Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

SECONDA PARTE

L’ALTRA GUERRA


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 

L’ACCOGLIENZA

SECONDA PARTE

L’ALTRA GUERRA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Nascita.

I Palestinesi.

La Ninna Nanna.

Le Guerre.

La Giustizia.

L’Islamofobia.

L’Antisemitismo.

Il Terrorismo.

Violenza sui palestinesi.

La Politica.

La Nascita.

La questione nazionale ebraica. Cosa è il sionismo: dall’affaire Dreyfus alla terra promessa. Dietro il movimento per lo Stato israeliano c’è una storia lunga e variegata. Che parte alla fine dell’800 con Herzl e arriva fino a oggi. E oscilla tra opposti in conflitto ancora oggi: socialismo e fascismo. David Romoli su L'Unità il 15 Novembre 2023

“Io non sono antisemita. Sono antisionista”: alzi la mano chi in queste settimane non ha mai sentito dire più volte, o pronunciato in prima persona, questa affermazione.

Quanto però abbiamo le idee chiare sul sionismo quelli che ripetono l’assunto è molto incerto. Conviene perciò chiarire almeno per sommi capi di cosa si stia parlando. Ufficialmente il sionismo ha una data di nascita precisa, il 1896, quando il giornalista ungherese ebreo Theodor Herzl pubblicò un libro destinato a fare storia e che in effetti ebbe subito una vasta diffusione con traduzione in numerose lingue: Lo Stato ebraico.

Due anni prima a Herzl non sarebbe mai passato per la mente di proporre uno Stato degli ebrei e per gli ebrei. Era un giornalista austroungarico affermato, nato a Pest, e un ebreo completamente “assimilato”, come si definiscono quegli ebrei che hanno rotto tutti i ponti con le tradizioni e la cultura ebraiche. Nel 1894 fu inviato dal suo giornale a Parigi, per seguire un caso che stava già facendo molto rumore e che cambiò la vita del cronista, l’Affare Dreyfus.

Per la stragrande maggioranza delle persone, incluse quelle che hanno visto il recente film dedicato da Roman Polanski all’affaire, L’ufficiale e la spia, o letto il romanzo di Robert Harris da cui è tratto, le dimensioni della vicenda sono confuse. Il caso dell’ufficiale ebreo ingiustamente condannato per spionaggio fu il principale scandalo nella Francia della Terza Repubblica e della Belle Epoque: spaccò il Paese in due fronti contrapposti per 10 anni, portò a processi, condanne, dimissioni di ministri.

La cosiddetta questione ebraica, almeno nell’Europa occidentale, sembrava ormai risolta con un’accelerata integrazione degli ebrei nelle società dei rispettivi Paesi. L’Affaire fece emergere invece correnti profonde di antisemitismo diffuso che sembravano morte ed erano solo assopite.

Herzl di fronte alla improvvisa ventata di odio per gli ebrei che travolse la Francia, concluse che gli ebrei non sarebbero mai stati davvero al sicuro finché non avessero avuto un loro Paese nel quale rappresentassero la maggioranza della popolazione. Nel 1897 si riunì a Basilea il primo congresso sionista, organizzato e presieduto dallo stesso Herzl e nacque l’Organizzazione sionista mondiale, con l’obiettivo conclamato di costituire uno Stato ebraico in Palestina, allora regione dell’Impero ottomano.

La scelta della Palestina non era scontata in partenza. Erano in campo, all’inizio, anche altre ipotesi: la costruzione dello Stato in un altro continente, l’Africa o l’America Latina, ma anche, all’interno dell’Impero russo, l’autonomia della Zona di Residenza, il vasto territorio nel quale gli ebrei erano confinati e nel quale viveva la maggior parte degli ebrei del mondo.

La scelta della Palestina dipese non da motivi religiosi o mistici ma dalla fondata convinzione sarebbe stato del tutto impossibile indirizzare gli ebrei verso un nuovo territorio senza il richiamo delle origini bibliche. A rigore, dunque, sionismo significa solo creazione di uno Stato a maggioranza ebraica anche se già nel Congresso di Basilea fu stabilito che quello Stato avrebbe dovuto trovarsi in Palestina.

Questa visione del sionismo, per quanto precisa, è tuttavia riduttiva. Il sionismo di Herzl era stato preceduto, nel XIX secolo da movimenti e suggestioni “protosioniste” che ebbero in realtà un grande influenza sul sionismo successivo. In particolare l’opera del filosofo ebreo Moses Hess e del suo libro del 1862 Roma e Gerusalemme.

Hess non contemplava altre collocazioni per lo Stato ebraico se non la Palestina, inseriva il suo protosionismo nella corrente dei nazionalismi e delle spinte risorgimentali dell’800 ma soprattutto immaginava un preciso tipo di Stato: socialista, collettivista e nel quale gli ebrei, condannati da secoli a lavori che li escludevano dalla produzione materiale e dall’agricoltura, avrebbero dovuto “redimersi” con il lavoro dei campi.

L’opera di Hess è all’origine del sionismo socialista, che sarebbe stato centrale nei primi decenni di vita di Israele ma fissò anche un modello valido invece per tutte le correnti sioniste: quella degli ebrei che, abbandonando le tradizionali attività legate alla finanza e alla mediazione commerciale che erano state imposte dalle restrizioni dei secoli precedenti, tornavano al lavoro dei campi.

Hess, per il suo progetto, aveva puntato soprattutto sugli ebrei occidentali. Le ondate di immigrazione in Palestina, invece arrivarono soprattutto dagli ebrei dell’Est, quelli che vivevano nella Zona di Residenza o in Polonia.

Nel 1881 i tremendi Pogrom seguiti all’attentato mortale contro lo Zar Alessandro II spinsero una prima ondata di ebrei dell’est a lasciare la Russia e la Polonia, dando vita alla prima Aliyah, in ebraico “Salita” a cui ne seguirono altre sulla spinta delle persecuzioni contro gli ebrei ispirate prima dalla pubblicazione del falso documento I Protocolli dei Savi di Sion, con la sua denuncia della cospirazione mondiale ebraica e in realtà scritto dalla polizia segreta dello Zar, poi dalla Rivoluzione russa.

Ma se milioni di ebrei lasciarono la Russia e la Polonia, pochi scelsero come approdo la Palestina: 45mila persone sui 2 milioni e 285mila ebrei che lasciarono la Russia, 40mila sui 952mila che partirono dalla Polonia. Alcune comunità ebraiche non avevano mai lasciato la Palestina e a Gerusalemme la maggioranza della popolazione era sempre stata ebrea.

Ma anche se la stragrande maggioranza degli emigrati ebrei aveva preferito tentare di rifarsi una vita in America, comunque le ondate di immigrazione fra il 1880 e il 1930 moltiplicarono le dimensioni dell’Yishuv, l’insediamento ebraico in Palestina, e innescarono le prime tensioni e poi, dal 1920, i primi pogrom e i primi scontri armati tra arabi ed ebrei.

L’acquisto di terre in Palestina da parte degli ebrei era iniziato già prima del sionismo. Il filantropo ebreo di origini italiane ma naturalizzato inglese Moses Montefiore aveva finanziato la costruzione di un sobborgo di Gerusalemme, oggi uno dei quartieri più belli della città, già nel 1861. Alcuni grandi finanzieri ebrei, come il francese Edmond Rotschild risposero all’appello di Herzl, e a volte lo anticiparono, finanziando l’acquisto di terreni dagli arabi e la costruzione dei siti per gli insediamenti.

Israele ha sempre rivendicato l’acquisto dei territori degli insediamenti fino alla spartizione del 1948 ma è anche vero che a vendere erano i grandi latifondisti che in Palestina non mettevano praticamente mai piede, non i contadini che materialmente abitavano quelle terre.

A partire dal primo dopoguerra la vicenda del sionismo si intreccia con quello dello scontro ancora in atto tra ebrei prima e israeliani poi da un lato e arabi palestinesi dall’altro. Non bisogna però immaginare il sionismo come un movimento monolitico: sarebbe forse più preciso parlare di sionismi tra loro molto diversi.

Il “Sionismo generale”, il cui ispiratore principale Chaim Weizmann sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica di Israele, era centrista, liberista in economia, liberale in politica, orientato più a destra che a sinistra, tanto che alla fine sarebbe entrato a far parte del Likud.

Il “Sionismo socialista”, il cui principale leader era il fondatore di Israele David Ben Gurion, partiva dalle posizioni di Hess e almeno in teoria intendeva coniugare il nazionalismo, cioè la battaglia per dare vita a uno Stato nazionale ebraico, con elementi collettivisti e socialisti.

La corrente socialista, oltre a essere egemone fino alla nascita dello Stato, avrebbe poi dominato la vita politica di Israele fino al 1976, ed esercitato un controllo quasi assoluto sulle Forze armate, create e guidate inizialmente dallo stesso Ben Gurion. Nonostante l’assunto iniziale, l’orizzonte nazionalista prevalse però sempre e in misura crescente col passare del tempo, su quello socialista.

Nonostante i conflitti tra una parte dell’ortodossia, contraria all’idea che la nuova Israele fosse creata da uomini, e il sionismo, è sempre esistita anche una corrente di “Sionismo religioso”, che mirava a uno Stato ebraico confessionale invece che laico.

La destra sionista era rappresentata dal “Sionismo revisionista” fondato da Vladimir Zabotinskij, in opposizione alla sinistra del Sionismo socialista ma anche ai “Sionisti generali” considerati troppo morbidi soprattutto nei confronti dell’Inghilterra, diventata dopo la guerra mondiale potenza mandataria in Palestina.

Zabotinskij, che nel 1935 sarebbe uscito dall’Organizzazione sionista mondiale per dar vita alla Nos, Nuova organizzazione sionista, fu anche il fondatore dell’Irgun, il gruppo terrorista che, tra le altre azioni, fece saltare in aria il Quartier generale inglese allocato al King David Hotel di Gerusalemme.

L’Irgun e il Sionismo revisionista non erano parti della stessa organizzazione, ma la presenza al vertice di entrambe di Zabotinskij garantiva un rapporto di fiancheggiamento. Zabotinskij, pur dichiaratamente di destra, non era fascista e lo sottolineò sempre ma sia nella Nos che nell’Irgun una componente simpatizzante per il fascismo senza dubbio c’era.

I partiti eredi del Revisionismo, prima l’Herut confluito poi nel Likud, ebbero scarsissimo peso nei primi decenni di vita dello Stato, fino alla vittoria elettorale del 1976, dovuta in buona parte alle tensioni create dalla guerriglia palestinese e dall’attacco egiziano del 1973 che colse Israele, governato dalla socialista Golda Meir del tutto di sorpresa.

Essere contro il sionismo, come se si trattasse di un’ideologia complessiva è dunque insensato, a meno che non si intenda l’unico elemento comune a tutte le diverse e confliggenti correnti sioniste: negare il diritto all’esistenza di uno Stato ebraico. Ma qui i confini tra antisionismo e antisemitismo diventano davvero molto evanescenti. David Romoli 15 Novembre 2023

Figli di Abramo. L’indifferenza semantica di chi usa «ebreo» ed «ebraico» come sinonimi. Maurizio Assalto su L'Inkiesta il 30 Ottobre 2023

I due etnonimi vengono utilizzati in modo intercambiabile, spesso in modo improprio. Per non parlare della espressione «di origine ebraica» che viene usata in modo evasivo come se fosse una sorta di compromesso per evitare di affrontare pienamente l'identità ebraica

Ci risiamo. Non è una novità, ma qualcosa che periodicamente ritorna quando il soggetto è “un certo” soggetto. La lettera-appello di David Grossman e un folto drappello di «accademici, leader di pensiero e attivisti progressisti con sede in Israele e impegnati per la pace, l’uguaglianza, la giustizia e i diritti umani» (come si sono qualificati), lanciata a metà ottobre e sottoscritta nei giorni successivi anche da intellettuali americani quali Michael Walzer e Cynthia Ozick per denunciare l’indifferenza della «sinistra globale» di fronte ai crimini di Hamas, è stata presentata da molti giornali come opera di personalità «di origine ebraica». 

Origine ebraica? Abbiamo scorso l’elenco in calce: come è chiaro già dai nomi, e senza addentrarci nelle dispute interne all’ebraismo sulle condizioni necessarie a determinare l’ebraicità, si tratta di uomini e donne a tutti gli effetti ebrei – e più precisamente, prima che altre firme si aggiungessero dall’Europa e dall’America, di ebrei israeliani. Perché allora chiamare in causa la loro origine? 

È vero che la formula «di origine ebraica» si usa principalmente a proposito degli ebrei che non vivono nella Terra promessa degli ebrei – dopo secoli di diaspore e nonostante un secolo e mezzo di sionismo, una presenza diffusa ai quattro angoli del mondo -, così come di un individuo nato negli Stati Uniti da una famiglia italiana, oppure nato in Italia ma poi trasferito negli Stati Uniti, si dice «americano di origine italiana». E tuttavia qui si innesta un altro dubbio: perché, anche nel caso di un ebreo non israeliano che abbia alle sue spalle incontaminate generazioni di ebrei, si parla di «origine ebraica» (o altre volte di «famiglia ebraica») e non «ebrea»?

A differenza degli altri etnonimi, che consistono di una parola unica utilizzabile tanto come sostantivo quanto come aggettivo, nel caso degli ebrei l’aggettivo si sdoppia: «ebreo», appunto, ed «ebraico». Due parole distinte tra le quali scegliere. Ma per scegliere occorre avere chiari i criteri di utilizzo.

L’etnonimo «ebreo», che la tradizione fa risalire al biblico capostipite Eber, pronipote di Noè, più verosimilmente deriva – attraverso il latino hebraeus e il greco ebraîos, adattamenti dell’aramaico ebhrai – dall’ebraico ibhri, ossia «colui che viene dall’altra parte (del fiume?)». Il primo uomo a essere chiamato ebreo, nel libro della Genesi (14,13), è Abramo, che dalla natia Ur, in Mesopotamia, obbedendo al comando divino attraversa l’Eufrate per partire alla volta di Canaan e diventare «padre di una moltitudine di popoli» (l’etimologia biblica del suo nome, secondo Genesi 17,5) che si chiameranno quindi ebrei.

Con la parola «ebreo», nome o aggettivo, ci si riferisce perciò soprattutto a esseri umani o a comunità di esseri umani che fanno parte di quei popoli e in particolare che ne professano il credo. L’aggettivo «ebraico» – che in un solo caso si converte in sostantivo: quando sta per la lingua parlata dagli ebrei – si riferisce invece a oggetti, istituzioni, costumi, caratteri psicologici, produzioni dell’intelletto «appartenenti agli» o «tipici degli» ebrei. Si parlerà quindi di «religione ebraica», «letteratura ebraica», «umorismo ebraico», «cucina ebraica», «festività ebraiche», ma per converso sarà più appropriato dire «popolo ebreo», «famiglia ebrea» e – in quanto risultanti da successioni di esseri umani – «stirpe ebrea» e «origine ebrea».

Non si tratta, tuttavia, soltanto di una questione di acribia lessicale. Dietro alla preferenza per l’aggettivo «ebraico», nei casi in cui sarebbe più pertinente usare «ebreo», sonnecchia più o meno avvertito un freno inibitore, residuo di pregiudizi e stereotipi che, anche laddove sono superati nei fatti, hanno lasciato una traccia nel linguaggio comune. Alla voce «ebreo», i dizionari della lingua italiani riportano come significato secondario, figurato, quello di (riportiamo dal Treccani) «epiteto ingiurioso, per indicare persona che all’abilità e mancanza di scrupoli negli affari unisce attaccamento al denaro, avidità di guadagno e propensione all’usura, con riferimento ad alcune qualità che la tradizione antisemita attribuisce agli Ebrei (e che la notorietà di personaggi letterarî, come l’usuraio ebreo Shylock nel Mercante di Venezia di Shakespeare, ha contribuito a consolidare nell’opinione popolare)».

Che lo si voglia o no, nella parola «ebreo» risuona tuttora un certo sottofondo equivoco fatto di ostilità, sospetto, scherno magari commisto di sottaciuta invidia sociale, per sfuggire al quale si tende a rifugiarsi in un aggettivo più neutro. Non è necessariamente (e non è per lo più) antisemitismo, ma il vischioso sedimento che può persistere fin nelle menti più immuni dai preconcetti. Dire «ebraico» è meno impegnativo, è un modo per allontanare, attenuare, impacchettare (per dissimularla almeno un po’) la realtà di cui si parla. Qualunque cosa si pensi del sostantivo (e aggettivo) «ebreo», l’aggettivo «ebraico» è più innocuo: insomma, ebreo ma non troppo. E così avviene che lo scrittore – o regista, artista, concertista eccetera – ebreo diventa scrittore – o regista, artista, concertista – «ebraico», la famiglia ebrea «famiglia ebraica» e via di seguito.

Ma affinché la presa di distanza sia più efficace, per neutralizzare ogni possibile retropensiero, l’aggettivo«ebraico» da solo non basta. Ecco allora che si fa strada l’espediente estremo: la parola «stirpe», o meglio ancora «origine», od «origini», che sfuma ulteriormente il dato di fatto proiettandolo in un passato lontano, indefinito, eventualmente superato o comunque dimenticato o dimenticabile. Uno scrittore «di origine ebraica» magari non è più ebreo, non lo è più tanto, insomma – hai visto mai – è sempre meglio non sbilanciarsi, tenersi prudentemente a distanza. Un po’ come facevano gli italiani al tempo delle leggi razziali, che pure nella maggior parte dei casi in cuor loro non condividevano: con conseguenze, in quel caso, ben più tragiche.

Sionismo, storia di un’idea che ha dato vita a uno Stato: dal sogno di Herzl al voto dell’Onu. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera venerdì 3 novembre 2023

La risposta del sionismo a secoli di persecuzioni: gli ebrei dovevano difendersi da soli, avere un esercito, una nazione

«Non credo sia possibile uno Stato degli ebrei sino a quando il Messia non sarà arrivato, sono contrario alla sua conferenza nella nostra città», rispose il rabbino capo di Berlino a Theodor Herzl. Colui che è considerato il leader fondatore del sionismo moderno chinò il capo senza troppo discutere e traslocò a Basilea. La Svizzera era già terra d’esilio per socialisti e anarchici, non ci sarebbero stati problemi neppure per i sionisti.

Era il 1897: Herzl (1860-1904), un ebreo ungherese che faceva il giornalista a Vienna. Era il tipico assimilato con poca o nessuna conoscenza della sua tradizione religiosa, venne spinto a cercare una soluzione all’antisemitismo dopo l’Affare Dreyfus in Francia e in risposta ai continui sanguinosi pogrom contro le comunità nell’est europeo. L’anno prima aveva scritto un pamphlet, Lo Stato degli Ebrei, in cui sosteneva che loro non erano solo una religione, bensì un gruppo nazionale ben distinto in attesa di realizzare il proprio destino. Si differenziava dagli slanci di piccoli gruppi messianici del passato, che nei secoli avevano propagandato la necessità della ricostruzione del regno d’Israele. Le sue idee, piuttosto, erano figlie dei movimenti nazionali laici europei e dei problemi crescenti per gli ebrei, che dopo avere beneficiato della diminuzione del tradizionale antigiudaismo cristiano in un continente progressivamente più secolarizzato, subivano ormai l’antisemitismo razziale. Se prima ci si poteva convertire per essere accettati, adesso gli ebrei erano esclusi per sempre in nome della legge del sangue: una logica spietata che il nazismo avrebbe portato alle estreme conseguenze con la «soluzione finale» meno di mezzo secolo dopo.

Ecco allora la risposta del sionismo: gli ebrei dovevano difendersi da soli, avere un esercito, assurgere a nazione tra le nazioni. Ma i contrasti interni furono duri sin dall’inizio. Una costante: il tasso di litigiosità è rimasto lacerante sino ai nostri giorni. Era più importante redimere la terra degli antichi regni d’Israele, oppure salvare il popolo ebraico dalle persecuzioni nella diaspora creando al più presto un suo Stato ovunque fosse possibile? (In quelle prime fasi ci fu chi propose di creare un’enclave ebraica in Argentina o in Madagascar). Si potevano fondare gli insediamenti agricoli senza la benedizione dei rabbini? E che fare della popolazione araba: integrarla, pagarla e incentivarla affinché se ne andasse, oppure espellerla con la forza se necessario? Su questo punto il primo sionismo spesso glissava. Dopo il Congresso di Basilea il consiglio rabbinico di Vienna inviò una delegazione in Palestina per verificare che ne pensasse la popolazione locale. Risposero lapidari: «La sposa è magnifica, ma unita ad un altro uomo».

Sono stati scritti migliaia di testi sulla storia del sionismo. Un modo per riassumerli è ricordare le due maggiori scuole di pensiero. Per la sinistra laburista, ciò che contava era la qualità della popolazione: meglio avere una terra più piccola, però con una netta maggioranza ebraica. David Ben Gurion (1886-1973), il costruttore dello Stato nel 1948, fu pronto a molti compromessi, compresa l’accettazione del piano di partizione della Palestina proposto dall’Onu nel 1947, pur di ottenere la legittimità internazionale. La destra revisionista, più legata alla tradizione religiosa, considerava invece fosse fondamentale tornare ai confini di due millenni fa. Era la terra a determinare il tasso di ebraicità. Ze’ev Jabotinsky (1880-1940), suo capo carismatico a periodi ispirato al Fascismo italiano, si opponeva in ogni modo alla partizione: a suo dire, solo la forza avrebbe imposto il fatto compiuto. In un celebre articolo del 1923 scriveva che gli arabi si sarebbero opposti «in ogni modo contro la presenza ebraica sino a che avranno la speranza di scacciarci» e dunque occorreva un «muro di ferro».

Intanto, era iniziato il fenomeno dell’Alyia, «la salita», l’immigrazione. La prima ondata fu tra il 1882 e il 1902, circa 30.000 ebrei quasi tutti dell’est europeo raggiunsero la Palestina ottomana. Ma fu la Seconda Alyia, circa 40.000 persone dal 1904 al 1914, a costituire la pietra miliare di quello che sarebbe stato l’Yshuv, la comunità ebraica prima della nascita dello Stato: coesa, determinata, fondatrice dei kibbutz, delle unità militari e delle istituzioni che poi dal 1947 al 1949 avrebbero permesso di vincere la Guerra d’Indipendenza. Furono loro a concepire l’idea dell’«ebreo nuovo». Si ispiravano al mito dei canaanei; tramite lavoro agricolo si sarebbero «sposati» alla terra, l’avrebbero ebraicizzata, rovesciavano la piramide sociale della diaspora. Negli shtetl europei erano cambiavalute, banchieri, negozianti, maestri, impiegati; qui diventavano contadini, operai, soldati. Il 2 novembre 1917, quando il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour consegna a Lord Rothschild la celebre Dichiarazione, in cui per la prima volta si parla di un «focolare ebraico» in Palestina, l’Yshuv conta circa 56.000 persone (oltre a poche migliaia di ortodossi tra Gerusalemme e Zfat che vedono i pionieri come il diavolo) contro oltre 600.000 arabi.

Le nuove colonie sono concentrate in Galilea, nella parte settentrionale della valle del Giordano, attorno ad Haifa e poi nella piana costiera di Jaffa, dove sta nascendo Tel Aviv. Ma adesso c’è il riconoscimento internazionale, i leader sionisti cercano il sostegno inglese, americano, visitano le capitali europee. L’immigrazione cresce dopo la Prima Guerra mondiale. Le prime rivolte arabe importanti sono del 1920 tra Gerusalemme e Jaffa. Gli inglesi impongono i primi «libri bianchi» per limitare l’immigrazione. Nel 1929 il grave pogrom di Hebron prelude alle grandi sommosse antiebraiche del 1936, quando il parlamento britannico invia la Commissione Peel che afferma: i due popoli non possono convivere, occorre creare due Stati. La Seconda Guerra mondiale congela il conflitto. Ma nel 1945 l’emergere dell’abisso dell’Olocausto ridà legittimità e riconoscimento alla necessità di uno Stato per gli ebrei. Scatta la guerriglia. Gli inglesi decidono di abbandonare la regione entro la primavera 1948. Gli eserciti di Egitto, Giordania, Iraq, Siria e Libano attaccano assieme alla guerriglia palestinese e vengono sconfitti. Prima della guerra, gli ebrei nella Palestina mandataria erano 630.000, gli arabi 1.350.000. Il 14 maggio nasce Israele, nel suo territorio gli ebrei adesso sono 720.000, gli arabi 156.000. 

Israele, la storia: dalla cacciata degli arabi alla guerra dei Sei giorni. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera martedì 7 novembre 2023.

Il tabù (poi sfatato) dell’espulsione, la scelta occidentale, le guerre: i primi vent’anni. Il ricordo della Shoah e il dramma della Nakba, nel secondo dopoguerra tormentato dai «due miti»

«Che cosa dobbiamo fare della popolazione araba rimasta nelle sue case?», chiesero Yigal Allon, Ytzhak Rabin e altri tra i giovani comandanti del neonato esercito israeliano a David Ben Gurion. Si era nel pieno delle battaglie per Lidda e Ramleh nel luglio 1948. Le forze ebraiche stavano vincendo, eppure ancora attorno alle colline di Gerusalemme la Legione giordana resisteva sulle mura della Città Vecchia e dalle alture di Jenin le sue unità, rinforzate dal corpo di spedizione iracheno, minacciavano le comunicazioni per Haifa. Da sud gli egiziani restavano attestati nel Negev.

Gli arabi allontanati

La presenza di una sacca di popolazione araba ostile sulla strada strategicamente vitale che univa Tel Aviv a Gerusalemme poteva rappresentare un pericolo. «Ben Gurion fece un gesto deciso della sua mano che diceva: buttateli fuori…», notava Rabin nelle sue memorie. In poche ore oltre 50.000 persone, compresi vecchi e bambini, furono costretti «con la forza» a marciare nel caldo per una trentina di chilometri per raggiungere le colline della Cisgiordania. Sino a oltre tre decadi fa questo era uno dei testi più noti che parlava esplicitamente di un preciso piano di espulsione della popolazione araba durante la Guerra d’Indipendenza israeliana. Lo aveva scritto un soldato pluridecorato, che era stato ai vertici dell’esercito, destinato ad essere due volte premier e che sarebbe stato assassinato nel 1995 da un estremista ebreo contrario ai negoziati con Yasser Arafat in nome della divisione della terra in cambio della pace. Ma la prima pubblicazione nel 1979 era stata tenuta sottotono: per lungo tempo in Israele parlare dell’espulsione forzata degli arabi fu un tabù. La propaganda ufficiale narrava di fughe precipitose, di panico diffuso, di interi villaggi convinti a partire dai capi della resistenza palestinese locale e degli eserciti arabi con la promessa che «dopo la vittoria sarebbero tutti tornati».

In fuga

Ci sarebbe voluto il fenomeno dei cosiddetti «nuovi storici» dall’inizio degli anni Ottanta — intellettuali come Benny Morris, Tom Segev, Avi Shlaim, Meron Benvenisti e tanti altri — che in alcuni libri fondamentali hanno progressivamente smontato uno dei dogmi originari di Israele. Lavorando soprattutto negli archivi locali (in genere le fonti arabe sono chiuse), dimostrarono che sin dalla fine del 1947 crebbe il progetto di limitare al massimo il numero di arabi nei territori del nascente Stato ebraico. Oggi è ormai generalmente accettato che oltre 700.000 arabi furono scacciati dai territori di Israele. A facilitare l’operazione fu tra l’altro l’emigrazione volontaria nei mesi precedenti delle classi medio-alte verso Beirut, Damasco, Amman o Il Cairo. Medici, ingegneri, avvocati, maestri di scuola, proprietari terrieri e gran parte del corpo dirigente del popolo palestinese, così come era venuto sviluppandosi dal collasso dell’Impero Ottomano e sotto il Mandato Britannico, rafforzato nella sua identità nazionale dalla lotta contro il sionismo, di fatto scapparono, preferirono trovare rifugio all’estero. I fellahim abbandonati a loro stessi ebbero ben poca speranza di resistere. Ma c’è di più: gli eserciti arabi accorsi con lo slogan ipocrita di sostenere i palestinesi non ebbero alcun coordinamento tra loro. Anzi, fecero a gara per occupare intere regioni a scapito degli «alleati». Re Abdallah di Giordania aveva stretto accordi segreti con Golda Meir, che travestita da beduino era andata a trovarlo nel suo quartier generale. Tanto che nel 1950 lui si sarebbe annesso Cisgiordania e Gerusalemme est. Una mossa contestata dai palestinesi e pagata con la vita: venne assassinato l’anno dopo da un jihadista dei Fratelli Musulmani legato al Mufti di Gerusalemme — Amin Al-Husseini, che dagli anni Venti guidava la resistenza palestinese — mentre pregava nella moschea Al Aqsa della città santa.

Alleati storici

Furono gli Stati Uniti a riconoscere per primi de facto Israele all’Onu il 14 maggio 1948. Ma l’Unione Sovietica lo riconobbe de jure già tre giorni dopo. Il nuovo Paese era soprattutto concentrato ad accogliere gli scampati alla furia nazista, qualsiasi tipo di aiuto da ovunque arrivasse era benvenuto. Dal 1945 alla nascita dello Stato erano arrivati in 100.000, almeno 70.000 sopravvissuti ai campi di sterminio che dovettero sfidare i divieti del mandato inglese. Emerse però una realtà terribile: la quasi totalità dei cittadini potenziali in Europa era morta nell’Olocausto. Fu allora che si decise di favorire l’immigrazione degli ebrei dai Paesi arabi. Nei primi 4 anni di esistenza dello Stato la dirigenza askenazita lavorò per accogliere le masse sefardite, che rappresentarono oltre la metà dei migranti. Nacquero forti tensioni sociali destinate a incancrenirsi.

Inizialmente non fu neppure chiaro che scelta avrebbe fatto Israele nel contesto della Guerra Fredda. Per qualche tempo la dirigenza sovietica lo guardò come un alleato. Le armi russe giunte tramite il ponte aereo dalla Cecoslovacchia avevano aiutato a vincere. Molti dirigenti sionisti venivano dalle province dell’Urss, il kibbutz (che non raggiunse mai il 6 per cento della popolazione, ma per un paio di decenni incarnò i valori collettivi) s’ispirava ai modelli economici socialisti. Per contro, gli americani erano legati alle monarchie arabe conservatrici e a lungo Washington non dimostrò troppo entusiasmo. Fu soltanto durante la Guerra di Corea che Ben Gurion scelse senza ambiguità di stare nel campo Occidentale.

Incubi e conflitti

Nacquero allora i due miti fondativi rispettivamente dello Stato ebraico e della resistenza palestinese: la Shoah, lo sterminio; e la Nakba, la catastrofe dell’espulsione dalla propria terra. Israele era lo Stato nato per difendere tutti gli ebrei. L’incubo della Shoah divenne un’ottima motivazione per legittimare la propria difesa muscolare. Un concetto ribadito con forza ai tempi del processo contro Adolf Eichmann nel 1961. Allora la filosofa Hannah Arendt denunciò il pericolo di una strumentalizzazione della tragedia ebraica per motivi politici. «Non c’è stato leader arabo nemico che non sia stato paragonato a Hitler», sostiene spesso Tom Segev. Da qui il concetto israeliano della guerra di «ein breirà», senza alternativa, da combattere e vincere a tutti i costi, ad ogni prezzo, per evitare il ripetersi dell’Olocausto.

Il Canale della discordia

Da allora è stata per esempio di «breirà», di scelta, la guerra del 1956. Allora Israele optò di allearsi a Francia e Inghilterra contro il regime egiziano di Gamal Abdel Nasser. Un conflitto di stampo coloniale per il controllo del Canale di Suez, che si risolse in un flop totale e vide Washington intervenire per costringere Israele ad abbandonare il Sinai e la striscia di Gaza appena conquistati. Gli storici locali dibattono invece ancora adesso se la Guerra dei Sei Giorni sia stata inevitabile, cioè esistenziale come quella del 1948, oppure una «breirà» che poteva essere evitata. Nasser, a questo punto leader carismatico della decolonizzazione e del pan-socialismo arabo, aveva fatto dell’Egitto le testa di ponte dell’influenza sovietica in Medio Oriente e della lotta contro Israele. Prigioniero della sua retorica, chiuse Suez agli israeliani e bloccò l’accesso a Eilat dal Mar Rosso. Fu il casus belli: all’alba del 5 giugno 1967 gli israeliani attaccavano di sorpresa l’aviazione egiziana annientandola, poi passarono a colpire la Siria. Chiesero a re Hussein di Giordania di non intervenire. Lui rispose bombardando Gerusalemme ovest. Sei giorni dopo la vittoria israeliana aveva totalmente rivoluzionato il Medio Oriente.

La Storia studiata con il paraocchi dell’ideologia e dei pregiudizi.

Facebook: Jacopo Cren Alessandro Barbero e lo spazio dello storico

ISRAELE, le origini.

1) Prima del moderno Stato di Israele c'era il mandato britannico, NON uno stato palestinese.

2) Prima del mandato britannico esisteva l' impero ottomano, NON uno stato palestinese.

3) Prima dell' impero ottomano esisteva il sultanato islamico mamelucco d'Egitto, NON uno stato palestinese.

4) Prima del sultanato islamico mamelucco d'Egitto esisteva la dinastia ayyubide, NON uno stato palestinese. Goffredo di Buglione lo conquistò nel 1099.

5) Prima della dinastia ayyubide esisteva il regno cristiano di Gerusalemme, NON uno stato palestinese.

6) Prima del regno cristiano di Gerusalemme esisteva il califfato fatimide, NON uno stato palestinese.

7) Prima del califfato fatimide esisteva l' impero bizantino, NON uno stato palestinese.

Prima dell' impero bizantino esisteva l' impero romano, NON uno stato palestinese.

9) Prima dell' impero romano esisteva la dinastia asmonea, NON uno stato palestinese.

10) Prima della dinastia asmonea esisteva l' impero seleucide, NON uno stato palestinese.

11) Prima dell' impero seleucide esisteva l' impero di Alessandro III di Macedonia, NON uno stato palestinese.

12) Prima dell' impero di Alessandro III di Macedonia esisteva l' impero persiano, NON uno stato palestinese.

13) Prima dell' impero persiano esisteva l' impero babilonese, NON uno stato palestinese.

14) Prima dell' impero babilonese esistevano i regni di ISRAELE e GIUDEA, NON uno stato palestinese.

15) Prima dei regni di ISRAELE e GIUDEA esisteva il regno di ISRAELE, NON uno stato palestinese.

16) Prima del regno di ISRAELE esisteva la teocrazia delle 12 TRIBÙ DI ISRAELE, NON uno stato palestinese.

17) Prima della teocrazia delle 12 TRIBÙ DI ISRAELE esisteva lo stato individuale di Canaan, NON uno stato palestinese.

In effetti, in questo angolo della Terra c'era tutto fuorché uno stato palestinese.

Ho voluto mettere un punto "fermo" in merito ad una questione che si trascina fin dalla fondazione stessa del moderno Stato di Israele.

Spero che questo mio lavoro abbia fugato ogni dubbio, se ancora ce ne fossero, dalla mente di Coloro i Quali leggono o leggeranno questo mio "post", che al contempo rappresenta anche una "veritiera ricerca STORICA"!!! SHALOM

Di Giuseppe Bifano

Il Regno di Israele è esistito: una risposta a Alessandro Barbero. Opinioni di Elena Lea Bartolini De Angeli, Marco Cassuto Morselli, Sara Ferrari, Gabriella Maestri su mosaico-cem.it il 3 Giugno 2021

Sta circolando sul web un video dello storico Alessandro Barbero nel quale si afferma che «Il Regno di Israele non è mai esistito», affermazione supportata dall’idea che non ci siano fonti storiche e archeologiche sufficienti per poter affermare il contrario. A tale proposito ci sembra importante precisare alcuni elementi utili a fare chiarezza nella prospettiva di un corretto approccio alla storia antica e alla sua documentabilità, in quanto è oramai assodata fra la maggior parte degli studiosi l’idea che sia sempre più necessario un approccio interdisciplinare per studiare e comprendere il passato, evitando derive che possono essere causate da rigidità e fondamentalismi nell’analisi dei dati.

La documentazione relativa all’esistenza del Regno di Israele esiste: sicuramente c’è ancora molto da poter cercare e studiare, ma ciò che già è in nostro possesso ha un valore documentario importante che va compreso tenendo conto di una serie di fattori validi per lo studio di tutte le civiltà antiche:

1. Gli antichi non avevano la nostra coscienza storiografica sorta solo in epoca moderna, pertanto ci hanno lasciato testi e documenti nei quali la storia raccontata non è la registrazione precisa e cronologica degli avvenimenti ma la modalità con la quale gli stessi sono stati vissuti e interpretati. Per questo molte testimonianze antiche, che potrebbero apparire solo come miti o leggende, possono contenere una importante dimensione storica che va decifrata e analizzata con gli strumenti adatti, fra i quali quelli paleografici e filologici. Riguardo la storia del popolo di Israele è interessante la nuova edizione del saggio di Yosef Hayim Yerushalmi: Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, edito dalla Giuntina di Firenze nel 2011.

2. Per quanto riguarda la ricerca archeologica in Medio Oriente – e in particolare a Gerusalemme – è importante tener conto del fatto che le costruzioni posteriori hanno quasi sempre distrutto molti dei resti degli strati precedenti: tutti gli archeologi sanno che l’ideale è scavare una città distrutta da un cataclisma e mai più ricostruita, ma nel nostro caso non è così. Per questo la ricostruzione di una storia come quella del Regno di Israele deve necessariamente integrare i reperti archeologici con una critica storica dei documenti antichi che tenga conto della loro età, della lingua nella quale sono stati scritti, del genere letterario utilizzato e delle intenzioni dell’autore. Una ricerca di questo tipo richiede un confronto interdisciplinare e la consapevolezza del fatto che il singolo reperto non può essere mai assolutizzato.

3. Esistono inoltre fra gli studiosi in generale, e fra gli archeologi in particolare, scuole di pensiero molto diverse: da quelle minimaliste a quelle più possibiliste. Non è corretto assolutizzarne solo una, ma è invece opportuno ascoltare e confrontare tutti i punti di vista, lasciando in ogni caso aperte le questioni che richiedono ulteriori accertamenti, evitando conclusioni troppo azzardate, e formulando ipotesi nella prospettiva di una possibile verifica o rettifica che porti eventualmente a formulare la domanda sulla questione o sul reperto in maniera diversa.

In tale orizzonte, e tornando alla questione di partenza, va inoltre sottolineato che quando si parla di «Regno di Israele» è opportuno precisare a quale periodo ci si riferisce: quello dell’unico Regno che va da Davide a Salomone o quello dei due Regni – di Israele (a nord) e di Giuda (a sud) – che va dalla morte di Salomone fino alla guerra siro-eframitica (per il nord) e all’esilio babilonese (per il sud). La discussione infatti verte soprattutto sul periodo da Davide a Salomone: riguardo quest’epoca le testimonianze sono prevalentemente bibliche; tuttavia si stanno trovando importanti riscontri archeologici grazie agli scavi e agli studi di molti ricercatori e ricercatrici che non hanno mai smesso di verificare le loro ipotesi e intuizioni; fra i molti menzionabili non si può non ricordare Eilat Mazar, a cui si devono importanti ritrovamenti presso la Città di David e il monte del Tempio, così come stanno fornendo interessanti reperti anche gli scavi in corso nella zona di Beth Shemesh e Sha‘arajim.

Per quanto riguarda invece il periodo dei due Regni dopo la morte di Salomone le attestazioni sono note e ampiamente condivise: ci sono riscontri nei documenti assiri e nell’iscrizione di Meshah scoperta centocinquant’anni fa. Ciò su cui semmai si discute riguarda la datazione del periodo iniziale che potrebbe variare dal X al IX secolo prima dell’era cristiana.

Elena Lea Bartolini De Angeli, Docente di Giudaismo ed Ermeneutica Ebraica, ISSR Milano

Marco Cassuto Morselli, Vicepresidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

Sara Ferrari, Docente di Lingua e Cultura ebraica, Università degli Studi di Milano

Gabriella Maestri, Dottore in Archeologia Cristiana – Roma

Ulteriori approfondimenti (dai quali si evince che la volontà di negare l’esistenza storica del Regno di Israele sia dovuta a condizionamenti ideologici antigiudaici, piuttosto che a rigore storiografico, ndr) 

Oltre la Bibbia – di Marco Cassuto Morselli

In Oltre la Bibbia (Laterza 2012) Mario Liverani intende riportare le vicende della nascita d’Israele alla sua realtà storica, secondo i criteri della moderna metodologia storiografica. Egli distingue la storia d’Israele in due fasi distinte: «La prima fase è la “storia normale” e piuttosto banale di un paio di regni dell’area palestinese, non dissimili da tanti altri regni che seguirono analogo sviluppo e finirono poi tutti annientati dalla conquista imperiale prima assira e poi babilonese con le sue devastazioni, deportazioni, e processi di deculturazione. Questa prima fase non è gravida né di particolare interesse né di conseguenze future – e infatti le parallele storie degli altri regni analoghi (da Karkemish a Damasco, da Tiro a Gaza) non hanno nulla da dire se non allo specialista» (pp. VIII-IX).

La seconda fase ebbe inizio con il ritorno di esuli giudei dall’esilio babilonese, i quali misero in opera «un’enorme e variegata riscrittura della storia precedente»: «Quanto la storia vera ma normale era stata priva di un interesse che non fosse prettamente locale, tanto la storia inventata ed eccezionale divenne la base per la fondazione di una nazione (Israele) e di una religione (il giudaismo) che avrebbero influenzato l’intero corso della storia successiva su scala mondiale» (p. IX).

La storia vera è banale e priva di interesse, ciò cui si fondano Israele e l’ebraismo è invece inventato! Questo il risultato scientifico dell’autorevole studioso.

Le conseguenze di tale impostazione si vedono lungo le 500 pagine del suo libro. Ad esempio di Abramo viene detto: «Anche il viaggio archetipico di Abramo da Ur dei Caldei a Harran e alla Palestina riflette la vicenda del ritorno e il punto di vista dei reduci (o almeno dei loro mandanti): Abramo rappresentava una sorta di messaggio promozionale per coloro che volessero tornare dalla Caldea alla Palestina, per affrontarvi con successo tutti i problemi di convivenza con altre genti, di creazione di un spazio economico e politico proprio» (p. 287).

A p. 360 il titolo del paragrafo è : Il mito del «primo tempio». Un lettore frettoloso ne ricava l’impressione che anche il Primo Tempio sia un mito, e solo all’interno del paragrafo successivo, intitolato La costruzione del «secondo tempio» e l’affermazione della guida sacerdotale si viene informati che «Non c’è ragione di dubitare che Salomone avesse costruito a Gerusalemme un tempio di [viene riportato il Tetragramma vocalizzato]» (p. 364).

Che cosa Liverani pensi della Torah viene rivelato a p. 380: «Si tratta di un complesso vario e disorganico, ricco di contraddizioni, all’interno del quale si individuano raccolte legislative più ridotte (e queste sì organiche), collegate ad episodi diversi nella lunga vicenda dell’Esodo, e certamente da attribuirsi ad epoche di formulazione e di redazione diverse». Anche il fatto, riconosciuto da molti, che vi sia stato uno sviluppo della legislazione d’Israele viene presentato dall’Autore in modo del tutto negativo e banalizzante, utilizzando anche in questo caso la categoria dell’«invenzione», termine che compare nel titolo del cap. 18 L’invenzione della Legge e che viene smentito poche pagine dopo con l’affermazione: «L’introduzione di una Legge non può configurarsi come pura e semplice invenzione».

Cosa poi Liverani pensi del Dio d’Israele lo apprendiamo a p. 395: «Non a caso le norme sulla contaminazione e la sacralità aumentano per mole, per dettaglio, per severità in epoca post-esilica, quando la comunità priva di leadership civile, si regge per la sua compattezza attorno al tempio e al Dio vendicativo e inaccessibile che vi abita».

C’è da chiedersi se anche questi giudizi appartengano al rigoroso metodo storiografico o non siano invece personali valutazioni dipendenti dalla cultura dell’Autore.

Ma, al di là di questo, ciò che rimane inspiegato è proprio perché il regno di Giuda non sia scomparso come gli altri piccoli regni mediorientali e perché la sua storia abbia influenzato «l’intero corso della storia successiva su scala mondiale».

Giudea e Palestina – di Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri

Giudea

Dopo l’epoca patriarcale (che può essere datata tra il XVIII e il XVII secolo a.e.c) e il periodo egiziano (con l’esodo databile al XIII secolo a.e.c), abbiamo i racconti di Yehoshua e dei Giudici che descrivono l’insediamento delle tribù nella Terra di Kenaan. Le modalità di tale insediamento, descritte in modo cruento nei racconti biblici, sono oggetto di discussione tra gli studiosi. Alcuni ipotizzano che esso sia avvenuto in maniera progressiva e graduale, e che la narrazione successiva abbia voluto creare un’epopea di conquista enfatizzando gli aspetti militari. Per fare un esempio, in Gs 24,1-18 si narra la presa pacifica di Shekhem: si ha l’impressione che i nuovi arrivati si fossero imparentati con le popolazioni preesistenti e avessero lentamente consolidato i rapporti con loro, accogliendo gruppi di Cananei all’interno delle tribù e in molti casi facendo sì che questi assimilassero le loro tradizioni religiose.

Le tribù, pur nella loro indipendenza, erano tuttavia legate da un qualche tipo di federazione, unite dal comune ricordo dell’esperienza del Sinay e dalla memoria di una ancor più lontana discendenza dai patriarchi, di cui si conservavano oralmente svariate tradizioni. Inoltre a scadenze periodiche le shevatim/tribù si incontravano in svariate località intorno al Santuario mobile, contenente l’Arca dell’alleanza. In questo contesto i vari gruppi riunitisi cominciano ad essere chiamati tutti – e non solo i gruppi provenienti dal Nord – con il nome di Israele, in memoria dell’antenato comune Yaaqov-Yisrael.

Nel periodo dei Giudici le tribù, a volte in conflitto anche tra loro, erano esposte ad attacchi provenienti da ogni parte, soprattutto dai Filistei, e questo portò al desiderio di istituir una monarchia, che desse al popolo una maggior protezione e senso di sicurezza. Su tale istituzione troviamo espresse nei testi biblici posizioni diverse: c’erano i favorevoli (cfr. 1Sam 9,1-10,16) ma anche i contrari (cfr. 1Sam 8 e 10,17-27).

Il primo ad essere consacrato re dal profeta e giudice Shemuel è Shaul (intorno al 1020), il quale per tutta la vita lottò soprattutto contro i Filistei, cercando di consolidare il suo regno. Il consolidamento fu attuato da David (1000-962) e da Shelomoh (961-922). Quest’ultimo organizzò il regno in dodici distretti, uno per ogni tribù d’Israele.

L’unità così faticosamente raggiunta si perse alla morte di Shelomoh con la ribellione delle tribù del Nord e ne seguì la divisione del territorio sotto Yarovam e Reḥovam. A partire quindi dal 931 si ebbero due Regni, quello del Nord, con capitale Shomron, chiamato Regno d’Israele, e quello del Sud, con capitale Yerushalayim, chiamato Regno di Giuda, dalla tribù più importante e numerosa.

Il Regno d’Israele cade tra il 722-721 sotto i colpi degli Assiri (con conseguente deportazione), mentre il regno di Giuda, benché costantemente minacciato dalle potenze dell’Egitto e dell’Assiria, sopravvive fino al 586, anno della conquista e della deportazione babilonese. L’esilio in Babilonia per un verso fu un’esperienza traumatica e amarissima, per l’altro segnò uno straordinario salto qualitativo nella riflessione teologica e nella spiritualità d’Israele.

Con il ritorno in patria, permesso da Ciro, tra il 538 e il 444, tra mille difficoltà la vita ebraica riprende il suo corso. Il Tempio viene ricostruito e si attua la riforma di Ezra e Neḥemyah.

In età ellenistica l’influenza della cultura greca si fa sentire anche in Giudea. Nel 167 il tempio viene profanato dai greci e dopo le lotte maccabaiche nel 167 viene purificato e ridedicato (il che viene ricordato ogni anno durante la festa di Ḥanukkah).

Nei difficili anni successivi si assiste ad un prevalere del potere sacerdotale, che assume anche il potere regale. Dopo circa un secolo di tensioni politico-religiose i discendenti dei Maccabei, Aristobulo II e Ircano, in lotta per la successione, si rivolsero a Roma per ottenere un sostegno: fu così che Pompeo entrò a Yerushalayim nel 63 a.e.c. ed ebbe inizio la dominazione romana.

Nei Vangeli quel territorio occupato dai Romani viene chiamato Giudea, Samaria e Galilea, e non compare mai il nome Palestina. Anche sulle monete romane che ricordano la vittoria è scritto “Iudaea capta” e solo dopo la Seconda guerra giudaica l’imperatore Adriano volle cancellare il nome di Yerushalayim e della Giudea con i nomi di Aelia Capitolina e Palestina. Mentre il nome di Aelia Capitolina è caduto, quello di Palestina si è imposto fino al XX secolo.

Anche i cristiani per indicare quei territori hanno preferito usare la denominazione romana di Palestina. In questo modo Palestina, nome che indicava le terre occupate dai Filistei, ha sostituito il regno di Giuda e Ereṣ Israel. Tale tendenza in molti ambienti perdura fino ad oggi, e si preferisce parlare di Terra Santa piuttosto che indicare le denominazioni ebraiche.

Palestina

Alcuni testi egiziani del XII sec. a.e.c. contengono la prima esplicita menzione dei Peleset, ossia i Filistei, un popolo che ha un forte legame con l’Anatolia e utilizza armi di ferro, che assicurano la superiorità nelle battaglie. Essi fanno parte di quei “popoli del mare” contro i quali ha lottato l’Egitto e che hanno creato sovvertimenti in alcuni casi anche notevoli nell’assetto politico-sociale del Medio oriente antico.

I rinvenimenti archeologici fanno ritenere che lo stanziamento dei Filistei nella terra di Canaan sia avvenuto in due o tre fasi successive. Il nome “Filistei” deriva dal verbo ebraico palash, che significa “penetrare”, “invadere”, in quanto erano considerati invasori. Da loro prese il nome la Filistea, ossia in un primo momento la striscia costiera di Gaza e poi i territori più interni da loro conquistati entrando in conflitto con gli Israeliti, stanziati in quei luoghi già dalla fine del XIII sec. a.e.c.

I Filistei quindi si insediarono nel corso del XII secolo a.e.c. nella regione costiera sud-occidentale, dove venne stabilita la loro pentapoli formata dalle città di Gaza, Ashqelon, Ashdod, Gat e Ekron (cfr. 1Sam 6,17). La loro penetrazione nei territori sempre più interni li portò a scontrarsi con gruppi di Israeliti. Tali scontri vengono narrati, talvolta anche con aggiunte romanzesche, nei libri dei Giudici (nei capp. 13-16 sono raccontate le vicende di Sansone) e di 1 e 2Samuele. In 1Sam 31 viene narrata la loro vittoria su Shaul, mentre in 2Sam 5 si ricorda la vittoria definitiva di David.

Con l’occupazione assira (VIII-VII sec. a.e.c.) e babilonese (VI sec. a.e.c.) della regione, i Filistei spariscono dalla storia come entità etnico-politica. Il nome Palestina però rimane e viene utilizzato nel mondo greco-romano – da Erodoto, Tolomeo e Plinio il vecchio, ma anche da Flavio Giuseppe e Filone – e finisce con l’indicare non più solo l’antica Filistea, ma anche tutta la Giudea.

Nella Torah il nome Pelashet compare una sola volta, in Es 15,14; altre occorrenze bibliche sono soltanto nei Salmi (60,10; 83,8; 87,4; 108,10), in Isaia (14,29.31) e nel deuterocanonico Siracide (50,26). Nel Nuovo Testamento, come abbiamo già visto, il nome non compare mai, e quelle terre vengono chiamate Giudea, Samaria e Galilea.

Al termine della Seconda guerra giudaica (132-135) l’imperatore Adriano dopo aver distrutto Gerusalemme decide di cambiare il nome alla città, nella quale era proibito sotto pena di morte l’ingresso ai Giudei. Vi era la volontà di cancellare anche il ricordo di quella che era stata Ereṣ Israel e annientare ogni traccia della presenza ebraica con la sua storia, la sua cultura e la sua religione.

Per diciannove secoli si è dunque sempre impiegato il nome di Palestina, ma solo a partire dalla metà del XX secolo quella che era una designazione puramente geografica ha assunto un significato etnico. Proiettando all’indietro questo nuovo significato su tutta la storia precedente si ha come risultato che le vicende del regno di Giuda e del regno d’Israele, tutta la storia biblica, tutta la storia ebraica, viene cancellata e sostituita da un’altra narrazione, secondo la quale quelle terre sono da sempre Palestina, e da sempre abitate da Arabi Palestinesi. In tale visione anche Gesù era Palestinese, e gli così pure gli Apostoli, e la prima Chiesa.

Coerente con tale visione è l’opinione, diffusa ormai a livello planetario, che lo Stato d’Israele – «l’entità sionista» – non sia il risultato dell’autodeterminazione del popolo ebraico, ma rientri nella storia del colonialismo e del razzismo, dimenticando che la sua nascita nel 1948 è stata frutto di una decisione dell’ONU.

L’antica Israele e il passo falso dello storico Barbero. Pubblicato in Opinioni a confronto il ‍‍16/06/2021 su moked.it   

Nelle ultime settimane, alla luce della situazione, gira e rigira sui media un’intervista data dall’insigne storico Alessandro Barbero a Camogli nel 2018. Nell’intervista, Barbero spiega perché il passato può ancora sorprenderci e quindi come nuove scoperte ci costringono a scoprire che la nostra visione del passato “in realtà era tutta sbagliata”.

Il primo esempio che Barbero ci presenta, considerando la macro storia del popolo ebraico, gli “ebrei” per l’autore, è quello dell’antico regno di Israele, che non sarebbe mai esistito. Narra Barbero che fino a pochi anni fa, secondo vari storici che si basavano sui “racconti” dell’Antico Testamento, esisteva in “Palestina”, ben 1000 anni prima di Cristo, il grande regno di Israele. Questo raggiunse l’apice durante il regno di gloriosi re, Davide e Salomone. Inoltre, la capitale del regno, Gerusalemme, possedeva grandiosi edifici tra cui il Tempio di Salomone.

Poi, continua Barbero, gli archeologi israeliani (chi e quando?) hanno iniziato a scavare alla ricerca “di questo grande regno e di questa grande capitale”. Tuttavia, fa notare Barbero divertito, gli archeologi israeliani, una volta raggiunto lo strato pertinente al periodo di storia considerato, non hanno trovato niente, tranne qualche focolare di nomadi.

Naturalmente, a detta di Barbero, i politici israeliani (quali?) non erano contenti, né lo era l’opinione pubblica. In breve gli archeologi israeliani (ma quali?) avevano dimostrato al di là di ogni dubbio che il “grande regno di Israele” non era mai esistito né che esisteva Gerusalemme o il Tempio di Salomone, ma vi erano solamente nomadi che vagavano nella steppa. Innanzitutto, il paesaggio dell’area geografica descritta da Barbero è molto diversificato, poiché (era) ed è contraddistinto dalla presenza di fertili pianure, in cui cresce grano ed orzo, colline adibite alla coltivazione di vite ed olivo, montagne, altipiani, deserti in cui cresce la palma, il Lago di Tiberiade, il Giordano, ed il Mar Morto. Ma non vi è traccia alcuna di “steppe”.

Ma forse Barbero si è confuso con il deserto dei Tartari. Inoltre, la terminologia utilizzata è problematica. L’uso del termine “Antico Testamento” è offensivo, e per questo all’interno del mondo accademico si preferisce utilizzare il termine Bibbia Ebraica.

Un Antico Testamento implica l’esistenza di un Nuovo Testamento, che come tale squalifica e nullifica il precedente. Anche l’uso del termine Palestina è improprio. Un purista utilizzerebbe alternativamente il termine Terra di Cana’an o Terra di Israele per definire l’area geografica nel periodo considerato. Chi invece vuole riferirsi alla situazione politica attuale, dovrebbe tenere presente che convivono lo Stato di Israele e l’autonomia nazionale palestinese. Il termine Palestina per indicare la totalità dell’area è scorretto. Nel periodo considerato esisteva la Pentapoli dei Filistei, un patto di cinque città (Gaza, Ascalona, Ashdod, Gath, ed Ekron), le quali però occupavano la superficie dell’attuale Striscia di Gaza e di parte della striscia costiera meridionale dello Stato di Israele. E poi chi sono questi archeologi israeliani? O chi sono questi fantomatici politici? Uno storico per onestà ha il dovere di non lasciare nel vago le proprie fonti d’informazione, ma citarle correttamente. Vedremo di farlo per Barbero.

Innanzitutto, vediamo di far luce su cosa è l’antico regno di Israele, e cosa ne dicono gli studiosi, archeologi e storici, israeliani e non. L’anno 1000 a.C. È un periodo a cavallo tra la prima età del ferro, che va dal 1200 al 1000 a.C., il periodo dei giudici tanto per intendersi, e la seconda età del ferro, che va dal 1000 fino al 587-587 a.C., e cioè il periodo della monarchia, prima il “regno unito di Saul, Davide e Salomone”, e dopo la morte di quest’ultimo, la divisione del territorio tra il regno di Israele, a nord, ed il regno di Giuda, a sud. Secondo gli archeologi, tra cui Israel Finkelstein, intorno all’anno 1000 a.C. si può parlare dell’esistenza di una confederazione, o forse più confederazioni di tribù nomadi, che conosciamo sotto un’identità collettiva con il nome di Israeliti. Queste popolazioni non sono nomadi ma vivono in insediamenti fissi, la cui forma vagamente ricorda l’origine nomade della popolazione. Da notare che anche le abitazioni, la cosiddetta “casa a quattro vani”, assomiglia alle tende che i beduini utilizzano oggi nel Sinai. Ma la popolazione è per lo più oramai dedita all’agricoltura (ed alla pastorizia), e utilizza un nuovo metodo di comunicazione, l’alfabeto, come del resto le popolazioni limitrofe e consanguinee: i Fenici, i Moabiti, gli Ammoniti, e gli Edomiti. Lo studioso Solomon Birnbaum aveva già coniato nel 1954 il termine paleo-ebraico per definire l’alfabeto e la lingua in uso tra queste popolazioni, l’ebraico, cognato al Fenicio. Questo alfabeto, che appare intorno al decimo secolo, venne utilizzato nelle iscrizioni nei regni di Israele e di Giuda fino a tutto il settimo secolo a.C. Quindi niente nomadi.

Ma veniamo alla storia politica, e alla spinosa questione se Davide e Salomone sono veramente esistiti e hanno dominato su un vasto regno. La maggior parte degli studiosi ritiene che Davide e Salomone sono figure storiche, anche se le descrizioni della vastità del suo regno e dell’opulenza della sua corte sono quasi sicuramente un’esagerazione anacronistica. Uso il termine anacronistico poiché, secondo vari studiosi tra cui l’israeliano Israel Finkelstein e l’americano Neil Silberman, le descrizioni bibliche del regno di Davide e del successore Salomone rispecchiano l’estensione e l’opulenza del regno di Israele all’epoca degli Omridi nell’ottavo secolo a.C. (Vedi I. Finkelstein e N. Silberman, The Bible Unearthed: Archaeology’s New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts).

Di fatto, all’interno del mondo accademico, vi sono tre correnti, una minimalista, una massimalista, e una che cerca di barcamenarsi tra le due. Evidentemente Barbero ha citato solamente la scuola minimalista, e nemmeno con tanta esattezza. Per quanto riguarda la corrente minimalista, i suoi principali esponenti, Finkelstein e Silberman ritengono che sia Davide che Salomone siano indubbiamente figure storiche, ma che, tuttavia, regnarono su un’area modesta che includeva Gerusalemme e le sue vicinanze, insomma una città stato. Il primo riferimento al Regno di Israele risale all’890 a.C. circa, e per quanto riguarda il regno di Giuda, al 750 a.C. Detto questo, in questo periodo il regno di Israele era divenuto una potenza regionale, mentre il regno di Giuda raggiunse l’apice solamente molto più tardi all’epoca del re Giosia. Gli storici biblici, quindi, preferirono ignorare la potente dinastia degli Omridi, da loro definita come politeista: basti pensare alla lotta tra il profeta Elia ed i profeti di Ba’al, supportati dal Jezabel, la moglie del re Achab. Quindi la descrizione dell’estensione del regno di Davide e di Salomone cosi come appare nella Bibbia, se da un lato riflette un’immaginaria età dell’oro, in cui i sovrani osservavano uno stretto monoteismo, dall’altro rispecchia la situazione del Regno di Israele all’epoca degli Omridi. Ma questo Barbero preferisce ignorarlo. In poche parole, l’immenso regno di Israele è sì esistito, ma due generazioni dopo Davide e Salomone, figure storiche che dominavano un’area ben più ristretta. I suoi sovrani, i potenti Omridi, erano monolatri, non monoteisti (nessuno è perfetto), ma etnicamente si possono senza dubbio ricondurre agli israeliti.

Ma vi sono anche i massimalisti, completamente ignorati da Barbero, tra cui l’americano William G. Dever e l’inglese Kenneth Kitchen. Dever (W. G. Dever, What Did the Biblical Writers Know and When Did They Know It?: What Archaeology Can Tell Us about the Reality of Ancient Israel, 2001 e Who Were the Early Israelites and Where Did They Come From?, 2003) non dubita della descrizione biblica del Tempio di Salomone, ed a riprova lo studioso americano fa presente che vi sono vari edifici simili, per esempio il Tempio cananeo di Hazor, risalente alla tarda età del bronzo, o il tempio di Tel Tainat, contemporaneo a quello di Salomone. Secondo Kitchen (K. A. Kitchen, On the reliability of the Old Testament, 2003), Salomone regnava su un impero di dimensioni ridotte, ma molto opulento. Kitchen calcola che in 30 anni un tale regno avrebbe potuto raccogliere per tributi ben 500 tonnellate d’oro. Inoltre Kitchen, come Devers, ritiene che la descrizione biblica del Tempio di Salome rispecchi quella di una struttura veramente esistita. Ma vi è anche una terza corrente, che trova appoggio tra vari studiosi, tra cui l’archeologo israeliano Avraham Faust e l’americano Lester L. Grabbe. Secondo Faust (A. Faust, “The Sharon and the Yarkon Basin in the Tenth Century BCE: Ecology, Settlement Patterns and Political Involvement”, Israel Exploration Journal 2007, pp. 65– 82; The Archaeology of Israelite Society in Iron Age II, 2012; “Jebus, the City of David, and Jerusalem: Jerusalem from the Iron I to the Neo-Babylonian Period (in ebraico)”, in Jerusalem: From its Beginning to the Ottoman Conquest, 2017), la descrizione biblica del regno di Salomone, molto più tarda, esagera l’estensione del territorio e la ricchezza del sovrano.

Tuttavia il regno di questi, a cui faceva capo Gerusalemme, era una piccola città-stato, dotata di un’acropoli (il Monte del Tempio) che si estendeva su un vasto territorio e che includeva la pianura dello Sharon. Inoltre dal punto di vista economico, i dati archeologici indicano un commercio su vasta scala, tale che solamente un’entità politica mediamente estesa poteva sostenere. Grabbe (1 & 2 Kings: An Introduction and Study Guide: History and Story in Ancient Israel, 2016), invece, ritiene che Gerusalemme nel decimo secolo era governata da un sovrano, che costruì un tempio, anche se la città ed il suo territorio erano di dimensioni ridotte. Vorrei aggiungere due punti, innanzitutto sull’archeologia di Gerusalemme e sull’importanza dell’epigrafia, quest’ultima completamente ignorata da Barbero. Inoltre, per quanto riguarda Gerusalemme, gli scavi condotti da Eilat Mazar, hanno rivelato nel 2005 un largo ed ampio edificio amministrativo che data al decimo secolo, e che l’archeologa mette in relazione con re Davide (E. Mazar, “Did I Find King David’s Palace?”, Biblical Archaeology Review 32 (1), 2006, pp. 16–27, 70). La maggior parte degli studiosi accetta la datazione proposta da Mazar. Quindi Gerusalemme era un importante centro amministrativo.

Per quanto riguarda il periodo successivo al regno di Davide e Salomone, la documentazione epigrafica proveniente dalla Terra di Israele è abbondante ed include varie iscrizioni monumentali, come l’iscrizione del re moabita Mesha, o l’iscrizione dallo Shiloach, che data al regno di Ezechia, che osò sfidare il sovrano assiro Sennacherib. Tra di esse va annoverata la famosa iscrizione in cui viene menzionata la Beth David, o famiglia di Davide proveniente da Tel Dan, scoperta nel 1993 dall’archeologo israeliano Avram Biran.

L’iscrizione chiaramente dimostra non solo l’esistenza di una dinastia davidica che regnava sul regno di Giuda, ma anche che il capostipite di tale dinastia, Davide, sia esistito veramente. Certamente se l’iscrizione fa lume sull’esistenza di un tale che si chiamava David, non ne narra la sua gesta e l’esatta posizione di Davide rimane ignota allo storico. Inoltre, oramai da più di cento anni siamo a conoscenza di una vasta gamma di iscrizioni in cuneiforme assire, babilonesi, o persiane tra cui il cilindro di Ciro, che illuminano la narrazione biblica. Certo, la narrativa biblica non viene confermata nei minimi dettagli e certamente vi sono numerose aporie tra la narrazione biblica ed i ritrovamenti archeologici. Ma tutto questo non contraddice che vi era in epoca biblica un popolo, gli israeliti, che vivevano nella loro terra, la Terra di Israele, non come nomadi, ma come parte integrante, e che avessero stabilito potenti entità politiche.

Ed infine veniamo agli archeologi israeliani ed ai politici anonimi menzionati da Barbero. Mi pare di capire che Barbero si riferisca alla polemica tra i due archeologi israeliani Yigal Yadin e Yohanan Aharoni, che tuttavia data ai primi anni sessanta. Naturalmente l’anonimo politico israeliano era l’allora primo ministro David Ben Gurion. Nel 1958, Yadin condusse un importante scavo nella biblica cittadella di Hazor in Galilea. Menzionata sia nel libro di Giosuè che bel Libro dei Giudici, il tel, che avrebbe rivelato un imponente città cananea ed un importante fortezza israelita, aveva suscitato l’interesse del giovane archeologo.

Agli occhi di Yadin, il fatto che la città cananea fosse stata distrutta per ben due volte, riflettendo gli avvenimenti descritti nel Libro di Giosuè e dei Giudici, confermava la teoria che la conquista di Cana’an e da parte delle tribù israelite fosse stato un processo violento. A questa teoria si opponeva Aharoni, un importante archeologo israeliano, che invece riteneva che la conquista di Cana’an fosse stato un processo pacifico in cui le tribù di Israele si erano assimilate alla popolazione locale. Ben Gurion, suscitando le ire di parte del mondo religioso, non esitò ad affermare che gli israeliti, e quindi gli attuali discendenti, gli ebrei, erano discendenti delle tribù di Israele e della popolazione locale cananea con cui si erano pacificamente congiunti.

Fatte queste elucidazioni, mi rattrista vedere che una intervista, forse poco curata, sono sicuro involontariamente, data da un insigne accademico, sia divenuta fonte di propaganda anti israeliana, in cui si nega agli ebrei il diritto alla loro terra, riconosciuto dall’Onu, ed antisemita, in cui il passato collettivo del popolo ebraico viene semplificato e gli ebrei vengono trasformati in nomadi che vagano per le steppe di una Terra non loro, e di cui in quanto nomadi non potranno mai esserne possessori.

Samuele Rocca, storico dell’arte, Pagine Ebraiche Giugno 2021

Nascita dello Stato di Israele: storia, cronologia e protagonisti. Storia della nascita dello Stato di Israele. Cronologia e protagonisti dell’evento che ha segnato la spartizione della Palestina in due Stati, arabo ed ebraico. Francesco Gallo su studenti.it

INDICE

Prima di Israele: Il fronte Orientale della Prima guerra mondiale

Medio Oriente tra prima e seconda guerra mondiale: l’epoca dei Mandati

Gli Anni Trenta: un difficile equilibrio tra arabi ed ebrei

L’arrivo degli USA in Medio Oriente e la Risoluzione 181

Nascita dello Stato d’Israele

Frase celebre

Israeliani e palestinesi non hanno bisogno di erigere un muro che li separi: hanno bisogno di abbattere il muro che li divide - David Grossman

Prima di Israele: Il fronte Orientale della Prima guerra mondiale 

Il fronte orientale. Mentre accadeva Niente di nuovo sul fronte Occidentale, con la guerra combattuta dalle trincee che stava provocando una situazione di stallo, il fronte Orientale restava in movimento.

L'esercito turco blocca le forze anglo-francesi. All’inizio del 1915, il governo inglese, soprattutto su pressione di Winston Churchill, decise di organizzare un corpo di spedizione anglo-francese, con la partecipazione di truppe australiane e neozelandesi, per occupare lo stretto dei Dardanelli mirando alla conquista di Costantinopoli. Il corpo di spedizione sbarcò il 25 aprile sulla penisola di Gallipoli, ma l’esercito turco, coadiuvato da esperti militari tedeschi, e trincerato sulle colline sovrastanti la spiaggia, riuscì a bloccare gli anglo-francesi per molti mesi, infliggendo forti perdite, fino a costringere gli alleati ad abbandonare l’impresa e ritirarsi dalla penisola all’inizio del 1916. 

Per conoscere e ricordare i concetti, gli eventi e i principali avvenimenti della storia dalle origini a oggi.

Atatürk e Lawrence d'Arabia. Al comando dei turchi si distinse per capacità un giovane generale, Mustafa Kemal Atatürk. La guerra contro i turchi in Medio Oriente fu poi ripresa nel giugno del 1916 con la rivolta araba iniziata dallo Sharif della Mecca Hussein ibn Ali contro l’impero ottomano, dopo accordi segreti con gli inglesi, che gli fecero credere di assecondare la nascita di un grande Stato arabo indipendente. I figli di Hussein, Abdullah e Faysal, furono coadiuvati da alcuni consiglieri britannici, fra i quali il capitano Thomas E. Lawrence, che divenne poi famoso con l’appellativo di “Lawrence d’Arabia”. 

La conquista di Gerusalemme del 1917Quest’ultimo aiutò la formazione di una armata araba di circa 50.000 uomini appartenenti a varie tribù, che combatterono contro i turchi in Arabia e in Palestina con tattiche di guerriglia, affiancando efficacemente le operazioni dell’armata britannica al comando del generale Allenby. Fu un successo. Nel luglio 1917, gli arabi occuparono il porto di Aqaba sul Mar Rosso, mentre l’offensiva di Allenby portò alla conquista di Gerusalemme il 9 dicembre 1917.

La dichiarazione Balfour e il movimento sionista. Anche per questo motivo, in quei giorni il Regno Unito si impegnò, con una lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour (la cosiddetta Dichiarazione Balfour) a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero ed attivista sionista), membro del movimento sionista inglese, a mettere a disposizione del movimento sionista, in caso di vittoria, dei territori in Palestina per costituire un focolare nazionale.

Chaim Weizmann. Parte del merito di questa concessione fu del futuro primo presidente d’Israele Chaim Weizmann. Balfour e Weizmann si erano già incontrati nel 1906, e alla domanda di Balfour sul perché i sionisti desiderassero costruire un focolare nazionale in Palestina Weizmann rispose con una domanda: «Signor Balfour, se io le proponessi di lasciare Londra per Parigi, cosa mi risponderebbe?» e Balfour rispose: «Ma noi abbiamo Londra!» e Weizmann concluse: «Vero, ma noi avevamo Gerusalemme quando Londra era una palude».

Curiosità

A differenza di altre zone del mondo, in Israele il deserto non è in crescita ma in regressione.

Arabi, ebrei, sionisti. Durante i secoli precedenti, infatti, si erano già verificati numerosi casi di ebrei europei che emigravano verso la città santa dell’ebraismo in cerca di una patria nei territori della Palestina dove poter professare il proprio credo. Ma nella regione era quasi sempre esistita una minoranza ebraica, anche se i sionisti non vedevano un problema in questo fatto, sostenendo che l’arretrata popolazione araba, senza una propria identità nazionale, avrebbe tratto solo giovamento dall’immigrazione di europei di religione ebraica.

Medio Oriente tra prima e seconda guerra mondiale: l’epoca dei Mandati 

Un territorio ebraico in Palestina. Dopo la fine del conflitto, gli inglesi sostennero la nascita di un territorio ebraico in Palestina, terra di dissidi e divisioni, per continuare la sua antica politica estera di controllo basata sul concetto di divide et impera. Avevano già avuto ampio modo di perpetrarla in India dove alimentavano le diatribe tra le tribù che combattendosi l’una contro l’altra semplificavano il governo e il dominio dei britannici. 

Il trattato di Sèvres e il controllo britannico del Medio Oriente. Un maggiore controllo del Medio Oriente, di matrice britannica, fu possibile a cominciare dal 1920 quando si stipulò un trattato di pace con l’Impero ottomano il 10 agosto 1920 presso la città francese di Sèvres. Con il Trattato di Sèvres il Regno Unito acquisì l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina. Tutti questi Paesi, da quel momento, furono soggetti al controllo tramite dei Mandati trasmessi dalla Società delle Nazioni.

I Mandati. Nonostante il pensiero democratico di fondo, basato anche sul principio di autodeterminazione tanto voluto da Woodrow Wilson, i Mandati erano per lo più visti come delle colonie de facto. Vennero poi divisi in tre diversi gruppi a seconda del livello di sviluppo conseguito da ciascuna popolazione locale.

Il primo gruppo, o anche mandati di classe A, era costituito dalle aree prima controllate dall'Impero ottomano che si riteneva avessero «raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come Nazioni indipendenti poteva essere riconosciuta» (Iraq, Palestina e Siria);

Il secondo gruppo, detti anche mandati di classe B, era formato da tutti i precedenti Schutzgebiete (territori tedeschi) nelle regioni sub-sahariane dell’Africa centro-occidentale, che si riteneva richiedessero un maggiore livello di controllo da parte della potenza mandataria (Ruanda, Tanzania);

Un ultimo gruppo, i mandati di classe C, che includeva l’Africa sud-occidentale e alcune isole del Pacifico meridionale, furono considerati da amministrare «secondo le leggi della Potenza mandataria come parte integrante del suo territorio». 

Il primo mandato e i primi scontri. Il primo mandato fu consegnato all’Impero Britannico il 24 luglio 1922 per il controllo sulla Palestina. Nel periodo in cui questo mandato divenne efficace l’immigrazione ebraica nella zona subì una netta accelerazione. Questa forte immigrazione, in una terra dalle risorse limitate, portò a numerosi scontri tra la maggioranza araba e i coloni, scontri che colpirono anche insediamenti ebraici. Questi episodi aprirono un’altra crisi all’interno della comunità ebraica emigrante che portò alla nascita del movimento noto con il nome di territorialismo, ovverosia il movimento politico ebraico che reclamava la creazione di un territorio (o di territori) sufficientemente grande per accoglierli, non necessariamente in Palestina. 

Sciiti e sunniti e il dissenso degli arabi. La storia della Palestina fu da quel momento in poi caratterizzata da divisioni, discordie, da episodi di violenza e di reciproca intolleranza. Queste drammatiche tensioni sfociarono in diverse rivolte. Nel biennio 1920-21 gli arabi cominciarono a manifestare il proprio dissenso, non solo per il problema dell’occupazione territoriale, ma soprattutto per la presenza religiosa sciita. La maggior parte del mondo islamico, infatti, era ed è di fede sunnita, e si differenzia dalla comunità sciita per la questione della successione alla guida della comunità islamica: i sunniti erano convinti che alla propria guida potesse accedere un qualunque musulmano, purché dotato di buona moralità, di sufficiente dottrina e sano di corpo e di mente; gli sciiti, invece, pretendevano che la guida della comunità islamica dovesse essere riservata alla discendenza del profeta.

Gli Anni Trenta: un difficile equilibrio tra arabi ed ebrei 

La tensione degli anni '30. Gli anni Trenta continuarono dunque in una condizione di elevata tensione dovuta agli strascichi dei moti dell’aprile 1920 e maggio 1921 e soprattutto dei moti dell'agosto 1929, durante i quali era stata massacrata ed espulsa la secolare comunità ebraica di Hebron. Inoltre, gli arabi soffrivano l'incremento della disoccupazione tra la loro popolazione, dovuto principalmente alle politiche di assegnazione di numerose terre fertili ai coloni ebrei e ai regolamenti voluti dai movimenti sionisti che vietavano ai non-ebrei di lavorare su queste terre. 

La grande rivolta araba del 1936 e la Commissione Peel del 1937Il 19 aprile 1936 scoppiò la Grande rivolta araba, una ribellione che si allargò all’intero Paese. Solo dopo sei mesi, nell’ottobre del 1936, la violenza diminuì per circa un anno, finché nel 1937 la Commissione Peel deliberò di raccomandare la spartizione della Palestina fra ebrei e arabi, con un cambiamento rispetto alla linea politica fino ad allora seguita dai governi britannici.

Il rifiuto degli arabi. Gli arabi, che erano la maggioranza nella regione, rifiutarono, anche con azioni violente, mentre tra gli ebrei le reazioni furono diversificate, dal rifiuto da parte dei sionisti più integralisti all’accettazione come primo passo verso uno stato ebraico da parte dei più moderati. Uno dei motivi principali del rifiuto era che questa operazione calata dall’alto avrebbe comportato il trasferimento dei circa 225.000 arabi presenti nel territorio assegnato agli ebrei e dei 1.250 ebrei al tempo residenti nell’area assegnata agli arabi.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La commissione prese allora atto che questo trasferimento avrebbe creato molti problemi, soprattutto nella parte araba a causa della scarsità di territorio coltivabile disponibile che si sarebbe rivelato poi insufficiente a ricevere un così gran numero di nuovi residenti. Ma la questione sarebbe stata presto rimandata perché nel 1939 scoppiò la Seconda guerra mondiale.  

L’arrivo degli USA in Medio Oriente e la Risoluzione 181

L'ingresso degli Stati Uniti nella storia del Medio Oriente. Alla fine del secondo conflitto mondiale un nuovo attore occidentale entrò a far parte della storia del medio oriente: gli Stati Uniti. I motivi erano sostanzialmente tre:  

La politica del contenimento sovietico all’interno della Guerra fredda

La questione della nascita dello Stato di Israele

I giacimenti di petrolio presenti nell’area geografica

Gli Stati Uniti si ritrovarono dunque all’interno della commissione per la risoluzione del problema della ripartizione della Palestina.

La commissione King-Crane. In realtà, un primo tentativo statunitense di normalizzare la situazione geopolitica mediorientale c’era già stato alla fine del primo conflitto, nel 1919, quando una commissione d’inchiesta del governo statunitense stabilì che il Medio Oriente non era pronto per l’indipendenza e raccomandò che venissero stabiliti su quei territori dei mandati il cui scopo era accompagnare un processo di transizione verso per l’autodeterminazione, così come voleva Woodrow Wilson nei suoi 14 punti. Il nome di questa commissione era King-Crane dai nomi dei due politici e teologi statunitensi che ne fecero parte.

1947: il mandato britannico passa all'ONU. Nel febbraio 1947, il governo di Sua Maestà, guidato da Clement Attlee, non essendo più in grado di mantenere l’ordine in Palestina, decise di rimettere il mandato britannico alle Nazioni Unite.  

Le due strade dell'ONU per la risoluzione della questione. L’ONU considerò due opzioni. La prima era la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo indipendenti, con la città di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale (sulla falsariga del piano di spartizione proposto nel 1937 dalla Commissione Peel). La seconda consisteva nella creazione di un unico Stato, di tipo federale, che avrebbe compreso sia uno Stato ebraico, sia uno Stato arabo. Era la Risoluzione 181.

Le reazioni: impossibile giungere ad un accordo. La gran maggioranza degli arabi che vivevano in Palestina e la totalità degli Stati arabi già indipendenti respinsero il Piano. Da principio essi rifiutarono qualsiasi divisione della Palestina mandataria, e reclamarono il paese intero. La maggioranza degli ebrei di Palestina accettò la partizione poiché si rallegrò tuttavia del fatto che si sarebbe ottenuta la nascita di un loro Stato indipendente. Si giunse, però, alla conclusione che era «manifestamente impossibile» giungere ad un accordo, in quanto le posizioni di entrambi i gruppi erano incompatibili, ma che era anche «indifendibile» accettare di appoggiare solo una delle due posizioni. Dopodiché fu la guerra.

Nascita dello Stato d’Israele

14 maggio 1948: la Risoluzione entra in vigore. È guerra. Il 14 maggio 1948 entrò in vigore la Risoluzione e fu proclamato lo Stato indipendente di Israele, guidato dall'ex capo della Jewish Agency David Ben-Gurion. Contestualmente, quel giorno iniziò il ritiro delle truppe britanniche dal territorio del nuovo Stato, immediatamente riconosciuto da USA e URSS. All'annuncio della risoluzione, accanto alla gioia della popolazione ebraica, scoppiarono gravi tumulti per la reazione degli Arabi di Palestina. Gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano, riuniti nella Lega Araba, invasero il territorio del nuovo Stato dando vita alla prima delle guerre arabo-israeliane.

L'esercito israeliano respinge il nemico e invade il Sinai. Malgrado le ancora deboli strutture del proprio esercito, le forze del neonato IDF (Israeli Defense Forces) supportate dalla capacità produttiva di armi e munizioni (oltre all'apporto di mezzi ed aerei importati clandestinamente da Usa e altre nazioni tra il 1946 e il 1947) respinsero quelle nemiche e invasero la penisola del Sinai. 

Il cessate il fuoco e la Guerra dei sei giorni. Dopo alcune tregue, Israele si trovò con delle fette di territori in più originariamente spettanti ai Palestinesi (compreso il settore occidentale di Gerusalemme). Nel 1949 arrivò il cessate il fuoco sotto l’egida delle Nazioni Unite, le quali, attraverso la Risoluzione 194, riconosceranno definitivamente i limiti territoriali di Israele e dichiarando fra l'altro che nel contesto di un accordo generale di pace «ai rifugiati che avessero voluto tornare alle proprie case e vivere in pace coi loro vicini, sarebbe stato permesso di farlo». Questa situazione di stallo rimase tale fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Io sono convinto che Israele va difeso, credo nella dolorosa necessità di un esercito efficiente. Ma sono convinto che anche al governo israeliano faccia bene confrontarsi con un nostro appoggio sempre condizionato. Primo Levi

Concetti chiave

Il fronte Orientale della Prima guerra mondiale

Nel 1915 la Gran Bretagna avvia un’offensiva contro i turchi aprendo il conflitto sul fronte orientale

La guerra contro i turchi in Medio Oriente è guidata da Lawrence d’Arabia che conduce gli arabi alla vittoria in cambio della promessa di assecondare la nascita di un grande Stato arabo indipendente

La promessa viene poi messa su carta attraverso la Dichiarazione Balfour, che prende il nome dal Segretario per gli Affari esteri inglesi

Medio Oriente tra prima e seconda guerra mondiale: l’epoca dei Mandati

Con il crollo dell’Impero Ottomano, gli inglesi acquisiscono diversi territori in Medio Oriente

Il controllo di questi Paesi avviene per Mandati

Uno di questi Mandati riguarda la Palestina che da quel momento accoglie una forte immigrazione che porterà, poi, a duri scontri con la popolazione araba

Gli Anni Trenta: un difficile equilibrio tra arabi ed ebrei

Gli strascichi degli scontri negli anni Venti si fanno risentire anche nel decennio successivo

Nel 1936 scoppia la Grande rivolta araba la cui violenza si riduce solo dopo la riunione della Commissione Peel

La Commissione Peel propone la spartizione della Palestina fra ebrei e arabi, ma la scarsità del territorio coltivabile rilancia i dissidi interni

L’arrivo degli USA in Medio Oriente e la Risoluzione 181, il piano di partizione della Palestina

Nel 1947 gli Usa entrano a far parte della risoluzione della controversia arabo-israeliana

Gli inglesi affidano il mandato all’ONU che vara la Risoluzione 181

La Risoluzione viene respinta da arabi e accettata dagli ebrei. Non si giunge all’accordo e scoppia la guerra

Nascita dello Stato d’Israele

Nel 1948 viene proclamata la nascita dello Stato d’Israele. Subito riconosciuto da USA e URSS

Gli arabi non ci stanno, si riuniscono nella Lega Araba, e invadono Israele. È l’inizio della prima Guerra Arabo-Israeliana

A seguito del conflitto il territorio di Israele si allarga. Per vent’anni si assiste a una situazione di stallo, poi interrotta dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967

Domande & Risposte

Dove si trova Israele?

E’ uno Stato del Vicino Oriente che si affaccia sul Mar Mediterraneo.

Quando è nato lo Stato di Israele?

Il 14 maggio 1948.

Chi ha creato lo Stato di Israele?

David Ben-Gurion.

Curiosità

A differenza di altre zone del mondo, in Israele il deserto non è in crescita ma in regressione.

Sulle banconote israeliane è possibile trovare caratteri Braille per ipo- e non vedenti

In Israele la leva militare è obbligatoria per uomini e donne. Per queste ultime dura 24 mesi, a fronte dei 36 degli uomini.

Israele. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Israele, ufficialmente Stato d'Israele (in ebraico: מדינת ישראל, Medinat Yisra'el; in arabo دولة اسرائيل‎?, Dawlat Isrā'īl), è uno Stato del Medio Oriente affacciato sul mar Mediterraneo e che confina a nord con il Libano, con la Siria a nord-est, la Giordania a est, l'Egitto a sud-ovest, con i territori palestinesi, ossia la Cisgiordania a est e la striscia di Gaza a sud-ovest, e il Mar Rosso a sud.

La regione nella quale è situato Israele è stata soggetta nel tempo al dominio di numerose civiltà, tra cui cananei, egizi, israeliti, filistei, assiri, babilonesi, romani, bizantini, arabi, crociati e ottomani. In età contemporanea la regione divenne parte del mandato britannico della Palestina, periodo durante il quale fu soggetta a flussi immigratori di comunità ebraiche incoraggiate dal movimento sionista, che mirava alla costituzione di un moderno Stato ebraico. Dopo la seconda guerra mondiale, per porre rimedio agli scontri locali tra ebrei e arabi palestinesi, nel 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò un piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di uno Stato ebraico e di uno arabo. Lo Stato d'Israele fu proclamato il 14 maggio 1948. Tale partizione fu però osteggiata dagli arabi palestinesi e dai vicini paesi arabi, che intervennero militarmente contro il neonato Stato israeliano; nell'ambito dello scontro si verificò l'esodo palestinese del 1948. Israele e i paesi arabi si scontrarono nei decenni seguenti in una serie di conflitti arabo-israeliani. In seguito alla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupò la Cisgiordania, la striscia di Gaza, le alture del Golan e la penisola del Sinai,] stabilendo nei territori occupati numerosi insediamenti israeliani. Lo Stato di Palestina rivendica la sovranità sulla Cisgiordania e sulla striscia di Gaza.

Il territorio è estremamente eterogeneo dal punto di vista morfologico: a ovest, lungo la fascia costiera si estende la pianura di Sharon, i monti della Giudea attraversano il centro del paese, a sud si estende il deserto del Negev, mentre la valle del Giordano, il principale fiume del paese, è parte della Great Rift Valley. Israele rappresenta l'unico paese a maggioranza ebraica al mondo; gli ebrei rappresentano poco meno dei tre quarti della popolazione, mentre gli arabi israeliani costituiscono poco più di un quinto. La maggior parte della popolazione è concentrata nei centri urbani della pianura costiera. La cultura di Israele si è costituita attraverso l'influsso di vari elementi portati dagli immigrati ebrei da tutto il mondo. Israele rappresenta uno dei paesi più all'avanguardia in Medio Oriente dal punto di vista sociale, politico, scientifico ed economico. Un ruolo importante è rivestito dall'alta tecnologia. Lo Stato d'Israele è una democrazia parlamentare e una serie di leggi fondamentali definiscono l'ordinamento giuridico. Il potere legislativo è esercitato dalla Knesset, che elegge un presidente, mentre il potere esecutivo è esercitato dal primo ministro e dal governo. Il potere giudiziario è esercitato da tribunali laici e religiosi e la Corte suprema di Israele ne rappresenta il vertice.

Etimologia

Il nome dello Stato di Israele deriva dal termine biblico Israele. Vennero presi in considerazione vari altri nomi, tra i quali Eretz Yisrael, Sion, Giudea e Nuova Giudea. Sull'etimologia del nome Israele non esiste un'opinione comune. Secondo Victor P. Hamilton il nome deriva dall'unione del verbo śarar ("governare") e del sostantivo el ("Dio"). Il significato sarebbe dunque "Dio governa" o "Possa Dio governare". Secondo Geller invece l'etimo è da rintracciarsi nel verbo śarah ("combattere"), dal momento che Giacobbe cambiò nome dopo la lotta con una possibile manifestazione divina. In questo caso il significato sarebbe "Colui che ha combattuto con Dio" o "Dio combatte". Il documento più antico su cui apparirebbe la parola Israele è la Stele di Merenptah che parlerebbe di Israele come di uno dei tanti popoli di pastori nomadi della regione, piuttosto che di una nazione bene organizzata. Il nome Israele viene citato anche nel Libro della Genesi (32,2), dove viene raccontato l'episodio in cui Dio cambia il nome a Giacobbe, chiamandolo, per l'appunto, Israele. Un'interpretazione comune fa derivare il nome dal soprannome di Giacobbe, ovvero Israele (che significa "l'uomo che vide (l'angelo di) JHWH"). Eretz Yisrael avrebbe dunque il significato di "Terra di Giacobbe". La grafia di questa interpretazione (ישראל) è quella più aderente alla parola Israele (ישראל).

Storia

Antichità e medioevo

La regione vide mergere nell'Età del bronzo la civiltà cananea sotto forma di città-Stato; durante la tarda età del bronzo la regione fu soggetta per secoli al dominio Nuovo Regno egizio. La transizione verso la prima età del ferro vide la formazione di due civiltà differenti: i filistei, sulla costa e di origine egea, e gli israeliti, di derivazione cananea e concentrati negli altopiani delle regioni interne. Tra i regni israeliti emersero il Regno di Israele, distrutto nel 722 a.C. dall'invasione assira, e il Regno di Giuda, invaso nel 587 a.C. dall'Impero neo-babilonese. Le deportazioni degli israeliti da parte di assiri e babilonesi furono il principio sul quale si costituì la Diaspora ebraica. La regione fu poi annessa dall'Impero achemenide e Ciro il Grande permise la ricostruzione della nazione ebraica nel territorio. Sotto l'Impero seleucide la regione sperimentò una profonda ellenizzazione, fino a quando la rivolta maccabea dette vita al Regno di Giudea, al quale seguì la dinastia erodiana. Il territorio fu posto sotto protettorato dall'Impero romano. Le guerre giudaiche provocarono una massiccia emigrazione della locale popolazione ebraica, che andò ad alimentare le comunità della diaspora.

La regione si convertì progressivamente al cristianesimo. Nel VII secolo l'Impero Bizantino perse la regione per mano del Califfato dei Rashidun, al quale seguirono varie dinastie musulmane, tra le quali gli Omayyadi, gli Abbasidi, i Tulunidi e i Fatimidi. Nel corso del medioevo la regione visse un processo di progressiva arabizzazione. Con le Crociate il territorio fu posto sotto la sovranità del Regno di Gerusalemme e in seguito delle dinastie musulmane degli Zengidi, degli Ayyubidi, dei Mamelucchi e infine degli Ottomani. Malgrado un tentativo del Chedivato d'Egitto, gli Ottomani rimasero al potere fino alla prima guerra mondiale, quando vennero sconfitti dagli Alleati.

Mandato britannico della Palestina

Il sionismo e il mandato britannico della Palestina

A partire dalla fine del XIX secolo il movimento sionista spinse molti ebrei, principalmente dall'Europa orientale, a stabilirsi in Palestina, attraverso le cosiddette aliyah. Il nuovo yishuv creò nei decenni una nuova realtà culturale e sociale, parallela a quella araba palestinese. Esso fondò nuove città, tra le quali Petah Tikva e Tel Aviv, e avviò progetti agricoli attraverso i kibbutz e i moshav. Venne in particolare rivitalizzata la lingua ebraica. Alla fine della prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni trasferì la Palestina sotto il controllo dell'Impero britannico, creando il mandato britannico della Palestina. I britannici, con la Dichiarazione Balfour, si fecero promotori della costituzione di un "focolare nazionale" ebraico in Palestina. Sotto i britannici l'immigrazione ebraica dall'Europa orientale portò la popolazione ebraica a crescere enormemente, passando dalle circa 80000 unità registrate nel 1918 alle 175000 nel 1931 e alle 400000 nel 1936, causando attriti con la popolazione araba palestinese. Nel 1939 l'amministrazione britannica, in seguito delle conseguenze dei moti del 1929 e soprattutto della Grande rivolta araba, pose forti limitazioni all'immigrazione e alla vendita di terreni a ebrei. L'avvento del nazismo, la seconda guerra mondiale e la Shoah portarono a un ulteriore flusso migratorio di ebrei provenienti da diverse nazioni europee.

Piano di partizione della Palestina 

Nel 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite propose e votò a maggioranza (33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti) un piano di partizione della Palestina, basato sull'operato dell'UNSCOP, che previde l'istituzione di uno Stato ebraico e di uno arabo con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Nel decidere su come suddividere il territorio considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba, la necessità di radunare nel futuro stato tutte le zone dove i coloni ebrei erano presenti in numero significativo, e questo andò quindi ad occupare il 56,4% del territorio. Lo Stato ebraico proposto avrebbe avuto quindi una popolazione residente in maggioranza composta da ebrei (498.000 a fronte di 407.000 arabi). Circa 10.000 ebrei sarebbero rimasti nell'erigendo Stato arabo, che sarebbe di conseguenza stato abitato dal 99% di arabi, con una comunità totale di 735.000 abitanti. La zona internazionale, imperniata sulla città di Gerusalemme, avrebbe avuto una presenza di 100.000 ebrei a fronte di 105.000 arabi. A questi gruppi si aggiungeva una popolazione di circa 90.000 Beduini nomadi, presente nella zona di Beersheba. Il piano venne accolto con favore dalla maggior parte della comunità ebraica, rappresentata ufficialmente dall'Agenzia Ebraica (anche se gruppi più estremisti, come l'Irgun e la Banda Stern, lo rifiutarono), e rifiutato con varie motivazioni dalla comunità araba palestinese e dai paesi arabi.

Tra il dicembre del 1947 e la prima metà di maggio del 1948 vi furono cruente azioni di guerra civile da ambo le parti. Il piano Dalet, messo a punto dalle autorità ebraiche, aveva come scopo la difesa e il controllo del territorio del quasi neonato Stato ebraico e degli insediamenti ebraici a rischio posti di là dal confine di questo. Il piano, seppur ufficialmente solo difensivo, prevedeva comunque, tra le altre cose, la possibilità di occupare basi nemiche poste oltre il confine, e prevedeva in alcuni casi la distruzione di villaggi palestinesi e l'espulsione degli abitanti. Diversi storici hanno considerato il piano stesso indirettamente responsabile di massacri e azioni violente contro la popolazione palestinese, in un tentativo di pulizia etnica. L'impatto emotivo sull'opinione pubblica del massacro di Deir Yassin, effettuato da membri dell'Irgun e della Banda Stern, ebbe una forte risonanza.

Storia dello Stato di Israele

Guerra arabo-israeliana del 1948

Il 14 maggio del 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele e il giorno seguente le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del mandato. Lo stesso 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania, attaccarono il neonato Stato di Israele. L'offensiva venne bloccata dall'esercito israeliano, e le forze arabe vennero costrette ad arretrare. Israele conquistò centinaia di città e villaggi arabi palestinesi. Centinaia di migliaia di arabi abbandonarono il territorio in quello che divenne l'esodo palestinese del 1948. La Guerra arabo-israeliana del 1948 si concluse con l'armistizio di Rodi, che stabilì la Linea Verde. Il numero di rifugiati palestinesi provenienti dai territori controllati da Israele raggiunse le 711000 persone. I profughi si stabilirono prevalentemente in Giordania, Siria e Libano, oltreché in Cisgiordania e striscia di Gaza. La Giordania annesse la Cisgiordania, mentre l'Egitto occupò la striscia di Gaza. Israele annesse la Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra.

Il periodo post-indipendenza

Nei decenni seguenti l'indipendenza dello Stato la politica israeliana venne dominata principalmente dai sionisti socialisti del Mapai e del Mapam; David Ben Gurion venne nominato primo ministro e Chaim Weizmann presidente. Anche se il paese si allineò successivamente al blocco occidentale, l'economia israeliana adottò principi socialisti. Con l'approvazione della Legge del ritorno da parte del governo israeliano si assistette a una forte immigrazione ebraica proveniente dai paesi arabi e dall'Europa, che portò al raddoppio della popolazione israeliana. Lo Stato israeliano organizzò in particolare attraverso i servizi segreti, la propaganda e la diplomazia l'immigrazione ebraica da Iraq, Yemen e Marocco. Gli immigrati vennero sistemati nelle ma'abara. Gli insediamenti arabi israeliani vennero sottoposti alla legge marziale.

Gli anni 1950 furono caratterizzati da un'intensa austerità. Le condizioni critiche dell'economia israeliana convinsero il governo israeliano a firmare con la Germania Ovest un accordo di riparazioni, che finanziò le casse dello Stato ma venne accolto molto freddamente dall'opposizione. La società israeliana fu caratterizzata anche da forti tensioni sociali tra le istituzioni dominate dagli aschenaziti e gli immigrati mizrahì, i quali denunciarono discriminazioni etniche a loro danno. In particolare il caso dei bambini yemeniti scomparsi generò una forte risonanza. Il conflitto arabo-israeliano continuò sotto forma di attacchi da parte dei fedayyin palestinesi, scontri sui confini e attraverso operazioni da parte dei servizi segreti israeliani nei paesi esteri, che culminarono nell'affare Lavon.

La crisi di Suez, la guerra dei sei giorni e la guerra del Kippur

Nel 1956 il leader egiziano Gamal Abd el-Nasser nazionalizzò il canale di Suez e lo chiuse alle navi commerciali di Israele, cominciando nel contempo un avvicinamento all'Unione Sovietica e armandosi grazie al sostegno della Cecoslovacchia. Israele, alleato a Francia e Regno Unito intervenne militarmente, sferrando un attacco preventivo contro l'Egitto riportando numerosi successi e annettendo la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. La crisi di Suez si risolse tuttavia grazie a una trattativa tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica. Nel 1967 scoppiò la guerra dei sei giorni, quando Israele decise nuovamente di optare per un attacco preventivo, conquistando la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, la striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan. Fino al 1970 il paese fu impegnato nella guerra d'attrito con l'Egitto.

Nei primi anni 1970 la società israeliana fu scossa dall'attivismo politico delle Pantere Nere, mentre nel 1972 si verificò il massacro di Monaco di Baviera. Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele in quella che divenne la guerra del Kippur; i due paesi arabi ebbero inizialmente la meglio ma dopo una fase di stallo le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione e a rovesciare le sorti del conflitto, ricacciando egiziani e siriani di là dalle posizioni iniziali. Nel 1974 il movimento sionista religioso del Gush Emunim avviò la costruzione dei primi insediamenti israeliani nei territori occupati. Il dominio politico dei sionisti socialisti terminò nel 1977 in seguito alla vittoria del Likud. Nel 1978, con gli accordi di Camp David, Israele si impegnò a restituire la penisola del Sinai, mentre l'Egitto si impegnò al riconoscimento dello Stato di Israele. Negli anni seguenti Israele venne coinvolto nella guerra civile libanese, intervenendo militarmente in più occasioni e occupandone la regione meridionale fino al 2000. L'intervento israeliano in Libano venne accolto con ostilità da buona parte della società israeliana. Nel 1990 in occasione della guerra del Golfo l'Iraq colpì Israele attraverso attacchi missilistici.

Le due intifade e gli accordi di Oslo

Nel 1987 scoppiò nei territori occupati la prima intifada, ai quali seguirono nel 1993 gli accordi di Oslo, i quali istituirono l'Autorità Nazionale Palestinese. Nel 2000 scoppiò la seconda Intifada. Nel 2005 le forze israeliane si ritirarono dalla striscia di Gaza, lasciandola al controllo palestinese.

Geografia

Israele si trova all'estremità orientale del Mar Mediterraneo. Il territorio sovrano internazionalmente riconosciuto, esclusi cioè tutti i territori occupati, ha una superficie di circa 20770 km², di cui il 2% sono acque. Il territorio sottoposto alla legge dello Stato di Israele, inclusi cioè Gerusalemme Est e le alture del Golan, ha una superficie di 22072 km². Il territorio sotto controllo israeliano, inclusi quindi i territori occupati, ha una superficie di 27799 km².

Morfologia

Il territorio israeliano presenta caratteristiche eterogenee. Presenta a ovest, parallela alla costa, la pianura di Sharon, che ospita la maggior parte della popolazione e i principali centri urbani. Al centro si estendono i monti della Giudea, che attraversano in lunghezza tutto il paese. L'Alta Galilea rappresenta la regione più alta del paese. Mentre i versanti occidentali scendono dolcemente verso il Mediterraneo, quelli orientali precipitano verso la valle del fiume Giordano. La stretta valle solcata dal Giordano è parte della Great Rift Valley, che prosegue con il Mar Morto, Wadi Araba, il golfo di Aqaba e il Mar Rosso. A sud si estende il Negev, un territorio in prevalenza desertico, che occupa circa la metà della superficie del paese; alla sua estremità sud si trova l'unico sbocco al mare non mediterraneo. Tipici del Negev e della adiacente penisola del Sinai sono i makhteshim, crateri erosivi dei quali il più ampio al mondo è il cratere Ramon. Le montagne più importanti sono il Monte Meron, situato in Alta Galilea, e il Monte Ramon, nel Negev. Altri rilievi sono il Monte Carmelo e il Monte Hermon (occupato dal 1967).

Idrografia

Il fiume principale è il Giordano, che nasce dal Monte Hermon; ne appartiene a Israele solo la parte del corso superiore, segnando per il resto il confine tra la Giordania e i territori occupati palestinesi; a esso tributano corsi d'acqua di modeste dimensioni, a regime spiccatamente torrentizio, che tendono a prosciugarsi nella stagione secca. Altro fiume con portata cospicua è il Yarkon, che scende nel Mar Mediterraneo vicino a Tel Aviv. È incluso quasi interamente in territorio nazionale il lago di Tiberiade, mentre il mar Morto bagna il territorio israeliano solo nel settore orientale ed è prossimo al punto più basso del pianeta.

Clima

Pur essendo un paese di modeste dimensioni, vi sono discrete differenze climatiche da zona a zona, e le temperature variano molto, specie durante l'inverno. La costa ha un tipico clima mediterraneo, con estati lunghe, calde e asciutte e inverni freschi e piovosi. Il caldo è anche maggiore nella valle del Giordano, dove nel 1942 furono registrati 53,7 °C (kibbutz Tirat Zvi), un record per l'Asia. Sulle alture, invece, il clima è da fresco a freddo e umido, comprese precipitazioni nevose (a Gerusalemme almeno una volta l'anno, sul monte Hermon per gran parte dell'anno). Da maggio a settembre le precipitazioni sono rare; da novembre a marzo il clima è relativamente umido e piovoso.

Ambiente

Lo Stato d'Israele è molto attivo nella tutela dell'ambiente. In particolare il risparmio idrico rappresenta uno degli impegni principali e viene effettuato specialmente attraverso l'irrigazione a goccia e il recupero dell'acqua piovana. Fonte di buona parte delle risorse idriche del paese è rappresentata dal lago di Tiberiade. Molto attiva è la produzione di energia solare, eolica e da biomassa. Nelle regioni periferiche del paese sono state costituite numerose aree naturali protette, anche tramite l'opera del Fondo Nazionale Ebraico, che ha piantato centinaia di milioni di alberi, costruito dighe e riserve e stabilito centinaia di parchi.

Società

Demografia

Alla fine del 2022 la popolazione israeliana era stimata a 9656000 abitanti. A partire dalla fondazione dello Stato alla crescita demografica ha contribuito principalmente l'arrivo di milioni di immigrati ebrei, provenienti a ondate successive principalmente dall'Europa continentale, dai paesi arabi, dai paesi dell'ex Unione Sovietica e dal Nordamerica. La comunità araba israeliana crebbe invece grazie agli alti tassi di natalità. La maggioranza della popolazione è concentrata nell'area metropolitana del Gush Dan. Secondo uno studio dell'OECD nel gennaio 2023 la popolazione israeliana aveva un'aspettativa di vita pari a 82,9 anni, che colloca Israele al 9º posto nella classifica degli Stati per aspettativa di vita.

Nel corso dell'ultimo decennio, si sono stabiliti nel paese numeri considerevoli di lavoratori migranti non ebrei da Romania, Thailandia, Cina, Africa e America meridionale. I numeri esatti non sono noti, in quanto molti di questi vivono attualmente nel paese in maniera illegale o clandestina, sebbene le stime si aggirino intorno ai 166-203 mila individui. Nel giugno 2012 circa 60.000 migranti africani giunsero in Israele, generando la reazione di alcuni partiti di destra, che in ciò videro un problema di sicurezza e ordine pubblico che avrebbe minacciato il carattere ebraico del paese. Nel corso del 2022 la popolazione di Israele è aumentata del 2,2%: tale aumento è dato al 62% dalla crescita naturale della popolazione e il restante 38% dai mutamenti nell'equilibrio migratorio internazionale. Nel paese sono giunti circa 73.000 rifugiati e migranti ucraini nel corso del 2022, di cui l'80% giunti da Russia e Ucraina.

Composizione etnoreligiosa

Nel 2022 il 73,6% della popolazione era costituita da ebrei israeliani, il 21,1% della popolazione da arabi israeliani e il restante 5,3% da membri di altri gruppi. La componente ebraica è estremamente variegata dal punto di vista etnoculturale e religioso; la lingua ebraica, rivitalizzata nel XX secolo, e la comune identità israeliana hanno però permesso agli ebrei israeliani di costruire una nuova identità sabra. La maggior parte degli ebrei israeliani si riconosce in una delle seguente aree culturali: quella di origine aschenazita, tipica dell'Europa centrale e orientale, e quella mizrahì, tipica di Medio Oriente e Maghreb; storicamente le relazioni tra aschenaziti e mizrahì sono state molto tese; i primi hanno infatti dominato per decenni la scena istituzionale, politica, economica e culturale del paese. Tra gli ebrei si distinguono poi i caraiti, concentrati a Ramla, Be'er Sheva e Ashdod. Fortemente correlati agli ebrei sono i samaritani, concentrati a Holon. Gli arabi israeliani sono per la maggior parte di religione musulmana sunnita, mentre significative minoranze sono cristiane, principalmente melchite e greco-ortodosse, e druse; la gran parte di essi si identica come palestinese. Altra comunità importante è rappresentata dai circassi. Il monte Carmelo ospita un importante centro Bahá'í.

La principale forma di ebraismo in Israele è quella ortodossa, mentre l'ebraismo riformato e quello masoretico sono poco diffusi. Gli ebrei israeliani si distinguono fortemente dal punto di vista dell'osservanza religiosa e sono tendenzialmente classificati in quattro gruppi religiosi: i laici (hiloni), costituenti poco meno della metà degli ebrei israeliani e prevalentemente di origine aschenazita, i tradizionalisti (masorti), costituenti poco più di un quarto degli ebrei israeliani e prevalentemente mizrahì, i religiosi (dati) e gli ultraortodossi (haredi); questi gruppi, in particolare gli ultraortodossi, vivono perlopiù in modo segregato dagli altri; forti tensioni politiche sussistono tra le componenti laiche e quelle religiose. Secondo una statistica internazionale del 2015 Israele rappresenta l'ottavo paese meno religioso al mondo: il 65% degli israeliani si definisce non religioso, l'8% dei quali si definisce ateo.

Lingue

Israele riconosce come lingua ufficiale l'ebraico. L'arabo, parlato dalla comunità araba israeliana e da parte degli ebrei mizrahì e anch'esso precedentemente ufficiale, è stato declassato nel 2018 a lingua a statuto speciale. Ruolo importante è rivestito dalla lingua inglese in ambito economico e mediatico. Molto parlata è la lingua russa, grazie alla massiccia immigrazione proveniente dai paesi dell'ex Unione Sovietica. Sono poi parlate anche una serie di lingue portate dagli immigrati ebrei da tutto il mondo, tra queste lo yiddish, parlato tradizionalmente dagli aschenaziti e oggi conservato dalle comunità ultraortodosse, in particolare in quelle chassidiche, il giudeo-spagnolo, il giudeo-georgiano, l'amarico e il francese.

Cultura

Folklore e cultura di massa

La variegata cultura di Israele deriva dalla diversità etnoculturale della sua popolazione: ebrei provenienti da tutto il mondo hanno portato con sé le proprie tradizioni culturali, dando vita a un originale melting pot. Pur essendo situato in Medio Oriente, la cultura di Israele è prevalentemente occidentale, dal momento che i primi immigrati sionisti erano originari per la grande maggioranza dall'Europa orientale. L'immigrazione di ebrei dal resto del Medio Oriente e dal Maghreb ha generato la compresenza di elementi culturali differenti, anche se accomunati dall'identità ebraica. La comunità araba tende a vivere separata dal resto della società israeliana dal punto di vista residenziale, sociale ed educativo; vi sono infatti pochi contatti tra gli ebrei e gli arabi israeliani. Israele è il solo paese al mondo in cui la vita è organizzata secondo il calendario ebraico: il giorno di riposo ufficiale è il sabato (con inizio dopo il tramonto del venerdì) e le vacanze sono determinate dalle feste ebraiche.

Musica

La musica israeliana rivela influenze da tutto il mondo: la scena musicale offre vari tipi di musica come la musica jazz, pop, rock e classica. Un importante fonte di influenza nella musica israeliana lo rivestirono il klezmer e la musica dell'Europa orientale; la più celebre delle canzoni folcloristiche israeliane è Hava Nagila. Tra le orchestre, la più prestigiosa del paese è la Israel Philharmonic Orchestra, fondata nel 1936. Fra i musicisti classici di fama internazionale i più noti spiccano Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman e Daniel Barenboim. Nei primi decenni seguenti l'indipendenza dello Stato, le istituzioni favorirono la musica occidentale, emarginando il contributo culturale degli ebrei originari del mondo arabo; a partire dagli anni 1970 questi ultimi svilupparono la musica mizrahì, fortemente influenzata dalla musica pop araba.

Tra i cantanti israeliani più noti a livello internazionale si citano Noa, Ninet Tayeb, Ofra Haza, Yael Naim, Asaf Avidan, Naomi Shemer, Shiri Maimon, Sarit Hadad, Rita e Subliminal. È molto sviluppata anche la scena metal. Le due band più note a livello internazionale sono gli Orphaned Land e i Melechesh. Entrambe le band rientrano nel cosiddetto oriental metal, che introduce strutture mediorientali nelle forme classiche dell'heavy metal. Israele ha partecipato allo Eurovision Song Contest quasi ogni anno a partire dal 1973, vincendo in più occasioni.

Letteratura

La letteratura israeliana trae le proprie radici radici dalla rivitalizzazione della lingua ebraica, promossa da Eliezer Ben Yehuda nella seconda metà del XIX secolo, e si sviluppà in seguito alla seconda aliyah. Tra i più celebri autori della letteratura israeliana figurano Haim Nachman Bialik, Ahad Ha'am, Saul Cernichovskij, Shmuel Yosef Agnon, Avraham Shlonsky, Yehuda Amichai, Moshe Shamir, Aharon Megged, S. Yizhar, Abraham Yehoshua, Amos Oz, Amos Elon, Aharon Appelfeld, Yoram Kaniuk, David Grossman, Etgar Keret, Orly Castel-Bloom, Gail Hareven e Eshkol Nevo. Importante fu il contributo degli arabi israeliani Sayed Kashua e Anton Shammas. Parte della produzione letteraria israeliana è stata scritta anche in arabo da figure come Emile Habibi Durante la settimana del libro ebraico, che si tiene ogni giugno, oltre a fiere, letture pubbliche e conferenze ha luogo la consegna del Premio Sapir, il principale premio letterario di Israele. A Tel Aviv il teatro Habimah, fondato nel 1918, è il più antico del paese.

Mass media

Tra i maggiori quotidiani israeliani spiccano il Jerusalem Post, Haaretz, Maariv, Yediot Aharonot, HaTzofe, Globes, Israeli, Israel HaYom e Yated Neeman. Sono attive numerose emittenti televisive e radiofoniche; la televisione pubblica è gestita dalla Israeli Public Broadcasting Corporation.

All'inizio del 2009, Reporter Senza Frontiere nel suo Press freedom index riporta la stampa israeliana al 46º posto su 173 paesi e territori; come peraltro segnala la medesima organizzazione, per effetto delle situazioni di conflitto, l'accesso di giornalisti stranieri nella striscia di Gaza durante l'operazione Piombo fuso è stato fortemente limitato.

Archeologia, architettura e patrimoni dell'umanità

Israele è sede di numerosi scavi archeologici di scuola israeliana, e di scuole straniere, di archeologia biblica e di archeologia paleocristiana. Diversi siti israeliani risultano iscritti nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, tra questi: la Città Vecchia di Gerusalemme, dal 1981, la città vecchia di Acri, dal 2001, Masada, dal 2001, i tell di Megiddo, Hazor e Be'er Sheva, dal 2005, la Città Bianca di Tel Aviv, che offre alcuni tra i più significativi esempi di architettura Bauhaus, dal 2003 e la Via dell'incenso - città nel deserto del Negev, dal 2005.

Musei

Tra i principali musei in Israele spiccano il Museo d'Israele a Gerusalemme, che ospita tra le tante collezioni i rotoli del Mar Morto, lo Yad Vashem a Gerusalemme, che rappresenta il museo nazionale dedicato alla Shoah, e il Beth HaTefutsoth, situato nel campus dell'Università di Tel Aviv, museo interattivo dedicato alla storia della diaspora ebraica. A Gerusalemme sono poi presenti il Museo Herzl, il Museo delle Terre della Bibbia, il Museo Rockfeller e il Museo dell'Arte Islamica e a Tel Aviv il Museo di Eretz Israel, il Museo della Haganah, il Museo delle Antichità e il Museo d'Arte Moderna.

Istruzione e ricerca

Il sistema scolastico israeliano è suddiviso in cinque settori: statale (mamlachti), statale religioso (mamlachti dati), indipendente religioso (Chinuch Atzmai), arabo e privato; il primo è il più diffuso, il secondo è frequentato dalle famiglie ebraiche ortodosse moderne e da quelle sioniste religiose ed enfatizza le materie religiose, il terzo è frequentato dagli ebrei ultraortodossi ed è incentrato sullo studio della Torah, mentre il quarto è indirizzato agli arabi israeliani ed è in lingua araba. L'obbligo scolastico si estende dai 3 ai 18 anni, diviso in scuola materna, primaria (1º-6º), media (7º-9º) e superiore (10º-12º), al termine del quale si sostiene un esame di maturità, al seguito del quale si ottiene il bagrut. Israele ha il più alto tasso di durata degli studi e di scolarizzazione del Medio Oriente, e in Asia è al vertice con Corea del Sud e Giappone. Israele dispone di nove università pubbliche: il Technion, l'Università Ebraica di Gerusalemme, l'Istituto Weizmann, l'Università Bar-Ilan, l'Università di Tel Aviv, Università Ben Gurion del Negev, l'Università di Ariel, l'Università di Haifa e la Open University of Israel. Vi è poi l'Università Reichman, di tipo privato. Vi sono poi decine di college.

Nel rapporto dell'Adva Center del maggio 2011 vengono evidenziate disparità caratteristiche della società israeliana. Tra i vari gruppi etnoreligiosi del paese, gli arabi cristiani risultano quello di maggior successo in ambito educativo e accademico. Israele ha inoltre prodotto quattro vincitori di premio Nobel ed è fra i primissimi paesi al mondo per articoli scientifici pubblicati pro capite.

Scienza e tecnologia

La scienza riveste un ruolo primario nella società israeliana. Il paese è all'avanguardia nei settori elettronico, ottico, informatico, robotico, aeronautico, medico e biomedico. Avanzata è anche la ricerca in ambito agricolo, per quanto riguarda ad esempio l'irrigazione a goccia. Il paese fa un ampio uso dell'energia solare e termica. In ambito spaziale nel 1988 venne lanciato Ofek-1, il primo satellite lanciato da Israele, mentre nel 2003 Ilan Ramon divenne il primo astronauta israeliano ad andare nello spazio.

Festività nazionali

Yom HaAtzmaut. Proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948

Ben Gurion Day. Celebrazioni in onore del fondatore dello Stato di Israele David Ben Gurion

Yom Kippur. Giorno dell'Espiazione

l 15º giorno di Av del calendario ebraico si celebra il Tu B'Av (in ebraico: ט"ו באב), il giorno dell'amore, simile alla Festa di San Valentino

Gastronomia

La cucina israeliana è estremamente variegata ed è caratterizzata dalla commistione della cucina levantina e di quella ebraica aschenazita, maghrebina e mediorientale.

Economia 

L'economia di Israele è di tipo misto e il paese è considerato una delle più avanzati in Medio Oriente e in tutta l'Asia per quanto riguarda il progresso economico e industriale, nonché uno di quelli più competitivi e favorevoli agli affari Nel 2012 il PIL (PPP) era pari a 260,9 miliardi di dollari statunitensi (49º al mondo) e il PIL pro capite (PPP) era pari a 33878 di dollari (25º al mondo). Dal 2010 Israele aderisce all'OCSE. Malgrado la limitatezza delle risorse naturali, lo sviluppo dei settori industriale e agricolo, protrattosi per decenni, ha reso Israele ampiamente autosufficiente dal punto di vista della produzione alimentare, eccetto per le granaglie e per le carni. Israele è un grande importatore di idrocarburi, materie prime ed equipaggiamenti militari. Nell'ambito delle esportazioni si distingue per frutta, verdura, farmaceutici, software, prodotti chimici, tecnologia militare e diamanti. Il paese è inoltre leader mondiale per la conservazione dell'acqua e per l'energia geotermica. Fin dagli anni 1970, Israele riceve aiuto economico dagli Stati Uniti d'America, in particolare per sostenere il debito estero, il debito pubblico e le spese militari. Secondo un'agenzia governativa, la povertà in Israele è aumentata dell'1% nel 2018, colpendo il 20,4% della popolazione. I bambini sono particolarmente colpiti, poiché il 29,1% di loro vive in condizioni di povertà. Secondo i dati dell'OCSE il tasso di povertà di Israele è il quarto più alto tra i paesi membri dell'OCSE dopo Stati Uniti d'America, Turchia e Corea del Sud.

Agricoltura

Dotato di scarse risorse idriche, il paese non è ambiente favorevole a una grande agricoltura. Gli israeliani hanno saputo sviluppare una tecnologia irrigua che ha moltiplicato la produttività di ogni litro d'acqua imponendo la propria agricoltura come modello insuperato di efficienza di irrigazione. Agronomi e ingegneri di Israele vantano il titolo di creatori delle metodologie di irrigazione a goccia. Seppure l'acqua disponibile per l'agricoltura continui a diminuire, gli agricoltori israeliani la usano con efficienza crescente, dedicandola a colture di sempre maggiore pregio, primizie, fiori, piante di vivaio. Il primato tecnologico consente, peraltro, di sopperire al calo delle vendite di prodotti agricoli con la vendita crescente di impianti sempre più sofisticati, richiesti, con il know how relativo, in tutto il mondo. Il 92% dei terreni in Israele sono proprietà dello Stato, del Fondo Nazionale Ebraico o dell'Amministrazione Israeliana dei Terreni. I terreni possono essere affittati a lungo termine (99 anni).

Industria

Le risorse minerarie ed energetiche sono quasi inesistenti, dal momento che il sottosuolo è privo di materie prime. Sia il carbone, sia il petrolio sono importati; il petrolio proviene quasi esclusivamente dall'Egitto. Un oleodotto lungo 260 km collega Eilat con Ashkelon. Molto utilizzata è l'energia solare, che copre il fabbisogno del 27% della popolazione come fonte di riscaldamento. Il settore industriale israeliano si è da sempre caratterizzato per la presenza di piccole aziende nei settori tradizionali e di poche grandi aziende in quelli della tecnologia avanzata. I principali settori industriali israeliani sono rappresentati dai settori dell'alta tecnologia, metallurgico, elettronico, biomedico, agricolo, alimentale, chimico, farmaceutico e dei trasporti. Il settore dell'alta tecnologia è concentrato nel cosiddetto Silicon Wadi tra Tel Aviv e Haifa e ospita numerose startup. Per motivi geopolitici il paese ha sviluppato una forte e avanzata industria militare. La lavorazione dei diamanti costituisce un'industria fiorente avviata da immigrati ebrei provenienti da Belgio e Paesi Bassi.

Trasporti

Per quanto riguarda i trasporti e le comunicazioni, un'articolata rete di strade unisce le varie parti del paese. I porti di Eilat sul Mar Rosso, di Ashdod e di Haifa sul mar Mediterraneo sono i più trafficati. L'aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, assorbe quasi tutto il traffico aereo del paese. La rete ferroviaria israeliana si sviluppa attorno a una dorsale nord-sud Nahariya-Haifa-Tel Aviv-Beersheva, con rami verso est (Gerusalemme via Latrun e Zin, presso il Mar Morto). Esiste una sola linea ad alta velocità tra Tel Aviv e Gerusalemme, la cui apertura è avvenuta alla fine del 2017.

Turismo

Lo stesso argomento in dettaglio: Turismo in Israele.

Il turismo in Israele, benché ostacolato dalle condizioni geopolitiche, che inducono a protocolli di sicurezza sensibilmente elevata, in particolare quello religioso, è un cespite industriale di grande rilievo, anche per merito del clima gradevole e dell'importanza storica e artistica dei siti archeologici. In tale cornice spicca la funzione strategica della compagnia di bandiera El Al, sia come vettore internazionale, sia per i collegamenti interni.

Politica

Ordinamento dello Stato

Lo Stato d'Israele basa il suo ordinamento giuridico su una serie di leggi fondamentali. Le funzioni del governo sono basate sui regolamenti della Knesset, sulle convenzioni costituzionali e sulla Dichiarazione d'indipendenza israeliana. Israele non dispone di una costituzione redatta in un unico documento. Dopo la fondazione dello Stato nel 1948, la Dichiarazione di indipendenza affermò che un'assemblea costituente avrebbe adottato una costituzione per istituire e disciplinare le autorità dello Stato. L'assemblea costituente venne quindi eletta nel gennaio del 1949 ed esercitò le sue funzioni sia come corpo legislativo sia come corpo costituente. Tuttavia, in mancanza di un consenso circa l'opportunità di una costituzione scritta e circa i suoi contenuti, l'assemblea, divenuta Knesset nel 1949, il 13 giugno 1950 giunse a una soluzione di compromesso nota come risoluzione Harari: la costituzione sarebbe stata composta di capitoli, ciascuno comprendente un'unica legge fondamentale a sé stante e Israele avrebbe adottato la propria costituzione via via che le diverse leggi fondamentali fossero state approvate dalla Knesset. Israele iniziò un processo di adozione della costituzione capitolo per capitolo, processo che a oggi non si è ancora concluso con l'adozione di una singola costituzione complessiva e che ha portato alla promulgazione delle seguenti leggi fondamentali:

Legge fondamentale sulla Knesset (1958)

Legge fondamentale sulle terre di Israele (1960)

Legge fondamentale sul Presidente dello Stato (1964)

Legge fondamentale sul Governo (1968, poi modificata nel 1992, 2001 e 2014)

Legge fondamentale sull'economia dello Stato (1975)

Legge fondamentale sull'esercito (1976)

Legge fondamentale su Gerusalemme capitale di Israele (1980)

Legge fondamentale sul potere giudiziario (1984)

Legge fondamentale sullo State Comptroller (1988)

Legge fondamentale sulla Libertà e dignità umana (1992)

Legge fondamentale sul Diritto all’occupazione (1992, poi modificata nel 1994)

Legge fondamentale sul referendum (2014)

Legge fondamentale su Israele Stato nazione del popolo ebraico (2018)

Fino al 1992 tutte le leggi fondamentali via via approvate riguardarono essenzialmente l'organizzazione dei poteri dello Stato. Nel 1992 la Knesset si divise sull'opportunità di approvare una legge in tema di diritti costituzionali. Fu raggiunto il compromesso di dividere il capitolo sui diritti costituzionali in una serie di leggi fondamentali separate, cosicché la Knesset potesse trovare il consenso necessario per il riconoscimento di alcuni diritti largamente condivisi lasciando aperta la discussione su diritti più controversi, come la libertà di religione, di parola, di coscienza, e il principio di uguaglianza. Le due leggi fondamentali sui diritti costituzionali del 1992 furono seguite da una storica sentenza della Corte suprema nel caso Mizrahi Bank del 1995. Con tale sentenza la Corte suprema rivendicò a sé il potere di controllare la costituzionalità della legislazione approvata dalla Knesset, intendendo per "costituzionalità" la conformità delle leggi alle Leggi fondamentali dello Stato di Israele. L'effetto combinato delle innovazioni legislative introdotte nel 1992 e della giurisprudenza della Corte suprema è stato definito come una "rivoluzione costituzionale" che avvicina Israele al modello dello Stato costituzionale di diritto, affidando alla Corte suprema il sindacato di costituzionalità sulle leggi approvate dalla Knesset.

Israele è una repubblica parlamentare, basata sul multipartitismo e su elezioni a suffragio universale cui partecipano tutti i cittadini che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età. Non è previsto l'istituto referendario. Il potere legislativo spetta alla Knesset, composta da 120 deputati eletti ogni quattro anni con sistema sistema proporzionale (con applicazione del metodo D'Hondt), nelle liste dei partiti. Alle elezioni legislative non è previsto il voto di preferenza. Il territorio costituisce un unico collegio elettorale ed è prevista una soglia di sbarramento. Le elezioni parlamentari si tengono ogni quattro anni, ma la Knesset può essere sciolta anticipatamente in seguito a una decisione assunta dalla maggioranza dei suoi componenti. Il presidente di Israele è il capo dello Stato ed è eletto dalla Knesset per un mandato di sette anni non rinnovabile. La sua funzione è puramente rappresentativa, essendo l'esercizio del potere esecutivo delegato nella sua interezza al primo ministro, che di regola è il leader della forza politica maggioritaria nella Knesset. Quest'ultimo forma il governo nominando i ministri. Dal 1996 al 2003 il primo ministro è stato scelto con elezione popolare diretta.

Il potere giudiziario è affidato a una Corte suprema. I suoi quindici giudici sono nominati da una commissione di nove membri di cui tre giudici, quattro politici e due avvocati. In pratica, questa commissione designa automaticamente i candidati scelti dai giudici stessi. Il sistema legale di Israele combina diritto romano, la diritto anglosassone e leggi dell'ebraismo. Si fonda sul principio del precedente e del processo accusatorio e impiega giudici professionali e indipendenti, nominati da un comitato composto da giudici della Corte suprema, avvocati e parlamentari. Il sistema giudiziario è articolato in tre livelli di giudizio: la maggior parte delle città ospita un tribunale, mentre in cinque dei sei distretti sono istituiti tribunali distrettuali (sia d'appello sia di prima istanza) e a Gerusalemme siede la Corte suprema (sia di ultimo appello sia di cassazione e di fatto costituzionale).

Diritti civili e politici

Israele è una democrazia in cui trovano riconoscimento i diritti civili e politici, di libertà d'espressione e di economia di mercato. Israele, se considerato senza i territori occupati, è classificato come "libero" da Freedom House; nel 2014 il punteggio era 2 per le libertà civili e 1 per i diritti politici, dove 1 è la situazione migliore e 7 la peggiore. Israele è considerato un esempio di democrazia etnica. Tutti i cittadini israeliani godono dei diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa. Gli arabi israeliani sono cittadini israeliani, ad eccezione di quelli di Gerusalemme Est e delle alture del Golan, che hanno lo status di residenti permanenti e il diritto a richiedere la cittadinanza israeliana. La minoranza araba soffre di vari disagi socioeconomici e secondo l'opinione di vari esperti è soggetta a discriminazioni strutturali.

Lo status personale dei cittadini, tra i quali la disciplina matrimoniale e il divorzio, è rimesso alle rispettive confessioni religiose, le cui autorità esercitano la relativa giurisdizione; non esiste il matrimonio civile. Lo Stato riconosce i matrimoni officiati dalle autorità ebraiche ortodosse, musulmane, cristiane e druse. Questo sistema genera forti tensioni tra le componenti laiche e quelle religiose, dal momento che non permette i matrimoni misti; inoltre le leggi della Halakha non permettono a numerose coppie israeliane di sposarsi. La giurisdizione israeliana prevede però il riconoscimento dei matrimoni esteri, pertanto numerose coppie israeliane si sposano ogni anno nella vicina Cipro. Lo stato riconosce le unioni civili ed è l'unico in Medio Oriente dove le unioni omosessuali celebrate all'estero vengono riconosciute

La pena di morte in Israele dal 1954 è in vigore unicamente per i reati di genocidio e altri crimini contro l'umanità, crimini di guerra, alto tradimento, crimini contro il popolo ebraico e tradimento militare, quando ritenuta giusta dal tribunale: è stata applicata solo una volta, nel 1961, nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Anche un altro nazista, John Demjanjuk, fu condannato a morte nel 1988, ma il verdetto fu annullato nel 1993. Questi due casi, tra l'altro di cittadini stranieri, sono le uniche sentenze pronunciate contro civili. Ci sono state alcune condanne di militari, ma nessuna è stata eseguita.

Suddivisione amministrativa

Israele è suddiviso in sei distretti principali e tredici sottodistretti.

Distretti di Israele

Politica estera

Relazioni diplomatiche con Israele

Lo Stato di Israele è riconosciuto da 167 paesi membri delle Nazioni Unite su 193. Il paese fu ammesso alle Nazioni Unite nel 1949. A causa del conflitto arabo-israeliano, Israele non è riconosciuto dai seguenti paesi: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Brunei, Comore, Corea del Nord, Cuba, Gibuti, Guinea, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Maldive, Mali, Niger, Oman, Pakistan, Qatar, Siria, Somalia, Tunisia, Venezuela e Yemen.

Territori occupati

Lo stesso argomento in dettaglio: Territori occupati da Israele.

In seguito alla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupò la Cisgiordania, la striscia di Gaza, le alture del Golan e la penisola del Sinai. A partire dagli anni 1970 venne avviata la costruzione di numerosi insediamenti israeliani nei territori occupati, dichiarata illegale dalle Nazioni Unite. Gerusalemme Est venne annessa nel 1980 e le alture del Golan nel 1981. Il Libano rivendica le fattorie di Sheb'a, annesse insieme al Golan. Il Sinai venne restituito all'Egitto nel 1982, in seguito agli accordi di Camp David. In seguito agli accordi di Oslo del 1993 i territori palestinesi vennero divisi in tre aree: l'area A, amministrata e controllata dall'Autorità Nazionale Palestinese, l'area B, sempre sotto amministrazione palestinese ma controllata militarmente dagli israeliani, e l'area C, amministrata da Israele La Cisgiordania è identificata dalle autorità israeliane con l'espressione "Giudea e Samaria". La striscia di Gaza venne abbandonata in seguito al piano di disimpegno unilaterale israeliano del 2005 e venne sottoposta a un blocco marittimo, terrestre e aereo da parte di Israele ed Egitto.

Varie organizzazioni non governative, tra le quali B'Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International, hanno criticato le politiche israeliane nei territori occupati, paragonandole all'apartheid. La presenza israeliana ha comportato infatti varie restrizioni al movimento dei palestinesi attraverso l'istituzione di centinaia di posti di blocco, di un sistema di permessi e della barriera di separazione israeliana; le autorità israeliane hanno in più occasioni demolito o confiscato proprietà immobiliari palestinesi e migliaia di detenuti palestinesi sono trattenuti nelle carceri israeliane per motivazioni politiche.

Status di Gerusalemme

Lo stesso argomento in dettaglio: Status di Gerusalemme.

Gerusalemme venne proclamata capitale di Israele nel dicembre 1949 e confermata tale nel 1980 con la legge su Gerusalemme. Israele occupò Gerusalemme Est in seguito alla guerra dei sei giorni e la annesse nel 1980, riunificando la città. Quasi tutte le istituzioni governative israeliane hanno sede a Gerusalemme, ad eccezione del ministero della difesa con sede a Tel Aviv. Lo status di Gerusalemme come capitale di Israele non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale, dal momento che la città comprende territori non riconosciuti internazionalmente come israeliani. La Corte internazionale di giustizia confermò nel 2004 lo status di "territori occupati" ai territori oltre la Linea Verde, compresa Gerusalemme Est. La quasi totalità degli Stati che intrattengono rapporti diplomatici con Israele non mantengono le proprie sedi diplomatiche a Gerusalemme, preferendole altre località, in particolare Tel Aviv. Gli unici paesi che hanno mantenuto la propria ambasciata a Gerusalemme sono stati El Salvador e la Costa Rica e a partire dal 2018 gli Stati Uniti d'America. Israele rimane senza capitale nelle mappe prodotte e distribuite dall'ONU.

Forze armate

Le Forze di difesa israeliane rappresentano le forze armate del paese. La marina e l'aeronautica israeliana sono subordinate all'esercito. Sono operative altre agenzie governative paramilitari che si occupano dei differenti aspetti della sicurezza d'Israele, tra le quali il MAGAV e lo Shin Bet, e civili con compiti di difesa, come l'Aman e il Mossad, i servizi segreti israeliani esterni. Le Forze di difesa israeliane sono considerate le forze armate più efficienti in Medio Oriente. L'alta qualità dell'addestramento e l'avanzata industria militare rappresentano i maggiori punti di forza dell'esercito israeliano.

I giovani israeliani, sia maschi che femmine, sono chiamati alle armi all'età di 18 anni. Il servizio di leva dura tre anni per gli uomini e due per le donne. A seguito del servizio obbligatorio, gli uomini israeliani diventano parte delle forze di riserva. Sono esonerati i cittadini arabi musulmani e cristiani e coloro che non possono servire per motivazioni religiose. È attivo un servizio civile, il Sherut Leumi, alternativo al servizio militare. Israele non dispone nel suo ordinamento di una legge sull'obiezione di coscienza e i disertori (conosciuti anche come refusenik) possono andare contro pene detentive; sono però esonerati i pacifisti solo se giudicati tali da una speciale commissione non militare.

Energia nucleare

L'interesse israeliano per l'energia nucleare cominciò fin da prima della nascita dello Stato. Il governo dette importanza alla ricerca sull'energia nucleare fin dal 1949, istituì l'Istituto Weizmann e cominciò a sviluppare la propria tecnologia nucleare negli anni 1950 con il sostegno francese, costruendo un reattore nucleare a Dimona nel 1964. Gli israeliani realizzarono le loro prime armi nucleari nel 1966. Israele si rifiutò di sottoscrivere il trattato di non proliferazione nucleare. L'esistenza dell'arsenale nucleare israeliano venne confermata nel 1986 dal tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu. Secondo l'opinione di vari esperti nel 1979 Israele collaborò con il Sudafrica nello sviluppo di armi nucleari, in quello che divenne noto come incidente Vela.

Sport

Sebbene sia collocato in Asia, Israele fa parte dei Comitati Olimpici Europei, pertanto, per tutti gli sport, gareggia nelle competizioni europee e a livello internazionale partecipa come nazione europea. Il principale sport nazionale è il calcio. Il campionato israeliano di calcio è gestito dalla Federazione calcistica d'Israele, affiliata dal 1929 alla FIFA e dal 1994 all'UEFA, in seguito alla sua espulsione dall'AFC su pressione dei paesi arabi. Le squadre calcistiche israeliane partecipano alle coppe calcistiche europee, e la nazionale di calcio disputa le qualificazioni al Campionato mondiale di calcio con le altre selezioni europee, oltre a prendere parte alle qualificazioni al Campionato europeo di calcio. Durante il periodo di iscrizione della Federazione calcistica d'Israele all'AFC, la nazionale di calcio vinse la Coppa d'Asia 1964.

Molto popolare in Israele è anche la pallacanestro. La Federazione cestistica d'Israele, iscritta alla FIBA dal 1939, è affiliata alla FIBA Europe. La nazionale di pallacanestro vanta una partecipazione ai giochi olimpici, due ai mondiali, nonché 25 presenze agli europei. Israele ai Giochi olimpici si distinse per il judo, che guadagnò popolarità tanto da rivaleggiare con il calcio per numero di praticanti, tanto da essere definito da alcuni sport nazionale. Importanti risultati sono stati colti dallo sport israeliano nella vela. Sistema di combattimento diffuso in tutto il mondo e originatosi in Israele è il Krav Maga, utilizzato anche da operatori della forze di sicurezza.

Gli israeliani hanno occupato la Palestina”. Perché è un falso storico. Nicolaporro.it l'11 Ottobre 2023,

Cerchiamo di andare, per un attimo, al massacro dei luoghi comuni. Nel lungo e sanguinoso conflitto che coinvolge Israele e palestinesi, riportato brutalmente all’attualità dopo gli attacchi compiuti da questi ultimi lo scorso sabato, affiora spesso una delle più tendenziose falsità storiche su questa tragica faccenda. Alludiamo alla presunta “persecuzione” ed espropriazione della propria terra di cui il popolo palestinese sarebbe vittima, a cui si danno anche nomi sinistri quali “pogrom”, segregazione e persino genocidio. In realtà, se v’è un popolo che ha sempre e sistematicamente rifiutato qualunque tentativo di pacificazione con gli israeliani è proprio quello palestinese. Occorre quindi rinfrescare la memoria storica a quanti sembrano, colpevolmente, aver dimenticato e a quelli che, ancora più colpevolmente, non hanno mai saputo.

Quella che oggi è chiamata Palestina era in origine una striscia di territorio, al di sotto del già esistente stato d’Israele (già nell’830 a.C. si parla del regno d’Israele nato dopo la separazione delle tribù ebraiche) abitato dai Filistei, antichi nemici dei giudei. Gli israeliti, guidati da re Davide (fondatore di Gerusalemme), combatterono e conquistarono, anche se mai del tutto, parte di questa terra, poi divenuta successivamente terra di dominazione babilonese, assirica e romana. Durante il dominio romano, nel 66 d.C., avvenne la celebre diaspora del popolo ebraico dalla propria terra; l’Imperatore Tito per sedare le rivolte che insanguinavano quei territori deportò una parte, solo una parte, degli ebrei via dalla loro patria ancestrale. Le genti israelite non hanno mai abbandonato del tutto Gerusalemme né la terra santa.

I problemi cominciano con la venuta di Maometto. Egli si proclama unico e solo profeta di tutte le religioni monoteiste, cercando quindi il riconoscimento anche da parte degli ebrei che, chiaramente, rifiutano. Seguono anni di massacri e uccisioni di ebrei proprio a causa del loro essere, secondo i precetti islamici, infedeli. Tale è il punto focale di tutta la questione. La sua immodificabile ragion d’essere. I palestinesi, musulmani, vedono gli ebrei come nemici solo per il fatto che essi sono, propriamente, ebrei. La loro negazione. Ciò che deve essere spazzato via con violenza. La disputa attorno a Gerusalemme nasce in questo frangente. Con tutta probabilità Maometto non ha mai messo piede in vita sua a Gerusalemme. Quello che è certo è che la città santa non è nominata nemmeno una volta nel Corano. Dunque perché tanto sangue è stato versato in nome di questo luogo?

I musulmani credono che il luogo in cui il profeta sia asceso al cielo durante la notte (Isrā è la parola araba per questo evento) corrisponda alla spianata del tempio di Gerusalemme e alla moschea di al-Aqṣā, da dove Maometto sarebbe stato trasportato in paradiso attraverso i 7 cieli. Peccato che alla morte del profeta, nel 632, non esistesse alcuna moschea al di fuori della penisola arabica e che al-Aqṣā sia stata costruita nel 674, più di trent’anni dopo. Per inciso, la presenza di una moschea non rende automaticamente sacra una città; grandi moschee esistono a Cordova e a Roma. Rivendicheranno anche queste un giorno?

La sacralità di Gerusalemme per i musulmani si basa dunque su di una interpretazione piuttosto fantasiosa, tra l’altro senza appigli teologici visto che, come ripetiamo, la città non è mai nominata nel Corano e il sommo profeta non l’ha mai visitata. Ma tanto è bastato perché essa fosse conquistata dai musulmani, con conseguente distruzione della Basilica del Santo Sepolcro, delle chiese e delle sinagoghe che vi sorgevano ordinata dal califfo al-Ḥākim nel 1009. Un gesto di brutale purificazione verso tutto quello che non è conforme alle leggi dell’Islam. Storia già vista, chiedere dell’ISIS. Tanto cara all’Islam la città di Gerusalemme che, sotto gli ottomani, diviene una fogna a cielo aperto. Talmente sacro questo sito che nei recenti attacchi Hezbollah ha lanciato missili proprio contro Gerusalemme. Talmente tanto importante questa terra chiamata Palestina che, almeno fino al termine del primo conflitto mondiale, era una landa semi-desolata, abbandonata alla polvere, ai sassi e all’incuria dagli ottomani (leggere quello che scrivevano i noti sionisti Mark Twain ed Edmondo De Amicis).

Solo dopo l’arrivo dei primi ebrei scappati dalle persecuzioni in Russia e nell’est Europa, questo fazzoletto di terra diviene una terra abitabile. Gli sceicchi arabi vendono la terra a caro prezzo agli ebrei che, desalinizzando il mare, dissodando la terra e morendo di stenti, la trasformano in un anfratto vivibile. Questo solo fatto dovrebbe bastare a dimostrare che non c’è mai stato esproprio di terra a danno di nessuno perché quasi nessuno abitava quelle terre. La presenza di sparuti gruppi arabi dalla Giordania non basta a rivendicare come proprio un territorio. Perché i cosiddetti palestinesi altro non sono che arabi, come i giordani, i libanesi o gli iracheni. E come tali, non discendendo dai Filistei (originari abitanti della terra di Palestina) non vantano alcun diritto ancestrale su questa terra.

Tra l’altro se c’è qualcuno a cui imputare il fallimento di qualunque tentativo di appianamento del conflitto sono proprio i palestinesi. Questi martiri, questi partigiani della libertà come vengono descritti dalla retorica. Talmente simili ai partigiani da essersi alleati con Hitler durante il secondo conflitto mondiale. È noto che lo sterminio degli ebrei fu in parte concertato da Hitler in accordo col Gran Muftì di Gerusalemme Al-Husayni (lo zio di Arafat) al fine di impedire che questi ultimi tornassero in Palestina per sfuggire alle persecuzioni in Europa. Nonostante l’Olocausto, gli innumerevoli pogrom e le aggressioni di cui fu vittima il popolo ebraico, lo stato d’Israele nacque nel 1948. Senza espellere da lì tutta la popolazione araba come spesso si suole udire.

Israele riconquista Gerusalemme in seguito alla vittoria riportata nella guerra dei sei giorni e dopo la riconquista, a manifestazione di quanto gli ebrei siano intolleranti, non distrugge le moschee costruite nella città. Nel 1967 Israele sancisce uno dei principi più interessanti del suo agire diplomatico: il riconoscimento della sua esistenza in cambio della cessione dei territori conquistati durante la guerra dei sei giorni (Sinai, striscia di Gaza, alture del Golan). Il tutto sancito dalla Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza Onu. L’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), sdegnata, rifiuta tale apertura. Di nuovo, dopo la guerra del Kippur nel 1973, tale processo si rinnova nella Risoluzione 339 dell’Onu. Di nuovo, nessuna risposta da parte delle autorità palestinesi. L’Egitto di Sadat riconobbe lo Stato d’Israele nel 1978 a Camp David e riebbe indietro il Sinai.

Dunque, signori, di quale persecuzione parliamo? Di quale esproprio di terra ci si lamenta? Quale popolo genocidiario restituisce i territori conquistati in guerra in cambio del riconoscimento della sua esistenza? Durante il secondo vertice di Camp David nel 2000 Ehud Barak offrì ad Arafat la striscia di Gaza, parte della Cisgiordania e (udite udite!) la parte est di Gerusalemme. Arafat rifiutò, senza che si sia mai capito bene il perché. I negoziati li ha fatti fallire lui, mica gli israeliani. Tra l’altro, viste le recenti manifestazioni in Giordania a sostegno di Hamas verrebbe da chiedersi perché i profughi palestinesi non si rechino alla corte del Re. Quella stessa Hamas che all’articolo 7 del suo statuto recita nobilmente, parole testuali, “c’è un ebreo nascosto, vieni e uccidilo”. Quegli stessi gentiluomini che hanno inventato i bambini-soldato e che considerano i bambini ebrei alla stregua di adulti da uccidere (rileggete l’intervista di Oriana Fallaci alla guerrigliera Rascida Abhedo e capirete).

Quelle stesse genti che piazzano bombe nei mercati e nelle vie trafficate per fare più vittime civili possibili. Quegli stessi nobili partigiani che rapiscono vecchi e ragazzini e li usano quali scudi umani. Tali individui sono coloro a cui plaudono molti nostri connazionali. È perseguitato un popolo che rifiuta sistematicamente ogni negoziato? Nessuna terra è stata espropriata, anzi è stata ri-offerta in cambio del riconoscimento agli ebrei di avere, dopo millenni, una patria. A cui sono sempre seguiti rifiuti. Occorrerebbe rivalutare, profondamente, il significato delle parole “sterminio” e “persecuzione”. E riconsiderare a chi applicarle. Se non altro storicamente. Francesco Teodori, 11 ottobre 2023

Nazione e Stato vengono spesso confusi, ma non sono la stessa cosa. Come nasce uno Stato? Fenomenologia dei popoli che si autodeterminano: i casi di Israele e Palestina. Emanuele Cristelli su Il Riformista l'11 Ottobre 2023 

In questi giorni terribili e tragici, a causa dell’attacco indegno di Hamas contro Israele, si è tornati a parlare, giustamente, del “diritto ad esistere” di Israele. Contro ogni mia previsione, mi sono imbattuto in moltissimi commenti il giorno successivo sui social che accusavano Israele di non avere diritto a uno Stato, di non essere una nazione, e che il precedente “Stato di Palestina” fosse stato occupato, oppure ancora che la Palestina non abbia mai maturato l’esigenza o il diritto a uno Stato. Non è mio obiettivo entrare nel merito della vicenda israelo-palestinese, ma non posso nascondere un certo imbarazzo nel prendere atto di come argomenti tipo il “Democracy building” e il “Nation building” siano maneggiati con superficialità e sempre nella logica orizzontale dei social media, dove competenza, attenzione e buon costume sembrano essere azzerati.

Per cominciare, è necessario fare una premessa: Nazione e Stato vengono spesso confusi, ma non sono la stessa cosa. La Nazione è un’entità di dimensione comunitaria che condivide un’identità e un immaginario collettivo comune, fatto di valori, cultura, lingua, ecc. La Nazione storicamente ha sempre conosciuto due modi per nascere: o su base volontaristica o su base etnica.

Ciò significa che un popolo può autodeterminarsi come Nazione sia perché condivide una missione politica, valoriale e ideale comune, a prescindere dalle differenze linguistiche ed etniche, oppure perché si ritrova unita nel reciproco riconoscimento di un profilo etnico comune. Ovviamente, non c’è un bianco e un nero; una Nazione può nascere anche a metà strada tra i due modelli. A tal proposito, possiamo quindi dire che la Palestina non ha ancora maturato una particolare e distinguibile coscienza omogenea identitaria nazionale, cosa ben diversa da Israele che da secoli ha visto nascere, crescere e formarsi l’identità nazionale ebraica. Per molto tempo, Israele e il mondo ebraico hanno rappresentato una Nazione senza Stato, uno Stato poi creato e costruito proprio alla luce di vicende che ne hanno posto la necessità storica dell’esistenza stessa.

Ciò vuol dire che la popolazione palestinese non ha diritto a un suo Stato? Affatto!

Stato e Nazione molto spesso coincidono, ma non è una regola, e anzi, sono tantissimi gli esempi di Stato non nazionale. Questo perché lo Stato è l’ordinamento che consente a una comunità stanziale di un determinato territorio di darsi la struttura per poter regolare la vita comunitaria entro i limiti territoriali nei quali un popolo o un gruppo di essi riconoscono la propria terra. Uno Stato nasce quindi non solo per dare una cornice istituzionale a una comunità nazionale, ma anche per definire la dimensione istituzionale di popoli che si trovano a condividere, per motivi diversi, un destino comune, in un territorio dato e in virtù di contingenze storiche che hanno creato le condizioni per questa unione. Basti pensare ad esempi vicini a noi come la Svizzera, la Bosnia-Erzegovina e il Belgio e, perché no, guardando in proiezione, anche l’Unione Europea.

Sì, l’UE, che oggi è un esempio e un modello unico al mondo, ibrido, di organizzazione internazionale con un carattere di governance multilivello, che fonda la sua forza sulla volontà politica di chi ne fa parte di concedergliela senza vincoli coercitivi, ma che in prospettiva, qualora divenisse un vero e proprio Stato federale, di certo non potremmo dire che si tratterebbe di uno Stato Nazionale, vista la molteplicità di identità nazionali presenti al suo interno.

La Palestina ha quindi maturato negli anni le condizioni e la necessità di diventare uno Stato? Da un punto di vista fattuale, sicuramente sì, non a caso una delle soluzioni diplomatiche più perseguite, basti ricordare Camp David, fu la soluzione dei due Stati. Poi subentra la politica, ed è un campo in cui non mi addentro, ma l’autodeterminazione dei popoli è un tema troppo serio per poter essere affrontato solo con le chiavi di lettura della politica day by day.

Mi chiedo quindi se, in un’ottica di maggiore consapevolezza nel rapporto con lo straniero e il diverso, non avrebbe forse senso fin dai primi anni di scuola far interiorizzare questi concetti all’interno di un più ampio percorso di educazione civica. I popoli hanno una dignità intrinseca che, comunque la si pensi, merita anche di essere affrontata con un linguaggio e una consapevolezza che consentano di mantenere il rispetto per il vissuto degli individui e delle loro comunità.

Essere cittadini significa anche conoscere le ragioni profonde nelle quali affonda l’essenza stessa della cittadinanza, per poterne capire il reale valore e avere uno sguardo nuovo sul mondo: curioso, aperto, inclusivo.

Emanuele Cristelli. Ho 28 anni, vivo a Trieste, laureato in Cooperazione internazionale. Consulente per le relazioni pubbliche e istituzionali, ho una tessera di partito in tasca da 11 anni. Faccio incontrare le persone e accadere le cose, vorrei lasciare il mondo meglio di come l'ho trovato. Appassionato di democrazia e istituzioni, di viaggi, musica indie e Spagna

Palestina, il grande problema non risolto. Panorama il 10 Ottobre 2023

Palestina, il grande problema non risolto La Rubrica - Come Eravamo Da Panorama del 04 aprile 1991 «Siamo come l'araba fenice. Risorgeremo». Con quel sorriso pallido che è diventato il simbolo della tragedia palestinese, Yasser Arafat ripete in questi giorni lo slogan orgoglioso del perdente. Dal fondo del suo bunker di Tunisi, il capo dell'Olp misura l'abisso in cui una guerra combattuta dalla parte sbagliata ha precipitato la sua organizzazione e il popolo che rappresenta. Una nazione di cinque milioni di persone che da 40 anni lotta, sogna e muore alla ricerca vana di uno Stato. Scelte avventate, dichiarazioni incendiarie, previsioni smentite dai fatti: forse Arafat riuscirà ancora una volta a rinascere dalle proprie ceneri, ma è certo che, prima e durante la disfatta militare di Saddam, ha fatto di tutto per minare la credibilità internazionale della sua causa. Ora cerca un posto al tavolo delle trattative, giocando le carte dell'ambiguità e dell'oblio. Ma suggeriscono gli esperti ad aiutarlo non sarà la memoria corta dei suoi avversari, bensì l'enormità del paradosso storico che non è riuscito a sciogliere. E che la guerra del Golfo ci riconsegna intatto: la questione palestinese rimane l'ostacolo più grave sulla strada del nuovo ordine che Bush e gli altri vincitori vorrebbero imporre al mondo. "Olp, oil" grida Arafat a chi lo incontra in questi giorni. Uno slogan singolare, inventato sul momento di fronte a centinaia di giornalisti che, qualche settimana fa, in un albergo di Amman, gli chiedevano ragione della disfatta. Due parole brevi, come per dire: fin che ci sarà il petrolio, fino a che l'Occidente avrà interessi in questa regione, ci sarà sempre una Olp a ricordare che i palestinesi devono avere una loro patria, una loro terra, un loro Stato. In questo numero speciale dedicato al labirinto palestinese, Panorama offre ai suoi lettori un ritratto comprensivo dei senzaterra del Medio Oriente: da dove vengono, come vivono, che cosa chiedono, chi li rappresenta, che cultura esprimono, che rapporti intrattengono con i "fratelli" arabi e con i nemici israeliani. E, quali soluzioni si profilano per il loro problema.

Il primo passo per capire è la cronaca della crisi e della guerra del Golfo. Il 2 agosto del 1990, quando le truppe irachene invadono il Kuwait, i palestinesi scoprono improvvisamente in Saddam Hussein il loro avvocato. Oggi si può dire che è stato l'avvocato delle cause perse. Ma allora? La guida politica dei palestinesi, l'Olp, era isolata e immobile. I colloqui di Tunisi con gli americani erano interrotti da due mesi per via di un assurdo attacco di commando palestinesi alle spiagge di Israele. I Paesi arabi del Golfo davano soldi, utili soltanto a mantenere la gigantesca burocrazia dell'Olp, ma non muovevano un dito presso i loro amici occidentali. Gli altri Paesi arabi che contano non erano da meno: la Siria di Hafez Assad metteva addirittura in carcere centinaia di militanti palestinesi, l'Egitto di Hosni Mubarak li teneva alla larga. Poi c'erano le spinte centrifughe, dal basso. L' intifada, la rivolta popolare, correva il rischio, specialmente nella striscia di Gaza, di essere presa in mano dai fondamentalisti islamici palestinesi di Hamas. Ai sassi si stavano sostituendo i coltelli. I campi profughi di Giordania e Libano ribollivano: dopo il 2 agosto, lì come nei territori occupati, sparivano i ritratti di Arafat e comparivano, sempre più numerosi, quelli di Saddam Hussein. Ecco allora la scelta guerresca, dalla parte sbagliata, del leader dell'Olp. Obbligata o dovuta alla scarsa preveggenza del capo? Lo dirà la storia. Oggi, proprio come l'araba fenice, Arafat può persino presentare un piano di pace con Israele che prevede, anche, la possibilità di concessioni territoriali in Cisgiordania. "Pagliacciate" replica Israele. Ma qualcosa si sta muovendo. Certo, il ritorno al gioco politico e diplomatico non può cancellare gli abbagli di Yasser Arafat durante la guerra del Golfo. Il rosario degli errori comincia domenica 13 gennaio, il giorno dell'ultimo colloquio, a Baghdad, tra il segretario delle Nazioni Unite, Pérez de Cuéllar, e Saddam Hussein. Due ore decisive: Saddam non cede di un passo. Quelle due ore rendono inevitabile una guerra ormai voluta da Saddam e, a quel punto, dagli Stati Uniti. Ma Arafat, a sera, improvvisa una conferenza stampa nella residenza dell'ambasciatore palestinese a Baghdad. "La porta della pace è aperta" dice. E per tre volte ripete: "Non ci sarà guerra". E' aggrappato all'immagine deformata di un Saddam difensore della causa palestinese. Non sa che, poche ore prima, il presidente dell'Iraq aveva strabiliato Pérez de Cuéllar non citando mai, per due ore, il problema dei palestinesi, non chiedendo nulla per loro. Il famoso linkage, il legame tra Kuwait e Palestina, non era mai entrato nella testa di Saddam, era un espediente per tirare dalla sua parte i palestinesi. Ma Arafat ci crede, né l'assassinio, a Tunisi, lunedì 14 gennaio, del suo numero due, Abu Iyad, che aveva appena detto, in un'intervista, di non credere al linkage, gli fa cambiare idea. Quando, tre giorni dopo, la guerra comincia, l'Olp chiama "gli arabi e i musulmani a opporsi all'aggressione americana, europea e sionista contro un Paese fratello" e il primo consigliere di Arafat, Bassam Abu Sharif, prevede: "La guerra durerà molto più a lungo di quanto la gente pensi". Le masse arabe, se si esclude qualche manifestazione nel Maghreb, qualche marcia di studenti in Egitto e il cocciuto silenzio pro - Saddam in Giordania, non si sono mosse in favore di Saddam e la guerra è stata breve. Venerdì 18 gennaio è giorno di festa per i palestinesi: il primo missile iracheno Scud colpisce Israele. Nei territori occupati della Palestina, in pieno coprifuoco, i giovani ballano e cantano di gioia sui tetti delle case. "Saddam, colpisci con le armi chimiche" gridano. In una manifestazione, la prima e l'unica, allo stadio di Amman, uno degli slogan è: "La vittoria sarà per gli arabi. Dio lo ha voluto". Arafat sposa il fanatismo popolare. "Gli Scud stanno sgonfiando il pallone israeliano" dice. E, ad Amman: "Questi sono giorni gloriosi per la nostra nazione araba, perché siamo testimoni di un' epica e leggendaria determinazione del popolo iracheno sotto il comando del mio fratello Saddam". Non si frena il capo dell' Olp: "La guerra durerà trenta mesi". "Davanti alle stesse armi, nel 1982, a Beirut, io ho tenuto duro tre mesi su nove chilometri quadrati". Più tardi, Arafat arriverà a immaginare un giorno futuro in cui lui e Saddam andranno a pregare insieme alla moschea di Gerusalemme e a sostenere che l'uso del napalm da parte degli americani "offre le ragioni e il diritto, all' esercito iracheno, di usare le armi chimiche". L'effetto immediato dell'offensiva oratoria del leader dell' Olp è un forte inasprimento, da parte di Israele, del coprifuoco nei territori occupati. Il primo ministro Yitzhak Shamir dice: "La posizione dell' Olp annulla le decisioni adottate due anni fa, ad Algeri, dal Consiglio nazionale palestinese sulla coesistenza di due Stati sul territorio dell' antico Mandato della Palestina". Il ministro degli Esteri David Levy è ancora più drastico: "Arafat si è escluso da solo da qualunque futuro tavolo di trattativa". E il neoministro Rehavam Zeevi, leader del gruppo di estrema destra Moledet (Patria), può affermare: "Due popoli non possono abitare nello stesso Paese. Altrimenti lo spargimento di sangue sarà continuo. Dobbiamo arrivare a una divisione". Persino la sinistra israeliana cambia parere su Arafat. "Per il futuro non ho dubbi che l'Olp debba essere considerata un interlocutore" è il parere di Dedi Zucker, leader del Movimento dei diritti dei cittadini. "Ma il problema è chi andrà a dirigerla. Io mi aspetto che la gente dei territori occupati avrà un peso ben maggiore rispetto alla direzione tradizionale dell'Olp". La politica troppo apertamente filo - Saddam di Arafat crea malumori nella stessa Olp e getta scompiglio fra i palestinesi. Il primo a parlare chiaro è il sindaco cristiano di Betlemme, Elias Freij. "Dire che tutti i palestinesi sono con Saddam è sbagliato. I palestinesi sono stufi e indignati per il doppio standard adottato dagli Stati Uniti verso l'Iraq e verso Israele. Ma ogni occupazione è illegale. Per quanto riguarda l'Olp, non ha mai perduto l'occasione per perdere un'occasione. Anche in questo caso". Freij sostiene che i palestinesi, anche per le posizioni prese dalla loro guida politica, sono le prime vittime della crisi e della guerra del Golfo. L' elenco dei danni è lungo: un coprifuoco lungo e duro, le esportazioni di agrumi e olio bloccate, quattro miliardi di dollari dell' Olp custoditi nelle banche del Kuwait rubati dagli iracheni e mai restituiti, 60 milioni di dollari l' anno offerti dai ricchi Stati del Golfo congelati così come i 250 assicurati dall' Opec, le rimesse dei 700 mila palestinesi che lavoravano in Kuwait e nel Golfo scomparse, con una perdita totale di 15 miliardi di dollari. Non è ancora la bancarotta perché l'Olp ha investito nel mondo, da Wall Street alle filiali della Arab Bank, 18 miliardi di dollari, ma per la vita dei quasi due milioni di palestinesi dei territori il colpo è stato duro. I leader dell'Olp si accorgono di quanto l' interesse per la Palestina sia strumentale alla vigilia della battaglia di terra. Nel piano di pace confusamente concordato in extremis tra Mosca e il ministro degli Esteri iracheno, Tareq Aziz, scompare il linkage. Saddam non pone più, tra le condizioni del ritiro, la soluzione del problema della Palestina, e il 26 febbraio, nel discorso radiofonico della sconfitta, infila una frase che è una pietra tombale: "La questione palestinese, per ora, può aspettare". Il giorno dopo, nei campi palestinesi, a mezza voce qualcuno comincia a dire: "Ci siamo messi con i perdenti". O anche: "Nei decenni ci hanno tradito tutti: americani, europei, le Nazioni Unite, governi arabi. Ora ci ha tradito anche l'Olp". Per Arafat, bloccato a Tunisi, incapace di prendere decisioni, sembra giunto il giorno della disfatta. Ma, come dice lui, l'Olp è come l' araba fenice. L ' occasione per il ritorno in gioco è la visita del segretario di Stato americano, James Baker, a Gerusalemme, martedì 12 marzo. Baker vuole incontrare dieci personaggi palestinesi eminenti dei territori occupati. A Tunisi, Arafat vince l' opposizione dei duri dell'Olp, George Habbash, capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e Nayef Hawatmeh, leader del Fronte democratico per la liberazione della Palestina, che si opponevano a un incontro con la delegazione americana, e dà le sue indicazioni per la composizione della delegazione palestinese, guidata da un moderato di grande nome, Faisal Husseini, direttore del Centro studi arabi di Gerusalemme est. Husseini e i nove saggi fanno capire a Baker che tutto si può discutere, ma che trattare senza l'Olp non è proprio possibile. Il giorno dopo, Bassam Abu Sharif, il consigliere di Arafat, intervistato dalla tv londinese Sky News, annuncia che l'Olp ha "nuove idee" e che i confini del futuro Stato palestinese "sono negoziabili". Sul momento viene smentito da Tunisi, ma si capisce benissimo che dietro il giallo c'è la mano di Arafat che, smessi i panni guerreschi, è tornato a fare il suo vecchio mestiere: il diplomatico.

Così Gaza è caduta in mano agli estremisti: dalla convivenza tra palestinesi e israeliani al regime di Hamas. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 12 ottobre 2023.

Per 15 anni, dal 1967, gli israeliani hanno «frequentato» negozi e ristoranti. Ma il disastro covava sotto traccia: ora Gaza è una prigione a cielo aperto lunga 48 chilometri e larga 9 

Non è sempre stato così. Una volta, circa quattro decadi fa, gli israeliani residenti nei kibbutz e paesini oggi devastati dai pogrom assassini dei fanatici di Hamas si recavano sul lungomare di Gaza a comprare il pesce, pranzavano ai ristorantini del porto, acquistavano per pochi shekel i pomodori e la frutta sui mercati locali. Capitava di trovare mamme israeliane con i bambini nei vicoletti dei campi profughi per visitare la famiglia della babysitter palestinese, mentre il marito si recava dall’imam della moschea vicina per reclutare operai per la sua industria di Tel Aviv. 

Gli abitanti della quindicina di colonie ebraiche costruite nella Striscia di Gaza dopo la sua occupazione nel 1967 si mischiavano senza troppi problemi con i locali. Non c’erano muri o barriere elettroniche sul perimetro della Striscia , se non qualche filo spinato arrugginito messo da egiziani e israeliani nel 1948. 

Ai posti di blocco i soldati controllavano distratti le carte d’identità del circa mezzo milione di pendolari che si recavano nei cantieri e sulle piantagioni israeliani. Anzi, molti di loro non tornavano a casa: dormivano sui posti di lavoro. Raccontato oggi sembra di parlare di un pianeta assolutamente altro, e infatti lo è . Per ben oltre un quindicennio dopo la guerra del 1967 la popolazione israeliana e i palestinesi abitanti nella Striscia, per la stragrande maggioranza profughi dalle località nel sud della regione abbandonate al tempo del conflitto che aveva portato alla nascita di Israele vent’anni prima, beneficiarono di quella che era definita la «politica dei ponti aperti» voluta dall’allora ministro della Difesa Moshe Dayan.

L'annessione strisciante

Ufficialmente Gaza e Cisgiordania erano territori occupati (non però Gerusalemme Est, che sarebbe stata annessa quasi subito) da rendere in cambio della pace con gli arabi. Di fatto, però, iniziò presto una forma di annessione strisciante fondata sull’impiego della mano d’opera araba nel sistema economico israeliano. In quei primi anni quasi non ci fu resistenza da parte araba, la gente era come annichilita dalla soverchiante potenza dello Stato ebraico. E infatti la battaglia contro Israele fu per lungo tempo condotta dall’Olp di Yasser Arafat, che operava dall’estero e si richiamava ai movimenti socialisti della decolonizzazione legati all’Unione Sovietica. Fu allora che Israele, in chiave anti-Olp, scelse di lasciare crescere le organizzazioni caritative e di mutuo soccorso ispirate ai Fratelli Musulmani, che in particolare a Gaza guardavano all’Egitto. 

L’Olp sembrava relegato alla diaspora, Israele traeva profitto dallo status quo. Ma nel dicembre 1987 fu lo scoppio dell’intifada, la rivolta popolare dei palestinesi nei territori occupati , a demolire l’illusione israeliana dei «ponti aperti» a costo zero. Pochi mesi prima David Grossman nel suo Vento Giallo aveva già messo in guardia. «L’occupazione corrompe i palestinesi e corrompe noi israeliani. Ma non può durare, il malcontento arabo sta per esplodere», avvertiva lo scrittore.

Lo sceicco Yassin

I palestinesi per la prima volta prendevano in mano il loro destino con un movimento di protesta autoctono che non dipendeva dall’Olp. L’anno dopo lo sceicco tetraplegico Ahmed Yassin dalla sua casa nel cuore di Gaza annunciava la nascita di Hamas, che negava qualsiasi possibilità di compromesso con gli «Yehud», gli ebrei , rifiutava l’approccio nazionalista laico dell’Olp e in nome di Allah invocava il diritto sacro del suo popolo al controllo di tutta la Palestina. Da allora lo scontro aperto tra Hamas, radicata più a Gaza, e l’Olp, sempre meno forte in Cisgiordania, corre parallelo a quello contro Israele. 

L’intifada bloccò la coesistenza pacifica tra le due popolazioni. Pochi anni fa il proprietario di un noto ristorante di Gaza guardava ancora con nostalgia alle foto della sua sala affollata da clienti di Ashkelon e sospirava raccontando della sua amante ebrea di Tel Aviv che non può più incontrare.

Il ritiro del 2005

Gli anni Novanta conducono direttamente alla situazione di oggi. S’inaugura la stagione del terrorismo kamikaze islamico. Gli attentatori si fanno esplodere tra la gente nei ristoranti, bus e discoteche nel cuore di Israele: ogni palestinese è un sospetto. Gaza diventa una prigione a cielo aperto lunga 48 chilometri e larga mediamente 9, abitata da poco meno di due milioni e mezzo di persone (circa il 40% ha meno di 14 anni, circa il 22% ha tra i 15 e i 24 anni). 

Le cose peggiorano dopo che un estremista ebreo assassina il premier Ytzhak Rabin imputato di «tradire» Israele stringendo la mano ad Arafat. Nel 2005 Israele evacua i circa 15.000 coloni ebrei di Gaza, ne approfittano gli islamici che accusano l’Olp di corruzione e collusione col nemico. 

Nel 2006 Hamas vince le prime elezioni democratiche della storia palestinese. L’anno dopo i militanti armati islamici scacciano e uccidono gli attivisti dell’Olp. Seguono le vampate di violenza degli ultimi anni, ogni volta più gravi e sanguinose di quelle precedenti. Nel 1987 i palestinesi tiravano pietre e parlavano ebraico, mentre gli israeliani cercavano di usare lacrimogeni e proiettili di gomma: oggi gli islamici ricorrono alle modalità del Califfato e i razzi israeliani devastano interi quartieri.

Cosa sono l’Olp e al-Fatah, le organizzazioni militari e politiche palestinesi. Da Arafat ad Abu Mazen e alla nascita dell'autorità nazionale della Palestina (Anp). La storia di chi ha rappresentato il popolo palestinese, tra intifade e faide interne al mondo arabo. Redazione Web su L'Unità il 13 Ottobre 2023

Tutto ha avuto inizio nel 1959 in Kuwait. Un certo Yasser Arafat, insieme ad altri 20 attivisti palestinesi, diede vita ad al-Fatah, organizzazione che diventerà il corpo primario della lotta armata contro Israele. Entrata a far parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), nel 1994 – in seguito agli accordi di Oslo – è diventata un movimento di controllo della neonata Autorità nazionale palestinese (Anp). Quest’ultima avrebbe dovuto governare i territori palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Il primo Presidente è stato proprio Arafat. Dopo la sua morte nel 2004, gli è succeduto Mahmūd Abbās, ovvero Abu Mazen.

Cosa sono l’Olp e al-Fatah, le organizzazioni militari e politiche palestinesi

Dal 2006, è esploso il conflitto civile interno alle autorità palestinesi. A scalzare il primato elettorale e di consenso di al-Fatah, ci ha pensato l’organizzazione terroristica di Hamas che dopo aver preso il controllo della Striscia di Gaza, ha espulso o ucciso i membri di al-Fatah che nel frattempo ha mantenuto il suo esecutivo a Ramallah in Cisgiordania. Intanto, negli ultimi anni, sull’Anp sono iniziate a piovere accuse sia di corruzione nei confronti dei suoi leader ed esponenti, sia di finanziamento di gruppi armati. L’Autorità nel 2013 ha adottato il nome di Sato di Palestina, nonostante i due enti siano di fatto distinti. Principali suoi finanziatori sono l’Unione Europea e diverse organizzazioni comunitarie.

L’Olp e Arafat

La Lega araba ha da sempre considerato l’Olp la legittima “rappresentante del popolo palestinese” (1974). Gerusalemme, maggio del 1964 da una riunione alla quale hanno partecipato 422 personalità nazionali palestinesi, furono poste le basi per la lotta armata con l’obiettivo di liberare la Palestina. Lo statuto originario dell’organizzazione non ha mai citato la fondazione di uno stato palestinese ma di un’entità indipendente nei territori del post-mandato britannico. Nel 1988 è stata invece dichiarata la convivenza tra lo stato palestinese e quello d’Israele con il primo ad avere Gerusalemme Est come capitale. Il 1994 è stato l’anno di svolta grazie agli accordi di Oslo: il patto tra Arafat e Rabin permise il rispettivo riconoscimento dei due stati e dell’Olp come rappresentante istituzionale dei palestinesi. Questo impedì che l’Olp fosse riconosciuta come organizzazione terrorista.

Politica e armi

Tuttavia, un report del “National Criminal Intelligence Service“, targato 2002, ha affermato che l’Olp è stata “la più ricca di tutte le organizzazioni terroristiche” (Wikipedia): ben 8 – 10 miliardi di dollari in attività e un reddito annuo di 1,5 – 2 miliardi di dollari da “donazioni, estorsioni, saldi, traffici illegali di armi, traffico di stupefacenti, riciclaggio di denaro sporco, frodi, ecc“. Per il The Daily Telegraph, l’Olp nel 1999 aveva almeno 5 miliardi di sterline su conti ad essa riconducibili. L’organizzazione, da un punto di vista gestionale e amministrativo, fa capo a un Comitato – composto da 15 membri – che detta le linee guida ed esecutive nel rispetto dello statuto. Dell’Olp fanno parte almeno una decina di partiti e altrettante organizzazioni tra cui al-Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp).

Costituzione e faide arabe

“… il diritto del popolo arabo palestinese alla sua sacra patria della Palestina e l’affermazione dell’inevitabilità della battaglia per liberare le sue parti usurpate e la sua determinazione a generare la sua effettiva entità rivoluzionaria e a mobilitare le sue capacità e potenzialità oltre che le sue forze materiali, militari e spirituali“. In queste parole vi sono le linee guida dell’Olp. L’organizzazione, nella quale ha primeggiato il partito al-Fatah, è diventata il principale riferimento della causa palestinese, in seguito alla sconfitta di Egitto, Siria e Giordania contro Israele durante la Guerra dei sei giorni del 1967. Le tensioni con i vicini stati arabi (da ricordare che originariamente la Striscia di Gaza e la Cisgiordania erano sotto il dominio, rispettivamente, de Il Cairo e di Amman), sono esplose con violenza nel 1970, anno del Settembre nero. In questo mese scoppiò una guerriglia tra l’esercito giordano e le milizie palestinesi. Lo scontro vide vincere i primi e soccombere i secondi, che poi furono espulsi dal regno.

Il ‘Manifesto’

Nel 1974 l’Olp entrò a far parte ufficialmente della Lega Araba. Qui dinanzi, a Rabat, il leader Arafat si guadagnò la legittima paternità di quello che era ufficialmente diventato il movimento a difesa della causa palestinese. Nacque così un manifesto strutturato in 10 punti che spiegavano la nascita di uno Stato Palestinese. Tra gli anni ’70 e gli anni ’80 esplose la guerra in Libano prima con Israele e poi quella civile. L’Olp ha prima combattuto contro i maroniti, poi contro le truppe israeliane e infine contro le milizie arabe di Amal provenienti dalla Siria. Gli scontri assestarono un duro colpo ad Arafat e l’Olp dovette trovare esilio e rifugio in Tunisia.

Le intifade

La prima intifada esplose nei territori occupati nel 1987. Nel 1988 il Regno di Giordania, scisse dal suo territorio l’attuale Cisgiordania. Per l’occasione fu proclamata la Dichiarazione d’indipendenza palestinese e uno Stato indipendente della Palestina. Quando furono stilati gli Accordi di Oslo, ai capi dell’Olp fu concesso di fare rientro in Medio Oriente e Arafat promise a Rabin di eliminare dallo statuto e dal manifesto, qualsiasi riferimento alla distruzione e non accettazione di Israele. Per quanto riguarda l’Onu, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha concesso lo status di osservatore all’OLP il 22 novembre 1974. Il 12 gennaio 1976 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato a favore dell’Olp, affinché l’organizzazione potesse partecipare al dibattito all’interno del Palazzo di Vetro, senza diritto di voto: un privilegio normalmente riservato ai soli componenti delle Nazioni Unite. Redazione Web 13 Ottobre 2023

Estratto dell’articolo di Davide Frattini per il “Corriere della Sera” martedì 7 novembre 2023.

A […] Mohammed Dahlan […] è sempre piaciuto viaggiare, esplorare la bella vita — dicono i critici — lui che è venuto su tra i cubi non intonacati di Khan Yunis, a giocare per le strade immiserite con Yahia Sinwar, nati a un mese di distanza nel 1961. 

Cresciuti insieme, diventati adulti su barricate opposte: l’attuale capo di Hamas con i fondamentalisti che da subito vogliono scalzare il Fatah di Yasser Arafat, mentre Mohammed diventa il plenipotenziario del raìs a Gaza.

Dahlan fa parte della nuova generazione, i giovani — almeno rispetto ai padri fondatori della causa — che finiscono nelle carceri israeliane durante la seconda intifada, che in prigione imparano l’ebraico e ne fanno uno strumento di strategia, il linguaggio per parlare con l’avversario, per tentare — quando è possibile — il dialogo. 

A lui gli israeliani parlano tanto e questo ai palestinesi finisce con il piacere poco. Abu Mazen — che ha sempre rinviato il voto dopo quello del 2005 che l’ha eletto presidente — lo considera un avversario, un manovratore, essere stato a capo dei servizi segreti ha insegnato a Mohammed come muoversi tra vari poteri. 

Lo accusa di tradimento, di complotto per deporlo, di aver passato ai giornali arabi le carte che rivelano gli intrallazzi e la corruzione dei due figli.

Dahlan non può tornare a Ramallah, rischierebbe l’arresto.

Ma si tiene in forma — 90 minuti di corsa al giorno ¬— per quando potrebbe trovarsi a sprintare verso il traguardo. 

Vive ad Abu Dhabi dove ha accumulato milioni di dollari e influenza sulle decisioni dell’emiro Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Ancora una volta per l’anziano presidente, 87 anni, la prova che l’esiliato trama perfino a 2.400 chilometri di distanza, avrebbe negoziato per permettere gli accordi di Abramo, l’intesa di normalizzazione con Israele firmata dagli Emirati Arabi Uniti e considerata da Abu Mazen «una pugnalata alle spalle» dei palestinesi.

Dahlan ha mantenuto i contatti anche da lontano ed è convinto, spiega al settimanale britannico Economist , che nessun singolo leader — sottinteso: per ora neppure lui — possa prendersi la Striscia dopo Hamas, dopo la fine della guerra. 

Propone un governo di transizione che amministri i territori (Cisgiordania compresa) per un paio d’anni: formato da tecnocrati, un passaggio necessario per sanare il lungo periodo di lotte interne e spaccature tra le fazioni. Paesi come gli Emirati, l’Arabia Saudita, la Giordania, il Qatar dovrebbero intervenire per finanziare e sostenere l’esecutivo ad interim.

Dopo questo periodo — sarebbe il suo piano — i palestinesi potrebbero finalmente tornare a votare per il parlamento e a Hamas, che aveva vinto nel 2006, dovrebbe essere permesso partecipare. Il sistema dovrebbe essere modificato: più poteri al primo ministro e riduzione di quelli del presidente. «Che un uomo solo possa risolvere la questione palestinese è un’illusione. Il tempo degli eroi è finito con Arafat».

Fondamentalismo. Cos’è Hezbollah, l’apparato politico-militare terrorista che governa il Libano per l’Iran. L'organizzazione islamista sciita e fortemente anti sionista, è responsabile del degrado socio-economico del 'Paese dei Cedri' e dell'aumento dell'escalation militare con Israele. Redazione Web su L'Unità l'11 Ottobre 2023

Hezbollah, tradotto Il Partito di Dio, è un’organizzazione para-militare, legata all’Islam sciita e diventata anche partito politico. Nata nel 1982 in Libano, ha attualmente come segretario Hassan Nasrallah. L’alleato e sostenitore, nonché principale finanziatore del gruppo, è l’Iran. La Repubblica Islamica ha fatto si che Hezbollah di fatto governasse il Paese dei Cedri e costituisse una milizia più numerosa, forte e meglio equipaggiata dell’esercito regolare libanese. Il Partito di Dio è uno degli acerrimi nemici di Israele. È utilizzato dagli Ayatollah per scatenare attacchi nel Nord dello Stato Ebraico.

Cos’è Hezbollah

Negli ultimi anni, Hezbollah è stato molto interventista e la sua azione si è allargata tanto fuori dal Libano. Basti pensare ai massacri condotti in Siria (sempre su mandato dell’Iran) in favore del regime degli Assad durante la guerra civile. L’obiettivo della Repubblica Islamica è quella di tenere un asse sciita che circondi Israele e limiti l’influenza sunnita dell’Arabia Saudita. Oltre alla Siria e al Libano, infatti, rientra nella sfera di influenza iraniana anche l’Iraq. Ma è con l’ultima guerra scatenata contro lo Stato Ebraico che Hezbollah e l’Iran hanno sdoganato le proprie azioni terroristiche: il loro appoggio militare, strategico, logistico, d’intelligence e finanziario in favore di Hamas ormai non è più in mistero. Inoltre, in Libano si sono rifugiati alcuni dei leader dei miliziani che governano a Gaza.

Le origini del terrore

Addestrati dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica per combattere in Libano, la guerra contro Israele prima e quella civile poi, Hezbollah si è subito resa protagonista di uno degli attacchi suicidi più terribili della storia mediorientale: era il 1983, quando in un duplice attentato alla forza di pace internazionale a Beirut ovest morirono 241 marines statunitensi e 56 parà francesi. Anche Il Partito di Dio spicca per il suo radicalismo, la sua violenza e il suo fondamentalismo islamico. Nel 1992, Abbas Al-Musawi il suo leader e predecessore di Nasrallah, è stato ucciso per mano israeliana.

Il ruolo dell’Iran e la Comunità Internazionale

Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Egitto, Israele, Australia, e Canada considerano Hezbollah un apparato terrorista. L’Unione Europea no, anche se il Parlamento Europeo ha votato sul tema una mozione non vincolante nel 2005. L’Onu non ha chiesto di inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche ma di smantellarne l’ala militare. Hezbollah conduce attività economico – sociali che le consentono di essere molto legata alle parti più povere della popolazione. Il Partito di Dio si occupa infatti, di finanziare servizi sociali, scuole, ospedali e servizi agricoli. Questo gli consente di avere un forte controllo e potere politico in Libano.

Il simbolo

Un drappo giallo al cui centro campeggia parte di un versetto del Corano, sūra V, versetto 56, che recita: “E colui che sceglie per alleati Allah e il Suo Messaggero e i credenti, in verità è il partito di Dio (hezbollah), che avrà la vittoria“. Questo è l’emblema di Hezbollah. La lettera alif, prima lettera del nome di Dio, è graficamente resa come una mano che stringe un fucile d’assalto stilizzato ed è affiancata da una rappresentazione schematica del globo terrestre. Peccato che il Signore decantato dagli Hezbollah, il Libano l’abbia dimenticato: il paese versa da anni in una grave condizione socio-economica e sanitaria. Redazione Web 11 Ottobre 2023

Chi sono i Fratelli Musulmani, l’organizzazione politico islamica nata in Egitto e diffusa in tutto il mondo. La nascita nel 1928, fondata da Hasan Al Banna. La clandestinità e le persecuzioni fino all'elezione di Morsi, deposto dal golpe del generale al Sisi. Il movimento radicale musulmano. Redazione Web su L'Unità il 18 Ottobre 2023

Karim Benzema ha legami con i Fratelli Musulmani. Lo ha dichiarato in diretta televisiva, a CNews, il ministro degli Interni Francese Gérald Darmanin. Un’accusa pesante per il calciatore di origini algerine ex Real Madrid e Pallone d’Oro, da questa estate in forza all’Al Ittihad in Arabia Saudita nei giorni del conflitto esploso in Medio Oriente e dei nuovi attentati jihadisti in Europa. Benzema è stato accostato alla principale organizzazione islamico religiosa, appartenente al ramo sunnita, per anni costretta a vivere in stato di clandestinità, che ha fatto proseliti in tutto il mondo arabo e in Europa, che per anni ha contrastato Israele e finanziato le attività di Hamas ed Hezbollah. È considerato comunque un partito radicale quando non un movimento terrorista, anche se alcuni suoi membri hanno espresso negli anni posizioni più moderate.

I Fratelli Musulmani sono stati fondati nel 1928 a Ismaliya, nei pressi del Canale di Suez, da Hasan al Banna in Egitto. L’obiettivo era quello di mettere al centro della vita sociale e politica l’Islam, di combattere l’occidentalizzazione dei costumi e di modernizzare il Paese. L’Egitto in quel periodo era una monarchia semicoloniale sotto la protezione britannica. L’organizzazione si strutturò nella società, a partire dalle classi sociali più popolari e meno abbienti, grazie alla diffusione di centri di islamizzazione, sul modello dello scoutismo, che offrivano assistenza economica ed educativa.

Il movimento divenne in poco tempo molto popolare, contribuendo alla crescita di sentimenti nazionalisti. Al Banna però venne assassinato da agenti monarchici nel 1949. Il generale Jamal Abd el-Nasser, salito al potere con un colpo di Stato nel 1952, dapprima intrattenne un atteggiamento dialogante e tollerante con l’organizzazione, poi, dopo aver accusato gli stessi Fratelli di un fallito attentato ai suoi danni, lanciò una vera e propria campagna di repressione con arresti, torture e condanne a morte. I membri apicali del movimento lasciarono l’Egitto per altri paesi arabi. Siria, Giordania e Arabia Saudita soprattutto.

Quella rete di una decina di migliaia di sostenitori si allargò a tutto il mondo arabo e musulmano, fino a Malesia e Algeria. Una rete finanziaria oltre che politico-religiosa, attiva anche in Europa dalla fine degli anni Settanta. Il genero di al Banna, Said Ramadan, fondò diversi centri islamici in Europa. Le porte del Parlamento per i Fratelli musulmani si riaprirono con la presidenza di Hosni Mubarak anche se soltanto come affiliati ad altri partiti. A Lugano, nel 2001, nell’ambito di indagini scattate dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, nelle perquisizioni delle abitazioni di alcuni dirigenti della banca islamica di al Taqwa, è stato ritrovato il documento ribattezzato “La strategia finanziaria dei Fratelli Musulmani” che descriveva la rete di finanziamenti dell’organizzazione. Il giornalista Sylvan Besson scrisse a proposito il libro La conquista dell’Occidente.

Con lo scoppio delle Primavere Arabe e le dimissioni dopo trent’anni al potere di Mubarak, il braccio politico dei Fratelli, il partito Libertà e Giustizia, ottenne 235 seggi in Parlamento su 498. Il candidato Mohamed Morsi nel 2012 divenne il primo presidente egiziano democraticamente eletto, salvo poi essere sollevato dopo un anno da un colpo di Stato. Durante il suo anno di governo aveva intrattenuto relazioni distensive sia con gli Stati Uniti che con Israele, d’altra parte era stato accusato di aver provato a esautorare il potere giudiziario a suo favore. Gli oppositori temevano una deriva autoritaria improntata alla Sharia, la legge islamica. Quando migliaia di persone scesero in piazza a protestare, i militari si schierarono dalla parte dei manifestanti.

Il generale Abdel Fattah al Sisi, nominato ministro della Difesa nel governo Morsi, divenne Presidente e mise fuorilegge, come “organizzazione terroristica”, il movimento dei Fratelli Musulmani. A luglio del 2014 è stato condannato a morte il leader Mohammad Badie e altri 182 militanti. Badie sosteneva la Jihad come obbligo personale di ogni musulmano. “Sono un membro della Fratellanza musulmana, non un terrorista”, l’editoriale che nel 2017 era apparso sul New York Times a firma Gehad El Haddad, considerato il volto moderato del movimento ma comunque incarcerato in Egitto. Il movimento è stato definito terrorista anche da Emirati Arabi, Bahrein, Russia e Arabia Saudita. Molti dei membri dei Fratelli Musulmani sono incarcerati e condannati in Egitto. Lo stesso Morsi è stato detenuto fino alla sua morte nel 2019. Il presidente eletto ha rappresentato l’apice della traiettoria dell’organizzazione. I principali sponsor della Fratellanza oggi sono considerati il Qatar e AKP, il Partito della Giustizia e dello sviluppo, del Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan. Redazione Web 18 Ottobre 2023

La guerra dei due estremisti e la religione come via di pace. Francesca Chaouqui su L'Identità il 12 Ottobre 2023

Ancora oggi ai più non sono chiare le dinamiche che muovono ebrei, arabi palestinesi e sionisti a farsi la guerra tra loro. Nel calderone tutti hanno colpe e tutti sono vittime ma ormai è chiaro che non si tratta di una guerra di religione perché c’è stato un tempo in cui il rispetto delle culture diverse garantiva la convivenza pacifica. Una terra, un piccolo spazio nel Medio Oriente tra l’Egitto e la Siria, una storia che si perde nei secoli, un territorio protagonista nelle Sacre Scritture, una fede – il giudaismo – che si ritrova sorella dell’islamismo in virtù della comune discendenza abramitica.

Dalla Torah al Corano non c’è traccia di superiorità o prevaricazione, di violenza e cattiveria, ma l’invito comune all’amore per il prossimo, alla pace tra le genti, al cammino della vita per incarnare le virtù. Il popolo ebraico, popolo eletto dal proprio Dio, è il popolo in cammino per antonomasia, il popolo che ha lasciato la sua terra per intraprendere un percorso per quarant’anni senza conoscere la meta; un popolo che si è fidato ciecamente del proprio Dio e si è spogliato di tutto il superfluo per vivere dell’essenziale, dell’insegnamento di Dio; un popolo che ha lottato contro la schiavitù e l’oppressione prima di raggiungere la terra promessa e liberare con sé simbolicamente l’intera umanità, riscattarla dalla violenza e dalle divisioni per condividere il senso della pace. Ogni cammino è dovizioso di episodi più o meno piacevoli che caratterizza l’identità di una persona, di un popolo che giunto nella terra di Canaan – l’attuale territorio che oggi comprende Libano, Palestina, Siria e Giordania – stabilì le sue radici.

Da ospiti, stranieri, per la loro benevolenza furono accolti come fratelli fino a quando Giuseppe, diventato viceré d’Egitto, chiamò suo padre Giacobbe, soprannominato Israele, ed i suoi fratelli a vivere in Egitto e così riprendere il cammino fondando le dodici tribù d’Israele, ognuna capeggiata da uno dei figli di Giacobbe. Le vicende narrate nei libri sacri a volte non trovano riscontro nella storia, di certo sembra che per molti anni il popolo ebraico abbia vissuto in pace con il popolo arabo, fino a quando per reclutare adepti si è usato il nome della religione per l’istituzione di uno Stato di Israele. Gli ebrei di fede ebraica continuano ancora oggi a non riconoscersi nel movimento sionista che ha un carattere unicamente politico e che vuole imprimere la propria sovranità in una terra, la Palestina, che per la sua natura messianica ha accolto il popolo ebraico. Naturalmente lì dove c’è un conflitto c’è sempre qualcuno che specula, che trae i propri vantaggi, di certo non è a rischio della vita ma sospinge l’una o l’altra fazione e così non si generano le condizioni per un dialogo proficuo, un progetto comune.

I sionisti hanno decretato lo Stato di Israele non richiesto dagli ebrei che vivono la loro religione distaccati dalla politica; gli arabi, nella difesa del loro territorio, non sono riusciti a cogliere la distinzione tra ragioni di fede e ragioni politiche, così al mondo è apparsa una guerra di religione tra ebraismo e Islam e non quella che è una guerra tra estremisti di ambedue le parti, sostenuti dai potenti del mondo che hanno intravisto in quella terra un investimento economico a discapito della vita di molti innocenti. La guerra in atto miete vittime sia tra i musulmani che tra gli ebrei e non in nome della loro religione, che li orienta alla fratellanza umana, piuttosto tra fondamentalisti ebrei, sionisti, e fondamentalisti musulmani, jihadisti, che utilizzano il nome di dio a loro piacimento per distruggere piuttosto che costruire. Come in tutte le guerre ognuno ha le sue verità, di certo da condannare è chi diffonde la cultura dell’odio e della vendetta creando situazioni di discordia e rivendicando la crudeltà per una narrazione del potere che non ha nulla a che vedere con il valore del governare.

Non si tratta più di capire chi ha torto o chi ha ragione, perché nel caos creato nei troppi anni di violenza e devastazione, attacchi a civili e oppressione della libertà, l’unico super partes l’ONU avrebbe dovuto disinnescare le scintille, ma ancora una volta ci si chiede l’utilità di questo organismo senz’anima che ormai sembra non abbia più nulla da dire ai governanti del XXI secolo. Persa la sua autorevolezza, si continua a spargere sangue innocente, in attesa di chi ha maggiori sostenitori e simpatizzanti pronti a rimpinguare le tasche per i rifornimenti di armi e di odio. “Terrorismi ed estremismi alimentano odio violenza e vendetta”, ribadisce il Santo Padre. Serve il coraggio della fraternità per costruire una pace che non sembra essere gradita all’economia mondiale.

Giampiero Mughini per Dagospia il 9 ottobre 2023.

Caro Dago, la prima e unica volta che sono stato in Israele - cinque o sei anni fa - ci ho messo dieci minuti a intendere quanto fossero specialissimi quella terra e quel Paese. Appartenevo a una generazione in cui erano in molti ad accusare gli israeliani di trattare i palestinesi né più né meno di come erano stati trattati nei secoli gli ebrei in Europa: minacciati, reclusi nei ghetti, reputati cittadini di serie B. 

Ricordo un corteo sindacale romano, mi pare del 1° maggio, in cui alcuni sindacalisti avevano provocatoriamente deposto una bara innanzi alla porta della Sinagoga romana, e questo perché non ricordo bene quale operazione israeliana aveva provocato delle vittime palestinesi. Fra i miei compagni di generazione erano in molti ad approvare (idealmente parlando) quel gesto. 

Tratti generazionali che ben presto volli scrostarmi di dosso.

Quando il 9 ottobre 1982 un gruppo di cinque terroristi palestinesi lanciò una bomba a Roma contro un gruppo di ebrei che uscivano dal Tempio, e ne venne ucciso un ragazzetto di due anni, Stefano Gaj Taché, quella stessa mattina andai a bussare alla Sinagoga e a uno stupito signore che mi aprì la porta comunicai le mie condoglianze e il mio dolore. Molto più tardi avrei scritto appassionatamente del come venne al mondo lo Stato di Israele, e credo siano state pagine tra le più intense che io abbia scritto in vita mia.

Le ho scritte dopo quel viaggio di cui ho detto, dopo averli guardati in volto gli ebrei della terza o quarta generazione che vivevano in Israele e di cui pensavo che fosse la prima generazione di ebrei che non si aspettava che nella loro esistenza il peggio sarebbe venuto da un momento all'altro. E' una sensazione che ebbi fortissima una volta che stavo passeggiando con Michela per una strada di Tel Aviv e ci trovammo fianco a fianco con una coppia di giovani (e bellissimi) israeliani men che trentenni che stavano portando a spasso la bellezza di tre figlioli. Ce l'avevano scritta in volto la gioia di essere al mondo, di essere i genitori di tre figli, di star passeggiando per la strada di una città che non presentava pericoli per loro, come invece era stato per i loro coetanei di Berlino, di Varsavia, di Bucarest della prima metà del Novecento, ma anche per quelli della Roma del 16 ottobre 1943.

Bastava l'espressione del volto di quei due giovani genitori ad affermare la legittimità dello Stato di Israele. Che quello Stato c'è e ci deve essere, e da questo bisogna partire. No, non credevo ai miei occhi nel vedere ieri le immagini di quelle centinaia di giovani ebrei - e tra loro potevano esserci i due genitori che ho detto - che erano andati a far festa e ad ascoltare musica e che si sono trovati a fuggire terrorizzati e che a centinaia sono stati falciati da quegli osceni assassini arrivati da Gaza. 

Lo so, lo so, che a partire dal 1946 i palestinesi nati in Palestina stanno pagando un prezzo all'esistenza di questo Stato, loro che pure all'inizio del Novecento avevano accolto senza ostilità l'arrivo dei primo ebrei insediatisi in Palestina. Lo so che ci sono molti bambini palestinesi tra le vittime dei bombardamenti israeliani di ieri.

Solo che la questione è semplicissima. Le due etnie devono convivere le une con le altre, convivere e del resto in Israele c'è e funziona un partito dei palestinesi rappresentato in Parlamento. Gaza, direte, è un'altra storia. No, è Hamas che è un'altra storia, questa gang criminale è un'altra storia. Nel 1993 un ministro israeliano (più tardi ucciso da un criminale ebreo) e Arafat s'erano dati la mano. Quella è e non può non essere la strada. La mano nella mano e andiamo assieme. I morti di tutt'e due le parti di questi ultimi giorni sono tutti da ascrivere all'azione criminale di Hamas. Tutti, dal primo all'ultimo, ivi compresi i poveri bambini palestinesi. Del resto quelli di Hamas a suo tempo avevano preso il sopravvento a Gaza con l'uccidere gli uomini di Arafat. Quello che aveva fatto da cuoco di Abu Mazen, il successore politico di Arafat, lo scaraventarono giù dal terzo piano. Ecco cos'è Hamas.

Veltroni: «Così in una casa di Roma organizzai negoziati segreti tra israeliani e palestinesi». Walter Veltroni su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023.

L’ex sindaco di Roma: «Nel 2001 fui contattato da Shimon Peres che mi chiese di organizzare incontri in segreto con i palestinesi». 

Scrivo mentre ascolto una ragazza israeliana di venti anni raccontare che non sa più nulla della sua famiglia, che ha visto suo fratello, poco più di un bambino, portato via dai terroristi di Hamas. Scrivo mentre un’altra giovane, piangendo, descrive le immagini, postate su Facebook dagli assassini, del martirio di sua nonna. Scrivo sapendo che la follia dell’assalto di sabato, non altro, ha provocato la tragedia di altri bambini, di altre famiglie innocenti a Gaza e una scia di dolore, disperazione, reciproco odio che durerà per decenni e scaverà solchi ancora più profondi tra due popoli.

L’attacco di Hamas segna una pagina di sangue e di orrore che non può tollerare giustificazioni o equidistanze. Essa porta il mondo intero sull’orlo di una crisi dalle possibili, spaventose, conseguenze. Mentre ascolto queste voci, vedo questi volti, mi tornano in mente i giorni di più di venti anni fa. E la circostanza, di cui sono stato privilegiato testimone, dell’ultima volta che israeliani e palestinesi hanno sottoscritto insieme un documento che immaginava una soluzione stabile per quell’area.

Ero da poco tempo, tre mesi, stato eletto sindaco di Roma. Fui contattato in gran segreto da Shimon Peres, allora ministro degli esteri di Israele, del quale ero amico. Peres, che era molto diverso da Nethanyau, mi chiese di organizzare a Roma degli incontri tra i due capo-negoziatori che avevano definito l’accordo di Oslo, dieci anni prima. Uri Savir, amico e consulente di Peres e Abu Ala, allora presidente del consiglio legislativo palestinese. La condizione che Peres pose è che tutto avvenisse in assoluto segreto, senza coinvolgere altre istituzioni che sarebbero state costrette a riferire ai governi dei due Paesi.

Erano mesi difficili, di piena Intifada. C’erano stati spaventosi attentati a Gerusalemme e Haifa e una successiva, devastante, rappresaglia. Tuttavia questi due uomini, mossi da una volontà di pace, da una fiducia reciproca che nel tempo era divenuta amicizia profonda, per quattro round di colloqui discussero a fondo del modo in cui fosse possibile garantire la difficile coesistenza di due popoli sul territorio. Cominciarono ad agosto del 2001 e finirono a metà dicembre. In mezzo, le Torri gemelle e l’inizio della terribile stagione del terrorismo fondamentalista.

In occasione dell’ultimo meeting venne a Roma Shimon Peres. Aveva un incontro con Ciampi e uno con Berlusconi. nel pomeriggio si fece portare in una casa della provincia di Roma dove noi avevamo fatto arrivare Savir e Abu Ala. Cenammo noi quattro, in un clima di preoccupazione e di speranza. Quella notte, andati via Peres ed io, i due negoziatori lavorarono fino all’alba a un testo che chiamarono «Rome understanding» che si configurava come un piano dettagliato di tappe volte a riconoscere e garantire l’esistenza di due stati e la sicurezza di Israele.

Quel piano Peres lo portò a Sharon che, pur avendo — come Shimon mi disse — dato il suo assenso allo svolgimento dei colloqui, lo fece uscire sui giornali e lo delegittimò. Arafat aveva fatto lo stesso rifiutando a Camp David nel 2000 l’offerta di negoziato di Barak. Anche sul documento di Roma, si fecero sentire negativamente le posizioni dei gruppi palestinesi più estremisti.

Non conta ora, venti anni dopo, il merito di quella piattaforma, che Yael Dayan, figlia di Moshe, giudicò così: «Quel piano può rappresentare una utile base di discussione per una soluzione politica del conflitto israeliano palestinese». Sono passate troppe tensioni, troppo sangue e la situazione, specie per l’affermarsi nell’area di governi fondamentalisti, è e sarà sempre più difficile. Contano tre notazioni: che si può cercare la pace nonostante la violenza. Che sempre gli estremisti, come dimostra Hamas, si alimentano del rifiuto della mediazione, perché prosperano sulle divisioni e si arricchiscono nei conflitti. E che ogni democrazia è sempre, comunque, migliore di qualsiasi dittatura.

L’orrore provocato dalla violenza di Hamas e la inevitabile risposta di Israele sembrano oggi pregiudicare ogni possibilità negoziale. Ma se la strada non può essere, non è, la distruzione reciproca, esiste allora un’alternativa alla fatica della ricerca della pace?

Tutte le tappe del conflitto tra Israele e Palestina. Panorama il 12 Ottobre 2023  

Gli eventi degli ultimi giorni hanno riacceso i riflettori sulla contrapposizione, mai del tutto sopita. Ecco cosa è successo dal 1920 a oggi. Gli eventi degli ultimi giorni hanno riacceso i riflettori sulla contrapposizione, mai del tutto sopita, tra Israele e Palestina. Abbiamo quindi stilato una linea temporale, dal 1920 a oggi, che racconta - brevemente - tutte le fasi storiche di questo conflitto. Le radici del conflitto (1920-1948) Nel 1920, dopo la Prima guerra mondiale, la Conferenza di Sanremo assegna il territorio palestinese al Regno Unito, che amministra la regione attraverso il Mandato. Durante questo periodo, Londra consente la creazione di insediamenti ebraici in Palestina, portando la popolazione ebraica da circa l'11% nel 1922 al 32% nel 1947. Questo periodo è segnato da ribellioni arabe. La nascita di Israele (1948) Il 29 novembre 1947, l'Assemblea generale dell'ONU adotta la risoluzione 181 che prevede la spartizione della Palestina in due Stati - uno ebraico e uno arabo - e pone Gerusalemme sotto giurisdizione internazionale. Tuttavia, la comunità arabo-palestinese rifiuta la decisione. Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion proclama l'indipendenza di Israele, scatenando la prima guerra arabo-israeliana. Israele vince il conflitto, conquistando gran parte dei territori palestinesi e provocando l'esodo di 700.000 palestinesi. Conflitti successivi (1956-1973) Nel 1956, Israele invade il Sinai e la Striscia di Gaza in risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte dell'Egitto. Nel 1967, la "guerra dei sei giorni" porta all'occupazione israeliana della penisola del Sinai, della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, delle alture del Golan. Il 6 ottobre 1973, Egitto e Siria attaccano Israele, scatenando la "guerra dello Yom Kippur". Dopo l'iniziale successo arabo, Israele riconquista il Golan e il conflitto si conclude con il cessate il fuoco imposto dall'ONU. Nel 1979, Israele firma un trattato di pace con l'Egitto. Le Intifade (1987-1993 e 2000-2005) Nel dicembre 1987 inizia la prima Intifada, una protesta contro l'occupazione israeliana che dura fino al 1993, causando numerose vittime. Nel 1987, Hamas viene fondata a Gaza, rappresentando un'organizzazione estremista nei confronti di Israele. Nel 1993, gli Accordi di Oslo prevedono il ritiro israeliano da Gaza e parte della Cisgiordania, ma i negoziati si interrompono nel 1996.

Nel settembre 2000, inizia la seconda Intifada, caratterizzata da un elevato numero di vittime. Israele inizia la costruzione di un muro in Cisgiordania e amplia gli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale. Il ritiro da Gaza e l'ascesa di Hamas (2005-2007) Nel settembre 2005, Israele si ritira dalla Striscia di Gaza, consegnandola all'Autorità Nazionale Palestinese. Tuttavia, blocca le frontiere e gli accessi, e nel 2006 Hamas vince le elezioni palestinesi e successivamente prende il controllo di Gaza. Le tensioni recenti, l'evoluzione politica e i negoziati (2010- oggi) Negli ultimi anni, le tensioni tra Israele e Hamas persistono. Israele lancia diverse operazioni nella Striscia di Gaza e continua a espandere le colonie nei territori palestinesi. Nel 2020, Israele normalizza le relazioni con diversi Paesi arabi con la mediazione statunitense. Nel maggio 2021, la polizia israeliana irrompe nella Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, scatenando una guerra di 11 giorni tra Israele e Hamas. Nel 2022, il numero di palestinesi uccisi da Israele raggiunge il livello più alto dagli anni della seconda Intifada. Nel dicembre 2022, Benjamin Netanyahu ritorna primo ministro con il sostegno dell'estrema destra israeliana, portando un'ulteriore tensione nella regione. Negli ultimi mesi, Israele ha negoziato un accordo con l'Arabia Saudita simile a quello con gli Emirati Arabi nel 2020.

Magdi Cristiano Allam: “Questa è una guerra santa. L’islam vuole conquistare l’Occidente in ginocchio”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 13 Ottobre 2023

“Siamo di fronte a una guerra santa islamica che vuole distruggere Israele”. A dirlo il giornalista e saggista Magdi Cristiano Allam.

Qualcuno ha parlato di “furia di Hamas”. È d’accordo?

Tempesta al-Aqsa è il nome dato da Hamas alla guerra scatenata il 7 ottobre. al-Aqsa è il nome della moschea, che sorge a Gerusalemme in cui secondo il Corano, nel 621, sarebbe arrivato Maometto da La Mecca in sella a un cavallo alato. Dalla moschea sarebbe asceso al Settimo cielo e avrebbe visto Allah. La verità, però, è che a Gerusalemme nel 621 non c’era nessuna moschea. I lavori di costruzione di al-Aqsa risalgono al 705. Ciò nonostante, i musulmani concepiscono Gerusalemme come un luogo sacro e Israele come terra islamica, a loro parere, usurpata e colonizzata.

Siamo di fronte a una nuova guerra santa?

Lo è per espressa affermazione dei terroristi di Hamas. Non è una guerra per il territorio. Gaza è stata abbandonata dagli israeliani nel 2005. È una guerra religiosa che nega a Israele il diritto a esistere come patria del popolo ebraico.

Nella storia è mai esistito uno Stato palestinese?

Assolutamente no! Lo stesso concetto di popolo palestinese è contemporaneo, tanto è vero che nella risoluzione 181 del 1947 si parla di spartizione tra uno Stato ebraico e un altro arabo, non palestinese.

Stavolta, però, il conflitto va oltre il Medio Oriente. Un esempio l’ultima uscita del consigliere comunale di Monfalcone …

Le autorità italiane dovrebbero vietare tutte le manifestazioni dove si inneggia all’eliminazione di Israele. Si parla di Palestina libera, come se ci fosse un’entità occupante che deve andarsene. In Italia se si fa apologia del fascismo si viene sanzionati. Perché applicare due pesi e due misure?

A proposito di violenza, i nostri magistrati hanno assolto un marito che picchiava la moglie solo perché proveniva da una determinata cultura…

È un Occidente dalla civiltà decaduta, votato al suicidio perché nega sé stesso. Nel momento in cui nello Stato di diritto si fa prevalere la legislazione di un sistema di potere, che concepisce la donna come un essere inferiore e autorizza il marito a picchiare la moglie o a ucciderla qualora dovesse tradirlo, significa che abbiamo perso non solo la certezza di chi siamo, ma la capacità di farci rispettare dentro casa nostra.

Non a caso aumentano le donne islamiche che dicono di avere più diritti nella propria terra d’origine che in Italia…

Se rendiamo possibile che i residenti islamici si comportino conformemente alla Sharia, legge islamica, è del tutto evidente che ci sarà una regressione per una donna musulmana che viene da un Paese relativamente laico, quale può essere la Tunisia o il Marocco. L’intero Medio Oriente era sostanzialmente laico e dopo la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 5 giugno 1967 è iniziata l’islamizzazione di quelle società.

Cosa potrebbe, intanto, comportare un inasprimento del conflitto?

Qualora Israele dovesse essere sconfitto, rischiamo di trovarci dentro casa quanto si è verificato lo scorso 7 ottobre. Israele va difeso perché è un argine al terrorismo islamico.

In passato ha parlato di strategia dell’islam. Ci spieghi meglio…

L’Europa, così come l’Italia, è già islamizzata per la proliferazione di una rete di moschee, in cui si predica odio e morte nei confronti dei miscredenti. A tutto ciò, poi, bisogna aggiungere il problema del crollo demografico. Il nostro Paese è quello che ha il tasso più basso di natalità in Europa ed è il secondo al mondo per anzianità.

In questo schema rientra pure la questione migranti?

Le Procure hanno attestato che chi sbarca dalla Libia paga 3mila dollari per arrivare qui. Se arriva dalla Turchia ne spende 8mila. Da dove arrivano questi soldi? Ecco perché credo sia una strategia deliberata, pianificata e finanziata, che mira all’islamizzazione dell’Europa. C’è un vuoto demografico nel continente, che purtroppo viene colmato da generazioni islamiche che sottometteranno l’Europa all’islam.

Bisogna, però, dire che non tutti gli islamici in Europa sono estremisti…

Il problema non sono i musulmani in quanto tali. Lo sono stato per 56 anni. È, al contrario, l’islam come sistema di potere. Teniamo presente che nella storia fino a quando i musulmani sono stati una minoranza si sono adeguati, hanno manifestato rispetto e tolleranza. Quando, invece, diventano maggioranza si impongono, obbligano gli altri a sottomettersi. Fino al settimo secolo tutto il Mediterraneo era popolato da cristiani. Oggi, nella sponda orientale e meridionale, sono solo il 5 % della popolazione. Anche l’Europa rischia di fare la stessa fine.

Quella di Hamas contro Israele è l'ennesima guerra Santa in nome dell'Islam. Andrea Soglio su Panorama il 12 Ottobre 2023

L'Isis come modello, la Jihad nello statuto e l'Iran che chiede la mobilitazione di tutti i musulmani. Ancora una volta l'Islam attacca l'occidente Da sabato mattina quando ci siamo svegliati con la notizia dei missili di Hamas su Israele abbiamo letto e sentito decine e decine di autorevoli esperti cercare di dare una spiegazione a questa aggressione terroristica, a questa guerra. Sono state date giustificazioni storiche, politiche, economiche e sociali lasciando sotto traccia quella che forse è la spiegazione più semplice: la guerra di religione. Ancora una volta infatti a premere per primi il grilletto sono stati dei terroristi che hanno nel Corano il loro credo, la loro guida, verso degli Infedeli.

Basta leggersi cosa scrive lo Statuto di Hamas all’articolo 8 per comprendere quale sia l’impronta fondamentalista su tutto questo: «Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio». La Jihad, la Guerra Santa, è un metodo, un modo di vivere. Scopo di Hamas non è liberare la Palestina e la sua gente ma espandere il mondo fondamentalista islamico. Hamas per prima cosa ha applicato le sue regole sugli stessi palestinesi. Dopo aver vinto le ultime elezioni politiche hanno subito stabilito che non ci sarebbero state più altre elezioni. Via libera quindi ad un regime islamico quasi simile ad esempio a quello voluto dall’Isis. E le similitudini purtroppo con i terroristi dello Stato Islamico non sono solo politiche e religiose: sgozzare persone, decapitare bambini, sparare su innocenti inermi come in un videogame, il tutto sotto gli occhi di decine di telefonini in modo da riempire il mondo di orrore gratuito e paura sono scene già viste anni fa quando le bandiere nere e le tute arancioni delle vittime invadevano web e telegiornali. Una guerra di religione, anzi, una guerra dell’Islam alle altre religioni, prima la cattolica oggi quella ebraica. Se non bastasse lo statuto e le azioni di Hamas a certificare la cosa ecco che dall’Iran e dall’Italia arrivano altre conferme. Oggi Teheran ha invitato «il mondo islamico ad unirsi contri i sionisti». Ecco: mondo islamico, parole scelte non a caso. Non ha parlato di palestinesi o di popoli. Gli Ayatollah hanno chiamato in causa i musulmani, di tutto il mondo, Italia compresa. E proprio dall’Italia arriva l’intervista all’Imam della Mosche di Pisa, Mohammad Khalil: «Quella di Gaza è resistenza, non terrorismo». Non stiamo parlando di un musulmano qualsiasi ma di una persona che in Italia, da anni, indottrina i propri fedeli. C’è una cosa che suonava strana nelle decine di video girati a Gaza in questi giorni: sabato, quando i missili di Hamas avevano portato morte su Israele e quando gli ostaggi venivano mostrati in pubblico come trofei le piazza erano festanti e piene. Si, piene solo di uomini: giovani ed adulti, chi armato, chi no. Di donne non c’era traccia, come vuole la Shaaria. Quando poi sono state le bombe israeliane a cadere su Gaza ecco, d’improvviso, un via vai di mamme e bambini… Dopo l’America nel 2001 il nuovo 11 settembre oggi tocca ad Israele. Dai cattolici agli arabi. Si uccide, si trucida, ancora in nome di Allah (Akbar, è grande, come hanno gridato nei video con cui gli ostaggi sabato venivano portati in piazza e calpestati dalla folla). L’ennesima Guerra Santa dell'Islam.

Gaza, la sporca guerra di Hamas. Fausto Biloslavo su Panorama il 14 Ottobre 2023

Esecuzioni sommarie. Oppositori torturati o gambizzati. Civili usati come scudi umani. Aiuti umanitari sottratti all'Onu. Fondi per la ricostruzione pilotati verso i fedelissimi. E oltre un centinaio di desaparecidos. L'altra faccia del conflitto raccontata dalle prime vittime: i palestinesi

Da Panorama del 19 febbraio 2009 «Morire con noi è un grande onore. Andremo in Paradiso assieme, oppure sopravviveremo fino alla vittoria. Sia fatta la volontà di Allah». Così reagivano i miliziani di Hamas alle suppliche dei civili palestinesi di non usare le loro case come postazioni durante la terribile offensiva israeliana nella Striscia di Gaza dal 27 dicembre al 18 gennaio. Ora che i riflettori internazionali si sono spenti, Panorama è andato a vedere cosa succede a Gaza. E ha scoperto l'altra faccia della guerra, altrettanto sporca, che non ci è stata raccontata: interi palazzi presi in ostaggio, la popolazione utilizzata come scudo umano e, per i dissidenti, ancora oggi il rischio di beccarsi un proiettile in quanto «collaborazionisti». Pericolo tutt'altro che teorico: dalla fine di dicembre 181 palestinesi sono stati sommariamente giustiziati, gambizzati o torturati perché contrari a Hamas. Ma non è finita: oggi il movimento islamico che governa Gaza con Corano e moschetto vuole controllare tutto, compresi gli aiuti e la ricostruzione. Il palazzo Andalous, nel quartiere al-Karama di Gaza City, è ridotto a uno scheletro di cemento. Gli israeliani hanno pestato duro e a questa coppia di palestinesi di mezza età non resta che raccogliere i cocci di un appartamento ancora da pagare. Ci accompagnano su quel che resta delle scale interne, a patto che Panorama usi solo i soprannomi di famiglia. «Sapevamo che andava a finire così. Fin dai primi giorni dell'attacco i muqawemeen (i partigiani della "resistenza palestinese, nda) si erano piazzati al dodicesimo e al tredicesimo piano, con i cecchini. Ogni tanto cercavano invano di sparare a uno di quegli aerei senza pilota che usano gli israeliani» racconta Abu Mohammed, scuotendo il capo. Nel palazzo, non ancora finito, vivevano 22 famiglie: oltre 120 civili, compresi donne e bambini. Gli israeliani hanno cominciato a telefonare sui cellulari degli inquilini intimando l'evacuazione. Poi, ai miliziani è arrivato un messaggio più esplicito: un caccia ha sganciato una bomba nel cortile deserto dall'altra parte della strada, senza fare vittime, ma aprendo un cratere enorme. «Una delegazione di capifamiglia ha scongiurato i miliziani di andarsene» riprende l'inquilino. «La risposta è stata: "Morirete con noi o sopravviveremo assieme». Il 13 gennaio gli F16 israeliani hanno centrato il palazzo alle 9 e mezzo di sera. «Di notte andavamo a dormire da parenti: ci siamo salvati, ma non abbiamo più la casa e dobbiamo pagare ancora 9 anni di mutuo» si dispera Om Mohammed, un velo sul capo. La Banca islamica non concede deroghe. In un altro palazzo di Gaza, nel quartiere al-Nasser, vivevano circa 170 civili divisi su otto piani. Quando i miliziani si sono piazzati sul tetto, un ex colonnello palestinese è andato a parlamentare spiegando che avrebbero attirato le bombe israeliane sui bambini del palazzo. «Sarà un grande onore se morirete con noi» hanno risposto i difensori di Gaza. L'ufficiale ha insistito: per toglierselo di torno gli hanno sparato una raffica di kalashnikov sopra la testa. A Sheik Zayed, 20 chilometri a nord, un farmacista palestinese era barricato con la famiglia al secondo piano del suo condominio. I militanti islamici hanno piazzato una trappola esplosiva sulla strada di fronte e si sono nascosti al terzo piano con il detonatore. «Volevano far saltare in aria il primo carro armato israeliano che passava. Ho cercato di spiegare che la reazione sarebbe stata furiosa e avrebbero colpito anche i nostri appartamenti. Alla fine, per salvarci, ce ne siamo dovuti andare» accusa il farmacista con un velo di rassegnazione negli occhi. Nel quartiere Tel al-Awa di Gaza, invaso dall'incursione terrestre degli israeliani, c'è chi ha fatto l'ostaggio due volte. «Chiamami Naji, che significa sopravvissuto, perché se scrivi il mio vero nome mi ammazzano» scongiura il capofamiglia palestinese. «Quelli di Hamas arrivavano di notte a dormire nel sottoscala. Prima in uniforme, poi con abiti civili e le armi nascoste. Abbiamo cercato di sprangare il portone, ma non c'è stato nulla da fare. L'intero palazzo era usato come scudo dai miliziani, che avrebbero potuto essere bombardati in qualsiasi momento». Quando gli uomini di Hamas vinsero le elezioni nella Striscia, Naji era contento del cambiamento, ma ora li odia. «Lanciano i razzi (su Israele, nda) senza alcun risultato militare, se non l'autodistruzione» spiega il sopravvissuto. «Lo fanno per ottenere soldi dai loro padrini iraniani e siriani». All'arrivo degli israeliani, nel quartiere i partigiani della «resistenza» erano spariti. Per trovarli i soldati sono entrati nel palazzo. Assieme agli altri uomini del condominio, il palestinese è stato tenuto prigioniero per un giorno e una notte. «Per due volte ho fatto l'ostaggio nella stessa guerra» sospira Naji. «E quelli di Hamas mi hanno addirittura minacciato che avremmo fatto i conti alla fine delle ostilità, perché protestavo».

In altri casi gli sgherri delle brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, non si sono limitati alle minacce. Usama Atalla aveva 40 anni e cinque giorni prima gli era nata l'ultima figlia, Iman. L'hanno ammazzato il28 gennaio, 11 giorni dopo il cessate il fuoco. Atalla era maestro elementare e attivista di al-Fatah, il partito del presidente palestinese moderato Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen. «Criticava apertamente Hamas, ma non ha mai imbracciato un'arma contro di loro» sostiene Mohammed Atalla, familiare della vittima. Gli assassini sono andati a prenderlo a casa con due fuoristrada pieni di gente armata. Con il volto mascherato hanno mostrato dei tesserini della sicurezza interna palestinese. «Solo alcune domande di routine. Fra mezz'ora ve lo riportiamo» hanno detto alla famiglia. Il maestro elementare è stato torturato per una notte intera. Poi l'hanno ucciso con un proiettile nel fianco sparato a bruciapelo, poco prima di abbandonarlo agonizzante davanti all'ospedale Shifa. «Dall'inizio della guerra abbiamo documentato 27 esecuzioni sommarie. Altre127 persone sono state rapite, torturate o gli hanno sparato nelle gambe. Almeno 150 costrette agli arresti domiciliari. Di un centinaio di prigionieri di Hamas non sappiamo nulla. I numeri potrebbero essere più alti, ma molti casi non vengono denunciati perché la gente è terrorizzata». La denuncia sulla sporca guerra di Hamas contro i suoi oppositori arriva da Salah Abd Alati, della Commissione indipendente sui diritti umani di Gaza.Da Ramallah, capoluogo della Cisgiordania dove governa Abu Mazen, sono stati resi pubblici i nomi di 58 gambizzati. Ad altri 112 palestinesi hanno spezzato le gambe a colpi di spranga o con blocchi di cemento. In gran parte sono sostenitori di al-Fatah: li accusano di collaborare con Israele controHamas. Da Ramallah il ministro palestinese per i Prigionieri e i rifugiati, Ziyad Abu Ein, ha parlato di «terrorismo» e «di crimini commessi contro il popolo palestinese». Una delle vittime è Aaed Obaid, ex poliziotto militare fedele ad al-Fatah.Occhi azzurri, barbetta rossa e volto scavato, è disteso dolorante su un divano di casa a Gaza City. Sotto la coperta nasconde la gamba sinistra fasciata. «Il 26 gennaio, verso le 7 di sera, ero seduto fuori del portone e parlottavo con mio fratello» racconta. «E' arrivato un fuoristrada color argento, come quelli che usa Hamas, con quattro uomini armati e mascherati Mi hanno preso incappucciato e quattro uomini armati e mascherati. Mi hanno preso, incappucciato e trascinato via. Non avevo fatto nulla». Prima l'hanno portato a un centro di addestramento dei miliziani dicendogli che lo avrebbero giustiziato. Poi lo hanno fatto pregare e ricaricato in macchina. «A un certo punto si sono fermati vicino all'ospedale Shifa facendomi sdraiare a terra. Mi hanno sparato due colpi di kalashnikov nella gamba sinistra, senza neppure dirmi di cosa mi accusavano». Il fratello del gambizzato, Adel Obaid, è uno dei prigionieri di al-Fatah rilasciato dal carcere di Saraia, nel centro di Gaza, prima che gli israeliani lo bombardassero. Baffi curati, ha l'ira negli occhi. «Alcuni prigionieri sono rimasti feriti sotto le bombe e portati allo Shifa. Ne hanno uccisi almeno sette sui letti d'ospedale». Dopo avere utilizzato la guerra per regolare i conti interni, ora Hamas vuole controllare la distribuzione degli aiuti e la ricostruzione. Per farlo ha provato a confiscare gli aiuti dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Il 4 febbraio i poliziotti di Hamas hanno sequestrato 406 razioni di cibo e3.500 coperte destinate a 500 famiglie palestinesi. Il giorno dopo il capo dell'Onu a Gaza, John Ging, ha dichiarato duro a Panorama: «E' la prima e sarà l'ultima volta che rubano i nostri aiuti. Devono restituirli senza discutere». Nella notte, poche ore più tardi, sono state sequestrate altre300 tonnellate di rifornimenti alimentari». L'Unrwa ha deciso di sospendere l'arrivo di aiuti a Gaza fino a quando non venisse riconsegnato il maltolto. Il 9 febbraio i fondamentalisti hanno ceduto e restituito tutto, ma puntano sempre a gestire il consenso attraverso gli aiuti. «Quello che passa da Rafah, il valico con l'Egitto, finisce in mano a Hamas. Della distribuzione si occupano i Comitati sociali delle moschee, per il 90per cento controllate dal movimento islamico» spiega Mkhaimer Abusada, docente di scienze politiche all'Università al-Azhar di Gaza. Le liste di distribuzione, che favoriscono chi appoggia Hamas, sono l'arma del consenso in cambio di aiuti. A fine gennaio la polizia ha fermato le autobotti di un'organizzazione umanitaria locale, che lavora per una ong italiana. Volevano le liste della distribuzione dell'acqua. Per incontrare il responsabile di una ong palestinese, finanziata dall'Unione Europea e dall'agenzia americana Us Aid, giriamo guardinghi di notte. L'appuntamento è a Jabaliya. Il presidente dell'ong ha paura di Hamas, non degli israeliani. «Vogliono imporci i loro uomini per controllare la distribuzione» accusa la fonte di Panorama. «Ci hanno intimato di non condurre statistiche sulle case distrutte: metteranno le mani anche sulla ricostruzione. Conosco decine di famiglie che hanno subito l'aggressione israeliana, ma sono discriminate negli aiuti perché non appoggiano Hamas». A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, Fatima ha la casa semidistrutta. «Sono andata dalla Società islamica, un'organizzazione vicina a Hamas che si occupa di aiuti e ricostruzione. Non voto per loro. Guarda caso non ero registrata nella lista di distribuzione» riferisce la donna di mezza età avvolta in un velo multicolore. A Gaza un giornalista ha perso una bella casa di due piani. Si è visto consegnare 380 euro per trovare una prima sistemazione. «Gli amici di Hamas si sono intascati 4 mila euro. A un mio vicino che ha avuto solo i vetri rotti, ma è dei loro, gli aiuti sono arrivati subito» protesta il giornalista. Nonostante il disastro, il movimento islamico ha dichiarato vittoria. Fra i palestinesi della Striscia gira una battuta amara: «Ancora un paio di vittorie come questa e Gaza scompare dalla Terra». Ma qualcosa sta cambiando: un sondaggio del Centro Beit Sahour per l'opinione pubblica palestinese rivela che il consenso per Hamas nella Striscia è crollato dal 51 per cento di novembre al 27,8 dopo la guerra.

Un palestinese spiega la verità su Hamas. Redazione su Nicolaporro.it il 13 Ottobre 2023

Il video è datato 30 agosto 2021 ma è più attuale che mai e spiega talmente bene il vero volto di Hamas da meritarsi tutto il milione di visualizzazioni che ha ricevuto tra You Tube, sito e canali social.

A realizzalo è il politologo palestinese Bassem Eid, il quale è convinto che il modo migliore per migliorare la vita di coloro che vivono a Gaza è quello di riconoscere chi veramente è responsabile delle sofferenze patite dalla Striscia.  Da ascoltare fino in fondo.

Qui sotto potete trovare la traduzione del video.

Ai miei fratelli e sorelle palestinesi, e a chiunque sostenga il popolo palestinese, vi imploro:

Per favore, non lasciate che Hamas vi faccia il lavaggio del cervello facendovi credere di aver “ottenuto” qualcosa per nostro conto.

Non è così.

Non nelle guerre di Gaza del 2021, 2014, 2012 o 2008.

Ognuno di questi conflitti inutili è stato una catastrofe, costandoci caro in vite umane e tesori.

Hamas non è un movimento per la giustizia sociale e certamente non si preoccupa del popolo palestinese.

È una banda criminale che si preoccupa solo di aumentare il proprio potere.

Israele non è la causa principale della tua sofferenza.

Hamas è la causa principale.

Israele non è il tuo carceriere.

Hamas lo è.

È stato Hamas a trascinarvi in ​​questo disastro più recente.

Vi hanno detto che gli israeliani stavano sfrattando palestinesi innocenti dalle loro case nella zona di Sheik Jarrah a Gerusalemme Est.

Questa è una bugia.

Le persone che vivevano in quelle case non erano inquilini; erano abusivi. Non pagavano l’affitto da decenni.

Vi hanno detto che gli israeliani intendevano distruggere la moschea di Al Aqsa.

Anche questa è una bugia.

La moschea è ancora lì. Sarà lì domani. Dite quello che volete sugli israeliani, non sono stupidi. Sanno che se tentassero davvero di distruggere Al Aqsa, ciò porterebbe alla guerra con tutti i paesi musulmani.

Sì, Hamas agisce e quindi appare forte accanto al suo rivale, il partito corrotto Fatah. Ma l’unica azione è condurci nel caos.

Hamas non ha la capacità – e, di fatto, nessun desiderio – di governare.

L’acqua non è sicura da bere; la corrente va via per ore alla volta; le acque reflue grezze si riversano sulle vostre spiagge. Gli israeliani non sono responsabili di questi tristi fallimenti: lo è Hamas. E a Gaza lo sanno tutti.

È Hamas che ruba il cemento importato destinato a costruire case e lo usa invece per costruire un’enorme rete di tunnel da cui spera di terrorizzare gli israeliani. È Hamas che si assicura che gli aiuti umanitari destinati a voi vengano dirottati verso le sue élite preferite che poi li vendono a scopo di lucro sul mercato nero.

Ed è Hamas che vi usa come scudi umani, posizionando lanciarazzi e arsenali missilistici nei vostri appartamenti, edifici per uffici, scuole e persino ospedali.

Israele usa i razzi per difendere il suo popolo. Hamas usa le persone per difendere i suoi razzi.

Per quanto riguarda la sua strategia di guerra, Hamas non ne ha una. Lancia missili contro le regioni più densamente popolate di Israele, senza un obiettivo specifico. Eppure, so dalle mie fonti a Gaza che ben il 25% di tutti i razzi lanciati da Hamas nel maggio 2021 si sono schiantati all’interno di Gaza. Cinquanta civili di Gaza sono stati uccisi da questi razzi e la loro morte è stata falsamente attribuita a Israele.

Siete consapevoli del fatto che alcuni dei missili di Hamas che le forze di difesa israeliane non sono riuscite a intercettare sono finiti per esplodere in luoghi come Giaffa, Abu Ghosh e Lod, dove vivono gli arabi israeliani? I palestinesi che vivono in Israele hanno la stessa probabilità di essere uccisi quanto gli stessi israeliani.

Ad Hamas non potrebbe importare di meno.

E cosa si è guadagnato?

I palestinesi che vivono in quei quattro edifici a Sheikh Jarrah alla fine verranno comunque sfrattati, un fatto noto a quelle famiglie da quando hanno svenduto la proprietà di quegli edifici.

Pensate al numero ancora maggiore di palestinesi che ora sono senza casa a Gaza perché Hamas ha scelto di nascondere le armi negli edifici residenziali.

E quando le ingenue ONG americane ed europee offriranno milioni per “ricostruire Gaza”, chi pensi che riceverà quei soldi? Non sarete voi, le persone che se lo meritano davvero e ne hanno bisogno, saranno i leader della banda di Hamas e i loro amici che aggiungeranno nuove stanze alle loro lussuose ville invece di ricostruire case, acquistare vaccini contro il coronavirus o fornire servizi sociali. Servizi per la loro gente.

E la pace che tanto meritate, la pace che avrebbe potuto essere possibile quando Israele si ritirò completamente dalla Striscia di Gaza nel 2005, sarà ancora più fuori portata. Hamas ti ha privato di questa possibilità quando ha creato la sua banda militare. Ti sta privando della stessa possibilità adesso.

Non importa quanti ebrei riuscirà a uccidere, Hamas non sarà mai soddisfatta.

Non smetterà mai di mentire.

Ma tu puoi smettere di credere alle sue bugie.

Bassem Eid, dell’Università di Prager

(ANSA giovedì 19 ottobre 2023) Mosab Hassan Yousef, figlio di un leader fondatore di Hamas, ha rotto il silenzio sulla sua decisione di denunciare il gruppo terroristico dopo essersi rivoltato contro la sua stessa famiglia ed essersi convertito al cristianesimo quando ha visto in prima persona gli orrori del regno del gruppo. L'uomo, che faceva la spia a favore degli israeliani e cercava asilo negli Stati Uniti, ha parlato della sua decisione di lasciarsi alle spalle la vita di terrore durante "Fox & Friends".

"Sono nato nel cuore della leadership di Hamas... e li conosco molto bene. Non si preoccupano del popolo palestinese. Non considerano la vita umana", ha detto Yousef. "Ho visto la loro brutalità in prima persona nel 1996, quando ho trascorso circa un anno e mezzo nella prigione di Megiddo... Hanno ucciso così tanti palestinesi a quel punto, ed è stato allora che ho deciso che non potevo stare insieme a questo movimento", ha raccontato. 

"Dovevo essere onesto con me stesso. Anche se Hamas mi dava dei vantaggi... ero come un principe in quel mondo... ma non mi piacevano", ha continuato. "Mi sono rivoltato anche contro il mio stesso sangue... perché questo è quanto non mi piaceva Hamas, e oggi, 25 anni dopo, sono i governanti di Gaza, e vediamo cosa sono capaci di fare", ha raccontato.

Hezbollah, il Partito-Stato finanziato dall’Iran che Israele teme più di Hamas. Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2023

Per lo Stato ebraico è il grande nemico a nord, che ogni anno riceve da Teheran 700 milioni di dollari. Ha 20mila combattenti, altrettanti riservisti, un consenso popolare enorme (e il sostegno di Siria e Russia)

Una notte di settembre, quasi trent’anni fa, gli uccisero il primogenito Hadi in un’imboscata. Narrano che Hassan Nasrallah si chiuse in una stanza, senza dire una parola. Ci restò fino all’alba. Poi uscì e disse soltanto: «Sono felice d’essere diventato il padre d’un martire».

Qualche giorno dopo, gli israeliani gli mandarono le foto del ragazzo morto e gli proposero uno scambio coi corpi d’alcuni soldati: «Tenetevelo — fu la risposta —, abbiamo molti altri Hadi pronti a unirsi alla lotta».

Se è vero che gli uomini più pericolosi sono quelli con una sola idea in testa, sotto il gran turbante dei libanesi cova una mente pericolosa come poche. Guida suprema d’un Partito d’Allah, Hezbollah, che è un problema molto più grande di Hamas. All’epoca della morte di Hadi, Nasrallah era poco più che un rampante trentenne della nomenklatura sciita. Ma dal Verbo Sacro che già predicava sulla tv Al-Manar, il Faro, non s’è scostato d’una sura: «Noi non accetteremo mai che Israele esista. La nostra ragione d’esistere è che Israele non esista».

In questi vent’anni da lider maximo, Nasrallah ci ha pregato molto. E lavorato anche di più. Oggi, il risultato gli viene riconosciuto pure dal Piccolo Satana israeliano: «Prepariamoci — ha avvertito mercoledì il ministro della Difesa, Yoav Galant, davanti a Joe Biden —, questi di Hezbollah sono dieci volte più forti di Hamas…» («Non è vero», lo corregge sarcastico Hashem Safieddine, uno dei capi militari: «Siamo mille volte più forti…»). Ventimila combattenti e altrettanti riservisti, ma c’è chi parla di 60mila, addirittura 100mila uomini a disposizione (contro i 160mila soldati e i 350mila richiamati di Tsahal). «Il più grande movimento terroristico del mondo» (parola del Mossad).

Un vero esercito, finanziato dall’Iran con 700 milioni di dollari l’anno. Un arsenale di razzi antiaerei Sa-6, razzi Katyusha-2 e missili Fajr capaci di colpire Haifa e più giù. E poi i micidiali droni iraniani, già visti in azione in Ucraina, e i tank, le unità speciali, i kamikaze… Anche il controspionaggio hezbollah è considerato tra i più efficienti del Medio Oriente: ne diede prova nell’uccisione (2005) del premier libanese Rafik Hariri, craccando i satelliti telecomandati da Tel Aviv e respingendo, soprattutto, i 40mila israeliani che nel 2006 entrarono in Libano. Hezbollah è uno Stato nello Stato libanese: conta su un welfare e un consenso popolare enorme, sul sostegno di Siria e Russia. «Ma quel che abbiamo è la fede — il motto del comandante Fieddine —. E Dio è più forte di voi, delle vostre navi da guerra e di tutte le vostre armi».
Nessuno sa quanta voglia d’intervenire abbia davvero, Hezbollah. I vertici dell’Israel Defense Force sono divisi. Chi s’aspetta una pioggia di razzi, chi la ricomparsa di nuovi tunnel come quelli scoperti nel 2019. E chi aspetta l’Iran: brucerà per Gaza le risorse che destinerebbe, più volentieri, alle cause siriana o yemenita. I capi di Hamas lamentano di sentirsi abbandonati dai fratelli sciiti del nord e non ritengono sufficienti i razzi lanciati su Metulla, i siti anticarro colpiti, i 12 morti già lasciati sul terreno dal 7 ottobre, i tentativi d’infiltrazione oltre la Linea Blu, i sit-in popolari... Fra israeliani e hezbollah, per ora ci si saggia a distanza. Nel quartiere beirutino di Haret Hreik, dov’è la testa politica del movimento, la voce è che questa Guerra di Sukkot ce la si volesse risparmiare: per il momento si mandano avanti i paramilitari iracheni di Kataib Hezbollah — «col 7 febbraio è cominciata la resistenza islamica in sostegno a Gaza!» —, e poco più. Hezbollah ci ha sempre tenuto a diramare le sue dichiarazioni di guerra, ma per ora tace. «Io contro mio fratello — dice un adagio sciita—, ma mio fratello e io contro mio cugino»: meglio non risvegliare certi doveri di parentela, pensano gli americani, e per questo Biden ha chiesto a Netanyahu d’evitare uno scontro diretto anche al nord.

«Il dilemma Hezbollah», lo chiama il giornale Yedioth Ahronot. Dura dal 1982, e adesso è anche peggio: «Nella guerra in Siria del 2017 — racconta Ariel Kahana, storico corrispondente israeliano —, mi chiedevo perché non attaccassimo Hezbollah. Erano in difficoltà. Molti uccisi o feriti, Nasrallah che veniva contestato dai suoi. Avevamo una grande opportunità. Avremmo pagato un prezzo alto, chiaro. Ma è dal 2006 che lo paghiamo: i missili di Hezbollah sono sempre di più, e più sofisticati. Invece non si fece nulla. Oggi, quel 2017 è lontano. E nell’angolo ci siamo noi. Quel che dobbiamo capire è che devi colpirli prima, se non vuoi che ti colpiscano. Perché il loro obiettivo è ormai chiaro: per distruggerci, vogliono invaderci».

L'organizzazione. Cos’è il Jihad Islamico, il gruppo armato e terrorista nella Striscia di Gaza e i rapporti con Hamas e con l’Iran. Come ha specificato l’altro giorno Hamas, dei 220 ostaggi portati presumibilmente nella Striscia almeno una ventina sono nelle mani del Jihad Islamico. Il gruppo è nato prima di Hamas ed è considerato perfino più estremista. Il vertice a Beirut. Redazione Web su L'Unità il 25 Ottobre 2023

A Beirut c’era anche Ziad Al Nakhalah, leader del Jihad islamico per la Palestina (Pij) per l’incontro ad altissimo livello con Hassan Nasrallah, guida degli sciiti libanesi, e Saleh Al Arouri, vicecapo di Hamas. Un vertice di alto livello sull’asse Palestina-Beirut-Teheran sulla guerra esplosa in Medio Oriente. Anche il Jihad Islamico ha partecipato agli attacchi di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre scorso che hanno scatenato il nuovo conflitto. È considerato un’organizzazione terroristica da Israele, ovviamente, dagli Stati Uniti e dalla maggioranza dei Paesi europei.

Si tratta del secondo gruppo armato per grandezza nella Striscia di Gaza. Persegue l’obiettivo di creare uno stato islamico nell’area della Palestina. È stato fondato nel 1981 dal medico palestinese Fathi Shaqaqi e dal predicatore musulmano Shaykh Abd al-Aziz Awda, nato nel campo profughi di Jabalia. Entrambi si trovavano in Egitto, dove era nato alla fine degli anni ’20 il movimento dei Fratelli Musulmani che ispiro i due. È un movimento sunnita, nato prima e considerato anche più estremista di Hamas. Con quest’ultimo condivide il paradossale – ma tutt’altro che privo di senso o interessi – appoggio dell’Iran, Paese protagonista dell’Islam sciita.

I fondatori vennero espulsi dall’Egitto nella Striscia e cominciarono la loro lotta armata. Il gruppo si spostò prima in Libano e poi a Damasco, in Siria. Ramificazioni sono presenti anche in Iran e in Sudan. Le Brigate Al Quds sono la componente militare, composta da piccole cellule. Contestualmente alla creazione di uno stato musulmano il gruppo persegue la distruzione dello Stato di Israele. Come ha specificato l’altro giorno anche Hamas, dei 220 ostaggi prelevati e portati presumibilmente nella Striscia lo scorso 7 ottobre, almeno una ventina sono nelle mani del Jihad Islamico. A differenza di Hamas non ha o non ha proprio voluto sviluppare grandi responsabilità da un punto di vista amministrativo se quelle prettamente militari.

Non è disponibile ad alcuna trattativa o discussione sul riconoscimento dello Stato ebraico. Ha rifiutato ogni compromesso o riavvicinamento compresi gli Accordi di Oslo del 1993 quando israeliani e palestinesi si riconobbero per la prima volta come legittimi interlocutori. Il Jihad Islamico ha continuato nei giorni scorsi a lanciare razzi verso il territorio di Israele. Dalla fine degli anni ’80 l’organizzazione ha condotto attacchi suicidi e terroristici contro civili e militari israeliani. Secondo il Council on Foreign Relations statunitense il gruppo riceve decine di milioni di dollari all’anno dall’Iran. “Quando parlate di Hamas, non potete dimenticarvi del Jihad. Quando parlate del Jihad, non potete dimenticarvi di Hezbollah. Quando parlate di Hezbollah, non potete dimenticarvi dell’Iran…”, ha spiegato il quotidiano libanese L’Orient Le Jour a proposito dell’incontro di Beirut di ieri pomeriggio. Redazione Web 25 Ottobre 2023

Mai dimenticare le atrocità dell'odio islamista. L'orrore nel kibbutz israeliani dove sono state decapitate decine di neonati è lo stesso delle mattanze in Europa. Ed è la stessa anche la matrice: il fondamentalismo islamico. Andrea Indini l'11 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Cosa vedete quando vi affacciate a guardare giù nell'abisso? Giù nel buio che fa orrore. Giù nel baratro di malvagità. Giù nel buco infinito di violenza e barbarie, brutalità e atrocità. Quando la tenebra si fa penombra, riuscite quasi a distinguere i volti del male. Sono sempre le stesse belve. Hanno lineamenti diversi ma negli occhi scuri e nelle mani che strappano alla Terra vite innocenti, riconoscete indistintamente sempre la stessa matrice: è la matrice islamista che da decenni inzuppa il suolo di sangue. È impossibile sostenere a lungo lo sguardo su quelle anime nere. E così lo distogliete. Guardate altrove e finite per dimenticarti dell'esistenza di quell'abisso. Anche se la voragine si fa sempre più profonda e ogni volta rischiate di finirvi dentro, inghiottiti.

Nel kibbutz di Kfar Aza le belve di Hamas hanno ammazzato duecento persone. Le hanno trucidate a sangue freddo. Quaranta erano appena bambini, addirittura neonati. Li hanno ammazzati mentre dormivano. Alcuni si trovavano nelle loro culle, altri nel lettone con la mamma e il papà. Hanno mozzato le loro teste e dato i loro corpi alle fiamme. Quando, ore dopo, è arrivato l'esercito israeliano, ovunque aleggiava "odore di morte": i cadaveri resi irriconoscibili dalla mattanza, la carne crivellata dalle fucilate, le teste rotolate lontane dai colli su cui si reggevano. L'orrore. Lo stesso che ha divorato le strade di Be'eri, altro piccolo kibbutz nel sud di Israele. Lì i morti, più di cento, sono stati trovati ovunque, nelle case e per strada. Intere famiglie bruciate vive mentre cercavano di scappare. Chi non è stato ammazzato, è ora ostaggio dei jihadisti. A Re'im di vittime se ne contano più di 250. Erano lì per ballare, ascoltare la musica e divertirsi. Nessuno di loro avrebbe mai pensato di essere tanto vicino all'orlo dell'abisso da finirci dentro, inghiottito.

Se vi fa orrore immaginare i corpicini senza vita dei neonati di Kfar Aza, quelle teste mozzate ed esposte come un trofeo, non voltate lo sguardo. Non distoglietelo. Continuate a guardare e ricordate. Ricordate l'urlo di guerra: "Allah akbar!". Ricordate i ventun cristiani copti sgozzati in diretta streaming su una spiaggia di Sirte. Ricordate i corpi senza vita riversi nel loro stesso sangue tra le poltrone del teatro Bataclan di Parigi. Ricordate le donne, gli anziani e i bambini falciati dalla folle corsa di un camion lungo la promenade di Nizza. Ricordate gli occhi impauriti di padre Jacques Hamel mentre lo sgozzano sull'altare della chiesa di Rouen. Ricordate i turisti italiani in un ristorante di Dacca, scelti tra decine di altri commensali musulmani, e trucidati solo perché non credevano nelle parole di Maometto. E, se non ne avete ancora abbastanza, ricordate anche le capitali europee brutalizzate dalle bombe: i cadaveri negli aeroporti, nelle metropolitane, sugli autobus. Ricordate i passeggeri trasformati in proiettili viventi e lanciati contro le Torri Gemelle per buttarle giù, per fare una carneficina, per ammazzare altre persone che loro chiamano "infedeli". Ricordate i nomi. Degli innocenti, sicuramente. Ma anche dei carnefici e di tutte le sigle dell'orrore per cui hanno militato, siano esse al Qaeda, l'Isis o Hamas. Ma soprattutto ricordate la matrice: il fondamentalismo islamico.

Cosa sono e qual è la storia dello Shin Bet e del Mossad, l’ala militare e d’intelligence dello Stato di Israele. Sono l'apparato militare e il servizio di intelligence tra i più invidiati al mondo. Operazioni chirurgiche e spietate che hanno fatto la storia dello spionaggio. Eppure, in occasione dell'attacco di Hamas contro lo Stato Ebraico, le difese israeliane hanno dimostrato la loro fragilità. Un allarme per la sicurezza e la difesa di Gerusalemme? Andrea Aversa su L'Unità il 25 Ottobre 2023

L’apparato militare e d’intelligence israeliani sono tra i più famosi al mondo. Hanno sempre brillato per efficienza ed efficacia. Hanno pianificato e condotto operazioni sulla carta ‘impossibili‘ e spesso in periodi di tempo molto lunghi. Hanno influenzato l’immaginario letterario e cinematografico, sul tema delle spy story. Eppure lo scorso sette ottobre il brutale attacco di Hamas fin dentro i territori israeliani, ne ha dimostrato anche la fragilità. Un duro colpo che ha comunicato al mondo quanto lo Stato d’Israele fosse in realtà debole e indifeso.

Forza e fragilità di una democrazia divisa

Durante i primi giorni dall’aggressione terrorista, sui principali media ricorreva sempre la stessa domanda: ma come è possibile che Israele sia stato ferito così nel profondo? Di sicuro, il clima di tensione che si è respirato nello Stato Ebraico negli ultimi mesi, è stato amplificato dalle divisioni e dalle proteste causate dalla famosa riforma della giustizia voluta e non realizzata dal governo di destra guidato dal premier Benjamin Netanyahu. Eppure, proprio quelle manifestazioni e le campagne dell’informazione anti governativa (di opposizione), hanno reso noto al mondo quanto invece la forza di Israele sia proprio rappresentata dal suo sistema liberale e democratico.

Le origini

Ma cosa sono e qual è la storia dello Shin Bet e del Mossad? Quali sono state le condizioni e le premesse che ne hanno consentito la nascita? Nel bel libro “Spie di nessun paese” dello scrittore israelo-canadese Matti Friedman sono ben spiegate e narrate le origini del sistema militare e d’intelligence d’Israele. Quando nel 1948 finì il mandato britannico sulla Palestina e nacque lo Stato Ebraico, per sedare le tensioni in atto tra cittadini arabi e israeliani, nacque la Sezione araba, i cui membri – o meglio agenti – dovevano portare a compimento quelle che sono diventate note come le Operazioni dell’Alba. Coloro che ne facevano parte erano giovani ebrei che fino a quel momento erano nati e cresciuti negli stati arabi che confinavano con il neonato Israele. Erano, in pratica, degli arabi di religione ebraica. Persone che vivevano in piccole comunità spesso private dei più basilari diritti e profondi conoscitori della cultura islamica. Per questo motivo erano perfetti per infiltrarsi nei paesi nemici per operazioni di sabotaggio e spionaggio.

Cosa sono e qual è la storia dello Shin Bet e del Mossad

Fu in questo modo che nacque il Mistaravim (letteralmente “coloro che vivono tra gli arabi“), un unità antiterrorismo delle forze di difesa israeliane, della guardia di frontiera e della polizia israeliana. Gli agenti che ne fanno parte operano sotto copertura. Quest’agenzia esiste ancora oggi e allora pose le basi per il ‘leggendario’ Mossad. Quest’ultimo è l’Istituto per l’intelligence e servizi speciali dello Stato d’Israele. Sono in pratica i servizi segreti israeliani che agiscono fuori dai confini dello Stato Ebraico. Nato nel 1949, il Mossad fu ideato da Reuven Shiloah, quando era Primo Ministro David Ben Gurion. L’obiettivo dell’agenzia era quello di coordinare i servizi di intelligence dell’esercito (AMAN), lo “Shin Bet” e il “dipartimento politico” del ministero degli esteri. Il Mossad risponde direttamente al premier.

Obiettivi e compiti

Gli uomini del Mossad hanno il dovere di raccogliere informazioni in ambito terroristico, prendere iniziative in termine di spionaggio ed eseguire azioni (anche omicide) in territorio straniero. Il Mossad ha avuto 13 direttori, l’ultimo attualmente in carica è David Barnea. La sede principale dell’agenzia è a Tel Aviv. Sono tante le operazioni segrete del Mossad diventate praticamente ‘di culto’. La prima azione rimasta nella storia è stata quella relativa all’individuazione e cattura dell’ufficiale nazista Adolf Eichmann. Era il 1960 e quest’ultimo fu stanato in Argentina, dove viveva sotto altra identità. Ci sono state altre quattro operazioni iconiche che hanno alimentato l’aurea leggendaria del Mossad: l”Operazione Diamond‘ (1963-1966), l’esercito israeliano grazie alle informazioni procurate dai servizi segreti, riuscì a conquistare un Mikoyan-Gurevich MiG-21 utilizzato dagli eserciti arabi. L’aversi impossessato di questo aereo consentì a Israele di vincere nettamente la Guerra dei Sei Giorni.

Le operazioni più importanti

‘Collera di Dio‘, è stata l’operazione che ha ispirato Steven Spielberg per il suo bellissimo film ‘Munich‘. L’obiettivo del Mossad era quello di individuare e uccidere i mandanti e gli esecutori sopravvissuti, della strage di Monaco. Erano le Olimpiadi del 1972 che si tennero nella città tedesca. Un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irruppe negli alloggi destinati agli atleti israeliani uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque fedayyin e di un poliziotto tedesco. Questa operazione approvata dalla premier Golda Meir, è stata tra le più controverse della storia del Mossad ed è durata 20 anni. Essa portò alla morte di decine di persone, tra cui qualche innocente.

Oggi

‘Operazione Entebbe‘, era la notte tra il 3 luglio ed il 4 luglio 1976. Nell’aeroporto dell’omonima città ugandese irruppero due reparti militari dell’IDF (Esercito di difesa israeliano), il Sayeret Metkal (comandato da Yonatan ‘Yoni’ Netanyahu, fratello dell’attuale premier che perse la vita durante l’operazione) e la Brigata Golani. L’operazione segreta fu decisa in seguito al dirottamento di un volo Air France con numerosi passeggeri israeliani. Nel 1991, ebbe luogo l”Operazione Salomone‘. Condotta in soli due giorni, consentì a trarre in salvo gli ebrei etiopi che furono prelevati in Etiopia e trasportati in Israele. Ad oggi le principali operazioni del Mossad sono state rivolte al rallentamento di qualsiasi attività che possa consentire all’Iran di arricchire l’uranio.

Intelligence e servizi segreti per gli ‘affari interni’

Lo Shin Bet, invece, ha il compito di provvedere alla difesa e alla sicurezza interna dello Stato d’Israele. Nato nel 1948, il suo nome ebraico è Shabak. Il suo ‘nomignolo’ è ‘Scudo invisibile‘. Anche quest’agenzia si trova a Tel Aviv. Anche lo Shin Bet risponde direttamente al Primo Ministro ed è composto da tre dipartimenti: quello arabo, quello israeliano ed estero e quello di protezione e sicurezza. I principali obiettivi dello Shin Bet sono: quello di ottenere informazioni utili a prevenire e combattere atti terroristici che potrebbero compiere cittadini arabi che vivono in Israele; quello di attuare azioni di controspionaggio; quello di proteggere le sedi governative, istituzionali, diplomatiche, le infrastrutture e le personalità pubbliche e politiche israeliane, in Israele fuori dallo Stato Ebraico. Lo Shin Bet è spesso finito al centro delle polemiche a causa di presunti metodi violenti utilizzati per interrogare le persone arrestate. L’agenzia ha avuto 14 direttori, quello attuale è Nadav Argaman.

Andrea Aversa 25 Ottobre 2023“La Terra Santa”, una poesia di Alda Merini. Gian Paolo Caprettini su L'Indipendente sabato 14 ottobre 2023.

Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch’io la mia Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua infettata

ci ha battezzati tutti.

Lì dentro eravamo ebrei

e i Farisei erano in alto

e c’era anche il Messia

confuso dentro la folla:

un pazzo che urlava al Cielo

tutto il suo amore in Dio.

Noi tutti, branco di asceti

eravamo come gli uccelli

e ogni tanto una rete

oscura ci imprigionava

ma andavamo verso la messe,

la messe di nostro Signore

e Cristo il Salvatore.

Fummo lavati e sepolti,

odoravamo di incenso.

E dopo, quando amavamo

ci facevano gli elettrochoc

perché, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

Ma un giorno da dentro l’avello

anch’io mi sono ridestata

e anch’io come Gesù

ho avuto la mia resurrezione,

ma non sono salita ai cieli

sono discesa all’inferno

da dove riguardo stupita

le mura di Gerico antica.

Le dune del canto si sono chiuse,

o dannata magia dell’universo,

che tutto può sopra una molle sfera.

Non venire tu quindi al mio passato,

non aprirai dei delta vorticosi,

delle piaghe latenti, degli accessi

alle scale che mobili si dànno

sopra la balaustra del declino;

resta, potresti anche essere Orfeo

che mi viene a ritogliere dal nulla,

resta o mio ardito e sommo cavaliere,

io patisco la luce, nelle ombre

sono regina ma fuori nel mondo

potrei essere morta e tu lo sai

lo smarrimento che mi prende pieno

quando io vedo un albero sicuro.

A me pare che la poesia di Alda Merini denunci che il manicomio siamo noi, io, tu, noi che portiamo la distruzione, che rendiamo nemico chiunque non riusciamo a capire, che non diamo punti fermi, alberi forti e sicuri a chi ne avrebbe bisogno.

Ma tu dirai ‘Io non ho ucciso nessuno, non sono un terrorista e nemmeno coltivo la vendetta coperto dalla legge. Io non sono tra quelli che portano la morte e nemmeno tra quelli che la subiscono’.

Tu ti senti fuori, vorresti che il problema non ti riguardasse, guerre mondiali a parte. Ma ti sbagli. Anche tu non accorri se senti urlare, e allora sei complice, anche tu disprezzi chi non ce l’ha fatta, e allora non meriti nulla.

Ma non parliamo di te, parliamo di me. Ho letto i Fratelli Karamazov, le pagine dopo il Grande Inquisitore, quando Dostoevskij afferma che per uscire dal male bisogna prendersi le colpe di tutti.

C’è una spiegazione metafisica, se vogliamo, anzi ce ne sono non poche, ma ce n’è anche una più semplice che mi riguarda. Se desidero la pace devo considerare le guerre sbagliate che ho condotto prima. E ora che magari io devo accettare il mio nemico vittorioso su di me o al contrario caduto con il suo sangue nella polvere, devo comportarmi nei due casi nello stesso modo.

Insomma, io e te dobbiamo odiare profondamente ciò che vogliamo non si ripeta, esaminare il tuo, il mio cielo e mettersi in ascolto.

Teniamoci sempre pronti a ricominciare col passo giusto. Sospendi la tua vendetta e accetta che io ti possa tradire. Ma se non ti tradirò, fino alla fine dei giorni potremo camminare insieme.

In ogni ragione c’è sempre un po’ di follia e nel manicomio sono entrati e anche usciti tanti poeti.

[di Gian Paolo Caprettini]

Cinque libri che spiegano il conflitto tra Israele e Palestina. Storia di Francesca Salvatore su Il Giornale domenica 15 ottobre 2023.

Medio Oriente: quando lo specialista di storia navale americano Alfred Thayer Mahan coniò questo lemma nel 1902, non immaginava il destino a cui questa area del Pianeta sarebbe andata incontro. L'espressione utilizzata per indicare la regione compresa tra la Penisola araba e l'India, che per centro ha il Golfo Persico, venne immediatamente ripresa dal Times e, successivamente, dal governo britannico. Entrò rapidamente nell'uso comune, assieme alla più blasonata e antica nozione di "Vicino Oriente". Da allora, da più di cento anni, a queste due parole hanno fatto e fanno riferimento una pletora di studiosi, geografi, storici, commentatori, politici e giornalisti.

Dalla fine del Secondo conflitto mondiale in poi, quest'area dai margini geografici e culturali sfumati, divenne teatro delle scelte, delle non scelte, degli interessi e dei disinteressi delle grandi potenze, mandatarie e non, trasformandosi in un complesso diorama geopolitico, teatro secondario della Guerra fredda. Per questa ragione, la data simbolica del 1948-alla quale si fa risalire lo scoppio della prima delle guerre arabo-israeliane-è solo una delle tante pietre miliari di un caos che si può retrodatare fino alla prima diaspora ebraica, se si vuol comprendere davvero a fondo le dinamiche dell'oggi. Il conflitto tra israeliani e palestinesi, infatti, ha finito per fagocitare l'intero destino politico, così come la narrazione del Medio oriente contemporaneo, sebbene quest'ultimo sia attraversato e afflitto da un numero di vicende e sfumature che esulano dal "mero" scontro tra Israele e Palestina. Una vicenda che fomenta dal 1948 tifoserie da stadio, fondate su slogan e non sulla conoscenza di luoghi, persone, fatti, lingue, ma soprattutto delle fonti.

James Gervin, grande studioso di Medio Oriente all'Università della California, ha realizzato un'opera che ha il pregio di essere riveduta e corretta costantemente. Questo testo esplora come le forze associate alla modernità globale hanno plasmato la vita politica e culturale del Medio Oriente negli ultimi 500 anni. L'autore analizza la fase in cui si svilupparono i primi sentimenti di tipo nazionalista e si andarono consolidando i primi sistemi economici nel corso del XVI secolo. Passando in rassegna l'impatto dell'età coloniale e delle sue eredità, giunge a raccontare le trasformazioni del Diciannovesimo secolo. Punto di arrivo della sua disamina sono le vicende contemporanee della regione, che includono la diplomazia internazionale, la crescita e la decrescita economica, l'emergere dei regimi autoritari e le varie forme di resistenza. L'intero libro è scritto con un linguaggio ammaliante, quasi da romanzo, ma soprattutto fornisce al lettore, anche il meno esperto, una serie di strumenti fondamentali per accompagnare la lettura: fotografie, mappe, schemi, documenti originali, appendici e importanti fonti primarie.

(Sir) Martin Gilbert è stato uno dei più grandi storici dello scorso secolo. Scomparso nel 2015, viene ricordato soprattutto per i suoi lavori sulla vita di Winston Churchill, ma anche e soprattutto per essersi dedicato alla storia del XX secolo con particolare attenzione alla storia degli ebrei e dell'Olocausto. L'atlante redatto da Gilbert per la Routledge, ha come obiettivo quello di spiegare attraverso 227 mappe l'intera storia del conflitto arabo-israeliano. L'opera prende il via dal racconto e analisi della presenza degli ebrei in Palestina prima della conquista araba, fino all'atteggiamento del Regno Unito nei confronti della Palestina a partire dal 1915. Passando poi per le sorti alterne del Piano per la Palestina del 1919 giunge a descrivere con dovizia di particolari il periodo che intercorre fra il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 e la nascita di Israele nel 1948. Offrendo una disamina tradizionale dei quattro episodi simbolo del conflitto israelo-palestinese, Gilbert giunge fino ai nostri giorni raccontando le due Intifada, la campagna incendiaria di Hezbollah nel 2006, le operazioni nella striscia di Gaza nel 2009 e il giorno della Nakba del 2011.

Bernard Lewis, La costruzione del Medio Oriente, Laterza, 2003

L'opera di Bernard Lewis è forse il libro simbolo sulla storia del Medio Oriente. Una sorta di manualetto scritto tuttavia da uno dei più grandi storici dell'Islam del secolo scorso. L'opera riveste un'enorme importanza nella storiografia sul conflitto arabo-israeliano, non solo perché è redatta con rara limpidezza da uno dei più grandi autori di Princeton, ma perché l'analisi dei fatti, l'equità, l'onestà intellettuale, l'autorevolezza dell'autore hanno fatto sì che questo testo, all'indomani della pubblicazione, fosse tradotto - contemporaneamente - in ebraico dal ministero della Difesa di Israele e in arabo dalla Fratellanza musulmana. Il nucleo del libro prende ispirazione da sei conferenze pubbliche tenute da Lewis all'Università dell'Indiana nella primavera del 1963. Il testo cerca di definire il Medio Oriente in quanto entità storica, geografica e culturale, ma soprattutto di mettere in luce il significato che l'Occidente ha avuto e continua ad avere per gli abitanti e i processi della regione. Una particolare attenzione è dedicata ai movimenti politici e intellettuali sviluppatisi in loco in età moderna e contemporanea: liberali e socialisti, patriottici e nazionalisti, e islamici. L'opera si compie con una disamina del ruolo dei Paesi mediorientali negli affari internazionali, chiudendosi con un'analisi di alcuni fattori che influiscono sulla politica occidentale nei loro confronti. Un testo che risulta sempre contemporaneo per la padronanza della materia, nello spazio e nel tempo.

Vittorio Dan Segre, ll poligono mediorientale: fine della questione arabo-israeliana?, Il Mulino, 1994

Vittorio Segre riunisce nella sua penna ciò che di meglio ha potuto dare sull'argomento in qualità di scrittore, diplomatico e giornalista dalla doppia anima, israeliana e italiana. Tra i fondatori, nel 1974, de Il Giornale assieme a Indro Montanelli, ha collaborato fino all'ultimo giorno al quotidiano, quando scomparve a 92 anni nel 2014. Approdato con curiosità al mondo di internet ha tenuto, anche questo fino all'ultimo, un blog (Lo sguardo di Dan) sul sito del quotidiano Nel Poligono mediorientale, l'autore non si limita a un'analisi cronologica degli eventi che hanno riguardato il Medio Oriente, approdando alla seconda metà del Novecento solo per raccontare l’esplosione del conflitto arabo-israeliano. Al contrario, Segre cala la questione palestinese nell'ampio quadro della regione mediorientale e delle fratture antiche e permanenti di tipo geografico, economico, religioso e politico che da sempre animano quest'area del pianeta. E lo fa con maestria, andando al di là delle vicende coloniali e legate alla Guerra fredda e le sue conseguenze. Alla luce di queste premesse, analizza il momento storico dell'accordo di Washington tra Israele e Olp, nonché l’epocale passaggio di Gaza e Gerico sotto il controllo palestinese. Ironia amara del destino, il libro venne pubblicato poco più di un anno prima della morte Yitzakh Rabin: l'uomo che rappresentò l’ultima occasione di pace degli ultimi trent’anni.

Ugo Tramballi, L’Ulivo e le pietre, Tropea, 2002

Ugo Tramballi, giornalista e inviato di guerra, e ed è stata penna preziosa di numerose pagine italiane: tra queste anche Il Giornale, a cui approdò nel 1976. Tra il 1983 e il 1987, è stato corrispondente di guerra in Libano, Iran, Iraq e Afghanistan. L’Ulivo e le pietre è un libro commovente e attento, che oltre alla precisione storica viene dal racconto in presa diretta dell'autore. Un’opera che più che di poteri, potenti e istituzioni parla di uomini e donne. Il racconto aiuta a penetrare nelle menti, nella cultura e nello spirito di israeliani e palestinesi, di differenti classi sociali, nella cornice delle amicizie e degli incontri che l'autore ha vissuto in prima persona. Un'altra chiave di lettura per interpretare le vicende politiche e belliche che fanno da sfondo, come l'Intifada, narrata non solo attraverso le scelte politiche e la violenza delle armi, ma episodi di vita quotidiana. Una carrellata di storie con la “s” minuscola incastonate dentro la storia con la “s” maiuscola. Tramballi rende onore all'imbianchino Abed disinteressato alla politica, al commentatore politico israeliano Nahum che perdona il kamikaze che ha ucciso suo figlio, ai racconti di Neama e alla sua infanzia a sud di Tel Aviv. Un punto di vista fondamentale che tiene conto dei sentimenti popolari, quasi sempre divergenti dalle scelte politiche dei "grandi".

La lunga via per la pace. Israele paga ingiustamente il prezzo della sua storia democratica. Giuliano Cazzola Linkiesta il 19 Ottobre 2023

Il terrorismo di Hamas dimostra ancora una volta che lo Stato ebraico, al pari degli altri Paesi occidentali, deve rispettare delle regole che i suoi nemici non tengono in considerazione

Israele sta pagando ancora una volta il fio della sua stretta alleanza con gli Stati Uniti. Può sembrare strano, dopo tanti anni, che questo motivo sopravviva ancora e riemerga in ogni occasione dall’es di una significativa parte della sinistra. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina, pur di fronte a un dittatore sanguinario come Vladimir Putin, il quale, per di più, ha contribuito a smantellare il comunismo in quella che per decenni è stata la sua patria.

Tuttavia, nei confronti della Palestina c’è qualche cosa di più. Negli ultimi anni nessuno si è preso la briga, da noi, in Europa e ad Harvard di esprimere un sentimento di pietà e un’azione di solidarietà per quella centinaia di migliaia di siriani massacrati da Bashar al-Assad o per la causa dei curdi, mandati a combattere contro lo Stato Islamico poi lasciati alla mercé di Recep Tayyip Erdogan.

La tragedia che vive l’Afghanistan è rimossa, specie per quanto riguarda la cancellazione dei diritti delle donne dopo il ritorno al potere dei talebani. Nessuno ricorda che i peggiori avversari dei palestinesi sono gli altri Stati arabi.

Dopo la spartizione avevano trovato rifugio in Giordania, ma negli anni Settanta (ricordiamo “settembre nero”?) vennero cacciati a cannonate dalla Legione araba e scovati in una guerriglia combattuta casa per casa. Lo stesso successe in Libano. Arafat, poi, ritornò da Oslo con in tasca l’impegno della restituzione del novantasette per cento dei territori occupati, ma arrivato in Palestina, promosse l’Intifada.

I palestinesi sono la popolazione più assistita sulla Terra, senza che ci si chieda mai dove vanno a finire quelle risorse che evidentemente non vengono usate in loro favore. Va da sé che un popolo che soffre merita attenzione e solidarietà. Ma bisognerà pure spiegarsi perché i palestinesi sono i “beniamini” delle tragedie del mondo.

La ragione è sempre più evidente: in gran parte dell’opinione pubblica mondiale l’amore per la Palestina è direttamente proporzionale all’odio per Israele; che poi è una variante dell’odio atavico per gli ebrei. Un odio che è sempre lo stesso, magari sotto altre forme da millenni. I nazisti realizzarono con un’organizzazione industriale e globalizzata quello sterminio che era stato fatto nel corso di secoli in modo artigianale ovunque si fosse inserita, nel tempo, la diaspora. E fu tanto orrendo l’Olocausto che caricò sulla Germania (lo ammettono i leader tedeschi) un crimine contro l’umanità che soverchiava tutti gli altri. Tanto da consentire, oggi, il compianto universale – il 27 gennaio di ogni anno – per gli ebrei deportati e sterminati, senza darsi troppa cura di quelli vivi e decisi a difendersi.

Tutto ciò premesso, non ci si può sentire equidistanti (ovvero pro Hamas, come in Ucraina pro Putin) se si rivolgono delle critiche a Israele, magari le stesse che circolano liberamente sui quotidiani israeliani (in Russia chi critica Putin rischia l’ergastolo o viene condannato a bere la cicuta al polonio). Israele è un Paese diviso. E la divisione della popolazione (sotto gli occhi del mondo) tocca anche l’esercito, perché esercito e popolo sono la stessa cosa.

Basta leggere la dichiarazione di Nir Cohen, un generale della riserva, richiamato in servizio col compito di comandare le truppe dislocate sul confine con la Giordania e l’Egitto: «Difenderò il mio Paese dai nostri nemici. I nostri nemici sono organizzazioni terroristiche assassine controllate da estremisti islamici. Al massacro di israeliani innocenti non deve corrispondere il massacro di palestinesi innocenti. È importante ricordare che il popolo palestinese non è nostro nemico. Milioni di palestinesi che vivono qui con noi tra il mare e la Giordania, non sono nostri nemici. Proprio come la maggior parte degli israeliani, anche la maggior parte dei palestinesi vuole semplicemente vivere la propria vita in pace e dignità. I due popoli che vivono qui, il popolo ebraico e il popolo palestinese, sono prigionieri da decenni di una minoranza religiosa violenta. Da entrambe le parti, una violenta minoranza religiosa trascina il conflitto in una violenza spaventosa. Sì, paragono i leader di Hamas ai leader del sionismo religioso. Da entrambe le parti, una visione religiosa estrema impone comportamenti violenti. Questa guerra prima o poi finirà. Alla fine, entrambe le nazioni dovranno fare i conti con i leader. Dobbiamo svegliarci e non lasciare che qui governino gli estremisti. I palestinesi e gli israeliani dovranno denunciare i fondamentalisti. Gli israeliani dovranno spodestare Ben Gabir, Smotrich e la loro banda dal potere, mentre i palestinesi dovranno spodestare i capi di Hamas. In mezzo al dolore terribile e all’enorme frattura, cerco frammenti di speranza. Poco dopo la terribile guerra dello Yom Kippur, fu firmato un accordo di pace tra Israele ed Egitto. Dobbiamo renderci conto che non esiste risorsa di sicurezza più grande della pace. Anche l’esercito più forte non può proteggere il Paese nel modo in cui lo protegge la pace. La via della pace sarà per sempre migliore della via della guerra, quella su cui abbiamo camminato per troppo tempo. Alla fine della guerra, dopo che migliaia di morti israeliani e palestinesi saranno stati sepolti, dopo che avremo finito di lavare via i fiumi di sangue, dovremo capire che non c’è altra scelta che seguire la via della pace, cioè quella dove sta la vera vittoria».

Nella storia politica di Israele nessun premier ha mai voluto governare con l’estrema destra religiosa, che è sempre stata trattata come da noi – nella Prima Repubblica – il Movimento sociale italiano. Se è consentito fare paragoni Benjamin Netanyahu è considerato una specie di Tambroni israeliano. Allo stesso modo, è consentito giudicare in modo oggettivo, con una visione geopolitica anche l’azione del 7 ottobre. Hamas è un’organizzazione terrorista, i suoi miliziani sono degli assassini spregevoli, capaci di delitti abominevoli, ma i loro capi – quelli che hanno preparato l’azione – non sono solo dei criminali di guerra; se è consentito il francesismo, sono anche dei grandi paraculi. Hanno visto che Israele era molto in difficoltà a causa delle sue divisioni interne. E hanno intuito – forse i loro servizi segreti sono stati più efficienti del Mossad – che, alla fine, sarebbero stati gli alleati ad impedire al governo di Israele di impiegare tutta la potenza militare di cui dispone.

Se nelle prime ore si muovevano le portaerei e Antony Blinken si precipitava a Tel Aviv, è bastato che il “gallo cantasse tre volte” perché l’obiettivo divenisse quello di fermare l’offensiva israeliana, nel rispetto delle norme del diritto internazionale sulla proporzionalità della reazione (quando i giapponesi bombardarono Pearl Harbour gli americani avrebbero dovuto limitarsi a bombardare un porto sulla costa nipponica?) e nel timore di infiammare quell’area importante per tanti ben noti motivi.

Certo, non saremo noi a invitare Israele a farsi giustizia, ma ancora una volta è apparso chiaro che una democrazia deve rispettare delle regole che i suoi nemici non tengono in minima considerazione.

Poi c’è un altro aspetto che non viene considerato, ma che traspare dalla dichiarazione del generale Cohen. Le conseguenze delle stragi del 7 ottobre sull’opinione pubblica israeliana e occidentale. Lo Stato ebraico ha terminato la stagione dell’innocenza, si è reso conto di non essere invincibile e ha capito che la vera vittoria è quella della pace. Ma la via della pace è ostruita dall’odio e dal razzismo di movimenti terroristici che hanno dichiarato una guerra implacabile all’Occidente, mettendo in conto i tanti vincoli che impediscono alle nazioni democratiche di reagire adeguatamente.

A pensarci bene l’aggressione del 7 ottobre richiama alla memoria l’offensiva del Tet, che fu – durante la guerra del Vietnam alla fine di gennaio 1968 –, un’operazione lanciata dai Viet Cong e dall’Esercito del Nord (Nva) operante nel Sud. Sebbene tatticamente infruttuosa, quell’offensiva mandò in frantumi l’ottimismo americano sull’andamento della guerra e convinse molti che fosse impossibile da vincere.

Cos’è la Cisgiordania e qual è la sua storia: la Palestina e le colonie israeliane. La partizione tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese. Il ruolo delle colonie in quella che la parte più grande della Palestina. Andrea Aversa su L'Unità il 22 Ottobre 2023

Così chiamata perché posta sulle sponde del del fiume Giordano, anticamente questo territorio comprendeva le regioni della Giudea e della Samaria. In tempi più recenti, è stato – prima – sotto la dominazione Ottomana (facente parte della Siria) e successivamente sotto quella del mandato britannico per la Palestina. Prima che nascesse lo Stato di Israele, l’attuale Cisgiordania faceva parte della Trisgiordania, diventata poi il Regno di Giordania. Dopo, al termine della guerra del 1948 vinta dallo Stato Ebraico, il governo israeliano occupò l’area che la Giordania cedette all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). In seguito agli Accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania è passata sotto il controllo congiunto di Israele e l’Autorità Nazionale della Palestina (Anp). Con la Striscia di Gaza compone quello che di fatto dovrebbe essere lo Stato di Palestina.

L’intera regione è frazionata in tre parti, una controllata dall’Anp (la ‘A‘, quella più piccola), una in modo congiunto (la ‘B‘) e un’ultima controllata da Israele (la ‘C‘, quella più grande). L’area è per intero rivendicata dall’Anp. Per l’Onu gran parte della Cisgiordania, nota anche come West Bank, è riconosciuto come territorio sottratto alla Palestina e occupato da Israele che però lo ritiene un territorio conteso. La capitale è Ramallah, l’aspirazione è che lo diventi Gerusalemme Est. L’Area A comprende le città palestinesi, e alcune zone rurali di distanza da centri di popolazione di Israele nel nord (tra Jenin, Nablus, Tubas, e Tulkarm), il sud (nei pressi di Hebron), e uno nel centro sud di Salfit.

La suddivisione

L’Area B aggiunge altre popolate aree rurali, molto più vicino al centro della Cisgiordania. L’Area C contiene tutti gli insediamenti israeliani, le strade di accesso utilizzato per gli insediamenti, zone cuscinetto (vicino a insediamenti, strade, aree strategiche, e in Israele), e quasi tutta la Valle del Giordano e il deserto della Giudea. Le Aree A e B sono a loro volta divise tra le 227 aree separate (199 dei quali sono inferiori a 2 chilometri quadrati) che sono separate le une dalle altre da una zona di area C. Mentre la stragrande maggioranza della popolazione palestinese vive in zone A e B, le terre vacanti disponibili per la costruzione di decine di villaggi e città in tutta la West Bank, sono situate ai margini della comunità e definite come area C. Andrea Aversa 22 Ottobre 2023

Guerra Israele-Palestina, ecco chi ha fatto fallire la pace in Medio Oriente. Milena Gabanelli e Maria Serena Natale su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2023.

E pensare che nel 2000 ci erano quasi riusciti. Dopo centinaia di risoluzioni Onu, decenni di violenze, milioni di rifugiati le carte per chiudere il conflitto israelo-palestinese sono sul tavolo di Camp David, ultimo anno della presidenza Clinton. Ancora una volta però è «tutto o niente» e finisce in nulla. Due Stati e un miraggio: Israele-Palestina una mappa di confini scritti sulla sabbia.

1947: l’inizio

La spartizione proposta nel 1947 dalle Nazioni Unite con la risoluzione 181 dell’Assemblea generale vede subito due entità: 56% del territorio agli ebrei, il resto agli arabi e in mezzo Gerusalemme amministrata dall’Onu. Le comunità arabe respingono il piano e scoppia la guerra civile che è solo un preludio del primo vero conflitto.

Nel 1948 termina il mandato britannico che si era insediato nel 1920 sui resti dell’Impero Ottomano e aveva lasciato affluire i primi sionisti di ritorno alla biblica terra promessa. Il 14 maggio dello stesso anno nasce lo Stato di Israele, ma in contemporanea calano gli eserciti di Egitto, Giordania, Libano, Siria, Iraq. Per il popolo ebraico guidato da David Ben Gurion inizia l’assedio, per il popolo palestinese l’esodo: 700 mila in fuga, la nakba, catastrofe. Dopo un anno di combattimenti, nel 1949 Israele può estendere i confini a Galilea orientale, Negev e Gerusalemme Ovest. Buona parte delle terre destinate ai palestinesi invece sono occupate dagli alleati arabi: ad Amman la Cisgiordania, al Cairo la Striscia di Gaza.

Il mondo arabo non accetta Israele e i palestinesi restano intrappolati tra il nuovo Stato che deve affermare il proprio diritto a esistere e le lotte per l’egemonia che muovono le potenze regionali. Si combatte per la terra. La risoluzione Onu 194 prevede ritorno dei palestinesi sparsi nei campi profughi del Medio Oriente, restituzione dei beni, risarcimenti a chi non rientra: per Israele non un diritto, ma un punto politico.

Nascono l’Olp e gli insediamenti

Nel 1956 la crisi di Suez innescata dall’attacco di israeliani, francesi e britannici all’Egitto del generale Nasser rafforza lo spirito panarabo e aumenta l’isolamento dello Stato ebraico. 1959, in Kuwait nasce il Fatah che con Yasser Arafat assume la guida della resistenza palestinese. La tensione tra egiziani e israeliani cresce fino alla guerra dei Sei Giorni. È il 1967, tre anni prima a Gerusalemme è nata l’Olp-Organizzazione per la Liberazione della Palestina: non riconosce Israele, promuove la lotta armata per il diritto all’autodeterminazione e al ritorno, è pronta ad azioni terroristiche. Israele, accerchiata, attacca e sbaraglia gli eserciti di Egitto, Giordania e Siria appoggiati da Iraq, Libano, Arabia Saudita. Strappa all’Egitto Gaza e Sinai, alla Siria le alture del Golan, alla Giordania Cisgiordania e la parte araba della città santa, Gerusalemme Est, annessa. Superato il confine stabilito nella guerra del 1948, il territorio israeliano alla fine è quattro volte più grande. Comincia la costruzione degli insediamenti.

La risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza stabilisce il principio «terra in cambio di pace»: sovranità, integrità e indipendenza per tutti, ritiro israeliano dai territori occupati. Quali? Alcuni, secondo la versione inglese del testo; tutti, secondo la versione francese. Israele rifiuta. La questione neanche si pone per l’Olp, che disconosce pure le conquiste del ’48. La Lega araba nel vertice di Khartoum del 1967 risponde con i «tre no»: nessun riconoscimento, nessun negoziato, nessun trattato di pace. Nel 1970 a Nasser succede Anwar Sadat.

La strada al Trattato di pace

1973, guerra di Yom Kippur: egiziani e siriani colgono Israele di sorpresa ma dopo l’iniziale sbandamento la controffensiva ribalta gli equilibri. L’Onu ottiene il cessate il fuoco, la risoluzione 338 decide negoziati per una pace giusta e duratura. La mediazione del segretario di Stato Usa Henry Kissinger e la Conferenza di Ginevra inaugurano «la diplomazia dei piccoli passi» però nulla si muove. Anni di azioni terroristiche, prese di ostaggi, ancora guerra (Libano 1982). Con passaggi cruciali. 1978, Camp David, Maryland, residenza del presidente americano Jimmy Carter: dopo 12 giorni di trattative segrete gli accordi tra Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin aprono la strada al Trattato di pace del 1979, con il quale Israele si ritira dal Sinai smantellando tutti i 18 insediamenti e l’Egitto diventa il primo Stato arabo a riconoscere Israele (nel 1994 segue la Giordania). La Lega araba non gradisce ed espelle Il Cairo. Nel 1981 Sadat è assassinato da un terrorista della jihad islamica.

Due popoli, due Stati

1987, a Gaza, dal campo profughi di Jabalya, parte la prima Intifada: i palestinesi lanciano pietre contro i militari, alzano barricate, organizzano scioperi e boicottaggi. Nasce Hamas. L’anno dopo da Algeri Arafat proclama l’indipendenza dello Stato di Palestina sui territori di Gaza e Cisgiordania con Gerusalemme Est capitale. L’Intifada continua fino al 1993, l’anno degli accordi di Oslo. Con la stretta di mano tra Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin si apre alla speranza di due popoli, due Stati. È la prima volta che israeliani e palestinesi si riconoscono come legittimi interlocutori, l’Olp chiude con il terrorismo e vede nascere l’Autorità nazionale palestinese (Anp), organo di autogoverno temporaneo e limitato con sede a Ramallah, nella Cisgiordania divisa in tre aree amministrative. Viene però rinviata la discussione sui punti nevralgici: confini, insediamenti e rifugiati, Gerusalemme.

Nel 1994 Israele lascia Gerico e Tulkarem in Cisgiordania, la maggior parte di Gaza, e nel 1997 l’80% di Hebron. Il «processo di Oslo» non decolla. Accelerano gli insediamenti, crescono Hamas e gli altri gruppi fondamentalisti. I limiti alla libertà di movimento precludono ai palestinesi l’autosufficienza economica. Nel 1995, dopo il secondo round di Oslo che estende ancora i territori governati dall’Anp, il Nobel per la pace Rabin è ucciso da un estremista della destra israeliana contraria agli accordi.

L’occasione persa

Luglio 2000, Camp David: con Bill Clinton ci sono Arafat e il premier israeliano Ehud Barak, l’idea è chiudere una volta per tutte. Barak apre al rientro parziale dei profughi, offre fino al 91% della Cisgiordania e per la prima volta mette in discussione il controllo israeliano, non la sovranità, su Gerusalemme Est. Il compromesso sulla capitale e vincoli come l’impossibilità di costituire un esercito impediscono ad Arafat, stretto tra la frustrazione dei palestinesi e l’avanzata dei fondamentalisti, di accettare. Il vertice è un fallimento.

A dicembre Clinton ci riprova e richiama entrambi i leader: in via informale Barak arriva al 97% della Cisgiordania, Arafat resta fermo. Nel frattempo da Gerusalemme è partita la seconda Intifada, innescata dalla provocatoria passeggiata del leader dell’opposizione israeliana di destra Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. L’anno dopo Sharon è primo ministro, e con lui comincia la costruzione del muro in Cisgiordania.

Muro contro muro

2002: Ramallah, Gerico e Tulkarem rioccupate dall’esercito israeliano. 2002-2003, la Road Map del quartetto Usa-Ue-Russia-Onu presentata da George W. Bush non supera neanche il livello uno. Nel 2005 Israele si ritira dalla Striscia di Gaza, via i 21 insediamenti. 2006: nuova guerra con il Libano; alle elezioni palestinesi vince Hamas che l’anno dopo prende con le armi il controllo totale della Striscia, mentre l’esangue Fatah di Abu Mazen si tiene a galla in Cisgiordania. Da Gaza e su Gaza partiranno altri sette attacchi e contrattacchi.

A partire dal 2020 prende il via l’ultimo tentativo di normalizzare i rapporti tra Israele e mondo arabo con gli accordi di Abramo promossi dalla presidenza Trump: intese bilaterali concluse con Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan, giunte alla fase negoziale con l’Arabia Saudita. La questione palestinese è scomparsa. Per l’Onu gli insediamenti restano illegali, perché ostacolando la continuità territoriale rendono impossibile la soluzione dei due Stati. Tra Cisgiordania e Gerusalemme Est oggi ce ne sono 279, compresi 147 avamposti non autorizzati dal governo israeliano, per un totale di circa 700 mila coloni insediati fra 3 milioni di palestinesi sotto occupazione militare.

7 ottobre 2023, assalto di Hamas. Terra promessa e tradita: dal fanatismo politico, dal mondo arabo che ha sempre usato la questione palestinese per giocare altre partite su altri tavoli, dal terrorismo. Dataroom 25 ottobre 2023

Un secolo di storia per capire l’odio dell’Iran verso di noi. Federico Rampini su Il Corriere della Sera venerdì 27 ottobre 2023.

L’obiettivo proclamato dalla teocrazia sciita di distruggere lo Stato d’Israele, il sostegno a milizie di terroristi in tutto il Medio Oriente va visto nello scenario più ampio di una guerra santa contro gli infedeli e l’Occidente. Le cui radici sono da cercare nella storia persiana degli ultimi cento anni

L’Iran ha un ruolo centrale nella nuova guerra in Medio Oriente, come protettore di Hamas, Hezbollah, e altre milizie jihadiste in tutta l’area. Ma perché questo paese ha una posizione così antagonista verso Israele, l’America, l’Occidente? Non è sempre stato così, al contrario. Prima che a Teheran prendesse il potere il clero sciita con la rivoluzione khomeinista del 1979, questo paese era un alleato dell’Occidente e ne abbracciava molti valori, anche se non tutti. Ricostruire la storia persiana degli ultimi cent’anni è essenziale per avere una comprensione delle dinamiche attuali. (Persia e Iran sono la stessa cosa e gli iraniani oggi rivendicano orgogliosamente l’eredità dell’impero persiano).

Per capire l’anno tremendo che fu il 1979, è necessario fare un salto all’indietro, nella seconda guerra mondiale. Precisamente nell’agosto 1941, quando l’Iran subisce due invasioni militari in rapida sequenza: dalle truppe britanniche e da quelle sovietiche. È allora che le antichissime vie della seta si trasformano nelle moderne vie del petrolio, implicano l’Occidente nelle vicende politiche del mondo arabo-persiano, con comportamenti predatori e ingerenze golpiste.

Su quell’area del mondo a volte aleggia l’impressione di essere rimasti inchiodati in quel periodo, un passato che non passa mai. A qualcuno fa comodo che sembri così. Le loro classi dirigenti autoritarie si sono prodigate per indottrinare i popoli in quel senso, racchiuderli in una bolla ideologica in cui si ripete all’infinito la storia dei soprusi occidentali.

È un alibi comodo per distrarre l’attenzione dalla corruzione spaventosa, dall’incapacità di diffondere benessere e diritti. Però quei soprusi nel passato ci furono. E la nozione di Occidente va spesso intesa in senso lato, includendo quell’Unione sovietica che era ideologicamente europea in quanto marxista, soprattutto atea. Perciò è simbolico il fatto che l’agosto del 1941 si apra con quelle due invasioni rivali ma solidali, inglese e sovietica.

L’importanza dell’Iran in quel frangente della seconda guerra mondiale – in agosto non c’è ancora stato l’attacco di Pearl Harbor e quindi gli Stati Uniti non sono entrati nel conflitto – è due volte strategica. Per contrastare l’avanzata delle truppe tedesche che sembra travolgente sia in Europa sia in Medio Oriente, inglesi e sovietici hanno bisogno di bloccare l’accesso di Adolf Hitler agli idrocarburi. Il greggio sta diventando la fonte di combustibile più usata a fini militari, soppianta il carbone. L’Iran è già allora uno dei paesi più ricchi di petrolio. Inoltre i suoi porti controllano rotte marittime cruciali anche per collegare altre nazioni petrolifere. Infine il vasto territorio persiano è una via di transito tra l’Europa e l’India, la più vasta colonia britannica.

Gli strateghi nazisti nella fase dell’avanzata trionfale pensano di poter conquistare la parte più vicina dell’impero britannico; l’altra, più orientale, la lasciano agli alleati giapponesi. Le vie della “seta-petrolio” sembrano sul punto di vacillare da un dualismo russo-britannico a un controllo nippo-germanico. È a questo punto che scatta l’offensiva congiunta di Londra e Mosca per blindare il Golfo Persico con l’invasione a tenaglia dell’Iran. Le divergenze tra i due alleati Winston Churchill e Josef Stalin (quest’ultimo è stato fino a poco prima il complice di Hitler) furono messe da parte per promuovere gli interessi comuni in una regione di vitale importanza strategica ed economica. Per molti iraniani una simile interferenza esterna era intollerabile. Nel novembre 1941 ci furono manifestazioni al grido di «Lunga vita a Hitler!».

Nel duello tra l’Occidente e la Russia per il controllo dell’Iran, in questo periodo è in vantaggio il primo. Londra ha messo le mani sulle risorse energetiche del paese. La sua forza è la multinazionale Anglo-Persian Oil Company, poi ribattezzata Anglo-Iranian, cioè la madre dell’attuale Bp (British Petroleum). La pessima fama di quest’azienda tra gli iraniani è giustificata dalla sua avidità. Si tratta di un’azienda privata, però l’intreccio d’interessi con il governo di Londra a quell’epoca è totale. È in questo periodo che sulla scena politica iraniana si affaccia Mohammad Mossadeq: un nazionalista laico, il cui primo obiettivo è l’indipendenza economica, il controllo sulla ricchezza petrolifera.

Dopo Pearl Harbor, con l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra l’importanza del petrolio diventa ancora più evidente. La partecipazione americana fa fare un salto di dimensione “industriale”, le sorti del conflitto si giocano sulla produzione di armamenti e sulla logistica intercontinentale, perciò anche sull’accesso alle materie prime. Il presidente Franklin Roosevelt fa irruzione dentro il Grande Gioco per il controllo sulle vie della seta-petrolio, in parte come alleato-fiancheggiatore di Londra, in parte con un disegno autonomo: già s’intravvede l’aspirazione americana a sostituire la Gran Bretagna nel ruolo di potenza globale. In Iran i primi ventimila soldati americani arrivano nel dicembre 1942. A Teheran alla fine del 1942 s’insedia il quartier generale dell’intero comando Usa per il Golfo Persico. Arrivano i petrolieri americani; le loro prime valutazioni rivelano immense potenzialità per l’estrazione dell’oro nero. Gli accordi tra compagnie petrolifere dei due paesi, benedetti da Churchill e Roosevelt, vengono equiparati a una Yalta delle materie prime (il riferimento è al vertice di Yalta dove Stalin e Roosevelt si divisero buona parte del mondo in sfere d’influenza).

Ma questa Yalta delle materie prime giunge quando l’era degli imperi coloniali sta tramontando. Gli Stati Uniti praticano un’egemonia di tipo nuovo; hanno un atteggiamento ambivalente, abbracciano la causa dell’emancipazione dei popoli, non sono interessati a prolungare il colonialismo tradizionale degli inglesi. E poi sulla scena mondiale si affaccia l’Urss con un messaggio anti-imperialista. Ben presto questa diventa – dopo la sconfitta dei nazifascismi – la nuova priorità degli americani: arginare la marea comunista. L’ideologia comunista sostiene le aspirazioni dei popoli arabi e persiano all’indipendenza. Il socialismo di matrice sovietica sembra agli americani una versione moderna dell’Islam, capace di dilagare in una conquista-lampo lungo le vie della seta.

Per fermare l’avanzata dei rossi, l’America oscilla tra diversi approcci: cerca dei compromessi ragionevoli con gli interessi dei petro-Stati; oppure aizza il clero locale contro i pericoli del marxismo ateo; o infine ricalca i metodi inglesi e organizza trame, ingerenze nella politica locale. Comincia un travaso di denaro verso le classi dirigenti del Medio Oriente, che prefigura su scala ridotta quel che accadrà con gli shock petroliferi degli anni Settanta e lo tsunami di petro-dollari. Nuovi flussi di “ricchezza facile” ed enormi rendite parassitarie.

L’episodio più importante per il futuro dell’Iran – l’antefatto per capire la rivoluzione khomeinista del 1979 – avviene dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed è segnato dall’allineamento tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Nel 1951 Mossadeq diventa primo ministro. Immediatamente fa quello che aveva promesso: nazionalizza la compagnia petrolifera Anglo-Iranian. Apre una strada maestra verso il controllo sulle ricchezze del sottosuolo, che poi ispirerà Nasser in Egitto, Gheddafi in Libia, e molti altri leader nazionalisti. Il laico Mossadeq trova inizialmente l’appoggio del clero musulmano. L’ayatollah Kashani per sostenerlo nel settembre 1951 proclama una «giornata nazionale di odio contro il governo britannico».

A Londra è il panico. E non solo nel quartier generale dell’Anglo-Iranian. Proprio per l’intreccio fra pubblico e privato, le sorti di quell’azienda si ripercuotono sulle casse dello Stato. Il governo di Sua Maestà è sull’orlo della bancarotta. Le spese militari della seconda guerra mondiale hanno dissanguato il Tesoro britannico. Quattro anni prima ha dovuto accettare la liquidazione della colonia più vasta, l’India. Se perde anche il petrolio persiano, la Gran Bretagna rimane senza la sua fonte più ricca di valuta pregiata. Collasso finanziario e crisi valutaria sono alle porte. È una questione di vita o di morte, così la percepisce la classe dirigente di Londra.

Per bloccare Mossadeq bisogna coinvolgere gli americani. I servizi segreti britannici riescono a convincere la neonata Cia, che si fa complice di questo disegno: bisogna dimostrare che dietro Mossadeq spunterà ben presto il demonio comunista dell’Urss. La tesi non è del tutto infondata: Mosca tesse le sue trame, il partito filo-sovietico Tudeh ha organizzato manifestazioni popolari in Iran contro gli inglesi, a cui hanno partecipato soldati dell’Armata rossa. L’Urss soffia sul fuoco delle rivolte anti-occidentali e potrebbe diventarne la beneficiaria: il precedente più importante è la vittoria di Mao Zedong in Cina nel 1949.

In combutta con gli inglesi la Cia si procura la complicità dello scià Reza Pahlavi; e anche l’appoggio dell’ayatollah Kashani, rapidamente convintosi che il pericolo maggiore è l’avanzata del comunismo ateo. Il 19 agosto 1953 col nome in codice di Operazione Ajax va in porto il primo di una serie di golpe targati Cia. Per le sue conseguenze di lungo termine forse questo è il più nefasto di tutti i colpi di Stato orditi dagli occidentali. Mossadeq viene arrestato, al suo posto lo scià nomina come primo ministro un generale. Per la Gran Bretagna il sollievo è solo temporaneo, il golpe si rivela una vittoria di Pirro. Washington infatti impone la fine del monopolio dell’Anglo-Iranian, sostituta da un consorzio di cui fanno parte ben cinque compagnie petrolifere Usa. Ha inizio una nuova storia, quella dell’Iran come alleato di ferro degli Stati Uniti, piattaforma essenziale per l’influenza americana sulle vie della seta-petrolio.

Dal 1953 al 1979, per un quarto di secolo l’Iran diventa laboratorio per un esperimento di modernizzazione e secolarizzazione di un grande paese a maggioranza musulmana. Qualcosa di simile lo aveva fatto Ataturk in Turchia. A Teheran l’aggancio con l’Occidente è ancora più stretto. Quell’esperimento viene descritto così dallo storico Ervand Abrahamian: «Per decenni l’Iran fu diretto da uomini moderni, ben rasati, capaci di parlare perfettamente l’inglese e il francese, e vestiti da stilisti italiani. Per decenni l’Iran fu ammirato negli Stati Uniti come un alleato indispensabile, un eccellente cliente dell’industria bellica, perfino un gendarme nel Golfo Persico».

L’Iran dello scià era coccolato da Washington come oggi lo è l’Arabia saudita. Con una differenza non marginale. Sotto lo scià ci furono riforme laiche all’avanguardia rispetto ad altri paesi islamici: la parità dei diritti delle donne, insieme con un notevole miglioramento del loro accesso all’istruzione, anche universitaria. Quello che l’Arabia saudita accenna a voler iniziare solo oggi, e timidamente, fu fatto in modo radicale dallo scià di Persia settant’anni prima. Ma proprio lì matura una premessa per l’avvento della teocrazia degli ayatollah. Lo scià che riconosce pieni diritti alle donne, è lo stesso che viene percepito da molti iraniani come un servo dell’America. Respingere l’imperialismo yankee e ripudiare l’emancipazione femminile, volere il riscatto nazionale e il ritorno ai tabù di una società patriarcale, per una parte degli iraniani diventano tutt’uno.

Patriottismo e religiosità retrograda si alleano fino a confondersi. L’eredità di Mossadeq, cioè l’aspirazione all’indipendenza economica, viene raccolta da due forze in competizione tra loro: da una parte la sinistra marxista del partito Tudeh legato a Mosca; dall’altra i mullah. Negli anni Sessanta e Settanta un pezzo del clero sciita diventa il principale concorrente dei comunisti, nella gara per la leadership dell’opposizione allo scià. L’ago della bilancia saranno i mercanti dei bazar: è una borghesia medio-alta di antichissime tradizioni imprenditoriali, per due millenni tra i più attivi intermediari delle vie della seta. I mercanti, e i loro figli diplomati nelle università dello scià come medici o ingegneri, diventano la base sociale di una nuova predicazione sciita che risale a pensatori radicali come Ali Shariati. Quest’ultimo è formato alla Sorbona, in quella Parigi dove l’ayatollah Khomeini vive in esilio negli anni finali dello scià, preparando il terremoto che rovescerà il monarca.

La rivoluzione islamica è sconvolgente, e non solo nella “nostra” prospettiva. Nel 1978-79 esplodono le rivolte e si consuma la fine della monarchia. L’America perde un alleato cruciale, l’Iran le si ritorce contro e diventa un avversario indomabile. L’episodio che rimane più impresso nella nostra memoria (rievocato anche dal film «Argo») è l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran, la lunga odissea dei funzionari americani tenuti in ostaggio. L’irruzione degli studenti militanti espugna la sede diplomatica il 4 novembre 1979. Tra le motivazioni degli studenti c’è la protesta contro l’asilo offerto allo scià fuggiasco in America (Reza Pahlavi morirà di cancro poco tempo dopo). Negli archivi dell’ambasciata i militanti islamici sperano anche di trovare le prove che fu la Cia a organizzare il golpe contro Mossadeq. L’occupazione-sequestro dura 444 giorni. L’impotenza degli Stati Uniti in quel frangente contribuisce alla perdita di credibilità del democratico Jimmy Carter, presidente per un solo mandato: un anno dopo l’irruzione nell’ambasciata di Teheran verrà sconfitto dal repubblicano Ronald Reagan. In mezzo al lungo sequestro ci sta pure un altro episodio tragico per l’America: quando Carter dà il via libera a un’operazione di commando speciali per liberare gli ostaggi (partendo dalla portaerei Uss Nimitz nel Golfo Persico), il blitz fallisce in modo disastroso per la collisione nel deserto fra un elicottero e un aereo Usa, in cui muoiono otto militari.

Fra le vittime della rivoluzione khomeinista ci sono i tanti iraniani uccisi o imprigionati e torturati; più un milione di esuli. A cominciare dai comunisti iraniani filo-sovietici, tra i primi a finire in carcere o uccisi. E poi tutto quel che ne segue: il cocktail esplosivo che dal 1979 alimenta l’idea di uno “scontro di civiltà”. L’antiamericanismo portò molti occidentali a simpatizzare per gli islamismi, senza prevedere le stragi di cui avrebbero disseminato il pianeta. L’obiettivo proclamato dalla teocrazia sciita di distruggere lo Stato d’Israele, il sostegno a milizie di terroristi in tutto il Medio Oriente, va visto in questo scenario più ampio, di una guerra santa contro gli infedeli e l’Occidente.

Stefano Cappellini per La Repubblica - Estratti venerdì 27 ottobre 2023.

Israele può smettere di bombardare Gaza, Hamas non può smettere di uccidere. Il primo è uno Stato democratico, che può compiere scelte sbagliate o anche scellerate ma è in condizione di correggerle o rimangiarsele, il secondo è una organizzazione fondamentalista e terrorista il cui scopo unico e immutabile, per statuto, per missione per vocazione, è la distruzione fisica dell’avversario e di tutte le sue istituzioni. 

Sta tutta qui, nella chiara asimmetria tra le parti in conflitto, l’inopportunità della battuta del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, in quel passaggio che tante polemiche ha creato: “Gli attacchi di Hamas non nascono nel vuoto”. Una frase infelice non perché sia vero il contrario. Nella storia nulla nasce nel vuoto.  

(...) Ma quella frase sul "vuoto" concede a Hamas una giustificazione implicita e soprattutto infondata, come dimostra tutta la storia del ruolo di Hamas nel conflitto israelo-palestinese.

I kamikaze di Hamas si facevano esplodere sui bus di Tel Aviv, nei locali, per le strade di Israele anche quando la trattativa di pace per la soluzione “due popoli due Stati” era ancora aperta, e proprio per questo lo facevano: per sabotarla e impedirne il buon esito. 

Per realizzare il suo disegno omicida Hamas non ha bisogno che Israele sia governata dall’estrema destra, o che intensifichi la colonizzazione dei Territori occupati o che compia altro genere di abusi sulla popolazione palestinese. Hamas ucciderebbe gli ebrei comunque, esattamente come l’Isis macella gli infedeli non perché ci sia stato il colonialismo, o la guerra in Iraq, e tantomeno la diaspora palestinese, ma perché è il suo lavoro: sterminare gli infedeli, piegare i sopravvissuti a vivere nel Califfato.

Anche qui l’equivoco è il medesimo: qualunque errore l’Occidente abbia potuto commettere, e ne ha certamente commessi di gravi, favorendo così l’arruolamento e la crescita del terrorismo, ciò non toglie che l’Isis – come prima al Qaeda - sarebbe rimasto tale: una macchina del terrore tesa all’annientamento dell’avversario con ogni mezzo disponibile. Non capirlo significa non aver chiaro cos’è il moderno fondamentalismo islamista, quando e come è nato un secolo fa, cosa pensa e cosa vuole, obiettivi che non dipendono in alcun modo dal rapporto più o meno buono che l’Occidente sceglie di intrattenere con il mondo musulmano.

È giusto che l'opinione pubblica, la comunità internazionale chiedano a Israele di temperare la sua reazione; è sacrosanto che l’Occidente si mobiliti per evitare a Gaza anche solo una morte di civile innocente. Ma vedere persone di sinistra che in Europa – a Parigi, a Londra, a Milano – sfilano accanto a militanti islamisti che urlano Allahau akbar, convinte di manifestare per la Palestina anziché tenere bordone ai piani di criminali oscurantisti, è agghiacciante e testimonia una deriva forse irrecuperabile.

Estratto dell'articolo di Domenico Quirico per “La Stampa” sabato 28 ottobre 2023.

[…] Israeliani e palestinesi, invece, non sono popoli dimenticati. Sono due popoli soli. E forse questo è anche peggio. […] l'Onu li ha accumunati: nella condanna dei crimini di guerra che entrambi avrebbero commesso! 

Nell'ennesimo atto della tragedia in Palestina, in un momento in cui la Storia non ci dà tregua, sappiamo a memoria riepilogare tutto ciò che li divide, una unica terra che entrambi considerano loro, il vizio assurdo, i morti innumerevoli di ieri e di oggi, esser l'uno Occidente e l'altro Oriente.

Dire che' "la questione ha due lati" è una espressione che comincio a detestare. Perché oggi si evoca, dalle due parti, l'incubo di una' "distruzione''. È con questa paura, peraltro, che ha sempre convissuto Israele. Possiamo esser certi che l'Occidente non lo permetterà? Tutte le iperboli ora sono destinate al silenzio. Può accadere di tutto, tutti sono in scena, Usa, Turchia, Iran, arabi, russi, jihadisti, e proprio per questo, soprattutto per questo, non si può prevedere cosa di peggio potrebbe venirne.

Proviamo a rovesciare la prospettiva e cerchiamo cosa può unirli. E ad attingervi una direzione, una fede, proviamo a farne strumento di comune salvezza. […] Questa verità delle verità credo sia proprio la comunanza nella solitudine. La solitudine di chi rifiuta di rintanarsi nel silenzio della dimenticanza, di scavarsi un angolino nello spazio fisico che gli è stato gettato come una elemosina: vivete lì e non disturbate più il motore del mondo.

Questi due popoli avanzando, tragicamente, su un lungo cammino comune da più di settanta anni, hanno avuto il coraggio di gridar forte il problema, la stonatura, la ferita impressa dalla realpolitik della ipocrisia. Di ribadire, contro ogni bugia comoda, che con la creazione di due Stati non è mutato un fatto: entrambi non possono dare per scontato e garantito il loro diritto a vivere.

Altri sì, europei americani australiani giapponesi sì. Loro no, non sono stati messi in grado di considerare il diritto alla vita un diritto naturale. Non è un problema di colpe originarie. È un problema di condizioni storiche in cui sono stati costretti. 

Non è per senso di giustizia e per amore che Israele e l'Entità palestinese sono stati creati da chi comandava il mondo. Nessuno nella Storia ama gli altri uomini. È per sé stessi che vengono fatte scelte importanti, spesso definitive e matrici di lunghe tragedie.

Israele è nato da un rimorso, quello dell'Europa che si sentiva […] colpevole della Shoah, innanzitutto, […] e prima ancora del lungo antisemitismo collettivo che attraversa l'Ottocento e il Novecento dove le zone senza macchie sono rare. Riservare l'antica terra dell'Esodo agli ebrei era solo un modo spiccio per saldare il conto, per dimenticare una colpa. 

Tanto è vero che nessuno si preoccupò delle conseguenze ovvero che appena proclamata la nascita di Israele gli arabi avrebbero cercato di distruggerlo. Fu solo la incredibile vittoria che salvò il piccolo Stato, non certo i suoi ambigui alleati ansiosi di dimenticarsene. E sono state ancora le guerre vinte e la forza a difenderlo da settanta anni, a forgiarne l'identità e talora anche gli errori.

Lo stesso vale per i palestinesi. Bisognava sbarazzarsi, in questo gli Stati arabi erano in prima fila, di questi irriducibili perturbatori dei campi profughi che non smettevano, invece di assimilarsi nei paesi dell'esilio, di reclamare la Palestina anche se sembrava imprendibile. 

E poi per l'Europa c'era il problema di interrompere "la diplomazia del terrore'' con cui i palestinesi, e alcuni Stati che ne approfittavano per le proprie strategie, negli anni settanta e ottanta cercarono di ottenere con il ricatto ciò che non veniva loro concesso. La caricatura di Stato, l'Entità, che infine hanno ottenuto con i rimasugli di ciò che gli arabi, Giordania e Egitto, avevano perduto nel 1967, Gaza e la West Bank, è stato il modo per sbarazzarsene. E lavarsene le mani.

Allora è proprio in questa comune ribellione alla Storia l'idea che può liberarli da memorie rabbiose che li hanno resi estranei persino a sé stessi. […] Il desiderio di non morire, quasi una dimensione della mente che si estende nello spazio: palestinesi e israeliani sono il desiderio di non morire. 

Continuare ad essere, essere sempre, sbocciare e durare. Tutto quello che possiedono di forza, di energia e di lacrime, il tesoro della solitudine in cui specchiarsi, servirebbe a riunirli, non a dividerli. Se sapranno essere ebrei e palestinesi fino in fondo. Entrambi non devono redimere la terra, devono redimere la gente.

Non gridate più”, una poesia di Giuseppe Ungaretti (1943).  Gian Paolo Caprettini su L'Indipendente sabato 28 ottobre 2023.

Cessate d’uccidere i morti,

Non gridate più, non gridate

Se li volete ancora udire,

Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,

Non fanno più rumore

Del crescere dell’erba,

Lieta dove non passa l’uomo.

C’è un silenzio, quello della pace, e c’è un altro silenzio, quello che si presenta quando non cadono più le bombe e si deve vedere che cosa è successo, chi è stato colpito, chi è morto. Due silenzi, due distinte ragioni per allontanarsi, per fare a meno dell’odio, per ritrovarsi vittime e persone, viventi, innocenti o colpevoli, ignari o consapevoli non importa. Un tempo sospeso quando l’urto del male sembra placarsi.

Ungaretti lo sa e lo fa capire, ancora in piena guerra. I morti hanno diritto al silenzio, al pianto, alla meditazione caotica e travolgente che sopravviene in chi si chiede chi sono stati, chi erano davvero per noi, in mezzo a noi viventi che intoniamo canti, urla, preghiere coperti dalla polvere.

Viviamo, ho detto ‘noi’ ma in realtà noi che ne siamo lontani viviamo con difficoltà questo silenzio della desolazione. Possiamo essere partecipi o assenti, in collera con questa storia assassina o rassegnati al peggio che da qualche parte deve pur colpire.

Ma questo è in ogni caso un silenzio della pietà che deve consentire allo strappo della morte di trovare un suo tempo, una sua durata, al di là del fatto in sé. Nulla capiamo della guerra finché non abbiamo nella realtà o nel ricordo un caduto o un superstite. Tutto questo finché i morti non cominceranno a farsi sentire nelle notti insonni di chi ha deciso le guerre. I morti che si faranno sentire anche a noi, apparentemente estranei, ogni volta che ci porremo qualche domanda.

C’è però anche un silenzio della vera pace, quella ostinata e tremante come una ragazzina coraggiosa, quella che suona come un diritto di chi fa una vita difficile, quella che chi governa con fatica sa quanto vale. Quella pace che è conquista di una terra desolata, frontiera calpestata che chiede ogni volta di rinascere.

“Dove non passa l’uomo”: dove i sentieri sono salvi dal calpestio, dall’urto del tempo e parlano della necessità di vivere come camminatori instancabili che non hanno paura dei cattivi incontri. Le parole del poeta sono davvero sussurri, voci lontane del sogno di un eterno ritorno, privo di cronologie, di età, di destini. Immemorabili perché perenni.

Vorrei ancora chiamare in causa un poeta e la sua consapevolezza visionaria, il suo urlo ritmato di un esserci come aspirazione umana.  Evgenij Evtušensko: Per tutte le vittime, poesia che rivela quello spirito senza frontiere del poeta russo: “E divento un lungo grido silenzioso qui/ Sopra migliaia e migliaia di sepolti/ Io sono ogni vecchio/ Ucciso qui/ Io sono ogni bambino/ Ucciso qui/ Nulla di me potrà mai dimenticarlo”.

Con queste parole il poeta dedica al massacro della gola di Babi Yar dove nel settembre 1941 trovarono la morte trentatremila ebrei. Questo popolo ha tragicamente fornito al mondo il parametro orrendo di quel che può significare la radicalità programmatica e irriducibile della discriminazione e dell’odio. A questo proposito, dunque, per ogni forma di guerra che contenga l’espressione di un pregiudizio etnico non dovremmo mai dimenticare. E oggi dunque, se diciamo ‘Israele’, con eguale padronanza del vero dobbiamo dire ‘Palestina’. [di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Massimo Murianni per “Novella 2000” - Estratti domenica 29 ottobre 2023.

Trent’anni fa, il 13 settembre 1993, alla Casa Bianca, il primo ministro israeliano di allora Ytzhak Rabin, e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat, firmarono gli accordi di Oslo davanti al presidente americano Bill Clinton.

Era la prima volta che Palestina e Israele si riconoscevano come interlocutori ufficiali, la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico, il primo passo verso una pace che poi, purtroppo, non si è concretizzata. 

Le trattative furono condotte in una villa a Oslo, in Norvegia, di qui il nome. Gli israeliani riconobbero l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come autorità del popolo palestinese, e le riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP riconobbe allo stato di Israele il diritto di esistere, e rinunciò formalmente all’Intifada, cioè la lotta armata per la creazione dello Stato palestinese. L’anno successivo ad Arafat, a Rabin e al ministro degli Esteri Perez fu assegnato il Nobel per la Pace. Trent’anni giusti dopo quello storico evento, la pace è quanto mai lontana. Cosa è andato storto? Lo chiediamo al diplomatico Nunzio Alfredo d’Angieri, detto Pupi, oggi ambasciatore per gli Affari europei del Belize, che per oltre vent’anni è stato consigliere e negoziatore di Yasser Arafat. 

Eccellenza, come ha conosciuto Arafat?

«Durante una missione di lavoro in Libia, per trattare come avvocato un contratto per la Texaco, ho incontrato un vecchio amico, mio compagno di stanza nel collegio svizzero Rosenberg dove ho studiato, che era diventato il capo di gabinetto di Arafat. Mi portò da lui, che all’epoca stava in un bunker in Libano. Da allora, per 22 anni, ho lavorato come consigliere e negoziatore per Yasser Arafat». 

Ha partecipato alle trattative che hanno portato agli Accordi di Oslo?

«Sì. Arafat e Rabin volevano la pace, avevano l’obiettivo di costruire un equilibrio tra due popoli in lotta da oltre 40 anni. Quando andai la prima volta da Rabin, mi sentivo forte della mia posizione di rappresentante di Arafat, ma lui chiarì subito la linea: “Serve riflessione, mettere da parte l’aggressività, analizzare la situazione senza rinfacciarci il passato, e partendo da qui trovare una soluzione”». 

Anche Arafat era per la trattativa?

«Arafat era un leader che pensava al suo popolo, conosceva la sua gente. Voleva la pace, e sapeva tenere a bada gli estremisti che spingevano per la lotta armata. Odiava il terrorismo lo ha sempre detestato. Era un uomo estremamente intelligente, laureato in ingegneria, e sapeva dialogare e muoversi a livello internazionale».

A cosa si riferisce?

«Era rispettato da tutti i Paesi occidentali, ma aveva una peculiarità: non si muoveva senza prima aver parlato con  Papa Giovanni Paolo II. Gli accordi di Oslo furono anche il risultato dell’operato del Papa e il suo peso politico. Uno degli obiettivi finali era la creazione di Gerusalemme città aperta, un territorio sacro a tre religioni che diventa luogo di dialogo. Un simbolo fortissimo per la pace». 

Giovanni Paolo II accolse Arafat in Vaticano nel 1982, quando ancora gran parte del mondo considerava l’OLP una realtà terroristica.

«Papa Wojtyla era un grande visionario, c’era un rapporto sincero tra loro. Nel 2002, accompagnai Arafat in Vaticano, e davanti a me lo sentii dire al Papa: “Sono venuto da lei, Sua Santità, per l’ultima volta, a salutarla”. Il Papa sgranò gli  occhi e chiese perché, Arafat rispose: “Perché Sharon (presidente israeliano, ndr) mi farà uccidere”. E così è stato. Giovanni Paolo II aveva gli occhi lucidi e disse “Pregherò per te amico mio”». 

Perché si è interrotto il processo di pace avviato da Arafat e Rabin?

«Perché gli ebrei non hanno rispettato gli accordi. Non hanno mai fatto la strada che univa Gaza da West Bank (in Cisgiordania) e mai hanno permesso che Gerusalemme Est diventasse capitale della Palestina. E questo ha dato potere agli estremisti Palestinesi che si opponevano ai processi di pace». 

Si riferisce ad Hamas, l’organizzazione palestinese che oggi detiene il potere a Gaza, ed è responsabile dell’attacco terroristico contro i civili in Israele che ha scatenato la guerra attuale?

«Quella di Hamas è stata una reazione di insofferenza. Arafat, ripeto, sapeva tenerli a bada. Mancato Arafat da una parte, e morto Rabin dall’altra, assassinato da un estremista di destra ebreo nel 1995, sono mancati i leader che credevano nel dialogo. E ancora oggi mancano». 

Parla sempre di ebrei, mai di israeliani. È come se qualcuno ci chiamasse cattolici e non italiani.

«Mi sembra più corretto così. Israele non è un popolo, il popolo è Ebreo, la terra di Israele è una invenzione politica relativamente recente. Si trova facilmente il video di un’intervista a Golda Meir, del 1970, nel quale lei, presidente di Israele, dice testuale: “Io sono palestinese” e aveva passaporto palestinese». 

Sarebbe un bel punto di partenza per un nuovo processo di pace.

«Per la pace servono leader capaci. E serve una politica internazionale che disarmi gli estremisti sul nascere». 

Il terrorismo di Hamas è nemico della pace, e oggi per le loro azioni di morte paga il popolo innocente, dei Palestinesi a Gaza e degli Ebrei, così come a causa delle azioni militari di Israele muoiono innocenti civili, sia israeliani che palestinesi.

«I terroristi che colpiscono l’occidente in ogni posto non sono militari che partono da Gaza, sono immigrati che si radicalizzano perché vengono emarginati dalle nazioni in cui vivono». 

(...) 

La guerra è colpa di noi occidentali?

«Questa è una guerra creata dall’Occidente perché non ha fatto in modo che il popolo Ebreo abbia la sua terra, come pure il popolo Palestinese deve avere la sua terra. Speriamo che Papa Francesco voglia e possa far valere la sua posizione in prima persona, perché gli inviati non sono mai serviti. Questa è storia non fantasia».

La rete Nbc, che negli Usa ha trasmesso Friends, ha scritto in un comunicato: «Siamo incredibilmente addolorati per la scomparsa troppo presto di Matthew Perry. Ha portato tanta gioia a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo con i suoi tempi comici perfetti e la sua arguzia. La sua eredità vivrà attraverso innumerevoli generazioni». 

L'attrice premio Oscar Viola Davis ha scritto: «Il tuo libro ha toccato così profondamente il mio cuore. Riposa in pace... sappi che hai portato amore».

Estratto dell’articolo di Lorenzo Cremonesi per il “Corriere della Sera” lunedì 30 ottobre 2023.

All’inizio parve una cosa da niente, un atto un poco folle da parte di un gruppetto di ebrei religiosi particolarmente originali e tanto innamorati della terra d’Israele: affittare poche stanze nell’hotel A-Naher Al-Khaled nel centro di Hebron per celebrare assieme alle loro famiglie la Pasqua ebraica del 1968. 

Il governo laburista di Levi Eshkol in principio storse il naso, dai giorni seguenti la travolgente vittoria del giugno 1967 si era deciso che i «territori occupati» ai danni di Giordania, Egitto e Siria (eccetto Gerusalemme Est che era stata subito annessa) andavano preservati intatti, per poter renderli agli arabi in cambio della pace e del pieno riconoscimento di Israele.

Ma poi erano arrivati i «no» dei nemici, le trattive si prolungavano, il neonato Olp lanciava attentati […] E poi c’era l’euforia della vittoria e la suggestione molto romantica nell’idea di «colonizzare la terra» […]. Di diverso c’era il carattere religioso dei nuovi coloni, li guidava un certo rabbino Mosge Levinger, […] lontano dal sionismo socialista. Se questo predicava la necessità tutta laica di lavorare la terra per creare «l’ebreo nuovo» in grado di difendersi da solo, Levinger parlava invece di riportare gli ebrei alle regioni che erano state dei regni di Israele prima della distruzione del Secondo Tempio.

I primi lo facevano con il fucile e l’aratro, i secondi si riferivano in termini teologici a una missione per volontà di Dio. Ma c’era un secondo argomento proposto da Levinger che andava a toccare nel profondo le sensibilità di leader politici e militari laburisti come Golda Meir, Ytzhak Rabin, Moshe Allon e Moshe Dayan: lui voleva portare la sua gente sia a Hebron, dove nel 1929 la popolazione palestinese aveva ucciso 69 ebrei, che nella vicina Kfar Etzion, località simbolo della guerra del 1948, quando l’esercito giordano e i volontari palestinesi trucidarono 127 combattenti dell’Haganah e membri di kibbutz locali che pure stavano arrendendosi.

[…] Quella prima Pasqua fu però un passo irreversibile. Perché Levinger e i suoi il giorno dopo si rifiutarono di partire. […] alla fine il compromesso fu di abbandonare il centro di Hebron (dove sarebbero tornati con un colpo di mano dieci anni dopo) e sistemarsi in una base militare semiabbandonata sulla collina che sovrasta la città. Era nato l’insediamento di Kiriat Arba, che da allora rimane il cuore pulsante dei coloni oltranzisti. […] il quartier generale dei «Gush Emunim», il blocco dei fedeli, che aveva come missione prima quella di «ebraicizzare» la terra con ogni mezzo, a qualsiasi prezzo, anche minacciando, derubando, persino uccidendo la popolazione palestinese. Quando si proclama che «Dio lo vuole» poi diventa molto difficile fare compromessi.

[…] Ehud Sprinzak, uno degli storici locali più attenti alla destra israeliana: «La maledizione per il nostro popolo è stata la vittoria del 1967, quando il nazionalismo sionista laico impadronendosi dei luoghi santi ebraici si è sposato con la destra religiosa xenofoba». Per molti osservatori, l’assassinio di Ytzhak Rabin nel 1995, che voleva la pace in cambio della resa di parte delle terre, è frutto di quel connubio.

Negli anni Settanta la colonizzazione proseguì in modo semiclandestino […] I coloni tendevano a mettersi nelle basi militari, che poi lentamente diventavano loro. La svolta fu però con la «mapach», la rivoluzione alle elezioni del 1977, quando il Likud di Menachem Begin andò per la prima volta al governo soppiantando l’egemonia laburista. Da allora la colonizzazione del Golan e soprattutto della Cisgiordania sono diventate priorità […] Poco prima dell’intifada, […] dicembre 1987, i coloni erano circa 200.000.

L’intervista di Oriana Fallaci ad Ariel Sharon a Tel Aviv, del settembre 1982. Oriana Fallaci su Il Corriere della Sera lunedì 6 novembre 2023.

Pubblichiamo l’intervista che Oriana Fallaci fece ad Ariel Sharon nel 1982, tratta da «Intervista con il potere»

Pubblichiamo l’intervista che Oriana Fallaci fece all’allora generale israeliano Ariel Sharon a Tel Aviv, nel settembre 1982. L’intervista, contenuta nel libro «Intervista con il potere», testimonia da un lato la somiglianza tra alcune situazioni di 41 anni fa e quelle che si stanno riproponendo in queste drammatiche settimane; dall’altro, il suo incessante lavoro alla ricerca della verità — senza pregiudizi né affiliazioni. Fallaci non è mai stata tenera con Sharon, che in una conferenza tenuta nel settembre 1982 all’Università’ di Harvard definì molto orgoglioso del suo esercito: quasi nella misura in cui lo è di sé stesso», ma soprattutto «uno che mente sempre, come Shimon Peres gli ha gridato in Parlamento». Quando nel 1970 la giornalista arrivò di notte in Medio Oriente, nella valle del Giordano, con il suo fotografo Moroldo dopo l’esperienza da inviata in Vietnam, questi pensieri rimuginava tra sé e sé, come si trova nella prefazione di Lucia Annunziata al libro «Le radici dell’odio»: «Qui si riassume così: da una parte ci sono gli arabi e dall’altra gli ebrei, sia gli uni che i secondi combattono per non finire. Se vincono gli arabi sono finiti gli ebrei; se vincono gli ebrei, sono finiti gli arabi. Dunque chi ha ragione, chi ha torto, chi scegli?». Una domanda attualissima, parole che potrebbero essere scritte oggi. Ma l’Oriana Fallaci che arriva in Medio Oriente da ammiratrice di Israele, già alle prime luci dell’alba di quella notte nella valle del Giordano si dà una risposta: «Gli ebrei li conosci. Perché hai sofferto per loro, con loro, fin da bambina, li hai visti braccare arrestare massacrare (…) Gli arabi non li conosci. Non hai mai sofferto con loro, non hai mai pianto per loro, non sono mai stati un problema per te (…) Però un giorno è successo qualcosa. Hai letto che centinaia e centinaia di migliaia di creature, di palestinesi, erano fuggiti o erano stati cacciati (…) ammassati come le pecore nei campi-profughi (…) sradicati, umiliati, spogliati d’ogni possesso e d’ogni diritto: i nuovi ebrei della Terra».

ORIANA FALLACI. La prima parte della guerra, anzi della sua guerra, generale Sharon, è finita. I palestinesi di Arafat se ne vanno da Beirut. Però se ne vanno a testa alta, dopo aver resistito quasi due mesi e mezzo al potente esercito israeliano, e circondati da una simpatia che prima non esisteva o esisteva soltanto in parte. Pur non dimenticando che erano stati loro a invadere per primi il Libano e agirvi da padroni, ora tutti sono concordi nel riconoscere che questo popolo deve avere una casa, una patria, e non a torto Arafat parla di vittoria politica. Non a torto molti sostengono che, politicamente, lei gli ha fatto un regalo. È questo che voleva?

ARIEL SHARON Io volevo che se ne andassero da Beirut, dal Libano, e ciò che volevo l’ho ottenuto in pieno. Arafat dica quel che gli pare: non conta. Sono i fatti che contano, e gli sviluppi, le conseguenze che tali fatti avranno in futuro. Forse lui crede sul serio d’aver vinto politicamente, ma il tempo gli dimostrerà che la sua sconfitta è soprattutto politica. Politica, non militare. Militarmente, sa... se io dovessi analizzare questa guerra per conto di Arafat, non la giudicherei una sconfitta militare. L’esercito israeliano è davvero potente, i terroristi dell’OLP non erano che diecimila, siriani compresi, e contro quei diecimila abbiamo scatenato una pressione notevole. Politicamente, invece, la sua sconfitta è completa. Assoluta, completa. E le spiego perché. La forza dell’OLP consisteva nell’essere un centro internazionale del terrorismo, e tale centro poteva esistere soltanto disponendo d’un paese dentro cui installare uno Stato nello Stato. Questo paese era il Libano. Dal Libano partivano per agire in ogni parte del mondo, in Libano avevano il loro quartier generale militare e politico. Ma ora che si sparpagliano in otto paesi lontani l’uno dall’altro, dall’Algeria allo Yemen, dall’Iraq al Sudan, non hanno nessuna speranza di rifare quel che facevano. Nessuna. Ci accingiamo a vedere una situazione del tutto nuova in Medio Oriente, qualcosa che ci consentirà di arrivare a una coesistenza pacifica coi palestinesi. L’altra sera mi ha telefonato Henry Kissinger, e mi ha detto che un’era nuova sta incominciando in questa regione: nuove possibilità stanno aprendosi per la soluzione del problema palestinese. Israele, mi ha detto, avrà dai dodici ai diciotto mesi di tempo per trovare quella soluzione prima che l’OLP si riprenda.

Dunque anche Kissinger ritiene che l’OLP non sia annientata. Non lo è. E in compenso Arafat ha avuto la sua piccola Stalingrado, è riuscito a commuovere il mondo nella stessa misura in cui lei è riuscito a indignarlo mettendo a ferro e fuoco una città che ora non esiste più, i rapporti tra Israele e gli americani si sono guastati... Avrà vinto lei, generale Sharon, ma a me sembra proprio la vittoria di Pirro.

Si sbaglia. Da un’inchiesta recente risulta che le simpatie per Israele sono aumentate. E va da sé che la cosa non è importante perché, sebbene la simpatia del mondo ci interessi, quando si tratta della nostra sicurezza e della nostra esistenza possiamo farne benissimo a meno. Quanto ai rapporti tra Israele e gli americani, non si sono guastati. Sì, con gli americani abbiamo avuto scontri molto duri, discussioni molto amare. Gli americani ci hanno imposto anche molte pressioni psicologiche, e prima che incominciasse la guerra non riuscivo a stabilire con loro un interesse comune, uno scopo comune. Ora invece condividono i nostri obiettivi, concordano sui nostri programmi, e comunque sa cosa le dico? Preferisco subire quelle pressioni, quelle discussioni, quegli scontri, piuttosto che evacuare con l’elicottero dal tetto dell’ambasciata americana a Saigon. La ritirata degli americani da Saigon fu un oltraggio, e quell’oltraggio io non l’ho sofferto. L’ho fatto soffrire agli altri.

Non mi sembra esatto, generale Sharon. La partenza dell’OLP da Beirut è stata piuttosto dignitosa, fin oggi. Lacrime, sì, sciocche sparatorie, sì, ma in sostanza era un esercito che partiva: con le sue uniformi, i suoi Kalashnikov, le sue bandiere. Perché è così spietato, generale Sharon? Era dunque solo disprezzo quello che sentiva mentre dall’alto della collina di Bab’da li guardava col suo potente canocchiale?

No, sentivo quel che dice la Bibbia: «Non gioire quando il nemico cade». Perché anche se erano killer, e lo sono, anche se erano assassini, e lo sono, anche se erano stupratori, e lo sono, anche se erano sanguinari terroristi e... No, non mi interrompa! Mi lasci rispondere a modo mio! Anche se erano sanguinari terroristi, dicevo, e lo sono, si trattava di esseri umani. E non gioivo. Quanto allo spettacolo che hanno messo insieme recitando la commedia della vittoria, sapevamo benissimo che sarebbe successo. C’erano i nostri servizi di informazione a Beirut Ovest, e conoscevamo i loro preparativi. Sapevamo che avevano ricevuto ordini severissimi sul modo di comportarsi dinanzi ai giornalisti e alla Tv, che a ciascuno era stata data una uniforme nuova o pulita... Gli era stato perfino raccomandato di esibire il fucile, visto che Begin non si era opposto al fatto che si portassero via i fucili... Però è inutile che lei continui a usare la parola partenza. Non è stata una partenza. Non è stata nemmeno una ritirata, nemmeno una evacuazione. È stata una espulsione. I terroristi dell’OLP avrebbero potuto parlare di evacuazione se noi avessimo accettato ciò che pretendevano: ad esempio che lasciassimo Beirut. Invece hanno dovuto piegarsi a ciò che esigevamo, inclusa la nostra presenza, e la loro è una cacciata. Una espulsione.

Se vuole. Ma prima di andare avanti, devo fare una parentesi. Perché li chiama terroristi? Terrorista è colui che distribuisce terrore tra gli inermi e gli indifesi, uccidendo un cittadino che cammina per strada ad esempio, o facendo saltare in aria un’automobile, un treno, un edificio. E non v’è dubbio che di queste carognate, di queste porcherie, l’OLP ne abbia commesse in abbondanza. Anni fa lo dissi, nella mia intervista, ad Arafat e Habbash. Però a Beirut non facevano i terroristi. A Beirut erano soldati che vi affrontavano da soldati: artiglieria contro artiglieria, mitragliatrici contro mitragliatrici.

Lei mi ricorda Habib che, ogniqualvolta pronunciava o leggeva la parola «combatants», combattenti, mi lanciava un’occhiata e frenava un sorriso. Perché conosceva la mia reazione. Combattenti, soldati? Nossignora, quelli non erano combattenti e soldati. Neanche a Beirut. Chi entra nella sala chirurgica di un ospedale dove i medici stanno operando un ferito e disconnettendo i tubi dell’ossigeno ordina di buttar via il ferito, sostituirlo con quello che portano loro, non è un soldato. È un terrorista, un assassino. Chi confisca un convoglio della Croce Rossa e ruba il latte in polvere destinato ai bambini, sghignazzando, non è un soldato. È un terrorista, un ladro. Ecco come si comportava la marmaglia di Arafat a Beirut. I siriani non si comportano a quel modo, i giordani non si comportano a quel modo, gli egiziani non si comportano a quel modo. Gli uomini di Arafat sì. Sempre, da sempre. Ai confini tra Libano e Israele avevamo decine di installazioni militari. Eppure non le attaccavano mai. Mai! Attaccavano sempre i kibbutz, uccidevano sempre la gente inerme, i bambini, i vecchi, le donne. Non sono un esercito. Sono una banda di vigliacchi, di terroristi. Mi chieda tutto ma non mi chieda di chiamarli soldati.

Il fatto è che lei usa la parola terrorista come un insulto. E a ragione. Ma voi che altro eravate quando vi battevate contro gli arabi e gli inglesi per fondare Israele? L’Irgun, la Stern, l’Haganà non erano forse organizzazioni terroristiche? La bomba con cui Begin uccise settantanove persone al King David Hotel di Gerusalemme non era forse un’azione terroristica? Lo ammette anche lui. Tempo fa, a New York, durante una colazione in suo onore, incominciò il suo discorso dicendo: «Sono un ex terrorista».

L’organizzazione diretta dal signor Begin non attaccava i civili. E il signor Begin faceva un punto d’onore nel raccomandare ai suoi uomini di non colpire i civili. La bomba al King David Hotel era diretta contro i militari inglesi e la colpa di quell’episodio ricade tutta sullo High Commissioner inglese che era stato avvertito mezz’ora prima ma invece di evacuare l’albergo scappò. Noi non eravamo terroristi, eravamo dei «Freedom Fighters», combattenti per la libertà. Noi ci battevamo contro l’occupazione inglese.

Anche gli uomini di Arafat si definiscono «Freedom Fighters », combattenti per la libertà, e sostengono di battersi con tro l’occupazione israeliana. Parentesi chiusa. Ora mi dica, generale Sharon: non le dispiace di non essere entrato a Beirut e di non averli fatti fuori tutti, ammazzati tutti, questi suoi nemici? Anche come generale, non si sente derubato di qualcosa, insoddisfatto?

Senta, non è più un segreto che lo scorso gennaio, per l’esattezza il 18 gennaio, andai clandestinamente a Beirut per studiare la situazione. Io faccio sempre così, mi preparo, perché detesto le improvvisazioni. Un viaggio assai avventuroso, peraltro, sia all’andata che al ritorno... Andai, vi rimasi due giorni e una notte, girai per la città spingendomi fino al porto dove parlai con la gente, e poi dall’alto del grattacielo che divide la sezione mussulmana da quella cristiana osservai bene la città. V’era qualcuno con me, e a questo qualcuno dissi subito ciò che avrei detto al primo ministro Begin rientrando a Gerusalemme: «Se o quando dovremo andare in Libano, vorrei evitare di entrare a Beirut». Sa perché? Perché, anche occupata dai siriani, anche invasa dai terroristi, Beirut restava la capitale. Una capitale abitata da centinaia di migliaia di civili. Miss Fallaci, affermo di non aver mai voluto entrare a Beirut. Affermo di avere sempre pensato che non bisognava entrare a Beirut se non in caso di assoluta necessità. E mi ascolti bene: se fossi stato davvero convinto che bisognava entrare a Beirut, nessuno mi avrebbe fermato. Democrazia o no, ci sarei entrato anche se il mio governo l’avesse vista diversamente. Li avrei persuasi che dovevo farlo e lo avrei fatto.

Se è così, perché ci ha provato tanto? Durante l’ultima parte dell’assedio ero a Beirut, generale Sharon. Ci ero andata proprio per vedere, preparare questa intervista. E, come tutti, posso testimoniare che ogni giorno lei ci provava. Ogni giorno c’era battaglia al museo, all’ippodromo, nella foresta dei pini. Per andare da Beirut Est a Beirut Ovest, l’ho attraversata quella foresta dei pini dove israeliani e palestinesi si guardavano praticamente in faccia, e ho guardato bene. Perbacco, vi battevate per il possesso di cento metri, cinquanta metri. Venticinque! E non riuscivate ad avanzare.

Miss Fallaci... mi creda. Militarmente potevamo entrare in qualsiasi momento. Nell’eventualità che la cosa si rendesse necessaria, avevamo fatto tutti i preparativi per entrarci. Non dimentichi che abbiamo uno degli eserciti migliori del mondo, che da trentacinque anni non facciamo che combattere, che siamo stati in guerra con tutti i paesi arabi, che abbiamo moltissima esperienza.

Ma, forse, non l’esperienza del combattimento in città, casa per casa. Generale Sharon, mi sbaglio o una delle ragioni per cui non siete entrati a Beirut Ovest era che quel tipo di combattimento vi sarebbe costato troppi soldati: almeno mille?

La guardo negli occhi e le rispondo no, no, no. Anzitutto non avremmo avuto i morti che lei dice. Neanche una cifra paragonabile a quella che lei cita. Ce la saremmo cavata con alcune dozzine di soldati morti nei combattimenti casa per casa: questo è ciò che anche il capo di Stato Maggiore disse al primo ministro Begin. Poi ci siamo fermati tutte quelle settimane perché sapevamo che l’OLP aveva capito di non potercela fare e avrebbe finito con l’andarsene. Miss Fallaci, Beirut non è Stalingrado e l’OLP non è l’Armata rossa: mettiamo le cose nelle giuste proporzioni. Poco fa lei ha parlato di una piccola Stalingrado. Ma c’era lei a Stalingrado?

Io no, e lei?

Neanche io. Però so tutto di Stalingrado, ho letto tutto su Stalingrado, e le dico che nemmeno a far le debite proporzioni si può paragonare Beirut a Stalingrado. Anzitutto a Stalingrado la popolazione e l’Armata rossa combattevano spalla a spalla contro i tedeschi. A Beirut invece la popolazione era tenuta in ostaggio dai terroristi. Poi a Stalingrado l’Armata rossa e la popolazione combatterono eroicamente, fino alla morte. I terroristi di Arafat invece hanno combattuto quel poco che bastava per dare l’impressione di combattere. Non hanno mai combattuto fino in fondo. Mai! Spesso non hanno combattuto per niente. Infatti abbiamo impiegato appena quattro giorni per arrivare dal confine ai sobborghi di Beirut. Hanno combattuto pochissimo anche all’aeroporto e nei campi. È sorprendente il numero esiguo di perdite umane che abbiamo avuto occupando il campo di Ouzai, il campo di Bouj Barajne, il campo di Hagshalum. E anche per questo io non li rispetto, non rispetto Arafat. Rispetto gli egiziani per come si sono battuti in tutte le guerre contro di noi, rispetto i giordani per come si sono battuti nel 1967 a Gerusalemme, rispetto i siriani per come si sono battuti in molte occasioni e anche in questa. Ma non rispetto i terroristi di Arafat perché non si sono battuti in Libano e a Beirut. E le ripeto che, se fosse stato per loro, avremmo potuto entrare comodamente a Beirut.

Ma non ci siete entrati. E se il motivo non è quello che ho detto, dev’essere un altro. Mi sbaglio o quest’altro motivo potrebbe chiamarsi presidente Reagan, americani? Mi sbaglio o il presidente Reagan, gli americani, non volevano che entraste? Mi sbaglio o non potevate ignorare l’ira e la condanna dei vostri protettori e alleati? Gli americani erano arrabbiati fin dall’inizio, si sa. Basti pensare alla freddezza con cui Reagan accolse Begin che aveva imposto la sua visita a Washington.

Anzitutto Begin non impose affatto la sua presenza a Washington. Lei non conosce Begin. Poi per fare questa guerra non avevamo bisogno del permesso di nessuno, inclusi gli americani. Abbiamo mai chiesto il loro permesso per fare ciò che abbiamo fatto in questi trentacinque anni? Abbiamo forse chiesto la loro autorizzazione per annunciare lo Stato di Israele, per dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, per portare il governo e il Parlamento a Gerusalemme, per passare il canale di Suez nel 1973, per fare il raid di Entebbe, per bombardare il reattore nucleare iracheno? Siamo uno Stato indipendente, prendiamo le nostre decisioni liberamente e di nostra spontanea volontà. Infine abbiamo alleati, non protettori. Non ci servono i protettori. Così non dico che si possa ignorare l’opinione dei nostri alleati, però dichiaro che non prendiamo ordini da nessuno. Il motivo per cui non sono entrato a Beirut è quello che ho detto prima. In parole semplici, non volevo colpire la popolazione civile.

Ah, no, generale Sharon! No! Che razza di storia è questa? Per settimane lei l’ha bombardata in modo feroce quella popolazione civile. Feroce! Posso dirglielo io che ho seguito quasi tutte le guerre del nostro tempo e per otto anni quella in Vietnam. Neanche a Hué, neanche a Hanoi ho visto bombardamenti feroci come quelli di Beirut. E ora vuol darmi a bere che non è entrato a Beirut per risparmiare a quella povera gente qualche fucilata in più?

Lei è dura, troppo dura. Sì, lo so che c’era e che ha visto. Però so anche che non abbiamo mai bombardato intenzionalmente la popolazione civile. Non abbiamo mai bombardato per colpire la popolazione civile. Mai! La maggior parte dei bombardamenti, e dico la maggior parte perché la guerra è guerra, sono avvenuti nelle zone dove i terroristi avevano le loro basi e i loro quartieri generali, cioè a sud del Boulevard di Mazra, nell’area di Fakhani. Parlo di Sabra, Chatila, Ouzai, Bouj Barajne...

Ora Coventry, Berlino 1945. Ma non bombardavate solo laggiù, bombardavate anche il centro. Le case, gli ospedali, gli uffici dei giornali, gli alberghi, le ambasciate. Lo chieda a chi era dentro. Lo chieda ai giornalisti che stavano all’hotel Commodore.

Noi non bombardavamo quei luoghi, bombardavamo le postazioni militari installate accanto a quei luoghi. Bombardavamo gli obiettivi militari che i terroristi mantenevano criminalmente nel centro della città riparandosi dietro la popolazione, tenendo in ostaggio la popolazione! Osservi queste fotografie scattate dai nostri aerei. Guardi qui: a centoventi metri dall’ambasciata del Vaticano, una batteria di mortai da 82 mm. A quindici metri dall’ambasciata d’Egitto, un’altra batteria identica. A trecento metri dall’ambasciata sovietica, buona parte dell’artiglieria pesante e dell’artiglieria a media gittata. A poche decine di metri dalle ambasciate del Giappone e del Cile, altra artiglieria a lunga e media gittata. Accanto all’ambasciata di Spagna, un cannone da 130 mm. Intorno all’ambasciata americana, carri armati. Crede davvero che volessimo colpire le ambasciate del Vaticano, dell’Egitto, dell’Unione Sovietica, del Giappone, del Cile, della Spagna, degli Stati Uniti? E ora guardi dove sono i loro carri armati: qui, qui, qui, qui, qui...

D’accordo. Potrei replicare che, negli ultimi giorni, a Beirut Est, anche voi tenevate i carri armati a pochi metri dall’hotel Alexandre e dall’ospedale Hotel Dieu. Sicché ogni notte e ogni mattina era una pioggia di Katjusce palestinesi, un inferno. Ma preferisco dirle: d’accordo, in quello ha ragione. In alcuni casi l’OLP ha fatto di peggio: ha messo l’antiaerea sul tetto di un ospedale. Ma il punto non è questo. È l’esagerazione, la sproporzione, la ferocia, ripeto, dei vostri bombardamenti. Ogniqualvolta volava una mosca su Beirut, rispondevate con tonnellate di fuoco. Se non fosse così, come spiegherebbe l’indignazione dello stesso presidente Reagan?

Con l’esagerazione con cui lei mi descrive la nostra esagerazione. La stessa esagerazione, o inaccuratezza, che è stata comunicata a Reagan. Sì, perché a un certo punto il presidente Reagan disse che il simbolo di questa guerra era una bambina di pochi anni con le braccia amputate. Qualcuno gli aveva messo sulla scrivania la foto di una bambina fasciata come una piccola mummia, sicché sembrava che avesse le braccia amputate, e lui venne fuori con la storia del simbolo. Bè, abbiamo cercato questa bambina e l’abbiamo trovata. Anzitutto non era una bambina, era un bambino. Poi non aveva le braccia amputate, aveva un braccio ferito. Era stato fasciato a quel modo perché...

Generale Sharon, se vogliamo batterci a colpi di fotografia, posso inondarla, soffocarla con fotografie di bambini morti o feriti sotto quei bombardamenti. Ne ho per caso una in borsa che volevo farle vedere, che non ho più voglia di farle vedere, e...

Me la faccia vedere.

No, perché ora non voglio rivederla io. Mi fa male. E mi fa arrabbiare troppo.

Io voglio vederla lo stesso.

Le ho detto no, non è necessario.

Sì, invece. Devo vederla.

E va bene.

(Apro la borsa e ne estraggo una fotografia. Ritrae un gruppo di bambini morti. Età, all’incirca, un anno, tre anni, cinque anni. La cosa più spaventosa però non è che sono morti: è che sono ridotti a pezzi, maciullati. E qua c’è un piedino che manca al cadavere del più piccolo, qua un braccino che manca al cadavere del più grande, là una manina aperta quasi a implorare pietà. Ariel Sharon la prende con mano ferma, decisa, poi la fissa e per una frazione di secondo il suo volto si contrae, i suoi occhi si irrigidiscono. Subito dopo si ricompone e mi restituisce la fotografia, un po’ imbarazzato).

Mi dispiace... Mi dispiace molto. Molto... Mi dispiace molto. Mi dispiace tanto che quasi non mi importa dirle: questa fotografia assomiglia a quelle dei nostri bambini ammazzati nei kibbutz dai terroristi di Arafat. E poi a che serve? Da qualsiasi parte della barricata avvenga, ogni morte è una tragedia, e la morte di un bambino è sempre una tragedia intollerabile. Ma lei deve credermi quando ripeto che abbiamo cercato di evitare queste cose il più possibile. Nessuno, nelle ultime guerre, ha mai tentato quanto noi. Né gli americani, né i francesi, né gli inglesi, né i russi, per non dire dei tedeschi. E non starò a ricordarle Hiroshima, cioè il caso di un paese democratico che per finire una guerra non esita a provocare centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. Ma una cosa è uccidere la popolazione civile di proposito e una cosa è ucciderla senza volerlo. Nella riunione che ebbi coi miei ufficiali il 6 giugno, cioè prima di entrare nel Libano, detti disposizioni precise affinché i civili fossero risparmiati. Due giorni dopo andai al fronte e seppi che la maggior parte delle nostre perdite erano dovute proprio alle mie disposizioni. Così riunii di nuovo i miei ufficiali e dissi: «Le scelte da fare son due, proseguire nello stesso modo o metterci a bombardare ». Il dibattito durò da mezzanotte all’alba, drammaticamente, e si concluse con una decisione unanime: proseguire come prima. Ai bombardamenti ricorremmo soltanto quando compresi che per indurre i terroristi palestinesi a lasciare Beirut bisognava premere in modo massiccio.

Sì, ma allora perché continuò a bombardare anche dopo che avevano annunciato di andarsene? V’erano giorni in cui gli emissari di Habib non potevano passare da est a ovest, e viceversa, per via dei bombardamenti, e lo stesso Habib diceva che era lei a sabotare le trattative: «Tutti i problemi mi vengono da Sharon». E perché, quando l’accordo era stato praticamente raggiunto, l’11 agosto, impose il bombardamento più feroce di tutti, dodici ore ininterrotte, dalla terra, dal cielo, dal mare?

Perché Arafat continuava a fare giochetti, imbrogli. Perché continuava a mentire e a prenderci in giro, quel vigliacco, quel bugiardo. Non ci si può mai fidare di lui, di loro. Vivono sulla furbizia, tradiscono sempre i giuramenti, gli impegni. Anche ora. Prima di imbarcarsi, ad esempio, dovevano dare i nomi. Non li hanno dati. Non dovevano portare a bordo i carri e le jeep. Cercano di portarle. E l’11 agosto esigevano ancora il nostro ritiro da Beirut, la sostituzione delle nostre truppe con quelle delle forze internazionali. Allora li bombardammo, sì. E in che modo... in che modo... Ma funzionò. La notte seguente, cioè la notte tra il 12 e il 13, si piegarono alle nostre condizioni. E io cessai di bombardare.

O cessò di bombardare perché il suo stesso governo glielo impose?

Miss Fallaci, quei bombardamenti non erano iniziativa personale di Sharon: erano decisi e approvati dal governo. Perciò, quando il primo ministro e l’intero gabinetto decisero di cessarli, il governo pose fine a qualcosa che esso stesso aveva voluto, aveva approvato, aveva sottoscritto.

Sta negando che questa guerra sia la sua guerra, la guerra di Ariel Sharon?

Esattamente. Questa guerra non è la mia guerra, è una guerra di Israele.

Però Sharon l’ha concepita, sognata, desiderata, voluta, preparata e condotta in tutti i particolari. Cioè a modo suo. E per condurla a modo suo non s’è curato nemmeno di irritare i suoi alleati. Generale Sharon, come spiega che il nuovo segretario di Stato George Shultz abbia rifiutato in questi giorni di riceverla a Washington e che un suo funzionario abbia detto chiaro e tondo: «La presenza del ministro della Difesa Sharon non è gradita a Washington»?

È corsa questa notizia, sì, ma poche ore dopo il portavoce di Shultz ha aggiunto che non era vero, che il ministro della Difesa Sharon era sempre benvoluto a Washington, che tuttavia era meglio continuare i contatti con Habib a Beirut. Del resto io non ho mai chiesto d’essere invitato a Washington: né da Reagan, né da Weinberger, né da Shultz sebbene desideri moltissimo conoscere Shultz. È vero invece che tale incontro è stato chiesto da Begin, attraverso il nostro ambasciatore in America. Era il primo ministro che voleva mandarmi a Washington: non perché scavalcassi Habib ma perché riteneva utile che dessi personalmente al governo americano alcune informazioni su quel che sta succedendo in questa parte del mondo.

Capisco, e come spiega il fatto che gli americani vi abbiano tenuto il muso per tutta la durata della guerra?

Con la loro paura che il successo dell’impresa andasse perduto. La lunghezza di questa guerra preoccupava molto gli americani. Non volevano capire che andava per le lunghe perché non intendevo entrare a Beirut, e temevano che il tempo sciupasse tutto. Sa, il Libano è una faccenda complicata: in Libano non ci sono soltanto i libanesi e i terroristi dell’OLP. C’entrano anche i siriani, i sovietici... Senza contare voi della stampa e della televisione. Siete diventati una parte decisiva nella valutazione degli avvenimenti e soprattutto delle guerre. Il modo in cui le interpretate, cioè le cose che scrivete e le immagini che mostrate, è spesso determinante. Voglio dire, nei paesi in cui esiste la democrazia, siete voi a creare l’opinione pubblica. Così un presidente democratico deve tener conto dell’opinione pubblica, e se pensa che in America ci saranno le elezioni a novembre... Comunque io non drammatizzerei l’irritazione degli americani. La nostra alleanza con gli americani è basata su interessi reciproci, e gli americani lo sanno. Israele ha contribuito alla sicurezza degli Stati Uniti non meno di quanto gli Stati Uniti hanno contribuito alla sicurezza di Israele, e qualche screzio non cambia nulla.

In altre parole, avete bisogno di loro quanto loro hanno bisogno di voi. Ma quando li informò, esattamente, che stava per invadere il Libano?

A parte il fatto che alla parola invasione preferisco la parola operazione, io non ho mai informato gli americani che avrei invaso il Libano. Non ho mai parlato con loro di piani veri e propri, di date, di orari. Però per quasi un anno, e cioè dal settembre del 1981, ho discusso con loro l’eventualità che l’operazione avvenisse. Ne ho discusso varie volte con l’allora segretario di Stato Alexander Haig quando veniva qui, ne ho discusso col ministro della Difesa Weinberger quando sono andato a Washington in novembre, ne ho discusso ripetutamente con l’ambasciatore Habib... Guardi, Haig e Weinberger e Habib io li vedevo soltanto per discutere il problema del terrorismo, dell’OLP. E, pur guardandomi bene dal fornirgli il mio piano, non ho mai tenuto segreti, alimentato misteri. Al contrario. Poiché il bombardamento della centrale nucleare in Iraq li aveva colti di sorpresa e se n’erano lamentati, «Please don’t catch us by surprise, per favore non prendeteci di sorpresa», parlando del Libano non facevo che ripetergli: «Non ditevi colti dalla sorpresa, se o quando ci decideremo. La situazione è tale che non possiamo frenarci più». Questo soprattutto dopo quello che dicevano i loro diplomatici in Arabia Saudita, cioè il paese che ha sempre sostenuto e finanziato il terrorismo dell’OLP più di qualsiasi altro a parte l’Unione Sovietica. Quei diplomatici dicevano che le attività terroristiche lungo le frontiere con Israele dovevano essere considerate violazioni al cessate il fuoco, ma le altre no. Così andai dall’ambasciatore americano in Israele, gli presentai lo scenario di quel che sarebbe successo e ripetei: «Non sorprendetevi quando succederà ».

E che cosa le risposero, come giudicarono il suo «progetto»? Non le dissero: «Con questo progetto lei rischia di far scoppiare la Terza guerra mondiale»? E lei non si è mai chiesto se con questa guerra avrebbe scatenato la Terza guerra mondiale?

Naturalmente avevamo considerato le varie possibilità di un intervento sovietico, anche parlando con gli americani. Sappiamo bene che, se scoppiasse la Terza guerra mondiale, essa non colpirebbe soltanto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: travolgerebbe tutti e noi per primi. Ma sa... abbiamo anche noi servizi segreti, e ben funzionanti, oltretutto. Sappiamo anche noi raccogliere notizie, vagliarle, assorbirle. Così avevamo messo insieme molte informazioni, le avevamo esaminate con cura, prudenza, e avevamo concluso che l’Unione Sovietica non avrebbe mosso un dito.

Tuttavia Alexander Haig giudicò l’intera faccenda con l’aggettivo «insane». Folle. Lo ha dichiarato uno dei suoi aiutanti.

Non ricordo questa parola. Folle? No, nessuno mi ha mai detto questa parola. Però erano contro, sì. Assolutamente contro, devo ammetterlo. Pur conoscendo la situazione, la misura in cui essa si deteriorava, non volevano darmi ragione. Continuavano a dire, ricordo, la frase seguente: «Why do you need this war? Perché ha bisogno di questa guerra?». Poi dicevano che, se fosse stato necessario fare qualcosa, questo avrebbe dovuto essere proporzionato all’atto terroristico e niente di più.

Glielo chiedo anch’io, generale Sharon: «Why did you need this war?». Perché aveva bisogno di questa guerra? Dov’era la minaccia impellente, il fatto nuovo che metteva in pericolo la vostra esistenza? Non lo capisce nessuno.

Lei ragiona come Haig quando mi diceva: «Frenatevi, non rispondete alle provocazioni». Oppure: «Dovrebbe trattarsi di una provocazione precisa». Un giorno mi spazientii e chiesi a Haig quello che avevo già chiesto a Habib: «Qual è la provocazione precisa quando si tratta degli ebrei? Un ebreo assassinato nel campo o per strada è una provocazione precisa, sufficiente? Oppure ce ne vogliono due? O tre, o cinque, o dieci? Se uno perde in un attentato le gambe, no, gli occhi, basta o no?». Da anni siamo tormentati, ammazzati. Ciò, per me, è più che sufficiente, è più che preciso.

Generale Sharon, io ho parlato con diversi giovani qui in Israele, ragazzi che venivano da Beirut, e una buona percentuale mi ha detto che questa è una guerra, se non ingiusta, almeno ingiustificata.

Se parlasse con tutti, scoprirebbe che quasi tutti, invece, hanno accettato questa guerra e la trovano più che giustificata.

Possibile: siete diventati così bellicosi. Sempre a parlare di guerra, sempre pronti a fare la guerra, a espandervi. Non siete più la nazione del grande sogno, il paese per cui piangevamo. Siete cambiati, ecco. Uno di quei ragazzi mi ha detto: «Stiamo diventando la Prussia del Medio Oriente».

Non è vero. Abbiamo tante cose da fare, oltre che combattere. Ad esempio sviluppare la nostra educazione, la nostra cultura, la nostra agricoltura, la nostra industria, la nostra scienza. Ad esempio assorbire gli ebrei che arrivano continuamente da più di settanta paesi, fare una nazione con loro. E non partecipiamo a nessuna corsa alle armi: stiamo solo tentando di migliorare le nostre capacità di difesa per essere pronti a reagire quando ce n’è bisogno.

Quel ragazzo ne dubitava. Il suo eroe era il colonnello Gheva, quello che ha rifiutato di comandare i suoi uomini nell’assedio di Beirut.

Povero Eli, lo conosco bene. Lo conosco da quand’era bambino e mi dispiace per lui. Non voleva entrare a Beirut. Bè, ha perduto il comando della sua brigata, ha perduto una brillante carriera nell’esercito, e non siamo entrati a Beirut. Un eroe? Non direi proprio: per colpa sua la guerra è durata più a lungo e abbiamo avuto più perdite. Tutto quel parlare di lui... tutte quelle manifestazioni pacifiste che a causa di lui l’opposizione inscenò... Per un po’ la cosa ridette forza ai terroristi. E non servì a nulla che gli dicessi: «Eli, Eli, è una questione morale! Le tue truppe sono in combattimento, migliaia di soldati credono in te! Ti rendi conto di quel che stai facendo, Eli? Senza volerlo aiuti il nemico!». Glielo disse anche il primo ministro, glielo disse anche il capo di Stato Maggiore. Perché questa è davvero una democrazia, perbacco! Una democrazia così democrazia che più democrazia di così non si può. In quale altro esercito si sarebbe reagito così?!? Ma non ci fu nulla da fare. Ripeteva che non voleva entrare a Beirut, che ciò avrebbe ucciso troppe persone da una parte e dall’altra. La cosa straordinaria è che nei primi giorni della guerra brontolava perché non bombardavamo abbastanza. Voleva più bombe, più artiglieria, più fuoco...

Oddio! Sta dicendo che aveva ragione Sadat quando affermava che in Israele non esistono falchi e colombe ma falchi e superfalchi?

Quando si tratta della nostra sicurezza siamo uniti, non c’è dubbio. Non ci sono né falchi né colombe ma ebrei. Né Partito laburista né Partito Likud ma ebrei. Ecco la mia risposta.

Generale Sharon, a volte nasce il sospetto che anziché di sicurezza, difesa, si tratti di ambizioni molto ambiziose. Dico così pensando al discorso che lei scrisse per la conferenza dell’Institute of Strategic Studies tenuta nel dicembre scorso a Tel Aviv. E in questo discorso, partendo dal problema dell’espansionismo sovietico e descrivendo la sfera degli interessi strategici israeliani, lei dice che tali interessi non «si limitano ai paesi arabi del Medio Oriente, al Mediterraneo, al Mar Rosso. Sicché, per ragioni di sicurezza, negli anni Ottanta essi devono allargarsi e includere paesi come la Turchia, l’Iran, il Pakistan, nonché regioni come il Golfo Persico e l’Africa. Particolarmente i paesi dell’Africa centrale e del Nord». Raggelante.

Uhm! Vedo che s’è preparata bene. Il fatto è che Israele è un paese molto particolare. E per motivi particolari, che poi si riassumono nelle persecuzioni, deve affrontare problemi globali di sicurezza globale. Tali problemi sono racchiusi in tre circoli. Primo circolo, il terrorismo palestinese. Secondo circolo, il confronto coi paesi arabi che a tutt’oggi ci oppongono tredicimila carri armati. Terzo circolo, l’espansionismo sovietico che per molti anni è andato allargandosi in Medio Oriente e in Africa. Il punto è come difendere il nostro diritto a esistere in quei tre circoli senza diventare la Prussia del Medio Oriente, come dice lei.

Ma chi vi minaccia in Africa, in Turchia, in Iran, in Pakistan? E a che cosa mirate in realtà? Non capisco. Io non vorrei che l’invasione del Libano fosse l’inizio di una operazione più vasta che non si fermerà affatto in Libano. Non vorrei che la cacciata dell’OLP da Beirut facesse parte di un piano più complicato, diciamo napoleonico.

La risposta è no. Definitivamente no. Lei parla come se volessimo occupare i territori dove abbiamo interessi strategici. Parla come i turchi quando ci accusano di includere la Turchia nella sfera dei nostri interessi strategici perché vogliamo invaderli. La faccenda è ben diversa e gliela spiego con una domanda. Se i russi arrivassero alle spiagge del Golfo Persico, ciò riguarderebbe o no la posizione strategica di Israele? Se i russi assumessero il controllo delle risorse petrolifere nel Golfo Persico, ciò toccherebbe o no la sfera dei nostri interessi strategici? Se la Turchia diventasse un paese controllato dai sovietici, ciò avrebbe o no un effetto su di noi? Non abbiamo quindi il diritto di preoccuparcene? Preoccuparsi non significa mica voler conquistare la Turchia, l’Iran, il Pakistan, il Golfo Persico, l’Africa centrale e del Nord!

Generale Sharon, ma chi è il suo vero nemico? Arafat o l’Unione Sovietica?

Miss Fallaci, si metta in testa che senza l’aiuto dell’Unione Sovietica i paesi arabi non avrebbero fatto la guerra a Israele nel 1948. Si scatenarono contro di noi perché alle spalle avevano l’Unione Sovietica, militarmente e politicamente. Quanto all’OLP, esso è sostenuto dall’Unione Sovietica perché l’Unione Sovietica ha capito benissimo che nell’era atomica il terrorismo è l’unico modo per fare la guerra senza rischiare il conflitto nucleare. Per sviluppare il suo espansionismo l’Unione Sovietica ha bisogno dell’OLP, di Arafat. E se lei replica che Arafat non è comunista, io le rispondo: ai sovietici che importa? A loro importa soltanto che egli sia uno strumento del gioco, che rimanga nelle loro mani. È forse comunista la Siria? No, eppure l’Unione Sovietica ha dato alla Siria milleduecento carri armati, centinaia di pezzi di artiglieria, numerosi e modernissimi jet. È forse comunista la Libia? No, eppure l’Unione Sovietica ha dato alla Libia millenovecento carri armati, artiglieria, jet. Tutti parlano degli americani, delle armi americane. Le assicuro che le armi distribuite dall’Unione Sovietica in questa parte del mondo superano mostruosamente quelle che Israele compra dagli americani.

Sì, ci credo, ma torniamo al Libano.

Non vogliamo neanche un centimetro quadrato del Libano!

Neanche al Sud, nella regione del Litani? Cito il Litani perché nel 1955, come lei ben sa, Ben Gurion aveva un piano, poi perfezionato da Moshe Dayan, secondo il quale Israele avrebbe dovuto invadere il Libano, comprarsi un libanese maronita per farlo eleggere presidente, instaurare un regime cristiano, farselo alleato, e infine ritirarsi annettendo la regione del fiume Litani.

Guardi, vi sono due correnti di sionismo: quella politica di Weizmann e quella pratica di Ben Gurion, Golda Meir, Moshe Dayan, la vecchia generazione insomma. Infatti se interroga mia madre che a ottantadue anni vive sola nella sua fattoria coltivando avocado, scopre che crede nell’azione e basta. Io però appartengo alla corrente politica, cioè alla corrente che crede negli accordi, negli impegni, nei termini legali. E, poiché tale corrente è anche quella del governo attuale, le assicuro che non abbiamo alcuna intenzione di tenerci un centimetro quadrato del Libano.

Ma non c’è mica bisogno di prendere nulla. Basta far «eleggere » presidente un giovanotto di trentaquattr’anni, ad esempio un falangista che si chiama Bachir Gemayel, e tener lì l’esercito per «ragioni di sicurezza». Basta farne una colonia di fatto, insomma, come i sovietici in Afghanistan.

Lei è una signora molto carina e voglio essere educato. Non voglio gridare, non voglio strepitare, ma perbacco! Non ho mai udito tante calunnie, tanti insulti! Lei mi calunnia, mi insulta!

Perché? Lo sanno tutti che la sua carta era Bachir Gemayel presidente. Lo sanno tutti che nel Libano passerete almeno l’inverno. Avete perfino distribuito le scarpe speciali ai soldati. Generale Sharon, non finirete mica col restarvi quindici anni come nel Sinai?

No, credo proprio che questa volta durerà molto meno.

Malgrado la vostra necessità di proteggere il nuovo governo alleato?

Le risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante. Non vogliamo interferire con le faccende interne del Libano ma sarebbe un’ipocrisia affermare che accetteremmo un governo disposto a ospitare nuovamente i terroristi e i siriani. Oggi come oggi l’esercito libanese non è abbastanza forte da potersi permettere di stare solo. La Siria occupa ancora quasi la metà del Libano, i terroristi sono ancora a Tripoli e nella valle di Al Bekaa con i siriani, e il nuovo governo è un bambino appena nato grazie a un parto cesareo. Può un bambino appena nato grazie a un parto cesareo affrontare l’odierna situazione nel Libano? No, e dico di più: se i siriani rimangono così vicino a Beirut, se noi abbandoniamo il controllo della strada Beirut-Damasco, il neonato non sopravvive.

E se a forza di stare su quella strada vi ritrovate a Damasco?

Non è necessario arrivare a Damasco. Non dev’esserci bisogno di andare a Damasco. Non desideriamo spingerci fino a Damasco. Non ci teniamo, non ci abbiamo mai tenuto. Io penso addirittura che dovremmo evitare perfino lo scontro nella vallata di Al Bekaa. Ma, se i siriani non si muovono, non ci muoviamo nemmeno noi. E diventa una brutta storia perché le nostre truppe nella vallata di Al Bekaa sono, in linea d’aria, a venticinque chilometri da Damasco. E ciò significa che Damasco è fin d’ora sotto il tiro della nostra artiglieria. Sì, si sono rovesciate le posizioni: prima della guerra l’artiglieria siriana, coi suoi cannoni da 180 in grado di colpire con un raggio di quarantadue chilometri, poteva bombardare i sobborghi di Haifa e le nostre industrie a nord di Haifa; ora, con cannoni meno potenti, noi possiamo bombardare Damasco. E l’idea non ci piace. Perché ricorrere sempre alla guerra per sistemare le cose?

Toh! Credevo che la guerra le piacesse, che ci si trovasse a suo agio.

È l’errore più grosso che la gente fa su di me: dipingermi come un guerriero, un ossesso che si diverte a sparare. Io odio la guerra. Soltanto chi ha fatto tante guerre quante ne ho fatte io, soltanto chi ha visto tanti orrori quanti ne ho visti io, soltanto chi vi ha perduto amici e vi è rimasto ferito come vi son rimasto ferito io può odiare la guerra nella misura in cui la odio io. E se vuol sapere quali sono stati gli anni più felici della mia vita, le dico: i tre anni che ho passato qui nella mia fattoria, a guidare il trattore e allevare le mie belle pecore.

A sentirla parlare così, chi crederebbe al ritratto che fanno di lei?

Quale ritratto?

Bè, dovrebbe saperlo: lei non ha certo la reputazione di un angelo, generale Sharon. Se le elencassi tutti i cattivi giudizi che ho udito su di lei, potrebbe anche perdere lo straordinario controllo che finora le ha permesso di essere così educato e paziente con me.

Dica, dica.

Ecco, per esempio... un killer, un bruto, un bulldozer, un rozzo, un avido di potere...

Altri mi chiamano in modo del tutto diverso.

Lo so. I soldati che le sono devoti la chiamano re d’Israele, re Ariel. E dicono che è un gran leader, un uomo molto coraggioso, leale. Ma l’immagine più diffusa è quella che ho detto prima. Come mai? Da che nasce? Deve pur esserci una ragione. Che sia l’episodio di Qibia?

Miss Fallaci, lei è così brava a dipingere un ritratto perfido di me che per un minuto ho creduto che fosse lei a dare un’intervista su Sharon, non io. Eppure sa bene che raramente l’immagine di un uomo corrisponde a quella che ne danno i giornali. Sa bene che una volta lanciata una calunnia, inventata una bugia, questa viene ripetuta e copiata, infine accettata per verità. Vuol parlare di Qibia? Parliamo di Qibia. 15 ottobre 1953, Operazione Susanna: dal nome della bambina israeliana uccisa col fratellino e la mamma dai terroristi arabi che a Qibia avevano il loro rifugio. L’Operazione Susanna consisteva nel fare saltare le case che ospitavano i terroristi, e io la comandavo entrando personalmente in ogni casa per evacuare la gente prima di sistemare l’esplosivo. Incominciammo alle undici di sera e continuammo fino alle quattro del mattino, quando caddi addormentato per la stanchezza. Nel pomeriggio, svegliandomi, seppi che la radio giordana aveva dato notizia di sessantanove morti: tutti donne e bambini. Non credevo ai miei orecchi perché prima di andarmene avevo contato le perdite del nemico, ed erano una dozzina di soldati giordani. Dov’erano stati trovati, dunque, quei sessantanove corpi di donne e bambini? Sotto le macerie di una casa, mi fu detto, in cantina. Evidentemente si erano nascosti e nel buio non li avevo visti. Mi... mi dispiacque molto. Mi dispiacque tanto che, dopo un altro raid in un villaggio chiamato Mahlin, l’anno dopo, non volli farne più. Anzi raccomandai che quel tipo di operazioni venisse annullato. Che altro?

Bè, scegliamo l’episodio di Gaza. Quello dove uccise trentasette soldati egiziani che stavano dormendo.

Le assicuro che non stavano affatto dormendo. Comunque: Gaza, 1955, Operazione Freccia Nera. Anche stavolta io comandavo il raid, con la famosa unità 101. Dormivano così poco quegli egiziani che fu un corpo a corpo duro e sanguinoso: tornammo indietro con otto morti e dodici feriti. Ciascuno di noi un morto o un ferito sulle spalle. Non c’è bisogno di dire nulla in più. C’è gente che mi odia, lo so, e gente che ha paura di me: specialmente tra i politici. Perché dico sempre quello che penso e faccio sempre quello che voglio, perché non mi muovo con delicatezza, perché non riesco a legarmi coi gruppi che cercano reciproca protezione. Infatti ho cambiato partito cinque volte. Però se quelli che mi odiano o hanno paura di me fossero la maggioranza, come avrei fatto ad avere tanta influenza nel mio paese per tanti anni? Come avrei fatto a fondare un nuovo partito, il Likud, che ha vinto le elezioni due volte e ha provocato una svolta storica nel paese? Da che cosa mi sarebbe venuto il potere di cui dispongo? Gliel’ho detto: c’è la democrazia in Israele.

Un deputato che si chiama Ayer Maur, mi pare, ha detto: «Se Sharon diventa primo ministro, mi chiedo che ne sarà della democrazia in Israele». E un altro ha aggiunto: «Sorgeranno i campi di concentramento».

Senta, lei sta facendo una discussione seria. Non la degradi usando quel nome.

Va bene, sceglierò il nome di Golda Meir che diceva: «Se Sharon si avvicina al ministero della Difesa, faccio il picchettaggio per impedirgli di entrare».

Eh! I miei rapporti con Golda erano buoni quando stavo nel suo partito, il Partito laburista. Ma quando lo lasciai per fondare il Likud, un’impresa che lei considerava politicamente infantile, non me la perdonò. Prese a odiarmi in modo incredibile, con tutta la forza di cui era capace. E Dio sa se Golda era forte, come tutti quelli della sua generazione. Ora che vuol sapere di me?

Voglio sapere se è vero che lei mira a diventare primo ministro, come dicono tutti.

Anzitutto credo che il signor Begin resterà primo ministro per molti anni perché sono convinto che vincerà le prossime elezioni. Il paese, vi ho già alluso, è con lui: se le elezioni avvenissero ora, vincerebbe senza muovere un dito. Poi non ho una voglia pazza di diventare primo ministro: quello che faccio ora mi va benissimo, vi sono tante cose da fare con il ministero della Difesa. Per incominciare, che lei mi creda o no, c’è da sistemare politicamente, cioè pacificamente, il problema dei palestinesi. Noi non abbiamo fatto la guerra ai palestinesi, l’abbiamo fatta ai terroristi dell’OLP, e l’aver risolto il problema del terrorismo dell’OLP significa aver fatto soltanto una parte del lavoro.

Risolto? Ma lei è proprio sicuro d’averlo risolto, generale Sharon? E se invece d’averlo risolto lo avesse moltiplicato, intensificato? Nascerà una generazione di odio dagli uomini che sono stati cacciati, strappati alle loro famiglie, sparpagliati in otto paesi diversi. E d’ora innanzi il terrorismo si abbatterà ovunque, più cieco di sempre, più ottuso di sempre. Sono uomini molto arrabbiati quelli che lei crede d’avere sconfitto. E tutt’altro che rassegnati. Arafat ha appena detto che la lotta continuerà come prima.

Io non parlerei di queste ipotetiche, disastrose eventualità. Infatti non credo che nei paesi dove sono stati accolti essi potranno fare ciò che facevano a Beirut. Sia in Siria che in Egitto che in Giordania non ci sono riusciti, finora, anzi sono stati tenuti lontani dai confini con Israele, e in nessuno di quegli otto paesi esiste un governo disposto a farsi travolgere come a Beirut. Senza contare che, in un caso simile, noi non ce ne staremmo con le mani in mano. Arafat ha detto che continuerà come prima? Al posto suo non ci proverei nemmeno. Gli ho regalato la vita, a quegli assassini. Sono vivi perché io ho scelto di lasciarli vivi. Ma tanta fortuna non costituisce affatto una garanzia per il futuro. Guai a loro se riprenderanno le loro attività sanguinose, anche in paesi lontani da Israele. Guai a loro.

E i quattro milioni di palestinesi che non appartengono all’OLP, che vivono sparsi per il mondo oppure ammucchiati nelle capanne di latta e in tuguri di cemento dei cosiddetti campi in Siria, in Libano, nella West Bank, a Gaza? Che cosa vuol farne di loro, di questi nuovi ebrei della terra, condannati a vagare in una diaspora crudele come quella che voi avete sofferto? Possibile che proprio voi non comprendiate la loro tragedia? Possibile che proprio voi non vogliate ammettere il loro bisogno di avere una casa, il loro diritto ad avere una patria?

Ma la patria ce l’hanno. È la Palestina che ora si chiama Giordania, anzi Transgiordania.

La Giordania di re Hussein?

Certo. Senta, io ci penso da dodici anni e, più ci penso, più concludo che la soluzione può essere soltanto quella. Lo dicevo anche a Sadat. Mi spiego. Fino al 1922 la terra d’Israele, che gli inglesi chiamavano Palestina, si componeva di due parti: la Cisgiordania che voi definite West Bank, e cioè la terra che si estende dal fiume Giordano al Mediterraneo, e la Transgiordania cioè la terra che Churchill dette al padre di Hussein per sistemare il regno ascemita. In Transgiordania il settanta per cento della popolazione è composta da palestinesi, la maggioranza dei membri del Parlamento sono palestinesi, quasi tutti i ministri e i primi ministri sono palestinesi. Il resto, neanche il trenta per cento, sono beduini. I beduini di Hussein. Davvero una soluzione perfetta.

Quindi tutti i palestinesi dovrebbero far le valigie e trasferirsi in Giordania.

Ma ci vivono già!

No, parlo dei profughi ammucchiati in Libano, in Siria, a Gaza, nella West Bank...

Alcuni potrebbero restare nei paesi dove si trovano attualmente, altri potrebbero trasferirsi laggiù.

E di re Hussein, allora, che ne facciamo? Lo ammazziamo, lo mandiamo a Montecarlo a dirigere il casinò?

I casi personali non mi interessano, Hussein non mi riguarda. Può anche restare dov’è, perché no? I greci si scelsero un re anglo-tedesco, perché i palestinesi non dovrebbero tenersi un re ascemita?

Capisco. E i beduini? Quelli dove li mettiamo? Li sterminiamo, li buttiamo a mare come i vietnamiti sgraditi a Hanoi così i giornali riprendono a parlare dei boatpeople, oppure li disperdiamo come i palestinesi di oggi affinché facciano l’Organizzazione di Liberazione Beduina, OLB invece dell’OLP?

I beduini fanno parte della popolazione giordana, anzi transgiordana. Come Hussein, possono restare dove sono. I casi personali, ripeto, non mi interessano. A me interessa soltanto il fatto che la Palestina esiste già, che uno Stato palestinese esiste già, che quindi non v’è bisogno di farne un altro. E le dico: non permetteremo mai un secondo Stato palestinese. Mai. Perché è questa la soluzione a cui tutti mirano: la costituzione di un secondo Stato palestinese, di una seconda Palestina, in Giudea e in Samaria: ciò che voi chiamate Cisgiordania o West Bank. E a ciò rispondo: non avverrà. La Giudea e la Samaria non si toccano. E neanche Gaza.

Ma sono terre occupate, generale Sharon. Ciò che voi avete ribattezzato Samaria e Giudea sono zone conquistate da Hussein e abitate da quasi mezzo milione di palestinesi, a parte i trentamila israeliani che dopo il 1967 si sono installati lì come colonizzatori. Lo dicono tutti che dovete restituirle! Perfino gli americani!

Non si restituisce ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono: da migliaia, migliaia di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia di Gaza. E anche se la Bibbia non contasse, anche se il sentimento non esistesse, v’è la questione della nostra sicurezza e della nostra sopravvivenza. È una questione cruciale perché in quella regione abitano due terzi della popolazione israeliana: senza la Giudea, senza la Samaria, saremmo spazzati via. No, lo ripeto, non permetteremo mai di installarvi un secondo Stato palestinese. Mai! Non fatevi illusioni.

Generale Sharon, lei crede in Dio?

Bè, non sono religioso. Non lo sono mai stato sebbene segua certe regole della religione ebraica come non mangiare il maiale. Non mangio il maiale. Però credo in Dio. Sì, penso di poter dire che credo in Dio.

Allora lo preghi, anche per quelli che non ci credono. Perché ho una gran paura che lei stia per cacciarci tutti in un guaio apocalittico. Tel Aviv, settembre 1982

Estratto dell’articolo di Giordano Stabile per “La Stampa” martedì 14 novembre 2023.

Dal fiume al mare. […] il concetto […] è stato ribadito dal presidente iraniano Ebrahim Raisi al vertice di Riad. Un solo Stato, palestinese, dal Giordano al Mediterraneo. Certo, nella propaganda di Teheran si specifica poi che anche gli ebrei avranno diritto a viverci, da cittadini a pieno titolo. Ma il senso non cambia, la distruzione di Israele. 

E' il ritorno al 1948, al confronto mortale fra due nazioni nascenti, o una o l'altra. Finora la Palestina ha avuto la peggio e l'unica vera occasione per nascere è stata con gli accordi di Oslo, nel 1993. Un'intesa che Hamas ha sempre combattuto. Privata degli alleati arabi, che dopo tre grandi guerre hanno accettato l'idea dei due Stati uno a fianco l'altro, si è rivolta alla Repubblica islamica, per quanto odiato rivale sciita del jihadismo sunnita. Fino al massacro del 7 ottobre.

Sull'altro lato c'era il pragmatismo di Yitzhak Rabin: «Combatto il terrorismo come se non ci fossero negoziati di pace, ma tratto come se non ci fosse il terrorismo». […] I movimenti ultrareligiosi e ultrasionisti […] guardavano al rabbino Meir Kahane e […] consideravano il controllo del territorio "dal fiume al mare" come diritto divino. È un estremista israeliano a uccidere Rabin il 4 novembre del 1995. 

La destra torna al potere e la Seconda intifada quasi seppellisce Oslo. Ma nel 2005 è un falco del Likud, Ariel Sharon a decidere il ritiro da Gaza e lo smantellamento degli insediamenti, 8 mila abitanti. Due seguaci delle idee del rabbino Kahane, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, preparano una rivolta interna. Ma poi non se fa nulla. Rimane però l'idea, riassunta da una frase di Kahane: «Non c'è coesistenza con il cancro», cioè gli arabi.

La proposta per arrivare alla pace è piuttosto uno «scambio di popolazioni», vale a dire l'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est. Smotrich e Ben Gvir sono al governo, centinaia di migliaia di abitanti della Striscia sono in marcia verso Sud. Dal fiume al mare è diventata una doppia minaccia. Dell'estremismo jihadista e di quello ultrasionista.

Il negoziatore degli accordi di Oslo: «Ho cercato un dialogo con Hamas ma loro hanno detto di no». Storia di Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera martedì 28 novembre 2023.

«Credo che la politica del nostro governo sia fondamentalmente sbagliata. Accettare la tregua in cambio del rilascio degli ostaggi ci mette alla mercé di . Come del resto era sbagliatissima la politica di Netanyahu, che ha rafforzato Hamas a Gaza. Di conseguenza, adesso vincono i terroristi decisi a guadagnare tempo estendendo il cessate il fuoco. Per il nostro esercito la situazione si fa complicata, i soldati sono bloccati nel mezzo del campo di battaglia e la tregua potrebbe durare mesi. Ciò, tra l’altro, ignora il dato per cui la grande maggioranza degli israeliani oggi, sia di destra che di sinistra, vogliono eliminare Hamas e i suoi dirigenti».

Yossi Beilin è sempre stato un inguaribile sostenitore della necessità di negoziare la pace. Artefice degli accordi di Oslo con Yasser Arafat nel 1993, icona della sinistra israeliana, a 75 anni non nasconde che prima del 7 ottobre aveva provato a trattare segretamente con Hamas.

Anche nel 1989 lei iniziò a negoziare segretamente con l’Olp, quale fu la molla del successo? «Scoprii che il leader palestinese Feisal Husseini a Gerusalemme era pronto al dialogo, in Parlamento feci abolire la legge che vietava rapporti con gli emissari di Arafat. Poi arrivò la mediazione norvegese. C’era la volontà di capirsi».

I motivi del fallimento? «L’assassinio di Yitzhak Rabin per mano di un fondamentalista ebreo; l’elezione di Netanyahu che non voleva i due Stati; la crescita del terrorismo di Hamas. Sottovalutammo gli estremisti nei due campi pronti a sacrificarsi per boicottare la pace».

E negli ultimi tempi da Hamas cosa le rispondevano? «Rifiutavano. Hanno detto che non erano interessati a trattare e neppure a un canale di contatto riservato».

Che fare allora degli ostaggi? «Liberiamoli in uno scambio unico, perché allungarlo nel tempo? Quindi, riprendiamo subito a combattere».

Sulla guerra lei, un pacifista, sembra più duro del governo di estrema destra attuale. «Su Hamas questo governo non è mai stato falco: hanno sempre preferito Hamas all’Olp».

Crede che adesso si possa costruire la pace come con l’Egitto nel 1979, dopo che Israele era stato colto di sorpresa dall’attacco del 1973? «Il 7 ottobre è stato la totale sconfitta della politica di Netanyahu: ha voluto ignorare un partner che era pronto al compromesso per i due Stati e il cui leader, Abu Mazen, si dice assolutamente contrario alla guerra. E comunque la pace si fa dopo la guerra. Oggi non possiamo parlare con gli autori degli orrori del 7 ottobre, ma dobbiamo farlo con l’Olp».

E se fossero gli stessi palestinesi a promuovere Hamas? «Ma Hamas non intende essere il nostro partner. Fu un errore che Hamas partecipasse alle elezioni palestinesi del 2006, il suo statuto prevede la distruzione dello Stato di Israele e dunque va contro le regole che gli stessi palestinesi si sono date».

Nel 2006 Hamas parlava di «hudna», la tregua per almeno vent’anni. «Esatto, ma io voglio il riconoscimento pieno e la pace vera, non la tregua temporanea. Negli anni recenti quando proponevo la confederazione tra due Stati pensavo che avremmo potuto fare la pace con l’Olp e in parallelo la hudna con Hamas. Ma dal 7 ottobre non è più possibile: Hamas va battuta ed esclusa».

Come fare uno Stato palestinese in Cisgiordania dove ormai vive oltre mezzo milione di coloni? «Di questi meno di centomila sono davvero ideologici: non intendono andarsene, noi dunque potremmo accettare in Israele altrettanti palestinesi».

Qui tanti sostengono che, dopo Oslo, i palestinesi persero il treno dello Stato due volte, quando rifiutarono offerte che sfioravano il 95 per cento dei territori occupati. Lei c’era ai colloqui tra Ehud Barak e Arafat nel Duemila, quindi nel 2007 tra Ehud Olmert e Abbas. Concorda? «Certo, i palestinesi hanno perso diverse opportunità, inclusi i piani offerti da Bill Clinton. Ma Israele non è da meno, per esempio quando ignorò l’iniziativa avanzata da Arabia Saudita e Paesi del Golfo nel 2002. Direi che le responsabilità sono miste».

Tornando alla guerra: allora occorre distruggere Hamas senza riguardo per i civili a Gaza? «Io proporrei loro di lasciare la Striscia, come Arafat lasciò Beirut nel 1982. E noi rinunceremo alla nostra presenza militare. Se rifiutano dovremo invece continuare la guerra sino in fondo».

Lei sa bene che Abbas e gli altri capi dell’Anp non sono pronti a governare Gaza... «Gli americani ci stanno lavorando e non solo loro. Credo ci debba essere una sorta di coalizione internazionale come in Cambogia nel 1991 sotto l’egida dell’Onu: funzionò per 18 mesi e permise lo sviluppo della democrazia».

E sostituire Abbas con Marwan Barghouti, il leader del Fatah che è in carcere, ma viene indicato come molto popolare tra i palestinesi? «Non sta a noi. Abbas è stato un partner onesto e credibile. Già in passato ho comunque detto che un leader giovane e popolare come Barghouti potrebbe aiutare».

Teme che Israele sia sempre più a destra? «Gli ultimi sondaggi marcano il crollo del governo: il 75 per cento dell’elettorato si sposta verso le opposizioni, che credono alla soluzione dei due Stati, la stessa menzionata due volte al giorno dallo stesso presidente americano. Anche ai tempi degli accordi con l’Egitto la maggioranza era contraria a cedere il Sinai. Ma poi l’accettarono senza problemi. E lo stesso avvenne a Oslo con l’Olp. Sta a noi creare la politica delle opportunità di pace».

Gilad Sharon: «I due Stati? Ora è impossibile. A Gaza avevano una nazione, l’hanno resa il covo di Hamas». Davide Frattini su Il Corriere della Sera il 12 dicembre 2023.

Il figlio dell’ex premier Ariel Sharon: «Netanyahu ha fatto errori». Sull’integrità territoriale di Gaza: «Non puoi attaccare Israele e riavere tutto come prima. Almeno una zona cuscinetto a Nord va ritagliata»

Aringhe e cipolle, pane cotto in casa, marmellata di fragole che arrivano dagli orti, salsa con i peperoni coltivati nelle serre, formaggio di capra dal latte munto nella fattoria. La colazione coltivata nei campi a vista dalla finestra è come la divorava Ariel Sharon. Così Gilad, figlio dell’ex primo ministro, la preparava ancora ogni fine settimana, adesso quando ci riesce: ha passato la maggior parte di questi oltre due mesi di guerra dentro a Gaza , soldato nella riserva.

A Tel Aviv preferisce andare in uno dei locali che servono un altro piatto preferito dal padre: carne alla griglia. Chi passa vicino al tavolo gli appoggia una mano sulla spalla e sussurra «molla quei fuori di testa», che poi sarebbero i colleghi nel Likud.

Ariel Sharon aveva abbandonato il partito per fondarne un altro più centrista, lasciandosi indietro Benjamin Netanyahu e portando avanti il piano per ritirare gli israeliani dalla Striscia nel 2005: caduto un coma in anno e mezzo dopo, è morto nel 2014. Nel 2007 Hamas ha tolto con le armi il controllo del territorio all’Autorità palestinese.

Del primo ministro, Gilad preferisce non parlare troppo: ha la tessera del Likud, non è deputato, Netanyahu ha cercato più volte di escluderlo dalle primarie. «Ripete in giro di essere stato contrario all’evacuazione delle colonie, di essersi opposto a mio padre». Snocciola mese per mese le date dei voti sostenuti da Bibi fino all’approvazione dell’operazione che ha portato all’uscita di tutti, coloni e soldati, dai 363 chilometri quadrati. «Il punto non è rivangare che cosa abbia fatto allora, il problema sono gli errori commessi da quando è al governo».

Gal Eisenkot, figlio dell’ex capo di Stato Maggiore Gadi che siede nel consiglio ristretto di guerra con il primo ministro, è stato ucciso nei combattimenti a Gaza, aveva 25 anni, avrebbe potuto restare a casa, in recupero per una frattura alla gamba.

Yair, il figlio di Netanyahu, ha passato la maggior parte degli oltre due mesi negli Stati Uniti, quand’è tornato — dichiarano i portavoce del governo — si è offerto volontario per i servizi di emergenza civili in Israele. «Eisenkot è stato il consigliere militare di mio padre quand’era premier, non mi sorprende quanto la sua famiglia stia dando al Paese», il nipote è stato ammazzato due giorni dopo, ndr. «Non voglio parlare dei figli di Netanyahu, è sufficiente quello che combina lui». Rimanda le critiche più pesanti a dopo il conflitto.

A destra come il padre — che gli arabi ritengono colpevole per i massacri commessi dai falangisti libanesi nel campo rifugiati palestinese di Sabra e Shatila a Beirut e una commissione israeliana «indirettamente» responsabile fino a spingerlo alle dimissioni da ministro della Difesa — in questi anni di vicinato con Hamas, la fattoria è a pochi chilometri da Gaza, Gilad Sharon si è spinto forse ancora più in là.

Ritiene la soluzione dei due Stati ormai inapplicabile — «nella Striscia abbiamo dato loro una nazione di fatto, l’hanno trasformata in una base per terroristi» — e sostiene che questo conflitto debba finire con una perdita territoriale: «Non puoi attaccare Israele in modo devastante e dopo riavere la stessa situazione. Almeno a Nord deve essere ritagliata una zona cuscinetto». Unam posizione in totale contrasto con gli americani — Gilad riconosce il sostegno «enorme ed empatico» del presidente Joe Biden — che premono per ritornare ai negoziati di pace e ribadiscono di non poter accettare la cattura di territori palestinesi.

A destra come il padre ma scelto dalla famiglia di Elyahu Margalit, detto Churchill, per pronunciare il discorso in sua memoria: tra i fondatori del kibbutz Nir Oz, ucciso dai paramilitari di Hamas mentre sotto le bombe e tra gli spari era uscito dalla stanza rifugio per dar da mangiare ai cavalli, il cadavere trascinato dentro Gaza. Per Gilad, 57 anni, un amico e una figura mitica che paragona a Zorba il Greco, un simbolo dei villaggi comunitari dove la sinistra e i moderati vincono ancora, una parola — kibbutznik, la gente dei kibbutz — che Netanyahu ha impiegato settimane prima di pronunciare nei discorsi dedicati alle vittime del 7 ottobre, anche se ne rappresentano la maggioranza. Sa che non sono suoi elettori, sa che non lo saranno mai.

Estratto dell’articolo di Francesca Mannocchi per “La Stampa” lunedì 11 dicembre 2023.

[…] Yonatan Shay è […] il direttore dell'ufficio di pubbliche relazioni di Im Tirtzu, il più grande movimento sionista in Israele. Movimento extraparlamentare fondato nel 2006 da intellettuali, studenti e riservisti, ritiene che l'indipendenza sia stata solo l'inizio del movimento sionista e che da qualche parte lungo la strada Israele abbia perso la fede nella «rettitudine della sua via», per questo lavora per rafforzare e promuovere i valori del sionismo nella società israeliana […] 

[…]  Quindi lei si definisce un colono, giusto?

«Secondo la mia educazione ebraica ogni israeliano è un colono perché essere coloni è un imperativo per rispondere alla volontà di Dio. Quindi tutti sono coloni, anche le persone a Tel Aviv e Haifa e Beer Shiva. Siamo coloni nella Terra Santa. Questa parte della Giudea e della Samaria (i coloni si riferiscono alla Cisgiordania come Giudea e Samaria, due antichi regni israeliti, termini sono utilizzati anche a livello amministrativo dal governo israeliano, ndr), Hebron e anche Gerusalemme, la capitale della Giudea, sono il vero Israele. Il vero Israele è la Giudea e la Samaria. Come lo chiamate voi nei media occidentali? Cisgiordania?»

Cisgiordania, sì.

«Io no, e come me la maggior parte degli israeliani, la chiamiamo Giudea e Samaria, è importante colonizzare questa terra […] perché fa parte del nostro rapporto con Dio». 

Dall'altra parte del check-point, qui a Hebron, ci sono palestinesi che non hanno libertà di movimento, a Sud di Hebron numerose comunità palestinesi sono state costrette a sfollare dalle proprie case. Cosa ne pensa?

«I palestinesi vogliono farci passare per conquistatori, come persone che stanno operando un regime di segregazione. […] Se costruisci senza avere i permessi ti demoliranno la casa sicuramente».

Saprà sicuramente che la quasi totalità delle richieste dei palestinesi vengono rigettate.

«Non vogliono semplicemente accettare la sovranità dello Stato di Israele, vogliono vivere in Palestina. Vogliono costruire l'identità palestinese ma non perché ci credono davvero, stanno solo liberando la terra dalla "cosiddetta" occupazione israeliana solo perché danno loro attenzione, si chiedessero come mai l'Autorità Palestinese non fa niente per loro». 

Perché la definisce "cosiddetta"? È un'occupazione di fatto.

«Non lo è. È la narrativa dell'Onu, che ha a sua volta adottato la narrativa dei palestinesi secondo cui occupiamo la Giudea e la Samaria. Ma vede, non si può occupare qualcosa che è già tuo da 3000 anni. Nel 1967 abbiamo cominciato a liberare quello che avremmo dovuto finire meglio nel 1948. Non possiamo proteggere le nostre terre senza le colline della Samaria, non possiamo controllare la Giudea senza controllare tutta l'area di Gerusalemme. Gerusalemme è il centro della Samaria. […] La distinzione tra Est e Ovest della città non significa niente per noi. Questa è la nostra idea dello Stato di Israele ed è maggioritaria mi creda nella nostra società, l'unica corretta. Anche se alcune persone si ostinano a chiamarli "territori palestinesi occupati"».

Pensa che i palestinesi abbiano il diritto di vivere in Cisgiordania?

«Non accettiamo l'idea che nel nostro territorio si formi un altro "Stato" dittatoriale come consideriamo gli Stati arabi. Se lo facciamo nelle altre terre arabe, non qui». 

Quindi non crede nella soluzione dei due Stati?

«No come non ci crede la maggior parte degli israeliani». 

Qual è la soluzione?

«Potrebbero vivere qui, ma non con gli stessi diritti. Siamo una democrazia in cui la demografia è un elemento essenziale. Dovrebbe essere qualcosa di graduale, come a Gerusalemme Est, potrebbero essere cittadini residenti senza diritto di votare per la Knesset».

Gli insediamenti sono considerati illegali dal diritto internazionale.

«Secondo l'interpretazione della legge internazionale fatta dall'Occidente ma non da noi. Posso dirle una cosa? Questo caos in Giudea e Samaria è determinato dal fatto che Israele non ha ancora avuto il coraggio di annetterla». 

È questa dunque la soluzione che proponete? Totale annessione dei territori palestinesi occupati.

«Per il bene di palestinesi ed ebrei dovremmo annettere tutto sì, gradualmente. La comunità internazionale dovrebbe riconoscere il fatto che questa è la terra storica del popolo ebraico e che ha il diritto a vivere qui e sarebbe bene anche per i palestinesi. […] gli scontri avranno fine […] solo quando i territori saranno tutti annessi. […]».

Ha parlato di alleati importanti, ma è proprio dagli Stati Uniti che stanno arrivando dure critiche all'operato dei coloni, nonché l'annuncio di sanzioni.

«Penso che parte della politica americana sia ostaggio di questa ideologia di sinistra. […] speriamo che le elezioni del 2024 riporteranno ai vertici statunitensi attori politici più vicini alle nostre istanze, come lo era Trump». 

Quando osserva i numeri della guerra a Gaza. Ventimila vittime.

«Ventimila terroristi».

Quando vede le foto di bambini, neonati, donne, anziani, può davvero definirli terroristi?

«Forse molti non sono terroristi ma Hamas ha rapito, ucciso, violentato le nostre donne e i nostri bambini. Ci attaccano dalle scuole e dalle moschee. Quindi tutti i civili che sono stati uccisi, mi spiace per loro, piango per loro, forse sono persone innocenti, ma non potete incolpare gli ebrei per proteggere se stessi da 2000 anni. Stiamo cercando di salvare vite umane come possiamo». 

Sa che i civili a Gaza non hanno un posto dove andare, non possono scappare da nessuna parte per mettersi in salvo?

«La nostra aviazione ha lanciato dei volantini per avvertire dei bombardamenti, quale altro esercito al mondo avverte prima di lanciare una bomba?».

Avrà sentito le parole del segretario generale Guterres, le denunce delle organizzazioni umanitarie, il mancato accesso di viveri, la catastrofe umanitaria. Non ha il dubbio che la risposta militare sia sproporzionata?

«Non ho un brandello di dubbio. È la cosa giusta da fare. Le critiche arrivano da chi è ossessionato di ridimensionare Israele non da ora ma da tempo. Stiamo facendo la cosa giusta, non possiamo fare di più per prevenire la morte di persone innocenti a Gaza. 1400 donne, bambini, anziani sono stati uccisi nella maniera più brutale e barbarica, e ora è il momento di rivalersi». […]

I Palestinesi.

Stallo onusiano. L’assurdo status legale dei rifugiati palestinesi che intralcia le trattative di pace. Carlo Panella Roberto Demaio

L’agenzia Onu per il soccorso di quasi sei milioni di cittadini che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza ha uno statuto unico e senza precedenti: oggi rappresenta un ostacolo alla nascita di uno Stato di Palestina

L’Onu, con la sua organizzazione per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa, ha creato uno tra i più importanti ostacoli che si frappongono alla nascita di uno Stato di Palestina. Un paradosso apparente e una contraddizione reale che molto dice della crisi terminale delle Nazioni Unite.

Il fatto è che il Diritto al Ritorno in Israele di quasi sei milioni rifugiati palestinesi è stato in passato, e sarà un domani, un ostacolo insormontato e insormontabile in tutte le trattative tra il governo di Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Rifugiati – questo è il punto – conteggiati secondo canoni artificiali e unici al mondo, letteralmente inventati dall’Unrwa per i soli palestinesi, che li moltiplica del cinquanta rispetto al dato reale e storico.

Abu Mazen e la dirigenza della Anp, così come Al Fatah, l’Olp e Hamas infatti sono sempre stati inflessibili nel pretendere che venga riconosciuto a tutti rifugiati all’estero palestinesi della guerra del 1948 il diritto a riavere le loro case e i loro beni. Di ritornare in Israele, quindi.

Questi rifugiati all’estero, all’epoca, furono settecentocinquantamila e ovviamente, settantasei anni dopo, sono quasi tutti deceduti a eccezione di chi allora era bambino o ragazzo. Dunque, nei fatti, il problema non esiste più, se non in termini ridottissimi e quindi facilmente risolvibili e pienamente accettabili e accettati da Israele. Invece il problema persiste ed è enorme e insormontabile a causa dell’unicum nel diritto internazionale introdotto artificiosamente dall’Unrwa.

Il suo statuto, infatti, ha stabilito che lo status di rifugiato, per i palestinesi – ripetiamo, solo per i palestinesi – è ereditario. Un diritto ereditario che vale unicamente per loro e per l’Unrwa, perché per l’altra organizzazione dell’Onu dei rifugiati, l’Unhcr, che assiste oggi ben centoquattordici milioni di rifugiati, lo status di rifugiato non si trasmette affatto per eredità, cessa con la morte del soggetto, e non si estende assolutamente ai suoi figli come risulta dal suo statuto che si rifà alla Convenzione di Ginevra.

Come è normale e ovvio, perché in tutte le nazioni del mondo i rifugiati, passato un certo numero di anni, tendono a naturalizzarsi, a prendere la cittadinanza del Paese ospite. Ma non è affatto così per i rifugiati palestinesi perché tutti i paesi arabi in cui hanno trovato riparo, a eccezione della Giordania, hanno sempre negato e negano tuttora la propria cittadinanza ai rifugiati palestinesi che continuano a vivere come dei paria, senza contratti di lavoro regolari, negli appositi campi profughi. Campi che sono stati per decenni il terreno privilegiato di reclutamento per il terrorismo palestinese, tanto che Abdel Ghassem Nasser ha dichiarato: «I rifugiati sono la pietra angolare della lotta degli arabi contro Israele. I rifugiati sono l’arma degli arabi e del nazionalismo arabo. I Profughi non ritorneranno finché la bandiera d’Israele sventolerà sul suolo della Palestina. Torneranno quando la bandiera palestinese sventolerà su tutta la Palestina».

Per dare corpo a questa cinica posizione, Nasser aveva esteso – sino alla guerra del 1967 – la sovranità dell’Egitto sulla Striscia di Gaza, ma si era rifiutato di riconoscere la cittadinanza ai palestinesi della Striscia, che in questo modo, pur abitando da sempre in quella terra, erano diventati profughi in terra araba straniera.

Risultato di questo uso strumentale dei profughi: oggi per l’Unrwa i rifugiati palestinesi sono cinque milioni e novecentomila in totale. In realtà poche decine di migliaia sono i rifugiati veri, fuggiti nel 1948, la quasi totalità sono invece eredi di rifugiati. Ma Abu Mazen, la Anp, al Fatah, l’Olp e Hamas pretendono rigidamente e assolutamente che sia loro riconosciuto il diritto di ritornare a risiedere in Israele. Se questo paradosso si verificasse, gli ebrei in Israele, che sono 6.340.600, si troverebbero a essere una marcata minoranza a fronte della somma di sette milioni e settecentomila (somma degli arabi già cittadini di Israele e degli arabi palestinesi ritornati).

Sarebbe di fatto la fine di Israele che diventerebbe uno Stato arabo con una consistente minoranza ebraica. Ed è questo, appunto, il chiaro obbiettivo che si prefigge la dirigenza palestinese. Un trucco banale, tipico della non eccelsa tradizione politica palestinese.

Inutilmente, i primi ministri israeliani – Ehud Barak nel 2000, così come Ehud Olmert nel 2008 – quando si dissero disposti a restituire il novantatré per cento dei Territori occupati, sul punto hanno proposto una equa mediazione: Israele accetta il ritorno di centomila rifugiati – grosso modo, in eccesso, i veri rifugiati del 1948 superstiti – e elargisce delle compensazioni in denaro ai restanti.

Proposte seccamente rifiutate. Per l’ennesima volta lo Stato palestinese è stato affossato da una posizione palestinese massimalista e incomprensibile.

È fondamentale ricordare che nessuna altra nazione al mondo esige il Diritto al Ritorno dei propri connazionali rifugiati. Si è sempre guardata bene dal farlo, ad esempio, l’Italia che mai lo ha richiesto né alla Yugoslavia, né alla Slovenia, né alla Croazia per i trecentocinquantamila rifugiati italiani fuggiti dalla pulizia etnica e dalle foibe dall’Istria e dalla Dalmazia del 1945, né lo ha fatto nessun altro Paese. Si pensi solo ai quattordici milioni di tedeschi fuggiti dalle nazioni dell’Est Europa alla Repubblica Federale Tedesca e nella stessa Repubblica Democratica Tedesca nella primavera del 1945.

Sta di fatto che una fondamentale Agenzia dell’Onu si rende responsabile di un intralcio enorme alla soluzione “due popoli, due Stati”.

È peraltro interessante ricostruire le ragioni che hanno permesso all’Unrwa di inventarsi letteralmente la figura giuridica dello status ereditario del rifugiato. Nel 1949, infatti, quando l’Onu la istituì, fortissime erano le pressioni dentro l’amministrazione statunitense per recuperare un rapporto con i Paesi arabi, ancor più dopo la cocente sconfitta da loro subita con la prima guerra contro Israele nel 1948. Pressioni che avevano visto nel 1947 e nel 1948 i principali esponenti del governo americano schierarsi nettamente contro la nascita dello Stato di Israele. Fecero letteralmente di tutto per impedirla, perfino ribaltare in sede Onu gli ordini del presidente Harry Truman.

Ovviamente, erano contrarie alla nascita di Israele anche le “Sette Sorelle” che monopolizzavano le forniture mondiali di petrolio e il cui appoggio era fondamentale per l’amministrazione statunitense – la potente lobby del petrolio, insomma.

Una contrarietà netta, basata sul pericolo, che giudicavano certo, della fine dell’alleanza americana con i Paesi arabi, che si sarebbero spostati nell’orbita delle alleanze con l’Unione Sovietica per vendicarsi dell’appoggio americano a Israele.

Lo stesso Harry Truman aveva dovuto imporsi duramente e con fatica contro tutto il proprio governo, che optava per un unico Stato binazionale con gli ebrei in minoranza, non solo per votare il 29 novembre 1947 a favore della risoluzione Onu per la bipartizione della Palestina, ma addirittura per un pronto riconoscimento della proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948.

Questo, in un contesto che vedeva in quegli anni maturare un cambiamento fondamentale nella struttura economica e quindi politica degli Stati Uniti. Con la fine della Seconda guerra mondiale, infatti, gli Stati Uniti erano di colpo diventati grandi importatori di petrolio, da esportatori quali erano sempre stati. Quindi, le fondamentali e strategiche forniture energetiche importate per rispondere alle necessità del colosso industriale americano dipendevano in grandissima parte, per la quasi totalità, dai Paesi arabi o islamici, feroci avversari dell’esistenza stessa di Israele. Paesi che la Casa Bianca intendeva in tutti i modi recuperare e indennizzare, dopo lo shock della Nakba, della sconfitta militare subita dall’esercito degli ebrei.

Da qui, il pieno assenso americano l’11 dicembre 1948 alla risoluzione 194 dell’Onu che stabiliva il diritto volontario dei rifugiati – quelli veri, quelli di allora – di ritornare nelle loro case e, di conseguenza, nel 1949, l’assenso alla istituzione, richiesta a gran voce dagli Stati arabi e islamici, di una specifica Agenzia Onu di sostegno ai soli rifugiati palestinesi, l’Unrwa, appunto, con budget privilegiato rispetto alla Agenzia di sostegno ai rifugiati di tutto il pianeta.

Oggi, l’Unrwa gode di un finanziamento dall’Onu che è circa un decimo di quello dell’Unhcr, ma assiste un numero di rifugiati che è circa un ventesimo di quelli assistiti dall’Unhcr. Ma allora, sempre in nome di una politica filoaraba, Washington diede anche la piena mano libera ai Paesi arabi e islamici nel definirne lo Statuto. Infatti, rispetta in pieno il diritto islamico – e peraltro viola nettamente il diritto liberale – la disposizione statutaria dell’Unrwa, che stabilisce che «sono idonei alla registrazione quali rifugiati i discendenti dei palestinesi maschi, inclusi i figli adottivi». Un’invenzione assoluta e priva di precedenti né di repliche per i rifugiati di nessun’altra parte del mondo. Una anomalia con effetti deflagranti sulle trattative per la nascita dello Stato palestinese.

È questa, peraltro, una chiara discriminazione di netta marca shariatica nei confronti delle palestinesi femmine che l’Unrwa e l’Onu perpetuano sino ai giorni nostri. I figli delle rifugiate palestinesi che in seguito si sono sposate con arabi di altri Paesi non ereditano infatti lo status di rifugiato.

Ma l’impatto negativo dell’Unrwa sulla crisi palestinese, e nello specifico di Gaza, non si limita all’invenzione di cinque milioni e novecentomila rifugiati che tali non sono e che intralciano tutte le trattative di pace.

L’agenzia, infatti, ha un budget di spesa tipico della mentalità Onu: assistenziale e non indirizzato alla autonomizzazione degli assistiti. Utilizza infatti ben il settanta per cento delle sue entrate per pagare gli stipendi del proprio staff. Dunque, non si impegna minimamente nel finanziare col microcredito iniziative produttive e artigianali dei rifugiati. Men che meno finanzia la loro qualificazione o riqualificazione professionale. Inoltre, concentra il quaranta per cento delle proprie risorse a Gaza, dove i rifugiati da Israele sono una nettissima minoranza rispetto a quelli rifugiati in Giordania, Libano, Siria e Cisgiordania.

Le sue risorse vengono impegnate essenzialmente per pagare gli stipendi dei suoi 13.448 dipendenti nella Striscia in centocinquantaquattro strutture, dei quali 11.108 sono impiegati nei programmi educativi e 1.084 in quelli medico-sanitari. Di fatto, l’Unrwa mantiene direttamente un grosso nucleo della popolazione di Gaza. È parte integrante della politica di welfare islamico dispiegato da Hamas, costituisce l’asse portante del sistema educativo nella Striscia ed è conseguentemente organica ad Hamas stesso sotto tutti i profili, tanto che il sindacato interno è, appunto, controllato di fatto da Hamas.

Un quadro sconcertante, di contiguità tra una agenzia Onu e un’organizzazione terroristica che diventa ancora più grave e allarmante se si guarda ai libri di testo adottati dalle scuole Unrwa. Come denunciato da un protocollo del Parlamento Europeo nel 2021, questi libri di testo sono pieni di esaltazione del “martirio”, cioè degli attentati kamikaze contro i civili israeliani; pubblicano cartine geografiche “dal fiume al mare”, che riportano quindi la dicitura Palestina su tutto il territorio di Israele – che scompare – oltre che sulla Cisgiordania; esaltano «il Jihad che è una delle porte del paradiso»; definiscono «nemica l’Entità sionista»; riportano provocatoriamente il falso quando affermano che «i sionisti hanno dato il fuoco alla moschea di al-Aqsa» e propongono questioni di aritmetica tipo «quanti sono i martiri della prima Intifada?». Non stupisce che molte di queste scuole, nella piena omertà complice dell’Unrwa, siano usate da Hamas come depositi di armi o come basi di lancio dei razzi.

Non stupisce neanche che queste scuole e questi insegnanti Unrwa che allevano i giovani palestinesi all’odio per gli ebrei e all’esaltazione del Jihad abbiano formato i carnefici palestinesi che hanno fatto il pogrom del 7 ottobre 2023.

La Ninna Nanna.

Estratto dell’articolo di Raffaella Troili per “Il Messaggero” sabato 14 ottobre 2023.

La ninna nanna dei terroristi, poiché il male non conosce abisso. Uno schiaffo, un boomerang anche, il gusto acre e doloroso del falso. Un bimbo israeliano in pigiama seduto su un tavolo accanto a un fucile, non sembra sorridere anzi, il volto cupo, spaventato, accudito dai miliziani di Hamas, un neonato in braccio a un altro in divisa, il capo chino sulle spalle dello sconosciuto, che gli dà i colpetti sulle spalle, sì quelli che rincuorano, e che spettano alle mamme, ai papà e agli intimi. 

Quegli adulti assenti che forse hanno appena sterminato. Un video scioccante è stato diffuso da Hamas - la cui autenticità è da verificare - in cui si vedono miliziani armati con in braccio alcuni bimbi israeliani in ostaggio. Un neonato viene cullato in una carrozzina, a un altro sembra stiano allacciando una scarpetta.

È in pigiama, si è svegliato ed è spaesato. E solo. L'organizzazione sostiene di aver girato le immagini in un kibbutz nel primo giorno dell'assalto, sabato 7 ottobre. Quando sono avvenuti le infiltrazioni di massa e il massacro di israeliani anche nei kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza. In particolare a Kfar Aza quaranta bambini tra cui neonati in culla sono stati uccisi, alcuni decapitati e bruciati, come mostrato dai soldati israeliani. 

La risposta, macabra più che rassicurante, viene dal video diffuso da Hamas. Nella case vuote e in disordine, piene di giocattoli e normalità perduta, i terroristi si aggirano senza fretta con i bambini in braccio, come a testimoniare che l'operazione è stata chirurgica e ha risparmiato i minori. Spariti nel nulla, nel migliore dei casi.

[…] Nuova scena: eccoli tutti e due in braccio a un terrorista, dal volto coperto, tra i due bimbi anche un fucile. Il video prende una piega propagandistica, va inviato un messaggio. Il neonato piagnucola, il grandicello sembra sotto choc. 

Ultimo atto: il bambino viene fatto sedere sul divano. Ha delle ferite sulla fronte ma forse di quelle che si fanno i bambini da soli. Si sforza di sorridere, è tutto finto, del resto non è un film ma l'atroce realtà. E viene invitato a bere, lui china il capo e obbedisce. È l'ultimo crudele ciak. Come molti altri bambini forse hanno perso i genitori, forse sono ostaggi, forse hanno smesso di vivere. Qualcuno se ancora esiste aspetta di riabbracciarli. […] 

Ninna nanna della guerra - TRILUSSA 

Ninna nanna, nanna ninna,

er pupetto vò la zinna:

dormi, dormi, cocco bello,

sennò chiamo Farfarello

Farfarello e Gujermone

che se mette a pecorone,

Gujermone e Ceccopeppe

che se regge co le zeppe,

co le zeppe d’un impero

mezzo giallo e mezzo nero. 

Ninna nanna, pija sonno

ché se dormi nun vedrai

tante infamie e tanti guai

che succedeno ner monno

fra le spade e li fucili

de li popoli civili 

Ninna nanna, tu nun senti

li sospiri e li lamenti

de la gente che se scanna

per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza

a vantaggio de la razza

o a vantaggio d’una fede

per un Dio che nun se vede,

ma che serve da riparo

ar Sovrano macellaro. 

Ché quer covo d’assassini

che c’insanguina la terra

sa benone che la guerra

è un gran giro de quatrini

che prepara le risorse

pe li ladri de le Borse. 

Fa la ninna, cocco bello,

finché dura sto macello:

fa la ninna, ché domani

rivedremo li sovrani

che se scambieno la stima

boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti

nun se fanno comprimenti:

torneranno più cordiali

li rapporti personali. 

E riuniti fra de loro

senza l’ombra d’un rimorso,

ce faranno un ber discorso

su la Pace e sul Lavoro

pe quer popolo cojone

Le Guerre.

Da Open.online.

Da Il Corriere della Sera.

Da Il Corriere del Giorno.

Da Quotidiano.net.

Da Il Messaggero.

Da La Repubblica.

Da La Stampa.

Da L’Indipendente.

Da L’Inkiesta.

Da Il Tempo.

Da Il Giornale.

Da Libero Quotidiano.

Da Vanity fair.

Da Dagospia.

Da L’Unità.

Da Il Riformista.

I Servizi Segreti.

Gli Ostaggi.

I Fondi del Terrorismo.

La Disinformazione.

I Pro e i Contro.

Da Open.online.

Estratto da open.online l'11 ottobre 2023.

«Abbiamo sentito degli spari e siamo rimasti praticamente barricati lì dentro per 21 ore finché l’esercito non ci ha salvato», ha raccontato sua moglie Keren Flash. «Continuavamo a sentire spari, spari, bombe e allarmi, e non sapevamo cosa stesse succedendo». Gli uomini armati di Hamas hanno sfondato la recinzione del kibbutz, forse usando una scavatrice. Da lì hanno aperto la strada ad altri uomini armati. I terroristi sono arrivati anche in motocicletta e in deltaplano, ha aggiunto il portavoce.

Yafi Shpirer, psicologa argentina sposata con un israeliano, ha detto che «i terroristi sono entrati per massacrare bambini, che dormivano nei lettini, e donne in tutte le case. Hanno usato i bambini come cavallo di Troia per parlare e far aprire le abitazioni ai vicini. 

Le sirene hanno suonato e ci siamo nascosti nel rifugio che abbiamo. Nei gruppi WhatsApp abbiamo iniziato a ricevere notizie di rapimenti. Ci hanno detto che c’erano terroristi che pattugliavano una strada a 200 metri dalla mia cucina. Ogni kibbutz ha un’unità di difesa, nel nostro caso una ventina di giovani che sono usciti per proteggere le case e sono morti. Poi hanno ucciso tutti, sono state ore angoscianti fino all’arrivo dell’esercito. Sono animali venuti per distruggerci». Shpirer dice di aver «combattuto tutta la mia vita per una convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi. Ora sono terrorizzata». 

Gli stupri, le persone sgozzate, i dolcetti per festeggiare

(…) I militari hanno confermato che alcune persone sono state sgozzate. Un sopravvissuto ha raccontato che la presenza di Hamas nel kibbutz di Kfar-Aza è durata molte ore. «I vandali hanno ucciso ostaggi con i coltelli, hanno violentato donne e ridevano», racconta. 

Nei video amatoriali di quel giorno, spiega Repubblica, si vedono individui – spesso molto giovani, senza equipaggiamento militare e probabilmente non inquadrati dentro Hamas – che partecipano al sequestro di ostaggi, colpiscono le persone catturate con pugni e sputi e le trasportano all’interno della Striscia. L’accusa di stupri è stata fatta anche da altri sopravvissuti nei giorni scorsi. Altri video sabato mostravano i festeggiamenti per la riuscita dell’operazione. Da anni fanno parte del rituale voluto da Hamas, come la distribuzione di dolcetti all’angolo delle strade e i fuochi artificiali.

Da Il Corriere della Sera.

Israele e le 4 guerre che cambiarono il mondo. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 14 marzo 2023.

Caro Aldo, sono israeliano e vivo in Israele. La sua risposta riguardo il riconoscimento di Gerusalemme capitale mi ha molto colpito per come lei ha analizzato i crimini tedeschi come crimini italiani. In Italia c’è stato questo stravolgimento storico in cui si celebra la Liberazione, in cui l’Italia è in poche parole vittima dei tedeschi e vessata — senza saper come — dal fascismo. Si è riusciti a vendere alle nuove generazioni italiane l’idea che l’Italia sì in qualche modo ha partecipato alla Seconda guerra mondiale coi tedeschi, ma in realtà era dalla parte degli alleati, come dimostra l’attiva partecipazione dei partigiani ed ignorando le oceaniche manifestazioni di popolo di Piazza Venezia. Peccato che non si sia avuto il coraggio di ammettere, negli Anni ‘50 ed anche ‘60, il vero ruolo del fascismo e la conseguente adesione allo stesso della grande maggioranza del popolo italiano. I tedeschi, invece, d’altra parte, ammettono totalmente le proprie responsabilità, si scusano continuamente per quanto hanno commesso. Nei libri scolastici tedeschi è tutto chiaro e non si nasconde nulla. Detto questo, il mio amore per l’Italia e la mia simpatia per gli italiani non ha limiti. Daniel Mimun Netanya, Israele

Caro Daniel, Ringrazio lei e in genere i lettori che hanno scritto sulla questione Gerusalemme capitale (alcune mail sono pubblicate nella colonna a fianco). Tutti l’hanno fatto con il rispetto e l’attenzione dovuta a un tema così importante, dietro cui dai tempi di Tito c’è una millenaria storia di dolore. Quand’ero ragazzo, il Medio Oriente era considerato il cuore del mondo. Tra il 1948 e il 1973 si combatterono quattro guerre, non lunghe ma cruciali: ognuna a suo modo ha cambiato il mondo. Nel 1948 Israele resistette e si affermò come l’unica democrazia della regione, quale ancora è. Nel 1956 si capì che Francia e Regno Unito non potevano più fare nulla senza Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1967 i soldati israeliani presero Gerusalemme Est con la città vecchia e il muro del Pianto (che gli ebrei chiamano Kotel), la Cisgiordania, il Golan e il Sinai, poi restituito all’Egitto. Nel 1973 Israele si trovò in grave difficoltà, e per due volte si arrivò vicini all’impiego dell’arma nucleare: secondo il più importante storico israeliano, Benny Morris, Golda Meir stava per usarla per fermare i carristi siriani che scendevano verso il lago di Tiberiade, ma Moshe Dayan la fermò: «Aspetta, i nostri uomini possono ancora resistere». I carristi israeliani resistettero; e dei 2.300 caduti israeliani nella guerra del Kippur, metà erano carristi. Quando però Sharon contrattaccò oltre Suez e avanzò verso Alessandria, furono i sovietici a minacciare il ricorso all’atomica. Oggi del Medio Oriente si occupano in pochi. Resto convinto che sia sempre una delle chiavi per capire la modernità e il futuro. Benny Morris ricorda che Ben Gurion disse nel 1938: «Noi stiamo difendendo le nostre vite. Ma sul piano politico, siamo noi che attacchiamo, e loro che si difendono». Poi però Morris aggiunge: «Ben Gurion aveva ragione. Ma ora quel ragionamento non vale più. Israele ha creduto davvero alla pace. I palestinesi no». Quanto al punto specifico che lei solleva, gentile signor Mimun, non posso che darle ragione: l’Italia non ha mai fatto i conti sino in fondo con il fascismo, e con il suo ruolo nella persecuzione degli ebrei.

Perché sempre Gaza? Che cos'è Hamas? E perché Israele teme l'intervento dell'Iran? Francesco Battistini su Il Corriere della Sera sabato 7 ottobre 2023.

Almeno sette guerre negli ultimi diciotto anni. Da quando Hamas ha il controllo della Striscia, Israele l'ha dichiarata territorio ostile interrompendo anche la fornitura di elettricità

Quante sono state finora le guerre di Gaza?

Almeno sette in diciotto anni. Cominciate da quando i militari e gli ottomila coloni israeliani se ne sono andati dalla Striscia, nel 2005, lasciando il controllo all’Autorità palestinese. E soprattutto da quando il movimento islamico Hamas ha vinto le elezioni, nel 2007, battendo il Fatah di Abu Mazen e prendendo il controllo di questo territorio costiero. Un prologo è stata l’operazione Piogge Estive (2006), dopo l’uccisione di due miliziani palestinesi e il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit: l’operazione Piombo Fuso nel 2008, quando Israele entra a Gaza dopo ripetuti lanci di razzi palestinesi: in tre settimane di guerra, muoiono 1.400 palestinesi e 13 israeliani. La seconda è l’operazione Pilastro di Difesa (2012), con un attacco missilistico che uccide anche il capo militare di Hamas e in otto giorni causa 177 morti fra i palestinesi, sei fra gli israeliani. Nel 2014, c’è l’operazione Linea di Protezione, per bloccare i razzi e chiudere i tunnel che collegano la Striscia all’Egitto: sette settimane di fuoco, 2.251 palestinesi e 74 israeliani uccisi. Due anni e mezzo fa, nel maggio 2021, undici giorni di conflitto, l’uccisione di 248 palestinesi (66 bambini) e di tredici israeliani. A nche lo scorso maggio, ci sono stati cinque giorni di scontri col Jihad islamico, una fiammata: 33 palestinesi ammazzati, due israeliani. Ora, la settima guerra.

Perché sempre Gaza?

Da quando Hamas ha il controllo della Striscia, Israele l’ha dichiarata «territorio ostile». Interrompendo per lunghi periodi la fornitura d’elettricità, di carburante e di beni essenziali, oltre che bloccando le esportazioni. I lanci di razzi Qassam sulle città israeliane hanno di volta in volta peggiorato la situazione. Ma dietro le operazioni militari, lo stallo di Gaza è stato usato anche politicamente dai principali attori. Da Hamas, che controlla con pugno di ferro Gaza e ha perpetuato ormai una leadership nella lotta contro l’occupazione dei Territori palestinesi, ricevendo aiuti finanziari e militari dall’Iran. Da diversi premier israeliani, a partire da Bibi Netanyahu, che grazie all’acuirsi delle crisi con Gaza hanno sempre compattato l’opinione pubblica. Dall’Autorità palestinese in Cisgiordania, che s’è sempre posta come unico interlocutore possibile per eventuali negoziati. Anche la spaccatura fra Hamas e i palestinesi del Fatah di Abu Mazen serve a spiegare perché il conflitto si sia concentrato sempre su Gaza.

C'è il rischio di un coinvolgimento dei palestinesi di Abu Mazen?

In Cisgiordania, dal 2006 è presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, ormai anziano e malato. Il suo mandato è scaduto da quasi un quindicennio, ma non si va mai alle urne perché tutti i sondaggi hanno sempre previsto una vittoria di Hamas. Durante la presidenza americana di Trump, e grazie agli Accordi di Abramo firmati nel 2020 da Israele con alcuni Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, storico nemico di Turchia e Iran, fu annunciata una pioggia di soldi sulla Cisgiordania di Abu Mazen, sempre più corrotta e dipendente dagli aiuti internazionali: 50 miliardi di dollari in investimenti stranieri fino al 2030, assieme alla promessa d’un Pil raddoppiato, d’un milione di posti di lavoro, della povertà ridotta del 50%, d’un export schizzato dal 17 al 40% del Pil, d’un ranking della Banca mondiale pari a quello del Qatar. Tutti questi benefit hanno di molto indebolito la solidarietà palestinese: quando gli Usa hanno trasferito l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo la città eterna come capitale d’Israele e contemporaneamente stracciando l’accordo iraniano sul nucleare, le reazioni dell’Anp sono state quasi nulle. Questo, mentre in Cisgiordania i coloni illegali israeliani sono diventati oltre 700mila e le betoniere non hanno mai smesso d’occupare, contro gli accordi internazionali, le terre dei palestinesi.

Che cos'è Hamas?

Nato negli anni ’80, durante la protesta palestinese della Prima Intifada, dichiara incompatibile Israele con una Repubblica islamica di Palestina. E Israele, al pari degli Usa e della Ue, lo considera un’organizzazione terroristica. Hamas gode dell’amicizia d’un grande sponsor politico come la Turchia di Recep Erdogan, che dal 2010 tenta di forzare il blocco israeliano intorno alla Striscia. Secondo i servizi israeliani e lo stesso Abu Mazen, però, oggi è soprattutto l’Iran il grande amico di Hamas. Il finanziamento diretto è per circa 6 milioni di dollari al mese, arrivati fino a 30 negli ultimi anni. Una cifra versata attraverso gli islamici di Hezbollah che controllano il Sud del Libano. Gli Hezbollah sono sciiti come gli ayatollah di Teheran e si battono, come Hamas, per la distruzione del vicino Israele.

Perché Israele teme l'intervento dell'Iran?

Perché gli iraniani sono considerati il nemico numero uno. A causa del programma atomico, ripreso nel 2002, che secondo l’Onu ha anche scopi militari e viola il Trattato internazionale di non proliferazione nucleare. Teheran finanzia anche il Movimento per il Jihad in Palestina, responsabile di molti attacchi suicidi. Dall’Iran, sono arrivate a Gaza forniture d’armi sempre più sofisticate. E il timore è per i missili a lungo raggio di cui dispongono gli Hezbollah in Libano: armi ancora più temibili dei razzi di Gaza.

Che fine hanno fatto i negoziati di pace?

Non esistono più da anni. Quella fra palestinesi e israeliani, ormai la chiamano la pace impossibile. Uno dei più lunghi conflitti della storia moderna. L’origine di tutti i focolai in Medio Oriente. Dal 1946 a oggi, l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato 700 risoluzioni, più di 100 ne ha votate il Consiglio di sicurezza. La comunità internazionale ha esaminato almeno 20 piani di pace. Ma dopo 56 anni d’occupazione dei Territori palestinesi, adesso che fra arabi e israeliani siamo entrati nella quindicesima guerra in più di 70 anni, qualunque soluzione sembra lontanissima.

Estratto dell'articolo di Guido Olimpio per corriere.it sabato 7 ottobre 2023.

Il 6 ottobre del 1973 gli eserciti arabi scatenavano la guerra dello Yom Kippur cogliendo di sorpresa Israele avvisato dall’intelligence solo all’ultimo minuto. Hamas ha mancato di un giorno la data dell’anniversario, probabilmente perché voleva agire di sabato, nel giorno in cui il nemico riposa. La sorpresa però c’è stata. 

Diversi gli elementi dell’offensiva della fazione palestinese. Ha pianificato attentamente l’operazione studiando la routine della sicurezza lungo il confine di Gaza: ricognizione necessaria per individuare i punti deboli degli avamposti, eventuali errori, comportamenti dei soldati.

Non abbiamo ancora tutti gli elementi ma l’alto numero di infiltrati vuol dire che la breccia è stata consistente, senza che i militari potessero contrastarla con efficacia. Il carro armato in fiamme ne è la prova. Il raid è stato coperto da un diluvio di fuoco, con il tiro massiccio di razzi e di colpi di mortaio. I guerriglieri hanno un arsenale vastissimo che gli permette di arrivare fino a Tel Aviv e anche oltre. Armi prodotte loco grazie all’assistenza tecnologia iraniana, all’esperienza dei loro «tecnici», alla lunga ricerca.

Insieme a questi ci sono gli ordigni ricevuti negli anni da Teheran. Il bombardamento è servito a destabilizzare, a creare panico, a spingere i civili nei rifugi e ad impegnare i soccorsi. La terza mossa è quella più profonda e seria. I militanti delle Brigate Ezzedine al Qassam sono penetrati in territorio israeliano a bordo di veicoli, i video li mostrano nelle strade di Sderot. Liberi di girare, di sparare sui passanti, di presidiare incroci. 

Di nuovo hanno certamente condotto sopraluoghi, valutato vie d’accesso, posti di polizia. Troppo esile, in apparenza, lo schieramento dell’esercito nel settore. Non meno rilevante è la propaganda. Un giornalista palestinese ha postato un video dall’interno da un kibbutz nelle mani degli incursori, altri hanno mostrato gli ostaggi israeliani catturati e altri ancora i guerriglieri spostarsi rapidamente in moto. I corazzati abbandonati in una base danno il senso della confusione e di un tracollo incomprensibile di forze armate che dovrebbero stare in allerta. 

[…]

Dietro il piano c’è la mano di Mohammed Deif, il capo del braccio armato di Hamas. Nato nel 1960 a Khan Younis, cresciuto all’ombra di Yaya Ayyash, detto l’ingegnere, l’uomo che preparò falangi di kamikaze, è diventato una figura importante quanto sfuggente. Scampato alla morte nel 2014, ha assunto regole di comportamento ferree, protetto da un cerchio di sicurezza e attento a non rivelare neppure il suo volto. Di lui c’è solo una vecchia foto. 

Restando nell’ombra ha creato diverse unità speciali, ha sviluppato i «missili», ha intensificato l’addestramento ed atteso il momento opportuno per lanciare il colpo. La drammatica sequenza bellica pone infine interrogativi sugli apparati di sicurezza di Gerusalemme.

I servizi interni – lo Shin Bet – e l’esercito non hanno colto segnali della tempesta in arrivo? L’ampiezza dell’assalto ha comportato una mobilitazione ampia da parte di Hamas e Jihad, quindi sarà da capire come sia stato possibile che l’avversario sia riuscito a passare non solo sotto i reticolati ma anche sotto il radar di un’intelligence esperta.

Israele colto di sorpresa come 50 anni fa (la guerra dello Yom Kippur). Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 7 ottobre 2023. Oggi, come nel 1973, si ha l’impressione che Israele si sia fatto prendere di sorpresa. Come si spiegano le difficoltà israeliane?

L’attacco di Hamas contro Israele sembra “celebrare” a modo suo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, che ebbe inizio il 6 ottobre 1973.

Oggi come allora, si ha l’impressione che Israele sia stato preso di sorpresa. Un’offensiva come quella di Hamas con oltre duemila razzi lanciati richiede una preparazione, che le forze armate israeliane non sembrano avere avvistato in anticipo, a giudicare dall’assenza di prevenzione e protezione, nonché dall’elevato bilancio di vittime.

Quali fattori possono spiegare la difficoltà iniziale di Israele? Forse un ingrediente è simile al 1973: un senso di superiorità eccessivo, che infonde sicurezza e può indurre ad abbassare la guardia contro i pericoli. Un’altra spiegazione può collegarsi alla lacerazione profonda della società israeliana. Infine l’attacco di Hamas va visto nel quadro della rivoluzione geopolitica del Medio Oriente: fino a ieri si dava per imminente una storica riconciliazione tra Arabia saudita e Israele; la guerra di queste ore può essere un tentativo di Hamas (e del suo protettore, l’Iran) di sabotare quel disgelo.

Torno al precedente del 1973, la guerra che “cambiò il mondo” in molti sensi. Per noi occidentali fu il primo grave shock energetico (legato all’embargo petrolifero dei paesi arabi contro chi aveva appoggiato Israele), ma anche uno stimolo per esplorare innovazioni come l’energia solare e l’auto elettrica.

In Medio Oriente quel conflitto significò molte cose. Anzitutto, poiché le mosse iniziali della guerra videro le forze armate israeliane in difficoltà e in arretramento rispetto alla coalizione avversaria guidata da Egitto e Siria, il mondo arabo visse un riscatto rispetto all’umiliazione del 1967, una guerra-lampo (“sei giorni”) che era stata un trionfo per Tel Aviv. Ma nel medio periodo la guerra dello Yom Kippur partorì uno sviluppo diplomatico clamoroso in tutt’altro senso, cioè la pace tra Egitto e Israele, lo sganciamento del Cairo dall’orbita dell’Unione sovietica, un capolavoro firmato dall’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger.

Oggi centenario, Kissinger l’ho incontrato in persona questo giovedì 5 ottobre a New York. Parlava a un convegno del Council on Foreign Relations dedicato proprio alla guerra dello Yom Kippur. Accanto a lui c’era l’ex premier israeliano Ehud Barak, che nel 1973 rischiò la vita sul Sinai al comando di un battaglione di carrarmati impegnato a recuperare terreno dopo l’avanzata iniziale degli egiziani. Sia Kissinger che Barak hanno ricordato gli errori di allora. Kissinger ha ammesso di avere inizialmente sottovalutato il presidente egiziano Sadat «che mi sembrava una figura dell’opera Aida di Verdi». Barak, militare di carriera che in seguito sarebbe diventato premier dal 1999 al 2001, ha ricordato che nel 1973 i vertici d’Israele erano convinti che la loro vittoria del 1967 avesse segnato una superiorità incolmabile rispetto alle risorse militari dei paesi arabi, allora quasi tutti nemici. I comandanti delle forze armate israeliane giudicavano l’Egitto incapace di attaccare finché non avesse raggiunto una parità aerea, dalla quale era ben lontano. L’allora premier Golda Meir ignorò l’avviso del re Hussein di Giordania – l’unico paese arabo non ostile a Israele – che l’aveva messa in guardia due settimane prima dell’offensiva. Alla fine gli israeliani riuscirono a ricacciare indietro gli assalitori, e durante la loro controffensiva arrivarono a minacciare sia il Cairo sia Damasco. Ma «il danno subito dalla nostra autostima fu profondo», ha ricordato Barak.

Oggi mentre il premier Benjamin Netanyahu dichiara «siamo in guerra», è possibile azzardare qualche parallelo. Se Hamas ha colto di sorpresa il governo Netanyahu, quali possono essere stati i fattori equivalenti “all’ effetto 1967” che rese gli israeliani troppo sicuri di sé cinquant’anni fa? Ne vedo due ordini.

In primo luogo Israele oggi è ancora più potente di cinquant’anni e al tempo stesso è molto meno isolato. Il mondo arabo sta isolando la Palestina, semmai, o almeno quelle forze insediate in aree palestinesi che si appoggiano all’Iran (Hamas, Hezbollah). Grazie agli accordi di Abramo, favoriti dalla diplomazia americana, Israele ha stabilito rapporti diplomatici con Emirati arabi, Bahrein, Marocco, Sudan.

Sembra imminente una svolta ancora più significativa, cioè l’allacciamento di rapporti diplomatici con l’Arabia saudita di Mohammed Bin Salman(MbS). Una svolta storica… se e quando arriverà. Israele da questo punto di vista è in una situazione geopolitica molto più favorevole di quella che lo vedeva accerchiato da una folla di nemici nel 1973. Questo può aver contribuito a un senso di sicurezza eccessivo. E viene il sospetto che l’attacco di Hamas possa essere anche indirizzato contro l’Arabia saudita.

Il principe MbS, che porta avanti un disegno modernizzatore, è sempre meno incline ad aiutare i palestinesi visti i loro legami con il grande rivale dell’Arabia che è il regime iraniano degli ayatollah. Al tempo stesso, per non urtare troppo le sensibilità del mondo arabo, MbS prima di annunciare il suo riconoscimento diplomatico di Israele deve ottenere qualche concessione almeno simbolica in favore dei palestinesi. Un’operazione resa molto più difficile dai combattimenti che infuriano in queste ore. Hamas, con l’appoggio dell’Iran, s’infila come un cuneo dentro l’avvicinamento tra MbS e Netanyahu.

L’Iran rimane una potenza destabilizzante in tutta l’area. Un altro fattore che può avere indebolito il livello di preparazione delle forze di difesa israeliane, è la profonda divisione del paese. I progetti di riforme costituzionali di Netanyahu, che secondo l’opposizione minacciano gli equilibri istituzionali e la democrazia stessa, hanno accentuato le proteste, le lacerazioni. Il turbamento arriva a lambire le forze armate e i servizi d’intelligence.

La società civile israeliana vive una crisi profonda. Netanyahu appare come un premier che pur di rimanere al potere accetta i ricatti di forze politiche dell’estremismo religioso sempre più potenti e privilegiate: vedi l’esenzione dal servizio militare. Troppo concentrata sui problemi interni, la società israeliana può avere abbassato la guardia sulle minacce da fuori.

Estratto dell’articolo di Guido Olimpio per corriere.it sabato 7 ottobre 2023.

Lo chiamano il fantasma ma esiste e lo ha dimostrato in queste ore. Mohammed Diab al Masri, nome di battaglia Mohammed Deif, è l’artefice dell’assalto senza precedenti a Israele. Un’operazione preparata da un uomo che restando nell’ombra ha trasformato un pugno di guerriglieri in una formazione temibile. 

Sulla cinquantina, il capo del braccio militare di Hamas è nato a Khan Younis, a Gaza, e nonostante le magre risorse della sua famiglia ha potuto studiare. Biologia, dicono. 

[…] È cresciuto sotto l’ala di Yaya Hayyash, l’ingegnere, il coordinatore degli attacchi suicidi a metà degli anni ‘90, e quando il suo mentore è stato ucciso ha compiuto un passo dopo l’altro per sostituirlo. 

La sua prima specialità sono state le prese di ostaggi, azione ripetuta in queste ore su scala massiccia. Sono pedine dall’alto valore negoziale, vite da scambiare. Successivamente si è dedicato alla costruzione dell’arsenale della fazione. Le Brigate Ezzedine al Qassam, la punta di lancia del movimento, sono passate dai Kalashnikov ai droni e ai razzi. Il network ha importato materiale bellico attraverso i tunnel clandestini collegati al territorio egiziano, linfa vitale anche per merci civili. 

I fedayn hanno ingaggiato palestinesi all’estero che potessero assisterli, ne hanno coinvolti altri nella Striscia, hanno sfruttato l’appoggio dell’asse sciita, Iran ed Hezbollah libanese. Un coordinamento costante sul piano militare e politico. I due alleati hanno fornito istruzioni, materiale, pezzi mentre i loro istruttori hanno dato consigli. 

[…]  

Al centro sempre il fantasma. Israele non gli ha dato tregua. Gerusalemme, all’epoca di Arafat, ne aveva chiesto l’arresto e, per un certo periodo, era stato messo in una residenza sorvegliata dall’Autorità. Iniziativa del suo vicino di casa e conoscente, Mohamed Dalhan, per lungo tempo responsabile della sicurezza. 

Un soggiorno di pochi mesi che non ha interrotto la sua carriera diventando il most wanted numero uno degli gli israeliani. Che hanno provato a farlo fuori in ogni modo. Dal cielo con strike di elicotteri sulle vetture che lo trasportavano – 2001 e 2002 -, con infiltrati, con il ricorso a spie.

Le biografie citano sei-otto episodi di azioni mirate per ucciderlo, lui però è sempre scampato riportando ferite serie. Nessuno ne è certo, però c’è chi dice abbia perso un occhio e una mano o che cammini a fatica per le conseguenze di una scheggia. Altri ipotizzano danni maggiori ma nulla che abbia compromesso importanza e status. 

Nell’agosto del 2014 hanno bombardato la sua abitazione, raid costato la vita ad una delle mogli e ad una figlia. Sono caduti anche alcuni dei suoi collaboratori, il numero due al Jabaari o i procacciatori di materiale bellico assassinati dal Mossad negli Emirati, in Tunisia e Malaysia.

Successi tattici che non hanno inciso però sulle Ezzedine al Qassam organizzate per sopravvivere ad una eventuale decapitazione dei vertici. La caccia continua e la lunga esperienza di anni di conflitto lo hanno costretto a misure di sicurezza rigorose. 

Di lui gira solo una vecchia foto, niente telefono, solo corrieri e messaggi registrati postati sul web. Nel primo audio noto, nel 2003, prometteva agli avversari: “La vostra vita sarà un Inferno”. Vent’anni dopo lo ha dimostrato in modo brutale.

Il giornalista palestinese Omar Ghraieb: «Muoiono bambini, famiglie. Noi non siamo tutti di Hamas, l’Occidente deve ricordarlo». Greta Privitera su Il Corriere della Sera mercoledì 11 ottobre 2023.

L'operatore umanitario e giornalista palestinese racconta da Gaza le ultime ora vissute nella Striscia bombardata dall’esercito israeliano: «Qui manca tutto, muoiono moltissimi bambini» 

L’ultima cosa che dice Omar Ghraieb è: «Ho il 5% di carica sul cellulare, non c’è più elettricità. Ci risentiamo quando potrò». Ha 36 anni, è un giornalista e un operatore umanitario della Ong Oxfam. Nato a Gaza City, vive lì con la famiglia. Dice: «Siamo in trappola seduti sui nostri divani».

Come state?

«Conosco la guerra molto bene, ma questa volta è diverso. Non c’è paragone con gli attacchi precedenti. Il livello di distruzione è altissimo. Decine di edifici sono stati rasi al suolo, appartamenti, case e moschee. Muoiono famiglie intere in un colpo solo. I bombardamenti sono non-stop, e il peggio deve ancora venire». 

Sta lavorando con Oxfam?

«In questo momento non posso andare sul campo, e soffro a non essere utile. La situazione umanitaria è fuori controllo. Manca cibo acqua, elettricità. Siccome tutto è successo all’’improvviso, non abbiamo avuto la possibilità di organizzarci. Di solito non facciamo grandi scorte perché comunque ogni giorno c’è uno stop di corrente di 8-12 ore che non consente al cibo di conservarsi. Il peggio è la notte». 

Perché?

«Perché i bombardamenti si intensificano e non abbiamo sistemi d’allarme, veniamo solo bombardati. Siamo seduti sul nostro divano e all’improvvisto sentiamo esplosioni sulle case accanto». 

Non c’è nulla che avverte dei bombardamenti?

«Non abbiamo le sirene, per esempio. Gli israeliani avvisano gli abitanti delle case che vengono bombardate per farli evacuare. Chi riesce trova rifugio nelle case di familiari, amici o colleghi che abitano in zone più tranquille. Qualcuno va negli ospedali. Sono morti tantissimi bambini. In questi giorni, conviviamo con due rumori di sottofondo: le bombe e il pianto ininterrotto dei piccoli». 

State cercando un modo per lasciare la città?

«Anche se volessimo farlo è impossibile, abbiamo solo due frontiere, una con Israele, chiusa — Erez — e una con l’Egitto — Rafah — che ha consentito il passaggio solo ad alcune persone registrate. Noi siamo abituati a sentirci in trappola ma questa è una tomba a cielo aperto». 

L’attacco terroristico di Hamas ha sconvolto Israele e il mondo intero. In molti si aspettano che anche la società civile palestinese si dissoci da queste azioni.

«La maggior parte dei civili non è affiliata ad Hamas. Noi non siamo terroristi. Siamo persone che vogliono solo vivere una vita dignitosa nel Paese in cui siamo nati. Molto spesso ci sentiamo abbandonati dall’Occidente, come se ci fosse un doppio standard. I nostri morti valgono di meno. So che è importante parlare di Hamas, ma oggi, a Gaza, le persone per bene non stanno pensando alla politica, ma pensano solo a come salvarsi la vita sotto un diluvio di bombe».

Estratto dell’articolo di Guido Olimpio per corriere.it il 9 ottobre 2023.

In gergo le spie lo definisco il “caviale”. È l’agente doppio, l’uomo che lavora per due padroni, utile per depistare. Hamas ne ha fatto una delle sue armi migliori, convincendo dei collaborazionisti di Israele ad agire anche per il movimento. 

Probabile, che a livello tattico, queste figure ambigue abbiano partecipato ad un piano ben studiato. Fonti palestinesi hanno svelato alla Reuters come le Brigate Ezzedine al Qassam sarebbero riuscite a ingannare il nemico nascondendo le proprie intenzioni. Anche se qualcosa è trapelato.

L’Egitto, che dispone di “occhi” a Gaza, aveva avvisato Gerusalemme su “qualcosa di grande” in arrivo ma sarebbe rimasto sorpreso dalla scarsa attenzione del governo Netanyahu. Vedremo se è andata davvero così in una storia in corso dove sono emersi l’abilità della fazione, il passo falso di Mossad, Shin Bet e Aman, l’intelligence militare di Gerusalemme.

La prima mossa di Hamas è stata quella di far passare un messaggio rassicurante: non siamo interessati ad un nuovo conflitto, ci dedichiamo alla gestione di Gaza, stiamo trattando per aumentare il numero di operai palestinesi che lavorano nello Stato ebraico. Una nota detta e ridetta, a più livelli, nella Striscia come all’esterno. Eppure, c’erano stati i contatti in aprile con i pasdaran iraniani in Libano ma sono stati interpretati come preparatori per azioni minori, attacchi che Israele ha imparato a contenere e a sopportare. Invece, se sono vere le rivelazioni del Wall Street Journal, hanno costituito l’ultimo tassello per scatenare l’offensiva d’Ottobre, compreso il presunto ordine di agire impartito lunedì scorso.

Il governo di Gerusalemme è parso, però, più prudente a livello ufficiale sul coinvolgimento diretto degli ayatollah. C’è tempo per accuse specifiche. Sulla valutazione generale ha pesato anche la catena di attentati in Cisgiordania, violenza – unita alla scelta ideologica del governo in favore delle richieste dei coloni – che ha spinto ad aumentare le unità in West Bank indebolendo il settore meridionale.

La seconda carta è stata più evidente. Le Brigate hanno condotto esercitazioni, prove documentate dai video diffusi in rete: ecco gli uomini rana sulle spiagge, i militanti in deltaplano, le manovre a fuoco. Tutto ben visibile. I loro operai hanno costruito un poligono che riproduceva le casette dei kibbutz poi presi d’assalto, un teatro dove provare la missione. Impossibile che lo Shin Bet non se ne sia accorto. L’ufficio analisi avrà pensato alla routine, ad attività di propaganda. E cosa hanno detto le loro fonti sul terreno? Hanno confermato? Possibile. Una valutazione sincera mescolata, però, a dritte fuorvianti secondo una tradizione coltivata da Hamas quando era ancora “in fasce”.

Subito dopo la nascita del movimento ha creato al Majd, la cellula iniziale del suo controspionaggio, e ne faceva parte negli anni ’80 anche l’attuale leader Yahya Sinwar. L’apparato è stato sostituito nel 2007 dalla Sicurezza Interna diventata una componente chiave. Ha dato la caccia ai traditori, ha studiato l’avversario, si è dotata con l’aiuto iraniano di mezzi tecnologici. In diversi casi, quando ha scoperto, una talpa invece che punirla brutalmente l’ha convinta a collaborare per “intossicare” lo Shin Bet. È un gioco sottile, perché devi proteggere il voltafaccia. 

L’agente doppio è usato per passare dati corretti e disinformazione, è possibile sacrificare qualcosa o qualcuno in modo da non far nascere sospetti negli israeliani. In un episodio la Sicurezza Interna si è servita del cellulare dell’informatore per ascoltare i dialoghi con gli 007 israeliani, in un altro ha utilizzato la pedina per avere dettagli su “case sicure”, modus operandi, collegamenti dello Shin Bet. Ma c’è stato un episodio dove la spia ha ucciso il suo contatto nell’intelligence, un gesto per espiare fino in fondo la sua colpa.

Estratto dell’articolo di Guido Olimpio per corriere.it mercoledì 11 ottobre 2023.

La storia continua a girare, con dettagli diversi. Dieci giorni prima del Diluvio al Aqsa il Cairo ha passato un messaggio urgente a Gerusalemme: sta per accadere «qualcosa di grosso». 

Il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamal […] avrebbe telefonato al premier Netanyahu per sottolineare l’urgenza. E secondo una ricostruzione dall’altro lato non hanno capito, convinti che Hamas avrebbe al massimo condotto uno dei «soliti» attacchi o che non fosse interessata ad aprire il fuoco.

Una versione successiva declassa la segnalazione: sì, hanno avvisato però in termini generali, non c’era l’indicazione tattica precisa. Un racconto incompleto, da decifrare. Siamo solo al primo capitolo tra manovre, polemiche, caccia ai colpevoli. 

[…] Gli egiziani conoscono alla perfezione Gaza, dispongono di informatori e di sponde nella dirigenza locale di Hamas. Rapporti politici e di interesse, visto che l’unico vero sbocco verso l’esterno per la Striscia è il punto di confine meridionale di Rafah, Egitto.

Legami antichi con i servizi segreti a fare da mediatori, un ruolo consacrato da una figura famosa, Omar Suleiman, gestore durante un periodo lunghissimo di dossier complicati deceduto nel 2012. […]. Rispettato dai due contendenti, ha ampliato le «connessioni», ha seminato in un terreno difficile ed ha lasciato ganci a chi è venuto dopo. Oggi quel ruolo è stato assunto da Abbas Kamal, a metà strada tra “guardiano” e diplomatico. Funzione peraltro svolta dal capo del Mossad e più di recente dal direttore della Cia William Burns nel conflitto ucraino e da qualche russo. 

Tra spie ci si intende, parlano un loro linguaggio, vanno al punto, sono autorizzate a rivelare informazioni riservate nel caso serva a raggiungere una meta superiore. Probabilmente gli egiziani, con i loro uomini sul terreno, si sono accorti dei preparativi messi in atto dalle Brigate Ezzedine al Qassam.

Il training dei guerriglieri, i movimenti inusuali e usuali, i piccoli e grandi segni a Gaza, i video di propaganda di unità speciali dal mare al cielo sono stati captati. Da soli però non erano sufficienti a far scattare i sospetti […]. […] Forse ad informare Abbas Kamal è stata una fonte vicina al vertice di Hamas, qualcuno che ha colto notizie grezze, non definite, magari semplici allusioni ad un’operazione. […] coloro che sapevano erano non più di quattro o cinque, incluso la mente Mohammed Deif. Neppure i dirigenti politici del movimento sarebbero stati messi al corrente proprio per passare sotto i radar israeliani.

La tesi porta a tre punti:

1. È credibile la segretezza assoluta.

2. Difficile però pensare che un assalto di tale portata sia stato concepito da una cerchia molto ristretta. […] qui pagano i civili e le ripercussioni internazionali sono immense. È comprensibile e agevole rimarcare l’efficacia del silenzio radio a missione compiuta, per rimarcare successo, organizzazione, disciplina, catena di comando impermeabile alle infiltrazioni.

3. Erano a conoscenza di ciò che era sufficiente, non degli aspetti bellici. E la prova sta nella telefonata degli egiziani a Gerusalemme, con il riferimento «a qualcosa di grande». Altrimenti non si spiegherebbe la mossa di Abbas Kamal […]. 

Una volta ceduta la “diga” il Cairo ha dovuto cambiare gli obiettivi ricentrando l'agenda. I funzionari di Abbas Kamal si sono mossi per avere garanzie dai militanti sul trattamento degli ostaggi e questo confermerebbe un coinvolgimento diretto in negoziato. Al tempo stesso hanno sollecitato una pausa nei combattimenti in modo da permettere l'arrivo di aiuti umanitari nella Striscia. Il generale al Sisi, infatti, teme un'ondata di profughi verso Rafah e il suo territorio. È una corsa contro il tempo, le fiamme in Medio Oriente si spostano veloci.

L’attacco di Hamas e la risposta confusa: perché Israele ha impiegato ore per rispondere ai terroristi. Guido Olimpio su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023. 

L’intelligence aveva rilevato movimenti inusuali ma non ha innalzato il livello d’allarme. L’esercito sorpreso e «paralizzato». Hamas sostiene che l’attacco era in preparazione da due anni. 

Una jeep con soldati israeliani verso una delle città attaccate poche ore dopo l’attacco di Hamas (Zwigenberg/Ap)

Il Diluvio al Aqsa è iniziato alle 6.30 di sabato con una pioggia di razzi sulle postazioni israeliane al confine con Gaza. È stato un colpo devastante sferrato nel giorno più lungo di Israele.

Gli avamposti

Un soldato ha raccontato al sito The hottest place in the hell: «Mi ero appena svegliato quando è iniziato l’attacco, non sapevamo cosa fare». I miliziani di Nuvka, reparto scelto di Hamas, hanno accecato i sistemi di sorveglianza centrandole con il tiro di cecchini mentre le torri dotate di mitragliatrici guidate in remoto sono state distrutte dai droni. C’è chi dice abbiano fatto ricorso anche a mezzi elettronici, particolare da confermare. 

Gli assediati erano privi di ordini precisi, sopraffatti dall’avversario. Pochi gli elementi esperti, tra i primi a morire, come un plotone della Brigata Golani spazzato via. Eppure, l’intelligence aveva trasmesso una nota avendo rilevato, nella notte, movimenti inusuali. Solo che è stato deciso dall’esercito e dallo Shin Bet di non innalzare livello d’allarme. Lo schieramento, inoltre, era debole. Per diversi motivi: la fiducia nel muro e nei sensori; i battaglioni impegnati in Cisgiordania a tutela delle colonie; l’idea che il nemico non sarebbe stato in grado di portare azioni estese; la concomitanza della festività.

Un quadro stravolto dall’assalto al Comando di divisione dove erano concentrati gli ufficiali più importanti. Chi doveva guidare la risposta era ferito, morto o catturato. Sarebbe stato importante il supporto aereo, però servivano i designatori di bersagli. Ma le posizioni erano paralizzate, in alcuni casi abbandonate in tutta fretta.

Tutto si è dissolto davanti alla spallata di oltre mille mujaheddin, loro stessi sorpresi dalla rapidità dell’avanzata. Lo ha confermato Salah al Aruri, numero due del politburo: in tre ore eravamo in controllo.

La reazione

Neppure allo stato maggiore devono aver capito. Il primo comunicato dell’esercito alle 6.30 riferisce del lancio di missili e solo alle 7.40 parlerà di «infiltrazione» dalla Striscia. Ormai era tardi perché i militanti a quell’ora stavano dilagando per dedicarsi al grande massacro.

Le registrazioni delle videocamere agli ingressi dei villaggi mostrano l’arrivo dei terroristi tra le 7 e le 7.30, con le garitte quasi sempre sguarnite forse perché gli addetti alla sicurezza avevano raggiunto i rifugi a causa del bombardamento con oltre 2.000 «missili». Il crollo o l’assenza di contrapposizione efficace ha permesso a Hamas di far affluire combattenti, seguiti da gruppi di predatori.

Sporadiche le contromosse: venti membri dell’unità scelta Shaldag sono stati trasferiti in elicottero a Be’eri, molti sono caduti sotto il fuoco.

I trucchi

Gli incursori di Mohammed Deif dicono di essersi preparati da due anni. Probabile. Di sicuro hanno spiato e studiato mettendo a punto un piano meticoloso.

I rapporti — ancora sommari — forniscono delle tracce: alcuni erano travestiti da soldati israeliani e sono riusciti ad ingannare le sentinelle, a sorprendere automobilisti che pensavano di trovare invece aiuto; altri sono stati aiutati da qualche operaio palestinese che ha fatto da guida, svolto una ricognizione; sui cadaveri dei miliziani sono state recuperate schede con punti deboli dei tank israeliani, foto di mappe satellitari con i target.

A questo si è aggiunta l’abilità di far passare le esercitazioni con deltaplani, esplosivi e battelli come routine.

La resistenza

Molti gli episodi di eroismo. Inbar Lieberman è una donna responsabile della sicurezza al kibbutz Nir Am, ad appena 500 metri dalla Striscia. Quando ha sentito le prime esplosioni ha aperto l’armeria distribuendo fucili a collaboratori e civili; quindi, li ha disposti in modo da creare un perimetro. Così hanno tenuto a bada i guerriglieri uccidendone almeno tre.

Un suo collega ha fatto la stessa cosa in un altro villaggio mentre un pugno di guardie ha cercato di contrastare con le pistole il commando piombato dal cielo a bordo di deltaplani sul festival rave. Storie che dovranno essere tenute in conto quando le autorità dovranno elaborare contromisure per tutelare le comunità.

Deve esserci uno scudo locale. L’esercito non può essere ovunque, i rifugi blindati non sono sempre la soluzione. In certi casi hanno rappresentato la salvezza ma in altri sono diventati trappole atroci. Gli aggressori, quando non sono riusciti a entrare, hanno dato fuoco alle abitazioni.

La liberazione

Una ricostruzione del New York Times ha ricostruito quanto tempo è passato dal momento dell’attacco alla liberazione di alcune località. Nir Oz: 8,5 ore. Raduno rave: 8 ore. Kfar Aza: 20 ore. Be’eri: 7,5 ore. Una «finestra» lunghissima, la cronaca di un’agonia.

Gerusalemme ha dovuto comprendere cosa era avvenuto, mettere insieme i rinforzi, dare la caccia ai fedayn. Intanto il nemico portava via oltre cento ostaggi lasciando dietro pile di vittime e un trauma nazionale.

Haniyeh, il boss di Hamas che dirige la guerra dal Qatar. Davide Frattini su Il Corriere della Sera lunedì 16 ottobre 2023.

Prima l’Intifada e le prigioni poi capo del gruppo. Storia di uomo che ormai non vive più nella Striscia di Gaza ma muove i fili da fuori

Il campo rifugiati Shati, spiaggia in arabo, si chiama così perché le case di cemento grigio, i piani aggiunti sbilenchi all’allargarsi delle famiglie, stanno a picco sulla costa, dalle rocce sgocciola in mare la fogna a cielo aperto. Quella che dovrebbe essere la strada d’ingresso principale è un vicolo sempre infangato che porta al palazzotto dove ha abitato Ismail Haniyeh. Le sbarre impediscono di arrivarci, anche se il capo di Hamas vive in Qatar ormai da un paio d’anni. Ha preso il posto ricoperto da Khaled Meshal e come lui cerca di controllare le dinamiche a volte conflittuali tra i leader dentro la Striscia — sotto i bombardamenti — e fuori a Doha, sotto i soffitti stuccati della capitale qatarina.

Sulla Spiaggia ci è nato 61 anni fa, il padre pescatore. Dopo le battaglie della prima intifada e la prigione, diventa assistente dello sceicco in carrozzella Ahmed Yassin, ucciso dagli israeliani nel marzo del 2004, il successore Abdel Aziz Rantissi dura un mese, un missile centra la sua auto. A quel punto i boss dell’organizzazione formano un triumvirato clandestino, meglio restare nascosti, i tre dovrebbero essere alla pari, in realtà lo guida Haniyeh ed è lui a essere il primo nome della lista che gli islamisti decidono di presentare alle elezioni parlamentari del 2006, Yasser Arafat è morto due anni prima. Stravincono: Haniyeh è capo del governo a Gaza, mentre l’Autorità palestinese fa capo al presidente Abu Mazen a Ramallah.

Abu Mazen non riesce a fargli riconoscere gli accordi stipulati con Israele, che siano quelli di pace a Oslo o il riconoscimento dello Stato ebraico. Così la maggior parte della comunità internazionale lo boicotta, resta vuota la mensola che aveva preparato nel suo ufficio per raccogliere le foto con i grandi del mondo, gli arriva una telefonata di congratulazioni da Bobo Craxi, allora sottosegretario agli Esteri, che va di traverso al resto dell’esecutivo italiano guidato da Romano Prodi.

Il presidente lo disconosce nel 2007 perché i paramilitari gli tolgono con le armi il dominio sui 363 chilometri quadrati stretti tra Israele, l’Egitto e il Mediterraneo. I miliziani estremisti entrano nel palazzo rosa del raìs, quartiere residenziale di Rimal, indossano le sue ciabatte, si siedono sul copriletto di seta, voltano le foto della moglie, sguardo al muro perché è una donna e loro sono tutti maschi.

Per i 2,3 milioni di palestinesi ammassati dentro casa Ismail è sempre stato un figlio di Shati — lui che di figli ne ha 13 — modesto e devoto, pronto a condividere con loro quel «sale e zaatar» come urlava agli israeliani durante i quasi due mesi di guerra tra luglio e agosto del 2014: «Ci basteranno a sopravvivere, non ci piegherete mai». I più sarcastici commentano che alla distanza agiata del Qatar con la varietà di maggiorana, Origanum Syriacum, ci può insaporire la carne di agnello. Quando nel 2017 sostituisce Meshal — per 21 anni al vertice — gli analisti si convincono che con lui l’organizzazione possa diventare più pragmatica, più interessata a governare Gaza che a disarcionare Israele dal Medio Oriente. Le stesse illusioni che si formano attorno a Yahia Sinwar, eletto nella posizione tenuta da Haniyeh di regnante sulla Striscia. Congetture triturate dalla mattanza di sabato scorso all’alba.

In questi giorni di guerra gli ufficiali israeliani hanno dichiarato che tutta la leadership di Hamas è «destinata a morire», bnei mavet suona la sentenza in ebraico. Avigdor Liberman, sul punto di diventare ministro della Difesa sotto Benjamin Netanyahu, aveva avvertito: «Quarantotto ore dopo aver ricevuto l’incarico darò l’ordine di uccidere Haniyeh». Era il 2016. Tre anni dopo — ormai ex alleato di Netanyahu e tra i suoi critici più caustici — aveva rivelato di aver presentato al consiglio di sicurezza «i piani dettagliati per eliminarlo ed è stato Bibi, in più di un’occasione, a opporsi». Quando Liberman si era dimesso, era stato proprio Haniyeh a provocarlo in un’intervista da Gaza: «Ho vinto io».

Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” lunedì 16 ottobre 2023.

La cronologia di un fallimento, le tappe di messaggi inascoltati ma anche la prova che l’intelligence aveva informazioni generiche e non la «pistola fumante». Giudizio provvisorio in quanto siamo ancora in mezzo alla tempesta ed abbiamo un quadro incompleto. 

6 febbraio — Nel rapporto sulle minacce globali dello spionaggio Usa non è citata Hamas ma solo Iran, Hezbollah «e partners».

6 aprile — Vertice in Libano tra Hezbollah, Hamas e il comandante della Divisione Qods dei pasdaran iraniani, Ismael Qaani. Un probabile «gabinetto di guerra». Una notizia non proprio nascosta. Chi deve sapere lo sa. 

14 aprile — Un articolo del Wall Street Journal racconta del summit libanese, non esclude che sia stato organizzato in vista di una nuova esplosione di violenza su più fronti. La storia, a questo punto, raggiunge un pubblico vasto. Sempre che sia interessato ad una crisi trascurata. 

Estate — Una conferenza mette insieme il capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e molti alti gradi. Il generale Shai Clapper, comandante della 91esima Divisione Galilea, afferma che la cosa che più lo preoccupa è un attacco di Hezbollah che colga di sorpresa l’intelligence. Replica un ufficiale: se dovesse accadere, tutte le persone che sono sedute attorno a questo tavolo dovrebbe andarsene a casa. Ovvero cacciate. (Dialogo riportato dal quotidiano Haaretz).

Fine settembre — Gli egiziani mettono in guardia Israele, sta per accadere «qualcosa di grosso», con conseguenze per l’intera regione. Una versione sostiene che vi sarebbe stata una telefonata del direttore dell’intelligence Abbas Kamal a Netanyahu ma l’ufficio del premier smentisce. 

28 Settembre — La Cia diffonde una nota, sottolinea il rischio di nuovi lanci di razzi, mette in guardia su un’escalation attorno a Gaza. Il file non contiene riferimenti a operazioni speciali, incursioni o tattiche diverse dal solito «ciclo» visto negli anni scorsi attorno a Gaza. In fondo conforta quella che è l’idea dell’establishment militare di Israele.

5 Ottobre — La vigilia. Secondo report della Cia dopo uccisione di due militanti di Hamas in Cisgiordania. Sono informati alcuni congressisti ma non la Casa Bianca. Così affermano. Il che vuol dire che il presidente non avrebbe trovato menzione nel briefing mattutino, quello che nei primi tempi angosciava Barak Obama. Gli analisti sono preoccupati per la situazione nella regione, segnata da molti attacchi e scontri a fuoco. Gli israeliani, del resto, hanno schierato qui molti battaglioni per contrastare i terroristi ma anche garantire i coloni, forte base politica del governo. L’ attenzione di Gerusalemme è sempre concentrata su quest’area e sul confine nord dove incombono i miliziani filoiraniani del Partito di Dio. 

6 Ottobre — Gli americani rilanciano una segnalazione dello spionaggio israeliano, riguarda movimenti anomali a Gaza.

Notte tra il 6 e il 7 Ottobre — C’è fermento nella Striscia colto dalle spie, il comando Sud e lo Shin Bet (servizi interni) si consultano telefonicamente. Sono fasi di grande incertezza, la valutazione finale è che non è necessario dichiarare lo stato d’allarme. Una fonte sui media non esclude che anche il capo del Mossad sia stato messo al corrente. Su questi momenti, però, dobbiamo aspettare dati sicuri. Restano gli errori, tragici: non hanno colto i lunghi preparativi della fazione; hanno sottostimato le capacità del nemico; si sono fidati del muro e della tecnologia trascurando il fattore umano, fondamentale in ogni sfida sulla sicurezza. 

7 Ottobre — Hamas scatena il Diluvio al Aqsa. Ore 6.30: la difesa emette comunicato dopo la prima salva massiccia di razzi. Ore 7.40: la difesa conferma un’infiltrazione di mujaheddin da Gaza. Inizia un’altra storia per il Medio Oriente.

Estratto dell'articolo di D. F. per il “Corriere della Sera” martedì 17 ottobre 2023. 

[…] L’evidenza — le prove del massacro, i resti dei massacrati — è avvolta nei sacchi bianchi e tenuta dentro ai container refrigerati in questa base a sud est di Tel Aviv. Quando i soldati aprono i portelloni, […] le scaffalature dove sono stati riposti i corpi, il sacco più in alto è così piccolo che può solo contenere una bambina o un bambino.

[…]. «Siamo stati addestrati in questi anni per rispondere a un attacco con un grande numero di morti, non siamo stati preparati a queste atrocità», dice il colonnello Haim Weisberg, […] Qui sono arrivati la maggioranza dei 1.400 tra civili e soldati uccisi all’alba da quasi duemila terroristi di Hamas che sono penetrati dalla Striscia di Gaza dopo aver squarciato la barriera di separazione in 29 punti. Le tombe di ferro temporanee sono disseminate per Campo Shura — dalle parti di Ramla, la città abitata per un quarto da arabi israeliani — e le file di container sono divise tra quelli che contengono le spoglie o le parti identificate e quelle ancora da analizzare o per le quali le prime indagini non hanno dato risultati.

«La procedura — continua il rabbino Weisberg — è la stessa che usiamo per i soldati, andiamo per tentativi: riconoscimento da parte di un famigliare, impronte dentali, Dna. È impressionante il numero di casi in cui abbiamo dovuto utilizzare i prelievi genetici perché le teste sono state mozzate o maciullate». Abigail lavora nell’hi-tech. Di solito. Adesso è in divisa come comandante del gruppo di donne che si prende cura dei cadaveri di adulte, ragazze, bambine. «Proviamo a garantire loro quel rispetto, quella dignità, che sono stati calpestati e cancellati dai fondamentalisti. Se le hanno spogliate, noi le ricopriamo mentre gli anatomopatologi eseguono l’autopsia. Se le hanno brutalizzate, noi offriamo la nostra delicatezza ai loro corpi».

[…]

I famigliari vengono convocati, quando i cadaveri sono stati identificati. Le auto dei parenti — non solo ebrei israeliani, ci sono arabi musulmani, cristiani, stranieri — entrano dopo la colonna di camion che ancora trasportano corpi dal sud del Paese. Racconta Mayan, dentista all’ospedale Tel HaShomer, anche lei si è rimessa la divisa dopo la mattanza: «Uno dei momenti più terribili è quando stiamo operando nella tenda e da quella accanto sentiamo le urla di una madre o un padre che ha appena ricevuto la conferma».

Estratto dell’articolo di Davide Frattini per il “Corriere della Sera” mercoledì 18 ottobre 2023.

Nella foto che tiene appesa alle spalle indossa la tuta da meccanico bianca, il travestimento usato per infiltrarsi sotto l’aereo della Sabena […] e attaccare con 16 uomini dell’unità speciale Sayeret Matkal gli attentatori palestinesi, liberare i 90 ostaggi. 

Agli ordini di Ehud Barak in quel pomeriggio del 1972 c’è anche Benjamin Netanyahu, che nell’autobiografia pubblicata pochi mesi fa accusa l’ex comandante di essersi preso il merito del successo anche se «il suo unico ruolo è stato rimanere sulla pista e soffiare in un fischietto».

In questi giorni drammatici, a 81 anni, il soldato più decorato della Storia d’Israele — è stato capo di Stato maggiore e ministro della Difesa fino a diventare premier battendo proprio Bibi in uno scontro diretto — non vuole rispondere a risentimenti […]. 

«Questo è il momento dell’unità […] perché abbiamo subito l’assalto più devastante da quando è nata la nazione. Netanyahu ha perso la fiducia della gente e dei soldati, i suoi stanno già manovrando perché in futuro possa tentare di negare le responsabilità. Per lui arriverà il giorno del giudizio, molto prima di quanto si pensi».

Il capo di Stato maggiore, quello dei servizi segreti interni, l’intelligence militare hanno chiesto scusa per il disastro di sabato scorso.

«È un fallimento senza precedenti a tutti i livelli. I vertici hanno coltivato per anni l’idea che Hamas potesse essere addomesticato. Netanyahu […] ha lasciato che il Qatar portasse milioni di dollari in contanti ai fondamentalisti. Sperava di tenerli buoni pagando tangenti e alla comunità internazionale ripeteva: vedete, come posso negoziare con Abu Mazen se controlla solo metà dei palestinesi? Intanto Hamas si rafforzava». 

Lei è stato ministro della Difesa durante l’operazione Piombo Fuso, tra il 2008 e il 2009, e con lo Stato maggiore decise di tagliare la Striscia a metà, i carrarmati dispiegati da est fino al Mediterraneo, una delle incursioni di terra più massicce nei tanti scontri con Hamas.

«L’idea era di dividere Gaza in diversi settori per poter operare con le truppe dall’interno. Avevo bisogno di fermare i lanci di razzi e allo stesso tempo convincere l’Egitto a intervenire, a sostituirci sul campo. Ma Omar Suleiman, allora capo dei servizi segreti, mi mise un braccio sulla spalla e sorrise: ce l’avete tolta nel 1967, adesso ve la tenete. In realtà, ci eravamo ritirati da quattro anni, così ho proposto ad Abu Mazen di aiutarlo a riconquistare il controllo che Hamas gli aveva tolto con le armi: per lui era impensabile — e lo capisco — tornare nella Striscia portato sui tank israeliani». 

Anche adesso viene ipotizzato l’intervento di una forza multinazionale araba.

«Una forza internazionale deve riempire il vuoto per 4-5 mesi dopo che avremo eliminato Hamas. Fino alla possibilità di restaurare il potere dell’Autorità palestinese sulla Striscia». 

[…] Eppure tra i fedelissimi nel Likud di Netanyahu qualcuno continua a far politica come se il Paese fosse in campagna elettorale […]. Urlano «traditori» ai famigliari degli ostaggi che chiedono conto, danno la colpa dell’invasione di undici giorni fa ai «disfattisti della sinistra».

«Quei “disfattisti” sono i riservisti, i soldati delle forze speciali, i piloti dell’aviazione che in poche ore hanno trasformato il movimento di protesta nella macchina degli aiuti per i militari al fronte e per le famiglie evacuate dai villaggi devastati a sud. Sono intervenuti nello scompiglio, nell’assenza iniziale del governo […]». 

Al governo proprio con Netanyahu, come ministro della Difesa ha spinto perché le forze armate investissero milioni di dollari nella preparazione di un possibile raid contro i centri nucleari iraniani per impedire che Teheran arrivasse a produrre la bomba atomica. Sabato il blitz ha colpito da molto più vicino.

«Quello sforzo non ha distolto l’attenzione dell’esercito dalle altre minacce. Ero convinto allora — e resto convinto — che i siti iraniani andassero bombardati […]. È stata questa minaccia credibile che ha spinto il presidente Barack Obama a negoziare l’intesa con l’Iran: ha ritardato lo sviluppo atomico e avrebbe potuto rinviarlo di 10 anni, se Netanyahu non avesse spinto Donald Trump a tirar fuori gli Stati Uniti dall’intesa».

La giornalista di Al Arabiya e le domande scomode al leader di Hamas: il video dell’intervista. Uno dei leader di Hamas, Khaled Meshal, è stato intervistato da Rasha Nabil, giornalista e conduttrice dell’emittente degli Emirati. CorriereTv su Il Corriere della Sera sabato 21 ottobre 2023.

(LaPresse) In un’intervista rilasciata ad Al Arabiya, emittente televisiva degli Emirati con sede a Dubai, uno dei leader di Hamas, Khaled Meshal, è stato incalzato con domande scomode dalla giornalista in studio, Rasha Nabil.

«Il vostro attacco è stato una dichiarazione di guerra e molta gente si domanda come vi aspettavate che avrebbe reagito Israele? Avete preso questa decisione da soli?» chiede subito la giornalista. Meshal spiega che Hamas è «ben consapevole delle conseguenze» dell’attacco contro Israele ma elogia le Brigate al-Qassam (l’ala militare di Hamas) per »aver colto di sorpresa il nemico» con un attacco «ingegnoso» avvenuto «nel contesto di una legittima resistenza»

Nabil però lo interrompe e precisa: «Lei parla di resistenza legittima, però quello che gli occidentali hanno visto in tv è stata la violenza di Hamas contro i civili israeliani. E ora Hamas viene paragonata all’Isis».

E poi ancora: «Come potete chiedere all’Occidente supporto alla causa palestinese, quando è evidente quello che ha fatto Hamas ai civili israeliani? Sa che Israele ha ottenuto molto supporto grazie a queste scene? Vi scuserete per quello che avete fatto ai civili israeliani?»

Il leader di Hamas spiega che l’organizzazione «concentra la sua resistenza sulle forze di occupazione e sui soldati», aggiungendo però che in tutte le guerre ci sono delle vittime civili: «Non siamo responsabili per loro». (LaPresse)

La giornalista della tv araba che incalza il capo di Hamas: «Chiederete scusa?» Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 22 ottobre 2023.

Diventano virali le domande scomode di Rasha Nabil, della tv degli Emirati Arabi Al Arabiya, a Khaled Meshaal, leader di Hamas: «È così che trattate i civili?»

«Ma come vi aspettavate che avrebbe reagito, Israele?». «Come potete chiedere al mondo di sostenere i palestinesi, quand’è evidente quel che Hamas ha fatto ai civili israeliani?». «Vi scuserete per quel che avete fatto agli israeliani il 7 ottobre?». «Lei sta seduto fuori Gaza, in una stanza con l’aria condizionata, e parla di guerra, di jihad, di bombardamenti…».

L’ultima intervista che Khaled Meshaal aveva dato a una tv, dopo la mattanza di Sukkot, era stata a una devota (e velatissima) giornalista iraniana che l’aveva fatto accomodare su domande del genere «qual è la sua opinione sull’aggressione sionista a Gaza?». Invitato a collegarsi con Rasha Nabil, volto prime time di Al Arabiya, l’ex capo di Hamas s’aspettava le solite carezze dei proni intervistatori arabi. Ma quand’è finito bombardato da Rasha, quest’egiziana svergognata che manco s’era coperta il capo al suo cospetto, alla fine Meshaal ha tradito un lieve nervosismo: «Cara sorella — le ha balbettato gelido —, con tutto il rispetto… Le tue domande… E va bene, mi fai una domanda e io ti rispondo con chiarezza…».

Al Arabiya è una tv fondata vent’anni fa a Dubai e pagata dai sauditi, per dare agli arabi «un’informazione più equilibrata e meno provocatoria di Al Jazeera». Ci vanno Obama e lo scrittore Tahar Ben Jelloun, l’apprezza il New York Times e la odiano gli ayatollah. Due sere fa l’anchorwoman Rasha, 44 anni, egiziana, un minuscolo passato cinematografico, ha capito subito che fosse meglio troncare le solite supercazzole di Meshaal («invito la nazione araba a unirsi nella lotta…») e l’ha incalzato dura. Lei: «Khaled, la gente di Gaza ora si sveglia dovendo affrontare una grande tragedia: perché avete deciso tutto da soli?» Lui: «Fa parte della resistenza legittima, su cui il nostro popolo è d’accordo…». Lei: «Ok. Ma ora Hamas è paragonata all’Isis!». Lui: «Cara sorella, questa è un’accusa fabbricata da Netanyahu. Le nazioni non si liberano facilmente: i russi sacrificarono 30 milioni di vite contro Hitler, l’Afghanistan milioni di martiri…». Lei: «Ma trattare i civili in questo modo fa parte dell’ideologia di Hamas?». Lui: «Sorella, Hamas è concentrata contro i loro soldati! Poi, in tutte le guerre ci sono vittime civili. Ma noi non ne siamo responsabili…».

Nei social arabi, l’intervista di Nabil è al top nelle tendenze. Una scia di commenti, molti elogi e pochi insulti. Con lei ripostatissima quando chiede del Libano («l’ultima cosa di cui ha bisogno, è un’altra guerra!») e Meshaal che non risponde, o tocca il tasto Iran e lui glissa… Nelle scuole jihadiste s’insegna la taqiyya, l’arte islamica di velare la verità. Brava Rasha: dal tuo studio, ci volevi tu per strappare quel velo.

Quello che stiamo vivendo è solo un assaggio del mondo post-americano. Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 21 ottobre 2023.

In due settimane - con la guerra tra Israele e Hamas, il tentativo degli Usa di frenare l’escalation, l’abbraccio tra Xi, Putin e il Grande Sud - il mondo è cambiato molto, a sfavore dell’Occidente. Una riedizione della «dottrina Hemingway»: «Come sono finito nei guai? Prima gradualmente, poi brutalmente»

In due settimane il mondo è cambiato molto, a nostro sfavore, se per «noi» intendiamo l’Occidente. O per lo meno è peggiorata drasticamente la nostra percezione del mondo, dei suoi equilibri e rapporti di forze geopolitici.

Il feroce attacco di Hamas contro la popolazione civile israeliana (qui le notizie in diretta) è stato il detonatore di una serie di reazioni a cascata: controffensiva delle forze armate israeliane; manifestazioni pro-Hamas dalle piazze d’Europa ai campus americani a tutte le nazioni islamiche; atti di terrorismo in Francia e Belgio. Una conseguenza è il repentino indebolimento delle leadership arabe o islamiche più pro-occidentali o meno anti-israeliane (Egitto, Giordania, Arabia saudita, Emirati). All’interno dell’Occidente stesso le divisioni politiche più pericolose si manifestano proprio nella potenza leader, l’America.

Sullo sfondo, un altro evento accaduto in questi giorni è significativo: il vertice di Pechino dove Xi Jinping ha celebrato il decennale della sua Belt and Road Initiative (l’Iniziativa Cintura e Strada, chiamata anche le Nuove Vie della Seta). Oltre all’ennesimo abbraccio fra Xi e Vladimir Putin quel summit ha radunato una folta schiera di leader del Grande Sud globale, sottolineando così la nuova divisione del mondo in blocchi: l’atteggiamento verso Hamas contribuisce a rafforzare il collante ideologico nello schieramento anti-occidentale. Uno storico americano, e autorevole teorico di geopolitica, Walter Russell Mead, a proposito delle ultime due settimane evoca un passaggio del romanzo di Ernest Hemingway «Fiesta» (1926). È lo scambio tra due personaggi del romanzo, in cui Bill Gorton chiede a Mike Campbell: «Come sei finito in bancarotta?» La risposta: «In due modi. Gradualmente e poi tutto d’un colpo».

Così la capacità dissuasiva degli Usa è diminuita

È la metafora di quel che secondo Russell Mead sta accadendo all’impero americano, o alla Pax Americana, o comunque al potere di deterrenza degli Stati Uniti.

Prima e per molti anni si è deteriorato un po’ alla volta. Poi la sua debolezza viene rivelata in modo brutale, attraverso una concatenazione di eventi molto ravvicinati. I nemici dell’America si sentono incoraggiati, si spalleggiano l’un l’altro, si emulano.

Le ripetute offensive di Putin rimaste senza una risposta efficace (dalla guerra di Georgia nel 2008 all’annessione della Crimea nel 2014) sono sfociate nell’aggressione all’Ucraina del 2022; i prezzi che Putin ha pagato sono sostanziali ma finora non fatali grazie all’appoggio della Cina; questo a sua volta ha dato ad altri l’idea che l’Occidente possa essere sfidato impunemente. In Medio Oriente i segni di ritirata dell’America sono stati vari: la famosa «linea rossa» preannunciata da Barack Obama al dittatore siriano Assad (l’ultimatum contro l’uso di armi chimiche per fare stragi di civili) violata senza conseguenze; lo scivolamento dell’Iraq nell’orbita iraniana; l’abbandono dell’Afghanistan ai talebani. Secondo alcuni (i repubblicani Usa) in questa serie di cedimenti e debolezze va incluso il patto nucleare con l’Iran voluto da Obama: ha dato al regime degli ayatollah la prova di poter gabbare l’Occidente con un ambiguo rallentamento del programma nucleare in cambio di grossi vantaggi economici; un errore ancora ripetuto da Biden con il recente accordo da 6 miliardi di dollari in cambio della liberazione di ostaggi americani.

Nell’elenco di sbagli di tutto l’Occidente – Israele incluso – va aggiunto che dal 2005 si è pensato di convogliare aiuti umanitari al popolo palestinese consegnandoli alla gestione di Hamas che puntualmente li trasformava in missili lasciando nella miseria i suoi sudditi.

In Estremo Oriente, la Cina ha incassato la sua dose di arrendevolezza occidentale: per esempio, sul piano strettamente militare, quando ha violato senza pagare conseguenze gli accordi internazionali e le leggi con l’occupazione e la militarizzazione di varie isole contese con i suoi vicini. L’escalation di minacce militari contro Taiwan, gli incidenti di frontiera con India Vietnam Filippine sono tanti altri segnali che l’aggressività non ha incontrato robuste controreazioni né ha comportato degli svantaggi significativi. Tra gli ultimi accadimenti si può aggiungere la rinascita di un armonioso accordo tra Pechino Mosca e Pyongyang – come agli albori della guerra fredda nel 1950 – in violazione di risoluzioni Onu contro la Corea del Nord che imponevano sanzioni, votate dalla stessa Cina e Russia.

Cosa unisce Ucraina e Israele

Joe Biden nel chiedere nuovi fondi al Congresso per aiutare sia l’Ucraina sia Israele (nell’immediato altri 74 miliardi di dollari, destinati a crescere) ha unito questi due conflitti dentro un tema comune che è la difesa della libertà e democrazia. In effetti, se l’Ucraina è uno Stato democratico e sovrano la cui caduta sarebbe un colpo per i valori dell’Occidente, d’altro lato Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente (che ci piaccia o no il suo premier attuale). L’America può permettersi di combattere su due fronti, ha detto Biden, e questa affermazione è ineccepibile. Tanto più visto che stiamo parlando di conflitti nei quali gli Stati Uniti non sono coinvolti direttamente, non mandano truppe né impegnano aerei o navi in combattimento (almeno per ora). L’onere economico è assai modesto rispetto a guerre del passato come Vietnam, Afghanistan, Iraq. La vulnerabilità americana e dell’Occidente è di tutt’altro tipo: riguarda la tenuta delle sue alleanze; e la tenuta del fronte interno.

Che errore sottovalutare l’Iran

Sulle alleanze, restando al Medio Oriente, colpisce che né gli Stati Uniti né Israele né i loro amici arabo-africani abbiano capito quanto l’Iran avesse «giurato morte» al processo di disgelo e distensione che stava cambiando le mappe geopolitiche di quell’area.

Dopo gli accordi di Abramo (2020) che avevano avvicinato a Israele gli Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan, il gran finale doveva coinvolgere l’Arabia saudita del principe Mohammed bin Salman. Si sarebbe chiusa un’era che durava dal 1947. Un’epoca segnata dalla volontà di tante leadership mediorientali di distruggere Israele, e parallelamente di usare Israele (e l’America sua protettrice) come alibi e capro espiatorio verso cui indirizzare la rabbia di popoli a cui le stesse classi dirigenti avevano rovinato il futuro. Se il nuovo corso saudita di Mbs fosse andato in porto l’Iran si sarebbe visto circondato e accerchiato da un cordone israelo-arabo… come Putin dal cordone di paesi aderenti all’Unione europea e alla Nato.

Né Biden né Netanyahu né MbS hanno capito che l’Iran era disposto a versare fiumi di sangue in quell’area per impedire lo scenario che avrebbe relegato gli ayatollah dal lato dei perdenti. Questo errore politico è almeno altrettanto grave della débacle dell’intelligence israeliana riguardo ai preparativi militari di Hamas. Ora tutti i nemici dell’Occidente esultano in modo aperto. La Cina si unisce alla Russia nell’evitare ogni condanna di Hamas, pur di cementare i legami con un mondo islamico che chiude gli occhi sul trattamento inflitto da Pechino ai suoi musulmani (gli uiguri dello Xinjiang: un milione di detenuti in campi di «rieducazione» dove l’Islam viene sradicato dalle loro teste).

Xi Putin e il Grande Sud abbracciati

Il summit di Pechino dedicato al decennale delle Nuove Vie della Seta, per coincidenza si celebrava proprio negli stessi giorni della tragedia in Medio Oriente. Quel vertice ha avuto molti significati. È stato disertato per la prima volta dagli europei, con la solitaria eccezione dell’ungherese Orban, a conferma che il clima della nuova guerra fredda impone scelte di campo chiare. È stato un summit dove si è parlato poco di economia, investimenti, infrastrutture, anche perché su quel terreno il bilancio dei mille miliardi investiti o più spesso prestati dalla Cina è meno esaltante di quel che si vorrebbe. Si è parlato molto più di politica estera, sempre con i toni di un processo all’Occidente, alla sua nazione leader che sono gli Stati Uniti, all’ordine globale ancora troppo americano-centrico che la Repubblica Popolare si propone di smantellare e sostituire. L’adunata del Grande Sud globale a Pechino è stata una sorta di «conta» dei governi che condividono l’ostilità all’Occidente, alla sua storia, ai suoi valori.

Le nostre piazze ci contestano, le loro... pure

Durante la prima guerra fredda in una conferenza internazionale del 1955 a Bandung (Indonesia) fu tenuto a battesimo il movimento dei non allineati detto anche «Terzo mondo» perché ufficialmente non voleva schierarsi né con il primo (l’Occidente) né col secondo (il blocco comunista comandato dall’Unione sovietica). Nella realtà però i leader più influenti di quel Terzo Mondo erano come l’indiano Nehru: guardavano con più simpatia il socialismo sovietico.

Il vertice di Pechino del 2023 potrebbe essere ricordato come un evento simile: con tanti leader africani, sudamericani, che professano il non allineamento ma abbondano nella propaganda antioccidentale. A conferma della difficoltà in cui naviga l’Occidente c’è un’asimmetria nel confronto. Le piazze di Londra e Berlino, più qualche piazza italiana, nonché molte città Usa e la maggioranza dei campus universitari americani, sono stati dominati da manifestazioni filo-palestinesi che spesso sono diventate apertamente pro-Hamas. In quelle manifestazioni la condanna d’Israele si è mescolata con la condanna dell’America e di tutto l’Occidente. Nell’altro campo? Nelle capitali arabe, in Africa, in Russia e in Cina, non ci sono state manifestazioni di solidarietà verso i bambini israeliani uccisi; nessuna protesta contro le carneficine di Hamas.

A Bruxelles o a Parigi non si sono viste le comunità islamiche locali invadere le piazze per esprimere cordoglio con le vittime francesi e svedesi del terrorismo jihadista. Questa asimmetrìa, come ricordo nel segmento successivo, è uno dei (tanti) problemi di Biden.

Perché l’America potrebbe essere costretta ad abbandonare le «guerre gemelle» contro Putin e Hamas. Storia di Federico Rampini  su Il Corriere della Sera domenica 22 ottobre 2023.

Questo testo è tratto dalla newsletter Global, di Federico Rampini, riservata agli abbonati del Corriere: la si può ricevere gratis L’America non perde mai le sue guerre. Le abbandona spesso. È una storia che si ripete da quando è diventata la più grande potenza globale. In Corea nel 1953 finì con un «pareggio» tra le forze Usa e quelle nordcoreane-cinesi perché l’opinione pubblica americana era esausta dai sacrifici della seconda guerra mondiale. In Vietnam non fu sconfitta sul terreno militare, ma nelle proprie piazze dove divampavano le proteste contro un conflitto che metà degli americani consideravano ingiusto e immorale. In Iraq, in , di nuovo: non ci sono state disfatte militari ma una disaffezione e un logoramento politico interno, che hanno regalato Bagdad all’influenza di Teheran e hanno restituito Kabul a quella dei talebani.

Rischiamo di vedere lo stesso spettacolo con le guerre attuali?

Di sicuro la debolezza maggiore per l’America di Biden è quella di sempre: il fronte interno.

Sull’Ucraina le defezioni più vistose sono a destra. Donald Trump sostiene da tempo che quella era una guerra evitabile, lui l’avrebbe risolta a tu per tu con Putin. Altri repubblicani magari esitano a fare i putiniani, per fedeltà alla propria storia, però ripiegano su forme collaudate di isolazionismo: «Abbiamo tanti problemi da risolvere a casa nostra, non siamo neppure capaci di difendere il nostro confine Sud dall’invasione di migranti, occupiamoci di questo e lasciamo perdere le guerre degli altri». Tutto questo viene aggravato dal caos alla Camera, dove il partito repubblicano si è bruciato il terzo candidato per il ruolo di Speaker of the House, il potentissimo presidente di quel ramo del Congresso. La paralisi della Camera rischia intanto di ritardare l’approvazione dei nuovi aiuti per Ucraina e Israele; inoltre è di cattivo augurio per il 2024, anno di campagna elettorale.

Comunque nel fronte americano pro-Putin non manca qualche spezzone di sinistra radicale: Robert Kennedy Jr, che ha deciso di uscire dal partito democratico e si presenterà come indipendente per la Casa Bianca nel novembre 2024, sull’Ucraina dà ragione al leader russo. Poiché le ultime elezioni americane si sono decise per margini ridottissimi, basta che un Kennedy ultra-ambientalista porti via uno o due punti percentuali a Biden (o chi per lui), per cambiare le sorti dell’America… e del mondo.

Di fronte interno ce n’è un altro: è Israele che divide il partito democratico. Anche in America la sinistra radicale è filo-palestinese; spesso è anche filo-Hamas: evidentemente senza cogliere l’incompatibilità delle due posizioni. Questa sinistra radicale filo-palestinese negli Usa è molto più potente di quanto si pensi di solito all’estero. Che sia ben insediata dentro l’establishment lo dimostra il fatto che un suo esponente, Josh Paul, si è dimesso dal Dipartimento di Stato in segno di protesta per l’aiuto di Biden a Israele. Quelle dimissioni hanno fatto scalpore ma sono solo la punta dell’iceberg: dentro il Dipartimento di Stato, cioè il ministero degli Esteri, cova la protesta della lobby filo-palestinese rappresentata a molti livelli. Anche al Congresso c’è una fronda di parlamentari che contestano il viaggio di Biden a Tel Aviv e l’abbraccio con Benjamin Netanyahu.

Le posizioni pro-Hamas di cui mi sono già occupato a proposito delle università di élite, sono ancora più estese e radicate nella comunità afroamericana, in particolare gli estremisti dell’antirazzismo come Black Lives Matter e tutta la galassia affine. Uno degli intellettuali più rispettati in quegli ambienti, il professore afroamericano Cornel West, ha deciso pure di lui di candidarsi come indipendente nell’elezione presidenziale dell’anno prossimo. Cornel West è un estremista, proprio per questo è popolare tra i giovani, black e non solo. Inoltre la sua posizione filo-palestinese gli può conquistare voti nella comunità di immigrati arabi. Vale lo stesso ragionamento già fatto per Robert Kennedy Jr: queste sono candidature «di disturbo», destinate a raccogliere piccole percentuali. Ma tutti e due hanno profili che piacciono nel mondo giovanile e dell’estrema sinistra, quindi sono suscettibili di danneggiare soprattutto Biden (o un candidato democratico alternativo, se Biden decidesse all’improvviso di ritirarsi).

Questo presidente, pur logorato dall’età, è un «uomo della storia». Nel senso che ha attraversato tutta la storia della guerra fredda, ne ha assorbito le lezioni. È l’ultimo presidente Usa nato durante la seconda guerra mondiale. È l’unico leader politico in carica che può vantarsi di aver incontrato la premier israeliana Golda Meir durante la guerra dello Yom Kippur 50 anni fa. Perciò è convinto di capire come nessun altro la posta in gioco nei due «conflitti gemelli» in Ucraina e Israele. Nonostante l’esperienza, potrebbe essere condannato a ripercorrere la traiettoria di tanti suoi predecessori: costretti a perdere i conflitti non dai nemici esterni ma dalle divisioni interne.

Come si allarga la guerra di Hamas, tra sistemi d’allerta bucati e siti sabotati: il conflitto parallelo. Milena Gabanelli e Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 23 ottobre 2023.

Dal 7 ottobre il mondo si interroga sul rischio di escalation del nuovo conflitto tra Israele e Hamas. In realtà l’escalation è già avvenuta nella guerra informatica, che va ormai necessariamente considerata come uno dei piani dei conflitti. Si può vedere ricostruendo una cronologia che incrocia i due livelli: le azioni sul territorio e gli attacchi cyber.

Diluvio (informatico) Al-Aqsa

7 ottobre, ore 6.35: le sirene avvertono del lancio dei primi razzi di Hamas.

6.33/7.04: il gruppo hacker Anonymous Sudan lancia attacchi contro due app, Tzeva Adom e RedAlert, utilizzate per diramare messaggi di allerta alla popolazione israeliana su attacchi imminenti. Si tratta di attacchi DDoS, distributed denial of service: l’aggressore attiva i propri «eserciti» di computer infetti per indirizzare un volume enorme di richieste simultanee verso un sito o un’app, che viene paralizzata dall’abnorme sovraccarico di traffico.

9.46: gli aerei israeliani iniziano a colpire Gaza.

16.18: Anonymous Sudan attacca il sito del Jerusalem Post, con un’altra azione DDoS, facendolo crollare per 12 ore. Punto importante: sabotare sistemi di allerta alla cittadinanza e canali di informazione può essere considerata un’azione di guerra collaterale.

18.10: un altro gruppo hacker, Cyber Av3ngers, manda offline il sito della Israel Electric Corporation.

150 gruppi pro Hamas

Dal 7 al 17 ottobre, gli analisti della società di sicurezza informatica Swascan hanno individuato 178 gruppi di attivisti cyber che stanno partecipando al conflitto a diversi livelli. Tra questi, circa 150 sono pro Hamas, e hanno basi (dichiarate) in uno scenario molto ampio rispetto al teatro di guerra: Marocco, Yemen, Iran, Sudan, Malesia, Indonesia, Russia, Bangladesh, Emirati Arabi. Poco più di 20 gruppi sono pro Israele, con basi nella stessa Israele e in India.

Un rapido identikit di alcuni gruppi rende evidente quale sia la vastità dello scacchiere. Cyber Av3ngers (pro Hamas) è un gruppo iraniano: oltre alla Israel Electric Corporation, ha aggredito altre infrastrutture critiche come l’Israel Independent System Operator (Noga), gestore della rete elettrica. E ancora: gli hacker filorussi Killnet hanno dichiarato guerra cibernetica contro Israele e si sono alleati con Anonymous Sudan. Collaborazione definita con la creazione del gruppo Killnet Palestina, a cui hanno aderito gli altri hacker filorussi di UserSec.

La «guerra partecipata»

Secondo giorno di guerra, dalla notte inizia a dipanarsi uno degli attacchi più significativi della cyberwar.

8 ottobre, ore 1.29: il gruppo AnonGhost annuncia di aver trovato una vulnerabilità nell’applicazione RedAlert (stavolta non è un sovraccarico di traffico verso l’app ma un’operazione estremamente più complessa e che richiede un’elevatissima competenza tecnica). Invece di una notifica di pericolo in tempo reale, gli hacker fanno comparire su molti telefonini israeliani il messaggio «fuck Israel». Poco dopo, diffondono il codice di vulnerabilità su un gruppo Telegram, mettendo l’arma a disposizione di altri. In giornata creeranno tensione inviando messaggi su «imminenti eventi nucleari».

10.58: il sito di Hamas viene attaccato da Indian Cyber Force (esempio di «controffensiva»).

14.52: Cyber Av3ngers afferma di aver compromesso la centrale elettrica Dorad (il sito non è raggiungibile).

16.59: Killnet attacca il sito del governo israeliano.

17.18: Anonymous Sudan fa una chiamata alle armi sul proprio canale Telegram. Questo è il livello meno sofisticato, ma comunque di forte impatto, della guerra cibernetica: proselitismo, disinformazione, diffusione di fake news.

Codici di vulnerabilità condivisi

Hamas è bandita da Facebook, Instagram e Google, ma attiva su Telegram: su due account dell’organizzazione islamista, i follower in 10 giorni sono passati da 300 mila a un milione. La cronologia mostra come il conflitto si sia subito allargato in uno scenario di guerra partecipata. Un’escalation in ambito cyber. Le piattaforme informatiche consentono una partecipazione sia a gruppi molto strutturati dal punto di vista ideologico e di competenze informatiche, sia a gruppi di livello inferiore, sia ai «cani sciolti», permettendo a soggetti sparsi per il mondo di entrare nel conflitto. Spiega Pierguido Iezzi, ceo di Swascan: «Quello che abbiamo visto con RedAlert è l’esempio più lampante dei rischi connessi alla guerra partecipata: un attivista o un gruppo di elevata capacità tecnica scopre una vulnerabilità e poi la condivide. In questo modo, altri gruppi o singoli, con competenze inferiori, possono innescare quel tipo di attacchi. Teniamo presente che dietro etichette anonime o schermate potrebbero essere attivi anche gruppi con legami più alti a livello istituzionale nei propri Paesi di riferimento».

Hacker e attivisti in azione

9 ottobre, ore 5.15: Indian Cyber Force attacca il ministero dei Trasporti della Palestina.

5.38: TeamHerox rende irraggiungibile il sito di un ospedale israeliano.

17.02: Ghosts of Palestine attacca il ministero degli Esteri di Israele. Questa timeline è ridotta agli eventi salienti, ma la sequenza degli attacchi informatici è uno stillicidio.

10 ottobre, 00.33: Dark Cyber War colpisce il ministero degli Esteri palestinese.

1.01: YourAnonTl3X rende irraggiungibile il sito dell’Agenzia spaziale israeliana.

15.22: Blackfield vende informazioni personali di membri dell’esercito israeliano sul forum Ramp.

19.55: Stucx Team aggredisce il sito del ministero della Sanità israeliano, e invita altri gruppi di hacker a partecipare all’attacco. Si rivela così un altro punto chiave nello scenario della guerra partecipata: tra i gruppi pro Hamas c’è stata una forte condivisione di obiettivi. Se più gruppi si concentrano sugli stessi target (ognuno con la propria schiera di computer infettati) l’urto degli attacchi DDoS è moltiplicato. In più: la condivisione allarga la schiera dei potenziali attaccanti, soprattutto quando mette a disposizione strumenti sofisticati che non tutti i gruppi avrebbero nel proprio bagaglio tecnico. «Questa strategia, almeno nelle proporzioni, segna una marcata differenza rispetto al versante cyber del conflitto Russia/Ucraina», commenta Pierguido Iezzi. Mentre nel mondo si moltiplicano i contatti diplomatici, la guerra cibernetica va avanti in parallelo a bombardamenti e lanci di missili.

Un mondo senza confini

11 ottobre, ore 00.56: AnonGhost attacca di nuovo l’app RedAlert.

20.55: su un forum, un utente pubblica 400 mila contatti whatsapp israeliani.

E ancora.

12 ottobre, ore 6.28: SilentOne «acceca» il sito dell’Autorità palestinese dell’Energia. Dalle 23 poi, diversi gruppi hacker iniziano a scagliare attacchi DDoS l’uno contro l’altro. IndianCyberForce (pro Israele) contro Skynet (pro Hamas). Cyber Army of Russia contro Killnet, con l’obiettivo di riportare l’attenzione sul conflitto Ucraina-Russia. Infatti molti gruppi attivi sul teatro ucraino hanno spostato il loro campo d’azione sul conflitto Israele/Hamas.

14 ottobre, ore 7.22: su un forum compare una lista di vulnerabilità di obiettivi israeliani (sul modello di ciò che è accaduto per l’app RedAlert).

17.36: Haghjoyan afferma di aver violato 4.150 telecamere a circuito chiuso di alta sicurezza israeliane.

Sono azioni di un conflitto altamente asimmetrico: Israele possiede i migliori sistemi di difesa sul fronte cyber, ma Hamas si muove in ambito più analogico. Anche per questo probabilmente le antenne dell’intelligence non sono state efficaci per intercettare la minaccia.

Però in concomitanza con l’inizio del conflitto, il fronte dell’aggressione cyber contro Israele si è acceso in modo estremamente rapido e in proporzioni molto ampie. Questo lascia intuire un coordinamento (benchè non dimostrabile) fra i gruppi hacker più radicalizzati sparsi per il mondo, che poi attirano altri attivisti non direttamente coinvolti. Dataroom@corriere.it

Attacco di Hamas, i video della carneficina: i bambini che urlano, gli ordini dei miliziani. Storia di Davide Frattini su Il Corriere della Sera il 24 ottobre 2023.

La mattanza metodica in 43 minuti. L’esercito israeliano ha deciso di mostrare ai media internazionali un assemblaggio dei materiali digitali raccolti in questi diciassette giorni dalla strage del 7 ottobre, 1.400 morti, per la maggior parte civili. Sono il concentrato dei due terabyte accumulati tra le camere indossate dai terroristi di Hamas, le riprese dagli obiettivi che dovrebbero assicurare la sicurezza nei villaggi, le video camere da cruscotto di chi cercava la fuga o cadeva nelle imboscate, le immagini raccolte dai primi soccorritori, quelle diffuse sui social media dai massacratori e dai massacrati. L’assalto nel Sud del Paese è durato oltre 10 ore.

La proiezione è avvenuta in una base militare a nord di Tel Aviv, con la richiesta di lasciare fuori i cellulari, alcune di queste scene non sono mai state viste dagli israeliani, il video reso disponibile per la pubblicazione dura poco più di un minuto, anche dagli altri 42 sono state omesse le scene più feroci. È già abbastanza così. I portavoce hanno chiesto di omettere i nomi dei kibbutz: i famigliari non conoscono tutti i dettagli, in molti casi resta imperscrutabile il destino di chi sembra ancora vivo alla fine della sequenza.

La webcam è fissata in un angolo del soffitto. Il padre e i due figli corrono in mutande — è l’alba — verso la porta, il cortile e il minuscolo rifugio di cemento che di solito serve a proteggersi dai colpi di mortaio, il kibbutz è a qualche centinaio di metri da Gaza. Gli uomini in mimetica tirano una granata, il padre muore sul colpo, tirano fuori i ragazzini, tra i 9 e i 12 anni, e li riportano nella stanza da dove sono scappati, li lasciano soli. Insieme urlano «papà, papà»; il più grande dice al piccolo «è tutto vero, non è uno scherzo»; gli si avvicina e con una bottiglia d’acqua gli lava l’occhio ferito; si getta a terra urlando «voglio morire».

Gli obiettivi portati sui giubbotti antiproiettile seguono la carneficina dalla prospettiva degli sterminatori: si incitano a vicenda, scambiano ordini. La videocamera inquadra un corpo a terra, sembra un lavoratore straniero, sono tanti i thailandesi impiegati nei campi qua attorno: gli sparano, lo prendono a calci, fuori campo qualcuno afferra una zappa e comincia a macellarlo con la lama di ferro per staccagli la testa. Si vedono le mani che tengono il manico e i colpi che si abbattono sul collo.

Il parabrezza di un’auto che si crepa per i proiettili — è la ripresa dall’interno della macchina — e poi il movimento al rallentatore del veicolo fino allo schianto: non appare sangue, eppure quel vetro incrinato restituisce l’angoscia della normalità in frantumi, la strada vicino a casa percorsa in tante mattine che non sono come questa. I ragazzi del rave di Re’im ammassati nel casotto alla fermata dell’autobus, quelli semivivi trascinati fuori per i capelli. I soldati decapitati, la decollazione netta, il bavero imbottito del giubbotto antiproiettile che gira attorno a un buco.

L’orrore pianificato, studiato. «Hanno eseguito gli ordini descritti nei manuali che abbiamo trovato. Hanno ripreso tutto per usarlo in una strategia del terrore psicologico», spiega il generale Mickey Edelstein. Risponde indirettamente alla doppia vigliaccheria di Saleh Al Arouri, tra i leader di Hamas all’estero, che aveva cercato di attribuire le brutalità ai civili, ai palestinesi passati attraverso i varchi aperti nella barriera dai fondamentalisti: «Riteniamo che anche i cosiddetti “civili” — commenta Edelstein — siano legati ad Hamas. Erano la terza ondata prevista dai piani dei terroristi».

Le scie rosse sui pavimenti lasciate dai mutilati, il cadavere bruciato con lo strofinaccio a tappare la bocca che racconta le torture precedenti, quello riverso sulla faccia a mani legate dietro la schiena, i corpi denudati rimasti a gambe aperte, i rapiti caricati sui cassonetti dei furgoni, la telefonata di un terrorista a Gaza: «Papà sto chiamando dal cellulare di un’ebrea. Ne ho uccisi dieci a mani nude». La confusione di chi riceve la chiamata dall’altra parte, che non sa come reagire all’esaltazione per le atrocità, sembra celebrarle, di certo non le condanna, alla fine scandisce: «Ritorna a casa». «Ma quale ritornare. O il martirio o la vittoria».

Estratto dell’articolo di Davide Frattini per il “Corriere della Sera” martedì 24 ottobre 2023.

La mattanza metodica in 43 minuti. L’esercito israeliano ha deciso di mostrare ai media internazionali un assemblaggio dei materiali digitali raccolti in questi diciassette giorni dalla strage del 7 ottobre, 1.400 morti, per la maggior parte civili. 

Sono il concentrato dei due terabyte accumulati tra le camere indossate dai terroristi di Hamas, le riprese dagli obiettivi che dovrebbero assicurare la sicurezza nei villaggi, le videocamere da cruscotto di chi cercava la fuga o cadeva nelle imboscate, le immagini raccolte dai primi soccorritori, quelle diffuse sui social media dai massacratori e dai massacrati. L’assalto nel sud del Paese è durato oltre 10 ore.

La proiezione è avvenuta in una base militare a nord di Tel Aviv, con la richiesta di lasciare fuori i cellulari, alcune di queste scene non sono mai state viste dagli israeliani, il video reso disponibile per la pubblicazione dura poco più di un minuto, anche dagli altri 42 sono state omesse le scene più feroci. […] 

La webcam è fissata in un angolo del soffitto. Il padre e i due figli corrono in mutande — è l’alba — verso la porta, il cortile e il minuscolo rifugio di cemento che di solito serve a proteggersi dai colpi di mortaio, il kibbutz è a qualche centinaio di metri da Gaza.

Gli uomini in mimetica tirano una granata, il padre muore sul colpo, tirano fuori i ragazzini, tra i 9 e i 12 anni, e li riportano nella stanza da dove sono scappati, li lasciano soli. Insieme urlano «papà, papà»; il più grande dice al piccolo «è tutto vero, non è uno scherzo»; gli si avvicina e con una bottiglia d’acqua gli lava l’occhio ferito; si getta a terra urlando «voglio morire». 

Gli obiettivi portati sui giubbotti antiproiettile seguono la carneficina dalla prospettiva degli sterminatori: si incitano a vicenda, scambiano ordini. La videocamera inquadra un corpo a terra, sembra un lavoratore straniero, sono tanti i thailandesi impiegati nei campi qua attorno: gli sparano, lo prendono a calci, fuori campo qualcuno afferra una zappa e comincia a macellarlo con la lama di ferro per staccagli la testa. Si vedono le mani che tengono il manico e i colpi che si abbattono sul collo.

Il parabrezza di un’auto che si crepa per i proiettili — è la ripresa dall’interno della macchina — e poi il movimento al rallentatore del veicolo fino allo schianto: non appare sangue, eppure quel vetro incrinato restituisce l’angoscia della normalità in frantumi, la strada vicino a casa percorsa in tante mattine che non sono come questa […]

Le scie rosse sui pavimenti lasciate dai mutilati, il cadavere bruciato con lo strofinaccio a tappare la bocca che racconta le torture precedenti, quello riverso sulla faccia a mani legate dietro la schiena, i corpi denudati rimasti a gambe aperte, i rapiti caricati sui cassonetti dei furgoni, la telefonata di un terrorista a Gaza: «Papà sto chiamando dal cellulare di un’ebrea. Ne ho uccisi dieci a mani nude». […]

(ANSA mercoledì 25 ottobre 2023.) - "Sappi che questo tuo nemico è una malattia che non ha cura, tranne che la decapitazione e l'estrazione di cuore e fegato!" E' scritto a mano su un biglietto trovato addosso ad uno dei terroristi di Hamas ucciso lo scorso 7 ottobre nell'assalto ai kibbutz. Biglietto - ha fatto sapere l'esercito israeliano - che gli era stato consegnato prima dell'attacco. "Le parole dei comandanti di Hamas - ha denunciato il portavoce militare - consistono nell'ordine di uccidere gli ebrei e nell'incoraggiamento a decapitare le loro vittime e a strappare loro cuore e fegato".Da adnkronos.com mercoledì 25 ottobre 2023.

Un miliziano di Hamas telefona a casa dopo aver ucciso 10 civili nell'attacco del 7 ottobre in Israele e, mentre parla con il padre, si vanta degli omicidi compiuti nell'area di Mefalsim. Dall'altra parte, l'entusiasmo dei familiari del terrorista, che sta usando lo smartphone sottratto ad una vittima per raccontare le sue gesta. 

L'audio della conversazione è stato diffuso dal ministero della Difesa israeliano, che ha pubblicato su X la registrazione con sottotitoli in inglese per rendere più comprensibile il dialogo che dura circa 45 secondi. 

Il miliziano, identificato con il nome Mahmoud, dice di trovarsi nel kibbutz di Mefalsim, non lontano dal confine tra Israele e Gaza: nella telefonata racconta di aver ucciso 10 persone con le sue mani. L'audio è stato diffuso anche dal ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, al Consiglio di sicurezza dell'Onu. 

La telefonata

A: "Papà, torna su WhatsApp. Voglio trasmettere in streaming in diretta da Mefalsim"

B: "Vorrei essere lì con te"

A: "Mamma, tuo figlio è un eroe"

B: "Uccidi, uccidi, uccidi! Uccidili! Mahmoud, dove sei?"

A: "Sono a Mefalsim. Ho ucciso 10 ebrei con le mie mani. Ti sto parlando dal telefono di un ebreo" 

B: "Ne hai uccisi 10?"

A: "Dieci, giuro"

B: "Sei a Zikim?"

A. "Sono a Mefalsim, non Zikim. Sono il primo a entrare con la protezione e l'aiuto di Allah".

Dal “Corriere della Sera” mercoledì 25 ottobre 2023.

Fanno rabbrividire i video, diffusi ieri dall’esercito israeliano, degli interrogatori dei sette terroristi di Hamas catturati durante l’attacco del 7 ottobre. «Dovevamo rapire il maggior numero di persone. A Gaza chiunque porti un ostaggio riceve una paga».

Di quanto? «Un appartamento e 10.000 dollari». Una casa per ogni ostaggio? «Sì». Chi te lo ha detto? «È così che funziona nelle brigate al Qassam, perché volevano il maggior numero di ostaggi». I terroristi ammettono di aver ricevuto dai loro capi l’ordine di «uccidere, tagliare le teste, mutilare e rapire i civili». E dicono: «Ci hanno ingannato».

Khatib, ex ministro di Arafat: «Il peggio deve ancora venire. Ora una mediazione politica». Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera giovedì 26 ottobre 2023.

Il politico: bisogna tornare a una prospettiva di pace. Hamas non è come Isis, sono due movimenti completamente diversi

«Siamo in un momento pericoloso. Israele reagisce a quello che definisce un attacco indiscriminato di Hamas contro i propri civili in un modo ancora più indiscriminato contro Gaza. Ciò genera rischi di guerra con l’Egitto e in Libano con Hezbollah. Ma il peggio è che non vediamo una soluzione politica, mancano prospettive di pace», sostiene dal suo ufficio a Ramallah il 70enne Ghassan Khatib, ex ministro del governo di Yasser Arafat e oggi responsabile del Media Center per la Cisgiordania.

Il peggio deve ancora venire?

«Certamente, anche perché rifiuto la narrativa trionfante per cui la nuova ondata di guerra sarebbe stata generata da un attacco terroristico. Siamo immersi nel continuo avvitarsi di violenze e contro-violenz e nel contesto dell’occupazione israeliana, che si è fatta sempre più brutale e pericolosa negli ultimi anni sotto il tallone del governo guidato da Netanyahu, un misto di fanatici religiosi e nazionalisti xenofobi, impegnato a reprimere e abusare la popolazione palestinese».

Ma Hamas ha commesso crimini efferati. Come distruggerla e riprendere a parlarsi?

«Non è possibile calmare le tensioni ricorrendo sistematicamente alla forza. Occorre ricordare che all’origine del problema resta l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: soltanto la mediazione e la politica possono cercare la soluzione di compromesso, altrimenti la violenza è destinata a degenerare ulteriormente».

Cosa pensa del piano di eliminare Hamas e affidare la gestione di Gaza al governo di Abu Mazen?

«Un’illusione stupida. Nessun leader palestinese andrà a prendere in consegna Gaza a bordo di un tank israeliano».

Biden ripete che occorre rilanciare l’idea della pace tra due Stati...

«La soluzione della pace in cambio della terra è diventata impraticabile perché Israele ha continuato a costruire ed espandere colonie nel centro di quelle stesse regioni che dovevano costituire il cuore dello Stato palestinese. Se però gli Usa premessero per smantellarle, allora la soluzione tornerebbe sul tavolo».

E crede che Biden sia pronto a farlo?

«No, non lo credo. Lo vediamo come la Casa Bianca ha sostenuto le reazioni militari israeliane».

Gli israeliani annunciano che spazzeranno via Hamas.

«Lo possono fare soltanto se torneranno ad occupare fisicamente tutta Gaza, come era prima del 2005. Ma se entrano a Gaza uccidendo e distruggendo prima di ritirarsi, allora Hamas rinascerà velocemente dalle sue ceneri».

Hamas come Isis?

«Non è vero. Sono due movimenti completamente diversi».

Hamas vuole distruggere Israele?

«Falso. È ben noto che in passato i suoi capi si dicevano pronti alla hudna, alla tregua per trattare».

Ma i kamikaze di Hamas non hanno boicottato la pace mentre era ancora possibile negli anni Novanta?

«Non confonderei le conseguenze con le cause. Fu la crescita delle colonie ebraiche proprio mentre si negoziava l’applicazione degli accordi di Oslo a ispirare il terrorismo jihadista. I miei sondaggi nel 1993 indicavano che l’80 per cento dei palestinesi sosteneva la pace».

Condanna l’uccisione barbara dei civili da parte di Hamas?

«Condanno senza riserve, i civili non vanno uccisi».

Omer e Omar uccisi a 4 anni, ma per i complottisti non è vero. Storia di Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 27 ottobre 2023.

L’alba della sua morte, il 7 ottobre, probabilmente stava ancora dormendo nel Chissà che cos’ha visto, sentito, patito: è scappato nel rifugio e forse i terroristi di Hamas hanno ammazzato Yoanatan e Tamar — «papà, mamma!...» — e le due sorelline, «Shachar, Arbe!...», prima che toccasse a lui. A 4 anni, non capisci che cosa ti sta succedendo: il bunker è stato incendiato,e ci sono voluti giorni, per identificarlo. Quattro giorni dopo e 23 km in là, dentro Gaza, è toccata a un altro bambino: la stessa età di Omer e quasi lo stesso nome, che giocava davanti alla casetta di Zeitoun quando Suo fratello Majd era con lui: sotto choc, ha raccontato al papà d’aver solo visto esplodere la casa dei vicini ed essere stato investito, senza riuscire a far nulla per il piccolo.

Non basta ucciderli, i bambini di questa guerra. Li torturano, li bombardano, li polverizzano, li sventrano, li ustionano, qualcuno ha raccontato che li hanno pure decapitati. E dopo, nemmeno questo basta: si dice che ne sono morti più di quattromila? L’ordine è minimizzare, dubitare delle cifre, nascondere. Si mostrano le loro ferite, i loro sguardi inebetiti, le loro facce sbiancate dalla polvere e dal terrore? Ma no, controlliamo bene, chi l’ha detto che sono immagini vere… A Omer e Omar, il bimbo israeliano e il bimbo palestinese, è andata anche peggio. Non cercate le loro tombe: i becchini dei social hanno stabilito che quei due bambini non esistono. Che non sono mai morti. E che le loro foto con le zazzere, no, sono tutta un’invenzione.

Quand’è uscita l’immagine di Omar morto in braccio al babbo, che si chiama Al Banna, su X è arrivato subito il commento velenoso d’un account israeliano: «Non cadete nell’imbroglio. Non è un bambino vero, è una bambola!». Si sa com’è la diceria dell’untore d’Internet: dalla Francia all’Austria, fino in India, il tam tam ha replicato la balla all’infinito, facendo credere davvero che Omar fosse un’invenzione della propaganda di Hamas. La stessa cosa, in parallelo, per Omer: troppo struggente la foto di quella famiglia felice, i Siman-Tov, troppo perfetto quel bimbo biondo, «sembra una foto pubblicitaria — ha commentato qualche arabo — è di sicuro un attore pagato!». E perché? «Perché Hamas non uccide i bambini», «non ci sono prove», «la propaganda ebraica dà il suo meglio»…

C’è qualcosa di peggio d’aver un figlio morto: che te ne uccidano anche il ricordo. I genitori di Omer non possono più dire nulla, ed è un amico di famiglia a farne le veci: «Omer era un angelo», e l’han fatto morire nelle fiamme di quell’inferno. La mamma di Omar, Yasmin, ha solo la forza di spiegare che lei c’era, l’attacco aereo è stato una tempesta, «non hanno il diritto di dire che il mio bambino morto è una bambola»… Una giornalista della Bbc, la prima a scoprire le due storie terribili e parallele. ha ascoltato tutti i testimoni, ha trovato i fotoreporter che hanno scattato le immagini, i medici che hanno prestato i primi soccorsi. E ha sbugiardato gli odiatori: «Sono stati tentativi vergognosi di creare disinformazione — commenta —, minimizzando o addirittura negando la violenza commessa». Non è vero che la verità è la prima vittima d’ogni guerra: prima di lei, uccidono i bambini. E sul web, nemmeno li seppelliscono.

Al-Dahdouh, il giornalista di Al Jazeera che ha saputo in diretta della morte di sua moglie e dei suoi figli a Gaza. Storia di Greta Privitera su Il Corriere della Sera giovedì 26 ottobre 2023.

Quel gilet azzurro con la scritta in grassetto, «press», «stampa», che in posti come Gaza City, oggi, vale più di una medaglia d’onore. Le palpebre che sbattono forte per non cedere alle lacrime. Il respiro affannoso. La mano destra portata alla bocca come si fa quando si trattengono le parole che non possono essere pronunciate. E poi, gli amici. I colleghi di , che nel corridoio dell’ospedale di Al-Aqsa Martyrs, con lo stesso gilet azzurro, lo scortano verso i corpi senza vita di suo figlio Mahmoud, 15 anni, di sua figlia Sham, 7, e di sua moglie. Noi lo vediamo. Vediamo tutto nei video che ci arrivano dalla Striscia, bombardata da 19 giorni dall’esercito d’Israele, da quando Hamas, il 7 ottobre, ha ucciso 1400 israeliani. Vediamo il giornalista Al-Dahdouh, 53, piegarsi sulle ginocchia e avvicinarsi al volto del figlio, in mezzo ai corpi di decine di altri figli. Lo sentiamo dire: «Quello che è successo è chiaro, si tratta di una serie di attacchi mirati contro bambini, donne e civili. Non esiste assolutamente un posto sicuro a Gaza». Al-Dahdouh è il capo dell’ufficio di corrispondenza di , l’emittente con sede in Qatar. Mentre stava raccontando della morte di altri, ha saputo in diretta della morte dei suoi. Erano fuggiti nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia, dopo che Israele aveva chiesto ai palestinesi residenti a nord di lasciare le loro case. «Le forze israeliane avevano detto che questa zona sarebbe stata sicura, quindi la mia famiglia si è trasferita qui. Ma la morte li ha seguiti, i raid li hanno seguiti», ha spiegato Al-Dahdouh.

Noi abbiamo continuato a vedere. Le immagini dei tre corpi sdraiati a terra, avvolti nelle lenzuola. Il giornalista in piedi, solenne, e dietro centinaia di persone. Abbiamo visto i parenti piangere disperati. Al-Dahdouh con in braccio il corpicino del nipote di soli 18 mesi. Sono diciannove giorni che descrive lo strazio dei cittadini di Gaza, conosce bene l’effetto che hanno sul volto le parole «tuo figlio è morto». Il suono dei pianti ai funerali e il senso di rassegnazione di un popolo che sta perdendo tutto. Ma non pensava di dover raccontare la sua di storia. Di dover dire al mondo dei sogni dei suoi figli: «Mahmoud stava per finire il liceo, voleva diventare giornalista». Sperava di averli messi al sicuro, nella zona considerata «meno pericolosa». Aveva seguito tutte le indicazioni dell’esercito israeliano, ma non è bastato.

I colleghi dicono che Al-Dahdouh è un giornalista coraggioso che da anni lavora da Gaza City. È da sempre il punto di riferimento della redazione. «Speriamo torni presto a raccontare quello che succede qui», commentano tutti. «L’assalto indiscriminato da parte delle forze di occupazione israeliane ha provocato la tragica perdita della moglie, del figlio e della figlia di Al-Dahdouh, e il resto della sua famiglia è sepolto sotto le macerie», dice il comunicato di Media Network. Sempre dall’emittente qatarina spiegano di essere «profondamente preoccupati per la sicurezza e il benessere dei nostri colleghi a Gaza e di ritenere le autorità israeliane responsabili della loro sicurezza. Esortiamo la comunità internazionale a intervenire e a porre fine a questi attacchi contro i civili, salvaguardando così vite innocenti». Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, in 19 giorni sono morti almeno 24 reporter, alcuni dei quali amici di Al-Dahdouh. Secondo il ministero della Sanità palestinese, il numero dei morti a Gaza è salito a settemila, tremila bambini.

Il leader di Hamas Haniyeh: chi è e il messaggio da una tv libanese. Storia di Claudio Del Frate su Il Corriere della Sera sabato 28 ottobre 2023.

«Abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani»: sono le parole con cui il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh ha chiamato i civili di Gaza alla sollevazione generale contro Israele. Haniyeh ha esortato i connazionali all’estremo sacrifico standosene però nei suoi uffici di Doha, in Qatar e affidando il suo messaggio al canale Al Mayadeen, una tv satellitare panaraba con sede a Beirut. ma chi è il leader che in queste ore sta prendendo le redini della battaglia sul fronte palestinese con queste parole sanguinarie?

Nato 61 anni fa negli Emirati Arabi Ismail Haniyeh è formalmente il primo ministro dell’Autorità Palestinese dopo la vittoria alle elezioni del 2006; di fatto però, pochi mesi dopo è entrato in rotta di collisione con Abu Mazen divenendo «padrone» indiscusso della Striscia di Gaza. Braccio destro del fondatore di Hamas Ahmed Yassin, Haniyeh è considerato l’incarnazione dell’ala «dialogante» di Hamas che resta comunque un movimento classificato come terrorista da numerosi governi, a partire da Israele e Stati Uniti.

Nel 2006 Hamas trionfa nelle prime elezioni politiche a Gaza, riceve l’incarico di formare un governo di unità nazionale con gli «eredi»di Al Fatah capeggiati da Abu Mazen e affermatisi invece in Cisgiordania. Di fatto pochi mesi dopo la rottura tra i due leader si rivela insanabile, Hamas caccia da Gaza i fedeli di Abu Mazen al culmine di una fulminea guerra civile (con il benestare dell’Arabia Saudita) e diventa leader assoluto della Striscia. Da allora Haniyeh stringe rapporti via via più stretti con il regime degli ayatollah di Teheran e con ‘emiro del Qatar Al Thani, che è il principale finanziatore del movimento.

Ad Haniyeh vengono attribuite affermazioni talvolta crude, talvolta ambigue. «Non riconosceremo mai gli usurpatori sionisti e continueremo la nostra jihad fino alla liberazione di Gerusalemme» ha dichiarato nel 2008. E nello stesso periodo però afferma: «Israele dica che riconosce lo stato palestinese lungo i confini del 1967, rilasci i prigionieri e riconosca il diritto dei profughi al ritorno. Hamas considererà la sua posizione se ciò dovesse avvenire». avrà

Come detto il leader politico non vive a Gaza ma a Doha da dove si ritiene abbia registrato il messaggio che venerdì sera ha fatto il giro del mondo.

«Abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani palestinesi» proclama . «Abbiamo bisogno di questo sangue per risvegliare dentro di noi lo spirito rivoluzionario, per risvegliare in noi la sfida, per spingerci avanti». Sullo sfondo si vede uno scorcio di Gerusalemme mentre ai due vertici dello schermo compaiono due marchi:sulla destra quello di Memri , che è un istituto di ricerca israeliano che monitora i contenuti dei media di lingua araba e che ha rilanciato il messaggio traducendolo in inglese. Sulla sinistra invece si scorge il logo di Al Mayadeen un canale tv satellitare «all news» basato a Beirut e fondato nel 2012:la sua linea politica viene considerata vicino a quella di Hezbollah, il«partito di Dio« filo iraniano.

L’ex premier di Israele Olmert: «Si rischia una guerra regionale per colpa dei fanatici al governo». Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera l'8 novembre 2023.

L’ex leader del partito Kadima: «Netanyahy e i ministri estremisti vogliono annettersi i territori occupati. Invece nella Striscia serve una forza internazionale. Se vogliamo esistere dobbiamo separarci dai palestinesi»

«Corriamo il pericolo gravissimo che Benjamin Netanyahu e i suoi alleati fanatici approfittino della crisi di Gaza per scacciare i palestinesi da tutti i territori occupati. Rischiamo la guerra regionale per questi messianici criminali». A 78 anni Ehud Olmert parla a cuore aperto. «Dobbiamo fermarli, vanno anche contro la maggioranza dei cittadini israeliani, mi appello alla comunità internazionale che ci aiuti a farlo», esclama colui che per lungo tempo è stato tra i leader della destra nazionalista del partito Likud. Ex sindaco di Gerusalemme dal 1993 al 2003, premier dal gennaio 2006 all’aprile 2009, volle l’operazione Piombo Fuso contro Hamas a Gaza terminata nel gennaio 2009, ma cercò anche un compromesso con Abu Mazen sino a promettere la divisione di Gerusalemme. Fu infine costretto a dimettersi dopo esser stato condannato al carcere per una vicenda di corruzione.

Netanyahu e il suo governo una minaccia per Israele?

«Certo, lui e ministri estremisti religiosi come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir non considerano la guerra di Gaza come un modo per distruggere Hamas, bensì la usano come un corridoio per creare il caos, la fine dei tempi che per loro è parte di un disegno divino, approfittarne per buttare all’estero i palestinesi dei territori occupati e quindi annetterli finalmente allo Stato ebraico. Nei loro disegni anche gli arabi israeliani dovrebbero essere scacciati».

La soluzione?

«Israele deve annunciare subito che alla fine della battaglia contro Hamas è disposto a ritirare immediatamente le proprie truppe da Gaza a favore dell’arrivo di una forza di pace internazionale destinata ad assumere il controllo per un tempo limitato. Allo stesso tempo, va reso noto che noi siamo pronti a riprendere i negoziati per la partizione della terra e la creazione di uno Stato palestinese. Ora più che mai è necessaria una soluzione politica. Solo così la comunità internazionale potrà sostenere la nostra battaglia contro Hamas».

Che tipo di forza internazionale?

«Per esempio quella che comprende le truppe Nato, con il contingente italiano, nel Libano meridionale».

Quindi smantellare le colonie ebraiche della Cisgiordania?

«Assolutamente sì. Noi ci terremo circa il 4,4 per cento delle terre occupate nel 1967, specie quelle nella zona di Gerusalemme e compenseremo i palestinesi con altre terre. Hanno tutti i diritti di avere la loro capitale a Gerusalemme est. Le zone sensibili come le moschee sulla spianata dal Tempio dovranno essere amministrate da un ente internazionale composto da cinque nazioni: Arabia Saudita, Giordania, Autorità palestinese, Israele e Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite. E la questione profughi va trattata nel contesto dell’iniziativa di pace israeliana. Ciò oltretutto isolerà Hamas, che è un gruppo estremista nemico della pace e nemico anche del popolo palestinese, oltreché di tutto il mondo arabo moderato. L’Egitto, la Giordania e gli altri governi arabi che adesso condannano il nostro attacco su Gaza in realtà pregano segretamente che si distrugga Hamas una volta per tutte».

Quindi si devono sradicare mezzo milione di coloni?

«Resteranno nelle loro case di Gerusalemme est, oltre a Ariel, Gush Etzion e Maale Adumim, ciò significa che dovremo spostare circa 200.000 coloni che andranno nelle zone destinate allo scambio territoriale».

Ma lei sa bene che oggi lo Stato palestinese è impossibile, le colonie ebraiche sono ovunque e Abu Mazen è debole, corrotto, marginalizzato.

«Se vogliamo esistere come Stato democratico dobbiamo separarci dai palestinesi. Non abbiamo alternativa: non vogliamo l’apartheid, non vogliamo l’espulsione forzata, vogliamo il nostro Stato più piccolo ma sicuro».

Che fare di Hamas e della Jihad?

«Vanno distrutte, non vogliono la pace e non cercano la coesistenza. Ai loro occhi noi siamo parte della civiltà occidentale che va combattuta. Nel 2005 noi ci siamo ritirati da Gaza e guardate cosa hanno fatto: il giorno dopo hanno iniziato a costruire gli arsenali di razzi da spararci contro».

Come legge il 7 ottobre?

«Un punto di svolta. Noi israeliani dobbiamo essere meno arroganti, più modesti. Abbiamo sottovalutato i nostri nemici. Pensavamo di avere l’esercito più forte e sono arrivati quelli di Gaza in ciabatte e ci hanno massacrato. Dobbiamo capire i nemici e fare delle scelte di fondo. Siamo a un bivio, servono risposte politiche».

Da Il Corriere del Giorno.

Israele, scende in campo l’unità speciale “Nili”, un team formato per eliminare i terroristi di Hamas. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 23 Ottobre 2023

Il team sarà scollegato dalle altre unità militari e potrà contare su militari sul campo, come i commando delle forze speciali della Marina e l’unità di élite “Sayeret Maktal” che verranno affiancati da un lavoro di "intelligence" che si avvale anche di esperti digitali che operano sui programmi high-tech e di riconoscimento facciale.

L’attacco terroristico effettuato da Hamas lo scorso 7 ottobre , preparato per due anni con grande meticolosità, è completamente sfuggito ai radar di quelli che erano considerati tra i servizi segreti più efficienti del mondo, uno smacco resterà nella storia dell’intelligence di  Israele  e in quella del Paese, da sempre fortemente intrecciate. Anche se arriverà il tempo delle inchieste interne e dei vertici che cadranno, per lo Shin Bet il servizio segreto interno di Israele, è il tempo di rivincita.

Come spesso accade, per ridare lustro alla propria reputazione si rifugge al proprio passato glorioso. L’unità speciale costituita per dare la caccia ai responsabili degli orrori di due settimane fa, si richiama fin dal nome ad una pagina leggendaria nella storia dello stato ebraico. “Nili” è quello prescelto, è l’acronimo di una frase di Samuele nel libro della Genesi che recita la promessa biblica: “L’Eterno di Israele non ti abbandonerà mai”. Una promessa ed un impegno che il gruppo appena nato assume in qualche modo come proprio obbiettivo.

Il Team Nili

Il team sarà scollegato dalle altre unità militari e potrà contare su militari sul campo, come i commando delle forze speciali della Marina e l’unità di élite “Sayeret Maktal” che verranno affiancati da un lavoro di “intelligence” che si avvale anche di esperti digitali che operano sui programmi high-tech e di riconoscimento facciale. Nili è già al “lavoro” da giorni, e non a caso sabato scorso è stato colpito Ali Qadhi, considerato il responsabile di un commando autore della strage in uno dei kibbutz di confine presi d’assalto. Dopo di lui è stato il turno di Billal Al Kedra che aveva guidato l’assalto nella comunità agricola di Nirim, e di Muhamed Katmash, vicecomandante, capo dei lanciatori di migliaia di missili piovuti su Israele. All’elenco va aggiunto Abu Murad, altro nome di vertice nel Gotha del terrorismo islamico nella Striscia di Gaza.

Tra le operazioni già compiute, qualcuno attribuisce a Nili anche l’uccisione di Jamala al Rantisi, l’influente vedova del cofondatore di Hamas. Il richiamo al passato non è solo un fatto nominalistico, la nuova unità dell’intelligence si inserisce in una tradizione che era avvolta da prestigio e mistero fino al 7 ottobre scorso è già al “lavoro” da giorni.

Il passato

La prima rete spionistica ad essere chiamata Nili operava sin dal tempo della prima guerra contro gli Ottomani in collegamento con la Gran Bretagnai. con cui comunicavano nei modi più impensabili, compreso l’uso di piccioni viaggiatori. Un sistema che dovettero lasciare allorquando uno dei messaggi in codice fu intercettato e decrittato dagli Ottomani nell’inverno del 1917. Poi, molti anni dopo, un’altra unità speciale fu costituita per dare la caccia ai terroristi che insanguinarono le Olimpiadi di Monaco del 1972 quando vennero uccisi 11 atleti della squadra israeliana. L’operazione all’epoca venne chiamata in codice “ira di Dio” e venne autorizzata dall’allora premier Golda Meir che diede semaforo verde alla caccia a ciascuno degli uomini del commando.

E fu così che iniziò una sfilza di morti misteriose avvenute a Beirut, Roma, Cipro e Parigi. I primi tre vennero uccisi nella capitale libanese da un gruppo di agenti travestiti da donna come il loro comandante, Ehud Barak, il soldato più decorato di Israele diventato in seguito primo ministro. Poi ci fu un’operazione fallita in Norvegia, con un errore sull’identità del bersaglio colpito, un povero e innocente cameriere marocchino. I tre agenti israeliani vennero arrestati e rimasero quasi due anni in carcere.

La caccia comunque continuava, e venne ucciso sempre a Beirut Hassan Salameh chiamato il “principe rosso” il capo delle operazioni di “Settembre Nero” , a Parigi invece, un altro uomo del commando saltò in aria dopo che avevano imbottito di esplosivo il suo telefono e poi lo avevano fatto esplodere a distanza. Altre operazioni speciali non sono mancate in questi ultimi anni, soprattutto in Iran e quelle sotto copertura di agenti “mishtaravim” così denominati per la loro perfetta conoscenza della lingua araba e la capacità di mimetizzarsi tra le popolazioni in Cisgiordania. Redazione CdG 1947

Da Quotidiano.net.

Estratto da quotidiano.net giovedì 19 ottobre 2023

Anche la droga dietro l’efferatezza delle violenze dei terroristi palestinesi nell'attacco del 7 ottobre.

Secondo la tv commerciale israeliana Canale 12 molti membri del commando di Hamas erano sotto l'effetto del Captagon, una droga sintetica prodotta in Libano e Siria, e nota anche come 'la cocaina dei poveri'. Anche i miliziani dell'Isis ne facevano uso nei loro brutali raid, seguiti da esecuzioni e decapitazioni dei prigionieri. Tracce ne sono state trovate nelle siringhe dei terroristi della strage del Bataclan a Parigi. E anche tra i bambini mandati a combattere da Boko Haram in Nigeria.

L'onnipotenza da Captagon
Gli effetti del Captagon sono molto forti e incidono direttamente sul cervello di chi lo assume infondendo all'inizio una grande fiducia in sé, seguito da un senso di onnipotenza che annulla il giudizio, la fatica, portando a uno stato di euforia e di abbandono delle inibizioni. Ci si sente invincibili e si perde l'appetito e la voglia di dormire per giorni. […] 

Metamfetamina e caffeina, la droga della Jihad
Il Captagon nasce da una base di cloridrato di fenetillina che viene mischiata con la caffeina. [… 

Assad ci guadagna
Questa droga sintetica è stata prodotta principalmente in Libia e Libano, almeno fino al 2021, poi dopo la guerra civile è stata la Siria a diventarne il primo produttore. Si parla ormai di un giro da 10 miliardi di dollari. Gran parte degli introiti secondo gli analisti dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) arriverebbero direttamente nelle tasche di re Assad, ma anche dei suoi nemici, come le varie formazioni jihadiste che combattono in Siria e si oppongono al dittatore di Damasco. L'ampia produzione e prezzi bassissimi hanno favorito l'arrivo sul mercato di centinaia di milioni di dosi, arrivando a sbarcare anche in Europa. Vi sono varie tipologie di pillole di Captagon, dalle più economiche, a un euro, fino alle più potenti a 25 euro.

Sequestro record in Italia

Nel luglio del 2020 una quantità record di Captagon è stata sequestrata in Italia: nel porto di Salerno spuntarono da un cargo 14 tonnellate della "droga dell'Isis", si disse ai tempi. La Guardia di Finanza trovò 84 milioni di pasticche col logo Captagon, per un valorre di oltre 1 miliardo di euro. […]

Da Il Messaggero.

Estratto dell’articolo di Raffaella Troili per il Messaggero l'11 ottobre 2023.

Forse dormivano, forse erano incoscienti. No, hanno avuto paura, non come le altre volte, quando ogni dieci minuti suona la sirena e sono ormai abituati. Una strage di innocenti, non un blitz, niente a che vedere con un'operazione militare, solo una spietata mattanza quella avvenuta sabato nel kibbutz di Kfar Aza. Duecento israeliani sono stati uccisi, massacrati nelle loro case, tra loro 40 bambini e neonati alcuni decapitati da una settantina di miliziani di Hamas. 

L'orrore è stato raccontato ieri dall'emittente televisiva i24News che ha citato l'ong Zaka, che partecipa all'identificazione dei corpi e che ha permesso alla stampa di avvicinarsi al sito: nelle piccole case, una scia di sangue si allunga ovunque nei corridoi e si ferma davanti ai corpi senza vita stesi a terra di israeliani braccati, trascinati sul letto o colpiti nella notte.

«Un massacro, difficile da raccontare», ripetono i giornalisti che hanno visitato il kibbutz devastato. «Scene di orrore - ripete un inviato della Cnn - c'erano corpi ovunque, ci sono corpi ovunque». 

Non è l'unico kibbutz colpito a morte, quello di Kfar Aza, dove abitavano 765 persone. Altre comunità lungo la Striscia sono state colpite da sabato. Il bilancio sta emergendo in queste ore. Nel kibbutz Bèeri, teatro di un massacro di civili, sono stati trovati i corpi di «103 terroristi di Hamas», morti in uno scontro a fuoco con l'esercito. Lo ha detto il portavoce dell'esercito israeliano, ammiraglio Daniel Hagari, citato da Times of Israel. Qui sono state trucidate oltre cento persone. Una guerra spietata, la conta delle vittime è in continuo divenire, a farne le spese la popolazione civile.

Estratto dell’articolo di Mauro Evangelisti per il Messaggero l'11 ottobre 2023.

«Qui c'è l'odore di morte». Il servizio televisivo della corrispondente del network israeliano i24News, Nicole Zedek, resterà probabilmente nella storia di questa guerra e del mondo. È tra le prime ad arrivare nel Kibbutz di Kfar Aza, a descrivere ciò che vede trattenendo come può l'emozione e lo sgomento. Il racconto del ritrovamento dei cadaveri, dei neonati trucidati, di un massacro di una ferocia che ha pochi precedenti, rapidamente viene condiviso sui social, con le immagini della giornalista che cammina tra le carcasse di auto a bruciate. 

Il Kibbutz di Kfar Aza è a poco meno di cinque chilometri da Gaza, fu fondato nel 1951 da immigrati ebrei in fuga da Egitto e Marocco. Ci abitavano 765 persone. Ma ciò che c'è all'interno delle casa è perfino più terribile stando alla ricostruzione del netowrk: «Quaranta bambini sono stati trovati assassinati, alcuni erano decapitati, nel massacro di Hamas... I giornalisti sono entrati per vedere le conseguenze a Kfar Azar e hanno riferito della scoperta di dozzine di bambini brutalmente assassinati nelle loro culle dopo l'attacco di Hamas».

Cosa dicono le fonti ufficiali? Il generale Itai Veruv, 57 anni, parla con gli inviati e spiega: «Dovete capire che questo non è un campo di battaglia, in alcun modo. Eppure, dentro le case abbiamo trovato i corpi dei bambini, dei padri, delle madri. Nelle stanze da letto o nelle stanze di sicurezza». 

Aggiunge il generale Veruv, che pure nella sua lunga carriera militare ha partecipato alle operazioni di guerra in Libano e di risposta alla prima e alla seconda Intifada: «Questo è un massacro, è qualcosa che io nella mia vita non ho mai visto. Abbiamo immaginato che ciò che hanno vissuto i nostri nonni o bisnonni in Europa, nel secolo scorso, non sarebbe mai più successo nella storia. Purtroppo non è così». Ciò che vediamo qui non è un atto di guerra, ripetono dall'esercito israeliano, è un massacro, è terrorismo, hanno ucciso le famiglie, non c'erano combattimenti in corso.

David Ben Zion, vice comandante dell'Unità 71: «Abbiamo camminato di porta in porta, abbiamo eliminato molti terroristi. Sono malvagi. Hanno tagliato teste di bambini e donne. Ma siamo più forti di loro». Secondo i racconti dei militari in alcuni casi ci sono state vere e proprie decapitazioni, con metodi e brutalità simili a quelli dell'Isis, in altri sono stati esplosi colpi di pistola ravvicinati che hanno deturpato i cadaveri. 

«Questo massacro - ripete il generale Itai Veruv - è qualcosa di più simile a un pogrom dei tempi dei nostri nonni». Un militare grida: «Raccontate al mondo ciò che è successo qui». Ieri sera, dopo che le notizie e i servizi su quanto era stato trovato nel Kibbutz di Kfar Aza sono cominciati a circolare, in Israele in molti hanno ripetuto le frasi che il giorno prima aveva pronunciato il presidente Isaac Herzog: «Era dai tempi dell'Olocausto che non venivano uccisi così tanti ebrei in un solo giorno». 

(…)

Estratto dell’articolo di Francesca Pierantozzi per "Il Messaggero" martedì 24 ottobre 2023.

Sua madre, Emma Dina Ben-Yehouda, aveva la sua età quando si ritrovò in prima linea durante la guerra del Kippur, nel 73. Fece tutta la guerra come ufficiale, alla fine fu decorata con una medaglia al valore. Cinquant'anni dopo, il 7 ottobre scorso, è toccato a lei, tenente colonnello Or Ben-Yehouda, guidare una delle prime offensive contro l'attacco di Hamas. 

Or guida il battaglione Caracal, uno dei tre di Tsahal composto da sole donne. Sono di stanza a sud, vicino al confine con l'Egitto. Un paio d'anni fa Or si era ritrovata a respingere con le sue ragazze un attacco di terroristi, e per quello aveva ricevuto una medaglia. In genere, il loro lavoro è sempre stato contrastare i movimenti del contrabbando. Sabato 7 all'alba Or ha capito subito che stava succedendo qualcosa di diverso. Qualcosa di mai visto, in fondo di mai atteso.

[…] Da anni la loro presenza nelle unità dislocate nei posti più sensibili di Israele provoca polemiche: tra gli ortodossi, e anche tra gli scettici, quelli che pensano che affidare la sicurezza alle donne è un rischio. E invece sabato all'alba Or e le sue hanno difeso e salvato da sole i loro compagni soldati della base di Sufa, a qualche chilometro dal confine di Gaza, circondati da Hamas, asserragliati in un locale della base.

È stata la stessa Or a raccontare come sono andate le cose, per dimostrare che donne e uomini possono difendere insieme Israele, che «non perdiamo lucidità sotto la pressione della guerra». «Abbiamo eliminato in dodici circa cento terroristi» ha raccontato Or. 

«Spero che questo serva a dimostrare che non ci devono essere dubbi sulle donne soldato. Le mie sono le più coraggiose, hanno combattuto con lucidità, salvato vite umane». Il racconto è quello dell'inizio del terrore, della prima telefonata arrivata dal tenente colonnello Yonatan Tzur, comandante del battaglione di ricognizione della Nahal, la brigata dei berretti verdi, in azione sui fronti più instabili.

«Sono entrati - le ha comunicato Tzur - sono a Sufa e Nirim, sono pesantemente armati, sono tanti». Tzur è morto qualche ora dopo. Or e le sue sono partite all'istante: «Stiamo andando ad eliminare terroristi, è in atto un'infiltrazione di Hamas in Israele, e si sta diffondendo.

State all'erta, siamo una squadra forte». 

Nella mezz'ora di strada dal loro quartier generale al confine con l'Egitto fino a Sufa, Or e le sue si rendono conto di quello che accade. A Sufa trovano 40 persone, quasi tutti soldati, asserragliati in un locale. Dentro la base sono assediati da almeno 7 terroristi, altri sparano da un terrapieno, un convoglio con altri 50 uomini di Hamas è in arrivo.

È cominciata la battaglia descritta da Or, che ha scelto di non intervenire direttamente dentro la base per cercare di salvare gli israeliani asserragliati. Per ore le ragazze di Karkal hanno respinto da sole il fuoco dei terroristi. «A un certo punto ci siamo trovate un convoglio che puntava verso di noi, tre furgoni, cinque moto, una cinquantina di terroristi e cecchini. Eravamo solo dodici, le altre erano in villaggi vicini a proteggere i civili.

Abbiamo risposto al fuoco con mitragliatrici, mortai, lanciarazzi. Uno di Hamas si è lanciato su di me, mi sono detta: ci siamo, o io o lui. Ho reagito. È riuscito a spararmi ma non mi ha ferito. Molti terroristi sono stati uccisi, altri si sono ritirati. Alla fine è arrivata una squadra dello Shayetet 13, hanno lanciato dei droni per aiutarci. La battaglia è durata quasi 14 ore. I quaranta sono stati liberati». […]

Da La Repubblica.

Estratto dell'articolo di Daniele Raineri per repubblica.it sabato 7 ottobre 2023.

A partire dalle sette del mattino il gruppo palestinese Hamas ha lanciato dalla Striscia di Gaza un’operazione senza precedenti contro Israele, da terra e dall’aria – ed è l’inizio di una nuova guerra. Prima è partito un lancio di razzi e missili senza interruzioni contro le città israeliane nel Sud e nel centro del Paese. Poi squadre di incursori hanno superato i confini sempre molto sorvegliati della Striscia e hanno attaccato i primi centri abitati che sono riusciti a raggiungere. 

[...]

Non era mai successo che i miliziani palestinesi riuscissero a infiltrarsi così in profondità. Anche questo è un segno che si tratta di un attacco pianificato a lungo, che i servizi di sicurezza israeliani non hanno visto arrivare – e questo fallimento peserà molto sul governo di Benjamin Netanyahu. Già ci sono paragoni con la guerra di Yom Kippur che colse di sorpresa Israele nell’ottobre del 1973. 

Il gruppo palestinese Hamas ha rivendicato l’attacco. In un video si sente distintamente un combattente palestinese gridare “Hamasim”: è la firma del gruppo palestinese. Del resto è la fazione più potente di Gaza e non è possibile pensare che un attacco di queste proporzioni e la decisione di cominciare questa guerra contro Israele non arrivi direttamente dai vertici di Hamas. 

La sequenza di lanci di razzi – circa 2.500 – contro Israele non ha ancora smesso. Gli ordigni hanno raggiunto anche Tel Aviv, a novanta chilometri dalla Striscia, e per ora hanno ucciso una donna e ferito quattro persone. È un numero di razzi pari ai peggiori giorni delle guerre degli anni scorsi fra le fazioni palestinesi di Gaza. Dopo poche ore Israele ha risposto lanciando l’Operazione Spade di Ferro, con attacchi aerei su Gaza.

Estratto dell’articolo di Maurizio Molinari per “la Repubblica” sabato 7 ottobre 2023.

L’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele descrive identità ed obiettivi del terrorismo islamico, è frutto di un piano militare sofisticato che ha beffato Gerusalemme e nasce dalla volontà di Teheran di ostacolare con la violenza un possibile accordo di pace fra lo Stato Ebraico e l’Arabia Saudita. Il primo e rudimentale intento di Hamas è di portare il terrore più feroce nel cuore di Israele: l’attacco ha visto dozzine di terroristi ben armati ed addestrati entrare in più centri civili nel Sud per uccidere chiunque passava, citofonare nella case annunciando l’arrivo della morte, rapire uomini, donne e bambini, e diffondere via web i video sulle vittime umiliate, maciullate, per far comprendere ad ogni cittadino dello Stato ebraico che Hamas può raggiungerlo ovunque, che la sua sicurezza semplicemente non c’è più.

[…]  Hamas, votata sin dalla nascita alla distruzione di Israele, vuole dimostrare di poter declinare il terrore più efferato dentro ogni casa ebraica, perché il suo obiettivo strategico è spingere gli ebrei a fuggire da una terra che i jihadisti ritengono appartenga solamente all’Islam. 

Le immagini di salotti e cucine delle case israeliane devastate con le scritte “Allah è Grande” disegnate in rosso sulle pareti sono la fotografia di quanto hanno in mente i jihadisti: trasformare lo Stato ebraico in un immenso lago di sangue. 

Se l’intento di Hamas è di una brutalità medioevale, il piano militare per realizzarlo si è rivelato invece molto sofisticato. Segnando un nuovo sviluppo del concetto di guerra ibrida. La preparazione è durata mesi, riuscendo ad evadere la sorveglianza elettronica israeliana, e l’attacco ha beffato le difese di Gerusalemme su tre fronti.

Primo: il lancio iniziale, poco dopo l’alba, di oltre 2500 razzi nell’arco di brevissimo tempo, ha messo in difficoltà il sistema antiaereo dell’ “Iron Dome”. Secondo: i terroristi che hanno superato il confine con deltaplani a motore hanno dimostrato l’inutilità delle difese elettroniche israeliane, atterrando facilmente sul lato opposto per far esplodere le reti di frontiera e consentire l’entrata dei pick-up carichi di uomini armati. 

Terzo: le stragi di civili, il rapimento di ostaggi e la cattura di armamenti israeliani sono avvenute nell’arco di poche ore, dimostrando che Hamas — aiutata forse dai droni iraniani — conosceva a menadito il territorio su cui muoversi. Dettaglio più o meno, è lo stesso piano che Hezbollah aveva per infiltrare il Nord della Galilea attraverso tunnel costruiti sotto il confine libanese e che Israele scoprì nel 2018: allora Hezbollah aveva immaginato di violare la sicurezza del “nemico sionista” muovendosi sottoterra, Hamas ora ci è riuscita volando con i deltaplani.

Con un’azione a sorpresa messa a segno in coincidenza con il 50° anniversario della Guerra del Kippur, quando furono gli eserciti di Egitto e Siria a cogliere del tutto impreparate le difese israeliane. Questa volta l’impreparazione è evidenziata da quanto solo pochi giorni fa l’intelligence militare israeliana aveva comunicato per iscritto al governo: “Hamas non è interessata ad un’escalation militare nella Striscia di Gaza”. Poiché in Medio Oriente le sensazioni collettive spesso fanno la differenza, non si può escludere che davanti alle immagini di Israele lacerata dalle proteste interne, Hamas si sia convinta che il nemico era diventato più vulnerabile.

Ma non è tutto perché la prima capitale a lodare l’attacco di Hamas è stata Teheran, i cui istruttori e la cui intelligence operano da tempo per trasferire a Gaza l’esperienza militare di Hezbollah. Il progetto di coordinare gli Hezbollah libanesi con Hamas e Jihad islamica a Gaza e altri gruppi jihadisti in Cisgiordania al fine di attaccare il cuore di Israele nasce dalla mente di Qassem Soleimani, l’ex capo della “Forza Al Qods” dei Guardiani della Rivoluzione eliminato dagli americani in Iraq nel 2020, ed ora il suo successore Esmail Qaani è riuscito a metterlo a segno. Grazie all’intesa di vecchia data fra i comandanti pasdaran e Mohammed Deif, il capo militare di Hamas.

L’intento di Teheran è creare una situazione di conflitto tale dentro ed attorno a Gaza da scuotere l’intera regione e far fallire il negoziato americano per arrivare ad un accordo di pace fra Israele ed Arabia Saudita. Per questo il commando di Hamas ha rapito civili e militari israeliani, portandoli dentro la Striscia, puntando ad usarli come scudi umani contro gli attacchi aerei israeliani e, ancor più, a trasformarli in un casus belli di lungo termine capace di precipitare nelle fiamme l’intero Medio Oriente. Ovvero, uno scenario strategico all’esatto opposto degli “Accordi di Abramo”. 

[...]

Saranno le prossime ore a dirci come evolverà la guerra che Hamas ha lanciato contro Israele. Il tentativo di infiltrazione di Hezbollah dal Libano, le feste in piazza a Jenin in onore dei “martiri della Jihad”, i corpi dei soldati israeliani uccisi trascinati per le strade di Gaza e i muezzin del quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, che incitano ad unirsi alla “tempesta per Al Aqsa” lasciano intendere che nulla può essere escluso. Così come gli attacchi aerei israeliani lanciati contro la Striscia possono essere l’inizio di un’operazione più vasta, non solo a Gaza, ma anche ovunque Hamas possiede basi, armi e alleati.

Davanti ad uno scenario disseminato di incognite ci sono pochi dubbi sul fatto che il conflitto appena iniziato definisca in maniera cristallina l’esistenza di due campi opposti in Medio Oriente: quello di chi cerca una pace regionale per comporre il secolare conflitto arabo-israeliano e quello di chi invece vuole perpetuarlo, credendo solo nella guerra. Il cui maggiore protagonista è il fronte jihadista che punta alla distruzione dello Stato ebraico, unica democrazia del Medio Oriente.

Estratto dell’articolo di Rossella Tercatin per repubblica.it il 2 ottobre 2023.

Una soldatessa israeliana di guardia a un carcere militare nel Sud del Paese. E un prigioniero palestinese condannato all’ergastolo per terrorismo. È l’ultimo scandalo scoppiato in Israele che coinvolge il sistema carcerario. 

[…] il caso ha portato il Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir (leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit) e la comandante dell’Israel Prison Service (Ips) Kary Perry a dichiarare in un comunicato congiunto che le soldatesse cesseranno immediatamente di servire nelle strutture dove sono rinchiusi i prigionieri in carcere per reati di matrice nazionalista e terrorista. Una mossa già annunciata in passato, ma mai implementata per carenza di personale da assegnare all’incarico.

[…] l’uomo palestinese, un membro di Fatah, organizzazione che esprime anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, possedeva un cellulare con cui rimaneva in contatto con le ragazze, con cui si sarebbero anche scambiati delle fotografie. 

Una delle secondine avrebbe anche avuto un’interazione fisica consensuale in almeno un’occasione,  secondo i primi risultati delle indagini, mentre l’avvocato della ragazza, che al momento si trova agli arresti domiciliari, sostiene che la sua assistita sia stata ricattata dal prigioniero.

Proprio la soldatessa in questione durante le indagini preliminari della polizia, a cui l’Ips ha riferito il caso, ha rivelato che altre quattro commilitone avrebbero intrattenuto rapporti proibiti col prigioniero, che la settimana scorsa è stato trasferito in un’altra prigione e dovrebbe essere interrogato nei prossimi giorni. 

[…] 

Lo scorso anno, la denuncia di alcune soldatesse di essere state assalite sessualmente da prigionieri condannati per terrorismo, con la connivenza dei comandanti, accusati di esporle al rischio di proposito per tenere tranquilli i prigionieri, aveva suscitato profonda indignazione e spinto le autorità israeliane a istituire una commissione per esaminare il sistema.

Da La Stampa.

Estratto dell’articolo di Domenico Quirico per “La Stampa” martedì 17 ottobre 2023.

Che guaio questo sabato insanguinato firmato da Hamas! Nei Palazzi monarchici, emirali e presidenziali, nelle cancellerie arabe sono ore gravi, tra testa e midolla rombano timori funerei. La loro prassi fitta di ingegnose casistiche per trafficare indulgenze, la politica mercantile, comoda che veleggiava tra il cinismo pragmatico e la furberia infingarda con cui si pensava di aver disinnescato la annosa seccatura dei “fratelli” palestinesi […] è andata in frantumi in diretta video.

Hamas brutalmente, con micidiale programmazione, ha decretato che l’età dell’inerzia dopo anni è finita, e il mutamento comincia subito. Senza che si possa dire cosa verrà da questo imperativo categorico. Noi […] possiamo inventare mitografie sull’avanzare di moderazione e buon senso reciproco. Qui invece non si ha scelta. Le somme della violenza si tirano ogni giorno. E nulla può esser lasciato fuori. Ogni singolo individuo in Israele e nel mondo arabo è coinvolto, è partecipe di questa terribile storia complessiva.

Sembra passato un secolo da quando la congrega promiscua degli Al Sisi, dei principi ereditari e dei petrolemiri veleggiavano su tempi tranquilli, tra citazioni di Abramo nominato pacifista ecumenico e buoni affari con l’occidente, intanati nei loro orizzonti da cortile dove quel che conta è la saldezza del potere e tener a bada i loro “terroristi” che spesso altri non sono che oppositori e dissidenti.

E invece... Quei forsennati di Hamas, in combutta con i diabolici eretici di Teheran, hanno realizzato quello che loro da settanta anni, feudali o sinistrorsi che fossero, proclamavano a parole: Israele è un problema panarabo e va liquidato, in senso letterale! 

Sono entrati in Israele, come i loro eserciti e i loro carri armati non sono mai riusciti a fare, hanno ucciso e preso prigionieri e ostaggi. Soprattutto hanno insinuato nell’onnipotente stato ebraico il tarlo della fragilità; il dubbio che la sua Forza non sia sufficiente o che stia declinando.

Proclamano alle piazze arabe: Israele, vedete, è in scompiglio, forse in ritirata, esitano perfino a vendicarsi ed è merito nostro, con poche centinaia di guerrieri e armi elementari come kalashnikov e lanciarazzi mediocri. I vostri governanti, venduti all’occidente e traditori, Abu Mazen e i che cosa hanno fatto se non dimenticarvi nelle immondizie di Gaza? Ora si gioca a carte scoperte.

Hamas fa parte dell’Internazionale islamista, […] credono nella redenzione mediante lo spargimento di sangue, la loro strategia è il potere dei morti sui vivi. […]aveva un debolezza iniziale, per arruolare i credenti nell’ecumene musulmano usava un manifesto muffito, da libro di storia: restaurare nientemeno! Il califfato di mille e più anni fa, qualcosa di remoto, una vittoria per cui non bastavano secoli. A cui venivano immolati più musulmani […] che infedeli. Per resistere e allargarsi il Califfato […] ha dovuto cercare di sedurre i margini più periferici e disperati del mondo dell’Islam. Come l’Africa australe, il sahel e le banlieu occidentali. 

C’era dunque bisogno di una “buona causa”, attuale vibrante semplice condivisa, che parlasse innanzitutto alla masse arabe. Era, per i palestinesi di Hamas, a portata di mano, già pronta, surriscaldata da decenni di sconfitte e indifferenza: annientare lo Stato degli ebrei e cancellare il peccato originale del 1948, la macchia finora inestinguibile, riconquistare Gerusalemme. 

A esser dunque nel mirino sono i leader arabi che, sconfitta dopo sconfitta, compromesso dopo compromesso, hanno imboccato la strategia del perder tempo, dell’emettere frasi vuote, del dire e non dire, alternando estremismi propagandistici a uso interno con impotenze.

La via della ipocrisia, perché anche loro eliminerebbero Israele ma non possono permettersi di dirlo. I palestinesi stavano immersi nel luridume di Gaza o nella cartapesta del quasi Stato. Spiravano furiose arie d’odio, era difficile acquietare gli escandescenti, cresceva l’esercito degli aspiranti uomini bomba. Si susseguivano senza esito le intifade e loro minacciavano, maledivano, deprecavano e poi… niente: siamo a fianco dei palestinesi finché sarà necessario e poi Mubarak e Al Sisi erano a libro paga degli americani con l’obbligo di non disturbare Israele.

[…] I palestinesi sanno bene che le guerre contro Israele servivano a evitare innanzitutto che i paesi arabi rivali si impadronissero della Palestina. Nasser mirava a unire il mondo arabo, cacciare via i capi che giudicava reazionari, e eliminare lo stato di Israele. Ma fece fiasco nello Yemen, fu sconfitto nel Sinai e la sua famosa abilità politica non produsse altro se non cadaveri che nel deserto del Sinai si liquefacevano nella sabbia. 

In mezzo agli arabi i palestinesi sono un gruppo distinto. Non si sono mai sentiti a casa propria in questo o in quel Paese arabo. Tra i profughi è cresciuto uno stato d’animo che condannava la assimilazione in altre società arabe come un atto di slealtà verso il dovere di tornare in Palestina. Nelle generazioni è cresciuto l’odio e il desiderio di tornare da conquistatori e da padroni. All’inizio mischiarono marxismo e terrorismo e scelsero come guide spirituali Mao e Fanon. Poi è venuta la generazione di Hamas e la guida è diventato il jihad.

Nei Palazzi arabi si è tirato un sospiro di sollievo venerdì: la giornata della preghiera e della collera, con negli occhi le immagini di Gaza, poteva diventare un incendio generale. Si temevano contagi interni, gli unici che preoccupano. A sfidar divieti e manganelli non sono state le temute folle inferocite. Si è tirato un sospiro di sollievo, il contagio non c’è. Si può continuare a indignarsi per la punizione israeliana, a organizzare vertici (dopo una settimana), a tener chiuso il valico di Rafah per evitare “invasioni”, a ricevere Blinken e annessi europei.

Ma la seduzione di Hamas non viaggia nelle piazze, lavora lentamente nelle discussioni e nei confronti che si fanno in casa guardando e riguardando quelle immagini, nei caffè, in piazza dopo la preghiera. È sotterranea, ma corrode. 

Identiche illusioni in occidente: gli arabi, a parte gli intenti patibolari dei jihadisti, sono moderati o rassegnati. Si continua dunque a chieder aiuto ai nostri cari alleati in Egitto, Giordania, Arabia saudita, Qatar anche se si tratta di ricchi farabutti e di smascherati politicanti corrotti, si presuppone che le popolazioni comprendano approvino e legittimino i loro scopi. Chi conosce il mondo arabo sa che questo presupposto, soprattutto per quanto riguarda l’esistenza di Israele, equivale alla ricerca della pietra filosofale.

Estratto dell’articolo di Francesca Paci per “la Stampa” giovedì 19 ottobre 2023

Nella sua lunga carriera politica, l'ex premier israeliano Ehud Olmert ha visto crisi pesanti oscurare l'orizzonte nazionale. […] 

[…] Qual è la sua opinione sull'operato del governo Nethanyau, sulla mancata prevenzione dell'attentato prima e sulla gestione della crisi degli ostaggi e il bombardamento di Gaza poi?

«La retorica di Netanyahu è estremamente esasperata, inappropriata e inadeguata. La sua minaccia di distruggere tutto non è necessariamente una prova di forza, anzi. Netanyahu in queste ore non parla solo ai palestinesi, parla soprattutto alla sua base politica che è profondamente frustrata dall'incapacità mostrata dal governo nel prevenire l'attacco di Hamas. Sta provando a ricostruirsi una credibilità, ma è al capolinea, i giorni di Netanyahu sono finiti.

Se il 7 ottobre c'è stato un eccezionale fallimento dell'intelligence la principale spiegazione di questo fallimento è Netanyahu stesso, che ha preferito squalificare l'unico candidato reale per il negoziato, ossia l'Autorità Palestinese, e, rimuovendo Abu Mazen dalla scena, ha promosso Hamas. È Netanyahu che ha consentito l'afflusso di enormi quantità di denaro qatarino a Gaza: ne pagherà le conseguenze». 

Prima di dimettersi, nel 2009, lanciò l'operazione Piombo fuso. Per quanto tempo Israele potrà resistere ad un attacco massiccio a Gaza come quello in corso prima che la pressione internazionale sulla crisi umanitaria diventi insormontabile?

«Ventiquattr'ore dopo aver concluso Piombo fuso, invitai tutti i leader europei in Israele per spiegare le azioni del mio governo. Vennero Berlusconi, Merkel, Zapatero, Brown, Sarkozy. È molto diverso da oggi. Israele non godeva più del favore internazionale già prima del 7 ottobre, a causa di Netanyahu. Chi si fida di lui? 
Il problema d'Israele oggi non è militare ma politico. Pianificare la distruzione di Hamas per poi riprendere i negoziati in vista della soluzione due popoli per due stati sarebbe un discorso. Ma sappiamo tutti che dopo aver combattuto Hamas questo governo non farà nulla se non attendere la prossima guerra».

C'è la tentazione nel governo israeliano di spingere i palestinesi fuori da Gaza verso l'Egitto. Ma il presidente egiziano al Sisi ha appena risposto che nel Negev c'è molto spazio. Crede che cacciarli sia davvero il modo per risolvere il problema palestinese?

«E perché non Tel Aviv? Anche a Tel Aviv c'è molto spazio. È ridicolo. Il Negev è Israele. I palestinesi devono restare a Gaza e viverci in pace, ma questo passa per la sconfitta di Hamas e per il ritorno alla soluzione due popoli per due Stati».

Estratto dell’articolo di Domenico Quirico per “La Stampa” lunedì 23 ottobre 2023.

La parte più intima e profonda di Israele, quella che gli antichi chiamavano anima dei popoli, ciò che l'ha tenuto in vita da settantacinque anni, tra zig zag di arroganze e androlatrie, conversioni e riconciliazioni, sconfitte modeste e vittorie pericolose, la sua Storia che sta al di la delle date e al di qua dei nomi, è la sua invulnerabilità. Israele è una terra arata da una idea fissa che è stata, fino a oggi, realtà: la terra degli ebrei è invulnerabile. 

Certo può subire le ferite sanguinose degli attentati, perfino esser sconfitta talora sul campo di battaglia, ma questo avviene nelle sabbie lontane del Sinai all'inizio della guerra del Kippur o nelle trappole di Hezbollah in Libano. Ma il suolo di Israele dopo il 1948 restava inviolabile.

La sua potenza fatta di tecnologia, intelligenze, economia, modernità, efficienza militare, granitica unità umana di fronte al pericolo non può essere piegata. I suoi nemici, certo, sono terribili, i moderati vogliono distruggerlo politicamente, gli estremisti fisicamente. Non a caso nel suo periodo realistico il sionismo si considerava un movimento di superstiti. Per i sopravvissuti Israele significava vita, non potere politico […] 

Di questa barriera infrangibile a poco a poco si sono convinti gli stessi Stati arabi. Solo per questa ragione, e per le necessità interne di potere dei loro discutibili "raiss'', hanno accettato di metter tra parentesi i vecchi piani annientatori: «Non riusciremo mai a invadere Israele e dunque cerchiamo di monetizzare un fatto compiuto, lucrando sulla nostra inevitabile' "moderazione", Washington ci paga per questo».

Chiamiamo questa certezza, messa alla prova da tre guerre classiche e dallo stillicidio del vecchio terrorismo arabo palestinese, la deterrenza di Israele. Detto in altro modo, lo Stato ebraico è una potenza in grado di tenere a bada e sconfiggere tutti i nemici che la circondano, il suo capitale più prezioso: molto più dell'arsenale atomico che anche in questa parte del mondo è stato, finora, una non arma. La possibilità di utilizzarla scivolava verso possibilità così estreme che la deterrenza "normale" rendeva inimmaginabili.

Il santuario per genti perseguitate era diventato dunque uno Stato forte, con un esercito. Consapevole che i paesi liberi, l'Occidente, sono bizzarramente letargici per quanto riguarda la libertà degli altri, amici compresi. Dopo la pericolosa vittoria totale della Guerra dei sei giorni e ancor più con l'avvento della destra di Netanyahu al potere, la consapevolezza della forza è diventata una deriva autistica per cui tutto dipende solo dalla propria volontà. Ma il senso di invulnerabilità reggeva in questa fitta nebbia che ha avviluppato spesso la politica israeliana. Fino a sabato 7 ottobre, fino all'attacco sanguinoso e vittorioso di Hamas.

La deterrenza di Israele, la certezza di essere intoccabile si è frantumata. Non esiste più. Non è una ferita, è un vuoto. Il Muro è caduto. D'ora in poi quando gli israeliani penseranno a sé stessi toccheranno quel vuoto. […] 

Tzahal resta un esercito considerevole, l'aviazione israeliana non ha rivali in questa parte del mondo, forse perfino Mossad e Shin bet, i servizi di sicurezza e di spionaggio, ritroveranno i fili smarriti della loro mitologica capacità analitica. Tornerà l'ora della normalità, della assurda quiete, della salvezza. Ma il silenzio della intoccabilità ribadirà: quel sabato di ottobre hai scoperto la tua assenza, il tuo vuoto, hai scoperto chi sei. La storia di Israele riparte da zero. Sarà ardua.

Questa nuova fragilità si è manifestata subito, e nel rapporto con il grande alleato, gli Stati Uniti. Nella deterrenza israeliana un punto chiave era il non dipendere per sopravvivere da nessun altro, neppure dalle scelte politiche e militari di questo perpetuo intruso, dagli umori dei presidenti. Non esser insomma un Vietnam o un Afghanistan che «l'impero nascosto» può sacrificare come carta straccia. 

[…] Con il viaggio di Biden, non a caso forse limitato alla sola tappa israeliana, il rapporto è cambiato. Le scelte anche quelle militari di Gerusalemme sono ora legate agli ordini americani: rinvio della annunciata punizione distruttiva di Hamas con invasione di Gaza, il sì alla apertura del corridoio dall'Egitto con gli aiuti alla popolazione palestinese che Israele rifiutava, perfino la moderazione di fronte alle provocazioni di Hezbollah sulla pericolosa frontiera nord.

Netanyahu ha assistito inerte alla trattativa di Washington con i jihadisti per riportare a casa due ostaggi americani, con smodati ringraziamenti per la mediazione dell'emirato canaglia del Qatar, burattinaio di Hamas e di molti micidiali arruffapopoli di questa parte del mondo. Che cosa resta del giuramento di cancellare la jihad palestinese dalla faccia della terra, della nuova fascia di sicurezza spezzando a metà Gaza, dell'imperativo: con una organizzazione di assassini non si tratta? 

Nel 1956 un furibondo Eisenhower obbligò gli israeliani che erano giunti fino al canale di Suez a tornare indietro. L'attacco a Nasser, al fianco del moribondo colonialismo anglo-francese, metteva in pericolo la strategia di impedire l'irrompere dell'Unione Sovietica nella regione.

La logica dello scontro bipolare, non la sopravvivenza di Ben Gurion, muoveva Washington. Oggi agli Stati Uniti, in ritirata su tutti i fronti, interessa non avere problemi su questo fronte che non affrontare altri tempi bui. I leader arabi incapaci di tutto meno che di vendersi e riempire le galere, sono già sotto controllo. Ora lo è anche il fragile Israele.

Estratto dell’articolo di Domenico Quirico per “la Stampa” giovedì 26 ottobre 2023.

Il Qatar è […] una scaglia di sabbia nel Golfo diventato un avamposto della globalizzazione, una boa del business e della diplomazia più spericolata, dalle tende nel deserto alla skyline a cinque stelle, dal cammello ai bolidi di Formula uno […] E se tutta questa sciccheria che ci incanta e ci assomiglia celasse un emirato canaglia che ha fatto da salvadanaio al grande assalto islamista al ventunesimo secolo? […] 

[…] il petrol emiro è diventato la più concreta speranza per i duecento ostaggi di Hamas di tornare a casa, forse l'unica, e per questo riceve i complimenti della Casa Bianca. Un uomo che regna e governa su appena undicimila chilometri quadrati e due milioni di sudditi riceve, in stretta successione, il segretario di Stato americano Blinken che gli fa le fusa nella sua tenda di grattacieli; e il giorno dopo a Doha stende il tappeto rosso per il ministro degli Esteri iraniano, accusato di essere il burattinaio che manovra le leve di Hamas, e non è certo, il loro, un colloquio travaglioso.

Offre ospitalità immobiliare agli uffici "politici" dei jihadisti palestinesi, oltre ad esserne lo sportello bancario, e nello stesso tempo mantiene rapporti affatto segreti con Israele. E soprattutto, e qui l'equilibrismo sfiora la perfezione, è stato accusato, da vicini assai poco amichevoli (volevano invaderlo) come Arabia Saudita ed Emirati, di essere il generoso borsellino di sigle che distillano terrore e delitti, ovvero al Qaeda e Isis, nientemeno. E lui, l'emiro […] scivola via sempre senza danni. Anzi sta seduto e riverito nei consigli di amministrazione dei giganti economici del pianeta. 

[…] è l'indirizzo preferito degli americani per tutte le mediazioni impossibili con il Male contemporaneo, dall'Afghanistan ad Hamas. […] Ovunque ti volgi in questi tempi travagliati, dove c'è una crisi in corso, spunta Tamin ben Hamad al-Thani. In libia non c'è rammendo ai cocci della guerra civile ? Il Qatar tiene in piedi lo sgangherato napoleone di Bengasi, il generale Haftar, dopo aver corroborato le milizie islamiste di Benhadi.

Chi è in grado di parlare con i pestiferi talebani e far loro ritrovare le chiavi per riportare Kabul indietro di ventanni? Ma l'emiro […] La Palestina è in fiamme, si rischia una altro capitolo della Terza guerra mondiale: chi può parlar con tutti, terroristi israeliani ayatollah e la Casa Bianca, chi può telefonare ad Al Sisi, al principe saudita, a Khamenei, a Erdogan, a Biden e Abu Mazen? 

Ma lui l'emiro, che sponsorizza il Paris Saint Germain e i Fratelli musulmani, […] Scoppia la guerra in Ucraina, l'Europa manca di gas? […] il disponibile Qatar è pronto ad aiutarci, in cambio di influenza e di un piccolo sovrapprezzo. Chi altro è riuscito a portare al potere Hamas a Gaza con il consenso dello stesso Israele che credeva di indebolire gli altri palestinesi? […] Lo scandalo che scuote il parlamento europeo si chiama "qatargate".

L'ex presidente francese Sarkozy finisce nei guai per i fondi neri della sua campagna elettorale? Dietro ovviamente spunta il Qatar. I mondiali di calcio: un successone! Eppure, dietro, immancabili, traffici, accuse, ombre, lavoratori schiavi... Ovviamente tutto finisce in niente. Soldi soldi sempre soldi… Ecco qua il lievito con cui l'astuto emiro ci avvolge e travolge. E pensare che tutto è iniziato con un golpe dinastico, e una abdicazione: perché il padre dell'attuale emiro, si dice, temeva la replica della congiura. 

E soprattutto con una intuizione geniale, creare al Jazeera, una televisione che è diventata il suo esercito, la sua diplomazia, esplicita e segreta. Gli undicimila chilometri di superficie nel tempo dell'impero delle immagini sono diventati grandi come l'intero pianeta. Con le telecamere e le troupe il Qatar ha guidato le primavere arabe e la guerra civile siriana. E oggi ci racconta, la sola in diretta, il dramma di Gaza. […]

il jihadismo rivoluzionario e terrorista si è riempito le tasche e l'arsenale attingendo a questa grande banca anonima che è servita a tenere nell'ombra gli Stati, gli emiri, i monarchi che si compravano così la tolleranza dei fanatici con il mitra o estendevano la loro influenza. Molti sospetti sono caduti ad esempio su "qatar charity" che è stata accusata di essere il finanziatore di al Nusra , la versione siriana di al Qaeda. Chi ha agito da mediatore per la liberazione di ostaggi degli islamisti siriani? "Qatar charity".

Il Qatar ha il segreto per sedurre noi occidentali: i vantaggi economici […] Per l'emiro il mondo è un universo acquistabile, un linguaggio che comprendiamo benissimo. Che cosa ci intenerisce, nel pestifero mondo islamico tra sopravvivenze feudali e profeti di palingenesi feroci, più di un Paese gestito paternamente come una azienda internazionale? […]

Estratto dell’articolo di Alberto Simoni per “La Stampa” giovedì 2 novembre 2023.

Nadav Padan abita a Brooklyn, New York. All'indomani dell'attentato terroristico di Hamas ha ricevuto decine di telefonate ed e-mail dagli amici in Israele. Molti sono soldati, altri sono riservisti, ma tutti erano in prima linea per difendere Israele. 

Così Padan non ha esitato un attimo ed è salito su un volo per Tel Aviv per unirsi con altri 360mila riservisti alla difesa dello Stato ebraico. La sua storia è simile a quella di almeno duemila giovani di New York che secondo il portavoce del Consolato israeliano della città, sono subito partiti per Tel Aviv. Un altro migliaio ha lasciato altre città d'America.

[…]

Yair Netanyahu ha un cognome importante. È il figlio del premier Bibi che da aprile vive in un piacevole "esilio" a Miami. Yair ha 32 anni e quindi ancora in tempo per arruolarsi e servire la patria. Eppure, a differenza di Padan, Nurieli e di altre centinaia di persone che hanno spiegato a moglie, figli e genitori le ragioni di arruolarsi e combattere una guerra a migliaia di chilometri di distanza, il figlio di Netanyahu ha limitato il suo sostegno ai soldati in prima linea e nelle retrovie a qualche storia su Instagram.

La bella vita, insomma, del controverso figlio del leader del Likud non è stata granché sconvolta dai fatti del 7 ottobre e mentre il 4% della popolazione di Israele indossa mimetica o monta su un tank, Yair non cede e osserva dalle coste della Florida. O da New York dove ha trascorso - a giudicare dalle storie postate sui social - diversi giorni a cavallo dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. 

[…]  «Lui si diverte a Miami Beach, io sono in prima linea», si è sfogato un soldato con il Times di Londra. «Siamo noi che abbiamo lasciato il lavoro, la famiglia, i nostri bambini per proteggere il futuro di tutti e non coloro che sono responsabili di questa situazione», ha aggiunto un altro sempre dietro anonimato. E molti hanno ammesso che questo comportamento non aiuta «il nostro morale».

Yair è tecnicamente "reclutabile" avendo meno di 40 anni ma la sua vicinanza alla causa di Israele la spaccia su Instagram dove posta interviste con organizzazioni che aiutano le famiglie colpite dalla brutalità dell'azione di Hamas. Il figlio maggiore del premier ha svolto il servizio militare, è stato nell'esercito a più riprese ma non è mai stato in combattimento. È stato nell'ufficio di comunicazione dell'Idf. 

Yair vive negli Stati Uniti da aprile quando Bibi e mamma Sara hanno deciso che le sue sparate politiche e gli attacchi frontali contro i detrattori del governo stavano diventando un problema troppo grande. Il giovane, infatti, si era distinto per post su X (Twitter) al vetriolo contro la sinistra e contro tutti coloro che criticavano le riforme del Likud.

Dichiarazioni spesso incendiarie che non avevano contribuito ad allentare il clima di tensione dello scorso inverno e primavera nello Stato ebraico segnato dalle proteste di piazza più grandi di sempre contro la riforma giudiziaria voluta dall'estrema destra. La sua fuga a Miami l'ha sottratto a denunce per diffamazione, la sua attività compulsiva sul social è andata via via riducendosi. Zero ormai su Twitter, ha invece continuato saltuariamente su Instagram fino appunto al 7 ottobre quando è diventato "un soldato dei social" anziché "del teatro di battaglia".

Da L’Indipendente.

La resistenza palestinese ha lanciato un’offensiva senza precedenti contro Israele. Andrea Legni su L'Indipendente sabato 7 ottobre 2023.

Circa cinquemila razzi lanciati in poche ore all’interno del territorio israeliano e la contemporanea incursione via terra di un numero imprecisato di miliziani armati che hanno sfondato i confini israeliani e fatto irruzione negli insediamenti israeliani. Le notizie sono frammentate e difficili da verificare ma è certo che alcuni mezzi blindati dell’esercito israeliano sono stati conquistati dai palestinesi, mentre le immagini che circolano sui canali social palestinesi mostrano diversi soldati dell’esercito israeliano presi in ostaggio. Altre immagini mostrano miliziani armati palestinesi che entrano armi in pugno dentro una base militare israeliana vicino a Rafah, della quale avrebbero preso possesso. Di certo c’è che quella lanciata da Gaza nella notte è la più imponente offensiva della resistenza palestinese almeno dai tempi della seconda Intifada, tale da aver costretto il governo israeliano a dichiarare precipitosamente lo stato di guerra richiamando in servizio i soldati riservisti. «Questo è il giorno della più grande battaglia per porre fine all’ultima occupazione sulla terra», ha dichiarato il comandante militare di Hamas, Mohammad Deif. Mentre, sempre da parte di Hamas – gruppo politico-militare palestinese che governa la striscia di Gaza – è partita la «chiamata alle armi» per i palestinesi della Cisgiordania e per i «fratelli libanesi» oltreconfine.

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Mentre scriviamo il bilancio certificato delle vittime dei razzi sarebbe di almeno 5 morti e una ventina di feriti, mentre niente di concreto si sa circa gli effetti delle incursioni via terra, verosimilmente molto più pesanti. Incursioni di miliziani palestinesi si sarebbero verificate in decine di città e kibbutz (villaggi rurali israeliani), e vi sarebbero decine di morti. Le incursioni sono certamente entrate in profondità dentro i confini israeliani: 4 morti si registrano ad esempio a Kuseife, città ad oltre 60km dal confine con la striscia di Gaza. Inoltre la resistenza palestinese sarebbe riuscita a sequestrare numerosi soldati israeliani e a requisire mezzi dell’esercito. “Abbiamo visto immagini e video di soldati israeliani uccisi e video di combattenti palestinesi che festeggiavano attorno a veicoli armati israeliani dati alle fiamme” scrivo i cronisti di Al Jazeera, unica grande testata giornalistica ad avere propri inviati sul territorio. Secondo quanto riportato dal giornalista israeliano Yoav Zitun, della testata Ynet: “L’intera linea di difesa israeliana è stata violata” e “l’esercito israeliano ha diviso la Divisione di Gaza in diverse sezioni di combattimento per cercare di controllare gli eventi nel territorio”, mentre vi sarebbero “centinaia di uomini armati all’interno degli insediamenti e delle basi” e almeno tre jeep dell’esercito di Tel Aviv sarebbero state conquistate e “dirottate a Gaza”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per le 13 (le 12 in Italia), mentre è stato dichiarato lo stato di emergenza in un raggio di 80km dalla Striscia di Gaza. Diversi attacchi aerei sarebbero già partiti per bombardare Gaza.

Automatica, come sempre, la solidarietà nei confronti dell’occupante da parte dei governi occidentali e dei grandi media: uniti nel parlare di “attacco terroristico”, in una logica che riserva questo termine delegittimante esclusivamente alle azioni condotte contro i governi amici. Nessun accenno al fatto che l’attacco palestinese arrivi al culmine di un’occupazione che perdura dal lontano 1948 e che negli ultimi anni si è resa sempre più brutale. La condizione che i palestinesi subiscono ogni giorno è infatti una condizione di apartheid – non secondo chi scrive, ma secondo quanto certificato da diversi rapporti tra cui quello di Amnesty International – , che vede centinaia di civili palestinesi detenuti senza capi di accusa né processo nelle carceri israeliane e progetti di espulsione dei palestinesi da quelli che – secondo le risoluzioni ONU – sono i propri territori. Gli attacchi dell’esercito israeliano sono quotidiani e il 2023 è stato già definito l’anno più letale di sempre per i palestinesi, con centinaia di civili uccisi, tra i quali almeno 38 bambini. Mentre incursioni sistematiche da parte dell’esercito israeliano non risparmiano i luoghi di culto, le case dei palestinesi, e nemmeno le scuole elementari palestinesi. Sui crimini di guerra israeliani sta indagando anche la Corte Penale Internazionale.

Gli attacchi, come detto, sono partiti da Gaza: definita la città “prigione a cielo aperto”. Stretta in un blocco militare totale da parte di Israele dall’ormai lontano 2007. Oltre due milioni di persone chiuse in un’area di 365 km quadrati. Il blocco applicato da Israele su Gaza è ermetico, per via terrestre, marittima e aerea. L’aeroporto è chiuso, l’accesso al mare è negato anche per scopi di pesca, due dei tre valichi di frontiera sono controllati dall’esercito di Tel Aviv (l’altro dall’Egitto). Da Gaza i palestinesi non possono uscire, né commerciare. Ora si attende la risposta di Israele, ma per ora il dato di fatto è che la resistenza armata palestinese ha compiuto un salto di qualità inaspettato, capace di cogliere di sorpresa l’intelligence e le difese di uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo. [di Andrea Legni]

Da L’Inkiesta.

L’apocalisse in corso. La guerra dei nazisti islamici contro gli ebrei. Christian Rocca su L'Inkiesta il 7 Ottobre 2023

Pogrom, esecuzioni sommarie, missili sui civili, deportazioni di donne israeliane a Gaza tra ali di folla festante e il sostegno dell’Iran, del Qatar e anche dell’Arabia Saudita accusata di cercare la pace con Gerusalemme 

Non ci sono parole adeguate a raccontare il Male che si dispiega davanti a noi in tempo reale, non è possibile scrivere riflettere a ciglio asciutto quando l’apocalisse è ancora in corso, quando c’è la consapevolezza che la barbarie del sabato mattina di Sukkot, la festa ebraica delle capanne, continuerà ancora lungo e avrà conseguenze inimmaginabili. 

Qualche settimana fa ho visitato il lager che i russi hanno approntato a Yahidne, in Ucraina, una nuova Auschwitz del XXI secolo nel cuore d’Europa, non lontana da dove si era giurato che mai più avremmo visto tale pianificazione di atrocità. Sabato ci siamo svegliati con un pogrom nel sud di Israele, una mattina dei cristalli preparata a tavolino ed eseguita grazie anche a un sommovimento popolare che ha dato la caccia agli ebrei, ha ucciso i civili sul posto, ha separato le donne dagli uomini e le ha fisicamente trascinate a Gaza assieme ai bambini, per poi offrire i loro corpi al pubblico festante, alla folla pronta a sputare sui prigionieri e a profanare i cadaveri, a una fiumana felice e inneggiante ad Allah. 

Il Novecento è finito da due decenni, ma se non chiamiamo nazismo tutto ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi, nazismo islamico, allora abbiamo qualche problema di comprensione della realtà. 

Neanche nei film si sono mai viste scene così raccapriccianti e un’ostentazione di odio così assoluto. I nazisti tedeschi pianificavano lo sterminio degli ebrei con una precisione teutonica, ma non scendevano in strada a festeggiare gli arrivi dei vagoni piombati e a sputare sui rastrellati. I nazisti islamici invece festeggiano con una standing ovation dentro il parlamento iraniano, per un attimo distolto dall’impegno quotidiano profuso a incarcerare e a uccidere le giovani donne che si sciolgono i capelli, senza parlare delle forniture di droni armati al macellaio di Mosca per assassinare i civili ucraini.

I nazisti islamici di Hamas, i cui vertici probabilmente sono al sicuro in Qatar, davanti alle immagini trasmesse da Al Jazeera ringraziano il loro Dio pregando in favore di TikTok. Gli Hezbollah, il partito di Dio del Libano, rivendica con orgoglio tale disumanità, giustificata anche dal Qatar, cosa che bisognerebbe ricordarsi ogni volta che le istituzioni corrotte dello sport nostrano si prostrano davanti agli emiri e gli affidano le chiavi, per esempio, del calcio europeo. 

Anche l’Arabia Saudita, il paese chiave del radicalismo estremista sunnita e custode dei luoghi sacri dell’Islam, se l’è presa con Israele, con l’aggredito, nonostante da tempo stia lavorando a una pacificazione con lo Stato ebraico che proprio in queste settimane avrebbe dovuto segnare un punto di non ritorno. Non c’è dubbio che l’invasione terrorista su larga scala partita da Gaza, e in corso in queste ore, sia motivata dall’urgenza di una parte dell’Islam politico di evitare che qualcun’altro faccia la pace con Israele, come spiega candidamente Hezbollah, e magari scopriremo più avanti che ruolo avrà avuto nella carneficina di Sukkot la triangolazione Teheran-Gaza-Mosca con gli aiuti militari reciproci e i frequenti viaggi di Hamas in Russia. 

Israele si è sempre saputo difendere dai vicini, anche in modo spietato e preventivo, ma stavolta si è fatta prendere di sorpresa anche perché da qualche tempo è governata da estremisti parolai che cercano di scalfire l’unico stato di diritto del Medio oriente e per questo perdono di vista la difesa e la sicurezza del paese. Ma Israele è la vittima, qualunque mancanza democratica abbia mostrato il governo Netanyahu. Resta, inoltre, che l’invasione terrorista proveniente da Gaza rientra nella più ampia guerra tra gli arcinemici islamici Arabia Saudita e Iran, i duellanti che tengono in ostaggio il Grande Medio Oriente e lo condannano al caos eterno. 

Alla base della loro rivalità ci sono solide questioni storiche che vanno indietro fino ai tempi d’oro dell’impero persiano e del Califfato, e poi anche più recenti ragioni geostrategiche, energetiche e nazionaliste, ma il punto centrale della disfida infinita è che Arabia Saudita e Iran si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. Gli eredi del fondatore dell’Islam si divisero sulla successione del Profeta: a prevalere fu la fazione del suocero Abu Bakr e a soccombere quella che sosteneva il cugino Alì (sciita significa grosso modo “del partito di Alì”).

Quello scisma di quattordici secoli fa infiamma ancora oggi il quadrante mediorientale, e appena accenna a spegnersi, come da qualche tempo a questa parte ha tentato di fare l’Arabia Saudita con gli Accordi di Abramo e le aperture a Israele, ecco che la situazione deflagra in una guerra totale, una guerra scatenata dai nazisti islamici contro gli ebrei nel Ventunesimo secolo.

L’orrore. Villaggio dopo villaggio, vengono fuori le atrocità commesse da Hamas. Linkiesta 11 Ottobre 2023

Uccisi mentre aspettavano l’autobus, ballavano a un festival, svolgevano le faccende mattutine. I soldati israeliani stanno ancora facendo le ultime verifiche tra le case, le strade e le auto crivellate di proiettili. Tra i kibbutz e le cittadine intorno alla Striscia di Gaza, emerge una carneficina. «È qualcosa che non avevo mai visto in vita mia, qualcosa di più simile a un pogrom dei tempi dei nostri nonni», dice un generale

Uccisi mentre aspettavano l’autobus, ballavano a un festival, svolgevano le faccende mattutine. I soldati israeliani stanno ancora facendo le ultime verifiche tra le case, le strade e le auto crivellate di proiettili, dopo l’attacco dell’ala armata di Hamas dello scorso fine settimana in Israele. Via via che riprendono il controllo dei kibbutz, delle città e degli insediamenti vicino alla Striscia di Gaza, l’esercito recupera i corpi e scopre le atrocità commesse dai terroristi – racconta il New York Times.

Gli uomini armati di Hamas, colpendo più di venti siti nel sud di Israele, hanno ucciso più di mille persone, tra cui donne e bambini, e rapito circa 150 altre persone. Le prove emergono dai filmati delle telecamere di sicurezza e video di cellulari, fotografie di residenti e professionisti e resoconti di testimoni sopravvissuti agli attacchi iniziali.

Il materiale mostra che uomini armati palestinesi hanno attaccato civili israeliani in tutti i luoghi di un sabato mattina qualunque nel sud di Israele – durante un festival all’aperto e nelle loro case, sulle strade e nel centro delle città.

Kibbutz Be’eri

L’assalto è iniziato intorno alle 6 del mattino di sabato, con le telecamere di sicurezza al cancello del kibbutz che mostravano due uomini armati che cercavano di sfondare. Quando un’auto si ferma sulla strada, i due uomini sparano e poi entrano nel kibbutz. Alle 7 del mattino, almeno otto uomini armati erano all’interno del kibbutz. Circa due ore dopo, in un video si possono vedere uomini armati che rimuovono tre corpi dall’auto presa in un’imboscata. Un altro video sembra mostrare diversi israeliani catturati e poi apparentemente morti per strada.

Gli operatori di emergenza israeliani alla fine hanno rimosso i corpi di oltre 100 persone uccise nel kibbutz, compresi bambini.

Il Festival Nova

Sabato, subito dopo l’alba, centinaia di uomini armati palestinesi che hanno sfondato le barricate tra Gaza e Israele hanno attraversato i terreni agricoli nella zona di confine, raggiungendo un festival che si era svolto tutta la notte, e hanno aperto il fuoco.

Gli uomini armati hanno rapito un numero imprecisato di persone durante l’evento, a circa tre miglia dal confine di Gaza. Un video mostra una persona – a terra vicino a un’auto ma in movimento – che viene colpita da un uomo con un fucile e poi rimane ferma. Un altro video verificato dal New York Times mostra membri di Hamas che si allontanano in motocicletta con una donna israeliana stretta in mezzo a loro, che urla mentre il suo ragazzo viene portato via a piedi, con il braccio tirato dietro la schiena.

Il kibbutz di Kfar Azza

Quattro giorni dopo l’attacco a Kfar Azza, un villaggio vicino al confine con Gaza, i soldati israeliani sono entrati casa per casa per recuperare le vittime. I giornalisti del New York Times che si sono recati nel villaggio hanno visto corpi sui sentieri, sui prati e nelle case, compresi quelli di molti bambini. «Non è una guerra o un campo di battaglia; è un massacro», ha detto il generale Itai Veruv. «È qualcosa che non avevo mai visto in vita mia, qualcosa di più simile a un pogrom dei tempi dei nostri nonni».

La città di Sderot

Anche l’attacco a Sderot, una città a circa un miglio da Gaza, è iniziato sabato mattina presto, con almeno due pick-up che trasportavano uomini armati all’interno della città. I civili sono stati colpiti nelle loro auto o ai piedi, uccisi sotto un cavalcavia e mentre aspettavano l’autobus. I video girati dai residenti di Sderot hanno ripreso gli uomini armati che sparavano sui civili, si scontravano con la polizia per strada e prendevano il controllo della stazione di polizia. Si contano almeno venti vittime.

Nir Oz e le altre comunità vicino a Gaza

Stanno ancora emergendo dettagli da molte comunità sparse per chilometri intorno alla Striscia di Gaza. E le autorità israeliano stanno ancora calcolando il bilancio definitivo delle vittime. Ma video, foto e racconti dei sopravvissuti registrano attacchi in tutta la regione.

Un video di 30 minuti pubblicato su Facebook e la cui posizione è stata verificata dal Times mostra uomini armati palestinesi che attraversano la recinzione di confine e si dirigono verso la comunità meridionale di Nir Oz. Il video segue il gruppo in quello che sembra essere un kibbutz. Seguono forti grida e spari. Il video mostra infine l’interno di una stanza, dove giacciono a terra almeno sei corpi insanguinati. Un uomo armato apre il fuoco sui corpi e il video si interrompe.

I residenti stimavano che il kibbutz contasse da 350 a 400 persone quando è iniziato l’attacco. Ne sono rimasti solo circa 200 sugli autobus.

Ci sono anche indicazioni di atrocità maggiori in altre comunità vicino a Gaza. A Nahal Oz, Noam Tibon, un generale in pensione che si era recato lì per aiutare suo figlio ha detto che hanno trovato le strade disseminate di corpi, alcuni palestinesi e altri israeliani. Ad Alumim, le foto mostrano una dozzina di sacchi per cadaveri allineati fuori da un edificio.

Da Il Tempo.

Giudice Apostolico, ci mancava il post del marito contro Israele: "Vergognatevi!". Il Tempo il 07 ottobre 2023

Il nuovo video che immortala le proteste della giudice Iolanda Apostolico contro la polizia. I vecchi post del compagno Massimo Mingrino, funzionario in tribunale, contro Israele. Si intrecciano cronaca e politica nelle novità emerse sul caso della magistrata di Catania che ha respinto il trattenimento di tre migranti tunisini bollando di fatto il decreto Cutro come illegittimo. Dopo le polemiche per i post e i like anti-Salvini, il caso della partecipazione alla manifestazione per i migranti della nave Diciotti a Catania, 5 anni fa. LaPresse oggi ha mostrato un nuovo video, che la vede protestare con decisione mentre altri manifestanti ne dicono di tutti i colori ai poliziotti. A rendere il tutto più surreale, sono alcuni post emersi dal profilo del compagno della giudice. Ora l'account è chiuso ma in precedenza Mingrino aveva il profilo Facebook pubblico, quindi i suoi post erano visibili a tutti. Come quello del maggio 2021, in cui il marito del giudice di Catania aveva condiviso senza commentarlo un post del partito di sinistra Potere al Popolo di chiaro stampo anti-israeliano. 

"Vergognatevi! Questa è una immagine della manifestazione pro-Israele a Roma. Fa venire mal di pancia. Nell'ordine sono intervenuti Matteo Salvini, Enrico letta, e Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida, Carlo Calenda, Maria Elena Boschi, Giovanni Toti, sciorinando la loro solidarietà a Israele, contro "il terrorismo". Lega, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia, Azione, Italia Viva, tutti uniti quando si tratta di sostenere una potenza coloniale, Israele, che utilizza le stesse tecniche di apartheid del Sudafrica razzista contro i palestinesi", scriveva Potere al Popolo, "Capovolgono la realtà. Israele è l'aggressore. Israele colonizza, uccide, bombarda, opprime. Mentre scriviamo sono 56 i palestinesi uccisi. Noi stiamo con il popolo palestinese". Parole che emergono quando infuria la guerra in medio Oriente, con l'attacco dei miliziani di Hamas con migliaia di razzi su Israele.  

Da Il Giornale.

Sequestri e raid sulle ambulanze: tutti gli orrori di Hamas. Nelle comunità israeliane occupate dalle forze di Hamas si teme il peggio: molti civili in fuga, alcuni sono stati catturati e portati a Gaza come ostaggi, altri sono morti. Ore drammatiche nel sud di Israele. Mauro Indelicato il 7 Ottobre 2023 su Il Giornale.

C'è un video, uno dei pochi non crudi ma ad ogni modo molto angosciosi, che fa capire l'attuale situazione nel sud di Israele. Si notano alcuni civili all'interno di un grande cassone della spazzatura, nascosti per evitare di essere scoperti da miliziani di Hamas che hanno appena preso la loro località. Il video è stato fatto circolare su Telegram: nessun civile era pronto alla guerra, tutti sono scappati da casa con gli abiti della notte, segno di come l'orrore abbia preso il sopravvento cogliendo abitanti e autorità di sorpresa.

Gli ostaggi portati a Gaza

I civili nascosti all'interno del cassone evidentemente hanno visto poco prima alcuni vicini di casa portati via dai combattenti di Hamas. E in effetti la rete è piena di video dell'orrore dove diversi abitanti delle comunità occupate dai miliziani vengono caricati a forza su alcuni mezzi e portati a Gaza. C'è per esempio il video di una donna fatta salire a bordo di un camion, dopo essere stata sorpresa vicino la propria abitazione. A poca distanza un parente, forse il fidanzato, viene tenuto per le braccia e condotto chissà dove a piedi.

Hamas, una volta entrata nelle località israeliane poco distanti dal confine con la Striscia di Gaza, ha iniziato a effettuare razzie di ogni tipo. Secondo i media israeliani sarebbero almeno 50 i civili presi in ostaggio. Sono gli stessi combattenti a confermarlo, anche se si parla di numeri più bassi. Non solo civili, ma tra gli ostaggi ci sarebbero anche dei militari. Per Hamas però non c'è alcuna differenza: i leader del movimento non parlano di ostaggi, bensì di prigionieri di guerra a prescindere se le persone trascinate con la forza a Gaza indossano una divisa oppure un abito civile.

Prigionieri che, almeno per il momento, ad Hamas servono da vivi. Ogni ostaggio infatti potrebbe diventare una fondamentale pedina di scambio in caso di trattative. Gli israeliani catturati però, una volta entrati nella Striscia, vengono sottoposti all'umiliante pratica di essere esibiti come trofeo. Molti di loro vengono fatti circolare per strada mentre la folla inveisce. Anche una donna anziana in un video appare dentro un mezzo guidato da un miliziano, mentre la gente attorno lancia insulti. In un'altra immagine invece, un'altra donna è immortalata in un selfie con un combattente con il volto coperto.

Ma c'è pure chi a Gaza è arrivato senza vita. Su Telegram è circolato un video in cui un corpo senza vita è riverso a bordo di un camion che sfreccia per le vie della Striscia. Qualcuno, tra le persone attorno al cadavere, sputa sul corpo peraltro denudato. Su X c'è chi ha avanzato l'ipotesi che il cadavere fosse di una soldatessa israeliana. Forse morta negli scontri oppure rapita e uccisa subito dopo. Tra civili e militari, al momento i morti sarebbero una ventina e i feriti oltre 500. Alcuni potrebbero essere stati uccisi a sangue freddo, altri invece si sarebbero trovati nel pieno delle battaglie urbane.

Il video della madre sequestrata assieme ai suoi figli

A confermare il momento di terrore vissuto nel sud di Israele, anche l'immagine di una giovane madre portata via assieme ai suoi bambini neonati. Del caso ne ha parlato il quotidiano The Jewish Chronicle, i cui giornalisti hanno esaminato il video da cui è stata ricavata una delle immagini simbolo della situazione.

La madre in lacrime ha avvolto i figli dentro una coperta e poi è stata portata a Gaza. Si ignora al momento la sua sorte. In altri video inoltre, si vede la separazione tra genitori e figli effettuata dai miliziani di Hamas al momento di caricare gli ostaggi sui camion. Un gesto destinato a far aumentare angoscia e terorre tra le vittime. A giudicare dalle tante immagini del genere postate sui social, purtroppo il numero di ostaggi e civili coinvolti in queste ore di guerra potrebbe essere ben più alto di quello rivelato dalla stampa israeliana.

Hamas spara sulle ambulanze

Alcuni militari israeliani feriti sarebbero poi stati uccisi mentre venivano soccorsi. Hamas infatti ha rilasciato un video in cui si mostra un drone colpire un'ambulanza. Il mezzo era israeliano, si trattava forse di soccorritori che stavano portando nel più vicino ospedale i soldati feriti negli scontri lungo il confine.

Hamas non ha avuto in questo caso pietà né dei feriti e né dei soccorritori. Sparare sulle ambulanze inoltre è vietato nei contesti di guerra. Il movimento islamista però sta dimostrando in queste ore di non aver contegno nemmeno delle leggi di guerra. A prevalere in questa fase è unicamente un odio feroce che sta lasciando poco spazio al senso di umanità. E che sta seminando terrore tra civili colti di sorpresa. Mauro Indelicato

 "Questi sono i risultati". Moni Ovadia attacca ancora Israele. L'intellettuale ha puntato il dito contro Tel Aviv - "finge che il problema palestinese non esiste" - ma non ha lesinato critiche alla comunità internazionale. Massimo Balsamo il 7 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il bilancio di morti e di feriti aumenta esponenzialmente con il passare delle ore in Israele. Tra il massiccio lancio di missili e le irruzioni militari, l'attacco di Hamas ha provocato oltre 100 morti. Un'operazione di guerra senza precedenti - denominata "Alluvione al-Aqsa" - che secondo Moni Ovadia è frutto della politica cieca di Tel Aviv: "Israele lascia marcire le cose, fingendo che il problema palestinese non esiste, per cancellare la stessa idea che i palestinesi esistano; e la comunità internazionale è complice: questi sono i risultati", l'analisi ell'intellettuale ebreo.

Dopo aver premesso che"la morte anche di una sola persona, sia essa israeliana o palestinese, è sempre una tragedia e va condannata con tutte le forze", l'attore ha messo nel mirino la politica del governo di Israele e in particolare del premier Benjamin Netanyahu dopo l'attacco missilistico di Hamas e la risposta annunciata da Tel Aviv. "Questa è la conseguenza di una politica di totale cecità, di occupazione e colonizzazione", il parere di Ovadia: "La Striscia di Gaza non è un territorio libero, è una gabbia, una scatola di sardine: è vero che dentro non ci sono gli israeliani, ma loro controllano comunque i confini marittimi e aerei, l'accesso delle merci, l'energia, l'acqua. Non a caso l'Onu aveva già dichiarato Gaza zona 'non abitabile'".

Sequestri e raid sulle ambulanze: tutti gli orrori di Hamas

La situazione è vessatoria, anzi infernale, ha proseguito Ovadia: "Come ci insegna persino l'Iliade, l'assedio è una forma di guerra... e allora? A Gaza non sono forse assediati da Israele? Poi, hanno deliberatamente lasciato il governo di Hamas perché per gli israeliani la rottura inter-palestinese fra Hamas e l'Olp-Al Fatah è stata fondamentale". L'intellettuale ha poi evidenziato che, in un tragico gioco delle parti, i miliziani di Hamas sono i miglior alleati di Netanyahu e viceversa, poichè l'uno favorisce l'altro:"Oramai è chiaro che i governanti israeliani non vogliono uno Stato palestinese, vogliono che i palestinesi vivano così, non ribellandosi e non fiatando neanche quando gli portano via l'acqua o la luce".

Come anticipato, Ovadia non ha lesinato critiche alla comunità internazionale, a suo avviso "schifosamente complice": "Ora aspettiamo che al centinaio di morti israeliani si risponderà uccidendo un migliaio di palestinesi, rinforzando sia Netanyahu che Hamas...". E da questa situazione non se ne esce, ha puntualizzato:"La soluzione 'due popoli, due stati' non è più praticabile per colpa di Israele, l'unica soluzione giusta sarebbe 'due popoli, uno Stato' ma è altrettanto impraticabile".

L'ex capo del Mossad: Israele dovrebbe ripensare il conflitto con l'Iran. Piccole Note il 18 Marzo 2023 su Il Giornale.

L’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha dichiarato che non dovremmo nutrire “pregiudizi” sull’accordo tra Iran e Arabia Saudita mediato dalla Cina. E anzi si è domandato “se sia giunto il momento per Israele di cercare una politica diversa nei confronti dell’Iran e, magari in modo intelligente e riservato, cercare di valutare se c’è la possibilità di trovare un riavvicinamento tra Israele e Iran”.

Halevy: lo scontro Iran-Israele non ha fondamento

Parole sorprendenti, data l’autorevolezza della fonte, e in controtendenza rispetto alle reazioni adirate o diffidenti che si sono registrate in Israele e negli Stati Uniti. Tanto che la sua intervistatrice, Christiane Amanpour, il volto più noto della Cnn, ha reagito così: “Accidenti, signor Halevy, mi sembra di avere le allucinazioni. Questa è un’eresia, in contrasto con tutta la politica israeliana, sia di destra che di sinistra, fin dai tempi della rivoluzione iraniana. C’è davvero una possibilità, secondo te?”

Non so se c’è una possibilità. Ma dico che, dato quanto è successo, potrebbe essere un possibile sviluppo. Dal momento che la Cina, tra tutti i paesi e le potenze del mondo, l’unico Paese che è stato capace di arrivare a un simile accordo, allora dobbiamo esaminarlo più a fondo e scoprire quali sono le motivazioni di tutte le parti coinvolte. E forse potremmo cercare un approccio diverso al conflitto iraniano-israeliano, cosa che Israele non ha fatto quando è iniziato”.

Abbiamo avuto ottimi rapporti con l’Iran sotto la precedente guida dello Scià. Non c’è un vero conflitto di interessi tra Israele e Iran. Non abbiamo [a che fare con l’idea di] una conquista territoriale… [c’è un] confronto. Non abbiamo un confine comune. E non c’è una vera ragione per cui dovrebbe esserci un’inimicizia e uno stato di guerra tra Israele e Iran“.

Parole meditate quelle dell’ex capo del Mossad, dal momento che due giorni prima aveva scritto qualcosa di analogo su Haaretz. Per ribadirle in una sede così autorevole vuol dire non solo che ne è convinto, ma che non è isolato; sembra cioè che abbia voluto dare voce a una corrente di pensiero che deve aver iniziato a circolare all’interno dell’establishment israeliano, che in genere parla attraverso gli ex, non vincolati da ragioni di servizio, quindi più liberi.

E che in Israele non ci sia solo un rigetto dell’accordo, che ha mandato in frantumi il sogno di creare un’alleanza israelo-sunnita contro Teheran, lo indicano anche altri interventi.

Ad esempio quello di Daniel Shapiro, il quale ha scritto su Haaretz che “l’accordo, e il ruolo della Cina in esso, è una grande novità e pone alcune sfide agli interessi statunitensi e israeliani. Ma non è qualcosa per cui dobbiamo buttarci giù da un ponte”, dal momento che presenta aspetti positivi, come ad esempio la possibilità di porre fine alla guerra in Yemen e di ridurre le tensioni in Iraq, dove di tanto in tanto le milizie sciite portano attacchi (solo simbolici) contro le truppe Usa. Peraltro, aggiunge Shapiro, gli Usa avevano supportato la de-escaltion Iran – Arabia Saudita “nei precedenti round negoziali in Iraq e Oman”. Opinione autorevole, quella di Shapiro perché è un falco anti-iraniano, come dimostra ampiamente nel prosieguo dell’articolo.

I potenziali benefici dell’accordo Teheran-Riad

Decisamente favorevole all’accordo è invece Odeh Bisharat, il quale, in un altro articolo di Haaretz, si chiede “perché il riavvicinamento tra due abitanti di questo sanguinante quartiere dovrebbe essere accolto con rabbia e angoscia?”

E prosegue aggiungendo come, mentre il suo Paese è sull’orlo di una guerra civile a causa del conflitto tra governo e opposizioni (che stanno dando vita a proteste senza precedenti contro la riforma giudiziaria di Netanyahu), “l’unica cosa su cui tutti in Israele sembrano concordare è che l’accordo Iran-Arabia Saudita è qualcosa di pessimo. Il dibattito non riguarda chi è favorevole all’accordo e chi no, ma di chi è la colpa della riconciliazione tra i due paesi. C’è follia più grande di questa?”

Perché l’accordo tra questi due vicini viene percepito come una minaccia, anche esistenziale, dal paese più potente della regione?” E pone un’ulteriore, interessante, domanda: “Perché gli interessi israeliani vanno contro gli interessi dei popoli della regione e si allineano con quelli delle potenze straniere? Perché Israele è percepito e si percepisce come uno straniero in Medio Oriente? Manhattan è più vicina di Amman, Parigi più del Cairo ed entrambe sono più vicine del campo profughi di Balata”.

Cina, Iran e Arabia saudita, nonostante siano dittature, continua Bisharat, “sono giunti alla conclusione che dovevano premere il pulsante del reset. Invece della guerra, cercano la pace e, di conseguenza, il mondo sarà un posto più sicuro e promettente”.

Tale sviluppo, continua Bisharat, invece di far immaginare un nuovo percorso per Israele, è solo motivo di recriminazione. “Non c’è nessuna critica – scrive – per la nostra politica nei confronti dell’Iran, fondata su omicidi e umiliazioni. L’Arabia Saudita, che ha smembrato il corpo di un oppositore politico, e l’Iran, con il suo oscuro regime, stanno adottando un pensiero più fresco di un paese che pur si vanta del suo liberalismo”.

Quindi, ricorda un altro articolo di Haaretz nel quale si spiegava che, grazie alla legittimità che gli procura l’intesa con Riad, l’Iran potrebbe stabilire “ulteriori accordi con altri stati arabi come l’Egitto, aprire la strada alla fine della guerra nello Yemen, offrire un soluzione praticabile alla crisi in Libano e portare a una ripresa dei negoziati per salvare l’accordo sul nucleare”.

Se l’accordo non avesse altro esito che quello di porre fine ai sanguinosi combattimenti in Yemen – conclude Bisharat – e alle sofferenze umane [causate dal conflitto], sarebbe sufficiente [a giudicarlo positivamente]; se solo mettesse fine all’anarchia in Libano, sarebbe sufficiente; e se dovesse portare a un nuovo accordo sul nucleare, sarebbe sufficiente”.

A margine si può notare che l’accordo è stato foriero di sviluppi. Il ministro delle Finanze dell’Arabia Saudita, Mohammed Al-Jadaan, ha dichiarato che il suo Paese potrebbe investire molto presto in Iran (Cnbc). Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani, si è recato negli Emirati arabi uniti stabilendo rapporti più stretti tra i due Paesi (Reuters), tanto che Teheran ha deciso di inviare un nuovo ambasciatore ad Abu Dhabi dopo anni di rapporti diplomatici minimali (Irna); infine, le Nazioni Unite hanno dichiarato che l’accordo ha dato un “nuovo slancio” alla riconciliazione del martoriato Yemen (Reuters).

MOSSAD - SERVIZI SEGRETI ISRAELE. SHIN BET - SERVIZI ISRAELIANI DI INTELLIGENCE INTERNA

Estratto dell'articolo di Andrea Muratore per it.insideover.com del 5 febbraio 2023

Il Mossad, custode della proiezione militare e dell’attivismo di politica estera, da un lato. Lo Shin Bet, garanzia della sicurezza interna, dall’altro. Non una faida, ma sicuramente una gara di popolarità quella che va in scena tra le principali agenzie di sicurezza di Israele in una fase critica seguita al ritorno al potere di Benjamin Netanyahu.

Al centro del dibattito, l’estensione degli accordi di Abramo, che per il Mossad hanno una chiara proiezione securitaria e strategica e per lo Shin Bet, invece, sono in accordo con il nuovo governo il perno per il contrasto muscolare agli avversari del Paese. In ordine crescente di pericolosità, Hamas, i guerriglieri libanesi di Hezbollah e l’arcinemico Iran. Dunque è una diplomazia parallela quella portata avanti dagli apparati di intelligence in una fase convulsa per il Paese.

Il governo di estrema destra e iper-nazionalista di Netanyahu ha dato in mano a Itamar Ben Gvir, tribuno radicale di Potere Ebraico, uno strategico ministero per la Sicurezza Nazionale operante negli ambiti di controllo sul fronte interno e ha invece nel moderato del Likud Eli Cohen il nuovo ministro degli Esteri.

Si pone dunque per Israele il dilemma sulla necessità di proseguire o meno con la linea di politica estera di soft e hard power seguita a lungo con l’apertura ai Paesi Arabi. In particolare, la scelta è tra lo status quo e l’inserimento dei nuovi Accordi di Abramo in una politica estera più assertiva.

La strategia del Mossad

Il Mossad, che ha condotto senza esitazione la “guerra ombra” all’Iran nel Medio Oriente e nelle sue propaggini teme di perdere, in quest’ottica, il sostegno e l’appoggio decisivo degli Stati Uniti alla linea di mano libera seguita finora, che ha portato all’attacco a siti militari iraniani in Siria, a colpire le navi che portavano armi a Hezbollah e a eliminare gli scienziati nucleari di Teheran. 

[…]

Gabriele Carrer e Emanuele Rossi su Formiche hanno a tal proposito riconosciuto l’importanza di una vera e propria strategia diplomatica del Mossad, il cui direttore David Barnea ha di recente organizzato una visita a Gerusalemme del presidente del Ciad, Paese cruciale per la lotta al jihadismo in Africa, Mahamat Deby. “Da un lato, le intelligence (su tutte il Mossad) muovono le proprie attività per definire un’agenda che travalica i termini — temporali e operativi — dei governi, dimostrando la centralità degli apparati nel sistema di amministrazione del Paese”, scrivono Carrer e Rossi. 

“Dall’altro (abbinato e conseguente) c’è la necessità anche per Israele di essere più presente in Africa — continente dove si muove parte dell’attuale e futura competizione tra medie e grandi potenze” e in cui, invece, lo Shin Bet presidia con il suo ex esponente Ron Levy, la strategia del ministero degli Esteri rivolti a un attore ben più ambiguo, il Sudan. Paese assai più autocratico del Ciad, così come lo è la Giordania in cui Ronen Bar, direttore dello Shin Bet, ha accompagnato in visita Netanyahu. Il citato Carrer ha dato visibilità a questi dati di fatto in un thread Twitter. 

Lo scontro sugli accordi di Abramo

Il Mossad dà un’interpretazione a trecentosessanta gradi degli accordi di Abramo e vive ancora con le linee guida inaugurate nel 2020 dal quinto governo Netanyahu. “Bibi” ha invece una proiezione più diretta col suo sesto esecutivo, di matrice securitaria: gli Accordi di Abramo come garanzia dell’ottenimento del minimo disturbo possibile nella gestione del fronte interno, del giro di vite sulla Palestina e del rilancio degli insediamenti a Gaza e in Cisgiordania. In mezzo, diplomatici come Cohen provano a far coesistere le due anime.

Lo Shin Bet gioca la politica estera funzionalmente all’obiettivo di Netanyahu di erigere una fortezza in Israele e non manca di alzare muri tutt’altro che metaforici: a fine gennaio ha revocato d’arbitrio i permessi di ingresso in Israele a 230 palestinesi risiedenti nella Striscia di Gaza, accusandoli di essere membri di Hamas o loro fiancheggiatori. 

Inoltre, sta innalzando i livelli di guardia contro attentatori interni e sostenitori di Hezbollah, fatto comprensibile dopo la recente ondata di attentati ma che fa gioco alla strategia di una politica estera di stampo unicamente securitario. A cui il Mossad, “falco” interventista in diverse circostanze, non vuole però pienamente cedere il passo. Conscio che è dai legami politici di sistema, dalle alleanze politiche a tutto campo e dalla creazione di un clima disteso e non divisivo che si giudicherà la prospettiva di messa in sicurezza di Israele.

Naftali Bennett e Yair Lapid, tra 2021 e 2022, da primi ministri hanno capito questo dato di fatto, espandendo gli Accordi di Abramo a prescindere dalla volontà di avere alleati di primo piano contro Hamas, Hezbollah e l’Iran. Netanyahu sembra contraddire sé stesso dopo il ritorno al potere. 

E alle spalle del premier si apre la “guerra” tra le spie di Tel Aviv. Interpreti di visioni diverse della politica estera e della rete di alleanze. Con lo Shin Bet pronto a ogni tipo di alleanza pur di contrastare i nemici irriducibili del Paese. Esattamente come i falchi del nuovo governo.

Attacchi dal Libano. Hamas: "Sostegno dall'Iran". Tank israeliani verso Gaza. L'attacco di Hamas 24 ore dopo. Partiti alcuni colpi di mortaio dal Libano, Israele risponde con l'artiglieria e muove i carri armati verso la striscia di Gaza. 250 morti. Gianluca Lo Nostro l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Israele muove i tank, verso incursione di terra a Gaza

 Netanyahu: "Guerra lunga e difficile"

 La situazione a Gaza

 La risposta israeliana: liberati due kibbutz

 Hezbollah attacca dal Libano

 L'ombra dell'Iran e i soldati in ostaggio

 Cos'ha detto la Cina

La guerra tra Israele e Hamas è arrivata al suo secondo giorno. L’operazione “Diluvio al-Aqsa” lanciata ieri dai militanti palestinesi non si è fermata dopo l’inevitabile reazione di Tel Aviv, che per tutta la giornata ha martellato la striscia di Gaza con bombardamenti condotti dall'aviazione. I media israeliani hanno aggiornato il numero di morti e feriti: i primi sono almeno 250, mentre le persone ferite sono 1.864. Nelle prime ore del mattino le forze armate israeliane hanno annunciato di aver colpito 10 obiettivi di Hamas, compreso il quartier generale dell'intelligence.

Israele muove i tank, verso incursione di terra a Gaza

Carri armati, obici semoventi e altri mezzi da combattimento appartenenti all'esercito israeliano sono stati visti spostarsi sulla strada che da Sderot porta alla striscia di Gaza. Sul web stanno circolando video e immagini che ritraggono il dispiegamento notturno di decine di corazzati e altri veicoli delle Israeli defence forces (Idf), forse in preparazione a un'imminente offensiva contro le milizie di Hamas. Ieri i militari di Tel Aviv avevano chiesto ai cittadini israeliani di evacuare le zone residenziali nei pressi della Striscia. Le Idf hanno chiuso le brecce aperte ieri dai terroristi in 29 punti lungo la barriera che separa il territorio israeliano da Gaza.

Netanyahu: "Guerra lunga e difficile"

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è rivolto ancora una volta al popolo ebraico spiegando in un post su X cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni come conseguenza dello stato di guerra in cui è entrato lo Stato e per il quale sono state richiamate centinaia di migliaia di riservisti. Nel suo messaggio serale, il Primo ministro ha affermato che il suo Paese si sta "imbarcando in una guerra lunga e difficile, imposta da un attacco omicida di Hamas”. “La prima fase della guerra – ha aggiunto – prevede la distruzione della maggior parte delle forze nemiche che si sono infiltrate in Israele e hanno ucciso civili e soldati. Israele ha anche lanciato un'offensiva a Gaza e continuerà senza esitazione e senza tregua, fino al raggiungimento degli obiettivi".

La situazione a Gaza

Il movimento palestinese nel frattempo ha ripreso il lancio di razzi verso il territorio israeliano, una mossa che sa più di una rappresaglia in risposta al decreto del ministero dell’Energia israeliano che ha deciso lo stop alla fornitura di energia elettrica verso la striscia di Gaza. Secondo l’esercito israeliano il numero di razzi partiti dalla striscia si aggirerebbe intorno a 3.200.

Proprio a Gaza si sono concentrati i contrattacchi di Tel Aviv nelle ultime 24 ore. Non solo aerei, ma anche droni hanno preso di mira edifici e postazioni nemiche con lo scopo di neutralizzare quanti più terroristi possibili.

Palestinesi che attraversano la barriera di confine con Israele da Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

La risposta israeliana: liberati due kibbutz

Nella serata di ieri, inoltre, le Israeli defence forces (Idf) hanno riconquistato gli insediamenti teatro di scontri tra militari e terroristi infiltrati. In alcuni casi i palestinesi avevano addirittura preso il controllo dei centri abitati, prendendo ostaggi o violentando donne. I commando israeliani hanno liberato i kibbutz di Beeri e Okafim occupati ieri dai miliziani armati. 10 di loro hanno perso la vita in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza che sono riuscite a ristabilire il controllo sulla stazione di polizia di Sderot.

Raid, violenze sulle donne e missili: il giorno più lungo di Israele

Hezbollah attacca dal Libano

Tra i vari scenari possibili i due belligeranti si stanno preparando per quello peggiore, un’avanzata di terra delle truppe israeliane sulla striscia di Gaza. Israele potrebbe tentare un tale assalto per respingere la minaccia di Hamas, ma se ciò avvenisse si rischierebbe l’apertura di un nuovo fronte a nord al confine con il Libano, da dove sono partiti diversi colpi di mortaio a cui le Idf hanno risposto con l'artiglieria, e il movimento Hezbollah, alleato con Hamas, potrebbe intervenire in soccorso dei terroristi palestinesi.

Il "Partito di Dio" sciita libanese ha rivendicato il raid di oggi proveniente dalle fattorie di Sheb'a, nel Libano meridionale. "La resistenza islamica ha attaccato tre posizioni del nemico sionista nella zona occupata delle Fattorie di Sheeba libanesi con un gran numero di colpi di artiglieria e di missili guidati", si legge in un comunicato diffuso da Hezbollah.

L'ombra dell'Iran e i soldati in ostaggio

La Bbc ha raccolto le dichiarazioni del portavoce dell'organizzazione, Ghazi Hamad, il quale ha confermato di aver ricevuto luce verde dall'Iran per attaccare Israele da più fronti. "L'Iran ci ha dato pieno sostegno", ha commentato Hamad.

L'azione militare in questo momento sta vedendo il coinvolgimento di altri gruppi, tra i quali il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina (Pij). Il Pij si è reso protagonista del sequestro di numerosi soldati e civili israeliani rapiti e portati sulla striscia di Gaza, come dimostrano alcuni video condivisi sui social dai terroristi.

Sequestri e raid sulle ambulanze: tutti gli orrori di Hamas

Cos'ha detto la Cina

L’ultima nazione a reagire agli sviluppi in Medio Oriente è stata la Cina. Pechino si dice “profondamente preoccupata per l'attuale escalation di tensione e violenza tra Palestina e Israele” e richiama "le parti pertinenti a mantenere moderazione e calma, a fermare immediatamente gli scontri, a proteggere i civili e a impedire alla situazione di avviarsi verso un deterioramento".

Nel giorno più nero la sveglia sotto i razzi, le sirene senza sosta e le corse nei rifugi. Omicidi e sequestri dei terroristi di Hamas. Oltre ogni possibile immaginazione, Israele è ferita come non mai mentre Hamas festeggia la morte di centinaia di ebrei e migliaia di feriti. Fiamma Nirenstein l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Oltre ogni possibile immaginazione, Israele è ferita come non mai mentre Hamas festeggia la morte di centinaia di ebrei e migliaia di feriti. È stato un disastro, le difese del mitico esercito di Israele sono crollate. I missili hanno colpito e i terroristi hanno insanguinato quasi tutto il territorio nazionale. Tel Aviv e Gerusalemme sono finite nei rifugi. Il sud si è coperto di morti e feriti. È stato il giorno della sorpresa, dello stupore anche se adesso nell'inizio della nuova impresa «Spade d'acciaio» combatte duramente per non subire mai più un simile sfregio. Ci sono stati eroi, la gente ha combattuto contro un furioso assalto, programmato per mesi, chissà con quanto aiuto, soldi, uomini dell'Iran e dei suoi amici. Ma anche se in queste ore Israele, come ha detto Netanyahu, è in una autentica guerra di difesa che «ferma l'attacco, punisce i responsabili, dissuade chi ambisce a unirsi a Hamas».

Sono corsa una decina di volte nel rifugio al suono della sirena con parte della mia famiglia. Siedi nella semioscurità e senti le esplosioni, poi si spengono e puoi uscire. Pensavo nella stanzetta polverosa a una neonata a Kfar Aza, nel nord. Ha pianto otto ore da sola, finché qualcuno l'ha trovata nella polvere di una casa vandalizzata. I suoi forse sono ostaggi o ammazzati o impazziti di paura quando dalla Striscia sono arrivati su un camion nel loro villaggio un centinaio di terroristi urlanti, con i kalashnikov, una torma selvaggia, con l'ordine di Ismail Hanye dal Qatar e di Yehie Sinwar e di Muhammad Deif da Gaza di «uccidere quanti più ebrei possibile» e di rapire, terrorizzare, picchiare. Quella bambina ignara e disperata è per me il simbolo di una giornata simile forse soltanto a quell'Yom Kippur di un giorno e 50 anni fa, nel 1973, quando mentre la gente d'Israele andava al tempio, fu aggredita da tutte le parti, per poi vincere miracolosamente Egitto e Siria, ma prima perse migliaia di ragazzi. Le sirene furono l'inizio di un incubo. Hamas e la Jihad Islamica si sono ripassati parecchie volte quella vicenda.

Alle 6 comincia a scuotersi di singulti il mio telefonino, cosa vuoi così presto? Gli chiedo ancora mezza addormentata. La risposta mi sveglia subito, una salva di missili su quasi tutta Israele. Due anni fa la sirena urlò solo un paio di volte a Gerusalemme, in genere la popolazione araba limita gli spari palestinesi, per ora sembra solo la solita sventola di razzi, la solita esclamazione insensata sulla Tempesta, come ha chiamato la sua guerra Deif, il capo militare di Hamas. Ma qui le sirene sono fioccate una dopo l'altra, come in tutta Israele, una follia. Ci telefoniamo stupefatti. Al solito Hamas presenta le sue operazioni come gloriose battaglie religiose per salvare la Moschea di Al Aqsa. Anche stavolta, e come al solito al Aqsa non c'entra niente.

Le corse verso il rifugio si sono fatte frequenti in mattinata: il rifugio è polveroso, indispensabile quanto tedioso, senti i tonfi e non puoi fare niente, non c'è nemmeno una bottiglia di minerale, manca una seggiolina, stai per terra, cerchi di sorridere per non spaventare gli astanti, vuoi solo capire quanto puoi uscire ma qui la radio e il telefono non prendono. Durante la giornata diventa sempre più evidente che Hamas gioca per la prima volta una doppia strategia: i missili, con la capacità tecnologica di colpire Tel Aviv e Gerusalemme. E poi le stragi dirette, compiute a mano dai terroristi: a Beeri, Ofakim, Magen, Sofa, Nir Itzkach, Nahal Oz e altri kibbutz e villaggi. Orde con armi automatiche sono arrivate tutta la giornata su auto e camion. La radio e la tv fra una sirena e l'altra trasmettevano le telefonate disperate della gente assediata dentro le case, mentre i palestinesi davano la caccia agli abitanti. Un gruppo di varie centinaia di giovani riuniti nel deserto per una festa, è fuggito mentre gli sparavano addosso: andava, tornava nel deserto come anatre-bersaglio in uno stagno, alcune decine sono spariti, forse rapiti o uccisi. I terroristi hanno rubato carri armati e veicoli militari e ucciso tutti i soldati di guardia in una postazione vicina a Gaza; a Ofakim, a Sderot si sono scatenati, avidi di uccidere e di portarsi via quanti più prigionieri. Nella sala da pranzo del kibbutz Beeri si sono ancora 50 prigionieri di Hamas. Il sangue è scorso a fiumi. Gli ostaggi sono centinaia: vecchiette caricate su motociclette, giovani e ragazze legati, sanguinanti, col mitra puntato alla tempia, trascinati, picchiati. È un trauma ancora indefinito, un'ansia sconosciuta, per cui anche il capo dell'opposizione ha dichiarato che è pronto a formare un governo di coalizione: Israele si sente messa a rischio, beffata. E il lutto è grande: tutto l'epos è in crisi, anche se già si conoscono molte storie di resistenza eroica.

Ma come è potuto accadere tutto questo, l'uno chiede all'altro? L'Iran ha aiutato a programmare la maggiore operazione che Hamas, con la Jihad abbia mai intrapreso? La risposta logica è certa e la sua dichiarazione di sostegno si unisce alla ferocia e al razzismo che ieri ha avuto una sua rappresentazione plastica. Adesso resta la guerra. Occupare Gaza? Lasciare di nuovo in piedi Hamas che solo ieri ha cosparso Israele di sangue e lutto? Si discute, mentre intanto si cerca di distruggere le strutture principali. Ma non basta. La deterrenza non è mai sufficiente. Ci vuole la prevenzione.

Deif, il "fantasma". L'anima di Hamas dietro l'escalation. Il capo militare degli integralisti da 20 anni è nel mirino degli 007 israeliani Riapparso ieri in video per rivendicare. Francesco De Remigis l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Lui ha rivendicato gli attacchi. Lui la mente dietro la nuova strategia. Lui, oggi, a cantar vittoria. Restando nell'ombra, entrando nella leggenda. Mohammad Deif, 58 anni stimati, capo dell'ala militare di Hamas, è il «gatto dalle nove vite» della vecchia guardia della resistenza armata. Un fantasma riapparso ieri in video per rivendicare l'«Alluvione».

Quattro telefoni fissi sulla scrivania. Sfocatura sulla sagoma del corpo. Voce calma. Niente slogan truculenti. Non è tipo che grida o inneggia ad Allah ma un sanguinario miliziano, leader mutilato solo nel fisico, scampato a una decina di raid del Mossad. Da vent'anni nel mirino degli 007 israeliani. Inafferrabile, sempre nascosto. Avvezzo ai travestimenti. Mascherato quand'è stato necessario spostarsi da un rifugio a un altro, ha continuato ad agire nell'ombra. Sopravvissuto ai repulisti dal cielo perdendo un occhio, moglie e figli, finendo (forse) in sedia a rotelle, è un «revenant» del braccio militare di Hamas. Leggenda vivente nella Striscia, ha capito come mescolare la scuola delle Brigate Qassam (che contribuì a strutturare con razzi e bombe) alle nuove potenzialità hi-tech offerte dal sempre più stretto alleato: l'Iran. La maggior parte delle armi proviene infatti dalle forze al-Quds dei pasdaran. Droni, missili Qassam, R-160, M 302D, M-302B, J-80, M-75; e i Fajr 3 e 5.

Deif, dopo l'ascesa, ha cambiato stile ma non obiettivi. E chi pensa che l'assalto di ieri sia l'ultimo tassello, una sorta di canto del cigno, sbaglia. Anche il leader politico di Hamas, Haniyeh, lo considera il primo traguardo di un nuovo corso; «guerra» con un ruolo più centrale di Teheran e degli Hezbollah libanesi. Bisogna però riavvolgere il nastro al 2021 per capire l'evoluzione tattica del «fantasma» di Gaza. Morto l'allora stratega dei missili, Abu Harbid, boss del nord della Striscia, Deif ha preso in mano l'organizzazione. In quel frangente Hamas chiese aiuto agli ayatollah, e Haniyeh (rieletto n°1 del partito per 4 anni) inviò una lettera alla Guida Suprema Khamenei per «l'immediata mobilitazione della comunità musulmana, araba e internazionale per costringere il nemico sionista a porre fine ai crimini». Deif aveva già fatto ampliare la rete di tunnel e cambiato i metodi di comunicazione. Rimpolpò le milizie. Si stima che da allora Teheran abbia versato a Hamas 100 milioni di dollari l'anno. Ma il sostegno tecnico e finanziario non bastava a sfondare Iron Dome e penetrare nei villaggi israeliani. Quindi? Basta girare con i kalashikov come rabdomanti. Serviva infiltrarsi, sbarbarsi se necessario. E colpire all'unisono. Senza cellulare né pc, spaesando gli israeliani. L'ultima e unica foto di Deif (erede del cervello degli attacchi suicidi anni Novanta) è del 2001, quando uscì da un carcere dell'Anp. Dal 2015 è nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato Usa.detto attraverso emissari. Con una svolta dopo il 2021.

Deif ha giustificato l'operazione di ieri col rifiuto di Israele di «liberare i prigionieri». Ma dietro c'è un piano a più tappe e con più attori. Sono passati dieci anni da quando il generale israeliano Giora Eiland, ex consigliere per la sicurezza, diceva al Washington Post che «chi decide dentro Hamas è Deif». Oggi più che mai è lui a dar le carte. Pure il riavvicinamento con Hezbollah è in corso. E se è vero che un rapporto degli 007 israeliani parlava giorni fa di attività più intense del solito nella Striscia, forse è stato sottovalutata la «svolta tecnologica» di Hamas. Mascherata, celata dietro diversivi e zero urla di battaglia. Niente fino ai colpi in serie: fino alla penetrazione nelle città con gli infiltrati. Al massimo messaggi audio registrati da Deif per dar indicazioni ai suoi o ultimatum al Mossad. Dal primo audio noto del 2003 in cui giurava «La vostra vita sarà un inferno», all'avvertimento del maggio 2021, in cui «l'inafferrabile» promise a Israele che avrebbe pagato un «prezzo pesante» se non avesse soddisfatto le richieste. Lì ruppe il silenzio per la prima volta in sette anni. Ieri in video, circondato dall'aura mitologica dovuta alle capacità di sopravvivenza, riecco il non-volto di Gaza. Vivo, e sempre più leader.

A casa nostra sinistra e grillini da sempre coi nemici di Israele. Alberto Giannoni l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Da D'Alema a Di Battista, simpatie antiche. Fratoianni e Conte timidi nella condanna, Ovadia: conseguenza della colonizzazione

È colpa anche nostra, della destra, è colpa di Bibi Netanyahu. È colpa di Israele. A fine giornata Moni Ovadia non si vergogna di dirlo: «È la conseguenza di una politica di totale cecità, di occupazione e colonizzazione».

Dopo il terribile attacco orchestrato ieri da Hamas, la sinistra non trova le parole. E fa fatica a trovarle oggi perché sono sbagliate le parole che ha usato per una vita, colpevolizzando Israele e chiudendo un occhio - o entrambi - suoi nemici. I 5 Stelle sono «preoccupatissimi» fa sapere il capo Giuseppe Conte, che non condanna espressamente gli attacchi, ma invoca «il dialogo». Forse coi terroristi. Nicola Fratoianni di «Sinistra Italiana» è più sgamato: «La condanna non può che essere ferma» concede, ma garantisce che la guerra è «frutto della nostra ignavia». Nostra.

Di fronte alla mattanza di ieri arriva la condanna «esplicita» di Maurizio Landini della Cgil, e l'Anpi definisce «folle» l'attacco di Hamas. C'è di tutto nel magma della sinistra. Ma nella galleria dei suoi orrori ideologici un posto importante ce l'ha la aperta simpatia per gli odiatori di Israele. «La penso come Hamas» rivendicò nel 2021 Michela Murgia, ora scomparsa ma già assurta al ruolo di sacerdotessa del progressismo nostrano. Rispose incredula la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello: «Significa sostenere il terrorismo islamista». Hamas è un movimento antisemita, omofobo, dedito per statuto alla distruzione degli ebrei. «Stai scherzando?» chiese alla Murgia il suo interlocutore. «Non scherzo mai su Gaza» rispose solenne la scrittrice.

Non era isolata. Alessandro Di Battista è finito su Al Jazeera, che riportava compiaciuta il suo «ragionamento». L'ormai ex «enfant prodige» grillino - fisso in tv - non faceva che argomentare così il suo «no» alle armi all'Ucraina: «Allora mandiamole anche ai palestinesi». L'ostilità anti-Israele è una costante del grillismo. Non a caso la deputata Stefania Ascari ha partecipato a Malmö alla «Conferenza europea dei palestinesi», salutata con soddisfazione da «Quds News Network», agenzia del mondo pro-Hamas. E Ascari ha ricevuto alla Camera un personaggio Mohammed Hannoun, vicino alla «resistenza» palestinese, ritratto in bella foto con Laura Boldrini, ma - si scrisse senza smentita - ricevuto dallo stesso Fratoianni. E un anno fa il senatore rossoverde Tino Magni, con Di Battista, figurava fra gli aderenti a «Gerusalemme è nostra», evento allestito - denunciò l'ex sottosegretario Ivan Scalfarotto - «da referenti di Hamas in Europa».

Da quasi 60 anni la sinistra italiana ha voltato le spalle a Israele. Ma lo stesso ha fatto quella inglese con Jeremy Corbyn, o il brasiliano Lula. Il Pci lo fece per obbedienza alla casa madre sovietica e per mille rivoli quell'ostilità è passata dalle sezioni alle piazzate tv di Michele Santoro («il fondamentalismo ha preso il posto del comunismo» ha sentenziato) ed è arrivata ai centri sociali, alle retrovie del 25 aprile, giù giù fino ai cortei in cui sono state bruciate le stelle di David e intonati slogan antisemiti. E ora si teme che col pretesto della reazione si scatenino gli antisionisti rossi, neri e populisti.

Minimizzare gli attacchi, condannare la reazione israeliana. Così va da sempre a sinistra. Due mesi fa il segretario del Prc Maurizio Acerbo ha accusato: «Italia complice di Israele», con tanta «solidarietà» alla «resistenza palestinese». La resistenza.

Nel 2006 l'allora ministro Massimo D'Alema si era fatto ritrarre a braccetto di un deputato di Hezbollah, sigla paramilitare sciita che oggi sostiene gli attacchi. Teorizzava, il «leader maximo», che Hamas dovesse essere riconosciuto come interlocutore: «È un movimento politico che ha vinto una delle poche elezioni nel mondo arabo». Sosteneva, D'Alema, che la sinistra avesse tradito i palestinesi. A tutto ciò ha risposto idealmente il rabbino Giusppe Laras: «La sinistra ha tradito gli ebrei», si legge nel suo testamento. Alberto Giannoni

Chiedete scusa a Israele. Hamas attacca e svela l’ipocrisia dei progressisti italiani, da sempre filo-palestinesi e contro Tel Aviv. Matteo Milanesi su Nicolaporro.it l'8 Ottobre 2023

Diciamocelo chiaramente: l’Italia è sempre stata tra gli Stati più filo-palestinesi del mondo occidentale. Era l’attuale direttore di Libero, Daniele Capezzone, ad affermare come la sinistra del Bel Paese (ed anche pezzi della destra) spendessero grandi parole per gli ebrei che hanno perso la vita durante l’Olocausto (Giorno della Memoria), per poi però dimenticarsi clamorosamente degli ebrei di oggi, quelli che combattono da quasi ottant’anni contro i fondamentalismi islamisti del Medio Oriente.

Israele invasa

Nel corso degli anni, abbiamo avuto una catena infinita di dimostrazioni, all’improvviso mascherate nella giornata di ieri, dopo la storica incursione dell’organizzazione terroristica Hamas nello Stato di Israele. Sulle colonne di questo sito, la situazione è stata raccontata nel dettaglio, grazie al contributo del giornalista Michael Sfaradi, da anni impegnato a raccontare la guerra contro i terroristi islamici direttamente sul campo.

Ma ora, tornando in Italia, vediamo come esista – pure sul fronte Palestina-Israele – quell’eterno doppiopesismo che i progressisti hanno più volte applicato contro la destra su altri fronti. Per esempio, era notizia di pochi mesi fa l’uccisione di un giovane ragazzo palestinese, dopo che quest’ultimo aveva dichiarato la sua omosessualità. Una tragedia che ha mobilitato pochi quotidiani occidentali tendenti a sinistra: un silenzio che difficilmente avrebbe riguardato invece Tel Aviv, se il caso fosse accaduto a parti inverse.

Doppiopesismo anti-Israele

Ma i soloni italiani anti-Usa ed anti-Israele sembrano svegliarsi solo oggi. Non una parola veniva spesa pochi anni fa, nel 2018, quando Gaza lanciava un’offensiva di 400 missili contro le città israeliane del sud, provocando decine di morti e feriti. Uno scenario, ovviamente in misura minore, che ha riguardato anche l’attacco di ieri, a cui si è aggiunta poi l’invasione via terra. Ebbene, in quel contesto, l’unico a denunciare i crimini di Gaza fu Antonio Saccone (Forza Italia), che rivolgeva una denuncia all’Unione Europea per “il silenzio assordante delle istituzioni, in particolare dell’Alto Rappresentante della Politica Estera, Federica Mogherini”.

Così come poche erano le accuse rivolte verso Hamas, che da sempre utilizza le strutture civili per operazioni missilistiche contro gli israeliani (che secondo la Convenzione di Ginevra sarebbero crimini di guerra), oppure lo sfruttamento della propria popolazione come scudo umano, per poi far valere la posizione in sede Onu contro Israele, colpevole di crimini internazionali.

Nel frattempo, ai tempi del Pd a guida Enrico Letta, era l’ex Presidente del Consiglio italiano a sparare a zero contro Tel Aviv, dopo il bombardamento di quest’ultima su Gaza. Ecco che il nostro Paese si è mobilitato: una trentina di manifestazioni in un weekend per esprimere solidarietà alla popolazione palestinese. In coro, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle accusavano il governo israeliano di “reazione sproporzionata”, un “qualcosa che va oltre la legittima difesa”. Ecco, avete capito bene. Se, da una parte, per Gaza il tutto passa in sordina; la stessa cosa non succede per le forze militari israeliane.

Eppure, sotto questo profilo, l’alleanza filo-palestinese di piddini e pentastellati ha trovato altri punti in comune. Tra queste, su tutte, la mozione cinquestelle per il riconoscimento italiano dello Stato di Palestina, presentata dal senatore Gianluca Ferrara, capogruppo della Commissione Esteri in Senato. Una proposta che è sempre piaciuta anche all’attuale segretaria del Nazareno, Elly Schlein, che nel dicembre 2014 esultava per il passaggio della risoluzione proprio sul riconoscimento dello Stato palestinese (498 voti a favore contro 88 contrari).

Sì, la stessa Elly Schlein che poche ore fa pontificava contro Hamas e lanciava messaggi di solidarietà al governo ed alla popolazione di Israele. Insomma, aveva ragione Daniele Capezzone: si ricordano degli ebrei solo quando sono morti. Quando vivi, sempre un po’ meno.

Matteo Milanesi, 7 ottobre 2023

Nell'orrore del kibbutz spunta anche il vessillo nero dei tagliagole dell'Isis. Filippo Jacopo Carpani il 12 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il vessillo dell'Isis è stato trovato dopo la liberazione del kibbutz Sufa. Fin da subito, la brutalità dell'azione di Hamas ha ricordato i metodi degli uomini in nero che hanno sconvolto il mondo

La brutalità dell’attacco di Hamas contro Israele ha riportato alla mente immagini del decennio scorso, quando il Medio Oriente è stato sconvolto dal conflitto con lo Stato islamico. Nelle prime ore del conflitto tra Hamas e Israele, quando sono arrivati i primi rapporti sui massacri di civili, ufficiali degli Stati Uniti hanno subito parlato di “Isis-like brutality” e i media israeliani hanno diffuso il semplice mantra “Hamas = Isis, Isis = Hamas”, già usato dal primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite nel 2014.

I massacri villaggio per villaggio: la mappa degli orrori di Hamas

In molti hanno criticato queste parole, sottolineando che i terroristi palestinesi combattono per la libertà della loro terra e che non hanno nulla a che fare con lo Stato islamico. Su X, però, sono state diffuse foto del kibbutz Sufa, una delle comunità prese d’assalto da Hamas. Tra gli oggetti recuperati dai corpi dei miliziani, vi è anche una bandiera dell’Isis, il tristemente indimenticabile vessillo nero con un cerchio bianco al centro e la scritta “Non c'è dio se non Allah”. Un indicazione, forse, che Hamas ha deciso di imitarli nella loro campagna di massacro contro gli ebrei. “Non abbiate dubbi: sono gli stessi assassini, le stesse bestie, gli stessi animali”, ha scritto sui social l’ex ambasciatore israeliano Joshua Zarka. “Il mondo deve affrontare questo male e sconfiggerlo, esattamente come ha sconfitto l’Isis”, aggiunge il rappresentante dello Stato ebraico in Azerbaijan George Deek.

Israele spegne Gaza. Netanyahu: "Ogni membro di Hamas è un uomo morto". Terzo italiano disperso | La diretta

Comparso all’apice di un periodo di attentati che ha insanguinato l’Europa, l’Isis si era subito distinto dalla più vecchia al-Qaeda per l’estrema efferatezza dei suoi miliziani. Tutti ricordiamo i video delle esecuzioni che hanno fatto il giro dei social network e delle televisioni di tutto il mondo: uomini in nero che tagliavano le gole di prigionieri vestiti di arancione. Per non dimenticare il pilota georgiano chiuso in una gabbia e bruciato vivo, o i villaggi di minoranze etniche in Siria e Iraq completamente spazzati via. 

L’Isis e Hamas non sono mai stati alleati. Il Times of Israel, nel 2019, ha scritto che lo Stato islamico vede i terroristi palestinesi come degli “apostati”: li incolpa di non aver impedito il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele da parte degli Stati Uniti e di aver partecipato alle elezioni nei territori di Gaza e West Bank, mettendo la legge umana sopra quella di Dio. Il ramo egiziano dell’Isis ha anche dichiarato guerra ad Hamas nel 2018, colpevole di aver cercato di migliorare le proprie relazioni diplomatiche con Il Cairo. Un anno prima, l’organizzazione palestinese ha arrestato centinaia di sostenitori dello Stato islamico nel proprio territorio, a seguito di un attentato suicida contro un posto di blocco della polizia.

Mohammad Deif, chi è il "fantasma di Gaza" dietro l'attacco di Hamas sfuggito più volte a Israele. Il comandante militare di Hamas è la mente della strategia del lancio di razzi contro Israele. Ecco l'identikit del nemico pubblico numero uno del governo israeliano. Federico Giuliani l'11 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'identikit di Mohammad Deif

 Il fantasma di Gaza

 Il nemico pubblico numero uno di Israele

Lo hanno soprannominato il "fantasma di Gaza" perché pochi hanno contatti diretti con lui al punto che esiste persino chi dubita sulla sua reale identità. È anche il nemico pubblico numero uno di Israele, che nel corso dell'ultimo ventennio ha più volte tentato di ucciderlo senza mai riuscirci. Si chiama Mohammad Deif e in queste ore è finito nuovamente sotto la luce dei riflettori. Impossibile che non accadesse, visto che stiamo parlando del comandante militare di Hamas. Lo stesso che sabato scorso ha annunciato l'inizio di un'operazione militare senza precedenti contro lo Stato israeliano. Durante la controffensiva israeliana nella Striscia di Gaza, pare che la sua casa sia stata distrutta. Nella deflagrazione, hanno spiegato fonti palestinesi, avrebbero perso la vita il fratello e altri membri della sua famiglia, compresi il figlio e la nipote. Altri parenti sarebbero intrappolati tra le rovine dell'edificio. Di Deif non si hanno però notizie.

Missili di Hezbollah dal Libano. Offensiva totale su Gaza: "Quello che c'era non ci sarà più | La diretta 

L'identikit di Mohammad Deif

Partiamo dal nome: Mohammad Deif. Impossibile sapere se questo sia il suo vero nome. Alcuni sostengono che sia nato come Mohammed al-Masri e che abbia assunto l'attuale nome di battaglia da un personaggio che aveva interpretato a teatro ai tempi dell'università. Certo è, invece, che Deif è la mente della strategia del lancio di razzi contro Israele, nonché della costruzione dei tunnel per infiltrare uomini e armi.

Viene descritto come il più inflessibile oppositore al cessate il fuoco con Israele e, come detto, ha rischiato di essere eliminato dai suoi nemici in svariate circostanze. In un raid nel 2014 ha perso la moglie e il figlio di sette mesi, mentre il più recente tentativo (conosciuto) di eliminarlo risale all'operazione Guardiano delle Mura nel 2021.

Il fantasma di Gaza

Deif, o chi per lui, è un fantasma. La sua ultima foto risale addirittura al 2001, 22 anni fa, quando fu rilasciato da un carcere dell'Anp (Autorità nazionale palestinese). Sappiamo però che è nato a Khan Younis più o men