospicenti sul meridione d’Italia. Quando ci fu il flusso albanese non è che si poteva pensare che quest’ultimi arrivassero in Sicilia. Era ovvio che si indirizzassero verso la Puglia.

Quindi c’è di fatto un flusso migratorio che mira all’approdo più sensato in quell’ottica di ricerca di una vita migliore il prima possibile.

C’è però da differenziare che:

un conto sono i migranti economici;

altro sono i richiedenti asilo;

altro conto sono coloro che vogliono andare via dal Paese di origine per mete che assicurano il rispetto dei diritti inviolabili pur non essendo perseguitati;

altro conto ancora è chi si sposta, pur imbarcato nelle condizioni di fortuna che conosciamo, per entrare illegalmente in uno dei Paesi dell’Unione Europea con l’idea di aggirare transiti ufficiali (un esempio su tutti il migrante che riesce a pagare 10.000 dollari tutto il tragitto).

Sui primi due ci sono regolamenti comunitari ben chiari: il Frontex (Reg. UE n. 2016/1624) e il Dublino III (2013/604).

Sulle altre due ipotesi il diritto nazionale dei singoli Paesi UE dovrebbe disciplinare gli ingressi e punire penalmente il resto. Ma come sappiamo è tanto difficile che si percepisca lo stato dell’arte.

La questione, tuttavia, è ripartire le competenze del problema sotto un occhio di analisi che va dal geopolitico al giuridico che, loro volta, sono l’essenza della scelta politica.

Nel dare sostegno all’Italia per il drammatico ed impegnativo momento che “l’isola dei diritti umani” sta vivendo più di tutti nel nostro Paese (ma anche a livello europeo), Von der Leyen, in visita a Lampedusa con Giorgia Meloni, ha proposto un piano UE in 10 punti:

supporto concreto all’Italia attraverso Frontex;

trasferimento dei migranti da Lampedusa verso altre destinazioni con meccanismo volontario di solidarietà;

supporto Frontex per rimpatri;

lotta contro i trafficanti anche attraverso un rafforzamento della normativa e una maggiore collaborazione con i Paesi di origine e transito;

intensificazione della sorveglianza aerea e navale attraverso Frontex ma anche valutando la possibilità, come chiesto dall’Italia, di nuove missioni navali tipo Sophia;

garantire che le imbarcazioni utilizzate per il traffico di esseri umani vengano sequestrate e distrutte;

Agenzie Ue per l’asilo in aiuto alle autorità italiane al fine di accelerare l’esame delle domande;

rafforzamento dei corridoi umanitari;

garantire sempre la protezione dei migranti anche durante i ritorni assistiti;

definizione di nuovi progetti per la lotta ai traffici illegali di migranti con la Tunisia.

Dieci punti di assolute buone intenzioni, salvo qualche riflessione che si innesca riguardo alcune cose da chiarire.

Esiste già l’art. 14 del regolamento UE “Frontex” che disciplina la materia riguardo al c.d. “principio di non respingimento”.

Lo stesso regolamento spiega, poi, come si effettui la gestione integrata delle frontiere stabilendo esserci una responsabilità condivisa alla base della gestione migratoria.

Quindi, buona parte della proposta UE di Von der Leyen è di natura politico-economica cioè orientata a dare più risorse finanziarie all’Italia (in qualche modo di troverà la formula) cercando, al contempo, di garantire maggiori risorse umane di supporto strategico.

Tale ragionamento vale per le proposte di cui ai punti 1, 3, 4, 5, 7, 9.

Il vero problema giuridico è per gli altri punti.

Per il rovescio della medaglia, è il regolamento di Dublino del 2013 il nocciolo della questione italiana (che vale, quindi, anche per altri Paesi UE con affaccio sul mediterraneo): tale regolamento impone il principio generale per cui il migrante che arriva in Europa non può decidere in quale Stato presentare la domanda. L’effetto di questa normazione vuole che lo Stato membro competente sia quello che svolge il ruolo maggiore nella procedura d’ingresso e di soggiorno per l’asilante nel territorio UE.

Traduzione plastica di quel che sta accadendo all’Italia: un vero e proprio ingolfamento burocratico riguardo alle pratiche dei flussi migratori che, così facendo, alimenterebbe un rischioso collasso sistemico e prima ancora umanitario (vedasi Lampedusa e Porto Empedocle).

Questa “formula capestro” del regolamento di Dublino III, pensata in un momento storico diverso rispetto a quello attuale, è una crepa evidente.

Se aggiungiamo poi che per la redistribuzione dei migranti, al netto delle quote obbligatorie stabilite, i Paesi UE devono manifestare la c.d. “solidarietà volontaria”, allora, non si tratta di verificare i presupposti di un possibile collasso sistemico dell’accoglienza italiana, ma di allarmare tutto il mondo comunitario verso l’ipotesi implosione.

Se il regolamento Frontex, grossomodo, mantiene alta la soglia di solidarietà condivisa quanto a controllo, è il regolamento di Dublino che va cambiato urgentemente. Tutto il peso della gestione umanitaria del migrante non può sopportarla il Paese di approdo. È impensabile che sia sostenibile nel lungo periodo (e figuriamoci nel breve dato quel che sta accadendo)

A rigor di storia, nel 2018, una volta insediatosi il Governo Conte I, l’Unione Europea era pronta a modificare il regolamento Dublino III, ma nel Consiglio Europeo di fine giugno non si giunse ad un risultato. Il motivo di fondo? La riunione preparatoria del Consiglio, composta dai ministri degli Interni dei singoli Paesi e tenutasi il 5 giugno in Lussemburgo, finì con aspre divisioni tanto più considerando il palese no alla riforma da parte dell’allora Ministro Salvini sull’onda di alcuni Paesi di Visegrad.

Ora, se consideriamo i dati sulle migrazioni riportati nella bozza di riforma del regolamento di Dublino III del 2018 (proposta all’epoca dalla Bulgaria), in sede UE si raggiunse un minimo accordo su altri binari. Ma un dato era ed è significativo: che in quel Coniglio europeo, compresa l’Italia, si accolse l’idea dell’approccio globale alle migrazioni e si accettò il dato per cui vi era un meno 95% di flussi migratori rispetto alla crisi del 2015.

Un dato così importante che fa pensare a quanta differenza ci sia stata rispetto ai profughi ucraini generati dall’aggressione russa.

Di contro, l’analisi impone di considerare che i decreti sicurezza del Governo Conte I, voluti dall’allora Ministro Salvini, abbiano solo creato un mare di problemi giuridici nell’ottica di armonizzazione europea. Non trascurandosi il fatto che il meno 95% di cui sopra non era neanche merito della politica muragliatoria (o accennatamente blocconavalista) portata sul piatto di Palazzo Chigi quando c’era Giuseppe Conte presidente.

Cosa può fare oggi l’Europa in una nuova ottica geopolitica?

Fare accordi con Stati che è certo non abbiano più ascendente politico sui cittadini (e figuriamoci sui trafficanti di persone) non ha corposità per quanto gli stessi accordi siano utili come forma e sul piano internazionale del “pacta sunt servanda” (i patti vanno rispettati).

L’Unione Europea può fare due cose (sbrigandosi): accelerare nel chiedere ai Paesi membri di concedere di più al ruolo centrale dell’UE riguardo alla gestione migratoria e coinvolgere l’ONU per andare in Africa ed intavolare politiche di stabilizzazione e progresso umanitario: diversamente, la disperazione continuerà a muoversi per cercare l’isola dei diritti umani.

Che si chiami Lampedusa o Unione Europea poco cambia.

Sperando non diventi presto o tardi “l’isola che non c’è”. Più.

Quelli che si ribellano.

Ora basta buonismo. Storia di Francesco Maria Del Vigo Il Giornale il 2 luglio 2023.

Se i vocabolari non avessero deciso da anni di genuflettersi alla dittatura del politicamente corretto il termine «banlieue» dovrebbe essere tradotto con «ghetto per migranti» e la locuzione «stranieri di seconda generazione» come «emarginati». E sono entrambi il frutto avvelenato di un immigrazionismo scriteriato.

Lo dimostra con ogni evidenza quello che sta accadendo in Francia in questi giorni, cioè il collasso disastroso di una cultura dell'accoglienza obbligata e del multiculturalismo a tutti i costi che nel nome dell'integrazione hanno disintegrato la società. Integrazione che non è mai avvenuta perché i figli e i nipoti degli immigrati arrivati nel periodo post coloniale non si sentono cittadini francesi e, pur avendone gli stessi diritti, di fatto non lo sono, chiusi nei loro ghetti che a loro volta hanno contribuito a edificare e blindare (a Marsiglia mettono pure le sentinelle abusive per controllare gli accessi).

L'implosione della dottrina francese sugli immigrati deve essere però di lezione a chi, come l'Italia, si trova in questi anni a gestire da sola enormi flussi migratori. Un ammonimento che, almeno fino a oggi, non è stato raccolto dai vessilliferi italiani dei porti spalancati e dalle vestali del buonismo che vede in ogni sbarco non una tragedia umana della disperazione, ma una «risorsa». E i primi segnali di cedimento non sono arrivati martedì scorso a Nanterre con la barbara e ingiustificabile uccisione di Nahel da parte delle forze dell'ordine, ma nel lontano 2005 a Clichy-sous-Bois, dove due ragazzi morirono fulminati all'interno di una centralina elettrica nella quale si erano rifugiati per sfuggire alla polizia, dando il là a due settimane di scontri. La rivolta dei minorenni, dunque, è maggiorenne, ma in questi diciott'anni nessun governo francese ha fatto nulla per porvi rimedio e in Italia la questione migratoria, posta regolarmente sul tavolo dal centrodestra, è stata sempre sbertucciata e derubricata dalla sinistra come una bagatella elettorale o, peggio ancora, come una paranoia piccolo borghese. Ignorando che la pentola a pressione che sta esplodendo oltre confine non è null'altro che il trailer di quello che potrebbe succedere tra qualche anno ai bordi delle nostre città, laddove la povertà e la disperazione - di qualunque nazionalità - si integrano (questa volta sì) in una miscela esplosiva. Per questo il cortocircuito dei talebani del multiculturalismo riguarda tutti noi e, oggi più che mai, c'è bisogno di una gestione della sicurezza e dell'immigrazione chiara, che non abbia paura di abbattere quel muro sinistro di ipocrisia che, come ci spiega la lezione francese, finisce per crollare addosso agli uni e agli altri, senza alcuna discriminazione, dimostrando che è proprio la strada del buonismo che porta ai risultati peggiori, che sfiorano addirittura il cattivismo.

Estratto dell’articolo di Danilo Ceccarelli per “la Stampa” l'1 luglio 2023. 

«Banlieue in Francia è diventato sinonimo di ghetto per immigrati, le politiche di integrazione hanno fallito, i figli e i nipoti dei primi migranti non mai diventati francesi a pieno titolo». 

Bernard Guetta, giornalista ed eurodeputato del gruppo Renew, sintetizza così i problemi sociali legati alle periferie in fiamme. 

[…] «[…] abbiamo un problema che si pone ormai da diversi decenni con i figli, i nipoti e i pronipoti degli immigrati arrivati nel dopoguerra e nel periodo post-coloniale. […] non è stata perseguita la politica di integrazione francese, che ad esempio è molto diversa da quella britannica. È un progetto portato avanti solo a metà, forse tre quarti. Chi viene dall'immigrazione oggi frequenta la scuola della Repubblica, ha gli stessi diritti degli altri francesi perché sono nati sul territorio nazionale, spesso come i genitori. Ma non sono mai stati visto come dei francesi a pieno titolo perché con o senza consapevolezza, la maggior parte di loro è stata lasciata all'interno di ghetti, che sono le banlieue. E quando si crea un ghetto, ci sono dei problemi che nascono di conseguenza». 

Per esempio?

«Da un punto di vista sociale, nascere in un quartiere difficile è un segno. Prendo il caso del mondo del lavoro, dove una persona nata da una famiglia di origini straniere in una banlieue riscontra spesso delle difficoltà legate più all'indirizzo che figura sul curriculum che al nome. Se viene da una periferia che ha la fama di essere un ghetto, il datore di lavoro ha il riflesso di farsi delle domande sul fatto che il candidato è una possibile fonte di problemi e preoccupazioni». 

[…] «Da una trentina di anni si è instaurato un gioco deleterio di cowboy e indiani tra poliziotti e ragazzini. Utilizzo questo termine perché stiamo parlando di giovani che arrivano ad un massimo di 22 o 23 anni. Per la maggior parte sono adolescenti. Si crea quindi una tensione permanente di cui sono vittime anche gli agenti, non solamente i ragazzi. […]». 

Pensa che l'eventuale applicazione dello stato di emergenza di cui si sta parlando in questi giorni possa risolvere la situazione?

«Potrebbe diventare una necessità politica nel momento in cui lo Stato dovrà compiere un gesto forte optando per una misura volta a colpire l'attenzione. […] Le forze dell'ordine al momento sono mobilitate sul territorio, è non credo che si comportino in modo tenero o lassista. Le manifestazioni continueranno anche con lo stato di emergenza. Certe volte, però, la politica è fatta anche di parole e simboli». […]

La Protezione Speciale.

La decisione della Cassazione. Signor Salvini, clandestino sarà lei…E' una soddisfazione vedere il povero Salvini restare a mezza frase perché non può più dire “clandestino”… Piero Sansonetti su L'Unità il 20 Agosto 2023

La Corte di Cassazione ha deciso che è illegittimo definire “clandestino” un rifugiato che chiede asilo politico. Bastava in realtà un po’ di buonsenso per capire che se hai chiesto asilo non sei clandestino. Per una ragione molto semplice. Che il Parlamento italiano, con il consenso e l’appoggio della destra e dei 5 Stelle, ha fatto in modo che una dura condizione sociale come quella del sans papiers, cioè del migrante senza documenti, sia considerata dalla legge un reato.

La clandestinità, qui da noi, è un reato vero e proprio, come il furto, lo stupro, l’omicidio. Talmente è un reato che è un reato persino l’osservanza di un precetto evangelico – quello di proteggere gli affamati e gli assetati e gli stranieri e i pellegrini – attività punita dalla legge perché considerata favoreggiamento della clandestinità. Ora uno può ragionare finché vuole sull’orrore e la sadicità contenuta in questa legge. Però la legge è nel codice, e quando il Pd ha provato a cancellarla è stato sonoramente battuto.

Dunque se ne evince che se tu dai del clandestino (quindi autore di reato) a una persona che clandestino non è, fai una cosa illegale e puoi essere querelato. Come se dai del ladro a uno che non ha rubato o dell’assassino a chi non ha ucciso. Cosa cambia? Niente, per carità. Oltretutto io ho fortissimi dubbi sul fatto che debba essere una Corte a stabilire il linguaggio. Però, lasciatemelo dire, è una soddisfazione vedere il povero Salvini restare a mezza frase perché non può più dire “clandestino”…

Piero Sansonetti 20 Agosto 2023

Vittorio Feltri, vietato dire clandestini? "Come chiamerò i migranti". Il Tempo

Un articolo che aveva fatto discutere ancor prima di essere pubblicato. La mattina di lunedì 21 agosto Vittorio Feltri aveva twittato: "Per la prima volta in 60 anni di professione giornalistica sono stato censurato, ed è accaduto nel giornale che ho fondato, Libero. Non so perché. Nessuno mi ha dato spiegazioni. Suppongo perché ho definito invasori gli emigranti, esattamente come ha fatto il Giornale oggi". In serata, l'aggiornamento: "Contrordine compagni. Non sono stato censurato, ma rinviato. Il mio pezzo sugli invasori esce domani, martedì. Evviva. Grazie Sallusti".  E oggi, martedì 22 agosto, l'articolo è puntualmente in edicola. Ma cosa scrive il direttore editoriale del quotidiano? Si parte dalla Cassazione, che ha sanzionato l'uso della parola "clandestino" per definire un migrante. "Dobbiamo rassegnarci alla sconfitta. La guerra al vocabolario l’abbiamo persa, hanno vinto i bulli del politicamente corretto", afferma Feltri.

Insomma, vietato dire clandestino: "Questo perché gli immigrati meritano rispetto. Va bene, io allora li definirò 'invasori' visto che arrivano in Italia a migliaia" con gli sbarchi a Lampedusa e non solo che si susseguono. Va detto che "aiutare chi si dibatte tra le onde è un dovere morale", chiarisce il giornalista, ma "non è ammissibile che una folla di invasori senza arte né parte abbia il diritto di essere ospitata da noi". Anche perché gli arrivi, sottolinea, sono tantissimi.

La sinistra invoca l'accoglienza senza limiti, senza pensare, ad esempio, ai problemi di casa nostra. Se è un obbligo salvare le persone in difficoltà in mare, argomenta Feltri, perché "dovremmo garantire pure ai nostri clochard, più di 50mila, una ospitalità tale da assicurare un tetto sostitutivo ai cartoni sui quali essi, loro malgrado, trascorrono la notte oltre che il giorno. Niente da fare, due pesi e due misure".  Come fare per frenare l'"invasione"? Per Feltri ci vorrebbe una massiccia campagna pubblicitaria nei Paesi da cui i migranti partono per avvertirli "che in Italia non c’è posto".

Protezione speciale per i migranti: cos'è e come funziona. Introdotta dal precedente governo, la protezione speciale fa parte delle tipologie di permesso di soggiorno e consente di restare in Italia anche a chi non ha ottenuto la protezione internazionale. Massimo Balsamo su Il Giornale il 16 Aprile 2023

Tabella dei contenuti

 Cos'è la protezione speciale

 Quanto dura

 I numeri

 Cosa prevede l'emendamento della maggioranza

È passata la linea dura sui migranti. Il primo ministro Giorgia Meloni ha confermato l'obiettivo di eliminare la protezione speciale, definita "un'ulteriore protezione rispetto a quello che accade al resto d'Europa". Un tema che compatta la maggioranza, sui cui non ci sono divergenze e che riscalda il dibattito sul dossier immigrazione. Alla prova dell'aula del Senato nella giornata di martedì, l'accordo raggiunto da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia prevede una nuova imponente stretta allo strumento, già ridimensionato con il decreto Cutro. Ma cos'è la protezione speciale? E come funziona?

Cos'è la protezione speciale

La protezione speciale è un permesso di soggiorno che viene rilasciato al richiedente asilo che non possa ottenere o non abbia ancora ottenuto la protezione internazionale. È rivolta ai migranti che dimostrano di essere integrati in Italia - vincoli familiari, durata del soggiorno o altro - e ai migranti per i quali sussistono determinati rischi in caso di respingimento: persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, religione, opinioni politiche. O ancora, il rischio di essere rinviato verso uno Stato nel quale non sia protetto o il rischio di essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o se il respingimento comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare.

Quanto dura

Introdotto dal precedente governo, il permesso di soggiorno per protezione speciale è un permesso di soggiorno della durata di 2 anni ed è rinnovabile. A concedere il permesso di protezione speciale è la Commissione territoriale alla quale i richiedenti asilo possono presentare domanda. In caso di rigetto, è consentito presentare ricorso.

I numeri

Come riportato dal Corriere della Sera, nel 2022 hanno ottenuto la protezione speciale 10.865 migranti. Un dato nettamente superiore rispetto a coloro che hanno ottenuto l'asilo politico (6.161) o la protezione sussidiaria (6.770). Per tutte e tre le tipologie, più della metà delle domande - il 53% - è stata rigettata. Nel biennio 2020-2021 questa tipologia di permesso di soggiorno è stata ottenuta più spesso dagli albanesi (36% sul totale di domande presentate), seguiti da peruviani (24%) e maliani (23%). I dati del 2022 non sono ancora disponibili.

Cosa prevede l'emendamento della maggioranza

L'obiettivo finale non è l'abolizione tout court, ma il sub emendamento della maggioranza a prima firma Maurizio Gasparri (Forza Italia) mira a un restringimento significativo della protezione speciale. Il testo prevede che il permesso di soggiorno per protezione speciale, quello per calamità e quello per cure mediche non siano più convertibili in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Prevista invece l'estensione della protezione per i casi di violenza domestica alle spose bambine. La protezione speciale potrà essere rinnovata per non più di sei mesi.

Dentro i migranti, fuori gli ucraini: le "liste d'ingresso" del Pd per il 25 aprile. A Ravenna un'associazione di ucraini è stata diffidata dal partecipare alle celebrazioni del 25 aprile ma ci saranno le Ong dei migranti. Francesca Galici su Il Giornale il 16 Aprile 2023

A sinistra hanno uno strano concetto di democrazia, ma guai a farlo notare. Con il 25 aprile che si avvicina, quelli che si battono sul petto ipotetiche medaglie di libertà si arrogano il diritto di fare le "liste di ingresso" alle loro manifestazioni. L'inclusività non è di casa nel Partito democratico, che a questo punto dovrebbe avere il coraggio di cambiare il suo nome per rendere ben più chiara l'idea degli ideali che lo muovono. L'arrivo di Elly Schlein ha estremizzato il posizionamento della compagine, facendo prendere coraggio alle frange più integraliste dando loro modo di uscire allo scoperto e mostrare il vero volto del nuovo Pd. E il 25 è un'occasione perfetta in tal senso.

"Non permetteremo a nessuno...". Schlein parte all'assalto del 25 aprile

A Ravenna, l'estrema sinistra e i partiti di maggioranza hanno deciso: fuori gli ucraini e dentro i migranti nelle manifestazioni della Liberazione italiana. Ebbene sì, a Ravenna si sarebbe deciso di diffidare un'associazione di ucraini del suo territorio dal partecipare alle manifestazioni del 25 aprile. L'associazione Malva, che ha il sostegno di +Europa, Italia viva e Psi è stata tenuta fuori perché Zelensky non assicurerebbe la democrazia in Ucraina. Giustificazioni che mettono le loro radici in quell'ambiguità così palese di Elly Schlein sulla guerra, che hanno fatto perdere al Pd il posizionamento in completo favore dell'Ucraina al fianco di Nato e Unione europea che il partito aveva assunto sotto la guida di Enrico Letta.

Definendo il 25 aprile come una "data sacra", la lista di estrema sinistra Ravenna in Comune giustifica così il "no" alla partecipazione degli ucraini: "Nella guerra attualmente in corso in Ucraina non vi è la lotta di chi non vuole cadere nelle mani di una dittatura ma vuole restare all’interno dell’Occidente. E questo perché non vi è democrazia oggi in Ucraina". Comprensibile la rabbia degli ucraini, arrivati al punto di dover insegnare a questi "nuovi partigiani" cosa sia stata davvero la Resistenza nel nostro Paese: "I partigiani non fecero 'tacere le armi' ma le usarono per scacciare i nazifascisti come stanno facendo ora i nostri difensori".

Ma dalle parti di Ravenna non sembrano esserci margini di discussione: Rifondazione Comunista, Partito Comunista italiano, Partito Comunista e Potere al Popolo si oppongono. Questi sono i partiti che amministrano oggi Ravenna insieme al Pd, che solo a leggere questi nomi qualche domanda occorrerebbe farsela. A loro dire, Zelensky ha raggiunto il potere tramite un golpe e a sostegno della tesi di "fascismo" contro gli ucraini è arrivata anche la Consulta provinciale Antifascista di Ravenna, che ha dato il suo verdetto: "Fra i combattenti ucraini contro l'invasore russo ci sono forze politiche e militari come il battaglione Azov ed altre che si richiamano al nazismo dalle quali nessuno s'è dissociato".

Ma dove non c'è spazio per gli ucraini, c'è spazio per i migranti. Sì, perché ad arrivare nella riviera romagnola saranno le Ong, che sfileranno per rivendicare il loro diritto di violare la legge in nome della propaganda immigrazionista nel nostro Paese. E ci sarà anche il sindaco di Cutro, sollevato a emblema della lotta contro il governo Meloni che cerca di ristabilire un minimo di legalità nell'ambito dell'immigrazione. Tanto ormai è chiaro, la sinistra non ha alcuna intenzione di mantenere il 25 aprile come festa universale per il nostro Paese: è stata trasformata in una manifestazione tra compagni, se ne sono appropriati cantandosela e suonandosela da soli.

Protezione speciale, Ong sulle barricate con sinistra e vescovi. Ma la stretta è quella delle altre nazioni Ue. Interviene il premier: "La mia volontà è abolire quell'istituto. E non ci sono divergenze sul tema". Francesco Boezi il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

Alla sinistra dell'accoglienza per tutti non piace uniformare la legislazione nazionale a quella degli altri Paesi europei (pure se questi ultimi sono governati dal centrosinistra). La notizia, in relazione alla stretta sulla protezione speciale, è anzitutto questa. Perché il governo Meloni - come spiegato dal sottosegretario all'Interno Emanuele Prisco (Fdi) - sta per equiparare alcune norme sull'istituto della protezione speciale ai provvedimenti già esistenti in Francia, Germania e Spagna, per fare due esempi concreti e ingombranti. Ma il Pd di Elly Schlein (e non solo) continua ad alzare un coro scandalizzato, evitando di segnalare la natura anomala della nostra legislazione.

L'invenzione dell'ex ministro dell'Interno Luciana Lamorgese va archiviata: il centrodestra ne è sicuro. Se non altro perché la protezione speciale è diventata un fattore di attrazione migratoria irregolare. Il mezzo parlamentare, come emerso due giorni fa, è un subemendamento sottoscritto da tutte e tre le principali forze di centrodestra. E i tempi sono stretti. Ieri anche il premier è intervenuto in materia. «Io ho come obiettivo l'eliminazione della protezione speciale, perché si tratta di un'ulteriore protezione rispetto a quello che accade al resto di Europa», ha premesso il presidente del Consiglio, durante un punto stampa nel corso della sua visita in Etiopia. Poi una spiegazione tecnica: «C'è una proposta della maggioranza nel suo complesso, non è un tema su cui ci sono divergenze. È complessa ed è normale che ci siano diversi emendamenti». Quelli della Lega sono emendamenti integrativi, al limite. E non c'è alcuna maretta in maggioranza. Giovanni Donzelli, deputato di Fdi, ha sottolineato a sua volta come la misura italiana sia un unicum continentale: «Scappi dalla guerra? Chiedi il diritto di asilo. Ci sono dei criteri ben stabiliti. In Italia si erano inventati una protezione in più che non c'è nel resto d'Europa». Niente da fare. Per la sinistra la stretta è «disumana». La segretaria dem è intervenuta sostenendo sia vergognoso «far pagare sulla pelle delle persone più fragili l'incapacità di questo governo di costruire delle politiche migratorie». Massimo Ruspandini, senatore meloniano, ne fa una questione pure statistica: «Se dovesse mantenersi lo stesso trend, si stima che per la fine dell'anno potremmo arrivare ad oltre 400.000 nuovi arrivi: non possiamo permetterci questi numeri». Ma per l'opposizione è una partita ideologica, non un argomento da affrontare con spirito pragmatico. E Francesco Boccia, ripescato dalla Schlein nella segreteria dem dopo il traghettamento dei voti grillini alle primarie, si mette a fare dietrologia. «Serve solo a coprire i ritardi e l'incapacità di questo governo ad indicare una direzione di marcia chiara per far uscire il nostro Paese dalle difficoltà economiche», afferma, rispetto alla mossa dell'esecutivo Meloni sulla protezione speciale.

Il dibattito fuoriesce dal campo della politica e coinvolge altri attori. Monsignor Gian Carlo Perego lancia un appello affinché le modifiche al decreto Cutro non siano accolte. Non è la posizione della Cei ma di sicuro il vescovo ha un ruolo centrale nell'assemblea permanente dei presuli. Poi Perego difende l'istituto: «Il permesso speciale era nato in sostituzione anzitutto del permesso umanitario per andare incontro ad una serie di situazioni che non rientrano nella protezione internazionale dell'asilo e nella protezione sussidiaria ma che hanno diritti in ordine alla tutela delle persone». Anche Emergency, attraverso le parole del presidente Rossella Miccio, dice la sua: «Siamo molto preoccupati». Tra gli scandalizzati, anche Luca Casarini di Mediterranea Saving Humans che parla di ennesima vergogna del governo Meloni. Nulla di nuovo, a ben vedere, tranne la decisione che il centrodestra vuole adottare e che inizierà a interessare il Parlamento da martedì.

«Ci servono gli immigrati, aiutano l’economia». Parola del governo Meloni. Lo scrive il ministro leghista Giorgetti nel Documento di economia e finanza in un passaggio sugli scenari futuri: se aumentano gli ingressi, migliorano i conti. Smentendo in un colpo decenni di propaganda della Destra. Simone Alliva su L’Espresso il 14 Aprile 2023

Matteo Salvini li ha sempre definiti «risorse boldriniane». Attribuendo a Laura Boldrini, ex presidente della Camera, una sorta di patronato etico-politico nei confronti degli immigrati. Chissà cosa direbbe adesso che come una nemesi, un giro di boa che mette tutti di fronte alla realtà, gli immigrati diventano una risorsa per il governo Meloni. A certificarlo è il ministero dell'Economia, guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti, che nel Def, cioè il principale documento di programmazione economica del governo, scrive che l'arrivo di popolazione straniera in età lavorativa potrà migliorare il rapporto tra debito e Pil anche di 30 punti: «Data la struttura demografica degli immigrati che entrano in Italia, l'effetto è significativo sulla popolazione residente in età lavorativa e quindi sull'offerta di lavoro», si legge.

Sono calcoli del Mef: un aumento della popolazione di origine straniera del 33% farebbe calare il debito pubblico di 30 punti, una contrazione del 33%, invece, lo farebbe aumentare di quasi 60 punti.

L’Espresso lo racconta da tempo: l’Italia multietnica e il suo valore non è teoria di sinistra ma un dato di fatto censito persino dal rapporto Ocse 2021 che ha evidenziato come «i migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione».

Siamo un Paese di immigrazione, con oltre cinque milioni di stranieri residenti (Istat, 2020), in valore assoluto dopo la Germania (che ne ha oltre 10 milioni), il Regno Unito (con oltre 6 milioni) e con un numero di presenze analoghe a quelle francesi e spagnole. Per l’Italia il loro contributo all’economia vale quasi 144 miliardi, il 9 per cento del Pil che è tornato a crescere e così l’occupazione straniera. Il tasso di occupazione degli stranieri è oggi al 57,8 per cento, ancora leggermente inferiore rispetto a quello degli italiani (58,3 per cento).

A calcolare l’impatto del lavoro degli stranieri sull’economia italiana è la Fondazione Leone Moressa, nel Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. Il tasso di occupazione degli stranieri è oggi al 57,8 per cento, ancora leggermente inferiore rispetto a quello degli italiani (58,3 per cento). La maggior parte di questa “ricchezza” si concentra nel settore dei servizi, ovvero il comparto che registra il maggior numero di occupati stranieri. Se, invece, osserviamo l’incidenza per settore, i valori più alti si registrano in agricoltura (17,9 per cento), ristorazione (16,9) ed edilizia (16,3).

"Economia salvata dagli sbarchi": ecco la verità dietro la bufala della sinistra. La retorica pro-immigrazione spesso spinge sul dato economico. Ma questo impone di distinguere tra vari canali e competenze di chi sbarca. Andrea Muratore su Il Giornale il 16 Aprile 2023  

La riapertura del caos migranti ha portato in Italia alla riproposizione di un dibattito annoso. Quello sul confronto tra posizioni politiche destinate a promuovere un contenimento dell'immigrazione clandestina e quelle che invece si definiscono più aperturiste, non facendo differenza tra quella clandestina e quella regolare. Uno dei temi che si sentono più spesso presi in considerazione sul fronte dell'immigrazione è, in questo secondo campo, il tema del contributo economico delle migrazioni all'economia nazionale.

Tale contributo c'è ed è evidente: LaVoce.info per esempio ha stimato i contributi del lavoro immigrato in Italia a 5 miliardi di euro di impatto extra sul gettito Irpef. Inoltre ha analizzato che gli stranieri residenti in Italia, comprendenti in stragrande maggioranza persone in età da lavoro, sono datori netti sul fronte del contributo alla previdenza e alla sanità e riceventi solo sul fronte scolastico. L'immigrazione regolare è un fenomeno che ben gestito, lo ha amesso anche il governo Meloni, è positivo per il Paese: lo sottolineano le scelte di prendere accordi con la Tunisia per dare il lasciapassare a 4mila lavoratori o i dati del ministero dell'Economia e delle Finanze di Giancarlo Giorgetti sul fatto che assimilare nel mercato del lavoro virtuosamente lo stock di immigrazione può dare spinta a una riduzione dello stock di debito pro capite.

Ma queste posizioni non possono e non devono essere il gancio per prendere posizione sull'emergenza in corso. Chiarifichaimo il concetto: nella vulgata pubblica spesso si sente parlare di un nesso diretto, alimentato soprattutto in campo progressista, tra le odierne ondate di sbarchi e la possibilità di avere manodopera impiegabile in lavori di bassa e media manovalanza. A novembre Repubblica sottolineava che i migranti in Italia sono troppo pochi "per i bisogni delle nostre imprese, della nostra agricoltura, delle nostre famiglie", riferendosi al ruolo decisivo oggettivamente giocato da molti lavoratori stranieri in settori come la raccolta ortofrutticola o l'assistenza domiciliare.

Ma pensare all'immigrato unicamente come al bracciante a rischio caporalato o alle colf non aiuta sul fronte economico né su quello umanitario. Economico, perché si rischia di ridurre l'immigrazione a un fenomeno funzionale alle due parole d'ordine di Emma Bonino, pronunciate in un'intervista a La Stampa nel 2020: "Serve manodopera". Umanitario, perché pensare strumentalmente all'immigrato solo come alle sue braccia e al suo contributo strumentale non valorizza certamente gli ideali di accoglienza in nome di cui la Sinistra si batte - o dice di farlo.

Il problema di fondo è che la Sinistra pensa al "migrante" in forma astratta, non alle storie umane che dietro l'immigrazione si creano. E si sviluppano anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Storie di ogni tipo, che vanno dal desiderio di affermazione sociale alla ricerca di ventura altrove, dalla fuga da un contesto diseredato alla semplice necessità di lasciare un luogo natio ritenuto non più vivibile. Pensare astrattamente ai "migranti" in quanto tali quando arrivano sulle nostre coste impedisce una riflessione a tutto campo.

Che per l'Italia può riguardare soprattutto i Paesi di provenienza massiccia dell'immigrazione, ma in generale qualsiasi movimento interessante il nostro Paese: fermi restando la priorità del "diritto a non emigrare" per i potenziali profughi, l'Italia può e deve sobbarcarsi la gestione dell'immigrazione solo se, nel rispetto di regole civili e sociali, chi arriva può in prospettiva contribuire alla società ma soprattutto emanciparsi da qualsiasi vincolo di subordinazione che la retorica di chi pensa ai migranti come ai raccoglitori di pomodori non spezza.

Di recente, a tal proposito, ha fatto molto discutere un editoriale del Nobel per l'economia Paul Krugman per il New York Times, in cui lo studioso storico esponente della "sinistra" del pensiero economico parlava della correlazione tra immigrazione e sviluppo economico negli Usa. Krugman nota che "secondo i dati del censimento Usa, il 79% dei residenti nati all'estero arrivati dopo il 2010 ha un'età compresa tra i 18 ei 64 anni, rispetto a solo il 61% della popolazione in generale. Quindi l'ondata di immigrazione ha probabilmente contribuito in modo significativo alla capacità dell'economia di continuare una rapida crescita dell'occupazione senza inflazione galoppante".

E per il contesto Usa c'è un dato di fatto reale, sottolineato dal Pew Research Center: i migranti di cui Krugman parla non sono solo i dipendenti del settore agricolo, ma anche e soprattutto quelli ad altissima professionalizzazione. Europei, indiani, cinesi e, in numero crescente africani attratti dalla "Terra delle Opportunità" e dagli alti salari in campi come l'ingegneria, il biomedicale, la ricerca, la finanza, che per il 30%, secondo Pew, si affidano su personale nato all'estero.

Un contesto completamente diverso da quello italiano ed europeo, soggetto alla "prima linea" di immigrazione del fronte mediterraneo e che deve necessariamente separare i due fronti. Quello, cioè, della gestione dei flussi di immigrazione non regolamentata a livello nazionale ed europeo e quello dell'apertura di canali all'immigrazione regolare capace di produrre risultati in termini di sviluppo per il Paese e i soggetti in questione. L'umanizzazione di un generico "migrante" serve a poco se poi non si differenzia tra i contesti e le necessità del Paese.

In prospettiva, la lezione degli Usa e di altri Paesi come il Regno Unito è che, ove possibile, l'attrazione di lavoro straniero ad alta intensità di competenze e conoscenze può essere un volano per lo sviluppo di sistema e mostra la capacità di un Paese di essere attrattore di capitale umano in forma virtuosa. Ma parlare di generici "migranti" senza distinguere tra l'ingegnere indiano che dopo una lunga trafila arriva negli Usa e le persone spinte dal desiderio di sopravvivenza che attraversano il Mediterraneo verso l'Italia, non aiuta al governo del fenomeno in direzione del massimo benessere sociale. Che passa per trattare veramente, e non solo a parole, gli immigrati come umani a tutto tondo.

"Gli italiani emigravano...". La vergognosa balla delle Ong pro clandestine. Dalla Ong il paragone tra i migranti italiani del Novecento e quelli africani di oggi tra ignoranza e fake news: "Studiate la storia". Francesca Galici il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

I tentativi delle Ong di supportare la propaganda pro-immigrazione non conoscono limiti, nemmeno quelli del buon senso. La dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo, come ha dichiarato il ministro Matteo Piantedosi, è una misura tecnica e non emergenziale per gestire al meglio l'accoglienza e il sistema in un momento storico in cui si sta verificando un incremento enorme degli sbarchi. Ma le Ong non sembrano gradire le mosse dell'esecutivo, che sta evidentemente lavorando per il bene del Paese e per la sua tutela al contrario di quanto avveniva in passato. Abituate ad agire liberamente, senza regole ma, anzi, dettando le proprie, le Ong ora si trovano spiazzate e senza possibilità di imporre la propria linea. Questo le porta ad affermazioni come quelle fatte dall'organizzazione spagnola che arma la nave Aita mari.

"2 milioni di italiani emigrarono in Usa tra il 1900 e il 1914. Allora non c'era lo 'stato di emergenza immigrazione' per effettuare deportazioni e schermare le frontiere. L'allarmismo dovuto all'invasione, la diffusione di messaggi di odio, la stigmatizzazione delle Ong e la violazione dei diritti umani non risolve nulla", scrivono su Twitter. Di inesattezze ce ne sono tante in questo messaggio, che lascia trasparire un certo nervosismo da parte dell'organizzazione. Tuttavia, in nome del rispetto della memoria dei veri migranti e di coloro che hanno lasciato l'Italia, ma anche la Spagna e altri Paesi europei, per trovare condizioni di vita migliore negli Stati Uniti, è necessario fare alcune precisazioni.

"Italia, Italia". La beffa dei migranti: strappano i passaporti prima di sbarcare | Il video

Gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi e tutti quelli che andavano in America lo facevano con in tasca i loro documenti, che erano quanto di più prezioso e caro avessero. Non li strappavano per lanciarli in mare per ritardare le procedure di identificazione, perché sapevano a cosa andavano incontro se sbarcavano a Ellis Island, nell'Upper side di New York, senza un documento che venisse riconosciuto dall'altra parte dell'oceano. Pagavano le traversate a bordo dei transatlantici e viaggiavano in terza classe con le loro valigie e già a bordo erano invitati a compilare i questionari di ammissione: 31 domande che indagavano la vita del passeggero. E veniva chiesto di tutto: situazione sanitaria, grado di istruzione, alfabetizzazione e professionalizzazione, e così via. Documenti che restavano negli archivi del centro migranti di Ellis Island. All'arrivo veniva fatto uno scrupoloso controllo dei documenti e dello stato sanitario e, se necessario, veniva assegnata la quarantena. Chi non rispettava le rigide regole d'ingresso o aveva problemi di salute importanti veniva imbarcato sulla stessa nave con la quale era arrivato. Gli altri potevano proseguire, imbarcandosi su un traghetto per Manhattan e iniziando la loro vita in America.

Come si può anche solo azzardare il paragone con le migrazioni di oggi. E, infatti, gli stessi utenti che commentano il post della Ong si ribellano a questa narrazione. "Gli Stati Uniti chiedevano espressamente manodopera e i migranti dovevano presentarsi con tutti i documenti in regola, altrimenti li rispedivano a casa. Le donne single non sono state accettate e rimandate a casa. La prossima volta studia un po' di storia", scrive un utente. E poi, ancora: "Che paragone stupido! Gli italiani, come gli spagnoli e tutti i popoli europei emigrati negli Stati Uniti nel XX secolo, lo hanno fatto con i relativi documenti, altrimenti li avrebbero rispediti da Ellis Island con il primo piroscafo". E così via, in un susseguirsi di inviti a studiare la storia ma anche a fare rotta verso la Spagna, visto che la loro nave che raccoglie i migranti batte bandiera iberica. Ma nessuna replica è arrivata dalla Ong.

Per il commissario di Meloni i pm antimafia erano «bastardi». NELLO TROCCHIA su Il Domani il 18 aprile 2023

«Pericoloso», «bastardi». Così il nuovo commissario all’emergenza migranti scelto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, definiva quelli che in terra di mafia rappresentavano lo stato e rischiavano la vita in strada per contrastare Cosa nostra.

E quando la magistratura gli ha chiesto conto delle sue dichiarazioni ha infilato una sfilza di non ricordo.

«Lei mi legge altre conversazioni da cui risulta che definivo Linares pericoloso. In realtà non ho mai avuto rapporti con il Linares, se non uno casuale, e non stimavo particolarmente i suoi metodi di lavoro», diceva Valenti del poliziotto antimafia. 

«Pericoloso», «bastardi». Così il nuovo commissario all’emergenza migranti scelto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, definiva quelli che in terra di mafia rappresentavano lo stato e rischiavano la vita in strada per contrastare Cosa nostra. E quando la magistratura gli ha chiesto conto delle sue dichiarazioni ha infilato una sfilza di non ricordo.

Per Valerio Valenti, va detto subito, non c’è niente di penalmente rilevante, ma i suoi rapporti con potenti e berlusconiani aprono una questione di opportunità politica. Erano gli anni, 2001-2006, nei quali Valenti spiccava il volo sotto l’ala protettiva dell’allora sottosegretario, Antonio D’Alì, il politico colluso perché al servizio dei Messina Denaro. Domani può rivelare i contenuti degli atti allegati al fascicolo della sorveglianza speciale emessa a carico dell’ex senatore forzista.

Prima dell’arresto di Matteo Messina Denaro, stragista e latitante per 30 anni, nella provincia di Trapani c’era chi gli dava la caccia arrestando i favoreggiatori del figlioccio di Totò Riina, ma anche tutelando le aziende confiscate nei lavori pubblici contro quelle piegate ai voleri dei malacarne di zona.

Ma non c’era solo questo stato, un altro colludeva con la famiglia Messina Denaro e metteva a disposizione ruolo e funzione per gli interessi di Cosa nostra. Da una parte c’erano il superpoliziotto, Giuseppe Linares, il prefetto, Fulvio Sodano e dall’altra Antonino D’Alì.

In quegli anni Valerio Valenti era il braccio destro di D’Alì, era schierato con lui e, come abbiamo già raccontato, al telefono si preoccupava del trasferimento ai servizi segreti richiesto dal poliziotto “compare”, Emiliano Carena. Con Carena conversava anche di altro, del trasferimento di Giuseppe Linares, inviso al suo dante causa, il sottosegretario D’Alì, poi condannato a sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

«Al senatore gli ho detto “ora lei va dal capo...mi raccomando non gli chiedere... il trasferimento di cosa”, gli ho detto: “Non fare questo errore perché ti metti sotto scopa”». In pratica Valenti, intercettato, riferisce il suggerimento dato a D’Alì: all’incontro con Gianni De Gennaro (il capo della polizia che non asseconderà la richiesta, ndr) vanno usate cautele maggiori, di informarsi su Linares ma di non dire esplicitamente di trasferirlo.

I BASTARDI

Ma c’è altro che possiamo rivelare. In un’altra conversazione con Carena, sempre del 2004, Valenti arrivava a dire: «Questo Linares… minchia, ed è veramente pericoloso…». Carena rispondeva: «Ma il capo non lo ha spostato a questo?…», Valenti replicava: «No… no… no… purtroppo… minchia, è agguantato fortissimo».

Le coperture di Linares erano i magistrati e il capo della polizia che lo hanno sempre difeso per il lavoro svolto nel contrasto al crimine organizzato. Valenti, invece, bisbigliava i suoi giudizi offensivi sul conto dell’allora capo della mobile di Trapani.

In un’altra conversazione i due commentano l’arresto di un colletto bianco e Valenti spiega: «Sì… lui… quello che hanno arrestato a San Vito… minchia compare l’hanno forzata… (...) domani mattina viene la commissione antimafia…(...) così hanno fatto vedere che lì lavorano…».

Secondo Valenti l’arresto era un segnale per la commissione parlamentare antimafia che sarebbe arrivata in città. Così introduceva la sua sprezzante disamina dell’accaduto: «Ah… lo sai, hanno arrestato a coso… minchia che sono bastardi…ah…».

«Bastardi», così bollava gli uffici inquirenti, riportano negli atti gli investigatori.

I NON RICORDO DI VALENTI

Il braccio destro di D’Alì viene anche sentito dagli inquirenti, ma infila una serie di non ricordo. Incredibile a dirsi per un uomo delle istituzioni.

Il 16 luglio 2015, il sostituto procuratore generale, Domenico Gozzo, oggi magistrato della direzione nazionale antimafia, ascoltava come persona informata sui fatti l’attuale commissario alla “finta” emergenza migranti.

Il magistrato stava proseguendo le indagini su Antonino D’Alì, processo che avrà un’altalena di pronunciamenti fino al giudizio definitivo e alla condanna a sei di carcere. Negli atti c’è il verbale di assunzione d’informazioni di Valenti.

«Ho ricevuto la richiesta del sottosegretario di lavorare nella sua segreteria. Il D’Alì mi disse che gli avevano parlato molto bene di me. Io accettai anche perché questo mi consentiva un avanzamento in carriera, cosa che poi in effetti arrivò», esordiva così Valenti. In effetti, nel 2001, veniva nominato viceprefetto e, nel 2006, al tramonto del governo Berlusconi, con D’Alì sottosegretario, diventava capo di gabinetto della prefettura di Firenze.

A questo punto veniva chiesto a Valenti un suo eventuale ricordo in merito al trasferimento da Trapani dell’allora capo della mobile, Linares, e Valenti risponde: «Non ricordo».

Così gli viene data lettura di un’intercettazione, quella nella quale Carena e Valenti parlavano del trasferimento. Ma niente, al prefetto non tornava la memoria. «Continuo a non ricordare nulla circa questo trasferimento. Lei mi legge altre conversazioni da cui risulta che definivo Linares pericoloso. In realtà non ho mai avuto rapporti con il Linares, se non uno casuale, e non stimavo particolarmente i suoi metodi di lavoro».

Valenti continuava sostenendo di non essersi mai occupato di quel trasferimento e che, se D’Alì gli avesse chiesto un consiglio, gli avrebbe detto che sarebbe stato un errore chiederne il trasferimento.

Il magistrato, a questo punto, gli leggeva l’intercettazione nella quale Valenti diceva che il trasferimento di Linares non era andato a buon fine perché «ammanigliato». Il prefetto, oggi commissario, chiariva così la sua posizione: «Ritengo si trattasse di un modo di dire, anzi una semplice battuta, su eventuali contatti con persone importanti del Linares», concludeva Valenti. Il prefetto che dava dei bastardi agli inquirenti, giudicava pericoloso il poliziotto antimafia, braccio destro del senatore sottosegretario D’Alì, ha fatto carriera.

NELLO TROCCHIA.  È inviato di Domani. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Le Testimonianze.

Antonio Giangrande: Immigrazione/emigrazione. Dimmi dove vai, ti dirò chi sei.

Rendiconto analitico del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS. Sul tema ha scritto “Profugopoli. Vittime e carnefici”.

L'immigrato/emigrato italiano o straniero è colui il quale si è trasferito, per costrizione o per convenienza, per vivere in un altro luogo diverso da quello natio.

Soggetti: L’immigrato arriva, l’emigrato parte. La definizione del trasferito la dà colui che vive nel luogo di arriva o di partenza. Chi resta è geloso della sua terra, cultura, usi e costumi. Chi arriva o parte è invidioso degli altri simili. Al ritorno estemporaneo al paese di origine gli emigrati, per propria vanteria, per spirito di rivalsa e per denigrare i conterranei di origine, tesseranno le lodi della nuova cultura, con la litania “si vive meglio là, là è diverso”, senza, però, riproporla al paese di origine, ma riprendendo, invece, le loro vecchie e cattive abitudini. Questi disperati non difendono o propagandano la loro cultura originaria, o gli usi e costumi della terra natia, per il semplice motivo che da ignoranti non li conoscono. Dovrebbero conoscere almeno il sole, il mare, il vento della loro terra natia, ma pare (per soldi) preferiscano i monti, il freddo e la nebbia della terra che li ospita.

Tempo: il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Se permanente le nuove generazioni dei partenti si sentiranno appartenere al paese natio ospitante.

Luoghi di arrivo: città, regioni, nazioni diverse da quelle di origine.

Motivo del trasferimento: economiche (lavoro, alimentari, climatiche ed eventi naturali); religiose; ideologiche; sentimentali; istruzione; devianza.

Economiche: Lavoro (assente o sottopagato), alimentari, climatiche ed eventi naturali (mancanza di cibo dovute a siccità o a disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);

Religiose: impossibilità di praticare il credo religioso (vitto ed alloggio decente garantito);

Ideologiche: impossibilità di praticare il proprio credo politico (vitto ed alloggio decente garantito);

Sentimentali: ricongiungimento con il proprio partner (vitto ed alloggio decente garantito);

Istruzione: frequentare scuole o università o stage per elevare il proprio grado culturale (vitto ed alloggio decente garantito);

Devianza: per sfuggire alla giustizia del paese di origine o per ampliare i propri affari criminali nei paesi di destinazione (vitto ed alloggio decente garantito).

Il trasferimento per lavoro garantito: individuo vincitore di concorso pubblico (dirigente/impiegato pubblico); trasfertista (assegnazione temporanea fuori sede d’impresa); corrispondente (destinazione fuori sede di giornalisti o altri professionisti). Chi si trasferisce con lavoro garantito ha il rispetto della gente locale indotto dal timore e rispetto del ruolo che gli compete, fatta salva ogni sorta di ipocrisia dei locali che maschera il dissenso all’invasione dell’estraneo. Inoltre il lavoro garantito assicura decoroso vitto e alloggio (nonostante il caro vita) e civile atteggiamento dell’immigrato, già adottato nel luogo d’origine e dovuto al grado di scolarizzazione e cultura posseduto.

Il trasferimento per lavoro da cercare in loco di destinazione: individuo nullafacente ed incompetente. Chi si trasferisce per lavoro da cercare in loco di destinazione appartiene ai ceti più infimi della popolazione del paese d’origine, ignari di solidarietà e dignità. Costui non ha niente da perdere e niente da guadagnare nel luogo di origine. Un volta partiva con la valigia di cartone. Non riesce ad inserirsi come tutti gli altri, per mancanza di rapporti adeguati amicali o familistici, nel circuito di conoscenze che danno modo di lavorare. Disperati senza scolarizzazione e competenza lavorativa specifica. Nel luogo di destinazione faranno quello che i locali non vorrebbero più fare (dedicarsi agli anziani, fare i minatori o i manovali, lavorare i campi ed accudire gli animali, fare i lavapiatti nei ristoranti dei conterranei, lavare le scale dei condomini, fare i metronotte o i vigilanti, ecc.). Questo tipo di manovalanza assicura un vergognoso livello di retribuzione e, di conseguenza, un livello sconcio di vitto ed alloggio (quanto guadagnano a stento basta per sostenere le spese), oltre l’assoggettamento agli strali più vili e razzisti della popolazione ospitante, che darà sfogo alla sua vera indole. Anche da parte di chi li usa a scopo politico o ideologico. Questi disperati subiranno tacenti le angherie e saranno costretti ad omologarsi al nuovo stile di vita. Lo faranno per costrizione a timore di essere rispediti al luogo di origine, anche se qualcuno tenta di stabilire la propria discultura in terra straniera anche con la violenza. Ecco allora è meglio dire: Dimmi come vai, ti dirò chi sei.

"Sette anni per arrivare in Italia. Non mi riconoscevo più allo specchio": l'odissea di un migrante somalo. Il racconto di un giovane di 22 anni: ne aveva appena 15 quando i terroristi di Al Shabaab misero a ferro e fuoco il suo villaggio uccidendogli i genitori. su La Repubblica il 30 Marzo 2023

«Erano anni che non mi guardavo allo specchio. Sono fuggito dal mio villaggio che ero un ragazzino e ho fatto fatica a riconoscermi in quell’uomo con la barba che mi sono ritrovato davanti».

Eccolo Abdrahaman affacciato al parapetto della Lifesupport. Non sa neanche dove sia Ortona, il porto d’Abruzzo che il Viminale ha scelto per la nave di Emergency, ma non importa. Ci ha messo sette infiniti anni ad arrivare: ne aveva appena 15 quando i terroristi di Al Shabaab misero a ferro e fuoco il suo villaggio in Somalia uccidendogli i genitori, ne ha 22 adesso che finalmente è riuscito ad oltrepassare quel mare che ha provato a superare ben sette volte prima di farcela. «L’Italia o qualsiasi altro posto in Europa dove mi manderanno per me va bene - dice allargando finalmente quel volto smagrito e tirato in un timido sorriso - il mio nuovo Paese sarà quello che mi offrità un tetto e un lavoro. Non ho nessuno da raggiungere ma ho un grosso impegno da onorare: devo restituire fino all’ultimo ai miei familiari tutto il denaro che mi hanno inviato per farmi uscire vivo da quell’inferno che è la Libia».

Il costo del viaggio

Quindicimila dollari. Tanto è costato il viaggio lungo sette anni dalla Somalia al Kenya, poi dal Sudan fino alla Libia e i continui riscatti pagati ai trafficanti per uscire dai lager dove ha trascorso ben cinque anni e tentare la traversata. «Io devo dire grazie ai miei parenti che non mi hanno lasciato solo dall’Australia all’America, ma in quelle carceri c’è gente rinchiusa anche da dieci anni, in attesa che qualcuno paghi per loro. E lì non entra nessuno, nè Ong, nè agenzie umanitarie, per anni non ho visto nessuno. E si perde ogni speranza. Credetemi, ho visto e subìto cose inimmaginabili».

Il tentativo di fuga dal carcere

Ne porta i segni addosso come tanti Abdrahaman che racconta il suo lunghissimo viaggio a Yohanes Ghebray, mediatore eritreo a bordo della Life Support. Mostra una lunga cicatrice sulla coscia, regalo dei carcerieri che punirono con una coltellata il suo tentativo di fuga da una prigione. «Era più di un anno che i miei familiari non mandavano i soldi che pretendevano, ero disperato, non ce la facevo più a subìre violenze quotidiane, ad assistere a quelle su donne, uomini, a sopravvivere in quelle condizioni, dormendo seduti, al buio per giorni interi, a contenderci un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua. Pensavo che non ne sarei uscito vivo e ho provato a fuggire ma mi hanno fermato e mi hanno accoltellato. Poi mi hanno lasciato con la ferita aperta per tre settimane, mi hanno curato solo quando ho rischiato di morire per l’infezione. Servivo vivo, per spillare ancora soldi alla mia famiglia».

I genitori uccisi dai terroristi

Quando, a 15 anni, scappò dal suo villaggio in fiamme insieme ai pochi sopravvissuti all’attacco di Al Shabaab, Abdrahaman non pensava affatto di venire in Europa. «I miei genitori rimasero uccisi, la mia casa distrutta, fuggii insieme ad altri abitanti del mio villaggio verso il Kenya dove c’era un campo profughi somalo. Appena fu possibile provammo a tornare a casa ma trovammo solo macerie. Non avevo altra scelta che andar via. Passai prima in Etiopia, poi in Sudan, cercavo solo un posto tranquillo dove vivere. Mi avevano detto che dall’Arabia Saudita o dallo Yemen avrei potuto provare ad arrivare in Canada o negli Stati Uniti con un visto, ma non ci sono mai riuscito».

Cinque anni nei lager libici

Poi la decisione di affrontare il deserto verso la Libia. Abdrahaman ha 17 anni quando finisce nelle mani dei trafficanti. «Mi hanno rinchiuso in un carcere non ufficiale non lontano da Tripoli, qui non ho mai visto entrare una delegazione Onu nè una qualsiasi organizzazione umanitaria. Per uscire da lì volevano ogni volta 1500 dollari. Quando potevano i miei parenti in Australia o in America me li mandavano e allora ci provavo. Sette volte, ci ho provato, mi hanno sempre ripreso e riportato indietro, per terra ma anche per mare, quando ero convinto ormai di di avercela fatta».

La salvezza sulla nave umanitaria

 La scorsa settimana, quando la Life Support lo ha soccorso su un gommone insieme ad altri 80 migranti, è stata quella buona. «Adesso - dice al mediatore che raccoglie la sua storia - ho una nuova vita davanti. Lavorerò per pagare il debito con la mia famiglia lontana. E non finirò mai di ringraziare voi che mi avete salvato e portato fin qui»

Ho attraversato tutta l’Europa con i migranti: ecco cosa ho capito. MAURIZIO PAGLIASSOTTI su Il Domani il 29 marzo 2023

Sono partito da Briançon, Alpi francesi, e sono arrivato sulle montagne che separano la Turchia dall'Iran.

Volevo vedere e raccontare la rotta dei Balcani. Poi ho cambiato idea e ho scritto un altro libro perché la rotta dei Balcani non l'ho trovata.

Quando Samuele mi ha risposto così, dato che lui è un super appassionato di Fortnite, gli ho chiesto: «Se anziché un libro avessi fatto un videogioco sui migranti?».

Ho attraversato dieci paesi, superato confini, dormito nei boschi e nei capannoni, mangiato decine di scatolette di insalata messicana e ho fatto il bagno nei fiumi. Da questo viaggio ho cavato 240 pagine per Einaudi, un libro a cui abbiamo dato come titolo La guerra invisibile, un viaggio sul fronte dell'odio contro i migranti. Sono partito da Briançon, Alpi francesi, e sono arrivato sulle montagne che separano la Turchia dall'Iran.

LA ROTTA CHE NON C’È

Volevo vedere e raccontare la rotta dei Balcani. Poi ho cambiato idea e ho scritto un altro libro perché la rotta dei Balcani non l'ho trovata.

Il contenuto è presto riassunto: i migranti non sono tali, è una classificazione comoda e rassicurante, che non legittima questi uomini, donne e bambini. I migranti sono i nostri nemici e quelli che chiamiamo confini altro non sono che linee fortificate, dove la vita si svolge su un piano militare.

È la nostra guerra, quella di noi buoni.

Ci sono muri, droni, armi, trincee, osservatori e tante, tantissime divise militari: da Trieste in avanti,  ho camminato e viaggiato seguendo un grado crescente di violenza e repressione.

L'apoteosi è il confine turco greco, quello che Ursula Von der Leyen definisce «il nostro scudo». Lì le cose si fanno davvero per bene, non passa nessuno e chi ci prova poi ha un compito, dopo che è stato brutalmente respinto: spiegare con chiarezza a quelli che ci vogliono provare che è meglio non fare quel primo passo verso il fiume Evros, di notte.

Ne ho trovati a decine, ammucchiati nelle cantine di Edirne, i corpi martoriati dai lividi, gli occhi incavati dentro il teschio, che mi guardavano come animali terrorizzati.

Il “nostro scudo” funziona benissimo anche in mare, perché uomini vestiti di nero il cui volto è coperto da un mefisto, raggiungono le barchine che partono da Smirne alla volta di qualche isola greca e lì sopra, senza dire una parola fanno ciò che mi ha raccontato Liza, siriana di Aleppo: “sono saliti e senza dire una parola hanno raggiunto la poppa. Armi in pugno. Uno di essi ha smontato il motore e l'ha gettato in mare. Poi sono scesi dalla nostra barca e se ne sono andati”.

Fine.

IL NEMICO ANNIENTATO

Pensavo di trovare esodi di massa, non ho trovato praticamente nessuno nei Balcani perché il nostro nemico è stato semplicemente annientato su questo fronte orientale dove ora è tutto tranquillo.

Sopravvivono alcune sacche di resistenza: jungle camp dove vivono allo stato primitivo, tra pozze di merda e cani randagi che mordono tutto quanto si muove, anarchici che portano le docce da campo rischiando l'arresto, donne di buona volontà che curano le piaghe marcescenti dei piedi; in alcuni campi di accoglienza, definizione un po' forzata, il nemico riposa, commercia, triga per recuperare denaro; qui piccole squadre di donne tentano con successo di ricordare a questi esseri umani che non sono bestie, e quindi li portano dentro tendoni bianchi dove possono giocare a ping pong o indossare una camicia bianca e mettere il gel nei capelli per far colpo su una di queste cooperanti.

Ogni tanto arrivano dei politici e allora va in scena un grande show che rallegra ma annoia al contempo.

Al di là di queste risibili sacche di resistenza nemica c'è il mercato totale della migrazione, dove tutto ha un prezzo: scarpe, coperte, documenti, cibo, caramelle, farmaci, sesso. Oggi è in mano a cosiddetti “smugglers”, piccoli trafficanti un po' meno disgraziati tra i disgraziati.

Ne ho incontrati alcuni, e direi che mi sono piaciuti: sono cristallini. Uno un giorno mi ha detto: “Io e te facciamo lo stesso mestiere. Io e te viviamo perché esistono le frontiere. Dio benedica gli Stati che chiudono tutti i confini”.

Non gli ho chiesto più niente.

L'orrore. Se lo state cercando il mio libro ne è ricolmo.

LA RICERCA DELL’ORRORE

Poi un giorno parlavo con il mio amico e consulente in videogiochi Samuele Triveri Ricci, tredici anni, e gli ho chiesto: ma tu il mio libro lo leggeresti? È un ragazzo molto sveglio. Per rispondermi ha fatto un giro di parole perché mi vuole bene, ma la sostanza era “no”.

Premesso che con il mio passaporto super blindato, la mia pelle bianca abbronzata, i miei occhiali da sole e soprattutto la mia carta di credito, non ho mai corso alcun pericolo reale, almeno da parte degli uomini, premesso questo ho sempre avuto la sensazione durante il viaggio di essere dentro un gioco. Mi tornavano spesso in mente Tomb Rider e Metal Gear Solid,  giochi degli anni novanta che fecero la storia.

Così, quando Samuele mi ha risposto così, dato che lui è un super appassionato di Fortnite, gli ho chiesto: «Se anziché un libro avessi fatto un videogioco sui migranti?». E lo sventurato rispose: «Sì, ci giocherei. Secondo me un videogioco interattivo è meglio di un libro perché nel video gioco puoi interagire, puoi vivere TU quell'esperienza, nella lettura, sopratutto di questi temi, vi è quella sensazione di distacco dalla nostra realtà. In un videogioco puoi proprio vederla con i tuoi occhi, esserci dentro».

Al prof. Umberto Galimberti queste argomentazioni proveranno tutte le critiche, e relative invettive, che avanza sul rapporto giovani tecnologia, ma come scriveva il futurologo Kevin Kelly al termine degli anni Novanta nel suo visionario  Out of control e parafrasando un celebre passo de Le relazioni pericolose, tutto questo «trascende ogni controllo».

Il tema della traslazione della realtà culturale tutta in realtà videogiocata tout court è già stato trattato, si pensi a Baricco.

Esiste perfino un videogioco sulla rotta dei Balcani: si chiama The game, è gratuito e consente di mettersi nei panni virtuali di un ragazzo afghano lungo l'ultimo tratto di viaggio, dalla Bosnia Erzegovina all'Italia.

Incuriosito e turbato ho cercato un contatto con quel mondo, e ho trovato Federico Ercole, uno dei massimi esperti del settore, e per gioco abbiamo scritto una piccola sceneggiatura che prende  spunto dalle mie pagine.

Come direbbe il dottor Frankenstein Junior, «si può fare». D'altronde in molti a questo punto della lettura stanno pensando a un ibrido mostruoso.

Quanto deve essere impegnata la letteratura, ci si è domandati su queste pagine? Ovviamente secondo me molto se no non avrei fatto quello che ho fatto mentre il mondo tremava al pensiero di andare in pizzeria. Ma stiamo parlando nel deserto, è inutile negarlo.

Enormi mondi si muovono là fuori, i social che ancora noi consideriamo moderni sono già defunti, mentre la loro evoluzione si è spostata sulle piattaforme, spesso legate ai videogiochi, sconosciute.

Inoltre i videogiochi sono già impegnati da un bel po' di tempo: si chiamano serious game e su di essi esiste una letteratura che in molti ignorano.

ALLARGARE

Il libro che ho scritto sarà letto esclusivamente da coloro che l'orrore della migrazione lo conoscono già, penso che fin da ora si possa dire con qualche sicurezza il numero delle copie vendute e suppongo anche il nome e cognome della metà di coloro che lo compreranno. Si tratta quindi di allargare, di portare questi contenuti dove «non ne so niente», sfondare le colonne d'Ercole.

Disimpegnare per impegnare.

Presso l'Università degli Stranieri di Siena, in collaborazione con la docente di critica letteraria e letteratura comparata, Tiziana De Rogatis, ho tenuto un piccolo tirocinio sui meccanismi della narrazione delle migrazioni. Un giorno ho portato le tirocinanti, erano tutte donne, in un bosco e ho fatto fare loro un gioco di ruolo sulla frontiera che mi sono inventato pensando a cosa avevo visto: chi ha pescato la carta rossa si è trovata a fare la migrante, chi ha preso quella blu afferiva alle varie polizie di frontiera.

In mezzo altri ruoli: cooperante, anarco insurrezionalista, avvocata di frontiera. Il livello di repressione simulata è stato una frazione centesimale delle realtà, c'erano risate e allegria, ma faceva comunque impressione vedere certe scene e sopratutto leggere i commenti proprio di chi «non ne sapevo niente».

Alla fine le ho chiesto: voi trasformereste le pagine del mio libro in un videogioco? La risposta è stata positiva, in massa.

MAURIZIO PAGLIASSOTTI. Scrittore e giornalista, ha scritto per Il Manifesto. In due libri di denuncia (Chi comanda Torino e Sistema Torino sistema Italia) si è occupato del degrado e della cattiva amministrazione del capoluogo piemontese. Per Bollati Boringhieri si è occupato di migrazioni internazionali, nel libro del 2019 Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina. Per Einaudi ha pubblicato La guerra invisibile. Un viaggio sul fronte dell'odio contro i migranti (2023)

Il Numero.

(ANSA domenica 20 agosto 2023) - I militari della Guardia costiera di Lampedusa, assieme ai poliziotti della Squadra Mobile e della Digos della Questura di Agrigento, sono saliti a bordo della nave Aurora della ong Sea Watch. E' in corso un'ispezione a bordo dell'imbarcazione che, ieri, violando le direttive ricevute (gli era stato assegnato Trapani quale "porto sicuro") ha fatto rotta verso Lampedusa dove ha sbarcato i 72 migranti che aveva a bordo. 

 "Non avevamo scelta. Salvaguardare le persone è la nostra priorità e Trapani non è mai stata un'opzione praticabile", avevano scritto, su Twitter, dalla nave Sea Watch che aveva chiesto un porto più vicino rispetto a Trapani. "Lampedusa è quattro volte più vicina all'area operativa" e, a dire della Ong, l'imbarcazione di 14,5 metri aveva "scorte d'acqua ormai limitate" e "Trapani era irraggiungibile perché l'Aurora finisce lentamente il carburante a causa della lunghezza del dispiegamento".

Estratto dell’articolo di Mauro Evangelisti per “il Messaggero” domenica 20 agosto 2023. 

Il sistema è al collasso. Dall'inizio del 2023 in Italia sono arrivati 101mila migranti, il doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Di questi, il 10 per cento sono minori non accompagnati. Secondo gli ultimi dati del Viminale sono 10.286 e rappresentano l'anello debole del delicato meccanismo dell'accoglienza.

I comuni denunciano: non ce la facciamo più, ormai la situazione è fuori controllo. Il primo a parlare è stato il sindaco di Prato, Matteo Biffoni, che è anche delegato all'immigrazione dell'Anci (associazione nazionale dei comuni). Il quadro che descrive è sconfortante: «Sull'accoglienza dei migranti e in particolar modo per i minori è tutto saltato, siamo sull'orlo del tracollo». Secondo il rappresentante dell'Anci le città stanno affrontando una crisi che non ha precedenti. Dice Biffoni: «Siamo nella più grande emergenza mai vissuta, […]  e non succede nulla: ho visto il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, a dicembre, poi c'è stata una convocazione il 4 agosto e nel mezzo solo un po' di interlocuzione tecnica». Biffoni è del Pd e le sue parole sono di parte, certo, ma i numeri restano pesanti. 

[…] Dice il sindaco di Prato: «C'è un perverso meccanismo politico, perché questo è il governo del "niente sbarchi", ma fuori dalla propaganda elettorale adesso sono in difficoltà». […] «con questi numeri, se ci vengono mandati ancora minori non accompagnati, noi non possiamo garantire che ci siano il rispetto delle condizioni stabilite per legge e la responsabilità è dello Stato centrale. Non ci sono gli hub di primissima accoglienza, non ci sono le risorse per la mediazione culturale. 

Il decreto Cutro ha peggiorato, se possibile, le regole del gioco, allontanando dal sistema dell'accoglienza i grandi player più affidabili come Arci, Caritas, Comunità di Sant'Egidio». […]

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” domenica 20 agosto 2023. 

Una correzione in corsa che potrebbe avere conseguenze importanti sulla distribuzione dei migranti nelle regioni: non più in via esclusiva in proporzione rispetto alla popolazione residente, ma d’ora in poi solo in una quota del 70%, perché il restante 30% sarà calcolato anche in relazione alla superficie del territorio. È la novità più incisiva sui trasferimenti di profughi approdati sulle coste italiane negli ultimi mesi, più del doppio rispetto all’anno scorso, tanto da mettere sotto pressione l’intero sistema dell’accoglienza: da quella dei primi momenti dopo il soccorso in mare a quella successiva nei centri abitati.

L’iter è contenuto in una circolare che il ministero dell’Interno ha inviato ai prefetti, delegati peraltro a indire i bandi per reperire nuove strutture d’accoglienza. 

Le nuove regole per la distribuzione dei migranti sono coordinate dal Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione. La Lombardia è in cima alla classifica dell’accoglienza con il 13% del totale di migranti, ovvero 16.232 dei 128.902 già accolti sul territorio nazionale. Seguono con il 10% e il 9% Emilia-Romagna e Lazio (12.458 e 11.217 ospiti).

Con l’adozione del criterio della proporzione collegata alla superficie regionale, si potrebbe avere nelle prossime settimane un aumento di trasferimenti in regioni con minore densità abitativa, come Sardegna e Basilicata — ma al vaglio ce ne sono anche altre — seguita da un alleggerimento della pressione sulle prime regioni. Le decisioni finali spettano comunque al Viminale in virtù di riscontri oggettivi sulla situazione nei territori interessati dalla distribuzione. 

[…] Sempre nell’ottica di far calare la pressione sui territori e assicurare un turn over delle presenze nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), forti di 12 mila posti in più dopo l’apertura di nuove strutture, è previsto un censimento delle posizioni degli ospiti (al momento circa 110mila complessivi) per verificare se abbiano ancora i requisiti necessari per essere assistiti. 

Non sono pochi infatti i migranti che vivono nei Cas ormai anche da due anni e mezzo, con attività lavorative di vario genere all’esterno e relazioni sul territorio, che ora, visto il cambiamento di status, possono richiedere aiuto agli enti locali.

[…] Sulla base degli accordi europei sull’accoglienza cambieranno, e in modo decisivo, anche le regole per chi proviene da «stati sicuri», nazioni dove non si ritiene ci siano conflitti armati e persecuzioni di carattere politico, sessuale, religioso. Nell’elenco figurano fra gli altri Costa d’Avorio e Tunisia che si trovano al vertice della graduatoria di arrivi nel 2023 (12.290 e 8.097, al secondo e al terzo posto, dietro la Guinea con 12.631), ma con poco più del 10% di riconoscimento delle domande di protezione internazionale. 

L’Italia, pena la procedura di infrazione Ue, avrà circa un mese per stabilire se queste persone abbiano i requisiti per rimanere nel nostro Paese o debbano essere rimpatriate. Negli hotspot, dove entro settembre ci saranno altri 3.500 posti, verranno create strutture di trattenimento vigilate — ma non come i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) — dove i migranti attenderanno le decisioni delle commissioni del Dipartimento per le Libertà civili (una settimana) e poi quelle definitive dei giudici.

(ANSA sabato 12 agosto 2023) - "Il Mediterraneo centrale rimane la rotta più attiva verso l'Ue quest'anno, con oltre 89.000 rilevamenti segnalati dalle autorità nazionali nei primi sette mesi del 2023. Si tratta del totale più alto su questa rotta per questo periodo dal 2017": lo scrive l'agenzia Frontex in un comunicato.

Secondo i dati preliminari, nei primi sette mesi di quest'anno il numero di attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell'Unione europea è aumentato del 13%, raggiungendo quota 176.100, il livello più alto per il periodo gennaio-luglio dal 2016, si legge nel rapporto pubblicato sul sito dell'agenzia.

L'aumento, spiega Frontex, "è stato interamente determinato dal numero di arrivi attraverso il Mediterraneo centrale, che rimane la principale rotta migratoria verso l'Ue e rappresenta più della metà di tutti i rilevamenti alle frontiere dell'Ue. Il numero di attraversamenti irregolari su questa rotta è più che raddoppiato (+115%)". E l'aumento della pressione migratoria su questa rotta "potrebbe persistere nei prossimi mesi, con i contrabbandieri che offrono prezzi più bassi per i migranti in partenza dalla Libia e dalla Tunisia, in un contesto di forte concorrenza tra i gruppi criminali", precisa il rapporto.

In particolare, a luglio sono stati rilevati quasi 42.700 attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell'Ue, con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente: si tratta del dato più alto da marzo 2016. "Purtroppo, le traversate in mare rimangono estremamente pericolose - commenta Frontex -. Secondo i dati dell'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr), nel solo mese di luglio più di 2.060 persone sono scomparse nel Mediterraneo, la maggior parte delle quali sulla rotta del Mediterraneo centrale". 

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “la Stampa” il 13 aprile 2023.

Per il governo è un'emergenza, per chi ha a cuore le vite di chi si mette in mare è innanzitutto una tragedia. Dall'inizio del 2023 sono stati 441 i morti nel Mediterraneo centrale, la cifra più alta mai registrata dal 2017. È il dato diffuso dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni.

 Dieci le ultime vittime durante un naufragio al largo della Tunisia, oltre 60 i dispersi. Intanto, altri 397 migranti sono stati soccorsi ieri dalla Guardia costiera che li ha portati a Vibo Valentia. Mentre un peschereccio con circa 600 a bordo è giunto a Catania.

L'aumento del numero dei morti è la conseguenza di un Mediterraneo sempre più vuoto, dove si è fatto di tutto per limitare l'attività delle navi delle Ong mentre le partenze proseguono senza sosta.  […]

La pressione degli sbarchi ha subito messo in crisi Lampedusa. Sull'isola ieri mattina nel centro di prima accoglienza c'erano 1.263 persone, tre volte di più rispetto a quelle che avrebbero dovuto essere ospitate. […]

 Ma la pressione è alta lungo tutte le coste di Sicilia e Calabria, non solo a Lampedusa.

Nel 2022 sono giunti in Italia, attraverso le varie rotte del Mediterraneo, 105.131 migranti in 2.539 e sbarchi, secondo quello che si legge nel rapporto redatto in occasione del 171° anniversario alla fondazione della Polizia di Stato. […]

Numeri e accoglienza. Augusto Minzolini il 30 Agosto 2023 su Il Giornale.

Chi scrive non vuole fare il processo su quanti soldi costi allo Stato ogni giorno un immigrato sbarcato in Italia. Né tanto meno vuole aizzare una sorta di guerra tra poveri

Chi scrive non vuole fare il processo su quanti soldi costi allo Stato ogni giorno un immigrato sbarcato in Italia. Né tanto meno vuole aizzare una sorta di guerra tra poveri. Semmai, in un momento in cui il governo in una congiuntura economica complicata stenta a trovare le risorse necessarie per mettere in piedi una legge di bilancio, questi dati offrono lo spunto per una riflessione e forniscono una pietra di paragone, specie se vengono confrontati ai costi del salario minimo, della pensione minima, del reddito di cittadinanza. In sintesi, a parte i 350 euro che vengono assegnati come aiuto di primo approdo, per ogni immigrato lo Stato spende 945 euro al mese (circa 32 euro al giorno).

È tutt'altro che poco se si pensa che ogni pensione minima pesa mensilmente sulla nostra previdenza 580 euro, che ogni percettore del reddito di cittadinanza single (almeno quelli che ancora ne godono) porta via all'erario 500 euro al mese. E ci sarebbe molto da congetturare anche se si prendessero come riferimento i salari minimi netti di diverse categorie. Ora, qualcuno può spiegare che quei soldi servono ad assicurare vitto e alloggio all'immigrato, certo. Ma anche il pensionato con i 580 euro al mese ci deve campare. Per cui si giunge alla conclusione che per gli immigrati clandestini lo Stato spende molto di più rispetto all'impegno che si assume verso altri cittadini.

Ora, al netto di ogni polemica, questi dati dovrebbero spingerci a guardare all'accoglienza, specie quella indiscriminata, anche sotto una luce squisitamente economica: noi sosteniamo un costo quotidiano ragguardevole per gli immigrati al confronto dell'aiuto che assicuriamo ad altre categorie deboli di nostri concittadini; e se poi l'inserimento nel mondo del lavoro di chi arriva o non funziona o non ha i presupposti per funzionare, se non riusciamo a ricollocarli in Europa, se non scappano dai centri di accoglienza, rischiamo di creare un'altra categoria di persone che passerà un bel pezzo della sua vita a bivaccare in qualche angolo del Belpaese.

Tutto ciò per dire che se si vogliono evitare nuove contraddizioni, che nel tempo possono trasformarsi in detonatori sociali pericolosi, l'unica strada che va perseguita è quella dei flussi legali. Apriamo le porte il più possibile, anzi oltre il possibile, a chi nel tempo è nelle condizioni di essere assorbito nel nostro sistema produttivo, a chi possiede i presupposti per integrarsi nella nostra società. Sugli arrivi illegali è necessaria, invece, una maggiore severità. Non solo per questioni di sicurezza o di impatto sociale, ma per ragioni puramente economiche.

Basta fare due conti. Quest'anno sono arrivati 100mila immigrati in più. Nella fase dell'accoglienza ci costeranno 1 miliardo e 134 milioni l'anno. Per avere il permesso e diventare regolari, complice l'iter giudiziario, impiegheranno mediamente tre anni (dato del Viminale). Per cui in tre anni peseranno sulle casse dello Stato per 3 miliardi e 402 milioni. E parliamo - ripeto - solo di quelli che sono arrivati in più quest'anno. A volte i numeri sono più efficaci delle parole.

Il boom dei minori non accompagnati: sono saliti a 20mila. Ogni giorno costano fino a cento euro. Inserimento scolastico, formazione linguistica, promozione dell'autonomia sociale ed economica dei giovani rifugiati, controlli medici, assieme a vitto alloggio e attività sportive sono le prestazioni offerte ai minori stranieri non accompagnati. Antonella Aldrighetti l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Inserimento scolastico, formazione linguistica, promozione dell'autonomia sociale ed economica dei giovani rifugiati, controlli medici, assieme a vitto alloggio e attività sportive sono le prestazioni offerte ai minori stranieri non accompagnati (Msna l'acronimo). Ecco l'accoglienza che lo Stato italiano riserva a quanti sbarcano sulle nostre coste senza alcun familiare. A oggi il numero dei minori presenti in Italia è di 20.032, di cui 10.727 arrivati da gennaio di quest'anno. Diversamente fino al 2020 la media degli arrivi era di circa 7.000 l'anno.

È la disamina dei costi che rende poco comprensibile l'impiego dispendioso spesso protratto oltre i 18 anni canonici della maggiore età. Ma vediamo nel dettaglio come funzionano le voci di spesa dedicate. Per ciascun minore il costo base è di 60 euro al giorno, come stabilisce la circolare 16153 del 19 maggio 2022, che regola gli appalti organizzati e affidati dalle prefetture per la gestione dei centri di accoglienza deputati ad ospitarli. Al contempo ci sono i Sai (Servizi di accoglienza e integrazione) organizzati da Anci e comuni che provvedono all'ospitalità per 77,50 euro pro capite pro die. E infine sussiste l'accoglienza diretta da parte dei Comuni dove il contributo dello Stato per ciascun giovane ospite è al massimo di 100 euro al giorno.

Il numero dei ragazzini presenti in questo contesto privilegiato è di circa un migliaio e produce una spesa tonda di 36.500.000 annui complessivi. Ovvero 36.500 l'anno ciascuno. In pratica si potrebbe malignare su un'eventuale iscrizione all'università di Oxford o di Cambridge o addirittura un master a Berkeley. Già, con le quote dei corsi, l'alloggio e l'iscrizione stiamo lì. Ma che le voci di spesa siano davvero imponenti lo indica l'entità del fondo nazionale per l'accoglienza dei Msna stabilito per l'anno in corso. La cifra non supera i 118 milioni, mentre per il 2024 salirebbe a 166 milioni. Purtroppo però quest'anno in Italia tra coloro che erano ancora minori a gennaio scorso e i nuovi arrivati andiamo a superare appunto la vetta dei 20mila. Vale a dire che la posta di cui si necessiterebbe è, al minimo della spesa ossia 60 euro, di 438 milioni. Rimaniamo invece ben lontani.

Ma ci sarebbe anche di più da analizzare in questa attenta indagine: sempre più spesso i giovani stranieri restano nel centro di accoglienza anche dopo aver superato non i 18 ma i 19 anni. Da un lato perché studiando il permesso di soggiorno gli viene automaticamente prorogato, così la ricerca e l'accesso al lavoro, dall'altro perché alcuni di loro al compimento della maggiore età necessitano di un supporto prolungato volto al buon esito del percorso di inserimento sociale. In ultima istanza gli stessi minori richiedenti protezione internazionale potranno attendere nel centro l'esito della domanda, spesso presentata dal tutore che solitamente è rivestito dal responsabile del centro di accoglienza. Davanti a una serie siffatta di situazioni diverse è automatico che gli impegni di spesa iniziali lievitino a dismisura fino a uscire dal controllo stesso delle autorità competenti. Non è un caso sporadico infatti che tra i progetti che i Comuni mettono in piedi e di cui il ministero dell'Interno finanzia l'intero budget, a fine valutazione ci si ritrova a dover rimborsare a piè di lista nuove poste.

Tuttavia il problema di queste ore è la gestione dei minori presenti nei Cas in promiscuità con gli adulti: in ciascuna Regione è corsa alle manifestazioni d'interesse per individuare gli operatori economici interessati a scendere in gara.

Migranti bambini. In Italia ci sono più di ventimila minori stranieri non accompagnati. L'Inkiesta il 23 Agosto 2023.

Quasi la metà dei ragazzi accolti nel nostro Paese ha diciassette anni, ma sono oltre tremila quelli nella fascia tra i sette e i quattordici anni 

In Italia ci sono oltre ventimila minori stranieri non accompagnati, nove su dieci sono maschi, quasi uno su cinque ha meno di quattordici anni. E come sottolinea Raffaela Milano di Save the Children «sono in una condizione di particolare vulnerabilità, viaggiano senza adulti di riferimento e per molti il rischio è che se non si attiva subito un’accoglienza e una rete di protezione possano diventare facile preda di circuiti di illegalità e sfruttamento».

Un articolo del Corriere della Sera, firmato da Virginia Piccolillo, fa il punto sui migranti bambini o adolescenti che arrivano nel nostro Paese da soli vengono spesso considerati solo come numeri di un’«emergenza» che non è tale. Spesso sono anche oggetti di scambi di accuse tra governo e comuni sulla loro accoglienza. E adesso il governo studia un «tagliando» della legge firmata da Sandra Zampa del Partito democratico e una stretta sulla verifica dell’età dei migranti, nel decreto sicurezza di settembre.

Nei dati riportati dal Corriere, i minori stranieri non accompagnati accolti nel nostro Paese sono 21.710, in crescita rispetto ai 16.470 di un anno fa, con una percentuale di maschi nettamente superiore di bambine e ragazze – una su dieci, appena il 12,8 per cento. La maggior parte, ben il 44,6 per cento, ha diciassette anni. Un quarto, il 25,4 per cento, ha sedici anni. Poco più di uno su dieci, l’11,9 per cento, ne ha quindici. Poi ci sono i più piccoli. La fascia tra sette e quattordici anni è il sedici per cento. Quindi i bimbi smarriti, quelli che hanno da zero a due anni che nel caos delle partenze restano separati da mamme e papà. Sono il due per cento. La nazionalità prevalente è egiziana, 24,7 per cento, il 20,4 dalla Tunisia, e poi Guinea, Costa d’Avorio, Gambia. La distribuzione geografica non è omogenea. E questo è il primo problema. Il 23,8 per cento viene accolto in Sicilia, il 12,9 per cento Lombardia e l’8,3 per cento nell’Emilia-Romagna, il 6,7 per cento nella Campania, il 6,3 per cento in Puglia, il 6,2 per cento in Calabria, il 5,8 per cento nel Lazio.

«La legge Zampa, in accordo con le convenzioni internazionali, prevede che siano considerati minori prima ancora che stranieri», si legge sul Corriere. Ma questo purtroppo «non sempre accade. Non sempre accade. Per loro la legge prevede l’accoglienza in centri dedicati e con standard di qualità elevati. Prima falla: non ce ne sono a sufficienza e alcuni hanno standard pessimi. La destinazione dovrebbe essere decisa entro trenta giorni: o in affido familiare o in comunità di accoglienza gestite dai Comuni. Ma i centri di accoglienza sono insufficienti e i minori finiscono in quelli per adulti, gli affidi sono fermi al palo, i posti in comunità non bastano, i tutori volontari, figura adulta di riferimento che dovrebbe essere abbinata a ciascun minore, sono pochi».

Estratto dell'articolo di Giulia Torlone per “la Repubblica” l'1 agosto 2023.

Quasi novantamila migranti sbarcati sulle nostre coste in questi primi sette mesi,  […] I dati del Viminale, aggiornati al 28 luglio, parlano di 87.883 arrivi e segnano una cifra più che doppia rispetto allo scorso anno, quando nello stesso periodo si erano registrati 41 mila arrivi sulle nostre coste. E negli ultimi tre giorni gli sbarchi non si sono fermati […]Se il dato continuasse a crescere, si arriverebbe a sfiorare la cifra record del 2016, quando in Italia sbarcarono 181 mila persone.

Dopo un crollo degli arrivi nel 2019, […] dall’anno successivo la crescita è stata costante: 14 mila sbarchi nei primi sette mesi del 2020, 29 mila nel 2021 e 41 mila nel 2022. […]

Secondo Frontex, il Mediterraneo centrale resta la rotta più percorsa dai migranti che vogliono raggiungere l’Europa: nei primi sei mesi del 2023 si sono registrati 65.571 attraversamenti irregolari dei confini Ue in questo tratto, un aumento del 137 per cento rispetto allo scorso anno. Le altre rotte, invece, subiscono un calo: del 34 per cento quella del Mediterraneo orientale e del 6 per cento quello occidentale.

Con una pressione migratoria in aumento, gli hotspot e i centri di accoglienza sono sempre più al limite della capienza. L’hub di Catania ha registrato 15mila arrivi negli ultimi tre mesi, di cui 700 minori, con picchi di 500 persone al giorno. L’hotspot di Lampedusa continua ad essere sovraffollato ed è arrivato ad ospitare più di 3000 migranti, superando di sette volte la capienza massima. […]

Estratto dell’articolo di Fausto Biloslavo per “il Giornale” il 28 marzo 2023.

[…] Dal primo gennaio sono già 26.927 i migranti sbarcati, oltre quattro volte lo stesso periodo del 2022. E nella lista delle nazionalità i primi sono gli africani proveniente dalla Costa D’Avorio seguiti dai migranti della Guinea, Pakistan e Bangladesh. Pochi scappano da una guerra come i 770 del Mali. Non solo: ieri è arrivato un peschereccio con 650 persone a bordo partito da Tobruk, in Cirenaica.

 Nessuno se ne è accorto fino a quando ha urtato un’altra barca nel porto di Roccella Ionica. A bordo tutti uomini provenienti da Siria, Pakistan, Egitto e Bangladesh. E non sempre brava gente in cerca di un futuro migliore. La Guardia costiera tunisina ha intercettato venerdì scorso 27 migranti che si erano imbarcati verso l’Italia. Le indagini hanno scoperto che uno dei «migranti» è un ricercato condannato a 10 anni per appartenenza ad un’organizzazione terroristica.

[…] Per ora nessuno lancia un piano concreto per fermare le ondate. «L’Unione europea con la missione Hera nel 2005-2006 ha visto la partecipazione di unità navali italiane nel respingimento dei migranti che partivano dal Senegal verso le Baleari. E in poco tempo la rotta si è prosciugata» spiega chi è stato impiegato nell’operazione. A bordo c’era personale della gendarmeria e della dogana senegalese. […]

Perché i migranti non usano l’aereo o la nave?

Estratto dell’articolo di Francesca Galici per “il Giornale” il 28 marzo 2023.

Le partenze dalla Tunisia verso l’Italia sono in aumento […] L’intensificazione del fenomeno […] impone anche ai facilitatori una nuova organizzazione, come si evince dagli annunci di lavoro che hanno iniziato a comparire in quelle stesse chat in cui si propongono le partenze.

 Aumentano i migranti che cercano di lasciare la Tunisia ma aumentano anche gli arresti effettuati nel Paese nordafricano, che nelle ultime settimane ha incrementato i controlli per bloccare e rallentare le partenze illegali. […] è evidente che le organizzazioni abbiano necessità di più “personale” per tenere in piedi i loro traffici illegali. Quasi come se fossero attività stagionali, questo è il momento in cui si cercano le varie figure da inserire nella «catena» per l’organizzazione e la gestione delle partenze.

«C’è un socio tra voi che vuole lavorare con me nell’immigrazione via mare da Sfax, in Tunisia, all’Italia? Deve radunare la gente che vuole emigrare», si legge nell’annuncio.

Quello che viene proposto è un ruolo da «koxeur», come ci ha spiegato uno dei trafficanti. Si tratta del primo anello dell’organizzazione, che ha il compito di intercettare i migranti che vogliono partire e di formare i gruppi in base alla disponibilità sulla barca del momento. Questa figura non è autorizzata a prendere i soldi dai migranti ma a lui viene elargita solo una percentuale.

«Ciao famiglia, c’è un camo? Chi vuole capire, capisca», si legge in un altro messaggio più discreto del precedente, forse per dare meno nell’occhio. La figura ricercata è il «camorasseur», che i migranti spesso abbreviano in «camo», ossia la figura adibita all’organizzazione materiale del viaggio. Esistono varie mansioni tra i «camorasseur» e anche loro spetta solo una piccola percentuale per ogni persona che compone il convoglio...Queste due figure collaborano a stretto contatto tra loro e lavorano sempre a terra, principalmente nelle città costiere.

Ma l’organizzazione ha necessità di avere anche persone che operano a bordo dei convogli e queste vengono solitamente cercate tra i migranti stessi: comandanti e bussolieri sono le figure principali da dislocare sui barchini, che come si evince da alcuni video riescono anche a comunicare con l’organizzatore a terra attraverso il telefono satellitare. […]

«Venire in aereo in Italia ci costerebbe molto meno: ecco perché avere il visto è impossibile e saliamo sui barconi» Jacopo Storni / CorriereTv. Il Corriere della Sera il 15 marzo 2023.

Le storie dei migranti in fuga da guerra e povertà arrivati in Italia illegalmente. Perché i requisiti per avere un visto sono quasi impossibili da sostenere per la maggior parte degli aspiranti migranti. E perché così il decreto flussi non blocca le partenze.

Ablaye Fall ha lasciato il Senegal perché in Senegal stava male. Miseria dilagante, il futuro incerto, i genitori malati, l’assenza di lavoro. Ablaye avrebbe voluto prendere un aereo per venire in Europa. Sarebbe costato meno. Sarebbe costato poche centinaia di euro. Non certo 2mila euro come il grande viaggio, prima via terra e poi sul barcone. Però Ablaye non ha potuto prendere l’aereo. Non ha neppure provato a bussare a una delle ambasciate europee per ottenere un visto, magari soltanto turistico. Perché già sapeva – come sanno tutti gli africani aspiranti migranti – che le ambasciate europee, quei visti li negano sommariamente.

Viaggiare è impossibile se non sei nato nel Paese giusto. Il Senegal, in questo senso, non è certo un Paese giusto. L’Italia invece sì. Esistono passaporti di serie A e passaporti di serie B, come riporta capillarmente la classifica di Passport Index. Con il passaporto italiano si possono visitare 174 Paesi. Con il passaporto senegalese soltanto 66, quasi tutti in Africa, nessuno in Europa. Con il passaporto somalo 44 Paesi, tra cui Haiti, Maldive, Mozambico, Malesia. Nessuna nazione in Europa. Se sei nato in Africa, soltanto in Africa potrai viaggiare. Con il passaporto siriano si possono visitare 38 Paesi, idem con il passaporto afghano. Molti siriani e afghani vorrebbero fuggire dalla guerra e dai talebani ma, semplicemente, non possono farlo, almeno per vie legali. O meglio, possono arrivare in Europa per vie illegali e poi, una volta qui, chiedere un visto umanitario. Ma prima devono rischiare la vita superando frontiere, muri, mari e spendere migliaia di euro. E così proliferano i trafficanti di uomini, che si fanno pagare profumatamente per rotte migratorie dove si rischia la morte. Proprio come successo ai migranti naufragati al largo di Crotone.

Proprio come successo ad Ablaye, arrivato per miracolo a Lampedusa. «Il mio barcone si è rotto, eravamo 120 persone, ne sono sopravvissute soltanto 62. Ho visto una bambina di due anni morire affogata di fronte alla mamma, l’ho vista proprio davanti ai miei occhi. Ho visto un mio connazionale scomparire dentro il mare, prima di morire mi aveva lasciato il numero di telefono di sua mamma e quello di suo babbo, per avvertirli nel caso fosse morto». Oggi Ablaye è ospite in un centro di accoglienza della cooperativa Il Girasole in provincia di Firenze. Ha iniziato a lavorare come sarto e ogni mese manda soldi a casa. Non dimentica il Mediterraneo: «Ancora sogno la notte quei momenti in mezzo al mare, a volte non riesco a dormire».

Accanto a lui c’è Kwasi Amankwa, ghanese: «Sono stato due anni in Libia, ho lavorato a Tripoli, poi i libici mi hanno imprigionato, mi hanno torturato, mi bagnavano il corpo e mi frustavano sulla schiena. Poi sono partito con un barcone, eravamo 150 a bordo, ne sono rimasti soltanto 15, gli altri sono tutti morti, io mi sono salvato perché so nuotare». Anche Kwasi avrebbe preferito viaggiare comodamente in aereo, ma quando sente parlare di viaggio in aereo si mette a ridere: «Per noi africani è impossibile viaggiare in aereo, i visti non li rilasciano, almeno che tu non sia ricco».

I requisiti per avere un visto sono quasi impossibili da sostenere per la maggior parte degli aspiranti migranti. Al viaggiatore che vuole entrare in Italia è richiesto, ai fini del rilascio del visto, un’assicurazione medica di 30.000 euro valida per i Paesi Schengen per il rimborso delle spese mediche, l’assistenza e il rimpatrio in caso di morte o malattia. E poi c’è la parte ancora più difficile. Serve la prova della disponibilità di mezzi sufficienti per sostenere le spese di soggiorno. Le prove richieste possono essere, ad esempio, gli estratti bancari dei sei mesi precedenti. E soprattutto, si richiede una documentazione giustificativa della propria condizione socio-professionale. Si richiede, di fatto, che l’aspirante migrante sia benestante. Ed ecco perché, nella maggior parte dei casi, i visti non vengono concessi.

E’ quindi impossibile entrare regolarmente in Italia, tranne che col decreto flussi, la misura che negli ultimi vent’anni ha portato in Italia circa un milione di stranieri e che all’indomani della tragedia di Cutro, il Governo Meloni ha promesso di potenziare (senza però fornire numeri dei possibili ingressi). «Ma anche il decreto flussi funziona col contagocce – ha detto Nazzarena Zorzella, avvocata di Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) – E’ uno strumento di difficile attuazione perché incrocia domanda e offerta di lavoro a scatola chiusa, ovvero il datore di lavoro italiano deve assumere un proprio dipendente che ancora si trova in patria, quindi di fatto senza conoscerlo, di fatto deve assumerlo a distanza. Ma è complicato per un imprenditore assumere a distanza, senza alcuna conoscenza e garanzia».

E succede che spesso il meccanismo non funziona come dovrebbe, sia perché molti Paesi sono esclusi dal decreto flussi, sia perché buona parte degli ingressi sono per un tipo di lavoro stagionale. Oltre al fatto, denunciano i datori di lavoro, che ci sono lungaggini burocratiche che rendono complicato il rilascio dei nulla osta che spesso arriva dopo mesi dalla richiesta.

Migranti e rifugiati, ecco perché non arrivano in aereo. Eleonora Camilli il 30 novembre 2022 su redattoresociale.it

 UNA VIA SICURA Prima puntata di un nostro reportage realizzato in collaborazione con Acri. Dal 2013 ad oggi quasi 25.000 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo: nell'ultimo anno se ne stimano oltre 1.400. Ma le alternative sicure e regolari restano ancora troppo poche. Ne parliamo con Chiara Cardoletti, Rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino di Unhcr

Secondo i dati dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) dal 2013 ad oggi quasi 25.000 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo. La maggior parte, quasi 20.000, sono morti nel Mediterraneo centrale, la rotta più pericolosa al mondo. Solo nell’ultimo anno si parla di oltre 1.400 morti e dispersi. Ma a ogni naufragio, la domanda è la stessa: perché migranti e rifugiati, anziché affidarsi a viaggi così pericolosi, non prendono un aereo? Quali alternative sicure ci sono? Ne parliamo di seguito con Chiara Cardoletti, Rappresentante dell’Unhcr per l’Italia, la Santa Sede e San Marino.

La sua intervista è il primo di una serie di dieci contributi che nel loro insieme costituiscono il reportage "Una via sicura", realizzato e pubblicato da Redattore Sociale in collaborazione con Acri. Un lavoro giornalistico curato da Eleonora Camilli, con il supporto grafico di Diego Marsicano, che affronta da più punti di vista il tema delle migrazioni, raccontando alcune delle esperienze supportate da Acri nel suo Progetto Migranti.

Cardoletti, tante persone si domandano perché le persone in fuga dai paesi di origine non arrivino regolarmente in Europa, anziché affidarsi alla via del mare. Lei cosa risponderebbe?

A parte casi eccezionali, le persone che fuggono da guerre e persecuzioni, non hanno la possibilità, spesso per le circostanze della fuga, o anche per le restrizioni all’ingresso in paesi sicuri, di viaggiare regolarmente su un aereo. La loro vita o libertà sono minacciate e i rifugiati spesso sono costretti ad allontanarsi dal loro Paese di origine rapidamente, a volte anche nel giro di poche ore. La maggior parte fugge inizialmente nei Paesi confinanti, i quali spesso devono affrontare situazioni economiche e sociali complesse. Il 74% dei rifugiati vive oggi in paesi a basso o medio reddito. Accade spesso che in questi Paesi sia quindi impossibile o molto difficile ricostruirsi una vita in dignità. Per questo motivo, accompagnati a volte anche da ragioni di sicurezza, alcuni rifugiati cercano di spostarsi per raggiungere altri Paesi dove sperano di poter trovare una protezione stabile e concrete opportunità per un futuro migliore.

Spostarsi regolarmente e in sicurezza in Paesi dove la protezione e le prospettive di vita sono forti è praticamente impossibile. Ad oggi non esiste un visto che consenta di chiedere asilo nel Paese di destinazione. Molti rifugiati inoltre non hanno un passaporto o non hanno mai avuto un documento di identità. L’unica possibilità di spostarsi in maniera sicura e regolare sono programmi come il reinsediamento, i corridoi umanitari, ed altri programmi simili. Purtroppo, a causa del numero limitato di posti messi disposizione degli Stati in questi programmi, i rifugiati sono costretti ad intraprendere viaggi irregolari e spesso molto pericolosi, affidandosi a trafficanti senza scrupoli. L’alto numero di persone che ogni anno perdono la vita nel Mar Mediterraneo testimonia le tragiche circostanze e scelte che i rifugiati sono costretti ad affrontare, in una fuga che si ripete da paese in paese. Se le alternative fossero maggiori, molte di queste persone non rischierebbero la propria vita e quella dei propri figli.

Quali sono le alternative, cioè le principali vie sicure e legali che oggi abbiamo a disposizione e quali per Unhcr andrebbero incentivate?

Le principali via sicure e regolari per i rifugiati sono il reinsediamento ed altri canali di ingresso complementari. Il reinsediamento comporta il trasferimento di rifugiati particolarmente vulnerabili da un paese di primo asilo verso un Paese terzo. È un importante strumento di protezione internazionale, poiché i rifugiati non possono far ritorno nel proprio paese e a volte non possono restare in sicurezza nel paese di primo asilo; in questi casi il reinsediamento costituisce l’unica soluzione praticabile che garantisca la sicurezza dei rifugiati, offrendo loro una protezione legale e una residenza stabile. I canali di ingresso complementari sono percorsi che si aggiungono al reinsediamento, e per i quali l’Italia ha sviluppato delle buone prassi: i corridoi umanitari e universitari e le evacuazioni di emergenza. Entrambi questi strumenti sono indirizzati a rifugiati o persone che hanno bisogno di protezione internazionale che si trovano in un Paese di primo asilo o di transito, da dove possono essere trasferiti legalmente e a volte a titolo permanente in un Paese dove avranno pienezza dei diritti e verranno supportati in un percorso di integrazione. Questi programmi sono importanti strumenti di protezione nella ricerca di soluzioni durevoli ma si basano esclusivamente sulla disponibilità dei Paesi che decidono il numero delle quote di ingresso. Si crea quindi un divario tra i bisogni concreti e le quote offerte. Guardando al 2022, in base alle nostre stime, 1.400.000 rifugiati avevano bisogno di reinsediamento. Ad oggi solo 41.000 persone sono state reinsediate, ovvero circa il 3%. Tengo a precisare che il numero dei rifugiati stimati per reinsediamento corrisponde solo a una piccola parte dei rifugiati nel mondo, che nel 2021 erano oltre 27 milioni, su una popolazione di persone sfollate di oltre 100 milioni (tra cui includiamo non solo rifugiati, ma anche sfollati interni, richiedenti asilo e altre categorie). Per il 2023 prevediamo che i rifugiati che avranno bisogno di reinsediamento supereranno i 2.000.000 e sappiamo che solo pochi di loro potranno essere reinsediati. I numeri parlano chiaro. I programmi esistono ma sono evidentemente insufficienti. E’ in questo divario abissale tra i bisogni delle persone e le quote degli Stati che si infrangono le promesse di solidarietà e, come dice Papa Francesco, il Mediterraneo, come altri luoghi nel mondo per i quali scappano i rifugiati, è divenuto un cimitero. Per questo motivo, l’Unhcr continua a chiedere l’aumento sostanziale di posti nei programmi esistenti e che sempre più Paesi si impegnino nel reinsediamento e in altri canali regolari.

Lo sforzo degli Stati europei, dunque, non è sufficiente?

A partire dal 2015, con l’Agenda Europea sulla Migrazione, la Commissione ha predisposto specifici fondi per finanziare lo sviluppo e la realizzazione di un programma di reinsediamento comune europeo, dando una spinta importante a vari Paesi europei ad aprire nuovi programmi di reinsediamento o a potenziare quelli esistenti, fino ad arrivare, nel 2019, ad oltre 22.000 rifugiati reinsediati in un anno nei 27 Paesi dell’Unione. Nel 2020 la pandemia ha comprensibilmente rallentato questo flusso, che però nel 2021 è ritornato ai livelli pre-covid. Anche il recente impegno di alcuni Paesi europei con l’evacuazione dei rifugiati afghani ha rappresentato un importante segnale di solidarietà ed assunzione di responsabilità; è evidente però dai numeri che anche queste cifre non sono ancora sufficienti a venire incontro al bisogno globale di reinsediamento e che un continente come quello europeo può e deve fare di più sotto questo fronte.

L'Italia sui corridoi umanitari ha fatto da apripista in Europa, altri paesi stanno seguendo l'esempio?

Si, l’Italia in questo è stata all’avanguardia e il modello dei corridoi umanitari costituisce certamente una buona prassi. Le associazioni promotrici del progetto - la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese e successivamente anche la Caritas per conto della CEI e più recentemente l’Arci - di concerto con il Ministero dell’Interno e degli Affari Esteri, non solo si occupano dell’individuazione dei beneficiari nei Paesi di primo Asilo e del loro trasferimento in sicurezza in Italia, ma coinvolgono comunità locali nell’accoglienza ed integrazione dei rifugiati. Il coinvolgimento della società civile e delle comunità di accoglienza ha portato a risultati positivi per quanto riguarda i processi di inclusione nel tessuto sociale italiano. Grazie a questo programma oltre 3.000 rifugiati e richiedenti asilo sono giunti in Italia in modo legale e sicuro. Questo modello è stato anche studiato e adottato da altri Paesi europei. Come Unhcr apprezziamo e supportiamo il progetto dei corridoi umanitari, al quale abbiamo conferito il nostro Premio Nansen per i rifugiati nel 2019, e speriamo che sempre più Paesi europei possano aderire a questa o simili tipologie di progettualità.

Cos’altro andrebbe fatto?

L’Unhcr lavora per favorire l’espansione dei canali regolari di ingresso sia di carattere umanitario, come i corridoi umanitari e le evacuazioni d‘emergenza dalla Libia, ma anche i canali di studio e di lavoro dedicati ai rifugiati. Nel mondo sono tantissimi i rifugiati che hanno la volontà e gli strumenti per potere accedere a forme di educazione scolastica superiore, ma che non hanno accesso ad opportunità accademiche nel luogo in cui si trovano. È Importante coinvolgere attori pubblici e privati, quali università, ong, associazioni di categoria, imprenditori, le istituzioni e associazioni del terzo settore per cercare di sviluppare programmi innovativi che consentano ai rifugiati che hanno requisiti accademici o lavorativi di potersi muovere legalmente e in sicurezza, per studiare e lavorare. In Italia, ad esempio il progetto UNICORE (University Corridors for Refugees) a partire dal 2019 ha consentito a 120 studenti rifugiati di venire in Italia e ottenere una borsa di studio per corsi di laurea di secondo livello in più di 33 università italiane; un progetto simile che portiamo avanti con l’Università Luiss, è il Progetto Mediterraneo, grazie al quale oltre 20 studenti sono stati e saranno ammessi in Italia per poter frequentare un ciclo completo di studi universitari. L’obiettivo di questi progetti è non solo favorire l’accesso all’istruzione universitaria garantendo un ingresso legale e sicuro in Italia, ma anche quello di accrescere le competenze dei rifugiati che potrebbero un giorno, se le condizioni lo consentiranno, ritornare nelle loro aree di origine contribuendo allo sviluppo e alla crescita dei loro territori. Nessun canale però sarà mai sufficiente se non saranno affrontate alla radice le cause che spingono i rifugiati a lasciare il proprio paese. Dobbiamo investire sulla pace. Dobbiamo anche investire sempre di più in interventi umanitari e di sviluppo in paesi di primo asilo e di transito affinché sia possibile per i rifugiati, a fianco delle comunità che li ospitano, accedere alle cure mediche e agli studi, aspirare ad un lavoro dignitoso dove si trovano.

Spesso i corridoi umanitari sono usati dalla propaganda politica in contrasto ai viaggi in mare e alle attività di search and rescue. Ma oggi sono realmente un’alternativa?

Se pensiamo ai rifugiati che avrebbero bisogno di essere reinsediati e ai posti disponibili, sicuramente al momento i canali regolari di ingresso non sono un’alternativa realistica ai viaggi in mare. Neanche in caso di un significativo incremento dei canali regolari è possibile pensare che tali programmi possano costituire un’alternativa per tutti. In uno scenario come quello globale, così complesso e in continua evoluzione, un incremento dei canali di ingresso regolari consentirebbe di fornire una opportunità fondamentale per una parte sempre maggiore delle persone che hanno bisogno di protezione, in particolare per i più vulnerabili. Rappresenterebbe inoltre un forte supporto e un segnale di vera solidarietà e cooperazione verso quei Paesi di basso e medio reddito che accolgono la maggioranza dei rifugiati nel mondo. L’aumento dei posti darebbe poi credibilità al sistema stesso. Ad oggi i posti sono così pochi che gli stessi rifugiati perdono fiducia nella concreta possibilità di accedere a tali programmi. Molti devono attendere anni prima di essere reinsediati. L’aspettativa di accedere in tempi ragionevoli a canali di ingresso sicuri potrebbe indurre molti rifugiati a non intraprendere viaggi pericolosi. Potrebbe salvare loro la vita. In aggiunta, tengo a ricordare che il reinsediamento e gli altri canali di ingresso regolare sono strumenti per fornire protezione e soluzioni durevoli ai rifugiati e non strumenti di gestione dei flussi migratori. Il potenziamento di questi canali non deve essere usato per impedire a chi cerca di raggiungere un luogo sicuro dove presentare domanda di asilo. Il diritto a chiedere asilo ha radici profonde ed è riconosciuto in vari strumenti a livello internazionale.  Per quanto riguarda le attività di ricerca e soccorso in mare (SAR), le regole sono chiare: le persone in condizioni di pericolo che si trovano in mare devono essere soccorse e portate in un luogo sicuro, sempre. Le ong impegnate in questo ambito svolgono un ruolo determinante nel salvare la vita di persone che scappano da situazioni molto difficili come la Libia. Detto questo, è evidente che serve un approccio europeo, comune, nel gestire questi fenomeni che non possiamo più chiamare emergenze e che sfidano i Paesi membri ad interrogarsi su quali valori vogliono mettere alla base dell’Europa del presente e del futuro.

Cosa ci dicono i numeri?

I numeri ci parlano di una popolazione di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati sotto il nostro mandato che è cresciuta costantemente negli ultimi dieci anni e che purtroppo a fine 2022 prevediamo raggiungerà la soglia dei 103.000.000 di persone. Nel 2022, l’Unhcr ha dichiarato ed è intervenuto in 37 nuove emergenze. Se l’invasione russa dell’Ucraina ha portato a 7 milioni di rifugiati che hanno cercato protezione in Europa e a oltre 6 milioni di sfollati interni, molte altre sono le crisi che, spesso dimenticate, ci restituiscono uno scenario preoccupante. L’Unchr ha individuato 12 crisi in cui le risorse messe a disposizione della comunità internazionale sono diminuite e costringono le nostre operazioni a ridurre servizi essenziali. La continua crescita di questi numeri rende quindi impellente la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale, aumentare gli investimenti umanitari e di cooperazione allo sviluppo per stabilizzare i paesi d’accoglienza e potenziare, tra le altre attività di protezione, anche i programmi di reinsediamento e gli altri canali regolari che consentano a un numero sempre maggiore di rifugiati di raggiungere regolarmente e in modo sicuro luoghi dove possano tentare di ricrearsi una vita in maniera stabile.

Perché i migranti non usano l’aereo? Il Post il 25 giugno 2018.

È una domanda che ultimamente sono tornati a farsi in molti, in buona o in cattiva fede: ha risposto Claudia Torrisi su Vice

Vista la facilità con cui noi europei prenotiamo un biglietto aereo, molti si sono chiesti – in buona o in cattiva fede – perché i migranti che arrivano dall’Africa non possano fare lo stesso, considerato anche il prezzo elevatissimo che pagano per salire su barconi fatiscenti sui quali rischiano di morire annegati. La risposta è abbastanza semplice, come ha spiegato Claudia Torrisi su Vice: per volare in Europa serve un visto, che i paesi europei non sono quasi mai disposti a concedere.

Sì, ok l’ingresso in Europa; ma non potrebbero comunque evitarsi quel viaggio bestiale su gommoni e barconi fatiscenti? In realtà no, considerato che alla maggior parte dei cittadini extra-Ue per salire su un aereo diretto nel vecchio continente è richiesto di possedere un visto, il cui ottenimento è complicato e costoso, quando non impossibile.

È inutile che ci si prenda in giro dicendo ‘perché non prendono l’aereo visto che hanno tutti questi soldi’, perché il visto d’ingresso non glielo danno,” mi dice Paggi. “Un visto d’ingresso Schengen—quello per turismo, per intenderci—è a concessione altamente discrezionale. Se una persona non rende altamente verosimile l’intento di un soggiorno turistico in Italia o in un altro paese dello spazio Schengen, il visto non l’avrà.”

Per rendere meglio l’idea, l’avvocato fa un esempio: “Se un funzionario ministeriale del proprio paese con un bel posto di lavoro e un bel reddito si presenta al consolato italiano dicendo ‘ho comprato un pacchetto Valtur per me e per tutta la famiglia per 20 giorni,’ il visto turistico glielo danno di corsa. Se, invece, a presentarsi è una persona che dichiara di non avere lavoro, o di averne uno insufficiente, e dice di voler andare in Italia in vacanza ospite da amici, al consolato gli diranno che intende abusare del visto per turismo per poi restare illegalmente alla scadenza, e glielo negheranno. È fin troppo evidente.”

Perché i migranti non arrivano tutti in Italia in aereo? E perché affidarsi a organizzazioni criminali e affrontare la traversata del Mediterraneo è spesso l'unica scelta? Claudia Torrisi il 21.6.18 su Vice.com

Aggiornamento del 10 gennaio 2018: Parlando del caso della Sea Watch—la nave della Ong tedesca bloccata nel Mediterraneo per quasi venti giorni, la cui situazione si è sbloccata solo ieri—il ministro dell'interno Matteo Salvini ha ribadito che “in Italia e in Europa si arriva con le organizzazioni e le Ong serie e perbene, in aereo e con i documenti.” Visto che però arrivare legalmente in aereo in Italia non è per niente facile, riproponiamo questa analisi.

Ogni volta che una barca viene individuata o soccorsa al largo delle coste libiche, in quella parte di elettorato che parla di “invasione,” “pacchia finita” e chiusura dei porti torna a circolare una vecchia storia: non è strano che i migranti spendano migliaia di euro per un viaggio in mare potenzialmente mortale invece di impiegarne poche centinaia per prendere un aereo per l’Europa? Se sono così “benestanti” perché non scelgono altre vie? O li finanzia qualcuno? Eh? Insomma, c’è sicuramente qualcosa sotto—forse le ong, forse George Soros.

Per capire, al di là di complottismi e luoghi comuni, perché chi vuole venire in Europa decide di affidarsi a organizzazioni criminali e affrontare la terribile traversata del Mediterraneo, ho contattato Marco Paggi, avvocato e socio dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).

Secondo il legale, la spiegazione è molto semplice: “L’Europa è una fortezza blindata nella quale non si entra dalla porta principale.” Le quote per i flussi migratori “sono sostanzialmente bloccate. Attualmente esiste la possibilità di ingresso solo per investitori di somme considerevoli, come lavoratori autonomi o imprenditori; oppure lavoratori altamente specializzati—il che significa anche altamente retribuiti,” afferma Paggi.

Ed è chiusa anche per chi volesse fare domanda d’asilo politico: per fare la richiesta, infatti, bisogna essere presenti nello stato, non si può agire tramite ambasciate, né ottenere un permesso temporaneo per andare a chiedere protezione. “Chiedere asilo presso i consolati italiani," aggiunge l’avvocato, "non solo concettualmente non è possibile, ma sarebbe anche considerato un atto di ostilità verso le autorità e i governi dei paesi ospiti.”

Sì, ok l’ingresso in Europa; ma non potrebbero comunque evitarsi quel viaggio bestiale su gommoni e barconi fatiscenti? In realtà no, considerato che alla maggior parte dei cittadini extra-Ue per salire su un aereo diretto nel vecchio continente è richiesto di possedere un visto, il cui ottenimento è complicato e costoso, quando non impossibile.

È inutile che ci si prenda in giro dicendo ‘perché non prendono l’aereo visto che hanno tutti questi soldi’, perché il visto d’ingresso non glielo danno,” mi dice Paggi. “Un visto d’ingresso Schengen—quello per turismo, per intenderci—è a concessione altamente discrezionale. Se una persona non rende altamente verosimile l’intento di un soggiorno turistico in Italia o in un altro paese dello spazio Schengen, il visto non l’avrà.”

Per rendere meglio l’idea, l’avvocato fa un esempio: “Se un funzionario ministeriale del proprio paese con un bel posto di lavoro e un bel reddito si presenta al consolato italiano dicendo ‘ho comprato un pacchetto Valtur per me e per tutta la famiglia per 20 giorni,’ il visto turistico glielo danno di corsa. Se, invece, a presentarsi è una persona che dichiara di non avere lavoro, o di averne uno insufficiente, e dice di voler andare in Italia in vacanza ospite da amici, al consolato gli diranno che intende abusare del visto per turismo per poi restare illegalmente alla scadenza, e glielo negheranno. È fin troppo evidente.”

Il diniego per “rischio migratorio” a partire dal reddito può condurre a situazioni tipo quella capitata qualche giorno fa una donna del Gambia, che aveva richiesto un permesso temporaneo di 30 giorni per raggiungere in Italia il figlio, rifugiato politico, e partecipare al suo matrimonio con una ragazza piemontese. Nonostante lei avesse seguito tutte le procedure e specificato le ragioni del viaggio in Italia, l’ambasciata ha rifiutato il visto perché “le informazioni fornite per giustificare lo scopo e le condizioni del soggiorno previsto non sono attendibili.”

Per l’avvocato Paggi, “chiedersi con tono sospettoso perché chi migra verso l’Europa non prenda l’aereo invece del barcone suona tanto come quella battuta che si attribuiva alla regina francese Maria Antonietta: ‘Il popolo protesta perché non ha pane? Che mangino brioches’.”

Per i rifugiati un esperimento di creazione di vie legali è quello dei corridoi umanitari, un progetto curato dalla Comunità di Sant’Egidio, la Tavola Valdese e altre organizzazioni, che dal 2016 ha fatto arrivare—stavolta sì, via aereo—più di 1000 persone vulnerabili. Secondo il legale dell’Asgi, i corridoi “sono sicuramente una risorsa che permette alle persone di non rischiare la vita nel Mediterraneo o addirittura nei percorsi precedenti.” Tuttavia “una politica unilaterale del solo governo italiano non può essere risolutiva,” e “servirebbe una reale e compatta politica estera dell’Ue sulla questione in generale.”

Il fatto che l’Europa sia una fortezza chiusa che costringe chi migra a determinate scelte ha conseguenze ad ampio raggio—oltre che, ovviamente, sulla vita stessa delle persone. Ad esempio, l’aumento delle richieste d’asilo è strettamente legato alla mancanza di altre vie. “Per chi vuole entrare in Europa non c’è altra possibilità,” afferma Paggi. “È chiaro che questo significa poi indurre paradossalmente a un uso strumentale della protezione internazionale. Senza contare che quest’ultima è poi a sua volta un istituto che non è adeguato, per quella che è l’interpretazione attualmente adottata, a far fronte a situazioni che non rientrano nella persecuzione o nei trattamenti inumani e degradanti, cioè la fame, la desertificazione, disastri ambientali, la fuga dalla corruzione sistematica che c’è in certi paesi africani.”

A risentirne è anche il tessuto economico. “Il mondo del lavoro in Italia ha ripreso un po’ a girare, c’è domanda di manodopera. Il problema è che, a fronte di questo, abbiamo una disciplina di flussi migratori che di fatto non consente nessun flusso legale, e lascia come unica alternativa l’ingresso illegale tramite malavita organizzata,” spiega l’avvocato.

Secondo il legale, una soluzione in questo senso potrebbe essere reintrodurre il sistema dello “sponsor,” che permetteva ai migranti di entrare legalmente in Italia pagandosi le spese del viaggio con un visto per cercare lavoro, grazie a garanzie economiche offerte da un familiare o un altro garante. In questo modo, prosegue Paggi, “molte persone anziché mettere tutto quello che hanno—e anche quello che non hanno—nelle mani di organizzazioni criminali per cercare di arrivare in Italia pagherebbero più volentieri una polizza fideiussoria.”

Lo "sponsor," però, è stato in vigore solo qualche anno—dal 1999 al 2001—prima di essere eliminato con la legge Bossi-Fini. Tuttavia, ricorda l’avvocato, “la misura era stata usata in quantità omeopatica. Ma per quelle poche quote per cui è stato autorizzato ha funzionato bene, lo dicevano anche le questure. Le persone si erano inserite nel mondo del lavoro, stabilizzandosi. Adesso abbiamo un blocco totale.”

Insomma, per tornare alla domanda iniziale, perché i migranti—per qualsiasi ragione decidano di voler entrare in Europa—non prendono l’aereo? Perché non possono, sostanzialmente perché al momento glielo impediamo. Finché non esisteranno canali legali d’accesso la gente non smetterà di partire, semplicemente continuerà a scegliere i viaggi in mare.

Perché “i migranti non vengono in aereo?” Passaporti deboli, visti impossibili, accessi negati: per chi proviene dai Paesi a basso reddito, le rotte illegali e potenzialmente mortali sono l’unica possibilità. Costanza Giannelli, giornalista, su lasvolta.it il 10 marzo 2023

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I passaporti non sono tutti uguali

Visti mai visti

Casa loro”

I migranti l’aereo lo prendono già

Ai ca***ni che mi scrivono “tu che ne sai dei disperati?”, rispondo: Sei disperato? Invece di spendere 3000€ in barconi, parti in aereo con la famiglia e con i documenti in regola e arrivi qui senza rischi!!! E basta scuse buoniste!!!”

Questo tweet del 27 febbraio, pubblicato a poche ore dal naufragio che è costato la vita a 72 persone, tra cui 18 (e non “alcuni”) bambini, e un numero di dispersi compreso tra i 27 e i 47, ha 1250 like. E, soprattutto, non è un caso isolato.

Dopo ogni tragedia in cui il mare inghiotte vite con l’unica colpa di cercare un futuro migliore, ma più in generale ogni volta che si parla della rotta migratoria mediterranea, riecheggia una domanda che rafforza il frame colpevolizzante e sposta la responsabilità di quelle morti da chi non ha fatto in modo che venissero salvate - o, al limite, da chi ha reso “casa loro” un inferno da cui scappare a rischio della vita e da chi lucra sulla loro disperazione - alle vittime: “ma se hanno i soldi per pagare gli scafisti perché non prendono semplicemente un aereo?”.

Forse sembrerà inconcepibile a chi, abituato a girare l’Europa solo con la carta di credito o a spostarsi ovunque nel mondo grazie a passaporti e visti turistici, ma la libera circolazione delle persone non è dappertutto così libera. La risposta semplice a questa domanda è: perché non possono. Ma si tratta di una risposta che, di semplice, non ha proprio niente. Vale la pena ricordare ancora una volta perché.

I passaporti non sono tutti uguali

Nascere in un luogo piuttosto che in un altro influenza anche i luoghi verso cui è possibile spostarsi facilmente. Non tutti i passaporti, infatti, sono ugualmente “potenti”, come mostra l’Hexley Passport Index: a seconda del Paese di emissione, i cittadini possono viaggiare senza dover ottenere un visto in anticipo verso un numero di destinazioni che varia sensibilmente.

Così, a esempio, i giapponesi (al primo posto della classifica 2023 dei passaporti più “forti”) possono viaggiare verso 193 destinazioni, i cittadini di Singapore verso 192 e i tedeschi verso 190. L’Italia, con 189 destinazioni, si posiziona al 4 posto.

Come avevamo spiegato in un articolo dedicato ai passaporti mondiali, ben diversa è la situazione dei Paesi che chiudono la classifica: sono solo 40 le destinazioni possibili per i cittadini della Corea del Nord, e ancora meno quelle di Nepal e Palestina (38).

Ma queste non sono le situazioni più critiche: “i cittadini somali possono accedere a 35 destinazioni, quelli dello Yemen a 34, mentre i pakistani a 32. Chiudono la classifica dell’Henley Passport Index Siria, Iraq e Afghanistan, i cui passaporti consentono ai loro titolari l’ingresso rispettivamente a 30, 29 e 27 Paesi”.

Visti mai visti

Per chi deve ottenere un visto, la situazione si fa molto più complicata. Per chi proviene da Paesi extra-Ue a basso reddito, infatti, entrare nella “Fortezza Europa” dalla porta principale è un’utopia.

Ottenere un visto, concesso a discrezione del Paese a cui viene richiesto, è costoso e complicato e, spesso, praticamente impossibile.

I visti, inoltre, sono previsti solo per motivi specifici (investimenti, lavori altamente specializzati o turismo, a esempio) ma non è prevista una tipologia dedicata ai richiedenti asilo: la domanda, infatti, può essere fatta solo una volta arrivati.

La direttiva UE Carrier Sanctions Directive 2001/51/EC, impone sanzioni alle compagnie aeree che trasportano passeggeri senza documenti di viaggio validi, con multe fino a 500,000 euro e costi del viaggio di ritorno dei passeggeri respinti a carico della compagnia.

L’articolo 3 della direttiva, però, dichiara la direttiva deve essere applicata “fatti salvi gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra del 1951”, tra cui il divieto di respingimenti. La direttiva, quindi, non dovrebbe impedire ai richiedenti asilo di spostarsi, ma di fatto lo fa. E se arrivare legalmente è impossibile, quali possibilità rimangono se non tentare la sorte in mare?

È inutile che ci si prenda in giro dicendo ‘perché non prendono l’aereo visto che hanno tutti questi soldi’, perché il visto d’ingresso non glielo danno,” spiegava a Vice Marco Paggi, avvocato e socio dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI). “ Un visto d’ingresso Schengen—quello per turismo, per intenderci—è a concessione altamente discrezionale. Se una persona non rende altamente verosimile l’intento di un soggiorno turistico in Italia o in un altro paese dello spazio Schengen, il visto non l’avrà”.

Il visto, infatti, può essere rifiutato per “rischio migratorio”. Indovina a quali persone viene negato: esatto, a chi non ha un lavoro o un reddito sufficiente a giustificare un viaggio verso l’Occidente del benessere, anche quando questo viaggio è per visitare parenti, magari in occasione di momenti particolari come matrimoni o, addirittura, funerali.

In alcuni casi, inoltre, per ottenere il visto turistico è necessaria una “lettera d’invito” da parte di un cittadino del Paese che si intende visitare, che si fa garante per il richiedente. Una condizione spesso impossibile da soddisfare, che è necessaria ma non sufficiente a garantire la concessione del visto, che anche in presenza di questo documento può essere negato.

Casa loro”

Fin qui abbiamo dato per scontato che chi vuole lasciare il proprio Paese abbia i documenti in regola e possa tentare - quasi sempre fallendo - di migrare legalmente.

Anche in questo caso, però, la situazione è più complicata: molti rifugiati non hanno o non hanno mai avuto un documento, figuriamoci un visto. Senza considerare che ambasciate e consolati chiudono nei Paesi in guerra o che, nel caso di conflitti, spesso le richieste ricevute sono così numerose che non c’è la capacità materiale di processarle tutte.

Prima di domandarci perché questi colpevoli ignoranti non si siedano su un comodo volo di linea low cost con cui noi andiamo a Ibiza per il week-end, dovremmo fermarci a pensare a qual è la “casa” da cui scappano, quella in cui vorremo tanto aiutarli. Lì, non qui.

I migranti l’aereo lo prendono già

Abbiamo detto che i migranti non possono prendere l’aereo, ma questo non è del tutto esatto. La verità è che alcuni migranti non possono prendere l’aereo e sono quindi costretti ad affidarsi alle rotte illegali e pericolose, non solo quella del mare – che nella nostra narrazione fatta di barconi e scafisti è l’unica esistente – ma anche quelle di terra, come quella balcanica.

I rifugiati che arrivano attraverso questi canali, però, non sono che una percentuale minoritaria: la maggior parte dei migranti, infatti, arriva proprio in aereo, o con documenti falsi o con un regolare visto turistico e poi rimane nel Paese oltre la scadenza. Nel 2005, secondo i dati del Ministero dell’Interno, gli overstayer costituivano addirittura il 75% delle persone “irregolari” in Italia, mentre il 15% era arrivato via terra e solo il 10% via mare.

Ti sei mai chiesto perché i rifugiati non prendono l'aereo? Una direttiva UE obbliga i rifugiati a ricorrere a canali di immigrazione irregolari per raggiungere l'UE e ad le loro vite a dei gommoni dietro pagamento di ingenti somme di denaro agli scafisti. Jascha Galaski il 10 dicembre 2018 su liberties.eu/it/.

Ti sei mai chiesto perché i rifugiati non raggiungono l'Europa semplicemente su aerei veloci e confortevoli anziché su piccoli gommoni via mare? Dopo tutto, gli aerei sono molto più sicuri delle piccole imbarcazioni in gomma. Il costo non può essere il motivo. I rifugiati spesso pagano agli scafisti migliaia di euro per un posto su un gommone, mentre viaggiare in aereo dalla Turchia alla Germania costa meno di 50 euro. Forse non sono in grado di lasciare il paese e raggiungere l'aeroporto? Non può essere neanche questo. Nel 2015, la maggior parte dei rifugiati siriani ha viaggiato verso la Turchia per prendere una barca, ma avrebbe allo stesso modo potuto viaggiare verso l'aeroporto Atatürk di Istanbul. Quindi, cosa motiva esattamente questa scelta? Perché affidare la tua vita a un piccolo gommone sovraffollato invece che a un aereo ben attrezzato? Bene, la risposta è sia semplice che complessa.

La risposta semplice

La risposta semplice è che non hanno scelta. Non è che abbiano due opzioni di viaggio, una economica, sicura e confortevole, l'altra lunga, costosa e pericolosa e scelgano la seconda, solo per il brivido che comporta. No, la realtà è che se fossero andati all'aeroporto, il personale del check-in della compagnia li avrebbe rimandati indietro. Perché? Ecco qui entra in gioco la risposta complessa.

La risposta complessa

Esiste una direttiva UE, la Carrier Sanctions Directive 2001/51/EC, che impone sanzioni ai vettori – come le compagnie aeree – che trasportano passeggeri che non sono in possesso di documenti di viaggio validi. Le multe vanno da 3,000 euro a passeggero fino alla cifra forfettaria di 500,000 euro, a seconda del paese. I vettori dovrebbero anche coprire i costi del viaggio di ritorno dei passeggeri. Sembra una misura ragionevole per combattere l'immigrazione irregolare. Tuttavia, ha un difetto.

L'articolo 3 della direttiva dichiara che i firmatari devono applicare la direttiva “fatti salvi gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra del 1951”, che include il divieto di respingimenti. In altre parole, la direttiva non dovrebbe impedire ai rifugiati di presentare richiesta di asilo. Ma lo fa. I rifugiati che fuggono da zone di guerra spesso non sono nelle condizioni di ottenere dei passaporti, figuriamoci i visti, anche perché la maggior parte delle ambasciate chiude nei paesi dilaniati da guerre. Per i rifugiati siriani nel 2015, ottenere un visto in Turchia era pressoché impossibile considerata la mancanza di risorse delle ambasciate per processare il volume di richieste.

La direttiva lascia al personale delle compagnie aeree la libertà di decidere chi è un potenziale richiedente asilo. Prova a immaginarlo. Il personale delle compagnie, senza alcuna esperienza sul campo, ha 45 secondi per prendere una decisione su chi è e chi non è un rifugiato, quando le ambasciate ci impiegano mesi. I vettori rischiano multe se consentono a un migrante irregolare i entrare, ma non sono previste multe in caso di diniego di ingresso a un richiedente asilo. Pertanto, le compagnie aeree rifiutano di imbarcare persone che non sono in possesso di documenti validi. Non hanno niente da guadagnarci e molto da perderci.

Per aiutare il personale delle compagnie aeree a decidere chi ha diritto all'asilo, gli stati membri UE hanno inviato esperti di documenti o i cosiddetti immigration liaison officers (ILOs) nei grandi aeroporti. Secondo un rapporto della European Agency for Fundamental Rights (FRA), questi ufficiali possono “assistere le compagnie nel decidere se i singoli passeggeri che sembrano in possesso di documenti impropri siano comunque in buona fede e possono essere trasportati senza incorrere in oneri finanziari ai sensi della legislazione del vettore”. Gli ILO hanno un potere limitato, tuttavia, e possono solo fornire consigli al personale delle compagnie aeree, a cui rimane la decisione finale. E' quindi molto improbabile che le compagnie aeree si assumano il rischio di trasportare passeggeri senza documenti.

Esternalizzare i controlli alle frontiere

La pratica di delegare i controlli di frontiera alle compagnie aeree non rispetta il principio di responsabilità dell'UE in tema di protezione dei rifugiati. Le sanzioni nei confronti dei vettori sono un esempio significativo della privatizzazione della gestione dell'immigrazione. Imponendo sanzioni ai vettori, la fortezza Europa applica una politica di controllo remoto per bloccare gli accessi sul suo territorio. Le sanzioni rendono estremamente difficile per i rifugiati viaggiare in maniera sicura verso l'Europa, per questo si rivolgono agli scafisti, che diventano i principali beneficiari. Solo nel 2015, hanno guadagnato oltre 5 miliardi di dollari dal trasporto dei migranti verso l'Europa.

Questo non solo ha effetti dannosi verso chi cerca protezione, ma considerato il numero senza precedenti di arrivi irregolari nell'UE nel 2015, l'efficacia della direttiva può essere seriamente messa in discussione. Come ha dichiarato lo European Council for Refugees and Exiles (ECRE): “Le sanzioni ai vettori possono essere state efficaci nell'impedire a migranti, richiedenti asilo e rifugiati di avere accesso a mezzi di trasporto regolari, ma non hanno contribuito a ridurre il volume complessivo di immigrazione irregolare nell'UE e quindi dell'uso di modi irregolari di attraversamento dei confini”.

Corridoi sicuri e legali

Anziché discutere su come smantellare le reti di scafisti, l'UE dovrebbe concentrarsi sulla creazione di corridoi sicuri e legali per i rifugiati. Eliminare o almeno sospendere i requisiti per i visti e le sanzioni ai vettori garantirebbe arrivi sicuri e legali e al contempo colpirebbe sensibilmente gli affari dei trafficanti. Rilasciare un maggior numero di visti umanitari nelle ambasciate europee fuori dall'UE ridurrebbe ulteriormente il numero di morti.

Le sanzioni ai vettori, le politiche restrittive sui visti e altre misure per ridurre gli arrivi costringe i rifugiati a ricorrere a canali di immigrazione irregolare, li rende vulnerabili alle violazioni di diritti umani costringendoli a rischiare la propria vita per raggiungere un porto sicuro. Gli stati membri UE hanno una responsabilità ben maggiore delle compagnie aeree per quanto riguarda la protezione dei rifugiati. Dovrebbero agire di conseguenza.

Politici.

Odissea «asilo politico» per i migranti: fino a sei mesi nel limbo tra ritardi, cavilli e burocrazia. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 31 Maggio 2023

Migliaia di pratiche bloccate, il Viminale: «Nessuna strategia dilatoria». Aumentano i ricorsi dei richiedenti. E le emergenze si sommano a quella ucraina 

Anees e Lafuz bussano per la prima volta alla questura di Parma il 26 maggio 2022: uno in fuga dal Pakistan, l’altro dal Bangladesh, lungo la rotta balcanica, 6.500 chilometri di paura e sevizie. Chiedono asilo. Non riescono neppure ad arrivare allo sportello: «Tornate tra una settimana». Ma ogni settimana vengono rimandati alla successiva, finché viene detto loro che «senza un domicilio non possono nemmeno registrare la domanda», primo passo dell’iter burocratico. Se registrassero la domanda, avrebbero almeno accesso a un centro d’accoglienza gestito dalla prefettura che servirebbe da domicilio... per registrare la domanda: è un limbo in cui finiscono incastrati, secondo stime delle associazioni di volontari, forse ventimila profughi l’anno, ai quali non resta che la strada.

Là dove è rimasto un altro pachistano, Ahmed, dall’8 agosto 2022 al 17 gennaio 2023, finché la giudice Alessandra Filoni, su istanza dell’avvocato Paolo Cognini, non ha condannato il «cortocircuito logico» in cui era imprigionato ad Ancona, descrivendo un paradosso da Comma 22: «Il soggetto giunge in Italia, privo di domicilio, per ottenere la protezione internazionale; suo malgrado non viene collocato nei centri di accoglienza, che costituirebbero anche domicilio valido per le notifiche, per un’asserita indisponibilità di posti (peraltro non documentata) e, per l’effetto, non ottiene la formalizzazione della domanda...».

I tre giorni

La direttiva Ue 2013/32 prescrive «tre giorni lavorativi» (fino a dieci in casi particolari) per il passaggio preliminare della procedura. In Italia la politica ha molto discusso sulla protezione speciale (una tutela meno cogente, di fatto quasi abolita col decreto Cutro ora convertito in legge). Ma in realtà i rifugiati possono impiegare anche sei mesi solo per formalizzare nelle questure la richiesta di protezione internazionale, la tutela principale, concessa loro in base all’articolo 10 della Costituzione. «Sulle richieste d’asilo non esistono contingentamenti, non si possono fare quote», spiega Riccardo Tromba, uno degli avvocati che per l’associazione Naga forniscono assistenza agli stranieri: «Così dal 2018 si è andati tagliando risorse: se non si dispongono gli uffici in modo tale da rispondere alle domande di chi si presenta, di fatto si contingentano gli accessi». Sei mesi. Tanto ci hanno impiegato Anees e Lafuz, che insieme a una ventina di compagni hanno bivaccato nell’attesa sui marciapiedi di Parma, finché l’avvocato Calogero Musso, per conto della onlus Ciac, non ha ottenuto dal tribunale di Bologna un’ordinanza che ha imposto alla questura di registrarne le richieste d’asilo, poi al vaglio delle commissioni territoriali.

«Prassi illogiche»

Nel 2022, secondo il Consiglio italiano per i rifugiati, su oltre 77.195 richieste, le domande esaminate in Italia sono state 52.625: il 53% ha ricevuto un diniego (27.385), il 12% il riconoscimento dello status di rifugiato (6.161), il 13% la protezione sussidiaria (6.770), il 21% la protezione speciale (10.865) usata un po’ da tappabuchi. I posti nei centri ora scarseggiano e si tende comunque a serbarne una parte per eventuali ondate d’emergenza. Così il diritto d’asilo di fatto dilazionato e denegato sta producendo ricorsi dei migranti e ordinanze dei tribunali, che sovente sanzionano «iniziative repressive» e «prassi illogiche». Da Milano ad Ancona, da Roma a Bologna, i giudici colmano un vuoto forse politico prima ancora che organizzativo.

La prova di ospitalità

A novembre un accesso civico agli atti di «Altreconomia» su un campione del 70% delle questure ha rivelato prassi diffuse: «Si pretendono “prove di ospitalità” che un richiedente asilo appena arrivato in Italia con le proprie gambe e non inserito in accoglienza non potrà mai avere o addirittura certificati di famiglia in caso di figli minori al seguito, tradotti e “legalizzati” dalle ambasciate di quei Paesi dai quali le persone stanno fuggendo». Il tribunale di Torino, intervenendo sulla questura di Alessandria, ha ribadito che per presentare la domanda è sufficiente «una semplice situazione di transeunte dimora», basta insomma «trovarsi fisicamente nel territorio di un Comune». Secondo il mensile milanese, la prassi di imporre la «dichiarazione di ospitalità» si riscontra almeno a Pordenone, Reggio Emilia, Rovigo, Sassari, Siena, Siracusa, Taranto, Aosta, Caltanissetta, Como, Ferrara, Forlì, Lecce, Nuoro, Modena, Palermo, Pesaro, Napoli.

Fonti del Viminale non negano il problema, pur parlando di «una attesa media di 70-80 giorni» complicata da talune emergenze, come quella ucraina. Negano però strategie «dilatorie» per diluire l’impatto sull’assistenza: «C’è un metabolismo di queste procedure diverso da Bolzano a Palermo» e l’asilo in quanto tale «è una delle mansioni» cui sono chiamati gli uffici. Si prevedono assunzioni di interinali a giugno. I naufraghi raccolti dalla Guardia costiera hanno una corsia più semplice. «La domanda viene formalizzata più velocemente e vengono smistati nelle strutture d’accoglienza», dice Gianfranco Schiavone, avvocato dell’Asgi: «Ma verso chi entra in via autonoma, per mare o per terra, viene eretto un muro, come fosse una categoria giuridica diversa».

Il caso Milano

Un caso nel caso è Milano: 6.890 richieste solo nel 2022, limbo ogni settimana più affollato. Nella caserma di via Cagni le tensioni alle transenne dei richiedenti asilo hanno causato scontri, cariche, lacrimogeni, un caos oggetto dell’interrogazione parlamentare di Riccardo Magi il 17 marzo. La questura ha così deciso di spostare online gli appuntamenti, ma senza successo: «Tranne alcuni istanti alle otto del mattino, a ogni clic il sistema risponde che non ci sono date disponibili», sostengono al Naga. Pochi, malpagati e sotto pressione, i poliziotti sono le seconde vittime di questo ingorgo. «Io vengo dalla Sicilia, per me sono eroi comunque. Sono lasciati soli a gestire una enorme emergenza continua. Le nostre posizioni e quelle del sindacato di polizia Siulp non sono distanti», concede Musso. I suoi assistiti Anees e Lafuz alla fine hanno ottenuto rifugio al Cara di Crotone, un centro con una lunga storia di problemi. Gli hanno mandato foto di mense e camerate, lamentando condizioni pessime. Poi, una sera, non sono più rientrati. Andando ad accrescere il mezzo milione di invisibili da anni alla deriva nel nostro sistema al collasso.

Balcani, la fuga dei migranti della ex Jugoslavia. Raffaele Oriani su La Repubblica il 13 settembre 2023.

La protesta a Londra degli albanesi contro la ministra inglese dell’Interno, Suella Braverman, che ha definito «un’invasione» il loro arrivo nel Regno.

In attesa che tramonti l’infinito dopoguerra, molti Paesi dell’Est Europa vivono ancora fra corruzione, rivalità e scontri. Così, popoli divisi su tutto si ritrovano uniti da un solo obiettivo: emigrare. Inchiesta

L'ingegnere Siradj Duhan è nato in Bosnia ma da più di trent'anni vive a Vienna, dove guida la Società degli accademici bosniaci. Dal 2019 prova a esportare un pezzo del suo vecchio Paese nella sua nuova patria: vorrebbe che i bosniaci fossero riconosciuti come minoranza ufficiale della Repubblica. Ci prova in Austria perché in Bosnia sarebbe impossibile: a quasi trent'anni dalla fine della guerra, solo il 2,7 per cento della popolazione si dichiara bosniaco, tutti gli altri sono registrati come serbi, croati o bosgnacchi-musulmani. I Balcani vivono un eterno giorno della marmotta, in cui le tensioni etniche continuano a farla da padrone: se a Sarajevo Est le milizie serbe hanno appena sfilato davanti al figlio del criminale di guerra Ratko Mladic, in Kosovo il contrasto tra Stato a maggioranza albanese e Comuni a maggioranza serba si è fermato a un passo dallo scontro armato in attesa delle elezioni del 23 aprile.

Ma la carta etnica è irresistibile anche per chi non ha partecipato alle guerre degli anni Novanta: il premier albanese Edi Rama governa un Paese tormentato da corruzione e povertà, ma trova il tempo di visitare in carcere l'ex presidente kosovaro Hashim Thaci, già comandante dei partigiani albanesi dell'Uck e imputato per crimini di guerra al Tribunale dell'Aia. Non è un caso che, di vertice in vertice, l'Unione  europea continui a tenere fuori dalla porta i Balcani occidentali. Ma il punto è un altro: in attesa che passi l'infinito dopoguerra, sempre più bosniaci, serbi, albanesi e croati voltano pagina emigrando.

I numeri

Secondo le Nazioni Unite, solo la Guyana ha una percentuale di residenti all'estero maggiore della Bosnia Erzegovina e dell'Albania. E ad alimentare le diaspore è un flusso di partenze che, a detta del Regional Cooperation Council di Sarajevo, dal 2016 al 2020 ha portato la popolazione in età lavorativa dei Balcani occidentali a diminuire di oltre 400 mila unità. Popoli divisi da tutto, sono uniti dalla voglia di andarsene: il governo di Belgrado lamenta che la Serbia sta perdendo "una città all'anno", l'istituto statistico osserva con sgomento come la popolazione sia calata del 10 per cento in dieci anni, in Bosnia Erzegovina una ricerca delle Nazioni Unite rivela che il 72 per cento dei ragazzi pensa di vivere in un Paese "strutturalmente corrotto", che quasi la metà vuole abbandonare al più presto.

A centinaia di migliaia si sottraggono a povertà, corruzione, inquinamento. E se una volta partivano soprattutto gli uomini di fatica, oggi si mettono in marcia uomini e donne, operai e laureati: "Negli anni Novanta i nostri giovani se ne andavano pieni di speranza nell'avvenire", dice Afrim Krasniqi, politologo dell'università di Tirana. "Oggi si emigra perché si è persa ogni speranza nel proprio Paese".

Le proiezioni delle Nazioni Unite sono impietose: la Bosnia è destinata a perdere il 60 per cento degli abitanti nei prossimi cinquant'anni, l'Albania il 66 entro la fine del secolo. Ma non occorre traguardare i decenni: "Nel 2010 alle mie lezioni c'erano cento studenti, oggi dieci" racconta Krasniqi. "In compenso i corsi di medicina e infermieristica si riempiono di allievi che hanno già in tasca il biglietto per andarsene: solo negli ultimi tre anni e solo in Germania sono stati assunti cinquemila sanitari albanesi". L'agenzia Eurofound ha indagato il benessere economico dei lavoratori europei: hanno difficoltà ad arrivare a fine mese il 5 per cento dei danesi, ma ben il 69 per cento degli albanesi. Tutto chiama alla fuga.

 Se il primo ministro Edi Rama continua a godere del sostegno dell'Unione europea, solo nei primi cinque anni del suo "regno" 260 mila albanesi sono emigrati proprio in Europa. E nel 2021 il flusso è ripreso con 42 mila partenze: "Rama piace perché garantisce stabilità, ma gli albanesi della stabilità non sanno che farsene" chiosa Krasniqi. "Quanto all'Europa, ci mette in guardia dalle influenze russe e cinesi, ma non fa nulla per contrastare l'emigrazione: si guarda con favore all'esodo della nostra forza lavoro qualificata".

Senza medici

Quella del personale sanitario è una fuga nella fuga: in Kosovo si laureano 150 medici all'anno, ma ben 180 se ne vanno. Bassi stipendi e nepotismo tormentano tanto i serbi quanto gli albanesi, con il risultato che nel solo 2019 sono emigrati quasi il 2 per cento dei kosovari (come se partissero 1.200.000 italiani), mentre dopo la pausa del Covid la stessa soglia è stata superata già nel 2021.

Meno drammatici sono i numeri in Serbia, dove però l'emigrazione dà il suo corposo contributo alla paralisi demografica: "L'abbassamento del tasso di natalità è dovuto per un buon 10-15 per cento ai flussi migratori", sostiene Vladimir Nikitovic, demografo dell'Istituto di Scienze sociali di Belgrado. Nel 2020 la popolazione serba è scesa per la prima volta sotto i sette milioni, e ogni anno un saldo negativo di 15-20 mila residenti certifica lo squilibrio tra serbi di Serbia che se ne vanno, e serbi di Bosnia e del Kosovo che si ritrovano a studiare o lavorare a Belgrado: "In media ogni anno emigrano 50 mila serbi, e non solo per ragioni economiche: i lavoratori semplici cercano soprattutto stipendi migliori, ma i laureati vogliono un ambiente più equo e meno corrotto", spiega Nikitovic.

Bruxelles, addio

Per anni la panacea di tutti i mali è sembrata l'Unione europea: "Ma dopo tanto immobilismo non ci pensa più nessuno" assicura Krasniqi. "In Albania le elezioni del 2021 sono state le prime in cui non si è parlato d'Europa". E anche dov'è ormai un dato acquisito, la Ue premia gli individui ma penalizza le comunità: "La Croazia è entrata nell'Unione nel 2013" spiega Tado Juric, demografo dell'università Cattolica di Zagabria. "Nei primi otto anni dall'adesione se ne sono andati in 370 mila, la stragrande maggioranza giovani tra i 20 e i 39 anni che si sono trasferiti in Germania".

Per un Paese di quattro milioni di abitanti sono numeri imponenti, tanto più che "negli stessi anni sono aumentati del 10 per cento i pensionati, e diminuiti del 10 gli studenti". Juric ha condotto ricerche sui connazionali emigrati: "La prima cosa che colpisce è che sono all'estero per restarci: il 45 per cento pensa di rientrare da pensionato, il 40 per cento mai". La seconda cosa è ancora più sorprendente, e per capirla è bene ricordare che nella Croazia del boom turistico non manca il lavoro ma la manodopera: "A spingere fuori dal Paese non sono ragioni economiche, ma la percezione che la corruzione sia ovunque, e che l'etica del lavoro non conti nulla".

A conferma di questa tesi c'è un episodio del 2018: la sezione di Dublino dell'Hdz, storico partito nazionalista croato, invitò i connazionali residenti in Irlanda a un brindisi natalizio. Il diluvio di insulti e di minacce che seguì, costrinse gli organizzatori ad annullare l'evento.

Come in Messico

Secondo Tado Juric, la Croazia si sta trasformando nel "Messico della Germania": "Fragilità istituzionale e corruzione hanno portato il 10 per cento dei messicani negli Usa, e altrettanti croati in Germania". Ma non è solo la Croazia. Il demografo serbo Vladimir Nikitovic sintetizza così gli ultimi trent'anni di solitudine dei Balcani: "Il nostro indice di sviluppo umano è più simile al Centro America che ai vicini europei". Per sviluppo umano si intende scuola, sanità, tenore di vita. È la realtà sotto la retorica nazionalista. La stessa che qualche mese fa ha fatto capolino su un palazzo di Mitrovica, nel Kosovo del Nord: una mano aveva scritto "Questa è Serbia!", un'altra ha replicato: "No, questo è l'ufficio postale".

Pubblicato sul Venerdì del 10 marzo 2023

Protetti.

Vittime due volte. I migranti sanno quant’è rischioso partire, ma lo è meno che restare. Valerio Nicolosi su L’Inkiesta l’8 aprile 2023.

La storia di Rashid e della sua famiglia che tenteranno la rotta balcanica dopo essere fuggiti dall’Afghanistan. Troveranno sempre più frontiere chiuse: in questo modo però i governi fanno il gioco di quei trafficanti che vorrebbero combattere

Si scrive «lotta al traffico di essere umani» e si legge «chiusura delle frontiere». La riunione interministeriale sui Balcani occidentali che si è tenuta il 3 aprile alla Farnesina tra Antonio Tajani, il commissario europeo per l’Allargamento Olivér Várhelyi, il ministro degli Esteri svedese Tobias Billström in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea e i ministri degli Esteri di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, ha messo al centro il tema migratorio e quella che viene definita «Rotta Balcanica», un insieme di percorsi che nell’ultimo decennio sono stati la via d’accesso in Europa principalmente per gli afghani, i siriani e gli iracheni, in fuga dai talebani, dall’Isis, da Assad da tutti gli altri fattori di destabilizzazione presenti in quei Paesi.

Dopo la strage di Cutro e dopo la sciagurata domanda della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «Eravate consapevoli dei rischi legati alle traversate del Mediterraneo?», si è parlato molto di soccorso in mare e delle responsabilità di quello che è accaduto a poche centinaia di metri dalla spiaggia calabrese. Quella che ancora una volta è mancata nel dibattito pubblico è stata una riflessione sui motivi delle partenze, sulla necessità di partire ad ogni costo, anche quello di morire.

In queste ore l’amministrazione di Joe Biden ha reso pubblico un dossier sul ritiro dall’Afghanistan delle truppe americane nel quale scarica ogni responsabilità sul suo predecessore Donald Trump e sugli accordi presi da quest’ultimo con i Talebani a Doha, un anno e mezzo prima della ritirata e della rapida riconquista dello Stato da parte degli islamisti, segno che non erano mai stati sconfitti ma solo allontanati dalle zone dove c’erano gli occidentali.

Tutti ricordiamo i giorni d’agosto in cui la folla spinge in ogni direzione per cercare di prendere un aereo verso gli Stati Uniti o l’Europa, un brulicare di paura e rabbia che ha fatto solidarizzare il mondo con chi ha provato ad aggrapparsi al carrello dell’aereo o a salire su di un’ala, morendo di una morte meno tormentata rispetto a quella in mano ai Talebani.

Scappavano da un inferno che i più vecchi ricordavano bene, ma che i più giovani conoscevano dai racconti dei loro genitori: una vita fatta di privazioni e paura, dal cibo alle libertà individuali. La gestione del potere da parte dei Talebani è totalitaria, nel senso più stretto, come lo abbiamo studiato a scuola, che ti entra fin dentro casa e controlla ogni aspetto della vita.

Ma se nei Talebani qualcosa, rispetto al passato, è cambiato è che non hanno scelto di colpire tutto insieme, lo hanno fatto un po’ alla volta mentre tranquillizzavano il mondo che «erano cambiati», che avrebbero rispettato i diritti umani. Così il mondo, dopo una veloce indignazione durata non più di tre mesi, ha iniziato a guardare altrove e oggi le donne si ritrovano prigioniere, di nuovo.

La notizia più recente è il divieto per loro di lavorare per le Nazioni Unite, l’unica organizzazione internazionale che garantisce un minimo di aiuto alla popolazione, colpita duramente dalla crisi economica creata dall’isolamento politico di Kabul. Oggi poco più della metà della popolazione afghana vive al di sotto della soglia di povertà e camminando per le strade della capitale la miseria è evidente a tutti.

Tra chi scappa c’è Rashid (nome di fantasia) che ha lavorato per la missione Isaf fino a poche ore prima che tutto precipitasse: «Nei giorni successivi alla loro presa del potere, cercavano chi aveva lavorato con gli occidentali. Arrestavano, torturavano, uccidevano. Io ho cambiato città, sono andato in un quartiere popolare di un grande centro dove nessuno mi conosceva, per un po’ abbiamo vissuto al riparo ma poi il cerchio attorno a me si stava chiudendo e così sono dovuto scappare con la mia famiglia».

Lo racconta pochi giorni dopo che ha varcato il confine afghano alla volta dell’Iran, Paese che accoglie quasi un milione di afghani, secondo solo al Pakistan che ne accoglie uno e mezzo. Ma lui e la sua famiglia non si fermeranno in Iran, anch’esso in mano ai fondamentalisti religiosi e che non garantisce i diritti ai rifugiati. Si metteranno in viaggio alla volta dell’Europa.

«In Afghanistan avevamo contato le ore, al massimo i giorni, di sicuro non i mesi, prima della nostra morte. Questa è una certezza. Sappiamo che viaggiare verso l’Europa è rischioso, non possiamo prendere un aereo perché nessuno ci concede un visto e siamo costretti ad attraversare frontiere e saremo esposti alle violenze delle polizie locali. Rischieremo di annegare in mare o di morire di freddo sulle montagne, però abbiamo scelto questa opzione perché abbiamo il dieci per cento di possibilità di vivere e di farlo dignitosamente. Restando in Afghanistan le possibilità erano nulle», aggiunge Rashid durante la nostra conversazione al telefono e sembra che indirettamente voglia rispondere alla domanda di Giorgia Meloni: «Sì, lo sappiamo quanto è pericoloso, ma non abbiamo altra scelta che provarci».

Da domani Rashid e la sua famiglia saranno in viaggio e rispetto ai suoi connazionali che hanno provato la Rotta Balcanica nei mesi o negli anni scorsi troverà le frontiere ancora più chiuse, oltre alle polizie locali ancora più mobilitate lungo i confini. Effetto della riunione della Farnesina dei giorni scorsi.

Lui e gli altri in marcia saranno doppiamente vittime: dei trafficanti che si fanno pagare approfittando delle frontiere chiuse e dei governi, che in nome della lotta a quei trafficanti chiuderanno ancora di più le frontiere, gettando in pasto Rashid proprio a quelli che pensano di combattere.

Un migrante su due non è un rifugiato: i numeri "smascherano" i buonisti. I dati diffusi dal Cir certificano come anche nel 2022 oltre il 50% dei richiedenti asilo vede respinta la propria domanda. Mauro Indelicato il 25 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Così come gli sbarchi, nel 2022 in Italia sono aumentate anche le richieste di asilo. A certificarlo sono stati i dati del Cir, Consiglio Italiano per i Rifugiati. Un trend però è rimasto stabile: più della metà delle domande esaminate sono state respinte. Una situazione già verificata lo scorso anno e che potrebbe incidere e non poco sulle future politiche migratorie.

I numeri del Cir

Secondo il Cir, al nostro Paese sono pervenute complessivamente 77.195 richieste di asilo. Una cifra in aumento rispetto al 2021, quando invece negli uffici competenti le richieste presentate si sono fermate a 56.388.

I dati tuttavia sono più bassi rispetto ad altri Paesi europei. In Germania il dato parla infatti di 217.735 domande presentate, in Francia invece si è arrivati a quota 137.505, mentre in Spagna le richieste sono state 116.140.

Complessivamente, si legge ancora tra i dati diffusi dal Cir, nel 2022 in Italia si è arrivato a prendere in esame 52.625 domande. Più della metà delle richieste hanno avuto come risposta un esito negativo. I dinieghi infatti sono stati 27.385, pari al 53% del totale. Tra chi ha avuto invece via libera alla richiesta di asilo, nel 12% dei casi si è trattato del riconoscimento dello status di rifugiato, nel 13% del riconoscimento della protezione sussidiaria, infine nel 21% dei casi è stata assegnata la protezione speciale.

Rispetto al 2021, il riconoscimento della protezione internazionale è calato del 9% e i respingimenti delle domande invece hanno registrato un incremento del 4%.

Il nodo dei rimpatri

Il Cir ha inoltre confermato lo sforamento di quota centomila per quanto riguarda gli sbarchi lungo le nostre coste. I dati descritti inoltre non tengono conto dell'ingresso di 173.589 rifugiati dall'Ucraina.

"Oltre 100mila sbarchi": i numeri dell'assalto alle coste italiane

Complessivamente dunque, l'arrivo di profughi regolari o irregolari in Italia nel 2022 ha registrato un forte aumento. Il dato politico più rilevante riguarda quello relativo ai dinieghi delle domande di asilo.

Più della metà delle persone che ha fatto richiesta di protezione, si è visto recapitare una risposta negativa. Circostanza che apre la strada a due considerazioni. In primis, il trend sui dinieghi certifica il fatto che la maggior parte di chi presenta domande di asilo non ha i requisiti per rimanere in Italia. Detta in altri termini, più della metà dei richiedenti asilo non proviene da situazioni che necessitano di una protezione internazionale.

L'altra questione ha a che fare con i rimpatri. Perché al respingimento della domanda, spesso non fa seguito un ritorno nel Paese di origine del richiedente asilo. L'esecutivo di Giorgia Meloni ha posto la questione dei rimpatri al centro delle politiche migratorie.

Rimpatri e stretta sulle Ong: la svolta in Europa sui migranti

E anche in Europa, sono diversi i governi che da mesi chiedono maggiore attenzione sui rimpatri. Il rischio è infatti dato dalla possibilità che buona parte dei richiedenti asilo a cui viene respinta la domanda, contribuisca poi a far aumentare la quota di irregolari presenti in un determinato territorio.

Economici.

Italiani veri. Gli stranieri di seconda generazione lavorano pochissimo (e non possiamo permettercelo). Gianni Balduzzi su L'Inkiesta il 13 Ottobre 2023

I figli delle persone arrivate nel nostro Paese non sono né il cavallo di Troia della cosiddetta sostituzione etnica, come pensano i reazionari, né un’avanguardia di un nuovo stile di vita. Sono come noi, con tutti i pregi e i difetti

Purtroppo sono molti gli indicatori in cui l’Italia finisce agli ultimi posti tra i Paesi dell’Unione Europea, in alcuni casi siamo esattamente ventisettesimi su ventisette, venendo superati anche da tutti gli Stati membri dell’Est, ma forse i più significativi sono quelli che riguardano il mercato del lavoro. Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni il tasso di occupazione italiano, del 61,5 per cento, rimane basso rispetto a quello dei nostri vicini. Uno dei pochi dati positivi in questo ambito è sempre stato quello relativo agli immigrati: tra loro la percentuale di quanti hanno un lavoro è sempre stata superiore o molto vicina alla media nazionale, al contrario di quel che accade altrove. 

Naturalmente a incidere è anche la necessità di sbarcare il lunario di chi arriva dall’estero e non ha alcun paracadute, nessuna rete familiare, nonché la continua ricerca di un basso costo del lavoro nei settori più poveri, quelli, non a caso, affollati da immigrati senza competenze specifiche. Tuttavia è innegabilmente vantaggioso per tutti che il loro tasso di occupazione sia elevato.

Le cose cambiano, però, nel caso dei figli di tali immigrati. Questo è il dato più negativo di tutti, e sta emergendo solo ora che coloro che sono nati dagli stranieri negli ultimi decenni stanno giungendo in età lavorativa. Il tasso di occupazione di quanti hanno un genitore straniero è solo del 45,3 per cento, il più basso d’Europa dopo quello greco, quello di chi li ha entrambi stranieri, però, scende a un misero 23,7 per cento, il minore in assoluto nella Ue.

A essere particolarmente inquietante è la differenza tra la seconda generazione e la prima. Mediamente nella Ue si passa da un tasso di occupazione del 72,1 per cento per i nativi con genitori nativi a uno del 67,6 per cento per gli stranieri nati all’estero a uno, infine, del 62,6 per cento per i figli di questi ultimi. Non sono differenze enormi, un chiaro esempio è la Germania, dove le persone di seconda generazione, nate da immigrati, hanno un lavoro nel 70,1 per cento dei casi. In Italia cambia tutto, il 70,1 per cento tedesco diventa il 23,7 per cento, un tasso di occupazione 2,7 volte più basso di quello degli altri, che siano italiani di origine o stranieri di prima generazione, che è saldamente superiore al sessanta per cento. 

Divari così ampi sono presenti anche in Spagna, dove la percentuale di seconde generazioni con un impiego è di ben il 40,7 per cento inferiore a quella che caratterizza gli autoctoni, ma non in Germania, Francia, Paesi Bassi.

Perché questi numeri così diversi? Una prima ragione molto semplice è che in Italia e in Spagna gli stranieri di seconda generazione sono mediamente più giovani che altrove, l’immigrazione è stata più recente e non vi sono molti figli di immigrati con più di trenta anni. E si sa, nei Paesi mediterranei di lavoro per i ventenni ce n’è poco. Tuttavia anche considerando solo chi ha tra i quindici e i ventinove anni i divari persistono, pur se sono minori.

Il tasso di occupazione dei ventenni che hanno entrambi i genitori stranieri è in Italia del 15,6 per cento più basso di quello dei nativi figli di nativi, in Spagna del 18,2 per cento, mentre nei Paesi Bassi e in Germania il gap è rispettivamente del 14 e dell’11,5 per cento. In questo segmento di età le seconde generazioni francesi, però, sono messe ancora peggio delle nostre quanto a disuguaglianze nel mondo del lavoro, e il dato non stupisce davanti alle frequenti tensioni e rivolte nelle banlieues.

Meno di un giovane figlio di stranieri su cinque lavora. La media europea è del 44,6 per cento, quella tedesca del 55 per cento. Notevole la differenza con i dati dei coetanei italiani, tra cui ad avere un impiego è il 35,2 per cento e soprattutto con quelli dei 20enni che sono nati all’estero, tra cui lavora il 44,5 per cento.

Sembra che nelle seconde generazioni venga meno quell’urgenza di svolgere un lavoro, qualsiasi sia, anche se pagato male, anche se da sfruttati, che caratterizza chi è appena arrivato nel nostro Paese. Il comportamento dei figli di immigrati diventa più simile a quello degli italiani della stessa età, tuttavia tra i giovani sono quelli più sfavoriti. Innanzitutto manca loro qualsiasi network, come quello di cui possono beneficiare, per esempio, quanti hanno un padre o una madre in posizioni di rilievo, visto che queste ultime sono occupate pressoché totalmente da italiani.

L’Istat ci dice, non a caso, che il 52,3 per cento dei figli di alti dirigenti e grandi imprenditori è a sua volta dirigente, imprenditore, professionista. Al contrario a ricoprire tali ruoli sono solo il 19,2 per cento di coloro che hanno genitori che hanno svolto lavori non qualificati, nonostante siano quasi quattro su dieci i lavoratori impiegati in queste mansioni. E sappiamo bene come tra costoro la concentrazione di stranieri sia molto alta.

Non solo, solo poco più del dieci per cento dei genitori stranieri di under 30 ha una laurea, contro più del diciotto per cento dei genitori italiani. Come sappiamo anche nell’istruzione il legame ereditario conta tantissimo: i figli di chi non si è iscritto all’università tenderanno a farlo meno dei figli di chi si è laureato. Per questo le seconde generazioni di stranieri hanno un’istruzione meno elevata degli autoctoni. E la presenza o meno di una laurea negli ultimi anni conta sempre di più, si è allargato il gap tra le possibilità di lavoro e carriera di chi ha un diploma e di chi ha proseguito gli studi.

La presenza di un titolo universitario, non a caso, diminuisce il divario tra figli di stranieri e figli di italiani. Se tra i secondi il tasso di occupazione a meno di trent’anni è del 56,3 per cento, tra i primi scende, sì, ma non in modo eccessivo, al 50,6 per cento. Si tratta di una differenza analoga a quella presente in altri Paesi, posto che nel resto d’Europa le percentuali dei giovani con un lavoro sono molto più alte. Tra i diplomati, invece, la distanza rimane ampia, del 12,3 per cento.

C’è un altro fattore decisivo, anche se qui causa ed effetto naturalmente si confondono, è la presenza della cittadinanza italiana o meno. Anche a parità di titolo di studio, il diploma per esempio, tra i giovani figli di immigrati che la cittadinanza l’hanno ottenuta il tasso di occupazione è del 37,3 per cento, maggiore di quella del 32,6 per cento di chi risulta ancora straniero all’anagrafe. Interessante è anche il fatto che i laureati senza cittadinanza siano così pochi che Istat ed Eurostat non li censiscono neanche. Spesso è la presenza stessa di un lavoro a favorire l’acquisizione di cittadinanza, ma è comunque evidente come la minore integrazione si accompagni a peggiori condizioni lavorative.

Questi numeri in generale non sono solo indicativi di una diseguaglianza che è negativa in sé, anche perché superiore a quella presente in altri Paesi, ma anche, e forse soprattutto, di un grande spreco di opportunità per tutto il Paese. Nella crisi demografica che attraversiamo, che ci vede nella situazione peggiore in Europa, non possiamo permetterci di lasciare ai margini 20enni e 30enni, tra l’altro appartenenti a uno dei pochi segmenti della popolazione in crescita, quella, appunto, delle seconde generazioni.

Non è solo ingiusto, è un errore, e gli errori costano. È il classico costo opportunità, l’ennesimo nel mondo del lavoro italiano, come quello che da sempre interessa le donne, la metà delle quali non è valorizzata perché al di fuori del mercato, e i giovani stessi. Le seconde generazioni sono in Italia innanzitutto perché ci sono nate e ci resteranno, non saranno il cavallo di Troia della cosiddetta sostituzione etnica, come pensano molti conservatori, e probabilmente neanche un’avanguardia di un nuovo stile di vita, come pensano in termini positivi alcuni progressisti. Saranno e sono già italiani come gli altri, con tutti i pregi e i difetti che gli italiani hanno, sta a noi fare di tutto perché i loro talenti siano sfruttati a vantaggio loro e di tutto il Paese.

Una riflessione. Il diritto di non emigrare: un diritto troppo spesso negato. Riconoscere un diritto a non dover emigrare significa in primo luogo venire a patti con la drammatica condizione che pone le premesse per le emigrazioni di massa. Andrea Venanzoni su Il Riformista il 26 Settembre 2023 

Gramo spirito dei tempi quello in cui il solo accennare al diritto di non emigrare vien quasi rubricato a mascheramento semantico di intolleranza o di egoismo nazionale. Eppure, proprio perché viviamo in un momento storico che si interroga sulla continuativa, inarrestabile produzione di diritti, alcuni dei quali a ben vedere diritti non sono, dovremmo fermarci a riflettere sul patrimonio individuale di ciò che Rodotà ha definito ‘il diritto di avere diritti’.

E tra questi diritti, lo ricordava l’11 maggio scorso il Pontefice nel suo messaggio che anticipa la centonovesima Giornata mondiale del Rifugiato e del Migrante, si situa esattamente anche il diritto a non dover emigrare, intendendo per tale il consolidamento della libera scelta di decisione, di autodeterminazione e di autoaffermazione del proprio progetto di vita, da portarsi a compimento a casa propria o in altri Paesi. Libertà di scelta, appunto.

E mentre assistiamo alle drammatiche scene da zattera della Medusa che punteggiano le acque del Mediterraneo e il carnaio continuo, disperato e disperante, che popola Lampedusa in questi ultimi giorni, come l’ha popolata negli anni scorsi, viene da dire che assai spesso quel diritto è un diritto negato: perché molti degli individui che emigrano, che si lasciano alle spalle affetti, famiglie, l’orizzonte che li ha cullati e visti crescere, non hanno altra scelta.

Fuggono da carestie, miseria, guerre, da Paesi insicuri e sovente squassati da colpi di Stato o da endemico terrorismo. Parlare di una libera scelta di emigrazione, in questo contesto, sarebbe semplicemente folle. In questo caso, pertanto, come non aveva mancato di rilevare anche il predecessore di Papa Francesco, Benedetto XVI, la fuga da una persecuzione, da una situazione disastrosa di conflitto, da una miseria senza speranza di cambiamento sociale, annulla l’idea stessa di una libertà di scelta.

Il punto vero della questione è pertanto individuare e distinguere le situazioni che fanno scaturire condizioni di protezione internazionale da quelle che al contrario sono riconducibili alla libera scelta individuale e che come tali, in questa ultima prospettiva, devono essere bilanciate con le considerazioni di ordine sovrano del singolo Stato.

È d’altronde pacificamente riconosciuto che al diritto alla mobilità, connotato e riconosciuto da Convenzioni e Carte internazionali e normativa UE, corrisponda anche simmetricamente uno ius excludendi, ciò che la giurista statunitense Joy M. Purcell definisce il ‘sovereign’s right to exclude’, dettato da precise, cogenti motivazioni, quali quelle ad esempio di sicurezza nazionale o altre dettate, nel caso dei migranti per scelta economica, dal concreto tessuto economico del singolo Paese potenzialmente ricevente.

Riconoscere un diritto a non dover emigrare significa in primo luogo venire a patti con la drammatica condizione che pone le premesse per le emigrazioni di massa.

È certo vero, come sostiene Parag Khanna, che stiamo vivendo anni di autentico ‘movimento del mondo’ e che digitalizzazione, impoverimento neocoloniale di vaste aree, realizzazione di mega-infrastrutture, estrattivismo, finiscono per determinare flussi ininterrotti di emigrazione, ma al tempo stesso appare innegabile come molte delle cause da cui originano sradicamento e migrazioni di massa debbano essere affrontate e non fatalisticamente prese per un dato di fatto immodificabile.

Per anni abbiamo sentito parlare delle nefaste conseguenze del colonialismo, di come l’occidente abbia depredato il terzo mondo, di quanto la fase storica della de-colonializzazione sia stata politicamente e socialmente incompleta e irrisolta. Meno però si parla del neocolonialismo che getta le basi per sempre nuove premesse di migrazioni forzate.

Delle multinazionali avide che hanno immiserito Africa e Asia continuiamo polemicamente a sentir parlare, verissimo. Come pure dell’estrattivismo che anima il dibattito politico, giuridico, sociologico ed economico. Sentiamo invece meno parlare, e certo con assai minore enfasi, di quanto Paesi emergenti e potenti, come la Cina, stiano conducendo aggressive politiche predatorie nei confronti ad esempio dell’Africa.

La penetrazione invasiva e capillare della Cina in Africa non si traduce solo in affermazione strategica in prospettiva politica ed economica, ma anche in alterazione radicale degli ecosistemi, in distruzione di intere aree interessate ad esempio dal passaggio delle opere infrastrutturali del capitolo africano della ‘Via della Seta’, come non ha mancato di riconoscere la Corte Suprema del Kenya che queste opere ha fieramente opposto in una autentica saga giudiziaria.

In un significato volume dal titolo ‘Il diritto di non emigrare’, edito da Lindau, Maurizio Pallante ha ricordato poi un altro fenomeno che spinge ad emigrazioni di massa, decisamente poco volontarie: una sorta di auto-colonizzazione interna a Paesi come India e Cina che nel tentativo di modernizzarsi producono a ritmo continuo mega-infrastrutture che incidono drasticamente su intere Regioni, costringendone gli abitanti ad emigrare.

Piuttosto ipocrita configurare la categoria dei migranti climatici e rimanere silenti su quanto e come Cina e India inquinando massivamente finiscano per incidere anche in questo ambito delle emigrazioni. Inutile poi nascondere che dietro instabilità politica e scarsa evoluzione economica e sociale di alcuni Paesi vi siano anche le classi governanti e le élite di quegli stessi Paesi, che non meritano di essere assolte o deresponsabilizzate e che invece andrebbero formate alla responsabilità istituzionale.

In concreto, la affermazione del diritto di non emigrare si deve tradurre in partnership strategiche ed economiche con i Paesi in via di sviluppo e da cui provengono i maggiori flussi di migrazione, per il contrasto al neo-colonialismo cinese, per una ridefinizione in termini di politiche pubbliche della piena responsabilizzazione delle società commerciali che praticano accaparramento di risorse naturali o chiudono un occhio su lavoro semi-schiavistico o minorile. Andrea Venanzoni

Li consideriamo poverissimi ma a casa loro sono borghesia. Uno studio francese evidenzia che la maggior parte delle persone «in fuga» appartiene a un ceto benestante e istruito. Lodovica Bulian il 25 Settembre 2023 su Il Giornale.

Da una parte i numeri degli sbarchi esplosi nelle ultime settimane, dall'altra il tentativo del governo di farne una priorità dell'Ue, per arginare le partenze. Ma il rischio, notava ieri Luca Ricolfi sul Messaggero, è che «la domanda di ingresso in Europa sarà sempre più elevata della disponibilità di posti». Perché «il motore principale non è la spinta della povertà (del paese d'origine) ma l'attrazione per la ricchezza (del paese d'arrivo)». Bisogna escludere da questa analisi i migranti che hanno diritto allo status di rifugiato. Se si guardano ai dati del 2022, su 52mila domande esaminate, lo hanno ottenuto in 6mila, il 12 per cento. E anche coloro che hanno ottenuto la protezione sussidiaria o quella speciale, rispettivamente il 13 per cento e il 21 per cento. La maggior parte delle richieste, il 53%, cioè 27.385 persone, hanno ricevuto diniego a qualsiasi forma di protezione internazionale. Sono i cosiddetti «migranti economici - scrive Ricolfi - che nei loro paesi appartengono al ceto medio e partono perché aspirano a una vita più libera e meno disagiata». Disposti a pagare cifre esorbitanti per i loro Paesi di provenienza: «Il biglietto (3-4-5 mila euro) è mostruosamente esoso per chi vive in paesi il cui Pil procapite è 5, 10, 20 volte più basso del nostro». Ma così, secondo il professore, «le migrazioni tendono a depauperare l'Africa delle sue risorse umane migliori, un po' come succede all'Italia con il flusso di laureati e diplomati verso paesi più ricchi e meritocratici. Il rischio è che iniziative pur lodevoli, come il piano Mattei, stentino a decollare».

La maggior parte dei migranti proviene da due Stati che rientrano nella nostra lista dei Paesi sicuri: Costa D'Avorio e Tunisia. Su quest'ultimo il Memorandum con l'Ue stenta a essere attuato. Nel caso della Costa D'Avorio, è appena stato firmato un accordo per i rimpatri, che però va messo alla prova dei fatti. Secondo Fondazione Avsi, nel 2023 il Fmi prevede una crescita del Pil del 6,2%. Le ragioni di flussi così alti le spiega Christian Bouquet, professore di Geografia politica all'Università Bordeaux Montaigne: «È la speranza di una vita migliore che li spinge a migrare. È l'idea dell'Eldorado. Ma la vita che hanno in Costa d'Avorio non è economicamente insostenibile. Nel 2021 l'Oim ha stilato il profilo tipo del migrante. L'indagine, su 6.500 ivoriani rimpatriati, ha dimostrato che il migrante non è una persona indigente ma dispone di un reddito, non è analfabeta ma istruita, ed è relativamente giovane. È qualcuno in cerca di una vita migliore, pur essendo ben integrato in Costa d'Avorio. Ma l'immagine della vita in Europa lo attrae al punto di prendere la strada per Agadez, Algeri, Tangeri o Tunisi per poi cercare di raggiungere le coste europee». Lodovica Bulian

L’INVASIONE CHE NON C’È. «L’Italia non dà un futuro ai suoi giovani. Figuriamoci a noi stranieri». Chiara Sgreccia su L’Espresso il 28 Marzo 2023.

Francia, Germania, Europa del nord. Sono le mete più ambite da migranti e rifugiati che arrivano in Italia. E poi per la maggior parte vanno via, scontrandosi con la difficoltà di integrarsi o di potersi mantenere

«Andrò a vivere in Olanda o in Svezia», spiega Maryam mentre beve un caffè. Va di fretta, resta appoggiata senza sedersi al tavolo del centro d’accoglienza di Santa Bakhita gestito da Caritas, che ospita cinquanta donne richiedenti o titolari di protezione internazionale. Alle porte di Roma, verso Ostia. Da Damasco, in Siria, Maryam è scappata in Libano con la famiglia. Poi in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiata, è arrivata da sola. «Non appena finirò l’università andrò via, come hanno fatto tante persone che conosco. Un amico siriano che è arrivato con me, da Fano nelle Marche si è trasferito in Belgio: in due anni ha trovato un’occupazione, casa e sta per sposarsi. Io a Roma studio e lavoro ma non riesco neanche a pagare un affitto. L’Italia non offre futuro ai suoi giovani, figurati come potrebbe andare per me che sono straniera».

Come racconta Anna Di Claudio, operatrice sociale del centro di Santa Bakhita: «Siamo abituati, tante vanno via. Troviamo le stanze vuote all’improvviso o ci informano all’ultimo, quando la partenza è già organizzata. Chi arriva in Italia sa che integrarsi sarà difficile, che i tempi per i documenti sono lunghi, così tenta subito di costruirsi un futuro altrove: le mete più frequenti sono Francia, Belgio, Lussemburgo. O c’è chi cerca di raggiungere il nord Europa. Ma dipende dalla nazionalità, dalla lingua e dalla rete di supporto che hanno alle spalle. Mi sento spesso dire dalle ospiti che gli italiani sono un popolo accogliente. Si trovano bene con le persone ma mancano i riconoscimenti sociali: non riescono ad affittare una casa, non trovano lavoro. Alcuni scappano dopo poche ore dall’arrivo».

Così avrebbe voluto fare anche Soumaila Diawara, scrittore. Vive in Italia dalla fine del 2014 ma il suo piano era di raggiungere la Svezia. È fuggito dal Mali nel 2012 quando c’è stato il colpo di Stato, il 26 dicembre è sbarcato a Palermo: «Il primo centro di accoglienza era una struttura fatiscente, isolata, in campagna. Non avevo la patente, non parlavo l’italiano, non conoscevo nessuno. Non me ne sono andato perché le procedure per la protezione erano già avviate». Diawara ha avuto pazienza, molta da come racconta: ha lavorato per mesi nei campi 12 ore al giorno per 20 euro, così ha raccolto i soldi per raggiungere Roma. «All’inizio dormivo alla stazione Termini, facevo la doccia alla palestra popolare di San Lorenzo prima di andare alla Sapienza dove ho studiato diritto dell’immigrazione internazionale. Quando sono stato accolto in un centro della Caritas la mia vita è migliorata». Oggi Diawara ha pubblicato tre libri e vive nel quartiere della Capitale Pigneto.

Ma tanti non hanno la stessa capacità di resistenza. Come spiega Sergio Serraino, coordinatore dell’ambulatorio di Emergency di Castel Volturno, anche in quella striscia di terra ormai considerata come conquistata dai migranti, sono frequenti le partenze. «Ci sono delle ondate: fino alla pandemia c’era una chiara tendenza, soprattutto tra i nigeriani, a dirigersi verso la Germania. Parte anche chi ha i documenti regolari perché dopo anni non è riuscito a integrarsi. A un certo punto, ad esempio, dall’ambulatorio ci siamo resi conto che la maggior parte delle donne incinte erano sparite. Quando le abbiamo contattate ci hanno spiegato di essersi trasferite in Germania. O scattava la segreteria del cellulare in tedesco». Serraino si occupa di immigrazione da vent’anni, ricorda che quando lavorava in Puglia era routine: «Soprattutto i minori non accompagnati appena sbarcati riprendono il viaggio per oltrepassare il confine a Nord».

Come Ahmed. Che voleva arrivare in Francia ma è stato investito lungo l’autostrada A10, mentre si dirigeva verso il confine. «Credevamo avesse vent’anni. Solo dopo, quando è arrivato un familiare afgano per riconoscere il corpo, abbiamo saputo che ne aveva 17», racconta Silvia Donato, child protection senior office di Ventimiglia per Save The Children. «Ma non è il solo. Sono tanti i migranti che cercano di oltrepassare la frontiera per raggiungere Francia, Germania, Belgio o Olanda. Parecchi non hanno una ragione specifica per andare in altri Paesi. Ci provano perché seguono il flusso o il consiglio di un compagno di viaggio secondo cui le condizioni di vita in un altro Stato potrebbero essere migliori. La maggior parte, però, tenta di attraversare il confine per raggiungere familiari, amici o comunità che sono già integrate altrove. Alcuni scappano dal sistema di accoglienza italiano, da strutture in cui non si sono trovati bene, per costruirsi la quotidianità fuori dal nostro Paese».

Per Yagoub Kibeida, direttore esecutivo dell’associazione per rifugiati Mosaico, che è partito dal Sudan ed è arrivato in Italia come rifugiato politico, dovrebbe essere un diritto scegliere il Paese in cui chiedere asilo, «invece il sistema di Dublino non lo permette, perché impone l’esame delle richieste nel luogo di sbarco. Anzi succede che le Questure rifiutino anche di rilasciare il titolo di viaggio a chi ha ricevuto la protezione internazionale sussidiaria, impedendogli di muoversi in sicurezza, costringendoli a pagare i trafficanti o a attraversare i confini a piedi. Quelli che vengono respinti vivono nelle città lungo la frontiera, sperando di riuscire a passare prima o poi. Con l’Associazione informiamo i migranti sul funzionamento dell’accoglienza in Europa. Sono tanti quelli che vorrebbero lasciare l’Italia».

INGIUSTIZIA – Figli di un Dio minore. Redazione su L’Identità l’1 Marzo 2023

DI ELISABETTA ALDROVANDI

Siamo ancora qua. A contare gli ennesimi morti dell’ennesima strage in mare. Una strage figlia di una disperazione devastante che cerca, nell’illusione di una vita migliore, una via di fuga che passa attraverso percorsi a volte mortali. Sono almeno sessanta le vittime dell’ultimo tentativo di trasformare un’esistenza di stenti in una vita degna. Tra loro, tanti bambini. Alcuni addirittura neonati. Chi riesce ad arrivare sulle nostre coste trova accoglienza immediata: pasti caldi, un tetto sulla testa, visite mediche. Ma non a tempo indeterminato. Trascorsi alcuni mesi, complici le procedure per ottenere il visto di rifugiato, lunghe e dagli esiti spesso infausti, queste persone diventano fantasmi. Escono dai centri di accoglienza iniziando a vivere di promiscuità nella migliore delle ipotesi, di illegalità nella peggiore. Nel 2021 sono sbarcate 67.477 persone, nel 2022 quasi il doppio, ben 105.129. A gennaio 2023 sono arrivati sulle nostre coste 4.963 tra uomini donne e bambini, a febbraio 9.141. Numeri che non lasciano dubbi sul fatto che siamo di fronte a un fenomeno irrefrenabile, e che gli accordi con i Paesi africani sono insufficienti a limitare un flusso umano spinto dalla ricerca di ciò che noi, assuefatti a un’esistenza in cui scambiamo il superfluo per indispensabile, è scontato: l’aspettativa di una vita migliore, o semplicemente un futuro. Tra questi fantasmi, tanti sono ancora più invisibili: i bambini e gli adolescenti non accompagnati. Nel 2021 sono stati 10.053 i minori giunti sulle nostre coste, aumentati a 14.044 lo scorso anno. Una legge del 2017 ha disciplinato la loro accoglienza, e da allora lo Stato italiano stanzia ingenti risorse per provvedervi: 166 milioni di euro nel 2021, 186 milioni nel 2022. Parecchi soldi, che non bastano o a volte vengono dirottati in modo inefficace per la gestione di tantissimi minori che ogni anno si sommano ai precedenti. Molti di loro, poi, spariscono nel nulla, fagocitati dal vortice famelico della criminalità organizzata e comune. Nel 2022 sono state presentate 17.130 denunce di scomparsa di minori: il 75,9%% ha riguardato stranieri. Solo il 29,81% è stato ritrovato. Si parla di oltre 9.100 minori spariti, soprattutto tunisini ed egiziani, maschi per oltre il 91% dei casi. Un esercito di giovanissimi, di cui si parla poco e forse ci si occupa ancora di meno, perché servirebbero risorse economiche e istituzionali enormi, di cui nessuno Stato europeo può disporre. Figli di nessuno, senza identità ed età certa, messi su barche a rischio naufragio da genitori che sperano di dare loro quelle possibilità alle quali loro ormai hanno rinunciato. Il Ministro dell’Interno Piantedosi di recente ha detto che riguardo al problema dei minori stranieri scomparsi non basta emozionarsi, bisogna attivarsi. Dichiarazione condivisibile, ma difficile da attuare, se non ad altissimo prezzo. E viene da chiedersi, se, nel pentolone delle voci di bilancio da soddisfare, vi sia una pozione magica che possa coprire anche questa. È semplicistico ma giusto dire che queste persone non devono partire, poiché ognuno ha il diritto di adoperarsi per migliorare la terra in cui è nato, senza essere costretto a espatriare. Tuttavia, è necessario avere qualche barlume di possibilità, una luce anche flebile che accenda la speranza di potersi costruire un futuro degno di essere vissuto. Bisogna dare la canna da pesca e non il pesce, si dice. Ma se mancano le fabbriche per costruire quelle canne da pesca, se non ci sono le infrastrutture per trasportarle, se difetta la mentalità dell’istruzione obbligatoria che insegni a usarle e della conoscenza come passe-partout per l’uguaglianza, mancano le fondamenta per realizzare una società consapevole e libera.

Estratto dell’articolo di Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” l’1 marzo 2023.

 […] È articolata per cerchi concentrici la relazione annuale sull’attività dell’intelligence, relativa al 2022, presentata ieri a Roma dal sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano, dalla direttrice del Dis Elisabetta Belloni e dai presidenti di Aise, Giovanni Caravelli, e Aisi, Mario Parente, accanto al presidente del Copasir, Lorenzo Guerini.

 Immigrazione

I servizi segnalano un «marcato aumento dei flussi irregolari». Verso di noi, che siamo la principale porta d’accesso all’Ue, arrivano soprattutto dalla Libia. Ma è boom (+ 60%) degli sbarchi dalla Tunisia. […]  Tra gli sbarchi aumentano quelli «occulti» con barche da diporto, in Calabria, Puglia e Sicilia dalla Turchia.

 Le associazioni

La relazione si sofferma sui soccorsi. L’aumento «più significativo» è ad opera di soggetti istituzionali, ma crescono anche quelli delle Ong, soprattutto in area Sar libica. Si evidenzia che la loro attività, pubblicizzata sui social network come «garanzia di sicurezza», rappresenta un vantaggio per i trafficanti. Perché «permette loro di adeguare il modus operandi». «È un fatto oggettivo. Non comporta considerazioni etiche — chiarisce Mantovano — se piazzo navi al limite delle acque territoriali aumento la probabilità che barchini di fortuna partano, nella certezza di incontrarle».

 Minaccia russa

Massima attenzione sul rischio escalation dell’invasione ucraina. «Improbabile» viene ritenuta al momento l’uso dell’arma nucleare. Ma si avverte che «Mosca non smetterà di interferire nelle dinamiche politiche e nei processi decisionali dei Paesi Nato» con «attacchi cyber, disinformazione, ricatti e utilizzo di leve come quella migratoria ed energetica».

 Anarchici

La minaccia eversiva anarcoinsurrezionalista è ritenuta la più «concreta e vitale». E ha trovato nuovo slancio nella lotta contro il 41 bis di Cospito, definito il «leader del Fai/Rfi». L’eco della solidarietà «repentinamente irradiato» in Ue, in Sudamerica e negli Usa conferma il sospetto sui collegamenti internazionali, considerato un «moltiplicatore» delle capacità offensive assieme alla mobilità di alcuni soggetti nell’asse Spagna - Italia e Grecia, dove è stata fatta saltare l’auto della funzionaria dell’ambasciata Susanna Schlein, sorella di Elly. […]

Estratto dell'articolo di Giuliano Foschini per “la Repubblica” l’1 marzo 2023.

Sono arrivati in 14.433, nei primi due mesi del 2022 erano 5.474. «+ 164 per cento» è appuntato nei documenti interni. Più della metà, 8.578, arrivano da un solo paese: la Tunisia, lungo una rotta certo non nuova ma che per restare agli ultimi due anni aveva dato cifre assai diverse, 1.665 sbarchi nel 2021, 1.077 appena nel 2022.

 Questi numeri spiegano il perché la nostra intelligence da settimane ha comunicato al governo Meloni che il Mediterraneo è in burrasca. E, per fare in modo che non diventi tempesta, è necessario occuparsi dell’emergenza. Senza slogan ma con atti concreti.

Il messaggio – ha spiegato ieri l’Autorità delegata, il sottosegretario Alfredo Mantovano – sembra recepito: «La principale preoccupazione arriva dalla Tunisia » ha affermato alla presentazione della Relazione annuale 2022 dell’intelligence preparata dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Accanto a lui la direttrice del Dis, Elisabetta Belloni, i numeri uno delle due agenzie di sicurezza Aise ed Aisi, Giovanni Caravelli e Mario Parente, e il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini.

[…] L’analisi del Dis parte dai dati. Dall’incremento di questo 2023, si diceva, con la bomba Tunisia pronta a esplodere: si parte praticamente dai porti di tutta la costa, da Cap Bon a Ben Gardane. Gli sbarchi dall’inizio dell’anno sono stati 264, quasi cinque al giorno. Viaggiano con vecchi pescherecci o su mezzi di fortuna. E soprattutto con qualsiasi condizione del mare.

 Su questo l’intelligence lancia però un’accusa precisa al lavoro delle Ong: «La presenza di navi umanitarie rappresenta - si legge nella relazione - un vantaggio logistico per le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti, permettendo loro di adeguare il modus operandi in funzione della possibilità di ridurre la qualità delle imbarcazioni utilizzate, aumentando correlativamente i profitti illeciti, ma esponendo a più concreto rischio di naufragio le persone imbarcate ».

In sostanza si dice che se le barche affondano, è anche colpa delle Ong che provano a salvarli. «Parliamo soltanto di dati di fatto» ha spiegato Mantovano, facendo riferimento a una serie di informative dell’Aise che documenterebbero come le partenze dalla Libia aumentano ogni qual volta sanno di trovare mezzi di soccorso nella Sar. […]

Decreto flussi, via libera a 82mila nuovi ingressi Coldiretti: serve manodopera. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 28 Gennaio 2023

Dietro alle Ong, ai porti chiusi e ai porti aperti, dietro ai morti in mare e alla frontiera si cela un’altra migrazione. Quella che non crea troppe polemiche, ma anzi quella che viene ricercata. L’altra parte della migrazione è quella dei lavoratori stagionali. Perché si sa, che ci sono lavori che, come si suol dire, “gli italiani non vogliono fare”: lavori stagionali, appunto, logoranti, spesso nei campi e spesso con una paga per cui non si reputa valer la pena di lavorare. E così, sono in arrivo 82.705 lavoratori stagionali provenienti da territori extra europei. Il via libera è arrivato nella giornata di ieri con il passaggio del Decreto Flussi in Gazzetta Ufficiale: il nuovo Dpcm fissa la quota annuale per l’ingresso dei lavoratori non comunitari che, rispetto allo scorso anno, vede un aumento consistente. Secondo quanto segnalato da Coldiretti la quota per l’anno corrente supera di circa 13mila unità quella precedente, stabilizzata a 69.700 migranti, e aumentano anche le quote del lavoro stagionale nelle campagne che ammontano a 44mila unità rispetto alle 42mila dello scorso anno. Delle 44mila, spiega Coldiretti, 1500 “sono riservate alle nuove richieste di nullaosta stagionale pluriennale”, ovvero delle quote che consentono all’impresa, negli anni successivi, di non essere vincolata ai termini di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm per avere accesso all’autorizzazione. Inoltre, viene sottolineato “alcune quote sono riservate ai lavoratori di Paesi con cui entreranno in vigore accordi di cooperazione in materia migratoria” a anche “a quelli che abbiano completato programmi di formazione nei Paesi di origine e alle richieste presentate dalle organizzazioni professionali dei datori di lavoro che assumono l’impegno a sovraintendere alla conclusione del procedimento di assunzione dei lavoratori”. Infine, nel Dpcm è contenuta una novità che, per Coldiretti, rappresenta la parte più importante del provvedimento, ovvero il “consolidamento e la riconferma del rilascio di quote di ingresso riservate alle Associazioni di categoria per i propri associati nella misura di 22.000 unità”. Un decreto che quindi risponde in maniera puntuale alle esigenze del comparto (soprattutto agricolo) che, negli ultimi anni, ha vissuto non poche difficoltà nel reperimento della manodopera, di cui scarseggia nel nostro Paese non solo la disponibilità, ma manca anche una quota di personale qualificato. Proprio per questo motivo, ogni anno, la componente dei lavoratori stranieri assume una dimensione strutturale che presenta un’incidenza superiore a tutti gli altri settori produttivi. A esprimere soddisfazione per quanto deciso è Confagricoltura che, oltre ad accogliere il decreto chiede anche un ulteriore sforzo alle amministrazioni competenti. La richiesta è quella di velocizzare, per quanto possibile, l’ingresso dei cittadini extracomunitari competenti, chiedendo un iter burocratico più agile che “consenta alle imprese agricole di poter contare su questi lavoratori già nelle prime campagne di raccolta primaverili”. E se da un lato si chiude una porta, da questo si apre un portone.

Ambientali.

Fuggire per il clima. La realtà dei migranti ambientali che non possiamo più ignorare. Gloria Ferrari su L’Inkiesta il 18 Gennaio 2023.

Chi scappa dagli effetti del riscaldamento globale non gode di alcun tipo di tutela internazionale. Governi e istituzioni non stanno facendo abbastanza per risolvere un fenomeno destinato ad aggravarsi di anno in anno. Solo nel 2021, il ventiquattro per cento degli episodi di sfollamento sono scaturiti da calamità naturali

Le persone scappano da molte cose: dalla guerra, dalla fame, e da qualche decennio anche dalle conseguenze della crisi climatica. D’altronde il 2022, che si è concluso con temperature ben oltre la media stagionale ci ha dato l’ennesima prova che qualcosa sta cambiando: la Noaa (l’agenzia scientifica statunitense che si occupa, tra le altre cose, di monitorare le condizioni atmosferiche) dice che si è meritato un posto nella speciale classifica degli anni più caldi, collocandosi tra la quarta e la sesta posizione. 

Non siamo sul podio, almeno per questa volta, e menomale, ma non per questo possiamo considerarci al sicuro. Come si legge nel primo volume del Sesto Rapporto di Valutazione dell’Ipcc (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) negli ultimi 50 anni la temperatura terrestre è cresciuta ad una velocità record rispetto agli ultimi 2 mila anni, con conseguenze piuttosto evidenti (e disastrose) su ambiente e persone. Gli ecosistemi si sono alterati e gli individui lottano quotidianamente per la sopravvivenza. 

Nessuno può ritenersi totalmente al sicuro ma, come scrive Legambiente nel suo ultimo report sugli impatti della crisi climatica, «a pagare il prezzo più alto sono i gruppi sociali più fragili», persone cioè che hanno un limitato accesso a servizi e risorse, o che traggono sostentamento dal territorio circostante e che per questo hanno difficoltà ad adattarsi agli effetti del surriscaldamento globale.

L’Ipcc ritiene che quasi la metà della popolazione mondiale (il quaranta per cento, tra i 3,3 e i 3,6 miliardi di persone) vive in contesti di estrema vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Africa occidentale, centrale e orientale, Asia meridionale, America centrale e meridionale, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Artico sono le aree maggiormente a rischio: qui, tra il 2010 e il 2020, la mortalità umana a causa di eventi estremi (tra cui inondazioni, tempeste e siccità) è stata quindici volte superiore rispetto alle regioni con una vulnerabilità più bassa. Un numero che sarebbe potuto essere molto più alto se migliaia di individui non avessero deciso di spostarsi altrove. 

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) li definisce migranti ambientali, cioè «persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di un cambiamento improvviso o progressivo dell’ambiente che influisce negativamente sulla loro vita o sulle loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali, o scelgono di farlo, sia temporaneamente sia permanentemente, e si spostano all’interno del loro paese o all’estero». Tra il 2012 e il 2022, il Migration data portal ne ha contati una media di circa 21,6 milioni all’anno, che entro il 2050 potrebbero diventare 216 milioni. 

Solo nel 2021, su un totale di trentotto milioni di episodi di sfollamento interni registrati nel mondo, ben 23,7 sono scaturiti da calamità naturali. Nel novantaquattro per cento dei casi il pericolo è dipeso dalle condizioni meteorologiche, principalmente tempeste, inondazioni e siccità e i cinque Paesi con il numero più alto di migranti climatici sono stati Cina (sei milioni), Filippine (5,7 milioni), India (4,9 milioni), Repubblica Democratica del Congo (888mila) e Vietnam (780mila). 

Le previsioni dicono che nei prossimi trent’anni l’Africa subsahariana potrebbe ritrovarsi a gestire gli spostamenti di ben ottantasei milioni di migranti climatici interni, l’Asia orientale e il Pacifico quarantanove milioni, l’Asia meridionale circa quaranta. Per il Nord Africa e l’America Latina i numeri potrebbero oscillare tra i diciannove e i diciassette milioni, mentre per l’Europa orientale e l’Asia centrale la cifra si “abbassa” a cinque milioni. 

Il problema non sta solo nel fatto che milioni di persone sono e saranno costrette a muoversi. O meglio, la questione non si esaurisce così. Quello del surriscaldamento globale è, come lo definisce Legambiente, un vero e proprio «innesco». La «scintilla climatica», intrecciandosi con una serie di fattori tra cui le tensioni religiose, sociali, politiche e il peggioramento delle condizioni economiche, esaspera il contesto. 

Il risultato è una popolazione ridotta allo stremo, una condizione che contribuisce ad accendere i conflitti per via della «corsa all’accaparramento delle risorse territoriali, in contesti di stretta sussistenza con il territorio e di progressivo degrado delle condizioni ambientali peggiorate dal riscaldamento globale», come è accaduto nella regione africana del Sahel. Qui il settanta per cento della popolazione vive di agricoltura e pastorizia, entrambe attività che necessitano di terreno fruttuoso. 

Tuttavia i lunghi periodi siccitosi, interrotti in alcuni periodi dell’anno da violente piogge e inondazioni, hanno acuito la lotta per accaparrarsi quella piccola fetta di suolo ancora produttiva e le poche risorse idriche a disposizione. Così è accaduto anche altrove. Lo studio “Il clima come fattore di rischio per i conflitti armati”, pubblicato dalla rivista Nature e basato sulle opinioni di una serie di esperti, dice che dal tre per cento al venti per cento dei conflitti del secolo scorso ha avuto fra le cause scatenanti fattori legati al clima. 

Percentuali che potrebbero inasprirsi per via del continuo declino delle condizioni climatiche. Nel peggiore dei casi, secondo la ricerca, se in un futuro prossimo l’aumento della temperatura media dovesse raggiungere la soglia dei quattro gradi, il rischio di conflitto aumenterebbe del ventisei per cento. Provando ad essere più ottimisti e auspicando che la crescita delle temperature medie non superi i due gradi, il rischio di conflitto aumenterebbe comunque del tredici per cento. 

Oltre il danno pure la beffa, verrebbe da dire, visto che gli individui più vulnerabili (e più poveri) della Terra, quelli cioè che subiscono maggiormente le conseguenze dirette e indirette del surriscaldamento del Pianeta, sono spesso quelli che producono meno emissioni, e che quindi contribuiscono meno alla crisi climatica. Oxfam, Ong per la lotta alla povertà mondiale, dice che tra il 1990 e il 2015 – periodo in cui le emissioni di anidride carbonica in atmosfera sono più che raddoppiate – il dieci per cento più ricco del mondo è stato responsabile di oltre la metà (cinquantadue per cento) della produzione di CO2. 

Dovrebbe essere piuttosto chiaro, a questo punto, che questione climatica e questione sociale non possono essere valutate separatamente e che discutere “solo” di come ridurre le emissioni ormai non è sufficiente. Prima di tutto perché, anche qualora (supponiamo) ci fosse un radicale cambio di rotta, gli effetti positivi del dietrofront non sarebbero immediati. La ferita è profonda, e il Pianeta ha bisogno di tempo per provare a risanarla. 

Dunque, rimanendo con i piedi per terra e ragionando concretamente, se le conseguenze del cambiamento climatico ad oggi si possono limitare ma non cancellare, è importante imparare a conviverci nel miglior modo possibile, adottando misure di “adattamento” che possano soprattutto alleviare la vulnerabilità sociale di certi gruppi di persone. Come? Cominciando ad esempio a gestire con criterio le migrazioni ambientali. C’è molto da lavorare, anche perché non esiste tutela internazionale per i migranti ambientali. Una lacuna normativa inaccettabile, soprattutto dopo la recente risoluzione delle Nazioni di Unite che ha inserito tra i diritti umani universali la qualità dell’ambiente in cui si vive.

Decreti di espulsione e rimpatri reali. I numeri dimostrano le difficoltà dell'Italia. Linda Di Benedetto su Panorama il 05 Settembre 2023

Solo un espulso su cinque lascia effettivamente il nostro paese. Creando numerosi problemi, soprattutto di sicurezza

Franca Marasco, la titolare di una tabaccheria di Foggia è stata uccisa a coltellate da Moslli Redouane, 43enne di nazionalità marocchina che a novembre del 2007, era stato colpito da un provvedimento di espulsione mai eseguito. Un caso non isolato che riporta l’attenzione sul numero delle effettive espulsioni che dovrebbero allontanare dal territorio nazionale migranti irregolari, soggetti potenzialmente pericolosi o raggiunti per altre motivazioni da un provvedimento prefettizio. Numeri che secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti su “Il rimpatrio volontario e assistito dei flussi migratori” in Italia sono particolarmente bassi.

DECRETI ESPULSIONE E RIMPATRI: LE CIFRE Tra il 2018 e il 2021 a fronte di 107.368 provvedimenti di espulsione, solo 21.366 persone sono tornate effettivamente nel loro paese d’origine tramite rimpatri volontari o forzati, ovvero un quinto del totale. La media annua dei rimpatri effettivi è di circa 5.300 migranti, fatta eccezione per il 2020 e il 2021 quando furono rimandate nel loro paese di origine rispettivamente 3.607 e 3.838 persone a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Numeri che confermano un’oggettiva difficoltà dell’Italia e in cui emerge secondo i magistrati della Corte dei Conti che la Francia, la Germania e la Grecia hanno conseguito risultati decisamente migliori in rapporto a quelli registrati nel nostro paese. Dati confermati dalla Fondazione Leone Moressa che ha stimato circa 519mila immigrati irregolari sul territorio nazionale nel 2021, mentre dal 2013 al 2021 sono stati emessi circa 230 mila ordini di rimpatrio; di questi, solo 44 mila sono stati poi effettuati (meno di un quinto del totale). Una vera e propria emergenza su cui il ministro Piantedosi aveva dichiarato che a settembre avrebbe messo in atto un’accelerazione delle procedure di espulsione ed un rafforzamento dei Cpr (Centri permanenza per il rimpatrio). I numeri europei sui rimpatri volontari e ritorni forzati Se un individuo collabora volontariamente con le autorità dopo aver ricevuto una decisione di rimpatrio, il rimpatrio viene definito volontario; altrimenti si parla di rimpatrio forzato. Il ritorno volontario può essere assistito (con supporto finanziario/logistico da parte del paese ospitante) o non assistito. Nel 2022, i paesi dell’UE hanno emesso 422.400 decisioni di rimpatrio. Tuttavia, meno di un quarto dei cittadini di paesi terzi sono stati rimpatriati in un paese al di fuori dell’UE. Le principali nazionalità a cui è stato ordinato di partire nel 2022 sono state algerina (33.535), marocchina (30.510) e pakistana (25.280).

Estratto dell’articolo di Eleonora Camilli per “La Stampa” venerdì 1 settembre 2023.

I moduli grigi, circondati da filo spinato, sono pronti. I primi 100 migranti sono già stati trasferiti da Lampedusa, ma le sezioni vanno ancora strutturate: una parte centro di accoglienza, l'altra sezione per le procedure di frontiera. Passa dal nuovo hotspot di Modica-Pozzallo una delle scommesse del governo Meloni sull'immigrazione. 

Sarà questo, infatti, il primo centro di trattenimento per le persone che provengono da Paesi terzi sicuri. Fallita la strategia di "fermare le partenze" ora si punta alla riproposizione di una vecchia ricetta, quella del "rimandiamoli tutti a casa", tradotto: aumentare i rimpatri. Lo ripete da giorni anche la presidente del Consiglio […]

Più facile a dirsi, però, che a farsi. Negli anni tutti i governi che ci hanno provato alla fine hanno dovuto ammettere il fallimento. Al Viminale, però, sono convinti di avere due assi nella manica: per prima cosa le nuove norme inserite nel decreto Cutro (legge 50/2023). In particolare, le cosiddette procedure accelerate di frontiera per chi proviene dai Paesi considerati sicuri, cioè verso i quali le persone possono essere rimandate. 17 in tutto: Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d'Avorio, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Senegal, Serbia e Tunisia.

Per chi entra irregolarmente in Italia, via mare o via terra, ed è originario di uno di questi Paesi, è previsto dunque un procedimento speciale, accelerato, una sorta di "direttissima". Il secondo obiettivo è rendere possibile il rimpatrio anche dei migranti in attesa di processo. Un altro punto chiave sarà inserito invece nel prossimo decreto sicurezza, più volte annunciato. 

[…]  Il primo a dirsi scettico è il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia che parla di una strategia paragonabile all'idea di «svuotare il mare con un secchio». Secondo il governatore veneto della Lega «quest'anno arriveremo a oltre 200 mila persone, solo l'8% avrà lo status di rifugiato. Quindi almeno 150 mila dovrebbero essere riaccompagnate una ad una in aereo con le forze dell'ordine. La vedo dura».

Fu proprio la Lega, con Matteo Salvini ministro dell'Interno a puntare sui rimpatri per mostrare il pugno duro sui migranti nel periodo dei cosiddetti "porti chiusi". Nel 2018 furono 6.396 le persone rimandate indietro, leggermente meno di quanto successo l'anno precedente quando al Viminale c'era Marco Minniti e il dato si attestò sui 6.577. 

Il dato è poi bruscamente sceso durante la pandemia per la chiusura delle frontiere: così nel 2020 il numero si dimezza a 3.351, un dato che rimane più o meno stabile anche nei due anni successivi, 3.420 nel 2021 e 3.916 nel 2022. Anche nei primi sette mesi di quest'anno (da gennaio a luglio 2023), nonostante il flusso dei migranti abbia superato i 100 mila arrivi, le persone rimpatriate sono state 2.500. Numeri in linea con l'andamento registrato dal 2020.

[…] A bloccare negli anni l'obiettivo di "rimandare tutti a casa" non sono state solo le procedure di emissione di provvedimenti di espulsione, cioè i fogli di via per chi non ha diritto a restare. La catena si ferma quando si tratta di applicare nella pratica il provvedimento. 

Innanzitutto, le riammissioni sono vincolate agli accordi tra i Paesi. Ad oggi l'Italia ne ha un numero limitato, qualche intesa è in via di definizione ma più meno i Paesi che accettano di riprendere indietro i migranti sono sempre gli stessi. Non è un caso che la maggior parte delle persone negli ultimi anni sia stata rimpatriata principalmente in Tunisia, con cui l'Italia ha un solido accordo da tempo.

Negli incontri avuti di recente con i rappresentanti dell'esecutivo, il presidente Kaled Saïed ha ribadito di voler proseguire sulla scia di quest'intesa ma solo per quanto riguarda i cittadini tunisini. Ha rimandato al mittente, invece, l'ipotesi di riprendere nel suo Paese anche le persone che lì sono transitate prima di imbarcarsi verso l'Italia. Cioè la stragrande maggioranza degli oltre 114mila migranti approdati sulle nostre coste da gennaio. 

L'altro scoglio, infine, è quello economico. Rimpatriare con scorta una persona fino al Paese di origine può costare anche 5000 euro a migrante, perché la macchina burocratica da mettere in moto è complicata e prevede personale specializzato. A questa voce va aggiunta la spesa per le strutture preposte alla detenzione, cioè i Cpr. 

Secondo un report della Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili, che ha analizzato i bandi delle prefetture negli ultimi anni, nel periodo 2021-2023 il costo previsto per gestire i dieci centri finora attivi sul territorio è di 56 milioni di euro. Una cifra che potrebbe raddoppiare se, come da intenzioni, si riuscirà ad aprire un centro per il rimpatrio in ogni regione. […]

Ma i rimpatri restano un'illusione. Tra burocrazia e accordi inesistenti, solo uno su cinque torna a casa. Gian Micalessin il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Rimpatri, rimpatri, rimpatri. Da un mese e passa la parola d'ordine rimbalza da Bruxelles a Roma. La indicava come priorità il Consiglio Europeo riunitosi a Bruxelles lo scorso 9 febbraio. La fa propria il decreto messo a punto in quel di Cutro dal nostro governo promettendo l'apertura di un Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) in ogni regione, a fronte dei dieci esistenti, e l'allungamento da tre a sei mesi dei tempi di detenzione. Ma tra il dire ed il fare c'è di mezzo proprio il mare. Un mare che dal primo gennaio ha spinto sulle nostre coste oltre 27mila migranti ovvero oltre quattro volte quelli arrivati nel 2021 e nel 2022. Uno tsunami che l'esile diga dei rimpatri non basta certo a contenere nonostante l'appoggio promesso dall'Unione Europea. L'impegno a rimandare a casa agli irregolari sconta non solo la scarsità di accordi con i paesi d'origine, ma anche le lentezze burocratiche e le carenze legislative. E nel caso del decreto Cutro i tempi necessari ad allestire i nuovi Cpr. I dati del resto evidenziano l'inefficienza cronica, e non solo italiana, dei processi di rimpatrio. Stando alla Corte dei Conti tra il 2018 e il 2021 le persone tornate al paese d'origine sono state appena 21mila366 a fronte di ben 107mila 368 provvedimenti di espulsione. Dati confermati dalla Fondazione Leone Moressa che mette a confronto la stima di 519mila irregolari presenti in Italia nel 2021 con gli appena 44mila rimpatri andati a buon fine tra il 2013 e il 2021. Il tutto a fronte di 230 mila ordini di rimpatrio. Come dire che quattro irregolari su cinque riescono sempre a farla franca. E anche la cifra senza precedenti di oltre 8mila rimpatri raggiunta tra il primo gennaio e il 30 settembre 2022 impallidisce a fronte degli oltre 100mila sbarchi registrati alla fine dell'anno.

Ma non è un problema esclusivamente italiano. Prendiamo il 2018. In quell'anno i rimpatri dall'Italia sono stati 6mila398, a fronte di 7mila348 dalla Francia, 11mila713 dalla Spagna e 26mila114 dalla Germania. Cifre migliori delle nostre, ma comunque inadatte a compensare l'eccesso di irregolari.

Un altro problema non irrilevante di questo provvedimento è il suo costo. Le cifre spese dall'Italia per le operazioni di rimpatrio forzato si attestano mediamente intorno ai 9 milioni di euro annui. Nel 2020 sono stati impiegati 8,3 milioni di euro, una cifra di poco inferiore agli 8,9 milioni nel 2019 e i 10,1 milioni nel 2018. Costi solo in parte compensati dal Fondo asilo migrazione e integrazione (Fami), il fondo europeo che per il periodo 2014- 2020 prevedeva 400 milioni di euro destinati a coprire tutte le spese del fenomeno migratorio da asilo e integrazione fino ai costi di rimpatrio. Senza dimenticare che gli accordi stretti nel 2020 con la Tunisia hanno richiesto per esser firmati l'esborso preventivo di 11 milioni di euro di aiuti. Una cifra ormai largamente ingiustificata visto che gli accordi, pur funzionando, non bastano certo a smaltire l'esodo in atto da quelle coste.

Emergenza migranti, quanto ci costano i mancati rimpatri: boom di spese. Il Tempo il 16 gennaio 2023

Oltre 32 milioni di euro per il 2023. Poco più di 46 milioni per il 2024. Sono gli stanziamenti previsti dal governo nell'ultima legge di bilancio per l'ampliamento della rete nazionale di centri di permanenza per il rimpatrio. Trattasi di quelle strutture che dovrebbero ospitare temporaneamente gli stranieri senza permesso di soggiorno in attesa del ritorno nel Paese d'origine. Ritorno che, però, a causa di procedure farraginose, di mancati accordi con gli Stati di partenza e dell'inerzia dell'Europa, diventa un vero e proprio percorso a ostacoli. Al punto che nel 2021 meno della metà delle persone detenute nei Cpr, e cioè il 49,7%, è stata effettivamente rimpatriata. Costringendo il governo a prevedere un aumento di spese per la gestione dei centri: circa 5,4 milioni in più per il 2023, addirittura 15 milioni in più per l'anno successivo.

Sono le cifre contenute in un'analisi realizzata da Openpolis attraverso i dati del ministero dell'Economia. «Teoricamente- si legge nel report stando alla normativa vigente, uno straniero dovrebbe essere trattenuto soltanto per il tempo strettamente necessario. Di fatto però in moltissimi casi la detenzione amministrativa all'interno di queste strutture si prolunga nel tempo».

La percentuale dei rimpatri, infatti, si è sempre mantenuta piuttosto bassa. «La quota più elevata- si legge ancora nel rapporto di Openpolis - si è raggiunta nel 2017 (prima di quell'anno esisteva un altro tipo di strutture: il Cie), quando è stato rimpatriato il 58,6% dei migranti presenti nei centri di detenzione amministrativa. Anche nel 2020 la cifra si è attestata sul 52,9%. In tutti gli altri anni, tuttavia, non ha raggiunto il 50%. La quota più bassa in questo senso si è raggiunta nel 2018: 43,2%».

Si intuisce, in tal senso, il motivo dell'insistenza del governo italiano nei confronti della Commissione europea affinché la gestione dei rimpatri avvenga su base continentale e non più nazionale. Se il principio della redistribuzione tra gli Stati membri dei migranti appena sbarcati resta un nervo scoperto a Bruxelles - la presidenza svedese di turno ha già chiarito che sarebbe utopistico immaginare nuovi accordi su questo fronte prima della primavera 2024- un primo passo importante sarebbe per Roma proprio quello di prevedere una macchina europea delle espulsioni e un pattugliamento comune dei confini lungo il Mediterraneo centrale. Anche di questo si parlerà al Consiglio europeo straordinario del 9 e del 10 febbraio. «L'immigrazione irregolare si combatte fermando le partenze prima ancora degli sbarchi» ha detto ieri il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi in un'intervista a «Il Messaggero».

«È evidente - ha continuato - che si tratta di un fenomeno di una tale complessità che non può trovare soluzione in pochi giorni. Ma sono sicuro che siamo sulla buona strada per ottenere al più presto risultati tangibili». In settimana il tema sarà affrontato anche in Parlamento con l'audizione delle Ong del soccorso in mare e la conferenza stampa sulle limitazioni introdotte dal dl Sicurezza. Mentre ieri circa 202 migranti sono stati trasferiti dall'hotspot di Lampedusa ad altre strutture al fine di liberare posti dato che, nei prossimi giorni, a causa del miglioramento delle condizioni atmosferiche, gli sbarchi dovrebbero riprendere a ritmo serrato. Nonostante i trasferimenti, nell'hotspot dell'isola ci sono ancora 426 persone, una trentina in più della capienza massima. L'esito di un inizio 2023 all'insegna degli arrivi. Al 13 gennaio secondo i dati del Viminale erano già sbarcati 3.819 profughi contro i 378 dello stesso periodo del 2022.

Migranti e rimpatri: il grande bluff. Panorama l’8 Marzo 2023

La Rubrica -Come Eravamo Claudio

Da Panorama del 10.02.2016 Secondo Save the children solo nel 2015 sono arrivati nell’Unione europea oltre 26 mila minori (minori sono anche i diciassettenni) non accompagnati. Secondo Europol, almeno 10 mila di questi bambini e ragazzi entrati in Europa come migranti sono scomparsi nel nulla. «Non tutti sono finiti nelle reti criminali e di sfruttamento sessuale» dichiara Europol al Guardian. «Semplicemente non sappiamo dove siano, cosa stiano facendo e con chi siano». Secondo Il Giornale, circa metà sono scomparsi in Italia, ma secondo il Corriere della Sera, che cita la denuncia della deputata di Alternativa libera, Eleonora Bechis, sono almeno il doppio: venduti e sfruttati per i traffici più ignobili dal commercio sessuale alla questa per strada, fino ai lavori più degradanti e peggio pagati. Quanto agli adulti, riferisce Fiorenza Sarzanini sempre sul Corriere della Sera, la Commissione europea calcola in almeno 63 mila quelli transitati o tuttora dimoranti in Italia di cui si sono perse le tracce, irreperibili. Come vivono o sopravvivono? Purtroppo le cronache locali segnalano casi anche di rifugiati che delinquono (furti, spaccio, violenze alle persone) mentre è noto che nelle varie fazioni jiahdiste sono molti gli adolescenti e persino i bambini indottrinati e fanatizzati. Per ora l’inverno ha rallentato ma non interrotto gli sbarchi attraverso l’Egeo e il canale di Sicilia, ma la primavera è vicina e si temono altri esodi, altri morti in mare, altri sbarchi organizzati dai 30 mila scafisti il cui sporco lavoro non conosce soste. Il tentativo di dar vita a un governo unitario in Libia, su cui molto si era spesa l’Italia, si è arenato. Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito sono determinati all’intervento pur di non consentire un rafforzamento dell’Isis che già controlla 300 chilometri di coste a 200 miglia dall’Italia. Mentre il nostro governo rivendica in Libia un ruolo guida e continua a frenare sul ricorso alla forza il ministro della Difesa di Parigi, Jean-Yves Le Drian, ricorda di aver ammonito per tempo che il Califfato stava per sbarcare in Europa. E ha appena rinnovato l’allarme: «Ai migranti dalla Libia potrebbero mescolarsi combattenti pronti a sbarcare a Lampedusa». Del resto, se è vero che i terroristi sono nati e cresciuti in Europa, è altrettanto vero che gli attentatori di Parigi e non solo erano usi fare la spola tra Francia e Medio Oriente nascondendosi tra i rifugiati. In questa situazione si comprende come la paura del terrorismo sia balzata in cima alle preoccupazioni degli italiani, oltre l’ansia per l’economia. Alla paura si risponde rafforzando un apparato di sicurezza molto debilitato e rafforzando la cooperazione con i nostri alleati, non ingiuriandoli quotidianamente sino a sfregiarli come «burocrazia pervertita». Certo, se chiedete al ministro dell’Interno Angelino Alfano perché è fallita la strategia del governo sull’immigrazione vi risponderà che è colpa dei Paesi europei che non hanno tenuto fede all’impegno di accogliere le quote concordate di migranti sbarcati in Italia. Ma questa è solo mezza verità, la verità intera Alfano non la dice. Grazie alla mediazione del vituperato JeanClaude Juncker, molti Paesi riluttanti si erano infine adattati al criterio delle quote. Poi però non hanno dato corso alle intese. Alcuni con il rifiuto brutale di accogliere mussulmani, altri lamentando che la redistribuzione era legata a precise condizioni. Innanzitutto che l’Italia e la Grecia, Paesi di primo approdo, allestissero centri d’identificazione registrando le impronte. Com’è evidente, è una condizione indispensabile per distinguere chi ha diritto all’asilo, i rifugiati, dai clandestini. Questi ultimi, non solo secondo le direttive europee ma per le stesse nostre leggi, non devono essere accolti bensì rimpatriati. Ebbene, Alfano per mesi non solo non si è occupato di rimpatri, ma ha cercato di rovesciare la sequenza logica pretendendo la redistribuzione dei rifugiati a prescindere dalla loro identificazione. Così per mesi ha rinviato l’organizzazione in Italia degli «hot spot», e anche in quelli attivati per pavidità non ha autorizzato la polizia a prendere le impronte ai renitenti con tutti i mezzi legali. Alla fine il bluff è stato smascherato non solo dai dati di Eurostat, ma dai giornali e media europei che rilevavano il singolare fenomeno di migranti non identificati che, sbarcati all’alba in Sicilia, la sera già circolavano a Roma e, nei giorni successivi, nei Comuni del nord Italia. Alimentando il sospetto che trasferiti, magari a spese dello Stato, venissero lasciati liberi di raggiungere le frontiere europee. Conseguenza: furiose per le mancate identificazioni e il transito di clandestini, Francia, Svizzera e Austria hanno ripristinato i controlli ai confini con l’Italia. Ora Renzi, nell’incontro con Angela Merkel, ha giurato: «Ormai prendiamo le impronte al 100 per cento». Anche ai 63 mila nel frattempo irreperibili? Mah. E siccome è uso perseverare negli errori, si è esposto a qualche nuovo schiaffone dei «burocrati pervertiti», che potranno agevolmente smascherare la sua ultima balla. Nei nostri centri nulla è cambiato: non si prendono impronte. Di nuovo c’è solo che i poliziotti filmano per pochi secondi un anonimo sedicente: «Mi chiamo Muhammed o Alì o vattelapesca». Non contento, Renzi fa volutamente confusione tra il dovere universale di salvare in mare chiunque sia in pericolo, migrante o turista che sia, per annunciare, da presidente del Consiglio, che se ne infischia delle leggi italiane che impongono di accogliere i rifugiati e respingere i clandestini. Con tanti saluti all’onestà intellettuale, alla sicurezza degli italiani e dei concittadini europei.

Il Piano Mattei.

Il Costo.

Scafisti di Stato.

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L’Hotspot.

I CPR.

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Il neocolonialismo.

Le ONG.

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Solidarietà per Soumahoro.

Il Piano Mattei.

"Un nuovo patto tra Italia e Africa". Pasquale Napolitano il 4 Novembre 2023 su Il Giornale.

La premier presenta il decreto sul "Piano Mattei": quattro anni di partnership e aiuti

La missione è ambiziosa: trasformare la crisi migratoria in un'occasione di rinascita per il continente africano. Con l'Italia che punta a riprendersi la leadership nel Mediterraneo. Con quest'orizzonte il governo Meloni pone il primo pilastro del Piano Mattei. Il decreto legge, licenziato ieri in Consiglio dei ministri su proposta del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del premier, ne individua l'impalcatura. I prossimi due passaggi saranno l'esame da parte del Parlamento italiano e poi dell'Unione Europea. Il 28 e 29 gennaio prossimo, in occasione della conferenza Italia-Africa, il piano Mattei sarà presentato ufficialmente al mondo. Per il presidente del Consiglio Meloni si tratta del «più significativo progetto geopolitico del governo di un'Italia che vuole tornare ad essere protagonista nel Mediterraneo». Un lavoro fatto a quattro mani con il ministro Tajani che in conferenza spiega: «Il piano Mattei è una scelta di grande importanza perchè risponde alla questione migrazione, per la stabilità del continente africano. L'immigrazione non è un problema che si può risolvere intervenendo solo alla fine del percorso, ma a monte». Il decreto fissa la durata del piano: 4 anni. Definiti, inoltre, gli ambiti di cooperazione tra l'Italia e i Paesi del continente africano che aderiranno e parteciperanno alla stesura del piano: cooperazione allo sviluppo, promozione delle esportazioni e degli investimenti, istruzione, formazione superiore e formazione professionale, ricerca e innovazione, salute, agricoltura e sicurezza alimentare, approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, incluse quelle idriche ed energetiche, tutela dell'ambiente e adattamento ai cambiamenti climatici, ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture anche digitali, valorizzazione e sviluppo del partenariato energetico anche nell'ambito delle fonti rinnovabili. E poi sostegno all'imprenditoria e in particolare a quella giovanile e femminile, promozione dell'occupazione, turismo, cultura, prevenzione e contrasto dell'immigrazione irregolare e gestione dei flussi migratori legali. Il terzo anello del piano è la governance: nasce la cabina di regia istituita a Palazzo Chigi al cui timone c''è il premier Meloni. Al tavolo siederanno anche i ministri degli Esteri e delle Imprese. Oltre i vertici di Cdp, Ice, Sace, Simest e il presidente della Conferenza Stato-Regioni. Alla cabina sono assegnate tutte le funzioni principali: dalla stesura del piano al monitoraggio. Il capo dell'Esecutivo sarà affiancato da una struttura di missione. Per quanto riguarda i fondi, il presidente del Consiglio ha precisato che «riguarderà più ministeri, perché i settori d'intervento sono numerosi». Il Piano Mattei è una scommessa che Meloni vuole vincere a tutti i costi. A sinistra l'annuncio fa sbroccare tutti. Pier Luigi Bersani attacca: «Piano Mattei? Evidentemente per dare nobiltà a una scatola vuota serviva il nome di partigiano». La risposta all'ex leader del Pd arriva direttamente da Rosy Mattei, nipote di Enrico Mattei: «Dimenticato da sinistra, unica a ricordarlo Meloni».

Il documentario su Enrico Mattei, storia di un personaggio complesso. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 5 Novembre 2023

Il racconto del doc «Enrico Mattei. Ribelle per amore» tra Milano, Torino, Roma, Matelica e Acqualagna, luoghi questi ultimi dove uno tra i più grandi protagonisti del «miracolo economico» è nato e cresciuto

Non ho capito se il documentario «Enrico Mattei. Ribelle per amore» (Rai Documentari con Aut Aut Production) volesse essere un omaggio a uno dei più grandi protagonisti del «miracolo economico» italiano in occasione dell’anniversario della morte (27 ottobre 1962) oppure un documentario propagandistico sul «Piano Mattei» che il governo vuole attuare. Forse entrambe le cose, ma in maniera imbarazzante. Nominato commissario liquidatore dell’Agip nel 1945, Mattei si rende conto delle potenzialità dell’azienda e decide di salvarla e rilanciarla. Il pionieristico piano industriale — che parte dalla scoperta di metano e petrolio a Caviaga, nel 1946, e poi a Cortemaggiore (località che darà poi il nome alla benzina «Supercortemaggiore»), nel 1949, e si sviluppa attraverso la costruzione di un’ampia rete di metanodotti oltre che di un’estesa catena di stazioni di servizio per la distribuzione della benzina —, suscita un duro contrasto con società internazionali dello stesso settore.

L’America aveva vinto la guerra e reclamava la possibilità di imporre ai Paesi usciti sconfitti dal conflitto le forniture del proprio petrolio. Durissimi, all’epoca, gli scontri di Indro Montanelli con Mattei (che poi raccolse in 35 volumi, «Stampa ed oro nero», tutti gli attacchi della stampa italiana e straniera contro di lui). E questo è il racconto di interlocutori preparati come Luciano Segreto, Bruna Bagnato, Giulio Sapelli, Alessandro Lanza, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Calia, Carlo Zanmatti e altri ancora.

Il racconto si svolge tra Milano, Torino, Roma, Matelica e Acqualagna, luoghi questi ultimi dove Mattei è nato e cresciuto. Le diverse testimonianze offrono un ritratto complesso del personaggio. Peccato non aver mostrato le immagini del programma «L’Italia non è un Paese povero», voluto da Mattei e girato da Joris Ivens, una rara testimonianza d’epoca e una cristallina fotografia di alcuni aspetti della società italiana del periodo (la Rai lo mandò in onda edulcorato). Per «modernizzare» l’esposizione ci sono anche le testimonianze di Giovanni Minoli e di Monica Giandotti (la lezioncina a memoria!). Infine, la parte sul Piano Mattei con la partecipazione del ministro Guido Crosetto è pretestuosa e posticcia. Povero Mattei!

Aspettando Godot. Dopo dieci mesi il Piano Mattei è ancora fermo (e lo sarà ancora a lungo). Luca Attanasio su L'Inkiesta il 4 Novembre 2023

È saltato il summit che avrebbe dato forma al progetto per gestire le migrazioni irregolari. L’incontro era previsto per inizio novembre ed è stato rinviato all’anno prossimo per il conflitto israelo-palestinese

Piano Mattei per l’Africa, sotto il titolo niente. Basterebbe parafrasare un noto film degli anni Ottanta per riassumere il nulla cosmico che caratterizza un piano sbandierato ai quattro venti come rivoluzionario, risolutivo dei problemi che inducono decine di migliaia di persone a lasciare il continente e avventurarsi in migrazioni gestite da mafie transnazionali, «utile a tutta l’Unione Europea» e che a un anno esatto dell’annuncio (durante il discorso di insediamento del governo) giace nella vaghezza più assoluta.

La mazzata finale è arrivata qualche giorno fa. In una scarna nota della Farnesina rilasciata il 12 ottobre, si rendeva noto che il vertice Italia-Africa, la seconda gamba del Piano, era stato annullato. Quel summit avrebbe dato forma e operatività al progetto, previsto per il 5 e il 6 novembre prossimi e pompato mediaticamente da gennaio. L’annuncio unisce sorpresa a una certa approssimazione: nelle tre righe si fa riferimento al «peggioramento del contesto internazionale» e a un rinvio a inizio anno. La nostra diplomazia, quindi, a quanto risulta, ha sostanzialmente lavorato a stretto contatto con quelle africane immaginando temi, tavole rotonde, inviti di leader e redazioni di documenti e accordi ufficiali per un anno intero, per poi annullarli con il più breve degli short notice (tre settimane).

La versione ufficiale, come già scritto, fa risalire il posticipo al caos mediorientale. Quella ufficiosa, ovviamente, riporta tutto al fatto che di quel Piano non vi è mai stata traccia reale. E si è colta la drammatica circostanza della guerra scatenata dagli attacchi di Hamas e proseguita con la reazione israeliana, per evitare la figuraccia. Non sarà certo sfuggito agli analisti che in occasione del sessantunesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, il 27 ottobre, Giorgia Meloni abbia scelto di parlare su X di «formula Mattei» come via «profondamente attuale e ispirazione dell’azione del Governo italiano». Del Piano, non c’è più neanche traccia dialettica.

Ma l’assenza di un progetto concreto e reale di rapporti con i Paesi africani che contribuisca, come annunciato dalla premier a luglio durante la Conferenza internazionale su sviluppo e migrazione ad «avviare un percorso condiviso in grado di attuare misure concrete per la crescita e lo sviluppo del Mediterraneo allargato e l’Africa, per affrontare le cause profonde dei flussi irregolari e per sconfiggere l’attività criminale dei trafficanti di esseri umani» non è l’unico problema. In quel summit estivo che si concludeva con il varo del cosiddetto «processo di Roma», l’attuazione definitiva, cioè, del piano Mattei si mettevano le basi di una strategia che ha segnato un fallimento su molti fronti. Si immaginava la erezioni di hotspot da affidare a paesi africani di transito per gestire un primo filtro dei flussi migratori e si è finito per varare misure per la moltiplicazione di hotspot con detenzione allungate fino a diciotto mesi in Italia facendo del nostro Paese, come sottolinea l’HuffPost, proprio quell’enorme hotspot a cielo aperto che l’esecutivo dichiarava di voler scongiurare. Se si prende poi l’accordo siglato da Meloni e von der Leyen a Tunisi con l’autarca Saied non più di qualche mese fa, si potrà notare quanto la mossa, oltre che totalmente irrispettosa dei diritti degli individui (sono centinaia i migranti morti nel deserto tra Tunisia e Libia cacciati dall’uno o dall’altro Paese nordafricano con i quali Italia e Ue hanno siglato patti di contenimento in cambio di denaro, ndr), si sia rivelata un clamoroso fallimento: il Presidente tunisino, ha sdegnosamente rispedito al mittente i sessanta milioni della prima tranche stanziata (in tutto erano previsti novecento milioni) definendoli «atto di elemosina».

Ma c’è un altro, gravissimo problema che il sito Info Cooperazione (Ic) fa emergere. A denunciarlo è Guglielmo Picchi, esponente della coalizione di governo e fondatore e dirigente del Centro studi politici e strategici Machiavelli, già deputato e sottosegretario agli Esteri nonché candidato alla direzione dell’Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo (Aics). Proprio riferendosi all’attuazione del Piano Mattei e alla rete diplomatica italiana in Africa, in prima linea nella presunta implementazione, Picchi denuncia un quadro a dir poco deprimente.

E a suggello di ciò pubblica un elenco impietoso sulla dotazione di personale delle sedi diplomatiche italiane nel continente, con una ridottissima presenza numerica di diplomatici di carriera, una costante assenza di vice-Capo Missione e ridotto personale amministrativo: come si pensava, quindi, di dare vita a un progetto epocale di rivoluzione e guerra al sottosviluppo se non si disponeva di generali, neanche di soldati semplici per attuarla?

Ed è qui che si insinua l’ultimo dubbio, fatto emergere sempre da Info Cooperazione così come da sempre più numerosi analisti. Ma non è che il Piano Mattei di Mattei ha solo il richiamo all’ente da lui presieduto? Non è che siamo di fronte a un potenziamento (fin qui peraltro in parte fallito), di quella che è considerata da decenni la nostra rete diplomatica parallela in Africa, quella cioè agita dall’Eni? «Vista l’aspettativa creata dal teaser di questi ultimi mesi – spiega Ic – su vari fronti sarebbe una delusione se il Piano Mattei per l’Africa fosse poco più di un Piano Eni per l’Africa».

Quanto inquina il fondo per il clima italiano. Doveva nascere per sostenere la transizione verde africana. Invece servirà a finanziare il piano Mattei, ovvero progetti vicini ad Eni che, soprattutto in Mozambico, lavora in aree devastate dalle guerre scatenate dalle risorse del sottosuolo. Gloria Riva su L'Espresso il 6 Novembre 2023

L'intento è nobile. Destinare i 4,2 miliardi del Fondo Italiano per il Clima ai Paesi in via di sviluppo, sostenendo il loro processo di transizione ecologica. L’idea di istituire un siffatto fondo non è venuta a questo governo, neppure a quello precedente, men che meno a quelli che sono venuti prima. Il Green Climate Fund è invece figlio dell’accordo di Glasgow in cui le Nazioni Unite si sono impegnate a mobilitare 100 miliardi di euro per affrontare i cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. In teoria, tutti i Paesi che hanno firmato quell’accordo dovrebbero aver già creato una task force per sostenere simili progetti. Il governo italiano, invece, sta cercando di svuotarlo, il fondo. 

Il Green Climate Fund italiano ha visto la luce questa estate: Dario Scannapieco, ad di Cassa Depositi e Prestiti, ha nominato a capo del fondo un uomo di sua fiducia, Paolo Lombardo. I due hanno condiviso un lungo percorso professionale alla Banca Europea degli Investimenti, dove Lombardo si è occupato di Paesi emergenti e Africa dell’Est. Dunque, Lombardo sembra essere l’uomo giusto al posto giusto per la messa a terra dei 4,2 miliardi di finanziamenti (alcuni a garanzia, altri a fondo perduto) per l’Africa. Sempre che gli sia concesso di toccare palla. Perché in manovra di bilancio si è deciso di finanziare il Piano Mattei per l’Africa proprio con 200 milioni di euro l’anno, fino al 2026, pescando proprio dal Fondo per il Clima. Preoccupano le parole della premier Giorgia Meloni che, di questo stesso fondo, ha parlato nelle scorse settimane in Mozambico, un Paese martoriato dalla guerra, che insiste nella provincia di Cabo Delgado, territorio estremamente povero, ma con un terreno estremamente ricco di gas e petrolio – risorse sfruttate da Eni, con il suo progetto di estrazione Coral South, e dalla francese Total – ma che gli estremisti islamici rivendicano per sé. Meloni, accompagnata nel suo viaggio in Mozambico dal numero uno di Eni, Claudio Descalzi, ha annunciato che il Piano Mattei a sostegno dell’Africa sarà finanziato con i soldi del Fondo Italiano per il Clima, proprio come conferma la bozza della manovra di bilancio. Non l’hanno presa bene gli attivisti di Cabo Delgado, che temono un cortocircuito fra Fondo per il Clima, Piano Mattei, Eni ed estrazione di idrocarburi, come racconta a L’Espresso Daniel Ribeiro di Justica Ambiental: «Prima delle esplorazioni, l’area di Cabo Delgado era abitata per l’80 per cento da pescatori e agricoltori, che sono stati privati della loro terra e dell’accesso al mare. Il governo locale, preoccupato soprattutto di far correre i progetti di Total ed Eni, ha intensificato la presenza militare, affidandosi a mercenari provenienti da Russia e Sud Africa, che utilizzano la forza nei confronti della popolazione locale. I giovani, vessati dai militari, con bassi livelli di scolarizzazione, privati delle terre e di qualsiasi possibilità di lavoro, sono finiti fra le braccia della jihad. La situazione a Cabo Delgado è esplosiva e peggiora di giorno in giorno, con una scia di quattromila vittime, un milione di sfollati e una sempre più devastante insurrezione armata da parte degli integralisti. I ricavi governativi dalle esplorazioni sono una goccia nel mare, insufficienti a garantire progetti di sviluppo locale e il livello di indebitamento del Paese è diventato insostenibile». 

La presenza delle compagnie petrolifere in Mozambico avrebbe innalzato i livelli di povertà e corruzione del Paese: «Per invertire la rotta è necessario porre un freno ai progetti di sfruttamento dei giacimenti», conclude Ribeiro che il 3 novembre è a Roma, invitato dalle associazioni Recommon, Focsiv e dai cattolici di Movimento Laudato Sì, per raccontare i rischi del Piano Mattei, che a parole serve a interrompere i rapporti non predatori. E Ribeiro potrebbe non avere tutti i torti, se anche Asvis (Associazione per lo Sviluppo Sostenibile), nel suo rapporto 2023 da poco pubblicato, denuncia che «non è ancora stato reso pubblico il piano industriale per gli investimenti del Fondo Italiano Clima, uno strumento che deve porre l’Italia tra i protagonisti del finanziamento delle operazioni di mitigazione e adattamento nei Paesi in via di sviluppo, come chiesto dai risultati delle Cop sul cambiamento climatico. Parallelamente, l’impegno italiano sottoscritto a Glasgow di non finanziare più con risorse pubbliche l’estrazione di idrocarburi è eluso: la Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce il Fondo, sta infatti continuando a finanziare investimenti italiani all’estero per lo sfruttamento degli idrocarburi, il che riduce la credibilità politica dell’Italia nella comunità internazionale e risulta contraddittorio rispetto agli impegni di attuazione dell’Agenda 2030, ribaditi anche nel G7 a guida giapponese». 

Posticipare i traguardi nella lotta al cambiamento climatico è una figuraccia internazionale e un boomerang per le aziende. Come dimostrano i mancati obiettivi di Enel, società a partecipazione pubblica, che a fine anno dovrà sborsare un’extra cedola ai suoi investitori. Scrive l’analista Josephine Richardson che «le decisioni politiche del governo hanno impedito a Enel di ridurre i propri asset di carbone, ostacolando la possibilità di raggiungere l’obiettivo previsto dai titoli di investimento green». Morale, il mancato raggiungimento degli obiettivi costerà a Enel 27 milioni di dollari di extra cedola a favore degli investitori del Sustainability Linked Bond: «È l’extra cedola più alta mai pagata nella storia». In passato, solo in due casi si era verificato un mancato raggiungimento degli obiettivi. A pagare sarà Enel, per colpe di un governo poco consapevole del sempre più stretto legame fra finanza e sostenibilità. 

I bond di Enel sono dei Sustainability Linked Bond, Slb, ovvero titoli di debito, il cui rendimento finanziario dipende da obiettivi di sostenibilità che la società, o lo stato che li emette, definisce al momento dell’emissione e determina il prezzo minore o maggiore pagato a questi ultimi in base ai risultati ottenuti. Il primo Slb è stato emesso nel 2019 dal Cile, che ha legato le sue emissioni di debito pubblico alla sostenibilità e alla produzione di energia da fonte rinnovabile. Da allora il Cile ha raccolto miliardi con questo strumento, che ha ottenuto un rating A- dall’agenzia Fitch, e piace agli investitori istituzionali, al punto che BlackRock stima in tre trilioni l’anno il volume degli investimenti green finanziabili. Ora anche Gabon, Rwanda e Uruguay si muovono sulla stessa strada. Altri Paesi, come Tailandia, Mongolia e Maldive stanno facendo un passo ulteriore: «I governi stanno lavorando alla creazione di linee guida per le proprie imprese, in particolare per le quotate, per valutarne il livello di sostenibilità», spiega Filippo Addarii, fondatore di PlusValue, gruppo di ricerca e consulenza basato a Milano e Londra che, per le Maldive, sta elaborando un framework utile a imporre alle società quotate (e a chiunque vorrà investire nel paradiso del turismo) di operare nei limiti della sostenibilità. L’autorità per lo sviluppo dei mercati finanziari delle Maldive, insieme al programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ha affidato all’italiana PlusValue il protocollo di rendicontazione di sostenibilità per le società quotate alle Maldive. «In concreto è il primo strumento di policy del Paese per allineare gli investimenti privati alla transizione climatica e a uno sviluppo sostenibile, specialmente nel turismo. Questo avviene perché il governo delle Maldive è tra i primi Paesi ad aver compreso il potenziale della finanza internazionale se indirizzata allo sviluppo sostenibile», dice Addarii, che tende una mano al governo italiano: «Il laboratorio per la sostenibilità delle Maldive è un’opportunità per l’Italia, che ha lanciato il Fondo per il Clima, da usare in Africa e Medio Oriente». Tuttavia, dalla riduzione dello stanziamento, alla commistione con il Piano Mattei: pare che il governo abbia in mente di seguire altre logiche, più tradizionali, per spendere quel denaro.

Il Costo.

Migranti, Porro dà la cifra choc: a quanto ammonta il "conto" per l'accoglienza. Christian Campigli su Il tempo il 22 settembre 2023

Numeri sconvolgenti. Sui quali la necessità di intervenire, immediatamente, è tanto ovvia quanto tutt'altro che semplice. L'emergenza migranti, al di là dell'evidente questione politica (legata sia agli equilibri all'interno del governo, che alla grande attenzione riservata al tema da parte dell'elettorato conservatore) rischia di modificare i piani dell'esecutivo, anche in termini di spesa pubblica, di investimenti e di tagli delle tasse. Nicola Porro, durante l'ultima puntata di “Stasera Italia”, in onda su Rete 4, ha snocciolato delle cifre che fanno, oggettivamente, tremare i polsi.

Il nostro Paese sarà costretto ad usare ben 3 miliardi e mezzo di euro per l'accoglienza: un'impennata quasi insostenibile. Per capirsi, i cantieri aperti per le Olimpiadi invernali del 2026 di Milano – Cortina sono costati sin qui, al contribuente dello Stivale, la medesima cifra. Che si tratti di una prospettiva inaccettabile, oltre per questioni di ordine sociale e di sicurezza urbana, appare del tutto evidente se si paragona la spesa italiana a quella dell'intera Unione Europea. Che, mediamente, usa circa 40 miliardi per i migranti africani. Un numero da dividere però per ventisette (ovvero, gli Stati che la compongono). Risultato: 1 miliardo e 400 milioni a testa. Non serve una laurea in matematica per comprendere che l'Italia, se non vi sarà una netta inversione di rotta, spenderà quasi il triplo delle altre nazioni del Vecchio Continente.

Per arrivare alla cifra finale è necessario ricordare come, solo nel 2021, i cittadini italiani avevano utilizzato un miliardo e 700 milioni delle loro tasse per l'accoglienza. Considerando che, nel 2023, giungeranno sulle nostre coste, come minimo, il doppio degli immigrati è dannatamente semplice arrivare alla sconvolgente cifra finale. Il solo kit di primo ingresso costa 150 euro l'uno. Moltiplicato per 132 mila dà come risultato 19 milioni e 800 mila euro. E che dire dei Cpr: lo scorso anno sono stati spesi 26 milioni di euro. A dicembre si toccheranno i 32 milioni. Numeri che fanno paura. Perché rischiano di far saltare opere pubbliche, taglio di tasse o altri investimenti. Indispensabili per far ripartire l'Italia.

Scafisti di Stato.

La "garanzia finanziaria". La “scafismo di Stato” del governo, 5mila euro per la libertà dei migranti: è la cifra per non finire in un Cpr. Redazione su L'Unità il 22 Settembre 2023

Cinquemila euro per non finire in un Cpr, i Centri di permanenza e rimpatrio per i migranti, le strutture al centro delle polemiche furenti di questi giorni per il piano del governo Meloni di istituirne uno per ogni Regione e soprattutto di estendere a 18 mesi il limite massimo di permanenza nei casi in cui “lo straniero non collabora al suo allontanamento” o in presenza di “ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione” da parte dei paesi di origine.

È questa la cifra che il governo ha deciso di istituire come “cauzione” per il richiedente asilo che non vuole essere trattenuto in un Cpr, almeno fino all’esito dell’esame del suo ricorso contro il rigetto della domanda.

È tutto scritto, nero su bianco, nel decreto del ministero dell’Interno pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale: gli stranieri non appartenenti all’Unione Europea che arrivano in Italia e fanno richiesta di asilo dovranno versare una garanzia finanziaria di 4.938 euro, che sarà trattenuta al massimo per quattro settimane. Il richiedente asilo poi dovrà dimostrare la “disponibilità di un alloggio adeguato sul territorio nazionale”, riporta il decreto, e della “somma occorrente al rimpatrio e di mezzi di sussistenza minimi”. Il provvedimento riguarda chi è nelle condizioni di essere trattenuto durante lo svolgimento della procedura alla frontiera e proviene da un Paese considerato “sicuro”.

Riccardo Magi, segretario di +Europa, la definisce su X (l’ex Twitter, ndr) “scafismo di Stato, una tangente discriminatoria, classista e disumana, verso chi scappa da fame e guerre. Ci sarebbe da vergognarsi solo per averlo pensato”.

Si tratta praticamente di un pizzo di Stato: chi paga infatti resta fuori dal Cpr con la possibilità di muoversi dove vuole ma se nel frattempo dovesse ricevere un diniego della sua richiesta di asilo e quindi un ordine di espulsione, non presentandosi perderà il diritto a riavere i quasi 5mila euro pagati alle casse dello Stato, cifra che comunque dovrà sommare a quella già ingente che ha speso per tentare di raggiungere l’Europa nel suo viaggio della disperazione.

Come si è arrivati alla definizione dei 5mila euro? Secondo il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale la garanzia finanziaria di 4.938 euro è considerata idonea a garantire al cittadino straniero, per il periodo massimo di trattenimento pari a quattro settimane (28 giorni), la disponibilità di un alloggio adeguato sul territorio nazionale e della somma occorrente al rimpatrio (che mediamente è di 2.700 euro) e di mezzi di sussistenza minimi necessari.

Sempre Magi sottolinea poi un aspetto della norma pensata dall’esecutivo Meloni e presente nel decreto attuativo firmato dai ministri Piantedosi, Nordio e Giorgetti: si tratta di una norma “illegale” in quanto “la Corte di Giustizia europea nel 2020 ha già sanzionato una misura analoga introdotta dall’Ungheria”. Redazione - 22 Settembre 2023

«Cinquemila euro per evitare il centro». Arriva la “cauzione” per i migranti. Storia di Daniela Fassini su Avvenire venerdì 22 settembre 2023.

La libertà ha un prezzo. Soprattutto se si è migranti, giunti in Italia via mare o via terra lungo la rotta balcanica da Paesi “sicuri” e non si vuol finire in un centro in attesa dell’esito dell’iter della domanda di protezione. L’Italia chiede infatti una fideiussione bancaria o assicurativa da 4.938 euro che dovrà essere versata dal richiedente asilo. Il pagamento sarà a carico suo individualmente, non potranno farlo altri per lui. La novità è contenuta in un decreto firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, insieme ai colleghi Carlo Nordio (Giustizia) e Giancarlo Giorgetti (Economia) e pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale.

È il decreto Cutro dello scorso marzo ad aver spinto sulle procedure accelerate alla frontiera, con la previsione anche del trattenimento del migrante «al solo scopo di accertare il diritto ad entrare nel territorio dello Stato». Il richiedente asilo può essere trattenuto nel caso «non abbia consegnato il passaporto o altro documento equipollente in corso di validità, ovvero non presti idonea garanzia finanziaria» e provenga da un Paese sicuro. Il decreto ha stabilito l’entità della garanzia: quei quasi 5mila euro che devono assicurare al migrante, per il periodo massimo di trattenimento consentito (pari a 4 settimane), «la disponibilità di un alloggio adeguato sul territorio nazionale; della somma occorrente al rimpatrio e di mezzi di sussistenza minimi».

L’obiettivo del giro di vite è quello di dare un impulso ai rimpatri, accelerando l’esame delle richieste di asilo e arrivando all’espulsione - già alla frontiera di arrivo - per coloro che si vedono negata la domanda e provengono da un Paese inserito nella lista di quelli “sicuri” come ad esempio la Costa d’Avorio, seconda per arrivi quest’anno, o la Tunisia, terza. Il richiedente non entrerebbe così nel sistema di accoglienza in attesa dell’iter di esame della domanda, ma resterebbe negli hotspot in stato di detenzione amministrativa. Può evitarlo, ma dovrà pagare.

Gli esperti giuridici

«Si chiede una fidejussione bancaria o assicurativa che deve essere fornita entro il tempo di conclusione della procedura di fotosegnalamento – spiega Maurizio Veglio, avvocato socio di Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) – secondo la normativa europea le impronte digitali devono essere raccolte entro 72 ore dall’arrivo e immaginare che una persona possa precostituire questa fidejussione prima di partire o farlo in quelle poche ore è piuttosto improbabile».

Sulla tempistica dei 28 giorni,

«l’idea è quella di avere una procedura velocissima di richiesta d’asilo – aggiunge l’esperto giuridico – la commissione che riceve la domanda deve rispondere entro sette giorni, lo straniero ha poi 14 giorni per fare ricorso e nei 7 giorni successivi al ricorso il tribunale dovrebbe accogliere o rifiutare la richiesta di sospendere il rifiuto della commissione. E si arriva così ai 28 giorni. È evidente che questa costruzione è farsesca».

«Il decreto che fissa la “tassa per la libertà” di 5mila euro difficilmente troverà applicazione» dichiara Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione di Arci nazionale. «Il governo continua a produrre interventi impraticabili, frutto solo dell’ideologia e della volontà di continuare a negare la realtà» aggiunge Miraglia. «Sfido- continua Miraglia - a trovare una persona che arriva dalla Libia o dalla Tunisia o dalla rotta balcanica, capace di attivare una fideiussione di quel valore in Italia o in qualsiasi altro Paese nel tempo previsto dal decreto».

Le reazioni politiche

Il decreto ha acceso anche la polemica politica. «L’ultima crudeltà» del Governo, accusa la segretaria del Pd, Elly Schlein, «cozza contro il diritto internazionale: si chiedono 5 mila euro a chi fugge da discriminazione, guerre e torture per evitare di essere rinchiusi in un centro, un’ulteriore crudeltà inumana di un governo forte coi deboli e debole coi forti». Una norma che garantisce la libertà a chi paga, osserva il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, «fa solo schifo. Ed è significativo della natura punitiva della norma che l’importo da mettere a garanzia non possa essere messo da terzi». Per il segretario di Più Europa Riccardo Magi, la norma è «scafismo di Stato, una tangente discriminatoria, classista e disumana, verso chi scappa da fame e guerre. Ci sarebbe da vergognarsi solo per averlo pensato. Ma c’è di peggio: questa norma è illegale in quanto la Corte di Giustizia europea nel 2020 ha già sanzionato una misura analoga introdotta dall’Ungheria». Avvenire

Il governo fa lo scafista e chiede soldi ai migranti. Nuova lite Roma-Berlino. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 22 settembre 2023

La Germania torna ad attaccare il nostro paese accusandolo di non rispettare le regole di Dublino. L’Ue sblocca i soldi per la Tunisia: Il papa: «Chi non soccorre odia»

L’accusa ormai è di «scafismo di stato». Mentre sabato si aprono i festeggiamenti di Fratelli d’Italia a un anno dalla vittoria delle elezioni, ieri per il governo di centrodestra è arrivato l’ennesimo fallimento sul tema immigrazione. Sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto ministeriale che fissa una «garanzia» di 5.000 euro per i richiedenti asilo che vogliono evitare di rimanere nei centri per il rimpatrio.

In sintesi, nel periodo in cui viene esaminata la propria domanda di asilo, massimo 28 giorni, chi è senza documenti e proviene da un paese ritenuto sicuro, può decidere se rimanere del centro o uscire. In tal caso la somma stabilita, «è in grado di garantire allo straniero la disponibilità di un alloggio adeguato, sul territorio nazionale; della somma occorrente al rimpatrio; di mezzi di sussistenza minimi necessari, a persona».

La «garanzia finanziaria è prestata in unica soluzione mediante fideiussione bancaria o polizza fideiussoria assicurativa», se poi «lo straniero» decidesse di allontanarsi «indebitamente» il prefetto procederà «all’escussione della stessa». Soldi nelle casse dello stato.

Le opposizioni, da Sinistra Italiana al Pd, attaccano definendola un’«oscenità». Questa ultima «crudeltà» del governo «cozza contro il diritto internazionale», ha detto la segretaria dem Elly Schlein. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito per primo la procedura «scafismo di stato».

Sullo sfondo resta la volontà del governo che, nei giorni scorsi ha annunciato che verranno creati nuovi Cpr, affidando al ministro della Difesa, Guido Crosetto, il compito di costruirli. L’obiettivo è di realizzarne uno in ognuna delle 12 regioni dove attualmente non ci sono centri (ma c’è chi parla di 15).

E, come era prevedibile, l’idea non piace a nessuno. Tra i critici, anche il presidente del Veneto Luca Zaia (Lega), che ieri si è espresso in maniera netta: «Il Cpr non risolve il problema degli arrivi», inoltre «avremo più o meno 140-150mila persone che dovranno essere rimpatriate, e si consideri che mediamente ogni anno l’Italia riesce a far rimpatriare dalle 3.500 alle 4.000 persone, quando va bene». Per Zaia: «Stiamo affrontando il mare pensando di svuotarlo con un secchio».

Come riportato da Domani, secondo un report dei servizi segreti sono previsti per 2 milioni di persone spostamenti interni e verso l’Europa.

GERMANIA, UE E TUNISIA

Intanto la Germania ha rilanciato la propria linea dura contro Meloni. La ministra dell’Interno tedesca, Nancy Faeser, ha detto che «l’Italia non si attiene» al meccanismo «di riammissione» previsto dal trattato di Dublino. «E fino a quando l’Italia non lo farà, non accoglieremo più rifugiati». Nell’Unione Europea, ha spiegato, è stato concertato un meccanismo di solidarietà: Roma deve ora «venirci incontro» e adempiere ai suoi obblighi. Intanto sono stati sbloccati i fondi del Bundestag per il supporto dei migranti in Italia da parte della Comunità di Sant’Egidio e di una Ong che attua salvataggi in mare, che in serata si è scoperto essere la Sos Humanity.

Da palazzo Chigi sono arrivate le critiche per il progetto, confermato dal ministero degli Esteri della Germania e dalla Comunità. Fonti del governo hanno espresso «grande stupore». Il governo italiano, hanno spiegato, «prenderà immediatamente contatto con le autorità tedesche per un chiarimento». Stefano Candiani (Lega) ha detto che il finanziamento è stato fatto contro il governo: «È gravissimo che un paese come la Germania finanzi organizzazioni che operano in Italia per creare tensioni sui migranti e contrastare il governo italiano».

Al momento l’unico sostegno per Giorgia Meloni è quello della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. L’Unione europea ha deciso di sbloccare i fondi alla Tunisia, il principale paese da cui partono le persone migranti, «a sostegno dell’attuazione del memorandum d’intesa». Un «sostegno al bilancio della Tunisia di 60 milioni di euro e un pacchetto di assistenza operativa in materia di migrazione del valore di circa 67 milioni di euro». Questo primo pacchetto, ha assicurato Ana Pisonero, portavoce della Commissione per i partenariati internazionali, «riguarda la repressione delle reti di contrabbando illegale», con l’intenzione di procedere poi con il piano in 10 punti presentato a Lampedusa.

E sul tema ha fatto sentire la propria voce anche papa Francesco, in viaggio apostolico a Marsiglia: «Questo splendido mare è diventato un enorme cimitero, dove molti fratelli e sorelle sono privati persino del diritto di avere una tomba, e a venire seppellita è solo la dignità umana».

Davanti a noi, ha proseguito, «si pone un bivio: da una parte la fraternità», dall’altra «l’indifferenza, che insanguina il Mediterraneo». Quindi ha lodato le ong e ha riassunto: «Chi non soccorre odia». Ad ascoltare il papa, in prima fila, c’era Luca Casarini della ong italiana Mediterranea.

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica e la gavetta giornalistica nella capitale, ha collaborato con Il Fatto Quotidiano e Roma Sette, e lavorato a Staffetta Quotidiana. Idealista.

Massimo Gramellini, bordata al governo: "Bello schifo". Ma sui 4.938 euro non la dice tutta. Il Tempo il 23 settembre 2023

Cambio di rete, stesso copione. Massimo Gramellini inizia il suo programma su La7, In altre parole, con un monologo contro il governo. Nel debutto di sabato 23 settembre, il giornalista del Corriere della sera parte dal tema dei migranti e dalla garanzia finanziaria di 4.938 euro prevista per non essere trattenuti nelle nuove strutture di controllo. Come spiegato oggi dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, questa misura "non riguarda le persone trattenute nei Cpr" ma le nuove "strutture di trattenimento di richiedenti asilo provenienti da paesi sicuri", la prima delle quali "sarà aperta domani a Pozzallo". Ma tant'è, Gramellini incalza: "4.938 euro. Questo è il prezzo della libertà che da oggi deve pagare un richiedente asilo proveniente da un paese ritenuto sicuro per non finire in un centro per il rimpatrio, il famigerato Cpr e ottenere un alloggio adeguato, implicitamente ammettendo che i Cpr adeguati non sono". 

Il conduttore spiega che in alcuni di questi paesi come Tunisia, Ghana e Gambia lo stipendio medio mensile è di poche centinaia di euro. "Chi ha ideato questa legge sicuramente è una persona molto ispirata, le ipotesi non possono che essere tre: la prima, chi attraversa il Mediterraneo rischiando la pelle lo fa per raggiungere i suoi corposi conti in Svizzera - continua Gramellini - La seconda è che dopo gli uragani e il lavoro precario dagli Stati Uniti abbiamo importato anche la necessità di pagare una cauzione per non finire in galera, che tra l'altro sarebbe anche la conferma che  Cpr vengono considerati dallo stesso legislatore delle galere... La terza ipotesi: questa norma fa parte di un più ampio accordo internazionale i cui beneficiari, speriamo involontari, sono le mafie che generosamente impresteranno i 4.938 euro ai poveri richiedenti asilo che poi passeranno il resto della loro vita a lavorare come schiavi per ripagare il favore". Dipinto questo quadretto, il giornalista conclude: "In altre parole, è un bello schifo". Peccato che, come ampiamente chiarito, la cauzione non riguarda i Cpr e l'introduzione della misura di una garanzia finanziaria per evitare i centri è stata chiesta dall'Unione europea, ma tant'è. 

Cauzione per i migranti, anche il Pd la voleva. Il voto europeo che imbarazza Schlein. Il Tempo il 26 settembre 2023

Il "prezzo della libertà" a suo tempo ha raccolto il favore della sinistra europea. Parliamo della possibilità introdotta dal governo per i migranti provenienti da Paesi considerati sicuri d una cauzione di circa 5mila euro (precisamente 4.938 euro) per evitare la permanenza nei centri in attesa della valutazione della richiesta d'asilo. Ebbene, oggi Elly Schlein parla di "crudeltà inumana" (Elly Schlein), ma fu votata senza battere ciglio dagli eurodeputati del Pd e della sinistra e dai loro alleati europei il 12 giugno del 2013. A scovare il documento è Libero che parla di un successone, allora per la proposta della cauzione: "nell’aula di Strasburgo il divario tra favorevoli e contrari fu tale che il voto sulla 'direttiva Accoglienza' si svolse per semplice alzata di mano, senza bisogno dell’appello nominale, e dunque senza che restasse elenco dei pochi che si erano espressi contro".

Il Presidente del parlamento europeo era il socialista tedesco Martin Schulz (quello a cui Silvio Berlusconi diede del kapò, per intenderci) e, ironia della sorte, a opporsi fu solo un gruppo di esponenti della destra che comprendeva "Roberta Angelilli ed Elisabetta Gardini (elette col Ppe, poi entrate in Fdi), i leghisti Oreste Rossi, Mario Borghezio e Lorenzo Fontana, attuale presidente della Camera", ricorda il quotidiano. L'ipotesi era contenuta in un "provvedimento complesso, di 16 pagine e 34 articoli, ma il passaggio in cui si chiedeva agli Stati membri di prevedere una cauzione era chiarissimo. Articolo 8, punto 4: «Gli Stati membri provvedono affinché il diritto nazionale contempli le disposizioni alternative al trattenimento, come l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria o l’obbligo di dimorare in un luogo assegnato»". Una misura analoga, con tutte le limitazioni del caso spiegate dal ministro Matteo Piantedosi, a quella decisa oggi dal governo. 

Gli Hub di Accoglienza.

Centinaia di minori sono bloccati negli hub di accoglienza italiani. Costretti a non fare nulla. Per la legge non potrebbero essere trattenuti più di 48 ore, invece ci restano mesi. In nome dell’emergenza. Così la loro salute mentale è a rischio. E tanti scappano. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 20 Giugno 2023

Sono bloccati in un limbo da cui non sanno come uscire. Per mesi, dopo aver attraversato il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni di fortuna. Schiacciati come le speranze che avevano quando hanno deciso di partire, di lasciare casa e familiari alla ricerca di un futuro.

Sono centinaia i minori non accompagnati rinchiusi negli hub di accoglienza italiani, fermi, immobili, soli, privati della possibilità di fare qualsiasi cosa, anche se non hanno nessuno colpa. «Sono 200 solo nel centro Sant’Anna di Crotone», racconta Aouatif Mounchyne, operatrice e mediatrice culturale dell’ong di SOS Villaggi dei Bambini, la più grande Organizzazione a livello mondiale impegnata da anni affinché i minori che non possono beneficiare di adeguate cure genitoriali crescano in una situazione di parità con i propri coetanei.

«L’adolescenza è un periodo molto delicato. L’incertezza, l’insicurezza, l’inquietudine sono sentite con ancor più intensità da chi ha lasciato il proprio Paese per affrontare un viaggio lungo, difficile, in cui ha assistito e subito violenze. Per poi trovarsi solo in una terra straniera. Disorientato, smarrito. Così sono tanti i minori che cercano di scappare dai centri di accoglienza in cui restano bloccati per mesi. Perché mancano i tutori legali e le strutture idonee ad accoglierli. Anche se non hanno nessuno da cui andare, a cui chiedere aiuto, fuggono per tentare di costruirsi una vita».

Come ha fatto Amadou: 16 anni. Partito dalla Guinea è sbarcato nell’isola di Lampedusa lo scorso febbraio. Da lì è stato trasferito all’hub di Crotone dove è ancora in attesa. Alla fine di marzo è scappato: «La polizia l’ha riportato qui dopo averlo trovato che si muoveva senza una meta chiara tra i comuni del crotonese. Abbiamo cercato di spiegargli che fuggire non serve. Diventerebbe clandestino e perderebbe la possibilità di entrare a far parte della squadra di calcio locale. Il suo sogno. Per ora ha deciso di continuare ad aspettare. Ma non so quanto ancora resisterà».

Come spiega Mounchyne attendere, infatti, significa soffrire: «Un minore senza tutore non può fare niente. Neppure uscire dal centro. O andare a scuola, avere accesso agli ospedali. I servizi sociali intervengono solo in caso di emergenza. Così Amadou trascorre le giornate passeggiando: fa colazione, pranzo, cena e cammina». Stare senza fare niente tutto il tempo fa crescere anche il nodo alla gola: un pesante senso di colpa acuito dalle telefonate dei familiari che non conoscendo il contesto italiano incalzano i figli affinché si costruiscano una vita e inizino a lavorare. Anche per mandare i soldi a casa. Ma senza tutore i minori non possono neanche iniziare il processo di integrazione. Richiedere protezione, asilo, documenti.

«Per legge non potrebbero essere trattenuti negli hub di accoglienza per più di 48 ore. E invece ci restano mesi perché le strutture idonee ad accoglierli sono piene. Una procedura straordinaria che viene giustificata in nome dell’emergenza. Che però è routine» conclude Mounchyne. Che con SOS Villaggi dei Bambini promuove attività di supporto psicosociale all’interno dei centri, come sport e laboratori, per differenziare giornate che altrimenti sarebbe impossibile distinguere. Per adolescenti la cui salute mentale è già messa a durissima prova dalle esperienze affrontate prima di arrivare in Italia. Durante viaggi che in molti casi durano anni.

L’Hotspot.

Lampedusa, la strage silente dei vigili del fuoco: «Diteci perché sono morti i nostri colleghi». Impennata di tumori e patologie cardiache tra chi ha lavorato nella caserma dell’isola, ma anche nel vicino aeroporto. I sospetti sul radar presente nella struttura e poi disinstallato. Ora, per i 32 malati e le 12 vittime, si chiede verità. Alan David Scifo su L'Espresso il 14 luglio 2023.

Al cimitero ormai pieno di Lampedusa, Antonello ha tanti amici cui deve dare un omaggio. Tra volti giovani e persone che avevano appena raggiunto la pensione, lui non riesce a trattenere un sospiro di rammarico per tutte quelle foto che ritraggono i suoi colleghi con le divise. «Ormai abbiamo paura pure ad andare in pensione, considerato quello che è successo agli altri. Ho l’ansia che possa accadere anche a me, il prossimo anno finirò il mio lavoro».

Da oltre 40 anni Antonello Di Malta presta servizio nella caserma dei vigili del fuoco dell’isola delle Pelagie e lì ha visto morire negli ultimi venti anni almeno sette colleghi, per tumore o per malattie cardiache, oltre ad altre cinque persone che lavoravano poco distante, nei pressi dell’aeroporto e nei pressi del radar su cui tutti hanno puntato l’attenzione.

Quel radar, installato subito dopo l’attacco libico all’isola avvenuto nel 1986, era parso subito sospetto, ma nessuno credeva che potesse essere la causa dei problemi di salute dei vigili del fuoco – oggi sono almeno 32 – che negli anni hanno lottato contro un tumore o contro malattie cardiache di ogni genere, molti rimettendoci la vita. A pensarlo, basandosi su quanto sperimentato sulla propria pelle, sono adesso tutti coloro che vivono sull’isola e che hanno lavorato nella caserma.

«Lavoravo con Bolino e La Greca (due colleghi morti per tumore ndr) – racconta Vincenzo Galazzo – e negli anni in cui hanno installato il radar avevamo sempre mal di testa, dolori cervicali e altri problemi di salute. Dopo diverso tempo ho deciso di fare dei controlli mirati e nel 2011 hanno scoperto un carcinoma al rene sinistro, che mi hanno tolto».

L’unico sopravvissuto del gruppo di colleghi con cui lavorava Vincenzo oggi racconta di come nessuno sospettasse nulla in quegli anni, nonostante i mal di testa continui che colpivano tutti i vigili del fuoco in servizio quando il radar era attivo. «Però qualcosa non ci convinceva – dice – perché quando era attivo il radar accusavamo disturbi nell’apparato radio, nelle comunicazioni e anche la televisione si spegneva, qualcosa non andava». I problemi finiscono alle soglie del 2000, quando quel radar posto a 400 metri dalla caserma viene smontato.

Nel cimitero di Lampedusa c’è anche Giuseppe La Greca, Pino per i colleghi, morto lo scorso anno dopo cinque mesi di lotta contro un tumore. «Lui aveva sempre mal di testa, abbiamo fatto dei controlli, ma non c’era niente». Vestita di nero e con uno sguardo smarrito, a parlare è Graziella, moglie di Pino, che ancora non si dà pace. «Due anni fa abbiamo scoperto il tumore per caso, per un dolore all’anca, ma già era in metastasi. Dopo 40 giorni di ricovero Pino è tornato a Lampedusa ed è morto a 61 anni». Una vita travagliata, quella raccontata dalla moglie, in cui ha subito anche un intervento a cuore aperto per due arterie lesionate: «Non capiamo cosa possa essere accaduto, ma adesso vogliamo capirlo».

In un’isola che vive in mezzo al mare senza fabbriche e inquinamento, il radar viene visto come la possibile causa dei problemi di salute che hanno colpito i vigili del fuoco. Cancro al cervello, ai reni, ai polmoni; tutte malattie diverse con cui ancora molti fanno i conti o per cui hanno subito interventi nella speranza che quel male non si ripresenti in forme diverse. «Io ho avuto dei problemi di cuore – spiega il vigile del fuoco Giuseppe Caranna – negli anni in cui lavoravo ero esposto al radar e come tutti avevo sempre mal di testa, tanto che mia moglie si era insospettita per il mio continuo malessere. Tutto è passato quando è stato disinstallato il radar. Non crediamo che sia solo una coincidenza».

Di questi casi, 32 patologie tra vigili e dipendenti dell’aeroporto (con almeno 12 persone morte), adesso si occupa anche il Senato con una interrogazione presentata da Dolores Bevilacqua (Movimento 5 Stelle), che annuncia pure una visita sull’isola: «È assurdo che in tutto questo tempo nessuno abbia mai affrontato la questione, vogliamo capire cosa è successo a Lampedusa e vedere anche se altri radar installati possano portare dei problemi di salute».

Vogliono chiarezza i vigili del fuoco rimasti in vita, la vogliono per i loro colleghi che oggi sono in quel cimitero sul mare e che hanno perso la vita proprio al momento della pensione: «Vogliamo risposte perché oggi abbiamo soltanto domande – dice ancora Di Malta, che è segretario provinciale Uilpa Vigili del fuoco – vogliamo sapere se quel radar ci ha danneggiati oppure cosa sia stato».

Una richiesta di informazioni rivolta agli enti sanitari e alla prefettura è però caduta nel vuoto e Antonello ha annunciato lo stato di agitazione finché non avrà risposte: «Questa estate mi metterò con una tenda davanti al Comune e metterò le foto dei colleghi che non ci sono più, ma anche degli altri, come i tre radaristi che lavoravano lì, oggi tutti morti, nella speranza che qualcuno ci ascolti». A un passo dalla pensione, Antonello non vuole fermare la sua battaglia e ha preparato un fascicolo sulle 32 persone tra morti e malati, scheda per scheda, nome per nome: «Lo dobbiamo a chi non c’è più, lo dobbiamo alle famiglie, lo dobbiamo all’amore per questo lavoro».

Nell’hotspot di Pantelleria il diritto è sospeso: migranti rinchiusi come fossero detenuti. «Non possono lasciare la struttura», si legge nel documento che la Prefettura di Trapani invia ad Asgi. Il testo scritto dalle autorità italiane certifica la detenzione illegittima. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 14 luglio 2023.

All’interno del Punto crisi non vengono eseguite le operazioni di identificazione. E visto che i migranti non sono ancora fotosegnalati, «non possono lasciare la struttura». Anche perché non ci sono proprio «gli strumenti di regolamentazione di entrata e di uscita».

Così si legge in un documento redatto dalla Prefettura di Trapani e inviato a Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, a proposito dell’hotspot di Pantelleria. Ufficialmente nuovo: attivo dall’agosto del 2022. Ma già da anni destinato al primo soccorso e all’assistenza delle persone migranti, che venivano trattenute informalmente all’interno dell’ex caserma Barone, struttura inagibile da decenni. Adesso fatiscente.

Così le autorità certificano con un testo scritto che le persone vengono detenute all’interno di un Punto crisi: «Una condizione di illegittima privazione della libertà personale che gli attori coinvolti nella gestione dei centri hotspot, a partire dalle istituzioni competenti, sembrano reputare come parte necessaria dell’identificazione, che attuano in assenza di base normativa e di convalida da parte dell’autorità giudiziaria. Nel nostro ordinamento non ci sono previsioni legislative che permettono all’autorità di pubblica sicurezza di adottare provvedimenti provvisori di limitazione della libertà personale qualora ciò fosse funzionale all’identificazione dei cittadini stranieri o di organizzazione degli spostamenti delle persone migranti in strutture di accoglienza o di detenzione amministrativa. Si tratta di una privazione della libertà personale che, invece, è stata monitorata costantemente e che appare connaturata all’approccio hotspot dando luogo a trattenimenti contrari a quanto sancisce la Costituzione, nell’articolo 13», spiega Annapaola Ammirati, operatrice legale del progetto In Limine, che fa un punto sulle politiche di gestione delle frontiere e dell’accesso alle procedure di asilo.

A conferma che la detenzione dei migranti all’interno degli hotspot è illegittima c’è anche la condanna definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo all’Italia. Arrivata lo scorso 10 luglio per i trattamenti inumani e degradanti che le persone hanno subito a Lampedusa: il trattenimento dei cittadini stranieri all’interno degli hotspot senza alcuna base di legge ha prodotto la violazione dell’articolo 5, diritto alla libertà e alla sicurezza, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. «ll trattenimento è ampiamente attuato all’interno dei centri hotspot durante le procedure di identificazione, determinazione della condizione giuridica e fotosegnalamento. In alcune circostanze, si prolunga anche dopo, cioè fino al trasferimento quindi all'inserimento in accoglienza se richiedenti protezione internazionale o all'inserimento nelle procedure finalizzate al rimpatrio se classificati come cittadini stranieri irregolari. Così le persone migranti permangono per tempi variabili in condizioni di isolamento e spesso in condizioni materiali inadeguate».

A quanto si capisce dal documento della Prefettura di Trapani questo è proprio quello che succede anche all’interno del nuovo Centro di Pantelleria, dove anche l’utilizzo del cellulare è contingentato: un piazzale d’asfalto su cui sono stati posti una decina di container bianchi che fungono da moduli abitativi. Per accogliere un massimo di 48 persone, che dormono impilate nei letti a castello. Senza neanche un spazio che sia pensato per la socialità. I migranti restano all’interno del centro fino a quando non viene organizzato il trasferimento per Trapani, dove avvengono le procedure di identificazione. I tempi, però, sono variabili: dipendono, ad esempio, dalle condizioni del meteo, del mare e dalle decisioni chi gestisce il centro.

Così, si legge nel report che Asgi l’anno scorso aveva realizzato subito dopo aver visitato la struttura adibita a primo soccorso e assistenza di Pantelleria, ci sono casi in cui i tempi di permanenza sarebbero arrivati anche a 30 giorni: «Tutte le testimonianze informali e di alcune associazioni hanno confermato che il centro nei fatti è chiuso. Sembrerebbe che alle persone migranti venga riferita l’interdizione dell’uscita dal centro. Tra gli abitanti dell’isola nessuna delle persone intervistate ha riferito di aver visto sistematicamente migranti muoversi. Il che è un’ulteriore conferma della chiusura di fatto del centro».

Secondo la Prefettura di Trapani, dal 4 agosto 2022 al 18 aprile 2023 dal Centro di Pantelleria sono transitati 4.507 migranti, di cui 661 minorenni. 381 sbarchi in 8 mesi. Dati che certificano l’aumento del flusso di persone che arrivano sull’isola su cui vivono poco più di 6.600 abitanti, che dista solo 65 chilometri dalla Tunisia (Lampedusa 110). In tutto il 2021 gli sbarchi a Pantelleria erano stati 211, le persone arrivate 2.555. «Secondo quanto riferito durante il sopralluogo, la struttura sarebbe stata caratterizzata in alcuni momenti anche da situazioni di grave sovraffollamento», conclude Ammirati a proposito dell’hotspot la cui organizzazione, in attesa dell’espletamento delle procedure per l’affidamento alla Cooperativa che ha vinto la gara, è affidata da mesi al Comune di Pantelleria che non dispone di operatori formati per la gestione dell’accoglienza.

Lampedusa, l'hotspot e i documenti mancanti: le accuse della Prefettura. Un solo operatore ogni 120 migranti, 15 euro al mese destinati alla pulizia del centro e un finanziamento di quasi 800mila euro per un anno. La Prefettura parla di "reiterate irregolarità" ma Badia Grande è ancora il gestore dell'hotspot nonostante la convenzione sia scaduta lo scorso febbraio. Bianca Leonardi il 10 Maggio 2023 su Il Giornale.

Esclusiva

Tabella dei contenuti

 La gestione dell'hotspot

 Le lettere in esclusiva

 I soldi stanziati

Numeri record quelli dell’hotspot di Lampedusa tanto che, proprio nei giorni scorsi, grazie al tour de force della Questura di Agrigento e dell’operato del commissario straordinario per l’immigrazione, Valerio Valenti, è stato quasi completamente svuotato. I migranti erano arrivati, la scorsa settimana, a 3.300. A prescindere dallo smistamento sul territorio dei nuovi arrivati c'è da sottolineare che la gestione dell’hotspot che sembrerebbe essere alquanto lacunosa da anni. L’ente gestore è la cooperativa Badia Grande che, il 10 settembre 2019, ha stipulato una convenzione con la prefettura di Agrigento. "L'appalto ha per oggetto la fornitura dei beni e la gestione dei servizi previsti nel capitolato di appalto dei servizi di accoglienza", si legge nei documenti in possesso de IlGiornale.it. E ancora: "Il CPSA/Hotspot di Lampedusa ha attualmente una capienza complessiva non superiore a 96 posti".

La gestione dell'hotspot

Nei documenti, sotto la sezione della gestione amministrativa, sono ben chiare le "regole" a cui Badia Grande è sottoposta durante la gestione. Una, tra le tante, è "la comunicazione giornaliera alla Prefettura, secondo le modalità dalla stessa indicate, delle presenze giornaliere nel centro, degli allontanamenti non autorizzati e dei beni e dei servizi erogati". Stessa cosa per i costi: Badia Grande, durante la gestione deve comunicare "gli importi fatturati in bolletta e la trasmissione delle bollette alla Prefettura per la liquidazione con attestazione che i consumi si riferiscano all’attività del centro".

Insomma, la gestione sia tecnica che amministrativa, ma anche finanziaria dell’accoglienza deve passare alla Prefettura mediante report redatti dall'ente gestore.

Le lettere in esclusiva

IlGiornale.it è entrato però in possesso di alcune lettere scambiate tra l'avvocato romano Giulia Cesarini e la Prefettura di Agrigento, con in copia anche il ministero dell'Interno, Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione che sembrerebbero smentire la prassi. La prima è datata 29 settembre 2022 e ha come oggetto: "Istanza di accesso civico ai documenti amministrativi ai sensi del D.lgs. 33/2013 - gestione Hotspot Lampedusa". In pratica, l’avvocatura di Roma aveva chiesto alla Prefettura siciliana delucidazioni sulla gestione di Badia Grande con una nota del 27 settembre 2022.

Allo stato attuale non si trova nella disponibilità materiale di questa Prefettura, in quanto non ancora trasmessa dall’Ente gestore dell’Hotspot”, rispondono da Agrigento riservandosi di “trasmettere quanto richiesto non appena nella disponibilità di questa prefettura”.

La seconda lettera è di cinque mesi dopo, esattamente il 14 febbraio 2023 e l’oggetto è lo stesso e cioè “la richiesta di riesame avverso la mancata risposta di accesso ai documenti amministrativi”. Insomma, della gestione di Badia Grande, nell’hotspot di Lampedusa dal 2022, non c’è traccia. La prefettura infatti, si legge, afferma che "non è possibile corrispondere alla richiesta in argomento avverso che questa Prefettura non è in possesso della documentazione richiesta. Si rappresenta infatti che la cooperativa Badia Grande non ha fatto prevenire a questo ufficio i monitoraggi e i report periodici. Si fa, altresì, presente che questa’Ufficio ha contestato irregolarità e irrogato numerosi sanzioni all’ente gestore proprio in merito a reiterate irregolarità e che è in via di definizione la procedura per lo scioglimento del vincolo contrattuale”.

Quindi, nessuna informazione - dal primo marzo 2022 - sulla gestione dei migranti dell’Hotspot Lampedusa è pervenuta all’organo competente, nonostante proprio nello stesso anno i finanziamenti che Badia Grande ha ricevuto ammontano a poco più di 778mila euro, con una cadenza mensile per tutto il corso dell’anno. Al momento, date le "reiterate irregolarità", come scrive la Prefettura nella lettera, la stessa ha indetto un nuovo bando per affidare la gestione a un altro gestore di cui però, almeno formalmente, non si hanno notizie.

Il commissario Valenti ha fatto sapere ad AgrigentoToday, proprio due giorni fa, che "fra una decina di giorni la gestione dell’hotspot di Lampedusa passerà alla Corte Rossa Italiana". In realtà la gestione di Badia Grande è scaduta già da mesi, lo scorso febbraio, ma la gara indetta della Prefettura, che doveva vedere il nuovo vincitore lo scorso 14 aprile è al momento bloccato. La Prefettura ha fatto rimandato l’appuntamento "a data da destinarsi".

I soldi stanziati

Altra storia è poi la gestione di Badia Grande all’interno del centro. Nel documenti di cui IlGiornale.it è entrato in possesso si legge infatti come e quanto i soldi sono stati utilizzati. Un esempio su tutti riguarda la pulizia degli ambienti, tema fondamentale considerato l’enorme mole di persone che passano dall’Hotspot: la spesa è di 55 centesimi al giorno, a prescindere che siano presenti 25 migranti o 450. Facendo un conto si stimano 3.85 euro a settimana, 15,40 euro al mese e quindi solo 200 euro all’anno per la pulizia degli ambienti, e questo non cambia a seconda del numero dei presenti.

Stesso andazzo per la cura dei bambini, per i pannolini vengono destinati infatti solo 16 centesimi al giorno, sempre a prescindere dal numero delle persone presenti. Per quanto riguarda la pulizia delle “camere” dove dovrebbero essere sistemati i migranti, il cambio di lenzuola e la santificazione della zona - stando alle “regole” - deve avvenire “secondo necessità”. Ciò implica che non c’è nessun obbligo da parte dell’ente gestore di garantire un ambiente pulito ad ogni nuovo arrivo.

E per quanto riguarda gli operatori che concretamente dovrebbero gestire gli ospiti si parla di un organico praticamente insufficiente per garantire il controllo. Sono previsti infatti solo dieci figure per 1.200 posti, in pratica un solo operatore dovrebbe gestire 120 migranti ogni giorno.

E se è vero che ad oggi si parla solo di “urgenza”, è vero anche che la gestione dei grandi centri accoglienza - in questo caso l’Hotspot di Lampedusa che è proprio il primissimo posto dove arrivano i migranti in Italia - non è sicuramente un’emergenza, ma anzi una condizione che sembrerebbe essere stata lasciata alla distrazione da ormai troppi anni.

I CPR.

Cosa prevede l'accordo sui migranti Italia-Albania. Linda Di Benedetto su Panorama martedì 7 novembre 2023.

Al massimo 40 mila migranti sosteranno per il tempo necessario allo smaltimento delle pratiche in due centro di accoglienza in territorio albanese ma gestiti e costruiti dall'Italia L'Italia ha firmato con l'Albania un protocollo d'intesa per la gestione dei flussi migratori che entrerà in vigore dalla primavera del 2024. Un accordo sottoscritto dal premier Giorgia Meloni e dal primo ministro albanese Edi Rama che dà la possibilità all'Italia di utilizzare alcune aree in territorio albanese come il porto di Shengjin e l'area di Gjader per realizzare, a nostre spese e sotto la nostra giurisdizione, due strutture dove gestire l'ingresso, l'accoglienza temporanea, la trattazione delle domande d'asilo e di eventuale rimpatrio degli immigrati. Una novità assoluta dato che si tratta del primo accordo che interessa un paese che non fa parte dell'Unione Europea

I migranti, si prevede fino a 40 mila l'anno, potranno rimanere nei due centri di accoglienza tutto il tempo necessario per espletare le procedure previste. All'Albania spetterà il compito di collaborare con le sue forze di polizia per la sicurezza e la sorveglianza esterna delle strutture. L'accordo è stato raggiunto dopo la serie di problemi riscontrati con l'accordo tra UE e Tunisia, fonte di non poche critiche da parte del Consiglio dell'Unione europea alla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. I DETTAGLI DELL'ACCORDO Il protocollo non verrà applicato agli immigrati che giungono sulle coste e sul territorio italiani ma a quelli salvati nel Mediterraneo da navi italiane, come quelle di Marina e Gdf, non quelle delle ong. Non si applica a minori, donne in gravidanza e soggetti vulnerabili. Nel dettaglio, al porto di Shengjin, l'Italia si occuperà delle procedure di sbarco e identificazione e realizzerà un centro di prima accoglienza e screening. A Gjader, nel nord ovest dell'Albania, realizzerà una struttura modello Cpr per le successive procedure. Nella conferenza stampa congiunta con Giorgia Meloni, Edi Rama ha affermato che " l'Albania, pur non essendo uno Stato dell'Unione europea, è un Paese europeo e ciò non ci impedisce di vedere il mondo come europei e se possiamo cerchiamo di dare una mano e aiutare a gestire una situazione difficile per l'Italia".

Estratto dell’articolo di Grazia Longo per “la Stampa” giovedì 9 novembre 2023.

L'accordo bilaterale Italia-Albania sui centri di accoglienza per migranti sul territorio albanese?

«Senza una legge di ratifica che armonizzi il protocollo con le leggi italiane in vigore e le norme dell'Unione europea, l'accordo sarebbe giuridicamente inattuabile». 

Silvia Albano, giudice presso il tribunale civile di Roma nella sezione specializzata in diritti della persona e immigrazione e membro del comitato direttivo centrale dell'Anm, boccia, in punta di diritto, l'intesa siglata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni con il premier albanese Edi Rama. 

Che cosa c'è di sbagliato, da un punto di vista giuridico, nel protocollo?

«In base all'articolo 80 della Costituzione l'accordo andrebbe ratificato in Parlamento perché non solo viola le leggi nazionali ma prevede anche investimenti onerosi per le finanze statali. L'accordo inoltre sembra stridere con diverse norme di legge».

Quali?

«Quelle sulla giurisdizione e sulla competenza, sul territorio dove possono essere realizzati i centri di accoglienza e gli hotspot, sul territorio ove può essere proposta la domanda di asilo. Se pure venisse ratificato dal Parlamento resterebbero molti problemi perché comunque le norme europee non sono derogabili dalla legge ordinaria italiana. Senza contare che mi sfugge il senso di avviare una struttura in Albania con costi importanti, da quelli della costruzione a quelli di trasporto, a quelli relativi al personale che dovrebbe essere lì allocato: mediatori culturali, avvocati, indennità di trasferimento all'estero per il personale italiano, sapendo benissimo che comunque in ogni caso i migranti dovranno prima o poi tornare in Italia».

In che senso?

«In base al protocollo, il centro in Albania è destinato solo alla fase del trattenimento. Poi, sia che venga accolta la richiesta di asilo dei migranti sia che debbano essere rimpatriati, devono comunque venire in Italia». 

E per quanto concerne la richiesta d'asilo?

«La Corte di giustizia dell'Unione europea esclude che possa essere presentata fuori da uno Stato membro. In base alle direttive può essere proposta sul territorio di uno stato membro, nelle zone di frontiera o di transito. Si è escluso possa essere proposta anche nelle Ambasciate. L'Albania non è né una zona di transito né di frontiera». 

Ma al centro in Albania potrebbe essere attribuito uno statuto di extraterritorialità. Questo aggirerebbe l'ostacolo?

«No, perché in base alla sentenza della Corte di giustizia europea del 7 marzo 2017 è esclusa l'ipotesi che le richieste di protezione internazionale vengano presentate nelle sedi diplomatiche, nelle ambasciate».

In altre parole in Albania non si potrebbero avanzare richieste d'asilo?

«Proprio così: la richiesta di protezione internazionale va presentata alla polizia di frontiera o alla questura e inoltre la commissione territoriale che si deve esprimere è istituita presso le prefetture». 

Ma non si potrebbero creare delle sedi italiane distaccate sul territorio albanese?

«Anche se fosse possibile, rimarrebbe comunque il problema che l'Albania non è Stato membro dell'Ue e neppure una zona di transito o di frontiera. Senza dimenticare, inoltre, che il giudice convalida il trattenimento del migrante entro 48 ore altrimenti ne ordina la liberazione, e il migrante dove andrebbe? Dovrebbe inevitabilmente tornare in Italia.

E ancora sarebbe necessario stabilire quale tribunale italiano avrebbe la competenza sul regime di trattenimento di questi centri e sulle domande di asilo che dovessero essere proposte lì. L'unico dato certo è che attualmente non hanno competenza sull'Albania».

[…]

Migranti, l'Italia porterà i clandestini in Albania. Accordo per due cpr. Il Tempo il 6 novembre 2023

Il prossimo anno circa 40mila migranti destinati ad arrivare sul territorio italiano saranno invece dislocati in Albania dove saranno realizzate due strutture di ingresso e accoglienza temporanea. Sono questi i numeri che caratterizzano il protocollo d'intesa tra Roma e Tirana in materia di gestione dei flussi migratori siglato a palazzo Chigi dal premier Giorgia Meloni e dal primo ministro della Repubblica d'Albania, Edi Rama, che ha rivelato come l'accordo sia "nato quando Giorgia avrebbe dovuto fare le vacanze". Il riferimento è alla visita del presidente del Consiglio fatta a cavallo di Ferragosto nella residenza privata estiva di Rama, a Valona. Un incontro che, fanno notare fonti di palazzo Chigi, "è stato narrato come una semplice vacanza" e che invece è servito per chiudere l'intesa. "Altro che aperitivi...", viene aggiunto sottolineando che si tratta di un "accordo storico non solo per l'Italia ma per tutta l'Ue". 

Il protocollo, ha spiegato Meloni nel corso delle dichiarazioni congiunte, si pone tre obiettivi: "Contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori irregolari e accogliere solamente chi ha davvero diritto alla protezione internazionale". L'accordo consiste nel fatto che l'Albania darà la possibilità di utilizzare alcune aree del proprio territorio nelle quali l'Italia potrà realizzare, a proprie spese e sotto la propria giurisdizione, due strutture dove allestire centri per la gestione dei migranti illegali. Nel porto di Shengjin e nell'area di Gjader sorgeranno quindi due strutture di ingresso e accoglienza temporanea che potranno accogliere fino a tremila persone, 39mila in un anno, per espletare celermente le procedure di trattazione delle domande di asilo o eventuale rimpatrio. Il protocollo non si applicherà agli immigrati che giungono sulle coste e sul territorio italiani ma a quelli salvati in mare da navi ufficiali italiane, come quelle di Marina e Guardia di finanza, non quelle delle Ong.

"Voglio anche dire che questa possibilità non riguarda però minori, donne in gravidanza e soggetti vulnerabili", ha quindi precisato Meloni spiegando che nel porto di Shengjin si realizzerà un centro di prima accoglienza dove operare una prima attività di screening, mentre a Gjader ci sarà una seconda struttura modello Cpr per le successive procedure. "Sono centri che contiamo di rendere operativi per la primavera del 2024", ha aggiunto evidenziando il fatto che "l'Albania collabora con le sue forze di polizia sul fronte della sicurezza, sul fronte della sorveglianza esterna delle strutture". Per Meloni, che ha esibito per l'occasione un nuovo taglio di capelli (un long bob), si tratta di un "accordo di respiro europeo, una soluzione innovativa che confido possa diventare un modello da seguire per altri accordi di collaborazione di questo tipo". Anche perché, ha ricordato, l'immigrazione illegale di massa è un fenomeno che gli stati membri dell'Ue "non possono affrontare da soli" e perciò la collaborazione tra stati Ue e stati "per ora" extra Ue può essere "decisiva".

La strana coppia. Edi Rama spiega che l’accordo tra Albania e Italia sui migranti è un atto di riconoscenza. Linkiesta il 7 Novembre 2023

In una intervista a Repubblica il premier albanese ha chiarito che il protocollo d'intesa tra i due paesi in materia di gestione dei flussi migranti non prevede contropartite politiche

Dalla primavera del 2024, i migranti salvati nel Mediterraneo dalle navi italiane saranno trasferiti in due nuovi centri di accoglienza fatti costruire dal nostro paese in Albania. Questo protocollo d’intesa storico non avrà contropartite, ma è un «atto di riconoscenza» verso il nostro paese. Lo ha chiarito il premier albanese Edi Rama, spiegando che non si tratta di un accordo politico per rendere più facile il suo ingresso nell’Unione europea. «Quando l’Italia ha bisogno, noi diamo una mano e siamo onorati di farlo. Perché l’Italia ci ha mostrato così tanto rispetto, ci ha dato una grande mano non una volta ma tante volte, ci ha accolti a braccia aperte quando sfuggivamo dall’inferno. Ho sempre avuto rapporti molti buoni con tutti i premier italiani. In trentadue anni di Albania libera e democratica tutti, di destra e di sinistra, si sono mostrati pronti ad aiutarci. Tutti. L’Italia è stata il più grande avvocato del nostro Paese in sede europea. Per me è un onore aver intessuto questa amicizia profonda con tutti i capi di governo italiani».

Rama ha spiegato che l’Italia si occuperà totalmente della realizzazione e della gestione dei centri che potranno accogliere fino a tremila persone, circa trentanovemila in un anno, ma le strutture devono ancora essere costruite. Nel porto di Shengjin l’Italia si occuperà delle procedure di sbarco e identificazione, mentre nel porto Gjader realizzerà una struttura sul modello dei centri per rimpatrio. Di questo protocollo «Giorgia me ne aveva parlato prima dell’estate, poi abbiamo avuto una conversazione a Ferragosto, quando è venuta in Albania. Con lei mi trovo bene perché è una persona vera e una che è veramente la stessa in televisione e quando parla a quattr’occhi. Lei dice quello che pensa e pensa quello che dice. È un politico speciale. Avevamo altre richieste, da Paesi diversi, ma non potevamo dire no all’Italia. L’Italia investe già parecchio in Albania ma potrebbe farlo molto di più. Tuttavia, non è per questo motivo che adesso abbiamo deciso di aiutare il vostro Paese ma per puro e semplice spirito di amicizia. È così che le amicizie si nutrono e si affermano».

Nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, Meloni ha negato una contropartita economica all’Albania, i fondi saranno solo diretti all’organizzazione e alla gestione dei centri, ma allo stesso tempo la presidente del Consiglio ha assicurato che l’Italia sosterrà con l’ingresso dell’Albania nell’Ue: «Si conferma una nazione amica e nonostante non sia ancora parte dell’Unione si comporta come se fosse un Paese membro».

Cos’è la destra, cos’è la sinistra…

Giuliano Foschini per “la Repubblica” - Estratti giovedì 9 novembre 2023.

«Come si dice? Andare nella bocca del lupo. Anzi: dell’Aquila». Si affida al sarcasmo, «perché sarebbe difficile trovare parole diverse », uno degli investigatori italiani che meglio conosce la linea che c’è tra criminalità organizzata e immigrazione clandestina nel nostro Paese. Una linea che parte dall’Italia. 

E una volta su due finisce proprio in Albania, dove Giorgia Meloni vuole trovare la risoluzione ai nostri problemi. In sostanza stiamo portando migliaia di migranti dove, secondo le nostre forze di Polizia, esiste una mafia che ne controlla e organizza i traffici illegali.

«L’immigrazione clandestina e il traffico di essere umani» scrive la Direzione investigativa antimafia nel suo ultimo report, «è uno dei business principali dei gruppi criminali albanesi. Il modus operandi adoperato vede le organizzazioni impegnate nella traversata dai litorali albanesi, attraverso il Canale d’Otranto, di imbarcazioni con numerosi migranti prevalentemente iraniani, pakistani, iracheni, egiziani, siriani e afghani». 

 Proprio quelli che il Governo vuole recuperare nel Mediterraneo e portare sulle coste albanesi. «Il tratto di approdo — continua ancora la Dia — più frequentemente utilizzato dagli scafisti è costituito dalle coste del basso Salento e, in particolare, quello di Santa Maria di Leuca, con sbarchi anche sulle coste joniche».  

(...)

Ed è proprio il trasferimento illecito di denaro, il grande tema del riciclaggio, l’enorme punto interrogativo che si spande dietro l’operazione Albania voluta dal governo Meloni. Da tempo l’esecutivo di Edi Rama, per il tramite anche di importanti lobbisti, primo tra tutti l’ex premier inglese Tony Blair (di casa a Tirana), cerca sponde in Europa per portare il suo paese all’interno dell’Unione. 

Operazione difficile proprio per i ripetuti alert che le agenzie dell’antiriciclaggio sollevano sull’Albania, che pure sta facendo sforzi con la Procura speciale contro la criminalità organizzata e la corruzione (Spak). Ma evidentemente non basta. È un fatto ormai che la criminalità organizzata albanese rappresenti uno dei principali allarmi mondiali. Lo hanno documentato decine di inchieste condotte prima in Italia poi nel resto di Europa. 

Lo ripetono da tempo tutti i principali esperti di mafia: dal procuratore distrettuale, Giovanni Melillo, all’attuale numero capo della procura di Napoli, Nicola Gratteri, che quando era ancora in Calabria aveva individuato i gruppi di Tirana come gli unici veri rivali dei calabresi in tema di traffico di cocaina.

Oggi gli albanesi — i cui clan malavitosi hanno strutture familistiche rigide, e dunque molto difficilmente penetrabili — sono forse i soli, o comunque quelli meglio attrezzati, in grado di parlare direttamente con i narcos sudamericani e occuparsi del trasporto di tonnellate di droga in Europa. Hanno preso i porti di Anversa, Rotterdam, Amburgo. 

Hanno infiltrato i paesi arrivando ai piani più alti: in Ecuador esiste un allarme specifico sul grado di corruzione della classe dirigente per mano dei clan di Tirana, tirati in ballo anche per l’omicidio di Fernando Villavencico, candidato presidente ucciso mentre era in campagna elettorale e chiedeva il pugno duro contro il lungo corridoio di coca e sangue (decine gli omicidi in questi anni) che si è formato tra Guayaquil, la città più popolosa dell’Ecuador, e Tirana.

Il traffico ha prodotto miliardi di euro nelle casse delle famiglie albanesi che sfruttando la non irreprensibile normativa antiriciclaggio del Paese stanno investendo dove possono. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque faccia un giro per le città albanesi: ragazzini con le super car, investimenti incredibili sul real estate. E ora anche il grande boom del turismo che, come documentano indagini in corso in Italia, è il perfetto canale per riciclare denaro. Tutti temi che sono rimasti fuori dalle dichiarazioni al miele della premier Meloni con il collega Rama, oggi come nei mesi scorsi quando la presidente del Consiglio abbandonò le sue vacanze pugliesi proprio per andare a fare visita dall’altra parte dell’Adriatico all’amico albanese. 

Creando non pochi imbarazzi politici: i socialisti europei, di cui Rama fa parte, si preparano proprio la prossima settimana a un incontro in vista delle prossime elezioni e si trovano con uno dei loro a braccetto con una delle principali esponenti sovraniste. Quanto è stretto il mare.

Il Pd vuole Edi Rama fuori dal Pse, strappo dopo l’intesa con Meloni sui migranti. Lorenzo De Cicco su La Repubblica il 9 novembre 2023

Al vertice dei socialisti di Malaga i dem chiederanno l’espulsione del Pssh, il partito del leader albanese. Provenzano: “Traditi i nostri valori”. La difesa: “Rispettiamo il diritto, altri Paesi ci avevano chiesto aiuto”

Edi Rama fuori dal Partito socialista europeo. Il Pd è pronto a protocollare la richiesta di espulsione dal Pse per il premier albanese e il suo Pssh, il partito socialista d’Albania. Lo annuncia a Repubblica Peppe Provenzano, responsabile Esteri della segreteria Schlein: «Porremo la questione al congresso del Pse», che si terrà domani e dopodomani a Malaga, alla presenza di tutti i big socialisti del continente, dal premier spagnolo Pedro Sanchez al cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Da mito a reietto. Adesso la sinistra vuole cacciare Rama per l'assist all'italia. Il caso agita il congresso del Pse. Il Pd frena sulla espulsione: "Ma c'è un tema politico". Paolo Bracalini il 10 Novembre 2023 su Il Giornale.

Da leader illuminato della sinistra europea a complice della destra xenofoba. Su Edi Rama, un tempo promessa del progressismo balcanico, pende la condanna politica dei Socialisti europei dopo l'accordo con il governo italiano sui migranti. Il premier albanese era già entrato nella lista dei sospetti la scorsa estate, quando aveva ospitato la Meloni per una vacanza. Troppa familiarità, anche se abituale per Rama, molto attento ai rapporti con l'Italia, partner fondamentale per Tirana. Ma la sua posizione si è compromessa definitivamente con il patto per realizzare due centri di accoglienza in Albania destinati ai migranti salvati in mare da navi italiane.

Un assist all'Italia, e quindi anche al governo italiano, considerato inaccettabile per la sinistra europea. «L'aver firmato un memorandum con Meloni è come aver fatto un alleanza con l'estrema destra, una cosa che la famiglia socialista europea non può tollerare», dicono dal gruppo socialista del Parlamento europeo, che ha già sospeso il premier slovacco Robert Fico per le posizioni troppo sovraniste e filo-putiniane, e si prepara a fare lo stesso con Edi Rama. Proprio oggi a Malaga, in Spagna, inizia il congresso del Pse, presente lo stato maggiore del pd a partire da Elly Schlein. Il premier albanese invece non ci sarà, «in quanto impegnato al Forum della Pace di Parigi. Sui giornali filo-Pd si diffonde la notizia che al congresso Pse i dem chiederanno ufficialmente l'espulsione del Pssh (partito socialista d'Albania), il cui presidente è appunto Rama. Il quale in Albania, per lo stesso motivo dell'accordo sui migranti, è contestato dall'opposizione di destra. «Cercare di aiutare l'Italia in questa situazione, dove nessuno in Europa sembra avere una soluzione condivisibile da tutti forse non e il massimo, ma è sicuramente il minimo che l'Albania deve e può fare - scrive Rama in un tweet - Se poi questo non è di sinistra in Italia, pazienza, sembra che non e neanche di destra in Albania. Forse è semplicemente giusto». Il Pd però aggiusta il tiro sulla richiesta di espulsione. Per il vicesegretario dem Peppe Provenzano spiega che il partito non ha presentato alcuna richiesta all'assemblea del Pse, ma solo «posto un tema politico», quello «delle compatibilità tra questo genere di accordi e i principi del socialismo europeo».

Nel Pd si sviluppa un dibattito. «Mi pare sbagliato chiedere l'espulsione di Edi Rama dal Pse. Ci sarà pur diritto a opinioni diverse!» scrive Pierluigi Castagnetti, ex Pd di corrente prodiana (oltrechè cattolica). Gli risponde sempre sui social Andrea Orlando, deputato ed ex ministro: «È un accordo che viola diritti fondamentali». Finito il mito del leader socialista che risolleva l'Albania dalla povertà e dalla criminalità, Rama è l'indagato speciale della sinistra e un nuovo tema di divisione dentro il Pd. A difendere il premier socialista albanese è il centrodestra italiano. «Sconsiderato chiederne la cacciata» dice il ministro Francesco Lollobrigida, «paradossale» secondo il capo delegazione di Fdi al Parlamento europeo, Carlo Fidanza. «Se la cosa non fosse tragica, ci sarebbe da ridere» commenta la senatrice azzurra Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri.

Albania, l’ex presidente Berisha: «Un accordo pericoloso. Danni al nostro turismo e c’è il rischio xenofobia». Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera mercoledì 8 novembre 2023.

Il leader del centrodestra albanese: «L’Albania è un Paese ospitale, ma teme che possano amplificarsi sul suo territorio i problemi già visti altrove»

Sorride Sali Berisha, 79 anni, ex primo ministro e presidente dell’Albania, tutt’oggi parlamentare e leader del centrodestra albanese: «Ma voi avete presente Shëngjin, dove Edi Rama e Giorgia Meloni vorrebbero insediare uno dei due centri per migranti?».

No, presidente.

«D’estate Shengjin è uno dei posti più frequentati da turisti e imprenditori italiani, quest’anno c’è stato un vero boom, alberghi e resort, spiagge affollate. Magari la presidente Meloni, che rispetto tantissimo, l’ha fatto apposta, così gli italiani torneranno a fare le vacanze in Italia...».

Quest’estate anche la premier italiana è stata in Albania...

«È stato un grande onore per tutti noi che sia venuta a passare qualche giorno di vacanza in Albania. E ha fatto benissimo, secondo me, anche a prendere l’aperitivo con Edi Rama, ma si sarebbe dovuta fermare lì».

L’hanno chiamato il patto dello spritz.

«Io ho tanti amici in Forza Italia, nella Lega, in Fratelli d’Italia anche se non conosco personalmente Giorgia Meloni. Però, davvero, secondo me l’accordo sui migranti è molto pericoloso per tanti motivi».

Quali?

«Beh, ho paura ad esempio che possa aumentare la xenofobia e non vorrei neanche vedere un giorno proteste in piazza contro l’Italia. L’Albania è un Paese ospitale, accogliente, non c’è razzismo, ma è anche un Paese piccolo che teme perciò possano amplificarsi sul suo territorio i problemi già visti in altri Paesi dove sono nati questi centri. Penso alla Germania, alla stessa Italia, dove sono accaduti furti, violenze sessuali. La notizia, per esempio, che da Lampedusa arriveranno in Albania solo migranti maschi adulti è stata accolta con preoccupazione. Eppure Edi Rama appena due anni fa promise pubblicamente che mai il nostro Paese avrebbe ricevuto migranti dai ricchissimi Stati occidentali».

Ha detto di averlo fatto solo per un senso di amicizia e di gratitudine verso l’Italia.

«Edi Rama pensa solo al suo potere, ai suoi interessi, temo che approfitterà personalmente del sostegno economico che arriverà dall’Italia. La nostra Corte costituzionale dice che per assegnare l’extraterritorialità a un luogo ci vuole l’autorizzazione del presidente della Repubblica. Edi Rama invece ha fatto tutto da solo, in segreto, senza un mandato. Spero intervenga la Corte di Strasburgo e annulli tutto».

Dice così perché Rama è socialista e lei del Partito democratico, di centrodestra, e siete avversari politici?

«Non è così. Quando io ero premier conducemmo una lotta durissima contro i trafficanti di uomini, fino a sbarazzarcene. Ora, col nuovo governo, gli scafisti sono tornati nei nostri mari e non vorrei che queste migliaia di migranti in arrivo dall’Italia costituissero un nuovo business. E ancora: nell’accordo si dice che saranno rispettati i diritti umani. Ma Edi Rama non rispetta neppure i diritti delle opposizioni: io non posso più uscire dal Paese!».

Su di lei, presidente Berisha, pendono accuse gravi di corruzione.

«Accuse senza prove, frutto di una macchinazione delle lobby. George Soros è contro di me».

Estratto dell’articolo di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” mercoledì 8 novembre 2023. 

Sedici milioni e mezzo l’anno per cinque anni rinnovabili tacitamente per altri cinque. E un fondo di garanzia di 100 milioni (secondo indiscrezioni di stampa albanese) da versare su un conto corrente per il ristoro di tutte le spese che l’Albania sosterrà: dall’impiego delle forze di polizia locali per la sicurezza esterna alle spese sanitarie, dai trasporti ad eventuali spese sanitarie.

E soprattutto l’assicurazione che nessun migrante metterà mai piede su suolo albanese né durante né dopo il suo trattenimento nei centri che l’Italia realizzerà. Tanto, più tutte le spese che naturalmente dovrà sostenere per la realizzazione e la gestione dei centri, per il personale italiano dedicato, per i trasporti dal Mediterraneo all’Albania e poi dall’Albania all’Italia, costerà l’accordo bilaterale che la premier Giorgia Meloni ha firmato con quello albanese Edi Rama.

Il testo dell’accordo […] è venuto fuori ieri sera dopo l’anticipazione da parte di un sito albanese. Nove pagine, 14 articoli e due allegati: il protocollo prevede che l’Albania metta a disposizione le aree per la realizzazione dei centri e l’Italia si faccia carico dei costi di tutto. La sicurezza all’esterno sarà assicurata dalle forze di polizia albanesi mentre all’interno ci sarà solo personale italiano.

[…] i migranti potranno rimanere su territorio albanese il tempo tassativamente necessario all’espletamento delle procedure accelerate di frontiera. Dunque 30 giorni. In altre parole, dopo un mese, i migranti che l’Albania accetta di far entrare nei centri sul suo territorio dovranno o essere rimpatriati, ovviamente a spese e per conto dell’Italia, o essere comunque portati in Italia. E non potranno essere più di 3.000 contemporaneamente.

E qui si addensano le nubi del diritto, nazionale ed europeo. […] il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi precisa che il secondo dei due centri che saranno realizzati in Albania «non sarà un Cpr ma un centro per il trattenimento dei richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, come quello di Pozzallo ».

L’altro potrebbe essere affidato in gestione alla Croce Rossa. Uno straordinario paradosso se si pensa che, dopo le tre sentenze che hanno confermato quella della giudice catanese Iolanda Apostolico liberando i richiedenti asilo trattenuti in attesa delle procedure rapide di frontiera, il Viminale ha prudentemente deciso di soprassedere su questa norma del decreto Cutro. E così il centro di Pozzallo è vuoto […] e ai giudici della sezione immigrazione di Catania non è giunta più alcuna richiesta di convalida. […]

Estratto dell’articolo di Davide Carlucci per “la Repubblica” mercoledì 8 novembre 2023. 

Ndal, zone ushtarake. Stop, zona militare. L’area che ospiterà i migranti destinati al rimpatrio in subappalto per l’Italia è a poche centinaia di metri dal minuscolo villaggio di Gjader, frazione di Lezha, Alessio per i Veneziani, Les per i turchi. Luogo cruciale nella contesa tra Occidente e Oriente: nella chiesa di San Nicola è sepolto Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe più popolare dell’Albania che nel Quattrocento riunì tutti i principi contro gli ottomani.

 […] I residenti non sono contenti della nuova vita programmata per loro. Che possano cioè riempirsi di senegalesi, ghanesi o di altri popoli di un Sud del mondo la cui profondità qui vogliono dimenticare, perché la conoscono bene. 

Nel baretto di Gjader contadini e muratori aprono i loro discorsi con un «non sono razzista ma…» che in Veneto, in Emilia, ma anche in Calabria, in un tempo non del tutto trascorso, era rivolto a loro. Fabian ha le mani larghe e callose che raccolgono melograni. «Non serve altra gente, qui. Abbiamo paura che rubino, che sparino. L’Italia è trenta volte più grande. E noi non stiamo nemmeno nell’Unione europea. Perché dobbiamo prenderci gli emigranti? È una domanda semplice, che vogliono comprendere tutti».

Al porto di Shengjin, dove sorgerà il centro di prima accoglienza, un anziano in bicicletta mescola fatalismo a ironia: «Se verranno, lo sa solo quello che sta ai piani superiori. E la Meloni». Un altro s’infervora ma è becero machismo: «Perché portano solo gli uomini qui, e non le donne? ». Non è che siano tutti terrorizzati: per qualcuno è il giusto scotto da pagare all’italian style: «Vede queste strade? Le avete fatte voi», dice un ragazzo che sta per aprire una boutique ed è devoto alla moda tricolore. 

«C’è anche un’Albania che gli immigrati li vuole, perché ormai anche qui non si riesce a trovare manodopera — giura Luigi Triggiani, funzionario dell’Unioncamere pugliese che frequenta il Paese Aquile da trent’anni — e molti la importano dallo Sri Lanka o dal Bangladesh […]». […]

[…] Vede nero lo storico ex primo ministro Sali Berisha, che qui rappresenta la destra: «Questo accordo farà crescere sentimenti xenofobi in una nazione che è stata sempre ospitale. E l’Albania è un paese di traffici, da qui passa l’eroina e la cocaina che arriva in Italia. Così non faremo che alimentarli». 

Dice pesta e corna del suo nemico preferito, Edi Rama, citando un caso qui molto dibattuto, il presunto scandalo dell’ex uomo dell’Fbi Charles McGonigal, una storia di corruzione che porterebbe fino al capo del governo. «Non è l’uomo giusto con cui siglare accordi».

Ma Rama, che ha sempre negato ogni accusa, respinge al mittente con la sua consueta disinvoltura tendente al british: «Delle voci critiche mi importa poco. Sarei preoccupato, anzi, se non ce ne fossero». 

E se l’opposizione gli chiede di riferire sull’accordo in Parlamento — perché nessuno qui sapeva, nemmeno il sindaco di Lezha Pyerin Ndreu: «Ho appreso ieri dai giornali» — la stampa albanese è prodiga di retroscena sulla contropartita della generosità di Rama verso i “fratelli italiani”. Una delle voci più insistenti, ad esempio, parla di «milioni di euro di cui beneficeranno circa 500mila albanesi in Italia per le loro pensioni» e altri imprecisati vantaggi. «Macché contributi — smentisce parzialmente Rama — quelli sono contributi già previsti e approvati due anni fa che stanno seguendo la trafila burocratica italiana». […]

Sull'accordo Italia-Albania Scholz si schiera con la Meloni e condanna «l'accoglienza» e l'Europa. Andrea Soglio su Panorama l'8 Novembre 2023

Sull'accordo ItaliaAlbania Scholz si schiera con la Meloni e condanna «l'accoglienza» e l'Europa Berlino apre all'idea di appoggiarsi a paesi terzi, fuori dall'Unione Europea ammettendo finalmente che da sola Bruxelles non ce la fa a gestire i flussi di esseri umani Mentre in Italia la sinistra, le associazioni umanitarie e la truppa del #restiamoumani, giocava a trovare il commento più duro contro l’accordo tra Italia ed Albania sui migranti (il massimo è stato «deportazione») dalla Germania, il cancelliere Scholz si schierava al fianco della Meloni: «Valutiamo anche noi di collaborare con paesi terzi per la gestione di chi arriva in Europa». Ci immaginiamo le facce del Pd, degli europarlamentari per cui una dichiarazione del genere è come un pugno, un diretto al volto tirato sul ring. Ecco, dobbiamo essere onesti. Questo è il lato quasi divertente della dichiarazione. Vedere il cancelliere tedesco, di sinistra, schierarsi con Giorgia Meloni è davvero troppo, è davvero una cosa da ridere mentre quel che resta dell’opposizione nostrana cercava di rialzare la testa aggrappandosi proprio alla guerra al duo Meloni-Rama e ai due centri di accoglienza che saranno costruiti (a spese nostre) sulle coste albanesi dall’altra parte dell’Adriatico. C’è però un lato preoccupante dietro questa frase del cancelliere tedesco. Perché con la sua frase anche Berlino, che dell’Europa è sempre stato il paese leader e guida, ha ammesso che da sola l’Unione non ce la fa, non ce la può fare a gestire la questione migranti e soprattutto la politica dell’accoglienza. Arrivare a chiedere infatti l’aiuto di paesi terzi significa che da soli non bastiamo. E che il passo successivo, terminati anche gli aiuti di terzi, è quello della chiusura dei porti. Sempre ieri infatti anche la Svezia, la civilissima, modernissima, avanzatissima Svezia ha chiesto di stringere le maglie alle frontiere. Scholz come la Meloni, quindi e come la mattiamo adesso? Chi critica la destra italiana adesso deve usare le stesse parole anche per il cancelliere socialdemocratico oppure ammettere che le critiche sono sbagliate, pretestuose, false. Scholz non è fascista, non è un deportatore di essere umani come non lo è Giorgia Meloni. Sono semplicemente due leader politici che senza follie sono semplicemente «realisti». E davanti alla forza della realtà non c’è destra o sinistra. C’è solo la realtà.

Non solo l’Italia: sempre più Stati Ue esternalizzano le richieste di asilo. Monica Cillerai su L'Indipendente mercoledì 8 novembre 2023.

Più controlli, più frontiere, muri più alti contro i migranti irregolari e maggiori investimenti nell’esternalizzazione delle frontiere e nelle deportazioni. Questa è la linea che si profila da anni in modo sempre più chiaro all’interno delle politiche UE sulla gestione dell’immigrazione. Fino ad arrivare all’attuale punto di svolta: l’esternalizzazione delle richieste di asilo a un Paese terzo. Ieri la premier italiana Giorgia Meloni ha annunciato di aver stretto con il primo ministro albanese un protocollo d’intesa tra Italia e Albania in materia di gestione dei migranti. Il piano del governo è di creare due centri in Albania con giurisdizione italiana dove mettere direttamente le persone salvate in mare e lasciarle lì ad attendere la risposta della propria procedura di asilo, che verrà quindi processata in un Paese Terzo. Ma l’Italia non è il solo Stato Membro ad aver adottato politiche di questo genere.

La notizia arriva infatti pochi giorni dopo un altro annuncio di esternalizzazione delle richieste di asilo. Giovedì 2 ottobre, l’Austria ha firmato un accordo di cooperazione su “migrazioni e sicurezza” con il Regno Unito, dichiarando di voler adottare il piano inglese – anche se non proprio in maniera identica – per la gestione delle domande di asilo, ovvero incaricare un Paese terzo di occuparsene. Vienna, inoltre, si impegna per fare pressione sull’Europa affinché adotti politiche analoghe. «La Gran Bretagna ha molta esperienza sul fronte di una futura gestione delle richieste di asilo fuori dall’Europa. È stato un tema importante del mio incontro con la ministra degli Interni a Vienna perché l’Austria può trarre beneficio da questa esperienza. Continueremo a fare uno sforzo coerente perché la Commissione europea porti avanti e autorizzi tali procedure fuori dall’Europa», ha dichiarato Karner, il ministro degli Interni austriaco.

Lo schema britannico prevedeva di trasferire 140 milioni di sterline all’anno al Ruanda per accogliere i richiedenti asilo arrivati sul suolo inglese e gestire da lì le loro pratiche. Il biglietto per gli immigrati irregolari era di sola andata verso lo Stato africano dato che, se anche la richiesta di asilo fosse stata approvata, secondo l’accordo i profughi sarebbero rimasti comunque in Ruanda. L’Austria, invece, dopo aver deportato i richiedenti asilo nel Paese africano, si impegnerebbe a riportarli in Austria nel caso in cui la loro domanda di asilo venisse poi accettata. In caso venisse respinta, sia il programma inglese che quello austriaco prevedono la deportazione dei migranti nel loro Paese di origine. Il piano inglese per ora è sospeso, in attesa di un parere della Corte Suprema sulla sua legittimità, che dovrebbe arrivare entro la fine anno. La Corte aveva infatti bloccato le procedure di espulsione in quanto il Ruanda non era stato considerato un Paese sicuro, per il rischio di deportazioni verso i Paesi d’origine. Il governo ha contestato la sentenza: se vincesse il ricorso, i primi voli verso il Ruanda inizierebbero a febbraio del 2024.

Anche la Danimarca aveva annunciato di voler collaborare con il Ruanda per gestire allo stesso modo i migranti sul suo territorio, ma la proposta si è arenata dopo le ultime elezioni nel Paese. L’Austria – nonostante le sue richieste di asilo siano diminuite del 40% quest’anno – sembra determinata a seguire questa nuova forma di controllo, anche se ancora non è chiaro se sia legalmente possibile. Un portavoce della Commissione UE ha infatti dichiarato ieri ai giornalisti a Bruxelles che «attualmente il diritto d’asilo dell’UE si applica solo alle domande presentate sul territorio di uno Stato membro, ma non al di fuori di esso».

Proprio per vincere la questione legale, sia l’Austria che il Regno Unito stanno spingendo altri Paesi europei a rinnovare gli accordi internazionali sui diritti, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati e la Convenzione europea sui diritti umani. «Il problema della migrazione in Europa potrebbe far cadere i governi», ha sottolineato sabato il Ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg. Forse, per questo motivo, molti Stati europei sarebbero disposti a derogare i diritti umani, e perfino a cambiare la Convenzione dell’ONU sui rifugiati.

A seguito di un incontro a Copenaghen, poi, i ministri di Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Islanda hanno concordato una più stretta collaborazione tra i cinque Paesi per quanto riguarda l’espulsione dei richiedenti asilo respinti e di altri stranieri senza permesso di soggiorno. Condividiamo «interessi comuni», ha dichiarato martedì (31 ottobre) il ministro danese dell’Immigrazione e dell’Integrazione Kaare Dybvad Bek.

I ministri hanno concordato tre iniziative, incentrate sul “rafforzamento dei progetti di reintegrazione nei Paesi d’origine”, sull’effettuazione di voli di espulsione congiunti in collaborazione con l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex e sulla “fornitura di assistenza ai migranti irregolari bloccati in Nord Africa, che desiderano tornare volontariamente nei loro Paesi”, si legge in un comunicato stampa pubblicato martedì. [di Monica Cillerai]

Affari, violenze e lobbisti dietro il business dei Cpr. I Centro di permanenza per il rimpatrio sono gestiti da privati che puntano a un tesoretto di 56 milioni di euro, lasciando i reclusi spesso in condizioni vergognose. «C’è gente che specula sulla pelle di queste persone e non gente qualsiasi. Parliamo di lobby rappresentate in Parlamento. Tutto questo avviene nell’indifferenza generale», spiega la senatrice Ilaria Cucchi. Adil Mauro su L'Espresso il 26 Ottobre 2023

Il 22 ottobre 2009 Stefano Cucchi, geometra di 31 anni, arrestato perché trovato in possesso di sostanze stupefacenti, moriva nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini dopo una settimana nelle mani dello Stato. Per la sua morte il 4 aprile 2022 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva a dodici anni di reclusione i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Per i depistaggi altri otto militari dell’Arma – compreso il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma – sono stati condannati in primo grado a scontare complessivamente 22 anni di carcere. 

L’anno scorso Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, si è candidata alle elezioni politiche con la lista Alleanza Verdi e Sinistra ed è stata eletta al Senato. In questi mesi ha avuto modo di continuare il suo impegno per il rispetto dei diritti civili e umani visitando due volte – a marzo e aprile – il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, nella periferia di Roma. 

I Cpr sono luoghi di detenzione amministrativa in cui vengono reclusi i cittadini non comunitari sprovvisti di un regolare documento di soggiorno oppure già destinatari di un provvedimento di espulsione. Il governo di Giorgia Meloni, nell’ambito delle norme contro l’immigrazione irregolare, ha deciso di innalzare a 18 mesi il limite massimo di trattenimento in questi centri. Cucchi ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla somministrazione di psicofarmaci all’interno della struttura di Ponte Galeria. «C’ero già stata nel 2013 – spiega – Ricordavo un luogo terribile, ma non ai livelli in cui l’ho trovato pochi mesi fa. Sembra di essere in un giardino zoologico, perché quelle che vedi sono delle vere e proprie gabbie. Corpi abbandonati, spesso buttati a terra senza fare assolutamente nulla per tutto il giorno, nella sporcizia e nel disordine. Mi è stato riferito che il 90% degli ospiti, così vengono chiamati, anche se io utilizzerei il termine detenuti, fa utilizzo di metadone senza alcun piano terapeutico». 

Ma le criticità legate a questi centri non sono soltanto di tipo sanitario. Secondo quanto segnalato dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) sono 56 i milioni di euro previsti nel periodo 2021-2023 per affidare la gestione dei Cpr a soggetti privati. 

La possibilità che sulla privazione della libertà personale qualcuno possa trarre ingenti profitti è uno degli aspetti più controversi di questa forma di detenzione senza reato e ne segna un ulteriore carattere di eccezionalità, come denuncia Cild in un rapporto dall’eloquente titolo “L’affare Cpr. Il profitto sulla pelle delle persone migranti”. Il dossier della Coalizione descrive il passaggio dalla gestione pubblica a quella privata dei centri e ricostruisce in maniera dettagliata le attività delle multinazionali Gepsa e Ors, della società Engel s.r.l. e delle Cooperative Edeco-Ekene e Badia Grande che hanno contribuito, negli anni recenti, a fare la storia della detenzione amministrativa in Italia. Una storia segnata da continue violazioni dei diritti delle persone detenute e interessi economici che preoccupano anche Cucchi, e hanno innescato anche un conflitto di poteri tra la magistratura di Catania, che ha respinto dieci convalide di trattenimenti di migranti, e il ministero dell’Interno, con il contorno di polemiche che hanno investito il pm Iolanda Apostolico. «C’è gente che specula sulla pelle di queste persone e non gente qualsiasi. Parliamo di lobby rappresentate in Parlamento. Tutto questo avviene nell’indifferenza generale e sotto gli occhi dei vari governi che si sono avvicendati in questi anni», dice la senatrice Cucchi.

Il riferimento è al Gruppo Ors Ag, con sede centrale a Zurigo e attivo da oltre trent’anni in tutta Europa. Sulle modalità repressive adottate in alcuni centri svizzeri e austriaci sotto responsabilità della multinazionale (che attualmente gestisce il Cpr di Ponte Galeria) esistono inchieste giornalistiche e rapporti di Amnesty International e Medici senza frontiere. In Italia Ors si è affidata al lavoro di lobby svolto da Telos Analisi e Strategie, uno «studio professionale che aiuta i propri committenti a comprendere l’ambiente nel quale si posizionano ed operano e ad interagire con tutte le istituzioni e gli stakeholder in modo efficace». L’accordo tra la multinazionale svizzera e Telos risale a un documento del 2020 firmato da Lutz Hahn, direttore della comunicazione di Ors Management Ag, nel quale si delega la lobby per l’organizzazione di incontri con rappresentanti istituzionali. Nulla di illegale, ma è interessante osservare come Ors sia l’unica tra le cooperative e società che hanno gestito o gestiscono un Cpr ad avere consulenti che la rappresentano alla Camera dei deputati. «È una situazione di cui nessuno parla perché evidentemente le responsabilità politiche sono di tutti», afferma la senatrice. «Il concetto – aggiunge – è molto semplice: più migranti ci sono, più ci si guadagna sopra. È questo il vero business e adesso avviene sotto gli occhi della destra che ne ha fatto oggetto della sua perpetua campagna elettorale. Quanto costa allo Stato finanziare dei luoghi che ricordano i lager libici? La gestione di questi centri è tutt’altro che trasparente». E secondo Ilaria Cucchi il filo che unisce vicende come quella di suo fratello a quelli delle persone recluse nei Cpr è «la violenza di Stato nei confronti di chi non può difendersi».

Tutti i trucchi per scappare dai Cpr. Molti detenuti si aggrappano alla "vulnerabilità". Così le porte dei centri si spalancano. Stefano Zurlo l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Le vulnerabilità. Passa per questa scivolosissima parola la via di fuga di molti migranti, stretti nella terra di mezzo dei Cpr. Ogni anno, quasi tremila persone sono rinchiuse nei Centri di permanenza e rimpatrio, in attesa di essere effettivamente espulse. E, come ha raccontato ieri il Giornale, si tratta per la stragrande maggioranza di pregiudicati, individui socialmente pericolosi che portano sulle spalle pene definitive o, in certi casi, condanne di primo grado per reati importanti se non gravissimi: rapina furto e spaccio, ancora violenza sessuale e omicidio.

Il destino di questi soggetti non e però segnato come potrebbe sembrare: la Direttiva, disposta dall'allora ministro dell'Interno Luciana Lamorgese il 6 giugno 2022, ha alzato l'asticella dell'idoneità alla vita nel Cpr e, senza idoneità, come peraltro è giusto che sia, il ragazzo in questione deve essere immediatamente liberato e può tornare a bivaccare sul territorio. Anche se è clandestino, anche se ha collezionato anni e anni di galera e magari è appena uscito di prigione. Anche se dovrebbe essere a un passo dal rimpatrio. Non importa. Il punto è far emergere le vulnerabilità, o patologie anche di tipo psichiatrico, e a questo si dedicano avvocati bravissimi in grado di far deragliare il convoglio dell'espulsione.

Tanto per cominciare, Lamorgese toglie ai medici dei Cpr (o meglio di chi li gestisce) il compito di verificare lo stato di salute dell'irregolare al momento dell'ingresso o in una fase successiva, ma poi allarga il campo minato delle incompatibilità: «Lo straniero accede al centro previa visita medica volta ad accertare l'assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile l'ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative...». L'elenco però non finisce qui: «La certificazione medica deve comunque attestare la compatibilità delle condizioni di salute o di vulnerabilità...» È il varco che si apre, perché la vulnerabilità non è codificata rigidamente e fatalmente, pur con le migliori intenzioni, si introducono in un sistema già farraginoso ulteriori elementi di discrezionalità.

Gli avvocati naturalmente fanno il loro mestiere e trovano appigli per ottenere la liberazione dei loro clienti, altrimenti destinati a partire perché già espulsi dal prefetto. Il tutto, va da sé, quasi sempre con il gratuito patrocinio e a carico dello Stato. I medici, poi, che non sono più quelli interni a quel mondo, vengono talvolta incontro alle obiezioni dei legali. Risultato: l'operazione ritorno a casa si incaglia e alla fine evapora. Si può sostenere che la riforma Lamorgese abbia reso più garantista tutto questo processo e si può anche pensare che affidare a camici bianchi esterni il controllo delle condizioni di salute dei migranti sia una garanzia in più di trasparenza e neutralità. Tutto vero. Ma le conclusioni sono spesso imbarazzanti: il clandestino che aveva già un piede sull'aereo a quel punto si ritrova libero e riprende la sua partita a scacchi con le istituzioni. Peccato che sia quasi sempre un uomo con un pesante curriculum penale, insomma un rischio per la società e anche per se stesso: se, come raccontato ieri dal Giornale, il migrante ha un'alterazione del comportamento che lo rende incompatibile con il cpr, chi curerà quel disturbo? Nessuno, perché l'unico risultato è l'uscita dal carcere. Così, con lo scudo di questa diagnosi, Mohamed è fuori, e ha lasciato il Cpr della Basilicata nell'agosto scorso. Trascinando i suoi problemi in mezzo alla strada.

Vulnerabilità. Una fragilità dell'io, ma non solo in una sorta di nouvelle vague del disagio profondo. Sottolineata anche dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale in un volume che circola molto fra gli avvocati: Linee guida sul monitoraggio dei rimpatri forzati. In poche pagine è descritta tutta la prima linea su cui si muovono gli studi legali più agguerriti. Dai Cpr si può svoltare di qua o di là: più del 50 per cento degli espulsi parte, ma gli altri schivano il volo e ricominciano la vita di prima.

"I Cpr sono lager". La sinistra non vuole espellere i clandestini. L'ultimo delirio di Pd e 5 Stelle: equiparare i centri per migranti ai campi di concentramento. Ma senza espulsioni i clandestini vivrebbero senza futuro ai margini della società. Andrea Indini il 25 Settembre 2023 su Il Giornale.

Forse è il modello Milano che hanno in mente gli ultrà dell'accoglienza quando criticano con violenza i Cpr. Milano laboratorio di "solidarietà" dove i clandestini e i richiedenti asilo vengono sbattuti davanti alla stazione Centrale, senza un giaciglio su cui dormire, sempre a caccia di espedienti per pagarsi un pranzo e sopravvivere, facili a delinquere e troppo spesso coinvolti in una spirale di crimine e violenza. Un modello di accoglienza a lungo venduto dalla sinistra (in primis il sindaco Beppe Sala) come esempio di integrazione contro i muri del centrodestra. Nessuno degli storici sostenitori di questo modello, che negli anni si è rivelato fallimentare e le cui conseguenze (disastrose) ricadono oggi su milanesi e turisti, ammetterà le proprie colpe.

E, invece, li vediamo già in piedi a sbraitare contro il governo Meloni impegnato in queste ore a raddoppiare il numero dei Centri di permanenza per il rimpatrio e il numero delle forze dell'ordine impegnate a presidiare queste strutture, teatro spesso di disordini e violenze da parte degli immigrati. La decisione verrà presa nel Consiglio dei ministri che in settimana discuterà il nuovo decreto Sicurezza. Intanto, però, il sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni, ha già spiegato l'importanza della misura: "Quest'anno, con nove funzionanti per 1.300 posti disponibili e 6-700 utilizzati, siamo riusciti espellere 3.300 persone". Si tratta del 30% in più rispetto all'anno scorso. Raddoppiando il numero dei centri, verrebbe raddoppiato anche il numero delle espulsioni, anche (ma non solo) di quei profili che mettono a rischio la sicurezza pubblica e sulle cui spalle gravano già sentenze di condanna. "Il prolungamento del trattenimento nei Cpr - ha continuato Molteni - è funzionale a evitare che queste persone tornino in libertà".

A sinistra, invece, sembra proprio che li vogliano a zonzo per il Paese. Da giorni, infatti, suonano la gran cassa contro l'apertura dei nuovi centri. Cpr militarizzati, titolava giovedì scorso la Stampa. In una intervista al Foglio l'ex ministro dem Andrea Orlando parla di "campi di concentramento" dimenticando, come fa giustamente notare oggi il Tempo, che fu lui, insieme a un altro ex ministro dem (Marco Minniti) a istituirli. Era il 2017, non certo una vita fa. Di "lager autorizzati" parlano anche il verde Angelo Bonelli e diversi amministratori locali come il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. In casa Cinque Stelle, invece, criticano più delicatamente. Giuseppe Conte dice che "sono peggio degli istituti penitenziari". E punta il dito: "Non hanno neppure garanzie".

L'assurda battaglia contro l'apertura di nuovi Cpr è di fatto anche una battaglia contro le espulsioni. Ma senza espulsioni dem e Cinque Stelle condannano migliaia di clandestini a vivere, senza alcun futuro, ai margini della nostra società. Esattamente come accade in diversi quartieri di Milano dove, ormai da anni, dilagano anche degrado e criminalità.

Migranti, Orlando critica i Cpr: “Campi di concentramento”. Ma li ha istituiti lui. Edoardo Romagnoli su Il Tempo il 24 settembre 2023

Se non lo si fa troppo in fretta cambiare idea è lecito, soprattutto in politica, ma disconoscere ciò che si è fatto ieri magari attaccando chi lo fa oggi è al limite del diabolico. La fortuna, per chi lo fa, è che in genere non è una mossa che fa perdere voti perché la memoria in questo Paese è corta e tutto cancella. E così non ha fatto troppo scalpore il fatto che Andrea Orlando si sia scagliato contro i Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio, definendoli «campi di concentramento». Lo stesso Orlando che nel 2017, da ministro della Giustizia, insieme a Marco Minniti, ministro dell’Interno, firmò il decreto Minniti-Orlando che, fra le altre cose, prevedeva l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari. Non solo. Aboliva il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti. La misura prevedeva l’aumento dei centri dai quattro già esistenti a venti, uno per ogni regione, per un totale di 1.600 posti. Anche allora la proposta sollevò un polverone tanto che Minniti fu costretto a precisare che i nuovi centri sarebbero stati piccoli con una capienza massima di cento persone, che sarebbero sorti lontani dalle città e vicino agli aeroporti e soprattutto che sarebbero stati diversi dai Cie. Non a caso venne anche cambiato il nome che da Cie, Centri per l’identificazione e espulsione, divenne Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio. Insomma una misura che non sembra molto diversa da quella varata dal governo Meloni.

Ecco perché le dichiarazioni di Orlando stridono e non poco, almeno per chi ha un minimo di memoria. «Gli amministratori di centrosinistra hanno detto sì all’accoglienza diffusa e no ai campi di concentramento» ha dichiarato l’ex ministro. Tutto vero, gran parte degli amministratori locali di centrosinistra, Lucano ne è stato un modello, hanno sempre adottato un approccio che prevedeva proprio l’accoglienza diffusa; ciò però non toglie che contestualmente nel 2017 il governo centrale varava un decreto per estendere il modello dei Cpr. Poi Orlando ha aggiunto: «Dietro questa specie di sindrome Nimby (Not in my back yard, ndr) applicata ai migranti, c’è di più e di peggio. C’è, in sostanza, il fuoco della propaganda xenofoba alimentato per anni dalla destra che brucia qualsiasi tentativo di definire un approccio ragionevole». Non si sa bene quale dovrebbe essere l’approccio ragionevole visto che quando Orlando si è trovato nella stanza dei bottoni propose la stessa soluzione al medesimo problema.

Soluzione che, all’epoca del decreto Minniti-Orlando, molti giuristi definirono non in linea con la costituzione italiana e con la Convenzione europea sui diritti dell’uomo. In particolare avrebbe violato l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il diritto a un giusto processo, l’articolo 24, il diritto alla difesa, e l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani, che sancisce il diritto al contraddittorio. Arrivarono critiche anche dall’Anm, l’associazione nazionale magistrati, che espresse un «fermo e allarmato dissenso» rispetto alla nuova legge perché produceva «l’effetto di una tendenziale esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice nell’intero arco del giudizio di impugnazione delle decisioni adottate dalle Commissioni territoriali in materia di riconoscimento della protezione internazionale». Insomma stare all’opposizione è semplice, lo sa Meloni e lo sa Orlando, anche perché questo Paese ha la memoria corta, troppo corta.

Quella società svizzera che fa business sui migranti (grazie alla sinistra). Bianca Leonardi il 21 Maggio 2023 su Il Giornale.

La Ors Service di Zurigo premiata dalla sinistra: a lei la gestione di molti centri

Il nodo immigrazione continua a tenere banco tra le fila politiche, soprattutto quando si parla di Cpr. La posizione della sinistra è l'ormai risaputa condanna a quei centri di rimpatrio promossi proprio dall'ex ministro degli interni dem Marco Minniti, nel 2017. Il focus però, che sembra sfuggire, non è la dicotomia Cpr si o Cpr no, ma la gestione di questi posti e le realtà che proprio la sinistra ha scelto e ha continuato a finanziare. Se le politiche migratorie di Salvini sono state demonizzate in ogni modo, c'è da dire che l'egemonia della gestione dei Cpr e dei più generosi appalti sull'accoglienza dei migranti, è iniziata proprio nel 2019, dopo l'inizio del Governo Conte II e l'incarico di Luciana Lamorgese come Ministro dell'Interno. A sbarcare in Italia è infatti una società commerciale, quindi profit: la Ors Italia Srl, controllata interamente da Ors Service con sede a Zurigo, a sua volta controllata dal private Equity londinese Equistone Partners. Un intreccio tra immigrazione, politica e finanza sembrerebbe.

Già accusata di aver gestito in modo discutibile alcuni centri per migranti, soprattutto quello in Austria di Traiskirchen, documentato anche da Amnesty International che denunciò la violazione dei diritti umani. Nonostante il curriculum non troppo positivo il 25 luglio 2018, in piena epoca Salvini, Ors Italia compie l'iscrizione alla Camera di Commercio. Curioso però che, fino al cambio di governo, la società resta inattiva e inizia la sua scalata nel mondo dell'immigrazione in Italia solo a dicembre 2019, due mesi dopo l'arrivo di Lamorgese. Ed è proprio in quel mese che i protagonisti svizzeri diventano gestori del Cpr di Macomer, in Sardegna, ricevendo 572 mila euro per soli 50 ospiti. Subito dopo, nel gennaio 2020 è la volta di Trieste dove conquistano Casa Masala, storico centro di accoglienza. In due mesi 2 milioni e mezzo di euro di bandi. Fin da subito arrivano le proteste: l'Unione Sarda raccontò infatti di migranti saliti sui tetti per ribellarsi alle condizioni in cui venivano fatti vivere, tanto che uno di loro si cucì la bocca da solo come gesto estremo. Nonostante ciò, qualche mese dopo, sempre in Sardegna, la Ors Italia diventa gestore del centro di accoglienza di Monastir, a Cagliari, attraverso un affidamento diretto, del valore di poco più di un milione e duecentomila euro, in nome dell'urgenza. Un'urgenza che sembrerebbe non essere mai finita visto che ad oggi, dopo 3 anni, la gestione è ancora loro.

Sono seguite anche interrogazioni parlamentari, sia da parte della Lega che dal Movimento 5 Stelle, dirette all'ex ministro Lamorgese, in cui sono stati chiesti chiarimenti anche sulle modalità di aggiudicazione, visto che Ors nei bandi ha sempre giocato al ribasso, dal 14% per Casa Masala, al 3% per Macomer. Una condizione quantomeno anomala che però non è stata approfondita tanto che ad oggi la società svizzera è ancora presente in molte situazioni italiane. Monastir, un Cas di Milano, il Cpr di Ponte Galeria a Roma e Cpr di Torino.

Proprio quest'ultimo è stato costretto a chiudere qualche settimana fa - dicono per ristrutturazione- a causa delle rivolte violentissime dei migranti per le condizioni di vita imposte. Dalle frange della sinistra torinese arriva anche l'ammissione: «Il Cpr è stato gestito fino ad ora come una struttura che non ha mai tenuto in considerazione le regole per la tutela delle persone che hanno subito condizioni di vita crudeli».

I Cpr no, i centri accoglienza come quelli di Monastir - definito da L'Unione Sarda come Il business svizzero nell'inferno di Monastir - sì: questa la tesi della sinistra.

La bufala dei Cpr descritti come lager: le vere violenze le fanno gli ospiti. Formigli (La7) dice che i centri sono un "inferno". Tuttavia dimentica gli scontri. Gian Micalessin su Il Giornale il 27 Maggio 2023

Corrado Formigli l'ha intitolato «L'inferno dei Cpr», ma a ben guardare è diventata la beatificazione televisiva di violenza e illegalità. Parliamo dell'inchiesta sui «Centri di Permanenza e Rimpatrio» (Cpr) andata in onda su «Piazza Pulita» (La7) giovedì 25 maggio. Un'inchiesta senza dubbio interessante perché i filmati usciti dai telefonini dei reclusi e ottenuti dall'autrice Chiara Proietti D'Ambra ci mostrano una realtà raramente documentata. Peccato che l'innegabile esclusività sia stata viziata dagli interventi in studio. Uno studio dove gli ospiti meno allineati con le tesi del conduttore venivano sistematicamente interrotti mentre quelli chiamati a illustrare il presunto «inferno» dipingevano i reclusi (pluri-denunciati per spaccio o violenze) come i dannati di un girone infernale dove manganelli e psico farmaci sono garanzia di silenzio e sottomissione. Con il compiaciuto sospetto che il tutto avvenga grazie alla complicità del governo Meloni. Una tesi assai lontana dalla verità visto che Cpr nascono nel 1998 e sono una creazione della sinistra. A istituirli fu la legge sull'immigrazione del governo Prodi, firmata dall'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano, che varò i Centri di Permanenza Temporanea (Ctp) precursori dei Cpr. Ma a rendere faziosa l'inchiesta s'aggiunge il modo in cui, sempre in studio, vengono illustrati i video dei Cpr. Per capirlo basta lo spezzone usato come immagine simbolo. In quel filmato, girato nel Cpr di Gradisca d'Isonzo, si vede un migrante ferito alla schiena riportato in camerata da alcuni agenti. Un'immagine sicuramente drammatica in cui l'unica vittima sembra quell'uomo sanguinante e a petto nudo. Peccato che - come chiarito a Il Giornale da fonti del Viminale - l'immagine sia solo l'episodio terminale d'una giornata di violenze andata in scena nel Cpr di Gradisca lo scorso 20 aprile. Partiamo dal suo protagonista ovvero Haddad Hammami, un marocchino 26enne in Italia dal 2021. «Quel giorno - spiega la fonte - alcuni dei reclusi avevano appiccato un incendio nelle stanze del centro e lui oltre ad alimentarlo bloccava gli operatori che tentavano di raggiungere gli estintori e spegnere l'incendio». Una situazione che peggiora dopo l'intervento delle forze dell'ordine. «Mentre le fiamme si facevano minacciose quel migrante - continua la fonte - colpiva gli agenti con un pezzo di ferro e i suoi compagni lanciavano pezzi di vetro e altri oggetti contundenti. A quel punto gli agenti han dovuto scontrarsi con i reclusi, sfondare il blocco e spegnere l'incendio». Un altro retroscena ignorato dall'inchiesta di Piazza Pulita riguarda i precedenti di Haddad Hammami. Prima di contribuire al tentato incendio del Cpr di Gradisca il marocchino era stato indagato per furto aggravato, porto d'armi, danneggiamento, possesso di stupefacenti e fabbricazione di documenti falsi. «Senza contare il sequestro, ai primi di aprile, di un pacco a lui destinato - aggiunge la fonte de Il Giornale - contenente sostanze stupefacenti». Insomma non esattamente un agnellino. Come non lo sono altri due protagonisti dell'inchiesta. Keven Onias Holander da Cruz, un 22enne brasiliano clandestino in Italia dal 2019 - denunciato più volte per droga, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale - non viene imbottito di psico farmaci, come sostiene nei filmati, ma semplicemente curato con le medicine prescrittegli dopo un intervento di ernia inguinale praticatogli durante la reclusione. Il 29enne marocchino Younes Charage è inseguito, invece, da una sfilza di denunce per furto, droga e danneggiamento. Precedenti comuni, peraltro, alla maggior parte dei circa 620 migranti rinchiusi nei 9 Cpr ancora in funzione dopo la distruzione di quello di Torino, incendiato e devastato dai suoi «miti» ospiti a fine febbraio. Visti anche i numeri ridotti (a pieno regime i 10 Cpr italiani garantiscono 1378 posti) la reclusione nei Cpr è riservata in via prioritaria a migranti irregolari condannati per reati gravi o considerati «una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica». Ma in tutto questo un'altra verità - allegramente sorvolata da Piazza Pulita - riguarda la possibilità di abbandonare i Cpr e far ritorno a casa semplicemente dichiarando la nazione d'origine e le effettive generalità. Dall'«inferno» è, insomma, assai semplice uscire. Basta dichiarare, come farebbe ogni italiano fermato ad un controllo di polizia, la propria identità. Ottenendo in cambio una veloce liberazione seguita da un rimpatrio assistito.

Storia di un fallimento. Perché il sistema di accoglienza in Italia non funziona: maxistrutture diventate luoghi di segregazione sociale. Gianfranco Schiavone su Il riformista l’8 Aprile 2023

Con l’aumento degli sbarchi la stampa italiana è tornata a parlare di saturazione del sistema di accoglienza per i richiedenti asilo e i rifugiati in Italia. Stabilire la realtà dei fatti è però ben più complesso di quanto appare; un’accurata analisi sui dati forniti dal Ministero dell’Interno pubblicata dal mensile Altreconomia l’8 febbraio scorso dava atto del progressivo esaurirsi dei posti disponibili, sia nei CAS (Centri di accoglienza straordinari) sia nel SAI (sistema di accoglienza ed integrazione), già SPRAR prima del 2020, il modello virtuoso di accoglienza diffusa gestito dagli enti locali, sul quale tornerò in seguito.

Nell’eccellente rapporto “Il vuoto dell’accoglienza” edito, sempre a febbraio ‘23, da Action Aid e Openpolis, si evidenziava che al 31 dicembre 2022 il sistema di accoglienza aveva, come già accaduto nel 2021, 2020, 2019 e 2018, oltre 20mila posti liberi; un dato sconcertante se si considera che da anni migliaia di richiedenti asilo, specialmente quelli che arrivano via terra e che si presentano spontaneamente a fare domanda di asilo, rimangono anche per mesi in stato di abbandono sulla strada per un’asserita mancanza di posti disponibili. Mancanza di trasparenza e di programmazione sono gli elementi caratterizzanti il sistema pubblico di accoglienza in Italia: l’art. 16 del D.Lgs 142/2015 prevede che il Tavolo di coordinamento istituito presso il Ministero dell’Interno “predispone annualmente, salva la necessità di un termine più breve, un Piano nazionale per l’accoglienza che, sulla base delle previsioni di arrivo per il periodo considerato, individua il fabbisogno dei posti da destinare alle finalità di accoglienza”.

Se è evidente che la programmazione in questo campo rimane esposta ad alcuni fatti imprevedibili, va però abbandonata l’ingenua ma radicata concezione che programmare sia impossibile. All’esatto contrario, ciò è possibile ed è la più importante operazione che l’Esecutivo è tenuto a fare sulla base dei dati e delle analisi condotte a livello internazionale. Il numero dei rifugiati è in costante aumento in Europa e nel mondo almeno da un decennio: secondo i dati forniti dall’Agenzia per l’Asilo dell’Unione Europea (EUAA) nel 2022 si è avuto un aumento del 50% delle domande di asilo rispetto al 2021. I richiedenti più numerosi sono i siriani (132mila) e gli afghani (129mila), seguiti al terzo posto dai turchi con 55mila domande. Il Governo italiano, sia quello in carica, che il precedente Governo Draghi, disponeva di tutti i dati necessari per realizzare una programmazione del sistema di accoglienza finalizzata ad aumentare i posti di accoglienza nel corso del 2022, conoscendo anche le principali nazionalità e quindi le rotte di fuga dei rifugiati (sapendo quindi che, oltre alla rotta mediterranea, era necessario operare un immediato rinforzo in relazione alla rotta terrestre).

Nulla di tutto ciò è avvenuto e chi volesse leggere il documento di programmazione sopraccitato rimarrebbe deluso non perché i criteri e le valutazioni in esso contenuti sono carenti, bensì perché tale documento non esiste, o non è pubblico e quindi non valutabile. Come ha evidenziato lo studio di Openpolis, tra il 2018 e il 2021 il sistema italiano di accoglienza è andato progressivamente diminuendo invece di aumentare, passando (dati Ministero dell’Interno) dai 169mila posti nel 2019 ai soli 97mila posti del 2021 per risalire appena un po’ nel 2022 con 104mila presenze a dicembre 2022 (di cui solo 33mila nel SAI e 71mila nei CAS). Tra il 2018 e il 2021 il sistema di accoglienza ha subito una continua ed incessante opera demolitoria, sia in quantità che in qualità; ne hanno fatto le spese soprattutto le strutture CAS più piccole, con meno di 20 posti letto, proprio quelle che, già a partire dalla scelta abitativa, cercavano di avvicinarsi agli standard dell’accoglienza diffusa del SAI e che andavano salvaguardate come prezioso ponte tra i due sistemi. “Tra il 2018 e il 2021 i CAS di piccole dimensioni hanno perso 24.000 posti letto. Un mancato investimento sull’accoglienza diffusa e la volontà di puntare su centri di grandi dimensioni dove i servizi per favorire l’integrazione sono scarsi o assenti” sottolinea il rapporto di Openpolis.

La demolizione, che ha prodotto un enorme sperpero di risorse pubbliche, è stata giustificata proprio con l’obiettivo di contrarre i costi che si sono attestati, con un leggero rialzo nel 2021, attorno ai 26 euro al giorno a persona, insufficienti per assicurare tutti i servizi sia quelli relativi all’accoglienza materiale che quelli relativi alla tutela legale, all’assistenza psicologica, ai corsi di italiano, alle attività di inserimento sociale etc. Le strutture di accoglienza per i richiedenti asilo, quando le gare non sono andate deserte, sono divenute sempre più strutture dismesse come vecchie caserme e capannoni in disuso), luoghi di parcheggio, degrado e segregazione sociale. Nei CAS, salvo qualche rara eccezione, le persone sono lasciate in balia di se stessi con una vita vissuta nella più totale inattività; in queste strutture è previsto un operatore sociale ogni 50 ospiti (di fatto non un operatore ma un semplice guardiano), il tempo medio per la mediazione linguistica è precipitata a 1,7 minuti al giorno per ospite, l’assistenza legale, servizio indispensabile per persone che affrontano una procedura complessa di esame della loro domanda di asilo, è ancora più rarefatta; quasi assenti i corsi di italiano, mentre totalmente assenti i percorsi di formazione e riqualificazione professionale.

I mali del sistema di accoglienza italiano sono radicati nel tempo, fin da quando, tra il 2002 e il 2005, si definì una sorta di “modello binario” che cristallizzò l’esistenza di due sistemi per richiedenti asilo totalmente difformi tra loro quanto a impostazione, standard di funzionamento e durata: da un lato lo SPRAR (oggi SAI) e dall’altro i CAS (centri di accoglienza straordinari). Dieci anni dopo, il decreto legislativo n. 142/2015 tentò di superare il caos prevedendo che, una volta esaurita (ove necessaria) la fase del soccorso e della prima accoglienza in centri governativi destinati alla sola identificazione e verbalizzazione della domanda, il richiedente dovesse essere trasferito in una delle strutture SPRAR destinato a divenire dunque il sistema unico con modalità di accoglienza diffusa e integrata con il territorio. Solo in caso di temporanea indisponibilità di posti nei centri della rete SAI il richiedente asilo, secondo la norma vigente, può temporaneamente rimanere in strutture temporanee quali sono i CAS che sono tenuti ad erogare solo “servizi essenziali” (art. 11 co.2 del d.lgs 142/15) per “il tempo strettamente necessario” (art. 9 co.5) in attesa del trasferimento nello SAI.

Sin da subito però le cose sono andate diversamente: i centri straordinari sono divenuti del tutto ordinari e stabili, rappresentando quasi il 70% di tutte le strutture e lo SPRAR, al pari oggi del SAI, è rimasto un programma secondario, con una distribuzione disomogenea e aleatoria nel territorio nazionale (vi sono regioni del nord nel quale il SAI assicura meno del 20% e talvolta persino meno 10% di tutto il fabbisogno di accoglienza). A causa della mancanza di posti nel SAI i richiedenti asilo, salvo casi particolari, non vengono dunque affatto trasferiti dai CAS al SAI, bensì rimangono confinati per anni nei centri-parcheggio rendendo del tutto inapplicata la norma primaria e creando un sistema con standard generali bassissimi. Il superamento progressivo dei CAS è stato un obiettivo destinato a fallimento perché basato su un presupposto giuridico errato ovvero sulla possibilità di un’adesione volontaria degli enti locali allo SPRAR (e oggi al SAI). Quando, anche con un forte coinvolgimento del sottoscritto, il sistema nacque nel lontano 2002, era inevitabile iniziare su base volontaria, ma con l’evoluzione ventennale che ha visto l’Italia divenire paese di asilo, quella norma sperimentale avrebbe dovuto essere modificata per renderla pienamente aderente al nostro impianto costituzionale.

Infatti secondo l’art. 118 della Costituzione tutti i tipi di funzioni amministrative in qualsiasi materia spettano ai Comuni; la legge può attribuire una determinata funzione amministrativa a un ente diverso (provincia, regione, stato) qualora sussistano esigenze unitarie, sulla base dei principi di adeguatezza, differenziazione e sussidiarietà. Tali “esigenze unitarie” sono senz’altro molto forti in relazione alle misure di prima accoglienza e soccorso che soltanto le amministrazioni dello Stato hanno le forze e capacità “adeguate” a gestire, specie in caso di arrivi consistenti e concentrati in poche aree geografiche. Al di fuori di ciò le esigenze di unitarietà in materia di accoglienza si riducono però alla sola definizione di procedure e standard uniformi da assicurare in tutto il territorio nazionale, mentre l’effettiva concreta realizzazione delle misure di accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbe avvenire tramite gli enti locali, come previsto per qualunque altro tipo di servizio sociale.

Così non è stato, poiché si è inseguita un’impossibile sintesi tra l’istituzione di un sistema di accoglienza centrato sul ruolo dei comuni che si voleva “unico” e la natura di adesione volontaria allo stesso: una contraddizione giuridica insanabile. Ancora nel 2022 il numero di richiedenti asilo e dei rifugiati per abitante in Italia rimane al di sotto della media europea (che è di 1.973 persone per milione di abitanti secondo i dati Eurostat). Non c’è quindi alcuna saturazione nell’accoglienza dei richiedenti asilo e ancor meno dei pochi rifugiati che vivono in Italia, bensì c’è la necessità di porre rimedio urgente a una normativa contraddittoria che dopo 20 anni continua a produrre distorsioni profonde, separando artificiosamente e in contrasto con l’ordinamento costituzionale, l’accoglienza dei richiedenti asilo dal sistema dei servizi socio-assistenziali del territorio. Il sistema nazionale di accoglienza viene così mantenuto in una condizione eternamente emergenziale e caotica che produce immensi danni al diritto d’asilo e al Paese, ma che probabilmente giova al mantenimento di molti ed inconfessabili interessi. Gianfranco Schiavone

Antidepressivi, antipsicotici e antiepilettici. Migranti rinchiusi e sedati, tutti i soldi spesi dallo Stato per stordirli e tenerli buoni nei Cpr. Angela Stella su Il Riformista il 7 Aprile 2023

Presentata ieri alla Camera l’inchiesta “Rinchiusi e sedati” sull’uso di psicofarmaci nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Ad organizzare l’incontro, durante il quale sono stati diffusi “dati inediti” ottenuti dalla testata Altraeconomia, il deputato e Segretario di +Europa Riccardo Magi e la senatrice di AvS Ilaria Cucchi. Per Duccio Facchini, direttore della rivista “si tratta di un lavoro non improvvisato ma portato avanti da mesi. I dati rappresentano la vera emergenza del Paese abituata a nutrirsi invece di emergenze propagandistiche”. Poi ha partecipato un aneddoto: “arrivando qui alla sala stampa ho incontrato la Ministra Roccella e le ho lasciato una copia della rivista dicendole che trattava i Cpr. La sua risposta è stata: ‘Cpr che?’, a dimostrazione del disinteresse politico”.

Il giornalista Luca Rondi ha ricordato che presso i Cpr “non sono previste attività, le giornate sono tutte uguali; un operatore ci ha raccontato che gli psicofarmaci sono usati per ‘stordire’ le persone così ‘mangiano di meno, fanno meno casino, rivendicano di meno i loro diritti’. La spesa per gli psicofarmaci è altissima mentre la tutela della salute all’interno dei Cpr non è affidata a figure specialistiche che lavorano per il Ssn bensì da assunti da enti gestori che mirano a risparmiare”. Sui numeri: rispetto all’esterno, su una popolazione di riferimento simile, la spesa in antidepressivi, antipsicotici e antiepilettici nella struttura di via Corelli a Milano è di 160 volte più alta, al “Brunelleschi” di Torino 110, a Roma 127,5, a Caltanissetta 30 e a Macomer 25.

Addirittura a Roma, in cinque anni, sono state acquistate 154.500 compresse di Buscopan su un totale di 4.200 persone transitate. In media, 36 pastiglie a testa quando un ciclo ‘normale’ ne prevede al massimo 15. A Torino la spesa in Clonazepam (Rivotril) dal 2017 al 2019 è di 3.348 euro, quasi il 15% del totale (22.128 euro) mentre a Caltanissetta tra il 2021 e il 2022 sappiamo che sono state acquistate 57.040 compresse: 21.300 solo nel 2021, a fronte di 574 persone trattenute. Significa mediamente 37 a testa. Anche a Milano il Rivotril rappresenta la metà del totale della spesa in psicofarmaci con 196 scatole acquistate in soli cinque mesi. L’altro giornalista Lorenzo Figoni ha denunciato che “non è stato facile ottenere questi dati dalle Asl e dalle Prefetture. C’è un grosso problema di trasparenza”.

Per Ilaria Cucchi “la verità è una: i Cpr sono incostituzionali e vanno chiusi. Le persone vengono trattenute come animali, alcuni ci hanno detto ‘è meglio stare in carcere, almeno ci sono delle regole’”. E invece nell’ultima legge di Bilancio sono stati previsti più di 42,5 milioni di euro per l’ampliamento entro il 2025 della rete dei nove Cpr già attivi. Per Magi “sono luoghi pensati con l’unico scopo dell’afflizione e dell’annientamento della persona. Ne ho visitati molti: quello peggiore è stato il Cpr di Gradisca d’Isonzo. Trovai persone in condizioni di semi incoscienza. Per questo feci anche una denuncia. Questi farmaci vengono somministrati al di fuori delle norme. Tutto questo avviene in strutture dello Stato e merita una risposta immediata dei Ministri Piantedosi e Schillaci. Se non lo faranno oggi stesso (ieri, ndr) presenterò un’interpellanza urgente”.

Intanto a metà gennaio 2023 è iniziato il processo per la morte di Vakhtang Enukidze, 37 anni originario della Georgia, avvenuta il 18 gennaio 2020 proprio nel Cpr di Gradisca dopo che l’autopsia ha accertato che la causa della morte è edema polmonare e cerebrale per un cocktail di farmaci e stupefacenti e non è chiaro come abbia fatto a procurarseli; a Roma invece la Procura indaga sulla morte di Wissem Ben Abdel Latif, 26 anni, che il 28 novembre 2021 morì mentre era legato a un letto dell’ospedale San Camillo di Roma: arrivava dal Cpr di Ponte Galeria con valori del sangue anomali. Angela Stella

Da Striscia La Notizia il 4 febbraio 2023.

Questa sera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) continua l’inchiesta di Rajae Bezzaz sul Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio (Potenza). Sarà trasmessa la seconda parte delle interviste realizzate dall’inviata del tg satirico ad alcuni immigrati ex “ospiti” del centro (perché sprovvisti del permesso di soggiorno), che hanno trovato il coraggio di condividere la loro terribile esperienza.

 «Non ho mai visto un posto più brutto in vita mia», racconta un ex “ospite” serbo del centro, che aggiunge: «Stavo chiuso 24 ore su 24 in gabbie come un animale. Ho visto persone con crisi epilettiche, altri ingoiavano batterie per tentare di suicidarsi. Un ragazzo, che si era appena tagliato le vene, è stato preso a sberle davanti a tutti, forze dell’ordine incluse, da un responsabile del CPR. Devi essere forte per stare lì dentro, altrimenti vai giù di terapia con il rischio che poi non ti riconoscano nemmeno i tuoi famigliari quando esci».

Una terribile pressione fisica e psicologica confermata anche dalla testimonianza di un ex “ospite” cubano: «A chi perdeva la lucidità veniva somministrata la “terapia”: è la cosa più diffusa nel centro, più di acqua e cibo. Molti la prendevano per “sfuggire” dalla realtà, per altri era proprio una sedazione». E il testimone aggiunge: «C’era un personaggio del CPR che girava sempre con delle fascette per immobilizzarci, dato che le manette non si possono utilizzare. È molto peggio del carcere, una tortura legalizzata».

 Il servizio completo andrà in onda all’interno della puntata di stasera (Canale 5, ore 20.35).

Lo Spreco.

"Un crimine". Sacchi di cibo buttati dai migranti nell'hotel di New York. Storia di Francesca Galici su Il Giornale l’11 gennaio 2023.

Mai come questa volta, il vecchio adagio "tutto il mondo è paese" è veritiero. Dagli Stati Uniti, e per la precisione da New York, arriva la denuncia di quanto in Italia già da tempo si segnala nel silenzio generale della solita classe politica. Il New York Post ha raccolto la testimonianza di Felipe Rodriguez, dipendente dell'hotel Row Nyc, che si trova nei pressi di Times Square. Questo non è un hotel normale perché da alcuni anni è stato selezionato, insieme ad altri, per ospitare circa 26.100 dei 38.700 migranti che si sono riversati nella Grande Mela dalla primavera. Ebbene, Rodriguez ha raccontato che gli ospiti di questo albergo, per i quali vengono pagati anche 500 dollari a notte per camera, rifiutano il cibo che viene loro distribuito, lo buttano, e utilizzano delle piastre fuori norma per cucinarsi i pasti.

A noi italiani tutto questo non giunge certo nuovo, di testimonianze simili ne sono piene da anni le cronache. Ma negli Stati uniti, evidentemente, è qualcosa che ancora desta clamore. Rodriguez ha commentato che è "un crimine buttare via così tanto cibo", mentre il New York Post ha pubblicato le immagini di sacchi della spazzatura pieni di panini, bagel e altro cibo. Tutto cibo buono e adatto al consumo, sprecato dai migranti e tolto, magari, a famiglie in difficoltà che avrebbero potuto mettere in tavola qualcosa in più, gradendo quanto offerto. Altre foto pubblicate dal giornale, invece, mostrano alcune stanze disseminate di lattine e bottiglie di birra vuote, e il dipendente ha riferito di feste selvagge a base di alcol e risse, mostrando ad esempio un video registrato con il cellulare dove si vedono due donne presunte migranti che si prendono per i capelli, la settimana scorsa, mentre alcuni uomini lottano per separarle.

Scene di degrado che non stupiscono ma che danno l'idea di come, ovunque, la gestione dei migranti appaia complicata. Un agente del dipartimento di polizia di New York che era in servizio la notte di capodanno ha confermato il caos che regna nell'hotel, con l'atrio disseminato di bottiglie rotte, persone che quella notte ballavano in mezzo ai vetri e altri sdraiati sui mobili e sul pavimento. "Ci sono dei migranti che sono in cerca del sogno americano, di una seconda possibilità. Ma molti altri stanno causando il caos, ci sono molti litigi, droghe e abusi per molestie sessuali", ha spiegato Rodriguez, che lavora in quell'hotel dal 2017 e che si dice choccato per quanto accade nella struttura da quando il sindaco Eric Adams ha iniziato a usarlo come Centro di risposta e soccorso umanitario.

Il neocolonialismo e il diritto a rimanere a casa propria. Alessandro Di Battista su L'Indipendente il 31 dicembre 2022.

«Coloro che emigrano sperimentano la separazione dal proprio contesto e spesso anche uno sradicamento culturale e religioso. La frattura riguarda le comunità di origine che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti e le famiglie quando migra uno o entrambi i genitori, lasciando i figli nel Paese di origine. Di conseguenza, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». L’ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti nel 2020. Ultimamente non vi è politico o giornalista che non si riempia la bocca della parola diritto. C’è chi teorizza il diritto a non usare il Pos, chi il diritto a girare con 5000 € in contanti in tasca, chi il diritto alla moda, all’eleganza, come ha fatto Aboubakar Soumahoro nel suo tentativo, fallito, di difendere la moglie che gira con borse griffate mentre i lavoratori nelle sue cooperative se la passano male. Ma del diritto a non emigrare, del diritto a poter rimanere a casa propria, del diritto a prosperare nel Paese dove si nasce, in pochi hanno il coraggio di parlare. Il motivo è semplice. Toccare le cause che spingono milioni di cittadini a lasciare la propria terra per cercar fortuna al di là dello Stretto di Gibilterra, del Bosforo o del Rio Bravo è come toccare i fili della luce.

Il controllo dei flussi come arma imperialista

Nel 2020 tornai in Italia dall’Iran via terra. Attraversai la Turchia, la Bulgaria ed i Balcani. A Istanbul mi colpì il numero di giovani siriani, molti dei quali senza tetto, nel quartiere storico di Sultanahmet. Inoltre, poco lontano Sarajevo, in Bosnia, visitai il centro-accoglienza di Usivak. Mi accompagnò un ragazzo afgano di Herat. Aveva una ventina di anni. Aveva attraversato il confine iraniano-afgano a Kohsan, di lì era arrivato a Teheran, poi Tabriz e poi tutta l’Anatolia fino a Istanbul. Mi disse che entrare in Bulgaria era stato molto più facile del previsto. Voleva arrivare in Germania ma dalla Bosnia era complicato uscire. A Usivak conobbi altri ospiti del centro. C’erano siriani, afgani, pakistani e moltissimi marocchini. Già ne avevo incontrati tanti nel quartiere ottomano di Sarajevo. Mi spiegarono che per loro, sebbene soltanto lo Stretto di Gibilterra li dividesse dalla Spagna, era molto più semplice entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Erano tutti arrivati in Bosnia dopo aver preso un aereo per Istanbul e attraversato il confine con la Bulgaria. Per entrare in Turchia non avevano avuto bisogno neppure del visto. Al presidente turco Erdogan, evidentemente, quella massa di disperati alla ricerca di un futuro in Europa era ed è molto utile. O per indebolire l’Europa stessa creando tensioni sociali in Grecia e Bulgaria o, banalmente per ottenere in cambio della gestione dei migranti denari freschi provenienti dalla Commissione. Sei miliardi di euro, ad oggi, sono finiti nelle tasche di Erdogan arricchendo la Turchia e, di fatto, consegnandole un’arma di ricatto politico da usare quando riterrà più opportuno. Ennesima strategia fallimentare da parte europea. Oggi la Turchia, oltre a controllare la rotta balcanica, di fatto, controlla anche gran parte di quella mediterranea. Truppe di Ankara, complice la guerra in Libia del 2011 voluta da Sarkozy e dalla Clinton e avallata in modo indecente dal governo Berlusconi, sono presenti in Turchia e l’influenza di Erdogan sul Paese è cresciuta a dismisura. Questi fatti dovrebbero convincerci, una volta per tutte, che il controllo dei flussi migratori è divenuto un’arma geopolitica. Dunque un’arma potenzialmente imperialista. Erdogan pare intoccabile. A lui tutto è concesso. Può effettuare raid in Siria, può massacrare la popolazione curda, può aprire o chiudere, a suo piacimento, il “rubinetto” dei flussi. La Turchia è membro della Nato. Come la Francia del resto. E anche alla Francia, in Africa, tutto è consentito. Tout est pardonné. Fu Nicolas Sarkozy, più di ogni altro, a volere la morte di Gheddafi. L’ex dittatore libico aveva finanziato la campagna elettorale di Sarkozy per le presidenziali del 2007. Inoltre Gheddafi intendeva sviluppare – anche grazie a Mosca e Pechino – il rascom, un satellite interamente africano con un obiettivo ambizioso: rendere le telecomunicazioni più libere dal controllo occidentale. Non solo. Jean-Paul Pougala, economista e docente di Sociologia e Geopolitica a Ginevra, ritiene che Gheddafi avesse in mente la creazione di tre istituzioni finanziarie sulle quali far poggiare la Federazione africana, una sorta di unione del continente. Gheddafi pensava ad una Banca africana di investimenti con sede a Sirte, in Tripolitania, città particolarmente cara al rais, una Banca centrale africana con sede ad Abuja, in Nigeria, Paese più popoloso del continente e possibile motore dell’economia della Federazione e il Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundé, in Camerun.

Alcuni anni fa WikiLeaks pubblicò una mail inviata alla Clinton da Sidney Blumenthal, funzionario americano già collaboratore di suo marito Bill. La mail è del 2 aprile del 2011, pochi giorni dopo l’inizio di Unified Protector, l’operazione militare a guida Nato che costrinse alla fuga Gheddafi prima del suo assassinio. Ecco il testo della mail: «Secondo le informazioni disponibili, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento. Verso la fine del mese di marzo 2011 questi stock sono stati spostati a Sabha (sud-ovest in direzione del confine libico con il Niger e il Ciad); presi dai caveaux della Banca centrale libica a Tripoli. L’oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e doveva essere utilizzato per stabilire una moneta panafricana basata sul dinar libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)». Nella mail Blumenthal inserisce un commento di un suo informatore: «Secondo individui ben informati tale quantità di oro vale più di 7 miliardi di dollari. Gli ufficiali dei servizi segreti francesi hanno scoperto il piano dopo lo scoppio dell’attuale ribellione e questo è stato uno dei fattori che hanno convinto il presidente Nicolas». Un’alternativa al Franco CFA, una moneta di stampo coloniale, ancorata al franco francese prima, e all’euro poi, garantita dal Tesoro francese ed ancora utilizzata da molti Paesi africani sebbene quelli che fanno parte dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) stiano via via adottando una nuova valuta, l’Eco, sempre agganciata all’euro ma non più vincolata alla Banca di Francia. Ad ogni modo pare che Gheddafi volesse, con la creazione di istituzioni finanziarie africane, con la costruzione di maggiore autonomia politica per l’Africa e con una nuova moneta panafricana, rendere più indipendente il continente. È probabile che sia stato ucciso per questo, altro che per la tutela dei diritti umani in Libia. Oltretutto i francesi intendevano colpire gli interessi di Eni in Libia, tutto a vantaggio di Total.

A Parigi nel continente africano è ancora tutto concesso

Quel che è certo è che la recente storia africana è caratterizzata da decine di colpi di Stato spesso avallati, se non addirittura organizzati, dai servizi segreti occidentali, a cominciare da quelli francesi. Il 13 gennaio 1963, in Togo, il presidente Sylvanus Olympio venne assassinato a seguito di un colpo di Stato organizzato da Gnassingbé Eyadéma, militare togolese nonché veterano dell’esercito francese che aveva combattuto nella Legione straniera in Algeria ed Indocina contro i movimenti di liberazione che lottavano per affrancarsi dal colonialismo francese. Olympio intendeva dotare il Togo di una propria moneta. Quattro anni prima in Guinea, il SDECE (Service de documentation extérieure et de contre-espionnage), i servizi segreti francesi dell’epoca, organizzarono in Guinea l’operazione “Persil”. Sékou Touré, presidente del Paese, non intendeva rompere con la Francia tuttavia voleva dotare la Guinea di una moneta sovrana per ottenere un’indipendenza reale e non solo di facciata. Con il referendum del 1958 la Guinea aveva scelto l’indipendenza dalla Francia e la propria moneta. Fu il primo Paese a farlo. Parigi non dimenticò e, per evitare che altri potessero seguire l’esempio della Guinea, iniziò una guerra politico-economica senza precedenti. I servizi segreti francesi finanziarono gruppi di mercenari che stabilizzarono il Paese. Inoltre, sempre il SDECE riuscì a riversare un enorme quantitativo di banconote guineane false per far crollare l’economia del Paese già piuttosto deficitaria. Fu questa l’operazione “Persil”. Modibo Keïta, presidente del Mali, venne deposto da un golpe incoraggiato dalla Francia. Anch’egli aveva avanzato la richiesta di una robusta modifica dell’area CFA. Anche Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, venne assassinato per le sue battaglie anti-colonialiste. Sankara si rifiutò di pagare il debito del Paese perché riteneva l’assistenzialismo finanziario occidentale una forma subdola di colonizzazione. Sankara non accettava l’eccessiva influenza parigina sulla sua terra. «Il debito è ancora il neocolonialismo con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici. Anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto i canali di finanziamento dei finanziatori. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso». Questo discorso venne pronunciato da Sankara poche settimane prima di essere assassinato. «Senza l’Africa la Francia non avrà storia nel ventunesimo secolo»: parole di Francois Mitterrand nel 1957. E Chirac, nel 2008, disse: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo».

Porti aperti vs porti chiusi: un dibattito che sposta il problema

Il continente africano è ancora un continente sotto occupazione. L’occupazione più pericolosa è quella finanziaria. I movimenti di liberazione africani, i partiti politici che portano avanti politiche sovrane, le lotte e le rivendicazioni dei giovani, non ricevono attenzioni dalle nostre parti. D’altro canto mostrare chi lotta per il diritto di restare a casa propria sarebbe altamente pericoloso per l’élite politica. Per quell’establishment politico-finanziario compatto quando si tratta di inviare armi in Ucraina, quando si tratta di difendere i parametri europei, quando si tratta di esprimere solidarietà ad Israele senza sé e senza ma nonostante in Palestina esista l’apartheid. Quel sistema politico, mediatico e finanziario che ha un disperato bisogno di trovare argomenti per differenziarsi agli occhi degli elettori e dei lettori. E in tal senso l’argomento principe è la questione migratoria. Da una parte i porti chiusi, dall’altra le cooperative aperte. Da una parte chi dice «tornatevene a casa vostra», dall’altra chi pensa all’accoglienza in modo peloso. «Dobbiamo accogliere più migranti, serve manodopera e i nostri giovani sono pochi». Questo disse Enrico Letta alcuni mesi fa. È una frase neo-colonialista. Tito Boeri, ex Presidente dell’INPS nel 2017 disse: «Se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano otto miliardi di euro in contributi e ne prelevano tre. È vero, un giorno avranno la pensione pure loro, però molti torneranno al loro Paese d’origine. I loro versamenti saranno a fondo perduto». I migranti ci arricchiscono insomma. E se le migrazioni arricchiscono l’Europa evidentemente impoveriscono l’Africa. Da anni l’Africa perde “gli elementi più vigorosi e intraprendenti”, per usare un’espressione di Papa Francesco, ma questo non interessa praticamente a nessuno. Lo status quo non va modificato e l’uomo bianco deve restare il deus ex machina. L’uomo bianco che vuole dare di più al continente africano (dare di più, mica depredare di meno), l’uomo bianco degli ipocriti piani Marshall per l’Africa, l’uomo dell’accoglienza come se fosse l’accoglienza la risposta alla povertà e alla mancanza di sovranità in Africa. La debolezza manifestata dall’Europa rispetto alla guerra in Ucraina è una tragedia per tutti noi europei, ucraini innanzitutto. Chissà se tale manifesta sudditanza agli USA da parte europea non possa almeno convincere i popoli africani che è giunta l’ora di ribellarsi apertamente al neocolonialismo europeo, cominciando da quello francese. Forse i pomodori sono maturi e il potere del “caporalato politico-finanziario”, per lo meno in Africa, inizia scricchiolare. [di Alessandro Di Battista]

Domenico Quirico per “la Stampa” il 31 Dicembre 2022. 

Dopo più di un decennio di questa Migrazione, che porterà per sempre il nome di Lampedusa, davanti all'ennesimo decreto governativo anti "invasione", coloro che si proclamano difensori dei migranti, giuristi, politici, buoni samaritani professionisti o volontari, non sembrano aver fatto alcun passo avanti. La Migrazione pare ormai esulare dal tempo della Storia, dal tempo normale. E questo è orribile. 

Con l'esperienza accumulata in dieci anni di fatica bisognerebbe cominciar da capo. Invece ci si accontenta di scremare nelle brutalità del legislatore il numero delle scelleratezze più comuni. Ci si appaga di un minimo di inibizioni, l'ideale di rado supera un concetto di approssimativa giustizia.

Ovvero che sia consentito alle navi delle Ong di operare senza troppe minacce, che non si fulminino ammende o peggio ancora sequestri, insomma il vecchio arsenale dei dispotismi cauti che ricorrono volentieri a gabellieri e altri arnesi del fisco. Singolare che nessuno denunci che si trasformano così i vagabondi delle frontiere in eterni assenti, si baratta la pietà con una attesa vuota di soluzioni. Siamo immersi, anche i volenterosi, da anni! in questo malessere senza soluzione, molto più triste e sconfortante del dolore.

Quello che sembra intoccabile dalle due parti, quella degli xenofobi con i loro sussulti di paura, diffidenza e odio e quella degli uomini di buona volontà, è il concetto che la migrazione sia qualcosa di ineliminabile, maledizione o benedizione a seconda dei punti di vista, in cui siamo e saremo impeciati per sempre. 

Anche questo dibattito di fine anno, vedrete, finirà annegato in una palude di emozioni e pregiudizi. Raccontarlo fornirà un inizio e una fine apparente a qualcosa che ne è privo.

Si è fatto teatro, niente più. La Migrazione, ahimè, in dieci anni si è fatto Sistema a cui tutti, buoni e cattivi, attingono delle ottime ragioni perché continui: tutti meno evidentemente i migranti, che paiono condannati, per copione, a un eterno Viaggio, viandanti senza riposo, raminghi senza casa. 

Essi si ritrovano nel loro ruolo di anime morte che vanno trattate da anime morte. In fondo è un'altra forma di presenza. A meno che anche loro, i questuanti, i brindelloni, gli sciagurati, prima o poi, dopo aver consumato labbra e ginocchia in qualche devozione, non trovino rifugio negli angoli meno commendevoli delle nostre cattive abitudini di fortunati e soddisfatti. Eccola la integrazione!

Qualsiasi sia il fine aiutiamoli o respingiamoli, si indicano come cause della migrazione, in modo generico, senza specificazione geografica sociale politica, senza nomi e cognomi: la guerra, l'accidente climatico, la voglia di viver meglio, l'avidità umana, miti che si propagano sui notiziari, di origine incerta. 

Quello che nessuno dice è che la Migrazione, anche questa, soprattutto questa è una conseguenza della lotta di classe in vaste zone del mondo cosiddetto povero, terriccio per tutte le infamie di presidenti, dittatori, ministri imprenditori manutengoli, canaglie di governo e di sottogoverno che la rendono possibile e la alimentano. E quindi annullare la Migrazione consiste nell'eliminare dal Presente storico queste classi di potere che con la nostra attiva collaborazione di Occidente continuano, rubando e violentando, a produrre migranti.

È sconsolante che dopo dieci anni buoni e cattivi si accordino nell'ignorare questa Storia, facendo emergere il migrante quando si materializza su qualche barca dal Vuoto.

Per ricacciarlo indietro o per salvarlo dal naufragio. Scomodando i bei racconti sull'ospitalità... l'ospite sacro per il patriarca biblico, per il greco dell'Iliade, e per il beduino nella tenda. 

Con questo stratagemma ognuno continua ad avere il suo ruolo, il razzista smania con i suoi guazzetti di superstizioni muffite per ottenere consenso elettorale; e le Ong rimpastano alla meglio i loro meriti («senza di noi i morti sarebbero molti di più!». Vero: ma i morti?) per avere uno scopo, ottenere donazioni e distribuire stipendi ai samaritani, giustamente, di mestiere. Gli esperti "in utroque iure" riepilogano le pandette tentando di mutarle in mistiche invece di esigere applicazioni.

Gli scafisti puntano al pratico, aggiornano le piste marittime e terrestri e allargano le connesse corruzioni. La Comunicazione vi trova il cantuccio di rattoppature di pietismo da esportazione, tiene in piedi un "genere" tutto rammendi ormai di luoghi comuni, la descrizione della cattiva sorte del migrante, le sue pene il lager libico, la traversata, gli anniversari delle tragedie più dolorose, ognuno accudisce la sua tela tutta rammendi di luoghi comuni. Il povero serve sempre.

Per questo deve continuare a esistere. Riconoscere che il migrante è semplicemente la vittima di una lotta di classe brutale e senza pietà in alcune aree del mondo dove gli abitanti vivono con meno di due dollari al giorno imporrebbe ben altro impegno: rinnegare i regimi con cui "dobbiamo" tenere buoni rapporti perchè forniscono materie prime essenziali o presidiano zone del mondo in cui sciamerebbero i nemici della nostra sicurezza. Altro che guerre e povertà generiche, da predica della domenica: delitti politici con nomi cognomi e patronimici, imputati per processi e galere reali, altarini di nefandezze da scoperchiare con ben alimentate e benedette rivoluzioni.

Si alzano subito guaiiti di raccapriccio: ma l'uranio il petrolio il gas il cobalto il rame dove andiamo a prenderli se non abbiamo complici in quelle parti del mondo? Per porre rimedio alla migrazione occorre imporre la giustizia a casa loro eliminando questi ciurmaglia di ladri al governo che sono i veri, riveriti scafisti. 

I mezzi non ci mancano. Basta osservare come sappiamo applicarli implacabilmente contro potenze ben più pericolose che disturbano il buon ordine come la Russia e l'Iran: sanzioni, sequestri di beni a oligarchi, raiss e famigli depositati nelle banche nostre (ci ritroveremmo buona parte degli aiuti per lo sviluppo), divieti di uscita, svelamento di furti, soperchierie, bugie.

Le ONG.

Soros, il gran nemico dell'Occidente. Storia di Lodovica Bulian su Il Giornale il 30 ottobre 2023.

C'è anche il miliardario e filantropo George Soros nella lista dei donatori che negli anni hanno sostenuto con un fiume di denaro la galassia che sotto il velo umanitario oggi giustifica l'attacco di Hamas del 7 ottobre. George Soros, di origine ungherese, fuggito alle deportazioni naziste, avrebbe donato 15 milioni di dollari dal 2016 a gruppi che sponsorizzano alcune delle no profit che veicolano l'ideologia anti Israele. Un paradosso, visto che Soros è spesso bersaglio di attacchi antisemiti, ma la sua fondazione, la Open Society Foundation, non si è mai distinta nel sostegno a Tel Aviv. Anzi.

Come spiega il New York Post, ha donato nel tempo 13,7 milioni a Tides Centers, un gruppo di sinistra noto per finanziare a sua volta organizzazioni politicizzate sui temi sociali, dell'immigrazione, della causa palestinese in chiave anti israeliana. E basta scavare nella rete di Tides per capire fino a che punto. Tides sostiene tra le altre anche la ong «Samidoun», nota come «Palestinian Prisoner Solidarity Network», che si oppone alla detenzione di attivisti filo-palestinesi da parte dello Stato di Israele, e si batte per gli quelli arrestati nei paesi occidentali per il loro presunto coinvolgimento in attività terroristiche. Samidoun è sponsorizzata dall'Alleanza per la Giustizia Globale, una rete di sinistra che sostiene fino a 140 progetti pro-Palestina, ma anche per le frontiere aperte sull'immigrazione. Media Research Center, un think tank conservatore americano nei giorni scorsi ha scritto una lettera a Soros per chiedere di interrompere i finanziamenti, incompatibili con la linea degli Stati Uniti: «Ma sembra determinato a sostenere le organizzazioni antisemite contrarie alla civiltà occidentale», ha detto il presidente Dan Schneider.

Tra i beneficiari di Tides, finanziata da Soros, c'è l'Adalah Justice Project, con sede nell'Illinois, che il giorno del massacro ha pubblicato sui social una foto di un bulldozer che abbatteva parte della recinzione di confine israeliana: «I colonizzatori israeliani credevano di poter intrappolare per un tempo indefinito due milioni di persone». Nel 2020, ha donato 34 milioni per progetti in Medio Oriente e in Nord Africa. Ha sostenuto anche ong - come Al Haq e Al Mezan - che Israele aveva inserito in una black list, allertando i finanziatori internazionali, perché ritenute vicine a organizzazioni terroristiche come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

E ci sono poi le donazioni a ong che si occupano dei diritti dei migranti e dei rifugiati. Per questo spesso Soros era finito nel mirino dei governi europei contrari all'immigrazione. Uno scontro nel 2018 c'era stato con l'allora ministro dell'Interno Salvini, che aveva accusato Soros di volere «riempire l'Italia e l'Europa di migranti». La fondazione aveva reagito parlando di «affermazioni false», ricordando di essere la seconda filantropia più grande al mondo che «sovvenziona gruppi coinvolti in questioni sociali, inclusa la migrazione. I nostri finanziamenti aiutano le organizzazioni in Italia che lavorano sulle sfide poste dalla migrazione. Non forniamo - aveva precisato - sostegno alle Ong nel Mediterraneo, anche se elogiamo questi sforzi umanitari».

Le Ong si ribellano alla Ue perché dà ragione all'Italia. Christian Campigli Il Tempo il 06 ottobre 2023

Una vittoria chiara, perentoria, cristallina. L’Unione europea, dopo essersi voltata dall'altra parte per anni, ha finalmente virato verso la posizione italiana sulla stesura del regolamento per la gestione delle crisi dei migranti. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha ottenuto infatti che il passaggio sulle Ong venisse stralciato. In sostanza, anche i paladini della sinistra dovranno attenersi alle regole imposte dai Paesi del Vecchio Continente. Una novità che non è piaciuta affatto a Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, che ha rilasciato un’intervista a la Repubblica. «Troviamo assurdo l’accanimento dell’Italia riguardo l’emendamento sulle ong, rivela la chiara volontà di continuare a criminalizzare l’intervento umanitario. L’Europa ha di fatto avallato la posizione del governo Meloni che contraddice il principio del soccorso umanitario, da tempo alla base del diritto internazionale».

E proprio mentre Sea Watch protestava contro la posizione del nostro esecutivo, la nave Open Arms veniva bloccata per venti giorni, dopo essere sbarcata, quarantotto ore fa, nel porto di Carrara. Un fermo amministrativo per aver disatteso il divieto di effettuare soccorsi multipli. Una notizia che è giunta alla vigilia della nuova udienza a Palermo del processo Open Arms, a carico dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona e rifiuti d’atti d’ufficio. Una decisione, quella del fermo della Ong spagnola, aspramente criticata dai deputati toscani del Pd. Che hanno annunciato un’interrogazione parlamentare. «Oltre all’aspetto morale, punire e sanzionare le Ong appare una pratica apertamente in contrasto con i principi e le norme del diritto internazionale che garantiscono il diritto per tutti gli individui di essere soccorsi in mare – si legge in una nota- È urgente e necessario sospendere e le sanzioni pecuniarie ed amministrative commutate ad Open Arms ed alle altre navi».

La stessa Ong spagnola protesta: «Riteniamo inaccettabile dover subire questa situazione per aver adempiuto al nostro dovere, cioè per aver rispettato il diritto del ,are e le convenzioni internazionali. È obbligo legale e morale del capitano di qualsiasi nave prestare soccorso ai naufraghi in pericolo. Se salvare vite umane è un crimine, non c’è momento migliore per unirti alla nostra banda. Diventa un criminale». Ad agosto, quando la stessa imbarcazione venne bloccata per la prima volta, due assessori della Regione Toscana, Serena Spinelli e Monia Monni, salirono a bordo della nave e incontrarono il capitano e l’equipaggio per portare «la nostra solidarietà e la nostra gratitudine».

Una visione del mondo ribadita ieri pomeriggio, a margine di una tavola rotonda organizzata a Firenze da Ance. «Il governo ormai si nasconde dietro un dito che non copre più niente, nemmeno la loro vergogna – ha sentenziato Monia Monni Stanno facendo a pezzi il sistema dell'accoglienza diffusa». Una valutazione che è stata smontata dal deputato e coordinatore regionale toscano di FdI, Fabrizio Rossi: «Alla sinistra che non fa che annunciare interrogazioni senza se senza ma, accusando il governo Meloni di non dimostrare umanità sulla vicenda delle sanzioni alla Ong Open Arms, rispondiamo coni fatti: l’accordo Ue, raggiunto con gli ambasciatori sul patto per le migrazioni, nel quale l’emendamento tedesco pro Ong è stato rivisto. La nostra linea è chiara e, a chi sa far solo demagogia, non ricordandosi evidentemente che la disumanità appartiene invece ai trafficanti di morte, ribadiamo una scelta di legalità e di responsabilità che l’Ue sta comprendendo, grazie all’impegno del presidente del Consiglio che, di fatto, ha portato l’Europa in Africa».

Giorgia Meloni ricicla la bufala secondo cui le Ong fanno aumentare le partenze dei migranti. La presidente del Consiglio scrive al cancelliere tedesco Olaf Scholz per lamentarsi degli aiuti alle associazioni umanitarie. Ritirando fuori una teoria cara alla Destra e del tutto priva di fondamento scientifico. Simone Alliva su L'Espresso il 25 settembre 2023 

Continua a distanza lo scontro tra l'Italia e la Germania sul tema migranti. Questa volta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso di scrivere al cancelliere tedesco Olaf Scholz: «Ho appreso con stupore che il Tuo governo - in modo non coordinato con il governo italiano - avrebbe deciso di sostenere con fondi rilevanti organizzazioni non governative impegnate nell'accoglienza ai migranti irregolari sul territorio italiano e in salvataggi nel Mare Mediterraneo. Entrambe le possibilità suscitano interrogativi» è l'incipit che si legge nella missiva datata 23 settembre.  

Meloni nel passaggio successivo sembra riavvolge il nastro al 2017: la flotta umanitaria come taxi del mare, pull factor dei flussi migratori: «Inoltre, è ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle Ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo in ulteriore aggravio per l'Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie in mare».  

Una fake news smentita da numeri e diversi e importanti studi. Come già dichiarato a L'Espresso da Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI): «Le Ong non hanno alcun effetto significativo sulle partenze. Abbiamo fatto ricerche con Eugenio Cusumano (ricercatore in Relazioni internazionali dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi) sull’attività delle Ong nel Mediterraneo centrale che mostra l’inconsistenza della teoria che accusa il soccorso umanitario di attrarre la migrazione (pull factor, ndr). Ho dati che vanno da inizio 2018 fino a dicembre 2021, più di 1200 giorni. Le Ong non influenzano le partenze. Sono sicuramente le condizioni meteo-marine. Le persone a soccorso delle Ong prima di sbarcare qui sono state meno del 15 per cento in totale. E durante il governo Meloni meno del 10. Il 90 per cento arriva in maniera autonoma». 

La tesi portata avanti dalla Presidente del Consiglio risale al 2014 quando l’allora direttore di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, Gil Arias-Fernández iniziò a sostenere pubblicamente che le navi di Mare Nostrum stavano facendo aumentare i flussi dal Nord Africa. In una Risk Analysis della stessa agenzia relativa al 2016 l’accusa è stata spostata sulle Ong, intervenute nel frattempo a colmare il vuoto lasciato dalla chiusura dell’operazione italiana. Una teoria, diventata in brevissimo tempo il leitmotiv alla base delle politiche della destra e oggi del governo italiano. Ma a smentire la Premier più recentemente è stata una ricerca scientifica pubblicata su Scientific report  - rivista internazionale dello stesso gruppo editoriale di Nature - che ha indagato per dieci anni la rotta migratoria che interessa direttamente l'Italiana. Lo studio si basa su dati ufficiali, quelli dell'Agenzia europea per la protezione dei confini - Frontex -  e quelli provenienti dalle guardie costiere della Tunisia e dalla Libia, insieme alle rilevazioni di altre agenzie internazionali tra cui l'Organizzazione mondiale per le migrazioni delle Nazioni Unite, e giunge alla conclusione che a determinare un maggior numero di partenze non sono le Ong, bensì fattori come le condizioni meteorologiche nel Mediterraneo, i disastri ambientali, le questioni economiche, l'intensificarsi dei conflitti e l'instabilità politica dei paesi di partenza. 

«Abbiamo comparato il fenomeno delle partenze prima e dopo l’inizio delle attività di ricerca e soccorso, il nostro modello predittivo dice che sarebbe andata allo stesso modo anche se le seconde non fossero intervenute», spiega la ricercatrice che ha guidato lo studio pubblicato su Scientifi report, Alejandra Rodríguez Sánchez dell’Università di Potsdam (Germania). Una ricerca su un modello di tipo contro-fattuale: mostra cosa sarebbe successo modificando un certo fattore. Le operazioni Sar, dunque non fanno aumentare le traversate. 

Estratto da editorialedomani.it martedì 26 settembre 2023.

Le navi delle ong non favoriscono le migrazioni. E anzi, quando le imbarcazioni umanitarie riducono il numero delle operazioni di salvataggio, gli arrivi non calano. Aumentano. 

Non sono i presunti nemici dell’Italia né i buonisti dell’opposizione a smentire la tesi del pull factor, secondo cui la presenza in mare delle ong favorisce l’aumento degli sbarchi. È il ministero dell’Interno stesso, con i dati diffusi periodicamente, a confutare la propaganda della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, molto cara all’intero governo. 

Già nel novembre 2022, il ricercatore dell’Ispi, Matteo Villa, scriveva: «Partenze di migranti con ong in area Sar (Search and rescue, ndr): 125 al giorno. Con nessuna ong: 135 al giorno». E nel 2019 era stato provato che la “guerra” alle ong non aveva frenato le partenze dalla Libia. Eppure la tesi del pull factor è stata rilanciata, proprio ieri, dalla premier Meloni in una lettera inviata al cancelliere tedesco, Olaf Scholz.

«È ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo in ulteriore aggravio per l’Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie», si legge nella missiva che contesta il finanziamento del governo tedesco alla ong Sos Humanity. Un caso che ha scatenato nei giorni scorsi le reazioni irritate di altri ministri, compreso il titolare della Difesa, Guido Crosetto. L’effetto è stato l’inasprimento dei rapporti italo-tedeschi.

Le ultime settimane sono una conferma della marginalità delle ong nei salvataggi: c’è stato l’aumento di approdi sulle coste italiane, nonostante le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie siano state quasi messe al bando dal governo con un apposito decreto. Fino alla fine di luglio sono stati registrati quasi 90mila sbarchi, sebbene ci siano state poche navi ong presenti, che hanno portato in Italia solo 3.777 migranti. Il risultato è chiaro: non esistono i “taxi del mare” – definizione molto in voga a destra – visti come un’opportunità dai migranti. 

(...)

Una ricerca di Scientific report, rivista del gruppo internazionale di Nature, va nella stessa direzione. Definisce «antiscientifico» il discorso del pull factor correlato alla presenza delle organizzazioni non governative e mette in evidenza i problemi spingono a migrare. «L’insieme dei risultati (della ricerca, ndr) indica che la migrazione attraverso il Mediterraneo centrale tra il 2011 e il 2020 potrebbe essere stata guidata da fattori quali conflitti o condizioni economiche o ambientali, piuttosto che da operazioni di ricerca e salvataggio», si legge nello studio. Si scappa dalla fame e dalla siccità, insomma. «Ripetiamolo tutti in coro: il pull factor dei salvataggi in mare non esiste», sintetizza Villa. E del resto a palazzo Chigi basterebbe leggere la documentazione del Viminale per inviare lettere più precise a Berlino.

Lite Roma-Berlino sui soldi Ong. Crosetto: "Gravi i finanziamenti". La Germania: "Salvare un dovere". Respingimenti, Tajani in Francia. Fabrizio De Feo il 25 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il casus belli è l'erogazione di un finanziamento da 790mila euro alla Ong Humanity1 da parte del governo tedesco. Una decisione, quella del parlamento di Berlino, che arriva nei giorni drammatici del caos sbarchi, con gli occhi del mondo puntati sullo stato di emergenza di Lampedusa. Il gesto, insomma, anche alla luce della coincidenza temporale, assume i contorni del paradosso visto che non è accompagnato da un analogo e conseguente impegno a una maggiore accoglienza di quote di migranti o da un appello a favore di un maggiore sostegno dell'Unione Europea all'Italia, lasciata, come sempre, a gestire in splendida solitudine la drammatica situazione.

L'ira del governo italiano questa volta non è ammantata da perifrasi o da toni particolarmente diplomatici. Guido Crosetto, intervistato da La Stampa, definisce «molto grave» l'atteggiamento di Berlino, che «finge di non accorgersi che, così facendo, mette in difficoltà un Paese che in teoria sarebbe 'amico'». «Di fronte alla nostra richiesta d'aiuto, questa è la loro risposta? Noi non ci siamo comportati allo stesso modo quando Angela Merkel convinse l'Ue a investire in Turchia miliardi di euro per bloccare i migranti che arrivavano in Germania dal Medio Oriente» continua Crosetto. Per il ministro non c'è un «disegno europeo» contro il governo italiano: «È l'approccio ideologico di una certa sinistra, che non tiene conto delle conseguenze delle loro teorie sui popoli».

A Crosetto replica un portavoce del ministro degli Esteri tedesco, sostenendo il «dovere di salvataggio» e aggiungendo che l'obiettivo di Berlino «è quello di promuovere sia il salvataggio civile in mare che progetti a terra per le persone soccorse in mare in difficoltà», ma Antonio Tajani è pronto a volare nel Paese tedesco per chiarire la questione. E lo stesso Crosetto, parlando con l'Agenzia Italia, nel pomeriggio controreplica: «Anche l'Italia salva, e ha salvato, migliaia di persone, anche senza l'aiuto delle Ong» dice il ministro della Difesa, «far finta che le migrazioni si affrontino solo finanziando le Ong e non stando accanto alle nazioni amiche è un modo poco congruo» di affrontare il problema.

Se il ministro della Difesa non nasconde il proprio disappunto, ugualmente affilate e battagliere sono le parole del ministro degli Esteri. «Il governo italiano sta dalla parte dell'Europa sulla questione dei migranti, ma questo non significa essere muti o acquiescenti» dice Antonio Tajani, intervenendo a «In mezz'ora» su Rai Tre. «Domani sarò a Parigi e dirò alla mia collega Catherine Colonna che a Ventimiglia la Francia sbaglia». «Giovedì invece incontrerò la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, e cercherò di capire perché la Germania ha deciso di finanziare organizzazioni non governative (Ong) in Italia. Berlino vuole che i migranti arrivino tutti in Italia e poi non vadano in Germania? É un po' strano quest'atteggiamento». Tajani ragiona anche su una strategia complessiva e rilancia la necessità di innescare sviluppo in Africa, con una grande azione congiunta. «La questione migratoria si risolve con una strategia a lungo termine di tipo globale, che punti su investimenti sul continente africano» dichiara. «Qualcosa di più ampio del piano Mattei, che è la parte italiana ma non è sufficiente: serve avere più Italia in Africa, ma serve un'azione europea, e una maggiore attenzione da parte degli Stati Uniti e di organizzazioni come le Nazioni Unite. Chiederemo di avere delle aziende miste africane e italiane per l'estrazione di materie prime per trasformarle in Africa con personale africano».

Dalla Germania 8 milioni per le Ong: dietro il finanziamento lo scandalo "sentimentale". Il vicepresidente del parlamento tedesco, che ha deliberato i finanziamenti per le Ong è dei migranti fidanzato con il presidente dell'associazione United4Rescue, che finanzia le navi, alla quale sarebbero dovuti andare gli 8 milioni di euro in 4 anni. Francesca Galici il 29 Settembre 2023 su il Giornale.

Se i 790, i 400 e i 365 mila euro versati da Berlino nelle casse di due Ong tedesche che operano in mare e della comunità di Sant'Egidio, che opera a terra, hanno creato scalpore, allora è bene spiegare che si tratta di una minima parte dei finanziamenti complessivi che il governo tedesco è pronto a erogare. Infatti, il Bundestag ha stanziato 2 milioni di euro all'anno fino al 2026 per le Ong, ciò significa che sono in totale 8 i milioni che riceveranno da qui ai prossimi anni.

L'ipocrisia tedesca sui finanziamenti

Per il momento sono stati 1.55 i milioni che Berlino ha materialmente messo nelle disponibilità di Sos Humanity (che ha ricevuto il finanziamento più corposo), di Sea Eye e di comunità di Sant'Egidio. Rimane una tranche da 455mila euro per la quale dev'essere ancora comunicato il destinatario tra i progetti presentati. Da Roma, ma anche all'interno della stessa Germania, si fa notare come queste elargizioni di denaro pubblico nelle casse di organizzazioni private, che però operano in Italia, rappresentano una vera e propria ingerenza nella politica di un altro Paese. Il governo italiano continua a chiedere spiegazioni che non arrivano, visto e considerato che le navi delle Ong citate operano nel Mediterraneo per raccogliere i migranti che poi vengono sbarcati nei porti italiani. Il tutto in un contesto che vede la Germania blindare tutti i suoi confini esterni e rifiutare i ricollocamenti dall'Italia perché non vuole ulteriori migranti nel suo territorio.

Lo scandalo familiare sui fondi

Questi 8 milioni di euro sono finiti al centro della polemica già alcuni mesi fa, quando dall'opposizione del governo "semaforo" di Berlino hanno sollevato un enorme dubbio sulla legittimità di cotanto finanziamento. Infatti, inizialmente non erano previsti stanziamenti per operazioni a terra ma solo in mare e tutti gli 8 milioni di euro sarebbero dovuti essere versati nelle casse di United4Rescue. Questa non è una Ong è ma è una associazione di Ong, della quale per altro fanno parte le due che hanno al momento ricevuto i finanziamenti. Sarebbe stata poi l'associazione a effettuare le spartizioni. Tuttavia, è emerso che il vicepresidente del Bundestag, nonché esponente dei Verdi, Katrin Göring-Eckardt, è la compagna di vita di Thies Gundlach, ossia fondatore e presidente dell'associazione United4Rescue. Il conflitto di interessi è evidente in questo enorme finanziamento pubblico, quindi è stato deciso di non finanziare direttamente United4Rescue.

Ma questo cambia qualcosa? No, perché i finanziamenti sono finora comunque arrivati a due delle tre Ong che fanno parte della crew. E se tanto ci dà tanto, la quarta tranche potrebbe essere versata a Sea-Watch. Ma non solo, perché nella famiglia United4Rescue gravitano anche altre Ong, che non sono direttamente parte dell'associazione ma ricevono comunque finanziamenti. Tra queste anche la barca italiana Mare Jonio, che ha ricevuto 135mila euro quest'anno per i costi di cantieristica. Quindi, se il piano del Bundestag fosse andato come era stato studiato, i finanziamenti pubblici del governo tedesco sarebbero stati elargiti indirettamente anche a una Ong italiana attraverso United4Rescue. E per il diritto del mare, il fatto di poter disporre di una nave battente bandiera italiana per gli interventi sui migranti è un'agevolazione enorme per la flotta civile, in quanto la nave italiana ha libero accesso a tutti i porti del Paese.

Berlino sponsor dell'invasione. Quei soldi tra Ong e partiti. Tedesche oltre la metà delle navi umanitarie. A "Sea Eye" altri 365mila euro. Gli intrecci finanziari con i rossoverdi. Paolo Bracalini il 30 Settembre 2023 su il Giornale.

È il tedesco la lingua più parlata sulle navi ong che fanno la spola tra coste del nord Africa e Lampedusa. Una vera e propria flotta, finanziata da privati, aziende, ricchi filantropi. Ma anche dal governo federale. Un fatto che ha destato «stupore» a Palazzo Chigi, termine soft che in realtà significa grande irritazione. E infatti il premier Meloni spiega di aver appena avuto «degli scambi» sull'argomento con il cancelliere Olaf Scholz. Il messaggio italiano è chiaro: «Se loro vogliono tornare indietro sulle regole delle Ong, allora noi proponiamo un altro emendamento in forza del quale il Paese responsabile dell'accoglienza dei migranti che vengono trasportati sulla nave di una Ong è quello della bandiera della nave. Capisco le posizioni degli altri ma non si può fare la solidarietà con i confini degli altri» dice Meloni a Malta per il summit Med9.

L'armata della solidarietà tedesca in Italia in effetti è imponente. L'ultima ricognizione ufficiale dice che su 19 navi ong attualmente operative nel Mediterraneo, più della metà, ovvero 10, battono bandiera tedesca o sono proprietà di ong tedesche. Alcuni dei loro nomi sono ormai noti, altri meno. Si tratta nello specifico di Humanity 1, riconducibile alla ong tedesca «United 4 Rescue», che schiera anche la Sea Watch 5 e la Sea Eye 4; la Rise Above della tedesca Mission Lifeline; la Louise Michel, l'imbarcazione umanitaria finanziata dall'artista britannico Banksy; la Sea Watch 3 della Ong tedesca Sea Watch, che possiede anche «Aurora Sar», battente bandiera britannica; poi la Nadir della ong tedesca Resqship, quindi la Trotamar III, veliero della ong tedesca People in Motion; poi la Mare-Go dell'omonima ong sempre con sede in Germania.

Le ong spiegano di aver portato a terra, in Italia, decine di migliaia di migranti. La loro mission è umanitaria, ma anche dichiaratamente politica: «Navighiamo contro la fortezza Europa» dice Katja Tempel, attivista della missione Trotamar III. Quelli di Sos Humanity combattono contro gli accordi con i paesi di partenza, la strada cioè che il governo italiano sta perseguendo, insieme alla Ue: «Cooperare con paesi insicuri come Tunisia e Libia significa per l'Europa diventare complici nelle violazioni dei diritti umani» scrivono gli attivisti di Sos Humanity.

Si tratta proprio della nave ong che il governo federale ha appena finanziato, con 800mila euro, mentre per la Comunità Sant'Egidio vengono stanziati da Berlino 400mila euro per l'assistenza a terra dei migranti sbarcati in Italia. Nelle ultime ore si è scoperto quale è la terza ong a cui sono diretti i finanziamenti «imminenti» di cui aveva parlato la ministra tedesca degli Esteri, Annalena Baerbock. Si tratta di Sea Eye, a cui vanno 365mila euro del governo tedesco «per il funzionamento della Sea Eye 4», imbarcazione di salvataggio del gruppo. «Siamo molto felici di questo risultato, che ci permetterà quest'anno di finanziare altre due missioni di salvataggio della Sea Eye 4», afferma Jutta Wieding di Sea Eye.

Gli intrecci e la comunanza di interessi tra ong e partiti rosso-verdi tedeschi (Spd, Verdi e Fdp) sono un tema discusso anche in Germania. Quando lo scorso novembre la Commissione Bilancio del Bundestag ha stanziato ben 8 milioni di euro (2 milioni l'anno fino al 2026) per la ong United4Rescue (quindi le navi Sea Watch, Sea Eye e Humanity), i giornali tedeschi hanno fatto notare una curiosa relazione. Quella tra il numero uno della United4Rescue, Thies Gundlach, e la leader dei Verdi Katrin Göring-Eckardt, vicepresidente del Bundestag. La sua compagna. E guarda caso i Verdi, insieme al FDP, sono il partito che riceve più donazioni da privati. Anche da finanziatori vicini al mondo ong? É il segreto di Pulcinella, anche se non è una maschera teutonica.

Così la Germania è diventata il riferimento per le Ong. Appoggi politici e con il mondo della cultura, donazioni private e finanziamenti del governo: ecco la rete che pone Berlino al fianco delle Ong. Mauro Indelicato il 30 Settembre 2023 su il Giornale.

Una macchina ben collaudata, una “bocca di fuoco” capace di far operare diverse navi nello stesso momento e nello stesso spazio quando l'emergenza immigrazione fa sentire nel Mediterraneo tutto il suo peso. È possibile descriverlo così il mondo delle Ong tedesche. Non solo navi e mezzi, ma anche donazioni, appoggio politico e appoggio mediatico: dietro ogni operazione c'è un fitto e complesso reticolato capace di dare manforte agli attivisti in mare. E di influenzare e non poco la linea del governo di Berlino sull'immigrazione.

I costi delle navi delle Ong tedesche in mare

Non è un caso che gran parte delle navi Ong battono bandiera tedesca. C'è la Sea Watch 5, la Loise Michel, la Sea Eye, la Lifeline e la Humanity 1. Navi che portano nel loro nome, in alcuni casi, quello delle Ong di appartenenza. Come nel caso di Sea Watch, la stessa organizzazione che nel 2019 ha annoverato Carola Rackete come capitano, oppure di Sea Eye.

Soldi, navi e "guerra" all'Italia Come funziona l'ong di Carola

La Humanity 1 fa invece parte di Sos Humanity, l'Ong salita agli onori delle cronache per il finanziamento ricevuto dal governo tedesco. Almeno 790mila Euro che però, come evidenziato da Fausto Biloslavo, secondo il portavoce Lukas Kaldenhoff sono però esigue per le necessità dell'Ong. Sul proprio sito, Sos Humanity scrive di aver raggiunto al momento con le donazioni private almeno 376mila Euro, ma ne servirebbero molti altri per garantire le proprie attività in mare.

Il filo rosso-verde che in Germania finanzia gli sbarchi sulle nostre coste

Solo per l'equipaggio, occorrono infatti centomila Euro all'anno. “Il nostro equipaggio internazionale e professionale è composto da 28 persone – si legge sul sito – Molti di loro lavorano volontariamente per Sos Humanity. Per ogni missione si recano a Siracusa, in Italia, per prepararsi alla missione in porto e a bordo. Il viaggio e l'alloggio dei membri dell'equipaggio costano circa 100.000 euro all'anno”. Poi ci sono le spese per l'attrezzatura, le quali ammontano a 74mila Euro. E tanti altri capitoli di spesa.

L'asse con i Verdi e con le chiese evangeliche

L'obiettivo forse è raccogliere quanto Sea Watch negli anni compresi tra il 2018 e il 2019. Un biennio in cui l'Ong è riuscita a racimolare quasi due milioni di Euro all'anno, coprendo così le copiose spese determinate dalle proprie attività in mare. I costi aumentano anche per gli attivisti e così le donazioni private spesso non bastano più.

E qui entra il gioco il governo tedesco. Lo scorso anno l'esecutivo guidato da Olaf Scholz ha erogato un primo finanziamento proprio a Sea Watch. O, per meglio dire, all'associazione United4Rescue, una sorta di consorzio di associazioni e Ong pro immigrazione creato lo scorso anno per unire più enti. Un ruolo importante in tal senso l'ha avuto il cardinale Reinhard Marx, tra i promotori dell'associazione. All'interno però c'è anche la spinta delle Chiese Evangeliche tedesche. Ma il vero aggancio politico è con i Verdi, partito organico all'attuale maggioranza di governo.

Il presidente di United4Rescue è Thies Gundlach, attuale compagno di Katrin Göring-Eckardt, esponente verde e presidente della Camera Bassa del parlamento federale. Il finanziamento erogato a favore dell'associazione ha destato polemiche alla fine dello scorso anno, così come sottolineato dalla Bild, tanto da far parlare di nepotismo a diversi deputati dell'opposizione. I diretti interessati hanno sempre respinto ogni accusa. Ma è indubbio che il connubio tra società civile, chiese e le parti più a sinistra della coalizione hanno avuto (e hanno) una certa influenza sull'orientamento di Olaf Scholz.

"Nepotismo". Ecco chi è il "furbetto" che si fa finanziare la ong dalla Germania

Non solo navi

Sea Eye è un'altra Ong ben appoggiata dalle chiese evangeliche, le stesse che negli anni passati hanno erogato circa trecentomila Euro a Sea Watch per l'acquisto di Seabird. Ossia uno dei due aerei usati dall'Ong per monitorare il mare dall'alto. Segno di come le Ong oramai non intervengono soltanto con le navi. Un'altra organizzazione tedesca, la Resqship, opera con la barca a vela Nadir. Un modo per eludere i decreti di Piantedosi e poter portare altri migranti a Lampedusa.

In definitiva, la Germania si conferma come Paese di riferimento per il mondo delle Ong. Un reticolato fatto di associazioni, partiti e persone influenti nel mondo culturale e religioso, assicura ampio sostegno di ogni genere alle Ong. Circostanza che non può certo essere ignorata dal nostro Paese nell'ottica dei futuri rapporti con Berlino.

La nave come territorio nazionale. Migranti, Meloni blocca tutto e attacca la Germania: “Non si può fare solidarietà con i confini degli altri”. Claudia Fusani su Il Riformista il 30 Settembre 2023

“Non si può fare solidarietà con i confini degli altri”. La sintesi della premier Meloni svela l’arcano di una notte. L’Italia giovedì ha bloccato a Bruxelles il Patto sull’immigrazione della Ue con un duplice obiettivo: strizzare l’occhio agli amici ungheresi e polacchi da sempre contrari ad ogni patto collettivo sull’immigrazione e spingere la propria contromossa. Spiegata ieri dalla premier a margine del vertice Med 9 a Malta. “La Germania vuole mano libera con le ong e le finanzia. Giovedì, mentre i ministri dell’Interno erano riuniti a Bruxelles, avevamo sette navi di ong tedesche nel canale di Sicilia. Il nostro  contro-emendamento: se si viene salvati da una tedesca, è come si fosse arrivati in Germania”. Il paese di “bandiera” delle navi si dovrà far carico dell’identificazione e dell’accoglienza dei naufraghi.

E’ una vecchia idea del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Era scomparsa dai radar. L’ha rimessa in campo ieri Meloni spiegando, da Malta dove sono riuniti i paesi del Med 9, perché giovedì a Bruxelles l’Italia ha stoppato la firma finale all’accordo sull’immigrazione (e per cui serve la maggioranza qualificata).

Sono giorni intensi sul dossier immigrazione. Giovedì i ministri dell’Interno dei 27 riuniti a Bruxelles. La conferenza di Palermo in ambito Onu contro il traffico degli esseri umani e il traffico di droga. Il Med 9 a Malta che senza dubbio ha rafforzato la posizione dei nove paesi che affacciano sul Mediterraneo in un blocco comune che mette al primo posto la cosiddetta “dimensione esterna” – il Mediterraneo è confine europeo – e le cooperazione europea  per aiutare i paesi africani a trattenere i flussi migratori.

“Scegliamo noi chi arriva in Europa” disse Ursula von der Leyen il 17 settembre a Lampedusa, “non possiamo accogliere tutti”. La dichiarazione finale del Med 9 sarà un mattone portante del vertice informale del Consiglio europeo a Granada il 5 e 6 ottobre sotto la presidenza di turno spagnola. Così come elementi importanti arriveranno dalla Conferenza di Palermo dove ieri il ministro Piantedosi ha avuto bilaterali con gli omologhi della Nigeria, Ghana, Somalia, Costa d’Avorio. Con questi paesi sono stati imbastiti accordi per i rimpatri, soprattutto assistiti cioè con contributi economici, e le espulsioni. E’ il nodo gordiano di tutta la partita migranti.

Ma è la partita politica tra i 27, tutti già in campagna elettorale per le Europee, che è destinata a condizionare la soluzione del dossier. La Germania non è nel Med 9. Lo è invece la Francia. “Avanti con il Piano von der Leyen, solidarietà all’Italia che non può essere lasciata sola” ha detto ieri Macron dopo un trilaterale con Meloni e la presidente della Commissione Ue.

E’ la Germania il problema. Giovedì a Bruxelles si doveva votare l’ultimo pilastro dell’imponente Patto Ue per la migrazione e l’asilo da settimane al centro delle trattative tra gli sherpa. Sul tavolo le disposizioni  da far scattare quando uno Stato membro si trova di fronte a un numero di sbarchi o arrivi superiore al normale, a eventi eccezionali come una pandemia o a crisi artificiali prodotte dalle “strumentalizzazioni” dei migranti da parte di Paesi terzi.  L’accordo sembrava raggiunto. Con il via libera del cancelliere Scholz dopo il ripetuto no recente alle redistribuzioni.  “Ma quello di Berlino è stato in realtà un passo indietro”. Sulle ong.

“Le operazioni di aiuto umanitario – recita il passaggio voluto da Berlino – non dovrebbero essere considerate come strumentalizzazione dei migranti quando non vi è l’obiettivo di destabilizzare l’Unione o uno Stato membro”. Che invece è esattamente quello che ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani delle ong finanziate dal governo tedesco. Da qui la controproposta italiana: la territorialità scatta sulla nave che soccorre.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Antonio Bravetti per la Stampa sabato 30 settembre 2023. 

Il direttore del museo Egizio? «Faremo di tutto per cacciarlo». Vannacci?

«Se il generale volesse candidarsi, le porte della Lega sono aperte». I migranti?

«La via diplomatica ha fallito, è ora di tornare ai respingimenti». Ieri l'ultima, per ora.

Un saggio di delicatezza. 

Mentre il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier omaggiava Giorgio Napolitano a Montecitorio, Andrea Crippa argomentava: «Ottant'anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l'esercito ma gli andò male, ora finanziano l'invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai socialdemocratici». Da qualche giorno il vicesegretario della Lega è un fiume in piena. Regala titoli e polemiche, non c'è mischia (politica) in cui non si getti. Raccontano però che le sue siano azioni in solitaria, non concordate con Matteo Salvini, che sarebbe piuttosto "arrabbiato" col suo vice.

È il Crippa randellatore, centravanti di sfondamento di una Lega più di lotta che di governo. Col direttore dell'Egizio, Christian Greco, ha un conto aperto. Anni fa Crippa diffuse il video di una telefonata al museo in cui protestava per l'ormai celebre sconto agli arabi. Invitava tutti a chiamare per intasare la linea. La telefonata, però, era falsa. Uno scherzo. Finì a processo per danni non patrimoniali al museo. Condannato in primo grado, assolto in appello. Qualche giorno fa è tornato alla carica contro Greco: «Sangiuliano lo cacci subito», ma il ministro ha fatto il contrario.

La vita di Palazzo «non mi piace - raccontava nel 2019 - soffro a stare in Parlamento tutto il giorno a votare...». A Montecitorio Crippa arriva nel 2018 da deputato. Classe '86, nato a Monza, una laurea in scienze politiche. Da giovane lavora col papà, rappresentante di mobili in Brianza. Poi l'incontro a Bruxelles con Salvini, nel 2014, di cui diventa portaborse. 

Nel 2015 è nominato coordinatore del Movimento giovani padani. Alla Camera Crippa stringe amicizia con Marta Fascina, l'ultima lady Berlusconi. Con lei lavora alacremente a un grande progetto: far nascere il Monza club Parlamento. Si coordina con Galliani, si confronta con Fascina, sui social pubblica foto da casa del patron Berlusconi. Tifoso vero, lo raccontava Il Cittadino nel giugno 2022, con la squadra appena promossa in serie A: «Non mi sembra vero, seguivo il Monza quando navigava tra la serie C e la D: è un sogno che si concretizza». Fa niente che tre anni prima, a una domanda di Prima Treviglio la risposta fosse un'altra. Squadre del cuore? «La Juventus», sorrideva senza alcun dubbio. Ora nel mirino di Crippa ci sono i tedeschi e i finanziamenti alle ong. «Sicuramente in Germania non vogliono né Salvini né Meloni al governo - ragionava ieri col quotidiano online Affaritaliani.it - a Berlino fanno di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere».

(…) 

Giuliano Ferrara per il Foglio - Estratti il 27 settembre 2023.

Per Salvini e i suoi (...) nella politica quotidiana è tornata la logica del rutto libero, espressa stavolta con forte potere di immaginazione storica dal vicesegretario della Lega che ha imputato alla Germania un’invasione destabilizzatrice di migranti paragonabile all’occupazione del suolo patrio dopo l’8 settembre. 

Salvini il neo-Truce dà il “la”, e il concertino si fa bello delle più incredibili assonanze e dissonanze, di stridii e cachinni che sputtanano governo, maggioranza e istituzioni civili in Europa. E inducono Meloni a una rincorsa dubbia. Il ritorno del rigurgito come strumento primitivo di comunicazione politica, a molti mesi dalla fatidica soglia elettorale per l’Unione europea e il suo parlamento, sconcerta e sorprende. 

Da molti anni ormai il senatore Salvini era impegnato in un’operazione di smantellamento della sua vecchia immagine ribalda, si era per così dire rimpannucciato partecipando al governo di unità nazionale e vincendo con gli alleati le elezioni politiche, ora litiga con il suo ex capo di gabinetto divenuto ministro dell’Interno, sparacchia a caso contro Bruxelles, Parigi e Berlino, ricomincia a usare un linguaggio sudicio sugli sbarchi di povericristi, che non sono un’invasione per quanto difficili da governare in un clima di forza e civiltà, eccita nei suoi il vecchio spirito massimalista e demagogico dell’epoca infausta del governo del contratto, quando leghisti e grillini prima maniera lasciarono tutti a casa e scapparono di casa facendo in un anno meno danni materiali di quelli verbali e d’immagine, fino al clamoroso suicidio dei pieni poteri e del Papeete. 

(...) 

Salvini non è mai un problema finché non diventa un problema. Ha più che dimezzato i voti quando ha giocato sull’assimilazione politica e di sistema, e questo lo cruccia, lo indispone, lo mette in pericolo tra la sua gente, che poi sarebbero i famosi deplorables, la minoranza qualunquista e sfasciacarrozze che la Lega dell’ex Truce voleva inglobare in un progetto nazionale e istituzionale evidentemente fallito. 

La sua debolezza relativa, compensata da un’alleanza vincente, ora crea debolezza e imbarazzo per la sua stessa maggioranza e per i suoi uomini di governo meno sprovveduti. Uno deve decidere, o punta sul ponte o si butta continuamente dal ponte, risale e si ributta in uno spettacolo di autolesionismo e demagogia trita e ritrita. Il neo Truce non ha deciso e costituisce per questo un serio ostacolo alla pratica e all’immagine di destra conservatrice e di governo alla quale i veri vincitori delle elezioni di un anno fa sono attaccati e dalla quale non dovrebbero né vorrebbero scollarsi bruscamente.

Lo si tollera pensando al monopoli elettorale, a una fase turbolenta da mettere nel conto, ma fino a quando, fino a che livello di balordaggine è possibile mantenere il timone della politica estera e di difesa, della politica finanziaria e delle alleanze decisive per questa nazione, come direbbe la capa del governo insidiato dalla burinaggine di un uomo del nord molto più cafone di qualunque borgataro e garbatellaro?

Massimo Gramellini per il Corriere della Sera - Estratti il 27 settembre 2023. 

Si apprende da fonti autorevolissime, il vicesegretario della Lega Andrea Crippa, che in Germania i nazisti sono ancora al potere. 

Ottant’anni fa invadevano gli altri Stati con i panzer della Wehrmacht e adesso lo fanno con le Ong dei migranti, allo scopo di creare malcontento sociale e propiziare la sostituzione della Meloni con Draghi e la Schlein (il famigerato governo Draghlein). 

Chissà cosa penserebbe il Crippa se, dopo avere ascoltato le sue parole, qualche vicesegretario tedesco gli desse del mafioso mandolinista mangia-spaghetti o, con maggior rigore filologico, del nostalgico di Mussolini, accusandolo di non avere ancora digerito la sconfitta delle legioni romane nella foresta di Teutoburgo (9 d. C.). 

(...) Qualcuno dirà: proprio come Salvini. Ma la differenza decisiva tra salvinismo e crippismo è che Salvini non crede sempre a quello che dice, mentre il Crippa dà la sensazione di pensare davvero che i migranti siano al soldo dei nazisti. E che questo pensiero, per noi disturbante, a lui arrechi persino un certo sollievo

(ANSA sabato 30 settembre 2023) - "L'immigrazione illegale va fermata, ma io sono super favorevole ad espandere e semplificare quella illegale". Lo ha scritto in un post su X Elon Musk dopo la sua visita a sorpresa in Texas. "Chiunque dimostri di essere un lavoratore, onesto e talentuoso dovrebbe essere autorizzato a diventare americano. Punto", ha sottolineato il miliardario che è nato a Pretoria.

Estratto dell’articolo di Arcangelo Rociola per lastampa.it sabato 30 settembre 2023. 

Tra Elon Musk e il governo tedesco è scontro aperto. Il numero uno di Tesla […] ha accusato Berlino di «violare la sovranità dell’Italia» portando «un enorme numero di migranti sul suolo italiano». Poi l’affondo: «Questa suona come un’invasione».

Una frase scritta su X […] rispondendo direttamente all’account ufficiale del ministero degli Esteri tedesco. Già oggetto di accuse da parte di Musk sulla questione migranti e Ong. Ieri l’account del governo di Berlino ha provato a replicare alle accuse di Musk: «Si chiama salvare vite umane». Ma che oggi deve affrontare il nuovo attacco del proprietario di X. 

Ieri Musk ha condiviso un video […] in cui si vedono dei migranti salvati da una Ong. Il video era accompagnato da un testo, scritto dall’account: «Ci sono 8 Ong tedesche nel Mediterraneo. Raccolgono clandestini per farli sbarcare in Italia. Queste Ong sono finanziate dal governo tedesco. Speriamo Che l’Afd vinca le elezioni per fermare questo suicidio europeo». Musk lo ha rilanciato scrivendo: «L’opinione pubblica tedesca ne è consapevole?». 

Post che ha scatenato la reazione di Berlino, culminata con l’affondo di Musk arrivato nella notte. Elon Musk  […] Ieri ha pubblicato un lungo video da Egle Pass, cittadina texana al confine col Messico attraversata dal muro statunitense per impedire l’accesso dei clandestini.

«È molto importante che le persone sappiano cosa sta succedendo qui», ha detto Musk nel video. Che da tempo cerca di accattivarsi l’opinione di destra e conservatrice dell’opinione pubblica. Americana e europea. Qualche ora dopo ne pubblica un altro. Si vede lui imbracciare un Barret calibro 50. Un fucile di precisione semi automatico. Orecchie coperte da cuffie, Musk lo appoggia al fianco e comincia a sparare. Uno, due, tre, quattro colpi verso il suo bersaglio.

"Siamo con voi". Così il Pd finanzia l'Ong sanzionata. Marco Leardi il 6 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dopo la passerella a bordo della nave Ong sanzionata per aver violato il decreto Cutro, i dem toscani mettono mano al portafoglio per una donazione a Open Arms. "Raccolta fondi anche tra i parlamentari"

Sanzionata a norma di legge, sostenuta e finanziata dal Pd. L'Ong Open Arms, multata per aver violato le regole del Viminale sui soccorsi in mare, può contare sull'aiuto dei dem nostrani. Dopo essere saliti sulla nave dall'associazione umanitaria, sottoposta a fermo amministrativo e attualmente ferma al porto di Marina di Carrara, i democrats di casa nostra hanno infatti messo mano al portafoglio per sostenere economicamente le missioni della suddetta realtà. A far scattare la raccolta fondi in favore dell'Ong è stato in particolare il Partito Democratico della Toscana, che ha annunciato una propria donazione in segno di solidarietà verso l'associazione spagnola.

"Salvare le vite non è una colpa, ma un dovere morale. Il Pd Toscana è con voi, vi ringrazia e sostiene le vostre missioni in mare con cui vengono salvate da morte certa centinaia di persone", si legge in un messaggio del Pd toscano. La donazione dem è arrivata dopo la visita che alcuni esponenti avevano fatto nei giorni scorsi a bordo dell'imbarcazione umanitaria, ferma al porto toscano di Marina di Carrara per aver violato la norma del ministro Piantedosi che impedisce i salvataggi multipli in mare. "Abbiamo capito quanto siano disumane le scelte del governo Meloni di indirizzare i migranti in porti lontani dal luogo di salvataggio e quanto sia disumano il decreto Cutro che vieta i salvataggi plurimi", avevano attaccato in quel caso i dem, di fatto giustificando la violazione formalmente imputata all'Ong spagnola.

Quel supporto, suggellato da una "passerella" a bordo (remake di quanto avvenuto nel 2019 con la Sea Watch), si è poi trasformato in sostegno concreto. "L'idea che un nostro contributo si trasformi in pasti, salvagenti, abiti, coperte e opere di manutenzione di questa nave pronta a salpare di nuovo, ci fa sentire parte delle loro missioni, mentre sosteniamo politicamente ogni giorno una politica migratoria fatta di accoglienza", ha commentato Emiliano Fossi, segretario del Pd toscano. E ancora: "Quando nei giorni scorsi una nostra delegazione è salita a bordo della Open Arms ci siamo subito attivati e stiamo promuovendo ulteriori iniziative di solidarietà nelle nostre federazioni locali e raccolte fondi tra i parlamentari". Altri soldi in arrivo, a quanto pare.

Ora, sostenere un'attività umanitaria è certo legittimo ma il fatto che il principale partito della sinistra giustifichi la violazione di un decreto legge è quantomeno anomalo. Le regole, piacciano e meno, sono regole. Per non farsi mancare niente e completare il quadro, il Pd ha anche presentato un'interrogazione parlamentare per difendere l'operato della Open Arms e contestare il governo con la litania della "destra disumana". "Questa destra continua a dimostrarsi feroce contro i migranti", si legge nel documento presentato dal Pd, nel quale si chiede all'esecutivo in cui si chiede al governo di "evitare che le navi umanitarie che collaborano con le autorità italiane vengano sanzionate". Ma l'aiuto alle autorità italiane - dimenticano i dem - dovrebbe avvenire secondo regole precise disposte dal nostro Paese. Proprio come ha chiesto il governo.

Che squallore la Chiesa a immagine e somiglianza di Casarini. Secondo La Verità, dalle diocesi italiane sarebbero arrivati oltre 2 milioni di euro alla Ong dei migranti. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 29 Novembre 2023

La vicenda – così come l’ha ricostruita Giacomo Amadori su “La Verità” – è diabolicamente multiforme: contro lo Stato italiano, perché emerge una attività insistita e organizzata contro le istituzioni nazionali; contro la giustizia morale, etica e religiosa, per motivi che stanno in se stessi, che non occorre precisare; contro la stessa Chiesa, i cui comandamenti vengono sistematicamente traditi; soprattutto, forse, contro i fedeli, che non magari non sapevano di finanziare, di mantenere coi soldini della carità uno che può vantarsi di campare alla grande, sistemando le sue grane, “senza dover andare a lavorare in un bar”. Che per un comunista è il massimo. E questi prelati, questi sepolcri intonacati, vengono a belare di non violenza? Mentre sponsorizzano Luca Casarini, dedito fin dai tempi giovanili a bivaccare nei centri sociali del Veneto, che si è arrabattato fra occupazioni, assalti alla polizia, condanne, partite iva, fino a che, improvvisatosi armatore non ha trovato una Chiesa e un Papa a sua immagine e somiglianza?

A farla breve, questo scandalo, miserabile, epocale, immane, ma sul quale verrà stesa una cortina narcotica, essendoci di mezzo il Vaticano, consiste in quanto segue: Luca Casarini, ex noglobal ultracomunista, diventa trait d’union tra Chiesa e Sinistra col pretesto dei migranti. Casarini è politicamente indiziato d’aver svolto un ruolo di provocatore verso il governo per conto dei compagni della parrocchietta solidale, e non è un caso che suo sponsor risulti mezza sinistra parlamentare dal Pd al giro Fratoianni, Verdi ed altre propaggini. L’eterno Casarini, in perenne attesa di una candidatura sempre promessa e sempre rimandata. La Chiesa, ricostruisce La Verità, avrebbe versato più di 2 milioni di euro alla Ong di un indagato per immigrazione clandestina. Casarini, colto nelle intercettazioni mentre, ricevuto un bonifico da circa 125mila euro, oggi agli atti del processo, esultava “stasera tappo i debiti e ceno a champagne”.

L’immagine è tutto. Uno così si sarebbe convertito sulla via di Bergoglio, che l’ha mandato al Sinodo di bianco vestito. Se di truffa si sia davvero trattato si vedrà, o forse non si vedrà mai, dati i precedenti e la magistratura scarlatta, dello stesso color porpora dei cardinali: comunque una farsa di sicuro. In mezzo, oltre alla sinistra politica, anche quella ecclesiastica: il cardinal Zuppi; “vescovoni” sparsi; il don Ciotti, santone della sinistra estremista e vippaiola; nel parterre dei garanti non poteva mancare, stiamo sempre agli elementi di indagine ricostruiti da Amadori, in qualità di europarlamentare, il medico pasionario siciliano Pietro Bartolo, anche lui già coi suoi guai, come Vasco Rossi (per dettagli, c’è il nuovo libro di Nicola Porro che vi si sofferma in modo puntiglioso).

Casarini si sarebbe preso più di 2 milioni di euro, soldi delle parrocchie, per il “salvataggio” di 400 migranti. Dove stava qui l’afflato umanitario? Dove la buona amministrazione? Per i magistrati era tutta una partita di giro ma “coperta”: non doveva saperne niente nessuno a cominciare dai fedeli (difatti lo scoop de “la Verità” ha del clamoroso, del devastante). E se pure un compare di Casarini fingeva un rimasuglio di coscienza ammettendo che “non era stato bello tacere sui soldi raccolti su Facebook”, visto che ne arrivavano in quantità manageriale via clero, da parte dei porporati e degli intonacati, nessuno scrupolo.

Possiamo dirlo, che, mettetela come volete metterla, fa schifo? Possiamo dirlo, che questi fedeli, che si trovavano chiusi i portali delle chiese in faccia durante in Covid, una fra le pagine più vili, più mortificanti nella storia della chiesa cattolica, che sono stati abbandonati, discriminati, perfino colpevolizzati dalla cara madre chiesa, poi venivano ingannati col pretesto più infame, quello della pietà, della solidarietà, del bisogno, ad ogni omelia un parroco a pianger miseria, e le vecchiette e i timorati di Dio ad aprire il borsellino, e poi i soldi finivano a Casarini? Ma non si vergognano? Ma davvero hanno potuto reggere bordone a uno al comando di una ONG sotto processo? Realmente gli giravano due milioni e passa di euro con la scusa delle “vite umane” da salvare? Che ci fa la Chiesa dietro o dentro tutto questo?

Quando Ratzinger tolse il disturbo, fu scelto un pontefice con il malcelato incarico di distruggere la Chiesa cattolica: missione compiuta, dopo 10 anni il capo del cattolicesimo non ha voce in capitolo su niente, la sua voce nessuno la calcola (al vertice di Dubai sul riscaldamento globale non può andare perché è raffreddato), le sue missioni diplomatiche sono un rosario di fallimenti persino patetici, la sua autorità morale è a zero, la sua secolarizzazione imbarazzante, a sentir Messa ci vanno ormai in 17 praticanti su 100 credenti, e dopo questa miserabile pastetta saranno, fatalmente, ancora meno. C’è da capire, solo i fanatici e gli stupidi possono continuare come se nulla fosse, tanto più che ad essere fregati, nella fede e nella borsa, erano loro. E se nessuno si fiderà più ad aprire il borsellino, non sarà altro che prudenza e perfino dovere: pagare per imbarcare sempre più clandestini che arricchiscono alcuni, ma distruggono il tessuto sociale, delinquono spesso, e con la nuova jihad partita da Gaza si sono ulteriormente scatenati in tutta Europa?

In tutta questa storia, almeno per come sta emergendo, quello che ne esce meno peggio, pare incredibile, è proprio Casarini, il quale alla fine si conferma semplicemente per l’avventuriero che è sempre stato (se poi volete credergli quando si straccia le vesti per i “fratelli migranti”, o fa la faccia da pretone ben pasciuto al Sinodo, è un problema vostro, e siete irrecuperabili): ma i vescovi, i prelati, gli intonacati sono molto peggio. A cominciare dal vertice assoluto, che è il regista di questa faccenda. Quando Bergoglio dice “cari fratelli e sorelle”, viene un impulso a rispondergli: no, scusa: io non sono tuo fratello. Non sono vostro fratello. E neanche di Casarini. Max Del Papa, 29 novembre 2023

Esclusiva di Panorama in edicola questa settimana – Testo di Giacomo Amadori pubblicato da la Verità mercoledì 29 novembre 2023.

C’è un passo del Vangelo di Giovanni che racconta la pesca miracolosa di Simon Pietro e di altri discepoli nel lago di Tiberiade. Ma duemila anni dopo c’è ancora chi, in nome di Gesù, fa pesche miracolose, in questo caso di migranti, ma soprattutto di euro. È la banda di Luca Casarini, già leader delle Tute bianche e No global, celebre per aver declamato una «dichiarazione di guerra» al mondo alla vigilia del G8 di Genova, anno del Signore 2001. 

Lui e altre cinque persone sono imputati davanti al Tribunale di Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, mentre la violazione delle norme del codice della navigazione è contestata a Casarini e ad altri tre. Il prossimo 6 dicembre inizierà l’udienza preliminare propedeutica al rinvio a giudizio, richiesto dalla Procura. Il lavoro dei pm 

L’inchiesta ruota intorno, è la tesi accusatoria, all’equivoco o, meglio, all’inganno in base al quale gli indagati, schermandosi con l’associazione di promozione sociale (Aps) Mediterranea saving humans (di cui Casarini è fondatore e membro del consiglio direttivo), hanno costituito una compagnia di navigazione triestina, la Idra social shipping, proprietaria del rimorchiatore battente bandiera italiana Mare Jonio, non tanto per soccorrere in mare i migranti a fini umanitari, ma per farne un business. […]

A quanto risulta a Panorama, Mediterranea e le attività di recupero di migranti della Mare Jonio vengono finanziate da numerose diocesi italiane grazie all’impegno, in primis, del presidente della Cei Matteo Maria Zuppi, dell’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice (l’uomo che avrebbe fatto capire a Casarini e ai suoi il vero senso del Vangelo) e di altri suoi colleghi come il napoletano Domenico Battaglia, all’interno del progetto «Cum-finis, fratelli tutti (come l’enciclica del Pontefice, ndr), alle frontiere di mare e di terra, d’Europa». Un programma sperimentale che, almeno sulle fonti aperte, non è stato pubblicizzato e su cui, all’ufficio stampa della Cei, non hanno saputo darci informazioni.

Eppure ci risulta che, il 26 aprile 2023, proprio la presidenza della Conferenza episcopale, destinataria dell’8 per mille, abbia approvato un finanziamento di 780 mila euro delle arcidiocesi di Napoli e Palermo e delle diocesi di Brescia, Pesaro e Ancona. In pratica avrebbe avallato le erogazioni mensili dell’importo di 65 mila euro previste da questo progetto pilota. E il «sostegno economico determinante di alcuni vescovi» è citato in un dossier interno di Mediterranea sulla relazione con la Chiesa cattolica, dove viene esaltato il ruolo centrale di Zuppi e Lorefice. Probabilmente l’imprimatur è arrivato direttamente da Jorge Mario Bergoglio. 

[…]

Oltre alle somme già citate, nel 2021 a Mediterranea sarebbero stati elargiti altri 219 mila euro, nel settembre 2022 ulteriori 200 mila provenienti dalle arcidiocesi di Napoli e Palermo, soldi che avrebbero consentito di coprire le missioni in mare di quell’anno. Sempre nel 2022, 10 mila euro sarebbero stati erogati dalla diocesi di Modena, 20 mila dalla Fondazione migrantes (organismo pastorale della Cei costituito per «la fraterna accoglienza», l’evangelizzazione e l’integrazione degli stranieri), 30 mila direttamente dal vescovo di Palermo, 115 mila euro dagli enti ecclesiastici (diocesi e fondazione). Nel 2023, 200 mila sarebbero stati versati dalla Caritas, 200 mila di nuovo da Napoli e Palermo, altri 270 mila euro da altre diocesi, 25 mila direttamente dal cardinal Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea. In tutto, più di 2 milioni di euro.

Se si considera che Mediterranea nelle uniche quattro missioni condotte con la Mare Jonio tra il 2022 (gennaio, aprile e giugno) e il 2023 (nell’ottobre scorso) ha condotto in porto 422 migranti in tutto, il recupero di ogni naufrago è valso a Casarini e soci 4.900 euro, una vera pesca miracolosa. 

La «conversione» […]L’ex ateo Casarini ha da tempo completato il suo percorso da incendiario a pompiere e che nel 2019 ha confessato ai giornali la sua svolta spirituale, a cui, però, non ha voluto dare un nome. Ha solo fatto sapere di avere sul comodino l’enciclica Laudato si’ di Bergoglio. Meritandosi quest’anno un posto al Sinodo dei vescovi come «invitato speciale». […] Il 5 agosto 2020, dopo aver ricevuto la lettera con la proposta da Casarini, monsignor Castellucci si scioglie: «Carissimo Luca, grazie!».

[…] Ed ecco l’ispiratissima risposta di Casarini: «Don Erio Grazie. Grazie per quella che tu chiami “una goccia nel mare”, ma che ha in sé una potenza straordinaria. Queste gocce, come le lacrime, sono calde. Si fanno strada nell’acqua resa gelida dall’indifferenza, nell’aria rarefatta dei senza respiro, e si muovono, scendono dagli occhi e rigano il viso, bagnano il mare e per un attimo lo riscaldano, mescolandosi alle onde. Caro Padre, sappi questo: con questa goccia delle tue lacrime, noi riscalderemo l’acqua del Grande Lago di Tiberiade».

Dopo questa concessione al lirismo, Casarini diventa pragmatico e spiega di essere «in assoluta emergenza», ma offre anche una possibile soluzione da realizzare attraverso un’associazione costituita ad hoc: «Se organizziamo il fatto che una volta al mese le parrocchie delle diocesi possano destinare una lacrima, le offerte raccolte dai fedeli, al soccorso in mare […] Provo a mettere giù uno schema di costruzione della associazione Grande Lago di Tiberiade, cosicché tu possa parlarne a Don Matteo Zuppi. Il giorno 10 incontreremo, io, Beppe e Don Mattia, Don Corrado Lorefice. Poi Monsignor Mogavero (Domenico, ndr), poi Don Pennisi (il vescovo Michele, ndr) e tanti altri. Per intessere insieme la rete dei pescatori di uomini. Grazie dunque per questa prima goccia». 

Arrivano i bonifici A questo punto Casarini invia l’iban di Caccia e specifica: «Si tratta del conto di Beppe, per non fare inutili giri di bonifici che farebbero tardare l’arrivo. Ci mettiamo alla ricerca adesso di tutto il resto: entro martedì dobbiamo pagare circa 40 mila euro... ma ce la faremo! Ti abbraccio forte. Luca».

Il fiume di finanziamenti inizia con questa prima goccia, a cui ne seguono molte altre. Il 14 agosto 2020 don Mattia invia lo screenshot della ricevuta di un secondo bonifico bancario da 10 mila euro, disposto dalla diocesi di Brescia. Il 29 settembre, Caccia riceve dall’arcidiocesi di Modena-Nonantola 20 mila euro e chiede di «ringraziare molto Monsignor Castellucci». Il 14 gennaio 2021 giunge una nuova iniezione di cash sempre dalla diocesi di Modena, che tra agosto 2020 e febbraio 2021 invia 45 mila euro. Gli investigatori rilevano «gravi e sistematici elementi di anomalia» nelle movimentazioni bancarie di Caccia.

[…] Per esempio alcune sono state inoltrate alla Idra come «prestiti infruttiferi», pronte per essere richieste indietro dai novelli lupi di mare. In una captazione Caccia ammette che «non è stato bello tenersi i soldi delle donazioni di Facebook e di domandarli in prestito». Al telefono Casarini, destinatario di 6 mila euro di emolumenti mensili, ammette che «’sta roba» è stata messa su da lui, Metz e Caccia e che gli ha permesso di «pagare l’affitto di casa e la separazione» senza dover «andare a lavorare in un bar». 

[…] Ma che le parrocchie siano viste come una gigantesca mucca da mungere è dimostrato da un’intercettazione del 27 novembre 2020. Caccia spiega che «la riunione con i vescovi», organizzata per chiedere «un intervento di emergenza sui debiti» dell’anno, «è andata molto bene» e che «vi erano 16 vescovoni», quindi aggiunge che «partirà il tesseramento, le donazioni permanenti». Il brogliaccio della telefonata prosegue con altri particolari riportati da Caccia: «Tutti hanno detto dobbiamo... poi don Ciotti, che è il capo dei bergogliani, li ha messi in riga, e tutti hanno detto che non è in discussione il fatto che la nave bisogna comperarla e finanziare perché tutti hanno detto che è la loro nave, e noi gli dobbiamo garantire di potere navigare».

Addirittura per qualcuno la Mare Jonio avrebbe dovuto battere bandiera vaticana. Caccia sogna a occhi aperti e si augura che «con questi qua» passi «il concetto di 30.000 euro (forse 3.000, ndr) al mese da ogni diocesi» (in Italia sono 226), che vorrebbe «dire mettersi d’accordo con 100 parrocchie che sottoscrivano per ogni diocesi 30 euro per Mediterranea». 

Caccia, a questo punto, aggiunge: «Siamo già 100.000 sopra la previsione messa sul piano economico di Mediterranea e si è già sui 580 annui».

[…] Ma chi sono stati i garanti di un’operazione tanto rischiosa? Eccoli: gli allora deputati del Pd Matteo Orfini, Gennaro Migliore, Luca Rizzo Nervo, Fausto Raciti, Massimo Ungaro, Giuditta Pini (nel direttivo di Mediterranea), Luca Pastorino, Vincenza Bruno Bossio, il fondatore di Sinistra ecologia e libertà ed ex governatore della Puglia Nichi Vendola, la verde Rossella Muroni, il senatore dem Francesco Verducci e l’ex collega Francesco Laforgia, i già parlamentari (alcuni rieletti nel 2022) di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, Loredana De Petris, Giuseppe De Cristofaro, Erasmo Palazzotto, gli europarlamentari Pietro Bartolo (ex sindaco di Lampedusa) e Massimo Smeriglio, il consigliere regionale lombardo di +Europa-Radicali Michele Usuelli, oltre a Caccia e Metz.

Giacomo Amadori e Fabio Amendolara per La Verità - Estratti giovedì 30 novembre 2023.

Le carte dell’inchiesta di Ragusa su Luca Casarini e altre cinque persone, compreso il suo fraterno amico e compagno di lotta Giuseppe Caccia (tutti indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, mentre la violazione delle norme del codice della navigazione), raccontano come in un reality show tutte le manovre di avvicinamento dell’ex capo delle Tute bianche ai vertici della Chiesa. 

Un film che si dipana tra il 2019 e il 2021, sino al sequestro dei cellulari. In un dossier interno dell’associazione di promozione sociale Mediterranea, di cui Casarini e Caccia sono animatori, viene spiegato come sia iniziato tutto. «La relazione tra Mediterranea e la Chiesa cattolica è una cosa che ha lasciato stupiti molti. 

(...) Ma com’è nato tutto ciò? Il merito (o la colpa) di aver avviato questo rapporto è degli arcivescovi delle due città in cui si trovano la sede legale e la sede operativa di Mediterranea, Bologna e Palermo: Matteo Zuppi e Corrado Lorefice.

(...) 

Il punto di svolta nel rapporto tra Mediterranea e la Chiesa è stato poi l’incontro tra Luca Casarini, capomissione di Mediterranea, e l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, avvenuto l’8 aprile 2019. Quell’incontro ha rappresentato una svolta ed è stato epifanico». 

Soprattutto perché l’arcivescovo avrebbe dato un nome ai sentimenti che spingevano l’ex attaccabrighe dei centri sociali a salvare migranti. «Lorefice ha fatto capire a Luca e a tutta Mediterranea che quello che stavamo vivendo era il Vangelo» e «da quel momento Luca e tutti i ragazzi e le ragazze di Mediterranea hanno iniziato ad avere ancora più interesse verso il Vangelo e la Chiesa e hanno chiesto di poter avere un cappellano dentro Mediterranea, cioè un prete che li accompagnasse spiritualmente nel cammino, figura che poi è stata individuata in don Mattia Ferrari a motivo della sua storica amicizia con i ragazzi e le ragazze dei centri sociali bolognesi Tpo e Làbas, che sono tra i fondatori di Mediterranea». 

(...)

La testa di ariete per l’ingresso dentro alle diocesi sono proprio don Mattia e anche don Luigi Ciotti, di Libera. Il primo è in tutte le chat, fa parte del direttivo di Mediterranea, naviga sulla Mare Jonio. E in una conversazione annuncia tutto felice il ritorno in auge della Teologia della liberazione: «Leggete l’omelia del Papa questa mattina. Ancora in versione comunista». 

Anche se ogni tanto, pure don Mattia, qualche dubbio sui suoi «compagni di viaggio» lo nutre: «Mi disse una volta una compagna di Labas: “Ci abbiamo messo anni e anni e finalmente abbiamo distrutto la famiglia”. Giusto per favorire il dialogo con la Chiesa. La famiglia resta un tema su cui tra Chiesa e centri sociali resta una certa distanza». Bontà sua. 

È sempre il cappellano ad ammettere che la loro marcia per occupare il Vaticano, al contrario di quella di Mao, non è stata neppure troppo lunga: «È partito tutto con l’incontro tra Casarini e Lorefice. E sette mesi dopo siamo dal Papa». 

È il 5 dicembre 2019 e quell’incontro non è stato troppo pubblicizzato per preciso volere della Santa Sede.

Dopo pochi giorni, però, la banda festeggia un’altra omelia del Pontefice: «Il succo del discorso di papa Francesco di oggi: Casarini è diventato il ghost writer di papa Francesco», scrive don Mattia. Anche il cardinal Michael Czerny avrebbe notato la stessa cosa. E aggiunge: «Quel santegidiano di Zuppi imparerà che con noi si fa sul serio». Casarini ribatte: «Siamo gesuiti», Don Mattia non ci sta: «Io sono Mediterranea e basta». Casarini rilancia: «Ormai siamo arruolati». Don Mattia: «Tu più che altro nel discorso di oggi sei stato il ghost writer del Papa». 

Casarini è realista: «Tu pensi che abbiamo arruolato noi loro, o il contrario Fratello mio?». Don Mattia: «Siamo noi che abbiamo arruolato loro». Poi fa un passo indietro. «È Gesù di Nazareth che ci ha arruolati tutti». 

Passano un paio di mesi, e un altro indagato, Giuseppe Caccia sembra infastidito di essere trattato come un amante da tenere nascosto: «Posso dire che i nostri amici vescovi bergogliani sono un po’ dei coglioni a decidere di non gestirsi pubblicamente alla grande il rapporto con noi?». Anche in questo frangente Casarini invita alla pazienza: «Tempo al tempo. Vedrai che Czerny non si lascia sfuggire la cosa e la giocherà dal basso».

Nel febbraio 2020 Casarini & C. partecipano a un convegno dei vescovi a Bari, che don Mattia lo definisce «una ciofeca». 

Caccia chiede: «Quando abbiamo appuntamento privato con i “nostri” vescovi?».

Don Mattia avverte: «Zuppi mi ha garantito che a Bari ci farà salutare il Papa. Questa volta ci sono le macchine fotografiche e le telecamere». Non devono più nascondersi. Il cappellano è di ottimo umore: «Non dimenticherò mai Bassetti che ci confonde con Tirrenia e la cena in cui ci siamo imbucati tra vescovi. E i vescovi che vengono a riverire Casarini. E l’ausiliare di Messina che dice: “Grazie, mi avete edificato”. 

E Lorefice che quando gliel’ho riferito, ha detto: “A me lo dici? A me Luca Casarini mi ha evangelizzato. Che poi è quello che dico sempre io: voi mi evangelizzate sempre». Casarini cita solo con le sigle il loro «squadrone»: «Z, P, C, K, M, L, H».

Ovvero i cardinali Zuppi, Czerny, Konrad Krajewski, Lorefice e Jean-Claude Hollerich e i monsignori Domenico Mogavero (sempre che M non stia per il cardinale Francesco Montenegro) e Michele Pennisi. 

«L mi ha detto che è pronto ad andare a parlare con il Papa. Anche P l’ho visto determinato. H bisogna informarlo di tutto, anche C». 

La diffidenza del Vaticano sta per essere definitivamente superata, anche se con un po’ di fatica: «Krajewski gli ha ribadito (a Zuppi, ndr): “Io a loro (cioè a noi) non gli do niente direttamente. Voi fatemi una richiesta scritta in cui è chiarissimo che io i soldi li do a voi e non a loro”. Domani Zuppi chiama Lorefice, Mogavero e Montenegro per procedere con la richiesta scritta».

Arriva il 19 marzo e don Mattia scrive a Caccia e Casarini: «E nel giorno della festa del papà, auguri ai miei due papà politici».

Caccia non è d’accordo: «Festa del papà? Oggi è San Giuseppe!». 

L’11 aprile, il giornale dei vescovi, Avvenire, pubblica una lettera del Pontefice, di risposta a quella di Casarini, che si era lamentato per tutti gli ostacoli incontrati per «poter salvare dalla morte i nostri fratelli e sorelle migranti»: «Luca, caro fratello […] grazie per tutto quello che fate» aveva scritto Francesco. Anticipando il futuro aiuto: «Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre.

Contate su di me». 

La banda prende la palla al balzo e usa questo viatico per fare il giro delle sette chiese, nel vero senso della parola.

Dopo un po’ di tempo Casarini ha uno scontro con il leghista Igor Gelarda. 

I due si scambiano querele e l’ex no global scrive: «Questo, dal video che ha fatto, mi pare davvero un coglione, tra l’altro. Su tema oratorio suggerisco di produrre lettera del Papa a me». Poi ci pensa: «Sarà ora che me ne faccia scrivere un’altra… quella ormai ce la siamo venduta in ogni dove». Un interlocutore ricorda l’incipit: «Luca, caro fratello» e Casarini rilancia: «Per la seconda lavoriamo su “Luca, figliolo prediletto” e “Benedico quei santi avvocati che ti proteggono”». 

Quando don Mattia riesce a portare i suoi strani compagni di viaggio davanti al Papa confessa quale sia stato il vero motivo dell’incontro: «Ragazzi devo ancora riprendermi da questi giorni e soprattutto dallo sforzo fisico che ho fatto per avere la faccia da c...

per dire al Papa di mettere i soldi». In un altro messaggio si era vantato: «Come sai so essere un ottimo rompic...».

Per lui le diocesi sono un bancomat: «La Chiesa cattolica sta diventando il nostro Soros». Ovvero il filantropo George che da decenni finanzia Ong in tutto il mondo. 

Ma i fondi stentano ad arrivare e don Mattia inizia a perdere la pazienza. A suo giudizio Zuppi è troppo «prudente» e «vuole la botte piena e la moglie ubriaca»: «Per quanto sia un grande a me con ‘ste lentezze ha un po’ rotto i coglioni». Casarini ha un’idea: «Scrivigli che l’hai visto (in tv, ndr) e che era bello e così gli chiedi». Per Caccia «importante è per noi non restare con coglioni schiacciati in mezzo alla porta mentre vescovi e Krajewski tirano da una parte all’altra».

Don Mattia ha le sue idee sui rallentamenti del cardinale elemosiniere: «Il punto di fondo è questo: appena Francesco saprà che sta bloccando tutto perché crede alle balle della Lamorgese (Luciana, ex ministro dell’Interno, ndr), farà procedere». Ma anche ha l’asso nella manica: «Poi al massimo abbiamo l’ultima carta, quella che ti ha detto Lorefice, facciamo parlare Lorefice con il Papa».

Casarini e i soldi Cei: le intercettazioni lo inguaiano. Lodovica Bulian il 2 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Il caso dei fondi della Chiesa al leader della ong Mediterranea. L'ex no global, indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: "Seimila euro per l'affitto di casa"

È diventato un caso il contenuto negli atti dell'inchiesta della Procura di Ragusa che indaga Luca Casarini e altre cinque persone per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione del codice della navigazione. Il pm ne ha chiesto il rinvio a giudizio e il gip decide il 6 dicembre. «Frasi totalmente inventate» dice Casarini di quelle rivelate da Panorama e dalla Verità che svelano la cornice in cui si sarebbero mossi l'attivista e la ong Mediterranea, con la sua Mare Jonio, nel salvataggio dei migranti. Emerge la relazione tra Mediterranea e l'uso delle donazioni ricevute da parte della Chiesa, come da dichiarazioni agli atti dell'indagine. Casarini viene descritto come «destinatario di 6 mila euro di emolumenti mensili ammette che 'sta roba gli ha permesso di pagare l'affitto di casa e la separazione senza andare a lavorare in un bar».

«È tutto totalmente falso», dice lui mentre minaccia querele. Ma il rapporto con i vescovi sarebbe stato così stretto da indurre uno degli indagati, Giuseppe Caccia, amico di Casarini, a dire che «i nostri amici vescovi bergogliani sono un po' dei co... a non gestirsi pubblicamente il rapporto con noi», in relazione alla mancata «pubblicità» del finanziamento economico alla ong da parte della Chiesa. Dalle intercettazioni emergerebbe una relazione così stretta con i vescovi che la finanziano, che dopo una omelia del Papa si parla di «Casarini come del ghost writer di Francesco». Viene citata anche una lettera di Francesco in risposta a Casarini che lamenta le difficoltà del soccorso in mare. E che inizia così: «Luca, caro fratello». Casarini commenta: «Ora lavoriamo su Luca, figliolo prediletto». «Frasi false, manipolate o al di fuori dal loro contesto», dice lui al Corriere ipotizzando «un'operazione per intimidire il gip che deciderà sul rinvio a giudizio». L'uomo di riferimento per ottenere sostegno sarebbe stato l'attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi. E Don Mattia Ferrari, il cappellano di bordo della Mare Jonio.

La Procura contesta anche a Casarini di aver ricevuto 125 mila euro dalla compagnia danese Maersk, proprietaria della nave che aveva salvato 27 naufraghi poi presi a bordo dalla Mare Jonio di Mediterranea. L'ipotesi è che il trasferimento dei migranti sia avvenuto per motivi economici e non umanitari. «Non vediamo l'ora di poter dimostrare che è tutto falso», dice Casarini. E rilancia: «Mi spiace