Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AMERICANI


 

DI ANTONIO GIANGRANDE



 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AMERICANI


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI


 

La Scoperta.

Gli eventi del 2022.

L’Esodo.

Gli Eroi.

Le città.

Lo Spettacolo.

Lo Sport.

La Giustizia.

Le Carceri.

La Disuguaglianza.

Il Diritto d’Autore.

Le Spie.

Le Stragi.

I Serial Killer.

Il Razzismo.

Black Lives Matter.

L’Informazione.

Il politicamente corretto.

La Censura.

Fake News.

I Complotti.

I Militari.

Le Guerre.

L’11 Settembre 2001.

I Politici.

La Finanza.

Trasporti e viabilità.

L’ambiente.

La Scoperta.

Alessandra Baldini per l'ANSA venerdì 20 ottobre 2023.

Una lettera di Cristoforo Colombo del 1493 in cui il navigatore genovese racconta le sue impressioni su un gruppo di isole che afferma di aver da poco scoperto è stata venduta all'asta da Christie's per quasi 4 milioni di dollari. L'epistola De Insulis Nuper Inventis indirizzata da Colombo a re Ferdinando II di Spagna e alla regina Isabella è rimasta per quasi un secolo in una collezione privata svizzera e la casa d'aste afferma di aver fatto il possibile per assicurare che non sia un falso o che sia stata rubata come più volte successo in passato per documenti dello stesso tipo.

La stima di partenza era tra uno e 1,5 milioni di dollari e il prezzo finale è svettato nell'ultima mezz'ora dell'asta nonostante la reputazione di Colombo, soprattutto negli Usa, recentemente sia stata sottoposta a una profonda rivalutazione. Del documento di otto pagine in latino furono stampate a Roma molteplici copie con l'obiettivo di diffondere in Europa la notizia del viaggio di Colombo: studiate dagli esperti e concupite dai collezionisti di libri rari, non stupisce che abbiano tentato ladri e falsari nel corso degli anni.

La scorsa estate una versione dell'incunabolo sottratta alla Marciana decine di anni fa e finita in buona fede nelle mani di un collezionista di Dallas è stata restituita all'Italia grazie alla collaborazione tra i carabinieri del nucleo Tpc e l'autorità giudiziaria degli Stati Uniti. "Abbiamo seguito una serie di indizi e linee di indagine, nessuna delle quali ha portato ad alcunchè di sospetto", ha assicurato, nel caso della lettera di Christie's, Margaret Ford, la specialista di libri e manoscritti della casa d'aste. Nella lettera, Colombo afferma di essere sbarcato su isole dell'Oceano Indiano.

Descrive la bellezza della zona, il canto degli uccelli, le palme, le grandi montagne e i fiumi e parla anche degli indigeni "timidi e paurosi", dicendo di averne portati alcuni in Spagna. Il testo - l'equivalente di un comunicato stampa del 15/o secolo - era stato originariamente scritto in spagnolo e la corte di Madrid lo inviò a Roma per farlo tradurre in latino e stampare massimizzandone la diffusione.

In un paragrafo introduttivo si rende omaggio a Colombo come a un uomo "a cui il nostro tempo deve un grande debito". Del testo spagnolo originario almeno una copia è sopravvissuta al passare dei secoli ed è attualmente conservata alla New York Public Library. Della edizione venduta da Christie's circa 30 esemplari sono in musei e solo una o due in mani private, rendendo quella passata oggi di mano "un documento di grande rarità", ha detto Ford.

Gli eventi del 2022.

Gli eventi politici statunitensi più rilevanti del 2022. Stefano Graziosi su Panorama il 30 Dicembre 2022.

I fatti che hanno maggiormente segnato la politica statunitense nell'anno appena trascorso

Ketanji Brown Jackson diventa giudice della Corte suprema (7 aprile) La nomina di Ketanji Brown Jackson alla Corte suprema è stata ratificata dal Senato con 53 voti a favore contro 47. Si tratta della prima donna afroamericana a entrare nel massimo organo giudiziario statunitense.

Embargo energetico americano alla Russia (8 aprile) Joe Biden ha annunciato il blocco delle importazioni di petrolio e gas dalla Russia: una misura adottata in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Mosca.

Annullamento della sentenza Roe v Wade (24 giugno) La Corte suprema degli Stati Uniti ha annullato Roe v Wade: la sentenza del 1973, che definiva l’aborto come un diritto garantito dalla Costituzione. La decisione della maggioranza dei giudici non comporta il divieto dell’interruzione di gravidanza, ma attribuisce le questioni attinenti a questa materia ai parlamenti dei singoli Stati.

Crisi migratoria alla frontiera meridionale (30 settembre) L’anno fiscale 2022 si è chiuso lo scorso 30 settembre con il record assoluto di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale degli Stati Uniti (oltre 2,3 milioni di persone). Proprio la questione migratoria ha d’altronde sempre rappresentato una spina nel fianco dell’amministrazione Biden. E i repubblicani hanno intenzione di avviare un’inchiesta parlamentare sul tema il prossimo anno.

Le elezioni di metà mandato (8 novembre) Questa fondamentale tornata elettorale si è conclusa con un sostanziale pareggio. I repubblicani hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, mentre i democratici sono riusciti a difendere il controllo del Senato. Nonostante l’elefantino sia andato meno bene del previsto, Joe Biden non può permettersi di dormire sonni troppo tranquilli. Con un Congresso spaccato a metà, il presidente americano si avvia a diventare la proverbiale anatra zoppa, mentre i repubblicani stanno preparando delle inchieste parlamentari volte a metterlo in difficoltà.

Ricandidatura presidenziale di Trump (15 novembre) Nonostante sia uscito notevolmente indebolito dalle ultime elezioni di metà mandato, Trump ha annunciato una nuova candidatura presidenziale. Al momento, l’ex inquilino della Casa Bianca appare piuttosto in difficoltà: un fattore che sta portando vari esponenti repubblicani (a partire da Ron DeSantis) a scaldare ufficiosamente i motori in vista della nomination presidenziale del 2024.

Deferimento di Trump (19 dicembre) La commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del 6 gennaio ha deferito Trump al Dipartimento di Giustizia, accusandolo di vari reati, tra cui incitamento all’insurrezione.

Zelensky alla Casa Bianca (21 dicembre) Joe Biden ha accolto Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, ribadendo il proprio sostegno a Kiev contro l’invasione russa dell’Ucraina. Il presidente ucraino ha successivamente tenuto un discorso al Congresso.

L’Esodo.

La nuova generazione perduta d'America. Sempre più statunitensi decidono di lasciare l'America. I flussi di espatriati verso l'Europa aumentano di anno in anno. A pesare è la qualità della vita, ma anche il razzismo e le tasse. Alberto Bellotto il 10 Settembre 2023 su Il Giornale. 

F. Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, T. S. Eliot e Ezra Pound, un pugno di scrittori e poeti persi tra le fiamme della Grande Guerra e la seduzione di un continente, quello europeo, che voleva dimenticare un conflitto che aveva cambiato il mondo. Si tratta di quella che Gertrude Stein ribattezzò generazione perduta, quella fetta di giovani uomini forgiati dalla guerra e dalle avversità di una prima metà di '900 tutt’altro che facile.

Molti di loro arrivarono lasciarono il Nuovo Mondo per trovare una propria dimensione in Europa. Oggi il mondo è cambiato, America ed Europa sono cambiate, eppure gli Stati Uniti iniziano a vedere i semi di una nuova generazione di americani che vogliono lasciare la casa dello Zio Sam per fare fortuna in Europa, per trovare una propria dimensione in un mondo diverso.

Americani in fuga

Sempre più americani, hanno rilevato i sondaggisti, immaginano di voler lasciare l'America. Il fenomeno ha subito un'accelerazione dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016. Migliaia di americani scioccati per la vittoria del tycoon e in polemica aperta con quell'America che chiedeva discontinuità dopo gli anni di Barack Obama alla Casa Bianca, cercarono fortuna in Europa.

In realtà l'avvento di Trump si è inserito in un fenomeno in ascesa. Durante la presidenza Obama l'11% degli americani dichiarava di volersi traferire in un altro Paese in modo permanente, sotto Trump il numero è salito al 16% mentre nel 2022, due anni dopo l'elezione di Joe Biden è cresciuto ancora al 17%. Un altro effetto della crescente spaccatura in seno all'America di oggi.

Le "identità fluide" che cambiano l'America: così il Paese sarà sempre meno bianco

Le destinazioni degli statunitensi all'Estero

Certo i numeri sono limitati se considerati rispetto agli oltre 330 milioni di abitanti. Eppure tutti gli indici sono in aumento. Ma dove vanno questi americani? L'Economist ha raccolto un po' di dati e ha scoperto, ad esempio, che il Regno Unito, complice la lingua comune, ha visto i residenti di origine americana passare da 137 mila nel 2013 a 166 mila nel 2021 (ultimo anno disponibile). Ma non solo. Considerando il periodo 2013-2022, il numero di americani in Olanda è passato da 15.500 a 24.000; in Spagna è passato da 20 mila a 34 mila persone; il Portogallo è triplicato toccando quota 10 mila. Stabile invece la presenza in Germania, Francia e Paesi Nordici.

Le ragioni dietro questo "ritorno" nel Vecchio continente sono diverse e solo in parte hanno a che fare con la politica, semmai, hanno raccontato molti, centrano con i grandi mali della società americana. Alla fine solo una piccolissima parte ha lasciato per l'elezione di Trump anche se tanti non rientrano perché le divisioni del Paese non si placano.

Le ragioni di un addio

Una delle prime ragioni che spinge all'addio della madre patria sono gli eccessi di una società votata alla performance. Tracy Metz, direttrice dell'istituto culturale americano-olandese John Adams ha spiegato all'Economist che per molti l'Europa rappresenta un luogo in cui è più facile bilanciare vita e lavoro. Gli americani lavorano in media 1.811 ore all'anno, gli Europei si fermano invece a 1.571 e gli olandesi addirittura 1.427. In più, restando sempre nell'ambito lavorativo, gran parte dei Paesi del centro-nord Europa hanno una conoscenza avanzata dell'inglese, in particolare penisola scandinava e Olanda.

L'altro grande fattore attrattivo è il welfare state, in particolare il fatto che in molti paesi esistano forme di assistenza sanitaria universali, un miraggio in America. In quasi tutto il continente è possibile accedere senza patemi a cure e reti di sicurezza sociale, che negli Usa sono possibili solo con altissimi livelli di reddito o lavori altamente specializzati che tra i benefit hanno assicurazioni sanitarie.

L'altro momento spartiacque per molti è stato il 2020, incendiato dalle proteste di Black Lives Matter e plasmato dalla pandemia. Il razzismo che ancora permea l'America per molti è stata una ragione sufficiente per lasciare il Paese, in particolare per le forme violente con cui si è manifestato. In questo senso l'Europa rappresenta non tanto un porto senza razzismo, ma un luogo sicuro lontano dalla violenza esplosa dopo la pandemia.

La bomba migratoria che ha mandato in crisi New York

C'è poi un aspetto tutto economico. Il boom dello smart working ha reso ancora più accessibile l'Europa e molti paesi hanno fiutato l'affare di attirare lavoratori e aziende con sgravi fiscali. L'Olanda, ad esempio, permette alle aziende di pagare tasse solo sul 70% dei redditi dei lavoratori più qualificati. In Portogallo esiste invece una flat tax del 10% su redditi passivi come pensione o investimenti. In Spagna la "legge Beckham" prevede una tassa piatta del 24% sui redditi guadagnati in loco. Tutte misure che piacciono ai contribuenti americani sempre insofferenti quando si parla di tasse.

Amanda Klekowski von Koppenfels docente esperta di diaspora americana ha spiegato che nella mente degli americani sta iniziando a formarsi un pensiero nuovo. Fino a qualche anno fa pensavano che l'America fosse la nazione che tutti volevano raggiungere, un Paese di immigrati e non di emigranti. Lasciarlo, rinunciare al sogno americano, sembrava folle.

Oggi invece l'Europa è sempre più seducente, fatta di assistenza sanitaria, trasporti economici ed efficienti, violenza armata bassissima e ottimi livelli di sicurezza e razzismo molto meno letale. Gli americani, insomma, rimangono affascinati dalla libertà che si è ritagliato il vecchio continente e sempre meno si lasciano sedurre dalla promessa del sogno americano. Un po' come quegli scrittori che avevano eletto l'Europa a propria dimora e che tanto avevano criticato l'American dream. Alberto Bellotto

Gli Eroi.

Storia (o fiction?) dell’eroina Calamity Jane: dura, astuta, libera. Storia di Maria Luisa Agnese Corriere della Sera 31 luglio 2023.

Per paradosso, la cosa più vera che si può sapere di Calamity Jane ce la dice quell’immagine di Doris Day, che beve come un uomo, spara come un uomo, veste e cavalca come un uomo. Siamo nel film Non sparare, baciami!, ambientato durante la conquista del West e una donna che si comportava così era fuori dall’ordinario: è pura fiction ma è uno dei tanti tasselli che ha contribuito a creare la leggenda della pistolera avventurosa. Perché la vera Calamity (in realtà Martha Jane Canary-Burke) era meno seducente e più massiccia, basta guardare le foto d’epoca che la ritraggono (e che sono fra le poche fonti certe sulla sua vita), e soprattutto aveva probabilmente avuto una vita meno ispirativa e piena di guai, da vagabonda del West. Ma nella sua biografia ufficiale il vero e il falso si sono così intrecciati, la leggenda e la realtà si contaminavano a vicenda (perlopiù per consapevole volontà della perspicace Jane) da comporre una vera fake biografia ante litteram, dove tutto è incerto ma anche incredibilmente vero, come capita alle grandi icone pop.

Era una di quelle figure storiche la cui identità è perlopiù fabbricata «per costruire un’illusione di grandeur e di gloria che trasfiguravano una vita di baldoria, alcolismo e difficoltà», ha sintetizzato la scrittrice Eden Arielle Gordon su Magellan Tv, e si conviene che il 99% della narrazione su di lei sia leggenda e solo l’1% realtà. Leggenda che va di pari passo con quella del West: e la Cattiva ragazza va nel mondo, come quando cavalcava per le Badlands nel Sud Dakota. Una donna con qualche problema con il bere e tanta, tantissima immaginazione. Di certo c’è che era nata vicino a Princeton, Missouri, con una madre altrettanto leggendaria: girava in città a cavallo addobbata in colori vibranti e coperta di make up. Buon sangue non mente e pare che da lì Jane abbia preso una certa propensione a dramma e notorietà. «Penso che se una ragazza vuole diventare un mito, deve farsi avanti e provarci» si legge nel libro L a vita e le avventure di Calamity Jane, autobiografia di qualche fortuna, non autorizzata e con tutta certezza neppure scritta da lei.

Doris Day impersona Calamity Jane in un film del 1953

A 12 anni Jane resta orfana con 5 fratelli, fa tutti i mestieri (cuoca, lavapiatti, ballerina), poi inizia la vita randagia da avventuriera del West. Forse fa anche la prostituta in un periodo in cui esserlo regalava in qualche modo uno status di quasi indipendenza alle donne che vivevano nei villaggi lungo la ferrovia che stava nascendo verso il West. Si innamora del pistolero Wild Bill Hickok da cui avrebbe avuto una figlia, ma tutto è incerto: c’è anche un libro sempre postumo di Lettere di Jane alla figlia. Alla fine si sposa, forse, con Clinton Burke, ma quel che è certo è che dopo aver ballato nello show di Buffalo Bill muore di polmonite il 1° agosto 1903, e viene sepolta vicino all’amato Hickok. Ci sta nella galleria delle pioniere al femminile un personaggio così controverso? Sì, perché, al di là delle intemperanze e della periclitante verità storica, Jane ha occupato per anni un posto nell’immaginario non solo americano: quello dell’esploratrice di nuove possibilità per le donne, che si è data il permesso di dribblare il ruolo di madre e custode del focolare ed è uscita nella prateria. Per provare a essere libera.

Le Città.

San Francisco.

New York.

San Francisco.

San Francisco nella spirale infernale: perché il suo è un male incurabile (e un regalo a Trump). Storia di Federico Rampini su Il Corriere della Sera lunedì 14 agosto 2023.

Questa è la storia di una città dove un’insegna luminosa di Elon Musk che infastidisce gli abitanti viene immediatamente rimossa dalle autorità. Ma gli spacciatori di fentanyl, i rapinatori, o gli homeless che aggrediscono i passanti e defecano davanti ai negozi godono dell’impunità più totale. La città, naturalmente, è San Francisco: una ex-perla che si avvolge in una spirale di degrado di cui non s’intravvede la fine. Qualche studioso di storia urbana evoca un’espressione inquietante: «Doom Loop» o spirale della rovina. È un ingranaggio che ha colpito altre città in passato, risucchiate in un degrado che si autoalimenta, condannate a precipitare sempre più in basso, incapaci per molto tempo di reagire. Detroit fu un caso da manuale. Torno a scrivere della “mia” San Francisco perché tanti italiani vi stanno trascorrendo una parte delle loro vacanze: nonostante tutto, è ancora una mèta turistica mondiale. Anche se vive di rendita sulle sue glorie del passato, ha delle attrattive indiscutibili (in poche parole: è bellissima, nell’architettura tradizionale e nel paesaggio). Torno a scrivere perché oggi la “mia” San Francisco è di nuovo in prima pagina sul Wall Street Journal con un reportage su tutto ciò che va storto e accentua la fuga di abitanti. Torno a scrivere perché – contrariamente a quel che credono molti europei – ciò che accade a San Francisco in un certo senso può spiegare perché le di Donald Trump di rivincere un’elezione non sono del tutto inesistenti. Quella che fu la mia prima residenza americana 23 anni fa, la città dove cominciai a mettere le radici e dove sono cresciuti i miei figli, è irriconoscibile rispetto al “modello” di cui mi innamorai allora. Se state viaggiando in California il reportage del Wall Street Journal vi consiglio di leggerlo per intero. Non dice cose veramente nuove, è un utile aggiornamento su una situazione della quale ho già scritto in passato. Uffici sempre più vuoti. Un’economia locale depressa. Giovani esperti di tecnologia che preferiscono lavorare da casa, il più lontano possibile, perché la città li repelle. Catene di negozi e supermercati e farmacie che chiudono perché depredate da ladri che agiscono alla luce del sole, indisturbati. Un’ecatombe di morti per overdose, con gli spacciatori che agiscono anche loro spudoratamente, senza preoccuparsi molto della polizia. Criminalità in aumento su tutti i fronti, dagli omicidi ai furti negli appartamenti agli scippi. Homeless aggressivi che “possiedono” i marciapiedi nei quartieri del centro. È un peggioramento in atto da anni, ma perché la città non reagisce? Per rispondere a questa domanda eccovi un aneddoto che vale mille analisi dotte. Collier Gwyn è una commerciante, sanfranciscana doc, che da una vita gestisce una piccola galleria d’arte in centro. Dal 1984, puntualmente, ogni mattina alza la saracinesca e pulisce il marciapiede davanti. Una mattina recente, per l’ennesima volta si è trovata di fronte una donna senzatetto, aggressiva, che stava defecando proprio lì davanti. Ha cercato di mandarla via, quella si è rifiutata. Collier Gwyn ha perso la pazienza e ha osato spruzzarle dell’acqua addosso. Dell’acqua. Per quel gesto è stata immediatamente ripresa da un passante sul telefonino, esibita e insultata sui social media, denunciata, fermata dalla polizia, processata per direttissima e condannata a 25 giorni di lavori nei servizi sociali. Ora pende su di lei una diffida: guai se si avvicina ancora a quella senzatetto, la sua “vittima”.

Di quel gesto d’ira – un po’ d’acqua spruzzata a chi stava insozzando l’ingresso del suo negozio – lei si è scusata più volte pubblicamente, ammettendo di aver perso la pazienza e di aver fatto una cosa sbagliata. Ma il contesto andrebbe conosciuto. La donna senzatetto defecava abitualmente nei dintorni, molestava e aggrediva i passanti, senza che nessuno sia mai intervenuto a impedirglielo. Nei rapporti di polizia stilati in seguito a ripetute denunce figurano i suoi continui furti nei negozi, il fatto che sputa addosso a chi le si avvicina, e “si masturba in pubblico”. Essendo definita una malata di mente, è un’intoccabile, le forze dell’ordine se ne lavano le mani perché non è di competenza degli agenti curare chi ha turbe psichiche. La legge proibisce esplicitamente che siano ricoverati in istituzioni specializzate contro la loro volontà. Se non vogliono curarsi, questo è un loro sacrosanto diritto, e la comunità dei cittadini deve rassegnarsi a subirne tutte le conseguenze. San Francisco e la California spendono miliardi ogni anno per gli homeless: soldi dei contribuenti che spariscono nel nulla. «Nella mia città – conclude Collier Gwyn – rapinare un negozio o spacciare droga non sono trattati come reati, ma il mio gesto mi è valso una condanna immediata». San Francisco e la California sono sulla West Coast ciò che New York e Philadelphia rappresentano sulla East Coast: le vetrine della sinistra al governo. Purtroppo è un malgoverno che dura da anni, accumula errori ma non li corregge perché non li considera affatto errori bensì valori. La cultura delle droghe equiparata ad una liberazione, è un equivoco mortale che affonda le radici nel movimento hippy che proprio a San Francisco ebbe il suo battesimo negli anni Sessanta. L’idea “poetica” dei malati mentali – “sono loro gli unici sani” era il principio che fu affermato da una cultura progressista di cui ricordo le tracce in un film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Infine la convinzione che chi ruba lo fa perché è povero e bisognoso, soprattutto se appartiene a una minoranza di colore; mentre i poliziotti sono razzisti, quindi i veri criminali. Quest’ultimo dogma, trionfante con Black Lives Matter, spiega perché non si riescano più a reclutare poliziotti. Quei pochi che continuano a indossare una divisa, fanno il meno possibile perché si sentono dei vigilati speciali; inoltre se arrestano un criminale in flagranza di reato di solito questo viene rimesso subito in libertà da un procuratore eletto nelle liste del partito democratico. Ma quando Musk ha accesso la sua “X” all’ultimo piano del palazzo ex-Twitter, la città progressista è esplosa d’indignazione e subito giustizia è stata fatta. Come contro la negoziante che aveva gettato un po’ d’acqua sulla homeless. Questo spiega perché i mali di San Francisco, al momento, sono incurabili. E perché il “modello” che questa città rappresenta è un regalo a Trump. Oppure, guardando verso altre direzioni, è un regalo a Xi Jinping, Putin, Erdogan, e altri “uomini d’ordine”.

La città ha un’amministrazione locale molto progressista. Federico Rampini / CorriereTv su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2023

E’ fuga da San Francisco. Nel 2000 da questa città partì la prima rivoluzione di internet.

La San Francisco di oggi è l’epicentro di un esodo, di una fuga: un paio di icone della grande distribuzione americana hanno dovuto chiudere i loro punti vendita nel centro della città di San Francisco (il supermercato alimentare agro-biologico, Whole Foods, e Nordstrom, una catena di grandi magazzini). La scelta della chiusura è motivata dal fatto che erano spesso saccheggiati: ladri entravano indisturbati, rubavano merce e la portavano via senza che la polizia facesse nulla.

Per le stesse ragioni hanno chiuso anche tanti drug store dei Walgreens, quelle farmacie, grandi magazzini, supermercati: anche lì a causa della piaga dei furti.

In città c’è una politica della amministrazione locale, molto molto progressista che ha deciso di non perseguire il furto perché considera i ladri come vittime di ingiustizie sociali, afflitti da problemi che vanno curati in altro modo e non con azioni di tipo penale.

San Francisco è malata di una politica troppo ideologica che ha trasformato la città in un accampamento di homeless con una spaventosa ecatombe di tossicodipendenti (perché anche la cultura della droga facile, la cultura della tolleranza verso le droghe ha prodotto problemi inauditi). E’ l’epicentro di una crisi di tossicodipendenze, di povertà, di senzatetto che non ha eguali nel resto degli Stati Uniti per la sua concentrazione. A tutto ciò si aggiunge la crisi di Big Tech, i licenziamenti che hanno colpito l’industria digitale.

E’ diventata una città inospitale.

(ANSA l'1 luglio 2023) - Una città "post-apocalittica", pericolosa e spettrale. "Vi si potrebbe girare un episodio di Walking Dead". Elon Musk attacca il degrado di San Francisco alimentano la pressione sulle autorità locali, impegnate in prima linea a cercare di risollevare una città che non si è ancora ripresa dalla pandemia fra la crescente criminalità e l'aumento dei senzatetto. Ai suoi 144 milioni di follower, Musk ripete da tempo le sue critiche alla metropoli che ospita il quartier generale di Twitter in una delle zone più in difficoltà, la Tenderloin, piegata dalla crisi del fentanil e dagli accampamenti di senzatetto. 

Un mix che ha svuotato gli uffici della zona rafforzando lo scetticismo dei lavoratori a tornare alle proprie scrivanie per motivi di sicurezza. "Non si sentono tranquilli", denuncia Musk, sostenitore del lavoro in presenza. Le autorità locali respingono però le critiche citando statistiche in grado di mostrare come il tasso di criminalità è più basso che in altre città. "Non penso che i colpi bassi di Musk e di altri miliardari siano d'aiuto", afferma Dean Preston, componenti del Board of Supervisors di San Francisco, con il Wall Street Journal.  

Preston mette quindi in evidenza come i "miliardari tech" criticano ma "non offrono alcuna assistenza o soluzione che possa aiutare la città. E' facile twittare ma non è facile lavorare duramente per affrontare i molti problemi" di San Francisco. Per Musk non è una novità criticare le autorità locali o federali: più volte ha usato la sua piattaforma e il suo ruolo per fare polemica. Con San Francisco, però, lo scontro appare più violento.

 Forse perché ha lasciato la città, e lo stato della California, per trasferirsi nel repubblicano Texas. Forse per le dure critiche che le autorità locali gli hanno mosso per i drastici tagli alla forza lavoro di Twitter da quando ne ha assunto il comando, contribuendo così allo svuotamento della città, già scaricata da molti durante la pandemia. Il braccio di ferro appare solo all'inizio e lo scontro, visti i precedenti di Musk, potrebbe infiammarsi. 

Riccardo Staglianò per “il Venerdì di Repubblica” il 16 aprile 2022. 

La scena più tremenda, nel film soft-horror che questa città è diventata, si materializza verso le sette di sera di un ordinario venerdì. Sotto alle vetrine piene di Rolex di Tourneau, nel baricentro commerciale di Market Street, c'è un uomo che striscia, a scatti, come tarantolato, con metà sedere fuori dai pantaloni e la faccia nell'angolo tra marciapiede e parete del negozio.

Un poliziotto lì vicino non fa niente, come non faccio niente io tranne restare pietrificato, né i passanti evidentemente abituati allo spettacolo. Quella stessa mattina, alla fermata Powell della metropolitana (come dire Piazza di Spagna o Montenapoleone) un altro vomita e barcolla pericolosamente sporgendosi sui binari.

Nel pomeriggio, la vicinissima South of Market è una piazza di spaccio a cielo aperto, con tante tende di polipropilene azzurro, quello delle buste dell'Ikea, piene di esseri al grado zero dell'umanità. Come un campo profughi qualsiasi, se il campo profughi fosse però pieno di tossici all'ultimo stadio e si trovasse nel cuore di una delle città più oscenamente ricche del pianeta. Qui, l'anno scorso, i morti per overdose sono stati più del doppio di quelli per Covid (697 contro 257).

A dicembre la sindaca ha dichiarato, non senza polemiche, lo "stato di emergenza" per il Tenderloin, la zona più centrale e più disastrata. Che oggi ospita il Linkage Center, un grande recinto dove i messi peggio ricevono il naloxone, una specie di metadone, in un tentativo disperato di non farli andare all'altro mondo. Noi, i ragazzi dello zoo di San Francisco potrebbe essere il seguito americano del film che colonizzò l'immaginario psicotropo dei ragazzi degli anni 80.

Che questo quartiere abbia una meritatissima cattiva reputazione è notizia vecchia quanto il suo nome. Affibbiatogli, spiega un cartello del Tenderloin Museum, da un capo della polizia che - spedito a bonificare l'allora quartiere a luci rosse - commentò ilare che, dopo tanti anni di bracioline economiche, avrebbe finalmente potuto permettersi il filetto (tenderloin) grazie alle più laute mazzette.

Prima la prostituzione, con le proto-battaglie per i trans, poi i migranti: qui la diversità è sempre stata religione laica. Che però spesso si tramuta in eresia immobiliare. Con tanti alberghi andati in malora e poi trasformati in Sro (Single room occupancy), dormitori per i poveri. Aggiungete istituzioni come la St. Anthony Foundation, una specie di Caritas, che sfama chiunque senza fare domande, e capirete perché tanti homeless l'hanno scelto come domicilio.

L'esercito di nuovi ricchi, stanchi della sonnacchiosa Silicon Valley, ha fatto lievitare gli affitti, sfrattando la middle class e mandando per strada, in un Paese dove il saldo medio sul conto è di 5000 dollari, i meno attrezzati (vari studi sostengono che all'aumento dell'1 per cento sui canoni d'affitto corrisponde pari aumento di homeless). Bastano questi vecchi addendi a fare il totale odierno? 

«No» risponde Katie Conry, antropologa nonché direttrice del museo su Leavenworth, una delle vie più acciaccate, che già alle dieci di mattina ha l'aspetto di un padiglione psichiatrico en plein air, «la novità è stata la pandemia che ha chiuso i ricoveri, ridotto la capacità degli Sro e tolto agli homeless molte delle strutture su cui avevano imparato a fare affidamento, come le biblioteche, dove magari caricare il cellulare, i bagni dei locali d'improvviso interdetti e altri luoghi che ne puntellavano l'esistenza. Dopo due anni in strada molte situazioni sono peggiorate e quello che vediamo è il risultato».

Ricordate quanto ci ha messo psicologicamente alla prova il lockdown, nelle nostre belle casette riscaldate? Ecco, ora provate a immaginarvi di averlo trascorso all'addiaccio. Conry, come altri intervistati, non sa se il fenomeno è numericamente peggiorato (l'ultimo censimento di poco più di 8000 senza dimora è del 2019) ma concorda che è più acuto.

Qualcosa, ovviamente, è stato fatto. «Il Comune ha affittato alberghi per trasformarli in shelter-in-place» mi spiega nel soggiorno adibito a ufficio Jennifer Friedenbach, direttrice della Coalition on Homelessness, «duemila posti rispetto agli ottomila che avevamo chiesto, pagati grazie a una legge che consente di tassare dello 0,5 per cento addizionale le fortune sopra i 50 milioni (l'ascetico Jack Dorsey di Twitter, con le sue sedute di meditazione, digiuni intermittenti, bagni gelati all'alba e patrimonio di 7 miliardi di dollari ha votato contro).

Ma ciò non cancella la tendenza decennale a criminalizzare i senza casa, con 10-20 mila denunce all'anno che ricevono per occupazione di suolo o minzione in pubblico e i sempre più frequenti repulisti con tanto di confisca dei loro averi». Nell'aver intensificato questi sweeps si sarebbe distinta anche London Breed, la sindaca dello stato di emergenza. Eppure, se c'è una con la sensibilità giusta per capire il problema, dovrebbe essere lei. Nera, cresciuta nelle case popolari, con un fratello in carcere per aver ucciso la fidanzata (la spinse fuori dall'auto durante una lite) e una sorella morta di overdose.

La ascolto alla Public Library mentre, accanto al carismatico Cornel West, decano dei black studies, ricorda che i neri sono il 5 per cento della popolazione ma il 40 per cento degli homeless. L'incontro finisce con un rinfresco e, nel tempo che impiego a trangugiare il mio panino su un marciapiede assolato, tre persone mi chiedono se e dove distribuiscono quei cestini. Imbarazzato per averne accettato uno, li dirotto all'interno dove entrano con la stessa foga dell'assalto a Capitol Hill.

 Non è folle, tutto questo? Sembra un pagina di La fame, il monumentale libro di Martin Caparros, ma invece che in Niger siamo tra la biblioteca e il municipio di una metropoli in cui il 57,4 per cento delle case vale più di un milione di dollari. La novità è che una bella fetta della piazza che separa le due istituzioni è oggi occupata da un campo recintato di tende per accogliere disperati di varia estrazione. E così, a dispetto della sua biografia, la sindaca ha mandato più polizia a pattugliare il centro e ha esternalizzato il controllo del territorio alla ong Urban Alchemy.

Con le loro pettorine nere e verdi li vedi a ogni angolo. Generalmente neri, generalmente ex galeotti, generalmente impegnati in un'indaffaratissima ammuina, tipo chiacchierare tra loro, salutare i passanti e dare solenni quanto occasionali colpi di ramazza. Pare che vengano pagati sui 18 dollari l'ora, quanto il/la barista che cercano a The Market, il bell'emporio accanto alla sede di Twitter.

Sono una soluzione, ma a un altro problema: quello del reinserimento dei carcerati, che poi magari diventano homeless, in quel perverso paso doble che Rebecca Solnit segnala su Harper' s, per cui i primi vivono fuori senza accesso a un dentro mentre i secondi vivono dentro senza accesso a un fuori ma entrambi «non hanno né privacy né un vero controllo sulle proprie esistenze».

Quello stesso articolo sfata un mito spesso ripetuto ("vengono a San Francisco da tutti gli Stati Uniti per la generosità dell'assistenza"): il 71 per cento viveva già qui prima di finire in strada e il grosso dei restanti viene dalla regione o dallo stato. E racconta come le ultime giunte abbiano intensificato la rimozione dei senza dimora sulle lamentele di aziende che non li volevano vicini.

Ed è così, che con un simbolismo toponomastico tanto perfetto da sembrare inventato, a centinaia sono finiti a Division Street, zona piena di parcheggi e sottoponti buoni per le tende dei vinti da cui però si vedono nitidi i grattacieli della cittadella dei vincitori. È il regno di Robert Gumpert, il fotografo che ne ha ricavato un libro straziante e che, nella via crucis che ha ripetuto per sei anni, mi presenta Tucks. Ex carcerato, come tanti homeless, fa qualche dollaro riparando bici.

L'ong Compass vorrebbe reclutarlo per una class action contro le confische del Comune ma lui non si fa illusioni. Non ho mai visto, né negli slum di Nairobi né nelle favelas brasiliane, mani così incrostate di uno sporco così materico che mi fa venire in mente i grumi di colore delle tele multimilionarie di Anselm Kiefer esposte al museo d'arte contemporanea a tre chilometri da qui.

D'altronde quattro anni fa, al termine di una passeggiata in centro, la relatrice speciale Onu, Leilani Farha, aveva commentato che «l'ultimo posto dove aveva visto cucinare sul marciapiedi era Mumbai».«In quello spiazzo» indica Gumpert «per anni sono rimaste indisturbate decine di tende. Poi, da un giorno all'altro, sono state fatte sloggiare. Pare che Airbnb, che ha sede lì vicino, si fosse lamentata». Da qui si vede benissimo il loro enorme cartellone pubblicitario che dice "Gli stranieri non sono poi così strani", la cui versione video mostra tre creature pelose, tipo Chewbacca di Guerre stellari, che alla fine si trasformano in una bella famigliola. "Provate a ospitare", dice il claim. Tutti, ma i barboni non ospitateli nemmeno sul marciapiedi.

 Critiche da sinistra Ztl, si dirà, che spalanca le braccia ai migranti nei quartieri degli altri. È il punto di vista di Michael Shellenberger, autore di San Francicko, pamphlet di successo su "come i progressisti rovinano le città". Rarissimo esemplare di abitante di Berkeley di destra, mi fa fare un mini-tour a Minna Street che, prima di costeggiare il Moma e altre destinazioni turistiche, è il massimo concentrato di luridi accampamenti di fortuna con spacciatori che ti guardano feroci: «Al 95 per cento è fentanyl, l'oppiaceo che ha rovinato tanti americani, magari mischiato con metanfetamine» dice ultimativo lui che pure è stato contestato per l'uso delle fonti (e infatti c'è anche crack e eroina).

Contro un ampio consenso accademico per cui il problema degli homeless deriva essenzialmente dalla combinazione di redditi stagnanti e prezzi delle case fuori controllo, in un lungo arco che va da Reagan a Zuckerberg, Shellenberger sostiene invece che fuori controllo sono l'uso di droghe, le malattie mentali da ciò causate e il permissivismo liberal che consente l'una e l'altra cosa. «Immagini se a Roma, davanti al Campidoglio, vedesse una scena del genere: le sembrerebbe normale?».

È l'unica frase su cui concordiamo. È del tutto anormale, ma come se ne esce? «Questa è gente che dà per scontato il diritto all'assistenza. Invece devono meritarsela, riprendere in mano le loro vite» taglia corto. Al netto dell'antipatia per la sua mancanza di empatia, illumina un dato di fatto. 

Ovvero che tra il 2005 e il 2020 il numero di homeless qui è raddoppiato (siamo a uno sbalorditivo abitante su cento) mentre nel resto del paese si riduceva. E che sul totale, il 73 per cento è fuori da qualsiasi struttura o tetto in testa, contro il 3 di New York. Qualcosa è andato storto. 

Tipo che quelle tende nella Civic Center Plaza che ospitano 262 senza dimora costano ogni anno alla città 61 mila dollari l'una, ovvero 2,5 volte l'affitto mediano di un bilocale. Per Shellenberger sono i disturbati o i drogati che diventano homeless. Per EveryOne Counts, l'organizzazione che effettua i censimenti californiani, «la fetta più in crescita di nuovi homeless è di gente che ha ancora un'auto e ci dorme dentro perché non può permettersi un affitto».

Tra le cause il 25 per cento cita la perdita del lavoro, il 13 lo sfratto e il 18 la droga. Solo l'8 per cento la malattia mentale. Ma, in oltre 300 pagine, Shellenberger intervista giusto un homeless. Il resto è Sturm und Drang culturale. i fantasmi di joan didion Il premio Fatti non opinioni di questa tornata va ad Adama Bryant. La trovo citata sul Washington Post descritta come ex homeless, con master in Business administration. In verità è stata ospite di varie strutture, in un periodo incasinato della sua vita, ma non ha mai dormito sui marciapiedi.

Da dodici anni abita nel Tenderloin con i tre figli, di cui una psicotica, perché «è l'unico posto - orribile, con tutta quella gente che parla da sé e sbraita per strada - che posso permettermi». È cresciuta nello stesso project della sindaca e ricorda che la batteva a Monopoly: «È una brava persona ma non esistono misure che funzionino per tutti: se sfolli i senzatetto fai contenti i commercianti e scontenti gli altri».

Lei, ultimo lavoro l'autista Lyft, si è inventata Weekend Adventures, una no profit che organizza gite nei parchi per i bimbi poveri del quartiere che negli ultimi mesi le paga un salario: «Oggi peggio che mai? Forse. Però trentacinque anni fa mio zio fu ucciso per strada. Tutto è relativo. Quanto ai vigilantes, sono ex criminali: perché dovrebbero aver voglia di mettersi contro sul serio gli spacciatori?». D'altronde già nel '68 Joan Didion scrive Verso Betlemme, il suo reportage più sofferto, tra ragazzi storditi dalla metedrina e adulti-zombie.

La lezione di disfacimento che trae da Haight-Ashbury, qui vicino, vale per tutta l'America: "Il centro non reggeva più. Era un paese di avvisi di fallimento e annunci di aste pubbliche, di rapporti ordinari su omicidi involontari, di bambini nel posto sbagliato e famiglie abbandonate, di vandali che non sapevano nemmeno scrivere correttamente le parolacce con cui imbrattavano i muri.

Le famiglie scomparivano regolarmente, lasciandosi dietro uno strascico di assegni scoperti e ingiunzioni di esproprio. Gli adolescenti vagavano da una città straziata all'altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società".Lo sconforto di ieri vale ancora oggi. come i veterani L'interrogativo resta, gigantesco e inevaso: che fare? Più case a prezzi abbordabili. Lo dice Adama, sempre pragmatica.

Lo ripete l'attivista Friedenbach: «L'investimento del governo Obama per i veterani ha funzionato, riducendo il rischio che finissero per strada. E non c'è neanche sempre bisogno di costruire ex novo: ci sono almeno 70 alberghi in centro pronti a vendere». Aggiunge Gumpert, il fotografo: «Sono state contate 40 mila unità abitative sfitte: è un lusso che non ci possiamo più permettere. Solo sistemazioni stabili, non tende, possono invertire la tendenza». Neppure la curatrice Conry si discosta granché: «Servono case per i residenti, non per i turisti Airbnb. E rivitalizzare anche i negozi che, se continuano a chiudere, lasceranno un quartiere fantasma».

È una ricetta di applicabilità globale, che qui mostra già esiti estremi. Uniqlo, il negozio del cashmere democratico preso d'assalto dai visitatori italiani, ha chiuso. Banana Republic, Gap e Old Navy, secondo l'ordine censuario della clientela, appartengono allo stesso gruppo. Quelli che compravano da Gap, che nel frattempo ha chiuso le sue belle vetrine su Market Street, sono stati retrocessi da Old Navy. I veri ricchi si spingono due isolati più in là per un cardigan da 2.000 dollari di Brunello Cucinelli. Molti vecchi clienti di Old Navy ormai fanno l'elemosina per strada. O cambia qualcosa o il centro non reggerà.

Roberto Pellegrino per “Il Giornale” il 12 luglio 2021.

«Acropoli bianca e dorata contro il blu dell'oceano Pacifico, è l'immagine di un villaggio medievale italiano esistito soltanto nei sogni di un pittore». Così John Steinbeck, domiciliato a Salinas, duecento chilometri più a sud, descriveva la meravigliosa San Francisco. Città con pochissimi difetti, a parte le sue estati fredde e umide, tanto da ricordare l'inverno allo scrittore di Furore, Frisco è stato l'epicentro di infiniti cambiamenti e avvenimenti storici e sociali, dalle battaglie nazionali dei diritti civili alla protesta contro la guerra in Vietnam dei figli dei fiori, fino all'esplosione dell'economia informatica che, dagli anni Sessanta, ha coperto la metropoli di miliardi di dollari.

Fu allora che tutti vollero abitarla e arrivarono, oltre agli ingegneri in camicia bianca, cravattino e medagliere di biro, molti artisti, musicisti e attivisti gay. I nerd della nuova disciplina dei pc, attratti da sostanziose offerte dell'attigua Silicon Valley, erano wasp, americani bianchi, progressisti, che, cinquant' anni dopo, tra successi e cadute, ora vogliono darsela a gambe, rapinati dalle tasse.

Decenni di incontenibili speculazioni edilizie, gigantesche avidità immobiliari di emiri arabi, innumerevoli scandali di corruzione pubblica, aumenti smodati delle tasse comunali e frequenti incendi infernali ne hanno oscurato l'attrattività e sputtanato il mito, sgonfiando il desiderio di abitarci. Per non dire della costante e incombente promessa di morte del Big One: l'apocalittico terremoto da almeno due secoli, secondo i sismologi, ha un appuntamento con la città. Potrebbe, in soli dieci minuti d'ira, disintegrarla, sollevarla di trenta metri dal suolo e scaraventarla nel ventre del Pacifico con tutti i suoi 880mila abitanti. E, allora, bye bye Frisco, addio alla ragazza che tutti gli americani vorrebbero conquistare e che tutti i viaggiatori vorrebbero rivedere, prima di morire.

La metropoli è passata da momenti di benessere per quasi tutti, alla macro e micro criminalità degli anni Ottanta di chi era fuori dal business dei computer. Ruspe selvagge, per volere dei palazzinari californiani, hanno piallato gli antichi quartieri degli immigrati europei e asiatici, con l'aiuto del devastante terremoto del 1989 che aprì la strada all'eliminazione di tutto ciò che non fosse antisismico. Al posto delle casette di legno, sorsero edifici di cemento armato, con le fondamenta elastiche, capaci di oscillare, come la famosa Transamerica Pyramid, il grattacielo costruito nel 1969 dall'architetto William Pereira, in grado di dondolare senza mai venire giù. E a castigare i portafogli dei suoi abitanti, ci pensa il Comune: la California non può ricostruire le case distrutte da sismi o incendi e quindi impone ai proprietari costosissime polizze sugli immobili (+250% dagli anni Ottanta) e chi non è in regola va in galera.

Poi c'è la council tax, la gabella per acqua (costa venti volte più di Boston), l'immondizia, l'illuminazione. Si paga ogni mese e in alcune zone vale come uno stipendio medio italiano, tanto che negli ultimi due decenni, il 70 per cento dei pensionati ha dovuto vendere perché non era in grado di mantenere quel tenore di vita e di spesa. Dal 2000 sono stati creati oltre 676mila posti di lavoro, ma soltanto 176mila nuove abitazioni. E i prezzi sono schizzati in alto. Nella metropoli con le leggi più progressiste, la società è divisa tra chi ha troppo e chi quasi nulla. I prezzi hanno sfondato da anni il tetto massimo, più di Zurigo. Nel quartiere di Castro, il più ambito, quello che ancora conserva le casette di legno bianco e i tetti dipinti di azzurro, nel 1965 il 24 per cento dei residenti era afroamericano, oggi è il 5,5: i suoi chalet del XIX secolo, tre camere da letto, una cucina, un salotto e due bagni costano dai sei milioni di dollari in su.

Il New York Times ha scritto che da almeno un decennio «San Francisco è pronta a esplodere, arricchendo tutti, ma nessuno ne è particolarmente convinto». I residenti che hanno abbandonato la città sono triplicati dal 2005 e ora a San Francisco una persona ogni 11mila abitanti è un milionario. Le agenzie immobiliari ti prendono in considerazione soltanto se dimostri di avere uno stipendio annuo, netto, di 590mila dollari. Poi, c'è la questione della popolazione: è la meno variegata a livello demografico in America, segno che qui per afroamericani, latini, arabi e asiatici i costi sono un tabù. I Democratici che la governano dal 1968, e male, hanno prodotto una gentrificazione selvaggia e ora San Francisco non è una città per il ceto medio, ma soltanto per giovani white liberals che hanno cacciato via i nuovi poveri. I Dem, colti a rubare, sono tutti riconfermati perché un san franciscan non voterebbe mai repubblicano. 

 San Francisco occupa un'area relativamente piccola, 120 km quadrati contro i 1.300 di Los Angeles. Sotto l'influenza dello sviluppo ed espansione della Silicon Valley, nella seconda ondata anni Novanta, le principali Internet Company si sono concentrate a sud della città: parchi industriali, atenei d'ingegneria informatica, contribuendo a un nuovo inarrestabile aumento dei prezzi. A San Francisco c'è una delle più alte popolazioni di senzatetto degli Usa: 7.500 homeless su 880mila residenti, quasi uno ogni 100 persone. Le attività commerciali storiche hanno chiuso perché gli stipendi sono troppo bassi per vivere in città: spesso vendono i locali ai fondi di investimento che ci costruiscono appartamenti di alta fascia.

 Questo sviluppo non è stato sostenuto da adeguati piani per controllare i prezzi degli affitti e mantenere il numero di case a disposizione degli abitanti. Ex città di poeti e rivoluzionari, della cultura nera e della controcultura, ora tutto è in mano alla finanza virtuale che decide chi può abitarla, la parola d'ordine è leaving! Andarsene via.

DAGONEWS il 26 dicembre 2022

A San Francisco il famoso mercatino di Natale “Winter Wanderland Holiday Village”, pagato dai contribuenti, si sta trasformando in un incubo per le famiglie. Con il problema dei senzatetto ormai fuori controllo, diversi drogati si sono riversati nel parchetto che sui social veniva presentato come il paradiso di natale per i più piccoli. 

A rivelare una realtà diversa è stato il video di un residente che ha mostrato come il parchetto ormai si stia trasformando in un luogo di degrado con oggetti per drogarsi sparsi vicino alle attrazioni e persone che dormono per terra. «Sono stata costretta a trasferirmi da questa zona - ha raccontato un residente – la situazione era diventata insostenibile a causa dei tossicodipendenti».

New York.

La legge dell'81, la crisi abitativa e l'onda migratoria: viaggio nella crisi di New York. Da settimane la Grande Mela è sotto pressione per l'arrivo di migranti centroamericani. Il sindaco chiede aiuto, ma la crisi ha radici più profonde. C'entra una legge del 1981, ma anche una crisi abitativa esplosa con la pandemia. Alberto Bellotto il 20 Agosto 2023 su Il Giornale.

New York si trova a fronteggiare uno stato d’emergenza senza precedenti. Parole del primo cittadino Eric Adams. Il sindaco dem negli ultimi mesi ha lanciato allarmi su allarmi per la bomba migratoria che ha investito la città. Da ultimo ha parlato di un conto salatissimo per la Grande Mela. Secondo un calcolo della sua amministrazione nei prossimi tre anni il comune dovrà sborsare 12 miliardi di dollari per gestire i flussi migratori.

La città da mesi è sotto costante pressione migratoria. I flussi arrivano dal Sud e nell’ultimo anno hanno toccato quota 100 mila arrivi. Di questi ben 57.200 sarebbero ancora in città, inseriti nel sistema di accoglienza. Il problema è che questo sistema sta andando in tilt, sia per pressione esterna che per le sue singolari peculiarità. Il tutto mescolato con la crisi che la città sta affrontando dal 2020.

Le tre ragioni

Le ragioni di questa pressione migratoria sono diverse. Ma ce ne sono almeno tre che sono alla base dell’emergenza senza precedenti. La prima ha a che fare con la fine del title 42. Si tratta di una direttiva di salute pubblica varata dall’amministrazione Trump durante la pandemia. Il provvedimento, terminato nel maggio di quest’anno, permetteva agli Usa di espellere i migranti in massa dal suolo statunitense per ragioni legate al contenimento del Covid-19. La sua fine ha portato una ripresa degli arrivi.

La seconda ragione ha che fare con la sfida lanciata da Texas e Florida e dai rispettivi governatori, Greg Abbott e Ron DeSantis. I due repubblicani nell’ultimo anno hanno favorito lo spostamento di decine di migliaia di migranti verso nord, una sfida lanciata a tutte le amministrazioni democratiche. Come i famosi bus carichi di migranti latinoamericani inviati nelle città del nord, tra cui Chicago, Washington e soprattuto New York.

Ma al di là delle mosse dei governatori repubblicani moltissimi migranti scelgono in autonomia di puntare alla Grande Mela per una sua peculiarità. E qui veniamo alla terza ragione. La città, infatti, ha una direttiva che obbliga l’amministrazione a fornire un rifugio sicuro a chiunque ne faccia richiesta. Una sorta di “accoglienza” obbligatoria varata nel 1981.

Le peculiarità di New York

Nello specifico questa direttiva prevede che le persona senza una casa, o un posto dove andare, sia che siano newyorkesi o straniere, hanno diritto ad accedere a un posto letto in uno dei rifugi della città nel giorno stesso in cui ne fanno richiesta. Questo obbligo si è poi scontrato con il particolare momento che vive la città. I flussi e le regole sull’accoglienza si sono infatti mescolate con una economica e un’emergenza abitativa, creando una tempesta perfetta per le vie della metropoli.

Lo stesso sindaco Adams in molti dei suoi interventi ha spiegato che la città non ha fisicamente più spazio per ospitare i nuovi arrivati. L’amministrazione è stata costretta a sequestrare i pochi luoghi rimasti: un campo da calcio lungo l’East River, un parcheggio in un ex ospedale psichiatrico nel Queens e un centro ricreativo nel quartiere di Brooklyn. Tutte iniziative che sanno più di palliativi che di soluzioni strutturali.

L’amministrazione dal canto suo sta lavorando per emendare l’obbligo di fornire assistenza. “Non abbiamo le risorse e le capacità per creare e mantenere i centri di accoglienza, e non abbiamo il personale sufficiente per farlo”, si legge in una lettera dell’avvocatura municipale inviata a un giudice perché sollevi l’amministrazione da questo obbligo.

La città ha anche istituito un limite di 60 giorni per l’accoglienza dei richiedenti asilo, ma questo non ha fermato arrivi e permanenze. Non solo. Come ha scritto Reuters, l’amministrazione cittadina ha pagato una sere di volantinaggi lungo il confine con il Messico per far arrivare ai migranti depliant con la supplica di “scegliere un’altra città”.

La crisi abitativa

La crisi abitativa ed economica che attanaglia New York è stata impressa nero su bianco in un report pubblicato in primavera. Secondo il dossier NYC True Cost of Living report realizzato dall’Università di Washington, la metà delle famiglie che vivono a New York non ha abbastanza soldi per mantenere un’immobile, accedere al cibo, avere un’assistenza sanitaria e pagarsi i mezzi di trasporto. Anche le iscrizioni alle scuole pubbliche sono crollate: dopo la pandemia una grossa fetta di famiglie afroamericane ha lasciato la città per il costo della vita troppo alto.

Secondo i calcoli le famiglie dei cinque distretti che compongono la città dovrebbero avere entrate di almeno 100 mila dollari l’anno per permettersi tutto, eppure il reddito familiare medio in città non supera i 70 mila dollari. In città, in realtà, non mancano gli immobili, ma è molto difficile avere accesso per via dei costi eccessivi. Allo stesso tempo i costi rendono i proprietari combattivi, sempre sul piede di guerra contro nuove costruzioni.

A complicare tutto la fine del cosiddetto programma 421-a, una serie di tasse e relativi sgravi che permettevano alle ditte di realizzare immobili con un mix di appartamenti a prezzo di mercato e prezzo calmierato. Il programma in 10 anni, dal 2010 al 2020, ha permesso la realizzazione di oltre 117 mila immobili calmando i prezzi e soprattutto ridando fiato ai residenti in materia di affitti.

Negli ultimi tre anni i prezzi sono però cresciuti e questo ha reso più difficile avere alloggi a buon mercato in città. In questo modo l’arrivo dei migranti ha ingarbugliato tutto. E su questo pesa il fallimento della politica, che non riesce a riformare l’intero sistema.

La sfida politica

Sul fronte migratorio gli Usa non riescono a riformare l’immigrazione in modo organico dal 1990. Tutte le misure varate dopo quella data, come i permessi temporanei per i lavoratori privi di documenti, o eventuali percorsi per la cittadinanza, hanno dimostrato di non funzionare. Queste mancanze a livello federale hanno quindi avuto ricadute a livello statale.

Sia l’amministrazione cittadina che quella dello Stato di New York non riescono a trovare un modo di combinare gli sforzi affinché si arrivi a una soluzione. La governatrice Kathy Hochul ha stanziato un miliardo di dollari del bilancio statale per l’emergenza migranti in città, ma allo stesso tempo ha puntato il dito contro i tentativi di Adams di rimuovere l’obbligo di assistenza, spiegando anche che questo obbligo non vale per il resto dello Stato. Una presa di posizione che nasconde un timore di contro-flussi migratori da New York alle altre città dello Stato.

Una possibile soluzione potrebbe arrivare a un nuovo piano per le case, ma il complesso disegno di legge in lavorazione nelle Camere statali si è arenato per l’impossibilità di mettere d’accordo tutti i legislatori dem. In compenso Hochul e Adams sono concordi nelle richieste da girare a Washington. Richieste che hanno a che fare sia con maggiori fondi per gestire l’emergenza, che con nuovi regolamenti nella gestione dei richiedenti asilo.

Adams, che proviene da una lunga carriera nella polizia di New York, ad esempio, ha le idee chiare su un punto: accelerare i permessi di lavoro per i richiedenti asilo. “I richiedenti asilo con cui ho parlato”, ha raccontato, “vogliono lavorare”. Un’idea semplice, forse funzionante, ma sicuramente più simile a un palliativo che a una soluzione strutturale per fermare questa crisi che diventa ogni giorno più grave.

Estratto dell'articolo di Tony Damascelli per “il Giornale” il 30 giugno 2023. 

Venti milioni di abitanti, centomila senza tetto. […] New York City vive una profonda crisi sociale causata dall’enorme afflusso di migranti, un fenomeno imprevisto di fronte al quale la Grande Mela mostra uno spicchio bacato, per i disservizi, la difficoltà a tutelare la salute pubblica e privata di questa fetta di popolazione accolta in rifugi di ogni tipo, case, alberghi, ostelli, però non tutti dotati delle strutture sanitarie e ordinarie per le minime e naturali esigenze.

Il democratico Eric Leroy Adams, sindaco della città ed ex capitano della polizia, ha investito oltre un miliardo di dollari per venire incontro alle richieste dei rifugiati, […] il numero dei migranti si è raddoppiato in questo ultimo anno, così da prevedere un aumento clamoroso delle spese, nell’ordine del triplo, dunque oltre quattro miliardi di dollari non ancora sufficienti […]

New York chiede il supporto di Washington ma per il momento la Casa Bianca non risponde, impegnata con priorità ritenute più impellenti. Sarà uno dei motivi caldi della campagna elettorale per la presidenza. È più di una emergenza, il rapporto è di 1 «homeless» ogni 80 cittadini, con risvolti per la sicurezza e l’ordine pubblico già in affanno per gli episodi di criminalità legati anche al razzismo. L’allentamento delle rigide norme sull’immigrazione ha portato, quasi automaticamente a questo sensibile aumento di arrivi, specialmente dal sud del Paese.

Anne Williams-Isom, responsabile dell’assistenza sociale, per i servizi e la sanità pubblica, ha ammesso di trovarsi di fronte a una situazione disperata, anche drammatica e ha previsto un nuovo afflusso di immigrati. È stato chiesto durante il briefing se la città si aspettava un altro aumento degli immigrati. La sua risposta è stata disperata: «Siamo vicini al punto di rottura, possiamo salvarne molti, ma al tempo stesso rischiamo di perderne altrettanti. Sono soprattutto i bambini a crearci le maggiori preoccupazioni». Celine scriveva che New York è una città in piedi. Oggi incomincia a inginocchiarsi.

Estratto dell'articolo di leggo.it il 20 maggio 2023.

La città di New York sta sprofondando di 1-2 millimetri all'anno sotto il peso dei suoi stessi grattacieli: la deformazione del terreno, che nel lungo periodo potrebbe aumentare il rischio di inondazioni, è stata mappata mettendo a confronto i dati satellitari con i modelli della geologia del sottosuolo. 

Lo studio è pubblicato sulla rivista Earth's Future da un team di esperti dell'Università di Rhode Island guidati dal geologo Tom Parsons. I ricercatori hanno calcolato la massa cumulativa di oltre un milione di edifici a New York City, che risulta essere pari a circa 764 milioni di tonnellate. […] la complessa geologia del sottosuolo è costituito per lo più da sabbia, limo, sedimenti argillosi e affioramenti rocciosi.

[…] I terreni più ricchi di sedimenti argillosi e riempimenti artificiali sono più proni al fenomeno della subsidenza (ovvero allo sprofondamento), con un valore medio di 294 millimetri misurato nella parte bassa di Manhattan; terreni più elastici riescono a riprendersi dopo la costruzione degli edifici, mentre il substrato più roccioso a cui sono ancorati molti grattacieli non si muove più di tanto.

[...]

Dagotraduzione dell’articolo di Steve Cuozzo per nypost.com il 16 aprile 2023.

La grande mela è ora un grande spinello. Non solo perché la marijuana depenalizzata ha portato alla proliferazione del caos nei cinque distretti. Non solo perché il fumo puzzolente aleggia ovunque, penetrando nei vagoni della metropolitana e persino nei teatri di Broadway - l'odore acre che ho avvertito nell'affollato bagno degli uomini del Majestic Theatre qualche settimana fa non proveniva dalla macchina del fumo de "Il fantasma dell'opera". 

È anche a causa di una verità proibita, in un'epoca in cui l'aumento del salario minimo è diventato un mantra: la licenza di sballarsi ha trasformato i lavoratori in zombie. 

Ho vissuto in città per quasi tutta la mia vita. Non ho mai dovuto ripetere tre volte la mia complessa ordinazione da Starbucks - un caffè "alto" - per ottenere una risposta da un barista sconsolato, come faccio ora. Il testo di Bob Dylan, "Everybody must get stoned" (Tutti devono essere strafatti), è ora apparentemente nel manuale dei dipendenti di quasi tutti i luoghi che richiedono un'interazione con i clienti. 

La mia amica Shelley Clark, consulente per la ristorazione, ha osservato: "Troppo spesso, qualsiasi domanda o richiesta viene accolta con un'occhiata assente e con un "non c'è problema", molto scritto". È una bella cosa rispetto agli sguardi ostili che ricevo per aver interrotto le mie fantasticherie fuori dallo spazio. È ora di abbassare il salario minimo.

Perché no, visto che molti lavoratori dei negozi, dei ristoranti, delle lavanderie - e chi più ne ha più ne metta - sono diventati irrimediabilmente storditi. Sono strafatti, con gli occhi vuoti, disinteressati ai loro compiti, con l'alito che puzza di erba. 

GrubHub vi ha portato il pollo General Tso's quando avete ordinato dei burritos di pollo? Colpa dei luoghi di ritrovo preferiti dai fattorini, ad esempio il negozio "Smoke & Draft" di fronte al mio palazzo sulla First Avenue, all'altezza della 75esima strada est, dove di recente una rissa con coltello sul marciapiede ha mandato due di loro all'ospedale.

Ho dato a un ragazzo di Pret a Manger una banconota da 20 dollari per una tazza di zuppa da 8 dollari. Ho chiesto un sacchetto. Lui ha preso i 20 dollari e si è subito dimenticato della zuppa, del mio resto, della borsa e di me. Si è allontanato, sventolando inspiegabilmente il mio Andrew Jackson come una bandiera, finché non ho fatto appello ai suoi colleghi. 

Non vedevo tanto letargo indotta dall'erba dai tempi dell'università in Vietnam, quando così tanti compagni di scuola erano fatti che il loro sciacquone di erba, in preda al panico, durante una presunta retata della polizia, ha fatto traboccare le tubature del campus.

All'emporio di cibo gourmet dell'Upper East Side, Agata e Valentina, una cassiera era "così fuori di sé, fissava il vuoto mentre la gente aspettava in fila", mi ha detto un dirigente di banca che è un cliente abituale. "Si è dimenticata di darmi il resto. Ha chiuso la cassa. Ho dovuto aspettare che arrivasse qualcuno con la temuta chiave. Dopo dieci minuti per una transazione di 30 secondi, non si è nemmeno scusata". 

Rispondendo a un mio tweet sui lavoratori disorientati, un follower ha scritto che "la donna che gestisce il banco di assistenza" presso un importante concessionario di Sunset Park "era chiaramente fatta... non aveva idea di cosa stesse succedendo. Ho perso la mia auto due volte durante l'assistenza di routine". 

L'agente immobiliare Jordan Cohn ha twittato: "La mia carta di credito è stata appena smarrita da una cameriera di un ristorante. Sì, sparita, mai più vista. La mia ipotesi migliore è che sia finita nella spazzatura per sbaglio". 

I nostri politici "progressisti" stanno gettando la nostra città nella spazzatura, e non è un caso.

Quello che i turisti italiani a New York devono sapere. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2023

Piccola guida alle novità che attendono i tanti connazionali a New York: dai prezzi (è una città carissima) alle infrastrutture fatiscenti, dai crimini alla pessima metropolitana, fino alla pressione fiscale molto alta e ai sacchi della spazzatura (non differenziata). Anche se musei, teatri e locali restano splendidi, come sempre

Ècominciata l’invasione di turisti italiani a New York. Il weekend pasquale segna l’inizio di una stagione turistica che continuerà fino all’estate inoltrata.

Ai tanti connazionali che si trovano in questi giorni nella Grande Mela, dedico questa piccola guida alle novità che vi aspettano, e che forse state già notando, redatta da un residente di lungo corso (abito in America da 23 anni, a Manhattan da 14).

Tralascio quello che avete già subìto per arrivare qui: l’inflazione delle tariffe aeree, i soliti disagi all’arrivo negli aeroporti: terminal fatiscenti, code per il controllo passaporti, collegamenti scadenti con il centro città. L’America non vi accoglie come una vetrina di progresso. La pessima impressione che vi fanno i suoi aeroporti – soprattutto se paragonati con scali equivalenti in Asia, Golfo Persico – ha però il pregio della sincerità: vi prepara all’impatto con le sue città, dove pure il degrado è evidente.

La prima cosa da sapere su New York è questa: a voi sembra affollatissima, e l’invasione di turisti per Pasqua conferma questa impressione: magari troverete «sold-out» il vostro spettacolo preferito a Broadway, il ristorante consigliato su Tripadvisor, il museo con prenotazione obbligatoria. Ma la New York di noialtri residenti in realtà è una città che ha perso abitanti e continua a subire un esodo. C’è una migrazione interna che spopola questa metropoli, sono abitanti che «votano con i piedi», cioè abbandonano una parte degli Stati Uniti troppo cara e mal governata, per trasferirsi in altre zone del Paese dove pensano di trovare un costo della vita più accessibile e una migliore qualità del governo locale.

Sull’inflazione il verdetto è incontestabile, anche voi che non pagate un affitto troverete New York carissima, a cominciare da ristoranti, hotel, trasporti.

Sulla popolazione ecco un dato. Dieci anni fa lo Stato di New York e quello della Florida avevano la stessa popolazione. In questo decennio l’esodo da Nord a Sud, dall’Empire State (NY) al Sunshine State (FL) è stato così massiccio che oggi il concorrente meridionale ha 2,6 milioni di abitanti in più: 22,2 milioni contro i 19,7 dello Stato dove abito io. Un tempo dalla Grande Mela partivano soprattutto i pensionati benestanti per andare a trascorrere la vecchiaia al sole, invece oggi Miami è una città più giovane di Manhattan, e piena di start-up. L’esodo coinvolge le giovani generazioni e ha ricadute economiche importanti.

Passeggiando per Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island vedrete che i segni dell’ecatombe commerciale da pandemia non sono scomparsi. Molti negozi che hanno chiuso non sono stati sostituiti, le insegne «affittasi» pullulano nei locali che erano adibiti a esercizi pubblici o commerci e piccole aziende. La fuga da New York non premia solo la Florida, c’è chi si è trasferito anche in Texas o nel Connecticut, ma il confronto con lo Stato governato da Ron DeSantis è il più significativo. In Florida il tasso di disoccupazione è del 2,5%, inferiore alla media nazionale, mentre a New York è del 4,3%, superiore al livello nazionale.

Una delle ragioni dietro lo spostamento di persone e imprese è la pressione fiscale. La città di New York preleva delle addizionali Irpef pari al 14,8% sui redditi medio-alti mentre in Florida non esiste nessuna addizionale e si paga solo l’Irpef federale, più bassa dei livelli europei. Perfino la Sales Tax che colpisce le vendite al consumo (un po’ simile all’Iva europea) è superiore a New York (8,9%) rispetto a Miami, Orlando, Palm Beach (6%). La Grande Mela è una zona ad alta pressione fiscale – altissima se si includono le imposte patrimoniali sulla casa – eppure la qualità dei servizi è scadente. Gli homeless continuano ad aumentare. E non perché la città lesini le spese per assisterli.

Gli europei hanno in testa lo stereotipo di un’America dove non esiste Welfare ma questa è una semplificazione che non corrisponde a molte realtà locali. Il Medicaid è a tutti gli effetti l’equivalente della sanità pubblica europea, assiste i poveri sotto 22.000 dollari di reddito annuo, in una città come New York questa assistenza include gli immigrati clandestini. Altre forme di Welfare come i food stamp (buoni pasto) sono egualmente estesi agli stranieri senza permesso di soggiorno. New York ha una robusta – e costosa – rete assistenziale, di cui però non si vedono risultati tangibili. Se non quelli di far scappare una parte dei residenti ipertassati.

Il vostro contatto più istruttivo con la pessima qualità dei servizi pubblici cittadini sarà la Subway. Alcuni stranieri, intimoriti dalla sua reputazione, stanno alla larga dalla nostra metropolitana. Ma per noi newyorchesi è difficile farne a meno, soprattutto nelle ore di punta resta essenziale per evitare gli ingorghi del traffico di superficie. Però anche per gli abitanti di lungo corso i segnali di disaffezione ci sono. Dal 2019 ad oggi il numero di reati violenti – omicidi, stupri, aggressioni e rapine a mano armata – è più che raddoppiato nel metrò. Il risultato è che l’affluenza di passeggeri è scesa, resta al di sotto dei livelli pre-pandemia. In particolare sono le donne a usare la Subway meno di un tempo, per ragioni di sicurezza. In passato i biglietti e abbonamenti dei passeggeri paganti coprivano il 40% delle spese di gestione, oggi il livello è sceso al 23% come conseguenza di due fenomeni: il calo di viaggiatori, e anche il fatto che la polizia ha praticamente smesso di fermare quelli che viaggiano senza pagare il biglietto. Il risultato è paradossale, la qualità del servizio (puntualità, pulizia) continua a degradarsi, eppure il metrò assorbe denaro pubblico a dismisura.

Durante la pandemia la Metropolitan Transportation Authority ha ricevuto aiuti federali per 15 miliardi. Altri fondi arrivano nelle sue casse grazie a un aumento degli oneri sociali prelevati sulle aziende della città. È una spirale di cui non si vede la fine: la pressione fiscale aumenta, la spesa pubblica pure, i servizi rimangono scadenti.

Ambiziosi progetti come la costruzione di una linea di tram, annunciata nel 2016 dall’ex sindaco Bill de Blasio, oppure il trenino veloce per l’aeroporto LaGuardia, sono stati accantonati. L’insicurezza che allontana una parte dei viaggiatori e soprattutto viaggiatrici dalla Subway, si estende ad altre parti della città.

Un turista italiano abituato ai borseggiatori e agli scippatori di casa propria forse è già abbastanza vigilante, comunque farà bene a tenere gli occhi aperti anche qui. Il nostro sindaco Eric Adams, afroamericano e democratico, descrive in toni drammatici la situazione dell’ordine pubblico, di recente ha parlato di una «emergenza recidivi», denunciando il fatto che ci sono «1.700 criminali già condannati per reati violenti, che girano liberi in città». Adams è un ex capitano di polizia e sa di cosa parla. Lui è stato eletto proprio perché prometteva di migliorare la sicurezza. Lo hanno plebiscitato in particolare quelle minoranze etniche (i Black come lui, i latinos) che abitano nei quartieri dove le gang sono tornate a spadroneggiare. Il sindaco è il capo della polizia, ma ha ereditato un New York Police Department indebolito e delegittimato: il suo predecessore de Blasio tagliò i fondi alle forze dell’ordine dopo le accuse indiscriminate di razzismo dell’estate 2020 (omicidio di George Floyd, proteste di Black Lives Matter). La polizia è sotto organico e fatica a reclutare nuovi addetti. Inoltre, anche quando gli agenti arrestano qualche delinquente in flagranza di reato, spesso la procura lo libera senza cauzione.

A capo della procura c’è una celebrity di estrema sinistra, quell’Alvin Bragg che martedì scorso ha incriminato Donald Trump. Bragg, la cui campagna elettorale fu finanziata dal miliardario George Soros, sostiene l’ideologia radicale secondo cui i criminali sono per lo più vittime di un sistema sociale ingiusto, soprattutto se appartengono a minoranze di colore (questa ideologia sorvola sul tragico destino delle vittime dei criminali, anch’esse spesso appartenenti a minoranze etniche e ceti meno abbienti). Il sindaco, pur appartenendo allo stesso partito, ha chiesto le dimissioni di Bragg. Ma il procuratore ha rilanciato la propria immagine con il processo a Trump. Paralizzato da una procura che gli rema contro, il povero Adams deve ripiegare su altre campagne: di recente ha nominato un «super-commissario anti-ratti»…

A proposito di roditori, se conoscete già i costumi cittadini non vi stupirete più di tanto per le montagne di sacchi della spazzatura che appaiono sui marciapiedi della Grande Mela a partire dalle otto della sera. Attiro però la vostra attenzione che questi sacchi sono praticamente tutti uguali. New York è indietro anni-luce rispetto alla raccolta differenziata che avviene in molte città italiane ed europee. New York si vanta di essere ambientalista e sta per mettere fuori legge il gas da cucina. Ha centinaia di chilometri di piste ciclabili (frequentate anche da ciclisti pericolosi, che passano col rosso, sfrecciano contromano, investono pedoni), un fiore all’occhiello dai tempi dell’ultimo sindaco di successo, Michael Bloomberg. In compenso non fa nulla per ridurre i fumi tossici e le polveri sottili innalzate quotidianamente da una miriade di cantieri edili. I palazzinari qui restano una lobby potente, e del resto si deve al loro peso politico la realizzazione in tempi record dei nuovi mega-grattacieli che sfigurano il lato Sud di Central Park, oppure la nascita di un intero quartiere nuovo a Hudson Yards e a Brooklyn lungo l’East River.

Ultima notizia per i turisti italiani. Non stupitevi se l’albergo a fianco al vostro ospita famiglie di richiedenti asilo appena arrivate da Honduras, Nicaragua, Venezuela. Il sindaco Adams ha requisito 83 hotel a questo fine, convertendoli in centri di accoglienza per migranti. Per i proprietari degli alberghi è un business, il comune li paga bene. Nonostante questa imponente rete di assistenza, gli alberghi requisiti non bastano. Per cui sono migranti senza documenti anche un terzo dei 71.000 homeless ufficialmente ospitati negli «shelter» o centri di accoglienza per senzatetto.

Questa crisi ha una matrice politica. New York è una delle città governate dalla sinistra che si sono dichiarate «santuari per migranti», cioè hanno proclamato ufficialmente la volontà di violare le leggi federali sull’immigrazione. In altri termini la polizia locale ha l’ordine di non collaborare con le autorità federali nell’identificazione di stranieri illegali; e non importa se a New York e alla Casa Bianca governa lo stesso partito. Il risultato è questo: gli stranieri che attraversano illegalmente la frontiera e arrivano in uno Stato Usa governato dai repubblicani (come il Texas o la Florida), si vedono offrire il trasporto in autobus dai governatori repubblicani verso le «città santuario». New York è una delle destinazioni di questo flusso. Eric Adams ha ereditato dal suo predecessore questo ruolo di «città santuario» e non può rinunciarvi se non prestando il fianco alle accuse dell’ala sinistra del suo partito (Alexandra Ocasio Cortez, deputata newyorchese). Perciò continua a stanziare nuovi fondi per i richiedenti asilo. L’ultimo stanziamento è stato di 4,3 miliardi. Il sindaco proprio questa settimana ha annunciato che dovrà tagliare del 4% altre voci di spesa: polizia, scuola, università.

Però a Central Park è iniziata la fioritura ed è uno splendore.

I musei, le sale per concerti, i teatri e i locali musicali sono attraenti come sempre. Se vi fermate ancora un po’, potreste perfino vedere l’inaugurazione del primo «casinò verticale» a Times Square.

Faccio parte di quei residenti delusi e preoccupati per il declino di questa città, ma determinati a rimanerci.

Lo Spettacolo.

Quando nell'aprile del 1906 arrivò a Torino la carovana di Buffalo Bill. Giorgio Enrico Cavallosu Il Corriere della Sera il 26 Aprile 2023

Gli indiani e cowboy di William Cody si fermarono in città per cinque giorni: fu «il più grande spettacolo del mondo» 

Si diceva che fosse «il più grande spettacolo del mondo» ed effettivamente, per gli standard del 1906, il «Buffalo Bill’s Wild West» fu uno show senza precedenti. Parliamo della tournée internazionale che William Cody — alias Buffalo Bill, il famoso cacciatore di bisonti — tenne in tutta Europa nell’aprile 1906, facendo tappa anche a Torino con il suo affascinante circo di indiani e cowboy. Fu un evento che elettrizzò il capoluogo. Dal 22 al 26 aprile centinaia di autentici pellerossa e cowboy, mandriani, operai, cuochi, commercianti e strilloni invasero la città con il loro armamentario di tendoni, casette in legno, palchi, cavalli, costumi, cucine… Era un’organizzazione imponente: nel giro di poche ore trasformò un pezzo del nascente quartiere Crocetta, portando a Torino il fascino lontano delle praterie americane.

 Tappezzavano Torino migliaia di manifesti, appositamente stampati dallo staff di Buffalo Bill. Attorno al leggendario cow-boy orbitava un sofisticato sistema pubblicitario, responsabile del suo mito inossidabile. Oggi alcuni collezionisti conservano le brochure diffuse in occasione di quella tournée del 1906: era un vero libro, venduto a poche lire, con la storia di Buffalo Bill e la presentazione dello spettacolo. Il pubblico ne rimaneva affascinato e si metteva in coda, anche sfidando le intemperie. Il 13 marzo 1906 William Cody e il suo circo entrarono in Italia dalla Costa Azzurra, transitando per Ventimiglia. Lunedì 23 la Stampa dedicò grande spazio alla «città ambulante» di Buffalo Bill, giunta in città sotto la pioggia, un vero diluvio. Il Comune aveva riservato allo spettacolo l’immensa piazza d’Armi della Crocetta (attuale isola pedonale davanti al Politecnico), un piazzale sterrato che a causa della pioggia si coprì di fango, un pantano nel quale i manovali allestirono le strutture imprecando. 

Mentre «il più grande spettacolo del mondo» veniva montato, Buffalo Bill si occupava della pubblicità, intrattenendosi con i giornalisti e i fotografi, gli unici ammessi nell’arena prima dell’apertura ufficiale dei cancelli. Fuori, sotto gli ombrelli, una folla di curiosi in ammirazione per la velocità dell’allestimento, poco più di due ore, simile a una catena di montaggio. Il primo padiglione fu quello della cucina-refettorio: 8 cuochi e 40 camerieri vi servirono subito la prima colazione, alle 8 del mattino, per l’intera troupe che doveva mettersi al lavoro. Soltanto i numeri riescono a rendere l’idea dell’immensità di questo spettacolo. Per trasportare a Torino il materiale necessario al circo furono impiegati ben tre treni. I cavalli erano 494 e furono tutti visitati da una commissione veterinaria del Comune, risultando in perfette condizioni. Non conosciamo l’esatto numero dei padiglioni e delle tende, ma c’è da immaginare che il circo di Buffalo Bill occupasse l’intera piazza d’Armi. 

C’erano anche le tipiche tende dei pellerossa, che probabilmente i torinesi videro qui per la prima volta. Alle 11.30 del 22 aprile Buffalo Bill in persona offrì la colazione ai giornalisti che sciamavano qua e là per l’arena, con l’aria sbalordita. I pellirosse, annotò un cronista della Stampa, «ci apparvero in fondo buone ed amabili persone ed ospiti eccellenti. In un inglese molto… problematico uno di quei cari amici, rispondendo alla domanda fattagli sulle sue impressioni d’Italia, ci ha risposto con tutta serietà di non aver compreso ancora esattamente perché i bianchi si ”fabbricano le case una sull’altra!”. Abituati al pianterreno delle loro capanne natie, gli indiani si stupiscono sempre dei nostri edifizi a diversi piani». Intanto, aveva smesso di piovere. A metà giornata il sole fece capolino, annunciando un buon successo allo spettacolo che iniziò alle 15, dopo l’esecuzione dell’inno americano intonato sotto la direzione di William Iweney. Possiamo farci un’idea di cosa videro i nostri nonni quel giorno leggendo il programma ufficiale dello show. Dopo l’inno, la grande rivista militare condotta dal colonnello Cody, che in questo modo aveva occasione di presentare i protagonisti dello spettacolo: i Cheyenne e il loro capo Colpo Duro, i Lakota Brulé e il loro capo Scudo Bleu, gli Arrapaho e il loro capo Cuore Nero; la polizia indiana con il loro capo Orso Solitario; il capo guerriero Coda di Ferro; il tutto, tra la cavalleria americana, quella inglese, i messicani, gli arabi, i giapponesi, i cosacchi, le ragazze indiane squaw… un vero pot-pourri. 

Dopo gli esercizi di cavalleria, ecco comparire sulla spianata della Crocetta un convoglio di emigranti. Avanzava piano, a stento; una facile preda per gli indiani, che si lanciarono al galoppo contro la carovana venendo però respinti dai prodi cowboy guidati da Buffalo Bill. A quel punto, dopo una breve esibizione di William Cody, il programma prevedeva un momento didattico, con la ricostruzione della consegna dei dispacci tramite il pony express. E quindi via, con gli zuavi e una battaglia tra indiani e cowboy, vinta questa volta dai nativi americani. A quel punto, per cambiare e «confondere» le idee al pubblico, era la volta degli arabi e dei giapponesi che mostravano le antiche usanze militari dei loro paesi; seguivano i messicani dello stato di Montezuma, quindi il momento più atteso: la ricostruzione della battaglia di Little Bighorn. Fu poi la volta dei tiratori scelti, altra «chicca» dello spettacolo di Cody che nel suo cast aveva annoverato in passato anche la celeberrima Annie Oakley. A Torino si esibì Johnny Baker, meno famoso della Oakley ma dalla mira non meno sorprendente. Dopo la sua performance, il pubblico si divertì con la cattura di un ladro di cavalli, acciuffato da un vaquero roteando il suo lazo. 

Concludevano lo spettacolo alcune esibizioni dei veterani del Sesto Reggimento di Cavalleria americano, i cosacchi del Caucaso, un assalto alla capanna di un colono ad opera ancora degli indiani, ed infine i saluti di rito. Lo spettacolo torinese servì a Buffalo Bill per racimolare 5 mila lire da mandare in America per le vittime del devastante terremoto che aveva colpito San Francisco pochi giorni prima, il 18 aprile 1906. Non sappiamo se l’intento benefico servì ad attirare più persone e aumentare il botteghino; sappiamo però che lo spettacolo si ripeté uguale fino al 26 sera. A quel punto, il meraviglioso meccanismo si rimise in moto: mentre il pubblico ancora assisteva alle esibizioni, la «città ambulante» venne rapidamente smantellata. Al termine dello spettacolo, tutte le tende e i padiglioni erano spariti, il materiale inviato sui treni in partenza per Asti, la meta successiva. Per una settimana non si parlò d’altro. Anche il conte Eugenio Costanzo Luca Carlo Alfredo Vittorio Piossasco di Beinasco fu affascinato da Buffalo Bill e soprattutto da questa specie di delirio cittadino. Il conte era un noto paroliere di canzoni popolari, e sulla vicenda scrisse una deliziosa canzone che così inizia: «A l’era ‘l vintesèt d’avril / mia Rosin-a am suplicava: / “Pag-me almeno Bufalo Bill, / peuj it vedras ch’i starai brava”». 

Lo Sport.

Il Baseball.

Il Football.

Il Basket.

Il Baseball.

La pallina che rovinò la vita ad un tifoso dei Cubs. Venti anni fa il gesto spontaneo di un tifoso fu l'inizio di una serie di sconfitte che costò a Chicago la finale Mlb. Da quel giorno riceve ancora minacce di morte. La storia di Steve Bartman, la maledizione della capra e come Chicago riuscì a vincere il titolo dopo ben 108 anni. Luca Bocci su Il Giornale il 4 Ottobre 2023

Tabella dei contenuti

 La partita maledetta

 La maledizione della capra

 Tutta colpa dei media?

 Un inferno lungo 13 anni

 Lieto fine? Non proprio

Ottobre nel calendario dello sport a stelle e strisce è un mese molto particolare, visto che si incrociano tre degli sport più amati oltreoceano. Se la stagione Nba è ancora dietro l’angolo, la regular season del football sta entrando nel vivo ma, tradizionalmente, l’inizio dell’autunno è il momento dei verdetti per il baseball. Questo sport allo stesso tempo bellissimo e frustrante, nato per far passare una bella giornata ai tifosi mentre ingurgitano hot dogs ed ettolitri di birra, è forse il più ricco di aneddoti e curiosità. Poche storie, però, sono così assurde come quella di un normalissimo tifoso che, in un giorno d’ottobre di 20 anni fa, ebbe la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.

Il suo gesto istintivo ebbe conseguenze talmente disastrose da rovinargli del tutto la vita. In questa storia c’è davvero di tutto; una maledizione, una capra puzzolente, 108 anni senza un solo titolo e una città che scaricò la sua rabbia e frustrazione su una persona del tutto innocente. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Chicago per raccontarvi la storia di Steve Bartman, il tifoso che tuttora riceve minacce di morte per il suo ruolo nella famosa implosione dei Cubs nel 2003.

La partita maledetta

Quel 14 ottobre 2003, tutte le stelle sembravano allineate sopra a Wrigley Field, lo storico impianto che ospita da sempre le gare dei Chicago Cubs, una delle squadre più famose e seguite del baseball professionistico. Dopo 95 anni senza una sola vittoria, la squadra della Windy City sembrava sul punto di staccare il biglietto per le World Series, visto che era avanti 3-2 contro i Marlins. L’entusiasmo a Chicago era alle stelle: nonostante fosse passato più di mezzo secolo dall’ultima vittoria nella National League, la squadra andava alla grande. Bartman, come tantissimi altri quel giorno a Chicago, era venuto per festeggiare: Mark Prior, il giovane lanciatore, aveva messo sette innings quasi perfetti in gara 2, contribuendo non poco al perentorio 12-3 col quale i Cubs avevano asfaltato i Marlins.

Mentre era lì, seduto al posto 113 dell’ottava fila del quarto corridoio, con il suo cappellino fortunato e le cuffie per ascoltare la telecronaca, tutto sembrava funzionare. Prior era in gran serata ed aveva concesso poco o niente ai battitori di Miami, tanto da costruire un solido vantaggio per Chicago. Il 26enne contabile che passava le sue giornate in una piccola ditta di consulenza della sterminata periferia della Windy City non sapeva ancora che la sua vita stava per cambiare per sempre. 

La situazione precipitò di colpo nell’ottavo inning, quando prima Juan Pierre, poi Luis Castillo iniziarono a colpire con più regolarità i lanci di Prior. Il lancio fatale fu il numero 113, quello che il mancino della Repubblica Dominicana spedì verso la foul zone, a sinistra di casa base. Una presa al volo avrebbe fatto fare un grosso passo avanti alla difesa dei Cubs: l’esterno sinistro di Chicago Moises Alou partì sparato ma le cose non andarono secondo i piani. Quando staccò da terra e si protese verso la tribuna per afferrare la pallina, il suo guantone si scontrò con le braccia di uno spettatore che stava cercando di prendersi un souvenir di quella che, fino a quel momento, sembrava una serata memorabile.

Fosse successo ad inizio campionato la cosa avrebbe causato qualche fischio isolato ma in una gara decisiva la reazione di Alou lasciò tutto lo stadio interdetto: il giocatore iniziò a prendere a male parole Bartman. Il nervosismo si trasformò in parossismo quando le cose andarono di male in peggio. Quando il lancio di Prior sfuggì al catcher, i Marlins si ritrovarono con due basi piene ed un solo eliminato, abbastanza per far evaporare il vantaggio dei Cubs in una sola battuta. Il pubblico iniziò ad tempestare Bartman di bicchieri di carta e qualunque altra cosa: il contabile rimase lì, pietrificato dalla paura. I Marlins continuarono ad infierire, prima la singola di Ivan Rodriguez e poi ci fu un errore marchiano dell’ottimo Alex Gonzales che permise a Derrek Lee di pareggiare i conti.

Quel maledetto ottavo inning divenne un incubo: i Marlins misero altre cinque segnature una dopo l’altra, in uno stadio avvolto da un silenzio tombale. Dopo aver perso malissimo, i Cubs provarono a giocarsi il tutto per tutto in gara 7. Non ci fu niente da fare: Florida vinse ancora 9-6. L’ennesima sconfitta fu uno psicodramma collettivo a Chicago che vide scatenarsi una vera e propria caccia all’uomo. Da quando era stato scortato fuori dal Wrigley Field dagli steward dei Cubs, Steve Bartman era diventato l’uomo più ricercato di Chicago, con un gran numero di esagitati pronti a fargliela pagare.

La maledizione della capra

Ad un osservatore esterno sembra solo un episodio d’isteria collettiva ma la disperazione dei tifosi dei Cubs ha radici molto solide, ammantate dall’ennesima leggenda metropolitana. Dopo aver iniziato la loro storia con fior di titoli, diventando la prima franchise ad assicurarsi due titoli nazionali consecutivi, i Cubs erano entrati in un periodo nero che sembrava davvero senza fine. Nel 1945, finalmente, i Cubs erano approdati alle World Series e sembravano sul punto di tornare sul tetto del mondo. Purtroppo, però, successe uno strano incidente che, almeno a sentire i superstiziosi tifosi del baseball, avrebbe dato origine ad una delle maledizioni più implacabili di sempre, quella della Billy Goat. I dettagli di questa storia sono poco chiari ma la data è una delle poche cose certe: 6 ottobre 1945, al Wrigley Field arrivano i Detroit Tigers ma i Cubs sono riusciti a vincere due delle tre gare giocate a Motown. Tra le persone in fila per entrare nello storico impianto c’è un personaggio piuttosto singolare: William Sianis era il proprietario di origine greca di un pub vicino allo stadio, chiamato appunto Billy Goat.

Visto che la pubblicità è l’anima del commercio, decise di portare la mascotte del pub, una capra chiamata Murphy, ad assistere alla partita dei Cubs. Non si sa esattamente cosa successe ma è chiaro che, nonostante avesse pagato il biglietto per Murphy, o non gli fu permesso di entrare allo stadio o fu invitato ad andarsene quando gli spettatori vicini protestarono per l’odore dell’animale. Furibondo, Sianis lanciò una potente maledizione contro la squadra di baseball, affermando solennemente che non avrebbero mai più vinto un campionato.

I Cubs persero tre delle quattro partite giocate in casa, consegnando ai Tigers il loro secondo titolo Mlb. Da quel momento in avanti ci vollero anni prima che si diffondesse la storia della maledizione ma, alla fine Chicago si convinse che andava presa sul serio. Gli episodi sono troppi per essere elencati ma molti ricordano ancora come, il 9 settembre 1969, un gatto nero entrò in campo allo Shea Stadium di New York durante una partita decisiva contro i Mets e camminò avanti ed indietro davanti al furibondo dugout di Chicago. Manco a dirlo, la stagione dei Cubs andò di male in peggio da quel momento in avanti, finendo con l’ennesima delusione.

Nel 1984, però, i Cubs erano favoriti nella semifinale contro i San Diego Padres. Dopo aver vinto le prime due partite, erano però arrivate due sconfitte: si sarebbe deciso tutto in gara 5. Chicago era in vantaggio nella parte bassa del settimo inning, prima di un incidente che avrebbe alimentato per anni la paranoia dei tifosi dei Cubs. Quando la pallina arrivò dalle parti del prima base Leon Durham sembrava un’eliminazione sicura, roba ripetuta migliaia di volte in allenamento; eppure, quella volta, la pallina gli sfuggì, perdendosi nel backfield. Quell’errore costò a Chicago l’ennesimo crollo: i Padres si sarebbero portati a casa la partita e la serie. Ecco perché l’incidente di Bartman fu accolto da una reazione così viscerale: dopo mezzo secolo di sofferenze, i tifosi dei Cubs avevano una persona sulla quale scaricare la propria rabbia. Nel farlo avrebbero mostrato il peggio della cultura sportiva della Windy City.

Tutta colpa dei media?

Già dal giorno dell’incidente sia i Cubs che la polizia sapevano che Bartman stava rischiato la vita, visto il clima da caccia alle streghe. Nonostante le telecamere avessero ripreso a lungo il volto dello spettatore, molti speravano che si sarebbe stati in grado di mantenere la sua identità un segreto. Ci volle meno di due giorni prima che Frank Main, un reporter del giornale più seguito di Chicago, il Sun-Times, rendesse pubblico non solo il suo nome ma anche il suo lavoro e in che sobborgo abitava. Da quel momento anche il resto dei media si scatenarono, pubblicando ogni genere di informazione su di lui.

La vita di Steve Bartman diventò un inferno: sei volanti della polizia erano stazionate davanti a casa sua per proteggere lui e la sua famiglia. Il governatore dell’Illinois arrivò a suggerire che partecipasse al witness protection program, il sistema previsto dalle autorità federali per far “scomparire” chi testimoni contro la mafia. Il governatore della Florida si offrì di aiutare Bartman a trasferirsi da quelle parti. Fu una pagina nera del giornalismo americano: una volta che il Sun-Times aveva rotto il silenzio, tutti furono ben lieti di poter alimentare l’isteria collettiva, incassando in termini di vendite ed ascolti. 

La questione è talmente spinosa da essere usata ancora oggi nelle scuole di giornalismo. Il rischio che qualche esagitato si vendicasse di Bartman era ben presente, per non parlare del fatto che non si trattava di una figura pubblica. Il mite contabile appassionato di baseball si scusò profusamente, dicendo di volersi mettere alle spalle l’incidente e tornare alla sua vita tranquilla. La spiegazione che fornì in un comunicato è semplice: aveva le cuffie, quindi non aveva visto Alou mentre stava provando a prendere la pallina al volo. Bartman rifiutò di concedere interviste, rimandando al mittente offerte di sponsorizzazione. Furono costretti a cambiare numero di telefono diverse volte per evitare che telefonate minatorie arrivassero ad ogni ora del giorno e della notte. Gli offrirono 25.000 dollari per una foto autografata e cifre a sei zeri per prendere parte ad uno spot che sarebbe stato trasmesso durante il Super Bowl ma Bartman non ne voleva sapere.

Anche i giocatori dei Cubs si schierarono dalla sua parte ma non Alou: dopo aver detto che era il momento di “perdonare quel tipo ed andare avanti”, in un documentario del 2011 ha ribadito che, senza l’intromissione di Bartman, “quella pallina l’avevo già nel guantone”. La cosa veramente assurda è che il mite contabile era un tifoso sfegatato dei Cubs e che, a partire da quel momento, non è più tornato al Wrigley Field. Il sedile maledetto, quello del famoso incidente, è visitato ogni anno da migliaia di visitatori ma Steve Bartman le partite se le guarda solo alla televisione.

Un inferno lungo 13 anni

Le cose non migliorarono nel corso degli anni: c’è chi dice che Bartman si era trasferito chissà dove ma la realtà è molto più banale. Vive ancora nell’hinterland di Chicago ma è riuscito nell’impresa non semplice di svanire dai radar dei media. Frank Murtha, amico d’infanzia, racconta come, nonostante abbia faccia di tutto per mantenere un profilo basso, ogni tanto arrivano ancora minacce di morte. A sentire il suo amico “quello che successe quella sera allo stadio fu davvero spaventoso. La folla era assetata di sangue, quasi completamente ubriaca e voleva sfogare la sua frustrazione su qualcuno, una tempesta perfetta di comportamenti antisociali”.

Col tempo, però, furono in molti a sperare di poter sfruttare la sua popolarità: nel corso degli anni, ha ricevuto offerte per autobiografie, persino una generosa offerta da parte di una catena di alberghi della Florida. Sei settimane di vacanza a cinque stelle, una prospettiva allettante nei gelidi inverni dell’Illinois. La risposta di Bartman? “No, grazie, ma se volete potete darmi dei voucher per vacanze gratuite, che donerò ad un’associazione del mio quartiere”.

Altre volte, invece, le richieste erano quasi ridicole: “qualcuno si fece avanti con una sceneggiatura per un musical, tanto che non volevo quasi credere che si trattasse di una cosa seria”. A quanto pare, invece, non era affatto uno scherzo: c’era qualcuno che pensava che la storia del mite contabile sarebbe stata perfetta per Broadway. I tanti anni passati a nascondersi hanno avuto conseguenze dirette sulla sua vita privata. Non solo non è mai tornato allo stadio ma non si è mai sposato. Quando, nel 2016, Chicago approdò finalmente alle World Series, molti si fecero avanti pensando di fargli lanciare la prima palla della partita, così da ripagarlo dell’inferno che aveva vissuto ma Bartman ha preferito rifiutare ancora.

“L’obiettivo di Steve è stato di tornare ad una vita normale. Il fatto che si parli ancora di questo incidente dopo così tanti anni è davvero singolare”. La cosa incredibile è che, nonostante tutto, Bartman tifa ancora per i Cubs ed avrà festeggiato come tutta la città quando, dopo ben 108 anni, arrivò la vittoria contro i Cleveland Indians e la fine della maledizione. Peccato che l’abbia dovuto fare chiuso in casa, per paura che qualche squinternato si ‘vendicasse’ per quella maledetta pallina.

Lieto fine? Non proprio

Verrebbe da pensare che con il ritorno alla vittoria dei Cubs questa pagina certo non edificante sia chiusa per sempre. Le cose, purtroppo, non stanno esattamente così: l’anno dopo la vittoria del titolo Mlb, la proprietà dei Cubs decise di fare un’ammenda pubblica, consegnando allo sfortunato tifoso un anello celebratorio della vittoria. Visto che questi anelli sono solitamente piuttosto voluminosi e pieni di diamanti, la famiglia Ricketts voleva porre la parola fine alle polemiche. Per la prima volta dal 2003, Steve Bartman ha rilasciato un comunicato alla televisione locale Wgn. Dopo le solite frasi di circostanza, c’è stata anche una battuta che dimostra come la ferita sia ancora aperta: “La mia speranza è che riusciamo ad imparare a vedere lo sport come un intrattenimento ed impedire che la gente se la prenda contro i singoli. È poi importante pretendere che i media e certi approfittatori opportunisti rispettino la privacy dei cittadini, si comportino in maniera etica e la smettano di sfruttare il prossimo per fare qualche soldo o portare avanti una loro agenda”.

Eppure la storia di Bartman è ancora attualissima. Lo scorso 15 aprile, quando si resero conto che i biglietti per la serie contro i Cubs erano in gran parte invenduti, i Miami Marlins hanno avuto un’idea brillante: preparare delle grafiche per invitare i tifosi ad affollare lo stadio per ‘ringraziare Steve Bartman’ per avergli regalato il titolo del 2003. Gli insulti non arrivarono solo dai tifosi dei Cubs ma dal resto del mondo del baseball. Celebrare l’atto che rovinò la vita ad un tifoso sarebbe “osceno”, roba della quale Miami dovrebbe vergognarsi. La dirigenza ha poi fatto sapere che non c’è mai stata una vera promozione e che le grafiche sono state ‘diffuse per sbaglio’. Invece di limitare i danni, la cosa è stata salutata con scherno e derisione: magari l’avete diffusa per sbaglio ma l’avevate fatta preparare.

La vicenda è poi tornata di stretta attualità pochi giorni fa, quando i Cubs hanno vissuto un’altra implosione nel finale di una partita, facendosi rimontare sei punti dagli Atlanta Braves. La sconfitta ha consegnato il titolo della National League Central a Milwaukee ma la cosa che ha scatenato la tifoseria di Chicago è che il meltdown è iniziato grazie ad un errore marchiano di uno dei migliori giocatori dei Cubs, l’esterno giapponese Seiya Suzuki. Lo scivolone del nipponico è costato due punti a Chicago nella parte bassa dell’ottavo inning, facendo andare in vantaggio i Braves. Suzuki si è scusato dicendo che “vedevo la pallina perfettamente fino all’ultimo secondo e pensavo davvero che mi fosse finita nel guantone. Mi ci è voluto una frazione di secondo per rendermi conto dell’errore”.

Cosa c’entra Bartman? Non molto, ma il parallelo è stato fatto lo stesso, forse perché, ancora una volta, tra Chicago e un posto nella post-season, ci saranno i Miami Marlins. Una cosa è certa: questa storia assurda rimarrà per sempre parte del mito del baseball, tramandata di padre in figlio. Niente potrà restituire a Steve quegli anni passati nascosto in casa, traumatizzato da certi "tifosi" e messo alla berlina dai media. L’unica speranza è che cose del genere non succedano mai più. Fossi in voi, però, non ci scommetterei nemmeno un centesimo.

Quella volta in cui i New York Giants dovevano giocare a Napoli. Due grandi squadre Usa, una della Grande Mela e i Chicago White Sox, in giro per il mondo a bordo di un translatlantico. Nel 1914. Per promuovere il baseball ancora agli albori. Anche in Italia.  Tommaso Giagni su L'Espresso il 2 agosto 2023.

Nell’inverno 1914, due importanti squadre di baseball, New York Giants e Chicago White Sox, viaggiavano da Ceylon verso il Cairo, a bordo del transatlantico “Orontes”. Il lungo ed esotico percorso attraversava il golfo di Aden e il mar Rosso. Nei giorni precedenti, a Ceylon, colonia britannica, avevano incontrato il signore del tè Thomas Lipton, che si era fatto autografare una palla da baseball da Charles Comiskey, proprietario dei White Sox, e aveva regalato alla delegazione quasi due quintali di tè.

Soprattutto le due squadre avevano giocato un’amichevole. Per questo d’altronde giravano il mondo da mesi: per esibirsi in continue partite l’una contro l’altra e farsi pubblicità. A Colombo, i Giants avevano vinto davanti a circa 5mila spettatori, tra cingalesi nei tradizionali sarong, poliziotti sikh e inglesi in tiro per l’occasione mondana.

Qualcuno sulla “Orontes” si diceva contento che la nave avesse un cannone, per paura dei pirati, ma il viaggio continuò senza problemi e la nave sbarcò a Suez. Nei giorni seguenti, le squadre si sfidarono al Cairo, furono ricevute dal chedivè ‘Abbās Hilmī II e si fecero scattare una foto di gruppo sulla piana di Giza, con la Sfinge e la piramide di Micerino sullo sfondo. Qualche settimana ancora, poi questo inaudito giro del mondo si sarebbe concluso.

Giocatori e tecnici di White Sox e Giants erano partiti nell’ottobre 1913, girando gli stadi di cinque continenti. L’idea promozionale era avveniristica e favoriva tutto il movimento: chi poteva pubblicizzare il baseball meglio di queste squadre statunitensi di vertice? Era uno sport ancora poco diffuso: durante le Olimpiadi del 1912, gli atleti statunitensi avevano arrangiato una partita di dimostrazione, a beneficio degli atleti di Paesi in cui il baseball era sconosciuto.

Un’operazione di marketing di straordinaria modernità, vista da qui, dal nostro presente in cui lo sport tenta anche attraverso il viaggio di conquistare nuovi bacini di appassionati. Limitiamoci all’Italia e al calcio, inteso come un prodotto da esportare su nuovi mercati. Pensiamo alla finale di Supercoppa italiana, che nelle ultime 14 edizioni è stata giocata nove volte all’estero (Cina, Qatar, Arabia Saudita). E soprattutto pensiamo ai tour estivi che si affiancano ai ritiri in montagna per preparare la nuova stagione. In questa estate 2023, l’Inter si esibirà in Giappone, il Milan e la Juventus andranno in California, a Las Vegas e a Orlando, in uno stadio a trenta chilometri da Disneyworld.

Il tour intercontinentale di Giants e Sox era iniziato nell’ottobre 1913 con un’amichevole a Cincinnati, e per settimane aveva percorso gli Stati Uniti. Le scuole venivano chiuse per l’occasione, ovunque si ammassavano curiosi, in Arkansas era crollata una tribuna sotto il peso della folla. A metà novembre le squadre si imbarcarono, attraversarono in nave il Pacifico, evitarono un tifone, e all’inizio di dicembre furono a Tokyo. Oltre a fare le turiste sui risciò, scesero in campo per il loro primo match internazionale (vinto 9-4 dai White Sox). Da lì andarono a Shanghai, ma la pioggia non permise di giocare, e poi a Honk Kong e Manila. Il capodanno del 1914 lo festeggiarono a Brisbane, dove il viaggio toccava il suo terzo continente. Rimasero in Australia per affrontarsi anche a Sydney, Melbourne e Adelaide, e incontrarono in amichevole alcune squadre di baseball locali, dimostrando lo scarto con risultati schiaccianti (addirittura un 18-0). La tappa successiva fu Ceylon.

A bordo, assieme ai giocatori, ai tecnici e ai due arbitri che dirigevano le partite, c’erano giornalisti, amici, mogli. Nel caso di Jim Thorpe dei Giants, il tour coincideva con il viaggio di nozze. Thorpe, nativo americano, si era sposato con la compagna di scuola Iva Miller pochi giorni prima della partenza. Celebre in tutto il mondo, frontman della spedizione, era stato il più forte giocatore di football al livello universitario e da atleta aveva vinto due ori olimpici, nel Pentathlon e nel Decathlon, ai Giochi del 1912. Quelle medaglie gli erano state revocate alcuni mesi dopo, con una contestata decisione che non aveva scalfito la sua fama internazionale.

Lasciato l’Egitto, il viaggio fece un’altra sosta nel Mediterraneo: Giants e White Sox arrivarono in Italia. Fu una settimana di vacanza, perché un problema organizzativo fece saltare l’amichevole di Napoli e il maltempo impedì di giocare a Roma. In quei giorni visitarono Pompei, qualcuno andò al San Carlo per l’opera, una scultura che raffigurava un gladiatore venne regalata al manager dei Giants, il leggendario John McGraw. Incontrarono re Vittorio Emanuele III e poi, in Vaticano, dopo essere scesi in smoking da alcune limousine, vennero ricevuti e benedetti da papa Pio X.

Le ultime tre tappe furono Nizza, Parigi e Londra. I temporali infuriavano e si poté giocare solo due volte, ma i Giants e i White Sox e il loro seguito incontrarono due sovrani, Giorgio V del Regno Unito e il cosiddetto re dello Champagne, George Kessler. Infine, il 28 febbraio 1914, si imbarcarono a Liverpool per tornare a casa. Erano trascorsi più di quattro mesi dall’inizio del tour. La nave che li riportava negli Stati Uniti, con i ponti affollati di viaggiatori e le cabine ingombre di souvenir, era la “Lusitania” che un anno dopo sarebbe stata affondata da un sommergibile tedesco. Ma adesso nessuno a bordo, dopo aver girato il Pianeta senza grossi disagi, avrebbe mai immaginato che durante l’estate sarebbe scoppiata una guerra mondiale

Il Football.

I Dolphins.

Jerry Jones.

Yogi Berra.

Kurt Warner.

Broadway Joe Namath.

I Dolphins.

Solo in America. Gli invincibili (ma sconosciuti) Dolphins del 1972. Luca Bocci il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dopo la devastante vittoria contro Denver, c'è chi parla di una nuova stagione perfetta di Miami. Eppure nessuno a parte la squadra del 1972 è riuscito a vincere tutte le partite in una stagione. La storia di quella cavalcata mitica e di come, stranamente, ben pochi di quel roster siano diventati davvero famosi

Tabella dei contenuti

 L’inizio della stagione perfetta

 Il trionfo del “Vecchio”

 Gli Steelers e l’apoteosi del Super Bowl

 Una vittoria quasi dimenticata?

 C’è vita dopo una stagione perfetta?

Uno dei fenomeni più curiosi nello sport americano è quello che viene definito recency bias. Le vittorie del momento, in pratica, sono considerate sempre migliori di quanto visto in passato. Le infinite discussioni tra i sostenitori di questo o quel grande campione sono un chiarissimo caso di come sia impossibile trovare una via di mezzo. Quando domenica sera i Miami Dolphins hanno inflitto una sconfitta memorabile ai malcapitati Denver Broncos, però, la mente di tutti gli appassionati di football è tornata indietro nel tempo. Non alla squadra clamorosa ma sfortunata degli anni ‘80, quando il mitico Dan Marino riuscì in qualche modo a diventare il miglior quarterback della storia a non aver mai vinto un Super Bowl, ancora più indietro.

Appena finita la partita, è bastata un’occhiata al punteggio per iniziare a parlare di un’altra stagione perfetta, di un’inevitabile corsa verso il terzo Super Bowl della franchise della Florida. Paragoni certo azzardati, visto che nessuno è mai riuscito a ripetere la memorabile impresa dei Dolphins del 1972, unici nella storia della Nfl a vincere tutte le partite in una stagione, dall’opening day alla finalissima. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi riporta indietro nel tempo per raccontarvi la storia degli “invincibili” di Don Shula e di come la loro incredibile impresa sia stata quasi ignorata per decenni.

L’inizio della stagione perfetta

Il panorama del football professionistico si nutre di leggende metropolitane, tanto affascinanti quanto, spesso e volentieri, inventate di sana pianta. Una delle più dure a morire è quella che racconta come, ogni volta che una squadra Nfl perde la prima partita dopo un inizio di stagione perfetto, alcuni Dolphins del 1972 stappino una bottiglia di champagne per celebrare un altro anno del loro mitico record. Come racconta un lungo ed interessante profilo pubblicato sul sito ufficiale della Nfl per celebrare i 50 anni dalla stagione perfetta, le cose non stanno proprio così. La leggenda, però, avrebbe un fondo di verità: nel novembre 1991, quando i Washington Redskins persero contro Dallas dopo undici vittorie consecutive, tre ex di quella squadra mitica, Anderson, il QB Griese e il linebacker Buoniconti, stavano nello stesso quartiere a Coral Gables.

Due giorni prima della fatidica partita, decisero che in caso di vittoria dei Cowboys, avrebbero festeggiato nel vialetto di uno di loro. Anderson racconta come “uscii di casa con una bottiglia di champagne. Io, Nick e Griese, brindammo alla memoria di quella stagione irripetibile. L’abbiamo fatto solo quella volta, però. È da parecchio che non facciamo niente del genere”. Qualcosa del genere successe nel 1998, quando Anderson e qualche compagno stapparono una bottiglia quando i Denver Broncos persero la loro prima partita ma, da allora, non è più successo.

La cosa veramente curiosa è come la stagione perfetta fosse arrivata senza che nessuno veramente si aspettasse niente del genere. I Dolphins, nati nel 1966, erano quasi una barzelletta nella Afl ma le cose cambiarono quando, dopo il merger con la Nfl, la proprietà decise di strappare a suon di milioni il grande tecnico Don Shula dai Baltimore Colts. Quello che molti considerano il miglior allenatore di tutti i tempi trasformò una squadra perdente in una macchina perfetta, raggiungendo il primo Super Bowl al secondo anno a Miami. Le cose, però, non andarono affatto come previsto: quando si trovarono di fronte i Dallas Cowboys, persero malissimo, 24-3. Quando la città di Miami pensò di organizzare una parata per celebrare la finale, Shula andò su tutte le furie: “Niente parate per chi ha perso. Risparmiate i soldi per quando vinceremo”.

Il tecnico, già dal volo di ritorno, parlò con ognuno dei suoi giocatori: il suo messaggio era semplice ed efficace:“Ricordate quanto fa male perdere. L’anno prossimo il Super Bowl lo vinceremo noi”. Per settimane Shula fece rivedere il filmato di quella sconfitta devastante ogni singolo giorno: voleva che nessuno dei suoi giocatori dimenticasse presto quella sensazione. Invece di lodare i progressi fatti, il tecnico prendeva a male parole i giocatori, ricordandogli come avessero sprecato l’occasione della vita. Per Shula, uscito sconfitto dal Super Bowl III con Baltimora, vincere quello che sarebbe diventato il Vince Lombardi Trophy era diventato una vera ossessione.

Il trionfo del “Vecchio”

I giochi mentali di coach Shula sembrarono funzionare alla grande, tanto da spingere i Dolphins ad una partenza perfetta, un 4-0 piuttosto netto, a parte lo spavento contro i Vikings alla terza giornata. A conquistarsi le prime pagine, le corse di Csonka ma anche quella che sarebbe diventata famosa come la “No-Name Defense”, un reparto eccezionale nonostante non avesse grandi nomi. Griese era il conduttore d’orchestra, reduce da due stagioni memorabili ma Shula aveva anche voluto un QB più esperto, il 38enne Earl Morrall, come riserva. Lo stipendio pesante, da 90000 dollari all’anno, uno sproposito all’epoca, aveva fatto sensazione ma alla fine l’azzardo di Shula pagò. Nel primo quarto della partita contro i Chargers, infatti, Griese si ruppe la tibia ed ebbe una lussazione alla caviglia, costringendo il tecnico a mettere in campo quello che i compagni di squadra chiamavano, con poca fantasia, “il Vecchio”.

Non lo sapevano ancora ma l’ex quarterback di Baltimora avrebbe vissuto una stagione memorabile, guadagnandosi il titolo di giocatore dell’anno della Afc. Il fullback Larry Csonka, uno dei migliori di sempre, racconta come: “sentii rompersi la gamba di Griese, uno dei momenti più duri della mia carriera. Non fu semplice riprendersi dopo una botta del genere”. Tim Robbie, figlio dell’ex proprietario dei Dolphins, era uno degli assistenti di Shula e rimase di stucco quando Morrall non fece una piega e scese in campo: “Earl era calmissimo. Si sistemò l’elmetto, non disse una parola e iniziò a giocare, come se fosse la cosa più normale al mondo. Quando non sbagliò niente, nonostante tutti aspettassero un suo errore, fu fondamentale per dare coraggio alla squadra”.

“Earl the Pearl”, secondo Csonka, era perfetto per i Dolphins: “Era tutto quello che ci serviva. Non parlava molto ma era tosto come pochi altri in campo. Non faceva le cose di testa sua, si fidava del nostro giudizio”. Quando gli misero nello spogliatoio una sedia a dondolo accettò lo scherzo di buon grado. A 40 anni aveva visto di tutto nel football, niente lo disturbava. Aveva davanti l’opportunità di una vita e non se la sarebbe lasciata sfuggire. Nessuno pensava davvero di riuscire a chiudere la stagione senza sconfitte ma, alla fine, ci volle un pizzico di fortuna. Se contro i Vikings molti se l’erano presa con le decisioni degli arbitri, quando Buffalo si presentò all’Orange Bowl ci volle un errore dei Bills per garantire a Miami la vittoria. Manny Fernandez strappò il pallone alla difesa prima che riuscissero a passare l’ovale al grande O.J. Simpson: senza quel touchdown la stagione perfetta sarebbe finita prima di iniziare. La vigilia di Natale, quando nel Divisional Round arrivarono i Browns, fu una vera e propria battaglia ma a fare la differenza fu una giocata di un giovane, Charlie Babb. Il rookie riuscì a bloccare un punt e segnare un touchdown: quella meta dello special team consentì a Miami di accedere alla finale di conference. Il fatto che la No-Name Defense avesse messo cinque intercetti aiutò non poco. Al timone, come sempre, il Vecchio, quel giocatore sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo.

Gli Steelers e l’apoteosi del Super Bowl

Quando i Dolphins viaggiarono fino a Pittsburgh per l’Afc Championship Game, tutto sembrava giocare contro a Miami. L’attacco degli Steelers era riuscito subito a segnare un touchdown ma grazie ad un fake punt Miami era riuscita a mettersi in posizione ideale per pareggiare. Morrall trovò nella end zone Csonka, ma per il resto del primo tempo furono le difese a dominare. Visto che Griese era nel frattempo guarito, Shula decise di far tornare in campo il quarterback titolare. Alla fine si rivelò ancora la scelta giusta. Gli Steelers, che la settimana prima avevano avuto una delle giocate più famose di tutti i tempi, la celebre Immaculate Reception, furono sorpresi quando il meteo della Pennsylvania decise di dare una mano ai Dolphins. Quel giorno a Pittsburgh, c’era un bel sole e faceva quasi caldo. Griese, che aveva recuperato in pieno dall’infortunio, ci rimase male quando fu costretto a sedere ancora in panchina ma, alla fine, capì perché Shula aveva scelto Morrall: “Coach Shula disse che era stata la decisione più difficile della sua vita ma io stavo bene, ero fresco, non avevo così tante partite sulle spalle. Mi aspettavo che mi mettesse in campo ma volle dare un’ultima opportunità ad Earl”. Col quarterback titolare in campo, la macchina perfetta di Miami tornò a macinare punti, portando a casa il biglietto per il Super Bowl. Alla fine, però, la sconfitta fece bene anche agli Steelers: il grande cornerback Mel Blount dice che “imparammo come, nelle partite importanti, gli errori si pagano caro. Le squadre di coach Shula erano una macchina perfetta, trovavano sempre il modo di avanzare, facendo a pezzi le difese. Quella sconfitta ci insegnò come vincere”.

Incredibilmente, nonostante avessero messo in cascina sedici vittorie, i Dolphins erano dati sfavoriti rispetto a Washington nel Super Bowl. La cosa non passò affatto inosservata a Miami: il defensive end Vern Den Herder, che mise un sack nell’ultimo snap della finale, disse che “ci sembrò una mancanza di rispetto. Ci servì per dare il massimo in campo”. Quel giorno al Los Angeles Memorial Coliseum non ci fu partita: i Dolphins segnarono due touchdown nel primo tempo e dominarono in lungo e in largo la finale. A rovinare quello che sarebbe stato l’unico shutout della storia del Super Bowl, ci si mise una giocata memorabile, quella che a Miami è conosciuta come Garo’s Gaffe.

Nel finale dell’ultimo quarto il kicker Garo Yepremian si presentò dalle 42 yards per un field goal che avrebbe chiuso la stagione da 17 vittorie con un 17 a zero. Gli dei del football, però, hanno uno strano senso dell’umorismo: il calcio fu troppo basso e la difesa lo respinse. Garo, chissà perché, provò a riprendere l’ovale e lanciarlo in avanti ma la palla gli scivolò dalle mani. Il cornerback dei Redskins Mike Bass lo prese al volo e segnò l’unico touchdown per Washington, cosa che fece andare su tutte le furie i Dolphins. Alla fine, però, furono in grado di riderci sopra: Shula confessò che aveva rivisto quella giocata almeno cento volte. È ancora uno degli errori più divertenti della storia della Nfl.

Pochi ricordano la prestazione clamorosa di Jake Scott, che grazie ai suoi due intercetti, fu uno degli unici due safety a vincere il trofeo di Mvp nella finalissima. A vincere quel giorno fu la difesa, quella che tutti avevano preso in giro per essere composta da sconosciuti: fu grazie a loro che Miami guadagnò il suo primo Super Bowl. Il più felice di tutti? Don Shula, portato in trionfo dai suoi giocatori. La maledizione era finita: il fatto che arrivasse alla fine di una stagione perfetta contava poco o niente. Tutti i Dolphins del ‘72 hanno memorie di quel giorno: Griese ricorda di essersi fatto un pisolino sul bus mentre andavano allo stadio, Bass si prenderebbe a pugni per non aver impedito a Garo di combinarla grossa e tanti altri ricordi. Nessuno, però, dimenticherà mai quello che Carl Taseff, uno degli assistenti di Shula, scrisse sulla lavagna nello spogliatoio: “Perfect Season. The Best Team Ever”. Ci sarebbero voluti anni perché quei Dolphins si rendessero conto di quello che avevano fatto. Forse aveva ragione lui, forse quella squadra è davvero la migliore di tutti i tempi.

Una vittoria quasi dimenticata?

Nonostante nessuno da allora sia mai riuscito a ripetere l’impresa di quei Dolphins, la sensazione è che questa mitica vittoria non sia stata celebrata quanto meriterebbe. Certo, otto di quei giocatori di Miami sono nella Hall of Fame ma ci sono voluti parecchi decenni prima che il resto di quel memorabile roster fosse festeggiato a dovere. Come succede spesso, ogni volta che una squadra si avvicina ad eguagliare il record, arriva l’attenzione della stampa: quando nel 2007 i Patriots di Tom Brady arrivarono al Super Bowl XLII dopo ben 18 vittorie, tutti rimasero di stucco quando Eli Manning ed i Giants rovinarono la stagione perfetta di New England. A ridere, ancora una volta, i Dolphins del 1972: gli unici abitanti di Perfectville rimangono ancora loro. Nell’agosto 2013, quando il presidente Obama li invitò alla Casa Bianca, ammise che, nonostante sia un tifoso di Chicago, pensa che siano loro i migliori di sempre, ancora migliori dei leggendari Bears del 1985. 

Nel 2019, per celebrare il centenario della Nfl, un panel di esperti votò i Dolphins del 1972 come la squadra del secolo, cosa che fece ridere Larry Csonka: “Sono stanco di sentire gente che dice che ci hanno nominato i migliori di sempre. Nessuno ci ha regalato niente. Ci siamo presi tutto da soli. Sapevamo già di essere i numeri uno: nessuno ha mai fatto una stagione perfetta”. Den Herder, invece, fu quasi sorpreso: “subito dopo la nostra vittoria, la gente si dimenticò subito di noi. Non avevamo la personalità giusta, c’era sempre una squadra più alla moda di noi. Alla fine, però, si sono accorti anche loro di quello che avevamo fatto”. La risposta di Fernandez a chi gli ricorda come ebbero la fortuna dalla loro parte o come la schedule non fosse così difficile è emblematica: “sono solo chiacchiere. Abbiamo vinto. Fatevene una ragione”.

Anderson, invece, ammette che tutti tengono parecchio al loro record: “Se qualcuno dovesse riuscirci, andremmo a stringergli la mano. Devono giocare più partite, quindi ora è più difficile. Quando i Patriots arrivarono a 35 secondi dal record eravamo tutti un po’ nervosi. Quando i Giants riuscirono a batterli, festeggiammo come pazzi”. Chi non li ha mai dimenticati, invece, sono i tifosi della Florida. Tony Segreto, telecronista che segue le partite dei Dolphins da una vita, dice che “se prendeste tutti i giocatori di Miami oggi e li metteste in una stanza, assieme ai veterani della squadra del 1972 ancora in vita, i veri tifosi dei Dolphins andrebbero tutti da loro. Sono gli unici ai quali chiederebbero un selfie o un autografo. Almeno a Miami, sono ancora delle rock star, delle vere e proprie leggende”.

C’è vita dopo una stagione perfetta?

Di quella stagione leggendaria si sono dette tantissime cose, tanto da riempire libri su libri ma, forse, la storia più bella è quella della No-Name Defense, capace di trasformare un soprannome crudele in una medaglia da portare con orgoglio. Alla fine, però, tutti gli esperti di football sono stati costretti ad ammettere che, forse, quella difesa merita di essere nella lista delle migliori di tutti i tempi. Quando il sito della CBS Sports fece uno dei soliti sondaggi ad effetto, tanto per avere qualcosa di cui parlare nella off-season, il risultato sorprese molti. I Dolphins del 1972 finirono al terzo posto nella classifica, sconfitti dai Bears del 1985 e dagli Steelers del 1975. A Miami si fanno quattro risate: i Bears, quelli stessi che vennero sconfitti 38 a 24 all’Orange Bowl dai Dolphins di Joe Marino? Ci sono ragioni statistiche dietro questa scelta, dal fatto che Chicago nel 1985 riuscì a tenere a zero nella post-season sia i Giants che i Rams prima del devastante 46-10 contro i Patriots nel Super Bowl. La cosa interessante è come Miami riuscì a ripetersi anche nel 1973, anno nel quale la difesa fu ancora più decisiva, vincendo per la seconda volta il Super Bowl contro i Minnesota Vikings. A fare la differenza, però, il fatto che di quel gruppo mitico solo un giocatore sia riuscito ad entrare nella Hall of Fame.

La vita dopo il football è stata piuttosto generosa con i Dolphins: c’è chi ha fondato una charity contro la paralisi, Anderson è stato eletto al senato della Florida, Newman è diventato un giudice mentre Csonka si è costruito una carriera in televisione, diventando popolarissimo in tutta America. Altri, invece, si sono reinventati come allenatori o telecronisti ma i 30 sopravvissuti di quel mitico roster si incontrano ancora regolarmente, almeno una volta ogni cinque anni. Quando si ritrovano, è come se il tempo non fosse mai passato. Il running back Mercury Morris dice che ad accomunarli è l’aver vissuto un’esperienza unica: “è come chi è andato sulla Luna. Solo chi c’è stato sa cosa voglia dire. Nessun altro sa cosa voglia dire vivere dopo una stagione perfetta”. Fernandez dice che la popolarità lo ha aiutato nella carriera di assicuratore, garantendogli una vecchiaia tranquilla. Anderson ammette che, ogni volta che si ritrovano, fa male scoprire che sono sempre meno: “quando coach Shula è morto, abbiamo provato a sorridere, pensando che non sarebbe più venuto ad urlarci in faccia ma eravamo davvero tristi”.

Qualche tempo fa, uno dei giornali più seguiti della Florida, il Sun-Sentinel, ha raccolto in un articolo cosa è successo ad ognuno dei 52 membri dei Dolphins del 1972 e ci si trova davvero di tutto. Il safety Dick Anderson è ancora un assicuratore, Babb ha una ditta di costruzioni, il linebacker Ball passò dagli invincibili Dolphins ai Buccaneers del 1976, che chiusero una stagione senza una sola vittoria, prima di allenare nelle high school della Florida del Sud. Den Herder è tornato in Iowa ed ora fa il contadino mentre il tackle Evans si è dato alla religione, diventando un pastore a Seattle. Bob Griese, uno dei pochi ad essere entrato nella Hall of Fame, è un conosciuto telecronista mentre il running back Jenkins è diventato un magistrato a Boston. Il cornerback Johnson, invece, si reinventò come pompiere ed ora vive a Detroit. Alcuni sono morti giovani, altri continuano a raccontare le storie di quella stagione indimenticabile, anche Garo Yepremian, il kicker che ha saputo trasformare una giocata disastrosa al Super Bowl in un modo per motivare gli altri. Nessuno di loro dimenticherà mai quella stagione irripetibile quando, contro tutto e tutti, riuscirono a diventare delle leggende viventi. Luca Bocci

Jerry Jones.

Solo in America. Quando Jerry Jones rubò i Dallas Cowboys. La storia di come un ex giocatore di football riuscì a comprare la squadra più famosa d'America e trasformarla nella franchigia più ricca del pianeta è piena di curiosità e lezioni per il mondo del calcio nostrano, sommerso dai debiti. Luca Bocci l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’affare del secolo

 Un business di famiglia

 Una scommessa quasi impossibile

 Guadagnare senza vincere? Si può

 Il vero oro nero? Il football

Parlare di sport in America vuol dire che, prima o poi, tocca affrontare il proverbiale elefante nella stanza: i soldi. Sebbene i nostalgici dello sport di una volta non facciano che lamentarsi della deriva commerciale di questa o quella disciplina, difficile immaginare un universo dove il dio denaro sia venerato senza alcun falso pudore. Fare soldi è visto come il fine ultimo dello sport professionistico. Invece di scatenarsi col ditino alzato di fronte al mega-stipendio di questo o quel campione, ci sono tifosi che protestano quando non aumenta lo stipendio al loro idolo. Questo spiega, forse, perché dall’altra parte dell’Atlantico una franchigia che faccia debiti come troppe squadre nostrane sarebbe vista come un’aberrazione da condannare senza se e senza ma.

Alle volte, però, la cosa rischia di sfuggire di mano. 34 anni fa, ad esempio, un ex giocatore di football che aveva fatto qualche soldo riuscì in un’impresa quasi impossibile: comprare per una cifra da record la squadra più famosa, quella che molti continuano a considerare America’s Team. Da allora ha vinto poco ma è riuscito a guadagnare cifre che farebbero impallidire i proprietari delle squadre di Serie A. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nella sterminata metropoli di Dallas per raccontarvi come Jerry Jones riuscì a comprare i Cowboys e trasformandoli nella franchigia più ricca del pianeta.

L’affare del secolo

Per mia fortuna ho passato diverso tempo nel cosiddetto Metroplex, l’immensa conurbazione del nord del Texas che unisce le città di Dallas, Fort Worth e parecchie cittadine dell’hinterland. Per farvi capire quanto è grande, per andare dall’aeroporto internazionale a casa di un mio amico ci sono volute quasi due ore di autostrada, tutte senza uscire dall’area interna della megalopoli. La visita al gigantesco AT&T Stadium di Arlington, gioiello nella corona dei Cowboys, è stata un’esperienza quasi surreale: una vera e propria astronave, costata più di un miliardo di dollari, con un mega-schermo lungo 50 metri sospeso al soffitto e soluzioni tecnologiche che sembravano fantascientifiche, a partire dal tetto retraibile. Nel 1989, le cose per la famosa franchigia resa popolarissima da una serie di vittorie incredibili sembravano però volgere decisamente al peggio. 

Dopo le tante vittorie nello storico Cotton Bowl, il passaggio al nuovo Texas Stadium di Irving, nel 1971, aveva segnato l’epoca più bella e allo stesso tempo più complicata per la squadra più titolata del Lone Star State. I trionfi della prima era Landry avevano lasciato il posto ad una serie di stagioni dimenticabili, tanto da far pensare a molti che i giorni migliori dei Cowboys erano alle loro spalle. L’impianto di Irving era bello, ma era invecchiato male e, soprattutto, costava un patrimonio. Dallas non riusciva più a vincere e continuava ad accumulare debiti. Tutto cambiò dopo la fine della stagione 1988-89, una delle più disastrose di sempre: dopo aver iniziato con un paio di vittorie, i Cowboys di Landry infilarono dieci sconfitte consecutive, nonostante l’arrivo del promettente ricevitore Michael Irvin. La vittoria in trasferta contro i Redskins sembrò il canto del cigno dell’uomo col cappello, la fine di un’era che sembrava eterna. Qualcosa doveva cambiare e in fretta. 

Pochi, però, si sarebbero immaginati che l’uomo a segnare la rinascita dei Cowboys sarebbe stato un ex giocatore di football universitario, un offensive lineman che aveva vinto il titolo nazionale con Arkansas nel 1964. Quando si presentò nell’ufficio di Harvey Bright e Stemmons Freeway, i proprietari dei Cowboys, mise sul tavolo un pezzo di carta con una cifra inaudita per l’epoca: 140 milioni di dollari. Quella stretta di mano del 25 febbraio 1989 avrebbe cambiato la storia della franchigia ma Jerry Jones si era indebitato fino ai capelli. 34 anni dopo, per comprare i Dallas Cowboys non basterebbero 10 miliardi di dollari. Anche considerando l’inflazione, è stato davvero l’affare del secolo. 

Un business di famiglia

La storia di come questo uomo d’affari che aveva fatto fortuna con l’industria petrolifera si ritrovò proprietario della squadra più ricca del pianeta è piena di episodi e curiosità. Per celebrare i 30 anni dall’affare, uno dei giornali principali del Texas, il Dallas Morning News, dedicò un articolo ai tanti retroscena che coinvolsero la famiglia di Jerry Jones, coinvolta fin da subito nella rischiosa impresa. La figlia Charlotte ricorda come, cinque settimane prima della firma, il padre ed il figlio maggiore fossero a San Diego per una conferenza quando lessero che i Cowboys erano in vendita. Il patriarca si mise a fare qualche chiamata, decidendo di andare direttamente a Dallas per verificare i conti della franchigia. Invece di tornare a Little Rock, Jerry decise di usare l’inaugurazione del presidente George H.W. Bush per indire una riunione di famiglia: non si sarebbe mai lanciato in un’impresa tanto rischiosa senza avere l’assenso della moglie e dei tre figli. 

Prima di prendere la macchina ed andare al ballo di gala presidenziale, fece scoppiare la bomba: voglio comprare i Dallas Cowboys. Il figlio Jones ricorda la reazione della famiglia: “Pensavamo fosse impazzito, perché sulla carta era un pessimo affare. Ma, guardandolo, capimmo che se c’era una persona al mondo capace di rendere quella squadra un successo era lui. La sua passione ed energia erano incredibili”. Nelle due ore, Jerry spiegò come gli analisti finanziari si fossero detti contrari e quanto lavoro ci sarebbe voluto da parte di tutti per far funzionare un azzardo del genere. La moglie Gene ricorda chiaramente quanto fossero nervosi: “Sapevamo che le nostre vite non sarebbero mai più state le stesse”. Dopo un fine settimana di discussioni serrate, presero la decisione più importante della loro vita.

34 anni sono volati in un batter di ciglia, ma di cose ne sono successe davvero tante: tre Super Bowl vinti, uno stadio tra i più belli al mondo, un centro di allenamento all’avanguardia e tanti, tantissimi soldi. Jerry non nasconde la sua soddisfazione: “Non ho lavorato un giorno in questi trent’anni. Ogni giorno ho avuto occasione di crescere; senza la NFL ed i Cowboys non sarei quello che sono”. La lezione più importante che ha imparato: “Se puoi fare qualcosa che ti ispira così tanto, crescerai molto. Non ti preoccupare dell’entusiasmo o delle idee: sono molto più carico oggi di quanto lo fossi allora”. La cosa più bella? L’intera famiglia è coinvolta: nonostante i tanti alti e bassi, le infinite polemiche e tutto il resto, non cambierebbe una virgola. Il futuro? A sentire i Jones, nessun dubbio: “I prossimi 30 anni saranno ancora migliori”. 

Una scommessa quasi impossibile

A sentire il report pubblicato recentemente da Forbes, l’impero che Jerry Jones ha costruito in quel di Dallas è il terzo più ricco al mondo, valutato una cifra poco superiore agli 11 miliardi di dollari. Il City Football Group, il più ricco del calcio, vale meno della metà: il fondo RedBird del discusso proprietario del Milan Jerry Cardinale, poco più di 3,5 miliardi di dollari. Per arrivare a vette del genere la strada non è stata affatto semplice, come ha confessato lo stesso patriarca qualche tempo fa al podcast dell’esperto di NFL Adam Schefter. Quando gli ha chiesto di ricordare come fossero le cose quando entrò per la prima volta negli uffici dei Cowboys, Jones ammette che la situazione era quasi disperata. Ci vollero parecchi colpi di fortuna per evitare che la barca affondasse di schianto: nonostante fosse la più popolare d’America, la franchigia del North Texas sembrava condannata. “All’inizio il club stava perdendo soldi. Quando li ho comprati, i Cowboys stavano perdendo più di un milione di dollari ogni singolo mese”. 

Aggiustate per l’inflazione, le perdite operative equivalgono a 2,44 milioni al mese ma la situazione, se possibile, era ancora più disperata. Visto che non poteva raccogliere così tanti soldi in contanti, Jones era stato costretto a fare parecchi debiti in un momento decisamente negativo, coi tassi d’interesse alle stelle. Dal punto di vista finanziario, una pessima decisione, che presentava un conto da far rabbrividire. “L’interesse sull’investimento fatto per comprare il club era di altri milioni di dollari al mese, all’11% di interesse netto. Tradotto in termini pratici, qualcosa come 100000 dollari al giorno”. Aggiorniamo anche questa cifra ed in ogni singolo mese dell’anno, la famiglia Jones avrebbe dovuto tirar fuori non si sa bene da dove quasi dieci milioni di dollari. Eppure Jerry aveva ragione: il potenziale finanziario dell’immensa tifoseria dei Cowboys era prezioso. Bastava sapere come trasformarlo in soldi e le cose sarebbero andate sempre meglio. Nonostante all’epoca la cifra pagata avesse fatto impressione (nessuno prima di lui aveva pagato più di 100 milioni per una franchigia), l’investimento ha dato risultati inauditi. Nel 2021 la franchigia ha avuto un fatturato di oltre 1100 milioni e un margine operativo impressionante: oltre 460 milioni dopo aver pagato gli stipendi e le varie spese fisse.

Guadagnare senza vincere? Si può

I risultati, almeno all’inizio, sembrarono dare ragione all’uomo d’affari dell’Arkansas. Finita l’era Landry, si affidò al talento anarchico di Jimmy Johnson, trovando un quarterback memorabile come Troy Aikman e costruendo una squadra quasi imbattibile. Dopo tre Super Bowl in quattro anni, i Cowboys sembravano pronti a dominare il 21° secolo. Dal 1995, invece, solo delusioni per le legioni di tifosi di Dallas. America’s Team è spesso finita fuori dai playoff, senza mai riuscire ad avanzare oltre al secondo turno della post-season. La cosa veramente incredibile è come questo periodo estremamente negativo dal punto di vista sportivo non abbia influenzato negativamente i guadagni. L’unica squadra al mondo valutata oltre gli 8 miliardi di dollari sembra inarrestabile: nonostante la pandemia, negli ultimi tre anni i Cowboys hanno avuto un margine operativo superiore ai 1170 milioni di dollari. La seconda squadra in classifica, i New England Patriots, sono quasi mezzo miliardo indietro, nonostante aver perso Tom Brady e non essersi qualificati alla post-season dall’addio del quarterback più vincente di sempre. 

Il resto della classifica di Forbes è davvero intrigante, visto che ci sono squadre come i New York Knicks o gli Houston Texans (404 e 356 milioni di profitto operativo rispettivamente) che hanno vissuto tre stagioni quasi disastrose. A quanto pare, quindi, nonostante gli infortuni a Dak Prescott, l’involuzione di Zeke Elliott, la discutibile gestione di coach McCarthy, Dallas continua a fare soldi come se non ci fosse un domani. I diritti televisivi sono importanti, ma il vero genio della famiglia Jones sta nel marketing e nel trovare modi creativi per usare al meglio lo splendido stadio di proprietà. Più che nella scelta dei tecnici o dei giocatori, Jerry Jones è imbattibile nell’estrarre soldi anche da una roccia. A questo punto si capisce perché il proprietario dei Cowboys abbia più volte detto che rifiuterebbe anche un’offerta da dieci miliardi: “Voglio essere estremamente chiaro, così da non dovermi ripetere ancora. Non lo farò mai, non venderò mai i Cowboys, neanche morto”. 

Il vero oro nero? Il football

L’ottantunenne patron dei Cowboys non disdegna certo di apparire davanti alle telecamere. È l’unico proprietario della NFL a concedere regolarmente interviste nel post-partita, tanto che a fare notizia è spesso più lui dello stesso allenatore. La passione per il football è innegabile, come la sua ossessione per il quarto Super Bowl, trionfo che continua a sfuggirgli anno dopo anno, ingaggio milionario dopo ingaggio milionario. La cosa veramente strana ai nostri occhi è come tutta questa passione non solo non gli sia costata un patrimonio ma come l’abbia fatto diventare molto più ricco di una volta. Il parallelo con la famosa battuta di un proprietario di una squadra inglese è stridente: “Vuoi diventare un milionario? Compra una squadra di calcio quando hai almeno un miliardo”. Jerry Jones ha invece vissuto un percorso opposto, usando il football per fare una montagna di soldi. Aveva iniziato come un wildcatter, un imprenditore specializzato nel trivellare pozzi in terreni considerati improduttivi, un’impresa ad altissimo rischio dove fallire è la norma più che l’eccezione. Con il prezzo del petrolio alle stelle visto l’embargo dell’OPEC, l’azzardo pagò, tanto da convincerlo a rimanere nell’industria petrolifera. 

La dea bendata gli diede sicuramente una mano: senza le chilometriche file ai distributori probabilmente non avrebbe mai avuto abbastanza successo da convincere i finanziatori a prestargli così tanti soldi per un’operazione tanto rischiosa come l’acquisto dei Cowboys. C’è voluto però del genio per capire che dietro alla facciata scalcinata si nascondeva un affare memorabile. Vista la sua passione per il football, Jerry Jones si rese conto che le franchigie erano gestite malissimo, considerate più come status symbol che come imprese da gestire in maniera professionale. Nel 1989 mettere a rischio i suoi affari nel gas naturale o nel petrolio per comprare una ditta che perdeva milioni di dollari al mese sembrava una pazzia. 34 anni dopo, ha avuto la soddisfazione di ridere in faccia a tutti i suoi critici.

Con l’aiuto dei suoi figli, che lavorano tutti con lui, quella squadra scalcagnata si è trasformata in un vero e proprio impero, studiato con attenzione nei corsi di marketing e gestione aziendale. Nessuno avrebbe mai pensato che la passione per undici uomini che rincorrono un pallone sarebbe stata più preziosa dell’oro nero ma i numeri non mentono. Da quando ha preso il controllo dei Cowboys, la famiglia Jones ha accumulato ricchezze per oltre 8 miliardi di dollari. Riuscire a farlo senza vincere un titolo in quasi trent’anni ha del miracoloso. Possibile che qualcuno alle nostre latitudini riesca a leggere questa storia senza lasciarsi prendere la mano dal solito moralismo peloso, dall’anticapitalismo che ha pervaso ogni ambito della nostra società? Fossi in voi non ci scommetterei un solo centesimo ma la speranza è l’ultima a morire. 

Una cosa è certa: molti dei potenti del calcio nostrano farebbero bene a studiare la vicenda di Jerry Jones con molta attenzione. Gli investitori americani che fanno la fila per comprare le squadre della nostra Serie A sperano di ripetere la sua impresa, magari in piccolo. Per loro fare profitto non è un peccato: è l’unica ragione per giocare. Piaccia o non piaccia, anche nello sport vince chi mette da parte più soldi. Se poi arrivano i titoli, meglio, ma non è l’obiettivo principale. I benpensanti ed i nostalgici scuotano pure la testa ma la strada verso il futuro l’ha indicata nel 1989 quel simpatico pirata dell’Arkansas. Ignorate le sue lezioni a vostro rischio e pericolo.

Yogi Berra.

Yogi Berra, il Trapattoni d’America. La storia del profeta di Cusano Milanino è simile a quella di un altro nipote della provincia lombarda, un grande giocatore di baseball diventato famosissimo più per le sue battute sgrammaticate che per le straordinarie imprese sul diamante. Luca Bocci il 26 Aprile 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Un campione "normale"

 Dalla guerra alla gloria

 Un allenatore sui generis

 La filosofia di Yogi

 Yogi come l'orso? Esattamente

 Un grande italo-americano

Fare paralleli tra sport talmente diversi come il calcio ed il baseball è decisamente azzardato ma, ogni tanto, le similarità sono troppo evidenti per essere ignorate. Come nel gioco più amato al mondo, anche gli appassionati del “passatempo nazionale” non fanno che paragonare le carriere dei campioni del passato con le stelle di oggi Capita anche in questo sport che alcuni grandi stelle riescano ad avere successo anche in panchina. Non è invece normale che siano i campionissimi a riuscire a ripetersi anche da allenatori. Riuscirci, poi, diventando non solo popolari ma facendosi voler bene praticamente da tutti è quasi impossibile. Eppure, ogni tanto, capita. Pensate a Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino: grande giocatore con la maglia del Milan e dell’Italia, passato poi sulla panchina per vincere tutto quel che c’è da vincere con la Juventus.

A renderlo però universalmente amato furono le sue battute storiche, dal famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco” alla fantastica conferenza stampa in un tedesco maccheronico ai tempi del Bayern. Per quanto davvero unico, c’è un altro personaggio che, dall’altra parte dell’Atlantico è riuscito a fare un percorso simile a quello del Trap ma, se possibile, ancora più in grande. Se il Trap era un buon giocatore, questo ragazzo nato a St. Louis è considerato da molti uno dei più grandi di tutti i tempi. Se il talento lombardo vinse molto da giocatore, certo non riuscì ad arrivare ai 10 anelli collezionati dal campione del Missouri. Una cosa li accomuna: le loro battute sono entrate a far parte della cultura popolare, rendendoli immortali. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nel New Jersey per raccontarvi la storia di Yogi Berra, figlio di immigrati italiani che è riuscito a diventare famosissimo sia da giocatore che da allenatore, grazie anche ad una serie di massime davvero memorabili ed un cartone animato famoso in tutto il mondo.

Un campione "normale"

Sebbene tutti in America lo conoscano con il suo famoso soprannome, quando nacque nel quartiere italo-americano di St. Louis il 12 maggio 1925, questo figlio di italiani arrivati da poco nell’ultima grande ondata di emigrazione era stato battezzato con un nome poco comune da quelle parti: Lorenzo Pietro Berra. Il padre Pietro era originario di Malvaglio, frazione di Robecchetto con Induno, in provincia di Milano, trasferendosi in America il 18 ottobre 1909 a 23 anni. Dopo qualche anno sarebbe stato raggiunto dalla fidanzata Paolina Longoni, per mettere su casa nel quartiere chiamato The Hill, dove risiedeva buona parte della comunità italiana. Il padre lavorava in una fabbrica di mattoni e certo non si sarebbe mai immaginato che Lorenzo avrebbe giocato con superstar del calibro di Joe DiMaggio o Mickey Mantle, diventando una presenza familiare in tutti gli Stati Uniti. 

Sebbene la famiglia Berra non navigasse nell’oro, l’infanzia di Lorenzo fu felice e l’ha ricordata spesso nella sua autobiografia, pubblicata qualche anno fa. Dagli anni passati alla high school, la South Side Catholic, a quando il padre tornava a casa alle 5 del pomeriggio ed i figli mollavano tutto per portargli una lattina di birra. Non si scherzava con Pietro Berra, era un padre molto severo, sapeva che per farsi strada nel nuovo mondo sarebbe stato necessario lavorare duramente. Quando non vendeva giornali all’angolo della strada per fare qualche soldo, Lorenzo amava lo sport. Non era molto alto o molto atletico ma aveva una grande passione. Da buon italiano, il calcio era il sogno ma agli americani non piaceva. Per questo iniziò a giocare con loro a baseball, dovunque fosse possibile, dalla mattina alla sera, senza sosta. 

Lorenzo non era l’atleta più dotato in famiglia, suo fratello Antonio era molto più bravo ed avrebbero potuto farcela nello sport professionistico. Pietro Berra, però, non ne voleva sapere: “Andate a lavorare, non perdete tempo col baseball, portate lo stipendio a casa”. A questo punto furono loro a chiedere al padre di lasciar seguire il suo sogno almeno al piccolo di casa. Lorenzo, qualche anno dopo, lo prendeva in giro, dicendogli che se avesse lasciato provare anche i suoi fratelli sarebbe diventato milionario. La risposta di papà Pietro? “Prenditela con tua madre”. Alla fine, anche se a mamma Paolina non andava a genio, Lorenzo si gettò anima e corpo nello sport, lasciando la high school per entrare nelle giovanili dei New York Yankees. Non lo sapevano ma sarebbe stata la scommessa migliore della famiglia Berra.

Dalla guerra alla gloria

Il cammino di Lorenzo verso la gloria non fu né lineare né semplice. Dopo una stagione passata con gli Yankees, si arruolò nella Marina per combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Al contrario di molti altri atleti, che continuavano a giocare anche in divisa, Berra andò in prima linea, combattendo anche nell’invasione della Normandia, mettendo più volte a rischio la sua vita. A soli 19 anni il mitragliere di una nave supporto si ricoprì di gloria, finendo con una Purple Heart, la medaglia per chi è ferito in servizio, due medaglie individuali e una citazione per la sua unità, una carriera davvero inusuale per un atleta. Tornato alla vita civile riprese a giocare a baseball, passando nella prima squadra verso la fine della stagione nel 1946. Dopo tre anni divenne il catcher titolare, iniziando a diventare decisivo anche sul piatto di battuta, mettendo una media di 20 fuoricampo dal 1949 al 1958, conquistando il titolo di MVP dell’American League per tre volte, fatto più unico che raro per un catcher. La sua carriera a New York è senza uguali: dieci World Series su quattordici finali giocate, mettendo una serie di record durati decenni, dal numero di fuoricampo per un catcher al numero di partite senza un singolo errore.

Kurt Warner.

Kurt Warner, il commesso che vinse il Super Bowl. Luca Bocci il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alcune storie di sport americane sono talmente perfette da sembrare finte. Quella del quarterback dei St. Louis Rams, passato da commesso di supermercato a campione del mondo in pochi anni, è stata raccontata dal film "American Underdog"

Tabella dei contenuti

 Una vita straordinaria

 La sua storia? Meglio del film

 Il colpo di fortuna

 L'incontro della vita

 Dalla tragedia al matrimonio

 "Senza di lei non ce l'avrei fatta"

 Le omissioni del film

 L'underdog nella Hall of Fame

I critici degli sport americani sono soliti dire che sembrano migliori di quelli europei solo perché sono raccontati meglio, perché vengono resi più interessanti, al punto di essere in buona parte falsi. A parte qualche eccezione come il wrestling, i vari sport popolari dall’altra parte dell’oceano sono assolutamente veri, ma sanno come valorizzare al meglio quello che hanno. Uno dei temi più cari alla narrazione americana è il mito dell’underdog, il talento sfortunato, nato nel posto sbagliato, trascurato dalla fortuna che, però, tiene duro ed approfitta al meglio dell’unica opportunità che gli concede il destino. Storie del genere esistono anche dalle nostre parti, dall’avanti del Milan Junior Messias, passato da magazziniere a campione d’Italia o anche Luca Toni, dato per finito mille volte prima di alzare al cielo la Coppa del Mondo, ma abbiamo una certa reticenza a celebrarle fino in fondo.

In America, invece, non si fanno problemi del genere: quando vedono una bella storia la propagandano in ogni modo. Poche di queste storie sono straordinarie come quella di un giocatore di un piccolo college dell’America profonda che, dopo aver visto evaporare il sogno della NFL, era stato costretto a lavorare in un supermercato. Eppure, nel giro di pochi anni, quello stesso giocatore avrebbe alzato al cielo il Vince Lombardi Trophy, portando i suoi St. Louis Rams al primo Super Bowl di sempre. La sua storia, raccontata due anni fa nel film “American Underdog”, è allo stesso tempo straordinaria, commovente e rivelatoria di come, in fondo, il mito della terra delle opportunità non sia ancora morto del tutto. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nel Midwest degli Stati Uniti per raccontarvi la vita di Kurt Warner, il commesso che vinse un Super Bowl.

Una vita straordinaria

A prima vista, la storia di questo quarterback sembrerebbe particolare ma non degna di un film con tanto di star hollywoodiane e budget miliardario. Kurtis Eugene Warner è nato il 22 giugno 1971 a Burlington, piccola cittadina dello stato dell’Iowa, famoso solo per gli sterminati campi di grano e che sia il primo dell’Unione a tenere le primarie per le elezioni presidenziali. Kurt se la cavava benino nel football ma non abbastanza per garantirsi una borsa di studio per una delle grandi università che dominano il campionato NCAA. Aveva quindi dovuto accontentarsi dell’università locale, quella del Northern Iowa, faticando molto per trovare posto nella prima squadra.

Ci riuscì nell’ultimo anno, il quinto, solitamente non un gran segno di un futuro brillante nello sport professionistico. Le cose, in effetti, dopo essersi laureato non andarono secondo i suoi piani: nel 1994 fu selezionato da una delle superpotenze della NFL, i Green Bay Packers ma non entrò a far parte del roster della squadra, venendo “tagliato”. Dopo aver aspettato mesi per una telefonata da altre squadre, fu costretto a rassegnarsi ad una vita “normale”, accettando un posto da commesso notturno in un supermercato per mantenere la famiglia.

La sua voglia di football, però, era troppa, tanto da fargli accettare di giocare nella squadra locale della Arena Football League, una sorta di versione rustica del football regolare, tutta lanci, violenza e spettacolo. Dopo tre stagioni convincenti, nel dicembre 1997 fu notato dai St. Louis Rams e firmò un contratto con la franchigia del Midwest. Dopo un anno passato ad Amsterdam nello sfortunato campionato europeo organizzato dalla NFL, dove fece molto bene, fu richiamato in patria per fare da rimpiazzo al quarterback titolare. Sebbene molti lo considerassero già troppo anziano e poco mobile, riuscì a trovare un posto in squadra, trasformando i Rams in una squadra tanto spettacolare quanto efficace. La stagione 1999, che li vide vincere 13 partite e perderne solo 3, diede origine al mito del “greatest show on turf”, il più grande spettacolo visto in campo, un attacco tanto incredibile da garantire ai Rams il trionfo nel Super Bowl per la prima volta nella storia della franchigia.

Warner vinse il titolo di Most Valuable Player, dominando la lega in touchdown segnati, passer rating e percentuale di lanci completati. Due anni dopo, riuscì a trascinare i Rams ad un altro Super Bowl, solo per venire sconfitto dai Patriots del giovanissimo Tom Brady, per poi entrare in un declino tanto repentino quanto inspiegabile. Nel 2005, quando tutti lo davano per finito, andò agli Arizona Cardinals, ritrovando la forma di una volta. Tre anni dopo mise una stagione memorabile, portando la franchigia al Super Bowl. Il confronto con i Pittsburgh Steelers, però, fu troppo per Warner e soci, che finirono sconfitti di misura. Dopo aver perso nei playoff contro i Saints l’anno dopo, appese gli scarpini al chiodo, il secondo nella storia ad aver partecipato a due finalissime con due squadre diverse. Alla prima opportunità, nel 2017, venne indotto nella Football Hall of Fame, come uno dei migliori quarterback di tutti i tempi.

La sua storia? Meglio del film

Una bella storia di sport, non c’è dubbio, ma per capire cosa la renda davvero straordinaria bisogna scendere nei dettagli, quelli raccontati con dovizia di particolari dallo stesso Kurt nella sua fortunata autobiografia, pubblicata nel 2009. A fare particolarmente impressione è il numero di ostacoli e problemi che ha dovuto superare per realizzare il suo sogno da bambino, vestire la maglia di una franchigia professionistica e giocare nella NFL. La sfortuna, in effetti, non c’era andata leggera col ragazzo dell’Iowa, costringendolo a dare fondo a tutte le sue riserve di determinazione e grit, parola intraducibile che assomiglia a quella “resilienza” che oggi va tanto di moda.

Dopo esser stato tagliato dai Packers nel 1994, Kurt si rimboccò le maniche, facendo l’impossibile per mantenere la famiglia. Visto che il posto da assistente dell’allenatore della sua vecchia università pagava pochissimo, accettò di fare il commesso nel turno di notte ad un supermercato locale, guadagnando la miseria di 5,50 dollari all’ora. Le spese erano talmente tante che spesso non ce la faceva a pagare l’affitto, tanto da dover accettare controvoglia di trasferirsi nella cantina della casa dei genitori della sua ragazza.

Nonostante tutto, però, Warner continuava ad allenarsi e inseguire il suo sogno di giocare nella NFL. Nel 1996 riuscì ad ottenere un provino per un’altra squadra importante, i Chicago Bears ma, ancora una volta, la Dea Bendata gli voltò le spalle. Kurt ha raccontato la storia un paio di anni fa ad un podcast americano. Prima di sapere se i Bears gli avrebbero concesso la possibilità di entrare in squadra, si era sposato ed era andato in luna di miele in Giamaica per qualche giorno. Appena gli fecero sapere che si sarebbe potuto giocare le sue carte, non ebbe nemmeno il tempo di festeggiare, visto che un insetto lo aveva punto proprio sul gomito del braccio che usava per lanciare il pallone. “Ad oggi non so ancora cosa sia che mi abbia punto, ma non potevo assolutamente giocare. Il gomito mi gonfiò talmente tanto da diventare grosso come un pompelmo”.

I dottori dissero che poteva esser stato un ragno o un millepiedi velenoso ma poco importava: ancora una volta il sogno di Kurt era andato in pezzi senza che potesse farci niente. Cosa fece? Niente di che, continuò a giocare lo stesso, segnando touchdown su touchdown con i suoi Iowa Barnstormers, guadagnando poco ma sperando che, prima o poi, la fortuna avrebbe sorriso anche a lui. Non lo sapeva ancora, ma la sua tenacia sarebbe stata ripagata, portandolo finalmente dalle stalle alle stelle.

Il colpo di fortuna

Per chi ha visto il film “American Underdog” sembra come se, una volta firmato il contratto coi Rams, tutto fosse già scritto per il povero Kurt Warner. In realtà le cose andarono in maniera molto diversa: nonostante avesse fatto benissimo ad Amsterdam, quando entrò finalmente nel roster di St. Louis, pochi avrebbero scommesso un centesimo su di lui. Nella stagione del 1998 giocò pochissimi minuti e quando i Rams firmarono un contratto con Trent Green, sembrava che il posto da QB1 fosse al di fuori dalla sua portata. Eppure, come sarebbe successo un paio di anni dopo a Tom Brady, fu un infortunio a spianargli la strada.

Durante un incontro amichevole coi Chargers, Green venne placcato da Rodney Harrison, finendo la stagione prima di aver debuttato coi Rams. Coach Dick Vermeil si rese conto che non c’era tempo di trovare un quarterback affidabile e decise di scommettere sul rimpiazzo. Durane una conferenza stampa, Vermeil disse che la squadra “si sarebbe stretta attorno a Kurt Warner, giocando il nostro football migliore”. Più tardi ammise che non era affatto sicuro che ce l’avrebbe potuta fare davvero ma non aveva altra scelta. Per sua fortuna, Warner aveva imparato parecchio giocando nelle arene, tanto da mettere una stagione davvero memorabile.

Non fu certo una passeggiata di salute, però, specialmente quando si trattò di convincere l’offensive coordinator Mike Martz, che avrebbe voluto sbarazzarsi al più presto di Warner. Kurt, poco dopo l’uscita del film, ricorda come fu tentato più volte di mollare tutto, tanto si sentiva sotto pressione. “La dinamica tra me e Mike nel film è quasi perfetta. Per rendermi pronto a giocare in prima squadra mi mise davvero sotto torchio. Dopo che ero stato nominato titolare mi disse che avevano dovuto mettermi quanta più pressione possibile per vedere se riuscivo a reggere e non mollare. Non fu un periodo semplice. Ricordo che durante il training camp chiamavo mia moglie dicendo che non potevo farcela, che volevo mollare. In allenamento l’unica cosa che sentivo era ‘fai schifo, devi fare meglio’, nient’altro”.

Mike Martz, qualche anno dopo in un podcast ammise che era stato parecchio duro con Warner: “Nella preseason mettemmo molta pressione su Kurt, lo trattai con molta durezza ma lui rispose come meglio non avrebbe potuto. Quando iniziammo il camp sentivo che in vita sua non si era mai trovato in situazioni estreme, dovevamo vedere come avrebbe risposto. Fui estremamente duro con lui, tanto da rendergli la vita un inferno, massacrandolo ogni giorno in allenamento. Ero sicuro che avrebbe fatto di tutto per farmi smettere ma tenne duro. Rispose talmente bene da fare grossi passi avanti, meglio di come ci saremmo aspettati”.

Martz e Vermeil giurano che senza questa pressione l’attacco dei Rams, tanto straordinario da meritarsi un soprannome veramente pesante, non avrebbe fatto così bene. Il risultato fu evidente a tutti il 30 gennaio 2000, quando nel Super Bowl XXXIV i St. Louis Rams sconfissero in maniera convincente i Tennessee Titans, alzando al cielo per la prima volta il trofeo più prestigioso del football. Vincere con un rookie anziano? Chi se lo sarebbe mai aspettato? Qualcuno che fin dai tempi dell’università non aveva mai lasciato il fianco del suo Kurt e che, caso più unico che raro, è con lui ancora oggi: sua moglie Brenda.

L'incontro della vita

Il rapporto tra gli attori Zachary Levi e Anna Paquin è il centro emozionale del film del 2021 ma sembra troppo bello per essere vero. Incredibilmente, tutti i dettagli della storia d’amore tra Kurt e Brenda Warner sono precisi, visto che sono stati proprio loro a seguire da vicino la produzione del film. La coppia si incontrò proprio come narrato nel film, in una serata del 1993, in un bar vicino al campus dell’università del Northern Iowa. Kurt era il quarterback titolare della prima squadra e studiava comunicazioni pubbliche, mentre Brenda, quattro anni più grande, aveva alle spalle un’esistenza molto più complicata. In un’intervista a Fox 2 News, è proprio lei a ricordare il loro primo incontro. “Appena entrò nel bar, tutti iniziarono a dire ‘Kurt è arrivato’ e io non volevo avere niente a che fare con lui. Aveva i capelli tutti impomatati ed era circondato dalle ragazzine del college. Invece di approfittarne, lui faceva come se niente fosse, comportandosi diversamente dai suoi compagni di squadra”. Appena si fece avanti, Brenda gli fece subito sapere che aveva due figli e un divorzio alle spalle, sicura che non si sarebbe fatto più vivo. Il mattino dopo, invece, si presentò con una rosa in mano, chiedendo di incontrare i suoi bambini.

Brenda aveva fatto una grande impressione su Kurt, che ricorda cosa pensò subito dopo averla incontrata. “C’era qualcosa di diverso in lei, qualcosa che la rendeva diversa dalle altre. Non era come le altre ragazze al bar o le donne che avevo incontrato fino a quel momento. Quando mi disse che aveva un divorzio alle spalle e due bambini, non ci feci caso più di tanto”. Brenda, nata in Arkansas, si era arruolata nei Marines, diventando caporale, ma aveva dovuto lasciare il Corpo nel 1990 dopo che il suo figlio era rimasto gravemente ferito in un incidente domestico. Il figlio Zack era infatti caduto dalle braccia del padre Neil per un crudele scherzo del destino, perdendo quasi completamente la vista e subendo deficit intellettivi.

Neil non si perdonò mai questo incidente, tanto da condurre la coppia al divorzio. In un’intervista al Los Angeles Times, Brenda raccontò come Neil avesse avuto un tumore al cervello e fosse sottoposto a crisi epilettiche, tanto da renderlo inabile al lavoro. Una vita molto complicata, pochi soldi e un bagaglio emotivo che avrebbe fatto scappare a gambe levate chiunque. Kurt, invece, era rimasto con loro, facendo di tutto per tirare avanti. Quando si sposarono nel 1997, Warner adottò immediatamente Zack e la sorella Jesse, dando il via ad una famiglia che si sarebbe ingrandita negli anni. Oggi Kurt e Brenda hanno avuto altri cinque bambini ed il loro matrimonio rimane solidissimo, un fatto più unico che raro.

Dalla tragedia al matrimonio

Il lieto fine non era arrivato senza un altro colpo mancino che avrebbe potuto rovinare anche il rapporto più solido: la morte dei genitori di Brenda nel 1996, quando la loro casa di Mountain View fu spazzata via da uno dei tanti tornado che colpiscono ogni anno l’Arkansas. Paradossalmente, fu proprio questa tragedia a spingere Kurt a sposare la sua Brenda. Nel film sembra che i due fossero ancora poco convinti quando la tragedia colpì la loro famiglia ma la moglie dell’ex QB dei Rams ricorda le cose in maniera diversa. “Stavamo insieme da quattro anni ma non aveva ancora deciso se ero davvero la persona giusta. Quando i miei genitori sono morti ho ripensato il nostro rapporto. Cosa è importante, cosa voglio da questa relazione, ci sarai anche tra 10 anni? Penso che fu più Kurt a cambiare marcia. Io sapevo che era la persona giusta per me, anche se non era certo semplice uscire con una come me. Ci volle questa tragedia per convincerlo a chiedermi di sposarlo”.

Kurt ammise in un’altra intervista che aveva qualche dubbio. “Specialmente quando ci siamo incontrati ero un ragazzino che sognava di giocare nella NFL. Abbiamo iniziato ad uscire, tutto andava bene ma non ero del tutto convinto. Quando successe quella tragedia, tutto diventò maledettamente serio”. Fu in quel momento che capì di dover rendere tutto ufficiale, non solo per Brenda ma anche per rassicurare i suoi figli. “Fu un momento chiave nella mia vita in molti aspetti diversi, mi convinse a mettere da parte i dubbi. Mi dissi: ‘non serve a niente stare qui a rimpiangere il passato, hai una famiglia che ha bisogno di te o qualcun altro che si rimbocchi le maniche e li aiuti ad andare avanti dopo questa tragedia’. Da quel momento in avanti, le cose si mossero molto in fretta". L’11 ottobre 1997, quattro anni dopo il loro primo incontro, Kurt e Brenda si sposarono a Cedar Falls, Iowa. La cerimonia avvenne nella chiesa luterana di St. John, la stessa dove, un anno prima, si erano tenuti i funerali dei genitori di Brenda. Le loro vite non sarebbero più state le stesse.

"Senza di lei non ce l'avrei fatta"

Uno degli aspetti della vicenda di Kurt Warner che il film ha deciso di ignorare è uno dei più essenziali nella sua esistenza: la sua profonda fede cristiana. Subito dopo aver vinto il suo primo Super Bowl, intervistato dal cronista della ABC Mike Tirico, con centinaia di milioni di spettatori che lo stavano vedendo, invece di rispondere alla domanda, Kurt Warner decise di ringraziare chi l’aveva condotto fino a quel momento di gloria. “Prima di tutto devo ringraziare il mio Signore e Salvatore su in cielo – grazie Gesù”. Non fu una sparata casuale, una mossa calcolata per ingraziarsi quella America profonda che gli aveva dato i natali: la fede è sempre stata la stella polare dell’esistenza sia di Kurt che di Brenda Warner. Se i registi del film, i fratelli Erwin, hanno deciso di glossare su questo aspetto poco popolare ad Hollywood, Kurt aveva dichiarato al Los Angeles Times che fu la profonda fede di Brenda a convincerlo che era la persona giusta per lui. La moglie, poi, non ha mai nascosto come senza l’appoggio della fede, non avrebbe potuto reggere all’incidente del figlio o alla morte improvvisa dei genitori.

Vedere il proprio rapporto dipinto sul grande schermo è una prospettiva capace di innervosire chiunque, specialmente visto che il rapporto tra Hollywood e la cristianità non è mai stato semplice. Per non saper né leggere né scrivere, Kurt e Brenda sono stati coinvolti in ogni aspetto della produzione del film fin dal primo momento. Mentre Kurt dava consigli a Zachary Levi su come tirare un pallone da football e come muoversi in maniera verosimile sul campo, invitarono sia lui che Anna Paquin a passare diversi giorni a casa loro, in famiglia, per osservare dal vivo come interagiscono ogni giorno, quando le telecamere sono spente. Per circa metà delle riprese, poi, erano presenti sul set, pronti ad aiutare gli attori a ritrarli in maniera fedele.

Un rapporto veramente unico, una vicinanza di intenti poco comune in questi tempi complicati, che Kurt non ha mai nascosto a nessuno. Anche nel momento del suo maggior trionfo, il 18 gennaio 2009, dieci anni dopo la vittoria del Super Bowl, quando portò i Cardinals in finale, il pensiero di Kurt Warner andò alla compagna di una vita. Appena finita la partita disse che “niente di questo ha senso se non lo puoi condividere con qualcuno. Ho la fortuna di condividerlo con la mia migliore amica e con la persona che amo più di ogni altra cosa al mondo, mia moglie. Siamo arrivati qui insieme e non avrei potuto farlo con nessun altro. Senza di lei non ce l’avrei mai fatta”.

Le omissioni del film

Anche se “American Underdog” è molto fedele all’originale, non manca qualche licenza artistica e qualche piccola imprecisione. Il punto chiave della storia di Warner, gli anni passati a riempire gli scaffali dell’Hy-Vee della sua cittadina di notte per aiutare Brenda ed i suoi figli, sono successi davvero ma il film preferisce ignorare il fatto che il giorno lavorasse come assistnte dell’allenatore della squadra della sua vecchia università. Se il film mostra quanto Kurt avesse dovuto lavorare per convincere coach Allen a dargli spazio in prima squadra, ignora il fatto che il loro rapporto continuò anche dopo la laurea. La cosa, onestamente, è abbastanza comprensibile, visto che è lo stesso Warner che parla molto più del suo lavoro notturno che del tempo passato a Northern Iowa.

Il film, poi, preferisce non scendere nei dettagli quando parla del periodo passato con gli Iowa Barnstormers e su quanto la AFL fosse popolare nella seconda metà degli anni ‘90. Dal punto di vista della narrazione è importante far notare come, nonostante avesse due lavori, di soldi ce ne fossero sempre pochi ma si preferisce accentuare gli aspetti folkloristici dell’arena football. Non era certo ricca come la NFL, ma la lega aveva un seguito non indifferente e veniva regolarmente trasmessa da canali televisivi locali. Con la squadra di Des Moines, Kurt Warner passò ben tre anni, dal 1995 al 1997, causando più di un problema al rapporto con Brenda, visto che per diversi mesi era raramente a casa. Il tryout coi Chicago Bears del 1997, poi, è del tutto ignorato, probabilmente per evitare confusione con il taglio di tre anni prima da parte dei Packers. Un’omissione comprensibile ma comunque piuttosto rilevante.

Altra “dimenticanza” è poi il fatto che dalla prova coi Rams mostrata nel film e il debutto nella NFL passarono quasi due anni. L’anno passato con gli Admirals in quel di Amsterdam è del tutto ignorato, come il fatto che, dopo la fine della stagione della NFL Europe, fosse tornato a disposizione di coach Vermeil come terzo quarterback dei Rams. Dopo qualche minuto giocato nel finale di stagione, era stato praticamente messo sul mercato da St. Louis, tanto che i Cleveland Browns l’avrebbero potuto selezionare nel draft. Non è certo un elemento trascurabile ma i registi hanno deciso di lasciarlo da parte, concentrandosi sul “debutto” da titolare contro i Ravens nella stagione 1999, quella del “Greatest Show on Turf”, l’inizio ufficiale della leggenda di quei devastanti Rams. Cambia qualcosa? Non molto. La storia di Kurt Warner rimane straordinaria.

L'underdog nella Hall of Fame

Come succede nei film di Hollywood, quel che succede dopo nella vita del campione viene riassunto in un montaggio elegante che tralascia molte cose. Nei 23 anni passati dal trionfo al Super Bowl, molto è cambiato nella vita di Kurt e Brenda Warner. Se le sue due sconfitte nei Super Bowl del 2001 e del 2009 sono brevemente citate, il fatto che l’ex QB dei Rams abbia giocato sia per i New York Giants che per gli Arizona Cardinals è ignorato. Kurt Warner, poi, è diventato una presenza costante per gli appassionati di football, stavolta non sul campo ma dietro ad un microfono. Dopo aver lasciato la NFL nel 2010, è tornato a Des Moines, facendo le telecronache dei suoi Barnstormers, per poi passare qualche anno dopo al ruolo di analista per il canale tematico della lega, NFL Network. Ormai è una presenza familiare per chi ami la palla ovale, uno dei commentatori più popolari e rispettati del mondo del football.

Al suo fianco, ieri come oggi, la donna che ha reso tutto possibile, l’ancora che non l’ha mai abbandonato da quel giorno del 1993 al Wild E. Coyote Bar, con la quale ha costruito una famiglia e un’esistenza davvero straordinaria. Kurt Warner non ha mai dimenticato le nottate passate a riempire gli scaffali di quel supermercato di provincia, sognando un futuro che continuava a credere possibile, nonostante tutti gli dicessero che fosse pazzo. Da allora, nonostante abbia vinto tanto, ha provato sempre ad aiutare i meno fortunati, impegnandosi in prima persona in molte campagne benefiche, tutto senza mai cedere alle pressioni dei media o nascondere la sua profonda fede.

Nel 2017, nel discorso col quale accettava di entrare nella Hall of Fame, invece di ricordare i trionfi personali, ha voluto ringraziare Dio e Brenda, ricordando a tutti che non sai mai quali saranno i momenti chiave della tua vita. Meglio goderseli e trarre il massimo da ognuno di loro. La sua autobiografia ha voluto chiamarla “All Things Possible”, tutte le cose sono possibili, allo stesso tempo un’ovvietà e una profonda lezione di vita. Retorica? Scontata? Forse, ma non lo è anche la vita di tutti noi? Una cosa è certa: una storia del genere è possibile solo in America.

Broadway Joe Namath.

Broadway Joe Namath, il re di New York con la palla ovale. Luca Bocci il 22 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alcuni sportivi riescono a diventare così famosi da entrare di diritto nella cultura popolare del proprio tempo. Pochi sono riusciti a cambiare il mondo dello sport americano come Joe Namath, la prima vera superstar mediatica del football professionistico

Tabella dei contenuti

 Un numero leggendario

 Il predestinato si ribella

 Joe si prende New York

 L'impresa più grande

 Il lungo addio

 La nascita di Broadway Joe

 Una personalità straripante

Per chi non è nato e cresciuto nella cultura americana è davvero complicato capire quanto speciale sia la figura del quarterback. Difficile anche trovare un’equivalenza con i nostri sport. Un attaccante straordinario può fare la differenza, segnare montagne di gol, ma se la difesa fa pena, difficile che la sua squadra possa vincere. Il quarterback non solo è il capitano, ma il centro emotivo, il volto di un’organizzazione, una figura talmente determinante da fare o disfare franchigie che valgono miliardi di dollari.

Talvolta, però, un quarterback diventa talmente importante da diventare una vera e propria superstar, cambiando per sempre la cultura popolare. Anche una metropoli che si vanta di essere cinica e dura come poche altre non è immune al fascino di un campione. Non capita spesso, ma ogni tanto queste figure straordinarie incarnano il cuore e l’anima di un popolo. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nella Grande Mela per raccontarvi come il capitano dei Jets diventò il vero re di New York.

Un numero leggendario

Nonostante tutto nel sistema degli sport professionistici americani sia fatto apposta per impedire la nascita di franchigie “più uguali delle altre”, questo non vuol dire che tutte le squadre siano uguali. L’aristocrazia esiste anche oltreoceano, anche se non dura così a lungo come in Europa. Alcune squadre, poi, sembrano fatte apposta per far ridere gli altri tifosi. Poche franchigie possono vantare il record disastroso dei New York Jets. Anche se i Knicks non godono certo di buona salute, i biancoverdi sono praticamente una barzelletta, passando senza soluzione di continuità da un disastro all’altro.

Eppure anche il vaso di coccio dell’affollato panorama sportivo della Grande Mela può vantare un’età dell’oro, un tempo nel quale nessuno si sarebbe azzardato a prenderli in giro. Il simbolo di questo periodo glorioso è rimasto per sempre nel cuore dei tifosi dei Jets, pazienti ed appassionati come pochi altri, lassù in alto nel cavernoso impianto di Meadowlands, in quella bandiera verde che porta il numero 12 di Joe Namath.

Sebbene siano passati ben 54 anni da quello storico trionfo, la prospettiva di vedere di nuovo un quarterback di livello a guidare i Jets ha fatto andare in brodo di giuggiola la sponda verde di New York. Il passaggio di Aaron Rodgers, uno dei più grandi talenti che abbia mai giocato nella NFL, non è ancora finalizzato ma molti hanno iniziato a notare un problema. Rodgers, come il suo rivale di sempre, Tom Brady, ha sempre giocato con il numero 12, proprio quello che aveva fatto grande Broadway Joe.

Ai più sembrerà una questione ridicola, visto che l’arrivo di un ex MVP (giocatore di maggior valore) potrebbe fare la differenza per una franchigia che non vince da una vita ma a New York è una questione che prendono molto sul serio. Rodgers è popolarissimo, ha opinioni alle volte molto controverse ed uno stile di vita lontano mille miglia dal serissimo, quasi monacale Tom Brady. Il QB dei Packers adora circondarsi di bella gente, fare festa con le star di Hollywood, guadagnare fior di quattrini con le pubblicità, proprio come aveva fatto prima di tutti Broadway Joe.

Eppure, neanche uno come lui, che in quanto ad autostima è forse solo un gradino sotto a Zlatan Ibrahimovic, se la sente di sfidare il mito di Joe Namath. A sentire l’ex quarterback dei Jets Boomer Esiason, anche se gli fosse consentito, Rodgers preferirebbe vestire un altro numero. “Rodgers non è un fesso, è uno dei giocatori più intelligenti in giro e rispetta la storia del football. Sa chi era Joe Namath e perché quel numero è così importante”. Non sarebbe la prima volta che un QB famoso cambia numero per non offendere la memoria di una leggenda locale. Quando Joe Montana passò dai 49ers ai Kansas City Chiefs, rifiutò di vestire il suo iconico numero 16 per non confondersi col mitico Len Dawson. Se Montana vestì il 19, Aaron Rodgers potrebbe scegliere o il numero 8 o il numero 10. A mezzo secolo di distanza, il mito di Joe Namath è vivo e vegeto a New York.

Il predestinato si ribella

Chi era, quindi, questo Broadway Joe? Un ragazzo normale, nato il 31 Maggio 1943 nella cittadina di Beaver Falls, in Pennsylvania, a poche decine di chilometri da Pittsburgh. Joseph William Namath sembrava nato per gli sport, tanto da eccellere sia nel basket, nel baseball e nel football, tanto da attirare l’attenzione dei Chicago Cubs. La franchigia della MLB gli offrì 50.000 dollari per entrare a far parte del proprio roster ma Joe non ne voleva sapere. Rifiutò le offerte di altre cinque squadre per seguire la sua vera passione, il football. Finita la high school, pensò per qualche tempo di giocare con i Pirates di Pittsburgh, ma sua madre voleva che si laureasse.

All’epoca il college football era dominato da Notre Dame ma appena venne a sapere che nel campus non erano ammesse le donne, si fece una risata e lasciò perdere. Avrebbe preferito andare in Maryland ma i suoi voti non erano abbastanza buoni. Per sua fortuna il coach di Maryland conosceva Bear Bryant, allenatore di Alabama, tanto da raccomandarglielo. La storia di come finì a Tuscaloosa l’ha raccontata lo stesso Joe nel 2017: “Mia madre fu talmente convinta da andare in camera mia, prepararmi un bagaglio a mano e consegnarmi al suo assistente. Mi diede una borsa, cinque dollari e la sua benedizione”.

L’Alabama nel 1961 era una polveriera a cielo aperto, sconvolta dalle tensioni razziali, un vero e proprio choc culturale per Joe Namath. A Beaver Falls nessuno si faceva problemi, aveva molti amici di colore. Quando si rese conto che le cose andavano molto diversamente, il lato ribelle di Broadway Joe venne a galla. In un’intervista del 1969 raccontò come non riuscisse a capire l’idea di segregazione razziale, i bagni separati per bianchi e neri, gli afroamericani costretti a sedersi dietro negli autobus. Namath fece subito capire che questo stato di cose non gli andava bene ma, nonostante tutto, riuscì a conquistarsi il posto da titolare. Gli anni passati con la Crimson Tide sarebbero entrati nella storia, anche perché, nonostante Bear Bryant fosse un sergente di ferro, Joe faceva come gli pareva.

Gli piaceva fare festa e questo gli costò il posto in squadra nello Sugar Bowl del 1963, la partita più importante dell’anno. A complicare la sua ultima stagione ci si mise un infortunio al ginocchio, tanto grave da farlo finire in panchina nell’Orange Bowl contro i Longhorns. Finiti sotto 0-14 nel primo tempo, Namath guidò Alabama ad una rimonta quasi miracolosa nonostante non fosse al massimo. Il più grande successo, però, l’aveva già messo in cascina: il titolo di campione NCAA del 1964. Bear Bryant, anni dopo, lo definì semplicemente “il più grande atleta che avesse mai allenato".

Joe si prende New York

Nonostante un ginocchio balordo, i St. Louis Cardinals ed i New York Jets si guadagnarono il diritto di sceglierlo nel doppio draft tra NFL ed AFL, le due leghe professionistiche del football. Oltre ad un contratto da ben 427.000 dollari in tre anni, a convincerlo a trasferirsi nella Grande Mela fu la prospettiva di fare la bella vita. Il proprietario dei Jets, Sonny Werblin, era sicuro che quel ragazzo della Pennsylvania poteva fare la fortuna della sua squadra: “Namath è una superstar nata, te ne accorgi da come attira su di sé gli occhi di tutti quando entra in una stanza”. La vecchia guardia della NFL trasalì di fronte allo stipendio da record, spingendo il leggendario coach dei Packers Vince Lombardi a criticare pesantemente la scelta dei Jets. La scelta di Werblin, però, pagò immediatamente, tanto da guadagnare al rookie la sua prima copertina del popolarissimo settimanale Sports Illustrated – e qualche sfottò dai compagni di squadra.

Il coach dei Jets Weeb Ewbank se la prese comoda con Namath, dandogli il tempo di abituarsi al ritmo del football professionistico. Nonostante qualche intercetto di troppo, Joe si aggiudicò il titolo di Rookie of the Year. Il vizio di giocare in maniera troppo aggressiva lo avrebbe perseguitato a lungo: Joe metteva numeri impressionanti ma rischiava troppo, spesso rovinando partite già vinte. Le cose, però, miglioravano poco alla volta, tanto da consentirgli nel 1967 di superare per la prima volta nella storia del football pro le 4.000 yards di lanci. Ci sarebbero voluti 12 anni prima che il record fosse battuto da Dan Fouts dei Chargers. A renderlo però popolarissimo a New York e non solo fu il suo stile di vita non convenzionale, perfettamente in linea con lo spirito del tempo.

Invece di schermirsi, Namath si vantava del suo talento. In un’intervista disse che “sono convinto di essere il migliore di sempre, lo so da un pezzo. Se mi guardo in giro non vedo nessuno che può fare meglio di me. Quando sbaglio, me la prendo con me stesso. Mi dico ‘se sei il migliore, fai le cose per bene’”. Invece di fare vita da atleta, Broadway Joe frequentava i night club, andava a giro con ragazze vistose e gradiva assai l’alcool. Una delle sue battute più memorabili fu “mi piace il mio Johnnie Walker rosso e le mie donne bionde”. Uno come lui sembrava fatto apposta per la città che non dorme mai.

L'impresa più grande

Nonostante i miglioramenti, i Jets sembravano ancora molto lontani dalla meta. A parte la tendenza ai turnover di Namath, però, il resto della squadra era decisamente in palla. La stagione 1968 vide un finale memorabile dei biancoverdi, che riuscirono ad approdare al Super Bowl III liberandosi nell’AFC Championship i rognosissimi Oakland Raiders. Nella finale a Miami, però, avevano di fronte i favoritissimi Baltimore Colts, che avevano dominato in lungo e in largo la stagione. All’epoca la NFL era vista come la lega migliore, quella dove si giocava il football che aveva garantito ai Packers di Lombardi i primi due Super Bowl.

La AFL, invece, era una roba troppo moderna, tutta passaggi rischiosi e difese inadeguate. Il tecnico dei Falcons Norm Van Brocklin, a pochi giorni dalla partita, disse che avrebbe parlato di Namath “dopo che avrà giocato la sua prima partita da professionista”. La cosa, a dire il vero, non preoccupava Broadway Joe, ben più interessato a passare le giornate a godersi il sole in piscina, circondato da groupies e giornalisti. Quando si sentì rivolgere la solita domanda per la millesima volta, Namath sbottò: “Domenica vinciamo noi, ve lo garantisco”.

Appena gli riferirono della sparata del suo quarterback, coach Ewbank andò su tutte le furie, tanto da fargli ammettere in seguito che “avrebbe voluto sparargli”. Eppure entrambi sapevano che i Colts avevano un problema strutturale: tenevano in campo i titolari della difesa in ogni caso, il che alla lunga poteva essere pericoloso. Namath pensava che la secondaria dei Colts non sarebbe stata in grado di reggere il confronto coi loro ricevitori. Al calcio d’inizio, tutti all’Orange Bowl si resero conto che le previsioni della vigilia erano completamente sbagliate. Baltimore non riusciva a segnare, finendo sotto per 16-0 all’inizio dell’ultimo quarto.

Dopo aver concesso tre intercetti, i Colts furono costretti a cambiare QB: fuori Morrall, dentro il veterano Johnny Unitas. La stella riuscì a rivitalizzare l’attacco, segnando un touchdown ma ormai era troppo tardi. I Jets vinsero 16-7, mettendo a segno la sorpresa più grande nella storia del football. Broadway Joe, quello poco serio, poco preciso, venne nominato MVP, diventando il primo a vincere il titolo sia al college che nella NFL. Il futuro sembrava davvero suo.

Il lungo addio

Ormai diventato famoso in tutta America, Joe Namath alternava buone prestazioni in campo con spot televisivi e comparsate nei media. Le cose, però, si sarebbero complicate a breve. Dopo essere usciti con i Chiefs nel 1969, Broadway Joe incappò in una serie di infortuni sempre più gravi. Dopo due stagioni nelle quali giocò solo otto partite, Namath tornò a pieno servizio nel 1972 ma non fu abbastanza per garantire il successo ai suoi Jets. I record di lanci e touchdown erano sempre suoi, ma anche quello degli intercetti, un problema che non avrebbe mai superato fino in fondo. Quando si fece di nuovo male nel 1973, molti a New York iniziarono a perdere fiducia nel proprio talismano. Il cambio di mano tra Ewbank e Charlie Winner garantì una buona stagione a Namath, tanto da garantirgli il titolo di Comeback Player of the Year, ma il 1974 sarebbe stato il suo ultimo anno positivo ai Jets.

I troppi errori furono un macigno al collo di New York, che finì per due stagioni con il medesimo record nella regular season: un umiliante 3-11. Lo score di Joe nel 1976 fece capire a tutti che la fine era vicina: 16 intercetti per soli 4 touchdowns. Nonostante l’affetto di un’intera città, era giunto il momento di cambiare. I Jets si rivolsero ancora ad Alabama, selezionando nel draft il promettente quarterback Richard Todd, uno sgarbo che convinse Broadway Joe ad accettare la corte della neonata World Football League.

I Chicago Winds lo volevano ma Namath chiese troppi soldi: buon per lui, visto che la WFL sarebbe fallita pochi mesi dopo. Gli ultimi anni a New York furono dimenticabili, tanto che all’inizio del 1977 fu liberato dal contratto. Namath finì ai Rams di Los Angeles ma dopo esser stato massacrato dalla difesa dei Bears, fu messo in panchina. Alla fine della stagione annunciò il suo ritiro. Nelle 13 stagioni giocate, si era guadagnato di diritto un posto nel pantheon delle divinità del football ma la sua vera eredità sarebbe stata fuori dal campo. Namath sarebbe stato il prototipo delle superstar del futuro.

La nascita di Broadway Joe

Cosa rendeva Joe Namath una bestia rara, un modello da imitare per tutti coloro che l’avrebbero seguito? Il fatto che, fin da quando approdò nella Grande Mela, sapeva già esattamente quel che voleva fare. Il soprannome che l’avrebbe accompagnato per il resto della sua vita non sarebbe potuto essere più appropriato. La storia inizia subito dopo la firma del contratto, quando andò a New York con due suoi amici d’infanzia. Namath racconta come non vedessero l’ora di andare a Manhattan, ben lontano da Flushing Meadows, dove c’era lo storico impianto dei Jets, lo Shea Stadium. “Volevamo andare in centro, dove c’erano le luci, dove c’era Broadway. L’atmosfera era incredibile, c’era il teatro, il traffico dell’ora di punta, la gente che si fermava chiedendosi perché mai ci fossero delle luci che mi seguivano”. Le luci erano quelle dei fotografi di Sports Illustrated, la bibbia dello sport americano che aveva deciso di metterlo in prima pagina. All’epoca i novellini erano a malapena considerati, quindi i veterani dei Jets non la presero per niente bene.

In un’intervista di qualche anno fa, Namath racconta come nacque il famoso soprannome. “Eravamo allo stadio ad allenarci e quando siamo tornati nello spogliatoio ognuno di noi ha visto che sulla sedia c’era Sports Illustrated con in copertina la mia foto davanti a Broadway. Ero imbarazzato, non era semplice per un rookie. Di solito stiamo zitti e teniamo la testa bassa”. Ad esprimere lo sdegno dei veterani fu uno dei giganti della linea offensiva, il tackle Sherman Plunkett, che parlò a nome di tutti. “Plunkett sedeva lì, guardandomi mentre stavo in piedi dall’altra parte dello spogliatoio. Ci guardiamo per un secondo e fui stupito dal vedere che mi sorrideva amichevolmente. Non disse altro che ‘proprio a Broadway? Allora ti chiameremo Broadway Joe’. Quel soprannome non l’avevo mai sentito prima”. Questo non impedì a Namath di comportarsi di conseguenza, facendo di tutto per dare spettacolo dentro e soprattutto fuori dal campo. L’America non sarebbe più stata la stessa.

Una personalità straripante

Per descrivere cosa rese Joe Namath una presenza comune nelle case di tutti gli americani servirebbe forse un libro ma possiamo provare a darvi un’idea di come cambiò il mondo dello sport. Fino ad allora, infatti, gli sportivi guadagnavano bene ma non cifre assurde. Dopo aver fatto segnare il record per un debuttante nella NFL, Broadway Joe non si sarebbe più fermato, trovando sempre nuovi modi per capitalizzare la sua popolarità. Invece del solito sportivo noiosetto, tutto d’un pezzo, Namath voleva far festa, mostrare a tutti quanto si stesse divertendo. Per la prima volta, un giocatore di football diventò cool, rivaleggiando con Mohammed Ali o Wilt Chamberlain. Joe, però, era un ribelle nato, tanto da non sopportare i limiti imposti dalla NFL.

Appena vinto il Super Bowl, aprì con qualche altro socio un night club nell’Upper East Side di Manhattan. Il fatto che fosse frequentatò da attori, celebrità, modelle procaci e parecchi membri della mafia fece andare su tutte le furie il commissioner della NFL Pete Rozelle. Citando una clausola del contratto, impose a Namath di vendere la sua quota del club o beccarsi una squalifica. Come rispose Broadway Joe? Annunciò che si sarebbe ritirato dal football. Dopo essersi preso una valanga di prime pagine, vendette il club e tornò ad allenarsi coi compagni ma l’esposizione mediatica gli avrebbe aperto porte impensabili fino a quel momento.

Nella lunga pausa tra le stagioni NFL, Joe Namath si divertì a provare di tutto. Dalle mille pubblicità ad un vero e proprio talk show, che andò in onda nel 1969. Non durò molto, solo 13 episodi ma gli diede la possibilità di intervistare gente come Muhammad Ali, un giovane Woody Allen ed il grande drammaturgo Truman Capote. L’anno dopo decise di passare al grande schermo, con un filmetto con la bomba sexy Ann-Margret ed il grande Anthony Quinn. A dire il vero non era ‘sto granché ma comunque Joe si divertì parecchio, tanto da guadagnarsi qualche comparsata in televisione, inclusa la famosa serie televisiva “La famiglia Brady”.

Namath riusciva a trasformare qualunque cosa in pubblicità gratuita, incluso quando si fece crescere i baffi, scatenando la reazione dei conservatori. Non lo fece per causare scandalo, gli piaceva l’idea. Per non saper né leggere né scrivere, firmò un contratto con una ditta di rasoi e se li fece tagliare per uno spot televisivo. Quando fu inquadrato nel 1971 con un cappotto di pelliccia bianco e pantaloni a zampa d’elefante si guadagnò le prime pagine, come quando fu il primo a mettersi delle scarpe da gioco bianche, uno dei suoi elementi distintivi fin dai tempi del college.

La fama di tombeur de femmes lo rese popolarissimo tra i giovani degli anni ‘70, come il fatto di non nascondere il fatto di non preoccuparsi troppo del fatto che il giorno dopo ci fosse una partita importante. Leggenda vuole che Namath avesse passato la notte prima del Super Bowl III in dolce compagnia in quel di Miami. Quando poi, nel 1972, si presentò agli Oscar al braccio del sogno proibito di mezzo mondo, l’esplosiva Raquel Welch, il suo ruolo di sex symbol fu garantito a vita. Il bello è che piaceva agli uomini, che avrebbero voluto essere come lui, e alle donne, che avrebbero ceduto volentieri alle sue avances.

Nel corso degli anni fece una serie infinite di pubblicità, vendendo davvero di tutto, dall’acqua di colonia alle macchine da scrivere della Olivetti, dalla crema da barba con la star di Charlie’s Angels Farrah Fawcett alla pubblicità più iconica, quella che lo vedeva indossare un paio di collant. Joe Namath era davvero unico anche nel prendersi poco sul serio. Il mondo dello sport gli deve molto, nel bene e nel male. Nessuno a New York l’ha dimenticato.

Era il simbolo di un tempo più leggero, più felice, dove tutto sembrava ancora possibile. Da allora tanti campioni sono entrati nell’immaginario collettivo o hanno battuto i suoi record. Per chi c’era e chi l’ha tifato, però, non ci sono dubbi: Broadway Joe è il più grande di sempre. Storie come la sua possono succedere solo in America. Luca Bocci

Il Basket.

Magic Johnson nel club degli sportivi miliardari: più soldi da imprenditore che da sportivo. Storia di Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

Earvin «Magic» Johnson è il quarto sportivo professionista a diventare miliardario, ma sul campo l’ex leggenda dell’Nba ha guadagnato molto meno degli altri colleghi «Paperoni» Michael Jordan e LeBron James, come del golfista Tiger Woods.

«Solo» 40 milioni dal basket di campo

Per un atleta che ha chiuso la sua carriera da giocatore di basket oltre 30 anni fa (nel 1991 la sua ultima partita ai massimi livelli), hanno fatto la differenza soprattutto le scelte oculate nelle vesti di imprenditore. Sui campi da basket è stato tra i più forti, ma ha guadagnato come professionista «solo» 40 milioni di dollari, rispetto alla ricchissima Nba odierna (su un totale di 479 milioni di dollari in 20 anni, lo stipendio di LeBron solo nell’ultima stagione è stato pari a 44,5 milioni, più di quanto incassato da Johnson in tutta la carriera). Nel club degli sportivi miliardari Magic dimostra così che come uomo d’affari ha saputo reinventarsi meglio, battendo tutti gli altri specialmente con gli investimenti.

«Magic» patrimonio: squadre, assicurazioni, cinema e caffè

Dopo l’addio al basket, Magic Johnson ha messo a segno tanti altri canestri sotto forma di investimenti e scelte finanziarie azzeccate. Da imprenditore attento ha saputo spaziare dalle quote delle squadre sportive ai cinema, fino alla catena di caffetteria Starbucks e alle assicurazioni sanitarie. Ora il cinque volte campione Nba possiede una quota di minoranza dei Washington Commanders, franchigia di football americano, e tre squadre professionistiche di Los Angeles: le Sparks della Wnba (la lega americana professionistica femminile di basket), i Dodgers del baseball e i Lafc, club di calcio campione degli Stati Uniti per il quale gioca attualmente Giorgio Chiellini. Del suo patrimonio attuale fanno parte anche gli introiti derivanti dalla partecipazione del 60% alla società di assicurazioni sulla vita EquiTrust, comprata nel 2015 e che rappresenta attualmente la maggior parte delle entrate dell’ex Nba. Infine intrattenimento e caffetteria, con una catena di cinema tutta sua e una joint venture con Starbucks, per aprire sale e locali specialmente nei quartieri abitati da cittadini afroamericani. Al conto delle aziende non manca infine un impianto di imbottigliamento della PepsiCo, situato non lontano da Washington.

Imprenditore più forte dell’Hiv

La carriera post-basket di Magic Johnson è stata così decisamente più fortunata delle ultime battute della sua carriera e di quella, breve, da allenatore Nba (fu suo l’allora record negativo di dieci sconfitte consecutive nella storia dei Lakers. Dopo questa esperienza la leggenda ha deciso di non voler più proporsi come coach). Nel mondo degli affari, spesso lontani dal mondo della pallacanestro, «Magic» ha dato una svolta alle sue «prestazioni» e di certo al peso del suo portafogli, fino agli attuali 1,2 miliardi registrati da Forbes. Uno spirito di iniziativa che non è stato compromesso dalle sue condizioni di salute, dopo che ha trascorso oltre 30 anni, quasi metà della sua vita di 64enne, convivendo con l’Hiv. Risultato positivo dopo la stagione 1990-91, annunciò inizialmente il ritiro, ma riuscì poi a tornare in campo per giocare altre 32 partite ufficiali con i Lakers. Fu però poi costretto a lasciare definitivamente l’agonismo, non tanto per un peggioramento della sua salute, quanto per le polemiche provocate dalla presenza in campo di un giocatore sieropositivo. Per Johnson si trattò soprattutto di un dramma umano, oggi ben ripagato dagli affari che ha saputo concludere lontano dai campi di basket.

Quando i Globetrotters cacciarono i Lakers da Minneapolis. Nonostante i grandi successi ottenuti a Los Angeles, i gialloviola sono arrivati in California solo nel 1960. A rovinare il rapporto con la città del Minnesota fu una sconfitta con una squadra nata per rappresentare un popolo e far divertire grandi e piccini. Luca Bocci l'1 Giugno 2023 Su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Nati sotto un altro cielo

 La sfida con “gli altri”

 La fine della segregazione

 Il rimpianto di Minneapolis

Giugno nel calendario dello sport americano vuol dire solo una cosa: le NBA finals. Anche se quest’anno le cose non sono andate secondo le previsioni, spesso e volentieri a giocarsi il titolo della lega professionistica più importante al mondo c’è una squadra inconfondibile, i cui colori sono diventati sinonimo della città degli angeli e del mito della California. Eppure, le cose non sono andate sempre così. Settant’anni fa, il basket sembrava alieno a queste latitudini, roba da East Coast, da gente che d’inverno deve rifugiarsi in un’arena per non morire di freddo.

Per far approdare da queste parti una franchigia nata molto lontano e, poco alla volta, trasformare gli abitanti in maniaci della palla a spicchi ci volle una serie di circostanze curiose e, incredibilmente, una partita con una squadra altrettanto iconica. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Los Angeles per raccontarvi la storia di come i Lakers arrivarono qui dal Minnesota e di come questo trasferimento fu la conseguenza di una sconfitta rimediata contro gli Harlem Globetrotters. 

Nati sotto un altro cielo

Siamo talmente abituati a parlare di Los Angeles Lakers da non riuscire nemmeno ad immaginarsi che questa franchigia sia nata altrove. Dici Lakers e la gente pensa subito al giallo e al viola, al gancio cielo di Kareem, al Fabulous Forum, ai tanti miti che hanno fatto la storia del basket losangelino. Pochi si fermano però a chiedersi cosa diavolo c’entrino i laghi con una terra come la California del Sud, dove di laghi ce ne sono davvero pochi. La cosa cambia parecchio quando si passa dal Sunshine State alla vera patria dei Lakers, quel Minnesota che batte la Finlandia 10 a uno: se il paese scandinavo ne ha mille, lo stato nordamericano di laghi ne ha addirittura diecimila. Quando si è seduti su una storia di successi senza pari nella NBA, con solo i Boston Celtics a pareggiare il numero di titoli vinti, molti si dimenticano degli anni passati dalla franchigia nelle Twin Cities di Minneapolis e Saint-Paul. La cosa fa storcere il naso agli appassionati del basket d’annata. Nei 12 anni passati da quelle parti, i Lakers diedero origine alla prima dynasty della palla a spicchi, prima di essere soppiantati dai Verdi di Red Auerback e di un certo Bill Russell. I primi 5 dei 17 titoli dei gialloviola furono vinti dal 1949 al 1954, quando la squadra di Minneapolis poteva vantare un talento incredibile come George Mikan, un giocatore assolutamente dominante per l’epoca. 

Eppure la franchigia era nata altrove, più ad est, in quella che all’epoca era una delle città più ricche e raffinate d’America, Detroit. Creata nel 1946 come un expansion team della National Basketball League, la franchigia era nata dall’idea di un gioielliere appassionato di basket, Maurice Winston. Per farsi un minimo di pubblicità gratuita, decise di chiamare la sua squadra “le gemme”. Sfortunatamente il nome era l’unica cosa scintillante di quella squadra, che a Motown non collezionò che una serie interminabile di sconfitte. I Gems sono infatti la squadra più perdente della storia delle quattro leghe professionistiche di basket americane, chiudendo la loro esperienza in Michigan con un devastante 4-40. Il gioielliere si stancò di esser preso in giro e decise di ridurre le perdite, sbarazzandosi della franchigia. 

Per sua fortuna c’erano due proprietari pronti a proseguire l’avventura, Benny Berger e Morris Chaflen. Visto che a Detroit avevano fatto terra bruciata, meglio trasferirsi altrove, in una città forse meno ricca ma più abituata agli sport al chiuso: Minneapolis. Grazie alla stagione disastrosa, i Lakers si guadagnarono la prima scelta del draft e la possibilità di assicurarsi i servigi di un incredibile talento di Joliet, Illinois che aveva fatto faville con la maglia della DePaul University. Non lo sapevano ancora ma il pivot sarebbe diventato la prima superstar del basket, tanto famoso da essere soprannominato Mister Basketball. Assieme al visionario coach John Kundla, i Lakers avrebbero dominato la pallacanestro per sei anni, mancando solo il titolo nel 1951. Nonostante tutto, il futuro dei Lakers a Minneapolis non era così sicuro. Fino a quando Mikan dominava sotto il tabellone, tutto bene ma il rapporto col pubblico si era guastato ben prima. A rovinare tutto sarebbero state una serie di incontri con una squadra lontana mille miglia dalla pallacanestro tradizionale, nata per rappresentare un intero popolo.

La sfida con “gli altri”

Per quanto siano una delle squadre più famose al mondo, dotate di una colonna sonora tra le più riconoscibili, la celeberrima Sweet Georgia Brown con il suo inconfondibile fischiettio, nessuno si sognerebbe di prendere sul serio gli Harlem Globetrotters. Sono funamboli della palla a spicchi, capaci di evoluzioni strabilianti, le loro partite con gli eterni perdenti, i Washington Generals, fanno ridere grandi e piccini ma il basket serio è tutt’altra cosa. Le cose andavano in maniera del tutto diversa quando, il 19 febbraio 1948, la squadra più divertente del mondo incrociò le spade contro i Minneapolis Lakers per la prima volta. I 17823 spettatori del vecchio Chicago Stadium non si sarebbero mai aspettati che la partita di esibizione, la prima delle due organizzata dalla Basketball Association of America, sarebbe stata tanto importante. Max Winter, il primo general manager dei Lakers, ammise anni dopo che “non sapevamo che sarebbe diventata una delle partite più memorabili della storia del basket”.

Perché mai, mi chiedete? Basta dare un’occhiata ai giocatori in campo per capire che qualcosa non tornava: tutti bianchi i Lakers, tutti neri i Globetrotters. D’accordo, il Minnesota è uno stato ad alta percentuale di tedeschi e scandinavi ma la ragione per la composizione delle squadre era ben più seria: gli afroamericani non potevano giocare coi bianchi ma solo in squadre a loro riservate. Jackie Robinson era già stato assunto dai Brooklyn Dodgers l’anno prima, ponendo fine alla segregazione nel baseball ma ci sarebbero voluti anni prima che il variopinto mondo delle leghe professionistiche prima della nascita dell’NBA nel 1949 si mettesse al passo coi tempi. Le sfide tra le squadre di bianchi e di neri erano in grado di attirare grandi folle, tanto da convincere un giornale di Chicago, l’Herald-American ad organizzare un torneo ad inviti chiamato World Professional Basketball Tournament per mettere a confronto le squadre delle varie leghe. Nel 1939 e 1940 era stato vinto da squadre di colore, i New York Rens e gli Harlem Globetrotters, ma da lì in avanti le squadre della NBL avevano avuto la meglio sette volte su dieci. 

I Lakers erano appena arrivati in Minnesota e si erano assicurati un buon numero di talenti provenienti da una lega andata in bancarotta, la Professional Basketball League of America. I Globetrotters erano famosi ma non avevano mai affrontato uno come Mikan, forse il più grande della sua generazione. Con 103 vittorie consecutive alle spalle, i funamboli del pallone iniziarono a preoccuparsi quando il pivot mise ben 18 punti nel primo tempo, portando i Lakers avanti di 9. Harlem aveva problemi sotto al tabellone, visto che il pivot Goose Tatum era ben 18 centimetri più basso del rivale. Quando iniziarono a raddoppiare sistematicamente Mikan, la musica cambiò decisamente: dopo aver messo solo sei punti si prese anche un tecnico. Sul 59 pari la palla arrivò a Marques Haynes, forse il miglior palleggiatore di sempre. Visto che non era ancora stato inventato lo shot clock, il play di Harlem scherzò tutti i Lakers fino a pochi secondi dalla sirena per passare la palla ad Ermer Robinson. La linea dei tre punti non c’era ancora ma non importava: il tiro dalla luna si infilò senza sfiorare il ferro. 61 Harlem 59 Minnesota: gli “altri” avevano vinto di nuovo.

La fine della segregazione

La notizia si sparse in un batter d’occhio in tutta l’America. I Lakers stavano vivendo una stagione unica ed avevano quello che universalmente era considerato il miglior giocatore d’America ma avevano comunque perso dai Globetrotters. Nel 1988, quando un giornalista del Minnesota intervistò molti dei giocatori ancora vivi, alcuni provarono a dire che non avevano preso la partita sul serio, che, in fondo, era solo un’amichevole. In realtà la sconfitta pesò eccome, tanto da dare il via ad una vera e propria rivalità. Nelle teste di tanti appassionati di basket iniziò a farsi strada l’idea che anche una dynasty come i Lakers non era davvero reale, visto che non aveva dovuto affrontare i talentuosi cestisti di colore. Nei dieci anni successivi l’incontro si ripeté per otto volte; Harlem vinse le prime due, Minnesota le altre sei ma la partita aveva già perso parecchia importanza. Come mai? Come avrebbe detto qualche tempo più tardi un altro figlio di Minneapolis, Bob Dylan, the times they’re a-changing. Il cambiamento era arrivato anche nella neonata NBA, grazie anche alle partite tra i Lakers ed i Globetrotters. 

Nella primavera del 1950, uno dei giocatori simbolo di Harlem, Nat “Sweetwater” Clifton fu tra i primi tre afroamericani a diventare un giocatore della NBA, due anni dopo il primo giocatore non-bianco, il nippo-americano Wataru Misaka. Lo storico del basket Claude Johnson non sottovaluta l’importanza delle partite coi Lakers per la fine della segregazione nel basket professionistico: “Forse il momento più importante per gli afroamericani fu il 1939, quando a vincere il primo campionato del mondo di basket fu una squadra di neri ma le partite tra Lakers e Trotters contribuirono all’integrazione della lega. Il proprietario dei Knicks, Ned Irish, aveva bisogno di un pivot ed aveva visto come Sweetwater Clifton se la potesse giocare con Mikan. Fu per questo che minacciò di andarsene dalla lega se la NBA non gli avesse permesso di ingaggiarlo”. La cosa fa ridere oggi ma furono in molti a lamentarsi di questa apertura. Eddie Gottlieb, proprietario dei Philadelphia Warriors, era tra chi avrebbe voluto lasciare le cose come stavano. Dopo aver perso la votazione ne disse di tutti i colori ai suoi colleghi: “Non sapete cosa avete fatto, brutti idioti. Avete rovinato il basket!”. Strano che a dirlo fosse uno come The Mogul, che si era fatto le ossa nella lega riservata ai neri ed aveva organizzato le trasferte all’estero dei Globetrotters. Una cosa è certa: la pallacanestro non sarebbe più stata la stessa. 

Il rimpianto di Minneapolis

Chiaramente abbiamo esagerato quando abbiamo detto che furono i Globetrotters a “cacciare” i Lakers da Minneapolis ma certo le sconfitte contro Harlem non aiutarono la franchigia a costruirsi una solida base. Fino a quando Mikan dominava in campo e la squadra vinceva tutto, le cose andavano più o meno bene ma quando il centro appese le scarpette al chiodo nel 1956, la situazione precipitò molto in fretta. Dopo quattro stagioni da dimenticare, il nuovo proprietario Bob Short si accorse che il pubblico non era più quello da una volta e iniziò a spingere per ottenere dalla NBA il permesso di trasferirsi sulla costa occidentale. Ci sarebbero voluti 29 anni prima che il basket tornasse nelle Twin Cities con la fondazione dei Timberwolves. Eppure, molti a Minneapolis non sono mai riusciti a dimenticare i Lakers. La differenza in quanto a successi tra le due squadre è clamorosa. Dopo essersi trasferiti a Los Angeles i Lakers sono arrivati in finale quasi una volta su due, vincendo dodici titoli. I Timberwolves non ci sono andati nemmeno vicini in 34 anni. La cosa che, però, fa più rabbia ai tifosi di Minneapolis è come l’addio dei Lakers abbia segnato l’inizio di una vera e propria maledizione. La cosa è molto meno assurda di come potrebbe sembrare, almeno da quanto si legge da un articolo pubblicato sul principale giornale del Minnesota, lo Star-Tribune, per celebrare i 50 anni dall’addio della franchigia gialloviola. 

L’autore, Patrick Reusse, preferisce ignorare che, a partire dal 1960, la squadra più amata dello stato, i Vikings, abbiano raccolto davvero poco dalla loro permanenza nella NFL, arrivando al Super Bowl quattro volte per perdere ogni volta. A far arrabbiare parecchio i tifosi di Minneapolis, il fatto che l’ultimo atto dei Lakers prima di andarsene avvenne l’11 aprile 1960, quando come seconda scelta nel draft la franchigia scelse Jerry West. Proprio dopo aver sofferto per anni dopo l’addio di un campione come Mikan, se ne vanno dopo aver scelto un altro tra i grandi dello sport? D’accordo, le cinque serie di finali degli anni ‘60 le persero tutte contro i Celtics ma chissà come sarebbero andate le cose se fossero rimasti? D’altro canto, però, essere in un mercato importante come Los Angeles non può essere trascurato. Quando Jack Kent Cooke comprò i Lakers, fu in grado di permettersi di offrire uno stipendio mostruoso a Wilt Chamberlain solo perché gli sponsor in California erano disposti a tutto pur di averlo nella città degli angeli. Sarebbe stato così entusiasta di lasciare Philadelphia per trasferirsi a Minneapolis? Non credo proprio. Kareem se ne andò dai Bucks dopo aver trasformato Milwaukee in una franchigia vincente per “ragioni culturali”. Avrebbe scelto i Lakers se fossero rimasti in Minnesota? Improbabile. Cosa dire di Shaquille O’Neal, la cui carriera musicale e nel cinema fu una delle ragioni che lo spinsero a lasciare Orlando? Quando Jerry West strappò il diciassettenne Kobe Bryant agli Hornets, cedendo Vlade Divac in uno dei trade più incredibili di sempre, avrebbe potuto farlo se fossero rimasti a Minneapolis? 

Eppure la fortuna ha giocato un ruolo non indifferente nelle fortune di queste franchigie. Tanto sono stati sfigati i Timberwolves, tanto fortunati sono stati i Lakers, almeno a sentire gli abitanti del Minnesota. Certo, quando nel 1976 i Lakers spedirono Goodrich agli Utah Jazz, ricevendo in cambio le scelte al primo turno per i draft del 1978 e 1979 non potevano certo immaginarsi che una di quelle scelte gli avrebbe consegnato gratis un talento generazionale come Magic Johnson. Visto che la Dea Bendata ha voltato le spalle al Minnesota da quando se ne sono andati i Lakers, nessuno crede davvero che un colpo di fortuna del genere sarebbe capitato davvero. Anche se non l’ammetteranno mai, sanno bene che i successi dei gialloviola sono legati a triplo filo a Los Angeles. Pensate che Jerry Buss avrebbe rischiato il suo intero patrimonio per comprare una franchigia in Minnesota? Non esiste. Non saranno nati in California ma i Lakers non avevano futuro nel profondo nord del paese. Eppure, ogni volta che i gialloviola si presentano al Target Center, in pieno centro città, i tifosi non possono fare a meno di pensare che quei dodici titoli in più sarebbero potuti essere loro. D’altro canto, se un sogno è così bello, a cosa serve la realtà? Una cosa è certa: storie del genere possono succedere solo in America.

Jimmy V, il coach che sconfisse anche la morte. Luca Bocci il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Dopo il trionfo nel 1983, il tecnico di basket italo-americano riuscì a cambiare per sempre l'America anche dopo la sua morte. Il suo storico discorso agli ESPYs diede il via ad una fondazione per la ricerca sul cancro che ha raccolto centinaia di milioni: "Se ridi, pensi e piangi, è stata davvero una bella giornata"

Tabella dei contenuti

 Il coach del "miracolo"

 Il mito del "Cardiac Pack"

 Il discorso della vita

 La vera eredità di coach Valvano

Poche figure rendono meglio la differenza tra il mondo dello sport americano e quello europeo come la figura dell’allenatore. Se alle nostre latitudini non mancano i “mister” famosi, capaci di uscire dall’ambito sportivo, il “coach” in America assume significati insospettabili. Se i tecnici delle grande franchigie professionistiche sono in grado di staccare cachet da capogiro per parlare a conventions aziendali, le figure più particolari sono gli allenatori delle squadre di college. Dover avere a che fare esclusivamente con ragazzi di nemmeno vent’anni richiede una combinazione di talenti inconsueta. Quando si convince le famiglie, quando si assembla una squadra, il coach deve essere un fine psicologo e un motivatore a prova di bomba.

Il fatto che, di solito, le università si affidino ad un tecnico per molti anni li fa diventare parte integrante dell’identità di queste istituzioni. Immaginare la Crimson Tide di Alabama senza Nick Saban è quasi impossibile, come i Blue Devils di Duke senza Mike Krzyzewski. Eppure, in qualche caso, l’impatto di un tecnico è talmente grande da battere addirittura la morte. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Raleigh, North Carolina, per raccontarvi la storia di un colorito allenatore italo-americano che riuscì a cambiare il mondo anche dopo aver lasciato questa valle di lacrime. La cosa più curiosa è che gli bastò un memorabile discorso, non nello spogliatoio ma in televisione. Trent’anni dopo ripercorriamo la storia di James Valvano, l’indimenticabile Jimmy V.

Il coach del "miracolo"

La storia di questo tecnico davvero sui generis era iniziata molto lontano dalle colline della Carolina, nel Queens, il colorito borough di New York a forti tinte italo-americane, il 10 Marzo 1946. Il grande amore del figlio di una normale famiglia di immigrati era sempre stato il basket, prima alla Seaford High di Long Island, poi a Rutgers, dove aveva vinto il premio di atleta dell’anno nel 1967. Visto che non era abbastanza bravo per passare nella NBA, decise di rimanere all’università, entrando nello staff tecnico degli Scarlet Knights. Jimmy V se la cavava bene, tanto da passare prima a Connecticut, poi alla Johns Hopkins e alla Bucknell. A far alzare un sopracciglio ai tradizionalisti, i suoi metodi poco convenzionali: il suo programma nella radio del college aveva come sigla la colonna sonora de “Il Padrino” e nel riscaldamento non disdegnava scendere in campo coi suoi ragazzi con la maglia da gioco, tirando con loro.

Il giovane tecnico si guadagnò un contratto di cinque anni all’università di Iona, dove a partire dal 1975, trascinò questa piccola squadra a grandi risultati, inclusa una storica vittoria nel 1980 contro i futuri campioni NCAA di Louisville. Questo fu abbastanza per attirare l’attenzione di North Carolina State, università ansiosa di tornare alla grandezza. Il colloquio con Willis Casey, direttore atletico di NC State, fu memorabile: quando gli chiese perché voleva venire a Raleigh, Jimmy V rispose senza esitare “perché voglio vincere il titolo”. Per convertire in realtà la spacconata del tecnico ci sarebbe voluto un vero e proprio miracolo.

La corsa del Wolfpack nel 1983 è entrata nella storia dello sport americano come un’impresa paragonabile al famoso “miracle on ice” delle Olimpiadi di Lake Placid. Arrivati al torneo con dieci sconfitte in stagione, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla squadra di coach Valvano. Eppure, nonostante fossero arrivati nell’ultimo quarto della finale contro la favoritissima University of Houston di Clyde Drexler ed Hakeem Olajuwon, riuscirono a giocarsi la vittoria sul filo di lana. Contro l’esplosiva confraternita della schiacciata, fu proprio una slam dunk all’ultimo secondo a consegnare la vittoria a North Carolina State.

Nelle dieci stagioni passate a Raleigh, NC State arrivò otto volte nel torneo finale della NCAA, vincendo due titoli della combattutissima Atlantic Coast Conference. Jimmy V divenne talmente importante da prendersi anche il potente ruolo di athletic director, caso abbastanza raro nel college basketball. Eppure nel Gennaio 1989 il tecnico italo-americano finì nel mirino delle autorità per una serie di irregolarità amministrative nel suo programma. L’università fu quindi esclusa dalle finals del 1990 e messa sotto il microscopio. A far cadere il regno di Jimmy V fu uno scandalo ben peggiore, legato alla pratica illegale di aggiustare i risultati delle partite per favorire certi scommettitori. Il cosiddetto “points shaving” mise coach Valvano sulla graticola, costringendolo a rassegnare le dimissioni il 7 aprile 1990. La sua carriera era finita, ma la sua leggenda era solo iniziata.

Il mito del "Cardiac Pack"

Nessuno in America ha però dimenticato la corsa straordinaria di quella Cenerentola del canestro. Se all’epoca gli avevano affibbiato il simpatico soprannome di “Cardiac Pack”, non solo perché correvano come dei disperati ma anche perché mettevano a rischio le coronarie dei propri tifosi, il resto del paese lo conosce meglio come il “Team of Destiny”. La favola del piccolo Davide che mette sotto la prepotenza atletica del Golia del South Texas ha catturato l’immaginazione dell’intera America, che va pazza per storie del genere.

Da allora, i giocatori di quello storico Wolfpack non fanno altro che raccontare dettagli su quella meravigliosa stagione. Bailey, il tiratore migliore, ricorda come buona parte del successo fosse dovuto alla preparazione meticolosa del tecnico del Queens. “Coach V ci aveva preparato bene. Eravamo una buona squadra ma parecchie cose girarono bene. Chi parla di una squadra destinata al successo dimentica che se la fortuna ti deve dare una mano, sta a te scendere in campo e fare quello che devi fare”. A far funzionare un gruppo di buoni giocatori era sicuramente il gioviale, colorito tecnico italo-americano: “Coach V era unico. Quando bisognava scendere in campo era estremamente serio e ci spiegava cosa fare in campo. Fu lui a coniare il detto ‘survive and advance’, ovvero reggere quanto basta per trovarsi sempre in condizione da poter vincere una partita in ogni caso”.

Tutti ricordano quella Final Four ad Albuquerque contro Georgia, Louisville ed Houston, tre delle squadre più spettacolari ed efficaci dei primi anni ‘80. Bailey ricorda come per rispondere al famoso soprannome di Houston, anche loro coniarono un nomignolo per l’occasione, “Phi ‘Pack Attacka”. Con tutta la benevolenza del mondo, decisamente meno fortunato di quello di Drexler e compagni. Alla fine, però, le cose si misero bene per gli alfieri del North Carolina. Il tecnico di Houston Guy Lewis rallentò il ritmo, sperando di tener basso il punteggio ma i suoi sbagliarono parecchi tiri liberi. Con il punteggio inchiodato sul 52 pari, Whittenburg sparò un tiro della disperazione dalla lunghissima distanza che non prese nemmeno il ferro. Per fortuna di Jimmy V, però, Charles lo prese in volo, ribadendolo a canestro con una schiacciata.

Mannion, che quel giorno ad Albuquerque c’era, ricorda come “quando riguardi quella giocata ti viene da pensare che fosse davvero tutto scritto. Se esamini il percorso di North Carolina State, dalla prima gara alla finale, non puoi che credere che quel titolo era scritto nelle stelle. Più di una volta sembravano spacciati ma in qualche modo riuscivano comunque a vincere. Quella squadra era davvero destinata a fare grandi cose”. Eppure, nessuno dei giocatori del Wolfpack si sarebbe mai immaginato che il loro amato allenatore avrebbe finito per cambiare il mondo non sul parquet ma di fronte ad una telecamera.

Il discorso della vita

Una volta lasciata la panchina, Jim Valvano si era reinventato come telecronista, collaborando con successo alle telecronache della ESPN, la principale emittente sportiva via cavo americana. A quasi dieci anni dal trionfo nella Final Four, però, la vita scaricò una tonnellata di mattoni sulla testa del coriaceo figlio del Queens. Un verdetto di quelli che non ammette repliche, un tumore molto aggressivo contro il quale c’era ben poco da fare. Nonostante non avesse ancora 50 anni, Jimmy V non volle mollare nemmeno per un secondo, continuando a fare le sue telecronache nonostante le sue condizioni deteriorassero giorno dopo giorno.

Quando ormai era chiaro che il suo percorso terreno era quasi arrivato alla fine, la sua emittente volle premiarlo per il suo impegno nel sociale, assegnandogli il prestigioso Arthur Ashe Courage and Humanitarian Award. La premiazione, ironicamente, sarebbe avvenuta proprio nella sua New York, nel corso degli ESPYs tenuti al Madison Square Garden. Coach V non era in grado nemmeno di camminare bene ed ebbe bisogno dell’aiuto di un altro grande del basket, l’allenatore di Duke Mike Krzyzewski, per arrivare sul palco. Quando, però, la lucetta rossa della telecamera si accese, le parole del figlio del Queens cambiarono la storia degli Stati Uniti.

Sono passati 30 anni da quel 4 Marzo 1993 ma nessuno in America ha mai dimenticato quei dieci minuti che venivano dal cuore. Jimmy V si era fatto voler bene per la sua personalità, le sue battute sagaci, il suo amore per la vita unito ad un carisma e ad un entusiasmo contagioso. Nonostante fosse davvero ad un passo dalla morte, il messaggio che lanciò al paese è ancora vivo e vegeto. Il video lo trovate qui sotto ma vale la pena ricordare alcuni dei passaggi più memorabili. “Per me ci sono tre cose che ognuno dovrebbe fare ogni giorno. Prima di tutto ridere, poi pensare, passare del tempo a riflettere sulle cose. Ultima cosa, emozionarti per qualcosa fino alle lacrime. Se ridi, pensi e piangi, è stata davvero una bella giornata”. La frase più famosa è diventata il suo motto: “Non mollare, non pensare nemmeno di mollare. Questo è quel che farò per ogni minuto che mi rimane”.

Quando qualcuno provò a ricordargli che il tempo a sua disposizione era scaduto, lo prese bonariamente a male parole, chiudendo con una frase che voleva riassumere un’esistenza intera: “Il cancro può portarmi via le mie capacità fisiche ma non può toccare la mia mente, non può toccare il mio cuore e non può toccare la mia anima. Queste tre cose continueranno per sempre, nonostante tutto. Grazie, Dio vi benedica”. James Valvano sarebbe morto qualche giorno dopo: aveva solo 47 anni. Non lo sapeva ancora, ma l’impatto che avrebbe avuto sul mondo, l’ispirazione che avrebbe dato a chiunque si trovava di fronte alla malattia o ai tanti ostacoli della vita era appena iniziata. Jimmy V si sarebbe dimostrato capace di battere anche Sorella Morte.

La vera eredità di coach Valvano

Quando Valvano si spense nell’ospedale dell’Università di Duke, le parole del collega Mike Krzyzewski fecero una grande impressione: “Jim era un sognatore, un grande motivatore e uno che non mollava mai. È rimasto fedele a sé stesso fino all’ultimo respiro. Quello che ha fatto nell’ultimo anno lottando contro il cancro è stato eccezionale. Sono sicuro che i suoi sforzi ci porteranno un giorno a sconfiggere questa maledetta malattia”. In realtà Coach K non si stava solo riferendo al suo esempio umano ma anche alle varie attività che aveva messo in moto, che avrebbero portato frutti inaspettati nel giro di pochi anni. Prima che l’adenocarcinoma alla spina dorsale se lo portasse via, Valvano aveva iniziato ad usare il microfono delle sue telecronache per iniziare una campagna di sensibilizzazione sul cancro e raccogliere fondi. Sul palco degli ESPYs, nel corso del memorabile discorso, aveva infatti annunciato la nascita della Jimmy V Foundation for Cancer Research, usando ogni minuto a sua disposizione per diffonderne il messaggio.

Se vedo la mia situazione attuale so quello che voglio fare con il tempo che mi rimane: passarlo ad aiutare gli altri e fornirgli un po’ di speranza. Voglio che la ricerca sul cancro torni ad essere un tema di attualità. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, di fondi per alimentare la ricerca. Non servirà a salvarmi la vita, ma potrebbe salvare quella dei miei figli o quella di qualcuno a voi caro”. Trent'anni dopo la sua fondazione non solo è ancora attiva ma sta segnando record incredibili nel campo della lotta ai tumori. Si stima infatti che siano stati raccolti oltre 250 milioni di dollari per finanziare progetti di ricerca e che grazie all’attività della fondazione più di un miliardo di dollari sia stato mobilitato per migliorare la vita di tutti coloro che combattono contro il cancro. Una fondazione molto pratica, snella, che destina il 100% delle donazioni a progetti di ricerca in tutti gli Stati Uniti, mantenendo vivo il messaggio di Jimmy V.

La fondazione è riuscita a coinvolgere anche molte franchigie degli sport professionistici, specialmente nella NFL, dai Miami Dolphins ai campioni in carica dei Kansas City Chiefs, che hanno finanziato generosamente progetti di ricerca in centri specializzati delle rispettive comunità. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, il Ceo della fondazione Susan Braun ha parlato di come l’eredità di James Valvano sia ancora fondamentale. “Il nostro principio è lo stesso che espresse nel suo famoso discorso: la ricerca non salverà la mia vita, ma quella dei miei figli. Cerchiamo ancora oggi di usare ogni metodo per portare attenzione al tema della ricerca, raccogliendo l’aiuto di tanti sportivi per raccogliere fondi. In fondo lo sport sa bene cosa voglia dire lottare, superare gli ostacoli più duri e rialzarsi quando finisci al tappeto. Non bisogna distogliere lo sguardo dall’obiettivo finale, andare avanti nonostante tutto, poche yards alla volta, fino a quando non arrivi alla meta”.

Sono sicuro che, dovunque sia ora, Jimmy V sarà contento di vedere quanto bene sia riuscito a fare nonostante sia passato ad un piano d’esistenza diverso. La sua fondazione ha finanziato studi su interventi di precisione e cure specifiche che hanno aiutato enormemente la ricerca sui tumori. Non si saprà mai quante persone siano state salvate o, magari, abbiano avuto qualche anno in più da passare coi propri cari grazie all’impegno e alla dedizione di chi è stato ispirato dalla vita e dalle parole di questo figlio del Queens molto speciale.

La speranza, ovviamente, è che sempre più atleti e sportivi prendano esempio da lui, lasciando da parte le ideologie e la politica per usare la loro popolarità per fini ben più importanti. Dio solo sa se non ne avremmo tutti bisogno di questi tempi. Comunque la pensiate a riguardo, una cosa è certa: storie del genere possono succedere solo in America. Luca Bocci

La Giustizia.

Hells Angels, rivali uccisi e poi cremati. La gang di motociclisti sotto accusa per aver fatto sparire i corpi di quattro biker nemici. Patricia Tagliaferri il 23 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Negli Stati Uniti li conoscono tutti, ma sono famosi anche nel resto del mondo, non tanto per le loro rumorose Harley-Davidson e la passione per le moto, ma per le loro gesta da delinquenti. Giubbotti di pelle, braccia ricoperte di tatuaggi, occhiali da sole, capelli e barbe lunghe, gli Hells Angels, gli Angeli dell'Inferno, sono considerati una delle gang più pericolose al mondo. Di solito passano dallo spaccio di droga alle estorsioni, dal traffico d'armi allo sfruttamento della prostituzione. Tanto il dipartimento di giustizia americano li considera veri e propri criminali.

L'ultima storia che li riguarda, rivelata dal Mercury News, ha davvero dell'incredibile e ha a che fare con la sparizione di quattro cadaveri. Quattro nemici della gang cremati presso un'agenzia di pompe funebri nel nord della California, nota come «il forno per la pizza», in modo da ostacolare le indagini sugli omicidi. La vicenda è venuta fuori dopo che l'ex boss di Hells Angels, Merl Hefferman, 54 anni, che era stato capo della sede di Fresno dei bikers, si era dichiarato colpevole di aver fatto sparire il cadavere di Joel Silva, ucciso da un altro membro della band nel 2014. Dalla documentazione preparata per una sentenza della U.S. District Court di San Francisco sono emersi dettagli raccapriccianti sul modus operandi della banda di motociclisti. I pubblici ministeri hanno scoperto almeno altre tre cremazioni presso la Yost&Webb Funeral Home di Fresno.

Il direttore del crematorio, Levi Phipps, è stato ascoltato nel corso di un'udienza del processo e ha raccontato di essere stato contattato da Hefferman, il quale gli avrebbe chiesto di tenere aperta la porta dell'agenzia funebre. L'uomo ha inoltre riferito di essere stato minacciato con una pistola da due uomini che trasportavano un cadavere. Una versione, quella di Phipps, confermata dai tabulati telefonici tra lui e il boss della gang. Il macabro rituale si sarebbe ripetuto anche nel 2015, 2016 e per una quarta vittima. I membri della gang uccisi, dunque, finivano nel cosiddetto «forno per la pizza» e senza cadaveri era più facile allontanare i sospetti dagli altri membri.

Il club degli Hells Angels è stato fondato nel 1948 a Fontana in California da un gruppo di reduci della seconda guerra mondiale che passavano il tempo a viaggiare, bevendo e innescando risse. Sempre fuori da ogni regola, non sanno cosa significhi rispettare la legge. Adesso il salto di qualità con gli omicidi e il modo efficace di sbarazzarsi dei cadaveri.

Hurricane, la vera storia del pugile accusato di omicidio. Nel 1967 il potenziale campione afroamericano Rubin Carter finì all'ergastolo con l'accusa di triplice omicidio: Bob Dylan ne prese pubblicamente le difese, scrivendo una canzone leggendaria. Paolo Lazzari il 16 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Mentre percorre le strade di mezza Francia divora avidamente quelle pagine. Si mette a leggere nei caffè, nei ristoranti e pure dentro le camere d'albergo. Quando finisce, comprende che deve fare qualcosa. Così Bob Dylan alza la cornetta del telefono, gira la rotella per comporre il numero della sua etichetta discografica ed esordisce sicuro: "Ho un'idea per una nuova canzone". Poi riaggancia e stringe nuovamente la biografia del pugile "Rubin Carter - per tutti Hurricane" tra le dita: è l'incipit di una battaglia che finirà soltanto undici anni dopo.

Il film su questa storia, "Hurricane - Il grido dell'innocenza", va in onda stasera, 16 ottobre, alle 23.45 su La7.

Per contestualizzare tocca riavvolgere ulteriormente il nastro. Bisogna tornare al tragico mattino del 17 giugno del 1966, precisamente alle 2.30. Il posto è il Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey. Coda di una notte lunga che sta per trasformarsi in alba. Ultime birre pretese sul dorso del bancone umido, ultime chiacchiere, ultimi saluti. Non è una di quelle occasioni in cui ti aspetti di poter morire da un momento all'altro. La vita però è un posto strano. Un attimo sei lì che scherzi e qualche istante dopo ti ritrovi disteso per terra, in una pozza di sangue.

Due persone, afroamericani secondo le prime ricostruzioni, hanno fatto irruzione aprendo il fuoco. Uccidono due uomini e feriscono gravemente una donna, che morirà in ospedale un mese più tardi. Un quarto avventore viene preso di striscio: se la caverà, ma perderà la vista da un occhio. Premessa doverosa: Paterson, al tempo, è esattamente il tipo di posto in cui non ti vorresti trovare se la tua pelle non è bianca. La città è percorsa da anni da manifestazioni della comunità afro, che accusa la polizia di soprusi costanti.

Lampeggianti che ora incidono il buio color petrolio. Macchine costrette ad accostare. Manette per un tizio che di nome fa John Artis e per Rubin Carter. Singolare che la soffiata sia giunta da un noto malvivente, Alfred Bello, che si trovava in zona per fare una rapina. Nessuno li ha visti in volto. Però in galera ce li sbattono lo stesso. Pesa come un macigno, secondo una parte della stampa dell'epoca, il fatto che Carter abbia assunto una posizione radicale contro la polizia bianca anni prima, quando un agente aveva pestato a morte un ragazzino afroamericano.

L'accusa, pesantissima, è di triplice omicidio. La condanna, che arriva puntuale dopo un processo frettoloso, è monumentale: carcere a vita. Roba capace di disintegrare un'esistenza. Nel caso di Carter, che all'epoca ha soltanto trent'anni, anche una carriera. Rubin si muoveva infatti con disinvoltura nel circuito dei pesi medi. A boxare aveva iniziato presto, subito strappando un'attenzione dilagante tra gli addetti ai lavori. Il pubblico se n'era invaghito per la potenza con cui riusciva a sferrare i suoi pugni. Un particolare che gli era valso il soprannome di "Hurricane".

In carriera, fino a quel momento, poteva vantare 27 vittorie, un pareggio e soltanto dodici sconfitte. Aveva anche sfidato il campione dei medi e si avviava alla maturità sportiva più completa. Adesso, però, le sbarre avrebbero inibito il pugile che poteva ancora essere. Il prossimo potenziale campione del mondo languiva in una cella angusta.

Quando Bob Dylan scrive "Hurricane", la canzone che racconta la sua vicenda, Carter è in carcere da otto anni. Il pezzo viene registrato nell'ottobre del 1975, come prima traccia dell'album Desire. Dylan non si è soltanto letto tutta la Bio. Ha anche deciso di andare trovare Rubin in carcere. Adesso che è persuaso dalla sua innocenza smuoverlo è un'impresa intricata, ma gli avvocati della Columbia Records riescono comunque a convincerlo che è meglio proporre un'altra versione della canzone. Una dove non si fanno pubblicamente tutti i nomi.

La campagna della star per riaprire il processo di Hurricane, comunque, è partita. Dylan racconta la storia in ogni tappa del suo tour, che conosce il suo apice al Madison Square Garden di New York, nel dicembre del 1975, con una vera e propria nottata dedicata al pugile. Lo tsunami mediatico sortisce l'effetto desiderato. Carter è stato condannato da una giuria di soli bianchi e il processo va riaperto. L'esito però è atterrente: anche in seconda battuta viene condannato all'ergastolo. 

Adesso pare davvero finita. Dylan e la sua casa discografica, intanto, devono respingere al mittente pesanti accuse di diffamazione. Gli avvocati di Carter però non desistono e si appellano alla Corte Federale. Nel 1985 il giudice Haddon Lee Sarokin riconosce che Hurricane ha subito una condanna basata su motivazioni razziali: l'uomo che avrebbe potuto diventare campione del mondo uscirà tre anni dopo, nel febbraio del 1988.

Da quel momento, e fino alla morte, sopraggiunta nel 2014, Carter si occuperà di diritti dei carcerati. Nel 1999, sulla sua storia, verrà basato anche un film di culto (stasera in tv) con Denzel Washington protagonista, "Hurricane - Il grido dell'innocenza". Un pezzo di vita ormai è andato. Le battaglie però durano per sempre. Paolo Lazzari

Svolta nell'omicidio Tupac: il suo killer ha finalmente un nome? Guglielmo Calvi il 30 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tupac Shakur, rapper hip hop ucciso all'età di 25 anni, potrebbe ricevere giustiza dopo quella tragica notte del 1996 in cui gli sono stati sparati quattro colpi di pistola

Il caso di Tupac Shakur, uno dei casi irrisolti più noti nel mondo musicale, potrebbe essere giunto ad una svolta clamorosa. Un uomo di 60 anni, Duane Keffe D Davis, è stato arrestato per l’omicidio del celebre rapper, morto il 13 settembre 1996, durante il ricovero per ferite d’arma da fuoco, provocategli il 7 settembre, sei giorni prima del suo decesso.

L'indagine era stata riaperta a luglio, con la polizia del Nevada che aveva perquisito una casa nei dintorni di Las Vegas, la cui proprietaria risultava la moglie di Davis. Le indagini della polizia, in merito all’omicidio di Shakur, si erano concentrate, già dal 2019, su Davis.

L’agguato e la morte

la sera del 7 ottobre 1996, Tupac Shakur, rapper 25enne all’apice del successo, si trovava all’MGM Grand Las Vegas, un casinò situato al 3799 Las Vegas Boulevard South, per assistere ad un incontro di boxe. All’evento c’era anche Orlando Anderson, membro della gang criminale Crips dei Compton, che l'anno prima aveva derubato, insieme ad altri, un membro dell'entourage della Death Row Records, etichetta discografica americana che aveva lanciato la carriera di Tupac. Il rapper, dopo aver notato la presenza di Anderson, si è scagliato contro di lui colpendolo più volte e tutto era stato registrato dalle telecamere di videosorveglianza. Dopo aver picchiato Anderson, Tupac ha lasciato il casinò a bordo di una BMW E38 con un convoglio di diverse macchine.

Tupac e i membri della sua band si stavano dirigendo verso un club di proprietà della Death Row ma, mentre la macchina con a bordo il rapper era ferma ad un incrocio, intorno alle 22:55 di quella sera, un fotografo si era accostato all'auto e aveva chiesto a Tupac di abbassare il finestrino per fargli fare qualche scatto e il rapper aveva acconsentito.

Dopo che l’auto era ripartita, alle 23:10, l’autista che trasportava Tupac si era fermato ad un altro incrocio e il rapper aveva avuto, così, l’occasione di dialogare con due donne in macchina alla loro sinistra per poi invitarle al club in cui stava andando. Poco dopo, si è avvicinata una macchina, una Cadillac, con a bordo un uomo che, abbassando il finestrino, ha sparato 12 colpi contro il posto dove era seduto Tupac; 4 sono stati i proiettili che hanno colpito la star: uno al torace, un secondo al bacino, un terzo alla mano destra e il quarto alla coscia.

Dopo la sparatoria, Tupac era stato trasportato all’University medical Center del Southern Nevada, dove ha subito diversi interventi chirurgici ma il 13 settembre 1996, dopo un apparente miglioramento, è morto a causa di un’emorragia interna.

L'indagine

Per 27 anni, le indagini sulla morte di Tupac Shakur non hanno portato a niente di concreto dato che persino il numero delle persone a bordo della Cardillac è rimasto incerto. L’investigazione ha seguito un nuovo corso nel momento in cui Davis, nel 2019, ha pubblicato il libro, "Compton Street Legend", in cui ha confessato di trovarsi a bordo della Cardillac da cui sono partiti i colpi di pistola. Davis ha detto di essersi seduto davanti e di aver fatto scivolare una pistola sul sedile posteriore, da dove partirono i colpi. Sul sedile posteriore era seduto suo nipote, Orlando Anderson, noto rivale di Shakur, con cui aveva dato luogo ad una rissa prima che entrambi lasciassero il casinò in cui si teneva l’incontro di boxe.

La confessione di David dato modo alla polizia di focalizzarsi sulla pista che portava a lui fino a giungere all’arresto di oggi.

I due anarchici italiani. La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, gli anarchici giustiziati negli USA per le loro idee. In piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi: Giuliano Montaldo li ha eternati in un film che ne ha fatto due simboli della sinistra e della lotta anarchica. “Questo dolore - cantò per loro Joan Baez in Here’s to you - è il vostro trionfo”. Fulvio Abbate  su L'Unità l'8 Settembre 2023

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano anarchici, italiani, immigrati nell’America degli anni Venti dello scorso secolo; il crollo di Wall Street in attesa altrettanto di mostrarsi. Un tribunale degli Stati Uniti li consegnerà alla sedia elettrica. Accusa di omicidio: vittime un contabile e una guardia giurata del calzaturificio “Slater and Morrill” di South Braintree.

Il loro doppio ritratto si innalza ancora adesso nella quadreria dei martiri del pensiero libertario. Memoria incancellabile, dolente, antagonistica della sinistra tutta, in verità, così come, altrove, sui fondi d’oro degli altari, Cosma e Damiano vengono onorati invece in nome della devozione cristiana. I nomi di Sacco e Vanzetti sopravvivono sull’ideale Muro dei Federati dell’Altra America, come simulacri della rivoluzione mancata, fratelli, compagni, sangue e nervi di un pensiero ingiustamente condannato in effigie, insieme a loro, sullo stesso patibolo. Inascoltata la mobilitazione internazionale per salvarli, restituirli alla libertà, sotto il vessillo nero orlato di rosso dell’anarchismo; eppure accompagnati da un diffuso sentire militante che trascendeva la stessa sinistra, nel controluce opaco del processo.

La sbarra li mostrava insieme, quasi “siamesi”, nel lontano tempo di un bianco e nero processuale interrotto dai lampi al magnesio delle macchine fotografiche. Eppure, sempre lì al processo, sembrava di vederli levitare come ancora apostoli dell’ingiustizia che tocca i “proletari”; e ancora lo stigma d’essere “italiani”, poveri… Bernard Shaw, Bertrand Russel, Albert Einstein, Dorothy Parker, John Dos Passos, H. G. Wells, Anatole France ne invocarono la liberazione, quest’ultimo paragonandoli ad Alfred Dreyfus. Perfino Mussolini, mesi prima dell’esecuzione, chiese all’ambasciatore statunitense a Roma di intervenire presso il Governatore del Massachussetts per salvarli.

Ben Shahn, maestro di realismo pittorico proprio della denuncia civile, ce li mostra composti infine nelle bare; i giudici, ipocritamente dolenti, fiori bianchi tra le dita, a vegliarli, Sacco e Vanzetti come spettri sconfitti, reliquie cadaveriche del sentimento rivoluzionario spezzato; e l’America salva dal pericolo “rosso”. Sacco e Vanzetti fratelli maggiori di chi avrebbe subito, in piena “guerra fredda”, anni dopo, la “caccia alle streghe” del maccartismo; il mosaico di Ben Shahn, si sappia, resiste ancora adesso sulla facciata dell’Università di Syracuse, N.Y.

Per loro vale la crudele allegoria della giustizia che Edgar Lee Masters, in Spoon River, mostra bendata, “le ciglia corrose sulle palpebre marce”. Versi destinati a figurare poi sulla tomba di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Turigliano, Carrara, Pinelli a sua volta, come Sacco e Vanzetti, anarchico, Pinelli precipitato dal quarto piano della questura di Milano… Anche Woody Guthrie, nei tardi anni Quaranta, intonerà per loro la Ballad of Sacco e Vanzetti.

Sacco e Vanzetti verranno ancora a noi, nel tempo già a colori, li ritroveremo grazie a Giuliano Montaldo, suo uno straordinario film di puro e terso nitore politico e documentativo che surclassa per talento, non sembri una citazione impropria, Il padrino di Francis Ford Coppola. Magistrali, l’occhio e la mano di Montaldo, che ci ha lasciato proprio in questi giorni. Ogni qualvolta c’era modo da assistere alla scena in cui l’anarchico siciliano Andrea Salsedo, è il 3 maggio 1920, precipita da una finestra del Park Row Building, sede dell’Fbi a New York, d’istinto, subito in sala il silenzio veniva spezzato, a schermo aperto, dal grido “Pinelli!”.

Sempre nel film di Montaldo, c’era modo di trovare le note, il canto di Here’s to You, la voce di Joan Baez proprio per Sacco e Vanzetti, come un requiem che si fa inno e intanto accompagna lungamente i titoli di coda con emozione, un brano che troverà posto anche nei juke box; Ennio Morricone l’autore della musica. Nel testo, le parole ritrovate di Vanzetti: “Here’s to you Nicola and Bart, rest forever here in our hearts, the last and final moment is yours, that agony is your triumph!”. “Vi rendo omaggio Nicola e Bart, per sempre riposate qui nei nostri cuori, il momento estremo e finale è vostro, questo dolore è il vostro trionfo!”.

Sacco e Vanzetti, proprio grazie a Montaldo, non si sono mai allontanati da noi, rimasti accanto, mai andati via del tutto, ora e sempre, lì, a raccontarsi innocenti, in piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi, a fissarci, a indicare l’altrove del torto subito. Non c’era proiezione, metti, alle feste de l’Unità o piuttosto di Umanità Nova, il giornale anarchico fondato da Errico Malatesta nel 1920, che, come in un rito, il film non facesse breccia nel muro della memoria perenne, mai rimossa, allo stesso modo di ciò che altrettanto accadeva con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

La postura di Gian Maria Volontè, il volto dimesso di Riccardo Cucciola: Sacco e Vanzetti nei loro vestiti scuri, luttuosi, cerimoniali, abiti buoni da giorno della festa, trasfigurati, “santificati”, resi parte di un’ideale famiglia di complici “sovversivi”, di chi si riconosceva, e forse ancora adesso si ritrova, nel sentire dei “refrattari”, lemma con il quale gli anarchici indicano se stessi; si sappia infatti che la più celebre testata libertaria negli Stati Uniti prendeva proprio nome L’Adunata dei Refrattari, ovvero Call of the refractaries. Senza Giuliano Montaldo, in quale punto dello spazio e del tempo vivrebbero adesso Sacco e Vanzetti? Dove Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, 1891), dove Bartolomeo Vanzetti, (Villafalletto, 1888)? Il primo già operaio in una fabbrica di scarpe. Vanzetti, invece, già pescivendolo. Insieme giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, un sobborgo di Boston.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, nell’agosto 1977, Michael Dukakis, governatore del Massachussetts, futuro aspirante alla Casa Bianca, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e ne riabilitò completamente la memoria. “Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico; ho sofferto perché sono un italiano, se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già”, parola di Vanzetti a pochi giorni dall’esecuzione.

In Ucraina, nell’Oblast’ di Donec’k, un villaggio ne prende i nomi in loro onore. Sacco, Vanzetti e Montaldo.

Fulvio Abbate 8 Settembre 2023

(ANSA mercoledì 6 settembre 2023) - Il 72enne afroamericano Leonard Mack è stato scagionato da un'accusa di stupro dopo 48 anni nello Stato di New York grazie al test del Dna. Lo riportano i media americani. 

"Per 48 anni, 48 lunghi anni, sono stato etichettato come stupratore quando sapevo di non aver fatto nulla. Ora ingrazio Dio che finalmente la verità sia venuta fuori", ha dichiarato il veterano del Vietnam che aveva scontato una condanna di sette anni e mezza nel carcere di Sing Sing ma aveva passato il resto della sua vita a cercare di dimostrare la sua innocenza. 

Mack era stato arrestato per il rapimento di due teenager e il brutale stupro di una di loro nel 1975. Il suo fermo era avvenuto in modo molto discutibile e, secondo l'accusa, con metodi parziali e viziati da parte della polizia come, ad esempio, costringerlo a cambiare abiti prima dell'identificazione per corrispondere alla descrizione del sospetto.

Il fascicolo è stato riaperto nel 2022 e grazie al test del Dna le forze dell'ordine sono riuscite a risalire al vero colpevole che ha confessato. "Le persone non sanno come ci si sente ad essere accusati di qualcosa che non hanno fatto", ha dichiarato l'uomo che vive in South Carolina.

Usa, quell’errore giudiziario più longevo della storia recente. Leonard Mack fu condannato per stupro nel 1975: dopo 48 anni è stato scagionato dalla prova del Dna. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 6 settembre 2023

Quando Mimi Rocah, procuratrice distrettuale di Westchester, si è scusata a nome dello Stato per «i danni incalcolabili» provocati dall’ingiusta condanna, lamentando i «fallimenti del sistema penale statunitense» il 72enne Leonard Mack è scoppiato in lacrime come un bambino: «Per 48 anni, 48 lunghi anni, ho camminato in questa società bollato come stupratore quando sapevo di non esserlo. Ora che questo giorno è arrivato ringrazio semplicemente Dio. Ringrazio Dio che finalmente la verità sia venuta fuori. Ora posso davvero dire essere veramente libero».

C’è infatti voluto mezzo secolo perché l’afroamericano Mack ottenesse giustizia in quello che è stato l’errore giudiziario più longevo della storia recente. Disfunzioni, pregiudizi, superficialità e sciatteria, il caso che riassume tutte le tare che affliggono la macchina penale negli Stati Uniti e che portano a condanne ingiuste, dall’errata identificazione del responsabile da parte dei testimoni oculari, ai metodi scorretti della polizia, all’inconsistenza delle prove forensi, fino al bias razziale che ha portato a ignorare tutti gli elementi a favore della difesa.

Quando fu arrestato era il maggio 1975, lui veterano della guerra in Vietnam viene accusato di aver violentato un’adolescente in un'area boscosa del golf club di Greenbourgh, circa 25 miglia a nord-est di Manhattan. La ragazza è stata aggredita assieme a una sua amica da un uomo che l’ha legata, imbavagliata e infine abusato di lei per poi darsi alla fuga. La descrizione dell’aggressore corrisponde a un giovane di colore che indossava un cappello a tesa larga e con un vistoso orecchino. Mack viene fermato due ore dopo a cinque miglia dal luogo della violenza in un controllo stradale. Gli agenti di polizia sembrano convinti di aver trovato il fuggiasco, così lo mettono a confronto con l’amica della vittima la quale dichiara di riconoscerlo. Lo portano in centrale per l’identificazione ufficiale che avviene da dietro un vetro e a quel punto succede una cosa gravissima. Gli agenti infatti gli cambiano i vestiti per farlo corrispondere con maggior precisione alla descrizione iniziale, quella fatta a caldo dalla ragazza violentata. Che manifestamente non ricorda il volto dell’aggressore ma in compenso afferma di riconoscerne la voce.

Ma Leonard Mack aveva un alibi: all’ora dell’aggressione era in un officina assieme alla sua ragazza e a due meccanici per la riparazione della sua auto. Alibi che è stato bellamente ignorato, come l’identificazione giudicata «inammissibile» dallo stesso tribunale senza però mai trasmettere quest’informazione alla giuria. Durante il processo gli avvocati di Mack portano a testimoniare un sierologo per dimostrare che le tracce biologiche presenti sulla biancheria intima della ragazza appartenevano a un individuo con un altro gruppo sanguigno, ma l’accusa gli contrappone un perito forense della contea che, erroneamente, giudica le tracce compatibili.

All’epoca non esisteva ancora la prova del Dna, la stessa che dopo decenni ha permesso di rendere giustizia a Leonard Mack, scagionandolo completamente. Alla fine del processo viene condannato a una pena tra 7 e 15 anni di reclusione (uscirà dopo sette per buona condotta). Rimane per tre anni in libertà vigilata, lavorando come giardiniere in un club di golf. Anche se la prigione è ormai alle sue spalle, non si sente libero, vuole essere riabilitato, vuole che quell’odiosa nomea di stupratore venga cancellata per sempre e così inizia una lunghissima battaglia legale che per decenni non dà alcun esito.

Ma è grazie agli avvocati di The Innocence project – un gruppo legale specializzato nello scovare i tnati, troppi errori giudiziari che ogni anno vengono commessi oltreoceano-  che nel 2020 Mack riesce a ottenere la revisione del processo e l’annullamento di una condanna fondata su testimonianze inattendibili. Decisiva l’analisi del Dna: le tracce sulla biancheria intima corrispondevano infatti a quelle di un uomo condannato per una violenza sessuale nel Queens due settimane dopo i fatti di Greenburgh Come spiega l’avvocata Susan Friedman che ha lottato anni insieme a Mack per ottenere giustizia «L’impatto dell’errata identificazione dei testimoni oculari è il principale fattore che contribuisce alle condanne errate con un’incidenza del 65%».

(ANSA sabato 26 agosto 2023) - Tre uomini sono stati scagionati a New York 30 anni dopo essere stati ingiustamente condannati in due casi separati a causa di false confessioni. Secondo quanto riporta il New York Times, nell'autunno del 1992 Earl Walters, allora diciassettenne, fu portato in una stazione di polizia del Queens e interrogato come testimone di un furto d'auto e di un omicidio. Walters è stato poi interrogato per 16 ore, senza un avvocato, per rapine, rapimenti e aggressioni di due donne e alla fine ha confessato di essere stato un "partecipante riluttante" a quei crimini.

Due anni dopo altri due giovani sedevano nelle stanze degli interrogatori nel Queens: Armond McCloud e Reginald Cameron, 20 e 19 anni, furono arrestati nella sparatoria mortale di Kei Sunada, un immigrato giapponese di 22 anni, nella tromba delle scale del suo condominio, e dopo essere stati interrogati per tutta la notte hanno confessato. Tutti e tre hanno poi ritrattato, affermando che gli investigatori li hanno costretti ad assumersi la responsabilità dei crimini. 

Walters è stato condannato e ha scontato 20 anni di carcere prima di essere rilasciato in libertà condizionale nel 2013, McCloud ha scontato 29 anni ed è stato rilasciato a gennaio, Cameron si è dichiarato colpevole di un'accusa minore e ha scontato circa nove anni prima di arrivare alla libertà condizionale nel 2003. Solo ora, dopo che i pubblici ministeri del Queens e gli avvocati dei tre hanno chiesto unitamente di annullare le loro confessioni, è stata affermata la verità.

Condannato da innocente, è libero dopo 28 anni. E incontra l’«amica di penna». Redazione Buone Notizie su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

Lamar Johnson era stato condannato per omicidio e solo dopo anni i veri colpevoli hanno confessato. Durante al prigionia aveva tenuto una corrispondenza con Ginny Schrappen che ha sempre creduto in lui 

Lui si chiama Lamar Johnson, lei Ginny Schrappen. Lui ha scontato 28 anni di carcere da innocente per un omicidio mani commesso, lei è una parrocchiana della comunità di Maria Madre della Chiesa della contea di St. Louis, Missouri, e non aveva mai smesso di credere alla sua innocenza. Per tutti quegli anni si sono scritti senza sosta, proprio come quelli che una volta, prima di Internet e di whatsapp, si chiamavano «amici di penna». Adesso, dopo una battaglia infinita portata avanti anche da lei, Lamar è stato finalmente messo fuori. E i due si sono incontrati, per la prima volta «alla pari», entrambi da liberi.

La loro storia inizia quando, tanti anni fa, nella buca delle lettere della parrocchia frequentata da Ginny ne arriva una dal Jefferson City Correctional Center, indirizzata «a chiunque voglia aprirla». La apre lei. Che resta «sbalordita» - così ha detto pochi giorni fa al Washington Post - dalla elegante scrittura di questo tale Lamar Johnson. E decide di rispondergli. Da lì in poi la loro corrispondenza non si interrompe più. Johnson viene condannato nel 1994 per l’omicidio di primo grado del 25enne Marcus Boyd, uno dei suoi migliori amici. In realtà ha un alibi: quella notte era a casa della sua ragazza, e lei lo conferma, ma un testimone lo identifica come colpevole. Finché molti anni dopo, invece, i veri colpevoli confessano. Ma questo non basta a scagionare lui e a far annullare la sentenza che lo riguarda.

Così entra in gioco Innocence Project, organizzazione senza scopo di lucro che indaga su casi chiusi per cercare di far uscire di prigione persone innocenti. Accanto all’organizzazione si schiera Ginny. Madre di tre figli, nonna di due nipoti, da lì in poi non si perde un sola udienza tra le tante che fanno seguito alle altrettanto numerose istanze di revisione. Intanto va a trovare regolarmente Lamar Johnson in prigione, senza mai smettere di incoraggiarlo: «Non mollare, perché noi non molleremo mai». Alla fine, dopo 28 anni, Lamar Johnson è stato liberato.

La piattaforma GoFundMe ha consentito di raccogliere finora 600mila dollari a suo favore, per consentirgli di ricostruirsi una vita. Dice di non essere arrabbiato. «Se ti aggrappi alla rabbia - ha detto a sua volta al Post - cambierai semplicemente una prigione con un’altra. Questi anni sono stati duri, ma ho anche molti motivi di gratitudine e felicità. A cominciare dall’avere conosciuto Ginny. Ecco, questo mi sento di dire: fate sempre sentire ai vostri amici che non sono soli, raggiungete sempre chi pensate abbia bisogno di un amico. Potrebbe essere più importante di quello che pensate».

(ANSA il 15 marzo 2023) -  Condannato a 400 anni per rapina a mano armata, un uomo è stato scagionato e scarcerato dopo oltre 30 anni. E' accaduto in Florida. Sidney Holmes, 57 anni, è tornato libero dopo essere stato accusato ingiustamente nel 1989. La scarcerazione è arrivata dopo che l'ufficio di revisione dei crimini della Florida ha riesaminato il suo caso. Il suo calvario iniziò nel 1988 quando una delle vittime di una rapina a mano armata disse alla polizia che una Oldsmobile Cutlass (modello di auto della General Motors, ndr) si fermò dietro la sua vettura nei pressi di un mini market e due persone uscirono puntandogli addosso una pistola.

Il testimone sostenne anche che un uomo descritto come basso e di grossa corporatura si trovava al volante dell'auto. Holmes aveva un modello simile di auto e la sfortuna volle che il fratello di una delle vittime disse di averlo visto qualche settimana dopo la rapina al volante di una Oldsmobile Cutlass degli anni '70, un modello piuttosto comune tra la fine degli anni '70 e inizio anni '80. In base a quella testimonianza, la polizia strinse subito il cerchio intorno a Holmes, tra le altre cose alto circa un metro e 80 e quindi non basso.

 Aveva inoltre precedenti per essere stato l'autista in due rapine a mano armata nel 1984. L'accusa all'epoca chiese una condanna a 825 anni, ridotta dal giudice a 400 anni. Holmes fu condannato nonostante ci fossero anche sei persone in grado di testimoniare che il giorno della rapina si trovava a casa dei genitori per festeggiare la festa del papà (in Usa nel mese di giugno, ndr). Dopo la richiesta di riapertura del caso, l'ufficio di revisione dei crimini ha anche stabilito che Holmes fu identificato in modo sbagliato.

Il caso di Richard Glossip mostra la fragilità del sistema giudiziario statunitense. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 4 Maggio 2023.

Quella di Richard Glossip, un detenuto rinchiuso nel braccio della morte americano da 25 anni, è una storia giudiziaria lunga e complicata. L’uomo, che dovrebbe essere giustiziato in Oklahoma il 18 maggio per aver ordinato l’uccisione, nel 1997, del suo datore di lavoro, è in realtà sopravvissuto ad altre tre condanne di questo tipo. Il suo caso, infatti, è uno fra quelli che negli anni ha messo più in luce la fragilità del sistema giudiziario statunitense, che in centinaia di casi ha emesso sentenze di condanna basate su prove poco convincenti e testimonianze dubbie.

Sono state le dichiarazioni di uno dei colleghi del motel, Justin Sneed, a far finire Glossip dietro le sbarre: il primo, autore materiale dell’omicidio, ha ammesso di aver derubato il proprietario della struttura, Van Treese, e di averlo picchiato a morte con una mazza da baseball, su ordine del secondo e dietro compenso di 10mila dollari. Una testimonianza che Glossip ha sempre giudicato falsa, dichiarandosi innocente.

I riflettori sulla vicenda si sono riaccesi dopo che, negli scorsi giorni, il procuratore generale dell’Oklahoma ha presentato una mozione per fermare l’esecuzione di morte – attualmente prevista per il 18 maggio. Il processo a cui il detenuto è stato sottoposto è stato infatti giudicato «ingiusto e inaffidabile». Non esiste, infatti, nessuna prova fisica che collega direttamente Glossip all’omicidio: la sua condanna dipende quindi sostanzialmente solo dalla testimonianza di Sneed.

Al caso si è interessato anche lo studio legale globale Reed Smith, che comprende oltre 1.500 avvocati situati in 30 sedi diverse tra USA, Europa, Medio Oriente e Asia, e che l’anno scorso ha pubblicato un rapporto di 343 pagine. Questo ha rivelato che in merito alla questione vi è stata “la distruzione intenzionale delle prove da parte dello Stato prima del processo e un’indagine di polizia inadeguata, con errori multipli e cumulativi”.

Glossip è stato condannato per la prima volta nel 1998, ma nel corso degli anni è stato più volte riprocessato. Nel 2015, ad esempio, la sua esecuzione è stata interrotta quando i funzionari della prigione si sono resi conto di aver ricevuto la sostanza letale sbagliata. Poi di nuovo, nel 2019, tre ore e mezza prima dell’esecuzione, è stata ordinata una sospensione dovuta principalmente alla revisione dei protocolli di iniezione letale dell’Oklahoma. E ora, se la Corte Suprema concederà un ennesimo stop alla condanna, Glossip, a 60 anni, eviterà la morte per la quarta volta. 

La sua vicenda è diventata emblema di quello che in realtà negli USA accade da molti anni. Dal 1973 ad oggi, più di 8.700 persone negli Stati Uniti sono state mandate nel braccio della morte, ma almeno 182 non erano colpevoli. I progressi tecnologici, come l’uso del test del DNA, nel tempo hanno portato ad una piccola diminuzione della possibilità di errore, ma non sono stati e non sono ancora sufficienti a sconfiggere l’errore e la volontà umana. [di Gloria Ferrari]

Le Carceri.

VOI LO SAPETE COME SI SCEGLIE UN BOIA NEGLI STATI UNITI?  

Notizie tratte da: Hayley Campbell - “Polvere Alla Polvere” (Il Margine Erickson ) – Giorgio Dell’Arti per “il Fatto Quotidiano”

Scadenza. Il 27 febbraio 2017 lo Stato dell'Arkansas ha annunciato di aver anticipato l'esecuzione di otto detenuti. Sarebbero stati tutti giustiziati in soli undici giorni. Niente di simile era mai successo nella storia recente degli Stati Uniti. Motivo: le scorte di midazolam, uno dei tre farmaci previsti per l'iniezione letale, si avvicinavano alla data di scadenza. Per estensione, scadeva anche la data per quegli otto uomini. 

Clinton. Anno 1992, Bill Clinton, in quel momento governatore dell'Arkansas, è impegnato nella campagna elettorale, ma torna a casa in fretta e furia per assistere all'esecuzione di Ricky Ray Rector. Rector era fuori di testa, aveva messo da parte il dessert dell'ultimo pasto (torta di noci pecan), per mangiarlo dopo l'esecuzione. Clinton gli aveva negato la grazia perché, apparendo implacabile, avrebbe guadagnato voti. 

Boia 1. Negli Stati Uniti, oggi, l'identità del boia è anonima.

Boia 2. Ogni Stato degli Usa in cui vige la pena di morte ha il proprio modo per nominare un boia: prima della moratoria, alcuni non facevano nemmeno parte del personale della prigione, ma lavoravano come “elettricisti” autonomi che venivano chiamati allo scopo di azionare l'interruttore. Nello Stato di New York, i boia si conoscevano per nome: uno ha ricevuto minacce di morte, un altro ha messo una bomba in casa. 

Modo per guadagnare un sacco di soldi: spostare da uno Stato all'altro, prendere un assegno per ogni giustiziato. Altri lavoravano anonimamente: partenze solo di notte e con la targa cambiata in modo da non essere identificato o localizzato.

Boia 3. Un tempo, per evitare contatti con i boia, li si riforniva di lunghi cucchiai di legno con i quali potevano scegliere la merce al mercato senza toccarla. 

Cavallo. Costruita la prima sedia elettrica, se ne testò il voltaggio giustiziando un cavallo. 

Conduttori. Cattivi conduttori di elettricità, come si capì dallo studio dei giustiziati: la testa, la pelle. Ottimo conduttore: il sudore. 

Imbalsamatore. L'imbalsamatore di Porto Rico che ha spinto all'eccesso la tecnica, mettendo i corpi in posa come statue per le loro veglie funebri: il pugile morto che sta in piedi nell'angolo di un ring, il gangster che stringe ancora in mano mazzette di centoni nonostante il concorso che lo ha ucciso ecc. (Kirkpatrick, 2014) 

Aretha. Il corpo imbalsamato di Aretha Franklin, i tacchi scintillanti sollevati su un cuscino bianco, in fondo a una barra d'oro brillante. 

Successo. Nel Regno Unito, in un anno normale, vengono imbalsamati tra il 50% e il 55% dei cadaveri.

Aspetto. Quando moriamo abbiamo un aspetto splendido. Tutta la tensione del viso si allenta, le rughe scompaiono, gli anni di preoccupazione e dolore svaniscono in pochi istanti. Appariamo sereni. Il nostro viso prende un colore uniforme. 

Edifici. Nel 1995 Camilo José Vergara, un fotografo cileno che avrebbe scattato foto degli stessi edifici di Detroit anno dopo anno per seguire la loro lenta rovina, aveva suggerito che la città veniva celebrata lasciando dodici isolati del centro a disintegrarsi, un monumento a ciò che accade se lasciamo che le cose muoiano e marciscano, se consentiamo ad altra vita di prendere il sopravvento. L'idea era stata accolta freddamente dalle persone che ancora vivevano lì: era una città viva che aveva bisogno di aiuto, non un museo dedicato alla morte.

Il caso ad Atlanta. Morto in cella divorato da cimici, per lo sceriffo la colpa è dell’umidità…Valerio Fioravanti su Il Riformista il 18 Aprile 2023 

LaShawn Thompson, 35 anni, nero, venne arrestato lo scorso giugno ad Atlanta, negli Stati Uniti, per un reato minore, “aggressione semplice”, che in alcuni casi potrebbe essere anche l’aver semplicemente alzato la voce contro qualcuno. Portato nella prigione “di contea” (le prigioni locali, per reati lievi, che però negli Stati Uniti “contengono”, tutte sommate, oltre un milione di detenuti), esattamente 3 mesi dopo è stato trovato morto in cella: sporco, denutrito e, come recita l’autopsia “in cattive condizioni generali”.

Causa della morte “non precisata”. La notizia è passata rapidamente su tutti i media perché lo sceriffo della città (da cui dipende la gestione del carcere di contea) ha riconosciuto che c’è qualcosa di particolare in questo caso, e in un certo senso ha già dato ragione ai familiari di Thompson, i quali sostengono che il giovane uomo è stato “mangiato dagli insetti”. Lo sceriffo Patrick “Pat” Labat, premettendo che i fondi sono scarsi, e che lui più volte ha chiesto che il vecchio carcere venisse dismesso e se ne costruisse uno nuovo, ha poi preso tempo. Ha riconosciuto che nelle prigioni, “così come in altre strutture a forte concentrazione di persone”, ci sono problemi igienici, effettivamente ci sono anche molti insetti, e cimici, pulci, infestanti vari, e però delle ristrutturazioni erano già in corso, ed un ulteriore mezzo milione di dollari è stato stanziato per cambiare i materassi, e disinfestazioni estensive. “Ho disposto ulteriori indagini”.

Considerato che sono già passati 7 mesi dalla morte di Thompson, è verosimile che molte cose nel piccolo reparto di semi-punizione dove era stato relegato il giovane a causa dei suoi problemi mentali siano già state “sistemate”. Ma davvero un uomo, nel terzo millennio, nella nazione che vuole insegnare a tutto il mondo come vivere, può essere “mangiato vivo dagli insetti”? Le foto allegate all’autopsia mostrano effettivamente piccole croste, bolle, screpolature, e molteplici segni di puntura, ma non è che l’uomo sia stato davvero “sbranato dalle cimici” come dicono certi titoli ad effetto. Se fosse stato shock anafilattico probabilmente il medico legale l’avrebbe scritto, lo shock anafilattico è praticamente imprevedibile, e in alcuni casi anche incurabile, e lo sceriffo avrebbe avuto gioco facile a smussare le polemiche.

I parenti di Thompson, un uomo che in passato aveva avuto diagnosi di depressione grave e schizofrenia, e che loro stessi in carcere non avevano mai visitato, vogliono un risarcimento. In altri tempi avrei detto che non avevano molte speranze: negli Stati Uniti il sistema è impietoso, se finisci in carcere è sempre e comunque colpa tua, e non importa quanto lieve fosse il reato, se avevi delle motivazioni o delle attenuanti, e nemmeno se hai problemi mentali. Oggi è un po’ (non molto, ma un po’ sì) diverso: la vittima è nera, e forse riceverà la giusta attenzione, anzi, visto che ne stiamo scrivendo noi dall’altra parte dell’oceano, dobbiamo dire che l’ha già ricevuta. L’attenzione. Poi bisogna vedere se riceverà anche “giustizia”. Abbiamo detto che la vittima è nera.

Anche lo sceriffo è nero (ne hanno eletti moltissimi negli ultimi anni, per smorzare l’effetto del movimento “Black Lives Matter”), e probabilmente non sceglierà la via della contrapposizione frontale. A giudicare dalle dichiarazioni che sta facendo alla stampa proverà a girarci intorno, al momento non ha fatto nessuna ammissione sul fatto (che a noi sembrerebbe lampante, ma…) che LaShawn Thompson non ha ricevuto adeguata assistenza medica, e sembra propenso a sostenere che il principale responsabile sia il clima umido della Georgia (ve lo ricordate che ad Atlanta, era ambientato Via col Vento, e gli schiavi, e le piantagioni di cotone?) che rende quasi inevitabile il proliferare di infestanti. Però è comunque segno di civiltà che questo caso, che una volta sarebbe stato dimenticato immediatamente, trovi spazio su tutti i principali media statunitensi, e anzi stia facendo il giro del mondo. Vedremo come finisce. Valerio Fioravanti

Come morire di cimici e disturbo schizoaffettivo.  Panorama il 26 Aprile 2023

Il corpo di Lashwan Thompson è stato ritrovato, totalmente ricoperto da cimici da letto, all’interno di una cella dell’ala psichiatrica del carcere di Atlanta in Georgia. L'ufficio del medico legale della contea di Fulton ha indicato la causa della morte come indeterminata. Il rapporto elencava il disturbo schizoaffettivo, il disturbo bipolare e l'esacerbazione acuta di cui soffriva Thompson come "altre condizioni". Lashwan era in custodia con l'accusa di aggressione per reato minore dal giugno 2022 ed era ospitato nell'ala psichiatrica del carcere a causa dei suoi problemi di salute mentale. Abbiamo chiesto alla nostra Profiler, la dottoressa Cristina Brasi, di farci un quadro della situazione psichica in cui versava Thompson. Il disturbo schizoaffettivo rappresenterebbe una sorta di ponte tra la schizofrenia, di cui sono presenti deliri e allucinazioni, e i disturbi dell’umore. Nello specifico i disturbi dell’umore di Thompson parrebbero essere ascrivibili al bipolarismo, comprendente episodi maniacali alternati a episodi depressivi maggiori. L’alternanza tra fasi maniacali e fasi depressive si presenterebbe però sempre in associazione ai sintomi psicotici, mentre i sintomi psicotici si manifesterebbero anche al di fuori delle fasi umorali. Durante l’episodio depressivo maggiore l’umore risulterebbe essere estremamente basso per la maggior parte del tempo, al punto da compromettere significativamente tutti gli ambiti della vita quotidiana a causa della perdita di interesse e del piacere nello svolgere le attività di tutti i giorni. Potrebbero presentarsi variazioni di peso, disturbi del sonno, sentimenti di svalutazione e colpa, ridotta capacità di concentrazione, pensieri di morte e ideazione suicidaria. Durante l’episodio maniacale l’umore sarebbe invece persistentemente alto, espanso con modalità esagerate e inopportune, con un illimitato entusiasmo per le interazioni sociali e lavorative, sarebbero inoltre presenti un aumento dell’energia e delle attività quotidiane. L’umore predominante risulterebbe essere spesso alterabile e contraddistinto da un’alternanza tra euforia e irritabilità. I sintomi depressivi o maniacali potrebbero verificarsi prima dell’esordio della psicosi, durante gli episodi psicotici e dopo la cessazione della psicosi. Gli elementi ascrivibili al disturbo schizofrenico competerebbero deliri e allucinazioni. I deliri sono idee fisse o palesemente bizzarre, basate su percezioni errate a cui il soggetto crede nonostante le evidenze della loro irrazionalità. Le allucinazioni sono invece delle percezioni vivide e chiare che si manifestano senza uno stimolo esterno reale, senza il controllo volontario di chi le sperimenta e nel contesto di un apparato sensoriale sano. Il pensiero e l’eloquio sono disorganizzati per cui potremmo trovare incoerenza, risposte non adeguate, ecolalia (ripetizione automatica di suoni e parole altrui), deragliamento e schizoafasia (un linguaggio dissociato che viene articolato con parole incomprensibili). Sarebbero altresì presenti diminuzione dell’espressività e dell’affettività, abulia e anedonia (mancanza di interesse e di piacere nell’intraprendere le normali attività quotidiane), asocialità, comportamenti motori anomali e mutismo, sino ad arrivare alla catatonia, ovvero una riduzione marcata della reattività agli stimoli esterni. La dottoressa Denise Gemmellaro, entomologa e docente di scienze forensi alle Kean University (USA), ha inquadrato le caratteristiche delle cimici da letto e i loro reali effetti sulla salute. «Gli adulti della cimice da letto sono circa 5mm, di forma ovale, tuttavia, dopo essersi nutriti, le loro dimensioni e il loro peso corporeo possono aumentare in maniera significativa. Sono attratte dal calore del corpo umano e dall’anidride carbonica emessa durante la respirazione; questi elementi permettono all’insetto di localizzare l’ospite e per questo si trovano molto comunemente nei letti. Si nutrono prevalentemente di notte, mentre durante il giorno rimangono spesso nascoste; con il loro apparato boccale perforano la pelle dell’ospite e contemporaneamente succhiano il sangue e iniettano sostanze vasodilatatorie e anticoagulanti per facilitarne l’uscita. I loro morsi sono generalmente indolore e ci si accorge di essi solo dopo che la cimice ha completato il pasto e si è allontanata. Dalla letteratura, nello specifico da una review del Dr. Goddard e del Dr. deShazo (2009), si evince che spesso i morsi di cimici non danno alcuna reazione; quando una reazione è presente, questa è di tipo cutaneo, spesso associata a prurito, e si risolve generalmente in pochi giorni. Sono state documentate delle reazioni di tipo sistemico (asma, orticaria e anafilassi), ma anche in questo caso si tratta di segnalazioni di casi singoli. Esistono dati sulla trasmissione di malattie da parte di cimici, ma non è chiaro se gli agenti patogeni assimilati da questi insetti tramite il sangue di cui si nutrono siano in grado di replicarsi all’interno del loro sistema digerente, e se questi siano poi ritrovabili nelle loro feci. Non sembrerebbe ci siano dati sufficienti per valutare gli effetti che le cimici da letto possono avere sulla salute umana; le pubblicazioni disponibili riportano casi singoli, nei casi di soggetti multipli esposti ai loro morsi, solo circa il 30% di questi sviluppa reazioni cliniche, spesso cutanee. L’impatto maggiore che questi insetti sembrerebbero avere sull’uomo appare quindi non medico, ma collegato ai contesti sociali e igienici in cui i soggetti esposti ai loro morsi vivono.» Diverse sarebbero invece le conseguenze in termini di salute mentale. Secondo una ricerca (Ashcroft et al., 2015) condotta su un campione di 51 articoli scientifici relativi agli effetti psichici collegati alle infestazioni di cimici da letto, inclusi gravi sintomi psichiatrici, sembrerebbe probabile che vi siano conseguenze sulla salute mentale per coloro che sono stati colpiti da tale tipologia di infestazione. Gli insetti potrebbero evocare, in alcuni individui, un senso di angoscia, paura, ansia, un aumento della frequenza cardiaca e una compromissione del funzionamento. È stato riscontrato che, le infestazioni di cimici da letto, potrebbero portare a conseguenze quali nervosismo, ansia e insonnia. I sintomi di disagio psicologico potrebbero manifestarsi come una reazione acuta a una situazione stressante. Quando un individuo è in grado di far fronte alla situazione di disagio, questi sintomi risulterebbero transitori consentendo il ritorno del soggetto a un normale funzionamento. Nelle popolazioni vulnerabili, ad esempio in individui geneticamente predisposti alla malattia mentale o che presentano fattori di stress psicosociali aggiuntivi, questi sintomi potrebbero invece progredire trasformandosi in manifestazioni psichiatriche più gravi quali aggressività, psicosi e/o comportamento suicidario. Il fattore stressante, nella fattispecie l’infestazione, potrebbe anche agire come fattore precipitante o perpetuante nell'insorgenza o nel peggioramento di disturbi psichiatrici diagnosticati. L'esposizione ad ambienti infestati da cimici del letto sarebbe stata associata a una varietà di conseguenze psicologiche. Tra le pubblicazioni oggetto di analisi il 54,9% riferivano disagio psicologico e stress causati dai morsi, nonché incubi e flashback conseguenti all’infestazione. Il 50,9% delle vittime di frequenti morsicate di cimici del letto avrebbero sviluppato una serie di sintomi psicologici e comportamentali tra cui disturbi del sonno, insonnia, cambiamento di umore, nervosismo, panico, agitazione, ipervigilanza (per allontanare l’insetto dal proprio corpo), delusione, sintomi simili a PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) e disfunzione socio-occupazionale. Nel 74,5% le infestazioni persistenti e croniche di cimici del letto avrebbero innescato l'insorgenza di sintomi o disturbi psichiatrici tra cui ansia, depressione, PTSD, fobia e psicosi anche in chi non risultava essere affetto da psicopatologia psichiatrica. Le infestazioni di cimici da letto comporterebbero inoltre il peggioramento delle condizioni preesistenti in alcuni pazienti con disturbo bipolare, schizofrenia, depressione e ansia, come nel caso di Thompson. L’elemento più preoccupante concernerebbe il fatto che, le cimici da letto, potrebbero aumentare il rischio di suicidio, oltre che esacerbare disturbi cognitivi e malattie mentali gravi o persistenti, in quanto il soggetto vittima dell’infestazione potrebbe non possedere le abilità necessarie per far fronte a tale condizione.

Alcatraz, la vera storia del brutale penitenziario. L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz è un film che si basa su una storia vera, sebbene con le libertà narrative tipiche di Hollywood. Ecco chi era davvero Henry Young. Erika Pomella il 31 Luglio 2023 su Il Giornale.

L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz è il lungometraggio che va in onda questa sera alle 23.36 su Iris. Uscito nel 1995 per la regia di Marc Roccom il film prende ispirazione da alcuni fatti realmente accaduti intorno agli anni Quaranta dietro le mura del terribile penitenziario che sorge al largo della baia di San Francisco.

L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz, la trama

Henry Young (Kevin Bacon) non aveva più di diciassette anni quando, per sfamare la sua famiglia, rubò cinque dollari da un negozio. Un furto, certo, ma non così grave da giustificare non tanto l'arresto del ragazzo, quanto il suo trasferimento ad Alcatraz, uno dei penitenziari più famosi degli Stati Uniti. Henry, insieme ad altri due detenuti, cerca di evadere dalla prigione circondata dall'oceano, ma la sua fuga non riesce e così l'uomo finisce per essere improgionato in una cella di isolamento, dal soffitto così basso da non poter stare in piedi, costretto a vivere tra i propri escrementi e senza luce per tre anni. Quando finalmente la condanna all'isolamento termina, Henry è un uomo instabile che, alla prima occasione, uccide davanti a tutti il detenuto che aveva svelato il segreto della sua evasione. Accusato d'omicidio e ancora vittima di torture, Henry viene assistito da un giovane avvocato (Christian Slater), che decide di improntare tutta la sua difesa spostando l'attenzione sulla brutalità del carcere.

La vera storia dietro il film

Il carcere di Alcatraz - che fu attivo dal 1934 al 1963 e che oggi è una meta turistica per chiunque giunga a San Fransisco - negli anni si è ritagliato una certa notorietà anche al di là dei confini nazionali. Questo perché il carcere federale divenne la prigione in cui venivano reclusi prigionieri problematici o d'alto profilo, come ad esempio Al Capone. Inoltre la prigione di Alcatraz è stata spesso portata anche sul grande schermo, come nel caso del film Fuga da Alcatraz, pellicola che raccontava una storia vera. Anche L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz racconta, sebbene con qualche libertà narrativa, una storia vera. Sul sito di Alcatraz History, infatti, si possono leggere i dettagli della permanenza di Henry Young nel penitenziario federale.

Se, nella pellicola, Henry (o Henri) Young viene mostrato come una persona tutto sommato docile, la cui unica colpa iniziale era quella di aver rubato cinque dollari per sfamare la famiglia dopo essere rimasto orfano, nella realtà il detenuto era un rapinatore di banche che, in almeno un'occasione, aveva "rapito" e maltrattato un ostaggio. Inoltre, nel 1933, poco prima del suo trasferimento ad Alcatraz, Young si era già macchiato di omicidio. Dopo essere entrato nella prigione al largo di San Francisco nel 1936, il detenuto provò davvero a scappare, ma la posizione naturale dell'isola rendeva qualsiasi tentativo di evasione pressoché impossibile. A differenza di quanto si vede nel film con Kevin Bacon, però, il fallimento della fuga non portò al suo confinamento in un sotterraneo senza servizi igienici e abiti. Venne, invece, portato in una normale cella e non subì mai torture come il taglio ai tendini d'Achille, che invece sono invenzioni della pellicola, usate per sconvolgere ancora di più lo spettatore e spingerlo a stare dalla parte del detenuto.

Un atteggiamento che si ripete anche nella costruzione dell'omicidio di Rufus McCain. Nella pellicola, infatti, l'assassinio avviene come conseguenza delle condizioni inumane in cui Henry vive per tre anni: uscito dalla cella d'isolamento, con la salute mentale ridotta ai minimi termini, Henry ha uno scatto d'ira e uccide Rufus con un cucchiaio nella gola. Lo spettatore non si preoccupa di Rufus e in qualche modo giustifica l'omicidio proprio perché perpetrato dalla mano di un uomo non completamente in sé, vittima del sistema carcerario. Nella realtà dei fatti, invece, Henry abbandonò la cella d'isolamento solo dopo pochi mesi, tornando nella "vita collettiva" del carcere nell'autunno del 1939. L'omicidio di Rufus McCain avvenne un anno dopo, nel dicembre del 1940, quando Young aveva avuto tutto il tempo di "riprendersi" dal suo isolamento. Secondo il sito dell'Internet Movie Data Base, i difensori di Young usarono la temporanea incapacità di intendere e di volere, asserendo che i brutali trattamenti di Alcatraz avevano spinto il loro assistito a uccidere il compagno di cella. La giuria accettò questa spiegazione e accusò Henry Young di omicidio involontario: un verdetto raggiunto, sempre secondo il sito citato, perché le guardie di Alcatraz, durante le loro testimonianze, non vollero (o non poterono) dare dettagli sul loro lavoro tra le mura della prigione. Alcatraz, dopotutto, aveva già una pessima reputazione: alcuni ex detenuti avevano denunciato le condizioni pessime in cui vivevano i carcerati e per questo, tutti coloro che lavoravano sull'isola, avevano l'obbligo di non divulgare alcun dettaglio quando si trovavano sulla terraferma, proprio per paura che la stampa utilizzasse tali informazioni per muovere l'opinione pubblica - già scontenta della presenza di un carcere federale di massima sicurezza a due chilometri dalla costa - contro la prigione stessa.

I fantasmi Alcatraz. 60 ANNI DALLA CHIUSURA DELL’ISOLA-CARCERE. Davide Bartoccini il 21 marzo 2023 su Inside Over.

Dalla baia di San Francisco, groviglio di correnti mortali dove si incontrano e scontrano i fiumi della California e le fredde acque del Pacifico, si può scorgere, oltre la nebbia leggera, una luce distante. Segnala a chi è di passaggio la posizione di una piccola isola di pietra arenaria che ancora oggi custodisce la memoria di quello che è stato il carcere di massima sicurezza più famoso del mondo: l’istituto penitenziario di Alcatraz, che oggi conta 60 anni dalla chiusura dei battenti.

Quel nome spigoloso, Alcatraz, quasi ostile, duro come la vita di chi ne è stato ospite dai tempi della guerra di Secessione americana – quando hanno iniziato a soprannominarlo semplicemente The Rock, la roccia – si deve, secondo alcuni, al cartografo spagnolo Juan Manuel Diaz. Fu il primo ad usarlo quando segnò su una carta della baia il profilo dell’Isla de los Alcatraces, i pellicani bruni che vi nidificavano un tempo, prima che la dinamite ne spianasse i rilievi rendendola adeguata all’istallazione di una fortificazione militare a metà del XVIII secolo. Secondo altri, sarebbe stato un capitano della Reale marina britannica, un tale Frederick Beechey, a renderlo noto dopo un’ispezione della baia ancora sotto il controllo delle autorità messicane, nel 1825. Fatto sta che tutti nel mondo conoscono l’isola di Alcatraz, prigione inespugnabile nell’immaginario collettivo.

Da avamposto strategico a confino per traditori

Acquistata dal governatore della California John C. Fremont senza formale consenso dal Governo Federale – che reputava già di sua proprietà un’isola che perciò non aveva nessuna ragione d’esser pagata – quella roccia avvolta dall’acqua mai calda accolse come prima struttura un faro, utile a segnalare la presenza di un ostacolo alla navigazione, per poi diventare fortificazione militare in posizione strategica per la difesa “triangolare” dell’intera baia che, nel caso in cui dei vascelli avversari fossero riusciti a violare il Golden Gate, doveva consentire ad una batteria di cannoni di bersagliarli con una potenza di fuoco addizionale: posta nel mezzo rispetto alle fortezze costiere che torreggiavano all’imbocco della baia.

Fu solo in seguito allo scoppio della Guerra di Secessione americana che The Rock iniziò a prestarsi a luogo di detenzione per prigionieri di guerra dell’Esercito confederato e per coloro che erano stati marchiati dal crimine del tradimento. Uomini da tenere confinati in un luogo da cui era impossibile evadere.

Dal 1907 l’isola di Alcatraz venne adibita ufficialmente a carcere militare. Fu così convertita parte della vecchia “cittadella” militare – che originariamente accoglieva i prigionieri nelle cantine – nella struttura carceraria che ancora oggi si scorge dai moli di San Francisco. In seguito ad un allargamento che le permise di accogliere oltre 300 prigionieri, la Western U.S. Military Prison – ossia la prigione militare dell’Ovest degli Stati Uniti – diventò il penitenziario federale dove trasferire i detenuti più problematici d’America, privandoli d’ogni possibilità di fuggire tra limiti strutturali e geografici. Tra questi il più noto sarà Alphonse “Al” Capone, il più famoso gangster della storia, ma vengono annoverati tra le personalità d’eccezione criminali con soprannomi da cinema come il rapinatore “Machine gun” Kelly Barnes e Alvin “Creepy” Karpis, nemico pubblico n°1 dell’FBI prima di essere catturato e accompagnato personalmente da J. Edgar Hoover ad Alcatraz nel 1936.

Alcatraz, tra fuggitivi e conti da pagare

Nei 29 anni in cui Alcatraz, isola del diavolo d’America e scoglio di redenzione per criminali complicati, ospitò la prigione federale, furono 1.576 detenuti che trascorsero anni e anni in attesa di riottenere la libertà perduta. Un “soggiorno” senza poter comunicare tra loro né poter parlare con chi gli faceva visita – solo una volta al mese – di ciò che accadeva nel “mondo esterno”. A quanto si dice, pare che “non sapessero nemmeno che si stesse combattendo la Seconda guerra mondiale”.

Sebbene fuggire da Alcatraz fosse considerato impossibile, i tentativi di evasione non mancarono. I secondini ne registrarono quattordici, che coinvolsero un totale di 36 prigionieri. Il primo risale al 27 aprile 1936, quando uno detenuto tentò di fuggire scavalcando una recinzione e venne freddato dalle guardie per non essersi fermato agli avvertimenti. Il secondo tentativo di evasione, registrato il 16 dicembre 1973, viene considerato come il primo presunto tentativo riuscito. Due detenuti, Theodore Cole e Raph Roe, impiegando degli pneumatici come galleggianti di una zattera improvvisata, lasciarono l’isola senza mai fare ritorno. I loro corpi non vennero mai ritrovati e considerati “dispersi e probabilmente annegati” come furono considerati anni dopo anche Frank Morris e i due fratelli Anglin: celebri protagonisti dell’evasione registrata l’11 giugno del 1962 che ispirerà il film cult “Fuga da Alcatraz”. Gli altri tentativi di evasione si conclusero con cinque detenuti uccisi, due annegati e ventitré catturati.

La particolare locazione del penitenziario, un tempo considerata strategica e vantaggiosamente isolata, finì per rendere eccessivamente oneroso il mantenimento dei detenuti nel carcere che Mark Twain descriveva come  “freddo come l’inverno, anche nei mesi estivi”. Inviare acqua, viveri e altri generi di prima necessità sull’isola non era vantaggioso per casse dello Stato che ormai poteva ovviare a quei costosi limiti geografici con nuove strutture più sorvegliate. Per tali ragioni, il 21 marzo del 1963 il procuratore general Robert Kennedy ordinò la chiusura del carcere di Alcatraz al Bureau of Prisons con grande dispiacere del capo dell’FBI J. Edgar Hoover, acerrimo nemico della famiglia Kennedy. 

Da quel giorno Alcatraz rimase abbandonata e tornò ad essere uno scoglio silenzioso, sferzato dal vento freddo. Lo calpestano solo i gabbiani e i cormorani che passeggiano sui loro piedi palmati, tra il cemento armato e la ruggine che si accumula sulle sbarre che per tanto tempo hanno tenuto gli uomini fuori dal mondo, e adesso tengono il mondo al di fuori.

L’Occupazione di Alcatraz

Il 20 novembre 1969 l’isola venne occupata da settantotto nativi americani, per la maggior parte studenti di origine indiana della UCLA, che si stabilirono nel penitenziario abbandonato come atto dimostrativo incitato da Richard Oakes, attivista nativo che intendeva rivendicare l’isola un tempo riserva di caccia e pesca degli indiani Moqui Hopi. La rivendicazione si basava sul Trattato di Fort Laramie del 1868, che prevedeva la restituzione di territori federali in disuso agli Indiani d’America. Altri tentativi di occupazioni dimostrativa erano stati registrati il 9 marzo 1964 e il 9 novembre 1969.

Il desiderio e obiettivo finale dell’occupazione, che aveva chiamato a raccolta rappresentanze di cinquanta tribù ancestrali dell’America continentale, era trasformare l’isola in un centro per gli studi sui nativi americani e l’ecologia. Ma nel costo dei diciotto mesi di occupazione, la perdita di una leadership e una serie di incidenti – compreso un incendio che danneggiò il faro di segnalazione e l’abitazione del guardiano preposto alla sua funzione – portò allo sgombero. Su ordine dell’amministrazione Nixon, le forze speciali della polizia di San Francisco, coadiuvate da alcuni U.S. Marshall e da agenti dell’FBI, portarono via di forza gli ultimi manifestanti il 10 giugno del 1971. 

Uno scrigno del passato per visitatori moderni

Oggi, tra i freddi blocchi di celle allineate, dove un tempo risuonavano i passi pesanti delle guardie e i rintocchi dei loro vecchi manganelli sulle sbarre che trattenevano gli inquieti ospiti del governo Federale, passeggiano le scarpe da ginnastica dei turisti che possono respirare l’aria umida e drammatica di quegli spazi angusti e ormai vuoti, che sanno ancora far correre i brividi sulla pelle di vuole conoscere la vera storia di Alcatraz. Affascinante e leggendario confino di violenti, fuggiaschi e gangster di tempi che sembrano appartenere quasi a un’altra era geologica.

Dal 1973 l’isola e ciò che resta del penitenziario federale che l’ha resa leggenda sono aperti al pubblico, e attirano visitatori da tutto il mondo ma anche gli abitanti della baia di San Francisco. Loro che da sempre hanno guardato con sinistra fascinazione a The Rock e ai suoi misteri, finalmente hanno potuto vedere con i loro occhi quel che ne resta. Il resoconto di un inviato del New York Times, primo tra i primi a sbarcare sull’isola dei pellicani e dei detenuti più isolati d’America, narra di curiosi che nella brezza del mattino si aggiravano nel silenzio “vuoto e desolato, rotto solo dalle voci sommesse” di chi non avrebbe mai perso occasione di visitare la più famosa prigione del mondo. Descrivendolo come uno dei luoghi “più opprimenti e  claustrofobici” che avesse mai visto. Al tempo già si vendevano al prezzo di pochi dollari t-shirt con su scritto “Alcatraz Swim Team” o “Vacationing at Alcatraz”. Per qualcuno paccottiglia irrispettosa del dramma morale che si è consumato in quegli spazi ancora spettrali. Per qualcun altro un semplice modo di far sbarcare il lunario ai negozianti di souvenir, per divertire i turisti stranieri che arrivano con la pelle arrossata dal sole e la macchina fotografica pronta a immortalare l’architettura carceraria che racchiude nella sue evidente decadenza un’inspiegabile e algida bellezza. 

Esseri liberi che rimangono assorti di fronte alle rocce grigie, culmine di inaccessibili dirupi. Mentre i gabbiani si librano nel vento, alcuni cercano di misurare a occhio la distanza che li divide dalla costa, immaginandosi pronti ad evadere dalla vecchia fortezza divenuta prigione, come fossero protagonisti di nuove trame che traggono e ritraggono spunto dal Conte di Montecristo, da Papillon e da Escape from Alcatraz appunto. E quando le navi di passaggio segnalano il loro transito con fischi e sirene, e il vento fischia tra le mura scrostate, e i gabbiani si posano, magari si domandano: chissà se è vero che ce l’hanno fatta quei brutti ceffi di Morris e dei fratelli Anglin? Se davvero hanno raggiunto il Brasile come dicono, sulle ali della libertà. O se invece è solo una leggenda.

E soprattutto se è vero che nessuno è mai arrivato vivo alla costa scappando da Alcatraz.

TESTO DI Davide Bartoccini

FOTO DI Federica Carrozza

La Disuguaglianza.

Estratto dell'articolo di Luca Veronese e Marco Valsania per “il Sole 24 Ore” giovedì 31 agosto 2023.

Sono quasi 600mila ogni notte. E anche di giorno rappresentano una delle ferite sociali più visibili e intrattabili degli Stati Uniti. È l'esercito dei senzatetto, dei senza tetto, che si concentra nelle grandi città americane: da New York a Los Angeles, da San Francisco a Chicago. La dimensione del dramma è nelle cifre. Secondo le analisi più recenti della National Alliance to End Homelessness e dello Hud, il dipartimento per l'Edilizia e lo sviluppo urbano, i senzatetto negli Stati Uniti sono aumentati del 6% dal 2017 e oggi sono 582.462: 18 americani ogni 10mila […]

Sono dati, […] che stridono con più forza nella prima economia mondiale, anche per la mancanza di un Welfare in grado di alleviare la condizione delle persone più povere. Negli Usa il 22% dei senzatetto, oltre 127mila persone, sono considerati senza casa cronici, il 6% sono veterani delle forze armate, il 5% giovani o giovanissimi, senza famiglia con meno di 25 anni. Gli afroamericani, solo il 13% della popolazione complessiva, costituiscono invece il 39% degli homeless. […]

 […] E a poco sono finora valse, da una costa all'altra del Paese, sia le proposte progressiste che puntano a maggiori fondi e programmi di assistenza, che l'enfasi conservatrice che vuol minimizzare le responsabilità governative e puntare sull'ordine pubblico. 

Alle spalle dei senzatetto c'è una miscela di sfide irrisolte, che si aggravano con la debolezza economica ma non sono mai stato sanate neppure nei momenti di ripresa e che mettono in discussione la solidità e l'efficacia dell'intero Welfare. Si intrecciano condizioni di povertà che riguardano il 12% della popolazione: quasi 40 milioni di persone e una percentuale poco cambiata in decenni. Emergono striscianti eredità del razzismo. 

E i danni della sotto occupazione, oltre a quelli della disoccupazione, che gonfia i ranghi dei lavoratori poveri senza dimora fissa: persone che hanno un lavoro ma non guadagnano abbastanza da potersi permettere una casa. C'è l'impatto delle malattie mentali e delle epidemie di stupefacenti. Poi l'aumento dell'immigrazione illegale, destinato a generare nuovi poveri. Soprattutto si sommano, oggi, una storica carenza di case popolari, la fine di aiuti pubblici straordinari introdotti per la pandemia e l'impennata dei costi abitativi amplificata dalle fiamme dell'flacone: […]

Los Angeles, dove in povertà vive il 14,2% della popolazione, almeno 1,4 milioni di persone, è diventata capitale nazionale degli homeless. Da sei mesi la città californiana ha dichiarato un vero stato di emergenza contro la crisi dei senzatetto, per dare alle autorità locali più poteri di intervento. […] nell'ultimo anno questa popolazione vulnerabile è aumentata del 10% nel centro urbano. 

[…]L'intera California soffre di record di senzatetto: 171mila persone nella media a notte, il 30% del totale nazionale. Ben 44 persone ogni 10mila, in aumento del 43% dal 2012. 

Al secondo posto, in questa preoccupante classifica, viene lo stato di New York, con 91.271 senza casa. Accampati alla meglio anzitutto nella città, dove le associazioni di assistenza calcolano oltre 84.500 senzatetto in media ogni notte, compresi 27.500 bambini, con un incremento allarmante del 66% in un decennio. Ad aggravare il problema abitativo, è ora l'arrivo di 100mila migranti in città solo dalla scorsa estate, parte delle nuove ondate migratorie dal Sud del mondo. […]

Il sindaco Eric Adams - in una città dove in povertà vivono 2,7 milioni di persone - ha varato una carta dei diritti degli homeless che permette loro di dormire in alcuni spazi pubblici. Tutte le grandi città risentono della crisi. Ancora in California, a San Francisco e nella circostante Bay Area il dramma contrasta con la ricchezza della Silicon Valley: il 70% dei residenti indica proprio i senzatetto tra i primi tre problemi della città. Ogni notte 38mila persone non hanno casa: il numero dei clochard è in aumento del 35% dal 2019 e tra loro il 35% è considerato ormai un senzatetto cronico.

 E il fenomeno rischia di aggravarsi perché il 10% dei residenti vive in condizioni di assoluta povertà e il 30% ha redditi molto bassi in una delle zone più care del Paese. Ancora: una grande metropoli del Midwest come Chicago registra oltre 68mila senzatetto: il ricorso ai rifugi municipali è aumentato negli ultimi anni del 50%. Il tasso di povertà qui è del 16,4% e vendita al 20,6% tra le minoranze etniche e al 23% tra i giovani. 

Anche in una città ricca come Boston gli homeless sono più di 1.500 e stanno aumentando, dando vita ad accampamenti urbani. La stessa capitale Washington, centro dei dibattiti politici sugli sforzi di riforma sociale, è sotto assedio: i sobborghi hanno assistito a un incremento degli homeless del 26% in un anno e la città del 12%. Quasi 9mila persone non hanno un tetto, all'ombra della Casa Bianca e del Campidoglio.

L’altra faccia dell’impero: negli USA 600mila senza tetto e 110mila overdose. Roberto Demaio su L'Indipendente giovedì 31 agosto 2023.

C’è una ferita sociale invisibile e silenziosa negli Stati Uniti, fatta di senzatetto, overdose e comunità distrutte. Secondo le analisi della National Alliance to End Homeless e del dipartimento per l’Edilizia e lo sviluppo urbano, i senzatetto negli USA sono quasi seicentomila: 582.462 per l’esattezza, in aumento del 6% rispetto al 2017. Diciotto americani ogni diecimila non hanno un’abitazione in cui vivere e sono costretti a dormire all’aperto o in ripari improvvisati. Tra i clochard, oltre il 22% sono considerati “senza casa cronici”, il 6% sono veterani delle forze armate e il 5% sono giovani e giovanissimi. Dati che si pongono in forte contrasto con le statistiche dalle quali emerge che gli Stati Uniti sono la prima potenza economica mondiale. Tra i fattori che alimentano bombe sociali ci sono anche le disuguaglianze etniche: gli afroamericani, che rappresentano solo il 13% della popolazione complessiva, costituiscono invece il 39% dei senzatetto. Un allarme al quale si aggiunge quello della cronica e apparentemente inarrestabile crescita dei decessi per overdose da oppioidi, che negli ultimi due anni hanno superato i 100.000 casi l’anno, con il solo Fentanyl che fa in media 1.500 morti a settimana.

La città capitale degli homeless è Los Angeles dove vive in povertà il 14,2% della popolazione (circa 1,4 milioni di persone e circa il 10% in più nel centro urbano rispetto all’anno scorso). Da mesi è attivo lo stato d’emergenza per garantire alle autorità locali più poteri di intervento. Il sindaco Karen Bass ha dichiarato: «Migliaia di cittadini dormono per strada o in auto ogni notte, ogni notte alcuni di loro muoiono». Al secondo posto c’è New York, con ben 91.271 senza casa, tra cui 27.500 minori. Ad aggravare la situazione anche la gestione insufficiente delle ondate migratorie tutt’altro che irrilevanti: solo l’estate scorsa in città sono arrivate centomila persone. Anche la capitale Washington è sotto assedio: all’ombra della Casa Bianca e del Campidoglio, ci sono quasi 9.000 senza tetto, un incremento del 26% nell’ultimo anno. Il problema della povertà non si limita solo alle grandi città, ma si estende in tutto il territorio americano. In alcune zone della costa occidentale il sindacato del personale alberghiero ha persino proposto di introdurre una sovrattassa finalizzata ad aiutare i lavoratori a reddito più basso e per offrire stanze libere negli hotel pagate da un voucher municipale.

Accetta Funzionali cookie per visualizzare il contenuto.

I problemi sociali non si esauriscono al campo economico. Secondo i dati del Centro di Controllo delle Malattie (CDC), dal 2021 i decessi per overdose annue si sono stabilizzate oltre le 100mila unità. Per il 2023 sono ancora previste 110.000 morti, nonostante la leggera flessione degli ultimi mesi. Tra le droghe più utilizzate spicca il Fentanyl, responsabile di circa 1.500 vittime a settimana (circa 80 mila all’anno, dieci volte il bilancio delle guerre in Iraq e Afghanistan) e considerata la principale causa di morte per gli americani di età compresa tra i 18 e i 49 anni. Si tratta di un ritrovato sintetico elaborato negli anni Sessanta utilizzato per curare i dolori di alcune categorie specifiche di malati. Dietro prescrizione medica si acquista legalmente, ma le strade americane sono ormai piene di Fentanyl di contrabbando, il cui spaccio è gestito da bande che lo importano principalmente da Messico e Cina. La questione degli oppioidi, negli USA, è considerata ormai talmente grave che, il segretario alla Sicurezza interna Alejandro Mayorkas, l’ha definita «la più grande sfida per il paese». [di Roberto Demaio]

La logica del mercato. Rainer Zitelmann su L’Inkiesta il 30 Gennaio 2023.

Mobilità sociale. Il falso mito della disuguaglianza che aumenta negli Stati Uniti

Se nelle statistiche non si tiene conto delle elevate imposte pagate da chi ha un reddito alto e non si tiene conto dei consistenti trasferimenti ricevuti da chi ha un reddito basso, è logico che i dati sulla crescente disparità di reddito e opportunità sono sbagliati

Quasi nessuna affermazione è stata ripetuta così spesso dai media come quella secondo cui la disuguaglianza tra poveri e ricchi è cresciuta in modo massiccio, anno dopo anno, in tutto il mondo e soprattutto negli Stati Uniti. Alcuni studiosi hanno ora confermato che negli Stati Uniti questa tesi si basa su statistiche che non tengono conto dei due terzi dei trasferimenti che il governo effettua a favore dei lavoratori a basso reddito. Allo stesso tempo, le statistiche ufficiali sulla disuguaglianza non tengono conto delle imposte federali, statali e locali, l’82 per cento delle quali sono pagate dal primo 40 per cento (per entità) dei percettori di reddito americani.

«Il risultato netto è che in totale il Census Bureau sceglie di non contare l’impatto di oltre il 40 per cento di tutti i redditi, che derivano da trasferimenti o tasse», scrivono Phil Gram, Robert Ekelund e John Early nel loro eccellente libro The Myth of American Inequality. Essi dimostrano che: «Ci sono almeno un centinaio di programmi federali che spendono ciascuno più di 100 milioni di dollari all’anno per fornire assistenza e sostegno alle famiglie, oltre a un numero imprecisato di programmi più piccoli per risorse stanziate». Di tutti questi programmi, il Census Bureau ne considera solo otto nella sua misurazione del reddito e sceglie di non contare gli altri come componente del reddito per i beneficiari.

Questo metodo statistico non era un problema quando fu introdotto 75 anni fa e questi trasferimenti giocavano solo un ruolo minore. Se nelle statistiche non si tiene conto delle elevate imposte pagate da chi ha un reddito alto e non si tiene conto dei consistenti trasferimenti ricevuti da chi ha un reddito basso, è logico che i dati sulla crescente disuguaglianza sono sbagliati. Se si tiene conto delle tasse e dei trasferimenti, il rapporto tra il reddito del 20 per cento più basso e quello del 20 per cento più alto degli americani è di 4 a 1 e non di 16,7 a 1 come risulta dai dati ufficiali del Census Bureau.

L’economista francese Thomas Piketty è uno dei principali sostenitori della tesi della crescente disuguaglianza. Egli sostiene che la disuguaglianza è aumentata bruscamente in molti Paesi a partire dal 1990. Secondo i dati presentati da Piketty e dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel World Inequality Database, la quota di reddito statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco degli americani è aumentata dal 10 per cento al 15,6 per cento tra il 1960 e il 2015. Anche prima di Gramm, Ekelund e Early, altri ricercatori avevano sottolineato che questi dati erano sbagliati. Gli economisti statunitensi Gerald Auten e David Splinter hanno dimostrato che questi dati sono sovrastimati e che, in realtà, la quota di reddito statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco è aumentata più moderatamente, dal 7,9 per cento all’8,5 per cento tra il 1960 e il 2015.

Lo stesso vale per la quota di ricchezza statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco, che secondo Piketty è aumentata dal 22,5 per cento al 38,6 per cento tra il 1980 e il 2014. Secondo i calcoli di Smith, Zidar e Zwick, invece, nello stesso periodo è aumentata dal 21,2 per cento al 28,7 per cento – per saperne di più su questi e altri studi si può consultare questo sito.

I dati sulla ricchezza escludono il valore attuale dei piani pensionistici a prestazione definita e dei programmi di sicurezza sociale, che distorcono il confronto a svantaggio delle fasce più povere della popolazione. Quando si calcolano i valori patrimoniali, è importante ricordare che essi dipendono soprattutto dall’aumento dei prezzi delle case rispetto a quelli delle azioni. Nei periodi in cui i prezzi delle azioni crescono molto più velocemente di quelli delle case, le persone ricche ne traggono maggiore vantaggio perché possiedono una quota maggiore di titoli rispetto alle persone meno ricche.

Un altro problema è che molti degli studi sulla ricchezza sono metodologicamente deboli, perché mancano dell’elemento dinamico: il movimento tra coorti di reddito o di ricchezza nel tempo, chiamato anche mobilità sociale. Fa una grande differenza – dal punto di vista economico, etico e morale – se il 10 per cento inferiore della popolazione in termini di distribuzione del reddito nel Paese X nel decennio 1 è ancora lo stesso nel decennio 2, o se questo decile nel decennio 2 è ora composto da persone completamente diverse. Il problema è che molte persone che hanno opinioni forti sulla disuguaglianza hanno anche poca o nessuna comprensione delle statistiche. Questo porta più volte a considerare come veri numeri grossolanamente imprecisi.

Il Diritto d’Autore.

Brevetti.

Copyright.

Brevetti.

Mauro Masi per adnkronos.com il 30 gennaio 2023.

Negli Stati Uniti proprio in questi giorni ha ripreso forte vigore la polemica intorno ai brevetti sui vaccini contro il Covid 19 quando tre senatori democratici molto noti e popolari (Elisabeth Warren, Peter Welch e Bernie Sanders – ex candidato dem alla Presidenza contro Biden) hanno attaccato prima Pfizer poi Moderna per la loro annunciata decisione di portare il costo della singola dose vaccinale sul libero mercato (quando saranno esauriti i contratti in essere con il governo USA e i vari governi mondiali, UE compresa) a 130 dollari.

Sanders ha sottolineato che il costo stimato di produzione della singola dose è di circa 2,85 dollari quindi il prezzo di vendita annunciato sarebbe di oltre 45 volte quello di produzione. Un’enormità. Pfizer non ha proprio risposto alle critiche, Moderna ha ricordato i grandi costi sostenuti per ricerca e sviluppo e che comunque il suo prodotto anche dopo la fine dei contratti pubblici “sarà disponibile gratuitamente per la stragrande maggioranza delle persone negli USA”.

Il dibattito sulla gestione dei brevetti sui farmaci salva vita viene da lontano e ha avuto sviluppi molto significativi durante la pandemia da Covid. Ricordiamo che al margine dell’ultima Assemblea generale dell’ONU prima della guerra russo ucraina, il Presidente USA Biden volle un vertice mondiale virtuale per la lotta al Covid. Vi parteciparono i leader di 30 Nazioni ad alto reddito per presentare “impegni per la donazione dei vaccini”.

 In questo contesto gli Usa annunciano che avrebbero donato fino a 1,1 miliardi di dosi per i paesi più poveri. Peraltro nessuno dei partecipanti al Summit menzionò nulla che riguardasse la tutela brevettuale dei vaccini e l’annuncio fatto dallo stesso Biden nel maggio 2021 al WTO di “non voler proteggere la proprietà intellettuale per i vaccini” è rimasto lettera morta.

All’epoca la presa di posizione di Biden era sembrata addirittura epocale mettendo un punto fermo, con tutta l’autorevolezza del Governo Usa, nella disputa annosa tra chi ritiene che la salute pubblica faccia premio su ogni altra tutela e chi sottolinea che senza la protezione assicurata dall’esclusività brevettuale si bloccherebbe l’innovazione e la spinta del sistema a produrre nuovi farmaci.

 Come si è visto, però, non se ne è fatto sostanzialmente nulla e ciò per diversi motivi di natura sia economica sia politica ma forse anche perché la strada proposta dagli USA (sospensione “sic et simpliciter” dei brevetti) era quella tecnicamente più semplice ma, non necessariamente, la più adeguata.

Meglio sarebbe stato, forse, puntare sulle licenze obbligatorie (deroghe ai brevetti su pronuncia di un’autorità giuridica o amministrativa che ne fissa condizioni e durata) come prevede lo stesso accordo multilaterale TRIPS. Ciò detto, lo stato dell’arte ad oggi è che, nella sostanza, nulla è cambiato rispetto a tre anni fa, prima della pandemia, e il tema resta, quindi, attualissimo ed irrisolto.

 LINEE AEREE. Molte compagnie aeree mondiali stanno cercando di seguire l’esempio dell’Alaska Airlines che per prima ha applicato il software di ultra avanguardia Flyways che studia e definisce rotte più efficienti e meno dispendiose anche e soprattutto in termini di consumo di carburante. Non è un esercizio semplice: le infrastrutture di IT non sono facilissime da installare in quanto una linea aerea non può semplicemente chiuderne una ed aprirne un’altra.

Tali sistemi vanno, infatti, integrati progressivamente e con molta attenzione perché il tutto avviene con i voli in corso e si rischiano problemi anche molto seri (come peraltro accaduto pochi giorni fa proprio negli USA dove, sembra, un errato upgrade di un sistema informatico della FAA l’agenzia federale del volo ha causato un blackout di molte ore bloccando al suolo migliaia di voli).

Ne vale comunque la pena: Alaska Airlines ha ottenuto nell’ultimo anno notevoli successi sia in termini di risparmio di carburante che di raggiungimento di ambiziosi target di sviluppo sostenibile lanciando nell’olimpo dei supermanager il suo CEO, l’italo-americano Ben Minicucci.

Copyright.

Estratto dell’articolo di Irene Soave per il “Corriere della Sera” il 27 gennaio 2023.

Madonna, Elon Musk, il ministro dell’Interno, l’artista Marina Abramovic, la scrittrice Ottessa Moshfegh. Un «gruppo di amici attentamente selezionati» che fa conversazione, alla tavola di un’anfitriona in vista, nel cuore di Manhattan: così Anna Sorokin già nota come Delvey, finta ereditiera tedesca in realtà russa alle cui truffe (quasi) sempre riuscite è stata ispirata la serie Netflix Inventing Anna , ha riportato in vita la tradizione delle grandi ereditiere vere, quella del salotto.

 Il 2023 sarà l’anno del suo Delvey’s Dinner Club : una serie di cene […] filmate e mandate in onda. A produrlo, una divisione della Wheelhouse Entertainment, cofondata dallo showman Jimmy Kimmel. Piccolissimo particolare: l’appartamento dell’East Village in cui la padrona riceve è quello da 4.200 dollari al mese — pagati da chi? non è chiaro, e nessuno se ne stupisce — in cui sta finendo di scontare, ai domiciliari, una seconda condanna pronunciata nel 2022 perché dopo cinque anni in prigione, col visto scaduto, non aveva lasciato gli Stati Uniti.

[…] Ora, però, c’è un contratto. E col contratto, annunciato in esclusiva al tabloid Page Six , le foto di Anna Sorokin in versione già semilibera […]. Un abito dorato, una strategica linea di kajal sotto gli occhi blu, colorito da ottime creme; alla caviglia sinistra un braccialetto letteralmente esclusivo, quello elettronico dei domiciliari.

 […] La sua frode è fruttata parecchio. Netflix ha comprato per 320 mila dollari i diritti sulla sua vita. È riuscita a vendere — e prima a esporre — alcuni suoi disegni prodotti in carcere: 340 mila dollari.  Ora il reality show. Però una legge le mette i bastoni tra le ruote. Si chiama la «Son of Sam Law», dove «Son of Sam» era il «nome d’arte» che negli anni Settanta si era dato un serial killer che poi aveva venduto la propria vicenda al cinema.

Dieci anni di sentenze, appelli e sentenze contrarie avevano poi stabilito che no, un criminale non può arricchirsi con i diritti sulla propria storia. Così dei 320 mila dollari di Netflix, Sorokin non ha visto nulla: sono stati devoluti ai suoi truffati (perlopiù banche d’affari), e lo stesso potrebbe succedere dopo il nuovo show.

Le Spie.

Aleksandr Poteyev.

Irangate.

Cinagate.

Russiagate.

Jack Teixeira.

Daniel Ellsberg.

Robert Hanssen.

Charles McGonigal.

Ana Montes.

Aleksandr Poteyev.

Estratto dell’articolo di Andrea Marinelli e Guido Olimpio per “il Corriere della Sera” il 19 Giugno 2023.

Le storie di spionaggio sono complicate e semplici. Coinvolgono uomini addestrati ma anche persone qualsiasi, prive di esperienza, però utili alla missione. Compresa la caccia ad un agente russo fuggito negli Stati Uniti, Aleksandr Poteyev. Un uomo che doveva morire perché aveva tradito. 

L’ex funzionario dell’intelligence russa è dal 2010 nella lista dei ricercati di Mosca, lo accusano di aver venduto all’Fbi una rete di spie negli Stati Uniti, un network di illegali sulla costa orientale del Paese. Vivevano da americani, come americani: lavori comuni, figli, attività insospettabili, e intanto raccoglievano informazioni. 

È la storia che ha ispirato la serie tv The Americans. Probabilmente non li avrebbero presi se Poteyev, un veterano dell’intelligence di grande esperienza, un ufficiale che gestiva proprio gli infiltrati in Occidente, non avesse fatto il doppio gioco.

[…] Le 11 spie — fra cui la celebre Anna la rossa — vengono arrestate e liberate con uno scambio che coinvolge Sergei Skripal. Una volta vuotato il sacco, intanto, Aleksandr riesce a scappare in America, attraverso Bielorussia e Germania. 

Lo prende in carico il National Resettlement Operations Center, la struttura che si occupa dei fuggitivi, l’agenzia in grado di costruirgli una nuova esistenza lontana dalla madre patria. Solo che i russi non si sono dimenticati di lui: sanno che si nasconde in Florida e mandano un killer a cercarlo tra il 2013 e il 2014. È il primo atto di una sfida. […]

Nel luglio 2016 Mosca sostiene che il traditore è morto ma è una finta, tattica consueta, perché Poteyev — scoprono i giornalisti di Buzzfeed — ha inspiegabilmente lasciato abbondanti tracce. L’ex 007 rinnova a suo nome una licenza di pesca a un negozio Walmart della Florida, e si registra per votare nelle liste elettorali repubblicane.  […]

E qui appare una figura sorprendente, Hector Cabreras Fuentes, messicano dello stato di Oaxaca, un bravo medico e brillante ricercatore senza alcun precedente penale. Solo che ha un passato da studente di microbiologia nella città russa di Kazan e un segreto: ha due mogli, una in Messico e una donna russa con due figlie che vive in Germania, dove lavora. 

La doppia famiglia diventa l’arma del ricatto. Mosca usa la più classica delle «leve». Nel 2019 impedisce alla consorte russa e alle due figlie di lasciare il Paese e offre a Fuentes la soluzione: potrà partire se ci aiuterai a trovare qualcuno che ci interessa negli Stati Uniti.

E così, nel febbraio del 2020, il medico messicano riceve ordini precisi, indicazioni e un indirizzo di Miami: il suo compito è condurre una ricognizione su un personaggio, ossia Poteyev. […] E infatti una volta in Florida combina una grande pasticcio. Si fa beccare da una guardia mentre cerca di entrare nel cancello del condominio dove abita l’obiettivo accodandosi a un’auto, poi la moglie scatta delle foto alla targa di Poteyev. Parte una segnalazione. Quando cerca di imbarcarsi all’aeroporto di Miami lo fermano e crolla insieme al «castello», fornendo i dettagli all’Fbi. […]

Irangate.

La Cia rivela il nome del secondo agente della missione Argo in Iran. Storia di Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera sabato 16 settembre 2023.

Per la prima volta, la Cia ha rivelato l’identità di un secondo ufficiale che ha svolto un ruolo chiave in una missione di salvataggio in Iran nel 1980, proprio nel pieno della rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. L’operazione consisteva nel far uscire dal Paese sei diplomatici statunitensi travestiti da troupe cinematografica. Il gruppo era assistito da due agenti della Cia. La missione fu così rocambolesca che ispirò il film premio Oscar . uscito nel 2012 con protagonista Ben Affleck.

La storia è conosciuta. Con l’aiuto del Canada, i due ufficiali della CIA e i sei funzionari americani finsero di essere alla ricerca di luoghi in cui girare un film di fantascienza di nome Argo. E alla fine riuscirono a sfuggire ai servizi di sicurezza iraniani ed imbarcarsi per Zurigo. Finora si conosceva solo il nome di uno degli agenti, lo specialista in travestimenti e falsificazioni Tony Mendez, morto nel 2019, ma adesso la Cia ha svelato anche l’identità del secondo ufficiale. Si tratta di Ed Johnson, esperto in estrazioni segrete, conosciuto anche dalla moglie di Mendez, Jonna, anche lei agente segreta, che lo ha descritto alla come «linguista straordinariamente abile», esperto nella creazione di documenti falsi. «Sembrava essere perfettamente adatto al lavoro che stava svolgendo», ha raccontato.

La rivelazione è stata fatta lo scorso 14 settembre nell’episodio del podcast «Langley Files», in cui la Cia ha rivelato particolari inediti della missione, forniti proprio da Johnson. La parte più difficile dell’operazione, secondo quanto raccontato, è stata convincere i diplomatici che sarebbero riusciti ad ingannare gli iraniani e a passare per una troupe cinematografica. «Loro erano persone che non erano addestrate a mentire alle autorità» ha detto Johnson. L’agente segreto, che aveva una vasta esperienza del Medio Oriente, parla numerose lingue, tra cui l’arabo, ma non il farsi, l’idioma ufficiale in Iran. Tuttavia gli tornò utile il tedesco quando lui e Mendez si ritrovarono involontariamente, proprio di fronte all’ambasciata americana allora occupata, dove 52 cittadini statunitensi erano stati presi in ostaggio nel 1979 (saranno rilasciati solo nel 1981, dopo 444 giorni). Lì, una guardia iraniana di lingua tedesca aiutò le due spie a trovare un taxi per andare all’ambasciata canadese dove si erano rifugiati anche i sei diplomatici. «Devo ringraziare gli iraniani per essere stati il faro che ci ha portato nel posto giusto», ha detto Johnson nell’intervista alla Cia.

Nel film del 2012, la fuga del gruppo dall’Iran avviene sul filo del rasoio con le truppe iraniane che tentano di inseguire l’aereo. La realtà, ha ricordato Johnson, è stata molto meno movimentata, i diplomatici erano rilassati e «fiduciosi» durante le fasi finali della missione.

Cinagate.

Allarme nella Marina Usa: arrestate spie che passavano informazioni alla Cina. Federico Giuliani il 4 Agosto 2023 su Inside Over.

Avrebbero “violato gli impegni assunti per proteggere gli Stati Uniti” e “trasmesso informazioni militari sensibili” alla Repubblica Popolare Cinese. Due marinai statunitensi sono stati arrestati con l’accusa di spionaggio per conto della Cina, secondo quanto riportato dal dipartimento di Giustizia Usa.

In casi tra loro apparentemente separati, Jinchao Wei e Wenheng Zhao sono finiti nell’occhio del ciclone. Wei, cittadino statunitense naturalizzato, marinaio di 22 anni assegnato alla Uss Essex, con sede a San Diego, è stato arrestato con l’accusa di spionaggio che coinvolge la cospirazione per l’invio di informazioni sulla difesa nazionale a funzionari cinesi. Il sottufficiale Zhao, 26 anni, di aver invece raccolto tangenti in cambio della fornitura di foto e video militari statunitensi sensibili ad un ufficiale dell’intelligence cinese. 

Gli uomini sono stati arrestati in California. “Queste persone sono accusate di aver violato gli impegni assunti per proteggere gli Stati Uniti e di aver tradito la fiducia pubblica, a vantaggio del governo della Cina”, ha dichiarato Matthew G. Olsen, assistente procuratore generale della divisione per la sicurezza nazionale del dipartimento di Giustizia.

Spionaggio e arresti

A causa delle loro azioni, “informazioni militari sensibili sono finite nelle mani della Repubblica popolare cinese”, ha proseguito Olsen. Le informazioni includevano dettagli su esercitazioni in tempo di guerra, operazioni navali e materiale tecnico critico.

Wei e Zhao sono stati accusati di reati simili ma in casi separati. Non è ancora chiaro se le due vicende siano collegate né se i mariani siano stati corteggiati o pagati dallo stesso ufficiale dell’intelligence cinese.

I pubblici ministeri federali sostengono che Wei – che ha servito come assistente macchinista sulla nave d’assalto anfibia Uss Essex, aveva un nulla osta di sicurezza e aveva accesso a informazioni sensibili sulla stessa nave – avrebbe preso contatto con un ufficiale dell’intelligence del governo cinese nel febbraio 2022, e che, su sua richiesta, avrebbe fornito fotografie e video della nave su cui ha prestato servizio.

Il materiale sarebbe stato composto da manuali tecnici e meccanici, nonché da dettagli sul numero e sull’addestramento dei marine Usa durante un’esercitazione imminente. Pare inoltre che l’anonimo ufficiale dell’intelligence cinese avesse inoltre ordinato a Wei di non discutere della loro relazione e di distruggere le prove per coprire eventuali tracce. Il marianio è stato accusato in base a uno statuto dell’Espionage Act usato raramente, che rende un crimine raccogliere o fornire informazioni per aiutare un governo straniero.

Informazioni riservate

Zhao ha lavorato presso la base navale della contea di Ventura vicino a Los Angeles. È accusato di aver collaborato con un ufficiale dell’intelligence cinese tra agosto 2021 e, almeno, maggio 2023.

Le informazioni che avrebbe condiviso includerebbero piani operativi per un’esercitazione militare statunitense nella regione indo-pacifica. I pubblici ministeri affermano che l’uomo abbia anche registrato di nascosto le informazioni che avrebbe consegnato. Avrebbe fotografato schemi elettrici e progetti per un sistema radar in una base militare statunitense a Okinawa, in Giappone, e avrebbe altresì ricevuto circa 14.866 dollari per il materiale consegnato.

La Cina, finora, ha negato di essere a conoscenza dei fatti. Liu Pengyu, un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, citato dal Wall Street Journal, ha detto: “Il governo e i media degli Stati Uniti hanno spesso pubblicizzato casi di ‘spionaggiò legati alla Cina. La Cina si oppone fermamente alla calunnia infondata e alla diffamazione da parte degli Stati Uniti”. Se condannati, sia Wei che Zhao rischiano 20 anni di carcere.  

FEDERICO GIULIANI

Estratto dell’articolo di Matteo Persivale per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2023.

[…] Il processo pare uscito da un film dei fratelli Coen: […] imputato il rapper Pras dei Fugees, convitato di pietra il miliardario malaysiano Low Taek Jho […], ora svanito nel nulla e accusato di una lunga serie di reati finanziari. Low avrebbe pagato Pras, uno dei suoi numerosi amici celebri, perché intercedesse per lui (o meglio per i suoi mandanti, tra cui il governo cinese) nel mondo politico americano.

È stato anche accusato di aver preso denaro dalla Cina per fare pressioni sui funzionari statunitensi affinché estradassero in Cina un dissidente con sede negli Stati Uniti, Guo Wengui. Il rapper ha sostenuto di essere stato ingenuo, e ha definito «free money», soldi in regalo, quelli che Low gli versava con sollecitudine. Il verdetto: colpevole. Ora rischia vent’anni per aver usato soldi stranieri per aiutare Jho Low e il governo cinese ad avere accesso a politici americani. DiCaprio nel 2015 ebbe l’intelligenza di chiudere i rapporti con Jho Low e al processo non è imputato di nulla.

Low aveva finanziato la fondazione per l’ambiente di DiCaprio e il suo Wolf of Wall Street , e l’attore l’aveva ringraziato dopo la vittoria del Golden Globe. «Lo conobbi a Las Vegas, intorno al 2010, mi dissero che era un prodigio degli affari. Portava gli amici a feste pazzesche, una volta ci portò tutti a fare Capodanno in Australia col suo aereo privato e poi subito tutti a Las Vegas per il Capodanno anche lì». 

Il rapper Pras […] aveva aiutato il finanziere a orchestrare una serie di campagne di lobbying per influenzare il governo degli Stati Uniti sotto Obama e poi Trump. Dieci gravi capi d’accusa tra i quali l’aver agito come «agente straniero», ostruzione alla giustizia, falsificazione di documenti finanziari di campagne elettorali. […]

Russiagate.

Estratto dell'articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it il 12 giugno 2023.

"Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto". Così scrive l'ex segretario alla Giustizia William Barr a pagina 301 del suo libro One Damn Thing After Another, rilanciando l'interrogativo se l'ex premier Giuseppe Conte abbia detto tutta la verità al Copasir e al Paese, riguardo il suo intervento nell'inchiesta sul "Russiagate". 

Perché il presidente a cui si riferisce Barr è Donald Trump, e i primi ministri a cui gli chiede di parlare dell'indagine condotta dal procuratore Durham sono quelli di Italia, Gran Bretagna e Australia. Un tassello importante di questa misteriosa vicenda, che diventa ancora più significativo alla luce del fatto che l'ex capo della Casa Bianca è stato incriminato proprio per la gestione inappropriata delle informazioni segrete di intelligence, tra cui potrebbero figurare anche quelle ricevute dai servizi italiani.

Nel 2019 il presidente Donald Trump si convince che il "Russiagate" è stato confezionato in Italia, dai servizi di Roma sotto la guida del premier Renzi alleato di Hillary, e dagli agenti dell'Fbi a lui ostili come il capo a via Veneto Michael Gaeta. 

Tutto nasce dalle accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata sulle mail di Clinton rubate dai russi era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro nella nostra capitale. Perciò il capo della Casa Bianca chiede all'Attorney General di andare a indagare. 

Il protocollo vorrebbe che il segretario alla Giustizia contattasse il suo omologo per spiegare cosa cerca, per poi lasciargli gestire il caso. Barr invece scavalca tutti. Si rivolge all'ambasciata italiana a Washington e ottiene un incontro con il capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Gennaro Vecchione, leader dei servizi di intelligence italiani, autorizzato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

La mattina del 15 agosto 2019, secondo i documenti del dipartimento alla Giustizia sulla missione, che La Repubblica ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane, l'Attorney General atterra a Ciampino e va a messa nella chiesa cattolica di St. Patrick, a due passi dall'ambasciata americana di via Veneto. Alle 17 va in piazza Dante 25, sede del Dis, per incontrare Vecchione. Secondo lo schedule di Barr, però, alle 18,45 l'intero gruppo si dirige verso piazza delle Coppelle per una cena di due ore al ristorante Casa Coppelle, mai rivelata ufficialmente. 

Un paio di settimane dopo Conte va al G7 di Biarritz, mentre a Roma si decide il futuro del suo governo. Il 27 agosto 2019 Trump lo appoggia, con questo messaggio su Twitter: "Comincia a mettersi bene per l'altamente rispettato primo Ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte... Un uomo di grande talento, che speriamo resti primo Ministro".

Il 27 settembre Barr torna a Roma per rivedere Vecchione, presumibilmente allo scopo di ricevere le informazioni raccolte dai nostri servizi dopo il primo appuntamento del 15 agosto. Quando la missione segreta di Barr viene scoperta, il Copasir chiede spiegazioni al presidente del Consiglio. Conte difende la legalità delle visite e sottolinea due punti: "Non ho mai parlato con Barr", e "i nostri servizi sono estranei alla vicenda". 

Poi ai giornalisti dice: "Qualcuno ha collegato il tweet di Trump a questa inchiesta. Non me ne ha mai parlato. La richiesta risale a giugno 2019 ed è pervenuta da Barr. Ha domandato di verificare l'operato degli agenti americani, col presupposto di non voler mettere in discussione l'operato delle autorità italiane dell'intelligence".

 Se così fosse stato, il premier avrebbe autorizzato il segretario alla Giustizia ad incontrare i vertici dei servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo Gaeta, con cui poi i nostri agenti lavoravano ogni giorno per garantire la sicurezza del paese. 

Quindi sul 15 agosto Conte aggiunge: "Si è trattato di una riunione tecnica con il direttore del Dis Vecchione, che non si è svolta all'ambasciata americana, né in un bar, né in un albergo, come riportato da alcuni organi di informazione, ma nella sede di piazza Dante del Dis". Nello schedule ufficiale di Barr però c'è anche la cena a Casa Coppelle, che poi Vecchione ha confermato, descrivendola come un incontro conviviale. 

[…] 

L'ex premier dice che la visita di Barr non aveva come oggetto un'ipotesi di cooperazione giudiziaria, e perciò sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Ciò però è smentito dalla pratica inoltrata successivamente dal procuratore Durham, che ha effettivamente richiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, come si fa appunto nei casi di cooperazione giudiziaria, ma non è stato accontentato perché la domanda non reggeva sul piano tecnico.

Conte infine sottolinea che Barr indagava sugli agenti americani, non italiani, ma così apre un altro caso. Il premier infatti avrebbe autorizzato il segretario ad incontrare i nostri servizi per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo il capo a Roma Michael Gaeta, con cui poi i nostri agenti dovevano lavorare ogni giorno per garantire la sicurezza del Paese, mettendola così a rischio a causa dei potenziali attriti con gli agenti Usa in Italia. 

Conte infine dice che la sua decisione ha contribuito alle buone relazioni tra Roma e Washington, ma ora sappiamo che era un'iniziativa presa da Trump per il proprio interesse personale ed eventualmente elettorale, non per la sicurezza nazionale dei due Paesi.

Nel suo libro, Barr chiarisce così l'episodio: "Nella primavera e l'inizio dell'estate del 2019, quando John (Durham) e io discutemmo la dimensione internazionale del suo lavoro, ci accordammo per coinvolgere tre paesi che sentivamo sarebbero stati più utili all'investigazione: Regno Unito, Australia e Italia. Io cominciai contattando gli ambasciatori di questi paesi, e in seguito ebbi discussioni con alti funzionari in ciascuno di essi. Andai tanto in Italia, quanto nel Regno Unito, per spiegare l'inchiesta di Durham e chiedere qualsiasi assistenza o informazione che potessero fornire". Quindi arriva la frase chiave su Conte: "Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto".

Ora l'ex presidente del Consiglio potrebbe sostenere che la conversazione con Trump sollecitata da Barr non è mai avvenuta, ma ciò sarebbe molto sorprendente. L'inchiesta sul "Russiagate" era l'iniziativa politica più importante per il capo della Casa Bianca. 

Aveva chiesto personalmente al segretario alla Giustizia di lanciarla, spingendolo ad agire. Barr aveva obbedito, prendendo contatto con le autorità italiane e visitando il nostro paese. Quindi aveva chiesto a Trump di parlare dell'inchiesta con Conte, per sensibilizzarlo sulla sua importanza e chiedergli "qualsiasi assistenza o informazione" che potesse fornire.

Quanto è probabile che poi Donald non abbia dato seguito alla sollecitazione di Barr, evitando di parlare dell'indagine col presidente del Consiglio? In questi casi non serve una lunga conversazione, basta un accenno per capirsi. Non farlo sarebbe stato un comportamento contrario agli interessi di Trump, e certamente fuori carattere per un capo della Casa Bianca che, come abbiamo visto dall'incriminazione del procuratore Jack Smith, non si faceva certo troppi scrupoli sull'uso personale dell'intelligence.          

Il ruolo dell'Italia è confermato e chiarito dal rapporto appena pubblicato da Durham. La giornata chiave è il 3 ottobre del 2016, in piena campagna presidenziale fra Trump e Hillary Clinton, quando a Roma si incontrano cinque personaggi molto importanti.

Di due conosciamo l'identità, sono l'analista supervisore dell'Fbi Brian Auten e l'ex capo del Desk Russia all'MI6 Chris Steele. Gli altri vengono identificati solo come Special Agent-2, Acting Section Chief-1 e Handling Agent-1, ma sono pezzi grossi del Federal Bureau of Investigation. Sono nella capitale italiana per vedere l'ex agente segreto britannico, autore del famoso dossier sulle relazioni pericolose fra Trump e Mosca, all'origine del "Russiagate". Vogliono offrirgli un milione di dollari, se riuscirà a provare le sue accuse contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca. […] 

Ora però ci sono nuovi sviluppi che rilanciano gli interrogativi, e l'incriminazione di Trump forse rende ancora più urgenti i chiarimenti. Almeno quattro sono le domande che il Copasir, guidato adesso da Lorenzo Guerini, dovrebbe essere interessato a chiedere a Conte.

Primo: la conversazione tra l'ex capo della Casa Bianca e l'ex premier, caldeggiata da Barr, era avvenuta? Se sì, cosa si erano detti? Se no, era stata ricevuta una richiesta e rifiutata? Conte era a conoscenza delle potenziali notizie di reato rivelate dai servizi italiani al segretario alla Giustizia americano, e di cosa si trattava? Ne va della sicurezza nazionale italiana, e potenzialmente dei futuri equilibri globali. Perciò sarebbe essenziale ricevere le risposte.

 Estratto dell'articolo di Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 17 maggio 2023.

La giornata chiave è il 3 ottobre del 2016, in piena campagna presidenziale tra Donald Trump e Hillary Clinton, quando a Roma si incontrano cinque personaggi da fare invidia alla sceneggiatura più spericolata della serie televisiva "The Diplomat". Di due conosciamo l’identità, sono l’analista supervisore dell’Fbi Brian Auten e l’ex capo del Desk Russia all’MI6 Chris Steele.

Gli altri vengono identificati solo come Special Agent-2, Acting Section Chief-1 e Handling Agent-1, ma sono pezzi grossi del Federal Bureau of Investigation. Sono nella capitale italiana per incontrare l’agente segreto britannico, autore del famoso dossier sulle relazioni pericolose fra Trump e Mosca, all’origine del "Russiagate". Vogliono offrirgli un milione di dollari, se riuscirà a provare le sue accuse contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca. 

Questa rivelazione scottante, contenuta nel rapporto di 316 pagine appena pubblicato dal procuratore John Durham, rimette l’Italia al crocevia dello scandalo che ha paralizzato per anni gli Stati Uniti.

Infatti nelle carte si scopre che Steele era gestito da un agente dell’ufficio di Roma dell’Fbi, allora guidato da Michael Gaeta. Così si spiega l’interesse di Trump ad investigare sul ruolo del nostro paese nel "Russiagate", e si riaprono gli interrogativi sulle decisioni prese dall’allora premier Conte.  

Lo scandalo nasce a Roma, quando il professore della Link Campus University Joseph Mifsud incontra George Papadopoulos, consigliere del candidato repubblicano, e gli dice che i russi hanno le email di Hillary. Il 6 e 10 maggio 2016 Papadopoulos rivela la dritta a due diplomatici australiani, che la girano al governo Usa. Così ad agosto l’Fbi apre l’inchiesta "Crossfire Hurricane".

[…] 

Quando Trump diventa presidente, chiede al segretario alla Giustizia Barr di indagare sulle origini del "Russiagate", sospettando che fosse una trappola ordita da agenti infedeli dell’intelligence. Barr incarica Durham dell’inchiesta e i due chiedono all’ambasciata italiana a Washington di venire a Roma per incontrare i vertici dei nostri servizi. 

Ora sappiamo che cercavano informazioni sugli agenti dell’Fbi che avevano gestito Steele dalla nostra capitale. Secondo il protocollo una simile domanda sarebbe dovuta passare dal ministero della Giustizia, ma Conte ordina al capo del Dis Gennaro Vecchione di ricevere Barr e Durham. Il primo incontro avviene il 15 agosto del 2019 nella sede dei servizi, con un’appendice al ristorante Casa Coppelle per la cena. Il 27 agosto, dal G7 di Biarritz, Trump pubblica il tweet con cui si augura che "Giuseppi" venga confermato premier.

Il 27 settembre Barr e Durham tornano a Roma per vedere i capi dei servizi e ricevere le informazioni. Gli italiani rispondono di non sapere nulla del "Russiagate", ma secondo una notizia del New York Times confermata dal segretario alla Giustizia, rivelano di aver sentito voci su potenziali reati commessi da Trump. 

L’interpretazione più benevola del comportamento di Conte è che l’Italia aveva interesse a conservare un buon rapporto col presidente americano e perciò lo aveva accontentato. Così però aveva messo a rischio la sicurezza nazionale, costringendo i nostri servizi a passare a Barr potenziali informazioni compromettenti sui colleghi dell’Fbi, con cui poi dovevano lavorare ogni giorno per sventare attentati, catturare terroristi o arrestare mafiosi.

Visto lo scopo dell’inchiesta, non regge più la giustificazione di Conte secondo cui poteva aggirare il protocollo, perché si trattava di una questione di sicurezza. 

[…] 

Infine resta da capire quali notizie di reato su Trump avevano passato i servizi italiani a Barr, e se il premier le conosceva. Considerando che Donald è da capo il favorito alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, sono tutti interrogativi da chiarire, probabilmente anche con un nuovo intervento del Copasir.

Estratto dell’articolo di Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 17 maggio 2023.

Sì è vero, sostiene la sinistra, quella italiana compresa, il consigliere speciale John Durham scrive nel suo rapporto finale sul Russiagate che l’Fbi non avrebbe mai dovuto avviare un'indagine sui collegamenti tra la campagna di Donald Trump e la Russia durante le elezioni del 2016 perché non c’erano prove, ma non c’è stato nessun complotto, niente di clamoroso che già non si sapesse, come alcuni degli episodi «citati nel report che sono già stati evidenziati e analizzati dal dipartimento Giustizia». E poi chi è questo John Durham? Un procuratore «nominato da The Donald per fare luce sull’inchiesta», scrive Repubblica, un uomo di Trump con poca attendibilità.

Insomma, il rapporto che distrugge definitivamente la teoria che per anni ha tenuto banco su tutte le pagine dei giornali costituendo la base per trasformare Trump in un mostro politico, è stato liquidato con un’alzata di spalle. 

Eppure in quelle 300 pagine ce n'è di che gridare allo scandalo, o al “tradimento” come ha scritto Trump su sul suo social Truth, e tanto per cominciare val la pena sottolineare che Durham non è affatto uomo di Trump, nessuno ha mai avuto dubbi su di lui, tantomeno i Dem che hanno votato la sua nomina.

[…] Il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy all'epoca disse alla Cnn che Durham aveva «la reputazione di essere apolitico e serio» e il fatto che fosse già stato scelto per gestire indagini sensibili […] sia nell'amministrazione democratica che in quella repubblicana durante la sua decennale carriera presso il Dipartimento di Giustizia ne è una prova.

Ai tempi sembrava che Trump avesse venduto l’America alla Russia, si parlava di alto tradimento, di impeachment, di infamia per gli Stati Uniti. Non passava giorno che i giornali non titolassero sul tycoon e il Russiagate […]. Poi nel 2019 è arrivato il primo rapporto che scagionava Trump, quello del procuratore Robert Mueller, in cui si sosteneva che non vi fossero prove di collusione fra la campagna di Donald Trump del 2016 e la Russia.

Infine quello di Durham, in cui si va oltre, si dice che l'Fbi ha utilizzato «intelligence grezza, non analizzata e non corroborata» per avviare l'indagine “Crossfire Hurricane” (il Russiagate) su Trump e la Russia. E si sottolinea che la stessa Fbi ha usato due pesi e due misure quando si trattava della campagna elettorale di Hillary Clinton.

[…] In proposito nel rapporto c’è anche spazio per il dossier Steele, quel documento realizzato dall’ex spia britannica Christopher Steele e finanziato tra gli altri dal Comitato nazionale democratico e dalla Campagna di Hillary Clinton, utilizzato dall’Fbi per ottenere un Fisa warrant, cioè un mandato di sorveglianza rilasciato dalla United States Foreign Intelligence Surveillance Court, per tenere sotto controllo la campagna di Trump, in particolare il consigliere Carter Page che sarebbe diventato poi uno dei fulcri della accuse a suo carico.

Il bersaglio ideale, dato che quest’ultimo ha lavorato in Russia, conosce il russo e viene indicato nelle carte come putiniano di ferro. Page diventa a sua insaputa anche il protagonista di un articolo pubblicato su Repubblica dal significativo titolo “Il manuale del Cremlino per reclutare spie russe in America”. 

Ebbene mentre il dossier Mueller ha già da tempo scagionato da tutte le accuse il Page, il successivo di Durham ha stabilito che il documento utilizzato per inchiodarlo, lo Steele, era inattendibile, «non controllato e non verificato». […]

Estratto dell’articolo di Stefano Graziosi per “La Verità” il 17 maggio 2023. 

[…] Pur non escludendo categoricamente che potessero esserci gli estremi per un’inchiesta preliminare, Durham ha concluso che non vi fossero sufficienti evidenze per giustificare un’indagine vera e propria ai danni del comitato di Trump. Non solo. Alla base dell’avvio di quell’inchiesta vi sarebbero state delle motivazioni di faziosità politica. Secondo il procuratore, alcuni agenti federali mostravano infatti una «chiara inclinazione» a mettere Trump sotto indagine.

In particolare, viene citato il caso di Peter Strzok: uno dei responsabili dell’apertura di Crossfire Hurricane che, secondo il rapporto, «aveva come minimo manifestato sentimenti ostili nei confronti di Trump». Un ulteriore elemento problematico messo in luce da Durham è quello della differenza di trattamento che l’Fbi ha riservato a Hillary Clinton. 

«La velocità e il modo in cui l’Fbi ha aperto e indagato su Crossfire Hurricane durante la stagione delle elezioni presidenziali sulla base di informazioni grezze, non analizzate e non corroborate riflette anche un notevole allontanamento dal modo in cui si è rapportato a questioni precedenti, che coinvolgevano possibili tentativi di piani di interferenza elettorale straniera diretti alla campagna della Clinton», prosegue il rapporto.

Mentre l’Fbi informò il comitato dell’allora candidata dem quando si presentarono rischi di infiltrazioni straniere, non fece altrettanto con quello di Trump. E non è finita qui. A luglio 2016, l’intelligence americana entrò in possesso di informazioni, secondo cui la Clinton aveva predisposto un «piano» per accusare falsamente Trump di legami con Mosca. 

Di questo presunto piano furono informati dalla Cia l’allora presidente americano, Barack Obama, e l’allora vicepresidente, Joe Biden. Eppure non sembra che l’Fbi abbia aperto un’indagine per verificare se tali informazioni relative all’ex first lady fossero fondate o meno.

«Ciò», ravvisa il rapporto, «è in netto contrasto con la sostanziale fiducia [del Bureau] nel dossier di Steele, che non era corroborato e che almeno alcuni membri del personale dell’Fbi sembravano sapere che era probabilmente finanziato o promosso dal comitato della Clinton». 

Il riferimento è al fatto che, in barba a ogni cautela, i federali presero per oro colato il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: documento da subito ritenuto controverso e rivelatosi poi dal contenuto infondato, oltre che finanziato dal comitato della stessa Clinton. Un documento che, ricordiamolo, accusava Trump di essere ricattato dal Cremlino e che fu usato dal Bureau per ottenere i mandati di sorveglianza ai danni del comitato elettorale dell’allora candidato repubblicano.

[…] Inoltre, la principale fonte del dossier di Steele era Igor Danchenko: figura che lo stesso Fbi aveva messo sotto indagine tra il 2009 e il 2011 per sospetti legami con i servizi russi. «Sembra che l’Fbi non abbia mai preso in considerazione la possibilità che le informazioni di intelligence che Danchenko stava fornendo a Steele - che, ancora una volta, secondo Danchenko stesso, costituivano la maggioranza significativa delle informazioni nel dossier di Steele - fosse tutta o in parte disinformazione russa», afferma il report di Durham. 

Per di più, Danchenko «manteneva un rapporto» con Charles Dolan: ex funzionario del comitato nazionale del Partito democratico ed ex consigliere della Clinton, che - secondo Durham - fu tra le fonti del dossier di Steele. Dolan aveva legami con la Russia e, in particolare, con il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. 

Insomma, si ribalta la prospettiva. Contrariamente a quello che è sempre stato detto, la disinformazione russa potrebbe aver aiutato la Clinton anziché Trump. […] La questione irromperà quindi prevedibilmente nella campagna elettorale per le presidenziali del 2024. E potrebbe avvantaggiare notevolmente Trump.

Russiagate, il rapporto finale di Durham inchioda l'Fbi: "Non c'erano le prove". Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 15 maggio 2023.

Il procuratore speciale John Durham, incaricato dall'ex procuratore generale William Barr di indagare sulle origini del Russiagate e il presunto complotto contro l'ex presidente Donald Trump, ha consegnato nelle scorse ore il suo rapporto finale di 300 pagine al Dipartimento di Giustizia. Stando alle conclusioni del procuratore, l'Fbi non aveva informazioni certe o prove verificate quando ha aperto l'indagine "Crossfire Hurricane" volta a determinare i mai accertati rapporti del tycoon e del suo entourage con la Federazione russa. L'indagine di Durham conclude inoltre che "il personale dell'Fbi ha mostrato una grave mancanza di rigore analitico nei confronti delle informazioni che ha ricevuto, in particolare le informazioni ricevute da persone ed entità politicamente affiliate". In particolare, si è fatto affidamento "su indizi investigativi forniti o finanziati (direttamente o indirettamente) dagli oppositori politici di Trump". Durham critica, in particolare, la gestione opaca dell'ex direttore dell'Fbi James Comey e l'ex vicedirettore Andrew McCabe.

Conclusa l'indagine del procuratore speciale

Il pubblico ministero accusa inoltre l'Fbi e il Dipartimento di Giustizia "per non aver seguito i propri standard" e aver sorvegliato in maniera illegittima un cittadino americano senza fondamento ai sensi del Foreign Intelligence Surveillance Act (l'ex collaboratore di Trump, Carter Page). Il personale dell'Fbi, afferma Durham, "ha anche ripetutamente ignorato elementi importanti" quando ha rinnovato la sorveglianza Fisa pur riconoscendo che "non credeva sinceramente che ci fosse motivo di pensare che l'obiettivo delle indagini fosse consapevolmente coinvolto in operazioni clandestine attività di intelligence per conto di una potenza straniera." Come ricorda Fox News, Il procuratore Durham ha incriminato tre persone nell'ambito della sua indagine: l'ex avvocato di Clinton Michael Sussmann nel settembre 2021, Igor Danchenko nel novembre 2021 e Kevin Clinesmith nell'agosto 2020. Di questi, Sussmann e Danchenko sono stati giudicati non colpevoli dai tribunali, mentre Clinesmith si è dichiarato colpevole.

Clinesmith ha ammesso di aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump, Carter Page. Quest’ultimo fu accusato di essere l’uomo dell’entourage di Donald Trump più vicino al Cremlino e di aver incontrato, fra gli altri, Igor Sechin, amico di Putin, guida della petrolifera statale Rosneft, e Igor Diveykin, altro oligarca vicino al leader del Cremlino. Page, che fu dunque spiato in maniera illegittima dalle agenzie americane, fu “scagionato” dal Procuratore speciale Robert Mueller, il quale osservò nel suo rapporto che "non era in contatto con il governo russo nei suoi sforzi di interferire nelle elezioni presidenziali del 2016".

E i repubblicani lo chiamano a testimoniare

Il procuratore speciale descrive un doppiopesismo nel sistema giudiziario Usa, sottolineando come l'Fbi non abbia mai aperto un'indagine di controspionaggio sulla campagna di Clinton, nonostante avesse ricevuto informazioni che quest'ultima avesse autorizzato un piano per dipingere Trump come una marionetta di Vladimir Putin attraverso la formulazione di false accuse. Il bureau, sottolinea Durham, "non ha mai aperto alcun tipo di indagine, emesso alcun incarico, impiegato alcun tipo di analisi personale, o prodotto qualsiasi prodotto analitico in relazione alle informazioni di cui era in possesso". Nonostante tutte queste critiche, tuttavia, Durham non raccomanda alcuna nuova accusa o "grandi modifiche" su come l'Fbi gestisce questo tipo di indagini. Una conclusione che non piace affatto ai repubblicani, che attendevano questo rapporto da circa 4 anni. "Abbiamo contattato il Dipartimento di Giustizia per far testimoniare il Consigliere Speciale John Durham la prossima settimana" ha infatti annunciato su Twitter il repubblicano Jim Jordan.

Estratto dell’articolo di Andrea Marinelli e Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” il 21 aprile 2023.

Comignoli, tetti spioventi o piatti come una terrazza, tegole rosse, architetture più eleganti. In mezzo c’è un mare di antenne: piccole, alte, paraboliche, altre invisibili dentro container, altre ancora mimetizzate da qualche parte. Secondo un’indagine di un gruppo di giornali nordeuropei, questa «foresta» è parte di un’attività di spionaggio russa che usa le ambasciate, ma anche edifici meno identificabili, in tutta Europa e nel resto del mondo. 

L’inchiesta Espiomats torna su un filone noto, quella dell’intelligence elettronica. Ai tempi delle rivelazioni di Edward Snowden, la Nsa americana finì sotto accusa per lo stesso motivo: le installazioni nelle rappresentanze diplomatiche servivano a monitorare gli stessi alleati. Oggi, con la guerra in Ucraina, sotto osservazione finiscono i servizi segreti di Mosca. Lo sanno tutti cosa avviene e da quanto, però adesso viene raccontato con maggiori dettagli. 

Usando droni, video, foto e buone fonti sono state censite 182 «antenne», con una presenza massiccia alla seda diplomatica della Russia a Bruxelles dove ne hanno contate ben 17. Il Belgio […] è infatti un grande target. Nell’elenco compaiono le capitali di 39 Paesi europei e non: Sofia, Praga, Belgrado, Lisbona, Madrid, Nicosia, Berlino, Parigi, La Valletta e altre ancora, ma vi sono antenne — non censite nell’inchiesta — anche sul tetto dell’ambasciata di Roma. Gli apparati hanno una giustificazione «legittima», servono per garantire i collegamenti tra i diplomatici e il ministero. Ragioni d’ufficio, pertinenze, esigenze legate — diciamo — alla professione. 

[…] Gli esperti hanno identificato sistemi che certamente garantiscono un dialogo «criptato», in sicurezza. Però ne appaiono altri che possono intercettare comunicazioni, cellulari e telefoni satellitari. […] I «russi sanno che gli occidentali sanno», possono adottare contromisure e contro-contromisure. Per carpire dati e, nel contempo, per contrastare la sorveglianza alleata. 

[…] Una ricognizione aerea può avvistare il «disco» sospetto sulla parte superiore di un palazzo […] E allora è possibile che vengano studiate soluzioni alternative per sottrarsi ai controlli. Un campo infinito. […] Per anni sono girate ipotesi su una casa situata davanti all’ingresso dell’ambasciata russa a Washington. Una probabile postazione dell’Fbi, con tanto di fotocamera nascosta dietro la tenda di una finestra, per registrare chi entrava o usciva. 

[…] Lo sfondo di questo «teatro» è la crisi ucraina. Dopo l’invasione, l’Alleanza ha espulso circa diplomatici 400 russi, funzionari sospettati di fare le spie. Inoltre sono stati individuati molti illegali, gli infiltrati. L’attenzione è cresciuta, sono state strette le maglie per rendere la vita difficile agli avversari, è partita una guerra di informazione che ha svelato molto su Fsb e Gru, le due «agenzie» coinvolte nella battaglia. […]

Langley abbiamo un problema… Le talpe Cia da Manning a “Og”. I file riservati della Difesa Usa rubati da un giovane impiegato di una base militare. I precedenti del caso Wikileaks (2010) e del Datagate di Edward Snowden (2013). Alessandro Fioroni il 13 Aprile 2023 su Il Dubbio.

È una delle più grandi fughe di notizie riservate dopo il caso Wikileaks e, secondo il Washington Post, sarebbe opera di un giovane impiegato di una base militare, Secondo il giornale statunitense infatti i rapporti di intelligence altamente classificati sulla guerra in Ucraina, Israele, Corea del sud e altri scenari, sono stati diffusi on line da un «appassionato di armi».

Un ventenne che avrebbe condiviso informazioni sensibili in un gruppo del social media Discord. In tutto avrebbero partecipato circa due dozzine di uomini e giovani ragazzi, alcuni neanche maggiorenni, che condividevano un amore reciproco per le armi, l'equipaggiamento militare e Dio. Quasi una bravata dunque per farsi ammirare, almeno a giudicare dal nickname usato dal ragazzo e cioè OG (Original Gangster). Insomma non proprio un modo per passare inosservati come una spia.

In ogni caso negli Stati uniti l'imbarazzo e tanto, sia per la facilità della perdita dei documenti sia per il loro contenuto: la cosiddetta controffensiva di Kiev in primavera e il controllo di diversi leader mondiali, tra cui molti alleati degli Usa giudicati troppo morbidi nei confronti del Cremlino e molto altro. Tutto vero o quasi perché sembra che in realtà alcuni documenti siano stati falsificati. Dal canto suo Mosca afferma che è solo una manovra per fuorviare il suo operato nel conflitto ucraino.

Ma al di là dei contenuti trapelati vale la pena soffermarsi sulla dinamica con la quale il mondo è venuto a conoscenza dell'attività di intelligence americana. I primi screenshot dei documenti sono stati pubblicati il 1 marzo. Altri apparvero pochi giorni dopo. Hanno viaggiato su canali che non riguardano la politica o l'intelligence militare, ma vengono usati dai giocatori di alcuni game on line come Minecraft.

Ed è quantomeno singolare che i documenti siano rimasti su Discord in gran parte inosservati, prima di diffondersi su altre piattaforme all'inizio di aprile. La massima visibilità è emersa quando tutto è stato ripreso il 5 aprile dalle bacheche di 4chan, uno dei più grandi e controversi hub della sottocultura di Internet che ad esempio veicola le tesi complottiste dei seguaci di Qanon. Poi è stata la volta di Telegram dove agiscono molti personaggi pro Russia, a quel punto tutto è esploso.

Ora la caccia a OG è aperta anche se non si sa se possa essere considerato un agente al soldo di paesi stranieri visto che le notizie riservate sono diventate pubbliche grazie ai social. Una storia che in qualche maniera richiama altre vicende di rivelazioni scottanti e forse piu drammatiche. Come quella che vide protagonista Chelsea Elizabeth Manning (nata con il nome maschile Bradley), un ex militare statunitense, analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq che fu accusata di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati e di averli dati a WikiLeaks. Arrestata, fu condannata nel 2013 a 35 anni di carcere per spionaggio e reati contro la sicurezza nazionale, detenuta in condizioni definite lesive dei diritti umani. In carcere cambiò sesso divenendo Chelsea. La sua odissea giudiziaria, tra una grazia di Obama e un ritorno in carcere, si è conclusa solo nel 2020.

Una sorte alla quale è scampato per la sua fuga in Russia, Edward Snowden, l'ex tecnico della CIA collaboratore di un'azienda consulente della National Security Agency (NSA), che rivelò pubblicamente le informazioni particolareggiate su diversi programmi top-secret di sorveglianza di massa da parte dei governi statunitense e inglese. Con il supporto di alcuni giornalisti investigativi internazionali portò alla luce documenti altamente secretati su programmi di intelligence. In particolare quello di intercettazione telefonica condiviso tra Stati Uniti e Unione europea. Ora vive a Mosca dove ha ottenuto la cittadinanza russa.

Guerra fredda e sospetti: così l’Fbi spiò Ivana Trump. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

Pubblicati (con omissis) i file sulla ex moglie del magnate statunitense. Iniziata il 14 febbraio 1989, l’indagine ha prodotto un dossier di 900 pagine

Per almeno due anni Ivana Trump fu al centro di indagini segrete della divisione di controspionaggio dell’Fbi mentre era ancora moglie dell’immobiliarista che sarebbe poi diventato presidente degli Stati Uniti. Non sono per ora chiari i motivi che hanno spinto i federali ad accendere un faro sulla ex campionessa di sci cecoslovacca naturalizzata americana morta l’anno scorso, a 73 anni, per le ferite riportate cadendo dalle scale della sua casa di New York.

Dalle carte pubblicate dall’agenzia Bloomberg, che le ha ottenute facendo appello al Freedom of Information Act, pare che a insospettire i detective siano state alcune frequentazioni di Ivana (ma i nomi sono stati coperti con omissis per motivi di sicurezza nazionale e per non rivelare le proprie fonti). Secondo il giornale ceco Prague Daily Monitor un altro elemento che avrebbe compromesso la reputazione della madre di Donald Jr, Ivanka ed Eric, i tre figli adulti di Trump, sarebbe stata la sua indisponibilità ad aiutare i dissidenti e gli esuli dei regimi comunisti dell’Est europeo.

Sui sospetti legami d’affari di Donald Trump con l’Unione sovietica, e poi con la Russia di Putin, sono stato scritti fiumi d’inchiostro. Ma è chiaro che episodi controversi della sua presidenza — dalla rivelazione, forse involontaria, di segreti di Stato al ministro degli Esteri di Mosca, nel 2017, fino alla dichiarazione resa in pubblico di credere più a Putin che ai servizi di intelligence Usa — non hanno nulla a che fare col caso in questione. Del resto l’ex presidente, che è stato sposato con Ivana, cognome da nubile Zelnickova, dal 1977 al 1992, è citato solo occasionalmente nei documenti resi noti. I rapporti, anche d’affari, di Donald con l’Urss, comunque, sono antichi: il primo viaggio con Ivana a Mosca e San Pietroburgo risale al 1987. E, secondo ex agenti del Kgb, il Cremlino ha considerato per 40 anni Trump un patrimonio prezioso per il modo in cui indeboliva le istituzioni Usa.

In ogni caso molte altre informazioni sul caso dovrebbero essere fornite tra un mese. Sapendo che il diritto alla riservatezza dei dati cade con la morte dell’interessato, Bloomberg chiese nella scorsa estate tutte le informazioni archiviate su Ivana. L’Fbi ha risposto ammettendo di aver indagato su di lei in seguito ai rapporti di informatori. Iniziata il 14 febbraio 1989, alla vigilia del crollo del muro di Berlino e della caduta dei regimi comunisti, l’indagine ha prodotto un dossier di 900 pagine. Inizialmente la polizia federale ha sostenuto di aver bisogno di 5 anni per preparare i documenti. I giornalisti hanno denunciato l’Fbi e il tribunale ha dato ordine di pubblicare immediatamente. Ecco così arrivare ieri le prime 190 pagine; e l’impegno a rilasciarne altre 710, «ripulite» dalle informazioni che devono restare segrete, entro 30 giorni.

Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it il 28 gennaio 2023.

"In uno dei viaggi in Europa del segretario alla Giustizia William Barr e del procuratore John Durham, secondo fonti a conoscenza della vicenda, funzionari italiani - pur negando qualsiasi ruolo nell'avvio dell'indagine sulla Russia - avevano inaspettatamente offerto una soffiata potenzialmente esplosiva che collegava Trump ad alcuni sospetti crimini finanziari".

 Pubblicando questa notizia clamorosa, il New York Times riapre il caso delle due visite fatte a Roma dall'Attorney General americano nell'agosto e settembre del 2019.

[…] Diventa molto difficile per l'ex premier Giuseppe Conte e l'ex direttore del Dis Gennaro Vecchione non tornare a chiarire i dettagli di quei viaggi, e soprattutto diventa impossibile per il Copasir non riaprire la sua inchiesta […].

 Nel 2019 Trump si era convinto che il "Russiagate" fosse stato confezionato in Italia, dai servizi segreti sotto la guida dell'allora premier Matteo Renzi alleato di Hillary, e dagli agenti ostili dell'Fbi come il capo a Roma Michael Gaeta. Tutto nasceva dalle accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata […] era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro a Roma. Perciò il capo della Casa Bianca aveva chiesto a Barr di indagare, e lui aveva nominato il procuratore Durham.

[…] Barr […] aveva scavalcato tutti, ottenendo l'incontro col capo dell'intelligence Vecchione autorizzato da Conte.  Il 15 agosto 2019 il segretario alla Giustizia era venuto a Roma per incontrare i nostri servizi a Piazza Dante, ma poi la conversazione si era allungata con una cena al ristorante Casa Coppelle. Il 27 agosto, dal G7 di Biarritz, Trump si augurava su Twitter che "Giuseppi" Conte fosse confermato alla presidenza del Consiglio. Il 26 settembre Barr era tornato a Roma […] . Il 23 ottobre Conte era stato ascoltato dal Copasir sulla vicenda e aveva detto che le visite di Barr erano perfettamente legali, si erano svolte solo nella sede del Dis e i nostri servizi erano estranei al "Russiagate".

[…] Quindi il quotidiano spiega: "Barr e Durham hanno deciso che la soffiata era troppo seria e credibile per essere ignorata. Ma piuttosto che assegnarla a un altro pubblico ministero, Barr ha chiesto a Durham di indagare lui stesso sulla questione, conferendogli poteri di azione penale per la prima volta, anche se il possibile illecito di Trump non rientrava esattamente nell'incarico di Durham di esaminare le origini dell'inchiesta Russia".

A Roma invece restano alcuni punti da chiarire. Perché Conte aveva autorizzato le due visite di Barr? Quali potenziali notizie di reato avevano comunicato i servizi italiani ai colleghi americani? Il premier sapeva che il direttore del Dis aveva fatto queste denunce a Barr? Erano state lanciate per indagare Trump, o per avvertirlo del pericolo che correva? Conte e Vecchione avevano poi informato il Copasir di aver dato all'Attorney General le informazioni di cui scrive ora il New York Times?

Jack Teixeira.

(ANSA il 15 giugno 2023 ) Un gran giurì federale ha incriminato la talpa dei leak del Pentagono Jack Teixeira. Lo riportano i media americani, sottolineando che Teixeira è accusato di aver volontariamente trattenuto e diffuso informazioni riservate legate alla difesa nazionale. 

La talpa dei leak del Pentagono è stata arrestata lo scorso 13 aprile ed è sotto la custodia federale dopo che l'accusa ha presentato prove che mostrano la sua possibilità di accesso a un arsenale di armi, oltre al rischio che condivida informazioni sensibili con paesi stranieri.

"La rimozione non autorizzata, il mantenimento e la trasmissione di informazioni riservate mette a rischio la sicurezza del nostro paese", afferma il procuratore del Massachusetts Joshua S. Levy. "Coloro a cui è garantito l'accesso a informazioni riservate hanno l'obbligo di salvaguardarle per la sicurezza degli Stati Uniti, dei nostri militari, dei nostri cittadini e dei nostri alleati", osserva Levy notando l'impegno a "assicurare che tutti coloro che custodiscono informazioni sensibili di sicurezza nazionale aderiscano alla legge"

Daniel Ellsberg.

Addio a Daniel Ellsberg, la talpa dei Pentagon Papers. Autore di un rapporto top secret richiesto dal Pentagono sulla guerra in Vietnam, nel 1971 pubblicò i documenti sulla stampa Usa, rivelando a un Paese intero una verità fino ad allora inconfessabile. Aveva 92 anni. Gianluca Lo Nostro il 16 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La disillusione per la guerra in Vietnam

 Il caso alla Corte Suprema e gli ultimi anni

Stati Uniti in lutto per la morte di Daniel Ellsberg, la talpa che nel 1971 pubblicò i cosiddetti Pentagon Papers, le carte segrete sulla guerra in Vietnam che esponevano per filo e per segno l'andamento del conflitto con un'approfondita analisi degli errori commessi da Washington. L'uomo, 92 anni, era malato di tumore al pancreas, come da lui annunciato lo scorso marzo. A dare la notizia della scomparsa, attraverso un comunicato scritto dalla famiglia, è stato il Washington Post, quotidiano che inaugurò una stagione fortunata grazie anche ai Pentagon Papers e all'intuizione dei suoi giornalisti che nel 1973 vinsero il Premio Pulitzer per la scoperta del Watergate.

La disillusione per la guerra in Vietnam

Ellsberg, contrario alla guerra, si era arruolato come marine e all'epoca lavorava come analista per la Rand Corporation, think tank militare ancora oggi legato a doppio filo al Pentagono. Il dipartimento della Difesa aveva contattato alcuni esperti per redigere un report che riflettesse in maniera imparziale e oggettiva sulle prospettive del conflitto in Vietnam, individuando le cause dell'insuccesso strategico degli Stati Uniti dopo quasi un decennio e di conseguenza ammettendo che le possibilità di sconfiggere il nemico in tempi brevi erano nulle. Fino a quel momento, la Casa Bianca non aveva mai messo in discussione l'assunto che le forze dispiegate in Vietnam potessero raggiungere il loro obiettivo.

Incriminato per aver violato l'Espionage Act nel 1973, Ellsberg riuscì a sfuggire a 115 anni di carcere venendo assolto nel maggio dello stesso anno. La contrapposizione ideologica alla scelta dei presidenti americani di invadere il Vietnam emerse in lui dopo una serie di viaggi svolti nel Paese per conto del dipartimento di Stato, nel frattempo continuando a collaborare con il Pentagono presieduto da Robert McNamara. Sempre più disilluso e convinto di dover raccontare la verità al popolo americano, Ellsberg iniziò allora a fotocopiare di nascosto tutte le pagine (oltre 7mila) del rapporto che McNamara gli aveva richiesto. E nel 1971, dopo il rifiuto di alcuni parlamentari contattati per diffondere i contenuti esplosivi dei documenti top secret, riuscì a ottenerne una prima divulgazione tramite la redazione del New York Times. Ma una sentenza del tribunale federale di Manhattan diede ragione al governo e ordinò la sospensione provvisoria delle pubblicazioni sul quotidiano della Grande Mela.

Il caso alla Corte Suprema e gli ultimi anni

Daniel Ellsberg rintracciò allora la redazione del Washington Post e presentò i Pentagon Papers al giornale della capitale, che accettò la proposta, scontrandosi nuovamente con il potere politico. Il caso finì alla Corte Suprema e 6 giudici su 9 diedero ragione alle due testate, poiché le motivazioni addotte dal governo federale non giustificano quella che era diventata una censura a tutti gli effetti. Nel 2017 questa storia, narrata dal punto di vista del Washington Post, è diventata un film, The Post, diretto dal regista Steven Spielberg e interpretato dalla coppia composta da Tom Hanks e Meryl Streep. La pellicola ha ricevuto due candidature agli Oscar.

Definito da Henry Kissinger "l'uomo più pericoloso d'America", nella parte finale della sua vita Ellsberg si è espresso contro tutti gli interventi militari del suo Paese all'estero, in particolare quelli post-11 settembre in Afghanistan e in Iraq, mentre nel 2012 ha fondato l'associazione no-profit Freedom of the Press Foundation.

L'America e il mondo perdono un baluardo storico della libertà di stampa, una figura entrata nei libri di storia per aver ascoltato la sua coscienza. Un uomo solo contro il tentacolare complesso militare industriale americano denunciato per primo da Dwight Eisenhower e capace di segnare e perfezionare il percorso democratico di una nazione fino ad allora forse parecchio immatura. Sfidando prima di tutto sé stesso e un governo responsabile di tanti, anzi troppi errori in un periodo dove in nome di una sacrosanta lotta contro il comunismo globale non erano concessi passi falsi. Negli ultimi anni l’impegno per una società consapevole e informata non si è mai fermato, tornando ad attaccare l'amministrazione Biden per il caso di Julian Assange, da taluni indicato – forse impropriamente – come il suo erede.

Robert Hanssen.

Morto Hanssen, "la spia della porta accanto" che tradì gli Usa rivelando segreti ai russi. Storia di Marco Liconti su Il Giornale il 06 Giugno 2023

Robert Hanssen, «la spia della porta accanto», come venne definito all'epoca, è morto all'età di 79 anni. Gli agenti del carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado, lo hanno trovato lunedì mattina senza vita all'interno della sua cella, dove dal 2002 trascorreva fino a 23 ore al giorno in totale isolamento. Ex agente dell'Fbi, padre di sei figli, convertitosi alla fede cattolica per amore della moglie Bonnie, con la quale era membro dell'Opus Dei, Hanssen è stato uno dei peggiori fallimenti nella storia del Bureau e dell'intelligence Usa. Quando lo arrestarono, nel febbraio del 2001, si limitò a dire, «perché ci avete messo tanto?».

Nei vent'anni precedenti, Hanssen aveva spiato per la Mosca sovietica e poi, ancora, per quella post sovietica, nella quale Vladimir Putin cominciava costruire il suo regime autocratico. Nel frattempo, negli Usa si erano succeduti quattro presidenti e tre direttori dell'Fbi. Hanssen rivelò ai russi una valanga di segreti: dalle identità dei doppi agenti del Kgb che spiavano per gli Usa (due vennero giustiziati), ai piani di emergenza della Casa Bianca e del Pentagono in caso di attacco nucleare, fino a svelare l'esistenza di un tunnel costruito dagli americani sotto l'ambasciata russa di Mosca per spiarne le comunicazioni. In cambio, ottenne qualcosa come 1,4 milioni di dollari, in contanti e diamanti, anche se la motivazione economica non sembrò mai essere il vero motore del suo tradimento. Ai suoi ex colleghi che lo interrogarono, spiegò che i protocolli di sicurezza dell'Fbi erano così scadenti - «di una negligenza criminale», disse - che l'accesso ad alcuni dei segreti più importanti della nazione era un gioco da ragazzi. Una spiegazione che sarebbe tornata di attualità nelle vicende di Wikileaks e Edward Snowden e di Jack Teixeira. Ad un certo punto, Hanssen venne scoperto. Non dai suoi colleghi, ma dalla moglie, che nel 1980 lo trovò in cantina, mentre armeggiava con dossier segreti. Confessò tutto a lei e al sacerdote dell'Opus Dei. Poi, nel 1985 riprese la sua attività di «talpa». Si fermò di nuovo dopo il collasso dell'Unione Sovietica, per poi ricominciare al servizio dei nuovi zar russi. I sui referenti del Kgb, e poi dell'Svr, non seppero mai la sua identità. Hanssen era identificato come «B», oppure col nome in codice di «Ramon Garcia».

Dalle indagini emerse che Hanssen conduceva, oltre all'esistenza clandestina di spia, anche una doppia vita di frequentatore di strip club e voyeur. Fu solo negli anni '90, dopo l'arresto dell'agente della Cia Aldrich Ames, che pure aveva spiato per i russi, che l'Fbi si rese conto dell'esistenza di un'altra talpa. Venne lanciata l'operazione Graysuit, a caccia del traditore. Ma fu solo negli anni 2000, previo pagamento di 7 milioni di dollari a un ex agente russo, che i federali cominciarono ad avvicinarsi veramente a Hanssen, fino a riuscire ad identificarlo da una registrazione audio.

Charles McGonigal.

The Americans. L’allarmante ex capo del controspionaggio Fbi e l’ingerenza russa. Christian Rocca su L’Inkiesta il 27 Gennaio 2023.

Mentre noi dibattiamo del nulla, le autorità federali americane hanno arrestato un dirigente del Bureau che durante le elezioni del 2016 indagava sui rapporti tra il Cremlino e Trump. Ora è accusato di aver intrallazzato con l’oligarca antiucraino sotto sanzioni e con un ex diplomatico russo.

Mentre le peggiori menti di questo paese si mobilitano per respingere Zelensky sul fronte di Sanremo, bivaccano in quelle cloache chiamate talk show e si accapigliano per intercettare e poi sputtanare il numero più alto possibile di cittadini italiani, negli Stati Uniti – un altro paese martoriato da un dibattito pubblico da curva sud – è successa una cosa raccapricciante ma forse anche in grado di spiegare come e perché siamo giunti a questo punto di decadenza civile e morale del discorso pubblico occidentale.

Dunque, le autorità federali di New York e di Washington hanno arrestato all’aeroporto JFK di New York un signore di cinquantaquattro anni che si chiama Charles McGonigal, e a Washington un ex diplomatico russo, con la doppia accusa di aver ricevuto denaro da un potente oligarca russo, Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio e sodale di Vladimir Putin, e di aver riciclato altro denaro ricevuto da un ex agente segreto albanese.

L’aspetto rilevante della notizia non è l’ipotesi di reato in sé, ma che il signor Charles McGonigal è stato il capo delle attività di controspionaggio dell’Fbi, prima a Washington e poi, dal 2016 fino al 2018, nella divisione più importante che ha sede a New York.

In questo posto strategico, che in quegli anni gli addetti ai lavori chiamavano “Trumpland”, Charles McGonigal ha coordinato le inchieste sugli oligarchi russi, compreso Deripaska, e ha guidato le attività di controspionaggio sulla Russia, senza accorgersi, nel 2016, delle palesi ingerenze degli agenti del Cremlino sul processo democratico che ha visto Trump contrapposto a Hillary Clinton, ingerenze invece accertate dalla stessa Fbi soltanto dopo le elezioni e a risultato acquisito.

Charles McGonigal è stato messo a dirigere il controspionaggio Fbi dall’allora direttore del Bureau James Comey nell’ottobre del 2016, tre settimane prima la famigerata lettera di Comey sulle email di Hillary Clinton che ha cambiato il corso delle elezioni presidenziali americane e di molto altro.

Nei giorni precedenti la lettera di Comey, l’ex sindaco Rudy Giuliani – il cui ex studio legale oggi difende McGonigal – aveva fatto riferimento in televisione a dirigenti dell’FBI di New York che da lì a poco avrebbero fatto esplodere una “October surprise” contro Hillary, cosa effettivamente accaduta, mentre il 31 ottobre 2016, otto giorni prima delle elezioni presidenziali e 27 giorni dopo la nomina di McGonigal a capo del controspionaggio, il New York Times ha pubblicato un articolo basato su fonti interne Fbi intitolato «L’Fbi non ha trovato nessun legame evidente tra Trump e la Russia».

Episodi decisivi per l’esito delle elezioni che adesso con l’arresto di McGonigal rendono più urgente risalire a chi dentro l’Fbi si è mostrato così solerte nell’inguaiare Hillary e nel sollevare Trump da ogni responsabilità.

Coincidenze oppure no, va aggiunto che l’oligarca Deripaska per il quale, secondo l’accusa, ha lavorato McGonigal è lo stesso oligarca che per conto di Putin ha manovrato fino al 2014 la politica pro Mosca dell’Ucraina, attraverso la figura dell’ex presidente-fantoccio Viktor Yanukovych, poi cacciato dalle rivolte democratiche e filo-europee di Maidan.

Gli intrecci russo-ucraini-trumpiani non finiscono qui: lo stratega elettorale di Yanukovych, sempre alle dipendenze dell’oligarca Deripaska, era Paul Manafort, diventato nel 2016 il capo della campagna elettorale di Trump e poi processato e condannato al carcere per le sue attività filo russe, e infine graziato da Trump pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca.

Scopriremo se anche in questo caso si tratta di altre coincidenze o di ulteriori elementi a conferma di una precisa strategia russa di manipolazione dei processi democratici in Occidente, addirittura con la presenza di agenti del caos nel cuore delle istituzioni investigative americane, come nella serie televisiva The Americans.

Il processo a McGonigal servirà a capire se l’ex capo dell’intelligence Fbi – messo dai trumpiani a capo del controspionaggio russo proprio quando l’Fbi ha cominciato a gettare fango su Hillary Clinton e a ignorare i legami evidenti tra la Russia e il team Trump – abbia davvero intrallazzato con un uomo del Cremlino sotto sanzioni e con ex agenti ed ex diplomatici russi. E magari servirà anche a capire se tutto ciò è un caso isolato oppure se è collegato con l’ingerenza russa sulle elezioni americane.

La decisione del nuovo presidente trumpiano della Camera, Kevin McCarthy, presa poco dopo la notizia dell’arresto di McGonigal, di escludere dalla Commissione parlamentare sull’intelligence Adam Schiff, il deputato più esperto di operazioni manipolatorie russe e al centro del procedimento di impeachment contro Trump, certo non aiuterà a capire come sono andate le cose. O forse sì.

Estratto da corriere.it il 23 gennaio 2023.

Charles McGonical, 54 anni, che guidava la divisione di New York, è stato arrestato sabato con l’accusa di aver violato le sanzioni e di riciclaggio di denaro. Una fonte anonima ha confermato all’emittente «Nbc News» che McGonigal è stato arrestato all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York , di ritorno da un viaggio in Medio Oriente.

 (...)

 L’incontro

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha aggiunto Deripaska alla lista di sanzioni nel 2018 per presunti legami con il governo russo e il settore energetico russo. L’accusa di New York sostiene che McGonigal sia stato presentato da Shesktaov nel 2018 a un ex diplomatico sovietico che ha lavorato come agente per Deripaska. Quella persona non è identificata nei documenti del tribunale, ma il Dipartimento di Giustizia afferma che «nei resoconti pubblici si diceva che fosse un ufficiale dell’intelligence russa».

 Secondo l’accusa, Shesktaov ha chiesto a McGonigal il suo aiuto per ottenere uno stage presso il dipartimento di polizia di New York per la figlia dell’agente di Deripaska. McGonigal ha accettato, dicono i pubblici ministeri, e ha detto a un contatto del dipartimento di polizia che «ho legami con suo padre per una serie di motivi».

(ANSA il 24 gennaio 2023) – Un ex agente dell'Fbi è stato arrestato con la pesante accusa di aver ricevuto pagamenti dall'oligarca russo Oleg Deripaska in cambio di indagini nei confronti dei suoi rivali, in violazione delle sanzioni americane contro il tycoon dell'alluminio.

 Charles McGonigal, ex responsabile dell'antiterrorismo dell'ufficio dell'Fbi di New York, è stato fermato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy sabato scorso di rientro da un viaggio in Sri Lanka. Insieme a McGonigal - che ha lasciato l'Fbi nel 2018 - è stato arrestato anche l'ex diplomatico russo, divenuto cittadino americano, Sergey Shestakov.

I due - è l'accusa del autorità americane - hanno lavorato per cercare di rimuovere le sanzioni imposte a Deripaska, miliardario russo che è stato cliente di Paul Manafort, l'ex manager della campagna di Donald Trump. Se rinvenuti colpevoli, McGonigal e Shestakov rischiano oltre 80 anni di reclusione ciascuno.

 Nel 2021 i due "hanno cospirato per fornire servizi a Deripaska in violazione delle sanzioni imposte nel 2018" al miliardario: "in particolare dopo aver negoziato con un agente di Deripaska, McGonigal e Shestakov si sono detti d'accordo sull'indagare su un rivale russo" dell'oligarca in cambio di pagamenti, si legge nell'accusa delle autorità americane, secondo le quali i due hanno agito senza nominare direttamente il miliardario nelle loro comunicazioni elettroniche.

A complicare il caso di McGonigal è anche l'accusa separata di aver ricevuto 225.000 dollari da un agente dell'intelligence albanese che vive in New Jersey. L'ex agente dell'Fbi si dichiara non colpevole e si impegna combattere le accuse in tribunale. "Charles ha servito gli Stati Uniti per decenni, ci batteremo davanti alla corte", ha detto il suo avvocato Seth DuCharme. L'arresto ha colto di sorpresa i suoi ex colleghi, che lo hanno sempre ammirato per il suo ruolo e la sua dedizione.

Ex capo dell'Fbi fermato all'aeroporto Jfk. "Pagato da Deripaska, un oligarca putiniano". Storia di Redazione su Il Giornale il 24 gennaio 2023.  

Relazioni pericolose. Un ex agente dell'Fbi è stato arrestato per i suoi legami con l'oligarca russo Oleg Deripaska. Charles McGonigal - ex agente speciale responsabile dell'antiterrorismo nell'ufficio dell'Fbi di New York - è stato fermato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy, di rientro dallo Sri Lanka. McGonigal, che ha lasciato l'agenzia federale nel 2018, è accusato di aver violato le sanzioni americane per aver cercato di far rimuovere Deripaska dalla lista delle persone sanzionate dagli Stati Uniti.

L'ex agente dell'Fbi è accusato, secondo le prime ricostruzioni del New York Times, di aver ricevuto pagamenti da Deripaska in cambio di indagini sui rivali dell'oligarca russo. Deripaska, tycoon dell'alluminio con legami con il presidente russo Vladimir Putin, è stato cliente di Paul Manafort, l'ex manager della campagna elettorale di Donald Trump. McGonigal si è dichiarato, tramite il suo legale, non colpevole. «Charlie è stato al servizio degli Stati Uniti in modo efficace per decenni. Abbiamo valutato le accuse mosse dal governo e attendiamo di vedere le prove su cui intende basarsi», ha spiegato l'avvocato dell'ex agente. L'arresto ha colto di sorpreso gli ex colleghi di McGonigal.

Nonostante gli intrecci pericolosi, le sanzioni occidentali imposte per la guerra in Ucraina colpiscono duro gli oligarchi russi: secondo il Bloomberg Billionaires Index, i miliardari dello zar hanno perso quasi 95 miliardi di dollari nel 2022, pari a 330 milioni al giorno da quando il Cremlino ha invaso l'Ucraina. Il grande perdente è stato Roman Abramovich, l'ex proprietario del Chelsea FC, con la sua fortuna in calo del 57% a 7,8 miliardi di dollari. Secondo la statistica, Abramovich è stato uno dei primi oligarchi a essere sottoposto a sanzioni britanniche il 10 marzo dopo che la Gran Bretagna lo ha accusato di avere «chiari legami» con il regime di Vladimir Putin e di far parte di un gruppo di ricchi uomini d'affari russi che avevano «le mani sporche di sangue». Anche il patrimonio di Gennady Timchenko, miliardario investitore energetico e amico intimo di Putin, si è ridotto del 48% a 11,8 miliardi di dollari, e Suleiman Kerimov, un altro alleato del presidente russo e attuale proprietario della compagnia mineraria Polyus, ha perso il 41%, scendendo a 9 miliardi di dollari. Solo nel Regno Unito sono stati congelati più di 18 miliardi di sterline di beni appartenenti a oligarchi e altri russi con sanzioni imposte a 1.271 persone. Non ha perso solo soldi a causa delle sanzioni ma è incappato anche in guai con la giustizia inglese un altro milionario russo di primo profilo: Mikhail Fridman, nato nell'Ucraina e allora sovietica Leopoli, dove ancora vivono i suoi genitori ma cresciuto in Russia, è stato fermato il 3 dicembre dalla National Crime Agency (Nca) con l'accusa di riciclaggio di denaro sporco e falsa testimonianza al ministero dell'Interno. Fridman, cofondatore del gigante russo di investimenti Alfa-Group, era, secondo Forbes, il settimo uomo più ricco di Russia nel 2017 e, stando al Bloomberg Billionaire Index, nell'agosto 2022, nonostante le sanzioni, aveva ancora un patrimonio netto teorico di circa 11 miliardi di euro.

Ana Montes.

Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” il 10 gennaio 2023.

Venerdì. Fort Worth, Texas. La «regina di Cuba» è uscita dalla prigione dove è rimasta rinchiusa dal 2001. Lunga pena per una donna accusata di aver tradito il suo Paese, gli Stati Uniti, e la sua famiglia. Ana Montes, questo il suo nome, ha spiato dall'interno l'intelligence militare Usa dove ricopriva incarichi importanti passando informazioni all'Avana. Decisa e beffarda.

Nel suo ufficio alla Dia aveva appeso un foglio con un testo tratto dall'Enrico V di Shakespeare: «Il re è informato di ogni loro intenzione: non se lo sognano nemmeno quello che lui ha intercettato». Infatti per oltre 16 anni ha fregato tutti, ha superato la macchina della verità (stringendo l'ano per poter mentire senza farsi scoprire), ha ingannato il fratello Tito e la sorella Lucy, entrambi nell'Fbi.

 L'interprete di una lunga missione frutto di una scelta ideologica ma anche di traversie personali. Ana, origine portoricana, è nata nel 1957 in una base statunitense in Germania, ha un rapporto conflittuale con il padre Alberto, medico militare dai comportamenti aggressivi. È probabile che la ragazza provi risentimento non solo per l'uomo ma per ciò che rappresenta.

La divisa, gli «yankee», la superpotenza. Guai familiari che progressivamente si saldano con le sue posizioni politiche. Detesta la strategia di Washington in America Latina, è contraria al blocco verso l'isola castrista. Una ex compagna di scuola dirà al Washington Post : non voleva essere una cittadina americana.

 La Montes è la candidata perfetta per i reclutatori cubani che dragano gli ambienti studenteschi di Washington. Ed è così che la notano - su segnalazione di una fonte - quando frequenta un corso alla Johns Hopkins. È il 1984, l'inizio della storia. All'epoca Ana è dipendente del dipartimento di Giustizia, partita come dattilografa cresce di ruolo, ha accesso a carte riservate. I castristi la guidano attraverso una loro agente, amica e confidente.

L'anno dopo organizzano un viaggio in segreto a Cuba, con tanto di parrucca, itinerario di copertura verso l'Europa e corso rapido d'addestramento. Arriva il salto successivo, l'ingresso al dipartimento della Difesa, dove viene assunta nonostante una segnalazione che ne sottolineava le posizioni. Una crescita inarrestabile che la trasforma in una delle funzionarie più ascoltate quando si deve affrontare il tema Cuba.

Disciplinata, non porta via nulla ma impara tutto a memoria, poi una volta nel suo appartamento copia su un floppy disk che consegna ai suoi «gestori» in incontri nei ristoranti, preferenza per quelli cinesi. Gli ordini le arrivano attraverso i numeri in codice trasmessi sulle onde corte.

 Sobria, senza trucco, nessuna ostentazione, Ana sacrifica la vita privata alla causa, non riceverà ricompense in denaro, tranne la copertura della retta del master. I cubani le procurano un amante d'ufficio, un Romeo. Love story posticcia che evapora subito. Dura poco la relazione con un investigatore del dipartimento di Stato, ignaro di andare a letto con una spia.

La solitudine le pesa, è sfiorata dalla paranoia, per un certo periodo mangia solo patate, tuttavia non cede. I colleghi l'hanno soprannominata «l'altra», però ne rispettano la competenza. Infatti la chiamano per i briefing, il direttore della Cia le consegnerà personalmente un encomio e Ana avrebbe fatto ancora carriera se non l'avessero fermata. Sarebbe passata proprio all'agenzia per occuparsi della lotta ad al Qaeda.

Invece la scoprono grazie a una dritta indiretta della Nsa, alla convinzione della presenza di una talpa, a indagini parallele sul network cubano. Dati nuovi che confermano le vecchie intuizioni di un inquirente che, anni prima, aveva maturato più che un sospetto su di lei. Troveranno materiale compromettente, avranno le prove per giustificarne l'arresto il 21 settembre 2001. Ha provocato danni immensi, la condannano a 25 anni. Adesso il rilascio anticipato per buona condotta anche se non si è mai pentita: Ana era convinta di essere nel giusto.

Le Stragi.

I Numeri.

Las Vegas.

Lewiston nel Maine.

Jacksonville, in Florida.

Philadelphia, in Pennsylvania.

Richmond, Virginia.

Allen, in Texas.

Cleveland, in Texas.

Dadeville, in Alabama.

Louisville, Kentucky.

Nashville.

Waco.

New York.

Walrweboro, Carolina del Sud.

Orlando.

Tate nel Mississippi.

East Leaning in Michigan.

Half Bay Moon in Clifornia.

Monterey Park in California.

Enoch nello Utah sud-occidentale.

I Numeri.

L'anno record delle sparatorie: la scia di sangue che spaventa l'America. Il 2023 rischia di passare alla storia come uno dei più letali sul fronte della violenza delle armi da fuoco. In soli sette mesi la media è salita a 2 sparatorie al giorno. Alberto Bellotto il 6 Agosto 2023 su Il Giornale. 

Gli Stati Uniti si avvicinano a un macabro record. Il 2023 rischia di passare alla storia per il numero di sparatorie di massa. I dati, raccolti dal progetto Gun Violence Archive, parlano chiaro. Nei primi sette mesi del 2023 le mass shooting sono state 419, in pratica due al giorno. Se il trend dovesse continuare fino alla fine dell’anno verrebbe infranto il record del 2021 quando furono 690. E purtroppo i presupposti ci sono tutti. Nello stesso periodo di tempo nell’anno record le sparatorie registrate furono 401, con una media di 1.9 al giorno.

In America con sparatorie di massa si intende uno scontro a fuoco in cui vengono colpite almeno quattro persone, ferite o uccise, senza includere l’autore della sparatoria. Ovviamente anche i numeri delle persone colpite sono preoccupanti. Al 1 agosto 2023 risulta che 25.198 americani sono morti a causa delle armi da fuoco, circa 118 al giorno. Un numero altissimo che include anche 879 adolescenti e 170 bambini.

Dentro questa valutazione, ovviamente c’è di tutto. La maggior parte dei morti per arma da fuoco da fuoco (14 mila) sono da imputare a suicidi, con una media giornaliera di 66. Le restanti 11mila vittime sono morte invece per scontri a fuoco, sparatorie e omicidi. Ma i numeri dicono anche molto altro. L’America dopo la pandemia sta vivendo una stagione violenta con un trend in crescita. Basti pensare come nel 2018 le sparatorie di massa siano state 336, mentre 2019 sono salite a 417 per poi esplodere negli anni successivi: 610 nel 2020, 690 nel 2021 e 647 nel 2022. Come abbiamo visto dentro questi numeri c’è di tutto. Ci sono 960 morti per sparatorie non intenzionali ad esempio, ma ci sono anche 488 persone morte in sparatorie che hanno coinvolto agenti di polizia.

La geografia delle violenza

La violenza non è però distribuita nello stesso modo. La maggior parte delle morti per arma da fuoco è distribuita negli stati più popolosi, come Texas, California o Florida, ma non solo. Riguardano anche Nord Carolina, Illinois, Georgia e Louisiana.

L’anno si è aperto a gennaio con tre mass shooting che in pochi giorni hanno flagellato la California, una di queste avvenuta in uno studio di Monterey Park ha provocato la morte di 10 persone. Ma Il 2023 non è stato un anno tranquillo nemmeno nelle scuole, che dopo il massacro della Columbine High School nel 1999 sono diventate l’emblema delle sparatorie di massa senza senso. Secondo i dati del progetto k-12 School Shooting Database nel 2023 ci sono stati almeno 196 “incidenti” con 149 vittime.

Nel 2022 le sparatorie a scuola erano state 304 e nel 2021, 250. Anche qui un preoccupante trend in crescita. Secondo una ricerca del Pew Research Center negli ultimi due anni i decessi per arma da fuoco tra i bambini sono aumentati del 50%. In febbraio alla Michigan State University di East Lansing tre studenti sono morti e cinque sono rimasti feriti in una sparatoria. Mentre a marzo nell’istituto elementare Covenant School di Nashville, in Tennessee hanno perso la vita tre insegnanti e tre bambini.

Un dolore nazionale

I numeri mostrano un fenomeno che non accenna a diminuire, ma nascondono dolori più profondi. Fatti di comunità lacerate, genitori che piangono figli e famiglie distrutte. Kelly Drane, che si occupa della prevenzione contro la violenza armata per il Giffords Law Center, ha spiegato ad Axios che “la violenza armata ha un impatto enorme sul Paese e che si tratta di una sorta di tributo che paga ogni singolo cittadino americano”. E la cosa forse più triste, ha aggiunto, “è che sappiamo molto bene come questa violenza sia prevedibile, come si possano fare delle cose per ridurre il numero di sparatorie”.

Il rapporto morboso degli americani con le armi da fuoco è stato oggetto di indagine per anni. Alla base c’è un intreccio di interessi delle lobby e cultura difficile da scardinare. Per moltissimi americani possedere un’arma da fuoco rappresenta una forma di esercizio della libertà di espressione. Eppure l’opzione pubblica sta lentamente cambiando idea.

Un’America stanca delle armi

Nell’aprile scorso è stato pubblicato un interessante sondaggio da Fox News: la maggior parte degli americani sarebbe favorevole a forme di controllo delle armi. Non a un loro bando, sia chiaro, ma a una regolamentazione più stringente. Ad esempio l’87% è favorevole ai controlli sul passato criminale degli acquirenti. L’81% vorrebbe aumentare l’età di acquisto delle armi a 21 anni e l’80% vorrebbe che alla polizia fosse concesso sequestrare pistole e fucili a chi viene considerato pericoloso. Ma soprattutto il 61% degli americani è favorevole a bannare armi d’assalto e facili semi-automatici.

In tutto il Paese cresce la paura delle armi e le rilevazioni parlano chiaro. Otto americani su dieci percepiscono un aumento della violenza armata nel paese e tre quarti lo considerano uno dei maggiori problemi in termini di sicurezza. Tanto per avere un’idea a maggio il 26% la considerava la minaccia numero uno alla salute pubblica, tanto quanto la crisi del fentanyl.

Non solo. Un quinto degli americani ha raccontato che loro (o un parente molto vicino) ha toccato con mano in qualche modo la violenza delle armi da fuoco. Eppure c’è un ennesimo dato che conferma quanto sia difficile trovare una soluzione efficace al problema. Il 52% degli americani sostiene che serva un modo per prevenire le sparatorie di massa, allo stesso tempo sempre il 52% sottolinea che il diritto a possedere armi vada tutelato.

La crisi del fentanyl entra nelle basi militari: cosa succede all'esercito Usa

Una politica al rallentatore

Nel giugno dell’anno scorso Joe Biden ha firmato una legge licenziata dal Congresso che conteneva un primo provvedimento per porre un freno alle armi da fuoco. Il pacchetto disegnato da Camera e Senato era arrivato dopo la tragica sparatoria alla scuola elementare di Uvalde in Texas che costò la vita a 19 bambini e due insegnanti.

La legge è stata presentata come un successo dato che da anni non si legiferava in materia di armi da fuoco. Eppure molti deputati, soprattutto quelli dell’ala radicale dei democratici, hanno bollato il provvedimento come troppo limitato. Nel pacchetto erano presenti fondi per gli Stati che permettessero di migliorare i controlli su persone ritenute pericolose, ma anche stanziamenti per programmi per sostenere il supporto psicologico nelle scuole. In più aggiungeva controlli più serrati per gli acquirenti con meno di 21 anni.

Nel frattempo con le midterm del 2022 il colore del Congresso è cambiato e i repubblicani hanno iniziato a battagliare. Ad esempio hanno passato una legge che stracci un provvedimento dell’amministrazione Biden che prendeva di mira un accessorio per armi da fuoco. Intanto a marzo la Casa Bianca ha messo un altro puntello. Il presidente ha firmato un ordine esecutivo per aumentare il numero di background checks, in controlli sul passato dei possessori d’armi. Un provvedimento appoggiato dalla maggioranza degli americani, ma solo un piccolo passo davanti all’immensa montagna da scalare delle sparatorie che quest’anno si avviano a sfondare un nuovo, sanguinoso, record.

Las Vegas.

Las Vegas, sparatoria nell’università: ennesima strage negli Stati Uniti, a sparare un ex professore. Redazione su L'Unità il 7 Dicembre 2023

Sono almeno tre i morti dell’ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti, avvenuta questa volta all’interno della University of Nevada di Las Vegas. Ateneo in cui è scoppiato il terrore quando, intorno alle 11:30 ora locale, le 20:30 di mercoledì 7 dicembre in Italia, l’allarme è scattato nella Beam Hall, edificio che ospita la Facoltà di Economia.

L’università ha pubblicato un messaggio invitando gli studenti ad evacuare dalla zona, contemporaneamente la polizia ha annunciato in un post su X di essere impegnata a rispondere ad una “sparatoria nel campus” e che c’erano “molte persone colpite“. Dopo circa mezz’ora, la polizia ha comunicato che “il sospetto era stato individuato ed era morto“.

Nel mentre la polizia aveva avvertito gli studenti di evacuare in un’area sicura e di aver attivato il protocollo “Run-Hide-Fight”, un protocollo attivo e comune negli Stati Uniti in casi di “mass shooting”.

Si tratta di un uomo intorno ai 60 anni, ex professore universitario che aveva precedentemente insegnato anche in Georgia e nella Carolina del Nord. Al momento, come sottolineato dallo sceriffo del dipartimento di polizia metropolitano di Las Vegas in una conferenza stampa, non si ha “nessuna idea del movente”.

Le polemiche sulle armi “libere”

Il presidente Joe Biden ha affermato in una dichiarazione che l’UNLV è “l’ultimo campus universitario ad essere terrorizzato da un orribile atto di violenza armata” e che lui e la First Lady Jill Biden stanno “pregando per le famiglie dei nostri caduti“. E ha lanciato un nuovo appello ai repubblicani perchè approvino insieme al democratici una stretta sulle armi da fuoco.

L’ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti rilancia infatti il tema della vendita indiscriminata o quasi di “armi da guerra”, come i fucili AR-15 spesso utilizzati per stragi come quella della UNLV. Impossibile però arrivare ad una legge che limiti o vieti del tutto la loro vendita, vista l’opposizione dei Repubblicani e soprattutto della NRA, la potentissima lobby delle armi Usa.

Fatto sta che il 2023 si chiuderà come l’anno in cui gli Stati Uniti hanno registrato il maggior numero di sparatorie di massa dal 2006. Con le ultime tre, due avvenute durante il fine settimana, il numero totale è arrivato a 38, superando il record precedente – 36 – registrato nel 2022.

La strage di Las Vegas del 2007

Proprio a Las Vegas, dove ieri si è verificato l’ennesimo episodio di questo tipo, era stata teatro della strage più cruenta nella storia degli Stati Uniti: il primo ottobre 2017 Stephen Craig Paddock sparò con 23 armi sulle migliaia di persone intente a seguire un festival di musica country dalla stanza del Mandalay Hotel. Il bilanciò fu tremendo: 61 morti, incluso il killer che si uccise prima dell’arrivo nella stanza della polizia, e 850 feriti. Redazione - 7 Dicembre 2023

(ANSA giovedì 7 dicembre 2023) - L'autore della strage a Las Vegas è un professore che non era stato preso per insegnare all'University of Nevada. Lo riporta Abc news citando fonti di polizia. Il killer si chiama Anthony Polito e aveva 67 anni.

(Adnkronos giovedì 7 dicembre 2023) - L'autore della sparatoria all'università del Nevada, a LAS VEGAS, in cui 3 persone sono rimaste uccise e una quarta ferita, era un professore universitario di 67 anni. Lo rende noto la Cnn, citando fonti delle forze dell'ordine, precisando che l'uomo, che è stato ucciso dalla polizia, aveva legami con college in Georgia e North Carolina, ma non si sa che tipo di contatti avesse con il campus che ha attaccato.

La sparatoria ha shoccato il campus universitario, dove sono in corso gli esami di fine semestre prima delle vacanze invernali, e l'intera città di Las Vegas che nel 2017 è stata teatro della più sanguinosa strage di massa della storia moderna americana, con 60 persone uccise ed oltre 400 ferite durante un festival musicale.

Lewiston nel Maine.

Paolo Mastrolilli per La Repubblica - Estratti mercoledì 25 ottobre 2023.

È caccia all’uomo nel Maine, dove l’autore dell’ennesima strage in un luogo pubblico è scappato, dopo aver ucciso almeno 22 persone. La polizia ha identificato il killer. Si chiama Robert Card, è un uomo bianco di mezza età, ma i motivi del suo gesto sono ancora incerti. È scappato, è armato, e quindi le autorità di Lewiston hanno ordinato ai cittadini di chiudersi in casa e fornire tutte le informazioni possibili per catturarlo.

La sparatoria è cominciata alle 6,56 della sera, quando Card è entrato con un fucile mitragliatore AR-15 in due locali della cittadina del Maine, lo Schemengees Bard and Grille Restaurant e lo Speratime Recreation. Un ristorante e una sala da bowling affollati dalle famiglie, che stavano celebrando una festa per i loro bambini. Quindi ha assalito anche un centro di distribuzione dei supermercati Walmart. Robert ha iniziato a sparare sulle persone, uccidendone almeno 22 e ferendone una sessantina. Poi è scappato a bordo di un’auto Subaru, portando con sè il mitragliatore. La macchina è stata ritrovata abbandonata verso le undici e mezza di sera, nella vicina città di Lisbon.

La polizia gli sta dando la caccia, e ha chiesto agli abitanti di chiudersi in casa per evitare di diventare bersagli. Il presidente Biden è stato informato della sparatoria durante la cena di stato con il premier australiano Albanese, e da allora ha iniziato a seguire la crisi, parlando con le autorità locali. 

Card ha 40 anni e fa parte della riserva militare della National Guard, di stanza a Saco, nello stato settentrionale del Maine. Vive a Bowdoin ed è un istruttore di armi. Questo forse aiuta a spiegare l’efficacia mortale del suo assalto. 

Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza lo mostrano a volto scoperto, con pantaloni neri e maglia marrone, mentre punta il suo fucile contro le vittime. I motivi dell’attacco sono ancora incerti, ma l’estate scorsa Card era stato internato per problemi mentali. Aveva detto di sentire voci e quindi era stato affidato alle cure degli specialisti. Se queste circostanze fossero confermate, si tratta di una storia che ormai si ripete da anni negli Stati Uniti, sempre allo stesso modo. Persone squilibrate decidono di sfogare la loro rabbia su altri esseri umani, qualunque siano i motivi, e riescono a fare enormi numeri di vittime perché le armi in America sono troppo facilmente disponibili.

Gli Usa non hanno l’esclusiva dei problemi mentali, che sono statisticamente simili a quelli di tutti gli altri paesi comparabili del mondo. La differenza è che negli Stati Uniti le armi sono a portata di mano di chiunque, e quindi chi vuole usarle per qualsiasi ragione riesce a farlo troppo facilmente. La verità evidente è questa, ma il paese non riesce ad affrontarla, per una malintesa interpretazione del Secondo emendamento della Costituzione, che garantisce il diritto di avere fucili e pistole

Strage in Maine, il killer suicida in un bosco: la scoperta della polizia. Gianluca Lo Nostro il 28 Ottobre 2023 su Il Giornale.

L'ex militare che due giorni fa ha ucciso 18 persone in due locali a Lewiston, in Maine, si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola in testa. Le autorità dello Stato hanno trovato il corpo in un bosco non lontano dalla località della strage

Il corpo di Robert Card, l'autore della strage in Maine, negli Stati Uniti, è stato trovato senza vita dalle autorità dello Stato in un bosco nei pressi di Lisbon Fall. L'assassino si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola alla testa. Lo ha confermato la governatrice Janet Mills in una conferenza stampa a Lewiston, città teatro del massacro in cui sono morte 18 persone e 13 sono rimaste ferite. "Sono qui semplicemente per comunicare che Robert Card è morto. Ho chiamato il presidente Biden per dargli la notizia", ha detto Mills.

Si interrompe così la caccia all'uomo che aveva paralizzato intere parti dello Stato, con lockdown e ricerche frenetiche da parte delle forze dell'ordine, che avevano addirittura mobilitato i sommozzatori per scrutare il fiume Androscoggin. La fuga dell'ex militare, durata 48 ore dopo la carneficina in una sala da bowling e in un ristorante, aveva costretto la polizia ad alzare l'allerta anche nel vicino Canada e a New York, città che secondo la stampa americana Card conosceva abbastanza bene.

Il capo del dipartimento sicurezza dello Stato del Maine, Michael Sauschuck, ha dichiarato ai giornalisti che il cadavere dell'ex riservista 40enne è stato trovato intorno alle 19.45 (ora locale), ma ha aggiunto che ulteriori dettagli sul luogo del suicidio non saranno condivisi con il pubblico. Card era affetto da problemi mentali e per questo la scorsa estate era stato ricoverato due settimane in un centro psichiatrico. Nonostante questo campanello d'allarme, l'accesso alle armi non gli è mai stato limitato: la legislazione del Maine su questo tema è tra le più permissive in America, non essendo previsti controlli preventivi sugli individui che possono quindi fare liberamente domanda per acquistare fucili e pistole nelle armerie. Un diritto peraltro garantito dal Secondo emendamento della costituzione Usa.

Da tempo l'assassino sosteneva di sentire delle strane voci sul suo conto provenienti dal bowling e dal locale dove si è poi consumata effettivamente la strage: giovedì Card ha dapprima sparato all'impazzata, centrando 18 persone, poi si è dato alla fuga abbandonando il veicolo sul quale viaggiava, un Suv bianco. Una volta scappato, gli abitanti sono stati costretti a rimanere nelle loro abitazioni: il timore della polizia, trattandosi di un tiratore professionista, era infatti quello di una seconda sparatoria.

Tra le vittime di questa tragedia si segnalano anche un adolescente di soli 14 anni, un allenatore di bowling in pensione, un idraulico e il gestore del bar. Joe Walker, questo il nome di chi dirigeva il Schemengees Bar and Grille Restaurant a Lewiston, sarebbe morto da eroe: il padre ha raccontato che prima di morire avrebbe inseguito il killer con un coltello da macellaio.

Estratto dell’articolo di Angelo Paura per "il Messaggero" venerdì 27 ottobre 2023.

Questa estate aveva passato due settimane in un centro di cura per malattie mentali, lamentando di «sentire voci» e minacciando di voler fare una strage all'interno della base di Saco, a sud del Maine, dove era di stanza come riservista dell'esercito americano. Robert Card uscito dall'ospedale ha dato altre volte segni di squilibrio, fino a quando mercoledì sera a Lewiston ha sparato e ucciso 18 persone, ferendone 13. 

[…] Card non è mai stato in guerra, nell'esercito è un sergente entrato come riservista nel dicembre del 2002, dopo è stato formato come specialista nel settore petrolifero: come molti riservisti infatti avrebbe lavorato nella sicurezza e, solo in caso di estrema necessità, sarebbe stato impiegato in missioni umanitarie nel mondo, soprattutto in caso di disastri naturali.

Ci sono poche informazioni sull'ex militare, che prima della strage aveva un badge da riservista attivo e aveva perso il lavoro. Tra il 2001 e il 2004 ha studiato ingegneria all'University of Maine anche se non è chiaro se si sia mai laureato. […] 

Nonostante non sia possibile verificarlo, Card avrebbe un profilo su X/Twitter, che in questo momento è stato sospeso, ma la foto che appare archiviata mostra un uomo molto simile alle immagini del killer catturate dalle telecamere. 

Nel corso degli anni il profilo social @RobertC20041800 ha messo diversi like ad articoli di politica, soprattutto sui profili di politici e opinionisti di destra. Testimoni locali sostengono che sia membro di una milizia paramilitare. A quanto pare ha un'ossessione per le armi e le leggi per regolarne la vendita e il possesso negli Stati Uniti.

Secondo la Cnn i familiari di Card hanno confermato la pista del malessere mentale, raccontando alla polizia di aver assistito a una sua «crisi mentale». E allo stesso tempo, nelle scorse ore, gli avrebbero scritto decine di messaggi pregandolo di consegnarsi alla polizia. […] 

Intanto negli Stati Uniti si torna a discutere di armi e problemi mentali: a livello federale esiste un registro in cui vengono inserite le persone alle quali è vietato acquistare o possedere armi e il caso di ricovero involontario in un ospedale psichiatrico è una delle condizioni che fa scattare il divieto.  Ma spesso queste regole non vengono rispettate, in un Paese dove un adulto su tre dichiara di possedere un'arma da fuoco. […]

(ANSA martedì 31 ottobre 2023) - Sei settimane prima che di uccidere 18 persone a Lewiston, nel Maine, la polizia statale aveva ricevuto degli avvertimenti che Robert Card avrebbe compiuto una strage ma non è intervenuta. Lo rivela il New York Times, citando fonti delle forze dell'ordine. 

L'allarme sul riservista era molto più esplicito di quanto i funzionari del Maine abbiano pubblicamente ammesso in seguito all'attacco di mercoledì scorso, la sparatoria di massa più letale quest'anno negli Stati Uniti.

Secondo il New York Times, a settembre il dipartimento per i riservisti dell'esercito ha contattato l'ufficio dello sceriffo denunciando che il killer era in preda a delirio paranoici, in particolare che sosteneva di essere stato accusato dai suoi commilitoni di essere un pedofilo prendendo anche a pungi uno di loro.

L'esercito ha anche riferito allo sceriffo che Card era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico di New York per due settimane a luglio. Non solo, il sergente dello sceriffo, Aaron Skolfield, era stato a casa del killer il 16 settembre cercando di mettersi in contatto con lui, ma nessuno si presentò alla porta nonostante fosse evidente che qualcuno era in casa. 

Skolfield ha detto, inoltre, di aver contattato anche il fratello di Card, che gli aveva riferito che lui e suo padre stavano cercando di portare via le armi di suo fratello. Il sergente ha riferito di aver esortato Ryan Card a contattare il dipartimento dello sceriffo se avesse ritenuto che suo fratello avesse bisogno di "una valutazione".

Jacksonville, in Florida.

Sparatoria a Jacksonville, 4 morti. Il killer: «Odio i neri». Storia di Redazione online su Il Corriere della Sera sabato 26 agosto 2023.  

La sparatoria in un negozio di Jacksonville in Florida, dove sono rimaste uccise quattro persone, è stata motivata da odio razziale. Lo ha detto la polizia in una conferenza stampa precisando che tutte e tre le vittime sono afroamericane, la quarta persona morta è il killer che si è sparato dopo aver compiuto la carneficina. Non è stata rivelata l’identità dell’uomo che ha aperto il fuoco ma si sa che abitava nella zona e viveva con i genitori, quindi si presume fosse piuttosto giovane. Per compiere l’azione indossava abiti militari.

Il «mass shooting» è avvenuto all’interno di un negozio della catena «Dollar general». Secondo la sindaca di Jacksonville Donna Deegan il killer si è barricato all’interno e poi ha aperto il fuoco sui presenti, mirando deliberatamente ai neri . Il negozio nel quale è avvenuta la sparatoria si trova vicino al campus della Edward Waters University, una piccola università storicamente afroamericana.

Prima di compiere la strage l’assasino ha chiamato i genitori chiedendo loro di diffondere su media e social media il suo manifesto razzista in cui diceva di odiare i «n....i e di volerli uccidere». La strage è stata compiuta usando un fucile d’assalto e una pistola che appartenevano ai genitori del killer. La polizia ha riferito che sulla pistola era stata incisa una svastica.

Secondo il sito Gun Violence Archive, che monitora il fenomeno dell’abuso delle armi da fuoco, dall’inizio dell’anno negli Stati Uniti sono già morte per questo motivo 28.179 persone e si sono già verificati 471 episodi di «mass sooting».

Philadelphia, in Pennsylvania.

L'uomo è stato bloccato dopo un po' dalla polizia. Strage a Philadelphia, scende in strada in tenuta da guerra e spara a caso: 4 morti e 8 feriti, tra cui due bimbi. Redazione su Il Riformista il 4 Luglio 2023 

E’ di quattro persone uccise e otto ferite, tra cui due bambini il bilancio della strage, l’ennesima, avvenuta a Philadelphia, in Pennsylvania, e che ha visto protagonista un uomo di 40 anni, sceso in strada, così come emerge in un video pubblicato sui social, armato e in tenuta da guerra.

L’uomo ha iniziato a sparare a caso contro le persone presenti, armato di un fucile tipo Ar-15, mentre camminava lungo il marciapiede.

La portavoce della polizia Jasmine Reilly ha spiegato che sei feriti sono stati portati al Penn Presbyterian Medical Center e due, minorenni, al Children’s Hospital di Philadelphia. I morti avevano un’età compresa tra i 20 ei 59 anni. L’uomo ha esploso numerosi colpi d’arma da fuoco in diversi isolati nel quartiere sud-occidentale di Kingsessing.

E’ stato poi arrestato in un vicolo dopo essersi arreso. Il commissario di polizia Danielle Outlaw ha spiegato che indossava un giubbotto antiproiettile, aveva con sé più caricatori, un “fucile di tipo AR”, una pistola e uno scanner della polizia.

Si tratta dell’ennesima strage registrata nel Stati Uniti grazie alla facilità con cui si può entrare in possesso di armi anche da guerra, comprate addirittura al supermercato.

Richmond, Virginia.

Estratto dell'articolo da rainews.it il 7 giugno 2023.

Richmond, Virginia, un pomeriggio di giugno. Al Teatro Altria sono in corso le celebrazioni per la fine dell'anno scolastico e la consegna dei diplomi della Huguenot High School, quando all'esterno dell'edificio un giovane di 19 anni inizia a sparare - ed è l'ennesima strage americana, dai contorni ancora incerti. 

Quel che al momento è noto è il numero delle vittime: due morti, di 18 e 36 anni, e cinque feriti, di cui uno in pericolo di vita. Una bambina di 9 anni è stata investita da un'auto nel caos che è seguito alla sparatoria, molte altre persone sono rimaste ferite nella calca o sono state prese dal panico e ricoverate in stato di ansia. 

La polizia ha arrestato un sospetto mentre tentava di fuggire: sarà incriminato per omicidio multiplo e altri reati, ha fatto sapere il capo della polizia locale di Richmond, Rick Edwards. “Quando si sono sentiti gli spari è iniziato il caos”, ha raccontato Edwards: “C'erano centinaia di persone nel parco, la gente ha iniziato a correre ovunque”.

Diverse armi da fuoco sono state trovate sul luogo della strage. Testimoni aggiungono di avere sentito almeno 20 esplosioni in rapida successione, mentre la folla fuggiva accalcandosi in preda alla paura. “C'erano studenti vestiti a festa che scappavano, genitori che abbracciavano i bambini per proteggerli, una giovane donna che piangeva”. Altri raccontano che alcuni anziani investiti dalla folla sono caduti a terra senza potersi rialzare. […]

Allen, in Texas.

Estratto da tgcom24.mediaset.it il 7 marzo 2023 

In Texas nove persone sono rimaste uccise e almeno sette ferite in una sparatoria in un outlet ad Allen, a circa 40 chilometri da Dallas. […] Si teme che tra le vittime ci siano dei bambini. 'ennesimo episodio di follia delle armi negli Stati Uniti è iniziato sabato intorno alle 15:30, durante quello che sembrava un tipico pomeriggio di shopping all'Allen Premium Outlets, uno dei principali mall dello Stato.  

[…]  Il killer indossava abbigliamento militare L'intervento tempestivo della polizia ha permesso di evitare un bilancio ancora più grave. Le forze dell'ordine hanno dichiarato che il killer, che indossava "abbigliamento militare", è stato ucciso da un agente intervenuto sul posto. Ignoto al momento il motivo della strage. Un testimone ha raccontato che "l'aggressore indossava un giubbotto e sembrava avesse ricevuto un addestramento. Sapeva quello stava facendo".

Il video shock sui social Un video shock che circola su Twitter mostra l'uomo, vestito di scuro, uscire da una macchina grigia nel parcheggio del centro commerciale e sparare sulla gente. Le immagini sono sfocate e in lontananza ma il rumore degli spari è nitido. […]

Doppia strage in Texas, suprematista spara al market: 8 morti. Poi un Suv sui migranti. Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera il 7 Maggio 2023

Al confine con il Messico sette venezuelani sono morti sul colpi, la polizia segue la pista dell’atto intenzionale. L’appello di Biden al Congresso: «Ora una legge sulle armi»

Ventiquattrore da dimenticare in Texas colpito da due orribili stragi. Ad Allen, non lontano da Dallas, un tranquillo sabato di shopping è stato trasformato in tragedia quando un uomo, in tenuta da combattimento, armato con un fucile d’assalto AR-15, è sceso dalla sua auto nel parcheggio del centro commerciale Allen Premium Outlets sparando all’impazzata . Otto persone, tra i 5 e i 51 anni, sono rimaste uccise, oltre all’assassino, ed altre sette ferite, alcune in modo grave. Secondo gli investigatori il killer è Mauricio Garcia, un uomo di 33 anni affiliato ai suprematisti bianchi o a gruppi neonazisti. A rivelarlo sarebbe uno stemma cucito sull’abito militare usato durante l’attacco.

Domenica mattina alle 8,30, a Brownsville, al confine con il Messico, un suv, guidato da un ispanico, è piombato a velocità folle su un gruppo di migranti, per la maggior parte venezuelani, che aspettavano l’autobus, falciandoli come birilli. Nel video, ripreso da una vicina telecamera, si vedono le persone volare in aria e poi piombare violentemente a terra. Sette sono morte sul colpo. Il guidatore è stato arrestato per «guida spericolata» ma, secondo la polizia, l’incidente appare sempre più un «atto intenzionale». In città l’immigrazione clandestina è in forte aumento. Il direttore del vicino centro di accoglienza Victor Maldonado ha detto che negli ultimi due mesi sono passati a gestire 380 persone al giorno dalle precedenti 250. «Dopo la strage un paio di persone che sono venute dal cancello e hanno detto alla guardia di sicurezza che siamo noi la causa del gesto», ha detto alla tv Krgv.

Ad Allen la strage è avvenuta nel primo pomeriggio quando migliaia di persone affollavano gli oltre cento negozi presenti nella struttura. «Abbiamo cominciato a correre, i bambini venivano travolti dalla folla — ha detto all’Ap Maxwell Gum, un ragazzo di 16 anni che lavora in un negozio di pretzel —. Un mio collega ha salvato una piccola di 4 anni». Molti hanno trovato rifugio nei bagni, nel retro dei negozi o si sono rannicchiati dietro alle macchine parcheggiate. Il bilancio delle vittime avrebbe potuto essere molto più alto se sul posto non fosse stato presente un poliziotto che aveva risposto a un’altra chiamata. L’agente è riuscito a neutralizzare l’aggressore e a chiamare i soccorsi. «Voglio ringraziare la nostra polizia e i vigili del fuoco per la loro pronta risposta che ha salvato molte vite», ha detto il sindaco di Allen Ken Fulk, assicurando che la sua è «una città sicura». Ma nello Stato repubblicano è possibile acquistare e portare in giro una pistola senza il porto d’armi, a meno di non avere precedenti penali. Poche le restrizioni anche per l’uso di fucili e carabine.

La verità è che non sembrano esserci posti sicuri negli Stati Uniti visto che nei primi quattro mesi, secondo i dati del Gun Violence Archive, ci sono state 200 sparatorie di massa, più degli ultimi sei anni. Un numero spropositato che imporrebbe un cambio delle regole di accesso alle armi da fuoco. È quello che, ancora una volta, ha chiesto al Congresso il presidente degli Stati Uniti Joe Biden: «Mandatemi una legge che metta al bando le armi d’assalto — ha scritto in una nota —, richieda un controllo totale su chi acquista e metta fine all’immunità per i produttori. E la firmerò immediatamente». La Casa Bianca ieri ha ordinato che la bandiera Usa sventoli a mezz’asta fino all’11 maggio su tutti gli edifici pubblici e basi militari, in patria e all’estero. «Più di 14 mila nostri cittadini hanno perso la vita — ha aggiunto il presidente —. La causa principale di morte dei bambini americani è la violenza delle armi. Twittare preghiere e pensieri non

Cleveland, in Texas.

Texas, «basta fare rumore». E il vicino fa strage . Un bimbo tra le vittime. Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2023.

L’uomo, un messicano di 38 anni, si esercitava con un Ar-15: arrabbiato per la lamentela ha ucciso in casa 5 persone 

Un vicino di casa molesto, con la «passione» di esercitarsi a sparare in giardino, incurante dell’ora. Venerdì sera erano passate le 11, quando qualcuno si è lamentato in questo angolo verde alla periferia di Cleveland, in Texas. «Ehi amico, non puoi farlo, abbiamo un bambino qui che cerca di dormire», ha protestato la famiglia della villetta accanto. «Nel mio giardino posso fare quello che voglio» avrebbe risposto lui, iniziando a schiumare rabbia. Si è precipitato nel vialetto dei vicini, ha bussato alla loro porta per poi iniziare a sparare: in pochi secondi tre donne, un uomo e anche un bambino di 8 anni sono caduti a terra, tutti colpiti alla testa. 

Un diverbio tra vicini di casa e l’America si ritrova a fare i conti con una nuova strage, con cinque persone sterminate a casa propria, tutte originarie dell’Honduras. 

Il killer si è dileguato armato e sotto effetto di sostanze, secondo gli inquirenti. È stato identificato in Francisco Oropeza, un messicano di 38 anni. «È in fuga nella foresta nazionale Sam Houston, qui nella contea di San Jacinto. Lo stiamo inseguendo con i cani, con uomini a cavallo e con i droni», ha fatto sapere lo sceriffo a 24 ore dal massacro. Le autorità lo conoscono bene: gli agenti erano già stati a casa sua sempre per l’abitudine a sparare in cortile.

Chiamati per «molestia» intorno alle 23.30 di venerdì, al loro arrivo i poliziotti hanno trovato cadaveri e sangue ovunque: due donne erano ancora sdraiate senza vita sopra tre bambini.«Si devono essere buttate sopra di loro per cercare di proteggerli», hanno ricostruito le autorità, che hanno poi visionato le riprese video dell’assalitore mentre si avvicinava alla porta d’ingresso delle vittime con l’Ar-15, un fucile semiautomatico progettato dagli americani per il conflitto in Vietnam, micidiale per la sua capacità di sparare a raffica proiettili piccoli e velocissimi, che colpiscono l’obiettivo a 800 metri al secondo, con caricatori da 45 o 60 colpi. 

Un americano adulto su 20 ne possiede almeno uno, secondo il recente sondaggio condotto dal Washington Post con Ipsos, soprattutto per motivi di autodifesa ma anche per attività ricreative, tiro al bersaglio e caccia. Un’arma tristemente nota perché è quella usata nelle stragi degli ultimi 20 anni, come quella di un anno fa, sempre in Texas, nel massacro alla scuola elementare di Uvalde. Quella di venerdì a Cleveland è la 19esima sparatoria con almeno 4 vittime dall’inizio dell’anno, rileva il Gun Violence Archive.

Una scia di sangue che ha fatto rialzare la voce ai sostenitori del controllo delle armi, con appelli per un divieto federale degli Ar-15. La loro vendita è già proibita in alcuni Stati, incluso quello di Washington con un provvedimento firmato mercoledì dal governatore democratico.

A nulla finora sono serviti i moniti di Joe Biden che, per l’ennesima volta il mese scorso, ha implorato il Congresso di attuare una stretta sulle armi e imporre un bando federale sui fucili d’assalto, dopo che un tiratore ha ucciso sei persone sempre con un Ar-15 in una scuola di Nashville. I repubblicani fanno muro.

Dadeville, in Alabama.

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 16 aprile 2023.

Venti feriti e almeno quattro adolescenti morti. È il triste bilancio (provvisorio) di una sparatoria avvenuta sabato notte durante una festa di compleanno a Dadeville, in Alabama. 

[…] Secondo le prime ricostruzioni, la sparatoria è scoppiata, intorno all’una e trenta di notte ora locale, a causa di una lite esplosa durante un “sweet 16 party“, una festa per i 16 anni. Dadeville si trova a circa una settantina di chilometri da Montgomery. Sempre la notte tra sabato e domenica, due studenti sono rimasti feriti in una sparatoria al campus dell’università di Lincoln in Pennsylvania.

La strage dei teenager. Usa, spari durante una festa di compleanno a Dadeville, in Alabama: 4 ragazzi morti e oltre 20 feriti. Movente ancora sconosciuto, giallo sul killer. Un video shock con l'attacco. Valeria Robecco su Il Giornale il 17 Aprile 2023

Ennesimo fine settimana di sangue negli Stati Uniti, ancora una volta a causa della diffusione selvaggia delle armi da fuoco, e dove ancora una volta a farne le spese sono soprattutto dei giovani. Nella cittadina di Dadeville la festa per il 16esimo compleanno di una teenager è finita in tragedia quando intorno alle 22,30 locali di sabato qualcuno ha aperto il fuoco, uccidendo almeno quattro persone e ferendone molte altre (oltre 20 secondo i media locali), la maggior parte adolescenti.

La sparatoria è avvenuta al Mahogany Masterpiece Dance Studio, nel centro del comune rurale di 3mila abitanti a nord-est di Montgomery: nel locale era in corso il party che negli Usa chiamano «Sweet Sixteen», un momento di passaggio importante per ogni teenager, più o meno come le feste per i 18 anni in Italia. I dettagli per ora non sono molti, le autorità non hanno fatto sapere se il sospetto killer sia stato individuato e fermato, e anche il movente resta da chiarire, ma in un video shock circolato su Twitter si sentono i rumori degli spari e le urla terrorizzate di una ragazza mentre fuori dall'edificio arrivano le auto della polizia.

Una donna di nome Annette Allen ha spiegato che la festa di compleanno era di sua nipote Alexis, e tra le vittime c'è anche il fratello della ragazzina, Phil Dowdell, liceale che si doveva diplomare tra poche settimane. «Era molto umile, e aveva sempre il sorriso sulle labbra», ha detto a un giornale locale, precisando che anche la madre di Dowdell è stata colpita e ferita.

Il pastore Ben Hayes, cappellano per il dipartimento di polizia di Dadeville e per la squadra di football del liceo locale, ha confermato che la maggior parte delle vittime erano adolescenti: «Uno dei giovani uccisi era tra i nostri atleti di punta, e un gran bravo ragazzo - ha affermato -. Conoscevo molti di questi studenti. Dadeville è una piccola città e questo colpisce tutti nella zona».

Joe Biden è stato informato della sparatoria e sta monitorando la situazione, fa sapere la Casa Bianca, precisando che il presidente Usa è in contatto con le forze dell'ordine e i funzionari locali e ha offerto tutto il sostegno necessario. Il governatore dell'Alabama Kay Ivey, da parte sua, ha sottolineato su Twitter che «il crimine violento non ha posto nel nostro stato». «Sono in lutto con la gente di Dadeville», ha aggiunto, esprimendo il suo «dolore». Ivey è un forte sostenitore del diritto di possedere armi sancito dal Secondo Emendamento, e l'anno scorso ha firmato una legge che abolisce l'obbligo nello stato di avere un permesso per avere con sé una pistola nascosta in pubblico. La sua candidatura per l'elezione a governatore dello scorso anno, inoltre, è stata approvata dalla National Rifle Association, la potentissima lobby delle armi americana.

La strage avvenuta in Alabama non è stata l'unica nel fine settimana: sempre sabato almeno due persone sono morte e quattro sono rimaste ferite in un parco di Louisville, in Kentucky (la stessa città dove lunedì scorso un impiegato di banca ha massacrato cinque persone sul posto di lavoro), mentre due studenti sono stati feriti in una sparatoria al campus dell'università di Lincoln, in Pennsylvania. Mentre venerdì due giovani di 22 e 17 anni sono stati uccisi a una festa in una residenza della James Madison University, in Virginia. Una tragedia dietro l'altra, a poco più di due settimane dalla strage in una scuola elementare di Nashville, in Tennessee, nella quale sono morti tre bambini e tre adulti. Gli Stati Uniti continuano a pagare un prezzo alto per la diffusione delle armi da fuoco e per la facilità con cui gli americani vi hanno accesso: il Paese ha più pistole e fucili che abitanti (oltre 400 milioni per circa 330 milioni di cittadini) e nel 2023 ci sono state già oltre 150 sparatorie di massa, più dei giorni trascorsi, secondo i dati dell'organizzazione no profit «Gun Violence Archive». Nel 2022, invece, in tutto ce ne sono state 647, una media di due al giorno. E negli ultimi anni la violenza e gli incidenti d'arma da fuoco negli Usa sono diventati la principale causa di morte per i bambini, superando incidenti automobilistici, lesioni per altri motivi e malattie congenite. Il gruppo di attivisti «Everytown for Gun Safety» stima che 19mila bambini e adolescenti vengano uccisi o feriti ogni anno.

Louisville, Kentucky.

Usa, sparatoria nel Kentucky: cinque morti. Il killer ha trasmesso le sue azioni in streaming. Il Corriere della Sera il 10 aprile 2023

L’episodio è avvenuto all’esterno di una banca di Louisville. Tra le vittime c’è anche l’assalitore, Connor Sturgeon, un ex dipendente della filiale di 23 anni. Nove i feriti, di cui tre in condizioni critiche

Almeno cinque persone sono rimaste uccise in una sparatoria avvenuta davanti a una banca di Louisville, una cittadina del Kentucky. Ne dà notizia la polizia. Tra le vittime c'è anche l’assalitore, Connor Sturgeon, 23enne ex dipendente della filiale, che ha trasmesso le sue azioni in diretta streaming su Instagram. Secondo fonti investigative citate dalla Cnn, il giovane aveva ricevuto una lettera di licenziamento dalla banca. Altre nove persone, due poliziotti e sette civili, sono state trasportate in ospedale. Tre dei feriti versano in condizioni critiche, tra cui un agente di 26 anni raggiunto da un proiettile alla testa.

La polizia ha immediatamente isolato la zona, lungo East Main Street, davanti alla sede della Old National Bank con un cordone di agenti. In una breve conferenza stampa lo sceriffo di Louisville ha detto che gli agenti hanno risposto al fuoco del killer, uccidendolo. Quando le prime pattuglie sono arrivate sul posto - tre minuti dopo il primo allarme - l’assassino stava ancora facendo fuoco. «Il sospetto ha sparato agli agenti - ha riferito Jacquelyn Gwinn-Villaroel, capo della polizia di Louisville -. Abbiamo risposto al fuoco e fermato la minaccia». La polizia ha anche identificato le 4 vittime: tre uomini di 40, 63 e 64 anni e una donna di 57.

Per compiere la strage l’ex dipendente della banca ha usato un fucile mitragliatore AR-15, lo stesso tipo di arma usato nei mass shooting di Uvalde (25 maggio 2022, 22 morti), Nashville (23 marzo 2023, 6 morti)

Dall’inizio del 2023 sono già più di 11.500 le persone rimaste uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti. Ma una riforma della legge che consente il libero possesso di pistole e fucili

, benché invocata dal presidente Joe Biden appare al momento impossibile. Il 3298 marzo scorso l’ultimo massacro, avvenuto in una scuola elementare di Nashville: 6 morti, tra cui 3 bambini.

Nashville.

Nashville, sparatoria a scuola: 6 morti. A fare fuoco è stata una persona transgender. Viviana Mazza corrispondente da New York su Il Corriere della Sera il 27 marzo 2023

Audrey Elizabeth Hale, 28 anni, aveva due fucili d’assalto e una pistola. Almeno due di queste armi erano state acquistate legalmente. Le vittime: tre bambini di nove anni e tre adulti

Si chiamava Audrey Elizabeth Hale, 28 anni. Con due armi semiautomatiche e una pistola, ha aperto il fuoco in una piccola scuola elementare privata cristiana, la «Covenant School» di Nashville in Tennessee, dove aveva studiato nell’infanzia. Avrebbe fatto irruzione sparando contro una delle porte d’ingresso, non c’erano guardie armate. La polizia ha ricevuto l’allarme poco dopo le 10 del mattino. Nel giro di 14 minuti tre bambini erano morti: Evelyn Dieckhaus, Hallie Scruggs e William Kinney. Due di loro avevano 9 anni, il terzo 8 ma presto avrebbe raggiunto l’età dei compagni. Con loro sono stati uccisi tre adulti: Katherine Koonce, 60 anni, dirigente dell’istituto; Mike Hill, 61 anni, custode; e una insegnante supplente, Cynthia Peak, 61 anni.

I primi cinque agenti entrati nell’edificio hanno raggiunto e ucciso Hale al secondo piano, in un atrio fuori dalle classi. La polizia ha parlato con il padre, con cui viveva, ha rinvenuto mappe dettagliate della scuola e un «manifesto» e altri scritti nella sua Honda Fit parcheggiata vicino al luogo della strage. In conferenza stampa la polizia ha detto che Hale si identificava come donna transgender, ma poi un portavoce ha precisato che «Audrey Hale era biologicamente donna e sui profili social si identificava usando pronomi maschili».

Usa, sparatoria in una scuola a Nashville: i momenti dopo l'assalto

Alla domanda di un giornalista se la sua identità di genere sia legata alla strage in una scuola dove i bambini delle elementari studiano teologia biblica, le autorità hanno risposto che stanno indagando. Più tardi il capo della polizia ha detto alla tv Nbc che Hale nutriva «risentimento nei confronti della scuola». Gli agenti intendono rendere pubblico anche il video dell’attentato.

Mano nella mano, i bambini sopravvissuti sono stati scortati fuori dalla scuola. Immagini strazianti che ricordano la strage di Sandy Hook, in Connecticut nel 2012, anch’essa compiuta da un ex allievo in una scuola elementare. La scuola di Nashville è affiliata alla Chiesa presbiteriana, sorge in un quartiere benestante, la retta va dai 7.200 — per tre giorni di asilo — ai 16mila dollari l’anno. Il sindaco John Cooper ha scritto che Nashville «si unisce così alla lunga e terribile lista di comunità che hanno vissuto una sparatoria a scuola». Due delle armi usate sono state ottenute legalmente, ha detto ieri la polizia. Il presidente Joe Biden ha lanciato un nuovo appello al Congresso ad approvare una riforma per vietare le armi d’assalto, alla quale i repubblicani si oppongono nel nome del Secondo Emendamento. «Quanto è accaduto è un incubo. Dobbiamo fare di più contro la violenza di armi da fuoco, per proteggere le scuole affinché non diventino prigioni», ha detto il presidente. Intanto una nuova generazione di americani cresce sapendo che ogni giorno si può restare uccisi a scuola.

Nashville, la killer è una donna. Disagi, manie e fucili: nella piccola galassia d’odio delle stragiste d’America. Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 27 marzo 2023

La donna 28enne che ha aperto il fuoco alla Covenant School di Nashville fa parte della piccola percentuale di donne killer. Tra le più note Brenda Spencer, che spiegò il suo gesto con la famosa frase: «Non mi piacciono i lunedì». Le scuole sono ormai un target consolidato: spesso gli stragisti, come in questo caso, hanno frequentato l’istituto preso di mira

Scuola Elementare Cleveland, a San Diego, in California. 29 gennaio del 1979. Brenda Spencer, appena sedici anni, apre il fuoco e provoca la morte di due persone. Ad un giornalista che riesce a contattarla al telefono motiverà l’omicidio con questa frase: «Non mi piace il lunedì». Risposta bizzarra di un’adolescente definita «psicopatica» da un esperto di attacchi di massa.

Il caso di Brenda ci riporta a quanto avvenuto a Nashville , con bambini presi di mira da una killer di 28 anni, armata di due fucili e una pistola acquistate legalmente. Audrey Hale, questo il suo nome, ex studentessa, transgender, ha pianificato il massacro: aveva una piantina dell’edificio, ha lasciato un testo per spiegare il gesto, ha creato il suo arsenale. Sembra che avesse progetto di colpire altro obiettivo ma ha poi cambiato idea perché c’era troppa sicurezza.

Il video diffuso dalla polizia la mostra nella «divisa» degli shooter: cappellino rosso, pantaloni mimetici, gilet tattico, guanti fucile. Ricorda altri massacratori, una/uno «columbiner», termine con il quale si indicano gli emulatori degli assassini di Columbine.

I luoghi di studio sono target consolidati, in alcune situazioni sono legate al «mietitore». Magari in precedenza frequentato le medesime aule, come Adam Lanza, il carnefice dei piccoli di Newtown , la stessa Audry Hale. Può considerare l’istituto la causa dei suoi «mali» oppure colpirlo perché lo ritiene un ostacolo (immaginario) alla propria esistenza. O ammazza per far soffrire, scatena la sua furia contro chi vive felice. Oppure cova un risentimento legato a scelte religiose, al modo di essere. Gli investigatori, inizialmente, hanno parlato di «transgender donna», poi di una persona che usava per se stessa pronomi al maschile. Non sarebbero emersi precedenti e i conoscenti l’hanno descritta «gentile e dolce». Invece nascondeva una personalità aggressiva che ha sparso sangue in un ambiente religioso conservatore, una pista analizzata in queste ore dagli agenti alla ricerca del movente.

Nell’infinita scia di dolore le stragiste al femminile sono rare. Un vecchio rapporto ufficiale sosteneva che rappresentano circa «solo» il 7 per cento in una realtà cup a, piena d’odio ma anche confusa, a volte senza un movente reale. Altre statistiche, andando fino al 1979, ne contano 17. Agli specialisti è stato chiesto del numero relativamente basso e la risposta non è mai stata precisa.

Sostengono che l’uomo — adolescente o maturo — tende più facilmente alla violenza, alcuni cercano di dimostrare qualcosa con un atto crudele, vogliono diventare famosi/famigerati eliminando il prossimo. Inoltre, aggiungono gli studiosi, il maschio può muovere spinto da tendenze estreme, dalla xenofobia alla misoginia, dal neonazismo a «cause» che sono solo nella sua testa ma che assumono le caratteristiche di un’ideologia personale. Non esiste un profilo perfetto, un ritratto copia-e-incolla, unico. Ve ne sono tanti, con punti comuni, analogie ma anche aspetti che allontano gli identikit dei protagonisti. E vale anche «al femminile».

Dall’archivio spuntano alcuni nomi. Laurie Dann, 30 anni, una vita fatta di comportamenti strani, malessere psichico, violenze. Un sentiero che l’ha portata ad organizzare un attacco per poi togliersi la vita. A scatenare la diciannovenne Jillian Robbins — settembre del 1996 — tendenze suicide, disordine mentale. Sorprendente Amy Bishop. Non una ragazzina in preda ai suoi demoni, bensì una professoressa di università e madre alle prese però con contrasti in un ateneo dell’Alabama. Provocherà tre morti. Dopo l’assalto emergeranno precedenti che somigliano ad un percorso progressivo, quasi una radicalizzazione. L’uccisione del fratello trattata all’inizio come un incidente, il possibile invio di pacchi bomba, un’aggressione. Alla fine il fendente più feroce.

Jennifer San Marco, 44 anni, univa un’instabilità profonda a manie di persecuzione. Se la prenderà con i dipendenti di una ditta dove aveva lavorato in passato, a Goleta, California. Sette gli assassinati. Poi si toglierà la vita.

Carmine Di Niro su Il Riformiste il 27 Marzo 2023

Una strage, l’ennesima, in un Paese dove circolano circa 400 milioni di armi da fuoco, ‘garantite’ dal dal secondo emendamento della Costituzione e da una lobby potentissima.

Gli Stati Uniti piangono ancora le vittime di una folle strage, questa volta a Nashville, nel Tennessee. Ad aprire il fuoco all’interno della Christian Covenant School, una scuola presbiteriana fondata nel 2021 che ospita circa 200 studenti dalla scuola materna alla prima media, è stata una ragazza di 28 anni la cui identità non è stata ancora diffusa dalla polizia.

La giovane donna aveva con sé due fucili d’assalto e una pistola: sarebbe entrata nell’edificio da un ingresso laterale e una volta dentro ha aperto il fuoco uccidendo tre bambini e tre adulti. La prima richiesta di soccorso alla polizia era arrivata alle 10:13 della mattina di lunedì, ora locale.

Altra sparatoria in California, 7 morti dopo la strage di Monterey Park: Biden vuole bandire le armi d’assalto

La 28enne è stata uccisa a sua volta con l’intervento delle forze dell’ordine. “Compreso l’assassino, un totale di sette persone sono state uccise a seguito dell’incidente di questa mattina al scuola“, ha detto Don Aaron del dipartimento di polizia di Nashville, mentre al momento non vi sono indicazioni sul possibile movente della sparatoria.

Sembra invece prendere forza l’ipotesi che a sparare sia stata una ex allieva della scuola. Lo ha dichiarato in conferenza stampa il capo della polizia di Nashville, John Drake, dicendo però di non essere sicuro dell’anno durante il quale aveva frequentato la scuola. “Le mie conclusioni iniziali sono che a un certo punto e’ stata una studentessa di quella scuola, ma non si sa in quale anno”, ha riferito ai media Drake.

Tutti gli alunni rimasti sono stati scortati fuori dall’edificio insieme al corpo docente e al personale“, ha detto ai media locali Kendra Loney, dei vigili del fuoco di Nashville. “Eravamo sul posto per aiutarli ad evitare che qualcuno vedesse esattamente cos’altro stava accadendo. Ma siamo sicuri che hanno sentito il caos che circondava la vicenda, quindi abbiamo specialisti di salute mentale e professionisti che sono sul luogo del ricongiungimento sia per gli studenti che per le famiglie”.

Quella avvenuta nella mattinata americana è la 128esima sparatoria di massa negli Stati Uniti nel 2023, secondo i dati del Gun Violence Archive: l’episodio più grave dell’ultimo anno è Uvalde, in Texas, nel maggio scorso, quando un giovane armato di un fucile semiautomatico ha ucciso 19 bambini e due insegnanti. Quella odierna è una delle rare sparatorie di massa compiute da una donna: dal 1979 ad oggi, come riporta Nbc, quelle compiute da donne sono state 17, di cui 7 nelle scuole, inclusa quella a Nashville.

Immediata la reazione politica all’ennesima strage. “Anche se non conosciamo ancora i dettagli, le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove imparare e insegnare”, è il messaggi che arriva dalla Casa Bianca. “Quando è troppo è troppo, il Congresso deve agire contro la violenza delle armi da fuoco. Quanti bimbi devono ancora morire prima di agire?“, mette in evidenza la portavoce Karine Jean-Pierre.

Abbiamo appena appreso di un’altra sparatoria nel Tennessee. Una sparatoria a scuola. E io sono davvero senza parole. I nostri figli meritano di meglio. E noi tutti stiamo con Nashville in preghiera”, è invece il messaggio che arriva dalla First Lady americana Jill Biden durante un evento a Washington a proposito della sparatoria nella scuola di Nashville.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Estratto dell'articolo di Alessandra Muglia per corriere.it il 29 Marzo 2023

I decessi per arma da fuoco tra gli under 19 sono aumentati del 62% in quasi un decennio. In America record di 5,3 bambini morti ogni 100.000 (insegue a gran distanza il Canada con un tasso dello 0,8)

 Dopo lo choc e il dolore straziante, ora ai genitori dei tre bambini uccisi tra i banchi della Covenant School di Nashville tocca scegliere gli ultimi vestitini e le piccole bare per i loro figli sterminati da un killer entrato a scuola con fucili d’assalto e una pistola.

 […] Il risultato è drammatico: niente uccide di più i bambini americani delle pistole, le sparatorie sono la prima causa di morte tra gli under 19 negli Usa. Davanti persino agli incidenti d’auto. E non da ora. Sono passati più di 10 anni dalla strage nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, nel Connecticut: si pensava che l’indignazione per quei 20 alunni uccisi avrebbe finalmente portato l’America a limitare l’accesso alle armi.

Invece la situazione nel corso degli anni non soltanto non è cambiata, è addirittura peggiorata. Da Sandy Hook le morti per armi da fuoco di bambini sono aumentate del 62% negli Stati Uniti. Nel 2012, le ferite da arma da fuoco hanno ucciso 2.694 bambini negli States, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Un numero salito a 4.368 nel 2020 (ultimo anno per cui sono disponibili dati ufficiali sulla violenza armata ), con un’impennata tra il 2019 e il 2020.

Quella di martedì a Nashville, in Tennessee, è solo una delle oltre 130 sparatorie di massa avvenute finora negli Stati Uniti quest’anno, 13 delle quali nelle scuole.

[…]  Le armi da fuoco uccidono così tanti bambini americani che pongono fine alla vita di 5,3 bambini ogni 100.000 e superano anche i decessi automobilistici, che sono 4,8 ogni 100.000.

Non solo nessun’altra nazione sviluppata può rivendicare le armi come la principale causa di morte infantile, ma i tassi di mortalità per armi da fuoco tra i bambini sono di gran lunga superiori rispetto ad altri Paesi ad alto reddito, che hanno tutti leggi sul controllo delle armi molto più severe rispetto agli Stati Uniti. In Canada, che è al secondo posto, il tasso è dello 0,8 per 100.000; in Francia è 0,5. In media, in Paesi comparabili, è 0,3 per 100.000. […]

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” il 31 gennaio 2023.

Nell’America dove i bambini di sei anni sparano alle maestre e quelli con il pannolone giocano con una Smith & Wesson, mancava un fucile per i più piccoli. Questa lacuna è stata colmata: si chiama JR-15 ed è un nuovo fucile da guerra per bambini. Non spara acqua, ma proiettili veri. È un fucile semiautomatico reale che verrà messo sul mercato a febbraio.

 Per ora sono stati fabbricati solo mille esemplari, ma dipende da come reagiranno gli americani: i fucili potrebbero non bastare. Il JR-15 è una riproduzione più piccola dell’Ar-15, l’arma utilizzata nel 90% delle stragi […].

Costa circa 400 dollari e pesa un chilo. È stato presentato a Las Vegas dal suo ideatore, Eric Schmid, fondatore della Wee1 Tactical, azienda che, come spiega sul suo sito web, fa della sicurezza il suo “principio guida”. Il fucile, aggiungono, «appare sicuro proprio come l’arma di mamma e papà».  Nell’immagine sul web appare una bambina con gli occhiali che, sotto l’amorevole sguardo di un adulto, punta il mirino del fucile a canna lunga calibro 22. […]

Ma prima ancora di finire ufficialmente sul mercato, il JR-15 è diventato un caso politico. Rappresentanti del Congresso stanno cercando da mesi di capire come fermare la diffusione di armi tra i più piccoli. A luglio l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva mostrato in aula un manifesto pubblicitario del JR-15, in cui appariva lo slogan “datemene una come quella che avete voi”, e l’immagine di due teschi, uno con le trecce da bambina e uno con una striscia di capelli tipo “Guerrieri della notte”. […] Ma i Repubblicani, che in gran parte sono finanziati dalla lobby delle armi, sono apparsi gelidi. 

[…] Negli Stati Uniti le armi sono la prima causa di morte tra i bambini e gli adolescenti: nel 2020, per la prima volta, le vittime di armi hanno superato quelle legate a incidenti stradali.

Guido Olimpio e Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 29 Marzo 2023

Audrey Hale voleva morire e voleva uccidere. Ha ottenuto l’obiettivo assassinando tre bambini e tre adulti nella scuola elementare cristiana di Nashville, poi è stato fermato dal fuoco degli agenti. Per sempre. Poteva tirarsi un colpo in testa e invece si è trasformato in terrorista. Deciso, implacabile, preparato, con una breve concessione ai sentimenti attraverso un messaggio d’addio su Instagram.

 L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton, con cui aveva giocato nella stessa squadra basket, poche parole: «Ho deciso di morire oggi, questo post è come un biglietto di suicidio. Probabilmente sentirai parlare di me nei notiziari dopo che sarò morto… Ti voglio bene. Ci vedremo in un’altra vita… Tutto questo un giorno avrà più senso, ho lasciato dietro di me prove sufficienti». Parole inquietanti riportate subito da Averianna al numero di emergenza, però non c’è stato tempo di sapere dove fosse Audrey.

[…] Audrey — che preferiva firmarsi Aiden e si presentava come maschio — ha lasciato un «manifesto» recuperato dopo l’eccidio. Per ora sono emersi molti dettagli tecnici sull’attentato, ma poco sulle motivazioni. La polizia parla di possibile rancore verso la scuola che aveva frequentato.

 Molti compagni descrivono Hale come una persona tranquilla, dolce, riservata. Però avevano perso i contatti da molto, prima del suo cambiamento. Viveva con i genitori, «molto religiosi» secondo un vicino. Una fonte anonima ha detto al Daily Mail che i genitori «non potevano accettare» che Audrey fosse transgender e che solo quando usciva di casa poteva vestirsi da uomo. La polizia ha detto ieri che era sotto cura di un medico per «disturbi emotivi».

Averianna aggiunge che aveva già manifestato tendenze al suicidio, aspetto ignorato o sottovalutato da chi gli stava vicino. Un qualcosa che ha motivato la pianificazione meticolosa dell’eccidio. Ha sorvegliato il complesso, lo ha scelto perché meno difeso (secondo gli scritti reperiti dalla polizia, avrebbe preso in considerazione e poi scartato di colpire anche «membri della famiglia e un centro commerciale»). Ha disegnato una mappa, che mostrava la scuola, le armi che avrebbe usato, i vestiti che avrebbe indossato, «come in un fumetto», ha detto il capo della polizia (Hale aveva una laurea in graphic design e molto talento artistico). Ha indossato guanti tattici per avere una buona presa e pantaloni mimetici.

Le munizioni in abbondanza in un corpetto. Colpi per un paio di fucili di cui uno tipo AR 15 — apparso in tanti massacri — e una pistola. Aveva acquistato legalmente 7 armi in cinque diversi negozi e le aveva nascoste a casa dei genitori. Sapeva che l’ingresso principale era chiuso a chiave, così ha sfondato le vetrate a fucilate. La mattina della strage la madre Norma, 61 anni, aveva visto Audrey uscire con un borsone rosso e chiesto cosa ci fosse dentro. Si sentì rispondere qualche scusa. Se l’avesse aperto avrebbe trovato le armi.

Nel 2018 Norma condivise su Facebook una raccolta di firme per tenere lontane le armi dalle scuole e vietare i caricatori ad alta capacità. Ma ha detto che non sapeva che «la figlia» possedesse ancora delle armi: in passato aveva una pistola, credeva che l’avesse venduta. «È un momento difficile — ha detto ai giornalisti —. Ho perso mia figlia».

DAGONEWS il 28 marzo 2023.

«Penso di aver perso mia figlia». Norma Hale è disperata. La sua era una vita normale, una famiglia normale fino a poche ore fa quando sua figlia Audrey, 28 anni, è entrata in una scuola privata di Nashville e ha ucciso sei persone, tra cui tre bambini. «E’ molto difficile per noi in questo momento – ha continuato la mamma – Vi chiediamo un po’ di privacy per la famiglia».

 Hale è nata donna, ma ha iniziato un percorso di transizione facendosi chiamare Aiden: a casa ha lasciato un foglio in cui spiegava nel dettaglio il suo piano di morte. I poliziotti devono ancora rivelare il contenuto o il movente, ma il capo della polizia di Nashville, John Drake, ha detto a NBC News che crede che Hale nutrisse "risentimento".

Il profilo Facebook di Norma è costellato di post  in cui chiedeva un controllo delle armi e si faceva riferimento ai massacri nelle scuole, chiedendo leggi che fermassero questa scia di sangue. Il 21 febbraio 2018, ha pubblicato una petizione per rendere illegali i caricatori di armi sulla sua pagina in risposta agli orrori alla Sandy Hook Elementary School nel 2012.  E l'8 marzo 2018, ha pubblicato una petizione per tenere le armi fuori dalle scuole con la didascalia: "è così importante!".

In altri post la donna si diceva orgogliosa della sua famiglia con commenti nel giorno del suo anniversario di matrimonio. Ma ci sono anche parole di apprezzamento per i lavori artistici della figlia. Norma e suo marito Ronald sono stati descritti da un vicino come "molto simpatici" e "molto religiosi". Hanno anche un altro figlio, Scott, che è uno studente in giurisprudenza e vive a Brooklyn.  

Estratto da corriere.it il 28 marzo 2023.

La polizia ha pubblicato il video di sei minuti della sparatoria nella scuola di Nashville, avvenuta il 28 marzo. Il filmato, girato dalla telecamere di uno degli agenti intervenuti sul posto, mostra due poliziotti che raggiungono il killer 28enne (qui il video dell’assalto alla scuola) al secondo piano e lo intimano a fermarsi e a lasciare le armi. Audrey Hale però non esegue e viene ucciso dagli agenti Rex Engelbert e Michael Collazzo.

Con due armi semiautomatiche e una pistola, Audrey Hale ha aperto il fuoco in una piccola scuola elementare privata cristiana, la «Covenant School» di Nashville in Tennessee, dove aveva studiato nell’infanzia. Le vittime sono tre bambini di nove anni e tre adulti. […]

Strage di Nashville: i «disturbi emotivi», le 7 armi nascoste, e il manifesto di Audrey Hale, il killer della strage. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 28 Marzo 2023.

L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton: «Sentirai parlare di me»

Audrey Hale voleva morire e voleva uccidere. Ha ottenuto l’obiettivo assassinando tre bambini e tre adulti nella scuola elementare cristiana di Nashville, poi è stato fermato dal fuoco degli agenti. Per sempre. Poteva tirarsi un colpo in testa e invece si è trasformato in terrorista. Deciso, implacabile, preparato, con una breve concessione ai sentimenti attraverso un messaggio d’addio su Instagram.

L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton, con cui aveva giocato nella stessa squadra basket, poche parole: «Ho deciso di morire oggi, questo post è come un biglietto di suicidio. Probabilmente sentirai parlare di me nei notiziari dopo che sarò morto… Ti voglio bene. Ci vedremo in un’altra vita… Tutto questo un giorno avrà più senso, ho lasciato dietro di me prove sufficienti». Parole inquietanti riportate subito da Averianna al numero di emergenza, però non c’è stato tempo di sapere dove fosse Audrey.

Erano le 9.57. Sedici minuti dopo la polizia riceveva la segnalazione di spari. Ne passeranno altri 14 prima dell’epilogo, con gli agenti che fanno irruzione, perlustrano velocemente aula dopo aula e poi intercettano il killer al primo piano. Sequenza filmata dalle body-camera di un poliziotto, compresa la sparatoria finale davanti ad un’ampia finestra, tra urla e le sirene d’allarme.

Scene caotiche, seguite da ricostruzioni frettolose. Le autorità, rispetto ad altri episodi, hanno detto molto senza però stare attenti ai particolari. Prima hanno parlato di una teenager, quindi di una donna di 28 anni, poi di una transgender al femminile, infine al maschile. Versioni aggiornate man mano che mettevano insieme i tasselli e raccoglievano testimonianze. Audrey — che preferiva firmarsi Aiden e si presentava come maschio — ha lasciato un «manifesto» recuperato dopo l’eccidio. Per ora sono emersi molti dettagli tecnici sull’attentato, ma poco sulle motivazioni. La polizia parla di possibile rancore verso la scuola che aveva frequentato. Molti compagni descrivono Hale come una persona tranquilla, dolce, riservata. Però avevano perso i contatti da molto, prima del suo cambiamento. Viveva con i genitori, «molto religiosi» secondo un vicino. Una fonte anonima ha detto al Daily Mail che i genitori «non potevano accettare» che Audrey fosse transgender e che solo quando usciva di casa poteva vestirsi da uomo. La polizia ha detto ieri che era sotto cura di un medico per «disturbi emotivi».

A verianna aggiunge che aveva già manifestato tendenze al suicidio, aspetto ignorato o sottovalutato da chi gli stava vicino. Un qualcosa che ha motivato la pianificazione meticolosa dell’eccidio. Ha sorvegliato il complesso, lo ha scelto perché meno difeso (secondo gli scritti reperiti dalla polizia, avrebbe preso in considerazione e poi scartato di colpire anche «membri della famiglia e un centro commerciale»).

Ha disegnato una mappa, che mostrava la scuola, le armi che avrebbe usato, i vestiti che avrebbe indossato, «come in un fumetto», ha detto il capo della polizia (Hale aveva una laurea in graphic design e molto talento artistico). Ha indossato guanti tattici per avere una buona presa e pantaloni mimetici. Le munizioni in abbondanza in un corpetto. Colpi per un paio di fucili di cui uno tipo AR 15 — apparso in tanti massacri — e una pistola. Aveva acquistato legalmente 7 armi in cinque diversi negozi e le aveva nascoste a casa dei genitori. Sapeva che l’ingresso principale era chiuso a chiave, così ha sfondato le vetrate a fucilate.

La mattina della strage la madre Norma, 61 anni, aveva visto Audrey uscire con un borsone rosso e chiesto cosa ci fosse dentro. Si sentì rispondere qualche scusa. Se l’avesse aperto avrebbe trovato le armi. Nel 2018 Norma condivise su Facebook una raccolta di firme per tenere lontane le armi dalle scuole e vietare i caricatori ad alta capacità. Ma ha detto che non sapeva che «la figlia» possedesse ancora delle armi: in passato aveva una pistola, credeva che l’avesse venduta. «È un momento difficile — ha detto ai giornalisti —. Ho perso mia figlia».

Estratto dall'articolo di Enrico Franceschini per repubblica.it il 28 marzo 2023.

[…]  “Quanto tempo ci vorrà prima che questa terribile sparatoria sia completamente ignorata dai media, ora che si è saputo che il suo autore era un trans?”, scrive Donald Trump junior su Twitter. Noto per le sue posizioni contro i diritti Lgbt, il figlio dell’ex-presidente degli Stati Uniti ha colto l’occasione dell’ennesimo massacro con armi in America per scagliarsi contro la comunità Lgbt, uno dei bersagli abituali di Trump senior e dei suoi sostenitori.

Nonostante il fatto che il suo commento sia in contraddizione con le posizioni dell’ex-capo della Casa Bianca e candidato alle presidenziali 2024 a favore del diritto di possedere armi automatiche.

 Dietro il polemico tweet c’è il fatto che Audrey Elizabeth Hale, 28 anni, che lunedì ha ucciso tre bambini e tre adulti in una scuola privata cristiana della città del Tennessee e ha poi perso la vita in uno scontro a fuoco con la polizia, aveva annunciato sui social di essere transgender e si identificava con il sesso maschile.

L’intervento di Trump junior ha provocato un’ondata di reazioni sul social network, molte delle quali dello stesso tono, con appelli a Trump senior, se sarà eletto di nuovo presidente, a ordinare di “bruciare tutte le bandiere arcobaleno” e i simboli Lgbt “dopo l’eccidio di Nashville”. […]

 Donald Trump junior non è nuovo a polemiche di questo tipo. Il mese scorso ha affermato che Pete Buttigieg, l’ex-candidato democratico alla nomination per la presidenza, poi nominato da Joe Biden ministro dei Trasporti, ha ricevuto l’incarico “soltanto perché è gay”. […]

In difesa dei diritti Lgbt e in particolare transgender era intervenuta anche Madonna, annunciando un concerto di beneficenza proprio a Nashville e unendosi così alle ampie proteste contro una nuova legge dello Stato del Tennessee che criminalizza gli spettacolo con drag queen […]

 La cantante ha reso noto che si farà accompagnare sul palcoscenico da Bob the Drag Queen, un attore, cantante, comico e personaggio tv americano noto soprattutto per le sue performance come drag queen. “L’oppressione della comunità Lgbtq è non solo disumana e inaccettabile, ma pericolosa per i nostri cittadini più vulnerabili, specie per le donne transgender afroamericane”, dichiara Madonna in un comunicato. “Le cosiddette leggi per proteggere i bambini sono patetiche. Bob e io vi saluteremo dal palco di Nashville celebrando la bellezza della comunità queer”. […]

Waco.

L'assedio, il fuoco, l'attesa dell'Apocalisse: che cosa accadde a Waco. L'Fbi irruppe nella comune dei Davidiani in Texas, e l'assediò per 51 giorni: sul "cult" pesavano accuse di droga, pedofilia, possesso d'armi d'assalto modificate. Angela Leucci il 21 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Chi erano i Davidiani

 L’assedio di Waco

 Le responsabilità

L’assedio di Waco e la conseguente strage dei Davidiani rappresenta a un tempo una questione politica e simbolica. Politico fu l’intervento dell’Fbi su avallo dell’amministrazione Clinton, che agì in deroga a una legge del 1878, il Posse Comitatus Act. Simbolico fu invece praticamente tutto il resto: 82 Davidiani morirono a Waco nell’assedio di 51 giorni partito il 28 febbraio 1993. Il loro culto apocalittico si preparava a trascendere nel Giorno del Giudizio e attendeva un Secondo Avvento, un po' più convintamente di quanto si narra nella celebre novella di Mark Twain. Ma Apocalisse e Secondo Avvento, a 30 anni dall’evento, non sono mai accaduti.

La storia di cui stiamo parlando (e di cui è disponibile una miniserie Netflix dal 22 marzo 2023), riguarda un'operazione di polizia condotta negli Stati Uniti nel 1993 volta a espugnare un ranch di Waco (Texas) nel quale aveva sede l'organizzazione dei davidiani, una setta religiosa. Un assedio che si concluse il 19 aprile del 1993 con l'incendio del ranch, con gravissime perdite in termini di vite umane.

In Esodo 8,2 (un verso il cui numero ricorda il numero delle vittime tra i Davidiani) è scritto: “Se rifiuti di lasciar andare il mio popolo, ecco, io colpirò l'intero tuo paese col flagello delle rane”. Ma il flagello per il movimento avvenne sul popolo, bambini compresi, e non con una pioggia di rane, ma con una pioggia di fuoco. La storia è in una miniserie Netflix disponibile in streaming dal 22 marzo 2023.

Chi erano i Davidiani

Il concetto anglofono di “cult” è in un certo senso intraducibile in italiano. “Setta” o sette non rende bene l’idea se non nel senso di indicare un gruppo elitario che si separa dagli altri. I Davidiani erano in effetti un gruppo religioso avventista che si era separato da uno più grande. Al momento dell’assedio era capeggiato da David Koresh, al secolo Vernon Howell, leader carismatico del movimento, che - anche lui simbolicamente - morì a Waco a 33 anni, su un monte, il Mount Carmel, dove i Davidiani avevano stabilito il quartier generale, una sorta di comune. Ma Koresh non era una divinità, bensì una persona su cui pesavano diverse accuse gravi.

Negli Usa, come accade nei Paesi democratici, la libertà di culto è garantita - ma sui Davidiani pesava infatti la testimonianza di qualcuno che aveva lasciato il movimento. Questo testimone avrebbe rivelato all’Fbi casi di pedofilia all’interno del movimento, oltre alla possibilità che i suoi membri stessero mettendo su un arsenale non indifferente. Ma le accuse che ebbero maggiore peso, tanto da concedere la deroga alla legge, parlavano di abusi di droghe. Qualcuno disse tuttavia Koresh avrebbe tentato di intavolare un dialogo con l’Fbi, ma la situazione precipitò.

L’assedio di Waco

Il 28 febbraio 1993 appunto, l’Fbi irruppe sul Mount Carmel, nella “casa” dei Davidiani. Ne seguì un conflitto a fuoco immediato, che portò a morti e feriti da entrambe le parti, ma soprattutto condusse a uno stallo. Solo il primo giorno morirono 2 agenti del Bureau e 6 Davidiani. Lo stesso Koresh venne ferito nel primissimo tentativo di assalto.

Per 51 giorni i Davidiani rimasero asserragliati sulle loro posizioni, mentre l’Fbi tentava di stanarli: quotidianamente accadeva qualcosa, fino all’epilogo drammatico. Il 19 aprile 1993 scoppiarono infatti una serie di incendi, che portarono alla distruzione del quartier generale dei Davidiani, alla morte di Koresh e di oltre 80 tra i suoi adepti, tra cui ben 28 bambini. “[Koresh] aveva predicato che le forze del male stavano arrivando, ma sarebbero state tutte uccise in un finale infuocato e lui sarebbe tornato come il prescelto. Le nostre azioni hanno convalidato la sua profezia tra i suoi seguaci”, ha raccontato, come riporta People, l’ex negoziatore dell’Fbi Byron Sage.

Le responsabilità

All’inizio si disse che fossero stati proprio i Davidiani ad appiccare l’incendio, ma successivamente emersero presunte responsabilità dell’Fbi nella strage, responsabilità legate a un errore umano. A quanto pare gli agenti del Bureau avrebbero utilizzato dei gas lacrimogeni, non letali ma altamente infiammabili: il conflitto a fuoco avrebbe innescato le scintille che provocarono l’inferno e la morte di tantissime persone. I lacrimogeni non sarebbero stati lanciati in realtà dove si trovavano le persone, ma dove i federali credevano fosse l’arsenale, tuttavia una delle bombe pirotecniche sarebbe rimbalzata, dando vita al rogo. Doyle, un membro sopravvissuto del movimento, spiegò che i federali “volevano capri espiatori da incolpare per questo incidente”. L’opinione pubblica protestò aspramente contro l’amministrazione Clinton per tutte quelle morti.

"Le sette? Il lavaggio del cervello parte dal comunismo"

Koresh non morì semplicemente carbonizzato. Pare sia stato trovato morto con un colpo di arma da fuoco dalla testa. Sage ha aggiunto: “Nessuno sa come sia morto David o chi ha amministrato il colpo di colpo di stato o qualcosa del genere. Ma posso dirvi assolutamente, senza esitazione, che non siamo stati noi”. A oggi si ritiene che il leader si sia suicidato, così come altri membri del suo movimento. Nella comune di Waco vennero trovate centinaia di armi d’assalto modificate.

Successivamente l’Fbi invitò a Quantico il sociologo Massimo Introvigne, fondatore e presidente del Centro studi sulle nuove religioni: l’esperto spiegò agli astanti del Bureau che i fatti di Waco indicano esattamente come non ci si deve comportare quando si negozia con movimento religioso di tipo apocalittico. “Nel caso di David Koresh - raccontò in un’intervista a IlGiornale.it Introvigne - si trattava di uno dei tanti movimenti religiosi che in Texas sono armati. Non vi fu nessun suicidio: l'Fbi, sbagliando, ha fatto quello che chiamava un ‘ingresso dinamico’, sparando dei colpi, che hanno preso un deposito di benzina con il risultato che sono morti quasi tutti i membri del movimento, compresi i bambini. Lì la responsabilità dei morti è dell’Fbi, non del movimento religioso”.

New York.

(ANSA il 9 marzo 2023) Gli Stati Uniti hanno annunciato il rilascio dal carcere di Guantanamo di un ingegnere saudita arrestato più di vent'anni fa come sospetto negli attacchi dell'11 settembre 2001 che non è stato mai accusato. Ghassan Al Sharbi, 48 anni, è stato fermato a Faisalabad, in Pakistan, nel marzo 2002 per i suoi legami con Al Qaida. Era stato preso di mira perché' aveva studiato in un'università aeronautica in Arizona e aveva frequentato una scuola di volo con due dei dirottatori dell'11 settembre. Tuttavia, le accusa contro di lui erano state ritirate nel 2008.

Nel febbraio 2022 il Pentagono ha stabilito che l'uomo, nato a Jeddah, poteva essere rilasciato precisando che non aveva "un ruolo di leadership" in Al Qaida. Il dipartimento della Difesa ha raccomandato che Al Sharbi sia posto in custodia dalle autorità dell'Arabia Saudita e sottoposto "ad una serie misure di sicurezza, tra cui restrizioni sui viaggi e un monitoraggio continuo". Con il suo rilascio, a Guantanamo restano 31 detenuti.

La sentenza del giudice Acosta. Le torture a Guantanamo bloccano i processi agli uomini di Al Qaida. I prigionieri che lo Stato considera importanti sono 14 ma i processi contro di loro sembrano destinati ad arenarsi. Valerio Fioravanti su L'Unità il 27 Agosto 2023

Il colonnello Acosta, giudice militare, stabilisce che le prolungate torture a cui sono stati sottoposti gli uomini di al Qaida rendono nulle tutte le loro confessioni, e senza quelle confessioni i pubblici ministeri militari avranno grosse difficoltà a ottenere quelle “condanne esemplari” (ossia condanne a morte) che la nazione avrebbe voluto.

Il tentativo degli statunitensi di processare i dirigenti “logistici” di al Qaida (gli “operativi” sono tutti morti negli attentati suicidi) è più interessante di quanto sembri. Il 90% degli uomini di Bin Laden sono stati uccisi, alcuni con operazioni delle squadre speciali, la maggior parte con i missili Hellfire (fuoco dell’inferno) lanciati dai droni. Per motivi, diciamo così, “teatrali”, una parte è stata catturata viva, ed era destinata a essere processata in diretta televisiva, e rapidamente giustiziata. Gli statunitensi credono fermamente che l’esecuzione di un assassino restituisca la pace alle vittime, e ai loro parenti.

Attualmente, dopo che nel corso di 20 anni oltre 780 prigionieri si sono alternati nelle celle di Guantanamo, i prigionieri che lo stato considera particolarmente importanti sono “solo” 14. Ma i processi “di alto profilo” contro di loro sembrano destinati ad arenarsi definitivamente. Come Nessuno tocchi Caino aveva previsto, il giudice Lanny Acosta ha deciso che le confessioni ottenute sotto tortura non sono utilizzabili. E, per essere più precisi, non sono utilizzabili quelle ottenute direttamente dai torturatori, ma nemmeno quelle ottenute da altri agenti della Cia che avevano usato metodi meno drastici.

Acosta sostanzialmente ha deciso che lo schema “poliziotto buono-poliziotto cattivo” non può essere accettato se il “poliziotto cattivo” è stato troppo duro. Che ne sa l’uomo sotto interrogatorio che il poliziotto buono da un momento all’altro non esce dalla stanza e si ripresenta quello cattivo? Perché ci sono voluti 20 anni per arrivare a questa sentenza? Perché le confessioni erano l’unica carta che i pubblici ministeri potevano spendere in un processo, se non volevano rivelare come la Cia aveva ottenuto le informazioni sui sospettati, e se il governo non voleva che si parlasse in un processo pubblico di quanti servizi segreti di altri stati avevano passato informazioni alla Cia nella “guerra al terrorismo”.

Sostanzialmente contro gli imputati c’erano solo “informazioni riservate”. Però, se avevano confessato qualcosa (alcuni hanno ammesso di aver conosciuto Bin Laden o di aver fatto operazioni finanziare su sua indicazione), i processi si potevano fare. Ma qui Guantanamo si fa interessante perché pur di non riconoscere agli imputati lo status di “militari belligeranti” (che li avrebbe posti sotto l’ombrello protettivo della Croce Rossa e della Convenzione di Ginevra), è stato creato un ibrido: giudici e pubblici ministeri militari, ma avvocati difensori (tutti cioè) “civili”. E gli avvocati civili sono stati bravissimi, e hanno messo seriamente in crisi lo strano tentativo congegnato dall’amministrazione Bush, e continuato dai suoi successori, di avviare una procedura dando all’inizio carta bianca ai servizi segreti, e poi, in corsa, rientrare nell’alveo dello stato di diritto.

Questa operazione spericolata, con la sentenza di Acosta del 18 agosto, ci fa tornare in mente una delle frasi tanto care a Pannella, una frase contro l’assunto di Machiavelli per cui il fine giustificherebbe i mezzi. Pannella amava dire invece che i mezzi prefigurano il fine. Ora cosa succederà? La Procura potrebbe fare ricorso, ma non è detto, perché il tema della tortura, ora che è stato così ben sviscerato, ha creato molto imbarazzo nell’Amministrazione. Da 18 mesi sono in corso trattative di cui, pochi giorni fa, sono stati avvertiti i parenti delle vittime perché forniscano “opinioni e commenti”: agli imputati verrebbe chiesto di dichiararsi colpevoli (in modo da aggirare il problema delle confessioni non utilizzabili) e in cambio non sarebbero condannati a morte, e in più sconterebbero l’ergastolo in un “normale” supercarcere federale, non in isolamento.

Se l’inutilizzabilità delle confessioni venisse confermata, i difensori, a questo punto, potrebbero riuscire a ottenere condizioni ancora migliori. Ma già la mancata condanna a morte per gli imputati del più grave attentato della storia degli Stati Uniti, con oltre 3.000 morti, creerebbe un precedente clamoroso, consentendo a tutti gli altri condannati a morte nel sistema federale di contestare la “sproporzione” delle proprie condanne. Ci vorrà ancora tempo, ma la sentenza contro la tortura cambierà molte cose.

Valerio Fioravanti 27 Agosto 2023

Walrweboro, Carolina del Sud.

(ANSA il 3 marzo 2023) - Alex Murdaugh, il popolare legale del South Carolina proveniente da una famosa dinastia di avvocati dello stato, è stato condannato al carcere a vita per aver ucciso la moglie e il figlio nel luglio del 2021.

 La sentenza del giudice Clifton Newman, del South Carolina Circuit Court, segue il verdetto della giuria che ha deciso in meno di tre ore la colpevolezza di Murdaugh al termine di un processo durato sei settimane. "Molte persone processate dalla famiglia Murdaugh negli anni sono state condannate a morte per molto meno", ha detto Newman.

(ANSA il 3 marzo 2023) - Il noto avvocato del South Carolina Alex Murdaugh è stato giudicato colpevole dell'omicidio della moglie e del figlio alla fine di un processo drammatico. La giuria ha raggiunto un verdetto unanime.

 Il dramma del South Carolina è iniziato il 7 giugno di due anni fa quando Murdaugh - che discende da tre generazioni di avvocati e procuratori, una vera e propria dinastia che per anni ha controllato i tribunali dello Stato - ha denunciato la morte della moglie Maggie e del figlio Paul.

 Delitti apparsi subito avvolti dal mistero e rimasti senza colpevole né movente per oltre un anno fino a quando, a luglio del 2022, l'avvocato è stato accusato di duplice omicidio. A rendere ancora più intricata la situazione il fatto che dall'ottobre del 2021 l'avvocato era in carcere per aver inscenato il proprio omicidio, con l'obiettivo di far riscuotere al figlio minore una polizza sulla vita da 10 milioni di dollari, e per aver truffato per milioni di dollari i due figli della sua ex domestica, morta dopo una caduta in casa del legale in circostanze misteriose.

Ed è stato proprio per nascondere le sue magagne finanziarie e gli altri crimini che, per l'accusa, Murdaugh ha ucciso la moglie 52enne e il figlio 22enne. Il processo per omicidio è iniziato il 23 gennaio ed ha ricevuto sin da subito un'incredibile attenzione da parte dei media americani. Nei primi giorni in tribunale Murdaugh ha ascoltato, scosso e con le lacrime agli occhi, tutte le accuse a suo carico. Alla quinta settimana il famoso avvocato è andato alla sbarra e si è dichiarato innocente dell'omicidio della moglie e del figlio ma colpevole dei crimini finanziari. Alla lettura della sentenza unanime di colpevolezza questa sera è rimasto impassibile. Rischia dai 30 anni all'ergastolo. La pena sarà annunciata domani

Dallo streaming all'aula di tribunale. “Murdaugh Murders”, l’avvocato della serie Netflix condannato per l’omicidio di moglie e figlio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 3 Marzo 2023

Un caso di cronaca diventato una vicenda giudiziaria seguita sostanzialmente in tutto il mondo ‘grazie’ ad una docuserie realizzata da Netflix dal titolo “Murdaugh Murders, scandalo nel profondo Sud”, ennesimo prodotto di genere ‘true crime’.

La storia di Richard Murdaugh e della sua potente famiglia ha visto però un importante esito in una aula di giustizia: la giuria riunita a Walrweboro, Carolina del Sud, ha giudicato l’avvocato 54enne colpevole dell’omicidio della moglie Margaret, 52 anni, e del figlio minore Paul, 22 anni.

Il giudice Clifton Newman ha emesso la sentenza che di fatto condanna Murdaugh al carcere a vita: nessuna pena di morte, pur vigente nello Stato, ma 30 anni per ciascun omicidio senza possibilità di libertà condizionale, con gli avvocati della difesa che hanno già annunciato la volontà di fare appello contro indagini secondo loro viziate da gravi errori.

Il processo si è chiuso in sole sei settimane e riguarda l’omicidio di moglie e figlio minore di Murdaugh, famiglia talmente potente da far ribattezzare la Low County in cui risiedevano in “Murdaugh County”. Per generazioni la famiglia era sinonimo di legge in quell’area della Carolina del Sud: Richard Murdaugh era infatti il rampollo di una ricca famiglia di avvocati e procuratori generali.

Margaret e Paul vennero uccisi il 7 giugno 2021 a colpi di fucile poco prima delle nove di sera. Richard Murdaugh si è sempre professato innocente ed in effetti contro di lui non sono emersi che indizi circostanziali, nessun testimone o arma del delitto per fare un esempio.

A ‘incastrarlo’, o quantomeno a spingere i giurati per la condanna, è stato in particolare un video postato pochi minuiti prima di morire dal figlio Paul sul social Snapchat dove si sente chiaramente la voce del padre nelle vicinanze: l’avvocato aveva sempre negato la presenza nell’area del duplice delitto, giustificando tale bugia con la dipendenza da oppioidi. Inizialmente infatti Murdaugh aveva utilizzato come alibi la presunta visita alla madre residente in una abitazione non molto distante dalla tenuta di Moselle dove sono stati trovati cadaveri moglie e figlio.

E sembra da “film Netflix” anche il presunto movente del duplice omicidio: secondo i procuratori, con l’attorney general della South Carolina Alan Wilson che dopo la sentenza ha commentato che “nessuno non importa che posto abbia nella società, è al di sopra della legge”, dietro le due morti vi sia la necessità di coprire due truffe.

Una riguarda l’aver inscenato il proprio omicidio, con l’obiettivo di far riscuotere al figlio minore una polizza sulla vita da 10 milioni di dollari, motivo per cui dall’ottobre del 2021 l’avvocato era già in carcere. L’altra riguarda la truffa nei confronti dei figli della ex domestica della famiglia, Gloria Satterfield, deceduta nel 2018 a 57 anni, cadendo dalle scale della magione dei Murdaugh in circostanze misteriose e i cui resti saranno riesumati a breve. Per nascondere le sue magagne finanziarie, ovvero il furto di milioni di dollari dal suo studio legale e dai suoi clienti per alimentare la sua dipendenza da oppioidi, circostanza che stava per diventare pubblica, secondo l’accusa avrebbe ucciso la moglie 52enne e il figlio 22enne

Una famiglia coinvolta in precedenza in altre due morti sospette. La prima di un giovane di nome Stephen Smith, morto nel 2015 dopo essere stato investito in strada: stando anche alle voci riportate nella docuserie Netflix, dietro la sua morte potrebbero esserci il figlio maggiore di Richard Murdaugh, Buster, che avrebbe avuto una relazione con la vittima, e lo stesso avvocato, che avrebbe insabbiato il tutto.

Quindi l’episodio che dà il via anche alla serie Netflix, ovvero l’incidente nautico nel 2019 in cui muore l’adolescente Mallory Beach, probabilmente causato dalla guida in stato di ebbrezza dell’imbarcazione di Paul Murdaugh, anche in questo insabbiato grazie alla famiglia.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Orlando. 5 ore di omicidi e di follia indisturbata.

Strage Usa, 19enne uccide giornalista, donna in auto e bimba di 9 anni in casa. Redazione su Il Riformista il 24 Febbraio 2023

Giovane giornalista americano ucciso mentre seguiva gli sviluppi di un agguato mortale a Orlando. Ancora sangue negli Stati Uniti dove l’utilizzo delle armi, acquistabili praticamente ovunque, è sempre più fuori controllo. La vittima si chiamava Dylan Lyons e lavorava dall’estate 2022 per l’emittente Spectrum News 13. Il giovane è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un uomo che diverse ora prima aveva ammazzato una donna e, indisturbato, e ritornato sul luogo dell’omicidio uccidendo altre due persone. Una scheggia impazzita che ha seminato il panico tra le strade di Orlando, facendo irruzione in una casa e uccidendo anche una bambina.

Lyons era sul luogo del delitto con un collega, Jesse Walden, che è rimasto ferito. Entrambi si trovavano all’interno di un furgone. Dopo aver colpito i due reporter il killer 19enne, Keith Melvin Moses, che viaggiava in auto con il cugino, è entrato in una casa nelle vicinanze e ha sparato ad una donna, ferendola gravemente, e alla sua figlioletta di 9 anni, T’yonna Major, uccidendola.

John Mina, sceriffo della contea di Orange, ha spiegato che l’assassino conosceva la sua prima vittima, la 38enne Nathacha Augustin, uccisa nelle ore precedenti mentre si trovava in auto (Moses è entrato e si è accomodato sul sedile posteriore prima di sparare), ma non sembra aver alcun legame con le altre persone colpite. Sceriffo che ha definito gli agguati avvenuti mercoledì 22 febbraio come atti casuali di violenza. Moses è stato arrestato e accusato di omicidio di primo grado nella sparatoria iniziale che ha ucciso Nathacha Augustin, 38 anni, seguiranno “numerose altre accuse” ha aggiunto Mina.

Terrore in Università del Michigan: 3 morti e numerosi feriti, l’assalitore ha tentato la fuga poi si è tolto la vita

Lo sceriffo ha poi specificato che non è chiaro se il killer fosse a conoscenza che fossero reporter i due ai quali ha sparato poiché il camion sul quale si trovavano non aveva nessun logo dell’emittente.

Lyons è nato e cresciuto a Filadelfia e si è laureato all’Università della Florida centrale. Prima di entrare in Spectrum News, ha lavorato per una radio a Gainesville. “Ha preso molto sul serio il suo lavoro. Amava la sua carriera. Amava quello che faceva”, ha detto il giornalista e amico di Spectrum Sports 360, Josh Miller. “Amava la comunità, raccontava le storie delle persone, riportava le notizie, ed era semplicemente appassionato di quello che faceva”. Rachel Lyons, la sorella maggiore del giornalista, sta raccogliendo fondi per il suo funerale tramite GoFundMe. Ha scritto che Lyons avrebbe compiuto 25 anni a marzo.

L’amore della mia vita è stato ucciso”; ha scritto su Twitter la fidanzata Casey Lynn. La Casa Bianca, attraverso la portavoce Karine Jean-Pierre, ha espresso solidarietà all’intera comunità di Orlando per il tragico episodio. “I nostri cuori – si legge in un tweet – vanno alle famiglie del giornalista ucciso e di quello ferito a Orange County. Lo stesso vale per l’intero staff di Spectrum News.

Tate nel Mississippi.

Sparatoria in Mississippi: almeno sei morti nella contea di Tate. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2023.

Fermato il presunto killer. Due persone sarebbero state trovate morte in un negozio, due in una casa e altre due per strada

Almeno sei persone sarebbero rimaste uccise nelle sparatorie avvenute in diverse zone della contea di Tate, nel Mississippi, nella giornata di venerdì 17 febbraio . Come riportato dalla NB5C, l’emittente televisiva locale, le sparatorie sarebbero avvenute tutte nella piccola comunità rurale di Arkabutla, che non conta più di 300 abitanti , un territorio della contea di Tate senza municipalità, a circa 70 chilometri dalla città di Memphis (Tennessee).

Una delle persone uccise era l’ex moglie del killer. Lo riferiscono i media americani, citando la polizia. Il killer, che è stato arrestato, si chiama Richard Dale Crum e ha 51 anni. Ancora da stabilire quali fossero i rapporti tra lui e le altre persone uccise. Una vittima, un uomo, è stato trovato morto dagli agenti in un negozio. Una donna, la ex moglie, in una casa nelle vicinanze. In seguito la polizia ha trovato quattro persone morte in un’altra abitazione, due all’interno e due all’esterno.

«Pensiamo che abbia agito da solo — fanno sapere dall’ufficio dal Dipartimento per la pubblica sicurezza del Mississippi —, ma non sappiamo cosa lo abbia spinto a uccidere». Per precauzione, durante le ricerche dell’uomo fermato per gli omicidi, una scuola elementare e un liceo nella vicina cittadina di Coldwater sono stati chiusi per garantire la sicurezza degli studenti.

East Leaning in Michigan.

Michigan, sparatoria all’università: 3 morti e almeno 5 feriti. Il killer si è ucciso. Viviana Mazza, corrispondente da New York, su Il Corriere della Sera il 14 Febbraio 2023.

La sparatoria alla Michigan State University è avvenuta nella Berkey Hall, nel campus di East Leaning, alle 20:18 ora locale, le 2:18 in Italia. L’assalitore ha sparato in diverse zone del campus a un’ora di distanza: alcuni dei feriti sono gravissimi

«Shelter in place», non uscite dalle vostre stanze. Due ragazzi, Gabe Treutle e Connor Anderson, parlano al telefono alla Cnn barricati nella loro camera alla Michigan State University mentre una sparatoria è appena avvenuta nel loro college e la polizia dà ancora la caccia all'attentatore.

L’uomo, identificato come un maschio nero, di bassa statura, con giacca jeans, cappello da baseball e scarpe rosse, ha colpito lunedì sera alle 8:18 inizialmente presso la Berkey Hall, la sede della Scuola di Arti e Scienze dell’università.

Poi si è spostato in un edificio poco distante dove ha continuato a sparare e infine è fuggito a piedi.

Tre persone sono rimaste uccise.

Ci sono cinque feriti, alcuni dei quali gravi.

Il killer è morto, si è suicidato con la sua arma dopo essere stato inseguito dalla polizia.

«Questa ripetizione del terrore non può continuare» ha detto la segretaria di Stato del Michigan Jocelyn Benson. «Dobbiamo unirci e fare qualunque cosa sia necessario per proteggere i nostri figli e le nostre comunità dalla violenza delle armi».

Half Bay Moon in Clifornia.

(ANSA il 23 gennaio 2023) - Ancora sangue in California. A poche ore dalla strage nella sala da ballo di Los Angeles, un uomo apre il fuoco e uccide sette persone nell'area di Half Bay Moon, nella contea di San Mateo a sud di San Francisco. Il killer è sotto la custodia degli agenti, che lo hanno trovato nel parcheggio di una stazione di polizia nelle vicinanze.

 L'uomo è stato identificato nel 67enne Zhao Chunli e le vittime, secondo indiscrezioni, sono contadini cinesi.

 "E' stato fermato senza problemi e l'arma recuperata. Non c'è alcuna minaccia per la comunità", afferma la polizia. Chunli ha aperto il fuoco nel primo pomeriggio in due diverse località non distanti l'una dall'altra. I motivi del gesto folle non sono ancora noti e la polizia sta indagando per cercare di fare luce sull'accaduto.

 "Due ore fa ero con i miei colleghi a una veglia per le vittime" della sala da ballo di Monterey Park, ma non c'è stato tempo per ricordarle che "si è verificata subito un'altra sparatoria di massa, questa volta a Half Bay Moon", twitta il deputato Marc Berman. Gli fa eco il senatore della California Josh Becker: "farò il possibile per sostenere il Dipartimento dello sceriffo della contea di San Mateo e i funzionari di Half Moon Bay durante questi momenti difficili". 

Per la California, lo Stato americano con le leggi sulle armi più dure, si tratta della seconda strage in poche ore. Dopo la sparatoria alla sala da ballo di Los Angeles, alcuni senatori democratici hanno introdotto provvedimenti per vietare le armi di assalto e innalzare a 21 anni l'età per l'acquisto di pistole e fucili. Iniziative che hanno incassato il plauso di Joe Biden. "Chiedo al Congresso di agire con urgenza e - ha messo in evidenza il presidente - far arrivare sulla mia scrivania il divieto delle armi d'assalto".

Usa: sparatoria nel nord della California, almeno sette i morti. Storia di Laura Zangarini su Il Corriere della Sera il 24 gennaio 2023.  

Ancora sangue in California. A poche ore dalla strage nella sala da ballo di Los Angeles, un uomo apre il fuoco e uccide sette persone nell'area di Half Bay Moon, nella contea di San Mateo, a sud di San Francisco. Il killer è sotto la custodia degli agenti, che lo hanno trovato nel parcheggio di una stazione di polizia nelle vicinanze. È stato identificato nel 67enne Zhao Chunli e le vittime, secondo indiscrezioni, sono contadini cinesi. «È stato fermato senza problemi e l'arma recuperata. Non c'è alcuna minaccia per la comunità», afferma la polizia. Chunli ha aperto il fuoco nel primo pomeriggio in due diverse località non distanti l'una dall'altra, una fattoria di funghi e un'azienda di autotrasporti. I motivi del gesto non sono ancora noti e la polizia sta indagando per cercare di fare luce sull'accaduto.

In una nota pubblicata dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha lanciato un appello al Congresso ad «agire rapidamente e portare al mio tavolo l'Assault Weapons Ban», una legge che mette al bando le armi d'assalto. Il messaggio fa riferimento alla strage di Monterey Park, periferia di Los Angeles, avvenuta sabato notte, in cui sono morte undici persone e nove sono rimaste ferite, in un attacco avvenuto a una festa per il Capodanno cinese. Nelle stesse ore in cui Biden ha lanciato il suo appello al Congresso, un'altra strage è avvenuta in California, stavolta a sud di San Francisco.

In Iowa, due studenti uccisi e ferito un uomo

Due studentisono stati uccisi e un uomo è rimasto gravemente ferito in una sparatoria in una scuola di Des Moines, la «Starts Right Here», che aiuta i giovani a rischio. Lo riferisce la polizia. Il ferito è stato identificato come il 49enne William Holmes — un rapper, noto con il nome d'arte di Will Keeps, che ha abbandonato una vita di violenza e si è dedicato ad aiutare i giovani a Des Moines —. Le squadre di emergenza sono state chiamate poco prima delle 13 di lunedì. Gli agenti sono arrivati e hanno trovato due studenti gravemente feriti. Hanno iniziato immediatamente la rianimazione cardiopolmonare. I due ragazzi, che non sono stati identificati, sono morti in ospedale. Circa venti minuti dopo la sparatoria, sono stati fermati tre sospetti. Due restano in custodia della polizia; il terzo, il 18enne Preston Walls, di Des Moines, è accusato di due capi di omicidio e uno di tentato omicidio. Walls era in libertà vigilata sotto controllo, si è tolto un braccialetto alla caviglia 16 minuti prima di andare alla «Starts Right Here» e affrontare le due vittime. Secondo gli agenti, la sparatoria è legata a un regolamento di conti tra gang rivali.

Cnn, 36 sparatorie da inizio anno: mai così tante

Dall'inizio dell'anno a ieri, lunedì 23 gennaio, cioè in poco più di tre settimane, sono state registrate negli Stati Uniti. Mai così tante a questa data. Lo riporta la Cnn sottolineando inoltre che la sparatoria al Monterey Park, in California, in cui sono rimaste uccise 11 persone sabato notte, è stata la più mortale dal .

Monterey Park in California.

Benedetta Guerrera per l'ANSA il 22 gennaio 2023.

La festa per il Capodanno cinese si è trasformata nel peggiore degli incubi a Monterey Park, dove un uomo armato di un fucile d'assalto ha massacrato dieci persone in una sala da ballo. L'ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti e la strage più cruenta dalla tragedia nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, lo scorso maggio.

 L'orrore nella cittadina a 13 chilometri da Los Angeles, dove la maggioranza della popolazione è di origine asiatica, è cominciato poco dopo le 22 di sabato sera. Le strade, decorate a festa per salutare l'arrivo dell'anno del coniglio, erano affollate da decine di migliaia di persone. Un uomo asiatico tra i 30 e i 50 anni ha fatto irruzione nello Star Ballroom Dance Studio armato di un "potente fucile d'assalto", secondo alcune fonti di polizia anche se non c'è ancora una conferma ufficiale, e ha freddato sulla pista cinque uomini e cinque donne.

Altre dieci persone sono state ferite e sono ricoverate in ospedale. Gli agenti arrivati sul posto hanno raccontato di aver visto gente terrorizzata scappare dal locale urlando. Scene di orrore e paura troppo frequenti negli Stati Uniti. E il bilancio poteva essere molto più pesante se il killer avesse deciso di premere il grilletto sulla folla in giro per la cittadina per il capodanno lunare. Dopo la strage l'aggressore è scappato ed è ancora in fuga.

Venti minuti dopo, a soli a tre chilometri dal luogo del massacro, ad Alhambra, un uomo è entrato in un altro locale cinese con una pistola ma è stato bloccato e disarmato dai clienti prima che succedesse il peggio. La polizia sta indagando per capire se i due incidenti siano collegati. "Tutte le piste sono aperte", ha dichiarato lo sceriffo della contea di Los Angeles, Robert Luna, che non ha escluso l'ipotesi del "crimine d'odio" anche se l'origine del killer potrebbe far pensare ad un altro movente.

Negli ultimi anni la comunità asiatica negli Stati Uniti è stata vittima di diversi episodi di violenza, il peggiore dei quali il 16 marzo del 2021, quando otto persone furono uccise, di cui tre donne, in tre diversi centri massaggi ad Atlanta, in Georgia. "La gente di Monterey Park avrebbe dovuto trascorrere una notte di gioiosa celebrazione. Invece è rimasta vittima di un orribile e spietato atto di violenza armata", ha scritto su Twitter il governatore della California, Gavin Newsom.

Joe Biden, che da anni si batte contro la violenza delle armi e per l'imposizione di un bando sui fucili d'assalto, ha chiesto all'Fbi di assistere gli investigatori locali nelle indagini.

 "Jill e io stiamo pregando per coloro che sono stati uccisi e feriti nella micidiale sparatoria di massa della scorsa notte a Monterey Park", ha scritto su Twitter il presidente americano esortando la comunità locale "a seguire le indicazioni delle forze dell'ordine nelle prossime ore". Il timore è che il killer, in fuga e armato, possa compiere altri atti di violenza, per questo tutte le feste programmate a Monterey per il Capodanno cinese sono state annullate. La strage in California è la seconda in meno di una settimana nello Stato dopo l'uccisione di sei persone, inclusa una mamma di 16 anni e un bimbo di 10 mesi, nella contea di Tulare. Ed è la 33esima sparatoria negli Stati Uniti di massa solo nel 2023. L'anno scorso ce ne sono state 648.

Huu Can tran, il killer della strage di Monterey Park in California: la polizia indaga sulle motivazioni. Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

Per la strage di Monterey Park gli investigatori sono partiti dalla pista «razziale», ma non escludono altre ipotesi. Rinforzate le misure di prevenzione in altre città Usa a tutela della comunità asiatica

La polizia di Monterey Park, California, ha indagato in ogni direzione. È partita dall’iniziale pista «razziale» senza escluderne però altre e, infatti, ne è emersa una seconda legata a questioni personali, a tensioni mai sopite sfociate in qualcosa di imprevedibile. Un’indicazione suggerita da fonti locali. Al centro della storia il presunto killer, un uomo dai tratti asiatici, identificato come Huu Can Tran, 72 anni, che si è suicidato nel suo furgone quando è stato intercettato dagli agenti.

L’assassino

Huu Can Tran, immigrato cinese, ha insegnato in passato nella sala da ballo dove ha compiuto la strage, poi ha fatto il camionista. Chi ha incrociato il suo sentiero non ne ha un buon ricordo. Scontroso, pronto agli scatti d’ira, si infuriava fuori misura con chi sbagliava passi di danza. «Era cattivo dentro», ha affermato un conoscente. Sposato con una donna alla quale aveva dato lezioni, ha poi divorziato nel 2005 e tra i due non vi sono sarebbero stati più contatti. Sono però dati incompleti, il quadro può sempre mutare con il progredire dell’inchiesta.

L’obiettivo

In apparenza un bersaglio specifico, un evento legato alle celebrazioni del Capodanno lunare cinese, un luogo ben noto allo sparatore. Al tempo stesso la zona è abitata da una popolazione in maggioranza d’origine orientale come lo è l’omicida. Che dopo aver mietuto vittime ha cercato di colpire di nuovo ad Alhambra, località vicina a Monterey Park, ancora in un locale asiatico ma sarebbe stato costretto a fuggire per la reazione di un cliente. La vecchia occupazione di Tran e la caratteristica dei target - sale da ballo - porteranno gli inquirenti a «scavare» in questo ambiente senza ignorare la sfera familiare. Una fonte locale ha parlato «dell’odio di un marito verso la moglie».

L’attacco

I testimoni sostengono che l’uomo aveva un fucile ed avrebbe ricaricato. Se la descrizione è esatta è una conferma della premeditazione, chi colpisce si porta molte munizioni. Per fare molte vittime, sfogare il proprio odio, affrontare gli agenti. C’è chi decide di arrendersi oppure è ucciso dalla polizia o si toglie la vita.

Le indagini

Gli investigatori si sono mossi su più livelli, per cercare il mezzo usato nella fuga e ricostruire il profilo del colpevole. Eventuali segnali premonitori raccolti da un amico, un familiare, un conoscente. Parole che fino a ieri erano vaghe dopo l’eccidio hanno assunto un nuovo significato. Non di rado, insieme all’incubazione della violenza, gli assalitori lasciano trapelare intenzioni. A volte sfumate. Importanti eventuali tracce digitali: gli assassini di massa amano lanciare messaggi in rete dove spiegano, minacciano.

La violenza

L’America è insanguinata da massacri, ognuno con la sua matrice. Alcuni non ne hanno una precisa, è l’atto stesso a diventare la «ragione». Dopo la pandemia Covid i «cinesi» – definizione ampia – sono diventati target e infatti, subito dopo la sparatoria di Monterey Park sono state rinforzate le misure di prevenzione in altre città Usa a tutela della comunità asiatica. Diverso quanto è avvenuto a Laguna, sempre in California, nel mese di giugno. David Chou, origini taiwanesi, ha assassinato un medico anche lui taiwanese durante una riunione in una chiesa. A innescarlo il rancore verso l’isola, l’appoggio alla riunificazione inseguita da Pechino. Note politiche mescolate ad una rabbia individuale gonfiata da rovesci personali. Prova evidente di come la minaccia possa nascondersi dietro tante maschere, con derive inattese decise da figure instabili.

Enoch nello Utah sud-occidentale.

(ANSA il 5 gennaio 2023) Otto membri di una famiglia, tra cui 5 bambini, sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco nella cittadina di Enoch, nello Utah sud-occidentale. Lo riferiscono i media americani che citano le autorità locali. La tragedia è avvenuta ieri sera: la polizia ha ritrovato i corpi senza vita delle vittime all'interno della loro abitazione a Enoch, che si trova a circa 245 miglia a sud di Salt Lake City. I funzionari locali non hanno rilasciato ulteriori dettagli.

 "Al momento non crediamo che ci sia una minaccia per il pubblico o che ci siano sospetti in libertà", si legge in un comunicato delle autorità che non hanno reso noto altri dettagli sulle persone decedute o sulle circostanze della sparatoria. "Non sappiamo perché sia successo e non tireremo a indovinare, continueremo ad indagare, esaminando tutti i dettagli possibili, rendendo disponibili tutte le informazioni che possono venire fuori da ciò che è successo all'interno dell'abitazione.

Avremo ulteriori informazioni man mano che si presenteranno", ha detto Rob Dotson, amministratore comunale di Enoch. La strage ha sconvolto la cittadina che conta appena 8mila abitanti. Ad allertare la polizia sarebbero state le autorità scolastiche dopo aver notato che i cinque bambini, tutti alunni della Iron County School District, non erano presenti a scuola da un paio di giorni. Le indagini proseguono.

I Serial Killer.

Jeffrey Dahmer.

Samuel Little.

Jack Unterweger.

Richard Kuklinski.

Aileen Wuornos.

David Zandstra.

Rex Heuermann.

Ted Kaczynski: Unabomber. 

La Vedova Nera.

Le groupies del terrore.

Serial killer in estinzione.

David Berkowitz.

Manson Family.

Edmund Kemper.

Donald Gaskins.

Bryan Kohberger.

I Texas Killing Fields.

Gary Ridgway.

Richard Trenton Chase.

Albert DeSalvo.

Jeffrey Dahmer.

Jeffrey Dahmer, la storia vera del cannibale di Milwaukee. Storia di Massimo Balsamo Il Giornale lunedì 20 novembre 2023

Violenza sessuale, necrofilia, cannibalismo e squartamento. La storia criminale di Jeffrey Dahmer è diventata nota in tutto il mondo grazie alla miniserie televisiva “Dahmer - Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” con Evan Peters nella parte del serial killer e alla docu-serie “Conversazioni con un killer: Il caso Dahmer”. Milwaukee Cannibal e Milwaukee Monster i suoi soprannomi più noti una volta ricostruito il suo percorso omicida, ma c’è un grande interrogativo che continua a non avere risposta: come ha fatto Jeffrey Dahmer, condannato nel 1988 per abusi sessuali su un minore, a evitare i sospetti e l'attenzione delle forze dell’ordine? I numeri (ufficiali) li conosciamo tutti: 17 uomini uccisi tra il 1978 e il 1991. Ma il bilancio potrebbe essere ancora più elevato.

Infanzia e adolescenza

Jeffrey Dahmer nasce il 21 maggio del 1960 a Milwaukee, Wisconsin. È il primo dei due figli avuti da Lionel Herbert Dahmer, studente di chimica della Marquette University e futuro ricercatore, e Joyce Annette Dahmer (nata Flint). Il padre trascorre la maggior parte del suo tempo in laboratorio e il suo carattere è freddo e distaccato, mentre la madre è il suo opposto: iper-emotiva, tendente all’autocommiserazione e con il terrore di essere trascurata. Dopo una breve parentesi legata alla nascita del primogenito, la coppia torna a vivere turbolenze tra litigi e incomprensioni. A rimetterci è il bambino, spesso privato di affetto e attenzione.

Definito un bambino energico e felice, Jeffrey Dahmer all’età di quattro anni è costretto a sottoporsi ad un intervento chirurgico per una doppia ernia. Superata la paura, alle elementari si distingue per la sua timidezza, ma anche per qualche segnale di abbandono legato all’assenza del padre e al malessere della madre, aggravatosi dopo la nascita del secondogenito. Il piccolo ha pochi amici e già in tenera età inizia a interessarsi di animali: da qui nasce il suo interesse, anzi la sua ossessione, verso l’anatomia.

La famiglia si sposta continuamente a causa delle esigenze lavorative del padre e per Jeffrey Dahmer diventa complicato instaurare rapporti di amicizia con i coetanei. Si avvicina sempre di più al mondo animale, il suo hobby preferito è fare delle lunghe passeggiate solitarie. A scuola, anche alle medie, non ama partecipare alle attività di gruppo e viene additato come “strambo” e “particolare” dai compagni. Nel 1970 le condizioni di salute mentale della madre crollano, tanto da costringerla a un ricovero in ospedale. Il figlio incomincia a incolpare se stesso per la sua malattia e anche il suo stato di salute inizia a peggiorare esponenzialmente.

Considerato sempre più emarginato, Jeffrey Dahmer inizia a bere birra e superalcolici dall’età di 14 anni, tanto da portare con sé a scuola una bottiglietta di liquore. “È la mia medicina”, spiega a un compagno di classe curioso. Raggiunta la pubertà, sviluppa interesse nei confronti degli altri ragazzi e inizia una breve relazione con un altro adolescente. Con lui i primi baci e i primi toccamenti. Inizia a fantasticare di dominare il partner fino alla totale sottomissione, fantasie che si intrecciano gradualmente con la dissezione. Il percorso scolastico è molto altalenante e la situazione a casa non migliora, tanto da spingere i due genitori al divorzio. Tra alti e bassi, Dahmer si diploma nel maggio del 1978.

Il primo omicidio

Una volta raggiunto il diploma, Jeffrey Dahmer va a lavorare in una fabbrica di caramelle e va a vivere da solo. I problemi con la legge arrivano pressoché subito: dall’esibizionismo alle molestie sessuali sui bambini, viene arrestato in più di un’occasione. Ma non basta. Vuole infatti realizzare molti dei suoi sogni più truculenti: l’omicidio ma anche il sesso con un cadavere. Il primo delitto è datato 1978, quando ha appena 18 anni.

Reduce da un concerto, Steven Hicks è alla ricerca di un passaggio quando incontra Jeffrey Dahmer. Il diciottenne lo accoglie a bordo della sua auto e lo invita a casa. Dopo aver bevuto e ascoltato un po’ di musica, Steven decide di andarsene ma Dahmer non è d’accordo, non vuole essere abbandonato. Non c’è niente da fare, il suo ospite non vuole restare. E così decide di colpirlo alle spalle con un bilanciere, per poi strangolarlo. Lo fa a pezzi, lo infila in diversi sacchi di plastica e sale in macchina per disfarsene. Per strada viene fermato dalla polizia che, nonostante il carico sospetto, lo lascia andare, complice il suo atteggiamento gentile ed educato. Il cadavere verrà seppellito in un bosco vicino casa.

Jeffrey Dahmer diventa il mostro di Milwaukee

Dopo averla fatta franca e aver esaudito il desiderio, Jeffrey Dahmer torna alla vita di tutti i giorni. Dopo aver abbandonato l’Ohio State University, si arruola nell’esercito e va in Germania. Dopo due anni viene congedato per problemi con l’alcol. Uno stato di ubriachezza perenne il suo, come testimoniato dall’arresto nell’ottobre del 1981 per guida in stato di ebbrezza e disturbi del comportamento. Torna dunque a vivere dalla madre e per cinque anni tutto fila liscio, ad eccezione dei suoi soliti atteggiamenti maniacali. Nel settembre del 1986 viene pizzicato a masturbarsi in pubblico e viene condannato a un anno di libertà vigilata.

Proprio in questo periodo commette il suo secondo omicidio. Il 20 settembre del 1987 incontra in un bar gay Steven Tuomi, un 25enne di origini finlandesi. Dopo aver assunto consistenti quantità di alcolici, Jeffrey Dahmer uccide il ragazzo in una stanza dell’Ambassador Hotel di Milwaukee. Chiude il suo cadavere in una valigia e lo porta a casa della nonna, dove, nello scantinato, ha rapporti sessuali. Anche in questo caso il corpo senza vita viene smembrato e gettato tra i rifiuti.

Passano sette mesi e Jeffrey Dahmer torna a colpire, questa volta la vittima è il quattordicenne Jamie Doxtator. Incontrato in un locale per omosessuali, viene adescato con un’offerta di 50 dollari per posare per una foto di nudo. Una volta giunti a casa, Dahmer lo strangola nello scantinato e ne getta i resti nella spazzatura. Nel marzo del 1988 è la volta di Richard Guerrero, messicano di 22 anni. Dopo averlo drogato, Dahmer lo soffoca con una cintura di pelle. Anche lui squartato e gettato nell'immondizia.

Il modus operandi

Jeffrey Dahmer non agisce a caso, non è mosso da un impeto improvviso. C’è una ritualità negli omicidi seriali e nella scelta della vittima. Solitamente incontra i malcapitati in bar e locali per gay, li invita a casa per vedere qualche videocassetta a contenuto pornografico o per realizzare delle foto artistiche di nudo dietro pagamento di denaro.

A questo punto Dahmer scioglie dei sedativi nell’alcol che offre alla sua vittima, che viene strangolata a mani nude o con una cintura una volta stordita. Prima, però, una sorta di lobotomia, forando il cranio e iniettando acido muriatico. Il più delle volte ha dei rapporti sessuali con i cadaveri e scatta delle foto-ricordo polaroid. Poi la seconda fase, ovvero lo smembramento del corpo: come da piccolo con gli animali, affonda il coltello nella carne e immortala ogni step.

Jeffrey Dahmer sperimenta dunque l’utilizzo di sostanze chimiche sui pezzi di corpo, ridotti così in una poltiglia maleodorante. Conserva i genitali in formaldeide, mentre le teste vengono bollite e poi il teschio dipinto di grigio. In più di un’occasione prova il cannibalismo, convinto che le sue vittime possano rivivere dentro il suo corpo. Infine, lo smaltimento tra i rifiuti, lontano da occhi indiscreti.

La serie di omicidi (quasi) senza intoppi

Allontanato da casa della nonna, Jeffrey Dahmer va a vivere in un’abitazione nei pressi della fabbrica di cioccolata in cui lavora. Nel settembre del 1988 adesca il giovane laotiano Somsak Sinthasomphone. Dopo avergli promesso dei soldi per un servizio fotografico, prova ad approfittarsi di lui ma il tredicenne riesce a sfuggire e a denunciarne le violenze. La denuncia porta all’arresto del 28enne e all’accusa di violenza sessuale. Dahmer si dichiara colpevole, sottolineando di essere convinto della maggiore età del giovane. In tutto ciò, continua ad uccidere: la vittima è Anthony Sears, 24 anni, aspirante fotomodello.

Il processo a carico di Jeffrey Dahmer si svolge nel maggio 1989 e si conclude con la libertà vigilata per cinque anni, un anno di semilibertà in casa di correzione, con possibilità di lavoro durante il giorno e rientro nella struttura per la notte. Dopo dieci mesi arriva il rilascio anticipato: Dahmer può riprendere la scia di delitti: uccide, violenta e fa a pezzi in ordine cronologico Edward Smith, Ricky Lee Beeks, Ernest Miller, David Thomas, Curtis Straughter, Errol Lindsey, Anthony Hughes, Konerak Sinthasomphone (fratello di Somsak Sinthasomphone), Matt Turner, Jeremiah Weinberger, Oliver Lacey e Joseph Bradehoft. Un totale di dodici omicidi in poco più di un anno, fino al giorno della cattura.

L'arresto, la condanna e la morte

Il 22 luglio Jeffrey Dahmer invita Tracy Edwards nella sua abitazione e agisce come sempre: lo stordisce con il sonnifero, lo ammanetta e lo porta in camera da letto. Ma qualcosa va storto: la potenziale vittima comprende il pericolo, colpisce Dahmer e scappa via. Fermato da una pattuglia della polizia, convince i due agenti ad andare a controllare l’appartamento: quello che scoprono lascia senza parole. Un vero e proprio mausoleo di un serial killer tra teste umane, ossa e resti in stato di decomposizione. Dopo una breve colluttazione, Jeffrey Dahmer viene immobilizzato e condotto in prigione.

Il processo inizia il 30 gennaio del 1992 a Milwaukee e Jeffrey Dahmer confessa sedici omicidi compiuti nei quattro anni precedenti nel Wisconsin, oltre a uno in Ohio nel 1978, ammettendo atti di necrofilia e cannibalismo. Molti si interrogano sull’efficienza delle forze dell’ordine: come è stato possibile agire in questo modo senza nemmeno un sospetto? Soprattutto alla luce della condanna per abusi sessuali su minore?

Il 13 luglio del 1992 Jeffrey Dahmer viene condannato all’ergastolo per ogni omicidio commesso per un totale di 957 anni di prigione. Rinchiuso nel Columbia Correctional Institute di Portage, il mostro di Milwaukee si converte al cristianesimo e si comporta da detenuto modello. Già scampato a un attacco con coltello, Jeffrey Dahmer muore il 28 novembre del 1994, ucciso da Christopher Scarver, sofferente di schizofrenia. Letale la serie di colpi con l’asta di un manubrio trafugata dalla palestra del carcere. Il suo cervello sarà prelevato e conservato per studi scientifici.

Samuel Little.

Samuel Little, il serial killer più prolifico della storia degli Stati Uniti. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale mercoledì 20 settembre 2023.

Per l'Fbi è stato il più prolifico serial killer della storia statunitense e ancora oggi il bilancio delle sue vittime rimane un mistero. Superando "colleghi" ben più chiacchierati come John Wayne Gacy e Ted Bundy, Samuel Little è l'assassino seriale più implacabile in terra americana con 93 donne uccise in diciannove Stati - perlopiù prostitute e tossicodipendenti - tra il 1970 e il 2005. Un dato confessato dal killer afroamericano e con ampie conferme da parte delle autorità: Il Violent Criminal Apprehension Program ha confermato almeno 60 delitti. Ma il suo caso è anche uno dei più noti di malagiustizia: l'ex pugile era già noto alle forze dell'ordine per reati gravi come rapine e violenze sessuali, ma ciononostante è stato lasciato in libertà.

Un'infanzia complicata

Samuel Little nasce a Reynolds, in Georgia, il 7 giugno del 1940. Viene abbandonato dalla madre - la prostituta adolescente Bessie Mae Little - e viene cresciuto dalla nonna. Già da bambino manifesta sintomi preoccupanti, a partire dal desiderio morboso di strangolare gli altri piccoli. Frequenta la Hawthorne Junior High School e vengono a galla problemi di disciplina. Nel corso dell'adolescenza colleziona riviste di cronaca nera che descrivono il soffocamento delle donne, a testimonianza delle sue brutali fantasie.

Il primo arresto è datato 1956, quando viene beccato nel pieno di un furto con scasso in un’abitazione di Omaha, in Nebraska. Dopo un periodo in riformatorio, Samuel Little si trasferisce in Florida per vivere insieme alla madre e lavora saltuariamente come guardiano di un cimitero e come assistente in un’ambulanza. Nello stesso periodo finisce a più riprese dietro le sbarre: viene infatti arrestato in otto Stati per crimini come guida in stato di ebbrezza, frode, taccheggio, adescamento, rapina a mano armata, aggressione aggravata e stupro.

Nel 1961 Samuel Little viene condannato a tre anni di prigione per un furto in un negozio di mobili a Lorain. Continua a inanellare arresti, basti pensare al tentato adescamento di una prostituta a Bakersfield: nonostante la gravità del reato, se la cava con un breve periodo in galera. Uno scenario che si ripeterà anche durante gli oltre trent'anni da serial killer: solo qualche nottata in cella, nonostante le decine di donne picchiate e strangolate.

I delitti di Samuel Little

Samuel Little trasforma i suoi desideri in realtà all'alba degli anni Settanta. Come racconterà all'Fbi, la sua prima vittima è Mary Brosley: la 33enne, madre di due figli, incontra il suo carnefice in un bar della Florida. Affetta da alcolismo e anoressia, finisce nella tela dell'uomo: in una piazzola isolata della Route 27, viene aggredita con indescrivibile ferocia e strangolata. "Era il tipo di donna che poteva scomparire dalla faccia della terra senza destare troppa attenzione", spiega ancora Little.

Come anticipato, Samuel Little individua le vittime perfette per coronare i suoi sogni sanguinolenti: prostitute, drogate, alcoliste. Donne con dei problemi e alla disperata ricerca di denaro, con pochi contatti sociali. È il caso della 32enne Annie Lee Stewart, 32enne uccisa l'11 ottobre del 1981 a Cincinnati, in Ohio. O è quello di Mary Jo Peyton, 21enne assassinata a Cleveland, sempre in Ohio, con il solito modus operandi. Stesso discorso per Carol Linda Alford, 41enne ritrovata nuda dalla vita in giù.

Nonostante i tanti delitti firmati, nessun tribunale riesce a condannarlo. Nel 1982 viene arrestato per l'omicidio di una ragazza di 22 anni, ma l'accusa non riesce dimostrare la sua colpevolezza. Nello stesso periodo, viene processato per l'omicidio di una 26enne, ma la giuria non crede alle testimonianze che indicano Samuel Little come il killer. Viene prosciolto nel gennaio del 1984. Nell'ottobre dello stesso anno viene ammanettato per aver rapito, picchiato e tentato di strangolare la ventiduenne Laurie Barros, sopravvissuta per miracolo, ma viene scarcerato poco dopo.

Nel febbraio del 1987, dopo aver scontato due anni e mezzo per aggressione, Samuel Little si trasferisce a Los Angeles. Qui firma oltre dieci omicidi, come quello della 46enne Guadalupe Apodaca, anche lei ritrovata senza vita e nuda dalla vita in giù. Uno degli omicidi più brutali è quello della 35enne Audrey Nelson Everett, strangolata e con ustioni in diverse parti del corpo: il suo corpo viene ritrovato in un cassonetto nei pressi di un night club.

L'arresto e le confessioni

Gli omicidi di Samuel Little vengono classificati come morte per overdose o comunque per cause naturali. Continua a mietere vittime, senza sosta, fino al 2012, quando viene arrestato in un rifugio per senzatetto a Louisville, nel Kentucky, per un'accusa di stupefacenti. Ma grazie a un test del Dna viene collegato agli omicidi di Carol Ilene Elford, uccisa il 13 luglio 1987, Guadalupe Duarte Apodaca, uccisa il 3 settembre 1987, e Audrey Nelson Everett, uccisa il 14 agosto 1989. Estradato a Los Angeles, è condannato all'ergastolo per i tre assassinii. Ma non è tutto.

Dopo pochi mesi Samuel Little viene indagato per oltre 30 omicidi commessi negli anni Ottanta, ma è nel 2018 che cambia tutto. Il serial killer inizia a confessare un omicidio dopo l’altro, sostenendo di averne commessi 93 in quattordici Stati diversi, tra il 1970 e il 2005. L'Fbi conferma inizialmente 34 delitti, ma rimarca che anche altre confessioni potrebbero essere autentiche. Decine di casi irrisolti vengono archiviati, compreso l'ultimo delitto risalente al 2005, a Tupelo, in Mississippi.

Nel dicembre del 2018 viene incriminato per l'omicidio della 23enne Linda Sue Boards, commesso nel maggio 1981 nella contea di Warren, Kentucky, mentre nel maggio del 2019 viene accusato di quattro omicidi e sei rapimenti. Le sue confessioni continuano nel 2019 e vengono anche utilizzate per "trattare", ad esempio per ottenere un trasferimento di prigione. Nel 2020 le sue condizioni di salute già precarie si aggravano esponenzialmente. Affetto da problemi cardiaci e diabete, tanto da essere costretto a spostarsi su una carrozzina, Little muore il 30 dicembre del 2020 in un ospedale della California.

Jack Unterweger.

Purgatorio in prigione, inferno fuori: la scia di sangue dello scrittore killer. Tra gli assassini seriali “transnazionali” più famosi di sempre, Jack Unterweger uccise almeno undici prostitute ma il conto potrebbe essere più elevato. Massimo Balsamo il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 I primi segnali

 Il primo omicidio

 La "seconda" vita

 Nascita di un serial killer

 Gli Stati Uniti

 L'arresto e la fine di Jack Unterweger

Simpatico, brillante, presuntuoso e a tratti tracotante. Uno scrittore di talento ma con un passato difficile, un omicidio commesso in giovane età. In realtà un serial killer spietato, feroce e senza scrupoli, al punto da mietere vittime in ogni parte del mondo nonostante le luci dei riflettori. Il caso di Jack Unterweger è tra i più noti della storia dei serial killer, nonché uno dei più particolari: l’austriaco infatti rientra nella categoria degli assassini seriali “transnazionali”, cioè – come riporta l’esperto Ruben De Luca - soggetti, caratterizzati da un’estrema mobilità, che commettono gli omicidi in nazioni differenti e, a volte, addirittura in continenti diversi.

I primi segnali

Johann “Jack” Unterweger nasce il 16 agosto del 1950 a Judenburg, nella Stiria, la regione sud-orientale dell’Austria. È figlio di una prostituta austriaca, che restò incinta di un soldato statunitense. Viene cresciuto prima dal nonno alcolizzato e poi dalle prostitute e dai loro protettori, evidenziando già in tenera età un carattere violento e piuttosto strano. Non ama andare a scuola, infatti molto spesso salta le lezioni per andare a zonzo, e già da minorenne – all’età di 16 anni – colleziona il primo arresto per aver aggredito una prostituta.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, Jack Unterweger si fa arrestare sedici volte per furto con scasso e violenze sessuali. Entra ed esce dal carcere di Vienna, impossibile per lui trattenere la violenza di fronte a un rifiuto. Il giovane, biondo e con i baffi, se non ottiene subito ciò che vuole o se si trova di fronte a qualche difficoltà, perde la testa.

Il primo omicidio

Nel 1976 Jack Unterweger firma il suo primo omicidio, la vittima è la diciottenne Margaret Schaefer, sua vicina di casa. Dopo diversi rifiuti, la giovane accetta di uscire con lui e con un’amica in comune, la prostituta Barbara Scholtz. Una volta salita nella macchina di Jack, Margaret capisce subito che c’è qualcosa che non va: dopo pochi minuti, l’uomo le salta addosso e le blocca i polsi. Barbara sta zitta, ferma, impassibile.

Intrappolata la ragazza, Jack Unterweger si reca a casa sua, forza la serratura dell’appartamento, ruba soldi e preziosi. Tornato in macchina, porta la ragazza in un bosco e la costringe a spogliarsi: di fronte al rifiuto, perde la testa. Prima la prende a pugni, poi la colpisce con un bastone alla testa, tutto sotto gli occhi di Barbara. Jack trascina la sua vittima vicino a un albero, le strappa il reggiseno e la strangola.

La "seconda" vita

Definito uno “psicopatico esplosivo e aggressivo” dal medico incaricato dal tribunale di Salisburgo di fare una perizia psichiatrica, Jack Unterweger viene condannato all’ergastolo. Ma dietro le sbarre cambia: inizia a studiare e in particolare si avvicina alla letteratura. Passa le sue giornate in carcere a leggere, dai grandi classici alle poesie, passando per le opere teatrali. L’esuberante killer diventa rapidamente un detenuto modello, ma non solo: comincia a scrivere. E sarà proprio la scrittura a regalargli una seconda possibilità.

Jack Unterweger scrive la sua autobiografia, ripercorrendo infanzia e adolescenza, fino ad arrivare al brutale assassinio firmato a 26 anni. La sua scrittura viene apprezzata dagli esperti del settore e il suo diario si trasforma in un libro, o meglio in un bestseller: “Fegefeuer oder die Reise ins Zuchthaus” ("Purgatorio o del viaggio in prigione") ottiene un grandissimo successo di critica e di pubblico. Jack Unterweger viene seguito con interesse dal mondo della cultura e continua a scrivere prima racconti e poi pièce teatrali, fino ad arrivare alla sceneggiatura di un film diretto da Willi Hengstler.

La comunità letteraria decide di scendere in campo al fianco di Jack Unterweger: non è più un assassino, ora è un uomo nuovo. Centinaia di scrittori, editori e artisti invocano il suo reinserimento nella società, tanto da lanciare una petizione per il suo ritorno in libertà. Il tribunale di sorveglianza di Vienna si interessa alla posizione dello scrittore killer e nel maggio del 1990 gli accorda la libertà condizionata.

Nascita di un serial killer

Complice il successo del suo libro, Jack Unterweger diventa protagonista dei salotti televisivi austriaci, diventando un esempio positivo del processo di riabilitazione favorito dal sistema penitenziari. I guadagni si moltiplicano e l’ex assassino diventa anche firma di abiti sportivi, tanto da permettersi il lusso di una Ford Mustang con targa “Jack 1”. Al suo fianco una bellissima modella, diventata la sua fidanzata. Dall’abisso alle stelle, non male per chi era stato condannato al fine pena mai. Ma non è tutto oro quel che luccica.

La sete di sangue di Jack Unterweger non è mai svanita. Lo scrittore amato dalla comunità letteraria viennese continua a sognare violenze e sopraffazione, il desiderio è replicare quanto avvenuto con Margaret, la 18enne ammazzata nel 1974. E la furia esplode: durante i primi dodici mesi di libertà, Jack ucciderà almeno sei prostitute. La prima vittima è Blanka Bockova, assassinata nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 1990 a Praga, Repubblica Ceca: dopo minacce e intimidazioni, la accoltella, prende il suo reggiseno, lo annoda formando un cappio e la strangola. Lo stesso modus operandi del primo delitto.

Jack Unterweger non si ferma. Tornato in Austria, tra il 25 e il 26 ottobre uccide Brunhilde Masser: come Blanka, verrà ritrovata in bosco, coperta dalle foglie, nuda ma con i gioielli addosso. Poco più di un mese dopo, la stessa sorte tocca a Heidemarie Hammerer. Tra il 7 e l’8 aprile cade nella sua trappola Silvia Zagler, tra il 16 e il 17 aprile uccide Sabine Moltzi, due settimane più tardi è il turno di Karin Erogiu. Il 5 ottobre verrà ritrovato il cadavere in stato di decomposizione di Elfriede Schrempf, mentre per il rinvenimento del corpo di Regina Prem toccherà attendere l’aprile del 1992. Nessuno collega i delitti, nessuno pensa a Jack Unterweger, che continua ad ammaliare critica e pubblico con fascino e cultura.

Gli Stati Uniti

Nel 1991 Jack Unterweger viene assunto da una rivista austriaca per un articolo sulla criminalità a Los Angeles. L’obiettivo è quello di mettere in risalto le differenze tra il mondo della prostituzione statunitense e quello europeo. Arrivato negli States, lo scrittore incontra le forze dell’ordine locali e partecipa a un pattugliamento a bordo di un’auto della polizia in un quartiere a luci rosse. Ma Jack non è solo un giornalista/scrittore, è un serial killer e continua a uccidere anche lì.

Il 20 giugno 1991 viene rinvenuto il cadavere seminudo della prostituta Shannon Exley. Nella notte tra il 28 e il 29 giugno viene assassinata un’altra passeggiatrice, Irene Rodriguez. Infine, una settimana dopo, la terza vittima è Sherri Ann Long. Tre delitti molto simili: tutte e tre le donne sono state picchiate, abusate con dei rami d’albero e strangolate con i loro reggiseni. Con l’aiuto dell’esperienza in materia di Lynn Herold, la polizia di Los Angeles nota le analogie e non ha dubbi: la firma è quella di un serial killer. La notizia arriva a Vienna, dove le autorità sono ancora al lavoro sui casi delle prostitute assassinate, senza dimenticare il delitto senza colpevole registrato a Praga. Undici vittime in tutto, un unico responsabile.

Richard Kuklinski, l’uomo di ghiaccio tra mafia e sadismo

L'arresto e la fine di Jack Unterweger

Come ricostruito da Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli in “Serial Killer”, Jack Unterweger viene incastrato dalla polizia ceca: Blanka Bockova era stata vista allontanarsi con lo scrittore prima del delitto e per questo motivo le autorità di Praga chiedono ai colleghi di Vienna di perquisire l’automobile. All’interno della vettura viene trovato un capello sospetto: gli esami confermano che appartiene alla Bockova. Ma non è tutto, un altro indizio viene rinvenuto sul corpo di Heidemarie Hammerer, dei fili di lana rossa: ebbene appartengono alla sciarpa di Unterweger. A corroborare l’ipotesi, il profilo psicologico di Quantico: corrisponde a quello della star della letteratura di Vienna.

La polizia austriaca chiede un mandato di cattura per Jack Unterweger, che - captato il pericolo – se la dà a gambe insieme a una giovane ragazza di 18 anni, innamorata persa di lui. Il serial killer decide di rifugiarsi negli Stati Uniti e da lì contatta i media austriaci per professare la sua innocenza. Ma le prove sono schiaccianti, nessuno gli crede. L’Interpol si mette sulle sue tracce e, monitorando la sua carta di credito, lo pizzica a Miami, in Florida. Arrestato, viene rispedito in Austria.

Nessuna sorpresa al processo tenutosi al tribunale di Graz. Nonostante i tentativi di difesa, Jack Unterweger viene ritenuto responsabile di sette omicidi e sospettabile di almeno altri due, e dunque condannato all’ergastolo. Niente potrà salvarlo questa volta, né la comunità letteraria né il perdono dei cari delle vittime. Il giorno dopo la sentenza, viene ritrovato impiccato alle sbarre della finestra della sua cella con un pezzo di tenda. La polizia trova accanto al suo letto diverse audiocassette il cui contenuto non è mai stato divulgato.

Richard Kuklinski.

Il bullismo, i soldi e la violenza: così "l'uomo di ghiaccio" uccise le sue vittime. Sicario al soldo della criminalità organizzata italo-americana, Richard Kuklinski avrebbe ucciso 250 persone nel corso della sua carriera criminale. Massimo Balsamo il 10 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia tra povertà e violenze

 I primi crimini

 Richard Kuklinski diventa "l'uomo di ghiaccio"

 L'arresto e le confessioni choc

Il bilancio ufficiale è di 6 omicidi, ma il conto potrebbe salire a 250. Richard Kuklinski è stato uno dei serial killer più feroci e brutali degli Stati Uniti, soprannominato “The Iceman” – “l’uomo di ghiaccio” – perché ha tenuto la sua prima vittima congelata in un frigorifero per due anni. Sicario della mafia, ma anche assassino spietato per piacere o semplicemente per denaro: la belva del New Jersey ha cambiato spesso modus operandi – passando dalle pistole alle bombe a mano – e una volta beccato non ha mai espresso rimorso per i suoi crimini.

L'infanzia tra povertà e violenze

Richard Kuklinski nasce l’11 aprile del 1935 a Jersey City. I genitori – immigrati polacchi – sono molto poveri e la famiglia vive in un piccolo appartamento in un casermone di periferia, con il gabinetto in comune con gli altri inquilini. Kuklinski e i due fratelli (il fratello maggiore Florian morirà nel 1940 in circostanze controverse) possiedono soltanto un paio di abiti e spesso finiscono nel mirino degli altri bambini tra prese in giro e scherzi. “Richie il ragazzo-straccio”, “Richie barbone” e “il polacco ossuto”: questi alcuni dei soprannomi affibiati dagli altri ragazzini del quartieri. Ma il bullismo non è l’unico problema per Richard Kuklinski. Spesso fuori per lavoro, il padre quando fa ritorno a casa si presenta ubriaco e non si pone problemi ad alzare le mani. Il futuro “uomo di ghiaccio” è vittima di angherie e soprusi. La madre non fa niente per fermarlo, anzi si dedica con regolarità a umiliazioni ricche di disprezzo.

I primi crimini

Maltrattato da entrambi i genitori – definirà la madre “un cancro che distruggeva tutto ciò che toccava” – Richard Kuklinski trascorre un’adolescenza molto irregolare. Non va a scuola e preferisce vivere come un vagabondo, girando senza una meta per le strade di Jersey City. Non ha amici, sta sempre da solo e quando è ancora minorenne diventa un alcolizzato. Come da piccolo, non sfugge al bullismo: in particolare, c’è un tale Johnny che lo picchia e lo deride ad ogni buona occasione. La rabbia dentro Kuklinski cresce sempre di più e presto esploderà.

Lasciata la scuola, Richard Kuklinski passa da un lavoro all’altro e nel 1961 si sposa con Linda, una donna del suo quartiere nove anni più grande di lui. I due hanno due figli – Richard junior e David – e il futuro serial killer trova lavoro in un’azienda di autotrasporti. Dopo qualche tempo si infatua della segretaria della sua azienda, Barbara Pedrici, e una volta ottenuto il divorzio si risposa. Kuklinski porta con sé i due figli e con la seconda moglie mette al mondo altri tre figli: Merrick, Christin e Dwayne.

In questa fase emerge il lato violento di Richard Kuklinski. Da marito e padre perfetto, si trasforma in orco che picchia selvaggiamente la moglie e la minaccia con una pistola alla tempia. L’uomo è ossessionato dalla coniuge, la monitora di continua e la costringe a rimanere reclusa tra le mura domestiche. E c’è un altro pallino, quello per i soldi: per Kuklinski il denaro è l’unica cosa in grado di dare la felicità. Anche per questo motivo cambia auto ogni sei mesi, dividendosi tra l’attività di commerciante e quella meno visibile di truffatore. Fino all’incontro con la mafia e alla nuova vita da sicario.

Richard Kuklinski diventa "l'uomo di ghiaccio"

Gli episodi di violenza si moltiplicano: Richard Kuklinski strangola la moglie fino a farle perdere i sensi, aggredisce i figli e arriva a commettere violenze sugli animali. Poi torna in sé, si mostra come un ottimo capofamiglia e i vicini di casa lo trattano come un grande uomo d’affari, complice l’elevato stile di vita. Il primo omicidio accertato è datato 30 gennaio 1980: Kuklinski uccide con cinque colpi di pistola il 42enne George William Malliband junior durante un incontro di lavoro con l’obiettivo di assicurarsi i 27 mila dollari che la vittima ha con sé. Il suo cadavere viene nascosto nei pressi di un impianto chimico di Jersey City.

Il 29 aprile del 1981 Richard Kuklinski incontra Paul Hoffman, farmacista che lo incalza per chiudere un affare per il Tagamet, un popolare farmaco. Dopo aver raccolto 25 mila dollari per acquistare il prodotto promesso, Hoffman, 51 anni, viene attirato in un garage e ucciso a colpi di ferro da stiro: Kuklinski rivelerà che si era inceppata la pistola. Il corpo della vittima non verrà mai ritrovato.

Il terzo omicidio accertato di Richard Kuklinski coinvolge un suo partner di attività illegali, Gary Smith. L’uomo fa parte della banda di furti con scossa capeggiata proprio da Kuklinski ma l’arresto di un componente – Percy House – scatena il panico. Dopo una discussione, per il timore che potesse diventare un informatore, Kuklinski uccide Smith con un hamburger zeppo di cianuro. L’assassinio è stato realizzato con un altro componente della banda, Daniel Deppner, che rivelerà di aver finito Smith strangolandolo con il cavo di una lampada. La quarta vittima è stata appena citata, Daniel Deppner. Richard Kuklinski elimina il complice tra il febbraio e il maggio del 1983. Anche lui viene avvelenato e in un secondo momento strangolato.

Il quinto omicidio – che permette a Richard Kuklinski di diventare “l’uomo di ghiaccio” – è quello di Louis Leonard Masgay. Il cadavere del cinquantenne viene ritrovato il 25 settembre del 1982 in un parco cittadino a Orangetown, New York, con un foro di proiettile nella parte posteriore della testa. Ma l’uomo era scomparso più di due anni prima, nel luglio del 1981, giorno in cui aveva incontrato Kuklinski in un ristorante del New Jersey per acquistare una grande quantità di videocassette. Con sé aveva la bellezza di 95 mila dollari. Il suo cadavere era stato dunque conservato in un congelatore per quasi due anni.

Lonnie Franklin Jr, il Grim Sleeper che terrorizzò Los Angeles

L'arresto e le confessioni choc

Richard Kuklinski viene arrestato dalla polizia newyorkese grazie all’aiuto dell’agente infiltrato Dominick Polifrone. Il serial killer viene bloccato il 17 dicembre del 1987 all’interno della sua abitazione. Viene collegato a sei omicidi irrisolti grazie anche alle rivelazioni fatte al poliziotto sotto copertura, spacciatosi per un criminale vicino alla mafia. Il processo vede protagonisti come testimoni anche gli ex soci Percy House e Barbara Deppner e termina senza grosse sorprese: nel marzo del 1988 viene condannato a sei ergastoli ma a causa della mancanza di testimoni oculari non viene condannato a morte.

Una volta finito dietro le sbarre, Richard Kuklinski inizia a rilasciare interviste e dichiarazioni, rivendicando 200 omicidi. Assassinii per soldi, per divertimento, per contratto o per coprire altri crimini: “l’uomo di ghiaccio” rivendica con orgoglio le sue azioni senza provare pietà. Il modus operandi invece sempre diverso: dalle pistole al veleno, passando per i coltelli, le mazze da baseball e le bombe a mano. Tra le varie confessioni, l’omicidio di Johnny, il ragazzo che lo tormentava da adolescente, oppure quello di Jimmy Hoffa, ex presidente del sindacato dei Teamsters.

Nell’ottobre del 2005, dopo quasi diciotto anni di carcere, a Richard Kuklinski viene diagnosticata la malattia di Kawasaki. Trasferito in un’ala sicura del St. Francis Medical Center di Trenton, nel New Jersey, il serial killer si spegne il 5 marzo del 2006 all’età di 70 anni.

Aileen Wuornos.

Gli abusi poi gli omicidi in serie: la "vendetta" della predatrice contro gli uomini. Una vita ricca di difficoltà sfociata nella violenza: Aileen Wuornos è l'esempio più significativo di predatrice sessuale nella storia dei serial killer. Massimo Balsamo il 3 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia traumatica

 Gli abusi, la gravidanza, il vagabondaggio

 Il matrimonio e il ritorno al crimine

 L'incontro con Tyria Moore

 Gli omicidi

 L'arresto, la condanna, la pena capitale

 La notorietà

Erroneamente definita la prima donna serial killer degli Stati Uniti, Aileen Wuornos rappresenta l'esempio più significativo di predatrice sessuale. Come evidenziato dagli esperti, la "vendicatrice di Rochester" ha utilizzato modalità predatorie tipicamente maschili per adescare le sue vittime, ossia in continuo movimento alla ricerca di uomini sconosciuti. Inoltre, a differenza della maggior parte di assassine seriali, per commettere i suoi delitti ha utilizzato la pistola e non il veleno o altre armi ideali per omicidi asettici.

L'infanzia traumatica

Aileen Wuornos nasce il 29 febbraio 1956 a Rochester, nel Michigan, e cresce nella vicina zona di Troy. La madre Diane Pittman ha appena 17 anni quando la mette al mondo ed è sposata con Leo Dale Pittman, un paranoico schizofrenico dedito ad abusare della famiglia e a sodomizzare i bambini della zona - verrà ucciso in carcere nel 1969. La madre si rende conto di non potersi prendere cura di lei e del fratello maggiore Keith e decide di affidarli ai nonni.

Il nonno di Aileen Wuornos è un alcolizzato violento, anche lui manesco, mentre la nonna si disinteressa totalmente dei due piccoli. I due bambini crescono in una situazione di estrema indigenza, spesso non riescono a mangiare. Quando inizia ad andare a scuola, la piccola inizia a offrire favori sessuali ai ragazzi più grandi per ottenere del cibo e sfamarsi. L'infanzia è traumatica e la Wuornos conosce il vizio dell'alcolismo già all'età di 12 anni. Ma la situazione è destinata a peggiorare.

Gli abusi, la gravidanza, il vagabondaggio

All'età di 13 anni Aileen Wuornos accusa il nonno di averla violentata e afferma di aver avuto rapporti sessuali con il fratello. La giovane resta incinta e viene mandata in un istituto per madri nubili. Dopo il parto il bambino viene dato in adozione. Nel 1971 muore la nonna e i due fratelli vengono tolti alla custodia del nonno e dati in affidamento.

Ma la situazione di stabilità dura poco per Aileen Wuornos. Abbandona la nuova casa e inizia a vagabondare. Per mantenersi fa la prostituta e commette piccoli reati. All'alcolismo si aggiunge la dipendenza dalla droga. Senza meta e senza direzione, inizia a girare gli Stati Uniti in autostop e deve fare i conti con la violenza maschile: qualche stupro e tante botte. Nel 1974 viene arrestata per aver sparato mentre era alla guida, ma - dopo aver dato un nome falso - riesce a scappare prima del processo.

Aileen Wuornos cambia decine di lavori e perde gli ultimi familiari in vita: il nonno si suicida, mentre il fratello viene sconfitto da un tumore. La scomparsa di Keith le consente di entrare in possesso di 10 mila dollari grazie a una polizza d'assicurazione, ma sperpera il denaro in pochi giorni tra droga, alcol e un'automobile che distrugge dopo pochi giorni.

Il matrimonio e il ritorno al crimine

Dopo essere finita nuovamente in carcere per un'aggressione, Aileen Wuornos si stabilisce in Florida dove incontra il ricco velista Lewis Fell, molto più grande di lei. I due si sposano nel 1976, ma l'uomo annulla l'unione dopo pochi giorni: la donna lo aveva tormentato con richieste esagerate di denaro, tanto da alzare le mani.

Arrestata e nuovamente rilasciata, la Wuornos riprende le sue attività criminali tra rapine, truffe e aggressioni. Tra le tante, la rapina finita con un arresto in un negozio di merci usate a Edgewater nel 1981. Nel frattempo continua a fare la prostituta ma con meno successo di un tempo. Non mancano i periodi difficili: nel 1985 tenta il suicidio sparandosi allo stomaco, ma l'intervento provvidenziale dei sanitari le salva la vita.

L'incontro con Tyria Moore

Nel 1986 incontra Tyria Moore in un bar per omosessuali e scoppia l'amore. Aileen Wuornos è perdutamente innamorata della ventiquattrenne e diventa possessiva: fa di tutto per mantenerla economicamente e non la perde mai di vista. Iniziano i litigi e il rapporto diventa sempre più teso, fino a quando la giovane decide di abbandonarla: quella vita non fa per lei. Ma la mossa della Moore è il colpo di grazia per la psiche della futura serial killer: sarà questo evento traumatico a scatenare la sua furia omicida. E sarà proprio la Moore a "consegnare" la Wuornos alle forze dell'ordine una volta scoperti i suoi sette delitti.

Gli omicidi

Tra il 1989 e il 1990 Aileen Wuornos uccide a colpi di pistola sette clienti. Dopo averli abbordati, gli spara e li deruba per ottenere qualche soldo. La prima vittima è Richard Mallory, ucciso il 30 novembre del 1989 con tre colpi di pistola al petto: il suo corpo verrà ritrovato due settimane più tardi in un bosco. La Wuornos ne approfitta per sottrargli il veicolo.

Poi è il turno del camionista David Spears, ucciso con sei colpi di calibro 22 in un bosco vicino alla Interstate 19, nella contea di Citrus: viene ritrovato il 1° giugno completamente nudo e con un berretto da baseball in testa. Cinque giorni dopo, il 6 giugno, viene rinvenuto il cadavere del cowboy Charles Carskaddon, anche lui lungo la strada interstatale: Aileen Wuornos lo aveva ucciso il 31 maggio con ben nove colpi d'arma da fuoco. La quarta vittima è il marinaio mercantile in pensione Peter Abraham Siems, ucciso all'alba di un giorno di luglio. La sua auto verrà trovata a Orange Springs, ma il suo corpo non verrà mai rintracciato. La serial killer verrà incastrata grazie a un'impronta trovata sulla maniglia interna della portiera.

Il 30 luglio a cadere nella rete di Aileen Wyornos è il camionista Eugene Burness: un colpo al petto e uno nella schiena. Sempre con la calibro 22. L'11 settembre invece uccide Dick Hymphreys, dipendente del Dipartimento di salute e dei servizi di riabilitazione della Florida: finito con sette colpi e, come gli altri, derubato. La settima e ultima vittima della Wuornos è un poliziotto in pensione, il sessantenne Walter Jeno Antonio: ucciso a novembre con quattro proiettili, tre nella schiena e uno alla testa.

Truffe e violenze: Dena Thompson, la vedova nera del Sussex

L'arresto, la condanna, la pena capitale

Come anticipato, Tyria Moore scopre quanto fatto dalla Wuornos e decide di collaborare con la polizia: fa in modo, durante un dialogo telefonico, di farle confessare gli omicidi compiuti. Wuornos viene arrestata il 16 gennaio 1991 e punta fin da subito sulla tesi dell'autodifesa: qualora non avesse ucciso quei sette uomini, sarebbe stata violentata o peggio. In realtà niente di tutto ciò: come da manuale del serial killer, la Wuornos ha agito da "vendicatrice" che, dopo una vita di abusi, ha svestito i panni da vittima per indossare quelli di carnefice.

Dopo aver cambiato verso ed essersi contraddetta a più riprese, nel gennaio del 1992 viene condannata alla pena di morte tramite sedia elettrica per l'omicidio di Mallory. Neanche gli altri processi vanno bene: viene condannata a morte per altri cinque omicidi. Discorso diverso per il caso di Siems: niente processo a causa dell'assenza del cadavere. Dopo dieci anni nel braccio della morte, il 9 ottobre 2002 - alle 9.47 - Aileen Wuornos viene uccisa tramite iniezione letale - in quegli anni era stata abolita la sedia elettrica in Florida. I suoi resti sono stati cremati e dispersi nella sua città natale.

La notorietà

Il caso di Aileen Wuornos è interessante per quanto concerne il rapporto con i media. La serial killer di Rochester ha venduto i diritti della sua storia subito dopo l'arresto nel 1991. Sulla sua vita sono stati realizzati diversi documentari e soprattutto il film "Monster" del 2003: scritto e diretto da Patty Jenkins, con Charlize Theron nei panni della Wuornos. E ancora, la sua storia è trattata nel documentario Netflix "Caccia ai killer".

David Zandstra.

Estratto dell'articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” giovedì 27 luglio 2023.

Quasi mezzo secolo dopo, l’assassino di Gretchen Harrington ha confessato. Ex pastore di una chiesa protestante riformata nel sobborgo di Marple, a Filadelfia, l’ottantatreenne David Zandstra è stato arrestato la scorsa settimana per l’omicidio di una bambina di otto anni, uccisa il 15 agosto 1975. 

Zandstra era amico del padre della bambina, anche lui pastore di una vicina (e affiliata) chiesa presbiteriana riformata [...] Gretchen era uscita di casa a piedi alle 9.30, diretta alla Trinity Church del reverendo Zandstra. [...]Alle 11.23, Gretchen non era ancora arrivata, a differenza dei compagni: il padre chiamò la polizia.

Il corpo fu trovato in un’area alberata vicina, due mesi dopo. Era Zandstra il responsabile del trasferimento dei bambini da una chiesa all’altra, e poi partecipò alle ricerche che coinvolsero centinaia di persone — bambini inclusi — e fu lui a presiedere al funerale. Una testimone subito dopo il delitto disse di aver visto la bambina parlare con qualcuno al volante di una station wagon Rambler verde, come quella in possesso del pastore, ma lui aveva negato di averla incontrata quel giorno.

L’arresto è avvenuto dopo che, lo scorso gennaio, la migliore amica della figlia di Zandstra ha raccontato agli investigatori che spesso, da piccola, dormiva a casa del pastore e che quando aveva 10 anni una volta si svegliò perché lui la stava «toccando nelle parti intime». Quando ne parlò con la sua amica, la figlia del pastore, si sentì rispondere: «A volte lo fa». Dopo l’omicidio, da bambina aveva scritto nel diario: «Penso che sia stato Mr. Z». Ma allora non ebbe il coraggio di parlarne con le autorità.

Zandstra ha cambiato più volte residenza negli anni: ha vissuto in California e in Texas, è stato arrestato in Georgia. All’inizio ha negato tutto, ma quando gli investigatori gli hanno parlato delle accuse di aggressione sessuale contro di lui, ha confessato. Quella mattina di agosto — secondo le carte della procura — Zandstra era alla guida della sua station wagon verde, quando vide la bambina camminare verso la sua chiesa e le offrì un passaggio. La portò in un’area alberata non lontana, le chiese di togliersi i vestiti.

Quando Gretchen Harrington rifiutò, la picchiò a morte. Poi tentò di nascondere il corpo e fuggì. [...] L’amica della figlia del reverendo, che dopo tanti anni si è rivelata decisiva nella risoluzione del caso, ha osservato che un’altra sua compagna di classe avrebbe «rischiato per due volte di essere rapita» da Zandstra. [...] «È l’incubo peggiore per un genitore», ha commentato il procuratore. «Ha ucciso una bambina che si fidava di lui, poi si è comportato da amico della famiglia, per anni». 

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per corriere.it giovedì 27 luglio 2023.

È stato arrestato un ex pastore della chiesa presbiteriana riformata, David Zandstra, 83 anni, per l’omicidio di una bambina commesso il 15 agosto 1975 nel sobborgo di Maple a Filadelfia. 

Il pastore era amico del padre della bambina e guidava il gruppo di studio sulla Bibbia che lei frequentava quando era sparita. Era stato lui a denunciare la morte, come pure a presiedere al funerale.

Un libro pubblicato l’anno scorso ha messo gli investigatori sulla pista giusta. 

Già alcuni anni fa, in realtà, una donna anonima aveva detto agli investigatori di credere che il responsabile fosse il miglior amico del padre di Gretchen. Anche la migliore amica della figlia di Zandstra lo aveva capito: a gennaio di quest’anno gli agenti le avevano parlato; dopo tanti anni era riuscita a raccontare che spesso da piccola dormiva a casa del pastore e che a 10 anni una volta si svegliò perché lui si era introdotto nella stanza per toccarla. 

Già all’epoca dell’omicidio scrisse nel suo diario: «Penso che sia stato Mr. Z». 

Un testimone sentito dagli investigatori subito dopo il delitto aveva detto di aver visto la bambina parlare con qualcuno alla guida di una station wagon Rambler verde come quella in possesso dell’uomo. Ma Zandstra aveva negato di aver visto Gretchen quel giorno. 

(...) 

Gli autori avevano intervistato anche Zandstra, che però sembrava non ricordare bene i dettagli del delitto. 

Inizialmente Sullivan e Mathis avevano pensato che «fosse colpa dell’età». 

Il corpo fu trovato in un bosco vicino due mesi dopo. 

Zandstra ha cambiato molte volte casa negli anni: ha vissuto in California e Texas, poi si è trasferito in Georgia dove la scorsa settimana è stato arrestato e ha confessato.

I genitori della bambina hanno dichiarato in un comunicato che l’arresto li ha fatti sentire «un passo più vicini alla giustizia. Chiunque incontrava Gretchen diventava subito suo amico. Emanava gentilezza, era una bambina dolce».

Rex Heuermann.

Il serial killer di Long Island incastrato da una pizza. Storia di Marco Liconti il 16 luglio 2023 su Il Giornale.

Washington Il più classico dei cold case. Un'etichetta giornalistica, «Gilgo Four», perfino un film prodotto da Netflix, Lost Girls. Ci sono voluti tredici anni per venire a capo (almeno in parte) della striscia di omicidi che aveva reso un pezzo di spiaggia di Long Island una sorta di tragica Spoon River di undici vite sfortunate. Il potenziale colpevole, il classico insospettabile che sembra uscito da un manuale di criminologia, ha ora un nome e un volto, quello del 59enne architetto newyorchese Rex Heuermann. Studio a Manhattan, casa nei sobborghi, a Massapequa Park, non lontano dalla scena del crimine. Moglie, figli. Insomma, il classico pendolare di successo, se non fosse per quell'aria un po creepy, inquietante, di cui ora raccontano i suoi vicini.

L'indagine che ha portato all'arresto di Heuermann, accusato di tre degli omicidi delle «quattro di Gilgo» - ma presto, ha detto la polizia, potrebbe arrivare anche la quarta accusa - prende il via nel 2010. È quando la polizia di New York a dicembre si imbatte nei resti di una donna in un tratto isolato della Gilgo Beach, sul lato sud di Long Island, nell'ambito delle ricerche per un'altra donna scomparsa a maggio, la 23enne Shannan Gilbert. I resti risultano appartenere alla 24enne Melissa Barthelemy. Due giorni dopo, vengono scoperti i resti di altre tre donne: Maureen Brainard-Barnes, Amber Costello e Megan Waterman. Tutte nel raggio di 800 metri dal primo ritrovamento.

Tutti e quattro i cadaveri erano avvolti in un telo mimetico, di quelli usati dai cacciatori. Tutte e quattro lavoravano come escort, con annunci online, ed erano scomparse in un arco di tempo che andava dal 2007 al 2010.

La polizia si rende conto di avere a che fare con un potenziale serial killer. La vicenda si fa ancora più drammatica nel corso del 2011, quando in un'area che si espande fino a svariati chilometri dai primi ritrovamenti, vengono scoperti i resti di altri corpi. In tutto sette, compresi quelli di un uomo di etnia asiatica, di una neonata e di sua madre. Sempre nel 2011, a dicembre, la polizia ritrova i resti di Shannan Gilbert, la donna per la quale erano inizialmente state avviate le ricerche. Secondo gli investigatori, la sua morte potrebbe essere stata accidentale.

L'indagine rimane a un punto morto per anni, fino a quando le autorità non creano una task force per fare definitivamente luce sui delitti di Gilgo Beach. Il nome di Heuermann come quello del potenziale serial killer viene fatto per la prima volta lo scorso marzo, quando uno degli investigatori, incrociando una serie di dati, lo identifica come sospettato. Il resto, è cronaca degli ultimi giorni. L'arresto, la perquisizione della sua abitazione, l'udienza davanti al giudice, nella quale Heuermann, attraverso il suo avvocato, si è dichiarato non colpevole. Per arrivare a lui, le autorità hanno seguito per oltre un anno i suoi movimenti e quelli della sua famiglia. Una serie di analogie (l'uso di telefoni usa e getta per contattare le vittime), la parziale identificazione da parte di un testimone, l'auto sulla quale era stato visto (un pick-up verde intestato al fratello), le ossessive ricerche fatte online da Heuermann sui delitti di Gilgo Beach, hanno ristretto il cerchio, portando il campo dei sospettati a un unico nome. Ma la pistola fumante è stato l'esame dei campioni di Dna prelevato dalla spazzatura dell'uomo. In particolare è stato decisivo il campione di materiale genetico dna prelevato da una fetta di pizza che corrispondeva a quello trovato sui resti di Melissa, Megan e Amber. Presto, ha detto la polizia, per l'architetto potrebbe arrivare anche la quarta accusa di omicidio, quella per l'uccisione di Maureen Brainard-Barnes.

Ted Kaczynski: Unabomber. 

Unabomber morto in carcere: terrorizzò gli Stati Uniti con i pacchi bomba. Massimo Balsamo il 10 Giugno 2023 su Il Giornale.

Considerato tra gli attentatori più prolifici degli Usa, Ted Kaczynski uccise tre persone e fu catturato al termine di una caccia durata vent'anni

Ted Kaczynski, meglio noto come Unabomber, è morto in carcere. Il serial killer più prolifico della storia degli Stati Uniti è stato trovato senza vita nella sua cella della prigione federale del North Carolina. Come riportato dalla stampa locale, non sono state rese note le cause del decesso. La notizia è stata confermata da un portavoce del Bureau of Prisons all'AP. L'assassinio seriale eco-terrorista era stato trasferito nella struttura medica del carcere a causa delle sue condizioni di salute precarie, dopo aver trascorso vent'anni in una prigione federale Supermax in Colorado.

Ribattezzato Unabomber dalla stampa per i suoi attacchi con pacchi bomba, Ted Kaczynski fu arrestato nel 1996 nel Montana occidentale dopo una caccia durata diciotto anni. Sua la firma su sedici attentati sul territorio statunitense tra il 1978 e il 1995: bilancio di 3 morti (Hugh Scranton, proprietario di un negozio di computer; Thomas Mosser, dirigente di un'agenzia pubblicitaria legata a una compagnia petrolifera; Gilbert Murray, presidente dell'Associazione forestale californiana) e 23 feriti. Individuato e catturato nella sua capanna, il serial killer rifiutò la linea dell'incapacità di intendere e di volere ed evitò la pena di morte dichiarandosi colpevole di tutti i reati imputatigli: condanna all'ergastolo senza possibilità di appello.

Quei pacchi esplosivi che sconvolsero gli Usa: la "caccia" al terrorista

Spinto nelle azioni dal desiderio di realizzare la sua illusione ideologica - la rivolta della natura contro il mondo tecnologico - Unabomber costruì ordigni pesanti per uccidere vittime singole in eventi separati, in stile seriale. Una biografia in linea con quelle degli assassini seriali, dall'infanzia segnata da frequenti episodi di violenza da parte dei genitori - immigrati polacchi - all'odio provato nei confronti degli altri: dalle donne ai vicini di casa, passando per i conoscenti ed i mezzi di informazioni. Alle prese con difficoltà dal punto di vista sessuale - altro elemento ricorrente per serial killer - Kaczynski si distinse dai "colleghi" per la sua grande organizzazione: non ha mai commesso errori o leggerezze che potessero svelarne l'identità. La cattura arrivò per un peccato di nascisismo, ovvero la diffusione del suo personale "Manifesto".

Per terrorizzare gli Stati Uniti Kaczynski utilizzò sempre la stessa tecnica: l'invio per posta di un pacco bomba, sempre più elaborato con il passare degli anni. Dalle università alle compagnie aeree, Unabomber cambiò spesso i suoi obiettivi, mettendo nel mirino scienziati, informatici e funzionari. Personalità legate da un unico fattore: l'impegno per il progresso tecnologico, in antitesi rispetto ai problemi ecologici a lui a cuore.

L'81enne scontava l'ergastolo. È morto Unabomber, trovato cadavere in prigione Theodore Kaczynski: per 17 anni ha terrorizzato gli Usa. L'Unità il  10 Giugno 2023

Per 17 lunghi anni ha terrorizzato gli Stati Uniti mandando pacchi esplosivi a diverse persone, provocando 3 morti e oltre 20 feriti. Dopo il suo arresto nel 1996 e una lunga detenzione, è morto in un carcere federale Theodore “Ted” Kaczynski, più noto come Unabomber.

A riferirlo ad Associated Press Kristie Breshears, portavoce dell’Ufficio federale delle prigioni. Kaczynski, matematico che dopo gli studi ad Harvard si ritirò in una baracca nel Montana, da dove inviava i suoi pacchi esplosivi, è stato trovato senza vita nella sua cella della prigione federale di Butner, in North Carolina, intorno alle otto del mattino.

Le cause del decesso dell’81enne non sono state rese note. Prima di essere trasferito a Butner, Kaczynski aveva trascorso due decenni in una prigione federale di massima sicurezza in Colorado, la Supermax prison di Florence, dove fu mandato a maggio del 1998, quando fu condannato a quattro ergastoli più 30 anni per una campagna di terrore che mise in allarme le università di tutto il Paese.

L’Fbi riuscì a catturare Kaczynski solo dopo tanti anni e inchieste flop: gli indizi utili all’arresto arrivano dallo stesso Unabomber, quando inviò ai giornali un manifesto di 35mila parole. La lettura del manifesto spinse il fratello di Kaczynski, David Kaczynski a collegare il documento alle parole utilizzate solitamente dal fratello. 

Durante il processo Unabomber si era dichiarato colpevole di aver provocato 16 esplosioni che hanno ucciso tre persone e ne hanno ferite altre 23 in varie parti del Paese tra il 1978 e il 1995.

Dopo il suo arresto nel 1996 nella baita in cui viveva nel Montana occidentale, Kaczynski stava scontando l’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata

La società industriale e il suo futuro’: il manifesto di Unabomber è ancora attuale. Michele Manfrin su L'Indipendente l'11 Giugno 2023 

Theodore Kaczynski, noto con il nome di Unabomber, si è spento all’età di 81 anni all’interno di un carcere federale del North Carolina. Ritenuto per lungo tempo uno dei terroristi più ricercati degli Stati Uniti, da alcuni sarà ricordato come un rivoluzionario solitario, da altri come un pazzo terrorista. Di certo il suo nome sarà ricordato a lungo. Kaczynski era una persona con un’intelligenza fuori dalla norma evidenziata da una carriera di studi impressionante, bruciando le tappe all’interno delle accademie universitarie prima di rifiutare il sistema e decidere di isolarsi per combatterlo. “Ted” Kaczynski si trovava in prigione dal 1996, senza la possibilità di uscire per il resto della propria vita, condannato per gli atti dinamitardi multipli compiuti tra il 1978 e il 1995, che causarono 3 morti e 23 feriti. Il sangue causato rimarrà indelebile, quanto la lucida attualità dei suoi scritti, capaci di fornire spunti di riflessione sull’intreccio tra società umana e tecnologia ancora oggi.

Nel 1996, Theodore Kaczynski era stato arrestato nella sua casetta in legno nei boschi del Montana, nelle vicinanze della cittadina di Lincoln, dopo una ricerca durata 28 anni, ovvero da quando fece esplodere il suo primo pacco bomba, nel maggio del 1978 causando il ferimento di Terry Marker, ufficiale di polizia del campus della Northwestern University, in Illinois. Da allora, 16 pacchi bomba sono stati spediti – 2 dei quali disinnescati – fino al 24 aprile del 1995, con l’uccisione a Sacramento, in California, di Gilbert P. Murray, lobbista di professione, terza vittima delle azioni di Kaczynski.

L’ex professore universitario era conosciuto al grande pubblico con il nome di Unabomber, nome inventato dai mass media in conseguenza alla definizione data al caso da parte dell’FBI, “UNABOM”, dall’unione di UNiversity e Airline BOMber. Kaczynski si è sempre rifiutato di accettare – come anche suggerito dai propri stessi avvocati – di dichiararsi infermo mentale: questo avrebbe delegittimato e screditato le sue idee espresse in quello che i media hanno definito il “Manifesto di Unabomber”. Infatti, nel 1995, in cambio della promessa di smettere con le sue azioni dinamitarde, chiese alle maggiori testate statunitensi di pubblicare il proprio scritto, “Industrial Society and Its Future” (“La società industriale e il suo futuro”). Dopo profonde discussioni e dissidi circa la volontà da parte dell’FBI di assecondare un loro ricercato per terrorismo, l’Ufficio decise di accettare e il New York Times e il Washington Post pubblicarono per intero il testo.

“La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa di vita di coloro che vivono in paesi “sviluppati” ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche (nel Terzo mondo anche fisiche), inflitto danni notevoli al mondo naturale. Il continuo sviluppo della tecnologia peggiorerà la situazione. Essa sicuramente sottometterà gli esseri umani a trattamenti sempre più abietti, infliggerà al mondo naturale danni sempre maggiori, porterà probabilmente a una maggiore disgregazione sociale e sofferenza psicologica e a incrementare la sofferenza fisica in paesi “sviluppati”. 2. Il sistema tecnologico industriale può sopravvivere o crollare”. Questo è il primo punto, e l’inizio del secondo, di 230 punti in cui Kaczynski suddivide il suo scritto di profonda critica nei confronti della moderna società industriale, colpevole del degrado umano (fisico e psicologico) e dell’ambiente. Sebbene sia generalmente riconosciuto come un terrorista, alcuni lo ritengono un rivoluzionario, anche definito anarco-primitivista, impegnato in un conflitto contro la società dell’oppressione e della schiavitù tecnologica.

Kaczynski era un matematico, ragazzo prodigio che ha concluso il percorso di scuola superiore due anni in anticipo e che ha iniziato a studiare ad Harvard all’età di sedici anni. Nel 1962, a vent’anni, si è laureato e iniziato subito la carriera universitaria presso l’Università del Michigan per poi passare, nel 1967, alla prestigiosa università di Berkeley, in California. Dopo due anni, all’età di ventisette anni, Kaczynski lascia all’improvviso il suo incarico alla prestigiosa Università. Proprio nel periodo successivo decide di trasferirsi in una minuscola casa isolata nei boschi del Montana, nelle vicinanze di Lincoln, isolato dal resto della società.

Proprio durante la sua carriera accademica, fin da studente e poi da professore, Kaczynski ha maturato un pensiero di rifiuto totale nei riguardi della moderna società industriale e tecnologica. Da studente di Harvard, e in quanto ragazzo prodigio, Ted Kaczynski è entrato in contatto con il professor Henry Murray, ex collaboratore dell’OSS (Office os Strategic Services) – precursore della CIA – durante la Seconda Guerra mondiale, che conduceva – presso l’Università –  esperimenti sulla psicologia della mente umana. Proprio questa relazione, durata tre anni, avrebbe reso Kaczynski ancor più convinto della disumanità della società prodotta dalla rivoluzione industriale.

Kaczynski, che firmava e rivendicava gli attacchi utilizzando la sigla “FC” (Freedom Club), non ha mai rinnegato le proprie azioni e le proprie idee e riteneva che uno dei mali maggiori a livello socio-relazionale che la società moderna produce è la “sovrasocializzazione”. Al punto numero 26 de La società industriale e il suo futuro, possiamo leggere : “[..] Noi siamo sovrasocializzati per conformarci alle molte norme di comportamento che non cadono sotto il titolo della moralità. Così la persona sovrasocializzata è legata a un guinzaglio psicologico e spende la sua vita percorrendo binari che la società ha costruito per lui. In molte persone sovrasocializzate il risultato è un senso di coercizione che può divenire una dura sofferenza. Noi sosteniamo che la crudeltà peggiore che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro è la sovrasocializzazione”. [di Michele Manfrin]

La Vedova Nera.

Gli incendi e i 40 omicidi: il mistero della Vedova Nera svanita nel nulla. Prima serial killer donna attiva negli Stati Uniti nel Ventesimo secolo, Belle Gunness è la Vedova Nera per antonomasia: almeno 40 omicidi accertati, ma il conto potrebbe salire a 60 vittime. Massimo Balsamo l'11 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia e il sogno americano

 La nascita della Vedova Nera

 Brynhild Paulsdatter Størseth diventa Belle Gunness

 Il misterioso incendio

Ha commesso almeno 40 omicidi ma, secondo alcune fonti, il conto in realtà è superiore, attestandosi a 60 vittime. Rientra sicuramente nell’elenco delle serial killer donne più prolifiche della storia e “vanta” un primato: è stata la prima assassina seriale attiva negli Stati Uniti nel Ventesimo secolo. Belle Gunness è considerata la Vedova Nera per eccellenza, attiva tra il 1894 e il 1908 tra Illinois e Indiana. Ma c’è un altro dettaglio a renderla unica: la sua fine misteriosa.

L'infanzia e il sogno americano

Brynhild Paulsdatter Størseth – suo vero nome – nasce l’11 novembre del 1859 a Selbu, Sør-Trøndelag, Norvegia. È la più giovane di otto figli e aiuta la sua famiglia come può: all’età di 14 anni inizia a lavorare per le fattorie della zona mungendo e allevando il bestiame, con il sogno di mettere da parte abbastanza soldi per trasferirsi a New York. Coltiva il sogno americano per anni, fino al 1881, quando si trasferisce negli States e cambia il suo nome in Belle. Si sposta subito a Chicago per raggiungere la sorella Nellie, immigrata diversi anni prima, e va a vivere con lei e il cognato. Inizia a lavorare come domestica, fino a quando non trova impiego in una macelleria. Fisicamente forte e di aspetto mascolino, un lavoro su misura per lei.

La nascita della Vedova Nera

Nel 1884 sposa Mads Sorenson, immigrato norvegese come lei. La coppia decide di aprire un negozio di dolciumi, ma dopo un anno crolla tutto: l’esercizio viene distrutto dalle fiamme. Con il denaro dell’assicurazione viene acquistata un’abitazione che va in fiamme nel 1898. Altro risarcimento, altra abitazione, anch’essa rasa al suolo da un rogo. Coincidenze a dir poco strane, ma nessun sospetto.

Carolina, la prima figlia della coppia, muore improvvisamente. Poi è la volta di un altro figlio, Axel. Per entrambi viene posta la diagnosi di enterocolite fulminante. Diagnosi errata: la morte è per avvelenamento. La madre aveva assicurato entrambi i bambini e riscuote un grosso assegno. Il disegno si replica nel luglio del 1900, quando muore il marito Mads Sorenson: in questo caso i medici puntano il dito contro un problema cardiaco.

Brynhild Paulsdatter Størseth diventa Belle Gunness

Incassato l’ennesimo premio assicurativo, la donna lascia la città con tre bambini (due figlie naturali e un bimbo in custodia) e si trasferisce in Indiana, a La Porte per la precisione, dove acquista un allevamento di maiali. L’1 aprile sposa Peter Gunness ed eredita il suo cognome, diventando a tutti gli effetti Belle Gunness. Ma le "tragedie" continuano e la prima coinvolge proprio il coniuge: otto mesi dopo le nozze, mentre prova a recuperare uno scatolone da uno scaffale, viene colpito da un pesante tritacarne. La botta risulta fatale: cranio sfondato, non c’è niente da fare. Il medico legale non esclude l’omicidio, ma non salta fuori nulla di strano. In realtà sono evidenti i sintomi di un avvelenamento da stricnina. Anche in questo caso, la donna raccoglie un ottimo assegno di assicurazione: 3 mila dollari.

Nel 1905 scompare dalla fattoria il bambino in custodia a Belle Gunness – non si saprà mai il suo destino – mentre la donna inizia a reclutare manodopera per la sua attività attraverso i giornali di Chicago. Uno dei primi a rispondere è il bracciante Henry Gurholt: dopo qualche corrispondenza con i suoi familiari, svanisce nel nulla. I suoi cari si mettono in contatto con la datrice di lavoro, ma Belle Gunness non è di grande aiuto: dice che Gurholt avrebbe lasciato la fattoria per seguire dei commercianti di cavalli. Eppure qualcosa non torna: nell’abitazione della Gunness sono ancora presenti i suoi effetti personali, compreso il riconoscibile soprabito di pelliccia.

Il caso di Gurholt non è isolato. Belle Gunness continua a scrivere sui giornali della zona, in particolare nella rubrica per cuori solitari, descrivendosi come una vedova piacente e alla ricerca di un marito. Ma i candidati, di punto in bianco, spariscono senza lasciare tracce. John Moe risponde all’annuncio della donna nel 1906 e nessuno avrà più sue notizie, parenti compresi. Anche in questo caso i suoi effetti personali sono a casa dell’allevatrice di maiali.

Il misterioso incendio

Belle Gunness non si fa scrupoli e si dimostra abilissima nel nascondere i cadaveri. Almeno fino al 28 aprile 1908, ovvero fino all’incendio che ancora oggi cela dubbi e misteri. La fattoria di La Porte viene devastata dall’ennesimo rogo: le autorità trovano i corpi di una donna adulta senza testa – la Gunness, secondo gli agenti – e dei suoi tre figli. Ma ulteriori indagini portano alla luce i resti parziali di almeno altre 11 persone.

Dopo una settimana, i poliziotti trovano gli effetti personali di molte persone, rintracciate grazie all’ausilio di diversi parenti delle vittime: è il caso dei parenti di Andrew Helgelien, fatto a pezzi e nascosto in un sacco di iuta. Gli investigatori concentrano la loro attenzione sui terreni della fattori e gli scavi confermano le loro teorie: rinvengono numerosi sacchi di tela contenenti torsi, mani, braccia, ossa umane.

Francisco Escalero, il Matamendigos tra cannibalismo e necrofilia

Nessuna mamma morta nel disperato tentativo di salvare i figlioletti? Le conclusioni delle autorità cambiano radicalmente sull’incendio nella fattoria e si teme un’incredibile messa in scena. Una conferma – difficile da verificare – arriva da Ray Lamphere, braccio destro e amante occasionale di Belle Gunness. Condannato per l’incendio doloso della fattoria, l’uomo confessa che la donna era solita arruolare braccianti con il solo obiettivo di ucciderli e derubarli. Ma non è tutto: l’allevatrice gli avrebbe chiesto di bruciare la sua tenuta con i suoi figli all’interno per poter scappare e ricominciare da zero. Il corpo femminile, secondo l’uomo, non sarebbe quello della Gunness, ma di una malcapitata vittima scelta per il teatrino.

Ufficialmente Hell’s Belle – il suo soprannome – viene dichiarata morta, anche se l’autopsia conferma i dubbi: il corpo privo di testa trovato nella fattoria è più corto e più leggero di quello della norvegese. Nessuna spiegazione sulla “fine” della testa del cadavere. Inizia a farsi strada il sospetto che Belle Gunness possa essere scampata all'incendio, portando con sé i beni di valore sottratti alle vittime. Un vero e proprio giallo, un mistero che negli anni ha spinto molte persone a visitare la fattoria come una vera e propria attrazione turistica. Negli anni successivi, in varie zone degli Stati Uniti, spuntano presunti avvistamenti e si moltiplicano i casi di morte sospetta. L’ultima segnalazione risale al 1935, in Ohio. L'unica certezza i tanti omicidi commessi, ma anche il numero è ipotetico, tra i 40 e i 60. La Vedova Nera per antonomasia.

Le groupies del terrore.

L'amore per i serial killer: ecco le groupies del terrore. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale il 6 aprile 2023.

Ted Bundy è passato alla storia come l'assassino affascinante, il criminale dalla bellezza irresistibile. Nel periodo trascorso nel braccio della morte ha ricevuto migliaia di lettere dalle "fan", donne poco interessate al suo passato violento e pronte a tutto per convolare a nozze con lui. Ma l'assassino delle studentesse non è stato di certo l'unico ad aver ammaliato centinaia di donne (e uomini): il fenomeno delle serial killer groupies (conosciuto anche con l'acronimo SKG) ha radici lontanissime.

Per la precisione, bisogna risalire alla fine dell'Ottocento: come confermato da Ruben De Luca nel suo libro "Serial killer", la prima groupie è stata Rosalind Bowers, una donna sposata che non perse neanche un’udienza del processo contro l'assassino Theodore Henry Durrant, accusato di aver ucciso brutalmente due donne a San Francisco.

Il fenomeno delle serial killer groupies

A partire dal Novecento i serial killer sono diventati delle vere e proprie celebrità: libri, serie tv, film, interviste storiche e così via. La visibilità offerta dai mass media ha modificato il rapporto tra l'opinione pubblica e i criminali, a tratti quasi celebrati nonostante barbarie e angherie perpetrate. E come qualsiasi altra star, anche gli assassini seriali hanno collezionato ammiratrici da ogni parte del mondo.

Contattare detenuti condannati all'ergastolo o nel braccio della morte è stato sempre piuttosto facile, basti pensare che in Scandinavia (ma anche negli Stati Uniti) esistono siti dedicati. Dopo qualche timido caso nella prima parte del Novecento, il fenomeno è cresciuto esponenzialmente: lettere appassionate e richieste di matrimonio à gogo, stesso discorso per racconti piccanti e foto osè. Gli studiosi hanno individuato una serie di ragioni per motivare l'attrazione provata da certe donne nei confronti degli uomini violenti e un dato è emerso con chiarezza: più elevato è il numero delle vittime, più numerose sono le groupies.

Il profilo delle ammiratrici

Sono diverse le motivazioni che spingono le donne a mettersi in contatto con i detenuti, in questo caso i serial killer. Alcune donne sono attratte dall'immagine del "bad boy", mentre altre credono di poter aiutare il criminale nel percorso di redenzione. Altre ancora invece avvertono il bisogno di allevare e curare il desiderio di proteggere quella parte innocente degli assassini come fa una madre con il proprio figlio. E ancora: molte donne bramano situazioni drammatiche per obnubilare noie e banalità della vita.

Secondo gli esperti, la maggior parte delle serial killer groupies è rappresentata da donne istruite, di buona famiglia, alla ricerca di attenzione e con un basso livello di autostima. Da questo punto di vista, il rapporto a distanza con un detenuto ha il pregio di basarsi più sulla fantasia che sulla realtà. Spesso colpite dalla sindrome della Bella e la Bestia - quel desiderio di affiancare un uomo pericoloso - le groupies sono inoltre affette da ibristofilia, ovvero l’attrazione sessuale verso chi commette violenza.

Disposte a fare quasi tutto per stare vicino all'oggetto del desiderio, le groupies dei serial killer cambiano lavoro e città per raggiungere lo scopo, arrivando a spendere tutti i risparmi. Il primo incontro ha sempre rappresentato una tappa decisiva nel rapporto tra assassino e ammiratrice: la maggior parte delle donne, comprese quelle già sposate, ha raccontato di essere rimasta piacevolmente sorpresa dai tratti di umanità e dal comportamento ordinario dell'interlocutore.

Una tendenza globale

Seppur con qualche ovvia distinzione, il fenomeno delle Gsk è globale. Oltre al già citato Ted Bundy, negli Stati Uniti ha destato parecchio clamore la ressa di ammiratrici per Charles Manson, mente dell'eccidio di Cielo Drive e di quello ai danni di Leno LaBianca e di sua moglie. In Europa è impossibile non citare il successo con le donne di Guy Georges: sin dal giorno del suo arresto, la bestia della Bastiglia ha ricevuto migliaia di lettere. In Russia a conquistare il cuore di centinaia di donne ci ha pensato Alexandr Pičuškin: almeno 49 vittime accertate tra il 1992 e il 2006.

In Ucraina invece, fino a qualche tempo fa sono esistiti veri e propri fan club organizzati per maniaci e assassini seriali: quasi tutti nati su internet e con mini-imperi di vendite di gadget legati ai serial killer. Una tendenza particolare, difficile da arginare nelle sue forme più morbose. La Danimarca nel 2021 ci ha provato con una legge dalla scopo ben preciso: vietare agli ergastolani di entrare in contatto con nuove persone. "Abbiamo visto esempi disgustosi negli ultimi anni di prigionieri che hanno commesso crimini abominevoli contattando i giovani per ottenere la loro simpatia e attenzione", il commento tranchant del ministero della Giustizia di Copenaghen.

Il caso di Angelo Izzo e Donatella Papi

In alcuni casi, l'ammirazione si è trasformata in una controversa storia d'amore. Da Renato Vallanzasca a Raffaele Cutolo, non mancano gli esempi tutti nostrani, ma il caso più famoso è probabilmente quello che ha coinvolto Angelo Izzo e Donatella Papi. Condannato all'ergastolo per il massacro del Circeo, Izzo alla fine del 2004 ha ottenuto la semilibertà. Dopo sei mesi, il 28 aprile del 2005, è tornato a uccidere, massacrando Maria Carmelo Maiorano e la figlia quindicenne Valentina. Nell'ottobre del 2009 la giornalista Donatella Papi ha scritto al direttore del carcere di Velletri per incontrare l'assassino - condannato a un altro ergastolo - e "concordare le modalità necessarie al fine di contrarre matrimonio in regime intramurario".

Tutto è nato grazie a un rapporto epistolare e la Papi, da buona groupie, ha colto ogni finestra di visibilità per perorare la causa di Izzo e provare a dimostrare la sua improbabile innocenza. I due si sono sposati nel 2010: "Sono una sposa serena. Ho sposato l’uomo che amo. È quello che volevamo entrambi. Non abbiamo paura, non abbiamo fatto nulla di male", le parole della cronista. L'unione durata appena un anno: è stata proprio lei a chiedere la separazione. Ma il rapporto non si è mai interrotto: la Papi ha continuato a sostenere l'innocenza dell'ex coniuge nei crimini del Circeo e anche in quello di Campobasso.

... e viceversa

Il fenomeno riguarda principalmente le donne, questo è sicuro. Ma anche per un semplice confronto numerico: serial killer e stupratori sono quasi sempre uomini. Ma quando a macchiarsi di delitti terribili sono le donne, la tendenza è identica: uomini perdutamente innamorati e migliaia di lettere con richieste di matrimonio. Uno dei casi più famosi è quello di Susan Atkins, complice di Charles Manson: si è sposata due volte durante il periodo di detenzione, entrambi i mariti conosciuti come "pen pal". In Italia invece la vicenda di Erika Di Nardo: responsabile insieme all'allora fidanzato Omar Favaro della strage di Novi Ligure - vittime la madre e il fratellino - all'inizio degli anni 2000 la giovane ha avuto una relazione con un ragazzo conosciuto tramite corrispondenza epistolare.

Serial killer in estinzione. Serial killer, una specie in via di estinzione.

EMANUEL PIETROBON il 14 Marzo 2023 su Inside Over.

Assassini seriali, musa ispiratrice di scrittori e sceneggiatori. Hanno gettato intere famiglie in lutto. E hanno fatto la fortuna del cinema horror e thriller degli anni Novanta, ispirando saghe lugubri-ma-di-successo come Venerdì 13, Halloween e Scream.

Assassini seriali, pochi ma letali: hanno ucciso (decine di) migliaia di persone in tutto il mondo – i dieci serial killer più prolifici della storia, insieme, hanno mietuto 898 vittime. La criminologia li divide in organizzati e disorganizzati, ma anche in missionari e vedove nere, in edonistici e meri disturbati. Alcuni non raggiungono la soglia minima accettabile del quoziente intellettivo, altri presentano un’intelligenza superiore alla media.

Assassini seriali, incubo della gente comune, ossessione dei profilatori e curiosità degli scienziati sociali. Che siano metodici o disordinati, o che siano allucinati o terribilmente lucidi, certo è che la loro specie, fortunatamente ma inspiegabilmente, è in via di estinzione.

I serial killer stanno scomparendo?

L’età d’oro degli assassini seriali è durata all’incirca un quarantennio, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, e ha avuto un impatto profondo nell’immaginario collettivo degli occidentali e del resto del mondo. Ancora oggi, a decenni di distanza, film e serializzazioni sui grandi protagonisti di quest’epoca sono in grado di scuotere i botteghini, fisici e virtuali, come ha dimostrato il caso Dahmer su Netflix.

L’America puritana interpretò il fenomeno dei serial killer in termini escatologici, leggendolo come un segnale dell’incombente “fine dei tempi”. Per l’Unione Sovietica era una delle (tante) manifestazioni del declino della degenerata civiltà occidentale – ragion per cui, come è noto, si tardò a collegare una cinquantina di sparizioni ad una sola figura: Andrej Čikatilo. Per il Giappone profondo si trattava di una conseguenza indesiderata dell’occidentalizzazione della società. Sembrava una tendenza destinata, in ciascun caso, destinata a durare nel tempo. Ma così non è stato.

Negli Stati Uniti, stime ufficiali alla mano, il numero dei serial killer attivi su base annua è andato diminuendo drasticamente sul finire del Novecento: sarebbero stati 770 negli anni Ottanta, che sono scesi a 670 negli anni Novanta, per poi passare dai 400 del Duemila a poco più di 100 nel periodo 2010-20. 189 omicidi sarebbero stati imputabili a degli assassini seriali nel 1987, ma soltanto 30 nel 2015. Numeri che parlano di una specie in via di estinzione e che accomunano, anche se a tassi variabili, tutti quei paesi che hanno vissuto la golden age di sangue.

Le (possibili) ragioni

Il progresso tecnologico sembra essere, per i criminologi, il principale motivo della graduale rarefazione degli omicidi seriali. Avanzamenti, sviluppi e scoperte nella tecnologia forense, dall’informatica alla lettura del dna, hanno migliorato in maniera significativa l’efficacia dei reparti investigativi, che, tra analisi di materiale biologico e triangolazioni dati, risultano in grado di rallentare l’attuazione di omicidi di catena e persino di lavorare a casi freddi del passato remoto.

È il progresso tecnologico in sé, più che il progresso nella tecnologia forense, ad aver inciso sulle capacità di azione dei serial killer. La telecamerizzazione degli spazi urbani ed extraurbani, come strade e autostrade, rende necessaria l’elaborazione di tragitti e lo studio di vie di fuga a portata di pochi: quell’anomalo pugno di assassini seriali intellettivamente plusdotati. E rappresenta comunque, al di là del livello di intelligenza posseduto, un potente deterrente – negli Stati Uniti, ad esempio, si trova una telecamera ogni 4,6 persone.

Oggi, rispetto al passato, commissariati e dipartimenti dialogano, si scambiano dati, e va consolidandosi, in tutto il mondo, la tendenza alla cooperazione internazionale tra polizie. Si tratta, di nuovo, di eventi che hanno facilitato il lavoro alle forze dell’ordine e che lo hanno complicato ai criminali – non soltanto agli assassini seriali.

Importanti cambiamenti sono avvenuti anche a livello di società. Il fenomeno dell’autostoppismo è andato scomparendo nei paesi avanzati – ed è stato, storicamente, un importante bacino di selezione delle vittime per i serial killer. Il telefono è diventato cellulare – altro mutamento da non sottovalutare, perché sinonimo di geolocalizzazione e pronto soccorso. E la cultura pop, tanto ossessionata dal lugubre, ha paradossalmente aumentato la consapevolezza sui rischi si celano per strada, talvolta nella porta accanto.

Come è cambiata la violenza

Progresso tecnologico e cambiamenti sociali, ad ogni modo, potrebbero spiegare la sparizione dei serial killer soltanto in parte. Perché se è vero che uccidere in serie è diventato più difficile, lo è altrettanto che, perlomeno in certi contesti, sembra essere cambiato il modo di idealizzare l’omicidio. Sembra essere cambiata la violenza: meno elaborata, più spettacolarizzata.

Alcuni scienziati sociali e criminologi credono, soprattutto tra Stati Uniti e Giappone, nell’esistenza di una correlazione tra la diminuzione (eccezionale) degli omicidi seriali e l’incremento (straordinario) di altri due fenomeni criminogeni: assassinio in catena (spree killing), parricidio e stragismo, ovvero, rispettivamente, brevi-ma-intensi raptus omicidi, tragedie domestiche ed eccidi come i famigerati massacri scolastici. Ma per altri, i loro detrattori, è una correlazione spuria: profili psicologici diversi, ragioni differenti.

Che i misantropi stragisti, i mini-assassini seriali e gli iracondi uxoricidi del Duemila siano l’equivalente contemporaneo dei serial killer del Novecento, o che invece si tratti di fenomeni completamente estranei tra loro, certo è che l’unica cosa certa è una: il tramonto sta scendendo sull’era inaugurata da Jack lo squartatore.

EMANUEL PIETROBON

David Berkowitz.

Le voci dei demoni poi la "rinascita": così il "figlio di Sam" terrorizzò New York. Esecuzioni truculente ordinate dai demoni, lettere minatorie, una città sull’orlo del collasso: la furia di David Berkowitz, il killer della calibro 44 tra luci e ombre. Massimo Balsamo il 22 marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia turbolenta

 Il killer della calibro 44

 Il figlio di Sam

 La multa, l'arresto e la "speranza"

Sei vittime accertate, vite spezzate o rovinate per sempre. Lettere minatorie, promesse di strage. Una città, New York, sotto scacco. David Berkowitz ha tenuto in ostaggio l’America con la sua furia omicida per un anno intero, per la precisione tra il luglio del 1976 e il luglio del 1977. Nel mirino del "figlio di Sam" le coppie che si trovavano da sole in macchina in quartieri come il Bronx e il Queens: nessuna preferenza degna di nota, tutto affidato al caso. O meglio ordinato dai demoni.

L'infanzia turbolenta

David Berkowitz nasce a New York il 1° giugno 1952, frutto indesiderato della relazione tra la madre Betty Broder e un uomo di affari sposato. Appena nato, viene dato in adozione a Nathan e Pearl Berkowitz. Un bimbo molto sveglio, capace, ma con tendenze preoccupanti. Ancora giovanissimo inizia a rubare e evidenzia la propensione a diventare un piromane. Asociale e aggressivo, a tratti ingestibile.

Nel 1965, quando ha tredici anni, un evento che cambia per sempre la sua vita: la morte della madre adottiva Pearl, sconfitta da un tumore al seno. Berkowitz è sotto choc, si sente tradito, si sente solo. Una sensazione che aumenta esponenzialmente qualche tempo dopo, quando Nathan si risposa e si trasferisce in Florida. Ma il futuro “figlio di Sam” non riesce ad andare d’accordo con la nuova madre e la sorellastra, decide così di andarsene da casa e di arruolarsi. Viene subito mandato in Corea, dove sperimenta varie droghe e fa qualche esperienza. Lasciato l’esercito, torna a New York, dove nel 1974 inizia a lavorare nel servizio postale.

A poco più di vent’anni, David Berkowitz prova a riallacciare i rapporti con la madre naturale, ma desiste dopo qualche incontro. Il rapporto con le donne è particolarmente complicato, anche da un punto di vista sessuale. L’unico rapporto lo ha con una prostituta coreana, che per giunta lo infetta con una malattia venerea. In quel periodo, nel 1975, entra in contatto con il mondo esoterico grazie ad alcuni giovani. Inizia a guardare film dell’orrore e soprattutto studia “The Satanic Bible”, libro pubblicato qualche anno prima da Anton LaVey e testo di riferimento della Chiesa di Satana.

Il killer della calibro 44

David Berkowitz matura strane, pericolose idee. E prova a metterle in pratica alla fine del 1975, per la precisione alla vigilia di Natale: l’uomo aggredisce due giovani per strada: una si salva fuggendo, l’altra viene raggiunta da diverse coltellate, ma riesce a sopravvivere. Il futuro serial killer riesce a farla franca: nessuna delle due riesce a identificarlo.

Il primo omicidio è datato 29 luglio 1976, nel Bronx: David Berkowitz aggredisce due amiche, Jody Valenti e Donna Lauria, mentre chiacchierano in una macchina parcheggiata. Appena Donna apre la portiera per scendere, Berkowitz tira fuori una pistola calibro 44 nascosta in un sacchetto di carta e apre il fuoco: la Lauria muore sul colpo, mentre la Valenti riporta una ferita alla coscia. Anche in questo caso non rientra nella lista dei sospettati: le forze dell’ordine pensano a un attacco mafioso con scambio di persona.

Passano tre mesi e David Berkowitz torna a colpire, questa volta nel Queens. Un’altra sparatoria, un altro parcheggio: vittime della sparatoria Rosemary Keenan (illesa) e Carl Denaro, raggiunto da un colpo alla testa non fatale. Il 26 novembre la terza aggressione, sempre nel Queens: Donna DeMasi e Joanne Lomino vengono sorprese mentre tornano a casa. Donna riesce a cavarsela con qualche ferita, mentre Joanne – colpita alla spina dorsale – rimane paralizzata.

David Berkowitz torna a colpire il 30 gennaio 1977, nuovamente nel Queens. Poco dopo la mezzanotte assale Christine Freund e John Diel, seduti in macchina in un parcheggio dopo aver visto Rocky al cinema. Un amore spezzato per sempre: Christine viene raggiunta da colpi mortali, mentre John riesce a salvarsi. L’8 marzo 1977 Berkowitz torna a colpire nella stessa zona, uccidendo la studentessa Virginia Voskerichian: cambia il modus operandi, in questo caso la vittima non era seduta in macchina ma tranquilla per strada.

New York è terrorizzata, una città sull’orlo del collasso. Il sindaco Ed Koch organizza una conferenza stampa e annuncia la presenza di un serial killer a piede libero. Ma non solo: rivela un dettaglio fondamentale, ovvero l’arma utilizzata dall’assassino, una pistola calibro 44. Un’informazione che potrebbe spingere il ricercato a disfarsi dell’arma, ma non è questo il caso.

Il figlio di Sam

Il 17 aprile 1977 David Berkowitz mette la firma su un duplice omicidio nel Bronx, a pochi passi dal luogo della sparatoria che ha coinvolto qualche tempo prima Donna DeMasi e Joanne Lomino: Alexander Esau e Valentina Suriani sono raggiunti da diversi colpi d’arma da fuoco mentre sono seduti in macchina. Le forze dell’ordine devono fare i conti con una scena del crimine orrenda, due giovani vite strappate in un fiume di sangue.

Ma non è tutto. Il serial killer ha infatti lasciato un indizio importante, una lettera indirizzata al capitano Joseph Borrell. “Tornerò, tornerò! Che va interpretato così – bang bang bang bang”, uno dei passaggi più importanti tra minacce e simboli satanici. La conclusione, poi, passata alla storia: “Sono il figlio di Sam”.

Il 30 maggio del 1977 David Berkowitz manda una seconda lettera, questa volta al giornalista Jimmy Breslin. Non è una scelta fatta a caso: lui è il cronista di punta del New York Daily News. Molto più lunga della precedente, la missiva conferma minacce sinistre: “Ciao dal rigagnolo di NYC che è alimentato da escrementi di cane, vomito, vino stagnante, urina e sangue. Ciao dalle fogne di NYC che ingoiano queste bontà quando sono lavate dai camion dei netturbini. Ciao dalle fessure nelle strade di NYC e dalle formiche che scendono in queste buche e mangiano il sangue dei morti nascosti in queste fessure...”.

Poco meno di un mese dopo, il 26 giugno 1977, un nuovo assalto sanguinoso a Bayside, sobborgo del Queens. Seduti in macchina dopo aver passato la serata in discoteca, Judy Placido e Salvatore Lupo vengono raggiunti dagli spari. Solo qualche ferita per loro fortunatamente.

31 luglio 1977, Brooklyn. Stacy Moskowitz e Robert Violante si incontrano per un primo appuntamento, prima un film al cinema e poi la cena fuori. E in macchina, per scambiarsi delle effusioni, nonostante la preoccupazione per il “figlio di Sam”, che però ha sempre colpito in altre zone. Ma questa volta è diverso: David Berkowitz è lì, assetato di sangue. Estrae la sua fedelissima calibro 44 e fa fuoco: Stacy viene colpita alla testa, muore il giorno dopo, Bobby viene colpito al volto e perde la vista da un occhio, ma riesce a sopravvivere.

America in rivolta: quella violenza che ha ridisegnato gli Usa

La multa, l'arresto e la "speranza"

La pressione sulle autorità è palpabile, ma spuntano parecchi testimoni per l’ultimo omicidio. Uno di loro fornisce l’indizio decisivo: una donna racconta agli investigatori di aver visto una Ford Galaxy gialla parcheggiata in sosta vietata. Il giovane proprietario è arrivato in un secondo momento e, dopo aver tolto la contravvenzione, se n’è andato. Proprio grazie a quella multa, risalgono al nome di David Berkowitz.

Due inquirenti si recano a casa di Berkowitz e trovano la Ford Galaxy gialla, la aprono e trovano una prova schiacciante: una lettera indirizzata al commissario di polizia con all’interno un'intimidazione circa una sparatoria a Long Island. Un foglio da lasciare sulla prossima scena del crimine, la grafia non lascia spazio a dubbi. Il serial killer viene arrestato a Yonkers il 10 agosto, senza opporre resistenza: “Sono Sam”, risponde alle domande degli agenti. Nel suo appartamento viene sequestrato un arsenale di armi.

Nel corso dell’interrogatorio, David Berkowitz conferma allegramente tutte le uccisioni. E non solo. Afferma infatti di essere stato spinto a uccidere da voci demoniache. Il Sam citato nelle lettere, aggiunge, è il vicino di casa Sam Carr. E ancora, il cane di Sam – un labrador nero – è posseduto da un vecchio demone ed è stato lui a ordinargli di assassinare tutte quelle persone.

Durante il processo David Berkowitz ammette di essere colpevole: giudicato in grado di intendere e di volere, viene condannato a sei ergastoli, per un totale di 365 anni. Dopo aver rischiato di morire in seguito all'aggressione di un altro detenuto, il killer della calibro 44 accetta l’invito dell’esorcista Malachi Martin e fornisce diverse versioni del suo passato – dai sacrifici per Satana ai giri di pedo-pornografia, passando per i presunti altri “figli di Sam” in giro per l’America.

La seduta lo trasforma: David Berkowitz si converte al cristianesimo e riconosce i crimini ammessi. Sostenuto dalla fede, invia lettere di scuse per i barbari omicidi e dà vita a un sito internet. Il “figlio di Sam” ora si fa chiamare il “figlio della speranza”.

Manson Family.

"La filosofia di Charles Manson era il nulla". Tutta la verità sulla Family. La storia vera dei sodali di Charles Manson, che nell'agosto 1969 uccisero 7 persone. Dove sono ora e chi sono i membri che non si sono mai dissociati. Angela Leucci l'8 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Da chi era composta la Manson Family

 Chi era Tex Watson

 Le donne della Manson Family

 La Manson Family nella cultura pop

Charles Manson fu accusato e condannato di vari crimini, tra cui gli omicidi Tate-LaBianca avvenuti l’8 e 9 agosto 1969. Ma non ne fu l’esecutore materiale: lui fu il leader della Manson Family, una comune di giovanissimi molto lontana nei fatti dalla Summer of Love, dedita ai viaggi acidi e ai crimini. Crimini per lo più legati alla droga, ma che a un certo punto della storia divennero omicidi. Joan Didion scrisse: “Molte persone che conosco a Los Angeles credono che gli anni ’60 siano terminati bruscamente il 9 agosto 1969, nel momento esatto in cui la notizia degli omicidi di Cielo Drive si propagò come un incendio nella comunità, e in un certo senso è vero. La tensione scoppiò quel giorno. La paranoia fu portata a compimento”.

Da chi era composta la Manson Family

Nel romanzo di Quentin Tarantino, ben diverso dall’omonimo film, C’era una volta a Hollywood, c’è un capitolo dedicato alla fantasiosa iniziazione al crimine di Pussycat, un membro della Family inventato ma funzionale a descrivere la delirante atmosfera di quella che solo all’apparenza era una comune hippy. Che dapprima si stabilì a San Francisco, poi nel Topanga Canyon e infine nello Spahn Ranch a Los Angeles.

La Family iniziò a muovere i suoi primi passi nel 1967, quando Charles Manson venne scarcerato: era detenuto dal 1960 per una serie di reati, tra cui sfruttamento della prostituzione. Manson andò a San Francisco, dove iniziò a reclutare diverse adepte, alle quali si unirono vari girovaghi o figure minori del mondo dello spettacolo, oltre ragazzi e soprattutto ragazze scappati da casa. Manson, che si presentava come un musicista - dato che era compositore e frequentava gli ambienti musicali dell’epoca, ma senza mai riuscire di fatto a essere ricordato per le sue canzoni, se non per quello che accadde successivamente - era per la Family un filosofo, una sorta di padre spirituale che preconizzava l’Helter Skelter, il capovolgimento sociale. Naturalmente durante una serie di viaggi acidi.

Dopo gli omicidi i membri della Family furono tutti condannati e in detenzione da allora. Solo Steve Grogan detto Clem, ritenuto con un’intelligenza sotto la media, e Leslie van Houten sono stati scarcerati, il primo nel 1985, la seconda nel 2023 perché ritenuta realmente cambiata e pentita. Leslie van Houten è l’unica persona tra coloro che presero parte alle stragi a ottenere la libertà vigilata. Gli altri sono in carcere, con l’eccezione di Susan Atkins che è morta.

“Ha destato non poco scalpore - spiega a IlGiornale.it Giacomo Brunoro, coautore insieme a Jacopo Pezzan di True Crimes Diaries, podcast di La Case Books - Non credevo che si arrivasse alla scarcerazione di van Houten. Personalmente credo che, a prescindere dalla violenza di questi crimini, sia corretto dare la libertà sulla parola, ragionando sulla differenza con il sistema della giustizia italiana, che è completamente differente. Leslie van Houten ha vissuto quasi la totalità della vita in carcere e, da quanto emerge, è profondamente cambiata, infatti altri membri della Family non si sono mai avvicinati tanto alla libertà. Tuttavia, a causa di un cavillo tecnico, c’è chi crede che potrebbero uscire anche gli altri: van Houten in un certo senso ha aperto la strada. Tuttavia il cambiamento in lei pare fosse evidente, tenendo presente che altre come Sandra Good e Lynette Fromme sono ancora fedeli a Manson, per loro è un eroe stando alle interviste, e credono che quelle azioni commesse fossero positive, non si sono mai dissociate”.

Uno dei primi a unirsi alla Family fu Tex Watson, braccio armato di Manson nel massacro dell’8 agosto che portò alla morte dell’attrice Sharon Tate e del piccolo Patrick Polanski che portava ancora in grembo, il parrucchiere dei vip Jay Sebring, l’ereditiera Abigail Folger e lo scrittore polacco Wojciech Frykowski - oltre che Steve Parent, che era nei paraggi solo per far visita al custode della villa del Polanski - e nel massacro del giorno successivo che coinvolse l’imprenditore Leno LaBianca e la moglie Rosemary. Ma secondo alcuni fu Watson stesso il teorico degli omicidi. Nel tempo della sua lunga detenzione, dal 1969, ha chiesto per 13 volte di essere ammesso alla libertà vigilata, ma le sue richieste sono state negate.

“Sicuramente la personalità più dominante nella Manson Family dal punto di vista militare era Tex Watson - chiarisce Brunoro - Non a caso ha guidato le azioni per cui la Family è andata in galera. Tra l’altro, in un’intervista rilasciata in carcere, il sodale Bobby Beausoleil disse che secondo lui Watson sarebbe stato il vero capo militare della Family. Mentre in realtà Manson sarebbe stato solo un manipolatore a suo avviso. Tant’è che con le stragi compiute Watson avrebbe voluto dimostrare di essere lui il maschio alfa. Naturalmente è solo una teoria che nessuno ha mai confermato. Tutte le teorie sulla Family però sottovalutano un aspetto: l’abuso di droghe psichedeliche che si faceva in quella community e quindi la scarsa lucidità dei membri che poi negli anni hanno parlato a vario titolo”. 

Sono diverse le figure femminili che costellarono la Family: Mary Brunner, detta Mother Mary, Lynette Fromme detta Squeaky (e che anni più tardi sarebbe stata l’attentatrice fallita del presidente Gerald Ford), Susan Atkins detta Sadie, Patricia Krenwinkel detta Katie, Catherine Share detta Gypsy, Leslie van Houten detta Lulu, Diane Lake detta Snake, Sandra Goode, Linda Kasabian, per citare le più note.

Brunner e Atkins, insieme al sodale Bobby Beausoleil parteciparono all’omicidio di Gary Hinman, legato a una presunta partita non pagata di droga. Atkins, insieme a Kasabian, Krenkinkel e Watson furono invece gli artefici dell’omicidio di Cielo Drive, sebbene Kasabian fungesse da palo e pare, secondo quanto da lei stessa ricostruito in fase processuale, cercasse di salvare le vittime. Ai quattro del massacro di Cielo Drive si aggiunsero il giorno dopo van Houten e Grogan.

“La figura di Linda Kasabian è enormemente controversa - chiosa Brunoro - È stata anche una figura chiave perché, nonostante tutto quello che si dice, non c’era nessuna prova che riconducesse ai responsabili e furono le sue dichiarazioni a far condannare soprattutto Manson. Ricordiamo che quella di Manson fu una condanna atipica: lui non fu protagonista di nessun fatto di sangue, ma fu una condanna politica perché la società americana era terrorizzata da lui. Tanti dicono che Kasabian non fosse pentita, ma le fu promessa l’immunità e quindi pare abbia deciso di testimoniare contro. Non si capisce quindi se effettivamente Kasabian si sia resa conto della follia di quella situazione da quando la stava compiendo, dato l’uso di droghe nella Family, o se la sua sia stata una strategia processuale per salvarsi. È ancora un po’ in dubbio. E lei è sempre rimasta lontanissima dai riflettori”.

Fin dai primi anni dagli omicidi, le vicende della Manson Family furono trasposte al cinema e in tv, ma negli ultimi anni sono aumentate. Tra le più note c’è un episodio di American Horror Story: Cult in cui viene messo in scena il massacro di Cielo Drive, il film Charlie Says che punta l’attenzione sulle tre ragazze Atkins, Krenwinkel e van Houten, la serie Mindhunter in cui, in un episodio, vengono opposte le figure di Manson e Watson, supportando la tesi che il teorico degli omicidi fosse quest’ultimo.

Diverso il discorso per il film C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino, una bella fiaba in cui Sharon Tate (interpretata da Margot Robbie) e i suoi amici riescono a sopravvivere grazie a un attore sull’orlo del fallimento e il suo migliore amico stuntman. Nel film Tarantino tratteggia Manson e i suoi seguaci come un branco di perditempo strafatti.

“Tarantino e Mindhunter sono riusciti a catturare completamente l’atmosfera di quegli anni - conclude Brunoro - tenendo conto che Tarantino non ha fatto un lavoro storico, mentre Mindhunter lo è. Tarantino ha però reso bene un particolare che molti sottovalutano, ovvero che queste persone erano degli sbandati totali, privi di qualsiasi appeal. Manson si dice che esercitasse un potere incredibile, ma la sua vera capacità era capire quali erano le persone di cui potesse approfittare. E Tarantino ci mostra la Family per quello che era: una community di folli, che sono stati mitizzati, cosa che è davvero lontana dalla realtà. In tutti gli anni di galera Manson non ha mai detto niente di sensato, a parte provocazioni bambinesche. La sua filosofia era il nulla. E in queste due visioni si vede molto bene. Molto è stato costruito a posteriori su questa storia: Beausoleil sostiene che l’Helter Skelter sia stata una costruzione di Vincent Bugliosi, il pm che mandò la Family in prigione. Purtroppo l’epilogo del film di Tarantino è molto diverso da come le cose sono andate in realtà”.

In libertà dopo 52 anni: scarcerata Leslie Van Houten, l'Angelo della morte di Charles Manson. Storia di Federico Garau su Il Giornale il 12 luglio 2023.  

Com'era stato annunciato nei giorni scorsi, Leslie Van Houten, conosciuta anche come "L'Angelo della morte" di Charles Manson, è stata rilasciata con la condizionale. All'età di 72 anni, dopo averne trascorsi 52 dietro le sbarre del carcere, la Van Houten torna dunque in libertà.

L'incubo

Sono passati tanti anni, ma chi ha vissuto quei giorni non ha mai dimenticato. Era la notte del 9 agosto 1969 quando Charles Manson, il creatore del gruppo di giovani soprannominato The Manson Family, decise di uccidere Rosemary e Leno LaBianca dopo aver già commesso, la sera precedente, l'omicidio di Sharon Tate, moglie incinta di Roman Polanski, e di altre tre persone (Eccidio di Cielo Drive).

Leslie Van Houten non partecipò alla prima mattanza, quella commessa nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969, ma alla successiva, quella dei LaBianca, alla quale prese parte anche Steve "Clem" Grogan. I coniugi LaBianca furono aggrediti e immobilizzati. Rosemary LaBianca lottò per salvare il marito, già raggiunto da alcune coltellate, e si scontrò proprio contro la Van Houten. Fra le due donne ci fu una violenta colluttazione, terminata quando Leslie Van Houten riuscì a bloccare la signora LaBianca, che venne accoltellata prima da Patricia Krenwinkel e poi da Tex Watson. Fu quindi il turno della Van Houten (Manson, infatti, voleva che tutti i membri del gruppo partecipassero agli omicidi), che pugnalò Rosemary LaBianca una dozzina di volte, alla parte bassa della schiena e alle natiche. Uno scenario peggiore di qualsiasi film horror. Fatti di sangue che scossero gli Stati Uniti e il mondo intero.

La cattura della Van Houten

Leslie Van Houten faceva dunque parte della Famiglia di Manson, una setta criminale fondata sul finire degli anni '60. Almeno 100 gli adepti di Charles Manson, un nome che incute ancora inquietudine. Dopo l'omicidio dei LaBianca, la Van Houten venne fermata nel dicembre del 1969, dopo l'arresto di Manson (12 ottobre). Durante gli interrogatori fornì molte informazioni agli inquirenti. I suoi avvocati difensori tentarono la carta della confusione causata dall'uso dell'Lsd e dell'influenza di Charles Manson. Venne poi confermata, durante il terzo processo, la condanna all'ergastolo.

La libertà

Dopo 52 anni trascorsi dietro le sbarre del carcere della California, Leslie Van Houten esce con la libertà condizionale, come dichiarato oggi dal dipartimento penitenziario e riabilitativo dello Stato americano. Nei giorni scorsi, il governatore della California Gavin Newsom aveva dichiarato che non si sarebbe opposto a una sentenza della corte d'appello a favore della libertà condizionale. Secondo quanto riferito da Nancy Tetreault, avvocato della seguace di Manson, la Van Houten ha lasciato il penitenziario durante le prime ore del mattino e si trova in un alloggio temporaneo.

La Famiglia di Osho. Emanuel Pietrobon il 14 Marzo 2023 su Inside Over.

Quella di Charles Manson non è stata l’unica comune hippie dedita al crimine e alla violenza. Sempre negli Stati Uniti, circa un decennio dopo la scomparsa dei seguaci dell’Helter Skelter, un’altra comunità utopica sarebbe degenerata nel terrore della distopia: Rajneeshpuram, popolarmente nota come la Famiglia di Osho.

La comune della pace

Rajneeshpuram sembrava una delle tante comunità intenzionali fondate nelle remotezze degli Stati Uniti dai più ingenui e idealisti membri della disincantata gioventù americana nel corso dei turbolenti anni Settanta e Ottanta. Il capo della comune, costruita nell’Oregon, era uno dei predicatori New Age più in voga dell’epoca: Osho. Ma dietro le mura della comunità, registrata come città, si celavano crimini, violenze e financo aspirazioni terroristiche.

La storia di Rajneeshpuram era iniziata nel 1981, con l’arrivo negli Stati Uniti del carismatico guru e di alcuni suoi seguaci, in fuga dall’India, e aveva attirato, sin da subito, una grande attenzione mediatica. Osho aveva portato abbastanza soldi – 5,7 milioni di dollari dell’epoca, ovvero 18,5 milioni del 2023 – da acquistare un sito di 260 km2, nel quale i suoi fedeli avrebbero costruito, col tempo, una città in miniatura in grado di ospitare settemila anime.

Nel 1984, a tre anni dalla fondazione, Rajneeshpuram aveva ottenuto lo stato di città e possedeva un dipartimento di polizia, ristoranti, esercizi commerciali, una rete di trasporto pubblico, un ufficio postale e molte delle infrastrutture tipiche di un centro urbano. Rajneeshpuram aveva persino un aeroporto, il Big Muddy Ranch Airport, con tanto di compagnia di bandiera privata: l’Air Rajneesh. Il primo caso di comune utopica di successo.

o della guerra?

I problemi con la legge sarebbero iniziati nei due anni successivi alla fondazione. Mentre una parte degli abitanti di Rajneeshpuram era occupata nella costruzione della comune, un’altra aveva messo gli occhi sull’insediamento rurale più vicino: Antelope.

I continui sconfinamenti e gli acquisti di terreni avevano convinto l’esigua comunità di Antelope, di meno di sessanta abitanti, che Osho volesse inglobarla per ragioni di spazio: Rajneeshpuram, tra arrivi dall’India e attrazione di hippie, aveva superato i seimila residenti. La contesa, entro il 1983, avrebbe assunto una piega violenta: scontri coi 1000 Friends of Oregon, un’organizzazione di difesa delle realtà rurali in via di estinzione, e tensioni con le forze dell’ordine dispiegate lungo il confine, in maniera permanente, per placare gli animi.

I seguaci di Osho, a causa delle lotte coi difensori di Antelope e di una curiosa faida con gli islamisti di Jamaat ul-Fuqra – mente di un attentato, nel 1983, contro un hotel di Portland gestito da rajneeshees –, si armarono. La nascita della Forza di Pace di Rajneeshpuram. L’inizio di una stagione di violenza organizzata e terrorismo.

Dall’utopia al bio-terrorismo

1984, anno delle locali per l’elezione dei deputati della contea di Wasco: la comune di Rajneeshpuram ha prodotto dei candidati, che Osho vuol vedere vincere così da ottenere il peso politico necessario a fermare l’ostruzionismo su Antelope e, magari, ad espandersi ulteriormente.

I numeri giocano contro Rajneeshpuram: l’intera contea ha una popolazione di 21mila abitanti. Avere una maggioranza è impossibile con mezzi legali. È così che a Sheela Silverman, numero due di Osho, viene l’idea: gli abitanti della piccola contea saranno avvelenati, infettando ristoranti e bar con la salmonella, e messi in condizione di non potersi recare alle urne. Vittoria a tavolino per mezzo di bio-terrorismo.

Il folle piano della Silverman riceve semaforo verde dai savi di Rajneeshpuram e nel 1984, alla vigilia delle locali di Wasco, 751 persone diventeranno vittime dell’attacco. Tanta paura, nonostante l’assenza di morti, e la conquista di un triste record: il più esteso bio-attacco, ancora oggi, nella storia degli Stati Uniti.

Il tramonto su Rajneeshpuram

Nel 1985, dati i forti sospetti di un coinvolgimento dei rajneeshees nell’attacco con salmonella, la svolta: la prima operazione di polizia dentro la città di Osho. Perquisizioni a tappeto. Identificazione degli abitanti. Sequestro di faldoni di documenti negli “uffici governativi” della comune. L’inizio della fine.

Le prove raccolte dagli inquirenti, nel corso della più vasta operazione poliziesca di questo tipo mai effettuata nell’Oregon, sarebbero state determinanti per l’apertura di procedimenti a carico dei vertici della comune, incriminati per la pianificazione e per l’esecuzione di gravi reati che, fino ad allora, erano rimasti senza colpevole, tra i quali l’attacco con salmonella del 1984 e il rogo di un ufficio pubblico della contea. Fu scoperta, inoltre, una trama piuttosto avanzata per gli omicidi di Charles Turner, procuratore statale di Portland, e Dave Frohnmayer, procuratore generale dell’Oregon.

Davanti al bivio, incarcerazione o rimpatrio volontario, i rajneeshees, incluso il loro guru, optarono per l’abbandono in tempi rapidi degli Stati Uniti. Una storia, la loro, semisconosciuta ai più e della quale il grande pubblico, incluso quello americano, è venuto a conoscenza soltanto nel 2018, grazie al documentario Wild Wild County di Netflix. EMANUEL PIETROBON

È morta Linda Kasabian: chi era la "pentita" della Manson Family. È morta la grande "pentita" della Manson Family: si è spenta Linda Kasabian, che fece condannare Charles Manson e i suoi seguaci. Angela Leucci il 2 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’infanzia e l’adesione alla Manson Family

 Gli omicidi

 La testimonianza

Quentin Tarantino le volle dare il volto della figlia d’arte - o come si preferisce dire oggi, con un’accezione negativa, “nepo baby” - Maya Hawke in “C’era una volta a Hollywood”. Così la storia di Linda Kasabian è entrata parzialmente a fare parte dell’immaginario collettivo - parzialmente perché il film contiene un Hollywood ending per i buoni che tuttavia strazia e commuove, per come poi sono andate realmente le cose.

La storia vera di Kasabian è tutto un altro paio di maniche. La donna è morta il 21 gennaio 2023, ma la notizia è trapelata soltanto ora, coerentemente con il basso profilo mantenuto negli anni, una scelta che l’aveva portata anche a cambiare cognome in Chiochios.

L’infanzia e l’adesione alla Manson Family

Classe 1949, Linda Darlene Drouin - questo il suo nome da nubile - crebbe nel Michigan. Il padre abbandonò la famiglia quando lei era una bambina, e la madre si risposò: ben presto Linda, sebbene avesse fama di essere una brava ragazza, lasciò la famiglia d’origine e si risposò. Il patrigno pare la maltrattasse e la giovane si ritrovò alle prese con la vita reale lontana dalla madre troppo in fretta.

Linda si sposò due volte ed ebbe una figlia dal secondo marito, Robert Kasabian, da cui prese il cognome. Dopo varie vicissitudini, si ritrovò nel 1968 a fare un viaggio attraverso gli Stati Uniti con la figlia: durante una tappa a Los Angeles, venne a contatto con alcuni membri della Manson Family, ovvero Gypsy e Tex, rispettivamente Catherine Share e Charles Watson. La comunità filo-hippie accolse Linda, e lei ebbe un incontro sessuale con Charles Manson che le disse di aver visto i suoi problemi con il patrigno, convincendola a restare e a “nutrire” il suo “cult”, il movimento religioso criminale guidato da Manson.

Gli omicidi

A un certo punto della storia della Family, Linda ebbe il ruolo di autista - era la sola ad avere una patente di guida valida - e di vedetta. Fu la vedetta anche l’8 e 9 agosto 1969, quando la Family uccise 7 persone in due episodi distinti: il massacro di Cielo Drive, in cui morì tra gli altri l’attrice Sharon Tate incinta di 8 mesi, e l’omicidio Leno LaBianca, in cui vennero uccisi un imprenditore e la moglie. Linda non solo non ebbe un ruolo attivo, ma pare cercò di impedire i due eccidi, e due giorni dopo la mattanza tornò dalla madre.

Da Dahmer al Dandi: quei criminali troppo affascinanti sullo schermo

La testimonianza

Quando gli inquirenti iniziarono a incriminare i componenti della Manson Family dopo l’arresto di uno dei membri attivi, Kasabian divenne una collaboratrice di giustizia e la principale accusatrice della Family, nonostante venisse minacciata per impedirle di parlare. Ma la versione di Kasabian fu cruciale e permise di giungere a una condanna per Manson e seguaci il 25 gennaio 1971, inizialmente pena di morte, poi commutata in carcere a vita.

Come riporta il Guardian, nel 2009 il procuratore capo del caso, Vincent Bugliosi, disse a proposito di Linda: “Se mai c'è stato un testimone chiave dell'accusa, era Linda Kasabian. Senza la sua testimonianza... sarebbe stato estremamente difficile per me condannare Manson e i suoi coimputati”.

Edmund Kemper.

L'odio per la madre dietro i massacri: come agiva il killer delle studentesse. Crimini efferati, necrofilia e cannibalismo: storia di Edmund Kemper, il serial killer che scatenò il panico a Santa Cruz. Massimo Balsamo il 2 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia traumatica

 L'assassinio dei nonni

 La nascita del killer delle studentesse

 Necrofilia e cannibalismo

 La furia contro la madre

 Il processo e la condanna

Dieci vittime accertate, omicidi efferati tra necrofilia e cannibalismo. Violenza cresciuta in maniera esponenziale con il passare dei mesi, anzi dei giorni. Lo zenit raggiunto con la donna che più ha segnato la sua esistenza: la madre. Edmund Kemper rientra nell’elenco dei serial killer più truculenti della storia americana, un profilo analizzato dagli esperti per la sua personalità complessa e per il conflitto interiore affrontato per tutta la vita. Un maniaco arrabbiato con la società, tanto da prendere di mira ciò che alla società piaceva di più: le ragazze belle e ricche. Ma anche un geniale manipolatore, così bravo da trarre in inganno psichiatri ed esperti del ramo criminale.

L'infanzia traumatica

Edmund Kemper nasce il 18 dicembre 1949 a Burbank, unico figlio maschio dell’unione tra il veterano Emil Kemper Jr. e Clarnell Strandberg. Bambino brillante e con un’intelligenza sopra la media, mostra disturbi psichici fin dalla tenera età. “Ed” si sente rifiutato dai genitori, in particolare si sente respinto dal padre. I litigi tra i suoi genitori sono all’ordine del giorno e l’educazione è di quelle rigide, di quelle in cui non si prova affetto nei confronti dei figli. Kemper perde così autostima e fiducia in se stesso, sentimento che non scemerà nemmeno dopo il divorzio dei genitori, anzi.

Nel 1957 la madre trova lavoro nel Montana e la famiglia è costretta a trasferirsi. Le due sorelle dormono nella stessa stanza al primo piano, mentre lui è costretto a dormire in cantina. L’educazione si fa sempre più severa, tra urla e botte, tra schiaffi e cinghiate. L’inizio di un rapporto amore-odio che evolverà in maniera drammatica. Il futuro killer delle studentesse ha pochi amici, è timido e parla poco. Inizia così a montare la rabbia e inizia ad avere strane fantasie sulla madre.

Edmund Kemper inizia a fantasticare sulla morte, pensa a scene di violenza e sta bene. Arriva a parlare anche di camere a gas. Immagini distorte e pericolose, come confermato dalla tragica fine del gatto di casa: picchiato, sotterrato vivo e infine decapitato. In quello stesso periodo inizia a fare strani giochi con le sorelline, arrivando a tagliare le mani e la testa a una Barbie. O ancora mette in scena un’esecuzione sulla sedia elettrica: si fa legare dalle due sorelle e mima la brutale morte.

L'assassinio dei nonni

Nell’autunno del 1962 Edmund Kemper scappa di casa e va in California, il desiderio è quello di riallacciare i rapporti con il padre. L’uomo si è risposato e la moglie – visibilmente terrorizzata dagli atteggiamenti dell’adolescente, non vuole avere niente a che fare con lui. “Ed” viene dunque portato a North Fork, in Arizona, dai nonni Edmund e Maude Kemper. Lì conduce una vita noiosa, solitaria, tediosa. E l’educazione severa prosegue sulla scia della madre: tra i tanti divieti non può guardare cartoni animati e non può leggere fumetti.

Il 27 agosto del 1964 decide di passare all’azione, realizzando i desideri covati da tempo: l’assassinio dei nonni. Edmund Kemper nota la nonna seduta al tavolo della cucina, punta il fucile e spara tre colpi. Poi aspetta il ritorno a casa del nonno e lo fredda con un colpo alla nuca. Un duplice omicidio che gli dà sollievo, gli piace. Tanto da sognare di ripeterlo appena possibile. Chiama dunque la madre e le racconta tutto. La donna, terrorizzata, gli ordina di chiudere la telefonata per contattare immediatamente lo sceriffo. Kemper confessa subito, senza esitazioni. Ammette di aver pensato spesso di porre fine alla vita della nonna.

Dichiarato paranoico e psicopatico – dunque non perseguibile – Edmund Kemper viene internato nell’ospedale psichiatrico criminale di Atascadero. Su 1600 detenuti, 24 assassini e 800 condannati per reati sessuali. È un paziente modello, tanto da trovare quasi subito lavoro come inserviente nel laboratorio di psicologia. Si sottopone a test e terapia, avvicinandosi alla religione. Nel 1969, dopo cinque anni, viene dimesso con menzione d’onore e riesce a far secretare la fedina penale. I medici sono certi della guarigione di “Ed”, che viene perciò riaffidato alla madre.

La nascita del killer delle studentesse

Tornato alla vita di sempre, Edmund Kemper trova subito lavoro presso un distributore di benzina. Dà buona impressione di sé, diventando amico di tutti. Una esistenza “normale”, con qualche amicizia (coltivata nel bar Jury Room, frequentato soprattutto da poliziotti), persino qualche relazione. Il gigante di Burbank va a vivere da solo e trova impiego come operaio nel dipartimento ponti e strade della California. Tutto va per il meglio, dunque. Tant’è che il capo della squadra mobile del dipartimento di polizia di Santa Cruz gli permette di uscire con la figlia e lo invita spesso a cena.

La stabilità però dura poco, qualche mese. Edmund Kemper decide di ascoltare le voci che ronzano nella sua testa da anni. Nel suo mirino finiscono le autostoppiste, ma non le classiche hippie. “Ed” vuole le ragazze carine e ben vestite, ricche e di buona famiglia. L’ideale della perfetta studentessa, il modello della famiglia statunitense.

7 maggio 1972, Santa Cruz. Edmund Kemper offre un passaggio a Mary Ann Pesce e Anita Luchessa, studentesse dello State College di Fresno. Le porta sulle colline, nei pressi di Alameda, e le strangola. Non contento, infierisce con le coltellate. È un po’ impacciato, ma riesce a mantenere il sangue freddo: porta le due diciottenni nel suo appartamento, dove le spoglia e le fotografa con una Polaroid prima di farle a pezzi. Poi prende una testa, la porta in camera da letto e pratica sesso orale. Il giorno successivo carica i corpi in macchina per poi scaricarli tra le montagne.

Necrofilia e cannibalismo

Passano quattro mesi e Edmund Kemper torna a colpire. Il 14 settembre la terza vittima, Aiko Koo. La giovane coreana accetta il passaggio dell’omone, che dopo due ore e mezza di chiacchierata si trasforma: tira fuori il coltello, poi decide di strangolarla con un foulard. Non pago, la tira fuori dalla macchina, la stende a terra e abusa del suo corpo. Anche in questo caso, porta il cadavere nella sua abitazione e scatta delle foto osé. Poi seziona il corpo e lo smembra. Rivelerà tempo dopo di aver conservato dei pezzi in frigo e di averne mangiati.

Nel gennaio del 1973 la quarta vittima, Cindy Shall. Niente coltello, questa volta sfodera una pistola automatica calibro 22. Edmund Kemper la costringe a entrare nel portabagagli e le spara in testa. Poi va a casa della madre, abusa sessualmente del cadavere per poi farlo a pezzi. Resti gettati in mare il giorno dopo, a eccezione della testa: quella viene seppellita nel giardino, nei pressi della finestra della madre.

Passa un mese, nuovo duplice omicidio. Al termine di una furibonda lite con la madre, Edmund Kemper incontra Rosalind Thorpe e Alice Liu. Le carica in macchina, promettendo il solito passaggio, ma in realtà le porta in una zona “sicura”. Lì spara entrambe e replica il solito rituale: stupro e smembramento con testa e mani tagliate. Riesce a fare sparire tutto lontano da Santa Cruz, per la precisione sull’autostrada della Baia.

Donald Gaskins, il serial killer "nano" che terrorizzò la Carolina del Sud

La furia contro la madre

Edmund Kemper prova a fermarsi, anche per il timore di possibili indagini sul suo conto. Ma non ci riesce, o almeno non prima di dare sfogo alla fantasia avuta sin da bambino: uccidere la madre. Il serial killer entra in azione il 20 aprile del 1973, venerdì Santo. La uccide nel sonno a martellate, poi la decapita con un coltello. Ma non è tutto, qui raggiunge lo zenit della crudeltà: le mozza la lingua e le strappa le corde vocali, poi finite in un tritarifiuti. E poi consuma un rapporto con la testa della madre.

Edmund Kemper non si ferma qui e decidere di ammazzare anche Sally Hallett, migliore amica della madre: la stordisce con un colpo in testa, la strangola e se ne va. Inizia dunque a vagabondare a bordo della sua macchina e va a ubriacarsi. Scappa verso Est, senza una meta. Guida per ventotto ore di fila, tutta una tirata, con compresse di caffeina. Arrivato a Pueblo, in Colorado, contatta le forze dell’ordine e dichiara di volersi costituire, elencando i delitti commessi.

Il processo e la condanna

Interrogato dalle autorità, confessa tutto e ripercorre le sue imprese criminali con lucidità, senza mai provare rimorso o pentimento. Il processo dura circa venti giorni e al termine viene dichiarato colpevole di omicidio di primo grado per tutti gli otto delitti di cui è imputato. Dopo una fase di osservazione al nosocomio psichiatrico di Vacaville, viene rinchiuso nella prigione di Folson, dove si trova tuttora.

Donald Gaskins.

"Ne ho uccisi 110: non mi scuso": il nano "senza cuore" finito sulla sedia elettrica. Decine di crimini efferati, mai un segno di pentimento o di rimorso: la storia del serial killer deluso di non aver avuto la fama che meritava. Massimo Balsamo il 16 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia terribile

 La gang e lo stupro

 L'omicidio in carcere

 La catena di delitti

 L'arresto, la condanna e la morte

Accoltellamenti, soffocamenti, mutilazioni, violenze sessuali, persino episodi di cannibalismo. Donald Gaskins non rientra nell'elenco dei serial killer più famosi di sempre, ma la sua storia - purtroppo - non è priva efferatezza e crudeltà. Soprannominato sin da bambino "Pee Wee", ha agito indisturbato per diversi anni, inanellando una serie di omicidi brutali anche grazie al suo aspetto minuto e indifeso. Persiste ancora oggi qualche dubbio sul numero reale di vittime: le autorità hanno accertato 15 uccisioni, ma Gaskins ha confessato circa 110 delitti. Ma non solo: tra le ultime ammissioni, la delusione per non avere avuto la fama di assassino seriale che meritava. Status raggiunto invece tra gli altri da John Gacy, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer, anche grazie a serie tv e documentari.

L'infanzia terribile

Donald Gaskins nasce nel 1933 nella contea di Florence, nella zona rurale della Carolina del Sud. È l'ultimo di una serie di figli illeggittimi e viene cresciuto da una serie di patrigni che gli rendono l'infanzia a dir poco tormentata. Calci, pugni, violenze di ogni tipo con i pretesti più futili: tutto all'ordine del giorno. Quando compie dieci anni, la madre sposa uno dei tanti amanti e anche lui lo brutalizza come i precedenti.

Sono per lui anni difficili, anni in cui vengono tuttavia alla luce i primi segnali di una predisposizione al sadismo. All'età di cinque anni, durante un party di carnevale, vede un serpente uccidere un topo avvolgendolo nelle sue spire: uno spettacolo che gli procura un'erezione, racconterà. Soprusi e angherie aumentano esponenzialmente, si moltiplicano, causando un sentimento sempre più intenso di rabbia verso il mondo e in particolare verso le donne.

La gang e lo stupro

Donald Gaskins nel corso dell'adolescenza stringe amicizia con due coetanei, Danny e Marsh. Forma con loro una baby gang, che compie diversi atti criminali, in particolare furti. Ma il brivido del crimine li spinge ad alzare l'asticella, fino alla prima violenza sessuale. I tre ragazzi portano la sorellina tredicenne di Marsh in una casa vuota per abusare di lei per un intero pomeriggio.

Le minacce non bastano a farla franca. La madre della vittima si accorge che qualcosa non va e riesce a farsi raccontare quanto accaduto. Donald Gaskins viene picchiato a sangue dalla madre e dal patrigno ma il dolore non è l'unica sensazione privata: il "serial killer nano", come lo ribattezza l'opinione pubblica per via dell'assenza di prestanza fisica, racconta di aver avvertito una certa eccitazione nell'essere picchiato.

L'omicidio in carcere

Rinchiuso in riformatorio in seguito a una rapina con tentato omicidio, Donald Gaskins deve fare i conti con le violenze da parte degli altri ragazzi e delle guardie. Sodomizzato più di una volta, tenta la fuga in varie occasioni, sempre senza successo. Tornato in libertà, si sposa e diventa padre di una figlia. Trova anche un lavoro stabile, ma la fase tranquilla e felice dura poco, pochissimo.

Le tendenze piromani hanno la meglio su qualsiasi buon intento, la rabbia verso il mondo intero torna a crescere, a palpitare. Emblematica l'aggressione ai danni di una ragazza, rea di averlo preso in giro per il suo aspetto: assalto con un martello e cranio fratturato. Un episodio che gli costa altri cinque anni dietro le sbarre, dove viene picchiato e abusato sistematicamente. Ma qualcosa cambia, "Pee Wee" decide di ribellarsi e per farlo è necessario ammazzare un criminale importante. A finire in trappola tal Hazel Brazell, gola tagliata da un orecchio all'altro. "Mi sentivo davvero bene. L’avevo fatto sul serio", racconta.

La catena di delitti

Scontati tre anni di prigione, Donald Gaskins torna in libertà ma dura poco. Nel 1963 viene condannato a sei anni per aver violentato una bambina di dodici anni. Rilasciato nel 1969, decide di compiere il salto di qualità dal punto di vista criminale: dopo lo stupro, l'uccisione, così da evitare la denuncia da parte delle vittime. La prima a finire nella sua trappola è una giovane autostoppista: torturata, violentata e ammazzata. Il cadavere gettato nella palude, per nascondere ogni traccia.

Per sei anni, fino al 1975, "Pee Wee" uccide donne e uomini senza incontrare particolari ostacoli. Gaskins divide gli omicidi degli autostoppisti dalle uccisioni di persone conosciute, a lui legate per rapporto di frequentazione e parentela. Da quest'ultimo punto di vista, impossibile non citare il duplice omicidio del 1970: vittime la nipote Janice Kirby (15 anni) e l'amica Patricia Ann Alsbrook (17), entrambe stuprate. E ancora, nel 1973 uno dei casi più raccapriccianti: Gaskins abusa e uccide Doreen Dempsey, 23enne all’ottavo mese di gravidanza, e la sua prima figlia di soli 2 anni.

Il divertimento e il piacere per le uccisioni sono sempre più forti e il metodo resta quasi sempre lo stesso, non lesinando "sperimentazioni", fino al cannibalismo. La sua attività da serial killer procede senza grossi problemi anche grazie al suo aspetto. Donald Gaskins viene visto da tutti come un ometto inoffensivo e molto simpatico e viene descritto dalle moglie - sei in tutto - come un buon marito e un ottimo padre. In realtà la necessità di violenza cresce in maniera radicale e nel 1975 gli omicidi si intensificano, tanto da spingerlo a errori fatali. "Pee Wee" infatti uccide la tredicenne Kim Ghelkins, che abita nel suo quartiere a North Charleston. La giovane lavora spesso come baby sitter in casa sua e per questo motivo i suoi genitori sospettano immediatamente di lui. Inoltre, l'amico Walter Neely rivela alle forze dell'ordine di aver ricevuto da Gaskins la richiesta di aiutarlo a seppellire due cadaveri.

"Una scia di 33 cadaveri": chi era John Gacy, il "clown malvagio" che terrorizzò Chicago

L'arresto, la condanna e la morte

Arrestato il 14 novembre del 1975, Donald Gaskins viene processato per gli otto omicidi confessati e condannato a morte. La Corte Suprema però dichiara incostituzionale la sedia elettrica e così la sentenza viene commutata in ergastolo. Sette anni più tardi, nel 1982, uccide un detenuto mentre si trova rinchiuso nel blocco di massima sicurezza: dopo diversi tentativi tramite avvelenamento, elimina Rudolph Tyner tramite esplosivo C-4. Un lavoro su commissione, in cui Gaskins fu "assunto" dal figlio di una delle vittime di Tyner. Gaskins viene condannato di nuovo a morte e questa volta la pena capitale viene eseguita il 6 settembre 1991.

Prima di morire, "Pee Wee" afferma di aver ucciso più di 100 persone e scrive la sua autobiografia - "Final Truth. The Autobiography of a Serial Killer" - con l'aiuto dello scrittore Wilton Earle, rivelando la sua delusione non aver avuto la fama che meritava come serial killer. Mai nessun segno di rimorso o di pentimento, ma anzi una grande soddisfazione per aver condotto un'esistenza libera. "Non devo chiedere scusa a nessuno per quello che ho fatto nella mia vita. Ho sempre avuto le mie ragioni per ogni cosa che ho fatto", la sua ultima testimonianza.

Bryan Kohberger.

Nella mente dell’assassino. Bryan, il killer dell’Idaho: «Sono un sacco di carne senza autostima». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 13 Febbraio 2023.

La depressione («potrei fare qualunque cosa senza rimorsi»), poi la droga, infine un sogno: diventare un importante criminologo. Kohberger, assistente di diritto penale, 28 anni, ora è in carcere, accusato di aver ucciso 4 ragazzi sconosciuti. Riavvogliamo il nastro di un delitto che non ha senso né movente

Alle 10:41 del 15 dicembre, Bryan Kohberger è calmo, mentre la sirena rossa e blu lampeggia nello specchietto retrovisore ed è costretto ad accostare sull’interstatale I-70 in Indiana, quando ormai è a poche ore da casa. Il vice sceriffo Nick Ernstes si avvicina a passi lenti. «Dove siete diretti?», chiede a Bryan e a suo padre Michael. «A prendere del cibo thailandese», replica laconico Bryan. «Bé, veniamo da WSU», dice Michael, che ha voglia di chiacchierare. Michael ha appena sentito alla radio una notizia «terrificante»: dopo che sono partiti dall’WSU, l’ateneo dello Stato di Washington dove suo figlio è dottorando in criminologia, uno studente trentenne ha tentato di uccidere i compagni. «Interessante», dice il vice sceriffo, in realtà assai poco interessato, e si allontana senza fare la multa, dopo aver raccomandato loro di non tallonare troppo le auto che li precedono.

Nessun sospetto

Non si rende conto che WSU è a 15 minuti di auto da Moscow, in Idaho. E che Moscow è la città dove un mese prima, il 13 novembre, un sabato sera qualunque, quattro studenti - le tre coinquiline Madison Mogen, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle e il fidanzato di Xana, Ethan Chapin - sono stati trovati accoltellati in una casa sulla King Road. La scena del delitto era talmente cruenta che il sangue gocciolava da un muro esterno. Una storia di cui parla tutta l’America. Né l’agente presta attenzione all’auto dei Kohberger: una Hyundai Elantra bianca, come quella ripresa dalla telecamera di sorveglianza di una stazione di servizio di Moscow mentre si allontanava dalla zona dell’omicidio alle 4:20 del mattino. In quel viaggio verso Effort, in Pennsylvania, padre e figlio verranno fermati di nuovo per la guida di Bryan, alle 15:50, e ancora una volta senza destare sospetti. Michael accenna al fatto che viaggiano da giorni: all’andata, ha preso l’aereo da Philadelphia fino all’altro capo degli Stati Uniti, avendo promesso al figlio di tornare con lui in auto per le vacanze di Natale. Ci hanno messo più del dovuto, perché Bryan si è detto preoccupato dal maltempo e, anziché prendere la strada più breve, ne ha scelta una più lunga, che passa dal Colorado, come se stesse cercando di seminare qualcuno. Due settimane prima del quadruplice omicidio, Bryan Kohberger era a lezione, immerso in un dibattito sul Dna e la Scientifica.

Affascinato dai criminali

La psicologia dei criminali lo affascinava. Due anni prima, quando aveva conseguito il master sempre in criminologia in Pennsylvania, aveva studiato con Katherine Ramsland, nota psicologa forense e autrice del saggio La mente dell’assassino . Per entrare nella mente dell’assassino, Bryan aveva condotto un test online chiedendo a un gruppo di utenti con precedenti penali non solo cosa li aveva motivati ma anche cosa avevano provato prima, durante e dopo il crimine. Per Bryan provare qualcosa non era scontato. Nel 2009 aveva iniziato a soffrire di «sindrome della neve visiva», una condizione poco chiara ai medici che porta a vedere puntini bianchi e neri nel campo visivo, un po’ come lo schermo della tv analogica quando un canale “salta”. Prendeva medicine per l’emicrania, andava dal neurologo, evitava zucchero e amido nei cibi. Nulla sembrava funzionare. «Penso spesso... a me stesso come un sacco di carne senza autostima. Sto cominciando a vedere tutti così», si sfogava sul forum Tapatalk. «Mi sento spesso come se non fossi qui, completamente spersonalizzato. Penso spesso al suicidio. Pensieri folli. Illusioni di grandezza...».

Come un videogioco, nessuna emozione

«Nessuna emozione... Sento come se niente avesse senso... tutti praticamente mi odiano e sono uno stronzo». «Quando abbraccio la mia famiglia, non vedo nulla. È come se guardassi un videogioco, ma di meno». Kohberger scrisse che poteva fare «qualunque cosa, senza provare rimorso». Scrisse che trattava «da schifo» suo padre Michael, anche se era un brav’uomo, che aveva avuto due bancarotte prima di andare a lavorare come tecnico nella scuola dei figli. Un amico delle medie si allontanò da Bryan perché cominciò a scherzare in modo cattivo, gli piaceva afferrarlo con una presa al collo. Bryan era sovrappeso, ma al liceo dimagrì moltissimo e iniziò a fare boxe. Nel 2013 finì il liceo e iniziò a fare uso di eroina. Si faceva con un amico, Rich Pasqua, con cui lavorava da New York Pizza Girl. Una sera, Pasqua lo chiamò a casa; Michael gli disse che suo figlio era «in missione top-secret». In un centro di disintossicazione.

Droga e impulso a suicidarsi

All’amico d’infanzia Jack Baylis, Bryan scrisse nel 2018 che gli sembrava di essere stato depresso da quando aveva 5 anni e di aver sviluppato perciò «uno strano senso di significato». I suoi problemi con la droga erano finiti due anni prima; gli chiese di non menzionarli più. «Mi facevo solo quando ero in uno stato profondamente suicida. Da allora ho imparato molto». Parlò del suo interesse per lo studio dei criminali: gli sarebbe piaciuto lavorare alla loro cattura ma sarebbe stato difficile ottenere un lavoro del genere. Sperava, un giorno, di lavorare come terapista per criminali di alto profilo. Lo scorso agosto, fece domanda per uno stage con la polizia. Quello che Kohberger non sa è che l’Fbi lo sta seguendo. Gli agenti sanno molto di più di ciò che hanno rivelato pubblicamente. Dopo l’emergere del video di sorveglianza a fine novembre, hanno fatto una ricerca a tappeto sulle Hyundai Elantra bianche ed è emersa anche quella di Kohberger. Un agente è andato al parcheggio della WSU e ha notato che la targa è stata cambiata: la registrazione in Pennsylvania stava per scadere, così Kohberger ha acquistato la targa di Washington CFB-8708. Ma c’è di più.

«Un uomo non muscoloso ma atletico»

La polizia ha una testimone. Una delle due coinquiline diciannovenni rimaste illese, Dylan Mortensen, alle 4 del mattino - ora stimata del delitto - sentì un lamento, aprì la porta della sua stanza e vide un uomo «non particolarmente muscoloso ma atletico», in nero, che sembrava dirigersi verso di lei ma la oltrepassò per uscire dalla porta di vetro sul retro. Sotto shock, Mortensen si chiuse a chiave in camera e inspiegabilmente riemerse solo alle 11 del mattino, quando chiamò la polizia. Quell’uomo, secondo la ragazza, aveva una mascherina sul volto, ma si vedevano gli occhi e le sopracciglia folte - come quelle di Kohberger. Questi indizi non bastano, ma gli investigatori iniziano a scavare. Il suo cellulare lo localizza 12 volte vicino alla casa nei mesi precedenti all’omicidio; durante il delitto invece sembra staccato: l’ultima volta è acceso alle 2:47 a Pullman, la sede dell’Università di Washington; alle 4:48 si riconnette, mentre la sua auto è localizzata sulla strada che va da Moscow a Pullman.

La spazzatura di casa Kohberger

Alla fine l’Fbi fa rubare la spazzatura da casa Kohberger: il Dna di Michael viene confrontato con un minuscolo campione trovato sul luogo del delitto. Coincidono quasi del tutto, come normale tra padre e figlio. L’arma - un grosso coltello - non è mai stata ritrovata, ma il killer ha dimenticato la custodia che raffigura il simbolo dei Marine: il globo, l’aquila e l’ancora. Ed è su di essa che ha lasciato il Dna. Il 30 dicembre Kohberger è stato arrestato in casa dei genitori. Non ha fatto opposizione all’estradizione in Idaho, dove rischia la pena di morte per omicidio. Si dichiara innocente. Qualcuno ha detto ai tabloid di averlo sentito insultare una guardia in carcere e minacciare di mostrarle i genitali, ma non è confermato dalle autorità carcerarie. È apparso con piccoli tagli sotto la mandibola. Colpa dei rasoi della prigione, dice il vice sceriffo. Bryan è sempre stato affascinato dal perché le persone si comportano in un certo modo, ma il delitto di cui è sospettato non ha movente, per ora: i famigliari degli studenti uccisi non credono li conoscesse. Ma qualcosa è successo alle sue emozioni. Dopo il 13 novembre continuò a frequentare e a tenere lezioni come assistente di diritto penale. Era noto per i voti terribili, insegnava con gli occhi bassi, metteva a disagio, si scontrava specialmente con le ragazze. Quando una studentessa lo accusò di parlarle con condiscendenza, uscì furioso dalla classe. Dopo il delitto, però, pareva più loquace e di buonumore, dava voti migliori. Quando si parlava dell’assassino, restava in silenzio.

I Texas Killing Fields.

Quei campi di assassinio in cui nessuno poteva sentire le urla disperate. I Texas Killing Fields nascondono le storie di tante donne uccise: un luogo tanto spaventoso da essere paragonato ai campi dei khmer rossi in Cambogia. Angela Leucci il 7 Febbraio 2023 su Il Giornale.

I Texas Killing Fields, screen Netflix via YouTube

Tabella dei contenuti

 Perché si chiamano Texas Killing Fields

 Le vittime

 Le condanne

Campi in cui le urla di strazio non si possono sentire, lontani dagli occhi della legge. Prendono il nome di Texas Killing Fields i 25 acri di terreno che corrono lungo una strada di League City, in Texas, la Calder Road. È qui che sono stati trovati corpi e resti relativi a 25 donne identificate, più altre 10 cui non si è riusciti a risalire al nome, e che ancora oggi sono indicate come Jane e Janet Doe. Si ipotizza che altre quattro ragazze scomparse siano morte e occultate in questo campo.

Perché si chiamano Texas Killing Fields

League City, a cavallo degli anni ’70 e ’80, era una cittadina molto fiorente dal punto di vista economico. Si è a due passi dallo Space Center, a mezz’ora di strada dalla capitale dello stato Houston, e in più era una meta turistica di grido per la presenza di un lago e la vicinanza al mare. Nei primi anni ’80 non era raro che le teenager si spostassero qui per sport acquatici come il surf. I primi corpi vennero trovati nel 1984, facendo sorgere il dubbio che un serial killer fosse in attività. E, nello stesso anno, uscì al cinema un film, Urla del silenzio, il cui titolo originale in inglese era The Killing Fields: parlava di un giornalista rinchiuso in un letale campo di lavoro dai khmer rossi. Questo titolo colpì l’immaginario collettivo dei texani, spiega lo Houston Chronicles, e la stampa chiamò così i campi di Calder Road Texas Killing Fields.

Le vittime

Nove corpi erano già stati scoperti tra il 1971 e il 1973, tutti appartenenti a ragazze giovanissime, di età comprese dai 12 ai 16 anni. Si trattava di Brenda Jones, Colette Wilson, Rhonda Johnson, Sharon Shaw, Gloria Gonzales, Alison Craven, Debbie Ackerman, Maria Johnson, Kimberly Pitchford.

Alla fine degli anni '70 e all’inizio degli anni '80 altri resti furono scoperti: quelli di Suzanne Bowers (12 anni, scomparsa nel ’77 e ritrovata nel ’79), Brooks Bracewell e Giorgia Geer (12 e 14 anni, scomparse nel ’74 e ritrovate nell’81), Michelle Garvey (15).

I casi più celebri però sono appunto quelli di due giovani scomparse tra il 1983 e il 1984. Uno è quello di Heide Villarreal-Fye, di 23 anni: il suo teschio fu riportato sei mesi dopo la scomparsa dal cane domestico di una famiglia che abitava poco distante. L’ultima volta che era stata vista era alla cabina telefonica fuori da un negozio sulla West Main Street. La stessa cabina in cui era stata vista per l’ultima volta anche Laura Miller, di 16 anni. Era uscita per telefonare al fidanzato e invitarlo a un barbecue con i genitori quella sera, ma non ha più fatto ritorno. È stata ritrovata un anno e mezzo dopo, ma il padre continua ad aiutare attraverso tutti gli Stati Uniti le famiglie di ragazze scomparse.

Nel documentario Netflix Sulla scena del delitto: i Texas Killing Fields, l’uomo, che si chiama Tim Miller, ha lamentato presunte leggerezze da parte degli inquirenti. Da un lato, ogni scomparsa come quella di sua figlia sarebbe stata liquidata come allontanamento volontario, dall’altra le forze dell’ordine avrebbero convinto i famigliari delle vittime a non comunicare tra loro. Tim Miller è certo che, se avesse potuto parlare con i famigliari di Heide, trovata alcuni mesi prima della scomparsa di Laura, forse il corpo della figlia si sarebbe potuto trovare prima, dando la possibilità di trovare tracce utili e risalire al colpevole, forse lo stesso, data la dinamica e il luogo della scomparsa delle due giovani.

Le altre vittime identificate tra il 1986 e il 2006 si chiamavano Audrey Cook (30 anni), Donna Prudhomme (34), Lynette Bibbs (14), Tamara Fisher (15), Krystal Baker (13), Laura Smither (12), Jessica Cain (17), Kelli Cox (20), Sarah Trusty (23), Teressa Vanegas (16).

Le condanne

Alcune di queste vittime potrebbero essere state i bersagli di più di un serial killer, per via delle caratteristiche fisiche, dell’età simile e delle circostanze relativa ella loro scomparsa. Purtroppo solo pochi tra questi omicidi sono stati risolti.

Tra i casi risolti c’è quello di Krystal Jean Baker: si è riusciti a risalire, molti anni dopo il ritrovamento del corpo, effettuando un test del Dna sul vestito della giovane, dopo l’arresto per droga di Kevin Edison Smith. Fu trovata una corrispondenza e Smith, alla fine del processo, fu condannato all’ergastolo.

Nel 1987 un uomo, John Robert King si autodenunciò alla polizia affermando di aver ucciso Shelley Sikes dopo averla violentata, insieme a Gerald Peter Zwarst. Tuttavia i due non sono riusciti a indicare il luogo esatto dell’occultamento del cadavere, pur avendo affermato che la ragazza era stata uccisa nei Texas Killing Fields. Sono stati condannati all’ergastolo per rapimento aggravato e sono morti in carcere.

Nel 1997, William Lewis Reece è stato arrestato con l’accusa di rapimento e di tentato omicidio ai danni di una 19enne: condannato a 60 anni, nel 2015, gli venne fatto un test del Dna, che permise di scoprire che era colpevole per l’assassinio di una ragazza ritrovata in Oklahoma. Così Reece ha iniziato a parlare, confessando dapprima l’omicidio di Jessica Cain e Kelli Cox, facendone ritrovare i resti, e successivamente quello di Laura Smither. È stato condannato a tre ergastoli, una per ognuna delle vittime texane, ma comunque aveva già ricevuto una condanna a morte per la giovane dell’Oklahoma.

Gary Ridgway.

I volti di Psyco. "Volevo arrivare a 100": il killer inchiodato dal Dna dopo 49 omicidi. Noto anche come Blue River Killer, Gary Ridgway è considerato uno dei serial killer più violenti della storia americana tra strangolamenti e necrofilia. Massimo Balsamo il 2 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’infanzia travagliata

 Matrimoni e fallimenti

 La nascita del Green River Killer

 Violenza e necrofilia

 Le indagini, la cattura e la confessione

Cinquanta omicidi confessati, ma il numero in realtà arriverebbe a toccare quota 70 secondo gli investigatori. Gary Ridgway è considerato uno dei serial killer più violenti e prolifici della storia americana, un predatore cinico e silenzioso in grado di nascondere alla perfezione la sua natura, sfoggiando cordialità e gentilezza di fronte a parenti, amici e conoscenti.

"Volevo diventare il migliore serial killer, ero in preda a una furia omicida. Volevo arrivare a 100 omicidi”, la sua confessione dopo vent’anni di assassini. Una fissazione per l’uccisione, corroborata da un appetito sessuale insaziabile, con tanto di fantasie distorte. “Mi dispiace per quello che ho fatto, credo di essere malato”, la sua versione dopo decine di spettacoli grandguignoleschi, dopo decine di vite spezzate barbaramente.

L’infanzia travagliata

Gary Ridgway nasce a Salt Lake City, nello Utah, nella tipica famiglia disfunzionale. Il padre poco presente è solito andare a prostitute, abitudine che lascerà un segno indelebile nel futuro assassino seriale, mentre il rapporto con la madre è a dir poco particolare. Mary Rita Steinman è una persona dominante, molto esigente con il figlio, tanto da sgridarlo e insultarlo pressoché quotidianamente. Un rapporto di amore-odio: Gary da un lato la odia e vorrebbe farle del male, dall’altro fantastica di farci sesso. Un’inclinazione chiaramente distorta, come molte altre situazioni della sua adolescenza.

Il futuro Green River Killer è un bambino con capacità cognitive-intellettive ridotte, sempre arrabbiato per la costante difficoltà. Si sente vulnerabile, fragile, sempre in difetto. Bocciato due volte prima di raggiungere il diploma, Gary Ridgway rischia di finire in collegio a causa dei brutti voti: un percorso totalmente diverso rispetto a quello dei suoi due fratelli, irreprensibili da ogni punto di vista.

Già subito dopo l’infanzia emergono tratti disturbanti della sua personalità. Il piccolo ama sottomettere fisicamente gli altri esseri viventi e tutti nel quartiere sono a conoscenza della sua abitudine a fare del male agli animali con una pistola ad aria compressa. Uno dei tratti peculiari di un serial killer, qui confermato con ancora più forza. L’episodio più grave avviene all’età di 15 anni: il futuro predatore seriale attira con l’inganno un bambino di sei anni e lo accoltella.

Matrimoni e fallimenti

All’età di 20 anni si arruola in marina, esattamente come i suoi fratelli, mentre nell’agosto del 1970 sposa Claudia Barrows, un'amica dai tempi della scuola. Subito dopo le nozze viene inviato in missione nelle Filippine, dove ha le prime esperienze con le prostitute. Avventure sfortunate, considerando che prende gonorrea e clamidia, fattore che lo spingerà a odiare visceralmente le passeggiatrici.

Nel gennaio del 1972 Gary Ridgway divorzia da Claudia Barrows. Poco tempo dopo, alla fine del 1973, convola a nozze con Marcia Winslow. Dal loro amore nasce Matthew, ma ciò non basta a garantire un amore duraturo. Dopo sette anni, la relazione termina per reciproca infedeltà ma non solo. Marcia non sopporta il controllo asfissiante del coniuge ma soprattutto le sue aggressioni fisiche, tanto da arrivare allo strangolamento. Dopo il divorzio, Matthew viene affidato a Marcia, ma Gary gli fa visita nei fine settimana: lui si sente rifiutato dopo la separazione e teme di restare lontano dal figlio.

La nascita del Green River Killer

Subito dopo la separazione e il divorzio con la seconda moglie, Gary Ridgway inizia ad accarezzare l’idea di fare del male alle prostitute. Le prime tentazioni, i primi abboccamenti. Le squillo come capro espiatorio, come vittime per sfogare le sofferenze. La morte come valvola di sfogo, semplicemente. Nel maggio del 1982 viene arrestato e denunciato per istigazione della prostituzione: nessuna conseguenza, almeno per il momento.

Il primo omicidio è quello della sedicenne Wendy Lee Coffield, scomparsa l’8 luglio del 1982 e ritrovata sette giorni dopo. Dopo aver concordato il prezzo per la prestazione sessuale, la fa salire in macchina. E poi scatena la sua violenza, strangolandola. Poi, non contento, le attorciglia le mutande attorno al collo e la getta nel Green River. Il caso viene trattato come un semplice omicidio, il primo di una lunghissima serie.

Nel giro di un mese vengono recuperati altri quattro corpi: l’incubo ha inizio. Le vittime sono, con una sola eccezione, sempre prostitute, spesso individuate nella Pacific Highway South, nei pressi dell’aeroporto di Seattle-Tacoma. La fame omicida non si smorza, anzi aumenta esponenzialmente: le donne, minorenni comprese, vengono uccise in maniera cruenta e violentate. Gli investigatori coinvolgono l’Fbi senza grossi risultati, se non un profilo generico e banale.

Violenza e necrofilia

La sorella di una giovane vittima di Gary Ridgway testimonia al processo

Gary Ridgway preme sull’acceleratore e inizia a uccidere una prostituta a settimana. L’ossessione cresce, si trasforma, muta in maniera indefinibile. Il Green River Killer diventa schiavo della necrofilia, tanto da decidere di nascondere i cadaveri in zone sempre più lontane – principalmente in Oregon – per tentare di mettere un tappo alla mania.

Ma l’abuso sessuale dei cadaveri non è l’unica fissa di Gary Ridgway. Inizia ad accanirsi contro le donne, come nel caso di Linda Jane Rule, ritrovata nel gennaio 1983: il predatore decide infatti di bruciarle i capelli. Il motivo? Per eccitarsi e per farle ancora più male, per lasciare un segno ancora più profondo. Una perversione sessuale continua, legata al piacere provato per il male inflitto.

L’unica eccezione, come detto, della carriera criminale di Gary Ridgway è rappresentata da Carol Ann Christensen. Una bellissima donna in difficoltà economiche, madre di una bambina piccola: i due si conoscono e si frequentano, tanto da uscire insieme in tre occasioni. Lei lo fa sentire a suo agio, amato e considerato. Qualcosa va storto durante un rapporto amoroso: Carol deve andare a lavorare e spiega di non poter fare tardi. La reazione è brutale: la uccide, la carica sul pick-up e trasporta il suo corpo nudo in un bosco. Gli investigatori ritrovano il corpo con un sacco di carta sulla testa, una trota sul collo e una salsiccia nella mano sinistra: una disposizione completamente diversa rispetto alle altre vittime, a testimonianza dal rapporto speciale coltivato.

Il feroce stupratore che entrava dalla finestra: "Assassino demoniaco"

Le sparizioni aumentano, così come i cadaveri ritrovati. La polizia è in clamorosa difficoltà e Gary Ridgway corre anche dei rischi per soddisfare le sue perversioni. Quattro mesi dopo l’uccisione di April Buttram – scomparsa il 18 agosto 1982 ma ritrovata solo nel 2003 – torna sulla scena del crimine per prendersi il suo teschio come souvenir. Un’abitudine ripetuta con altre due vittime, tra teschi e ossa.

Un serial killer senza morale, senza scrupoli, pronto a tutto per soddisfare le esigenze. Qualcosa cambia nel febbraio del 1985, quando conosce Judith Lynch: amore a prima vista a una serata musicale, il trionfo del sentimento e della passione. Gary Ridgway frena la sua attività criminale, ma i ritrovamenti proseguono senza sosta con storie sempre più terribili, più strazianti.

Le indagini, la cattura e la confessione

Gary Ridgway piange alla lettura della sentenza

Per tentare di trovare una soluzione del caso, viene istituita una task force con 55 agenti e ingenti investimenti economici. Una timida svolta avviene nel giugno del 1986, quando viene ritrovato il cadavere di Kimberly Nelson, scomparsa tre anni prima. La giovane era stata vista salire l’ultima volta su un pick-up.

In più c'è la testimonianza di Rebecca Garde: la donna accusa Ridgway di aver provato a strangolarla quattro anni prima. La polizia arriva a lui incrociando i possessori di pick-up con i precedenti legati alla prostituzione: la sua foto viene immediatamente riconosciuta da un’amica di Kimberly e dalla Garde. Ridgway finisce sotto sorveglianza, pedinato e sorvegliato notte e giorno. Nell’aprile del 1987 le autorità ottengono un mandato di perquisizione per l’abitazione e per il veicolo: nessun riscontro, nessuna prova schiacciante. Superato brillantemente anche il poligrafo.

Nel 1990 la task force viene sciolta e il caso del Green River Killer si raffredda. Ma lo sceriffo della contea di King, David Reichert, continua a lavorare nell’ombra e analizza nuovamente l’intero caso, utilizzando le novità tecnologiche. Il caso infatti viene risolto grazie alle nuove tecnologie forensi: nel 2001 viene analizzato il materiale biologico e, comparandolo con quello dei sospettati dell’epoca, emerge la compatibilità con Ridgway. Arrestato il 30 novembre 2001 a Renton, nega tutto e afferma di essere innocente.

Gary Ridgway viene accusato di quattro omicidi accertati, ma gli investigatori riescono ad attribuire altri tre delitti, arrivando a un totale di sette. Pur di evitare la pena di morte, accetta di confessare tutti gli omicidi: un totale di 49 assassini, un bilancio considerevolmente più alto secondo altre fonti. Uno dei più prolifici assassini seriali degli Stati Uniti, anche più di Ted Bundy, finito in gabbia dopo vent’anni di scorribande sanguinose. Condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà sulla parola, oggi Ridgway ha 73 anni e si trova rinchiuso nel penitenziario statale Walla Walla nello Stato di Washington.

Richard Trenton Chase.

I volti di Psyco. Sadismo e cocktail di sangue: così il "vampiro" sfuggì all'esecuzione. Richard Trenton Chase rappresenta uno degli esempi più eclatanti di serial killer disorganizzato: una storia criminale da brividi tra vampirismo e squartamento. Massimo Balsamo il 19 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Richard Trenton Chase è uno degli esempi più eclatanti di serial killer disorganizzato, ma allo stesso tempo rappresenta un unicum. Alla fine degli anni Settanta il vampiro di Sacramento ha spezzato le vite di sei persone. Un assassino che ha agito per colmare un’esigenza, senza preoccuparsi di lasciare eventuali tracce. E un percorso criminale ricco di segnali, di allarmi, di spie accese. Mai colte, o quantomeno mai denunciate.

Dagli animali all’uomo, dalle difficoltà sessuali alla necrofilia. Ma, come anticipato, il profilo di Chase è anche piuttosto insolito: storicamente i serial killer uccidono con le proprie mani, l’utilizzo delle armi è tutt’altro che frequente. Lui, invece, ha usato un fucile calibro 22 per mettere la parola fine a tanti, troppi innocenti.

L'infanzia e le prime avvisaglie

Richard Trenton Chase nasce il 23 maggio 1950 a Sacramento nella tipica famiglia disfunzionale degli anni Cinquanta, tra liti e qualche abuso fisico. La disciplina attraverso la violenza, il diktat del tempo. Ma nessun episodio fuori dalla norma, niente violenze sessuali o corporali degne di nota. Il primo campanello d’allarme nel corso dell’infanzia: Chase ama uccidere e torturare i gatti.

Fin dai primi anni di vita dunque, presenta evidenti disturbi mentali. Un ragazzo privo di coscienza, ma comunque ben integrato nella comunità e con altri strumenti. Almeno pubblicamente nessun comportamento inusuale. I problemi aumentano esponenzialmente con l’inizio delle scuole superiori: Chase comincia a sperimentare le droghe, dalla marijuana all’Lsd, in quantità sempre maggiori. E non è tutto. Nel corso dell’adolescenza sviluppa un problema fisico che lo segnerà successivamente: l’impotenza. Nonostante l’attrazione nei confronti delle donne, nessuna erezione.

La genesi del "vampiro"

Le disfunzioni erettili preoccupano Chase, tanto da spingerlo ad alzare l’asticella dell’orrore. Il sangue non riesce a fluire nel pene? Basta assumere sangue da fonti esterne per risolvere il problema. E per questo motivo inizia a bere il sangue degli animali. Ma non si tratta dell’unico comportamento allarmante giunto alla soglia dei vent’anni.

La convinzione di essere stato avvelenato, di avere lo stomaco capovolto o ancora di avere ossa cresciute sulla nuca di punto in bianco. Richard Trenton Chase inventa problemi e patologie, alleviando le pseudo-sofferenze con l’uccisione degli animali. Una situazione delicata, tanto da spingere la famiglia a optare per il ricovero in un ospedale psichiatrico. Ma Chase – “Dracula” per gli altri pazienti – non migliora.

Terminato il ricovero, viene nuovamente affidato ai genitori, ormai separati. Una dimissione assolutamente generica, dove si parla di condizioni mentali stabilizzate. Ma Chase riprende una spirale discendente, tornando a vampirizzare piccoli animali. Come se non bastasse, la madre decide di ridurre la terapia farmacologica. Ma l’uccisione di mici e uccelli è solo l’inizio.

La svolta

Gli episodi inquietanti proseguono, si moltiplicano. Nell’agosto del 1977 quella che gli esperti definiranno la svolta criminale di Richard Trenton Chase. Il ventisettenne viene beccato a Pyramid Lake – riserva indiana – completamente nudo e con del sangue addosso. In macchina alcuni fucili e un secchio con un fegato. Gli agenti di pattuglia lo arrestano, pensando a un omicidio. Le analisi del sangue e del fegato fanno cessare l’allarme: appartengono a una mucca. L’uomo viene rilasciato senza accuse. Ed è in quel preciso istante che decide di alzare la posta in gioco.

Il 27 dicembre del 1977 Chase uccide l’ingegnere cinquantunenne Ambrose Griffin con un colpo di fucile calibro 22 sparato da lunga distanza. Pochi indizi, ancor meno moventi: riesce a farla franca. Anzi, riesce a tenere la polizia lontana dalle due tracce nonostante le scorribande dei giorni successivi, tra ville violate e abitazioni messe a soqquadro. In una delle sue avventure criminali, decide di urinare sui vestiti di un bambino e di defecare nel suo lettino. "Qui comando io", il messaggio ai concittadini. Si tratta dell’inizio di una furia omicidio che sconvolgerà Sacramento, che getterà nel terrore un’intera comunità.

Squartamenti e necrofilia: chi era Ed Gein, il "macellaio" che ispirò Il silenzio degli innocenti

La strage

Richard Trenton Chase torna a colpire un mese dopo il primo omicidio, per la precisione il 23 gennaio 1978: uccide e squarta Theresa Wallin, al terzo mese di gravidanza. Freddata con un proiettile sulla porta d’ingresso della propria abitazione, la ventiduenne viene trascinata nella camera da letto: qui asporta parte del seno, apre la cavità addominale e ne estrae le viscere. E ancora: raccoglie il sangue con un vasetto di yogurt e lo beve. La vittima come un pezzo di carne, come mezzo per effettuare esperimenti morbosi, fino ad arrivare alla necrofilia. Una scena del crimine raccapricciante per i detective.

Passano pochi giorni e Chase decide di colpire ancora, con molta più violenza. Il 27 gennaio la polizia trova altri tre corpi senza vita: Daniel Meredith (51 anni), Jason Miroth (5 anni) e Evelyn Miroth (38 anni). I primi due freddati con un colpo alla testa, la donna uccisa e mutilata con la cavità addominale aperta. Anche in questo caso un episodio di necrofilia. Una vera e propria carneficina, un’efferatezza con pochi precedenti. Ma non è tutto: nella casa viveva anche un bambino di 22 mesi, David Ferreira. Le speranza di ritrovarlo vivo sono poche, pochissime. Alla fine viene ritrovato il corpo senza vita in una scatola di cartone nei pressi di una chiesa.

La cattura e il suicidio

L’identikit di Chase viene diffuso in tutta la comunità e una sua ex compagna di classe lo riconosce, ricordando di averlo incontrato in un centro commerciale nello stesso giorno dell’omicidio di Theresa Wallin. I testimoni aumentano, come le segnalazioni. A completare il quadro, i precedenti problemi con la legge e lo strano incidente a Pyramid Lake. Il 28 gennaio il vampiro di Sacramento viene fermato e arrestato davanti alla propria abitazione con i vestiti e le scarpe sporchi di sangue. All’interno dell’appartamento, scoperte da ribrezzo: odore terribile, macchie di sangue ovunque, parti di corpo umano nel frigorifero. Alcune, inoltre, nel frullatore, mischiate forse con la Coca Cola.

Interrogato dai detective, Chase non confessa. O meglio, ammette di aver ucciso degli animali, ma nessuna persona. Passano le ore, ma la versione non cambia. Spunta qualche delirio, come la fuga da nazisti e italiani. Il processo prende il via nel 1979, la difesa punta sul riconoscimento dell’infermità mentale. L’accusa invece è convinta che l’uomo al momento fosse in grado di intendere e di volere. Dunque tecnicamente sano per la giustizia californiana. Nessuna sorpresa al momento della sentenza: condanna a morte, destinazione sedia elettrica a Saint Quentin. Prima dell’esecuzione, il 26 dicembre 1980, si suicida assumendo una grande quantità di farmaci antidepressivi.

Albert DeSalvo.

La scia di sangue e la caccia col medium: il mistero dello strangolatore. Ribattezzato dai media “lo strangolatore di Boston”, Albert DeSalvo ha ucciso tredici donne tra il 1962 e il 1964. Massimo Balsamo il 26 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Dal giugno 1962 al gennaio 1964 tredici donne di età compresa tra i 19 e gli 85 anni furono uccise nell'area di Boston. Tutti delitti con modus operandi simile: le vittime furono stuprate - a volte con oggetti - e i loro corpi esposti nudi, come per un'istantanea pornografica. Una città terrorizzata, donne spaventate, il sangue che scorre. Quello di Albert DeSalvo è stato un caso di serial killer molto famoso nella storia americana, ancora al centro dell’attenzione mediatica fino a pochi anni fa.

Il motivo? I dubbi circa la sua reale colpevolezza da parte di molti esperti. E c’è un dettaglio da non sottovalutare: già all’ergastolo per una serie di violenze sessuali, non è mai stato condannato per i tredici omicidi confessati anche a causa dell'assenza di prove concrete. Tra indagini private e inchieste riaperte, non sono mancati i colpi di scena in una delle storie più macabre della storia statunitense.

L'infanzia travagliata

Albert DeSalvo nasce il 3 settembre del 1931 a Chelsea, nel Massachussetts, da madre irlandese e padre immigrato italiano. Quella del futuro “Boston Strangler” è un’infanzia segnata da violenze e abusi: maltrattato, esposto alla condotta più deviante, con idee distorte sin dalla prima infanzia. Il padre alcolizzato porta a casa prostitute e ci fa sesso davanti ai figli. Un uomo brutale, inumano, violento: tanto da fare saltare tutti i denti alla moglie e a spezzarle diverse dita nel corso di una lite accesa.

Albert impara a rubare nei negozi all’età di sei anni, è già in quella fase a manifestare i primi segnali di estrema crudeltà nei confronti degli animali. A dodici anni il primo arresto per furto con scasso, poi un periodo da ragazzo delle consegne e nuovamente il riformatorio, questa volta per il furto di una macchina. DeSalvo entra allora nell’esercito, ma non va meglio: congedato e reintegrato, rischia di finire a processo dalla corte marziale per aver molestato una bimba di nove anni. Il giovane riesce a farla franca, con tanto di congedo con onore.

"Measuring man" e "Green man"

Lasciato l’esercito, Albert DeSalvo inizia a molestare sempre più donne. Per non incontrare resistenza, si presenta alle giovani come un talent scout di un’agenzia alla ricerca di nuove modelle. Prende così le misure e allunga le mani. Le segnalazioni iniziano a moltiplicarsi e viene indicato come “Measuring man”. Nel marzo del 1960, complice anche un furto, viene identificato e arrestato: condannato a un anno e mezzo di carcere, viene rilasciato dopo 11 mesi per buona condotta.

Tornato in libertà, una nuova follia criminale in Massachusetts, Connecticut, Rhode Island e New Hampshire. Vestito sempre di verde e per questo ribattezzato “Green man”, Albert DeSalvo fa irruzione in oltre 400 case e aggredisce sessualmente oltre 300 donne. Ma non è tutto, anzi: il livello di violenza si alza esponenzialmente.

Le prime esecuzioni truculente

Gli abusi sessuali non bastano più, Albert DeSalvo decide di alzare l’asticella della violenza. Il 14 giugno del 1962 il primo omicidio: vittima la sarta Anna Slesers. La cinquantacinquenne viene assassinata al 77 di Gainsborough Street: il suo cadavere viene scoperto in bagno, con una corda intorno al collo legata a fiocco. Ciò che diventerà la sua firma da serial killer. Il figlio della donna, Juris, pensa subito a un suicidio, ma gli investigatori scoprono un’altra verità: la violenza sessuale. L’appartamento è sottosopra, ma è difficile credere a un furto finito male: un orologio d’oro e altri gioielli non sono stati toccati. il primo atto di una serie di crimini senza eguali.

Poco meno di tre settimane dopo, il 14 giugno 1962, Albert DeSalvo uccide l'ottantacinquenne Mary Mullen. Due giorni più tardi, viene scoperto il cadavere della sessantottenne Nina Nichols nella sua casa nel quartiere di Brighton: anche lei senza vestiti, con le gambe spalancate e con le calze legate a fiocco. Anche in questi due episodi, gli investigatori valutano il furto con scasso, ma pure qui i preziosi non vengono saccheggiati. Lo stesso giorno, poche migliaia più a nord, nel sobborgo di Lynn, viene scoperto un altro corpo: quello della 65enne Helen Blake. il suo omicidio è il più raccapricciante, con lesioni profonde e abusi sessuali violenti. La firma è sempre la stessa: un fiocco con un reggiseno. Albert DeSalvo ancora in azione.

Boston in preda al panico

Nell’estate del 1962 la città di Boston è scossa da una serie senza precedenti di efferati omicidi e l’eco dei crimini è enorme: gli omicidi perversi e a sfondo sessuale sono sulle prime pagine dei quotidiani e la fascinazione dei media alimenta il clima di paura. La città è semplicemente in preda all’isteria. I tre cadaveri scoperti tra 28 e 30 giugno 1962 spingono la polizia a mettere in guardia la popolazione femminile. Il primo pensiero va a uno psicopatico che odia le donne anziane, forse a causa di un cattivo rapporto con la madre. Albert DeSalvo non entra mai nei radar degli investigatori, impegnati su altri profili e su altre strade.

Il 19 agosto 1962 lo strangolatore di Boston torna a colpire, questa volta al 7 Grove Garden, nel West End. Vittima la vedova settantacinquenne Ida Arga: strangolata e denudata, gambe divaricate. Anche in questo caso nessun segno di effrazione. Meno di ventiquattro ore dopo è la volta di Jane Sullivan, infermiera di 65 anni strangolata con le sue stesse calze di nylon.

Albert DeSalvo ferma la sua azione per qualche mese, ma la città è sconvolta: le donne si armano di coltelli e pistole per difendersi, il terrore si diffonde in ogni via, in ogni casa. Quando torna a colpire, lo strangolatore cambia strategia: il 5 dicembre 1962 uccide la ventunenne Sophie Clarke, studentessa afroamericana. Il cadavere della giovane viene ritrovato nudo, con evidenti segni di violenza sessuale. E c’è di più: per la prima volta gli investigatori trovano delle tracce ematiche.

Passano tre settimane e Albert DeSalvo colpisce ancora: strangola e stupra la ventitreenne Patricia Bissette. E ancora: il 6 marzo uccide la sessantottenne Mary Brown, il 6 maggio la ventitreenne Beverly Samans, l’8 settembre cinquantottenne Elevyn Corbin e il 25 novembre la designer ventiquattrenne Joann Graff. Particolarmente crudele l’assassinio della Samans, finita con ventidue coltellate.

L’ultimo omicidio firmato da Albert DeSalvo è datato 4 gennaio 1964 ed è tra i più raccapriccianti: l’uomo strangola con una calza e violenta, anche con un manico di scopa, la diciannovenne Mary Sullivan nella sua abitazione in 44-A Charles Street. La giovane viene lasciata seduta sul letto con la schiena contro la testiera e un biglietto di auguri di buon anno tra i piedi.

Richard Trenton Chase, il vampiro che terrorizzò Sacramento

L'arresto, la confessione, la morte

La polizia è disperata, tanto da chiedere la consulenza anche di un chiaroveggente. 2600 poliziotti di tre contee al lavoro per risolvere il caso, ma non vengono trovati indizi. Albert DeSalvo continua a non finire nell’elenco dei sospettati, ma in carcere ci finisce lo stesso. Nell’ottobre del 1964 si introduce nell’appartamento di una giovane a East Cambridge fingendosi un poliziotto: la lega al letto, la stupra e se ne va chiedendo scusa. La vittima riesce a identificarlo, innescando una pioggia di riconoscimenti da parte delle altre vittime di molestie. Viene dunque identificato e catturato il 3 novembre.

Compagno di stanza dell’assassino psicopatico George Nassar al Bridgewater State Hospital, Albert DeSalvo decide di mettersi in contatto con l’avvocato Francis Lee Bailey: solo in quel momento confessa i tredici omicidi, raccontando particolari e dettagli delle esecuzioni. Nel marzo del 1965 il legale scende in campo e si dice pronto a offrire il responsabile della scia di delitti su un piatto d’argento. Ma a una condizione: la sua confessione non può essere utilizzata contro di lui in tribunale. Albert DeSalvo viene sentito dagli investigatori, i quali non hanno dubbi: la confessione è inconfutabile, conosce cose che solo il killer avrebbe potuto sapere. Ma il caso non verrà mai giudicato in tribunale.

Ma Albert DeSalvo è davvero lo strangolatore o un mitomane in cerca di pubblicità? Questa la domanda posta da diversi esperti in base ai presunti errori grossolani commessi nella ricostruzione degli omicidi. Qualche dubbio sulla veridicità della sua confessione, rafforzato dalla misteriosa morte dietro le sbarre: DeSalvo viene infatti ucciso a pugnalate nell’infermeria del penitenziario di massima sicurezza di Walpole. La mano? Ignota.

Tra campagne mediatiche e richieste di revisione del caso, l’inchiesta viene riaperta nel 2001 grazie alla ricerca del Dna. Il professor James Starrs della George Washington University dichiara di aver trovato sul corpo e sui vestiti di una delle vittime dello strangolatore di Boston tracce biologiche appartenenti a due diversi soggetti, nessuno dei quali sarebbe Albert DeSalvo. Poi nel 2013 il punto pressoché definitivo: la polizia di Boston annuncia in maniera incontrovertibile che l’esame del Dna dello sperma collega DeSalvo all’omicidio di Mary Sullivan. Speculazioni finite, il resto è storia.

Il Razzismo.

Jim Thorpe, il campione senza diritti. La sua colpa? Essere un nativo americano. Vinse due ori olimpici nel 1012, ma non bastarono. Rimase un cittadino di serie B e le medaglie gli vennero ritirate. Ora un libro racconta la sua storia. Tommaso Giagni su L'Espresso il 21 Settembre 2023. 

Il 29 luglio 1912, il presidente degli Stati Uniti scrive una lettera a Jim Thorpe. William Howard Taft si congratula per il successo olimpico, e in un passaggio si lancia: «Lei ha stabilito un alto standard di sviluppo fisico, ottenuto solo attraverso una vita retta e un pensiero retto. La sua vittoria servirà a tutti come incentivo per migliorare quelle qualità che caratterizzano il tipo ideale di cittadino americano». 

Dal momento che è obeso, l’anno prima pesava 150 chili e adesso segue una dieta parecchio indulgente (si concede ancora una bistecca a colazione), Taft pare riproporre in chiave comica l’insistenza del suo mentore, Theodore Roosevelt, sulla buona forma fisica. Ma nelle poche righe della lettera c’è un’altra enorme ipocrisia: in quanto nativo, Thorpe non è un cittadino americano. Lo status giuridico è invece di ward: incapace di badare a se stesso, sottoposto alla protezione di un tutore - lo Stato. Qualcosa che proviene dal 1831, quando la Corte Suprema aveva sostenuto che il rapporto fra “tribù” e governo federale fosse analogo al rapporto tra il ward e il suo tutore. Di fronte alla legge i nativi sono di fatto minorati, ancora nel 1912. E nonostante questa incapacità presunta di stare al mondo, Thorpe ha appena aggiunto due ori al medagliere degli Stati Uniti. 

L’ipocrisia di Taft si assomma a quella di un campione del razzismo, James Sullivan, il maggiorente dell’Amateur Athletic Union, al quale a Stoccolma era mancato il pudore dopo le gare di Pentathlon: «Thorpe è un vero americano, se mai ce n’è stato uno», aveva dichiarato.  

Riceverà la cittadinanza negli ultimi giorni del 1916: un premio individuale, una deroga meritata in quanto campione. Somiglierà a quando di colpo, dopo le vittorie di Stoccolma, i media statunitensi avevano smesso di usare l’epiteto Indian per Thorpe, preferendo American. Né sarà diverso dalla millanteria di un senatore durante il torneo dei college 1912: se Carlisle vincerà questa partita ti procurerò la cittadinanza. Il diritto come un ottenimento, qualcosa da conseguire. 

La separatezza che Thorpe avverte nei confronti della società statunitense non verrà suturata, lui continuerà a percepirsi estraneo: «[Era] parte del mondo là fuori ma ha sempre sentito una distanza», spiegherà il figlio Bill. 

Otto anni più tardi, grazie al servizio militare prestato durante la Grande Guerra, la cittadinanza sarà concessa a tutti i nativi. Comunque, l’Indian Citizenship Act del ’24 non porterà vera uguaglianza, mantenendo lo status di ward: cittadini sì, ma non degni della piena autonomia. Ancora quattro anni dopo, il rapporto Meriam (finanziato dalla fondazione Rockefeller e sottoposto al dipartimento degli Interni) stabilirà che i nativi sono, rispetto alla media del Paese, gravemente più poveri, peggio nutriti, serviti da strutture educative e sanitarie di peggior qualità. Essere citizen non significherà nemmeno avere diritto di voto: per l’equivalenza dovranno passare decenni. La Costituzione lascerà liberi i singoli Stati di ammettere i nativi alle urne oppure no, e il diritto verrà riconosciuto in tutti gli Stati Uniti (l’ultimo a decidersi sarà il New Mexico) quando ormai sarà il 1962: ci si andrà preparando a raggiungere la Luna, e Thorpe sarà morto da una decina d’anni. 

Nella stessa settimana del 1912 in cui il ward trionfava alle Olimpiadi, negli Stati Uniti usciva un cortometraggio dal titolo “The Fall of Black Hawk”. Era una celebrazione della vittoria bianca su Falco Nero e tratteggiava l’avo di Thorpe come un assetato di guerra, leader di una nazione che odiava gli americani e violava i trattati. 

Il nuovo mezzo del cinema, ancora muto, aggiungeva il suo carico di stereotipi alla rappresentazione dei nativi. Sotto i rulli di pellicole come questa si rinforzavano le basi narrative che ridussero i pellerossa, almeno fino al secondo dopoguerra, a una dimensione piatta oltre che razzista. Quasi mai si dava loro dignità di personaggi: se ne facevano, invece, sgradevoli figure senza volto, ostili o ridicole presenze prive di spessore umano, antagonisti estranei e inconoscibili. Massa minacciosa e disumana da abbattere. Nei primi decenni della sua esistenza, il cinema fu in grado di ricorrere come unica alternativa alla figura-cliché del “nobile selvaggio”: romantica, resa possibile dal compimento dello sterminio, sempre coniugata al passato remoto e quindi depotenziata. In ogni caso, l’identità nuova si costruiva per negazione. Mentre si confermavano le paure, si riaffermava il senso di superiorità della società statunitense, e si giustificava l’azione dei bianchi - il genocidio dei nativi, l’appropriazione del Nordamerica. Lo si capiva già mentre stava avvenendo: nel 1910 una delegazione di Chippewa si recò a Washington dal presidente Taft per protestare contro le distorsioni del cinema. 

L’avvento del sonoro allungò poi le ombre di selvaggi inevitabilmente sanguinari o idioti, quasi per natura alcolizzati, di certo meschini, capaci solo di grida barbariche. I nativi sul grande schermo non avevano quasi mai voce. Al massimo qualche battuta, magari inarticolata e comunque in una lingua fasulla. Capitava che venisse indicato di scandire appena le frasi, in modo che in postproduzione si potesse invertire l’audio senza problemi di sincronizzazione con le labbra, ottenendo una parlata al contrario, aliena, incomprensibile. Ma spesso i nativi non erano abbastanza indians: dovevano imparare a risultare autentici, secondo un copione scritto da gente che di nativi non sapeva nulla.

Il razzismo di casta può non avere colore ma ha una patria: gli Stati Uniti d'America. Un film di denuncia ispirato alla vita della scrittrice Isabel Wilkerson. Stenio Solinas il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Caste: The Origins Of Our Discontents si intitolava il libro con cui Isabel Wilkerson terremotò il mercato editoriale americano qualche anno fa, ai tempi del Live Black Matters scaturito dall'omicidio Floyd. Il suo filo conduttore era l'idea che anche nella società americana non fosse fondamentale il razzismo, ma la casta, ovvero una supremazia legata non tanto o non solo al colore della pelle, ma a un'idea di superiorità e/o di differenziazione gerarchica di natura sociale, ideologica, religiosa, sedimentatasi nei secoli con tutta una serie di codici prescrittivi e comportamentali atti a perpetuare una logica di dominante-dominato o, se si vuole, padroni e schiavi.

In India, notava la Wilkerson, a fronte di un unico colore della pelle, non solo era esistita e ancora esisteva una gerarchia castale, ma addirittura, al suo gradino più infimo, la denominazione di «intoccabili» per una categoria, quella dei dalit, relegata a una sorta di animalità... Il colore della pelle, osservava ancora la scrittrice, non spiegava l'antisemitismo, visto che gli ebrei perseguitati erano bianchi quanto i nazisti che li perseguitavano, così come nell'Estremo Oriente lo stesso discorso valeva per i giapponesi verso i cinesi e viceversa, a seconda di chi nei secoli si fosse ritrovato in una posizione di forza...

Isabel Wilkerson si era imposta al pubblico americano già a metà degli anni Novanta, quando un suo articolo su una inondazione nel MidWest le era valso un premio Pulitzer e dato il via a una fortunata carriera di scrittrice. Caste venne scritto però in un momento molto particolare della sua vita: da un lato la perdita a breve distanza della madre e del marito, quest'ultimo nemmeno cinquantenne, per un infarto; dall'altro l'ennesimo omicidio di un ragazzo di colore, avventuratosi di sera e per sbaglio in un quartiere residenziale abitato solo da bianchi... Per quanto qui fosse stato il colore della pelle ad aver scatenato la reazione omicida di chi aveva visto il suo aggirarsi come un pericolo, la Wilkerson lo prese a pretesto, un po' forzato, per la verità, per un discorso più ampio, castale appunto, una sorta di suprematismo identitario...

Origin, di Ava DuVernay, ieri in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, mischia la biografia della scrittrice (Aunjanue Ellis-Taylor sullo schermo) e le tesi del suo libro e ne tira fuori un film potente nelle immagini, nonché provocatorio nelle tesi e dove gli Statti Uniti si ritrovano non a caso nella parte degli imputati: non il simbolo della libertà e del diritto alla felicità sancito persino nella sua Costituzione, ma il Paese dello schiavismo prima, dell'apartheid poi, nato oltretutto dal genocidio più o meno pianificato dei cosiddetti nativi americani, i pellerossa, per intenderci. C'è di più: le stessi leggi prese inizialmente dal nazismo nei riguardi degli ebrei, si rifacevano di base al sistema segregazionista americano, il cui unico difetto, nell'ottica nazista, era il suo avere a che fare con la componente più povera, in tutti i sensi, della società Usa...

Come tutti i film di denuncia, e per di più girati da una regista afroamericana militante, quale Ava Duvernay, già autrice di Selma. La strada verso la libertà, anche Origin ha il suo difetto nell'appiattire nel concetto di casta ogni elemento gerarchico presente nella storia per come noi la conosciamo, e nel ridurre epoche e sistemi diversi a un unico comun denominatore. Il suo punto di forza è nell'empatia che emana dall'interpretazione di Aunjanue-Ellis Taylor e nella intelligente ricostruzione di spaccati di vita americana e non solo.

Le "identità fluide" che cambiano l'America: così il Paese sarà sempre meno bianco. L'ufficio di statistica degli Stati Uniti ha rilasciato un nuovo set di dati sul censimento del 2021. La Gen Z sarà l'ultima a maggioranza bianca negli Usa. Ecco cosa svelano i nuovi dati. Alberto Bellotto il 27 Agosto 2023 su Il Giornale. 

L’America cambia volto e lo fa rapidamente. La sua demografia in cammino ha già segnato la data sul calendario: nel 2045 gli americani bianchi non ispanici saranno meno della metà dell’intera popolazione statunitense. Il sentore era arrivato nel 2021 con la pubblicazione dei primi dati del censimento 2020. Ma nelle ultime settimane il Census Bureau ha rilasciato un nuovo set di dati più completi in tema di età e razza. E così si scopre che la Generazione Z sarà l’ultima a maggioranza bianca e la cosiddetta maggioranza della minoranza arriverà con la Gen Alpha, i nati dopo il 2010.

Il tema della fine dell’America bianca non inizia oggi, si sussegue da diversi anni, da quando le cosiddette minoranze, ispanici, asiatici, afroamericani, hanno mostrato tassi di natalità maggiori dei bianchi. Eppure l’avvicinarsi di questo passaggio storico diventa sempre più fonte di dubbi e tensioni. La questione razziale negli Stati Uniti rappresenta una lente attraverso la quale leggere molte delle contraddizioni del Paese.

La bomba migratoria che ha mandato in crisi New York

I numeri del cambiamento

Dowell Myers, docente di demografia della University of Southern California, ha raccontato al sito The Hill che “la razza è la variabile più complessa del censimento, quella che attira le persone come le falene sono attirate dal fuoco”. Recentemente William Frey, analista del think tank Brookings Institution ha lavorato sui dati del censimento ed elaborato proiezioni più specifiche.

Oggi i bianchi non ispainici sono circa il 77% della popolazione sopra i 75 anni, il 67% nella fascia 55-64, il 55% in quella 35-44 e circa la metà in quella 18-24. Questo vuol dire, scrive Frey, che i bimbi americani bianchi sono solo il 47%. Il cambiamento quindi è già in atto. La conclusione è semplice: in brevissimo tempo un’ondata di diversità colpirà l’America creando un Paese senza che un singolo gruppo razziale possa reclamare la maggioranza numerica. Entro il 2050, quindi tra poco meno di 30 anni, i bianchi non ispanici rappresenteranno meno del 40% della popolazione sotto i 18 anni.

Le identità fluide

Le ragioni di questo scivolamento, dicono molti sociologi, hanno a che fare con diversi aspetti. Uno dei fenomeni più recenti è quello delle cosiddette “identità fluide”. Per capire di cosa stiamo parlando partiamo ancora da un numero. Sempre nel 2045 circa 18 milioni di americani si dichiareranno appartenenti a due o più gruppi razziali. Se si sottrae questo numero dal totale i bianchi tornano sopra la soglia del 50% e tornano in maggioranza.

Secondo diversi sociologi il cambio di passo verso una società multirazziale e soprattutto razzialmente fluida sarà inevitabile, perché le categorie stesse saranno sempre meno ingabbiate. Negli anni ‘80 i bianchi rappresentavano l’80% della società americana e le altre minoranze, ispaniche, afroamericani e asiatiche si contendevano il 20%. Oggi, dicono gli esperti queste gabbie sono cadute. E infatti i gruppi multirazziali sono quelli con la crescita maggiore negli Usa e che dovrebbe raddoppiare tra il 2020 e 2050.

America in rivolta: quella violenza che ha ridisegnato gli Usa

Ma cosa si intende esattamente con "identità fluide”? Questo concetto è il punto di incontro tra vecchia e nuova America. Tra il vecchio sistema di classificazione dei gruppi razziali e le nuove sensibilità che i cittadini stanno dimostrando. Il primo lato di questa medaglia ha a che fare con il retaggio schiavista della “one-drop” rule, una pratica razzista usata fin dal 1600 secondo la quale gli americani di razza mista venivano classificati come minoranza. Una pratica in voga soprattutto rispetto agli afroamericani: bastava che un antenato fosse nero perché i discendenti venissero classificati come minoranza. Basti pensare a come nel 2008 Barack Obama venne etichettato come il primo presidente afroamericano.

Il sociologo dell’università di Princeton Richard Alba ha spiegato questa pratica con un esempio: “Se prendiamo un americano con tre nonni bianchi e un nonno non bianco normalmente lo si dovrebbe considerare come bianco, ma in realtà la tradizione americana lo indica come appartenente a una minoranza”. In questo scenario anche le sotto classificazioni creano ulteriore confusione. Ad esempio le persone originarie del Medio Oriente vengono considerate bianche, mentre afghani o pakistani finiscono sotto l’etichetta di asiatici.

L’America multirazziale

Il secondo lato di questa ascesa delle identità fluide riguarda la nuova percezione che ogni americano ha di se stesso. Sempre più cittadini quando compilano il censimento dichiarano di essere multirazziali. È così, ad esempio, che la popolazione dei nativi americani è quasi raddoppiata in un decennio. Nel 2010 i nativi erano circa 5,2 milioni, ma nel 2020 quella cifra è salita a 9,7. Tra i fattori dietro a questo boom la volontà di molti americani di voler recuperare un proprio passato anche se non hanno mai fatto parte di una tribù.

Il censimento del 2020 ha fotografato che in tutte le contee degli Stati Uniti (ad eccezione di una in Alaska), la percentuale di americani che si sentono multirazziali è cresciuta. La svolta in questa nuova percezione è arrivata nel 2000, il primo anno in cui il censimento ha consentito agli intervistati di scegliere più di una razza di appartenenza. Tutto questo nei fatti ha indebolito la segregazione. Oggi moltissimi americani vivono in un quartiere dove un residente su tre si identifica con una razza diversa da quella bianca. 

L’età dell’America

C’è però un altro punto che i nuovi dati del censimento mettono in luce: le nuove età e la disparità tra gruppi razziali. L’età media del paese è di 38,9 anni (bassa se confrontata con quella dell’Italia di 48 anni), ma altissima se comparata con la storia americana dato che è la più alta mai registrata. Ma questo invecchiamento non è neutrale. Gli americani bianchi sono quelli che contribuiscono di più all’invecchiamento rispetto ad altri gruppi.

E così si allarga la spaccatura tra le generazioni. Quella anziana più bianca e omogenea rispetto a giovani generazioni che mostrano una diversità razziale superiore. Chiaramente, ha notato Fray nella sua analisi, non è un discorso uniforme in tutta l’Unione, ogni contea o Stato ha le sue peculiarità.

L’invecchiamento ha coinvolto maggiormente Stati come Alaska, Colorado e Nevada, ma anche le aree urbane di Austin e Houston in Texas, Raleigh in Nord Carolina, Atlanta in Georgia e Jacksonville in Florida. Al contrario ci sono realtà che hanno visto un aumento della popolazione giovanile sotto i 18 anni, come il Nord Dakota, lo Utah e l’Idaho.

Tutti questi dati mostrano anche che esistono realtà con un forte gap razziale tra fasce di età. È il caso dell’Arizona ad esempio dove la differenza tra la quota di popolazione bianca anziana e la quota di giovani bianchi supera il 40%. Gli altri Stati con questa forbice sono Nevada, New Mexico, Florida, California, e Texas.

Questi squilibri e soprattutto questo rimescolamento non sono e non saranno indolori. L’America è sempre stato un Paese dove ciclicamente le tensioni razziali sono esplose con violenza. Solo il ‘900 ha visto esplosioni di rabbia in modo frequente. L’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 è stato in parte anche dettato dalle profonde mutazioni che la società americana ha attraversato. Mutamenti repentini che hanno risvegliato il mai sopito spirito nativista di una fetta di America bianca.

I fatti di Charlottesville del 2017, animati dallo slogan suprematista “Non ci rimpiazzeranno”, sono stati il sintomo di una sofferenza di una parte degli Stati Uniti che non sopporta di scivolare verso la minoranza relativa. Il sintomo di tensioni che nei prossimi anni potrebbero ripresentarsi.

La marcia di Washington. Quell’agosto del ’63 quando nacque il sogno del ’68. Il 68 è figlio dei neri d’America. La strada la aprì Martin Luther King, pronunciando uno dei più clamorosamente potenti discorsi rivoluzionari della storia contemporanea. Piero Sansonetti su L'Unità il 26 Agosto 2023

Giusto 60 anni fa, il 28 agosto del 1963, nacque il sessantotto. A Washington. Il 68 è figlio dei neri d’America. La strada la aprì lui, Martin Luther King, pronunciando di fronte a una folla sterminata di afroamericani, ma anche di bianchi, uno dei più clamorosamente potenti discorsi rivoluzionari della storia contemporanea.

Non erano le parole incendiarie di un capopopolo: il suo era il ragionamento pacato, e pieno di idee e di sentimento, di un grandissimo intellettuale, che sapeva parlare al popolo ma anche ai potenti, che sapeva organizzare le lotte e che teneva fissa una idea di fondo: il domani. Avete presenti i leader politici di oggi? Nessuno di loro conosce la prospettiva. King metteva quella idea al centro di tutto: il futuro. Il sogno per lui non è l’utopia: è il destino. Morì a 43 anni, abbattuto da un cecchino razzista, cinque anni dopo il discorso di Washington.

Il ‘68, cioè la più possente spinta ideale e socialista che mai si sia espressa a livello mondiale, con l’energia e la forza di una intera generazione, è il figlio di quella intuizione di Luther King. Non furono i ragazzi bianchi tedeschi e italiani a mettere in moto la macchina: furono i neri. Il ‘68 lo puoi capire davvero solo se lo inquadri in questo contesto. È inventato, disegnato e messo in movimento dai neri d’America.

Non dal Black Panther e neanche da Malcom X, straordinarie avanguardie della lotta al razzismo, ma senza una strategia generale, senza una ideologia. King invece aveva una ideologia: la nonviolenza come contenuto e programma politico, non come metodo. Quel 28 agosto a Washington una folla gigantesca affermò un concetto essenziale: che i diritti civili e i diritti sociali devono essere tenuti insieme. Amici miei della sinistra, datemi retta: leggetelo quel discorso del reverendo King. C’è tutto.

Piero Sansonetti 26 Agosto 2023

28 agosto 1963. La storia della marcia su Washington: il giorno in cui Marthin Luther King cambiò gli USA. Il governo si aspettava 100 mila guerriglieri. Arrivarono 300 mila pacifisti. Fu il momento più alto del dopoguerra di unificazione delle lotte per i diritti civili e diritti sociali, per il lavoro e contro il razzismo. David Romoli su L'Unità il 26 Agosto 2023

L’apparato di sicurezza era da stato d’assedio: 6mila poliziotti, 2mila appartenenti alla Guardia nazionale, 4mila soldati arrivato in aeroporto dalla Carolina del Nord e dalla Virginia. Altri 19mila militari erano accampati alle porte di Washington pronti a intervenire in caso di disordini gravissimi che molti ritenevano inevitabili: “E’ impossibile portare 100mila neri a Washington senza incidenti e rivolte”. La vendita di alcolici fu sospesa e non era mai successo dalla fine del proibizionismo. Le operazioni chirugiche vennero rinviate e gli ospedali accumularono enormi riserve di plasma per essere pronti a fronteggiare una mezza guerra civile.

Il presidente Kennedy incaricò un suo uomo di fiducia di essere pronto ad ammutolire gli altoparlanti se i discorsi si fossero rivelati troppo incendiari. Per lo stesso motivo al grande scrittore nero James Baldwin fu vietato di prendere la parola. Il 24 maggio 1963, pochi mesi prima, con altri intellettuali neri aveva incontrato il ministro della Giustizia e fratello del presidente Robert kennedy. Era finita quasi in alterco e farlo parlare sembrò un rischio troppo grosso.

Nonostante l’apprensione generale il solo rischio fu rappresentato dall’impianto sonoro. Qualcuno lo aveva sabotato il giorno prima della Grande Marcia su Washington del 28 agosto 1963 e non si riusciva a ripararlo. Gli organizzatori fecero presente che la presenza di 200mila manifestanti senza che gli oratori potessero parlare sarebbe stata davvero una minaccia seria per la sicurezza. L’esercito riparò l’impianto durante la notte. Nessun incidente funestò la Marcia alla quale presero parte tra le 250mila e le 300mila persone, circa un quarto delle quali bianche. Erano arrivate da tutte le parti d’America, in treno. in autobus in automobile, i più ricchi, incluse molte stelle di Hollywood, in aereo.

Si concentrarono di fronte al monumento a Washington e di lì, senza neppure aspettare gli organizzatori impegnati in un incontro con la delegazione del Congresso, mossero verso il Lincoln Memorial dove erano previsti i discorsi degli organizzatori e un concerto. Suonarono quasi solo musicisti bianchi, Bob Dylan, Joan Baez, Peter Paul and Mary, anche se la regina del gospel Mahalia Jackson intonò I Got Over subito dopo la fine dello storico discorso di Luther King, “I Have a Dream”, e la contralto Marian Anderson eseguì a sua volta un pezzo. Al termine il giovanissimo Bob Dylan confessò un certo imbarazzo per quel concerto di musicisti per lo più bianchi.

La Marcia fu organizzata in una fase di massima tensione nella battaglia per i diritti civili. In primavera la campagna per eliminare la segregazione a Birmingham, “la città più completamente segregata d’America”, era stata lunga e violentissima. Dopo l’accordo che aveva parizalmente desegregato la città c’erano stati attentati sia contro Luther King che contro suo fratello. L’11 giugno il presidente Kennedy aveva promesso una legge sui diritti civili, che sarebbe stata approvata nell’agosto del 1964: la notte stessa uno dei principali leader del movimento per i diritti civili, Medgar Evers fu assassinato a Jackson, Mississippi. Eppure la March on Washington for Jobs and Freedom non era concentrata solo e neppure essenzialmente sulla desegregazione nel Sud.

Gli organizzatori, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, ex comunista e omosessuale, pertanto particolarmente sospetto anche agli occhi dell’amministrazione Kennedy, avevano iniziato a prepararla, nel dicembre 1961, per mettere all’ordine del giorno il problema della disoccupazione e della povertà tra i lavoratori neri. Per la prima volta diritti civili e diritti sociali venivano apertamente intrecciati: “L’integrazione nei settori dell’educazione, immobiliare, dei trasporti e degli alloggiamenti pubblici sarà di limitata estensione e durata fintanto che persisteranno fondamentali disuguaglianze economiche lungo le linee razziali”, scrivevano i due organizzatori.

Nel giugno 1963 i leader delle 6 principali associazioni per i diritti civili, tra cui King, formarono il gruppo delegato a organizzare e a gestire la Marcia, i “Big 6”. Randolph ne era il leader, Rustin rimase vicecapo dell’organizzazione ma a patto che figurasse il meno possibile per il passato ex comunista. In un incontro con il presidente, il 22 giugno, Kennedy mise come condizione del suo appoggio l’allontanamento dei “comunisti” dall’organizzazione di Luther King. Stanley Levison, avvocato ebreo, intimo amico e collaboratore strettissimo di King, accettò di fare un passo indietro pur continuando a collaborare con il leader dei diritti civili sino al suo assassinio, il 4 aprile 1968. Kennedy si dichiarò anche molto preoccupato per “il rischio di intimidazioni” durante la marcia. Gli organizzatori accettarono di vietare ogni manifestazione di disobbedienza civile e persino di sbandierare cartelli diversi da quelli distribuito dal Comitato, anche se poi quest’ultima proibizione non venne di fatto rispettata. Su questa base, il 17 luglio, il presidente si pronunciò a favore della manifestazione.

I Big 6 erano nel frattempo diventati Big 10. Ai leader delle principali organizzazioni nere per i diritti civili si erano aggiunti un rappresentante dell’associazione delle chiese cristiane, uno di quelle cattoliche e il presidente dell’American Jewish Congress. L’ultimo ingresso fu quello di Walter Reuther, presidente della United Automobile Workers, UAW, il sindacato dei metalmeccanici. Malcolm X, ancora primo predicatore della Nation of Islam, disertò la manifestazione, bollandola come “la farsa di Washington”. Anche tra gli organizzatori c’erano dubbi sia sulla scelta di evitare gesti di disobbedienza civile sia sul sostegno alla legge proposta da Kennedy, che ritenevano non abbastanza coraggiosa. In particolare il presidente dello SNCC, Student Nonviolent Coordinating Committe, John Lewis, il più giovane tra gli oratori previsti aveva preparato un discorso molto critico nei confronti dell’amministrazione Kennedy ma fu convinto a cancellare tutti i passaggi più affilati nella notte prima della marcia.

Tra i 10 oratori ufficiali non ci furono donne. Rosa Parks era sul palco insieme alla cantante Lena Horne ma non prese la parola e lasciò il palco, con la Horne, prima dell’ultimo discorso, quello di King. La grande Jospehine Baker parlò nella fase della raccolta delle offerte ma senza figurare tra gli oratori ufficiali. Nel corso di un omaggio complessivo alle donne nere in prima fila nella lotta per i diritti civili intervenne Daisy Bates, giornalista nera la cui madre era stata stuprata e uccisa da tre bianchi e che aveva avuto un ruolo centrale nella campagna per la desegregazione delle scuole nella sua città natale, Little Rock in Arkansas. Il discorso di Martin Luther King fu l’ultimo, prima delle comunicazioni conclusive dei due ideatori della Marcia.

Nella primavera precedente il pastore era diventato il più noto tra i leader dei diritti civili grazie alla campagna di Birmingham ma anche grazie alla lettera che dal carcere di quella città, con mezzi di fortuna come il bordo dei quotidiani, aveva scritto per rispondere a otto religiosi che avevano esortato a combattere la giusta battaglia per i diritti civili solo nelle aule di tribunale e non nelle strade. Il discorso di quella sera è ancora oggi uno dei più famosi della storia moderna. Il reverendo aveva scritto il testo a New York, con Stanley Levison. Ma dopo quel famosissimo incipit, “Io ho un sogno”, Mahalia Jackson, dal palco, urlò “Parlagli del sogno Martin”. King abbandonò il testo preparato e proseguì a braccio, trovando parole definitive e immportali che andavano e vanno oltre la specifica battaglia dei neri d’America. Parlavano e parleranno sempre di libertà, ovunque e per tutti. David Romoli 26 Agosto 2023

28 agosto 1963. I have a dream: il discorso di Martin Luther King alla marcia di Washington. Martin Luther King prende la parola alla fine della manifestazione. Il suo è il più grande discorso rivoluzionario moderno: “Tornate in Alabama, in Mississipi, non rassegnatevi...” Martin Luther King su L'Unità il 26 Agosto 2023

“Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il nero ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del nero è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il nero ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il nero langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra. Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa.

In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

È ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai neri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia. Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo.

Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei neri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai neri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima. Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità nera non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai neri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono: ”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.

Ho un sogno, oggi!.

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Martin Luther King - 26 Agosto 2023

Dove è andato a finire il grande “sogno” di Martin Luther King? Sessant’anni fa il celebre discorso del reverendo davanti al Lincoln Memorial di Washington, diventato simbolo dei diritti di tutti gli afroamericani. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 26 agosto 2023

L’aveva già messo nei suoi discorsi, il fatto del sogno, in Alabama, in Mississippi, in South Carolina. Ma non prendeva – vai poi a capire perché. Qualcuno dei suoi collaboratori, convinto che lo avrebbe messo anche questa volta, glielo disse esplicitamente, quando King si chiuse nella sua stanza per preparare il discorso – Non metterlo il fatto del sogno, reverendo. E lui sembrava convinto.

Aveva incontrato il presidente Kennedy e il vicepresidente Johnson, insieme a tutto il gruppo dirigente della Southern Christian Leadership Conference – al tempo delle elezioni presidenziali Kennedy aveva voluto parlare con King, promettendo un impegno nella lotta per i diritti civili.

Il settanta per cento della comunità afroamericana poi lo aveva votato come proprio presidente. Era stato anche grazie all’impegno della Casa bianca che la SCLC aveva organizzato le campagne nel Sud per il diritto di voto, soprattutto in Mississippi e in Georgia, quando giovani studenti bianchi partivano dal nord per andare negli Stati del Sud e aiutare le lotte dei neri per la registrazione negli elenchi dei votanti e per abolire le forme più odiose della discriminazione razziale, sugli autobus, nei ristoranti, nelle scuole. Subivano agguati e pestaggi da razzisti del Ku Klux Klan spesso con la faccia delle istituzioni.

Ma ora Kennedy era molto preoccupato e quella marcia proprio non la voleva: c’era stato un vero e proprio braccio di ferro durante la campagna in Alabama, che era diventata simbolica del segregazionismo, soprattutto per la durezza del suo governatore George Wallace. L’ 11 giugno 1963, con i suoi sostenitori, Wallace si era presentato davanti all’Università dell’Alabama per impedire la desegregazione dell’istituto e l’entrata ai corsi dei primi due studenti neri, Vivian Malone e James Hood, che erano scortati e protetti dalla Guardia Nazionale, dal Marshall federale e dal procuratore dello Stato. I due allievi sarebbero entrati comunque nell’università tra le urla della folla. Kennedy temeva che quella marcia avrebbe finito con alimentare il conflitto, lo scontro, ma non poteva certo dire al reverendo King di non farla. Però, John e Bob si prepararono al peggio e richiamarono a Washington oltre cinquemila riservisti per fornire assistenza, e vennero vietati gli alcolici. «Sembrava che ci fossero più poliziotti che manifestanti» scrisse il «New York Times».

Così, Clarence Benjamin Jones, consigliere e amico intimo del dottor King, lo aveva aiutato a buttare giù i temi di quel discorso – la gente arrivava per il salario minimo a due dollari, il passaggio di un disegno di legge significativo sui diritti civili, la fine della segregazione razziale nelle scuole, un programma di lavori pubblici federale e il blocco delle pratiche di lavoro scorrette.

Era su questa traccia che il dottor reverendo Martin Luther King aveva iniziato il suo discorso il 28 agosto del 1963, una lunga estate calda: «Siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “Vita, libertà e ricerca della felicità”. Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto».

King, che usava molto nella sua oratoria riferirsi alla Bibbia, cadenzava ritmicamente i suoi discorsi, come fossero preghiere, come fossero gospel. Ripeteva una locuzione più volte. Quel giorno, usò «Now is the time / è adesso il momento». «Now is the time to make real the promises of democracy. Now is the time to rise from the dark. Now is the time to lift our nation. Now is the time to make justice / È adesso il momento per rendere concrete le promesse della democrazia. È adesso il momento per uscire dal buio. È adesso il momento per sollevare la nostra nazione. È adesso il momento per fare giustizia».

E poi usò «We can never be satisfied / non possiamo dirci soddisfatti». We can never be satisfied, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua».

La gente applaude, il reverendo sa come parlare al cuore delle persone – e lì, al Lincoln memoria di Washington, sono venuti in duecentocinquantamila, da tutta l’America, bianchi e neri. C’è tutta Hollywood anche, e le grandi voci del rock, Joan Baez, Bob Dylan. Si sente che questo è un giorno che apparterrà alla Storia. Ma le parole del reverendo sono ancora ancorate a quella traccia scritta, forse non volano come tutti vorrebbero, come il giorno vorrebbe. È a questo punto che Mahalia Jackson, la regina del gospel, gli grida: «Digli del sogno, Martin».

E il reverendo King mette da parte i fogli, e inizia a parlare a braccio. Io ho ancora un sogno ed è profondamente radicato nel sogno americano. «I have a dream that one day this nation will rise up. I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves. I have a dream that one day even the state of Mississippi. I have a dream that my four little children. I have a dream that one day down in Alabama with its vicious racists. I have a dream that one day every valley shall be exalted».

Sembrava di stare in una chiesa, una chiesa immensa all’aperto – ricorderà qualcuno, quando il prete dice un passo e i fedeli lo ripetono. In duecentocinquantamila al Lincoln Memorial ripetevano quell’I have a dream. Quale potenza.

È un momento di grande speranza per l’America tutta, per il mondo intero – This is our hope. Brotherood, fratellanza è la parola chiave. We will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together – lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarsi per la libertà insieme. Insieme.

Il movimento per i diritti civili del dottor King è l’anima morale dell’America. Non ci sono rose e fiori sul cammino – l’anno dopo sarà la marcia di Selma, Alabama; nel 1968 King verrà assassinato; le rivolte dei ghetti si susseguiranno anno dopo anno. Ma si va verso la terra promessa. Insieme. Si cade e ci si rialza. Insieme.

Quale distanza dall’America di oggi – chiusa in se stessa, isolata, rancorosa, recintata.

Il clamoroso caso di razzismo. “Ne*ro, inchinati ai bianchi!”: la storia di Emmett Till, il linciaggio che ha ferì a morte il Mississippi. Tutti qui a Money, Mississippi ricordano quella storia. Il piccolo chiese un bacio alla moglie del negoziante. Tre giorni dopo lo rapirono, lo torturarono, lo uccisero e lo gettarono nel fiume. Piero Sansonetti su L'Unità il 27 Agosto 2023 

Ripubblichiamo qui di seguito il reportage pubblicato sull’Unità del 27 giugno 2004 dalla cittadina di Money, Mississippi, dove Emmett Till, ragazzino afroamericano, fu linciato da due bianchi il 28 agosto del 1955. La sua colpa? Aver osato fare avances a una ragazza bianca.

Il vecchio è ubriaco. Ride, ride in modo squassante. Il ragazzo è sobrio, è serio, ha voglia di parlare. Anche gli amici del vecchio hanno bevuto parecchio. Mi prendono in giro perché ho chiesto dov’è Boulevard street e ho pronunciato alla francese: bulevàr. Il vecchio continua a ripetere: bulevàr, bulevàr, butta indietro la testa e ride a crepapelle. Il vecchio ha gli occhi rossi, è simpatico. Il giovane gli dice di star zitto, vuole ascoltarmi.

La domanda su dov’è Boulevard street lo ha interessato pochissimo, la domanda successiva lo ha preso. Era questa: conosci la storia di Emmett Till? Sì, sì, la conosce benissimo. Minuto per minuto. Il giovane si chiama Clay, ha 35 anni, è nero (anche il vecchio è nero e anche i suoi amici). Gli dico: «È una cosa di cinquant’anni fa, come fai a conoscerla?». Mi risponde che la conoscono tutti e che la storia di Emmett Till è ancora viva perché il razzismo è una bestia maledetta e viva e immortale. Specie qui al sud, specie in Mississippi è immortale. Il giovane se ne sta appoggiato coi gomiti sul parapetto del portico di casa sua, una di quelle baracchette di legno che abbiamo visto in tanti film.

Assi dipinte di celeste chiaro. Due stanze bagno e cucina. La casa sta nel quartiere nero di Greenwood, 20mila abitanti, regno del cotone. Mi hanno detto di non andare nel quartiere nero di sera, non è sicuro. Invece è sicuro. C’è la ferrovia che separa il quartiere nero dal quartiere bianco. La ferrovia taglia in due Fulton street, che è la via principale di Greenwood: a sud gli afroamericani a nord gli anglosassoni. A sud baracchette, a nord quelle ville col giardino, un po’ di legno e un po’ di pietra, lussuose e con tante colonne finte a imitare il Partenone. Clay dice che in questo mezzo secolo non è cambiato niente, niente, e che i bianchi sono delle canaglie più canaglie che mai. Poi si scusa imbarazzato: «non dicevo a te…». Non ti preoccupare. Parlami di Emmett.

LA TRAGEDIA CANTATA DA BOB DYLAN

Clay mi dice di aspettare un attimo, entra in casa ed esce con la chitarra. Si fa vedere anche la moglie. Ora Clay mi racconta la storia di Emmett. Finalmente il vecchio si è chetato e anche i suoi amici. Il vecchio scuote la testa, gli amici dicono a Clay di cantare. È molto intonato. Canta una canzone di Bob Dylan del ’63. Dice più o meno così: «La mattina dopo ho visto i giornali / ma non li potevo sopportare / C’era la foto dei due fratelli che sorridevano / mentre scendevano le scale / La giuria ha detto che sono innocenti / che se ne possono andare / mentre il corpo di Emmett fluttua nella schiuma orrenda / del Jim Crow, giù fino al mare…».

I due fratelli di cui parla Dylan sono due fratellastri bianchi assassini, con nome e cognome: Roy Bryant e J.W. Milam. All’epoca dei fatti avevano uno 24 e uno 36 anni. Emmett era invece un ragazzino che aveva appena compiuto 14 anni, di cognome si chiamava Till, di soprannome Bobo. Bryant e Milam lo hanno rapito, torturato, ucciso, e gettato nel fiume con un peso al collo, perché aveva fatto un complimento alla moglie di Bryant. Bryant era bianco, Emmett era nero. Un nero non può infastidire la moglie di un bianco, oppure paga con la vita. Che legge è? È la legge di Jim Crow. Chi era Crow? Lo vediamo tra un po’.

Dice ancora la canzone di Dylan: «Degli uomini lo hanno rapito, torturato / solo per fargli del male / Loro dicono che avevano una ragione / ma adesso non ricordo quale… / Loro hanno spiegato perché lo hanno ucciso: / e non mentivano per niente / La ragione è che si divertivano a ucciderlo / e a vederlo morire lentamente». Clay mi chiede perché mi occupo di Emmett. Gli dico che non conoscevo questa storia e che l’ho conosciuta perché il ministro della Giustizia ha deciso di riaprire le indagini, dopo mezzo secolo, e dopo che due film hanno riportato l’attenzione del pubblico su Emmett Till. La notizia l’ho letta sui giornali americani in questi giorni. Il senatore Shumer, democratico di New York, ha fatto una lunga battaglia per ottenere la riapertura delle indagini e l’ha vinta.

Allora Clay mi racconta per filo e per segno la storia di Emmett. E non è una ricostruzione di fantasia. Tutti i particolari li ha riferiti J.W.Milam – cioè l’assassino – un anno dopo essere stato assolto, a un settimanale americano che si chiama Look. Gliel’ha venduti per 4000 dollari, che a quel tempo erano molti. Specie per uno spiantato senza un soldo in tasca come Milam. Una confessione vera e propria, ma dopo l’assoluzione. E la legge americana dice che nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato.

E allora come fa ora il ministro della Giustizia a riaprire il processo? Ci sono due motivi. Il primo è che potrebbero esserci dei complici, che non sono mai stati processati. Il secondo è che quello di allora fu un processo del Mississippi, di un singolo Stato, quella di oggi è un’indagine federale, cioè di un livello superiore. Allora non fu ammessa la ragione razzista del delitto, che avrebbe imposto un processo federale, e quindi restò un processo locale. Mezzo secolo dopo si è accettata l’idea che quello fu il linciaggio di un nero.

IL CORAGGIO DI BOBO

Siamo nel 1955. C’è un paesino minuscolo, vicino a Greenwood (a 10 chilometri) che si chiama Money. Siamo nel delta del Mississippi, uno dei posti più belli e struggenti del mondo. Il cotone dà da vivere a tutti. La contea di Greenwood – dicono – dal 1917 è il più grande mercato di cotone che c’è sul pianeta. Il cotone lo raccolgono i neri, ma qui si chiamano negri. La gente perbene usa la parola «negroes», i razzisti dicono «niggers». Money è un ufficio postale, una chiesa, un negozietto, un impianto per la prima lavorazione del cotone, un benzinaio con una tettoia e due pompe. Nient’altro. Le case, una quindicina, sono sparse nella campagna.

Il paese è tagliato in due dalla ferrovia. Qui a Money negli anni 20 viveva una famiglia, la famiglia Cartham. Il signor Chartam, che era nero, si stufò di vivere nel sud razzista e se ne andò a Chicago. Insieme alla figlioletta Mamie che poi diventerà la madre di Emmett. Mamie è nata nel 1920, suo figlio nel 1941 (lo stesso anno di Bob Dylan). Il marito di Manie era un ex pugile, divorziarono nel ’42, lui andò in guerra in Italia e non tornò più. Nell’estate del 1954 Mamie se ne va in vacanza in Nebraska. Bobo dice che ormai è grande, vuole andare in vacanza da solo. Dagli zii, anzi i prozii, che vivono ancora a Money: Moses Wright e sua moglie Elizabeth. Lì dagli zii ci sono una quindicina di cuginetti. Il negozietto di Money appartiene al signor Roy Bryant e a sua moglie Carolyn.

Hanno due figli molto piccoli e vivono nel retrobottega del negozio. Carolyn è una donna assai bella, ha ventun’anni, ha vinto due concorsi di bellezza ad Indianola, città a una cinquantina di chilometri da Money, dove ha studiato al liceo. La sera del 24 agosto del 1955, un mercoledì, Bobo Till, i suoi cugini e un paio di amichette sono nello spiazzo davanti al negozio. Uno dei cugini di Bobo lo prende in giro. Gli dice: «Ti dai le arie che ci sai fare con le donne, facci vedere cosa fai con la signora Bryant». Bobo raccoglie la sfida, entra nel negozio, compra le gomme americane e poi dice alla signora: «Cosa ne pensi di darmi un appuntamento, baby?». Lei invece che mettersi a ridere si mette a gridare, chiama la cognata, Bobo insiste: «non devi aver paura di un ragazzo nero, già ho avuto altre donne bianche». Un cugino capisce che Bobo si sta ficcando nei guai seri, entra nel negozio, lo afferra e lo porta fuori. Bobo, sulla porta, si gira ancora, e fischia a Carolyn.

Nella notte tra il sabato e la domenica successiva, due uomini si presentano, alle due, a casa di Moses Wright. Sono armati di pistola. Moses li conosce, sono Roy Bryant e suo fratello J.W. Milam. Vogliono Bobo. Il ragazzo viene svegliato. Loro gli dicono di vestirsi e di far presto. Bob non sembra impaurito. Si veste con calma, lo fanno salire sul furgone di J.W. Milam. Lo mettono nel cassone dietro, loro si siedono nei sedili davanti. Guida Roy. Portano Bobo sul greto del fiume, il Tallahatchie. Lo fanno scendere e lo minacciano con la pistola. Poi lo fanno risalire sul camion, lo portano a casa di J.W., a Glendora, quindici miglia da Money. Dentro casa lo frustano. Lui non piange. Anzi li sfida. Gli grida in faccia: «sono esattamente come voi, valgo quanto voi, non sono diverso dai bianchi. Voi siete dei bastardi». J.W. racconterà nella confessione a pagamento che l’idea era solo quella di picchiarlo e di spaventarlo. Ma lui non si spaventa.

Allora lo fanno salire di nuovo in macchina, e in macchina hanno un’elica di quelle che servono per lavorare il cotone. Pesa circa trenta chili. Lo portano di nuovo sul greto del fiume, a Nord di Glendora, in un punto abbastanza ripido. Il fiume è largo, fanghiglioso, circondato da una vegetazione verdissima e da alberi molto alti. Sul greto del fiume lo frustano un’altra volta. J.W. si arrabbia perché Emmett non piange. Allora tira fuori di nuovo la pistola e gliela punta all’orecchio. Gli chiede: «Hai paura?»: Bobo risponde di no. Gli chiede: «Sei ancora convinto che io e te siamo uguali e valiamo nello stesso modo?». E Bobo risponde di sì. Gli chiede: «Tu credi ancora di avere il diritto di guardare una donna bianca?». Bobo dice di avere il diritto. J.W. capisce che quel ragazzo non può farla franca. Un nero non può sfidare così un bianco: se no è finita. Preme il grilletto. Un colpo s, un proiettile a espansione. Fracassa il cervello di Bobo. Poi, insieme a Roy, J.W. lega l’elica al collo di Emmett e lo butta al fiume. Il corpo riemerge quattro giorni più tardi, in un punto dove il fiume passa vicino a Money. Orribilmente deturpato.

LA BARA APERTA E IL PROCESSO

Mamie Till decide che il funerale si farà con la bara aperta. Vuole che tutti lo guardino in faccia il razzismo. Il funerale si svolge a Chicago. Ci sono cinquantamila persone. Intanto i due assassini sono stati denunciati da Moses Wright, anche se sua moglie ha pregato di non farlo. Non è mai successo qui in Mississippi che un nero denunci un bianco. È molto pericoloso. Moses manda la moglie a Chicago per proteggerla. Lui resta a Money. Lo sceriffo – un brutto ceffo razzista, un certo Clarence Strident – è costretto ad arrestare i due fratelli. Il processo si fa in una città vicina, a Summer, ai primi di settembre.

Il giorno del processo la Corte è strapiena. Lo sceriffo fa mettere i neri fuori dell’aula, nel corridoio. Anche i giornalisti neri restano fuori. E resta fuori anche un deputato nero, Charles Diggs. Lo sceriffo ogni tanto passa nella zona dei neri e li sfotte: «How are you, niggers?». I due fratelli bianchi sono difesi da un folto gruppo di avvocati che presta la propria opera gratuitamente. Tutti gli avvocati bianchi di Greenwood si sono offerti volontari per difendere Bryant e Milam. E inoltre sono stati raccolti 10mila dollari di aiuti. Il processo dura due giorni. Moses Wright va al banco dei testimoni. Gli chiedono se conosce chi ha rapito suo nipote. Lui alza la mano e indica i due imputati. Dice solo una parola: «They», loro. È la prima volta in Mississippi che succede una cosa del genere.

L’aula ammutolisce, è indignata di tanta sfrontatezza. Poi va a testimoniare anche un ragazzetto di 18 anni, un amico di Emmett, anche lui nero, coraggiosissimo. Si chiama Willie Red. Anche lui accusa i fratelli. Dice di abitare di fronte alla casa di J.W., dice che quella notte era sveglio e stava alla finestra, e che ha visto Emmett mentre veniva portato dentro casa da Bryant e da Milam. Poi parla l’avvocato dei due assassini. Si chiama Sidney Carlton. Dice: «Signori giurati, se non liberate questi due ragazzi bianchi i vostri antenati si rivolteranno nella tomba. Ma sono sicuro che questo non succederà: so che voi siete anglosassoni e so che libererete questi fratelli anglosassoni». La giuria è tutta di bianchi. Non ha molto da discutere, la colpa è evidentissima, è chiara come il sole.

La giuria resta riunita per 67 minuti, poi esce: «no guilty», innocenti. Roy e J.W. sono liberi, si abbracciano, baciano le mogli, scendono le scale della corte – come canta Bob Dylan – sorridendo e fumando il sigaro. I gornali del luogo dicono che è stato un brutto delitto, ma che non c’erano prove per condannare i due fratelli e che comunque parlare di linciaggio è eccessivo. La mamma di Emmett scrive al presidente Eisenhower e al mitico capo dell’FBI Hoover. Vuole essere ricevuta. Non la ricevono. Lei dice che si tratta di un delitto razzista e che il governo deve intervenire. Occorre una corte federale. Il ministro della Giustizia scrive a Hoover per avere un parere. Hoover risponde con una lettera di due pagine che andrebbe distribuita in tutte le scuole del mondo per spiegare cos’era l’America ai tempi di Eisenhower.

Hoover dice che l’azione contro la vittima è avvenuta per motivi sessuali e non razziali. Dice che non c’è stata nessuna violazione del «Civil Rights Bill», e che questi fatti vengono confermati da tutti gli agenti dell’Fbi che si sono occupati della vicenda. Scrive testualmente: «Non c’è nessuna prova che la vittima sia stata sottoposta alla privazione di alcun privilegio o garanzia assicurati dalla Costituzione degli Stati Uniti e dalla legge». Del resto, annota Hoover, recentemente, a Washington, un gruppo di ragazzi bianchi è stato aggredito da un gruppo di negri e nessuno ha invocato il delitto razzista e l’indagine federale.

Dunque è buono il processo del Mississippi e l’assoluzione. Recentemente, nel 1994, Roy Bryant è stato intervistato da una radio. Non ha detto niente. Ha solo imprecato contro chi tenta di cambiare le leggi per rimetterlo in mezzo con quella maledetta storia. Ha detto che a lui del delitto non è venuto neanche un nichelino. I soldi dell’intervista li ha presi tutti il fratello e il negozio di Money è fallito perché i neri lo boicottavano.

IL DESERTO DI MONEY

Money oggi è una minuscola città morta. L’impianto per la purificazione del tabacco è chiuso, la stazione di servizio è chiusa, cadente e impolverata, è chiuso e in rovina anche il vecchio negozio dei Bryant. L’edificio è diroccato, le porte e le finestre sbarrate con assi di compensato. Dentro è tutto in sfacelo. C’è solo l’ufficio postale che funziona, poco più di un container. Nell’ufficio c’è l’impiegato e due clienti. Tutti e tre bianchi e tutti e tre abbastanza anziani.

L’impiegato potrebbe avere più o meno l’età di Emmett, cioè 60 o 65 anni. Gli chiedo di Emmett, lui comincia a gridare e a fare gesti con le mani, come ad invitarmi ad andare via. «Chi sei? Cosa vuoi?», mi grida in faccia. Gli dico che sono un giornalista italiano. «Torna in Italia, non cercare qui questa robaccia!». Interviene il più anziano dei clienti, che è venuto per ritirare un pacco di giornali. Lui avrà più di ottant’anni, all’epoca era un uomo fatto. Parla pacato, a voce bassa: «Cosa vuoi sapere?». La storia di Emmett, rispondo. Voglio sapere se è vera. «Sì è vera». Tu sei di qui – chiedo – te la ricordi la storia? «Sì ho sempre vissuto a Money, sì io c’ero», risponde.

Come è potuta avvenire una vergogna simile? «Voi non sapete che clima c’era allora a Money. Tutte le estati arivavano i negri dal nord, arrivavano gli yankee, non se ne poteva più di loro. È stato un incidente». Gli chiedo di indicarmi il negozio di Bryant. «Vattene», mi risponde, «adesso basta domande, go home, torna in Italia». Si allontana zoppicando, appoggiato a un bastone, continuando a ripetere: «vattene, falla finita con questa storia di Emmett». C’è un signore sui cinquant’anni seduto in macchina, e vicino a lui, appoggiato alla macchina, c’è un suo amico. Provo a farmi dire qualcosa da loro ma loro mi guardano fissi e restano zitti davanti alle mie domande. Provo a fare domande che non c’entrano direttamente con Emmett, sul cotone, su Money, sui negozi: restano muti, mi guardano, sfidandomi.

Mi aggiro per le poche case di Money ma sono tutte chiuse. Anche la Chiesa è chiusa. Finalmente incontro un nero. Lui mi indica il negozio dei Bryant, mi porta sul greto del fiume, nel punto dove hanno ucciso Emmett, mi dice che J.W. è morto di cancro nell’89 e che Roy è morto nel ’94, poco dopo quell’intervista alla radio. È viva ancora lei, Carolyn, ha settant’anni, abita ad Indianola, non parla con nessuno, è ancora bella. Carolyn ha paura, perché se riaprono il processo lei potrebbe essere coinvolta. Anche Mamie è morta, la mamma di Emmett. È morta l’anno scorso, a 83 anni, dopo una vita infernale.

Torno a Greenwood. Vado nel quartiere ricco dei bianchi. Chiedo a loro di Emmett. La maggior parte non sa niente, o dice di non sapere. Due signore, sui sessanta, mi rispondono che fu una brutta storia ma che poi i neri ci fecero una montatura. Una persona sola, di una ventina che ho interpellato, non ha dubbi, e dice che quell’estate del ’55 è stata la più brutta estate del Mississippi, e che loro bianchi ci metteranno un secolo per far dimenticare la colpa e la vergogna.

P.S. Dimenticavo di Jim Crow. È il personaggio di una canzone razzista che si cantava in Kentuky alla fine dell’Ottocento. Era il periodo nel quale il razzismo bianco si riorganizzava nel Sud, dopo aver perso la guerra coi nordisti. E le corti supreme dei vari stati (ma anche la corte suprema federale) emanavano sentenze su sentenze contrarie ai neri.

Le leggi segregazioniste erano tutte confermate, il diritto di voto ai neri veniva negato, e il civil right bill del 1875 (molto precedente a quello degli anni kennediani) veniva cancellato perché considerato incostituzionale. Da allora si dice che nel Sud degli stati Uniti la legge vera è quella di Jim Crow, e che nessuna sentenza dell’alta corte di Washington può cambiarla. È una legge non scritta e dichiara la superiorità dei bianchi. Piero Sansonetti 27 Agosto 2023

L'America razzista e i diritti. Chi è Claudette Colvin: la prima afroamericana a dire no sul bus e che anticipò Rosa Parks. La prima donna afroamericana a non alzarsi per lasciare la sua seggiola a un bianco non fu Rosa Parks ma la signora Colvin. La reazione della stampa bianca fu feroce, ma la rivolta era partita e nessuno poté più fermarla. David Romoli su L'Unità il 25 Agosto 2023 

È una scena che conosciamo o crediamo di conoscere tutti: un autobus nella città di Montgomery, Alabama, dove nel 1955 sono in pieno vigore le regole della segregazione razziali, le Jim Crow Laws. I posti davanti, quelli dei bianchi, sono tutti occupati e in quei casi sono i neri seduti nei posti a loro riservati a dover cedere la loro seggiola se un bianco, in questo caso una donna bianca, la reclama. Per la prima volta una nera rifiuta di alzarsi, grida che non cedere il posto è un suo diritto costituzionale e per questo finisce in manette.

Quell’immagine la associamo da sempre al nome di Rosa Parks, l’attivista per i diritti civili e dirigente della Naacp (National Association for the Advancement od Colored People, la principale associazione per i diritti civili fondata nel 1909) il cui arresto innescò il lunghissimo boicottaggio degli autobus di Montgomery da parte dei neri. È un errore. La donna nera che per prima rifiutò di obbedire all’ordine razzista si chiama Claudette Colvin, compirà 84 anni il prossimo 5 settembre, all’epoca aveva appena 15 anni ed era in effetti una giovanissima militante del gruppo guidato da Rosa Parks.

La Naacp aspettava solo un incidente del genere per avviare la mobilitazione contro la segregazione negli autobus ma Claudette Colvin non sembrò la figura adatta. Era troppo giovane, troppo nera e soprattutto incinta senza essere sposata: la stampa bianca avrebbe avuto gioco facile nel demolirla. Dunque l’associazione preferì tenere bassa la vicenda in attesa di una nuova occasione, quella che si presentò 9 mesi più tardi, il primo dicembre, quando fu proprio Rosa Parks a rifiutare di cedere il posto ed essere arrestata.

Rosa sapeva per esperienza diretta che la reazione della stampa bianca sarebbe stata mettere sotto processo la vittima. Proprio lei aveva giocato un ruolo di primo piano, 10 anni prima, nella vicenda dello stupro di Recy Taylor, il primo caso di razzismo diventato oggetto di una mobilitazione nazionale, il vero atto di nascita del moderno movimento per i diritti civili. Recy Taylor fu rapita e stuprata da sei bianchi il 3 settembre 1944 in un borgo dell’Alabama. Denunciò gli stupratori e non era mai successo prima. La Naacp inviò la sua migliore militante contro le violenze sessuali razziste, Rosa Parks, per sostenerla.

I sei uomini non negarono ma affermarono che Recy Taylor era in realtà una prostituta. Il Gran Giurì li sollevò da ogni accusa in meno di 5 minuti. Una mobilitazione che coinvolse tutti i nomi più prestigiosi della comunità nera in tutta la nazione impose un secondo esame da parte di un nuovo Gran Giurì. Finì esattamente come quello precedente ma il clamore della vicenda mise però in piena luce la segregazione negli Stati del sud e avviò un movimento di protesta che era già diffuso ovunque nel sud quando, anni dopo, partì il grande boicottaggio a Montgomery.

Tra l’arresto di Claudette Colvin, il 2 marzo 1955, e quello di Rosa Parks si era verificata una tragedia destinata a incidere come poche altre cose nel provocare la sollevazione dei neri non solo negli Stati del sud ma in tutti gli Usa. In agosto Emmett Till, un ragazzo di 14 anni di Chicago in vacanza dai parenti nel Mississippi, fu accusato di aver “mancato di rispetto” a una donna bianca. Alcune notti dopo l’accusa della donna, il marito e il cognato rapirono il ragazzo, lo torturarono, sfigurarono e uccisero.

La madre volle funerali pubblici a Chicago con la bara aperta, in modo che tutti vedessero lo scempio. Gli assassini furono subito processati e assolti, poi, non potendo essere riprocessati dopo l’assoluzione, rivendicarono l’assassinio e vendettero anche il racconto dettagliato del linciaggio alla rivista Look. L’impatto dell’assassinio di Emmett Till fu enorme negli Usa e anche nel resto del mondo. Contribuì in modo determinante all’esplosione del movimento per i diritti civili.

Il boicottaggio degli autobus di Montgormery proseguì per 381 giorni. Coinvolse quasi la totalità della popolazione nera, che rappresentava anche la grande maggioranza dei passeggeri, e si concluse solo quando, nel novembre 1956, la Corte suprema ordinò la desegregazione degli autobus nella città dell’Alabama. Nei primi giorni del boicottaggio fu creato un comitato apposito destinato a guidare la vertenza e il leader della Naacp in Alabama, E.D. Nixon, scelse personalmente come suo presidente un giovane pastore battista della Georgia, Martin Luther King che si affermò come leader del Movimento proprio grazie a quello sciopero.

È impossibile rendere conto delle migliaia di manifestazioni, sit-in, proteste di ogni tipo organizzate negli anni seguenti dalla Naacp, dal Core, Congress of Racial Equality e dallo Sncc, Student Nonviolent Coordinating Commitee, formatosi nell’aprile del 1960. Quella per i diritti civili fu una guerra di lunga durata nella quale il movimento scelse di seguire la strada della non violenza, in larga misura riprendendo i metodi e le forme di lotta adoperate da Gandhi in India. Nel 1957 la Naacp iscrisse 9 studenti nei in una scuola segregazionista di Little Rock, capitale dell’Arkansas.

Il governatore Faubus schierò la Guardia Nazionale per impedir loro l’ingresso. Il presidente Eisenhower reagì “fedralizzando” la Guardia Nazionale e facendo scortare i 9 dall’esercito dove però furono completamente isolati e derisi dagli studenti bianchi per l’intero anno. Tennero duro e nel settembre 1958 la Corte suprema ordinò la desegregazione in tutte le scuole dell’Arkansas. Faubus decise allora la chiusura di tutte le scuole per l’intero anno scolastico. Nel 1961, dopo un anno di continui sit-in, il Core organizzò il primo Freedom Ride: attivisti e studenti bianchi e neri, sfidavano le Jim Crow Laws viaggiando per tutti gli Stati del Sud sugli stessi autobus, continuamente attaccati dai bianchi razzisti e dalla polizia, con arresti, lanci di bombe, pestaggi.

Nel 1964, nel corso della Freedom Summers, tre riders, un nero e due ebrei, che cercavano di organizzare la registrazione degli elettori neri furono uccisi nel Mississippi. Nel 1962 James Meredith fu il primo studente nero a entrare nell’università segregata del Mississippi. Per riuscirci il ministro della Giustizia Robert Kennedy, fratello del presidente, dovette farlo scortare da quasi 500 agenti. Gli scontri con la popolazione razzista bianca provocarono due morti e numerose devastazioni. Nella primavera del 1963, l’anno della grande marcia su Washington, King e la sua organizzazione, la Southern Christian Leadership Conference (SCLC), furono impegnati nella lunga e durissima campagna di Birmingham, la città dell’Alabama che King definiva, “la più completamente segregata d’America”.

Il governatore dell’Alabama George Wallace era tra i più fieri avversari dei diritti civili. Il capo della polizia di Birmingham, Eugene “Bull” Connor forse il più duro e violento paladino della segregazione assoluta. King era reduce da una cocente sconfitta nel tentativo di desegregare la città di Albany, in Georgia, ed era altrettanto determinato nel non subire un nuovo scacco. Iniziata alla fine del ‘62 con un boicottaggio di tutte le attività commerciali ispirato a quello dei bus a Montgomery, la guerra di Birmingham proseguì fino a maggio inoltrato. Bull Connor riempì le carceri e quando le celle non furono più sufficienti rinchiuse gli arrestati in campi recintati.

La Sclc mise in campo gli studenti, poi anche i bambini. Connor gli scatenò contro i cani poliziotto e gli idranti ad alta pressione. Il rev. King finì in galera per la tredicesima volta. Le immagini della durissima repressione di Birmingham fecero il giro del mondo e la paralisi commerciale della città diventò intollerabile per i notabili locali che imposero la pace accettando di desegregare quasi completamente la città. La vendetta non si fece attendere a lungo. Il giorno dopo l’accordo esplosero bombe di fronte alla casa di Luther King e alla camera d’albergo del reverendo.

Le manifestazioni di protesta misero da parte quasi per la prima volta la non violenza e il presidente Kennedy, che fino a quel momento aveva discretamente appoggiato la campagna, fece intervenire per la prima volta l’esercito contro i dimostranti. Il mese dopo il leader della Naacp nel Mississippi Medgar Evers fu assassinato mentre preparava una campagna modellata su quella di Birmingham. In settembre il lancio di bombe contro una chiesa nella stessa Birmigham uccise quattro bambine nere.

La campagna di Birmingham, poi la grande Marcia su Washington del 28 agosto ‘63 e la Freedom Summer del ‘64 furono passaggi decisivi nell’imporre, il 2 luglio del 1964, l’approvazione del Civil Rights Act che probiva ogni discriminazione in materia di impiego e alloggi. L’estate seguente, dopo la grande marcia da Selma a Montgomery organizzata dallo stesso King, fu emanato il Voting Rights Act che garantiva ai neri la possibilità, sino a quel momento di fatto negata negli Stati del sud, di iscriversi ai registri elettorali. Era il 6 agosto 1965. Cinque giorni dopo la grande rivolta del ghetto di Watts, a Los Angeles, avrebbe messo fine alla lunga fase della protesta non violenta dei neri americani.

David Romoli il 25 Agosto 2023

Dopo 40 anni gli USA eliminano le restrizioni ai gay per le donazioni di sangue. Gloria Ferrari su L'Indipendente sabato 12 agosto 2023.

La Croce Rossa americana non limiterà più le donazioni di sangue fatte da uomini gay e bisessuali. Con un comunicato emesso il 7 agosto, l’organizzazione senza scopo di lucro che fornisce circa il 40% dell’approvvigionamento di sangue di cui la nazione necessita, ha dichiarato di essersi adeguata alle nuove linee guida introdotte dalla Food and Drug Administration (FDA) lo scorso maggio. Nel concreto, il gruppo non potrà più rivolgere al donatore domande basate sull’orientamento sessuale o sul genere. Così, mentre in precedenza gli uomini che avevano rapporti sessuali con altri uomini dovevano rimanere in astinenza nei tre mesi precedenti alla donazione del sangue, ora chi di loro intrattiene relazioni sessuali monogame può donare senza dover attendere alcun lasso di tempo – purché siano soddisfatti gli altri requisiti necessari al processo. Il periodo di attesa di tre mesi invece rimane, ma si applica a chiunque – quindi indipendentemente dall’orientamento sessuale o dal genere – abbia fatto sesso con uno o più partner non abituali – con un certo riguardo soprattutto nei confronti dei rapporti anali, la cui pratica aumenta il rischio di diffondere molti tipi di malattie trasmissibili durante il rapporto.

L’America, con l’introduzione dell’ultime direttive, si lascia alle spalle una politica rimasta in piedi per quasi quarant’anni, nata nel periodo in cui gli uomini gay, per via della scarsa conoscenza e di una certa dose di discriminazioni, venivano accusati di contribuire alla diffusione dell’HIV.

Negli anni ’80, infatti, era stata la stessa FDA a impedire ai gruppi impegnati nella gestione delle donazioni di accettare sangue prelevato da uomini che avevano avuto rapporti sessuali con altri uomini. Una pratica che ha tenuto nonostante, nel tempo, la tecnologia di controllo e la conoscenza medica siano migliorate in maniera significativa. L’ente governativo ha cominciato a cambiare le sue linee guida solo nel 2015, facendo cadere il divieto ma obbligando comunque i donatori omosessuali a non fare sesso per almeno un anno prima della donazione. Periodo di astinenza ridotto a tre mesi nel 2020, a causa della carenza di sangue durante la pandemia di Covid-19 – in generale si stima che negli Stati Uniti ogni due secondi una persona abbia bisogno di sangue o piastrine, sia per interventi chirurgici, che per lesioni o cure di altro tipo.

Un atteggiamento ostile durato troppo a lungo e duramente criticato perfino dall’American Medical Association – la più grande associazione di medici e studenti di medicina degli Stati Uniti – secondo cui la FDA avrebbe ingiustamente discriminato ed escluso gli uomini gay: infatti, mentre questi facevano i conti con regole restrittive e limitanti, anche se avevano avuto rapporti sessuali protetti, nello stesso periodo uomini e donne eterosessuali che avevano fatto sesso non protetti con più partner potevano comunque donare.

«Mettere a disposizione il tuo sangue sembra un gesto così piccolo, ma ha un enorme valore, soprattutto per me, che potrò essere libero di farlo di nuovo», ha commentato Andrew Goldstein, un ricercatore di Los Angeles che da giovane donava con regolarità e che non ha più potuto farlo in quanto uomo gay. E che, tra l’altro, nel 2021 ha partecipato ad uno studio clinico che ha aperto la strada alla stesura della nuova guida.

Le idee del Ku Klux Klan travestite da scienza. Iuri Maria Prado su L'Unità l'11 Agosto 2023 

Non facciamo il nome della parlamentare di centrodestra che diffonde slogan di propaganda razzista sugli “stupri commessi in Italia dagli immigrati”. Ma se non ne facciamo il nome non è per salvaguardarne la poca rispettabilità: evitiamo di farlo perché, facendolo, degraderemmo l’episodio alla singolarità del caso personale, alla responsabilità individuale dell’interessata, mentre quella sua messaggistica da Ku Klux Klan esprime convincimenti diffusi e contrassegna la tempra civile di una parte drammaticamente notevole dell’opinione pubblica e delle forze politiche che ne vellicano le trippe xenofobe.

Un’altra cosa non facciamo. Non opponiamo a quella propaganda razzialmente orientata, protesa a farsi scienza con l’uso dei grafici in cui la curva degli stupri va di conserva con quella della presenza immigrata, e ostenta veridicità sulla base di quei numeri (i numeri che dicevano che gli ebrei erano usurai, i numeri che dicevano che gli zingari erano geneticamente criminali), non opponiamo a quella ributtante campagna discriminatoria l’argomento ragionevole. E cioè che confondere la causa criminale con una qualsiasi “condizione” significa preparare il terreno in cui si criminalizza la condizione: immigrato e quindi stupratore, straniero e quindi malfidato, mangia-spaghetti e quindi mafioso, nomade e quindi ladro, omosessuale e quindi pervertito. Questo significa adoperare le statistiche sulla frequenza del crimine presso un gruppo sociale: significa predisporre lo schema per cui è in sospetto che vi appartiene. Ma la propaganda razzista non merita che si usino questi argomenti di contrasto. Anche perché non servono. E non servono perché in profondo chi si abbandona a quelle propalazioni sa perfettamente che a ruminarle è razzismo in purezza, un sentimento contro cui l’obiezione ragionevole non ha nessuna efficacia e dopotutto è perfino immeritata.

Non spieghi all’estensore delle leggi razziali che tutti gli uomini sono uguali. Non spieghi al ministro che non si annunciano le ruspe contro le “zingaracce”. Non spieghi al magistrato antimafia che non si fanno prefazioni ai libri scritti da chi ripropone e diffonde i motivi della più oscena cultura antisemita. Queste cose si denunciano e basta, si condannano e basta. E chi se ne rende responsabile deve risponderne in faccia all’opinione pubblica: che a sua volta va denunciata e basta, va condannata e basta se mostra favore per quelle mozioni razziste.

E citiamola, per una volta, senza pretesa di spiegarne il senso a certi comizianti, citiamola questa carta di abusato richiamo, la Dichiarazione universale dei diritti umani: non va di grafici, non va di percentuali, non va di statistiche quando prescrive che quei diritti sono riconosciuti senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. E a chi dicesse che è un po’ sovradimensionato richiamare quei maestosi principi nel discutere di un volantino xenofobo, rispondiamo questo: che aveva cominciato così anche un imbianchino austriaco. C’è il pericolo che succeda ancora? No, probabilmente: ma certo non grazie a chi scrive e diffonde certe cose. E il punto è esattamente questo: non è grazie a chi scrive e diffonde certe cose se si può sperare che nel nostro Paese esse rimangano solo in un volantino.

Iuri Maria Prado 11 Agosto 2023

BlacKkKlansman, la vera storia del poliziotto che si infiltrò nel Ku Klux Klan. Erika Pomella l'11 Agosto 2023 su Il Giornale.

Spike Lee ha portato sul grande schermo la vera storia di un poliziotto afroamericano che è riuscito a infiltrarsi nel Ku Klux Klan 

Uscito al cinema nel 2018 e in onda questa sera alle 21.00 su Iris, BlacKkKlansman è il film diretto da Spike Lee tratto da un'incredibile storia vera. Il lungometraggio, infatti, è ispirato alla storia che il poliziotto Ron Stallworth ha raccontato nel libro Black Klansman.

BlacKkKlansman, la trama

Ron Stallworth (John david Washington) è il primo poliziotto di colore della città di Colorado Spings. Sono gli anni Settanta e il clima sull'integrazione razziale è spesso accompagnato da atti violenti e pregiudizi. Nel suo stesso dipartimento, infatti, Ron è visto con malcelato scetticismo da parte dei colleghi, ma questo non gli impedisce di svolgere il suo lavoro con l'ambizione a diventare un uomo capace di fare la differenza. È per questo che l'uomo decide di fingersi un estremista razzista e contatta via telefono il Ku Klux Klan, per cercare di infiltrarsi dentro il gruppo violento, portandone a galla i crimini. Il Gran Maestro del Klan (Topher Grace) si lascia sedurre dai progetti e da quello che Ron dice, al punto di volerlo incontrare. È a questo punto che il poliziotto chiede l'aiuto del collega Flip Zimmerman (Adam Driver), che accetta di essere il volto di Ron nel Klan. I due, quindi, diventeranno elementi fondamentali per la lotta a una delle organizzazioni più violente della storia degli Stati Uniti.

La vera storia dietro il film

Secondo quanto scrive Vanity Fair, il regista Spike Lee non riusciva a credere che la storia raccontata da BlacKkKlansman potesse essere vera. Tuttavia il regista di La 25a ora si è dovuto presto ricredere. Ron Stallworth nel 1978 diventò il primo poliziotto di colore del dipartimento di colore di Colorado Springs e un giorno, mentre era seduto alla scrivania, ricevette una telefonata da parte di un membro del Ku Klux Klan. Resosi immediatamente conto di essere alla portata di un'occasione che accade una volta su un milione, con la possibilità di cambiare davvero le cose, Ron convinse l'interlocutore di essere un suprematista bianco che combatteva per un'America bianca. Lo raccontò lo stesso poliziotto nel corso di un'intervista rilasciata a NPR in cui ha raccontato: "Gli dissi di essere un uomo bianco ec he odiavo neri, ebrei, messicani e asiatici; che ero davvero arrabbiato perché mia sorella aveva cominciato a uscire con un uomo nero e mi offendeva che le sue mani nere toccassero il suo corpo bianco; e come risultato di tutto ciò gli dissi che volevo unirmi al loro gruppo e che ero pronto a fare tutto quello che potevo per mettere fine a tutta questa insensatezza".

Poco dopo aver iniziato la conversazione telefonica, proprio come si vede nel film, Stallworth venne invitato a raggiungere il Klan per conoscersi di persona. A differenza di quanto si vede in BlacKkKlansman, però, a correre in suo soccorso non fu un poliziotto ebreo di nome Flip, ma un collega di nome Chuck, che era un poliziotto del dipartimento della narcotici. L'indagine di Stallworth andò avanti per circa sette mesi durante i quali, secondo il Washington Post, Stallworth ricevette anche l'aiuto dell'FBI che gli inviò dei documenti inerenti l'attività del Ku Klux Klan a Colorado Springs. Secondo Stallworth, come raccontato lui stesso in un'intervista a Vice, avere a che fare con il Ku Klux Klan non era di certo una passeggiata, ma aiutava il fatto che le persone con cui aveva a che fare non sembravano così sveglie, al punto da non accorgersi che Ron sia al telefono che dal vivo parlava con accenti molto diversi, questo perché a volte quando né Ron né Chuck erano disponibili erano altri poliziotti a prendere le chiamate del Ku Klux Klan. Il poliziotto ha ricordato: Solo una volta in tutti e sette i mesi dell'indagine ho dovuto affrontare la sfida sul perché la mia voce suonasse differente da quella di Chuck. Chuck era andato a un incontro che io avevo organizzato e più tardi, quello stesso giorno, ho preso il telefono e ho fatto una telefonata a Ken O'Dell, l'organizzatore del luogo. Ho cominciato a parlargli come se fossi stato al meeting, ma lui mi ha detto: 'Sembri diverso, qual è il problema?' Io allora ho tossito un paio di volte e gli dissi che avevo una sinusite. E lui disse: 'Oh, capita anche a me a volte. Ecco cosa devi fare per guarire'."

Sebbene la storia di Ron Stallworth abbia dei dettagli così assurdi da spiegare perché, in un primo momento, Spike Lee pensava che la sua storia fosse pura fantasia, il suo impegno e anche il suo ingenio hanno portato a risultati nient'affatto scontati, compreso quello di aver collezionato un numero incredibile di informazioni sul Ku Klux Klan che hanno impedito anche la realizzazione di alcuni piani che avrebbero potuto portare a conseguenze gravi. Classe 1953, Stallworth ha mantenuto a lungo il segreto sul ruolo che aveva svolto nell'indagine contro il Klan, finché non ha poi avuto la libertà di raccontare la sua versione della storia nel suo libro autobiografico che Spike Lee, seppure con le licenze poetiche necessarie ai registi per creare tensioni narrative, ha portato sul grande schermo. Una pellicola che secondo lo stesso Stallworth ha "reso giustizia alla mia storia", come ha detto in un'intervista col Time.

Estratto dell'articolo di Alberto Simoni per “la Stampa” l'8 agosto 2023.

A Newbern, profonda Alabama, un'ora da Selma dove nel 1965 i neri in marcia per i diritti vennero picchiati, abitano 275 persone. […] L'85% per cento della popolazione è nera, il 15% è bianca e il reddito pro capite di 18 mila dollari colloca Newbern in fondo alle classifiche sul benessere economico. Questo villaggio […] ha però due sindaci, uno bianco e uno nero. E un giudice che dovrà decidere chi è quello vero. 

A questo epilogo si è arrivati non per qualche errore di conteggio delle schede o di ricorsi, ma perché il secondo, il bianco Haywood Woody Stokes III, ex primo cittadino, ha deciso che colui che aveva vinto le elezioni, Patrick Braxton, afroamericano, non avrebbe mai avuto la possibilità di amministrare la cittadina. […] In più di 160 anni mai un afroamericano ha governato il villaggio e un bianco ha addirittura fatto il sindaco per 44 anni. Persino gratis secondo le cronache ufficiali.

[…] Stokes nemmeno si era presentato a quelle elezioni, ufficialmente si era "dimenticato" di presentare la sua lista, ma l'ipotesi più probabile è che quando ha visto sugli elenchi elettorali il nome di Braxton abbia deciso di boicottarne la strada. In fondo le proporzioni - 85% neri contro 15% - non gli lasciavano molte chance. 

[…] Ma la vittoria da allora è rimasta sulla carta. Con trucchi e bassezze in un sistema studiato a tavolino per impedirgli di amministrare, Stokes e i suoi sodali hanno nell'ordine: cambiato serratura agli uffici, impedito a Braxton di entrare all'ufficio postale per mandare un telegramma alla contea, bloccato l'accesso ai conti correnti, vietato di consultare i bilanci del comune. E a vietare l'accesso in ogni ufficio a Braxton è sempre stato un impiegato bianco. Il passo successivo, una volta paralizzata l'attività amministrativa, è stata quella di fare delle seconde elezioni.

Assolutamente segrete, o per pochi intimi. Alle urne si sono presentati solo Stokes e qualche amico. E così il vecchio sindaco è tornato in sella. Da allora Newbern quindi si è trovata con due primi cittadini che hanno iniziato a darsi battaglia a colpi di fabbro e serrature forzate e da cambiare. Alla Cnn domenica sera Braxton ha raccontato la vicenda e ribadito che continuerà a lottare per aver garantiti i suoi diritti. Che sono quelli - ha aggiunto - di tutta la comunità nera. «Siamo un piccolo paese, una minuscola realtà ma anche qui è in gioco la democrazia che deve garantire il diritto e il rispetto del voto», ha detto. […]

Francesca Gino, la prof trentina fa causa ad Harvard: chiede 25 milioni perché accusata di aver falsificato i dati dei suoi studi. Matteo Riberto su Il Corriere della Sera venerdì 4 agosto 2023.

Dopo le accuse, la docente dell'università di Harvard è stata messa in congedo. Lei: «Hanno creato una falsa narrativa sulla mia etica» 

Francesca Gino, la professoressa trentina di Harvard accusata di aver manipolato e inventato dei dati di alcune sue ricerche, ha fatto causa per 25 milioni di dollari accusando la prestigiosa università americana di «campagna diffamatoria».  «Voglio essere molto chiara: non ho mai, mai falsificato dati né avuto comportamenti scorretti di alcun tipo», ha detto Gino annunciando la causa. 

La replica della professoressa

La studiosa originaria di Tione, molto conosciuta nel mondo della ricerca comportamentale,  è tra i professori più pagati ad Harvard con uno stipendio di oltre 1 milione di dollari l'anno. Al momento è in congedo amministrativo dopo che il blog accademico DataColada l'ha accusata di manipolare i dati dei suoi studi e l'università ha ritirato almeno tre delle sue ricerche tra le quali una intitolata `Genio del male, come la disonestà può portare a una maggiore creatività´. «Pur affermando di rappresentare l'eccellenza, hanno raggiunto conclusioni oltraggiose basate interamente su deduzioni, supposizioni e salti logici non plausibili», ha aggiunto Gino riferendosi ai tre ricercatori del blog - Uri Simonsohn, Leif Nelson e Joe Simmons – che l'hanno accusata.  «Hanno creato e perpetuato una falsa narrativa sulla mia etica e integrità, che ha avuto un impatto devastante sui miei amici, colleghi, collaboratori e, soprattutto, sulla mia famiglia».

Le accusa mosse alla professoressa erano pesanti: secondo i tre ricercatori avrebbe manipolato e utilizzato dei dati fasulli; in particolare in alcuni studi legati all’onestà nell’economia comportamentale. Dopo l’uscita della notizia, Gino aveva affidato la sua replica a un tweet.«Molti di voi mi stanno contattando chiedendomi delle notizie recenti che riguardano il mio lavoro. Sto continuando a valutare queste accuse e le opzioni a mia disposizione. Per questo posso dire poco pubblicamente. Voglio assicurarvi che sto prendendo la cosa seriamente e che verrà affrontata. Sono lusingata e onorata da tutti coloro che mi hanno contattata per un confronto – il vostro sostegno leale significa tutto per me», per poi concludere: «There will be more on this» (Ci saranno novità al riguardo). Alle parole sono seguiti i fatti con la causa mossa alla prestigiosa università. 

Dobbiamo temere l’uomo bianco”, le parole d'odio della deputata dem americana. Storia di Valentina Menassi Il Giornale 29 luglio 2023.

La necessità di contestare qualsiasi aspetto sembra essere diventata parte integrante del modo di fare politica dei democratici, non solo italiani ma anche americani. È il caso dell’atteggiamento della deputata dem, Ilhan Omar, le sue parole fanno trasparire odio e discriminazione nei confronti degli uomini bianchi. Secondo Omar i maschi occidentali commetterebbero molti omicidi e i cittadini statunitensi devono temerli.

Cosa è successo

In un video mandato in onda dalla rete televisiva Al Jaazera Ilhan Omar afferma: “Our country should be more fearful of white man across our country because they are causing most of the deaths” ovvero "Il nostro paese dovrebbe avere più paura degli uomini bianchi perché stanno causando molte morti". Sostanzialmente la deputata americana sostiene che gli uomini bianchi stiano provocando la maggior parte delle morti negli Stati Uniti e, per questa ragione, bisogna temere questa categoria di persone. Il problema è quindi, secondo la rappresentante dem, il colore della pelle che porta a compiere gesti estremi fino ad arrivare alla morte.

La reazione dei media

Dopo queste parole non abbiamo letto di proteste o articoli che spiegassero quanto fosse fuori luogo e umanamente scorretto il pensiero di una rappresentate politica. Sentiamo però spesso, in ottica inclusiva, processi di snaturamento dei grandi classici Disney attraverso l'inserimento di personaggi provenienti da ogni nazionalità per rendere tutto più equo. Non importa se nel frattempo si condannano gli uomini che hanno la pelle bianca perché è una caratteristica tipica di chi commette gli omicidi che, anche in questo caso, si potrebbe smentire la notizia con dei dati a supporto della tesi, pensiamo per esempio al fenomeno delle Torri Gemelle che la deputata ha minimizzato l’evento che causò 2.996 morti, ma questa è un’altra storia.

Non è la prima volta che la deputata dem esordisce con dichiarazioni particolarmente forti. Nel 2019 la donna incitò i mussulmani a “scatenare l’inferno negli Usa”, un’esternazione che ha tutte le caratteristiche del cosiddetto “hate speech” e che scatenò il putiferio nell’opinione pubblica americana, con alcuni utenti sui social che ipotizzarono persino l’incitamento al terrorismo. Questo evento avvenne dal palco del Council on American-Islamic Relations (Cair), si tratta di un’associazione ben nota per essere stata inserita nella black list degli Emirati Arabi nel 2014 per legami con i Fratelli Musulmani e già più volte additata come sostenitrice del gruppo terroristico palestinese Hamas.

Estratto dell'articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2023.

«E vidi che ciò che divideva me dal mondo non era qualcosa che riguardava noi neri in modo specifico, bensì si trattava della ferita inferta da coloro che ci hanno dato un nome, e che ora danno a quel nome più valore che a ciò che abbiamo realizzato, o che potremo mai arrivare a fare in futuro. In America, la ferita non è nata con la pelle più scura, labbra più piene, naso più largo, ma da tutto ciò che gli è stato costruito intorno». Così scrive Ta-Nehisi Coates nel libro Tra me e il mondo, un memoir sotto forma di lettera al figlio Samori nel giorno del suo quindicesimo compleanno.

Pubblicato nel 2015, vincitore del National Book Award, è stato adottato da diverse insegnanti americane, tra cui Mary Wood, alla Chapin High School, una scuola superiore della South Carolina. […] Ma a febbraio, il «mese della Storia dei neri», alcuni studenti hanno scritto a un membro del consiglio scolastico che quel libro li faceva sentire «a disagio» e li faceva «vergognare» di essere bianchi. 

Allora i testi sono stati requisiti e il corso sospeso; Wood, che è bianca, ha ricevuto una lettera di rimprovero dal preside. La scorsa settimana Coates è volato nello Stato per partecipare al Consiglio scolastico distrettuale, seduto al fianco della professoressa. Lo scrittore non ha detto una parola: il suo scopo era attirare i riflettori su di lei. 

[…]

Coates ha scritto quel libro in parte perché crede che sia le strade che le scuole abbiano fallito nello spiegare l’ingiustizia razziale, impedendo che si intraprenda davvero la via del cambiamento. «Insegnare letteratura significa raccontare storie. Gli studenti devono essere esposti a storie che li riguardano ma anche a quelle per loro poco familiari», ha detto alla riunione Tess Pratt, dirigente del dipartimento di Inglese della Chapin.

 «Nel giorno in cui ho tolto ai ragazzi i libri di Ta-Nehisi Coates, ho messo a tacere la sua storia. Non era una mia decisione ma rimpiangerò per tutta la vita quel momento perché è stato un errore». Il deputato repubblicano Robert J. May ha sostenuto invece che a scuola bisogna rappresentare una società che non vede il colore della pelle e non discrimina contro i bianchi a causa del razzismo del passato. Un altro adulto ha affermato che Wood merita il licenziamento: «Non è pentita, anche se ha violato la legge».

Svolta della Corte Suprema. La Corte Suprema cancella Kennedy: via le leggi anti razziste che proteggevano i neri e gli ispanici. Le affirmative action fatte decadere dalla Corte Suprema. Le avevano varate Kennedy, poi Johnson e poi Nixon, proteggevano i neri e gli ispanici. Erano le gambe della lotta al razzismo. Piero Sansonetti su L'Unità l'1 Luglio 2023 

L’America ha cancellato le “affirmative action”. Sono delle regole, introdotte 60 anni fa per decreto presidenziale nella legislazione americana, che impongono la protezione delle minoranze etniche e in particolare, come è ovvio, degli afroamericani e degli ispanici. La Corte suprema le ha dichiarate incostituzionali perché, secondo la Corte, violano il diritto all’uguaglianza.

La decisione è stata presa a maggioranza: 6 contro 3. Nella piccola minoranza di giudici liberal, che hanno votato contro la sentenza, c’è la celebre Sonya Sotomayor. La quale è uscita dalla riunione della Corte furiosa e sconvolta. E ha spiegato che “non esiste l’aspirazione all’uguaglianza se non si riconosce la diseguaglianza”. Il cuore delle “affirmative action” era esattamente questo: il riconoscimento delle diseguaglianze (e soprattutto delle discriminazioni razziali).

La Corte suprema degli Stati Uniti è un luogo politico e giudiziario di straordinaria potenza. Raduna i poteri che da noi sono suddivisi tra Corte di Cassazione e Corte Costituzionale. Ma soprattutto è composta secondo criteri, diciamo così, monarchici o feudali. È composta da solo 9 persone e queste persone sono semplicemente scelte dal Presidente degli Stati Uniti, a sua discrezione, e una volta nominate restano nel loro incarico a vita. Se sono nominate quando sono ancora giovani possono durare 30 o 40 anni o anche di più. Cosa ci sia di democratico in questa istituzione è un mistero della fede.

La composizione della Corte è del tutto fortuita. Dentro la Corte, come è logico, c’è una certa quantità di giudici liberal e una certa quantità di giudici conservatori o reazionari. Quale dei due gruppi sia in maggioranza dipende dal caso. E cioè dalla data di morte dei giudici precedenti. Se un giudice liberal muore mentre alla Casa Bianca c’è un repubblicano, è molto probabile che sia sostituito da un conservatore. Viceversa se muore un giudice di destra mentre il Presidente è democratico. Negli ultimi decenni la maggioranza dei giudici anziani è morta sotto presidenze repubblicane, e così la vecchia maggioranza liberal che aveva, negli anni 70, abolito (per la precisione sospeso) la pena di morte, oggi è totalmente rovesciata. E questa maggioranza attuale, fortemente reazionaria, ieri notte ha cancellato le “affirmative action”.

Il giudice John Roberts, che ha annunciato la clamorosa sentenza ai giornalisti, ha spiegato il motivo della decisione: «Le “affirmative action” erano state immaginate per sanare uno squilibrio, ma non potevano durare per sempre». Quale squilibrio? Quello del razzismo, ovviamente, che negli Stati Uniti (specie al Sud, ma non solo) è erede dell’orrore schiavista che ha accompagnato la nascita e la crescita del Paese. Davvero si può dire che oggi lo squilibrio è cessato? E se è cessato, come si spiega – ad esempio – che la maggioranza assoluta della popolazione carceraria è afroamericana, mentre solo il 13 per cento della popolazione è afro-americana? Il crimine, forse, è nel Dna dei neri?

La storia delle “affirmative action” è lunga e accompagna la complessa battaglia degli Stati Uniti contro il razzismo, iniziata soprattutto nel dopoguerra e che ottenne i suoi risultati migliori negli anni 60. Le “affirmative action” sono dei decreti presidenziali (“Executive orders”) che prevedono una forma di favoritismo nei confronti delle minoranze etniche sia nei concorsi per impieghi pubblici sia nelle ammissioni all’Università e al liceo. In sostanza, nella loro ultima versione, stabiliscono che a parità di meriti un rappresentante della minoranza etnica è favorito. Cioè conquista alcuni punti in virtù della sua etnia. Sulla base di queste regole molti illustri cittadini neri si sono fatti strada.

Per esempio Obama e sua moglie Michelle. Recentemente un gruppo di studenti di estrema destra ha fatto causa alla ultraprestigiosa università di Harward. E la causa è finita alla Corte suprema che, appunto, ha condannato Harward e raso al suolo la legislazione antirazzista. Le “affirmative action” furono pensate per tentare un riequilibrio nella pubblica amministrazione, nei licei e nelle università. Dove la presenza dei bianchi (wasp, in gergo), negli anni 50 del Novecento era schiacciante nei confronti dei neri e dei latini. 95, 96 per cento. E dunque bisognava correggere, almeno un po’. Le “affirmative action” furono concepite come leggi contro la discriminazione, che per essere efficaci dovevano non solo frenare ma rovesciare la discriminazione. Furono varate in tre successive ondate.

Il primo a emettere un ordine esecutivo fu il mitico John Kennedy, nel 1961, poco dopo della sua elezione alla Casa Bianca. Poi fu la volta di Lyndon Johnson, che dopo aver varato il Civil Right Act (Civil Right Bill), il 2 luglio del 1964, decise di migliorare le “affirmative action”, che erano perfettamente complementari al Civil Right Bill. Il quale Right Bill fu una vera e propria rivoluzione nella società americana. Per la prima volta, dai tempi di Lincoln, si varavano delle leggi che favorivano i neri e proibivano la loro discriminazione. Che era ancora fortissima, specie negli stati del Sud dove vigeva la legge non scritta del Jim Crow. La quale vietava ai neri di andare nelle scuole dei bianchi, proibiva loro di sedersi nei bus sui sedili riservati ai bianchi, li escludeva da gran parte delle università, dall’impiego pubblico, gran parte di loro anche dal voto (per ottenere il quale era necessario superare delle prove non semplici), e persino dai bar, dai ristoranti, dai cinematografi e dai gradi di ufficiale in quasi tutti i reparti dell’esercito.

Kennedy fu il primo a dare ascolto alle battaglie dei neri. E giusto un anno prima dell’approvazione del Right bill, il 3 agosto del 1963, il leader cristiano nero Martin Luther King portò un milione di persone a Washington e lì pronunciò il suo celeberrimo discorso: “Ho un sogno, amici miei, il sogno di vedere i bambini bianchi per mano ai bambini neri, il sogno di vedere le rosse colline della Georgia… I have a dream, a dream, a dream”. Kennedy lo ricevette. E proprio in quell’occasione iniziò a preparare la legge contro la discriminazione. ma il 23 novembre di quell’anno, tre mesi dopo l’incontro con King, fu ucciso a Dallas.

La questione passò nelle mani di Johnson, il vicepresidente che si insediò alla casa Bianca poche ore dopo la morte di Kennedy, che era considerato dagli osservatori un conservatore. Come tutti i democratici del Texas, che erano eredi politici dei ribelli secessionisti e del Ku Klux Klan. Invece Johnson sorprese l’America e in pochi mesi fece approvare la legge contro il razzismo e subito dopo emanò un nuovo executive order che rafforzava le azioni positive. Ma l’ultimo colpo – nuova sorpresa – lo diede Richard Nixon. Che a sua volta rese ancora più forti le “affirmative action”, rendendo maggiore il vantaggio dei neri e degli ispanici, e anche delle donne.

In realtà Nixon si porta sulle spalle – come Johnson del resto – la responsabilità della guerra folle del Vietnam, ma in politica interna era un progressista. E probabilmente questo fu il motivo per il quale quelli che oggi chiamiamo i poteri forti decisero di eliminarlo. Incaricarono l’Fbi, che assoldò due giornalisti del Washington Post, diventati poi famosissimi, ma in realtà semplici amanuensi dei servizi segreti, e creò lo scandalo famoso, il Watergate, che eliminò Nixon e permise ai repubblicani di iniziare a lavorare al reaganismo e alla svolta liberista e antisociale.

C’è chi pensa che il Watergate fu una vittoria della democrazia. No, fu una manovra degli 007 per tagliare le gambe alla parte moderna e sociale del partito repubblicano e per imprimere alla politica americana quella svolta a destra che poi si estese a tutto l’Occidente. Qualcosa però era rimasta di quell’America. L’America della nuova frontiera, della Great society, del sogno egualitario, dell’antirazzismo. Erano rimaste, magroline e solette, le “affirmative action”. Ecco, ora le hanno tagliate. Non c’è più niente del kennedismo, di quella speranza lì. Ieri Biden e Obama hanno molto sbraitato. Giusto. Ma ormai sono sconfitti. Biden potrà magari anche vincere le elezioni, ma dell’America spumeggiante degli anni sessanta non c’è più nulla. Bob Kennedy, il ribelle quasi socialista, era stato cancellato da un pezzo. Ieri è scomparsa anche l’ombra di John.

Piero Sansonetti 1 Luglio 2023

USA, LA RAZZA NON SIA CRITERIO DI AMMISSIONE ALL’UNIVERSITÀ: GIUSTA LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA? Si & No Il Sì&No del giorno

Usa, la razza non sia criterio di ammissione all’università: sì, è giusto, le quote sono incostituzionali. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'1 Luglio 2023 

Le università americane non potranno più usare la razza o l’etnia come fattore per ammettere gli studenti, ha deciso la Corte Suprema. Nel “Si&No” del Riformista diamo spazio alla riflessione sul tema: è giusta o no la decisione? Favorevole Paolo Guzzanti, giornalista. Contraria Ermelinda M. Campanim, Direttrice Stanford Florence.

Qui il commento di Paolo Guzzanti.

L’esperimento delle quote nelle università, detto affermative action, per dare più posti a studenti afroamericani e latinoamericani, era già fallito da un pezzo e la sentenza della Suprema Corte non ha fatto che riportare la situazione. Al punto di partenza: il colore della pelle e l’origine Latina non saranno più un titolo di preferenza per essere accolti nei colleges a scapito di studenti più meritevoli ma di pelle troppo chiara per competere. L’Affermative Action – hanno sentenziato i giudici della Corte Suprema con una maggioranza di sei a tre – è sia ingiusta che inutile: ingiusta perché penalizza e quindi divide secondo criteri razziali che in America si chiamano con disprezzo “stereotypes”; ed è totalmente illegale di fronte all’”Equal Protection Clause” che fa parte del Quattordicesimo Emendamento e vieta in modo tassativo qualsiasi privilegio o penalità basati sul colore della pelle o la discendenza etnica.

Adesso bisogna ricominciare tutto da capo e le Università sono nel panico perché devono costruire nuovi criteri con cui accogliere i formulari di richiesta di iscrizione nei colleges cercando modi surrettizi per reintrodurre i vantaggi per gli studenti neri o latinos, come privilegiare i codici postali di aree marginali. Il giudice John Roberts ha bocciato firmando la sentenza della Corte i criteri di ammissione ad università come Harvard e la University of North Carolina, scrivendo che “Il criterio delle quote è in contrasto con i fondamenti della Costituzione che vietano gli stereotipi razziali su cui si fondano i criteri di ammissione”.

Questa sentenza della Corte riguarda soltanto uno dei modi di intendere la affermative action e cioè quello dell’iscrizione ai college per consentire ai figli di minoranze svantaggiate di poter accedere all’università. La questione più precisamente riguarda le borse di studio, l’agognato “Grant”, che permette a studenti di qualsiasi colore e provenienza di seguire lo stesso corso di studi di chi può pagarsi la retta intera. Così è avvenuta una selezione alla rovescia: fra due studenti di colore diverso era obbligatorio scegliere quello del colore giusto, lasciando fuori quello che aveva ottenuto il miglior voto.

La situazione si era pienamente ribaltata da quando negli anni 90 si sono presentati nelle Università gli studenti asiatici: i molti vietnamiti fuggiti dal loro paese per la guerra e una ondata migratoria di indiani le cui famiglie eccellono nelle branche più ricercate della medicina. Seguono gli studenti cinesi, sia americani che della Cina popolare, cui si sono aggiunti – l’ho visto con i miei occhi a Boston – studenti iraniani, siriani, egiziani e delle repubbliche ex sovietiche.

La maggior parte di questi studenti ha riportato risultati e voti superiori a quelli non solo degli afroamericani e dei latini ma spesso degli stessi americani bianchi, tra i quali si sono dati molti casi di suicidio specialmente in New Jersey. Ciò che funziona di più dietro gli studenti asiatici che vincono tutte le borse di studio possibili e prendono i voti più alti, indirizzandosi quindi agli stipendi più alti offerti dalle aziende che tengono d’occhio gli studenti di qualità, sono le famiglie e le tradizioni. Uno studente asiatico americano non sa la vita dello studente americano qualsiasi: la sua famiglia decide tutto per lui o per lei, compreso il coniuge e l’età in cui avere figli, esigendo con la massima durezza disciplinare i voti più alti.

Ciò ha spiazzato l’intera comunità universitaria americana e del mondo mettendo in evidenza quanto fosse puerile l’idea di garantire comunque biglietti d’ingresso privilegiati per minoranze etniche, che poi non erano in grado di garantire in modo analogo l’uscita verso il lavoro e gli alti stipendi. La decisione della Corte Suprema ha provocato naturalmente molte proteste perché si è creata di fatto un’area di privilegi razziali che tuttavia non hanno saputo impedire la crescita verticale di privilegi dovuti all’altissimo profitto degli studenti. La Corte ha considerato anche altri fallimenti del sistema della live action che però non sono compresi in questa sentenza come quello degli affitti privilegiati nello stesso stato sì secondo etnia, cultura, lingua religione e colore della pelle. Quello che si proponeva di realizzare un utopistico grande livello di integrazione ha portato invece odii profondi, micro-violenza e ulteriore ghettizzazione. Paolo Guzzanti

Usa, la razza non sia criterio di ammissione all’università: no, è una decisione che penalizza le minoranze. Ermelinda M. Campani su Il Riformista l'1 Luglio 2023 

Le università americane non potranno più usare la razza o l’etnia come fattore per ammettere gli studenti, ha deciso la Corte Suprema. Nel “Si&No” del Riformista diamo spazio alla riflessione sul tema: è giusta o no la decisione? Favorevole Paolo Guzzanti, giornalista. Contraria Ermelinda M. Campanim, Direttrice Stanford Florence.

Qui il commento di Ermelinda M. Campani.

La Corte Suprema degli Stati Uniti, con 6 voti contro 3, ha appena preso una decisione che farà storia. Ha detto, in buona sostanza e in 236 pagine, che i college e le università non possono tener conto della razza nelle procedure di ammissione, nelle decisioni relative al conferimento di borse di studio, e nel reclutamento degli studenti. È la fine della cosiddetta “affirmative action”, la pratica che serviva a garantire corsie preferenziali per le minoranze e ad assicurare una certa diversità etnica negli atenei. Ed è un vero tsunami, anche se non del tutto inaspettato, per le università americane e per la società intera.

Nella fattispecie, la decisione della Corte dà torto a Harvard College e all’Università del North Carolina invocando la Equal Protection Clause, la clausola di parità di protezione del 14mo emendamento. E dà ragione alla Students for Fair Admissions che ha rappresentato le istanze di studenti asiatico-americani secondo i quali le pratiche di ammissione ai due college favorivano alcune etnie a scapito di tutte le altre. In sostanza, proprio il principio introdotto nel 1868 dopo la guerra civile americana per garantire i diritti civili e legali dei neri (e successivamente utilizzato per stigmatizzare altre forme di discriminazione, come quella basata sul genere, la nazionalità, la religione o l’orientamento sessuale) è stato applicato in una decisione giuridica che oggi gli afro-americani non li favorisce.

Cosa comporterà questa sentenza, almeno nell’immediato, è facile da capire. I numeri di studenti afro-americani, ispano-americani, nativi-americani diminuiranno drasticamente nelle aule degli atenei più prestigiosi perché sono i gruppi che statisticamente hanno minor accesso alle risorse che gli permettono di eccellere, e di ottenere i punteggi alti in test (come il SAT e l’ACT) che sono fondamentali per l’ammissione ai college più blasonati e competitivi. Si stima, a braccio, che 40-60% di studenti neri e 25-45% di ispanici che studiano attualmente nei college non sarebbero lì se non fosse stato per l’affirmative action.

La stesura della sentenza è a opera del giudice John Roberts, cattolico moderato, educato a Harvard e nominato alla suprema corte da George W. Bush. Scrive Roberts «Eliminare la discriminazione razziale significa eliminarla del tutto. Lo studente deve essere valutato come individuo, non sulla base della sua razza. Molte università ormai da troppo tempo hanno fatto l’esatto contrario». Con Roberts hanno votato tutti i giudici conservatori. Sonia Sotomayor ha commentato amaramente «La Corte ignora le conseguenze pericolose di un America la cui leadership non rispecchia la diversità del suo Popolo». I due giudici neri, Clarence Thomas (decano dei conservatori) e Ketanji Brown Jackson (nominata poco più di un anno fa da Joe Biden) si sono aspramente criticati. Entrambi contro la discriminazione, ciascuno su posizioni diametricalmente opposte all’altro. Lo specchio di un paese diviso.

Molti presidenti delle università, soprattutto quelle più prestigiose, si sono già affrettati a rassicurare che, nei limiti imposti dalla legge, faranno il massimo per continuare a sostenere le minoranze e a garantire la diversità nelle classi e sui campus universitari. Lee Bollinger, il presidente di Columbia University, ha bollato la decisione della Corte come «una tragedia» e ha aggiunto che ci aspettano 5 anni di caos prima che le università riescano a venire a capo del nuovo scenario legale. Il Presidente Biden dice «la decisione della corte è una grave delusione per tante persone, me compreso». Gli fanno eco gli Obama «una sentenza che ci spezza il cuore,” mentre Trump, nel suo solito stile, ha affermato “Questo è un grande giorno per l’America». Fin qui i fatti. Ora, un paio di considerazioni a margine e in ordine sparso.

– L’America sta imboccando una china che mette in discussione diritti che si davano per acquisiti e che sembravano delle “verità” inalienabili. Un anno fa l’aborto. Oggi anche l’affirmative action. Due mostri sacri della sinistra americana e delle battaglie civili. Due sentenze che riscrivono la storia del paese.

– L’idea dell’America come esempio di integrazione multi-razziale (il famoso crogiuolo) rischia di essere ormai solo un’idea.

– Posizioni politiche estreme chiamano reazioni politiche estreme. La polarizzazione che divide la società civile e la politica americana rischia di diventare incolmabile.

– Il voto degli americani ha un impatto anche sulla Corte Suprema i cui giudici rimangono lì a vita. Il Presidente americano, quando è chiamato a mettere nuovi giudici sugli scranni (a Trump ne dobbiamo 3), ha il potere di cambiare il destino del Paese per decenni a venire, e ben oltre la fine del suo mandato. È la longa manus dell’elezione del 2016 che ha cancellato l’affirmative action.

– Il 2024 ha due elezioni che si annunciano, pur ancora da lontano, come potenzialmente esplosive, una in Europa e una negli Stati Uniti. Teniamoci forte.

Ermelinda M. Campani

No, la Corte Suprema Usa non è reazionaria. Stefano Graziosi su Panorama il 2 Luglio 2023

La narrazione dominante sostiene che la Corte suprema americana sia in mano all'estrema destra: si tratta di una tesi assurda e ideologica, smentita dai fatti. Ecco perché

 Sono sentenze significative quelle recentemente emesse della Corte suprema americana. E questo vale per almeno tre ambiti. In primis, la maggioranza dei togati ha de facto abolito la cosiddetta “affirmative action”: la pratica, cioè, di considerare l’etnia un fattore da tenere in considerazione nelle ammissioni universitarie. In secondo luogo, la Corte ha dato ragione a una web designer cristiana che si rifiutava di realizzare siti web che celebrassero i matrimoni omosessuali. Infine, ma non meno importante, i giudici hanno cassato il maxi piano di condono del debito studentesco, che era stato annunciato l’anno scorso dall’amministrazione Biden. In tutti questi casi, a prevalere sono stati i sei togati di nomina repubblicana, mentre le loro tre colleghe di designazione dem si sono schierate in senso opposto. Una situazione che ha portato il Partito democratico e lo stesso Joe Biden, oltre ad alcuni commentatori, a parlare di una Corte suprema spostata a destra, che starebbe agendo così per mettere i bastoni tra le ruote all’inquilino della Casa Bianca e per promuovere una linea reazionaria. Una narrazione semplicistica, assolutamente lontana dalla realtà. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, ricordiamo che i giudici della Corte suprema sono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: il che vuol dire che ci sono state epoche storiche in cui la maggioranza dei togati era di designazione dem e altre in cui era di designazione repubblicana. Gridare oggi allo scandalo perché sei giudici su nove sono stati nominati da un presidente del Gop non ha quindi senso. In secondo luogo, bisognerebbe leggere le sentenze anziché giudicarle per sentito dire. Solo così è infatti possibile smontare le tesi di chi parla di una Corte suprema reazionaria. Entriamo nel dettaglio. Per quanto riguarda lo stop al maxi piano di condono del debito studentesco, promosso da Biden, la maggioranza dei giudici non si è espressa contro il merito del provvedimento: ha semplicemente stabilito che, varandolo, il presidente ha fatto ricorso a un potere di cui non disponeva, aggirando indebitamente l’autorizzazione del Congresso. Passiamo poi alla sentenza che ha dato ragione alla web designer cristiana: questa decisione non ha reso lecita alcuna discriminazione, come invece suggerito dallo stesso Biden. Ha semmai stabilito che, in virtù del Primo emendamento, una persona non può essere obbligata a produrre “contenuti espressivi” in contrasto con i propri convincimenti morali. In altre parole, l’autorità governativa non può ledere il diritto alla libertà di espressione. Infine, la maggioranza dei togati ha de facto cassato l’“affirmative action”, argomentando che questa (controversa) pratica non poggiava su obiettivi mirati e sottoponibili a un “severo controllo”. Questo vuol dire che, secondo i giudici, si fondava su presupposti e finalità troppo vaghi, rendendo quindi tale pratica in contraddizione con la clausola dell’eguale protezione davanti alla legge, sancita dal Quattordicesimo emendamento. Ricordiamo d'altronde che, sulla base di una precedente sentenza del 1978, il sistema delle quote etniche è incostituzionale negli Stati Uniti. E non è un caso che, negli scorsi anni, ben nove Stati avessero già vietato l’“affirmative action” (spesso ritenendo che introducesse in modo surrettizio proprio un sistema di quote). Ora, si può ovviamente anche essere in disaccordo con il contenuto di queste sentenze. Ma, per farlo, bisogna muoversi in una logica corretta, anziché tirare in ballo delle categorie politiche che non c’entrano nulla. Dire che queste decisioni sono reazionarie e contrarie al progresso storico non ha alcun senso. Ricordiamo infatti che in seno alla Corte suprema americana si fronteggiano due filosofie giuridiche contrapposte. Da una parte, si stagliano gli storicisti che, solitamente di nomina dem, ritengono che la Corte dovrebbe garantire e tutelare presunti progressi sociali. Dall’altra parte, troviamo gli originalisti che, generalmente di nomina repubblicana, sostengono che la Costituzione vada interpretata in base al senso originario in cui fu scritta: originalisti sono, per esempio, Neil Gorsuch, Brett Kavanugh ed Amy Coney Barrett (tutti nominati da Donald Trump), oltre a Clarence Thomas (designato da George H. W. Bush).

Ebbene, al di là delle legittime opinioni che ciascuno può avere, è abbastanza chiaro che la prospettiva corretta sia quella originalista. Proprio tale orientamento garantisce infatti la tutela dello Stato di diritto, laddove l’orientamento storicista può indebitamente risentire di varie pressioni politiche e sociali. Non solo: va anche tenuto presente che, più che una dottrina, l’originalismo è una metodologia. E che non di rado giudici che la condividono si trovano in disaccordo tra loro nel valutare il medesimo caso. Nel giugno 2019, Cnbc rilevò per esempio che Gorsuch e Kavanugh (entrambi, ripetiamolo, nominati da Trump) fossero in accordo il 70% delle volte: ben al di sotto del 96% registrato da Elena Kagan e Sonia Sotomayor (entrambe designate invece da Barack Obama e di orientamento storicista). Senza poi trascurare che in varie occasioni gli attuali giudici di nomina repubblicana hanno emesso pareri in contrasto con gli interessi del partito a cui teoricamente avrebbero dovuto appartenere. E comunque resta un fatto, che vale per il Partito democratico americano e per chiunque: si possono ovviamente non condividere e criticare le decisioni di un’istituzione, ma l’istituzione andrebbe rispettata sempre (non solo quando si esprime in linea con le proprie convinzioni ideologiche). Indubbiamente qualcuno si risentirà, citando gli articoli di ProPublica, secondo cui, Thomas e Samuel Alito (entrambi togati di nomina repubblicana) hanno accettato in passato viaggi e vacanze senza renderlo noto. Chiariamo subito che, per ragioni di opportunità, non avrebbero dovuto farlo o che avrebbero comunque dovuto mostrarsi maggiormente trasparenti. Resta però il fatto che, fino allo scorso marzo, le regole a cui i togati erano sottoposti in materia di divulgazione finanziaria risultavano, giusto o sbagliato che fosse, piuttosto blande e generiche. Infine, andrebbe anche ricordato che, secondo quanto rivelato dal Washington Examiner, ProPublica è stata fondata e finanziata dalla Sandler Foundation: un ente che “ha incanalato denaro in organizzazioni di sinistra che chiedono attivamente indagini su Thomas e sostengono l’aumento del numero dei giudici supremi” (una riforma, questa, da anni invocata da alcuni settori del Partito democratico americano, per annacquare il peso dei togati di nomina repubblicana). Ecco, chi sta cercando oggi di politicizzare la Corte suprema non sono forse esattamente i repubblicani.

Gli antenati schiavisti di quasi tutti i presidenti Usa. Martina Melli su L'Identità il 27 Giugno 2023

Una lunga inchiesta di Reuters, l’agenzia stampa internazionale, ha rilevato che più di 100 leader statunitensi tra legislatori, presidenti, governatori e giudici, discendono da proprietari di schiavi. Pochi sono disposti a parlare dei loro legami con il “peccato originale” americano. Nella ricerca sulle genealogie dell’élite politica americana, l’esame di Reuters ha scoperto come un quinto dei membri del Congresso della nazione, dei presidenti viventi, dei giudici della Corte Suprema e dei governatori abbiano antenati diretti che hanno ridotto i neri in schiavitù.

Tra i 536 membri dell’ultima seduta del Congresso, Reuters ha determinato che almeno 100 discendevano da schiavisti. Quei legislatori della 117a sessione del Congresso sono allo stesso modo democratici e repubblicani e includono alcuni dei politici più influenti d’America: i senatori repubblicani Mitch McConnell, Lindsey Graham, Tom Cotton e James Lankford, e i democratici Elizabeth Warren, Tammy Duckworth, Jeanne Shaheen e Maggie Hassan.

Anche il Presidente Joe Biden e tutti gli ex presidenti degli Stati Uniti viventi – eccetto Donald Trump i cui antenati si sono trasferiti in America dopo l’abolizione della schiavitù – sono discendenti diretti di schiavisti: Jimmy Carter, George W. Bush, Bill Clinton e – per parte di madre bianca – Barack Obama. Così anche due dei nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti in carica, Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch.

Lo studio di Reuters ha rilevato che questi risultati riguardano almeno l’8% dei democratici nell’ultimo Congresso e il 28% dei repubblicani. La preponderanza dei repubblicani riflette semplicemente la forza del partito rosso nel sud dove si concentrava la schiavitù. Sebbene i bianchi schiavizzassero i neri anche negli stati del nord all’inizio della storia americana, alla vigilia della guerra civile, la schiavitù era un fenomeno quasi interamente del sud.

Grammar police. La discriminazione razziale si annida anche nelle nostre scelte linguistiche. Jonah Berger Linkiesta il 28 Giugno 2023

Uno studio dell’Università di Stanford ha rivelato come nei controlli stradali gli agenti di polizia comunichino in modo diverso a seconda che gli automobilisti siano neri o bianchi. Jonah Berger in “Parole magiche” (Egea) riflette su come il linguaggio modelli il nostro modo di pensare e stare al mondo

Breonna Taylor è stata uccisa il 13 marzo 2020. Poco dopo la mezzanotte gli agenti di polizia hanno fatto irruzione nell’appartamento della ventiseienne operatrice di pronto soccorso. Taylor era a letto a quell’ora, e nella concitazione del momento la polizia ha sparato trentadue volte, colpendola sei volte e uccidendola. George Floyd è stato assassinato il 25 maggio 2020. Aveva usato un biglietto da 20 dollari per comprare un pacchetto di sigarette in un minimarket e il commesso, pensando che la banconota fosse falsa, aveva chiamato la polizia. Diciassette minuti dopo l’arrivo della prima auto della polizia, Floyd era bloccato a terra a pancia in giù da tre agenti, privo di sensi. Meno di un’ora dopo è stato dichiarato morto. Questi sono solo due esempi del trattamento riservato dalle forze di polizia agli afroamericani. I due incidenti hanno suscitato indignazione in tutti gli Stati Uniti, portato alla rinascita del movimento Black Lives Matter e catalizzato i dibattiti nazionali su razza e polizia.

[…] Secondo alcune stime, più del 25 per cento della popolazione entra in contatto con un agente di polizia nell’arco di un anno, e le interazioni più frequenti sono quelle dovute ai controlli stradali. Al di là della loro frequenza, queste interazioni sono importantissime. Ognuna di esse rappresenta un’occasione per instillare fiducia nei confronti della polizia ovvero per danneggiarla, per rinsaldare il legame con la comunità ovvero per minarlo. Ma come sono queste interazioni quotidiane? E i membri della comunità bianca e nera sono trattati in modo diverso? […]

Nel 2017 alcuni scienziati dell’Università di Stanford hanno cercato di scoprirlo. Le interazioni tra la polizia e le comunità dipendono ovviamente da una serie di fattori anche molto complessi, ma per cominciare a capire come stiano effettivamente le cose, i ricercatori si sono concentrati sul linguaggio: come si rivolgono gli agenti ai membri delle comunità bianca e nera? In collaborazione con la città di Oakland, in California, i ricercatori hanno esaminato i filmati delle telecamere di migliaia di controlli stradali di routine. […] Di norma queste interazioni seguono lo stesso copione: l’automobilista viene fermato perché corre troppo o ha il libretto di circolazione scaduto; dopo aver scritto qualcosa sul blocchetto, controllato la targa ed essersi accertato che tutto il resto sia a posto, spesso l’agente si avvicina al finestrino del conducente. Se tutto fila liscio, si stabilisce una conversazione. […] Non tutte le conversazioni, però, sono così lineari, e sono molti i motivi per cui l’interazione può prendere una brutta piega. […]

Centinaia di ore di interazioni hanno dimostrato che il linguaggio usato nei confronti dei conducenti neri era meno educato, meno amichevole e meno rispettoso. Quando si rivolgevano agli automobilisti bianchi, per esempio, gli agenti tendevano a utilizzare i titoli di cortesia («signore» o «signora»), a fornire rassicurazioni («Va tutto bene», «Non si preoccupi» o «Nessun problema») o a proporre agentività all’automobilista («Può…….» o «Potrebbe……»). Erano più propensi a pronunciare il cognome dell’automobilista, a parlare di sicurezza e a usare parole positive. Quando si rivolgevano ad automobilisti di colore, di contro, gli agenti tendevano a utilizzare appellativi informali (come «amico», «bello», «campione»), a fare domande o a intimare di tenere le mani sul volante. […] Come ha osservato un ricercatore, «basandoci unicamente sulle parole utilizzate dall’agente, possiamo prevedere la razza della persona con cui stava parlando all’incirca nei due terzi dei casi». […]

Lo studio di Stanford solleva molte domande importanti. È facile dare del razzista agli agenti di polizia o vedere nei risultati dell’analisi una prova del fatto che la polizia prende di mira gli afroamericani. E questo è certamente un modo possibile di interpretare i risultati. Ma la verità è probabilmente più sottile e complessa. È possibile che alcuni agenti siano razzisti. E visti i comportamenti generali adottati da singoli agenti nei casi più eclatanti, è pressoché certo che sia così. Ma a prescindere da ciò, resta il fatto che una percentuale ben più ampia di agenti tratta in modo diverso bianchi e neri, e lo fa in maniera più o meno intenzionale. È probabile che gran parte degli agenti sia mossa da buone intenzioni e cerchi semplicemente di fare del proprio meglio in situazioni difficili. Ma, che se ne rendano conto o meno e che lo vogliano o meno, le parole che usano sono diverse. E questo rende il problema sottostante ancora più difficile da risolvere. Perché un conto è identificare le «mele marce» all’interno delle forze di polizia e licenziare un manipolo di agenti, un altro è modificare gli stereotipi, le associazioni, le abitudini e le risposte radicate di centinaia di migliaia di poliziotti.

La buona notizia, tuttavia, è che il linguaggio può aiutare. Perché anche se la maggioranza degli agenti di polizia è mossa da buone intenzioni e cerca di fare la cosa giusta, il loro linguaggio ci fa capire quali sono le aree in cui è necessario un miglioramento. Aree in cui, pur senza rendersene conto, trattano le persone in maniera diversa. E mettendo a fuoco anche i pregiudizi involontari possiamo augurarci di stimolare un cambiamento nella giusta direzione.

“Parole magiche. Cosa dire per ottenere quello che vogliamo”, di Jonah Berger, 211 pp, € 29,90.

(ANSA il 20 aprile 2023) - Una bimba di 6 anni e suo padre sono stati feriti gravemente da un uomo che gli ha sparato dopo che il pallone da basket con il quale stavano giocando è finito nel suo giardino, vicino Charlotte, in North Carolina. Lo riporta la Cnn. La madre della bambina è stata solo sfiorata dal proiettile. La polizia sta cercando l'afroamericano Robert Louis Singletary, 24 anni, che ha definito "armato e pericoloso".

Usa, si è consegnato uomo che ha sparato alla bambina. Storia di Redazione Tgcom24 Il Corriere della Sera il 21 aprile 2023.

Negli Usa si è consegnato alla polizia il 24enne afroamericano Robert Louis Singletary che ha sparato a una bambina di sei anni e a suo padre dopo che il loro pallone da basket era finito nel suo giardino in North Carolina. Lo riporta la Cnn. L'uomo, che è accusato di tentato omicidio e aggressione armata, comparirà in tribunale nelle prossime ore. Il padre della piccola è ancora ricoverato in ospedale.

Estratto da repubblica.it il 20 aprile 2023.

Dopo la casa e il vialetto sbagliati, ora è l'auto sbagliata a provocare nuove vittime negli Stati Uniti di chi si sente legittimato ad aprire senza esitazione il fuoco di fronte a quella che viene percepita come una minaccia alla sua persona o alla sua proprietà. Due cheerleader sono state ferite, una in modo grave, da un uomo che ha aperto il fuoco dopo che le ragazze sono entrate nell'auto sbagliata in un parcheggio di un supermercato Elgin, vicino ad Austin, in Texas. 

"Secondo la ricostruzioni, sono stati esplosi diversi colpi contro il veicolo", ha reso noto la polizia che ha arrestato Pedro Tello Rodriguez, 25enne, accusato di condotta letale. È stato necessario l'intervento di un elicottero per trasportare in ospedale una delle ragazze ferite che facevano parte di un gruppo di quattro cheerleader della Woodlands Elite Cheer che si erano fermate nel supermercato rientrando, verso la mezzanotte, dagli allenamenti.

(...)

Giovedì scorso a Kansas City, il 16enne afroamericano Ralph Yarl è stato ferito da un 84enne bianco dopo aver suonato all'indirizzo sbagliato. Mentre sabato scorso, in una località rurale dello stato di New York, la 20enne Kaylin Gills è stata uccisa dal proprietario di casa dopo essere entrata, per sbaglio, nel suo vialetto. 

Incidenti che stanno riaccendendo il dibattito sull'eccessiva diffusione, e libertà nell'utilizzo delle armi, e sulle cosiddette "stand your ground laws", le leggi che legittimano l'utilizzo di armi da fuoco per la difesa della propria persona o delle proprie proprietà.

Estratto da lastampa.it il 18 aprile 2023.

Un uomo è stato accusato di omicidio di secondo grado negli Stati Uniti dopo aver sparato e ucciso una ragazza di 20 anni che per errore è entrata con la sua auto nel suo vialetto di casa in una zona rurale dello Stato di New York, dove la notte gli ingressi alle abitazioni sono poco illuminati. Lo riporta la Bbc. 

La giovane, Kaylin Gillis, era in macchina con altre tre persone e - secondo la ricostruzione della polizia - è entrata per sbaglio nel vialetto di Kevin Monahan, nella città di Hebron. Dopo essersi accorta dell'errore stava tornando indietro ma Monahan, 65 anni, avrebbe aperto il fuoco contro il veicolo, colpendola. […]

Estratto da rainews.it il 18 aprile 2023.

Ralph Yarl ha 16 anni e suona benissimo il clarinetto. Ralph Yarl è un ragazzo afroamericano e vive a Kansas City, in Missouri. Ralph Yarl è vivo per miracolo. 

Giovedì scorso, i genitori di Ralph gli chiedono di andare a prendere i fratellini, due gemelli. L'indirizzo è 115th Terrace. Ralph prende la macchina, parte. Ma sbaglia indirizzo: va alla 115th Street, in un altro quartiere della città. Parcheggia nel vialetto, cammina fino al portoncino, suona il campanello. 

Un uomo apre, lo guarda in volto - e gli spara due volte, alla testa e al braccio. Ralph è ferito, fugge, cerca aiuto, suona a tre diverse abitazioni di quella tranquilla strada residenziale fatta di villette tutte uguali, alberi e giardinetti curati, ma nessuno risponde, solo al quarto tentativo qualcuno apre: però, per prima cosa, gli intima di sdraiarsi a terra con le mani in alto. Solo dopo chiama la polizia. 

L'uomo che ha sparato si chiama Andrew Lester, ha 85 anni, è bianco.

Quella sera la polizia lo ferma, lo porta in caserma attorno a mezzanotte, lo rilascia poco più di un'ora dopo, esattamente all'1:24. Quattro giorni dopo i fatti, Lester è incriminato per aggressione a mano armata. […]

James Hansen per italiaoggi.it il 12 febbraio 2023.

 Dis-integrazione - Il Washington Post (di proprietà del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, e probabilmente il più politically correct dei maggiori quotidiani americani) ha recentemente scoperto, scandalizzato, che meno del 2% dello sperma nelle sperm banks americane proviene da donatori neri. Ci sarebbe, dunque, il rischio che i figli di aspiranti mamme con la pelle nera, senza donatori della stessa razza, possano nascere «troppo bianchi»…

Una volta l'obiezione alla miscegenazione (la mescolanza razziale) era un cavallo di battaglia della destra più bieca. È curioso vedere la preoccupazione sul tema, passare dall'altra parte dello spettro politico. L'imbarazzante questione che ne nasce si riallaccia anche al fatto che i neri americani sono, mediamente, già «troppo bianchi».

 Un'estesa ricerca apparsa sull'American Journal of Human Genetics: ha sostenuto che «il genoma dell'afro-americano medio è africano al 72,2%, europeo al 24% e indiano d'America allo 0,8%». A complicare ulteriormente la situazione, almeno dal punto di vista ideologico, c'è il problema che a molti neri americani non dispiace affatto la pelle più chiara.

È comune tra la popolazione nera femminile l'utilizzo di creme «candeggianti» come la Natural White, l'Ambi Fade Cream e la Clean & Clear Fairness Cream. Si stima infatti che per il 2024 l'utile globale generato dalla vendita di questo tipo di prodotti raggiungerà annualmente più di 31 miliardi di dollari.

Così si arriva al glutatione, un composto antiossidante usato in medicina nelle terapie contro il favismo, come antidoto nei casi di sovradosaggio dell'analgesico paracetamolo e per i casi di avvelenamento da metalli pesanti come mercurio e piombo. Inoltre, ha l'effetto interessante di contrastare efficacemente la melanina, la sostanza che rende scura la pelle nera, senza che siano state identificate (finora almeno) pericolose controindicazioni. La questione è ben diversa per le creme candeggianti, molto criticate dal punto di vista medico.

Queste novità (che tanto nuove non sono, visto che già nel 2017 il New York Times aveva avuto modo di lamentarsi per «l'incontrollata» espansione dell'utilizzo del glutatione che cambia le carte in tavola per quanto riguarda il razzismo «classico» basato sul colore della pelle. La carnagione, sempre più, dunque, diventerà una libera scelta. Il fatto che il popolino possa muoversi in ordine sparso per abbracciare la soluzione a un problema (seppure parziale e incompleta) senza attendere le giuste misure ideologiche, non è una novità.

 Né il razzismo stesso finisce qui: la «paura dell'altro» è un sentimento troppo radicato nel carattere umano. Comincia però a esistere la fondata possibilità che, in assenza della pelle sbagliata, l'umanità dovrà muoversi per scoprire un'altra caratteristica fisica che giustifichi l'odio cieco. Nota Diplomatica

Sparizioni, violenze e omicidi sono ancora un macigno per gli indigeni nordamericani. L'Indipendente il 21 gennaio 2023.

Nello Stato del Colorado, Stati Uniti, è da poco stato istituito un sistema di allerta per le persone indigene scomparse. Infatti, dall’inizio dell’anno è entrato in funzione un programma di avviso istantaneo che avvisa sia le varie forze di polizia sia la cittadinanza stessa. Perché è necessario che esista un tale sistema di allarme specifico per le persone definite nativo-americane? La risposta sta nella drammatica realtà dei fatti che riguarda tanto gli Stati Uniti quanto il Canada: il tasso di violenza, sparizione e uccisione delle persone nativo-americane è ad un livello elevatissimo risp...

Il "Crinale" della storia americana: il racconto sepolto della Frontiera. Michael Punke nel nuovo romanzo Il Crinale racconta di un'epoca poco nota della storia americana, quella delle guerre indiane. Un racconto di una giovane nazione in cerca del suo destino e di un mondo ancestrale che non vuole rinunciare all'estinzione. Matteo Muzio su Il Giornale il 17 Aprile 2023

La storia americana spesso viene letta a compartimenti stagni e non si capisce come si passi da un conflitto modernissimo come la guerra civile, combattuta tra il 1861 e il 1865 anche grazie all’ausilio delle ferrovie, delle prime corazzate a vapore e grazie all’uso sul campo del telegrafo, a guerre più "antiche" come le tante guerre indiane. Una di queste era la cosiddetta guerra di Nuvola Rossa, combattuta dal 1866 al 1868.

Il clima era di un Paese da ricostruire, proprio a partire da quegli eserciti che si erano scontrati tra Nord e Sud. Appena un anno dopo la fine della guerra di secessione, l’esercito statunitense stava adottando una riduzione di organico, smobilitando l’immenso numero di soldati arruolato negli anni precedenti. Un'operazione complessa che prevedeva anche di assorbire gli ufficiali provenienti dal Sud dopo un anno di giuramento sulla Costituzione. Un intervento che seguiva il piano rapido di Ricostruzione instaurato dal presidente Andrew Johnson, un democratico unionista del Tennessee scelto da Abraham Lincoln come suo vice e diventato presidente dopo la morte di Lincoln nell'aprile del 1865.

Tutto questo, nell’area di ambientazione del romanzo Il Crinale, scritto da Michael Punke (edito in Italia da Einaudi) si sente da lontano. Siamo in quella che allora veniva definita Frontiera, quel limite impalpabile tra l’America bianca e governata secondo i dettami della sua Costituzione e quella invece sottoposta al governo delle tribù di Nativi, con i quali il governo federale spesso stipulava trattati. In questo caso, la rottura che dà inizio alla guerra descritta nel romanzo, è quella che causerà il cosiddetto “massacro di Fetterman”, dal nome di William Fetterman, colonnello dell’esercito che vede i suoi uomini uccisi in un agguato da parte di un’alleanza di Lakota Sioux e di Cheyenne, comandati da Cavallo Pazzo.

Punke, già autore di The Revenant, romanzo poi trasposto cinematograficamente nel 2015 da Alejandro Gonzalez Iňarritur, descrive molto bene l’ambiente naturale delle Grandi Pianure dove si svolge la vicenda. Mentre nel precedente romanzo il protagonista era uno solo, il capitano Hugh Glass e la sua incredibile storia di sopravvivenza nel Missouri del 1823, ancora totalmente selvaggio, qui il romanzo analizza tutti i punti di vista, di Fetterman, dei suoi uomini, delle loro mogli che mandano lettere, ma anche dei Nativi.

In special modo emerge proprio la figura di Cavallo Pazzo che qui acquisisce uno spessore diverso rispetto ad altri nativi della letteratura, come nel caso del protagonista del libro-intervista di John Neihardt Alce Nero Parla, dove Alce Nero è ritratto come una figura mitica e misticheggiante. Qui invece Cavallo Pazzo è reso appieno nel suo essere una figura storica a tutto tondo, un leader politico e uno stratega militare che pensa alle conseguenze della scoperta dell’oro nel Montana che rende il suo territorio una landa di conquista per una vasta umanità che corre verso i giacimenti saccheggiando il territorio su cui la sua tribù di Lakota Sioux conta per sopravvivere.

Cavallo Pazzo vuole organizzare la trappola per Fetterman non per una punizione fine a sé stessa, ma per indurre il governo americano a sedersi nuovamente a un tavolo di trattative e stipulare un nuovo trattato più vantaggioso. Paradossalmente fu una strategia che, qualche anno prima, adottò il governo confederato nei confronti del Territorio Indiano, il futuro Oklahoma. Lì il delegato del governo di Richmond stipulò dieci trattati con altrettanti gruppi tribali, per una ragione molto semplice: in primis, guadagnavano la tranquillità al confine nord-occidentale. Inoltre, guadagnavano nuove truppe da arruolare nel teatro di guerra del Trans-Mississippi, difficile da raggiungere.

Un altro aspetto fu che l’amministrazione sudista era disinteressata all’espansionismo a Ovest, preferendo, in futuro, ampliare i propri territori verso l’area caraibica, più favorevole allo sviluppo di un’economia schiavista di piantagione. Le cosiddette tribù civilizzate arrivarono addirittura a ottenere dei delegati non votanti nel Congresso Confederato. Nel 1866 del romanzo, questa è una prospettiva completamente scomparsa.

I Lakota sono da soli e possono contare soltanto sull’alleanza con altri gruppi. Davanti a loro c’è una forza difficilmente conoscibile come quella del governo unionista fresco di una grande vittoria, contro la crisi più dura della sua giovane storia. Cavallo Pazzo rappresenta uno dei maggiori esponenti di una cultura, quella delle Grandi Pianure, relativamente giovane e sviluppata solo da pochi anni, dove la religione ha dei tratti apocalittici e millenaristici simili a quelli dei predicatori evangelici. Eppure ai suoi occhi la trappola per i soldati americani è un modo di fermare una tendenza all'inculturazione che pone come unica alternativa l'estinzione, come affermato esplicitamente da molti esponenti politici in quegli anni.

Quest’attitudine però fornisce ai Lakota la necessaria volontà di resistere anche se il loro leader ha ben presente le possibili conseguenze dei suoi atti. Il capo indiano, però, vuole ugualmente tentare di dare un sussulto di dignità e guadagnare il rispetto degli Yankee. Impresa quasi impossibile, ma che ci restituisce appieno la tensione di quell’epoca di scontro di civiltà propriamente detto. Dove però la parte soccombente dei nativi è tutt’altro che supina al proprio fato ineluttabile.

Black Lives Matter.

Polizia Violenta. Il Record.

Ta’Kiya Young.

Dalaneo Martin.

Irvo Otieno.

Anthony Lowe.

Tyre Nichols.

Keenan Anderson.

Polizia Violenta.

Estratto dell'articolo di tgcom24.mediaset.it mercoledì 16 agosto 2023.

Un'agente di polizia di Denver ha sparato e ucciso un uomo che le si era scagliato contro con quello che lei pensava fosse un coltello. Secondo gli investigatori, si trattava invece di un pennarello nero. 

Il video della telecamera mostra l'aggressore, Brandon Cole, 36 anni, che solleva il pennarello all'altezza del petto mentre si avvicina all'agente poco prima che lei gli spari due colpi e lo uccida. A chiamare la polizia era stato un vicino di casa di Cole per segnalare una potenziale violenza domestica che coinvolgeva l'uomo, sua moglie e il figlio adolescente.

Il vicino ha riferito che la donna era stata spinta fuori dalla casa su una sedia a rotelle e che Cole stava inseguendo il figlio. Quando gli agenti sono arrivati, la donna era seduta in strada accanto alla sedia a rotelle e ha chiesto al poliziotto di non usare la pistola contro il marito. 

Cole ha iniziato a gridare e, quando si è avvicinato a uno degli agenti, è stato colpito con un teaser. Questo non gli ha però impedito di avvicinarsi alla poliziotta che gli ha sparato e lo ha ucciso. […]

Usa: poliziotto uccide quattordicenne afroamericano. Redazione su L'Identità il 12 Giugno 2023

Nuovo episodio di violenza della polizia statunitense contro un ragazzino afroamericano. Jor’Dell Richardson, questo il suo nome, è stato colpito all’addome da un agente fuori da un negozio ad Aurora, in Colorado, dove aveva rubato delle sigarette elettroniche con degli amici lo scorso 1 giugno.

La pubblicazione dei video ripresi dalle bodycam dei poliziotti, ha rivelato che il quattordicenne ha cercato di fuggire ma è stato bloccato da uno degli uomini in divisa.

Poco dopo è arrivato un altro poliziotto, James Snapp, che ha premuto il grilletto. A nulla sono servite le implorazioni di pietà.

Inchiesta George Floyd: “la polizia di Minneapolis era sistematicamente razzista e violenta”. Martina Melli su L'Identità il 16 Giugno 2023 

Il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha affermato che il dipartimento di polizia di Minneapolis, i cui agenti furono responsabili della morte di George Floyd nel 2020, aveva una spiccata tendenza all’aggressività e alla discriminazione nei confronti degli afroamericani.

Garland, durante una conferenza stampa con il sindaco della città Jacob Frey (in carica al momento dell’omicidio di Floyd il 25 maggio di tre anni fa) e il nuovo capo della polizia Brian O’Hara, ha annunciato i risultati dell’indagine biennale del Dipartimento di Giustizia (DoJ) sul dipartimento di polizia di Minneapolis. Secondo Garland: “La città ha infranto la costituzione degli Stati Uniti nelle sue pratiche di polizia”.

L’inchiesta federale – aperta dopo la condanna nel 2021 di Derek Chauvin, l’ufficiale che quella notte rimase inginocchiato per 10 minuti sul collo di Floyd mentre questo lo implorava di lasciarlo respirare – ha portato alla condanna di diversi agenti di polizia coinvolti nell’arresto e nella brutale uccisione. 

L’omicidio di Floyd ha scatenato la rabbia generale, proteste violente in tutta la nazione e una nuova consapevolezza sulla brutalità e sul razzismo sistemico della società americana. Garland ha dichiarato: “George Floyd dovrebbe essere vivo oggi”, e ha poi aggiunto che la sua morte ha avuto un “impatto irrevocabile su Minneapolis, sul Paese e sul mondo”.

Derek Chauvin: accoltellato in carcere l’agente che ha ucciso George Floyd, è in gravi condizioni. Avevano fatto il giro del mondo le immagini dell'afroamericano ucciso in strada, soffocato da un ginocchio sul collo. Il poliziotto accoltellato in pausa mensa. Redazione Web su L'Unità il 25 Novembre 2023

Avevano fatto il giro del mondo le sue immagini mentre bloccava per terra e soffocava George Floyd, l’afroamericano ucciso in un intervento della polizia a Minneapolis nel maggio del 2020. Derek Chauvin è stato condannato per quell’omicidio, sconta la sua pena nella prigione di Tucson, in Arizona. È in condizioni gravi dopo l’aggressione di un altro detenuto che lo ha accoltellato durante la pausa mensa.

Chauvin era stato trasferito nell’agosto dell’anno scorso in Arizona, era stato tenuto in isolamento in Minnesota. Ha 47 anni. La direzione non è entrata nei dettagli dell’aggressione, ha dichiarato di aver neutralizzato subito l’aggressore e di aver soccorso l’ex poliziotto. Le sue condizioni sono state giudicate gravi. Le visite alla prigione sono state tutte sospese.

Il caso di George Floyd era diventato un caso mondiale, aveva scatenato manifestazioni in tutto il mondo, le piazze si erano riempite di attivisti del movimento Black Lives Matter, a favore dei diritti e contro la violenza sugli afroamericani. Era il 25 maggio del 2020. Chauvin era intervenuto a Minneapolis per arrestare un afroamericano accusato di aver tentato di smerciare una banconota falsa da venti dollari. Floyd era stato fermato, bloccato, immobilizzato a terra, il collo pressato dal ginocchio dell’agente sul selciato.

Chauvin non aveva allentato la presa neanche quando Floyd aveva ripetuto “I can’t breathe” più volte e chiamato “Mamma, mamma”. L’intervento era durato otto minuti e 46 secondi. Le immagini erano state riprese dai passanti. La prima ambulanza era arrivata dopo venti minuti dall’intervento degli agenti. L’uomo era ormai morto. Chauvin è stato condannato e in carcere è stato sempre sottoposto a misure molto rigide di controllo per evitare che potesse essere aggredito da detenuti afroamericani in cerca di vendetta. Era già stato citato 17 volte nell’esercizio delle sue funzioni. Redazione Web 25 Novembre 2023

I can’t breathe. L’uomo che con la sua morte è riuscito a cambiare il mondo. L'Inkiesta l'11 Dicembre 2023

In “Il suo nome è George Floyd”, Robert Samuels e Toluse Olorunnipa raccontano le soffocanti pressioni che subiscono ancora oggi gli afroamericani negli Stati Uniti, dove l’eredità secolare del razzismo è ancora un fardello di cui è difficile liberarsi

«Ti voglio bene». George Perry Floyd Jr. esprimeva lo stesso sentimento a uomini, donne e bambini; parenti, vecchi amici ed estranei; amanti, semplici conoscenze e donne comprese fra questi due estremi; prostitute incallite e drogati senza tetto; persone famosissime e anonimi vicini di casa. Floyd ripeteva la frase talmente spesso che molti amici e familiari non hanno dubbi sulle ultime parole che ha detto loro. […]

Come milioni di americani, nell’estate del 2020 abbiamo guardato inorriditi il video dell’omicidio di Floyd che passava e ripassava nei notiziari e sui social. Lo sconvolgente filmato ci ha spinti a intraprendere una missione di approfondimento non solo per capire i fatali nove minuti e ventinove secondi in cui Floyd ha lottato per respirare, ma per sollevare il velo sulla vita di fatiche che li aveva preceduti e per comprendere l’essenza del movimento per i diritti civili che è venuto dopo.

Questa missione ci ha condotto dove non avremmo mai immaginato di arrivare seguendo due domande di fondo: Chi era George Floyd? E com’era vivere nella sua America? Mentre rispondevamo a queste domande siamo sfuggiti a dei colpi d’arma da fuoco dopo aver passato del tempo con il suo compagno di stanza a George Floyd Square, il memoriale che è sorto a Minneapolis nel punto in cui è stato ucciso. Siamo stati a cena una domenica con la sua numerosa famiglia allargata, mangiando la crostata di mirtilli e le patate dolci che gli piacevano tanto. Ci siamo fatti tagliare i capelli dal suo barbiere, al quale confidava i suoi più profondi tumulti interiori.

Abbiamo attraversato il quartiere di Third Ward a Houston con gli amici più cari di Floyd, ascoltandoli ridere su vecchi ricordi e piangere di dolore per una vita tragicamente troncata. Siamo andati in chiesa con suo fratello e alla lettura dei tarocchi con la sua ragazza mentre tentavano di dare un senso al tutto, e poi ci siamo seduti con loro mentre crollavano di fronte alla loro incapacità di farlo. Le persone amate da Floyd hanno reagito con un livello di schiettezza e di trasparenza che ci ha comunicato un vivido senso della sua umanità. I loro ricordi ci hanno aiutato a rivelare le soffocanti e sistematiche pressioni a cui Floyd alla fine non ha potuto sfuggire, pur avendo tentato più volte di resettare la sua vita e di superare il suo passato. […]

Ma più venivamo a sapere del viaggio di Floyd, più ci si chiariva che la sua vita costituisce anche un esempio tangibile di come il razzismo opera in America. La storia di Floyd, e la storia della sua famiglia, contiene molti dei traumi che si accumulano senza sosta e che caratterizzano l’esperienza dei neri da quattrocento anni. Qui noi abbiamo documentato la lotta di Floyd per respirare da nero in America, una battaglia incominciata molto prima che il ginocchio di un poliziotto gli si posasse sul collo.

Quando George Floyd fece il primo respiro nel 1973, le limitazioni dovute alla discriminazione in stile Jim Crow avevano ceduto il posto a quella che sarebbe diventata una forma di razzismo più duratura e insidiosa, una versione sistematica destinata a calcificarsi sotto la superficie della società americana. Le radici della sua storia erano nate secoli prima di lui, con successive generazioni di antenati che combattevano i mali della schiavitù, della mezzadria violenta, della segregazione legale e della miseria intergenerazionale dall’epoca della guerra civile a quella dei diritti civili.

Mentre cresceva negli anni ottanta e novanta, Floyd sperimentava i residui di quel razzismo esplicito rintanato dentro alle istituzioni americane, che veniva radicandosi in un modo superficialmente più accettabile, ma che produceva comunque una stratificazione razziale più da sistema basato sulle caste che da democrazia meritocratica.

Crescendo in una delle metropoli più variegate del paese, Floyd viveva in un quartiere segregato dal punto di vista razziale perché il governo l’aveva progettato così. Le fatiscenti case popolari dette Cuney Homes, le più antiche di Houston, erano delle moderne sabbie mobili di miseria da cui Floyd lottava per scappare. Frequentava scuole segregate nel Third Ward di Houston, dove il sistema scolastico statale incanalava gli studenti neri in aule con sovvenzioni insufficienti – e ne spingeva alcuni, fra cui Floyd, a credere che lo sport fosse l’unica strada per il successo.

La polizia era una presenza costante nella vita di Floyd: l’ha molestato, arrestato e minacciato da quand’era bambino agli ultimi istanti di vita. Nella sua vita è stato incarcerato complessivamente più di venti volte e almeno cinque degli agenti che l’hanno arrestato sono stati poi accusati di aver infranto le leggi che dovevano far rispettare. Floyd ha trascorso quasi un terzo della sua vita adulta dietro le sbarre, in un’epoca di incarcerazione di massa che ha preso di mira in modo sproporzionato i neri per reati di droga non violenti e ha decimato intere comunità.

Derek Chauvin, l’agente che ha ucciso Floyd, ha lavorato per decenni nel sistema di polizia di un paese che imprigionava più persone di qualunque altro. Abbiamo dedicato un capitolo all’analisi del suo viaggio americano e alla storia del dipartimento di polizia che l’ha addestrato a usare una forza mortale. Floyd temeva da tempo di morire per mano della polizia, ma la sua lotta per restare vivo è stata resa più complessa dal fatto che soffriva di una serie di malattie che abbreviano in maniera sproporzionata la vita dei neri. Oltre al Covid-19, lottava contro la claustrofobia, l’alta pressione sanguigna, l’ansia e la depressione – malanni per lo più non curati – oltre alla dipendenza da droghe.

Floyd ha riconosciuto per tempo i suoi sbagli e gli errori che gli rendevano la redenzione tanto più difficile. Piangeva con gli amici per le decisioni di cui si pentiva e per la disperazione che a volte provava. «Ho i miei limiti e i miei difetti», diceva in uno dei video postati sui social. «Non sono migliore di nessuno». 

Vivere il nostro viaggio americano da neri ci ha aiutato a cogliere l’essenza di Floyd e a mettere in rapporto le sue esperienze – le sue insicurezze per la propria stazza e per il colore della propria pelle, la sua consapevolezza che a volte bastava la sua presenza per suscitare paura negli estranei, il suo nervosismo di fronte alla polizia, la sua sensazione che, come ha detto una volta, «la gente fa presto a escluderti, ma ragazzi, come fa fatica a includerti». La nostra speranza era di collocare le esperienze di Floyd nel contesto nelle innumerevoli forze che sono intervenute sullo sfondo durante i suoi quarantasei anni, senza mai assolverlo dalle sue responsabilità e senza mai cercare scuse per le sue azioni.

Da giornalisti che, insieme, facciamo più di trent’anni di esperienza, molta acquisita al Washington Post, abbiamo raccontato l’impatto della politica e delle sue scelte sulla vita americana, dalla Casa Bianca e il Congresso alle sedi sindacali, agli allevamenti di bestiame, agli step show universitari e alle proteste per la giustizia razziale in tutto il paese. Abbiamo avuto accesso al vasto archivio storico del giornalismo politico del Post, che ci ha aiutato ad analizzare le numerose scelte politiche che hanno influito sulla vita di Floyd, dai codici dell’Ottocento che vietavano ai suoi antenati schiavi di imparare a leggere alle leggi antidroga del Novecento che hanno criminalizzato la sua dipendenza. Abbiamo anche potuto approfittare della risorsa più preziosa del Post: i suoi giornalisti. Questa biografia non sarebbe stata possibile senza gli articoli originali del premiato reportage “George Floyd’s America”, che comprendevano più di centocinquanta interviste sulla vita e le circostanze di Floyd. […]

Il quadro che emergeva dal reportage e dal nostro successivo anno di inchiesta è quello di un uomo che affronta una lotta straordinaria con speranza e ottimismo, un uomo che è riuscito a fare nella morte quello che voleva così disperatamente ottenere in vita: cambiare il mondo. Durante l’impetuosa estate di attivismo seguita alla scomparsa di Floyd, il suo nome è stato pronunciato da presidenti, da primi ministri e dal papa. La sua immagine è comparsa su murales e in musei di tutto il mondo. E la sua fama postuma ha costretto sia chi lo conosceva intimamente sia gli estranei che l’hanno solo visto morire a riconciliare l’uomo, il simbolo che è diventato, e i sistemi che hanno azzoppato le sue ambizioni e bloccato le sue possibilità.

Legislatori, dipartimenti di polizia e corporazioni hanno invocato il suo nome, precipitandosi a partecipare alla battaglia contro l’ingiustizia razziale. Membri del Congresso hanno legato il suo nome a leggi finalizzate ad affrontare i mali del razzismo americano. Il suo nome è diventato lo slogan di un movimento che dichiarava che vite come la sua contano. Mamme bianche benestanti manifestano accanto a ragazzi neri poveri per chiedere che il loro paese li tratti nello stesso modo. Insieme gridavano «Say his name!», dite il suo nome, e insieme rispondevano all’invito con rabbia, frustrazione e decisione. Il suo nome, dichiaravano, è George Floyd.

Da “Il suo nome è George Floyd. La vita di un uomo e la lotta al razzismo”, Robert Samuels e Toluse Olorunnipa, La nave di Teseo, 528 pagine, 20,90 euro

Il Record. Il sacrificio di Floyd non è servito: la polizia batte il record di omicidi. I dati del 2022 raccolti dall’associazione “Mapping Police Violence”: 1.176 i morti. Due terzi delle vittime non stava commettendo reati. Boom di episodi nelle zone rurali. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 13 gennaio 2023

Tre morti al giorno, 1176 in dodici mesi: è bollettino rosso-sangue delle persone uccise per mano della polizia negli Stati Uniti. E il 2022 ha segnato un nuovo record come illustra il rapporto annuale di “Mapping Police Violence” (Mpv), un’associazione che dal 2013 fotografa gli atti di violenza commessi dalle forze dell’ordine in tutto il territorio federale. «Le cifre indicano in modo inequivocabile che nell’ultimo decennio la brutalità della polizia è stata la più elevata dagli anni 80 del secolo scorso», tuona Samuel Sinyangwe, fondatore di Mpv.

Dunque il “sacrificio” di George Floyd, l’afroamericano strangolato dall’agente Derek Chauvin nel maggio del 2020 a Minneapolis, non è servito a nulla. Come non sono servite le centinaia di manifestazioni del movimento black lives matter che hanno denunciato le discriminazioni e gli abusi commessi quotidianamente dalla polizia statunitense portandole in cima all’agenda politica nazionale.

Uno degli aspetti più inquietanti del rapporto riguarda infatti la dinamica degli omicidi: oltre due terzi delle persone uccise non stava commettendo crimini violenti o non stava commettendo crimini in assoluto mentre un terzo di questi ultimi è stato colpito alle spalle mentre stava fuggendo. «La gran parte degli interventi che hanno causato delle vittime erano controlli stradali o blitz a domicilio per sedare liti domestiche», spiega Sinyangwe, sottolineando la gratuità della violenza e il suo carattere aleatorio dal punto di vista geografico.

Non esiste in tal senso nessuna correlazione tra i tassi di violenza urbana in generale e i reati di polizia: «Io vivo a Orlando in Florida che è al cinquantesimo posto per crimini violenti ma sale al 12esimo per quelli commessi dalle forze dell’ordine».

In realtà un miglioramento c’è stato e riguarda il calo significativo di episodi nei grandi agglomerati metropolitani.

Non si tratta dunque di un dato sociologico ma piuttosto di un elemento “politico”, ossia legato alle scelte compiute dalle diverse amministrazioni municipali nei confronti dei rispettivi dipartimenti di polizia. In particolare i sindaci e i governatori democratici hanno riscritto molti regolamenti e protocolli di intervento, limitando i poteri degli agenti e aumentando la sorveglianza da parte delle autorità.

E in effetti il rapporto di “Mapping violence police” indica che nelle città governate da sindaci progressisti i reati di polizia sono in calo da oltre due anni. Purtroppo la media nazionale vola in alto per l’escalation avvenuta nelle zone rurali dove la sicurezza è affidata a sceriffi di contea dal grilletto facile e dalla scarsa preparazione professionale: circa il 40% delle vittime proviene da lì, dieci anni fa era soltanto il 25%.

Senza sorprese invece la composizione etnica dei morti, per lo più cittadini di origine afroamericana o ispanica i quali rischiano di venire freddati da un agente tre volte di più di una persona di pelle bianca.

Secondo Mpv il problema è a monte del sistema penale d’oltreoceano noto per l’ipertrofia carceraria: «Occorre ridurre drasticamente gli arresti per reati non violenti, che rappresentano l’80% del totale: se qualcuno è un senza tetto non deve andare in prigione ma in un centro di accoglienza, se qualcuno è un tossico dipendente non deve andare in prigione ma in una comunità di recupero, se qualcuno ha dei problemi mentali non deve andare in prigione ma da uno psicologo per farsi curare» prosegue Sinyangwe, evidenziando come gli Stati Uniti abbiano la popolazione carceraria più grande del pianeta con oltre due milioni di detenuti smistati in 4500 penitenziari secondo i dati del 2019.

(ANSA il 12 gennaio 2023) - A terra, con un poliziotto che gli premeva il gomito sul collo e un altro che lo ha colpito con una pistola stordente per oltre 30 secondi. Così è morto l'insegnante 31enne Keenan Anderson, cugino del fondatore del movimento Black Lives Matter.

 L'ennesimo caso di violenza spropositata è avvenuto a Los Angeles lo scorso 3 gennaio. Anderson era rimasto coinvolto in un incidente stradale ma i poliziotti arrivati sul posto, invece di aiutarlo, l'hanno gettato a terra e colpito, ha denunciato la famiglia. Ad un certo punto l'uomo, in preda al panico, ha urlato: "Aiutatemi, stanno cercando di farmi quello che hanno fatto a George Floyd".

Ohio, niente processo per gli agenti che uccisero un afroamericano con oltre 90 colpi. Il gran giurì ha deciso di non incriminare i poliziotti coinvolti nell’uccisione di Jayland Walker la scorsa estate. Il Dubbio il 19 aprile 2023

Un gran giurì dell'Ohio ha deciso di non rinviare a giudizio gli agenti di polizia coinvolti nell'uccisione la scorsa estate a Akron del 25enne afroamericano Jayland Walker, raggiunto nel corso di un inseguimento da decine di colpi di arma da fuoco, dopo che non si era fermato ad un controllo della polizia.

A comunicare la decisione è stato il procuratore generale dell'Ohio, Dave Yost, il quale ha spiegato che secondo il gran giurì, l'utilizzo della forza da parte dei poliziotti sarebbe stato “legalmente giustificato”. Secondo le forze dell’ordine, Walker non sarebbe stato armato al momento dell'uccisione, anche se gli agenti che lo hanno fermato hanno riferito che il ragazzo avrebbe sparato contro di loro durante l'inseguimento. All'interno della vettura è stata comunque trovata un'arma da fuoco. Gli esami balistici effettuati successivamente hanno confermato che il proiettile ritrovato sul terreno corrisponde all'arma trovata nella macchina di Walker.

Nell'incidente, avvenuto lo scorso 27 giugno, gli agenti inseguirono Walker dopo che questi non si era fermato ad un controllo. Dopo un inseguimento, avvenuto prima in auto e poi a piedi, otto agenti spararono 94 colpi, colpendo il giovane 46 volte. Gli agenti riferirono di avere visto Walker sparare dalla sua auto e temendo che avrebbe nuovamente fatto fuoco lo colpirono al termine dell'inseguimento. 

Un nuovo caso Floyd, per la comunità afroamericana, che ora rischia di incendiare gli Stati Uniti. A diffondere le immagini di quanto accaduto, all’epoca, è stata la stessa polizia di Akron. In realtà il video non restituisce perfettamente la dinamica a anche se è impressionante il rumore degli spari e la concitazione di quei momenti. Il filmato infatti è stato ripreso da una bodycam indossata da un agente ma non mostra un quadro generale della scena. 

Ta’Kiya Young.

Video choc, afroamericana incinta uccisa dalla polizia in Ohio. Storia di Matteo Castellucci su Il Corriere della Sera venerdì 1 settembre 2023.

Due agenti di polizia le intimano di scendere dall’auto. Quel giorno sono intervenuti per un’altra ragione: qualcuno rimasto chiuso in macchina, sullo stesso piazzale, fuori da un supermercato di Blendon Township, in Ohio. Un dipendente del negozio dice loro che alcune persone hanno rubato dei prodotti, indica la Lexus nera con a bordo Ta’Kiya Young, 21 anni. La donna avrebbe sottratto delle bottiglie di alcolici. Due figli, maschi — a casa, di 3 e 6 anni — e una bimba in arrivo, in grembo.

Mette in moto, le ruote girano verso destra, come se Young volesse smarcarsi da quel posto di blocco. Poi la vettura comincia ad andare nell’altra direzione, verso il poliziotto che le sta di fronte. L’altro collega sta in piedi a fianco del finestrino, lui ha già estratto la pistola quando ha sentito il motore avviarsi. Vede la macchina venirgli addosso, gli urta la gamba. Spara. Un colpo solo. Fatale. Poche ore dopo, in un ospedale vicino, muoiono sia Young sia la figlia, sarebbe dovuta nascere a novembre.

È accaduto il 24 agosto, il video dell’ennesimo caso in cui una cittadina nera viene uccisa dalla polizia è stato diffuso solo venerdì. I legali della famiglia della vittima hanno contestato il ritardo, motivato dalle autorità con la necessità di processare il filmato e oscurarne alcune porzioni in ottemperanza alla legge dello Stato. Le immagini sono quelle catturate dalla , la piccola videocamera appuntata in genere sul petto degli agenti. La sequenza, scioccante, è dalla prospettiva dell’uomo che ha sparato.

Dopo il colpo — che nel video si sente ma non viene mostrato — l’automobile continua a procedere per una quindicina di metri. Gli agenti la inseguono a piedi, finché la Lexus non va a sbattere sul marciapiede, per poi schiantarsi sul muro di mattoni del supermercato. La portiera non si apre, allora uno dei due poliziotti sfonda il finestrino. Arriva un medico che si trovava lì per caso, ma i soccorsi sono inutili.

I nomi degli agenti, per il momento, non sono stati diffusi. Si trovano entrambi in congedo amministrativo mentre la procura dell’Ohio indaga sull’episodio: è la norma, in casi come questo. Il video, secondo il capo della polizia di Blendon, John Belford, serve anche a dimostrare che chi ha aperto il fuoco si trovava effettivamente sulla traiettoria della macchina.

«Chiediamo giustizia per due vite preziose», dice Sean Walton, l’avvocato degli Young. «Per Ta’Kiya e per la sua figlia non ancora nata. Era disarmata, tutto questo va oltre l’ingiustificabile». Una raccolta fondi online per pagare il funerale della donna ha ricevuto circa settemila dollari. Il giorno dopo la tragedia, la famiglia aveva organizzato a Columbus, la capitale e la città della vittima, una veglia privata, con palloncini e candele, a comporre la scritta «Rip Ta’Kiya». Sua nonna, Nadine Young, ha descritto la devozione della nipote alla famiglia. «Aveva i suoi due piccoli, ma era così contenta di aspettare una bimba. Non sarebbe mai dovuto succedere».

Negli USA un altro afroamericano è stato ucciso dalla polizia. Roberto Demaio su L'Indipendente sabato 2 settembre 2023.

È l’ennesimo caso di una lunga serie che dura da anni e non sembra volersi arrestare. Ta’Kiya Young, afroamericana di 21 anni, incinta e madre di due bambini, è stata uccisa nella sua macchina da un colpo di pistola sparato da un agente di polizia nel parcheggio di un negozio di alimentari. Secondo la versione ufficiale la donna, nonostante le ripetute richieste dei poliziotti, si sarebbe rifiutata di uscire dalla macchina. Il video testimonia che, non appena ha ingranato la marcia, avanzando di qualche metro, è stata colpita da un proiettile, l’unico, esploso dall’agente che si trovava davanti al veicolo. La donna è deceduta praticamente sul colpo, e con lei la bambina che portava in grembo. Il capo della polizia di Blendon, John Belford, ha provato a minimizzare, dichiarando: «Una sospettata di furto si è scontrata con la sua macchina contro uno dei miei agenti e l’ufficiale ha sparato un solo colpo attraverso il parabrezza». La circostanza del furto è stata completamente negata dal legale della famiglia della vittima e le autorità locali hanno rilasciato i video delle bodycam degli agenti. Il poliziotto che ha sparato è ora in congedo amministrativo e le indagini, ancora in corso, sono affidate all’Ohio Bureau of Criminal Investigation.

Le videoregistrazioni hanno mostrato l’intera vicenda, accaduta il 24 agosto: il primo dei due agenti si avvicina al finestrino del conducente ripetendo a Young di uscire dalla macchina. Alla richiesta di spiegazioni risponde «ci hanno detto che hai rubato delle cose, non partire». La ragazza dice «non ho rubato niente» e l’agente risponde «allora esci dalla macchina». «Non lo farò» insiste la ragazza. Nel frattempo, arriva il secondo agente che si posiziona davanti al veicolo e inizia anche lui a chiedere di abbandonare la macchina. La ragazza aggiunge «o cosa [farete], mi sparerete?», iniziando a girare il volante verso destra per fare manovra. Il primo agente reagisce iniziando a percuotere il finestrino mentre il secondo estrae la pistola e la punta dritta sulla conducente. Intanto, la macchina parte lentamente e solo dopo qualche metro il secondo agente esplode il colpo di pistola, che si è reso fatale. Sean Walton, l’avvocato della famiglia della vittima, ha commentato: «Il video non ha fatto altro che confermare i loro timori che Ta’kiya fosse stata assassinata ingiustificatamente. È stato straziante per loro vedere la sua vita portata via in circostanze così ridicole».

Quello di Ta’Kiya Young non è un caso isolato, ma dell’ennesimo di una lunga scia che dimostra come negli Stati Uniti ci sia un vero e proprio problema cronico di violenza di Stato nei confronti della minoranza afroamericana. Un problema di cui è difficile persino stabilire i contorni, visto che ad oggi non esistono ancora dati ufficiali completi sugli omicidi commessi dalla polizia. Sul sito del Bureau of Justice Statistics (BJS), il reparto di statistica del dipartimento della Giustizia, non è possibile trovare dati aggiornati sulle “morti collegate all’arresto” e anche l’FBI ha ammesso che i suoi dati in proposito sono incompleti. Secondo il sito non governativo mappingpoliceviolence.org, che si è dimostrato comunque affidabile rispetto agli unici dati completi del BJS, nel 2019 sono state uccise con armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine ben 1.003 persone, nel 2022 la quota è salita a 1.244 e ad oggi il conteggio del 2023 segna quota 672. I neri hanno 2,9 volte più probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto ai bianchi. Secondo uno studio del 2019 del Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, essere uccisi durante un arresto da parte di un agente di polizia rappresenta in Nord America la sesta causa di morte per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni appartenenti a qualsiasi gruppo etnico. Ma rispetto ai bianchi, gli uomini americani sono 2,5 volte più a rischio e le donne 1,4 volte. Nel 2022, il 25% delle persone uccise dalla polizia era afroamericana, nonostante la rappresentanza a livello nazionale dell’etnia che si aggira intorno al 13%. Un altro dato emblematico è quello delle condanne: sempre secondo il database di mappingpoliceviolence.org, il 99% degli agenti americani che uccidono non vanno incontro ad alcuna condanna penale. [di Roberto Demaio]

Chi è Ta’kiya Young, la 21enne incinta uccisa da un agente in Ohio: pubblicato il video. La giovane aveva 21 anni. Era stata accusata di aver rubato dentro un negozio. All'ordine dei poliziotti di scendere dall'auto, avrebbe cercato di investire un agente che poi ha sparato. Anche il bambino ha perso la vita. Diffuso il filmato dell'accaduto. Redazione Web su L'Unità il 2 Settembre 2023

Ta’kiya Young, 21enne afroamericana incinta, è stata uccisa nella sua auto con un colpo di arma da fuoco da un agente di polizia che le intimava di scendere perché accusata di taccheggio da un negoziante. I fatti, avvenuti in un sobborgo di Columbus, Ohio, risalgono alla scorsa settimana ma oggi è stato divulgato il filmato della bodycam degli agenti. Il video mostra un poliziotto che si avvicina al finestrino lato guidatore di Young e le dice ripetutamente di uscire dall’auto. Un secondo agente, che indossa una body camera, si piazza davanti al veicolo.

Chi è Ta’kiya Young e perché è stata uccisa da un agente in Ohio

“Hanno detto che hai rubato qualcosa… esci“, dice l’agente vicino al finestrino, ordinando a Young di non andarsene. “Non ho rubato“, si sente dire alla giovane mentre i due continuano a parlarle e il finestrino dell’auto resta leggermente socchiuso. La polizia ha reso noto che un dipendente di un negozio di alimentari aveva denunciato una donna accusandola di aver rubato alcune bottiglie di alcol. La donna si trovava in un’auto parcheggiata fuori dal negozio, era stato detto alla polizia, secondo il resoconto fatto.

I fatti

“Esci dalla macchina“, si sente dire all’agente in piedi davanti all’auto, che ha la pistola spianata e la mano sinistra appoggiata sul cofano dell’auto. Quindi si vede Young girare il volante dell’auto mentre l’agente accanto al suo finestrino continua ad esortarla a uscire dal veicolo. “Esci dalla macchina“, ripete l’agente davanti all’auto mentre il veicolo inizia a muoversi lentamente in avanti. Trascorrono alcuni secondi e poi l’agente in piedi davanti al cofano spara.

La dinamica

I poliziotti corrono accanto all’auto urlando al conducente di fermarsi. L’auto finisce su un marciapiede, la polizia chiama i soccorsi e cerca di rompere il finestrino per raggiungere la ragazza, accasciata su un fianco. Young era incinta al momento della sua morte e il bambino non è sopravvissuto, ha reso noto l’ufficio di medicina legale della contea di Franklin. L’Ohio Bureau of Criminal Investigation sta conducendo un’indagine indipendente sull’incidente.

I soccorsi e il video

Ma chi è Ta’kiya Young e perché è stata uccisa da un agente in Ohio? Sulla pagina Facebook della Polizia di Blendon, un esperto, ex agente statunitense Russ Martin analizza il video della bodycam del poliziotto. Martin, in particolare, mette in evidenza che uno degli agenti viene investito dall’auto della sospetta e proprio per questo spara contro la 21enne. Redazione Web 2 Settembre 2023

Ohio, afroamericana incinta uccisa dalla polizia. Il video shock dalla bodycam. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità l'1 Settembre 2023 

Nuovo episodio di violenza da parte delle forze dell’ordine negli Stati Uniti: stavolta a Columbus, in Ohio, dove una donna afroamericana incinta di 21 anni è stata uccisa dagli agenti di polizia il 24 agosto scorso, fuori da un negozio di alimentari a Blendon Township. Insieme a lei è morta anche la bimba che portava in grembo.

Solo oggi sono state diffuse le immagini impressionanti di quanto accaduto, riprese dalle bodycam degli agenti, che mostrano gli ultimi istanti di vita di TàKiya Young. Nel video diffuso si vede un poliziotto avvicinarsi all’auto della donna, a cui viene fatta la richiesta di scendere dalla vettura.

Lei rifiuta, chiedendo il perché, e l’agente le risponde che è perché è accusata di aver rubato dal negozio. La donna nega e, invece di scendere, prova ad accelerare e a partire con l’auto. Il secondo agente, che si trovava davanti alla macchina, le ripete urlando di scendere e, alla fine, le spara. A quel punto l’auto sembra quasi procedere da sola fino a che la corsa non si arresta contro il muro del negozio.

La donna è stata uccisa da un singolo proiettile. “Era incinta e madre di altri due bimbi, disarmata, questo va oltre l’ingiustificabile”, ha detto l’avvocato della famiglia, Sean Walton. Sembra che la donna afroamericana, seppur incinta, avesse rubato delle bottiglie di alcolici dal negozio, e quando gli agenti le hanno chiesto di scendere dall’auto lei ha ingranato la marcia e ha accelerato.

Ohio, il video choc: polizia spara e uccide una ragazza afroamericana incinta. Venticinque secondi di orrore: il filmato, ripreso dalle bodycam degli agenti, è stato diffuso dall’autorità giudiziaria a distanza di due settimane dai fatti. Il Dubbio l'1 settembre 2023

Ennesimo episodio di violenza da parte delle forze dell’ordine negli Stati Uniti. In Ohio l'autorità giudiziaria ha rilasciato il video (qui il filmato completo) in cui un poliziotto spara e uccide una giovane donna afroamericana, madre di due bambini e incinta di sei mesi, ferma in auto nel parcheggio di uno store, a Blendon Township. L'episodio è avvenuto due settimane fa.

Le immagini, registrate dalla body-cam in dotazione all'agente, mostrano un poliziotto avvicinarsi al finestrino di una macchina e chiedere più volte alla ragazza di uscire. "Fuori dall'auto, fuori dall'auto", le urla, ma la ragazza, Ta'Kiya Young, 21 anni, di Columbus, protesta, si rifiuta di obbedire. La polizia era intervenuta dopo che il dipendente di un supermarket aveva segnalato il furto di prodotti da parte di alcune persone, che poi si erano allontanate. Tra i sospettati è finita anche Young. A un certo punto la ragazza ha acceso la macchina e provato ad allontanarsi. Un secondo poliziotto, che si trovava di fronte all'auto, ha puntato la pistola e sparato un colpo che ha centrato il vetro anteriore della macchina. L'auto ha continuato ad andare avanti per una quindicina di metri fino a fermare la corsa sul marciapiede. La scena è durata venticinque secondi.

Dopo aver rotto il vetro del finestrino, aperto il veicolo e estratto il corpo della ragazza, sono stati chiamati i soccorsi. Un medico era di passaggio ed è subito intervenuto, ma non c'è stato niente da fare: Young è morta poco dopo in ospedale, la bambina che sarebbe dovuta nascere a novembre non è sopravvissuta. «Era incinta e madre di altri due bimbi, disarmata, questo va oltre l'ingiustificabile», ha detto l'avvocato della famiglia, Sean Walton. Che ora chiede giustizia.

I due poliziotti sono stati messi a riposo forzato, ma senza sospensione dello stipendio. Un'indagine interna è stata avviata per accertare se sia stata usata una forza eccessiva e non motivata. Secondo il regolamento della polizia dell'Ohio, gli agenti sono autorizzati a sparare solo quando hanno chiara la sensazione che sia l'unico modo per fermare una persona e se si sentono davvero a rischio.

Le immagini mostrano che la donna voleva allontanarsi, ma chi ha sparato non è sembrato in grave pericolo, seppure si trovasse davanti all'auto, che si era appena mossa dal parcheggio. Tra l'alto si vede la ragazza sterzare leggermente il volante proprio per uscire quasi lateralmente, forse per evitare l'impatto con il poliziotto.

Dalaneo Martin.

(LaPresse il 6 aprile 2023) - Un altro ragazzo nero ucciso durante un fermo della polizia americana. È successo il 18 marzo scorso a Washington D.C. e la vittima Dalaneo Martin aveva solo 17 anni. Le immagini, riprese dalle bodycam dei poliziotti e diffuse dalla United States Park Police, mostrano gli attimi in cui il ragazzo è morto. Tutto è partito da una segnalazione pervenuta alla polizia federale che aveva il compito di investigare su un’auto rubata.

 Il gruppo di agenti individua il veicolo e si avvicina. Due poliziotti entrano nell'auto, svegliano di soprassalto il ragazzo, che dormiva seduto al posto di guida, e gli intimano di non muoversi. Il 17enne, però, mette in moto la macchina e scappa. Un agente cade dal veicolo mentre un secondo rimane bloccato dentro. Quest'ultimo gli intima di fermarsi e farlo scendere, poi gli spara diversi colpi alla schiena fino a che l'auto si schianta contro il muro di un'abitazione.

 A quel punto le forze dell'ordine provano a rianimarlo ma senza alcun successo. L'Fbi e i pubblici ministeri federali hanno annunciato di aver aperto un'indagine sulla sparatoria aperta dalla polizia a seguito delle segnalazioni dei parenti della vittima che chiedono giustizia.

Irvo Otieno.

Estratto da corriere.it il 21 marzo 2023.

Non c’è audio, ma la sequenza, purtroppo, è sempre la stessa […] In un video diffuso dal Washington Post si vedono dieci persone – agenti e personale dell’ospedale —–ammassate sopra un uomo afroamericano di 28 anni, Irvo Otieno, non si capisce bene che cosa facciano, sembra che lo ammanettino, che lo blocchino con i loro corpi per undici lunghissimi minuti. Inutile, poi, il ricorso al defibrillatore. A un certo punto, arriva un infermiere a coprire il cadavere con un lenzuolo bianco.

Le immagini vengono dal video di sorveglianza del Central State Hospital, in Virginia. Era il 6 marzo. Otieno è arrivato su un Suv in ospedale. La sua macchina è stata circondata da alcuni agenti, e l’uomo è stato portato ammanettato dentro la struttura. Qui è stato fatto sedere contro un muro, ha iniziato a muoversi e i poliziotti e dipendenti lo hanno immobilizzato.

Un rapporto preliminare dei medici sostiene che l’uomo è morto per asfissia: un procuratore dello stato della Virginia ha accusato di omicidio di secondo grado sette vicesceriffi della contea di Henrico e tre operatori ospedalieri. […]

Anthony Lowe.

Estratto da corriere.it l’1 febbraio 2023.

Huntington Park, California. Giovedì 26 gennaio, un giovane afroamericano con le gambe amputate e in sedia a rotelle cerca di scappare trascinandosi sul marciapiede, appoggiandosi al muro.

 Si guarda alle spalle, stringe nella mano un coltello, mentre due poliziotti armati gli puntano la pistola e camminano, lenti, verso di lui. Poi il video si interrompe ma sappiamo che Anthony Lowe, 36 anni, è stato ucciso, colpiti da otto proiettili.

Si tratta dell’ennesimo caso che alimenta le polemiche sull’uso eccessivo della forza da parte della polizia americana. […]

 Le circostanze che hanno preceduto la morte di Lowe Jr. non sono ancora chiare. Gli agenti hanno rivisto la loro versione già diverse volte: raccontano di avere avuto paura che il giovane afroamericano potesse lanciargli il coltello addosso: aveva appena accoltellato un altro uomo. In una dichiarazione, il dipartimento ha detto che gli agenti hanno provato a usare il taser Lowe due volte, ma senza successo.

La famiglia di Lowe chiede che vengano licenziati e accusati di omicidio. «E' triste come questi poliziotti se la cavano uccidendo il nostro popolo afroamericano. Se la cavavano sempre. Era su una sedia a rotelle. Cos'altro poteva fare? Cos'altro poteva fare?», commenta un cugino. Anche la madre di Lowe ha parlato durante una conferenza stampa che si è tenuta davanti al dipartimento di polizia di Huntington Park: «Hanno ucciso mio figlio, su una sedia a rotelle: era senza gambe». […]

Usa, afroamericano in sedia a rotelle ucciso dalla polizia: colpito da 10 proiettili. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera l’1 febbraio 2023. 

Si chiamava Anthony Lowe. Aveva 36 anni e viveva a Huntington Park, nel sud della California. La famiglia chiede che gli agenti vengano licenziati e accusati di omicidio

Il video è agghiacciante: poliziotti che sparano colpi a ripetizione e uccidono un uomo di colore doppiamente amputato che, sceso dalla sua sedia a rotelle, stava cercando di fuggire, agitando un coltello, sui suoi monconi: ciò che rimane delle gambe. Gli agenti di Huntington Park, sobborgo di Los Angeles, si difendono dicendo che erano stati chiamati sul posto perché Anthony Lowe, 36 anni, padre di due figli, aveva appena accoltellato un uomo che ora è in ospedale in gravi condizioni. Colpi inferti dalla sua sedia a rotelle, pare senza motivo. E, quando sono arrivati, i poliziotti sono stati minacciati da Lowe con lo stesso coltello da macellaio, con una lama lunga 30 centimetri.

La vittima non era certamente un personaggio innocuo, forse un criminale, forse semplicemente fuori di testa: i familiari, che ora chiedono giustizia, dicono che Anthony ha perso le gambe in passato per uno scontro con un poliziotto in Texas. Ma non era di certo necessario ammazzare un uomo in fuga, facile da catturare. I poliziotti dicono di aver provato a immobilizzarlo con la scarica elettrica di una pistola taser, senza risultato. A quel punto lui ha provato ad allontanarsi e loro, temendo di essere colpiti dal suo coltello, gli hanno sparato.

 Sul piano giuridico questi poliziotti forse troveranno tribunali disposti a ritenere giustificata la loro reazione. Ma è evidente che siamo davanti all’ennesimo caso di uso eccessivo della forza: Lowe non aveva armi da fuoco e i poliziotti, rimasti a debita distanza, non potevano essere accoltellati. Infatti hanno detto che temevano che la vittima «lanciasse» il coltello contro di loro. E, se proprio volevano sparare per disarmarlo, sarebbe bastato un colpo. Invece ne hanno sparati almeno otto.

Anche stavolta, come nel caso di Memphis di qualche giorno fa, la vittima è afroamericana ma non è il caso di tirare in ballo il razzismo: a Memphis i cinque poliziotti incriminati erano tutti di colore, mentre in California gli agenti che hanno sparato erano tanto bianchi quanto neri. Il problema, con sempre più evidenza, è quello della cultura di corpi di polizia che ritengono sia giusto avere un atteggiamento aggressivo nelle strade, soprattutto nei quartieri «difficili». Corpi fortemente sindacalizzati hanno poi maturato la convinzione di avere il diritto di usare la forza in modo illimitato per ridurre a zero i rischi relativi alla propria incolumità fisica: rischi che, pure, fanno parte dell’attività di chi è pagato per combattere il crimine.

Una tendenza emersa in passato quando, ad esempio, in diversi incidenti uomini disarmati ma che si ribellavano e rappresentavano comunque un pericolo, sono morti soffocati dal sacchetto che era stato messo sulla loro testa perché gli agenti temevano di essere morsi o di essere contagiati con sputi: una procedura ammessa dai manuali di polizia in casi estremi, ma che è stata usata anche quando non era necessario, e in modo evidentemente maldestro.

In questa cultura distorta c’è, poi, una logica perversa di gruppo, denunciata nei giorni scorsi anche dalla donna (di colore) che dirige la polizia di Memphis: i membri di una squadra, anziché sentirsi più sicuri, e, quindi, comportarsi in modo più riflessivo visto che sono in tanti a confrontare un presunto criminale, tendono a montarsi uno con l’altro. In questo clima il problema non è il razzismo dei poliziotti bianchi ma il pregiudizio nei confronti degli afroamericani (statisticamente in cima alle classifiche dei crimini commessi) che spinge tutti gli agenti, bianchi, neri ispanici o asiatici che siano, a perseguire con maggior durezza i sospetti di colore.

E i tentativi fin qui fatti di intervenire su queste degenerazioni non hanno dato i risultati sperati. Come nel caso di di Oakland, la città dirimpettaia di San Francisco sulla baia californiana, analizzato da T he Riders Come Out at Night, un libro pubblicato di recente da Ali Winston: descrizione di come anche in una città democratica con capi della polizia progressisti sia fallito il tentativo di far cambiare rotta a un corpo di agenti particolarmente brutale.

La polizia: "Era armato di coltello", il giallo dei video. Afroamericano “giustiziato” dalla polizia, Anthony Lowe era in carrozzella e scappava sulle gambe mozzate: “Peggio di Floyd”. Redazione su Il Riformista l’1 Febbraio 2023

Giustiziato mentre tenta una improbabile fuga sulle gambe mozzate. Raggiunto dai più proiettili al torace, in punti vitali. E’ stato ucciso così Anthony Lowe, 36 anni, l’ennesimo afroamericano morto in circostanze poco chiare. L’uomo era sceso dalla carrozzella, aveva entrambe le gambe amputate e stava tentando di scappare dagli agenti perché sospettato di aver accoltellato una persona.

L’omicidio è avvenuto lo scorso 27 gennaio a Los Angeles. La polizia aveva risposto ad una chiamata che segnalava un accoltellamento. Quando sono arrivati sul posto gli agenti hanno trovato una persona “in gravi condizioni con collasso polmonare ed emorragia interna“, che ha detto di essere stata accoltellata da un uomo su una sedia a rotelle, che è sceso dalla carrozzina e l’ha pugnalata al petto.

Lowe è poi risalito sulla sedia a rotelle per scappare. Un video sgranato ripreso da un cellulare e pubblicato su Twitter sabato 29 gennaio, mostra Lowe mentre tenta di scappare sulle gambe mozzate. Il dipartimento dello sceriffo di Huntington Park ha ottenuto il video della sparatoria di Lowe ripreso dalle telecamere di un’azienda vicina, ma non intende rendere pubblicare la registrazione finchè le indagini non sono più chiare. Gli agenti, intanto, sono stati sospesi dal servizio.

Un omicidio che avviene a pochi giorni da quello di Tyre Nichols, pestato a morte da 5 poliziotti a Memphis. Gli agenti di Huntington Park che hanno ucciso Lowe non hanno in dotazione la body cam. Secondo i poliziotti, Lowe al loro arrivo era armato di un coltello da cucina lungo circa 30 centimetri. Avrebbero cercato prima di immobilizzarlo, spruzzandogli addosso spray al peperoncino e usando, successivamente il Taser. Ma sarebbe stato tutto inutile.

Poi l’esplosione di più colpi d’arma da fuoco da parte degli agenti che – sostengono- si sono visti puntare il coltello contro dal 36enne disabile. Circostanza che non risulterebbe dai video presenti. La polizia ha poi parlato di proiettili esplosi per neutralizzare il fuggitivo: fatto sta che le ferite trovate sul cadavere di Lowe sono tute al petto.

Per la madre della vittima, Dorothy, l’omicidio del figlio, “che era senza gambe, è peggiore di quello di George Floyd. Quando questi video verranno pubblicati, finirà tutto molto male”. I familiari hanno raccontato che Lowe aveva perso entrambe le gambe lo scorso anno “dopo uno scontro con la polizia in Texas”, scontro di cui non sono stati forniti ulteriori dettagli.  Padre di due bimbi, “era affetto da depressione” dopo la perdita dei due arti ha fatto sapere la madre.

Tyre Nichols.

Tyre Nichols pestato a morte da 5 agenti: il video choc scuote Memphis. Proteste in tutti gli Stati Uniti. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

Diffuso ieri dalla polizia il video dell’arresto di Tyre Nichols, 29 anni: è stato picchiato a morte dalla polizia che lo ha fermato per eccesso di velocità. Le sue ultime parole: «Mamma, mamma, mamma»

Pestato a morte da cinque poliziotti, Tyre Nichols, 29 anni, ripeteva: «Che cosa ho fatto?». «Mamma, mamma, mamma» sono state le sue ultime parole, riprese in video dalle bodycam degli agenti e da una telecamera di sorveglianza a 90 metri da casa sua a Memphis, in Tennessee. Una vicenda che ha turbato e indignato le stesse autorità della polizia, che hanno pubblicato il filmato ieri notte su YouTube. Nichols, afroamericano, un figlio di 4 anni, è stato fermato al volante della sua auto sabato 7 gennaio alle 8:30, da cinque agenti, anche loro neri. Tadarrius Bean, Demetrius Haley, Emmitt Martin III, Desmond Mills Jr e Justin Smith sono stati licenziati e poi incriminati con accuse che includono omicidio di secondo grado, aggressione aggravata, rapimento aggravato.

Il rapporto degli agenti parla di fermo per eccesso di velocità; ma Cerelyn Davis, la prima donna nera a capo della polizia di Memphis, ha detto che non ci sono prove di alcuna infrazione da parte di Nichols e ha paragonato il suo pestaggio a quello di Rodney King, che scatenò le rivolte del 1992 a Los Angeles. I genitori e le autorità, inclusi il presidente Biden e il ministro della Giustizia Merrick Garland che ha aperto un’inchiesta separata, hanno lanciato molteplici appelli che le proteste siano pacifiche. I cinque poliziotti fanno parte di un’unità chiamata Scorpion (Street Crimes Operation to Restore Peace in Our Neighborhoods), creata nel 2021 per riportare «la pace nei nostri quartieri» dopo un aumento dei crimini e della violenza a Memphis.

Il noto avvocato dei diritti civili Ben Crump, che rappresenta i genitori di Nichols, ne chiede lo scioglimento: «Altri cittadini neri innocenti fermati, picchiati e minacciati in cerca di droga e di armi da quell’unità ne avevano denunciato gli abusi alla polizia ma non sono stati ascoltati». Già quando i cinque agenti fermano Nichols «c’è un livello di aggressione inspiegabile», nota la dirigente della polizia. Lui cerca di scappare a piedi e il fatto stesso che lo faccia scatena la rabbia degli agenti. Usano spray al peperoncino e taser all’inizio, poi dopo averlo catturato lo picchiano per tre minuti di seguito.

Cruciali, più delle riprese delle bodycam, sono state quelle di una telecamera su un palo della luce nel quartiere: mentre sentiamo gli agenti mentire, ad un certo punto, come se parlassero alle loro bodycam affermando che il sospetto aveva cercato di strappare ad uno di loro la pistola , la telecamera dall’alto mostra la brutalità immotivata delle loro azioni. Usano un bastone di metallo estraibile, lo prendono a pugni ripetutamente, «uno lo prende a calci come fosse una palla da football», ha notato il padre Rodney Wells. «La cosa più significativa — per lui — è il fatto che ci sono forse dieci agenti e nessuno cerca di fermare il pestaggio di mio figlio, nemmeno dopo: fumano sigarette, come fosse tutto tranquillo. Lo appoggiano all’auto, lui si accascia e un agente grida: “Siediti, figlio di puttana”, ma è ammanettato. Lo devono tirare su, più di una volta. Ma nessuno gli presta soccorso».

Si vedono due agenti del dipartimento dei vigili del fuoco che non prestano aiuto (sono stati sospesi) e Davis, la dirigente della polizia, sospetta lo stesso dei paramedici coinvolti quella notte. «È stato un fallimento non solo professionale — dice — ma dell’umanità nei confronti di un altro essere umano». Mezz’ora dopo Nichols riesce a comunicare che non riesce a respirare e viene portato in ospedale. La polizia avverte la madre, RowVaughn Wells, ma le vieta — ha affermato lei — di raggiungere il figlio sostenendo che è in arresto. Alle 4 del mattino, il medico le telefona e le chiede come mai non sia in ospedale: il figlio sta andando in arresto cardiaco.

Quando la madre arriva in ospedale, Tyre «non era più tra noi». Tre giorni dopo è spirato. L’autopsia richiesta dalla famiglia confermerebbe il «sanguinamento interno causato dal pestaggio». Memphis è una città di 628 mila abitanti, un terzo dei quali neri. Il colore della pelle dei cinque agenti è un motivo in più di dolore e indica che è necessaria una riforma della «cultura della polizia». L’avvocato ha elogiato la rapidità nell’incriminarli in meno di venti giorni; ha notato che c’è voluto più di un anno in casi precedenti di afroamericani uccisi dalla polizia: «Questa prontezza e rapidità ora è ciò che ci aspettiamo anche quando gli agenti sono bianchi», ha sottolineato.

Anche George Floyd morendo invocò la madre, che era scomparsa due anni prima. Quella di Nichols ha scelto di parlare ieri, in conferenza stampa, accanto alla foto del figlio scattata in ospedale, «con lividi ovunque, la testa gonfia come un melone, il collo e il naso rotti». Ha ricordato il suo ragazzo come un giovane che adorava la mamma al punto di tatuarsi il suo nome e che, dopo il lavoro come fattorino di FedEx, al crepuscolo, andava spesso a fotografare il tramonto, come quella sera. Ha chiesto giustizia: una legge intitolata a Tyre, una riforma vera della polizia.

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 28 gennaio 2023.

Ammanettato e pestato a sangue, Tyre Nichols, 29 anni, ripeteva: «Che cosa ho fatto?». «Mamma, mamma, mamma» sono state le sue ultime parole, riprese in un video di un’ora girato dalle bodycam dei poliziotti e altre telecamere di sorveglianza che ha turbato e indignato le stesse autorità di Memphis, in Tennessee, pubblicato in quattro parti ieri notte su YouTube. Nichols, afroamericano, 29 anni, è stato fermato al volante della sua auto sabato 7 gennaio alle 8:30, da cinque agenti, anche loro neri.

Tadarrius Bean, Demetrius Haley, Emmitt Martin III, Desmond Mills Jr e Justin Smith sono stati licenziati e incriminati con accuse che includono omicidio di secondo grado, aggressione aggravata, rapimento aggravato. Il rapporto degli agenti parla di fermo per eccesso di velocità; [...]

 I cinque poliziotti fanno parte di un’unità chiamata Scorpion creata nel 2021 per riportare «la pace nei quartieri» dopo un’aumento dei crimini e della violenza a Memphis. Il noto avvocato dei diritti civili Ben Crump, che rappresenta i genitori di Nichols, ne chiede lo scioglimento

[...] 

Già quando i cinque agenti fermano Nichols «c’è un livello di aggressione inspiegabile», nota la dirigente della polizia. Lui cerca di scappare a piedi. Usano spray al peperoncino, taser, lo picchiano per tre minuti di seguito. Usano un bastone di metallo estraibile, «uno lo prende a calci come fosse una palla da football, un paio di volte», ha notato il padre Rodney Wells, colpito più d’ogni altra cosa dal fatto che «ci sono forse 10 agenti e nessuno cerca di fermare il pestaggio, nemmeno dopo: fumano, come fosse tutto tranquillo. Lo appoggiano all’auto, lui si accascia e un agente grida: “Siediti, figlio di puttana”, ma è ammanettato.

Lo devono tirare su. Nessuno gli presta soccorso». Si vedono agenti del dipartimento dei vigili del fuoco che non prestano aiuto (due sono stati sospesi) e il capo della polizia sospetta lo stesso dei paramedici. Nichols spiega che non riesce a respirare e viene portato in ospedale. La polizia avverte la madre, RowVahn Wells, ma le vieta — ha affermato lei — di raggiungerlo sostenendo che è in arresto. Alle 4 del mattino, il medico le chiede come mai non sia in ospedale: il figlio sta andando in arresto cardiaco. Tre giorni dopo è spirato. L’autopsia vista dalla famiglia confermerebbe il «sanguinamento interno causato dal pestaggio».

[...]

Il video che ha incastrato i 5 dell'«unità Scorpion»: così è stato massacrato Tyre Nichols. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

Pugni, calci, bastonate a un 29enne disarmato, a Memphis. Proteste in tutti gli Stati Uniti

È stata la telecamera di sorveglianza affissa a un palo della luce a incastrare i cinque poliziotti incriminati per l’omicidio di secondo grado di Tyre Nichols , ventinovenne pestato a morte a pochi metri da casa a Memphis, Tennessee, lo scorso 7 gennaio.

A turno i cinque agenti —afroamericani come la vittima — tengono fermo il giovane e lo prendono a pugni e calci in faccia, lo colpiscono con un bastone di metallo: nove volte in 4 minuti.

Le autorità, d’accordo con la famiglia, hanno deciso di mostrare il video in tv: la brutalità disumana e ingiustificata ha scioccato l’America, provocando proteste finora per la maggior parte pacifiche, e ha riaperto il dibattito sulla necessità di riformare la polizia.

Negli altri tre filmati, quelli delle bodycam degli agenti, c’è un momento in cui i 5 parlano tra loro: «Ha cercato di prendere la tua pistola», dice uno, «doveva essere drogato»; nel rapporto dichiareranno di averlo fermato per guida pericolosa. Ma non c’è prova di queste accuse: alcuni commentatori ritengono che, consapevoli delle bodycam, stessero costruendo prove per difendersi.

Non era la prima volta, secondo testimonianze raccolte dall’accusa, che questi o altri agenti dell’unità Scorpion, squadra speciale anti-crimine, commettevano abusi.

Altri guardano ai segnali di incompetenza: gli agenti aggrediscono Nichols senza apparente ragione, insultano, minacciano anche se è disarmato e collaborativo, a terra, e con calma spiega di essere diretto a casa; poi sono incapaci di controllarlo: quando iniziano a prenderlo a calci scappa a piedi e uno di loro si spruzza da solo lo spray al peperoncino negli occhi per sbaglio.

Due degli agenti erano nella polizia dal 2020, nessuno da più di sei. Demetrius Haley, 30 anni, ex guardia carceraria, nel 2016 fu accusato di aver pestato con due colleghi un detenuto fino a fargli perdere conoscenza; un giudice chiuse il caso per motivi burocratici (la denuncia andava fatta in 30 giorni). Anche Desmond Mills Jr, soprannominato «Box» quando giocava a football al college, ha lavorato come secondino. Parenti e amici si dicono scioccati, come quelli di Tadarrius Bean, 24 anni, che ha studiato criminologia sognando da sempre di fare il poliziotto, di Emmitt Martin III, 30 anni e una figlia di cui parlava sempre, di Justin Smith, 28 anni. In molti casi passati gli agenti accusati di brutalità contro i neri sono bianchi, non stavolta.

La madre di Nichols suggerisce di prestare attenzione non al colore della pelle dei poliziotti ma a quello delle vittime. Secondo il reverendo Al Sharpton, un bianco non sarebbe stato trattato con tale disumanità.

Anche i paramedici non gli offrono soccorso, l’ambulanza arriva dopo 23 minuti. Per Frank Sykes, ex vicesceriffo del Tennessee, il problema sono i criteri sulla base dei quali tutti gli agenti vengono addestrati a giudicare in una frazione di secondo chi è pericoloso.

Nichols lavorava come fattorino per FedEx, ma aveva pensato — dice un’amica— di entrare nella polizia: unirsi al sistema per cambiarlo.

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per il "Corriere della Sera" il 29 gennaio 2023.

È stata la telecamera di sorveglianza affissa a un palo della luce a incastrare i cinque poliziotti incriminati per l’omicidio di secondo grado di Tyre Nichols, ventinovenne pestato a morte a pochi metri da casa a Memphis, Tennessee, lo scorso 7 gennaio. A turno i cinque agenti —afroamericani come la vittima — tengono fermo il giovane e lo prendono a pugni e calci in faccia, lo colpiscono con un bastone di metallo: nove volte in 4 minuti.

[…] Negli altri tre filmati, quelli delle bodycam degli agenti, c’è un momento in cui i 5 parlano tra loro: «Ha cercato di prendere la tua pistola», dice uno, «doveva essere drogato»; nel rapporto dichiareranno di averlo fermato per guida pericolosa. Ma non ci sono prove: alcuni commentatori ritengono che, consapevoli delle bodycam, stessero costruendo giustificazioni per difendersi.

Non era la prima volta che questi o altri agenti dell’unità Scorpion, squadra speciale anti-crimine, commettevano abusi. Altri guardano ai segnali di incompetenza: gli agenti aggrediscono Nichols senza apparente ragione, insultano, minacciano anche se è disarmato e collaborativo, a terra, e con calma spiega di essere diretto a casa; poi sono incapaci di controllarlo: quando iniziano a prenderlo a calci scappa a piedi e uno di loro si spruzza da solo lo spray al peperoncino negli occhi per sbaglio.

[…]In molti casi passati gli agenti accusati di brutalità contro i neri sono bianchi, non stavolta. La madre di Nichols dice di prestare attenzione al colore della pelle delle vittime, non a quello dei poliziotti. Secondo il reverendo Al Sharpton, un bianco non sarebbe stato trattato così. Anche i paramedici non gli offrono soccorso, l’ambulanza arriva dopo 23 minuti. Per Frank Sykes, ex vicesceriffo del Tennessee, il problema sono i criteri sulla base dei quali tutti gli agenti vengono addestrati a giudicare in una frazione di secondo chi è pericoloso. Nichols lavorava come fattorino per FedEx, ma aveva pensato — dice un’amica— di entrare nella polizia: unirsi al sistema per cambiarlo.

Estratto dell'articolo di Francesco Semprini per "La Stampa" il 29 gennaio 2023.

Gli Stati Uniti sprofondano di nuovo in un clima di indignazione e tensioni dopo l'uccisione di Tyre Nichols […]

Ed ancora una volta l'America dei diritti fa sentire la sua voce con manifestazioni che hanno interessato i quattro angoli del Paese mentre il presidente Joe Biden chiede al Congresso di attuare quanto prima la riforma della polizia invocata da due anni e mezzo con l'uccisione di George Floyd.

Le proteste sono scoppiate a partire da Memphis, dove i manifestanti hanno bloccato il ponte dell'Interstate 55 che attraversa il fiume Mississippi e porta verso l'Arkansas. A Washington DC decine di persone si sono radunate a Lafayette Park, vicino a Black Lives Matter Plaza, mentre a Boston hanno marciato lungo Tremont Street, creando problemi al traffico. A New York in centinaia si sono dati appuntamento a Times Square e Union Square, e tre dimostranti sono stati arrestati. Altre proteste si sono tenute a Sacramento, San Francisco, Atlanta, Filadelfia, Providence e Dallas, ma per ora non si sono verificati episodi di violenza, come avevano chiesto la famiglia della vittima e lo stesso Biden.

Questo grazie anche alla risposta tempestiva e trasparente delle autorità, che hanno licenziato e incriminato subito i cinque poliziotti (finora si sono dichiarati non colpevoli), sospendendone altri due in attesa che le indagini ne accertino la condotta. […]

DIFFUSO IL VIDEO DELL’OMICIDIO DI TYRE NICHOLS. Martina Melli su L’Identità il 28 Gennaio 2023

Il 7 gennaio scorso a Memphis, nel Tennessee, un uomo di nome Tyre Nichols, di ritorno a casa dal lavoro, è stato fermato per eccesso di velocità, spruzzato con lo spray al peperoncino, inseguito e picchiato selvaggiamente da cinque agenti di polizia. Ricoverato in ospedale in gravissime condizioni, è morto tre giorni dopo. La polizia ha subito licenziato i cinque uomini senza tuttavia fornire una ricostruzione credibile e limpida della vicenda. In tutta Memphis e anche nel resto del Paese sono scoppiate le proteste. Nichols aveva 29 anni ed era di origini afroamericane, così come Tadarrius Bean, Demetrius Haley, Desmond Mills Jr, Emmitt Martin III e Justin Smith, i 5 agenti con cui è entrato in colluttazione. Giovedì scorso, gli aggressori sono stati accusati di omicidio di secondo grado (reato paragonabile al nostro omicidio colposo, quindi meno grave di quello volontario) aggressione aggravata, rapimento aggravato e cattiva condotta ufficiale. Ieri è stato anche diffuso il filmato del pestaggio estrapolato dalle videocamere di sorveglianza. Il capo della polizia Cerelyn “CJ” Davis ha detto alla CNN di essere “indignata” dopo aver visto il video “allarmante” del pestaggio di Nichols, addirittura più violento di quello subito da Rodney King nel lontano 1991.

Ha dichiarato che non sembrava esserci alcuna ragione legittima per il blocco del traffico, e che nessuno dei cinque agenti è intervenuto per fermare la violenza da parte dei colleghi. “Mentre scatenavano la propria aggressività contro il giovane, sembravano essere in trance, in uno stato da logica del branco” ha concluso.

Delirio BLM: “Agenti neri razzisti coi neri”. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 29 Gennaio 2023.

Bisogna dire che questo nostro Occidente ce la sta mettendo tutta per farsi detestare dall’interno: e il suo cupio dissolvi assume tratti via via più idioti oltre che efferati. A Memphis, Tennessee, che fu una canzone antirazzista del rocker nero Chuck Berry, va in scena qualcosa che certo vecchio razzismo può ricordarlo, con una variante che pesa: gli aguzzini sono neri anche loro. Tutti e cinque, i poliziotti che hanno infierito sul malcapitato Tyre Nichols: non è stato un arresto, è stata una esecuzione. Senza ombra di presupposto, per di più. E seguita a poche ore da un’altra soppressione nera, quella, a Los Angeles , di Keenan Anderson, incidentalmente cugino di Patrisse Cullors.

Cullors è una delle fondatrici, la principale, del movimento marxista  Black Live Matters, tramite il quale è accusata di aver distratto qualche milione di dollari investito in faccende personali: fondi privati, un ranch, una megavilla in un quartiere bianco che più bianco non si può. Oggi Cullors è tornata a strillare come un’aquila, e c’è da credere che non riesca lei per prima a capacitarsi dell’autogol criminale delle forze dell’ordine, a tutto suo vantaggio. Difatti, tra le prediche ipocrite si è subito segnalata anche la pasionaria Alexandra Ocasio Cortez, questa specie di Elly Schlein all’ennesima potenza mediatica.

A questo punto l’America ha un problema, come sottolinea pressoché tutta la stampa nazionale da una costa all’altra. Un mare di problemi, in effetti, che finiscono per scaricarsi come spazzatura la più tossica sull’occidente intero. Proteste scoppiano da ogni parte. Le polemiche sull’operato di una polizia che ha perso il controllo, particolarmente verso i neri, sono furibonde e crescono di ora in ora. Certo è difficile, perfino surreale in questo caso tirare in ballo il razzismo tout court: l’unita speciale degli aguzzini di Nichols, subito sciolta, era interamente composta da neri, 5, immediatamente arrestati, licenziati e posti sotto accusa. Ma, se pure è inevitabile debunciare la retorica antirazzista, che in questo caso si è infranta contro un muro di realtà, è altrettanto doveroso osservare che la polizia statunitense non riesce a liberarsi da un modus operandi destinato a sfociare in tragedia, e che le vittime di queste ricorrenti tragedie sono nere. Nere e innocenti. Perfino estranee. A Nichols era contestata una infrazione stradale: lo hanno massacrato fino a non lasciargli scampo. Molti non sono riusciti a guardare il filmato del suo calvario fino in fondo.

Alle prese con cortocircuiti del genere, sia umani che giuridici, politici non meno che sociali, l’Occidente annaspa. Moltiplica da una parte sensi di colpa sterili o mal riposti, dall’altra eccede in speculazioni, in strumentalizzazioni. Come un certo professor Shaun Harper della University of Southern California, secondo il quale “il pregiudizio contro gli afroamericani è così radicato nelle forze dell’ordine, che viene fatto proprio anche dagli agenti neri”. Trattasi di sciocchezza sesquipedale, del genere Dem o piddino, tipica di chi non sa dove appendere i suoi rigurgiti ideologici. In realtà il problema è più ampio, più grave, più urgente, e nessuno sembra sapere come uscirne. Forse per la tendenza invalsa a risolvere tutto con overdose di retoriche incrociate.

D’altra parte, chi non straparla fa omertà, come i giornali italiani, i più schierati a sinistra dell’Occidente, cui non conviene affrontare una esecuzione spietata di 5 neri su un nero.

In tutto questo, l’umanità dov’è? Possiamo ancora dire che non sono accettabili omicidi di strada commessi da agenti più simili a ronde fuori controllo che a tutori dell’ordine legale? Che la matrice regolarmente black dei malcapitati non sostanzia obiettivamente, almeno nell’ultimo caso, il razzismo, ma è una ricorrenza comunque inquietante? No, non si può dire. Si viene subito aggrediti, stravolti da ogni parte. Se dici che l’esecuzione di Memphis (e di Los Angeles, e di New York…) smentisce il pregiudizio contro i neri, ti insultano in fama di suprematista bianco. Se dici che in America i neri vengono fatti fuori sistematicamente, perfino da loro corraziali, passi per un black panther, un BLM, un Giarrusso. Qui sta la tragedia nella tragedia di un Occidente che sembra aver perduto, dopo il senso delle istituzioni e della democrazia che le esprime e che se ne fa tutelare, lo stesso senso logico con cui analizzare la deriva. Il mondo democratico, allevato al confronto, sembra aver perso la testa, sa solo polarizzarsi nel modo più isterico e volgare.

Torniamo al fatto. È vero, la cosca in seno alla polizia dei 5 agenti violenti, tutti di colore, è stata sciolta; è vero, c’è un dibattito furibondo che non si chiuderà né presto, né facilmente, né in modo indolore. Ma basta questo a risolvere una piaga che sembra sanguinare sempre più? Basta come alibi per sentirci ancora diversi dalle dittature orientali? A noi sembra che il confine, tutto considerato, si vada facendo sempre più labile. E nel conto ci sta anche un triennio di restrizioni, violenze di stato, obblighi, umiliazioni da parte di regimi assai poco democratici praticamente a tutte le latitudini anche occidentali (con epicentro in Italia, manco a dirlo). Nel conto ci sta pure una fantomatica transizione calata dall’alto, che non esclude niente del retaggio europeo, occidentale, destinato a venire annientato col pretesto di salvare un pianeta che non ha alcun bisogno di essere salvato, se non da chi lo vuole salvare. Infine, ci sta la dinanica, curiosa, inedita, di un capo di un paese invaso che non chiede aiuto al mondo libero, come è dolorosamente giusto, ma arriva a pretendere trilioni in armamenti tali da raggiungere, se possibile radendola al suolo, la sconfinata terra di chi lo ha invaso: e per ottenere un simile negoziato di pace, come lo chiamano, non si fa scrupolo di passare anche per una mortificante rassegna canora italiana, negoziato da un giornalista di potere della televisione pubblica. Ma guai, ancora una volta, a farci caso. Sono subito pronti ad azzannare da tutte le posizioni.

A forza di impedire la parola, l’Occidente si è negato il pensiero. A forza di esprimersi nel modo più politicamente corretto, si è condannato a un’esistenza da struzzo. Aggressivo, ma struzzo. Quante ferite nasconde, e disvela, l’esecuzione di un civile nero da parte di cinque militari neri, nella terra della democrazia occidentale.

Max Del Papa, 29 gennaio 2023

Keenan Anderson.

Afroamericano ucciso dalla polizia a Los Angeles. La denuncia della cugina, fondatrice di Black Lives Matter. Samuele Finetti su Il Corriere della Sera il 12 Gennaio 2023.

Keenan Anderson aveva 21 anni, è morto per arresto cardiaco. Già tre vittime degli agenti nei primi giorni del 2023

«Mi stanno uccidendo come George Floyd», grida l’uomo afroamericano steso a terra, in manette, in mezzo a una strada di Los Angeles, ripreso dalla body-cam di uno dei due poliziotti che lo stanno arrestando. Aveva 31 anni, ed è morto così, sull’asfalto, Keenan Anderson, ultima vittima dei metodi violenti di un agente. Bloccato con un gomito sul collo, colpito più volte con un taser nonostante si fosse seduto a terra con le braccia alzate.

A testimoniarlo è il video diffuso ieri dalla stessa polizia losangelina, otto giorni dopo che Anderson, un insegnante del liceo, ha perso la vita. Stando alle ricostruzioni, Anderson è stato coinvolto in un incidente stradale all’altezza di un incrocio. Al loro arrivo, i due agenti si sono imbattuti in lui mentre camminava e chiedeva aiuto. I poliziotti gli hanno ordinato di spostarsi sul marciapiede e mettersi contro il muro. Sulle prime l’insegnante lo ha fatto, ma l’atteggiamento aggressivo dei due agenti lo ha spinto a tentare la fuga. Fuga che è durata lo spazio di qualche metro: Anderson è stato fermato e bloccato pancia sull’asfalto, nonostante urlasse: «Aiutatemi, stanno cercando di uccidermi». Una richiesta caduta nel vuoto, le scosse di taser — due: la prima di circa mezzo minuto, poi un’altra di pochi secondi — e l’arrivo dell’ambulanza. Ma i medici non hanno potuto fare molto: dopo quattro ore, Anderson è morto per arresto cardiaco.

A denunciare per prima quanto accaduto il 3 gennaio è stata Patrisse Cullors, co-fondatrice del movimento Black Lives Matter e cugina della vittima. «Chiedeva aiuto, non l’ha ricevuto. L’hanno ucciso», ha detto al Guardian. «Nessuno si merita di morire nel panico e nella paura», ha aggiunto. Commentando le immagini del video, Cullors ha accusato gli agenti perché «era un incidente stradale, invece di trattarlo come un potenziale criminale avrebbero dovuto chiamare un’ambulanza». Poi ha lanciato un appello: «Questo tipo di uccisioni e di uso della forza non cesseranno a meno che non abbiamo funzionari eletti coraggiosi che sfidano non solo la polizia ma anche le politiche».

Michael Moore, che guida la polizia di Los Angeles, ha sostenuto che il comportamento di Anderson è stato «erratico» e che nei primi esami sulla salma sono state riscontrate tracce di cannabis e cocaina. «Quest’assassinio è assolutamente orribile. Keenan è stato ucciso con il taser, noi sappiamo che la polizia ha provocato la sua morte, un piccolo incidente stradale non dovrebbe portare alla morte di un afroamericano, disarmato e che non aveva fatto nulla di sbagliato», ha replicato Melina Abdullah, altra co-fondatrice di Black Lives Matter Los Angeles.

Anderson è la terza vittima della polizia losangelina nei primi giorni del 2023. Altri due uomini sono stati uccisi, entrambi a colpi di arma da fuoco, dagli agenti. Il primo, il 45enne Takar Smith, è morto nella sua casa. La moglie aveva chiamato la polizia perché Smith non aveva rispettato l’ordine restrittivo. I poliziotti sono entrati in casa e, nonostante la donna abbia avvertito gli agenti che il marito schizofrenico non aveva assunto le sue medicine, hanno iniziato un confronto con l’uomo che è sfociato nel sangue: due agenti hanno aperto il fuoco e ucciso Smith.

E ancora, un uomo fermato nella zona meridionale della città poiché stava gettando oggetti contro le auto in movimento e — stando a quel che dice il rapporto ufficiale — teneva tra le mani un oggetto contundente di metallo è stato colpito con un proiettile e ucciso.

Una spirale di violenza che ha spinto la neosindaca Karen Bass a lanciare un allarme e a esprimere «gravi preoccupazioni per i video profondamente inquietanti». Proprio Bass, che è afroamericana e che nel 2020 era stata inclusa nella lista delle possibili partner per il ticket presidenziale di Joe Biden, ha costruito la campagna elettorale per la corsa a sindaco anche sulla promessa di maggiore sicurezza in città.

"Ucciso come Floyd". il cugino della fondatrice di Black Lives Matter. Storia di Valeria Robecco su Il Giornale il 13 gennaio 2023.

New York. Immobilizzato a terra con un poliziotto che gli premeva il gomito sul collo e un altro che lo ha colpito con una pistola stordente per oltre 30 secondi. È morto così, come George Floyd, l'insegnante 31enne afroamericano Keenan Anderson, cugino della co-fondatrice del movimento Black Lives Matter, Patrisse Cullors. L'ennesimo caso di violenza spropositata della polizia su cittadini di colore, che rischia di scatenare una nuova bufera negli Stati Uniti, è avvenuto a Los Angeles dieci giorni fa, ma è stato reso noto soltanto ora, dopo la pubblicazione dei video ripresi dalle telecamere degli agenti.

Il 3 gennaio scorso Anderson è rimasto coinvolto in un incidente stradale, e quando la polizia è arrivata sul posto lui stava chiedendo «aiuto». Diverse persone presenti lo hanno indicato come l'autore dell'incidente e un agente - come si vede nel video - gli ha ordinato di andare sul marciapiede e mettersi contro il muro, mentre lui ha iniziato a scusarsi più volte dicendo «per favore, non volevo farlo». A quel punto, come avvenuto in tanti altri casi simili negli Usa, la situazione è degenerata: l'afroamericano ha iniziato ad agitarsi per il comportamento del poliziotto ed è scappato, l'agente lo ha inseguito, gettato a terra e colpito più volte con un taser per oltre 30 secondi, mentre un altro gli ha schiacciato il collo con il gomito. Lui intanto chiedeva aiuto e gridava «vogliono farmi fare la fine di George Floyd», ossia vogliono uccidermi. Alla fine, Anderson è stato ammanettato e preso in custodia, poi trasportato in un ospedale di Santa Monica, dove poche ore dopo è morto per arresto cardiaco.

«Keenan meritava di essere vivo in questo momento, e suo figlio meritava di essere cresciuto da suo padre», ha commentato Cullors ricordando il cugino, insegnante di inglese, che aveva un bimbo di sei anni. «Nessuno si merita di morire nel panico e nella paura. Era spaventatissimo, per 10 anni ha assistito all'uccisione di afroamericani, sapeva cosa stava rischiando», ha aggiunto la co-fondatrice di Black Lives Matter. Mentre il movimento ha chiesto le dimissioni del capo della polizia di Los Angeles, Michael Moore, il quale ha dichiarato che il 31enne si comportava «in maniera stravagante» e dai primi test sembra che avesse tracce di cannabis e cocaina nel sangue. «Sono in corso indagini complete e prometto che saranno trasparenti, farò in modo che conducano solo alla verità e alla responsabilità», ha dichiarato da parte sua il sindaco di LA Karen Bass, precisando che «gli agenti coinvolti devono essere messi in congedo immediato». Ma indipendentemente dal risultato dell'inchiesta, ha ribadito che «la necessità di un cambiamento urgente è chiara, dobbiamo ridurre l'uso della forza in generale e non tollero assolutamente l'uso eccessivo della forza».

Il 10% delle uccisioni di persone da parte della polizia americana iniziano con un fermo per un incidente o un'infrazione stradale e un afroamericano rischia due volte e mezzo più di un bianco di essere ammazzato dagli agenti. Solo quattro mesi fa, in Mississippi, un ragazzino di 15 anni è morto dopo essere stato colpito alla testa da un proiettile sparato da un agente fuori da un negozio. Un mese prima, il 20enne Donavan Lewis è stato ucciso da un poliziotto nel suo letto durante una perquisizione, a Columbus, in Ohio. E un anno fa a Minneapolis, la città di Floyd, il 22enne Amir Locke è stato brutalmente ammazzato da un agente che gli ha sparato al petto dopo un'irruzione nel suo appartamento mentre dormiva sul divano.

L’Informazione.

Corte d’appello USA: Biden ha violato la libertà d’espressione sul Covid. Valeria Casolaro su L'Indipendente lunedì 11 settembre 2023.

L’amministrazione Biden potrebbe aver violato il Primo Emendamento della Costituzione americana, inerente la libertà di espressione, durante il periodo Covid. In particolare, il governo avrebbe influenzato impropriamente le decisioni di tutte le principali piattaforme social riguardo la pubblicazione o la soppressione di post inerenti la pandemia da Covid-19, ma anche le elezioni del Congresso svoltesi nel 2022. A sancirlo è una sentenza emanata lo scorso venerdì dalla Corte d’Appello degli Stati Uniti per il 5° Circuito nell’ambito del processo Missouri vs. Biden.

Secondo la sentenza, che porta la firma dei giudici repubblicani Clement, Elrod e Willet, “negli ultimi anni – almeno dalle elezioni presidenziali del 2020 – un gruppo di ufficiali federali è stato regolarmente in contatto con quasi tutte le maggiori compagnie di social media americane in merito al diffondersi della ‘disinformazione’ sulle loro piattaforme”. Tali compagnie avrebbero dato agli ufficiali accesso ad un “sistema di segnalazione accelerato”, oltre ad aver “declassato o rimosso i post segnalati” e “rimosso utenti”. Le piattaforme social avrebbero anche “cambiato le loro politiche interne per individuare più contenuti segnalati e inviato costantemente rapporti sulle loro attività di moderazione agli ufficiali”. Una manipolazione a tutti gli effetti dell’informazione in merito ad argomenti scomodi, primo fra tutti la pandemia da Covid, architettata e messa in atto per intero dal governo. Tutto questo sarebbe avvenuto non solo “durante la pandemia da Covid-19” e “le elezioni congressuali del 2022”, ma sarebbe tuttora ancora in corso.

L’atteggiamento del governo nei confronti delle piattaforme avrebbe assunto i toni di una vera e propria coercizione, in quanto la Casa Bianca avrebbe “costretto le piattaforme a prendere le loro decisioni di moderazione attraverso messaggi intimidatori e minacce di conseguenze avverse e incoraggiando significativamente le decisioni delle piattaforme prendendo il comando del loro processo decisionale, in violazione del Primo Emendamento”. Nel mirino del governo sarebbero finite tutte le principali piattaforme social, comprese Facebook, Twitter (ora X), YouTube e Google. Tra i pochi interventi ritenuti leciti dalla Corte vi è quello del medico Anthony Fauci, ex consigliere del presidente coinvolto nella causa, il quale non avrebbe cercato di manipolare l’informazione dei social media e non si sarebbe dunque posto “in contrasto con il Primo Emendamento”.

A dimostrazione di quanto dichiarato vi sarebbero i documenti resi pubblici lo scorso 6 gennaio. Dalle carte sarebbe emerso, in particolare, il ruolo del direttore dei media digitali della Casa Bianca, Ron Flaherty. Proprio lui, in una mail inviata ad un dirigente di Facebook il 14 marzo 2021, suggeriva come il social partecipasse alla «diffusione di idee che contribuiscono all’esitazione vaccinale». A fronte dell’esitazione del dirigente della piattaforma (il nome non è stato reso noto), Flaherty aveva preteso un cambio delle politiche di moderazione, sottolineando come «Siamo seriamente preoccupati dal fatto che il vostro servizio sia uno dei principali motivi che spingono all’esitazione vaccinale, punto… Vogliamo sapere che ci state lavorando, vogliamo sapere come possiamo aiutarvi e vogliamo sapere che non state facendo il gioco delle tre carte…». A fronte delle pressioni, tanto Facebook quanto tutti gli altri social coinvolti avrebbero ceduto alle richieste governative.

Secondo il Washington Post, la sentenza avrà un forte impatto sulle elezioni del 2024, influenzando tanto le strategie comunicative del governo quanto le decisioni dei social media e, non da ultimo, degli elettori. Il caso, ad ogni modo, rappresenta il più riuscito tra gli sforzi legali dei conservatori di dimostrare (e limitare) l’ingerenza dell’amministrazione Biden nelle attività dei social media e dei mezzi di informazione. [di Valeria Casolaro]

Il diritto alle proprie opinioni è sacrosanto. Non quello ai propri fatti. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023.  

L’immagine mostra il quartier generale dell’emittente tv Fox News di Rupert Murdoch a New York. Il media di riferimento degli elettori filotrumpiani è finito a processo per diffamazione: raccontò che le elezioni presidenziali del 2020 furono falsate dai brogli

Questa rubrica di Roberto Saviano è stata pubblicata su 7 in edicola il 5 maggio. E’ dedicata alla fotografia. Meglio, ad una o più foto «da condividere con voi — spiega l’autore — che possa raccontare una storia attraverso uno scatto». Perché «la fotografia è testimonianza e indica il compito di dare e di essere prova. Una prova quando la incontri devi proteggerla, mostrarla, testimoniarla. Devi diventare tu stesso prova»

Il Festival del Giornalismo di Perugia è per me da anni un appuntamento imprescindibile. Per chi non lo avesse mai seguito, posso solo dire questo: è l’unico luogo in Italia in cui si incontrano giornalisti provenienti da tutto il mondo, ed è l’unico luogo in Italia in cui è possibile rendersi conto davvero di cosa accade nel mondo. Il giornalismo italiano ha dei limiti enormi che storicamente dipendono - la faccio proprio facile facile - dal non essere mai stata, l’Italia, una potenza coloniale; fatti salvi i tragici tentativi di quel Benito di cui il presidente del Senato della Repubblica Italiana, Ignazio Benito (anche lui) La Russa, conserva in casa una statuetta... Tragici per tutti, per gli invasori e per gli invasi. Consiglio di leggere M di Antonio Scurati: la memoria serve, eccome se serve.

«FOX NEWS, TV FILOTRUMPIANA, DOVRÀ RISARCIRE 790MILIONI DI EURO A UN’AZIENDA CHE GESTISCE SISTEMI ELETTORALI»

Il Festival del Giornalismo di Perugia è animato da due persone, Arianna Ciccone e Chris Potter, veri e propri punti di riferimento per giornalisti e testate straniere, dai più noti e accreditati come il Guardian, ai meno noti, ma altrettanto degni di attenzione, anzi forse anche di più: media afghani, iraniani, balcanici, cinesi, per citare solo alcuni esempi di Paesi in cui la stampa non gode della giusta protezione. Poi però scopriamo che anche da noi le cose non vanno benissimo. Del resto, il sottoscritto è portato a processo da ben tre ministri di questo governo e in Italia la cosa non genera scandalo; non ne genera di certo quanto ne genera all’estero. Scandalo non certo per me, ma per le giornaliste e i giornalisti (tanti) che vedendo me a processo si autocensurano a priori. Ebbene, Arianna Ciccone a proposito delle responsabilità in capo all’informazione dice una cosa interessantissima: ciascuno ha diritto alle proprie opinioni, ma nessuno ha diritto ai propri fatti. A volte, però, dobbiamo ammettere che le opinioni di qualcuno iniziano a diventare fatti al punto che sradicarli dal pensiero comune diventa un’impresa difficilissima.

Negli Usa ha fatto scalpore il patteggiamento milionario nella causa per diffamazione portata avanti dalla Dominion Voting Systems, società che produce e vende hardware e software per il voto elettronico, contro la Fox News di Rupert Murdoch. Le Presidenziali del 2020 sono state raccontate dalla stragrande maggioranza delle giornaliste e dei giornalisti di Fox News, il media di riferimento dei repubblicani filotrumpiani, come elezioni rubate; si è parlato sin da subito, anche dopo che ogni dubbio era stato fugato da tribunali di ogni ordine e grado degli Usa, di brogli elettorali, di valigie di voti trasportate illegalmente: tutto il ciarpame utile a innescare sfiducia nella democrazia Usa e nel suo sistema elettorale. A farne le spese, certo, la tenuta democratica, con l’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill e anche le aziende che gestiscono i sistemi elettorali. Che, distrutte (queste le parole dei loro legali) dalle calunnie di Fox News, hanno avuto ingenti perdite e subito un danno inestimabile.

«I BROGLI, RACCONTATI DALLA RETE DI MURDOCH, NON CI FURONO, MA LA SMENTITA NON ARRIVERÀ MAI: AVREBBE FATTO BENE A TUTTI»

Per ora si è concluso solo il primo dei processi, con un patteggiamento che obbliga Fox News a pagare la somma più alta che si sia mai stabilita negli Stati Uniti per un reato di diffamazione. Dominion Voting Systems otterrà da Fox News un risarcimento di 790 milioni di euro, aveva chiesto 1,6 miliardi di dollari... e non è finita qui perché a breve inizierà un secondo processo per i danni subiti da un’altra azienda che si occupa di sistemi elettorali, la Smartmatic, diffamata da Fox News, che ha chiesto oltre 2 miliardi di dollari di risarcimento. È evidente come, all’esito di queste azioni legali, gli azionisti di Fox News potrebbero fare causa all’azienda per il danno subito dalle fake news diffuse, così come potrebbero fare causa i giornalisti che non si sono piegati alle teorie cospirazioniste, ma che potrebbero vedere le proprie reputazioni danneggiate dalla azienda per cui lavoravano.

Resta l’amarezza per la smentita che non arriverà mai. Non arriverà perché Dominion Voting Systems ha dovuto mettere in sicurezza i propri dipendenti più che il corretto funzionamento della democrazia americana. Fatto sta, però, che l’entità stessa del risarcimento è una chiara ammissione di responsabilità da parte di Fox News. Non arriverà, però, questa smentita, a quanti avrebbero bisogno che fosse proprio Fox News a dire: quanto abbiamo raccontato fino a ora, sulle Presidenziali 2020, è falso e ce ne scusiamo. Sarà per la prossima volta, forse...

Fox News patteggia 787 milioni di dollari per aver diffuso notizie false alle presidenziali del 2020. Il Domani il 19 aprile 2023

In un comunicato il colosso mediatico statunitense ha affermato di riconoscere la sentenza del tribunale secondo la quale alcune affermazioni dei conduttori del network sulle macchinette elettorali della società Dominion erano false

Fox News dovrà pagare 787 milioni di dollari alla società Dominion voting systems per alcune fake news pubblicate durante le elezioni presidenziali del 2020. «Le parti hanno risolto il loro caso», ha detto martedì 18 aprile il giudice Eric Davis alla Corte Superiore del Delaware, che doveva decidere sulla controversia per diffamazione intentata nel 2021 dall’azienda di tecnologia elettorale Dominion contro il colosso mediatico fondato da Rupert Murdoch.

Secondo la società, Fox News ha trasmesso consapevolmente delle notizie false sulle sue macchinette che servivano a conteggiare le schede elettorali con l’obiettivo di aumentare gli ascolti in calo. Trump e i suoi collaboratori avevano infatti affermato che la tecnologia della Dominion era stata utilizzata per truccare il risultato delle elezioni avvenute a novembre 2020 che hanno decretato la vittoria del democratico Joe Biden.

I legali di Fox News si sono difesi dicendo che hanno semplicemente riportato le accuse rivolte da Donald Trump e che il suo operato era tutelato dalla libertà di espressione.

IL PROCESSO

 Le macchine del conteggio voti della Dominion Voting systems

Inizialmente la Dominion voting systems aveva chiesto un risarcimento per 1.6 miliardi di dollari per «intenzionalmente e falsamente» incolpato l’azienda della sconfitta del presidente Trump. Ieri, invece, le parti sono riuscite a raggiungere un accordo di risarcimento per la metà del valore iniziale. 

L’amministratore delegato John Poulos ha detto che Fox News ha ammesso di aver detto bugie sulla Dominion. Secondo i suoi legali l’accordo «rappresenta una rivendicazione e una responsabilità». «Le bugie hanno conseguenze», dicono.

In un comunicato, il colosso mediatico statunitense ha affermato di riconoscere la sentenza del tribunale secondo la quale alcune affermazioni dei conduttori del network sulla Dominion erano false.

Giornalismo identitario. Gli anchorman voltagabbana di Fox News facevano propaganda a Trump pur sapendo che mentiva. Luciana Grosso su L’Inkiesta l’11 Marzo 2023.

Sono state divulgate alcune chat private in cui i giornalisti e i dirigenti dell’emittente di destra americana rivelano di detestare l’ex presidente degli Stati Uniti e giudicano disastrosi gli anni della sua Amministrazione

Esiste una regola nel giornalismo. Dice, grosso modo, che un giornalista non deve stare dalla parte di niente che non sia la verità dei fatti. Questa regola è riassunta da un vecchio adagio che dice che se un giornalista incontra una persona che dice che piove e un’altra che dice che c’è il sole, il suo dovere non è dare voce equanimemente all’uno e all’altro, ma aprire la finestra e vedere che tempo fa. Questa regola, questa fissazione per la verità, da tempo è stata derubricata, più o meno in tutto il mondo, a vaga dichiarazione di intenti. 

È successo un po’ per ragioni di sistema (costi, crisi dell’editoria, ecc) e un po’ perché aprire le finestre è faticoso. Ma soprattutto è successo per ragioni di mercato. Che tempo faccia fuori, davvero, non interessa a nessuno. Interessa solo il tempo che si desidera faccia. 

Non è un fenomeno del tutto nuovo. Diciamo che risale grossomodo all’inizio degli anni ’90 (cioè molto prima che arrivassero i social) quando, caduto il Muro, la politica ha smesso di essere faccenda di ideologia ed è diventata faccenda di identità. In pratica, votare questo o quel partito ha smesso di avere a che fare con il modo in cui si definisce il mondo e ha cominciato ad avere a che fare con il modo in cui si definisce se stessi. Fare politica, in sintesi, ha smesso di essere una cosa pubblica, ma è diventata una faccenda privata. «Io sono» ha preso il posto di «Io voglio».

L’informazione è cambiata di conseguenza: vuoi per pigri tic, vuoi per sopravvivenza. 

Il caso di Fox News, esploso poche settimane fa, è un buon esempio di questa trasformazione del giornalismo, passato da essere strumento per conoscere la realtà a essere strumento di conferma di sé. 

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, le cose stanno così: dai primi anni 2000 Fox News è il principale mezzo di informazione e formazione della destra americana. Per 24 ore al giorno trasmette peana continui al partito repubblicano e (dal 2016 in poi) a Donald Trump «Il miglior Presidente di sempre». Lo fanno i suoi speaker, i suoi giornalisti, i suoi editorialisti, persino i suoi comici. Tutto è impregnato di lode trumpiana. Effetto, ma soprattutto causa, di questo tono smaccatamente pro Trump è il fatto che il suo pubblico sia un unico e compatto blocco di estrema destra, complottista e suprematista bianco. 

Chiariamoci, era così anche prima di Trump. Fox News è nata per essere l’anti CNN (che invece è su posizioni molto progressiste) e fin dalla sua nascita ha sostenuto con vigore e forza la presidenza di George W. Bush, e ha denigrato quella di Obama. Eppure, mai nessuna simbiosi era parsa solida e completa come quella verificatasi con Trump. 

Negli anni della Presidenza Trump, si è creata una specie di saldatura tra Trump e Fox News: Fox News dava eco solo alle parole di Trump, incensandole e deridendo chiunque non vi fosse perfettamente allineato e Donald Trump, da par suo, di fatto disegnava la sua agenda di Presidenza fotocopiandola sul palinsesto di Fox News. Negli anni di Trump non c’è stata soluzione di continuità tra la Casa Bianca e Fox, tra Fox e la Casa Bianca. Poi, durante lo scrutinio delle elezioni del 2020, è successo l’impensabile: Fox ha tradito Trump. 

Nelle ore più delicate dello spoglio, quelle in cui iniziava a intravedersi la malaparata per Trump, Fox ha fatto una cosa inaudita e ha detto ad alta voce una verità, anche se era sgradita a Trump. La verità di quel caso era che i numeri parlavano chiaro e che l’Arizona, stato in bilico, era stata vinta da Joe Biden. Fino a quel momento nessuno lo aveva ancora detto. Neppure la superprogressista CNN. Il fatto che l’Arizona fosse stata «chiamata» per Biden era il sigillo sul fatto che per Trump le cose si stavano mettendo davvero male e che, praticamente, l’elezione era cosa fatta. 

Il racconto di quella notte vuole che Trump, furioso, abbia telefonato ai suoi contatti a Fox, travolgendoli di urla. Urla così furiose da convincere la rete a rimangiarsi tutto e dire, in diretta, scusate ci siamo sbagliati, non ci sono dati a sufficienza per assegnare l’Arizona. Una verità (l’Arizona era in effetti stata vinta da Biden) rettificata con una bugia. 

A quella prima bugia, nei mesi seguenti, ne sono seguite svariate altre: continuo sminuire i fatti del 6 gennaio, continuo sibilare le ipotesi più strampalate sui vaccini e sulle mascherine, continuo sospirare sulla scelleratezza di Biden nel gestire la faccenda ucraina e soprattutto continue illazioni sul fatto che la vittoria di Biden non fosse legale, ma frutto di brogli e pasticci. Tutto secondo i dettami del trumpismo più puro. 

Eppure negli scorsi mesi qualcosa si è rotto di nuovo. Si è rotto per due motivi. Il primo, il trionfo di Ron DeSantis in Florida che ha dato agli speaker di Fox l’idea che si affacciasse all’orizzonte un nuovo leader, per il quale valesse la pena buttare a mare quello vecchio.

La seconda: l’azienda Dominion Voting Systems, che produce macchine per il voto elettronico, esasperata dal fatto che Fox continuasse a ripetere che i suoi dispositivi si erano mangiati i voti, ha deciso di far causa a Fox per un miliardo e 600 mila dollari. Quello che sostiene Dominion non è tanto che i giornalisti di Fox abbiano detto cose infondate. Ma che le abbiano dette nella piena consapevolezza del fatto che erano infondate. 

Così, in fase di istruttoria sono state acquisite prove e testimonianze del fatto che i giornalisti di Fox mentivano sapendo di mentire, e che, in fondo, anche l’amore di Fox per Trump era una bugia. Non solo mentivano sui fatti, ma mentivano anche sulle loro opinioni. 

Per esempio, sono emerse chat private nelle quali Tucker Carlson, l’aedo più muscolare del trumpismo, dice di «detestarlo», «di odiarlo con tutto il cuore» che «la presidenza Trump è stato un disastro», di «non vedere l’ora di toglierselo di torno», e che il suo rifiuto di partecipare all’inaugurazione di Biden è «disgustoso».

Sempre dalle chat emerge che anche gli altri cantori dell’ex presidente (volti notissimi come Sean Hannity, Jeanine Pirro o Lou Dobbs) non credevano a una parola di quel che dicevano ed erano perfettamente consapevoli del fatto che la presidenza Trump fosse stata pessima e che la propaganda dell’ex Presidente fosse infarcita di balle. Balle che però loro stessi ogni sera in tv ripetevano con convinzione e capacità di persuasione. Persino l’editore Rupert Murdoch ha dichiarato di essere consapevole che le teorie del complotto di Big Lie fossero completamente inventate e che non ci fossero dubbi sulla legittimità delle elezioni. E allora la domanda è: perché? 

Perché per quasi tre anni l’emittente di news più seguita d’America (ha un pubblico molto ridotto, circa 1 milione e mezzo di spettatori al giorno, ma comunque triplo di quello di CNN che si attesta attorno ai 500 mila) ha detto e ripetuto bugie che sapeva essere bugie? La risposta si trova in un altra chat di Carlson, nel quale lui avverte i colleghi di guardarsi da Newsmax. Newsmax è un’altra emittente di news, molto più piccola e molto più trumpiana (se possibile) di Fox. 

Dalla notte delle elezioni, una larga fetta del pubblico di Fox si era spostato lì, ritenendo la rete di Murdoch non sufficientemente ortodossa e leale verso Trump.

Perché il paradosso è questo: per evidenti ragioni economiche la sorte dell’informazione è nelle mani di chi quell’informazione la compra, la clicca, la guarda. E il fatto che chi compra, clicca o guarda non abbia nessun interesse per la verità o anche solo per la realtà, fa sì che oggi chi dice, magari anche con toni partigiani, cose vere, non interessi più a nessuno. 

Il problema, dunque, non sono Sean Hannity o Tucker Carlson. E forse non è neppure Trump. Sono gli spettatori. Spettatori che, quando accendono il notiziario, vogliono sentir parlare di sé. 

Il politicamente corretto.

Così le serie tv "educano" il maschio bianco etero. Alessandro Gnocchi il 12 Novembre 2023 su Il Giornale.

In un libro di Fitoussi le forzature negli show più famosi

Woke è una parola entrata nell'uso comune ma come potremmo definire con esattezza il suo significato? Prendiamo in prestito la risposta da Woke fiction. Comment l'idéologie change nos films et nos séries (Le cherche midi) di Samuel Fitoussi, editorialista del quotidiano francese Le Figaro: «Il militante woke è colui il quale crede che il razzismo, la misoginia, la transfobia e l'omofobia siano onnipresenti in Occidente, e rappresentino il fatto sociale più importante della nostra epoca». Il privilegio non è legato principalmente alla condizione economica ma al colore della pelle, al sesso, all'orientamento sessuale.

Il militante woke non si limita a individuare le meccaniche dell'oppressione ma applica un paradossale razzismo al contrario, a suo dire virtuoso. Per questo chiede trattamenti differenziati, anche dal punto di vista legale, per ogni categoria o minoranza.

Da un punto di vista della libertà, è una corsa vertiginosa verso l'abisso. Il ruolo dell'individuo è subordinato e schiacciato dalla appartenenza a un gruppo. Come rimedio, si attribuisce allo Stato il potere di discriminare e premiare le categorie che finiscono spesso con l'essere quelle elettoralmente più convenienti alla maggioranza di turno.

Il privato è politico. Il libero arbitrio è un inganno. La classe dominante agisce sempre per mantenere il privilegio. La classe dominata accetta sempre la servitù. L'ingegneria sociale è necessaria al fine di correggere questi comportamenti automatici. Fa parte di questo progetto anche la conquista e la revisione dell'immaginario collettivo attraverso un controllo serrato della cultura in tutte le sue forme. Si censurano i classici della letteratura. Si manganellano, per ora solo verbalmente, gli artisti (registi, scrittori, pittori) che non accettano ordini dalle cerchie «illuminate» dal politicamente corretto. I personaggi storici sono giudicati e condannati da grotteschi tribunali woke.

Il saggio di Fitoussi, appena uscito in Francia, prende in esame il lato pop di questa battaglia a parole progressista, nei fatti retrograda. Da tempo ci siamo accorti che qualcosa non quadra nelle serie tv e nei film. Hollywood e il mondo dei servizi in streaming, da Netflix in poi, hanno stipulato una alleanza con la cultura woke. Non si tratta solo di evitare guai e contestazioni. È qualcosa di più profondo e pericoloso. Di fatto, l'alleanza non riguarda solo i colossi dell'intrattenimento ma il mondo delle grandi corporations quasi per intero. Chiediamoci perché. Le risposte, tra quelle disponibili, non sono delle migliori. In nome del progresso, ci trasformiamo in una massa di consumatori indifferenziati. Perché fare prodotti per uomini e per donne? È uno spreco. Meglio promuovere la fluidità sessuale. Forse è anche peggio. Il grande capitale ha trovato il suo alleato naturale nella politica di sinistra. Entrambi si reggevano su una visione del mondo esclusivamente materialista. Entrambi avevano lo stesso nemico: l`individualismo del borghese. La piccola imprenditoria è conservatrice, un freno al progresso. La grande imprenditoria, invece, vuole il progresso, il progresso che le fa comodo, beninteso: la semplificazione del mercato in nome delle economie di scala. E se ci va di mezzo l'uomo? Amen.

L'arte non ci deve descrivere o ispirare: ci deve educare. Facciamo qualche esempio. Il finale della Carmen di Bizet, in alcune edizioni, viste anche in Italia, è stato riscritto: la protagonista non viene uccisa perché non si può mettere in scena un episodio che ricorda da vicino il femminicidio. Game of Thrones, una delle serie tv di maggior successo, era partita con stupri e altre infrazioni del politicamente corretto ed è stata corretta politicamente stagione dopo stagione. Gli interventi possono essere anche retroattivi: da Toy Story 2 è sparito un episodio di seduzione accusato di essere un esempio di mentalità patriarcale. I casi di rilettura woke della storia non si contano. Incredibile è la serie Bridgerton, soap opera ambientata nella nobiltà britannica tra XVIII e XIX secolo. La regina Carlotta, come potete vedere in questa pagina, è nera. Come molti altri personaggi, e pazienza se si tratta di un clamoroso anacronismo e di una invenzione. Stesso discorso per i Tre moschettieri, con un insensato d'Artagnan nero, e Cleopatra, anch'essa nera.

Un esempio di woke fiction di buona fattura è Get Out, un film dove i codici dell'horror vengono utilizzati per raccontare la vita dei neri oppressi dai bianchi. Anche in questo caso il fine è educare lo spettatore ma l'abilità nel maneggiare gli stereotipi della pellicola di genere salva lo spettacolo. Incredibile, e inguardabile, la svolta femminista di House of Cards nella stagione successiva al licenziamento di Kevin Spacey, accusato di innumerevoli molestie sessuali dalle quali è stato fino a qui assolto in tribunale. Spacey interpretava Frank Underwood, il presidente degli Stati Uniti, carica ereditata dalla moglie Claire. In un trionfo di femminismo woke arriva il giorno in cui una donna non dovrà più chiedere consiglio a un uomo. Claire licenzia tutti i ministri per sostituirli con donne. Certo, il finale non è che sia edificante ma almeno il merito della fine del mondo potrebbe andare a una donna e non a un uomo, sono soddisfazioni woke anche queste.

I supereroi sono stati manipolati in tutti i modi possibili da Catwoman lesbica a Superman bisessuale (fumetto del 2021). Anche Don Giovanni, il seduttore per eccellenza, è diventato bisessuale e soprattutto delicato, basta maschilismo tossico. Romeo e Giulietta si è visto in versione Romeo e Giulietto ma anche Romea e Giulietta. Il successo di queste operazioni pedagogiche (si fa per dire) però sta scemando. Speriamo…

"Gli americani? Una tribù di fanatici moralisti". Lo storico delle idee statunitense spiega come sta mutando il suo Paese: "Amiamo le crociate". Francesco Giubilei il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

Incontriamo Mark Lilla in un afoso pomeriggio romano. Lo storico delle idee americano, professore alla Columbia University di New York, trascorre il suo anno sabbatico in Italia dove aveva già vissuto 35 anni fa e tra poche settimane lascerà il nostro Paese. L'autore di Il naufragio della ragione (2019) e di L'identità non è di sinistra. Oltre l'antipolitica (2018), entrambi pubblicati da Marsilio, ama l'Italia ma è rattristato dal declino del livello culturale degli ultimi anni.

Se dovesse definire se stesso, come si definirebbe? Un liberale? Un progressista? Un conservatore?

«Sono un liberal della vecchia scuola. Sono attaccato ai valori dell'Illuminismo - ragione, scetticismo, tolleranza - e alle forme di governo che sostengono quei valori. Nel senso americano sono quello che un tempo si chiamava Cold War liberal: favorevole alla riforma sociale ma ostile al comunismo e all'utopismo. In Italia avrei trovato le mie opinioni espresse da personaggi di quell'epoca come Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone e la rivista Tempo presente. Il pensatore che mi ha influenzato di più è stato Isaiah Berlin. Dopo la svolta verso la politica fanatica dell'identità e il wokeness degli Stati Uniti oggi mi sento orfano».

Perché ha deciso di trascorrere il suo anno sabbatico proprio in Italia?

«Questo è per me un anno sabbatico dall'università per terminare il mio nuovo libro. Io e mia moglie siamo stati fellows dell'Accademia Americana di Roma e avevamo bei ricordi dell'Italia, ma francamente volevamo anche sfuggire alla malsana atmosfera politica e culturale americana».

Di cosa tratta il suo nuovo libro?

«Di ciò che Nietzsche chiamava la volontà di ignorare ovvero la nostra resistenza alla verità e alla realtà e l'incertezza inevitabile della vita. Mi interessano soprattutto le radice psicologiche e le implicazioni politiche e culturali di questa volontà. Per esempio, in un capitolo esploro la nostalgia politica della destra come fuga dalla realtà in un passato immaginario».

Un tema ricorrente nelle sue opere è l'eredità dell'Illuminismo e lo studio del pensiero anti-moderno. Il suo primo libro era dedicato alla figura di Giambattista Vico. Come è nata la sua passione per questa area di pensiero spesso dimenticata?

«Da giovane - vengo di una famiglia di operai di Detroit - ero più conservatore e religioso. Quando ho scoperto i saggi di Isaiah Berlin sui contro-illuministi ho trovato congeniale la loro critica all'Illuminismo, e per questo ho deciso di scrivere un libro su Vico. Ma lavorandoci ho cominciato a vedere l'Illuminismo in una luce più favorevole e il contro-illuminismo più come frutto di una paura esagerata delle implicazioni sociali della ragione e dello scetticismo. Da allora mi sono interessato alla psicologia della resistenza intellettuale in generale».

Quali sono i principali pensatori anti-moderni occidentali?

«Ci sono due forme di antimodernismo: una che cerca di ricreare un passato bucolico immaginario, l'altra che immagina una controrivoluzione contro il presente e la creazione di una nuova società più dura e con virtù più arcaiche e virili. Nel primo gruppo possiamo mettere Rousseau e tutti i rousseauiani fino al nostro tempo, per esempio gli ecologisti radicali di sinistra. Nel secondo, un pensatore come Julius Evola. Si tratta di una tradizione molto ampia».

In Il naufragio della ragione si sofferma sul pensiero reazionario. Cosa significa oggi essere reazionari?

«I liberali e i conservatori classici s'interessano alla natura umana e alla società. I liberali avviano la loro analisi con gli individui e considerano la società come una loro costruzione. I conservatori considerano la società come preesistente e gli individui come un suo frutto. L'attenzione dei rivoluzionari e dei reazionari è focalizzata meno sulla natura e più sulla storia, che considerano in modo apocalittico. Essere reazionario vuol dire volere sfuggire a un presente considerato oscuro e doloroso».

In L'identità non è di sinistra muove forti critiche al mondo progressista. A cosa è dovuta la crisi della sinistra europea e occidentale?

«Il primo problema è l'ossessione di definire cos'è e chi è di sinistra, meglio lasciare perdere. Conviene esplorare questioni e fenomeni fondamentali della politica senza pensare alla loro utilità ideologica e morale. Come Rousseau, come Marx, pensate da capo la natura umana, il potenziale e i limiti delle istituzioni, la logica dell'economia attuale, soprattutto i fondamenti non politici o economici della società come la famiglia, la religione, le abitudini e le usanze. Devo dire che oggi c'è molta più attività intellettuale a destra che a sinistra».

Non crede che una delle motivazioni della crisi della nostra società sia dovuta al politicamente corretto e alla cancel culture?

«Penso abbia più a che fare con il carattere particolare degli Stati Uniti e con le nostre tradizioni religiose. Ci sono stati vari momenti di fanatismo religioso che hanno cambiato gli Stati Uniti, uno prima della rivoluzione americana, un altro prima della guerra civile, un altro ancora antecedente la Prima guerra mondiale. Oggi la political correctness è una forma atea di questi fenomeni. Se non sei d'accordo con i giovani woke, loro lo prendono come un'offesa personale e diventi una persona da ostracizzare. Non ho mai capito perché in Europa si pensa che gli americani siano persone di buon senso e praticità. In realtà amiamo le crociate e siamo una tribù di fanatici moralisti».

Nel 2024 si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Se Trump dovesse vincere le primarie pensa ci sarebbe la possibilità di un suo ritorno alla Casa Bianca?

«Non posso immaginare che Trump possa vincere di nuovo, è qualcosa di già visto e gli americani vogliono sempre novità. Ogni altro repubblicano avrebbe più speranze di diventare presidente, rispetto a Trump. Tuttavia è probabile sia lui il candidato del Partito Repubblicano e per questo mi aspetto una vittoria dei democratici. Ma chi sono io per dirlo? Dissi la stessa cosa nel 2016...».

Cosa c'è dietro la furia iconoclasta che travolge l'America. Storia di Matteo Muzio il 17 luglio 2023 su  Il Giornale.

La questione dei monumenti che occupano lo spazio pubblico negli Stati Uniti è sempre stata prettamente politica. Sin da quando Nathaniel Macon, deputato del North Carolina, espresse la sua volontà di non avere statue di George Washington nelle piazze americane. E che dire di quanto successo ancora prima nel luglio 1776, a pochi giorni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, quando la statua di Re Giorgio III, eretta a New York nel 1770 come segno di benevolenza della Corona nei confronti delle Tredici Colonie, venne abbattuta da una folla di manifestanti. Un evento che venne salutato dal filosofo Thomas Paine come la “giusta disgregazione” della Corona per distribuirla “al popolo, al quale appartiene”.

Parte da questo evento fondativo il volume di Arnaldo Testi “I fastidi della Storia”, edito da Il Mulino, per analizzare con rigore storiografico una questione che troppe volte è stata dibattuta con superficialità, senza considerare lo scenario che hanno portato alla costruzione di certi monumenti. A cominciare proprio da quelli più controversi, quelli dedicati agli ufficiali confederati, eretti negli stati ex schiavisti non negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando era ancora fresco il ricordo dei caduti. Bensì questi vennero costruiti negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando veniva implementato il regime della segregazione razziale.

E quelle statue, quindi, servivano a siglare quel trionfo, come esplicitato dal monumento di New Orleans, in Louisiana, innalzato in onore della cosiddetta “battaglia di Liberty Place” del 1874, quando una milizia suprematista bianca si scontrò con le truppe federali: veniva riaffermata “la supremazia bianca”. Una scelta prettamente politica, dunque, accettata nell’ottica della cosiddetta “riconciliazione bianca”, fatta a scapito dei diritti promessi alla comunità afroamericana.

Difficile trovare una quadra al di là della polemica politica anche per commemorare i caduti delle guerre mondiali, riconoscendo il contributo di tutte le minoranze nello sforzo per difendere la democrazia, senza scadere nella vacua pomposità, come accaduto, secondo alcuni critici, per il memoriale dei caduti della Seconda Guerra Mondiale di Washington D.c inaugurato nel 2004 ma progettato negli anni ’90 nell’ottica di celebrare il trionfo degli Stati Uniti anche nella Guerra Fredda.

Una scelta completamente diversa, ad esempio, da quella del Vietnam Veterans Memorial sempre situato nella capitale federale, costruito nel 1982 per volere di una no-profit gestita da reduci del conflitto che ha scosso l’identità americana più di ogni altro. Niente statue qui, niente trionfalismi, niente marmo bianco: soltanto un lungo muro che contiene gli oltre 58mila nomi dei caduti in Indocina che commemora i caduti in modo composto e rispettoso. E del resto lo dicevano anche i Padri Fondatori come Thomas Jefferson, come notato da Testi, che una monumentalità repubblicana, che si volesse staccare con decisione dalla Madrepatria britannica, avrebbe dovuto adottare un modello per così dire iconoclasta, che celebrasse le idee anziché le persone. O quanto meno gli ideali che alcuni grandi fondatori avessero propugnato.

Così nel 1848 s’iniziò la costruzione di un obelisco dedicato a George Washington nella Capitale. Finito quarant’anni dopo, la sua pulizia stilistica e formale l’ha reso un monumento estremamente durevole. Perché anche i monumenti dedicati alle buone cause possono, col tempo, diventare problematici: è il caso del “Memoriale dell’Emancipazione” sempre sito nella Capitale, che raffigura Lincoln che libera uno schiavo in ginocchio, costruito nel 1876. Un’immagine che anche all’epoca colpì sfavorevolmente uno dei più grandi oratori afroamericani, Frederick Douglass, che si chiedeva perché lo schiavo non fosse in piedi.

La complessità degli intrecci e dei rapporti sociali interni alla società afroamericana, quindi, rende difficile celebrare con certezza qualcosa. Facilmente una statua può diventare oggetto di discussione, perché cristallizza una persona o un concetto e fatalmente ne esclude altre, che su quel palco non ci salgono. Non sempre, per usare un’espressione citata da Testi, i monumenti sono “spine di pesce conficcate nella gola” di una città. Però a volte incarnano in modo anche troppo funzionale le controversie che hanno portato a farli erigere.

Le icone degli iconoclasti. I monumenti sono riscrittura della Storia (e una sua cancellazione selettiva). Arnaldo Testi su L'Inkiesta il 26 Giugno 2023

Gli Stati Uniti sono nati con la madre di tutte le dissacrazioni, l’abbattimento della statua equestre del re britannico Giorgio III. Un saggio del Mulino sulle autorappresentazioni, le polarizzazioni e le tensioni che attraversano un’America dove la memoria è sempre fastidiosa 

Benché gli episodi di iconoclastia di massa, negli Stati Uniti di questo inizio di millennio, siano stati relativamente pochi la loro eco nazionale e internazionale è stata grande, rimbalzando nell’echo chamber massmediatica della cancel culture e in quella più ampia delle cosiddette culture wars. I monumenti davvero cancellati, in un modo o nell’altro, sono stati intorno ai trecento, lo 0,6% dei 50.000 and counting che punteggiano il paese. E tuttavia lo scandalo c’è stato, fermamente cercato dagli attori in scena, essendo questo l’ovvio scopo dello spettacolo, uno scopo serissimo.

Perché tale è il destino dei monumenti, almeno in paesi abbastanza liberal-democratici come gli Stati Uniti, dove lo spazio pubblico è spazio conteso non del tutto pacificato e non del tutto disciplinato da autorità sovraordinate permanenti e indiscutibili. I monumenti sembrano nascere in gloria e poi sopravvivere a lungo per inerzia, magari inerzia affettuosa, talvolta ostile in maniera selettiva e silenziosa, infine indifferente, e il loro significato finisce per essere attutito o dimenticato con il passare del tempo e delle generazioni.

Entrano così a far parte del paesaggio, come se fossero lì da sempre, con una funzione puramente decorativa; sono, ha scritto la classicista Mary Beard, una «costosa carta da parati» della vita quotidiana. Solo ad alcuni fra loro è riservata la possibilità di riacquistare in età avanzata una qualche vitalità. Nel film Night at the Museum (2006) ritornano letteralmente vivi, con Robin Williams nella parte di un vivace Teddy Roosevelt di cera e Pierfrancesco Favino di un Cristoforo Colombo in bronzo dorato. Nella realtà non hollywoodiana ritornano solo di attualità, anche di scottante attualità quando è il caso, oggetto di litigi fra cittadini litigiosi.

Insomma, capita a tutti ciò di cui parlava lo scrittore austriaco Robert Musil negli anni Venti del Novecento, e cioè produrre abitudine allo sguardo, sfuggire all’attenzione: «La cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto. Nulla al mondo è più invisibile». Capita invece agli happy few di essere «una spina di pesce [conficcata] in gola alla città», come scrisse negli anni Sessanta il poeta americano Robert Lowell parlando di monumenti di casa sua, a Boston: simboli sacri per alcuni ma vista insopportabile per altri, intorno a questioni che si credevano appartenere al passato e che invece sono ancora ben presenti, in modi diversi per motivi diversi per soggetti diversi.

Un passato che non è morto, anzi che non è neanche passato, per parafrasare William Faulkner. Sono i fastidi della storia che tirano la giacca ai viventi, in maniera chiassosa. La storia è sempre stata fastidiosa, e solo in apparenza in maniere più quiete, più gentili. I monumenti che ci sono consegnati dal passato non sono «né innocenti né neutrali»; sono oggetti controversi anche quando sono concepiti e non solo se e quando, in tempi successivi, vengano analizzati da critici culturali o contestati da attivisti politici.

Sono performance presentiste, fanno finta di riguardare il passato ma parlano sempre del presente e al presente: il presente di quando entrano in scena e il presente di ogni volta in cui agganciano l’attenzione di qualcuno. Fanno finta di commemorare ma celebrano, e celebrando interpretano; evidenziano alcune cose, dando loro autorevolezza, e ne celano altre. È ironico che chi ce l’abbia su con alcuni di essi sia accusato di voler riscrivere o cancellare la storia; i monumenti stessi sono riscrittura della storia e sua cancellazione selettiva, farli e disfarli sono due facce della stessa medaglia, due manifestazioni opposte e simmetriche dello stesso discorso pubblico, politico, civile, su che cosa sia opportuno ricordare e che cosa no.

Le vicende delle loro origini sono altrettanto dense di disaccordi, e spesso più rivelatrici di ciò che si agita nel ventre della storia, degli atti di iconoclastia. Con le dovute eccezioni, e ci sono eccezioni, i monumenti rispecchiano i punti di vista prevalenti nei gruppi d’élite che li erigono nel momento e nel luogo in cui sono eretti, e tendono a dare loro la solidità di narrazioni storiche fattuali e indiscutibili, memorie di un passato da ricordare per sempre in quella forma, memorie scritte nella pietra, appunto.

E tuttavia, nella società conflittuale degli Stati Uniti, la loro costruzione ha generato discussioni, ha eccitato passioni contrastanti, passioni ben note agli storici, forse meno agli osservatori più distanti, non sempre documentatissime e quindi talvolta impalpabili se non dimenticate, ma reali. Guardando indietro, in ogni periodo storico è difficile trovare un unico «spirito del tempo», un’unica «comune sensibilità» a cui attribuire la inevitabilità di certe scelte monumentali, le scelte delle persone o delle cause da rappresentare e dei modi in cui rappresentarle.

C’era piuttosto una gamma di possibilità consapevoli e meditate, proposte oppure osteggiate dai contemporanei, parte di una contesa. Per ogni nuovo monumento, c’era chi lo disapprovava o aveva in mente soluzioni diverse; e lo pensava, com’è ovvio, secondo le convinzioni, i valori, i criteri di allora, nel contesto di dibattiti spesso accesi. Magari era in una posizione minoritaria e alla fine perdente ma aveva le parole per dire e motivare la disapprovazione. Quelle parole esistevano già, e sono storicamente illuminanti. Non sono un’invenzione anacronistica del presente.

Gli Stati Uniti sono nati con la madre di tutte le dissacrazioni monumentali, l’abbattimento della statua equestre del re britannico Giorgio III a Manhattan, il 9 luglio dell’anno fatidico 1776, cinque giorni dopo la pubblicazione della Dichiarazione di indipendenza. Questo atto di iconoclastia antiautoritaria è diventato un’origin story del patriottismo nazionale; chi lo ripete, in contesti certo meno impegnativi, può ben pensare di mettere in scena la sacra imitazione di un atto fondante della repubblica, nello spirito repubblicano delle origini. Non che sia successo spesso, tutt’altro. Da allora e fino a oggi l’attività di gran lunga principale degli americani è stata costruire monumenti, non demolirli. Persino gli iconoclasti, in effetti, non vogliono altro che erigere nuove icone. 

Da “I fastidi della storia” di Arnaldo Testi, Il Mulino, 272 pagine, 20 euro.

To be Fair. Obama, Maher e la sfida culturale dei moderati anti woke. Giulio Silvano su L'Inkiesta il 10 giugno 2023.

È possibile essere criticare le teorie della sensibile sinistra americana senza apparire come i vichinghi che hanno assalito il Campidoglio il 6 gennaio? Per ora no, visto che il manicheismo ha la meglio. Ma bisogna comunque provarci 

Se domani Mike Tyson decidesse di identificarsi come donna, potrebbe partecipare ai campionati femminili di boxe? Saremmo pronti a vedere i suoi pugni scontrarsi con la mandibola di una donna-nata-donna? Lo sport, nella sua struttura ben codificata di regole funzionali all’equilibrio dei risultati, è forse lo scoglio più duro dove si scontrano le diverse teorie sul genere. Il record di velocità nei cento metri maschili, ad esempio, è di 9,58 secondi, mentre in quelli femminili è di 10,49. Se domani Usain Bolt si identificasse come donna avrebbe la certezza di vincere qualsiasi gara. Ma dire, oggi, che sia ingiusto che un ex-uomo possa gareggiare alle Olimpiadi con le donne, provocherebbe l’ira di molti che difendono l’autoidentificazione.

Esprimere dissenso, anche in modo cauto, spesso viene accolto da grida di rabbia, piagnistei e, in certi ambienti lavorativi – ad esempio, nei college americani o nello show business – dalla richiesta di dimissioni.

Sembra esserci, nell’arena pubblica, soprattutto negli Stati Uniti, una pressione automatica che spinge agli estremi. Da una parte i Social Justice Warriors non accettano sfumature – basta guardare cos’è successo a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, che ha fatto commenti considerati transfobici. Dall’altra l’anti-wokismo militante è un’arma ideologica in mano alla destra, e troppo spesso a quella più estrema. 

Il governatore della Florida Ron DeSantis, considerato un’alternativa a Donald Trump, sta basando la sua candidatura nelle primarie repubblicane quasi solo sull’opposizione all’ortodossia woke. Uno dei suoi slogan è «Florida: dove il wokismo va a morire». Sono innumerevoli le dichiarazioni dei più demagogici e populisti membri del Grand Old Party e dei presentatori di FoxNews contro pubblicità, film, copertine con uomini incinta e contro l’insegnamento di alcune teorie nelle scuole. 

Ma davvero possiamo mettere nello stesso paniere gli spot sul Pride Month della Budweiser e gli articoli accademici femministi sulla cultura dello stupro dei cani maschi nei parchi pubblici? E ci si chiede: è possibile avere alcune posizioni contro le varie teorie che nascono dall’universo woke senza apparire come i vichinghi che hanno assalito il Campidoglio il 6 gennaio? Può un uomo bianco indossare un kimono, un sombrero, un thawb, senza esser considerato un nostalgico della segregazione razziale? Si può essere contrari ai trigger warning e alle modifiche dei testi di Mark Twain senza sembrare quei pazzi no-vax che credono nei complotti del Deep state e vanno in giro a dire che Hillary Clinton è una rettiliana?

C’è chi qualche anno fa, a seguito delle proteste per l’uccisione di George Floyd che resero mainstream il megafono woke, ha cercato di togliere dalle mani dell’AltRight la prerogativa all’insofferenza verso le idee delle culture wars. È stata fondata Fair, Foundation Against Intolerance & Racism, una no-profit che aveva l’obiettivo di combattere lo psicodramma woke senza apparire come membri del Klu Klux Klan. 

Fair da alcuni anni agisce con cause legali, campagne educative e di informazione per cercare di correggere alcuni errori fatti dal wokismo in America, soprattutto nelle scuole. Fair è riuscita ad aiutare la regista Meg Smaker che era stata rinnegata dal Sundance Film Festival perché uno dei suoi film, un documentario su ex jihadisti che seguono un programma di deradicalizzazione, era stato bollato come islamofobico. Diversi critici avevano detto: «Una donna bianca non può parlare di musulmani sauditi». Dopo l’azione della no-profit si è deciso di distribuire il film. 

Un altro caso in cui Fair è riuscita ad avere dei risultati ha avuto a che fare con un caso, sempre più comune, di esclusione in base all’etnia – la Brown University offriva un corso di mindfulness aperto solo a insegnanti non-bianchi e Fair è riuscita, tramite gli avvocati, far modificare il corso. La storia di Fair, che poi ha avuto alcune diatribe di management interno, è stata raccontata di recente da un pezzo del New Yorker intitolato, appunto “Si può essere sia moderati che Anti-woke?”. 

Uno dei fondatori della no-profit Bion Bartning ha raccontato alla rivista che tutto è partito quando ha visto nel programma della scuola delle figlie, una scuola privata d’élite newyorkese, un’ossessione per la razza come unica chiave di lettura della nostra identità, e una minimizzazione della Shoah e dell’antisemitismo. «Un’ortodossia intollerante sta minando la nostra umanità comune, mettendoci uno contro l’altro», twittava Bartning, che è mezzo messicano e mezzo ebreo. Ha raccontato al New Yorker che era interessato ad articolare una missione che non fosse contro qualcosa, ma per qualcosa. «Non anti-woke, ma pro-umano, cioè vedere sé stessi e gli altri come individui unici, connessi con tutti gli altri tramite un’umanità condivisa».

Una delle voci pubbliche che tenta di colpire entrambi gli estremi è il comico Bill Maher, che ha un suo programma dal 2003 su HBO. «In America ci sono quattro tribù – ha detto Maher di recente alla CNN – i progressisti vecchio stile, i conservatori vecchio stile, che sono la maggioranza, e poi ci sono i wokster e i trumpiani, e questi ultimi due gruppi non fanno alcun favore al paese». Secondo Maher, il wokismo è partito come una cosa positiva – «essere all’erta sulle ingiustizie» – ma è diventato un movimento illiberale. Anche Barack Obama rispondeva al wokismo dicendo che «il mondo è incasinato» e anche «mi sembra che per molti cambiare le cose significhi essere giudicante sui social».

Fair, Obama e Maher sono le eccezioni, in America il manicheismo ha la meglio. I Democratici, sembrano sotto la minaccia costante dei combattivi studenti universitari e camminano sulle uova, prigionieri della paura di sbagliare, di passare per terf o per eteronormativi privilegiati. Per i liberal più moderati non c’è spazio di dialogo, come ha scritto Guia Soncini ne L’era della suscettibilità: «Gli estremisti di sinistra vedono nei moderati di sinistra il loro più acerrimo nemico, detestano il dubbio e la complessità e le sfumature ben più di quanto detestino la destra». 

E lo stesso grado di sottomissione al terrore che vale per i dem si applica alle grosse aziende che si piegano alle pressioni di una minoranza furente di potenziali consumatori per evitare di risultare bigotte, fasciste o non sufficientemente sveglie – e quindi via di bandiere arcobaleno, ormai già vecchie, sui pacchetti di biscotti – e all’industria dell’intrattenimento, basti pensare alle nuove regole per partecipare agli Oscar. 

Da quest’anno per presentarsi agli Academy Awards almeno uno degli attori principali dovrà essere di un gruppo etnico sottorappresentato (cioè, non bianco), e la trama dovrà trattare temi quali minoranze etniche, difficoltà delle donne, delle persone con disabilità o della comunità LGBTQ+, e tanti altri nuovi diktat che, ha detto Richard Dreyfuss, «fanno vomitare». 

Quindi, si può essere anti-woke senza sembrare pazzi? Togliere il copyright della ragionevolezza all’AltRight e smettere di avere paura di una minoranza di farisaici presuntuosi? Sembra che il vero blocco sia la fobia, di offendere, di essere esclusi, di essere additati come insensibili. Diceva Christopher Hitchens: «Se qualcuno mi dice che ho ferito i suoi sentimenti, aspetto di sentirmi dire perché sia un problema».

USA, nello Utah vietata la Bibbia a scuola: “contiene volgarità e violenza”.  Gloria Ferrari su L'Indipendente il 6 giugno 2023.

Un distretto scolastico dello Utah, che conta circa 72mila studenti, ha deciso che alle elementari e alle medie sarà vietato leggere e tenere fra gli scaffali la Bibbia – che quindi rimarrà solo nelle biblioteche delle scuole superiori – perché ritenuta, in alcuni versetti, “troppo volgare e violenta” per i più giovani. La decisione è arrivata dopo la denuncia di alcuni genitori, per cui il testo sacro conterrebbe troppi riferimenti a incesti, prostituzione e stupri. Segnalazione a cui il comitato del distretto scolastico ha dato ragione, stabilendo che la Bibbia non è adatta ai più piccoli. L’anno scorso, infatti, lo Stato ha approvato una normativa che consente ai distretti scolastici di ritirare libri considerati ad alto contenuto pornografico o poco appropriati, imponendo però loro di includere, nella decisione finale, i genitori dei ragazzi. E alla fine il comitato di revisione distrettuale ha rilevato che, sebbene la Bibbia non contenga quel tipo di materiale sensibile definito dalla legge, include comunque elementi di “volgarità o violenza” che vanno evitati.

È solo l’ultimo delle centinaia di episodi simili che si inseriscono in quella che negli USA sembra essere diventata una vera e propria tendenza, messa in campo per limitare e controllare ciò che leggono gli studenti, con l’obiettivo moralistico di tenerli “al riparo” da contenuti giudicati pericolosi (come quelli sulla sessualità e la violenza) oppure discriminatori. L’anno scorso una scuola del Texas, ad esempio, ha deciso di ritirare 41 libri tra i quali la Bibbia e una versione illustrata del ‘Diario di Anna Frank’. La American Library Association (Ala) e la Pen America, organizzazioni no profit che difendono la libera espressione, dicono che nelle biblioteche scolastiche USA l’intromissione dei genitori per richiedere di vietare alcuni testi è in continuo aumento. Tant’è che si è passati da 1-2 libri proibiti all’anno del 2015 a 5-6 messi all’indice ogni giorno (tra il primo luglio 2021 e il 31 marzo 2022 sono stati vietati nei distretti scolastici più di mille tomi). E così «testi di importanza storica mondiale, come la Bibbia, possono, attraverso l’attuale prisma di come i libri vengono valutati, finire in questa pila proibita», ha commentato Jonathan Friedman, direttore di Pen.

Una smania censoria che si sta facendo largo anche in Europa. Perché, quando non si vietano, la tendenza è quella di riscrivere i grandi testi per rendere i romanzi più conosciuti e influenti in linea con la sensibilità moderna. È accaduto ad esempio alle opere di Agatha Christie, le cui nuove edizioni pubblicate dalla seconda casa editrice più importante al mondo, la HarperCollins Publishers, sono diverse dalle originali. Non è un caso isolato. Alcuni dei capisaldi della letteratura del secolo scorso sono stati riscritti in quel che appare un atteggiamento capitanato da un politicamente corretto intriso di ipocrisia, piuttosto che da una profonda attenzione alla sensibilità. Il linguaggio è specchio della storia umana e segue di pari passo l’evoluzione sociale, politica, culturale. Eliminare o riadattare il modo d’esprimersi di un’autrice fondamentale come la Christie, perché potenzialmente offensivo, somiglia più a un’operazione di censura che a un modo per mostrarsi rispettosi nei confronti delle consapevolezze odierne.

L’importanza attribuita alla letteratura risiede anche nel suo essere mezzo per comprendere la storia, conoscere, non ripetere errori passati, sviluppare una propria vena critica, oltre ad asservire un profondo bisogno di conoscenza e di svago inerente da sempre all’essere umano. L’autrice, attenta osservatrice della propria contemporaneità, ha narrato con le sue opere, tradotte in tutto il mondo, anche un contesto storico, senza dubbio crudo e lontano da quello odierno. Ma comunque reale. E come lei tanti altri, che non meritano, in egual modo, di essere cambiati o dimenticati. [di Gloria Ferrari]

Estratto dell'articolo di Simona Marchetti per corriere.it il 18 aprile 2023.

Un insulto. Così Morgan Freeman giudica sia il termine «afroamericano» sia il «Black History Month» (ovvero, il «mese della storia dei neri» che si celebra negli Usa a febbraio e nel Regno Unito in ottobre) e per questo motivo vorrebbe che queste due espressioni sparissero dal gergo collettivo 

[…] «Pubblicamente posso dire che non mi piacciono due cose: il Black History Month è un insulto. Vogliono davvero relegare la mia intera storia ad un solo mese all’anno?», ha spiegato l’85enne attore in un’intervista al Sunday Times […] 

«Anche il termine “afroamericano” è un insulto - ha precisato - Non mi riconosco in questo appellativo. Le persone nere hanno avuto diversi nomi fino alla parola che inizia per N e non so come queste cose abbiano una simile presa, ma oggi tutti usano “afroamericano”. 

Cosa significa veramente? La maggior parte delle persone nere in questa parte del mondo è meticcia e considerano l’Africa come un Paese, quando in realtà è un continente, come l’Europa». A parte le espressioni razziali poco gradite, l’industria cinematografica è però cambiata molto negli ultimi anni. 

«[…] Ora si vedono tutti sullo schermo e questo è un passo in avanti enorme», ha ammesso il vincitore del premio Oscar […]

Estratto dell’articolo di Niccolò Dainelli per leggo.it il 30 aprile 2023.

La sua storia ha fatto il giro del mondo. Hope Carrasquilla, ex preside della Tallahasee Classical School della Florida, è stata licenziata a fine marzo dopo una lezione di storia dell'arte in cui è stato mostrato il David di Michelangelo. 

Il motivo? Secondo alcuni genitori degli alunni, la statua era pornografia. Una vicenda che ha indignato Firenze e gli amanti dell'arte e che ha portato il sindaco Dario Nardella a invitare la donna nel capoluogo toscano. Invito accettato di buon gusto e, a distanza di un mese, l'ex preside ha fatto visita al primo cittadino di Firenze. 

«Sto già facendo dei colloqui per tornare ad insegnare in una scuola di studi classici e appena potrò parlerò agli studenti dell'importanza dell'arte del Rinascimento italiano e di quello fiorentino in particolare. Di sicuro mostrerò di nuovo il David di Michelangelo, perchè è un simbolo universale di perfezione e bellezza. Non c'è niente di assolutamente porno», ha dichiarato la donna, aggiungendo: «Spero che l'insegnamento dell'arte rinascimentale non sia più un problema per nessuno».

Hope Carrasquilla è arrivata a Firenze, con il marito e i due figli, per il fine settimana, su invito del sindaco Dario Nardella e l'ospitalità offerta da Simonetta Brandolini d'Adda, presidente di Friends of Florence, fondazione di mecenati statunitensi. 

Accompagnata alla direttrice della Galleria dell'Accademia, Cecilie Hollberg, Carrasquilla, ha ammirato per la prima volta dal vivo il David. «Non sapevo che l'intera Galleria è stata costruita per la statua di Michelangelo - ha detto l'insegnante americana […]

L'ex preside, in mattinata, è poi stata ricevuta in Palazzo Vecchio da Nardella, che le ha donato una pergamena «per il suo impegno nell'educazione delle giovani generazioni alla bellezza e all'armonia attraverso l'arte». […]

 Estratto dell’articolo di Giulio Gori per corriere.it il 25 marzo 2023.

Il David di Michelangelo? «Pornografia». È così che in una scuola statunitense è stata definita una lezione di storia dell'arte sul Rinascimento fiorentino. A puntare l'indice contro la preside dell'istituto, rea di aver autorizzato una materia ritenuta troppo bollente, sono stati alcuni genitori.

La querelle si è trascinata al punto tale che Hope Carrasquilla, la dirigente scolastica della Tallahassee Classical School, in Florida, è stata costretta alle dimissioni. La vicenda, che ora sta rimbalzando tra tutti i media d'Oltreoceano, è stata anticipata da Tallahassee Democrat. […]

Oltre al David, anche la Nascita di Venere del Botticelli o la Creazione di Adamo dello stesso Michelangelo avrebbero causato scontento nei genitori. […]

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 25 marzo 2023.

Ormai è appurato che in America i fessi hanno un serio problema con le statue. Mentre i fessi progressisti le fanno abbattere, quelli reazionari fanno licenziare la preside che ha osato tenere una lezione d’arte sul David di Michelangelo. Siamo a Tallahassee, nella Florida di Ron deSantis, la versione «light» di Donald Trump, ma sarebbe potuto succedere in qualsiasi altro Stato dell’Unione, eccetto forse in quello di New York, in California e in qualche altro.

 […] gli studenti tornano a casa e mostrano ai loro cari l’immagine del capolavoro rinascimentale come se l’avessero appena trovata su Onlyfans. L’occhio di mamma e papà non indugia sull’armonia delle forme, ma va a cascare proprio là, dove si aspetterebbe di trovare delle mutande di marmo, magari sponsorizzate. Le chat dei genitori prendono fuoco: si chiede e si ottiene la testa della professoressa reproba, per propaganda e smercio di materiale pornografico.

Come passa (male) il tempo. Cinque secoli fa Firenze ospitò un dibattito sul luogo più adatto a ospitare il David di Michelangelo a cui parteciparono, tra gli altri, Botticelli e Leonardo. Cinque secoli dopo, in Florida, si caccia da scuola chi lo mostra. Certo, quella era una élite di statura mondiale mentre costoro sono degli ignoranti. È proprio questo il problema: hanno censurato il David perché li disturba, ma li disturba perché non sanno che è il David.

Anna Guaita per "Il Messaggero" il 25 marzo 2023.

 Mandano i figli in una scuola che ha come modello educativo il ritorno ai principi della civiltà occidentale, ma poi si indignano se nell'ora di arte l'insegnante mostra loro una foto del David di Michelangelo. Il nudo, considerato uno dei pezzi più importanti proprio di quella cultura occidentale a cui la Tallahassee Classical School aspirerebbe, ha indignato a tal punto un genitore, che la preside si è dovuta dimettere.

Il presidente del consiglio scolastico, Barney Bishop, si è affrettato a sostenere che in realtà la signora Hope Carrasquilla è stata posta davanti alla scelta di dimettersi o essere licenziata, perché non aveva preavvertito i genitori con una lettera, come la scuola richiede. Resta il fatto che una mamma ha definito le foto del corso di Storia dell'Arte Rinascimentale «pornografiche», e si è detta sconvolta che i propri figli avessero visto «immagini simili».

[…] Il marito l'ha difesa sostenendo che è «una solida cristiana evangelica», particolare che dovrebbe essere importante in questa scuola, un istituto privato parte dell'Hillsdale College, un sistema scolastico estremamente conservatore legato a doppio filo alla chiesa evangelica integralista. Per capire l'ambiente in cui è avvenuto questo incredibile incidente, basti ricordare che il sistema Hillsdale pretende di «depurare l'insegnamento da idee distorte e di sinistra», idee, cioè, che comprendono la storia del razzismo negli Usa, la separazione fra Stato e Chiesa, l'idea che le crisi climatiche siano generate dall'attività umana, il ricorso ai vaccini anziché all'immunità di gregge.

Una volta scuole di nicchia e rare, questi istituti hanno trovato un rilancio grazie alle posizioni conservatrici del governatore della Florida, Ron DeSantis, che ha promulgato il "Parental Rights in Education Act", una legge altrimenti nota come "Don't say gay" che proibisce conversazioni sul sesso e il genere alle elementari, e concede ai genitori il diritto di contestare le scelte di curriculum delle scuole ed eventualmente far causa agli insegnanti […]

«Michelangelo non è pornografia»: parla la preside licenziata in Florida. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 28 Marzo 2023.

Intervista a Hope Carrasquilla, licenziata dopo aver mostrato una foto del David di Michelangelo ala Tallahassee Classical School in Florida: «Le lamentele dei genitori perché non sono stati avvertiti: ma anche perché insegniamo l’evoluzione o lo studio del riscaldamento globale»

Per 27 anni Hope Carrasquilla ha insegnato Storia dell’Arte, da un anno era la preside della Tallahassee Classical School in Florida. È stata costretta dal Consiglio scolastico a dimettersi dopo che l’insegnante d’arte ha mostrato il David di Michelangelo agli studenti di prima media e una dei genitori lo ha ritenuto pornografico.

Il caso ha fatto scalpore, il sindaco di Firenze Dario Nardella vuole invitare e premiare Carrasquilla, e lei dice via zoom che ne sarebbe onorata: sognava di portare gli allievi dell’ultimo anno a Roma e a Firenze.

Licenziata per il David?

«Per essere chiari, questa è una delle ragioni presentate da Barney Bishop, il capo del Consiglio scolastico, non l’unica. E i genitori lunedì scorso non capivano la necessità di discutere il mio licenziamento o le mie dimissioni. Per quanto riguarda la lezione in sé, tre genitori avevano espresso preoccupazione quando l’insegnante aveva fatto la sua bellissima presentazione sulla storia del Rinascimento. Una madre pensa che il David sia pornografico. E mi rendo conto che tutti dicano: come è possibile pensarlo... Altri due genitori erano dispiaciuti perché la lettera che avevamo mandato l’anno scorso per notificare che, quando studiamo il Rinascimento ci sono nudi artistici, quest’anno non era stata mandata. Tornata a casa, una studentessa ha detto di essere stata a disagio e la famiglia avrebbe voluto saperlo per essere preparata».

I genitori devono essere informati 72 ore prima di lezioni su temi «controversi»?

«Questa è la nuova regola stabilita dopo l’incidente».

Prima, insegnanti e preside ne parlavano in anticipo?

«È l’insegnante che manda una lettera di notifica ai genitori. Altre due vengono mandate in quinta elementare, quando in Scienze si studia il ciclo vitale degli animali e la riproduzione umana e quando si legge La vita di Frederick Douglass (ex schiavo e leader abolizionista ndr), un libro intenso per bambini che non sanno cosa succedeva a quell’epoca. Stavolta sono stata coinvolta perché l’insegnante d’arte mi ha chiesto se mandare la lettera, ho detto di sì, l’ho mandato da chi se ne occupa e lì c’è stato l’intoppo, la lettera non è partita».

Questa è una «charter school» (scuola privata sovvenzionata) legata all’Hillsdale College, noto college conservatore. Quindi alcune delle persone che mandano i figli qui vogliono che facciano studi classici ma hanno problemi con l’arte classica?

«Non solo l’arte. Si parla di evoluzione... Un altro genitore si lamentava per lo studio del riscaldamento globale... Parlo con loro, spiego che cosa insegniamo... Normalmente tutto si risolve. Quest’anno no. Non era mai successo prima pur con le stesse materie».

Non le era mai successo con il David?

«In un’altra scuola, in terza elementare, una madre si era lamentata. Ma non c’è niente di inappropriato. È arte. Guardiamo il David: c’è una vulnerabilità nella sua nudità, nel suo volto adolescente. Studiamo anche La creazione di Adamo. Se lo vesti, racconti la storia in modo inaccurato».

La direttrice della Galleria dell’Accademia a Firenze, Cecilie Hollberg, dice che definire il David «pornografico» significa non capire la Bibbia e la cultura occidentale. C’è una crociata contro il corpo in America?

«Mi addolora che succeda in una scuola di studi classici, dove ci prefiggiamo il bene, il vero, il bello, i temi della civiltà occidentale e dell’istruzione umanistica. In America abbiamo una società iper-sessualizzata. Ma gli studenti dovrebbero capire che non c’è niente di sbagliato nel corpo, niente di cui vergognarsi».

I prof sono considerati spesso progressisti. Lei lo è?

«Politicamente sono moderata. E sono una cristiana conservatrice. Anche in Italia siete cattolici e avete l’arte, non c’è conflitto, non va contro i miei valori cristiani. Non dovrebbe essere una questione politica».

Perché l’istruzione è diventata terreno di scontro?

«Con la pandemia, i bambini a casa, i genitori hanno visto che l’istruzione è cambiata dai loro tempi. Hanno messo in questione tutto il sistema educativo, alimentando un movimento che vuole scegliere. Io sono una sostenitrice della scelta. Ma il punto è: dove si traccia la linea? Qui un piccolo gruppo di genitori ha avuto l’orecchio del capo del Consiglio scolastico e creato un caso enorme. Ma la maggior parte vuole che i figli vedano queste immagini»

Qui interviene la politica.

«Assolutamente. È io non voglio diventare una pedina di un lato o dell’altro. Ci sono cose nei libri che anch’io non vorrei che i bambini vedessero. I genitori dovrebbero avere voce, ma non essere troppo coinvolti: bisognerebbe trovare un equilibrio in un’arena politica molto volatile».

Estratto dell’articolo Valeria Robecco per “il Giornale” il 27 febbraio 2023.

La comunità nera è «un gruppo che pratica l’odio», «i bianchi dovrebbero starne alla larga». Con queste frasi il creatore del celebre fumetto Dilbert ha scatenato una bufera negli Stati Uniti, spingendo centinaia di giornali e media americani a cancellare la striscia.

 Scott Adams, che ha pronunciato i commenti accusati di incoraggiare la segregazione razziale in uno streaming su YouTube, ha già affrontato critiche in passato per le sue opinioni estremiste e per le provocazioni online, tanto che il San Francisco Chronicle ha smesso di pubblicare Dilbert mesi fa a causa di alcune battute.

Ora però sono stati moltissimi i media ad aver scaricato la striscia a fumetti comica pubblicata su oltre 1000 testate in 65 nazioni e 19 lingue, con oltre 150 milioni di potenziali lettori. Il network Usa Today, che possiede centinaia di quotidiani in tutti gli Stati Uniti, ha annunciato che non pubblicherà più il fumetto ambientato in un ufficio e incentrato sui vari aspetti del lavoro impiegatizio, del quale mette in luce vizi e difetti, a causa dei commenti «discriminatori» del suo creatore.

Stessa decisione è stata presa da Washington Post, Los Angeles Times, New York Times (la striscia compariva sull’edizione cartacea internazionale), The Plain Dealer, Boston Globe, San Antonio Express-News e MLive Media Group, che ha otto pubblicazioni di notizie nel Michigan. […]

"State lontani dai neri". I giornali Usa cancellano il fumetto dei record. Storia di Valeria Robecco su Il Giornale il 27 febbraio 2023.

La comunità nera è «un gruppo che pratica l'odio», «i bianchi dovrebbero starne alla larga». Con queste frasi il creatore del celebre fumetto Dilbert ha scatenato una bufera negli Stati Uniti, spingendo centinaia di giornali e media americani a cancellare la striscia.

Scott Adams, che ha pronunciato i commenti accusati di incoraggiare la segregazione razziale in uno streaming su YouTube, ha già affrontato critiche in passato per le sue opinioni estremiste e per le provocazioni online, tanto che il San Francisco Chronicle ha smesso di pubblicare Dilbert mesi fa a causa di alcune battute. Ora però sono stati moltissimi i media ad aver scaricato la striscia a fumetti comica pubblicata su oltre 1000 testate in 65 nazioni e 19 lingue, con oltre 150 milioni di potenziali lettori. Il network Usa Today, che possiede centinaia di quotidiani in tutti gli Stati Uniti, ha annunciato che non pubblicherà più il fumetto ambientato in un ufficio e incentrato sui vari aspetti del lavoro impiegatizio, del quale mette in luce vizi e difetti, a causa dei commenti «discriminatori» del suo creatore. Stessa decisione è stata presa da Washington Post, Los Angeles Times, New York Times (la striscia compariva sull'edizione cartacea internazionale), The Plain Dealer, Boston Globe, San Antonio Express-News e MLive Media Group, che ha otto pubblicazioni di notizie nel Michigan.

«Alla luce delle recenti dichiarazioni di Adams che promuovono la segregazione, il Washington Post ha cessato la pubblicazione del suo fumetto» è stata invece la spiegazione del quotidiano della capitale. Nel video pubblicato mercoledì su YouTube e durato quasi un'ora, Adams ha contestato un recente sondaggio condotto dal conservatore Rasmussen i cui risultati mostrano che una piccola maggioranza di intervistati afroamericani (il 53%) concorda con l'affermazione: «Va bene essere bianchi». Mentre il 26% dice di non essere d'accordo.

«Questo è un gruppo di odio e non voglio averci niente a che fare - ha detto il 65enne creatore di Dilbert - Sulla base di come stanno andando attualmente le cose, il miglior consiglio che darei ai bianchi è di allontanarsi dai neri». Quindi ha aggiunto che «non ha più senso come cittadino americano bianco cercare di aiutare i cittadini neri». Dopo lo sproloquio Adams - diventato famoso negli anni Novanta grazie alla sua interpretazione satirica della vita d'ufficio dei colletti bianchi - ha provato a giustificarsi su Twitter, sostenendo che stava «solo consigliando alle persone di evitare l'odio», ma rilanciando anche con l'accusa ai giornali che hanno cancellato la sua striscia di «minare la libertà di parola in America».

Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica” il 23 Febbraio 2023.

[…]  Don Lemon, 56 anni, conduttore di punta di Cnn, da ieri è nuovamente al timone di This Morning, il seguitissimo talk show mattutino con cui ha debuttato a novembre. E nel corso della puntata non ha fatto alcun accenno alla gaffe sessista pronunciata giovedì, di cui l’America ha parlato per l’intero week end e che ne ha quasi affondato la carriera, tanto da doversi scusarsi due volte via Twitter.

 E poi promettere all’imbufalito boss della rete, il Ceo Chris Licht, di essere pronto a frequentare uno specifico corso di formazione aziendale e soprattutto che d’ora in poi «ascolterà di più e imparerà dai suoi errori».

 A sollevare un polverone etico e politico, era stata la definizione di donna “non più nel suo prime”, sì, insomma “nel fiore degli anni”, da lui appioppata alla 51enne Nikki Haley – l’ex ambasciatrice all’Onu candidatasi alle primarie repubblicane per la Casa Bianca una settimana fa – dopo che questa aveva sostenuto la necessità di istituire un test mentale per i politici over 75: evidente riferimento agli 80 anni del presidente Joe Biden, e pure ai 78 di Donald Trump.

Ma nell’America ossessionata dal politicamente corretto […] le parole di Lemon sono suonate decisamente infelici. E infatti ad accorgersi subito della cantonata è stata la co-conduttrice, Poppy Harlow, 40 anni: che nel 2013 aveva imparato a sue spese il peso delle parole pronunciate in tv, finendo travolta dalle polemiche per aver detto, a proposito di due giovani atleti accusati di aver stuprato una compagna di classe: «Il loro futuro sportivo finisce qui».

 Si è dunque immediatamente rivolta al collega tentando di fargli ritirare quella frase discriminatoria: «Intendi che non è nel suo “prime” per fare un figlio o per essere presidente?» Ma lui non ha colto: «Una donna è nel suo “prime” a 20, 30, 40 anni. Dopo, non può più prendersela con l’età dei politici...». Apriti cielo: Harlow ha lasciato immediatamente lo studio. Una pioggia di critiche è arrivata dalle donne dello staff. E sui social si è scatenato il finimondo.

 Afroamericano (per il mensile Ebony fra i 150 più influenti al mondo), apertamente gay, pluripremiato per i reportage sull’uragano Katrina del 2005 e autore pure di un libro sul razzismo in America intitolato This is the Fire, Lemon ha compreso solo allora la gravità delle sue parole e le potenziali ricadute sulla sua immagine, tanto da scrivere a fine programma su Twitter: «Ho fatto un riferimento goffo di cui mi dolgo. Professionalità e personalità delle donne non sono mai definite dall’età. Ce ne sono molte nella mia vita che lo dimostrano».

[…] Non è certo un caso che della faccenda si sia occupato il boss Licht in persona. Certo disturbato dal sarcastico commento di Nikki Haley: «Sono sempre i democratici a dimostrarsi sessisti». Ma pure dalla rivolta interna alla rete che sta cercando di smarcare dall’etichetta di “liberal” per portarla più al centro.

 Venerdì mattina ha chiamato il conduttore per dirgli chiaro che le sue osservazioni erano state “inaccettabili e ingiuste”. Lunedì ha mandato una nota a tutti gli impiegati spiegando che Lemon per questa volta tornava in onda: «A Cnn crediamo che le persone crescano imparando dai propri errori». Don, sempre via Twitter, si è affrettato a dire di aver capito: «Apprezzo l’opportunità di tornare al mio programma che oggi mi viene data. Mi scuso, ascolto, imparo. Farò meglio». […]

Estratto dell’articolo di Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” il 17 febbraio 2023.

Fosse ancora stato vivo Walt Disney - conservatore, repubblicano dentro, […] la censura sarebbe arrivata per i censori disneyani. Fosse stato vivo il Fondatore, Paperon de’ Paperoni non sarebbe mai stato cancellato dai manager della Walt Disney Company oggi sempre più travolta dai miasmi del politicamente corretto. Ma il vecchio Zio Walt non è più.

Sicché, può bellamente accadere che la Disney bandisca due delle storie di Zio Paperone, appunto, a firma del classico autore Don Rosa da future ristampe e raccolte. L’annuncio […]arriva ai fan attraverso la testata americana Cbr, a sua volta informata da un tweet, inquietante, diffuso dall’account Twitter di DuckTalks; ovvero dallo stesso Don Rosa che ha ricevuto un messaggio via mail dalla casa editrice nella quale si annuncia, appunto, che due storie di Paperon de’ Paperoni - Il sogno di una vita e il penultimo capitolo della saga Il cuore dell’impero rispettivamente datati 2020 e 1994- non saranno più ripubblicate o non faranno parte di nessuna raccolta d’ora in avanti.

Aiutato dal magazine on line Fumettologica, mi sono andato a rivedere le tavole delle due storie incriminate presunte ispiratrici di questo nuovo, incredibile guizzo di cancel culture. In entrambe, compare il personaggio di Bombie il gongoro, e questa – a detta di Don Rosa – sarebbe la ragione della loro esclusione dal catalogo, per via di una nuova policy Disney più attenta all’inclusività[…]

 Cioè, in pratica: urge cassare da ogni archivio ogni pur minimale riferimento al “solito” razzismo. Cioè, c’è questo “gongoro” morto vivente, rianimato con la magia vudù e proveniente direttamente dalla storia di Carl Bark intitolata Paperino e il feticcio e uscita nel 1949. […]

Che è un po’ – mutatis mutandis - come eliminare dalla scuole Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, perché Jim, l’amico nero, era trattato troppo da comprimario […]; o come sbiancare lo Zio Tom dell’omonima capanna dell’abolizionista Harriet Beecher […]; o scurire l’avvocato bianco Atticus Finch del Buio oltre la siepe, perché non è possibile che a quei tempi non ci fosse un avvocato nero all’altezza della causa.

 […] Il primo a rimanere interdetto da tutto questo è il povero Don Rosa, disneyano di formazione, intellettuale italoamericano originalissimo e persona perbene (molti di noi cronisti l’hanno conosciuto l’ultima volta transitava nel 2019 tra Lucca Comics e il Lake Como Comic Art Festival). […]

 La cancel culture resta un abominio culturale i cui danni si cominceranno a vedere sulle nuove generazioni. Ma su questo abbiamo speso fiumi d’inchiostro. Resta una spiegazione economica al tutto. La Disney sta vivendo industrialmente i suoi momenti peggiori. Ha tagliato 7000 posti di lavoro. Disney+ ha perso 2 milioni di spettatori-, e ha inserito una postilla politicamente correttissima, all’inizio dei suoi classici dell’animazione sui contenuti stereotipati e razzisti, […]

 E nei parchi a tema la società ha eliminato l'uso di pronomi di genere la scorsa estate al fine di apparire più “inclusiva”, mentre i dirigenti hanno annunciato, lo scorso anno, che verrà dato maggior peso ai personaggi Lgbt. […]

(ANSA il 16 febbraio 2023) - Bufera sul New York Times per un op-ed schierato con J.K. Rowling e le sue prese di posizione sui trans. Il quotidiano ha pubblicato la difesa dell'opinionista Pamela Paul 24 ore dopo una lettera aperta, firmata da 170 dipendenti del giornale, che aveva accusato la 'Vecchia Signora in Grigio' di "pregiudizi" anti-trans.

 Il Times ha difeso la sua copertura così come la decisione di pubblicare l'op-ed con la volontà di presentare l'intera gamma di posizioni sull'argomento in questione. Negli ultimi anni tuttavia, secondo i firmatari della lettera, il giornale ha trattato i temi della diversità di genere "con un mix di pseudoscienza e eufemismi, pubblicando allo stesso tempo articoli sui ragazzi trans che omettono importanti informazioni sulle fonti".

 Sono anni d'altra parte che la Rowling è al centro di polemiche per le sue affermazioni sui trans. Tutto è cominciato nel giugno 2020, quando l'autrice dei libri di Harry Potter usò il suo account Twitter per criticare un articolo sulla "gente che ha le mestruazioni".

La scrittrice aveva deriso l'articolo per non aver usato la parola "donne" e il tweet aveva provocato una valanga di commenti negativi, spingendo la scrittrice a ripeterlo ed elaborarlo in un mini-saggio sull'identità di genere che aveva alimentato ulteriormente la controversia.

 La prossima settimana la scrittrice tornerà alla carica in un podcast - I processi alle streghe contro J.K. Rowling - in cui condividerà "le minacce di morte e di violenza" ricevute da lei e dalla sua famiglia "che la polizia ha giudicato credibili": questo lo spunto che ha indotto la Paul a scrivere l'op-ed.

Nell'articolo pubblicato oggi sulla pagina dei commenti, l'opinionista ha definito "assurdi" gli attacchi contro la Rowling: nulla di quanto la 'mamma' di Harry Potter ha detto "si qualifica come transfobico". Secondo la Paul, "se più persone avessero difeso la Rowling, non solo le avrebbero reso giustizia, ma avrebbero preso posizione in difesa dei diritti umani, specialmente dei diritti delle donne, dei gay e anche dei trans. Avrebbero difeso la verità".

La casa editrice censura Roald Dahl: tolte le parole «grasso» e «brutto» dai suoi libri. Matteo Persivale su il Corriere della Sera il 19 Febbraio 2023.

Tolti tutti i riferimenti al genere, alla razza, al peso. Salman Rushdie: «Puffin Books e gli eredi dell’autore dovrebbero vergognarsi». È già successo a Richard Scarry e Dr Seuss

Quando Salman Rushdie, ancora convalescente dopo le coltellate di un fanatico che lo scorso agosto gli ha tolto l’uso di un occhio e di una mano, lancia l’allarme su questioni di libertà di espressione, il mondo farebbe bene a ascoltarlo. Nessuno meglio di lui conosce l’argomento. «Roald Dahl non era un angelo, ma questa è un’assurda censura. Puffin Books e gli eredi di Dahl dovrebbero vergognarsi», ha twittato ieri Rushdie, commentando la notizia che l’editore Puffin — appartiene alla gloriosa Penguin, dato che rende tutto ancora più allarmante — ha deciso d’accordo con gli eredi dell’autore (1916-1990) di riscrivere i suoi libri, togliendo riferimenti al genere, alla razza, al peso, cancellando parole come «grasso», «piccolo», «nano» per non offendere nessuno.

Furibondo anche il saggista e umorista inglese David Baddiel — autore di un recente best-seller sull’antisemitismo, Jews Don’t Count, «gli ebrei non contano» — che su Twitter ha sottolineato un passaggio del Dahl riscritto nel quale è saltato un riferimento a un personaggio con il «doppio mento»: «Però restano i riferimenti al naso e ai denti storti… Perché? Perché se cominci a sventrare un testo alla fine non ti resta in mano niente, ti resta una pagina bianca» (tra l’altro fa onore a Baddiel, che è di religione ebraica, la difesa per una questione di principio di Dahl che fu notoriamente antisemita).

È, forse, quello di Dahl, il primo caso di cancel culture editoriale che provoca immediato allarme.

Perché il primo taglio è sempre superficiale — non sanguina, e all’apparenza non fa mai male.

È successo qualche anno fa, quando gli editori del mondo anglosassone hanno cominciato a mettere tra gli scrittori e i lettori la figura del sensitivity reader, per filtrare — censurare, si diceva una volta — libri o frasi ritenute sconvenienti, offensive per qualcuno, e prevenirne la pubblicazione. Poi è arrivato l’editing leggero: dai libri di Richard Scarry (1919-1994) con gli adorabili animaletti che hanno insegnato a leggere a generazioni di bambini sono sparite le mamme che spingono i passeggini sostituite dai papà, le mamme in cucina sono state sostituite dai papà, nessun topolino si veste più da nativo americano per andare in canoa nel fiume, e in aereo la hostess-gatta non è più «carina» e il pilota-cane non e più «attraente». Nessuno si è lamentato: il mondo anni ’50 di Scarry adesso è al passo con i tempi, si diceva.

Poi è toccato a Dr Seuss (1904-1991), papà del Gatto col cappello, del Grinch e di tanti altri adorabili amici delle filastrocche per bambini: due anni fa, forse perché il mondo aveva il problema collettivo della pandemia, non ci sono state grandi lamentele quando la stessa fondazione di Theodore Geisel, cioè di Dr. Seuss, che controlla i diritti dei libri (diritti ricchissimi: controversie a parte, Dr. Seuss rimane l’autore per bambini più venduto nel mondo) ha tolto dalla circolazione sei libri del Gatto col cappello: «Questi libri ritraggono le persone in modi che sono offensivi e sbagliati», spiegò in un comunicato la Dr. Seuss Enterprises (compulsando attentamente i libri in questione, si vedevano delle figure di uomini asiatici dai tratti un po’ macchiettistici che magari potevano essere corrette senza cancellare i libri in questione tout court).

Adesso però tocca ai libri di Roald Dahl, uno dei più grandi scrittori del Novecento la cui opera (James e la pesca gigante, La fabbrica di cioccolato, Furbo il signor Volpe, Il coccodrillo enorme) trascende il genere — la letteratura per bambini — nella quale viene per abitudine incluso. I testi di Dahl sono stati cambiati dal suo editore inglese, d’accordo con gli eredi dello scrittore.

La fabbrica di cioccolato, capolavoro del 1964 che ha ispirato due film di enorme successo, perde «enormemente grasso» che è stata modificata in «enorme» (stesso destino per il libro del 1970 Furbo il signor Volpe). La parola “grasso” è stata sistematicamente eliminata, anche da Il coccodrillo enorme, James e la pesca gigante, Le streghe e Gli sporcelli.

La Miss Trunchbull di Matilde da «femmina formidabile» è ora «donna formidabile»; i piccoli Oompa Loompas della Fabbrica di cioccolato non sono più «piccoli uomini» ma «piccole persone»; e Bunce del Signor Volpe non è più nano, non è più panciuto. È semplicemente Bunce. Puffin si è appoggiato ai sensitivity reader di Inclusive Minds, agenzia specializzata in «inclusione e accessibilità nella letteratura per bambini». La pagina del copyright delle nuove edizioni dei libri di Dahl editi da Puffin spiegherà: «Questo libro è stato scritto molti anni fa, quindi rivediamo regolarmente la lingua per assicurarci che possa continuare a essere apprezzato da tutti oggi».

Un portavoce della Roald Dahl Story Company ha dichiarato a Variety: «Vogliamo assicurarci che le meravigliose storie e i personaggi di Roald Dahl continuino ad essere apprezzati da tutti i bambini di oggi. Quando si ripubblicano libri scritti anni fa, non è insolito rivedere il linguaggio utilizzato insieme all’aggiornamento di altri dettagli, tra cui la copertina e il layout. Il nostro principio guida è stato quello di mantenere le trame, i personaggi e l’irriverenza e lo spirito tagliente del testo originale. Eventuali modifiche apportate sono state piccole e attentamente considerate».

Ora il politicamente corretto colpisce pure le facoltà scientifiche. Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale l’8 febbraio 2023.

Impazza, nelle università "woke" Usa, la polemica sui programmi "Diversity, Equity and Inclusion" (Dei). Si tratta di corsi di formazione o di laurea dove s'insegna la Teoria critica della razza (il "razzismo sistemico" dei bianchi), la lotta al patriarcato e l'oppressione messa in atto dai cristiani. Come svela il Wall Street Journal, alla Texas Tech University, un candidato per un posto di lavoro nella facoltà nel dipartimento di scienze biologiche è stato segnalato dal comitato di ricerca del dipartimento per non conoscere la differenza tra "uguaglianza" ed "equità": un altro ancora è stato segnalato per il suo uso ripetuto del pronome "lui" quando si riferiva ai professori, quando avrebbe dovuto, secondo il comitato, usare un pronome neutro. Un altro ancora è stato elogiato per aver ricordato che i nativi americani una volta vivevano in quelli che ora sono gli Stati Uniti. In mezzo all'esplosione delle politiche universitarie sulla diversità, l'equità e l'inclusione, il dipartimento di biologia del Texas Tech ha promesso di "richiedere fortemente una dichiarazione sulla diversità da parte di tutti i candidati".

Dove nascono i corsi sul politicamente corretto negli Usa

Biologi cellulari e immunologi potrebbero dunque essere scartati per un posto di lavoro perché non sono sufficientemente entusiasti o preparati in fatto di "diversità" e "inclusività". Essere competenti e professionali non è sufficiente: bisogna sposare la causa del politicamente corretto. Come spiega il City Journal, le dichiarazioni sulla diversità - brevi saggi che descrivono i contributi passati di un candidato alla "Dei" e i piani futuri per promuovere la causa - sono state ampiamente criticate sin da quando sono state introdotte nel sistema dell'Università della California circa un decennio fa.

Rappresentano una sorta di giuramento alla causa della correttezza politica. In questo, anche lo stato conservatore del Texas non fa eccezione, e la dice lunga su quanto l'ideologia "woke" abbia permeato le scuole di tutta la nazione con i suoi programmi marcatamente ideologici e ultra-progressisti, recentemente criticati dal governatore della Florida, Ron DeSantis.

Essere esperti di equità e inclusione diventa una professione

In Texas, l'Università di Austin richiede dichiarazioni di diversità per tutta una serie di lavori inerenti le scienze della terra. L'Università di Dallas consiglia ai candidati di redarre dichiarazioni di diversità per lavori in ingegneria, geografia, statistica e molte altre discipline. La Texas A&M School of Medicine ha recentemente cercato un capo dipartimento: obbligatorio essere muniti di una dichiarazione "che affronti le aspirazioni e i contributi alla promozione dell'equità, dell'inclusione e della diversità nelle loro carriere professionali". Ed ora essere esperti di "equità e inclusione", magari per finire all'università e insegnare questi corsi di formazione, sta diventando una vera e propria professione.

I dati di LinkedIn mostrano che tra il 2015 e il 2020, le persone che si occupano per lavoro di diversità e inclusione sono aumentate del 71% a livello globale. Altre ricerche mostrano un netto aumento dal 2020. Secondo i dati di Indeed.com, ad esempio, le offerte di lavoro "Dei" sono aumentate del 123% tra maggio e settembre 2020. Megafoni della propaganda liberal.

La Censura.

La vignetta rimossa dal Washington Post: l’autocensura sull’Islam dell’America vittima delle ideologie. Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 11 novembre 2023.

Una parte dei giornalisti americani abbandona i principi della deontologia, vuole prendere una posizione dividendo il mondo tra buoni e cattivi

L’America ha la massima tutela della libertà di espressione, il Primo emendamento. La sua protezione si ferma davanti a Hamas ? Il Quarto potere esercitò un compito di vigilanza sui leader. Il Washington Post ebbe un ruolo nella caduta del presidente Nixon per lo scandalo Watergate. Oggi il Post batte in ritirata quando si tratta di fustigare il terrorismo islamico?

I dubbi nascono dalla vignetta che il quotidiano — di proprietà di Jeff Bezos (Amazon) — ha deciso di non pubblicare, dove un terrorista di Hamas si è legato al corpo donne e bambini, scudi umani. Si può discutere sulla qualità del disegno, sui tratti del jihadista. Ma questa discussione non è avvenuta.

La redazione del Post è insorta, soprattutto i giovani, e i vertici hanno fatto marcia indietro, spaventati dalla rivolta interna. Il Post è un giornale progressista, ha fatto battaglie contro Trump. Sul Medio Oriente cerca un delicato equilibrio: difende il diritto all’esistenza di Israele; condanna l’antisemitismo; dà massima visibilità alle vittime civili fra i palestinesi e sostiene il loro diritto ad avere uno Stato. Tutto ciò non basta per una parte della redazione.

Quando Trump era presidente il Post si lanciò nel «giornalismo resistenziale»: addio alle sfumature. Ora una parte di giornalisti americani abbandona i principi antichi della deontologia, vogliono che i media prendano posizione, che dipingano un mondo diviso tra buoni e cattivi. Israele e l’Occidente sono l’impero del male; gli altri sono vittime. La vicenda della vignetta si situa in questo contesto, le redazioni sono soggette ai diktat della parte militante. È il parallelo con quel che accade nelle università.

L’autocensura sui crimini compiuti in nome dell’Islam (che si estende alla cultura e allo spettacolo) è frutto di uno slittamento percepibile da tempo. Qualche aneddoto «leggero» per ricostruirlo. Per molti anni a Broadway ha fatto il tutto esaurito il musical «The Book of Mormon», satira beffarda dei mormoni, che hanno accettato di esserne lo zimbello. Nessuno ha mai osato proporre a Broadway una satira sul fondamentalismo islamico. Lì il Primo emendamento non vale.

Barack Obama durante la sua ultima campagna elettorale, in una cena per la raccolta di fondi con alcuni miliardari di San Francisco, ebbe parole sprezzanti verso gli elettori della destra: «Questi bianchi pieni di amarezza e risentimento si aggrappano alle loro birre, ai loro fucili, alla loro Bibbia». Non si è autocensurato nel dileggiare dei bianchi cristiani. Mai avrebbe osato pronunciare parole simili su chi «si aggrappa al Corano». È questo il clima da anni, i giovani redattori del Post sono cresciuti in questa America ideologizzata.

A rendere ossessiva la difesa dei musulmani, è intervenuta la saldatura tra gli estremisti afroamericani e i filo-palestinesi. Per il movimento ultrà Black Lives Matter, neri e palestinesi sono vittime della stessa oppressione dell’uomo bianco. L’America rivive gli anni Sessanta, che nel mondo giovanile furono segnati da un’egemonia dell’estremismo. Allora però le redazioni dei giornali rappresentavano l’establishment moderato-conservatore, ancorché illuminato e attento verso la contestazione.

Mezzo secolo dopo il cerchio si è chiuso: l’establishment dei miliardari digitali come Jeff Bezos, Larry Page (Google) e Mark Zuckerberg (Meta-Facebook) sostiene il politicamente corretto; l’accademia è in mano a un corpo docente molto schierato oppure impaurito dalla pressione degli studenti; nelle redazioni sono avvenute purghe di moderati. La censura di una vignetta è troppo normale per fare scandalo.

(ANSA il 7 giugno 2023) - Chris Licht, l'amministratore delegato di Cnn, lascia il network. Lo riporta il New York Times citando alcune fonti. Litch è stato in carica per poco più di un anno: dodici mesi segnati da una controversia dietro l'altra. 

Da tempo nel mirino delle critiche, Litch è stato costretto nei giorni scorsi a scusarsi con i suoi dipendenti dopo che un recente articolo del magazine Atlantic ha sollevato una rivolta all'interno del network.

Nell'articolo Litch ha criticato la performance di Cnn sotto il suo predecessore. E soprattutto si è detto a conoscenza che nell'ultimo town hall in cui è stato ospitato Donald Trump il pubblico era molto a favore dell'ex presidente. Il town hall è stato duramente criticato, aumentando la pressione su Litch già nel mirino per alcune delle sue scelte editoriali, oltre che per la sua arroganza. Da quando ha assunto l'incarico nel maggio del 2022, l'audiece di Cnn ha toccato minimi storici.

Estratto dell’articolo di Paola Peduzzi per “il Foglio” il 9 giugno 2023.

David Zaslav, presidente e amministratore delegato di Warner Bros. Discovery, voleva una Cnn che costasse meno, che fosse più moderata e centrista e che recuperasse parte del pubblico conservatore che nella stagione trumpiana aveva preso a considerare l’emittente una propalatrice di fake news. 

Tredici mesi fa, aveva scelto come guida […] Chris Licht, un giornalista e produttore televisivo di cinquant’anni e di successo, creando un inevitabile terremoto nella redazione e nel management dell’emittente (e della sua società che possiede la Cnn) ma con un mandato chiaro, ambizioso e complicatissimo.

Un paio di giorni fa, Zaslav ha licenziato Licht: la missione è fallita, sia dal punto di vista finanziario sia da quello politico-ideologico. Licht ha fatto degli errori, non ha mai conquistato il cuore della redazione – dovendo tagliare i costi, quindi licenziare, e intanto infilare in gola la pillola del trumpismo, è comprensibile  – ed è sempre sembrato l’uomo messo lì dal padrone per trasformare la Cnn in una “Fox News Lite”. 

Ma al di là degli sbagli, […] Licht ha cercato una risposta a domande che si pongono tutti quelli che fanno informazione, non soltanto negli Stati Uniti: si può essere imparziali in un’epoca così emotiva e partisan? I media possono ricostituire la fiducia del pubblico, andando oltre le divisioni politiche?

 Quanto spazio bisogna dare a personaggi come Donald Trump, che sono estremi ed eversivi ma sono anche popolari, quindi rappresentano una parte dell’elettorato che potrebbe tornare rilevante? Cosa fai, ignori la loro esistenza, o drammatizzi la loro sconvolgente esistenza? Scrive Politico: “Licht alla fine ha dimostrato di non avere delle risposte. Ma di fatto non ce le ha nessuno”. 

La crisi della Cnn non si risolverà cercando un sostituto a Licht: i problemi di fondo, che non sono soltanto specifici di un’emittente che pure ha conti in grave dissesto, restano. In questa saga, […] un ruolo determinante l’ha avuto un articolo pubblicato sull’Altantic da Tim Alberta, […] intitolato “Dentro al tracollo della Cnn” […]. […] Ma non perché Alberta abbia rivelato chissà quale insostenibile scandalo o complotto o manovra: lui racconta la storia di una missione andata male.

[…] il messaggio finale è ben più ampio e devastante del disastro specifico di un’emittente […] in declino: non si riesce a creare uno spazio di dibattito moderato in cui idee diverse possano dialogare, confrontarsi, magari trovare piccoli punti d’incontro. 

La logica della contrapposizione permanente, delle tifoserie che di fronte ai canti degli avversari alzano la voce e diventano più aggressive, del con-me-o-contro-di-me ha annichilito non soltanto la capacità di trovare un’intesa ma prima ancora la capacità di conversare con qualcuno che non la pensi come te. Le regole di convivenza democratica sono saltate: non si trova il modo di restaurarle né di costruirne di nuove. 

A parte i grandi odiatori di Licht e di Zaslav, molti sostengono che lo slancio per riposizionare la Cnn fosse corretto, oltre che necessario. Lo stesso Alberta scrive: “[…] La teoria di Licht sulla Cnn, su cosa fosse andato storto, come aggiustare le cose e perché farlo, avrebbe potuto risollevare l’intero settore, e aveva molto senso. L’esecuzione di quella teoria? Questa è un’altra storia”.

Licht spiega questi princìpi applicandoli a Trump, perché la “nuova Cnn” è proprio prendere le misure al trumpismo, dopo gli anni di scontri livorosi con l’ex presidente che portarono ascolti strepitosi ormai sbiaditi. Dice: “Se ogni cosa è un 11 su una scala da 0 a 10, significa che quando accade qualcosa di veramente terribile, rimaniamo insensibili. Questa è stata la strategia di Trump”, e i media sono caduti nella sua trappola.  […]

A Washington si riunisce il “tribunale popolare” che indaga la persecuzione contro Assange. Iris Paganessi su L'Indipendente il 22 Gennaio 2023.

Due giorni fa il National Press Club di Washington DC ha ospitato il terzo Belmarsh Tribunal nella capitale. Si tratta di una corte alternativa a quella londinese, composta da 17 membri e ospitata da Progressive International insieme alla Wau Holland Foundation, che esamina i crimini di guerra degli Stati Uniti, con l’obiettivo di raccogliere prove e testimonianze in favore di Julian Assange.

Quest’ultimo, infatti, si trova dal 2019 nella prigione londinese di Belmarsh e rischia l’estradizione negli Stati Uniti, dove sconterà una condanna a 175 anni di carcere per svariati reati, tra i quali quello di cospirazione e violazione della legge sullo spionaggio. Le accuse gli sono state rivolte dopo che il sito WikiLeaks – da lui fondato – ha reso pubblici alcuni documenti classificati, che hanno messo in luce i crimini di guerra perpetrati dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Nel luglio scorso gli avvocati difensori di Assange hanno presentato ricorso contro l’Alta Corte britannica opponendosi alla decisione di estradarlo.

Il Belmarsh Tribunal, che prende il nome dalla prigione di massima sicurezza dove il fondatore di WikiLeaks è detenuto, è stato costituito nell’ottobre 2021 e quella del National Press Club è stata una scelta simbolica. Fu proprio in questo luogo che, più di 10 anni fa, Assange proiettò per la prima volta Collateral Murder: un filmato che mostrava un drone militare statunitense uccidere 12 civili ad Al-Amin al-Thaniyah (Baghdad, Iraq). Fu proprio quel video a scatenare la persecuzione di Stati Uniti, Svezia, Australia e Gran Bretagna e nei confronti di Assange.

Alle due precedenti edizioni del Belmarsh Tribunal – svoltesi rispettivamente a Londra nell’ottobre 2021 e a New York nel febbraio 2022 – parteciparono importanti leader e attivisti, tra cui l’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa e il presidente brasiliano Lula da Silva.

Il Tribunale del 20 gennaio, presieduto da Amy Goodman di Democracy Now! e dall’accademico Srećko Horvat, è stato trasmesso in diretta su YouTube e tra i partner dell’evento troviamo Democracy Now! , Defending Rights & Dissent, Courage Foundation, DiEM25, The Intercept, The Nation e PEN International. I membri del Belmarsh Tribunal di Washington comprendono i colleghi di Assange e la sua famiglia – che non hanno mai smesso di sostenere il fondatore di Wikileaks ed hanno portato la sua causa in tutto il globo – con l’informatore dei Pentagon Papers Daniel Ellsberg, l’accademico Noam Chomsky, il parlamentare britannico Jeremy Corbyn, l’avvocato per i diritti digitali Renata Ávila e l’avvocato per i diritti umani Steven Donziger.

L’accusa di Assange, avviata sotto l’amministrazione di Donald Trump e proseguita con quella attuale, è il primo caso in cui un editore è stato accusato ai sensi della legge (Espionage Act). Tuttavia sono ben 360 i giornalisti incarcerati nel mondo, senza contare coloro ai quali questa professione è costata la vita. 

Gli interventi al Belmarsh Tribunal hanno sostenuto che quello che riguarda Assange è uno dei più grandi attacchi alla libertà di stampa degli ultimi tempi. “Sono in gioco il Primo Emendamento, la libertà di stampa e la vita di Julian Assange”, ha detto l’attivista e filosofo croato Srećko Horvat. “Finché l’amministrazione Biden continuerà a dispiegare strumenti come l’Espionage Act per imprigionare coloro che osano denunciare crimini di guerra, nessun editore e nessun giornalista sarà al sicuro”. Particolarmente toccante anche l’intervento del padre di Assange, che ha accusato gli Stati Uniti di non aver rispettato la Magna Charta e lo stato di diritto.

Il prossimo Tribunale di Belmarsh si svolgerà a Sydney nel marzo 2023, per portare anche in Australia – patria di Assange – la battaglia di uno dei giornalisti più coraggiosi e incisivi della storia. [di Iris Paganessi]

La grande stampa americana: Twitter e la censura del presidente Joe Biden. Il 2023 doveva essere l’anno dell’estromissione di Trump. E se diventasse quello della caduta di Biden? Marcello Foa su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Gennaio 2023.

Siamo troppo distratti dalle italiche vicende per accorgerci di quel che sta accadendo negli Stati Uniti, anche perché, è doveroso ricordarlo, la grande stampa mainstream ha perso da tempo la necessaria indipendenza per valutare con oggettività e onestà intellettuale i grandi fatti dell’attualità. È diventata partigiana e anche un po’ strabica. Ahinoi il cane da guardia della democrazia si è trasformato nel cane da guardia dell’establishment, a cominciare da grandi testate un tempo prestigiose come il «New York Times» e il «Washington Post», che riescono a vedere e a denunciare, indignate, solo gli scandali, veri o presunti, che riguardano Donald Trump e qualunque movimento «irregolare». Quelle stesse testate sono invece estremamente prudenti, ipergarantiste e talvolta straordinariamente distratte quando le cattive notizie riguardano il Partito Democratico e ovviamente il presidente Joe Biden. Da qualche tempo, però, la compiacenza della grande stampa non è più sufficiente per soffocare vicende che potrebbero avere esiti clamorosi e di cui è bene che il lettore sia consapevole.

Riassumo brevemente. Noi tutti conosciamo Elon Musk e sappiamo che ha acquistato Twitter, ma pochi sanno cosa siano i Twitter Files, la cui portata è tuttavia paragonabile a quella dello scandalo Watergate. L’eccentrico imprenditore americano ha infatti permesso ad alcuni giornalisti indipendenti di consultare liberamente gli archivi di Twitter ed è emersa una realtà sconcertante: la censura che alcuni osservatori (pochi per la verità) avevano già denunciato, era molto più estesa e pervasiva di quanto immaginato.

Twitter non si limitava ad adeguarsi ai desideri dell’establishment democratico, ma prendeva ordini direttamente dall’Fbi, dalla National Security Agency (i super servizi segreti americani) e dal ministero dell’Interno, che ogni settimana indicava quali personalità estromettere e quali idee censurare. E lo stesso avveniva, a quanto comincia ad emergere, con Facebook, Instagram, Whatsapp e gli altri colossi del web.

Ovvero la Casa Bianca del democratico Joe Biden applicava una censura politica degna di una dittatura, in assoluto contrasto con i valori costituzionali degli Stati Uniti.

Ce ne sarebbe abbastanza, ma non finisce qui. Perché pochi giorni fa si è scoperto che l’attuale presidente, quando nel gennaio 2017 terminò il mandato come vice di Barack Obama, portò con sé diversi documenti Top Secret, conservandoli nella sua abitazione ovvero si comportò come Donald Trump. Con una differenza non da poco: mentre costui, in quanto Presidente, aveva la facoltà di desecretare i documenti riservati e dunque è possibile che quelle carte non rappresentino un illecito, Biden, in qualità di vicepresidente, non aveva questa facoltà. Sulla vicenda sta indagando un Procuratore speciale; ma è indubbio che sia perlomeno imbarazzante.

E ancor più sconcertante è una rivelazione del «New York Post», fresca di stampa. Il figlio di Biden, Hunter, sotto inchiesta per evasione fiscale e riciclaggio riguardo i suoi affari con alcuni oligarchi ucraini e cinesi, pagava al padre un affitto mensile di 49mila dollari per la casa in cui era andato a vivere nel 2017 dopo il divorzio dalla moglie. Sì, avete letto bene: quasi 50mila dollari. E vi rimase 11 mesi, per un totale di circa 550mila dollari. Notate bene che in quella zona, per quanto di lusso, gli affitti oscillano tra i 4 e i 6mila dollari. Si tratta, peraltro, della stessa casa in cui sono stati trovati i documenti Top Sectet. Ma non è questo il punto. Il punto è che, secondo quanto riporta il «New York Post», si sospetta che quella cifra spropositata rappresenti in realtà la commissione d’affari che spettava al padre, ma che Biden ufficialmente non poteva ricevere in quanto le leggi americane vietano al vice presidente degli Stati Uniti di fare lobbing, tanto più con oscure società ucraine e cinesi.

Può darsi che alla fine l’attuale capo della Casa Bianca venga scagionato e che lo scandalo dei Twitter Files continui ad essere nascosto al grande pubblico. Ma è possibile anche che queste vicende possano avere un epilogo imprevisto ovvero che il Presidente venga abbandonato proprio dal suo mondo, trasformandolo in un provvidenziale capro espiatorio. Non sarebbe la prima volta. Cinismo della politica. Il 2023 doveva essere l’anno dell’estromissione di Trump. E se diventasse quello della caduta di Biden?

La Casa Bianca ha costretto Facebook a censurare notizie vere sui vaccini. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 13 Gennaio 2023.

Dopo i Twitter Files, che attestano come Twitter abbia influenzato il dibattito sul Covid, manipolandolo secondo le direttive della Casa Bianca e dell’FBI e censurando i contenuti divergenti rispetto alla narrazione pandemica, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta su quelli che potremmo definire i Facebook Files. Si tratta di documenti appena rilasciati che mostrano come la Casa Bianca abbia, ancora una volta, svolto un ruolo chiave nella censura sui social media. 

L’esecutivo democratico avrebbe fatto pressioni sui social di Mark Zuckerberg, per oscurare post relativi a contenuti «spesso veri», che potevano però essere percepiti come materiale «sensazionalistico, allarmistico o scioccante». In parole povere, per censurare quelle notizie “vere” ma scomode al governo democratico, che potevano generare incertezza, paure ed esitazioni sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti-Covid. 

I documenti sono stati pubblicati il 6 gennaio, nell’ambito del processo Missouri vs Biden, un caso contro presunte violazioni della libertà di parola da parte dell’amministrazione democratica, che vede coinvolti i procuratori generali del Missouri, della Louisiana, oltre a quattro querelanti della New Civil Liberties Alliance. 

Dalle carte del processo sono emersi alcuni scambi di e-mail tra Rob Flaherty, il direttore dei media digitali della Casa Bianca, e un dirigente di Facebook, il cui nome non è stato reso noto. 

Il 14 marzo 2021, Flaherty ha inviato un’e-mail al dirigente di Facebook, mostrando come il social partecipasse alla «diffusione di idee che contribuiscono all’esitazione vaccinale». Alla risposta imbarazzata del dirigente («Credo ci sia un malinteso»), il funzionario governativo ha reagito con fermezza, esigendo un cambio nella policy del social: «Non credo si tratti di un malinteso. Siamo seriamente preoccupati dal fatto che il vostro servizio sia uno dei principali motivi che spingono all’esitazione vaccinale, punto… Vogliamo sapere che ci state lavorando, vogliamo sapere come possiamo aiutarvi e vogliamo sapere che non state facendo il gioco delle tre carte…». Tanto è bastato affinché la piattaforma corresse ai ripari, cedendo alle imposizioni della Casa Bianca.

Il 21 marzo, il dirigente di Facebook inviava una mail in cui illustrava i cambiamenti di policy per «eliminare la disinformazione sui vaccini» e ridurre la «viralità dei contenuti che scoraggiano la vaccinazione», ma che non contenevano forme di «disinformazione perseguibile». Facebook si è inoltre impegnato a «rimuovere gruppi, pagine e account, quando promuovono in modo sproporzionato» questo genere di contenuti.

L’interesse della Casa Bianca non si è limitato “solo” a Facebook, ma si è esteso anche a Whatsapp e a YouTube. L’Inquisitore digitale della Casa Bianca ha interpellato Meta per sapere che cosa stesse facendo per «limitare la diffusione di contenuti virali» sulla app di messaggistica privata, «data la sua portata nelle comunità di immigrati e nelle comunità di colore». La società ha risposto tre settimane dopo con un lungo elenco di promesse.

Come se non bastasse, il 9 aprile, il rappresentante di Washington ha incolpato la società per la mancanza di zelo nel “controllare” il discorso politico (senza specificare a quale “contesto elettorale” si riferisse), esigendo rassicurazioni che tale negligenza non si sarebbe verificata nuovamente sul fronte vaccinale. Il funzionario ha accusato Meta di aver sviluppato tardivamente un algoritmo in grado di privilegiare le «notizie di qualità» per poi accantonarlo. La Big Tech si è limitata a chinare il capo: «Capito», è stata la risposta. 

Pochi giorni dopo, il 14 aprile, Flaherty è tornato alla carica chiedendo conto del perché il «post più visto sui vaccini» in quella data fosse quello del conduttore conservatore di Fox, Tucker Carlson, «che dice che non funzionano».

Il 10 maggio la piattaforma inviava un elenco delle misure che Facebook aveva provveduto ad adottare per assecondare le richieste della Casa Bianca. In risposta, uno stizzito Flaherty infieriva sull’interlocutore, replicando che risultava «difficile prendere sul serio» le misure censorie di Meta.

Come rileva il Wall Street Journal, da queste e-mail emerge come il social di Zuckerberg abbia assecondato le ripetute pressioni della Casa Bianca e per questo migliaia di americani siano stati silenziati «per aver espresso opinioni scientificamente fondate ma divergenti dalla linea del governo».  [di Enrica Perucchietti]

In Louisiana servirà mostrare la carta d’identità per navigare sul web. Walter Ferri su L'Indipendente il 6 Gennaio 2023

Negli Stati Uniti, lo Stato della Louisiana ha appena assorbito nel suo sistema normativo una nuova legge che impone ai gestori di diversi siti internet di verificare l’anagrafica dei propri utenti. Non basterà che le aziende ricevano un’autocertificazione firmata dai diretti interessati, piuttosto le varie entità dovranno direttamente farsi carico dei controlli chiedendo ai propri visitatori di fornire in fase d’iscrizione un documento attraverso cui registrare la loro identità. La legge di Stato in questione è entrata in vigore il primo gennaio e, come spesso capita nei contesti normativi digitali, il suo testo lascia a giuristi e avvocati ampio margine interpretativo con cui perseguire le singole entità. Nello specifico, la regola dev’essere applicata da tutti i portali che conservano al loro interno una “parte consistente” di “materiali dannosi per i minori”. Quantitativamente, il carteggio specifica che la quota da tenere d’occhio sia il 33,3% di quanto custodito negli archivi dei siti, mentre per quanto concerne il lato qualitativo è chiaro che a essere incriminati siano perlopiù tutti gli elementi che rientrano sotto il cappello della pornografia.

Il documento definisce infatti l’intervento come un “rimedio civile” atto ad ammortizzare gli effetti nefasti di una “crisi sanitaria” che ha “un’influenza corrosiva” sulle fasce anagrafiche giovani. “La pornografia contribuisce all’ipersessualizzazione degli adolescenti e dei preadolescenti e può causare bassa autostima, disordini nella percezione dei corpi, un aumento in tenera età di attività sessuali problematiche e un aumento del desiderio tra adolescenti di partecipare in comportamenti sessuali rischiosi”, riporta il testo della legge. La facilità di reperimento di simili materiali causerebbe dunque contraccolpi alla psiche e difficoltà nel mantenere relazioni sane e positive. 

Poco sorprendentemente, Pornhub, Youporn e Redtube, i portali pornografici per eccellenza, hanno già iniziato a chiedere un “metodo di verifica anagrafica ragionevole”, ovvero hanno collegato l’accessibilità ai loro video all’app LA Wallet, programma adoperato nello stato della Louisiana per custodire le patenti di guida. I portali promettono che appoggiandosi a un’entità esterna approvata dallo Stato sarà possibile tutelare la propria privacy, tuttavia l’esternalizzazione dei servizi digitali da parte del Governo USA ha evidenziato negli anni molte criticità. A gioire della novità è sicuramente Envoc, azienda che controlla LA Wallet e che ha visto dal primo gennaio un aumento esponenziale dei download dell’applicazione in questione.

Il testo della norma sembra comunque identificare nella pornografia il male assoluto della società – il documento non accenna in alcun modo ad armi, violenze o materiali che istigano a suicidio e bulimia –, ma questo punto di vista si presta anche a derive particolarmente cupe e ambigue. Non è chiaro, per esempio, se alcuni video seducenti di TikTok possano rientrare nel cappello dei contenuti dannosi o se i blog che esplorano a fini divulgativi la sessualità LGBTQ siano o meno considerati deleteri per la gioventù. Olivia Snow, sex worker e collaboratrice di ricerca dell’Università della California a Los Angeles, è arrivata a sostenere senza mezzi termini che la nuova legge possa rientrare nelle pratiche di sorveglianza. “Con l’aumento dell’omofobia e della transfobia, non mi stupirebbe che lo Stato se la prenda con le persone che fruiscono di porno gay e lesbico sorvegliandoli con maggiore attenzione o criminalizzando le loro tendenze”, ha dichiarato Snow a TechCrunch. [di Walter Ferri]

Stefano Graziosi per “la Verità” il 5 gennaio 2023.

Al peggio, si sa, non c'è mai fine. E infatti sono rivelazioni inquietanti quelle emerse dalle nuove tranche dei Twitter Files, pubblicati dal giornalista Matt Taibbi. L'aspetto forse maggiormente rilevante risiede nel fatto che il Dipartimento di Stato effettuò delle ingerenze nell'attività della piattaforma di San Francisco.

 Nel 2020, il Global Engagement Center (Gec), ente che fa capo allo stesso Dipartimento di Stato, aveva chiesto - come sottolineato anche dallo stesso Elon Musk - la sospensione di quasi 250.000 account.

 Secondo Taibbi, l'allora dirigente di Twitter Yoel Roth «ha visto la mossa del Gec come un tentativo da parte del Gec di utilizzare le informazioni di altre agenzie per "inserirsi" nel club di moderazione dei contenuti che includeva Twitter, Facebook, Fbi, Dipartimento per la sicurezza interna». In particolare, il Gec indentificò come "proxy russi" i profili che definivano il Covid un'arma biologica, criticando le «ricerche condotte presso l'istituto di Wuhan» e «attribuendo la comparsa del virus alla Cia».

Ricordiamo che le precedenti tranche dei Twitter Files hanno dimostrato come l'Fbi abbia pesantemente influenzato l'attività di censura condotta da Twitter ai danni di utenti conservatori e di scienziati non allineati alle politiche pandemiche dell'amministrazione Biden. Eppure, secondo Taibbi, i funzionari di Twitter erano restii ad accettare la partecipazione del Gec alla rete di enti governativi con cui collaboravano per la moderazione dei contenuti. 

«Penso che ritenessero l'Fbi meno trumpista», ha riferito un ex funzionario del Dipartimento della Difesa. D'altronde, nel recente passato era emerso come l'account di Donald Trump fosse stato bloccato nel 2021 a seguito delle pressioni di Michelle Obama e degli stessi dipendenti di Twitter: dipendenti che, stando a quanto riportato dal sito Open Secrets, finanziarono pesantemente il Partito democratico nei cicli elettorali del 2018 e del 2020.

Non a caso, nei nuovi documenti è spuntato che nel 2020 l'allora presidente della Commissione Intelligence della Camera, il democratico Adam Schiff, chiese a Twitter di censurare presunte molestie di utenti legati a Qanon contro di lui e un suo assistente. Nell'occasione, Schiff chiese anche di bloccare gli account di un giornalista. Richieste che, almeno sul momento, furono respinte da Twitter. «Questo non lo facciamo», fu la posizione espressa dalla piattaforma.

 Ma non è finita qui. Nei nuovi documenti pubblicati da Taibbi si mette in evidenza anche la pressione esercitata dai parlamentari dem, come il senatore Mark Warner, su Twitter già nel 2017, per contrastare la disinformazione russa.

L'allora vicepresidente per le politiche pubbliche della piattaforma, Colin Crowell, scrisse un messaggio a Jack Dorsey, sostenendo che i democratici stavano «prendendo suggerimenti da Hillary Clinton». In quel periodo, la Clinton aveva infatti pubblicato un libro di memorie, in cui accusava i social network di aver diffuso disinformazione russa ai suoi danni nel corso della campagna elettorale per le presidenziali dell'anno prima. Fu proprio a seguito di queste pressioni che Twitter creò una "Russia task force".

Eppure le indagini della piattaforma riuscirono a rinvenire soltanto pochi account effettivamente collegati alla Russia e scarse evidenze di uno sforzo coordinato russo su Twitter. La pressione politica e mediatica sulla società di San Francisco è tuttavia proseguita, fino a portarla, secondo Taibbi, alla controversa (e ormai ben nota) collaborazione con l'Fbi sulla moderazione dei contenuti. Del resto, è proprio partendo dagli allarmi sulla disinformazione russa che, nell'ottobre del 2020, la piattaforma finì per censurare lo scoop (fondato) del New York Post su Hunter Biden.

L’ultima puntanta dei Twitter Files svela la bufala dei bot russi. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 5 Febbraio 2023.

«Era una truffa». Così nella quindicesima puntata dei Twitter Files, il giornalista indipendente Matt Taibbi ha smontato l’accusa di ingerenza russa sul social, che ha tenuto banco durante la presidenza Trump. L’inchiesta di Taibbi si concentra sulla dashboard web Hamilton 68 (progetto lanciato dal German Marshall Fund’s ‎Alliance for Securing Democracy per monitorare la propaganda russa), usata come fonte di riferimento dai media mainstream. 

Citando il sito Hamilton68.com, la stampa americana ha insistito per anni sul fatto che i russi avessero schierato bot e squadre di troll su Twitter per fomentare il sostegno al deputato repubblicano Devin Nunes e amplificare l’hashtag #ReleaseTheMemo. Hamilton68.com aveva segnalato la crescita rapida dell’hashtag e su Politico, Molly McKew aveva portato alla ribalta la notizia. A loro volta, i democratici avevano inviato una lettera a Facebook e Twitter per segnalare il pericolo di infiltrazioni straniere. 

Hamilton 68 ha monitorato circa 600 account che sosteneva fossero legati all’influenza russa. L’ASD aveva spiegato che «Alcuni di questi account sono controllati direttamente dalla Russia, altri sono utenti che di propria iniziativa ripetono e amplificano in modo affidabile temi russi».

Ora, grazie ai Twitter Files, sappiamo invece che il social non aveva trovato alcuna prova che i russi fossero coinvolti in questa storia. Invece di ottenere le prove di un’ingerenza russa, Hamilton 68 ha semplicemente raccolto una manciata tweet di persone reali, per lo più americani, e ha fatto passare queste conversazioni come «intrighi russi», spiega Taibbi. Nel suo elenco, infatti, erano stati schedati come bot o troll russi normali cittadini americani, canadesi e britannici. Tra questi erano stati inclusi l’avvocato repubblicano David Shestokas – che si era candidato per la poltrona di procuratore generale dell’Illinois nel 2022 – l’esponente dei media conservatori, Dennis Michael Lynch, fondatore e CEO di TeamDML Inc., e il giornalista indipendente Joe Lauria.

Dai documenti resi pubblici da Taibbi, si è inoltre scoperto che i dirigenti di Twitter non si fidavano totalmente dei dati raccolti. Yoel Roth, l’ex capo della sicurezza di Twitter, aveva decodificato l’elenco di 644 account monitorati: «La selezione degli account è bizzarra e apparentemente arbitraria», scriveva in una comunicazione interna il 3 ottobre 2017. «Sembra che preferiscano fortemente gli account pro-Trump […] anche se non ci sono prove valide che nessuno degli account che hanno selezionato sia o meno russo». Nel gennaio 2018, Roth aveva accusato Hamilton 68 di essere dannoso e si diceva convinto che le persone inserite nella lista della dashboard avessero il diritto di sapere «di essere state etichettate come tirapiedi russi senza prove». Alla fine, il social ha esitato a smontare quella che Taibbi definisce una “frode” per non compromettersi con l’Alliance for Securing Democracy e rischiare di inimicarsi le élite democratiche.

Taibbi ha parlato apertamente di «maccartismo digitale», in quanto le informazioni errate, diffuse da Hamilton 68, venivano utilizzate come fonte autorevole dai media, ma anche dalla sinistra e dalle Università, per perseguitare personalità vicine alla destra. 

La falsa accusa della presenza di una rete di bot e troll russi ha polarizzato l’opinione pubblica e diffuso l’idea che le democrazie in Occidente fossero a repentaglio e che fosse necessario adottare misure repressive, quali la censura, per difendere la collettività dalla minaccia straniera.

Da quel momento, la propaganda russa è diventata un leit motiv, finendo al centro anche del dibattito mediatico nel nostro Paese, ben prima che esplodesse il conflitto russo-ucraino. I nostri mezzi di informazione hanno abbracciato e promosso con entusiasmo la narrazione di un complotto social orchestrato dal Cremlino. I media italiani hanno dedicato più volte ampio spazio ai famigerati bot e troll russi, dipingendoli come un pericolo sociale, scivolando inesorabilmente nella paranoia quando si sono accusati i russi di aver influenzato il risultato del referendum costituzionale italiano del 2016. 

Da lì, alle liste di proscrizione, di altrettanta maccartiana memoria, il passo è stato breve.

[di Enrica Perucchietti]

Fake News. Hamilton 68: chi è la fonte fasulla che schedava i “filo-russi”. La rivelazione dei Twitter Files: lo scandalo “Russia Collusion” era una bufala. Paolo Manzo su Nicolaporro.it il 2 Febbraio 2023.

La scorsa settimana, il reporter Matt Taibbi ha rivelato che un gruppo oscuro chiamato “Hamilton 68” aveva accusato chiunque e qualsiasi cosa non gli piacesse di essere influenzato da un bot russo. Praticamente tutte le principali organizzazioni di notizie in America sono implicate, tra cui NBC, CBS, ABC, PBS, CNN, MSNBC, The New York Times e The Washington Post. Tutti hanno citato Hamilton 68 come fonte affidabile, invece era una bufala.

Ma cos’è Hamilton 68? Si tratta, scrive Taibbi, di un “cruscotto” computerizzato progettato per essere utilizzato da giornalisti e accademici per misurare la “disinformazione russa”. Ma ciò che ha realmente misurato sono state le accuse politicamente tendenziose e assolutamente infondate di disinformazione russa al fine di screditare le persone e le opinioni non amate da chi gestiva Hamilton 68.

Chi c’è dietro questo gigantesco esercizio di inganno giornalistico? Bill Kristol, patrono di NeverTrumpery, insieme a John Podesta, ex apparatchik di Hillary Clinton, e Michael McFaul, accademico anti-Trump per eccellenza. Taibbi riferisce che i dirigenti di Twitter erano così scioccati per la proliferazione di notizie legate a Hamilton 68 che hanno ordinato un’analisi forense. Risultato: su molte centinaia di account identificati come bot russi, solo 36 sono stati registrati in Russia e molti di questi 38 erano stati associati a Russia Today, un sito di notizie.

Quindi l’intera bufala “Russia Collusion” è stata inventata, pagata e messa in azione dalla campagna di Hillary Clinton. Mirava e ci riuscì a danneggiare il primo mandato di Trump. Ecco come funzionava: Hamilton 68, un” istituto di ricerca”, inventa affermazioni sui bot russi. I giornalisti poi prendono di mira nemici pubblici come Trump e, come dice Taibbi, “i titoli scorrono”. “La truffa, conclude, “aveva bisogno solo di tre elementi: le credenziali di qualcuno come ‘ex agente dell’FBI’, Clint Watts, l’assenza di qualsiasi parvenza di fact-checking, e il silenzio di aziende come Twitter.”

Taibbi lo chiama “maccartismo digitale”, prendendo persone con opinioni dissidenti o non convenzionali e accusandole in massa di “attività anti-americane”. Ma mentre McCarthy diceva di trovare un comunista sotto ogni letto, Hamilton 68 si è concentrato non sul targeting di sinistra ma su account conservatori.

Paolo Manzo, 2 febbraio 2023

Infotainment e democrazia. TikTok, le fake news e gli ostacoli al diritto di voto. Farah Nayeri su L’Inkiesta il 7 Gennaio 2023.

Le bugie sono antiche come la politica ma non sono mai state così sofisticate, verosimili e facili da diffondere. E per molti americani sta diventando difficile ottenere la scheda elettorale

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022.

Sono troppo vecchio per TikTok?». Rodolfo Hernández, candidato settantasettenne alle elezioni presidenziali colombiane dello scorso giugno, ha preso un tale slancio grazie ai suoi video sui social media da arrivare a un soffio dall’ottenere la carica più importante del Paese. In questi video Hernández scherzava davanti alla telecamera sulla sua età e si metteva in posa con folle di giovani sostenitori, trasmettendo messaggi populisti contro la corruzione e ottenendo milioni di like dagli ammiratori.

Alla fine, Hernández ha perso al ballottaggio con Gustavo Petro, l’ex ribelle che è diventato il primo presidente di sinistra del Paese. Ma è comunque riuscito a ottenere il 47,35 per cento dei voti a fronte del 50,42 per cento del vincitore.

Noto come il Donald Trump della Colombia, l’ex sindaco è stato un candidato anticorruzione che era stato precedentemente incriminato per accuse di corruzione, un sostenitore dell’austerità le cui politiche avevano condotto a uno sciopero della fame i dipendenti dell’amministrazione pubblica della sua città e un magnate delle costruzioni che non aveva mai mantenuto la sua promessa di costruire ventimila abitazioni per i poveri.

La sua campagna elettorale su TikTok è uno degli esempi più impressionanti tra quelli che sono stati discussi in un panel sull’informazione, la disinformazione e il futuro del giornalismo che si è tenuto durante la decima edizione dell’Athens Democracy Forum, che è stato organizzato nel settembre scorso, nella capitale greca, dalla Democracy & Culture Foundation in associazione con il New York Times.

Stephen King, chief executive di Luminate (una fondazione filantropica che si occupa dell’empowerment dei cittadini e del diritto all’informazione), ha utilizzato proprio l’esempio colombiano per mostrare come le piattaforme dei social media si siano trasformate in canali per la propaganda politica durante la campagna elettorale e addirittura in nuove fonti di informazione. Un recente sondaggio in quattro Paesi latinoamericani, ha raccontato King, mostra come le generazioni più giovani cerchino le notizie «in luoghi profondamente diversi» da quelli frequentati dalle generazioni precedenti

«Le notizie, la politica e l’entertainment si stanno mescolando tra loro e questo è un cambiamento guidato dalle aziende che gestiscono i social network», ha detto King. «Queste aziende stanno iniziando a dettare il modo in cui le persone consumano le informazioni».

La confusione tra fatti reali, divertimento e fiction è motivo di crescente preoccupazione nelle redazioni – e non solo. Nello scorso dicembre il presidente americano Joe Biden ha annunciato che l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale avrebbe onato 30 milioni di dollari al neonato Fund for Public Interest Media (Fondo internazionale per i media di interesse pubblico), la cui missione è sostenere il giornalismo indipendente in tutto il mondo. Biden ha definito la stampa libera come il «fondamento della democrazia» e ha detto che essa e «minacciata» in tutto il mondo.

Nell’Athens Democracy Forum di quest’anno la disinformazione e la manipolazione delle notizie sono state identificate come potenziali minacce alla democrazia. Un’altra minaccia – in particolare negli Stati Uniti – è il tentativo di rendere più complicato l’esercizio del diritto di voto.

Nel corso della discussione, la sudafricana Khadija Patel, che è head of programming del nuovo Fund for Public Interest Media, ha ricordato la sua precedente esperienza come direttrice del Mail & Guardian, che è uno dei principali quotidiani del suo Paese e ha una storia di inchieste che hanno portato alla luce vicende di corruzione e altri crimini. Patel ha detto di essersi ritrovata a gestire «un licenziamento dopo l’altro», dal momento che «non c’era più un modello di business capace di sostenere un giornale».

Un altro degli intervenuti al Forum, Donald Martin (che ha lavorato all’Herald, che è uno dei principali giornali scozzesi), si è detto d’accordo sul fatto che l’ultimo decennio sia stato dominato da un ridimensionamento delle redazioni e da una nefasta crescita dei social network. E ha ricordato un’occasione in cui un articolo di prima pagina, che era basato su un solido lavoro giornalistico, è stato attaccato dalla persona che era oggetto di questo articolo. I tweet denigratori di questa persona sono stati così ampiamente retwittati da finire per danneggiare l’immagine del giornale.

«Le fake news non sono una novità. La novità è la dimensione del fenomeno», ha detto Martin. «Sono migliaia di anni che si raccontano bugie, ma non penso che le bugie siano mai state così sofisticate, così verosimili e così facili da diffondere».

Oggi, non appena compare online una falsa informazione «devi smascherarla entro trenta minuti prima che prenda slancio», ha spiegato Martin. Altrimenti si diffonde grazie agli algoritmi e «a un pubblico acritico composto da persone che sembrano felici di rimanere intrappolate nelle proprie camere dell’eco». Per preparare la via verso un futuro migliore le scuole hanno il dovere di «insegnare le trappole e i benefici dei social media» e di «ricostruire la fiducia verso la stampa libera», ha aggiunto Martin.

La giornalista ucraina Anna Romandash, che, a partire dallo scorso febbraio, mese in cui è iniziata l’invasione del suo Paese da parte della Russia, ha documentato i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani, ha detto che Mosca ha raggiunto un nuovo stadio nell’informazione sulla guerra.

Mentre in precedenza c’erano due realtà – da una parte le fake news e dall’altra le notizie verificate da parte degli organi di informazione tradizionali – ora esiste, ad esempio in Russia, anche «un sacco di propaganda promossa dallo Stato, che non punta necessariamente a creare notizie false, quanto piuttosto a gettare discredito sulla verità», ha detto Romandash.

Il risultato è che nella Russia di oggi «non c’è niente che possa essere definito come una realtà oggettiva. Ci sono versioni diverse di storie diverse», ha spiegato. E questo ha reso «molto pericolosi» i social network, perché alcune persone, e soprattutto «quelle che non hanno una solida “alfabetizzazione digitale”», potrebbero non riuscire a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è».

L’espressione “fake news”, naturalmente, non è mai stata tanto usata come durante la presidenza di Donald Trump, che ha accusato i principali mezzi di informazione mainstream di diffondere disinformazione. Di contro, i mezzi di informazione hanno documentato tutte le occasioni nelle quali il presidente ha comunicato notizie false. Ma, anche ora che Trump non è più in carica, negli Stati Uniti il giornalismo è ancora sottoposto a minaccia. Ed è sotto attacco anche il diritto di voto dei cittadini, come è risultato chiaro da un altro panel del Forum, che si è occupato sullo stato della democrazia americana.

Carol Anderson – professoressa di Studi afroamericani alla Emory University della Georgia e autrice del documentario I, Too, che è stato proiettato durante l’Athens Democracy Forum – ha dato inizio al dibattito chiedendo che si agisca urgentemente per rendere meno complicati i meccanismi di registrazione degli elettori negli Stati Uniti. «Una delle prime cose che dobbiamo riconoscere, nel contesto degli Stati Uniti, è che assistiamo all’aumento di quelle che definiamo come “leggi per la soppressione del diritto di voto”», ha spiegato Anderson. «Queste leggi hanno come obiettivo alcuni determinati segmenti della popolazione E hanno il preciso intento di far sì che i cittadini che fanno parte di questi segmenti debbano superare molti ostacoli per riuscire» a votare.

Questi stessi gruppi di cittadini sono poi criticati perché non votano quando, di fatto, affrontano, e continuano ad affrontare, «degli ostacoli che apparentemente non hanno alcuna relazione con la razza, ma che in realtà sono costruiti proprio su base razziale. Quello che dobbiamo fare è smantellare questi ostacoli al diritto di voto».

In un’intervista successiva al suo intervento, Anderson ha elencato alcuni di questi ostacoli. In Texas per poter votare si richiede un documento di identità con fotografia rilasciato dal governo: ma se un tesserino universitario non è ritenuto valido, si può invece votare con il porto d’armi.

L’Alabama richiede un documento di identità rilasciato dal governo e quindi un tesserino di residente nelle case popolari non è sufficiente. Ma il 71 per cento dei residenti nelle case popolari in Alabama è composto da afroamericani. E molti di loro non hanno altri documenti di riconoscimento provvisti di foto al di là del tesserino di residente nelle case popolari.

Lisa Witter – un’altra delle partecipanti al panel, che è cofondatrice di Apolitical, un’impresa for-profit che si occupa di aiutare i governi e gli amministratori a fornire servizi migliori e a ottenere migliori risultati – ha spiegato che anche i nativi americani incontrano ostacoli analoghi. Ad esempio, ha spiegato Witter, per votare serve avere un indirizzo postale e i nativi americani che vivono nelle riserve non ce l’hanno.

Secondo Witter, negli Stati Uniti ci sono, in totale, 560.000 cariche elettive. Se i nativi americani fossero equamente rappresentati, in base alla loro percentuale sulla popolazione complessiva dovrebbero ricoprire circa 17.000 cariche in tutto il Paese. E invece i nativi americani che ricoprono cariche elettive negli Stati Uniti sono in tutto duecento. «Tutto ciò sembra sbagliato, ma è anche un’opportunità », ha detto Witter, che ha sottolineato come attualmente ci sia negli Stati Uniti «una tendenza all’imprenditoria politica», nel cui ambito degli imprenditori con mezzi consistenti stanno difendendo in ogni modo possibile la democrazia.

Anche un’altra dei partecipanti al panel, Dawn Nakagawa (che è executive vice president del Berggruen Institute, la cui missione è aiutare a dare forma a istituzioni democratiche per il xxi secolo), è apparsa altrettanto ottimista. Nakagawa si è detta «molto preoccupata e molto pessimista», a breve termine, sullo stato della democrazia americana, ma ha spiegato che gli americani stanno «reinventando che cosa debba essere una democrazia fatta dalle e per le persone, e stanno ricostruendo istituzioni che saranno qualcosa di molto diverso da semplici organi elettivi».

«È una discussione davvero coraggiosa, che cinque anni fa proprio non esisteva», ha detto Nakagawa. «Credo che, sul lungo termine, avremo una straordinaria democrazia reinventata, e credo che tutto ciò avverrà negli Stati Uniti, visto il punto di crisi al quale siamo arrivati». E, se la democrazia sarà reinventata negli Stati Uniti, essa «si diffonderà più rapidamente ».

Anche Anderson, la docente della Emory University, ha individuato ragioni per essere speranzosi, perché, in quanto storica, osserva il presente in una prospettiva di lungo periodo. «Ogni volta che la democrazia è stata sfidata da qualcuno che voleva opprimerla, la democrazia ha poi vinto», ha detto. «La richiesta, la sete di democrazia è così reale ed è così intensa che le persone saranno disponibili a combattere per difenderla».

Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022

Make America wise again. La post-verità ti fa male lo so (se poi ti multo). Stefano Pistolini su L’Inkiesta il 30 Dicembre 2022

Svalvolati e falsari parlino pure a ruota libera (la libertà di espressione è sacra), ma se i tribunali americani cominciano a condannarli per diffamazione, com’è successo ad Alex Jones, chissà che non torni in auge la prudenza

Il 2023 è l’anno in cui Donald Trump promette di tornare a far suonare le sue campane. O perlomeno sarà l’anno in cui i suoi epigoni si ricorderanno di come il Grande Maestro conquistò la fiducia degli americani: in linea di massima, raccontando balle. Ventimila e più balle certificate dal Washington Post Fact Center nei quattro anni di mandato presidenziale. Un martellamento di falsità che, oltre a confondere in modo devastante la psiche dei connazionali, ha provocato la legittimazione di un principio assurdo nella sua assolutezza: il falso può valere quanto il vero.

C’è stato un tempo in cui i grandi network e le principali testate giornalistiche erano gli arbitri della verità, che apparentemente amministravano con equilibrio e giustizia. Il pubblico si fidava di loro. Quando Walter Cronkite apparve piangendo in tv per dire agli americani che John F. Kennedy era stato ucciso a Dallas, il pubblico non si chiese che cosa fosse davvero successo. Più di sessant’anni dopo la netta maggioranza degli americani è convinta che quel giorno l’assassinio di JFK fu il prodotto di un complotto ancora misterioso.

I primi gap in questa percezione delle notizie intese come dubitabili verità arrivano con l’avvento delle televisioni all news, sovente politicamente orientate. Per coprire le giornate di programmazione, queste emittenti hanno cominciato ad aggiungere alle notizie un pericoloso fattore innovativo: i commenti e le interpretazioni, non sempre esposti a un valido contraddittorio. Poi è arrivato internet. Nel cyberspazio la contesa è diventata la ricerca d’attenzione e di rilevanza. E nella rete qualunque cosa il pubblico volesse credere, era disponibile e consumabile. Qui nasce l’America della post-verità.

Poco più tardi i social media hanno polarizzato lo scenario, intrappolando gli utenti in bolle di disinformazione all’interno delle quali è naturale smarrire il contatto con la verità e produrre piuttosto nuove forme d’isterismo: il disprezzo per realtà evidenti come forma di protesta e di non-adesione al dettato della ragione, sempre rifacendosi al principio ordinatore del progetto americano, secondo il quale ciascuno può pensare ciò che vuole, con gli stessi diritti degli altri, anche nel caso che siano una schiacciante maggioranza. Anzi. Se adesso, ad esempio, la maggior parte dei media sostiene il deciso consenso della scienza verso i benefici dei vaccini, gli stessi media baderanno a bilanciare la questione dando spazio all’attivismo no-vax, per evitare accuse di pregiudizio e producendo la di Stefano Pistolini ← Curva Sud Sostenitori dell’ex presidente americano Donald Trump a un comizio del suo tour Save America a Prescott, nello Stato meridionale dell’Arizona, il 22 luglio scorso. Svalvolati e falsari parlino pure a ruota libera (la libertà di espressione è sacra). Ma se i tribunali americani cominciano a condannarli per diffamazione, com’è successo ad Alex Jones, chissà che non torni in auge la prudenza IL 9 0 IDE E Il debunking era sembrato essere la soluzione. Ma mai una guerra è stata perduta in modo così rovinoso: le fake news volano come un’epidemia, mentre quelli che le verificano arrancano falsa impressione che esista un dibattito dove in effetti non c’è. L’informazione in sostanza favorisce la disinformazione.

Grazie al boom dei social, ognuno oggi dispone della sua verità e può tranquillamente vivere al suo interno. Se l’idea che un uomo politico sia bugiardo è un cliché risaputo, è perlomeno bizzarro il numero di persone che, a dispetto di un’infinità di prove contrarie, credono che Trump non menta. Ma l’ex presidente è solo il sintomo di un problema più vasto, ovvero il successo di media partigiani che mandano in orbita notizie dubbie o del tutto false, a cui si aggiungono emanazioni governative che diffondono propaganda sotto forma di fake news e social media che amplificano tutta una gamma di teorie del complotto, seminando disordine sociale.

La vita civile, a cominciare da quella della società americana, soffre enormemente queste forze maligne per le quali la sopraffazione conta più della comprensione, instaurando una relazione sempre più tenue col concetto di realtà.

Del resto, l’America rispetta la molteplicità di opinione al di sopra di ogni altra cosa e la tradizione dell’individualismo liberale si radica nella convinzione che tutti i punti vista siano rispettabili. Quindi non deve sorprendere che oggi così tanti americani si sentano in diritto di elaborare la propria verità. Dal momento che competenza e autorità sono viste con scetticismo, è legittimo credere che i socialisti esistano soltanto per fare a pezzi l’american way of life. O che il governo sia segretamente intenzionato a sequestrare tutte le armi nelle mani dei cittadini. O che i gay cancelleranno la sacra istituzione del matrimonio. O che quelli di Black Lives Matter incendieranno il tuo quartiere.

Quando Sean Hannity spara fake a raffica – il furto elettorale! – minaccia la capacità di analisi e il pensiero critico di chi guarda. E prende in giro tutti. Finché si scatena l’inferno: il 6 gennaio 2021, ad esempio, davanti al Campidoglio. Questa è la sorgente della post-verità. Il fondamentalismo che prevale sulla riflessione.

A metà anni Dieci pareva trovata la soluzione: il debunking, la sistematica attività di verifica condotta da specialisti e destinata a smentire qualsiasi notizia o teoria falsa. Beato ottimismo! Mai una guerra è stata perduta in modo altrettanto rovinoso. Il debunking arranca dietro a complotti che volano come epidemie, le smentite restano indietro, affannate, inascoltate, reperto di un passato fatto di logica. Quando una balla spaziale fa presa sul pubblico, il gusto di affondarci le mani e di diventarne diffusori è più potente del bisogno di smontarla. Per cambiare le cose e guarire dalla malattia, vanno cercate altre strade. È qui che entrano in gioco Alex Jones e la vicenda della sua apparente rovina. Che ruota attorno a un antico interrogativo: bisogna porgere l’altra guancia?

Ci sono inconfutabili prove che uno squilibrato abbia ucciso venti bambini e sei adulti alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown, Connecticut, il 14 dicembre 2012. Sono fatti inoppugnabili. Eppure ricevuti, a vari livelli, con scetticismo, da ampie fasce del pubblico americano. Il principale teorico della cospirazione riguardo alla tragedia di Sandy Hook si chiama Alex Jones, 48 anni, ultraconservatore trumpiano di Austin, Texas, già noto per altre teorie del complotto, strombazzate nei suoi popolarissimi radioshow e, dal 1999, sul suo sito web InfoWars, centrale online delle notizie false il cui slogan recita “È in atto una guerra per la tua mente!” – ma all’interno del quale poi vengono spudoratamente venduti anche integratori alimentari e kit di sopravvivenza.

Nel 2018, YouTube, Facebook, Spotify e Twitter hanno bandito Jones dalle loro piattaforme, per violazione delle regole e diffusione di contenuti offensivi e lesivi. Resta il fatto che quel maledetto giorno di dieci anni fa il giovane Adam Lanza massacrò 26 persone, anche se subito dopo Jones cominciò a gridare al complotto, secondo lui ideato dal movimento contro la circolazione delle armi (Barack Obama in testa), arrivando a definire “attori” i genitori delle vittime e sostenendo che la sparatoria fosse fasulla come una banconota da tre dollari: «Pensano che siamo così stupidi», urlava nel microfono.

Adesso i tribunali del Texas e del Connecticut hanno giudicato Jones responsabile di gravi diffamazioni. Durante i processi, i familiari delle vittime hanno raccontato le minacce di morte, le molestie e i commenti offensivi sui social di cui sono stati fatti oggetto a causa della campagna lanciata da Jones e da InfoWars. Jones è stato condannato a pagare circa un miliardo di dollari di risarcimento per aver affermato che quel massacro fosse una bufala e in aula ha riconosciuto che la sparatoria era «reale al 100 per cento», esprimendo rammarico per le proprie dichiarazioni. Intanto, però, al pubblico dei suoi programmi continuava a ripetere: «Davvero io non so cosa sia successo là». E riguardo alla condanna: «Ho già detto che mi dispiace centinaia di volte, e adesso ho finito di dire che mi dispiace».

Già nel 2017 Jones aveva fatto ammenda, dopo aver promosso il fake “Pizzagate” secondo cui un ristorante di Washington era la centrale di un giro di abusi sessuali su minori gestito da Hillary Clinton e dal presidente della sua campagna elettorale, John Podesta. Poi nel 2018 era stato denunciato per aver sostenuto che l’investimento automobilistico che uccise la manifestante antirazzista Heather Heyer al raduno di Charlottesville fosse stato organizzato dalla Cia per indebolire Trump. Nell’occasione il presidente si era mobilitato: «Sei un uomo incredibile. Non ti deluderò».

Adesso questo parassita delle menti americane incassa un colpo che lo spedisce al tappeto. Ma all’inizio dell’anno la società madre di InfoWars – la Free Speech Systems – ha dichiarato bancarotta in vista della sentenza su Sandy Hook, nel tentativo di prolungare il contenzioso civile. E Jones va dicendo di essere povero in canna e di non avere di che risarcire per i danni provocati. Il punto davvero interessante riguarda però la chiamata a rispondere in solido delle affermazioni fatte pubblicamente, offensive e pericolose come quelle pronunciate da Jones. In giro ci sono migliaia di troll di maggiore o minor peso, che ora rifletteranno un po’ di più prima di lanciare l’ennesima crociata diffamatoria o prima di sparare la nuova teoria del complotto.

Trump-il-bugiardo non pagava prezzi, nemmeno politici, per le sue falsità e coagulava persone pronte a credergli. Ora Alex Jones continuerà a godere di ampia protezione della sua libertà di parola ai sensi della Costituzione, perché questa è l’America. E potrà sempre parlare di ciò che vuole. Ma lui e quelli come lui potrebbero imparare che, anche in regime di post-verità, le parole continuano ad avere peso. Economico, se non altro. Che l’immunità non è garantita. Che le sentenze caleranno come ghigliottine sui loro business. Che essere individuati come untori delle falsità, può costare carissimo. C’è da scommettere che, se la cosa prende piede, si assisterà a un inconsueto ritorno in scena di un atteggiamento dimenticato: la prudenza.

I Complotti.

Capitol Hill.

Waco.

Wall Street.

Malcolm X.

John Fitzgerald Kennedy.

Ted Kennedy.

Stampo antisemita.

Capitol Hill.

QAnon sceglie la nuova leader: chi è la tredicenne Tiny Teflon. QAnon e i suoi adepti sono orfani di un leader dallo scorso luglio. La tredicenne Tiny Teflon pronta a guidare il movimento e promette "Cercherò di coinvolgere sempre più bambini". Francesca Salvatore il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

QAnon colpisce ancora. E lo fa nel consueto Paese, gli Stati Uniti, il più scristianizzato e materialista del mondo dove le fedi sono cosa assai rispettabile. Tanto da concedere eccezioni nella vita personale come in quella lavorativa, per non intaccare "la più tenera delle convinzioni". Un approccio che, nel corso del tempo, ha cavalcato ogni tipo di bizzarria, da Scientology fino alla Chiesa di Elvis, i cui fedeli si nutrono di frullati alla banana, agitando le pelvi. E poi ci sono i complottisti, che prendono dalle fedi, si organizzano come sette, mescolando Cabala, deliri letterari, presunti documenti autografi, spacciati per prova provata di questo o quel scellerato progetto occulto e globale. Aggiungici il potere della rete, e QAnon et similia sono spiegati. Come se la Donatio Costantini o i Protocolli dei Savi di Sion non avessero insegnato all'umanità a dubitare abbastanza delle patacche. A dire il vero ci sarebbero stati anche Sir Francis Bacon e Galileo Galilei a fare da antidoto, ma sembra non essere bastato.

QAnon torna alla ribalta

Ed è su queste umane debolezze che QAnon prolifera, non solo in America. Il gruppo era comparso all'improvviso nell'ottobre 2017 quando il telematico profeta QAnonymous (di nome e si fatto) aveva iniziato a dispensare le sue "perle" di saggezza sulla piattaforma 4chan: pensierini della sera, che ricordano una nota caricatura social di Osho più che un vecchio saggio. Il gruppo parte dalla convinzione di dover salvare il mondo da un manipolo di pedofili, tutti Vip, come Papa Francesco o Hillary Clinton, che estrarrebbe dai bambini un nettare di eterna giovinezza.

Ma le bizzarrie diventano dramma quando dall'obnubilamento davanti ad uno schermo si passa all'azione. Non sorprende che, se le teorie del gruppo hanno convinto alcuni adepti ad andare ad attendere John F. Kennedy e il figlio John John, pace alle loro anime, pronti a tornare sulla terra da risorti, possano perfino aver armato la mano di numerosi assalitori di Capitol Hill.

La nuova leader di QAnon

Fra i convinti della resurrezione dei Kennedy, vi era un tale Micheal Protzman, leader di quell'ala del movimento che crede che la grande dinastia d'America salverà gli Stati Uniti dalla disfatta. O da Satana, dipende dai giorni. Protzman è morto nel luglio scorso, lasciando la propria poltrona vuota. E qui arriva la piccola Tiny Teflon pronta a guidare il movimento da buona delfina. Prima di morire, Protzman aveva già ospitato la sua discepola nelle live chat su Telegram, presentandola come figlia di adepti.

La giovane qanonista avrebbe creato un suo canale personale dal quale - ed è questa la cosa più terrificante - promette di voler indottrinare quanti più bambini possibile, insegnando loro come tradurre gli eventi mondiali utilizzando la gematria, una forma di numerologia ebraica che il movimento usa e distorce a suo piacimento, per interpretare segnali perfino da un film cult come Mamma ho perso l'aereo, che reca un cameo del loro idolo Donald Trump.

Fino alla morte di Protzman, Tiny era stata piuttosto silente su Telegram, per poi passare a gestire direttamente il canale del defunto leader. Secondo molti, sarebbe stata avvistata in un evento elettorale di Trump in Pennsylvania, ad Erie, mentre era assieme ai compagni che ancora attendono la discesa dei Kennedy a Dallas.

Cosa inquieta della nuova guida di QAnon

Le poche info su Tiny Teflon arrivano dal quotidiano Vice. Poche sparute verità in mezzo a migliaia di messaggi e chat dietro i quali potrebbe celarsi chiunque. Il canale sul quale la tredicenne starebbe operando reca la dicitura "monitorato da un adulto": ma chi sarebbe questa persona? Accoliti di Protzman, i suoi genitori, alcuni manipolatori? Sebbene il mistero di una leadership così giovane potrebbe tradire una balla funzionale a mietere consensi, nulla vieta di pensare che anche questa sia una balla colossale. Così come non si possa escludere che il movimento abbia come obiettivo quello di traviare giovani menti: del resto non sarebbe il primo.

Attorno alla nuova leader, come negli ultimi sei anni, centinaia di persone che in nome di queste "perle" di saggezza hanno abbandonato famiglie, dilapidato patrimoni, lanciandosi in ogni tipo di missione allucinata, come i fedelissimi di Kennedy che ancora attendono a Dallas. L'universo di Qanon, seppur macabro e grottesco, ha un peso elettorale, perché grava su una fetta minoritaria ma rumorosa del partito repubblicano. Resterà da vedere che peso potrà giocare in vista delle delicate presidenziali del 2024.

Assalto a Capitol Hill, condannato l’ex capo dei Proud Boys Enrique Tarrio. ENRICO DALCASTAGNÉ su Il Domani il 06 settembre 2023

L’ex leader del gruppo di estrema destra dei Proud Boys è stato condannato a 22 anni di carcere per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill. È la sentenza più severa tra le 500 condanne per i rivoltosi del 6 gennaio 2021. Tarrio seguì l’assalto al Congresso da Baltimora, mentre incitava i compagni via sms e social

La condanna più pesante colpisce uno che quel giorno non era lì. Enrique Tarrio, ex leader del gruppo di estrema destra dei Proud Boys, martedì è stato condannato a 22 anni di carcere per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill. È la sentenza più severa tra le 500 condanne al carcere o agli arresti domiciliari per i rivoltosi del 6 gennaio 2021.

Classe 1984, di Miami, Tarrio non ha partecipato di persona alla rivolta, ma per l’accusa è stato la mente di una delle giornate più nere nella storia degli Stati Uniti, quando in migliaia assaltarono il Congresso per ribaltare il risultato delle elezioni a favore di Donald Trump. Tarrio seguì l’assalto al Congresso da Baltimora, mentre incitava i compagni via sms e social.

Era arrivato a Washington due giorni prima, quando venne fermato dalla polizia con due caricatori di fucili ad alta capacità. A dicembre 2020 aveva partecipato a una manifestazione a sostegno di Trump, bruciando uno striscione del movimento Black Lives Matter.

LA SENTENZA

Martedì l’imputato ha espresso rimorso per l’assalto del gennaio 2021, considerata «una vergogna nazionale» e ha riconosciuto la sconfitta di Trump nel novembre 2020. La difesa lo ha definito un «ninja da tastiera», negando che abbia mai avuto un vero controllo sul gruppo dei Proud Boys, che propugna la superiorità della razza bianca e dell’uomo sulla donna.

Ma il giudice Timothy Kelly, che fu nominato da Trump, ha detto che l’assenza di Tarrio non lo giustifica affatto, suggerendo che pensava forse di darsi un alibi mentre da lontano incitava i suoi vice a condurre un attacco «alla tradizione democratica americana».

I PRECEDENTI

A fine agosto erano stati condannati altri capi del gruppo, che invece avevano partecipato attivamente all’assalto: Joseph Biggs e Zachary Rehl a 17 e 15 anni, Dominic Pezzola – che sfondò una finestra del Senato e poi si accese un sigaro in Campidoglio – a 10 anni ed Ethan Nordean, un quarto dirigente dei Proud Boys, condannato a 18 anni di carcere.

La decisione di queste ore su Tarrio cade proprio mentre il dipartimento di Giustizia prepara il processo a Trump di fronte allo stesso tribunale di Washington. L’ex presidente americano è accusato di avere tentato di sovvertire il risultato elettorale.

ENRICO DALCASTAGNÉ. Giornalista professionista. È laureato in Mass media e politica a Bologna e ha frequentato il master in giornalismo della Luiss di Roma. Già collaboratore del Foglio e di YouTrend, si occupa di politica e società italiana. 

Capitol Hill, il capo degli estremisti Usa condannato a 18 anni. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2023

Stewart Rhodes, fondatore della milizia dell’ultradestra statunitense, condannato per «sedizione» nell’ambito della rivolta al Congresso del 6 gennaio 2021

Il fondatore della milizia dell’ultradestra statunitense «Oath Keepers», è stato condannato a 18 anni di carcere per «sedizione», a causa del suo ruolo nel mobilitare la rivolta a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

«Pericolo per la democrazia»

«Lei, signore», ha detto il giudice federale Amit Mehta a Stewart Rhodes «rappresenta una minaccia persistente e un pericolo per questo Paese, per la repubblica e per la stessa struttura della nostra democrazia». Secondo il tribunale di Washington DC, Rhodes aveva messo in atto un piano per mantenere al potere l’ex presidente Donald Trump.

Oath Keepers e Proud Boys

La condanna di Rhodes giunge dopo che anche Enrique Tarrio, l’ex capo dei Proud Boys, altro gruppo di estrema destra che prese parte alla tentata insurrezione, è stato riconosciuto colpevole dello stesso reato, che risale ai tempi della Guerra Civile americana. In aula il 58enne Rhodes, che è stato nell’esercito e ha una laurea in Giurisprudenza conseguita a Yale, si è definito un «prigioniero politico». L’accusa aveva chiesto per lui una condanna fino a 25 anni di carcere. Quella stabilita oggi è la sentenza più pesante finora emessa nei confronti dei partecipanti all’attacco al Congresso.

Tutto quello che non torna sull’assalto a Capitol Hill. “Assalto” di Capitol Hill: immagini inedite mostrano la polizia scortare lo sciamano. Michele Manfrin su L'Indipendente il 13 marzo 2023.

Un video mostrato da Tucker Carlson, giornalista di Fox News, ha fatto nuovamente accendere la discussione riguardante i fatti avvenuti il 6 gennaio 2021 presso il Campidoglio di Washington D.C., quando i sostenitori di Trump hanno fatto irruzione all’interno del Senato statunitense. Nel video mostrato si può vedere Jacob Chansley, “lo sciamano”, che assieme ad alcuni poliziotti gira indisturbato nei corridoi del palazzo in quello che sembra essere un clima sereno, mentre all’esterno avveniva lo scontro tra manifestanti e polizia. Molti repubblicani, Trump in testa, asseriscono che ciò sia ulteriore prova del fatto che quel giorno qualcuno abbia fatto in modo di far accadere un grave incidente per attribuirne la responsabilità all’ex presidente. I democratici, invece, sostengono che le immagini diffuse non dimostrino alcunché e mettano anzi a rischio la sicurezza nazionale.

«I nastri mostrano che la polizia del Campidoglio non ha mai fermato Jacob Chansley, lo hanno aiutato», ha detto Carlson. «Hanno agito come le sue guide turistiche». Le immagini di cui Carlson parla si riferiscono ai video che l’attuale presidente della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, gli avrebbe fornito. Questi mostrano “lo sciamano” girare per i corridoi del Campidoglio insieme ad agenti di polizia, i quali a volte lo seguono, altre lo precedono. Il clima appare sereno, in opposizione a quanto nel contempo sta avvenendo all’esterno dell’edificio. Durante il suo show, Carlson ha riferito di aver «contato almeno nove agenti che erano a poca distanza da Jacob Chansley disarmato, ma nessuno di loro ha nemmeno cercato di rallentarlo». «Chansley capì che la polizia del Campidoglio era sua alleata» ha affermato Carlson.

Accetta Funzionali cookie per visualizzare il contenuto.

In seguito allo show di Fox News, il Capo della polizia del Campidoglio, Tom Manger, ha denunciato lo spettacolo come «pieno di conclusioni offensive e fuorvianti». Il leader della minoranza democratica al Senato, Mitch McConnell, si è schierato a fianco del Capo della polizia del Campidoglio. In merito alle immagini, Manger ha speigato che, essendo la polizia del Campidoglio in grave inferiorità numerica, gli agenti avrebbero «fatto del loro meglio per usare tattiche di de-escalation» al fine di convincere pacificamente i rivoltosi a lasciare l’edificio. Queste stesse tattiche sarebbero state usate anche con Chansley.

Effettivamente, come mostrano le immagini registrate all’interno dell’aula del Campidoglio, gli agenti di polizia sembrano invitare gli occupanti ad uscire spiegando la gravità dell’azione e la sacralità del luogo in cui si erano insediati. Questa versione sarebbe confermata dalla stessa dichiarazione del Dipartimento di Giustizia riguardo ai fatti di quel 6 gennaio 2021, firmata dallo stesso Chansley, che ha portato al successivo arresto del medesimo. Nel novembre 2021, Chansley è infatti stato condannato a 41 mesi di carcere – a seguito di patteggiamento – più 36 mesi di libertà vigilata e una multa di 2.000 dollari.

In molti si sono chiesti, tuttavia, come mai gli agenti non abbiano arrestato immediatamente “lo sciamano”. Gli organi di polizia, oltre a illustrare la volontà dei poliziotti di mantenere calma la situazione, hanno spiegato che gli agenti dovevano essere impegnati nel respingere l’assalto – vista l’inferiorità numerica – anziché negli arresti dei manifestanti. Molti di coloro che sono stati ammanettati durante l’assalto, infatti, sarebbero stati rilasciati col fine di liberare i poliziotti dall’incombenza dell’arresto. Nonostante ciò, risulta difficile capire l’operato degli agenti in una situazione di tale gravità, non essendo   comunque chiaro il motivo per il quale è stato impiegato tanto tempo ad accompagnare all’esterno una singola persona, mentre centinaia di altre assediavano l’edificio nel tentativo di entrare.

Ad ogni modo, osservando le reazioni di politici e mass media sembra evidente come le immagini recentemente diffuse abbiano permesso ai democratici di spostare l’attenzione dall’andamento della guerra in Ucraina, mentre i repubblicani hanno avuto l’occasione di avviare con anticipo la campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. [di Michele Manfrin]

Roberto Vivaldelli l’11 Marzo 2023 su Inside Over

L’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Donald Trump del 6 gennaio 2021 rimane una ferita profonda nella democrazia americana e verso il cuore delle sue istituzioni. La giustizia Usa ha reagito con una estrema fermezza a quell’evento: almeno 1.003 persone, spiega l’ex corrispondente del New York Times Chris Hedges, sono state arrestate e accusate finora per aver partecipato agli eventi del 6 gennaio, mentre sono 476 quelle dichiarate colpevoli, in quella che è la più grande indagine penale nella storia degli Stati Uniti, secondo l’analisi di Business Insider.

Le accuse e le condanne variano: si passa dalle multe per i reati minori alla libertà vigilata o addirittura al carcere per quelli più gravi. Circa 220 persone “sono state condannate a periodi di reclusione” mentre altri 100 imputati “condannati a un periodo di detenzione domiciliare”, secondo l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti a Washington. Sei manifestanti sono stati inoltre condannati per l’accusa di “cospirazione sediziosa“: sono stati accusati di essersi opposti “al legittimo trasferimento del potere presidenziale con la forza” impedendo o ritardando la certificazione del voto elettorale.

Assalto a Capitol Hill: un linciaggio giudiziario?

In alcuni casi, questa “fermezza” della giustizia americana sembra davvero eccessiva, come nel caso di Richard Barnett, fotografato nell’ufficio di Nancy Pelosi. Rischia fino a 47 anni di carcere. Eppure, nota sempre Hedges, i manifestanti del 6 gennaio non sono stati i primi ad occupare gli uffici del Congresso, compreso l’ufficio di Pelosi. Giovani attivisti ambientali del Sunrise Movement, di Code Pink e persino membri dello staff del Congresso si sono impegnati in numerose occupazioni degli uffici del Campidoglio.

Cosa accadrà a gruppi come Code Pink se occuperanno cariche congressuali con i repubblicani al controllo della Casa Bianca, del Congresso e dei tribunali? Saranno trattenuti per anni in custodia cautelare? Saranno condannati a lunghe pene detentive sulla base di dubbie interpretazioni della legge? Saranno considerati terroristi domestici? Le proteste e la disobbedienza civile diventeranno impossibili?” osserva Hedges, che nel 2002 ha fatto parte del team di giornalisti del New York Times insigniti del Premio Pulitzer.

C’è poco che mi unisce a coloro che hanno occupato il Campidoglio il 6 gennaio. La loro visione dell’America, del nazionalismo cristiano, della supremazia bianca, del cieco sostegno a Trump e dell’adozione di teorie del complotto reazionarie e prive di fatti lascia un abisso molto ampio tra le loro credenze e le mie. Ma questo non significa che sostengo il linciaggio giudiziario contro molti di coloro che hanno partecipato agli eventi del 6 gennaio, un linciaggio che prevede anni di custodia cautelare e carcere per reati minori”, aggiunge.

Le immagini di Tucker Carlson dividono l’America

Stanno facendo molto discutere negli Stati Uniti le immagini diffuse da Tucker Carlson, il noto volto televisivo di Fox News, il quale ha diffuso una prima serie di filmati inediti riguardanti le concitate ore dell’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori dell’ex presidente Donald Trump. Nel filmato più significativo, si possono osservare i sostenitori dell’ex presidente visitare in maniera pacifica e tranquilla il Campidoglio. Questi filmati, ha notato il giornalista, sono stati oscurati dalle immagini del violento attacco al cuore del potere Usa, che molti a Washington hanno paragonato all’11 settembre e all’attacco a Pearl Harbor. Ma il filmato più interessante – e per certi versi clamoroso – riguarda Jacob Chansley, noto anche come Jake Angeli, lo “sciamano del movimento QAnon”, uno dei leader dell’assalto al Congresso. Condannato a 3 anni e 5 mesi di carcere nel novembre 2021, Chansley nel video viene tranquillamente scortato dagli agenzi di polizia all’interno dell’edificio. Un altro clip è incentrato sull’agente di polizia Brian Sicknick, che secondo la ricostruzione ufficiale venne attaccato dalla folla e colpito alla testa con un estintore. Nelle immagini si ved Sicknick camminare normalmente mentre scorta i sostenitori di Trump fuori dall’edificio indossando un casco di protezione.

Come ha spiegato il giornalista Glenn Greenwald, Sicknick “è stato utilizzato ripetutamente come arma per rappresentare la folla pro-Trump non solo violenta ma barbara e omicida perché se Sicknick non è stato assassinato da loro, allora nessuno lo è stato”. Nell’aprile 2021, il medico legale della capitale ha acclarato che Sicknick è morto a causa di due ictus che ha subito la notte della rivolta del Campidoglio ed è morto il giorno successivo. Ha attribuito la morte dell’ufficiale a “cause naturali”. Non c’era alcuna indicazione che Sicknick fosse stato picchiato con un estintore come invece avevano sostenuto il New York Times e altre testate vicine ai dem.

I dubbi sui filmati

Questa presentazione dei fatti da parte di Carlson è stata largamente contestata dai giornali liberal. L’affermazione del giornalista di Fox News secondo cui la polizia del Campidoglio fungeva da “guida turistica” per Jacob Chansley, è “oltraggiosa e falsa”, ha sottolineato il capo della polizia del Campidoglio Tom Manger in una nota citata in un articolo di “debuking” pubblicato sul Washington Post. Manger sostiene che la polizia del Campidoglio era in “grave inferiorità numerica il 6 gennaio” e che “quegli ufficiali hanno fatto del loro meglio per usare tattiche di riduzione dell’escalation per cercare di convincere i rivoltosi a convincersi a vicenda a lasciare l’edificio”.

Come già spiegato, alcuni dei video trasmessi da Carlson mostrano Chansley, lo “sciamano di QAnon”, accompagnato da diversi agenti della polizia del Campidoglio dentro l’edificio, durante la rivolta. Uno degli ufficiali è stato precedentemente presentato in un documentario della Hbo del 2021, Four Hours at the Capitol, dove spiegò che “che non c’era molto che potessimo fare, quindi mi sono preso la responsabilità di cercare di parlare con loro”.

Ma si tratta di una “smentita” che non smentisce nulla. Se la polizia non ha effettivamente cercato di impedire a Chansley di entrare nelle stanze del Campidoglio e del Senato perché si sentiva in inferiorità numerica e stava cercando di impedire uno scontro, questo non smentisce affatto quanto si vede dai filmati mostrati da Tucker Carlson. “Se in effetti stava commettendo un crimine così grave, perché gli agenti che erano in piedi proprio accanto a lui non lo hanno arrestato?”, ha osservato l’anchorman di Fox News, ponendo un quesito che rimane aperto e a cui sembra non saper rispondere con un’argomentazione sensata.

Il problema rispetto a Carlson rimane semmai riferito all’affermazione dello stesso conduttore secondo cui “in retrospettiva, è chiaro che le elezioni del 2020 sono state un grave tradimento della democrazia americana. Dati i fatti emersi da allora su quell’elezione, nessuna persona onesta può negarlo”, sposando così in maniera un po’ forse volutamente ambigua la retorica dell’ex presidente Trump sui brogli elettorali. Eppure, i messaggi interni alla redazione di Fox News diffusi nell’ambito della causa intentata da Dominion nei confronti dell’emittente svelano come i giornalisti della tv filo-Gop fossero molto scettici circa le affermazioni e le teorie di Trump. Carlson disse addirittura di odiare Trump “appassionatamente”. Eppure bisognava in qualche modo supportare la teoria delle “elezioni rubate” per non perdere una larga fetta di pubblico fedele all’ex presidente.

Il possibile coinvolgimento del Bureau nei fatti di Capitol Hill

Il 6 gennaio 2021 rappresenta, ancora oggi, un puzzle con alcuni pezzi mancanti. Il dubbio è che l’Fbi abbia contribuito a far agire indisturbati i gruppi suprematisti e dell’estrema destra, con i quali peraltro l’ufficio federale era in stretto contatto. Lo stesso New York Times, infatti, ha riconosciuto che il Bureau stava comunicando direttamente con uno dei suoi informatori presenti al Campidoglio, un membro dei Proud Boys, mentre si svolgeva l’insurrezione, il che significa che “le forze dell’ordine federali avevano una panoramica maggiore di ciò che stava accadendo al Campidoglio di quanto si conoscesse in precedenza”. Lo stessa Fbi aveva “trovato scarse prove che l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti” fosse “il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali”.

Scontro sul bilancio dei morti

Capitol Hill rimane dunque un’insurrezione violenta, ingiustificabile, ma non certo un “golpe”, come qualcuno l’ha spacciata. Gestita in maniera disordinata dalle forze dell’ordine, su cui pesa sicuramente la responsabilità politica e morale dell’ex presidente Trump e forse anche giudiziaria, ma che presenta ancora alcune ombre e interrogativi difficile da appurare in un dibattito così polarizzato. A distanza di due anni, ad esempio, non esiste nemmeno una visione comune su quanti furono effettivamente i morti provocati dalla rivolta del Campidoglio.

In un tweet del 24 ottobre 2021, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha definito la rivolta del Campidoglio del 6 gennaio “un attacco terroristico“, che ha provocato “quasi 10 morti”. Aoc Ha chiesto che “qualsiasi membro del Congresso che ha contribuito a tramare” fosse “espulso”. Il giornalista Glenn Greenwald ha replicato sottolineando che la tesi della deputata “è estremamente ingannevole. Quattro persone sono morte il 1/6 2021: tutti sostenitori di Trump”. Ocasio-Cortez include nel conteggio i funzionari delle forze dell’ordine che hanno partecipato al Campidoglio quel giorno e si sono suicidati nei giorni e nei mesi successivi. I morti accertati quel giorno tuttavia rimangono 4, e sono tutti sostenitori dell’ex presidente: Ashli ​​Babbitt, Kevin Greenson, Rosanne Boyland, Benjamin Philips. Una delle poche amare certezze in una guerra di propaganda da ambo le parti da cui è difficile districarsi. ROBERTO VIVALDELLI

Estratto dell’articolo di Giuseppe Benedini per corriere.it l’11 Marzo 2023

Nuovo tweet e nuova polemica su Elon Musk che attraverso Twitter, il social di sua proprietà, ha chiesto la liberazione di Jacob Chansley, lo sciamano dell’assalto a Capitol Hill. In un post di venerdì, il miliardario americano ha condiviso dei nuovi video pubblicati da Fox News (durante la trasmissione di Tucker Carlson, giornalista in passato difensore di Donald Trump, finito nell’occhio del ciclone insieme all’emittente televisiva per aver appoggiato le dichiarazioni del tycoon sui brogli elettorali pur sapendo che fossero false), nei quali si vede Chansley che gira per il Congresso statunitense, in apparenza pacifico, insieme a due agenti di polizia.

«Condannato a 4 anni di prigione per un tour non violento scortato dalla polizia? - scrive Musk su Twitter - Non sono un supporter Maga (Make America Great Again, lo slogan utilizzato da Trump durante la sua prima campagna elettorale per la presidenza), ma credo nell’equità della giustizia».

 Musk non è nuovo a uscite discutibili, ma i quattro morti di quel giorno non mentono […] Musk comunque va dritto per la sua strada: «Chansley è stato falsamente dipinto dai media come un criminale violento che ha provato a ribaltare la nazione incitando altri alla violenza. Ma si può vedere che chiede alla gente di essere pacifica e di andare a casa […]».

 «Donald Trump ha chiesto a tutti di andare a casa. Faremo quello che chiede», dice nel video lo “sciamano” sostenitore di QAnon, corna in testa e volto dipinto a stelle e strisce. Alla fine, però Chansley decide di farsi strada nell’edificio raggiungendo il Senato (sempre insieme a un agente che lo segue per tutto il “tour”) e sedendosi allo scranno fino a quel momento ancora occupato dal vice presidente di Trump, Mike Pence. A quel punto Chansley intona anche una preghiera che ringrazia il «Padre Eterno per aver ispirato gli agenti» che gli «hanno permesso di entrare nel palazzo».

Assalto a Capitol Hill: lo strano sciamano e la sua scorta. Piccole note il 7 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tucker Carlson, l’anchorman più seguito degli Stati Uniti, ha iniziato a rendere di pubblico dominio le riprese delle telecamere relative all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, che gli sono state consegnate dal presidente della Camera, il repubblicano McCarthy. Filmanti che secondo diversi media alternativi confermerebbero le loro ricostruzioni dei fatti, definite complottiste dai media mainstream.

Lo sciamano e la sua scorta

Interessante, in particolare la parte del video di cui è protagonista Jake Angeli, il famoso Sciamano QAnon che durante l’assalto si assise sullo scranno più alto del Campidoglio, assurgendo a simbolo della ribellione.

Una ribellione, ricordiamo, che decretò la fine del tentativo di Trump di costringere il Parlamento a ricontare i voti che lo davano sconfitto (l’assalto avvenne mentre i repubblicani si accingevano a leggere in aula la documentazione dell’asserita frode elettorale).

Il filmato che segue le gesta di Angeli in quel fatidico 6 gennaio lascia basiti. Entrato nel palazzo agghindato da sciamano indiano, con tanto di copricapo cornuto, viene scortato da due agenti della polizia lungo i corridoi dell’augusto edificio istituzionale.

I corridoi che attraversano sono deserti, nonostante lo sciamano sia penetrato nell’edificio con altri (si vede nel video). L’assenza di altri infiltrati nei corridoi percorsi dal trio lascia pensare che i due agenti lo stanno accompagnando lungo percorsi ignoti ai più, quanto riservati.

Lo si vede camminare sicuro e tranquillo, nulla a che vedere con la performance che successivamente fece il giro del mondo, che lo vide agitarsi e ululare in modalità bestiale in mezzo alla folla che aveva preso il palazzo.

Il filmato segue lo strano trio fino a una una saletta secondaria (minuto 3.50 del video) che dà su una porta a vetri. Gli agenti tentano di aprire la porta, ma non riescono, così il bizzarro terzetto torna a percorrere i corridoi deserti di Capitol Hill, evidentemente alla ricerca di un altro ingresso.

Al minuto 4.08 la scena più inquietante: gli agenti e lo strano sciamano raggiungono un corridoio presidiato da otto agenti in tenuta anti-sommossa, con tanto di caschi protettivi (il più prossimo alla telecamera sembra un superiore), ma all’arrivo del cornuto e dell’agente che lo accompagna (l’altro segue dietro), lo sbarramento si apre, lascandoli passare.

Il particolare dei caschi protettivi non è secondario, perché indica che gli agenti in questione erano ben consci dei disordini, eppure… Va notato anche che gli agenti che presidiano il corridoio non fanno domande né si interrogano tra loro sullo strano personaggio che gli sfila davanti. Il suo arrivo è accolto con un’indifferenza che interpella ulteriormente.

Al minuto 4.30 il cornuto interloquisce con i suoi accompagnatori, sembra chiedere spiegazioni. La scena viene spezzata da immagini successive, mentre il seguito dell’interlocuzione si può vedere al minuto 5.00, quando gli agenti gli aprono una porta dalla quale si accede all’aula sacra di Capitol Hill, la Camera.

L’ingresso dentro l’aula è immortalato al minuto 4.50, che vede il cornuto entrare nel luogo più alto del Campidoglio da un ingresso laterale, seguito dal suo accompagnatore in divisa. L’aula, almeno la parte inquadrata dal filmato, sembra ancora vuota, ma l’impressione che sia arrivato prima di tutti gli altri non dovrebbe essere sbagliata, data la tranquillità con cui l’agente che lo scorta incede tra i banchi vuoti.

Domande di allora e di oggi

Quando avvenne l’assalto a Capitol Hill, avevamo titolato la nota relativa: “Washington DC come piazza Maidan“, accennando alla possibilità che l’assalto ricalcasse gli schemi propri delle rivoluzioni colorate, quelle di cui son maestri gli apparati americani. Il filmato sullo sciamano aggiunge ulteriori domande a quelle di allora.

Quanto al cornuto, oltre a ricordare che sua fu l’immagine virale che fece il giro del mondo, assurgendo a simbolo dell’asserito colpo di Stato di Trump, val la pena ricordare le sue mosse prima e dopo il suo ingresso a Capitol Hill.

Anzitutto prima. Infatti, al tempo ci interpellammo a lungo sulla foto che immortalava il cornuto in mezzo alla folla che manifestava sul prato antistante al Campidoglio. Una fotografia rubata che lo vedeva vicinissimo a Michiel Vos, giornalista olandese genero di Nancy Pelosi, allora speacker della Camera per i democratici.

Michiel Vos, genero di Nancy Pelosi, in “compagnia” dello sciamano Jack Angeli prima dell'”Assalto” a Capitol Hill

Una foto che ci aveva comunicato suggestioni, ma soprattutto domande sullo strano destino che di lì a poco avrebbe visto il cornuto in questione posare il suo deretano proprio sul seggio della Pelosi, il più prestigioso del Campidoglio e il terzo per importanza degli Stati Uniti d’America.

Quindi ci siamo interpellati anche sul dopo, notando come lo strano sciamano, nonostante il suo volto fosse ormai noto a tutto il mondo, non fu arrestato che molto dopo l’accaduto. Nonostante fosse ricercato da Fbi, Cia, Nsa, Dea, polizia e quanto altro, passarono giorni prima che riuscissero ad acciuffarlo.

Peraltro, il cornuto, nonostante in teoria fosse braccato in ogni dove, ebbe anche modo di rilasciare interviste ai media. A ViceNews, ad esempio, ebbe a dire di non essere preoccupato per l’eventuale arresto e di aver “contattato l’Fbi”, con l’investigatore interessato solo a un non meglio precisato “scoop”.

Sull’assalto abbiamo scritto altre note, come quella dell’inspiegabile defaillance degli apparati di intelligence, i quali non avevano notato il messaggio virale Operation Occupy Capitol Hill circolante sui social nei giorni precedenti l’assalto. Messaggio che avrebbe dovuto far scattare l’allarme con conseguente rafforzamento delle misure di protezione. Ma si tratta solo di uno dei tanti segnali ignorati in quei giorni.

Inoltre, in altre note, abbiamo dato conto di un’inchiesta di Revolver News che evidenziava le dinamiche dell’assalto, mettendo a fuoco alcune figure chiave dell’operazione ancora stranamente a piede libero nonostante il ruolo guida che ebbero nell’occasione (vedi Piccolenote 1 e Piccolenote 2).

Probabile che la storia dei filmati non sia finita qui e che Carlson riservi ulteriori sorprese. Resta la domanda sul perché i media mainstream non stiano dando il dovuto risalto allo scoop, sia per la sua importanza sia perché evidenzia in maniera inconfutabile quantomeno delle complicità interne nell’operazione.

Un silenzio che stride con la copertura che gli stessi hanno dato all’assalto, sul quale hanno versato ettolitri di inchiostro (digitale) per accusare Trump e i suoi fan del fattaccio. Evidentemente il video suscita domande scomode.

Infine, il filmato suscita qualche dubbio anche sulla magistratura che ha indagato e ha istruito i processi contro i rei, veri o asseriti tali, del misfatto. Essi hanno avuto accesso a questi e altri filmati. Eppure non sembra che abbiano allargato il campo delle indagini (i due agenti che hanno scortato lo strano sciamano e gli altri otto del presidio che l’hanno lasciato passare avrebbero dovuto essere quantomeno convocati come testimoni).

Non sta a noi dare risposte, ma si può affermare con certezza che il filmato ha una rilevanza straordinaria, forse addirittura storica (ma la storia è scritta dai vincenti…). Vedremo.

Da lastampa.it il 6 marzo 2023.

Nuova provocazione di Donald Trump: l'ex presidente ha diffuso un singolo per beneficenza, una canzone registrata con un coro di uomini detenuti in una prigione di Washington per la loro partecipazione all'assalto del Capitol il 6 gennaio 2021, istigato dallo stesso tycoon, che è sotto inchiesta per questo.

 'Justice for All', questo il titolo del brano, è disponibile su piattaforme streaming tra cui Spotify, Apple Music e YouTube.

 E' l'ultima di una serie di mosse con cui Trump e altri esponenti dell'estrema destra Usa tentano di abbracciare l'attacco al Campidoglio come una causa politica ritraendo molti degli assalitori come manifestanti perseguitati dallo Stato. Secondo Forbes, un video debutterà su un podcast realizzato dall'ex stratega di Trump alla Casa Bianca, Steve Bannon, ideologo dell'estrema destra Usa.

 Su un sottofondo d'ambiente, la canzone propone Trump che recita il Pledge of Allegiance (il giuramento di fedeltà), intervallato da un coro di voci maschili che canta l'inno americano, The Star-Spangled Banner. La canzone dura circa due minuti e mezzo e termina con il coretto "Usa! Usa! Usa!". Stando a Forbes, il singolo è stato "prodotto da un importante artista di registrazione che non è stato identificato".

La tempesta è qui. L’assalto trumpiano alla democrazia americana non è stato un caso (e si ripeterà). Luke Mogelson su L’Inkiesta l’8 Marzo 2023

Il giornalista Luke Mogelson ha esplorato per anni la galassia dell’alt-right, dai Proud Boys a QAnon, e la racconta in un formidabile saggio edito da Orville Press, descrivendo un mondo che non è più una nicchia, anzi è sempre più vivo e presente negli Stati Uniti

Nella speranza di placare un’angoscia strisciante, la mattina del 7 gennaio 2021 sono uscito dal mio albergo a Washington, ho chiamato un taxi e mi sono fatto portare al Lincoln Memorial. Speravo che in quello spazio aperto, progettato per dare l’idea di un tempio, avrei trovato una specie di rifugio. C’ero già stato un paio di volte, negli anni; quando attraversi le colonne di marmo il silenzio non ti mortifica, ti accoglie. Peccato fosse chiuso. Una dopo l’altra, arrivavano auto di pattuglia. Gli agenti tenevano a distanza la folla, che inveiva. Molti cappellini maga – Make America Great Again –, molte magliette TRUMP 2020. Ho cercato di farmi raccontare cosa fosse successo. A quanto pareva, quando una donna si era messa in posa per le foto con una bandiera libertaria – la Gadsden, quella con DON’T TREAD ON ME on me in campo giallo sotto un serpente con la lingua di fuori – un poliziotto le aveva spiegato che esibizioni del genere non erano permesse. Da lì i tafferugli.

Ora i trumpiani si stavano raccogliendo ai piedi della gradinata – la stessa da cui nel 1963 Martin Luther King pronunciò il suo «I Have a Dream» – e cominciavano a chiamare i poliziotti nel solito modo: nazisti, marxisti, porci. Ragazzi in blazer blu mostravano il medio, e poi tutti in coro: «Cristo re!». «Non è che le fighette siamo noi?» ha chiesto un omino senza capelli. «Ma perché non sfondiamo? Davvero, eh?». «Di solito a questo punto attaccano con le esecuzioni sommarie,» ha detto una donna sulla trentina, squadrando con odio la polizia. Fra gli agenti che si stavano facendo insultare senza batter ciglio, parecchi dovevano avere qualche amico in ospedale, ho pensato. Neanche ventiquattr’ore prima avevo visto Donald Trump arringare una folla simile a questa, anche se molto più numerosa, raccolta sull’altro lato dello specchio d’acqua. «Se non lottate alla morte vi ritroverete senza un paese,» aveva urlato.

Migliaia di persone – molte con bastoni, mazze, fruste e altre armi improvvisate – si erano messe in marcia verso il National Mall. Al Campidoglio avevano ferito 180 agenti, caricato sotto le nuvole di spray al peperoncino, sfondato porte e finestre e dato furiosamente la caccia ai politici, tutto con l’idea di impedire una transizione pacifica. Chi brandiva cappi, chi ringhiava epiteti razzisti, chi aggrediva i giornalisti, chi proponeva di linciare il vicepresidente.

Dentro il Senato avevo visto i sostenitori di Trump saccheggiare scrivanie e portarsi via documenti riservati. Un uomo a torso nudo, con lancia e palco di corna, aveva chiamato Mike Pence «traditore del cazzo», per poi invitare i rivoltosi a una preghiera collettiva. Un agente, attaccato con lo spray urticante, aveva avuto un ictus. Di lì a poco era morto. Eppure, ventiquattr’ore dopo, gli indignati non erano i poliziotti, ma i trumpiani. Anche stavolta erano convinti di aver subito un torto. E fremevano di indignazione. La donna con la Gadsden era un pastore di Los Angeles. «Sono sicura che sono stati gli Antifa». A prendere d’assalto il Campidoglio, intendeva. «Ne sono più che sicura. Perché qui invece,» e ha fatto un gesto ampio, ad abbracciare la folla livida che stava insultando la polizia, «c’è un bellissimo spirito di comunità». Si è messa a piangere. «Ma come si permettono?». Intendeva gli agenti. «Perché il paese è ridotto così male? Questa non è la mia America. Io non capisco». Eravamo in due. Sono riuscito a farle solo una domanda. «E adesso?». Il pastore si è asciugata le lacrime. Soffriva, moltissimo. «Ma ascoltami,» ha detto, fra i singhiozzi. «Io non porgerò l’altra guancia. Non è giusto. È un’ingiustizia. Un’ingiustizia».

La prima epidemia di cui mi sono occupato professionalmente è stata quella di ebola in Africa occidentale, nel 2014. A un virus molto più contagioso e mortale del covid-19, la comunità internazionale stava opponendo una reazione a dir poco inadeguata. Uno dei primi focolai era stata la più grande baraccopoli della Liberia, un fitto dedalo di rudimentali catapecchie sulla lingua di terra che dal centro di Monrovia si allunga nell’Atlantico. Sotto un intrico di lamiere arrugginite vivevano ottantamila persone senz’acqua corrente, che evacuavano negli spazi angusti tra i muri e per proteggere gli argini del fiume dall’erosione usavano la spazzatura.

Quando il virus aveva cominciato a portarsi via intere famiglie, l’esercito aveva messo giù muri e filo spinato, isolando tutto. Gli elicotteri d’assalto pattugliavano la costa. Il crimine dilagava, e il panico anche. I soldati sparavano su chiunque provasse a scappare. La comunità pareva spacciata. Nel giro di dieci giorni gli emissari della baraccopoli avevano convinto il governo a togliere il blocco. In cambio, si erano impegnati a mettere in atto una serie di misure: identificazione e isolamento dei malati in casa, tracciamento dei contatti recenti, controllo di ogni individuo per un periodo di tre settimane (la durata massima nota dell’incubazione, prima della comparsa dei sintomi). In una situazione normale, il lavoro sarebbe toccato a personale sanitario ed epidemiologi. Nella baraccopoli avevano provveduto i diretti interessati. E contro ogni aspettativa, l’ondata era stata contenuta in un mese. Monrovia non era rimasta un’eccezione.

In assenza di soccorsi – da parte del mondo ma anche dei governi dell’Africa occidentale, tra i più poveri della terra – i popoli della regione avevano dimostrato di poter sopravvivere cooperando. I quartieri si erano mobilitati. Il personale sanitario si era messo a disposizione su base volontaria. I villaggi isolati avevano istituito task force, introducendo quarantene e distanziamento sociale. E l’informazione aveva svolto un ruolo cruciale.

All’inizio impazzavano le teorie del complotto. Molti credevano che il virus fosse un piano malefico per sollecitare l’afflusso di donazioni straniere. I guaritori spiegavano i capricci della morte e della malattia in termini metafisici. In un borgo remoto della Sierra Leone, dove il virus aveva ucciso più di trenta persone, il capo aveva sentito dire che nelle vicinanze era precipitato un aereo di linea, e che per ogni passeggero morto doveva morire un abitante del villaggio. «Questo ci veniva detto,» mi aveva spiegato con un certo imbarazzo. «E per via di come è fatta la nostra cultura, ci credevamo». Ma appena i funzionari della Sierra Leone erano andati da lui per informarlo sull’epidemia, il capo aveva capito che si metteva male. Seguendo il consiglio di alcuni esperti, aveva proibito l’unzione dei cadaveri e altri rituali di sepoltura, messo in quarantena i casi sospetti e formato una squadra che assicurasse un serio tracciamento dei contatti. Al mio arrivo, nel villaggio non c’era neppure un caso.

All’apice dell’epidemia il CDC aveva dichiarato che l’ebola rischiava di infettare un milione e mezzo di africani occidentali in soli due mesi. La fosca previsione si basava sull’assunto che non si sarebbe registrato alcun «cambiamento nei comportamenti delle comunità». Gli africani occidentali hanno dimostrato che non stava in piedi: i contagi sono stati meno di trentamila. Mentre ascoltavo una dopo l’altra storie di coraggio, tenacia e intelligenza davanti a quell’implacabile cataclisma, una domanda continuava ad assillarmi. In un’emergenza del genere, come si sarebbe comportato il mio paese? L’isteria collettiva provocata da quattro casi di ebola in Texas e New York non prometteva bene. D’altronde chissà, magari davanti a un vero disastro ci saremmo dimostrati all’altezza. Forse, come gli africani occidentali, che avevano pur sempre alle spalle anni di guerra civile, avremmo accantonato le divergenze per allearci contro un nemico comune. Quando il vero disastro è arrivato, Donald Trump ci ha chiesto di fare esattamente questo. «Ora tocca a noi,» ha dichiarato dalla Casa Bianca nel marzo del 2020, in un discorso insolitamente asciutto. «Dobbiamo fare sacrifici insieme, perché siamo tutti nella stessa barca».

Nell’anno successivo, il covid-19 ha ucciso, da noi, mezzo milione di persone, molto di più che in qualunque altro paese. Schiere di americani si sono gettate nelle braccia di una setta millenaristica nata su internet che profetizzava un assassinio di massa moralmente giustificato. Il tribalismo politico, l’ombra del fascismo e una demagogia fuori controllo hanno messo i cittadini gli uni contro gli altri, sia in rete che per le strade. Un turbine furioso di propaganda ha completamente offuscato la realtà. Banche, uffici postali e stazioni di polizia sono andati a fuoco. Migliaia di soldati sono stati inviati in decine di città. L’estremismo religioso ha proliferato.

Le armi da fuoco hanno fatto quasi ventimila vittime, il bilancio più alto degli ultimi decenni. I crimini d’odio sono schizzati alle stelle, come le morti per overdose e le violenze domestiche. La fiducia nella stampa, e quella nel nostro sistema di governo, sono andate in pezzi. Parlare di guerra, rivoluzione e addirittura apocalisse è entrato a far parte della vita quotidiana. E politici regolarmente eletti hanno tentato un colpo di stato. Prima della pandemia avevo raccontato soprattutto guerre: in Afghanistan, Siria e Iraq.

Ho sempre avuto l’impressione che, a prescindere dalle posizioni politiche, gran parte degli americani pensino una cosa simile, e cioè che a causa di un qualche difetto intrinseco – cui noi saremmo immuni, e per il quale non avremmo quindi antidoto – certe società sono predisposte al disordine e al confitto.

Personalmente, non ho mai dubitato che, in circostanze particolari, anche gli Stati Uniti verrebbero trascinati nelle stesse spirali di violenza che vediamo all’estero. Ma quali sarebbero, queste circostanze particolari? Per tutto il 2020, girando l’America per il «New Yorker», ho visto la frustrazione per le politiche di contenimento del covid-19 montare fino a prendere la forma di un fanatico movimento antigovernativo, che dopo una fase di opposizione militarizzata alle richieste di giustizia sociale è degenerato in una vera e propria crociata contro la democrazia.

Il 6 gennaio non è stato il picco di quell’evoluzione, bensì uno dei suoi stadi. Vedremo quale sarà il prossimo. Salutato il pastore al Lincoln Memorial, ho chiamato una macchina per farmi riportare in albergo. L’autista era appena immigrato dall’Etiopia. Si è messo a chiacchierare, ma soprattutto a fare domande. Non solo sull’insurrezione, su tante altre cose viste nell’ultimo anno e assolutamente incompatibili con tutto ciò che si aspettava venendo a vivere in America.

«Come è potuto succedere?» voleva sapere. Ho balbettato qualcosa di generico. Cosa dovevo rispondergli? «Per via di come è fatta la nostra cultura, ci abbiamo creduto»? Avrei preferito dirgli qualcosa di sensato. Ci sono stato, nella sua posizione. E ne ho fatte, di domande come quella: in tante occasioni, in tanti posti. Una risposta onesta, però, mi avrebbe richiesto molto più tempo di quanto ne avessimo.

Da “La tempesta è qui”, di Luke Mogelson, Orville Press, p. 448, 22€

Waco.

La strage di Waco di trent’anni fa è una delle fondamenta del complottismo americano. Il 28 febbraio 1993 gli agenti dell’Fbi circondano una comunità di davidiani vicino alla città texana. Cercano armi. L’assedio termina ad aprile, con una carneficina. E alimenta ancora oggi teorie antigovernative. Tommaso Giagni su L’Espresso il 28 Febbraio 2023.

Cominciò con una perquisizione. Un gruppo di agenti federali che bussano a una porta, un mattino del 1993, in cerca di un deposito di armi possedute illegalmente. O meglio, cominciò con un’enorme quantità di armi accumulate in una fattoria su una collina. O forse è ancora meglio dire che cominciò con decine e decine di persone, membri di una setta cristiana, che si sentivano minacciate. Si preparavano a uno scontro biblico con le forze di Babilonia.

Quanto successe nei dintorni di Waco, in Texas, non è solo una storia di trent’anni fa. È un punto d’incontro tra elementi attualissimi, temi sensibili del nostro presente: la paura della cospirazione e l’ossessione statunitense per le armi. C’è anche la gestione sbagliata della forza da parte dell’autorità, ma per essere attuale avrebbe dovuto rivolgersi contro gli afroamericani.

Invece i davidiani erano bianchi, facevano vita comunitaria in Texas e prendevano le mosse dalla Chiesa cristiana avventista del settimo giorno. Il nome derivava da David d’Israele, il movimento si era costituito nel 1955 e il suo quartier generale era il Mount Carmel Center, una proprietà di circa 30 ettari. E con il nome di David Koresh, un carismatico predicatore, leader del movimento da alcuni anni, è rimasto nella Storia attraverso questa storia.

Dunque, una squadra di agenti federali si presenta alla fattoria con un mandato di perquisizione per rinvenire armi e sostanze esplosive. Si pensa che la setta abbia messo su un vero e proprio arsenale. Koresh, d’altronde, profetizza l’imminenza della fine del mondo e invita a tenersi pronti a una battaglia finale. Poche ore prima, il giornale locale Waco Tribune-Herald ha pubblicato un’inchiesta sulla pedofilia all’interno del centro.

È il 28 febbraio 1993, da poche settimane Bill Clinton è il nuovo presidente in carica. La perquisizione dei federali si trasforma in una sparatoria e restano uccisi quattro agenti e sei davidiani. I seguaci del culto, uomini e donne di ogni età, sotto la guida spirituale e materiale di Koresh, si barricano nella fattoria. Sono verosimilmente 119 persone e tra loro ci sono bambini. Ha inizio un assedio che durerà quasi due mesi.

Il Mount Carmel Center è circondato, l’Fbi taglia qualunque via di fuga. Qualcosa come 600 agenti vengono impiegati nell’operazione. Intorno al ranch volano elicotteri, si dispiegano mezzi pesanti, addirittura carri armati. È coinvolta anche l’unità d’élite antiterroristica della Delta Force. Il mondo intero segue l’assedio, per lunghe settimane, attraverso le cronache dei giornali e le immagini televisive.

Si susseguono confronti tra i rappresentanti del governo e Koresh, si tratta: 35 persone vengono fatte uscire, ma altre 84 restano asserragliate. I giorni passano, la situazione rimane in stallo, la resa dei davidiani non arriva. Il clima è sempre più teso. Poi, il 19 aprile, la negoziazione viene considerata fallita e la donna a capo del dipartimento di Giustizia, Janet Reno, dà ordine di intervenire.

Ciò che accade nelle ore seguenti non smetterà di animare le fantasie antigovernative negli Stati Uniti fino al nostro presente. I fatti di Waco verranno presi come una dimostrazione della fondatezza delle teorie cospirative. Diventeranno un simbolo del conflitto tra la libertà individuale e lo Stato, il potere, il sistema. L’esempio principale si darà nel 1995, quando l’ex militare Timothy McVeigh farà saltare in aria un edificio federale a Oklahoma City, uccidendo 168 persone. Durante il processo, McVeigh spiegherà il rapporto della sua azione con i fatti di Waco, aggiungendo: «Abbiamo restituito al governo quello che ci aveva dato».

Nel 2021, il giovane statunitense Fi Duong, vicino a movimenti di ultradestra, verrà arrestato in seguito all’assalto a Capitol Hill e trovato in possesso di Ak-47, pistole e materiale esplosivo. Secondo il dipartimento di Giustizia, Duong è tormentato dall’ipotesi di una stretta sulle armi private da parte della presidenza Biden. Sempre secondo il dipartimento, Duong ha confidato a un informatore sotto copertura che se la polizia avesse provato a togliergli le armi, casa sua sarebbe diventata una nuova Waco. I davidiani non resteranno i soli, insomma, a identificare le forze di Babilonia con lo Stato che irrompe nella loro proprietà.

L’assedio si conclude nel fuoco, il 19 aprile 1993. I federali intervengono con gas lacrimogeno, ma in quantità evidentemente eccessive: il Mount Carmel Center si incendia. Molti cospirazionisti non vedranno un errore, ma una volontà. Nodi di fumo si sollevano nella giornata fredda e ventosa, esplodono edifici. Ciò che succede all’interno non verrà mai chiarito del tutto. In ogni caso è una strage: i sopravvissuti sono appena nove e a restare uccisi sono in 75, tra i quali Koresh. All’interno del ranch sono rinvenute centinaia di armi, compresi Ak-47 e munizioni anticarro. Di certo, in molti muoiono nel fuoco e altri si sparano per andare più rapidamente incontro alla morte. Uno dei superstiti dichiarerà a Time che a sparare sono stati anche i federali, entrati nella fattoria incendiata, ma l’Fbi negherà sempre.

Forse è qui il seme più resistente tra quelli piantati sulla collina vicino a Waco. Nella sospensione tra l’approccio critico alla versione ufficiale e la sospettosità da disturbo paranoide. Una sospensione che spesso ha un sapore metallico, negli Stati Uniti, dove oggi il numero di armi in circolazione è superiore a quello degli abitanti.

Wall Street.

Stati Uniti, 1934: Wall Street all’assalto della Casa Bianca. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 24 febbraio 2023.  

1933, l’anno-chiave del periodo interbellico. Il mondo sviluppato è entrato nel quarto anno della più grave crisi economica della breve ma turbolenta storia del capitalismo ed è inconsapevolmente diretto verso lo scoppio di una nuova guerra mondiale. La fine dell’armistizio ventennale preconizzato da Ferdinand Foch è alle porte, ma gli occhi dei presenti sono distratti dai mali provocati dal crollo di Wall Street.

In Germania, il vinto dei vinti, il risentimento per la pace di Versailles, il trauma del cosiddetto “orrore nero sul Reno” e l’aggravarsi del depauperamento sociale a causa della crisi del 1929 hanno appena portato all’ascesa di un politico tanto carismatico quanto incompreso: Adolf Hitler. L’evento, di per sé, non sembra avere nulla di rivoluzionario, giacché fascismi e simil-fascismi stanno prendendo il potere in ogni continente da più di un decennio, ma in realtà è destinato a cambiare la storia dell’Europa e del mondo per sempre.

1933, un anno particolarmente teso e intenso anche per gli Stati Uniti. Qui è dove la Grande Depressione ha colpito, per ovvie ragioni, più severamente che altrove. Ed è anche il luogo in cui, davanti all’espansione globale delle forze fasciste, un gruppo di investitori e banchieri inizierà a cospirare di sovvertire l’ordine costituito. Questa è la storia dimenticata del putsch di Wall Street.

L’esercito e il capitale

Stati Uniti, luglio 1932. Decine di migliaia di veterani della Grande Guerra – circa quarantamila – hanno invaso Washington D.C., letteralmente, per chiedere il pagamento degli assegni a loro dovuti sulla base del World War Adjusted Compensation Act. Un mese di tensione, culminato nella violenta guerriglia urbana del 28, due morti e più di cento feriti, e protagonizzato dal carismatico Smedley Butler.

Uno dei militari più venerati dell’epoca, nonché un grande detrattore dell’allora presidente Herbert Hoover, Butler sarebbe stato uno dei motivi della degenerazione in violenza della questione della cosiddetta “Bonus Army“. Hoover, invero, ordinò di reprimere i dimostranti e di sgomberare le loro tende allestite nel centro della capitale poco dopo l’arrivo sul posto di Butler.

In novembre, quattro mesi dopo la soppressione sanguinosa delle (legittime) richieste dei veterani della Us Army, Butler avrebbe supportato la candidatura alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt – più per livore nei confronti di Hoover che per reale fede nei Democratici. Il militare, infatti, si dichiarava di credo repubblicano e non era affatto entusiasta del piano di rinascita nazionale di Roosevelt: Wall Street era un nemico da abbattere, non da riformare.

Era un segreto di Pulcinella che nei circoli decisionali di Wall Street, cuore pulsante dell’economia nazionale, il programma economico di Roosevelt fosse malvisto. Il New Deal, tra restrizioni legislative ed espansione del governo federale, odorava di socialismo. Roosevelt andava fermato e Butler, cane rabbioso col dente avvelenato contro il grande capitalismo, avrebbe potuto dare una mano.

Marcia su Washington!

La storia del putsch di Wall Street inizia il primo luglio 1933, giorno in cui Butler viene convocato da Gerald MacGuire, operatore finanziario della Grayson Murphy & Company e membro dell’American Legion, per discutere di affari. MacGuire propone a Butler, in ragione del suo carisma, un ruolo direttivo nell’American Legion. Ma c’è qualcosa che, secondo Butler, non torna.

Nei successivi incontri, ai quali si uniscono altri finanzieri newyorkesi, a Butler viene proposto di leggere dei discorsi incendiari davanti ad armate di veterani. Dovrà parlare di ritorno allo standard aureo, di pagamento dei bonus dovuti, il tutto con una venatura antisistema. Butler accetta, ma qualcosa, insiste, non lo convince.

In agosto, a seguito dei faccia a faccia con MacGuire e soci, viene aperta la sezione newyorkese dell’American Legion. In settembre, i sospetti del sempre più diffidente Butler si consolidano: viene introdotto ad un’altra persona interessata a questo ambiguo revival della Bonus Army, ovvero l’ereditiere, collezionista d’arte ed ex veterano Robert Sterling Clark.

Nell’agosto 1934, infine, la svolta: MacGuire, di ritorno da un lungo viaggio in Europa – durante il quale è entrato in contatto coi fascisti francesi della Croce di Fuoco –, propone a Butler di consumare un colpo di stato contro Roosevelt. Con l’aiuto dell’American Legion e di un esercito sotterraneo, finanziato a dovere, del quale potrebbero far parte fino a 500 mila persone.

Il Congresso indaga

Butler non ha dubbi sul dà farsi: denunciare. All’indomani dell’incontro-verità di agosto, prima informa la direzione del Veterans of Foreign Wars di cosa starebbe accadendo nelle retrovie del movimento dei veterani, poi riesce, grazie a contatti nella stampa e nella politica, a far arrivare la voce del putsch fino al Campidoglio. A fine anno, il 20 novembre, viene costituita la commissione d’indagine McCormack-Dickstein.

La grande stampa a stelle e strisce, a partire dal New York Times, è sicura: Butler è un mitomane e la storia del “putsch di Wall Street” è un “falso gigantesco”. Una ferrea presunzione di menzogna, questa la linea che i principali quotidiani del Paese manterranno sino alla fine delle indagini.

Dei personaggi menzionati da Butler, soltanto MacGuire verrà rintracciato e chiamato a testimoniare davanti al Congresso. Deve difendersi dall’accusa di aver proposto a Butler di guidare un esercito di mezzo milione soldati su Washington Dc allo scopo di deporre Roosevelt, mantenuto in carica con un ruolo di facciata – utile a nascondere quanto accaduto all’opinione pubblica (e al mondo) –, e di installare un governo supportato dagli oligopoli di Wall Street, in particolare Jp Morgan, e dai tratti fascisteggianti.

Un mistero mai (del tutto) svelato

I lavori del Comitato McCormack-Dickstein si concludono il 15 febbraio 1935, anche per via dell’incapacità di chiamare al banco altre persone informate sui fatti e di raccogliere ulteriori evidenze. Il verdetto degli addetti all’esame delle prove è misto: “Non c’è dubbio sul fatto che i tentativi [di stabilire un’organizzazione fascista nel Paese] siano stati discussi, pianificati e avrebbero potuto essere messi in atto se e quando i finanziatori lo avessero ritenuto opportuno” e che ciò trovi riscontro nella “corrispondenza di MacGuire col suo principale”. Il punto è che, in assenza di altre e schiaccianti prove, è impossibile valutare l’ampiezza e la gravità della trama golpistica.

Butler viene riabilitato. Il New York Times, il grande derisore del putsch di Wall Street, cambia tono e ammette l’esistenza di un complotto, forse supportato da potenze straniere, che avrebbe voluto dar luogo ad una marcia su Roma in salsa americana. Il comandante del Veterans of Foreign Wars, più tardi, denuncerà di aver ricevuto una proposta simile da dei finanzieri newyorkesi. E l’unico testimone, MacGuire, morirà in circostanze non del tutto chiarite – una presunta polmonite interstiziale acuta – un mese dopo la chiusura della commissione d’indagine.

Per molti politici e intellettuali dell’epoca fu un “golpe da cocktail”. Per Butler, patriota disincantato, era la verità cruda, dura e nuda – e sulle sue esperienze avrebbe poi scritto un libro di successo: La guerra è una mafia. Per tutti gli altri, ancora oggi, un fitto alone di mistero regna sugli eventi che tra il 1933 e il 1934 avrebbero dovuto portare il dollaro e la svastica alla Casa Bianca. EMANUEL PIETROBON

Da lastampa.it il 22 febbraio 2023.

La famiglia di Malcolm X ha deciso di fare causa alla polizia di New York, a Cia ed Fbi per «aver nascosto in modo fraudolento» le prove che hanno cospirato ed eseguito un piano per l’assassinio del padre. «Vogliamo avere un dibattimento vigoroso, vogliamo far testimoniare le persone ancora vive, assicurare che una forma di giustizia venga assicurata», hanno precisato Qubilah Shabazz e Ilyasah Shabazz, due delle sei figlie dell’attivista ucciso nel 1965, nel The Malcolm X and Dr. Betty Shabazz Memorial and Education Center, il centro istituto nel teatro dove Malcom X fu appunto assassinato il 21 febbraio di 58 anni fa.

L'avvocato ha ricordato che da tempo si discute del coinvolgimento di polizia e agenzie federali nella morte del politico afroamericano. «Il governo aveva prove che hanno nascosto alla famiglia di Malcom X ed agli uomini ingiustamente condannati», ha concluso ripetendo le accuse sul complotto governativo che avrebbe portato all’assassinio.

«Per anni, la nostra famiglia ha lottato affinché venisse alla luce la verità sull’omicidio» ha aggiunto Shabazz.

Malcolm X.

Causa degli eredi di Malcolm X a polizia di New York, Cia e Fbi. "Complici del suo omicidio". Storia di Redazione su Il Giornale il 22 febbraio 2023.

La famiglia di Malcolm X lancia una causa da 100 milioni di dollari, accusando la polizia di New York, la Cia e l'Fbi di responsabilità nella morte del leader della «Nazione dell'Islam». La figlia Ilyasah Shabazz sostiene che le agenzie federali e di New York «nascosero fraudolentemente le prove del loro ruolo nel piano di assassinare Malcolm X». In una conferenza stampa nel luogo dove, bambina di appena due anni, vide il padre assassinato, Shabazz ha ricordato che «per anni la famiglia si è battuta perché la verità sull'omicidio venga alla luce». Malcolm X divenne famoso come portavoce della Nazione dell'Islam, un gruppo di musulmani afro-americani che predicavano il separatismo dei neri. Quando, dopo un decennio alla guida del gruppo, se ne era distaccato assumendo posizioni più moderate, erano cominciate minacce di morte. Il 21 febbraio 1965 tre uomini, tutti afroamericani, aprirono il fuoco nella Audubon Ballroom di Harlem. Malcolm spirò a 39 anni davanti alla moglie incinta e a tre delle figlie. Dei condannati, due sono stati scagionati nel 2021 per non aver commesso il fatto e uno, ancora vivo, ha fatto causa l'anno scorso per i decenni in carcere. Il terzo, Talmadge Hayer, l'unico che aveva confessato, era uscito «sulla parola» 11 anni prima. «Gravi errori» sono stati commessi nelle indagini e durante il processo da inquirenti, Fbi e polizia di NY: avrebbero coperto alcune prove della loro innocenza, ha ammesso due anni fa l'ex procuratore di New York Cyrus Vance.

John Fitzgerald Kennedy.

John F.Kennedy, il Presidente dalle frasi immortali e i 3 colpi di pistola che ne fecero un mito. Storia di Maria Luisa Agnese su Il Corriere della Sera giovedì 30 novembre 2023.

Come poteva un uomo che era riuscito a spargere nei suoi discorsi perle di imperitura ispirazione come «Non chiederti cosa può fare per te ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese» o «Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili» o «Oggi siamo sulla soglia di una Nuova frontiera, la frontiera dei 60, delle speranze incompiute e dei sogni», come poteva quest’uomo che era John Fitzgerald Kennedy, non entrare nell’immaginario mondiale e restarci per sempre?

Niente vittimismo

Eppure, nonostante l’indubbio fascino dell’occhio ceruleo e del capello a onde, nonostante la camminata dinoccolata (che, vabbè, era dovuta alle vertebre infortunate gloriosamente in guerra), nonostante il fascino delle case di famiglia, delle frequentazioni privilegiate e delle uscite in barca al largo di Boston, nonostante un Pulitzer vinto per il libro Ritratti del coraggio ( e pazienza se si è detto che era merito del fido ghostwriter Theodore Sorensen), nonostante la moglie ambiziosa e ultraglamour, nonostante la famiglia da mulino americano e la compulsività amatoria, ancora oggi ci si interroga su come mai John Fitzgerald Kennedy abbia resistito a scandali e rivelazioni, e l’immaginario non solo politico lo occupi ancora stabilmente. Il fatto è che su quel presidente giovane, bello, colto e affascinante tutto scivolava addosso, e tutto quello che di male o di malvagio gli è stato scaricato addosso negli anni si è rivoltato in positivo, come per magia. E senza che lui abbia avuto bisogno di fare mai, neppure per un secondo, la vittima.

Un presidente mediatico

Aveva puntato tutto sull’immagine, si dice, era stato il primo a capire quanto era diventata importante la televisione. E difatti aveva vinto il dibattito tv sul rivale Richard Nixon per pochi voti, 49,75% contro 49,55, ribaltando il risultato che avevano conseguito in radio. Poi, aveva saputo creare intorno a questa immagine un’aura di privilegio e di distinzione aiutato da quella moglie che tradiva ma forse amava, e alla quale lui sapeva inchinarsi con cinismo appassionato e risarcitorio come quando in visita in Francia si presentò al Generale De Gaulle che da lei era rimasto incantato, dicendo: «Sono l’uomo che accompagna Jackie Kennedy» (altro che le gelosie di Carlo III verso la irresistibile empatia mediatica della povera Diana!). Lei, d’altra parte, lo ricambiò con altrettanta eleganza facendo la vedova perfetta, dopo quel giorno orribile del 22 novembre 1963 che fermò la breve corsa del Presidente, con tre colpi di pistola, per certi versi ancor oggi misteriosi.

Il tailleur rosa

E non c’è persona di quella generazione che non sappia rispondere alla domanda su dove si trovava nel momento in cui la notizia atroce si sparse per il mondo. Jacqueline era rimasta per tutto il giorno con indosso tailleur rosa similChanel macchiato di sangue per mostrare l’orrore al mondo, poi aveva seguito il feretro come vedova velata in nero tenendo per mano i due figli: Caroline, che avrebbe compiuto sei anni a breve, e John John che stava per compierne tre. Infine aveva rilasciato la famosa intervista al giornalista Theodore White di Life nella cucina della Casa Bianca, sette giorni dopo l’assassinio, che contribuì a sigillare per sempre il mito associandolo all’epopea di Camelot, raccontando della corte di eletti che ruotava attorno al Presidente come i cavalieri alla leggendaria corte di re Artù (Camelot è appunto la leggendaria fortezza che ne era la sede) e che divenne simbolo di un momento sfolgorante della storia. Vero o falso, non importa: la vedova aveva riscattato la moglie tradita suggellando il mito.

La crisi di Cuba

In realtà nei 1036 giorni, tre anni scarsi, di presidenza Kennedy c’erano state molte luci e anche ombre, il periodo era complesso e trasformativo, si era arrivati sull’orlo di un conflitto nucleare dopo la crisi dei missili di Cuba: «Una presidenza incompiuta» la definì sul New York Times subito a caldo il giornalista John Reston. Arthur Schlesinger, storico influente del periodo e chiamato come assistente personale dal Presidente, ha a lungo rigettato la tesi che il suo fosse solo un trionfo di stile, che Kennedy fosse affascinante ma superficiale, e che parlasse tanto ma concludesse poco. E i nastri pubblicati a inizio Duemila relativi alla crisi di Cuba capovolgono questo pregiudizio: «Kennedy era risoluto a rimuovere i missili nucleari da Cuba, momento di massimo pericolo per l’umanità, ed era risoluto a farlo in via pacifica». Anche se era conscio di un fatto e perfino profetico, come ricordava Schlesinger: «Gli Stati Uniti non possono raddrizzare ogni torto o metter riparo ad ogni avversità, e quindi non ci può essere una soluzione americana a tutti i problemi del mondo».

JFK, 60 anni dopo: «Sull’America di oggi le stesse nuvole scure che c’erano su Dallas». Marilisa Palumbo su Il Corriere della Sera il 22 novembre 2023.

Il premio Pulitzer Lawrence Wright e i 60 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy: «Quella città è stata precorritrice dell’America di Trump. Nessuno sarebbe sorpreso da atti di violenza, specialmente dopo il 6 gennaio. Ci stiamo avvicinando alla primavera come sonnambuli»

«Ero al liceo, durante l’ora di algebra. Sentimmo il suono che precedeva le comunicazioni via altoparlante del preside. Ma quel giorno dopo il ding dong ci fu silenzio, poi i singhiozzi, infine l’annuncio: avevano sparato al presidente. Il mio professore di algebra, un omone ex giocatore professionale di football, cominciò a piangere e uscì dalla classe, lasciandoci lì, attoniti».

La Dallas in cui il futuro premio Pulitzer Lawrence Wright era cresciuto — e che racconta nel suo Dio Salvi il Texas (NR edizioni) — era, ricorda oggi lo scrittore, «da una parte un posto noioso, dall’altro era una città stretta in una morsa fascista esplosiva e stava andando fuori controllo dal punto di vista politico. Poi a uccidere Kennedy fu un marxista… Lee Harvey Oswald era stato in Russia, aveva sposato una russa e si era trasferito a Dallas. Ma c’era un universo sotterraneo e violento a Dallas che la maggior parte della gente non sapeva esistesse. È stato poi un marxista a uccidere Kennedy, ma il clima d’odio era lì sessant’anni dopo».

Hai raccontato che voi abitanti vi sentivate quasi in colpa, additati ovunque andaste fuori dalla città.

«Sì dappertutto c’era gente che diceva che Dallas aveva ucciso Kennedy. Perché quello che era successo si adattava a una narrazione che esisteva già. Dallas era così anti-Kennedy, anti-democratici, con tutti questi personaggi di destra, come H. L. Hunt, un uomo ricchissimo che aveva un programma radiofonico che era una specie di precursore di quello di estrema destra di Rush Limbaugh, si chiamava Life Line. L’idea era che Dallas fosse pericolosa e così fanatica. E, prima dell’assassinio, diciamo che la città fece di tutto per dimostrarlo. All’ex candidato alla presidenza Adlai Stevenson, che era stato nominato da Kennedy ambasciatore alle Nazioni Unite, fu sconsigliato di venire a Dallas: per Dallas l’internazionalismo era solo un filino meglio del comunismo. Ma lui ci andò, fu fischiato e quando uscì provarono a ribaltare la sua auto. Scese e si avvicinò a una donna con il cartello “Se cercate la pace, chiedetela a Gesù”, provando a farla ragionare, ma lei per tutta risposta lo colpì con il cartello. Un’altra volta quella che veniva chiamata “la mafia del cappotto di visone” — questo gruppo di signore benestanti, mondane, con le loro perle e i loro guanti bianchi — sputò addosso a Lyndon Johnson e a sua moglie, Lady Bird. E tutto questo accadde il mese prima che Kennedy arrivasse in città. Quella mattina ricordo che andai a prendere il giornale e il Dallas Morning News, probabilmente il quotidiano più conservatore d’America, aveva in prima pagina una foto di Kennedy con la scritta “Ricercato per tradimento”. Era quella l’atmosfera».

Ti sembra che l’atmosfera di Dallas di allora sia simile a quella dell’America oggi?

«Penso che Dallas sia stata precorritrice dell’America di Trump. Ed è deprimente perché ho vissuto in quel mondo quando ero bambino. E ho visto quanto fosse sconsiderato e ostile, e mi sembra estremamente familiare in questo momento. A Dallas c’è voluto l’assassinio di un presidente perché la cultura cambiasse. La città è stata umiliata, il che è un’emozione molto pericolosa, perché tanti radicalismi che vediamo nel mondo nascono da un senso di umiliazione, ma Dallas ha preso un’altra strada e ha trasformato l’umiliazione in umiltà. È diventata una città migliore, molto più tollerante e aperta. Nessuno sarebbe sorpreso da atti di violenza, specialmente dopo il 6 gennaio. E onestamente, credo che ci stiamo avvicinando alla primavera come sonnambuli, con tutte le sentenze giudiziarie in sospeso, le primarie in corso, l’influenza di attori stranieri, lo scombussolamento dell’intelligenza artificiale: ci stiamo avviando verso una stagione pericolosa».

L’ultimo Kennedy candidato alla Casa Bianca è un cospirazionista.

«Sì, anche sull’omicidio dello zio, mentre sessant’anni dopo credo sia ormai dimostrato che è stato un singolo individuo a uccidere Kennedy. Ora abbiamo la Dealey Plaza che è diventata una specie di circo della cospirazione. Io ero contrario a demolire lo School Book Depository (l’edificio dal quale sparò Lee Oswald) e favorevole a farne un museo, ma adesso non so... le persone si aggrappano alle cospirazioni in modo che il mondo nella loro testa sia conforme a ciò che è realmente accaduto».

Oltre al mito, qual è l’eredità di Kennedy?

«Kennedy non ha avuto un mandato completo per realizzare i suoi sogni di presidente. Era un individuo molto conservatore. Aveva tagliato le tasse alle imprese, per esempio. E ci ha fatto entrare in Vietnam. Lyndon Johnson fu molto più progressista, forse sullo stesso piano di Franklin Roosevelt: le istituzioni liberali da loro create hanno rimodellato l’America. Credo che la gente invochi Kennedy più per il suo fascino che per la sua politica. Ed è stato bello che il Paese fosse rappresentato da una coppia così bella. Dopo otto anni di Eisenhower, quando Kennedy entrò in carica, fu come avere una star del cinema come presidente. Ma mi dispiace, perché se avesse avuto una presidenza completa, credo che sarebbe diventato un presidente molto efficace e una figura genuinamente amata.

60 anni dall'assassinio. Chi era John Fitzgerald Kennedy: un mito “costruito”. La morte in diretta l’ha mitizzato. Tra la crisi di Cuba e la prudenza sui diritti civili il suo inizio non era stato dei migliori. Ma poi cambiò: appoggiò Luther King e pose le basi per chiudere l’era della segregazione. David Romoli su L'Unità il 22 Novembre 2023

Senza quella morte in diretta che tutti, generazione dopo generazione, hanno visto e nessuno ha dimenticato, la limousine scoperta, il sole e la folla di Elm Street, il sorriso del presidente, l’eleganza di Jackie, forse il mito di Camelot e del suo Artù americano non sarebbe mai nato, la leggenda avrebbe ceduto il passo a un’analisi storica dell’amministrazione Kennedy e nessuno saprà mai quale sarebbe stato il verdetto dopo 8 anni e non solo mille giorni di presidenza.

L’aura di John Fitzgerald Kennedy, ammazzato a Dallas, Texas, sessan’tanni fa, deriva in parte anche da quell’incognita irrisolta. Nella trappola del Vietnam, la sporca guerra che lacerò l’America, ci si era infilato lui. Alla fine del mandato di Eisenhower i “consiglieri” americani nel Vietnam del sud erano 900.

Quando Lee Harvey Oswald, forse da solo e forse con alle spalle una cospirazione, aprì il fuoco dal sesto piano della Texas School Book, erano 16mila. Il presidente si era opposto sia all’invio di truppe su larga scala sia al ritiro. Era indeciso e incerto. Nessuno può dire con certezza quale sarebbe stata la sua scelta e quindi che indirizzo avrebbe preso la storia degli Usa.

C’è chi sostiene che avesse già deciso il passo indietro dopo le elezioni del 1964 ma Ted Sorensen, che gli scriveva i discorsi ed era uno dei più intimi, è più incerto: “Neppure uno che gli era vicino come me può essere sicuro. Non credo che nelle sue ultime settimane JFK sapesse cosa avrebbe fatto in Vietnam”.

Forse è più facile immaginare quale sarebbe stata la sua politica sull’altro fronte decisivo e ribollente: quello dei diritti civili, lo smantellamento delle Jim Crow Laws che condannavano i neri alla segregazione negli Stati del sud. Kennedy era partito male, spaventato dal rischio di alienarsi le simpatie degli elettori del sud.

“L’importante è tenere il presidente fuori dal casino dei diritti civili”, affermava poco dopo l’ingresso alla Casa Bianca il fratello minore Robert, che era stato l’artefice della campagna elettorale di John e sarebbe stato per tutti i mille giorni il suo collaboratore e consigliere principale, molto oltre il già importante ruolo ufficiale di ministro della Giustizia.

Ma col tempo JFK, spinto dal fratello e da Sorensen, si era coinvolto sempre di più nella battaglia contro la segregazione, si era esposto anche sapendo che questo gli sarebbe costato l’appoggio dei democratici del sud al suo programma contro la povertà. Infatti quel progetto fu bocciato dal Congresso per rappresaglia contro le iniziative concrete contro la discriminazione.

Il rapporto del presidente con Martin Luther King era diventato sempre più stretto, l’influenza del pastore sul presidente era cresciuta esponenzialmente, fino all’appoggio della Casa Bianca alla oceanica marcia su Washington del 28 agosto 1963 e allo storico discorso presidenziale dell’11 giugno 1963, diffuso via radio radio e tv, quello in cui Kennedy pose le basi per la legge sui diritti civili che sarebbe stato poi realizzata, mesi dopo la sua morte, da Lyndon Johnson.

Nei mille giorni di presidenza Kennedy era cambiato come leader politico e forse come uomo, era cresciuto. L’uomo che fu ucciso a Dallas non era quello che nel 1961, appena entrato alla Casa Bianca, aveva dato il via libera allo sciagurato e disastroso piano per invadere Cuba lasciatogli in eredità da Eisenhower.

La fallita invasione alla Baia dei Porci del 15 aprile 1961 fu forse il modo peggiore per inaugurare un mandato presidenziale. Il JFK del 1963 non era quello che Krusciov, durante la crisi di Berlino al momento della costruzione del Muro, aveva strapazzato nel primo incontro diretto a Vienna, giugno 1961, per poi definirlo “intelligente ma debole”.

Tantomeno era il senatore del Massachusetts che in 7 anni, dal 1953 al 1960, si era distinto pochissimo, tanto da farsi bollare dal boss del Partito democratico Lyndon Johnson, suo futuro vicepresidente, come “patetico”. Senza quell’assassinio dopo sessant’anni ancora circondato dal sospetto di complotto, il presidente Kennedy sarebbe ricordato soprattutto per la crisi di Cuba del 1962, quando il mondo sembrò davvero destinato alla guerra nucleare.

Quella crisi la aveva creata Washington, con la decisione scellerata di piazzare missili americani in Turchia alla quale Kruscev rispose con le rampe di Cuba. Aveva rischiato di farla precipitare la Casa Bianca, con un blocco navale precipitoso anche se poi proprio JFK si era fermato in tempo. La aveva risolta il leader sovietico, accettando di smobilitare le rampe di Cuba in cambio della eliminazione dei missili in Turchia.

Ma quello scambio restò a lungo segreto e sul piano dell’immagine i fratelli Kennedy ne uscirono sugli altari. John Fitzgerald Kennedy non era nato per fare il presidente e nel suo caso non è solo un modo di dire. Il padre Joe, cattolico irlandese nato ricco e diventato ricchissimo, uno di quei capitalisti d’assalto con dieci centimetri di pelo sullo stomaco e parecchie amicizie scabrose, aveva pianificato la presidenza per uno dei suoi figli.

Doveva trattarsi di Joe jr., il primogenito, se non fosse morto nel corso di una missione aerea nell’agosto 1944. John capì subito che tutti i suoi piani per il futuro erano svaniti: “Non so quali progetti avrà il vecchio per me adesso”, confessò un po’ sconsolato a un amico. In realtà lo sapeva: la presidenza ora toccava a lui.

Aveva le doti giuste per tentare l’impresa. Dieci giorni prima della morte del fratello si era reso protagonista di un’azione davvero eroica, salvando a nuoto parte del suo equipaggio dopo lo speronamento della motosilurante che comandava da parte di un cacciatorpediniere giapponese.

Era atletico anche se di salute cagionevole e i danni alla schiena riportati quel giorno lo avrebbero perseguitato tutta la vita. Portò a casa quattro medaglie, tra cui la Purple Heart: viatico perfetto per l’ascesa. Anche come giornalista, nei ‘50, il futuro presidente si fece onore con il Pulitzer 1957.

Nonostante i miliardi del padre e l’abilità del fratello Robert, nella corsa alla Casa Bianca JFK partiva svantaggiato: doveva fare i conti prima, nel Partito democratico, con un leader storico di immensa esperienza e grande potere come il texano Lyndon Johnson, poi, strappata la nomination, con l’ex vicepresidente Richard Nixon, “Tricky Dick”, rivale astuto e spregiudicato in testa in tutti i sondaggi.

Aveva dalla sua un sorriso smagliante, l’arte seduttiva del playboy, una moglie, la giornalista upper class e maestra d’eleganza Jacqueline Bouvier, che rappresentava alla perfezione l’immagine della moderna first lady, anche se John il donnaiolo non le fu fedele neppure per un giorno.

Kennedy era capace di trovare le parole giuste e le formule adatte per colpire a fondo l’immaginazione: come la “Nuova Frontiera” o quell’ “Ich Bin Ein Berliner”, Io sono un berlinese, pronunciato nella piazza di Berlino che oggi porta il suo nome nel giugno del ‘63. Era nato per la televisione e grazie alla televisione stracciò Nixon nel primo dibattito televisivo: il primo vero leader politico moderno.

Nel corso dei decenni molti hanno provato a ridimensionare la leggenda di Camelot, a sfatare il mito di JFK. Inutilmente: John Kennedy è stato e ha letteralmente impersonato il solo vero tentativo di modernizzare, attualizzare e in un certo senso estendere a tutto il mondo il sogno americano. Contro di ciò le rivelazioni sulla sua vita privata tumultuosa e frivola o le analisi a posteriori dei suoi errori politici non possono niente. David Romoli 22 Novembre 2023

L’eredità di John F. Kennedy sessant’anni dopo l’attentato di Dallas. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera martedì 21 novembre 2023.

I successi, gli errori, l’impatto su una generazione del leader che la morte ha trasformato in mito

Nel sessantesimo anniversario dell’assassinio di Jfk, suo nipote Robert F. Kennedy Jr non poteva stare zitto. In corsa come indipendente per la Casa Bianca nel 2024, con i sondaggi che gli danno ben un quarto dei voti negli Stati in bilico in una ipotetica sfida contro Biden e Trump, il carismatico Kennedy, noto per le teorie cospirative sui vaccini, ha chiesto all’attuale presidente e suo rivale di pubblicare tutti i file ancora in parte top secret sulla morte di John F. Kennedy e ha promesso di «riportare l’America sulla strada della pace» voluta da suo zio.

«I misteri della morte di Kennedy sono parte della sua eredità e hanno contribuito al declino di fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni americane, non solo nella Cia», dice al Corriere l’ex segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani, Luigi R. Einaudi. Anche lui erede di una dinastia, è nipote del nostro ex presidente della Repubblica; è nato in America ed entrò in diplomazia sulle orme di Kennedy.

«È un’eredità complessa. La giovane età, la moglie, la morte ne hanno fatto una leggenda. Non fu l’unico membro di una dinastia politica (i Bush, i Roosevelt e altri) e suo fratello Ted forse alla fine ebbe un impatto legislativo maggiore. I suoi risultati furono misti: il successo di avere risolto la crisi dei missili di Cuba è bilanciato dal disastro della Baia dei Porci e dall’escalation in Vietnam. Il suo discorso “Ich bin ein Berliner” fu memorabile, ma il suo rapporto con il golpe che rovesciò Diem fu ambiguo. Era giovane e inesperto all’inizio e seguiva il consenso della sua cerchia. Non sapremo mai se sarebbe diventato più maturo».

Da Vienna alla California

Lo storico Fredrik Logevall, premio Pulitzer, sta lavorando al secondo tomo di una biografia di Kennedy («JFK: coming of age in the American Century») che grazie ai file d’archivio diffusi finora racconta tra l’altro il peso sulla sua elezione del fatto che fosse cattolico. Al telefono da Harvard, traccia un paragone tra il summit della primavera 1961 a Vienna tra Kennedy e Krusciov, e quello tra Biden e Xi Jinping questo mese a San Francisco per evitare «che la competizione si trasformi in un’altra Guerra fredda» come ha detto l’attuale inquilino della Casa Bianca. Krusciov «era furioso, l’incontro avvenne poco dopo la Baia dei Porci, ma i leader del 1961 credevano che fosse importante che la situazione non uscisse fuori controllo. Spero che anche i leader di oggi capiscano che si possono fare passi per prevenire un’inalterabile escalation». Oggi Biden sta rafforzando le alleanze nell’Indo-Pacifico; Kennedy lanciò l’Alleanza per il Progresso tra Nord e Sud America. «Era imperfetta per diverse ragioni: perché era più anti-Castro che pro-sviluppo, perché era più angloamericana e portoricana che latino-americana, e perché non durò», dice Einaudi. «Ma d’altro canto un’intera generazione fu ispirata a entrare nel governo e pensare a una vita di servizio pubblico dalla famosa frase: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma quello che tu puoi fare per il tuo Paese”. E il Paese deve molto ad una generazione che sta scomparendo».

Un’epoca passata

Oggi in una società americana diventata «cinica», afferma Logevall, «Jfk ricorda di un’era in cui era possibile credere che il governo potesse fare cose davvero grandi, anche se non poteva risolvere tutti i problemi. Le divisioni visibili oggi erano presenti in misura minore. C’erano persone che si opponevano con violenza a Kennedy e infatti gli era stato sconsigliato di andare a Dallas. Ma Lyndon Johnson fu in grado di usare l’assassinio per galvanizzare il Paese e passare leggi importanti, un’unità che poi il Vietnam spazzò via».

Da alcuni punti di vista era un’epoca più facile per essere leader: «Kennedy non doveva affrontare i social o le news 24 ore su 24. Sarebbe stato più difficile tenere segreti i suoi rapporti extra-matrimoniali, anche se a Trump, che ha cavalcato la rivoluzione dei social, ciò non ha impedito di diventare presidente».

L’era di Kennedy ci dà anche una lezione di realismo sui piccoli malintesi possibili anche tra alleati. «Quando Gianni Agnelli gli fece visita alla Casa Bianca — racconta Einaudi nel suo libro «Learning Diplomacy» — portò in dono una prelibatezza piemontese, un tartufo bianco gigante. Quella sera, lo servirono a cena: bollito, come una gigantesca patata».

I complotti sulla morte di Kennedy hanno generato il mondo di Qanon. MATTEO MUZIO su Il Domani il 21 novembre 2023

Le ipotesi alternative sull’assassinio del giovane presidente democratico, un tempo molto amate nel mondo progressista, oggi trovano cittadinanza soprattutto nell’estrema destra ipertrumpiana, che crede che suo figlio John Junior sia in realtà vivo e li sostenga. Una lunga storia di complottismi che ha fatto sì che l’ultimo Kennedy sceso in politica sia uno dei principali promotori delle teorie antivacciniste

Il presidente John Fitzgerald Kennedy non era certamente simpatico agli esponenti dell’estrema destra. Nel giorno della sua visita a Dallas, il 22 novembre 1963, quando venne assassinato da un proiettile sparato dall’ex marine Lee Harvey Oswald, l’organizzazione anticomunista John Birch Society diffuse dei volantini con il suo volto con la scritta “Ricercato per tradimento” e una lista di presunti crimini, tra cui quella di aver favorito l’infiltrazione dei comunisti in America.

A sessant’anni dalla sua morte, invece, il mito kennediano ha trovato ospitalità proprio nel movimento più cospirazionista che ci sia in circolazione. Stiamo parlando di QAnon, quella sorta di setta politica che vede il mondo come il teatro di uno scontro totale tra le forze del Bene, comandate dall’ex presidente Donald Trump, contro una congrega di pedofili satanisti guidati invece da Hillary Clinton oppure da George Soros. In questa visione del mondo, c’è anche posto per i Kennedy.

ANCORA VIVO

E non per uno qualsiasi, ma per John Fitzgerald Jr., figlio del presidente assassinato, scomparso misteriosamente in un incidente aereo nel 1999. Secondo alcuni aderenti, non sarebbe davvero morto, ma sarebbe pronto a tornare come candidato vice di Trump, anzi il 22 novembre 2021 ci fu un grande raduno di seguaci di questa teoria a Dallas a Dealey Plaza, il luogo dove Kennedy venne assassinato, perché suo figlio sarebbe tornato accompagnato da Donald Trump.

Qualcuno si spinse addirittura a ipotizzare che vicino a lui ci sarebbe stato il clamoroso ritorno di JFK, ancora in vita alla veneranda età di 104 anni. Come si è arrivati a forgiare questo legame? Il punto di partenza è proprio l’assassinio in sé, ritenuto da molte analisi come un momento di rottura nella fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni del governo federale.

In un certo senso fu quello il punto di partenza di un nuovo stile cospirazionista che prese piede nel mondo progressista, dove JFK era l’agnello sacrificale riluttante a entrare nella guerra del Vietnam, mentre il membro dell’establishment Lyndon Johnson era più sensibile alle sirene del cosiddetto «complesso militare-industriale».

FATTI ALTERNATIVI

Ovviamente la fantasia di scrittori e autori cinematografici fu attirata da quel momento, e di certo non aiutarono a mettere a tacere le teorie più disparate né la commissione Warren guidata dal giudice capo della Corte Suprema Earl Warren, che in poco meno di novecento pagine escluse altri coinvolgimenti oltre all’assassino, né la commissione della Camera dei Rappresentanti nel 1976 che nel giro di tre anni affermò che forse c’era qualcun altro coinvolto, senza però specificare chi, facendo fiorire i cospirazionismi in argomento, culminati con l’uscita del film di Olivero Stone uscito nel 1991 dal titolo JFK – Un caso ancora aperto, basato sul libro inchiesta del giornalista investigativo Jim Marrs e del procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, che però anni dopo si sarebbe rivelato pieno di fallacie.

La cospirazione kennediana con il tempo si intrecciò con molte altre relative agli Ufo, allo sbarco sulla Luna e persino all’11 settembre, fino a diventare uno dei punti nodali della versione rovesciata del mondo secondo QAnon. I Kennedy avrebbero scoperto prima di tutti la congrega dietro al cosiddetto “Deep State”, e per questo sarebbero stati fatti scomparire.

Anche l’ultimo Kennedy sceso in politica, Robert Junior, candidato indipendente alle presidenziali del 2024, uno dei maggiori diffusori delle teorie antivacciniste, ha sposato queste ipotesi, distanziandosi però da QAnon, dicendo che anche loro “fanno parte della cospirazione di Big Pharma per allontanarlo dalla Casa Bianca”.

L’assassinio del 22 novembre 1963 insomma ha fatto prosperare quel mood che Kellyanne Conway, una delle principali collaboratrici di Donald Trump, ha sintetizzato con la costruzione di “fatti alternativi”. Un mondo nascosto che oggi è approdato principalmente sui lidi della destra estrema che un tempo riteneva il presidente Kennedy un “traditore”.

MATTEO MUZIO. Laureato in storia contemporanea, giornalista. Scrive di economia e di cultura. Ha collaborato con Repubblica, iil Foglio, L’Espresso e il Fatto Quotidiano. Scrive per Linkiesta.

Lo storico tailleur rosa di Jackie Kennedy che forse non vedremo mai più. Il tailleur che la First Lady Jackie Kennedy indossava il giorno dell’assassinio del marito John è il protagonista di un mistero che potrebbe essere svelato (forse) fra 80 anni. Francesca Rossi il 21 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Un vestito leggendario

 Un modello Chanel?

 L’abito che rivedremo (forse) tra quasi un secolo

Jackie Kennedy non è stata una reale, ma seppe interpretare il ruolo di First Lady degli Stati Uniti come fosse quello di una Regina senza corona ricreando, con l’aiuto del marito John F. Kennedy, una “royal family” presidenziale, una sorta di corte scintillante alla Casa Bianca, la celebre “Camelot” politica, diplomatica, ma anche glamour, patinata, alla moda, elegante. Quando il sogno (o forse l’illusione, come ritengono alcuni) si infranse il 22 novembre 1963, ciò che rimase dello splendore perduto fu un tailleur rosa macchiato di sangue. Un vestito simbolo di una tragedia nazionale, oggi al centro di un mistero molto strano, che potrebbe restare irrisolto per sempre.

Un vestito leggendario

Le terribili immagini dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963, sono ormai diventate parte della memoria collettiva del mondo intero. Quando le rievochiamo nella nostra mente uno dei particolari che diventano subito nitidi, riconoscibilissimi, è il colore rosa del tailleur indossato dalla First Lady Jacqueline (all’epoca dell’attentato la televisione era in bianco e nero, ma nel 1964 vennero pubblicate le foto a colori e il pubblico scoprì in quel momento la tonalità dell’outfit di Jackie).

Le fotografie hanno cristallizzato quei momenti concitati, quella giornata che parve trascorrere in pochi secondi: Jackie che scende dall’Air Force One all’aeroporto di Love Field, felice e sorridente, saluta quanti sono venuti ad accoglierla, stringe tra le braccia un mazzo di rose, poi, come in un cambio di scena repentino e inaspettato la vediamo lanciarsi sul retro della limousine Lincoln Continental SS100X dopo che John è stato colpito, nell’atto istintivo e disperato di cercare l’aiuto delle guardie del corpo e, nello stesso tempo (è terrificante il solo pensiero), raccogliere i frammenti di cervello del presidente, sparsi ovunque insieme al sangue, anche su quel tailleur rosa.

Quel coloro acceso, vivace, è l’elemento stridente di quegli scatti, perché ci ricorda la normalità spezzata di un giorno che doveva essere come tanti altri e quanto quell’attentato sia stato imprevedibile e cruento. Dopo l’assassinio Jacqueline continuò a indossare l’abito anche durante il giuramento di Lyndon Johnson sull’Air Force One e nel mesto viaggio di ritorno a Washington. La nuova First Lady, Bird Johnson, le chiese se volesse cambiarsi, ma lei rispose: “Oh no, tutti devono vedere cos’hanno fatto a John”.

Proprio la signora Johnson ricordò: “I capelli le ricadevano sul viso, ma era molto composta…L’abito di Mrs. Kennedy era imbrattato di sangue. Una gamba era quasi completamente coperta dal sangue e il suo guanto destro era incrostato dal sangue di suo marito. In qualche modo fu uno spettacolo toccante, quella donna immacolata, vestita in modo squisito e sporca di sangue”.

Un modello Chanel?

Tailleur rosa doppiopetto, con bottoni dorati, collo, orlo delle maniche e bordo delle tasche di colore blu, cappellino a tamburello abbinato, questo era uno degli outfit di Jackie più amati dal presidente Kennedy. La First Lady lo aveva già indossato in diverse occasioni tra il 1961 e il 1963. Il primo mistero di quest’abito è la sua firma: impossibile non riconoscere nelle sue linee sobrie il modello iconico creato da Coco Chanel.

Il discorso è un altro: si tratta di uno Chanel originale o di una copia comunque d’alta moda? Gli storici non sono arrivati a una conclusione unanime. La teoria più plausibile propende per la copia realizzata, pare, da Chez Ninon. Attenzione, però, perché se le cose fossero andate proprio così, non si tratterebbe certo di contraffazione. Nella sua biografia “Coco Chanel. The Legend and The Life” (2010) Justine Picardie sostiene che il tessuto e i bottoni sarebbero arrivati direttamente dalla sede parigina di Chanel. Il tailleur sarebbe stato poi adattato sulla First Lady da Chez Ninon.

Da notare che il prezzo di un originale e di una copia di questo tipo è quasi lo stesso, ovvero circa mille dollari. Ma allora perché Jackie non avrebbe comprato un abito dalla maison di madame Coco? La spiegazione potrebbe essere molto semplice: sebbene la stoffa e il modello fossero francesi, rispecchiando il gusto della First Lady, il tailleur sarebbe stato realizzato negli Stati Uniti, da sarti americani. Un’accortezza che l’elettorato avrebbe gradito. In questo modo Jackie non avrebbe scontentato nessuno (“un colpo al cerchio e uno alla botte”, insomma, perché la politica e la diplomazia si possono esercitare anche attraverso la moda).

L’abito che rivedremo (forse) tra quasi un secolo

Alcuni giorni dopo l’assassinio Jacqueline ripose l’abito in una scatola, senza lavarlo e lo spedì a sua madre, Janet Lee Bouvier. La signora lo consegnò al National Archives and Records Administration’s College Park del Maryland. Nel 2003 l’unica figlia della coppia presidenziale ancora in vita, Caroline, firmò un atto di donazione in cui dichiarava di non volere che l’abito fosse visibile al pubblico prima del 2103. Un secolo esatto. Una scelta che, per certi versi, può apparire enigmatica. Quel tailleur, però, risveglia dei ricordi dolorosissimi in Caroline, la quale non tollererebbe il fatto che milioni di persone sostino in un museo, di fronte all’abito insanguinato della madre.

Nel documento, infatti, possiamo leggere che il divieto di mostrare l’abito deriva dalla volontà della famiglia Kennedy di “non disonorare in alcun modo la memoria dell’ex Presidente o causare immotivato dolore o sofferenza ai membri della sua famiglia”. A qualcuno potrà sembrare un vincolo eccessivo, una decisione errata, perché quel capo fa ormai parte della Storia. Altri la considereranno una visione giusta, visto che la sofferenza di una figlia deve essere rispettata. In realtà entrambe le posizioni sono condivisibili e a ben pensarci forse non sarebbe stato fuori luogo tentare di trovare una via di mezzo.

Ma c’è un altro punto interrogativo: nel 2103 saranno gli eredi dei Kennedy a decidere cosa fare del tailleur. Avranno il diritto di scegliere se esporlo al pubblico, o continuare a tenerlo lontano da occhi indiscreti, magari per sempre. Una volontà imprevedibile di cui, forse, verremo a conoscenza tra 80 anni. Per ora il tailleur rosa di Jacqueline Kennedy è conservato in una teca che garantisce il mantenimento della temperatura e dell’umidità adeguate ad evitarne il deterioramento e l’aria viene cambiata sei volte ogni ora.

Per tutto il mondo quell’abito, visibile o meno, rimarrà l’emblema della tragedia, ma anche di un dolore infinito, quello della First Lady, che non si attenuò neppure col tempo. Al contrario, divenne cronico, in un certo qual modo si incancrenì nella forma di un subdolo disturbo post traumatico da stress con cui Jackie dovette convivere 31 anni. Francesca Rossi

Barbara Costa per Dagospia sabato 25 novembre 2023.

“John e Paul hanno il pene identico”. Parola di Jackie Kennedy. E Bob? E Ted? Come ce l’avevano? E Peter? E Gregory, William, André, Frank, Warren? E… Gianni? La mia è curiosità storica, nient’altro, se è vero che, dopo Dallas, Jackie ci ha messo il suo giusto tempo, a ritrovarsi, tra pillole e psichiatri, ma poi si è ben consolata! John Kennedy le lascia un patrimonio: 15 milioni di dollari, un fondo fiduciario di +150 mila annui, altri beni, e il di lui fratello Bobby ci aggiunge ogni anno 50 mila dollari di suo. E Jackie con chi se li spende? Se si escludono i pranzi con Robert McNamara, min. della Difesa del marito, il primo è lo scrittore Philip Roth. Vanno ai party, amoreggiano, ma non "concludono".

È lo stesso Roth a riconoscere, nella sua prima autobiografia, che con Jackie vedova Kennedy non gli si è alzato: “Era come baciare un monumento nazionale”. Dopo Roth arriva Marlon, Brando, e a Brando non si ammoscia. Escono fuori a cena in tre, con Lee, la sorella di Jackie a reggere la candela, e più tardi, a casa di lui, è Jackie a fare la prima mossa. Dice Brando: “Me lo ha chiesto lei”.

E questi sono gli incontri ufficiali, perché più di una biografia scrive che Jackie Kennedy trova consolazione tra le braccia del cognato Bob, Kennedy, e del cognato Ted, Kennedy, e del cognato Peter, Lawford, coniugato Pat Kennedy fino al 1966. È un fatto: Jackie e Bob Kennedy passano tante sere, insieme, e più di una vacanza, insieme, ai Caraibi, e a Aspen. Non solo. Quando Bob Kennedy si candida a presidente, Jackie fa campagna elettorale per lui, così: dà appuntamento a Paul Newman. E dove? All’hotel Carlyle di New York. E perché? Per convincerlo a votare Bobby. E come? A letto.

Lo seduce, le va male: Newman vota Humphrey, diretto avversario di Bob. Quando Bob muore ammazzato, Jackie fila a piangere da e "con" Ted, Kennedy, a quanto pare pazzo di lei da sempre ma fattosi da parte vista la consanguinea folla. Per andarsene dagli USA ma più sinceramente attratta da diamanti e milioni, Jackie sposa il magnate Aristotele Onassis. E chi è che per lei tratta gli accordi prematrimoniali? 

Ma il cognatino Ted! Anche se ori e denari pattuiti sono bravura di André Meyer, il consulente finanziario di Jackie (e suo amante). Quando Onassis muore, dopo sette anni, rendendola vedova milionaria la seconda volta, chi corre da Jackie? Ma il suo caro (ex) cognato Ted, certo!

Tra un Kennedy e l’altro, Jackie ha storie con William Holden (“si faceva quattro docce al giorno”, e tra loro dura sette giorni), e con Frank Sinatra (roba di una notte, Jackie lo ghosta perché i Kennedy la mettono a parte degli intrallazzi di Sinatra con la mafia), con Warren Beatty, con Gregory Peck, con il regista Mike Nichols, col poeta Robert Lowell (fino a che non lo ricoverano in manicomio), con André Malraux, quand’è ministro della cultura francese (e sposato), con vari ex membri del fu governo Kennedy (gli sposati Arthur M. Schlesinger Jr., Roswell Gilpatric, e Adlai Stevenson, lui divorziato, bisex, contemporaneamente amante di Truman Capote, e che a Jackie scrive accorato: “Sia caritatevole e sopporti questo vecchio… non le darò pace finché non riserverà una sera per me… per le tenere cure del sottoscritto”).

E va detto che Onassis, prima di impalmare Jackie, aveva avuto un flirt con la di lei sorella Lee. E che Jackie, con John Kennedy vivo, e poi morto, forse ha avuto "strette simpatie" con Gianni Agnelli. Pare che Clint Hill, sua guardia del corpo alla Casa Bianca, non abbia smesso di "proteggerla" negli anni successivi. Dopo qualche toy-boy (il giornalista Pete Hamill, lo scrittore Pete Davis), nei primi anni '80 Jackie Kennedy si fa un bel lifting e trova la pace dei sensi accanto a Maurice Tempelsman, basso, tarchiato, calvo, separato ma ricco sfondato. E il gossip che fu ci rimane male: altro che Maurice, per Jackie ve n’era uno soltanto, all’altezza, libero nonché neovedovo. Chi? Ranieri di Monaco!

Da Jackie a Marilyn: tutti gli amori (e le ossessioni) di John F. Kennedy. John Fitzgerald Kennedy visse intensamente la sua vita, costruendo il suo mito su due grandi sogni intrecciati tra loro: la politica e l’amore. Francesca Rossi il 22 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Jacqueline Bouvier, la moglie impeccabile

 La diva eterna: Marilyn

 La studentessa e il senatore

 L’amante di John addetta stampa di Jacqueline

 L’ossessione di John

“Non penso che ci siano uomini fedeli alle loro mogli”, avrebbe detto Jacqueline Kennedy. Parlava per esperienza personale. La sua esistenza accanto al presidente John Fitzgerald Kennedy, i cui amori extraconiugali sono divenuti leggendari, non fu poi così facile. Dietro il sogno patinato della coppia perfetta, dietro il mito della “Camelot” kennediana (la cui realtà oggi viene messa in discussione) c’era un uomo con molte qualità e altrettante debolezze. Una di queste ultime erano le donne.

Jacqueline Bouvier, la moglie impeccabile

Il primo incontro tra John Fitzgerald Kennedy e Jacqueline Bouvier sarebbe avvenuto nel 1948, su un treno che viaggiava da Washington D.C. a New York. Lui aveva 31 anni, era già un membro del Congresso, lei aveva 19 anni ed era impegnata negli studi che presto l’avrebbero resa una spigliata, brillante giornalista e fotografa del Washington Times-Herald. In quell’occasione, però, non scoccò alcuna scintilla. I due chiacchierarono in modo tranquillo, senza provare alcun interesse l’una verso l’altro. Si videro di nuovo nell’estate del 1951, a una cena a casa del giornalista (futuro Premio Pulitzer) e amico comune Charles Bartlett. Quella sera qualcosa iniziò a cambiare tra loro, ma secondo gli amici la scintilla sarebbe scoccata davvero a una seconda cena a casa di Bartlett, avvenuta l’8 maggio 1952.

La coppia divenne inseparabile e si fidanzò ufficialmente nell’estate del 1953. John e Jackie erano perfetti insieme, perché l’attrazione che provavano l’uno per l’altra non era solo fisica, ma anche intellettuale, visto che entrambi erano colti e molto curiosi nei confronti del mondo che li circondava. Il matrimonio, un imperdibile evento sociale da più di ottocento invitati, venne celebrato nella chiesa di St.Mary di Newport, a Rhode Island, il 12 settembre 1953. La sposa indossava un abito in avorio di Anne Lowe che sarebbe diventato iconico, ma anche il simbolo della rinuncia di Jackie alla promettente carriera di giornalista per diventare la moglie del futuro presidente degli Stati Uniti.

Per la coppia i problemi iniziarono poco dopo le nozze: Jacqueline aveva problemi di fertilità: dopo un aborto spontaneo e una figlia nata morta nel 1956, di nome Arabella, la futura First Lady mise al mondo, nel 1957, Caroline. Quasi in contemporanea con l’elezione di John a presidente degli Stati Uniti, nel 1960, Jackie annunciò la sua seconda gravidanza, da cui nacque, nello stesso anno, John F. Kennedy junior seguito, nel 1963, da Patrick, morto a soli due giorni di vita a causa di una grave malformazione ai polmoni.

Jackie seppe reagire ai lutti, rivoluzionando e modernizzando il ruolo della First Lady, incurante delle critiche per le sue scelte di stile troppo orientate, secondo alcuni, verso la moda francese. Gran parte di ciò che gli americani e l’opinione pubblica internazionale pensano, oggi, del ruolo della moglie del presidente degli Stati Uniti, il modo in cui ritengono che tale ruolo vada svolto, dipende proprio dall’interpretazione che ne fece Jacqueline prima che il sogno venisse bruscamente interrotto quel 22 novembre 1963 a Dallas.

La diva eterna: Marilyn

“La vita è troppo breve per preoccuparsi di Marilyn Monroe”, sembra abbia detto Jackie Kennedy, reagendo con la sua usuale eleganza alle voci secondo cui John e la celebre attrice avevano una relazione. In realtà, nonostante le tante indiscrezioni, di quel presunto legame tra il presidente e Marilyn conosciamo ben poco. Le voci che resistono ancora oggi dicono che la Monroe avrebbe avuto una storia d’amore sia con John sia con suo fratello Bob Kennedy. Tuttavia non sappiamo nemmeno quando sarebbe avvenuto il primo incontro tra la diva e il presidente.

Le fonti non concordano: forse quando Marilyn era ancora sposata con Arthur Miller, ma le cose tra i due iniziavano ad andare male, pare anche a causa di un aborto. Oppure durante una festa nel 1954. La casa di Bing Crosby a Palm Beach sarebbe stata la “testimone silenziosa” di questa passione, ma alla fine John si sarebbe stancato di Marilyn e l’avrebbe abbandonata. Secondo altre versioni, un po’ fantasiose e comunque mai provate, la morte dell’attrice, avvenuta il 5 agosto 1962, non sarebbe stata accidentale e tanto-meno un suicidio, bensì l’epilogo di un complotto in cui sarebbero stati coinvolti proprio John e Robert Kennedy.

Per la verità di questo presunto rapporto tra Marilyn e i Kennedy noi abbiamo solo una famosa foto, legata a un momento indimenticabile e rimasto nella Storia: il 19 maggio 1962, dieci giorni prima del 45esimo compleanno di J.F.K., il fotografo ufficiale della Casa Bianca, Cecil Stoughton, scattò una fotografia in cui si vedono Marilyn Monroe, Robert Kennedy e il presidente intenti a chiacchierare nella casa del produttore Arthur Krim a Manhattan. La diva indossa il meraviglioso “naked dress” da 1440 dollari, l’abito impreziosito con 6mila cristalli che pare le sia stato cucito addosso, firmato Jean Louis e disegnato dall’assistente Bob Mackie. Quella sera, prima dello scatto, l’attrice, Bob e John si erano recati alla raccolta fondi organizzata al Madison Square Garden. In quell’occasione Marilyn aveva intonato il celebre, sensuale “Happy Birthday Mr. President”.

La studentessa e il senatore

Nell’agosto 2021, sul sito Air Mail News, comparve la confessione di un’altra presunta amante di J.F.K., Diana De Vegh, ex psicoterapeuta che avrebbe incontrato Kennedy nel 1958 a una cena organizzata dal partito democratico a Boston. All’epoca Diana aveva 20 anni ed era una studentessa alla Radcliffe University, mentre John un ambizioso senatore di 41 anni. Dopo un corteggiamento piuttosto serrato ci sarebbe stato un secondo incontro, stavolta intimo, nell’appartamento di Kennedy a Boston.

Diana ha ricordato così quei momenti: “Il primo istinto è stato quello di scappare…è sempre un abuso quando un uomo più anziano seduce una donna più giovane?...Avrebbe potuto e dovuto notare che aveva il doppio dei miei anni e che c’era una differenza di potere?”. Per il presidente la De Vegh si sarebbe trasferita a Washington, trovando lavoro come assistente di ricerca al Consiglio di Sicurezza nazionale. La storia, molto controversa, sarebbe finita presto e nel peggiore dei modi per Diana: “Quando John Kennedy ha perso interesse per me, ho perso interesse per me stessa”. Solo molti anni dopo, grazie al movimento “MeToo”, la donna avrebbe compreso che quel presunto rapporto con Kennedy sarebbe stato “tossico” e che “non aveva nulla di romantico”.

L’amante di John addetta stampa di Jacqueline

Anche la storia di Pamela Turner non è mai stata confermata, ma sembrerebbe piuttosto plausibile. Di certo è un’altra vicenda enigmatica. A 21 anni la donna fu assunta come segretaria dell’ufficio del senatore John Kennedy. Una notte, alla fine degli anni Cinquanta, un uomo si sarebbe intrufolato nella casa in cui Pamela viveva da sola. La padrona dell’appartamento, Florence Mary Kater, credette di riconoscere in quella figura furtiva addirittura il senatore J.F.K, stella in ascesa della politica americana con una bellissima moglie incinta. Lo avrebbe fotografato, decisa a inviare le immagini ai giornali e far scoppiare uno scandalo. Le redazioni non avrebbero preso neppure in considerazione quel piccolo scoop, tranne il Washington Star, che pubblicò un breve articolo.

Dopo le elezioni presidenziali Kennedy, forse per cercare di salvare le apparenze, assunse Pamela come prima addetta stampa di Jacqueline. Era la prima volta che una First Lady poteva contare su una figura professionale che facesse da tramite tra lei e i media. Le domande vengono spontanee: Jackie era consapevole della relazione tra il marito e la Turner? Era gelosa di lei? Nessuno lo sa.

La storia è avvolta da un velo spesso di discrezione e riservatezza. Secondo l’ipotesi più credibile, quando Pamela arrivò alla Casa Bianca, il suo presunto rapporto con John sarebbe stato già un ricordo. L’impressione è che se anche la First Lady fosse stata a conoscenza della liaison tra la sua assistente e il marito, non si sarebbe data pena più di tanto. La Turner sarebbe stata solo una delle tante amanti di John. Una lista così lunga che perfino pensare di detestare tutte quelle donne sarebbe stato inutile.

Secondo altre indiscrezioni dietro l’apparente indifferenza di Jacqueline ci sarebbe un altro motivo: il milione di dollari ricevuto dal suocero in cambio del suo silenzio e della promessa che non avrebbe mai chiesto il divorzio, gesto che avrebbe distrutto la reputazione del presidente. In ogni caso Pamela svolse il suo lavoro con una tale dedizione e un tale impegno da guadagnarsi il rispetto di Jackie, che la volle come sua assistente personale dopo il matrimonio con l’armatore greco Aristotele Onassis, avvenuto nel 1968.

Pamela Turner era accanto alla First Lady Jacqueline quando, due ore e otto minuti dopo la morte di J.F.K. Lyndon Johnson prestò giuramento come presidente a bordo dell’Air Force One, all’aeroporto di Love Field. Era presente anche al Cimitero Nazionale di Arlington il 23 maggio 1994, per dare l’ultimo saluto all’indimenticabile Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis.

L’ossessione di John

Per il presidente John F. Kennedy le donne sarebbero state una vera e propria ossessione, sebbene il giornalista dell’Independent Nick Bryant, nel 1996, abbia voluto separare in modo netto la vita privata dell'uomo da quella pubblica di Capo di Stato, sottolineando: “Essere un marito pessimo non faceva di lui l’essere un presidente pessimo”. Ci sarebbero stati flirt, anche molto brevi (parliamo addirittura di una manciata di minuti), con donne famosissime come Marlene Dietrich (la quale, secondo i pettegolezzi, sarebbe stata anche amante di Joseph Kennedy, padre di John), splendida 60enne all’epoca dei presunti fatti. Il gossip ha raccontato anche di altre liaison: una, durata 18 mesi, con la 19enne stagista Mimi Alford (che ricorda molto un altro gigantesco scandalo, quello Clinton-Lewinsky), una seconda con l’amante del boss Sam Giancana, Judith Campbell Exner, una terza con la prostituta tedesca Ellen Rometsch, che si sarebbe consumata tra le mura della Casa Bianca.

Ma questi sarebbero solo i nomi più conosciuti. Sembra che la vita intima di John F. Kennedy fosse una continua trasgressione e che per lui le donne fossero nient’altro che oggetti, passatempi di cui si sarebbe stancato presto. Citata dal Daily Mail, la sorella di Jacqueline, Lee Radziwill, raccontò le sue impressioni sul cognato, ricordando frasi che lasciano perplessi. Si riferiva a lui chiamandolo “Jack”, un nomignolo affettuoso usato dalla famiglia Kennedy e dagli amici: “Jack era pieno di donne e io sapevo esattamente cosa stava facendo. Quando gliene parlavo, lui non aveva alcun senso di colpa. Diceva: ‘Io amo [Jackie] profondamente…non mi pare di comportarmi male con lei, l’ho sempre messa al primo posto’”.

La mafia, il Vietnam e la Cia: tutti i lati oscuri della presidenza Kennedy. Storia di Valerio Chiapparino su Il Giornale mercoledì 22 novembre 2023.

“Ci sono prove schiaccianti di un coinvolgimento della Cia nell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy”. Queste accuse non sorprendono tanto per il contenuto ma quanto per la persona che le ha pronunciate. A rilanciare infatti una delle teorie del complotto più diffuse sull’assassinio avvenuto il 22 novembre del 1963 a Dallas non è stato uno dei tanti americani, e non solo, scettici di fronte alla versione ufficiale sostenuta dal governo bensì Robert F. Kennedy Jr, nipote del primo presidente cattolico degli Stati Uniti. L'erede della vera famiglia reale d'America, candidato indipendente alle elezioni dell'anno prossimo, ha dichiarato a Fox News che ci sono stati “sessant'anni di insabbiamenti” aggiungendo inoltre di avere “prove solide” del coinvolgimento dell’agenzia di Langley. Una convinzione, secondo le affermazioni del politico no-vax, così forte da spingere suo padre, Robert Kennedy ministro della giustizia nell’amministrazione del fratello, a telefonare subito alla Cia per chiedere se fossero stati loro a compiere l'omicidio.

Com'è possibile che a distanza di sessant'anni si parli ancora dell’assassinio del presidente della Nuova Frontiera? Per diversi commentatori la risposta risiede in quella che è considerata una figura quasi mitica, emblema di un’epoca in cui il fascino del politico di origini irlandesi e il glamour di sua moglie Jackie convivevano con momenti di aspro confronto, al limite dello scontro nucleare, con l’Unione Sovietica. Kennedy è ancora oggi al centro della madre di tutti i complotti perché, nonostante i tentativi di rappresentarlo diversamente, è stato un presidente la cui esistenza era intrisa di segreti e trame oscure e lui stesso protagonista di intrighi machiavellici.

È Il Wall Street Journal a ricordare come Jfk soffrisse di importanti problemi di salute, tra cui un mal di schiena quasi invalidante, e facesse uso di farmaci. Una condizione clinica nascosta al pubblico americano. Dei suoi tradimenti si è parlato a lungo ma, più che quelle tra le lenzuola, erano le sue giravolte in politica interna ed estera ad aver contribuito ad alimentare le teorie cospiratorie sulla sua morte violenta. All’interno del Partito democratico i progressisti convivevano con i suprematisti bianchi degli Stati del sud e per mantenere unita la coalizione Kennedy era costretto ad ingaggiare spericolati accordi dietro le quinte.

Non andava meglio in politica estera. L’allora inquilino della Casa Bianca inviava il fratello in gran segreto a negoziare con i sovietici un accordo sugli armamenti nucleari evitando di informare il suo segretario di Stato o il consigliere per la Sicurezza nazionale. È nella spregiudicata gestione degli affari internazionali da parte del presidente democratico che in molti sospettano si possano nascondere i mandanti del suo assassinio. Continuando la tradizione inaugurata dal suo predecessore Dwight Eisenhower, Kennedy ha approvato operazioni segrete della Cia in numerosi Paesi, tra cui la Germania, la Francia e l’Italia e soprattutto quella fallimentare a Cuba della Baia dei porci. Si è parlato tanto dei progetti di avvelenamento di Fidel Castro e di attentati terroristici nel Paese organizzati da elementi della mafia al soldo degli americani. Vicende opache per cui non è stato ancora possibile accertare una responsabilità diretta di Jfk ma che gettano una luce sinistra anche su quanto accaduto a Dallas.

Se però c’è una nazione in cui è possibile cercare la vera eredità del presidente di Camelot quella è il Vietnam. Infatti, è durante il suo mandato che gli Stati Uniti aumentano il loro coinvolgimento nel sud est asiatico cercando di rafforzare politicamente e militarmente il Vietnam del Sud e appoggiando il colpo di Stato contro Ngo Dinh Diem. Poche settimane dopo la deposizione del capo del regime dell’allora Saigon arrivarono gli spari mortali nella città texana.

Insomma, a giudicare dalle mille trame in cui è stato coinvolto, la fine dell’innocenza per l’America non sarebbe quindi cominciata in una fredda mattina di novembre di 60 anni fa bensì quando Kennedy ha fatto il suo ingresso per la prima volta alla Casa Bianca.

Errori, misteri, fucili ed esuli. E l'America perse l'innocenza. Il 22 novembre 1963 a Dallas veniva assassinato il presidente e con lui la fiducia nella verità. Del delitto non ci sarà mai una versione univoca. Matteo Sacchi  il 19 Novembre 2023 su Il Giornale.

Ci potrebbero essere infiniti modi di raccontare quello che è successo a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963. Si dice che alle 12 e trenta di quel giorno, con tre colpi di fucile (ma esiste una teoria su un quarto colpo che piacerà sempre ai complottisti), l'America abbia perso l'innocenza.

Non l'ha persa per la morte violenta del suo presidente, John Fitzgerald Kennedy. Di presidenti, prima di Kennedy, ne erano stati assassinati altri tre: Abraham Lincoln, James A. Garfield e William McKinley. L'ha persa perché nell'epoca della Guerra fredda, e del trionfo dei media, ogni possibile verità su ciò che è accaduto si è trasformata in una teoria in mezzo a centinaia di altre teorie. Con la morte di Kennedy in America ha smesso di esistere la verità. E allora proviamo a mettere in fila i fatti per ottenere una narrazione, se non vera, fattuale. Già attorno al 20 novembre sul viaggio a Dallas del Presidente, negli ambienti a lui vicini, serpeggiava un certo nervosismo. Dallas era considerata zona ostile alla campagna di rielezione e alla politica di Kennedy. Erano arrivate tante minacce, si temeva anche l'eventuale infiltrazione di cubani fedeli a Castro nel mondo dell'immigrazione che proveniva dall'isola, Cia ed Fbi erano in allarme. Il presidente ignorava sistematicamente tutte le allerta. Era assolutamente convinto che la politica si facesse stringendo le mani. Il fatto di girare con una macchina coperta non veniva nemmeno considerato.

Quel venerdì era prevista pioggia e questo avrebbe comunque costretto a montare sulla macchina una calotta di plastica. Non a prova di proiettile ma che avrebbe reso la vita difficile a qualsiasi cecchino. Uscì di colpo il sole. Il corteo presidenziale procedeva a circa 25 all'ora. Per evitare un quartiere ritenuto antiestetico si era deciso di far passare la processione di auto in Dealey plaza, di fronte al deposito libri della Texas School. Lee Harvey Oswald, ex marine con la passione per Castro e un tentativo di emigrazione in Urss alle spalle, era stato assunto come magazziniere in quel deposito il 15 ottobre. E qui bisogna fare una piccola pausa e mettere i puntini sulle i su un fatto spesso mistificato: Oswald era un ottimo tiratore sin dal tempo dei marines: in poligono riuscì a colpire 48 bersagli su 50 a una distanza più che doppia di quella massima da cui venne colpito Kennedy. Di fronte al deposito libri, alto sette piani, la Limousine presidenziale fu costretta a rallentare ulteriormente a causa di una curva stretta. La imboccò alle 12 e 29. Proprio in quel momento la moglie del governatore del Texas, Nellie Connally, che sedeva davanti con il marito, si girò dicendo a Jfk: «Signor Presidente, ora nessuno potrà dire che Dallas non la ama». «No davvero» rispose il presidente e si sentì un rumore secco. Se ne sentì subito dopo un secondo, il Presidente si portò le mani alla gola, evidentemente era stato colpito. Il governatore John Connally sobbalzò dicendo «No, no, no!» e iniziò a scivolare. Gli agenti di scorta reagirono con lentezza, anche se qualcuno di essi si girò visibilmente verso il deposito dei libri. Ma l'errore fatale fu dell'autista, rallentò invece di dare gas. Il terzo colpo raggiunse Kennedy alla testa facendogli esplodere la teca cranica mentre, con macabra sincronia, Connally si accasciò del tutto tra le braccia della moglie coperta di sangue. Solo a quel punto l'auto iniziò ad accelerare, ma era tardi, e un agente corse in soccorso di Jacqueline salita, con la forza della disperazione, sul bagagliaio della macchina a raccattare i pezzi del cranio di Kennedy.

Mentre il corteo presidenziale si dirigeva inutilmente verso il Parkland Memorial Hospital, la Dealey plaza precipitava nel caos. Molti dei testimoni però indirizzarono la polizia, a partire dal suono degli spari, verso il deposito libri. Lee Harvey Oswald venne subito fermato ma rilasciato (errore incredibile) per intervento del direttore del deposito, che lo identificò come dipendente. Al sesto piano venne ritrovata una finestra aperta con tre bossoli sul pavimento, lì vicino il fucile Carcano modello 91 che li aveva sparati. Erano le 12 e 45, il palazzo veniva messo sotto sequestro e solo allora ci si accorse che Oswald si era dileguato. Un altro errore (assurdo?). Venne immediatamente diramato un identikit. Un agente di pattuglia, J.D. Tippit, notò un uomo che corrispondeva alla descrizione, che si muoveva trafelato. Lo bloccò ma venne freddato a colpi di pistola. Tippit è il morto di quella giornata che quasi nessuno ricorda. Oswald venne inseguito da altri agenti dentro il cinema Texas, lì venne di nuovo raggiunto dalla polizia e arrestato. Non ci volle molto per capire che aveva acquistato per posta sia il fucile che la pistola.

Nel frattempo la notizia della morte di Kennedy aveva iniziato a rimbalzare per il mondo. Le testimonianze a moltiplicarsi, come i dubbi. Una immensa frana che sarebbe piombata sulla famosa commissione Warren. Tra i più noti teoremi che si sono susseguiti: i sospetti di un quarto sparo e l'impossibilità per Oswald di sparare 3 colpi in 7-8 secondi, l'impossibilità che un singolo proiettile abbia causato tutte le ferite di Kennedy e di Connally. Negli anni, diversi test hanno dimostrato che con un Carcano i colpi erano sparabili anche più in fretta di così. Per altro, i colpi sono stati sparati mentre Kennedy era ad una distanza compresa tra i 53 e gli 81 metri. Per un fucile una distanza ridicola. È quasi stupefacente che Oswald abbia sbagliato un colpo. Le analisi in 3D del famoso filmato di Abraham Zapruder (l'unico esistente dell'attentato) e degli spostamenti della macchina nella piazza hanno reso spiegabile il percorso del così detto proiettile magico. Sul secondo tiratore non è mai emerso nessun indizio convincente. Però col tempo ne sono emersi tanti sul possibile coinvolgimento di Cuba. A volte spingere i dubbi verso una banale false flag politicamente irrilevante è meglio che lasciare che le indagini vadano verso percorsi pericolosi, percorsi da terza guerra mondiale. Per tutto il resto c'è il film di Oliver Stone, che fa arrabbiare gli storici ma ha cambiato la percezione collettiva.

L'uomo che a Berlino seppe farci vedere che cos'è l'Occidente. Sbagliò tutto: la Baia dei Porci, il rischio della guerra nucleare, il Vietnam... Ma fece abbracciare due Continenti. Vittorio Macioce  il 19 Novembre 2023 su Il Giornale.

Non era lui il prescelto. «Jo» veniva prima, sempre, anche nella morte. Joseph Patrick junior, il primogenito. Quello che avrebbe dovuto ereditare la fortuna dei Kennedy, sempre un passo avanti e soprattutto il più amato dal padre. Non a caso portava il suo nome. Solo che «Jo» non è mai tornato a casa. La sua anima è rimasta nella contea di Suffolk, con la sua bella divisa da aviatore, disperso da qualche parte sotto quel cielo, maledetto da «Aphrodite», il nome in codice della missione sperimentale. «Jo» volava su un BQ-8 imbottito di esplosivo, 10 tonnellate di Torpex, per sperimentare nuove strategie di bombardamento. Qualcosa andò storto nei circuiti di ricezione della radio, una scintilla e poi un boato. Non restò nulla da portare a casa.

È quel vuoto che John si ritrova a riempire, come un sopravvissuto, come una riserva, una sorta di pezzo di ricambio. Il padre avrebbe continuato a rimpiangere l'originale. La madre no, perché Rose lo ha sempre amato. Anche questo era scritto: John Fitzgerald. Il secondo era suo. La figlia del vecchio sindaco di Boston aveva dato il suo cognome come secondo nome. È da questa bizzarria che arriva l'acronimo che ha segnato il secolo americano.

«JFK» non ha usurpato la gloria del fratello. È tornato dalla guerra vivo e con una medaglia al petto, da marinaio, con un'impresa da raccontare come comandante di una torpediniera nel Pacifico. La nave viene affondata ma il tenente di vascello Kennedy nuotando senza sosta nella notte salva tutto il suo equipaggio. Nessuno resterà indietro. Questa storia verrà raccontata in lungo e in largo durante la campagna elettorale, con il padre a comprare sottobanco i voti di italiani e affini, più tutti quelli che avevano brindato agli anni ruggenti del proibizionismo. Non si fidava di quell'eroe sconfitto. Ecco, magari stanno proprio qui le radici di un mito, perché poi in soli tre anni JFK ha cambiato l'immaginario degli Stati Uniti d'America e di tutto ciò che gli girava intorno. È il passo dentro una nuova stagione, che si illude di dimenticare l'inferno della guerra e promette una vita da sogno per tutti quelli che hanno l'intraprendenza di crederci, con una ricchezza diffusa e protocollata, con una villetta a schiera in qualche quartiere residenziale e una colazione ricca di vitamine e una moglie sorridente e un futuro da disegnare con il libretto di istruzioni e l'inganno della scritta «Fai da te». Kennedy è una promessa di gioventù. Cosa resta di lui? Un caleidoscopio di immagini frammentate, la costruzione e la destrutturazione di un mito che segna le illusioni e le miserie dell'America, gli inganni e i segreti, i segreti e la voglia di aggrapparsi a una età dell'oro che luccica troppo per essere vera.

La scatola magica della tv, con il primo faccia a faccia elettorale in una democrazia che scopre il fascino dell'immagine. Richard Nixon sembra un cane bagnato, con il sudore che scende lungo la fronte e a poco vale la sua intelligenza politica, l'esperienza al fianco di Ike Eisenhower, la concretezza di chi non si fida di niente e di nessuno. Kennedy sorride e dissimula e conquista chi ha voglia di credere in un futuro di plastica. Il democratico JFK diventa il modello da seguire per i rampolli delle aristocrazie di tutto il globo. I pantaloni eleganti che arrivano alla vita e non ti tagliano il busto a metà, la camicia Brooks Brothers button-down, gli occhiali da sole per proteggere gli altri dal proprio sguardo, i mocassini Sebago che stanno lì a ricordarti che navigare necesse est. E poi tutto il resto, la bugia di una Camelot che sotto la tavola rotonda nasconde cinismo e strafottenza, gli intellettuali che giungono a corte e poi le feste con la combriccola di Sinatra, che si porta dietro l'ombra di Sam Giancana e quel patto non scritto che ha consegnato all'America il primo Presidente cattolico e irlandese. Lo sguardo senza sogni di Jacqueline, che recita a soggetto la parte della first lady e Marilyn, divina carne da macello, che sbuca dalla torta e sussurra, melodica, Happy Birthday Mr. President.

Kennedy non è stato il migliore dei presidenti. È la goffa disavventura della Baia dei Porci. È portare l'umanità ai confini della guerra nucleare. È l'ottimismo senza ragione. È la scelta di portare la gioventù che rappresenta nel fango del Vietnam. C'è qualcosa di indelebile che però ha lasciato ai posteri. È una terra immaginaria che fonda la sua identità sui pilastri della libertà e della democrazia. È la promessa di un sopravvissuto che ha incrociato la morte troppo presto in un pomeriggio di Dallas. L'omicidio lo consegna alla leggenda, ma prima di questo c'è, in quel tragico 1963, un discorso di primavera di fronte al Rathaus Schöneberg, lì dove c'è il municipio di Berlino: «Ich bin ein Berliner». È lì che i due continenti legati dall'Atlantico si riconoscono. È quel giorno che si vedono Occidente.

E pluribus unum. Storia dei presidenti degli Stati Uniti d’America. John Fitzgerald Kennedy, il predestinato: l’ascesa politica, le scappatelle e la morte in diretta “…Perché il legame fondamentale che unisce tutti noi è che abitiamo tutti su questo piccolo pianeta…” Carmine Abate su Il Riformista il 18 Novembre 2023

John Fitzgerald Kennedy è stato sicuramente uno dei presidenti più amati della storia. Un predestinato, appartenente a una delle famiglie più potenti e influenti d’America. Carismatico, bello, ambizioso, è riuscito ad entrare nel cuore degli americani (e non solo) come pochi altri leader politici. La sua tragica fine a Dallas nel 1963 contribuisce a fare entrare la sua figura mitologica nella leggenda.

Nasce nel Massachusets nel 1917; cresce a Boston e a New York. È il secondo di nove fratelli. Frequenta l’Università di Harvard, ma nel 1941 decide di arruolarsi in Marina. Le sue già fragili condizioni di salute (ne soffrirà per tutta la vita) ne compromettono in un primo momento il reclutamento. Il peso del nome e le opere di convincimento del padre Joe mettono le cose a posto. Quella in Marina è un’esperienza fondamentale per Kennedy, durante la quale ha l’opportunità di mettere alla prova il suo coraggio. L’occasione arriva quando l’imbarcazione da lui comandata viene colpita da un cacciatorpediniere giapponese. Kennedy riesce a portare in salvo i suoi compagni nuotando per kilometri in mare aperto e compiendo una vera e propria impresa che gli valse molti riconoscimenti.

Entra in politica dalla porta principale a guerra finita. Prima al Congresso e poi al Senato. Decisivo per il suo cammino (umano e politico) l’incontro con Jacqueline Bouvier (Jackie Kennedy). Per stessa ammissione di Jack (tutti lo chiamavano così) l’apporto di sua moglie fu determinante per la realizzazione di un suo famoso e importante articolo, Profiles in Courage, dedicato ai politici più coraggiosi della storia degli Stati Uniti. L’articolo, diventati poi un libro, permette a Kennedy di vincere il premio Pulitzer nel 1957.

A proposito però di Jackie, ci sarebbe un intero capitolo da aprire sul rapporto di Kennedy con le donne. Il suo insaziabile appetito sessuale è cosa ormai arcinota, così come la sue molteplici relazioni extraconiugali, tra cui quella con la leggendaria Marilyn Monroe. “Scappatelle” che accompagneranno l’apparentemente perfetta vita dei coniugi Kennedy prima e durante il periodo alla Casa Bianca, e che Jackie è costretta suo malgrado a gestire e sopportare.

Tornando alla politica; per Kennedy il ruolo di semplice senatore è troppo stretto, non può bastargli: la sua sfrenata ambizione (e quella di suo padre e della sua famiglia) glielo impedisce. Nel 1960 dichiara il suo reale obiettivo: la presidenza. Affronta durante le primarie democratiche quel Lyndon Johnson che diventerà il suo vicepresidente e il suo successore dopo l’attentato in Texas. Superato lo scoglio delle primarie restava però l’avversario repubblicano da battere: Richard Nixon. Inizia così una campagna elettorale che segna il passaggio da un’epoca all’altra. È la prima volta in assoluto che un dibattito presidenziale viene trasmesso in televisione. Dal confronto, complice un’evidente differenza di presenza scenica, uscì vincente Kennedy. Anche se qualcuno tiene a ricordare che gli americani che ascoltarono il confronto alla radio considerarono Nixon vincente; a testimonianza della sempre maggiore importanza che da lì alle successive elezioni assumeranno l’aspetto fisico e la presentabilità dei candidati.

Kennedy riesce ad avere la meglio su Nixon (che si rifarà qualche anno più tardi rendendo però tristemente famosa la sua presidenza per lo scandalo Watergate) e diventa il primo presidente cattolico (altro aspetto da rimarcare) di sempre. Il giorno del giuramento consegna alla storia una delle frasi più celebri pronunciate durante un suo discorso: «Non chiedetevi che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese».

Jack Kennedy arriva alla casa Bianca a soli 43 anni, con un consenso che tocca percentuali mai viste prima. La sua presidenza viene sicuramente segnata dal tentativo di deporre Fidel Castro a Cuba e dal fallimento dell’invasione della baia dei Porci. Un governo comunista alle dipendenze di Mosca, e a pochi km dalle coste della Florida, rappresentava un problema non di poco conto per l’amministrazione Kennedy. La conseguente crisi dei missili (gli americani avevano le prove della costruzione di missili sovietici a Cuba) portò il mondo sull’orlo della catastrofe. In quella circostanza Kennedy dimostrò tutto il suo valore e scongiurò probabilmente un terzo conflitto mondiale. Nonostante le pressioni militari dei suoi generali non attaccò le basi missilistiche russe ma convinse Chruschev a fare dietrofront in cambio della promessa di non invadere Cuba e di smantellare i missili americani (i famosi Jupiter) in Italia e in Turchia.

La competizione con l’Unione Sovietica in quegli anni raggiunse anche lo spazio. Kennedy non digeriva l’evidente vantaggio sovietico nell’esplorazione spaziale e lanciò la sfida alla conquista della luna. Entro dieci anni un americano avrebbe dovuto toccare il suolo lunare e tornare sulla Terra sano e salvo. Cosa che effettivamente avvenne come sappiamo ben prima delle previsioni, nel 1969, dopo un’impressionante quantità di miliardi stanziati dal Congresso.

Per ragioni di spazio ci limitiamo a citare questi due avvenimenti della presidenza Kennedy, senza però poter fare a meno di citarne un terzo, quello fatale.

Il 22 novembre del 1963 Kennedy sta percorrendo le strade di Dallas insieme alla moglie (e al governatore del Texas) sulla macchina presidenziale scoperta quando viene raggiunto da alcuni colpi di pistola, uno dei quali gli centra la testa. Le immagini della morte in diretta del presidente (stessa tragica fine toccherà pochi anni dopo a colui che doveva esserne il perfetto erede, il suo amato fratello Bob), del vestito rosa di Jackie macchiato del sangue del marito, del piccolo John che fa il saluto militare davanti al feretro del padre, rappresentano uno schok emotivo per tutti, americani e non. Un momento che si fissa indelebilmente nella memoria collettiva, che cambia la storia degli Stati Uniti. Molti si sono chiesti che cosa avrebbe potuto fare ancora il presidente Kennedy se non fosse morto quel giorno a Dallas, a soli 46 anni. Ovviamente non possiamo saperlo, non siamo in grado di dire se il futuro dell’America e del mondo avrebbe potuto prendere una piega differente. Possiamo però cercare di capire quello che di buono e di meno buono Kennedy ha fatto; senza dubbio vale la pena conoscerne la storia, studiare il personaggio, assorbirne il meglio.

“I nostri problemi vengono creati dall’uomo, perciò possono essere risolti dall’uomo. Perché il legame fondamentale che unisce tutti noi è che abitiamo tutti su questo piccolo pianeta. Respiriamo tutti la stessa aria. Abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti solo di passaggio.” J. F. Kennedy

Carmine Abate. Nato a Cosenza 27 anni fa, vive a Roma dal 2015. Ha lavorato come giornalista tirocinante presso Mediaset RTI, nella redazione politica di News Mediaset (Tg4, StudioAperto, TgCom24). È laureato in Filologia Moderna alla Sapienza e ha conseguito il Master in Giornalismo radiotelevisivo con Eidos Communication. Si occupa di giornalismo politico. Redattore di Radio Leopolda, collabora alla Camera dei deputati. Ha scritto un libro su Giulio Andreotti. È fortemente interista, ma ha anche dei difetti

Il mito smarrito di JFK. Gli ideali e il lato oscuro di Kennedy. Di Gianfranco D'Anna il 18/11/2023 su formiche.net.

Libri, documentari, film e un’infinità di articoli si apprestano a commemorare il 60esimo anniversario dell’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy e a delinearne l’eredità politica. Eredità analizzata dal rigoroso vaglio della storia. L’analisi di Gianfranco D’Anna

“Trafitto per sempre dallo spillo di Lee Harvey Oswald come una incantevole farfalla amazzonica inchiodata alle pareti di un museo, John Fitzgerald Kennedy vola immobile da mezzo secolo nella fissità luminosa del suo mito”, scriveva nell’incipit della memorabile corrispondenza da Washington, alla vigilia del 50esimo anniversario dell’assassinio del 35esimo presidente degli Stati Uniti, l’indimenticabile giornalista e scrittore di Repubblica Vittorio Zucconi.

Dieci anni dopo la luminosità del mito di JFK si è molto affievolita ed è ridotta ad una scintilla. Negli ultimi anni la documentazione storiografica e le testimonianze dirette, che continuano a svelare le molte verità nascoste dei quasi tre anni della presidenza Kennedy, conferiscono al 60esimo anniversario del tenebroso enigma dei colpi di fucile di Dallas la bruciante amarezza della delusione per la scoperta delle tante miserie umane di un ideale rivelatosi un falso ideale.

Dalla sex addiction quotidianamente manifestata nei confronti di attrici, cantanti collaboratrici e stagiste della Casa Bianca, alla rischiosissima impreparazione strategica che fece sfiorare all’America e al mondo una guerra nucleare, progressivamente sono emersi svariati lati oscuri che offuscano i ricordi di un affascinante giovane presidente, sempre sorridente, con un taglio di capelli di gran classe, un’espressione seducente ed una oratoria che ancora commuove.

Frasi storiche della serie “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”, e “Ich bin ein Berliner”, che in realtà erano pensate e messe nero su bianco da ghost writer come Ted Sorensen e da uno dei suoi più stretti collaboratori, Arthur Schlesinger, autore dei discorsi della Nuova Frontiera, ispirati al pensiero di Gaetano Salvemini.

John Kennedy e la moglie Jacqueline erano molto più giovani e sfavillanti, rispetto ai predecessori quando entrarono alla Casa Bianca portandovi una ventata di modernità nell’atmosfera puritana e compassata della Washington dell’inizio degli anni ’60, tanto da catalizzare un’attenzione persino superiore a quella riservata alle stelle di Hollywood, ai cantanti e ai campioni sportivi. Jacqueline inaugura l’inedita epopea delle First Lady ed influenza la moda e i costumi dell’epoca, mentre le immagini e le foto della coppia presidenziale spopolano ancora oggi sulle tv e i rotocalchi.

Il carisma che i Kennedy irradiavano valsero all’amministrazione l’appellativo postumo di Camelot, in riferimento all’ideale cavalleresco del Regno di Re Artù.

Il mosaico della memoria evidenzia ora come la loro allure consista principalmente nel che cosa sarebbero stati e nel che cosa avrebbero fatto se Jfk non fosse stato assassinato.

“La vera Trinità di Camelot era sedurre, scopare e godere”, ha scritto James Ellroy nella sua opera più celebre e dissacrante affresco noir dell’American Tabloid. Una narrazione che lascia intuire come Dallas abbia apposto una sorta di sigillo di ceralacca sui retroscena dei “misfatti di Camelot”. Misfatti sessuali e di dilettantismo politico.

Da Pamela Turnure a Evelyn Lincoln, nome in codice fiddle-faddle, all’attrice Marilyn Monroe, il lungo e ancora incompleto elenco delle amanti di JFK, oltre alle happening babies le “ragazze per l’occasione”, comprendeva infatti Judith Campbell, contemporaneamente fidanzata di uno dei capi di cosa nostra, Sam Giancana, il padrino di Chicago che su richiesta del padre del presidente, Joe Kennedy il patriarca senza scrupoli della dinasty, si era dato da fare per fare ottenere al candidato democratico quelle poche migliaia di voti in più, determinanti per superare il repubblicano Nixon alle presidenziali del 1960. Tanto che in quegli anni circolava la battuta “Venite a Chicago, la città dove potete votare anche da morti”.

Chiuso il sepolcro imbiancato della vita privata, aprire il capitolo delle decisioni politiche dell’amministrazione Kennedy è ancora più penoso. Troppi, e di scottante gravità, i problemi che in quei suoi primi mille giorni aveva rinviato e affrontato senza avere alcuna preparazione politico strategica: dal massacro della Baia dei Porci a Cuba, dove gli esuli anticastristi addestrati dall’intelligence americana vennero fatti sbarcare senza copertura aerea, ai primi esordi del coinvolgimento in Vietnam, ai diritti civili negati agli afroamericani, allo scoglio soprattutto dei missili sovietici a Cuba.

A salvare il fratello presidente, l’America ed il mondo, scongiurando il primo e ultimo conflitto nucleare, fu il giovane neo segretario alla Giustizia Robert Kennedy.

Bob tenne a bada i generali del Pentagono, al limite della sindrome da dottor Stranamore, e attraverso l’ambasciatore russo a Washington, Anatolij Dobrynin, trattò direttamente con il segretario generale del Pcus Nikita Krusciov.

Il successore di Stalin, che aveva già fatto fare la figura del neofita a John Kennedy al vertice di Vienna nel giugno del 1961, colse al volo l’occasione per liberarsi dell’incubo di dovere affidare all’incontrollabile Fidel Castro la possibilità di disporre di missili nucleari russi istallati a Cuba ed in cambio ottenne lo smantellamento dei missili atomici segretamente piazzati dagli americani in Turchia, nonché l’impegno Usa a non invadere L’Avana. JFK tirò un sospiro liberatorio e corse in televisione ad annunciare che i russi si erano ritirati.

Ignorando le letali inimicizie suscitate negli apparati militari e dell’Intelligence Community di Washington, e anche l’escalation di tensioni sociali della popolazione nera, tensioni a stento mitigate dal pur deluso Martin Luther King, il presidente Kennedy archiviò Cuba, lasciò marcire la situazione vietnamita, e riprese la trafila del dietro le quinte alla Casa Bianca e dei grandi discorsi in giro per il mondo.

Storico quello pronunciato di fronte al muro di Berlino, alla Porta di Brandeburgo il 23 Giugno 1963, scritto sempre da Sorensen & Schlesinger: “Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire ‘civis Romanus sum’ – esordì Kennedy – Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire ‘Ich bin ein Berliner’. Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista: che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l’onda del progresso:che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune, in Europa come altrove, che dicono che possiamo lavorare con i comunisti: che vengano a Berlino. E ce ne sono anche altre che dicono che sì il comunismo é un sistema malvagio, ma permette progressi economici: che vengano a Berlino. Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino. E per questo, in quanto uomo libero, sono fiero di dire : Io sono un Berlinese”.

Dopo la capitale tedesca, le ultime città europee visitate dal presidente furono, nel luglio del 1963, Roma e Napoli, che lo portarono in trionfo come un Console romano vincitore dei barbari.

“L’Italia, ha scritto Shelley, è il paradiso degli esiliati – dice Kennedy fra il Colosseo e il Vesuvio, prima di lasciare l’Italia – In questo mio breve esilio dal clima di Washington… Ho immensamente apprezzato questo paradiso come ultima tappa del mio viaggio in Europa. Lascio questo Paese con rammarico e l’unica scusa per la brevità del mio soggiorno é la certezza del mio ritorno, la prossima volta con mia moglie”.

Ma come l’epilogo di una tragedia Shakespeariana John Fitzgerald Kennedy non tornerà più: a Dealey Plaza, a Dallas in Texas il 22 novembre 1963 lo aspettano un fucile italiano di precisione, Carcano Mod. 91/38 e altri sicari mai identificati.

Fantasmi di assassinio che ha segnato un’epoca, ma che in gran parte é ancora misterioso e destinato a rimanere impunito. Dato di fatto sconvolgente per una grande e autentica democrazia come quella americana. Dei mandanti e degli assassini di Giulio Cesare sappiamo tutto, di quelli di Kennedy praticamente niente.

John Fitzgerald Kennedy, il lato oscuro dell’ex presidente Usa. Guido Mariani su lettera43.it il 20/11/13

Dal Vietnam al sesso. Gli aspetti controversi di Jfk.

La chiamavano Camelot. A 50 anni dalla morte, la breve e indimenticabile epopea di John Fitzgerald Kennedy vive sospesa tra una mitizzazione delle sue virtù politiche e una miriade di ricostruzioni storiche reali e ipotetiche di quello che fu e quello che avrebbe potuto essere.

Camelot è il nomignolo con cui gli americani amano definire la Casa Bianca di Jfk, in un’epoca in cui il loro palazzo reale era popolato di eroi potenti e coraggiosi, donne affascinanti, frontiere da superare e il sogno americano era più vivo che mai.

LE ACCUSE DI ELLROY. Il quadro idilliaco, in questo mezzo secolo, si è progressivamente appannato. «La vera Trinità di Camelot era Piacere, Spaccare il culo e Scopare», ha scritto James Ellroy nella sua opera più celebre, l’affresco noir American Tabloid . «Jack Kennedy è stato la punta di diamante mitologica di una fetta particolarmente succosa della nostra storia. Spandeva merda in modo molto abile e aveva un taglio di capelli di gran classe. Era Bill Clinton senza l’onnipresente scrutinio dei media e qualche rotolo di grasso».

Progressivamente è emerso un lato oscuro del presidente ucciso a Dallas, anche questo però spesso nutrito da una contro-mitologia, non sempre fedele.

Le ambizioni del padre-padrone, primo presidente della Sec

In questo cono d’ombra ricade il ruolo invasivo e dominante del padre e capostipite della famiglia Joseph Patrick Kennedy, milionario che aveva fatto la fortuna negli anni d’oro e senza regole del mercato borsistico pre-depressione.

Di recente la sua figura dispotica è stata al centro di una discussa, anche se non certo accuratissima, serie televisiva prodotta da History Channel.

Primo presidente della Sec, poi ambasciatore a Londra, Joseph era un padre-padrone che aveva enormi ambizioni per i figli e una feroce determinazione nel realizzarle. Morto il primogenito in guerra, fece di tutto per lanciare la carriera politica di John Fitzgerald.

JOSEPH E LA MAFIA DI CHICAGO. Questo avrebbe previsto anche favori clientelari e legami con l’allora potentissima mafia di Chicago, capace di controllare voti chiave alle elezioni e con cui, secondo voci mai confermate, Joseph aveva fatto affari durante il proibizionismo.

Un nome ricorre assai spesso tra le supposte frequentazioni del patriarca, quello del boss Sam Giancana spietato gangster collegato poi ad alcune teorie complottiste sull’assassinio di Dallas.

OMBRE SULLA CIA. Alcuni documenti recentemente riemersi dalla classificazione top-secret e pubblicati nel 2011 hanno dimostrato come la mafia avesse messo lo zampino anche nel tormentato rapporto con Cuba. Nell’aprile del 1961, Kennedy, appena insediatosi, si trovò a gestire il disastro della fallita incursione della Baia dei Porci pianificata dalla Cia nel corso della presidenza Eisenhower. Il presidente non ebbe il coraggio di impedire l’operazione ma, negando un pieno appoggio militare, condannò al fallimento l’azione che costò la vita a più di 100 persone. «Come posso essere stato così stupido da lasciarli fare?» avrebbe ripetuto più volte al suo entourage. Contemporaneamente, secondo i documenti, la Cia finanziava anche la mafia per pianificare l’assassinio di Fidel Castro.

L’impegno americano in Vietnam: da 2 mila a 16 mila soldati

Un altro nodo mai risolto è il ruolo che Jfk ebbe nell’escalation in Vietnam. Quando giurò da presidente i soldati americani in Sud-Est asiatico erano 2 mila e avevano il ruolo di istruttori militari e consulenti strategici.

Alla fine del 1963 erano saliti a 16 mila. C’è chi sostiene che un anticomunista convinto come lui non avrebbe mai permesso un disimpegno e che alla sua morte erano ormai gettate le basi di un conflitto su larga scala.

Fu il nuovo presidente Lyndon B. Johnson a dichiarare, a pochi giorni dai fatti di Dallas, che non avrebbe «perso il Vietnam» e il punto di non ritorno dalla guerra fu l’incidente del golfo del Tonchino di nove mesi dopo. Robert Kennedy in un’intervista del 1964 dichiarò che nessuno aveva mai pensato a un disimpegno, ma da parte di Jfk c’era la convinzione che una guerra aperta sarebbe stata impossibile da vincere.

OSTILE ALL’ALA PROGRESSISTA. Secondo molte analisi storiche, inoltre, John F. Kennedy non era l’eroe del liberalismo descritto in molti libri di storia. Anticomunista viscerale, era amico al senatore Joseph McCarthy (quello della caccia alle streghe) e si dichiarò più volte ostile all’ala più progressista del suo partito.

Visse inoltre con un certo disagio il movimento per i diritti civili. «I fratelli Kennedy erano quasi morbosamente impauriti dalla marcia per i diritti del 1963», ha raccontato Eleanor Holmes Norton tra gli organizzatori della manifestazione e oggi parlamentare democratico.

UNA SALUTE PRECARIA. Un ulteriore aspetto poco noto, indagato dallo storico Robert Dallek, era lo stato di salute del presidente. Oggi probabilmente un uomo nelle sue condizioni non sarebbe giudicato adatto a occupare lo Studio ovale. Studiando le cartelle cliniche, Dallek ha scoperto che Jfk era affetto dal morbo di Addison (un’insufficienza ormonale) e da una grave osteoporosi alla schiena che gli rendeva quasi impossibile compiere movimenti assai semplici e che col tempo lo avrebbe ridotto all’immobilità. Soffriva di colite e prostatite cronica. Per combattere il dolore assumeva fino a 12 farmaci al giorno. Fu in cura con codeina, demerol, metadone, steroidi, gamma globuline. Fece uso di stimolanti alternati ad ansiolitici e barbiturici. Tuttavia, ha sostenuto lo storico: «Il suo comportamento nei momenti più difficili della sua presidenza fu sempre straordinariamente efficiente».

Le accuse della stagista Alford: «Jfk era un pervertito»

C’è infine l’aneddotica, onnipresente, del suo rapporto con le donne.

Negli Anni 60 “Jack” sembrava incarnare il mito irreale dell’uomo e del marito perfetto: ricco, bello, carismatico. Emersero poi il suo appetito insaziabile per il sesso e innumerevoli racconti di relazioni amorose.

Quanto di vero c’è in questo? Mimi Alford fu una stagista alla Casa Bianca 30 anni prima di Monica Lewinsky. Nella sua autobiografia Once Upon a Secret (in Italia Ho amato Jfk) il presidente viene dipinto come un pervertito che la costrinse al suo primo rapporto sessuale quasi con la violenza nella stanza da letto della Casa Bianca e la spinse a concedersi a un suo assistente davanti ai suoi occhi.

Le confessioni choc della donna sono state pubblicate nel 2012, dopo 50 anni di silenzio, alimentate da un contratto editoriale a sei zeri. Nessuno che potesse smentirla era più in vita. Non era la prima rivelazione sulla materia.

UN’AMANTE IN CONDIVISIONE. Judith Exner nel 1977 aveva rivelato di essere stata amante contemporaneamente di Jfk e del boss Sam Giancana. L’agente dei servizi segreti Larry Newman parlò di notti con prostitute. Quanto ci sia di vero in queste storie è difficile da sapere. Negli anni a Kennedy hanno attribuito storie con le attrici Marilyn Monroe, Angie Dickinson, Gene Tierney e perfino con un’anziana Marlene Dietrich, già supposta amante del padre Joseph. Anche qui la realtà sta probabilmente nel mezzo. Jack non fu certo un marito fedele e uomo perfetto, ma è difficile pensare che fosse nel breve tempo della sua presidenza (e tormentato come era da problemi fisici alla schiena) il maniaco sessuale che una certa letteratura ha dipinto.

«HA AVUTO QUEL CHE MERITAVA». «Ha avuto quello che si meritava. L’hanno fatto fuori prima che il sesso diventasse scadente e che tutti si accorgessero di chi fosse in realtà», ha detto Ellroy.

A 50 anni dai proiettili di Dallas, la vita di Jfk è una leggenda che alimenta grandi ideali, commemorazioni commosse, epici romanzi noir, fiction televisive e biografie scandalistiche. La storia ormai si è confusa con il mito.

Estratto dell'articolo di Massimo Gaggi per corriere.it lunedì 11 settembre 2023.

A 60 anni dall’assassinio di John Kennedy un nuovo libro di memorie fa vacillare la tesi della «pallottola magica» sostenuta dalla Commissione Warren: quella che indagò sull’uccisione e sostenne che a sparare fu solo Lee Oswald, appostato in cima a un edificio di Dallas davanti al quale transitò la limousine scoperta del presidente. Quel giorno, 22 novembre del 1963, Jfk fu ucciso (e il governatore del Texas, John Connally, fu ferito) da due proiettili sparati contro il corteo presidenziale.

Secondo la ricostruzione ufficiale Kennedy fu colpito due volte e Connally riportò varie ferite. Per la commissione Warren il primo proiettile (calibro 6,5, sparato da un fucile C2766) passò attraverso la gola di Kennedy e poi trapassò una spalla, il petto e un polso del governatore fermandosi su una coscia. Per questo da allora i tanti scettici, convinti che ci sia stata una seconda persona a sparare da un’altra direzione, parlano di «pallottola magica».

Ora in loro aiuto arriva la testimonianza di Paul Landis, un agente del secret service che quel giorno seguiva, in piedi sul predellino di una Cadillac, l’auto del presidente. In un libro di memorie intitolato L’ultimo testimone che verrà pubblicato negli Stati Uniti il 10 ottobre, l’88enne Landis sostiene che quel giorno sentì l’esplosione di tre colpi, non due. 

E poi rivela di aver raccolto lui, sul sedile dell’auto presidenziale, la «magic bullet», per evitare che fosse rubata da qualche cercatore di souvenir macabri, e di averla deposta sulla barella sulla quale era il corpo di Kennedy. Affermazione non da poco, se vera, visto che, secondo gli atti della Warren, la pallottola fu trovata sulla barella di Connally, non di Jfk, e per questo i periti ritennero che fosse la causa delle ferite del governatore.

Landis è considerato da tutti una persona seria, non ha mai creduto a teorie cospirative sulla morte di Kennedy[...]

Intanto quanto l’ex agente scrive oggi è in contrasto con la testimonianza che lui rese dopo l’attentato: sostenne di aver sentito solo due colpi e non tre, non citò mai la storia della pallottola rimossa e disse che nella «trauma room» nella quale giaceva Jfk morente entrò solo Jackie Kennedy. Lui rimase fuori: se fosse vero non avrebbe potuto depositare la pallottola sulla barella.

Oggi dice che in quei giorni era sconvolto (non dormì per cinque notti): forse ricostruì le sue memorie in modo superficiale e impreciso. Ma potrebbe essere, invece, la sua memoria a tradirlo, 60 anni dopo. […] Una storia con molte aree grigie che farà discutere e riporterà alla ribalta la tesi del secondo killer. Ma il caso non sarà, per questo, riaperto.

Dagospia il 10 aprile 2023. Estratto da “La cortina di vetro”, di Micol Flammini (ed. Mondadori – Strade Blu)

 […] Da giovane, Suskevic si era sempre tenuto distante dalla politica, eppure la sua vita ha incrociato per ben due volte le dinamiche mondiali. La prima fu quella battuta di caccia che determino la caduta dell’Unione Sovietica e la seconda fu quando gli venne ordinato di insegnare la lingua russa a un americano, un ex marine che si era trasferito in Unione Sovietica.

 Si chiamava Lee Harvey Oswald e, una volta arrivato a Mosca, aveva chiesto la cittadinanza sovietica: gli fu negata. Aveva espresso il desiderio di studiare all’Università di Mosca e fu mandato a lavorare in una fabbrica a Minsk: addetto alla catena di montaggio della Garizont, una fabbrica che produceva radio e televisori.

Suskevic aveva imparato qualche parola di inglese e gli incontri con l’americano si tenevano in presenza di agenti del KGB. Il ragazzo, invece, non imparava il russo, ma stabilirono che sarebbe potuto rimanere lo stesso, anche se lo zelo sovietico non era supportato né dalla dedizione allo studio né da una sufficiente curiosità per il mondo dell’Est.

 Continuo a lavorare a Minsk, si sposo con una studentessa di farmacia e i due andarono a vivere in un appartamento in centro, lussuoso per essere l’abitazione di un semplice operaio.

Il prezzo che Oswald doveva pagare per tanta comodità era la sorveglianza, le pareti erano estremamente sottili e dall’appartamento accanto un agente dei servizi segreti teneva costantemente sotto controllo la coppia, ogni parola, ogni litigio, e poteva anche osservarli attraverso uno spioncino che offriva la visuale della camera da letto.

L’appartamento si trova ancora oggi in un palazzo lungo Prospettiva dell’Indipendenza e non si può visitare; al suo interno vive una famiglia non si sa quanto consapevole del suo passato e del fatto che fosse la residenza dell’uomo che anni dopo avrebbe ucciso il presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

 Oswald si era stancato dell’Unione Sovietica, di un lavoro mal pagato e dell’assenza di discoteche, piste da bowling e night club, e nel 1962 torno negli Stati Uniti con sua moglie e la figlia appena nata. Di lui Suskevic aveva detto che gli era sempre sembrato un sempliciotto: «L’omicidio del presidente Kennedy era al di sopra delle sue capacita. E se davvero e stato lui, qualcuno deve averlo aiutato. Ne sono fermamente convinto».

Il primo presidente della Bielorussia indipendente e morto il 3 maggio 2022, a pochi giorni di distanza da Leonid Kravcuk e diversi mesi prima di Michail Gorbacev. Nonostante la guerra, l’ucraino e stato commemorato con sentiti funerali di Stato, al bielorusso non e stato riservato alcun onore presidenziale, mentre al russo sono state destinate esequie controverse, proprio come e percepita la sua figura in patria. I tre parteciparono alla costruzione di un nuovo mondo, che non a tutti sarebbe piaciuto. […]

Flaminia Camilletti per “la Verità” il 10 aprile 2023.

Il New York Times ha aggiunto un nuovo capitolo alla vicenda delle carte segrete statunitensi. Gli analisti affermano che potrebbero essere stati rivelati più di 100 documenti sensibili. La fuga di notizie è di portata enorme e per la sensibilità dei contenuti, secondo i funzionari statunitensi, potrebbe essere particolarmente grave. Nei leak emerge che l’intelligence statunitense spiava anche i suoi alleati, ad esempio leader politici e militari ucraini e della Corea del Sud. «Un incubo per i Five Eyes» ha detto un alto funzionario dell’intelligence, riferendosi ai cinque Paesi che condividono le notizie dei servizi segreti: Stati Uniti, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia e Canada.  […]

La sconfitta a Cuba che umiliò Kennedy. Bruno Vespa pubblica una biografia di Jfk. I primi cento giorni da presidente? Un disastro. Bruno Vespa su Il Giornale il 30 Aprile 2023

Per gentile concessione dell'editore e dell'autore, pubblichiamo uno stralcio del nuovo libro di Bruno Vespa, Kennedy. Fu vera gloria? Amori e potere di un mito (Railibri, in uscita il 2 maggio). Vespa racconta Kennedy fuori dal mito, mettendo al centro anche l'uomo oltre al politico.

Castro ormai rappresentava la testa di ponte dell'Unione Sovietica nel continente americano. La Cia premeva perché esuli cubani addestrati in Guatemala invadessero l'isola, ed ebbe il via libera per i preparativi. In un rapporto del Dipartimento di Stato è scritto che per quanto l'intervento potesse essere ben camuffato, sarebbe stato comunque addebitato agli Stati Uniti, con il risultato di provocare proteste in tutto il mondo, vanificando l'enorme favore con cui era stato accolto l'arrivo del giovane Presidente alla Casa Bianca. Kennedy era indeciso. Da un lato patrocinare l'invasione in quello che pur sempre era uno Stato sovrano smentiva tutta la sua politica liberal. Dall'altro lato era tentato di rovesciare un regime che aveva promesso libertà e si era rivelato una dittatura. Il Presidente chiese alla Cia di programmare un piccolo sbarco di uomini che avrebbero dovuto avviare la guerriglia in montagna e acquisire poi consensi per simulare una rivolta popolare. Apparve tuttavia evidente che nessun movimento avrebbe potuto apparire estraneo agli americani. Il fallimento dell'operazione avrebbe guastato l'immagine degli Stati Uniti e del suo Presidente, ma a Kennedy fu fatto rivelare che smobilitare i guerriglieri anticastristi in addestramento in Guatemala avrebbe avuto comunque conseguenze pesantissime. Quegli uomini sarebbero necessariamente tornati negli Stati Uniti e avrebbero spifferato ai quattro venti che l'azione non era andata in porto per la vigliaccheria degli americani. Schlesinger rinnovò il suo parere contrario all'operazione con un memorandum di dieci pagine. Anche McGeorge Bundy, assistente per la sicurezza nazionale, si disse contrario, ma il Presidente andò avanti. Kennedy decise di autorizzare lo sbarco dopo aver chiarito agli anticastristi che non avrebbero potuto contare sull'aiuto militare americano. Gli anticastristi decisero di procedere ugualmente: la disastrosa organizzazione della Cia e le indecisioni di Kennedy portarono al fallimento dell'operazione. Lo sbarco alla Baia dei Porci, difficile per la presenza della barriera corallina e per l'assenza di vie di fuga, avrebbe dovuto essere assistito dal bombardamento degli aeroporti cubani da parte di sedici aerei anticastristi. All'ultimo momento Kennedy ne dimezzò il numero. Sabato 15 aprile otto aerei decollarono da una base del Nicaragua e riuscirono a distruggere soltanto cinque dei trenta aerei dell'aviazione cubana. Era stata programmata una seconda ondata di bombardamenti, ma sempre nell'ottica di ridimensionare l'appoggio americano, Kennedy volle aspettare che gli invasori consolidassero la loro testa di ponte. Poiché questo non avvenne, l'operazione fu annullata. Fin dall'inizio, scrisse subito lo storico Theodore Draper nel report Five Years of Castro's Cuba (1964) avvenne «uno di quegli eventi rari nella Storia: un fallimento perfetto». L'ambasciatore degli Stati Uniti presso l'Onu, Adlai Stevenson, fu tenuto all'oscuro di tutto e considerò folle aver promosso l'iniziativa a due giorni da una riunione dell'assemblea generale della Nazioni Unite dedicata appunto alla crisi cubana. Il fallimento dell'operazione fu chiaro il 18 aprile: non c'era stata l'attesa rivolta popolare, ventimila militari castristi dotati di carri armati sovietici ebbero facilmente ragione dei 1.400 invasori, mentre Khruschev minacciava l'intervento armato in favore di Castro. Un contingente della Cia, guidato personalmente dal direttore dell'agenzia, Allen Dulles, fu richiamato per il fallimento dell'invasione. 1.113 controrivoluzionari si arresero e furono rilasciati dopo venti mesi di carcere duro dietro un riscatto di alimenti e farmaci del valore di 53 milioni di dollari. Dulles dovette dimettersi. «In una repubblica parlamentare», gli disse Kennedy, «avrei dovuto dimettermi io. In una presidenziale è lei che deve andarsene». Kennedy fu travolto dai sensi di colpa: i rivoltosi morti, i prigionieri trattati con durezza, l'immagine degli Stati Uniti fortemente lesionata. I suoi collaboratori lo vedevano disfatto, sua moglie lo vide piangere. Jack ebbe tuttavia uno scatto di reni che gli consentì di recuperare rapidamente consensi. Telefonò a Nixon e invitò il vecchio Eisenhower per un weekend a Camp David. Entrambi apprezzarono molto. Il primo gli suggerì di intervenire militarmente su Cuba e Kennedy si guardò bene dal farlo (due terzi degli americani erano contrari). Il secondo gli dette una benevola pacca sulla spalla. L'opinione pubblica americana era seriamente preoccupata per il dilagare del pericolo comunista dall'America centrale al Sud-Est asiatico all'Africa. La ritrovata solidarietà nazionale fece risalire i consensi per Kennedy sopra l'80%. Ma vista anche la stagnazione economica, i primi cento giorni di mandato non furono positivi. Scrisse acidamente Time il 5 maggio 1961: «La settimana scorsa John Kennedy ha concluso i primi cento giorni della sua amministrazione e gli Stati Uniti un mese di rovesci, rari nella storia della repubblica».

Estratto del nuovo libro di Bruno Vespa “Kennedy. Fu vera gloria? Amori e potere di un mito”, in libreria dal 2 maggio per Rai Libri – pubblicato dal “Corriere della Sera” l'1 maggio 2023.

Kennedy è stato sempre attento alla politica italiana. Nel 1960, dopo la drammatica parentesi del governo Tambroni, in Italia si cominciava a parlare di una possibile apertura a sinistra. Il leader socialista Pietro Nenni, critico verso l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, aveva rotto con i comunisti nel ’60. L’amministrazione Eisenhower era stata sempre contraria a qualunque apertura, ma nel ’61 — con Kennedy alla Casa Bianca — le cose presero una piega diversa [...]. 

Kennedy conobbe Fanfani nel ’56, alla convention democratica di Chicago. Gli disse di aver apprezzato il suo Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo. Quando lo incontrò di nuovo nel ’61 come presidente del Consiglio a Washington, Kennedy gli disse informalmente che se avesse portato avanti l’apertura a sinistra, gli Usa ne avrebbero guardato gli sviluppi «con simpatia». 

Il dipartimento di Stato fu informato dell’opinione presidenziale, ma si guardò bene dal farla propria. L’ambasciata americana era tradizionalmente vicina all’aristocrazia romana, orientata a destra, e demonizzava ogni contatto con i socialisti. Quando la svolta si avvicinò, dissero che per gli Stati Uniti sarebbe stato meglio restarne lontani. Nenni avrebbe dovuto fornire molte prove di «purezza democratica» per meritare l’attenzione americana [...].

A Roma, Kennedy arrivò il 1° luglio 1963. Ad attenderlo a Fiumicino, tra gli altri, c’era Carlo Riccardi, il fotografo che ispirò la Dolce Vita, con Ennio Flaiano, che coniò il termine paparazzo, mutuandolo da pappatacio, «moscone» come Fanfani chiamava Riccardi. E l’ossessione dello staff Kennedy per quelli che diventeranno i paparazzi emerge in una nota della Casa Bianca sulla stampa dell’agosto 1962, quando la first lady Jacqueline scelse Ravello per le vacanze di agosto. Quella visita fece epoca. Jackie aveva 33 anni ed era bellissima.

Arrivò con i figli John John e Caroline, con la sorella Lee Radziwill, il cognato, una segretaria e una bambinaia. Per tre settimane soggiornò a Palazzo Episcopio. Ogni mattina, su una 600 decappottabile messa a disposizione dalla Fiat, Jacqueline scendeva ad Amalfi per fare sci d’acqua. Suo accompagnatore fu Gianni Agnelli, che trascorse alcune notti nella stessa residenza di Jackie. 

Nacquero così le voci su un flirt tra i due, rilanciate dalla stampa americana. John, che aveva i suoi problemi tra Cuba e le rivolte dei neri, le spedì un messaggio: «More Caroline, less Gianni» («occupati più di Caroline che di Agnelli»). I due erano inseparabili. Sul mitico Veliero Blu, al largo di Amalfi, nei bagni a Conca dei Marini, i cocktail al bar Santo Domingo, i balli notturni a piedi nudi (qui senza foto) da Chez Checco. Pettegolezzi? Forse non solo, perché nel 2005 Gore Vidal, lo scrittore imparentato con i Kennedy, rivelò che tra i due c’era stata una storia [...].

Il primo luglio 1962, a Roma, per Kennedy ci fu un bagno di folla. In Campidoglio disse: «Come presidente degli Stati Uniti rappresento due o tre volte il numero di italiani che rappresenta il sindaco di Roma. Sono convinto che l’Oceano Atlantico debba essere il mare nostrum». 

Dopo gli incontri con il governo, il cerimoniale prevedeva una cena al Quirinale. Ristretto di pollo in tazza, filetti di sogliola alla veneziana, sella di vitello allo cherry, asparagi alla riviera, spumone Conte Rosso, innaffiati da Riesling, Bardolino Bolla, Ruinart Reserve Brut 1949. Rispondendo al saluto del presidente Segni, Kennedy disse che «Stati Uniti e Italia sono alleati più di quanto non sia mai avvenuto in passato, sono soci nella difesa della libertà. Considereremo una minaccia alla vostra pace e alla vostra libertà come una minaccia a noi stessi e risponderemo in modo adeguato».

Estratto del nuovo libro di Bruno Vespa “Kennedy. Fu vera gloria? Amori e potere di un mito”, in libreria dal 2 maggio per Rai Libri – pubblicato da “Libero Quotidiano” l'1 maggio 2023.

Ogni volta che Jack rientrava, Jackie lo accoglieva guardandolo dritto negli occhi, lui sapeva che lei sapeva. Jackie taceva, per amore, per educazione, per stile, e perché così si fa. Jack era innamorato? Non si saprà mai: «Non ho mai amato davvero nessuna donna, ma sono stato abbastanza interessato a un paio, tra cui mia moglie», pare abbia detto una volta con cinica nonchalance. 

Sessualmente era bulimico come tutti i maschi di casa Kennedy, anche a causa della mistura di steroidi, anfetamine e novocaina che era costretto ad assumere regolarmente per placare i dolori violenti alla schiena. Le meravigliose iniezioni a cui lo aveva iniziato il dottor Jacobson, detto “Feelgood”, il pusher legale della Casa Bianca al quale tutti si rivolsero prima o poi, Jacqueline compresa.

Jackie sapeva benissimo che suo marito andava spesso all’Hotel Mayflower di Washington, entrando dal garage tramite un passaggio segreto, per recarsi nella suite situata all’ottavo piano dove, ogni volta, una fanciulla diversa lo aspettava in camera. Jack non si perdeva in preliminari, il registro era slam bang, thank you madame. 

Jackie spendeva un patrimonio in vestiti. Durante i voli, Jack studiava i discorsi con Sorensen, O’Donnell, Salinger e Powers, tra una zuppa di pesce e un altro piatto. Jackie, in silenzio, se ne stava a cucire o a leggere Kerouac. Lo dovettero ammettere tutti, Jackie era una risorsa importante. «Voglio vivere, non essere una testimone della mia vita» e in effetti Jackie fu protagonista assoluta di un’epoca irripetibile. Gli applausi in sua presenza raddoppiavano. «La vedevano come una principessa e adoravano il suo stile affascinante» ammise Pierre Salinger, responsabile dei rapporti con la stampa per Jack.

Jackie, però, non poté stargli vicino durante le elezioni generali.

Aspettava un altro bambino e Jack, questa volta, da padre innamorato perso di sua figlia e più consapevole dei rischi, non le chiese di affiancarlo durante la convention a Los Angeles. Jack si aggiudicò la nomination al primo colpo contro Johnson, e il giorno seguente i cronisti corsero a Hyannis Port per sentire Jackie che era lì con Caroline. «Immagino che non sarò di grande aiuto nella campagna, ma farò comunque il possibile» disse lei. 

E, comunque, aveva sguinzagliato le sue spie, iniziando dalla sorella Lee che, nel frattempo, aveva sposato il principe polacco Radziwill. Lee l’aveva tenuta informata degli incontri con Marilyn, e non solo con lei, che avvenivano nella casa di Los Angeles dell’attore Jack Haley. A Jackie interessava che tutto questo non uscisse dal cerchio magico. Non avrebbe sopportato una pubblica umiliazione.

Il resto lo metteva in conto. Quando Joan, la moglie di Ted Kennedy, si lamentò con lei delle attenzioni persistenti di suo marito per le altre donne, il commento di Jackie fu: «I Kennedy son fatti così. Vanno dietro a ogni gonna. Non significa niente». La sua formazione e il suo uso di mondo contemplavano anche questa gestione del sesso. 

Un giorno le toccò spalancare la porta dello studio dove Jack era alla scrivania. Gli puntò davanti l’indice da cui dondolava un paio di slip di pizzo ritrovati sotto un divano della Casa Bianca: «Trova tu la proprietaria, non sono della mia taglia». E li lasciò a terra.

Alla fine, si tenne fuori dalla campagna elettorale sino a che poté. Jackie aveva assistito ai primi tre confronti comodamente seduta in poltrona, ma per il quarto si presentò negli studi della Abc a New York per dare sostegno morale a suo marito, oltre che per oscurare Pat Nixon, di presenza molto più modesta. Non perché non fosse in grado di essere una chic newyorkese, ma Jackie era inarrivabile. E anche spendacciona. 

Quell’autunno, un giornale scrisse che le donne americane erano infastidite da Jackie perché in un solo anno aveva speso trentamila Qui sopra, la copertina del libro (Rai Libri): Al centro, l’auto presidenziale poco prima della tragedia; JFK con la moglie e il figlio John Jr; i due figli nello studio ovale; il presidente in auto con sua moglie Jackie (le foto sono tratte dal libro di Bruno Vespa) dollari in abiti di maison francesi. 

«Non sarebbe stato possibile a meno che non avessi portato della biancheria di zibellino sotto i vestiti» avrebbe risposto lei, secondo Christopher Andersen. Jackie spendeva.

Le liti sulla questione denaro tra lei e il marito erano frequenti. Durante la presidenza, ogni mese, Mary Gallagher, la segretaria di Jack, gli consegnava il conto delle spese di sua moglie, poi aspettava che esplodesse. Nel novembre del 1962 ci fu una cena da loro con i Bradlee che, in quell’occasione, appresero che Jackie spendeva oltre centoventimila dollari all’anno, un terzo dei quali solo di abbigliamento. Rimasero tutti stupiti, Jack «non era tanto arrabbiato, quanto incredulo e indignato». 

Jackie obiettò che, a differenza della moglie di un ambasciatore statunitense che aveva una soglia di spesa direttamente coperta dal governo, la first lady non riceveva nulla. «Insomma devo rappresentare il nostro Paese!» protestò lei, specificando che il guardaroba, firmato Oleg Cassini, glielo finanziava papà Joe Kennedy. È chiaro che Kennedy non aveva nessuna difficoltà di spesa, i centomila dollari di appannaggio presidenziale li devolveva in beneficenza. Il problema era l’opinione pubblica che, sulle spese di Jackie, cominciò a porre l’attenzione. E per spese s’intendevano anche ristrutturazione e arredi di continue nuove dimore.

Ted Kennedy.

Stati Uniti, 1980: complotto satanico contro Ted Kennedy. Emanuel Pietrobon il 17 Febbraio 2023 su Inside Over.

Satanismo: indubbiamente una delle religioni più intriganti del panorama mondiale. La sua teologia è pane per gli studiosi delle religioni. I suoi riti affascinano gli antropologi. La sua simbologia arcana ha invaso i mondi dell’intrattenimento, della moda e della musica. E i suoi voti, laddove ha raggiunto un certo volume, sono ricercati dalle forze politiche.

Satanismo: gli Stati Uniti sono il paese in cui è più popolare, (culturalmente) influente e radicato in ogni sua forma: dai razionalisti della Chiesa di Satana agli occultisti del Tempio di Set. E sarebbero stati i primi, seguaci del papa nero, Anton LaVey, i protagonisti di una presunta cospirazione contro Ted Kennedy negli anni Ottanta.

911? Ted Kennedy è in pericolo!”

San Francisco, ottobre 1980. Una squadra di agenti FBI e USSS sta indagando su un possibile complotto ai danni del senatore Ted Kennedy, fratello minore dei defunti John Fitzgerald e Robert, che parrebbe ricondurre ad uno dei luoghi più lugubri dello stato federato: 6114 California Street.

6114 California Street è un civico noto, perché è dove si trova la Casa nera, sede della Chiesa di Satana e teatro di via vai coinvolgenti la crème de la crème di Hollywood – dal regista Roman Polanski alla sex symbol Jayne Mansfield. Ma per gli inquirenti ha un altro significato: è il luogo in cui qualcuno starebbe pianificando un attentato alla vita dell’ultimo Kennedy.

Era dalla fine degli anni Sessanta che il senatore riceveva, a cadenza regolare, lettere minatorie e minacce di morte. Mitomani, nulla di più. Fino a quell’anno, 1980, dove, effettivamente, qualcuno avrebbe potuto volere la vita di Kennedy – dato il suo coinvolgimento nella campagna di rielezione di Jimmy Carter. Quel qualcuno, stando ad una soffiata alla polizia federale proveniente da Chicago, sarebbe stato niente di meno che Anton LaVey.

Il Tempio di Set, quando Satana incontra le scienze politiche

Intrigo lungo la San Francisco-Chicago

LaVey, showman nato e occultista fai-da-te, era un nome noto tanto quanto il civico in cui risiedeva. Nel 1966 aveva fondato la Chiesa di Satana, prima realtà del genere negli Stati Uniti (e nel mondo), fonte della fama a lungo ricercata e di un soprannome eloquente: il papa nero.

Il satanismo di LaVey era – ed è – il prodotto di un uomo per l’uomo, antropocentrico, individualistico e materialistico, dove Satana era – ed è – un mezzo per un fine: una figura archetipica da studiare al fine dello sviluppo personale. Ça va sans dire, il messaggio laveyano aveva fatto breccia nella roccaforte dell’American dream, Hollywood, ma aveva anche attirato nella Chiesa folle di disturbati.

Ad avvertire la polizia federale di una possibile trama omicida a detrimento di Kennedy, il 20 ottobre 1980, era stato un informatore che, via telefono, aveva fatto il nome di Anton LaVey. Un nome conosciuto agli investigatori, più che per il satanismo, per via dell’esistenza di un dossier a suo nome: possessore di un piccolo arsenale, di simpatie e di amicizie neonaziste, citato nel caso Brody-Mansfield – una coppia di attori morta in un incidente stradale nel 1967, che LaVey aveva maledetto, a causa della rottura con la Mansfield, preconizzandogli tale epilogo.

L’informatore era stato breve ma conciso: LaVey, col quale era in debito, gli avrebbe ordinato di consegnare un pacco ad un capomafia chicagoano. Pacco che, verosimilmente, avrebbe contenuto una pistola da utilizzare per un crimine eclatante: l’omicidio di Kennedy. Il pedinamento di LaVey, considerata valida la soffiata, sarebbe iniziato entro pochi giorni.

Alla scoperta dei nazi-satanisti dell’Ordine dei Nove Angoli

Il complotto inesistente

A fine ottobre, dopo aver invitato Kennedy a vestire un giubbotto antiproiettile, una squadra di agenti FBI e USSS veniva inviata al 6114 di California Street. Il primo tentativo era stato infruttuoso: LaVey irreperibile. Ma il secondo, avvenuto curiosamente la sera del 31, Halloween, aveva avuto successo: il papa nero era tornato nella sua dimora e si era reso disponibile ad un faccia a faccia con la task force.

LaVey si era detto totalmente estraneo alle accuse che gli erano state rivolte dall’anonimo informatore. Ma aveva, ugualmente, qualcosa per loro: una serie di chiamate perse provenienti dallo stesso numero che li aveva contattati qualche giorno prima; una confessione sulla vera natura della Chiesa di Satana – non una pericolosa setta, ma un’astuta operazione di marketing con la quale fare soldi.

LaVey non era un criminale, ma solo una bizzarra macchina da soldi, e l’informatore era un mitomane – FBI e USSS ne erano convinti. Entrambi i loro nomi, ad ogni modo, sarebbero rimasti sulle scrivanie degli investigatori: il primo per via del successivo scoppio del “panico satanico“, il secondo per ragioni di prevenzione. Ma nessuno dei due, nonostante il persistere di ombre e diffidenze, sarebbe stato più ricollegato a trame omicide contro Kennedy.

Stampo antisemita. 1940, complotto contro l’America. Emanuel Pietrobon il 18 Febbraio 2023 su Inside Over.

Piazze in fermento a causa di manifestazioni e proteste di stampo antisemita. Politici che invocano strette legislative contro comunisti ed ebrei. Chiese e organizzazioni di estrema destra che cavalcano l’onda dell’odio. Pubblici elogi di Adolf Hitler e della sua “opera magna”, il Mein Kampf. L’epoca sono gli anni Trenta e Quaranta, ma il luogo non è la Germania: sono gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti alle prese con la cospirazione del Fronte cristiano e del German American Bund.

L’America in fermento

Stati Uniti, fine degli anni Trenta. L’opinione pubblica e il mondo politico hanno da poco superato l’oscura vicenda del cosiddetto putsch di Wall Street, una presunta cospirazione filofascista di potentati industrial-finanziari dai contorni mai chiariti, che una nuova minaccia di simile natura è alle porte.

Nel novembre 1938, sotto influenza dei sermoni incendiari del telepredicatore Charles Coughlin, viene fondata un’organizzazione anticomunista, Fronte cristiano (Christian Front), che in breve tempo accumula migliaia di tesseramenti.

Lo scopo del Fronte cristiano è dei più onorevoli, la lotta alla diffusione del comunismo negli Stati Uniti, e gode dell’appoggio informale della classe dirigente. Ma qualcosa, a neanche un anno dalla nascita, si rompe: il motivo conduttore passa dall’anticomunismo al boicottaggio delle attività commerciali degli ebrei americani. Qualcuno ha diffuso negli ambienti della neonata organizzazione la teoria del “complotto giudeo-bolscevico“, molto in voga nella Germania nazista, e i suoi membri, ora, non fanno distinzioni tra ebrei e comunisti. Quel qualcuno è la longa manus del Terzo Reich negli Stati Uniti: il German American Bund.

Charles Lindbergh, l’aviatore che sognava di unire Roosevelt e Hitler

Utili idioti di un astuto nemico

Il German American Bund è una realtà aperta ai tedeschi, che non potrà mai crescere oltre una certa soglia, ma il Fronte Cristiano è per tutti. Ed è sull’espansione di quest’ultimo che punterà il primo, cioè Berlino, supportandone la campagna di reclutamento, radicalizzandone i membri e indirizzandone l’agenda.

Fronte Cristiano e German American Bund, nel 1939, sono diventati una cosa sola. La prova inconfutabile sarà la loro storica marcia nazista su Madison Square Garden, del 20 febbraio, capace di attrarre oltre ventimila persone e terminata in gravi scontri con le forze dell’ordine. Preludio di un crescendo di violenze organizzate contro gli ebrei newyorkesi: negozi in fiamme, sinagoghe assaltate, accoltellamenti e pestaggi di gruppo.

In settembre, a Seconda guerra mondiale appena cominciata, la paura pervade New York. La polizia ha già tratto in arresto centinaia di membri del Fronte Cristiano, braccio violento del silente German American Bund, ma la paura è che il montante clima di tensione interetnica possa innescare degli estesi tumulti urbani. Nonostante le prese di distanza dei vertici cattolici e di alcuni pastori protestanti, che bollano l’organizzazione come contraria a dettami e valori dell’Evangelo, le violenze antiebraiche continuano a crescere. Per tutto l’autunno.

Hitler, Rockwell e il Partito Nazista Americano

La grande cospirazione?

All’alba del 1940, il 28 dicembre 1939, la procura generale degli Stati Uniti apre un procedimento a carico del Fronte cristiano. Le accuse sono gravi, crimini d’odio, così come lo è il sospetto di una regia straniera nell’escalation di brutalità. A guidare le indagini è l’uomo più potente d’America: J. Edgar Hoover.

I primi arresti sono una questione di tempo. A gennaio, invero, vengono tradotti in carcere i primi membri del Fronte con un capo d’imputazione pesantissimo: cospirazione per rovesciare con la forza il governo degli Stati Uniti. Un tentativo di colpo di stato è ciò che, secondo Hoover, starebbe pianificando il Fronte.

Quando i nazisti tentarono l’assalto all’America Latina

Le operazioni di polizia continuano per tutto il 1940, portando al sequestro di armi da fuoco e all’arresto di altri membri, ma le prove raccolte dagli agenti di Hoover verranno recepite con freddezza nei vari tribunali. Il procuratore generale Robert Jackson, a proposito del presunto tentativo di golpe del Fronte cristiano, parlerà di una tesi “un po’ fantasiosa”.

Che il grande complotto antigovernativo sia esistito o meno, anche se è probabile che si sia trattato di un’esagerazione della polizia federale volta a giustificare la linea dura nei confronti dell’intero sottobosco nazista americano, certo è che la strategia di Hoover funzionò: i rimanenti membri del Fronte si diedero alla macchia, le violenze antiebraiche cessarono, dalla stampa scomparve ogni simpatia hitleriana e, non meno importante, il German American Bund, privato del suo braccio armato, smise di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. L’assalto del Terzo Reich agli Stati Uniti era fallito.

I Militari.

Vi racconto il mondo visto dalla più grande base navale americana. Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 2 dicembre 2023. Da Norfolk, Virginia, uno sguardo sulla precaria egemonia degli Stati Uniti

Questa newsletter la scrivo da un osservatorio speciale. Per due giorni sono stato invitato dal Dipartimento di Stato a visitare la più grande base navale del mondo: a Norfolk, Virginia, ospita la Second Fleet ovvero la flotta atlantica della US Navy ed è anche l’unica base Nato sul territorio Usa. «Alimenta» di navi anche tutte le altre flotte Usa dispiegate nel mondo, dall’Asia al Mediterraneo. Ho fatto un viaggio molto esclusivo nel cuore del dispositivo militare americano, incontrandone i capi operativi: dagli ammiragli fino ai sommergibilisti (uomini e donne).

Tra le tante «macchine della prevenzione e dissuasione» ho visitato la portaerei nucleare USS George Washington che presto partirà in missione nel Pacifico, con un dichiarato ruolo deterrente verso la Cina mentre si avvicinano le elezioni a Taiwan. In una fase in cui l’America è già mobilitata su due guerre calde (Ucraina e Israele), questa visita e i colloqui che ho avuto qui sono un’occasione per riflettere sullo stato della potenza americana e sui suoi limiti.

Tra i temi: la continua latitanza degli europei che non mantengono gli impegni di adeguamento delle spese militari e agevolano la rimonta di Putin in Ucraina; le incognite sull’efficacia futura di “dinosauri” come le mega-portaerei, in un’era in cui altri puntano su tecnologie ultraleggere come i droni, poco costosi e in grado di infliggere danni micidiali ai pachidermi dei mari; il sorpasso della Cina che per numero totale di navi da guerra è ormai in testa.

Raccontandovi il mondo di oggi visto dalla mega-base di Norfolk, vi trasmetto anche alcuni dubbi che assediano questa America sulla tenuta della sua leadership. Lascio sullo sfondo per ora la questione del consenso interno sul ruolo globale degli Stati Uniti, che sarà messo alla prova nella campagna elettorale del 2024. Privilegio alcuni problemi di fondo, strutturali e di lungo periodo, che riguardano il cosiddetto “over-stretching”, il rischio di iper-dilatazione degli impegni imperiali, un tema che in passato contribuì al declino di altre superpotenze marittime, per esempio la Gran Bretagna.

La massima concentrazione mondiale di portaerei

Norfolk in Virginia è a 312 km a Sud della capitale federale, tre ore di autostrada da Washington; io ci sono arrivato in aereo (un’ora di volo) da New York. È una vera città, con 238.000 abitanti, ha anche una fiorente economia legata alle attività del porto mercantile; ma il grosso del suo sviluppo dipende dalla base militare, porto strategico della U.S. Navy e non solo: è anche una base aerea, elicotteristica, una sede Nato dove si alternano militari da tutti i paesi alleati, un centro industriale di cantieristica e manutenzione per navi e sottomarini, un polo accademico per la formazione in tutte queste attività e altre ancora (spazio, cyber-sicurezza, intelligenza artificiale, elettronica). I vertici militari che ho incontrato spesso si riferiscono a Norfolk come a un “campus”, per l’analogia con certe città universitarie che ruotano attorno a politecnici, policlinici, con integrazione stretta fra ricerca, innovazione, produzione. E’ anche una città “operaia”, sempre per la stessa ragione. Quando alle otto del mattino ho assistito all’alzabandiera sul ponte della portaerei nucleare USS George Washington, ero già a bordo da un’ora e molto prima del mio arrivo la portaerei brulicava di attività, un viavai di tecnici e maestranze dentro il suo ventre gigantesco, quello che può trasportare fino a un centinaio di velivoli da combattimento: più che una nave sembra una città o una mega-fabbrica. Quando parte in missione trasporta 2.700 marinai più una quota di personale tecnico a inquadramento civile. Ha quindi alcune esigenze simili a una grossa nave crociera, per esempio la necessità di trasportare in stiva scorte di cibo, medicinali; la sua area cucina-mensa è a sua volta una “fabbrica” di pasti a ripetizione. Per altri versi le differenze da una nave-crociera sono abissali. Marinaie e marinai a bordo sono dei professionisti che hanno firmato un contratto di carriera militare per almeno quattro anni rinnovabili; un contratto nel quale “morire per la patria” è un’eventualità prevista, fa parte delle incognite di questo tipo di viaggi. Nella sala mensa della USS George Washington, come su ogni nave militare americana, c’è sempre un tavolo singolo apparecchiato e imbandito con la divisa e le insegne di una militare o un militare “MIA”, Missing In Action: un omaggio permanente ai compagni scomparsi nel corso delle missioni in mare. Tra le altre differenze rispetto alle normali navi passeggeri c’è lo spazio in stiva dedicato agli armamenti: il ventre della balena, l’immenso hangar centrale della USS George Washington, ha gru industriali capaci di caricare aerei al ritmo di uno ogni due minuti (sembra incredibile, mi sono fatto ripetere più volte questa velocità). Altri macchinari poderosi devono operare le “molle” o catapulte che scaraventano in aria i cacciabombardieri. Per quanto a un piccolo essere umano il ponte della portaerei sembri gigantesco, in realtà la pista è troppo corta per decolli e atterraggi, che quindi hanno bisogno di un braccio meccanico per raggiungere la velocità e potenza di spinta richiesta. Infine, ricordo il significato di “nucleare”. A prescindere se abbia in dotazione a bordo anche delle armi atomiche (tema sul quale vige la massima discrezione), di sicuro è nucleare la propulsione. Questo significa che la USS George Washington come molte altre portaerei americane e la totalità dei sommergibili Usa, ha un’autonomia di carburante illimitata; se deve fare scalo non è mai per rifornirsi di energia.

Deterrenza navale e «Pax Americana»: esempi concreti

Il suo prossimo viaggio la porterà a circumnavigare tutto il Sudamerica fino al Capo Horn, raggiungere la West Coast per uno scalo al porto militare di San Diego in California, infine da lì partire per il Giappone. E’ un viaggio molto lungo che illustra la vocazione degli Stati Uniti ad essere una potenza del Pacifico (lo è dall’Ottocento), e le difficoltà tecniche e logistiche che questo comporta dati gli immensi spazi da coprire. L’ammiraglio Daryl Caudle, capo supremo di tutte le flotte, mi ricorda questo dato geografico usando un’immagine semplice: “Dalla nostra West Coast per arrivare solo fino al porto militare di Pearl Harbor nelle Hawaii, c’è di mezzo l’equivalente dell’intero Oceano Atlantico. Poi dalle Hawaii per arrivare fino alla nostra base navale sull’isola di Guam c’è un altro Atlantico. Da lì al Giappone, un terzo Atlantico”.

La missione della USS George Washington nei mari della Cina è un caso esemplare per illustrare il ruolo storico delle portaerei americane, e delle loro flotte di supporto e accompagnamento: quello che la dottrina militare Usa definisce “forward deployment” o dispiegamento avanzato, con funzioni di deterrenza. La USS George Washington si troverà nel teatro dell’Indo-Pacifico dopo il risultato dell’elezione presidenziale a Taiwan, in un periodo in cui la Cina potrebbe rilanciare le sue azioni aggressive nei mari circostanti. Le flotte Usa, con gli armamenti di cui dispongono e in particolare i jet militari e i missili che trasportano, hanno sempre avuto una funzione diplomatica e geopolitica prima ancora che bellica: segnalare una presenza statunitense a difesa degli alleati e come deterrente per dissuadere le potenze ostili dalle aggressioni. Il leader politico che fu all’origine della costruzione della potenza navale americana – successivamente destinata a sostituire quella inglese – fu il presidente Theodore Roosevelt all’inizio del Novecento, lo stesso che amava definire la politica estera degli Stati Uniti con il motto “parlare dolcemente, impugnando un grosso bastone”. La portaerei è il bastone per eccellenza, ha il vantaggio di trasportare con sé un’intera base aeronavale mobile, raggiungendo anche quelle zone del pianeta in cui l’America non ha basi militari fisse, terrestri. Ma quanto è ancora efficace questo “grosso bastone”, la potenza marittima su cui questa nazione ha costruito il suo impero globale e una controversa (o fragile) Pax Americana?

Deterrenza dal mare contro Hezbollah e Iran nel Mediterraneo

L’impressione fisica di potenza è soverchiante a Noforlk. Visitare una sola portaerei è già uno spettacolo, osservarle in gruppo è uno shock. In vita mia non avevo mai visto così tante portaerei riunite, e per forza: c’è un solo luogo sul pianeta dove questo è possibile. Di americane ce ne sono undici al mondo, di queste cinque o sei sono quasi sempre ormeggiate sui moli di Norfolk. In questo momento ne ho viste cinque, affiancate da una sesta consorella in visita, una portaerei alleata che batte bandiera britannica.

Norfolk non è una vetrina dove farsi ammirare dai visitatori (in realtà pochissimi viste le severe restrizioni di accesso). E’ un cantiere. La USS George Washington vi ha trascorso gli ultimi sei anni della sua vita per lavori di manutenzione e ammodernamento. E’ una portaerei che ha 37 anni di vita, il suo primo varo risale al 1986. E’ stata ferma per quello che si può definire un “tagliando” di metà esistenza: si prevede che dopo questa manutenzione possa servire per altri 25 anni. Una sosta di sei anni – che ovviamente l’ha “rivoltata come un calzino”, adeguandola alle tecnologie di ultima generazione – dà l’idea del costo fisso di questo pachiderma, del gigantesco investimento iniziale a cui seguono tanti investimenti successivi. Immaginarsi una fabbrica, o una centrale elettrica, bloccata per sei anni: quanto costa all’impresa che la gestisce.

Certo il ruolo deterrente di queste macchine da guerra è una realtà. Lo si è visto negli ultimi due mesi, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, quando l’Amministrazione Biden ha temuto che il conflitto potesse allargarsi su più fronti con l’intervento di Hezbollah contro Israele, forse addirittura dell’Iran. Per prevenire questo rischio la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di posizionare ben due flotte o squadroni nel Mediterraneo orientale e al largo delle coste del Libano là dove si concentra la massima potenza di fuoco degli Hezbollah. Traduco liberamente con “flotta” o “squadrone” il termine Strike Group, che indica un insieme di navi militari con al suo centro una portaerei come ammiraglia. Le due portaerei ammiraglie in questione sono la Dwight Eisenhower e la Gerald Ford. Da anni non si verificava un simile dispiegamento di forze navali americane nel Mediterraneo orientale. In apparenza, e fino a prova contraria, la mossa sembra avere dato i suoi frutti: per adesso gli Hezbollah non hanno aperto un secondo fronte di guerra contro Israele, né l’Iran ha aperto un terzo fronte. Va aggiunto che nel bilancio geopolitico di questo dispiegamento rientra la pressione con cui Biden ha indotto Benjamin Netanyahu a concedere tregue per la liberazione di ostaggi. Anche Israele deve pagare un pedaggio al ruolo delle flotte Usa che lo aiutano a contenere i nemici. Questa è la deterrenza americana, finché funziona, e la superiorità navale vi gioca un ruolo dominante. Da questo punto, di vista, il mondo visto da Norfolk è ancora segnato da una capacità d’intervento degli Stati Uniti che nessun’altra nazione riesce a replicare, non su questa scala. Per ora.

L’Europa debole che aiuta Putin

Però l’auto-compiacimento non si addice all’America del 2023. Le ragioni d’inquietudine abbondano. Ne elenco alcune. Qui a Norfolk ho incontrato diversi generali o alti ufficiali di altri paesi della Nato: per la precisione Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Danimarca, Polonia. (Solo per caso non c’erano italiani nelle riunioni a cui ho partecipato in quelle 48 ore, ma in una data diversa avrei potuto incontrarne). Un fantasma si aggirava nei nostri colloqui, evocato con imbarazzo o ignorato diplomaticamente. È la persistente latitanza di molti alleati Nato, che disattendono gli impegni presi per adeguare l’alleanza alle nuove sfide imposte da potenze ostili come Russia, Iran, Cina. Almeno sette nazioni della Nato non arrivano a spendere per la difesa neppure il 2% del Pil. Italia e Germania sono fra queste.

Quel 2% fu accettato unanimemente fin dai tempi di Barack Obama, molto prima dell’invasione dell’Ucraina. E doveva essere un minimo, non un tetto. Lo shock dell’aggressione russa il 24 febbraio 2022 ha provocato una serie di dichiarazioni promettenti, da Berlino a Roma e in altre capitali: è seguito poco nei fatti. Lo stesso si può dire in altri settori: dal potenziamento delle capacità industriali (ridotte ai minimi dopo la fine della prima guerra fredda), alla omogeneizzazione e standardizzazione delle armi e tecnologie belliche in uso nei diversi paesi europei. Tutto procede a rilento, o non procede affatto. In Germania almeno il governo viene criticato per la sua paralisi su questo terreno, in Italia è silenzio.

I risultati si vedono, per esempio sul terreno in Ucraina . L’Unione europea aveva promesso dal marzo scorso un milione di munizioni da artiglieria. Non le ha mai fornite. Invece ne ha già fornite altrettante la Corea del Nord alla Russia. Che un piccolo paese sull’orlo della carestia come la Corea del Nord riesca a produrre più munizioni e più velocemente di un gigante ricco come l’Unione europea, dà l’idea dello stato di disarmo in cui il Vecchio continente si trova. Perfino gli Stati Uniti hanno un’industria bellica sottodimensionata e un altro dato lo conferma: la Russia di Putin, con un’economia che a volte immaginiamo in bancarotta, sta fabbricando munizioni nelle sue aziende in quantità sette volte superiori alla produzione dell’intero Occidente. Certo un autocrate può imporre sacrifici sovrumani alla sua popolazione e così dirottare la massima parte delle capacità produttive nazionali verso un’economia di guerra. Noi occidentali non abbiamo cambiato quasi nulla delle nostre abitudini e priorità; stiamo facendo finta di appoggiare l’Ucraina, purché questo significhi zero sacrifici.

A Norfolk la schiera di ammiragli e generali che ho ascoltato ha appreso fin troppo bene una regola sacra delle democrazie: i militari non devono fare politica. Di conseguenza sono tutti dei maestri di diplomazia, se parlano delle nazioni alleate è solo per elogiarne il contributo prezioso e decisivo, mai per lamentarne i ritardi, le inadempienze. La realtà esterna, lo stato delle nostre opinioni pubbliche pacifiste, è “l’elefante nella stanza”, di cui tutti avvertiamo la presenza ma che abbiamo deciso di ignorare. Perché non sappiamo come trattarlo.

Portaerei-pachidermi contro droni ultraleggeri

Un altro tema che cinge d’assedio la cittadella militare di Norfolk è l’evoluzione tecnologica. Anche questo è un mezzo tabù. Fuori da qui, nei think tank di Washington e New York, ferve da anni il dibattito sull’obsolescenza del paradigma strategico americano. Le portaerei sono il simbolo più enorme e appariscente di un problema che si chiama “legacy”, cioè letteralmente eredità. Il Pentagono eredita decenni di investimenti che hanno costruito il dispositivo militare così come lo vediamo. Ha avuto delle evoluzioni, ha abbracciato tante tecnologie nuove. Però al suo centro ci sono ancora dei pachidermi industriali come le portaerei. Ma se l’Iran decidesse di “andare a vedere” l’effettiva forza del Golia americano? Se una delle portaerei americane nel Mediterraneo orientale venisse presa d’assalto da sciami di migliaia e migliaia di minuscoli droni? Oppure, se la Cina decidesse di invadere Taiwan e con tecnologie nuove riuscisse ad affondare una portaerei Usa accorsa in difesa dell’isola? La portaerei, con i cacciabombardieri che trasporta, con le batterie missilistiche sul ponte (possibilmente dotate anche di testate nucleari), con le navi di scorta e i sottomarini, è ancora una macchina formidabile. Ma è anche un magnifico bersaglio, di enorme appetibilità per il suo valore simbolico oltre che patrimoniale. E’ invincibile? O siamo entrati in un’era di guerre asimmetriche dove potenze minori possono superare il divario rispetto agli Stati Uniti puntando su armamenti leggeri, flessibili, spesso robotizzati, infinitamente meno costosi? In fondo la stessa mattanza di civili ebrei lanciata da Hamas il 7 ottobre, cogliendo impreparate le forze armate israeliane che abbiamo sempre considerato come un modello di efficienza e modernità, ha suonato un campanello d’allarme a Washington sui rischi di sottovalutare i “piccoli” nemici. Poi esiste un grande nemico come la Cina, capace di insidiare il primato americano sia dall’alto sia dal basso. La Cina possiede il 50% dell’industria cantieristica mondiale, e questo l’ha aiutata in un sorpasso clamoroso: da un paio d’anni ha più navi militari degli Stati Uniti. (Vari ammiragli che incontro a Norfolk trasudano fiducia sulla superiorità tecnologica delle loro flotte, nonché del personale militare a bordo; non so quanto siano da prendere alla lettera le loro rassicurazioni sulla “qualità” americana contro la “quantità” cinese). Al tempo stesso la Cina investe in armi flessibili e leggere, cyber-guerra, missili ipersonici, reti satellitari, e ogni sorta di arsenali asimmetrici. La stessa Russia rimane un avversario temibile, verso il quale l’attenzione non si attenua neanche nel settore navale: a Norfolk gli ammiragli parlano della “persistente capacità russa di costruire sottomarini di livello mondiale, con missili ballistici”. Dall’Atlantico ai mari del Nord, dal Baltico all’Artico al Pacifico, la contesa per il controllo dei mari vede sempre i cinesi e i russi incalzare gli americani.

Modello Musk: che cosa cambierebbe per il mondo militare

Il dibattito filosofico-strategico sulle tipologie di armamenti, procede in parallelo con un altro. E’ quello sul modello economico che governa i rapporti tra lo Stato e l’industria bellica, ovvero il complesso militar-industriale. Tradizionalmente il Pentagono ha curato rapporti di lungo periodo con i suoi grandi fornitori: Lockheed-Martin, Rtx-Raytheon, Northrop Grumman, Boeing, General Dynamics. Il numero di questi fornitori si è assottigliato, perché anche l’America si è illusa di poter procedere a un disarmo dopo la fine dell’Unione sovietica. Quelli che sono rimasti però godono di rapporti privilegiati, fatti di contratti di lungo periodo, situazioni di monopolio o di oligopolio, prezzi di forniture elevati con cui lo Stato li compensa per la loro affidabilità nel lungo termine. Questa è una formula stabile, non necessariamente foriera d’innovazione. Il ruolo di questi giganti semi-monopolisti tende ad accentuare il peso del fattore “legacy”, a perpetuare tipologie di armamenti del passato anche quando potrebbero essere diventate anacronistiche.

Un modello molto diverso è ben rappresentato da un personaggio come Elon Musk, che con la sua Space-X si è conquistato un ruolo di fornitore della Nasa per molti programmi spaziali. Musk ha anche un peso in alcuni teatri di guerra come Ucraina e Israele, con la sua rete satellitare Starlink. Musk è un genio dell’innovazione, segnato dal modello della Silicon Valley: all’opposto della mentalità “legacy”, ha un approccio eversivo, dirompente e rivoluzionario alle attività industriali. Non guarda in faccia a nessuno, licenzia manodopera se necessario, spreme al massimo i suoi collaboratori, fa cambiamenti improvvisi di strategie se pensa di aver sbagliato, abbraccia flessibilità e imprevedibilità all’ennesima potenza. Space-X con i suoi vettori di lancio fa risparmiare un sacco di soldi alla Nasa. Ma è un partner di lungo periodo, sposato a vita, come Lockheed o Boeing?

E quali riflessi avrebbe la vittoria del modello Musk, in un luogo come la città di Norfolk? Questa città-campus-base militare offre ai suoi residenti un modello di vita. Le famiglie di militari qui hanno alloggio, scuole e università per i figli, centri commerciali dedicati al personale militare, banche e assicurazioni specializzate in questa clientela in divisa, ospedali per reduci e veterani. Più le chiese, ovviamente. E’ un universo autosufficiente, stabile, fondato su un sistema di valori e disciplina. Può ricordare alcune forme di “capitalismo illuminato e progressista” che si occupano dei bisogni dei dipendenti dal reparto maternità fino alle spese di funerale. Tutto questo è agli antipodi rispetto all’America di Musk: velocissima, instabile, precaria, sempre intenta a saltare da una rivoluzione tecnologica all’altra. Può il Pentagono cambiare pelle emulando la Silicon Valley, mentre ancora chiede a tanti dei suoi dipendenti una “fedeltà a vita, e fino alla morte”?

Chi fra noi è ancora disposto a combattere? I giovani?

Questo conduce all’ultimo tema che voglio segnalarvi da Norfolk: il reclutamento di esseri umani disposti a lavorare per proteggerci da aggressioni nemiche. La questione si pone all’ennesima potenza nella vecchia Europa. Quando discuto con un generale tedesco sui gravissimi ritardi del governo di Berlino nell’aumentare gli investimenti per la difesa, il generale annuisce. Riconosce che il problema è serio. Ma non c’è solo quello. Non è solo questione di soldi. Anche ammesso che i soldi alla fine arrivino, mi dice, “chi mi assicura che quei miliardi mi forniscano anche le diecimila nuove reclute di cui ho bisogno?” Viviamo, noi occidentali, in un mondo immerso nella retorica pacifista. L’idea di rischiare la propria vita per difendere un’entità astratta come “la nazione”, ha perso ogni appeal, in particolare nelle nuove generazioni. In fondo anche dietro i cortei pro-Hamas, dietro l’indottrinamento sistematico che spinge i giovani a tifare per qualsiasi nemico dell’Occidente, affiora (inconscio o consapevole) il rifiuto di combattere. Se la nostra civiltà è presa d’assalto, la resa incondizionata è l’unica opzione. Tanto vale legittimare questo stato d’animo decidendo che le civiltà altrui sono superiori alla nostra.

Il problema esiste anche qui negli Stati Uniti. Uno dei massimi capi militari che incontro mi dice che “il nostro bacino di reclutamento si riduce all’un per cento della popolazione nazionale”. Per innumerevoli motivi, demografici o sanitari, il Pentagono sa di poter andare a pescare solo dentro quel campione minuscolo. L’un per cento della popolazione americana sono pur sempre tre milioni e mezzo di persone, molto più di quanto le forze armate vogliano assumere ogni anno (la sola U.S. Navy si accontenterebbe di assumere tra venticinquemila e trentamila nuovi addetti all’anno). Ma quell’un per cento è un numero potenziale, virtuale, che dice quanti americani sarebbero “adatti a indossare l’uniforme” sotto il profilo generazionale e fisico; non dice affatto se siano disponibili. Anche in America, ammette l’ammiraglio capo, “la competizione sul mercato del lavoro con il settore privato è dura”. Un giovane genio delle tecnologie digitali, esiterebbe a lungo tra un’assunzione da Google e una dal Pentagono? Google, oltre a pagarlo probabilmente di più, riesce a convincerlo di essere un’azienda “buona, etica e virtuosa, ambientalista e progressista, che vuole salvare il pianeta”. Le forze armate offrono allo stesso giovane di salvare l’America e la libertà dei suoi alleati. Nel clima ideologico delle nuove generazioni, la seconda offerta è generalmente disprezzata, la prima osannata.

Da questo punto di vista, a Norfolk ho rivalutato un aspetto del “politicamente corretto” o della “woke culture” ormai intrufolati nelle forze armate. E’ impressionante trovare ovunque dei manifesti contro le molestie sessuali, o sui pari diritti e dignità delle minoranze etniche o Lgbtq+. Il Pentagono ha ormai uffici specializzati in questo genere di protezioni e tutele. La destra repubblicana è molto critica. Pensa che questo scivolamento dei militari nel politicamente corretto li distragga dal loro compito principale; inoltre temono che la sterzata progressista allontani proprio quelle reclute tradizionali e tradizionaliste, i figli e nipoti di militari di carriera, probabilmente allevati in ambienti religiosi e di destra. Sono critiche da non sottovalutare. Sicuramente l’Esercito Popolare di Liberazione agli ordini di Xi Jinping non “perde tempo” a occuparsi dei diritti dei propri soldati di origine tibetana o uigura, tantomeno dei transgender: addestra a combattere per vincere e basta.

Al tempo stesso, girando sulle portaerei, su altre navi, e in tutti gli angoli della mega-base di Norfolk, sono colpito dal numero di donne, Black, ispanici, asiatici. L’America ha “solo” 350 milioni di abitanti, la Cina ne ha esattamente il quadruplo. Per attenuare l’enorme disparità demografica, oltre a investire nelle tecnologie l’America ha bisogno di allargare il bacino di reclutamento. In questo senso l’attenzione delle forze armate verso tutte le minoranze ha una logica. Così come ha una logica la nuova attenzione dedicata ai problemi della salute mentale. Il dovere di cronaca impone di ricordare che la base di Norfolk, e la stessa portaerei USS George Washington, hanno fatto notizia anche per dei suicidi di militari.

P.S. Ciascuno è libero di usare questi appunti di viaggio come vuole. La robusta corrente che si autodefinisce pacifista, forse maggioritaria in Europa e anche tra i giovani dei campus universitari americani, tende a pensare che avere forti eserciti faciliti la guerra, la favorisca. Io penso al contrario, come gli antichi romani, che se vuoi la pace devi avere robusti mezzi di dissuasione dell’avversario. Tanto più che nessuno dei nostri antagonisti è permeabile al pacifismo.

A Norfolk non ho incontrato dei guerrafondai, non ho respirato un’atmosfera bellicosa. Ho parlato con generali che preferiscono di gran lunga la diplomazia al combattimento, e vorrebbero vedere tornare i loro equipaggi intatti e salvi al 100% al termine di ogni missione. Ho parlato con una donna ufficiale dei sottomarini che ricorda con dolore l’assenza di ogni notizia dalla sua famiglia durante una lunga missione in immersione nel periodo della pandemia (no, i telefonini non funzionano là sotto). Ho parlato con tanti militari che hanno famiglia, fanno piani di lungo termine per la scuola e l’università dei figli; non vorrebbero lasciare degli orfani.

Non salvate il soldato King. Le ultime rivelazioni spiegano ritardi e silenzi. Ernesto Ferrante su L'Identità il 16 Agosto 2023

La storia di Trevis King deve essere riscritta. Quello che era stato fatto passare per un soldato “disertore” alle prese con procedimenti disciplinari, sarebbe in realtà un uomo stanco del razzismo latente nell’esercito Usa, che ha scelto consapevolmente di ribellarsi a certe logiche entrando illegalmente nel territorio della Repubblica popolare democratica di Corea, nell’area di sicurezza congiunta di Panmunjom.

Con l’opinione pubblica statunitense già sotto shock per la storia di due cittadini afroamericani torturati per diverse ore da parte di sei agenti bianchi in Mississippi, rivelata solo adesso dopo sette mesi di “occultamento” giudiziario e mediatico da parte delle autorità, gli aggiornamenti che arrivano dalla Corea del Nord possono avere un effetto dirompente.

Secondo la Korean Central News Agency, il militare fermato dalle guardie di frontiera ha raccontato di “albergare risentimento contro il trattamento disumano e la discriminazione razziale subita nell’esercito degli Stati Uniti”. La sua intenzione sarebbe quella di chiedere asilo in Corea del Nord o in un Paese terzo, disilluso com’è dalla “disuguaglianza della società americana”.

“Il soldato americano, Travis King, ha disertato ed è scappato in Corea del Nord per sfuggire ai maltrattamenti e alle discriminazioni razziali dell’esercito” a stelle e strisce. Lo hanno riportato i media statali, confermando ufficialmente che Travis King è detenuto a Pyongyang dal 18 luglio.

Gli Stati Uniti avevano precedentemente affermato che ha attraversato il confine presso l’Area di sicurezza congiunta nella zona demilitarizzata che separa il Nord e il Sud “volontariamente e senza autorizzazione”.

Il Comando delle Nazioni Unite, che sovrintende al rispetto dell’armistizio che ha posto fine ai combattimenti nella guerra tra le due Coree, formalmente mai finita, ha reso noto il mese scorso di aver iniziato una conversazione in merito con il Nord.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken era stato “sibillino”, precisando che mentre erano stati presi contatti con i nordcoreani, Washington non aveva ancora idea di dove fosse King o in quali condizioni.

Poco prima di rilasciare i loro commenti su King, l’agenzia ufficiale norcoreana ha descritto l’America come “l’impero antipopolare dei mali, totalmente depravato a causa di ogni sorta di mali sociali”.

“Non contenti di essere conniventi e promuovere la discriminazione razziale, i crimini legati alle armi, il maltrattamento dei minori e il lavoro forzato dilagante nella loro società, gli Stati Uniti hanno imposto standard di diritti umani non etici ad altri paesi e fomentato disordini interni e confusione”, si legge nella dichiarazione.

Vladimir Tikhonov, professore di studi coreani all’Università di Oslo, ha detto all’AFP che poiché King “è nero, immagino che possieda un certo valore propagandistico per i nordcoreani”.

“Il razzismo bianco e il maltrattamento dei neri è un punto che la propaganda nordcoreana tradizionalmente enfatizza, tutto il tempo dalla guerra di Corea, quindi King può essere usato per amplificare questo messaggio”, ha aggiunto ancora.

La fuga di King che attraversa il confine mentre le relazioni tra le due Coree sono in uno dei loro punti più bassi di sempre, con la diplomazia in stallo e il leader nordcoreano Kim Jong Un sempre più convinto di sviluppare e testare nuove armi, comprese le testate nucleari tattiche, e il vertice trilaterale tra Seoul, Tokyo e Washington previsto per venerdì in Maryland, durante il quale i leader dovrebbero annunciare piani per espandere la cooperazione militare, assume una connotazione totalmente diversa rispetto a quella iniziale. Non è escluso che possa essere utilizzata come pedina negoziale.

Estratto dell'articolo di Samuele Finetti per corriere.it il 27 maggio 2023.

Percentuali di reclute che terminano l’addestramento in picchiata. Casi di esaurimento fisico e nervoso che i medici non curavano. Giovani soldati spinti all’utilizzo di sostanze illegali pur di stare al passo con le esercitazioni, rese sempre più massacranti dagli istruttori.

Che diventare un Navy Seal, ovvero entrare nel più speciale dei corpi speciali delle Forze armate statunitensi, non fosse una passeggiata di salute era noto. Ora, però, un rapporto della Marina Usa si spinge oltre: il percorso verso l’ammissione nel selezionatissimo team metteva seriamente a rischio la vita dei cadetti. 

L’indagine interna è partita dopo che lo scorso settembre il New York Times aveva svelato cosa significasse prendere parte alle settimane di addestramento nella base navale di Coronado, vicino San Diego: lunghe ore di immersione nelle fredde acque dell’Oceano, privazione del sonno, percosse e divieto di rivolgersi ai medici (che in alcune occasioni colpivano loro stessi le reclute) [...]

Alcuni mesi prima, nel febbraio del 2022, il 24enne Kyle Mullen era morto durante il corso. A causa delle ore trascorse in acqua si era ammalato di polmonite, ma né i medici né gli istruttori lo avevano aiutato e, quando aveva iniziato a mostrare serie difficoltà a respirare, i dottori avevano ripetuto più volte ai suoi compagni di non chiamare il 911. 

Mullen si era sentito male alla fine della «Hell week», la «settimana infernale», ovvero la parte più dura dell’addestramento. Il sito navyseals.com la descrive così: «La Settimana infernale consiste in 5 giorni e mezzo di addestramento operativo freddo, umido e brutalmente difficile con meno di quattro ore di sonno. Mette alla prova la resistenza fisica, la durezza mentale, la tolleranza al dolore e al freddo, il lavoro di squadra, l’atteggiamento e la capacità di svolgere il lavoro in condizioni di forte stress fisico e mentale e di privazione del sonno. Soprattutto, mette alla prova la determinazione e il desiderio». 

Nel corso degli anni, è stata confermata la morte di 11 reclute. Le percentuali di ammissione si sono sempre aggirate attorno al 30 percento. Fino a quando, nel 2021, una nuova squadra di istruttori ha preso le redini del corso. La percentuale è scesa sotto il 10 percento, ma la cosa non li ha preoccupati: l’importante era che il corso rimanesse duro. «Zero va bene come numero, dobbiamo mantenere lo standard», avrebbe detto il comandante del gruppo, convinto che il calo fosse dovuto alla «mollezza» dell’attuale generazione di reclute.

[...] 

Negli ultimi mesi, gli istruttori sono stati sostituiti. Otto di loro, tra cui il direttore del reparto medico, sono stati riassegnati ad altri ruoli per aver «fallito nel portare a termine i propri compiti». Su altri sono in corso indagini delle autorità legali interne della Marina, che potrebbe punirli. [...]

Perché l’esercito americano fatica a reclutare nuovi soldati. Paolo Mauri il 7 maggio 2023 su Inside Over

L’esercito Usa si aspetta di non raggiungere l’obiettivo di arruolare 65mila nuovi soldati quest’anno, poiché il numero di giovani americani idonei a prestare servizio continua a ridursi.

Come riferito dal segretario dell’Us Army Christine Wormuth ai parlamentari durante una recente udienza al Congresso, i nuovi arruolati non raggiungeranno quella cifra. “Stiamo facendo tutto il possibile per avvicinarci, ma non saremo all’altezza”, ha detto ancora.

Si tratta del secondo anno consecutivo in cui si assiste a questa dinamica: l’anno scorso l’esercito ha visto circa 15mila reclute in meno rispetto a quanto preventivato, che nei piani era pari a 60mila nuovi arruolati.

La Guardia nazionale si trova in una condizione peggiore, in quanto si sta assistendo a una fuga dei riservisti part-time e una riduzione dei volontari, il tutto mentre le unità lottano per destreggiarsi tra missioni nazionali e all’estero.

A quanto pare anche la maggior parte delle altre forze armate statunitensi rischia di fallire il proprio obiettivo di reclutamento, ad eccezione della Us Space Force, che però rappresenta il servizio numericamente più piccolo e quello che fa affidamento in gran parte sui trasferimenti dall’Us Air Force per costruire i propri ranghi.

A cosa è dovuto questo drastico calo del reclutamento? I leader dell’esercito affermano che si tratta di una serie di problematiche, tra cui, quella più importante, è rappresentata dall’alta percentuale di americani in età di reclutamento che risulta essere non sufficientemente qualificata per far parte dell’esercito.

L’Us Army ha stimato che solo il 23% circa dei giovani di età compresa tra 17 e 24 anni soddisfa le aspettative della forza armata, con molti candidati che non superano l’esame di ammissione di cultura generale (sul modello del “SAT” delle università Usa) o sono troppo sovrappeso per prestare servizio.

Lo scorso agosto, per cercare di contrastare la tendenza al peggioramento del livello delle possibili reclute, l’esercito statunitense aveva avviato un corso preparatorio per futuri soldati rivolto a coloro che non hanno soddisfatto gli standard fisici minimi o quelli riguardanti la preparazione di cultura generale. A quanto pare questo corso ha permesso di “diplomare” circa 3300 candidati su 4mila che lo hanno frequentato e che, senza di esso, non sarebbero stati ammessi nei ranghi dell’esercito. In questo momento, il corso è impostato per formare circa 12mila candidati all’anno sottolineando il disperato tentativo dell’Us Army di fermare l’emorragia del reclutamento, e sappiamo che anche la Us Navy ha avviato i propri corsi propedeutici all’arruolamento lo scorso marzo.

Gli stessi americani sono però poco entusiasti e affermano che questo programma di preparazione può aiutare a migliorare solo una parte del peggioramento generale del quadro di reclutamento. Gli addetti alla selezione delle forze armate, in particolare quelli dell’esercito, riferiscono infatti che si registrano problemi riguardanti le condizioni di salute generale e mentale dei candidati. La questione non è di poco conto, tanto che l’anno scorso il Pentagono ha lanciato il sistema sanitario militare Genesis, basato su cartelle cliniche digitali, che ha fornito ai militari un accesso senza precedenti al background medico e di salute mentale dei candidati per il reclutamento, in particolare per quelli provenienti da famiglie di militari che hanno ricevuto cure mediche precedenti. In precedenza, i problemi di salute minori venivano in gran parte trascurati durante il processo di arruolamento, poiché eventuali intoppi potevano ritardare il processo di reclutamento di mesi o rendere un candidato non idoneo del tutto.

I leader dell’esercito, tra cui la stessa Wormuth, hanno affermato che non abbasseranno gli standard richiesti per l’arruolamento o l’incarico, nel frattempo, però, la marina Usa è stata più accondiscendente nei confronti dei candidati con punteggi bassi nei test di ammissione e U.S. Air Force e Space Force sono state più indulgenti con i candidati che risultano positivi al consumo di cannabis, poiché, come detto, ogni servizio deve affrontare evidenti difficoltà a trovare il numero sufficiente di personale arruolabile.

Secondo il Center for Disease Control and Prevention, il 22% degli americani di età compresa tra 12 e 19 anni è obeso e tale percentuale aumenta con l’età. Anche i punteggi dei test universitari (Sat e Act) sono diminuiti negli ultimi anni, ma solo in parte per via dell’interruzione delle scuole causata dalla pandemia e per lo scarso accesso a risorse educative di qualità per i bambini provenienti da famiglie a basso reddito.

Questo peraltro è un fenomeno diffuso che travalica i confini statunitensi: anche a queste “longitudini” il livello culturale medio di un giovane tra i 17 e i 20 anni è più basso rispetto a 30 anni fa, ma pur sempre spiccano rispetto a un loro coetaneo statunitense. Il problema quindi sembra essere legato alla qualità generale dell’istruzione, che, a quanto pare, non eccelle nemmeno negli Stati Uniti se pur si debba considerare che la scelta di effettuare la carriera militare partendo dai ranghi inferiori, da soldato semplice, sia effettuata da giovani che non hanno potuto frequentare scuole superiori eccellenti (e care perché private). Una dinamica che, fortunatamente, in Italia ancora non esiste. Un fattore che invece esiste anche da questa parte dell’Atlantico e che ci accomuna con gli Stati Uniti è la maggior percentuale di obesità nei giovani, sintomo di una vita sedentaria e di alimentazione scorretta, quest’ultima anche legata alla maggiore povertà della popolazione (il cibo spazzatura costa meno del cibo sano).

Tornando agli Stati Uniti, poiché i punteggi dei test sono crollati e la percentuale di popolazione obesa è aumentata vertiginosamente nell’ultimo decennio, l’esercito Usa ha richiesto ai soldati di essere più esperti tecnicamente, tanto che adesso viene richiesto anche ai sottufficiali di avere una laurea e buone capacità di scrittura, inoltre l’Army combat fitness test, o Acft, è diventato il test di fitness più completo e difficile di sempre nel tentativo di migliorare le prestazioni fisiche dei soldati.

Estratto dell'articolo di Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” il 10 marzo 2023.

 Nguyen Huan è stato il primo americano di origine vietnamita a diventare ammiraglio nella U.S. Navy. La sua carriera avventurosa cominciò da giovanissimo profugo accolto nel 1975 negli Stati Uniti al termine del conflitto in Vietnam. L’ufficiale di Marina è legato a una foto diventata il simbolo del giornalismo di guerra. Quell’immagine è nella Storia con il nome di «Saigon Execution»: fermò il momento in cui un prigioniero Vietcong veniva ucciso da un generale del Sud, con un colpo di revolver sparato a bruciapelo alla tempia.

Sono passati 55 anni da quella mattina dell’1 febbraio 1968. […] Eddie Adams, fotoreporter della Associated Press , era sul posto e documentò. Ci vollero anni prima del disimpegno americano, ma «Saigon Execution» fu una scintilla che sconvolse l’opinione pubblica. Però «le foto non raccontano l’intera storia, non dicono il perché», ammise poi Adams, che per quel reportage aveva vinto il Premio Pulitzer. Ricostruendo i fatti, il giornalista accertò che il Vietcong eliminato brutalmente si chiamava Nguyen Van Lem, nome di battaglia «Bay Lop».

Aveva ucciso il colonnello sudvietnamita Nguyen Tuan e assassinato la moglie e sei figli dell’ufficiale che erano con lui a casa. I corpi erano stati gettati in una fossa comune, con quelli di un’altra ventina di abitanti di quella zona di Saigon. Il generale Loan aveva visto la fossa ed era sconvolto, Nguyen Tuan era suo amico. Adams non sapeva allora che il Vietcong aveva sparato anche al settimo figlio del colonnello nemico. Quel bambino di nove anni si chiamava Nguyen Huan.

Ferito a un braccio e alla testa, restò per due ore steso a terra, accanto al corpo della madre che moriva dissanguata. Lui sopravvisse. Sette anni dopo, nel 1975, […] fu evacuato negli Stati Uniti, uno dei 120 mila profughi accolti. Si laureò, diventò americano e ufficiale della U.S. Navy. […]

Low Gun. La spesa militare degli Stati Uniti è di 816 miliardi di dollari all’anno, ma l’esercito è sempre più sguarnito. Paolo von Schirach su L’Inkiesta l’11 Febbraio 2023

Durante la guerra fredda il prodotto interno lordo destinato alla difesa superava l’8 per cento, oggi è al 3,7 per cento. Washington non ha più la flotta per prevalere contro la Cina nel caso di un attacco contro Taiwan, né può aumentare in modo significativo l’afflusso di armamenti per sostenere l’Ucraina

Alla fine del 2022 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato il National Defense Authorization Act, la legge di spesa per la difesa, rendendola così esecutiva. Per l’anno in corso il governo federale americano spenderà 816 miliardi di dollari per il Pentagono. Una cifra per molti sbalorditiva. E tuttavia le forze armate americane sono sempre più piccole e più sguarnite. Meno aerei da combattimento; meno navi, meno carri armati, meno Marines. E la base industriale del settore difesa si restringe sempre di più, il che rende impossibile una rapida crescita della produzione di armamenti in caso di crisi. Ma come è possibile tutto questo con un bilancio difesa apparentemente stratosferico? Se facciamo paragoni, Francia, Regno Unito e Germania, prese insieme, spendono circa 165 miliardi di dollari. Nemmeno un quarto di quello che spenderà l’America.

Ma, paradossalmente, se guardiamo alla storia della spesa militare americana, gli 816 miliardi di oggi non sono un gran cifra. Come percentuale della ricchezza nazionale la spesa americana per la difesa, pari a circa il 3.7 per cento del Prodotto Nazionale Lordo, è in realtà in calo. Durante la guerra fredda il bilancio difesa superava regolarmente l’8 per cento del Pnl, cioè più del doppio in percentuale di quello che si spende oggi. Dopo anni di calo negli anni 70, il riarmo voluto dal presidente Ronald Reagan per fronteggiare la crescente minaccia sovietica, per un paio di anni riportò la spesa militare al 6.8 per cento del Pnl. Ma questo riarmo durò poco. Dopo pochi anni le percentuali sono tornate a calare.

Quindi calo netto delle spese per la difesa come percentuale del Pnl. E, quello che è peggio, con questi soldi si compra sempre di meno, in quanto i costi degli armamenti moderni sono stratosferici. E non dimentichiamo poi che i militari americani sono tutti volontari. Quindi, una grossa parte del bilancio della difesa va per pagare stipendi, vitto ed alloggio a quasi un milione di persone più le loro famiglie. E un’altra grande percentuale va per pagare i costi operativi quotidiani (Operations and Maintenance, O&M) di questa grande macchina bellica. Manovre, addestramento, esercitazioni, ore di volo per i piloti. E poi costruzioni, riparazioni alle installazioni militari, fiumi di carburante per autocarri, navi, aerei da trasporto e da combattimento, e così via. Il Pentagono è il più grosso consumatore di energia del mondo. E questa costa.

Faccio un esempio. Un carrier group, una squadra navale che ha una super portaerei al suo nucleo centrale, è composta dalla portaerei stessa che ha a bordo 2600 tra marinai, piloti e personale sussidiario, un complemento di sessanta velivoli, e poi 2 incrociatori lanciamissili, 2 navi per difesa antiaerea, 2 fregate o cacciatorpedinieri. (Poi c’è sempre almeno un sottomarino. Ma la US Navy non annuncia mai la posizione dei suoi sottomarini). Quando il carrier group è in navigazione, tra carburante, cibo, acqua, cure mediche e tutto il resto, questo dislocamento costa in media sei milioni e mezzo di dollari al giorno. Già, al giorno. E questo è per ogni carrier group. La US Navy ne ha 11.

Guardiamo i costi degli armamenti. Le nuove super portaerei costano 12 miliardi e 800 milioni di dollari per unità. I previsti 12 nuovi sommergibili nucleari classe Columbia dotati di missili intercontinentali, la forza invulnerabile di rappresaglia che rappresenta il nerbo del deterrente nucleare statunitense, costeranno complessivamente 112 miliardi di dollari. (E questa è solo una stima. Sicuramente i costi effettivi saranno molto più alti). L’F-35 prodotto dalla Lockheed Martin, indubbiamente il miglior aereo da combattimento del mondo, costa adesso 78 milioni per unità.

Credo sia più chiaro adesso che con queste enormi spese operative, indispensabili per mantenere le forze armate in condizioni di buon funzionamento, e i costi stratosferici per i nuovi armamenti, si fa presto a spendere 816 miliardi di dollari all’anno.

E non è tutto. Per quanto l’America rimanga all’avanguardia in molte tecnologie militari, ci sono sempre meno imprese nel settore dell’industria per la difesa. E questo per varie ragioni. Se una grande impresa vince un grosso contratto, gli altri concorrenti che hanno speso cifre enormi per realizzare studi e prototipi per poter partecipare alla gara d’appalto non prendono niente. Quindi perdite finanziarie, licenziamenti, e perdita di personale specializzato. Molte imprese non hanno la resilienza finanziaria per fronteggiare un andamento ciclico di alti e bassi. E quindi hanno chiuso, o sono state comprate da un concorrente. Per cui la base industriale si restringe.

Le grandi industrie militari americane, per quanto illustri, sono poche. Oggi rimangono la Lockheed Martin, seguita da Raytheon, Boeing, General Dynamics, Northrop Grumman e BAE Systems. Poi molte altre medie e piccole imprese. Ci sono solo quattro cantieri in America che producono navi per la marina militare. Solo quattro! È evidente che una base industriale ridotta non consente l’espansione rapida. Se si vogliono più missili bisogna costruire un’altra fabbrica, con costi proibitivi. E nessuna impresa investe nell’allargamento della base produttiva senza una garanzia di commesse sicure per molti anni a venire. E questo presumerebbe un bilancio difesa in grande e continua espansione. Ma questo è impossibile in un quadro fiscale americano molto deteriorato, caratterizzato da enormi deficit strutturali del bilancio federale.

Seguendo l’esempio europeo, l’America ha perso il controllo della spesa pubblica, soprattutto a causa dell’aumento inesorabile del costo delle spese sociali, (più del 60 per cento del totale della spesa federale), finanziate da una forza lavoro attiva in rapido calo rispetto al numero crescente dei pensionati. I deficit federali annuali sono in crescita. Da qui la crescita del debito pubblico.

Di male in peggio, nei recenti anni del covid, Washington, temendo il collasso economico del paese quando era tutto chiuso, ha distribuito centinaia di miliardi di dollari ai cittadini. Il risultato di queste enormi spese è che oggi il debito pubblico è più elevato dell’epoca della Seconda guerra mondiale. In questo quadro fiscale così deteriorato, l’idea che ci sia margine politico per significativi aumenti di spesa per il Pentagono, per quanto questi siano veramente necessari, è politicamente non proponibile.

Ma cosa significa tutto questo in pratica? Significa che la Pax Americana, per più di mezzo secolo mantenuta da una democrazia egemone ultra-armata, in quanto molto ricca, non esiste più. L’America non ha più le risorse per finanziarla.

All’atto pratico, la mancanza di soldi ha ritardato il necessario ammodernamento degli arsenali nucleari. E non è tutto. Nel dicembre 2022 il Pentagono ha svelato un prototipo del B-21 Raider. Questo è il primo nuovo bombardiere strategico in 30 anni. Ci vorranno anni prima che questi velivoli veramente avveniristici entrino in servizio. Ma intanto, in mancanza d’altro, la US Air Force continua a far volare vetusti bombardieri strategici B-52, alcuni dei quali in servizio dal 1960.

Sul piano operativo, non avendo forze sufficienti dislocate nella regione, l’America non ha potuto prevenire l’occupazione e la conseguente militarizzazione del tutto illegale da parte cinese di vari atolli nel Mar della Cina del Sud. Con questa occupazione, la Cina ha creato – con assoluta impunità – un vero e proprio lago cinese in acque internazionali. L’America ha protestato. Ma la occupazione illegale continua.

Ed ormai è assodato che Washington non ha più la flotta che le consentirebbe di prevalere contro la Cina nel caso di un attacco contro Taiwan. La marina cinese ha 340 vascelli, con il vantaggio, nel caso di Taiwan, di avere la flotta vicino casa. L’America ha solo 280 navi, dislocate in tutto il mondo. Nel caso di guerra per Taiwan, Washington dovrebbe mandare scarsi rinforzi dal Giappone, da Pearl Harbor o da San Diego.

All’epoca del riarmo di Reagan, l’obbiettivo era una flotta con 600 navi. Oggi le 280 navi (la US Navy ne vorrebbe perlomeno 300) hanno il compito di difendere la libera navigazione in tutto il mondo. È chiaro che non bastano per questa missione tutto campo. Quello che è successo è che, volendo fare di più con mezzi ridotti, le missioni navali della US Navy sono sempre più lunghe. Il che significa equipaggi logorati e stanchi. Negli ultimi anni c’è stata una serie di incidenti navali veramente imbarazzanti, (navi finite in secco, collisioni in porto), causati da ufficiali stanchi e distratti. Per cui, o si aumenta il numero delle navi, o si ridefinisce la missione. In poche parole, ci si ritira per mancanza di mezzi.

E non è tutto. Questa base industriale ridotta significa che gli Stati Uniti non sono in grado di aumentare in modo significativo l’afflusso di armamenti per sostenere l’Ucraina, perché le industrie non possono incrementare più di tanto la produzione. Per mandare le armi anticarro a Kyiv, il Pentagono ha dovuto svuotare i suoi magazzini, creando vuoti pericolosi per le forze armate americane. 

Tutto questo è molto preoccupante. Si vis pacem, para bellum. Il modo migliore per preservare la pace è essere sempre pronti per la guerra. Il vero deterrente risiede in una forza militare preponderante che scoraggia gli avversari con cattive intenzioni, e nella chiara volontà politica di usarla in caso di aggressione. Nonostante la crisi della finanza pubblica, l’America rimane una grande potenza militare. Ma non è più la forza militare preponderante. Il che significa che la sua capacità di dissuasione è in calo.

Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nell’Agosto del 1990, il presidente George H. W. Bush, dopo varie consultazioni con gli alleati, mandò in Arabia Saudita una forza militare americana di 697.000. Oggi l’intero esercito americano ha solo 482.000 effettivi. (Al paragone, l’esercito turco ne ha 425.000). il che significa che una operazione militare come Desert Storm, con i numeri di oggi, sarebbe impossibile.

Con tutti i suoi acciacchi, l’America rimane una grande potenza militare. Ma storicamente la forza militare americana è sempre stata il prodotto di una grande economia di scala continentale, dinamica, innovativa, sempre in crescita. Oggi la crescita è modesta, mentre la spesa pubblica è fuori controllo. I crescenti deficit di bilancio, con la conseguente esplosione del debito pubblico, non creano lo spazio per significativi aumenti del bilancio difesa. O l’America risana la sua economia e le sue finanze pubbliche, o Washington dovrà rassegnarsi ad un ruolo meno significativo sulla scena mondiale. 

Paolo von Schirach è presidente del Global Policy Institute; Professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Bay Atlantic University, Washington, DC

Le Guerre.

17 agosto 1965: la prima battaglia dei Marines in Vietnam. Edoardo Frittoli su Panorama il 17 Agosto 2023. L'operazione «Starlite» segnò l'inizio del conflitto diretto tra gli Americani e i Vietcong. Fu un successo per le forze Usa, ma evidenziò la difficoltà di combattere un nemico nascosto in condizioni climatiche difficilissime.

Gli Americani a partire dal 1964 avevano incrementato la propria presenza nel Vietnam del Sud con la funzione di consulenti militari per l’ARVN, l’esercito regolare di Saigon. All’inizio del 1965 la pressione dei Vietcong, i combattenti comunisti del Sud alleati di Hanoi si era fatta sempre più pesante in diverse aree del Vietnam del Sud, tra cui una zona montuosa nei pressi di Chu Lai, dove sorgeva una importante base militare americana. Infruttuosi si erano rivelati i tentativi di individuare il grosso delle truppe vietcong, nascoste nella fitta giungla. L’occasione per individuarle con certezza venne da un disertore vietcong, che rivelò ai comandi sudvietnamiti la posizione delle forze comuniste. Nacque così l’esigenza di intervenire immediatamente ed in modo più rapido ed efficace rispetto alle ultime operazioni infruttuose dell’esercito sudvietnamita con una operazione di sbarco affrancata dall’uso di elicotteri e aerei. L’operazione, che fu mantenuta segreta e prese il nome di «Starlite», rappresentò il primo combattimento diretto tra i Marines e i Vietcong della guerra del Vietnam. Affidata al 3° e 4° Marines, prese il via la mattina del 17 agosto 1965 e coinvolse 5.000 uomini, che a bordo dei mezzi da sbarco giunsero sulle spiagge nei pressi del villaggio di Van Thuong, a sole 12 miglia dalla base americana. I Marines fecero largo uso di elicotteri, le cui zone di atterraggio furono preparate con l’uso di napalm defoliante e di mezzi blindati. La battaglia durò circa una settimana e vide la vittoria finale degli Americani con 650 vittime tra i Vietcong e solamente 45 tra i Marines. Tuttavia l’operazione fu un banco di prova, soprattutto per quanto riguardava il clima torrido e umido della giungla e la difficoltà di individuare un nemico che aveva fatto delle caratteristiche del terreno un proprio punto di forza per gli otto lunghi anni a venire.

Il tragico crepuscolo del magico Impero americano. Piccole Note (Filo-Putin) il 13 Giugno 2023 su Il Giornale.

“L’America non è un paese realista”. Questa la citazione del pensatore americano John J. Mearsheimer in un saggio di Malcom Kyeyune dedicato alla dialettica che si sta consumando all’interno dell’establishment cultural-politico americano tra realisti e idealisti.

Kyeyune cita Mearsheimer proprio per indicare come negli Stati Uniti non ci sia più posto, semmai c’è stato, per il realismo e che l’Impero ormai è appannaggio dell’opposta fazione. Infatti, commentando l’affermazione di Mearsheimer, Kyeyune spiega che essa non è solo “descrittiva” ma ha un significato “metafisico: l’America è un paese che non può andare avanti, legittimarsi, comprendersi o avere un autentico senso di coesione nazionale attraverso il realismo”.

La rivoluzione francese e l’interventismo americano

Articolato e lungo lo scritto di Kyeyune, che ha alcune considerazioni davvero interessanti. Anzitutto il parallelo tra la Rivoluzione francese e l’interventismo Usa post ’89.

Infatti, come la Rivoluzione rimodellò la Francia, fondando il paese non più su basi realistiche, ma ideologiche, “circa 200 anni dopo, la svolta dell’America verso il fervore rivoluzionario iniziò nel momento in cui fu liberata dalla disciplina che le imponeva l’esistenza di una vera superpotenza rivale, l’Unione Sovietica”.

Dopo la vittoria della Guerra Fredda, “gli Stati Uniti erano qualcosa di simile alla Francia uscita dalla grande rivoluzione e dal sanguinoso abbattimento della monarchia borbonica: una potenza aggressiva, ideologicamente carica, alla quale non potevano più essere applicate le vecchie regole del dare e avere e dell’equilibrio strategico. In un mondo giusto, le vecchie regole e leggi scritte da principi e sacerdoti non potevano più vincolare gli uomini liberi, proclamavano coraggiosamente i rivoluzionari francesi”.

“[…] La Francia, svincolata dai costumi obsoleti dell’ancien régime, non riconosceva limiti nel perseguimento della sua missione: avrebbe ‘salvato’ il resto del mondo, a cominciare dai suoi più prossimi e odiati rivali e, se necessario, l’avrebbe fatto in punta di baionetta”.

“L’America ha pensato e agito più o meno allo stesso modo negli anni successivi alla sua ascesa all’egemonia unipolare. Nel suo secondo insediamento, l’ex presidente George W. Bush dichiarò: ‘Oggi l’America parla di nuovo ai popoli del mondo… Gli Stati Uniti non ignoreranno la vostra oppressione, né giustificheranno i vostri oppressori. Quando difenderai la tua libertà, noi saremo con te'”.

“Una bomba a grappolo alla volta, una nuvola di fosforo bianco tossico dopo l’altra, i serbi, gli iracheni, gli afghani, alla fine anche gli iraniani e i nordcoreani sarebbero stati tutti salvati, integrati nell’ordine globale del libero scambio e dei diritti universali“.

I disastri della rivoluzione e la magia imperiale

“Il punto d’arrivo di tutti questi sogni era prevedibile fin dall’inizio. Con il passare degli anni, sempre più politici ed esperti della lunga Guerra Fredda iniziarono a percepire il disastroso percorso che l’America aveva intrapreso”.

Tanti allarmarono sui disastri incombenti, ma, “nella migliore delle ipotesi, furono educatamente ignorati. Sia per la rivoluzionaria Parigi che per la rivoluzionaria Washington, la missione di liberare ed elevare il resto del mondo sarebbe infine culminata in milioni di morti, guerre civili, caos, carestia e nella devastazione di interi paesi, compresa, infine, la loro patria rivoluzionaria“.

Tale rivoluzione americana, spiega ancora Kyeyune, ha due motrici convergenti, i neoconservatori (forti nel partito repubblicano) e l’internazionalismo liberale (i cui esponenti allignano nel partito democratico). Questo spiega l’omogeneità dei due partiti sui temi chiave della politica estera.

Un altro passaggio significativo del testo di Kyeyune è l’accenno alla magia: “Il realismo può aiutarci a comprendere gli interessi degli stati, ma gli stati non si fondano sul realismo. Il realismo non è ciò che permette loro di nascere, di consolidarsi e di espandersi. Gli stati, in realtà, si fondano su ciò che possiamo chiamare ‘magia’, una magia che può differire notevolmente da stato a stato e da periodo di tempo a periodo di tempo”.

Tale magia, continua Kyeyune, ha conferito prosperità a Stati e imperi, dalla Francia borbonica all’impero cinese, come il suo svaporare ne ha segnato la caduta, come avvenuto per l’Unione sovietica, crollata quando si spense la magia del comunismo.

Il realismo, scrive Kyeyune, sebbene abbia solide ragioni, non può sostituire tale magia, anzi. Infatti, secondo l’autore, la corrente cultural-politica americana che vorrebbe far tornare l’Impero alle ragioni del realismo (ponendo fine alla guerre infinite), non solo non sortirebbe l’esito sperato di salvare l’Impero, ma addirittura, spegnendo la fiamma tremolante della magia americana, lo condannerebbe a una morte immediata.

Il crepuscolo dell’Impero

Prosegue Kyeyune: “È probabile che gli storici finiranno per trarre lezioni radicalmente diverse da quelle esposte oggi dai realisti sul significato della discesa autodistruttiva dell’America nella guerra ideologica per sempre [la guerra infinita ndr]”.

“Agli storici, i neoconservatori e gli interventisti liberali potrebbero infatti apparire come l’ultima generazione dell’élite americana con una comprensione in qualche modo più realistica del pasticcio nel quale si sono ritrovati”.

“A loro, l’era dell’interventismo liberale apparirà probabilmente come l’ultimo vero tentativo di mantenere viva la vacillante magia americana. Quelli di noi che sono diventati maggiorenni all’epoca degli attacchi dell’11 settembre possono attestare che, almeno per un certo periodo, ci sono riusciti. Hanno fatto rivivere la magia che teneva unita la società […]. Ma niente dura per sempre”.

Questa conclusione porta Kyeyune a terminare così il suo intervento: “Qui, nelle ultime ore del crepuscolo, sia dell’impero americano che della particolare forma di magia popolare che così eroicamente lo ha costruito e gli ha consentito di  crescere, non si può non rimanere abbagliati dalla tragedia dei più brillanti pensatori realisti d’America. Perché il loro destino è brillare in maniera sempre più viva quanto più si stagliano sullo sfondo di un crepuscolo sempre più buio”.

Così l’America, per Kyeyune,  è ormai consegnata alla tenebrosa magia degli apprendisti stregoni neoconservatori e liberal, che la condanna a proseguire sulla via rivoluzionaria intrapresa, pur nella consapevolezza che essa è foriera di disastri e non risolleverà le sorti dell’Impero morente.

Resta che in tale agonia, che durerà tempo, l’Impero americano rischia di precipitare nell’abisso il mondo intero. Ed è questa più grande tragedia, che Kyeyune – il quale partecipa di tale stralunata magia imperiale – non contempla con la necessaria urgenza.

La sconfitta a Cuba che umiliò Kennedy. Bruno Vespa pubblica una biografia di Jfk. I primi cento giorni da presidente? Un disastro. Bruno Vespa su Il Giornale il 30 Aprile 2023

Per gentile concessione dell'editore e dell'autore, pubblichiamo uno stralcio del nuovo libro di Bruno Vespa, Kennedy. Fu vera gloria? Amori e potere di un mito (Railibri, in uscita il 2 maggio). Vespa racconta Kennedy fuori dal mito, mettendo al centro anche l'uomo oltre al politico.

Castro ormai rappresentava la testa di ponte dell'Unione Sovietica nel continente americano. La Cia premeva perché esuli cubani addestrati in Guatemala invadessero l'isola, ed ebbe il via libera per i preparativi. In un rapporto del Dipartimento di Stato è scritto che per quanto l'intervento potesse essere ben camuffato, sarebbe stato comunque addebitato agli Stati Uniti, con il risultato di provocare proteste in tutto il mondo, vanificando l'enorme favore con cui era stato accolto l'arrivo del giovane Presidente alla Casa Bianca. Kennedy era indeciso. Da un lato patrocinare l'invasione in quello che pur sempre era uno Stato sovrano smentiva tutta la sua politica liberal. Dall'altro lato era tentato di rovesciare un regime che aveva promesso libertà e si era rivelato una dittatura. Il Presidente chiese alla Cia di programmare un piccolo sbarco di uomini che avrebbero dovuto avviare la guerriglia in montagna e acquisire poi consensi per simulare una rivolta popolare. Apparve tuttavia evidente che nessun movimento avrebbe potuto apparire estraneo agli americani. Il fallimento dell'operazione avrebbe guastato l'immagine degli Stati Uniti e del suo Presidente, ma a Kennedy fu fatto rivelare che smobilitare i guerriglieri anticastristi in addestramento in Guatemala avrebbe avuto comunque conseguenze pesantissime. Quegli uomini sarebbero necessariamente tornati negli Stati Uniti e avrebbero spifferato ai quattro venti che l'azione non era andata in porto per la vigliaccheria degli americani. Schlesinger rinnovò il suo parere contrario all'operazione con un memorandum di dieci pagine. Anche McGeorge Bundy, assistente per la sicurezza nazionale, si disse contrario, ma il Presidente andò avanti. Kennedy decise di autorizzare lo sbarco dopo aver chiarito agli anticastristi che non avrebbero potuto contare sull'aiuto militare americano. Gli anticastristi decisero di procedere ugualmente: la disastrosa organizzazione della Cia e le indecisioni di Kennedy portarono al fallimento dell'operazione. Lo sbarco alla Baia dei Porci, difficile per la presenza della barriera corallina e per l'assenza di vie di fuga, avrebbe dovuto essere assistito dal bombardamento degli aeroporti cubani da parte di sedici aerei anticastristi. All'ultimo momento Kennedy ne dimezzò il numero. Sabato 15 aprile otto aerei decollarono da una base del Nicaragua e riuscirono a distruggere soltanto cinque dei trenta aerei dell'aviazione cubana. Era stata programmata una seconda ondata di bombardamenti, ma sempre nell'ottica di ridimensionare l'appoggio americano, Kennedy volle aspettare che gli invasori consolidassero la loro testa di ponte. Poiché questo non avvenne, l'operazione fu annullata. Fin dall'inizio, scrisse subito lo storico Theodore Draper nel report Five Years of Castro's Cuba (1964) avvenne «uno di quegli eventi rari nella Storia: un fallimento perfetto». L'ambasciatore degli Stati Uniti presso l'Onu, Adlai Stevenson, fu tenuto all'oscuro di tutto e considerò folle aver promosso l'iniziativa a due giorni da una riunione dell'assemblea generale della Nazioni Unite dedicata appunto alla crisi cubana. Il fallimento dell'operazione fu chiaro il 18 aprile: non c'era stata l'attesa rivolta popolare, ventimila militari castristi dotati di carri armati sovietici ebbero facilmente ragione dei 1.400 invasori, mentre Khruschev minacciava l'intervento armato in favore di Castro. Un contingente della Cia, guidato personalmente dal direttore dell'agenzia, Allen Dulles, fu richiamato per il fallimento dell'invasione. 1.113 controrivoluzionari si arresero e furono rilasciati dopo venti mesi di carcere duro dietro un riscatto di alimenti e farmaci del valore di 53 milioni di dollari. Dulles dovette dimettersi. «In una repubblica parlamentare», gli disse Kennedy, «avrei dovuto dimettermi io. In una presidenziale è lei che deve andarsene». Kennedy fu travolto dai sensi di colpa: i rivoltosi morti, i prigionieri trattati con durezza, l'immagine degli Stati Uniti fortemente lesionata. I suoi collaboratori lo vedevano disfatto, sua moglie lo vide piangere. Jack ebbe tuttavia uno scatto di reni che gli consentì di recuperare rapidamente consensi. Telefonò a Nixon e invitò il vecchio Eisenhower per un weekend a Camp David. Entrambi apprezzarono molto. Il primo gli suggerì di intervenire militarmente su Cuba e Kennedy si guardò bene dal farlo (due terzi degli americani erano contrari). Il secondo gli dette una benevola pacca sulla spalla. L'opinione pubblica americana era seriamente preoccupata per il dilagare del pericolo comunista dall'America centrale al Sud-Est asiatico all'Africa. La ritrovata solidarietà nazionale fece risalire i consensi per Kennedy sopra l'80%. Ma vista anche la stagnazione economica, i primi cento giorni di mandato non furono positivi. Scrisse acidamente Time il 5 maggio 1961: «La settimana scorsa John Kennedy ha concluso i primi cento giorni della sua amministrazione e gli Stati Uniti un mese di rovesci, rari nella storia della repubblica».

Storia di piloti coraggiosi in una guerra dimenticata. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale il 20 aprile 2023.

Ci sono storie che hanno un lieto fine. Quelle che preferiamo raccontare di solito. Questa purtroppo non lo ha. Jesse Brown, primo pilota afroamericano della U.S. Navy, è infatti morto in combattimento a seguito delle ferite riportate nell’atterraggio di fortuna del suo caccia imbarcato Vought F4U-4 Corsair mentre era di ritorno da una missione nei cieli della Corea in un freddo dicembre.

È una storia poco nota in Europa, di una guerra poco nota nel mondo, quella combattuta tra il 1950 e il 1953. La Guerra Fredda rischiò di riscaldarsi davvero ai margini del 38° parallelo. Quando sono stato in Corea del Nord, ricordo bene dei racconti della loro versione della storia, ma più di tutto, ricordo le immagini dei loro trofei di guerra: molte erano carcasse d’aeroplano con la stella bianca sulla livrea blu scura recuperate dopo essere cadute “dietro le linee”; proprio come il Corsair assegnato allo squadrone di caccia VF-32 sulla portaerei USS Leyte, inviata con la Fast Carrier Task Force 77 al largo della penisola coreana per assistere le forze delle Nazioni Unite, impegnate a monitorare la crisi e “bilanciare” le forze in campo dopo l'intervento della Repubblica Popolare Cinese.

Quel giorno, 4 dicembre 1950, la formazione di sei aerei decollati dalla Leyte aveva ricevuto l’ordine di portare supporto ravvicinato alle unità di Marines che erano rimaste accerchiata da forze cinesi e coreane che le soverchiavano in numero di dieci a uno. La missione prevedeva una serie di raid a bassa quota per alleggerire la pressione nemica nel settore di Chosin Reservoir, con l’obiettivo secondario di “sondare” forza ed entità delle truppe cinesi presenti nell’area.

I Corsair sganciarono i loro razzi da un altitudine di soli 210 metri da suolo, e mitragliarono le truppe avversarie a terra fino ai limite della loro autonomia, fino a quando arrivò l’ordine di rientrare. Fu allora che il guardiamarina Jesse Brown, mezzadro del Mississippi che si era guadagnato le ali della Marina, riscontrò problemi alla pressione dell’olio.

“Penso di essere stato colpito. Ho perso la pressione dell’olio”, comunicò alla radio, e gli aerei in formazioni confermarono che il caccia marcato con il numero 203, quel giorno codificato come “Iroquis 13”, in effetti si lasciava alle spalle una lunga scia: segno che era stato colpito da proiettili della fanteria cinese - abituata nella boscaglia delle montagne più alte per prendere di mira gli aerei di passaggio con il tiro della fucileria. Un proiettile doveva aver centrato il tubo dell’olio o quello del del carburante del caccia di Brown, incapace di mantenere il controllo e impossibilitato a tornare alla sua portaerei.

Dietro le linee nemiche

Dopo aver seguito la procedura per tentare un atterraggio di fortuna in sicurezza, il guardiamarina Brown portò giù a terra il suo Corsair, poggiando con le sue caratteristiche ali a w sulla neve di una radura individuata dall’aria alle coordinate comunicate approssimativamente come 40°36'N 127°06’E. Circa 24 km dietro le linee cinesi. Nonostante fosse il primo pomeriggio, la temperatura rilevata a terra era già di -9 gradi centigradi.

Dopo aver lanciato il mayday e aver richiesto l’invio di una squadra SAR (search and rescue, ndr) per il recupero di un pilota abbattuto, il gregario di Brown, tenete di vascello Thomas Hudner che lo aveva scortato e assistito nell’azione, notò che qualcosa era andato storto. L’aereo di Brown aveva probabilmente urtato qualcosa mentre slittava sulla neve. Brown, forse privo di sensi a causa dell’impatto, non aveva abbandonato l’aereo, che mostrava un muso spezzato e un principio d’incendio. Se fosse rimasto intrappolato nell’abitacolo, sarebbe senza dubbio morto. Un cenno con la mano che spuntava dall'abitacolo confermò che era era vivo ma senza dubbio impossibilito a lasciare il Corsair caduto.

L’atto d’eroismo di un fratello di guerra

Tom Hudner non se la sentiva di abbandonare il suo gregario. Ma gli ordini erano abbastanza chiari: non si poteva lasciare l’esemplare di un aereo da combattimento così innovativo in mano nemica, andava mitragliato per essere distrutto. Non si poteva danneggiare inutilmente un secondo velivolo nel tentativo di atterrare e assistere Brown, sarebbe costato le ali e lo avrebbe condotto davanti alla corte marziale. Ma gli ordini vennero infranti e il rischio di essere catturato dalle forze nemiche completamente ignorato.

Hudner tirò dietro il tettuccio, sganciò i serbatoi di carburante supplementari, e atterrò senza carrello nella stessa radura dove era planato Brown. Un simile atto d’eroismo e una simile manovra non era mai stato registrato prima e non sarebbe mai stato ripetuto dopo. Qualche istante dopo il Corsair blu notte di Hudner, marcato con il numero 205 slittava a terra con le pale delle eliche piegate e il ventre che strideva sul suolo ghiacciato. Liberatosi senza difficoltà dall’abitacolo, trovò Brown tremante incastrato nei rottami del suo aereo, probabilmente vittima di lesioni interne che già inibivano completa lucidità, ma contento di vedere la faccia "bianca" di un fratello in armi che aveva tentato quella folle manovra per salvarlo.

Ogni tentativo di tirare fuori Brown dall’aereo, compresa la parziale amputazione della gamba che era rimasta incastrata nell’abitacolo divelto nell’impatto con il suolo, si rivelò fallimentare. L’elicottero di soccorso arrivato sul posto, dopo ulteriori tentativi di recupero, sarà costretto a tornare alla portaerei solo con Hudner, che promettendo al compagno di tornare a prenderlo, ascolterà le ultime parole rivolte alla moglie: "Dì solo a Daisy quanto la amo”. E questa non è Hollywood, è la semplice straziante verità.

L'epilogo di questa storia è stato annunciato al principio, si ritiene che Jesse L. Brown sia morto poco dopo per le ferite riportate e l'esposizione al freddo di quelle che venne ricordato come uno degli inverni più rigidi mai registrati in Corea. Il tenente Hudner implorò i superiori di poter tornare sul posto per un secondo tentativo di recupero, ma le probabilità che Brown fosse ancora vivo messe a confronto che l'alta probabilità di un'imboscata che avrebbe messo a rischio la missione, decretarono il bombardamento dell'area per distruggere i due Corsair abbandonati dietro le linee nemiche. Il 7 dicembre una formazione composta da sette velivoli pilotati dai compagni di squadriglia di Brown e Hudner si recherà sulle coordinate segnate, reciterà una breve preghiera, e sgancerà il Napalm sull'obiettivo amico.

Il tenente di vascello Hudner, invece di finire di fronte alla corte marziale, verrà elogiato dai vertici della Marina per il coraggio dimostrato e lo spirito di fratellanza che l'aveva motivato. Il presidente Harry Truman gli conferirà la Medaglia d'onore del Congresso, la più alta onorificenza militare negli Stati Uniti, e insignirà Brown della Distinguished Flying Cross, dell'Air Medal e del Purple Heart. Il suo corpo, rimasto tra le montagne oltre il 38° parallelo, non verrà mai recuperato. Nel 1973 una fregata classe Knox venne intitolata a Brown.

Una promessa da mantenere

Nell'estate del 2013 Tom Hudner, ormai 89enne, decise di tentare l'ultima possibilità per onorare la promessa fatta al suo gregario quel freddo 4 dicembre del 1950: tornare indietro a prenderlo. Contro ogni consiglio, si recherà in Corea del Nord per prendere contatto con un alto ufficiale dell'Esercito popolare nordcoreano con l'obiettivo di lanciare una missione di ricerca dei resti di Brown nelle desolate montagne che fecero da sfondo a questa eroica vicenda.

Secondo le testimonianze, il colonnello nordcoreano contemplò il vecchio nemico in silenzio, prima di leggere una comunicazione del leader supremo Kim Jong-un, che era rimasto "impressionato" dal gesto di Hudner, che a quell'età aveva affrontato un così lungo viaggio solo per "mantenere una promessa fatta a un amico". La risposta ufficiale del governo di Pyongyag, fu "l'approvazione a riprendere la ricerca dei resti dei militari statunitensi" caduti in azione, a cominciare da quelle del pilota della Marina Jesse LeRoy Brown. Le successive tensioni tra i due Paesi, inficiarono il successo di questa iniziativa amichevole. Thomas Jerome Hudner è morto il 13 novembre del 2017, all'età di 93 anni. È seppellito del cimitero militare di Arlington.

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per repubblica.it martedì 29 agosto 2023.

Chiedersi chi sia davvero Robert J. O’Neill, 47 anni, di Butte, Montana, è inutile. Non saprebbero rispondere i suoi amici, ma neanche i familiari e gli ex compagni al fronte. E adesso neppure i due poliziotti che lo hanno arrestato per guida in stato di alterazione psico-fisica e aggressione. 

Perché O’Neill sarebbe un eroe americano, ma anche un narcisista megalomane, un Navy Seal ma anche il’”no-mask” cacciato da un aereo. Un super soldato e un ubriacone. […] E commentatore televisivo, autore, scrittore, mental coach.

Mercoledì è stato arrestato per guida in stato di alterazione psico-fisica (senza specificare se da alcol, stupefacenti o farmaci) a Frisco, Texas, e poi rimesso in libertà dopo il pagamento di una cauzione di 3500 dollari. 

Nel 2014 O’Neill divenne ufficialmente un eroe quando, rompendo il "codice del silenzio”, raccontò di essere stato il marine che sparò tre colpi letali al capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, nel blitz al compound di Abbottabad, in Pakistan. 

Era la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011, lui e un’altra ventina di Navy Seal, le forze speciali americane, erano arrivati a bordo di due elicotteri Black Hawk. Il blitz durò quaranta minuti. […] 

“Era a pochi metri da me - raccontò tre anni dopo all’Associated Press, dopo averlo fatto un anno prima, anonimamente, ad alcune riviste - in piedi c’era Osama Bin Laden”. “Gli sparai tre volte in testa e lo uccisi”.

Molti lo celebrarono come eroe. I Navy Seal lo criticarono. Uno dei membri del Team diede, in forma anonima, una versione diversa: quando O’Neill arrivò davanti al capo di Al Qaeda, Bin Laden era già a terra, coperto di sangue, probabilmente già morto. L’”Eroe” avrebbe sparato a un cadavere. 

Lui […] andò oltre. Scrisse un memoriale, The Operator, in cui raccontò nei dettagli altre missioni. Il libro uscì nel 2017 e venne inserito nei best seller dell’ambita classifica del New York Times. Il super soldato rivelò anche di aver aiutato a liberare il capitano Richard Phillips, finito nelle mani dei pirati somali.

Di questa storia uscì un film, Captain Phillips - Attacco in mare aperto, con Tom Hanks nei panni dell’ufficiale. Prima di sognare Hollwyood, O’Neill si era fatto valere sul campo: era stato insignito di due stelle d’argento al merito, quattro di bronzo al valore e un riconoscimento per meriti speciali assegnato direttamente dal Pentagono. Per sedici anni e mezzo […] è stato considerato un ottimo incursore, anche se narcisista. 

Poi, come succede a molti veterani, sono cominciati i problemi con la vita di tutti i giorni. Nel 2016 era stato accusato di aver guidato sotto intossicazione di farmaci, ma i procuratori […] lo avevano prosciolto, riconoscendogli l’attenuante di essere sotto cura di psicofarmaci. Quattro anni dopo, nel 2020, la Delta Air Lines lo cacciò in modo inglorioso da un aereo perché si era rifiutato di indossare la mascherina di protezione dal Covid. Lui aveva commentato: “Non sono un fro… Meno male che quando uccisi Bin Laden non volai con la Delta. Non indossavamo mascherine”.

A luglio era uscito di nuovo dall’anonimato per essere diventato tra i proprietari di una “birra del veterano”, un birrificio in Virginia gestito da ex soldati come risposta alla Bud Light, che aveva affidato il testimonial a un gender fluid. Se quando è stato fermato dalla polizia il Navy Seal O’Neill avesse lo stomaco pieno della sua birra, gli agenti non lo hanno voluto dire. […]

Menzogne, arroganza, guerre: se la storia ignora la memoria. Massimo Nava su Il Corriere della Sera l’8 marzo 2023.

 Anniversari e ricorrenze rimandano al conflitto fra sovranità degli Stati e diritti dei popoli, che ha offerto negli ultimi vent’anni i più svariati pretesti per interventi armati

Decisamente, il mese di febbraio è stato un mese di anniversari importanti. Non solo quello, appena ricordato, dell’invasione russa dell’Ucraina, ma anche di quello di vent’anni fa, in cui maturò la decisione degli Usa di invadere l’Iraq. Storia e Memoria non si divertono con le coincidenze, ma le analisi dovrebbero tenerne conto.

La maggioranza dei Paesi rappresentati all’Onu ha condannato l’azione della Russia, ma allora l’Assemblea assistette a due drammatici interventi contrapposti. Il 5 febbraio, il segretario di Stato Usa, Colin Powell, cercò di dimostrare che il dittatore Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa e che pertanto andasse attaccato, con l’obiettivo di abbattere il regime e avviare un processo democratico. Ma il ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin, si oppose con fermezza, sostenendo la necessità di perseguire la via diplomatica e i controlli delle agenzie internazionali sugli arsenali dell’Iraq. Di fatto, si creò una spaccatura fra Francia e Stati Uniti, la cui onda lunga sarebbe arrivata in Europa e nel mondo arabo e africano. L’immagine dell’America fu offuscata.

La Storia darà ragione alla Francia. Non solo perché le accuse di Powell si dimostrarono false, come lui stesso ammise anni dopo, ma perché la guerra in Iraq avrebbe fatto a pezzi il diritto internazionale e innescato una drammatica instabilità in tutto il Medio Oriente, le cui conseguenze furono il Califfato dell’Isis, gli attentati di matrice islamica in Europa, la guerra in Siria. In Iraq, all’invasione e ai bombardamenti seguirono anni di attentati contro la popolazione civile e scontri fra le componenti religiose. In Afghanistan, cominciò un’altra operazione militare, fino all’ignominiosa riconquista da parte dei talebani.

«In Iraq — disse de Villepin dopo il conflitto — non erano in gioco soltanto guerra e pace, ma anche le regole su cui deve essere fondato l’ordine internazionale. L’intervento preventivo non può essere una regola». L’allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan definì l’intervento in Iraq con un solo aggettivo: «Illegale».

Come in una profezia, de Villepin aveva indicato il rischio di aggravare le divisioni tra società, culture e popoli, un terreno fertile per il terrorismo e l’instabilità internazionale. «La guerra è sempre la sanzione di un fallimento. (...) Parlo a nome di un vecchio Paese, la Francia, di un continente come il mio, l’Europa, che ha conosciuto guerre, occupazioni, barbarie...». Ma furono parole al vento. Allora, come del resto oggi, la diplomazia fu messa tra parentesi, accantonata come un segno di debolezza o peggio di benevolenza verso il nemico. Salvo ritornare di moda in un deserto di lutti e macerie.

Colin Powell a un giornalista dell’Abc News ammise: «Naturalmente. È una macchia. Io sono colui che ha agito in nome degli Stati Uniti e questo sarà parte della mia storia. È stato doloroso». Ma il 20 marzo, esattamente vent’anni fa, la guerra cominciò e l’Iraq fu invaso dalla cosiddetta « coalizione di volenterosi», guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e sostenuta — ieri come oggi — dal più solerte alleato degli americani, la Polonia.

Non erano necessarie sfere di cristallo, rapporti dell’intelligence o profonda conoscenza dell’Iraq per prevedere che la guerra sarebbe stata breve e il dopoguerra infinito. Bastava ascoltare testimoni del tempo come il vecchio Amir, che citava Lawrence d’Arabia: «Quando si comincia una guerra da queste parti è come mangiare una zuppa con il coltello»; o guardare vecchie fotografie, come quella del 1917 (per chi ama le coincidenze, era sempre in marzo), che raccontavano l’invasione britannica. I soldati che entravano a Bagdad erano agli ordini del generale Stanley Maude che disse: «Non veniamo qui come nemici, né come conquistatori, ma come liberatori». Seguirono rivolte e massacri.

I vecchi di Bagdad non potevano accertare l’esistenza delle armi di distruzione di massa, il pretesto della guerra, ma nemmeno immaginare che la tragedia del loro Paese sarebbe cominciata con una bugia proclamata nella massima istituzione internazionale.

La guerra divise l’Europa, dal momento che Francia e Germania si opposero all’intervento, mentre Gran Bretagna, Polonia e Italia sostennero la decisione americana. Anni dopo, anche il Parlamento di Londra mise sotto accusa il premier Tony Blair, confermando che l’intervento fu deciso sulla base di motivazioni false e non seriamente vagliate.

La Francia, allora paladina del diritto internazionale e dell’opposizione alla guerra, cambiò tuttavia registro anni dopo: l’ex presidente Nicolas Sarkozy fu infatti il primo sostenitore del bombardamento della Libia per eliminare Gheddafi. Seguirono guerra civile, scontri tribali, ondate migratorie, instabilità endemica.

Anniversari e ricorsi storici, oggi come ieri, rimandano al conflitto fra sovranità degli Stati e diritti dei popoli e delle minoranze. Conflitto che ha offerto negli ultimi vent’anni i più svariati pretesti e giustificazioni per interventi armati. Basti ricordare la legittima difesa e la lotta al terrorismo (Afghanistan), il dovere d’ingerenza (Bosnia, Kosovo), le armi di distruzione di massa e l’esportazione della democrazia (Iraq), la protezione di una minoranza (Libia). Giustificazioni più o meno etiche, come il «bombardamento umanitario», un ossimoro, o dettate da ambizioni e interessi strategici, che hanno contribuito a indebolire il sistema internazionale delle regole e a mortificare il ruolo delle Nazioni Unite, con il risultato che il vuoto di legalità è stato progressivamente riempito da altre logiche, da obiettivi politici e militari con pretesa di fondamento morale e ideologico e in sostanza dalla più ignobile delle leggi, quella del più forte, come nella martoriata Ucraina, vittima della legge di Putin.

Iraq. Le autostrade della morte, una pagina di storia dimenticata. Piccole Note (putiniana) l’1 Marzo 2023 su Il Giornale.

Nell’articolo sulle domande poste dal Washington Times a Biden riguardo alla guerra ucraina, abbiamo accennato alle autostrade della morte, il più terribile massacro della storia moderna.

Si consumò nel corso della prima guerra irachena, dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein e prima dell’invasione americana dell’Iraq. Nessuno lo ricorda perché la prima guerra irachena, del 1991, vide quasi tutto il mondo al fianco – in via subordinata – degli Stati Uniti (un po’ come accade adesso per l’Ucraina).

Una storia di stretta attualità, anche per quanto riguarda la manipolazione dell’informazione. Pubblichiamo un documento sull’eccidio di massa, presentato da Joyce Chediac alla Commissione d’inchiesta per il Tribunale internazionale per i crimini di guerra di New York (pubblicato nel 2018 su Liberation –  giornale di sinistra, ma con azionista di maggioranza il banchiere Edouard de Rothschild).

Autostrade della morte

Voglio rendere una testimonianza su quelle che vengono chiamate le “autostrade della morte”. Si tratta delle due strade kuwaitiane, disseminate dei resti di 2.000 veicoli militari iracheni straziati, e dei corpi carbonizzati e smembrati di decine di migliaia di soldati iracheni, che si stavano ritirando dal Kuwait il 26 e 27 febbraio 1991 in ottemperanza alle risoluzioni Onu.

Gli aerei statunitensi hanno intrappolato i lunghi convogli distruggendo i veicoli situati in testa e in coda ai convogli, e poi hanno martellato per ore gli ingorghi risultanti. “Era come sparare a un pesce in un barile”, ha detto un pilota statunitense. L’orrore è ancora lì, da vedere.

Sull’autostrada interna per Bassora ci sono miglia e miglia di veicoli bruciati, distrutti e fracassati di ogni tipo: carri armati, auto blindate, camion, automobili, camion dei pompieri, come scrive la rivista Time del 18 marzo 1991. Sulle sessanta miglia di autostrada costiera, le unità militari irachene sono distese a terra in pose raccapriccianti, scheletri bruciacchiati di veicoli e uomini, neri e terribili sotto il sole, racconta il Los Angeles Times dell’11 marzo 1991.

Mentre 450 persone, arrendendosi, sono sopravvissute al bombardamento della strada interna, questo non è avvenuto nelle 60 miglia della strada costiera. Lì, per 60 miglia, tutti i veicoli sono stati mitragliati o bombardati, tutti i parabrezza sono andati in frantumi, tutti i carri armati sono bruciati, tutti i camion appaiono crivellati da proiettili. Nessun sopravvissuto è noto o probabile. Le cabine dei camion sono state bombardate così tanto che sono state incassate nel terreno ed è impossibile vedere se contengano autisti o meno. I parabrezza si sono sciolti e enormi carri armati sono ridotti in rottami.

Baghdad annuncia il ritiro

Neanche in Vietnam ho mai visto niente del genere. È terribile”, ha detto il maggiore Bob Nugent, un ufficiale dell’intelligence dell’esercito. Questa carneficina unilaterale, questo massacro razzista di persone arabe, è avvenuto nonostante il fatto che il portavoce della Casa Bianca Marlin Fitzwater avesse promesso che gli Stati Uniti e i partner della coalizione non avrebbero attaccato le forze irachene che si stavano ritirando dal Kuwait. Questo è sicuramente uno dei crimini di guerra più atroci della storia contemporanea.

Le truppe irachene non sono state cacciate dal Kuwait dalle truppe statunitensi, come sostiene l’amministrazione Bush. Non si stavano ritirando per riorganizzarsi e riprendere la battaglia. Si stavano ritirando veramente, tornavano a casa, rispondevano agli ordini di Baghdad, che aveva dichiarato di voler ottemperare alla Risoluzione 660 [dell’Onu] abbandonando il Kuwait.

Alle 17:35 (orario standard del luogo) la radio di Baghdad aveva annunciato che il ministro degli Esteri iracheno aveva accettato la proposta sovietica sul cessate il fuoco e aveva dato l’ordine a tutte le truppe irachene di ritirarsi nelle posizioni assunte prima del 2 agosto 1990, in conformità con la risoluzione 660 delle Nazioni Unite.

Il presidente Bush aveva reagito immediatamente dalla Casa Bianca dicendo (attraverso il portavoce Marlin Fitzwater) che “non c’erano prove che suggerissero che l’esercito iracheno si stia ritirando. Infatti, le unità irachene continuano a combattere… continuano a far guerra”.

Il giorno successivo, il 26 febbraio 1991, Saddam Hussein aveva annunciato alla radio di Baghdad che le truppe irachene avevano effettivamente iniziato a ritirarsi dal Kuwait e che il ritiro sarebbe stato completato quel giorno. Ancora una volta, Bush aveva reagito definendo l’annuncio di Hussein “un oltraggio” e “una crudele bufala“.

La risoluzione 660 delle Nazioni Unite

Testimoni oculari kuwaitiani attestano che il ritiro è iniziato nel pomeriggio del 26 febbraio 1991 e la radio di Baghdad aveva annunciato alle 2:00 (ora locale) di quella mattina che il governo aveva ordinato a tutte le truppe di ritirarsi.

Il massacro dei soldati iracheni in ritirata viola le Convenzioni di Ginevra del 1949 […] che proibisce l’uccisione di soldati al di fuori dei combattimenti. Il punto controverso riguarda l’affermazione dell’amministrazione Bush secondo la quale le truppe irachene si stavano ritirando per riorganizzarsi e combattere di nuovo.

Tale affermazione è l’unico modo per cui il massacro potrebbe essere considerato legale ai sensi del diritto internazionale. Ma l’affermazione è falsa. Le truppe si stavano ritirando, ponendo fine all’invasione per ordine diretto di Baghdad, che aveva annunciato che la guerra era finita, che l’Iraq si era ritirato e si sarebbe pienamente conformato alle risoluzioni delle Nazioni Unite. Attaccare i soldati che tornano a casa in queste circostanze è un crimine di guerra.

L’Iraq accettò la risoluzione 660 delle Nazioni Unite e si offrì di ritirarsi dal Kuwait attraverso la mediazione sovietica il 21 febbraio 1991. Una dichiarazione di George Bush del 27 febbraio 1991, secondo cui non sarebbe stata concessa tregua alcuna ai soldati iracheni rimasti, viola persino il Manuale militare degli Stati Uniti del 1956 La Convenzione dell’Aia del 1907, che disciplina la guerra di terra, spiega che è illegale anche dichiarare che non sarà concesso quartiere ai soldati in ritirata.

Il 26 febbraio 1991, il seguente dispaccio è stato archiviato dal ponte di comando della USS Ranger, a firma di Randall Richard, giornalista del Providence Journal: “Gli attacchi aerei contro le truppe irachene in ritirata dal Kuwait sono stati lanciati oggi con tale intensità da questa portaerei che i piloti hanno detto di aver preso con sé tutte le bombe che si trovavano sul ponte di volo. Gli equipaggi, che lavoravano sulle note della colonna sonora di Lone Ranger, spesso rinunciavano al proiettile preferito. . . perché ci voleva troppo tempo per caricarlo”.

La giornalista del New York Times Maureen Dowd ha scritto: “Mentre il leader iracheno era posto davanti alla sconfitta militare, Bush decise che preferiva scommettere su una guerra di terra violenta e potenzialmente impopolare piuttosto che rischiare l’alternativa: una soluzione imperfetta elaborata dai sovietici e dagli iracheni, che l’opinione pubblica mondiale avrebbe potuto accettare come tollerabile.

In breve, piuttosto che accettare l’offerta dell’Iraq di arrendersi e abbandonare il teatro di guerra [cioè il Kuwait ndr], Bush e gli strateghi militari statunitensi decisero semplicemente di uccidere quanti più iracheni possibile finché c’era questa opportunità.

Soldati e civili

Un articolo di Newsweek su Norman Schwarzkopf [comandante in capo delle truppe alleate ndr], intitolato “A Soldier of Conscience” (11 marzo 1991), osservava che prima della guerra di terra il generale era preoccupato solo di quanto tempo il mondo sarebbe rimasto a guardare gli Stati Uniti scatenare l’inferno in Iraq prima di dire: ‘Aspetta un attimo, ora basta’. Lui [Schwarzkopf] non vedeva l’ora di inviare truppe di terra per finire il lavoro. Il motivo per il massiccio sterminio dei soldati iracheni era dato dalla volontà degli Stati Uniti di distruggere l’equipaggiamento iracheno. Ma in realtà il piano era di impedire del tutto la ritirata ai soldati iracheni. Powell ha osservato che, anche prima dell’inizio della guerra, i soldati iracheni sapevano di essere stati mandati a morire in Kuwait.

Rick Atkinson del Washington Post ha affermato che “il cappio è stato stretto” attorno alle forze irachene in modo così efficace che “la fuga è impossibile” (27 febbraio 1991). Tutto questo non ha nulla a che vedere con una guerra, è un massacro.

Ci sono anche indicazioni che alcune delle vittime del bombardamento avvenuto durante il ritiro fossero palestinesi e civili iracheni. Secondo la rivista Time del 18 marzo 1991, non furono colpiti solo veicoli militari, ma anche automobili, autobus e camion. In molti casi, le auto erano cariche di famiglie palestinesi e di tutti i loro averi.

I resoconti della stampa statunitense hanno cercato di far apparire il rinvenimento di beni domestici bruciati e bombardati come se le truppe irachene avessero saccheggiato il Kuwait. Gli attacchi ai civili sono specificatamente vietati dagli Accordi di Ginevra e dalle Convenzioni del 1977.

Cosa è successo davvero? Il 26 febbraio 1991 l’Iraq aveva annunciato di aderire alla proposta sovietica e che le sue truppe si sarebbero ritirate dal Kuwait. Secondo testimoni oculari kuwaitiani, citati dal Washington Post dell’11 marzo 1991, il ritiro iniziò sulle due autostrade e verso sera era in pieno svolgimento. Verso mezzanotte è iniziato il primo bombardamento statunitense.

Centinaia di iracheni sono saltati giù dalle loro auto e dai loro camion, in cerca di riparo. I piloti statunitensi hanno preso qualsiasi bomba si trovasse vicino al ponte di volo, dalle bombe a grappolo alle bombe da 500 libbre. Riesci a immaginarle sganciate su un’automobile o un camion? Le forze statunitensi hanno continuato a sganciare bombe sui convogli fino a quando tutti quegli esseri umani non furono uccisi. Così tanti jet sciamarono sull’autostrada interna che si creò un ingorgo in cielo, tanto che i controllori di volo dei jet da combattimento temevano collisioni a mezz’aria.

Crimini di guerra

Le vittime non hanno opposto resistenza. Non venivano attaccati in una feroce battaglia né cercavano di riorganizzarsi per dar vita a una controffensiva. Erano solo papere, secondo il comandante Frank Swiggert, il capo del Ranger Bomb Squadron. Secondo un articolo del Washington Post dell’11 marzo 1991, intitolato “Gli Stati Uniti si affrettano a modellare la vista dell’autostrada della morte”, il governo degli Stati Uniti si è coordinato e ha fatto tutto il possibile per nascondere questo crimine di guerra alla gente di questo paese e al mondo.

Ciò che ha deciso il governo degli Stati Uniti è diventato poi il focus della campagna di pubbliche relazioni gestita dal Comando centrale degli Stati Uniti a Riyad, secondo lo stesso articolo del Washington Post. La spiegazione ufficiale è stata che i convogli erano impegnati in una “classica battaglia tra carri armati”, come a suggerire che le truppe irachene cercassero di reagire o addirittura avessero la possibilità di reagire.

Il Washington Post afferma che gli alti ufficiali del comando centrale degli Stati Uniti a Riyad erano preoccupati per ciò che vedevano, cioè che ci fosse una crescente percezione pubblica sul fatto che le forze irachene stessero lasciando il Kuwait volontariamente e che i piloti statunitensi li stessero bombardando senza pietà, il che era la verità. Quindi il governo degli Stati Uniti, dice il Post, ha minimizzato le prove che le truppe irachene stavano effettivamente lasciando il Kuwait.

I comandanti dell’esercito statunitense hanno fornito ai media un quadro accuratamente dettagliato e preciso degli eventi in rapida evoluzione. L’idea era di far vedere il ritiro dell’Iraq come una ritirata strategica resa necessaria dalla forte pressione militare alleata. Ricordate quando Bush è venuto al Rose Garden e ha detto che non avrebbe accettato il ritiro di Saddam Hussein? Anche questo ne faceva parte, e Bush era coinvolto in questo insabbiamento.

Alla dichiarazione di Bush seguì subito un briefing via Tv dell’esercito che, dall’Arabia Saudita, spiegava che le forze irachene non si stavano ritirando, ma venivano sospinte fuori dal campo di battaglia. In realtà, decine di migliaia di soldati iracheni giunti in Kuwait avevano cominciato a ritirarsi più di trentasei ore prima che le forze alleate raggiungessero la capitale, Kuwait City. Non si erano mossi per un’asserita pressione da parte dei carri armati e della fanteria degli alleati,

Tale deliberata campagna di disinformazione su questa azione militare e il crimine di guerra che si è effettivamente consumato, questa manipolazione dei comunicati stampa per ingannare l’opinione pubblica e tenere nascosto il massacro al mondo costituisce anche una violazione del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, il diritto dei cittadini a essere informati.

La guerra che ha stravolto il Medio Oriente. Mauro Indelicato il 20 marzo 2023 su Inside Over.

La caduta di Saddam Hussein, avvenuta il 9 aprile 2003 con l’arrivo dei carri armati Usa nel centro di Baghdad, ha avuto molti effetti nella regione mediorientale. Il motivo è essenzialmente basato sul fatto che l’Iraq, senza più un solido governo al potere, si è trasformato in una potenziale polveriera. Il Paese, attraversato storicamente da forti tensioni settarie e da una netta divisione tra sciiti, sunniti e curdi, è diventato terreno di scontro sia tra i vari attori interni che tra le potenze regionali.

La guerra del 2003 quindi, è possibile considerarla come un detonatore delle varie turbolenze mediorientali ed è per questo che ha contribuito a cambiare volto non solo all’Iraq ma anche alla storia dei Paesi circostanti.

Baghdad nell’orbita iraniana

Durante l’era di Saddam Hussein, l’Iraq ha vissuto in una situazione quasi paradossale. Pur essendo il Paese a maggioranza sciita, il rais e la sua cerchia di fedelissimi a Baghdad appartenevano alla minoranza sunnita. Circostanza che non ha mancato di creare tensioni nel corso dei 24 anni di regime. Saddam ha spesso visto con diffidenza l’emergere di gruppi politici e religiosi sciiti, stanziati soprattutto nel sud del Paese. Questo ha portato, tra le altre cose, a un aumento del livello di scontro con l’Iran.

Nello stesso anno in cui il rais ha preso le chiavi del governo iracheno, a Teheran una rivoluzione islamica portava al potere la teocrazia sciita guidata dagli Ayatollah. Tra i due Paesi è scoppiata una guerra durata otto anni, al termine della quale le relazioni diplomatiche non sono mai state ristabilite del tutto.

Quando gli Usa hanno detronizzato Saddam, gli sciiti iracheni hanno subito premuto per avere una forte rappresentanza in seno alle nuove autorità. Le prime elezioni del 2005 hanno visto la vittoria dei partiti sciiti, a scapito di quelli sunniti. L’Iran ha così potuto mettere le mani su Baghdad. Un effetto certamente non voluto e quasi sicuramente non calcolato dagli Usa alla vigilia della guerra. Tra l’Iraq filo sciita e la teocrazia iraniana, è nata una forte convergenza. In tal modo, gli Ayatollah hanno iniziato ad avere il controllo di larghe fette del nuovo potere iracheno.

Gli effetti di questo repentino cambiamento si sono avuti anche in ambito regionale. Teheran ha iniziato a pianificare la strategia cosiddetta della “mezzaluna sciita“. Un progetto volto a legare idealmente il proprio governo con il nuovo Iraq post Saddam, con la Siria governata dallo sciita alauita Bashar Al Assad, estendendo poi la propria sfera di influenza fino a Beirut. Qui infatti l’Iran ha iniziato a sfruttare maggiormente l’asse con i movimenti sciiti libanesi e, in particolare, con gli Hezbollah.

Si sono così create le basi per confronti molto accesi in tutta la regione. L’attivismo iraniano ha infatti acuito il braccio di ferro tra Teheran e i suoi storici antagonisti. Tra questi occorre annoverare l’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo. Le guerre scoppiate nel decennio successivo, a partire da quella nello Yemen, sono ascrivibili al confronto a distanza tra la teocrazia sciita degli Ayatollah e le monarchie sunnite. Importante sottolineare anche la crescita dei timori per la propria sicurezza da parte di Israele, altro storico rivale dell’Iran in medio oriente.

 08/08/1998. Il presidente Saddam Hussein sorride durante un messaggio televisivo per gli iracheni nel 10° anniversario della vittoria della guerra durata 8 anni contro il vicino Iran. Nel messaggio, Saddam si diceva convinto che la nazione avrebbe prevalso sugli Stati Uniti così come aveva fatto con l'Iran.

La crescita di Al Qaeda e del terrorismo jihadista

Il radicale cambiamento ai vertici di Baghdad, ha avuto conseguenze anche all’interno del mondo sunnita iracheno. In alcune frange è emersa la preoccupazione di diventare succubi della maggioranza sciita. Circostanza che ha creato, tra le altre cose, terreno fertile per la propaganda jihadista. Già nel 2014 risultavano attivi in Iraq diversi gruppi terroristici. Al loro interno, non solo iracheni ma anche combattenti stranieri. Al Qaeda, il movimento terroristico di Osama Bin Laden, ha preso così le redini e ha approfittato della situazione per lanciare la propria guerra santa contro le truppe statunitensi.

Ad emergere in questo contesto è stata la figura del terrorista giordano Abu Musab Al Zarqawi. A lui lo stesso Bin Laden ha dato il suo benestare per la nascita di Al Qaeda in Iraq. L’insurrezione jihadista è andata avanti per diversi anni, trovando manforte soprattutto nella provincia di Al Anbar, tra Ramadi e Falluja. Particolarmente grave la situazione nel 2007, con il Paese di fatto ostaggio di una guerra civile settaria tra sunniti e sciiti. Al Zarqawi è stato ucciso nel 2006, ma i suoi successori hanno implementato le attività di Al Qaeda in Iraq.

Il gruppo si trasformerà in seguito “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” (Isil) e con il nuovo leader Abu Bakr Al Baghdadi sarà impegnato dal 2011 nella guerra civile siriana, al fianco di Al Nusra ed altre sigle islamiste contrarie al governo di Assad. L’Isil diventerà meglio nota con l’acronimo di Isis e il gruppo darà vita allo Stato Islamico, capace di conquistare l’intero nord dell’Iraq e vaste porzioni della Siria tra il 2014 e il 2017. Oggi lo Stato Islamico non c’è più, ma il Paese continua a essere attraversato dalle tensioni jihadiste.

Il duello tra Washington e Teheran in territorio iracheno

Proprio la lotta all’Isis ha portato in Iraq la presenza di diverse forze internazionali. Da un lato la coalizione a guida Usa, impegnata nell’est della Siria e nel nord dell’Iraq contro il califfato. Dall’altra un’alleanza tra più gruppi paramilitari sciiti, coadiuvati dall’Iran. Dietro l’intento comune di sconfiggere lo Stato Islamico, è emersa anche la lotta per contendersi la propria influenza su Baghdad.

Nel cuore del territorio iracheno quindi, ancora oggi convivono forze di Washington con forze vicine a Teheran. Un’incompatibilità emersa soprattutto nel 2020, quando un raid degli Usa a Baghdad ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimaini, architetto del progetto della mezzaluna sciita. Per tutta risposta, l’Iran ha bombardato basi statunitensi presenti nel Kurdistan iracheno. L’Iraq si è quindi trasformato nel terreno di scontro tra Stati Uniti e Iran. Un braccio di ferro che ha contribuito ad alimentare le tensioni in tutta l’area mediorientale e che ha trascinato al suo interno anche le altre potenze regionali.

La mai risolta questione curda

La guerra del 2003 e la fine del potere di Saddam, hanno dato ai curdi la possibilità di gestire in modo autonomo i propri territori. La nuova costituzione irachena, ha riconosciuto il Kurdistan come regione autonoma con capoluogo Erbil. Qui ha sede di fatto uno Stato nello Stato. I curdi iracheni hanno stretto accordi e legami di natura commerciale in modo indipendente rispetto a Baghdad.

Ma al di là delle vicende interne all’Iraq, l’autonomia accordata ai curdi ha riacceso la questione anche in tutti gli altri Paesi della regione in cui i curdi costituiscono un’importante minoranza. A partire dalla Turchia. Il presidente Erdogan, dopo un’iniziale apertura al dialogo, ha scelto una linea dura contro tutte le principali organizzazioni curde. Ad Ankara il timore è legato al fatto che i curdi presenti in Turchia possano rivendicare la stessa autonomia raggiunta in Iraq.

Anche in Siria la questione è stata più volte al centro delle discussioni. Il governo di Damasco, prima del 2011, ha visto con sospetto l’attivismo dei gruppi curdi. Quando nel Paese è divampata la guerra civile, gli stessi curdi hanno approfittato dei problemi del governo centrale per organizzarsi in modo autonomo. Le forze di autodifesa hanno fondato la regione del Rojava. Attualmente le sigle che riuniscono i combattenti curdi sono in parte appoggiate dagli Usa e sono stanziate nell’est della Siria, al di là dell’Eufrate. Anche questo un elemento che sta contribuendo ad alimentare tensioni, con Ankara che dal 2016 in poi ha iniziato a bersagliare le forze curde in territorio siriano. MAURO INDELICATO

Estratto da “La cortina di vetro”, di Micol Flammini (ed. Mondadori – Strade Blu), pubblicato da linkiesta.it il 15 marzo 2023.

Da qualsiasi parte si guardi la storia dell’Europa, la Polonia e sempre presente, ed e stata costantemente un centro di sofferenza e di indomabile resistenza. […] Per capire la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, e il caso di guardare con attenzione a quello che e accaduto in Polonia nel 1939: e un copione con altri personaggi, ma che si ripete, e se l’attacco congiunto di Hitler e Stalin contro Varsavia ricorda quello, iniziato il 24 febbraio 2022, di Mosca contro Kiev e perché le cose in comune non sono poche.

 La campagna di Hitler contro la Polonia era iniziata rivendicando la protezione dei cittadini tedeschi rimasti, dopo la Prima guerra mondiale, sotto le autorità polacche, soprattutto di quanti vivevano a Danzica, citta libera ma sotto la giurisdizione del ministero degli Esteri di Varsavia.

L’invasione del paese fu preceduta da una delle prime operazioni false flag della storia, un’espressione (falsa bandiera) che indica atti di sabotaggio e macchinazioni per far ricadere su altri la responsabilità del casus belli, divenuta molto nota proprio con la guerra della Russia all’Ucraina, quando si pensava che Mosca stesse cercando di creare un pretesto per invadere Kiev.

 I nazisti studiarono a lungo l’operazione false flag da mettere in atto per attaccare la Polonia. Alcuni tedeschi vestiti con uniformi polacche assaltarono la stazione radio di Gleiwitz allora in Germania, oggi Gliwice in Polonia, uccisero alcune guardie di frontiera e dai microfoni dell’impianto diffusero un messaggio alle minoranze polacche, incitandole a prendere le armi contro i tedeschi. Il giorno dopo, 1° settembre, il più potente e moderno esercito dell’Europa dell’epoca entro in Polonia, con il proposito di portare a termine una guerra lampo.

In due giorni distrusse l’aviazione polacca, e l’esercito di Varsavia che si era ammassato alla frontiera reagì con il suo fiore all’occhiello: la cavalleria. Questo episodio di grande eroismo, pur venato di mitologia, aiuta a capire quanto i polacchi fossero determinati a rischiare il tutto per tutto pur di salvaguardare l’indipendenza appena conquistata. Se poi si siano lanciati con la cavalleria contro i mezzi corazzati nazisti perché effettivamente fossero convinti di avere qualche chance o perché, pur di non perdere la liberta, erano pronti a farsi massacrare, questo non si saprà mai. Fatto sta che questo episodio rimane tra i più memorabili della guerra.

 La Polonia inoltre era aggredita da tutti i lati: mentre i tedeschi divoravano l’ovest del paese, annettendo e occupando, i sovietici avevano iniziato la loro avanzata da est adducendo come pretesto la protezione delle minoranze ucraine e bielorusse maltrattate dal governo polacco allo sbando.

Quando Putin ha attaccato l’Ucraina, ha usato una motivazione simile: salvare le minoranze russe, vittime delle violenze del governo di Kiev. I polacchi di allora, pero, erano stati abbandonati dai propri alleati, che non avevano ascoltato le richieste di aiuto di Varsavia e avevano sottovalutato la pericolosità e la determinazione del regime nazista. Un errore che non e stato commesso nei confronti degli ucraini. […]

 La Polonia e sempre stata certa di essere la frontiera dell’Europa, dell’atlantismo e anche della cristianità, e il fatto che la storia entri anche nelle campagne elettorali, sia materia di dibattito e l’attuale partito al governo, il PiS, la manipoli contro gli avversari indica quanto per i polacchi sia importante.

L’ingresso prima nella NATO e poi nell’Unione europea ha rappresentato per Varsavia la rassicurazione che non sarebbe più stata sola di fronte alla minaccia russa e di essere entrata a far parte del mondo al di la della cortina di ferro, che per i paesi dell’Est europeo non e mai caduta, si e soltanto spostata.

Estratto dell’articolo di Domenico Quirico per “la Stampa” il 20 marzo 2023.

Le guerre sono quasi sempre mancanza di un perché […] sono soltanto confusione e paura. Venti anni fa […] iniziò la invasione dell'Iraq da parte degli americani e degli inglesi. Il perché era […] una gigantesca deliberata, pianificata, bugia. A ingannarci non fu Saddam, il dittatore, solo l'ultima delle canaglie psicopatiche del Novecento. […] Ci ingannò una democrazia, anzi la Democrazia, e ci incamminammo verso la peggiore delle catastrofi, la catastrofe morale.

 Con l'America eravamo fiduciosi, inermi […] Una avvelenata propaganda ci corruppe. Siamo entrati da allora in una epoca […] di dissoluzione. Quella guerra ha distrutto molto, uomini sentimenti valori, non siamo stati in grado di ricostruire granché. E dopo venti anni siamo di nuovo in guerra. Incapaci di distinguere ormai verità e bugie.

Erano passati solo pochi minuti dalla scadenza dell'ultimatum: il presidente Bush aveva dato poche ore di tempo a Saddam Hussein per lasciare l'Iraq. In perfetto orario gli aerei americani iniziarono a colpire Baghdad per mostrare a Saddam, subito, che non era più invulnerabile. […] Poche ore dopo missili iracheni colpirono a caso il territorio del Kuwait. I soldati americani indossarono frettolosamente le maschera antigas e i completi per la guerra chimica. Già. L'angoscia per le micidiali armi chimiche del Rais...

Precauzione inutile. Nessuno dei comandanti aveva spiegato loro che l'esistenza di quelle armi faceva parte della Grande Bugia. Sugli schermi delle televisioni irachene apparve il dittatore: arrogante, violento come al solito. Per promettere «la vittoria» e «la gloria», inveendo contro «gli invasori diabolici» e «i sionisti. […]».

 Venti anni dopo che serve rievocare quella guerra: le avanzate rapide verso Bassora, Baghdad, Tikrit, le colonne dei soldati di Saddam in fuga calcinate dalle bombe al fosforo, la statua del dittatore trascinata al suolo con la faccia verso il cielo […] Ciò che si deve rievocare, scrupolosamente, bugia dopo bugia, senza dimenticar nulla è come ci ingannarono. Bush e i suoi sgangherati apostoli del Nuovo Ordine Globale. Che cosa era? Un violento, immorale, ipocrita imperialismo del caos, fatto di invasioni illegali, prepotenze diplomatiche, saccheggi economici, menzogne umanitarie.

Ripensiamo al tempo che precedette quel 30 marzo: le torri che crollano, i tre aerei trasformati in missili Cruise dal genio terrorista e suicida di Bin Laden, il patriottismo americano che vibra […] sul New York Times , la bibbia quotidiana dei ‘'liberal'', i bugiardi servizi di Judith Miller sulle armi di distruzione di massa irachene «pronte all'impiego nel giro di 45 minuti!» diamine! È provato... lo giura anche Blair […]

 Ah! Se avessimo ascoltato l'undici settembre, le torri ancora fumavano di morte, Rumsfeld al Pentagono già annunciava che bisognava attaccare non solo l'Afghanistan ma anche l'Iraq […] E sì, si diedero proprio da fare di brutto. Cheney, il vicepresidente, a garantire che in Niger c'erano le prove dell'acquisto dell'uranio da parte di Saddam per costruire l'atomica. Confermava, guarda guarda, Rasmussen premier danese […] Paziente passò all'incasso nel 2009: segretario generale della Nato. […]

Fu la macchinazione perfetta, sfrontata, selvaggia di come anche in una democrazia si può inventare una guerra ancor più efficacemente che nelle tirannidi. Al segretario di Stato Colin Powell spettò la recita finale, in una seduta del Consiglio di sicurezza. Annunciò che avrebbe comunicato ciò che gli Usa sapevano sulle armi di distruzioni di massa e sulla partecipazione dell'Iraq ad attività terroristiche. Poi brandì davanti alle telecamere una provetta piena di polverina bianca.

Presiedeva la seduta il ministro degli Esteri tedesco Joscha Fischer. Lui sapeva che quella prova era una menzogna spudorata. Perché la fonte americana aveva solo un nome: il dottor ingegner Rafid al Janabi, un iracheno che per ottenere rifugio in Germania aveva fatto sensazionali rivelazioni ai servizi tedeschi: che in Iraq c'erano truppe già pronte a impiegare le armi chimiche nascoste alle ispezioni dell'Onu. I servizi avevano facilmente accertato che era un bugiardo, per di più un bugiardo mediocre. […] Attese il 2005 il segretario di Stato per dire che quella recita lo «addolorava ancora».

[…] A Washington intanto annunciavano che in un anno il Paese sarebbe stato ricostruito. Mentire alla fine ti lega come una corda sempre più stretta. Non ti puoi fermare. Saddam è stato impiccato, i mediocri e pericolosi ideologi della semplicità manichea dell'impero americano sono degli ex in pensione o sono morti. Ma da quella bugia è balzato fuori il disordine in cui viviamo, il califfato totalitario in Iraq e la guerra in Ucraina. Dopo il 2003 non è più possibile dare un limite cronologico alle guerre […]

20 marzo 2003: quando l’Occidente legittimò l’invasione dell’Iraq con una fake news. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 20 Marzo 2023.

Mancavano poche ore a mezzanotte del 20 marzo 2003, quando le televisioni statunitensi interruppero improvvisamente le trasmissioni per mandare in onda il discorso del presidente George W. Bush che annunciava l’avvio delle operazioni contro l’Iraq di Saddam Hussein. 

L’operazione, sulla scia degli attentati dell’11 settembre 2001 e di Amerithrax, aveva trovato l’avallo della Gran Bretagna di Tony Blair, della Spagna di José Maria Aznar e dell’Italia di Silvio Berlusconi, oltre che di una ventina di altri leader e Paesi.

Le immagini vivide delle esplosioni e degli incendi, nella notte di Baghdad, colonizzarono gli schermi delle televisioni di tutto il mondo. La guerra era iniziata. Quegli stessi schermi, poco più di un mese prima, avevano rilanciato la fake news che valse come pretesto per spingere la Casa Bianca a invadere l’Iraq e ottenere la legittimazione morale del conflitto.

Era il 5 febbraio 2003 quando, presso il Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite, l’allora Segretario di Stato, Colin Powell, aveva tenuto un discorso in cui aveva parlato delle armi batteriologiche in possesso dell’Iraq, mostrando ai rappresentanti degli altri Paesi, con un gesto teatrale, una fiala che conteneva una polvere bianca. Agitando la fiala, Powell aveva accusato l’Iraq di essere in grado di produrre circa 25 mila litri di antrace, secondo quanto dicevano gli ispettori delle Nazioni Unite. Nel suo discorso Powell aveva fatto anche riferimento al «Grosso faldone dei servizi segreti sulle armi biologiche dell’Iraq» e di laboratori mobili per la produzione di quelle armi, di testimonianze che accreditavano quanto riportato, mentre alle sue spalle il direttore della CIA George Tenet seguiva le sue parole con espressione seria e coinvolta.

Il ricordo delle lettere all’antrace, diffuse all’indomani dell’11 settembre era ancora vivo nell’opinione pubblica americana e l’immagine di quella fiala ancorò l’idea, poi dimostratasi falsa, di una minaccia che proveniva da Saddam Hussein.

Il clima di terrore e di esasperazione in seguito agli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono portarono a elaborare la tesi ufficiale che le missive velenose rientrassero nella “seconda parte” dell’attacco dell’11 settembre. La responsabilità dell’invio della posta avvelenata fu inizialmente attribuita proprio ad al Qaeda. Il governo Bush strumentalizzò tale minaccia per convincere il mondo della necessità di attaccare l’Iraq, in quanto Saddam Hussein avrebbe avuto i magazzini pieni di antrace. 

[Articolo del Corriere della Sera del 08 settembre 2002 rivelatosi poi una fake news]Si scoprì, successivamente, che le spore usate negli attacchi appartenevano a un ceppo particolarmente potente, denominato “Ames”, usato in almeno una dozzina di laboratori di ricerca degli Stati Uniti per testare i vaccini e le nuove cure per la malattia. Al Qaeda non c’entrava nulla con quegli attentati. Amerithrax permise, però, di intraprendere la guerra infinita contro il “terrore islamico”, portando all’approvazione del Patriot Act e all’ennesima, insensata spirale di sangue e violenza: la guerra contro l’Iraq. Il ruolo di Powell fu fondamentale: senza la sua messinscena la “più grande democrazia” non avrebbe ottenuto il consenso per invadere l’Iraq. 

Il 6 ottobre 2004, davanti alla Commissione del Congresso usa, il capo degli ispettori americani, Charles Duelfer, presentò un rapporto di quasi mille pagine a opera dei servizi segreti americani in cui si smontava l’esistenza di armi di distruzione di massa detenute segretamente da Saddam, decretando come ingiustificata e illegittima la guerra in Iraq.

Secondo Duelfer, Saddam aveva mantenuto l’intenzione di ottenere armi di distruzione di massa, ma dopo la prima guerra del Golfo del 1991 la capacità dell’Iraq si era drasticamente ridotta. Le conclusioni di Duelfer sono state confermate da tutte le inchieste successive e dai numerosi dossier elaborati dal Veteran Intelligence Professionals for Sanity (vips), gruppo di analisti ed ex ufficiali dell’intelligence che aveva messo in dubbio la narrazione governativa.

A conferma di ciò, l’inchiesta condotta dalla Commissione inglese presieduta da Sir John Chilcot che ha esaminato 150 mila documenti e ascoltato più di cento testimoni per cercare di stabilire la verità su una delle pagine più controverse della storia britannica. Secondo il rapporto elaborato dalla Commissione, l’intervento militare in Iraq sarebbe stato «una decisione precipitosa» e i piani su cui l’attacco si fondava erano completamente inadeguati. Il casus belli legato al presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad venne fatta con “una certezza ingiustificata”.

Secondo Chilcot, l’intervento armato non era affatto l’unica risorsa a cui ricorrere e si sarebbero dovuti adottare altri rimedi alternativi e pacifici per raggiungere il disarmo, come per esempio una strategia di contenimento e proseguire con le ispezioni o il monitoraggio. [di Enrica Perucchietti]

L’11 Settembre 2001.

La guerra (infinita) al terrore. Emanuel Pietrobon il 15 marzo 2023 su Inside Over.

Il Duemila avrebbe dovuto essere il secolo del trionfo della pace e della democrazia, ma così non è stato. Si è aperto con gli attentati dell’11 settembre, che per gli Stati Uniti sono stati vissuti come la Pearl Harbour del XXI secolo, ed è proseguito con lo scoppio della competizione tra grandi potenze.

Il 2001 è l’anno che ha inciso sulla traiettoria dell’intero secolo, innescando una serie di sommovimenti che non cessa di dispiegare effetti a decenni di distanza. Tutto il mondo, nessuna regione esclusa, ha subito le conseguenze dell’11/9.

Un nuovo sistema internazionale è lentamente sorto dalle ceneri delle Torri gemelle: un’Europa più insicura, un Medio Oriente più conflittuale, un’Africa in guerra civile, un’Asia in fermento. E il principale strumento che gli Stati Uniti hanno utilizzato per navigare le turbolente acque del nuovo ordine mondiale è stato un conflitto senza quartiere, globale, contro quel nemico deterritorializzato che è il jihadismo: la Guerra al Terrore.

La Guerra al Terrore durante l'era Bush

16 settembre 2001. Sono passati esattamente cinque giorni dalla Pearl Harbour del XXI secolo, che ha privato New York dei suoi edifici-simbolo, ha sfigurato il Pentagono e ha lasciato a terra quasi tremila morti, quando il presidente in carica, George Walker Bush, annuncia il lancio di un’operazione Ira di Dio su larga scala: la Guerra al Terrore (War on Terror).

L’internazionale del jihadismo e dei vari fondamentalismi islamici era in guerra con l’Occidente dagli anni Ottanta, sicuramente da Beirut 1983, e Osama bin Laden aveva lanciato una fatwa contro la giudeocristianità nel 1998, l’anno degli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Il 2000 si era aperto con lo sventamento del “complotto del millennio” e si era concluso con l’attacco allo USS Cole. Ma si era trattato di attacchi in luoghi distanti da casa, lontani dagli occhi e dal cuore dell’opinione pubblica, che mai avevano avuto l’effetto di produrre qualcosa di più che delle ritorsioni limitate e selettive.

L’11/9 era diverso. Si trattava del più grave attentato avvenuto sul suolo americano dai tempi di Pearl Harbour. E soprattutto, quando si dice che non tutto il male vien per nuocere, aveva le credenziali per divenire quell'”evento catalizzatore e catastrofico, simile ad una nuova Pearl Harbour” che il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC, Project for the New American Century), solo qualche anno prima, aveva indicato come necessario per legittimare un cambio di regime in Iraq e, in esteso, per produrre una politica estera più assertiva e muscolare nel pivotale Medio Oriente.

La visione per un Duemila americano del PNAC era stata scritta in tempi non sospetti da un insieme di neoconservatori, in larga parte composto da allievi dell’American Enterprise Institute, fra i quali tre personaggi rispondenti ai nomi di Donald Rumsfeld, Dick Cheney e Paul Wolfowitz. Nel 2001, all’indomani dell11/9, il destino, o forse il caso, volle che Rumsfeld fosse segretario della difesa, Cheney vicepresidente e Wolfowitz vicesegretario della difesa. Inevitabile, e per certi versi prevedibile, dunque, l’inaugurazione di una guerra senza confini volta a riscrivere la geografia politica del mondo a favore degli Stati Uniti.

La presidenza Bush, influenzata dal trio del PNAC, avrebbe formulato un piano d’azione globale contro il terrorismo basato su alcuni obiettivi, tra i quali la ricerca di bin Laden e di Abū Mus’ab al-Zarqāwī, la formazione di coalizioni internazionali, la persuasione dei cosiddetti “stati riluttanti” e il contrasto ai loro cugini: gli “stati canaglia”. A fare da sfondo all’apertura di tanti fronti globali, dall’America Latina all’Asia meridionale, una riforma ex novo della legislazione sulla sicurezza nazionale, non esente da critiche, facilitante la compressione delle libertà civili e la sorveglianza di massa.

Gli attentati dell’11 settembre 2001

Nel 2008, alla vigilia del passaggio di scettro, la Guerra al Terrore aveva raggiunto alcuni degli scopi originari, dichiarati e non, a partire dalla detronizzazione manu militari di Saddam Hussein, “preventivamente” deposto in forza di accuse rivelatesi successivamente fraudolente, e continuando con la caduta del governo talebano in Afghanistan e con l’inglobamento dei riluttanti partner europei nella celebre “coalizione dei volenterosi”.

Nel 2008, dopo otto anni di attacchi con droni, omicidi mirati e operazioni militari, Bush lasciava a Barack Obama un secolo ad un passo, apparentemente, dall’essere (nuovamente) americano. Lo suggerivano i numeri sulle adesioni alla Guerra al Terrore – 168 paesi partecipanti, tra accordi di cooperazione, coinvolgimento in campagne militari, concessione in uso di spazio aereo e prigioni, scambio di intelligence, eccetera. Lo indicavano le cifre delle operazioni CIA – operatrice di oltre 100 siti neri in più di 50 paesi e autrice di 100 rapimenti di obiettivi di alto valore nella sola Unione Europea. E sembrava provarlo il clima internazionale acquiescentemente prono, a prima vista, a guerre dei droni, invasioni preventive ed extraordinary rendition.

La guerra infinita

Barack Obama avrebbe voluto terminare la Guerra al Terrore all’indomani dell’eliminazione di bin Laden, trovato ed eliminato il 2 maggio 2011, ma l’inaspettata resistenza dell’Internazionale jihadista alla potenza di fuoco delle coalizioni internazionali non glielo ha consentito. Ad un anno di distanza dalla chiusura ufficiale della Guerra al Terrore, comunicata al grande pubblico il 23 maggio 2013, la presidenza Obama si sarebbe infatti ritrovata alle prese con un nuovo mostro: lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

L’ascesa globale del Daesh, la resilienza di Al-Qāʿida e al-Shaabab, la comparsa di nuove e temibili organizzazioni terroristiche, come Boko Haram, e la progressiva espansione dell’insorgenza jihadistica nell’Africa nera e nell’Asia centromeridionale, senza dimenticare l’affiorare della questione del radicalizzazione religiosa in Europa, erano la prova che l’anziano Zbigniew Brzezinski, il neocon atipico, aveva visto lungo. Aveva avvertito i decisori della nuova generazione che il ritorno di fiamma della Guerra al Terrore sarebbe stato ustionante – era stato lui, del resto, a intuire le potenzialità della “bomba islamista” negli anni Ottanta. Non era stato ascoltato. E la Guerra al Terrore, ad un certo punto, è diventata infinita.

Il jihadismo come un Idra di Lerna: teste che cadono, teste che ricrescono. Nel tentativo di accelerare la chiusura del fascicolo terrorismo, o perlomeno di ridimensionarne significativamente lo spessore data la necessità di focalizzarsi sul revisionismo della Russia e sull’Indo-Pacifico, Obama avrebbe alterato radicalmente la sostanza della Guerra al Terrore. Riduzione e specificazione degli obiettivi – meno ambiguità e più realismo. Esternalizzazione. Posteroismo – droni in luogo di uomini, con l’eccezione degli interventi in Libia e in Siria.

Se Bush Jr è stato colui che ha inaugurato le guerre dei droni, con 57 attacchi in Pakistan, Somalia e Yemen dal 2001 al 2008, Obama è stato colui che ha cristallizzato la pratica della “guerra da remoto“, autorizzando la conduzione di 563 operazioni negli stessi paesi dal 2009 al 2015. Pratica che è stata proseguita da Donald Trump, che ad un attacco con drone si è affidato per assassinare Qasem Soleimani, e da Joe Biden, che per eliminare Ayman al-Ẓawāhirī ha preferito utilizzare un drone anziché un commando di Navy SEALs.

Il mondo dopo il passaggio dell'uragano

Forse la Terza guerra mondiale in frammenti è iniziata nel 1999 in quel di Belgrado. O forse è cominciata l’11 settembre 2001, come operazione di polizia globale contro il terrorismo divenuta pretesto per sponsorizzare cambi di regime e politiche domestiche ed estere altrimenti ingiustificabili.

Tra il 2001 e il 2021, cioè nell’arco di un ventennio esatto, il Watson Institute della Brown University ha stimato che la Guerra al Terrore sia costata agli Stati Uniti 6-8 trilioni di dollari, che abbia causato lo sfollamento di 38-60 milioni di persone – un record battuto soltanto dalla Seconda guerra mondiale – e che abbia provocato quasi un milione di morti, un terzo dei quali civili.

Sfortunata come la Guerra alle Droghe, altra operazione di polizia degenerata in pantano, la Guerra al Terrore ha raggiunto soltanto una parte degli obiettivi tattici e strategici delle origini. Vero è che la minaccia del terrorismo islamista è scemata nelle Americhe, ma altrettanto lo è che l’Africa subsahariana si trova in una situazione peggiore rispetto al 2001 e che l’Asia centromeridionale è una polveriera pronta a esplodere. Vero è che degli acerrimi rivali sono scomparsi per sempre, ma altrettanto lo è che, come si suol dire, dopo di loro è venuto il diluvio: la Libia diventata un calderone incontrollabile, l’Iraq inglobato nelle sfere di influenza russa e iraniana, l’Afghanistan riconquistato dai talebani.

Dai sei agli otto trilioni di dollari per creare una geografia del potere di breve durata e per sostenere degli interventi dettati dall’impulsività, o dalla miopia, che, non tenendo in considerazione gli scenari più remoti, si sono rivelati controproducenti e hanno inavvertitamente dato una spinta all’avvio della transizione multipolare. Il Terrore non è stato vinto perché non è mai stato un nemico fisico, ma un’idea. Ed è un’idea che ha trovato supporto vitale negli errori degli Stati Uniti, dai crimini di guerra alle troppe vittime collaterali, e che ha galvanizzato un’ondata di antiamericanismo a uso e consumo di tutte quelle forze a loro avversi – dai terroristi dalle infinite vite alle potenze revisioniste. EMANUEL PIETROBON

11 settembre 2001, le vittime senza verità e giustizia. GIANLUCA CICINELLI su Il Quotidiano del Sud l'11 Settembre 2023 

SE C’E’ qualcosa d’italiano negli attacchi contro gli Usa dell’11 settembre 2001, è il rischio di non arrivare alla verità completa sulla strage che ha cambiato gli Stati Uniti e gli equilibri politici internazionali all’inizio del terzo millennio. Il processo che dovrebbe mettere la parola fine almeno all’aspetto giudiziario, a 22 anni dagli eventi, rischia di non arrivare mai più in un’aula di tribunale.

La prima udienza per la selezione della giuria militare era stata fissata per l’11 gennaio 2021, ma lo scoppio della pandemia da Covid aveva fermato tutto. Adesso sono intervenute delle proposte di patteggiamento da parte della giustizia militare, competente per la causa, che potrebbero definitivamente affossare il procedimento. Se i presunti autori degli attacchi dell’11 settembre si dichiareranno colpevoli eviteranno la pena di morte, propone la giustizia militare. E anche il processo, aggiungono i familiari dei 2.977 morti e gli oltre seimila feriti provocati dagli attacchi con gli aerei alle Torri Gemelle di New York, al Pentagono e a bordo del volo United Airlines 93. Molti di loro sono convinti che evitare il processo significhi occultare i tanti aspetti controversi delle indagini, tuttora classificati dalle autorità come segreti di Stato. Senza dimenticare che ormai il numero di persone decedute per malattie legate a quell’evento ha superato quello delle persone uccise nello stesso giorno: oltre 4.600 soccorritori e sopravvissuti iscritti al Programma sanitario del World Trade Center, creato da Barak Obama, sono morti per condizioni di salute legate alle esalazioni respirate intorno all’area di Ground Zero anche nei giorni, mesi e anni successivi agli attacchi.

I medici hanno contato in questi anni almeno 70 forme diverse di cancro, legate alle polveri levatesi dallo schianto delle torri e ancora oggi presenti nell’area. Tuttavia è infinito l’elenco di altre malattie diagnosticate, per non parlare delle conseguenze psicologiche sui sopravvissuti e le loro famiglie. Sotto accusa, infatti, sono anche i reiterati inviti delle autorità ai newyorkesi per tornare a frequentare la zona poco dopo la strage, nonostante i pareri negativi degli esperti.

I cinque uomini in attesa di essere giudicati per gli attacchi dell’11 settembre sono attualmente detenuti nel famigerato carcere di Guantanamo Bay. Si tratta del kuwaitiano Khalid Shaykh Muhammad, ritenuto l’architetto della strage, dello yemenita Walid bin Attash, capo dei campi paramilitari di Al-Qaida in Afghanistan, dell’altro yemenita Ramzi bin al-Shibh, cellula Al Qaida di Amburgo, del pachistano Ammar al-Baluchi, che avrebbe portato nove terroristi negli Usa, e infine del saudita Mustafa al-Hawsawi, che avrebbe procurato al gruppo il denaro. La tesi delle famiglie è che il governo Usa, tra gli altri panni sporchi da non mostrare in pubblico, voglia evitare che si parli delle lunghe detenzioni e delle torture con cui sono state estorte dalla Cia le confessioni dei prigionieri, oltre a quelle subite nel carcere statunitense situato a Cuba. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, grazie a documenti, testimonianze e foto prodotte da alcuni militari statunitensi, hanno accertato che i prigionieri sono stati sottoposti a interrogatori con torture e tecniche come l’annegamento controllato, il “waterboarding”. Se tutto ciò dovesse essere confermato in tribunale, temono i magistrati, le loro confessioni verrebbero di sicuro invalidate, con conseguenze devastanti sul piano politico interno e internazionale.

Tuttavia, la decisione del presidente Biden del 6 settembre scorso di respingere altre richieste dei cinque imputati in cambio della dichiarazione di colpevolezza, come non scontare la pena in isolamento e continuare a mangiare e pregare in comune, farebbe pensare che l’amministrazione Usa abbia deciso di ritrovare una sintonia con l’umore dei familiari delle vittime. La conseguenza diretta degli attacchi contro gli Usa fu il 7 ottobre 2001 la decisione dell’allora presidente George W. Bush d’invadere l’Afghanistan, ritenuto base operativa di Al-Qaida e del suo leader Osama Bin Laden, che si era assunto la paternità degli stessi attacchi. Come sia andata a finire è davanti agli occhi del mondo, con il ritorno al potere dei Talebani dopo il ritiro Usa dell’estate 2022 e un sostanziale nulla di fatto, costato altre 170 mila vite umane di militari e civili afgani e circa 4 mila morti dall’altra parte, tra contractors, militari Usa e della coalizione internazionale, tra cui 53 soldati italiani. A queste vittime vanno aggiunti circa 500 operatori umanitari e oltre 70 tra giornalisti e altri operatori dell’informazione che non sono tornati a casa.

Osama Bin Laden fu poi giustiziato in Pakistan da un commando Usa il 2 maggio 2011. I familiari delle vittime e i sopravvissuti hanno tutto il diritto di non tener conto delle logiche del potere e della opportunità geopolitiche del momento: loro chiedono giustizia e, soprattutto, verità. Per oltre un decennio hanno dovuto combattere a colpi di processi contro Washington e contro diversi giudici federali per il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita e la famiglia reale di Riad, sospettati di aver fornito denaro e altro sostegno ai 19 terroristi ritenuti autori delle stragi. Nei documenti depositati dai legali delle vittime si parla dei funzionari sauditi che avrebbero aiutato almeno due dirottatori a trovare appartamenti, imparare l’inglese e ottenere denaro un anno e mezzo prima degli attacchi. In precedenza, nel luglio 2016, l’amministrazione Obama aveva reso noto il “File 17”, un documento con la lista di oltre trenta persone, tra cui presunti agenti segreti di Riad, collegati all’ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington. Due anni fa invece fu l’amministrazione Biden a declassificare un rapporto di 16 pagine dell’Fbi, l’operazione “Encore”, che collega i dirottatori dell’11 settembre a cittadini sauditi che vivono negli Stati Uniti. Sebbene 15 dei 19 dirottatori fossero cittadini sauditi, il regno ha goduto di uno scudo di immunità dalle azioni legali fino a quando il Congresso non approvò nel 2016 la legge Justice Against Sponsors of Terrorism Act. Legge che, appena approvata, permise a un giudice federale di New York di ordinare all’Iran di pagare alle famiglie e alle compagnie assicurative 14 miliardi di dollari, per aver consentito ad alcuni dirottatori di entrare e uscire dal Paese prima dell’11 settembre senza visti di transito timbrati sui loro passaporti, procedura che avrebbe reso più difficile il loro ingresso negli Usa.

Quando la causa contro l’Arabia Saudita approderà in tribunale, il governo sarà costretto a rivelare maggiori informazioni di quelle fin qui note, a cominciare dai mai chiariti rapporti economici della famiglia Bin Laden con Arabia Saudita e Stati Uniti, tanto che molto si è parlato anche di affari fatti con la famiglia Bush. Come non è mai stato chiarito perché alcune figure di spicco dell’Esercito e dell’intelligence Usa, pur in presenza di soffiate attendibili sull’imminente attacco, non abbiano preso provvedimenti per impedirlo o, se hanno informato chi di dovere, come sia stato possibile sottovalutarle. Inoltre, poiché si tratta di un caso di sicurezza nazionale, i pubblici ministeri in collaborazione con la Cia possono oscurare le prove originali del caso e fornire sostituzioni delle informazioni originali agli avvocati della difesa.

Una procedura che rende ancora meno trasparente le risposte agli interrogativi concreti posti dai familiari, molto diversi dal complottismo sulle presunte microcariche di esplosivo che avrebbero causato la caduta delle Torri, sulla non corrispondenza tra la misura del foro sul Pentagono provocato dall’impatto con uno degli aerei e la dimensione dello stesso, sulle speculazioni finanziarie, avvenute subito prima e subito dopo gli attacchi, intorno alle azioni in borsa delle compagnie degli aerei utilizzati dai dirottatori. Sono risposte che il governo degli Stati Uniti ha il dovere di dare ai suoi cittadini.

9/11, la conta delle vittime corre ancora. Stefano Piazza su Panorama l'11 Settembre 2023

Le vittime per le forme tumorali dovute alle polveri rilasciate dalle Torri Gemelle continuano, anno dopo anno

A 22 anni da quel maledetto 11 settembre 2001 si continua a morire a New York: alla vigilia del 22esimo anniversario il corpo dei vigili del fuoco ha aggiunto 43 nuovi nomi al suo World Trade Center Memorial Wall che commemora i pompieri colpiti da malattie letali (ad oggi sono 331) legate al loro lavoro tra le macerie contaminate delle Torri Gemelle. È provato che le sostanze inalate abbiano dato origine a tumori alla prostata, alla tiroide, allo stomaco e a diverse forme di leucemia e, a tal proposito, è stato realizzato uno studio dal titolo “ADDRESSING THE HEALTH IMPACTS OF 9-11”. Chi ordinò gli attacchi e decise le modalità operative è stato oggetto di analisi migliaia di volte e la ricostruzione dei fatti oggi è chiara, anche se l’11.09.01 fu il trampolino di lancio per i complottisti di ogni angolo del globo. Costoro da quel giorno diffondono le più disparate versioni di quanto accadde, attraverso libri, film, conferenze e pseudo-documentari che si basano essenzialmente sulla convinzione personale che la nazione più potente al mondo, non può essere stata messa in ginocchio da 19 kamikaze ispirati da Osama Bin Laden, dal momento che se ne stava rintanato in una caverna dell’Afghanistan. Per i complottisti è inaccettabile che la CIA, l’FBI e l’NSA, invece di collaborare per proteggere il popolo americano, si nascondessero le informazioni. C’è persino chi dice di essere stato presente e di non aver visto nessun aereo andare contro le Twin Towers! Quel giorno morirono 3.000 persone i feriti furono quasi 7.000. Alla vigilia del 22esimo anniversario, le autorità di New York hanno intanto dato un nome ad altre due vittime delle stragi. L'uomo e la donna, i cui nomi non sono stati resi pubblici per volontà delle famiglie, sono rispettivamente la 1.648esima e 1.649esima vittima che l'ufficio del medico legale ha identificato grazie a test avanzati del Dna. Non ci sono dubbi sul fatto che l’attentato di al-Qaeda fosse temuto e atteso visti i molti segnali arrivati anche dopo gli attacchi alle ambasciate statunitensi colpite in Kenya e in Tanzania il 7 agosto del 1998 ( 224 morti e 4.000 feriti), una data simbolica visto che era la ricorrenza dell'arrivo delle truppe americane sul suolo saudita durante la prima guerra del Golfo. A proposito dell’Africa l’organizzazione fondata Bin Laden che il 31 luglio 2022 ha visto morire il suo leader Ayman al-Zawahiri incenerito da un drone a Kabul, è insieme all’Afghanistan e il Sud Est asiatico, il continente dove l’organizzazione mantiene il suo peso grazie agli affilitai locali vedi gli AlShaabab somali e la fusione di quattro gruppi affiliati ad al-Qaeda tra le regioni del Maghreb africano e del Sahel: Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine, Macina Liberation Front e Al-Mubraitoun. – con conseguente formazione di Jama'at Nasr a-Islam wal Muslimin (JNIM). A far scattare la voglia di ritorsione da parte di Osama bin Laden nel 1990 fu la presenza di mezzo milione di soldati americani «infedeli» sul suolo sacro sauditachiamati dalla monarchia saudita per proteggersi da Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait. Quello che diventerà a lungo il terrorista piu’ temuto al mondo, aveva offerto alla famiglia Al-Saud la protezione della sua organizzazione che aveva chiamato al-Qaeda ( La Base) un gruppo terroristico internazionale, a ideologia islamista, ispirata a Sayyid Qutb ideologo della Fratellanza Musulmana, e ad Abd Allah al-Azzam uno dei principali ideatori del jihadismo contemporaneo, un predicatore e combattente palestinese a sua volta Fratello musulmano, che fu a lungo mentore di Bin Laden che dopo alcuni dissidi lo fece uccidere il 24 novembre 1989 con un’autobomba a Peshawar (Pakistan). Re Fahd che è stato il quinto re dell'Arabia Saudita dal 1982 al 2005, non ricevette mai Osama bin Laden che fu anche cacciato dal Regno nel 1991 e privato della nazionalità per attività antigovernative. Bin Laden si rifugiò per cinque anni in Sudan, prima di trasferire il quartier generale di al-Qaeda in Afghanistan sotto la protezione dei Talebani con i quali il legame non si è mai spezzato. Per tornare all’11 settembre 2001 uomini e donne delle istutuzioni americane, cercarono disperatamente dei collegamenti con la Malesia, lo Yemen e l’Arabia Saudita dalla quale, guarda caso, arrivarono 15 dei 19 attentatori dell’11 Settembre. Ci sono prove inoppugnabili che per i 17 mesi precedenti agli attacchi del 2001, quasi tutti i profili degli attentatori rimasero in un cassetto per volontà della CIA, che non voleva cedere il passo all’FBI che aveva scoperto persino la pista del denaro utile a finanziare l’operazione. Chi crede al complotto però non arretra mai, nemmeno davanti a documenti ufficiali e nemmeno ascoltando l’ammissione dei responsabili di questo sfacelo. Troppo facile riconoscere che alla base di una delle più grandi tragedie della storia, ci siano state le invidie e i rancori personali, l’incapacità di gestire il flusso delle informazioni e la disorganizzazione delle forze di sicurezza americane, che sono infallibili solo nei film di Hollywood. Purtroppo oggi sappiamo cosa accadde dopo quella data, ricordiamo come gli americani abboccarono alla trappola “dello sceicco del terrore” che li voleva attrarre in Afghanistan a combattere e, sappiamo, come si mossero di conseguenza le placche tettoniche della storia che erano già in movimento. Siamo stati testimoni di come, da quel momento, i conflitti tra l’Occidente e il mondo arabomusulmano, si siano fatti sempre più marcati e forse insanabili, ma nonostante questo, dopo le scellerate guerre afgane e irachene, è stata la volta della Libia senza avere un progetto e senza dimenticare il disastro della fuga degli occidentali dall’Afghanistan due anni fa. L’onda d’urto provocata dall’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, ha generato conflitti nei Balcani, nel Caucaso e in tutto il Medio Oriente, poi ha attraversato le cosidette “primavere arabe” passando per la Libia fino ad arrivare alla nascita dello Stato islamico, che si formò prima che in Siria, in Iraq nelle terribili carceri irachene. Dopo 22 anni ci si chiede ancora se l’11.09.01 sarebbe potuto mai accadere senza Osama Bin Laden. Sicuramente no, fino al suo arrivo i gruppi islamisti erano solo concentrati su degli obiettivi nazionali e fu grazie alla sua visione che nacque “l’internazionale jihadista”. Solo lui fu capace di unire gruppi e personalità diverse passando attraverso l’esilio, le sconfitte e la perdita di ogni risorsa economica. In Sudan, il saudita arrivò milionario per andarsene quasi senza un soldo, ma a loro mostro’ la strada dell’assassinio globale. Pero’ la fiamma della rivolta salafita internazionale non si sarebbe mai potuta accendere senza i testi avvelenati dell’ideologo della Fratellanza musulmana, l’egiziano Sayyid Qutb, impiccato nel 1966 dai suoi connazionali. A chi continua a pensare che le colpe siano sempre e solo nostre, è bene ricordare che senza di lui Al-Qaeda, Hamas e lo Stato islamico non sarebbero mai esistiti.

La strage infinita. Torri Gemelle, richieste da Guantanamo e nuovi decessi per l’11 settembre: i sussidi stanno finendo. Dopo 22 anni si muore ancora, identificati altri resti. Redazione su Il Riformista l'11 Settembre 2023 

“Spesso riflettiamo su quanto è successo l’11 settembre, ma io ricordo anche il 12”, ha detto il sindaco di New York Eric Adams, ex capitano della polizia che il giorno delle stragi fu tra i soccorritori. Dopo 22 anni dal terribile attacco del World Trade Center, le persone continuano a morire.

Ieri alla vigilia dell’attentato il corpo dei vigili del fuoco ha aggiunto 43 nuovi nomi al suo World Trade Center Memorial Wall che commemora i pompieri colpiti da malattie letali legate al loro lavoro umanitario tra le macerie contaminate delle Torri Gemelle. Creato 12 anni fa con 55 nomi, ora ne conta 331 –  sono tutti pompieri a cui i fumi tossici del World Trade Center sono risultati letali, pari quasi a quello dei pompieri morti dando la scalata alle Twin Towers il giorno del peggior attacco terroristico sul suolo americano.

Identificati i resti di altre persone

Le autorità di New York hanno intanto dato un nome ad altre due vittime delle stragi. L’uomo e la donna, i cui nomi non sono stati resi pubblici su richiesta delle famiglie, sono rispettivamente la 1.648esima e 1.649esima vittima che l’ufficio del medico legale ha identificato, ha annunciato un portavoce del sindaco, grazie a test avanzati del Dna.

I luoghi delle stragi

Il presidente Joe Biden nel 2021, in occasione del 20esimo anniversario, visitò tutti e tre i luoghi degli attacchi (oltre al World Trade Center e al Dipartimento della Difesa anche il campo di Shanksville in Pennsylvania dove si schiantò il volo United 93, il quarto dirottato dai terroristi di al Qaida), mentre l’anno scorso parlò al Pentagono.

E sono già oltre 15.000 le persone morte in seguito all’attacco delle Torri Gemelle, se si contano anche tutte quelle morte di cancro negli anni successivi, per aver respirato l’amianto che era contenuto nella struttura dei due grattacieli.

Per tutte queste persone – soccorritori, pompieri, poliziotti, normali cittadini – il governo americano aveva stanziato circa 7 miliardi di dollari, che avrebbero dovuto ricompensare le vittime e i loro parenti nel corso degli anni. Un fondo i cui soldi stanno per finire, con rimborsi dimezzati per tutti i nuovi malati.

Quest’anno, di ritorno dal G20 e poi dal Vietnam, il capo della Casa Bianca Joe Biden si limiterà a una cerimonia durante uno scalo ad Anchorage in Alaska, avendo lasciato alla vice Kamala Harris e al Second Gentleman Doug Emhoff il compito di rappresentarlo a New York e alla First Lady Jill Biden di deporre una corona al Dipartimento della Difesa.

Le richieste da Guantanamo e l’accordo con i prigionieri

Tre giorni fa intanto la Casa Bianca ha respinto alcune delle condizioni chieste dai legali di Khalid Sheikh Mohammed, braccio destro di Osama bin Laden considerato l’architetto delle stragi, e di altri quattro detenuti a Guantanamo accusati di aver cospirato per l’attacco agli Usa.

L’accordo proposto, aspramente criticato dai familiari delle vittime, prevedeva l’ammissione di colpevolezza e il carcere a vita in cambio di assicurazioni sul fatto che i cinque non sarebbero stati messi in isolamento e avrebbero ricevuto cure per i traumi subiti dalle torture sotto la custodia della Cia.

11/9. Attacco all'America. La cronologia degli attentati minuto per minuto. A cura di Gianluca Di Feo, Paola Cipriani, Paula Simonetti, Corrado Moretti e Nino Brisindi su La Repubblica l'11 settembre 2001

11 settembre 2001

Ore 7.59

Volo 11 American Airlines

Boeing 767 Boston - Los Angeles  

Ore 8.14

Volo 175 United Airlines

Boeing 767 Boston - Los Angeles 

Ore 8.20

Volo 77 American Airlines

Boeing 757 Washington - Los Angeles 

Ore 8.42

Volo 93 United Airlines

Boeing 757 Newark - San Francisco

Ore 8.46 del mattino. Un aereo Boeing 767 si schianta a circa 800 km orari sulla Torre nord del World Trade Center. È l'inizio del giorno che cambierà la storia degli Stati Uniti e del mondo.

I quattro aerei dovevano volare dalla costa atlantica a quella pacifica. Questo significa che avrebbero avuto i serbatoi completamente pieni.

Gli obiettivi

La scelta degli obiettivi testimonia la volontà di colpire i simboli della potenza americana. Il World Trade Center di New York, poco distante da Wall Street, racchiude l’idea della forza finanziaria globalizzata. Il Pentagono è il cuore del potere militare. E il quarto aereo, avrebbe dovuto schiantarsi su Capital Hill, centro politico della democrazia Usa.

Ore 8.46: il primo schianto

Cinque uomini guidati dall’egiziano Mohamed Atta si impadroniscono del volo American Airlines 11. Alle 8.19 due assistenti di volo comunicano alla American Airlines che il volo 11 è stato dirottato. Alle 8:45 il Boeing si schianta contro la North Tower del World Trade. L'impatto è tra i piani 93 e 99. L'impatto avviene a circa 800 km l'ora.

Volo 11 American Airlines - Boston - Los Angeles

Ore 9.03: lo schianto sulla Torre Sud

Cinque terroristi dirottano il volo United Airlines 175 trenta minuti dopo il decollo da Boston. La loro azione è coordinata con quella della squadra del Boeing dirottato da Mohamed Atta. L'obietivo è la Torre Sud del World Trade Center: l’impatto viene trasmesso in diretta tv. E l’America capisce di essere sotto attacco. 

Volo 175 United Airlines / Boston - Los Angeles

Ore 9.37: lo schianto sul Pentagono

Cinque sauditi hanno la missione di prendere il controllo del volo American Airlines 77 e attaccare il Pentagono. Dal punto di vista aeronautico, è più complesso che non colpire le Torri Gemelle. E infatti, l’aereo si schianta su un settore esterno dell’edificio, quello occidentale, riuscendo comunque a uccidere 125 persone tra militari e civili.

Volo 77 American Airlines / Washington - Los Angeles

Ore 10.03: precipita il volo United Airlines 93. Volo 93 United Airlines / Newark - San Francisco

Sul volo ci sono quattro terroristi, guidati dal libanese Ziad Jarrad. Prendono il controllo della cabina. I passeggeri, venuti a conoscenza degli attacchi alle Torri Gemelle, decidono di affrontare i dirottatori e fanno precipitare l'aereo a Shanksville in Pennsylvania.

Ore 9.03: il secondo schianto

Il volo 175 della United Airlines si abbatte contro la Torre Sud del World Trade Center tra i piani 77 e 85. Subito dopo viene ordinata la chiusura degli aeroporti di New York.

Manhattan colpita

Tra il primo e il secondo impatto trascorrono 17 minuti

Stato di emergenza in tutta Washington

L’impatto contro la Torre Sud fa scattare la massima allerta in tutto il paese. Ore 9.30: George W. Bush annuncia che la Nazione ha subito un "presunto" attacco terroristico. 

Ore 10.40

Wall Street ferma l’apertura delle quotazioni.

Ore 16.02

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America annuncia: "Tutti gli indizi sugli attacchi portano a persone vicine a Osama Bin Laden".

Ore: 17.55

La tv irachena festeggia: “Gli Stati Uniti hanno meritato questi attentati per i loro crimini contro l'umanità".

Ore 20.30

Il presidente George W. Bush parla alla Nazione: "Il nostro modo di vivere, la nostra stessa libertà sono stati attaccati. Non faremo distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano". 

2.977 vittime

Il bilancio di quel giorno è: 2.977 morti. 266 sono le vittime dei 4 aerei dirottati. Più di 2.753 le persone inghiottite dal World Trade Center. 189 i morti al Pentagono.

Hanno collaborato Giuliano Granati e Roberto Trinchieri

(ANSA l'11 Settembre 2023 ) "Oggi ricordiamo le 2.977 vite preziose che ci sono state rubate l'11 settembre e riflettiamo su tutto ciò che è andato perduto nel fuoco e nella cenere quella mattina". Lo ha scritto su X Joe Biden in occasione del 22esimo anniversario degli attentati. "Quel giorno è cambiata la storia americana ma ciò che non può - e non cambierà mai - è il carattere di questa nazione", ha sottolineato il presidente Usa.

DAGONEWS l'11 Settembre 2023 

L'11 settembre 2001, il vigile del fuoco Stephen Gerard Siller era fuori servizio e stava andando a giocare a golf con suo fratello. Appena sentita la notizia di un aereo che aveva colpito la Torre Nord del World Trade Center ha cancellato i suoi piani, è andato nella caserma di Brooklyn per prendere l’attrezzatura e ha guidato con la sua macchina fino al Brooklyn Battery Tunnel che era chiuso per motivi di sicurezza. 

I suoi colleghi erano già usciti con le autopompe e lui era a piedi. Siller si è caricato sulle spalle gli oltre 30 chili di equipaggiamento e ha corso a piedi per 5 miglia fino alle Torri Gemelle. È salito su uno degli edifici e, mentre stava facendo uscire le persone, è morto sotto le macerie. 

La sua famiglia ha istituito la “Stephen Siller Tunnel to Towers Foundation”, che onora il sacrificio compiuto da Stephen e il personale militare, i servizi di emergenza e i primi soccorritori. Una corsa/camminata si tiene ogni anno a New York per onorare Siller che ha come tracciato lo stesso percorso fatto dal vigile del fuoco. 

Un ricordo del giorno in cui tutto cambiò. 11 settembre: quel giorno che sconvolse il mondo. Ondate di fumo e polvere, colonne di detriti e fiamme. E sul campo, quei giganti buoni, i vigili del fuoco di New York, molti con cognome italiano: l’orrore, quel giorno, sull’area poi divenuta Ground Zero, dove allora c’erano le radici delle Twin Towers, il World Trade Center. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 12 Settembre 2023

Ero appena arrivato a Roma con la mia famiglia americana, mia moglie e Liv Liberty appena nata. Ed era l’undici settembre del 2001. La CNN come ogni emittente aveva tutte le telecamere puntate sulla prima delle due Twin Towers che bruciava dopo essere stata penetrata da un aereo di linea pieno di passeggeri consapevoli di morire, pilotato da un jihadista affiliato ad al-Qaeda che aveva preso lezioni di volo disertando quelle sull’atterraggio che non gli servivano. Mai si era visto un attentatore suicida pronto a morire e far morire in una palla di fuoco a 3000 gradi. Mi telefonò da New York il padre di mia moglie: “Stai guardando?”. Tutto il mondo stava guardando. In quel momento il secondo aereo entrava con una palla di fuoco nella seconda torre.

Non c’era più alcun dubbio. Era un doppio attacco terroristico che per la prima volta comprendeva il suicidio dei falsi piloti. La città simbolo degli Stati Uniti era bombardata con armi non convenzionali per cui fu trovato un nuovo aggettivo: “asimmetrico”. Era l’inizio della guerra asimmetrica.

Ondate di fumo e polvere, colonne di detriti e fiamme. E sul campo, quei giganti buoni, i vigili del fuoco di New York, molti con cognome italiano. Entravano nelle torri per salvare una vita per poi rientrare ancora nell’inferno, e poi ancora ed ancora, finché non scomparivano divorati. Il sindaco di New York Rudolf Giuliani, che adesso è agli arresti accusato di aver complottato con Donald Trump, era allora l’eroico comandante coperto di calce. Piccole figure umane volavano suicidandosi spinti fuori dalle finestre.

Rudolf Giuliani sembrò il perfetto futuro presidente e nacque il mito “del sindaco d’America”, che riecheggia in Italia. Col primo volo arrivai a Ground Zero: la voragine fumante dove prima erano le radici delle torri del Trade Center. I musulmani di New York tremarono quando fu chiaro che si trattava di un’impresa di estremisti islamici. Il presidente George Bush si precipitò nelle comunità islamiche fra Queens e l’aeroporto JFK per il rassicurare gli americani di origine araba e tutti i musulmani che l’America era la loro patria. Il giorno successivo ogni bottega, palazzo, taxi, grandi magazzini e mercati, venditori di hot dog specialmente quelli musulmani inalberavano bandiere a Stelle e strisce: erano straziati sia per l’orrore dell’accaduto, sia per il rischio di rappresaglie razziste. Ma la società multietnica tenne sicché arabi, ebrei, cristiani e atei si sostennero con braccia impolverate e vetro fra i denti. Ogni volta che visitavi Ground Zero, masticavo questo pulviscolo di vetro, carne umana, ferro, vento.

I nomi di Al Qaeda, l’organizzazione guidata da Osama Bin Laden, diventarono nomi infami e popolari proprio per la loro infamia. Bin Laden sarà ucciso per ordine del Presidente Barack Obama, fucilato in casa sua, ormai vecchio e malato. L’America attaccata prevede la “retribution” l’equivalente del biblico “Occhio per occhio. Dente per dente”.

Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono rilasciarono dichiarazioni in cui si annunciava che il delitto dell’undici settembre 2001 avrebbe avuto conseguenze. Fu così che nacque l’idea di attaccare l’Iraq, uno “Stato canaglia” che aveva usato già più volte armi di distruzione di massa come i gas nervini sovietici durante i dieci lunghi anni di guerra scatenata contro l’Iran e aveva causato la morte i almeno ottomila civili nella piana di Bassora e fra le paludi in cui si nascondevano moltissimi bambini. Saddam Hussein era stato un dittatore già filosovietico (ma anche molto amico della Francia) proveniente dal partito nazional socialista arabo Baas, o Bath, che avevano preso il potere anche in Siria e che minacciavano gli sciiti e in particolare l’Iran.

Il governo iracheno era stato, prima di Saddam, apertamente filonazista durate la Seconda Guerra Mondiale. Il Gran Muftì di Gerusalemme, assiduo visitatore di Baghdad, faceva la spola con Berlino per fare accordi con Hitler per la cattura degli ebrei dl Medio Oriente. L’Iraq non c’entrava con l’attentato, ma era comunque un bersaglio accettabile visto che aveva già dovuto subire un intervento armato dell’Onu per aver invaso il piccolo ma ricchissimo Kuwait. La sera dell’Undici settembre, già trapelavano umori e malumori che indicavano l’Iraq come probabile bersaglio della retribution. Ground Zero diventò giorno dopo giorno un museo a cielo aperto e una chat-room, perché i cellulari di allora erano soltanto telefoni. La spianata si riempiva di fotografie e di fogli fissati con lo Scotch in cui si chiedeva: “Avete visto quest’uomo? È mio padre e non è più tornato dalle Twin Towers”. “Questi sono i miei due bambini, Mark e Louise, erano sulle Torri in gita scolastica”. Nelle foto, le future vittime erano tutte molto sorridenti come si è sempre nelle foto prima dei selfie. Paolo Guzzanti

11 settembre 2001, l’attentato terroristico che ha cambiato gli Usa opinione pubblica mondiale. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'11 Settembre 2023

I numeri dell'attacco terroristico che l'11 settembre 2001 sconvolse gli Stati Uniti e l'opinione pubblica mondiale: Quattro aerei dirottati, 19 terroristi, quasi tremila vittime.

Oggi il calendario riporta alla nostra memoria il giorno più buio della storia degli Stati Uniti d’ America: l’ 11 settembre del 2001. Gli attacchi alle torri gemelle di New York furono improvvisi e non arrivarono da terra. Era mattina, qualcuno si era appena svegliato, quando stava per succedere qualcosa di imprevedibile: il volo 11 dell’ American Airlines, in viaggio da Boston a Los Angeles alle 8:46 centrò in pieno una delle Twin Towers, simbolo di New York . Dopo esattamente diciassette minuti, il volo 175 sempre dell’American Airlines, si schiantava alle 9:03, sulla Torre Sud. Il terrore prese il sopravvento sulla paura , e le telecamere di tutte le televisioni del iniziano a trasmettere in diretta TV il più violento attacco terroristico della storia degli Usa, una ferita di 2.996 morti. Ancora oggi, dopo 22 anni, alcune delle vittime non hanno ancora un nome. 

La seconda delle Torri gemelle del World Trade Center di New York colpita crollò in dieci secondi, in uno scenario surreale. mentre anche l’altra torre colpita poco prima , cedette avvolta dalle fiamme accasciandosi al suolo . C’èra un terzo aereo che era stato dirottato dai terroristi di Al Qaida Il movimento terrorista guidato fino al 2 maggio 2011 da Osama bin Laden, puntando sul Pentagono, a Washington dove l’aereo di linea non riuscì a colpire il cuore della sicurezza americana, ma causò la morte di 184 persone, mentre un quarto aereo volo 93 si schiantava in Pennsylvania fallendo l’obiettivo. 

Quattro aerei dirottati, 19 terroristi, quasi tremila vittime. Un attentato che ha cambiato la storia ma anche l’opinione pubblica di tutto il mondo, che comportò un’escalation di violenza e ritorsioni. Sul primo volo partito alle 07:59, con quattordici minuti di ritardo, dall’aeroporto Logan di Boston diretto a Los Angeles, c’erano 11 membri dell’equipaggio e 81 passeggeri tra i quali vennero identificati cinque dirottatori: Muhammd Atta, Abd al-Aziz al-Umari, Satam al-Suqami, Wail al-Shehri e Walid al-Shehri. Sempre da Boston alle 08:14, decollava il secondo aereo della United Airlines con a bordo 56 passeggeri e 9 membri dell’equipaggio. A bordo c’erano anche i terroristi Marwan al-Shehhi, Ahmed al-Ghamdi, Fayiz Ahmad, Hamza al-Ghamdi e Mohand al-Shehri inspiegabilmente armati e pronti a prendere il controllo dell’aereo in ogni maniera. 

Alcuni degli attentatori del primo aereo vennero identificati prima dello schianto, grazie a un assistente di volo che riuscirà a lanciare l’allarme. “Il volo è stato dirottato” riferiva, tre persone e due assistenti accoltellati. Alle 8:24 uno dei dirottatori dell’American Airliness 11, contattò la Federal Aviation Administration cercando di rassicurare: “Stiamo tornando in aeroporto”. Venne richiesto l’intervento militare ma nel frattempo quel volo American Airlines 11 si schiantò a una velocità di circa 790 km/h tra il 93° e il 99° piano della Torre Nord. Il secondo aereo, con una velocità di circa 950 km/h, terminando la sua corsa andandosi a schiantare tra il 77° e l’85° piano della Torre Sud. Le fiamme misero fuori uso anche le scale di emergenza, ed alcuni presi dalla disperati, si gettarono dalle finestre. Molti altri moriranno sepolti dal crollo della torre. 

In occasione del 22esimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, il presidente americano Joe Biden sarà in una base militare ad Anchorage, in Alaska, dove commemorerà il ricordo delle quasi 3 mila persone che persero la vita negli attentati di al Qaeda. E’ la prima volta che il capo della Casa Bianca non parteciperà ai tradizionali eventi organizzati sui luoghi degli attacchi a New York, Pennsylvania e Virginia. Alla cerimonia presso il memoriale dell’11 settembre nella Grande Mela ci sarà la vice presidente Kamala Harris, insieme al marito Doug Emhoff, mentre la First Lady Jill Biden deporrà una corona di fiori al Pentagono. 

Il programma della giornata prevede, come tutti gli anni, sei momenti di silenzio, con il suono di una campana a ricordare quando il primo aereo dirottato si è schiantato contro la Torre Nord del World Trade Center, quando è stata colpita la Torre Sud e successivamente l’attacco al Pentagono. Si ricorderà poi il momento in cui è caduta la Torre Sud, lo schianto di un quarto aereo, il volo 93 della United Airlines, in un campo a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che i passeggeri avevano combattuto contro i dirottatori, e alla fine la caduta della Torre Nord. 

 “Spesso riflettiamo su quanto è successo l’11 settembre, ma io ricordo anche il 12”, ha detto il sindaco di New York Eric Adams, ex capitano della polizia che il giorno delle stragi fu tra i soccorritori. Le aggiunte al Memorial Wall, creato 12 anni fa con 55 nomi, portano a 331 il numero dei vigili del fuoco a cui i fumi tossici del World Trade Center sono risultati letali, pari quasi a quello dei pompieri morti dando la scalata alle Twin Towers il giorno del peggior attacco terroristico sul suolo americano. 

“L’11 settembre 2001 è una data che ha cambiato il corso della Storia. Ricorderemo per sempre le vittime, i loro cari e l’eroismo dei soccorritori. La lotta al terrorismo è il nostro impegno per la sicurezza dei cittadini, per la democrazia e la pace”. Così il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, a 22 anni dall’attacco alle Torri Gemelle.

Alla vigilia dell’ anniversario, le autorità di New York hanno intanto dato un nome ad altre due vittime delle stragi. L’uomo e la donna, i cui nomi non sono stati resi pubblici su richiesta delle famiglie, sono rispettivamente la 1.648esima e 1.649esima vittima che l’ufficio del medico legale hadentificato, ha annunciato un portavoce del sindaco, grazie a test avanzati del Dna. 

Tre giorni fa intanto la Casa Bianca ha respinto alcune delle condizioni chieste dai legali di Khalid Sheikh Mohammed, braccio destro di Osama bin Laden considerato l’architetto delle stragi, e di altri quattro detenuti a Guantanamo accusati di aver cospirato per l’attacco agli Usa. L’accordo proposto, aspramente criticato dai familiari delle vittime, prevedeva l’ammissione di colpevolezza e il carcere a vita in cambio di assicurazioni sul fatto che i cinque non sarebbero stati messi in isolamento e avrebbero ricevuto cure per i traumi subiti dalle torture sotto la custodia della Cia. Redazione CdG 1947

11 settembre, il giorno che cambiò per sempre lo sport in America. Dopo l'attacco alle Torri Gemelle anche la Nfl decise di fermarsi in segno di rispetto. Non era successo nemmeno dopo l'assassinio di JFK. Appena si tornò a giocare, una tragedia evitata fece debuttare il più grande giocatore di tutti i tempi. Luca Bocci il 13 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il fine settimana senza sport

 La scelta impossibile della Nfl

 “Cosa diavolo ci facciamo qui?”

 La tragedia che fece grandi i Patriots

 La nascita di Tom Terrific

 Come Brady divenne Brady

 Un finale agrodolce

L’idea che abbiamo dello sport americano è che sia più una questione di denaro che di sentimenti. La narrativa dominante è semplice: nel Vecchio Continente c’è la passione e la storia, in America si è disposti a tutto pur di incassare un dollaro di più. L’equazione non potrebbe essere più fuorviante. Le franchises sono aziende condotte in maniera estremamente professionale ma vivono della passione sterminata dei tifosi. Se è verissimo che molti preferirebbero farsi togliere i denti senza anestesia piuttosto che cambiare le sacre schedule televisive, ci sono le eccezioni che confermano la regola. 

Prima della pandemia, un fine settimana senza sport sembrava impossibile: troppi soldi in ballo, si era sempre trovato il modo di andare avanti. Eppure, ventidue anni fa, l’intero mondo dello sport decise di fermarsi, colpito al cuore dall’attacco che avrebbe segnato la storia del 21° secolo. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi riporta nella Grande Mela per raccontarvi come si arrivò a questo stop e come il ritorno allo sport ebbe una conseguenza imprevista; il debutto del più grande giocatore di football di tutti i tempi.

Il fine settimana senza sport

L’intero pianeta rimase basito di fronte a quelle immagini che sembravano prese da un film, gli immensi grattacieli che si accartocciavano su sé stessi. Il colpo fu più duro per chi giocava a New York: Greg Comella, giocatore dei Giants, il 15 settembre fece visita con qualche compagno di squadra ai soccorritori che lavoravano a Ground Zero. Non dimenticherà mai quei pompieri e paramedici: “uno di loro mi ha detto che stava lavorando da 20 ore nonostante suo fratello fosse morto nelle Torri Gemelle”. Eppure molti pensavano che lo sport sarebbe dovuto andare avanti lo stesso, per dimostrare che nemmeno quell’attacco inconcepibile poteva mettere in ginocchio il paese. Alla fine non se ne fece di niente: tutti gli sport, dalla Nfl al baseball, dal college football alla Nascar decisero di prendersi una pausa. 

Scorrendo l’elenco delle vittime, i nomi degli sportivi caduti sono numerosi, come Mark Davis e Ace Bailey, scout per i Los Angeles Kings che erano a bordo del volo United 175, il secondo a colpire il World Trade Center. La Dea Bendata, invece, fu generosa con il grande nuotatore australiano Ian Thorpe: quella mattina si stava incamminando verso la cima della torre sud, per fare qualche foto, quando si accorse di aver dimenticato la macchina fotografica. Appena arrivò all’albergo accese la televisione e vide in diretta il secondo aereo colpire proprio quella torre sulla quale si sarebbe dovuto trovare. Il figlio del tecnico dei Jaguars, Tom Coughlin, lavorava al 60° piano della torre sud per la Morgan Stanley ma fu uno tra i pochi che riuscì a scendere le scale e mettersi in salvo. 

Joe Andruzzi dei Patriots fu altrettanto fortunato: i suoi tre fratelli pompieri furono chiamati subito. Mentre stava salendo le scale notò che un suo collega stava male. Jim si fermò e lo aiutò a tornare al piano terra. Appena arrivato all’ambulanza, la torre nord si schiantò alle sue spalle. Joe non dimenticherà mai quelle ore orribili: “Sono fortunato, mio fratello ce l’ha fatta. Altri hanno avuto notizie ben più tristi”. I campioni dello sport furono i primi a schierarsi perché lo sport si fermasse: Curt Schilling, lanciatore degli Diamondbacks, invitò tutti i giocatori professionisti a donare lo stipendio della partita alle vittime dell’attacco. Altri furono ancora più netti: non avrebbero giocato in nessun caso. La stella degli Steelers Jerome Bettis disse che non sapeva se “il paese abbia voglia di essere intrattenuto in questo momento”: preferì andare a Somerset, in Pennsylvania, dove il volo United 93 si era schiantato in un campo invece di colpire la capitale.

La scelta impossibile della Nfl

Col senno di poi sembra impossibile considerare l’ipotesi di continuare come se niente fosse ma la Nfl si trovò di fronte ad una scelta davvero difficile. A rendere ancora più complicata la scelta, il fatto che il quartier generale della lega è proprio a Manhattan e che un paio di persone che lavoravano per la Nfl persero persone care in quel giorno maledetto. Qualcuno si trovò troppo vicino all’azione: i Giants erano arrivati all’aeroporto di Newark la mattina presto: l’aereo accanto al loro era proprio il volo 93 della United. John Mara ricorda come fosse tornato in ufficio per dormire qualche ora: quando il secondo aereo colpì il World Trade Center, salì in cima allo stadio per vedere le due torri in fiamme.

Vinny Testaverde, quarterback dei Jets, ricorda come nella sala pesi tutti guardavano la televisione quando il secondo aereo colpì la torre. “Mi domandai ‘siamo davvero sotto attacco’? Chiamai mia moglie e le chiesi di prendere i bambini a scuola. Tornai a casa, per stare assieme alla mia famiglia: i parenti vennero tutti da me, seguimmo tutto come se fosse un brutto sogno”. Il commissioner della Nfl Paul Tagliabue si mise subito al lavoro: chiamò il dirigente del sindacato dei giocatori Gene Upshaw per essere pronto al peggio e convocò alcuni dei proprietari più attivi della Nfl per valutare il da farsi. 

“Cosa diavolo ci facciamo qui?”

La domanda era subito evidente: andare avanti o fermare tutto? L’ultima volta che c’era stato un evento altrettanto traumatico, l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, la Nfl aveva giocato solo 48 ore dopo ma su invito dell’addetto stampa della Casa Bianca Pierre Salinger. Stavolta nessuno sapeva cosa fare. Il primo passo fu di invitare le squadre a fare allenare i giocatori il giorno dopo, giusto per evitare infortuni nel caso si dovesse giocare. Quando fu intervistato dai media il mercoledì, la risposta laconica di Testaverde, cresciuto a Long Island, fece il giro dell’America: “Cosa diavolo ci facciamo qui”. Vinny e diversi altri giocatori avevano fatto sapere che non sarebbero scesi in campo: “Gli dissi che non avrei giocato contro i Raiders. Se mi dovete mettere in panchina, poco male. Licenziatemi pure, non mi importa. Ci sono cose più importanti del football in questo momento”.

I Jets furono i primi a riunirsi ed i giocatori fecero sapere che non sarebbero scesi in campo. La franchise della Grande Mela avvertì il commissioner che si trovò con una patata bollente da gestire. I rappresentanti della Nflpa, il sindacato dei giocatori, aspettavano il verdetto degli spogliatoi delle due squadre di New York per decidere il da farsi. Non fu una scelta unanime: alcuni giocatori volevano scendere in campo per non darla vinta ai terroristi e ci furono alcune liti tra i proprietari delle squadre, indecisi sul da farsi. Il problema più spinoso era quello del calendario: quando giocare le partite della seconda giornata? Il Super Bowl era previsto per il 27 gennaio 2002 a New Orleans; come si faceva a cambiare data? Sarebbe costato una fortuna.

Ci vollero un paio di giorni per decidere: c’è chi ricordò come il presidente Roosevelt avesse autorizzato la Mlb a continuare il campionato di baseball subito dopo l’attacco a Pearl Harbor. La differenza la fece la famiglia Mara ed il governatore dello stato di New York George Pataki: non possiamo giocare, il rischio di ulteriori attacchi è troppo alto. Giovedì mattina uscì il comunicato: la Nfl si sarebbe fermata per la prima volta, senza sapere quando recuperare le partite o come sarebbe cambiato il calendario dei playoff. D’altro canto, come avrebbero potuto fare altrimenti? John Mara ricorda come “al Giants Stadium c’era un parcheggio scambiatore. I pendolari lasciavano le macchine per prendere l’autobus. Dopo l’11 settembre quando vedevi le stesse macchine al solito posto sapevi bene cosa voleva dire: i proprietari erano morti”. 

La tragedia che fece grandi i Patriots

Dopo il tempo del cordoglio, arrivò il momento di tornare a giocare. La Nfl preparò un video da mandare in onda in ogni stadio con Jon Bon Jovi, ci sarebbe stata una raccolta fondi per le vittime in ogni stadio, con uno stivale da pompiere per raccogliere le offerte. Entrambe le squadre di New York erano in trasferta: i Giants a Kansas City mentre i Jets giocavano a Foxborough contro i New England Patriots. Vinny Testaverde era il più nervoso. “Mentre mi preparavo nello spogliatoio avevo appeso un poster con le facce dei pompieri morti. Uno di loro era stato un mio compagno di squadra alle superiori. Fu una giornata difficile per me”.

Si accorsero tutti che non era una partita normale quando si presentarono in campo per il riscaldamento: anche a Boston, città divisa da una rivalità secolare con New York, tutti li applaudivano, come se rappresentassero i 3000 caduti nell’attacco. Andruzzi ricorda un gesto speciale del proprietario dei Patriots: “Il signor Kraft mi chiese se i miei fratelli pompieri avrebbero gradito partecipare alla partita, come capitani onorari dei Jets. Vennero in uniforme, rappresentando tutti coloro che sono morti quel giorno. Spero che sia la prima e l’ultima volta nella quale i tifosi dei Jets e dei Patriots si tenevano tutti per mano”. Nessuno, però, poteva sapere che quella partita avrebbe segnato per sempre la storia della Nfl, marcando il giorno nel quale i Patriots si trasformarono da cenerentola a superpotenza del football, iniziando una delle più grandi dynasties della storia dello sport.

A guidare i padroni di casa c’era uno dei migliori quarterback della lega, un talento assoluto che si era assicurato un contratto milionario e prometteva di fare grandi cose alla guida dei Patriots. Drew Bledsoe era il padrone dello spogliatoio del vecchio Foxborough: magro ma solido, un lavoratore indefesso cui il destino aveva concesso un braccio magico ed un’etica del lavoro a prova di bomba. Bledsoe sembrava invulnerabile, capace di resistere alle ruvide difese della Afc e portare a casa il tanto agognato primo Super Bowl, sfuggito sempre in quel di Boston. Quella sembrava una partita come tante altre, uno scontro tra rivali di division, importante per arrivare ai playoff ma il talento di Ellensburg non si sarebbe mai immaginato che avrebbe rischiato di perdere la vita. Proprio in quel giorno, quando si festeggiava il ritorno alla normalità, l’incubo peggiore della Nfl, la morte in campo di un giocatore, stava per diventare un’orribile realtà.

La nascita di Tom Terrific

Le cose non andavano per il meglio: a metà del quarto quarto sembrava l’ennesima stagione deludente. Dopo aver perso la prima partita, New England era sotto 3-10 contro i Jets. Il proprietario Robert Kraft, che aveva cacciato a pedate il grande Bill Parcells per sprecare una prima scelta al draft per assicurarsi i servigi di Bill Belichick si teneva la testa tra le mani. Il tecnico aveva dubbi su Bledsoe ma l’anno prima aveva firmato un contratto pesantissimo: 110 milioni per 10 anni, impossibile cambiare. Terzo down, 10 yards da guadagnare, ricevitori coperti. Bledsoe decide di correre ma la difesa se ne accorge. Invece di uscire dal campo, prova a raggiungere il primo down. Per sua sfortuna, Shaun Ellis lo prese alla caviglia, così che quando Lewis lo placcò lo colpì non alla cintura ma molto più in alto. Il telecronista si lasciò sfuggire un’esclamazione: tutti capirono la serietà dell’infortunio.

Il quarterback di riserva, un certo Thomas Edward Patrick Brady Junior, si precipitò a dare una mano, accorgendosi subito di come non riuscisse a parlare normalmente. Quel pomeriggio non riuscì a combinare granché, portando a casa la prima sconfitta da titolare. Drew Bledsoe, nel frattempo, sembrava essersi ripreso ed era riuscito a camminare fino allo spogliatoio. Un medico dei Patriots notò come il quarterback titolare non avesse una bella cera. Lo convinse a seguirlo in infermeria, probabilmente salvandogli la vita. Il cuore andava a mille, l’opposto di quello che succede di solito dopo una concussione, qualcosa non andava. Pochi minuti dopo era in un’ambulanza, diretto a velocità folle verso l’ospedale. Ci volle un’operazione d’urgenza per evitare il peggio. L’emorragia interna lo avrebbe ucciso nel giro di qualche decina di minuti. Quando si svegliò con un tubo che gli usciva dal petto, si rese conto di essere andato davvero ad un passo dalla morte. 

Il giovane panchinaro sapeva già dai tempi di Michigan come la vita di un quarterback fosse legata ad un filo. Le luci del palcoscenico possono durare un secondo o una vita: dipende tutto da quanto ti impegni ogni singolo giorno. Nessuno lo sapeva, ma quel giorno è nato Tom Terrific, uno dei tanti soprannomi che i tifosi hanno dato al giocatore più vincente della storia del football. Ad inizio dicembre, quando i Patriots arrivarono in New Jersey per rendere il favore ai Jets, Bledsoe era uscito dall’ospedale, riuscendo a tornare in condizione in tempi da record ma Tom Brady si era preso la squadra. Belichick aveva trovato il “suo” quarterback. Quel giorno i Patriots vinsero e Bledsoe, il giocatore più pagato della lega, non aveva giocato neanche un minuto.

Come Brady divenne Brady

Ventidue anni dopo quell’infortunio, Tom Brady sta vivendo la sua prima stagione senza football. Drew Bledsoe, ad appena 51 anni, vive in Oregon. Si tiene occupato: si dice che i vini della Doubleback, la sua ditta, non siano affatto male. Brady è una leggenda dello sport ma soprattutto, è diventato un simbolo della lotta contro il tempo, rimanendo sempre al top nonostante l’età. Nel febbraio 2020, quando un altro ossessivo dello sport, quel Kobe Bryant cui Brady si sentiva da sempre molto vicino, morì in un incidente assurdo, il campionissimo dei Patriots ammise di aver sentito la perdita in maniera molto personale. Su Twitter scrisse “Ho imparato molto da questa tragedia ma perché mi ha toccato così profondamente. Perché mi ha tenuto sveglio la notte, facendomi piangere così tanto?”. La lezione sembra sempre la stessa: fai quello che ami più a lungo che puoi, perché potrebbe finire domani. 

La cosa veramente curiosa è che questo atteggiamento l’ha imparato proprio dal quarterback al quale portò via il posto in squadra. Bledsoe sembrava un predestinato ma bastò un placcaggio andato male per rovinargli la carriera. Il football, a volte, funziona così: la parola d’ordine è sempre la stessa, next man up, avanti il prossimo. Nel 1998 giocò con l’indice della mano con la quale lanciava rotto e riuscì a mettere comunque due passaggi vincenti a meno di 30 secondi dalla fine. Brady disse “non ho mai visto nessun giocatore più tosto di lui”. Eppure non esitò un secondo quando si trattò di prendersi il posto da titolare. 

Un finale agrodolce

Bledsoe aspettò l’occasione giusta: l’anno dopo nell’Afc Championship contro i Pittsburgh Steelers. toccò a lui scendere in campo. Fece di tutto per riprendersi quel posto che sentiva suo di diritto, portando a casa l’accesso al secondo Super Bowl di fila. In campo nella finalissima, però, tornò Tom Brady. A quel punto seppe reinventarsi, andando dai rivali di division di Buffalo. Per un paio di anni dimostrò che ne aveva ancora ma non finì benissimo. Quando i Bills scelsero al draft un nuovo quarterback, la prospettiva di tornare in panchina fu troppo per lui. Se ne andò a Dallas, dove ritrovò coach Bill Parcells. Anche quando il fisico iniziava a chiedere dazio fece il suo. Quando si fece avanti un altro quarterback di talento, Tony Romo, decise di averne abbastanza. 

Bledsoe chiuse come il quinto nella storia della Nfl per passaggi tentati e completati, settimo per numero di yards lanciate e tredicesimo nel conto di passaggi da touchdown. Una carriera più che onorevole, oscurata da quel ragazzino che gli aveva scippato il posto. I tifosi dei Patriots non l’hanno mai dimenticato, però, tanto da farlo entrare nella loro hall of fame. Senza l’11 settembre, forse, quel giorno i Jets avrebbero giocato in maniera diversa, senza voler ripagare un’intera città delle sofferenze subite. Forse Bledsoe non avrebbe rischiato la vita e forse quel ragazzo della California si sarebbe perso come tanti altri talenti nel mondo dello sport. 

Ecco perché quell’attacco infame cambiò per sempre il rapporto tra gli Stati Uniti e lo sport. La Nfl imparò che, talvolta, anche lo sport più popolare d’America deve fare un passo indietro ed i tifosi di football impararono ad amare ed odiare quel quarterback che, in un modo o in un altro, trovava sempre il modo di vincere. Non lo sapevano ancora, ma l’Evil Empire, l’impero del male, avrebbe dominato il football per quasi 20 anni. Una cosa è certa: il football e lo sport a stelle e strisce non torneranno più quelli di una volta. A voi decidere se sarà stato un bene o un male.

Terrorismo. 11 settembre, 22 anni fa. L'America è lacerata: nemmeno la sicurezza riesce a unire il Paese. La polarizzazione tra democratici e repubblicani spacca gli Usa. Né Biden né Trump sanno convincere. Gian Micalessin l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Sono passati 22 anni e una cosa è certa, l'America non solo non è più la stessa, ma è talmente divisa da sembrare spaccata in due. Difficile dire se a cambiarla siano stati i terroristi di Osama Bin Laden, l'addio al grande impegno internazionale avviato da Obama e culminato con Donald Trump, oppure l'umiliante ritiro dall'Afghanistan imposto da Joe Biden, Di certo l'America che guarda al quinto appuntamento presidenziale dopo l'11 settembre ha un volto assai diverso da quella che si raccolse attorno ai crateri di Ground Zero chiedendo giustizia e vendetta. Quella era un'America unita e solidale, pronta stringersi intorno alla bandiera e al presidente per vendicare la ferita inferta da un nemico esterno.

Quella di 22 anni dopo è un'America polarizzata. E per molti versi lacerata. Un'America dove lo scontro ideologico tra il mondo liberal e quello dei sostenitori di Trump attizza gli animi più dello scontro con i nemici esterni. Dati e sondaggi sono lì a dimostrarlo. Stando a un rilevamento pubblicato dalla Cnn ai primi di agosto il 55% degli americani è convinto che il Congresso non debba autorizzare ulteriori aiuti militari all'Ucraina, mentre il 51% per cento ritiene che l'America abbia già dato e fatto abbastanza. Un dato eclatante che si contrappone alla determinazione e all'enfasi con cui l'amministrazione Biden continua a sostenere la necessità di difendere Kiev. Ma un dato in totale controtendenza con l'aria che si respirava dopo gli attentati alle Torri Gemelle. In quei giorni il 79% per cento degli americani era orgoglioso di esporre la bandiera e il 60% esprimeva piena fiducia nel governo federale. E l'appartenenza politica non era certo un ostacolo. L'86% degli americani, tra cui il 96% dei repubblicani e il 78% per cento dei democratici, approvava l'operato di George W. Bush mentre il 77% si diceva a favore dell'intervento armato, qualsiasi esso fosse. Se poi l'interrogativo riguardava la necessità di difendersi dal terrorismo allora il sì manifestato dall'83% dei cittadini era quasi un plebiscito. Una voragine rispetto agli Stati Uniti di questi giorni. Stando a un sondaggio Gallup dello scorso 31 luglio solo un cittadino su quattro si dice pronto a sottoscrivere l'operato del governo federale. E anche la fiducia nelle Forze Armate non oltrepassa il 60%. La difesa dalla minaccia terroristica resta una obbligo indifferibile solo per il 61% della popolazione, ma scende al terzo posto in una lista di richieste che vedono al primo posto il rafforzamento dell'economia e, al secondo, la riduzione dei costi della sanità per il cittadino.

Ma la contrapposizione con l'America di 22 anni fa, e il solco scavato nel tessuto nazionale dallo scontro tra liberal e trumpiani diventa devastante se si considera il diverso approccio ai temi più divisivi. Illuminante, al riguardo, un'analisi Gallup dei primi di agosto che dimostra come su certi argomenti i due schieramenti abbiano raggiunto una contrapposizione ideologica tanto granitica quanto inconciliabile. Una contrapposizione che rende quasi impossibile quel naturale travaso di voti tra repubblicani e democratici considerato, un tempo, la principale caratteristica della politica e delle elezioni americane. Non a caso i sondaggisti danno per scontato il risultato delle primarie e fanno capire che - salvo una messa fuorigioco di Trump per via giudiziale - torneremo ad assistere a un testa a testa finale fra due candidati arroccati al 43%. Su questo spietato ring ideologico il duello più feroce riguarda la sanità pubblica. L'85% dei democratici è ormai strenuamente convinto che lo Stato federale debba esser sempre più presente e partecipe. Ma solo il 30% dei trumpiani è disposto ad approvarne il principio. E su ambiente ed ecologia non va meglio. Secondo lo studio Gallup l'81 e l'88% rispettivamente degli elettori democratici considera la protezione ambientale prioritaria rispetto alla produzione di energia e il riscaldamento globale una conseguenza degli errori umani.

Visioni assolutamente aberranti per la maggior parte dei sostenitori di «The Donald» pronti a condividerle solo per il 26 e il 37% rispettivamente. Ma il vero campo di battaglia è l'aborto accettato solo dal 12 per cento dei repubblicani mentre oltre 59% dei democratici vorrebbe renderlo legale in ogni circostanza. Un altro baratro divide l'84% dei dem decisi a introdurre restrizioni sulle armi e l'appena 31% dei repubblicani disposto a discuterne. Insomma mentre 22 anni fa questi temi - seppur divisivi - garantivano un sommesso dialogo, oggi sono il recinto fra due mondi così determinati nel combattersi da dimenticare persino gli eventuali nemici esterni.

Gli Stati Uniti si spaccano: i “fronti aperti” dell’11 settembre. Francesca Salvatore l'11 Settembre 2023 su Inside Over. 

Dopo l’11 settembre sia l’americano medio che il colletto bianco riscoprirono l’identità patriottica nazionale. Sacrario di quella ferita e di quella rinascita, ciò che restava del World Trade Center, passato in pochi minuti da simbolo di New York a cimitero di Gettysburgh postmoderno. Uno choc collettivo atroce quanto basta a rendere la prima, contestata, elezione di George W. Bush un mero ricordo, assurgendo la traballante presidenza a rifugio sicuro per una nazione impaurita. Tanto che, su quel trauma collettivo, lo stesso Bush si è poi guadagnato la rielezione.

Certo è che l’11 settembre ha ridato forza al mito del destino americano e alla tradizione del popolo eletto investito da una missione divina. Ma le luci delle tribute lights sembrano aver smesso di riscaldare il ricordo della tragedia e le tante, troppe faglie che stanno lacerando il paese, da Capitol Hill all’inadeguatezza delle ultime due presidenze, dalla pandemia alla crisi economica, sembrano ormai oscurare un anniversario che come portata emotiva è comparabile solo al 4 luglio. 

Biden indice tre giorni di “ricordo e preghiera”

Quest’anno in particolar modo, nel bel mezzo dell’epopea giudiziaria di Donald Trump, della guerra in Ucraina e di una campagna elettorale 2024 così malamente cominciata, l’11 settembre sembra essere più un pretesto di disunione che altro. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha deciso di onorare le 2.977 vittime dell’11 settembre 2001 con tre giorni di ricordo e preghiera.

“Io, Joseph Biden Jr., Presidente degli Stati Uniti d’America – si legge nel provvedimento del 7 settembre – in virtù dell’autorità conferitami dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, proclamo l’8 settembre 2023, fino a settembre 10, 2023, come Giornate Nazionali di Preghiera e Memoria. Chiedo che il popolo degli Stati Uniti onori le vittime dell’11 settembre 2001 e i loro cari con la preghiera, la contemplazione, le cerimonie e le visite commemorative, le campane, le veglie a lume di candela e altre attività. Invito le persone di tutto il mondo a unirsi. Invito i cittadini della nostra nazione a ringraziare per le nostre numerose libertà e benedizioni, e invito tutte le persone di fede a unirsi a me nel chiedere la continua guida, misericordia e protezione di Dio”. Sebbene questo sia un invito al ricordo, il ricorso al triduo è evidente sintomo di crisi. Della ricerca di un appiglio, una tregua in un mare di confusione: niente del genere, infatti, era stato mai richiesto prima.

Biden grande assente alle cerimonie

La disunione, quest’anno, spacca anche il cerimoniale: il presidente americano sarà infatti nella base militare di Elmendorf-Richardson in Alaska, ad Anchorage, e da qui commemorerà il ricordo delle quasi 3 mila persone che persero la vita negli attentati: si tratta della prima volta che il capo della Casa Bianca non parteciperà ai tradizionali eventi organizzati sui luoghi della strage o, almeno, in diretta dalla Casa Bianca. Alla cerimonia presso il memoriale dell’11 settembre nella Grande Mela ci sarà la vice presidente Kamala Harris, mentre la First Lady Jill deporrà una corona di fiori al Pentagono: un’immagine ancora più disturbante, considerando i simbolismi del Pentagono e il ruolo non politico della prima signora d’America. Un infelice pasticcio d’agenda, quello che ha fissato questo pit stop per il presidente, di ritorno dal Vietnam dopo le fatiche del G20.

La stampa newyorkese, tuttavia, rifiuta di bersi la narrazione della sosta tecnica al freddo e al gelo, e scorge nel gesto un’ulteriore conferma delle tensioni tra il presidente, il sindaco Eric Adams e la governatrice Kathy Hochul, democratici, per la posizione che hanno assunto sulla questione migranti, denunciando l’eccessivo afflusso di rifugiati nell’intero Stato e, più ingenerale, nella Grande Mela. Non mancano poi le reprimenda di reduci della war on terror e comuni cittadini. Per tanti resta grave il fatto che Biden quest’anno non sia neanche alla Casa Bianca, definendo la cosa “un insulto e uno schiaffo agli americani”. Sul piede di guerra anche le famiglie delle vittime: questi ultimi temono, infatti, che la magistratura militare, che si occupa dei cinque strateghi degli attacchi detenuti a Guantanamo, possa offrire loro il patteggiamento; la vulgata vuole che la rabbia sia collegata alla possibilità per gli attentatori di evitare la pena di morte in cambio di una piena confessione. Ma il problema non è la pena di morte in sé, seppur invocata da molti americani, bensì il fatto che l’amministrazione Biden continui, dopo una roboante retorica sulla trasparenza, a trattenere informazioni sui legami tra il governo saudita e gli attentatori. Un eventuale patteggiamento, infatti, eviterebbe il processo nonché il dibattimento pubblico, un’operazione-verità che l’America attende da vent’anni. E che forse ricucirebbe molte ferite.

Le teorie del complotto e le accuse di Ramaswamy

Tantomeno si arrestano le teorie del complotto che iniziarono a circolare poche ore dopo l’attacco. Tra i movimenti complottisti più attivi, QAnon, che ha trovato il suo approdo naturale sui social network e sul web: una delle teorie più diffuse sostiene che il vero responsabile degli attentati sia il deep State, reo di aver organizzato e orchestrato gli attacchi. Nel Gop, invece, il vero incendiario è Vivek Ramaswamy, pronto a rubare la scena proprio nelle ultime ore. Tutto nasce da un’intervista che il candidato ha rilasciato a The Atlantic lo scorso agosto: “Penso sia legittimo dire quanti poliziotti, quanti agenti federali, erano sugli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle. Forse la risposta è zero”. Sebbene lo stesso Ramaswamy sia entrato in conflitto con il magazine, accusando la rivista di citarlo malamente, la querelle è legata ai documenti declassificati dell’Fbi che raccontano di come i federali, due anni fa, abbiano chiuso le indagini su tre cittadini sauditi- Fahad Al-Thumairy, Omar Al-Bayoumi, Musaed Al-Jarrah-sospettati di aver fornito supporto e assistenza a due attentatori. Prima di chiudere il fascicolo, la polizia federale avrebbe riesaminato il caso nel 2019 e nel 2020, ma nessun elemento nuovo sarebbe venuto fuori: i tre, fra l’altro, non si troverebbero più negli Stati Uniti.

I documenti declassificati dell’Fbi, i Sauditi e DeSantis

Per Ramaswamy sarebbe giunto il momento che la Commissione sull’11 settembre sveli tutto quello che c’è da sapere, comprese le presunte connivenze saudite a proposito degli attentati. La complicazione nasce dalle versioni contrastanti che la stessa Fbi avrebbe fornito, soprattutto a proposito di Al-Bayoumi, che viene descritto, alternativamente, come un mero supporto casuale e logistico agli architetti degli attentatati, ma anche come uomo dei servizi segreti sauditi in America. Un aspetto gravissimo, alla luce di un flirt, quello Washington-Riad, che sembra riaccendersi. Ramaswamy, accusato perfino dai compagni di partito di voler essere il gaslighter d’America, rispedisce le accuse al mittente e promette di essere al memorial, domani.

Ma che la memoria dell’11 settembre sarebbe finita per impattare nella prossima campagna elettorale, era già chiaro da questa primavera quando Ron DeSantis aveva pensato bene di ospitare i familiari delle vittime, nel maggio scorso: molti di questi stanno affrontando una class action presso il tribunale federale di Manhattan contro l’Arabia Saudita, in assenza di un processo pubblico di levatura nazionale. Un asso nella manica di DeSantis, quando e se dovrà affrontare il rivale Trump, il quale, a mezzo di suo genero, spese quattro anni a coccolare i Sauditi. FRANCESCA SALVATORE

11 settembre, la Cia ha coperto due terroristi. Una spia saudita agganciò invano gli estremisti arabi in California per reclutarli. Poi li perse di vista fino all’attentato del 2001. Ecco l’ultima istruttoria Usa, senza omissis

di Paolo Biondani e Leo Sisti su L'espresso l'11 Settembre 2023

Un incontro fortuito, una chiacchierata fra tre sauditi che per puro caso pranzano in tavoli vicini a un ristorante di cucina halal in California. È il primo febbraio del 2000. Omar Al Bayoumi, 42 anni, è seduto al “Middle Eastern Gourmet” di Venice Boulevard, a Culver City, nei pressi di Los Angeles. Sente gli altri due clienti parlare in arabo. Sono due studenti, Nawaf Al Hazmi e Khalid Al Mihdhar, arrivati negli Stati Uniti due settimane prima, che parlano male l'inglese e cercano casa. Lui decide di aiutarli. Li sistema in un alloggio della moschea più vicina, dove l’imam è un suo amico, e poi a San Diego, dove restano per mesi. Un anno e mezzo dopo, quei giovani sauditi si rivelano terroristi di Al Qaeda: sono due dei diciannove attentatori suicidi dell'11 settembre 2001. Fanno parte del commando che dirotta l'aereo AA77, partito da Washington e pilotato da un loro connazionale, Hani Hanjour, che alle 9.37 si schianta sul Pentagono, il quartier generale della difesa americana, mai violato prima di allora. 

Interrogato più volte dopo l'attacco terroristico, Bayoumi ripete da anni la stessa versione: l'incontro casuale al ristorante, l'ospitalità nella moschea come semplice atto di solidarietà tra connazionali, la sua assoluta inconsapevolezza che fossero terroristi. I primi sospetti sui suoi legami con i servizi segreti sauditi vengono sollevati dallo scrittore americano Lawrence Wright nel libro-inchiesta “The Looming Tower” (pubblicato in Italia con il titolo “Le altissime torri”) che nel 2007 vince il premio Pulitzer. Oggi una serie di documenti de-classificati mostrano, con prove mai emerse prima, che in quel meeting al ristorante non c'era niente di casuale: Bayoumi era davvero un agente dei servizi sauditi, incaricato di reclutare i due giovani estremisti come informatori, per ottenere notizie dall'interno dell'organizzazione terroristica. Un tentativo di arruolamento eseguito, secondo testimonianze autorevoli, con il consenso e sotto la copertura della Cia. Le nuove informazioni rivelano, inoltre, che l'intelligence americana nasconde da anni «documenti su quell'operazione», con un dossier dedicato a Bayoumi, e che altre carte vengono tenute segrete anche dall'Fbi. 

Le rivelazioni più esplosive sono contenute in un rapporto di rango giudiziario redatto nel 2021 a Guantanamo, la prigione militare dove oggi restano detenuti una trentina di cosiddetti combattenti nemici, tra cui spicca Khalid Sheik Mohammed, il presunto organizzatore delle stragi dell'11 settembre, catturato nel 2003. Per cinque anni, a partire dal 2016, un agente della Dea, Dan Canestraro, nominato «investigatore speciale» delle Commissioni militari, ha potuto interrogare numerosi agenti dell’Fbi, membri della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'11 settembre e altri testimoni ed esperti. Il suo rapporto finale è stato pubblicato solo in una versione censurata quasi totalmente. Ora SpyTalk, un sito americano fondato dal giornalista Jeff Stein, ex Washington Post, ne ha ottenuto una copia integrale, senza omissis, analizzata dal cronista investigativo Seth Hettena, e l’ha condivisa con L’Espresso. 

Le fonti interrogate da Canestraro sono protette dall'anonimato, per ragioni di sicurezza, e nel rapporto vengono identificate con un codice, da CS-1 a CS-23. La più importante è CS-23: un ex agente speciale dell’Fbi, con «esperienze di antiterrorismo e controspionaggio», di stanza a San Diego. In questa veste aveva lavorato proprio su Bayoumi ed era stato il primo a collegarlo ai servizi sauditi. A precisa domanda, l'ex poliziotto specifica che i responsabili dell'Fbi di San Diego avevano chiesto informazioni alla Cia, ma il comando di Langley rispose di non avere «nessuna notizia». Una menzogna, secondo CS-23: in realtà la Cia aveva «molti incartamenti su Bayoumi». 

Il diniego ha una logica: la Cia opera all'estero e non è autorizzata a condurre operazioni sul suolo americano. Per questo avrebbe deciso di coinvolgere i servizi sauditi. CS-23 ne è sicuro: «Fu un'operazione gestita dalla Cia». Canestraro, interpellato da SpyTalk, riassume così la sua indagine: «La Cia non ha condiviso con l'Fbi tutto quello che sapeva su Bayoumi, sia prima sia dopo il massacro dell’11 settembre. E questo ha influito negativamente sulle indagini». È il più grave dei tanti «allarmi ignorati» sull’attacco di Al Qaeda negli Usa. 

Canestraro ha raccolto anche la deposizione di Richard Clarke, che fu vice-consigliere per la sicurezza nazionale con due presidenti, Bill Clinton e George W. Bush, con il compito di coordinare polizia e servizi segreti. Oggi Clarke rivela che «Hazmi e Mihdhar disponevano di visti d’ingresso negli Stati Uniti», ma la Cia non trasmise quelle notizie neppure a lui: «Se le avessi avute, le avrei passate al capo dell’Fbi… Non è stato possibile, perché la Cia stava tentando di agganciarli». Clarke accusa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'11 settembre di non aver voluto approfondire il ruolo dei sauditi, per ragioni strategiche. 

In effetti il rapporto finale della Commissione, pubblicato nel 2004, non fa alcun accenno ai servizi e descrive Bayoumi solo come «ingegnere di un'impresa appaltatrice dell'Aviazione civile saudita», che «frequentava e finanziava moschee integraliste in California», ma «non sono emersi indizi credibili di un suo appoggio a estremisti violenti». L'indagine parlamentare ha avuto esiti assolutori anche per Fahad Al Thumairy, l'imam della moschea che ospitò i due futuri terroristi. Oggi CS-23 collega anche lui agli apparati del regime: «Bayoumi era un agente dei servizi arabi ed è stato incaricato da Thumairy, proprio al consolato saudita di Los Angeles, davanti ad alcuni testimoni, di avvicinare Hazmi e Mihdhar». Anche l'imam, insomma, aveva un ruolo nello spionaggio saudita, con relativa copertura diplomatica. E proprio Thumairy, comportandosi da capo-struttura, ha ordinato a Bayoumi  di andare al ristorante per agganciare i due estremisti. 

L’ingegnere e l’imam sono menzionati, ma solo marginalmente, anche in un altro rapporto dell'Fbi, reso pubblico dal presidente Joe Biden nel settembre 2021, su pressione dei familiari delle oltre tremila vittime. Anche quelle 16 pagine confermano i tentativi dei servizi sauditi di arruolare Hazmi e Mihdhar come infiltrati in Al Qaeda. In che modo? «Assistendoli nelle loro pratiche quotidiane e procurando anche un alloggio nella California del Sud». Il rapporto della polizia federale conferma il fallito reclutamento («operazione Encore») ma non ipotizza alcuna complicità saudita negli attentati: era solo una pista che fu sottovalutata e poi abbandonata. 

Un'altra fonte importante è CS-3, un agente dell'Fbi che fu distaccato dal gennaio 1999 fino al maggio 2003 alla Alec Station, l'unità speciale creata dalla Cia per combattere Al Qaeda e dare la caccia a Osama Bin Laden. Quel poliziotto fu il primo a scoprire, con un collega, che Hazmi e Mihdhar disponevano di visti d’ingresso negli Stati Uniti, dove arrivarono il 15 gennaio 2000. I giornalisti di SpyTalk hanno identificato CS-3: è Mark Rossini, già intervistato da L'Espresso il 5 settembre 2021. Interrogato da Canestraro, Rossini conferma che un'analista della Cia, Michael Anne Casey, gli ordinò di non riferire all'Fbi dei due giovani sauditi, con questa giustificazione: «Il prossimo attacco di Al Qaeda avverrà nel Sudest asiatico. Quei visti per l'America sono solo un diversivo. Quindi l'Fbi non c'entra e non va informato». 

Rossini precisa che il suo rapporto sul lungo soggiorno di Hazmi e Mihdhar a San Diego era «già pronto per essere inviato all’Fbi, ma non è mai uscito dalla Alec Station». Quindi la polizia non ha potuto controllare, pedinare e intercettare i due sospetti terroristi. Secondo CS-3, la vera ragione è inconfessabile: «La Cia non voleva che l’Fbi interferisse in una sua attività di spionaggio condotta sul territorio americano, in violazione della legge». Lo stesso Rossini giura di aver sentito uno sconcertante scambio di battute tra il direttore della Cia, George Tenet, e il capo delle operazioni segrete, James Pavitt. Questi si vanta di aver impedito che l'analista della Cia venisse chiamata a testimoniare alla Commissione parlamentare. Commento di Tenet: «È stata una buona idea». Rossini conclude che «Hazmi e Mihdhar hanno ottenuto i visti per gli Usa dal consolato americano di Gedda proprio per facilitare l’operazione congiunta tra i servizi sauditi e la Cia».Interpellata da SpyTalk, la Cia ha negato, attraverso un portavoce, di occultare informazioni sull’11 settembre. Dall’Fbi, nessuna dichiarazione.

Lo stato di Al Qaeda 22 anni dopo l’11 settembre. Lorenzo Vita il 10 Settembre 2023 su Inside Over.

Ventidue anni dopo quel fatidico 11 settembre 2001, di Al Qaeda, la creatura di Osama bin Laden, sembra essere rimasto solo un lontano ricordo. Rispetto all’incubo che per anni ha imperversato nel mondo, diventando anche oggetto di una vera e propria guerra, oggi l’organizzazione terroristica di matrice islamica è rimasta solo come nome, cambiando radicalmente pelle. Morto il suo vertice e con l’ascesa e la caduta del grande rivale dello Stato islamico del califfo Abu Bakr al Baghdadi, al Qaeda è sembrata condannata alla scomparsa, o quantomeno al totale ridimensionamento. Nessun desiderio di ottenere, tramite il sangue degli innocenti, il cambiamento della politica internazionale o della società, ma solo una rete criminale che si è modellata sulla realtà geopolitica in grande mutamento.

In realtà, le cronache anche delle ultime settimane, ma in generale degli ultimi anni dimostrano due dati. Da una parte, è certamente vero che la morte di Osama bin Laden e la fine del periodo dei grandi attentati terroristici dei primi Anni Duemila è andata di pari passo con una sostanziale riduzione del raggio d’azione della rete terroristica che appariva così granitica. Ed è altrettanto vero che l’ascesa di Daesh, o del sedicente Stato islamico (nato da una costola proprio di Al Qaeda) ha sancito un inevitabile declino anche mediatico dell’organizzazione che ha terrorizzato l’Occidente e non solo. Tuttavia, Al Qaeda in questi anni ha anche saputo modificare in modo radicale i propri obiettivi e le proprie modalità di azione, sopravvivendo al corso degli eventi e anche ai suoi numerosi fallimenti e colpi inferti dalle forze avversarie. E in questo, ha certamente influito anche il passaggio ideologico dalla leadership di bin Laden a quella di Al Zawahiri, che, come ha spiegato l’analista Claudio Bertolotti in un’intervista ad Huffington Post, rispetto al potente predecessore “è stato più pragmatico, avendo come obiettivo una somma di vittorie quotidiane, concrete, che ogni generazione vivente può contribuire a realizzare e vedere realizzate.”. 

Questo non significa che al Qaeda sia egualmente potente rispetto a venti anni fa. La guerra fratricida con lo Stato islamico, che si è combattuta in diversi campi di battaglia ha mostrato tutti i limiti dell’organizzazione islamista e anche la sua perdita di consenso rispetto a un enorme bacino di possibili affiliati. È però vero che rispetto a Daesh, di fatto relegato a pochissimi e piccoli santuari tra Siria e Iraq, il modello qaedista ancora resiste in conflitti locali in grado di spargere sangue ovunque. I migliori alleati di Al Qaeda, i Talebani, governano con difficoltà l’Afghanistan dopo che il potere di Kabul gli è stato consegnato dagli stessi Stati Uniti una volta conclusa l’infinita guerra scatenata proprio dopo l’11 settembre 2001. In Siria, Iraq e Yemen ancora persistono delle sacche di resistenza. E in Africa, dalla regione orientale fino a quella occidentale includendo gran parte del Sahel, una serie di organizzazioni affiliate ad Al Qaeda e presuntamente legate a essa continuano a macchiarsi di crimini, compiere attentati terroristici o essere coinvolti in conflitti locali profondamente violenti e capaci di portare destabilizzazione in tutti i teatri bellici. A questo proposito, è utile ricordare l’ultima tragica notizia giunta dal Mali, dove proprio un gruppo affiliato ad Al Qaeda ha rivendicato due attentati in cui hanno perso la vita 49 civili e 15 soldati, colpendo un’imbarcazione sul fiume Niger, la “barca di Timbuctu”, e una base dell’esercito maliano a Bamba, nella regione settentrionale di Gao. A preoccupare gli esperti è soprattutto il Gruppo di difesa dell’Islam e dei musulmani (Jnim).

D’altro canto, va anche rivelato che i problemi di Al Qaeda non sono pochi e, dopo venti anni di terrore, l’assenza di una leadership definita dopo l‘uccisione di Ayman al-Zawahiri può essere l’esempio più chiaro delle sue difficoltà. Per il Dipartimento di Stato americano, il nuovo vertice della rete è Saif al Adel, ex membro delle guardie di sicurezza egiziane, che secondo molti analisti è nascosto in Iran. Ma l’assenza di un riconoscimento globale può essere un deficit per la sua organizzazione. Inoltre, come ricordato da Foreign Policy, in questo momento alcuni segmenti di Al Qaeda, in particolare africani, sarebbero in grado di colpire anche in Occidente. Ma la violenza sembra sfogarsi principalmente in conflitti regionali anche tra sigle jihadiste che non solo continuano a mietere vittime innocenti, ma che distraggono l’organizzazione terroristica da propositi più ampi. LORENZO VITA

Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11/9. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 17 Aprile 2023  

Veterano della resistenza dei mujāhid all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Laureato in ingegneria. Ossessionato dai dirottamenti aerei. Scrivere degli attentati dell’11 settembre 2001 equivale a fare il suo nome. Eppure no, non stiamo parlando di Osama bin Laden, anche se la descrizione gli calza a pennello. Stiamo parlando di Khalid Sheikh Mohammed, la mente profonda dell’11/9.

Genesi di un terrorista

Khalid Sheikh Mohammed, popolarmente noto come lo Sceicco, è stato uno dei terroristi islamisti più importanti dell’epoca d’oro del jihadismo. La data e il luogo di nascita di Mohammed non sono mai stati accertati definitivamente – potrebbe essere nato in Pakistan o in Kuwait, nel 1964 o nel 1965 –; quel che è certo è che suo padre fosse un predicatore della scuola deobandi, che suo nipote sia Ramzi Yousef, uno dei protagonisti dell’attentato al World Trade Center del 1993, e che la Commissione Nazionale sugli Attacchi terroristici contro gli Stati Uniti lo abbia definito “l’architetto principale degli attacchi dell’11/9”.

Dopo aver trascorso l’infanzia e la prima parte dell’adolescenza in Pakistan, dove impara l’urdu e il balochi, viene iniziato nei Fratelli Musulmani e viene allevato al culto del padre – l’Islam deobandi –, Mohammed si trasferisce negli Stati Uniti nel 1983, all’indomani del conseguimento del diploma, per studiare all’università. L’esperienza sarà breve, tre anni, ma sufficiente a sviluppare i primi sentimenti di astio verso gli Stati Uniti.

Abdullah Azzam, il mentore di Osama bin Laden

Sayyid Qutb, il padre dell’Islam politico

Nel 1987, forte di una laurea in ingegneria meccanica ottenuta in un’università americana, Mohammed fa ritorno in Pakistan. È poco più che ventenne, ha tanti sogni, ma il richiamo del Jihād avrà il sopravvento: insieme ai fratelli parte alla volta dell’Afghanistan come mujāhid, un’esperienza destinata a cambiare la traiettoria della sua vita.

Di ritorno dall’Afghanistan, dove è rimasto stregato dalla figura di ʿAbd Allāh Yūsuf al-ʿAzzām, Mohammed è un uomo profondamente cambiato. Vuole dedicare la vita all’esportazione globale dell’Islam praticato dall’allora emergente Al Qaida. Un ideale che lo avrebbe portato nelle Filippine in guerra contro il separatismo islamista di Abu Sayyaf.

Il terrore in volo

1993-95, il triennio più misterioso di Mohammed. Triennio caratterizzato da un attentato semiriuscito a New York, nel parcheggio sotterraneo del World Trade Center, e da una super-cospirazione passata alla storia come il progetto Bojinka. Due trame terroristiche avvenute in luoghi tra loro distanti, ma legate da un filo conduttore: Mohammed.

Il progetto Bojinka, pianificato nelle Filippine da Al Qaida e al-Jamāʿah al-Islāmiyyah, avrebbe dovuto consacrare l’ingresso di Osama bin Laden nell’Olimpo dei jihadisti. Trattavasi, invero, di uno dei più grandi complotti terroristici studiati da una realtà jihadista: undici voli da dirottare e/o da far esplodere, l’assassinio di Giovanni Paolo II, la distruzione del quartier generale della Central Intelligence Agency.

L’intera galassia jihadista sarebbe stata mobilitata per reperire i fondi necessari alla costruzione delle bombe artigianali, manifatturate da Mohammed in persona. Decine di soldati sarebbero stati inviati in lungo e in largo le Filippine per testare i prodotti di Mohammed e la fattibilità del piano terroristico. Tra gli esperimenti più eclatanti, il piazzamento di una bomba sul PAL434, l’11 dicembre 1994, atterrato nonostante l’esplosione avvenuta in volo.

Abu Musab al-Zarqawi, il (vero) padre del Daesh

Bojinka avrebbe dovuto inaugurare in grande stile la campagna di Jihād globale di Al Qaida. Qualcosa, però, andò storto a causa della più imprevedibile delle variabili: il caso. Un rogo in uno degli appartamenti utilizzati dalla cellula di Mohammed per produrre le bombe artigianali, avvenuta alla vigilia dell’approdo a Manila del Papa in occasione della Giornata mondiale della gioventù del 1995, avrebbe condotto le autorità, fino ad allora ignare dell’esistenza di Bojinka, a sgominare l’intera operazione.

Mohammed, onde evitare l’estradizione negli Stati Uniti, avrebbe abbandonato le Filippine per i porti più sicuri del Medio Oriente e dell’Africa subsahariana. Ma l’idea del dirottamento in serie con cui fare il “grande botto”, Bojinka, non sarebbe finita nel dimenticatoio. L’idea, al contrario, sarebbe sopravvissuta, in quanto ossessivamente presente nei discorsi fra Mohammed e bin Laden, e portata avanti in quel di Amburgo. E l’11 settembre 2001, a sei anni dalla débâcle di Manila, avrebbe preso forma.

Il tramonto sullo Sceicco

2002. L’equivalente americano e su larghissima scala dell’operazione Ira di Dio, la Guerra al Terrore pianificata dagli strateghi neoconservatori di George Bush Jr, è ufficialmente iniziata. I talebani stanno combattendo l’esercito degli Stati Uniti. La Casa Bianca sta mettendo in piedi la coalizione dei volenterosi che a breve dovrà intervenire in Iraq. La guerra dei droni è cominciata, sembra in Yemen, con l’uccisione di alcuni qaedisti.

2002. Mentre gli Stati Uniti conducono la loro Guerra al Terrore, la Russia conduce la sua in Cecenia e dintorni, e la Cina è impegnata nella propria nello Xinjiang. Il filo conduttore delle tre guerre al terrore è Al Qaida, l’organizzazione che ha risvegliato sentimenti di separatismo religioso in tutta l’Eurafrasia, dal Daghestan alle Filippine, che produce emuli, che si unisce in matrimoni di convenienza con altre realtà dell’Internazionale jihadista e che esporta, oltre che idee, armi e combattenti.

Nel 2002, mentre Al Qaida è in piena fase ascendente, per Mohammed è l’inizio della fine. A sancire la caduta del primo pezzo della Trinità del Jihād globale sarà l’omicidio in mondovisione di un giornalista statunitense, Daniel Pearl, sequestrato a Karachi da un commando agli ordini di Mohammed e poi da questi decapitato davanti alle telecamere. È febbraio. 

La guerra (infinita) al terrore

Mohammed Atta, il volto dell’11/9

Dopo la pubblicazione del video dell’uccisione di Pearl, costretto a sconfessare l’America attraverso una serie di frasi pronunciate sotto minaccia, parte la caccia all’uomo. Le indiscrezioni vogliono che l’esecuzione sia avvenuta su mandato di Mohammed, sebbene le prove inconfutabili del suo coinvolgimento arriveranno (molti) anni più tardi, ed è così che sulle sue tracce si mettono la Central Intelligence Agency e l’ISI pakistana.

La prima operazione ha luogo nel primo anniversario dell’11/9, a Karachi. Operativi dell’ISI, supportati da intelligence della Cia, entrano in un alloggio nel quale si troverebbe lo Sceicco. Lui non c’è, ma il blitz è tutto fuorché un fiasco: uno degli identificati (e degli arrestati) è Ramzi bin al-Shibḥ, membro della cellula di Amburgo e colui che avrebbe dovuto essere il “ventesimo attentatore” l’11 settembre 2001.

Il secondo tentativo, il primo marzo 2003, è quello giusto. Una squadra mista, composta da agenti ISI e operativi SAC – divisione specializzata in operazioni coperte della CIA –, cattura lo Sceicco a Rawalpindi, la “sorella di Islamabad”. L’inizio di una detenzione infinita, con capolinea Guantanamo, e particolarmente violenta, a causa del frequente ricorso alle tecniche di interrogatorio potenziato su Mohammed – dall’annegamento simulato alla reidratazione rettale –, che non mancherà di suscitare le proteste dell’internazionale dei diritti umani.

I Politici.

I Figli.

Henry Kissinger.

I DEMOCRATICI.

I REPUBBLICANI.

I Figli.

La maledizione di Hunter Biden: i guai della famiglia ora sono un’arma politica contro il presidente. Storia di Massimo Gaggi Corriere della Sera il 21 giugno 2023. 

«Il corrotto ministero della Giustizia di Biden ha liquidato centinaia di anni di responsabilità penale del figlio, Hunter, trasformandoli in una multa per violazione delle norme del traffico». Sulla sua piattaforma Truth Social Donald Trump suona la carica contro il presidente col quale si scontrerà tra un anno per la conquista della Casa Bianca, prendendo di mira il patteggiamento per reati di evasione fiscale e detenzione abusiva di un’arma accettato da Hunter Biden, alle condizioni fissate dal procuratore federale del Delaware, David Weiss: un magistrato nominato dallo stesso Trump.

Hunter, che si è dichiarato colpevole di due reati fiscali (mancato pagamento nei tempi dovuti delle tasse nel 2017 e 2018, periodo nel quale era sotto l’effetto di droghe pesanti e ha ammesso di aver posseduto illegalmente, sempre nel 2018, una pistola che non avrebbe potuto avere sempre per il suo abuso di stupefacenti) evita il carcere ma accetta la condanna a due anni di libertà vigilata. I procuratori che hanno indagato su di lui per cinque anni (l’inchiesta penale è iniziata nel 2018), affermano, invece, di non aver trovato sufficienti elementi per incriminarlo sulle altre questioni che spingono i repubblicani ad accusarlo di corruzione (insieme al padre): attività di lobby internazionale illegale, tangenti, lavaggio di denaro sporco, relative ai periodi nei quali Hunter ha avuto rapporti col gruppo energetico ucraino Burisma e con società cinesi.

In teoria questo dovrebbe chiudere la tribolata vicenda giudiziaria di Hunter. In realtà il caso potrà avere altri seguiti giudiziari (l’inchiesta non è ancora conclusa, ha affermato la procura del Delaware), ma soprattutto politici con la maggioranza repubblicana della Camera decisa a trasformare il Campidoglio in una sorta di tribunale nel quale Joe verrà accusato degli stessi reati contestati ad Hunter.

Così, per l’ennesima volta nella sua vita, si trova a dover affrontare un dramma familiare destinato a segnarlo profondamente. La prima il 18 dicembre 1972 quando, pochi giorni dopo essere stato eletto senatore, perse la moglie Neilia e la figlia più piccola, Naomi, in un incidente stradale dal quale uscirono seriamente feriti anche gli altri due figli, Hunter e Beau.

Il secondo nel 2015 (anno in cui Biden era alla Casa Bianca come vice di Obama) con la morte di Beau, il figlio che lo aveva seguito nella carriera politica, ucciso da un tumore al cervello. Il superstite, Hunter, è stato più una fonte di angoscia che di conforto per le sue attività economiche spregiudicate, qualche tentativo di fare affari sfruttando la notorietà del padre e la sua dipendenza dalle droghe. Alla Casa Bianca dicono che papà Joe non ha mai avuto nulla a che fare coi guai combinati dal figlio. Ma da padre, il presidente ha continuato a manifestare affetto e sostegno ad Hunter, fino a questa vicenda del patteggiamento che Joe e Jill commentano con parole che confermano l’amore per questo figlio di 53 anni e apprezzano come “continua a ricostruirsi una vita”.

Ma è evidente che dei tanti drammi che hanno segnato la vita del presidente questo avrà le conseguenze politiche più gravi e prolungate: da quando, a novembre, i repubblicani hanno riconquistato la maggioranza alla Camera è iniziata la trasformazione di quell’aula in un tribunale contro il presidente, montando accuse anche per distogliere l’attenzione dai ben più gravi guai giudiziari di Trump.

Ma un Biden apparentemente senza scheletri nell’armadio (salvo, pare, un tentativo di ottenere la rimozione di un procuratore in Ucraina), attaccato dalle tv e dai siti della destra per le sue gaffe e il suo aspetto senile, trattato a volte da vecchio svanito, era difficile, poi, da presentare come uno lucidamente perfido e corrotto. Gli errori e gli abusi che Hunter ha certamente commesso in proprio sono divenuti, così, l’occasione perfetta per accusare anche Joe, presentato come mandante dei crimini del figlio.

Per contrastare il processo parlamentare contro i Biden, i democratici hanno messo in campo due organizzazioni politiche incaricate di dimostrare la falsità delle imputazioni e indagare sugli accusatori repubblicani di Biden: sarà un anno di campagna elettorale incandescente.

DAGONEWS il 21 giugno 2023.

Hunter Biden, figlio del presidente Joe, non è il primo a dare qualche grattacapo  alla Casa Bianca. I figli dei presidenti degli Stati Uniti sono stati a lungo oggetto di fascino e curiosità e, alcuni di loro, hanno regalato attimi di panico puro ai loro parenti che hanno dovuto tentare il possibile per evitare lo scandalo.

Il figlio dell'ex presidente Donald Trump, Donald Jr., per esempio, ha incontrato per agenti russi che offrivano informazioni dannose su Hillary Clinton durante la campagna presidenziale del 2016.

Jenna e Barbara, le figlie del presidente George W. Bush, sono state entrambe arrestate per alcolismo quando erano minorenni nel 2001. Sia John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, sia suo figlio John Quincy Adams, il sesto, avevano figli che soffrivano di alcolismo. George W. Bush, futuro presidente, fu arrestato per guida in stato di ebbrezza nel 1976 all'età di 30 anni e decise di rinunciare all'alcol un decennio dopo. 

A volte alcuni comportamenti non prevedono malizia. Come il piccolo Quentin Roosevelt (figlio di Teddy) che faceva correre il suo carro giocattolo su un dipinto di una first lady. Oppure Alice Roosevelt, la sorella di Quentin, che imprecava, si presentava alle feste con il suo serpente domestico ed era così determinata a fumare alla Casa Bianca che una volta convocò una conferenza stampa sul tetto e vi accese una sigaretta. «Posso governare il paese o posso occuparmi di Alice, ma non posso fare entrambe le cose» si lamentò il presidente.

Per diversi presidenti, i rapporti finanziari dei parenti furono una spiacevole pubblicità.  Un esempio degno di nota è stato Billy Carter, il fratello minore amante della birra del presidente Jimmy Carter: già noto i commenti razzisti e antisemiti quando, accetto 220mila dollari dal governo libico. Definendo i libici "i migliori amici che ho al mondo in questo momento", le azioni di Billy Carter finirono per essere esaminate dalla commissione giudiziaria del Senato, che votò all'unanimità per istituire un panel ed esaminare i rapporti e gli affari del fratello del presidente.

Richard Nixon una volta chiese alla CIA di coprire le informazioni sul fratello Donald. Sebbene la CIA abbia rifiutato, i servizi segreti accettarono di tenere d'occhio Donald, che aveva legami con il miliardario Howard Hughes e una volta ricevette un prestito di $ 205.000. 

Neil Bush, uno dei sei figli del presidente George HW Bush, era direttore di una un ente di risparmio che fallì negli anni '90 e venne sottoposto al controllo delle autorità di regolamentazione federali. Non ha dovuto affrontare accuse penali, ma ha accettato di aiutare a risolvere una causa civile intentata dalla Federal Deposit Insurance Corp. come uno di una dozzina di imputati.

I fratelli dell'ex first lady Hillary Clinton - Tony e Hugh Rodham - sono stati pubblicamente rimproverati dall'amministrazione del cognato per un'impresa commerciale pianificata che avrebbe comportato l'esportazione di nocciole dalla repubblica della Georgia con l'assistenza di un rivale politico di Eduard Shevardnadze, che all'epoca era il presidente del Paese.

Sebbene la Casa Bianca di Clinton abbia preso le distanze da questi rapporti, non ha esitato a offrire aiuto presidenziale ad altri membri della famiglia.

Poco prima di lasciare l'incarico nel 2001, il presidente Bill Clinton ha perdonato il suo fratellastro, Roger, per un reato legato allo spaccio di cocaina del 1985.

Henry Kissinger.

Estratto dell’articolo di Stefano Mannoni e Guido Stazi per Mf – Milano Finanza lunedì 11 dicembre 2023.

Chiunque sia incorso nella sventura di abbracciare la carriera accademica sa che spesso si rimane prigionieri della propria opera prima. Nessuno illustra meglio questo caso di Henry Kissinger. 

Il suo orizzonte intellettuale è stato tracciato dalla sua tesi di dottorato, poi trasformata in un libro di successo, sul Congresso di Vienna. Il suo mondo è restato popolato dai grandi protagonisti di quella epopea: Castelreagh, Metternich, Talleyrand. Figure con cui si è sempre misurato con l’ambizione, non di rado soddisfatta, di uguagliarli in statura. Ma soprattutto il paradigma filosofico è restato lo stesso: il realismo, l’equilibrio tra le grandi potenze, l’ordine scaturito dalla diplomazia tra Stati sovrani.  

Un realismo, quello di Kissinger, segnato però da una nota di pessimismo frutto del trauma biografico dell’esilio dalla Germania nazista, condivisa come tale con un altro grande esiliato tedesco, Hans Morghentau, non a caso vedette assoluta di questa corrente di pensiero. Non sorprende pertanto che nella straordinaria cavalcata di Kissinger in ben otto anni alla guida della politica estera statunitense, non vi sia grande spazio né per il diritto internazionale, né per i diritti umani o per istituzioni come l’Onu.

Si capisce allora come abbia potuto commentare la vittoria di Salvator Allende in Cile con il supremamente cinico commento: “non si può lasciare che un paese diventi marxista solo perché i suoi elettori sono irresponsabili”. Immorale? Certamente sì nella misura in cui ha permesso, o meglio: favorito, lo scivolamento in una spietata dittatura di un paese che si distingueva nel Sudamerica per il suo costituzionalismo democratico. 

 No, non vi sono giustificazioni plausibili per questa macchia nella sua carriera anche se Kissinger avrebbe potuto replicare che vi era moralità anche in questo esercizio di brutalità geopolitica. L’ordine internazionale è incombenza delle grandi potenze ed esige un prezzo: se a pagarlo sono le “comparse” del palcoscenico, siano esse il Cile, il Bangladesh o i cambogiani, ebbene questo è pienamente giustificato dalla somma aritmetica finale. Discutibile assunto il suo però. 

(...) 

E allora vi sono poste positive nel suo bilancio? In che cosa pretende di uguagliare i grandi del 1814? L’apertura alla Cina senza dubbio. Un colpo da maestro il cui credito va condiviso però con Richard Nixon, con cui la storia è stata assai poco clemente nel riconoscergli genialità politica. Meno convincente è invece il bilancio della distensione con l’Unione Sovietica che secondo alcuni suoi agiografi ne avrebbe preparato l’uscita dalla scena del club delle grandi potenze. Non ci sembra che sia così. Kissinger non avrebbe mai definito come fece Ronald Reagan la Russia come “impero del male” e semmai è stata proprio la pressione esercitata sul Cremlino da una nuova corsa agli armamenti che non si poteva permettere a decretarne l’inarrestabile declino. 

 Il Medio Oriente? Bene la distensione con l’Egitto, male la negligenza della questione palestinese. Si narra al riguardo un aneddoto. Si dice che Kissinger avesse ripreso Golda Meir ricordandogli “prima sono un americano, poi sono segretario di stato, e solo da ultimo sono ebreo”. Al che Golda Meir gli replicò: “in ebraico le frasi si leggono da destra a sinistra!”. 

Aneddoti, battute, bon mots: nel mito di Henry Kissinger, da lui abilmente costruito, è una materia che non manca davvero. Play boy alla ricerca della compagnia delle grandi bellezze di Hollywood, pare però limitandosi alla passerella fotografica; grande socialite del giro newyorkese Henry Kissinger non si privava di nulla del bello della vita, guidato da una superlativa autostima, grondante di altrettanto straripante narcisismo. Ritagliando così una figura opposta a quella dell’unico altro accademico riuscito a scalare le vette delle istituzioni americane: l’ascetico Woodrow Wilson, da cui lo separava anche l’opposta visione delle relazioni internazionali: per Wilson ruotava intorno alla Società delle Nazioni, per Kissinger intorno al balance of power. 

(…) Cosa resta oggi di Kissinger in un’epoca connotata dall’impero di una tecnologia straripante e anarchica che mette in un angolo i minuetti diplomatici? Non poco, si sorprenderà di scoprire il lettore, che introdurremo così all’ultimo colpo di teatro del grande statista. Nel giugno del 2018, aveva già 95 anni, pubblicò un lungo articolo per “The Atlantic”, forse la più antica e prestigiosa rivista americana, sulla fine del sistema di pensiero, l’Illuminismo, che diede vita secoli fa all’ordine mondiale contemporaneo. 

Secondo Kissinger quell’ordine sarà sconvolto dagli sviluppi della rivoluzione tecnologica, di cui non siamo riusciti a tenere pienamente conto e “il cui esito potrebbe essere un mondo che si basa su macchine alimentate da dati e algoritmi e non governato da norme etiche e filosofiche: gli individui si trasformano in dati e i dati diventano sovrani”.

Nel momento in cui l’intelligenza artificiale mira a replicare i processi della mente umana, Kissinger evidenzia il completo rovesciamento di prospettiva rispetto a tutte le precedenti rivoluzioni tecnologiche, Internet compresa: l’automazione, anche quella informatica, si occupa di mezzi per raggiungere obiettivi prescritti razionalizzando o informatizzando gli strumenti necessari; “l’intelligenza artificiale, al contrario, si occupa dei fini e stabilisce i propri obiettivi”, sviluppando una capacità che in precedenza si pensava fosse riservata agli esseri umani. 

Questo potrebbe condurre a interferire direttamente col pensiero umano, modificandone processi e valori, mettendo a rischio quelle capacità che, nei millenni, hanno costituito l’essenza della cognizione umana. L’Illuminismo, ricorda Kissinger, iniziò con intuizioni essenzialmente filosofiche, diffuse da una nuova tecnologia – la stampa – mentre il nostro tempo si sta muovendo in direzione opposta e ha generato una tecnologia dominante in cerca di un’ideologia guida.

Di fronte ai rischi globali generati dal discorso che l’intelligenza artificiale potrebbe produrre nell’intera gamma di relazioni – umane, economiche, politiche e strategiche- che governano il mondo, Kissinger, anche qui offre la sua ricetta basata sulla conoscenza della storia e della politica: sarà necessario un ordine globale anche in tema di intelligenza artificiale, con una agenzia internazionale che possa regolarla, così come anni fa successe con le armi e l’energia atomica. È la sua ultima legacy, occorre tenerne conto. 

Stefano Mannoni, Professore Università di Firenze

Guido Stazi, Segretario generale Autorità Antitrust

Cosa resta di Henry Kissinger. Nicolaporro.it il 10 Dicembre 2023

Oggi non esiste nessun erede di Henry Kissinger. Nessuno che ne abbia raccolto l’eredità politico-filosofica. Non sappiamo se questo sia o no un bene, certamente la crisi delle relazioni internazionali e i reflussi della globalizzazione incontrollata sono una conseguenza della mancanza di una Teoria alla base dell’agire diplomatico. Kissinger aveva attinto a molti teorici della politica nella sua carriera intellettuale e professionale: Leo Strauss, Karl Lowith, Spinoza (vedi la sua concezione della storia e della morale), Machiavelli, il principe di Metternich. Ma soprattutto da Nicholas Spykman.

Questo nome risulta ancora oggi perlopiù ignoto alla maggioranza degli attori politici. Una mediocrità da cui discendono molti dolori di questo tempo. Kissinger conosceva bene Spykman, teorico delle relazioni internazionali e fautore di un pensiero che fa della geografia politica la chiave di tutto. Non a caso egli era allievo di Mackinder, geografo britannico a cui si deve la fondamentale divisione del mondo in hearthland, ossia il grande medio-oriente che va dalla penisola arabica all’Afghanistan, e rimland, ovvero quella fascia costiera che partendo dall’India circonda tutta l’Eurasia. Il vero “cuore del mondo” secondo Spykman, luogo dove sono sorte e hanno prosperato nei secoli le più grandi civiltà del mondo. Soprattutto visto l’accesso al mare.

Usava dire infatti: “Chi controlla l’hearthland controlla l’Eurasia, chi controlla il rimland controlla il mondo”. Da queste aree passa tutta la ricchezza del globo e l’egemonia sulle stesse consegna le chiavi del mondo alla potenza egemone. Kissinger l’aveva capito. Il contenimento dell’influenza sovietica in Vietnam, in medio-oriente e nel mediterraneo è in parte figlio di questa visione. Oggi tutto sembra venire meno. Quella stessa Cina che Kissinger aveva portato nel consesso del mondo libero per sottrarla alla morsa dell’URSS è divenuta una potenza con forti proiezioni geopolitiche che, sotto Xi Jinping, hanno assunto tratti aggressivi.

Il presidente cinese cerca di sottrarsi all’accerchiamento delle potenze filo-americane che gli “precludono” l’accesso al pacifico (Giappone, Vietnam, Corea del Sud, India) costruendo una rete di infrastrutture all’interno dell’hearthland per arrivare all’Europa. Deng Xiaoping sosteneva che solo conquistando il vecchio continente con la sua ricchezza si sarebbe potuto assurgere al rango di potenza mondiale, sfidando gli Usa. La cosiddetta Via della Seta non è altro che questo. Un tentativo di egemonizzare il cuore dell’Asia attraverso strade, ferrovie, porti e infrastrutture da costruire con capitali cinesi (a debito) dai singoli stati.

Clicca sulla foto: iscriviti al canale WhatsApp

L’Italia, unico paese europeo ad aver aderito, si è sfilata da questa trappola. Il mondo occidentale (leggi Usa) sta provando a rispondere con la cosiddetta Via del Cotone. Essa consiste in due grandi collegamenti, uno ferroviario che unisce Emirati Arabi, Giordania, penisola araba fino ad Israele, e uno marittimo che collega l’India ai paesi del Golfo. Di centrale importanza sono i cavi sottomarini che passano sotto alla penisola indiana per la trasmissione di dati. Un progetto straordinario che unisce, per la prima volta nella storia, lo stato ebraico e i suoi acerrimi negatori, gli arabi. Ma soprattutto un modo per contrastare la crescente egemonia cinese sui paesi del “sud” del mondo.

Alcune voci autorevoli ritengono che sia proprio il piano chiamato Via del Cotone ed il suo progetto politico “inclusivo” ad aver innescato la spirale di violenza di Hamas, sostenuta dall’Iran sciita e nemico mortale dei sauditi, contro Israele. Nel frattempo, il Venezuela filo-russo e riempito di soldi cinesi cerca di annettere militarmente una regione dell’America latina ricchissima di idrocarburi, agitando la bandiera dell’anti-colonialismo. Come se Maduro fosse un nuovo Simòn Bolivar. Il tutto nel silenzio dell’occidente, che tanto si sgolò nel denunciare i brogli dei referendum russi in Donbass. Con l’adombrarsi della dottrina dei neoconservatori americani non rimane più nulla del lavoro di Kissinger. Le sue teorie sul contenimento e sull’interventismo per tutelare l’egemonia (non il dominio si badi bene) americana sul mondo sono sostituite dalle ciance sui diritti umani e sul rispetto dei popoli. Come se potesse esistere democrazia senza ordine sociale.

Tutto sembra precipitare. Nei suoi ultimi mesi di vita il grande diplomatico aveva messo il mondo in guardia dal caos che andava profilandosi. Un caos che assume sempre più la forma di un dragone e che viene dall’est. Ora molto più aggressivo poiché spaventato e in difficoltà su molti fronti. Francesco Teodori, 10 dicembre 2023

BIOGRAFIA DI HENRY KISSINGER. Da cinquantamila.it – la storia raccontata da Giorgio Dell'arti

Henry Kissinger, nato a Fürth, nel nord della Baviera, il 27 maggio 1923. Politico. Famoso per essere stato consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca dal 1969 al 1975 e segretario di Stato dal 1973 al 1977  

• «Era una figura dominante. Intelligente, abile con la burocrazia, tattico: era lui che faceva la politica estera. Nessuno dopo di lui è mai riuscito ad esercitare tale influenza su un presidente» (il diplomatico americano Winston Lord)

• «La sua biografia è oggetto di ricerche che rasentano il culto. Chiunque sa che è nato a Fürth, in Germania, nel 1923 […] Sa che la sua famiglia è ebrea, che quattordici dei suoi parenti morirono nei campi di concentramento, che insieme al padre e alla madre e al fratello Walter fuggì nel 1938 a Londra e poi a New York. A quel tempo aveva quindici anni e si chiamava Heinz, mica Henry, e non sapeva una parola d’inglese. Ma lo imparò molto presto» (Oriana Fallaci, L’Europeo, 16/11/1972) 

• Ispiratore del viaggio di Richard Nixon a Pechino del 1972 (che segnò l’avvio delle relazioni diplomatiche con la Cina popolare), del colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile nel 1973 e della conferenza di Ginevra del 1975 tra arabi e israeliani. Premio Nobel per la pace nel 1973 per aver negoziato la fine della guerra in Vietnam

• Cristopher Hitchens chiese di processarlo all’Aja per crimini contro l’umanità 

• Membro del gruppo Bilderberg, della commissione Trilaterale e del Comitato olimpico internazionale 

• «In Italia ha avuto tante passioni e amicizie e metterle in fila tutte è impossibile. Ci sono Gianni Agnelli, Cesare Romiti, Fabiano Fabiani di Finmeccanica, Giorgio Napolitano, “my best communist friend”. E poi con la sua Kissinger Associates le consulenze a Fiat, Montedison, Banca Nazionale del Lavoro. Infine c’è il demi-monde di Mario d’Urso e la casa di Letizia Boncompagni, la figlia di Pecci Blunt» (Giulio Meotti, Il Foglio, 31/5/2013) 

• Famoso per i suoi aneddoti. Della diplomazia ha detto: «Funziona soltanto quando si sa che i cannoni sparano davvero». Del potere: «È l’afrodisiaco supremo».

Titoli di testa «Dio che uomo di ghiaccio. Per tutta l’intervista non mutò mai quell’espressione senza espressione, quello sguardo ironico e duro, non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale» (Fallaci).

Vita «Aveva nove anni nel 1933, quando Hitler venne nominato Cancelliere. Era il figlio di un ebreo tedesco assimilato, un uomo pio, insegnante a Fürth, cittadina manifatturiera di 70 mila abitanti in Baviera, che l’aveva cresciuto nel culto di Goethe, Lessing e Felix Mendellsohn, votandolo all’ ideale della Bildung (la tradizione tedesca di auto-formazione). 

Da un giorno all’altro, si trovò braccato da bande di ragazzetti in camicia bruna, costretto a cambiare strada, a disertare la piscina, a fingersi cattolico per giocare a pallone. Nel 1938, alla viglia della Kristallnacht, la madre Paula Stern, figlia di un mercante di bestiame e perciò dotata di senso pratico, riuscì a ottenere un visto per l’America. Così la famigliola riparò a Washington Heights, Upper Manhattan, fra la comunità di ebrei tedeschi detta per scherzo The Fourth Reich, dove il vecchio padre, ormai vinto dalla vita, cercò di riciclarsi come contabile» (Marina Valensise, Il Messaggero, 12/5/2020)

• Heinz di giorno lavora in una fabbrica di spazzole, la sera studia. Frequenta la George Washington High School, poi il City College a Brooklyn, è uno degli studenti migliori. Si mantiene facendo l’impiegato in un ufficio postale. Poi due anni di addestramento nei servizi segreti del Pentagono: lo impiegano come interprete, il suo comandante è un altro profugo tedesco, Fritz Kraemer 

• Nel 1943 Kissinger ottiene la cittadinanza del suo nuovo Paese. Nel 1945, sette anni dopo averla lasciata, torna in Germania con le truppe americane. Ha l’incarico di de-nazificare la città di Bensheim. «Un giorno si presenta da lui un corpulento tedesco che chiede di lavorare per la polizia. Prima di assumerlo Heinz-Henry scherza: “Era con la Gestapo?”. Una battuta, ma l’uomo non resiste, e orgoglioso urla: “Sì”. Il sergente Kissinger, anziché arrestarlo, gli chiede di fare un giro in jeep e di indicargli gli ex nazisti. Kissinger batte ogni record di arresti e guadagna una medaglia al valore. Un pragmatismo che rimarrà il suo segno caratteristico» (Meotti)

• Dopo la guerra, è ammesso ad Harvard. Si laurea con lode nel 1950 con una tesi dal titolo Il senso della storia. «Un po’ ambizioso per uno studente universitario? Forse, ma a Harvard ero ancora indeciso su cosa avrei fatto nella vita, alle elementari mi piaceva la chimica, anche se poi mi resi conto che il merito era della memoria, poi presi in considerazione di diventare uno scrittore e fu questo che mi suscitò l’interesse per la filosofia e la storia» 

• Racconta l’economista Thomas Schelling: «Henry non era un tipo cordiale, amichevole, modesto e gioviale. Ad Harvard era considerato una delle persone più ansiose, instabili, impacciate, ambiziose e irrispettose» 

• Racconta il politologo Giovanni Sartori: «Ci siamo conosciuti ad Harvard, quando ebbi un primo incarico negli Stati Uniti. Faceva sorridere quel suo fortissimo accento tedesco, che ha conservato per tutta la vita. In ogni intervista televisiva rispondeva a qualsiasi domanda: “This is a big problem” con quell’intonazione germanica»

• Nel 1954 prende anche un dottorato, sempre ad Harvard. Nella tesi, sul Congresso di Vienna, scrive: «La stabilità non è l’affannosa ricerca della pace ma di un consenso internazionale intorno a determinate convenzioni tra le grandi potenze, tra i più forti» 

• «Accanto agli impegni accademici e di studioso, Kissinger cominciò presto a svolgere attività di consulenza per organismi governativi e a stilare papers dedicati a temi di politica internazionale e di strategia militare. L’incontro con il miliardario repubblicano Nelson Rockfeller nel 1959 segnò una svolta nella sua vita e lo portò a stretto contatto con le strutture e gli uomini del potere politico. Cominciò infatti a collaborare con la presidenza Eisenhower e, successivamente, con quelle Kennedy e Johnson prima di stabilire con Richard Nixon quel rapporto, complesso ma quasi simbiotico che […] ha lasciato il segno nella storia mondiale » (Francesco Perfetti, Il Giornale, 20/1/2016)

• «È l’inizio dell’autunno 1968, il culmine della campagna elettorale che ha dimezzato il partito democratico dopo il rifiuto del presidente Johnson di ricandidarsi, l’assassinio […] di Bob Kennedy e la scissione del senatore poeta Eugene McCarthy. Un ambizioso professore di Harvard, noto soprattutto per la sua amicizia col miliardario e governatore dello stato di New York Nelson Rockefeller e per i suoi trattati sul deterrente atomico, avvicina John Mitchell, il consigliere del candidato repubblicano alla presidenza Richard Nixon. “Sono in possesso di importanti informazioni sui negoziati segreti in corso a Parigi col Nord Vietnam”, gli dice.

“I negoziati vengono condotti dal decano della nostra diplomazia, Haverell Harriman. Ho una talpa nella delegazione”. La guerra vietnamita condiziona le elezioni, per i repubblicani è cruciale conoscere in anticipo i disegni democratici. Mitchell lo riferisce a Nixon, che non si fida. “Il professore potrebbe fare il doppio gioco”, obbietta. “Johnson potrebbe averlo incaricato di darci informazioni false” […] 

Nixon ha ragione. Il professore di Harvard sta facendo il doppio gioco. Ma non nel senso che lui pensa. Lo sta facendo nel proprio interesse: gioca su due tavoli per arrivare in ogni caso alla Casa Bianca, vinca l’uno o vinca l’altro. A sua insaputa, ha infatti avvicinato anche il vicepresidente Hubert Humphrey, il candidato democratico, e gli ha offerto il dossier segreto di Rockefeller contro Nixon (dopo la sconfitta, Humphrey ammetterà: “Gli avevo serbato anch’io un posto nel governo”). Alla fine, Richard Nixon si lascerà convincere e accoglierà il professore nel proprio entourage. Dopo l’elezione, lo nominerà consigliere della Casa Bianca, e dopo la rielezione, nel ‘73, segretario di stato. Decollerà così la folgorante carriera di Henry Kissinger, il più grande diplomatico del nostro tempo» (Ennio Caretto, la Repubblica, 7/101992)

• «Nel gennaio 1969, gli Stati Uniti erano in una condizione particolarmente complicata. Erano passati tre anni dall’inizio della guerra in Vietnam […] la protesta era diventata agguerrita e violenta. A livello internazionale, non avevamo rapporti con la Cina. I rapporti con l’Unione Sovietica erano congelati e i russi stavano costruendo una base sottomarina a Cuba. Quindi il presidente non era paranoico quando parlava di un problema di matrice comunista nel mondo» 

• «Kissinger approva i bombardamenti segreti sulla Cambogia, la guerra clandestina in Laos e, caduto Nixon, persuade il suo successore Gerald Ford a fornire armi all’Indonesia del dittatore Suharto, pur sapendo dei massacri che si preparavano a Timor Est [...] In più, il gusto perenne per il segreto, che mutua dai suoi modelli di politica estera, Metternich e Bismarck» (Gianni Riotta, Corriere della Sera, 3/12/2002)

• Quando Salvador Allende diventa presidente del Cile, lui dice: «Non vedo alcuna ragione per cui ad un paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli» 

• Subito dopo il golpe in Argentina, ordina ai diplomatici americani di collaborare con la giunta militare. «William Rogers, allora sottosegretario per l’America latina, espose i dubbi umanitari: “Credo che dovremo aspettarci molte repressioni e che scorrerà una quantità di sangue”. “Sì, ma questo regime è nel nostro interesse. Per riuscire, ha bisogno di un po’ di incoraggiamento da noi”, replicò Kissinger. E ancora, questa volta al suo collega argentino Cesare Guazzetti, mandato nell’ottobre del 1976 per sondare gli umori di Washington intorno alla giunta di Jorge Videla: “Io sono della vecchia scuola, e sono convinto che gli amici debbano essere sostenuti. Il Congresso americano non si rende conto che siete alle prese con una guerra civile. Si preoccupa dei diritti umani senza badare al contesto. Non vi creeremo difficoltà inutili, ma se potete finire il lavoro prima che riprenda l’attività del Congresso sarà meglio”» (Meotti)

• Alle soglie della guerra dello Yom Kippur, convince il presidente a non intervenire subito, di modo da rendere più malleabile il governo di Tel Aviv: «Let Israel bleed. Lasci che Israele sanguini» 

• «La sua vita privata è un inferno - ha divorziato dalla prima moglie, conta pochi amici - però la sua ascesa nel firmamento politico Usa è ormai inarrestabile […] Patricia Nixon lo disprezza: quando Henry si abbandona a sperticati elogi del marito, lo guarda freddo e ribatte: “Vedo che non è capace di leggergli nel cuore”. […] Dalla Casa Bianca, il grande Henry porterà le superpotenze fuori dalla rotta di collisione atomica, porrà fine alla guerra del Vietnam, medierà in Medio Oriente […] Kissinger non nutre illusioni sul presidente e viceversa. Chiama Nixon “quel vecchio ubriacone”, “un soggetto da manicomio”, “un cervello in polpette”. E il presidente lo ricambia. “Lo licenzierò se non andrà dallo psichiatra”, grida un giorno al suo pretoriano Hadelman, e ancora: “si meriterebbe un calcio nei coglioni, si comporta come se il presidente fosse lui”» (Caretto)

• «Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamano Superman, Superstar, Superkraut, e imbastisce alleanze paradossali, raggiunge accordi impossibili, tiene il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard. Questo personaggio incredibile, inspiegabile, in fondo assurdo, che s’incontra con Mao Tse-tung quando vuole, entra nel Cremlino quando ne ha voglia, sveglia il presidente degli Stati Uniti e gli entra in camera quando lo ritiene opportuno. 

Questo quarantottenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventa un’invenzione priva di pepe. Lui non spara, non fa a pugni, non salta da automobili in corsa come James Bond, però consiglia le guerre, finisce le guerre, decide del nostro destino e lo cambia […]

Su di lui si scrivono libri come sulle grandi figure digerite ormai dalla storia. Libri sul tipo di quello che illustra la sua formazione politico culturale, Kissinger e gli usi del potere, dovuto all’ammirazione di un collega di università; libri sul tipo di quello che canta le sue doti di seduttore, Caro Henry, dovuto all’amore non corrisposto di una giornalista francese. Col suo collega di università non ha mai voluto parlare. Con la giornalista francese non è mai voluto andare a letto. A entrambi allude con una smorfia di sdegno ed entrambi li liquida con un gesto sprezzante della mano cicciuta: “Non capisce nulla”, “Non è vero nulla”» (Fallaci)

• «Quell’intervista è da allora di testo nelle scuole di giornalismo. Kissinger provò a smentirla, Oriana tirò fuori un nastro, Mike Wallace, il suo amico e stella della rete tv Cbs, volle farlo ascoltare in diretta, il tono gutturale tedesco di Kissinger venne fuori distorto, polemiche, urla, smentite ma la vinse Oriana. Con Mao Kissinger se l’era cavata, con Zhou En Lai non aveva avuto problemi, con Breznev, il vietnamita Le Duc Tho e alla Casa Bianca col cinico Nixon aveva regnato. Oriana l’aveva smontato e ce l’ha fatto vedere come forse è, come nessuno saprà mai più. “Fu l’incontro più disastroso con un giornalista della mia vita” scrisse Kissinger nelle sue memorie» (Riotta)

• «In fatto di donne, come di realpolitik, Kissinger s’ispira a Metternich, inveterato Casanova: compare in pubblico con le più appetitose star di Hollywood del tempo, Shirley MacLaine, Jill St.John - a cui fa la corte anche Breznev - Samantha Eggar e Candice Bergen» (Caretto), anche se, secondo il suo biografo Isaacson, «le scortava in pubblico, non in camera» 

• «A Stoccolma, gli dettero perfino il premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera Pace» (Fallaci) 

• Durante la presidenza Ford, Kissinger viene spesso contestato. «Nella sua egoistica scalata, si è fatto dei nemici, due dei quali sono Reagan e Bush. Ha trattato Bush talmente male che questi ha preso a evitarlo, protestando: “Perché dovrei mangiare tanta merda?”. Nell’80, dopo la breve parentesi democratica di Carter, Reagan, che non ha mai creduto nella distensione e vuole accelerare la corsa agli armamenti per mettere il Cremlino ko, gli chiuderà in faccia le porte della Casa Bianca» (Ennio Caretto)

• Dice ancora Giovanni Sartori: «Finita la presidenza Nixon, si ritirò nel silenzio. Fui io a riportarlo alla ribalta nel 1977, quando organizzai a Washington, con l’American Enterprise Institute, un grande convegno per discutere dell’eurocomunismo, dopo che i fatti cileni avevano spaventato persino Enrico Berlinguer e il Pci di allora. Accettò il mio invito, parlò davanti ad un’aula gremitissima. Da allora non si fermò più» 

• «Sarà un esilio d’oro: Kissinger guadagnerà 8 milioni di dollari, 8 miliardi di lire annue» (Caretto)

• «Quando lascia Washington, per fondare la sua società di consulenze, porta con sé migliaia di pagine di documenti riservati, che non ha mai voluto restituire, malgrado le pressioni dei democratici» (Riotta) 

• «È l’attrice e regista norvegese Liv Ullman a fornirci l’immagine più ficcante del più potente segretario di stato nella storia americana: “È come se ci fosse un’aureola sul suo capo”. Superata la soglia dei novant’anni, l’aureola non è scomparsa» (Meotti).

Vita privata Due matrimoni. Dal 1949 al 1964 con Ann Fleischer, divorziarono. Dal 1974 con Nancy Maginnes. Vivono tra Kent, nel Connecticut, e New York • Due figli, dalla prima moglie: Elizabeth e David. 

Curiosità Non ha mai perso l’accento tedesco • Gli piacciono gli scacchi • Gioca anche a Diplomacy, gioco da tavolo ambientato in Europa nel periodo tra le due guerre 

• Di Trump dice: «Penso che sia una di quelle figure nella storia che arriva per marcare la fine di un’era e smascherare le finzioni. Magari lui non ne è consapevole. Potrebbe essere solo un caso»

• «Nel suo Cina ha teorizzato che mentre la tradizione occidentale esalta gli scontri decisivi, la Cina privilegia le tortuosità, il paziente e graduale consolidamento delle posizioni di relativo vantaggio. Un concetto riassunto nel weiqi, gioco da tavolo con 180 pezzi per parte. Nel weiqi si perseguono diversi obiettivi contemporaneamente, non serve lo scacco matto, basta un vantaggio minimo, che l’occhio non esperto, non cinese, non saprebbe cogliere. Invasione morbida»

• È molto rispettato in Cina. Sui media governativi di Pechino viene sempre definito «emerito statista, e vecchio amico del popolo cinese». Xi Jinping tiene i suoi libri nella propria biblioteca personale 

• «In questo periodo della mia vita non ho interesse a vincere una sfida di popolarità su Google. Devo riflettere su ciò che ho fatto, scrivere ed essere fatalista a riguardo» 

• «Per tutta la vita ho cercato di rendere il mondo più pacifico. Ho cercato di prevenire una guerra catastrofica e indirizzare l’America verso una direzione più stabile. È difficile dire se tutto questo mi sarà mai riconosciuto» 

• «Nel bene e nel male, le principali decisioni riflettevano le mie convinzioni. Rifarei tutto quello che ho fatto. Anche le parti più dolorose, come il Vietnam […] Non le darò una risposta adeguata a quello che vuole sapere, anche se so che il pubblico resterebbe maggiormente colpito da un mio mea culpa». 

Titoli di coda «La cosa più bella dell’essere famosi è questa: quando finisci per annoiare una persona, questa pensa che sia colpa sua».

Traduzione dell'articolo di Spencer Ackerman per rollingstone.com giovedì 30 novembre 2023.

Henry Kissinger è morto mercoledì nella sua casa in Connecticut. Il noto criminale di guerra aveva 100 anni. Se si considerano solo le uccisioni confermate, il peggior assassino di massa mai giustiziato dagli Stati Uniti è stato il terrorista suprematista bianco Timothy McVeigh. 

Il 19 aprile 1995, McVeigh fece esplodere un'enorme bomba nell'edificio federale Murrah di Oklahoma City, uccidendo 168 persone, tra cui 19 bambini. McVeigh non ha mai ucciso quanto Kissinger, il più venerato stratega americano della seconda metà del XX secolo. 

"I cubani dicono che non c'è male che duri cento anni, e Kissinger sta facendo una corsa per dimostrare che si sbagliano", ha detto Grandin a Rolling Stone non molto tempo prima della morte di Kissinger. "Non c'è dubbio che sarà acclamato come un grande stratega geopolitico, anche se ha sbagliato la maggior parte delle crisi, provocando un'escalation". [...] 

In un giorno come questo, Kissinger non sarà infamato. Il giorno della sua morte sarà venerato sia al Congresso e - vergognosamente, dato che Kissinger ha fatto intercettare giornalisti come Marvin Kalb della CBS e Hendrick Smith del New York Times - nelle redazioni giornalistiche. 

Nel mezzo secolo che seguì l'allontanamento di Kissinger dal potere, i milioni di morti che gli Stati Uniti uccisero non ebbero alcuna importanza per la sua reputazione, se non per confermare una spietatezza che gli opinionisti trovano occasionalmente eccitante. L'America, come ogni impero, difende i suoi assassini di Stato. 

L'unica volta che mi sono trovato nella stessa stanza di Henry Kissinger è stato a una conferenza sulla sicurezza nazionale del 2015 a West Point. Era circondato da ufficiali ed ex ufficiali dell'esercito che si crogiolavano nella sua presenza.

Seymour Hersh, il reporter investigativo che è stato la più importante eccezione alla copertura adulatoria di Kissinger, ha visto la deferenza giornalistica prendere forma non appena Kissinger è entrato alla Casa Bianca nel 1969. I suoi andirivieni mondani potevano far nascere o distruggere una festa a Washington", ha scritto Hersh nella sua biografia "Il prezzo del potere". 

Giornalisti come James Reston del Times partecipavano volentieri a quello che Hersh ha definito "uno schema implicito di estorsione", cioè il giornalismo d'accesso, "in cui i reporter che ottenevano informazioni privilegiate proteggevano a loro volta Kissinger non divulgando né le piene conseguenze delle sue azioni né il suo stesso legame con esse". 

L'approccio di Kissinger alla stampa è stato lo stesso di Nixon: un ossequio piagnucoloso. (Anche se Kissinger poteva sfogare sui giornalisti la frustrazione che non aveva mai potuto sfogare sul suo capo). Hersh cita H.R. Haldeman, il capo dello staff di Nixon, che osserva che Kissinger era il "falco dei falchi" all'interno della Casa Bianca, ma "toccando i bicchieri a una festa con i suoi amici liberali, il bellicoso Kissinger diventava improvvisamente una colomba". 

Nel 2014, Hillary Clinton, recensendo uno dei libri di Kissinger, lo ha definito "un amico" di cui si è fidata come Segretario di Stato, possedeva "una convinzione che noi, e il Presidente Obama, condividiamo: la convinzione dell'indispensabilità di una continua leadership americana al servizio di un ordine giusto e liberale".

Kissinger ha dichiarato a USA Today nel giro di pochi giorni che la Clinton, che allora si presumeva fosse eletta presidente, "ha gestito il Dipartimento di Stato nel modo più efficace che abbia mai visto".  

È sempre prezioso ascoltare i toni riverenti con cui le élite americane parlano dei loro mostri. Quando i Kissinger del mondo passano, la loro umanità, il loro scopo, i loro sacrifici sono in primo piano nella mente dei rispettabili. Le élite americane hanno reagito con disgusto quando gli iraniani, in gran numero, sono scesi in strada per onorare uno dei loro mostri, Qassem Soleimani, dopo che un drone statunitense ha ucciso il capo della sicurezza esterna iraniana nel gennaio 2020.

Ogni singola persona morta in Vietnam tra l'autunno del 1968 e la caduta di Saigonsono morte a causa di Henry Kissinger. Così come tutte quelle morte in Laos e Cambogia, dove Nixon e Kissinger ampliarono segretamente la guerra a pochi mesi dall'insediamento. Non sapremo mai cosa sarebbe potuto accadere, come si chiedono gli apologeti di Kissinger e coloro che, nell'élite della politica estera statunitense, si immaginano al posto di Kissinger, per giustificare i suoi crimini. 

Possiamo sapere solo ciò che è realmente accaduto. Ciò che Kissinger ha materialmente sabotato l'unica possibilità di porre fine alla guerra nel 1968 come scommessa coperta per assicurarsi di raggiungere il potere nell'amministrazione di Nixon o di Humphrey. Probabilmente non si saprà mai con esattezza quanti sono morti perché Kissinger potesse diventare consigliere per la sicurezza nazionale. 

Nell'estate del 1969, secondo un colonnello dello Stato Maggiore, Kissinger - che non aveva alcun ruolo costituzionale nella catena di comando militare - stava selezionando personalmente gli obiettivi dei bombardamenti. "Non solo Henry vagliava attentamente i raid, ma leggeva anche le informazioni grezze", ha dichiarato il colonnello Ray B. Sitton a Hersh per Il prezzo del potere. Qualunque sia il sentimento di rammarico che Kissinger ha provato nei suoi ultimi giorni per l'erosione della sua impresa, non è di grande conforto per i suoi milioni di vittime.

È morto Henry Kissinger, aveva 100 anni. L’uomo che ha plasmato la politica Usa. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 30 novembre 2023.

Il diplomatico e statista è spirato nella sua casa in Connecticut. Regista dell’apertura degli Stati Uniti alla Cina riportò il gigante asiatico nel consesso mondiale. È stato consigliere di 12 presidenti

Henry Kissinger, il regista dell’apertura degli Stati Uniti alla Cina che riportò il gigante asiatico nel consesso mondiale, il negoziatore dell’uscita dell’America dal Vietnam, il gestore della politica estera Usa negli anni più duri della Guerra Fredda, un personaggio osannato per i suoi successi ma anche detestato da alcuni perché a volte ha sacrificato i valori democratici sull’altare della realpolitik, è morto ieri sera nella sua casa in Connecticut. Aveva compiuto 100 anni a maggio. È stato consigliere di 12 presidenti americani, da John Kennedy a Joe Biden.

Un racconto della straordinaria influenza sulle vicende mondiali avuto da Heinz Alfred Kissinger, nato a Furth, in Baviera, nel 1923 e ribattezzato Henry dopo l’arrivo negli Stati Uniti, nel 1938, in fuga dalle persecuzioni antisemite del regime hitleriano, potrebbe partire proprio dalla sua missione segreta in Cina del 1971: la preparazione dell’apertura di Pechino al mondo che si materializzerà l’anno dopo con la storica visita del presidente Richard Nixon. Un evento che ha cambiato la storia con l’ascesa della Cina, la sua adozione di un modello economico capitalista, il progressivo ridimensionamento dell’Unione Sovietica fino alla sua implosione. Una svolta che ha anche consentito al mondo e alla stessa America di distogliere l’attenzione dalla disfatta Usa in Vietnam.

O si potrebbe partire proprio dalle interminabili trattative con gli emissari vietnamiti che gli valsero un discusso premio Nobel per la Pace ottenuto nel 1973, nonostante il conflitto fosse ancora in corso. O, ancora, si potrebbe partire dal paziente lavoro di ricucitura (soprannominato shuttle diplomacy) tra Israele e i suoi vicini dopo la guerra del Kippur (sempre del 1973) che sfocerà nel 1978 (col democratico Jimmy Carter presidente e Kissinger non più segretario di Stato ma sempre consigliere occulto) negli accordi di Camp David tra Egitto e Israele. Chi vede in lui non il diplomatico lungimirante, pragmatico e a volte spregiudicato nel perseguimento della sua realpolitik, ma l’anima nera di una politica estera condotta senza scrupoli dagli Stati Uniti in America Latina e nel Terzo Mondo, probabilmente partirebbe invece dal ruolo che Kissinger ha sicuramente avuto per defenestrare Allende in Cile e sostenere la dittatura militare di Pinochet, o dai bombardamenti in Cambogia o, ancora, dal peso della Cia nelle vicende sanguinose di vari Paesi dell’Africa subsahariana.

Quest’uomo che ha continuato ad apparire in pubblico fino a pochi giorni fa anche se sordo, cieco da un occhio, costretto quasi sempre su una sedia a rotelle, ha lavorato fino all’ultimo impegnato su due fronti: da un lato il lavoro di ricerca per cercare di capire come l’intelligenza artificiale cambierà gli equilibri internazionali e come evitare un conflitto mondiale innescato dalle tecnologie digitali; dall’altro le sue analisi sul conflitto ucraino con le quali ha mostrato la capacità, anche da centenario, di innovare rispetto ai paradigmi della ricerca della stabilità attraverso il riconoscimento delle zone di influenza ai quali si è ispirato fin dalla sua tesi sul Congresso di Vienna: quella con la quale conseguì il dottorato ad Harvard nel 1954. Proprio quella visione ispirata a una ricerca di un equilibrio tra potenze fatto di riconoscimento di interessi che vanno al di là dei loro confini nazionali, aveva spinto Kissinger, all’inizio dell’invasione russa, a pensare a soluzioni basate su un’Ucraina neutrale come garanzia di sicurezza per Putin. Mese dopo mese, però, Kissinger si è reso conto che quello schema di equilibrio tra le potenze non tiene più e ha cambiato rotta schierandosi a favore dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Ma la vera ossessione di questo grande vecchio nei suoi ultimi anni di vita è stata il futuro del digitale nella politica e nella guerra. Nel 2021 ha pubblicato un libro (L’intelligenza artificiale e il nostro futuro, Mondadori in Italia) scritto con l’ex capo di Google Eric Schmidt. Fino all’ultimo ha cercato di capire se e come siano applicabili all’intelligenza artificiale i criteri e i controlli che hanno garantito il vero successo politico della nostra era: tre quarti di secolo senza uso di armi nucleari. Ma il digitale è diverso: il software non ha centrifughe da ispezionare. E sotto attacco può diventare necessario affidarsi alla capacità di reazione istantanea della macchina se i tempi di revisione e analisi delle loro scelte fatte dall’occhio umano sono troppo lunghi. Kissinger ha studiato fino all’ultimo queste nuove asimmetrie.

La morte di Kissinger, la sua voce lenta e vacillante nella sua ultima uscita pubblica. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 30 novembre 2023.

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato era apparso lo scorso ottobre al Council on Foreign Relations per parlare della guerra dello Yom Kippur

È stata una delle ultime apparizioni pubbliche di Henry Kissinger: il 5 ottobre scorso, meno di 48 ore prima dell’attacco di Hamas in Israele, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato sotto le amministrazioni di Nixon e Ford era apparso in una sala gremita del «Council on Foreign Relations» a New York. Tra gli spettatori: membri del prestigioso think tank americano, giornalisti e anche l’ex premier israeliano Ehud Barak. Kissinger aveva accettato l’invito per parlare della guerra dello Yom Kippur, in occasione del cinquantesimo anniversario, intervistato sul palco dall’ex ambasciatore americano in Israele Martin Indyk, che gli ha dedicato il libro «Master of the Game». Parlava lentamente, con voce a tratti vacillante, come se fosse diventato fisicamente pesante formare le parole. Ed era come se l’accento tedesco, con gli anni, fosse tornato più forte. Ma ricordava tutti i dettagli, giorno per giorno e momento per momento, come a un certo punto dell’incontro di un’ora ha notato l’intervistatore allibito. Ricordava chi c’era e cosa si era detto ai singoli incontri di governo e a che ora erano avvenute le telefonate tra leader durante la guerra dello Yom Kippur.

Chi lo conosceva da segretario di Stato, come il diplomatico Luigi Einaudi, ricorda che nel formulare le sue idee politiche Kissinger «cercava di evitare di metterci la sua voce personale, come se provasse ad essere un professore che descrive i principi anziché prendere posizioni personali». Invece, il 5 ottobre non si esimeva dal riconoscere il peso del passato individuale. «Per me Israele non poteva essere un Paese come gli altri, per via della mia storia familiare e dei legami che bisogna avere con un Paese democratico che si è costruito per diventare una forza formidabile. Ma ero il segretario di Stato e non era sempre facile far coincidere gli interessi di Israele e degli Stati Uniti». Di Golda Meir raccontò sorridendo che era come una «vecchia zia», che lo accoglieva con sua moglie a pranzo, poi lo chiamava in disparte in cucina e gli tirava le orecchie. «Adoravo Golda, umanamente. La sua generazione aveva prevalso in Palestina con pericoli a ogni miglio, voleva la pace ma le spezzava il cuore rinunciare a qualsiasi cosa avessero conquistato. Mi invitava a cena con mia moglie, come la zia preferita; poi mi portava in cucina in modo che Nancy non sentisse e mi dava una ripassata per qualche ragione, come la prima volta che visitai il presidente egiziano Sadat senza fare anche una visita in Israele».

Nel suo libro «Learning Diplomacy», Einaudi, che lo incontrò quando si occupava di America Latina nell’ufficio pianificazione politica del dipartimento di Stato, dice che Kissinger «sentiva di essere un ebreo tedesco adottato dall’America: servire in guerra lo aveva reso più americano, ma alla fine credo rimanesse convinto di non esserlo». Ad Atlanta, in Georgia, nell’aprile del 1974, durante il Watergate, erano insieme in taxi e Einaudi racconta che l’autista lo riconobbe. «Mister Kissinger, ha mai pensato di correre per la presidenza? Il Paese ha bisogno di qualcuno come lei». Kissinger, «sorpreso, grugnì senza dire una parola». Poi, mentre si allontanavano disse a Einaudi: «Avresti mai immaginato che gli Stati Uniti potessero essere in un tale caos da rivolgersi a un grasso ragazzo tedesco in cerca di leadership?».(Non avrebbe potuto comunque, in quanto era naturalizzato americano). Forse non poteva diventare presidente, ma ha deciso di continuare a esercitare la propria influenza sui principali leader mondiali fino alla morte.

Qualche mese fa, il giornalista Ted Koppel con cui si conoscevano da cinquant’anni, in una intervista per il suo centesimo compleanno, gli ha chiesto: «Se uno dei tuoi assistenti chiamasse il presidente cinese Xi, dicendogli: “Il Dr Kissinger vuole parlare con lei», pensi prenderebbe la chiamata?». E Kissinger: «C’è una buona probabilità che lo farebbe». «E il presidente russo Vladimir Putin?». «Probabilmente sì». «E se un presidente ti chiedesse di volare a Mosca a parlare con Putin, lo faresti?». «Sarei propenso a farlo… ma come consigliere, non come persona attiva…» aveva risposto Kissinger, provocando una risata del giornalista. «Non stavo pensando di ridarti il ruolo di segretario di Stato, ovviamente saresti un consigliere!», aveva aggiunto Koppel. Kissinger era rimasto impassibile. «Sì, assolutamente», aveva concluso con un cenno della mano.

Einaudi racconta di aver imparato da Kissinger che le parole contano e che sono un’arte. «Possono essere usate non solo per articolare le politiche, ma per svilupparle e a volte estenderle, per smussare le critiche e cercare, o perfino creare, consenso«. E aggiunge: «A noi della Pianificazione chiedeva di non di criticarlo per ciò che aveva fatto la settimana prima o di consigliarlo per il giorno dopo, ma di pensare ai prossimi sei mesi: cosa straordinaria nel governo». Quel 5 ottobre, al Council on Foreign Relations, Kissinger sembrava un uomo che guarda al passato per riconfermare la sua «legacy», la sua eredità, il modo in cui sarebbe stato ricordato nella consapevolezza che i suoi giorni erano quasi finiti.

«Penso che le accuse di essere insensibile ai diritti umani lo ferissero e che sia motivato dal desiderio di correggere la narrazione storica - ci ha detto Einaudi quando gli abbiamo chiesto che cosa, secondo lui motivasse Kissinger ad essere ancora attivo a 100 anni -. Ha scritto molto di Cambogia. Quanto al Cile, penso che Nixon fosse stato influenzato contro Salvador Allende da alcuni cileni e americani e che Kissinger non avesse altra scelta che assecondarlo. Kissinger era più conservatore di me, anche reazionario, ma è un conservatorismo basato sull’esperienza della guerra in Europa: sapeva che l’innocenza americana è una sciocchezza, che sono stati commessi abusi dei diritti umani e forse pensava che nella vita e nella storia è impossibile a volte evitarli. In America c’è una tradizione di violenza preventiva, come con Bush W., ma non credo che Kissinger l’avrebbe condivisa».

Ma ovviamente continuava a riflettere sulle crisi attuali. Quando una donna dal pubblico gli ha chiesto cosa ne pensasse della possibile normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, Kissinger ha esitato a lungo, prima di parlare. Poi ha replicato: «Sono incerto. Da una parte darei il benvenuto a un accordo tra sauditi e Israele, dall’altra dovrebbe essere basato sugli interessi reciproci e il fatto che un terzo Paese paghi un prezzo (gli Stati Uniti ndr) non ti dà molta speranza. Ma ci sto ancora pensando, non ho una posizione formale definitiva».

Il cervello di Henry Kissinger. Elena Meli su Il Corriere della Sera il 30 novembre 2023.

Henry Kissinger è morto il 29 novembre 2023: aveva compiuto 100 anni il 27 maggio scorso. È stata una delle menti più brillanti del secolo scorso: ma come ha potuto la sua intelligenza rimanere così lucida? E la sua è una rara eccezione o un modello in qualche misura replicabile? L'intervista a Giulio Maira, neurochirurgo dell'Humanitas University di Milano

Henry Kissinger, due volte segretario di Stato Usa e premio Nobel per la pace, è morto il 29 novembre 2023, all’età di 100 anni. La sua è stata una delle menti più brillanti del secolo scorso. Ripubblichiamo — con minime variazioni — l’articolo apparso sul Corriere a maggio, che indagava su come il suo cervello avesse potuto rimanere così lucido, così a lungo.

Alla soglia dei 100 anni (la data esatta è quella del 27 maggio 2023), pochi mesi fa, Henry Kissinger ha ammonito il mondo sui pericoli dell’intelligenza artificiale e di ChatGPT dalle pagine del Wall Street Journal.

La sua, di intelligenza, non temeva certo il confronto: lucida, brillante, visionaria, con lo sguardo sempre puntato sul presente ma ancor più sul futuro.

Tutti vorremmo tagliare il traguardo del secolo con un cervello in forma come il suo o come quello del critico d’arte, pittore e filosofo Gillo Dorfles, che ha esposto alla Triennale di Milano i suoi disegni a 106 anni, o dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, che a 103 anni ha inaugurato l’Auditorium che porta il suo nome a Ravello sulla costiera amalfitana.

Che cosa c’è dentro queste menti rimaste eccezionali fino a tarda, tardissima età? Nulla di (troppo) diverso da quello che ognuno di noi ha nella scatola cranica stando a Giulio Maira, neurochirurgo dell’Humanitas University di Milano e presidente della Fondazione Atena Onlus per la ricerca nelle neuroscienze: Maira, uno dei maggiori conoscitori del cervello, spiega infatti che quest’organo ha «una capacità straordinaria, la neuroplasticità. Significa che lungo tutto l’arco della nostra vita continua a modificarsi, reinventarsi, imparare: è una capacità massima nel bambino, ma non scompare mai. Il cervello alla nascita è come un bosco pieno di alberi spogli, che man mano si infittisce: con gli anni alcuni alberi muoiono, ma quelli che restano possono svilupparsi e dare sempre nuovi rami, foglie, fiori».

Restando nella metafora vegetale, tutti temiamo che col tempo il «bosco» nella nostra testa si avvii inesorabilmente verso un inverno senza verde. È così, cervelli come quello di Kissinger sono solo rare eccezioni?

«Invecchiando il cervello perde cellule e sinapsi, i collegamenti fra le cellule; la trasmissione dei messaggi neuronali peggiora, ma grazie alla neuroplasticità gli effetti possono essere compensati. Il declino cognitivo, quindi, non è un destino ineluttabile né necessario, anzi si può contrastare».

Qual è allora il segreto per un cervello che non invecchia?

«Occorre innanzitutto una buona genetica: il DNA non determina l’evoluzione del cervello ma se condiziona negativamente la nostra vita, perché favorisce certe malattie o lo sviluppo di abitudini poco salutari, sarà difficile che il sistema nervoso possa invecchiare al meglio».

Chi in famiglia ha casi di menti non proprio brillanti nella terza età deve preoccuparsi?

«No perché conta moltissimo la riserva cognitiva (la capacità di compensare eventuali danni e/o cambiamenti cerebrali mantenendo una buona funzionalità, in pratica la resilienza del cervello, ndr), che costruiamo attraverso la capacità di creare lungo tutto l’arco dell’esistenza nuove connessioni cerebrali, nuove sinapsi, nuove reti di neuroni per realizzare il nostro patrimonio di conoscenze. Il cervello è come un muscolo, più si usa, meglio funziona: mantenerlo attivo tutti i giorni significa far sì che resti scattante, brillante. Anche da anziani».

Qual è l’esercizio giusto per il cervello-muscolo?

«Pensare, l’attività cerebrale fondamentale: i pensieri viaggiano attraverso le connessioni fra neuroni, più esercitiamo il pensiero, più riusciamo ad apprendere nuove cose, sempre più velocemente».

Non è mai troppo tardi per allenare il cervello?

«No perché può sempre imparare, svilupparsi, imparare grazie alla neuroplasticità. Però deve emozionarsi: il cervello si annoia, dobbiamo farlo pensare a qualcosa che ci appassiona. Solo attraverso l’emozione quello che viviamo arriva nella nostra memoria, diventa insegnamento, fa realmente sviluppare le capacità cognitive: ciò che contraddistingue l’uomo è l’aver superato l’istinto di mera sopravvivenza degli altri animali, noi ci emozioniamo perché cerchiamo la qualità nella vita, non solo la sopravvivenza. Per questo ciò che ci lascia passivi è inutile e non fa ‘crescere’ il cervello».

Qualche esempio?

«A bambini e ragazzi andrebbero dati meno cellulari e tablet, più libri. Tanti poi non usano bene il cervello, lo danno per scontato, lo maltrattano con gli stili di vita scorretti: dalla dieta poco sana alla sedentarietà, dalla mancanza di sonno di qualità al bere poca acqua. Prevenire il decadimento cognitivo con un sano stile di vita è un investimento personale, ma anche per la società: la scienza ci ha regalato la longevità, che però ha senso solo se arriviamo al traguardo con la mente ancora integra e per farlo è indispensabile non fumare, evitare le droghe, curare malattie che la minacciano come la pressione alta. Anche se poi tutti i grandi vecchi dovrebbero ringraziare la mamma».

Ringraziare "la mamma" per i geni "buoni"? O per altro?

«Perché la traiettoria del nostro cervello, quella che nella terza e quarta età ci può portare ad avere una mente acuta o al contrario annebbiata, è un nastro che si srotola dal concepimento in poi: tutto quello che ci accade da quando siamo nella pancia della mamma in avanti ha un effetto sulle capacità cognitive. È un grande viaggio durante il quale il cervello cambia, si sviluppa, affronta difficoltà che possono minarne l’integrità: quello che saremo a novanta o cent’anni dipende da ciò che abbiamo vissuto e da come lo abbiamo vissuto, dall’equilibrio che abbiamo saputo trovare nelle avversità. E sì, anche da come ci hanno accudito i genitori, perché le relazioni con gli altri, fin dalla più tenera età, sono un altro pilastro per il benessere del cervello».

È vero che la solitudine «uccide» i neuroni?

«Nessun neurone serve a molto da solo, così come nessuno di noi può fare granché senza gli altri. Le reti, le connessioni sono il vero segreto dell’essere umano: nel cervello, dove l’insieme delle connessioni fra cellule crea la coscienza, l’immaginazione, la creatività che ci rende straordinari; come persone, perché abbiamo bisogno degli altri per essere felici. Lo hanno detto filosofi come Aristotele, Umberto Eco, Zygmunt Bauman e lo ha provato la scienza: sono i rapporti sociali il segreto della felicità, ma anche della capacità del nostro "bosco" cerebrale di creare nuovi rami, svilupparsi e guadagnare in saggezza e visione ogni anno che passa. Qualcosa che peraltro l’intelligenza artificiale non può raggiungere: processa una mole enorme di dati, ma non ha la capacità di interpretare i fenomeni come può invece fare un uomo saggio e anziano con l’esperienza di Kissinger».

Estratto dell’articolo di Federico Rampini per il “Corriere della Sera” venerdì 1 dicembre 2023.

[…]  Henry Kissinger […] Dalle relazioni tra America e Cina, secondo lui dipende il futuro dell’umanità intera. Tra le sue dichiarazioni a questo proposito: «Stati Uniti e Repubblica popolare cinese hanno in comune il fatto di considerarsi nazioni eccezionali, entrambe pensano di avere il diritto di prevalere. Bisogna capire la permanenza storica della Cina, e al tempo stesso impedirle di diventare egemone. Non ci riusciremo attraverso prove di forza».

Scritto ormai più di un decennio fa, ai tempi della presidenza di Hu Jintao, il suo saggio «Cina» avvistava con perspicacia l’inizio di una svolta. Già allora Kissinger si rende conto che la leadership cinese trae delle conseguenze radicali dalla crisi finanziaria del 2008: si convince che il tempo dell’imitazione degli Stati Uniti sta finendo, considera malato il modello politico-economico americano. 

Kissinger avvertiva anche l’emergere di una nuova generazione cinese più nazionalista, più orgogliosa, fino alla superbia: è quella che anni dopo darà alla nascita la diplomazia dei «guerrieri-lupo». L’ex consigliere di Nixon però metteva in guardia soprattutto gli americani contro i pericoli di una nuova Guerra fredda: «Fermerebbe il progresso su entrambe le sponde del Pacifico, diffonderebbe tensioni in ogni regione del mondo».

Sull’Ucraina. «Zelensky è un grande personaggio. Ma deve ancora spiegarci quale mondo immagina dopo la guerra. Io non ho mai detto che l’Ucraina deve cedere parte del suo territorio nazionale se vuole la pace. Ho detto che la migliore linea di demarcazione per un cessate il fuoco è lo status quo che precedeva il 24 febbraio, con la Crimea in mano ai russi e un piccolo angolo del Donbass, circa il 4,5% del totale. Io sono senza riserve per la libertà dell’Ucraina e il suo ruolo in Europa. Ma non trasformiamo una guerra per la libertà dell’Ucraina in un conflitto sul futuro della Russia».

[…] L’America di oggi gli sembrava più spaccata che negli anni Sessanta. «Perfino durante la guerra del Vietnam c’era consenso su alcuni obiettivi nazionali, anche se eravamo divisi sui modi per raggiungerli. Oggi è controversa la definizione stessa dell’interesse nazionale e dei valori del Paese. Eppure nessuna società può rimanere grande se perde fiducia in se stessa e distrugge la propria autostima». A proposito dell’inchiesta parlamentare sull’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021: «Non punta alla verità storica, è funzionale a impedire che Donald Trump si ripresenti».

Quando Kissinger allargò la crepa tra Mosca e Pechino. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera venerdì 1 dicembre 2023.

Caro Aldo, Kissinger ha plasmato la politica estera degli Stati Uniti. Secondo lei, quali sono stati gli errori, se ci sono stati, che ha fatto Kissinger nella sua lunga carriera politica? Sergio Guadagnolo Henry Kissinger è morto: un gigante ci ha abbandonati. Lei che giudizio ne darebbe? Roberto Bellia Vermezzo con Zelo

Cari lettori, Il capolavoro di Kissinger fu intuire che la spaccatura che si era aperta tra Unione Sovietica e Cina poteva essere sfruttata a favore dell’Occidente. L’America democratica si era impegnata in Vietnam nella logica della guerra fredda e del colpo su colpo: come Truman aveva difeso la Corea del Sud, così occorreva difendere il Vietnam del Sud. Kissinger e Nixon fecero la mossa del cavallo. Il blocco comunista si era diviso, anche nel Sud-Est asiatico: il Vietnam era filosovietico, la Cambogia filocinese. Aprendo alla Cina, incontrando Mao, insinuando il piolo occidentale nella frattura aperta dentro la muraglia rossa, la difesa a oltranza del Vietnam non era più necessaria. Saigon fu abbandonata, sia pure in modo inglorioso. Non fu l’unica conseguenza drammatica: in Cambogia i Khmer Rossi, sostenuti dall’America in funzione anti-vietcong, si abbandonarono a massacri spaventosi, interrotti solo dall’invasione vietnamita (1979). Ma grazie anche a quel viaggio a Pechino voluto da Kissinger l’Unione Sovietica alla fine ha perso la guerra fredda, e in Cina vige il capitalismo sia pure ancora sotto falso nome. A Kissinger non viene giustamente perdonata la responsabilità di aver abbandonato la gioventù cilena nelle mani di Pinochet, e di aver alimentato la guerra civile nelle ex province dell’impero coloniale portoghese scivolate nella geografia dell’Africa filosovietica, dall’Angola al Mozambico. Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che tutto questo fosse dovuto a un uomo solo. Era la logica del confronto globale. E anche dell’apparato militare-industriale, per usare il linguaggio di Eisenhower. Kissinger ebbe il merito di dare a quella forza bruta una saggezza, se si vuole un cinismo di stampo europeo, alla Talleyrand. Del conservatore illuminato aveva il disincanto non privo di visione. Da ultimo, ci ha messo in guardia sull’intelligenza artificiale: se le concederemo troppo potere, finiremo per mettere il nostro destino nelle sue mani, sino a farne una nuova divinità.

Cina, Xi Jinping riserva a Kissinger un’accoglienza da leader. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 20 luglio 2023.

Il presidente: «Ricorderò sempre il suo contributo storico all’avanzamento delle relazioni tra i nostri Paesi»

Si è mosso anche Xi Jinping per incontrare Henry Kissinger. Il presidente cinese è andato a salutare il vecchio architetto della distensione, che è tornato a Pechino in una visita sorprendente dati i suoi cent’anni di età. Per rendere onore al Dottor Kissinger si è schierata tutta la nomenclatura cinese: martedì colloquio con il ministro della Difesa Li Shangfu; mercoledì il capo della politica internazionale comunista Wang Yi. Oggi il leader supremo.

Xi ha detto all’ospite che «il popolo cinese non dimenticherà un vecchio amico, ricorderò sempre il suo contributo storico all’avanzamento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti e all’amicizia tra la gente delle due nazioni». L’accoglienza è stata decisamente più calorosa di quella riservata agli inviati del presidente Biden nelle scorse settimane. A giugno il Segretario di Stato Antony Blinken ha dovuto fare anticamera prima di essere ammesso al cospetto di Xi.

La tv cinese ha sottolineato che l’incontro con Kissinger si è svolto Diaoyutai, la residenza statale tra prati e laghetti nel cuore di Pechino dove l’allora consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon nel 1971 aveva discusso in segreto con Zhou Enlai i termini del grande disgelo tra Stati Uniti e Cina. «La politica americana nei confronti della Cina ha bisogno di saggezza diplomatica alla Kissinger e di coraggio politico alla Nixon», ha osservato lo stratega di politica estera del Partito Wang Yi.

A Washington dicono di non aver concordato la visita con Kissinger, che non agisce a nome del governo americano. Però, le puntualizzazioni nostalgiche dei cinesi sul ruolo svolto dal Dottore cinquant’anni fa e poi in oltre cento viaggi compiuti in seguito a Pechino sono segnali. Dimostrano che Xi cerca ogni canale possibile per rivitalizzare il dialogo con l’America.

L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger: «La guerra è virilità, io mi sento un cowboy. Il potere? Uno strumento per fare cose splendide». Oriana Fallaci su Il Corriere della Sera il 26 maggio 2023.

Il colloquio di Henry Kissinger con Oriana Fallaci del 1972, di cui il diplomatico poi si pentì e disse: «La cosa più stupida della mia vita»

Il più grande diplomatico del XX secolo, Henry Kissinger, è morto nella serata del 29 novembre 2023: aveva 100 anni. Nato tedesco, arrivato negli Usa nel 1938, da segretario di Stato fu l’artefice del disgelo con la Cina. Premio Nobel per la Pace nel 1973. Qui sotto, la storica intervista di Oriana Fallaci, realizzata nel 1972.

Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamavano Superman, Superstar, Superkraut, e imbastiva alleanze paradossali, raggiungeva accordi impossibili, teneva il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard. Questo personaggio incredibile, inspiegabile, in fondo assurdo, che s’incontrava con Mao Tse-tung quando voleva, entrava nel Cremlino quando ne aveva voglia, svegliava il presidente degli Stati Uniti e gli entrava in camera quando lo riteneva opportuno. Questo cinquantenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventava un’invenzione priva di pepe. Lui non sparava, non faceva a pugni, non saltava da automobili in corsa come James Bond, però consigliava le guerre, finiva le guerre, pretendeva di cambiare il nostro destino e magari lo cambiava. Ma insomma, chi era questo Henry Kissinger? [...]

La sua biografia è oggetto di ricerche che rasentano il culto e tutti si sa che è nato a Furth, in Germania, nel 1923, figlio di Luis Kissinger, insegnante in una scuola media, e di Paula Kissinger, massaia . Si sa che la sua famiglia è ebrea, che quattordici dei suoi parenti morirono nei campi di concentramento, che insieme al padre e alla madre e al fratello Walter fuggì nel 1938 a Londra e poi a New York, che a quel tempo aveva quindici anni e si chiamava Heinz, mica Henry, e non sapeva una parola d’inglese. Ma lo imparò molto presto. Mentre il padre faceva l’impiegato in un ufficio postale e la madre apriva un negozio di pasticceria, studiò così bene da essere ammesso a Harvard e laurearsi a pieni voti con una tesi su Spengler, Toynbee e Kant, poi diventarvi professore. Si sa che a ventun anni fu soldato in Germania, dove era con un gruppo di GI selezionati da un test e giudicati così intelligenti-da-sfiorare-il-genio, che gli affidarono per questo (e malgrado la giovane età) l’incarico di organizzare il governo di Krefeld, una città tedesca rimasta senza governo. Infatti a Krefeld fiorì la sua passione per la politica: una passione che avrebbe appagato diventando consigliere di Kennedy, di Johnson, e poi assistente di Nixon. Non a caso potevi considerarlo il secondo uomo più potente d’America. Sebbene alcuni sostenessero che era molto più, come dimostrava la battuta che al tempo della mia intervista circolava a Washington: «Pensa cosa succederebbe se morisse Kissinger. Richard Nixon diventerebbe presidente degli Stati Uniti...».

Quindi l’uomo restava un mistero, come il suo successo senza paragoni. E una ragione di tale mistero era che avvicinarlo, comprenderlo era difficilissimo: di interviste individuali non ne dava, parlava solo alle conferenze-stampa indette dalla presidenza. Così, giuro, non ho ancora capito perché accettasse di vedere me, appena tre giorni dopo aver ricevuto una mia lettera priva di illusioni. Lui dice che fu per la mia intervista col generale Giap, fatta ad Hanoi nel febbraio del sessantanove. Può darsi. Però resta il fatto che dopo lo straordinario «sì» cambiò idea e decise di vedermi a una condizione: non dirmi nulla. Durante l’incontro, a parlare sarei stata io e da quel che avrei detto egli avrebbe deciso se darmi l’intervista o no. Ammesso che ne trovasse il tempo. Il che avvenne davvero alla Casa Bianca, giovedì 2 novembre 1972, quando lo vidi giungere tutto affannato, senza sorrisi, e mi disse: «Good morning, miss Fallaci». Poi, sempre senza sorrisi, mi fece entrare nel suo studio elegante e pieno di libri, telefoni, fogli, quadri astratti, fotografie di Nixon. Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me.

E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. [...] Al venticinquesimo minuto circa, decise che avevo passato gli esami. Forse mi avrebbe dato l’intervista. [...] E alle dieci di sabato 4 novembre ero di nuovo alla Casa Bianca. Alle dieci e mezzo entravo di nuovo nel suo ufficio per incominciare l’intervista più scomoda, forse, che abbia mai fatto. Dio che pena! Ogni dieci minuti lo squillo del telefono ci interrompeva, ed era Nixon che voleva qualcosa, chiedeva qualcosa, petulante, fastidioso come un bambino che non sa stare lontano dalla sua mamma. Kissinger rispondeva con premura, ossequioso, e il colloquio con me si interrompeva: rendendo ancor più difficile lo sforzo di capirlo un poco. Poi, proprio sul più bello, mentre egli mi denunciava l’essenza inafferrabile del suo personaggio, uno dei telefoni squillò di nuovo. Era di nuovo Nixon e: poteva il dottor Kissinger passare un attimo da lui? Certo, signor presidente. Scattò in piedi, mi disse di aspettarlo, avrebbe cercato di darmi ancora un po’ di tempo, uscì. E così si concluse il mio incontro. [...]

Dio, che uomo di ghiaccio. Per tutta l’intervista non mutò mai quella espressione senza espressione, quello sguardo ironico o duro, e non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale. L’ago del registratore si sposta quando una parola è pronunciata in tono più alto o più basso. Con lui restò sempre fermo e, più di una volta, dovetti controllare: accertarmi che il magnetofono funzionasse bene. Sai il rumore ossessionante, martellante, della pioggia che cade sul tetto? La sua voce era così. E, in fondo anche i suoi pensieri: mai turbati da un desiderio di fantasia, da un disegno di bizzarria, da una tentazione di errore. Tutto era calcolato in lui, controllato come nel volo di un aereo guidato dal pilota automatico. [...] Kissinger ha i nervi e il cervello di un giocatore di scacchi. Naturalmente troverai tesi che prendono in considerazione altri lati del suo personaggio. Ad esempio, il fatto che sia inequivocabilmente un ebreo e irrimediabilmente un tedesco. Ad esempio il fatto che, come ebreo e come tedesco, trapiantato in un Paese che guarda ancora con sospetto agli ebrei e ai tedeschi, egli si porti addosso un mucchio di nodi, contraddizioni, risentimenti, e forse di umanità nascosta. Sì, ho detto umanità. Tipi simili, a volte, ne hanno: con uno sforzo, puoi trovare in Kissinger gli elementi del personaggio che s’innamora di Marlene Dietrich nel film «L’angelo azzurro». E si perde per lei. [...]

L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger fu pubblicata su «l’Europeo» del 16 novembre 1972

L’intervista con Kissinger sollevò uno scalpore che mi stupì quanto le sue conseguenze. Evidentemente avevo sottovalutato il personaggio e l’interesse che fioriva intorno a ogni sua parola. Evidentemente avevo minimizzato l’importanza di quella insopportabile ora con lui. Infatti, subito, essa divenne il discorso del giorno. E, presto, cominciò a circolare la voce che Nixon fosse inferocito con Henry, che rifiutasse perciò di vederlo, che invano Henry gli telefonasse, gli chiedesse udienza, si recasse a cercarlo nella residenza di San Clemente. I cancelli di San Clemente restavano chiusi, l’udienza non veniva concessa, il telefono non dava risposta perché il presidente continuava a negarsi. Il presidente, tra l’altro, non perdonava a Henry ciò che Henry m’aveva detto sulla ragione del suo successo: «È che ho sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta...». Anche la stampa lo criticava per questo.

La stampa era sempre stata generosa con Kissinger, spietata con Nixon. In questo caso, però, le parti s’eran rovesciate e ogni giornalista aveva condannato la presunzione, o perlomeno l’imprudenza, di un simile discorso. Come osava Henry Kissinger assumersi l’intero merito di ciò che otteneva quale inviato di Nixon? Come osava relegare Nixon al ruolo di spettatore? Dov’era il presidente degli Stati Uniti quando il professorino entrava nel villaggio per sistemare le cose con lo stile di Henry Fonda nei film western? Sui giornali più crudeli apparvero vignette dove Kissinger, vestito da cowboy, cavalcava verso un saloon. Su altri apparve la fotografia di Henry Fonda con gli speroni e il cappellone, la didascalia «Henry, il cowboy solitario».

Sicché, esasperato, Kissinger si lasciò interrogare da un cronista e disse che avermi ricevuto era stata «la cosa più stupida della sua vita ». Poi dichiarò che avevo storpiato le sue risposte, distorto il suo pensiero, ricamato sulle sue parole, e lo fece in modo così goffo che mi arrabbiai più di Nixon e passai al contrattacco. Gli inviai un telegramma a Parigi, dove si trovava in quei giorni, e in sostanza gli chiesi se fosse un uomo d’onore o un pagliaccio. Lo minacciai anche di rendere pubblica la registrazione dell’intervista. Non dimenticasse, il signor Kissinger, che essa era stata incisa su nastro e che tal nastro era a disposizione di tutti per rinfrescargli la memoria e la correttezza. Il litigio durò quasi due mesi, per l’infelicità di entrambi e specialmente mia. Non ne potevo più di Henry Kissinger, il suo nome bastava a rendermi nervosa. Lo detestavo a un punto tale che non riuscivo neppure a rendermi conto che il poveretto non aveva avuto altra scelta fuorché quella di gettare la colpa su me. Ma, certo, sarebbe inesatto dire che in quel periodo gli augurai ogni bene, ogni felicità.

Il fatto è che i miei anatemi non hanno forza. Ben presto Nixon smise di tenere il muso al suo Henry e i due tornarono a tubare come due colombe. Il loro armistizio giunse in porto.[...] A Stoccolma, gli dettero perfino il Premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera pace. [...]

La Guerra

Parliamo della guerra, dottor Kissinger. Lei non è pacifsta, vero?

«No, non credo proprio di esserlo. Anche se rispetto i pacifisti genuini, non sono d’accordo con nessun pacifista e in particolare coi pacifisti a metà: sa, quelli che sono pacifisti da una parte e tutt’altro che pacifisti dall’altra. I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non-violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono principii per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere».

Il Vietnam

E della guerra in Vietnam cosa ha da dirmi, dottor Kissinger?

«Lei non è mai stato contro la guerra in Vietnam, mi pare. Come avrei potuto? Neanche prima di avere la posizione che ho oggi... No, non sono mai stato contro la guerra in Vietnam».

Ma non trova che Schlesinger abbia ragione quando dice che la guerra in Vietnam è riuscita solo a provare come mezzo milione di americani con tutta la loro tecnologia fossero incapaci di sconfiggere uomini male armati e vestiti di un pigiama nero?

«Questo è un altro problema. Se è un problema che la guerra in Vietnam sia stata necessaria, una guerra giusta, piuttosto che... Giudizi del genere dipendono dalla posizione che uno assume quando il paese è già coinvolto nella guerra e non resta che da concepire il metodo per tirarlo fuori. Dopo tutto, il mio e il nostro ruolo è stato quello di ridurre sempre di più la misura in cui l’America era coinvolta nella guerra, per poi finire la guerra. In ultima analisi, la storia dirà chi ha fatto di più: se coloro che hanno lavorato criticando e basta o noi che abbiamo tentato di ridurre la guerra e poi l’abbiamo finita. Sì, il giudizio spetta ai posteri. Quando un paese è coinvolto in una guerra non basta dire: bisogna finirla. Bisogna finirla con criterio. E questo è ben diverso dal dire che entrare in quella guerra fu giusto».

Ma non trova, dottor Kissinger, che sia stata una guerra inutile?

«Su questo posso essere d’accordo. Ma non dimentichiamo che la ragione per cui entrammo in quella guerra fu per impedire che il Sud fosse mangiato dal Nord, fu per permettere che il Sud restasse al Sud. Naturalmente con ciò non voglio dire che il nostro obiettivo fosse solo questo... Fu anche qualcosa di più... Ma oggi io non sono nella posizione di giudicare se la guerra in Vietnam sia stata giusta o no, se entrarci sia stato utile o inutile. Ma stiamo ancora parlando del Vietnam?»

Sì. E, sempre parlando del Vietnam, crede di poter dire che questi negoziati sono stati e sono l’impresa più importante della sua carriera e magari della sua vita?

«Sono stati l’impresa più difficile. Spesso anche la più dolorosa. Ma forse non è neanche giusto definirli l’impresa più difficile: è più esatto dire che sono stati l’impresa più dolorosa. Perché mi hanno coinvolto emotivamente. Vede, avvicinarsi alla Cina è stato un lavoro intellettualmente difficile ma non emotivamente difficile. La pace in Vietnam invece è stato un lavoro emotivamente difficile. Quanto a definire quei negoziati come la cosa più importante che ho fatto... No, ciò che io volevo raggiungere non era soltanto la pace in Vietnam: erano tre cose. Quest’accordo, l’avvicinamento alla Cina e un nuovo rapporto con l’Unione Sovietica. Io ho sempre tenuto molto al problema di un rapporto nuovo con l’Unione Sovietica. Direi non meno che all’avvicinamento alla Cina e alla fine della guerra in Vietnam». [...]

Il potere

Il potere è sempre seducente. Dottor Kissinger, in quale misura il potere l’affascina? Cerchi d’esser sincero.

«Lo sarò. Vede, quando si ha in mano il potere, e quando lo si ha in mano per un lungo periodo di tempo, si finisce per considerarlo come qualcosa che ci spetta. Io sono certo che, quando lascerò questo posto, avvertirò la mancanza del potere. Tuttavia il potere come strumento fine a se stesso non ha alcun fascino sopra di me. Io non mi sveglio ogni mattina dicendo perbacco, non è straordinario che possa avere a mia disposizione un aereo, che un’automobile con l’autista mi attenda dinanzi alla porta? Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe stato possibile? No, un discorso simile non mi interessa».

Perché in alcuni momenti, ascoltandola, vien fatto di chiedersi non quanto lei abbia influenzato il presidente degli Stati Uniti ma quanto Machiavelli abbia influenzato lei.

«In nessun modo. V’è davvero molto poco, nel mondo contemporaneo, che si possa accettare o usare di Machiavelli. In Machiavelli io trovo interessante soltanto il suo modo di considerare la volontà del principe. Interessante, ma non al punto di influenzarmi. Se vuol sapere chi mi ha influenzato di più, le rispondo coi nomi di due filosofi: Spinoza e Kant. Sicché è curioso che lei scelga di associarmi a Machiavelli. La gente mi associa piuttosto al nome di Metternich. Il che addirittura è infantile. Su Metternich io ho scritto soltanto un libro che doveva essere l’inizio di una lunga serie di libri sulla costruzione e la disintegrazione dell’ordine internazionale nel diciannovesimo secolo. Era una serie che doveva concludersi con la prima guerra mondiale. Tutto qui. Non può esserci nulla in comune tra me e Metternich. Lui era cancelliere e ministro degli Esteri in un periodo in cui, dal centro dell’Europa, ci volevano tre settimane per andare da un continente all’altro. Era cancelliere e ministro degli Esteri in un periodo in cui le guerre erano fatte da militari di professione e la diplomazia era nelle mani degli aristocratici. Come si può paragonare ciò col mondo d’oggi, un mondo dove non esiste nessun gruppo omogeneo di leader, nessuna situazione interna omogenea, nessuna realtà culturale omogenea?»

La popolarità

Dottor Kissinger, ma come spiega l’incredibile divismo che la distingue, come spiega il fatto d’essere quasi più famoso e popolare di un presidente? Ha una tesi su questa faccenda?

«Sì, ma non gliela dirò. Perché non coincide con la tesi dei più. La tesi dell’intelligenza ad esempio. L’intelligenza non è poi così importante nell’esercizio del potere e, spesso, addirittura non serve. Allo stesso modo di un capo di Stato, un tipo che fa il mio mestiere non ha bisogno d’essere troppo intelligente. La mia tesi è completamente diversa ma, le ripeto, non gliela dirò. Perché dovrei, finché sono nel mezzo del mio lavoro? Mi dica piuttosto la sua. Sono certo che anche lei ha una tesi sui motivi della mia popolarità».

Non ne sono certa, dottor Kissinger. Sto cercandola, una tesi, attraverso questa intervista. E non la trovo. Suppongo che alla radice di tutto vi sia il successo. Voglio dire: come a un giocatore di scacchi, le sono andate bene due o tre mosse. La Cina anzitutto. Alla gente piace chi gioca a scacchi e si mangia il re.

«Sì, la Cina è stata un elemento importantissimo nella meccanica del mio successo. E tuttavia il punto principale non è quello. Il punto principale... Ma sì, glielo dirò. Tanto che me ne importa? Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta. Magari senza neanche una rivoltella perché lui non spara. Lui agisce e basta: dirigendosi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, un western».

Ho capito. Lei si vede come una specie di Henry Fonda disarmato e pronto a menar botte per onesti ideali. Solitario, coraggioso...

«Non necessariamente coraggioso. Infatti a questo cowboy non serve essere coraggioso. Gli basta e gli serve essere solo: dimostrare agli altri che entra in città e fa tutto da solo. Questo personaggio romantico, stupefacente, mi si addice proprio perché esser solo ha sempre fatto parte del mio stile o, se preferisce, della mia tecnica. Insieme all’indipendenza. Oh, quella è molto importante in me e per me. Infine, la convinzione. Io sono sempre convinto di dover fare quello che faccio. E la gente lo sente, ci crede. E io ci tengo al fatto che mi creda: quando si commuove o si conquista qualcuno, non lo si deve imbrogliare. Non si può nemmeno calcolare e basta. Alcuni credono che io progetti con cura quali saranno le conseguenze, sul pubblico, di una mia iniziativa o di una mia fatica. Credono che tale preoccupazione non abbandoni la mia mente. Invece le conseguenze di ciò che faccio, voglio dire il giudizio del pubblico, non mi hanno mai tormentato. Io non chiedo popolarità, non cerco popolarità. Anzi, se vuol proprio saperlo, non me ne importa nulla della popolarità. Non ho affatto paura di perdere il mio pubblico, posso permettermi di dire ciò che penso. Sto alludendo alla genuinità che v’è in me. Se io mi lasciassi turbare dalle reazioni del pubblico, se mi muovessi spinto soltanto da una tecnica calcolata, non combinerei nulla. Guardi gli attori: quelli veramente buoni non si servono solo della tecnica. Recitano allo stesso tempo seguendo una tecnica e la loro convinzione. Sono genuini come me. Non dico che tutto ciò debba durare per sempre. Anzi, può evaporare con la stessa velocità con cui è venuto. Tuttavia per ora c’è».

Sta forse dicendomi che lei è un uomo spontaneo, dottor Kissinger? Mio Dio: se metto da parte Machiavelli, il primo personaggio con cui mi viene naturale associarla è quello di un matematico freddo, controllato fino allo spasimo. Mi sbaglierò, ma lei è un uomo molto freddo, dottor Kissinger.

«Nella tattica, non nella strategia. Infatti credo più nei rapporti umani che nelle idee. Uso le idee ma ho bisogno di rapporti umani, come ho dimostrato nel mio lavoro. Ciò che mi è successo, in fondo, non mi è successo per caso? Perbacco, io ero un professore totalmente sconosciuto. Come potevo dire a me stesso: “Ora manovro le cose in modo da diventare internazionalmente famoso”? Sarebbe stata pura follia. Volevo essere dove accadono le cose, sì, ma non ho mai pagato un prezzo per esserci. Non ho mai fatto concessioni. Mi son sempre lasciato guidare dalle decisioni spontanee. Uno potrebbe dire: allora è successo perché doveva succedere. Si dice sempre così quando le cose sono successe. Non si dice mai così delle cose che non succedono: non è mai stata scritta la storia delle cose non successe. In un certo senso, però, io sono un fatalista. Credo nel destino. Sono convinto, sì, che ci si debba battere per raggiungere uno scopo. Ma credo anche che vi siano limiti alla lotta che l’uomo può fare per raggiungere uno scopo».

L’ho capito, dottor Kissinger. Non ho mai intervistato qualcuno che sfuggisse come lei alle domande e alle definizioni precise, nessuno che si difendesse come lei dall’altrui tentativo di penetrare la sua personalità. È timido, lei, dottor Kissinger?

«Sì. Abbastanza. Però in compenso credo d’essere assai equilibrato. Vede, c’è chi mi dipinge come un personaggio tormentato, misterioso, e chi mi dipinge come un tipo quasi allegro che sorride sempre, ride sempre. Entrambe le immagini sono inesatte. Io non sono né l’uno né l’altro. Sono... Non le dirò cosa sono. Non lo dirò mai a nessuno».

Brani tratti da «Intervista con la Storia» di Oriana Fallaci (Rizzoli): il volume raccoglie alcune delle più celebri interviste della giornalista, tra cui quelle a Golda Meir, Yassir Arafat, Indira Gandhi, Willy Brandt, Giulio Andreotti.

Prima edizione Rizzoli 1974 2023 Mondadori Libri Spa / Rizzoli

Usa, è morto Henry Kissinger. Protagonista mondiale della diplomazia, l’ex segretario di Stato americano aveva 100 anni.

Potentissimo durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977. Tra gli ultimi incontri pubblici quello con la premier Meloni. La Repubblica il 30 novembre 2023

Si è spento nella sua casa in Connecticut l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger che lo scorso maggio aveva spento 100 candeline. Autore della celebre frase "il potere è il massimo afrodisiaco", l'eredità del machiavellico statista continuerà ad essere discussa.

Influente fino agli ultimi giorni, per l'ex quindicenne ebreo in fuga dall'Europa alla vigilia della Seconda guerra mondiale il mondo era un gigantesco puzzle in cui ogni pezzo giocava un ruolo importante e distinto verso un unico fine: gli Usa come superpotenza internazionale anche al prezzo di interventi di realpolitik sullo scacchiere mondiale giudicati da molti brutali ed illegittimi, come il bombardamento e l'invasione della Cambogia e il sostegno al colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile del 1973 che defenestrò Salvador Allende.

In queste ultime settimane, dallo scoppio della guerra a Gaza, Kissinger non è mai intervenuto pure essendo stato uno dei protagonisti del conflitto del Kippur che vide Israele vincitrice nel 1973. Tra i suoi ultimi impegni pubblici, un incontro nella residenza a Washington dell'ambasciatrice italiana Mariangela Zappia con la premier Giorgia Meloni lo scorso luglio.

Per il politologo Robert Kaplan, Kissinger è stato il più grande statista bismarckiano del Ventesimo secolo. Con un occhio attento anche sull'Italia, di cui Kissinger, amico intimo di Gianni Agnelli, apprezzava il ruolo nel Patto atlantico pur avendo il Partito comunista più potente d'Occidente.

In occasione del suo centesimo compleanno sul Washington Post, il figlio David, interrogandosi sulla eccezionale vitalità fisica e mentale di un uomo che ha seppellito ammiratori e detrattori a dispetto di una dieta a base di bratwurst e Wiener schnitzel, individuò la ricetta nell'inesauribile curiosità paterna per le sfide esistenziali del momento: dalla minaccia delle atomiche negli anni '50 all'intelligenza artificiale su cui due anni fa scrisse il penultimo libro, 'The age of Ai: and our human future', a cui ha fatto seguito 'Leadership: Six studies in world strategy'.

Da bambino, si diceva, era troppo timido per parlare in pubblico. Straniero nella nuova patria dopo la fuga dalla Germania nel 1938, Heinz divenne Henry e imparò a esprimersi in perfetto inglese conservando sempre l'accento tedesco. Si fece largo prima a Harvard, poi a Washington, fino a raggiungere, complice Nelson Rockefeller, il tetto del mondo al servizio di due presidenti: Richard Nixon e, dopo il Watergate, Gerald Ford.

Kissinger concentrò nelle sue mani ogni negoziato, rendendo superfluo il lavoro della rete diplomatica: dalla prima distensione verso l'Urss al disgelo con la Cina, culminato nel viaggio di Nixon a Pechino. Gli accordi di Parigi per il cessate il fuoco in Vietnam dopo quasi 60 mila morti Usa gli valsero un controverso premio Nobel per la Pace: due giurati si dimisero per protesta.

Kissinger fu di fatto un presidente ombra, anche se la scrivania dell'Ufficio ovale restò sempre per lui un miraggio impossibile per il fatto di non essere nato negli Usa. La sconfitta di Ford e l'elezione del democratico Jimmy Carter segnarono la fine della sua carriera pubblica, non dell'impegno in politica estera attraverso gruppi come la Trilaterale.

Dopo aver lasciato il governo nel 1977, Kissinger fondò il celebre studio di consulenza Kissinger Associates, attraverso la cui porta girevole passarono ministri e sottosegretari e i cui clienti erano governi mondiali grandi e piccoli. Ed è stato proprio il suo studio a dare la notizia della sua morte

Estratto dell’articolo di Marcello Sorgi per “la Stampa” venerdì 1 dicembre 2023.

[…] Henry Kissinger ha lasciato anche qualche piccolo ricordo italiano, legato alla sua lunga amicizia con Gianni Agnelli, con cui era solito parlare al telefono tutti i giorni. Uno riguarda la nascita del governo D'Alema, dopo la caduta del Prodi I. Si era pochi giorni prima della presentazione del governo alla Camera, fissata per il 21 ottobre 1998, e l'Avvocato, che aveva tra le sue curiosità quella di una conoscenza diretta del mondo "comunista", come continuava a chiamarlo, malgrado il cambio di nome, voleva incontrare il primo presidente del consiglio incaricato proveniente da quell'esperienza.

Tra l'altro D'Alema era l'ultimo ad aver avuto una formazione classica, nella scuola di partito, e una carriera altrettanto tradizionale, al centro e alla periferia. L'appuntamento fu fissato nella casa romana di Agnelli, di fronte al Quirinale. E Kissinger fu invitato a partecipare, cosa che certo a D'Alema non dispiacque, perché poteva considerarla come una legittimazione. 

Dopo più di un'ora, un tempo insolitamente lungo per il ritmo vitale dell'Avvocato, si salutarono. Agnelli, con una delle sue battute, commentò con Kissinger: «Hai visto, non sembra quasi un comunista, sulle maggiori questioni internazionali mi è sembrato allineato. Se solo si tagliasse quei baffi…». E Kissinger: «Sarà, ma coi baffi o senza baffi, per me resta uno di quelli!». […]

Addio a Henry Kissinger: l’uomo oscuro del Novecento. Giorgia Audiello su L'Indipendente il giovedì 30 novembre 2023.

È morto ieri all’età di cent’anni nella sua casa in Connecticut Henry Kissinger, considerato una delle figure politiche e degli statisti più influenti al mondo, per le sue abili capacità di stratega e di diplomatico che lo hanno reso uno degli architetti principali della politica estera e di potenza americana durante gli anni Settanta. Allo stesso tempo, è noto per essere stato l’anima delle strategie golpiste statunitensi in America Latina che hanno contribuito alla sua fama di “uomo oscuro” del Novecento. Ciò non gli impedì però di vincere, nel 1973, il Premio Nobel per la Pace per lo sforzo fatto per risolvere il conflitto in  Vietnam, anche se non ha mai ritirato il premio. Di origini ebraico-germaniche, Kissinger lasciò la Germania nel 1938 con la sua famiglia a causa delle persecuzioni razziali e successivamente si trasferì a New York. Fu Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977. Se da un lato fu il pioniere della politica della distensione (détente) tra Stati Uniti e Unione Sovietica e del primo disgelo – in funzione antirussa – nei rapporti con la Cina, dall’altro non sono mancati al suo attivo spregiudicati metodi di azione politica come pesanti interferenze, anche militari, su governi e politici stranieri al fine di conservare a qualunque costo il potere e il primato americano. Particolarmente noto in tal senso è il ruolo di primo piano che l’ex diplomatico ebbe nei colpi di Stato attuati in Cile e in Argentina. La sua tendenza pragmatica nelle relazioni internazionali al fine di accrescere il potere e perseguire gli interessi degli Stati Uniti lo portarono, allo stesso tempo, sia a politiche distensive che a metodi aggressivi e spregiudicati, secondo il principio del realismo, il quale prescinde da considerazioni morali e ideologiche. Kissinger è sempre stato considerato, infatti, un fautore della realpolitik, sebbene non si sia mai definito apertamente un “realista” e rifiutasse di essere incluso in questa categoria politica.

Gli inizi e la presidenza Nixon

L’ex diplomatico iniziò la sua carriera nel mondo accademico. Nel 1954 conseguì un dottorato ad Harvard dove rimase successivamente come ricercatore: il suo ambito prediletto di competenza era lo studio delle tecniche di governo e delle relazioni internazionali. Non a caso, in un’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci nel 1972 dichiarò che ciò che gli interessava era «quello che si può fare con il potere». Parallelamente, tra gli anni Cinquanta e Sessanta fece da consulente per alcune agenzie governative, tra cui il Dipartimento di Stato e l’Agenzia per il controllo delle armi e per il disarmo. A lanciarlo nella politica governativa fu Nelson Rockefeller, miliardario, persona di potere e di grande prestigio, repubblicano e collaboratore del presidente Eisenhower. Rockefeller offrì a Kissinger un lavoro alla Fondazione Rockefeller con il titolo di direttore degli studi speciali. Dopo una proficua collaborazione con la presidenza Eisenhower, l’ex segretario di Stato iniziò anche a tenere rapporti di consulenza, per la politica estera, con i successivi presidenti degli Stati Uniti, Kennedy e Johnson. Fu però sotto la presidenza Nixon che portò avanti alcune delle strategie politiche più importanti per gli interessi americani e per le relazioni internazionali, tra cui la politica della distensione con Russia e Cina, la cosiddetta “vietnamizzazione” e il coinvolgimento nel golpe cileno. Lo statista e l’allora presidente americano Richard Nixon avevano diverse affinità politiche, quali una spiccata predisposizione per la diplomazia segreta, l’esasperato pragmatismo, un profondo interesse per il potere seguito da una notevole dose di cinismo per perseguirlo.

La politica della distensione con URSS e Cina

Per ridurre i pericoli di una guerra nucleare con l’Unione sovietica durante la Guerra Fredda, Kissinger fu promotore e protagonista dei colloqui di Helsinki per la limitazione delle armi nucleari fra USA e URSS. Durante i colloqui si erano poste le basi degli accordi SALT, il primo trattato di non proliferazione nucleare che, nel marzo 1970, sarà sottoscritto da 100 Paesi con la sola esclusione di Francia, India, Cina, Brasile. Successivamente, il lavoro di definizione del SALT 1, prima, e del SALT 2, poi, sarebbe stato oggetto di una lunga trattativa diplomatica tra Stati Uniti e URSS. Una volta diventato segretario di Stato nel 1973, negoziò il trattato SALT e l’Anti-Ballistic Missile Treaty.

Per quanto riguarda le relazioni con la Cina, nel 1971 Kissinger compì due viaggi segreti a Pechino per preparare il viaggio di Nixon del 1972, attraverso il quale iniziò poi la normalizzazione delle relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese. Durante la «settimana che ha cambiato il mondo» – come ebbe a definirla Nixon – fu firmato un comunicato congiunto tra Cina e Stati Uniti, noto come Comunicato di Shanghai, in cui vennero sanciti alcuni punti fondamentali: innanzitutto, il riconoscimento dell’esistenza di un unico Stato cinese, rappresentato dalla RPC, con Taiwan parte integrante del suo territorio. In secondo luogo, venne stabilito che né Washington né Pechino avrebbero dovuto imporsi per prevalere nell’area dell’Indo-pacifico, impegnandosi a contrastare una tale propensione nella regione da parte di eventuali altre potenze.

La “vietnamizzazione”

Sia Kissinger che Nixon si dichiaravano contrari alla guerra in Vietnam e il primo, durante la campagna elettorale, aveva promesso di ritirare l’esercito statunitense da una guerra che si stava prolungando indefinitamente con tutte le conseguenze del caso a livello economico e sociopolitico, considerata anche la pressione in questo senso dell’opinione pubblica che aveva criticato aspramente l’intervento americano nel sud-est asiatico. A questo scopo, l’amministrazione Nixon elaborò la dottrina di Guam – in quanto venne presentata durante una conferenza stampa a Guam nel 1969 – detta anche vietnamizzazione, che prevedeva un progressivo disimpegno delle forze armate statunitensi dal conflitto vietnamita a favore di un maggior impegno di forze sudvietnamite, così da permettere allo stato filoamericano di sopravvivere evitando una umiliante sconfitta politico-militare degli Stati Uniti. Nixon affidò a Kissinger la conduzione delle trattative di pace a Parigi, che si conclusero il 15 gennaio 1973 con un accordo per il cessate il fuoco. Tuttavia, nei fatti la sua amministrazione intensificò lo sforzo bellico ordinando alcuni dei bombardamenti più violenti dell’intera guerra, tanto che nonostante nel 1973 venne assegnato a Kissinger e al vietnamita Lê Đức Thọ il premio Nobel per la Pace per l’avvio della composizione del conflitto, il secondo si rifiutò di ritirare il premio sostenendo che la tregua negoziata non era stata rispettata. Di conseguenza, anche Kissinger non si presentò alla cerimonia scusandosi e al suo posto venne mandato l’ambasciatore americano.

Colpo di stato in Cile e sostegno alle invasioni

L’ormai deceduto diplomatico ebbe un ruolo fondamentale nella pianificazione del colpo di stato che si verificò in Cile l’11 settembre del 1973, in cui perse la vita il presidente socialista democraticamente eletto, Salvador Allende e altri 3 000 cittadini cileni. Fu Kissinger stesso, attraverso la CIA, a incoraggiare il golpe durante il quale Allende si uccise. Si instaurò quindi un regime autoritario accusato di commettere crimini contro l’umanità, guidato dal dittatore generale Augusto Pinochet che gli USA hanno subito riconosciuto come presidente legittimo. Durante il suo governo, durato 17 anni, sono scomparse circa 40.000 persone e, non a caso, il Cile di Pinochet è ricordato come una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Il golpe dell’11 settembre, inoltre, ebbe importanti ripercussioni a livello economico, in quanto il Cile si trasformò nel laboratorio del neoliberismo, dopo che il dittatore chiamò ad amministrare l’economia nazionale Milton Friedman e i suoi studenti, i cosiddetti “Chicago boys”. Così, i teorici del neoliberismo, grazie agli ingenti prestiti degli USA e del Fondo monetario internazionale (FMI), poterono sperimentare le loro idee che sarebbero state successivamente applicate anche in Occidente. La “cura” neoliberista comportò una massiccia crisi dell’economia reale con l’impoverimento di vasti settori sociali dovuto al crollo dei salari reali (-50%) e l’aumento della disoccupazione, che passò dal 3,1% del 1972 al 28% del 1983. Il numero delle persone che vivevano sotto la soglia di povertà aumentò notevolmente, passando dal 17% del 1970 al 38% nel 1987. Il golpe in Cile fu pensato in funzione anticomunista: durante la Guerra Fredda era prioritario che in quello che gli USA hanno sempre considerato il loro “cortile di casa” non si affermassero governi comunisti/socialisti. Lo stesso Kissinger dichiarò: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».

Lo stesso, inoltre, appoggiò, più o meno tacitamente, diverse invasione dell’epoca sempre per sostenere gli interessi statunitensi: sostenne, ad esempio, il presidente indonesiano Suharto nell’invasione di Timor Est che portò alla morte di 200.000 persone nel 1975. In Medio Oriente, invece, organizzò un massiccio ponte aereo, nell’Operazione Nickel Grass, per fornire armi all’alleato Israele durante la guerra dello Yom Kippur del 1973.

Le recenti posizioni sulla guerra in Ucraina

Negli ultimi anni della sua vita, Kissinger si è distinto per la sua posizione “controcorrente” sul conflitto in Ucraina, descrivendo la decisione dell’Occidente di offrire a Kiev un percorso verso la NATO come «un grave errore» che ha portato in primo luogo alle ostilità. L’anno scorso, aveva suggerito che l’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare alle sue rivendicazioni territoriali sulla Crimea e concedere l’autonomia alle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk – tutti territori russi ora – per raggiungere la pace, un’idea ripetutamente respinta da Kiev e dell’Occidente. In seguito alle aspre critiche scaturite per le sue affermazioni, però, fu costretto a fare marcia indietro e a chiarire ulteriormente le sue idee. Ma rimane valida la sua visione secondo cui va sconfitta l’invasione russa dell’Ucraina e non la Russia come Stato, perché l’obiettivo deve essere quello di «tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante». Secondo Kissinger, da tutto ciò sarebbe dipeso il futuro assetto di equilibri internazionali: il diplomatico aveva spiegato che Mosca potrà pensarsi «come un’estensione dell’Europa o come un’estensione dell’Asia ai margini dell’Europa», facendo la differenza per il futuro degli assetti globali.

In sintesi, Kissinger è stato un uomo caratterizzato da un formidabile “fiuto” politico e da fini doti di stratega in ambito diplomatico, ma anche da una smodata sete di potere che, nell’interesse della supremazia statunitense, lo ha portato a scrivere alcune delle pagine più oscure della storia recente. È stato, inoltre, uno dei sostenitori più strenui dei caposaldi del cosiddetto “globalismo” liberale, tra cui atlantismo, liberismo economico e globalizzazione che ha portato avanti anche per mezzo di organismi come il Gruppo Bilderberg e la Trilaterale, entrambi fondati da lui e David Rockefeller. [di Giorgia Audiello]

È morto Henry Kissinger, il segretario di Stato che ha cambiato gli Usa e il mondo. Francesco Curridori il 30 Novembre 2023 su Il Giornale.

Henry Kissinger, stratega della politica estera americana degli anni Settanta, e vincitore del Premio Nobel per la Pace, è deceduto ieri sera all'età di 100 anni 

Lo stratega della politica estera americana se n’è andato. Henry Kissinger, l’uomo che ha vinto il Premio Nobel per la Pace per aver contribuito a porre fine alla guerra in Vietnam, è deceduto all’età di 100 anni nella sua casa in Connecticut ieri sera.

Nato nel 1923 a Fürth, in Baviera, da genitori ebrei, abbandona la Germania nazista nel 1938 e fugge prima a Londra e poi a New York. È qui che cambia il suo nome da Heinz ad Henry e si iscrive ai corsi serali della George Washington High School, mentre di giorno lavora come operaio in una fabbrica. Nel 1943 entra nell’esercito e diventa traduttore dal tedesco nei servizi di controspionaggio e, a soli 21 anni, riceve l’incarico di organizzare il governo della cittadina di Krefeld. Probabilmente comincia così la sua passione politica che, poi, metterà in pratica nei piani più alti della Casa Bianca. Nel 1950 si laurea a Harvard con lode e nel 1954 discute la tesi di dottorato sui problemi della pace nell'Europa del 1812. Fa una brillante carriera accademica all’interno di Harvard assumendo prima il ruolo di Direttore del Centro di Studi sulle armi nucleari e sulla politica estera e, poi, quello del Centro di Studi sulla Difesa.

L'arrivo alla Casa Bianca

Ha, poi, una breve esperienza come consigliere del presidente democratico John Kennedy con il quale non riesce ad instaurare mai un buon rapporto. Dopo l'assassinio di Jfk, Kissinger collabora con il suo successore, Lyndon Johnson, che lo spedì in Vietnam per verificare l'attendibilità dei rapporti della Cia. “Con Kennedy e con Johnson io non fui mai in una posizione paragonabile a quella che ho adesso con Nixon”, disse a Oriana Fallaci nella memorabile intervista del 1973 che destò scalpore in tutto il mondo per una frase in cui si paragonò a un cowboy.“Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio col suo cavallo e basta…”. Dichiarazione che, poi, Kissinger cerca di smentire in tutti i modi ma senza riuscirvi.

Perché Kissinger ha ricevuto il Nobel per la pace

Kissinger, al di là della collaborazione con i due presidenti democratici, aveva un animo profondamente repubblicano e, nonostante l’avesse osteggiato in passato, fu proprio Richard Nixon nel 1969 a nominarlo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Da questo momento Kissinger diventa il “burattinaio” della politica estera americana basata su una nuova Realpolitik tesa alla distensione tra USA e URSS e al riavvicinamento tra Washington e Pechino culminato nel 1972 con il summit tra Nixon e Mao, grazie al quale la Cina uscì dall’isolamento internazionale in cui si trovava. “Quest'uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamavano Superman, Supersyar, Superkraut, e imbastiva alleanze paradossali, raggiungeva accordi impossibili, teneva il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard”, scrisse la Fallaci nel suo libro dove drammaticamente commenta: “Poi, un anno dopo, Kissinger divenne segretario di Stato al posto di Rogers. A Stoccolma, gli dettero perfino il premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera Pace”.

Ma il 1973 è anche l'anno in cui il generale Augusto Pinochet, con l’aiuto degli americani, prende il posto di Salvador Allende, l’ex presidente socialista del Cile ucciso nel corso del golpe. Sebbene le responsabilità di Kissinger non siano mai state provate, l’allora segretario di Stato, a proposito di Allende, disse: “Non vedo alcuna ragione per cui ad un paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”.

Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, Indro Montanelli scrisse che “In una conferenza stampa a Nuova Delhi, Henry Kissinger ha dichiarato che verrà a Roma e andrà a pranzo dal presidente Leone, ma non parlerà di politica perché quella italiana è, per lui, troppo difficile da capire. È la prima volta che Kissinger riconosce i limiti della propria intelligenza. Ma vogliamo rassicurarlo. A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi coloro che la fanno”.

Il Watergate e il ritiro dalla politica di Kissinger

La carriera di Kissinger continua, sempre come segretario di Stato, anche dopo lo scandalo Watergate che travolge l’amministrazione Nixon, sotto la presidenza di Gerald Ford. Questo è il suo ultimo incarico pubblico ricoperto fino al 2002 quando George W. Bush lo nomina presidente della commissione che ha il compito di chiarire gli eventi che hanno portato agli attentati dell’11 settembre. Kissinger si dimette dopo pochi mesi ma la sua influenza in campo geopolitico non è mai venuta meno. Tutto merito del politologo italiano, Giovanni Sartori, che raccontò:“Fui io a riportarlo alla ribalta nel 1977, quando organizzai a Washington, con l'American Enterprise Institute, un grande convegno per discutere dell'eurocomunismo, dopo che i fatti cileni avevano spaventato persino Enrico Berlinguer e il Pci di allora. Accettò il mio invito, parlò davanti ad un'aula gremitissima. Da allora non si fermò più”. Membro della Trilateral Commission, ha continuato ad intervenire sino agli ultimi anni della sua vita.

Kissinger, dopo il voto sulla Brexit, spiegò: “La sfida più profonda per l’Unione Europea non è la sua gestione ma i suoi obiettivi finali. In un mondo in cui i continenti sono sconvolti da valori in conflitto tra loro è assolutamente necessario uno sforzo comune di immaginazione da parte dell’Europa e dei suoi partner atlantici”. Sulla crisi tra Russia e Stati Uniti negli anni della presidenza Obama, invece, è stato molto chiaro: “Putin non è la replica di Hitler, - disse in una delle sue ultime interviste - e non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Considerare Mosca come un potenziale membro della Nato è sbagliato”.

Qualche anno fa l'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo ha voluto incontrare alla Casa Bianca proprio “per parlare di Russia e altri temi”. E sul conflitto in Ucraina ha pungolato Washington, riconoscendone parte della responsabilità insieme alla Russia, ma ammettendo la possibilità di far entrare un giorno Kiev nella Nato. Il vecchio stratega, fino all’ultimo, non ha smesso di sussurrare ai potenti…

Un Machiavelli contemporaneo che intuì in anticipo l’ascesa della Cina e il multipolarismo. Storia di Giovanni Castellaneta su Il Giornale venerdì 1 dicembre 2023.

La morte di Henry Kissinger nonostante la ineluttabilità dell’età che mai come in questo caso non si conta con gli anni ma con la capacità di lavoro, apre un baratro per chi ha lavorato nella diplomazia o quantomeno è studioso o appassionato della politica internazionale. Dopo una vita molto lunga e piena, se ne va un vero mostro sacro della scena internazionale (un viaggio a Pechino appena qualche settimana fa) che ha contribuito a plasmare l’ordine mondiale negli anni in cui è stato Segretario di Stato, e anche dopo aver dismessi i panni di statista.

Non si possono contare i personaggi influenti - politici, militari, diplomatici - che sono passati per gli uffici della «Kissinger&Associates» a New York, così come gli ospiti nei suoi pranzi che teneva abitualmente presso il Four Seasons di Park Avenue, discutendo con la sua voce roca e carismatica. Ma Kissinger era anche un uomo che sapeva godersi la vita, come testimoniano la sua passione per le belle donne e le sue frequentazioni con l’élite italiana (l’avvocato Agnelli su tutti).

Kissinger ha indubbiamente contribuito a scrivere pagine fondamentali della politica internazionale del Novecento, a cominciare dallo storico disgelo con la Cina maoista all’inizio degli anni Settanta durante la presidenza Nixon che iniziò a spostare gli equilibri definiti dalla Guerra Fredda. Probabilmente, un Segretario di Stato caratterizzato da una impronta ideologica più marcata non avrebbe mai concesso un’apertura simile a un Paese comunista; ma la bussola di Kissinger era il realismo, che lo portava ad analizzare le dinamiche internazionali con pragmatismo e razionalità.

Un approccio che si può riscontrare nei numerosi eventi internazionali in cui ebbe un ruolo fondamentale: ad esempio in Medio Oriente quando favorì la pace tra Egitto e Israele, che dura ancora oggi ed è un elemento di fondamentale stabilità nella regione; oppure quando consentì di porre fine alla fallimentare guerra in Vietnam, circostanza per cui fu addirittura insignito del Premio Nobel per la pace nel 1973; mentre fu invece più discutibile la sua azione in America Latina, dove portò gli USA a favorire il golpe che portò alla dittatura militare di Pinochet e probabilmente a chiudere un occhio sull’altra dittatura che si impose pochi anni dopo in Argentina. Nel bene o nel male, Kissinger agì sempre sulla base della realpolitik applicando però la teoria sul campo delle diverse situazioni.

Sono diverse le lezioni che si possono trarre dall’operato di Kissinger. La più importante è quella relativa al suo metodo di lavoro: flessibile e anche spregiudicato nel perseguire l’interesse nazionale degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo determinato nel non voler arretrare sul rispetto dei principi di civiltà. Un Machiavelli moderno, ottimo esempio di come dovrebbe essere esercitato il potere sulla scena internazionale in un mondo complesso come quello in cui viviamo oggi. 

Non si può poi negare la lungimiranza che ebbe nell’intuire alcune tendenze che si sono poi materializzate nei decenni successivi: pensiamo ad esempio all’ascesa della Cina, che non può essere ignorata o lasciata in un pericoloso isolamento. Kissinger aveva già previsto uno schema multipolare in cui gli Usa devono cercare di mantenere il loro ruolo da capofila delle democrazie liberali senza perseguire una supremazia che sarebbe insostenibile e porterebbe invece ad un aumento della conflittualità globale.

Uno schema che condanna l’Europa a un ruolo gregario aggravato dai velleitari nazionalismi. Kissinger da stratega internazionale ci lascia l’insegnamento che per ogni apertura al dialogo bisogna prima costruire le proprie posizioni di forza materiali e morali e poi adattarle senza cedimenti al contesto del momento.

Morto a 100 anni Henry Kissinger: i segreti del gigante della diplomazia. Libero Quotidiano il 30 novembre 2023

E' morto a 100 anni Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano. Kissinger e' morto nella sua casa nel Connecticut. Membro del Partito Repubblicano, fu Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977. Nel 1973 fu insignito del premio Nobel per la pace. All'inizio degli anni settanta Kissinger si rese protagonista di una innovativa politica estera, raggiungendo alcuni importanti successi per gli Stati Uniti, che gli valsero un grande prestigio internazionale e una crescente influenza all'interno dell'amministrazione Nixon. Peraltro, i suoi metodi politici 'spregiudicati', che non escludevano pesanti interferenze, anche militari, su governi e politici stranieri, per salvaguardare a tutti i costi il potere statunitense e impedire la sopravvivenza di realta' politiche ritenute ostili, come nel caso del Cile e dell'Argentina, sono stati aspramente criticati. 

"Il dottor Henry Kissinger, uno stimato studioso e statista americano, e' morto oggi nella sua residenza nel Connecticut", ha annunciato in un comunicato la Kissinger Associates. Nel comunicato in cui la Kissinger Associates ha annunciato la morte di Kissinger, viene spiegato che le esequie saranno in forma privata, mentre una cerimonia commemorativa si svolgera' a New York. Non e' stata fornita la causa del decesso. Kissinger era rimasto attivo anche da centenario, recandosi in Cina lo scorso luglio per incontrare il presidente Xi Jinping.

L'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, morto all'eta' di 100 anni, ha lasciato un segno indelebile nella politica estera degli Stati Uniti nella seconda meta' del XX secolo. Ecco i cinque 'punti chiave' dell'ex Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di stato con i presidenti Richard Nixon e Gerald Ford dal 1969 al 1977: 

- DISGELO CON LA CINA: Henry Kissinger si reco' segretamente a Pechino nel luglio 1971 per costruire legami con la Cina comunista, aprendo la strada alla storica visita del presidente Richard Nixon a Pechino nel 1972. Questa mano tesa alla Cina ha posto fine all'isolamento del gigante asiatico e ha contribuito all'ascesa di Pechino, inizialmente dal punto di vista economico, sulla scena mondiale. 

- VIETNAM E NOBEL PER LA PACE: Henry Kissinger condusse, nella massima segretezza e parallelamente al bombardamento di Hanoi, i negoziati con Le Duc Tho per porre fine alla guerra del Vietnam. La firma di un cessate il fuoco gli valse il Premio Nobel per la pace nel 1973, in 'comproprieta'' con i nordvietnamiti, che questi ultimi rifiutarono, sostenendo che la tregua negoziata non era stata rispettata. Kissinger non osa andare a Oslo, per paura di manifestazioni, e li' viene sostituito dall'ambasciatore americano. 

- SOSTEGNO ALLE DITTATURE: I detrattori di Kissinger sottolineano il suo sostegno ai colpi di stato in America Latina, in nome della lotta contro il comunismo, e in particolare in Cile, dove gli Stati Uniti contribuirono a portare al potere il dittatore Augusto Pinochet dopo il suicidio di Salvador Allende, nel 1973. 

- LE INVASIONI: La difesa dell'interesse generale degli Stati Uniti lo porto' anche ad appoggiare, piu' o meno tacitamente, diverse invasioni dell'epoca. Di qui il suo sostegno al presidente indonesiano Suharto, la cui invasione di Timor Est porto' alla morte di 200.000 persone nel 1975. E' anche il caso della Turchia, che nel 1974 si impadroni' di un terzo del territorio di Cipro e porto' avanti operazioni di destabilizzazione durante la guerra civile in Angola. 

- MEDIO ORIENTE: Henry Kissinger dedico' gran parte del suo tempo al Medio Oriente, organizzando in particolare un massiccio ponte aereo, l'Operazione Nickel Grass, per fornire armi all'alleato Israele dopo l'attacco a sorpresa contro i paesi arabi durante la festa ebraica dello Yom Kippur nel 1973. Ha poi inaugurato la "diplomazia navetta" negoziando con Israele, Siria ed Egitto, che sarebbero diventati un alleato chiave al di fuori della sfera di influenza di Mosca.

L'ultimo viaggio in Cina a luglio. Addio a Henry Kissinger, colosso della diplomazia mondiale: l’ex segretario di Stato Usa aveva 100 anni. Redazione su Il Riformista il 30 Novembre 2023

Addio a Henry Kissinger, diplomatico, ex segretario di Stato americano e vincitore del premio Nobel per la Pace, morto nelle scorse ore all’età di 100 anni. A confermarlo un portavoce dell’agenzia di comunicazione che rappresenta la sua società di consulenza ‘Kissinger Associates’, spiegando che il politico americano di fama internazionale si è spento nelle scorse ore nella sua casa nello Stato del Connecticut. Kissinger è stata una figura chiave e controversa nella storia della politica estera statunitense. Le sue missioni diplomatiche sono andate avanti fino a qualche mese fa: lo scorso luglio 2023 si recò in visita in Cina.

Heinz Alfred Kissinger è nato in Baviera nel 1923, aveva 15 anni quando i suoi genitori ebrei fuggirono con lui a New York per evitare le persecuzioni naziste. Dopo la scuola e il servizio militare, studiò ad Harvard, dove in seguito insegnò. Nel 1969, l’allora presidente Richard Nixon lo nominò consigliere per la Sicurezza nazionale e poi segretario di Stato. Era considerato il politico più influente a Washington quando si trattava di politica estera.

Nel ricordalo il New York Times titola “Ha contribuito a formare la politica estera americana durante la Guerra fredda” mentre il Washington Post sottolinea il “raro controllo del policymaking negli affari internazionali del Paese per qualcuno che non sia Presidente”. Il famoso diplomatico ha consigliato una dozzina di presidenti nel corso della sua lunga carriera, tra cui Joe Biden, e ha vinto un premio Nobel condiviso per aver negoziato la fine della guerra del Vietnam.

Il suo primo viaggio in Cina avvenne nel 1972 quando si recò a Pechino in missione segreta, aprendo la strada alla visita del presidente e alla normalizzazione delle relazioni. Uno dei suoi più grandi successi diplomatici fu proprio il riavvicinamento tra Washington e Pechino. Come segretario di Stato negoziò trattati di disarmo e accordi di pace e divenne una sorta di star dei media. Kissinger, tuttavia, ha lasciato le sue impronte anche su aspetti più discutibili della politica estera statunitense. Il suo ruolo nel bombardamento segreto della Cambogia e le accuse riguardanti il suo ruolo nel colpo di Stato militare del 1973 in Cile pesano molto sulla sua eredità. Ha inoltre autorizzato le intercettazioni telefoniche di giornalisti e del suo stesso staff. Sopravvisse alla caduta di Nixon nello scandalo Watergate e servì Gerald Ford, lasciando il governo dopo la vittoria elettorale di Jimmy Carter nel 1976.

Morte Kissinger, l’ex presidente Bush: “Saggezza, fascino e umorismo”

Con la morte dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger gli Stati Uniti hanno perso “una tra le voci più affidabili e distintive in materia di affari esteri”. Lo ha dichiarato l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, che ha reso omaggio all’ex segretario morto ieri a 100 anni. “Ho a lungo ammirato l’uomo che da giovane di una famiglia ebrea fuggì dai nazisti, per poi combatterli nell’esercito degli Stati Uniti”, ha scritto Bush in un messaggio pubblicato dal Bush Center, e corredato di un dipinto ad olio del celebre diplomatico. “Sono grato per il suo servizio e consiglio, ma sono soprattutto grato per la sua amicizia”, ha proseguito Bush. “A me e Laura mancheranno la sua saggezza, il suo fascino e il suo umorismo. E saremo sempre grati per i contributi di Henry Kissinger”. Dopo l’annuncio della morte di Kissinger si stanno moltiplicando anche i messaggi di cordoglio da parte di deputati e senatori del Partito democratico Usa.

Morte Kissinger, ricordo Cina: “Perdita enorme”

“Una perdita enorme”: la televisione di Stato ha reso così omaggio all’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, ricordato come a un “vecchio amico” per il suo ruolo cruciale nella costruzione dei legami tra Pechino e Washington. Henry Kissinger è stato attore chiave nella diplomazia mondiale durante la Guerra Fredda e segretario di Stato (1973-1977) con Richard Nixon e Gerald Ford. In Cina, gli è stato reso omaggio come a un “vecchio amico del popolo cinese” per essere stato uno dei principali attori del riavvicinamento Washington-Pechino negli anni ‘1970, aiutando il Paese asiatico a uscire dal suo isolamento. “E’ un’enorme perdita per i nostri due Paesi e per il mondo”, ha aggiunto l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Xie Feng, su X, dicendosi “profondamente sconvolto e rattristato”. “La storia ricordera’ cio’ che questo centenario ha portato alle relazioni tra Cina e Stati Uniti, e sara’ sempre tenuto vivo nei cuori del popolo cinese, come un vecchio amico molto amato”.

Il secolo di Henry Kissinger, la storia vista dagli occhi dell’ex Segretario di Stato americano. Henry Kissinger può essere messo a confronto soltanto col segretario fiorentino Niccolò Machiavelli, ma con animo costruttivo e non cinico. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 27 Maggio 2023

Quando Adolf Hitler prese il potere in Germania nel 1933, lui, Heinz Alfred Kissinger, aveva già dieci anni ed era un bambino tedesco bavarese e borghese di famiglia ebrea che oggi compie cento anni e vive al trentatreesimo piano di un grattacielo di Manhattan, lo stesso dove abitava quando Gianni Agnelli, padrone della Fiat e del quotidiano “La Stampa” di cui ero inviato a New York, mi suggeriva di andarlo a trovare per chiedergli lumi. Agnelli e Kissinger formavano una curiosa coppia non male assortita perché avevano un’intesa: Kissinger avrebbe tifato per la Juve quando andava a Torino e Agnelli si sarebbe basato soltanto sulla sua visione del mondo.

Cento anni in fondo sono una cifra tonda soltanto perché abbiamo dieci dita, cosa su cui non concordavano i babilonesi che consideravano la dozzina una base più solida, ed Henry Kissinger ha compiuto un secolo, sta benissimo e dal telescopio della sua mente ordinata e preveggente guarda la storia come un animale domestico. Vede vicinissima una terza guerra mondiale che la sua generazione ha scrupolosamente scongiurato, ma che oggi diventa un mostro attuale perché nessuno sembra averne più il terrore. Henry Kissinger scelse di diventare americano e un patriota americano. Tanto che ebbe un celebre scontro con il primo ministro della neonata Israele, Golda Meir, alla quale disse quasi brutalmente di essere prima americano e poi ebreo. Golda rispose in tono minaccioso ed enigmatico: “Sì, però ricorda che noi ebrei leggiamo le parole da destra a sinistra e non da sinistra a destra”.

La questione dello Stato ebraico nato per decisione delle Nazioni Unite per essere gemello di uno stato palestinese che fu rifiutato dalla Lega araba, era allora la questione più rovente e dominante sulla scena mondiale. L’altra fu il Vietnam. Kissinger aveva provveduto alla svelta a disfarsi del suo primo nome Heinz Alfred per cambiarlo in Henry, ma mantenuto per tutta la vita un buffo accento tedesco che Kubrick subdolamente gli rinfacciò attribuendola personaggio guerrafondaio nel film “Dottor Stranamore” in cui la guerra nucleare scoppiava per demenza dei protagonisti. Non è stato mai un demente o meglio uno sciocco, né un uomo troppo sentimentale, avendo studiato la storia ed essendone stato un attore principale può essere messo a confronto soltanto col segretario fiorentino Niccolò Machiavelli, ma con animo costruttivo e non cinico.

Due sono state le grandi vittorie che ha incassato per la politica americana e anche per la pace del mondo. La prima fu quella di permettere al presidente repubblicano Richard Nixon, di cui era segretario di Stato dunque ministro degli Esteri, di chiudere l’orrenda partita della guerra in Vietnam avviata per eccesso di narcisismo dal presidente John Fitzgerald Kennedy, la cui Corte era paragonata a quella di Camelot per sfarzi reali e intellettuali, e che poi era stata incrementata dal suo successore Lyndon Johnson il quale lasciò al repubblicano Nixon l’esito di un disastro.

La guerra era persa e Kissinger pose come unica condizione che fosse persa con onore. Ma era persa. E all’onore non ci ha più pensato nessuno. Nixon dopo la chiusura del Vietnam fu travolto dallo scandalo Watergate e chiuse la sua carriera con ignominia, salvo diventare il mentore segreto del democratico Bill Clinton, che andava a trovare alla Casa Bianca attraverso un passaggio segreto. Disse apertamente di detestare e Hillary, la moglie di Bill, che considerava un’ambiziosa pericolosa. Kissinger prosegue la sua carriera con il tentativo di sistemare la questione mediorientale che vedeva allora in campo soltanto israeliani e l’Olp di Arafat. Gli anni ‘70 erano anni di guerra e di sangue ma anche di speranza. Era nato scienziato della storia ad Harvard dove aveva insegnato elargendo consigli agli abitanti della Casa Bianca che fossero disposti a seguire l’unico binario praticabile: quello del realismo.

E in nome del realismo mise a segno il suo secondo colpo: la Cina di Mao Zedong di cui non abbiamo più idea. La Cina era chiusa a chiave nessuno poteva entrare nessuno poteva uscire e le notizie arrivavano attraverso messaggi segreti. Sia la Cina che l’Unione sovietica avevano rifornito di armi pesanti e leggere l’esercito vietnamita in guerra con gli Stati Uniti. Ma in più la Cina era in stato di conflitto latente e imminente con l’Unione sovietica benché fossero le due massime potenze comuniste. Scontri continui avvenivano lungo le rive del fiume Ussuri e tutto il mondo di allora fantasticava su cosa sarebbe avvenuto al mondo successivo in seguito a quella guerra che non scoppiò.

E non scoppiò proprio grazie a Henry Kissinger il quale fra i due contendenti scelse la Cina per poter contenere la Russia in Europa e dopo alcuni colloqui segreti con il presidente Mao consentì l’inizio della diplomazia del ping pong, cosiddetta perché comincio davvero con un torneo fra giocatori americani e cinesi. L’Unione sovietica spiazzata da questa nuova intesa rinunciò allo scontro il Cina e diventò per la prima volta partner degli Stati Uniti che anno dopo anno la aiutarono, anche se fra zuffe e ritorsioni continue, ad accedere alla sua tecnologia e diventare quel che la Cina è oggi.

Come uomo politico ebbe l’ultimo momento di gloria subito dopo gli attacchi alle torri gemelle dell’undici settembre 2001, quando il presidente G.W. Bush gli affidò l’incarico di guidare le indagini per la ricerca dei colpevoli. Ma la cosa non piacque a tutti coloro che temevano un inasprimento dei rapporti fra Stati Uniti e le nazioni arabe ancora più rischioso di quello che portò il conflitto con l’Iraq.

Così Henry Kissinger preferì ritirarsi a New York nella sua splendida tana al trentatreesimo piano di un grattacielo da cui si gode la straordinaria vista di una città che ogni anno si demolisce e ricostruisce sotto i tuoi occhi. Non lo diceva apertamente ma nelle conversazioni private sosteneva che l’era della vera pace perenne sarà accessibile soltanto quando saranno cambiati i regimi russo cinese e iraniano. Ma si è sempre ben guardato dal consigliare avventure militari di qualsiasi genere perché dalla Seconda guerra mondiale in poi aveva imparato, e poi insegnato, la nozione più importante dura da capire benché sia banale: una volta lanciata una guerra nessuno è più in grado di fermarla né di prevederne gli sviluppi.

Sostenne, senza esserne entusiasta, la necessità del colpo di Stato in Cile contro Salvador Allende perché riteneva inammissibile che l’Unione sovietica, che possedeva già Cuba come stato armato e subalterno, mettesse anche le mani sul Cile. Fu per questo criticato, ma quel suo atto di realismo cinico fu visto come un segnale di concretezza in Italia dal segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer che ne trasse una lezione ideologica in tre articoli per il settimanale del Pci Rinascita, noti come progetto Vola del compromesso storico. Paolo Guzzanti

"Per molto tempo si discuterà di quel che ho fatto, pensato e voluto". Kissinger suggeritore di tutti i presidenti Usa: amato da pochissimi perché andava a letto con il nemico. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'1 Dicembre 2023

Come spiegare a chi non ha vissuto gli anni ’70 e ’80 chi era Henry Kissinger, morto ieri dopo aver compiuto un secolo di vita? Perché ieri tutti i giornali cinesi e in particolare quelli comunisti grondano lacrime dando la notizia della sua morte? Henry Kissinger era nato in Germania da una famiglia ebrea e il suo inglese non è mai stato perfetto. Ma la sua vita è stata quella di patriota americano, ma indossando sempre una gestualità e mentalità europee. Ma la sua carriera politica, oltre quella accademica, cominciò quando il repubblicano Richard Nixon (che aveva perso il primo duello televisivo della storia con John Kennedy) lo scelse come segretario di Stato, o ministro degli esteri. Gli Stati Uniti erano impantanati nella feroce guerra del Vietnam per una sottovalutazione di John Kennedy che pensava di sostituire nel Sudest asiatico il vuoto lasciato dai francesi, sconfitti in campo aperto dall’esercito nordvietnamita di Ho-Chi Minh e del generale Giap.

Il successore di Kennedy, Lindon Johnson aveva trasformato quella guerra in un inferno da cui non si poteva più uscire. Quando il repubblicano Nixon (poi costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate) entrò alla Casa Bianca, provò a vincere la guerra ma fu un nuovo disastro. E Kissinger, che non era un santo, autorizzò segretamente terrificanti bombardamenti a tappeto sulla Cambogia. Più tardi, quando la pace fu firmata a Parigi, Kissinger ricevette nel 1973 il Premio Nobel per la pace, ma nella sua organizzazione mentale la pace era una necessità realistica e non morale. Fu anche accusato di aver prolungato il tempo di quella guerra e non di averlo abbreviato. E forse è vero perché il cauto Henry ha sempre voluto sperimentare ogni ipotesi per valutare le conseguenze. In questa abilità è stato forse all’altezza di Talleyrand, ministro degli esteri del re Luigi XVI, poi decapitato, del governo rivoluzionario, poi di Napoleone e anche della restaurazione. Di se stesso scrisse ciò che ha con minor enfasi sussurrato. “Per molto tempo si discuterà di quel che ho fatto, pensato e voluto”. Il punto in comune è la permanenza nella stanza delle decisioni strategiche con ogni Presidente, democratico o repubblicano, con il ruolo di suggeritore (e spesso decisore) di tutti i Presidenti compresi Donald Trump e Joe Biden. È morto amato da pochissimi e circondato da una stima priva di affetto, come un grande giocatore di scacchi nella guerra con il Vietnam cui volle mettere fine, ma non prima di aver constato l’inutilità delle armi più distruttive come il napalm. Riuscì a tirar fuori l’America da quel disastro “ma assicurandoci un tempo decente tra l’armistizio e l’inevitabile rotta finale”.

L’infernale trattativa con l’Oriente lo rese astuto e impeccabile sia nei rapporti diplomatici con i vietnamiti sia con i cinesi con cui entrò in contatto per necessità e un interesse sia pratico che filosofico con la misteriosissima e totalmente chiusa al resto del mondo Cina di Mao Zedong. Una Cina con cui l’America si era già sanguinosamente scontrata nei tre cupi anni della guerra di Corea finita con un fragile armistizio mai diventato pace sul trentottesimo parallelo, perché Mao aveva speso in battaglia quasi due milioni di soldati. La Cina era quanto di più misterioso esistesse perché nessuno era autorizzato ad entrarvi o uscirne. Si sviluppò così la categoria misterica, quasi una casta dei sinologi, veggenti capaci di interpretare i segni dell’impero più oscuri e che benché comunista era entrato subito in conflitto con la Russia sovietica per dispute sia ideologiche che territoriali. L’URSS era il vero nemico che minacciava l’Europa e l’America e Kissinger concepì un piano segreto, spavaldo e non soltanto vincente per quei tempi, ma rievocato con nostalgia oggi dalla Cina di Xi-Jinping come un paradiso perfetto in cui Usa e Cina vivono delle reciproche offerte e richieste, senza minacce di guerra.

Questo è il motivo per cui a luglio Kissinger fu invitato a Pechino dove gli fu riservata un’accoglienza di venerazione e nostalgia che fece andare in bestia l’attuale segretario di Stato Antony Blinken perché vedeva il suo antico predecessore ricevere il trattamento che si dovrebbe a una grande nazione, mentre la Cina faceva del centenario Kissinger il padre fondatore di un mondo rimpianto. Il suo colpo di genio fu quello di capire che la Cina ha fame di America, e non di Russia, e che lo stesso fondatore Mao Zedong trovava più proficuo un rapporto duro e puro con il mondo occidentale che con l’Unione Sovietica, benché entrambe le potenze comuniste sostenevano insieme il Vietnam contro l’esercito americano ma in brutale competizione lungo l’incerta frontiera del fiume Ussuri dove cinesi e russi si sparavano ogni giorno. Kissinger scelse la Cina e la sua tessitura andò a buon fine. Ma oggi che Kissinger è morto, questo pragmatico emigrato con accento tedesco seguita a trasmettere messaggi attraverso la stampa cinese che celebra la sua morte come quella di un leader amato perché oggi la Cina ha di nuovo scelto di cercare la linea comune con gli Stati Uniti come il felice incontro di Xi Jinping e Joe Biden a San Francisco hanno ampiamente dimostrato.

Resta, oggi come allora, l’ostacolo di Taiwan, Ma con Kissinger, i cinesi Mao e il ministro degli esteri Chu Enlai trovarono una formula ipocrita quanto basta per tirare avanti senza farsi troppo male. Questa è la ragione per cui oggi, mentre scriviamo, a Taiwan, non si celebra affatto la morte di un amico ma del cinico opportunista che non esitò a mollare i nazionalisti cinesi filoamericani, per andare a letto col nemico. Kissinger partecipò e diresse poi dal fronte occidentale il collasso progressivo dell’Unione Sovietica, cosa che a Mosca aveva capito soltanto Yuri Andropov, capo del KGB e poi Segretario generale del Pcus per poco, ma quanto bastava per indicare in Michael Gorbaciov l’uomo addestrato e pronto per trattare con Washington e Londra la fine controllata dell’impero sovietico, mentre a Pechino si brindava e il giovane colonnello Putin giurava vendetta.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Sapeva anche la riforma sulla Buona scuola, si complimentò. Kissinger, alla faccia della rottamazione: a 99 anni è giovane perché capisce il futuro. Matteo Renzi su Il Riformista l'11 Maggio 2023

In un mondo impazzito il più saggio di tutti è un signore di 99 anni. Alla faccia della rottamazione, lasciatevelo dire persino da me. Il suo nome è Henry Kissinger e se volete capire il futuro leggete questo articolo.

È l’estratto di un’intervista che Kissinger ha rilasciato a Ted Koppel, trasmessa dalla Cbs nei giorni scorsi. La verità è che nel tempo degli slogan e dei tweet la geopolitica è sempre più di facile da capire, da analizzare, da studiare. Scatta la pandemia e i social sono pieni di virologi, parte la guerra e sono tutti strateghi militari, iniziano i mondiali di calcio e sono tutti allenatori. Ma nella realtà ci sono quelli (pochi) veramente bravi che ti aiutano a capire dove va il mondo. Henry Kissinger lo faceva per professione, oggi lo fa per vocazione.

Sull’Ucraina era stato il più lucido nel marzo 2014 quando dalle colonne del Washington Post aveva avanzato preoccupazioni e soluzioni, inascoltata Cassandra del tempo moderno. Oggi ribadisce il ruolo della Cina e della necessità di un dialogo vero tra Washington e Pechino. Ma soprattutto invita a fare politica, attività che non si misura in like ma si valuta sulla base dell’intelligenza e dei risultati.

le porte. E già occupato ma c’è spazio. Al centro dell’ascensore c’è lui, già in sedia a rotelle. Lo saluto, mi saluta ma non mi riconosce ovviamente. Mi sposta il badge. Guarda il nome. Ah, tu sei Renzi, l’ex primo ministro italiano. Bravo per la tua riforma, peccato non sia passata.

Wow, mi dico! Kissinger conosce la riforma costituzionale. “Grazie, Eccellenza, purtroppo in Italia non è facile fare le riforme costituzionali”. No, non la riforma costituzionale. Andava bene anche quella ma la vera riforma buona era quella della scuola. Rimango senza parole. Kissinger che mi parla di buona scuola. Sapeva anche quella. E anzi la giudicava la vera riforma necessaria all’Italia.

In un mondo di grigi burocrati Kissinger è il Machiavelli di cui avrebbe bisogno il mondo. Se lo leggete con attenzione capirete perché è ancora giovane.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Il ritratto. “Kissinger profeta di pace? Vietnam e Cile non possono essere liquidati come errori”, Stille racconta i 100 anni dello ‘stratega’ Usa. Umberto De Giovannangeli su L'Unità il 23 Maggio 2023

“Vada che viviamo in un eterno presente in cui la memoria storica è volatile. Ma arrivare al punto di idealizzare Henry Kissinger e dipingerlo come una sorta di profeta di pace, beh, questo è davvero troppo”. Ad affermarlo è Alexander Stille. Giornalista e scrittore statunitense, Stille collabora con prestigiose testate come The New Yorker e The New York Times, e insegna giornalismo alla Columbia University. Tra i suoi libri, tradotti in Italia, ricordiamo La forza delle cose, Un matrimonio di guerra e pace fra Europa e America (Garzanti); La memoria del futuro. Come sta cambiando la nostra idea del passato (Mondadori); Citizen Berlusconi. Il cavalier miracolo. La vita, le imprese, la politica (Garzanti); Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo (Garzanti); Nella terra degli infedeli (mafia e politica nella prima repubblica) (Mondadori).

Riandando indietro nel tempo, al 1969, Stille ricorda una considerazione di Kissinger rivolta alla guerra in Vietnam: “Abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri oppositori ne hanno combattuta una politica. Nel processo, abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerriglia: vinci se non perdi. L’esercito convenzionale perde se non vince”. Una riflessione sulla guerra asimmetrica che potrebbe essere riproposta oggi sul fronte russo-ucraino.

In occasione dei cento anni di Henry Kissinger, il 27 maggio prossimo, sembra in atto, almeno qui in Italia, una rivalutazione della sua figura, una sorta di beatificazione laica di una personalità certamente di spessore che ha significato molto nella storia degli Stati Uniti e a livello internazionale. Sono tutte rose e fiori?

Rispetto a certe posizioni oltranziste sull’intervento in Iraq, la realpolitik di Kissinger sembra una controtesi utile. Ma non per questo vanno dimenticati o messi tra parentesi quelli che non possono essere liquidati come “errori” nella sua gestione della politica estera americana.

A cosa si riferisce?

Ha prolungato la guerra in Vietnam per diversi anni, ha pilotato l’invasione della Cambogia, una tragedia che quel paese sente tuttora, ha dato il beneplacito al colpo di stato in Cile (al tempo Kissinger era segretario della Sicurezza nazionale del Repubblicano Richard Nixon e figura apicale dell’establishment americana, n.d.r.) oltre che avallato se non addirittura sostenuto e coperto a livello internazionale le dittature militari in America latina. Questi sono molto più di “errori”. Sono tutti pezzi, molti dei quali insanguinati, di una visione della politica estera americana della quale Kissinger fu uno dei massimi artefici. Lo spessore della persona non si discute. Ma la storia non può essere piegata a narrazioni di comodo, che calpestano una verità storica e offendono la memoria di milioni di persone che di quella politica sono state vittime. L’idealizzazione di Kissinger mi pare davvero fuori luogo. È meglio consegnarlo al suo posto storico e valutarlo nel bene e nel male ma certamente non indicarlo come modello.

Perché a suo avviso c’è oggi il tentativo di raccontare Kissinger come profeta di pace?

Mi è difficile rispondere a questa domanda. Bisognerebbe essere nella testa di coloro che portano avanti questa idealizzazione. Non credo che queste persone non conoscano la storia. Sarebbe stato intellettualmente più onesto farsi carico anche delle pagine più oscure della biografia politica di Kissinger, forzando magari una loro storicizzazione, ma far finta che non esistano è, ripeto, una forzatura difficile da giustificare. La società ha la memoria corta e in più in un mondo senza eroi si cerca forse un eroe .Per tornare al presente, forse si cerca una possibile soluzione ad una situazione molto brutta in Ucraina. Si vorrebbe pensare ad una fine di questo conflitto. Le semplificazioni non aiutano mai a inquadrare la realtà delle cose né a dare conto delle posizioni di personalità complesse come è Henry Kissinger. Neanche Kissinger arriva al punto di sostenere che una pace fondata sulle determinazioni di Vladimir Putin sia una vera pace. Si capisce la volontà di trovare una soluzione ad una guerra che sta distruggendo un paese e che rischia di durare ancora a lungo e di estendersi in Europa. Di questa necessità Kissinger sembra farsi carico, il che è apprezzabile. Ma ciò, lo ribadisco, nulla toglie ad una valutazione complessiva del suo lunghissimo operato.

Quanto c’è oggi ancora del pensiero di Henry Kissinger nei circoli che contano negli Stati Uniti?

Più che del pensiero diretto di Kissinger, parlerei dell’influenza da lui esercitata sulla scuola dei cosiddetti realisti, portava avanti da persone come il professor John Meirsheimer e altri pensatori. Costoro, i realisti, hanno una visione del mondo che si rifà in qualche modo ai dettami praticati da Kissinger quando era segretario di Stato e successivamente. I realisti kissingeriani esercitano una indubbia influenza sulla politica estera americana, e non solo nei riguardi dei Repubblicani. Loro, ad esempio, hanno sostenuto la necessità di rivedere l’appoggio acritico degli Usa nei confronti d’Israele. Questo almeno ha il merito di aprire un dibattito su un tema, il rapporto tra Stati Uniti e Israele, sul quale sembrava esserci una sorta di tabù inviolabile. Hanno peraltro sostenuto, a ragione a mio avviso, che l’espansione molto rapida della Nato ha in qualche alimentato la paranoia e il senso di accerchiamento della Russia. D’altro canto, se si applica il realismo in termini assoluti, in modo automatico, si rischia di sconfinare nell’amoralità, del tipo chissenefrega dell’Ucraina, lasciamo perdere. I nostri interessi principali non sono lì, lasciamo prevalere chi è più forte. A ben vedere, il realismo è basato sulla valutazione della forza. E in questo, Henry Kissinger è stato il re dei realisti.

La guerra in Ucraina. Qual è oggi l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica statunitense?

La grande maggioranza è dalla parte dell’Ucraina. C’è una piccola corrente pro-russa nell’ala estrema del Partito repubblicano ma è decisamente minoritaria.

Questo favorisce la corsa di Joe Biden per un secondo mandato presidenziale nelle elezioni del novembre 2024?

Potenzialmente sì, perché Trump ha detto delle cose molto negative a proposito di Zelensky e poi è molto nota la sua amicizia con Putin e questo non credo che gli porti crediti elettorali. Stranamente il suo più accreditato sfidante in campo repubblicano, il governatore della Florida Ron De Santis, ha affermato che è ora di smetterla di scrivere assegni in bianco per l’Ucraina, basta con questa guerra. Ma non credo che queste posizioni abbiano molta presa sull’elettorato, neanche in quello più conservatore.

A proposito di Trump. Le sue disavventure giudiziarie potranno rendere impossibile una corsa vincente di The Donald alla Casa Bianca?

È difficile prevederlo. Di certo nel suo elettorato le gravi accuse che lo hanno investito, e anche le prime sentenze, non hanno molta presa. Loro sono convinti che Trump sia vittima di persecuzioni politico-giudiziarie e che giudici e magistrati siano al servizio degli odiati Democratici, quelli, che nel loro immaginario collettivo, avrebbero scippato con i brogli la vittoria di Trump nelle elezioni passate. Ulteriori problemi giudiziari non faranno che rafforzare questa convinzione tra i suoi seguaci.

Per chiudere su Henry Kissinger. Lui fu anche uno degli artefici della “diplomazia del ping pong” con la Cina negli anni della presidenza Nixon. Oggi che messaggio sarebbe questo, in “stile Kissinger”?

Che bisogna negoziare anche con Stati che non ci piacciono. Certamente lui non è contrario, tutt’altro, ad una soluzione negoziata del conflitto russo-ucraino, ma questo non l’ha spinto a dire o a scrivere qualcosa di positivo nei riguardi di Putin. Da grande e intelligente “realista” anche al traguardo del secolo di vita, Kissinger non ha perso lucidità e abilità nel maneggiare le parole.

L'addio a 100 anni. Chi era Henry Kissinger, tanto realismo e zero etica. Kissinger unisce alle letture dalla spiccata sensibilità europea, la capacità di decifrare la contingenza che è propria del politico pratico. Mettendo insieme le due dimensioni pilotò una estrema concentrazione dei poteri alla Casa Bianca. Michele Prospero su L'Unità l'1 Dicembre 2023

Una delle sue ultime uscite è stato un contributo in un libro sull’intelligenza artificiale. La curiosità per le cose nuove, insieme alla frequentazione delle “historie”, ha sempre contraddistinto Henry Kissinger. Qualcosa di “artificiale”, nel senso del Leviatano di Hobbes, deve avere anche la sua intelligenza politica addestrata alla comprensione degli ingranaggi minuti del potere-macchina.

Il centenario osservatore geometrico delle relazioni internazionali si è distinto per considerazioni di rara saggezza su come sbrigliare “l’enigma russo”. Nella tradizione americana tocca agli “idealisti” (e ai neocon), che sognano la pace perpetua in un mondo dove però devono abitare solo dei liberi stati repubblicani, chiamare alle armi per la guerra santa in nome dei diritti e della democrazia.

Kissinger appartiene alla scuola realista (“un realista eccentrico” secondo M. Del Pero), e senza essere un pacifista non crede ai vantaggi strategici della esportazione con le bombe dei principi dell’occidente. Appartiene alla scuola di Machiavelli che, con le Legazioni scritte come diplomatico in giro per l’Europa, costruì le sue categorie politiche.

Kissinger unisce alle letture dalla spiccata sensibilità europea (uno dei suoi primi lavori è dedicato a figure così distanti come Spengler e Kant), la capacità di decifrare la contingenza che è propria del politico pratico. Mettendo insieme le due dimensioni, nel contesto del bipolarismo del dopoguerra, egli pilotò (non senza qualche inciampo nella crisi costituzionale del Watergate) una estrema concentrazione dei poteri alla Casa Bianca.

Sulle basi di una combinazione dell’analisi con le decisioni, ha posto al centro della condotta americana la nozione di “interesse vitale”, disprezzata da Clinton in preda alle fascinazioni per le nuove missioni etiche. L’insistenza di Kissinger per il senso della misura nella gestione del post-guerra fredda, gli valse l’accusa di essere un nostalgico dell’isolazionismo americano. Si trattava invece della consapevolezza della mancanza di serie alternative al ridimensionamento strategico americano per evitare la proliferazione di nuovi micro-conflitti con un forte potenziale di escalation.

Kissinger coltivava una diversa interpretazione dei fenomeni geopolitici rispetto alla fascinazione del neo-conservatorismo, che in politica estera suggeriva una filosofia dei valori morali che, sulla base dello schema bene-male, rivendicava una conflittualità permanente tra le potenze liberali e gli imperi del male. Egli diffidava della intonazione morale che accompagnava la teorizzazione della liceità del cambio di regime per la esportazione ovunque della forma della democrazia.

Quando nel secolo scorso è toccato a lui dirigere le operazioni non ha esitato peraltro a suggerire certe maniere spicciole per risolvere le questioni interne a Stati caduti sotto il comando dei “rossi”. Quando l’ambasciatore americano Popper osò richiamare Pinochet al rispetto almeno minimale dei diritti umani, in qualità di responsabile dell’American foreign policy lo fulminò: “smetta di fare lezioni di scienze politiche!”. Contava solo l’interesse geopolitico di controllare la politica estera di Santiago, il resto apparteneva alla metafisica.

Su queste stesse basi, che sconsigliano almeno di bollare come “macellai” i capi di Stato nemici, Kissinger evitò con accuratezza i giudizi etici sui regimi russo e cinese per intavolare politiche di reciproca convivenza. Cosa rara per i consiglieri del Principe, Kissinger si impose come personaggio al centro dell’agenda dei media. Divenne anche un personaggio la cui storia attirava la curiosità dei lettori dei rotocalchi popolari. Nessun altro Consigliere per la Sicurezza Nazionale o Segretario di Stato ha ricevuto le attenzioni e la copertura ottenuta dall’ascoltato collaboratore di Nixon e Ford.

C’è da dire che questa eminenza grigia, proveniente dall’accademia, prima di diventare come “Doctor of Diplomacy” l’architetto della distensione nelle relazioni internazionali, “corteggiò la stampa e incoraggiò l’attenzione che da essa ricevette come nessun altro gestore della politica estera aveva fatto prima di lui” (Robert D. Schulzinger, Henry Kissinger, Columbia University Press, 2019, p XI).

Gli otto anni della sua gestione (dal 1969 al 1976) scongelarono la guerra fredda, gestirono il disimpegno dell’Impero dal Vietnam, iniziarono relazioni positive con Pechino, dirottarono le attenzioni strategiche verso il Medio Oriente fallendo però nel proposito di favorire la pace tra arabi ed israeliani.

Nella sua azione innovatrice Kissinger ha monopolizzato influenza, ha assunto decisioni nel cuore dell’amministrazione. “Era dai tempi di Woodrow Wilson (presidente dal 1913 al 1921 ndr), che redigeva dispacci diplomatici con la sua malconcia macchina da scrivere Underwood, che la politica estera degli Stati Uniti non appariva così centralizzata come lo era negli anni di Kissinger” (Schulzinger, ivi, p. 237).

Nessun’altro membro dell’establishment dopo di lui ha raggiunto una padronanza così marcata nel muoversi con autorevolezza nei meandri della geopolitica e nel fondare una coerente linea di politica estera. Dopo Kissinger, ci fu il diluvio con imbarazzanti rivelazioni sulla vendita segreta di armi all’Iran e prove sul riciclaggio dei profitti delle milizie centroamericane.

Le ambizioni reaganiane di oltrepassare la distensione, per favorire la rinascita della competizione militare, produsse dimissioni a raffica e quindi momenti di caos: “in otto anni, Reagan si rivolse a sei diversi consiglieri per la sicurezza nazionale” (ivi).  La solida figura di Kissinger entrò presto nel solco della leggenda.

I risultati della sua stagione, se si prescinde dal più durevole rapporto intavolato con la Cina, si rivelarono non tanto effimeri quanto di breve durata. La distensione con la Russia e lo sforzo per il controllo degli armamenti fu sepolta con le guerre stellari. La dottrina strategica che postulava la necessità di separare “gli interessi permanenti” dell’America da quelli più occasionali, non sempre ha ottenuto sbocchi soddisfacenti ma essa rimane un pilastro per la gestione dinamica delle relazioni internazionali.

La sua lezione fu anzitutto di metodo, e quindi capace di resistere nel tempo: realistica valutazione delle forze e primato assegnato alla soluzione politico-diplomatica capace di adattarsi alle nuove situazioni. Al governo usò gli strumenti della personalizzazione e della “diplomazia spettacolo” con un indebolimento della burocrazia permanente del Dipartimento di Stato. Per questo non lasciò una struttura di gestione che durasse oltre il suo mandato ricoperto di reputazione.

“La diplomazia di Kissinger era personale. Divenne una celebrità durante la sua permanenza al potere e mantenne tale status per anni dopo aver lasciato l’incarico. Tuttavia lo stile personale di Kissinger causò anche molti problemi. Egli a volte agiva come se solo lui possedesse la saggezza, la conoscenza, l’accesso al presidente, il riconoscimento degli altri leader e la necessaria concezione strategica per progettare una nuova politica estera” (Schulzinger, ivi).

Tante sono le accuse che, nel bilancio storico-politico, gli piovono addosso: indifferenza etica e sordità per i diritti umani, estraneità alle questioni dell’economia e dello sviluppo del terzo mondo, ossessiva ricerca della distensione secondo gli schemi vetero-europei del diciannovesimo secolo, utilizzo degli arnesi sottili della diplomazia segreta con le arti della dissimulazione rispolverate nella competizione entro l’élite, dura gestione personalistica del potere a discapito delle competenze degli alti funzionari dell’amministrazione.

Da lettore di Tucidide negli ultimi anni ha cercato in ogni modo di indicare la via per schivare l’appuntamento con la classica previsione di una “trappola” in cui si cade per lo scontro inevitabile tra la grande potenza che declina e la nuova fortezza in ascesa. Nelle sue pagine sulla singolarità della Cina (per risolvere la questione di Taiwan “la forza non è stata esclusa, ma il ricorso a essa è stato, sia pur gradualmente, contenuto”), sulla eventualità che i paesi emergenti traccino i confini di “un ordine asiatico”, Kissinger invita alla complessità dell’analisi. Anche per tenere salda la consapevolezza degli interessi permanenti americani, nella gestione dei nuovi conflitti egli insiste per la ricerca del negoziato alla luce della certezza che un dialogo è comunque produttivo, al di là delle acquisizioni effettive.

Un certo pessimismo affiora nel suo giudizio sulla gestione dell’ordine post-sovietico secondo una “esultanza ideologica” che in fretta voleva licenziare la “vecchia” diplomazia. “La proiezione di un’alleanza militare come la Nato in un territorio storicamente contestato, nel raggio di qualche centinaio di chilometri da Mosca, non veniva proposta principalmente per ragioni di sicurezza ma come metodo razionale per mettere al sicuro le conquiste democratiche” (Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, 2015).

Del “Doctor of Diplomacy” resta acuta la percezione che nello scacchiere mondiale sono proliferate nuove potenze, molteplici entità regionali rivendicano voce nel ripensamento dell’ordine. Disegnare un nuovo equilibrio (“Quando il potere sovietico declinò, il mondo divenne in una certa misura multipolare”) è per lui non una indicazione etica ma una necessità. Tra la visione americana (l’ordine globale è creato in direzione della democrazia e dei diritti) e quella cinese (la sovranità prevale sui diritti) l’opposizione è stridente.

“Nessun compromesso formale è possibile tra questi punti di vista; impedire che il disaccordo si avviti fino a degenerare in conflitto è uno dei principali doveri dei leader di entrambe le parti”. Compito delle due leadership è secondo Kissinger cercare che il conflitto non porti ad esiti distruttivi e in tal senso comune è l’interesse a progettare momenti di condivisione della governance mondiale.

Anche la Casa Bianca deve aderire a un disegno multipolare, oltre ogni nostalgia di impero. Per non cedere tutto, è più conveniente per una grande potenza in declino archiviare ogni “missione civilizzatrice” per indossare un soft power disponibile “alla edificazione di un ordine mondiale costruttivo”, come lo definisce Kissinger.

Un suo libretto uscito per Mondadori (“Leadership. Sei lezioni di strategia globale”), ricostruisce la parabola di statisti che vanno da Adenauer sino alla Tatcher. Dovrebbe essere preso come un testo chiave per riflettere sulla qualità delle classi politiche di oggi. La sensazione di Kissinger è che “la maggior parte dei leader non ha grandi visioni, bensì un atteggiamento manageriale”.

Questo deficit di progetto rischia di essere fatale nei periodi di crisi. In un’America stordita tra le suggestioni di un bellicoso internazionalismo liberale e le eredità guerriere dell’amministrazione Bush incantata dal pensiero neoconservatore, l’intelligenza “artificiale” di Kissinger risuona estranea. Michele Prospero 1 Dicembre 2023

Barbara Costa per Dagospia venerdì 1 dicembre 2023.

Il potere piace, il potere è il più grande afrodisiaco, se hai il potere le donne, sììì, “le prendi per la f*ca!” (Trump dixit). Sono loro che te la offrono, te la lanciano, te la regalano. Sono poche quelle che hanno dignità e rispetto di sé e non lo fanno, mentre non poche son state quelle che Henry Kissinger ha frequentato quando al potere lui c'era, lui ce lo aveva, e lo faceva valere… Attrici, cantanti, top model, pre-influencer (c’erano pure negli anni '70, senza Instagram, e si facevano chiamare socialite).

E allora, Henry Kissinger, Prof. Henry Kissinger, sua eccellenza Mister Navetta diplomatica internazionale, saggio centenario,  come la mettiamo? Ha detto benissimo Lapo Elkann a Stefania Rossini, su "L'Espresso", nel 2005: Kissinger non va ricordato per il discusso politico che è stato. Già: la politica, quella vera, quella di chi la fa sul serio, non è roba per signorine.

E lui, Kissinger, che gli Agnelli li conosce davvero, lui, Kissinger, che da tedesco dicono tifi Juve, e lui, Kissinger, che, a 13 anni, è scampato a Hitler, rifugiandosi in USA. Lui, che Lapo se lo è preso sotto le ali e Lapo era neo laureato ed era il 2001 e con Kissinger era a New York sulle ceneri delle Torri Gemelle. Lapo è stato suo assistente, e solo grazie a Lapo lui, Kissinger, ha imparato a usare un computer. O così dice Lapo, anche se Lapo precisa che Henry Kissinger “non ha bisogno di nessuno”.

E, proprio nessuno, mai, neppure dei Rockefeller!!? Sveliamolo, su, quello che pochi sanno: Henry Kissinger deve la sua fama politica a Richard Nixon che, non conoscendolo affatto, gli ha affidato la Sicurezza Nazionale e, in seguito, anche gli Esteri, rendendolo uno tra i politici più influenti al mondo. Sì, ma... lui, Henry Kissinger, Nixon poco l'ha stimato. L’ha votato sì, ma da ultimo, e controvoglia. Kissinger è repubblicano, e deve tutto alla sua vicinanza (adulazione, per i detrattori) a Nelson Rockefeller, cioè colui che Kissinger ha votato preferendolo a Nixon.

Nelle primarie del 1968 vinte da Nixon, nelle elezioni che hanno visto il cervello sparato di un altro Kennedy, Bob, quello che Kissinger vantava amico suo ma che amico suo non era. Kissinger ha provato a introdursi nella Casa Bianca, ossia nelle sale del potere, fin dalla presidenza di John F. Kennedy. JFK leggeva e teneva buon conto dei libri del prof. Kissinger: concettosi, sì.

E nel 1962 lo chiamò come consulente esterno di politica estera. Kissinger si scapicollò, e però, JFK preferì altre teste d'uovo, a quella di Kissinger, e non lo chiamò più dopo che, scoppiata la crisi dei missili cubani, Kissinger risultò irreperibile. C’è chi (lo storico Arthur Schlesinger Jr.) maligna che Kissinger diede buca a JFK perché "impegnato" con una donna, e sapete perché credo poco alla grande amicizia esibita da Kissinger con Bobby Kennedy?

Per quello che una donna su Kissinger ha spiattellato in "Dear Henry", libro scritto da una giornalista francese che umiliò Kissinger rendendolo vittima di sfottò per anni. Questa donna, Danielle Hunebelle, innamorata persa di Kissinger, e che Kissinger non ricambiò, ma che però frequentò, e intimamente, perché questa Danielle nel suo libro con minuzia descrive casa di Kissinger scapolo a Washington, il bagno (e come Kissinger in vasca si lava), e la sua sala da pranzo, con in bella vista le sue foto coi potenti della Terra autografate, con dedica, incluso un posato con RFK.

Kissinger ha detto no a questa Danielle e, dopo il di lei libro-vendetta, ha avuto il terrore delle donne che non fossero show-girl e affini. Nondimeno, dopo Danielle, chi doveva capitargli? Sì, Barbara Walters, icona del giornalismo TV, ma lei dopo, prima una grande amica della Walters e cioè colei che Henry, nelle sue "Memorie", indica “la mia nemesi”: Oriana Fallaci!!! Pochissimi sanno che fu proprio Kissinger a invitare Oriana Fallaci alla Casa Bianca, prima dell'intervista, in due incontri privati. Per esaminarla. 

E vedere se fosse come nelle foto che Kissinger, di Oriana, conservava. Peccato che Oriana gli diede soddisfazione unicamente estetica, e ne sp*ttanò per iscritto la sua vanità: anche mister Kissinger voleva la sua intervista con la Storia, a pari dei capi di stato torchiati dalla Fallaci. Si era ancora in guerra col Vietnam, e Henry Kissinger riceve Oriana alla Casa Bianca il 4 novembre 1972, tre giorni prima delle elezioni che diedero a Nixon un secondo mandato poi rivelatosi tale per gli intrighi del Watergate (eeeh, il Watergate!!! Quando Kissinger, ebreo, si inginocchiò con Nixon a un passo dall'impeachment, a pregare il dio dei cristiani!!!

Ma chi se le ricorda, le storiche gesta di Kissinger, quando nel '69 con Nixon ordinò l’invasione della Cambogia, "scordandosi" di avvertire il Congresso??? E le intercettazioni illegali contro i giornalisti??? Tutto obliato? E le fughe di notizie che, guarda un po', provenivano dall’ufficio di Kissinger, e che facevano il gioco anti Nixon??? Nel 1974 Nixon si dimette ma Kissinger rimane saldissimo al suo posto, al suo doppio incarico di ministro, sotto il nuovo presidente Gerald R. Ford. Mica è illegale! Inopportuno forse…).

Vabbè, torniamo a, come lo chiamo, l’"entusiasmo" di Kissinger per Oriana Fallaci. Lui le accorda l’intervista, contento, diluita in incontri di più giorni ma poi, dopo 30 minuti dal primo, incontro, col telefono che suonava e interrompeva, e era sempre Nixon che frignava, Kissinger se ne va, molla la Fallaci là, con quel poco su nastro registrato, che diventano righe feroci su “Kissinger cowboy che porta la giustizia nel mondo”. Il cowboy solitario, con la pistola a equivalenza fallica.

Un “John Wayne della politica estera”. Pensate alla faccia di Nixon, che, in questa intervista, ne esce come un buono a nulla. E intervista che fa il giro del mondo, intervista che Kissinger abiura, intervista di cui Oriana alla "CBS" e al "Washington Post" mette a disposizione i nastri, e intervista che Kissinger, dopo 34 anni (dico, 34 anni!!!) nel 2006, alla morte della Fallaci, al TG1, riconosce autentica.

E comunque io glielo stralodo, a Kissinger, quanto replicato a Aldo Moro che voleva il PCI al governo con la DC, ma con la benedizione degli Stati Uniti: “Io coi comunisti ci dialogo, mica ci governo!!!”. Henry Kissinger nel 1973 riceve il Nobel per la Pace insieme a Le Du Tho, il nord vietnamita che con lui negoziò la pace in Vietnam. Povero Nobel, e povera pace. 

Perché, come si sa, nell’aprile del 1975 i nordvietnamiti si riprendono tutto il Vietnam del Sud, vanificando accordi che lo stesso Kissinger definì “la firma di una attesa”. Della fine. Della sconfitta. A Vietnam riunito e riconquistato, il comunista Le Du Tho riconsegnò il Nobel (e i soldi vinti) ma Kissinger no. “L'ambiguità ha i suoi meriti”, disse una volta Kissinger a un incontro con la stampa. Vi lascio con la barzelletta che girava durante la presidenza Nixon: “Tu lo sai cosa succederebbe se Henry Kissinger morisse? Nixon diventerebbe Presidente…!”.

Michele Masneri per “il Foglio” - Estratti venerdì 1 dicembre 2023. 

Si divertiva? Fatturava? E cosa pensava Henry Kissinger nei suoi (abbastanza) frequenti soggiorni italiani? Il Grande Malvagio Tedesco, l’ispiratore del doctor Strangelove, stava frequentemente da noi, quasi unicamente a Torino e Roma. 

Il suo interlocutore più noto era naturalmente Gianni Agnelli, che si era legato a lui in una di quelle amicizie transatlantiche che tanto avrebbero giovato al mito. Dunque allo stadio, a vedere la Juve, accanto all’Avvocato nei suoi bomberoni con bastone da patriarca Fiat. 

“Kissinger invece in giacca e cravatta, non credo di averlo mai visto senza”, ricorda Jas Gawronski col Foglio. “Non so neanche se gli piacesse davvero il calcio”. Prosegue Gawronski: “O il suo entusiasmo per cui ogni volta che stava a Torino voleva assolutamente andare allo stadio era per compiacere l’Avvocato. Non credo che poi fuori da Torino si precipitasse alle partite”.

“Una volta scesero anche durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo negli spogliatoi, come soleva fare l’Avvocato, con grande scorno degli allenatori che usavano quella pausa per gasare la squadra. Così assistemmo a una bizzarra scena di Kissinger tutto ingessato nel suo abito tre pezzi tra quei ragazzi in mutande”. 

“Kissinger aveva paura in macchina per come guidava Gianni”, racconta al Foglio Lupo Rattazzi figlio di Susanna Agnelli. Poi l’ex segretario di Stato sarà anche mentore per il giovane Lapo Elkann che andrà a lavorare come assistente personale di Kissinger nel mega studio di consulenza e pubbliche relazioni Kissinger Associates a New York (la consulenza, il secondo atto di ogni segretario di Stato, come da noi da D’Alema a Angelino Alfano).

L’atto più eversivo fu però quando pianse, in favore di telecamera, nel documentario-eulogia di Hbo su Agnelli (Kissinger piange è pari come portata storica a “Garbo laughs”). “Erano molto legati, senza reciproche deferenze”, dice ancora Gawronski. “Quando l’Avvocato cominciò a stare male Kissinger andò a Torino diverse volte a trovarlo, l’ultima volta, forse intuendo che sarebbe stata l’ultima, interrompendo un viaggio molto importante in Cina”.

Sempre del giro Agnelli era l’amico Mario d’Urso. Ma Un altro italiano amico o conoscente di Kissinger era Giorgio Napolitano, “my best communist friend”, come diceva il segretario di Stato che ricordava sempre di aver firmato lui il visto di entrata in America del futuro presidente della Repubblica italiano. Poi c’era Mario Draghi: un’amicizia che lo stesso Kissinger ha raccontato a settembre dello scorso anno. 

L'occasione è stata il World Statesman Award, il premio come miglior statista dell’anno consegnato dal diplomatico all’ex presidente del Consiglio italiano a New York. Ma non c’erano solo i politici. 

Un altro frequentatore meno noto in Italia era Alberto Arbasino che nel ’59 batteva l’America per studiare e per i suoi reportage, e si trovò ad Harvard a fare il famoso International Seminar organizzato proprio da Kissinger, che dal ’52 al ’69 gestì quel mini Bilderberg estivo di “humanities” per “giovani leader” di paesi alleati, tra Europa e Asia, scelti minuziosamente da Kissinger.

Il tutto finanziato dalle fondazioni Ford e Rockefeller (e dalla Cia, ma questo non si sapeva all’epoca, e del resto un Arbasino-spia sarebbe un delizioso retroscena, finalmente un vero 007 vestito come si deve, con quei suoi gessati, un James Bond di Voghera). 

L’obiettivo di quei seminari della gioventù era creare una rete internazionale di “fellows” amici dell’America grazie anche agli incontri tenuti da figure eminenti come l’ex first lady e attivista Eleanor Roosevelt. 

Dopo le lezioni, Kissinger invitava a piccole merende nella sua villetta dove intervenivano gli studenti, che potevano vedere da vicino e conversare con miti come John Kenneth Galbraith e l’ex first lady “col suo borsone da massaia al mercato” (altro che la ludicrously capacious bag vituperata poi in Succession). 

Ma Arbasino ricordava che Kissinger nei suoi tour europei ricambiava poi la visita ai suoi ex studenti, tra cui anche Dudù La Capria che aveva fatto il Seminario nel ‘ 57 (secondo lui Kissinger “era spiritoso, e aveva pure delle amiche belline”, raccontò La Capria a Salvatore Merlo qui sul Foglio.

“Gli traducevo il proverbio napoletano ‘ogni scarafone è bello a mamma sua’, e scandivo: ‘Every bug is beautiful for his mother’, lui si sbellicava dalle risate. Chissà cosa capiva”). E poi ancora a Roma c’era l’amico Papa Ratzinger con cui parlava in tedesco. Ma molti anni prima Arbasino, improbabile spia ma attento osservatore della scena anche politica italiana, era incaricato di spiegare a Kissinger gli intrighi e le liturgie democristiane, spinose peggio del Vietnam.

 “Una sera arrivò sconcertato”, raccontava lo scrittore. Kissinger aveva infatti chiesto di poter incontrare Aldo Moro, ma a Roma gli avevano invece fissato una riunione con un tale Tommaso Morlino, all’epoca segretario della Dc. “Is that a diminution?”, chiedeva il non ancora segretario di Stato, per una volta completamente disorientato.

Umberto De Giovannangeli 23 Maggio 2023

Estratto dell'articolo di Alberto Simoni per “la Stampa” il 21 luglio 2023.

I cinesi sanno corteggiare il passato e piegarlo all'occorrenza e così il tappeto rosso srotolato sotto i piedi di Henry Kissinger, 100 anni, quella frase che Xi Jinping gli tributa - «il popolo cinese ti ricorderà sempre» - e il luogo dell'incontro, la Villa numero 5 della Diaoyutai Guest House, lo stesso edificio dove oltre 50 anni fa l'inviato americano fu ricevuto dal premier Zhou Enlai, sono ben più di un riconoscimento per il segretario di Stato che riaprì i legami con la Repubblica popolare cinese ai tempi di Mao e spianò la strada allo storico viaggio di Nixon nel febbraio del 1972. 

Sono un messaggio inviato al mondo e ai signori che comandano oggi a Washington. Imparate da quest'uomo, «il nostro vecchio amico». C'è l'essenza della Realpolitik nella missione in terra cinese del suo più alto profeta […]

[…] Xi non schifa l'idea di trattare i rapporti fra Stati per quel che sono, nugolo di interessi che si intrecciano e talvolta di inquinano, considera l'equilibrio di poteri e la non ingerenza i pilastri su cui si agita la scacchiera mondiale. Pragmatismo che si smarrisce e si trasmuta in nazionalismo quando si ricurva nella dimensione domestica, ma che mantiene invece una purezza inquietante quando varca i confini. 

La guerra in Ucraina ne è l'esempio più fulgido, ed è singolare ma non stupefacente, come le visioni di Xi e quelle di Kissinger coincidano. Temendo entrambi per la stabilità e la tenuta di un equilibrio che si stava affermando lungo l'asse Usa-Cina.

Nella visione di Kissinger c'è pure il concetto di eccezionalismo ad avvicinare per poi allontanare subito le due super potenze. Se per gli Usa l'eccezionalismo è la manifestazione di un destino, un primato morale da esportare sotto forma di valori e idee nel mondo, quello cinese è culturale – ricorda l'ex segretario di Stato in "On China" – un arroccamento sui propri tratti distintivi senza pretesa di trasferirli fuori dai confini ma con la convinzione che i Paesi si giudichino in base al grado di vicinanza con il pivot di Pechino. 

Ed è all'interno di schema realismo-eccezionalismo che Kissinger imposta la sua visione delle relazioni sino-americane. Che si esemplifica magnificamente nella sua valutazione sui fatti di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989, quando "rimasi scioccato come tutti a vedere come era finita", ma "a differenza di molti americani ebbi l'opportunità di vedere lo sforzo di Ercole che Deng aveva intrapreso per rimodellare il Paese".

[...] Cina e Stati Uniti sono destinate a misurarsi, piacersi, odiarsi, sfidarsi, magari anche manu militari, ma senza abbattersi. Come in un equilibrio precario si sorreggono. Perché anche la Cina agli occhi del segretario di Stato che spiegò il mondo a Nixon, astuto e spietato capace di esaltarsi per la stretta con Mao così da distogliere l'America dalla debacle in Vietnam, è decisiva per la pace e la stabilità mondiale. "Le relazioni fra Usa e Pechino sono di importanza cruciale per il mondo", ha detto infatti il grande vecchio della diplomazia Usa. 

È toccato al più alto diplomatico cinese, Wang Yi sussurrare a Kissinger la frase più forte, riprendendo dal cassetto della storia la parola "contenimento" e avvertire l'America che "è impossibile circondare o contenere la Cina". Crescerà il Paese, si espanderà ed estenderà come vuole e senza quella morsa che Biden gli sta costruendo intorno, alleanza militare con Giappone e Filippine, i sommergibili nucleari all'Australia, il sostegno all'India, la deterrenza nucleare rafforzata con la Sud Corea. 

[…] Accogliendo Kissinger come un «vecchio amico», Xi altro non ha fatto che cercare di enfatizzare da buon realista la cooperazione e il mutuo rispetto fra potenze. E il centenario faro della politica estera Usa è ad ora l'ultimo di una schiera di big che la Cina può vantare di aver ricevuto di recente: Bill Gates, Steve Cook, Elon Musk, il gotha del business e dell'hi-tech Usa al cospetto dell'erede di Mao in un tentativo – ha notato sul New York Times Dennis Wilder, ex capo del desk Cina alla CIA – «di cambiare l'opinione a Washington». Il realista Xi ha imparato la lezione dell'immortale Henry Kissinger.

Estratto dell’articolo di Rosalba Castelletti per “la Repubblica” il 12 luglio 2023.

Il duo specializzato in burle telefoniche, Vovan e Lexus, ha colpito ancora. Stavolta si sono spacciati per il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky e sono riusciti a fare ammettere all’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger che Washington aveva promesso a Mosca di abbandonare i piani per l’espansione a Est della Nato. 

Si trattava, tuttavia, di garanzie soltanto verbali, ha precisato il diplomatico centenario. “So che è vero, ma non è mai stato scritto”, ha detto. […]

Kissinger ha confermato che nel 1990 il capo del dipartimento di Stato americano, James Baker, disse al segretario generale del Comitato Centrale del Pcus Mikhail Gorbaciov che l'Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa a Est se l’Urss avesse acconsentito all'unificazione di Germania. 

Baker avrebbe dovuto tener conto delle promesse, ma non lo ha fatto, ha proseguito Kissinger. E oggi Washington procede dal fatto che “non ci fosse alcun obbligo formale”.

L’ex segretario di Stato americano ha anche ammesso di pensare che ci fosse Kiev dietro all'attacco al gasdotto Nord Stream del settembre 2022. “A essere onesto, pensavo che i responsabili foste voi. Ma non vi incolperei per questo”, ha detto pensando di parlare col presidente Zelensky. 

Kissinger ha invece accusato i “russi” dell'assassinio del presidente John F. Kennedy nel 1963. “Penso che siano stati i russi. Che siano arrivati attraverso Cuba. La Russia potrebbe essere stata coinvolta. Potrebbe essere stata coinvolta anche la mafia”.

Henry Kissinger spiega come evitare uno scontro fatale tra USA e Cina. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 7 Giugno 2023

Lo statista tra i massimi strateghi della politica americana, Henry Kissinger, in occasione del suo centesimo compleanno, lo scorso 27 maggio ha rilasciato un’ampia intervista al massimo organo di stampa delle élite neoliberali anglosassoni: il britannico The economist. L’architetto della politica estera statunitense dagli anni Settanta in avanti, nonché il primo artefice del disgelo diplomatico tra USA e Cina ha espresso le sue preoccupazioni circa un probabile scontro tra Washington e Pechino che comporterebbe danni devastanti su larga scala, fornendo quindi alcune possibili soluzioni per evitare questo scenario e analizzando le relazioni tra i due super stati. Kissinger non è certo una figura irreprensibile dal punto di vista della sua condotta politica e strategica, considerato che, ad esempio, è stato l’anima delle strategie golpiste statunitensi in America Latina. Tuttavia, le sue doti di stratega e di diplomatico e la sua capacità di analisi politica rendono degne di considerazione le sue riflessioni sull’attuale panorama geopolitico.

Secondo lo statista centenario, «Entrambe le parti si sono convinte che l’altra rappresenti un pericolo strategico». Tuttavia, Kissinger è certo che la situazione si possa risolvere attraverso la negoziazione e la creazione di un ordine mondiale basato su regole che le grandi potenze, tra cui Europa, Cina e India devono sottoscrivere. Diversamente, il pericolo di una guerra mondiale non è da escludere, in quanto ci si trova «nella classica situazione pre-guerra mondiale in cui nessuna delle due parti ha molto margine di concessione politica e in cui qualsiasi disturbo dell’equilibrio può portare a conseguenze catastrofiche». La differenza con le passate guerre mondiali, però, è che oggi ci si troverebbe di fronte ad una situazione «di distruzione reciprocamente assicurata». Il pericolo maggiore è rappresentato dalla competizione tra USA e Cina per ottenere la superiorità tecnologica ed economica, rivalità che è ulteriormente alimentata dall’Intelligenza artificiale (IA). La chiave, dunque, è negoziare, piuttosto che tentare di ottenere la superiorità con la forza, poiché «se ti affidi interamente a ciò che puoi ottenere attraverso il potere, è probabile che tu distrugga il mondo», ha asserito il diplomatico tedesco naturalizzato americano.

Nel dettaglio, Kissinger ha individuato due aree in cui le due potenze rivali possono negoziare per promuovere la stabilità globale: la questione di Taiwan e l’IA. Secondo Kissinger l’incitamento degli Stati Uniti verso Taiwan contro la Cina non è saggio perché una eventuale guerra – come quella attuale in Ucraina – distruggerebbe l’isola e devasterebbe l’economia globale, oltre a condurre al rischio di un conflitto globale. Lo statista propone quindi di mantenere lo status quo, ossia quello concordato cinquant’anni fa tra Mao Zedong e Richard Nixon attraverso il Comunicato di Shanghai: con quest’ultimo, gli Stati Uniti riconoscevano la RPC come unico Stato cinese con Taiwan parte integrante del suo territorio. Pechino però non avrebbe tentato di annettere l’isola con la forza, ma in modo pacifico. Questo accordo, secondo Kissinger, è stato bruscamente fatto saltare dalla presidenza di Donald Trump e la politica “aggressiva” degli USA su questo tema è proseguita poi con Joe Biden. Per quanto riguarda l’IA, invece, il politico americano è convinto che questa possa diventare presto pericolosa quanto le armi nucleari e che diventerà altresì un fattore importante per la sicurezza entro cinque anni: «Siamo proprio all’inizio di una capacità in cui le macchine potrebbero imporre pestilenze globali o altre pandemie», ha detto. Per arginare i rischi prospettati dalle macchine, dunque, Kissinger ha suggerito un negoziato per controllarle proprio come accade con gli arsenali nucleari, al fine di contenerle e porre dei limiti al loro utilizzo. Così come si stabiliscono accordi internazionali sulle armi nucleari, la stessa cosa dovrebbe accadere per l’IA e USA e Cina sono le prime due potenze a dover agire in questa direzione.

Lo stratega centenario sostiene, inoltre, che è importante capire a fondo la Cina, la quale non cerca il dominio del mondo – come teme la Casa Bianca – bensì il rispetto dei suoi successi e il trattamento da pari a pari da parte di Washington. Non manca poi la strigliata all’atteggiamento «tutto o niente» degli Stati Uniti verso la Cina: Washington non deve cercare un cambio di regime a Pechino, ma trovare un modo per convivere con la potenza asiatica e questo può avvenire solo attraverso la diplomazia e i negoziati e superando la diffidenza reciproca: Pechino, infatti, crede che gli Stati Uniti faranno di tutto per contenerla e Washington che il Dragone voglia soppiantarla come prima potenza globale. L’unica soluzione è, dunque, trovare un nuovo equilibrio mondiale attraverso i negoziati e la convivenza tra grandi potenze. Questo passa anche attraverso un cambio nell’architettura della sicurezza in Europa centrale e orientale di cui la Russia deve essere parte integrante. L’Europa, infatti, dovrebbe «cercare un riavvicinamento alla Russia e lasciarla relazionare per creare un confine orientale stabile».

Proprio con riferimento alla Russia e al conflitto in Ucraina, Kissinger ritiene che il piano di pace in 12 punti della Cina sia un piano serio da prendere in considerazione, benché l’Occidente stenti a farlo. Secondo lui, i cinesi hanno tutto l’interesse affinché la Russia esca indenne dalla guerra e, dopo la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky, Pechino può agire davvero da mediatore tra Mosca e Kiev. Il che contribuirebbe a ridefinire ulteriormente l’ordine e le relazioni internazionali.

Kissinger non ha buone parole sull’attuale qualità dei media e della politica: valuta basso il giudizio sia dell’una che dell’altra concludendo lapidario che «non è un grande momento nella storia». Ma il monito più significativo è rivolto agli Stati Uniti, i quali – secondo l’analista – «mancano di leadership»: «Non credo che Biden possa fornire l’ispirazione e spero che i repubblicani possano trovare qualcuno migliore», ha asserito. Per rimediare, è necessario un pensiero strategico a lungo termine: «Questa è la nostra grande sfida che dobbiamo risolvere. Se non lo faremo, le previsioni di fallimento si dimostreranno vere». A quel punto il declino di Washington – già in corso – non potrà non coinvolgere anche l’Europa con ripercussioni sull’intero ordine internazionale. Tuttavia, Kissinger pensa che il peggio – uno scontro diretto tra USA e Cina – possa ancora essere scongiurato con un abile lavoro diplomatico, di cui lui, del resto, è maestro indiscusso.

[di Giorgia Audiello] 

Il secolo di Henry Kissinger il "saggio" della diplomazia. La fine della guerra in Vietnam, la limitazione delle armi nucleari, la visita di Nixon a Pechino: i suoi capolavori. Francesco Perfetti il 30 Maggio 2023 su Il Giornale.

Alla metà degli anni Settanta mentre l'allora Segretario di Stato Usa Henry Kissinger era al culmine della sua carriera pubblica l'ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana, uno dei migliori diplomatici italiani noto anche come storico e politologo, pubblicò, con lo pseudonimo di Ludovico Garruccio, un bel saggio su L'era di Kissinger che si apriva con una affermazione apparentemente paradossale o, forse, oscura: «Kissinger non corrisponde all'immagine anglosassone del self-made man. La sua ascesa è opera dell'intelletto non della volontà o del carattere. Non vi è ugualmente nulla di patetico e nulla di definitivo nel suo successo personale che ha lo smalto e la gracilità di un'elegante costruzione dello spirito».

Questa battuta, a prima vista, potrebbe sembrare campata in aria. Uno sguardo alla biografia di Kissinger, che sabato ha toccato il traguardo dei cento anni, sembrerebbe smentirla e sembrerebbe, invece, confermare l'immagine di un self-made man. Nato in Baviera, nella città di Fürth, da una famiglia ebraica piccolo-borghese, la seguì negli Stati Uniti dove s'era rifugiata dopo l'emanazione delle leggi razziali. Qui egli si ritrovò costretto, anche mentre compiva i suoi studi, a contribuire al bilancio familiare, facendo piccoli, umili e occasionali lavoretti.

Eppure Kissinger, malgrado queste sue origini, è, davvero, tutt'altro che un self-made man o un personaggio simile a certi protagonisti dei romanzi sociali inglesi dell'Ottocento. Ha ragione Incisa di Camerana ad attribuirne il successo alla eccezionale forza del suo pensiero e a lasciar intendere come il suo agire politico sia stato sempre frutto di precise visioni speculative. Anche l'americano Stephen R. Graudard, peraltro, in una sua pionieristica biografia, Kissinger, ritratto di una mente (1974) sostenne che questi si era fatto strada «con l'intelligenza e con la forza delle parole» e invitò a leggerne libri e articoli per comprenderne la politica al di fuori dei luoghi comuni e degli stereotipi, mentre il grande storico conservatore Niall Ferguson in una sua monumentale biografia Kissinger, 1923-1968: The Idealist (2015) ne ha messo in luce lo spessore speculativo parlandone come di «un idealista kantiano, non un idealista wilsoniano».

Per capire davvero Kissinger credo si debba ricordare il fatto che egli, anche se non volle mai professarsi storico, fu, da sempre, interessato oltre che ai temi di strategia e alla tecnica diplomatica alla storia, alla filosofia e alla filosofia della storia. Non è un caso, per esempio, che la ponderosa tesi di dottorato discussa ad Harvard nel 1950 e pubblicata solo qualche tempo fa con il titolo The Meaning of History: Reflections on Spengler, Toynbee, and Kant (2023) riguardasse tre pensatori che affrontavano, i primi due, il tema del divenire storico in genere e della decadenza della civiltà occidentale in particolare, e, il terzo, il tema del rapporto fra storia ed esperienza morale dell'individuo. Kissinger apprezzava Oswald Spengler perché il teorico del «tramonto dell'Occidente» aveva capito, secondo lui, «la fatalità degli accadimenti storici», ma, al tempo stesso, parlando di Arnold Toynbee, il quale collegava la fine di una civiltà alla mancata risposta alla sfida di un'altra civiltà emergente, finiva per porre, surrettiziamente, il tema della leadership e, attraverso Immanuel Kant, della moralità.

Ancora più importanti per una piena comprensione di Kissinger sono Diplomazia della Restaurazione (1973; ed. or: A World Restored 1957) e L'arte della diplomazia (1996; ed. or.: Diplomacy 1994), nonché Leadership. Sei lezioni di strategia globale (2022). Si tratta di tre opere fra loro complementari: la prima è una vera «rivisitazione» storica del Congresso di Vienna attraverso l'analisi dell'azione politico-diplomatica del principe Klemens von Metternich e di Lord Castlereagh; la seconda è una carrellata di storia delle relazioni internazionali dai tempi di Theodore Roosevelt fino a Reagan e Gorbacev; la terza, infine, attraverso l'analisi di una serie di casi esemplari (tra i quali Adenauer, De Gaulle, Nixon, Sadat e Thatcher), tratteggia l'evoluzione della leadership dall'aristocrazia alla meritocrazia.

Dalla lettura combinata di questi lavori è possibile ricostruire la personalità e le idee politico-strategiche di Kissinger che appare come un conservatore preoccupato di costruire ovvero di salvaguardare un «ordine legittimo», cioè sostanzialmente condiviso, compatibile con le diverse situazioni storiche. La sua attività politica si è sempre ispirata a queste idee corroborate da un pragmatismo di fondo. Il momento culminante della sua carriera pubblica fu quello della collaborazione con Richard Nixon, prima come consigliere per la sicurezza nazionale poi come segretario di Stato. I due uomini, per quanto fossero di carattere diverso, si trovarono in profonda sintonia. Tra essi, anzi, al di là della collaborazione nacque una profonda amicizia corroborata dalla stima reciproca. Non a caso, la sera e parte della notte precedente le dimissioni di Nixon per il caso Watergate, Kissinger volle essere vicino al suo Presidente e la narrazione di quell'incontro contenuta nel secondo volume delle sue memorie, Anni di crisi (1982), è addirittura toccante per il senso quasi reverenziale dimostrato nei confronti di un uomo del quale traccia un bilancio politico sostanzialmente positivo caratterizzato da molte luci e da poche ombre.

Il periodo della collaborazione fra Kissinger e Nixon finì, comunque, per segnare una svolta nelle relazioni internazionali. Kissinger si adoperò, utilizzando le armi della diplomazia, per mettere la parola fine, con una pace onorevole, alla drammatica guerra del Vietnam iniziata dalle amministrazioni democratiche e da lui sempre criticata. Poi si adoperò, attraverso una frenetica attività di viaggi, oltre che di colloqui e incontri con i leader di tutto il mondo, per una politica di distensione che portasse alla limitazione delle armi nucleari da parte delle due superpotenze e agli accordi di non proliferazione delle armi strategiche, negoziando il trattato Salt.

Il capolavoro, però, della diplomazia kissingeriana fu rappresentato dal superamento della contrapposizione Usa-Urss propria della Guerra fredda realizzato con la storica visita di Nixon in Cina del febbraio 1972 che segnò il passaggio da un assetto bipolare delle relazioni internazionali a un assetto tripolare che vedeva finalmente la potenza asiatica riconosciuta ufficialmente. Fu uno di quegli eventi storici destinati a marcare la storia mondiale.

Dopo la caduta di Nixon, per qualche tempo Kissinger continuò a ricoprire l'incarico di segretario di Stato, ma poi, con l'avvento delle amministrazioni democratiche e anche con quelle repubblicane di Reagan e Bush non ebbe più incarichi ufficiali ma continuò e continua tuttora ad essere presente sulla scena come autore e come «saggio». I suoi interventi riflettono il realismo e il pragmatismo di un conservatore fieramente anticomunista ma non alieno dalla ricerca del dialogo fondato sulla forza dell'arte diplomatica per raggiungere quell'«equilibrio di potenze» essenziale per il mantenimento di un «ordine internazionale». Anche nella crisi attuale che vede una feroce e inumana guerra in atto fra Russia e Ucraina, egli non ha fatto mancare la propria parola richiamando, sempre, l'attenzione sulla necessità di cercare una soluzione attraverso la diplomazia: e ciò anche se il suo atteggiamento, inizialmente in qualche misura aperto alla Russia, è poi mutato, proprio in virtù del suo pragmatismo e del suo realismo politico, fino a ribadire le ragioni dell'Ucraina.

Oggetto di esaltazioni ma anche di critiche per il cinismo dimostrato in alcuni casi come, per esempio, il presunto coinvolgimento nel golpe cileno che portò all'uccisione di Allende e all'avvento di Pinochet Kissinger, uomo di formazione e cultura anche filosofica «europea», in particolare tedesca, è destinato a rimanere davvero come uno dei «grandi» protagonisti della storia mondiale.

Estratto del testo di David Kissinger per “The Washington Post” e pubblicato da “la Stampa” il 5 giugno 2023. 

Sabato mio padre, Henry Kissinger, ha celebrato il suo centesimo compleanno. Per chi conosce la forza della sua indole e il suo amore per il simbolismo storico questa ricorrenza risulterà ineluttabile.

Non soltanto è vissuto più a lungo della maggior parte dei suoi contemporanei, detrattori e studenti illustri, ma perdipiù è rimasto instancabilmente attivo durante tutti i suoi novant'anni. Neanche la pandemia lo ha fatto rallentare. Dal 2020 a oggi ha ultimato due libri e ha iniziato a scriverne un terzo. All'inizio della scorsa settimana è tornato dalla Bilderberg Conference di Lisbona appena in tempo per intraprendere una serie di festeggiamenti per il suo centesimo compleanno che lo porteranno da New York a Londra e infine alla sua città natale in Germania, Fürth. 

La longevità di mio padre è particolarmente straordinaria se si tiene conto del regime di salute che ha seguito durante tutta la sua vita adulta e che comprende un'alimentazione ricca di salsicce e cotolette alla viennese, una carriera costellata di continue decisioni stressanti e un amore per lo sport ma sempre ed esclusivamente da spettatore, mai in modo attivo.

Come si spiega, dunque, la longevità della sua vitalità fisica e mentale? Mio padre ha una curiosità insaziabile che lo tiene dinamicamente coinvolto con il mondo. 

(...)

Negli ultimi anni, mentre mangiavamo insieme il tacchino in occasione del Ringraziamento, mio padre rimuginava le ripercussioni di questa nuova tecnologia, con modi che in qualche caso ricordavano ai suoi nipoti gli scenari dei film "Terminator". Quando poi si è immerso negli aspetti tecnici dell'IA, con l'energica passione di un dottorando del MIT, ha immesso nel dibattito sull'uso dell'intelligenza artificiale la sua particolare visione filosofica e storica. 

L'altro segreto della longevità di mio padre è il suo senso di missione. Anche se lo hanno caricaturato come un freddo realista, mio padre è tutt'altro che distaccato. Crede profondamente in concetti arcani quali il patriottismo, la lealtà e il bipartitismo. Lo addolora assistere alla meschinità dell'odierno dibattito pubblico e all'apparente tracollo dell'arte diplomatica.

Ricordo che da bambino assistetti a suoi incontri amichevoli e cordiali con personaggi di idee politiche diverse dalle sue, come Kay Graham, Ted Kennedy e Hubert Humphrey. Kennedy adorava fare scherzi che divertivano molto mio padre (come quando lo invitò nello studio di casa sua e affermò di avere una mangusta nascosta nell'armadio). 

Anche quando si acuirono le tensioni della Guerra fredda, l'ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Anatoly Dobrynin, rimase un ospite assiduo a casa nostra. Durante i negoziati su questioni che avrebbero influito sull'intero pianeta, giocavano a scacchi. Mio padre non si faceva illusioni sulla natura repressiva del regime sovietico, ma quegli incontri abituali contribuirono ad allentare le tensioni in un periodo in cui le superpotenze nucleari sembravano essere in rotta di collisione. Se solo i protagonisti delle tensioni globali di oggi avessero un dialogo altrettanto assiduo! Scacchi a parte, la diplomazia non è mai stata un gioco per mio padre.

La praticava con la dedizione e la tenacia nate dall'esperienza personale. Rifugiato della Germania nazista, aveva perso 13 familiari e innumerevoli amici nell'Olocausto. Ritornò nella nativa Germania da soldato americano e prese parte alla liberazione del campo di concentramento di Ahlem, vicino Hannover. Lì assistette con i suoi occhi all'abisso nel quale il genere umano può precipitare se non è vincolato da strutture internazionali di pace e giustizia. Tra un mese tornerà a Fürth, e lì deporrà una corona sulla tomba di suo nonno, che non fuggì. 

So che nessun figlio può essere del tutto obiettivo rispetto al retaggio del proprio padre, ma io vado orgoglioso dei suoi sforzi miranti ad ancorare l'arte di governo a principi conformi e alla consapevolezza della realtà storica. Questa è la missione alla quale si è dedicato con tutto sé stesso per la gran parte di un secolo, usando la sua mente rara e la sua energia infaticabile per servire il Paese che salvò la sua famiglia e lo proiettò in un viaggio ben aldilà dei suoi sogni più audaci.

Il cervello di Henry Kissinger. Elena Meli su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2023

Henry Kissinger compie 100 anni sabato 27 maggio 2023: come ha potuto la sua intelligenza rimanere così lucida? E la sua è una rara eccezione o un modello in qualche misura replicabile? L'intervista a Giulio Maira, neurochirurgo dell'Humanitas University di Milano

Alla soglia dei 100 anni (la data esatta è quella del 27 maggio 2023), poche settimane fa, Henry Kissinger ha ammonito il mondo sui pericoli dell’intelligenza artificiale e di ChatGPT dalle pagine del Wall Street Journal. 

La sua, di intelligenza, non teme certo il confronto: lucida, brillante, visionaria, con lo sguardo sempre puntato sul presente ma ancor più sul futuro. 

Tutti vorremmo tagliare il traguardo del secolo con un cervello in forma come il suo o come quello del critico d’arte, pittore e filosofo Gillo Dorfles, che ha esposto alla Triennale di Milano i suoi disegni a 106 anni, o dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, che a 103 anni ha inaugurato l’Auditorium che porta il suo nome a Ravello sulla costiera amalfitana. 

Che cosa c’è dentro queste menti rimaste eccezionali fino a tarda, tardissima età? Nulla di (troppo) diverso da quello che ognuno di noi ha nella scatola cranica stando a Giulio Maira, neurochirurgo dell’Humanitas University di Milano e presidente della Fondazione Atena Onlus per la ricerca nelle neuroscienze: Maira, uno dei maggiori conoscitori del cervello, spiega infatti che quest’organo ha «una capacità straordinaria, la neuroplasticità. Significa che lungo tutto l’arco della nostra vita continua a modificarsi, reinventarsi, imparare: è una capacità massima nel bambino, ma non scompare mai. Il cervello alla nascita è come un bosco pieno di alberi spogli, che man mano si infittisce: con gli anni alcuni alberi muoiono, ma quelli che restano possono svilupparsi e dare sempre nuovi rami, foglie, fiori». 

Restando nella metafora vegetale, tutti temiamo che col tempo il «bosco» nella nostra testa si avvii inesorabilmente verso un inverno senza verde. È così, cervelli come quello di Kissinger sono solo rare eccezioni?

«Invecchiando il cervello perde cellule e sinapsi, i collegamenti fra le cellule; la trasmissione dei messaggi neuronali peggiora, ma grazie alla neuroplasticità gli effetti possono essere compensati. Il declino cognitivo, quindi, non è un destino ineluttabile né necessario, anzi si può contrastare». 

Qual è allora il segreto per un cervello che non invecchia?

«Occorre innanzitutto una buona genetica: il DNA non determina l’evoluzione del cervello ma se condiziona negativamente la nostra vita, perché favorisce certe malattie o lo sviluppo di abitudini poco salutari, sarà difficile che il sistema nervoso possa invecchiare al meglio». 

Chi in famiglia ha casi di menti non proprio brillanti nella terza età deve preoccuparsi?

«No perché conta moltissimo la riserva cognitiva (la capacità di compensare eventuali danni e/o cambiamenti cerebrali mantenendo una buona funzionalità, in pratica la resilienza del cervello, ndr), che costruiamo attraverso la capacità di creare lungo tutto l’arco dell’esistenza nuove connessioni cerebrali, nuove sinapsi, nuove reti di neuroni per realizzare il nostro patrimonio di conoscenze. Il cervello è come un muscolo, più si usa, meglio funziona: mantenerlo attivo tutti i giorni significa far sì che resti scattante, brillante. Anche da anziani». 

Qual è l’esercizio giusto per il cervello-muscolo?

«Pensare, l’attività cerebrale fondamentale: i pensieri viaggiano attraverso le connessioni fra neuroni, più esercitiamo il pensiero, più riusciamo ad apprendere nuove cose, sempre più velocemente». 

Non è mai troppo tardi per allenare il cervello?

«No perché può sempre imparare, svilupparsi, imparare grazie alla neuroplasticità. Però deve emozionarsi: il cervello si annoia, dobbiamo farlo pensare a qualcosa che ci appassiona. Solo attraverso l’emozione quello che viviamo arriva nella nostra memoria, diventa insegnamento, fa realmente sviluppare le capacità cognitive: ciò che contraddistingue l’uomo è l’aver superato l’istinto di mera sopravvivenza degli altri animali, noi ci emozioniamo perché cerchiamo la qualità nella vita, non solo la sopravvivenza. Per questo ciò che ci lascia passivi è inutile e non fa ‘crescere’ il cervello». 

Qualche esempio?

«A bambini e ragazzi andrebbero dati meno cellulari e tablet, più libri. Tanti poi non usano bene il cervello, lo danno per scontato, lo maltrattano con gli stili di vita scorretti: dalla dieta poco sana alla sedentarietà, dalla mancanza di sonno di qualità al bere poca acqua. Prevenire il decadimento cognitivo con un sano stile di vita è un investimento personale, ma anche per la società: la scienza ci ha regalato la longevità, che però ha senso solo se arriviamo al traguardo con la mente ancora integra e per farlo è indispensabile non fumare, evitare le droghe, curare malattie che la minacciano come la pressione alta. Anche se poi tutti i grandi vecchi dovrebbero ringraziare la mamma». 

Ringraziare "la mamma" per i geni "buoni"? O per altro?

«Perché la traiettoria del nostro cervello, quella che nella terza e quarta età ci può portare ad avere una mente acuta o al contrario annebbiata, è un nastro che si srotola dal concepimento in poi: tutto quello che ci accade da quando siamo nella pancia della mamma in avanti ha un effetto sulle capacità cognitive. È un grande viaggio durante il quale il cervello cambia, si sviluppa, affronta difficoltà che possono minarne l’integrità: quello che saremo a novanta o cent’anni dipende da ciò che abbiamo vissuto e da come lo abbiamo vissuto, dall’equilibrio che abbiamo saputo trovare nelle avversità. E sì, anche da come ci hanno accudito i genitori, perché le relazioni con gli altri, fin dalla più tenera età, sono un altro pilastro per il benessere del cervello» 

È vero che la solitudine «uccide» i neuroni?

«Nessun neurone serve a molto da solo, così come nessuno di noi può fare granché senza gli altri. Le reti, le connessioni sono il vero segreto dell’essere umano: nel cervello, dove l’insieme delle connessioni fra cellule crea la coscienza, l’immaginazione, la creatività che ci rende straordinari; come persone, perché abbiamo bisogno degli altri per essere felici. Lo hanno detto filosofi come Aristotele, Umberto Eco, Zygmunt Bauman e lo ha provato la scienza: sono i rapporti sociali il segreto della felicità, ma anche della capacità del nostro "bosco" cerebrale di creare nuovi rami, svilupparsi e guadagnare in saggezza e visione ogni anno che passa. Qualcosa che peraltro l’intelligenza artificiale non può raggiungere: processa una mole enorme di dati, ma non ha la capacità di interpretare i fenomeni come può invece fare un uomo saggio e anziano con l’esperienza di Kissinger». 

L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger: «La guerra è virilità, io mi sento un cowboy. Il potere? Uno strumento per fare cose splendide». Oriana Fallaci su Il Corriere della Sera il 26 Maggio 2023

Il colloquio di Henry Kissinger con Oriana Fallaci del 1972, di cui il diplomatico poi si pentì e disse: «La cosa più stupida della mia vita»

Il più grande diplomatico del XX secolo: Henry Kissinger compie 100 anni. Nato tedesco, arriva negli Usa nel 1938. Da segretario di Stato è l’artefice del disgelo con la Cina. Premio Nobel per la Pace nel 1973. Qui sotto, la storica intervista di Oriana Fallaci, realizzata nel 1972. 

Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamavano Superman, Superstar, Superkraut, e imbastiva alleanze paradossali, raggiungeva accordi impossibili, teneva il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard. Questo personaggio incredibile, inspiegabile, in fondo assurdo, che s’incontrava con Mao Tse-tung quando voleva, entrava nel Cremlino quando ne aveva voglia, svegliava il presidente degli Stati Uniti e gli entrava in camera quando lo riteneva opportuno. Questo cinquantenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventava un’invenzione priva di pepe. Lui non sparava, non faceva a pugni, non saltava da automobili in corsa come James Bond, però consigliava le guerre, finiva le guerre, pretendeva di cambiare il nostro destino e magari lo cambiava. Ma insomma, chi era questo Henry Kissinger? [...]

La sua biografia è oggetto di ricerche che rasentano il culto e tutti si sa che è nato a Furth, in Germania, nel 1923, figlio di Luis Kissinger, insegnante in una scuola media, e di Paula Kissinger, massaia . Si sa che la sua famiglia è ebrea, che quattordici dei suoi parenti morirono nei campi di concentramento, che insieme al padre e alla madre e al fratello Walter fuggì nel 1938 a Londra e poi a New York, che a quel tempo aveva quindici anni e si chiamava Heinz, mica Henry, e non sapeva una parola d’inglese. Ma lo imparò molto presto. Mentre il padre faceva l’impiegato in un ufficio postale e la madre apriva un negozio di pasticceria, studiò così bene da essere ammesso a Harvard e laurearsi a pieni voti con una tesi su Spengler, Toynbee e Kant, poi diventarvi professore. Si sa che a ventun anni fu soldato in Germania, dove era con un gruppo di GI selezionati da un test e giudicati così intelligenti-da-sfiorare-il-genio, che gli affidarono per questo (e malgrado la giovane età) l’incarico di organizzare il governo di Krefeld, una città tedesca rimasta senza governo. Infatti a Krefeld fiorì la sua passione per la politica: una passione che avrebbe appagato diventando consigliere di Kennedy, di Johnson, e poi assistente di Nixon. Non a caso potevi considerarlo il secondo uomo più potente d’America. Sebbene alcuni sostenessero che era molto più, come dimostrava la battuta che al tempo della mia intervista circolava a Washington: «Pensa cosa succederebbe se morisse Kissinger. Richard Nixon diventerebbe presidente degli Stati Uniti...».

Quindi l’uomo restava un mistero, come il suo successo senza paragoni. E una ragione di tale mistero era che avvicinarlo, comprenderlo era difficilissimo: di interviste individuali non ne dava, parlava solo alle conferenze-stampa indette dalla presidenza. Così, giuro, non ho ancora capito perché accettasse di vedere me, appena tre giorni dopo aver ricevuto una mia lettera priva di illusioni. Lui dice che fu per la mia intervista col generale Giap, fatta ad Hanoi nel febbraio del sessantanove. Può darsi. Però resta il fatto che dopo lo straordinario «sì» cambiò idea e decise di vedermi a una condizione: non dirmi nulla. Durante l’incontro, a parlare sarei stata io e da quel che avrei detto egli avrebbe deciso se darmi l’intervista o no. Ammesso che ne trovasse il tempo. Il che avvenne davvero alla Casa Bianca, giovedì 2 novembre 1972, quando lo vidi giungere tutto affannato, senza sorrisi, e mi disse: «Good morning, miss Fallaci». Poi, sempre senza sorrisi, mi fece entrare nel suo studio elegante e pieno di libri, telefoni, fogli, quadri astratti, fotografie di Nixon. Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me.

E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. [...] Al venticinquesimo minuto circa, decise che avevo passato gli esami. Forse mi avrebbe dato l’intervista. [...] E alle dieci di sabato 4 novembre ero di nuovo alla Casa Bianca. Alle dieci e mezzo entravo di nuovo nel suo ufficio per incominciare l’intervista più scomoda, forse, che abbia mai fatto. Dio che pena! Ogni dieci minuti lo squillo del telefono ci interrompeva, ed era Nixon che voleva qualcosa, chiedeva qualcosa, petulante, fastidioso come un bambino che non sa stare lontano dalla sua mamma. Kissinger rispondeva con premura, ossequioso, e il colloquio con me si interrompeva: rendendo ancor più difficile lo sforzo di capirlo un poco. Poi, proprio sul più bello, mentre egli mi denunciava l’essenza inafferrabile del suo personaggio, uno dei telefoni squillò di nuovo. Era di nuovo Nixon e: poteva il dottor Kissinger passare un attimo da lui? Certo, signor presidente. Scattò in piedi, mi disse di aspettarlo, avrebbe cercato di darmi ancora un po’ di tempo, uscì. E così si concluse il mio incontro. [...]

Dio, che uomo di ghiaccio. Per tutta l’intervista non mutò mai quella espressione senza espressione, quello sguardo ironico o duro, e non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale. L’ago del registratore si sposta quando una parola è pronunciata in tono più alto o più basso. Con lui restò sempre fermo e, più di una volta, dovetti controllare: accertarmi che il magnetofono funzionasse bene. Sai il rumore ossessionante, martellante, della pioggia che cade sul tetto? La sua voce era così. E, in fondo anche i suoi pensieri: mai turbati da un desiderio di fantasia, da un disegno di bizzarria, da una tentazione di errore. Tutto era calcolato in lui, controllato come nel volo di un aereo guidato dal pilota automatico. [...] Kissinger ha i nervi e il cervello di un giocatore di scacchi. Naturalmente troverai tesi che prendono in considerazione altri lati del suo personaggio. Ad esempio, il fatto che sia inequivocabilmente un ebreo e irrimediabilmente un tedesco. Ad esempio il fatto che, come ebreo e come tedesco, trapiantato in un Paese che guarda ancora con sospetto agli ebrei e ai tedeschi, egli si porti addosso un mucchio di nodi, contraddizioni, risentimenti, e forse di umanità nascosta. Sì, ho detto umanità. Tipi simili, a volte, ne hanno: con uno sforzo, puoi trovare in Kissinger gli elementi del personaggio che s’innamora di Marlene Dietrich nel film «L’angelo azzurro». E si perde per lei. [...]

L’intervista con Kissinger sollevò uno scalpore che mi stupì quanto le sue conseguenze. Evidentemente avevo sottovalutato il personaggio e l’interesse che fioriva intorno a ogni sua parola. Evidentemente avevo minimizzato l’importanza di quella insopportabile ora con lui. Infatti, subito, essa divenne il discorso del giorno. E, presto, cominciò a circolare la voce che Nixon fosse inferocito con Henry, che rifiutasse perciò di vederlo, che invano Henry gli telefonasse, gli chiedesse udienza, si recasse a cercarlo nella residenza di San Clemente. I cancelli di San Clemente restavano chiusi, l’udienza non veniva concessa, il telefono non dava risposta perché il presidente continuava a negarsi. Il presidente, tra l’altro, non perdonava a Henry ciò che Henry m’aveva detto sulla ragione del suo successo: «È che ho sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta...». Anche la stampa lo criticava per questo.

La stampa era sempre stata generosa con Kissinger, spietata con Nixon. In questo caso, però, le parti s’eran rovesciate e ogni giornalista aveva condannato la presunzione, o perlomeno l’imprudenza, di un simile discorso. Come osava Henry Kissinger assumersi l’intero merito di ciò che otteneva quale inviato di Nixon? Come osava relegare Nixon al ruolo di spettatore? Dov’era il presidente degli Stati Uniti quando il professorino entrava nel villaggio per sistemare le cose con lo stile di Henry Fonda nei film western? Sui giornali più crudeli apparvero vignette dove Kissinger, vestito da cowboy, cavalcava verso un saloon. Su altri apparve la fotografia di Henry Fonda con gli speroni e il cappellone, la didascalia «Henry, il cowboy solitario».

Sicché, esasperato, Kissinger si lasciò interrogare da un cronista e disse che avermi ricevuto era stata «la cosa più stupida della sua vita ». Poi dichiarò che avevo storpiato le sue risposte, distorto il suo pensiero, ricamato sulle sue parole, e lo fece in modo così goffo che mi arrabbiai più di Nixon e passai al contrattacco. Gli inviai un telegramma a Parigi, dove si trovava in quei giorni, e in sostanza gli chiesi se fosse un uomo d’onore o un pagliaccio. Lo minacciai anche di rendere pubblica la registrazione dell’intervista. Non dimenticasse, il signor Kissinger, che essa era stata incisa su nastro e che tal nastro era a disposizione di tutti per rinfrescargli la memoria e la correttezza. Il litigio durò quasi due mesi, per l’infelicità di entrambi e specialmente mia. Non ne potevo più di Henry Kissinger, il suo nome bastava a rendermi nervosa. Lo detestavo a un punto tale che non riuscivo neppure a rendermi conto che il poveretto non aveva avuto altra scelta fuorché quella di gettare la colpa su me. Ma, certo, sarebbe inesatto dire che in quel periodo gli augurai ogni bene, ogni felicità.

Il fatto è che i miei anatemi non hanno forza. Ben presto Nixon smise di tenere il muso al suo Henry e i due tornarono a tubare come due colombe. Il loro armistizio giunse in porto.[...] A Stoccolma, gli dettero perfino il Premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera pace. [...]

La Guerra

Parliamo della guerra, dottor Kissinger. Lei non è pacifsta, vero?

«No, non credo proprio di esserlo. Anche se rispetto i pacifisti genuini, non sono d’accordo con nessun pacifista e in particolare coi pacifisti a metà: sa, quelli che sono pacifisti da una parte e tutt’altro che pacifisti dall’altra. I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non-violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono principii per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere».

Il Vietnam

E della guerra in Vietnam cosa ha da dirmi, dottor Kissinger?

«Lei non è mai stato contro la guerra in Vietnam, mi pare. Come avrei potuto? Neanche prima di avere la posizione che ho oggi... No, non sono mai stato contro la guerra in Vietnam».

Ma non trova che Schlesinger abbia ragione quando dice che la guerra in Vietnam è riuscita solo a provare come mezzo milione di americani con tutta la loro tecnologia fossero incapaci di sconfiggere uomini male armati e vestiti di un pigiama nero?

«Questo è un altro problema. Se è un problema che la guerra in Vietnam sia stata necessaria, una guerra giusta, piuttosto che... Giudizi del genere dipendono dalla posizione che uno assume quando il paese è già coinvolto nella guerra e non resta che da concepire il metodo per tirarlo fuori. Dopo tutto, il mio e il nostro ruolo è stato quello di ridurre sempre di più la misura in cui l’America era coinvolta nella guerra, per poi finire la guerra. In ultima analisi, la storia dirà chi ha fatto di più: se coloro che hanno lavorato criticando e basta o noi che abbiamo tentato di ridurre la guerra e poi l’abbiamo finita. Sì, il giudizio spetta ai posteri. Quando un paese è coinvolto in una guerra non basta dire: bisogna finirla. Bisogna finirla con criterio. E questo è ben diverso dal dire che entrare in quella guerra fu giusto».

Ma non trova, dottor Kissinger, che sia stata una guerra inutile?

«Su questo posso essere d’accordo. Ma non dimentichiamo che la ragione per cui entrammo in quella guerra fu per impedire che il Sud fosse mangiato dal Nord, fu per permettere che il Sud restasse al Sud. Naturalmente con ciò non voglio dire che il nostro obiettivo fosse solo questo... Fu anche qualcosa di più... Ma oggi io non sono nella posizione di giudicare se la guerra in Vietnam sia stata giusta o no, se entrarci sia stato utile o inutile. Ma stiamo ancora parlando del Vietnam?»

Sì. E, sempre parlando del Vietnam, crede di poter dire che questi negoziati sono stati e sono l’impresa più importante della sua carriera e magari della sua vita?

«Sono stati l’impresa più difficile. Spesso anche la più dolorosa. Ma forse non è neanche giusto definirli l’impresa più difficile: è più esatto dire che sono stati l’impresa più dolorosa. Perché mi hanno coinvolto emotivamente. Vede, avvicinarsi alla Cina è stato un lavoro intellettualmente difficile ma non emotivamente difficile. La pace in Vietnam invece è stato un lavoro emotivamente difficile. Quanto a definire quei negoziati come la cosa più importante che ho fatto... No, ciò che io volevo raggiungere non era soltanto la pace in Vietnam: erano tre cose. Quest’accordo, l’avvicinamento alla Cina e un nuovo rapporto con l’Unione Sovietica. Io ho sempre tenuto molto al problema di un rapporto nuovo con l’Unione Sovietica. Direi non meno che all’avvicinamento alla Cina e alla fine della guerra in Vietnam». [...]

Il potere

Il potere è sempre seducente. Dottor Kissinger, in quale misura il potere l’affascina? Cerchi d’esser sincero.

«Lo sarò. Vede, quando si ha in mano il potere, e quando lo si ha in mano per un lungo periodo di tempo, si finisce per considerarlo come qualcosa che ci spetta. Io sono certo che, quando lascerò questo posto, avvertirò la mancanza del potere. Tuttavia il potere come strumento fine a se stesso non ha alcun fascino sopra di me. Io non mi sveglio ogni mattina dicendo perbacco, non è straordinario che possa avere a mia disposizione un aereo, che un’automobile con l’autista mi attenda dinanzi alla porta? Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe stato possibile? No, un discorso simile non mi interessa».

Perché in alcuni momenti, ascoltandola, vien fatto di chiedersi non quanto lei abbia influenzato il presidente degli Stati Uniti ma quanto Machiavelli abbia influenzato lei.

«In nessun modo. V’è davvero molto poco, nel mondo contemporaneo, che si possa accettare o usare di Machiavelli. In Machiavelli io trovo interessante soltanto il suo modo di considerare la volontà del principe. Interessante, ma non al punto di influenzarmi. Se vuol sapere chi mi ha influenzato di più, le rispondo coi nomi di due filosofi: Spinoza e Kant. Sicché è curioso che lei scelga di associarmi a Machiavelli. La gente mi associa piuttosto al nome di Metternich. Il che addirittura è infantile. Su Metternich io ho scritto soltanto un libro che doveva essere l’inizio di una lunga serie di libri sulla costruzione e la disintegrazione dell’ordine internazionale nel diciannovesimo secolo. Era una serie che doveva concludersi con la prima guerra mondiale. Tutto qui. Non può esserci nulla in comune tra me e Metternich. Lui era cancelliere e ministro degli Esteri in un periodo in cui, dal centro dell’Europa, ci volevano tre settimane per andare da un continente all’altro. Era cancelliere e ministro degli Esteri in un periodo in cui le guerre erano fatte da militari di professione e la diplomazia era nelle mani degli aristocratici. Come si può paragonare ciò col mondo d’oggi, un mondo dove non esiste nessun gruppo omogeneo di leader, nessuna situazione interna omogenea, nessuna realtà culturale omogenea?»

La popolarità

Dottor Kissinger, ma come spiega l’incredibile divismo che la distingue, come spiega il fatto d’essere quasi più famoso e popolare di un presidente? Ha una tesi su questa faccenda?

«Sì, ma non gliela dirò. Perché non coincide con la tesi dei più. La tesi dell’intelligenza ad esempio. L’intelligenza non è poi così importante nell’esercizio del potere e, spesso, addirittura non serve. Allo stesso modo di un capo di Stato, un tipo che fa il mio mestiere non ha bisogno d’essere troppo intelligente. La mia tesi è completamente diversa ma, le ripeto, non gliela dirò. Perché dovrei, finché sono nel mezzo del mio lavoro? Mi dica piuttosto la sua. Sono certo che anche lei ha una tesi sui motivi della mia popolarità».

Non ne sono certa, dottor Kissinger. Sto cercandola, una tesi, attraverso questa intervista. E non la trovo. Suppongo che alla radice di tutto vi sia il successo. Voglio dire: come a un giocatore di scacchi, le sono andate bene due o tre mosse. La Cina anzitutto. Alla gente piace chi gioca a scacchi e si mangia il re.

«Sì, la Cina è stata un elemento importantissimo nella meccanica del mio successo. E tuttavia il punto principale non è quello. Il punto principale... Ma sì, glielo dirò. Tanto che me ne importa? Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta. Magari senza neanche una rivoltella perché lui non spara. Lui agisce e basta: dirigendosi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, un western».

Ho capito. Lei si vede come una specie di Henry Fonda disarmato e pronto a menar botte per onesti ideali. Solitario, coraggioso...

«Non necessariamente coraggioso. Infatti a questo cowboy non serve essere coraggioso. Gli basta e gli serve essere solo: dimostrare agli altri che entra in città e fa tutto da solo. Questo personaggio romantico, stupefacente, mi si addice proprio perché esser solo ha sempre fatto parte del mio stile o, se preferisce, della mia tecnica. Insieme all’indipendenza. Oh, quella è molto importante in me e per me. Infine, la convinzione. Io sono sempre convinto di dover fare quello che faccio. E la gente lo sente, ci crede. E io ci tengo al fatto che mi creda: quando si commuove o si conquista qualcuno, non lo si deve imbrogliare. Non si può nemmeno calcolare e basta. Alcuni credono che io progetti con cura quali saranno le conseguenze, sul pubblico, di una mia iniziativa o di una mia fatica. Credono che tale preoccupazione non abbandoni la mia mente. Invece le conseguenze di ciò che faccio, voglio dire il giudizio del pubblico, non mi hanno mai tormentato. Io non chiedo popolarità, non cerco popolarità. Anzi, se vuol proprio saperlo, non me ne importa nulla della popolarità. Non ho affatto paura di perdere il mio pubblico, posso permettermi di dire ciò che penso. Sto alludendo alla genuinità che v’è in me. Se io mi lasciassi turbare dalle reazioni del pubblico, se mi muovessi spinto soltanto da una tecnica calcolata, non combinerei nulla. Guardi gli attori: quelli veramente buoni non si servono solo della tecnica. Recitano allo stesso tempo seguendo una tecnica e la loro convinzione. Sono genuini come me. Non dico che tutto ciò debba durare per sempre. Anzi, può evaporare con la stessa velocità con cui è venuto. Tuttavia per ora c’è».

Sta forse dicendomi che lei è un uomo spontaneo, dottor Kissinger? Mio Dio: se metto da parte Machiavelli, il primo personaggio con cui mi viene naturale associarla è quello di un matematico freddo, controllato fino allo spasimo. Mi sbaglierò, ma lei è un uomo molto freddo, dottor Kissinger.

«Nella tattica, non nella strategia. Infatti credo più nei rapporti umani che nelle idee. Uso le idee ma ho bisogno di rapporti umani, come ho dimostrato nel mio lavoro. Ciò che mi è successo, in fondo, non mi è successo per caso? Perbacco, io ero un professore totalmente sconosciuto. Come potevo dire a me stesso: “Ora manovro le cose in modo da diventare internazionalmente famoso”? Sarebbe stata pura follia. Volevo essere dove accadono le cose, sì, ma non ho mai pagato un prezzo per esserci. Non ho mai fatto concessioni. Mi son sempre lasciato guidare dalle decisioni spontanee. Uno potrebbe dire: allora è successo perché doveva succedere. Si dice sempre così quando le cose sono successe. Non si dice mai così delle cose che non succedono: non è mai stata scritta la storia delle cose non successe. In un certo senso, però, io sono un fatalista. Credo nel destino. Sono convinto, sì, che ci si debba battere per raggiungere uno scopo. Ma credo anche che vi siano limiti alla lotta che l’uomo può fare per raggiungere uno scopo».

L’ho capito, dottor Kissinger. Non ho mai intervistato qualcuno che sfuggisse come lei alle domande e alle definizioni precise, nessuno che si difendesse come lei dall’altrui tentativo di penetrare la sua personalità. È timido, lei, dottor Kissinger?

«Sì. Abbastanza. Però in compenso credo d’essere assai equilibrato. Vede, c’è chi mi dipinge come un personaggio tormentato, misterioso, e chi mi dipinge come un tipo quasi allegro che sorride sempre, ride sempre. Entrambe le immagini sono inesatte. Io non sono né l’uno né l’altro. Sono... Non le dirò cosa sono. Non lo dirò mai a nessuno».

(Washington, novembre 1972) 

Brani tratti da «Intervista con la Storia» di Oriana Fallaci (Rizzoli): il volume raccoglie alcune delle più celebri interviste della giornalista, tra cui quelle a Golda Meir, Yassir Arafat, Indira Gandhi, Willy Brandt, Giulio Andreotti.

Prima edizione Rizzoli 1974 2023 Mondadori Libri Spa / Rizzoli

Barbara Costa per Dagospia il 27 maggio 2023.Il potere piace, il potere è il più grande afrodisiaco, se hai il potere le donne, sììì, “le prendi per la f*ca!” (Trump dixit). Sono loro che te la offrono, te la lanciano, te la regalano. Sono poche quelle che hanno dignità e rispetto di sé e non lo fanno, mentre non poche son state quelle che Henry Kissinger ha frequentato quando al potere lui c'era, lui ce lo aveva, e lo faceva valere… Attrici, cantanti, top model, pre-influencer (c’erano pure negli anni '70, senza Instagram, e si facevano chiamare socialite).

E allora, Henry Kissinger, Prof. Henry Kissinger, sua eccellenza Mister Navetta diplomatica internazionale, saggio centenario,  come la mettiamo? Ha detto benissimo Lapo Elkann a Stefania Rossini, su "L'Espresso", nel 2005: Kissinger non va ricordato per il discusso politico che è stato. Già: la politica, quella vera, quella di chi la fa sul serio, non è roba per signorine.

E lui, Kissinger, che gli Agnelli li conosce davvero, lui, Kissinger, che da tedesco dicono tifi Juve, e lui, Kissinger, che, a 13 anni, è scampato a Hitler, rifugiandosi in USA. Lui, che Lapo se lo è preso sotto le ali e Lapo era neo laureato ed era il 2001 e con Kissinger era a New York sulle ceneri delle Torri Gemelle. Lapo è stato suo assistente, e solo grazie a Lapo lui, Kissinger, ha imparato a usare un computer. O così dice Lapo, anche se Lapo precisa che Henry Kissinger “non ha bisogno di nessuno”.

E, proprio nessuno, mai, neppure dei Rockefeller!!? Sveliamolo, su, quello che pochi sanno: Henry Kissinger deve la sua fama politica a Richard Nixon che, non conoscendolo affatto, gli ha affidato la Sicurezza Nazionale e, in seguito, anche gli Esteri, rendendolo uno tra i politici più influenti al mondo. Sì, ma... lui, Henry Kissinger, Nixon poco l'ha stimato. L’ha votato sì, ma da ultimo, e controvoglia. Kissinger è repubblicano, e deve tutto alla sua vicinanza (adulazione, per i detrattori) a Nelson Rockefeller, cioè colui che Kissinger ha votato preferendolo a Nixon.

Nelle primarie del 1968 vinte da Nixon, nelle elezioni che hanno visto il cervello sparato di un altro Kennedy, Bob, quello che Kissinger vantava amico suo ma che amico suo non era. Kissinger ha provato a introdursi nella Casa Bianca, ossia nelle sale del potere, fin dalla presidenza di John F. Kennedy. JFK leggeva e teneva buon conto dei libri del prof. Kissinger: concettosi, sì.

E nel 1962 lo chiamò come consulente esterno di politica estera. Kissinger si scapicollò, e però, JFK preferì altre teste d'uovo, a quella di Kissinger, e non lo chiamò più dopo che, scoppiata la crisi dei missili cubani, Kissinger risultò irreperibile. C’è chi (lo storico Arthur Schlesinger Jr.) maligna che Kissinger diede buca a JFK perché "impegnato" con una donna, e sapete perché credo poco alla grande amicizia esibita da Kissinger con Bobby Kennedy?

Per quello che una donna su Kissinger ha spiattellato in "Dear Henry", libro scritto da una giornalista francese che umiliò Kissinger rendendolo vittima di sfottò per anni. Questa donna, Danielle Hunebelle, innamorata persa di Kissinger, e che Kissinger non ricambiò, ma che però frequentò, e intimamente, perché questa Danielle nel suo libro con minuzia descrive casa di Kissinger scapolo a Washington, il bagno (e come Kissinger in vasca si lava), e la sua sala da pranzo, con in bella vista le sue foto coi potenti della Terra autografate, con dedica, incluso un posato con RFK.

Kissinger ha detto no a questa Danielle e, dopo il di lei libro-vendetta, ha avuto il terrore delle donne che non fossero show-girl e affini. Nondimeno, dopo Danielle, chi doveva capitargli? Sì, Barbara Walters, icona del giornalismo TV, ma lei dopo, prima una grande amica della Walters e cioè colei che Henry, nelle sue "Memorie", indica “la mia nemesi”: Oriana Fallaci!!! Pochissimi sanno che fu proprio Kissinger a invitare Oriana Fallaci alla Casa Bianca, prima dell'intervista, in due incontri privati. Per esaminarla. 

E vedere se fosse come nelle foto che Kissinger, di Oriana, conservava. Peccato che Oriana gli diede soddisfazione unicamente estetica, e ne sp*ttanò per iscritto la sua vanità: anche mister Kissinger voleva la sua intervista con la Storia, a pari dei capi di stato torchiati dalla Fallaci. Si era ancora in guerra col Vietnam, e Henry Kissinger riceve Oriana alla Casa Bianca il 4 novembre 1972, tre giorni prima delle elezioni che diedero a Nixon un secondo mandato poi rivelatosi tale per gli intrighi del Watergate (eeeh, il Watergate!!! Quando Kissinger, ebreo, si inginocchiò con Nixon a un passo dall'impeachment, a pregare il dio dei cristiani!!!

Ma chi se le ricorda, le storiche gesta di Kissinger, quando nel '69 con Nixon ordinò l’invasione della Cambogia, "scordandosi" di avvertire il Congresso??? E le intercettazioni illegali contro i giornalisti??? Tutto obliato? E le fughe di notizie che, guarda un po', provenivano dall’ufficio di Kissinger, e che facevano il gioco anti Nixon??? Nel 1974 Nixon si dimette ma Kissinger rimane saldissimo al suo posto, al suo doppio incarico di ministro, sotto il nuovo presidente Gerald R. Ford. Mica è illegale! Inopportuno forse…).

Vabbè, torniamo a, come lo chiamo, l’"entusiasmo" di Kissinger per Oriana Fallaci. Lui le accorda l’intervista, contento, diluita in incontri di più giorni ma poi, dopo 30 minuti dal primo, incontro, col telefono che suonava e interrompeva, e era sempre Nixon che frignava, Kissinger se ne va, molla la Fallaci là, con quel poco su nastro registrato, che diventano righe feroci su “Kissinger cowboy che porta la giustizia nel mondo”. Il cowboy solitario, con la pistola a equivalenza fallica.

Un “John Wayne della politica estera”. Pensate alla faccia di Nixon, che, in questa intervista, ne esce come un buono a nulla. E intervista che fa il giro del mondo, intervista che Kissinger abiura, intervista di cui Oriana alla "CBS" e al "Washington Post" mette a disposizione i nastri, e intervista che Kissinger, dopo 34 anni (dico, 34 anni!!!) nel 2006, alla morte della Fallaci, al TG1, riconosce autentica.

E comunque io glielo stralodo, a Kissinger, quanto replicato a Aldo Moro che voleva il PCI al governo con la DC, ma con la benedizione degli Stati Uniti: “Io coi comunisti ci dialogo, mica ci governo!!!”. Henry Kissinger nel 1973 riceve il Nobel per la Pace insieme a Le Du Tho, il nord vietnamita che con lui negoziò la pace in Vietnam. Povero Nobel, e povera pace. 

Perché, come si sa, nell’aprile del 1975 i nordvietnamiti si riprendono tutto il Vietnam del Sud, vanificando accordi che lo stesso Kissinger definì “la firma di una attesa”. Della fine. Della sconfitta. A Vietnam riunito e riconquistato, il comunista Le Du Tho riconsegnò il Nobel (e i soldi vinti) ma Kissinger no. “L'ambiguità ha i suoi meriti”, disse una volta Kissinger a un incontro con la stampa. Vi lascio con la barzelletta che girava durante la presidenza Nixon: “Tu lo sai cosa succederebbe se Henry Kissinger morisse? Nixon diventerebbe Presidente…!”.

Kissinger: l'invasione russa è stata provocata. Piccole Note (filo-Putin) il 27 Maggio 2023 su Il Giornale.

“Penso che la proposta di accettare l’Ucraina nella NATO sia stato un grave errore e abbia portato a questa guerra”. Così l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger in un’intervista al Wall Street Journal. Una constatazione ovvia, ma che l’establishment d’Occidente nega in maniera ossessiva, continuando a ripetere che la Russia non aveva alcun motivo per invadere e che il conflitto discende esclusivamente da una folle pulsione imperialista che, in prospettiva, minaccia tutto l’Occidente.

Chi controlla il presente controlla il passato

Tale ossessiva negazione è analizzata in un articolo pubblicato sul Ron Paul Institute dall’economista Jeffrey Sachs: “L’amministrazione Biden usa incessantemente l’espressione ‘non provocata’, più recentemente, [tale espressione è stata reiterata] nel discorso di Biden in occasione nel primo anniversario della guerra, nel più recente intervento alla NATO e nell’ancor più recente dichiarazione al G7″.

“I media mainstream favorevoli a Biden si limitano a ripetere a pappagallo quanto discende dalla Casa Bianca. Il New York Times è il primo colpevole, avendo descritto l’invasione come ‘non provocata’ non meno di 26 volte in cinque editoriali, 14 articoli di opinione di cronisti del NYT e su sette contributi di esterni!” (in realtà, il computo è largamente deficitario, ma rende l’idea dell’ossessione).

La questione se l’invasione sia stata provocata o meno non è secondaria, anzi. Su quanto sia importante la comprensione e l’interpretazione della storia, Sachs cita George Orwell, che nel suo 1984 scrisse: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

E, a tale proposito, commenta: “i governi lavorano incessantemente per distorcere la percezione dell’opinione pubblica riguardo il passato”. Una manipolazione che sulla guerra ucraina ha raggiunto il parossismo, così che la relativa narrazione ha oscurato e oscura tutto ciò che è accaduto prima del 24 febbraio 2022, quando è iniziata l’invasione. Nessuna provocazione, un’invasione insensata e brutale.

Invece, come ha chiarito Kissinger, e Sachs nel suo articolo, la provocazione c’è stata, eccome. Non solo l’insistenza dell’amministrazione Biden sul fatto che per Kiev le porte della Nato erano aperte – nonostante Putin avesse detto chiaramente che il passo sarebbe risultato inaccettabile – ma anche il pregresso, come annota Sachs nel suo articolo, nel quale ricorda il colpo di Stato di Maidan del 2014, che impose all’Ucraina un governo anti-russo, e il successivo attacco, questo sì non provocato, di Kiev contro le regioni filo-russe del Donbass, colpevoli di aver dichiarato la loro autonomia.

L’Ucraina sacrificata sull’altare degli interessi Usa

Ma, se la Russia ha potuto tollerare il pregresso, il casus belli è stato, appunto, il tentativo di includere l’Ucraina nell’ecumene NATO, che tanti autorevoli politici e militari Usa (tra cui l’attuale capo della Cia William Burns) sapevano che avrebbe provocato una reazione catastrofica della Russia (Sachs fa una carrellata di interventi in proposito).

Questa la conclusione di Sachs: “Se si riconosce che la questione dell’allargamento della NATO è il focus della guerra, si comprende perché le armi statunitensi non porranno fine al conflitto. La Russia lo intensificherà, se sarà necessario, perché deve impedire l’allargamento della NATO all’Ucraina”.

“La chiave per la pace in Ucraina passa attraverso negoziati basati sulla neutralità dell’Ucraina e sulla sua non adesione alla NATO. L’insistenza dell’amministrazione Biden sull’allargamento della NATO all’Ucraina ha reso l’Ucraina vittima delle aspirazioni militari statunitensi, mal concepite e irrealizzabili. È ora che le provocazioni cessino e che i negoziati riportino la pace in Ucraina”.

Sull’adesione alla Nato Kissinger non concorda con Sachs, avendo spiegato al WSJ che, al termine del conflitto, l’Ucraina (o quel che ne resterà) dovrebbe farne parte. Una considerazione che mira a porre il controllo NATO su una nazione che coltiverebbe sicuramente mire revansciste. Tale controllo sarebbe l’unico modo per frenarle, non potendo la Nato attaccare la Russia senza dar vita a una guerra termonucleare.

Al di là delle formule, serve dare garanzie alla Russia, creare un’architettura di sicurezza globale. In poche parole, serve un ordine internazionale garantito da regole, ciò che Biden e altri ripetono come un mantra. Il punto è che le regole non possono essere imposte da un solo attore, perché ciò causa solo conflitto. Perché avvenga il contrario devono essere concordate nell’ambito dell’agone globale.

Uno scienziato della storia. Il secolo di Henry Kissinger, la storia vista dagli occhi dell’ex Segretario di Stato americano. Henry Kissinger può essere messo a confronto soltanto col segretario fiorentino Niccolò Machiavelli, ma con animo costruttivo e non cinico. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 27 Maggio 2023

Quando Adolf Hitler prese il potere in Germania nel 1933, lui, Heinz Alfred Kissinger, aveva già dieci anni ed era un bambino tedesco bavarese e borghese di famiglia ebrea che oggi compie cento anni e vive al trentatreesimo piano di un grattacielo di Manhattan, lo stesso dove abitava quando Gianni Agnelli, padrone della Fiat e del quotidiano “La Stampa” di cui ero inviato a New York, mi suggeriva di andarlo a trovare per chiedergli lumi. Agnelli e Kissinger formavano una curiosa coppia non male assortita perché avevano un’intesa: Kissinger avrebbe tifato per la Juve quando andava a Torino e Agnelli si sarebbe basato soltanto sulla sua visione del mondo.

Cento anni in fondo sono una cifra tonda soltanto perché abbiamo dieci dita, cosa su cui non concordavano i babilonesi che consideravano la dozzina una base più solida, ed Henry Kissinger ha compiuto un secolo, sta benissimo e dal telescopio della sua mente ordinata e preveggente guarda la storia come un animale domestico. Vede vicinissima una terza guerra mondiale che la sua generazione ha scrupolosamente scongiurato, ma che oggi diventa un mostro attuale perché nessuno sembra averne più il terrore. Henry Kissinger scelse di diventare americano e un patriota americano. Tanto che ebbe un celebre scontro con il primo ministro della neonata Israele, Golda Meir, alla quale disse quasi brutalmente di essere prima americano e poi ebreo. Golda rispose in tono minaccioso ed enigmatico: “Sì, però ricorda che noi ebrei leggiamo le parole da destra a sinistra e non da sinistra a destra”.

La questione dello Stato ebraico nato per decisione delle Nazioni Unite per essere gemello di uno stato palestinese che fu rifiutato dalla Lega araba, era allora la questione più rovente e dominante sulla scena mondiale. L’altra fu il Vietnam. Kissinger aveva provveduto alla svelta a disfarsi del suo primo nome Heinz Alfred per cambiarlo in Henry, ma mantenuto per tutta la vita un buffo accento tedesco che Kubrick subdolamente gli rinfacciò attribuendola personaggio guerrafondaio nel film “Dottor Stranamore” in cui la guerra nucleare scoppiava per demenza dei protagonisti. Non è stato mai un demente o meglio uno sciocco, né un uomo troppo sentimentale, avendo studiato la storia ed essendone stato un attore principale può essere messo a confronto soltanto col segretario fiorentino Niccolò Machiavelli, ma con animo costruttivo e non cinico.

Due sono state le grandi vittorie che ha incassato per la politica americana e anche per la pace del mondo. La prima fu quella di permettere al presidente repubblicano Richard Nixon, di cui era segretario di Stato dunque ministro degli Esteri, di chiudere l’orrenda partita della guerra in Vietnam avviata per eccesso di narcisismo dal presidente John Fitzgerald Kennedy, la cui Corte era paragonata a quella di Camelot per sfarzi reali e intellettuali, e che poi era stata incrementata dal suo successore Lyndon Johnson il quale lasciò al repubblicano Nixon l’esito di un disastro.

La guerra era persa e Kissinger pose come unica condizione che fosse persa con onore. Ma era persa. E all’onore non ci ha più pensato nessuno. Nixon dopo la chiusura del Vietnam fu travolto dallo scandalo Watergate e chiuse la sua carriera con ignominia, salvo diventare il mentore segreto del democratico Bill Clinton, che andava a trovare alla Casa Bianca attraverso un passaggio segreto. Disse apertamente di detestare e Hillary, la moglie di Bill, che considerava un’ambiziosa pericolosa. Kissinger prosegue la sua carriera con il tentativo di sistemare la questione mediorientale che vedeva allora in campo soltanto israeliani e l’Olp di Arafat. Gli anni ‘70 erano anni di guerra e di sangue ma anche di speranza. Era nato scienziato della storia ad Harvard dove aveva insegnato elargendo consigli agli abitanti della Casa Bianca che fossero disposti a seguire l’unico binario praticabile: quello del realismo.

E in nome del realismo mise a segno il suo secondo colpo: la Cina di Mao Zedong di cui non abbiamo più idea. La Cina era chiusa a chiave nessuno poteva entrare nessuno poteva uscire e le notizie arrivavano attraverso messaggi segreti. Sia la Cina che l’Unione sovietica avevano rifornito di armi pesanti e leggere l’esercito vietnamita in guerra con gli Stati Uniti. Ma in più la Cina era in stato di conflitto latente e imminente con l’Unione sovietica benché fossero le due massime potenze comuniste. Scontri continui avvenivano lungo le rive del fiume Ussuri e tutto il mondo di allora fantasticava su cosa sarebbe avvenuto al mondo successivo in seguito a quella guerra che non scoppiò.

E non scoppiò proprio grazie a Henry Kissinger il quale fra i due contendenti scelse la Cina per poter contenere la Russia in Europa e dopo alcuni colloqui segreti con il presidente Mao consentì l’inizio della diplomazia del ping pong, cosiddetta perché comincio davvero con un torneo fra giocatori americani e cinesi. L’Unione sovietica spiazzata da questa nuova intesa rinunciò allo scontro il Cina e diventò per la prima volta partner degli Stati Uniti che anno dopo anno la aiutarono, anche se fra zuffe e ritorsioni continue, ad accedere alla sua tecnologia e diventare quel che la Cina è oggi.

Come uomo politico ebbe l’ultimo momento di gloria subito dopo gli attacchi alle torri gemelle dell’undici settembre 2001, quando il presidente G.W. Bush gli affidò l’incarico di guidare le indagini per la ricerca dei colpevoli. Ma la cosa non piacque a tutti coloro che temevano un inasprimento dei rapporti fra Stati Uniti e le nazioni arabe ancora più rischioso di quello che portò il conflitto con l’Iraq.

Così Henry Kissinger preferì ritirarsi a New York nella sua splendida tana al trentatreesimo piano di un grattacielo da cui si gode la straordinaria vista di una città che ogni anno si demolisce e ricostruisce sotto i tuoi occhi. Non lo diceva apertamente ma nelle conversazioni private sosteneva che l’era della vera pace perenne sarà accessibile soltanto quando saranno cambiati i regimi russo cinese e iraniano. Ma si è sempre ben guardato dal consigliare avventure militari di qualsiasi genere perché dalla Seconda guerra mondiale in poi aveva imparato, e poi insegnato, la nozione più importante dura da capire benché sia banale: una volta lanciata una guerra nessuno è più in grado di fermarla né di prevederne gli sviluppi.

Sostenne, senza esserne entusiasta, la necessità del colpo di Stato in Cile contro Salvador Allende perché riteneva inammissibile che l’Unione sovietica, che possedeva già Cuba come stato armato e subalterno, mettesse anche le mani sul Cile. Fu per questo criticato, ma quel suo atto di realismo cinico fu visto come un segnale di concretezza in Italia dal segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer che ne trasse una lezione ideologica in tre articoli per il settimanale del Pci Rinascita, noti come progetto Vola del compromesso storico. Paolo Guzzanti

Un secolo di Henry Kissinger: il “grande vecchio” della politica estera. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 26 Maggio 2023  

“Il potere è l’afrodisiaco supremo”. Una citazione che racconta molto di Heinz Alfred Kissinger, conosciuto ai più semplicemente come Henry Kissinger, 100 anni il 27 maggio, il rifugiato ebreo che dalla Germania di Hitler è arrivato alla Casa Bianca. Non un semplice diplomatico e un fine storico e politologo ma un uomo che per 8 anni ha dominato la scena diplomatica internazionale relegando al ruolo di comprimari i presidenti che lo avevano scelto. Dal 1968 al 1976, infatti, Kissinger è stato l’indiscusso tessitore e attore protagonista della politica statunitense in piena Guerra fredda.

Un’interminabile carriera costellata di luci e ombre: dal capolavoro strategico-diplomatico con la riapertura delle relazioni diplomatiche con la Cina in funzione anti-sovietica, suggellata dalla storica visita del presidente Nixon a Pechino nel 1972, allo sviluppo della celebrata shuttle diplomacy nella guerra arabo-israeliana del 1973, fino ai bombardamenti in Cambogia e al presunto coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di stato in Cile del settembre 1973, che portò alla destituzione di Salvador Allende e all’instaurazione del regime militare di Augusto Pinochet. Nei giorni scorsi l’ultima profezia sulla guerra in Ucraina che, secondo il diplomatico, potrebbe risolversi entro la fine dell’anno con dei negoziati (grazie alla Cina).

Spesso citato tra i grandi pensatori del “realismo politico”, il Professor Henry, in realtà, ha elaborato una “dottrina” tutta sua che ha messo insieme diversi approcci alle Relazioni internazionali, in bilico tra internazionalismo liberale e realpolitk. Uno stratega geniale, un cinico cospiratore e un abile diplomatico. Un machiavellico dai mille volti. Amato e odiato. “Nessuno statista americano è stato venerato o insultato come Henry Kissinger”, ricorda lo storico Niall Ferguson. Sta di fatto che nessun presidente Usa ha voluto fare a meno delle sue intenzioni: “I suoi consigli – ricorda Ferguson – sono stati richiesti da ogni presidente, da Kennedy a Obama”.

Chi è il diplomatico nato in Baviera

Kissinger è nato a Fürth, in Baviera, il 27 maggio 1923. Nel 1938, a seguito delle leggi di Norimberga e del clima antisemita instaurato dal nazismo, emigrò con la sua famiglia negli Stati Uniti e si stabilì a New York. Dopo essere diventato cittadino statunitense, venne arruolato nella fanteria combattendo nell’offensiva delle Ardenne (1944), partecipando anche alla liberazione di un campo di concentramento. Fu però all’Università di Harvard che Kissinger trovò la sua vera vocazione: quella di studioso. Dopo essersi immerso nella filosofia di Kant e nella diplomazia di Metternich, allievo di Hans Morgenthau – con il quale ebbe un rapporto tormentano negli anni – conseguì la laurea nel 1950 e un dottorato di ricerca nel 1954 con una tesi intitolata Peace, Legitimacy, and the Equilibrium (A Study of the Statesmanship of Castlereagh and Metternich). La sua carriera accademica decollò e ne 1957 pubblicò il suoi primo libro – Nuclear Weapons and Foreign Policy – e, soprattutto, venne assunto da Nelson Rockefeller, magnate repubblicano e collaboratore del presidente Eisenhower.

Durante gli anni Cinquanta e Sessanta, Kissinger prestò servizio come consulente per diverse agenzie governative, tra cui il Consiglio di sicurezza nazionale, il Dipartimento di stato, e l’Agenzia per il controllo degli armamenti e il disarmo. Nel 1969, il presidente Richard Nixon scelse Kissinger come suo consigliere per la sicurezza nazionale: nel settembre 1973 venne nominato segretario di Stato, carica che mantenne anche nell’amministrazione Ford a seguito delle dimissioni di Nixon provocate dello scandalo Watergate. 

Le riflessioni sulla politica italiana e su Paolo VI

Nel libro di memorie Gli anni della Casa Bianca Kissinger racconta del viaggio in Italia del settembre 1970 con il presidente Richard Nixon. Il presidente del Consiglio italiano era, all’epoca, Emilio Colombo, successore di Mariano Rumor mentre il presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat, di gran lunga la personalità politica italiana più apprezzata dal Segretario di stato americano, contrariato dall’apertura del governo a sinistra. “La tendenza dell’apertura a sinistra – racconta Kissinger – era giunta ormai a un punto tale che non era più possibile pensare di governare senza i socialisti. Questi, dal canto loro, erano restii ad allontanarsi troppo dal Partito comunista, con il quale collaboravano in molte amministrazioni provinciali. I comunisti, perciò, avevano un’influenza sempre maggiore, anche se indiretta, sull’operato del governo”. Risultato questo, osserva, “che era esattamente l’opposto di quanto i pionieri dell’apertura a sinistra avevano sperato” (tra questi, Aldo Moro).

A proposito di Saragat, Kissinger sottolinea che si trattava, di gran lunga, del “più apprezzabile e degno di rispetto tra i leader politici italiani – intelligente e riflessivo, deciso, buon amico degli Stati Uniti. Purtroppo, si trovava in una situazione poco felice. Il suo partito, il Partito socialdemocratico, stava subendo una graduale e progressiva atrofizzazione per effetto della già citata apertura a sinistra” ed era “sempre meno in grado di esercitare un controllo sulle leve del potere”. Gli incontri a villa Madama con gli esponenti del governo non andarono bene. E Kissinger lo sottolinea: “La politica italiana – che più di ogni altra cosa ci interessava – esulava dai limiti di un dibattito formale. D’altra parte, gli italiani sembravano considerare i problemi della politica internazionale del tutto secondari rispetto a quelli della politica interna, poiché a livello internazionale l’Italia aveva scarse possibilità di far sentire la sua influenza. Non fu un caso che la discussione si facesse tanto più banale, quanto più il cerchio dei partecipanti si allargava”.

Di quel viaggio non mancano le riflessioni su Papa Paolo VI che, secondo il diplomatico americano, “era, per molti versi, il simbolo del travaglio di un’era. Meglio di tutti i leader che avevo conosciuto, comprendeva bene il dilemma morale di un periodo storico nel quale la tirannia marciava sotto le bandiere della libertà, e sapeva che le ‘riforme’ rischiano di creare sterili burocrazie. Egli lottava per cercare di preservare un margine alla coscienza e alla dignità dell’uomo. Avversava profondamente l’angoscia del suo tempo, che necessitava, sì, di un cambiamento, ma anche di salde verità morali. Voleva la pace, ma non a prezzo della giustizia. Non era alieno da presentimento, ma la fede che lo animava era troppo grande perché se ne lasciasse fuorviare”.

La shuttle diplomacy

Kissinger è entrato nel dipartimento di Stato appena due settimane prima che Egitto e Siria lanciassero un attacco a sorpresa contro Israele. La guerra di ottobre del 1973 ha svolto un ruolo importante nel plasmare il mandato di Kissinger come segretario. In primo luogo, ha lavorato per garantire che Israele ricevesse un ponte aereo di rifornimenti militari statunitensi. Questo ponte aereo ha aiutato Israele a rovesciare l’esito del conflitto a favore dello stato ebraico. Dopo l’attuazione di un cessate il fuoco sponsorizzato dalle Nazioni unite, Kissinger iniziò inoltre una serie di missioni di “diplomazia navetta“, in cui viaggiò tra varie capitali del Medio Oriente per raggiungere accordi di cessate il fuoco. Questi sforzi produssero un accordo nel gennaio 1974 tra Egitto e Israele e nel maggio 1974 tra Siria e Israele.

Le ombre nella carriera del diplomatico

Luci dunque, ma anche ombre con, da un lato, una capacità diplomatica senza eguali e dall’altro, un atteggiamento da cinico calcolatore sprezzante del principio di autodeterminazione dei popoli. Lo ricordava tempo fa anche il New Yorker, in un lungo articolo nel quale si ricorda come il suo maestro ad Harvard, Hans Morgenthau, rimase alquanto deluso dal suo pupillo quando difese pubblicamente la guerra del Vietnam, nonostante quest’ultimo avesse ammesso privatamente che gli Stati Uniti non avrebbero potuto vincere. Ma forse l’eredità più pesante è quella rappresentata dalla guerra in Cambogia, rispetto alla quale il New Yorker ricorda come “nel marzo 1969 Nixon e Kissinger diedero il via a una serie di bombardamenti segreti sul Paese, che rappresentava un rifugio sicuro per i vietcong e il Vietnam del Nord.

In quattro anni, l’esercito americano lanciò più bombe sulla Cambogia di quante ne avesse lanciate nell’intero teatro del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. La campagna uccise circa centomila civili e accelerò l’ascesa di Pol Pot”. E tra le “macchie” nella carriera del diplomatico alla Casa Bianca a fianco di Nixon, ricorda sempre il New Yorker, c’è anche l’appoggio alla campagna di genocidio del presidente pakistano Yahya Khan contro il Pakistan orientale, nel 1971, che fu portato avanti per dimostrare quanto “l’America fosse dura”.

Kissinger cacciatore di nazisti per l'intelligence. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale il 25 maggio 2023.

Novembre 1944. Un giovane soldato americano siede alla scrivania di in un campo base nella Germania occidentale appena occupata dagli Alleati che, dalla Normandia in poi, hanno marciato fino ai confini della Renania e alla Sassonia.

Ha uno stemma di un'accetta che spacca la legna cucito sulla spalla destra e inforca occhiali di metallo, dalla montatura sottile ma generosa in grandezza come le sue orecchie sveglie. Sta scrivendo una lettera ai genitori, tedeschi, ebrei come lui, fuggiti dalla Germania insieme a lui sei anni prima, appena due settimane prima della famosa "Notte dei cristalli". La lettera sarà indirizzata al Washington Heights, un quartiere modesto per esuli europei come tanti ne sono nati dall'inizio secolo sull'isola di Manhattan, New York.

Scrive: "Quindi sono tornato dove volevo essere. Penso alla crudeltà e alla barbarie che quelle persone là fuori tra le rovine hanno mostrato quando erano in cima. E poi mi sento orgoglioso e felice di poter entrare qui come un soldato americano libero”. Si firmerà Henry, ma il suo nome completo all'anagrafe era Heinz Alfred Kissinger, nato il 27 maggio del 1923 a Furth, in Baviera.

Nella "Fortezza Europa"

Kissinger, che aveva cambiato il suo nome in Henry per sentirsi più americano, è inquadrato nella compagnia G del 335° reggimento della 84°divisione di fanteria dell'Us Army, i "Railsplitters". Sbarcato appena qualche settimana prima in Normandia, ad Omaha Beach, proprio dove gli americani hanno iniziato la liberazione della Fortezza Europa, ha raggiunto il fronte che ormai si è spostato ai confini orientali della Francia, per prendere parte alla Battaglia delle Ardenne e proseguire sulla direttiva che attraverso il Belgio lo condurrà di nuovo in Germania, nel marzo del 1945.

Lì il giovane Kissinger, appena ventenne, rimane duramente colpito dall’odio ma anche dalla compassione che prova per i suoi vecchi compatrioti, atterriti e sfollati, ritrovandosi presto faccia a faccia con l’Olocausto. "Una delle esperienze più orribili della mia vita” annoterà nelle sue memorie.

Dopo l’occupazione di Hannover, avvenuta il 10 di aprile, lui e alcuni altri si imbatteranno in uno strano campo con poche baracche circondate dal filo spinato, era nelle vicinanze della città. Avevano scoperto il campo di concentramento di Ahlem, dove un numero imprecisato di prigionieri ebrei - tra i 200 e i 250 - sono stati trovati abbandonati tra i loro compagni morti, affamati e malati. Le SS erano già scappate da tempo, dirette, pare, con i prigionieri in grado di marciare verso il campo di Bergen-Belsen. Alcuni giorni dopo la stessa divisione scoprirà e libererà il campo di lavori forzati femminile di Salzwedel. Le scene che si troverà davanti agli occhi saranno ugualmente atroci.

Tra i vivi e i morti

C’è chi dirà sul conto di Kissinger che era capace di spietato cinismo. La stessa adorata Oriana Fallaci lo descriveva come “un anguilla più fredda del ghiaccio”. Dopo aver visto con i suoi occhi le atrocità dei campi di concentramento, nel fetore delle baracche non si distinguevano i vivi dai morti, scriverà: “Questa è l'umanità nel XX secolo. Le persone raggiungono un tale stupore di sofferenza che la vita e la morte, l'animazione o l'immobilità non possono più essere differenziate. Chi è stato fortunato, l'uomo che borbotta: "Sono libero", o le ossa che sono sepolte nella collina?”. L’interrogativo rimase sospeso, perché tempi bui sarebbero tornati, e nessuno si sarebbe davvero dimostrato pronto a seppellire l’ascia di guerra. Intanto per lui, la guerra andava avanti.

Costa Crociere

Fin dall'entrata in Germania, i superiori del giovane sergente Kissinger avevano preso atto della sua ottima conoscenza della lingua tedesca. Per tale motivo era stato assegnato alla raccolta di informazioni e alla traduzione degli interrogatori ai prigionieri. Un compito che gli consentì di "individuare" i primi nazisti e avvicinarsi alle mansioni che avrebbe in seguito svolto per l'intelligence americana che si sarebbe stabilita nei territori occupati.

In Germania inizierà a a cercare i suoi parenti nella speranza di trovare dei sopravvissuti. Tre zie, tre zii, tre cugini non riuscirono a scampare, tra milioni di altri, alla Soluzione finale pianificata dai sicari di Adolf Hitler fin dal 1938, anno in cui lui era fuggito a Londra. “Mi è passato per la mente che avrebbe potuto essere il destino dei miei genitori e in una certa misura.. il mio destino” si ripeterà spesso; consapevole che tra le migliaia di corpi senza nome seppelliti in centinaia di fosse comuni, potevano esserci lui, sua madre, suo fratello, suo padre. E allora non ci sarebbe stato il percorso da raffinato e scaltro intellettuale di Harvard; né sarebbe stato consultato dalle amministrazioni Kennedy e Johnson come consigliere per la Sicurezza nazionale. Non avrebbe ispirato Stanley Kubrick - o almeno si diceva - per il personaggio del Dottor Stranamore; non sarebbe stato Segretario di Stato nell'amministrazione Nixon, né avrebbe vinto il Nobel per la Pace nel 1973. Non sarebbe diventato Henry Kissinger: uno dei maggiori pratonisti della politica estera di una più influenti potenze del mondo e della storia.

Un secolo dopo

Nell'estate nel 1945, a guerra finita, il ragazzo con gli occhiali grandi e il sorriso giocondo se ne andava in giro per la Germania caduta con una Mercedes bianca. Appena un anno dopo verrà assegnato al 970th Counter Intelligence Corps Detachment, un’unità di controspionaggio che attraverso interrogatori ai prigionieri, disamina di documenti catturati e informazioni, individuava criminali di guerra, agenti ostili, reti di resistenza, e faceva le veci di un governo militare de facto nei territori occupati. Il giovane Kissinger non dimostra di cercare vendetta, anche se come agente del controspionaggio responsabile della “denazificazione” ha immenso potere e può ordinare l'arresto di chiunque sia anche solo sospettato. Si limiterà ad applicare la giustizia. Quando scova un criminale di guerra, non c'è ragione per non spingerlo in un campo di prigionia o tra le braccia del boia.

A quei tempi Harvard e la Casa Bianca erano ancora distanti. Le psicosi da Cortina di ferro e i pericoli della Guerra Fredda erano ancora distanti. Poteva fermarsi a pensare a come sarebbe stata la seconda parte di un'adolescenza felice nel paese in cui era nato e dal quale era dovuto scappare per non morire. Ragione per cui tenterà - nonostante l'atroce discutibilità di molte scelte - di perseguire in tutto e per tutto un concetto di pace e logica degli interessi che potesse trattenere le grandi potenze dall'armare una nuova guerra mondiale. Sempre con una lucidità e una lungimiranza che risultano ancora disarmanti per i suoi uditori, anche oggi, a un secolo dalla nascita.

Sapeva anche la riforma sulla Buona scuola, si complimentò. Kissinger, alla faccia della rottamazione: a 99 anni è giovane perché capisce il futuro. Matteo Renzi su Il Riformista l'11 Maggio 2023 

In un mondo impazzito il più saggio di tutti è un signore di 99 anni. Alla faccia della rottamazione, lasciatevelo dire persino da me. Il suo nome è Henry Kissinger e se volete capire il futuro leggete questo articolo.

È l’estratto di un’intervista che Kissinger ha rilasciato a Ted Koppel, trasmessa dalla Cbs nei giorni scorsi. La verità è che nel tempo degli slogan e dei tweet la geopolitica è sempre più di facile da capire, da analizzare, da studiare. Scatta la pandemia e i social sono pieni di virologi, parte la guerra e sono tutti strateghi militari, iniziano i mondiali di calcio e sono tutti allenatori. Ma nella realtà ci sono quelli (pochi) veramente bravi che ti aiutano a capire dove va il mondo. Henry Kissinger lo faceva per professione, oggi lo fa per vocazione.

Sull’Ucraina era stato il più lucido nel marzo 2014 quando dalle colonne del Washington Post aveva avanzato preoccupazioni e soluzioni, inascoltata Cassandra del tempo moderno. Oggi ribadisce il ruolo della Cina e della necessità di un dialogo vero tra Washington e Pechino. Ma soprattutto invita a fare politica, attività che non si misura in like ma si valuta sulla base dell’intelligenza e dei risultati.

Avevo già lasciato Palazzo Chigi quando nel giugno 2019 sono ad attendere l’ascensore nell’hotel di una conferenza internazionale cui partecipavo e di cui Kissinger era come sempre star indiscussa. Si aprono le porte. E già occupato ma c’è spazio. Al centro dell’ascensore c’è lui, già in sedia a rotelle. Lo saluto, mi saluta ma non mi riconosce ovviamente. Mi sposta il badge. Guarda il nome. Ah, tu sei Renzi, l’ex primo ministro italiano. Bravo per la tua riforma, peccato non sia passata.

Wow, mi dico! Kissinger conosce la riforma costituzionale. “Grazie, Eccellenza, purtroppo in Italia non è facile fare le riforme costituzionali”. No, non la riforma costituzionale. Andava bene anche quella ma la vera riforma buona era quella della scuola. Rimango senza parole. Kissinger che mi parla di buona scuola. Sapeva anche quella. E anzi la giudicava la vera riforma necessaria all’Italia.

In un mondo di grigi burocrati Kissinger è il Machiavelli di cui avrebbe bisogno il mondo. Se lo leggete con attenzione capirete perché è ancora giovane. Matteo Renzi

"Intelligenza artificiale? Difficile mantenere il controllo umano". Cent’anni di Kissinger: “Con la Cina a negoziare la guerra finirà entro la fine dell’anno”. Redazione su Il Riformista l'11 Maggio 2023 

Alla soglia dei cento anni di età (il prossimo 27 maggio 2023), l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger appare ancora come uno dei più lucidi e profondi conoscitori della politica mondiale. Intervistato dal giornalista Ted Koppel per l’emittente Cbs, Kissinger – circondato dalle foto che lo ritraggono con i più importanti leader mondiali – ha toccato tutti i temi più importanti dell’attualità, dalla guerra in Ucraina al rapporto con la Cina, fino a un argomento che gli è particolarmente a cuore: le implicazioni dello sviluppo dell’intelligenza artificiale nel futuro dell’umanità.

Quello che trapela dai discorsi di uno degli uomini più importanti del secondo Novecento è soprattutto la grande aspettativa che egli nutre nella diplomazia, nel dialogo che deve riuscire a essere realizzato anche nei confronti di chi è considerato un avversario strategico. L’esempio più lampante viene del resto dalla stessa esperienza dell’ex segretario di Stato, passato alla storia anche per l’apertura da parte degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese con una delle sue più importanti missioni “segrete”.

Anche oggi che Pechino e Washington si sfidano su diversi domini in quella che appare a tutti gli e etti come una nuova Guerra Fredda, Kissinger non rinnega quella svolta storica nei rapporti con il gigante asiatico, ma anzi spera che oggi come allora si faccia il possibile per evitare un conflitto tra le due superpotenze. La questione si allaccia anche al duello con la Russia, visibile soprattutto nella guerra in Ucraina. Nella conversazione con Koppel, Kissinger non solo si dice pronto, ipoteticamente, a partire per Mosca e parlare con lo stesso presidente russo Vladimir Putin, ma anche convinto che proprio il coinvolgimento di Pechino nelle trattative sia una delle chiavi per costruire un futuro negoziato tra Kiev e Mosca.

Il mondo, secondo Kissinger, non è un luogo “sicuro”. Lo dice apertamente e non ha motivo di nasconderlo. Ma quello che sembra preoccupare il quasi centenario Premio Nobel è in particolare il rischio che intravede nella società (e anche evidentemente tra i suoi decisori) di non riflettere attentamente su quanto sta accadendo o sta per accadere all’essere umano, tra corsa alle armi e nuove tecnologie. Quello dell’ex segretario di Stato è un costante avvertimento alla politica sui pericoli per la società.

Kissinger è ben lontano dal desiderio di ritirarsi a vita privata, ma studia e lavora ancora oggi con uno sguardo costantemente rivolto verso il presente, ma soprattutto verso il futuro, di cui traccia un quadro profondo e non privo di preoccupazione.

Ecco i passaggi-chiave dell’intervista di Koppel tradotti.

KISSINGER E IL DIALOGO 

Se uno dei suoi assistenti prendesse il telefono, chiamasse Pechino e dicesse ‘Il dottor Kissinger vorrebbe parlare con il presidente Xi’, il presidente risponderebbe alla sua chiamata?

Ci sono buone probabilità che risponda alla mia chiamata, sì”

E il presidente russo Vladimir Putin?

Probabilmente sì”

Se un presidente venisse da lei e dicesse: ‘Henry, voleresti a Mosca a parlare con Putin?’

Sarei propenso a farlo, sì, ma da consigliere, non da persona attiva”

LA GUERRA IN UCRAINA – “Ora che la Cina è entrata nel negoziato, penso che se ne verrà a capo entro la fine dell’anno. “Parleremo di processi negoziali e persino di negoziati reali”.

LA SFIDA CINESE – “Il rientro della Cina nel sistema internazionale sarebbe avvenuto comunque. Non puoi escluderla dal sistema internazionale. Abbiamo un problema, e cioè che tutto questo potrebbe evolversi in una guerra tra due Paesi ad alto livello tecnologico. Ed è qualcosa che richiede con urgenza attenzione. “Ma è un periodo pericoloso questo? “Da questo punto di vista, è un periodo estremamente pericoloso”.

IL “RISULTATO” SUL NUCLEARE – “Uno dei risultati positivi della politica che è stata di fatto perseguita da tutte le amministrazioni americane, di entrambe gli schieramenti, è stato che le armi nucleari non sono state usate per 75 anni, né sono state usate da alcun avversario. E penso che questo sia un risultato”.

IL CONTROLLO UMANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA NUOVA CORSA ALLE ARMI  – “In teoria, gli Stati Uniti hanno dichiarato che manterranno e insisteranno sempre sul controllo umano dell’intelligenza artificiale. Dal punto di vista pratico, è impossibile”. “È un obiettivo decisamente auspicabile, ma la velocità con cui agisce l’intelligenza artificiale lo renderà problematico in situazioni di crisi”.

Affidandoci alla sua risposta, non possiamo ricontrollarla perché non possiamo revisionare tutta la conoscenza che ha acquisito la macchina. Siamo noi che le stiamo dando quella conoscenza. Ma questo sarà uno dei grandi dibattiti. Io ora sto cercando di fare quello che ho fatto con le armi nucleari, richiamare l’attenzione sull’importanza dell’impatto di questa evoluzione”.

Nelle precedenti corse agli armamenti, si potevano sviluppare teorie plausibili su come prevalere. Oggi è un problema completamente nuovo dal punto di vista intellettuale”. Redazione

 Armi al piede e poche idee in testa. Gli Stati Uniti, la guerra e l’uomo tranquillo di John Wayne: l’ex pugile che torna sul ring contro gli arroganti. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 4 Gennaio 2023

Gli Stati Uniti, come ormai da cinquant’anni, sono preda di una profonda crisi interna cominciata con la teatrale uscita di Donald Trump dalla Casa Bianca e l’arrivo dei democratici con armi e bagagli diversi da quelli del passato. Mio figlio Liam, che ha 16 anni e frequenta la High School e poi viene invitato ai dibattiti nelle grandi università di Harvard e Yale, mi ha detto di essere stato chiamato a discutere in pubblico con i suoi coetanei dei due temi principali.

Primo: vogliamo essere amici o nemici della Cina? Secondo: è un bene o un male che ci prendiamo in carico la difesa della democrazia nel mondo? Questa seconda domanda non riguarda soltanto l’Ucraina, ma anche le posizioni che l’America ha assunto nei confronti di Bolsonaro in Brasile, dell’Iran sconvolto dai più sanguinosi movimenti insurrezionali dal 1980. e dei diversi stati canaglia. E nel frattempo l’America sta cercando la sua identità. Armando l’Ucraina aggredita dalla Russia – si dice nelle scuole e nelle lezioni universitarie visibili anche via Internet – abbiamo mandato un segnale a tutto il mondo avvertendo che non resteremo indifferenti alle aggressioni e ai soprusi, non per candida bontà, ma perché vogliamo smantellare quell’asse degli Stati nemici dell’Occidente, che si è visto a Samarcanda.

Verso l’India gli americani hanno deciso di essere aperturisti e molto amichevoli come hanno già fatto col Venezuela per motivi petroliferi. L’India di Modi è alleata di cinesi e russi, ma ha chiesto aiuto all’America perché si sente soffocare e vede la propria democrazia in pericolo, benché proprio Modi sia un dittatore latente. Naturalmente gli americani sono di manica molto larga quando si tratta di perdonare a se stessi i propri soprusi e le proprie aggressioni, come la guerra all’Iraq e prima ancora quella nel Vietnam. Ma in compenso hanno fatto una spietata autocritica perché non c’è popolo che, più degli americani, sia antiamericano. Il mio viaggio di Natale lo ha confermato: le fratture sociali, razziali e di genere sono sempre più irragionevoli.

Se volete evitare una scazzottata, evitate l’espressione “you people” e preferite invece “you guys”, perché la prima significa “te e quelli della tua razza” o stirpe o gene e può finire malissimo. Le divisioni sull’atteggiamento sessuale determinano una predisposizione alla rissa che è sempre più popolare nella società americana. L’amministrazione Biden ha detto non intende affidarsi alla geopolitica degli europei capaci di portare al potere gente come Hitler o Stalin, e quindi la guerra in Ucraina non finirà certamente perché l’amministrazione Biden smetterà di fornire all’esercito di Kiev tutto ciò di cui ha bisogno per difendersi, anche se non per contrattaccare. Ma unna guerra è un guerra: ieri la Russia è stata colpita dal trauma di centinaia di giovani ufficiali morti in un condominio in Ucraina e i generali si accusano l’un l’altro di incapacità: “Non abbiamo perso tutti questi nostri soldati perché il nemico è più astuto o coraggioso ma perché siamo stati più stupidi”.

Letta politicamente, questa notizia militare conferma che l’esercito russo continua a soffrire per le sue carenze arcinote, dall’impreparazione alle armi inadeguate, dall’assenza di motivazione all’uso disperato di mercenari. Gli Stati Uniti sono stati per due anni, dalla fine della Presidenza Trump ad oggi, sconvolti dall’apparente sconfitta sul teatro del mondo delle democrazie fondate sulla libertà e il rispetto della singola persona. Hanno di fronte un’ oppositore come il presidente cinese Xi Jinping che si dichiara campione del rifiuto della democrazia sostenendo che consentire le divisioni e le opposizioni impedisce l’armonia, il principio confuciano per lui associato al marxismo leninismo più rigido. Di qui la domanda ai ragazzi americani su come vedono il loro futuro, se con una Cina armata di fucile o una Cina in festa fra dragoni volanti e fuochi artificiali.

Ma stando al New York Times, sensibilissimo registratore degli umori in campo democratico, l’America ha scelto di liberarsi di Trump per tornare ai valori fondamentali dell’interventismo in nome della libertà. E dunque questo 2023 sarà l’anno della riconferma della scelta definitiva: stare dalla parte delle democrazie aggredite mostrando di desiderare la pace ma di non avere paura della guerra. Essendo io un frequente viaggiatore americano, non avrei dovuto stupirmi nel vedere i luoghi di raccolta per festeggiare i veterani, una categoria che da noi non esiste e che negli States costituisce uno strato sociale visibile nei campi di bowling come nel “Grande Lebosky”. Sono gli uomini che hanno combattuto le guerre dal Vietnam in poi (i veterani della Corea e della Seconda guerra mondiale sono ordinatamente sepolti nei loro dedicati ai cimiteri) e mi ha sorpreso vederne ancora tanti, giovani, grassi, le gambe come stuzzicadenti, sulla loro sedia a rotelle bevendo birra.

Noi europei in genere ci leghiamo agli stereotipi dell’orrore americano: le stragi, le banalità della provincia, l’uso della pena di morte, e la cinematografia, e la gigantesca produzione di arte, spettacolo. La metà dei libri che trovo da Barnes&Nobles però è manualistica: “Come si fa, a”. L’altra è riflessione sul passato, il presente e il futuro. Divisi, spaccati, odiandosi, gli americani pensano molto. La coesione del paese va malissimo: una mia amica nera di New York mi ha detto che ormai i giovani bianchi e neri, benché frequentino le stesse scuole e siano reciprocamente rispettosi e cortesi, si detestano e non si mescolano. La morale interna dei gruppi etnici sconsiglia le coppie miste, un tempo adorate come prova dell’uguaglianza.

La vittoria dei democratici e stata un fatto reale e profondamente odiata dai repubblicani, parte dei quali sembrano prossimi all’insurrezione. E tuttavia dopo la vittoria democratica dopo la constatazione che nel mondo la libertà va assottigliandosi più velocemente dei ghiacciai, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno assunto una atteggiamento molto volto alla pace ma impostato in modo da far capire gli avversari (non soltanto la Russia ma anche l’Iran e la Cina) di essere disposti, se trascinati per la giacca, a combattere di nuovo. Ma oltre i sentimenti e gli atteggiamenti dell’America cominciano ad entrare in gioco quelli del Giappone, un paese che si sta riarmando sui livelli pre-guerra , con conseguente ira dei russi, tant’è vero che ieri il ministro degli Esteri Andrey Rudenko ha parlato di rappresaglie militari sulle frontiere del Pacifico, un teatro di guerra mai chiuso ufficialmente dopo il 1945.

Il Giappone ha anche detto che qualsiasi cosa decidano gli americani, per loro Taiwan non si tocca e per questo gli americani sono sia lieti del sostegno militare sia preoccupati per la determinazione giapponese. Ma l’America ha comunque fatto una scelta ideologica: gli Stati Uniti si sentono come il personaggio di John Wayne nell’uomo tranquillo, storia di un pugile che aveva appeso i guanti ma che troppi arroganti costringono a tornare sul ring e vincere. I russi finora non hanno dato risposte irreversibili agli Stati Uniti ma mantengono anzi ben aperti tutti i canali non visibili ai media e sanno come centellinare i rischi. Russi e americani, del resto, sono da sempre grandi giocatori di poker, Putin ha riarmato gli adolescenti delle scuole medie e dunque il 2023 si presenta come un mondo con l’arma al piede e poche idee in testa.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

DEMOCRATICI

Bob Menendez.

Robert F. Kennedy Jr.

Carter.

Clinton.

Obama.

Biden.

Adams.

Bob Menendez.

Lingotti d'oro e mezzo milione in contanti nelle felpe: incriminato per corruzione il senatore democratico Menendez. Storia di Viviana Mazza su Il Corriere della Sera sabato 23 settembre 2023.

Si sono conosciuti nel 2018 in un ristorante di pancakes a Union City, in New Jersey. Lui, Bob Menendez, senatore sessantanovenne del partito democratico, figlio di immigrati cubani che fa politica dall’età di vent’anni e che era arrivato a guidare la Commissione Affari Esteri. Lei, Nadine Arslanian, esuberante cinquantaseienne nata in Libano da genitori armeni.

«Ci presentò il proprietario – racconterà Nadine al New York Times –. Non sapevo, allora, che Bob fosse un senatore. Era tanto intelligente, aveva un gran senso dell’umorismo ed era molto, molto sexy». Per le finanze di Arslanian, divorziata e disoccupata, con la casa a rischio di pignoramento, fu una svolta. Girarono il mondo, quattro continenti in cinque mesi: le propose di sposarlo davanti al Taj Mahal, sulla panchina di Diana, cantandole dolcemente «Never Enough» dal film «The Greatest Showman».

E in effetti non sarebbero mai state abbastanza le mazzette che, secondo l’incriminazione annunciata l’altro ieri, la coppia ha ottenuto in cambio di favori, in particolare al governo egiziano.

La scoperta a casa della coppia di tredici lingotti d’oro per il valore di 100mila dollari, di buste con mezzo milione di dollari in contanti infilate nelle tasche di felpe col nome del senatore, e di una Mercedes regalata alla moglie sono uno scandalo anche per il New Jersey che senz’altro non è nuovo a casi di corruzione.

Menendez ha dovuto lasciare la guida della Commissione Affari Esteri, però rifiuta le pressioni per farlo dimettere: «Mi prendono di mira perché non possono accettare che un latino-americano di umili origini possa diventare senatore». Spera di cavarsela anche stavolta, come nel gennaio 2018, quando — poche settimane prima del suo incontro con Arslanian — la giuria si spaccò in un processo in cui era accusato di avere favori con il sistema sanitario per un oculista della Florida che gli regalava viaggi a Parigi e nella Repubblica dominicana e finanziò la sua campagna elettorale. Stavolta, comunque, non è solo.

Poco dopo il loro incontro, fu Arslanian a presentarlo al suo amico imprenditore egiziano-americano Wael Hana. Secondo la procura di New York, Menendez usò il suo potere per influenzare le vendite di armi al Cairo, come richiesto da funzionari egiziani che usavano Hana come intermediario. La moglie scambiava con gli egiziani email e messaggini: li aggiornò su una legge per la vendita di armi firmata dal marito, passò una lettera per aiutarli a chiedere fondi e informazioni riservate sui dipendenti dell’ambasciata al Cairo.

L’Egitto riceve da tempo un miliardo di dollari in aiuti militari, ma i rapporti si sono raffreddati per le violazioni dei diritti umani e perché a Washington c’è chi ritiene più utile inviare armi altrove, come a Taiwan.

La coppia cancellava messaggi e email, ma le tracce restavano, come una ricerca del senatore su Google: «Quando vale un lingotto d’oro?». Menendez avrebbe cercato anche di interferire nelle indagini della Giustizia su due imprenditori della «rete» di Hana, Fred Daibes, con legami mafiosi, e Jose Uribe, già condannato per frode. Per intercedere in uno di questi casi, il senatore chiamò l’ufficio del procuratore del New Jersey. E avrebbe promesso di spingere il presidente Biden a nominare un procuratore secondo lui «malleabile». Avrebbe anche fatto pressione sul dipartimento dell’Agricoltura perché Hana, con la sua azienda, mantenesse il monopolio sulla certificazione che la halal importata in Egitto sia prodotta nel rispetto della legge islamica, anche se l’azienda non ha esperienza in proposito.

Nadine incassava: a volte incontrava gli interlocutori per ricevere i contanti nel parcheggio di un ristorante, ma aveva un’azienda di consulenza che serviva a ricevere le mazzette. Quando arrivò la Mercedes, scrisse a Bob con un cuoricino: «Congratulazioni, mon amour de la vie». Ma non era abbastanza: si era fatta dare un finto lavoro con l’azienda di Hana. Doveva essere pagata senza lavorare, ma lo stipendio non le arrivava e lei si lamentava.

Auto e lingotti: bufera mazzette sui Dem. Il potente senatore Menendez costretto alle dimissioni (temporanee). Altra grana per Biden. Valeria Robecco il 23 Settembre 2023 su Il Giornale.

Lingotti d'oro, mazzette di dollari infilate tra i vestiti, auto di lusso. Sono le tangenti per centinaia di migliaia di dollari che il potentissimo senatore democratico Bob Menendez e sua moglie hanno accettato in cambio dell'influenza del politico, presidente della commissione esteri del Senato. Un incarico dal quale il capataz dem ha deciso di dimettersi temporaneamente «finché non sarà chiarita la sua situazione giudiziaria», ha annunciato il leader del Senato Chuck Schumer, suo compagno di partito.

La coppia è stata incriminata per corruzione a livello federale: secondo le accuse, dal 2018 al 2022 Menendez e sua moglie Nadine Arslanian «hanno avuto una relazione corrotta» con tre uomini d'affari del New Jersey, lo Stato rappresentato dal senatore. Il pubblico ministero Damian Williams ha spiegato che gli imputati hanno accettato il pagamento di tangenti assicurando in cambio di «usare il suo potere per proteggere e arricchire» Wael Hana, Jose Uribe and Fred Daibes, oltre ad aver sostenuto e avvantaggiato segretamente il governo egiziano trasmettendo informazioni sensibili sugli Stati Uniti.

Durante una perquisizione nell'abitazione della coppia, gli investigatori hanno trovato 100mila dollari in lingotti d'oro e 480mila dollari in contanti che i due avevano nascosto tra i vestiti, negli armadi e persino nelle tasche delle giacche, oltre ad una costosa Mercedes in garage che sarebbe stata pagata da Uribe. Gli inquirenti hanno poi spiegato che i Menendez avrebbero ottenuto anche pagamenti del mutuo della casa. «Per anni, persone dietro le quinte hanno cercato di mettermi a tacere e seppellirmi politicamente», ha commentato il 69enne di origine cubana e nato a New York, negando fermamente tutte le accuse e dicendo di aspettarsi che l'inchiesta venga «chiusa con successo». Il senatore è una delle voci più influenti sulle vicende diplomatiche nella capitale americana e la questione sta creando notevole imbarazzo negli ambienti dem, anche perché si è già ricandidato per il 2024. Peraltro non è la prima volta che Menendez deve affrontare accuse di corruzione: già nel 2016 fu incriminato nel New Jersey per aver accettato tangenti da un ricco oculista della Florida (che presumibilmente ricevette benefici in cambio). Quel caso, tuttavia, si concluse con l'annullamento del processo dopo che i giurati non furono in grado di raggiungere un verdetto.

L'incriminazione attuale, invece, fa seguito a un'indagine dei procuratori federali di Manhattan. Secondo gli inquirenti, l'esponente dem avrebbe fornito informazioni sensibili del governo Usa ad Hana, uomo d'affari egiziano-americano che «aiutava segretamente il governo del Cairo». Menendez avrebbe impropriamente esercitato pressioni su un funzionario del dipartimento dell'Agricoltura per proteggere il monopolio commerciale concesso dall'Egitto all'imprenditore, che ha fondato un'azienda di certificazione della carne halal in New Jersey. Poi, il senatore è accusato di aver utilizzato il suo ufficio per interrompere le indagini del procuratore generale delloStato su Uribe. E avrebbe pure cercato di spingere il presidente Joe Biden a nominare un procuratore del New Jersey che potesse essere «ammorbidire» l'inchiesta sull'immobiliarista Daibes per una frode bancaria.

Robert F. Kennedy Jr.

Lo strano caso di Robert Kennedy Junior. In questo momento è l’unico candidato democratico contro Biden, nonostante sia antipartito. Federico Rampini/ CorriereTv il 15 Luglio 2023

Robert Kennedy Junior aveva 14 anni quando fu assassinato il padre Bob, nel 1968. Forse anche per questo, si è portato dietro una sorta di attitudine mentale alla teoria del complotto, è un cospirazionista, rappresenta un mondo particolare di anti-vax, anti-sistema, anti-scienza, anti-tutto, ma di estrema sinistra. 

In questo momento è l’unico candidato democratico contro Joe Biden per la nomination presidenziale dell’anno prossimo. È considerato un outsider dal suo partito, che lo reputa poco meno che un pazzo, e la sua famiglia lo ha sconfessato. Nonostante le teorie strampalate e la sua posizione estremamente radicale, di ultra ultra sinistra, i sondaggi gli danno il 20% di consensi e questo è indicatore di una situazione patologica: Biden convince così poco i suoi elettori democratici, che nel suo partito c’è un 20% che voterebbe un personaggio chiaramente antipartito come Robert Kennedy Junior.

Il «candidato cinese»: sciagure (e follie) di Robert Jr. Kennedy. Storia di Federico Rampini su Il Corriere della Sera domenica 27 agosto 2023.

Da bambino ricordo di aver visto degli adulti piangere a casa mia, quando furono uccisi John e Bob Kennedy. Per studiare l’inglese avevo un vinile Lp 33 giri con i grandi discorsi di JFK. La mia quasi coetanea Caroline, quella che le foto immortalarono mentre giocava col papà presidente nello Studio Ovale, l’ho incontrata come ambasciatrice di Barack Obama in Giappone. Una figlia di Bob, Kerry, l’ho intervistata nel ruolo di direttrice dell’ong Robert Kennedy Human Rights.

«Manchurian candidate»

Mai avrei immaginato uno di loro, portatore del cognome più impegnativo d’America, nella veste del «candidato di Xi Jinping». È l’ultima versione di The Manchurian Candidate, romanzo e film di successo negli anni del maccartismo e della guerra fredda in cui s’immaginavano trame comuniste intrecciate con un’elezione presidenziale americana durante la guerra di Corea (1950-53). A Robert Kennedy Jr è dedicato un hashtag sul social media cinese Weibo che è stato visto da 230 milioni di utenti. Il partito comunista di Pechino ha dato grande visibilità alla sua teoria secondo cui « gli Stati Uniti raccolgono Dna cinese» in vista di offensive biotecnologiche. I seguaci di Xi Jinping hanno preferito ignorare l’altra affermazione che Kennedy ha fatto nella stessa audizione al Congresso di Washington: il Covid fu progettato in modo da «colpire bianchi e neri, mentre i più immuni sono ebrei e cinesi».

L’attenzione dei cinesi

L’attenzione che riceve nella Repubblica Popolare è solo una delle sorprese, in questa quinta candidatura di un Kennedy per la Casa Bianca: John nel 1960, Bob nel 1968, Sargent Shriver (zio di Robert Jr) nel 1976, infine Ted nel 1980. Un’altra sorpresa è che Robert Jr da quando è in gara per la nomination del partito democratico veleggia tra il 15% e il 20% dei consensi, un’enormità visto che la conferma del presidente in carica — se si vuole ricandidare, come Joe Biden — è una tradizione sacra.

Figlio di Bob e nipote di John

Figlio d’arte, rampollo della più celebre e tragica dinastia politica d’America, a 69 anni Robert Jr ha una vita costellata di sciagure. Il terzo degli undici figli di Bob ha nove anni quando lo zio John è assassinato a Dallas il 22 novembre 1963; ne ha quattordici quando il padre fa la stessa fine a Los Angeles. Quel 6 giugno 1968 Robert Jr assiste da vicino alla morte del padre: l’aereo del vicepresidente Hubert Humphrey lo trasporta a Los Angeles per assistere agli ultimi spasmi di agonia di colui che sembrava lanciato verso la conquista della Casa Bianca. Un politico entrato nella leggenda non solo per la sua fine terribile. Ai suoi tempi Bob è considerato il più intellettuale e il più radicale dei Kennedy: nell’Amministrazione del fratello si distingue come ministro della Giustizia impegnato nella lotta alla mafia; nel 1968 vuole porre fine in anticipo alla guerra del Vietnam; ancora oggi la sinistra anti-capitalista cita il suo celebre discorso di denuncia contro la «dittatura del Pil ».

Un’eredità impegnativa da reggere

L’eredità di cotanto padre è a lungo un peso insopportabile per il figlio che ne porta il nome. I molteplici traumi degli anni Sessanta gli imprimono una paranoia complottista che non lo abbandonerà mai: ha sempre sostenuto un ruolo della Cia negli attentati contro zio e padre. Da ragazzo è preda delle tossicodipendenze, viene cacciato da diverse scuole e più volte arrestato. Esce dal tunnel della droga solo nel 1983 ma i danni non finiscono lì: la sua seconda moglie, anche lei tossicodipendente, si toglie la vita.

Avvocato e ambientalista

La terza e attuale, l’attrice Cheryl Hines, lo accompagna nella fase matura coronata da successi. Robert Jr è un avvocato specialista delle cause ambientaliste, fondatore di ong come la Waterkeeper Alliance. I verdi americani lo considerano un eroe. Lui stesso si definisce «il più importante ambientalista degli Stati Uniti» (i Kennedy non sono addestrati alla modestia). È una potenza politica all’avanguardia nel filone più estremista dell’ecologia. Tra le sue vittorie figurano numerose cause giudiziarie contro aziende condannate per aver inquinato fiumi. Ma è anche riuscito a bloccare progetti di energia rinnovabile: centrali idroelettriche dal Québec alla Patagonia, una centrale eolica off-shore al largo di Cape Cod (dove i Kennedy possiedono una storica dimora di famiglia).

No-vax della prima ora

L’avversione a Big Pharma tipica dell’estrema sinistra ha ispirato a Robert Jr alcune delle sue uscite più controverse. Nel 2005 sostiene il nesso fra vaccinazioni e autismo, negato dalla scienza. Durante la pandemia del Covid finisce nel campo degli anti-vax e si distingue per attacchi virulenti contro Anthony Fauci, Bill Gates. A proposito della pressione pubblica per vaccinarsi e delle restrizioni alla mobilità innescate dal Covid, dichiara: «Perfino nella Germania nazista si potevano attraversare le Alpi per andare in Svizzera o nascondersi in un solaio come Anna Frank».

Le critiche sull’appoggio all’Ucraina

È dolce musica per le orecchie di Vladimir Putin, oltre che di Xi Jinping, quel che lui afferma sull’Ucraina. Accusa Biden di mentire agli americani, di aizzare una guerra per procura, «per realizzare il grande piano strategico di distruggere qualsiasi nazione come la Russia che resiste all’espansione imperiale dell’America».

Coccolato da Fox News

Diventa un caso da manuale per le convergenze tra estremismi di sinistra e di destra. La FoxNewsdi Rupert Murdoch lo intervista di continuo, i repubblicani lo invitano a testimoniare al Congresso, il governatore della Florida Ron DeSantis ha detto che se sarà presidente darà a Robert Jr un ruolo guida nella sanità o nell’ambiente. Lui non si tira indietro, anzi incoraggia queste strumentalizzazioni accusando i democratici: «Sono vittima di una censura del mio partito».

Icona dei Democratici

Il clan dei Kennedy è abituato alle crisi familiari che diventano psicodrammi nazionali (come l’incidente di Chappaquiddick del 1969 dove morì la segretaria e forse amante di Ted) ma questa è diversa dalle precedenti: per la prima volta mette a repentaglio la coesione politica della dinastia. Aristocrazia della sinistra, i Kennedy sono riveriti e coccolati da Biden che li riempie di incarichi: Caroline, Victoria Reggie e Joseph III sono ambasciatori, Kathleen Kennedy è una dirigente del ministero del Lavoro. Loro ripagano prendendo le distanze dal «candidato cinese». Soprattutto da quando si è vista la sua forza nei sondaggi, sorelle e fratelli lo hanno condannato pubblicamente, sull’Ucraina e sui vaccini. Sempre, però, con una punta d’imbarazzo o d’indulgenza. Per la sorella Courtney, «non dobbiamo dimenticare tutto il bene che lui ha fatto a molte persone». Per il fratello Douglas, certe posizioni antagoniste si spiegano perché «nella nostra famiglia siamo stati educati ad essere scettici verso l’autorità in generale».

Lo «star power» che viene dal cognome

The Manchurian Candidate proiettato verso la campagna del 2024 fa paura per diverse ragioni. L’establishment progressista ha sempre considerato Robert Jr come uno dei suoi, all’avanguardia per battaglie che l’ala sinistra del partito considera nobili, anche se oggi lo stesso establishment lo abbandona nelle braccia della Fox e dei repubblicani. Grazie al cognome e alla storia, il figlio di Bob eredita dal Pantheon dei Kennedy tutto lo «star power» che manca a Biden, per non parlare della deludente Kamala Harris. E quando delle posizioni così estreme e «censurate» raccolgono dal 15 al 20% di consensi della base del partito, per i democratici è una conferma che il re in carica è davvero nudo.

Podcast candidate. Il Kennedy sbagliato (e complottista) piace più ai repubblicani che ai Dem. Matteo Castellucci su L'Inkiesta l'1 Luglio 2023

Parla come Marge Simpson e all’America paranoide e no-vax. Crede che la Cia abbia ammazzato suo zio e ai media tradizionali preferisce i demiurghi dello streaming, ma il suo unico asset è il cognome: il partito è compatto dietro Joe Biden

C’è un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che fa le flessioni. Escludiamo l’anchilosato Joe Biden e un peso massimo come Donald Trump. No, non è neppure Ron DeSantis, più ginnico dei due favoriti. È Robert F. Kennedy Jr, sessantanove anni e quel cognome dinastico ingombrante, asciugabile in una sigla – Rfk Jr. – che per assonanza lo assimila al padre Bob e al mitologico zio, Jfk, entrambi morti ammazzati più di mezzo secolo fa. Nel video viralissimo su TikTok, si rialza un po’ a fatica dall’ultimo dei piegamenti. Poi esibisce i pettorali e un sorriso da cyborg, mentre la voce fuori campo di chi lo riprende sigilla: «That’s a fit boy».

Il «ragazzo in forma», recita la didascalia, si sta preparando ai dibattiti con Biden. È un democratico, infatti. Anzi, un «Kennedy democrat», svetta sui cartelli ai suoi comizi. Il brand di famiglia è troppo riconoscibile per non provare a sfruttarlo. Suo zio, da presidente, ha lanciato il programma Apollo; chissà se lui crede all’allunaggio, vista l’inclinazione al complottismo che lo caratterizza. In un profilo memorabile, l’Atlantic l’ha definito «il primo democratico Maga», dove Maga sta per «Make America Great Again», il credo trumpiano. Non sta stampato su un cappellino rosso, ma nel Dna di un personaggio troppo freak per non essere preso sul serio, non fosse accreditato attorno al venti per cento nei sondaggi più ottimisti.

Nell’intervista con John Hendrickson, Kennedy sbaglia pure l’etimologia di «complottismo», attribuendola alla Cia (a chi sennò?), che ritiene coinvolta anche nell’assassinio di Jfk (vecchia storia). In realtà le prime attestazioni sono del 1881, nelle cronache sull’attentato al presidente James Garfield, morto due mesi dopo essere stato ferito da un colpo di pistola. Un parallelismo storico inquietante, anche se non ritenete una buona idea indossare uno scolapasta come elmetto. La lezione del 2016, interiorizzata ai limiti dell’ipercorrettismo, sconsiglia di deridere gli stramboidi, finisce che marciano sul Congresso (o su Mosca, quando non trovano traffico all’altezza di Minsk). 

La biografia di un Kennedy condivide con quella della nazione due traumi: l’assassinio di Jfk nel 1963 e cinque anni dopo quello del padre Bob. Quella di Rfk Jr., per sommi capi, vede uno snodo nel 1983, quando viene arrestato per possesso di eroina dopo una sospetta overdose. Va in rehab e si reinventa, a fatica, avvocato. È un ambientalista ante litteram. Deve la conversione ai lavori socialmente utili che gli fanno incontrare i pescatori dell’Hudson. Resta traumatizzato quando lo avvisano che non è sicuro mangiare i pesci del fiume, a causa dell’inquinamento da mercurio.

Questo metallo pesante è un po’ la sua kryptonite. Lo combatte dapprima nei corsi d’acqua, si fa conoscere così, poi nei vaccini. Nel 2011 ha varato addirittura una fondazione «per proteggere i bambini», quando sono più di dieci anni che il mercurio non è più presente nei sieri. Le teorie cospirazioniste che Kennedy proietta sulla storia familiare diventano corrosive in ambito sanitario. È convinto che il WiFi causi il cancro al cervello, che le sparatorie di massa siano dovute agli antidepressivi; parteggia per la Russia, perché l’Ucraina guerreggia «per procura» e, quindi, per conto degli Stati Uniti.

A pandemia in corso raggiunge nuove vette, si fa per dire. Nel 2021 esce “Il vero Anthony Fauci”, un trattato. Il sottotitolo tira in ballo, in ordine sparso, Bill Gates, «Big Pharma» (nella sua autoglorificazione non manca mai la causa da 289 milioni di dollari con la Monsanto sul glifosato) e una fantomatica repressione globale della democrazia. Avrebbe venduto un milione di copie «nonostante la censura». Le sue idee apertamente no-vax e la disinformazione quotidiana gli valgono il deplatforming. Il profilo Instagram gli è stato sbloccato e restituito solo ad aprile in quanto candidato alla presidenza.

Per dare un’idea del tenore delle sue tesi: ha sostenuto – e si è dovuto scusare – che nella Germania nazista gli ebrei godessero di maggiore liberà degli americani al tempo dell’obbligo vaccinale. In quell’occasione, la sorella Kerry l’ha scaricato con un tweet in cui bollava come «nauseanti e deleterie» le «menzogne e l’allarmismo» del fratello. Il clan Kennedy sta con Biden. Bobby Jr. è, si direbbe in giornalese, una pecora nera; l’archetipo dello zio che mette in imbarazzo i parenti alle cene di Natale. Peccato che il suo pubblico, da qualche tempo e per l’inevitabile attenzione dei media, non sia una tavolata. È l’America intera.

L’informazione mainstream si interroga su come coprire la sua campagna. Si può ignorare un candidato legittimo dalle tesi dolose? «Non lasciamo mai che i sondaggi dettino la nostra narrazione, ma sono un fattore», ha spiegato un dirigente televisivo a Vanity Fair. Da parte sua, Kennedy esibisce una diffidenza trumpiana per le testate tradizionali; come un Tucker Carlson qualsiasi, le accusa di manipolazioni e di fabbricare fake news. Invece corteggia, ed è ricambiato, il sottobosco di podcast, streaming e talk corsari che prosperano sul web.

Ha avuto accesso al prime time acustico di Elon Musk nella nuova Twitter. Ai profili dei quotidiani di carta ha preferito sedersi tre ore con Joe Rogan, demiurgo del videopodcast in direzione ostinata e complottista da centonovanta milioni di download al mese (tanto che Spotify si era comprato l’esclusiva al prezzo di cento milioni di dollari). È passato al Project Veritas di James O’Keefe, mentre la sua chiacchierata con Jordan Peterson è stata rimossa da YouTube per le solite mistificazioni sui vaccini.

Sui suoi social, il candidato parla di «biostitutes», una crasi tra «biologi» e «prostitute» (cioè gli scienziati asserviti al denaro) cara all’universo delle pseudo-verità alternative. In un altro video promuove i Bitcoin come «antidoto al totalitarismo», afferma che usarli è «un diritto inviolabile» (!) e che la sua campagna accetta donazioni in criptovaluta. A proposito, in una clip in cui ha alle spalle l’ansa di un fiume – che abbia degli spin doctor è evidente – quasi si commuove chiedendo cinque o dieci dollari e promette di non spenderli in consulenti o inutili spot tv.

Pare che il suo comitato abbia raccolto quasi sei milioni di dollari. Ha incassato alcuni endorsement di spicco, chiamiamoli così, tra i quali il giocatore di football Aaron Rodgers, l’attrice Alicia Silverstone e l’ex boss di Twitter, Jack Dorsey, uno che una volta aveva annunciato di punto in bianco la volontà di trasferirsi in Africa (sui mostri partoriti dalla Silicon Valley, è imprescindibile l’ultimo libro di Linkiesta Books, “La macchina del caos”). Ogni presidente americano ha avuto un media più congeniale, ha scritto il New Yorker: la radio per Roosevelt, la tv di Jfk e Twitter per Donald Trump.

Il Kennedy del terzo millennio somiglia al primo «podcast candidate». Lo teorizza lui stesso, accostandosi alla telegenia dello zio. Eppure ha una voce stranissima, metallica e ingolfata, dovuta alla disfonia (un problema neurologico che causa spasmi involontari alla laringe). «Non funziona per cinque o sei minuti, finché non scaldo le mie corde vocali». Da qui la predilezione per i format a lunga gittata, dove può articolare una visione del mondo distorta. Il suo timbro, ha rilevato l’Atlantic, ricorda quello di Marge Simpson. È peggiorato dopo i quarant’anni. Colpa di un vaccino antinfluenzale, sostiene (senza alcuna prova). Aridaje.

Le sue iniziative pubbliche, per ora, si sono rivolte soprattutto a platee tendenzialmente di destra. Uno dei temi preferiti è quello dell’ostracismo mediatico. C’è qualcosa di trumpiano – più in generale populista o bipopulista – in questa retorica. The Donald l’ha definito «un ragazzo molto intelligente», dotato come lui di un buon senso che trascende gli schieramenti. Kennedy ha apprezzato, s’è detto orgoglioso di piacere all’ex presidente (evasore, eversore e golpista). Evita con accuratezza di criticarlo. Un post su Substack di uno stratega di Trump del calibro di Roger Stone disegnava addirittura un ticket tra i due. Era “solo” una boutade, però.

Rfk Jr. è una minaccia per Biden? Gli unici sondaggi in cui cresce sono quelli condotti tra i repubblicani, ha puntualizzato il Washington Post. Tra chi dovrebbe votarlo, i consensi restano tutto sommato stabili o in leggera flessione. «Le primarie dei Democratici del 2024 non sono neppure una corsa e fingere che lo siano è un disservizio ai lettori», l’ha toccata piano Nathaniel Rakich su FiveThirtyEight. È una specie di circolo vizioso: i malumori sull’età di Biden, che c’erano, sono rientrati per mancanza d’alternative dopo l’annuncio della ricandidatura. Questo ha spazzato il campo. Sono rimasti gli impresentabili.

Nessun presidente in carica ha perso le primarie, sfidarlo viene visto come un suicidio politico. Marianne Williamson (ci aveva provato pure nel 2020) e Bobby Kennedy Jr. ottengono attenzione e agibilità mediatica per la stessa ragione: hanno notiziabilità, suggeriscono un po’ dinamismo in un campo dove non ce n’è – perché la decisione è già stata presa, salvo sorprese. Sono le linee colorate sul fondo dei grafici delle rilevazioni dove veleggia Biden, che ha dietro il partito l’establishment.

Joe quest’estate andrà in tour nel Paese a difendere i risultati della sua amministrazione. Ha arruolato un produttore cinematografico per trasformare in asset la sua longevità. A ottant’anni Harrison Ford può ancora impersonare Indiana Jones, Mick Jagger scatenarsi su un palco (con orgoglio strapaesano qui andrebbero citate le flessioni di Al Bano a Sanremo): Biden potrà ben capitalizzare la sua saggezza, con quella patina d’Irishness riscoperta nel viaggio di Stato di questa primavera. L’unico vero asset di Kennedy, si riscontra nei sondaggi, a parte la presa su una certa America paranoide, è il suo cognome.

Carter.

È morta Rosalynn Carter, ex first lady americana. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera domenica 19 novembre 2023.

Aveva 96 anni. Dalla Georgia rurale alla Casa Bianca e l’impegno per la salute mentale

È morta a 96 anni Rosalynn Carter, moglie dell’ex presidente americano Jimmy Carter. Da un paio di giorni era sottoposta — a casa, in Georgia — a cure palliative (con cui viene trattato anche il marito, che a febbraio ha sospeso i trattamenti medici proprio per l’aggravarsi delle sue condizioni).

È considerata, negli Stati Uniti, una delle first lady più attive politicamente dai tempi di Eleanor Roosevelt. A fine maggio, aveva detto di soffrire di demenza senile. La coppia si era sposata nel 1946. Ma nella sua autobiografia (“A Full Life, Reflections at Ninety”) l’ex presidente ha raccontato un aneddoto: a far nascere la compagna di una vita era stata sua madre, infermiera, che pochi giorni dopo l’aveva portato a visitare la neonata. I due si sarebbero rivisti diciotto anni dopo, per non lasciarsi più.

Entrambi cristiani, sono arrivati dalla Georgia rurale ai corridoi della Casa Bianca. I suoi appunti, a mano, punteggiano molti dei discorsi del marito consegnati agli archivi. Quando Carter ha mancato la rielezione contro Ronald Reagan, lui e la moglie non hanno abbandonato l’impegno pubblico. Hanno girato il mondo, sostenendo progetti in difesa dei diritti umani e della democrazia. Negli anni della presidenza, Rosalynn aveva invece scelto di dare visibilità al tema della salute mentale. E in quella fase il Congresso ha riconosciuto formalmente l’incarico della first lady, riconoscendole fondi e uno staff.

Il suo attivismo ha portato a un atto legislativo (poi ritirato dall’amministrazione Reagan): il Mental Health Systems Act, finalizzato a finanziare centri per la salute mentale. Mentre un’altra delle sua battaglie — coprire la salute mentale con le assicurazioni sanitarie — sarebbe diventata realtà solo nel 2008. «Ero più una partner politica che la moglie di un politico», avrebbe ricordato lei in un memoriale del 1984.

Jimmy Carter e l’ultimo saluto alla moglie Rosalynn dopo 77 anni di matrimonio. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera mercoledì 29 novembre 2023.

L’ex presidente, 99 anni, ha voluto partecipare alla cerimonia funebre della moglie: si erano fidanzati nel 1945. In chiesa anche Joe Biden e le cinque first lady viventi

In prima fila, pallido e fragile in sedia a rotelle, con una coperta sulle gambe, Jimmy Carter ieri ad Atlanta ha voluto porgere l’ultimo saluto alla moglie Rosalynn Carter, morta il 19 novembre a 96 anni. A luglio avevano festeggiato 77 anni di matrimonio.

Era la prima volta che l’ex presidente, 99 anni, appariva in pubblico da settembre: lui e la moglie avevano partecipato alla parata della fiera delle arachidi a Plains, cittadina a 225 chilometri da Atlanta, dove hanno vissuto per decenni in una casa modesta (erano rimasti nell’auto con i finestrini aperti). La figlia Amy gli ha tenuto la mano per tutta la cerimonia. «Sta arrivando alla fine della sua vita, ma è felice e fiero di essere stato qui per lei fino alla fine, e non l’avrebbe perso per nulla al mondo», ha detto uno dei nipoti, Jason Carter.

Al tributo, tenutosi presso la Glenn Memorial Unified Methodist Church, erano presenti due dei successori di Carter alla Casa Bianca, l’attuale presidente, Joe Biden, e Bill Clinton, insieme alla vicepresidente Kamala Harris, e le cinque first lady viventi, eredi di un ruolo che Rosalynn Carter ha trasformato profondamente: Hillary Clinton, Laura Bush, Michelle Obama, Melania Trump e Jill Biden. Melania si è detta grata per l’invito, che — ha spiegato la famiglia Carter — voleva essere anche un appello all’unità in un momento di profonde divisioni politiche. Ma molti hanno notato come lei e Michelle, l’una accanto all’altra, non si siano mai guardate né rivolte la parola. «Mia madre ha fatto campagna elettorale e ha votato contro alcuni dei loro mariti», ha detto uno dei quattro figli, Chip Carter, che ha abbracciato Melania. «Ma credeva che ci siano alcune cose che sono più importanti della politica». In chiesa c’erano diversi degli undici nipoti e quattordici pronipoti della coppia.

Rosalynn Carter era nata nella Giorgia rurale, la maggiore di quattro figli in una famiglia modesta. La madre del suo futuro marito era l’infermiera che assistette al suo parto. La sorella minore di Jimmy era una sua cara amica d’infanzia. Iniziarono la loro relazione nel 1945, quando lui era di stanza all’Accademia navale di Annapolis, in Maryland. La figlia Amy ha letto in chiesa una lettera che Jimmy Carter scrisse alla moglie quando era comandante di un sottomarino nella Marina Usa, 75 anni fa. «Ogni volta che sono stato lontano da te, mi emoziono quando torno e scopro quanto sei meravigliosa. Cerco di convincermi che davvero non puoi essere così dolce e bella come ti ricordavo. Ma quando ti vedo, mi innamoro di nuovo. Ti sembra strano? Non a me. Ciao, tesoro. Ci vediamo domani. Jimmy».

Quando suo marito lanciò la sua carriera politica negli anni Sessanta, prima come senatore dello stato della Georgia, poi governatore, e in seguito presidente degli Stati Uniti, Rosalynn si dedicò a ridurre lo stigma associato alla malattia mentale, un tema che perseguì anche negli anni successivi. Judy Woodruff, giornalista che seguì la campagna elettorale che portò Carter alla presidenza, ha ricordato come Rosalynn partecipasse regolarmente alle riunioni di governo, giocando un ruolo chiave: fu lei che per prima suggerì che i negoziati di pace tra il presidente egiziano Anwar Sadat e l’israeliano Menachem Begin si tenessero a Camp David.

Dopo essere stata sfrattata da Ronald Reagan dalla Casa Bianca, avendo servito un unico mandato, la coppia fondò il Carter Center nel 1982. Gli anni dopo la presidenza furono segnati dalla ricerca per la risoluzione dei conflitti e per l’eradicazione di malattie come la dracunculiasi, il verme della Guinea, che portò Jimmy Carter a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2002.

La morte di Rosalynn ha scosso Jimmy Carter, ha detto il figlio Chip. «È rimasto con il cadavere per 30 minuti, ma sta venendo a patti con la sua perdita». «Rosalynn è stata la mia compagna alla pari in tutto ciò che ho realizzato», ha detto il vedovo in una dichiarazione rilasciata il giorno della morte di Rosalynn. «Mi ha dato saggi consigli e incoraggiamento quando ne avevo bisogno. Finché Rosalynn era al mondo, ho sempre saputo che qualcuno mi amava e mi sosteneva». Il viaggio ad Atlanta è stato «difficile» per l’ex presidente, ha detto Paige Alexander che dirige il Carter Center, ma «questo è l’ultimo viaggio per lei e probabilmente anche per lui».

Jimmy e Rosalynn Carter, 77 anni insieme: la coppia presidenziale che ha sfidato il tempo e la malattia. Storia di Marco Bruna su Il Corriere della Sera  giovedì 17 agosto 2023.

Settantasette anni insieme, seduti l'uno accanto all'altra. Jimmy ed Eleanor Rosalynn Carter insieme alla Casa Bianca, insieme come volontari per l'organizzazione Habitat for Humanity, impegnata ad alleviare le sofferenza degli ultimi della Terra. Insieme, mai così insieme, anche ora che hanno poco tempo. Un matrimonio destinato a finire, come tutto ciò che è umano e soggetto al passare del tempo, e che la coppia più longeva nella storia presidenziale americana sta vivendo con un ultimo atto di dolcezza. Sfidando il tempo e la malattia, superando il tempo e la malattia. Jimmy Carter, 98 anni, è malato terminale . Da sei mesi è sotto cure palliative. A febbraio ha deciso di lasciare la struttura clinica che lo stava ospitando e «di spendere il tempo che gli rimane con la sua famiglia». Rosalynn è affetta da demenza senile. Domani compie 96 anni (il veterano della diplomazia Henry Kissinger, che Carter conosce bene, ha compiuto il 27 maggio 100 anni). Jimmy e Rosalynn sono due persone fragili, e nella fragilità, nella precarietà, hanno sfidato e per ora sconfitto ogni previsione. Molte personalità politiche, nei mesi scorsi, avevano annullato i loro impegni per presenziare al funerale di Carter, che veniva dato per imminente. Attraverso un toccante articolo, il Washington Post ha ricostruito i giorni dei Carter, nella loro casa in Georgia. Jimmy è il primo ad alzarsi dal letto. Ogni mattina aspetta pazientemente sulla sua poltrona reclinabile, in un'altra stanza, che Rosalynn si svegli. Un'amica della famiglia Carter, Jill Stuckey, dice che la prima cosa che fa la moglie, appena sveglia, «è piegarsi su Jimmy e baciarlo». Il 4 luglio, giorno dell'Indipendenza americana, come due amanti che si frequentano da poco, come una coppia qualsiasi che non vuole perdersi la festa in famiglia, si sono fatti accompagnare da un'auto dei Servizi segreti a vedere i fuochi d'artificio. Jimmy continua a seguire le notizie politiche, non si è perso le novità sul caso Trump, invischiato con la quarta incriminazione: proprio i procuratori della Georgia vogliono perseguire i tentativi dell'ex presidente repubblicano di alterare a suo favore i risultati delle elezioni presidenziali del 2020. Il democratico Carter, diacono battista, è stato presidente (il trentanovesimo eletto della storia Usa) tra il 1977 e il 1981, aveva sconfitto il repubblicano Gerald Ford e a sua volta era stato battuto da Ronald Reagan quattro anni più tardi. Ma Jimmy non aveva una grande personalità politica: uomo del Sud, dal 1962 dovette occuparsi dell’azienda agricola di famiglia — una piantagione di noccioline — dopo la scomparsa del padre. Quando venne eletto l'America si chiese Jimmy Who? (Jimmy chi?). Il suo maggior successo furono gli accordi di pace raggiunti a Camp David nel 1978, tra il presidente egiziano Sadat e il premier israeliano Begin. Catastrofica la gestione degli ostaggi in Iran durante la rivoluzione khomeinista e in parte l'Afghanistan, dopo l’invasione del Paese da parte dell’Urss. Rosalynn si muove con meno problemi di Jimmy, costretto invece su una sedia a rotelle. Jimmy, che gli amici di famiglia definiscono ancora sveglio e acuto, non ha perso il senso dell'umorismo e spesso ride sul fatto che viene considerata più di successo la sua fase da ex presidente rispetto a quella di presidente. Si diverte ascoltando audiolibri e a scherzare con la moglie, nei suoi momenti di lucidità. Qualcuno dice che Rosalynn ride ancora parecchio quando viene fatta una bella battuta. Era famosa la sua abitudine di terminare le frasi del marito quando quest'ultimo ripercorreva gli eventi del passato, soprattutto quelli legati ai giorni della Casa Bianca. Fino all'ultimo, recente, peggioramento, Jimmy Carter non rinunciava alla sua nuotata quotidiana. L'ultima fase della vita dei Carter prosegue lenta e piena d'amore, come un'estate in Georgia.

Jimmy Carter in fin di vita. L’ex presidente Usa sottoposto a cure palliative. Redazione online su Il Corriere della Sera il 18 Febbraio 2023.

L’esponente democratico, 98 anni, è stato alla Casa Bianca dal 1977 al 1981 prima di essere scalzato da Ronald Reagan. «Ha deciso di spendere il tempo che gli resta con la famiglia»

L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter è in gravissime condizioni di salute e ha deciso di lasciare la struttura clinica che lo stava ospitando e «di spendere il tempo che gli rimane con la sua famiglia». Verrà sottoposto a cure palliative nella sua casa in Georgia.

Carter, 98 anni, è da tempo malato. «Sta ricevendo il pieno supporto da parte dei familiari e dal suo staff medico» hanno detto i sanitari dell’organizzazione benefica che porta il nome stesso dell’ex presidente e che ne sta seguendo lo stato di salute.

L’esponente democratico ha ricoperto la carica di presidente (trentanovesimo eletto della storia Usa) tra il 1977 e il 1981. Aveva sconfitto il repubblicano Gerald Ford ma a sua volta era stato battuto da Ronald Reagan quattro anni più tardi.

Il suo mandato presidenziale è stato caratterizzato da luci e ombre. Sul piano interno affrontò la crisi petrolifera, nata dai conflitti arabo-israeliani di quegli anni, dando impulso al risparmio energetico e alla ricerca di fonti alternative e rinnovabili (fece installare anche pannelli solari sul tetto della Casa Bianca) anche se proprio una questione energetica fu all’origine di uno dei momenti più drammatici della presidenza Carter: l’incidente alla centrale nucleare di Three Miles Island. D’altra parte dovette fare i conti con un periodo di appannamento dell’economia.

In politica estera da un lato fu promotore dello storico incontro a Camp David tra il presidente egiziano Sadat e il premier israeliano Begin, primo tentativo di dialogo tra le due parti in conflitto da decenni. Subì d’altra parte lo smacco della cattura degli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran durante la rivoluzione khomeinista e soprattutto l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss.

Estratto dell'articolo di Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 20 febbraio 2023.

Se un extraterrestre ascolterà mai la voce che il genere umano ha cercato di trasmettere ad altri esseri viventi nell’Universo con la sonda Voyager 1 , lanciata nel 1977 oltre il sistema solare, vedrà le parole scritte e ascolterà la voce del presidente Jimmy Carter: un messaggio di pace e fratellanza inciso su un disco d’oro.

 […] un leader nobilmente idealista ma anche accusato di aver doti politiche limitate: incapace di far approvare dal Congresso le leggi necessarie per dare seguito alle sue idee e con una concezione astratta delle relazioni internazionali. Quattro anni (gennaio 1977-gennaio 1981) di aperture ingenue e reazioni dure ma fallimentari: come nel caso della crisi dei 52 ostaggi americani bloccati a Teheran per 444 giorni o in quello dell’inconsistente reazione all’invasione sovietica dell’Afghanistan.

 Una presidenza tutt’altro che trionfale la sua, riscattata, nei 42 anni successivi, da un impegno diplomatico e umanitario incessante: dalle missioni in Corea del Nord durante la presidenza Clinton per evitare conflitti col regime di Kim Il-sung, all’impegno della sua fondazione, il Carter Center, per sradicare malattie endemiche dalla Guinea, fino al lavoro suo e della moglie, Eleanor Rosalynn, come volontari di Habitat for Humanity : un’organizzazione impegnata ad alleviare le sofferenza degli ultimi della Terra.

Carter — che ha scelto di rinunciare alle cure in ospedale per morire nella sua casa di Plains, in Georgia — è stato il presidente di un’America disorientata dalla dura eredità della guerra persa in Vietnam e ancora sgomenta per lo scandalo che aveva travolto Richard Nixon, costretto a lasciare la Casa Bianca al suo vice, lo scialbo Gerald Ford. Il quale, concedendo il perdono presidenziale al suo predecessore per evitargli incriminazioni penali, perse il voto anche di molti conservatori.

A lui gli americani preferirono l’onesto e religioso (diacono battista) Jimmy Carter.

[…] Carter non aveva una grande personalità politica: uomo del Sud, ingegnere sommergibilista durante la Seconda guerra mondiale, dal 1962 dovette occuparsi dell’azienda agricola di famiglia — una piantagione di noccioline — dopo la scomparsa del padre.

 Jimmy Who? Jimmy chi? si chiedeva l’America che, pure, nel 1976 l’aveva eletto. Certo, lui non era solo un agricoltore: membro del Senato della Georgia, era stato anche governatore dello Stato prima di arrivare alla Casa Bianca, ma per lui la politica era quella della sana amministrazione e del rispetto dei cittadini, non quella marziale del commander-in-chief .

[…] Quanto all’evento di maggior successo della sua presidenza, gli accordi di pace raggiunti a Camp David nel 1978 dopo una trattativa segreta durata 12 giorni e siglati dal premier israeliano Begin e dal presidente egiziano Sadat, ebbero un’eco enorme e suscitarono grandi speranze, ma non riuscirono ad avviare a soluzione il conflitto mediorientale e la questione palestinese.

 Le vere tragedie politiche di Carter, però, si chiamano Iran e, in parte, Afghanistan: vanno ricercate qui le cause della sua mancata riconferma alle presidenziali del 1980, quando fu battuto da Ronald Reagan dopo aver faticato molto per conquistare la nomination democratica sullo sfidante Ted Kennedy.

[…]  A livello politico, intanto, dopo l’umiliazione dell’ambasciata Usa di Teheran trasformata da un pugno di studenti (con la complicità del regime islamico) nella prigione di 54 diplomatici e cittadini degli Stati Uniti, il popolo americano subì quella del fallimento del blitz col quale il Pentagono cercò di liberarli: gli otto elicotteri partiti dalla portaerei Nimitz finirono in una tempesta di sabbia. Due velivoli subito fuori uso mentre un terzo si schiantò contro un aereo durante le operazioni di rifornimento. Morirono otto soldati delle forze speciali e i generali di Washington ordinarono la ritirata.

Questo alternarsi di remissività e iniziative muscolari, sollecitate soprattutto dal consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, la ritroviamo anche nella cosiddetta «dottrina Carter»: l’idea di rafforzare l’impegno americano nel Golfo come risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Mosca tirò dritto, ma quell’attacco diventerà, qualche anno dopo, una delle cause principali del crollo dell’Urss.

 […]  Tra le ultime immagini quelle del 2019 in cui un Carter 94enne, reduce da un tumore con metastasi al cervello e al fegato, col casco e i guanti da cantiere aiuta i carpentieri a montare le travi di legno di alcune case per i poveri costruite a Nashville, in Tennessee, da Habitat for Humanity.

Jimmy Carter in fin di vita. L'ex presidente Usa riceverà cure palliative a casa. La Repubblica il 18 Febbraio 2023.

Novantotto anni, è il più anziano presidente americano sopravvissuto. "Dopo una serie di brevi ricoveri in ospedale, ha deciso oggi di trascorrere il tempo rimanente a casa con la sua famiglia", ha fatto sapere sabato la sua fondazione

Gravemente malato e in fin di vita, Jimmy Carter ha deciso di trascorrere il tempo che gli resta con la sua famiglia. "Dopo una serie di brevi ricoveri in ospedale, l'ex presidente degli Stati Uniti ha deciso oggi di trascorrere il tempo rimanente a casa con la sua famiglia e ricevere cure palliative, piuttosto che ulteriori interventi medici", ha fatto sapere sabato la sua fondazione.

Novantotto anni, Jimmy Carter è il più anziano presidente americano sopravvissuto. Artefice degli accordi di Camp David che portarono, nel marzo 1979 alla firma del trattato di pace israelo-egiziano, il democratico era stato fortemente criticato nel suo Paese durante la presa di ostaggi americani in Iran nel 1979-80. Carter ottenne però anche diversi risultati importanti sullo scenario internazionale come il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la Cina e la firma degli accordo per la "limitazione delle armi strategiche" con la Russia, il SALT-2.

Dopo aver lasciato la Casa Bianca, sconfitto nel 1980 dal repubblica Ronald Reagan, ha fondato il Carter Center nel 1982 per promuovere lo sviluppo, la salute e la risoluzione dei conflitti in tutto il mondo. Nel 2002 ha ricevuto il prestigioso Premio Nobel per la Pace, in particolare per "i suoi decenni di instancabili sforzi per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali". Jimmy Carter ha sofferto di una serie di problemi di salute che gli hanno richiesto di essere ricoverato più volte nel 2019.

Il nipote di Carter, Jason, ex senatore della Georgia, ha scritto su Twitter di "aver incontrato i suoi nonni ieri". "Sono sereni - ha aggiunto - Come sempre la loro casa è piena di amore". E ha poi ringraziato "tutti per le parole affettuose".

"In fin di vita". Jimmy Carter sottoposto alle cure palliative. Storia di Federico Garau su Il Giornale il 19 febbraio 2023.

L'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter si troverebbe ormai in fin di vita, e per tali ragioni avrebbe deciso di trascorrere il poco tempo che gli rimane nella sua casa, con la famiglia, e non in una camera di ospedale. Queste le notizie che arrivano dagli Usa, di cui Carter, ad oggi il più anziano presidente sopravvissuto, è stato alla guida dal 1976 al 1980.

La diagnosi nel 2015

Era il 2015 quando a Jimmy Carter era stato diagnosticato un tumore. Malattia che era inizialmente riuscito a sconfiggere grazie alle cure ricevute. Stando al New York Times, si sarebbe trattato di un melanoma della pelle, poi diffusosi al fegato e al cervello.

Nel 2019, poi, una serie di brutte cadute in casa che non hanno fatto altro che peggiorare le condizioni di un fisico già duramente messo alla prova e debilitato. A lungo ricoverato in ospedale, l'ex presidente ha continuato ad aggravarsi. Lo scorso ottobre l'anziano leader ha festaggiato il 98esimo complenno insieme alla moglie Rosalynn e alla famiglia nel suo ranch di Plains (Georgia).

La rinuncia alle cure

Secondo quanto riportato dai quotidiani stranieri, Carter avrebbe deciso di rinunciare alle cure a cui da tempo si sottoponeva per fare ritorno alla sua casa e restare con i suoi affetti.

"Dopo una serie di brevi degenze in ospedale, l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha deciso di trascorrere il tempo rimanente a casa con la sua famiglia e ricevere cure in hospice invece di ulteriori interventi medici", è quanto si legge in una nota ufficiale rilasciata la sua fondazione Carter center. “Ha il pieno sostegno della sua famiglia e del suo team medico. La famiglia Carter chiede privacy durante questo periodo ed è grata per la preoccupazione mostrata dai suoi numerosi ammiratori”, prosegue il comunicato.

Non si conoscono di preciso le condizioni di salute dell'ex presidente. È stato soltanto detto che il 98enne si trova ormai in quello che in gergo medico viene chiamato “fine vita”. Tante le crisi affrontate in questi anni e i necessari ricoveri. A parlare della situazione a casa Carter è Jason Carter, uno dei nipoti dell'ex presidente e capo del consiglio di amministrazione del Carter Center. "Sono in pace e, come sempre, la loro casa è piena di amore", ha scritto su Twitter, riferendosi a Jimmy Carter e consorte.

Il presidente più longevo

Nel marzo 2019 Jimmy Carter è diventato il presidente più longevo dopo la morte dell'ex presidente George H.W. Bush, deceduto nel novembre precedente. Carter viene ricordato come un democratico di nuova generazione. Dopo un mandato come governatore della Georgia, nel 1976 riuscì a battere il presidente repubblicano in carica, Gerald R. Ford. Durante il suo mandato ebbe il compito di ripristinare la fiducia nel governo dopo la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate.

A lui si devono gli accordi di “Camp David” per la pace tra Israele ed Egitto (marzo 1979). Poi la crisi di consensi per la crisi degli ostaggi americani (52 diplomatici) trattenuti 444 giorni in Iran (1979-80). Nel 1980 perse alle elezioni contro il candidato repubblicano Ronald Reagan.

Clinton.

Mi offrì un appuntamento con i suoi amici gay”. La rivelazione su Hillary Clinton. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale venerdì 11 agosto 2023.

Un retroscena insolito, quantomeno bizzarro, quello raccontato dal ministro del governo gallese Jeremy Miles e che vede protagonista Hillary Clinton. Nessuna controversia politica, nessuno scambio di visioni, niente di tutto ciò. Nel bel mezzo di un evento, forse per mettere in risalto il suo sostegno al mondo arcobaleno, l’ex segretario di Stato americano ha chiesto a Miles – apertamente gay – se volesse partecipare a un appuntamento al buio con alcuni suoi amici.

L'insolita proposta di Hillary Clinton

L’episodio risale al 2019, nel corso di una visita alla Swansea University, in Galles. Nel corso del suo discorso pubblico, la Clinton fece riferimento ai diritti del mondo Lgbt e l'attuale responsabile dell'Istruzione e della lingua gallese la ringraziò sentitamente, spiegandole di essere stato il primo esponente di un governo gallese ad aver fatto coming out. "Mi chiese se avevo un partner e in quel momento ero appena tornato single: lei si offrì gentilmente di presentarmi ad alcuni dei suoi amici, incluso un leader mondiale di cui non farò il nome", la ricostruzione di Miles ai microfoni di Bbc Radio Wales. Particolarmente sorpreso dalla proposta dell'ex first lady, il ministro gallese declinò gentilmente.

Miles tra coming out e l'inclusività nelle scuole

Nel corso del dialogo con la trasmissione, Miles si è poi soffermato sul suo percorso verso la piena consapevolezza e accettazione della propria identità sessuale, fino al coming out. "Andavo a letto pregando di risvegliarmi non essendo più gay", il suo racconto: “Sapevo di essere diverso. E quando sono diventato adolescente, avevo una sensazione molto più forte di essere gay, ma a scuola non se ne parlava affatto”. Stesso discorso con la famiglia:“Quando ho fatto coming out con loro è stato incredibilmente doloroso”.

Unitosi al partito laburista all’età di 16 anni, Miles dal ministro dell'istruzione si è posto l’obiettivo di rendere la scuola inclusiva per tutti, sottolineando che il governo gallese sta attualmente "una guida per sostenere le scuole, per sostenere i giovani trans e la comunità scolastica in modo più ampio" che spera vengano pubblicate entro la fine dell'anno. Ma presto Miles potrebbe fare un ulteriore salto di qualità nella carriera politica: secondo più di un esperto, potrebbe essere candidato alla successione del primo ministro Mark Drakeford, che ha già annunciato che si dimetterà prima delle prossime elezioni, in programma nel maggio del 2026. In caso di candidatura e vittoria, diventerebbe il primo premier gallese apertamente gay della storia.

Monica Lewinsky 25 anni dopo lo scandalo: «Per me Clinton fu una calamità». Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 20 Gennaio 2023.

L'ex stagista della Casa Bianca non perdona neanche Hillary. Con l’amante la chiamava «la babbiona»

Verrebbe da dire che dopo venticinque anni di riflessione, psicoterapia, un ottimo dottorato alla London School of Economics, varie attività imprenditoriali, alla soglia dei cinquat’anni anni Monica Lewinsky (l’ex stagista dell’omonimo scandalo clintoniano) elencando le cose che ha imparato nella vita avrebbe incluso, magari nella «top ten», «mandare immediatamente in lavanderia l’abito blu». Invece, quando Vanity Fair americano (del quale è collaboratrice da oltre un decennio) le ha chiesto di elencare le venticinque cose che ha imparato nei venticinque anni che sono passati dall’esplosione dello scandalo, ha menzionato altro.

Sono passati — incredibilmente, per chi c’era — 25 anni da quel 17 gennaio 1998, quando il sito di gossip (ammanicato con i repubblicani di Washington) Drudge Report scrisse che l’allora presidente Clinton aveva un’amante ma Newsweek sapeva tutto e non pubblicava la notizia. Il 21 gennaio la vicenda arrivò sul Washington Post costringendo il 26 gennaio Clinton a rilasciare la smentita che ne provocò l’impeachment: «Non ho mai avuto relazioni sessuali con quella donna, la signorina Lewinsky».

Il problema è che con la stagista invece aveva avuto nove incontri attraverso diciotto mesi, sufficientemente intimi da lasciare sul di lei celebre abito blu tracce del Dna presidenziale. Il grintosissimo, repubblicanissimo procuratore speciale Kenneth Starr che indagava su uno scandalo immobiliare dei Clinton (che non era uno scandalo, finì in nulla) entrò a gamba tesa nell’inchiesta portando, alla fine, all’impeachment.

Lewinsky finì braccata dalla stampa, Clinton subì la messa in stato d’accusa della Camera (prima di allora era capitato solo nel 1868 a Andrew Johnson, Nixon si dimise prima, e adesso Trump in quattro di presidenza ne ha incassati due) per poi finire assolto dal Senato.

L’ultimo scandalo globale del Novecento, prima che l’11 settembre 2001 e la fine dell’impero americano (adesso che anche gli storici di destra come Niall Freguson usano «impero» il termine è sdoganato) e soprattutto smartphone e social media cambiassero per sempre le carte (anche politiche) in tavola.

Ma quali sono le cose che ha imparato Lewinsky? La numero 25 è la più significativa proprio perché è per sua stessa ammissione la più semplice: «Infine, non so come dirlo se non in modo banale: puoi sopravvivere all’inimmaginabile». Certo, critica la presunta amica Linda Tripp repubblicana di ferro che registrò le loro telefonate-confessione per poi denunciarla («Giuda le fa un baffo»), critica Clinton (l’articolo s’intitola «Venticinque anni dopo la calamità Clinton») che oggettivamente la trattò in modo molto greve e poi immediatamente cercò di svergognarla come bugiarda, non riserva scuse a Hillary (che nelle registrazioni trippiane lei irrideva come «la babbiona», la chiamava così anche con l’amante), soprattutto insiste sul suo ruolo di vittima di forze oscure (in realtà visibili a occhio nudo già allora: uno degli avvocaticchi repubblicani che interrogarono minuziosamente Clinton sui suoi rapporti (orali) con la stagista adesso è giudice a vita della Corte Suprema, nominato da Trump.

Lewinsky — il suo brand di borse è finito male — ora fa la produttrice tv e odia — comprensibilmente, a 22 anni chi non ha fatto errori marchiani nella vita? — i media ai quali peraltro vendette la sua storia a caro prezzo (1 milione di dollari per l’intervista esclusiva, almeno mezzo milione di anticipo escluse le royalties per l’autobiografia scritta dal biografo del suo idolo Lady Diana, Andrew Morton, abbondanti comparsate in tv).

Obama.

Una storia da raccontare. “Yes we can” quindici anni dopo: aneddoti e ricordi del lavoro a fianco del Presidente Barack Obama. Dalla PlayStation al vino toscano. Dalle incomprensioni alla cena di Stato. Dal summit sul clima alle riunioni al G20. Matteo Renzi su Il Riformista l'11 Novembre 2023

Una notte di quindici anni fa il mondo capisce che in America nulla sarebbe stato come prima: Barack Obama diventa il 44° inquilino della Casa Bianca. La nuova first family trasloca nella residenza più importante del mondo; una residenza che persone di colore avevano costruito mentre erano in schiavitù e che adesso persone di colore vanno ad abitare, per la prima volta nella storia. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti non ha una grande esperienza politica alle spalle. È apparso sulla scena pubblica nazionale per la prima volta con uno straordinario discorso appena quattro anni prima, il discorso chiave della convention democratica in cui John Kerry viene incoronato sfidante di George W Bush. Era stato un capolavoro di ars oratoria e di retorica (nel senso greco, bello, del termine) quel discorso del giovane senatore dell’Illinois: “Non esistono stati rossi e stati blu esistono solo gli Stati Uniti d’America”. L’audacia della speranza come filo rosso di uno speech che aveva fatto dire a molti addetti ai lavori: questo ragazzo farà strada. Non facile per uno che si chiamava Barack Hussein Obama fare politica nell’America del dopo 11 settembre. Non sembrava un predestinato, non veniva da una famiglia importante. Eppure partendo dal basso era riuscito a conquistare il Senato. E in una fredda mattina di febbraio nel 2007, dalla città di Springfield, Illinois, aveva addirittura osato lanciare il guanto di sfida a quella che sembrava la famiglia più potente del mondo, i Clinton. La famiglia che deteneva saldamente il potere in casa democratica.

La campagna di Obama parte sotto traccia, cresce utilizzando i nuovi strumenti digitali a cominciare dai social che capisce meglio di chiunque altro, si posiziona come alternativa sia alla dinastia Bush sia alla dinastia Clinton. Smuove i giovani, risveglia la passione per la politica, dice “si può fare” offrendo una speranza proprio quando sembra impossibile. Il suo “Yes We Can” più bello risuona dopo la sconfitta delle primarie in New Hampshire, quando la Clinton sembrava essere tornata. Hillary aveva vinto le primarie dopo la batosta iniziale in Iowa e la stampa già scriveva che la stella di Obama era durata appena una settimana. E invece quel “Yes we can” ritmato, ripetuto, in crescendo era il segno che il senatore dell’Illinois era ancora in campo, diamine se era in campo. Yes We Can. Sì, possiamo farcela, possiamo portare il primo Presidente di colore alla Casa Bianca, possiamo restituire fiducia alla politica, speranza alla nuova generazione. Non è questa la sede per dare un giudizio politico sugli otto anni di Obama. I suoi risultati nel campo economico, a cominciare dal Job Act (il cui nome ho copiato e mutuato in JobsAct e quando gliel’ho detto ridendo in un evento delle Nazioni Unite mi ha risposto “Vai tranquillo, è open source”) sono risultati oggettivamente positivi. La politica estera invece è molto più discussa. Ma affido a questo pezzo solo alcuni dei tanti ricordi che derivano dalla straordinaria possibilità che ho avuto di lavorare a fianco del 44° Presidente degli Stati Uniti.

E quando nell’ultimo incontro alla Casa Bianca, poco prima dello State Dinner, con la sua squadra schierata (Biden che nelle riunioni faceva il poliziotto cattivo e nelle telefonate e negli incontri personali faceva lo zio saggio, Kerry, Susan Rice) mi ha detto “Dei tre presidenti del consiglio italiano che ho incontrato sei stato quello con cui la collaborazione è stata più forte e il rapporto più personale” confesso di aver provato un sentimento di orgoglio. Anche se poi non ho resistito e gli ho fatto notare che i presidenti con cui aveva lavorato erano quattro, non tre. Uno se l’era dimenticato e per carità di patria non dirò chi. Io ero un giovane e anonimo presidente della provincia quando Obama aveva cominciato la sua cavalcata. E mi sembrava impossibile che potesse farcela. Ma appartengo a una generazione che è stata segnata da quel Yes We Can. Se ho imparato a sognare, probabilmente, lo devo al carattere. Ma se ho imparato a rischiare, sicuramente, ha influito la storia del senatore dell’Illinois. Già leggo le battutine: bella fine che hai fatto a rischiare così tanto e giù ironie sul referendum. La verità è che se io non avessi saputo rischiare, sarei ancora ad amministrare nella mia bella Firenze.

Il Yes We Can spazza via tutti gli alibi e i piagnistei di una generazione di giovani politici che fino ad allora faceva solo i convegni sul rinnovamento generazionale e diffondeva rassegnata i propri “Bisognerebbe”, “Si dovrebbe”, “Servirebbe”. Prima dell’avvento del Yes We Can lamentarsi del mancato rinnovamento generazionale era un dovere morale per i giovani amministratori. Dopo che un semi sconosciuto outsider dal nome improbabile cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii aveva sconfitto i Clintons, lamentarsi e basta diventa un insulto alle nostre intelligenze. E allora è nel 2008 di Barack Obama che decido di rischiare tutto candidandomi a Sindaco di Firenze contro il gruppo dirigente del mio partito, contro il Sindaco uscente, contro i sondaggi.

Tra me e me dico: dovrò personalmente dire a Obama che è grazie a lui se una generazione di politici italiani si è scrollata la polvere e ha iniziato a provarci. Perché dalla vittoria di Palazzo Vecchio in poi per i giovani politici in Italia si è aperta una stagione oggettivamene nuova. Dopodiché mi ricordo di essere il sindaco di Firenze e mi dico che non incontrerò mai Obama. E sarà bene che mi metta a lavorare sulle buche della città e sulla pulizia dei tombini, senza fare troppi voli pindarici. Ma dopo appena qualche mese arriva la possibilità di dire personalmente il mio grazie. Vengo invitato quasi per caso alla Conferenza dei Sindaci americani di Washington: sono l’unico europeo presente. Nel programma c’è un incontro con il Presidente. Grazie all’aiuto dell’ambascia di un giovane diplomatico, Niccolò Fontana – con il quale condivido un passato da arbitro e un presente da tifosi viola – vengo invitato anche alla Casa Bianca con gli altri sindaci. Alla fine ho una manciata di secondi per stringere la mano al Presidente, dire il mio impacciato grazie e scoprire che in Italia ha assaggiato quello che ritiene il miglior vino della sua vita, che è il Mormoreto di Frescobaldi. Secondo me Obama ha sempre confuso il Mormoreto con il Masseto, entrambi della stessa storica casa vinicola e con un nome che può suonare simile per uno straniero. Ma non gliel’ho mai detto.

Quello che invece gli ho detto più volte – a cominciare dall’Aja dove andiamo per il vertice contro la proliferazione delle armi nucleari, vertice che allora sembrava inutile e che oggi invece andrebbe ripreso, caspita se andrebbe ripreso – è che l’intero mio governo nasce da quel Yes We Can. Il fatto che tanti ministri che io ho nominato e voluto abbiano preso le distanze dalla nostra esperienza e della mia leadership non toglie nulla alla constatazione di una realtà: quel Governo lì nasceva come una incredibile svolta per la gerontocratica politica italiana. Era nato sotto il segno della campagna obamiana e nasceva nel solco della storia vincente della sinistra di Blair. Ricordo ad esempio proprio all’Aja quando presentai al Presidente una emozionatissima Federica Mogherini, appena designata alla guida della Farnesina, che gli spiegò meglio di chiunque altro come il nuovo governo fosse ispirato a questa svolta riformista. Erano i tempi in cui il PD vinceva le elezioni, non solo le primarie. I tempi in cui ministri e parlamentari del PD avevano (o forse mostravano) il coraggio di scegliere una strada nuova. I tempi in cui la vecchia guardia giurava di farci fuori ma la sindrome dei beneficiari rancorosi non era ancora diventata un’epidemia al Nazareno.

Lo dico senza rimpianti perché io, personalmente, sto benissimo come sto, dove sto, con chi sto. Ma lo dico perché chi ha abbandonato quel progetto non ha abbandonato me, ha abbandonato se stesso. L’inizio del rapporto con Obama è fantastico, coronato da un bilaterale a Villa Madama in cui persino i giornalisti più polemici notano che è andato tutto bene. Se nella prima telefonata di rito dopo il giuramento la Casa Bianca mi aveva messo in guardia dal rischio “di finire come la Grecia” perché quello era il clima di quegli anni adesso è come se Washington con il nuovo esecutivo torni a credere nell’Italia.

Lo fa innanzitutto perché Obama ha sempre stimato molto Napolitano: quando l’ex Presidente italiano viene ricoverato per una operazione delicata nel 2018 sono a Johanesburg con Obama per il ricordo di Nelson Mandela. Gli dico della situazione di Napolitano e gli chiedo se ha voglia di scrivergli due righe di incoraggiamento: lo vedo sinceramente affezionato e subito impugna la penna – rigorosamente a sinistra, da buon mancino – e scrive un pensiero personale.

Lo fa perché l’America ha bisogno dell’Italia. Ma lo fa anche perché con il nuovo Governo cresce la fiducia che possiamo farcela. Yes, we can. Non a caso Obama visto da vicino è un uomo che scherza con tutti i ministri di allora. A Franceschini dopo una visita al Colosseo dice: “Ministro della cultura in Italia, è il lavoro più bello del mondo”. E peccato che Dario non abbia avuto il tempo di spiegargli le sue teorie su come vincere un congresso o lo slogan tipico della politica franceschiniana che è un po’ diverso dal “Yes We Can” ma che soprattutto non si può scrivere su un giornale. Padoan è il “wise man”, un po’ perché è vero, un po’ perché accanto a me chiunque sembrava più saggio. Con Pinotti e Gentiloni, specie alla Nato, sempre sorrisi e abbracci. E poi ad Obama piaceva che la nuova generazione si sia formata nelle città, in prima linea come sindaci, lui che era fiero di aver cominciato come community organizer.

Anche se nel momento di maggiore scontro verbale mi farà una battuta polemica proprio su questo: “This is not a city council, this is White House”. E dire che nel merito avevamo ragione noi. I Paesi del G7 europei avevano predisposto una nota con l’amministrazione americana dopo il vertice in Galles della Nato. Ma noi non eravamo stati formalmente coinvolti, perché la consuetudine era considerare la firma dell’Italia già ottenuta. E allora pur condividendo il testo del documento avevo fatto ritirare la firma. Perché per un fatto di principio l’Italia merita la stessa considerazione degli altri. Mi ero impuntato su una questione di forma. Ma in realtà avevamo ragione noi: alcuni uffici della Casa Bianca (e anche di qualche altro Paese “amico”) erano ben lieti di non includere Roma nella prima cerchia delle consultazioni. E io di conseguenza bloccai il comunicato stampa condiviso e staccai il telefono per qualche ora. Nella successiva telefonata di chiarimento politico dissi che non avrei mai potuto accettare un mancato coinvolgimento tempestivo e formale dell’Italia. Obama che pure era partito dicendo “Questo non è un consiglio comunale”, con una evidente polemica rispetto a mio lavoro precedente, alla fine fu costretto a darci ragione. E debbo essere onesto: negli anni successivi, almeno fino a Trump, l’Italia è stata sempre coinvolta dal primo minuto.

Ho naturalmente mille ricordi del Presidente. Dalla telefonata in cui mi chiede 400 soldati per vigilare che un’azienda italiana sistemi la diga di Mosul ai G7 e G20, compreso quello in Baviera dove senza volerlo con il portavoce Filippo Sensi gli creiamo un bel grattacapo: siamo in una terrazza a chiacchierare soli Obama ed io e Filippo ci fa una foto di quelle rubate, per testimoniare ai media italiani il feeling personale. La pubblica. I media italiani non se la filano nemmeno per sbaglio. Quelli americani sì. E certo non per me. Ma perché Obama sembra avere in mano un pacchetto di sigarette dopo che aveva annunciato pubblicamente che aveva smesso di fumare. O le considerazioni sul come sia difficile per un leader amato spostare i propri voti sul proprio partito. O le discussioni sulla disinformazione e sull’utilizzo da parte dei russi di canali di propaganda inediti. O la volta in cui mi porta a vedere la stanza dove lavora davvero, che non è la Sala Ovale ma una stanza accanto alla camera Lincoln al primo piano della Casa Bianca. E mi fa impressione vedere in questa stanza un numero incredibile di libri affastellato in tutta la stanza: libreria, divano, pavimento. Al G7 di Ise-Shima in Giappone, nel 2016, provo il colpo grosso e gli dico: “perché non fai l’ultima visita in Italia? Cogli l’occasione di andare dal Papa a salutarlo e stiamo insieme in questo Paese che ami tanto” e lui di rimando: “Non posso tornare in Italia a distanza di due anni. Ma ho una sorpresa per te, nelle prossime settimane capirai.”

Effettivamente qualche giorno dopo i nostri uffici ricevono la richiesta di essere gli ospiti d’onore dell’ultimo State Dinner del Presidente: così accadrà, alla fine, nell’ottobre 2016. È un grande onore cui noi cerchiamo di essere all’altezza con una delegazione di altissimo livello non solo politico. C’è Benigni che si diverte a dire a Obama: “Stai attento a Renzi, vuole diventare un dittatore” giocando sopra la propaganda referendaria di quelle ore. C’è Sorrentino che si annoia e cita un fantastico volume “Una cosa divertente che non farò mai più”. C’è Bebe Vio che scappa alla sicurezza e si fa un selfie con il Presidente. Ci sono personalità di prim’ordine, da Giorgio Armani a Fabiola Gianotti. E ci sono naturalmente le signore: Michelle e Agnese erano già state insieme – con le figlie Sasha, Maila, Ester – al Cenacolo nei giorni della visita della First Lady all’Expo. Ma è alla Casa Bianca, tra una iniziativa nell’orto presidenziale e un concerto di Gwen Stefani che si apre il dibattito sull’uso della Playstation coi figli (Michelle e io favorevoli, Obama e mia moglie contrari) come fossimo due coppie normali, a cena, a mangiare una pizza. Che poi sta cosa della contrarietà alla Playstation è l’unica che continua a non andarmi giù. Ma ormai i figli sono grandi e il dibattito può ben essere accantonato.

Con Obama ho avuto anche alcune visioni politiche diverse. Sui paesi arabi, a cominciare soprattutto dall’Egitto e poi dai paesi del Golfo. Sulla Russia, nonostante che la Casa Bianca apprezzasse il disegno strategico del nuovo CEO di Eni Descalzi, che noi chiamavamo Claudio l’Africano, per testimoniare il desiderio di passare da una dipendenza est ovest incentrata su Mosca a una relazione nord sud più capace di valorizzare l’Africa. Anche se quando presi l’iniziativa di invitare Putin e Poroshenko a un tavolo di discussione nel novembre 2014 Obama era informato (e favorevole) del nostro tentativo di chiudere le tensioni riconoscendo a Russia e Ucraina in Donbass uno status quo simile a quello dell’Alto Adige dopo l’accordo italo austriaco. Su Iran e Cuba, due Paesi per il cui rientro nella comunità internazionale Obama si è speso molto. La politica estera, a mio avviso, non è stato il settore migliore per l’ex senatore dell’Illinois. Un autorevolissimo esponente della sinistra mondiale, uno tra i più qualificati capi del governo della storia del secolo mi ha detto una volta: “Obama non è un leader politico, è una rock star”. Il giudizio è ingeneroso. Ma certo è che nessuno come Obama è stato capace di colpire l’immaginario collettivo di una intera generazione.

E quando, conoscendo la mia passione per i suoi discorsi (il più bello per me rimane quello di Tucson in Arizona, dopo l’attentato alla deputata Gabrielle Giffords) mi passa in anteprima il testo che l’indomani avrebbe pronunciato come primo Presidente della storia in visita a Hiroshima, vedo che anche nei discorsi fa uso di copywriters, certo. Ma ci mette sempre del suo. Perché Obama è stato una rock star, certo. Ma è stato anche un leader politico di quelli che hanno scritto la storia. Chi lo ha visto all’opera, dalla conferenza sul clima di Parigi ai dibattiti sul terrorismo, non può che essere grato per averlo incontrato. E per aver imparato a dire che Yes we can non è uno slogan ma uno stile, uno stile di vita e di politica.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Le radici del caos. Russia, Iran, Hamas e le conseguenze della politica estera di Obama. Christian Rocca su L'Inkiesta il 6 Novembre 2023

Sono trascorsi quindici anni dalla storica elezione del 44esimo presidente degli Stati Uniti. Ancora oggi, è uno dei pochi che preferisce ragionare anziché parlare per slogan, ma la sua formidabile e irresistibile epopea non deve far dimenticare che la scelta strategica di fare da amministratore del declino americano è alla base della situazione che stiamo vivendo adesso

In quel simulacro di dibattito pubblico che sono le sequenze di tweet e di post e di storie sui social network, ieri è stato molto apprezzato l’intervento di Barack Obama su ciò che sta succedendo in Israele e nella società occidentale. L’ex presidente americano, con quel suo ormai desueto ma irresistibile argomentare problematico, ha detto parole di buon senso sulle responsabilità di entrambi i protagonisti del conflitto mediorientale, sulle nostre complicità e sull’inutilità, per non dire di peggio, della militanza social imperniata sul farisaico virtue signaling per cui ci si sente in dovere di segnalare pubblicamente la propria posizione sull’argomento in tendenza sui social.

Ascoltare la profondità e la complessità del pensiero di Obama è balsamo per cervelli ormai ridotti a ragionare per meme e cori da stadio, ma quindici anni esatti dopo la favolosa elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti va detta qualcosina in più sul suo operato, in particolare sulla sua politica estera, perché gran parte del caos che stiamo vivendo adesso è il prodotto di scelte compiute durante i suoi due mandati alla Casa Bianca.

Premesso che se fossi stato un cittadino statunitense avrei votato Obama sia contro l’eroe americano John McCain nel 2008 sia contro uno statista sottovalutato come Mitt Romney nel 2012, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è stato uno dei peggiori leader del mondo libero della nostra epoca. Lo status di peggiore ovviamente nessuno potrà mai toglierlo a Donald Trump, il primo presidente anti americano della storia degli Stati Uniti, ma al di là dei modi da ciarlatano e da un’ambigua e non ancora spiegata complicità con Mosca, la politica estera di Trump per molti versi è stata in continuità con quella di Obama (l’eccezione è il Medioriente, ma ci torniamo).

Se Trump è stato isolazionista, nazionalista e impegnato a far saltare il reticolo di alleanze e istituzioni internazionali su cui si è basata la leadership americana dell’Occidente, Obama ha governato da elegante amministratore del declino americano, che non è una condizione oggettiva dettata dagli Dei all’America, ma una precisa scelta politica volta a rinunciare al ruolo di guida del mondo libero, rendendosi al massimo disponibile a guidarlo dal sedile posteriore («leading from behind»).

L’Amministrazione Obama è entrata in funzione dopo la débâcle politica, più che militare, irachena orchestrata da George W. Bush e da una maggioranza bipartisan dopo le stragi islamiste dell’11 settembre 2001. Per allontanarsi da quello schema, Obama si è fatto guidare dall’idea del disimpegno americano, non solo da quel preciso quadrante geopolitico, ma anche da quello più tradizionale europeo e mediorientale.

Obama ha scelto di fare perno sull’Asia («pivot to East Asia») per motivi geopolitici ed economici, ma anche per le ragioni anagrafiche e culturali di una nuova generazione di leader americani, democratici e repubblicani, cresciuta senza quel legame familiare e storico con il vecchio continente europeo forgiato nelle battaglie contro i totalitarismi del Novecento. Il mondo dei cold war warriors sembrava finito ai tempi di Obama, da archiviare, e si credeva illusoriamente che non ci fosse più bisogno di un poliziotto del mondo.

Così Obama ha ridotto il numero dei soldati nelle basi americane in Europa, ha fermato il progetto di scudo missilistico europeo in Polonia e Repubblica Ceca che avrebbe tenuto a bada l’Iran e la Russia, ha abbandonato la Georgia alle grinfie di Mosca non accorgendosi del progetto imperialista di Putin, non ha mosso un dito quando la Russia ha invaso anche la Crimea e il Donbas, ha sottovalutato la nascita e la penetrazione dell’Isis nelle aree abbandonate dal ritiro dell’esercito americano, ha guidato dal sedile posteriore l’intervento militare in Libia e, non intervenendo nemmeno di fronte alle stragi con le armi chimiche, ha consegnato la Siria alla Russia non curandosi delle atrocità commesse da Assad e da Putin, del dramma delle migrazioni in Europa e delle conseguenze populiste e autoritarie che si sarebbero create nei paesi democratici suoi alleati.

Obama, anzi, ha promosso l’idea di un «reset» con la Russia, condonando la strategia imperialista putiniana e di diffusione del caos in Occidente, e soprattutto facendo credere al dittatore di Mosca che le democrazie liberali, deboli e divise al loro interno, non avrebbero mai più avuto la forza morale, civile e militare di affrontare altri conflitti.

La gestione a Washington del declino americano è stata interpretata a Mosca come una resa americana. Tanto più che la Casa Bianca, malgrado ne fosse pienamente al corrente, non ha fatto niente, ma proprio niente, per fermare l’ingerenza russa sul processo democratico americano, lasciandola inquinare fino a far eleggere Trump.

Obama, infine, ha spostato l’asse geopolitico mediorientale dall’Arabia Saudita sunnita all’Iran degli Ayatollah sciiti, con la conseguenza che il regime islamico di Teheran ha ripreso a respirare economicamente, a lavorare alla costruzione di un arsenale atomico, a opprimere la popolazione civile e a riannodare il filo della campagna islamica per la distruzione di Israele (ieri, a proposito, la Guida Suprema della teocrazia iraniana ha ricevuto a Teheran il gran capo di Hamas, e chissà che bell’incontro tra due anziani reazionari, misogini e assassini che vogliono estendere il loro regno delle tenebre ovunque nel mondo).

Fidandosi degli Ayatollah, Obama non solo ha offerto una carota ai nemici dell’Occidente e di Israele, ma ha anche bastonato gli alleati israeliani, i quali per reazione, e per timore di non essere più protetti da Washington, si sono radicalizzati come mai nella storia dello Stato ebraico, con i risultati visti in questi anni. (Trump, invece, nel 2017 ha rimesso nell’angolo l’Iran, consegnando la politica mediorientale ai sauditi chissà per quali interessi personali e lasciando via libera totale agli estremisti israeliani già radicalizzati da Obama).

Quindici anni dopo, le parole di John McCain sulla Georgia, sull’Isis e sull’Afganistan, e poi quelle di Mitt Romney sulla Russia «senza dubbio il nostro nemico geopolitico principale», ridicolizzate come retaggi della Guerra Fredda da Obama e dai suoi giovani consiglieri, risuonano come un’analisi geopolitica più accurata del mondo in cui vivevamo allora e oggi.

La storia ovviamente non si fa col senno di poi, ma non si può nemmeno sorvolare sul fatto che qualcuno che queste cose le ha puntualmente previste, avvertendo Obama e i suoi che il rischio sarebbe stato esattamente quello che stiamo vivendo oggi, sia ai confini orientali sia ai confini meridionali dell’Europa.

Traduzione dell’articolo di Kamal Sultan per dailymail.co.uk giovedì 31 agosto 2023.

Tucker Carlson ha affermato che Barack Obama fumava crack e faceva sesso con uomini - ma i media non hanno mai riportato la notizia prima delle elezioni presidenziali del 2008. 

L'ex conduttore di Fox News ha ripetuto le accuse di Larry Sinclair, presunto amante dell’ex presidente, secondo cui Obama, nel 1999, avrebbe comprato e fumato cocaina prima di fare sesso con lui.  L'accusa, emersa quando l'allora senatore si stava preparando per le elezioni presidenziali, fu condannata a gran voce come un colpo basso, un insulto.

Ma Carlson ha affermato mercoledì che era "davvero chiaro" che Obama avesse una relazione gay. Ha affermato che i media non hanno pubblicato la storia perché il team della campagna di Obama aveva minacciato di rifiutare ai giornalisti l'accesso al candidato democratico. Carlson, 54 anni, intervenendo al popolare Adam Carolla Show, ha detto: "Nel 2008, è diventato davvero chiaro che Barack Obama aveva fatto sesso con uomini e fumato crack". Il DailyMail.com ha contattato i rappresentanti di Obama per un commento. 

Un ragazzo si è fatto avanti, Larry Sinclair, e ha detto: "Firmerò un affidavit" e lo ha fatto, "Farò la macchina della verità" e lo ha fatto", ha aggiunto. Ho fumato crack con Barack Obama e ho fatto sesso con lui", questo era ovviamente vero". Carlson si riferiva alle affermazioni fatte da Sinclair (poi condannato) al National Press Club nel 2008, durante la campagna presidenziale di Barack era in corsa per la presidenza.

Nessuno l'ha denunciato, non perché fossero schizzinosi riguardo al sesso o alle droghe, ma perché la campagna di Obama ha detto che chiunque ne parlasse non avrebbe avuto accesso al futuro presidente", ha affermato Carlson. “Quindi non ne hanno parlato". “La quantità di bugie dei media a riguardo è stata incredibile. Succede sempre, sia a livello governativo che a livello nazionale".

Sinclair, che è stato in prigione per falsificazione, frode e furto, ha affermato che Obama, all'epoca senatore, ha comprato e fumato cocaina prima di fare sesso con lui.  a anche affermato che l'ex presidente aveva un altro amante maschio e che sarebbe stato in qualche modo collegato alla sua morte. Queste affermazioni sono state riportate nel libro, autopubblicato da Sinclair nel 2009, "Barack Obama & Larry Sinclair: Cocaina, sesso, bugie e omicidio?". Sinclair, che è stato in prigione in Arizona, Florida e Colorado, si è candidato a diventare sindaco della città di Cocoa in Florida nel 2018.

Durante la sua fallimentare campagna elettorale ha difeso nuovamente le sue affermazioni e ha detto: "Non ho bisogno di dire altro. Il mio libro parla da solo e non faccio marcia indietro su nulla di ciò che ho detto in quella conferenza stampa". 

All'epoca, Sinclair fu liquidato dai media come un uomo con un'ampia fedina penale "specializzato in crimini che implicano l'inganno". Ma Carlson ha insistito sulla veridicità delle accuse. Ha detto: "La faccenda di Larry Sinclair è sicuramente accaduta. "Ne ho parlato con Larry Sinclair. È sicuramente successo. 

Larry Sinclair è entrato e uscito di prigione 40 anni fa, ha la fedina penale sporca per definizione, è povero, ha una vita disordinata e gli manca un dente. Penso che abbia un passato di inganni, ma questa storia, se la si ascolta nei dettagli, è chiaramente vera".

E ha aggiunto: "Non cambierà il mondo il fatto che a Barack Obama piacciano i ragazzi, credo che questo fosse risaputo".

Carlson ha anche citato la lettera  che Obama inviò alla sua ex fidanzata nel 1982, in cui descriveva dettagliatamente le sue fantasie sessuali gay. “Barack Obama l'ha detto lui stesso in una lettera alla sua ragazza. Sono affari di Barack Obama. Non lo sto attaccando perché gli piacciono i maschi", ha detto l'ex conduttore di Fox News.  

Obama, all'epoca 21enne, nel novembre 1982 scrisse ad Alex McNear, con la quale aveva avuto una relazione durante il periodo in cui frequentava l'Occidental College di Los Angeles. Confessò che "amava fare l'amore con gli uomini tutti i giorni, ma nell'immaginazione". Obama ha descritto l'omosessualità come un modo per distaccarsi dal presente e potenzialmente eludere le ricorrenti teatralità dell'esistenza terrena.

Ha ammesso di avere un rapporto intellettuale quotidiano con gli uomini, ma sostiene che si tratta di un'attività che si svolge esclusivamente nell'ambito dell'immaginazione. 

La lettera, risalente a oltre 40 anni fa, era indirizzata a un'ex fidanzata ed è riemersa grazie all'ampia intervista condotta dal biografo David Garrow. Obama ha esplorato il concetto di mentalità androgina, esprimendo il desiderio di una prospettiva che comprenda le persone nella loro interezza, piuttosto che segregarle in categorie di genere. 

La mia mente è in gran parte androgina e spero di renderla ancora più tale fino a quando non riuscirò a pensare in termini di persone, non di donne in contrapposizione a uomini", ha detto. Nonostante queste confessioni, Obama ha ammesso nella lettera di aver accettato la sua identità di uomo e di scegliere di vivere in base ad essa. “Ma, tornando al corpo, vedo che sono stato fatto uomo e, fisicamente, nella vita, scelgo di accettare questa eventualità", ha aggiunto. Obama è sposato con la moglie Michelle dal 1992, e con lei ha avuto due figlie: Malia, 25 anni, e Sasha, 22 anni.

In passato il primo presidente afroamericano della storia Usa si è anche espresso contro il matrimonio omosessuale. Nel 2004, Obama disse: "Non credo che il matrimonio sia un diritto civile" e ha detto di ritenere che l'omosessualità "non sia una scelta". Ha cambiato opinione quando era alla Casa Bianca, da dove ha contribuito a celebrare la legalizzazione federale del matrimonio omosessuale nel 2015. 

Carlson ha anche attaccato l'amministrazione Biden al The Adam Carolla Show e ha detto che farebbero di tutto per vincere le elezioni, anche entrare in guerra con la Russia. “ Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno", ha affermato Carlson. “Ci sarà una guerra calda tra Stati Uniti e Russia nel prossimo anno. È una questione politica, devono dichiarare un assetto di guerra per assumere poteri bellici, per vincere".

Estratto dell’articolo di Giovanna Loccatelli per “la Stampa” lunedì 14 agosto 2023

Barack Obama gay? È l'interrogativo che suscita una lettera da lui scritta quando aveva 21 anni e pubblicata ora senza omissioni dal New York Post, il tabloid dell'impero Murdoch. Nel novembre del 1982 l'ex presidente scrisse all'allora sua fidanzata Alex McNear, con la quale aveva avuto una relazione durante la sua permanenza all'Occidental College di Los Angeles, e affrontò il tema dell'omosessualità. Nella lettera parla della sua mente "androgina" e rivela che amava "fare l'amore con gli uomini ogni giorno, ma nell'immaginazione".

Per i tabloid conservatori, come il New York Post e il Daily Mail […] è l'ammissione di una fantasia sessuale mai rivelata. Ora Donald Trump e i repubblicani potrebbero cavalcare questa pseudo notizia in campagna elettorale per cercare di accalappiarsi una manciata di voti in più. Per altri invece Obama alluderebbe ad una connessione intellettuale o spirituale con gli uomini. «Per quanto riguarda l'omosessualità - si legge ancora nella missiva - devo dire che credo che questo sia un tentativo di allontanarsi dal presente, un rifiuto forse di perpetuare la farsa senza fine della vita terrena».

«La mia mente - scrive in un altro passaggio - è in gran parte androgina e spero di farla diventare ancora di più in modo da pensare in termini di persone, non come donne in contrapposizione agli uomini». […] «Ma tornando al corpo […] prendo atto che sono stato fatto uomo, e fisicamente nella vita, e accetto quella contingenza». 

La lettera è riemersa dopo che il biografo di Obama, il premio Pulitzer David Garrow, ha rilasciato un'intervista sull'ex comandante in capo. McNear aveva "cancellato" i passaggi più salaci della missiva, conservata dalla Emory University, che non consente di fotografarla né di rimuoverla. Ma Harvey Klehr, un amico di Garrow, li ha trascritti e inviati al biografo, oltre che al tabloid. Garrow ha spiegato che non c'è nulla di insolito nelle riflessioni giovanili di Obama. […]

I tormenti gay del giovane Barack Obama. Storia di Valeria Braghieri su Il Giornale il 15 agosto 2023.

Era proprio il presidente di tutti. Un «no gender» o un «gender free» o un «non binario» ante litteram, più che per lungimiranza politica, per inclinazione personale. A ventun'anni, Barack Obama aveva una sessualità decisamente basculante, quantomeno nell'immaginario. Tutto un altro uomo rispetto a quello che abbiamo imparato a conoscere alla Casa Bianca, con la camicia bianca inamidata, la superpotenza del primo esercito al mondo, l'assertiva moglie con l'orto biologico, le due figlie e i cani d'acqua portoghesi. Nel 1982, Obama era all'Occidental College di Los Angeles ed era preso da tutt'altro se stesso. E scriveva lettere alla fidanzata di allora (Alex McNear) nelle quali confessava «amo fare l'amore con gli uomini, ma nell'immaginazione».

Definiva la sua mente «androgina» e spiegava tra tormenti interiori e prosa lirica all'ex fidanzatina «prendo atto che sono stato fatto uomo, e fisicamente nella vita, accetto questa contingenza». Erano anni in cui evidentemente si interrogava parecchio e non temeva neppure di rispondersi, tanto che scriveva ancora ad Alex: «Per quanto riguarda l'omosessualità devo dire che credo che questo sia un tentativo di allontanarsi dal presente, un rifiuto forse di perpetuare la farsa senza fine della vita terrena». Speculazioni dolorose e profonde, «La mia mente è in gran parte androgina e spero di farla diventare ancora di più in modo da pensare in termini di persone, non come donne in contrapposizione agli uomini», che ora sono state pubblicate integralmente dal New York Post, il tabloid dell'impero Murdoch. Le parti «salienti» della missiva erano state cancellate da McNear prima che il prezioso foglio venisse conservato dalla Emory University. Adesso la versione integrale è venuta alla luce. Ora non sappiamo come il seguito della sua vita abbia diluito certe pulsioni, archiviato certi interrogativi.

Quello che si sa è che come anche come presidente degli Stati Uniti d'America, il tema del «genere» ha portato Obama a cambiare idea. Inizialmente contrario ai matrimoni omosessuali (nel 2004 aveva dichiarato «non credo che il matrimonio sia un diritto civile» e aveva sostenuto che l'omosessualità «non è una scelta»), aveva poi invertito talmente la rotta da contribuire alla legalizzazione federale del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Chissà che in un caso (la sua stabilizzazione personale) e nell'altro (la sua apertura politica), non sia stata fondamentale la moglie Michelle. Sufficientemente determinata da spiegare al marito chi essere, come muoversi e che battaglie appoggiare. Ma chissà se qualche volta, durante qualche notte di sonno irrequieto, non tornino a farsi sentire le vecchie fantasie nella mente del giovane Obama.

«Barack chi?». Lincoln, Obama, e l’arte di sfruttare la retorica dimostrativa per avere successo. Jay Heinrichs su L'Inkiesta il 18 Luglio 2023

Come spiega Jay Heinrichs in “Mi hai convinto”, edito da Mondadori, il primo presidente afroamericano è passato da giovane promessa a uno dei personaggi più importanti della politica mondiale anche grazie a un uso intelligente dei discorsi pubblici. Non è stato l’unico

Coloro che ritengono che la grande oratoria sia morta avrebbero dovuto assistere, il 27 luglio 2004, al discorso di un uomo che ha letteralmente cambiato il corso della storia. «Barack chi?» si chiesero tutti quando il candidato senatore con quello strano nome salì sul palco della convention del Partito democratico per tenere il discorso di apertura. Mentre lui salutava il pubblico, i giornalisti televisivi cominciarono a leggere gli appunti: senatore dell’Illinois per tre mandati, primo afroamericano presidente della “Harvard Law Review”, nel 1995 autore del libro I sogni di mio padre.

Nel 2000 si era candidato alla Camera dei rappresentanti: non solo non era stato eletto, ma non aveva neppure ottenuto un pass VIP per la convention di quell’anno. Poco tempo prima, aveva vinto le primarie del Partito democratico per un seggio al Senato: l’avversario repubblicano era stato travolto da uno scandalo sessuale e Barack Obama era diventato, all’improvviso, un astro nascente.

Un tizio semisconosciuto che, grazie a un discorso, è arrivato direttamente alla presidenza ha un unico precedente nel 1860, quando un avvocato di provincia dell’Illinois, un certo Abramo Lincoln, affascinò un pubblico d’élite a New York City parlando alla Cooper Union. Lincoln dovette convincere un gruppo abbastanza sparuto di scettici di avere intelligenza ed esperienza sufficienti per fare il presidente. Obama, al contrario, dovette dimostrare di essere un divo della politica. Entrambi ci sono riusciti. Il discorso di Obama fece schizzare il suo libro tra i bestseller e gli guadagnò migliaia di ammiratori adoranti. E da un giorno all’altro l’uomo nuovo della politica divenne il candidato presidenziale.

Il suo successivo discorso alla convention sarà quello del 2008, quando accetterà la nomination del partito. All’epoca non mi ero peritato di ascoltare il primo discorso di Obama. Chi aveva voglia di sorbirsi la verbosa orazione di un Signor Nessuno di fronte a un pubblico urlante di democratici con indosso degli sciocchi cappellini? Errore mio. In quell’occasione, infatti, Obama dimostrò la potenza della retorica, in questo caso quella della varietà oratoria di vecchio stampo.

[…] Sì, Aristotele voleva che i discorsi politici fossero deliberativi: affrontare le scelte, usare il tempo futuro, indicare al pubblico ciò che va a suo vantaggio. Gran parte del suo libro parla di deliberazione, di argomentazioni per fare una scelta. Ma in un discorso che dovrebbe unire le persone bisogna diventare dimostrativi. Imparando la retorica dimostrativa non solo saprete da cosa guardarvi – o anche che cosa criticare – in un discorso, ma diventerete oratori migliori. 

Tratto da “Mi hai convinto. Come Aristotele, Homer Simpson e Barack Obama possono insegnarti ad avere (sempre) ragione”, di Jay Heinrichs, traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso, edito da Mondadori by arrangements with Berla & Griffini Rights Agency, 520 pagine, 20,90 euro. 

Estratto dell'articolo di Paolo Valentino per il “Corriere della Sera” il 4 maggio 2023.

«It’s good to be back». Ha voluto chiudere a Berlino, la città che nell’agosto di quindici anni fa lo consacrò nuova stella della politica mondiale. E il tempo sembra essersi fermato a quel pomeriggio d’estate, quando incantò 200 mila persone venute da tutta l’Europa ad ascoltare il giovane senatore dell’Illinois, ormai grande favorito nella corsa alla Casa Bianca. Ha i capelli bianchi, adesso, Barack Obama. Il suo volto è più rarefatto, la celebre voce baritonale ha perso qualche decibel. 

(...)

Parla di sé, della sua famiglia, del clima, delle sue preoccupazioni per il futuro del mondo, segnato «da uno scontro titanico tra le forze della democrazia liberale e quelle dell’autoritarismo violento e repressivo». Sono venuti in 10 mila alla Mercedes Benz Arena, pagando prezzi salati per ascoltarlo: i biglietti meno cari costano 80 euro, quelli Vip (con diritto a un selfie) arrivano a 3 mila. Ma l’onorario dell’ex presidente va interamente alla Obama Foundation, che ogni anno spende centinaia di milioni di dollari finanziando l’istruzione e la formazione di bambini e giovani in tutto il mondo, perché siano i dirigenti del domani: «Hanno i valori che ci salveranno, ma le istituzioni che dovrebbero occuparsene li considerano un peso».

È subito chiaro di cosa Obama non voglia parlare in questa serata berlinese, di fronte a una platea che lo ha accolto con una standing ovation: dell’imminente campagna elettorale americana, che vedrà di nuovo l’un contro l’altro il suo disastroso successore e il suo vice, ora presidente. Ma anche dell’Ucraina parla solo di sfuggita: «La guerra oltraggiosa e criminale scatenata da Putin». In realtà, in privato ne ha parlato eccome. E non solo nella cena di mercoledì sera al ristorante italiano Ponte con Angela Merkel, «una vecchia amica», la statista con cui ha legato di più nei suoi otto anni alla Casa Bianca. Ma soprattutto, lo ha fatto nella colazione di lavoro alla cancelleria con Olaf Scholz: «Sono passato a salutarlo», scherza. C’è insomma anche una forte dimensione politica nella tappa tedesca di questo tour da pop star, dopo Zurigo e Amsterdam.

«La cosa di cui vado più orgoglioso da presidente è aver dato l’assistenza sanitaria a più di 40 milioni di americani», dice. E rivela che la sera in cui l’Obama Care venne approvata, era un martedì, violò la regola che si era imposto di non bere alcol durante la settimana: «Mi feci un paio di vodka martini». Quel momento, ammette, «resta per me più importante dell’elezione». 

Il ricordo peggiore della sua presidenza è il massacro di Sandy Hook, nel 2012, quando 20 bambini vennero massacrati in una scuola.

Obama ammette di aver fallito nel non essere riuscito a far approvare una legge restrittiva sulle armi.

L’ex presidente considera «una delle più grandi minacce alla democrazia l’emergere di una infrastruttura mediale che alimenta il risentimento e la rabbia delle persone, la combinazione di Fox News o del loro equivalente e social media ha creato quasi una realtà diversa. Oggi non siamo d’accordo neanche sui fatti basilari». E non è molto ottimista neanche sull’intelligenza artificiale, che «è solo all’inizio e sarà molto distruttiva»: interi settori di lavoro spariranno, ci saranno problemi di sicurezza nazionale e soprattutto disinformazione, chi distinguerà tra me e un mio avatar creato dall’A.I.  

(...)

C’è anche il tempo per un ricordo. «Non ero neppure senatore alla Convention democratica del 2004: fu un buon discorso. Quando mi rivedo, ero così giovane. Ma ci pensò Michelle a riportarmi con i piedi per terra: “Don’t screw it up!”, mi disse. Il giorno dopo la mia vita era cambiata, ma ho imparato che uno dei segreti della leadership è che non devi prenderti troppo sul serio. Se stai troppo al potere perdi il senso della realtà, nessuno ti dice le cose come stanno, ed è questo lo svantaggio delle autocrazie rispetto alle democrazie».

 Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per corriere.it il 4 maggio 2023.

Il Washington Post ha ottenuto 900 foto, molte delle quali inedite, dei momenti in cui il presidente Obama e il suo staff alla Casa Bianca assistettero al raid che uccise Osama bin Laden in Pakistan il 1° maggio 2011. Sono state consegnate al giornale dalla Obama Presidential Library sulla base di una richiesta basata sul Freedom Information Act.

La Casa Bianca cancellò i tour dei visitatori, inclusi quelli delle celebrità che avevano viaggiato fino a Washington DC in coincidenza con la Cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca. Tutti gli incontri relativi al raid furono registrati nell’agenda della Casa Bianca come «Incontro Mickey Mouse».

La foto famosa è quella già pubblicata in passato che mostra Obama, circondato dal suo staff, inclusi Tom Donilon, consigliere per la sicurezza nazionale, il segretario della Difesa Robert Gates, l’homeland security adviser John Brennan e la segretaria di Stato Hillary Clinton insieme al vicepresidente Joe Biden nella situation room. E’ evidente la «prevedibile tensione» nella stanza, descritta poi successivamente dallo stesso Obama.

Incapaci di concentrarsi su qualunque altra cosa, nell’attesa il presidente e il suo staff giocarono a carte nello Studio Ovale. Alle 3:30 del pomeriggio, il direttore della Cia Leon Panetta annunciò che gli elicotteri erano vicini al compound di Osama. Le foto storiche sono state scattate da Pete Souza, il fotografo ufficiale della Casa Bianca, che era schiacciato «con il culo contro una stampante», come raccontò lui stesso in un suo libro. […]

(ANSA il 28 Dicembre 2022) Michelle Obama ha rivelato di aver attraversato un periodo difficile nel suo matrimonio con l'ex presidente americano quando le loro due figlia Malia e Sasha erano piccole ed era lei che si occupava di tutto. 

"'La gente pensa che io sia cattiva se dico questo ma per 10 anni non ho sopportato mio marito", ha confessato l'ex First Lady durante un programma per la promozione del suo ultimo libro 'The light we carry'. Quando Barack e Michelle sono entrati alla Casa Bianca le loro due figlie avevano solo 10 e 7 anni ma avevano già vissuto diverse campagne elettorali del padre. "In quegli anni stavamo entrambi costruendo le nostre carriere e io pensavo che non eravamo alla pari", ha raccontato l'ex First Lady definendo scherzosamente le figlie due "terroriste".

"I bambini piccoli sono terroristi, hanno dei bisogni. Non parlano, sono pessimi comunicatori, piangono tutto il tempo. Sono irrazionali. Sono bisognosi. E tu li ami. E quindi non puoi biasimarli", ha detto Michelle che comunque ha detto di non rimpiangere quei 10 anni faticosi sui 30 che è stata sposata con l'ex presidente.

Estratto dell’articolo di Federico Rampini per il “Corriere della Sera” il 26 marzo 2023.

Il mio ricordo più imbarazzante su Barack Obama risale agli ultimi mesi della sua presidenza. Lo seguii al G20 di Hangzhou il 2 settembre 2016, nell’antica capitale cinese della seta resa celebre da Marco Polo.

 La presidenza cinese [...] orchestrò un dispetto all’ospite americano. Quando l’Air Force One atterrò sulla pista, c’erano telecamere di tutti i network mondiali per riprendere il leader che si affaccia allo sportello del Jumbo 747 e scende dalla scaletta. [...] Quella volta lo sportello non si aprì.

[...] Passavano i minuti, molti, e lo sportello rimaneva chiuso. Il comandante dell’Air Force One non poteva aprirlo: il personale di terra dell’aeroporto non forniva una scaletta abbastanza alta per arrivare al «muso» del Jumbo. [...] Alla fine si vide in movimento sulla pista una scaletta, ma troppo bassa. La misero davanti all’uscita di servizio, sotto la coda, praticamente al «sedere» del Jumbo.

 Passò altro tempo in trattative febbrili tra americani e cinesi. Vinsero i padroni di casa che controllavano la logistica del cerimoniale di Stato. Obama dovette, per la prima volta nella storia dei viaggi ufficiali, uscire dal retro dell’Air Force One, alla chetichella, in una zona oscurata sotto i motori, invisibile alle telecamere che lo avevano atteso dall’uscita d’onore. [...] Quel giorno Xi Jinping aveva umiliato il leader americano. [...]

 […] Ho intervistato Obama due volte. La prima il 17 ottobre 2016 quando lui accolse alla Casa Bianca l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi […]. […]

La […] seconda intervista mi rimane impressa per la sincerità. Dicembre 2020. Era ormai un ex presidente da quattro anni, il periodo trumpiano si era appena concluso con la vittoria di Biden.

 «Fare il presidente degli Stati Uniti — mi disse Obama — è come partecipare a una gara di staffetta. Prendi il testimone da chi ti ha preceduto: alcuni erano degli eroi, altri erano al di sotto dell’ideale. Se corri al meglio delle tue forze, quando passi il testimone la nazione o il mondo saranno un po’ meglio di prima».

Questa descrizione era tipica del personaggio, consapevole dei propri limiti e dei limiti della politica in generale; un uomo capace di osservare se stesso e l’America quasi dall’esterno, con distacco, disincanto. […] La destra lo scherniva come «il presidente che girava il mondo a scusarsi per le colpe dell’America» […]. A sinistra contro di lui c’è una lunga litania di lamentele.

 L’ala socialista del partito democratico non gli perdonò mai i salvataggi dei banchieri nella crisi del 2008. Black Lives Matter e gli intellettuali dell’estremismo antirazzista lo accusavano di «non essere nero abbastanza». […]

 Nella deriva sempre più intollerante della woke culture , Obama ha una macchia: governò da moderato. Una volta pensionato, non gli giova di avere accumulato un patrimonio di 70 milioni con il successo dei libri; e di frequentare troppe celebrity multimilionarie, da Richard Branson a Bruce Springsteen. Resta il fatto che nella sinistra dei campus universitari non va giù la saggezza di Obama che mi parlava così: «La democrazia funziona se ti siedi attorno a un tavolo con persone che non la pensano come te, e cerchi di convincerli. Se non ci riesci, accontentati di quello che ottieni. Perché in una nazione pluralista, nessuno mai ottiene tutto quello che vuole».

Ma l’intervista con Obama che ricordo con più gusto — e invidia — è di un altro Rampini: mio figlio Jacopo, attore, ebbe con lui un contatto più intimo e molto meno convenzionale. All’inizio della sua carriera, Jacopo per mantenersi fece anche il cameriere. La sera del 10 marzo 2017 fu lui a doversi occupare di Barack, Michelle e Malia. Il ristorante dove lavorava, Via Carota al West Village di New York, ha due chef donne che ne hanno fatto un magnete di celebrità: attori, cantanti.

Quando seppero che dovevano arrivare gli Obama, fu allarme rosso. Le chef proprietarie decisero di affidare a Jacopo la «gestione» esclusiva di quei tre clienti particolari, forse perché bisognava avere i nervi saldi come su un palcoscenico. […]

 A Via Carota il Secret Service si era presentato due ore prima: ispezione dei luoghi, interrogatorio delle proprietarie. Non bisognava chiudere il locale al pubblico perché gli Obama non vogliono perturbare la vita degli altri. Però: saletta separata, accesso diretto dalla strada, corridoio riservato per portare i piatti dalla cucina sul loro tavolo, sotto lo sguardo vigile di sei guardie del corpo.

 Nonostante le cautele, quando si è sparsa la voce che c’erano gli Obama, nelle altre sale del ristorante è scattata la standing ovation in loro omaggio. Dentro la saletta l’intimità era totale: papà mamma e figlia, più le ripetute visite di Jacopo. «Sarò il vostro cameriere stasera, posso illustrarvi i piatti del giorno?». Il resto della conversazione è riservato: i camerieri hanno una deontologia severa. Ho saputo solo qualche dettaglio. Come in tutte le famiglie dei nostri tempi, la figlia parla e i genitori ascoltano.

Malia ha colpito Jacopo per la buona educazione; Michelle perché la più calorosa, empatica; Barack perché ha le idee chiare fin dall’inizio, anche sulla lista dei vini, e non aspetta i consigli del cameriere. Che comunque gli ispirava fiducia «perché italiano». Barack lasciò una mancia che è il doppio della media americana, già generosa. In famiglia conserviamo la foto incorniciata di quella ricevuta con la firma del 44esimo presidente.

Biden.

Nuove rivelazioni imbarazzano i Biden. Stefano Graziosi su Panorama il 31 Ottobre 2023

I repubblicani alla Camera sono intenzionati ad andare avanti con l'indagine per impeachment sul presidente americano Nuove rivelazioni rischiano di inguaiare ulteriormente la famiglia Biden. Il senatore repubblicano, Chuck Grassley, che è un esponente della commissione Giustizia del Senato, ha riferito che “l'Fbi ha mantenuto oltre 40 fonti umane riservate da vari uffici sul campo negli Stati Uniti che hanno fornito informazioni criminali relative a Joe Biden,James Biden e Hunter Biden”. Grassley si è anche concentrato sul cosiddetto modulo Fd-1023: si tratta di una denuncia che, inoltrata a giugno 2020, fu presentata da un informatore ritenuto “altamente credibile”. Secondo tale incartamento, Joe e Hunter Biden avrebbero ricevuto cinque milioni di dollari a testa dal fondatore della controversa azienda ucraina Burisma, Mykola Zlochevsky, per ottenere pressioni finalizzate al siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin. Quello stesso Shokin che aveva precedentemente indagato proprio su Burisma per corruzione. Ricordiamo che l’allora procuratore fu licenziato nel marzo 2016, dopo che Joe Biden, all'epoca vicepresidente americano, aveva effettuato pressioni sull’allora capo di Stato ucraino Petro Poroshenko nel dicembre 2015. Tutto questo, mentre Hunter era entrato ai vertici di Burisma nel 2014: un incarico che avrebbe mantenuto fino al 2019. “I funzionari del Dipartimento di Giustizia e dell'Fbi che stavano conducendo una prima revisione dell'Fd -1023 [...] non avevano l'autorità per indagare a fondo sui suoi contenuti”, ha dichiarato Grassley, per poi aggiungere: “Nonostante queste difficoltà amministrative, sono riusciti a verificare alcune informazioni contenute nel documento e hanno raccomandato un’indagine più approfondita”. Il senatore ha anche sostenuto che “una task force dell'Fbi con sede a Washington ha cercato di screditare falsamente come disinformazione straniera varie fonti umane riservate, legate alla famiglia Biden, inclusa la fonte dietro l'Fd-1023”. Non solo. Nel corso di una recente deposizione alla Camera, l’ex procuratore federale della Pennsylvania, Scott Brady, ha detto di essere stato ostacolato de facto dall’Fbi durante le sue indagini sui legami tra Hunter Biden e Burisma. “C'era un gruppo più ampio all'Fbi, incluso il quartier generale dell'Fbi, che aveva gli occhi puntati su ciò che stava accadendo e che richiedeva l'approvazione per qualsiasi passo investigativo che l'Fbi di Pittsburgh fosse stato invitato a intraprendere da parte nostra”, ha raccontato Brady. Quest'ultimo ha, in particolare, puntato il dito contro alcune lungaggini burocratiche che avrebbero strumentalmente rallentato il procedere di indagini e verifiche. Infine, Brady ha anche rivelato che, nell’ottobre 2020, il procuratore del Delaware, David Weiss, saltò un importante briefing dedicato alle accuse di corruzione nei confronti dei Biden. Ricordiamo che Weiss ha indagato su Hunter per anni e che è stato recentemente nominato procuratore speciale dal capo del Dipartimento di Giustizia, Merrick Garland. Questi nuovi elementi rischiano di rappresentare un problema per l’attuale presidente americano. Non dimentichiamo infatti che, a settembre, l’allora Speaker della Camera, Kevin McCarthy, aveva avviato un’indagine per impeachment su di lui. Un’indagine che il suo successore, Mike Johnson, è intenzionato a portare avanti. “Il motivo per cui siamo passati alla fase dell'indagine di impeachment sul presidente stesso è perché se, in effetti, tutte le prove portano dove crediamo, molto probabilmente ci sarà un impeachment”, ha affermato pochi giorni fa.

Non solo il figlio Hunter: ora anche i fratelli inguaiano Biden: cosa rischia il presidente. Storia di Valerio Chiapparino su Il Giornale il 4 ottobre 2023.

A Washington in pochi contestano a Joe Biden le credenziali da family man con radici nella classe operaia della Pennsylvania. Caratteristiche che nel 2020 lo hanno portato alla vittoria in Stati chiave del midwest, eccezion fatta per l’Ohio, e alla conquista della Casa Bianca. La corsa ad un secondo mandato appare però in salita per il presidente democratico che vede i suoi avversari attaccare i legami di famiglia per danneggiarlo politicamente.

A finire sotto accusa e al centro delle indagini in corso per l’impeachment annunciato da Kevin McCarthy, lo speaker repubblicano della Camera, sono soprattutto gli affari milionari condotti dal figlio del presidente, Hunter Biden. Il sospetto su cui il partito dell’elefante cerca di fare luce è se il padre sia intervenuto per facilitare le fortune economiche di un membro della sua famiglia in particolare nel periodo, dal 2009 al 2017, in cui ricopriva l’incarico di vicepresidente nell’amministrazione Obama.

Anni di inchieste non hanno portato a galla elementi che possano incriminare l’attuale presidente e i commentatori politici si chiedono cosa possa emergere di inedito dalle sedute al Congresso per l’impeachment. La procedura, avviata da McCarthy anche per sedare gli animi della fazione più intransigente del suo partito sotto l’influenza di Donald Trump, si concentrerà su accuse di “abuso di potere, intralcio e corruzione” nei confronti di Biden ma è improbabile che possa portare al risultato sperato dai repubblicani: la rimozione dall’incarico di presidente.

Un obiettivo collaterale all’avvio delle audizioni a Washington però è già stato raggiunto. Spostare l’attenzione degli elettori dai guai legali del tycoon e instillare il dubbio che il vecchio Joe abbia qualcosa da nascondere. Ad aggiungere carne al fuoco è arrivata la pubblicazione negli scorsi giorni di un’inchiesta del Wall Street Journal che accende i riflettori sugli affari dei fratelli minori del presidente, James e Francis Biden.

Il quotidiano economico ha raccolto interviste e consultato documenti pubblici che dimostrerebbero come i due fratelli abbiano cercato di sfruttare i loro legami di famiglia per concludere accordi economici. Il Wall Street Journal chiarisce che il presidente non ne avrebbe beneficiato in prima persona e riconosce che non esistono leggi che vietino a famiglie così in vista di utilizzare il proprio cognome per farsi largo nel mondo del business.

Diversi sono comunque gli affari opachi citati dal quotidiano economico, non sempre peraltro andati a buon fine. Un esempio è il progetto che ha coinvolto James Biden che prevedeva la costruzione di 100mila strutture abitative in Iraq durante gli anni in cui il fratello era il vicepresidente e seguiva da vicino il dossier mediorientale. Il nome di Hunter, il figlio problematico di Joe già al centro del ciclone per la sua nomina nel 2014 di membro del consiglio di amministrazione della società energetica ucraina Burisma, ricorre spesso nell’articolo del Wall Street Journal. Si evidenzia infatti il suo ruolo di socio dello zio James, da lui considerato il suo migliore amico. Viene poi ricordata la pubblicazione nel 2020 di documenti bancari che mostrano transazioni superiore al milione di dollari a favore di una società di consulenza guidata da James da parte della compagnia petrolifera cinese CEFC China Energy. Frank Biden era invece solito interrompere incontri di lavoro dicendo che doveva rispondere al telefono al “Big Guy”, un riferimento a Joe.

Un portavoce di James Biden ha dichiarato che il suo assistito “è imprenditore da più di 50 anni e si è sempre comportato eticamente in tutti i suoi rapporti di affari”. Sulle telefonate che spesso arrivavano durante i meeting dei fratelli e del figlio, i funzionari della Casa Bianca sottolineano l’abitudine del presidente di chiamare con frequenza i suoi familiari per assicurarsi che stiano bene.

I repubblicani sanno che il “traffico di influenze“ che sembra aver interessato la famiglia Biden non sarà sufficiente a garantire l’esito positivo dell’impeachment ma puntano a ricreare le condizioni della campagna presidenziale del 2016. La candidata democratica Hillary Clinton perse in alcuni Stati decisivi anche perché attecchirono nell’elettorato gli slogan “Hillary corrotta” e “Mandatela in prigione”. Una strategia che, ieri come oggi, il tycoon vuole ripetere con il vecchio Joe.

Nuova batosta per Biden. Il figlio Hunter imputato. "Bugie e un'arma illegale". Valeria Robecco il 15 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il processo potrebbe svolgersi in piena campagna elettorale. Rischia fino a dieci anni di carcere

La corsa per la Casa Bianca del 2024 rischia di trasformarsi sempre di più da campagna elettorale a campagna giudiziaria. Se sulla sponda destra del Potomac Donald Trump deve affrontare quattro incriminazioni e altrettanti processi, in campo democratico i grattacapi del presidente Joe Biden riguardano in gran parte il figlio Hunter, che ieri è stato ufficialmente incriminato con tre capi di imputazione collegati al possesso illegale di una pistola, acquistata mentendo sul suo consumo di droga. E uno di questi può portare ad una condanna sino a dieci anni di carcere. Pochi giorni fa il procuratore speciale David Weiss aveva chiesto a un gran giurì di incriminare Hunter entro il 29 settembre, ovvero prima che scadessero i termini di prescrizione per tali reati, e il possibile procedimento penale potrebbe iniziare l'anno prossimo, nella fase calda della stagione elettorale.

I fatti che hanno portato all'incriminazione contro Biden Jr risalgono al 2018, quando il figlio del presidente americano avrebbe comprato una pistola Colt in Delaware mentendo sull'uso di droga, di cui all'epoca faceva ampiamente uso, come ha ammesso in seguito. A luglio il first son aveva raggiunto un accordo con gli inquirenti per un patteggiamento che comprendeva questo reato e quelli di evasione fiscale, evitando il carcere, ma il giudice ha bocciato l'intesa, che i repubblicani avevano duramente criticato definendola un trattamento di favore sullo sfondo di una giustizia con due pesi e due misure. In particolare, nell'udienza del 26 luglio, l'accordo è crollato sulla questione di una eventuale immunità di Hunter da qualsiasi altra accusa indagata anche da Weiss, compresi i possibili crimini legati ai suoi affari in Ucraina, Cina e altrove (il giudice ha menzionato la possibilità che il figlio di Biden possa essere accusato di aver agito come lobbista per governi stranieri senza essersi registrato presso il dipartimento di Giustizia).

La Casa Bianca ha rifiutato di rispondere ai giornalisti, rinviando le domande al dipartimento di Giustizia e agli avvocati personali di Hunter, «dato che si tratta di un'indagine indipendente». Il comandante in capo, intanto, ha commentato per la prima volta l'inchiesta di impeachment annunciata dai repubblicani alla Camera, dicendo che «non è concentrato» sulla questione, dopo che Pennsylvania Avenue ha respinto le accuse definendole «infondate». «Non so bene perché, ma sapevano semplicemente che volevano mettermi sotto accusa - ha detto Biden - Mi alzo ogni giorno, non concentrato sull'impeachment. Ho del lavoro da fare, devo affrontare i problemi che colpiscono il popolo americano ogni singolo giorno». L'indagine, annunciata dallo speaker Kevin McCarthy, riguarda proprio le accuse a Biden da parte dei membri Gop della Camera di aver «mentito» al popolo statunitense sui controversi rapporti d'affari di suo figlio Hunter all'estero. «Hanno passato tutto l'anno a indagare sul presidente e non hanno prove, nessuna, che abbia fatto qualcosa di sbagliato, questo perché non ha fatto nulla di male», ha ribadito invece la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre, affermando che i repubblicani non hanno nemmeno il sostegno sufficiente per approvare un'indagine di impeachment in un voto alla Camera. I problemi legali del 53enne Hunter, avvocato e lobbista formatosi a Yale, stanno però gettato un'ombra sulla campagna per la rielezione di suo padre.

La mossa dei repubblicani. Usa, la Camera ha chiesto l’impeachment del Presidente Joe Biden. L'annuncio dello speaker Kevin McCharty dopo le vicende che riguardano Hunter Biden, il figlio del leader della Casa Bianca. Redazione Web su L'Unità il 12 Settembre 2023 

Lo speaker della camera Kevin McCarthy si prepara a dare il via libera all’indagine per l‘impeachment di Joe Biden. Secondo quanto riporta Fox, McCarthy nel corso di un incontro previsto giovedì con i repubblicani della camera dirà che l’inchiesta è il “logico prossimo passo“. L’indagine è la prima mossa del processo di impeachment. McCarthy, ha annunciato di aver ordinato l’apertura di un’indagine formale contro il Presidente, proprio per l’avvio della procedura di impeachment.

Perché la Camera ha chiesto l’impeachment per Biden

Perché la Camera ha chiesto l’impeachment per Biden? Il motivo sono le presunte complicità con gli affari esteri del figlio Hunter. Il presidente “ha mentito al popolo americano sugli affari esteri della propria famiglia“, ha spiegato in una dichiarazione al Capitol, sostenendo che le indagini parlamentari condotte finora hanno trovato elementi sufficienti per aprire l’inchiesta formale per l’impeachment.

L’accusa

McCharty ha ammonito che la “presidenza non è in vendita” e ha evocato reati che vanno dall’abuso di potere all’ostruzione della giustizia e alla corruzione. Per aprire l’indagine sono necessari 218 voti ma pare che al momento lo speaker non possa contare sul quorum perchè alcuni repubblicani sono scettici. McCharty non può permettersi di perdere più di cinque voti. La Casa Bianca ha reagito, bollando l’iniziativa come “estremismo politico“. Ha scritto uno dei portavoce della Casa Bianca Ian Sams in un post su X, “è estremismo politico nella sua forma peggiore. I repubblicani della Camera hanno indagato sul presidente per nove mesi e non hanno trovato alcuna prova di illeciti“, ha sottolineato il funzionario.

Redazione Web 12 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Marco Liconti per “il Giornale” domenica 10 settembre 2023.

«Sono stanco». Joe Biden ammette in privato quello che non può permettersi di dire in pubblico, ma che il pubblico ormai percepisce da tempo. A gettare luce sullo stato d’animo dell’anziano presidente (il più anziano della storia Usa), che a 80 anni punta ad un nuovo mandato, è il libro «The Last Politician: Inside Joe Biden’s White House and the Struggle for America’s Future», del giornalista dell’Atlantic Franklin Foer. 

[…] E le ombre di una condizione fisica e mentale che, come viene fotografato impietosamente dai sondaggi, ultimo quello del Wall Street Journal, porta la maggioranza degli elettori nel loro complesso, il 73%, a ritenere che l’attuale presidente sia «too old for the job», troppo anziano per un secondo mandato. 

L’uscita del libro non ha fatto che rilanciare il tema dell’età di Biden, che negli ultimi tempi la Casa Bianca ha cercato di minimizzare, stendendo attorno al presidente un cordone sanitario fatto di rarissimi incontri con la stampa e rari impegni mattutini.

È «sorprendente» che Biden «abbia così poche riunioni mattutine o presieda così pochi eventi pubblici prima delle 10 del mattino», scrive Foer, per poi affondare il colpo: «La sua immagine pubblica riflette il declino fisico e l’ottundimento delle facoltà mentali a cui nessuna pillola o regime di esercizio fisico può ovviare». 

Considerazioni che hanno fatto breccia tra i cronisti che frequentano quotidianamente la Casa Bianca, che hanno incalzato la portavoce Karine Jean-Pierre. «Perché così pochi impegni la mattina, il presidente è stanco?», ha chiesto la settimana scorsa un giornalista. «La tua è una considerazione ridicola», la risposta seccata di Jean-Pierre. 

Altrettanto seccata la risposta data a chi chiedeva come mai la Casa Bianca trattasse Biden «come un bambino». Il riferimento era ad un altro passaggio del libro di Foer, nel quale viene rievocata una delle famose gaffe. Putin «non può rimanere al potere», disse a Varsavia nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina. Casa Bianca e dipartimento di Stato corsero ai ripari, rettificando le sue parole. Impensabile, per un’amministrazione democratica, anche solo accennare ad un cambio di regime in un Paese straniero.

«Non potete trattarmi come un neonato!», tuonò Biden al suo staff, secondo la ricostruzione di Foer. «Nessuno tratta il presidente degli Stati Uniti, il comandante in capo, come un neonato», ancora una volta la risposta di Jean-Pierre. 

Poco conta, come ha ricordato la portavoce, che proprio la costruzione dell’unità del fronte Occidentale nel sostegno a Kiev contro l’aggressione russa sia uno dei principali meriti dell’attuale Presidenza. 

[…] E tra i Democratici, dopo gli ultimi sondaggi, crescono le preoccupazioni. Si teme per il presidente un «momento McConnell». Uno di quegli episodi, due nelle ultime settimane, dei quali è stato protagonista l’81enne leader repubblicano del Senato Mitch McConnell, rimasto «congelato» mentre parlava in pubblico. Decine di interminabili secondi che hanno fatto temere il peggio. Per Biden sarebbe probabilmente la fine di ogni speranza di rielezione. 

Il Bestiario, il Bidenlino. Giovanni Zola il 26 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il Bidenlino è un leggendario animale che parla con un amico immaginario che non lo sopporta.

Il Bidenlino è un essere mitologico al comando della più grande potenza mondiale, il che è inquietante se pensiamo che il destino dell’intera umanità è nelle mani di una creatura che parla ad un amico immaginario che tra l’altro lo detesta. Quando il Bidenlino si rivolge a lui infatti, l’amico immaginario lo maltratta. Spesso si rivolge all’amico che non esiste allungando la mano per salutarlo e l’amico risponde con un fischio mentre indica con entrambe le mani le proprie parti intime. Altre volte è capitato che gli chiedesse da quale parte scendere dal palco al termine delle conferenze stampa e l’amico immaginario e bastardo gli indicava la porta dello sgabuzzino sghignazzando sotto i baffi. Comunque possiamo stare tranquilli. Per difendersi dalle accuse di soffrire di demenza senile, il Bidenlino ha infatti rassicurato di non avere un amico immaginario, ma di essere lui l’amico immaginario di qualcun altro.

Il Bidenlino ha l’olfatto particolarmente sviluppato. Egli ama farsi ritrarre in foto di gruppo mentre a tradimento arriva alle spalle dei malcapitati annusando il collo e/o i capelli probabilmente attratto dall’irresistibile profumo del balsamo. Preferibilmente si tratta di donne o giovanissime donne che in una situazione normale, e se il Bidenlino non fosse un capo di stato, reagirebbero con una pronta denuncia per molestie sessuali o peggio con un calcio là dove fa più male.

I più vicini al Bidenlino hanno tentato di sfruttare le sue capacità olfattive per mandarlo a caccia di tartufi, ma lui, non sapendo cosa siano i tartufi, tornava spesso tenendo in bocca grossi ricci che tentava di masticare. È a causa di tale pratica che spesso il Bidenlino pronuncia, durante i suoi discorsi a reti mondiali unificate, frasi incomprensibili. In tal senso alcuni ritengono che il rovinoso e tragico comando del ritiro dall’Afghanistan sia dovuta alla frase “God Bless You, God Bless America” pronunciata senza vocali.

Il Bidenlino è oltremodo sensibile ed emotivo. Quando si incontra con altri capi di stato per discutere di argomenti delicati e vitali per gli equilibri mondiali, egli va in agitazione e spesso si trova in grave difficoltà non sapendo come argomentare. Per questo il Bidenlino ha trovato un efficace espediente per uscire dall’imbarazzo: egli sfiata rumorosamente distraendo gli interlocutori che il più delle volte perdono il filo del discorso se non addirittura i sensi.

Da “Libero quotidiano” il 29 Dicembre 2022.Gli americani sono stretti nella morsa del gelo che ha ucciso almeno 65 persone, secondo il bilancio di NBC News, in 12 stati: Colorado, Illinois, Kansas, Kentucky, Michigan, Missouri, Nebraska, New York, Ohio, Oklahoma, Tennessee e Wisconsin.

 E il loro presidente Joe Biden va in vacanza ai Caraibi. Biden e la moglie, la first lady Jill Biden, erano partiti da Washington martedì per St. Croix, una delle tre isole che compongono il territorio Usa nei Caraibi. Il ritorno della coppia presidenziale alla Casa Bianca è previsto per il 2 gennaio.

(ANSA il 19 aprile 2023) - Joe Biden e la First Lady  hanno presentato la loro dichiarazione dei redditi. Lo riferisce la Casa Bianca in una nota precisando che la coppia presidenziale ha guadagnato 579.514 dollari nel 2022 e hanno pagato 169.820 di imposta sul reddito con un'aliquota del 23,8%. L'anno scorso il presidente americano e la moglie - la prima First Lady ad aver mantenuto il suo lavoro di docente - avevano dichiarato 600.000 dollari per il 2021.

Con la pubblicazione della dichiarazione dei redditi, il presidente e sua moglie hanno ripreso una tradizione che risale agli anni '70 ed era stata interrotta da Donald Trump. Biden e la First Lady hanno anche dichiarato di aver donato 20.180 dollari a 20 organizzazioni di beneficenza. La più consistente è stata di 5.000 dollari alla Beau Biden Foundation, un ente di beneficenza che lotta contro gli abusi sui bambini, dedicato al figlio del presidente morto di cancro.

Anche la vicepresidente Kamal Harris e il marito Doug Emhoff hanno presentato la loro dichiarazione dei redditi. Il loro reddito è stato di 456.918 e hanno pagato 93.570 di imposta sul reddito con un'aliquota del 20,5%.

Joe Biden, il Temporeggiatore. Francesca Salvatore il 10 Gennaio 2023 su Inside Over.  

In poco più di due anni presidenza abbiamo conosciuto diverse sfumature di Joe Biden: il veterano impassibile della politica americana, lo sleepy Joe oggetto dello scherno di Trump, il padre della nazione, l’incorreggibile gaffeur, il presidente alla ricerca di una dottrina personale, il miracolato delle midterm. A più di un anno dalla corsa che potrebbe incoronarlo nuovamente presidente degli Stati Uniti, il presidente sembra già aver vissuto la dose sufficiente di polvere e altare per provarci ancora.

Mesi fa, prima dell’appuntamento delle elezioni di metà mandato, i dem, assieme al suo progetto politico, sembravano spacciati per via di bassa popolarità e scelte suicide. Oggi, il quadro sembra quasi ribaltarsi, anche se per buona parte per demerito altrui. Tuttavia, nonostante la mancata red wave che ha stravolto le sorti del Congresso Usa, Biden stenta a comunicare la sua decisione sul 2024: a novembre aveva giustificato la scelta con la “comodità” di non doversi ancora comportare da candidato, ma i mesi passano, i vantaggi aumentano e l’annuncio fatidico pare che non arriverà se non a primavera. A questo punto è lecito chiedersi il perché.

Consumare” il Gop

Se il risultato parzialmente ottimale dei Repubblicani avrebbe comunque concesso un vantaggio strategico nei mesi a venire, le vicende delle ultime settimane restituiscono un panorama del partito affatto lusinghiero. Per buona parte, questa decadenza è avvolta attorno alla spirale politica e personale di Trump: incastrato nei suoi garbugli elettorali che pesano come macigni, odiatissimo dai compagni di partito, e adesso perfino messo al bando dagli ultras del pro-life che ora ne prendono le distanze e ne chiedono la testa.

Ma il Gop non è solo Trump, purtroppo e per fortuna. La triste epopea dell’elezione dello speaker alla Camera, racconta di un partito incapace di avere un’identità nel momento in cui si celebra il funerale del trumpismo. E non è solo questione di “correnti”. Nelle ore tumultuose che hanno portato alla elezione di Kevin McCarthy è andata in diretta nazionale ogni sorta di miseria del partito che il presidente ha bollato come “imbarazzante”. Tutto grasso che cola per la Casa Bianca. La tortuosa candidatura di McCarthy a guidare il Gop esemplifica lo stato disfunzionale di un partito che lotta per articolare un messaggio centrale o presentare un candidato che possa fare appello a elettori indipendenti, suburbani e donne ma che sta perdendo pezzi e credibilità.

Lo spettacolo indecoroso di questi giorni è stato troppo perfino per un mastino come l’ex presidente della Camera Newt Gingrich, che tre decenni fa ha gettato le basi per un dirompente caucus repubblicano che riprendesse il controllo della Camera. “Il GOP è nel caos”, ha detto Gingrich. “A livello presidenziale, hai un’ala ‘sempre Trump’ contro ‘Mai Trump’. C’è un vuoto di leadership all’interno del GOP dopo che gli sforzi di Trump per essere il kingmaker a metà mandato sono falliti. L’appello è quello di unificare, ma si tratta di un miracolo che ha meno di due anni per compiersi prima dell’appuntamento a Milwaukee nel luglio 2024. Il disordine all’inizio dell’anno esacerba il dolore di un partito che non è riuscito a capitalizzare le tendenze del 2022, compresi i bassi indici di approvazione di Biden e l’inflazione dilagante.

La suspance fino a primavera

Aspettare così tanto, perché? Il mezzo miracolo delle midterm avrebbe potuto essere l’ennesima ghiotta occasione per lanciare la candidatura di Biden per il 2024, eppure il suo staff preferisce attendere ancora. Il perché non è un mistero: Biden resta Biden, al di là delle isterie del Gop. Non bisogna infatti dimenticare che nel rush finale delle midterm, la Camelot bideniana aveva quasi posto un veto sull’eccessiva esposizione del presidente, temendo pericolosi autogol: per questo era toccato a Barack Obama e a Bill Clinton rimboccarsi le maniche e fare i saltimbanchi nelle ultime ore di campagna elettorale, rispolverando la retorica del sogno. Tantomeno gli esiti del voto hanno portato ad un annuncio sull’onda dell’entusiasmo, forse per non essere offuscati dalla candidatura di Trump che giungeva da Mar-a-Lago, suo buen retiro di gioia e dolore, giusto il giorno dopo la scadenza del termine fissato dalla commissione d’inchiesta del Congresso, che aveva convocato l’ex presidente per testimoniare sui fatti del 6 gennaio 2021. In quei giorni, un contro-annuncio di Biden sarebbe apparso come un inseguimento, pertanto politicamente debole come strategia.

L’attesa della candidatura non è dunque insolita, e il limite della primavera dell’anno pre-elettorale è, tutto sommato, una consuetudine dei suoi predecessori incumbent. Tantomeno si può pensare che questa sia una decisione che non contempla le condizione fisiche e mentali di un uomo che si trasformerebbe nel più anziano presidente degli Stati Uniti.

Mai come questa volta, però, le ragioni di questo tempo spalamato sono eminentemente “tecniche”. I tempi della comunicazione politica attuale portano a pensare che sia tardi secondo un’ideale tabella di marcia. Ma non si può dimenticare che le campagne, nel tempo, sono diventate anche più costose e il mercato dei media è un ginepraio che non fa sconti: sostenere tutto questo per più di 24 mesi, con tutti i dossier caldi che urgono alla presidenza, potrebbe essere un suicidio. Senza dimenticare poi gli indici di gradimento: un altro fattore, che ha afflitto Biden per gran parte dell’ultimo anno, e che solo nelle ultime settimane è aumentato, ma che deve ancora raggiungere il 45%.

Stravolgere le primarie

L’attendismo di Biden potrebbe essere legato ad un altro grande progetto, che mira a gettare scompiglio nel meccanismo delle primarie. Non si tratta di banale gerrymandering, bensì di uno stravolgimento della scaletta del voto, che potrebbe andare a favorire questo o quel bacino elettorale.

Il presidente ha infatti chiesto ai leader della commissione elettorale del Partito democratico di fare della Carolina del Sud il primo Stato tra quelli chiamati alle primarie. L’idea è che gli elettori di colore abbiano molto prima la possibilità di mostrare la propria voce. Grandi cambiamenti, come l’eliminazione dell’Iowa dal suo influente primo posto e l’elevazione della Carolina del Sud, sono sulla buona strada. Ma altri, come spingere la Georgia nella prima finestra o costringere il New Hampshire a rinunciare al suo status, sembrano molto più difficili da raggiungere nonostante il clamore che circonda l’approvazione preliminare del piano.

Il progetto di Biden consiste nel risollevare voci svantaggiate nel partito. Fare in modo che gli elettori neri, il blocco elettorale più affidabile, vengano messi in risalto affinché siano fiamma pilota del voto in tutta la nazione, soprattutto su argomenti come il cambiamento climatico e la riforma della giustizia penale. C’è poi un secondo obiettivo, quello di riconquistare gli elettori bianchi della classe operaia e del Midwest che si sono rivolti al Gop a causa di un impegno democratico prevalentemente “costiero”. E non sarebbero solo gli elettori neri a trarre vantaggio dalle modifiche proposte da Biden al programma delle primarie: i Latinos e la generazione Z saranno altrettanto fondamentali. Ad ogni ciclo, i Democratici si preoccupano di come sarà l’affluenza dei giovani. Fomentati, in Stati come il Michigan, dalla possibilità di votare per inserire il diritto all’aborto nella costituzione statale e dall’opportunità di mantenere il georgiano Raphael Warnock al Senato, i giovani sono stati decisivi per i democratici. Di conseguenza, spostare stati come il Michigan e la Georgia in alto nel calendario elettorale sarebbe una meritata ricompensa.

L’ago della bilancia in Ucraina

Sebbene la diplomazia sottotraccia continui il suo instancabile lavorìo, a livello personale Biden sembra ormai aver abdicato ad essere l’ago della bilancia nel conflitto in corso, lasciando alle divise il compito di condurre la diplomazia in assenza di menti alla Kissinger. Tuttavia, il contributo Usa alla risoluzione del conflitto in corso, potrebbe trasformarsi, di rimbalzo, in una medaglia sul petto del presidente uscente.

Nelle ultime settimane la Casa Bianca aveva smussato il freno alle richieste da parte di Kiev che avevano fatto presagire un “abbandono” americano nei confronti della causa stessa. Del resto, il risultato delle midterm non ha causato quel brusco stop “agli assegni in bianco” che molti prefiguravano. La visita lampo di Volodymyr Zelensky negli Usa ha poi rafforzato, nella sua singolare iconografia, un rapporto saldo, sebbene paternalistico tra Kiev e Washington. Si tratta di un’insidiosa arma a doppio taglio: la pace come la intendono gli Stati Uniti non è la stessa che intende Zelensky. Per Kiev non esistono sconti alla Russia di Putin, mentre a Washington la pace ha da tempo una foggia ben più “pragmatica” checché ne dica Biden: quanto basta a non permettere di fare di un’eventuale tregua un successo da esibire in capagna elettorale.

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per repubblica.it venerdì 8 dicembre 2023.

“Ha speso milioni di dollari in uno stile di vita stravagante invece che pagare le tasse”. È uno dei passaggi contenuti nelle 56 pagine depositate alla corte federale di Los Angeles, California, e che riguardano Hunter Biden. Il figlio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stato incriminato per nove reati fiscali: tre riguardano capi d’accusa gravi legati all’evasione fiscale, sei per reati minori ma sempre di natura fiscale. 

Per lui è il secondo procedimento dopo quello avviato in Delaware per il mancato pagamento di tasse e dichiarazioni fraudolente all’Fbi nell’acquisto di una pistola, e di cui si occupa sempre il super procuratore David Weiss, nominato dal dipartimento di Giustizia americano per seguire le inchieste che riguardano il figlio di Biden.

Le nuove accuse

Le nuove accuse arrivano poche ore dopo la decisione dei Repubblicani della Camera di portare in aula la proposta di avviare formalmente un’inchiesta per valutare se Biden, sospettato di interferenze negli affari del figlio, deve essere sottoposto a impeachment. Hunter è accusato adesso di aver evaso le tasse per quattro anni, e non solo per due come era emerso nella prima inchiesta, e non aver pagato 1,4 milioni di dollari di tasse dovute tra il 2016 e il 2019.

Nella prima inchiesta gli venivano contestati il mancato pagamento di centomila dollari per due anni. Nel 2018, inoltre, Biden Jr ha presentato una serie di informazioni false per ottenere una riduzione dell’imponibile e pagare meno tasse. 

Come avrebbe speso i soldi

L'accusa sostiene che avrebbe speso i suoi soldi in "droghe, escort e fidanzate, alberghi di lusso e proprietà in affitto, auto esotiche, vestiti e altri oggetti di carattere personale, in breve, tutto tranne le tasse".

Secondo quanto scrivono i pubblici ministeri tra il 2016 e il 2019, avrebbe prelevato 1,6 milioni di dollari solo dai bancomat. E nello stesso periodo ha speso oltre 683.000 dollari in "pagamenti di varie donne", quasi 200mila in "intrattenimento per adulti", 397.530 dollari in abbigliamento e accessori e 237.496 dollari in salute, bellezza e farmacia.

[...] 

Ci sono poi il noleggio di una Lamborghini, 1.500 dollari a una ballerina esotica in uno strip club, 11.500 per una escort "per due notti", quasi 30mila per un sito di pornografia online e 10.000 "per acquistare un abbonamento a un sex club" .

Se dovesse risultare colpevole, il figlio del presidente rischia un massimo di diciassette anni di prigione, anche se in media le sentenze federali per questi tipi di reati sono meno dure. Ma l’ipotesi del carcere appare meno lontana. 

I riflessi sulla campagna di Joe Biden

I guai di Hunter sono destinati ad avere un enorme impatto sulla campagna presidenziale del prossimo anno, e indebolire la figura del padre, che rischia di doversi difendere per mesi da accuse e sospetti. I Repubblicani non gli daranno tregua [...]

Allo stesso tempo, per paradosso, la notizia della nuova incriminazione di Hunter non è una buona notizia per Donald Trump e per i suoi alleati, perché rende meno credibile la strategia del perseguitato. […]

"Ha speso milioni in droghe ed escort". Le accuse choc contro Biden jr. Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale venerdì 8 dicembre 2023.

Nuove pesantissime accuse di aver eluso il fisco per Hunter Biden, il figlio secondogenito del presidente Usa, Joe Biden. Il gran giurì della corte federale di Los Angeles, California, ha incriminato l'avvocato e lobbista per nove reati - tre fiscali e sei minori - su richiesa del procuratore speciale David Weiss. L'imputato, si legge nell'atto di accusa, "si è impegnato in un piano quadriennale per non pagare almeno 1,4 milioni di dollari di imposte federali che doveva allo stato per gli anni fiscali dal 2016 al 2019, dal gennaio 2017 circa al 15 ottobre 2020 circa, e per eludere l'accertamento delle imposte per l'anno fiscale 2018 quando ha presentato dichiarazioni false nel febbraio 2020", si legge. Nel complesso, Hunter Biden è stato accusato di tre reati fiscali e sei reati minori che comportano un massimo di 17 anni di carcere in caso di condanna. Tali accuse vanno ad aggiungersi alle tre di possesso di armi da fuoco che Weiss ha formulato nei confronti del figlio di Joe Biden presso la corte federale del Delaware.

"Uno stile di vita stravagante"

"Ha speso milioni di dollari in uno stile di vita stravagante invece che pagare le tasse” si legge in uno dei passaggi dell'atto di accusa. I procuratori dipingono Hunter Biden come un evasore senza scrupoli, che ha evitato il pagamento delle tasse e non ha presentato i moduli fiscali pur avendo incassato milioni dall'estero. Il documento sostiene che il figlio del presidente Usa ha speso ingenti somme - tra cui l'iscrizione a club erotici e più di 188.000 dollari in "droghe, escort e fidanzate, alberghi di lusso"- anziché pagare le tasse. L'accusa sostiene che abbia inoltre tentato di eludere il fisco con deduzioni improprie anche quando ha presentato la dichiarazione dei redditi. "Quando ha finalmente presentato la dichiarazione dei redditi per il 2018, ha incluso false deduzioni aziendali al fine di eludere l'accertamento delle imposte per ridurre i notevoli debiti fiscali che aveva a partire dal febbraio 2020", si legge nell'atto di accusa. L'avvocato di Hunter Biden, Abbe Lowell, sostiene che si tratta di una persecuzione politica. Se il figlio del Presidente "avesse avuto un cognome diverso da Biden, le accuse nel Delaware e ora in California non sarebbero state presentate", ha insistito Lowell.

Soldi dall'estero e dall'Ucraina

Nelle 56 pagine depositate presso la corte federale della California, vengono inoltre confermate le accuse chiave che i due whisteblower del fisco, Gary Shapley e Joseph Ziegler, hanno presentato al Congresso all'inizio dell'anno, i quali sostenevano come Hunter Biden abbia guadagnato milioni di dollari da Paesi stranieri mentre suo padre era vicepresidente, sfruttandone l'influenza. Il documento cita in particolare due accordi controversi conclusi da Hunter Biden: uno con la società energetica Burisma Holdings in Ucraina e l'altro con la Cefc China Energy. Per la campagna del padre la notizia dell'incriminazione del figlio potrebbe rivelarsi devastante, visti anche i sondaggi estremamentente negativi per l'inquilino della Casa Bianca nell'ultimo periodo.

Joe & Hunter Biden: l’altro nodo giudiziario Usa. Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 12 agosto 2023.

Le indagini sul figlio di Joe Biden vertono su reati fiscali, possesso di armi e droga, affari illeciti all’estero. Nella campagna elettorale del 2024 i dossier giudiziari, compreso quello dell’ex presidente Donald Trump, verranno usati come armi politiche da ambo le parti

Sui guai giudiziari di Donald Trump siete tutti abbastanza informati, o quasi. Fuori dagli Stati Uniti invece c’è poca visibilità sui guai giudiziari di Joe Biden, legati alle malefatte di suo figlio Hunter, affarista che da anni usa il nome e il ruolo del padre per i suoi traffici. È opportuno aggiornarsi, perché nella campagna elettorale del 2024 i dossier giudiziari verranno usati come armi politiche da ambo le parti. 

La posizione del figlio del presidente è balzata di nuovo in primo piano ieri sera, quando il ministro della Giustizia Merrick Garland è stato costretto a dare poteri speciali al magistrato che indaga su Hunter, David Weiss, assegnandogli lo status di Special Counsel. Questa decisione è una conseguenza del fatto che è fallito il tentativo di patteggiamento che avrebbe messo fine alle indagini. Ora Hunter Biden ha più probabilità di essere incriminato. Le indagini su di lui vertono su reati fiscali, possesso di armi e droga, affari illeciti all’estero. 

Faccio una premessa: quel che segue non è un invito all’equidistanza. Penso che Donald Trump abbia commesso un attentato alla democrazia americana, in due modi: quando ha tentato di interferire sulle procedure di ratifica dell’elezione di Biden alla fine del 2020; e quando nel gennaio 2021 ha incoraggiato gli estremisti che partirono all’assalto del Campidoglio. Qualunque cosa abbia fatto Biden secondo me non raggiunge questo livello di gravità. Però una parte degli americani non la pensa così. E questa (quasi) metà della nazione ha le sue ragioni. La narrazione che domina sui grandi media – New York Times, Washington Post, Cnn, Msnbc – e che arriva in modo quasi esclusivo all’estero, descrive uno scontro epico tra i Giusti (i democratici) e gli Abominevoli (i repubblicani trumpiani). Questo manicheismo, che si accompagna al senso di superiorità morale della sinistra americana, eccita nell’altra parte altrettanta faziosità. 

Lo scandalo Burisma (Ucraina)

Vengo ai fatti. Biden, a differenza di Trump, non verrà incriminato da qualche magistrato anche perché durante la presidenza è protetto dall’immunità. Però contro di lui i repubblicani – maggioritari alla Camera – stanno investigando, e potrebbero arrivare ad aprire una procedura di impeachment. Lo fanno, senza dubbio, con un intento elettorale: essendo convinti che le incriminazioni di Trump siano parte di un accanimento giudiziario, vogliono rispondere con le stesse armi. Sono fiduciosi di avere argomenti solidi per farlo. Una delle accuse più gravi riguarda la corruzione. Biden, quando era il vicepresidente di Barack Obama, sarebbe stato corrotto dall’azienda energetica ucraina Burisma, nel cui consiglio d’amministrazione siede il figlio Biden. Lo scopo della corruzione: convincere Joe a usare l’autorità dell’Amministrazione Obama per fare pressioni su Kiev ed eliminare il procuratore Viktor Shokin (che stava appunto indagando sulla Burisma). Va detto che queste accuse di corruzione sono state dichiarate infondate da inchieste precedenti. Ma questo non impedirà che siano usate in campagna elettorale. Dopotutto anche il cosiddetto Russiagate su Trump si rivelò una bufala, ma fu utilizzato contro di lui dai democratici. 

Guai fiscali e «banchetto indiano»

Un altro filone delle inchieste promosse dai repubblicani riguarda i reati fiscali di Hunter Biden: di recente il figlio del presidente aveva patteggiato su quei reati, ma i termini dell’accordo sono stati bocciati da un giudice perché troppo generosi. Questo ha alimentato l’accusa della destra secondo cui Hunter gode di trattamenti di favore da parte della giustizia federale. Un sospetto avallato da due funzionari dell’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle Entrate), che hanno denunciato di avere ricevuto pressioni per insabbiare gli accertamenti fiscali sul figlio del presidente. 

La lealtà assoluta del padre verso il figlio – che, comunque lo si guardi, è un mascalzone – non gioverà a Joe durante la campagna elettorale. Non è stata molto accorta, per esempio, la decisione del presidente di invitare Hunter alla cena di Stato offerta in occasione della visita alla Casa Bianca del premier indiano Narendra Modi. Visto che Hunter è specializzato nel vendersi a caro prezzo (grazie al suo cognome) ad affaristi stranieri, la sua presenza a quella cena ufficiale era di pessimo gusto. Tanto più che accadeva all’indomani del controverso patteggiamento. Come non bastasse tutto il resto, su Hunter gravano anche sospetti di una connection cinese. 

Sull’onestà del presidente crescono i dubbi

Tutto ciò avrà un peso in una campagna elettorale che promette di essere uno spettacolo disgustoso: fango contro fango, dossier giudiziari contro dossier giudiziari. Ripeto, non penso che i due si equivalgano; però non si può neanche fingere che Biden sia immacolato. E di mese in mese continua a crescere la percentuale di americani che lo considerano un disonesto. In Europa leggete solo il New York Times e guardate la Cnn, schierati con i democratici; ma in America la FoxNews è generosa di scoop sulle malefatte di Hunter Biden, vere o presunte, e sulle protezioni di cui gode.

Adesso Hunter e Joe Biden sono veramente nei guai Joe Biden.  Stefano Graziosi su Panorama l'11 Agosto 2023

Il Dipartimento di Giustizia ha nominato un procuratore speciale per portare avanti l'indagine in corso sul figlio del presidente americano. E adesso anche Joe Biden trema

E' una svolta assai significativa quella registratasi sull’indagine relativa ad Hunter Biden. Poco fa, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha annunciato che nominerà un procuratore speciale per portare avanti l’inchiesta in corso sul figlio dell’attuale presidente americano. La scelta è ricaduta sul procuratore federale del Delaware, David Weiss, che stava già indagando su Hunter. In particolare, Garland ha riferito che lo stesso Weiss gli ha detto che “a suo giudizio, la sua indagine ha raggiunto una fase in cui dovrebbe continuare il suo lavoro come procuratore speciale, e ha chiesto di essere nominato tale”. “Dopo aver considerato la sua richiesta, così come le circostanze straordinarie relative a questa questione, ho concluso che è nell'interesse pubblico nominarlo come procuratore speciale”, ha concluso il capo del Dipartimento di Giustizia. Al termine dell’inchiesta, Weiss consegnerà un rapporto. Vale la pena sottolineare che il procuratore speciale gode di poteri molto più ampi del semplice procuratore federale. Ne consegue che, se Garland si è deciso a compiere un simile passo, è probabile ritenere che l’indagine in corso sul figlio di Biden abbia delle basi piuttosto concrete. Weiss aveva già concluso un’inchiesta al termine di cui Hunter si era dichiarato colpevole di due reati fiscali, raggiungendo anche un accordo per un’altra accusa relativa al possesso illecito di arma da fuoco. Ne era scaturito un patteggiamento, poi naufragato nel corso della prima udienza davanti al giudice. E proprio nel corso di quell’udienza era emerso che la procura stava continuando ad indagare sul figlio del presidente. In particolare, secondo quanto riportato due settimane fa dalla Cnn, Hunter è sospettato di aver violato la legge americana che impone ai lobbisti, operanti per conto di entità straniere, di registrarsi. Il che pone nuovamente sotto i riflettori i controversi affari internazionali del figlio del presidente. Appena pochi giorni fa, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti aveva pubblicato nuovi documenti bancari, secondo cui la famiglia Biden aveva ricevuto oltre 20 milioni di dollari da soggetti stranieri assai controversi (tra cui oligarchi russi, cinesi, ucraini e kazaki). Non solo. Una recente testimonianza parlamentare dell’ex socio di Hunter, Devon Archer, ha rivelato che lo stesso Hunter usava il padre come un “brand” per aumentare la propria influenza nel mondo degli affari. Sempre Archer ha riportato che Joe Biden, all’epoca della vicepresidenza, fu messo in contatto circa 20 volte dal figlio con i suoi soci. Quello stesso Joe Biden che partecipò a un paio di cene a Washington, nel 2014 e nel 2015, a cui presero parte anche la miliardaria russa Elena Baturina e il magnate kazako Kenes Rakishev: entrambi, pochi mesi prima, avevano versato soldi a delle società di Hunter. È quindi possibile che l’indagine penale di Weiss possa adesso intersecarsi con quella parlamentare dei repubblicani. I controversi affari del figlio di Biden sono sempre più sotto i riflettori. E rischiano di coinvolgere sempre di più l’attuale presidente americano. Il che rappresenta un grosso problema per lui anche sul piano della campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2024. Biden, che è a sua volta sotto indagine da parte di un procuratore speciale per aver indebitamente trattenuto documenti classificati, potrebbe uscire politicamente azzoppato dalle vicende del figlio, proprio perché quelle vicende sembrano chiamarlo sempre più direttamente in causa. L’inquilino della Casa Bianca rischia sul fronte politico, penale e - soprattutto - parlamentare, visto che i repubblicani avvieranno probabilmente contro di lui un processo di impeachment in autunno. Ricordate quando dicevano che i sospetti su Hunter Biden erano tutte teorie del complotto? Beh, chi lo diceva aveva torto marcio. E adesso i nodi per i Biden stanno venendo al pettine.

Il benaltrismo di alcuni su Hunter Biden. Stefano Graziosi su Panorama il 15 Agosto 2023

In un articolo sulla Stampa, Alan Friedman minimizza i guai giudiziari del figlio del presidente. Ma omette dei "dettagli" non proprio irrilevanti

Lascia perplessi un’analisi di Alan Friedman, dedicata al caso di Hunter Bidene pubblicata oggi sulla Stampa. Neanche a dirlo, il giornalista sposa la versione promossa dal Partito democratico americano: in sostanza, il figlio dell’attuale inquilino della Casa Bianca non avrebbe commesso nulla di grave e sarebbero i repubblicani a ingigantire la questione per biechi fini politici. Peccato che le cose non stiano proprio così. Ma entriamo nel dettaglio. L'articolo dice innanzitutto che la tendenza di Hunter “a sfruttare un cognome pesante per fare affari, quando il padre era vicepresidente, non è nulla in confronto agli intrallazzi tra Jared Kushner e Mohammad bin Salman, il principe saudita che ha concluso un curioso investimento dando due miliardi di dollari al genero di Trump, sei mesi dopo che il tycoon aveva lasciato la Casa Bianca”. Ecco, la minimizzazione di Friedman è smentita già dalle sue stesse parole. Primo: l’affare saudita di Kushner è avvenuto mesi dopo che il genero di Donald Trump aveva lasciato la Casa Bianca. Di contro, gran parte dei controversi affari internazionali di Hunter ha avuto luogo mentre il padre Joe era vicepresidente in carica degli Stati Uniti (soprattutto tra il 2013 e il 2015). Secondo: il problema non è soltanto che Hunter ha sfruttato il cognome del padre per fare affari. Documenti bancari recentemente pubblicati dimostrano che i Biden, negli anni, hanno ricevuto oltre 20 milioni di dollari da soggetti stranieri controversi, tra cui oligarchi cinesi, ucraini, russi e kazaki. Inoltre, nel 2014 Joe Biden, da vicepresidente, ha partecipato a una cena a Washington, insieme al figlio, a cui presero parte almeno due di questi magnati: parliamo della miliardaria russa, Elena Baturina, e del businessman kazako, Kenes Rakishev. Entrambi, pochi mesi prima, avevano versato soldi a società legate ad Hunter: la prima 3,5 milioni di dollari, il secondo oltre 142.000 dollari. È interessante sottolineare che la Baturina è la vedova dell’ex sindaco di Mosca e che, almeno finora, non è stata curiosamente sottoposta alle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Va anche ricordato che, secondo la testata francese Le Media, Rakishev avrebbe avuto stretti legami con il leader ceceno, Ramzan Kadyrov. Insomma, pare di capire che a fare affari con soggetti collegati al Cremlino non sia stato Donald Trump, ma il figlio di Biden, mentre il padre era vicepresidente. In terzo luogo, vale la pena ricordare che, secondo la testimonianza alla Camera dell’ex socio ed ex amico intimo di Hunter, Devon Archer,Joe Biden, da vicepresidente, fu messo in contatto almeno 20 volte dal figlio con i suoi controversi soci in affari. Ovviamente Hunter puntava in questo modo ad aumentare la propria influenza nei confronti dei suoi interlocutori: indipendentemente da quale potesse essere il contenuto delle conversazioni, a lui bastava che il potente genitore comparisse di persona o in vivavoce per ottenere il suo scopo. E qui sorge una domanda ignorata dall’articolo di Friedman: è possibile che Biden non si rendesse conto di una dinamica tanto ovvia e si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio? O Joe Biden è un totale sprovveduto o era connivente in questa operazione di traffico d’influenza. Tertium non datur. Eppure Friedman scrive che i repubblicani “si stanno inventando fatti tutti loro”. Però che i Biden abbiano ricevuto 20 milioni di dollari da soggetti stranieri controversi è un fatto; che Joe abbia parlato con i soci del figlio almeno 20 volte è un fatto; che Joe sia stato a cena con almeno due oligarchi che avevano versato soldi al figlio è un fatto. È normale tutto questo? Se al posto di Hunter ci fosse stata Ivanka Trump, il giornalista avrebbe tenuto ugualmente questa sua linea assolutoria? Ricordiamo che, nel 2020, Trump fu (giustamente) messo in croce, quando si scoprì che aveva avuto un conto bancario in Cina. Forse però è un tantino più grave che la famiglia dell’attuale presidente abbia preso soldi da Pechino. Fu il Washington Post a rivelare che Hunter guadagnò 4,8 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2018, grazie all’allora colosso cinese Cefc: una realtà che aveva stretti collegamenti con l’Esercito popolare di liberazione (ricordiamo che già a dicembre 2016 Joe Biden non aveva escluso una candidatura presidenziale per il 2020). Non è onestamente chiaro per quale ragione se Kushner fa affari con l’Arabia Saudita dopo aver lasciato la Casa Bianca è uno scandalo e va invece tutto bene se Hunter faceva affari con oligarchi cinesi, russi, ucraini e kazaki, mentre il padre era vicepresidente in carica o era in odore di candidatura presidenziale. Ma non è finita qui. Friedman sostiene che Hunter si sarebbe macchiato di “reati minori”. Anche qui l'articolo omette qualche piccolo “dettaglio”. Innanzitutto due informatori dell’Agenzia delle entrate americana hanno testimoniato al Congresso che l’indagine penale su Hunter Biden è stata oggetto di interferenze da parte del Dipartimento di Giustizia: circostanza confermata, sempre al Congresso, anche da un agente speciale dell’Fbi. Altro “dettaglio”: durante l’udienza in tribunale sul caso di Hunter Biden è emerso che il figlio del presidente è ancora sotto indagine per sospetta violazione della legge americana che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Nuovamente tornano quindi sotto i riflettori i controversi affari internazionali di Hunter, che – come abbiamo visto – potrebbero mettere nei guai anche il padre. Tra l’altro, il Dipartimento di Giustizia si è stranamente trincerato dietro un “no comment” quando gli è stato chiesto se il nuovo procuratore speciale stia indagando anche sul presidente in carica. Per quale motivo un “no comment” anziché una secca smentita? Ovviamente ci sono delle indagini in corso e vedremo come andrà a finire la vicenda giudiziaria di Hunter Biden. Tuttavia, sostenere, come fa Friedman, che i fatti non ci sono o che sarebbero inventati ci appare vagamente azzardato. Per carità, Alan Friedman ha il sacrosanto diritto di sposare le cause che desidera. Ma, se proprio vuole difendere l’indifendibile, potrebbe almeno impegnarsi un po’ di più.

"Pubblicate il documento che incrimina Biden". Scontro tra Gop e Fbi. Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 5 giugno 2023.

James Comer, il repubblicano a capo del principale comitato investigativo della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti (l'House Committee on Oversight and Reform), ha dichiarato che inizierà il processo per accusare il direttore dell'Fbi, Christopher Wray, di oltraggio al Congresso. L'accusa verrà formalizzata nonostante Comer sia stato informato dai funzionari del Bureau - dopo mesi di pressioni - circa il documento che, secondo l'esponente del Gop, proverebbe uno schema di corruzione criminale che coinvolgerebbe il presidente Usa, Joe Biden. Secondo quanto riferito da Fox News, l'Fbi avrebbe portato a Comer il documento in questione - un modulo FD-1023 - che descriverebbe uno schema criminale da 5 milioni di dollari che coinvolgerebbe Joe Biden - al tempo dei fatti contestati, vicepresidente - e un cittadino straniero di cui, al momento, si ignora l'identità.

"Indagini alle fase iniziali"

Inizialmente l'Fbi aveva proposto a Comer di esaminare il documento presso la sede del Bureau, ma in seguito alle minacce di Comer di accusare Wray di oltraggio al Congresso, i federali hanno portato fisicamente il documento a Capitol Hill. "Durante il briefing, l'Fbi si è nuovamente rifiutata di consegnare il documento non classificato alla custodia del Comitato di supervisione della Camera", ha dichiarato Comer in un comunicato. "Ora ci sarà un'udienza per oltraggio al Congresso". Il deputato repubblicano ha sottolineato che, "data la gravità e la complessità delle accuse contenute in questo documento, il Congresso deve indagare ulteriormente". L'indagine, ha poi aggiunto, "è solo all'inizio".

Secondo quanto riferisce Fox News, l'informatore - il whisteblower - che avrebbe informato l'Fbi di uno schema di corruzione criminale che coinvolgerebbe Joe Biden è una fonte "altamente credibile". Ma è scontro sulla stampa usa circa la vericidità delle accuse contro il presidente Biden. In una dichiarazione rilasciata a Cbs News, l'Fbi ha descritto il modulo FD-1023 come un documento "utilizzato dagli agenti dell'Fbi per registrare informazioni non verificate da una fonte umana riservata". L'Fbi sottolinea inoltre che "la "registrazione delle informazioni non le convalida, non ne stabilisce la credibilità e non le confronta con altre informazioni verificate dall'Fbi". Ian Sams, portavoce della Casa Bianca, ha sottolineato in una dichiarazione quella del presidente Comer "è l'ennesima dimostrazione che le sue cosiddette indagini" sono "trovate politiche che non mirano a ottenere informazioni", ma a "diffondere insinuazioni e falsità" per attaccare il presidente.

L'accusa

Il 10 maggio scorso James Comer ha accusato pubblicamente la famiglia presidenziale di aver intascato 10 milioni di dollari da non meglio precisate entità straniere. In particolare, i repubblicani indagano sugli affari all'estero del figlio Hunter nel periodo in cui Biden era vicepresidente nell'amministrazione di Barack Obama. Il presidente ha sempre negato di essere a conoscenza degli affari di Hunter Biden in Ucraina e in Cina, ma i repubblicani del Congresso sostengono altresì che l'inquilino della Casa Bianca fosse ben informato del business del figlio secondogenito e lobbista. E lo avrebbe favorito grazie alla sua influenza politica. L'accusa, del resto, non è nuova. Joe Biden – al tempo vicepresidente – avrebbe infatti ospitato Hunter e il suo partner d’affari Jeff Cooper sull’Air Force 2 a Città del Messico nel 2016, dove Hunter ha organizzato un incontro con il figlio di Alemán per discutere di un “gigantesco affare”. A tutto questo si aggiungono gli sms pubblicati da Fox News che includono uno scambio tra Tony Bobulinski – ex socio di Hunter Biden – e che provavano l’interessamento del padre negli affari del figlio.

Il documento che può inguaiare Biden per corruzione è più solido di quel che si credeva. Stefano Graziosi su Panorama il 06 Giugno 2023

Secondo il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, l’incartamento dell’Fbi, che accusa il presidente di corruzione, esiste, è frutto di un informatore credibile ed è attualmente usato in un’indagine in corso

Rischia di mettersi male per Joe Biden. Un documento che potrebbe seriamente comprometterlo esiste e sembra più solido di quanto si pensasse. Ma andiamo con ordine. Il mese scorso, il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, il repubblicano James Comer, aveva riferito dell’esistenza di un documento in mano all’Fbi che, presentato nel giugno del 2020, conterrebbe un’accusa di corruzione contro lo stesso Biden. In particolare, i fatti coinvolgerebbero un cittadino straniero e risalirebbero al periodo in cui l’attuale inquilino della Casa Bianca era vicepresidente degli Stati Uniti. La somma al centro del presunto reato sarebbe di cinque milioni di dollari. Comer emise un ordine di comparizione, ingiungendo ufficialmente all’Fbi di consegnare il documento incriminato. Il Bureau ha tuttavia fatto muro e ne è sorto un braccio di ferro durato per oltre un mese. Tutto questo fino a lunedì, quando il direttore dell’Fbi, Christopher Wray, ha portato con sé l’incartamento al Campidoglio, per farlo visionare ai leader della commissione Sorveglianza della Camera. Ebbene, dopo aver analizzato il documento, Comer ha detto che contiene delle accuse solide e che sarebbe addirittura utilizzato in un’indagine attualmente in corso da parte dei federali. “Le affermazioni fatte nel documento sono coerenti con ciò che abbiamo trovato e divulgato a tutti voi in Romania. Suggerisce un modello di corruzione in cui i pagamenti sarebbero effettuati tramite conti fittizi e più banche”, ha detto Comer, per poi aggiungere: “C'è un termine per questo, si chiama riciclaggio di denaro... Quindi riteniamo che questa accusa sia coerente con un modello che stiamo vedendo, francamente, in altri Paesi”. Il riferimento è evidentemente a quando, all’inizio di maggio, i deputati repubblicani presentarono documenti bancari, secondo cui vari membri della famiglia Biden avevano ricevuto circa dieci milioni di dollari complessivi da attori stranieri. Di questa somma, circa un milione arrivò da un controverso businessman rumeno tra il 2015 e il 2017: in un periodo in cui, cioè, Biden era ancora vicepresidente degli Stati Uniti.

“I funzionari dell'Fbi hanno confermato che il documento non classificato dell’Fbi non è stato smentito ed è attualmente utilizzato in un'indagine in corso”, ha proseguito il presidente della commissione Sorveglianza. Quest’ultimo, secondo il Daily Mail, ha anche detto che l’informatore alla base della denuncia risulterebbe “fidato e altamente credibile”. Non solo: questa gola profonda sarebbe stata utilizzata dal Bureau addirittura per dieci anni. Inoltre, secondo Comer, il documento incriminato sarebbe attualmente usato nell’indagine in corso su Hunter Biden da parte della procura federale del Delaware. Dal canto suo, il deputato dem, Jamie Raskin, ha minimizzato l’importanza dell’incartamento e ha detto di non essere a conoscenza del fatto che ci sia un’indagine in corso. Tuttavia, come riportato da Nbc News, ha anche precisato di “non essere a conoscenza” di alcune delle informazioni in possesso di Comer. Come che sia, quest’ultimo si è comunque lamentato del fatto che Wray non ha consegnato il documento alla Camera. E ha quindi annunciato che giovedì avvierà le procedure per accusare il direttore del Bureau di oltraggio al Congresso. Insomma, il documento che accusa Biden di corruzione non solo esiste, ma – stando a quanto riportato da Comer – sarebbe frutto di un informatore attendibile e risulterebbe attualmente in uso per l’indagine in corso sul figlio del presidente americano. Per quest’ultimo la situazione comincia a farsi seria. È ovvio che l’accusa andrà, in caso, provata. Tuttavia quella che all’inizio qualcuno aveva cercato di presentare come una vuota illazione, sembra proprio che stia iniziando ad assumere consistenza. E ricordiamo sempre che la “corruzione” è una delle pochissime fattispecie di reato citate esplicitamente dalla Costituzione americana per giustificare i processi di impeachment.

Trovati documenti classificati risalenti al 2019 in un ufficio del presidente Biden. Il Domani il 10 gennaio 2023

I documenti classificati sono stati ritrovati dagli avvocati di Joe Biden in un ufficio che il presidente ha usato dal 2017 al 2019. Sono stati inviati immediatamente all’Archivio nazionale che ha chiesto al Dipartimento di giustizia di indagare sul caso

Secondo i media americani alcuni documenti segreti – risalenti al periodo di quando Joe Biden era vicepresidente degli Stati Uniti – sono stati ritrovati lo scorso autunno in un ufficio che l’attuale presidente americano ha usato dal 2017 al 2019.

I documenti classificati sono stati ritrovati dagli avvocati di Joe Biden all’interno di una cartella contenente altri non segreti, ma non è chiaro il loro contenuto. Si tratterebbero comunque di una decina di files. Il National archive ha chiesto al Dipartimento di giustizia di indagare sul caso, mentre l’ex presidente repubblicano Donald Trump ha chiesto che che siano perquisite tutte le proprietà di Biden.

LA RISPOSTA DELLA CASA BIANCA E L’ATTACCO DI TRUMP

«La Casa Bianca sta collaborando con il Dipartimento di giustizia sulla scoperta di quelli che sembrano essere documenti dell'amministrazione Obama-Biden, incluso un piccolo numero di documenti con contrassegni classificati», ha detto Richard Sauber, consigliere speciale del presidente Biden.

«Il giorno della scoperta, il 2 novembre 2022, l’ufficio legale della Casa Bianca ha informato l’Archivio nazionale. L’Archivio ha preso possesso del materiale la mattina seguente», ha aggiunto. «La scoperta di questi documenti è stata fatta dagli avvocati del presidente».

Trump attualmente è sotto inchiesta dopo che nella sua villa in Florida a Mar-a-Lago gli inquirenti hanno trovato una serie di documenti segreti di rilevanza internazionale che l’ex presidente si era rifiutato di consegnare al National archive una volta concluso il suo mandato. «Quando l'Fbi farà un raid nelle molte case di Joe Biden, forse anche alla Casa Bianca? Quei documenti erano sicuramente non declassificati», ha detto Trump.

(ANSA l’11 Gennaio 2023) - "Non so cosa contengano quei documenti, le scatole sono state consegnate agli Archivi e stiamo cooperando completamente con le indagini". Lo ha detto Joe Biden rispondendo ad una domanda sulle carte segrete trovate in un suo ufficio all'epoca in cui era vice presidente alla conferenza stampa in Messico dopo il vertice dei leader nordamericani. "Quando i miei avvocati li hanno trovati hanno subito chiamato gli Archivi. Prendo i documenti classificati molto seriamente, lo sanno tutti", ha sottolineato.

 "Sono stato informato della scoperta" dei miei avvocati e "sono rimasto sorpreso di apprendere che in quell'ufficio siano stati trovati documenti governativi", ha detto Biden a proposito delle carte nel suo ufficio privato presso un think tank di Washington che ha usato come visiting professor della University of Pennsylvania dal 2017 alla sua elezione a presidente nel 2020.

Consegnati all’Archivio Nazionale. Gli avvocati di Biden hanno trovato documenti classificati nell’ex ufficio privato del president. L’Inkiesta il 10 Gennaio 2023.

Si tratterebbe di una decina di file ritrovati in uno studio che il presidente ha usato dal 2017 al 2019. Il tutto è stato inviato immediatamente all’Archivio nazionale che ha chiesto al Dipartimento di giustizia di indagare sul caso. Trump subito all’attacco

Gli avvocati di Joe Biden hanno trovato – secondo quanto riportano i media americani – diversi documenti potenzialmente classificati in un ufficio privato a Washington che il presidente degli Stati Uniti ha utilizzato dal 2017 al 2019. I documenti, risalenti al periodo in cui Biden era vicepresidente degli Stati Uniti, sono stati ritrovati lo scorso autunno, il 2 novembre, in uno studio al Penn Biden Center, un think tank di Washington, che Biden usava quando era professore onorario della University of Pennsylvania.

Si tratterebbe di una decina di file contenuti in una cartella con altri documenti non segreti, ma non è chiaro il loro contenuto. Si tratterebbero comunque di una decina di file. Secondo la Cbs, non conterrebbero comunque segreti nucleari. Il National archive ha chiesto al Dipartimento di giustizia di indagare sul caso. «La Casa Bianca sta collaborando con il Dipartimento di giustizia sulla scoperta di quelli che sembrano essere documenti dell’amministrazione Obama-Biden, incluso un piccolo numero di documenti con contrassegni classificati», ha detto Richard Sauber, consigliere speciale del presidente Biden. «Il giorno della scoperta, il 2 novembre 2022, l’ufficio legale della Casa Bianca ha informato l’Archivio nazionale. L’Archivio ha preso possesso del materiale la mattina seguente», ha aggiunto. «La scoperta di questi documenti è stata fatta dagli avvocati del presidente».

Per legge, negli Stati Uniti, chiunque abbia cariche federali è tenuto a rinunciare a documenti ufficiali e documenti classificati al termine del servizio governativo. Gli avvocati del presidente li hanno scoperti mentre stavano impacchettando documenti all’interno di un armadietto chiuso per liberare lo spazio dell’ufficio usato a suo tempo da Biden.

La notizia crea imbarazzo alla Casa Bianca, perché arriva mentre il dipartimento di Giustizia sta indagando sull’abbondante mole di materiale classificato scoperto nella residenza di Mar-a-Lago di Donald Trump, che l’ex presidente si era rifiutato di consegnare al National Archives una volta concluso il suo mandato. Nel caso di Biden, si tratterebbe di una decina di documenti che si trovavano in una cartella insieme ad altre carte non classificate e che sono stati subito restituiti.

Ma l’ex presidente ne ha subito approfittato per cavalcare la polemica, postando la notizia sul suo social Truth e scrivendo: «Quando l’Fbi farà un raid nelle molte case di Joe Biden, forse anche alla Casa Bianca? Quei documenti erano sicuramente non declassificati».

Altri documenti riservati di Biden, l’imbarazzo della Casa Bianca. Massimo Basile su La Repubblica il 12 Gennaio 2023.

Un secondo blocco di documenti classificati è stato trovato in un altro ex ufficio del Presidente: cresce la richiesta di chiarimenti

New York - Un secondo blocco di documenti "riservati" è stato trovato in un altro ex ufficio di Joe Biden. E la scoperta sta facendo crescere l'imbarazzo della Casa Bianca, con la portavoce, Karine Jean-Pierre, che insolitamente ha dribblato le domande dei giornalisti nel briefing quotidiano, evitando più volte di rispondere sul caso dei documenti ritrovati. Le modalità rispetto ai trecento file che Donald Trump si era portato a Mar-a-Lago, in Florida, e sono state scoperte dall'Fbi sono diverse: i documenti di Biden sono stati recuperati dai suoi legali e consegnati subito ai National Archives, gli Archivi di Stato, ma resta lo strano destinto di 'file riservati' che finiscono per essere in ogni posto tranne dove dovrebbero stare.

Adesso tocca a Biden chiarire

Per legge tutti i documenti dell'amministrazione, sia del presidente degli Stati Uniti sia del suo vice, devono essere consegnati agli Archivi una volta finito il mandato. In tre giorni Biden sembra finito nella legge del contrappasso: dopo mesi di accuse a Trump sulla gestione oscura di documenti di interesse nazionale, adesso tocca a lui dover chiarire. La prima serie di dossier è stata trovata il 2 novembre nell'ex ufficio di Washington utilizzato dal 2017 al 2019 da Biden in qualità di professore onorario dell'Università della Pennsylvania. I file riguardavano Iran, Regno Unito e Ucraina e risalgono al 2013 e al 2016, quando Biden era vicepresidente di Barack Obma. Perché si trovavano chiusi a chiave in un ufficio lontano dalla Casa Bianca? Dopo la scoperta, i legali sono andati alla ricerca di altri 'report', trovandoli. I primi erano stati recuperati il 2 novembre, sei giorni prima delle elezioni di midterm. Se la notizia fosse stata resa pubblica subito, quale sarebbe stato l'impatto sulle elezioni? Sul secondo ritrovamento, di cui ha dato notizia la Nbc, non sono stati forniti, al momento, dettagli. Ma i Repubblicani chiedono un'inchiesta pubblica e la nomina di uno "special counsel" anche per Biden, dopo quello nominato dal ministro della Giustizia per riunire le indagini che riguardano Donald Trump, tra cui quella riguardante i trecento file, di cui molti "top secret", che il tycoon aveva portato via dalla Casa Bianca per tenerli nel suo resort in Florida. La commissione Giustizia della Camera, guidata dal fedelissimo trumpiano Jim Jordan, ha chiesto al dipartimento Giustizia di nominare un 'super procuratore'. Il senatore conservatore Lindsey Graham, parlando a Fox News, ha rilanciato la richiesta all'Attorney General, il ministro della Giustizia americano Merrick Garland: "Se ha ritenuto necessario nominare uno special counsel per fare luce su come Trump ha gestito documenti riservati - ha dichiarato -  lo stesso deve fare per come ha mal gestito il presidente Biden documenti riservati quando era vicepresidente". Biden aveva dichiarato martedì di essere rimasto "sorpreso" dalla scoperta dei primi dieci file, e di non conoscerne i contenuti. Sulla seconda scoperta, non ha risposto. 

Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” l’11 gennaio 2023.

 Una decina di documenti classificati risalenti al periodo in cui Joe Biden era vicepresidente sono stati ritrovati dai suoi avvocati in un ufficio che usò dal 2017 al 2019, presso il «Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement» di Washington, quando era professore onorario all'Università della Pennsylvania.

 Il dipartimento di Giustizia ha aperto un'indagine: il ministro Merrick Garland l'ha affidata a John Lausch, un procuratore di Chicago nominato da Trump, per evitare ogni apparenza di politicizzazione del caso. La Casa Bianca ha sminuito l'importanza dei file: «Non particolarmente delicati» e «di scarso interesse per l'intelligence».

Trump e i repubblicani fanno paragoni tra questa vicenda e i file recuperati dall'Fbi a Mar-a-Lago, per i quali l'ex presidente è indagato dal dipartimento di Giustizia. Tra i file ci sono relazioni dell'intelligence su Ucraina, Iran e Regno Unito stilati in un periodo che va dal 2013 al 2016, secondo la Cnn.

 Sono stati rinvenuti il 2 novembre, prima delle elezioni di midterm e consegnati agli Archivi Nazionali; erano in tre o quattro scatoloni insieme a carte non riservate e documenti personali, incluse lettere di condoglianze e comunicazioni relative all'organizzazione del funerale del figlio Beau.

 Come sono finiti in quell'ufficio? Il team di Biden ha detto ieri che il presidente non ne era a conoscenza finché non è stato informato dai legali. E se sono stati trovati il 2 novembre, perché è stato reso noto solo ora? Anche l'Fbi è coinvolta negli accertamenti.

Le normative Usa impongono a coloro che hanno ricoperto cariche pubbliche di lasciare agli Archivi Nazionali le documentazioni ufficiali riservate al termine dei loro mandati.

Sono stati i legali di Biden a rinvenire i documenti e non gli Archivi Nazionali a richiederli a differenza di quanto accaduto con Trump.

 Le differenze Biden-Trump (meno di 12 contro oltre 160 file; alcuni top secret contro 60 top secret, la cooperazione dell'uno e l'indagine per ostruzione della giustizia contro l'altro) sono oggetto di dibattito sui media americani. Lausch avrà il compito di capire come quei documenti siano finiti al Penn Biden Center. Garland ha affermato che valuterà, in base ai risultati, se sono necessarie misure come un procuratore speciale (come per Trump e i file di Mar-a-Lago).

L'ex presidente Usa ha scritto sul social Truth: «A quando i raid dell'Fbi nelle numerose case di Joe Biden, e forse persino alla Casa Bianca?». I repubblicani, che dispongono della maggioranza alla Camera, hanno chiesto alla direttrice dell'Intelligence nazionale Avril Haines «una valutazione dei danni». Lo speaker Kevin McCarthy ha definito il ritrovamento «molto preoccupante»: «Che cosa disse l'attuale presidente del suo predecessore in possesso di documenti classificati?». Biden disse a settembre: «Come è potuto succedere? Come è possibile che qualcuno sia così irresponsabile?».

Da rainews.it il 12 gennaio 2023.

Spuntano altre carte segrete dagli uffici di Joe Biden. Secondo i media americani, il team legale del presidente avrebbe scoperto un'altra serie di documenti governativi, compresi alcuni classificati, in un secondo luogo, dopo quelli ritrovati in un ex ufficio che usava a Washington.

 Intanto la Casa Bianca si è rifiutata di rispondere a una serie di domande sui primi documenti riservati ritrovati, citando una revisione in corso da parte del Dipartimento di Giustizia. I documenti sono stati scoperti il 2 novembre, appena sei giorni prima delle elezioni di midterm, ma gli avvocati del presidente hanno riconosciuto pubblicamente la scoperta dei documenti solo lunedì.

La portavoce Karine Jean-Pierre è stata sottoposta a ripetute domande sulla vicenda, ma si è limitata a ripetere quanto affermato ieri dallo stesso presidente, che si era detto "sorpreso" della scoperta dei documenti. "Non andrò oltre quanto detto dal presidente e dai consiglieri della Casa Bianca", ha affermato.

 Non è chiaro dove o quando i nuovi documenti siano stati scoperti ma il ritrovamento è destinato ad aumentare l'imbarazzo di Biden e la pressione dei repubblicani sul presidente, dopo che aveva definito Donald Trump irresponsabile per aver immagazzinato centinaia di documenti sensibili, alcuni top secret, nella sua residenza di Mar-a-Lago.

La vicenda dei documenti segreti che stanno venendo trovati a Joe Biden. Giorgia Audiello su L'Indipendente su il 12 Gennaio 2023.

Sta suscitando imbarazzo all’interno della Casa Bianca il ritrovamento di alcuni documenti segreti rinvenuti in due ex uffici del presidente americano Joe Biden: la portavoce dell’amministrazione presidenziale Karine Jean-Pierre, infatti, ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sulla vicenda durante il briefing quotidiano con la stampa. Il primo blocco di documenti è stato scoperto il 2 novembre scorso dagli avvocati del presidente mentre stavano sgombrando un ufficio utilizzato da Biden quando era professore onorario dell’Università della Pennsylvania e contiene file risalenti al 2013 e al 2016, il periodo in cui Biden era vice di Obama. I file, secondo quanto riferito dalla CNN, conterrebbero informazioni riguardanti l’Iran, il Regno Unito e l’Ucraina. Il secondo blocco, invece, è stato trovato pochi giorni dopo la scoperta del primo e per ora non sono stati forniti ulteriori dettagli sui contenuti dei file. A divulgare per prima l’informazione è stata la NBC News. La notizia circa il ritrovamento del primo lotto di documenti segreti è stata data dopo le elezioni di metà mandato, proprio per evitare imbarazzi alla Casa Bianca e per evitare di influenzare negativamente l’opinione pubblica. Una mossa politicamente e mediaticamente strategica che appare però priva di trasparenza, specie se si considera che Biden e il Partito democratico per mesi hanno accusato Trump del possesso illegittimo di documenti classificati presso la sua residenza di Mar-a-Lago: ora è Biden a trovarsi in una situazione simile e ad avere l’obbligo di chiarire, dopo aver definito il comportamento dell’ex presidente «totalmente irresponsabile».

Per legge, infatti, alla fine di ogni mandato presidenziale i documenti governativi devono essere consegnati ai National Archives, gli archivi presidenziali. Nonostante alcuni media si stiano sforzando di fare emergere le differenze col caso Trump – in quanto i legali di Biden hanno consegnato il materiale governativo agli Archivi subito dopo il loro ritrovamento e ci sarebbe dunque piena collaborazione tra Casa Bianca, dipartimento di Giustizia e Archivi – resta comunque il fatto che questi si trovassero fuori posto, non essendo stati consegnati nei modi e nei tempi previsti, ma non solo. Anche la tempistica di quanto avvenuto desta perplessità, in particolare se paragonata con quanto successo in Florida nella residenza dell’ex presidente: mentre, infatti, la notizia del ritrovamento di documenti segreti relativi all’amministrazione Obama e a Biden non è stata divulgata fino a dopo le elezioni di metà mandato, la perquisizione dell’FBI nella residenza di Trump (la prima nella storia americana subita da un ex presidente) è avvenuta proprio durante la campagna elettorale in vista del voto di novembre. Non a caso, il tycoon ha chiesto con vena polemica all’FBI di perquisire tutte le residenze di Biden: «Quando è che l’FBI andrà a perquisire le molte case di Joe Biden, e forse persino la Casa Bianca? Questi documenti non erano certamente non classificati», ha scritto Trump sul suo social Truth.

Intanto, i repubblicani hanno chiesto di aprire un’inchiesta pubblica e la nomina di un procuratore generale anche per Biden come è stato fatto per Trump. La commissione Giustizia della Camera, guidata dal “trumpiano” Jim Jordan, ha chiesto, dunque, al dipartimento di Giustizia di nominare un super procuratore per il caso Biden. Richiesta rilanciata anche dal conservatore Lindsey Graham: «Se ha ritenuto necessario nominare uno special counsel per fare luce su come Trump ha gestito documenti riservati, lo stesso deve fare per come ha mal gestito il presidente Biden documenti riservati quando era vicepresidente», ha dichiarato a Fox news rivolgendosi al ministro della Giustizia Merrick Garland. Da notare come diverse figure che si occuperanno di svolgere le indagini sono strettamente legate al Partito democratico: Garland, infatti, è stato nominato da Biden, mentre Debra Steidel Wall, responsabile degli Archivi nazionali, ne divenne vicedirettrice nel 2011 sotto l’amministrazione Obama. Al contrario di Trump quindi, Biden non dovrà confrontarsi con attori istituzionali accusabili di ostilità nei suoi confronti.

Il primo lotto di documenti ritrovato riguarderebbe il periodo compreso tra il 2013 e il 2016 e, secondo le indiscrezioni della CNN, potrebbe contenere documenti collegati alle attività in Ucraina del figlio del presidente, Hunter Biden: quest’ultimo entrò ai vertici della società energetica ucraina, Burisma, mentre il padre – proprio nel periodo a cui risalgono i file – contribuiva a supervisionare i rapporti tra Washington e Kiev e aveva fatto pressione per silurare Viktor Shokin, il procuratore che stava indagando su Burisma per corruzione. Sulla questione, i repubblicani vogliono aprire un’indagine parlamentare e i documenti appena emersi potrebbero contribuire ad istruire ulteriormente il caso.

Nel frattempo, Joe Biden ha scelto di non esprimersi sull’accaduto: nel suo recente viaggio a Città del Messico, infatti, non ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano spiegazioni sul caso, mentre ha affermato di essere rimasto «sorpreso» sulla scoperta dei primi dieci file e sul secondo lotto di documenti non ha rilasciato dichiarazioni. Dall’altra parte, Trump, l’ex presidente Mike Pence e il neopresidente della Camera Kevin McCarthy hanno accusato l’amministrazione Biden di doppiopesismo. Ora saranno i democratici a dover rispondere delle accuse che fino a poco tempo fa rivolgevano a Donald Trump, registrando una notevole perdita d’immagine e di credibilità che rischia di trasformarsi in una crisi politica. [di Giorgia Audiello]

(ANSA il 12 gennaio 2023) - L'attorney general Merrick Garland ha annunciato la nomina di un procuratore speciale per indagare sui documenti classificati di Joe Biden. Si tratta di Rob Hur, ex procuratore del Maryland.

 Il procuratore generale Garland ha firmato oggi un ordine che autorizza il consulente speciale ad indagare sulla "possibile rimozione e conservazione non autorizzata di documenti classificati e altre carte scoperte presso il Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement e nella residenza privata del presidente Joe Biden a Wilmington, in Delaware". Hur, è stato nominato dall'allora presidente Donald Trump, e dal 2017 al 1918 è stato assistente del vice procuratore generale Rod Rosenstein. Quindi ha assunto l'incarico di procuratore generale del Maryland e fino a oggi è stato uno dei partner dello studio legale Gibson, Dunn & Crutcher, a Washington.

Il Congresso deve indagare Biden sui documenti classificati di cui era in possesso: lo ha detto il neo speaker della Camera Usa Kevin McCarthy, definendolo "un altro passo falso" del presidente.

 McCarthy ha condannato l'"uso politico" della giustizia da parte dell' amministrazione, i "due pesi e due misure", con la notizia e le foto immediate delle carte top secret sequestrate a Donald Trump, mentre la scoperta dei documenti di Biden e' stata rivelata dopo oltre 2 mesi, per ora senza alcuna immagine. Lo speaker ha criticato Biden anche per aver definito irresponsabile il suo predecessore per il cattivo uso di documenti classificati quando lui sembra aver fatto lo stesso. Critiche anche all'amministrazione e ai media per aver soppresso la storia sul laptop di Hunter Biden, il figlio del presidente.

"Io e i miei avvocati stiamo cooperando pienamente con il dipartimento di giustizia", lo ha detto Joe Biden incalzato dai reporter sulla seconda tranche di documenti classificati trovati nel garage della sua casa di Wilmington. Il presidente ha detto che la ricerca dei suoi legali su eventuali carte classificate "si è conclusa ieri", dopo il primo ritrovamento del 2 novembre scorso.

"Le carte top secret trovate a Wilmington non erano in mezzo alla strada, erano al sicuro, in garage dove sono le mie Corvettes". Lo ha detto Joe Biden rispondendo ad una domanda dei giornalisti alla Casa Bianca (ANSA) 

(ANSA il 13 Gennaio 2023) - Alcuni deputati repubblicani hanno chiesto di vedere il registro dei visitatori delle case di Joe Biden, sostenendo che la scoperta di materiale classificato in una delle sue due abitazioni è un rischio per la sicurezza nazionale. Tra loro James Comer, presidente della commissione vigilanza della Camera: "abbiamo bisogno di conoscere tutti coloro che hanno avuto accesso al presidente", ha detto alla Fox.

Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 13 Gennaio 2023.

Due pesi e due misure: i repubblicani usano abilmente il rinvenimento di documenti top secret della Casa Bianca di Obama per accusare il presidente di aver commesso le stesse violazioni del suo predecessore e il ministro della Giustizia di perseguire con durezza Donald Trump mentre chiude un occhio sulle violazioni di Biden.

 I due casi, in realtà, sono diversi. Trump ha continuato a nascondere documenti segreti anche dopo che gli Archivi di Stato gli avevano chiesto di restituire carte delicatissime (riguardanti, ad esempio, il programma missilistico dell'Iran e l'intelligence Usa in Cina). I documenti di Biden, invece, sono stati trovati dai suoi stessi avvocati che li hanno subito dati agli Archivi, informando il ministero della Giustizia.

La nomina di un consigliere speciale, Jack Smith, per indagare su Trump, giudicata a destra un abuso di potere dei democratici, era apparsa a molti progressisti che da tempo chiedono l'incriminazione di Trump per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, oltre che per i documenti occultati e i reati fiscali delle sue imprese, un tentativo del titolare delle Giustizia, Merrick Garland, di rinviare a tempo indeterminato la decisione di processare un ex presidente.

 Ci sono, comunque, ombre e dubbi anche sul caso Biden: su tempi e natura dei rinvenimenti, mentre colpisce che un politico esperto come lui, dopo aver attaccato Trump per le sue violazioni, si faccia cogliere in fallo sullo stesso terreno. Garland avvia, così, un'indagine anche su di lui nominando il consigliere speciale Robert Hur.

Tra tanto elementi confusi, e mentre i repubblicani, ora in maggioranza alla Camera, avviano inchieste parlamentari sul figlio di Biden, mettono nel mirino lo stesso presidente, un dato è chiaro: un'incriminazione di Trump prima delle presidenziali 2024 è sempre più improbabile.

 Processarlo per l'assalto al Congresso è giuridicamente assai problematico: va dimostrata la volontà di Trump di impedire a Biden di diventare presidente pur sapendo che ha vinto in modo legittimo. Quello dei documenti segreti era un caso legale più solido ma politicamente più debole. Ora, con le carte top secret di Biden, processare Trump significherebbe consentirgli di dichiararsi vittima di una vendetta politica del presidente contro il suo avversario.

 Estratto dell'articolo di Alberto Simoni per “la Stampa” il 13 Gennaio 2023.

 In agosto sull'onda del blitz dell'Fbi a Mar-a-Lago a caccia dei documenti classificati che Trump portò via dalla Casa Bianca, alcuni reporter chiesero a Biden se fosse accettabile avere in casa materiale top secret. Il presidente rispose così: «Dipende dai documenti e da quanto la tua stanza è sicura». Aggiunse che talvolta portava a casa dei documenti sensibili e che poteva farlo perché «ho uno schedario completamente sicuro».

Biden è stato coerente e non ha mentito visto che il 20 dicembre nel garage della sua casa di Wilmington e nell'adiacente biblioteca privata, i suoi avvocati hanno trovato documenti classificati.

Rappresentano la seconda tranche di quelli scovati il 2 novembre nel suo ufficio presso il Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement a Washington, il think tank della Pennsylvania University che l'allora ex vicepresidente ha guidato in qualità di professore emerito dal 2017 sino al 2019.

 Ora un procuratore speciale, Richard K. Hur, indagherà sul viaggio dei documenti dell'era Obama che, secondo l'avvocato di Biden, Richard Sauer, sono stati impacchettati durante il trasloco dalle stanze governative nel 2017 «inavvertitamente e per errore».

 La decisione di nominare un procuratore speciale che potrà muoversi con grande indipendenza e dovrà rendere conto solo all'Attorney General, è stata annunciata ieri da Merrick Garland, il ministro della Giustizia, il quale ha ricapitolato la sequenza degli eventi e sottolineato che la nomina di uno «special counsel» avviene in «circostanze straordinarie» come prevede la legge.

 […] La vicenda è politicamente imbarazzante per Biden che, secondo molte fonti, attendeva febbraio per annunciare la ricandidatura. Ora rischia di correre con la spada di Damocle di un'inchiesta sulla testa. Trump sul social Truth ha detto che è tempo «di chiudere immediatamente l'indagine su di lui».

Anche nel suo caso è al lavoro un procuratore speciale, si chiama Jake Smith e nel suo portfolio ha l'inchiesta sui documenti trafugati e anche i moti del 6 gennaio. Smith e Hur, procuratori speciali che accompagneranno i duellanti Trump e Biden verso la (possibile) rivincita per la Casa Bianca. Sempre che giustizia non li separi.

Estratto dell’articolo di Stefano Graziosi per “La Verità” il 13 Gennaio 2023.

Si mettono veramente male le cose per Joe Biden. Ieri, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha annunciato la nomina di un procuratore speciale, Robert Hur, che dovrà indagare sui documenti classificati indebitamente trattenuti dal presidente americano.

 […] Ricordiamo che i procuratori speciali dispongono di poteri piuttosto ampi e che i loro rapporti possono teoricamente portare il Congresso a intentare processi di impeachment (Nixon si dimise nel 1974 appena prima di essere messo in stato d'accusa).

 […]  A livello ufficiale, non si sa per ora che cosa contengano gli incartamenti dell'attuale inquilino della Casa Bianca: incartamenti che risalgono all'amministrazione Obama, in cui Biden servì come vicepresidente dal 2009 al 2017. Tuttavia la Cnn aveva rivelato che la prima tranche conterrebbe note d'intelligence relative a Ucraina, Iran e Regno Unito: note che coprirebbero un arco temporale che va dal 2013 al 2016.

Il fatto che spunti l'Ucraina potrebbe rivelarsi un campanello d'allarme significativo, visto che Hunter Biden entrò ai vertici della controversa società ucraina Burisma nel 2014, proprio mentre il padre, da vicepresidente, assumeva il ruolo di supervisore dei rapporti tra Washington e Kiev.

 Ma non è finita qui. Mercoledì sera, il New York Times riferiva che la Procura federale del Delaware, che sta indagando sul figlio del presidente dal 2018, sarebbe in procinto di decidere se incriminarlo o meno. E attenzione anche a eventuali piste cinesi.

 L'ex ufficio di Biden, in cui sono stati trovati i primi documenti classificati, appartiene al Penn Biden center, che fa capo all'università della Pennsylvania: un ateneo che, secondo il Daily Pennsylvanian, avrebbe ricevuto oltre 77 milioni di dollari in finanziamenti dalla Cina tra il 2014 e il 2021.

È in questo quadro che Fox News ha pubblicato alcune email di Hunter che, risalenti al 2016, mettono in evidenza i suoi contatti con l'università della Pennsylvania: università la cui ex presidente, Amy Gutmann, in carica dal 2004 al 2022, è stata nominata da Joe Biden ambasciatrice statunitense in Germania l'anno scorso.

 Ricordiamo che, secondo il Washington Post, Hunter, tra il 2017 e il 2018, ottenne 4,8 milioni di dollari dall'allora colosso cinese Cefc (i cui vertici intrattenevano legami con l'Esercito popolare di liberazione). Ora, non è al momento noto se i documenti classificati rinvenuti contengano informazioni in qualche modo connesse ad Hunter. Tuttavia i repubblicani potrebbero presto indagare in questa direzione.

 Non a caso, la commissione Sorveglianza della Camera ha già chiesto al Dipartimento del Tesoro informazioni sulle transazioni finanziarie della famiglia Biden. Tutto questo, senza trascurare i poteri piuttosto ampi di cui sarà investito Hur. No, per il presidente americano le cose non si stanno mettendo bene. E quanto accaduto ieri rafforza politicamente la posizione di Trump e dei repubblicani. A proposito: che fine hanno fatto quelli che si scandalizzarono per i documenti trovati nella villa di Trump quest' estate?

(ANSA il 20 febbraio 2023) - "Kiev ha catturato il mio cuore, sapevo che sarei tornato". Lo ha twittato Joe Biden pubblicando una foto del suo messaggio sul libro degli ospiti del palazzo presidenziale ucraino dopo l'incontro con il presidente Volodymyr Zelensky.

Estratto dell’articolo di Giulia Pompili per “il Foglio” il 19 luglio 2023.

Il principale accusatore di Hunter Biden, cioè l’uomo sulla cui testimonianza si basa l’intera teoria contro il figlio del presidente americano portata avanti dai repubblicani, è un uomo in fuga.  Gal Luft, 57 anni, con doppia cittadinanza americana e israeliana, è il direttore esecutivo di un think tank piuttosto noto in America, l’Institute for the Analysis of Global Security (Iags), attivo nel settore della politica energetica e con diverse consulenze a Washington. 

Il 17 febbraio scorso è stato arrestato dagli agenti dell’Interpol su richiesta degli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Larnaca, a Cipro, prima di imbarcarsi su un volo diretto in Israele. Un mese dopo è scomparso.

L’imbarazzo dei repubblicani […] è aumentato la scorsa settimana, quando i procuratori federali di Manhattan hanno pubblicato gli otto capi di imputazione contro il professore: Luft era in realtà un lobbista per conto della Cina, ma sotto copertura, cioè non registrato regolarmente. 

E poi […] aiutava Pechino […] anche a vendere i suoi missili alla Libia e a evadere le sanzioni iraniane sul petrolio. Secondo il documento dell’Fbi, nel 2016 Luft avrebbe reclutato e pagato un ex funzionario del governo, allora consigliere del presidente eletto Donald Trump, per “sostenere pubblicamente alcune politiche” favorevoli alla Cina.

La vicenda, più che politica, è rocambolesca. Due giorni dopo il suo arresto a Cipro, Luft è stato rilasciato su cauzione in attesa dell’estradizione, e ha scritto su Twitter che il suo arresto è politico: “Il dipartimento di Giustizia vuole silenziarmi per proteggere Joe, Jim e Hunter Biden”. 

Il 28 marzo la polizia di Cipro ha confermato che Gal Luft è scomparso. Non si è più presentato a firmare, come avrebbe dovuto fare due volte a settimana, e la sua auto è stata abbandonata. Il suo avvocato cipriota ha rilasciato diverse interviste dicendo di temere per la sua incolumità, ma il 5 luglio scorso è stato lo stesso Luft a fugare ogni dubbio.

Ha mandato al New York Post, tabloid della News Corp. di Rupert Murdoch e su posizioni molto anti Biden, un video di quattordici minuti da una località sconosciuta nel quale spiega la sua verità: dice per la prima volta che quattro anni fa aveva incontrato a Bruxelles sei funzionari dell’Fbi e del dipartimento di Giustizia e “mi sono offerto volontario per informare il governo degli Stati Uniti di una potenziale violazione della sicurezza e di informazioni compromettenti su un uomo in lizza per diventare il prossimo presidente.  Ma adesso sono braccato dalle stesse persone che ho informato, e potrei vivere in fuga il resto della mia vita”. 

Gal Luft avrebbe dovuto essere il testimone chiave della commissione d’inchiesta appena formata al Congresso […] per indagare sugli affari loschi del figlio di Biden, Hunter, in Cina. Luft è accusato di aver passato informazioni e lavorato per un’organizzazione finanziata dal conglomerato cinese Cefc China Energy in cambio di fondi per il suo think tank. E, guarda caso, sarebbe sempre il Cefc China Energy che secondo i repubblicani avrebbe “corrotto” Hunter Biden.

[…] I repubblicani post-Trump sono disposti a credere a chiunque accusi i Biden, e Pechino sfrutta al meglio questa ossessione complottista. Allo stesso tempo, però, i repubblicani accusano Biden di essere troppo tenero con la Cina, e di averlo fatto anche per preservare gli interessi economici di Hunter, in realtà mai dimostrati. 

Con Gal Luft è in corso un cortocircuito: se davvero venisse ritenuto colpevole di essere a libro paga di Pechino, i repubblicani anti cinesi avrebbero ascoltato un consigliere su posizioni vicine al Partito. Ma in realtà sarebbe stato sufficiente leggere i suoi interventi pubblici e i titoli degli articoli del suo think tank per capire le sue posizioni pro Pechino. 

Del resto, Gal Luft è venuto in Italia nel 2019, a parlare alla Link, l’università di Mifsud, con legami con la Russia e i servizi. Forse non del tutto un caso. 

 Estratto dell’articolo di Massimo Basile per AGI – 28 settembre 2019

 La richiesta di impeachment nei confronti del presidente Donald Trump potrebbe disorientare gli elettori democratici perché porterà al centro del dibattito politico quello che è stato definito "il lato oscuro" di Joe Biden e il ruolo avuto nel siluramento del procuratore ucraino che indagava sull'azienda per cui lavorava il figlio, Hunter Biden.

Mentre la maggior parte dei media americani è concentrata nel denunciare il conflitto d'interessi del presidente degli Stati Uniti, non sembra interessata a quello del suo potenziale sfidante, non meno importante in vista delle presidenziali del 2020. L'ex vicepresidente di Obama ha detto "non ho mai parlato con mio figlio dei suoi affari oltreoceano", ma la successione dei fatti suscita più di un imbarazzo.

Hunter Biden entrò nel consiglio d'amministrazione della Burisma Holdings, compagnia ucraina del gas, nel maggio 2014, con uno stipendio di 50 mila dollari al mese. Il figlio di Biden venne scelto nonostante non parlasse la lingua e non avesse particolari esperienze nel campo energetico. Ma venne preso pochi mesi dopo la decisione di Obama di affidare al suo vice il compito di seguire la transizione politica in Ucraina, travolta dagli scandali, con il presidente Viktor Yanukovich costretto dalla "rivoluzione arancione" all'autoesilio in Crimea per evitare la guerra civile. […]

Estratto dell'articolo di Giampaolo Scacchi per blitzquotidiano.it il 20 febbraio 2023.

Il Presidente americano Joe Biden e la sua famiglia sono sotto attacco dai repubblicani e in particolare nel Congresso per presunti affari sospetti dei suoi parenti che avrebbero sfruttato il nome del Presidente.

 Questo avviene, però, dopo che il Congresso ha sorvolato su commistioni varie e conflitti di interesse dei familiari di Donald Trump.

 È stato il DailyMail.com che in alcuni articoli ha accusato il fratello del Presidente, Jim Biden, di essere stato assunto da una società di costruzioni statunitense per negoziare affari con il governo saudita da 140 milioni di dollari nel 2012.

 Un repubblicano di primo piano ha detto che la storia del DailyMail.com su Jim Biden che negozia un accordo con il governo saudita da 140 milioni di dollari dimostra che “le prove stanno aumentando” che la famiglia ha usato il nome di Joe per “arricchirsi”.

 James Comer, presidente della Commissione per la supervisione e la responsabilità della Camera, sostiene che se il Presidente risultasse coinvolto, ciò sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale. A suo dire, infatti, questi affari riguarderebbero rapporti con svariati paesi tra cui Russia e Cina.

Ha inoltre affermato nel corso di una intervista a Fox News che se non otterrà i documenti richiesti per fare chiarezza adirà per vie legali contro i membri della famiglia Biden. 

Il Congresso a guida repubblicana ha confermato di voler indagare sugli affari di famiglia del Presidente, tra cui Hunter e Jim, e sull’influenza esercitata in diverse occasioni per ottenere arricchimenti e potere.

Secondo una dichiarazione giurata dell’ex funzionario del Tesoro, Thomas Sullivan, Jim Biden in più occasioni avrebbe osservato come il suo cognome sia stato importante per determinare la sua assunzione in Hill con l’incarico di negoziare con i sauditi.

 L’intricata vicenda che coinvolge l’impresa di costruzioni Hill, stuoli di avvocati e il Governo Saudita dura da molti anni e il ruolo di Jim Biden è emerso per un litigio tra azienda e avvocati per un pagamento da parte dei sauditi. 

Nel febbraio del 2012 era stato finalmente fissato un incontro dopo molti rinvii, a Riyadh, in Arabia Saudita, dal quale gli studi professionali sarebbero stati esclusi mentre l’amministratore delegato di Hill, Richter, avrebbe inviato sul posto Jim Biden perché considerato “determinante” per chiudere l’affare. Le ragioni di questa scelta sarebbero da ricercare proprio nel rapporto di parentela. Il Regno dell’Arabia Saudita non avrebbe osato mettere in difficoltà il fratello dell’allora vice Presidente.

L’azienda Hill aveva costruito negli anni ottanta impianti di desalinizzazione nel Regno mediorientale per un valore di circa 140 milioni di dollari.

 Per il recupero della somma dovuta Hill aveva incaricato gli studi legali R.L. Walker & Co., Lankford & Reed e Poblete Tamargo. Entrambi avevano fatto parte dello “Special Claims Process”, un programma del governo statunitense per regolare i debiti non pagati del regno nei confronti delle aziende americane.

 Ma Lankford & Reed sostiene che, intorno al 2011, Hill avrebbe ingaggiato anche Jim per concludere un accordo riservato per 100 milioni di dollari e non ha pagato agli avvocati la loro parte del 40% dopo anni di lavoro sul caso.

 (...)

Anche il figlio del Presidente, Hunter, ha creato problemi alla famiglia. Infatti è attualmente sotto inchiesta federale per un affare multimilionario con il gigante petrolifero cinese CEFC.

Joe Biden ha sempre negato di essere a conoscenza o di aver in qualsiasi modo interferito con gli affari esteri della sua famiglia ma alcuni commenti di Jim e della moglie trascritti in una dichiarazione giurata del 2021 potrebbero far sorgere qualche dubbio in proposito.

(ANSA il 30 giugno 2023) I suoi quadri come parte del nuovo assegno di mantenimento della figlia di 4 anni: è uno dei punti dell'accordo con cui Hunter Biden ha chiuso in Arkansas una disputa legale con l'ex stripper Lunden Roberts, madre di una ragazzina di 4 anni che il figlio del presidente è stato costretto a riconoscere dopo un test del Dna. 

Dopo la causa avviata dalla donna, Hunter ne aveva avviata un'altra per ridurre l'assegno da 20 mila dollari al mese che pagava per il figlio, adducendo un cambiamento della sua situazione finanziaria. I quadri - che in una esibizione a Ny nel 2021 sono stati valutati tra i 75 mila e i 500 mila dollari - potranno essere tenuti o venduti. La donna rinuncerà inoltre a cambiare il cognome della bimba in Biden.

Hunter Biden è sempre più nei guai (e anche suo padre). Stefano Graziosi su Panorama il 27 Luglio 2023 

Tira una brutta aria per il figlio del presidente americano: è emerso che è ancora sotto indagine, mentre il suo accordo di patteggiamento è stato sospeso. Circostanze spinose che mettono a rischio anche la rielezione del genitore

Le cose si stanno mettendo veramente male per Hunter Biden. Mercoledì è stato infatti sospeso l’accordo di patteggiamento che aveva raggiunto il mese scorso con la procura federale del Delaware, in riferimento a due reati fiscali commessi nel 2017 e nel 2018. Un accordo che, tra l’altro, includeva anche una mediazione extragiudiziale in relazione all’accusa di possesso illecito di armi da fuoco. Nel complesso, l’intesa puntava innanzitutto a far sì che Hunter potesse evitare il carcere (rischia infatti fino a un totale di 24 mesi per le prime due accuse e fino a dieci anni per la seconda). Inoltre, l’obiettivo dei suoi avvocati era quello di ottenere che il loro assistito fosse al sicuro da eventuali incriminazioni future. Eppure, durante l’udienza di mercoledì, è saltato tutto. La svolta è avvenuta soprattutto dopo che, dietro esplicita domanda del giudice distrettuale Maryellen Noreika, la procura ha rivelato che il figlio del presidente è ancora sotto indagine: un'indagine che si sta concentrando su sue potenziali violazioni del Foreign Agents Registration Act (la legge che impone ai lobbisti che lavorano per entità straniere di registrarsi). Una circostanza, questa, che mette nuovamente sotto i riflettori i controversi affari internazionali che, negli anni, Hunter Biden ha portato avanti soprattutto in Cina, Ucraina e Russia. È così che, nel corso dell’udienza, l’accordo di patteggiamento è stato prima bloccato e poi riformulato in una versione ridimensionata: una versione che, secondo quanto riportato dalla Cnn, lasciava esplicitamente aperta la possibilità che il figlio di Joe Biden potesse essere incriminato in futuro. Infine, si è registrato un ultimo colpo di scena: la Noreika ha infatti detto di non poter accettare la nuova versione dell’accordo, temendo che potesse rivelarsi incostituzionale. Ha quindi dato alle parti 30 giorni di tempo, per depositare “ulteriori memorie che spiegassero la struttura legale del patteggiamento”. L’amministrazione Biden, neanche a dirlo, è sprofondata nell’imbarazzo. “Hunter Biden è un privato cittadino, e questa era una questione personale per lui. Come abbiamo detto, il presidente, la first lady, amano il loro figlio e lo sostengono mentre continua a ricostruire la sua vita” , si è limitata a dire l’addetta stampa della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. Ora, Hunter sarà pure un privato cittadino, ma è chiaro che il naufragio del patteggiamento rappresenta un duro colpo politico per lo stesso Joe Biden. Gli avvocati di Hunter speravano che, con questo accordo, tutte le sue controversie giudiziarie si sarebbero chiuse. Una speranza infrantasi, come abbiamo visto, dopo che è emerso che il figlio del presidente è ancora oggetto d’indagine federale, assai probabilmente per i suoi opachi affari all’estero. Si tratta evidentemente di una spada di Damocle sul capo dell’attuale presidente americano. Non dimentichiamo infatti che i deputati repubblicani hanno avviato da tempo delle indagini parlamentari proprio su questo spinosissimo tema. Era del resto maggio scorso, quando il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, James Comer, dichiarò in una nota che “i registri bancari mostrano che la famiglia Biden, i suoi soci in affari e le loro società hanno ricevuto oltre dieci milioni di dollari da cittadini stranieri e dalle loro società collegate”. Tuttavia, da questo punto di vista, l’aspetto più interessante è un altro. E riguarda l’ormai noto documento dell’Fbi, secondo cui Joe e Hunter avrebbero ricevuto cinque milioni di dollari a testa dal fondatore dell'azienda ucraina Burisma, Mykola Zlochevsky, per ottenere il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin. Ebbene, quando rivelò l’esistenza di questo incartamento, Comer riferì non solo che si basava sulla denuncia di un informatore che il Bureau riteneva “altamente credibile” ma anche che tale documento fosse utilizzato in una “indagine in corso”. Ora, il fatto che la procura abbia rivelato che Hunter è ancora sotto investigazione porta a supporre che si tratti proprio della stessa indagine. A peggiorare potenzialmente le cose per i Biden sta il fatto che a giorni dovrebbe testimoniare alla Camera Devon Archer: ex socio storico di Hunter che, secondo le anticipazioni del New York Post, sarebbe pronto a riferire che lo stesso Hunter avrebbe messo in contatto il padre (ai tempi della vicepresidenza) con propri soci in affari almeno due dozzine di volte. Va da sé che, se ciò dovesse essere confermato, per il presidente in carica sarebbe un gravissimo imbarazzo. Era infatti settembre del 2019, quando Biden disse: “Non ho mai parlato con mio figlio dei suoi rapporti d'affari all'estero”. È chiaro come tutta questa intricata vicenda possa creare notevoli problemi alle chances di rielezione dell’attuale presidente americano. Né si può dire che il giudice Noreika abbia voluto mettere i bastoni tra le ruote ad Hunter per favorire Donald Trump. È infatti vero che costei fu nominata dall'ex presidente repubblicano nel 2017, ma il sostegno che ottenne in sede di ratifica al Senato fu significativamente bipartisan. Senza contare che, nel 2008, la diretta interessa effettuò donazioni alla campagna elettorale di Hillary Clinton. Non stiamo parlando quindi di una togata dalla fede politica esattamente trumpista. A maggior ragione, il fatto che l’accordo di patteggiamento sia miseramente naufragato consoliderà la narrazione dei repubblicani, che accusano da tempo il Dipartimento di Giustizia di doppiopesismo, opacità e politicizzazione (soprattutto dopo le recenti accuse di interferenza nell'indagine penale su Hunter arrivate da due informatori dell'Agenzia delle entrate statunitense). Si tratta di un quadro complessivo che rafforza indirettamente anche Trump, il quale sta per essere incriminato una seconda volta dal procuratore speciale Jack Smith. Un Trump che avrà adesso buon gioco nel cavalcare nuovamente la tesi della persecuzione politicogiudiziaria.

Hunter Biden patteggia per le accuse di reato fiscale e detenzione illegale di arma da fuoco. ELENA AQUILANTI su Il Domani il 20 giugno 2023

Il dipartimento di Giustizia e gli avvocati di Hunter Biden hanno raggiunto un accordo in base al quale il figlio del presidente degli Stati Uniti si dichiarerà colpevole delle accuse che gli sono state contestate

Hunter Biden, figlio del presidente degli Stati Uniti, si dichiarerà colpevole di non aver pagato intenzionalmente le imposte sul reddito relative agli anni 2017 e 2018 (per una somma complessiva di 1,2 milioni di dollari) e accetterà la libertà vigilata, in accordo con la procura federale del Delaware.

Il patteggiamento prevede, inoltre, che Biden eviti l’azione penale per aver dichiarato il falso sull’uso di sostanze stupefacenti in occasione dell’acquisito di una pistola. La condizione di tale accordo è che accetti di non possedere più armi da fuoco e che non faccia uso di droghe.

L’accordo è stato raggiunto dopo mesi di interlocuzioni tra la Procura Federale del Delaware e gli avvocati della difesa. In questo modo Hunter Biden eviterà la pena detentiva.

L’INDAGINE

Il fatto risale ad un periodo particolarmente turbolento per il figlio del presidente degli Stati Uniti, nel quale era solito fare uso di sostanze stupefacenti come cocaina e crack. Nei prossimi giorni Hunter Biden comparirà in tribunale per dichiararsi colpevole dei capi d’imputazione, ma il patteggiamento deve ancora essere approvato dal giudice federale.

Le accuse sono scaturite da un’indagine molto più ampia che ha preso in esame numerosi aspetti della vita di Hunter Biden, a partire dal suo lavoro come lobbista e dai suoi rapporti politici ed economici con paesi esteri come la Cina.

Le indagini si sono svolte sotto la supervisione dell’avvocato statunitense, David C. Weiss, nominato procuratore degli Stati Uniti presso il tribunale per il distretto del Delaware il 5 febbraio 2018, sotto l’amministrazione Trump.

GLI ERRORI COMMESSI

L’avvocato di Biden, Christopher Clark, ha commentato il fatto dicendo: «Con l’annuncio di due accordi tra il mio cliente, Hunter Biden, e l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti per il distretto del Delaware, mi risulta che l’indagine quinquennale su Hunter sia stata risolta. So che Hunter ritiene che sia importante assumersi la responsabilità degli errori commessi durante un periodo di tumulto e dipendenza nella sua vita. Non vede l’ora di continuare il suo recupero e di andare avanti».

Nonostante l’indagine sembra concludersi con il patteggiamento, le implicazioni politiche continueranno. Infatti, le vicende legate al figlio del presidente degli Stati Uniti hanno animato il dibattito politico per molto tempo anche a causa delle polemiche sollevate dai politici repubblicani.

A tal proposito, il presidente del Comitato di supervisione della Camera, James Comer, ha detto: «Le accuse a Biden sono “una tirata d’orecchie” in quanto prove crescenti, scoperte dal Comitato di supervisione della Camera, rivelano che i Biden sono coinvolti in un modello di traffico di influenze e forse di corruzione».

Anche Trump si espresso sulla vicenda tramite un post su Truth Social: «Wow! Il dipartimento di Giustizia corrotto di Biden ha annullato una possibile condanna di centinaia di anni dando a Hunter Biden solo una multa stradale: il nostro sistema è a pezzi».

Un portavoce della Casa Bianca ha commentato: «Il presidente e la first lady amano loro figlio e lo sostengono mentre continua a ricostruire la sua vita. Non avremo ulteriori commenti».

Hunter Biden fa infuriare la Casa Bianca tra raccolta fondi e il cambio di avvocato. Il Tempo il 05 maggio 2023

Un figlio che crea una gran quantità di problemi. Sta generando tensioni alla Casa Bianca la decisione di Hunter Biden, figlio del presidente Joe, di adottare una linea difensiva più aggressiva nelle battaglie legali e, soprattutto, di fronte agli attacchi che i repubblicani portano avanti contro il figlio del presidente. Secondo quanto rivela Axios, consiglieri del presidente non sarebbero contenti del fatto che Hunter, senza consultare nessuno del precedente team legale gradito alla Casa Bianca, abbia cambiato avvocato, rivolgendosi a Abbe Lowell, avvocato famoso che in passato ha difeso il genero di Donald Trump, Jared Kushner. Non solo. 

Hunter si sta muovendo anche per creare un fondo destinato a raccogliere finanziamenti per la sua difesa legale. E l’idea del figlio del presidente che chiede finanziamenti per i suoi problemi legali sta preoccupando non poco esponenti democratici, aggiunge il solitamente ben informato sito. «Per funzionare questo fondo dovrebbe essere trasparente in modo straordinario, vietare a cittadini stranieri e lobbisti di contribuire», ha detto ad Axios Anthony Coley, ex portavoce del dipartimento di Giustizia. «Senza queste limitazioni, il fondo sarebbe un vero e proprio mal di testa per la Casa Bianca», ha spiegato. Lowell è stato assunto lo scorso dicembre quando è apparso chiaro che all’inchiesta federale per frode fiscale e quella per problemi di alimenti ai figli in Arkansas, per Hunter si sarebbe aggiunta l’inchiesta del Congresso che la maggioranza repubblicana alla Camera ha avviato appena si è insediata. Ennesima patata bollente per papà Joe.

(ANSA il 19 aprile 2023. ) L'indagine di Hunter Biden, il figlio del presidente Joe Biden, è "gestita male" e ci sono delle "interferenze politiche". La denuncia è di una talpa dell'agenzia della entrate americana, che chiede la protezione da 'whistleblower' per le sue affermazioni. 

La talpa - riporta il Wall Street Journal - è un agente dell'Internal Revenue Service che, durante il suo lavoro, ha osservato "trattamenti preferenziali su decisioni e protocolli che normalmente sarebbero stati seguiti se il soggetto non fosse legato alla politica", affermano l'Irs in una comunicazione ufficiale al Congresso in cui si fa riferimento alle rivelazioni della talpa. Hunter Biden è oggetto di un'indagine penale sulle sue tasse e su possibili dichiarazioni false per l'acquisto di un'arma.

Cosa non torna nella difesa di Hunter Biden. Roberto Vivaldelli il 2 Marzo 2023 su Inside Over.

Si incrina la posizione di Hunter Biden, mentre i repubblicani alla Camera non nascondono la volontà di voler di indagare al più presto sul figlio del presidente Usa. Anche nell’opinione pubblica filo-dem, infatti, sorgono sempre dubbi sugli affari di Hunter e della sua famiglia. Nelle ultime settimane, come abbiamo già spiegato su IlGiornale.it, la strategia del lobbista e figlio del presidente Usa, è cambiata. Come riportato dal New York Post, nella lettera di 14 pagine inviata al procuratore generale del Delaware Kathy Jennings, l’avvocato di Biden, ha affermato che il proprietario del negozio John Paul Mac Isaac ha “illegalmente” avuto accesso ai dati del laptop di Hunter e ha lavorato in combutta con l’avvocato personale dell’ex presidente Donald Trump, Rudy Giuliani, al fine di screditare il suo assistito, diffondendo in maniera illegittima i contenuti del laptop.

Questo sporco trucco politico – si legge – ha portato direttamente all’esposizione, allo sfruttamento e alla manipolazione delle informazioni private e personali del signor Biden”, ha scritto Abbe Lowell, ex legale dei Trump e ora alla corte dei Biden. I federali recuperarono il laptop nel dicembre 2019, ma non prima che Isaac ne facesse una copia e la consegnasse all’avvocato personale di Giuliani, Robert Costello. Giuliani ha fornito al New York Post una copia del disco rigido nell’ottobre 2020. Archiviata dunque la tesi della “disinformazione russa”, dopo oltre due anni si ammette l’esistenza del famigerato laptop. Cos’altro nasconde il figlio del presidente Usa?

Hunter Biden deve spiegare”

La novità di queste ore è che anche a sinistra sorgono dubbi sulla figura di Hunter Biden. Come scrive Ana Marie Cox sul New York Times, per due anni, “i conservatori hanno accusato il figlio ribelle del presidente Biden di traffico d’influenza, riciclaggio di denaro, corruzione e lobbying straniero illegale – e hanno cercato di trasformare le sue disavventure in un’idra tentacolare abbastanza potente da intrappolare e distrarre l’intera amministrazione. Con il controllo sulle indagini alla Camera, potrebbero finalmente ottenere ciò che vogliono: rovesciare la vita di Hunter Biden”. A questo punto, nota Cox, il presidente Joe Biden dovrebbe chiedere al figlio di “collaborare con il Dipartimento di Giustizia”. Ad oggi, sia il presidente, che sia moglie, la First Lady Jill, hanno ripetutamente affermato che Hunter è “innocente” e che non ha nulla a che fare con le accuse di corruzione che gli sono piovute addosso.

Il punto è che non si tratta di accuse evanescenti provenienti solo dal partito repubblicano: com’è emerso nel 2020, l’ufficio del procuratore del Delaware sta indagando su di lui per questioni fiscali. Lo stesso procuratore ha dichiarato di voler esaminare “molteplici questioni finanziarie”, al fine di appurare se il figlio del Presidente Usa e i suoi soci “hanno violato le leggi fiscali e sul riciclaggio di denaro nei rapporti d’affari in paesi stranieri, principalmente con la Cina”.

A che punto sono le indagini

Come riferito da Politico nei giorni scorsi, se i repubblicani non vedono l’ora di indagare su Hunter Biden, il gop deve tenere conto dell’indagine parallela dei federali. Si tratta infatti di “indagini che differiscano per focus e portata”: il Gop sta “esaminando i possibili conflitti di interesse della famiglia Biden” mentre il Dipartimento di Giustizia “si concentra sui potenziali crimini del figlio del presidente Usa”. Il presidente del comitato James Comer ha spiegato a Politico che il Dipartimento di Giustizia “dovrebbe astenersi dall’emettere qualsiasi atto d’accusa contro Hunter Biden” in modo che i repubblicani “possano completare la loro indagine”. I repubblicani hanno formalmente dato il via alle loro indagini sulla famiglia Biden nelle scorse settimane con la loro prima udienza pubblica incentrata sulla decisione di Twitter di limitare la diffusione di uno scoop del New York Post su Hunter Biden poco prima delle elezioni del 2020. – I funzionari di Twitter hanno riconosciuto pubblicamente di considerare quella decisione come un errore.

Di cosa è accusato il figlio del presidente Usa

Le accuse che potrebbero essere formulate dai pubblici ministeri contro Hunter Biden riguardano presunte violazioni fiscali e una falsa dichiarazione in relazione all’acquisto di un’arma da fuoco del figlio del presidente in un momento in cui gli sarebbe stato proibito farlo a causa a causa della sua – ampiamente nota – tossicodipendenza (dalla quale è uscito). L’indagine del Dipartimento di Giustizia si è concentrata sulle attività finanziarie e commerciali di Hunter Biden in Paesi stranieri – come l’Ucraina e la Cina – risalenti al periodo in cui il padre era vicepresidente degli Stati Uniti. Ma gli investigatori, secondo la Cnn, hanno esaminato una serie di “condotte più ampie”, cercando di capire se Hunter Biden e i suoi associati abbiano violato le norme relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento illecito della campagna elettorale, oltre ad altre possibili violazioni di leggi inerenti il fisco americano.

Al di là dell’indagine del Doj, proprio l’Ucraina, per Hunter Biden, rappresenta un punto dolente su cui il Gop potrebbe indagare presto. Prima di approdare in Burisma Holdings nel 2015, società che opera nel mercato ucraino del gas naturale dal 2002, il figlio di Joe Biden aveva lavorato presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio e ben remunerata in Burisma Holdings, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari interni ucraini. Perché questa storia potrebbe “inguaiare” il presidente Usa? Come rivelato dal New York Post, esiste un’e-mail del 2015 di un dirigente di Burisma nella quale ringrazia Hunter per avergli presentato l’allora vicepresidente Usa, a Washington, smentendo così l’affermazione di Joe Biden secondo cui non si sarebbe mai interessato degli affari del figlio. L’incontro con l’alto dirigente di Burisma avvenne meno di un anno prima che l’allora vicepresidente di Obama facesse pressioni sui funzionari del governo di Kiev affinché licenziassero un procuratore che stava indagando sulla stessa società ucraina di cui faceva parte il figlio. ROBERTO VIVALDELLI

Tutti gli errori di Biden sul "garage gate". Il figlio Hunter nel mirino. Storia di Valeria Robecco su Il Giornale il 14 Gennaio 2023.

New York. L'ombra del «garage-gate» rischia di diventare la peggiore crisi politica della presidenza di Joe Biden. E mentre emergono nuovi dettagli sulle carte riservate trovate in un ufficio e nella casa del Comandante in Capo, i repubblicani cavalcano la vicenda accusando Biden di aver taciuto e i democratici di politicizzare la giustizia.

James Comer, presidente della commissione vigilanza della Camera, ha inviato una lettera alla Casa Bianca per accertare se Hunter Biden, il figlio del presidente, ebbe accesso ai documenti classificati scoperti nella residenza del padre a Wilmington. Residenza che risulterebbe anche dalla sua patente di guida sino al 2018. «La commissione è preoccupata che Biden abbia immagazzinato documenti classificati nello stesso luogo dove risiedeva suo figlio mentre era coinvolto in affari con avversari degli Stati Uniti», si legge nella lettera. Pur se la Casa Bianca continua a ribadire la «trasparenza» sulla gestione e la sua «piena collaborazione» con il dipartimento di Merrick Garland, il tentativo di controllare i danni ha peggiorato la situazione portando alla conseguenza più temuta, ossia la nomina di un consigliere speciale. Garland ha scelto l'ex procuratore del Maryland Rob Hur per indagare sulla «possibile rimozione e conservazione non autorizzata di documenti classificati e altre carte». Secondo quanto riferito dalla Cnn, tra i documenti ritrovati, risalenti a quando Biden era vice presidente, ci sono promemoria e appunti per alcune chiamate con l'allora premier britannico e il presidente del Consiglio Europeo. Intanto alcuni ex collaboratori che lavorarono per lui negli ultimi giorni della sua vice presidenza sono stati interrogati nell'ambito dei primi accertamenti condotti dalla procura di Chicago su incarico del ministro della Giustizia. Il fatto che gli avvocati di Biden abbiano immediatamente avvisato gli Archivi Nazionali può avergli risparmiato il clamore della scoperta, come avvenuto dopo il raid dell'Fbi a Mar-a-Lago, residenza di Trump in Florida. Ma tacere sulla seconda tranche di materiale classificato, trovato il 20 dicembre nel garage della sua abitazione di Wilmington, in Delaware, e comunicato al dipartimento di Giustizia ma non agli americani, ha fatto pensare che il presidente abbia qualcosa da nascondere. Il risultato è che la Casa Bianca ha offerto il fianco alla nuova maggioranza repubblicana della Camera per rilanciare le teorie su una giustizia politicizzata che attacca Trump e copre le illeciti dei presidenti democratici. «Ecco qualcuno che ha detto di essere tanto preoccupato per i documenti del presidente Trump... E ora scopriamo che lui come vice presidente ne ha conservati per anni in luoghi diversi», ha commentato il neo speaker Kevin McCarthy, condannando i due pesi e due misure applicati con l'attuale presidente e il suo predecessore. Mentre alcuni deputati repubblicani hanno chiesto di vedere il registro dei visitatori delle case di Biden, sostenendo che la scoperta di materiale classificato in una delle sue due abitazioni è un rischio per la sicurezza nazionale. Nel frattempo, il tycoon è alle prese con altri guai giudiziari che riguardano la sua società, pur se né lui né i suoi figli erano coinvolti nel processo. La Trump Organization ha ricevuto una multa da 1,6 milioni di dollari per frode fiscale: la società è stata condannata per 17 reati tra cui associazione a delinquere e falsificazione di documenti aziendali.

IL GARAGE DI SLEEPY JOE. Redazione su L'Identità il 13 Gennaio 2023.

Sleepy Joe peggio di The Donald. Si allarga paurosamente lo scandalo dei documenti top secret trovati nelle proprietà del presidente Usa Joe Biden. La Casa Bianca ha infatti confermato che una seconda serie di documenti riservati risalenti all’epoca in cui Biden era vicepresidente è stata trovata nel garage della sua abitazione a Wilmington, nel Delaware. “Durante un controllo, gli avvocati hanno scoperto tra i documenti personali e politici un piccolo numero di documenti classificati dell’amministrazione Obama-Biden”, ha sottolineato il consigliere speciale Richard Sauber, secondo quanto riferito dal New York Times. “Tutti tranne uno di questi documenti sono stati trovati nel garage della residenza del presidente a Wilmington. Un documento di una pagina è stato scoperto tra i materiali immagazzinati in una stanza adiacente”, ha detto. Gli avvocati di Biden hanno anche perlustrato la casa dell’inquilino della Casa Bianca a Rehoboth Beach, nel Delaware, ma senza trovare nulla di rilevante.

L’ammissione del ritrovamento di un secondo gruppo di documenti riservati è arrivata dopo che la Casa Bianca ha riconosciuto in questi giorni che un precedente lotto era stato scoperto il 2 novembre nell’armadio di un ufficio di un think tank che Biden aveva abbandonato dopo aver lasciato la vicepresidenza. Nella nota, la Casa Bianca conferma di aver immediatamente informato il Dipartimento di Giustizia, disponendo che prendesse possesso dei documenti. Dopo aver aggirato in un primo momento le domande dei giornalisti, il presidente Usa ha detto ai giornalisti durante la visita ufficiale a Città del Messico di essere rimasto “sorpreso” nell’apprendere che i suoi avvocati avevano trovato documenti governativi riservati nel suo ex ufficio presso il Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement a Washington. Ha sottolineato che il suo staff ha collaborato con gli archivi nazionali e il con dipartimento di Giustizia, ma non ha fatto menzione dei documenti successivamente trovati nel Delaware.

Tra i documenti segreti scoperti lo scorso novembre ci sarebbero memo dell’intelligence e materiale dei briefing su dossier come l’Ucraina, l’Iran e il Regno Unito. La Cnn riferisce che il procuratore degli Stati Uniti, John Lausch Jr. ha già completato la parte iniziale della sua inchiesta e ha fornito i suoi risultati preliminari a Garland. Ciò significa che il procuratore generale a breve dovrà decidere come procedere e, nel caso, mettere sotto inchiesta il Presidente. Garland è stato anche personalmente coinvolto in alcuni dei processi decisionali chiave relativi all’indagine sui documenti di Trump e alla decisione di inviare l’Fbi a perquisire la residenza dell’ex presidente a Palm Beach. Sul piano politico sta creando un profondo imbarazzo per la Casa Bianca. Biden, infatti, aveva duramente criticato l’ex presidente Trump dopo che il Federal Bureau of Investigation ad agosto aveva sequestrato documenti riservati dalla sua proprietà di Mar-a-Lago.

Dal canto suo, il Gop chiede a gran voce che non si facciano due pesi e due misure e che si nomini un procuratore speciale che indaghi sulla vicenda. Intanto arriva la prima presa di posizione del nuovo speaker della Camera Usa, il repubblicano Kevin McCarthy: “Il Congresso deve indagare sui documenti classificati di cui era in possesso”. Bisogna fare luce su quello che definisce “un altro passo falso” del Presidente. McCarthy condanna “l’uso politico” della giustizia da parte dell’amminie le foto delle carte top secret sequestrate a strazione, i “due pesi e due misure”. In effetti la notizia Trump uscirono subito, mentre la scoperta dei documenti di Biden è stata rivelata dopo oltre due mesi, per ora senza alcuna immagine. Lo speaker critica il Presidente anche per aver definito irresponsabile il suo predecessore per il cattivo uso di documenti classificati quando lui sembra aver fatto lo stesso. Anche un altro senatore Gop della commissione Giustizia, Josh Ashley, ha denunciato questo “sconvolgente doppio standard” nella lettera inviata a Garland per chiedere la nomina di un procuratore speciale, denunciando il fatto che Trump ha dovuto subire l’affronto “senza precedenti della perquisizione” da parte dell’Fbi, mentre il “presidente Biden non ha subito nulla del genere”.

Biden per ora cerca di minimizzare: “Le carte top secret trovate a Wilmington non erano in mezzo alla strada, erano al sicuro, in garage dove sono le mie Corvette. Io e i miei avvocati stiamo cooperando pienamente con il Dipartimento di Giustizia”. Tuttavia le lamentele dei Repubblicani sono legittime. Al di là del contenuto dei nuovi documenti trovati in garage, si tratta di una grave violazione. La legge Usa prevede, infatti, che al termine dell’incarico, tutti i funzionari federali restituiscano i documenti, sia quelli ufficiali che a maggior ragione quelli top secret.

Cosa sappiamo sui documenti top secret di Biden. Francesca Salvatore il 14 Gennaio 2023 su Inside Over.

Anche il presidente Joe Biden è cascato sui file top secret esattamente come il suo predecessore Donald Trump. Ad aggravare la posizione del Presidente, un secondo ritrovamento di documenti classificati nel garage della sua residenza a Wilmington, nel Delaware, oltre due mesi dopo la prima scoperta.

Una bufera che rischia di gettare benzina sul fuoco in vista delle elezioni del 2024, con un Trump galvanizzato e un Biden che gioca a fare il temporeggiatore. Il presidente potrebbe essere costretto a subire uno special counsel mentre resta in carica per altri 2 anni, come capitò al suo predecessore con Robert Mueller e il Russiagate. Al contempo, il neo speaker della Camera Kevin McCarthy denuncia “la doppia morale di una giustizia politicizzata”, invocando un’inchiesta del Congresso, mentre alcune commissioni ora controllate dal Gop hanno già lanciato la loro offensiva contro Biden e la sua famiglia, a partire dal figlio Hunter. Va all’attacco anche Trump, chiedendo addirittura il siluramento del suo procuratore speciale Jack Smith.

L'antefatto

Il caso scoppia il 9 gennaio scorso: gli avvocati del presidente Biden dichiarano di aver scoperto “un piccolo numero” di documenti riservati nel suo ex ufficio di Washington lo scorso autunno, spingendo il Dipartimento di Giustizia a esaminare la situazione per determinare come procedere. Nell’immediato, si pone il problema, da parte del procuratore generale Merrick Garland, se nominare un procuratore speciale, come Jack Smith, alle prese con il caso Trump.

I documenti rinvenuti risalirebbero al suo mandato da vicepresidente, e sarebbero stati ritrovati dai suoi avvocati personali il 19 novembre scorso mentre erano alle prese con l’impacchettamento di cartelle e documenti al Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement. L’ufficio del consiglio della Casa Bianca ha notificato l’accaduto alla National Archives and Records Administration (Nara) lo stesso giorno in cui i documenti sono stati trovati “in un armadio chiuso a chiave” e l’agenzia li avrebbe poi recuperati la mattina successiva.

Biden aveva utilizzato periodicamente l’ufficio dopo aver lasciato la vicepresidenza nel 2017 e prima di iniziare la sua campagna presidenziale. Il segretario di Stato Antony Blinken si è detto “sorpreso” dalla presenza di documenti riservati presso il Penn Biden Center, dove lui stesso aveva precedentemente lavorato. Il Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement è un istituto di ricerca indipendente a Washington DC situato a circa un miglio dalla Casa Bianca. Biden ha utilizzato lo spazio “periodicamente” prima della sua campagna presidenziale del 2020. La scoperta sarebbe avvenuta meno di una settimana prima delle midterm e circa due settimane prima che il Dipartimento di Giustizia nominasse un consulente speciale per indagare sulla gestione dei documenti riservati da parte dell’ex presidente Donald Trump.

Giovedì 12 gennaio la situazione si complica ulteriormente: la Casa Bianca dichiara che le successive ricerche avevano rinvenuto “un piccolo numero di ulteriori documenti dell’amministrazione Obama-Biden contrassegnati come riservati” tra i documenti personali e politici nella dimora privata del presidente Biden, a Wilmington.

La maggior parte è stata trovata in un ripostiglio nel suo garage. I suoi avvocati, si legge in una nota, hanno scoperto “tra carte personali e politiche un piccolo numero di altri documenti dell’amministrazione Obama-Biden contrassegnati come riservati. Tutti tranne uno sono stati trovati in un deposito nel garage della residenza del presidente” a Wilmington. “Un documento di una sola pagina è stato scoperto tra materiale immagazzinato in una stanza adiacente”, mentre “nessun documento è stato rinvenuto nella residenza di Rehoboth Beach”, la sua casa al mare.

Siamo fiduciosi che un esame meticoloso dimostrerà che i documenti sono stati spostati per errore e che il presidente e i suoi avvocati hanno agito prontamente dopo averlo scoperto”, ha fatto sapere la Casa Bianca. Gli avvocati hanno ribadito di collaborare pienamente con il dipartimento di Giustizia e di averlo informato subito, come fatto dopo il ritrovamento del 2 novembre.

Il contenuto dei documenti di Biden

Tra i file della vicepresidenza Biden ci sono dieci documenti riservati tra cui promemoria dell’intelligence statunitense e materiali informativi che riguardavano Ucraina, Iran e Regno Unito. I documenti sono datati tra il 2013 e il 2017: erano conservati in tre o quattro scatole contenenti anche documenti non classificati che rientrano nel Presidential Records Act. Ai sensi di questa norma del 1978, i presidenti in carica hanno la responsabilità esclusiva della custodia e della gestione dei registri presidenziali della loro amministrazione mentre sono in carica.

La Nara non ha alcun ruolo formale nel modo in cui i presidenti in carica gestiscono i propri documenti, tranne quando il presidente propone di disporne; invece, fornisce guida e consulenza ai presidenti in carica e ai loro funzionari designati, su richiesta. La stragrande maggioranza degli oggetti nell’ufficio del presidente conteneva documenti personali della famiglia Biden, incluse carte sull’organizzazione del funerale di Beau Biden e lettere di condoglianze, secondo quanto riporta la Cnn. Non è chiaro se le scatole con documenti riservati contenessero ulteriori materiali personali.

Ogni cambio di amministrazione presidenziale richiede un massiccio spostamento di documenti e materiali. La Nara svolge un ruolo chiave nel trasferimento fisico di centinaia di milioni di documenti testuali, elettronici, audiovisivi e manufatti dalla Casa Bianca alla futura biblioteca del presidente uscente. Gli archivi nazionali provvedono anche al trasferimento della custodia legale di quei materiali al termine di un’amministrazione, la loro cura e lo sviluppo della biblioteca stessa.

I registri presidenziali arrivano alla NARA alla fine della presidenza, mentre il Freedom of Information Act (Foia) si applica al Presidential Records Act (Pra) cinque anni dopo che il presidente ha lasciato l’incarico. Nel 1978, il Congresso ha stabilito che qualsiasi documento creato o ricevuto dal Presidente come parte dei suoi doveri costituzionali, statutari o cerimoniali è di proprietà del governo degli Stati Uniti e sarà gestito dalla Nara alla fine dell’amministrazione. Il Pra ha cambiato, inoltre, lo status legale dei materiali presidenziali e vicepresidenziali. Sotto il Presidential Records Act, i registri ufficiali del Presidente e del suo staff sono di proprietà degli Stati Uniti, e non del Presidente.

Le indagini

Spiegando nel dettaglio le tappe delle indagini sulla potenziale cattiva gestione dei file, l’Attorney General afferma che tutto è iniziato il 4 novembre 2022, quando l’ufficio dell’ispettore generale degli archivi nazionali ha contattato un pubblico ministero presso il dipartimento di Giustizia. Lo scopo era informarlo che la Casa Bianca aveva notificato agli Archivi che i documenti recanti contrassegni di riservatezza erano stati identificati presso l’ufficio del Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement situato a Washington. L’ufficio non era autorizzato alla conservazione di documenti riservati.

Il 9 novembre l’Fbi ha avviato una valutazione coerente con i protocolli standard per capire se le informazioni classificate fossero state gestite in modo improprio, violando la legge federale. Cinque giorni dopo, il 14 novembre, Garland ha incaricato il procuratore degli Stati Uniti per il distretto settentrionale dell’Illinois, John Lausch Jr., di condurre un’indagine iniziale. “L’ho scelto per condurre l’indagine iniziale perché ero fiducioso che la sua esperienza avrebbe garantito un lavoro in modo professionale e rapido”, ha detto Garland.

Il 20 dicembre il consulente personale del presidente Biden ha informato Lausch che ulteriori documenti recanti contrassegni classificati erano stati identificati nel garage della residenza privata del presidente a Wilmington, nel Delaware. L’avvocato di Biden ha informato Lausch che quei documenti risalivano al suo periodo come vicepresidente. L’Fbi si è recata e ha messo al sicuro quei documenti. Il 5 gennaio Lausch ha informato Garland sui risultati della sua indagine iniziale e ha spiegato che sarebbero state necessarie ulteriori indagini da parte di un procuratore speciale. “Sulla base dell’indagine iniziale di Lausch ho concluso che, in base al regolamento, era nell’interesse pubblico nominare un consulente speciale”, ha detto Garland. Nei giorni successivi, mentre Lausch continuava le indagini, il dipartimento di Giustizia ha identificato Robert Hur come figura da nominare.

 Il procuratore speciale Robert Hur

Al momento il dipartimento di Giustizia sta esaminando la scoperta dei documenti riservati come confermato giovedì scorso dal procuratore generale Garland. Quest’ultimo ha dichiarato di aver nominato l’ex avvocato Robert Hur come procuratore speciale per rivedere l’archiviazione dei documenti. Dopo la sua nomina, Hur ha garantito pubblicamente che condurrà le indagini assegnate con un giudizio equo, imparziale e spassionato. Alcuni ex collaboratori che lavorarono per Joe Biden negli ultimi giorni della sua vicepresidenza sono già stati interrogati nell’ambito dei primi accertamenti condotti dalla procura di Chicago su incarico dell’attorney general. Lo riferiscono i media Usa, precisando che ora potrebbero essere risentiti dal procuratore speciale. Tra loro Kathy Chung: l’ex assistente esecutiva di Biden – ora all’ufficio protocollo del capo del Pentagono – che prestò aiuto per traslocare il materiale del suo ufficio.

Hur è stato autorizzato “a indagare se qualsiasi persona o entità abbia violato la legge in relazione a questa questione”, ha affermato Garland. “Questa nomina sottolinea per il pubblico l’impegno del Dipartimento sia per l’indipendenza e la responsabilità in questioni particolarmente delicate, sia per prendere decisioni indiscutibilmente guidate solo dai fatti e dalla legge”. Ai sensi del Pra, i documenti ufficiali del presidente e del suo staff, compreso il vicepresidente, devono essere consegnati agli archivi nazionali alla fine del loro mandato. Più in generale, la rimozione e la conservazione non autorizzate di materiale classificato è ritenuta illegale. Tuttavia, nel corso degli anni, è stato più volte denunciato un problema di overclassification, sia in termini di importanza dei file che di quantità. Un’elefantiasi documentale che spesso può portare a “disattenzioni” di questo tipo.

Classe 1973, Hur è stato procuratore degli Stati Uniti per il distretto del Maryland tra il 2018 e il 2021, essendo stato nominato dall’allora presidente Trump e confermato da un voto unanime al Senato. Ha lavorato come procuratore federale nel Maryland dal 2007 al 2014 e nel 2017 è diventato uno dei migliori aiutanti del vice procuratore generale Rod Rosenstein. In quella posizione, è stato una figura chiave nella gestione dell’indagine guidata da Robert Mueller sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016. Eccellenza dell’Harvard College e della Stanford Law School, Hur ha iniziato la sua carriera legale con incarichi per il giudice capo della Corte suprema William H. Rehnquist e per il giudice Alex Kozinski della 9a Corte d’appello del circuito degli Stati Uniti.

Trump e Biden: i due casi a confronto

A oggi entrambi i candidati “forti” alla futura presidenza degli Stati Uniti stanno subendo lo stesso tipo di indagine. La questione dei documenti – trafugati o dimenticati che siano – non potrà non abbattersi come un uragano sui prossimi 24 mesi. Tuttavia, c’è comunque da fare alcuni distinguo legali tra le due vicende.

Ci sono lacune fondamentali nella documentazione pubblica su entrambi i casi, ma le informazioni disponibili suggeriscono che ci sono state differenze significative nel modo in cui i documenti sono venuti alla luce, nel loro volume e, cosa più importante, nel modo in cui hanno risposto Trump e Biden. Gli avvocati di Biden hanno segnalato il problema e la Casa Bianca afferma di aver collaborato pienamente, anche perquisendo le case di Wilmington e Rehoboth Beach. Queste differenze hanno implicazioni legali significative.

La differenza principale, tuttavia, risiede nel modo in cui i documenti sensibili sono stati consegnati a seguito della loro scoperta. Innanzitutto, i documenti riservati trovati nell’ufficio dell’ex vicepresidente “non erano oggetto di alcuna precedente richiesta o indagine da parte degli archivi”. Il team legale di Biden ha dichiarato riguardo a entrambi i lotti di aver prontamente consegnato tutti i documenti in questione alle autorità competenti e di aver collaborato alle indagini sulla questione. Nel caso di Trump, l’Fbi ha dovuto ottenere un mandato di perquisizione per recuperare un deposito di documenti riservati nella tenuta di Mar-a-Lago in Florida dopo che gli archivi nazionali hanno battagliato con Trump per mesi una volta lasciata la Casa Bianca per la gestione dei documenti presidenziali.

Un altro punto riguarda la ratio della cattiva gestione: intenzionale o errore? Come descrive il New York Times, una disposizione dell’Espionage Act, ad esempio, rende reato se qualcuno, senza autorizzazione, conserva intenzionalmente un segreto di sicurezza nazionale “e non lo consegna su richiesta” a un funzionario autorizzato a prenderne la custodia. Un altro comma della legge afferma che una persona può essere colpevole se, per “grave negligenza”, consente che i documenti di sicurezza nazionale vengano rimossi dal loro luogo di custodia. Quella disposizione è stata storicamente interpretata nella giurisprudenza e nella pratica del dipartimento di Giustizia come richiedente “uno stato d’animo così sconsiderato da essere appena al di sotto dell’ostinazione”. La richiesta di perquisizione di Mar-a-Lago citava l’Espionage Act, nonché le leggi contro la distruzione di documenti ufficiali.

Nel caso di Biden un punto dirimente sarà capire se il figlio Hunter ha avuto accesso o meno alla documentazione. James Comer, presidente della commissione vigilanza della Camera, ha inviato una lettera alla Casa Bianca per accertare se Hunter Biden ebbe accesso ai documenti classificati scoperti nella residenza del padre a Wilmington. Residenza che risulterebbe anche dalla sua patente di guida sino al 2018. “La commissione è preoccupata che il presidente Biden abbia immagazzinato documenti classificati nello stesso luogo dove risiedeva suo figlio mentre era coinvolto in affari con avversari degli Stati Uniti”, si legge nella lettera.

La campagna elettorale per il 2024 è già cominciata, ma questa volta a colpi di martelletto.

Estratto dell’articolo di V. Ma. per il “Corriere della Sera” il 14 gennaio 2023.

«Joe Biden affronta la crisi politica più grave della sua presidenza», afferma la Cnn. […] La scoperta che anche Biden, che aveva accusato di irresponsabilità Trump per i file top secret tenuti a Mar-a-Lago, ne ha «inavvertitamente smarriti» alcuni tra un ufficio e un garage, è una svolta per lui rischiosa, per quanto diverse siano le circostanze nei due casi.

 […] Una delle domande dei media è perché ci sia voluto così tanto tempo per dire agli americani cosa stava succedendo: i primi file sono stati scoperti il 2 novembre e se ne è avuta notizia solo nei giorni scorsi. A quel punto il team di Biden, che ne aveva già ritrovati altri nel garage in Delaware, avrebbe potuto dire tutto, ma ha taciuto finché anche questa notizia è inevitabilmente trapelata.

Né […] ha contribuito la risposta piccata del presidente all'ostile reporter di Fox News: dire che i file (come la sua Corvette) erano «in un posto chiuso a chiave» è sembrato un modo di sminuire il problema (la legge prevede che stiano agli Archivi Nazionali) […] come è potuto succedere? […] potrebbero emergere dettagli su una smobilitazione caotica degli uffici alla fine della presidenza di Obama.

Scoperti altri documenti in casa Biden. Storia di Redazione su Il Giornale il 15 gennaio 2023.

Joe Biden tenta l'operazione trasparenza per non essere travolto dallo scandalo delle carte segrete. È proprio la Casa Bianca ad annunciare infatti che altri cinque documenti top secret sono stati trovati nella sua abitazione di Wilmington, nel Delaware. Nel comunicare la nuova scoperta, il legale di Biden, Robert Bauer, non a caso difende l'operato della Casa Bianca che sta cercando di trovare un equilibrio fra l'essere trasparente e il rispettare «le norme e i limiti necessari per proteggere l'integrità dell'indagine». I nuovi documenti sarebbero stati trovati nei giorni scorsi, poco dopo l'annuncio delle carte rinvenute nel garage di Biden in Delaware.

Dopo i guai sulle carte trovate nella residenza dell'ex presidente Donald Trump, ora anche Biden rischia di finire sommerso da sospetti e accuse. I repubblicani non intendono perdere l'occasione di cavalcare i ritrovamenti, anche se lo stile del presidente è stato ben diverso da quello del suo predecessore nell'affrontare la situazioni. Alcuni deputati del Grand Old Party hanno chiesto di vedere il registro dei visitatori delle case di Biden, sostenendo che la scoperta di materiale classificato in una delle sue due abitazioni è un rischio per la sicurezza nazionale. Tra loro James Comer, presidente della commissione vigilanza della Camera: «Abbiamo bisogno di conoscere tutti coloro che hanno avuto accesso al presidente». Si tratta di una strategia per mettere nel tritacarne anche il figlio di Biden, Hunter, da sempre nel mirino dei repubblicani: «La commissione è preoccupata che Biden abbia immagazzinato documenti classificati nello stesso luogo dove risiedeva suo figlio mentre era coinvolto in affari con avversari degli Stati Uniti», ha scritto in una lettera alla Casa Bianca.

Alcuni ex collaboratori che lavorarono per Joe Biden negli ultimi giorni della sua vicepresidenza sono già stati interrogati nell'ambito dei primi accertamenti condotti dalla procura di Chicago su incarico dell'attorney general, in merito alle carte top secret ritrovate in un ex ufficio di Joe Biden e nella sua casa di Wilmington. Lo riferiscono i media Usa, precisando che potrebbero essere risentiti dal procuratore speciale Robert Hur. Tra loro Kathy Chung: l'ex assistente esecutiva di Biden - ora all'ufficio protocollo del capo del Pentagono - che prestò aiuto per traslocare il materiale del suo ufficio.

Ieri il presidente si è recato nella storica Ebenezer Baptist Church di Atlanta, in occasione del compleanno di Martin Luther King Jr, che si celebra negli Stati Uniti domani.

(ANSA il 21 gennaio 2023) - Il dipartimento di Giustizia americano ha perquisito la casa di Joe Biden a Wilmington, in Delaware, e ha trovato altri sei documenti classificati. Lo riferiscono gli avvocati del presidente Usa.

 L'avvocato personale di Biden, Bob Bauer, ha affermato che la perquisizione della casa si è svolta ieri ed è durata quasi 12 ore, riporta la Cnn. Il presidente sta trascorrendo il weekend sempre in Delaware, ma nella sua casa al mare, a Rehoboth Beach.

 "Il dipartimento di Giustizia ha portato via il materiale che riteneva rilevante per la sua indagine, inclusi sei documenti contrassegnati come classificati", ha spiegato l'avvocato precisando che alcune delle carte risalgono al tempo in cui Biden era senatore, altre al periodo in cui era vicepresidente.

 Sono stati prelevati anche appunti scritti a mano durante gli anni della sua vicepresidenza. Bauer ha affermato che alla perquisizione hanno assistito i legali del presidente.

(ANSA il 21 gennaio 2023) - Il capo dello staff della Casa Bianca, Ron Klain, sarebbe pronto a dimettersi nelle prossime settimane. Lo riferiscono alti funzionari dell'amministrazione al New York Times.

 Avvocato, sessantuno anni, stratega della campagna elettorale di Joe Biden, se Klain dovesse lasciare si tratterebbe del cambiamento piu' significativo per il presidente americano. Secondo le fonti, il capo dello staff dalle elezioni di midterm a novembre avvrebbe confidato agli amici elezioni che dopo due anni di lavoro "estenuante e ininterrotto" accanto al presidente ha bisogno di "fare altro". E' probabile che annuncerà le dimissioni dopo il discorso dello Stato dell'Unione, che Biden pronuncerà il 7 febbraio.

Estratto dell’articolo di Stefano Graziosi per “La Verità” il 21 gennaio 2023.

Senza vergogna. Lo scandalo dei documenti classificati continua ad aggravarsi.

E, anziché chiedere scusa, Joe Biden ha parlato in modo arrogante e risentito. Interpellato sulla questione mentre si trovava in California a causa delle recenti alluvioni, ha dichiarato: «Penso che scoprirete che non c’è niente lì. Non ho rimorsi, sto seguendo quello che gli avvocati mi hanno detto che vogliono che io faccia».

 «Abbiamo scoperto che una manciata di documenti è stata archiviata nel posto sbagliato», ha proseguito, per poi lamentarsi della domanda ricevuta sui documenti. «Quello che, francamente, mi infastidisce è che abbiamo un problema serio qui di cui stiamo parlando. Stiamo parlando di quello che sta succedendo e il popolo americano non capisce bene perché non mi fai domande al riguardo», ha detto al reporter che gli aveva chiesto degli incartamenti classificati.

 […] Frattanto anche la stampa un tempo amica comincia a scaricare il presidente. Ieri, il New York Times ha pubblicato un commento che mette in evidenza come lo scandalo rischi di danneggiare il Partito democratico.

Tutto questo, mentre un recente sondaggio Quinnipiac ha rilevato che, secondo il 60% degli americani, Biden non si sarebbe comportato in modo appropriato: un campanello d’allarme significativo, soprattutto alla luce del fatto che il diretto interessato avrebbe intenzione di annunciare una ricandidatura il mese prossimo.

 Non solo: lo stesso New York Times ha riportato che, nelle settimane successive al ritrovamento dei documenti nell’ufficio di Washington, si sarebbe verificata una «cooperazione silenziosa» tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia. Della serie: tutti sapevano ai piani alti dell’amministrazione, ma nessuno ha dato la notizia, fino allo scoop della Cbs il 9 gennaio scorso. Per quale ragione?

[…] Sull’ufficio di Washington si sta concentrando l’attenzione dei repubblicani. Esso appartiene al Penn Biden Center: think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania, nota per aver ricevuto circa 77 milioni di dollari dalla Cina a partire dal 2014.

 Ricordiamo che questa fondazione fu a lungo guidata da Michael Carpenter, storico consigliere di Biden e da lui nominato ambasciatore statunitense presso l’Osce nel 2021. Quel Carpenter che, in questi anni, ha spesso scritto e twittato, accusando la Lega di legami con la Russia. Peccato che, mentre pontificava, non si è accorto che nei locali del think tank da lui guidato ci fossero documenti classificati indebitamente trattenuti.

Usa, perquisita la casa di Biden: trovati altri 6 documenti top secret. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 22 Gennaio 2023.

Il dipartimento di giustizia ha ispezionato per 13 ore l’abitazione privata del presidente degli Stati Uniti a Wilmington, in Delaware. Rinvenuti altri sei documenti classificati

Altri sei file classificati sono stati ritrovati in una perquisizione dell’Fbi e del dipartimento di Giustizia durata circa 13 ore venerdì scorso nell’abitazione di Joe Biden a Wilmington, in Delaware. I nuovi file si aggiungono a quelli ritrovati nell’ufficio privato, nel garage e nella stessa abitazione di Biden a partire dal 2 novembre e che sono stati rivelati dai media nei giorni scorsi, per un totale di una trentina di documenti. La ricerca è avvenuta con la collaborazione del presidente e dei suoi avvocati, che sono stati i primi a denunciare il ritrovamento dei documenti iniziali nel suo ufficio privato e a Wilmington.

I media sottolineano la differenza tra questo caso e quello dei file sequestrati nell’abitazione privata di Donald Trump in Florida: l’ex presidente è indagato per ostruzione di giustizia e aveva tenuto circa trecento documenti, mentre quelli in possesso di Biden sono ora in totale una trentina. Ma allo stesso tempo l’immagine della residenza privata di un presidente degli Stati Uniti in carica che viene perquisita dall’Fbi e il fatto che si tratta del quinto ritrovamento di carte riservate rimaste in possesso di Biden è motivo di forte imbarazzo di fronte al tribunale dell’opinione pubblica.

«Incredibile, una cosa senza precedenti», dice alla Cnn Andrew McCabe, ex vicedirettore dell’Fbi. Biden ha detto giovedì scorso di non avere «alcun rimpianto» su come la sua amministrazione ha gestito le notizie sui documenti classificati. Ma la Casa Bianca, criticata per la scarsa trasparenza sulle carte ritrovate prima delle elezioni di midterm e di cui si è avuta notizia solo due settimane fa, ha deciso stavolta di dare direttamente l’annuncio evitando che i media lo scoprissero per altre vie.

La perquisizione potrebbe essere un modo per fermare lo stillicidio di nuovi file giorno dopo giorno, anche se nessuno può escludere che ci saranno ricerche di altre proprietà private del presidente. Sono state portate via anche lettere scritte a mano da Biden e documenti non classificati, nell’incertezza che anch’essi possano essere destinati agli Archivi nazionali: alcune delle carte risalgono al tempo in cui Biden era senatore, oltre al periodo in cui era vicepresidente. A differenza dei loro legali, Biden e la moglie Jill non erano presenti al momento della perquisizione. Ciò dimostra che il procuratore speciale nominato una settimana fa per seguire il caso, Robert Hur, sta procedendo con celerità nelle indagini.

Estratto dell’articolo di V. Ma. per il “Corriere della Sera” il 23 gennaio 2023.

[…] Altri sei documenti classificati sono stati ritrovati venerdì durante una perquisizione dell’Fbi e del dipartimento di Giustizia durata 13 ore nell’abitazione di Biden a Wilmington, in Delaware. Si tratta del quinto ritrovamento di documenti, dopo quelli reperiti dagli avvocati del presidente nell’ufficio privato, nel garage e nella stessa casa a partire dal 2 novembre, per un totale di una trentina di file, di cui non è ancora noto il livello di classificazione (confidenziale, segreto o i vari livelli di top secret).

La Casa Bianca, criticata per la scarsa trasparenza iniziale […], ha deciso stavolta di dare direttamente l’annuncio e ha precisato che Biden, senza bisogno di un mandato, ha invitato il dipartimento di Giustizia a condurre la perquisizione. Ciò non ha potuto cancellare l’immagine storica della residenza di un presidente in carica che viene perquisita dall’Fbi. Sono state portate via anche carte che risalgono al tempo in cui era senatore, oltre al periodo in cui era vicepresidente.

Il presidente dovrebbe essere «imbarazzato» ha detto alla Cnn il senatore dell’Illinois Dick Durbin, spiegando che risulta ora compromessa l’immagine di competenza e di superiorità morale su una questione sulla quale Biden aveva criticato Trump.

 Durbin ha definito «scandaloso» che entrambi i presidenti siano rimasti in possesso di documenti che dovrebbero essere consegnati agli Archivi nazionali («Non importa se sia stato un membro dello staff o un avvocato, i funzionari eletti hanno la responsabilità finale»), ma ha sottolineato che hanno risposto in modi «che non potrebbero essere più diversi».

Biden «dovrebbe avere molti rimpianti», ha detto il senatore Joe Manchin, democratico della West Virginia, che ha dato filo da torcere alla Casa Bianca nel passaggio del piano economico. «È difficile credere che negli Stati Uniti d’America abbiamo un ex presidente e un presidente che si trovano in pratica nella stessa situazione […] Un sondaggio Abc/Ipsos mostra che il 64% degli americani ritiene che Biden abbia gestito in modo inappropriato i documenti classificati; il 77% esprime questo giudizio su Trump.

Estratto dell’articolo di Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 23 gennaio 2023.

[…] I federali che perquisiscono l’abitazione del presidente in Delaware come avevano fatto cinque mesi fa con quella di Trump in Florida e le indagini parallele di due procuratori speciali che indagano sui due casi sono sviluppi pesanti per Biden non tanto per i fatti in sé […] ma per come il caso viene percepito dall’opinione pubblica.

 A destra si diffonde una sensazione di equivalenza tra le due vicende nonostante Trump abbia prima mentito sulla detenzione illegale di documenti e poi si sia rifiutato di consegnare intere casse di carte coperte da segreto, mentre Biden si è autodenunciato quando i suoi avvocati hanno trovato i primi documenti e ha aperto le porte alle ispezioni.

Tra gli indipendenti e anche a sinistra il caso danneggia Biden su terreni essenziali in vista della campagna per la rielezione: quelli dell’esperienza politica e della competenza. E offre altre munizioni a chi vorrebbe sostituirlo con un candidato democratico più giovane e dinamico, mettendo in dubbio la sua lucidità e la tenuta fisica.

 Giuridicamente i due casi sono molto diversi, visto che per la legge americana la volontarietà è essenziale, ma in politica le percezioni contano spesso quanto e anche più dei fatti. E Trump è stato abile nell’andare addirittura oltre l’equivalenza della quale parlano politici e media conservatori, accusando Biden di aver ottenuto un trattamento preferenziale rispetto al suo.

[…] Biden ha bisogno di mettersi questo caso alle spalle sperando che gli eventi del prossimo anno e mezzo lo facciano svanire sullo sfondo. Le cose non sarebbero andate comunque così perché nella nuova Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana lo speaker Kevin McCarthy […] ha riempito la commissione Oversight, quella con poteri d’indagine, di fedelissimi dell’ex presidente decisi a trasformare il Congresso in un tribunale politico con Biden imputato: la sola Marjorie Taylor Greene (di recente ha detto che nel 2021 i trumpiani avrebbero vinto se fosse stata lei a guidare l’assalto al Congresso) ha già presentato 5 richieste di impeachment del presidente.

Biden ne è consapevole, ma punta sull’estremismo di questi esponenti che vanno da sostenitori delle teorie cospirative dei QAnon a chi, come la deputata Lauren Boebert, vorrebbe militarizzare gli evangelici del nazionalismo cristiano (dice che Gesù non si sarebbe fatto crocifiggere se avesse avuto un AR-15 semiautomatico), per far perdere credibilità a questa offensiva davanti ai moderati e agli indipendenti, senza il cui voto Trump non sarà eletto.

 Una strategia che può funzionare se quella di Biden rimane l’immagine di leader magari invecchiato e a volte un po’ confuso, ma competente e credibile. Mentre Trump, che gode sempre del sostegno della sua base estesa, entusiasta ma anche minoritaria, non riesce più ad andare oltre, come si è visto col voto di novembre. […]

Carte segrete anche in casa di Mike Pence, ex vice di Trump. Valeria Robecco il 25 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Si allarga lo scandalo dei documenti classificati e questa volta nel mirino finisce l'ex vicepresidente Mike Pence. Secondo alcune fonti citate dalla Cnn, un avvocato dell'ex numero due di Donald Trump ha scoperto almeno una decina di carte contrassegnate come classificate a casa sua, in Indiana la scorsa settimana, e le ha consegnato all'Fbi. Il dipartimento di Giustizia e l'Fbi hanno avviato un'indagine per accertare come i documenti bollati come classificati siano finiti nell'abitazione, oltre a condurre una revisione del loro contenuto.

Il custode dei registri della Casa Bianca di Pence, Greg Jacob, ha confermato che il dipartimento Giustizia ha preso possesso di «un piccolo numero» di file riservati nella sua nuova residenza di Carmel. In una lettera inviata tre giorni fa agli Archivi Nazionali, Jacob ha indicato che alcuni agenti dell'Fbi sono arrivati a casa di Pence la sera del 19 gennaio per recuperare i documenti che l'ex vicepresidente aveva trovato pochi giorni prima, trasferimento che è stato facilitato dal suo legale personale. «Il vicepresidente non era a conoscenza dell'esistenza di documenti riservati nella sua residenza personale - ha scritto Jacob - Ma comprende l'elevata importanza della protezione delle informazioni sensibili e classificate ed è pronto a collaborare pienamente con gli Archivi Nazionali e qualsiasi indagine appropriata». Inoltre, ha spiegato che aveva arruolato un consulente esterno dopo la scoperta di materiale classificato nella residenza del presidente Joe Biden. Lunedì, poi, il team legale di Pence ha riportato scatole con del materiale a Washington e le ha consegnate agli Archivi Nazionali per verificarne la conformità con il Presidential Records Act.

Le notizie arrivano mentre proseguono le indagini sulla gestione di materiale top secret da parte di Biden e del predecessore Trump. Una scoperta, quest'ultima, che secondo fonti informate suggerirebbe un problema sistemico relativo ai documenti classificati e al Presidential Records Act, che richiede che i file ufficiali della Casa Bianca siano consegnati agli Archivi Nazionali al termine di un'amministrazione.

E queste rivelazioni arrivano mentre aumentano le notizie secondo cui Pence si sta preparando a candidarsi per la nomination repubblicana di Usa 2024, sfidando proprio il tycoon. L'ex vice presidente ha già effettuato diversi blitz in South Carolina, dove punta a conquistare il fondamentale elettorato evangelico che si sta allontanando da Trump, il quale sarà nello stato per un comizio nel fine settimana. VRob

Scandalo documenti: le domande a cui Biden dovrebbe rispondere. Stefano Graziosi su Panorama il 17 Gennaio 2023.

Sono molte le cose che non tornano sul ritrovamento dei documenti classificati nella casa e nell'ex ufficio di Biden.

È una significativa bufera politica quella scatenatasi su Joe Biden, dopo che è sato reso noto il ritrovamento di documenti classificati nella sua casa privata di Wilmington e in un suo ex ufficio a Washington. La questione ha portato alla nomina di un procuratore speciale da parte del Dipartimento di Giustizia, mentre la commissione Giustizia della Camera ha avviato un’inchiesta sulla vicenda. Per il presidente le cose si stanno mettendo molto male. E non è affatto escludibile che possa prima o poi ritrovarsi sotto impeachment. E così, mentre anche qualche importante esponente dem inizia a scaricarlo, Biden si trova davanti a una crisi politica gravissima. Una crisi che sta peggiorando anche a causa della mancanza di trasparenza dimostrata dalla Casa Bianca. Ci sono infatti alcune domande che esigerebbero risposte chiare e soprattutto rapide. Risposte che tuttavia stanno tardando ad arrivare. Perché la notizia del ritrovamento dei documenti è stata tenuta segreta così a lungo? Era il 9 gennaio scorso quando la Cbs ha rivelato che erano stati rinvenuti alcuni documenti classificati, appartenenti all’amministrazione Obama, in un ufficio di Washington, che Joe Biden aveva usato tra il 2017 e il 2019. In particolare, la data di quel ritrovamento, effettuato dai legali del presidente, risaliva al 2 novembre del 2022: esattamente sei giorni prima delle ultime elezioni di metà mandato. Ora, secondo la timeline ufficiale degli eventi, gli Archivi nazionali hanno acquisito il materiale in questione già il 3 novembre, per poi notificare il tutto al Dipartimento di Giustizia il giorno successivo. Per quale ragione la notizia non fu resa immediatamente pubblica? Eppure, nel gennaio del 2021, l’attuale amministrazione americana aveva promesso di ripristinare la trasparenza nelle sue comunicazioni con la stampa. Certo: la Casa Bianca si è finora difesa, sostenendo di aver taciuto a causa del fatto che fosse in corso una revisione degli incartamenti rinvenuti. Il sospetto tuttavia è che quel silenzio sia stato tenuto, per evitare contraccolpi politici negativi sul Partito democratico appena prima delle Midterm dell’8 novembre. Va da sé che, se così fosse, la credibilità dell’amministrazione Biden sarebbe destinata a subire un grave colpo. Joe Biden era a conoscenza del ritrovamento? Il 10 gennaio, il presidente americano si è detto “sorpreso” che fossero stati rinvenuti documenti classificati nel suo ex ufficio. Poco dopo, sono tuttavia stati resi noti ulteriori ritrovamenti nel garage della sua casa privata di Wilmington (in Delaware). La versione di Biden è credibile? Ricordiamo che, almeno ufficialmente, gli incartamenti sono stati trovati dai legali del presidente. Possibile che costoro non l’abbiano tempestivamente informato? E comunque, anche ammettendo che non l’abbiano fatto, abbiamo visto sopra che il materiale fu consegnato agli Archivi nazionali il 3 novembre e che, il giorno successivo, questi ultimi avvisarono a loro volta il Dipartimento di Giustizia. Ne consegue che il 4 novembre l’amministrazione Biden, a livello strutturale, era a conoscenza dei fatti. Non solo. Secondo il New York Times, la stessa Casa Bianca ha ammesso che il presidente fu tenuto aggiornato nel corso del procedimento. Il che getta ulteriore opacità sulla vicenda. Perché questi ritrovamenti sono avvenuti così tardi? Come detto, i documenti rinvenuti appartengono all’amministrazione Obama: amministrazione, in cui Biden ha servito come vicepresidente. In particolare, secondo la Cnn, si tratterebbe di incartamenti relativi a un arco di tempo che andrebbe dal 2013 al 2016. Perché quindi il primo ritrovamento risale soltanto al 2 novembre del 2022, visto che Biden ha lasciato l’amministrazione Obama nel gennaio del 2017? L’ex vicepresidente avrebbe dovuto riconsegnare allora tutti i documenti classificati. Tuttavia, ammettiamo pure che sia sfuggito qualcosa inavvertitamente. Logica avrebbe in tal caso voluto che lo staff di Biden attuasse ulteriori controlli, ricerche e verifiche nel momento in cui quest’ultimo era in procinto di candidarsi ufficialmente alla nomination presidenziale democratica del 2020: circostanza, questa, che avvenne nel tardo aprile del 2019. Ma ammettiamo che ci siano state dimenticanze o errori anche in quel caso. Logica avrebbe nuovamente voluto che, dopo aver vinto le elezioni presidenziali del novembre 2020, il suo staff effettuasse ulteriori controlli prima dell’insediamento alla Casa Bianca (avvenuto il 20 gennaio del 2021). Che cosa contengono questi documenti? Secondo quanto rivelato dalla Cnn, gli incartamenti della prima tranche (quella trovata nell’ufficio di Washington) conterrebbero note di intelligence relative a Ucraina, Iran e Regno Unito. La presenza di incartamenti sull’Ucraina rappresenta un potenziale campanello d’allarme per Biden, visto che suo figlio Hunter entrò nella controversa società ucraina Burisma nel 2014, proprio mentre il padre – all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti – iniziava a sovrintendere alle relazioni tra Washington e Kiev. Non solo. Anche l’ufficio di Washington è finito sotto i riflettori. Esso appartiene infatti al Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement: un think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania. Un ateneo, quest’ultimo, che, tra il 2014 e il 2020, ha ricevuto - secondo il Daily Pennsylvanian - circa 77 milioni di dollari in finanziamenti dalla Cina. Quella stessa Cina con cui, nel recente passato, proprio Hunter ha intrattenuto opachi rapporti di affari. Certo: va sottolineato che non è al momento noto se negli incartamenti trovati vi siano informazioni relative al figlio dell’attuale presidente americano. Occorrerebbe però fare urgentemente chiarezza proprio per fugare ogni possibile sospetto di conflitto di interessi.

Biden nei guai. Come Trump, più di Trump. Piccole Note il 15 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il presidente Biden sta subendo lo stesso trattamento di Trump. Dopo che l’ex presidente è stato messo sotto accusa per il ritrovamento di alcuni documenti riservati nel proprio appartamento, anche Biden è incappato in un identico incidente di percorso. E ora si trova nella stessa condizione sospesa, con un procuratore speciale incaricato di indagare su tale possibile illecito.

Parallelismi e differenze

Ma la tempistica del ritrovamento dei documenti riservati nelle abitazioni private di Biden e della divulgazione della ad opera dei media, interpella. Riportiamo dall’American Spectator: “Quei documenti riservati sono stati trovati per la prima volta dagli avvocati personali di Biden, ha riferito la CBS, il 2 novembre scorso, ben sei giorni prima delle elezioni di midterm. Richard Sauber, il consigliere speciale di Biden, ha affermato che l’ufficio del consiglio della Casa Bianca ha rapidamente informato l’Archivio nazionale, che ha subito sequestrato i documenti in questione”.

Questo da solo sarebbe già abbastanza grave per un presidente che ha criticato aspramente l’ex presidente Donald Trump all’indomani del raid senza precedenti dell’FBI, avvenuto prima dell’alba nello scorso agosto a Mar-a-Lago (la sontuosa residenza di Trump a Palm Beach)” nel corso del quale erano stati trovati documenti riservati. In merito a tale rinvenimento. “Alcune settimane dopo il raid dell’FBI, nel corso del programma di notizie 60 Minutes della CBS, Biden aveva detto: “Come è possibile che si possa essere così irresponsabili?”.

Ma dopo il primo ritrovamento del 2 novembre, è arrivato il secondo: “Giovedì, due tranche separate di altri documenti riservati dell’amministrazione Obama-Biden sono state trovate nella casa personale di Biden a Wilmington, nel Delaware. Tutti i documenti tranne uno sono stati trovati in un deposito sito nel garage di Biden”.

Quindi, dopo aver indugiato su quanto avvenuto, la nota dell’AS spiega che c’è una differenza evidente tra il caso di Trump e quello di Biden, dal momento che “solo il presidente degli Stati Uniti è investito dall’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti del ‘potere esecutivo’ del governo nazionale”. Ciò conferisce al presidente poteri negati al suo vice, ad esempio quello di de-secretare atti e altro. Il caso di Biden, cioè, avvenuto durante la sua vice-presidenza con Obama, è molto più grave e meno difendibile.

Notizie a orologeria?

Ma questo è un particolare, dal momento che le domande da porsi sono altre: “Perché c’è stata una fuga di notizie su CBS News proprio ora , cioè più di due mesi dopo che gli avvocati di Biden hanno scoperto la prima tranche di documenti riservati nelle viscere di un ufficio del Penn Biden Center? Perché c’è stata una fuga di notizie così lenta, col contagocce, drammatica e la segnalazione delle varie tranche di documenti riservati durata tutta questa settimana?”

Domande reali, che il cronista cerca di spiegare col fatto che la secretazione da parte dell’amministrazione e dei media del primo ritrovamento era nei fatti, non volendo disturbare la campagna elettorale delle midterm, nella quale il ritrovamento dei documenti riservati a casa di Trump ha avuto un peso decisivo, almeno dal punto di vista mediatico.

Ma perché ora sta emergendo tutto il fango trattenuto finora? Certo, i media mainstream continuano a difendere Biden, spiegando, senza aver neanche consultare gli atti in questione, che il crimine, o l’asserito crimine, di Trump è comunque più grave. Ciò perché, ovviamente, solo perché Trump è Trump e Biden è Biden. Ma non basterà a salvare Biden dal fango.

Elezioni presidenziali del 2024

Tante le ipotesi per spiegare l’accaduto. Ma al di là delle analisi del caso, è certo che rafforzerà la spinta all’interno del partito democratico per cambiare cavallo alle elezioni presidenziali del 2024. D’altronde non è un segreto che “la maggioranza dei democratici chiede che Biden si faccia da parte nel 2024” (The Indipendent). A volerlo è l’establishment del partito, con Biden che finora ha rintuzzato gli attacchi interni, affermando più volte di volersi ricandidare.

La prospettiva di una ricandidatura sta portando decisamente sfortuna all’anziano inquilino della Casa Bianca, come indicava simbolicamente anche incidente avvenuto a Nantucket a fine novembre, il buen retiro nel quale il presidente si era rifugiato per meditare sulla ricandidatura. Nell’occasione, cinque automobili della sua scorta privata erano state divorate da un incendio.

Il ritrovamento dei documenti riservati nelle sue abitazioni private probabilmente pone fine alla possibilità di una ricandidatura, al di là che Biden sia incriminato o meno.

Di tale incidente si giova anche, ovviamente, Trump, che può accusare i suoi antagonisti di ipocrisia, ma soprattutto può avvalersene per provare ad alleggerire la sua posizione.

E forse potrà scampare a un’esclusione dalla partecipazione alle presidenziali future, che potrebbe arrivare se fosse incriminato per alto tradimento (cosa che non avverrebbe per altre, eventuali, condanne).

Al di là degli interna corporis della politica americana, pure importanti, è da vedere se quanto avvenuto indebolirà ancora di più la presidenza Biden, soprattutto riguardo il conflitto ucraino, nell’ambito del quale il presidente sta facendo fatica a tenere a freno, per quel che può, la spinta dei falchi per far evolvere la guerra ucraina in uno scontro diretto Nato-Russia.

Di questi giorni l’articolo di Foreign Affaires che spiega come il Pentagono abbia espresso forte “preoccupazione” per il piano, presentato dalla Boeing, di fornire agli ucraini missili a lungo raggio. Sollecitazioni in tal senso, come abbiamo dato conto nel nostro sito, stanno diventando sempre assillanti, costringendo l’amministrazione Biden sempre più sulla difensiva.

Ed è più che probabile che tale posizione, che contrasta enormi interessi e gli crea nemici in ambiti molto potenti, abbia contribuito non poco ai rovesci nei quali è incappato, cosa che pone domande inquietanti sulla selezione del prossimo candidato alla Casa Bianca del partito democratico.

Arriva un nuovo scandalo americano. Biden, Trump, le carte segrete in casa e la procedura di impeachment: il nuovo scandalo americano. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 14 Gennaio 2023

L’America è un paese fatto così: un giorno i servizi segreti si presentano a casa dell’ex presidente Trump, la mettono a soqquadro, si portano via due camion di carte segrete indebitamente inguattato dallo stesso Trump quando era l’inquilino della Casa Bianca. E ne nasce un grande scandalo su come vada considerato un ex Presidente che si porta nella villa di campagna (e mare) i segreti di Stato, e tutta l’opinione pubblica che ritiene quel Presidente un mancato (ma ancora pericoloso) golpista, freme di sdegno e chiede punizioni esemplari. Il fatto poi che in una clinica della Florida sia ricoverato l’ex presidente del Brasile Bolsonaro, ritenuto responsabile dell’assalto dei suoi fan al Parlamento di Brasilia, funziona come un moltiplicatore emotivo per chi ha visto nei fatti del 6 gennaio 2021 un attacco al Parlamento americano. Trump e Bolsonaro, due pessimi esempi di uomini di destra eversiva che attentarono alle istituzioni del proprio Paese.

Poi, però, accade che gli stessi servizi segreti americani si presentano nella casa di montagna dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in Wilmington, Delaware, la invadono, si fanno aprire gli accessi ai garage, aprono ogni pertugio e trovano strani libri le cui pagine sono curiosamente alternate a pagine di documenti segreti rilegati insieme a libro originale. Le ricerche portano alla luce altri contenitori di verbali di visite di capi di Stato stranieri descritti da diplomatici americani che possono essere letti soltanto seguendo un severa procedura, rubacchiati qua e là e ricoverati negli anfratti della villetta di campagna presidenziale. Lo scandalo esplode, ma a polveri bagnate. Giornali e televisioni registrano il fatto più con malumore che indignazione: Biden si trova in posizione scomoda e deprecabile come quella in cui si trovava già il suo acerrimo nemico, Donald Trump. Come si dice da noi, uno a uno e palla centro. Di conseguenza, l’America spaccata e divisa si scatena nella ricerca spasmodica delle differenze e delle colpe, per leccare ciascuna le proprie ferite cercando di infettare quelle della parte opposta.

Un fatto è certo: documenti segreti di cui è vietata l’uscita dagli uffici cui appartengono sono stati trovati non soltanto nella casa di campagna del Presidente in carica, ma anche nell’ufficio di Washington dove ha sede una sua fondazione, un ufficio che Joe frequentava quando era vicepresidente di Obama. Di qui la voce, se non il sospetto, che Biden possa aver nascosto documenti passati per le mani di Obama che ha seccamente smentito. Ma Joe Biden, a differenza di Trump e Obama, è un presidente in carica e questa è una circostanza ovviamente tanto delicata quanto aperta a sviluppi che possono portare a un impeachment. È nato così un doppio scandalo nella crisi della democrazia americana, segnata dalla carica di odio fra i democratici e i repubblicani fedeli a Trump. Così, quando fu Trump ad essere beccato in flagrante possesso di carte segrete, la stampa “liberal” si scatenò descrivendo il suo crimine come una conferma di una vocazione di Trump al colpo di Stato. Ma quando altri documenti segretati sono stati trovati nell’ufficio che Joseph R. Biden Jr. ha usato prima della sua campagna elettorale del 2020 a Wilmington, Delaware, i repubblicani trumpisti ne hanno ovviamente gioito.

A guidare le inchieste sia contro l’ex Presidente Donald Trump, che l’attuale Presidente in carica Biden, tutto è il Dipartimento della Giustizia che ha nominato i suoi “special consoles” e lo stesso ministro della Giustizia Merrick Garland ha nominato un procuratore speciale, Jack Smith, nel mese di novembre. Giovedì, lo stesso Garland ha nominato Robert Keeler Hur come procuratore speciale nel caso di Biden. Anche i documenti scoperti adesso nel garage della casa del Delaware sono stati descritti come poco importanti, rispetto alla classifica di Top Secret, trattandosi per lo più di verbali di conversazioni con politici stranieri ormai fuori dal gioco politico, ormai impolverati dal tempo trattandosi di carte relative al tempo in cui Biden era vicepresidente, fino al 2017, e prima che cominciasse la sua campagna presidenziale.

Questo episodio precede quello dell’ultima ora nella casa del Delaware dove i nuovi documenti sono stati trovati in un garage. Nel caso di Trump, e stato accertato che lui prendeva di tanto in tanto delle carte nel suo ufficio ovale della Casa Bianca per portarsele a casa senza più restituirle. un patrimonio di conoscenze buone per tutti gli usi pubblici e privati. Sul motivo reale della appropriazione indebita di carte segrete si può soltanto supporre che tutti e tre i Presidenti – Obama, Trump e Biden– abbiano pensato di mettere o far mettere da parte accuratamente nascosti dei documenti nelle carte che avrebbero potuto consultare soltanto finché erano in carica e di poterle usare come strumenti politici. Il ministero della giustizia in entrambi i casi ha svolto inchieste silenziosissime sulla Casa Bianca, i suoi abitanti i suoi impiegati e i suoi segreti e quando ha ritenuto di intervenire per la sicurezza dello Stato lo ha fatto in maniera legittima ma anche rapida e senza alcun riguardo formale per il rango degli oggetto degli investigati.

E allora vale la pena ricordare i tempi in cui il presidente Bill Clinton fu abbordato da un procuratore che aveva il compito di scoprire tutte le sue magagne e metterlo nei guai dopo che lui aveva mentito davanti alla nazione quando affermò di non aver mai avuto una relazione sessuale che invece aveva avuto. Tutto ciò ha a che fare con una tradizione radicatissima nel mondo anglosassone, ma specialmente in quello americano in cui i comportamenti presidenziali sono codificati come tutti gli altri e possono essere sottoposti ad inchiesta senza o contro il loro consenso. Ormai si perde nella notte della memoria l’investigazione sul palazzo Watergate imbottito di cimici dal partito repubblicano del presidente Nixon e che si concluse con le dimissioni dello stesso presidente.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

È FINITA L’ÈRA DELL’INNOCENZA. Dai documenti di Biden al caso Qatar, gli scandali che la sinistra non affronta. FRANCESCA DE BENEDETTI su Il Domani il 13 gennaio 2023

Da Washington a Bruxelles, per la sinistra è finita l’età dell’innocenza, ma non è ancora iniziata l’era della maturità. I Twitter Files hanno aperto una breccia sulle derive illiberali nel campo dem in Usa. Lo scandalo è finito sotto silenzio, ma a quel punto sono spuntati quei documenti secretati che Biden ha omesso di restituire.

Cosa succede quando un leader politico fa dell’etica la sua bandiera, proietta la propria narrazione valoriale sulla sfera geopolitica, e poi però la sua credibilità frana? In teoria, dovrebbe esserci un vivo dibattito. Invece la progressiva erosione del campo a sinistra ci ha rassegnati ormai a reazioni molli.

E questo appare evidente anche in Europa: mentre i dirigenti del Pd si arrovellavano sulle modalità di voto per il loro congresso, intanto la credibilità della famiglia politica socialista in Ue subiva l’ennesimo colpo. 

Sinistra doppiopesista, ma Biden è come Trump. Lo scandalo delle carte top secret trovate a casa del presidente Usa tenuto nascosto dai media. Corrado Ocone su Nicolaporro.it il 15 Gennaio 2023

Irresponsabile”, così, senza perifrasi, Joe Biden aveva definito il suo predecessore, Donald Trump, quando nella sua abitazione di Mar-a-Lago erano stati trovati documenti “classificati”, cioè segreti, da una squadra di agenti federali. Erano carte che avrebbero dovuto restare sotto vigilanza alla Casa Bianca perché concernenti nientemeno che la sicurezza nazionale.

Chissà se, nel mentre pronunciava quella inappellabile sentenza di condanna, Biden avrà pensato almeno un attimo che una situazione del tutto simile ma con lui protagonista avrebbe potuto presto arrivare sotto i riflettori e gli occhi di tutti? In verità, per arrivarci, quella situazione avrebbe faticato non poco, sapientemente occultata o sottovalutata fino a che è stato possibile da quei media mainstream che invece si erano fiondati come iene sulla vicenda concernente Trump.

Due pesi e due misure che minano ancor più la credibilità di quel “quarto potere” sulla cui indipendenza non a torto la retorica aveva un tempo costruito l’immagine tutta fasti della democrazia americana. Che oggi “i fatti separati dalle opinioni” nn siano nemmeno più un ideale regolativo, con la grande stampa impegnata in una campagna politica permanente a favore e beneficio dell’agenda progressista, lo dimostra la rete di protezione che si è messa in moto quando si è diffusa la notizia che anche nel garage della casa di campagna del presidente in carica in Delawere erano stati rinvenuti documenti che avrebbero dovuto essere secretati.

Insomma, Biden come Trump: né più né meno. Anzi, con una aggravante di non poco conto: la scoperta era avvenuta due mesi fa durante un trasloco ma la notizia non era stata divulgata subito probabilmente per non ostacolare la campagna elettorale del presidente impegnato nelle elezioni di mid-term. Fra i documenti ce ne sarebbero anche alcuni legati all’Ucraina, ove il figlio di Biden è implicato in una storia oscura di finanziamenti a laboratori che producono armi biologiche.

Davvero imbarazzanti le giustificazioni di Biden che ha prima tentato di minimizzare l’importanza dei documenti, che trattano invece di importanti questioni geopolitiche, e poi ha tentato di far credere che le carte fossero state postate per errore. Ora, comunque, sarà il procuratore generale Merrick Garland a indagare e cercare di far luce sull’intera vicenda così come sta facendo già da un po’ di tempo con la storia simile che ha coinvolto Trump. La morale p che anche in America la sinistra è doppiopesista e ipocrita: pronta a ingigantire le malefatte degli avversari ma tutta anche protesa a sminuire quelle della propria parte politica. Quanto a Biden, l’unica cosa che si può dire è che se giochi a fare il “puro” prima o poi arriva sempre qualcuno che è o si dice più “puro” di te. Corrado Ocone, 15 gennaio 2023

Due pesi, due documenti segreti. Perché Biden se li tiene e non fa notizia. Stefano Magni l’11 Gennaio 2023 su Inside Over.

Con gran ritardo, l’opinione pubblica americana ha appreso che anche Joe Biden si era portato a casa documenti segreti dopo aver concluso il suo secondo mandato da vicepresidente, nel 2016. Sono stati trovati il 2 novembre 2022 nel suo ufficio del Penn Biden Center, Washington DC e consegnati dagli avvocati del presidente agli Archivi Nazionali, dove avrebbero dovuto essere custoditi da sei anni. Il presidente, stando a quanto lui stesso afferma, non era a conoscenza della presenza dei documenti nell’ufficio fino a quando i suoi avvocati personali non ne hanno segnalato l’esistenza E sarebbe anche rimasto all’oscuro del loro contenuto.

Spicca la differenza di trattamento fra la vicenda di Biden e quella di Donald Trump, accusato di aver tenuto documenti segreti con sé, nella residenza di Mar-a-Lago (Florida) dopo la fine del suo mandato presidenziale. Donald Trump, come è noto a tutto il mondo sin dal 9 agosto, quando si sono svolte le prime indagini, ha subito una perquisizione all’alba da parte dell’Fbi. I media hanno immediatamente dato risalto all’investigazione. Dei documenti segreti trattenuti da Joe Biden, invece, non si è saputo nulla dal 2 novembre fino a ieri. E il 2 novembre era una settimana prima delle elezioni di metà mandato. “Lo sapevano una settimana prima delle elezioni, forse il popolo americano avrebbe dovuto essere informato”, ha dichiarato Jim Jordan, deputato repubblicano dell’Ohio, a capo della Commissione Giustizia della Camera. “Sicuramente sapevano del raid a Mar-a-Lago tre mesi prima di queste elezioni, ma sarebbe stato bello se il 2 novembre il Paese avesse saputo che c’erano documenti riservati nel Biden Center”.

In queste ultime 24 ore abbiamo già letto diverse giustificazioni sulla disparità di trattamento riservato a queste due vicende analoghe. Il britannico Guardian, ad esempio, ritiene che il caso Trump sia più grave, perché vi sono due caratteristiche che possono spingere il Dipartimento di Giustizia ad aprire un’indagine: ostruzione della giustizia (Trump non voleva consegnare i documenti, due di essi sono stati trovati in una seconda perquisizione) e quantità dei documenti trattenuti (più di cento nel caso di Trump, una decina in quello di Biden). Insider ritiene che gli avvocati di Biden, trovando e consegnando i documenti segreti agli Archivi Nazionali, abbiano fatto “esattamente quel che ci si attendeva da loro”. E che in generale si tratti di “routine”. Anche il più autorevole Washington Post ritiene che le due vicende non siano la stessa cosa, con argomenti simili. E la CNN avverte: “Biden sembra collaborare con gli Archivi Nazionali e il Dipartimento di Giustizia come Trump non ha fatto e, a differenza dell’ex presidente, non è indagato per possibile ostruzione della giustizia”.

Gli esperti che affermano come i due casi non si possano confrontare, come Bradley Moss, vicedirettore del James Madison Project, secondo il quale paragonarli è “come confrontare le mele con le pere”. Però più di un dubbio resta. In primo luogo, Biden ha smentito se stesso. In un’intervista rilasciata alla CBS dopo l’indagine nella residenza di Donald Trump, di fronte alle foto dei documenti segreti prelevati dall’Fbi, aveva affermato, con voce grave: “Mi chiedo come sia stato possibile tutto questo. Mi chiedo come si possa essere così irresponsabili”. Ecco, appunto.

Da un punto di vista legale, poi, conservare 10 documenti piuttosto che 100 non cambia la sostanza della violazione. Un vicepresidente in un caso, un presidente nell’altro, non hanno rispettato la legge che prescrive la consegna agli Archivi Nazionali di tutti i documenti segreti, allo scadere del mandato. Trump è accusato di “ostruzione”, però Biden, dopo mesi di silenzio sulla vicenda, dichiara di non sapere e non ricordare. “Una manina” ha nascosto quei documenti in un cassetto a sua insaputa?

La giustizia statunitense ora farà il suo corso, il procuratore generale Merrick Garland ha chiesto al procuratore di Chicago di aprire un’indagine. Si rafforza la posizione difensiva di Donald Trump, a questo punto. Perché se è vero che tracciare la posizione di documenti segreti era difficile per Biden, lo stesso vale per Trump. Se in un caso è “routine” e i documenti non erano importanti, allora lo stesso criterio vale anche per i faldoni conservati a Mar-a-Lago, a prescindere dalla quantità e dall’atteggiamento più o meno antipatico di chi se li è portati con sé. STEFANO MAGNI

Usa, file segreti trovati in un vecchio ufficio privato di Biden. Trump: «Fbi perquisisca le case del presidente». Viviana Mazza, inviata a Orlando su Il Corriere della Sera il 10 gennaio 2023.

I documenti, di cui non si conoscono i contenuti, risalgono a quando Biden ricopriva la carica di vide presidente di Obama. La vicenda è finita nel mirino dei repubblicani

Orlando — Il dipartimento della Giustizia ha assegnato alla procura di Chicago il compito di esaminare una decina di documenti classificat i trovati presso il «Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement» di Washington. Si tratta di documenti appartenuti a Joe Biden quando ricopriva la carica di vice presidente di Obama, ritrovati con altri documenti non riservati dai suoi legali in un ufficio che l’attuale presidente usava allora per le sue attività con la University of Pennsylvania, della quale è stato professore onorario dal 2017 al 2019 e dove hanno studiato due dei suoi figli e due nipoti.

Come sono finiti in quell’ufficio? Biden ne era al corrente? E se sono stati trovati il 2 novembre perché veniamo a saperlo solo adesso? Anche l’Fbi è coinvolta negli accertamenti. Di certo la notizia è regalo per Donald Trump e per i repubblicani al Congresso, che hanno già tracciato un parallelismo tra questo caso e quello dei documenti classificati a Mar-a-Lago per i quali l’ex presidente è indagato dal dipartimento di Giustizia. Le normative statunitensi impongono a coloro che hanno ricoperto cariche pubbliche di lasciare agli Archivi Nazionali le documentazioni ufficiali riservate al termine dei loro mandati.

Sono stati i legali di Biden a rinvenire i documenti e non gli Archivi Nazionali a richiederli a differenza di quanto accaduto con Trump a Mar-a-Lago. La quantità (10 contro 300) e tipologia dei documenti (non ci sono per esempio informazioni nucleari in quelli di Biden) potrebbe essere diversa. Ma nel clima di divisioni profonde tra democratici e repubblicani, questa diventa un’arma politica. Per cercare di evitare ogni apparenza di politicizzazione del caso, il ministro della Giustizia Merrick Garland ha assegnato al procuratore John Lausch — uno dei due procuratori federali dell’era Trump tuttora in carica (l’altro è David Weiss del Delaware e sta indagando sul figlio del presidente, Hunter Biden) — il compito di capire come quei documenti siano finiti al Penn Biden Center e ha affermato che valuterà, in base ai risultati, se sono necessarie altre misure come la scelta di un procuratore speciale (come avvenuto per Trump e i file di Mar-a-Lago).

L’ex presidente Usa ha subito replicato sulla sua piattaforma social «Truth». «Quando vedremo i raid dell’Fbi nelle numerose case di Joe Biden, e forse persino alla Casa Bianca? Di certo questi documenti non erano stati desecretati». La vicenda è finita anche sotto l’attenzione dei repubblicani che ora dispongono della maggioranza alla Camera. Il nuovo speaker Kevin McCarthy ha definito il ritrovamento «molto preoccupante»: «Biden ha questi documenti... e che cosa aveva detto dell’altro presidente in possesso di documenti classificati?». Biden disse, lo scorso settembre: «Come è potuto succedere? Come è possibile che qualcuno sia così irresponsabile?».

Molti media americani notano le differenze tra i due casi: sono gli avvocati di Biden ad avere trovato i file, e immediatamente li hanno consegnati, a differenza dei documenti a Mar-a-Lago, oggetto di un anno di richieste da parte dell’Fbi, degli Archivi Nazionali e del dipartimento di Giustizia. Alla domanda se i casi non siano diversi, McCarthy ha replicato: «Oh davvero? Solo ora li hanno trovati dopo tutti questi anni?». Conservare documenti classificati dopo aver lasciato il ruolo nel governo federale non porta necessariamente all’incriminazione. Nel caso della ex segretaria di Stato Hillary Clinton che tenne nel suo server privato informazioni classificate, fu interpretato come un segno di trascuratezza.

Adams. (ANSA il 28 Dicembre 2022) - Il sindaco di New York Eric Adams si difende dalle critiche per la sua assenza durante la tempesta artica che si è abbattuta sulla città. "Dopo 365 giorni di impegno ho deciso di prendermi due giorni per riflettere su mia madre" scomparsa due anni fa, spiega Adams.

"Guardare la reazione ai miei due giorni fuori città mi allarma. Merito anche io una vita lavorativa e privata bilanciata. Meritavo i due giorni di vacanza", osserva Adams. In queste ore è arrivato alle Isole Vergini anche Joe Biden accompagnato dalla famiglia. Un'occasione probabilmente per riflettere su una sua possibile candidatura al 2024 e i tempi di un eventuale annuncio.

REPUBBLICANI.

Reagan.

Trump.

De Santis.

Santos.

McCarthy.

Reagan.

19 anni fa Reagan, che aveva asfaltato i “kompagni”. Di Alberto Ciapparoni il 6 Giugno 2023 su Culturaidentità

Diciannove anni dopo la sua scomparsa si può tranquillamente affermare che Ronald Reagan (Tampico, 6 febbraio 1911 – Los Angeles, 5 giugno 2004) è ancora vivo e lotta insieme a noi. E del resto non può essere diversamente: ha vinto la Guerra Fredda – “senza sparare un colpo”, come disse Margaret Thatcher -, ha contribuito in maniera determinante al crollo dei regimi comunisti, ha incarnato l’American Dream diventando Presidente degli Stati Uniti dopo un’anonima carriera da attore, ha ridato forza e vigore all’Occidente. Ma non solo. E’ stato il campione del conservatorismo e del libero mercato, artefice di una vera rivoluzione antistatalista. Per chi fosse interessato, fra gli altri il libro dell’attuale Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana (Mondadori, 2021), ne dipinge un brillante ritratto.

Di sicuro, grazie anche alle capacità comunicative trasmesse da Hollywood, i due mandati presidenziali di Reagan, dal 1980, hanno fatto storia e sono storia. Storica l’affermazione nel suo primo discorso d’insediamento, “nella presente crisi economica il governo è il problema, non la soluzione“: affermazione simbolo dell’idea, comune al thatcherismo inglese, del fisco leggero e dello small government, lo snellimento dell’amministrazione pubblica. Storica la sua esternazione in chiave antisocialista: “Se si muove tassalo, se continua a muoversi regolalo. E se smette di muoversi, sovvenzionalo“.  Storica la stoccata ai compagni comunisti: “Come si definisce un comunista? Beh, è qualcuno che legge Marx e Lenin. Come si definisce un anticomunista? È qualcuno che capisce Marx e Lenin”. Storico il suo affondo fiscale: “Amici miei, la storia è chiara: abbassare le tasse significa una maggiore libertà, e ogni volta che abbassiamo le tasse, la salute della nostra Nazione migliora“

Ottimismo, pragmatismo, modernizzazione, patriottismo, amore per la libertà: eccolo il reaganismo. L’hanno chiamato spesso e volentieri in senso spregiativo l’edonismo reaganiano, sottolineandone con sguardo critico l’attenzione più all’Io e al personale e meno al Noi e al collettivo, e la concentrazione più sulla sfera privata che su quella pubblica. Eppure, quelli che vengono chiamati i favolosi anni ’80 a stelle e strisce sono non tanto la democrazia del frivolo quanto piuttosto l’esaltazione dell’individuo e della sua libertà. Può non piacere, legittimamente, ma la realtà non può essere cancellata, e i fatti, che sono sempre testardi, parlano per lui, per Ronald Reagan. I risultati ottenuti lo hanno consegnato all’impossibilità di essere dimenticato.

Trump.

Morta Maryanne, sorella maggiore, confidente e critica di Trump. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera lunedì 13 novembre 2023.

Aveva 86 anni, è stata trovata senza vita nella sua casa di Manhattan. Negli ultimi anni il loro rapporto si era incrinato per via di alcuni audio pubblicati da una comune nipote

È morta nella sua casa nell’Upper East Side di Manhattan Maryanne Trump Barry, ex giudice federale e sorella maggiore di Donald Trump. Aveva 86 anni. Uno dei familiari ha spiegato di averla trovata senza vita stamani alle prime ore del mattino, riferisce il New York Times. Non è stata specificata la causa del decesso.

Maryanne è stata per tutta la vita protettrice e critica del fratello Donald. Donna di legge, era stata un giudice federale nel New Jersey, una posizione raggiunta con l’aiuto del faccendiere di Trump, l’avvocato Roy M. Cohn, durante la presidenza di Ronald Reagan. Si è ritirata nel 2019, mentre si stavano preparando le inchieste dopo un’indagine del New York Times sulle pratiche fiscali della famiglia. Secondo alcuni confidenti, Trump prestava ascolto a poche persone come a sua sorella. Nell’ultimo anno della sua presidenza tuttavia il loro rapporto si era un po’ incrinato: hanno pesato gli audio di Maryanne che parlava in modo critico del presidente, audio pubblicati dalla comune nipote Mary L. Trump, che stava promuovendo un libro di memorie sulla loro famiglia.

The Donald, 77 anni, favorito alla nomination repubblicana per le presidenziali del 2024 e alle prese con decine di accuse penali in quattro cause, ha avuto una serie di perdite personali negli ultimi anni. Suo fratello minore, Robert S. Trump, è morto nel 2020: per lui l’allora presidente ha tenuto un servizio funebre alla Casa Bianca. La sua prima moglie, Ivana Trump, è morta nel 2022 .

Trump spende 100 milioni di dollari di spese legali a causa dei processi. L’ex presidente Usa ha dichiarato che se sarà rieletto alla Casa Bianca, darà ordine al dipartimento di Giustizia di indagare i procuratori generali e i procuratori distrettuali "radicali" che a suo dire farebbero un uso politico della giustizia. Il Dubbio il 30 ottobre 2023

L'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di dover sostenere spese legali per oltre 100 milioni di dollari a causa della cascata di processi giudiziari intentati a suo carico dalla giustizia federale e statale Usa. Durante un comizio a Sioux City, nello Stato Usa dell'Iowa, Trump ha affermato che entrare in politica nel 2016 gli è costato miliardi di dollari, e ha aggiunto di aver respinto diverse opportunità di arricchimento personale durante i suoi quattro anni alla Casa Bianca, spiegando di «nutrire troppo rispetto per quella carica».

«Diventare un politico mi è costato qualche miliardo di dollari. Chiunque altro fa soldi (con la politica). Io ho detto “no, non posso farlo”. Avrei potuto fare una fortuna», ha affermato l'ex presidente. Ieri Trump ha anche dichiarato che se sarà rieletto alla Casa Bianca, darà ordine al dipartimento di Giustizia di indagare i procuratori generali e i procuratori distrettuali "radicali" che a suo dire farebbero un uso politico della giustizia, e «riformerà completamente» lo stesso dipartimento di Giustizia. 

(ANSA mercoledì 25 ottobre 2023) - L'ultimo capo dello staff dell'ex presidente Usa Donald Trump, Mark Meadows, ha parlato con la squadra del procuratore speciale Jack Smith almeno tre volte quest'anno, inclusa una volta davanti al gran giurì federale dopo aver ottenuto l'immunità nell'ambito del processo sul tentativo di sovvertire le elezioni del 2020. Lo riferisce la Cnn. 

Secondo fonti informate, Meadows ha detto agli investigatori che Trump si è comportato in modo "disonesto" con gli americani quando ha affermato per la prima volta di aver vinto le elezioni solo poche ore dopo la chiusura delle urne il 3 novembre 2020, prima che fossero pubblicati i risultati finali.

"Ovviamente non avevamo vinto", ha affermato l'ex capo dello staff che il tycoon ha definito "un amico speciale". Meadows ebbe un ruolo chiave nelle settimane successive al voto e fu colui che organizzò alla famigerata telefonata del 2 gennaio 2021 nella quale Trump intimò al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensberger, di "trovare 11.780 voti".

(ANSA mercoledì 25 ottobre 2023) - Si allunga la lista degli ex avvocati di Donald Trump che si sono dichiarati colpevoli in Georgia, nell'ambito dell'incriminazione per il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni. Dopo Sidney Powell e Kenneth Chesebro a dichiararsi colpevole è anche Jenna Ellis, andando a complicare ulteriormente la difesa dell'ex presidente.

(ANSA mercoledì 25 ottobre 2023) - Kenneth Chesebro, avvocato accusato di aver giocato un ruolo chiave nei tentativi di Donald Trump di capovolgere il risultato delle elezioni del 2020, si è dichiarato colpevole in Georgia. L'ammissione di un altro ex avvocato di Trump - dopo Sidney Powell - rischia di complicare ulteriormente la difesa di Trump.

(di Benedetta Guerrera) (ANSA mercoledì 25 ottobre 2023) - Non c'è pace per Donald Trump. Una dei suoi ex avvocati e persona di fiducia del tycoon, si è dichiarata colpevole nel procedimento sul tentativo di sovvertire in Georgia le elezioni vinte da Joe Biden. Una decisione dalle conseguenze potenzialmente devastanti per l'ex presidente che, nello stesso giorno, ha incassato anche il ritiro del suo uomo, Jim Jordan, dalla corsa per diventare speaker della Camera americana.

Sidney Powell, fervida sostenitrice delle teorie cospirazioniste che ha contribuito a diffondere dopo il voto del 2020, ha ammesso di aver violato con l'aiuto di funzionari repubblicani locali i sistemi elettorali nella contea di Coffee, nella speranza di dimostrare in qualche modo che le elezioni erano state truccate ai danni del tycoon. 

I procuratori della contea di Fulton hanno chiesto per lei sei anni di libertà vigilata, una sanzione da 9.000 dollari e l'obbligo di scrivere una lettera di scuse ai cittadini della Georgia. Per Trump la vera insidia è che la sua ex avvocata e confidente potrà, d'ora in avanti, essere chiamata a testimoniare in tutti gli altri procedimenti a carico dell'ex presidente, da quello per il ruolo nell'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 alle carte segrete portate nella residenza a Mar-a-Lago. 

Powell è la prima dell'entourage dell'ex presidente a dichiararsi colpevole ma la seconda degli imputati in Georgia dopo Scott Graham Hal, uno scrutatore che ha ammesso di aver violato l'ufficio di una contea ed è stato condannati a cinque anni di libertà vigilate e a testimoniare.

Lunedì prossimo, il 23 ottobre, per lei e un altro ex avvocato di Trump, Kenneth Chesebro, che hanno patteggiato per avere un rito accelerato inzierà il processo ed è quindi assai probabile che nelle prossime ore anche quest'ultimo si dichiarerà colpevole. Piegato ma non spezzato, Trump ha provato a spostare l'attenzione dalla Georgia - dove rischia più che in tutti gli altri processi perché i crimini per i quali potrebbe essere condannato non possono essere perdonati dalla grazia - attaccando la procuratrice di New York, Letitia James. 

"Il suo testimone si è rivelato un disastro e le sue ridicole valutazioni errate", ha affermato l'ex presidente in un post su Truth a proposito dell'ultima udienza ribadendo che il processo a Manhattan per l'accusa di frode fiscale è "una caccia alle streghe ed "una gigantesca truffa dei democratici con un giudice che odia Trump e obbedisce agli ordini di Letitia".

Non è un caso che il tycoon si sia sfogato contro il processo civile in corso a New York. Qualche giorno fa, infatti, la giudice Tanya Chutkan, che presiede il processo per il suo ruolo nell'assalto a Capitol Hill e i tentativi di ribaltare il voto 2020, ha emanato un ordine che gli vieta di esprimersi pubblicamente contro i testimoni, lo staff del tribunale e i pubblici ministeri che si occupano del caso federale. Non che Trump abbia mai accettato in passato di non esternare i suoi attacchi contro la giustizia, ma forse viste le ultime debacle subite -da Fulton County a Capitoll Hill - ha deciso di seguire una linea più prudente.

(ANSA mercoledì 25 ottobre 2023) - Donald Trump ha bollato come "fake news" un articolo del New York Times in cui si afferma, tra l'altro, che l'ex presidente avrebbe chiesto alla moglie Melania di farsi vedere in bikini a Mar-a-Lago "per far capire agli altri uomini che cosa si stavano perdendo". 

In registrazioni ottenute da 60 Minutes Australia e condivise con il quotidiano americano, il miliardario australiano Andrew Pratt avrebbe riferito questo commento di Trump che, nel corso di uno dei molti incontri con il tycoon di 'down under', avrebbe anche vuotato il sacco sul numero di testate nucleari in grado di essere caricate su un sottomarino americano. In un post sul suo sito Truth Social, l'ex presidente non ha direttamente smentito di aver mai suggerito alla moglie di fare ingelosire gli altri maschi in piscina con lo sfoggio delle sue grazie.

Ci ha pensato un suo portavoce definendo il particolare come proveniente da "fonti a cui manca completamente il contesto e le informazioni rilevanti". Secondo le registrazioni di 60 Minutes Australia, Pratt avrebbe anche citato Melania: "Lo farò quando anche tu girerai in bikini accanto a me", avrebbe detto al marito l'ex modella slovena. Pratt è uno degli uomini più ricchi di Australia.

E' nel mirino degli investigatori federali che lo hanno interrogato nell'ambito dell'inchiesta sulle carte top secret trovate a Mar-a-Lago.

"Ha rivelato dati top secret sui sottomarini nucleari": l'ultima tegola di Trump. Storia di Federico Giuliani su Il Giornale venerdì 6 ottobre 2023. 

Donald Trump avrebbe condiviso informazioni riservate e sensibili sui sottomarini nucleari americani con un uomo d'affari australiano, durante una serata trascorsa nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, poco dopo aver lasciato la Casa Bianca. L'episodio risalirebbe al 2021. Nello specifico, l'interlocutore di Trump sarebbe stato il miliardario australiano Anthony Pratt, che avrebbe poi a sua volta condiviso quanto appreso con decine di altre persone, inclusi funzionari stranieri e alcuni giornalisti. Quanto rivelato dall'ex presidente statunitense all'imprenditore australiano, scrivono i media Usa, potrebbe potenzialmente rappresentare una minaccia per la flotta nucleare statunitense.

L'imprenditore australiano

La notizia è stata raccontata dal New York Times, che ha citato fonti anonime a conoscenza della questione. I pubblici ministeri federali che lavorano per il procuratore speciale, Jack Smith, sono venuti a conoscenza delle rivelazioni di Trump a Pratt e hanno quindi interrogato il miliardario australiano nell'ambito della loro indagine sulla gestione dei documenti riservati da parte dell'ex presidente.

Pratt sarebbe ora tra le oltre 80 persone identificate dalle autorità giudiziarie come possibili testimoni che potrebbero incastrare The Donald al processo sui documenti classificati, che dovrebbe iniziare a maggio presso la Corte distrettuale federale a Fort Pierce, in Florida.

Il nome di Pratt non compare nell'atto che accusa Trump di aver trattenuto illegalmente quasi tre dozzine di documenti riservati dopo aver lasciato l'incarico presidenziale. In ogni caso, il fatto che il tycoon abbia discusso con lo stesso Pratt alcuni dei segreti nucleari più sensibili del Paese, in modo così disinvolto, potrebbe aiutare i pubblici ministeri a stabilire che l’ex presidente fosse solito gestire incautamente informazioni delicate.

Le rivelazioni di Trump

Ma di che cosa avrebbero parlato Trump e Pratt? Pare almeno un paio di informazioni critiche sulle capacità tattiche dei sottomarini americani. Tra queste il numero di testate nucleari trasportate dai mezzi e quanto potevano avvicinarsi alle loro controparti russe senza essere scoperte. Sarà importante capire se l'ex inquilino della Casa Bianca abbia semplicemente fatto lo spaccone con il suo ospite, esagerando dati e fatti per stupirlo, o se abbia veramente diffuso segreti militari riservati.

Joe Hockey, ex ambasciatore australiano negli Stati Uniti, ha cercato di minimizzare le rivelazioni di Trump a Pratt. "Se questo è tutto ciò di cui si è parlato, sappiamo già tutto. Abbiamo avuto australiani in servizio con gli americani sui sottomarini statunitensi per anni e condividiamo la stessa tecnologia e le stesse armi della Marina americana", ha dichiarato Hockey nel corso di un'intervista.

I precedenti

Non è la prima volta che Trump viene accusato di condividere in giro informazioni altamente sensibili. Ad esempio, pare che durante una riunione nello Studio Ovale nel 2017, poco dopo aver licenziato il direttore dell’Fbi, James Comey, The Donald abbia rivelato informazioni riservate a due funzionari russi.

Durante la sua presidenza, aveva anche pubblicato su Twitter, social network adesso noto come X, una foto riservata di un sito di lancio iraniano. Trump non ha avuto accesso a informazioni più aggiornate sull’intelligence statunitense da quando ha lasciato il suo incarico alla Casa Bianca.

Estratto dell'articolo di Paul Krugman per “The New York Times” - pubblicato da “La Stampa” mercoledì 4 ottobre 2023.

Fin da quando i Sumeri idearono il credito, probabilmente ci sono sempre state persone che si arricchiscono con investimenti cattivi. Il trucco è investire usando il denaro altrui. Supponiamo, per esempio, che un faccendiere usi capitali presi in prestito per fare investimenti azzardati nei casinò del New Jersey. Alla fine, se gli investimenti producono utili, potrà intascarseli. 

Se, invece, non andranno a buon fine, potrà semplicemente girare i tacchi – se è stato sufficientemente contorto nella formulazione dei prestiti che ha fatto o se riuscirà a persuadere i suoi creditori a non correre dietro agli altri suoi asset – e lasciare che altri siano tenuti a risponderne. In pratica, se è testa vince, se è croce i creditori perdono.

Potrebbe anche riuscire a intascare parte dei soldi presi in prestito, per esempio facendosi pagare ingenti somme di denaro dalle case da gioco o dalle aziende di sua proprietà per vari servizi prima che falliscano. 

Come i lettori avranno già indovinato, forse il mio non è un esempio campato per aria. È la storia dell’impero di casinò di Donald Trump in New Jersey, attività che ha portato a molteplici bancarotte, disastrose per gli investitori esterni ma, a quel che sembra, alquanto redditizie per Trump. Per chi vuole giocare a questo gioco, il problema è persuadere i prestatori a starci. Perché mai qualcuno dovrebbe rischiare i suoi soldi per qualcosa di dubbio?

Beh, esistono vari modi per riuscirci. Uno, forse il più importante nel caso di questi casinò, è il puro potere della persuasione, sostenuto addirittura dal culto della personalità: convincere i creditori che queste iniziative discutibili sono in verità buoni investimenti oppure che sei un uomo d’affari eccezionale e che sei in grado di trasformare la paglia in oro. 

Diversamente, puoi sempre cercare di convincere i finanziatori che sono al sicuro, offrendo loro garanzie collaterali che sembrano adeguate a proteggerli, ma in verità non lo sono, perché hai gonfiato il valore degli asset messi a disposizione e magari anche la tua ricchezza personale, per far sì che ti credano un brillante uomo d’affari e allo stesso tempo un debitore affidabile.

Ecco spiegato perché dichiarare il falso circa il valore degli asset di cui hai il controllo è illegale. Martedì il giudice Arthur F. Engoron ha deliberato a New York che Trump ha sistematicamente dichiarato il falso, sopravvalutando il suo patrimonio e aumentandolo, forse, addirittura di 2,2 miliardi di dollari. 

Trump e i suoi legali hanno addotto, per come la interpreto io, tre linee di difesa contro queste accuse. Primo: sostengono che il valore delle proprietà immobiliari è, in certa qual misura, soggettivo. In effetti, se possiedi un edificio non puoi sapere con certezza quanto vale fino a quando non cerchi di venderlo. Se nel settore immobiliare esiste un margine di manovra, però, è esiguo.

Il giudice Engoron ha dichiarato che Trump si è spinto troppo in là, che ha creato un “mondo fantasioso” di valutazioni indifendibili. Per esempio, la Trump Organization ha valutato gli appartamenti locati come quelli che non lo sono. Il giudice si è annotato, in particolare, quanto dichiarato da Trump, ovvero che a New York abita in 2790 metri quadri, quando di fatto il suo appartamento è di 1022. I metri quadri non sono soggettivi. 

Secondo, gli avvocati di Trump hanno sostenuto che le banche che gli hanno prestato soldi sono state completamente risarcite, quindi non c’è danno. Naturalmente, questo non vale per i creditori rimasti invischiati nelle precedenti bancarotte di Trump. […] 

Infine, sui social Trump ha dichiarato di “essere stato privato dei diritti civili” e di aver preso denaro in prestito da “ingegnose banche di Wall Street” che, probabilmente, non si sarebbero lasciate imbrogliare con tanta facilità. Se conoscete almeno un po’ l’atteggiamento di Wall Street nei confronti di Trump, avrete già capito che questo è un vero spasso.

Per anni, un unico pezzo grosso di Wall Street, Deutsche Bank, è stato disposto a trattare con lui, sollevando per altro molta perplessità circa le intenzioni di questa banca. Alla fine, anche Deutsche Bank ha staccato la spina, adducendo preoccupazioni di natura finanziaria. Trump è riuscito a ripagare il suo debito, ma resta il mistero su come abbia fatto a trovare i soldi. Come ho appena spiegato, a ogni modo, essere fortunati non giustifica le frodi. 

[…]

All’epoca, nel 2016, alcuni osservatori misero in guardia gli analisti politici tradizionali dicendo loro che stavano sottovalutando le possibilità di Trump perché non tenevano conto di quanti americani credevano sul serio che lui fosse un brillante uomo d’affari – convinzione basata perlopiù sul ruolo da lui interpretato nel reality show televisivo “The Apprentice”. 

Oggi sappiamo che, nel caso di Trump, la battuta è la pura e semplice verità: non era un vero genio degli affari. Si limitava a interpretarne uno in televisione. In effetti, questo era ovvio per chiunque volesse vedere come stavano le cose, fin dall’inizio dell’ascesa politica di Trump.

Mi piacerebbe poter immaginare che questa sentenza una buona volta spazzi via il personaggio pubblico Trump. In realtà, però, è probabile che i suoi sostenitori scrolleranno le spalle davanti a questa sentenza, in parte perché la considereranno il frutto di una cospirazione della sinistra, in parte perché ormai pochi di coloro che lo hanno appoggiato saranno disposti ad ammettere di essere stati raggirati da un ciarlatano. Di fatto, è proprio così. E che così tanti americani si siano lasciati abbindolare e continuino a esserlo dovrebbe portare a un serio esame di coscienza nazionale.

Donald Trump colpevole di frode, il giudice di New York gli revoca le licenze commerciali: a rischio la Trump Tower. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera martedì 26 settembre 2023.

Colpo all'immagine per il tycoon. Una punizione decisa dopo aver stabilito che Trump ha frodato banche e assicurazioni gonfiando il valore dei suoi asset per ottenere vantaggi economici e prestiti migliori

Donald Trump e i suoi figli adulti — Eric, Ivanka e Donald Junior — sono responsabili di frode, avendo fornito per circa un decennio false informazioni finanziarie gonfiando il valore dei loro asset nei confronti di banche e assicurazioni. Lo ha stabilito il giudice di New York Arthur Engoron, dando ragione alla procuratrice generale dello Stato Letitia James, pochi giorni prima dell’inizio del processo civile in materia.

La causa per frode è stata intentata un anno fa dalla procuratrice democratica James, che ha accusato Trump di aver gonfiato i beni della sua azienda tra gli 812 milioni e i 2,2 miliardi di dollari nell’arco di un decennio, per ottenere migliori condizioni dei prestiti e altri vantaggi economici.

Una frode che James ritiene abbia aiutato l’immobiliarista a ottenere prestiti per la costruzione di un golf resort a Miami, hotel a Washington e hotel a Chicago. Il giudice Engoron ha ordinato anche che alcune delle licenze commerciali di Trump siano revocate come punizione — rendendo così difficili o impossibili alcuni affari per lui e i figli a New York e colpendo anche l’immagine di imprenditore scaltro e di successo che si era costruito prima di scalare la Casa Bianca.

La decisione non dissolverà la compagnia del tycoon ma terminerà il suo controllo su una proprietà commerciale a Wall Street e di una tenuta a Westchester County; potrebbe anche perdere il controllo di altri beni a New York, inclusa la Trump Tower, anche se probabilmente su questo ci sarà battaglia nei prossimi mesi. Un obiettivo di James è di impedire a Trump e ai tre figli di condurre affari nello Stato in futuro. La decisione del giudice è dunque di colpire Trump e la sua famiglia: a questo punto il processo senza giuria che inizierà il 2 ottobre dovrà definire quanto dovrà pagare in danni (James punta a 250 milioni di dollari).

Ma il tycoon, che accusa James di «persecuzione politica», potrebbe rallentare l’inizio del processo: ha fatto appello accusando il giudice e la procuratrice di avere ignorato una precedente sentenza di tre mesi fa emessa da una corte d’appello, secondo la quale il caso è in parte caduto in prescrizione. «È una grande compagnia che è stata diffamata e calunniata da questa caccia alle streghe politicamente motivata», ha replicato sul suo social Trump. Un giudice «che odia Trump oltre addirittura la procuratrice generale Letitia James», scrive, lamentando la mancanza di una giuria e rivendicando la correttezza del suo operato.

Estratto dell’articolo da tgcom24.mediaset.com domenica 10 settembre 2023.

"Where's Melania?" è il tormentone della campagna elettorale delle presidenziali Usa 2024. "Dov'è Melania (Trump)?" si interroga l'America da mesi, perché pesa nelle vicende politiche e giudiziarie di Donald Trump l'assenza, al suo fianco, dell'ex first lady. Eppure, solo a giugno, doveva essere lei l'arma segreta dell'attività di propaganda per riportare il tycoon alla Casa Bianca. Ma ora a chiedersi "Dov'è Melania (Trump)?" è stato persino un aereo che con lo striscione "Where's Melania?" ha attraversato i cieli dell'Iowa con un passaggio sullo stadio di football Jack Trice di Ames, poco prima dell'arrivo di Trump, DeSantis e altri candidati alla presidenza.

"Where's Melania (Trump)?", il tormentone di Usa 2024 Lontana dalla campagna elettorale di Donald Trump, Melania si troverebbe ufficialmente in Florida con il figlio della coppia, Barron. [...] 

Sempre secondo fonti ufficiali l'ex first lady sosterrebbe, infatti, fermamente la campagna di Trump per il 2024 ma, stando al New York Times, ha voluto mantenere un profilo basso a causa del poco sostegno ricevuto da parte di una serie di amici, assistenti e familiari durante la permanenza alla Casa Bianca. Chi non ricorda il suo sorriso lasciando definitivamente la residenza di Washington? [...]

"Dov'è Melania?". In Iowa lo striscione per provocare Trump. L'ex presidente Usa, in Iowa per un evento legato alla campagna elettorale, è stato accolto, allo stadio di Jack Trice di Ames, da un aereo che sventolava uno striscione bizzarro. Federico Giuliani il 10 Settembre 2023 su Il Giornale.

"Where's Melania?", ovvero "Dov'è Melania?". È questo il contenuto di uno striscione esposto ad alta quota da un aereo, in Iowa, negli Stati Uniti, riferendosi a Melania Trump, compagna di Donald Trump. Il tutto è avvenuto in una circostanza particolare e niente affatto casuale. Mentre il bizzarro banner sorvolava i cieli, l'ex presidente statunitense si trovava proprio nei paraggi, a terra, per prender parte ad un evento legato alla sua campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali Usa del 2024. Neppure la domanda è frutto del caso, visto che fu First Lady si è pressoché allontanata dalla luce dei riflettori e si è fin qui tenuta alla larga dalla campagna elettorale del marito.

Lo striscione per Trump

Nello specifico, lo scorso sabato Trump era pronto per assistere alla partita di football Cy-Hawk tra gli Iowa Hawkeyes e gli Iowa State Cyclones. Il tycoon era appena aggiunto allo stadio di Jack Trice di Ames, quando è stato accolto da un velivolo che stava sventolando uno striscione con un messaggio inequivocabile riguardante la moglie Melania.

L'assenza della donna dalle scene pubbliche non sembra essere un ostacolo per Trump, visto che il tycoon continua a mantenere un vantaggio dominante sui suoi rivali, molti dei quali, tra cui il governatore della Florida Ron DeSantis e l'ex governatore dell'Arkansas Asa Hutchinson, presenti per la stessa partita. Proprio il governatore della Florida, DeSantis, è stato oggetto non molto tempo fa dello stesso trattamento, un aereo con lo striscione sul quale era scritto "sii simpatico Ron".

L'assenza di Melania

In ogni caso, il contenuto del messaggio è emblematico. La domanda apparsa sullo striscione fa riferimento all'assenza di Melania dalla campagna elettorale e, più in generale, dal fianco del marito. Melania Trump non si vede infatti pubblicamente da tempo e non ha mai accompagnato l'ex presidente in tribunale per le sue quattro incriminazioni.

Il New York Times ha scritto che lex First Lady, chiusa dietro i cancelli delle sue tre case, preferisce muoversi in una cerchia ristretta di conoscenti: suo figlio, i suoi genitori anziani e una manciata di vecchi amici. "Va dal parrucchiere, si consulta con Hervé Pierre, il suo stilista di lunga data, e talvolta incontra suo marito per la cena del venerdì sera nei loro club. Ma la sua ricerca più ardente è una campagna personale: aiutare suo figlio Barron, 17 anni, nella ricerca del college", ha scritto il quotidiano.

Miss Trump sarebbe inoltre rimasta in contatto (e in amicizia) con un piccolo gruppo di persone di quando abitava alla Casa Bianca, tra cui la designer Rachel Roy e Hilary Geary Ross, l'importante networker di Palm Beach e moglie di Wilbur L. Ross, l'ex segretario al commercio del presidente. Rimane particolarmente vicina ai suoi genitori, che hanno un appartamento alla Trump Tower a Manhattan e sono stati avvistati agli eventi Trump a Mar-a-Lago, il club privato e residenza dei Trump.

Melania Trump che fine ha fatto? Mai ai comizi o in tribunale. Storia di Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera domenica 10 settembre 2023.

Melania Trump il 20 gennaio 2021, giorno in cui il marito lasciò la presidenza (Afp)© Fornito da Corriere della Sera

«Che fine ha fatto Melania?». Se lo chiedono da mesi giornali, tv e siti americani, sorpresi dall’ostinata latitanza della ex first lady che non solo ha fin qui disertato tutti gli eventi della campagna elettorale lanciata dieci mesi fa da Donald Trump, ma non è nemmeno comparsa al suo fianco quando è stato incriminato nei tribunali di New York, Washington, Miami e Atlanta.

Discusso qua e là sui media, quello di Melania diventa ora un caso nazionale per una mossa propagandistica. Su uno stadio dell’Iowa nel quale due squadre di football dello Stato, gli Hawkeyes e i Cyclones, si stavano sfidando alla presenza di Trump, è passato un aereo che si trascinava dietro uno striscione: «Dov’è Melania?». Messaggio che tocca un nervo scoperto di The Donald e che sembra quasi una risposta ad un altro striscione aviotrasportato, stavolta di sapore trumpiano: quello che tre settimane fa, durante la fiera agricola di Des Moines, la capitale dell’Iowa, sventolava sulla testa del governatore della Florida (e sfidante di Trump) Ron DeSantis, invitandolo a cercare di rendersi simpatico: un modo di sottolineare la sua scarsa empatia.

Lo striscione comparso nel cielo dell’Iowa

Chi ha finanziato il volo sullo stadio, invece, vuole dire che Donald è stato abbandonato, oltre che da leader e finanziatori del partito repubblicano che vorrebbero liberarsi di lui, anche da chi gli sta vicino dentro casa. Non è una novità e non riguarda solo Melania: la prediletta figlia di Donald, Ivanka, durante la presidenza Trump attivissima al suo fianco, è da tempo sparita dalla circolazione. Quando, a novembre, l’ex presidente annunciò la sua nuova candidatura, Ivanka (che non ha condiviso la tesi dell’elezione rubata) disse che stavolta non lo avrebbe seguito, preferendo concentrarsi sulla famiglia.

Melania, a differenza di Ivanka, non ha mai preso formalmente le distanze dal marito. In molti avevano previsto un divorzio dopo l’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Altri hanno invece sostenuto che avrebbe continuato, malvolentieri, ad apparire al suo fianco perché vincolata a questo da accordi contrattuali.

Fin qui nessuna delle due cose è accaduta. Semplicemente Melania ha fatto perdere le sue tracce. Ufficialmente risiede a Mar-a-Lago col marito, ma si sa che i due si vedono di rado: in genere cenano insieme il venerdì sera nel club del resort. Melania conduce una vita molto ritirata: ha fatto sapere che si occupa soprattutto del figlio Barron, nato nel 2006 (l’anno dopo il matrimonio con Trump) e che ora sta per andare al college. I pochi amici che frequenta dicono che è molto concentrata sulla presentazione delle domande d’ammissione di Barron a vari atenei, come tante altre mamme americane.

Passa gran parte del suo tempo coi suoi genitori sloveni che ormai hanno traslocato negli Usa e hanno un appartamento nella Trump Tower di New York. E a New York Melania, che preferisce vivere in grandi metropoli, viene avvistata di frequente. Secondo il New York Times va spesso dal parrucchiere e si consiglia con lo stilista Harvé Pierre.

Mentre le altre ex first lady — da Barbara Bush a Michelle Obama passando per Hillary Clinton — hanno pubblicato libri di memorie aprendosi, quindi, al pubblico, Melania si limita a vendere immagini: soprattutto Nft che ritraggono i suoi occhi. Anche questo silenzio contribuisce al mistero. Melania l’ha rotto solo a maggio quando ha dato un’intervista alla rete digitale della Fox: ha garantito di condividere la scelta del marito di candidarsi. Forse prima o poi gli darà una mano in campagna elettorale: ma non sarà nulla a confronto di quello che stanno già facendo sul campo Jill Biden e la moglie di DeSantis, Casey.

 Trump, i guai non sono finiti. La nuova accusa: «Patrimonio gonfiato». L’ex presidente Usa avrebbe regolarmente gonfiato la sua situazione finanziaria personale tra il 2011 e il 2021, anche quando era alla Casa Bianca (2017-2021). Il Dubbio il 31 agosto 2023

Guai senza fine per Donald Trump. La giustizia di New York accusa l'ex presidente americano di aver gonfiato il valore del suo patrimonio netto di ben 2,2 miliardi di dollari in un anno. L'accusa è nell'ambito della causa intentata dal procuratore generale Letitia James contro l'ex presidente, alcuni dei suoi figli e la Trump Organization.

Secondo l'accusa Trump ha regolarmente gonfiato la sua situazione finanziaria personale tra il 2011 e il 2021, anche quando era alla Casa Bianca (2017-2021). «La correzione di queste e altre pratiche palesemente ingannevoli da parte degli imputati riduce il patrimonio netto di Trump tra il 17% e il 39% ogni anno, ovvero tra 812 milioni di dollari e 2,2 miliardi di dollari a seconda dell'anno», si legge nel documento, secondo cui la discrepanza più forte si è registrata nel 2014.

Sul caso, ha riportato la Cnn, Trump ha dichiarato di recente di aver avuto un coinvolgimento «molto limitato o nullo» nella gestione finanziaria. Per il team legale dell'ex presidente, il caso dovrebbe essere archiviato perché non ci sono inganni nelle dichiarazioni finanziarie della Trump Organization, in cui Donald Trump Jr. ed Eric Trump sono vice presidenti. 

Trump guadagna 7 milioni in due giorni grazie ai gadget con la foto segnaletica. Storia di Viviana Mazza su Il Corriere della Sera domenica 27 agosto 2023.

Una faccia da 7 milioni di dollari. La campagna elettorale di Donald Trump festeggia, annunciando la cifra raccolta nei due giorni successivi alla pubblicazione della foto segnaletica scattata giovedì all’ex presidente nel carcere di Fulton County, in Georgia. Il portavoce Steven Cheung afferma che venerdì la campagna ha segnato un record: 4,18 milioni di dollari di incassi in un solo giorno — non era mai successo.

Cheung ha aggiunto che le donazioni sono decollate specialmente dopo la pubblicazione della foto segnaletica sul profilo Twitter/X di Trump: il suo primo tweet in due anni. I soldi verrebbero dall’acquisto dei vari gadget ma anche da donazioni pure e semplici. Chi è registrato con la campagna dell’ex presidente ha ricevuto in media quattro mail al giorno che sottolineano come la foto sia diventata un simbolo di un «uomo innocente» perseguitato dal sistema e che mettono in guardia dal non acquistare gadget che la sfruttano ma vengono da organizzazioni « che non hanno mai sostenuto Trump».

Il totale è 20 milioni di dollari nelle ultime tre settimane e in coincidenza con le ultime due incriminazioni. Nei primi sei mesi dell’anno, con un picco dopo la prima incriminazione a New York, la campagna ha raccolto 53 milioni di dollari. E Trump è salito nei sondaggi che lo vedono in testa sui rivali di 30 o addirittura 50 punti percentuali. Allo stesso tempo il candidato favorito alla nomination repubblicana spende decine di milioni di dollari per la sua difesa. I suoi «pac», organizzazioni di raccolta fondi a sostegno della sua candidatura, hanno pagato almeno 59,2 milioni di dollari a oltre cento avvocati dal gennaio 2021.

«Abbracciare» le caratterizzazioni negative dei rivali e capovolgerle con sarcasmo è un potente strumento di marketing: il clima divisivo negli Stati Uniti si presta bene alla «meme-ficazione» della politica usata per far soldi. Un ex presidente con 91 capi di imputazione in quattro processi penali può trasformare una foto scattata nel momento della «resa» alle autorità in un’arma elettorale con la scritta «Mai arrendersi». Anche l’attuale presidente Joe Biden sta traendo più di metà dei suoi introiti legati a gadget pubblicitari da un «meme», una battuta inventata contro di lui dai rivali repubblicani — «Let’s Go Brandon», che «in codice» significa «Fuck Joe Biden» — sviluppata ulteriormente dalla propaganda cinese (disegni post-apocalittici che rappresentavano Biden con occhi infuocati postati su Weibo dall’illustratore Yang Guan). La Casa Bianca lo ha trasformato in «Dark Brandon», un Biden con occhi laser e sorriso machiavellico, una specie di supereroe che gioca sulle paure dei repubblicani. Il presidente ha postato una foto su Twitter in cui beve dalla tazza con l’immagine di Dark Brandon: «Mi piace il caffé nero».

La campagna elettorale di Biden ha raccolto ben 77 milioni di dollari da quando ha annunciato la ricandidatura ad aprile, ma ha avuto difficoltà a competere con Trump e gli altri repubblicani nel conquistare il supporto di piccoli donatori

Trump contrattacca: «Le incriminazioni le ha volute Biden». Storia di Redazione Esteri su Avvenire sabato 26 agosto 2023.

La sfida è già dichiarata. E si è già passati dai colpi inferti a distanza all'avanzate, per l'inevitabile corpo a corpo appoggiati alla corda del ring. Uno da due settimane isolato nella quiete di Lake Tahoe, in California. L'altro che campeggia con la sua foto segnaletica su siti, giornali e tv di tutto il mondo. Joe Biden e Donald Trump, probabili sfidanti alle presidenziali 2024 visto il flop dei candidati repubblicani, in questi giorni incarnano perfettamente la distanza che li separa.

Dopo l'arresto e il rilascio su cauzione in Georgia, l'ex presidente è partito subito al contrattacco accusando "il corrotto Biden" di aver orchestrato le sue quattro incriminazioni per eliminarlo dalla corsa alla Casa Bianca. "Con il tempo le persone dimenticano! Tutte queste accuse e cause contro di me sono state avviate dal 'corrotto Joe Biden' e dai fascisti della sinistra radicale", ha tuonato il tycoon in un post sul suo social media Truth. "È la loro arma preferita per le prossime elezioni presidenziali del 2024. Ritengono, infatti, che la leadership repubblicana non sia abbastanza forte da fermarli o fare qualcosa per contrastare le loro frodi. Ma li fermerò, perché non abbiamo scelta: se non vinciamo, non avremo più un Paese", ha attaccato.

Video correlato: Biden scherza sulla foto segnaletica di Trump: "E' un bell'uomo" (Dailymotion)

Nel frattempo la sua campagna sta cercando di capitalizzare sull'ormai iconica foto segnaletica e i suoi avvocati cercando strade per ritardare il processo sul tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020. La procuratrice della contea di Fulton, Fanni Wallis, ha proposto la data del 23 ottobre e anche due dei 18 coimputati di Trump, l'ex avvocato della campagna Sidney Powell e l'avvocato Kenneth Chesebro, premono per un procedimento rapido. Per uscire dall'impasse è probabile che la difesa del tycoon cercherà di chiedere un processo separato, mentre l'ex capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, ha presentato una mozione per spostare il suo presso una corte federale. Se il cerchio di fedelissimi complici attorno a Trump comincia ad avere qualche crepa, la base dei suoi sostenitori rimane compatta. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di venerdì, all'indomani della quarta incriminazione, l'ex presidente è avanti al secondo candidato repubblicano Ron DeSantis di quasi 40 punti, con il 52% delle preferenze contro il 13% della Florida. Persino in aumento rispetto al 47% dell'inizio di agosto.

Biden dal canto suo si avvia a rientrare alla Casa Bianca dopo un periodo di vacanza in Nevada con la moglie Jill e la famiglia tra passeggiate, pilates e beveroni energetici. Lunedì parteciperà con la vice presidente Kamala Harris ad una cerimonia per commemorare i 60 anni dallo storico discorso di Martin Luther King, 'I have a dream'. Prima della cerimonia ufficiale sabato a Washington è stata organizzata una marcia per ricordare quella che ancora oggi è considerata la più importante manifestazione per la giustizia e l'uguaglianza razziale nella storia degli Stati Uniti. Migliaia di persone, attivisti e membri della famiglia King hanno percorso la strada che va dal Lincoln Memorial a quello del reverendo.

Sollecitato dai giornalisti in Nevada il presidente americano non ha potuto esimersi dal commentare la notizia del giorno e ha ironizzato sulla foto segnaletica del suo rivale: "L'ho vista in tv, è un bell'uomo". Mentre sull'intervista al tycoon trasmessa su X ha dichiarato di "non averla vista, non mi interessava". Il commander-in-chief ha anche detto la sua sul dibattito tra i candidati repubblicani. "C'è stato un gran bla bla bla. Ma nessuno di loro ha detto cosa farà per affrontare la crescita economica. Cosa farà per il lavoro? Cosa farà per l'istruzione?".

Estratto dell’articolo di Federico Rampini per il "Corriere della Sera" sabato 26 agosto 2023.

«Sono una canaglia ma sono la vostra canaglia, e io non vi tradirò mai». Potrebbe essere questo il «fumetto» sotto il mug-shot di Donald Trump. Giunto alla sua quarta incriminazione, ma per la prima volta soggetto al rito della foto segnaletica. Questa immagine del 45esimo presidente degli Stati Uniti è già entrata nella storia, nella semiologia, nella filosofia delle comunicazioni di massa, nelle scienze politiche applicate all’era dei social. 

Lo scatto realizzato nel carcere di Fulton County al detenuto P01135809 poco prima del rilascio dietro cauzione, è un’altra tappa nella discesa agli inferi giudiziari di Trump, oppure verso la sua rivincita? Con 78 milioni di visualizzazioni in poche ore, lui l’ha usata per il suo ritorno su Twitter-X, piattaforma da cui era stato escluso (e poi si era auto-esiliato) per due anni e sette mesi. Sotto ha messo il link per la raccolta fondi della sua campagna elettorale e lo slogan «Mai arrendersi». L’America profonda sa a cosa si riferisce: da lui si attende la salvezza da invasioni migratorie, criminalità in aumento, distruzione dei valori tradizionali.

L’immagine ha scatenato milioni di commenti, oltre che diventare motore di merchandising (magliette, tazze) per la raccolta fondi. La chiave estetica, il messaggio subliminale, l’uso potenziale che lui o i suoi avversari potranno fare di quel simbolo visivo: eccitando questo voyeurismo di massa The Donald conferma un suo talento, essere sempre al centro dell’attenzione. Molti gli hanno attribuito — con un eccesso di cultura cinematografica — uno «sguardo alla Stanley Kubrick», per le analogie con le immagini del picchiatore Malcom McDowell in «Arancia meccanica» e dello psicopatico Jack Nicholson in «Shining». La tecnica è quella: testa inclinata in avanti, occhi puntati tra le sopracciglia, luce che arriva dall’alto, la sensazione che il soggetto stia per sferrare un colpo frontale all’obiettivo fotografico. Versione furente: «Questa è una parodia della giustizia» (così ha detto uscendo dal carcere). Interpretazione ribelle: io sono con l’America vera, contro l’establishment che usa tutta la potenza dello Stato per silenziarmi.

Lettura dei suoi avversari: ecco il ritratto di un cinico criminale che non esiterebbe a distruggere la più antica liberaldemocrazia del mondo. Marchio d’infamia che prelude alla condanna, oppure trofeo di nobiltà, nella storia d’America il mug-shot lo ricordiamo in tutte le varianti.

La galleria delle celebrity include gangster come Al Capone associato alle patrie galere, ma anche Frank Sinatra, David Bowie, Hugh Grant, star cadute in qualche incontro con il codice penale; una pasionaria del pacifismo anni Sessanta come Jane Fonda; eroi delle battaglie per i diritti civili tra cui Rosa Parks e John Lewis. 

È significativa la scelta fatta dal principale quotidiano nazionale, il New York Times : ha affidato il commento sulla foto alla sua critica di moda. Evitando il tema politico, venuto quasi a noia, per concentrarsi sul linguaggio, l’icona, l’uso che può esserne fatto: «Dall’istante in cui è stata scattata, è diventata di fatto la foto dell’anno. Un simbolo dell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, oppure dell’abuso giudiziario».

Decine di milioni di americani non leggeranno mai i capi d’accusa delle varie incriminazioni, ma si fisseranno su quell’immagine per «leggerla» ed estrarne un significato che in cuor loro hanno già deciso.

Era inevitabile: The Donald è nato come uomo di spettacolo prima che come politico (e non è mai stato un grande imprenditore), il suo trampolino di lancio fu il reality-show televisivo The Apprentice . Ma i suoi avversari politici hanno accettato di scendere sullo stesso terreno manovrando una giustizia-spettacolo, finora con dubbi risultati.

[...]

Trump ha padroneggiato lo scatto perché recita seguendo un istinto primordiale. Umberto Eco starà ridendo dall’oltretomba se legge quegli epigoni che oggi ci spiegano come «la politica nell’era dei social» è creazione, controllo e definizione di immagini visive. Lui ci racconterebbe come i faraoni egizi curavano la loro immagine nei dipinti murali, gli imperatori romani sulle monete. Alcuni erano degli egomaniaci che finirono male; la manipolazione dell’immagine non li salvò.

Estratto dell'articolo di Greta Privitera per il "Corriere della Sera" sabato 26 agosto 2023.

[...] Gli americani, sui social e in tv, contestano soprattutto un dato: 97,5 chilogrammi. Si tratta del peso dell’ex presidente indicato nel fascicolo penale reso pubblico dalle autorità di Atlanta. «Troppo poco, peserà almeno 115 kg», si legge sui social. Il dubbio aumenta perché The Donald ha evitato di passare sulla bilancia dello sceriffo fornendo lui stesso peso e altezza, deludendo molti concittadini che aspettavano intrepidi il verdetto della bilancia (della giustizia).

[...] Nel gennaio 2018, il medico della Casa Bianca fece sapere che il presidente era alto esattamente 1,90 ma pesava 108 kg. Che lo stress degli ultimi mesi gli abbia fatto perdere peso?

Estratto da tgcom24.mediaset.it venerdì 25 agosto 2023.  

Donald Trump ha venduto la sua residenza di lusso a Mar-a-Lago in Florida poche settimane prima di essere arrestato ad Atlanta per l'inchiesta sul voto in Georgia. 

Lo scrivono alcuni media Usa, tra cui Newsweek, secondo i quali in realtà il tycoon potrebbe semplicemente aver trasferito la sua proprietà a un’organizzazione di cui è titolare il figlio maggiore Donald Junior, nel timore di sequestri giudiziari. [...]

Stando all'elenco dell'immobiliare Zillow, il resort è stato acquistato il 4 agosto per 422 milioni di dollari, alcune settimane prima che il tycoon si consegnasse alla prigione della contea di Fulton in Georgia, dove giovedì è stato arrestato e rilasciato su cauzione per i tentativi di sovvertire il voto in Georgia nel 2020. 

Ma, secondo The Express, l'ex presidente potrebbe non aver realmente "venduto" la proprietà, ma semplicemente trasferito al figlio maggiore la sua proprietà al 1100 S Ocean Boulevard a Palm Beach.

[...] Secondo il sito, l'ultima volta che la proprietà fu venduta fu il 6 aprile 1995, esattamente la stessa data in cui l'ex presidente trasformò la residenza, acquistata nel 1985 per 2 milioni di dollari. All'epoca Zillow riportò che la villa era stata acquisita per 12 milioni di dollari.

Benché Zillow non fornisca dettagli su chi abbia acquistato la proprietà, il sito SunBiz afferma che l'attuale proprietario di Mar-a-Lago è una società chiamata Mar-a-Lago Inc., di proprietà del figlio maggiore dell'ex presidente.

Da tg24.sky.it giovedì 24 agosto 2023

Le autorità della contea di Fulton ad Atlanta hanno diffuso la foto segnaletica scattata all'ex avvocato personale di Donald Trump, Rudy Giuliani, quando si è costituito oggi come imputato nel procedimento per aver tentato di sovvertire il voto in Georgia. 

Una prassi imbarazzante per l'ex "sindaco d'America" e l'ex procuratore di New York che aveva sgominato le famiglie mafiose nella Grande Mela usando quella legge anti racket che ora è accusato di aver violato. 

Rudy Giuliani, dopo la registrazione dei suoi dati presso il carcere di Fulton County, Atlanta, tornerà libero dopo aver versato una cauzione di 150 mila dollari, cinquantamila meno della cifra fissata per Donald Trump, il principale dei diciannove incriminati per il tentativo di sovvertire in Georgia il risultato delle elezioni presidenziali del 2020.

"Sono onorato di essere coinvolto in questo procedimento perché è una battaglia per difendere il nostro modo di vivere e la nostra costituzione, se può capitare a me può capitare a tutti" ha detto Giuliani ai reporter dopo essersi costituito. "Questa incriminazione è una farsa. Non è un attacco a me, non è un attacco al presidente Trump, e a tutte le persone che sono incriminate.  

È un attacco al popolo americano", ha aggiunto. "Mi hanno incriminato perché ho difeso in qualità di avvocato un cittadino americano", ha proseguito attaccando la procuratrice Fani Willis e assicurando che "non ammetterò mai le accuse". Giuliani ha anche accusato l'Fbi di avergli "rubato" l'account iCloud.

Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it giovedì 24 agosto 2023.

«È un giorno molto triste per l’America, non sarebbe mai dovuto accadere», ha detto il detenuto P01135809, già noto come l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quindi ha aggiunto: «Quella che è avvenuta è stata una parodia della giustizia. Io non ho fatto nulla di sbagliato, mentre loro stanno interferendo con le elezioni. Noi abbiamo tutto il diritto di contestare un’elezione che pensiamo sia disonesta». 

Così si è concluso ieri ad Atlanta il quarto arresto di Trump, diventato il primo capo della Casa Bianca a passare alla storia con una foto segnaletica da carcerato infuriato. Si è concluso con l’ennesima bugia, perché è vero che ogni cittadino americano ha tutto il diritto di contestare un’elezione che ritiene disonesta, ma lo strumento per farlo è la magistratura.

E nel suo caso sono state oltre sessanta le cause presentate per mettere in discussione la vittoria di Joe Biden nelle presidenziali del 2020, e sono state tutte bocciate, anche da giudici amici nominati da Donald. Però […] lui ha continuato e continua a ripetere la menzogna del voto rubato, che il 6 gennaio del 2021 aveva portato all’assalto del Congresso con morti. 

Ma se c’era qualcuno che aveva cercato di rubare le elezioni era stato proprio lui, in Georgia, chiedendo al segretario di Stato repubblicano Brad Raffensperger di trovargli da qualche parte gli 11.780 voti di cui aveva bisogno per scavalcare Biden. E ora dovrà risponderne in tribunale […].

[…] l’incriminazione decisa dalla procuratrice Fani Willis, che vorrebbe processare l’ex presidente a partire dal 23 ottobre per il complotto ordito allo scopo di rovesciare il risultato delle presidenziali in Georgia, vinte da Joe Biden nel 2020. 

Fare un giro alla Fulton County Jail di Atlanta, la malfamata prigione al numero 901 di Rice St NW dove è avvenuto il procedimento legale, aiuta a capire quanto fosse alta la posta il gioco per il quarto arresto di Trump, avvenuto ieri alle 7,35 di sera con tanto di foto segnaletica e rilascio in 20 minuti sotto cauzione da 200.000 dollari. 

Perché nelle strade percorse dal corteo dell’ex presidente e presidiate dai poliziotti, c’erano tutta la passione e l’odio di cui lui ha parlato nell’intervista di mercoledì con l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson, aggiungendo di non sapere se l’America sia avviata verso un’altra guerra civile: «C’è una cattiva combinazione di sentimenti». 

Donald però trascura che l’ha creata lui, o quanto meno ci ha soffiato sopra come i piromani col fuoco, perché il caos ormai è l’unica via d’uscita dai guai giudiziari in cui si è cacciato. 

L’arresto era stato preceduto dal dibattito di mercoledì a Milwaukee, dove gli "otto nani" repubblicani che sognano di sfilargli la nomination del Gop per le presidenziali del prossimo anno si sono inutilmente agitati per attirare l’attenzione della base. 

Il governatore della Florida Ron DeSantis, l’ex vice Mike Pence, gli ex governatori di New Jersey e Arkansas Chris Christie e Asa Hutchinson, l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, il senatore Tim Scott, il governatore del North Dakota Doug Burgum, e l’imprenditore Vivek Ramaswamy che li ha battuti tutti, hanno dimostrato di non avere le idee o il carisma per scalfire l’enorme vantaggio accumulato da Trump nei sondaggi, in parte grazie alle incriminazioni.

[…] Solo due, Christie e Hutchinson, hanno avuto il coraggio di dire che non appoggerebbero Trump come candidato del Gop se fosse condannato, perché qualunque cosa si pensi dei 91 capi d’accusa contestati all’ex presidente nelle quattro incriminazioni, il suo comportamento non è stato all’altezza della carica: voleva violare la Costituzione per i propri interessi politici, invece di proteggerla e difenderla come si era impegnato col giuramento. Ma se neppure i suoi presunti avversari hanno il coraggio di sollevare queste obiezioni, che motivo c’è per tenere le primarie?

Rientrato a casa nel New Jersey, Donald è anche tornato sul social X, abbandonato quando si chiamava ancora Twitter. Ci ha pubblicato su la foto segnaletica, con la scritta «mai arrendersi». 

In realtà però teme l’incriminazione di Willis, che ha insultato prima di volare ad Atlanta definendola una «carogna», ed è stata messa sotto inchiesta dai suoi alleati alla Camera. Lo dimostra il fatto che proprio ieri ha cambiato avvocato, scegliendo l’accanito penalista Steve Sadow al posto del più mansueto Drew Findling. 

E subito si è opposto al processo accelerato del 23 ottobre, chiesto da uno degli altri 18 coimputati. Nel frattempo ha anche trasferito al figlio Don junior la proprietà di Mar a Lago, forse perché teme di poterla perdere. Poco prima che si consegnasse era stato arrestato il suo ex capo di gabinetto Mark Meadows, che secondo i maligni sta cooperando con i procuratori per evitare il carcere. Un motivo in più per temere Willis.

L’incriminazione di New York per i soldi alla pornostar Stormy Daniel è la più pruriginosa, quelle federali di Jack Smith per i documenti segreti trafugati a Mar a Lago e l’assalto al Congresso sono le più clamorose e penalmente rilevanti, ma Atlanta forse è la più insidiosa. Perché è provata dalla chiamata con cui chiedeva al segretario di Stato Brad Raffensperger di trovargli gli 11.780 voti per scavalcare Biden, e si basa sulle leggi statali. Perciò in caso di condanna non potrebbe auto perdonarsi, anche se tornasse alla Casa Bianca. Il vero test, ormai, per la sopravvivenza della democrazia più antica del mondo moderno.

Georgia on his mind. Trump è stato incriminato per la quarta volta (questa volta con la foto segnaletica). Linkiesta il 25 Agosto 2023

L’ex presidente degli Stati Uniti è stato arrestato ad Atlanta con l’accusa di aver tentato di ribaltare il risultato delle elezioni americane del 2020. Poi è stato rilasciato dopo aver pagato una cauzione di duecentomila dollari 

Alla sua quarta incriminazione nel giro di pochi mesi, Donald Trump non ha potuto evitare la classica foto segnaletica. Questa notte l’ex presidente degli Stati Uniti si è consegnato nel carcere della contea di Fulton in Georgia perché è accusato assieme ad altre diciotto persone di aver cospirato per rovesciare il risultato delle elezioni 2020 nello stato americano corrompendo funzionari e dichiarando il falso. 

Trump è il detenuto numero P01135809 della contea, ma il suo arresto è durato poco più di venti minuti perché ha pagato la cauzione di duecentomila dollari che gli permette di girare in libertà per gli Stati Uniti in attesa della sentenza: ottantamila dollari per l’accusa di cospirazione e violazione della legge anti racket che ricade sotto l’acronimo RICO (Rackeeteer Influcenced and Corrupt Organizations Act, legge federale contro il crimine organizzato) più diecimila dollari per ciascuno degli altri dodici capi d’accusa. 

Prima di imbarcarsi sul suo aereo privato all’aeroporto Hartsfield-Jackson di Atlanta, ha ribadito che l’accusa è di natura politica: «Quello che è successo qui è una parodia della giustizia. Non ho fatto nulla di male e tutti lo sanno».

Trump ha pubblicato la propria foto segnaletica su Twitter (il social network di Elon Musk chiamato ora X) pubblicando il primo post dopo due anni. Sotto la foto una scritta: «Interferenza elettorale. Mai arrendersi». L’ultimo tweet di Trump risaliva all’8 gennaio 2021 in cui chiariva che non sarebbe andato alla cerimonia di inaugurazione del suo sfidante Joe Biden. 

Proprio su X è stata pubblicata anche l’intervista esclusiva di Trump con il giornalista Tucker Carlson in contemporanea con il primo dibattito in Wisconsin  tra i candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, tenuto dall’emittente televisiva Fox News, a cui l’ex presidente degli Stati Uniti non ha partecipato. L’intervista ha raggiunto duecentocinquanta milioni di visualizzazioni, il dibattito in tv quasi tredici milioni. 

In una intervista a Newsmax poco dopo il suo arresto, Trump ha parlato degli altri diciotto imputati coinvolti nel caso, compreso il suo ex avvocato ed ex sindaco di New York Rudy Guliani: «Queste persone che sono state trascinate così ingiustamente in questa storia, sono persone di alta qualità che non sanno nemmeno perché sono state portate in cella. Devono essere rilasciate e liberate da questa cosa orribile che stanno vivendo». Ma l’ex presidente degli Stati non ha pagato a nessuno la cauzione.

Caso documenti classificati: Trump “incastrato” da un dipendente. Martina Melli su L'Identità il 23 Agosto 2023 

Non c’è fine ai guai di Donald Trump. L’ex Presidente degli Stati Uniti è stato incriminato da uno dei suoi dipendenti della tenuta di Mar-a-lago nel caso dei documenti classificati. Secondo i pubblici ministeri, Yuscil Taveras, un manager It di Trump, dopo aver cambiato avvocato ha cambiato la propria testimonianza in merito ai documenti classificati. Ora accusa Trump e due assistenti di aver “eliminato i filmati delle telecamere di sicurezza”. L’ex Presidente 77enne deve ora affrontare ben 40 accuse all’interno del caso.

Trump, il suo stretto collaboratore personale Walt Nauta e l’addetto alla manutenzione di Mar-a-Lago Carlos De Oliveira, si sono tutti dichiarati non colpevoli. L’ex Presidente è accusato di essersi portato dietro dei file sensibili nella sua tenuta in Florida e di aver cercato di coprire il presunto crimine cancellando i filmati di sicurezza. Taveras avrebbe cambiato avvocato dopo che il consigliere speciale Jack Smith, che sta supervisionando il caso, lo ha avvertito di essere stato indagato per falsa testimonianza.

Durante la deposizione, nel marzo di quest’anno, Taveras “aveva ripetutamente negato o affermato di non ricordare alcun contatto o conversazione sui filmati di sicurezza a Mar-a-Lago”. I pubblici ministeri hanno ora dichiarato di aver ottenuto la prova che De Oliveira avesse chiesto a Taveras di cancellare il filmato delle telecamere a circuito chiuso in seguito all’inizio delle indagini degli investigatori. 

(ANSA il 23 Agosto 2023) - Un dipendente di Donald Trump incaricato del monitoraggio delle telecamere di sicurezza a Mar-a-Lago ha ritrattato la sua testimonianza al gran giurì e implicato l'ex presidente ed altri in ostruzione di giustizia. 

Secondo i media americani, l'uomo - descritto nelle carte in tribunale come 'Trump Employee 4' - aveva inizialmente testimoniato di non essere al corrente di tentativi dell'ex presidente di cancellare i video di Mar-a-Lago. Dopo aver cambiato legale, però, ha ritrattato e descritto i presunti sforzi per cancellare le prove legate all'indagine sulle carte segrete a Mar-a-Lago, una di quelle per cui Trump è incriminato.

(ANSA il 23 Agosto 2023) - Donald Trump dovrebbe consegnarsi in Georgia giovedì in serata, nel prime time televisivo così da attirare maggiore attenzione. Lo riporta il Guardian citando alcune fonti, secondo le quali l'orario serale è stato negoziato dagli avvocati del presidente.

L'ipotesi di un Trump-bis spaventa Bruxelles. "È vicino a Putin, può far saltare l'Alleanza". Storia di Valeria Robecco su Il Giornale il 20 Agosto 2023  

L'ipotesi di un Trump-bis spaventa Bruxelles. "È vicino a Putin, può far saltare l'Alleanza"© Fornito da Il Giornale

Donald Trump rimane l'indiscusso protagonista della scena politica americana e nonostante i numerosi processi, i sondaggi lo vedono saldamente avanti ai rivali delle primarie repubblicane, e testa a testa con Joe Biden in una eventuale nuova sfida tra i due per la Casa Bianca. L'ipotesi di un secondo mandato del tycoon, tuttavia, non solo preoccupa democratici e moderati negli Usa, ma agita il Vecchio Continente. Secondo alcune fonti citate dal New York Times, per la maggior parte dei governi europei pubblicamente il discorso è da evitare, ma dietro le quinte si interrogano sul possibile ritorno al 1600 Pennsylvania Avenue dell'ex presidente. E soprattutto sulle conseguenze che potrebbe avere per la guerra in Ucraina e la coesione dell'alleanza.

I paesi dell'Europa centrale sono più convinti di poter gestire una seconda presidenza di The Donald rispetto a quelli occidentali, soprattutto la Germania, dove tremano alla prospettiva di un Trump 2.0. L'idea «è un po' terrificante», ha spiegato al quotidiano newyorkese Steven Everts, diplomatico dell'Ue che diverrà a breve direttore dell'European Unione Institute for Security Studies. «Ci siamo sentiti sollevati dal presidente Biden e dalla sua risposta sull'Ucraina, ma ora siamo costretti ad affrontare di nuovo la questione Trump - ha aggiunto - Dato l'enorme ruolo che gli Stati Uniti svolgono nella sicurezza europea dobbiamo ripensare a cosa questo significhi per la nostra stessa politica e difesa, oltre che per l'Ucraina». Durante la sua presidenza, Trump ha minacciato di ritirarsi dalla Nato, ha negato gli aiuti a Kiev mentre lottava con l'insurrezione sostenuta dalla Russia, ha ordinato il ritiro di migliaia di truppe americane dalla Germania (mossa successivamente ribaltata da Biden), e ha parlato con ammirazione del presidente russo Vladimir Putin.

Proprio riguardo allo zar del Cremlino, in un'intervista a Fox Business Trump ha offerto una nuova bizzarra motivazione per cui è convinto che Putin non avrebbe invaso l'Ucraina se lui fosse stato al comando. «Ero la pupilla dei suoi occhi. Non sarebbe mai andato in Ucraina, ma era solo per il mio rapporto con lui», ha detto, ripetendo che potrebbe «porre fine al conflitto in un giorno» costringendo Kiev a «fare un accordo».

Un secondo mandato di Trump «sarebbe diverso dal primo e molto peggiore. Ora ha esperienza, sa quali leve azionare, ed è arrabbiato», ha commentato invece Thomas Kleine-Brockhoff, ex funzionario del governo tedesco ora al German Marshall Fund. Mentre Ivo Daalder, ex ambasciatore americano alla Nato, ha sottolineato che gli europei «sono molto, molto preoccupati sulle elezioni del 2024 e l'impatto che avranno» sull'Alleanza. E il timore per un ritorno al potere del tycoon, sempre secondo il New York Times, sarebbe pure uno dei possibili fattori - ovviamente non il principale - che avrebbero spinto alla svolta diplomatica Usa, Sud Corea e Giappone. Il nuovo patto di sicurezza siglato venerdì a Camp David è stato forgiato pensando alle minacce di Cina e Corea del Nord, ma dicendo di voler istituzionalizzare la cooperazione trilaterale per rendere più difficile per futuri leader di sfilarsi dall'alleanza, si sarebbe pensato anche alla possibilità di un ritorno al potere di Trump. Anche perché, ricorda il Nyt, sia Tokyo che Seul hanno lottato per quattro anni con l'ex presidente che minacciava di ridimensionare gli impegni economici e di sicurezza di lunga data degli Usa mentre corteggiava Cina, Corea del Nord e Russia.

Estratto dell’articolo di Francesco Semprini per “La Stampa” lunedì 21 agosto 2023.

Consiglieri, manager, avvocati, emissari locali, finti grandi elettori, intimidatori. Chi sono le donne e gli uomini dell'ex presidente Donald Trump alla sbarra nel processo che vede incriminato il tycoon con 13 capi di imputazione, relativi al suo presunto tentativo di ribaltare l'esito delle elezioni in Georgia nel 2020? 

La mappatura del Financial Times ricostruisce la rete dei 18 co-imputati che devono costituirsi entro venerdì 25 agosto nella prigione di Rice Street, nella contea di Fulton. E, intanto, le vicende giudiziarie soffiano come vento in poppa nel cammino politico di Trump verso Usa 2024: l'ultimo sondaggio Cbs-YouGov, che gli attribuisce il 62% delle preferenze fra gli elettori repubblicani contro il 16% di Ron DeSantis. 

[…]  Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York City e avvocato personale di lunga data del tycoon […] accusato di aver promosso affermazioni infondate sulla frode elettorale nello Stato e, secondo i pubblici ministeri, era coinvolto in un piano per nominare falsi grandi elettori in Georgia, Pennsylvania e Arizona.

C'è Mark Meadows, ex capo di Gabinetto della Casa Bianca, che risponde di due accuse derivanti dalla complicità nel tentare di ribaltare il risultato elettorale. Jeffrey Clark, ex alto funzionario del dipartimento di Giustizia, deve fare i conti con due capi derivanti da una lettera ufficiale che ha redatto e in cui affermava che il dicastero aveva preoccupazioni «significative» per la frode elettorale in Georgia e in altri Stati. 

Michael Roman, funzionario della campagna di Trump, deve rispondere di sette capi legati al tentativo di riunire liste di grandi elettori suppletivi in diversi Stati. Ci sono infine i principi del foro, gli "architetti" della strategia del ribaltone elettorale: John Eastman, Kenneth Chesebro, Jenna Ellis e Sidney Powell.

I local

[…] avvocati e funzionari locali che hanno cercato nuovi grandi elettori, hanno interferito col funzionamento delle apparecchiature delle urne, hanno diffuso notizie false e tendenziose o hanno raccolto illecitamente dati sugli elettori. Tra loro ci sono gli avvocati Ray Smith e Robert Cheeley, Misty Hampton, ex supervisore elettorale della Contea di Coffee, Scott Hall, garante della cauzione dell'area di Atlanta. 

Si tratta di coloro che sono stati reclutati per gonfiare le liste dei "grandi elettori" dalla parte di Trump. Tra loro Shawn Still, elettore repubblicano, Cathy Latham, ex presidente del partito repubblicano nella contea di Coffe. C'è poi David Shafer, l'ex presidente del partito repubblicano in Georgia. 

Intimidatori (presunti)

Sono quelli che avrebbero fatto il lavoro sporco. Come Trevian Kutti, ex collaboratrice del rapper Kanye West, che deve fare i conti con tre capi d'accusa legati al fatto di aver detto all'operatrice elettorale Ruby Freeman che era in pericolo e aveva bisogno di protezione.

Harrison Floyd, ex direttore di Black Voices for Trump deve rispondere di tre capi per aver partecipato alle intimidazioni nei confronti di Freeman. Stephen Lee, pastore luterano dell'Illinois, è titolare di cinque capi d'imputazione, per aver svolto un ruolo centrale nel fare pressione su Freeman.

Estratto dell'articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” lunedì 21 agosto 2023.

Donald Trump è preoccupato per l’incriminazione di Rudy Giuliani, secondo fonti della giornalista del New York Times Maggie Haberman. L’ex sindaco di New York diventato simbolo della resilienza americana dopo l’11 settembre, è tra 18 complici accusati di aver cospirato per rovesciare l’esito del voto del 2020 in Georgia e che la procuratrice spera testimonino contro l’ex presidente. 

Giuliani è nominato anche nell’incriminazione federale del procuratore speciale Jack Smith. Ma Trump non è abbastanza preoccupato da pagare i 3 milioni di dollari che — secondo Giuliani — gli deve, per pareri legali e consulenze che gli offrì da avvocato quando era ancora alla Casa Bianca (senza contare le parcelle successive).

Il tycoon, che si sente ormai il sicuro candidato alla nomination repubblicana e ha annunciato che non parteciperà a dibattiti tv con i rivali [...] non ha mai detto apertamente perché abbia rifiutato di pagare Giuliani, ma secondo il libro di Andrew Kirtzman, «Giuliani: The Rise and Tragic Fall of America’s Mayor» (L’ascesa e tragica caduta del sindaco d’America), subito dopo l’assalto al Congresso, quando una collaboratrice dell’avvocato, Maria Ryan gli scrisse sottolineando che era al verde e chiedendo di compensarlo (oltre a conferirgli la Medaglia della Libertà e la grazia) Trump avrebbe rifiutato, avvertendo i suoi consiglieri che il 79enne non avrebbe dovuto ricevere «un centesimo», a meno che i suoi sforzi per rovesciare l’esito elettorale avessero successo.

Giuliani ha avuto il conto in banca prosciugato dal terzo divorzio, proprio quando lasciò lo studio legale per lavorare per Trump alla Casa Bianca, difendendolo nelle indagini sulle interferenze russe del procuratore Mueller e poi andando alla ricerca di «pistole fumanti» contro il presidente Biden e suo figlio Hunter. 

Ha perso il tesserino dell’ordine per aver tentato di rovesciare le elezioni e ora guadagna 400mila dollari l’anno con un programma radiofonico. Non basta per le parcelle dei vari processi connessi al suo lavoro per l’ex presidente. Il suo appartamento nell’Upper East Side è in vendita per 6 milioni e mezzo di dollari. [...] 

Ad aprile lo stesso Rudy ha cenato con Donald in uno dei suoi golf club: una conversazione «piacevole» di due ore, conclusasi con vaghe promesse di far arrivare i soldi attraverso il suo «pac», l’organizzazione di raccolta fondi a sostegno della sua candidatura che ha già sborsato 21 milioni di dollari per le spese legali di Trump e di alcuni suoi alleati.

A Giuliani sono arrivati solo 340mila dollari dal «pac» quand’era disperato perché non aveva i soldi per recuperare i documenti richiesti in Georgia in una causa per diffamazione. 

[...] Già in passato Trump ha rifiutato di pagare le parcelle di avvocati, incluso Michael Cohen, che poi gli ha testimoniato contro nel caso di Stormy Daniels. Ma nella cerchia di Trump si dicono sicuri che Rudy non lo tradirebbe mai.

Perché tanti avvocati sono accusati di avere cospirato con il tycoon Donald Trump?.

Donald Trump, ex presidente degli Stati Uniti d'America.

Secondo il New York Times 5 legali che avrebbero dovuto controllare le regole della Costituzione avrebbero aiutato le azioni “eversive” dell’ex presidente Usa. Deborah Pearlstein su Il Dubbio il 20 agosto 2023

Il secondo atto d'accusa federale contro Donald Trump descrive una condotta che rappresenta una profonda minaccia per la nostra democrazia costituzionale, una condotta che meriterebbe una seria punizione se venisse provata. Ma l'ex presidente non avrebbe agito da solo. Almeno cinque e forse tutti e sei gli individui che si presume abbiano cospirato con Trump per privare milioni di americani del diritto al conteggio dei voti avevano il dovere speciale di proteggere il nostro sistema costituzionale. Erano avvocati.

In un certo senso, sarebbe troppo facile trarre conclusioni generali da questo fatto. L'ex alto funzionario del Dipartimento di Giustizia Jeffrey Clark e l'ex preside della facoltà di giurisprudenza John Eastman, che sembrano chiaramente essere due dei presunti co- cospiratori senza nome, sono difficilmente rappresentativi del milione e più di avvocati negli Stati Uniti. Migliaia di professionisti, la maggior parte dei quali dipendenti pubblici di carriera, hanno servito con onore nell'amministrazione Trump.

Alcuni, come gli avvocati senior del Dipartimento di Giustizia Jeffrey Rosen, Richard Donoghue e Steven Engle, hanno rischiato il lavoro per impedire all’ex presidente di mettere in atto alcuni dei suoi piani per sovvertire il risultato elettorale. E gli stessi avvocati nominati da Trump erano tra le dozzine di legali che hanno respinto le sue iniziative senza merito che contestavano le elezioni. Costoro sono stati dei potenti controlli delle ambizioni autoritarie di Trump. Senza di loro, il suo piano avrebbe potuto funzionare.

Ma allo stesso tempo, il ruolo chiave svolto dagli avvocati nel sostenere i piani dell'ex presidente parla di una preoccupante crisi nella professione legale. Gli avvocati con cui avrebbe cospirato - la cui presunta condotta violava una serie di regole di etica professionale, oltre a disposizioni di diritto penale non sono emersi dal nulla. Sono il prodotto di una professione che è cambiata negli ultimi 40 anni, in modi che tendono a ridurre la presenza di avvocati come Rosen in ruoli pubblici e ad aumentare quella dei Clarks. E a meno che non apportiamo modifiche al sistema dell’avvocatura pubblica e al percorso professionale intrapreso dagli avvocati per accedervi, non solo perderemo uno dei nostri controlli più efficaci contro il potere autoritario, ma potremmo accelerarne il consolidamento. Gli scandali tra gli avvocati presidenziali non sono, ovviamente, una novità. Alla fine del Watergate, non meno di 29 professionisti, tra cui due procuratori generali scelti con cura dal presidente Richard Nixon, sono stati sanzionati per non aver controllato la cattiva condotta presidenziale e per aver mentito. Sia il governo che le associazioni professionali risposero prontamente, adottando una serie rivoluzionaria di riforme, volte a rafforzare lo stato di diritto come guardrail della democrazia costituzionale.

L'American Bar Association ( A. B. A.) riscrisse le sue influenti regole modello di etica professionale per chiarire come gli avvocati che lavorano per qualsiasi organizzazione, incluso il governo, hanno il dovere di segnalare qualsiasi atto illecito di funzionari federali. Allo stesso modo, l'A. B. A. per la prima volta chiese agli studenti di tutte le scuole di legge americane di completare un corso di responsabilità professionale prima della laurea. Ogni futuro avvocato americano, l'idea era questa, sarebbe cresciuto in una professione in cui i doveri etici, compresi i maggiori requisiti di veridicità e franchezza, sarebbero stati cablati.

Anche il Congresso prese in considerazione diverse proposte per riformare radicalmente la giurisprudenza del governo, dal richiedere che procuratore generale appartenga a un partito politico diverso da quello del presidente, al renderlo completamente indipendente dal ramo esecutivo ( e libero dalla supervisione o dall'interferenza dell’amministrazione).

Per scongiurare queste misure più drammatiche, il procuratore generale del presidente Gerald Ford ha ordinato la creazione di un nuovo Office of Professional Responsibility, incaricato di esaminare le accuse secondo cui qualsiasi dipendente del dipartimento stava violando le regole legali o etiche, un ufficio che esiste ancora oggi. I membri di entrambe le parti affermarono di sostenere un obiettivo comune: assicurarsi che gli avvocati del governo sostengano costantemente i più elevati standard di professionalità nel servizio pubblico.

I parallelismi nella cattiva condotta legale tra Watergate e oggi sono evidenti: il signor Eastman sta affrontando accuse di ' turpitudine morale' in California, Rudy Giuliani deve affrontare l'espulsione dall'albo a Washington, DC, e sono tutt'altro che gli unici casi. Dozzine di altri avvocati che hanno rappresentato il signor Trump nel contenzioso elettorale ora affrontano accuse di cattiva condotta in procedimenti disciplinari statali a livello nazionale. Ma le prospettive di una riforma sistemica sembrano molto meno promettenti rispetto a mezzo secolo fa. Oggi, l'A. B. A., formalmente apartitica, che un tempo rivendicava l'adesione di circa la metà degli avvocati americani, ne rappresenta ora circa un quinto, la sua influenza è stata soppiantata per aspetti chiave da alleanze più partigiane, tra cui la più influente Società federalista conservatrice.

L'effetto di questo spostamento non si è limitato ai tribunali. Dalla facoltà di giurisprudenza allo studio legale fino al servizio governativo, gli avvocati d'élite possono oggi spostarsi attraverso le loro carriere lungo percorsi professionali effettivamente paralleli. I conservatori negli ultimi decenni hanno lavorato per espandere ulteriormente il ruolo dell'avvocato fazioso, anche tentando di dare la preferenza all'assunzione di legali conservatori in posizioni di servizio governativo di carriera, lavori che le leggi del servizio civile post- Watergate miravano a isolare esattamente da tali pressioni partigiane. Tali mosse inviano un segnale chiaro ai giovani avvocati: la lealtà ideologica è una credenziale, non una squalifica.

Nel frattempo, l'Office of Professional Responsibility conduce molte meno indagini etiche di quante ne facesse anche negli anni ' 90; oggi il suo carico di lavoro attivo è quasi inesistente. In questo ambiente, non è difficile capire perché avvocati governativi come il signor Clark e persino non governativi come il signor Eastman potrebbero essere giunti a credere che il loro percorso migliore per il successo professionale fosse quello di elevare la lealtà di parte rispetto all'etica professionale. E non è difficile capire perché questi incentivi possano rivelarsi devastanti per la democrazia costituzionale.

Il caso Trump mostra che gli avvocati non solo non riescono a garantire che i loro clienti governativi operino entro i limiti del nostro sistema democratico, ma si sforzano di aiutare quei clienti a creare modi per sovvertirlo. Il rischio per lo stato di diritto è altrettanto evidente. Perché quando gli avvocati formati in questo modo diventano giudici, decidendo casi in modi che sembrano elevare gli interessi di parte rispetto alle norme professionali, minano la fiducia del pubblico nei tribunali come arbitri imparziali delle controversie sociali.

Ci sono alcune riforme a breve termine che il Congresso potrebbe attuare che aiuterebbero a proteggersi dai casi più estremi di cattiva condotta degli avvocati del governo. Potrebbe iniziare modificando alcuni dei principali statuti esistenti che autorizzano il presidente, come l'Insurrection Act, che alcuni avvocati di Trump erano smaniosi di invocare. Con i cambiamenti, quegli statuti potrebbero almeno guidare meglio gli avvocati pubblici che forniscono consulenza ai funzionari eletti. È anche possibile rafforzare gli standard di responsabilità professionale a livello federale e statale, ricordando agli avvocati e ai giudici che perdono di vista i loro obblighi professionali alla sincerità e alla verità.

La domanda paradossale. Donald Trump eletto in carcere, il dibattito negli Usa sul tycoon che disprezza l’Ue e solidarizza con Putin. Questo paradosso ha un effetto galvanizzante sui suoi elettori dichiarati o potenziali, anche considerando che l’America è il paese in cui l’underdog, alla fine, vince. Paolo Guzzanti su Il riformista il 19 Agosto 2023

L’opinione americana, giornali, tv e social, rimpallano una domanda paradossale, nel senso che è tanto assurda quanto perfettamente realistica: se Donald Trump fosse arrestato e condannato, potrebbe o no governare il Paese come legittimo Presidente degli Stati Uniti d’America? Nessuno può dirlo perché i faldoni d’accusa nutriti dai procuratori sono ben quattro, ciascuno con i propri allegati che richiedono anni di discussione in sede giudiziaria. Di qui la questione paradossale e del tutto reale: la Costituzione americana si preoccupa soltanto di garantire il sacro rispetto della volontà dell’elettore. Lui è il padrone e può mandare alla Casa Bianca chiunque, perché non un condannato, visto che non esiste una norma che lo vieti, mentre da noi è legale solo ciò che è permesso.

Quindi, un Donald Trump in prigione, se fosse eletto alla Casa Bianca costituirebbe un problema costituzionale irrisolvibile. Nei dibattiti c’è chi sostiene seriamente che potrebbe essere domiciliato in galera mentre governa in Paese, scontando la sua pena. Ciò non accadrà mai, ma intanto se ne discute animatamente in linea di principio: chi oserebbe negare il potere sovrano del popolo elettore?

Che questo paradosso sia esaminato nei minimi dettagli da stampa, televisione e social americani mostra la differenza fra la democrazia americana, nata da una rivoluzione che precede quella francese, con le democrazie europee.

Il risultato politico è che soltanto negli Stati Uniti poteva suscitare un animato dibattito l’idea di un detenuto eletto Presidente, e che di conseguenza tutte le nuove accuse per processare Trump resteranno probabilmente inefficaci in una campagna elettorale e persino alla sua possibile elezione. Ed è evidente che Donald Trump con i suoi avvocati stia usando in maniera quasi diabolica tutte le opportunità che il suo stato di accusato permette e che lui stesso ogni giorno emetta i suoi Twitter aggiornando il numero di anni che potrebbe passare in prigione se condannato e che per ora, secondo i suoi calcoli sarebbero 561.

Questo paradosso ha un effetto galvanizzante sui suoi elettori dichiarati o potenziali, anche considerando che l’America è il paese in cui l’underdog, alla fine, vince. Decine di film popolari raccontano la solidarietà con un evaso che viene accompagnato e coccolato dalle cronache e dall’ospitalità di ogni casolare. Questo è lo stesso spirito rivendicato dai sostenitori dell’emendamento che permette ai cittadini di portare le armi.

È così che l’aggiornamento delle accuse per i fatti del 6 gennaio al Capitol Hill alimenta la solidarietà pro-Trump e del resto il grand Old Party repubblicano è quasi tutto schierato con lui, malgrado le riluttanze del rampante Ron De Santis governatore della Florida.

Questo consolidamento della posizione dello scaltro tycoon (che ha difeso in un dibattito televisivo l’autenticità della sua bizzarra capigliatura) provochi molto allarme in casa democratica, visto che il partito dell’asinello dispone come unico candidato l’attuale presidente, come vuole la tradizione che però è visibilmente penalizzato da un corpo decadente, cosa che lascia prevedere la sua sostituzione nel corso del quadriennio con la vice Kamala Harris, un ex procuratore detestata dai giovani per la sua severità nei confronti dei consumatori di marijuana. Un’eventuale elezione di Trump capovolgerebbe la politica estera e quella della difesa dell’attuale amministrazione perché il candidato repubblicano non fa mistero della sua solidarietà con Vladimir Putin e del crescente disprezzo nei confronti dell’Unione Europea e della Germania in particolare.

Così, più “the Donald” è vulnerato dagli indictment, più crescono le sue possibilità di successo, sostenute da un elettorato di ex migranti legali che si oppongono ai migranti illegali, e da un ceto medio che non intende seguitare pagare di sua tasca il riarmo europeo in funzione antirussa. L’allarme per un attivo intervento russo sulla campagna elettorale, è del resto in crescita e pubblicamente biasimato dalla stampa liberal.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per repubblica.it martedì 29 agosto 2023.

Il nonnino contro il bandito. O l’ “idiota” contro l’“arrogante”. Quello che sembra il plot di un film alla Tim Hill potrebbe essere il tema delle elezioni presidenziali americane nel 2024. Il presidente Joe è “vecchio” e “confuso”. L’ex presidente Donald Trump “corrotto” e “disonesto”. E’ così che gli americani vedono i due probabili duellanti alle presidenziali del 2024. Il quadro poco lusinghiero emerge dal sondaggio lanciato a metà agosto da Associated Press-Norc Center for Public Affairs Research, che ha chiesto agli americani di esprimere liberamente la loro opinione sui due candidati. La maggior parte degli intervistati, inclusi gli elettori democratici, ha indicato nell’età il problema maggiore per Biden.

[…] Su Trump i giudizi sono più morali: dopo essere stato incriminato quattro volte in cinque mesi, per un totale di novantuno capi d’accusa, il tycoon ha perso la sua area di incontestabile. Per il 15 per cento è un “corrotto”, per l’11 per cento un “cattivo personaggio”, per l’8 “bugiardo” e “disonesto”. Il tycoon appare “buono” solo per l’otto per cento.

Anche se i risultati sono legati all’appartenza politica degli intervistati, il dato più evidente rispetto al passato è il fatto che nessuno dei due si salva. […] Anche tra coloro che si definiscono democratici, gli aggettivi più usati per definire Biden sono “vecchio”, “datato”, per il 26 per cento, “lento” e “confuso” per il 15. Tra gli elettori progressisti il 28 per cento considera l’età il problema principale, mentre sulla capacità politica nutre dubbi l’11 per cento. I termini per inquadrare Trump rientrano nei giudizi morali. Il 6 per cento lo vede “arrabbiato”, un altro sei per cento “pazzo” e “pericoloso”, un altro sei per cento “narcisista”. Solo per cinque elettori su cento Trump appare “forte” e “capace”.

[…] Solo il 24 per cento vuole rivedere Biden candidarsi, mentre il 30 per cento lo dice del tycoon. Sei americani su dieci hanno un’opinione negativa verso Trump, il 52 per cento ce l'ha verso il presidente. Il partito degli astenuti sembra corposo.[…]

Nemico pubblico. La Costituzione impedisce già ora a Trump di candidarsi (ma nessun funzionario vuole applicarla). L'Inkiesta il 29 Agosto 2023

Secondo i due giuristi William Baude e Michael Stokes Paulsen la terza sezione del quattordicesimo emendamento impedirebbe al milionario di correre alle presidenziali. La decisione sarebbe auto-eseguibile, ma potrebbe essere impugnata subito e finire alla Corte Suprema

Dopo l’area 51 e Zodiac, uno dei misteri irrisolvibili americani è capire come Donald Trump possa ancora essere candidato alle elezioni per ridiventare presidente degli Stati Uniti nonostante quattro incriminazioni (l’ultima con foto segnaletica) per centinaia di capi di accusa tra cui cospirazione e frode. Secondo due autorevoli giuristi conservatori americani il problema non si pone perché la Costituzione impedisce già a Trump di candidarsi alla presidenza e i funzionari elettorali non solo possono, ma devono impedirgli di presentarsi al voto. 

Secondo William Baude e Michael Stokes Paulsen la terza sezione del quattordicesimo emendamento è chiara: nessuno potrà essere presidente o vice presidente degli Stati Uniti se ha «preso parte a un’insurrezione o ribellione contro di essi o abbia dato aiuto o sostegno ai loro nemici». Ovvero ciò che ha fatto Trump nel periodo che va dalle elezioni di novembre 2020 all’insurrezione del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. I due giuristi che fanno parte della prestigiosa Federalist Society hanno pubblicato la loro tesi nel numero del prossimo anno dello University of Pennsylvana Law Review, sostenendo che la forza della sezione tre del quattordicesimo emendamento non è limitata concettualmente alla Guerra Civile, non è stata abrogata dalla legislazione sull’amnistia del diciannovesimo secolo.

Inoltre secondo i due giuristi i concetti di «insurrezione» e «ribellione» non sono termini antiquati da cavalli e baionette, ma coprono un’ampia gamma di comportamenti contrari all’autorità dell’ordine costituzionale e alla resistenza illegale su larga scala all’autorità governativa. Trump non solo avrebbe preso parte in maniera indiretta all’insurrezione anche solo incoraggiando i ribelli, ma ha fornito consapevolmente sostegno attivo, volontario e diretto con almeno duecento atti apparenti di pressione o condanna rivolti ai legislatori e amministratori per cambiare il risultato delle elezioni. Tutti atti provati dal rapporto finale della Camera dei rappresentanti sui fatti del 6 gennaio: dal piano per inviare falsi elettori al Congresso alle pressioni sul vicepresidente Mike Pence per accettare questi impostori e nominare Trump presidente.

Dal punto di vista giuridico il discorso dei due professori sembra inattaccabile. Ma chi può esercitare il diritto di escludere Trump alle elezioni?. Secondo Baude e Stokes Paulsen può farlo qualunque funzionario coinvolto nel sistema elettorale statunitense, dal cancelliere locale ai membri del Congresso. La squalifica dall’incarico è immediata senza bisogno di ulteriori azioni da parte del Congresso. Tradotto: il provvedimento è auto-eseguibile e vincola i funzionari pubblici ad applicarlo. Insomma non una decisione politica, ma quasi un atto amministrativo. Non applicare la legge sarebbe come violare il giuramento costituzionale. E secondo i due giuristi a Trump e agli altri cospiratori deve essere impedito ora, e non dopo le elezioni, la possibilità di candidarsi. 

La tesi dei due giuristi è stata confermata da altri illustri colleghi: Laurence Tribe, professore di diritto liberale, e J. Michael Luttig, ex giudice conservatore della Corte d’Appello degli Stati Uniti. Luttig, che è stato nella rosa dei candidati per la Corte Suprema in quota Repubblicani, ha spiegato in una intervista al New Yorker perché il provvedimento sarebbe auto eseguibile, e per farlo cita l’età richiesta per diventare presidente degli Stati Uniti. Per aspirare alla Casa Bianca bisogna avere almeno trentacinque anni. Se un trentaduenne presentasse la propria candidatura in uno dei cinquanta stati, il funzionario elettorale statale sarebbe obbligato dalla Costituzione americana a escluderlo subito. Inoltre secondo Luttig la terza sezione del quattordicesimo emendamento è applicabile facilmente a Trump perché si riferisce a un’insurrezione o ribellione contro la Costituzione degli Stati Uniti e non contro gli Stati Uniti in sé. Quindi la clausola non sarebbe limitata ai nemici in guerra contro gli Stati Uniti.

Tutto chiaro, tutto lineare. Ma come mai Trump è ancora candidato? Perché nessun funzionario statale di uno dei cinquanta stati americani lo ha ancora escluso? 

La risposta la danno gli stessi Baude e Stokes Paulsen nel loro articolo: esiste un precedente controverso, il caso Griffin del 1869 e Trump potrebbe impugnarlo subito. In quel processo il signor Caesar Griffin fu condannato per tentato omicidio dal giudice ex sudista Hugh W. Sheffey. Secondo l’imputato, Sheffrey non aveva il potere legale di emettere la sentenza perché aveva prestato servizio nella Virginia secessionista durante la Guerra civile americana. Quindi avendo partecipato de facto a una insurrezione contro gli Stati Uniti in quanto secessionista non poteva ricoprire una carica pubblica. Il giudice della corte costituzionale Salmon Chase diede però ragione a Sheffrey non applicando alla lettera il quattordicesimo emendamento perché ciò avrebbe creato tanti precedenti in altri ex confederati in un momento cruciale in cui l’obiettivo politico era la pacificazione e il reinserimento sociale degli ex ribelli. 

Con un precedente del genere qualsiasi funzionario che applicasse la legge in uno dei cinquanta stati americani, escludendo Trump potrebbe subire contenziosi legali infiniti. E soprattutto rischierebbe di offrire una sponda al candidato repubblicano per alimentare la sua narrazione sul voto truccato e il sistema elettorale corrotto. Però quella sentenza del 1869 non è stata stabilita dalla Corte Suprema e non è vincolante per le corti federali e secondo Baude e Stokes Paulsen l’interpretazione della terza sezione del quattordicesimo emendamento è stata tendenziosa e scorretta. Il problema quindi è politico: il primo funzionario che escluderà Trump farà partire un ricorso che finirà alla Corte Suprema entro le elezioni del 2024. Solo l’alta Corte potrà dirimere la questione. Ma non è detto che qualcuno avrà il coraggio di applicare la Costituzione. 

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” giovedì 17 agosto 2023.

Donald Trump e i suoi alleati passano al contrattacco dopo la quarta incriminazione arrivata lunedì sera dalla contea di Fulton in Georgia per aver tentato di sovvertire l’esito del voto del 2020. «Il corrotto Joe Biden è totalmente controllato dalla Cina, dall’Ucraina e da vari altri Paesi. Conoscono ogni suo misfatto. È un presidente compromesso che sta portando il Paese all’inferno», ha dichiarato Trump sul suo social «Truth». 

[…] L’accusa più grave mossa dalla procuratrice Willis all’ex presidente e ai suoi alleati è di avere agito come una «organizzazione criminale» con l’obiettivo di rovesciare l’esito del voto in violazione della Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (nota per le iniziali: RICO), la legge anti-racket e contro la corruzione del crimine organizzato, varata negli anni Settanta, con l’obiettivo di contrastare l’azione dei boss mafiosi.

La versione adottata in Georgia, che permette un’applicazione a un numero di reati più ampio di quello federale, prevede pene fino a 20 anni carcere e, in caso di condanna, una sentenza minima (a differenza delle altre incriminazioni) di almeno 5 anni. Inoltre, se Trump o un altro repubblicano dovesse vincere le elezioni presidenziali non potrà graziare immediatamente gli eventuali condannati, a differenza di quanto accade nei casi federali.

Alcuni esperti sul New York Times giudicano il ricorso alla legge RICO «geniale», mentre un editoriale del Wall Street Journal ne reputa scorretto l’uso. A differenza dei casi federali, in Georgia sono stati incriminati ben 18 alleati di Trump (e coinvolti altri 30), tra cui funzionari eletti e gli avvocati Rudy Giuliani (che paradossalmente usò spesso la legge anti-racket da procuratore), Kenneth Chesebro, Jeffrey Clark, John Eastman, Sidney Powell. 

Il tutto sembra condurre a una precisa strategia di Willis: spingere gli alleati del presidente a collaborare con la giustizia contro di lui, puntando su crepe già emerse: Giuliani, che non riesce più a pagare le parcelle legali, ha scaricato le colpe su «quel pazzoide» di Powell; Chesebro, l’ideatore del piano dei «falsi elettori» che dovevano certificare la vittoria di Trump, sta cercando di sminuire il proprio ruolo. […]

Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica” giovedì 17 agosto 2023.

«La prigione è sempre aperta, Donald Trump, Rudy Giuliani e gli altri co-imputati hanno il posto prenotato». Patrick Labat, sceriffo della Contea di Fulton lo ha detto chiaro al quotidiano locale Atlanta Journal Costitution : «La procuratrice Fani Willis gli ha intimato di consegnarsi entro il 25 agosto e noi abbiamo preparato le celle». Non sono dunque attesi in tribunale i 19, incriminati lunedì sera dalla procura di Atlanta con l’accusa di aver cospirato per ribaltare il risultato elettorale delle elezioni 2020 facendo pressioni su pubblici ufficiali, affermando il falso e pure tentando di spacciare per Grandi Elettori chi non lo era. 

Dovranno invece costituirsi negli uffici del carcere di Rice Street, nel cui parcheggio, d’altronde, è già stato allestito uno spazio per i giornalisti. Secondo Labat, l’ex inquilino della Casa Bianca in cerca di nuovo mandato otterrà perfino l’agognata foto segnaletica finora risparmiatagli, cui da tempo aspira sperando di trasformarla in icona della campagna elettorale: «Se non mi verrà chiesto di fare altrimenti, seguirò la procedura ordinaria».

Sempre che lo permettano i Servizi Segreti, responsabili della sicurezza dell’ex presidente. Gli stessi che già lo hanno scortato nei tribunali di New York, Miami e Washington per rispondere delle altre incriminazioni (aver pagato con fondi sottratti alla campagna elettorale il silenzio della pornostar Stormy Daniels con cui aveva avuto una relazione. Aver conservato carte classificate in un gabinetto del suo resort di Mar-a-Lago. E il ruolo attivo nell’assalto al Congresso del 6 gennaio).

L’infame carcere di Fulton County, noto per il sovraffollamento, le difficili condizioni dei detenuti e i numerosi suicidi, è infatti oggetto di un’inchiesta da parte delle autorità federali. Non esattamente il luogo più sicuro per un ex presidente. Trattative sono dunque in corso fra avvocati del tycoon e autorità, per decidere tempi e modi della resa. 

[...]  Timidamente, già altri repubblicani provano a scaricarlo: «La palude-Washington con lui è peggiorata» lo ha attaccato il rivale nella corsa alla nomination Ron De-Santis. Il leader repubblicano è furibondo e sul suo social Truth attacca chiunque: Biden «corrotto, controllato dalla Cina, candidato della Manciuria ». La procuratrice Willis, figlia di un fondatore dei Black Panther, «estremista di sinistra».

E il dipartimento di Giustizia che «criminalizza il discorso politico». Davanti alle ultime accuse formulate ad Atlanta, basate pure su 12 tweet da lui scritti dopo le elezioni, la sua difesa ora mira a puntare sulla «libertà d’espressione protetta dal Primo Emendamento della Costituzione». Ma intanto Trump lunedì ha organizzato una conferenza stampa nel suo resort di Bedminster, in New Jersey, promettendo nuove prove sulle frodi elettorali in Georgia, nonostante più di un tribunale abbia già dichiarato quel voto legittimo, col concreto rischio di aggravare la sua posizione. Sì, la crociata contro i giudici è appena cominciata.

Estratto dell’articolo di Francesco Semprini per lastampa.it mercoledì 16 agosto 2023. 

[…] il poker di incriminazioni collezionato da Donald Trump nel giro di cinque mesi rischia di sovrapporre la sua campagna elettorale per la riconquista della Casa Bianca a una sorta di pellegrinaggio nei tribunali della East Coast. L’ultima tegola giudiziaria piove sul capo dell’ex presidente americano al termine di una lunga ed estenuante vigilia di Ferragosto, quando la giuria della contea di Fulton ad Atlanta ha approvato prima del previsto le accuse mosse dalla procuratrice distrettuale (democratica) Fani Willis.

Una decisione giunta dopo aver raccolto le testimonianze di personaggi chiave che avrebbero fornito elementi inconfutabili a carico del tycoon, tra i quali il repubblicano Geoff Duncan, l'ex vicegovernatore della Georgia. All'inizio sostenitore di Trump, Duncan è poi divenuto uno dei suoi più accesi nemici. "E' il peggior candidato di sempre", ha detto lasciando il tribunale dopo la deposizione al Grand Jury. 

L’ex presidente è stato incriminato per aver tentato di sovvertire in vari modi l'esito del voto presidenziale in Georgia nel 2020, nell’ambito di una cospirazione che vede coinvolte altre 18 persone, anche loro tutte incriminate. Tra gli altri il suo ex avvocato personale Rudy Giuliani, il suo ex capo di gabinetto Marc Meadows, il quale sta tentando di chiedere il trasferimento della procedura, nonchè i legali Kenneth Chesebro e John Eastman, considerati gli architetti del piano per usare elettori pro Trump falsi in Georgia e in altri stati vinti da Joe Biden.

Le accuse, formulate in 41 capi di imputazione (di cui 13 rivolti singolarmente a Trump), ruotano intorno alla legge antiracket: quella usata contro le associazioni criminali, anche di stampo mafioso, per condannare non solo gli esecutori ma anche i mandanti. Tra i reati, la cospirazione per influenzare un pubblico ufficio (la vicenda dei falsi elettori) e commettere una serie di falsi (le affermazioni infondate sulle elezioni truccate), nonchè l'aver sollecitato un pubblico ufficiale a violare il suo giuramento di fedeltà: si tratta della telefonata fatta da Trump all'allora al segretario di Stato (della Georgia) repubblicano Brad Raffensperger per chiedergli di trovare 11.780 voti necessari a fargli superare Joe Biden. […]

La difesa sta affilando le armi e già pensa a contestare il difetto di giurisdizione della procuratrice distrettuale e trasferire il caso alla giustizia federale (con reati che rientrerebbero così nel potere di grazia). Per Trump dicevamo si tratta della quarta incriminazione dopo quella che lo vede coinvolto a New York per il presunto pagamento con fondi elettorali di somme di denaro necessarie a “comprare” il silenzio di testimoni scomodi, tra cui la porno attrice Stormy Daniels e l’ex modella di Playboy Karen McDougal. C’è poi quella di Miami sui documenti classificati sottratti alla Casa Bianca e nascosti a Mar-a-Lago, e quella di Washington per i fatti del 6 gennaio 2021.

Quella della Georgia però è senza dubbio la più pesante non solo per le dimensioni dell’incriminazione e del processo che sarà istituito ma anche perché è quella che potrebbe far emergere le “smoking gun”, ovvero la pistola fumante che incastrerebbe il 45 esimo presidente Usa per il suo operato volto a rimane in sella come comandante in capo nonostante la sconfitta incassata il 3 novembre nei confronti di Joe Biden. 

Gli inquirenti sarebbero infatti in possesso di sms e conversazioni nelle quali Trump e la sua squadra avrebbero forzato o addirittura minacciato le autorità della Georgia (nel periodo compreso tra la giornata elettorale e il 7 gennaio 2021) pur di cambiare l’esito del voto, ribaltando l’esito complessivo della elezione presidenziale, visto che lo Stato del sud è considerato decisivo per gli equilibri elettorali nazionali.

Gli imputati dovranno comparire in tribunale non più tardi del 25 agosto […] "Mi sembra tutto truccato!”, tuona Trump sulla sua piattaforma social Truth. "Perché non mi hanno incriminato 2,5 anni fa? Perché volevano farlo proprio nel bel mezzo della mia campagna politica. Caccia alle streghe!”. E lunedì prossimo 21 agosto il tycoon terrà una conferenza stampa nella sua residenza di Bedmister, in New Jersey, per rispondere alla quarta incriminazione per i suoi tentativi di sovvertire il voto in Georgia nel 2020. 

L'ex presidente ha spiegato che presenterà un "ampio, complesso, dettagliato ma irrefutabile rapporto sulle frodi elettorali presidenziali accadute in Georgia", che e' "quasi completo”. […] Tra la conferenza stampa e la scadenza per comparire in tribunale ci sarà intanto il primo dibattito tra i possibili candidati repubblicani in vista delle primarie del partito per stabilire chi di loro otterrà la nomination.

L’incontro è organizzato da Fox News per il 23 Agosto a Milwaukee, Wisconsin. Per ora non tutti i dodici aspiranti alla presidenza hanno raggiunto i numeri necessari a partecipare: ovvero ottenere l’1 per cento di gradimento in almeno tre sondaggi nazionali, e donazioni da 40mila persone differenze, con almeno 200 contributi in 20 o più stati. 

[…] ogni volta che c’è un’accusa nei confronti di Trump o viene pubblicata una notizia molto rilevante che riguarda i suoi guai giudiziari aumentano sia la raccolta fondi in favore del tycoon, sia la sua popolarità, o meglio se quest’ultima non aumenta cala quella degli altri. […]

Trump incriminato per la quarta volta. Tredici capi d’imputazione: «Cospirò per ribaltare l’esito del voto». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera lunedì 14 agosto 2023.

Ma l’ex presidente Usa non pensa assolutamente a rinunciare alla nuova corsa per la Casa Bianca. Sotto accusa finisce anche l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, legale vicino al leader repubblicano

La quarta incriminazione per Donald Trump è arrivata alla vigilia di Ferragosto dalla Georgia, uno Stato chiave nelle elezioni del 2020 dove l’ex presidente fu sconfitto per poche migliaia di voti da Joe Biden. 

Nel gennaio 2021 Trump fu registrato mentre chiedeva per telefono al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger di «trovare» gli 11,780 voti che gli servivano per vincere. 

Le accuse, articolate in 41 capi di imputazione (13 per l’ex presidente), vanno oltre quella famosa telefonata. 

Fani Willis, la procuratrice della contea di Fulton ha usato la legge anti racket (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations o RICO) per accusare Trump e alleati di aver partecipato ad una cospirazione e ad una «impresa criminale» finalizzata a rovesciare l’esito delle elezioni nello Stato. 

Si tratta di una legge concepita contro le associazioni criminali, anche di stampo mafioso, per condannare non solo gli esecutori ma anche i mandanti, ma è stata usata anche per casi di corruzione pubblica e appropriazione indebita. 

Altre diciotto persone — tra cui gli ex avvocati Rudy Giuliani, John Eastman, Sidney Powell, Jenna Ellis, Kenneth Chesebro, Ray Smith e Robert Cheeley, l’ex capo dello staff Mark Meadows, l’ex funzionario del dipartimento di Giustizia Jeffrey Clark — sono state incriminate insieme a Trump. 

In 97 pagine la procuratrice distrettuale elenca otto modi in cui l’ex presidente e i suoi alleati avrebbero ostacolato la ratifica dell’esito delle elezioni: mentendo al parlamento locale della Georgia e ai funzionari dello stato, creando falsi «grandi elettori» che dichiararono la vittoria di Trump (e hanno confessato in cambio dell’immunità), intimidendo gli impiegati e volontari elettorali, tentando di corrompere funzionari del dipartimento di Giustizia e facendo pressione sul vicepresidente Mike Pence, interferendo con le macchine elettorali in una contea della Georgia e rubando dati, cercando di coprire le proprie azioni criminali. 

«Concedo» agli incriminati «l’opportunità di consegnarsi volontariamente non più tardi del 25 agosto a mezzogiorno», ha affermato Fani Willis, che chiederà che il processo inizi entro i prossimi sei mesi. La procuratrice ha rifiutato di spiegare come sia potuto accadere che, poche ore prima che il grand jury votasse a favore dell’incriminazione, fosse già apparsa una lista di capi di imputazione sul sito web della contea di Fulton. 

Le autorità avevano detto che il documento era un falso, ma le accuse si sono rivelate corrispondenti a quelli effettivamente annunciate più tardi. Trump e i suoi alleati hanno dichiarato che si tratta della conferma di un sistema corrotto e di indagini politicamente motivate contro il candidato favorito per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2024. 

Trump si troverà ad affrontare dunque quattro processi l’anno prossimo, tutti durante la campagna elettorale. 

Il caso di Manhattan per i pagamenti a Stormy Daniels inizierà a marzo e sembra il più debole. Poi ci sono i due casi federali: in Florida per i documenti top secret tenuti a Mar-a-Lago (inizierà a maggio) e a Washington per cospirazione per rovesciare le elezioni del 2020 (accuse che includono le azioni intraprese in Georgia). Ma a differenza sei due casi federali, quello della Georgia non consentirebbe a Trump di graziare se stesso una volta eletto presidente o di controllare i processi nominando un suo ministro della Giustizia. 

Perciò la difesa vuole contestare il difetto di giurisdizione della procuratrice distrettuale e trasferire il caso alla giustizia federale. In attesa della prossima apparizione di Trump in tribunale (e stavolta è possibile che siano ammesse per la prima volta in aula anche le telecamere), i repubblicani lo difendono a partire dallo speaker repubblicano della Camera Kevin McCarthy.

Trump incriminato per la quarta volta: contro di lui 13 capi d'accusa. Francesca Galici il 15 Agosto 2023 su Il Giornale.

Donald Trump è stato incriminato nell'ambito dell'indagine sulle elezioni in Georgia nel 2020: contro di lui 13 capi di imputazione

Il gran giurì della contea di Fulton, ad Atlanta, ha incriminato Donald Trump per la quarta volta. Stavolta, l'ambito è quello dell'indagine sulle sue pressioni per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020 in Georgia. All'ex presidente, che vorrebbe nuovamente sfidare Joe Biden nel 2024, sono contestati 13 capi di imputazione, tra questi ci sono la legge anti racket, l'aver sollecitato un pubblico ufficiale a violare il suo giuramento di fedeltà, la cospirazione per impersonare un pubblico ufficio nella vicenda dei falsi elettori, e la commissione di una serie di falsi.

Il prouratore generale della contea di Fulton, Fani Willis, al termine dell'udienza ha illustrato la decisione, spiegando che secondo l'accusa si è trattato di "una cospirazione criminale per cercare di sovvertire il risultato delle elezioni" del 2020 in Georgia. Non c'è solo Trump tra gli incriminati, che sono in tutto 19. Tra loro spiccano anche il suo ex avvocato personale Rudy Giuliani, il suo ex chief of staff Marc Meadows, nonchè i legali Kenneth Chesebro e John Eastman, considerati come le menti dietro il piano per usare elettori pro Trump falsi in Georgia e in altri stati vinti da Joe Biden. L'ex presidente, dovrà presentarsi nuovamente in aula per le formalità di rito entro il 25 agosto a mezzogiorno: "Concedo agli incriminati l'opportunità di consegnarsi volontariamente".

In totale, considerando tutte e 19 le persone incriminate, sono oltre 40 i capi di imputazione individuati dal gran giurì e tutte sono imperniate sulla legge anti-racket, usata contro le associazioni criminali, anche di stampo mafioso, per condannare non solo gli esecutori ma anche i mandanti. "Ora è compito del mio staff dimostrare che queste accuse sono al di là di ogni ragionevole dubbio davanti alla giuria nel corso del processo", ha aggiunto Willis.

Da parte sua sembra esserci l'intenzione di avviare entro sei mesi il processo e durante la conferenza ha spiegato che per quanto concerne il procedimento non è di suo interesse stabilire chi sarà il primo fra i 19 incriminati a essere processato, sottolineando che, comunque, la sua sarà solo una proposta, visto che in Georgia è il giudice che decide l'avvio. Per il momento, Donald Trump non ha rilasciato alcuna dichiarazione a seguito dell'incriminazione ma la difesa dell'ex presidente già pensa a come agire, contestando il difetto di giurisdizione della procuratrice distrettuale, in modo tale da trasferire il caso alla giustizia federale, davanti alla quale i reati rientrerebbero nel potere di grazia.

Estratto dell’articolo di V. Ma. per il “Corriere della Sera” giovedì 3 agosto 2023.

È il 20 gennaio 2025, giorno del giuramento del nuovo presidente degli Stati Uniti, che però si trova dietro le sbarre, in un carcere federale. Poco prima di mezzogiorno Donald Trump viene autorizzato a togliersi la tuta arancione e indossare il completo blu, per giurare sulla Bibbia di famiglia. Poi un assistente gli porge un documento, che il neopresidente firma in modo da graziare se stesso. Oggi gli esperti discutono se quella che potrebbe sembrare la trama di un film possa diventare realtà.

1 Se condannato Trump può essere eletto presidente?

La Costituzione degli Stati Uniti non prevede tra i requisiti per la presidenza l'assenza di precedenti penali. Paradossalmente, 48 Stati impediscono a persone condannati per illeciti penali di votare, ma non di candidarsi.

2 Lo possono arrestare mentre fa campagna elettorale?

Il procuratore speciale Jack Smith ha parlato di un «processo rapido», ma ieri l'avvocato di Trump ha detto che c'è la possibilità che il processo federale legato all'ultima incriminazione dura «9 mesi o un anno». 

L'altro processo federale, per i documenti top secret […], inizierà a maggio, ma […] è probabile che i tempi andranno oltre il voto del novembre 2024. Nel processo di Manhattan per i pagamenti a Stormy Daniels è invece improbabile che Trump finisca per scontare una pena carceraria. In teoria, comunque, potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche dal carcere: c’è anche il precedente del socialista Eugene V.

Debs, che nel 1920 ricevette un milione di voti mentre si trovava dietro le sbarre.

3E se Trump venisse eletto dopo essere stato condannato, potrebbe graziare se stesso?

[…] Ad esclusione dell'impeachment, la Costituzione dà al presidente ampi poteri di grazia sui reati federali (non statali). Gli esperti sono divisi: alcuni dicono che questo potere è virtualmente illimitato; altri affermano che si possono graziare crimini altrui ma non i propri. 

[…] Una eventuale grazia potrebbe essere contestata in tribunale e finire davanti alla Corte suprema, dominata da giudici conservatori (tre scelti da Trump). La Corte non lo ha appoggiato in altri casi sulle elezioni del 2020, ma la prassi è che difenda i poteri della presidenza indicati nella Costituzione. […]

Un'altra ipotesi è che, attraverso il 25° emendamento, trasferisca temporaneamente il potere al suo vicepresidente affermando di non essere in grado di svolgere le sue funzioni, e si faccia immediatamente graziare. A quel punto notificherebbe al Congresso di essere in grado di riprendere le sue funzioni. […] 

5 E se il verdetto arrivasse dopo l'elezione?

[…] I suoi legali sembrano puntare a questo. […] se il tycoon dovesse essere rieletto, «controllerà il dipartimento di Giustizia» e se i casi federali sono ancora aperti «semplicemente li farà archiviare».

Estratto dell’ articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica” giovedì 3 agosto 2023.

Donald Trump mentì sapendo di mentire per sovvertire il risultato delle elezioni 2020. Ordì una cospirazione per restare al potere basata proprio sulle menzogne, le stesse usate il 6 gennaio per infiammare la piazza, scatenando la rivolta di Capitol Hill. 

Ecco in sintesi cosa c’è nelle 45 pagine di accuse depositate martedì dal procuratore speciale Jack Smith che ha guidato l’inchiesta su quello che lui stesso definito «un assalto alla democrazia senza precedenti», subito dopo aver annunciato la nuova incriminazione.

La terza in quattro mesi […], seconda in ambito federale, ma soprattutto la prima su azioni intraprese da un presidente in carica. La più importante messa in piedi finora, dunque, cui si potrebbe aggiungere presto quella sul tentativo di ribaltare il risultato elettorale della Georgia corrompendo il locale segretario di Stato, il repubblicano Brad Raffensperger («Trovami 11 mila voti mancanti...», gli disse al telefono). 

L’ex inquilino della Casa Bianca in cerca di un nuovo mandato si presenterà al tribunale federale di Washington già oggi alle 16, le 22 in Italia: e davanti all’edificio a pochi di metri da Capitol Hill la tensione è già alle stelle. […]

[…] A testimonianza del clima di tensione, ieri un edificio di uffici del Senato è stato evacuato perché si temeva che all’interno ci fosse un uomo armato. Poi l’allarme è rientrato. 

In aula, a Trump saranno notificati i quattro capi d’accusa su cui si basa l’inchiesta - tre per aver cospirato per frodare gli Stati Uniti, ostacolare un procedimento ufficiale e attentare al diritto di avere il proprio voto contato, e un quarto per aver tentato di ostruire la certificazione della vittoria di Biden - formulati basandosi su una legge scritta nel 1870, dopo la Guerra Civile e poi sviluppata per contrastare i razzisti del Ku Klux Klan e «proteggere chi è sottoposto a intimidazioni»: tra questi, legislatori come l’ex vicepresidente Mike Pence, citato almeno 100 volte e la cui testimonianza è stata evidentemente cruciale.

Per Smith un complotto studiato con l’aiuto di sei “co-cospiratori”, non ancora incriminati e i cui nomi non sono pubblici, ma identificati dai media: l’ex avvocato del tycoon ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani per aver «volutamente diffuso notizie false»; l’avvocato del Nebraska John Eastman che contribuì alla stesura del discorso incendiario e tentò di convincere Pence a bloccare la certificazione del voto; 

l’avvocatessa Sidney Powell, volto tv della “Grande Bugia” secondo cui le elezioni furono “rubate” da Biden. E ancora, l’avvocato del Dipartimento di Giustizia Jeffrey Clark, che tentò di avviare indagini, pur sapendo che le accuse erano false; l’avvocato texano Kenneth Chesebro, “architetto” del complotto, che propose di nominare falsi grandi elettori per votare Trump e , ribaltare il risultato. Infine un consulente non ancora identificato che stilò elenchi di avvocati e legislatori compiacenti.

L’indagine descrive un piano in cinque parti che partì appunto dal formulare consapevolmente false affermazioni di frodi per indurre legislatori e funzionari a sovvertire l’esito delle urne. Portò alla creazione di una falsa lista di Stati (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, New Mexico, Pennsylvania e Wisconsin) dove sarebbero stati commessi brogli. 

Tentò di usare il Dipartimento di Giustizia per condurre indagini sui falsi crimini. E tentò di convincere Pence ad alterare i risultati: salvo poi, dopo il suo rifiuto, incitare i manifestanti sostenendo che il vicepresidente «aveva l’autorità per determinare la vittoria di Trump». […]

Da “la matta” a “mister six” ecco i complottisti dietro l’ombra di Donald Trump. Sono sei i personaggi indicati nell'atto d'incriminazione del tycoon come membri del complotto che puntava a sovvertire il risultato elettorale del 2020. Simone Alliva su L'Espresso il 3 Agosto 2023

La trama dell’incriminazione di Donald Trump è stretta intorno a un coro di personaggi in bilico sul crinale fra l'assoluto e il nulla accomunati da ordinarie gloriose esperienze di disinformazione. C’è il "sindaco d'America" e "la matta", il costituzionalista senza scrupoli e "Mister Six". Sei personaggi dietro l’ombra del tycoon, indicati nell'atto d'incriminazione di Donald Trump come membri del complotto, in concorso con l’ex Presidente Usa, per sovvertire il risultato elettorale del 2020.

Il sindaco d’America

L’italoamericano Rudy Giuliani, avvocato di New York, 79 anni, cresciuto a Brooklyn, ex procuratore distrettuale, ex sindaco di ferro nella City dal 1994 al 2001. Nell'atto di incriminazione del dipartimento Giustizia è indicato come «conspirator 1», il legale che «volutamente diffuse notizie false e perseguì strategie» respinte dagli avvocati di Trump. Quello che una volta era considerato il «sindaco d'America» è passato dall'essere uno dei primi sostenitori di Trump nella campagna presidenziale del 2016 al suo avvocato tuttofare, due anni dopo, nell'inchiesta del super procuratore Robert Mueller sul Russiagate. Giuliani è poi diventato il capo del team che nel 2020 tentò di sovvertire il risultato elettorale. L'ex sindaco ha ammesso di aver fatto false dichiarazioni ed e' stato citato in giudizio in numerose cause di diffamazione. L'ordine degli avvocati gli ha sospeso la licenza per il foro di New York. 

L’inventore del golpe

Il 6 gennaio 2021 stretto in un cappotto color cammello, con una sciarpa bianca a motivi floreali e un cappello borsalino marrone è il primo a parlare dal podio sulla Mall, la striscia monumentale di Washington che va dal Lincoln Memorial fino a Capitol Hill. La sua immagine entrerà nella storia insieme a quella di Donald Trump in guanti neri, lo sciamano, i poliziotti schiacciati tra le porte del Congresso. John Eastman è un avvocato del Nebraska e costituzionalista, 63 anni, viene inquadrato come un elemento chiave nel tentativo di sovvertire il voto. Il 6 gennaio 2021 fu lui a presentare a Trump il discorso incendiario che il tycoon avrebbe poi fatto davanti a migliaia di sostenitori, incitandoli ad assaltare il Congresso per bloccare la proclamazione di Joe Biden a nuovo presidente degli Stati Uniti. Sempre Eastman, nonostante i suoi studi da costituzionalista, aveva implorato l'allora vicepresidente Mike Pence a bloccare la certificazione del voto, cosa che Pence non avrebbe potuto fare, invitandolo a violare l'Electoral Count Act, che regola le procedure per il conteggio dei voti. L'ordine degli avvocati della California è intenzionato a revocargli la licenza. 

La matta

Sidney Powell, anche lei legale del team Trump, 68 anni, del North Carolina. Sarebbe colpevole di aver «diffuso accuse infondate su frodi fiscali», ma è anche la scheggia impazzita del gruppo, quella che lo stesso ex presidente e il suo entourage consideravano «matta». Powell si era unita al team legale subito dopo le elezioni, per diventare in poco tempo uno dei volti ufficiali della campagna per sovvertire il voto. Era lei a comparire, regolarmente, su Fox News e su altri network di destra per promuovere le sue «teorie infondate» e le cause avviate contro il governatore della Georgia, uno degli Stati in cui Trump aveva perso di misura.  

Il burocrate

Jeffrey Clark è il quarto avvocato del team, 56 anni, di Philadelphia, secondo i procuratori federali è colui che «avviò indagini su presunte frodi elettorali pur essendo consapevole della falsità delle accuse». Burocrate di medio livello del dipartimento Giustizia, inviò una lettera ai funzionari degli Stati in bilico chiedendo loro di dare una mano a Trump. Clark promise di usare i poteri del dipartimento per aiutare il tycoon a fare pressione sui funzionari addetti alla certificazione elettorale. Il piano fallì quando i funzionari del dipartimento Giustizia minacciarono dimissioni in massa. 

L’architetto

Kenneth Chesebro laureato a Harvard, 62 anni, di Austin, Texas, nell'atto d'incriminazione viene indicato come colui che «fornì consulenze nel tentativo di mettere in atto un piano per sottomettere dichiarazioni fraudolente da parte di elettori». Considerato l'«architetto» del complotto: lui propose di nominare falsi grandi elettori, che poi avrebbero dovuto, in sede di ratificazione, dichiarare il proprio voto per Trump, ribaltando il risultato delle urne. L'ordine degli avvocati di New York ha chiesto la sospensione della sua licenza per «comportamento fraudolento e disonesto».

Mister Six

Il consulente politico senza nome. I media americani stanno cercando di identificarlo, per cui l'identità potrebbe uscire nelle prossime ore. Il misterioso "Mister Six" è accusato di aver stilato elenchi di avvocati compiacenti e disponibili negli Stati in bilico a lavorare per sovvertire il risultato del 2020. È sempre questo consulente ad aver tenuto i contatti con almeno sei senatori repubblicani con l'obiettivo di ritardare la certificazione della vittoria di Biden.

DAGONEWS giovedì 3 agosto 2023.

Un'ex collaboratrice dell'ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, l’ha accusato di fare commenti dispregiativi sugli ebrei e di essere sessualmente aggressivo nei loro confronti. 

Noelle Dunphy ha citato in giudizio Giuliani  in una causa da 10 milioni di dollari, accusandolo di abusi sessuali. Ma gli avvocati dell'ex sindaco di New York hanno affermato che lui "nega con veemenza le accuse". 

Tuttavia, martedì, gli avvocati di Dunphy hanno rilasciato diverse registrazioni audio di incontri che lei ha avuto con Giuliani.

In una registrazione del 2019, una trascrizione presentata come parte della causa, Giuliani avrebbe affermato che gli uomini ebrei avevano il pene piccolo rispetto agli italiani.

Secondo la trascrizione, ha detto: «Si tratta del modo in cui funziona la selezione naturale. Gli uomini ebrei hanno cazzi piccoli perché non possono usarli dopo essersi sposati. Mentre gli uomini italiani li usano per tutta la vita, quindi i loro peni sono più grandi». 

Un'affermazione fatta dopo che Giuliani avrebbe detto che gli ebrei hanno bisogno di "andare oltre la Pasqua ebraica". Una trascrizione di una conversazione nell'aprile 2019 diceva: “Gli Ebrei, vogliono solo quella dannata Pasqua tutto il tempo. Amico, oh, amico. Supera la Pasqua. Era tipo 3000 anni fa. Ok, il Mar Rosso si è separato. Grande affare. Non è la prima volta che succede”.

Dunphy ha iniziato a lavorare per Giuliani nel gennaio 2019 come direttore dello sviluppo aziendale con uno stipendio di 1 milione all'anno: ha affermato che Giuliani ha iniziato ad abusare di lei quasi subito dopo che ha iniziato a lavorare per lui. 

Secondo la causa, l'ex avvocato personale di Donald Trump è accusato di "abusi di potere, aggressioni e molestie sessuali e altri comportamenti scorretti", comprese "invettive sotto effetto di alcol che includevano commenti sessisti, razzisti e antisemiti".

Diverse trascrizioni riportano che l'ex sindaco di New York faceva osservazioni a carattere sessuale a Dunphy. Il 4 marzo 2019, Giuliani avrebbe detto a Dunphy: «Voglio possederti, ufficialmente». Tempo dopo avrebbe fatto commenti sul suo seno: «Vieni qui grandi tette. Dammele. Reclamo le tue tette».

Il 18 agosto 2019, avrebbe detto che non poteva pensare a lei senza eccitarsi sessualmente: «Anche se penso a quanto sei intelligente, mi viene duro. Non penserei mai che una bella ragazza sia intelligente. Se mi dicessi che una ragazza è intelligente, penserei che non è attraente».

Ma un portavoce di Giuliani ha affermato che "nega con veemenza e completamente le accuse della denuncia e intende difendersi fino alla fine da queste accuse. Questa è pura molestia e un tentativo di estorsione".

Chi à Jack Smith, il procuratore speciale incubo di Trump. Storia di Roberto Vivaldelli giovedì 3 agosto 2023 su Il Giornale

Si chiama Jack Smith ed il suo nome è prepotentemente emerso da quando, nelle vesti di consigliere speciale, ha incriminato due volte l'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L'ultimo atto d'accusa contro il magnate repubblicano risale a martedì scorso, quando un gran giurì ha incriminato Trump per i suoi presunti tentativi di ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020.

L'atto d'accusa di 45 pagine contro il magnate repubblicano è stato infatti presentato da Smith presso il tribunale distrettuale federale di Washington Dc. "L'attacco del 6 gennaio 2021 - ha dichiarato dopo aver presentato l'atto -è stato un assalto senza precedenti alla sede della democrazia americana. Come descritto nell'accusa, è stato alimentato da bugie. Bugie dell'imputato mirate a ostacolare una funzione fondamentale del governo degli Stati Uniti, il processo nazionale di raccolta, conteggio e certificazione dei risultati delle elezioni presidenziali".

Dai crimini di guerra in Kosovo alle inchieste su Trump

Jack Smith, procuratore di grande esperienza ma relativamente giovane (54 anni), è stato nominato consigliere speciale dal procuratore generale Merrick Garland nel novembre 2022. In seguito alla sua nomina, Smith ha promesso di condurre le indagini penali nel modo più approfondito possibile. "Intendo condurre le indagini assegnate, e qualsiasi azione penale che possa derivarne, in modo indipendente e secondo le migliori tradizioni del Dipartimento di Giustizia", ​​ha dichiarato in una nota. "Il ritmo delle indagini non si fermerà né cesserà sotto il mio controllo. Eserciterò un giudizio indipendente e porterò avanti le indagini in modo rapido e completo verso qualsiasi esito dettato dai fatti e dalla legge", ha promesso.

Laureato in legge ad Harvard, ha iniziato la sua carriera come procuratore nel 1994 presso l'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan. Alla fine degli anni '90, ha iniziato a lavorare come assistente presso l'ufficio del procuratore degli Stati Uniti per il distretto orientale di New York. Fino al 2008, Smith ha supervisionato circa 100 indagini penali inerenti casi di terrorismo, violazioni dei diritti civili e frodi finanziarie. Nel 2008, riferisce la Bbc, Smith ha lavorato all'Aia, nei Paesi Bassi, dove ha seguito le indagini sui crimini di guerra in Kosovo come investigatore junior della Corte penale internazionale. Dal 2010 al 2015, riporta il Guardian, ha diretto la sezione di "integrità pubblica" del dipartimento di giustizia, istituita in seguito allo scandalo Watergate: quest'ultima supervisiona le indagini e il perseguimento dei reati federali che riguardano l'integrità del governo, come la corruzione dei pubblici ufficiali e i reati elettorali.

Lo scontro con il tycoon

In un'intervista rilasciata al New York Times nel 2010, Smith ha dichiarato: "Se fossi il tipo di persona che si lascia intimidire, troverei un altro tipo di lavoro". Tra i casi più celebri di cui si è occupato nella sua carriera, ha condannato l'ex deputato repubblicano dell'Arizona Rick Renzi per corruzione, che successivamente ha ricevuto la grazia presidenziale da Trump. L'ex presidente, lo scorso 27 luglio, ha accusato il procuratore speciale di mettere in atto un "continuo e disperato tentativo da parte della famiglia criminale dei Biden e del loro dipartimento di Giustizia di perseguitare il Presidente Trump e coloro che lo circondano. Lo squilibrato Jack Smith sta cercando qualsiasi modo per salvare la loro caccia alle streghe illegale e per far candidare qualcuno che non sia Donald Trump contro il corrotto Joe Biden". Anche la stampa vicina ai repubblicani attacca Jack Smith.

Secondo i giornali conservatori, come il New York Post, le accuse mosse dal consigliere speciale contro Trump nell'ambito dell'indagine sui fatti di Capitol Hill sono "deboli": "Smith intende processare Trump per la rivolta del Campidoglio anche se non ha accusato l'ex presidente per la rivolta del Campidoglio. Nessuna accusa di sommossa. Nessuna accusa di istigazione criminale. Nessuna cospirazione sediziosa, nessuna insurrezione, nessun crimine di violenza di alcun genere" sottolinea l'editorialista Andrew C. McCarthy, accusando altresì il consigliere speciale di voler fare il gioco dei democratici, mettendo fuori gioco il magnate.

L'indagine sui documenti top-secret

Smith è anche a capo dell'indagine nei confronti dell'ex presidente Trump sulla presunta conservazione impropria di documenti riservati nella sua residenza di Mar-a-Lago, a Palm Beach, nella quale deve rispondere di 37 capi d'accusa federali che includono la conservazione intenzionale di informazioni inerenti la difesa nazionale, la cospirazione per ostacolare la giustizia e false dichiarazioni.

Indagine che, secondo quanto emerso recentemente, si è ampliata e potrebbe portare a nuovi capi d'imputazione, poiché l'ex presidente e il suo staff sono accusati di aver tentato di cancellare i filmati delle telecamere di sicurezza di Mar-a-Lago richiesti dal gran giurì. Presentatosi in tribunale il 13 giugno scorso, il candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali del 2024, si è dichiarato non colpevole delle accuse.

L'indagine di Smith ha preso in esame la gestione dei documenti che Trump ha portato con sé nel suo resort di Mar-a-Lago dopo aver lasciato la Casa Bianca, oltre alle azioni intraprese dal tycoon dopo aver ricevuto il mandato di comparizione nel maggio 2022 per restituire tutto il materiale riservato in suo possesso.

Trump incriminato per i fatti di Capitol Hill. Il Domani il 02 agosto 2023

Per l’ex presidente americano arriva la terza incriminazione in quattro mesi. Stavolta il merito delle accuse è molto più grave, perché presuppone il reato di «frode» nei confronti degli Stati Uniti. Trump resta però convinto di riuscire a vincere le prossime elezioni, nel 2024

Donald Trump è stato incriminato per la terza volta in meno di cinque mesi. Questa volta l’atto verte sul suo ruolo nel tentativo di sovvertire il risultato elettorale delle presidenziali del 2020. Quattro i capi d'accusa contestati, tra cui il più grave, messo al primo posto, quello di «aver cospirato per frodare gli Stati Uniti».

Se condannato in seguito all'incriminazione per l'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio rischia un massimo di 55 anni di reclusione. Le tre incriminazioni contro l'ex presidente americano, così come le eventuali condanne, non lo escludono dal correre per la Casa Bianca. Per il tycoon si sommano un totale di 78 capi di accusa.

Trump si è rivolto ai suoi sostenitori in video: «Nel 2024 vinceremo la Casa Bianca e renderemo l'America ancora grande. Non ho dubbi su questo. Mi attaccano da sinistra e da destra, i marxisti, i comunisti e i fascisti, ma noi non solo sopravviveremo, saremo più forti che mai. Abbiamo vinto nel 2016, abbiamo avuto un'elezione truccata nel 2020 e vinceremo» nel 2024.

IL MERITO DELL’ATTO

Il terzo atto ha seguito il percorso degli altri due: a fine marzo Trump aveva anticipato la sua incriminazione a New York per il pagamento in nero a due donne pronte a rivelare nel 2016 la relazione extraconiugale con l'allora candidato presidente. Poco dopo l'atto era diventato ufficiale.

Poi a giugno era successo a Miami, Florida, quando il tycoon aveva anticipato le mosse della procura, gridando all'ennesima "caccia alle streghe". E l'incriminazione era arrivata, quella volta per 37 reati, legati al trasferimento illegale di documenti riservati dalla Casa Bianca al resort di Trump, a Mar-a-Lago.

L’accusa notificata stanotte, però, è di gravità ancora maggiore. Il super procuratore federale Jack Smith, nominato dal dipartimento Giustizia per fare luce sull'insurrezione del 6 gennaio 2021 presuppone infatti il tentativo di "frodare" gli Stati Uniti.

Nessun presidente in carica o ex, prima di Trump, era mai stato incriminato per reati penali. Il tycoon è stato incriminato addirittura tre volte. L’ex inquilino della Casa bianca ha respinto le accuse, ribadendo di non aver fatto niente di male.

Gli altri tre reati contestati riguardano il tentativo di interrompere una procedura ufficiale; al punto quarto, di aver preso parte a un piano per negare al popolo i diritti civili fissati dalla legge o dalla Costituzione. «Ciascuno di questi complotti - si legge nell'atto di incriminazione - è stato costruito sulla base di informazioni false diffuse dall'imputato, prendendo di mira una funzione fondamentale del governo federale degli Stati Uniti: il processo di raccolta, conteggio e certificazione dei risultati delle elezioni presidenziali».

Ma i tentativi di Trump di bloccare la certificazione della vittoria del suo rivale, Joe Biden, non sono finiti qui, almeno dal punto di vista giudiziario: il tycoon dovrebbe essere incriminato anche dalla procura di Fulton County, Georgia, per aver tentato di ribaltare il risultato elettorale di quello Stato chiave nella corsa presidenziale. L'atto di incriminazione verrà presentato probabilmente questo mese.

Estratto dell’articolo di Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” giovedì 20 luglio 2023.

Se risulterà fondata (pochi i dubbi, la fonte è l’autorevole quotidiano israeliano Haaretz ), la storia dei reperti storici prestati da Israele nel 2019 per un party e un’esposizione alla Casa Bianca e «trattenuti» da Donald Trump, suona come una conferma della difficoltà che l’ex presidente repubblicano incontra nel distinguere tra possesso temporaneo di un bene non suo e proprietà personale. 

Un vizio che gli è già costato un’incriminazione per i documenti top secret che si è portato via dalla Casa Bianca, nascosti nella sua residenza di Mar-a-Lago. 

[…]

Ma torniamo ai reperti storici: quattro anni fa un miliardario israeliano, Saul Fox, finanziatore dell’ente che restaura e conserva le antichità dello Stato ebraico, chiese a quella authority il prestito di alcuni oggetti come antichissime e preziose lampade ad olio in ceramica che sono parte del Tesoro nazionale. Voleva esibirle durante una festa a Washington col presidente Trump ed esporle alla Casa Bianca. 

Il prestito fu concesso dietro impegno di Fox a riconsegnare i reperti dopo l’esposizione. Ma gli oggetti prestati non sono mai tornati in Israele e non sarebbero nemmeno mai stati esposti. Stando ad Haaretz , l’authority del governo israeliano ha provato più volte a recuperare i reperti finiti a Mar-a-Lago, ma senza successo. 

Israel Hassan, ex capo dell’ente archeologico, ha spiegato che il funzionario incaricato di recuperare i reperti non riuscì a farlo perché lo scoppio della pandemia impose un blocco dei viaggi. La mancata restituzione potrebbe essere un semplice disguido. Ma le ripetute, riservate, richieste cadute nel vuoto sembrano indicare che Trump sia restio a riconsegnare ciò che è in suo possesso. [...]

(ANSA giovedì 27 luglio 2023) -  Il procuratore speciale Jack Smith ha presentato tre nuove capi di accusa contro Donald Trump per le carte segrete a Mar-a-Lago. Il più pesante riguarda il tentativo di far sparire un video di sorveglianza affinché non finisse nelle mani del gran giurì. Mentre l'attenzione è tutta sull'inchiesta sul 6 gennaio e la possibile terza incriminazione dell'ex presidente, le nuove accuse arrivano a sorpresa e, secondo gli esperti, sembrano essere in grado di indebolire ulteriormente la posizione di Trump. 

L'ex presidente è accusato di aver cercato di "alterare, distruggere o nascondere prove", di aver cercato "di indurre altre persone a farlo" e di aver mostrato un documento altamente riservato ad alcuni ospiti del suo club di golf di Bedminster, New Jersey. Il tycoon respinge le accuse: "questo non è altro che il tentativo disperato della criminale famiglia di Biden e del loro Dipartimento di Giustizia di tormentare il presidente Trump e coloro che lo circondano", ha affermato il portavoce di Trump Steven Cheung.

"Lo squilibrato Jack Smith sa di non avere alcun caso e sta cercando ogni strada per salvare un'illegale caccia alla streghe e trovare un altro che possa correre contro Joe Biden", ha aggiunto Cheung. Nelle 60 pagine supplementari all'incriminazione per le carte a Mar-a-Lago, da Smith ha accusato Trump di essere stato in possesso di un documento di guerra altamente classificato e di averlo condiviso, dopo l'uscita dalla Casa Bianca, con persone che non avevano le necessarie autorizzazione per accedervi. 

Nel mirino del procuratore è finita anche una terza persona oltre a Trump e Walt Nauta. Si tratta di Carlos De Oliveira, un dipendente di Mar-a-Lago che il 27 giugno del 2022 ha detto a un suo collega che "il boss", ovvero Trump, "voleva la distruzione del server" con le riprese registrate dalle telecamere posizionate vicino agli scatoloni con i documenti segreti.

A De Oliveira il collega ha però risposto di non sapere come procedere e soprattutto di non ritenere di avere il diritto di fare quanto chiesto. Incassato il no, De Oliveira ha chiamato Nauta, storico collaboratore di Trump, e successivamente lo ha incontrato di persona a Mar-a-Lago. Le nuove accuse potrebbero far slittare il processo per le carte segrete fissato in maggio sul quale pesano le incognite di possibili altre incriminazioni di Trump per il 6 gennaio e per le interferenze sulle elezioni.

Assalto al Congresso, Trump indagato. 4 giorni per costituirsi: rischia l'arresto. L'ex presidente (che punta al bis) verso la terza incriminazione. Furibondo: "È interferenza elettorale". Biden: "Rispetto la giustizia". Gaia Cesare il 19 Luglio 2023 su Il Giornale.

È sempre più una corsa a ostacoli, con i magistrati alle costole, quella di Donald Trump verso l'agognato bis alla Casa Bianca nel 2024. E sempre più una battaglia sulla giustizia. Dopo due impeachment e due incriminazioni con arresto, ieri è stato l'ex presidente americano ad annunciare di aver ricevuto «un'orrenda notizia» e di essere «il target», l'obiettivo di un'indagine sull'assalto a Capitol Hill del gennaio 2021, per il quale Trump è stato «assolto» dal Senato Usa dall'accusa di aver «incitato l'insurrezione».

L'ipotesi è che gli vengano contestati i reati di ostruzione di procedure istituzionali, cospirazione per mettere in atto una frode governativa e forse, di nuovo, incitamento all'insurrezione. L'ex presidente avrà 4 giorni per costituirsi, ma non ha sprecato un attimo per denunciare la «caccia alle streghe», le «interferenze elettorali», e «il folle procuratore del dipartimento di Giustizia di Joe Biden», Jack Smith, che gli ha inviato la lettera, «di nuovo, era domenica notte». Un documento che, Trump ammette, «quasi sempre significa arresto ed incriminazione». Sarebbe la terza volta per lui.

La notizia arriva poche ore dopo che la Corte Suprema della Georgia ha respinto il tentativo dell'ex leader di bloccare l'inchiesta sul presunto ricatto telefonico al segretario di Stato, Brad Raffensperger, a cui Trump avrebbe chiesto di «trovare» voti per ribaltare le elezioni del 2020. «Mi hanno effettivamente incriminato tre volte... con una probabilmente quarta proveniente da Atlanta», ammette «The Donald».

Pessime notizie per l'ex presidente, che ad agosto dovrà affrontare il processo in Florida, con 37 capi d'accusa sulla testa, per i documenti classificati portati nella sua villa, violando la legge contro lo spionaggio. Il tutto mentre è in arrivo l'altro processo (34 capi d'accusa), che lo vede incriminato per reati fiscali nel caso sull'ex amante e pornostar Stormy Daniels. In entrambi, Trump si è dichiarato innocente, ma un mese fa, a New York, è arrivata la condanna per abuso sessuale, percosse e diffamazione contro la giornalista Jean Carroll, vicenda che brucia, in attesa di appello.

È evidente che la corsa verso Usa 2024 non è più solo una questione politica. E che Trump intende affrontarla infiammando lo scontro istituzionale. L'ex presidente non smette di ripetere che è vittima di persecuzione: «Vogliono eliminare l'avversario numero uno», scrive su Truth. Trump chiama in causa non solo Joe Biden ma anche il ministro della Giustizia Merrick Garland e denuncia la «strumentalizzazione e interferenza politica». Con lui lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy: «Trump è salito nei sondaggi e stava superando il presidente Biden per la rielezione - sottolinea - Allora che cosa si fa? Si usa il governo come arma per andare contro l'avversario numero uno», rincara. Ma a mostrare le crepe di un partito in parte in imbarazzo è l'ex governatore dell'Arkansas e aspirante presidente del Gop, Asa Hutchinson. Da ex procuratore federale, Hutchinson dice di comprendere la gravità dell'inchiesta, di aver detto fin dall'inizio che le azioni di Trump il 16 gennaio dovrebbero squalificarlo e ha chiesto a «The Donald» di sospendere la campagna.

Chi si gode lo spettacolo è Biden, che sa quanto il rivale sia capace di cavalcare anche quest'avversità, ma si tiene lontano dallo scontro con le procure e marca la distanza: «Biden rispetta la Giustizia», taglia corto il portavoce della Casa Bianca.

Trump offre "cibo per tutti". Poi se ne va senza pagare. Redazione il 18 Giugno 2023 su Il Giornale.

Se dovesse perdere la Florida per un pugno di voti, Donald Trump potrebbe anche pagare la spacconata di qualche giorno fa a Miami, la metropoli più importante del Sunshine State, dove fortissimo è, naturalmente, il suo principale rivale alla nomination repubblicana delle elezioni presidenziali del 2024, Ron DeSantis, che dello stato è governatore. E dove da qualche giorno è spuntata anche la candidatura alla Casa Bianca proprio del sindaco di Miami, Francis Suarez.

Il tycoon era in città per prendere parte all'udienza del processo per la vicenda dei documenti classificati nascosti a Mar-a-Lago, nel corso della quale si è dichiarato non colpevole di tutti e 37 capi di imputazione che gli sono stati contestati. Una volta uscito dal palazzo di giustizia, l'ex presidente si è recato a Versailles, forse il più noto ristorante cubano di Little Havana a Miami (alcuni dicono di tutti gli Stati Uniti), mèta abituale dei politici che vogliano accattivarsi le simpatie della affollata comunità cubana. Il locale era pieno di suoi sostenitori pronti a celebrare l'ex presidente due volte incriminato e festeggiare il suo settantasettesimo compleanno, che cadeva mercoledì scorso. Cori di giubilo e di incoraggiamento, che hanno galvanizzato l'imprenditore al punto da spingerlo a urlare: «Food for everyone!», ovvero «cibo per tutti!». I presenti naturalmente hanno pensato che Trump fosse intenzionato a offrire ai presenti picadillos o chicharrones di pollo fritto. E invece il tycoon ha lasciato tutti a bocca asciutta. Dopo dieci minuti di incoraggiamenti e abbracci, se n'è andato senza mettere mano al portafogli per saldare il conto. Tra i testimoni dell'episodio, l'ex campione di combattimento Mma, il lottatore Jorge Masvidal, che combatte per la squadra dell'University of Miami, secondo cui malgrado tutto Trump è «il migliore presidente di tutti i tempi». L'episodio non avrebbe rovinato l'umore del politico, che qualche ora dopo così si pronunciava sui social: «Grazie Miami. Un così caloroso benvenuto in un giorno così triste per il nostro paese!».

Quella firma a "guglie" di chi ama la sfida: chi è davvero Donald Trump. Storia di Evi Crotti su Il Giornale

l’8 aprile 2023.

La differenza tra scrittura e firma mette in evidenza una personalità originale, contorta e imprevedibile, con una notevole forza vitale che gli permette di affrontare con grinta la realtà. La scrittura tracciata in parte in stampato maiuscolo e in parte in stampatello minuscolo (script) rivela senso estetico, originalità di pensiero e d’azione. La firma, con quegli allunghi così pronunciati a mo’ di “guglie” che s’innalzano con veemenza, mette in risalto un Io sociale che ama la sfida e il contrasto, puntando su una socializzazione battagliera, messa in atto per arrivare a mete elevate (vedi lettere che ricordano le guglie di una cattedrale). Per ottenere ciò, egli si serve anche di un’aggressività che potrebbe ritorcersi su sé stesso creandogli, a lungo andare, delle fastidiose somatizzazioni (gesti angolosi a mo’ di dente di squalo).

La firma così grande, con lettere strette tra loro, denota durezza, rigidità e volontà di potenza. Sicuro dei propri mezzi, peraltro non sempre sostenuti da adeguata cautela, potrebbe andare incontro a sorprese, soprattutto nella valutazione della realtà, poiché la visione soggettiva potrebbe indurlo a disattenzioni e inesattezze impreviste. Ci sono alcuni indicatori grafici nella firma che ricordano personaggi che hanno creato un “impero” sbriciolatosi poi per troppa tracotanza e onnipotenza; e forse questo è il difetto più grande che si trova in Donald Trump. È questa la fine che il candidato repubblicano sta rischiando, quella cioè di distruggere il castello che con tanta fatica aveva costruito a causa di visioni poco soppesate e qualche errore di troppo.

Processo Trump, spunta un audio sui documenti classificati. Martina Melli su L'Identità il 27 Giugno 2023

Il New York Times e la Cnn hanno diffuso un audio, risalente all’estate 2021, in cui si sente Donald Trump ammettere di essere in possesso di un documento classificato relativo a un ipotetico piano di attacco all’Iran. La registrazione sarebbe particolarmente importante ai fini del processo per la presunta detenzione illegale di documenti top-secret nella sua residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida. Trump, che ha recentemente dichiarato ai microfoni di Fox News che quei documenti non erano altro che ritagli di giornale, verrebbe così smentito da questo ultimo file.

Nella registrazione, l’ex Presidente sembrerebbe mostrare a un editore e uno scrittore (che all’epoca lavoravano a un libro di memorie dell’ultimo capo di gabinetto di Trump, Mark Meadows) un “piano segreto” sull’Iran, elaborato dal generale Mark A. Milley, l’allora capo di stato maggiore delle forze armate Usa e del Dipartimento della Difesa. Trump, che specifica chiaramente come quel materiale fosse ancora classificato, lo avrebbe mostrato ai suoi interlocutori per confutare la versione di Milley. Il generale, infatti, a inizio 2021 temeva che Trump desse vita a una crisi internazionale con l’Iran per creare una giustificazione tale da farlo rimanere nella Casa Bianca.

Un articolo del New Yorker spiegava il punto di vista di Milley e spiega come il capo generale della difesa, nel periodo dell’attacco a Capitol Hill, si sentisse regolarmente con Mark Meadows per “gestire” Trump e scongiurare una potenziale guerra su larga scala.

Estratto da corriere.it

Il team legale di Joe Biden ha scoperto un’altra serie di documenti governativi, compresi alcuni classificati, in un secondo luogo, dopo quelli ritrovati in un ex ufficio che usava a Washington. 

Non è chiaro il livello di segretezza dei documenti, né quando i nuovi documenti siano stati scoperti ma il ritrovamento […] è destinato ad aumentare l’imbarazzo di Biden e la pressione dei repubblicani sul presidente, dopo che aveva definito Donald Trump irresponsabile per aver immagazzinato centinaia di documenti sensibili, alcuni top secret, nella sua residenza di Mar-a-Lago. La Casa Bianca per ora rifiuta di commentare.

I repubblicani chiedono che sia avviata un’indagine da parte di un procuratore speciale, come nel caso dei file di Trump. Il primo ritrovamento di documenti […] era avvenuto presso il «Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement» di Washington. 

I file appartenevano a Biden quando ricopriva la carica di vice presidente di Obama, e sono stati trovati con altri documenti non riservati dai suoi legali in un ufficio che l’attuale presidente usava allora per le sue attività con la University of Pennsylvania, della quale è stato professore onorario dal 2017 al 2019 e dove hanno studiato due dei suoi figli e due nipoti. Come sono finiti in quell’ufficio? Biden ne era al corrente? E se sono stati trovati il 2 novembre perché veniamo a saperlo solo adesso?

Anche l’Fbi è coinvolta negli accertamenti. Di certo la notizia è un regalo per Donald Trump e per i repubblicani al Congresso, che hanno già tracciato un parallelismo tra questo caso e quello dei documenti classificati a Mar-a-Lago per i quali l’ex presidente è indagato dal dipartimento di Giustizia. 

«[…] L’ex presidente Usa aveva subito replicato sulla sua piattaforma social Truth. “Quando vedremo i raid dell’Fbi nelle numerose case di Joe Biden, e forse persino alla Casa Bianca? Di certo questi documenti non erano stati desecretati”.» 

Molti media americani notano le differenze tra i due casi: sono gli avvocati di Biden ad avere trovato i file, e immediatamente li hanno consegnati, a differenza dei documenti a Mar-a-Lago, oggetto di un anno di richieste da parte dell’Fbi, degli Archivi Nazionali e del dipartimento di Giustizia. […]

Prima volta in 247 anni di storia degli Stati Uniti. Usa, Trump arrestato in tribunale. Temporaneamente sotto custodia cautelare, si dichiara non colpevole. Redazione su Il Riformista il 13 Giugno 2023 

L’ex presidente Donald J. Trump, il candidato repubblicano alle presidenziali i cui sforzi di aggrapparsi al potere dopo la sua sconfitta hanno scosso la democrazia americana con i noti fatti di Capitol Hill, è stato arrestato con l’accusa di aver conservato illegalmente segreti della difesa e di aver ostacolato la giustizia.

Trump è il primo presidente a essere incriminato da un gran giurì nei 247 anni di storia degli Stati Uniti, è arrivato al Palazzo di Giustizia nel centro di Miami martedì pomeriggio.

Tre delle principali reti radiotelevisive – ABC, NBC e CBS – hanno interrotto la loro programmazione pomeridiana e sono ora in modalità reportage speciale. Le reti di informazione via cavo sono in onda da ore. Poiché le riprese all’interno del tribunale sono vietate, tutti i network stanno mostrando immagini dei manifestanti all’esterno del tribunale.

Nelle 49 pagine di incriminazione sono stati illustrati i 37 capi di accusa mossi contro l’ex presidente, alcuni in base all’Espionage Act per non aver consegnato alle autorità competenti documenti federali. Trump ha dichiarato la sua innocenza sui social e nei comizi durante tutto il fine settimana, e intende ribadire la stessa posizione. A presiedere all’udienza preliminare sarà il magistrato Jonathan Goodman.

Col grande (si fa per dire) senso delle Istituzioni che lo ha sempre contraddistinto, in un post sui social media, Trump ha detto che, se eletto di nuovo alla Casa Bianca nel 2024, nominerà il suo “vero procuratore speciale” per “perseguitare” Joe Biden e la sua “famiglia criminale”: “Nominerò un procuratore speciale – ha scritto l’ex Presidente USA – per perseguire il presidente più corrotto della storia degli Stati Uniti, Joe Biden, l’intera famiglia criminale Biden. E tutti gli altri coinvolti nella distruzione delle nostre elezioni, dei confini e del Paese stesso”.

I 37 capi d’accusa formulati a gennaio nei confronti di Donald Trump da parte del Dipartimento di Giustizia riguardano: 31 capi d’accusa, uno per ciascun documento governativo contenente dati classificati riguardanti la sicurezza nazionale trattenuto dall’ex Presidente dopo aver lasciato l’incarico e il suo rifiuto di restituirli, anche dopo aver ricevuto al riguardo un mandato di comparizione; 5 capi d’accusa relativi all’occultamento del possesso di documenti classificati (tra questi vi sono i capi d’accusa di cospirazione per aver ostacolato la giustizia e di occultamento di documenti e registrazioni, mossi sia contro il signor Trump sia contro un assistente, Walt Nauta.

Niente foto segnaletica o manette 

Donald J. Trump registrandosi presso il tribunale federale di Miami non ha dovuto sottoporsi a una foto segnaletica. “Il Presidente Trump si trova in una posizione davvero unica in cui non è necessario sottoporlo a una foto segnaletica. Ovviamente non è a rischio di fuga. È il candidato principale dei repubblicani al momento“, ha dichiarato uno dei suoi avvocati, Alina Habba, ai giornalisti fuori dall’aula mentre il procedimento era in corso.

La decisione di non fare una foto segnaletica o di non ammanettare Trump è stata una deroga alle normali procedure di registrazione di un imputato per accuse penali federali. Trump è il primo ex presidente a essere accusato di reati federali. Dopo essere stato una celebrità per decenni prima della sua presidenza, oggi è uno dei volti più riconoscibili al mondo e lo scopo di una foto segnaletica è quello di aiutare a identificare un criminale in fuga. È stata la seconda volta in tre mesi che Trump è stato processato per accuse penali e non è stato sottoposto a una foto segnaletica. Quando è stato incriminato dal procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin L. Bragg, non gli è stato richiesto di sottoporsi a una foto segnaletica.

Trentasette capi d’accusa. Trump ha definito la sua incriminazione un «abuso di potere malvagio e atroce». Linkiesta il 13 Giugno 2023

L’ex presidente degli Stati Uniti si è dichiarato non colpevole di fronte a un tribunale di Miami. Poche ore dopo essere stato rilasciato ha tenuto un comizio in New Jersey dove si è difeso dall’accusa penale di aver tenuto illegalmente informazioni di sicurezza nazionale nella sua villa, accusando Biden di essere un corrotto 

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato arrestato in un tribunale di Miami per aver conservato illegalmente nella sua villa di Mar-a-Lago, a Palm Beach in Florida, documenti top secret che contenevano informazioni sulla difesa nazionale degli Stati Uniti. E per aver ostacolato gli sforzi degli agenti del governo federale che tentavano di recuperare i documenti riservati. Nei quarantasette minuti di udienza tenuti dal giudice Jonathan Goodman, Trump non è intervenuto. I funzionari del tribunale di Miami gli hanno preso le impronte digitali e gli hanno fatto una foto segnaletica.

Il magnate americano, che indossava un abito blu e una cravatta rossa, non ha passato la notte in prigione ed è stato rimesso in libertà sulla base del concetto giuridico del personal recognizance, cioè, sulla convinzione che si presenterà per le future udienze del tribunale. Il giudice Goodman non ha preteso una cauzione per il rilascio e non ha stabilito restrizioni di viaggio, ma l’ex presidente degli Stati Uniti non potrà comunicare con potenziali testimoni nel caso.

«Abbiamo un governo fuori controllo. Gli Stati Uniti sono corrotti e in declino», ha detto Trump ai suoi sostenitori in un ristorante cubano di Miami (il Versailles), subito dopo l’udienza. Poche ore dopo ha tenuto un comizio a Bedminster, in News Jersey: «Oggi abbiamo assistito al più malvagio e atroce abuso di potere nella storia del nostro Paese, è una cosa molto triste da vedere, un presidente in carica corrotto (Joe Biden, ndr) che ha fatto arrestare il suo principale oppositore politico con accuse false e inventate di cui lui e numerosi altri presidenti sono colpevoli, proprio nel bel mezzo di un’elezione presidenziale in cui sta perdendo molto male. Io non mi sento al di sopra della legge, sono l’unico che la rispetta» ha spiegato sul palco.

Trump si è scagliato anche contro Jack Smith il procuratore del caso per cui è stato incriminato, definendolo uno «squilibrato» e un «Trump hater». «È un ragazzo che lavora dietro le quinte, ma il suo record (di prosecuzioni, ndr) è assolutamente atroce. Fa indagini a scopo politico», ha detto Trump durante il comizio.

Il tycoon è il primo presidente a essere incriminato da un gran giurì nella storia degli Stati Uniti, cioè in duecentoquarantasette anni. Al momento nulla gli impedisce di potersi ricandidare perché possiede i requisiti per essere eletto: ha più di trentacinque anni, è nato negli Stati Uniti e vi risiede continuativamente da quattordici anni. Nonostante sia sotto processo può continuare la sua campagna elettorale. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos Trump è ancora in testa ai rivali per la nomina repubblicana per le elezioni presidenziali del 2024 con un ampio margine. L’ottantuno per cento degli elettori repubblicani giudica le accuse contro di lui come politicamente motivate.

Media Usa: l’ex presidente Trump verso l’incirminazione penale. «Ma non ho fatto nulla di male». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023

L’incriminazione di Trump nell’indagine federale del procuratore speciale Jack Smith per i documenti classificati sequestrati a Mar-a-Lago potrebbe essere vicina. Gli avvocati dell’ex presidente informandoli che Trump è obiettivo dell’indagine penale, secondo i media americani.

L’incriminazione di Trump nell’indagine federale del procuratore speciale Jack Smith per i documenti classificati sequestrati a Mar-a-Lago potrebbe essere vicina. Smith, nominato dal dipartimento di Giustizia, e altri colleghi hanno incontrato lunedì scorso gli avvocati dell’ex presidente informandoli che Trump è obiettivo dell’indagine penale, secondo i media americani.

Questo genere di notifica è discrezionale; permette alla persona sotto indagine, se vuole, di presentare prove o testimoniare. Molti vi vedono un segnale della decisione imminente — qualcuno scrive tra ore o giorni, altri la prossima settimana — della scelta che Smith dovrà prendere sull’incriminazione di Trump per capi di imputazione come violazione dell’Espionage Act e ostruzione di giustizia. Interrogato da Maggie Haberman del New York Times, Trump ha negato che gli sia stato comunicato che verrà incriminato.

L’ex presidente lo ha ribadito anche su Truth Social: «Nessuno mi ha detto che sarà incriminato e non dovrei esserlo perché non ho fatto nulla di male». Ha poi accusato dipartimento di Giustizia e Fbi di prenderlo di mira da anni per motivi politici. I suoi avvocati hanno cercato — inutilmente — di rallentare una possibile incriminazione presentando richiesta alla vicesegretaria alla Giustizia Lisa Monaco di indagare sul fatto che l’avvocato di un testimone chiave abbia ottenuto la nomina a giudice da parte della Casa Bianca. I procuratori che lavorano con Smith hanno interrogato decine di testimoni nei mesi passati (e fino a ieri a Miami: l’incriminazione, ipotizza il Washington Post, potrebbe avvenire in Florida oppure contemporaneamente in Florida e a Washington).

Intanto a Steve Bannon, l’ex guru di Trump, è stato presentato l’ordine di testimoniare davanti a una giuria a Washington nell’altra indagine condotta da Smith, quella sul tentativo dell’ex presidente di sovvertire l’esito del voto del 2020. Bannon è già stato condannato a quattro mesi di carcere (sentenza sospesa in attesa d’appello) per aver rifiutato di testimoniare su questi stessi argomenti alla Commissione della Camera che l’anno scorso indagava sull’assalto al Congresso del 6 gennaio.

Trump incriminato, documenti top secret anche nella doccia. Da adnkronos il 9 Giugno 2023

Documenti top secret 'archiviati' nella doccia. E' stato pubblicato l'atto di accusa in base al quale è stato incriminato Donald Trump: 31 capi di imputazione per aver tenuto in modo volontaria informazioni classificate di difesa nazionale, altri capi di imputazione per intralcio alla giustizia e per falsa testimonianza. "L'obiettivo del complotto era che Trump potesse conservare i documenti che aveva portato con sé dalla Casa Bianca e per nasconderli al grand jury federale", si legge nell'atto di accusa che contiene anche le incriminazione per Walt Nauta, il valletto accusato di aver spostato e nascosto gli scatoloni con i documenti.  

Trump conservava documenti classificati persino "nella doccia" della sua residenza di Mar a Lago. I documenti erano tenuti "in un salone, in un bagno, in una doccia, in un ufficio, nella sua camera da letto ed in uno sgabuzzino". Nell'atto diffuso dai procuratori federali si sottolinea che nelle scatole portate via dalla Casa Bianca vi erano "informazioni riguardanti la difesa e le capacità belliche degli Stati Uniti e paesi alleati, programmi nucleari Usa, potenziali vulnerabilità degli Stati Uniti e dei loro alleati ad attacchi militari e piani per possibili rappresaglie in risposta ad attacchi stranieri". Si conclude che "una diffusione non autorizzata di questi documenti classificati potrebbe aver messo al rischio la sicurezza nazionale Usa, le relazioni con Paesi stranieri, la sicurezza delle nostre forze militari, le risorse umane ed i metodi di raccolta di informazione dell'intelligence". 

Da ansa.it il 9 giugno 2023.

"Sono stato incriminato" per le carte segrete a Mar-a-Lago. 

L'annuncio di Donald Trump arriva con un post sul suo social Truth fra il silenzio del Dipartimento di Giustizia e del procuratore speciale Jack Smith che indaga sull'ex presidente Usa. 

Per il tycoon - che dovrà presentarsi martedì al tribunale di Miami - si tratta della seconda incriminazione in pochi mesi, dopo quella per il pagamento alla pornostar Stormy Daniels. E soprattutto di una prima storica: diventa il primo ex presidente nella storia americana ad affrontare delle accuse a livello federale.

Fra le accuse mosse contro l'ex presidente ci sarebbe anche la violazione dell'Espionage Act per aver trattenuto volontariamente documenti legati alla difesa nazionale e non averli consegnati ai responsabili. Lo riportano i media americani.

Dal suo fortino a Bedminster, in New Jersey, circondato dai suoi consiglieri politici e mentre i suoi legali cercano di capire quali sono le accuse mosse nei suoi confronti, Trump ha lanciato accuse pesanti facendo trapelare la sua rabbia. "Oggi è un giorno buio per l'America", ha scritto descrivendosi come un "uomo innocente". Ai primi post è poi seguito un video di quattro minuti in cui l'ex presidente si è rivolto ai suoi sostenitori. "Vanno contro un presidente popolare" con la "bufala degli scatoloni. Questa è un'interferenza nelle elezioni a livello più alto. Sono un uomo innocente. Vogliono distruggere la mia reputazione perché vogliono vincere le elezioni", ha denunciato Trump. I capi di accusa mossi contro il tycoon, secondo indiscrezioni, sono in tutto sette e includerebbero la cospirazione, l'ostacolo alla giustizia, ma anche dichiarazioni false e ritenzione volontaria di informazioni di difesa nazionale.

Accuse federali che gettano gli Stati Uniti - osserva il New York Times - in una situazione senza precedenti dato che Trump "non solo è un ex presidente ma è anche il front runner alla nomination repubblicana alle elezioni 2024 che potrebbe trovarsi ad affrontare Joe Biden, la cui amministrazione sta ora cercando di incriminarlo".

L'indagine sulle carte segrete di Trump è iniziata nel 2021, quando gli Archivi nazionali hanno notato che l'ex presidente non aveva consegnato tutti le carte all'uscita della Casa Bianca. Ne è partito un contenzioso sfociato poi nella perquisizione dell'Fbi a Mar-a-Lago lo scorso anno e, ora, nell'incriminazione. La Casa Bianca non commenta le accuse, mantenendo così la linea del silenzio sposata da Joe Biden. per il presidente la partita è particolarmente delicata, visto che si è nel pieno della campagna elettorale per il 2024. I candidati repubblicani alla nomination per ora tacciono, così come il partito. I primi commenti a caldo fra i conservatori arrivano dai fedelissimi dell'ex presidente, che lo difendono a spada tratta e si dicono pronti a dare battaglia.

"E' inconcepibile per un presidente incriminare un candidato che lo sfida. Joe Biden ha tenuto documenti classificati per decenni", ha affermato lo speaker della Camera americana, il repubblicano Kevin McCarthy, che ha definito l'incriminazione di come una "grave ingiustizia".

Ma da parte sua Asa Hutchinson, l'ex governatore dell'Arkansas candidato repubblicano alle elezioni Usa 2024, ha detto che Trump dovrebbe mettere fine alla sua campagna elettorale perché le sue azioni "dalla totale mancanza di rispetto della Costituzione alla totale mancanza di rispetto per la legge, non dovrebbe definire il nostro Paese o il partito repubblicano". Ma il tycoon non molla e mantiene invariato il suo programma di campagna elettorale. Secondo indiscrezioni riportate da Cnn, per ora Trump ha infatti confermato i due comizi che ha in programma sabato, nonostante l'incriminazione.

La Corte Federale americana ha incriminato Donald Trump. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 9 giugno 2023.

Donald Trump è il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti ad essere stato incriminato per reati federali, in seguito al ritrovamento di documenti segreti detenuti illegalmente presso la sua residenza di Mar-a-Lago in Florida. Jack Smith, il procuratore speciale nominato dal segretario alla Giustizia Merrick Garland, dopo un’indagine di quasi un anno, ha messo in stato di accusa il tycoon, contestandogli sette capi d’accusa, tra cui appropriazione indebita di carte appartenenti allo Stato, falsa testimonianza e cospirazione per ostacolare la giustizia. L’incriminazione è stata presentata nel Distretto Federale di Miami, dove Trump si presenterà ai giudici martedì. L’ex presidente ha subito fatto sapere che farà ricorso contro quella che ritiene una mossa premeditata per sabotarlo alle elezioni del 2024, screditandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Ha parlato, infatti, di «caccia alle streghe politica», rinfacciando alla «corrotta amministrazione Biden» di usare il suo potere per sconfiggere un candidato avversario. «Io sono un uomo innocente», ha scritto sulla sua piattaforma social Truth.

Tuttora, dopo circa due anni dall’inizio della vicenda, sono quasi sconosciuti i contenuti dei documenti trafugati dall’imprenditore milionario e diverse congetture sono state fatte circa i motivi che lo hanno spinto a portare via quelle carte dalla Casa Bianca. Il tutto ha inizio nel 2021 quando, alla fine del suo mandato, l’ex presidente, invece, di consegnare i documenti agli Archivi di Stato, li aveva portati nella sua residenza in Florida. Alla richiesta degli Archivi di restituirli, il tycoon aveva opposto resistenza per circa un anno, cedendo infine nel gennaio 2022. Successivamente, però, si è scoperto che Trump aveva restituito solo una parte dei faldoni e così nell’agosto del 2022, gli agenti dell’FBI hanno perquisito la residenza trovando documenti sensibili. Tra le carte trafugate sono trapelate le lettere con il capo nordcoreano Kim Yong Un, i rapporti su alcuni leader internazionali, oltre a dei report sulle difese nucleari di una nazione estera. Tra i motivi che hanno spinto l’ex capo della Casa Bianca a non riconsegnare le carte quello più accreditato, soprattutto tra i suoi sostenitori, è di voler proteggere quei documenti dalle grinfie della nuova amministrazione. Conterrebbero, infatti, importanti prove che attestano l’esistenza di un “Deep State” che ha lavorato per defenestrare politicamente Trump, anche e soprattutto attraverso la vicenda del Russiagate. Materiale di cui Biden potrebbe volersi disfare se finisse nelle sue mani. I suoi detrattori, invece, sostengono che si tratti di un favore agli “amici autoritari” che metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale. In ogni caso, si tratta di una vicenda sui cui è difficile fare piena luce visti gli scarsi elementi a disposizione: anche l’affidavit reso pubblico dal governo per garantire maggiore trasparenza all’operazione di perquisizione, infatti, risulta pesantemente censurato.

Sul piano meramente politico, in difesa dell’ex presidente americano gioca la tempistica con cui sono avvenuti i fatti, specie se si considera che l’attuale presidente americano, Joe Biden, è stato accusato dello stesso reato: lo scorso gennaio, infatti, sono stati ritrovati documenti segreti in due suoi ex uffici. Il primo blocco di documenti era stato scoperto il 2 novembre, ma la notizia era stata divulgata solo dopo le elezioni di metà mandato per evitare imbarazzi alla Casa Bianca e per evitare di influenzare negativamente l’elettorato. Al contrario, la perquisizione dell’FBI nella residenza di Trump – avvenuta nell’agosto 2022 – è avvenuta proprio durante la campagna elettorale in vista del voto di metà mandato di novembre e l’attuale incriminazione arriva a ridosso della corsa per le presidenziali del 2024. Il dubbio, dunque, che si tratti di una mossa per infangare l’avversario politico non può essere trascurato. Inoltre, la risonanza mediatica della notizia di documenti classificati in possesso di Biden è stata scarsa o nulla se paragonata all’attenzione data ai fatti che coinvolgono Trump. Lo speaker repubblicano della Camera, Kevin McCarthy, ha bollato come «grave ingiustizia» l’incriminazione aggiungendo che «è inconcepibile per un presidente incriminare un candidato che lo sfida». Si tratta, infatti, di un altro fatto inedito nella storia politica americana.

I detrattori di Trump, d’altro canto, per smarcarsi dalle accuse, sottolineano che il procuratore speciale scelto per gestire l’inchiesta è un magistrato di carriera indipendente, mai stato candidato ad elezioni di alcun genere. Tuttavia, la cerchia di magistrati e funzionari che hanno deciso di dare il via all’indagine e che sorvegliano o dirigono strettamente la situazione da dietro le quinte potrebbe non essere altrettanto indipendente. In ogni caso, l’incriminazione del controverso imprenditore rischia di creare ancora più consenso presso il suo elettorato, particolarmente incline ad individuare in un oscuro “deep state” progressista il peggior nemico degli Stati Uniti e del mondo e a considerare quindi le vicende giudiziarie del tycoon come un modo per sbarazzarsi di un ingombrante ostacolo politico per la realizzazione delle politiche “globaliste”, come già era accaduto con i due processi di impeachment a suo carico, dai quali era stato assolto. La figura di Trump potrebbe così addirittura guadagnare punti per le prossime presidenziali, considerato che la Costituzione americana non vieta a una persona imputata o condannata di candidarsi alla presidenza. [di Giorgia Audiello]

Nascondeva le carte nella doccia”. Cosa dice l’atto d’accusa contro Donald Trump. Gianluca Lo Nostro il 9 Giugno 2023 su Il Giornale.

Pubblicato l'atto d'accusa contro l'ex presidente repubblicano, il primo nella storia indagato per crimini federali. Incriminato anche l'assistente che avrebbe nascosto i documenti

Tabella dei contenuti

 38 capi d'accusa contro l'ex presidente

 L'impianto accusatorio contro Trump

 Le reazioni all'incriminazione

Donald Trump alla sbarra. Di nuovo. Dopo l'incriminazione di New York e la sconfitta nella causa civile intentata da E. Jean Carroll, l'ex presidente Usa è stato incriminato nell'inchiesta sui documenti top secret sottratti al governo dopo la fine del suo mandato. E per la prima volta The Donald dovrà difendersi dalle accuse di aver commesso un crimine federale insieme a Walt Nauta, il "valletto" militare della Casa Bianca che ha confessato di aver maneggiato gli scatoloni dove il tycoon nascondeva i documenti classificati nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida.

"L'obiettivo del complotto era che Trump potesse conservare i documenti che aveva portato con sé dalla Casa Bianca e per nasconderli al grand jury federale", si legge nell'atto d'accusa pubblicato poche ore fa.

Trump incriminato: ecco cosa può succedere ora

38 capi d'accusa contro l'ex presidente

Con l'incriminazione di ieri, Trump è diventato il primo presidente degli Stati Uniti indagato per reati federali. I capi d'imputazione sono 38, tanti quanto il numero di carte segrete che l'ex capo della Casa Bianca avrebbe dovuto restituire al governo secondo quanto stabilito dalla legge Usa, e ai quali vanno aggiunti quello per intralcio alla giustizia e falsa testimonianza.

Il contenuto di questi documenti non è stato desecretato né pubblicato per ovvie ragioni, ma come anticipato nei mesi scorsi dalla stampa americana dentro di essi vi sarebbero rapporti dettagliati sulla difesa e le armi nucleari di Paesi stranieri, oltre a una mappa riguardante un'operazione militare segreta e a un controverso piano d'attacco preparato apposta per lui dal Pentagono. L'ex presidente repubblicano avrebbe mostrato tali dossier nell'estate del 2021 a Bedminster, in New Jersey.

L'impianto accusatorio contro Trump

"I documenti classificati che Trump conservava nelle sue scatole – scrive il procuratore speciale Jack Smith nell'atto d'accusa lungo 49 pagine – includevano informazioni riguardanti le capacità di difesa e di armamento degli Stati Uniti e dei Paesi stranieri, i programmi nucleari degli Stati Uniti, la potenziale vulnerabilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati agli attacchi militari e i piani per eventuali ritorsioni in risposta a un attacco straniero".

"La divulgazione non autorizzata di questi documenti classificati – continua – potrebbe mettere a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, le relazioni con l'estero, la sicurezza delle forze armate e delle fonti umane degli Stati Uniti e la continuità dei metodi di raccolta di informazioni sensibili".

L'accusa, guidata da quasi un anno da Smith, è riuscita a ricostruire il metodo che l'ex presidente avrebbe consigliato ai suoi collaboratori per evitare ripercussioni legali. Questo metodo è stato definito "hide and destroy", in italiano "nascondere e distruggere", dalle parole che Trump avrebbe detto al suo assistente Walt Nauta prima e dopo il raid compiuto dall'Fbi in casa sua. Nauta avrebbe ricevuto istruzioni per spostare le carte top secret nei luoghi più disparati della lussuosa villa del tycoon, dalle sale da ballo al piatto doccia fino alle camere da letto.

"Oggi è stato reso pubblico un atto d'accusa che incrimina Donald J. Trump di aver violato le leggi sulla sicurezza nazionale e di aver partecipato a una cospirazione per ostacolare la giustizia. In questo Paese abbiamo una serie di leggi che valgono per tutti", ha dichiarato ai giornalisti il procuratore Smith nel primo pomeriggio americano.

Le reazioni all'incriminazione

Subito dopo la notizia dell'incriminazione, Jim Trusty e John Rowley, gli avvocati di Trump, hanno rassegnato le loro dimissioni. Il leader repubblicano sarà ora rappresentato dallo studio Todd Blanche Esq e da un altro di cui farà il nome nei prossimi giorni. "Devo affrontare la più grande caccia alla streghe di tutti i tempi", ha commentato. La data del processo non è ancora ufficiale, ma dovrebbe essere celebrato tra i 20 e i 60 giorni successivi all'incriminazione.

Gelida la reazione del presidente in carica Joe Biden, il quale ha dichiarato di non aver parlato con il procuratore generale Merrick Garland (che ha nominato Smith) e di essere venuto a conoscenza dell'incriminazione grazie ai giornali. Una timida critica invece da parte dell'ex vicepresidente Mike Pence, candidato alle primarie del Partito Repubblicano, chiamato a testimoniare nell'inchiesta su Capitol Hill: "Mi preoccupa profondamente vedere che sono andati avanti con l'incriminazione, ma voglio essere chiaro: nessuno è al di sopra della legge", ha detto.

Al centro del caso, i documenti di Mar-a-Lago. Usa, Donald Trump incriminato. Sette i capi di accusa formalizzati contro di lui. Una situazione senza precedenti negli Stati Uniti: l’ex Capo di Stato, Donald Trump, tuttora il candidato repubblicano più forte per la prossima tornata elettorale presidenziale, è stato incriminato con sette capi di accusa a suo carico. Il caso nasce dai documenti che Trump conservava nella sua residenza a Mar-a-Lago. Redazione su Il Riformista il 9 Giugno 2023 

Donald Trump è stato incriminato dai procuratori federali per aver portato via illegalmente dalla Casa Bianca documenti riservati. Gli sono stati contestati sette reati, tra cui le false dichiarazioni e la cospirazione per ostruire la giustizia, oltre all’aver trattenuto volontariamente documenti che andavano consegnati ai National Archives, gli Archivi di Stato.

Si tratta della prima volta nella storia degli Stati Uniti che un ex presidente si trova a dover affrontare un’incriminazione per reati federali. La notizia era nell’aria, da quando la procura federale, di cui è supervisore il consigliere speciale Jack Smith, 54 anni, silenzioso ex procuratore all’Aja specializzato in crimini di guerra, aveva notificato ai legali del tycoon l’avviso che il loro cliente era al centro dell’inchiesta. Un atto dovuto che presupponeva l’imminente incriminazione.

A dare la notizia, però, è stato lo stesso Trump con una serie di post pubblicati sulla sua piattaforma social, Truth. “Sono stato convocato dalla corte federale di Miami martedì alle 3 di pomeriggio – ha scritto in serata – Non ho mai pensato che fosse possibile che una cosa del genere potesse succedere a un ex presidente degli Stati Uniti, che ha ricevuto piu’ voti di qualsiasi altro presidente in carica nella storia del nostro Paese”. “E che attualmente – ha continuato – stacca nettamente tutti i candidati, Democratici e Repubblicani, nei sondaggi per le elezioni presidenziali del 2024”. “Io – ha dichiarato, scrivendolo a caratteri maiuscoli – sono un uomo innocente!”.

Poco dopo, dal golf club di Bedminster, in New Jersey, Trump ha pubblicato un video di circa quattro minuti, in cui ha ribadito la sua difesa. “Sono un uomo innocente – ha commentato – sono una persona innocente, non ho commesso niente”. “Questa è la pi grande caccia alle streghe della storia – ha aggiunto – mi stanno perseguitando perché guido i sondaggi per le elezioni presidenziali”. Trump ha accusato il dipartimento Giustizia e l’Fbi di aver “armato la giustizia” per colpire un avversario politico e “falsare le prossime elezioni”.

La situazione è senza precedenti negli Stati Uniti: non solo l’amministrazione americana guidata da un Democratico dovrà perseguire un ex presidente ma anche quello che è tutt’ora il rivale più accreditato nella corsa alla Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden del resto ha sempre sostenuto di volersi tenere alla larga dall’inchiesta avviata dal dipartimento Giustizia, e di aver lasciato l’Attorney General Merrick Garland di muoversi in modo indipendente.

Un’ora dopo la notizia dell’incriminazione, la sua campagna presidenziale ha inviato una email ai sostenitori, chiedendo donazioni. “Stiamo assistendo – si legge – alla morte sotto i nostri occhi della Repubblica”.

Nello specifico, sono sette i capi di accusa formalizzati nei riguardi di Donald Trump in relazione alla mancata restituzione dei documenti classificati al termine del suo mandato alla Casa Bianca, anticipano i media americani. Fra questi vi è quello della conservazione non autorizzata di documenti classificati (previsto dall’Espionage Act), cospirazione, dichiarazioni false, ostruzione alla giustizia, come ha riferito il suo legale, Jim Trusty. Il Secret Service incontrerà lo staff di Trump per definire le modalità del suo arrivo al tribunale di Miami martedì.

Fra le accuse mosse contro l’ex presidente americano Donald Trump ci sarebbe anche la violazione dell’Espionage Act per aver trattenuto volontariamente documenti legati alla difesa nazionale e non averli consegnati ai responsabili.

Il legale di Trump James Trusty in un’intervista a Cnn, durante la quale ha precisato di attendersi una copia dell’incriminazione fra venerdì e martedì, ha detto: “Se vogliono continuare a giocare, ce la consegneranno alle 3.01 di martedì”. Trusty si riferisce al fatto che l’ex presidente Usa dovrà presentarsi in tribunale alle 3.00.

Nel frattempo, Donald Trump mantiene invariato il suo programma di campagna elettorale. Secondo indiscrezioni riportate da Cnn, l’ex presidente americano ha infatti per ora confermato i due comizi che ha in programma sabato.

LE REAZIONI

Diversi esponenti di primo piano dei partiti Repubblicano e Democratico hanno reagito alla notizia dell’incriminazione dell’ex presidente Donald Trump al termine dell’indagine sui documenti riservati custoditi nella sua residenza di Mar-a-Lago.

L’annuncio dell’incriminazione di Trump, da parte del diretto interessato ha suscitato una condanna quasi unanime da parte del fronte repubblicano, e persino dagli avversari di Trump alle primarie repubblicane per le prossime elezioni presidenziali. Il suo principale rivale, il governatore della Florida Ron DeSantis, ha dichiarato che l’incriminazione dimostra “l’uso delle autorità federali come arma” da parte dei Democratici. “Si tratta di una minaccia mortale per la societa’ libera. Abbiamo assistito per anni a una applicazione iniqua della legge sulla base dell’affiliazione politica”, ha scritto il governatore su Twitter, che si e’ chiesto perche’ il dipartimento di Giustizia sia “cosi’ rigoroso nel perseguire Trump, e così passivo nei confronti di Hillary (Clinton) e Hunter (Biden)”. Contro l’incriminazione di Trump si era espresso solo mercoledi’ anche l’ex vicepresidente Usa Mike Pence, che aveva paventato un ulteriore aumento della conflittualita’ politica negli Stati Uniti. Tra i repubblicani che hanno gia’ contestato pubblicamente l’incriminazione dell’ex presidente figura anche il presidente della Camera Kevin McCarthy, che ha parlato di un atto “sconsiderato”, e puntato l’indice contro il presidente Joe Biden, che “ha trattenuto documenti riservati per decenni”.

Per i Democratici, invece, l’incriminazione di Trump e’ la dimostrazione che negli Stati Uniti “nessuno è al di sopra della legge“, come dichiarato dal deputato Adam Schiff: “L’apparente incriminazione di Trump con molteplici capi d’imputazione (…) e’ una ulteriore affermazione dello stato di diritto”, ha scritto il deputato californiano, protagonista negli scorsi anni delle indagini sulla presunta collusione tra Trump e la Russia (“Russiagate”). La deputata progressista Rashida Tlaib ha commentato con soddisfazione la notizia dell’incriminazione: “Il presidente posto due volte in stato di accusa, ora e’ due volte incriminato”, ha scritto Tlaib. Un altro deputato democratico, Jerry Nadler, ha scritto che Trump “se la vedra’ con le corti giudiziarie, a Miami e Manhattan e pure ad Atlanta, se necessario”.

Usa 2024: Trump si prepara a un'altra incriminazione. Stefano Graziosi su Panorama l'8 Giugno 2023

 L'ex presidente potrebbe essere incriminato a breve. Ma il doppiopesismo del Dipartimento di Giustizia suscita dei dubbi

Una nuova tegola giudiziaria sta per abbattersi su Donald Trump. Secondo Nbc News, il procuratore speciale, Jack Smith, ha formalmente notificato ai legali dell’ex presidente che il loro cliente è il target di un’indagine penale. Questo vuol dire che il diretto interessato rischia seriamente di subire a breve un’incriminazione per la questione dei documenti classificati, che aveva trattenuto nella sua casa in Florida. Smith dovrebbe presentare presto le proprie conclusioni al procuratore generale, Merrick Garland, che dovrà a sua volta acconsentire o meno a un’eventuale (e a questo punto assai probabile) richiesta di incriminazione. Nel caso in cui arrivasse, si tratterebbe della seconda incriminazione ai danni di Trump, dopo quella piovutagli addosso a marzo su input del procuratore distrettuale di Manhattan, il dem Alvin Bragg. Che le cose si stessero mettendo male per l’ex presidente, non era un segreto. Lunedì, gli avvocati di Trump avevano avuto un incontro con il procuratore speciale e con altri funzionari del Dipartimento di Giustizia. Subito dopo, l’ex presidente aveva bollato su Truth l’indagine come una “bufala”, accusando inoltre Smith di essere un “marxista”. Mercoledì, era inoltre tornato alla carica, definendo “fascisti” l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia. Ricordiamo che Smith è stato nominato a novembre da Garland per indagare sull’ex presidente in riferimento a due filoni: quello dei documenti classificati, confiscati dall’Fbi ad agosto nella sua villa in Florida, e quello concernente il tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020. Tra l’altro, era il 2 giugno quando Cnn riportò che il procuratore sarebbe entrato in possesso di un audio risalente all’estate del 2021: un audio in cui l’ex presidente avrebbe ammesso di aver trattenuto materiale classificato relativo a un potenziale attacco contro l’Iran. La testata ammise tuttavia a sua volta di “non aver ascoltato la registrazione”. Molti repubblicani sposano la tesi di Trump, secondo cui sarebbe in atto una “caccia alle streghe”, imbastita dall’amministrazione Biden per azzoppare la sua campagna elettorale. Non a caso, appena pochi giorni fa, il presidente della commissione Giustizia della Camera, Jim Jordan, aveva chiesto a Garland di fornire delle versioni non segretate del memorandum contenente gli obiettivi precisi dell’indagine di Smith e di quello contenente gli scopi dell’inchiesta di Robert Hur: il procuratore speciale, nominato dallo stesso Garland a gennaio, per indagare sui documenti classificati indebitamente trattenuti da Joe Biden. Ed è qui che si pone il primo problema. Che fine ha fatto l’indagine sul presidente in carica? Ricordiamo che tra novembre e gennaio sono stati trovati incartamenti sensibili in una delle sue case in Delaware e in un suo ex ufficio a Washington: incartamenti che risalivano ai tempi in cui Biden serviva come vicepresidente e, addirittura, come senatore degli Stati Uniti. Non solo. L’Fbi ha confiscato nelle sue dimore anche dei taccuini, in cui si sospetta che possano essere state trascritte delle informazioni sensibili. Come mai nelle scorse settimane sono uscite indiscrezioni relative all’indagine su Trump e ancora non si sa praticamente nulla sugli sviluppi di quella concernente Biden? Tanto più che Biden si è guardato bene dal rendere noto il ritrovamento (verificatosi il 2 novembre) dei primi documenti nel suo ex ufficio, assai probabilmente per non compromettere i dem alle ultime elezioni di Midterm (tenutesi l’8 novembre). Un secondo problema è la credibilità dell’Fbi, soprattutto dopo il rapporto recentemente pubblicato dal procuratore speciale John Durham, che ha evidenziato tutte le storture commesse dai federali contro Trump ai tempi del cosiddetto caso Russiagate. Una circostanza, questa, che certo non rafforza la credibilità dell’indagine di Smith. Un terzo problema riguarda la possibilità di dimostrare l’intenzionalità dell’eventuale reato. È vero che il procuratore sembrerebbe in possesso di un audio compromettente. Ma si tratta comunque di qualcosa di difficile da dimostrare. Hillary Clinton, nel 2016, si salvò dall’incriminazione per la questione delle email non perché non ci fossero delle irregolarità, ma perché non fu considerato dimostrabile dall'Fbi che quelle irregolarità fossero state commesse consapevolmente. Infine, una domanda. Ma l’indagine penale su Hunter Biden che fine ha fatto? È dal 2018 che la procura federale del Delaware la sta portando avanti. E non è stato ancora deciso se procedere o meno con un’incriminazione. E pensare che Smith si accinge a incriminare Trump dopo appena sette mesi d’inchiesta! È chiaro che l’ex presidente cercherà di sfruttare questo doppiopesismo per cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria e ridurre così i margini di manovra dei suoi avversari per la nomination presidenziale repubblicana: da Ron DeSantis a Mike Pence, passando per Chris Christie. La prima incriminazione, è bene ricordarlo, ha favorito Trump nei sondaggi e nella raccolta fondi. La domanda a questo punto è: l’ex presidente sarà in grado di continuare a cavalcare efficacemente i suoi guai giudiziari? O questa situazione è destinata a stancare prima o poi gli elettori? Per dirlo, è ancora presto. Ma Trump, questo è certo, è tutt'altro che fuori gioco.

Sette capi d’accusa. Donald Trump incriminato per i documenti riservati trovati a Mar-a-Lago. Linkiesta il 9 Giugno 2023

Comparirà il prossimo martedì davanti a un tribunale federale di Miami: è il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere accusato per reati federali. Per il tycoon, è «un disgustoso atto di interferenza elettorale» verso le elezioni del 2024 

Donald Trump è diventato il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato per reati federali, relativi all’istituzione che lui stesso ha guidato. Il procuratore speciale Jack Smith gli ha contestato sette capi d’accusa per il caso dei documenti segreti trovati nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Tra le imputazioni, ci sono appropriazione indebita di carte appartenenti allo Stato, falsa testimonianza, e soprattutto cospirazione per ostacolare la giustizia. Trump dovrà presentarsi martedì davanti ai giudici del Distretto Federale di Miami. Se condannato, Trump potrebbe andare in prigione.

Il tycoon ha subito risposto con un video, in cui parla di «giorno buio per l’America» e di «un disgustoso atto di interferenza elettorale» verso le elezioni del 2024. Dice di essere «innocente» e rinfaccia alla «corrotta amministrazione Biden» di usare il potere dello Stato per perseguitare un avversario politico.

Trump, in effetti, è anche il candidato al momento favorito per la nomination del Partito repubblicano per le presidenziali del prossimo anno. Questo crea una situazione senza precedenti. La Costituzione americana non vieta a una persona imputata o condannata per un reato di candidarsi alla presidenza, e Trump spera che questa incriminazione, come quella di New York, lo aiuti in realtà a rafforzare il proprio gradimento tra i suoi sostenitori.

Gli alleati di Trump al Congresso hanno subito preso le sue difese. E lo speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha bollato come «grave ingiustizia» l’incriminazione aggiungendo che «è inconcepibile per un presidente incriminare un candidato che lo sfida». «Trump potrebbe competere per la presidenza degli Stati Uniti dalla prigione? Sì, ed è già accaduto in passato», si legge su Politico.

Il caso dei documenti di Mar-a-Lago era esploso perché Trump, quando nel gennaio del 2021 stava terminando il suo mandato, aveva preso diversi scatoloni di documenti segreti e li aveva portati nella sua residenza in Florida. Queste carte – secondo il Presidential Record Act – appartengono allo Stato, e andavano consegnate ai National Archives. Tra le carte trafugate, c’erano le lettere che l’ex presidente aveva scambiato con il dittatore nord coreano Kim Jong Un, e vari rapporti personali su altri leader internazionali.

Quando i National Archives avevano scoperto l’assenza dei documenti, avevano chiesto ai legali dell’ex presidente di restituirli. Ma Trump aveva opposto resistenza per oltre un anno, non si sa per quale motivo. Finché nel gennaio del 2022 ha riconsegnato 15 scatoloni di materiali classificati. I suoi avvocati avevano dichiarato di aver restituito tutto, ma le autorità federali erano riuscite a scoprire che in realtà molte carte segrete erano rimaste a Mar-a-Lago. Quindi nell’agosto scorso gli agenti dell’Fbi hanno perquisito la residenza, trovando e sequestrando altri documenti sensibili che non erano stati riportati ai National Archives.

Davanti a questi fatti, il segretario alla Giustizia Merrick Garland ha deciso di nominare un procuratore speciale per gestire l’inchiesta, scegliendo Jack Smith, un magistrato di carriera indipendente, che negli ultimi anni aveva servito all’International Criminal Court dell’Aja. Dopo un’indagine di quasi un anno, il procuratore ha deciso ora di incriminare Trump.

Bisogna ricordare che nel frattempo si è scoperto che anche Joe Biden e l’ex vice presidente Repubblicano Mike Pence, candidato anche lui alle elezioni del 2024, avevano a casa documenti segreti che non dovevano trovarsi in loro possesso. La differenza però è che sostengono di averli presi per errore, e appena hanno scoperto di averli li hanno restituiti. Garland, in ogni caso, ha nominato un procuratore speciale anche per investigare il caso relativo a Biden.

Si tratta, per Trump, della seconda incriminazione in pochi mesi e dell’ennesima grana giudiziaria. L’ex presidente era già stato incriminato ad aprile dal procuratore di Manhattan Alvin Bragg per i presunti pagamenti fatti alla porno star Stormy Daniels, allo scopo di nascondere la relazione extraconiugale avuta con lei, ed è stato appena condannato nel processo civile per abusi sessuali contro la giornalista Jean Carroll. Smith sta indagando anche sul ruolo avuto dall’ex presidente nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 e sui tentativi di impedire la certificazione dell’elezione di Biden. Nello stesso tempo in Georgia è in corso un’inchiesta sulle pressioni che sarebbero state fatte alle autorità locali per ribaltare la vittoria del rivale democratico nello Stato nelle elezioni del 2020.

Carroll vs Trump, processo all’accusatrice e non all’accusato. «Così si ritorna al ‘700». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 15 Maggio 2023.

La giornalista, che ha raccontato di essere stata stuprata da Trump nel 1996, viene presentata dalla difesa dell’ex presidente come poco credibile «perché non urlò e non denunciò subito». Per il “New York Times” è «una linea di tre secoli fa». E l’effetto MeToo? Il verdetto di questo caso sarà decisivo. 

Jean Carroll, 79 anni, (a destra): la giornalista, che ha accusato Donald Trump di violenza sessuale, lascia l’aula del tribunale con la sua avvocata Roberta Kaplan

Questo articolo è stato scritto per 7 alla vigilia dell’udienza in cui E.Jean Carroll si è vista riconoscere da una giuria di Manhattan, formata da tre donne e sei uomini, un risarcimento da 5 milioni di dollari. Una bella vittoria, preceduta però da una serie di polemiche sulla giornalista. Indegne di un Paese moderno. Ce le racconta la corrispondente da New York del Corriere della Sera Viviana Mazza

«Le donne si sono fatte avanti, una dopo l’altra», ha detto E. Jean Carroll nella sua testimonianza in tribunale. «Ho pensato: bene, forse questo è un modo per cambiare questa cultura della violenza sessuale. Ho pensato: possiamo davvero cambiare le cose se tutte noi raccontiamo le nostre storie». La giornalista, che accusa Donald Trump di averla stuprata in un camerino dei grandi magazzini di lusso Bergdorf Goodman di Manhattan nella primavera del 1996, ha detto di essere stata ispirata a parlare dal movimento MeToo e dal processo contro Harvey Weinstein.

«Sono nata nel 1943», ha detto Carroll, spiegando che alla sua generazione di donne è stato insegnato il silenzio, «a tenere la testa alta e a non lamentarsi mai». Carroll ha rivelato per la prima volta pubblicamente le sue accuse contro Trump un libro del 2019 intitolato What do we need men for?A modest proposal (A cosa servono gli uomini? Una modesta proposta).

LA GIURISTA: «SI DÀ MENO VALORE ALLE TESTIMONIANZE DI CHI DENUNCIA, SOPRATTUTTO SE DALL’ALTRA PARTE C’È UN UOMO POTENTE»

«Questo caso è una sorta di cerchio che si chiude» dice a 7 Deborah Tuerkheimer, docente di Legge alla Northwestern University, autrice del libro Credible. Why We Doubt Accusers and Protect Abusers (“Credibile: perché dubitiamo di chi accusa e proteggiamo chi compie gli abusi). «Carroll è stata incoraggiata da MeToo, e molte delle donne che si sono fatte avanti prima di lei dandole coraggio hanno parlato proprio a causa di Donald Trump». Non denunciavano necessariamente lui, ma nel suo vantarsi di «prendere le donne per la vagina» perché «quando sei ricco e famoso te lo lasciano fare» (una registrazione degli Anni 90 durante il programma tv Access Hollywood ), hanno visto un simbolo degli abusi sessuali degli uomini potenti. «Molte di queste storie convergono nel tribunale di Manhattan dove Carroll ha testimoniato e rendono il processo ancora più ampio».

La credibilità

In realtà però il problema resta la credibilità. La parola di una vittima di abusi sessuali spesso non è sufficiente a convincere una giuria - in questo caso formata da sei uomini e tre donne -, sottolinea Tuerkheimer. «Anche se in un caso civile l’onere della prova è inferiore, le persone hanno bisogno di maggiore evidenza rispetto alla storia dell’accusatrice. Questo accade perché si dà un valore più ridotto alle testimonianze di chi denuncia una violenza, specialmente quando l’accusato è un uomo potente».

In questo particolare processo, le accuse della giornalista sono corroborate da due amiche: Carroll le avrebbe chiamate per rivelare subito la violenza. La giornalista Lisa Birnbach ha detto che la collega era «senza fiato», «continuava a ripetere: “Mi ha abbassato i collant”, come se non riuscisse a crederci». Birnbach le suggerì di denunciare lo stupro alla polizia, ma l’altra amica, Carol Martin, la avvertì che era meglio che tacesse o Trump l’avrebbe rovinata e Carroll avrebbe seguito questo consiglio.

Altre accuse, stessa scena

Nel processo sono apparse poi Jessica Leeds, oggi 81enne: era seduta in aereo accanto al tycoon negli Anni 70 e sostiene che lui la toccò dappertutto come se «avesse 40 milioni di mani» e Natasha Stoynoff, ex giornalista di People , che era andata a casa di Trump in Florida per un’intervista nel 2005, quando Melania era incinta: lui «chiuse la porta, la spinse contro il muro e le infilò la lingua in bocca». «È possibile», dice Tuerkheimer «che queste testimonianze a sostegno della parola di Carroll la aiutino a convincere la giuria sulla sua credibilità».

Anche Trump si è posto come un simbolo: degli uomini accusati ingiustamente. «Se può succedere a me, che ho risorse infinite, figuratevi a voi», ha detto spesso negando le accuse di abusi sessuali. L’ex presidente, che è nuovamente in corsa per la Casa Bianca, non testimonierà nel caso Carroll.

La miglior difesa è l’attacco

La strategia dell’avvocato Joe Tacopina è intaccare la credibilità della giornalista. In un’intervista nel suo ufficio di Manhattan, l’avvocato ci ha detto di considerare Weinstein «una persona orribile» («Io non avrei preso l’incarico di difenderlo»), ma ha dichiarato che Trump viene «trattato ingiustamente»: «Difendo la presunzione di innocenza, perché il sistema funziona solo se applica la legge anche all’imputato meno amato». La difesa di Tacopina si basa sul fatto che per 20 anni Carroll non ha denunciato la presunta violenza, che non riesca a ricordare il giorno esatto, che non sia andata dalla polizia, sulla totale assenza di testimoni. Tacopina ha dichiarato nella sua arringa di apertura che la donna ha inventato tutto «per i soldi, per vendere il suo libro», oltre che per danneggiare Trump politicamente.

Il camerino

La giornalista afferma che si imbatté in Trump nel negozio, lui l’avrebbe riconosciuta: «Sei quella che dà i consigli» (lei aveva una rubrica di consigli femminili, Ask E. Jean ). Le avrebbe chiesto un suggerimento per un regalo per «un’amica». Carroll pensò che sarebbe stata una storia divertente da raccontare sul tycoon onnipresente sulle copertine dei tabloid. Trump avrebbe scelto un body e avrebbero scherzato su chi dei due dovesse indossarlo. Poi si sarebbero diretti ad un camerino, lui avrebbe chiuso la porta e i tentativi di respingerlo sarebbero stati inutili; l’avrebbe spinta contro il muro con forza, abbassandole le calze. «La porta aperta di quel camerino mi ha perseguitato per anni perché io sono entrata», ha testimoniato Carroll. «Non volevo fare scenate, non volevo farlo arrabbiare, non mi ricordo di aver gridato. Non sono una che grida, ma sono una che lotta». 

TACOPINA, L’AVVOCATO DELL’EX LEADER: «E’ LUI CHE VIENE TRATTATO INGIUSTAMENTE, WEINSTEIN INVECE FU ORRIBILE, IO NON L’AVREI MAI DIFESO» 

La frase diventata celebre del controinterrogatorio di Tacopina è: «Non ha gridato?» «Una delle ragioni per cui le donne non si fanno avanti è perché viene sempre chiesto loro: perché non hai gridato? - ha risposto Carroll - Ero troppo nel panico per gridare, stavo lottando». E poi esasperata ha aggiunto: «Mi ha stuprata, che io gridassi o meno!» Carroll ha sostenuto che alla fine, dandogli una ginocchiata, è riuscita a fuggire. Ma l’avvocato ha definito implausibile che abbia potuto sollevare il ginocchio con i collant abbassati e i tacchi di dieci centimetri.

Nel Settecento

Il processo civile è un mix di vecchio e nuovo. È reso possibile da una nuova legge di New York, l’Adult Survivors Act, che permette di sporgere denuncia per aggressioni sessuali cadute in prescrizione. Ma la commentatrice del New York Times Jessica Bennett traccia un parallelismo con le strategie di avvocati difensori del Settecento, che per svalutare la credibilità di accusatrici puntavano su criteri come la reputazione, la tempestività della denuncia e il fatto che avessero urlato oppure no, anche se ciò non rispecchia spesso il comportamento di chi subisce abusi sessuali da parte di persone conosciute o potenti. 

Le coperture

«Questo processo sta mostrando che forse siamo a un punto in cui la giustizia è possibile ma non è scontata. Ci sono molte più denunce di abusi che circolano nella nostra società, e questo contribuisce a cambiare la comprensione generale del comportamento di chi li compie e di chi li subisce. Il processo a Ghislaine Maxwell, la complice di Epstein, ha mostrato che ci sono molte persone che coprono gli abusi e consentono che continuino. Ma questo non è abbastanza se sminuiamo la credibilità di chi subisce l’abuso e gonfiamo quella degli uomini potenti che vengono accusati». Nella conclusione di questo processo molti leggeranno un’indicazione del punto a cui si è arrivati nel percorso iniziato da MeToo per trasformare la cultura dell’impunità.

Donald Trump condannato per aggressione sessuale e diffamazione: dovrà versare 5 milioni a Jean Carroll. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 9 Maggio 2023.

L’ex presidente era accusato di aver abusato della scrittrice in un camerino di un centro commerciale nel 1996. Il tycoon: «Verdetto vergognoso, non so chi sia questa donna»

Colpevole. È il verdetto unanime raggiunto questa sera in tempi brevissimi (circa due ore e mezzo) da una giuria di Manhattan, formata da tre donne e sei uomini, nel processo civile di E. Jean Carroll contro Donald Trump. Il tycoon, che ambisce a tornare alla Casa Bianca nel 2024, dovrà pagare 5 milioni di dollari all’ex giornalista che lo ha accusato di averla stuprata nel 1996 in un camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di Manhattan. Si tratta di circa due milioni di dollari per abusi sessuali e tre milioni per diffamazione, per aver definito sulla piattaforma social «Truth» il caso «un totale imbroglio», «una truffa e una bugia».

La giuria non lo ha condannato per stupro, ritenendo di non aver visto la «preponderanza di prove» necessaria per farlo. Il giudice Lewis A. Kaplan ha detto che perché la giuria stabilisse che Trump aveva stuprato Carroll, si doveva dimostrare che c’era stato un rapporto sessuale senza il suo consenso che includa «la penetrazione».

La donna di 79 anni è uscita sorridente e vittoriosa dal tribunale di Manhattan, stringendo la mano alla sua avvocata Roberta Kaplan, ma ha evitato di rilasciare dichiarazioni. Dalla folla si è levata una voce femminile: «Sei così bella e coraggiosa!». Carroll ha ringraziato. Trump ha risposto sulla sua piattaforma social ribadendo di non «avere idea di chi sia questa donna» e definendo il verdetto una «continuazione della più grande caccia alle streghe di tutti i tempi».

La sua campagna elettorale, nell’annunciare che farà ricorso in appello, ha dichiarato che «il sistema giudiziario è compromesso dalla politica dell’estrema sinistra» che consente ad «accuse totalmente inventate di individui disturbati di interferire con le nostre elezioni».

Il caso è stato visto come un test dell’era post-MeToo. Il processo civile è stato possibile grazie ad una legge dello stato di New York, approvata nel 2022 dalla governatrice democratica Kathy Hochul, che ha consentito di farsi avanti per casi di abusi sessuali caduti in prescrizione. Carroll ha detto di essere stata ispirata a parlare dal movimento MeToo e dal processo contro Harvey Weinstein. E Trump a sua volta è stato visto da molte donne come un simbolo dell’impunità degli uomini potenti che commettono abusi sessuali. Anche il tycoon però si è presentato come icona: degli uomini accusati ingiustamente.

L’avvocato difensore Joe Tacopina, che all’uscita dal tribunale ha stretto la mano di Carroll e dei suoi legali, non è riuscito a distruggere la credibilità della giornalista, rafforzata soprattutto da quattro testimonianze — due amiche alle quali confidò subito la violenza e altre due donne, Jessica Leeds e Natasha Storynoff, che hanno evidenziato un «modus operandi» del tycoon raccontando di aver subito molestie da parte sua rispettivamente negli anni 70 e nel 2005.

In aggiunta è stata ascoltata la registrazione dietro le quinte del programma tv Access Hollywood, in cui Trump si vantava di «prendere le donne per la vagina» e la deposizione in cui scambiava Carroll in una foto per l’ex moglie Marla Maples pur avendo dichiarato che «non era il mio tipo». Una frase diventata celebre nel controinterrogatorio di Carroll da parte di Tacopina è stata: «Perché non ha gridato?». Ma l’accusa ha chiamato esperti a spiegare che gridare non rispecchia il comportamento di chi subisce abusi sessuali da parte di persone conosciute o potenti

Estratto dell'articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica” l'11 maggio 2023.

Altro che Sex and The City .Quella che oggi appare come una elegante pensionata dagli occhi vivaci incorniciati da capelli corti e bianchissimi, era considerata una delle più brillanti columnist della Grande Mela quando negli anni Novanta fu aggredita da Donald Trump in un camerino dell’iconico Bergdorf Goodman, celebre tempio del lusso sulla Fifth Avenue a New York. 

Autrice dell’allora seguitissima rubrica Ask E. Jean pubblicata sulla rivista Elle dal 1993 al 2020: dalla quale, per tre decenni, ha dispensato consigli su sesso e relazioni sentimentali. Raccomandando fra l’altro alle sue lettrici soprattutto di non «costruire mai e poi mai la propria vita intorno a un uomo». […]

Certo, Elizabeth Jean Carroll, nata nell’operaia Detroit nel 1943 ma cresciuta in una zona rurale dell’ Indiana, dove a 20 anni era stata eletta pure reginetta di bellezza, era ben più intellettuale del personaggio da fiction creato anni dopo. Ambiziosissima, fin da ragazzina, aveva iniziato a definirsi “writer ”, scrittrice. 

Tempestando già a 12 ani di articoli e proposte addirittura la rivista di moda maschile Esquire . Una caparbietà che alla fine aveva pagato: uscita dall’università era riuscita a imporre la sua firma a riviste patinate – ma anticonformiste per l’epoca – come Outside, Rolling Stone e Playboy .

All’epoca del “fattaccio” era dunque glamour e influente, parte del team di autori del più popolare show tv satirico d’America, quel Saturday Night Live ormai in onda da quasi mezzo secolo, e conduttrice pure di un programma tv tutto suo intitolato proprio come la rubrica: Ask E. Jean. 

E chissà che non fu proprio questo ad attirare il palazzinaro Donald Trump, all’epoca signore dei rotocalchi – e già mito faustiano dell’American Psycho Patrick Bateman partorito dalla mente dello scrittore Bret Easton Ellis – fresco di (milionario) divorzio dalla prima moglie Ivanka, madre dei suoi primi tre figli, e già risposato con l’ex miss Georgia Marla Maples, che gli aveva partorito Tiffany.

«Mi ha trascinata in un camerino e mi ha tirato giù i collant a forza»: era il 1996 quando Jean Carroll lo rivelò ancora sotto choc, nel corso di una telefonata concitata e drammatica, all’amica Lisa Birnbach, autrice diThe Official Preppy Handbook , la guida satirica al mondo “preppy”, sì insomma, quello degli universitari americani straricchi. 

Raccontandole quello che ieri una giuria ha trovato credibile: «Lo avevo incontrato per caso e mi aveva chiesto di accompagnarlo al reparto lingerie per aiutarlo a trovare un regalo per una sua amica. Poi mi ha spinto in un camerino, sbattuta contro un muro, stuprata...». 

L’amica Lisa glielo aveva detto subito: «Devi andare dalla polizia, ti ha violentata». Ma lei non aveva voluto, chiedendole anzi di non parlare con nessuno.

Nel 2019 è stata la stessa Carroll a renderlo pubblico raccontandolo nel suo libro di memorie What Do We Need Men For? A Modest Proposal in cui descriveva nel dettaglio gli uomini “orribili” che l’avevano maltrattata e molestata (oltre a Trump pure quel Leslie Moonves, ceo di Cbs, costretto alle dimissioni nel 2018). […]

Chi è la donna che ha vinto la causa milionaria contro Trump. Storia di Roberto Vivaldelli il 10 Maggio 2023 su Il Giornale.

Negli Stati Uniti è la donna del momento, colei che è riuscita a battere in tribunale - almeno in parte - l'ex presidente Donald J. Trump. Secondo il verdetto raggiunto da un tribunale di New York, infatti, il magnate non ha stuprato ma ha aggredito sessualmente la scrittrice E. Jean Carroll nei camerini di un grande magazzino nel 1996, diffamandola poi sui social quando negò di averla conosciuta. Il tycoon dovrà ora risarcire in sede civile la scrittrice con un indennizzo di 5 milioni di dollari, 2 per abuso e 3 per diffamazione. Come scrive il New York Times, la giuria, composta da sei uomini e tre donne, ha stabilito che Carroll è riuscita a dimostrare che il magnate ha abusato sessualmente di lei quasi 30 anni fa in un camerino di Bergdorf Goodman, grande centro commerciale di lusso con sede sulla Quinta Strada a Midtown Manhattan. L'avvocato di Trump, Joseph Tacopina, ha annunciato che presenterà ricorso.

Chi è la scrittrice che ha vinto la causa contro The Donald

Nata a Detroit, Michigan, Carroll ha trascorso la sua infanzia a Fort Wayne, nell'Indiana, la maggiore di quattro figli in una famiglia che comprendeva un fratello minore e due sorelle. Ha frequentato l'Università dell'Indiana a Bloomington, nell'Indiana, dove era una cheerleader.

Prima di diventare "l'accusatrice di Trump", Carroll è stata Miss Indiana University nel 1963 e Miss Cheerleader nel 1964; a metà degli anni Ottanta è stata autrice per il celebre show Saturday Night Live e, nel 1987, è stata nominata agli Emmy per la miglior sceneggiatura per un programma musicale o varietà. Ma Carroll è famosa, in particolare, per la sua rubrica sulla rivista Elle ("Ask E. Jean"), che ha tenuto dal 1993 al 2020. Nel 2002, lei e sua sorella Cande Carroll hanno fondato GreatBoyfriends.com, marchio acquisito da The Knot Inc. nel 2005. Insieme a Kenneth Shaw ha inoltre fondato Tawkify, un sito di incontri online lanciato nel gennaio 2012.

Il libro e l'atto d'accusa contro Trump

E. Jean Carroll, 79 anni, editorialista di lunga data per la rivista Elle, ha accusato per la prima volta il tycoon in un libro pubblicato nel 2019, nel quale affermava che Trump l'aveva violentata nel camerino del grande magazzino di lusso di Manhattan nel 1995 o 1996. Trump rigettò pubblicamente quell'accusa, sostenendo che Carroll "non era il suo tipo". Il 25 settembre dello scorso anno la giornalista ha intentato una causa per stupro e diffamazione nei confronti dell'ex presidente, pochi minuti dopo l'entrata in vigore di una nuova legge statale, a New York, che consente alle vittime di violenza sessuale di citare in giudizio i presunti responsabili per fatti avvenuti anche diversi decenni prima. In precedenza, le era stato impedito dalla legge statale di fare causa per il presunto stupro perché erano passati troppi anni dal fatto.

Le sue parole

Ho intentato questa causa contro Donald Trump per riabilitare il mio nome e riavere indietro la mia vita. Oggi il mondo conosce finalmente la verità. Questa vittoria non è solo per me, ma per ogni donna che ha sofferto perché non è stata creduta". Sono queste le sue prime parole dopo il verdetto che le ha dato - almeno parzialmente - ragione. Il caso è scoppiato nel giugno 2019, quando Jean. E. Carroll ha pubblicato il suo libro A cosa servono gli uomini? Una proposta modesta accusando l'ex presidente e Ceo della Cbs Les Moonves e Donald Trump di averla violentata a metà degli anni Novanta. Carroll sostenne che Trump l'aveva "violentata e palpata con la forza", diffamandola quando negò di aver compiuto quel gesto.

Da adnkronos.com il 10 maggio 2023.

"Mio marito ha avuto uno straordinario successo con la sua prima amministrazione e può guidarci di nuovo verso grandezza e prosperità". Dopo mesi di voci e indiscrezioni di un suo progressivo allontanamento del marito, con una vita da separata in casa nell'enorme magione di Mar-a-Lago, Melania Trump torna in pubblico e, intervistata da Fox News, afferma il suo pieno sostegno alla nuova candidatura alla Casa Bianca di Donald Trump. 

E dice che sarebbe per lei "un privilegio" servire di nuovo come first lady.

"Ha il mio sostegno e noi non vediamo l'ora di ristabilire la speranza per il futuro e guidare l'America con amore e forza", ha poi aggiunto Melania. Trump al momento viene dato ampiamente in testa nella corsa per la nomination repubblicana, con 41 punti di vantaggio su Ron De Santis, il governatore della Florida considerato il suo più temibile avversario. Ed i sondaggi più recenti lo danno anche in testa nell'eventuale nuova sfida, una vera e propria rivincita, con Joe Biden.

Forte di questi numeri, Melania pensa già al suo ritorno alla Casa Bianca, spiegando che per il suo secondo mandato da first lady intende "dare la priorità allo sviluppo e benessere dei bambini, come ho sempre fatto". "Il mio focus continuerebbe essere quello di creare uno spazio sicuro e stimolante che permetta ai bambini di crescere e imparare", ha aggiunto Melania che alla Casa Bianca aveva lanciato un programma contro il cyberbullismo.

Bugie elettorali e battute sugli abusi sessuali: show di Trump sulla Cnn. Viviana Mazza su Il Correre della Sera l'11 Maggio 2023.

L’ex presidente americano ha sfoderato tutto il suo repertorio in un’intervista di Kaitlan Collins sul network. «Il 6 gennaio 2021? Una bellissima giornata»

Donald Trump non ha rimpianti e, accolto con una standing ovation in New Hampshire, ha sfoderato tutto il suo consueto repertorio, che include accuse di brogli elettorali nel 2020 e nomignoli e battute contro i suoi nemici. Il «town hall» con gli elettori repubblicani e indipendenti del New Hampshire, andato in onda ieri sera su Cnn e coordinato dalla giornalista Kaitlan Collins, è stato il primo forum di questo genere nella campagna elettorale di Trump per il 2024 ed è stata la prima volta che l’ex presidente tornava sulla Cnn dal 2016. Il network era stato criticato da alcuni commentatori democratici per aver dato a Trump una piattaforma «mainstream», nel timore che sfrutti come nel 2016 la fame di spettacolo e di indignazione che tiene vive le tv via cavo per ottenere legittimità e pubblicità gratuita che possano aiutarlo a catapultarsi nuovamente alla Casa Bianca. Da parte sua l’ex presidente, prima della sua apparizione in tv, aveva avvertito il network di «trattare con rispetto Maga (Make America Great Again), il più grande movimento politico nella storia del nostro Paese».

Le elezioni del 2020

Collins ha aperto l’incontro spingendo l’ex presidente e attuale candidato alla nomination repubblicana per il 2024 ad ammettere di aver perso le elezioni nel 2020. «I sondaggi mostrano che è in testa alla corsa per la nomination repubblicana in questo momento, ma è anche sotto inchiesta federale per aver cercato di rovesciare i risultati del voto nel 2020 – ha ricordato la giornalista –. Il suo primo mandato è terminato con una rissa mortale al Campidoglio e non ha tuttora riconosciuto i risultati del 2020. Perché gli americani dovrebbero rimandarla alla Casa Bianca?». Trump ha risposto: «Penso che quando guardi a quel risultato e a quanto è accaduto durante quell’elezione, a meno che tu sia una persona molto stupida, puoi capire cosa è successo. È stata un’elezione truccata…».

Più volte la giornalista ha contestato le affermazioni dell’ex presidente, dicendo che non erano accurate e che non c’erano prove di ciò che sosteneva, ma Trump ha accusato Nancy Pelosi di aver rifiutato di accettare la protezione del Campidoglio il 6 gennaio 2021, ha detto che la folla quel giorno aveva «l’amore nel cuore… era una giornata bellissima», ha tirato fuori gli appunti dei suoi tweet affermando di aver chiesto alla gente di manifestare «pacificamente e patriotticamente», e infine ha difeso i rivoltosi condannati per l’assalto al Congresso dicendosi propenso a concedere la grazia a molti di loro se tornerà alla Casa Bianca.

Il pubblico e la giornalista

Gli spettatori seduti nel Saint Anselm College hanno applaudito e riso ai nomignoli di Trump per Nancy Pelosi («Crazy Nancy, come la chiamo affettuosamente»), alla frecciata a Biden («Quando c’ero io alla Casa Bianca non avevo bisogno di discorsi scritti, a differenza di una certa persona che sta lì adesso»), alle battute contro E. Jean Carroll alla quale dovrà pagare 5 milioni di danni per abusi sessuali e diffamazione (l’ha definita «fuori di testa», ha giurato sui suoi figli di non conoscerla e ha detto di provare pietà per il suo ex marito). Verso la fine, frustrato dalle interruzioni della giornalista, Trump l’ha definita una «nasty woman» («una donna cattiva», la stessa frase che usò contro Hillary Clinton). Durante il suo mandato da presidente, Trump espulse Collins che allora era la reporter assegnata alla Casa Bianca da uno dei suoi eventi nel giardino delle rose perché arrabbiato per le domande che aveva fatto il giorno prima; e ci furono altri momenti di tensione. Ieri alla fine dell’incontro le ha stretto la mano e le ha detto: «Ottimo lavoro».

Dal debito all’Ucraina

Trump ha invitato i repubblicani a non innalzare il tetto del debito, lasciando che ci sia un default, se non ottengono da Biden e dai democratici la promessa di tagli notevoli alla spesa. «Tanto vale fare default ora, perché altrimenti succederà più avanti», ha detto. Ad una domanda su come affronterebbe la situazione economica e i costi dell’energia del Paese, Trump ha risposto: «Drill, baby, drill» (Trivella, baby, trivella). Alcuni degli applausi più lunghi sono stati dedicati all’immigrazione e alla questione del confine con il Messico. Oggi viene a cadere Title 42, una legge approvata durante la presidenza Trump che permetteva - con la giustificazione della pandemia - di rimandare indietro richiedenti asilo: ora le autorità si aspettano un enorme aumento di tentativi di ingresso negli Stati Uniti. Trump ha premuto su questa paura: «Milioni di persone stanno entrando. Vengono rilasciati dalle prigioni, vengono fatti uscire dai manicomi, arrivano in massa nel nostro Paese. E adesso stanno eliminando Title 42 che io ho approvato e che li teneva fuori».

Strizzando l’occhio alla potente lobby delle armi Usa, la Nra, l’ex presidente ha inoltre affermato che il problema delle stragi in America è legato alla salute mentale: «Il problema non è il grilletto, ma chi lo preme». In uno dei suoi tentativi di parlare agli elettori indipendenti e moderati, Trump ha evitato di dire se approverebbe un divieto federale per l’aborto. Pur dicendosi orgoglioso di aver consentito (con la nomina di tre giudici conservatori alla Corte suprema) l’abolizione della tutela federale per l’aborto (Roe v Wade), l’ex presidente ha accusato i sostenitori del diritto all’interruzione della gravidanza di essere dei «radicali» che vogliono «uccidere il bambino in grembo al nono mese, all’ottavo, al settimo o anche dopo che è nato». Ha evitato anche di dire se abbandonerebbe gli aiuti militari per l’Ucraina, affermando soltanto che gli Stati Uniti hanno speso 171 miliardi di dollari e l’Europa solo 20 miliardi nonostante il problema dell’Ucraina sia a loro più vicino. Non ha voluto definire Putin «un criminale di guerra», affermando che sarebbe controproducente farlo adesso se l’obiettivo è di raggiungere la pace, ma ha aggiunto che il presidente russo «ha fatto un grosso errore invadendo l’Ucraina« e se lui tornerà alla Casa Bianca farà in modo che la guerra finisca «in 24 ore». L’enfasi non sarebbe tuttavia su una vittoria di Kiev, ma piuttosto sulla fine della guerra. «Sono pronto a riconoscere il risultato delle elezioni del 2024, se saranno corrette», ha concluso l’ex presidente, rifiutando dunque di accettare la legittimità dell’esito di un eventuale nuovo scontro con Biden, qualunque esso sia.

(ANSA il 5 marzo 2023) Donald Trump non si pente delle dichiarazioni sessiste del 2005 quando si vantò, usando un'espressione volgare sull'organo genitale femminile, che "se sei una celebrità, le donne le puoi prendere dove vuoi". Durante una video testimonianza registrato a ottobre 2022 nel processo per l'accusa di stupro della scrittrice Jean Carroll, il tycoon infatti ribadisce: "E' stato così per mille anni, sfortunatamente o fortunatamente". Il filmato è stato mostrato ai giurati mercoledì e giovedì e oggi trasmesso dalla Cnn. Alla domanda se egli si considerasse una "star" l'ex presidente ha poi risposto: "Direi di sì, mi si può definire così".

Dagospia il 4 maggio 2023.

Un’altra accusa di molestie sessuale pende sulla testa di Donald Trump. La giornalista Natasha Stoynoff è scoppiata in lacrime in tribunale quando ha raccontato di essere stata aggredita sessualmente dal tycoon nella sua tenuta di Mar-a-Lago mentre la moglie Melania, incinta di Barron, si stava cambiando in un’altra stanza per un servizio fotografico. La giornalista era nel villone per un articolo per celebrare il primo anno di matrimonio tra Donald e Melania con un articolo su per People Magazine quando è stata spinta contro un muro ed è stata baciata. 

Trump le avrebbe promesso di portarla a mangiare una bistecca e di darle il "miglior sesso che tu abbia mai fatto". La testimonianza è arrivata durante il processo a Trump per violenza sessuale e diffamazione promosso dalla scrittrice E. Jean Carroll.

Durante una pausa del servizio fotografico, Melania si è allontanata ed è stato in quel momento che trump si è avvicinato alla giornalista dicendole che voleva mostrarle una "stanza davvero fantastica". «Ho sentito la porta chiudersi dietro di me – ha raccontato Stoynoff - Quando mi sono voltato aveva le mani sulla mia spalla e mi stava spingendo contro il muro e mi stava baciando. 

Ho provato a spingerlo via. È venuto di nuovo verso di me e ho provato a spingerlo di nuovo. Ha continuato a baciarmi, mi tratteneva per le spalle. Non ho detto parola. Ero scioccata. Nessuna parola è uscita dalla mia bocca. Ricordo solo una specie di borbottio. È entrato un maggiordomo e ha detto che Melania aveva finito di cambiarsi ed era pronta a riprendere il servizio fotografico e Trump se n'è andato». 

Poco dopo Trump sarebbe tornato al contrattacco e nell'area della piscina le avrebbe detto: «Oh, sai che avremo una relazione. Non dimenticare quello che ha detto Marla (la seconda moglie, ndr): "Il miglior sesso che abbia mai fatto"».

Quando Melania è tornata tra di loro, Trump si è mostrato "adorabile" nei suoi confronti e Stoynoff ha portato avanti l'intervista nel miglior modo possibile. Non l'ha detto ai suoi capi perché si sentiva "umiliata e provava vergogna" e non voleva causare problemi alla rivista.

(ANSA il 4 maggio 2023) Non c'e' tregua per Donald Trump. Un giudice di New York ha archiviato la causa intentata dal tycoon contro il New York Times per un'inchiesta sulle sue dichiarazioni dei redditi del 2018 che ha anche vinto il Pulitzer. L'ex presidente ha denunciato il prestigioso quotidiano nel 2021 accusando tre dei suoi reporter di aver cospirato con Mary L. Trump, una nipote con la quale il tycoon non ha più rapporti, per ottenere in modo illegale i suoi documenti fiscali.

Il giudice Robert R. Reed ha stabilito che l'inchiesta del New York Times è tutelata dal Primo emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di stampa. "I tribunali hanno da tempo riconosciuto il diritto dei giornalisti di svolgere attività legali e ordinarie di raccolta di notizie senza timore di responsabilità illecite, poiché queste azioni sono protette dal primo emendamento", ha sentenziato il giudice che ha anche ordinato a Trump di pagare le spese legali sostenute dal Nyt e dai suoi giornalisti, Susanne Craig, David Barstow e Russ Buettner.

La giornalista Jean Carroll in tribunale: «Trump mi stuprò in un camerino». The Donald: «Una truffa». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 27 Aprile 2023.

Per quasi due ore, nel secondo giorno del processo a Manhattan, Carroll ha testimoniato, descrivendo nei dettagli la presunta violenza che ha reso pubblica per la prima volta in un libro nel 2019. Lui risponde via social

Pochi minuti prima della testimonianza di E. Jean Carroll, giornalista 79enne che accusa Donald Trump di averla stuprata in un camerino dei grandi magazzini di lusso Bergdorf Goodman di Manhattan nella primavera del 1996, l’ex presidente ha attaccato la donna sul suo social Truth: «Il caso è una truffa». 

Prontamente, l’avvocata di Carroll, Roberta Kaplan, ha interrotto il procedimento per leggere le parole di Trump in aula, prima dell’ingresso dei giurati. Il giudice Lewis Kaplan (stesso cognome, ma non sono imparentati) ha risposto: «E’ del tutto inappropriato». E ha minacciato conseguenze penali, in riferimento all’intimidazione dei testimoni (aveva già ordinato che i giurati restino anonimi, per loro sicurezza). L’avvocato difensore di Trump, Joe Tacopina, ha replicato che avrebbe chiesto al suo assistito di evitare ulteriori commenti sul caso. Ma dopo pranzo il giudice si è infuriato quando gli è stato riferito che uno dei figli di Trump, Eric, aveva twittato che il miliardario di LinkedIn Reid Hoffman avrebbe finanziato la causa di Carroll per «puro odio e paura di un formidabile candidato» (il tweet è stato poi cancellato). A Manhattan mercoledì è stato il secondo giorno del processo Carroll contro Trump, iniziato il giorno prima. Un processo civile che può dare filo da torcere all’ex presidente e candidato alla nomination repubblicana il 2024. 

Ty Cobb, ex avvocato della Casa Bianca che fu assunto proprio da Trump, lo ha definito un caso piuttosto difficile per l’ex presidente, anche per via dell’appoggio di altre due testimonianze di donne che si dicono vittime delle sue molestie sessuali. Una accusatrice da sola raramente convince una giuria, ma il caso potrebbe essere rafforzato anche dalla ormai nota registrazione degli anni Novanta che verrà riascoltata in aula in cui, dietro le quinte del programma tv «Access Hollywood», Trump si vantava di «prendere le donne per la vagina» perché «quando sei ricco e famoso te lo lasciano fare». Il caso è stato definito uno dei più significativi sviluppi dell’era post MeToo da Deborah Tuerkheimer, docente di Legge alla Northwestern University e autrice del saggio «Credibile: perché dubitiamo delle accuse e proteggiamo gli abusi». «Per molte donne - scrive l’autrice sul New York Times - Trump è diventato il simbolo degli abusi sessuali degli uomini potenti». 

Ma lo stesso Trump si è posto come difensore degli uomini accusati ingiustamente: «Se può succedere a me, che ho risorse infinite, figuratevi a voi». Per quasi due ore, nel secondo giorno del processo a Manhattan, Carroll ha testimoniato, descrivendo nei dettagli la presunta violenza che ha reso pubblica per la prima volta in un libro nel 2019. Ha spiegato di avere taciuto fino ad allora perché aveva «paura di Donald Trump» e di non essere creduta, temeva i danni alla sua reputazione in quanto vittima di stupro e dava a se stessa la colpa per quanto era accaduto per essere entrata in quel camerino. 

Avrebbe rivelato subito la cosa a due amiche, però, una delle quali, la giornalista Lisa Birnbach, cercò di convincerla a chiamare la polizia, mentre l’altra, Carol Martin, la avvertì che era meglio che tacesse o Trump l’avrebbe rovinata. Ha detto di avere atteso per due anni di parlarne in tribunale (una legge dello Stato di New York approvata nel 2022 ha dato un anno di tempo alle vittime di abusi sessuali per denunciare violenze che sarebbero cadute in prescrizione). La donna ha descritto nei dettagli lo stupro iniziato così: «Mi ha infilato una mano nella vagina, ha curvato le dita... Sono seduta qui oggi, e lo sento ancora». Ha dichiarato di non avere più avuto rapporti sessuali da allora. Con voce tremante ha aggiunto: «Quando mi chiedete cosa io abbia fatto in quel momento, perché sia andata là dentro con lui… Ma sono orgogliosa di dire che ne sono uscita». 

Carroll ha anche accusato Trump di aver usato il suo potere da presidente per rallentare il processo. Quando uno dei suoi avvocati, Michael Ferrara, le ha chiesto se si sia pentita di aver lanciato questa battaglia legale, ha risposto tra le lacrime: «Poter finalmente apparire in tribunale è tutto per me. Sono felice. Felice di poter raccontare la mia storia. Questo è il mio momento». Carroll non ricorda che giorno fosse esattamente: afferma che nella primavera del 1996 aveva terminato la registrazione del suo programma tv pomeridiano «Ask E. Jean» a Fort Lee, in New Jersey (era una rubrica di consigli femminili simile a quella che aveva sulla rivista Elle), aveva guidato fino ai magazzini Bergdorf Goodman.

Mentre stava uscendo si imbatté in Trump, il quale l’avrebbe riconosciuta («Sei quella che dà i consigli») e le avrebbe suggerito di tornare indietro e fare shopping con lui, poiché gli serviva un consiglio per un regalo per «un’amica». Carroll dice di aver pensato che sarebbe stata una storia divertente da raccontare: Trump non era ancora presidente ma era un tycoon onnipresente sulle copertine dei tabloid. Sarebbero saliti al sesto piano, nell’area lingerie, dove Trump avrebbe scelto un body trasparente grigio e avrebbero scherzato su chi dei due dovesse indossarlo. «Provalo, è il tuo colore», gli avrebbe detto lei. Ma poi si sarebbero diretti ad un camerino, lui avrebbe chiuso la porta e i tentativi di respingerlo sarebbero stati inutili; l’avrebbe spinta contro il muro con forza, abbassandole le calze.

«La porta aperta di quel camerino mi ha perseguitato per anni perché io sono entrata», ha detto quasi in lacrime Carroll. «Non volevo fare scenate, non volevo farlo arrabbiare, non mi ricordo di aver gridato. Non sono una che grida, ma sono una che combatte». 

Il tycoon ha più volte negato l’intero episodio, affermando tra l’altro che è impossibile che non ci fossero testimoni (e nemmeno personale) su quel piano del negozio. Ha anche detto che Carroll non era il suo «tipo» anche se la donna negli anni Novanta somigliava moltissimo alla ex moglie Marla Maples, e infatti lui stesso in una deposizione le avrebbe confuse in una foto, secondo gli atti. La giornalista lo ha denunciato anche per diffamazione, in questa causa potenzialmente milionaria. L’ex presidente non si è presentato in tribunale finora, come è sua facoltà. La strategia della difesa è di smontare la credibilità di Carroll. Sui social Trump ha accusato anche l’avvocata Kaplan di essere una attivista politica, finanziata da un uomo politico suo rivale. L’ex presidente ha fatto riferimento anche al vestito che Carroll avrebbe indossato quel giorno e conservato («Vuole usare la carta di Monica Lewinsky») e ha scritto che quell’abito dovrebbe essere parte del caso e confermerebbe la sua innocenza, ma lui per anni ha rifiutato di confrontare il Dna con quello che secondo l’accusa sarebbe reperibile dalle macchie sull’abito. 

"Trump mi violentò e poi mi diffamò". Le accuse della scrittrice Jean Carroll. Occhiali scuri, gesti composti, ha sfilato davanti a uno stuolo di giornalisti in attesa. Jean Carroll, la scrittrice e giornalista che ha accusato Donald Trump di averla violentata negli anni '90, ha portato la sua testimonianza in aula. Redazione il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

Occhiali scuri, gesti composti, ha sfilato davanti a uno stuolo di giornalisti in attesa. Jean Carroll, la scrittrice e giornalista che ha accusato Donald Trump di averla violentata negli anni '90, ha portato la sua testimonianza in aula, a New York, dove si celebra il processo all'ex presidente degli Stati Uniti d'America. Ieri, nel secondo giorno di udienze, Carroll ha raccontato nei dettagli tutta la storia. La donna, che adesso ha quasi 80 anni, ha raccontato che la violenza avvenne nello spogliatoio dei grandi magazzini Bergdorf Goodman, lo store di lusso sulla Fifth Avenue, ad appena cinquecento metri dalla Trump Tower.

«Sono qui perché Donald Trump mi ha violentata, e quando ne ho scritto, ha detto che non è successo. Ha mentito e ha distrutto la mia reputazione, e io sono qui per cercare di riprendermi la vita» ha spiegato la scrittrice. Negando l'episodio, Trump l'ha diffamata. Ora Carroll, che vuole dignità e giustizia, si è presentata davanti ai giudici. E ha descritto tutto nei minimi particolari: alla giuria ha infatti spiegato come lei e Trump, che si conoscevano già da tempo, erano finiti nella sezione biancheria intima insieme. Trump le aveva detto di indossare un capo grigio-blu, ma lei aveva rifiutato.

Trump, allora, l'avrebbe spinta verso lo spogliatoio e qui sarebbe avvenuta la violenza. «Le sue dita» ha raccontato Carroll «si infilarono nella mia vagina, cosa estremamente dolorosa». «Poi - ha aggiunto - lui ha inserito il suo pene. Mi vergognavo» ha raccontato la scrittrice «pensavo fosse colpa mia. Era una commedia, era buffo e a un certo punto». Da quell'esperienza, ha rivelato, «sono stata incapace di avere di nuovo una vita sentimentale». Carroll ha raccontato di aver lasciato in stato di schock i grandi magazzini, e di essersi sentita colpevole per essere andata nello spogliatoio, si autoaccusava per quella scelta davvero «molto stupida».

L'accusatrice ha inoltre raccontato in aula che ne parlò subito a due amiche. Una, Lisa Birnbach, le disse che quello era stato un stupro e che doveva andare subito alla polizia. L'altra, Carol Martin, le consigliò al contrario di non parlarne con nessuno perché Trump era potente e aveva un team di avvocati che l'avrebbe seppellita. Il processo si celebra grazie a una legge, approvata l'anno scorso nello Stato di New York, che offre una finestra temporale di un anno a tutte le vittime di abusi e stupri, per denunciare episodi avvenuti anche lontano nel tempo, e il cui reato sarebbe caduto in prescrizione.

Estratto dell'articolo di Federico Rampini per il “Corriere della Sera” il 20 aprile 2023.

A Manhattan ci separa solo mezz’ora di metrò, ma c’è voluto un set alla Agatha Christie — una crociera sul Nilo — perché lo incontrassi: un omonimo che è uno degli italiani illustri di New York. Un principe che discende da un papa. A lungo socio e «quasi amico» di Donald Trump. Nonché proprietario del più grande spazio mondiale dedicato alla pubblicità di moda, i Pier59 Studios di Chelsea. Espulso da casa sua e «relegato» in una suite a Casa Cipriani, club esclusivo con vista sulla Statua della Libertà. 

Federico Pignatelli della Leonessa, nato nel 1963 a Roma, discende da una casata con 1.100 anni di storia a Napoli e in Sicilia. «Le nostre connessioni con il Vaticano sono antiche — dice — e uno dei miei antenati nel 1691 divenne papa Innocenzo XII. In famiglia abbiamo avuto anche quattro cardinali. A Napoli Villa Pignatelli è un museo, a Roma porta il nostro nome via Appia Pignatelli. Nella capitale Palazzo Pignatelli è l’ala antica di Montecitorio. Quando torno a Roma però non mi lasciano alloggiare in Parlamento, mi tocca andare in albergo...».

[…] 

Il principe fin da bambino è stato attratto dal mondo dello spettacolo. Sua madre Doris Mayer Pignatelli, originaria di Monaco di Baviera, amava il cinema e accettò di interpretare la parte di una nobildonna romana ne «La dolce vita» di un altro Federico. «In famiglia fece scandalo — ricorda Pignatelli — si vede che Fellini era considerato un rivoluzionario. La nonna paterna tolse il saluto a mia madre per anni». 

[…]

La carriera professionale di Federico inizia «da zero, senza nessun patrimonio familiare», con una breve esperienza da giornalista economico al Globo. Viene notato da un finanziere italo-svizzero che lo invita a lavorare per lui, tra Ginevra e Lugano. 

Sono gli anni Ottanta, c’è l’iper-inflazione, le banche centrali la combattono con tassi d’interesse a due cifre, Pignatelli si tuffa nel nuovo mondo dei financial futures. Inizia una vita a duecento all’ora tra incidenti d’auto, amori con donne sempre bellissime, traslochi veloci da un continente all’altro: vive a Sidney, a San Francisco («Quando era l’epicentro della tragedia dell’Aids»), a West Hollywood (Los Angeles), Londra, infine New York.

È la Grande Mela degli anni Novanta, in pieno rilancio sotto il sindaco Rudolph Giuliani. La passione per la fotografia lo porta a contatto con un ambiente in effervescenza, «ma non c’erano studios adeguati al volume di attività di New York, i grandi fotografi dovevano lavorare in vecchi loft o garage». 

Lo attrae Pier59, uno dei moli di Chelsea sul fiume Hudson. «Era la zona dove storicamente attraccavano i transatlantici dall’Italia, ma il quartiere non era la Chelsea glamour di oggi. Nel Meatpacking District lì a fianco arrivavano i camion carichi di animali destinati a diventare scatolette. Nell’aria c’era la puzza di carne macellata. Pier59 sembrava un grattacielo sdraiato sull’acqua. Vuoto, inutilizzato».

Comincia così l’investimento che diventerà l’attività principale di Pignatelli: ricostruisce il molo per un mondo che conosce bene, la pubblicità della moda. Lo inaugura nel dicembre 1995 con un grande party di Renzo Rosso per Diesel. «Tutta la New York che contava quella sera venne, Pier59 Studios era lanciato». 

[…] 

Ha un po’ di nostalgia per la New York dove l’avventura ebbe inizio. «Negli anni Novanta questa città era spettacolare, sprigionava un’energia straordinaria, tutto era possibile, il fermento era unico, incontravi le persone più interessanti del mondo. Oggi ha perso quella dimensione esclusiva, è meno sofisticata, forse perché è cambiato il mondo. Mi manca».

Nella New York degli anni Novanta a lui capitò pure di diventare socio di Donald Trump. Insieme investirono in un ristorante-club, il Lotus, uno dei locali che lanciarono la vita notturna a Chelsea. 

Di Trump lo colpì una contraddizione: «Avventuroso, circondato di donne, amante della bella vita, però rigorosamente astemio. Io da buon italiano apprezzavo il vino, lui non si è mai lasciato tentare: solo acqua o peggio, Coca Cola. Anche dalla droga riusciva a tenersi lontano, in anni in cui scorreva a fiumi». The Donald però era «un temperamento focoso, s’imbestialì una sera in cui al Lotus non lo riconobbero e gli presentarono il conto». 

La discesa in politica? «L’ho perfino incoraggiato, pensando che non sarebbe mai stato eletto. Poi me ne sono pentito perché quelli che conoscevano i nostri rapporti hanno cominciato a perseguitarmi, per chiedermi contatti con il presidente. Ho dovuto cancellare il mio nome dall’ingresso del mio appartamento a Soho». 

Quell’appartamento è al centro di un altro aneddoto curioso: la causa contro uno dei più celebri finanzieri degli Stati Uniti, Ray Dalio, italo-americano. «Lui vale 20 miliardi e potrebbe comprarsi tutta Soho — osserva Pignatelli —, invece ha costruito una penthouse sopra il mio appartamento, poggiando sulle mie colonne portanti, e lo ha reso pericolante. Ho uno dei loft più belli di Soho e non ci posso entrare, è inabitabile. Per colpa di un cantiere illegale». [...]

Caso Trump: il procuratore di Manhattan fa causa ai repubblicani. Stefano Graziosi su Panorama il 13 Aprile 2023

Le conseguenze dell'incriminazione dell'ex presidente americano si fanno sempre più imprevedibili

Si allarga lo scontro politico e giudiziario sulla vicenda dell’incriminazione di Donald Trump. Il procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg, ha fatto causa al presidente della Commissione Giustizia della Camera, Jim Jordan, dopo che i deputati del Partito repubblicano, alcune settimane fa, hanno avviato un’indagine parlamentare su di lui. Un’inchiesta finalizzata a far luce su un eventuale coordinamento tra la procura e il Dipartimento di Giustizia in riferimento all’incriminazione dell’ex presidente. Non solo. Il Gop ha anche intenzione di vederci chiaro sull’eventuale uso di fondi federali in relazione a questo caso. “Il Congresso non ha alcun valido scopo legislativo per impegnarsi in una campagna di molestie come rappresaglia per le indagini del procuratore distrettuale e il perseguimento del signor Trump ai sensi delle leggi di New York”, si legge nella denuncia di Bragg. “Quella campagna è una minaccia diretta al federalismo e agli interessi sovrani dello Stato di New York”, prosegue il testo. “Prima incriminano un presidente per nessun crimine. Poi fanno causa per bloccare la supervisione del Congresso, quando facciamo domande sui fondi federali che dicono di aver usato per farlo”, ha replicato Jordan con un tweet. Ora, è possibile che si configuri un conflitto tra autorità. Il punto è che, nel caso concreto, questa obiezione può funzionare fino a un certo punto. Gli aspetti controversi nel caso giudiziario contro l'ex presidente sono infatti numerosi. Innanzitutto, Bragg appartiene al Partito democratico e, secondo il New York Post, avrebbe indirettamente ricevuto soldi dal magnate liberal George Soros attraverso l’organizzazione Color of Change durante la sua campagna elettorale del 2021. In secondo luogo, il giudice che deve supervisionare il procedimento contro Trump, Juan Merchan, effettuò donazioni (ancorché contenute) alla campagna di Joe Biden, mentre sua figlia lavorò per il comitato elettorale di Kamala Harris. In terzo luogo, il sospetto di politicizzazione emerge anche dal fatto che l’impianto accusatorio messo in piedi da Bragg appare piuttosto traballante. E a dirlo è anche l’analisi legale di una testata liberal come Vox. Tra l’altro, proprio Vox ha ravvisato un’incongruenza nel fatto che il procuratore punterebbe ad accusare Trump di violazione delle normative sui finanziamenti elettorali: un reato che, se provato, sarebbe di natura federale e non statale. Non si capisce quindi, in caso, come la procura distrettuale di Manhattan potrebbe perseguirlo. Il punto vero è che, indipendentemente da come la si pensi nel merito, l'inedita incriminazione contro l'ex presidente equivale all'apertura del vaso di Pandora. E intanto la polarizzazione politica negli Stati Uniti diventa sempre più profonda.

Estratto da rainews.it il 13 Aprile 2023

L'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha citato in giudizio Michael Cohen per 500 milioni di dollari di danni per presunta violazione del suo contratto come suo ex avvocato personale.

La causa, intentata ieri presso un tribunale federale della Florida, accusa Cohen di aver diffuso false informazioni su Trump e di aver violato i suoi obblighi contrattuali nei confronti dell'ex presidente in occasione di dichiarazioni pubbliche, pubblicazioni di libri, serie di podcast e altre apparizioni sui media. […]

Donald Trump interrogato per 7 ore dal procuratore di New York, rischia di dover pagare 250 milioni di dollari. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 14 aprile 2023

L’ex presidente è accusato di frode nella gestione della Trump Organization

Donald Trump è stato ascoltato per sette ore giovedì a New York nell’ambito del procedimento civile per il quale è accusato di frode all’interno della Trump Organization, una settimana dopo l’incriminazione legata alla falsificazione di documenti aziendali.

L’ex presidente degli Stati Uniti, che intende riconquistare la Casa Bianca nel 2024, ha risposto sotto giuramento e di nascosto negli uffici del procuratore generale dello Stato di New York Letitia James, dove è arrivato intorno alle 10, in un veicolo nero. Accolto da un manipolo di sostenitori e oppositori, tenuti a distanza da un dispositivo di sicurezza, il miliardario repubblicano non ha lasciato l’edificio, situato nei pressi di Wall Street, fino alle 18 circa per tornare con un veicolo nero alla Trump Tower, più a nord sull’isola di Manhattan. Il procuratore generale ha intentato una causa civile a settembre contro Donald Trump e tre dei suoi figli, chiedendo un risarcimento di 250 milioni di dollari e chiedendo loro il divieto di gestire attività commerciali.

Letitia James accusa il miliardario repubblicano e i suoi figli di «stupefacente frode», secondo le sue parole, di aver «deliberatamente» manipolato le valutazioni degli asset del gruppo per ottenere prestiti più vantaggiosi dalle banche o ridurre le sue tasse.

Mazze da golf, Trump Tower a New York, residenza Mar-a-Lago a Palm Beach, in Florida. I servizi di Letitia James hanno elencato queste contestate valutazioni in una denuncia di 222 pagine, che prende di mira anche Donald Trump Jr, Ivanka Trump ed Eric Briscola.

«Le accuse contro Trump sembrano molto gravi, ma non del tutto chiare». Parla il professore Vittorio Fanchiotti, emerito all’Università di Genova. «La cospirazione, reato consistente nell'accordo per commetterne un altro, non è contenuta in nessuna dei 34 capi d'imputazione, è probabile che il prosecutor la tiri fuori durante il processo». Gennaro Grimolizzi il 12 Aprile 2023 su Il Dubbio.

Da sempre il professor Vittorio Fanchiotti, emerito dell’Università di Genova, studia il processo penale statunitense. Pochi giorni fa l’arresto e il successivo

Il professore emerito Vittorio Fanchiotti

Professor Fanchiotti, nei 34 capi di imputazione che riguardano Trump troviamo anche la “conspiracy”. Di cosa si tratta?

I 34 capi dell’indictment, elenco dei reati contestati dal prosecutor (il pm, ndr), riguardano solo quello, previsto dal Penal code dello Stato di New York, di “falsifying business records”, nella sua forma più grave, caratterizzata dall’intento di commettere una frode e un altro reato occultandone la commissione, che comporta la detenzione fino a quattro anni. I reati si riferiscono a pagamenti effettuati nel 2017 per restituire l’esborso di almeno 130mila dollari da parte di un avvocato di Trump nell’imminenza della chiusura della campagna elettorale del 2016 per “comprare” il silenzio di una pornostar, la cui relazione con lo stesso Trump ne avrebbe potuto compromettere la vittoria. La conspiracy, reato consistente nell’accordo per commetterne un altro, non è contenuta in nessuno dei 34 capi. Se ciò in teoria non desta meraviglia, poiché il prosecutor statale, eletto a suffragio universale, ha piena discrezionalità nell’esercitare l’azione penale, nel caso Trump la situazione non è del tutto chiara.

Ci spieghi meglio…

L’indictment è accompagnato da uno “Statement of facts” dello stesso prosecutor, dove questi spiega come i reati contestati dimostrino che l’imputato ha commesso i falsi orchestrando con altri uno schema per influire sulle elezioni del 2016, attuando una condotta criminosa volta a occultare informazioni pregiudizievoli, “comprandole” e impedendone la pubblicazione. Lo Statement sembra il resoconto di un caso “classico” di conspiracy, ma non menziona mai la parola in questione. La ragione sta nel fatto che, per considerare ognuno dei 34 reati nella sua configurazione più grave, basta provare che è stato commesso con l’intenzione di commetterne o occultare un altro, che, però, non dev’essere necessariamente contestato né provato. Presumibilmente l’accusa si riserva di sciogliere il silenzio sulla conspiracy nel prosieguo del processo.

L'ex presidente ha annunciato di voler chiedere lo spostamento del processo da Manhattan a Staten Island. Il sistema penale americano prevede una cosa del genere?

È prevista la “Change of venue”, che sposta il giudizio da una sede ad un’altra, ma è usata molto raramente. Per ogni giudizio è costituita una giuria ad hoc i cui membri, selezionati sorteggiando gruppi di cittadini, sono sottoposti dalla difesa e dall’accusa a domande dirette a verificare l’assenza di pregiudizi, che ne comportano la ricusazione. L’apporto delle parti contrapposte garantisce il carattere più imparziale possibile della giuria, minimizzando l’esigenza di spostare il giudizio.

L'arresto di Trump, appena giunto in Tribunale, ha destato molta curiosità e attenzione. Quando interviene l'arresto nel sistema penale americano?

L’arresto è la modalità tipica dell’inizio del procedimento per gli “Street crimes”: esso può essere disposto per ogni “felony”, reato punibile con pena detentiva superiore ad un anno. Sono più di 10 milioni gli arresti ogni anno, ma l’arrestato, dopo essere stato condotto nella Police station, entro 24- 48 ore è presentato davanti a un giudice che decide nell’ 80% dei casi la sua scarcerazione su cauzione. Circa i “White collar crimes”, per cui raramente si è colti in flagranza, di norma le indagini si svolgono in segreto davanti ad un Grand jury. Solo se questo rinviene elementi idonei per il rinvio a giudizio,

il prosecutor formula l’indictment e viene emesso un ordine di arresto. Così è avvenuto a Trump, posto in arresto,” in custody” presso la polizia di New York, che ha proceduto a “schedarlo”, quindi lo ha condotto davanti al giudice che gli ha formulato i 34 capi d’accusa. Dichiaratosi non colpevole, Trump è stato poi rilasciato.

Il Grand jury che ha incriminato Trump è uno “strumento” del prosecutor o gode di una certa autonomia?

Il Grand jury è un organo collegiale, composto da 23 cittadini scelti per sorteggio. Dura in carica 18 mesi, decide a maggioranza sulla fondatezza dei casi che il prosecutor intende perseguire e indaga in segreto, alla presenza del prosecutor ma non della difesa. Pur dotato formalmente di piena autonomia e fornito di ampi poteri d’indagine, in pratica è manovrato dal prosecutor, che, avendo una previa conoscenza del caso, suggerisce le prove da raccogliere. Non a caso la quasi totalità delle indagini si conclude con un provvedimento, che, accogliendo le richieste dell’accusa, consente l’emanazione dell’indictment.

Il processo penale statunitense è di chiara impronta accusatoria? La difesa ha spazi di azione limitati?

Naturalmente è accusatorio, visto come “duello” tra le parti, ove la parte “debole”, l’imputato, è irrobustita da garanzie costituzionali per controbilanciare i poteri del prosecutor, che, organo pubblico, strutturalmente dispone di risorse superiori. Solo il 5% degli imputati però affronta il dibattimento, in cui il duello è ad armi pari. L’altro 95% sceglie un “Plea bargaining”, negoziando una dichiarazione di colpevolezza in cambio di derubricazioni, archiviazioni parziali, riduzioni di pena, in un contesto in cui è però il prosecutor a decidere se aderire, dettando le regole della “contrattazione”. Quest’ultima comunque comporta la rinuncia al giudizio ove si concentrano i diritti della difesa connessi al sistema accusatorio, che finisce così per assumere uno spazio residuale. Il “vantaggio” del ricorso al “bargaining” è però relativo. Si pensi che nel 2020 erano più di 2 milioni i detenuti definitivi. Ciò dipende, tra l’altro, dall’estrema severità del sistema sanzionatorio e dalla realtà dei negoziati, in cui la difesa spesso “gioca al buio”.

L'arresto dell'ex presidente Usa. Processo Trump, il karma 34 anni dopo: la storia dei “Central Park 5” e la pena di morte invocata dall’uomo d’affari. Valerio Fioravanti su Il Riformista il 9 Aprile 2023

Ho sempre avuto un pregiudizio su Donald Trump, perché conosco da tempo la storia dei “Central Park 5”. Ora ve la racconto. Il 19 aprile 1989 Trisha Meili, 28 anni, bianca, venne stuprata mentre faceva jogging a Central Park. Vennero fermati molti giovani, tra cui Kevin Richardson, Raymond Santana, Antron McCray, Yusef Salaam e Korey Wise. Avevano tra i 14 e i 16 anni, erano 4 afroamericani e un ispanico. Interrogati separatamente, senza avvocati, i 5 adolescenti, con quel meccanismo che ormai conosciamo bene dai telefilm, ritennero che sarebbero stati lasciati in pace se avessero ammesso qualcosa.

Si accusarono l’un l’altro, ma di sé ognuno disse di aver avuto solo un ruolo minore, tipo “tenere la vittima” o “controllare che non arrivasse nessuno”, e nessuno venne indicato come stupratore. E in effetti nessuno dei loro Dna corrispondeva al liquido seminale trovato sulla vittima. Pochi giorni dopo, il 1° maggio 1989, Donald Trump, allora solo un uomo d’affari, acquistò una pagina sui quattro principali giornali di New York, compreso il New York Times, chiedendo di ripristinare la pena di morte e dare più potere alla polizia. Tra le altre cose l’annuncio diceva: “Il sindaco Koch afferma che dovremmo rimuovere l’odio e il rancore dai nostri cuori. Non la penso così. Voglio odiare questi rapinatori e assassini. Dovrebbero essere costretti a soffrire… Sì, Sindaco Koch, voglio odiare questi assassini e lo farò sempre…”.

Considerato che la vittima non era morta i pubblici ministeri non ci pensarono proprio alla pena di morte, avevano altro da organizzare. Per evitare che una giuria potesse notare l’illogicità di 5 semi-confessioni in cui mancava un colpevole “centrale”, il caso venne diviso in due distinti processi e così, nonostante non potessero fare affidamento su nessuna prova fattuale, i procuratori ottennero la condanna degli imputati: 10 anni per i più giovani, 15 anni per Wise, che aveva 16 anni e fu considerato “adulto”. I ragazzini in carcere si comportano bene, e ottennero la libertà condizionale dopo aver scontato chi 6, chi 7, chi 8 anni. Solo “l’adulto” Wise era ancora dentro 12 anni dopo, nel 2002, quando un giovane portoricano, Matias Reyes, condannato all’ergastolo per 5 stupri e l’omicidio di una donna incinta, confessò anche l’aggressione di Central Park. Il Dna corrispondeva, e Reyes specificò di aver agito da solo. Il nuovo procuratore di New York, imbarazzato, ritirò le accuse contro i “5 di Central Park”.

Subito dopo molte persone andarono a manifestare sotto la residenza di Trump, la “Trump Tower”, sulla famosa Fifth Avenue. Uno degli avvocati degli ex minorenni chiese che Trump si scusasse con i ragazzi. Trump, ormai lo conosciamo, non si scusò, e anzi disse “Non mi importa se fanno i picchetti. Mi piacciono i picchetti.” Il 19 dicembre 2002 un giudice li dichiarò formalmente “innocenti”. I ragazzi chiesero un risarcimento, che per 10 anni fu loro negato sulla base che l’errore giudiziario era stato causato anche dalle loro confessioni, e quindi ne erano corresponsabili. Un accordo, per 41 milioni di dollari, fu raggiunto solo nel 2014, dopo una presa di posizione di un nuovo sindaco, Bill de Blasio (di origini italiane). A commento, Trump scrisse ai giornali, insistendo che il risarcimento era una sventura, che i tipi non erano affatto innocenti.

Yusef Salaam, di Harlem, aveva 15 anni quando era stato arrestato nel 1989. Ora è sposato, e ha un figlio e una figlia. È diventato un attivista e “oratore ispirazionale”. Parla contro l’eccessivo uso della carcerazione negli Stati Uniti, e la brutalità della polizia. Ha ottenuto che oggi tutti gli interrogatori di polizia a New York vengano registrati sin dal primo momento e, comprensibilmente, è contrario alla pena capitale. Nei suoi discorsi e libri invita a “ripristinare l’umanità di coloro che sono incarcerati e di coloro che sono calpestati dal sistema giudiziario”. La sua storia è stata raccontata in servizi e documentari, compresa la serie di Netflix When They See Us, prodotta da Oprah Winfrey e Robert Duvall. Ha ricevuto un Lifetime Achievement Award da Obama nel 2016, ed è un dirigente dell’Innocence Project, una importante associazione no profit per i diritti dei detenuti. Sollecitato a commentare la recente incriminazione di Trump, così ha risposto: “Volete una mia dichiarazione su Donald Trump, che non ha mai chiesto scusa per aver chiesto la mia esecuzione? Eccola: Karma”. Accanto a lui il Reverendo Al Sharpton ha aggiunto: “Tutto quello che posso dire è che quello che va, torna”. Valerio Fioravanti

Nuovi guai giudiziari per Donald Trump, trovate nuove prove su documenti Mar-a-Lago. Intanto martedì l’ex presidente degli Stati Uniti d’America è atteso dal gran giurì per il caso della pornostar. Non è un momento felice per il tycoon...Il Dubbio il 3 aprile 2023

Nuovi guai giudiziari in vista per l'ex presidente Usa Donald Trump: il dipartimento Giustizia americano e l'Fbi avrebbero raccolto nuove prove nell'indagine sui documenti top secret trasferiti illegalmente dalla Casa Bianca al resort del tycoon di Mar-a-Lago, in Florida. Lo riporta il Washington Post.

Le nuove prove sarebbero legate a email e messaggi di cellulare inviati da personale dello staff di Trump. L'ex presidente degli Stati Uniti + atteso martedì dal tribunale di New York dove è stato incriminato dal gran giurì per il pagamento in nero, avvenuto nel 2016, per comprare il silenzio di una pornostar, Stormy Daniels, che aveva minacciato di rivelare in piena campagna elettorale la sua breve relazione con il tycoon.

Diretta: Donald Trump incriminato per la vicenda della pornostar Stormy Daniels. L'avvocato: "Dovrebbe consegnarsi martedì". Cnn: oltre 30 capi di accusa. La Repubblica il 31 marzo 2023.

L'ex presidente è nella sua residenza di Mar-a-Lago e non si aspettava l'incriminazione. Le accuse verranno formalizzate la prossima settimana

Donald Trump è stato incriminato dal gran giurì di Manhattan. Le accuse sono legate al pagamento - in cambio del suo silenzio - della pornostar Stormy Daniels, che aveva minacciato di rivelare di aver avuto una relazione con il tycoon durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. È il primo ex presidente incriminato nella storia americana. Immediata la reazione: "Questa è la persecuzione politica e l'interferenza elettorale al livello più alto della storia". Secondo la Cnn a carico di Trump ci sono oltre 30 capi di accusa di frode aziendale.

00:14

Trump ritwitta columnist destra, "Dem vogliono guerra? E sia"

 L'ex presidente Usa, Donald Trump nel pomeirggio, prima della notizia di esser stato incriminato, aveva ripubblicato un editorialista di destra Wayne Allyn Root su Truth Social rilanciando un suo pezzo intitolato "I democratici vogliono incriminare e arrestare il presidente Trump. Vogliono una guerra? Diamogliela"

00:15

Nyt, Trump è Mar-a-Lago, non si aspettava incriminazione

Donald Trump si trova nella sua residenza di Mar-a-Lago nelle ore in cui viene diffusa la notizia della sua incriminazione. Lo riferiscono fonti vicine all'ex presidente al New York Times che ammettono che l'entourage del tycoon è stato colto alla sprovvista e non si aspettava alcuna decisione da parte del Gran Giurì fino alla fine di aprile

00:15

Incriminazione non impedisce a Trump di candidarsi a Casa Bianca

L'incriminazione di Donald Trump non impedirà all'ex presidente di portare avanti la sua nuova candidatura alla Casa Bianca. La fedina penale pulita non è tra i criteri stabiliti dalla Costituzione Usa per candidarsi alla Presidenza. Trump avrebbe potuto essere bandito dall'attività politica solamente in caso di colpevolezza nei due procedimenti di impeachment dai quali è stato assolto.

00:16

Figlio di Trump, incriminazione è un atto politico

L'incriminazione di Donald Trump è "un atto politico" per impedirne la candidatura. Lo sostiene uno dei figli del tycoon, Eric, su Twitter.

00:26

Trump: "L'incriminazione è persecuzione politica e ingerenza nelle elezioni"

"La mia incriminazione è una persecuzione politica e un'ingerenza nelle elezioni". E' la prima reazione di Donald Trump alla notizia di essere stato incriminato.

00:28

Trump: "Caccia alle streghe si ritorcerà contro Biden"

"Questa caccia alle streghe contro di me si ritorcerà contro Biden". Ha detto Donald Trump.

00:51

Trump incriminato, rafforzate misure sicurezza a tribunale New York

Le autorità hanno rafforzato le misure di sicurezza intorno al tribunale di Manhattan, contro eventuali proteste o incidenti legati all'incriminazione di Donald Trump nel caso della pornostar Stormy Daniels. Lo riferisce la Cnn.

00:52

Difesa Trump: accusa formalizzata probabilmente dopo il weekend

 La formalizzazione dell'accusa a Donald Trump davanti ad un giudice per il caso della pornostar Stormy Daniels avverrà probabilmente la prossima settimana: lo ha reso noto uno dei suoi difensori.

00:59

Ex avvocato Trump, non mi pento della mia testimonianza

"Per la prima volta nella storia del nostro Paese è stato incriminato un ex presidente degli Stati Uniti". Lo scrive in un comunicato Michael Cohen, ex avvocato di Donadl Trump e testimone chiave nel caso Stormy Daniels che ha portato all'incriminazione del tycoon. "Non sono felice di rilasciare questa dichiarazione e desidero anche ricordare a tutti la presunzione di innocenza. Tuttavia mi consola pensare che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno un ex presidente. L'accusa di oggi non è la fine di questo capitolo ma l'inizio", prosegue Cohen. "Assumersi la responsabilità è importante e rivendico la mia testimonianza e le prove chh ho fornito alla procura di New York", sottolinea l'ex avvocato di Trump.

01:03

La polizia di New York in massima allerta per possibili incidenti

Tutti i membri in uniforme del dipartimento di polizia di New York devono essere "preparati per il dispiegamento" dopo l'accusa contro Trump, secondo una nota interna della polizia ottenuta dal New York Times. Il promemoria, emesso subito dopo le 17:30 ora locale (le 23.30 in Italia), afferma che tutti i membri devono "rimanere preparati per la mobilitazione in qualsiasi momento".

01:08

McCarthy, da procuratore abuso potere, danno a Usa

"Alvin Bragg ha danneggiato irreparabilmente il nostro Paese nel tentativo di interferire nelle elezioni presidenziali". Lo scrive lo speaker della Camera Usa, il repubblicano Kevin McCarthy, a proposito dell'incriminazione di Donald Trump. "Mentre fa scarcerare regolarmente criminali violenti per terrorizzare il pubblico, Alvin Bragg ha armato il nostro sistema giudiziario contro il presidente Donald Trump", attacca ancora McCarthy. "Il popolo americano non tollererà questa ingiustizia e la Camera terrà conto del suo abuso di potere senza precedenti".

01:18

DeSantis con Trump, Florida non accetterà estradizione

L'arci nemico di Donald Trump, Ron DeSantis, si schiera dalla parte del tycoon incriminato e annuncia che la Florida non lo estraderà. "La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un'agenda politica capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana", scrive su Twitter. "Il procuratore distrettuale di Manhattan, sostenuto da Soros, ha costantemente piegato la legge per declassare i reati e giustificare condotte criminali. Tuttavia, ora sta forzando la legge per prendere di mira un avversario politico", attacca DeSantis sottolineando che la "Florida non risponderà alla richiesta di estradizione".

01:19

Trump potrebbe consegnarsi la prossima settimana

L'ex presidente Trump dovrebbe consegnarsi all'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan all'inizio della prossima settimana, ha detto a NBC News il suo avvocato Joe Tacopina. Due fonti vicine all’ex presidente anche aggiunto che gli avvocati di Trump sono già in contatto con i pubblici ministeri e si aspettano che venga fissata l’udienza preliminare la prossima settimana.

01:58

Avvocato Trump, incriminazione non ha fondamento legale

L'incriminazione nei confronti di Donald Trump "manca completamente di basi legali". Lo afferma uno degli avvocati dell'ex presidente, Chris Kine, che parla di "punto più basso nella storia del nostro sistema giudiziario".

02:40

Avvocato, Trump dovrebbe consegnarsi martedì

Donald Trump potrebbe consegnarsi alle autorità di Manhattan martedì prossimo per la formalizzazione delle accuse a suo carico dopo l'incriminazione nel caso Stormy Daniels. Lo riferisce al New York Times uno dei suoi avvocati, Susan R. Necheles.

02:42

Trump: "A New York impossibile processo giusto"

L'ex presidente Usa, Donald Trump, ha dichiarato di non poter avere un processo giusto a New York, commentando la sua incriminazione per il pagamento di 130.000 dollari a un'attrice porno nel 2016. "Hanno portato - ha scritto su Truth Social - questa accusa falsa, corrotta e vergognosa contro di me solo perchè sto con il popolo americano e sanno che non posso avere un processo equo a New York".

03:13

Trump: "Contro di me un'accusa falsa e corrotta"

Donald Trump sostiene che a New York non può avere un processo giusto. "Hanno portato questa accusa falsa, corrotta e vergognosa contro di me - ha scritto su truth social - solo perché sto con il popolo americano e sanno che non posso avere un processo giusto a New York".

03:20

Cnn: Trump deve affrontare 30 capi accusa di frode aziendale

 L'ex presidente Donald Trump deve affrontare oltre 30 capi di accusa di frode aziendale nell'inchiesta da parte della procura di Manhattan. Lo riferiscono due fonti alla Cnn.

05:21

Trump all'Abc: "L'incriminazione è un attacco al nostro paese"

Questo è un attacco al nostro paese", è "una persecuzione politica" e "stanno cercando di avere un impatto sulle elezioni". Così l'ex presidente Usa Donald Trump dopo aver appreso la notizia della sua incriminazione da parte del gran giurì di Manhattan. Le sue parole sono state riportate da un giornalista dell'emittente televisiva Abc che lo ha intervistato al telefono.

05:47

Leader del Partito Repubblicano: "Questo è un vodoo legale"

Il senatore Lindsey Graham, uno dei leader del Partito Repubblicano, ha definito l'incriminazione di Donald Trump "vodoo legale". "Questa - ha dichiarato in un'intevista a Fox News - è una persecuzione politica, è la combinazione di odio politico e persecuzione selettiva. Un vodoo legale". Graham ha chiesto poi agli elettori repubblicani di donare per la campagna di Trump.

Estratto dell'articolo di bess Levin per vanityfair.it il 31 marzo 2023.

Una delle conseguenze più evidenti del periodo trascorso da Donald Trump alla Casa Bianca […] era che l'allora first lady, Melania Trump, lo disprezzava assolutamente. E sembra che questi sentimenti non siano cambiati […]

Secondo un nuovo rapporto, Melania è ancora «arrabbiata» con il marito per la presunta relazione con la pornostar Stormy Daniels, che ha portato a un'incriminazione da parte dell'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan, grazie ai soldi pagati per far tacere la Daniels nel 2016. […] i suoi sentimenti negativi nei suoi confronti sembrano essere così profondi che non sembra importarle nulla se lui viene accusato penalmente. L'ex first lady, ha riferito una fonte a People, «vuole ignorare» l'intera faccenda e «spera che passi», ma «non è solidale con la situazione di Donald».

Non solo, ma secondo la stessa fonte, l'ex FLOTUS non sarebbe affatto turbata se il suo consorte passasse del tempo dietro le sbarre: «Melania ama il bel tempo e l'atmosfera da città di villeggiatura di Palm Beach», ha detto questa persona alla giornalista Linda Marx, «È felice quando è a Palm Beach. Ha suo figlio e altri familiari stretti. Sono una tribù e di solito restano uniti. Nonostante ciò che accade a Donald, lei starà bene. Si prende cura di se stessa».

[…] Secondo il New York Post gli ex consiglieri presidenziali senior Ivanka Trump e Jared Kushner «non vogliono avere nulla a che fare con questo. Se ne stanno alla larga e non vogliono essere perseguitati dai giornalisti. Non credo che li vedrete difenderlo, sarà un no comment» (a novembre, nonostante le suppliche di quest'ultimo, Ivanka si è rifiutata di presentarsi all'annuncio della terza candidatura del padre, affermando poi in una dichiarazione ufficiale che non avrebbe partecipato alla sua campagna).

[…]

(ANSA il 31 marzo 2023) - Dagli abusi subiti da bambina al 'palcoscenico' mondiale. Stormy Daniels, il nome in arte di Stephanie Clifford, non ha probabilmente mai immaginato neanche da lontano che un giorno sarebbe divenuta un volto noto per milioni di persone e la donna in grado di far cadere Donald Trump, rendendolo il primo ex presidente incriminato della storia americana.

Nata a Baton Rouge, in Louisiana, Clifford è cresciuta in una diroccata casa di campagna. La sua - ha raccontato nel libro 'Full Disclosure' - è stata un'infanzia di povertà e abusi fin da quando aveva solo nove anni. Mentre frequentava il liceo era già una spogliarellista, muovendo così i primi passi in quell'industria del porno che ha scalato fino al vetta ricevendo premi come regista, scrittrice e star. Proprio nel suo ruolo di pornostar Clifford ha incontrato nel 2006 Donald Trump, che allora era da poco sposato con Melania ed era da poco divenuto papà di Barron.

 Trump era un gigante del settore immobiliare e una star del piccolo schermo con The Apprentice. La scintilla della passione fra i due è scoccata subito: l'allora sessantenne Trump notò la giovane bionda dirompente con occhiali da sole Chanel e la invitò prima a cena e poi nella sua camera.

La loro relazione era così ufficialmente iniziata: i due si incontrano diverse altre volte, Trump le telefonò da un numero privato in diverse occasione chiamandola 'Honeybunch' e le promise ripetutamente di farla apparire su 'The Apprentice'. Dopo mesi Clifford non gli ha più risposto. Nel 2016, dopo la candidatura di Trump, la pornostar ha cercato di vendere la storia della sua relazione con il papabile presidente ai media e ai tabloid, inizialmente senza alcun successo.

 Poi però la pubblicazione dei fuori onda di 'Access Hollywood', in cui Trump descriveva con un linguaggio volgare la sua visione del sesso e come toccava le donne, rese la storia di Stormy Daniels ben più attraente. Fu allora che l'ex legale e fixer di Trump, Michael Cohen, propose a Stormy Daniels 130.000 dollari in cambio del suo silenzio, e la donna accettò firmando l'accordo sul set del suo ultimo film da pornostar. Un pagamento sul quale ora Trump è stato incriminato dal Gran Giurì di New York.

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” il 31 marzo 2023.

[…] Il gran giurì ha ritenuto credibile il racconto dell’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, che già nel 2018 aveva ammesso di aver anticipato 130mila dollari per comprare il silenzio dell’attrice, il cui vero nome è Stephanie Clifford. La donna aveva raccontato in più occasioni, e in più anni, di aver fatto sesso con Trump nel 2006, dopo averlo incontrato a un torneo di golf pervip in Nevada. Stormy era entrata nei dettagli, raccontando che tutto “era durato tre minuti”. […]

Estratto dell’articolo di Gabriele Fazio per agi.it – 19 settembre 2018

 Quando la pornostar Stormy Daniels ha annunciato la pubblicazione di “Full Disclosure” qualcuno alla Casa Bianca avrà tremato.

 […]  Invece il sospetto è che alla fine gli unici problemi che la Daniels provocherà a Trump saranno quei risolini sotto i baffi che difficilmente da oggi in poi chi incontrerà il Presidente degli Stati Uniti riuscirà a trattenere.

 Il Guardian ha pubblicato in anteprima alcuni passaggi del romanzo e in realtà ciò che si è intuito è che l’opera […] rivela dettagli che forse avremmo preferito non conoscere mai, dettagli che certamente non ci permetteranno di guardare più Trump con gli stessi occhi. “Sa di avere un pene insolito. È come un grosso fungo, un fungo velenoso.... Ero sdraiata lì, infastidita dal fatto che stavo avendo un rapporto sessuale con una persona con il pube da Yeti e i genitali come il fungo di Mario Kart”.

Trattasi del simpatico Toad, forse l’ultimo dei personaggi che avremmo mai pensato potesse essere coinvolto in una storia di sesso e politica ai più alti livelli. […

Ira Trump: "Il giudice mi odia". E raccoglie 4 milioni in 24 ore. Boom di fondi dopo l'incriminazione. Caccia alla foto segnaletica. Che sarà l'immagine-icona delle elezioni. Valeria Robecco il 2 aprile 2023 su Il Giornale.

Dopo il procuratore distrettuale che lo ha incriminato, nel mirino di Donald Trump finisce il giudice che dovrebbe presiedere un eventuale processo. E intanto l'ex presidente americano sbanca la raccolta fondi. «Mi odia», ha scritto su Truth il tycoon in riferimento a Juan Manuel Merchan, il magistrato che dovrebbe esaminare il suo ruolo nel pagamento all'ex pornostar Stormy Daniels per comprarne il silenzio su una loro passata relazione. Il togato ha presieduto già il processo contro due società della Trump Organization e il loro ex chief financial officer, Allen Weisselberg, uno dei consiglieri più fidati di The Donald, sta anche supervisionando il procedimento per frode e riciclaggio contro Steve Bannon, l'ex capo stratega di Trump. «È un tribunale fantoccio», ha tuonato l'ex inquilino della Casa Bianca, che nel frattempo venerdì ha lanciato una nuova raccolta fondi chiamata «Rumored Details of My Arrest», indiscrezioni e dettagli sul mio arresto. Nelle sole ventiquattr'ore «successive alla persecuzione politica senza precedenti del procuratore di Manhattan Alvin Bragg ha raccolto oltre 4 milioni di dollari», ha riferito la sua campagna elettorale, accusando nuovamente il procuratore di una «palese interferenza contro il principale candidato presidenziale repubblicano». «Oltre il 25% dei fondi proviene da nuovi donatori», ha sottolineato ancora lo staff di Trump, il quale può contare sull'appoggio dei repubblicani, il 75% dei quali, stando a un sondaggio di Quinnipiac University, non ritiene che debba rinunciare alla corsa presidenziale.

Sono già in tanti, peraltro, a scommettere che la doppia foto segnaletica che verrà scattata a Trump, e quasi certamente sarà resa pubblica, diventi un'icona della campagna di Usa 2024. Il tycoon da parte sua ha intenzione di sfruttare al massimo l'occasione di mostrarsi come vittima di una persecuzione politica e insieme ai suoi alleati crede che le accuse penali portino un vantaggio politico, almeno in una corsa alle primarie. Infatti, l'ex presidente ha trascorso gran parte delle ultime due settimane, sia sui social media che durante il comizio in Texas, a cercare di amplificare l'indignazione tra i suoi sostenitori. Secondo diversi osservatori la sua strategia sarà quella di trascinare il procedimento il più avanti possibile nella corsa alla Casa Bianca. «Faranno tutto il possibile per ritardare, ritardare, ritardare», ha detto al sito «Politico» Catherine Christian, che ha alle spalle un'esperienza trentennale nell'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan e ora è un avvocato difensore.

La prima indicazione della posizione di Trump arriverà probabilmente martedì, quando verrà fissata una scadenza per le varie mozioni, e a ciò seguirà una serie relativamente rigida di rinvii per le altre fasi del caso. Una di queste scadenze sarà all'inizio di maggio, quando l'ufficio del procuratore distrettuale dovrà fornire tutti i documenti e le prove pertinenti al team legale dell'ex presidente. Nella Grande Mela, intanto, è stata rafforzata da giorni la sicurezza al tribunale di Lower Manhattan dove il tycoon si presenterà martedì pomeriggio: i 36mila agenti della polizia di New York sono in stato di «allerta», anche se proprio il dipartimento ha detto che non ci sono «al momento minacce credibili» per la città.

Non ne è convinta invece la 44enne pornostar che ha fatto cadere The Donald: la sua incriminazione «è monumentale, epica, e sono fiera di me - ha detto al Times -. Ma l'altro lato della medaglia è che ho paura, lui aizza le persone contro di me. E questo evento dividerà ulteriormente gli americani». «Non è più un intoccabile. Se l'è già cavata una volta dopo aver aizzato alla rivolta e creato il caos - ha aggiunto Stormy Daniels -. Quale che sia l'esito dell'accusa penale ci saranno violenza, feriti e morti». Per ora i manifestanti pro o contro Trump scesi in strada sono stati poche decine, ma tra due giorni i suoi sostenitori, tra cui la deputata repubblicana (vicina al movimento cospirazionista QAnon) Marjorie Taylor Greene, hanno pianificato di manifestare fuori dal tribunale.

Estratto dell'articolo di Luca Baccolini per repubblica.it il 4 aprile 2023.

Alla caffetteria Lo Spallino, dove dicono ci sia il miglior spritz di Ferrara, non serve molto tempo per orientarsi: chi sia di casa lo dice il volto di Joe Tacopina, dipinto direttamente sulla vetrata accanto alla statua della libertà. […]

Il problema è che a Ferrara, quarta avventura sportiva di Tacopina dopo Roma, Bologna e Venezia, il format sembra non funzionare più. Lo dice la classifica: terzultimo posto a cinque punti dalla zona play out, la miseria di 29 punti in 31 partite ottenuti con tre allenatori diversi, di cui due campioni del mondo, ovvero Daniele De Rossi, preso alla nona giornata e silurato alla 24°, e Massimo Oddo, che fin qui però ha raccolto solo cinque punti in sette partite, […]

 Che Tacopina sia abituato all'altalena del destino lo dice la sua biografia: nato nel Bronx il 14 aprile di 57 anni fa da un emigrante italiano, ora domina l'orizzonte di Manhattan dal 49° piano del suo studio sulla Madison Avenue condiviso con i colleghi Seigel e DeOreo. Studio che in questi giorni sta partecipando in prima linea al pool difensivo di Donald Trump, ora ufficialmente incriminato per 34 capi d'accusa […].

Non è la prima volta che Tacopina viene coinvolto nella consulenza legale di un personaggio da prima pagina. Sulla sua scrivania di Manhattan, a 15 minuti a piedi dalla Trump Tower, campeggia ancora il suo ritratto mentre scandisce un'arringa difensiva al fianco di Michael Jackson; suoi clienti sono stati anche il rapper Jay-Z, l'attore Lillo Brancato e l'ex giocatore di baseball Alex Rodriguez, che grazie a Joe si vide condonate in appello più di 50 partite di squalifica […].

 […] Il "New York Times" ha scritto che Trump sembra fidarsi molto di lui. "Joe è un lottatore", avrebbe confidato il tycoon, che conta molto sulla combattività e sulla mediaticità del suo nuovo difensore, a cui s'accompagna da settimane "la mente", ovvero Susan Necheles, peso massimo del foro di New York.

Ma mentre le quotazioni da avvocato hanno raggiunto l'apice della popolarità, quelle da imprenditore calcistico stanno pericolosamente vacillando. E così a Ferrara ci si sta chiedendo con preoccupazione quale sia il destino di una squadra il cui presidente è finito dentro al più importante processo degli Stati Uniti degli ultimi dieci anni. La serie A, promessa come un mantra, non è mai stata così lontana.

DAGONEWS il 4 aprile 2023.

Mentre gli Stati Uniti sono con il fiato sospeso per il possibile arresto di Donald Trump, tutti continuano a chiedersi: dovrà posare per la foto segnaletica? C’è chi pensa che gli verranno risparmiate sia le manette sia la foto che potrebbe diventare una delle immagini più significative del 21° secolo.

 Da Jane Fonda e OJ Simpson a Hugh Grant e l'ex senatore degli Stati Uniti John Edwards, le foto segnaletiche rivelano come grandi star e personaggi influenti siano finiti davanti all’obiettivo.

Jane Fonda finì in cella per possesso di droga. Le accuse poi si rivelarono false. Hugh Grant fu accusato di aver pagato una prostituta per del sesso orale in macchina. David Bowie fu arrestato per possesso di marijuana e Steve Mcqueen finì dietro le sbarre per guida in stato di ebbrezza. La foto di Elvis è in realtà un falso: accettò di posare davanti all’obiettivo per una sua foto segnaletica dopo un invito alla caserma di Cleveland per ricevere un distintivo onorario nel 1970. Jimi Hendrix e Mick Jagger finirono dentro per droga.

 Al Pacino venne accusato di possesso illegale di arma, ma poi le accuse vennero ritirate. Tra i volti, alcuni irriconoscibili, c’è anche quello di una giovanissima Cher, arrestata a 13/14 anni dopo aver preso la macchina di una sua amica per andare in un drive-in di Los Angeles.

Nel 1938 Frank Sinatra venne arrestato per l’arcaico reato di “seduzione”.  Anche Lenin ebbe la sua foto segnaletica: nel dicembre 1895 fu arrestato per aver tentato di arruolare lavoratori per la causa marxista. Fu imprigionato per un anno e poi esiliato in Siberia per tre anni.

Trump in tribunale si dichiara "non colpevole". Panorama il 4 aprile 2023.

L’ex presidente e Tycoon è arrivato in tribunale alle 20.15 dove in un'ora gli sono stati letti i 34 capi di imputazione Redazione Panorama Trump in tribunale si dichiara "non colpevole"

Ufficialmente in arresto. Donald Trump è arrivato al tribunale di Manhattan dove il giudice Juan Merchan gli ha letto i 34 capi d'accusa nel caso Stormy Daniels. "Oggi è il giorno in cui un partito politico al potere arresta il suo principale oppositore per non aver commesso alcun crimine" ha scritto il tycoon ed ex Presidente ai suoi sostenitori in un’email sottolineando come questa “caccia alle streghe” dovrebbe essere “spostata dal tribunale di Manhattan a quello di Staten Island” per un giudizio più imparziale. All'ex presidente non sono state messe le manette né fatte foto segnaletica (come richiesto dallo stesso Trump) e in generale, secondo indiscrezioni riportate da Yahoo News, gli sarà risparmiato il tradizionale trattamento riservato ai criminali comuni. I capi di accusa contro Trump sono 34, fra i quali cospirazione, falsificazione di documenti aziendali e di aver pagato anche una seconda donna, Karen McDougal, ex modella di Playboy con la quale avrebbe avuto una relazione. Avrebbe inoltre pagato anche uno dei portieri della Trump Tower che sarebbe a conoscenza del fatto che Trump avrebbe avuto un figlio da una relazione extra matrimoniale.. La difesa di Trump potrebbe avanzare varie istanze chiedendo, oltre al trasferimento del processo per motivi 'ambientali, la ricusazione del giudice (che ha già trattato due casi legati al tycoon e al suo entourage) o invocando i termini di prescrizione. Uscito dal tribunale Trump sta facendo ritorno nella sua tenutasi Mar a Lago dove potrebbe parlare nella notte

Trump, show al processo (senza Melania): «Non pensavo che qualcosa del genere potesse accadere in America». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 5 aprile 2023.

L’ex presidente ha parlato sul palco allestito a Mar-a-Lago: la moglie Melania non era al suo fianco

Poche ore dopo essere apparso come imputato presso il tribunale penale di Manhattan, Donald Trump ha definito la sua incriminazione «un insulto al Paese». Ha attaccato nuovamente il procuratore distrettuale Alvin Bragg, come pure il giudice che sovrintende al caso, Juan Merchan - e i familiari di entrambi - durante il suo comizio serale a Mar-a-Lago.

«Non pensavo che qualcosa del genere potesse accadere in America – ha detto l’ex presidente, candidato alla Casa Bianca per il 2024 -. L’unica mia colpa è stata difendere senza paura il Paese da coloro che vogliono distruggerlo». Poi se l’è presa con la moglie del giudice Merchan (accusando entrambi di odiare Trump) e anche con la figlia, Loren, 34 anni, che lavora per un’azienda progressista e che ha lavorato come direttrice digitale della campagna elettorale di Kamala Harris nel 2020.

L’ex presidente ha attaccato anche il procuratore Bragg, un democratico, dicendo che, sin dalla sua campagna elettorale promise di «colpire Trump» e sostenendo che la moglie di Bragg, in un tweet, ha detto di sperare che venga incastrato dal marito. L’ex presidente ha invece elogiato i propri figli. Era circondato da molti alleati di sempre – il consigliere Roger Stone, il venditore di cuscini Mike Lindell, i deputati Marjorie Taylor Greene e Matt Gaetz - ma, dopo tanto parlare delle mogli degli altri, era inevitabile notare che sua moglie, Melania, non era al suo fianco. Se lo fosse stato, avrebbe potuto aiutarlo in un caso che coinvolge presunte relazioni extraconiugali.

In tribunale, la procura aveva presentato al giudice una serie di post di Trump, pubblicati sui social, definendoli «istigazione alla violenza»: come quando ha parlato di «morte e distruzione» come conseguenza della sua incriminazione. La procura ha anche segnalato post contro specifici individui (in uno di essi cui c’era una immagine di Bragg e un’altra di Trump con una mazza da baseball in mano). La difesa aveva affermato che sono il frutto della «frustrazione» di un uomo «perseguitato».

Il giudice aveva detto di essere contrario a un «ordine di bavaglio» per Trump (che comunque non è stato ancora chiesto), dal momento che il Primo emendamento della Costituzione (il diritto alla libertà di espressione) è fondamentale, specialmente per un candidato alla presidenza. Ma il giudice Merchan aveva anche fatto una specifica richiesta a Trump in tribunale: «Per favore, eviti di fare dichiarazioni che possano incitare alla violenza o alla rivolta» e «mettere a rischio l’applicazione della legge». Trump, invece, nel suo discorso ha ripetuto, come nei giorni scorsi, le accuse al giudice e al procuratore, la cui condotta ha paragonato a quella in atto «nell’Unione sovietica».

Dopo la pubblicazione delle 16 pagine dell’incriminazione, molti commentatori di destra ma anche di sinistra hanno osservato che si tratta in qualche modo di accuse lacunose e non particolarmente solide. Trump ha sottolineato questo aspetto, ma non si è fermato qui. Ha rivolto accuse anche agli altri procuratori che indagano su di lui: il procuratore speciale Jack Smith che conduce l’inchiesta del dipartimento di Giustizia sui documenti classificati tenuti a Mar-a-Lago (definito «lunatico»); l’attorney general Letitia James a Manhattan, accusata di aver fatto campagna elettorale promettendo di far fuori Trump; la procuratrice della Georgia accusata di aver montato un caso a partire da una telefonata che lui ha definito ieri «perfetta» (al segretario di Stato Raffensberger nella quale gli chiedeva di «trovare i voti» mancanti per permettergli di vincere le elezioni del 2020).

«Sono indagini che dovrebbero essere subito archiviate», ha detto Trump, sostenendo che Hillary Clinton e Joe Biden hanno fatto molto peggio, ma nel loro caso «non importa» perché «il sistema giudiziario è diventato illegale». Alcuni osservatori leggono in tali dichiarazioni dell’ex presidente una preoccupazione per altre incriminazioni future, che potrebbero rivelarsi più pericolose per lui di quella legata a Stormy Daniels e agli altri “pagamenti”. Il discorso di Trump è stato anche pieno di digressioni sul «Paese in declino», di bugie sulla sua vittoria nel 2020 e di predizioni apocalittiche sull’imminente guerra nucleare.

A Mar-a-Lago, lo scorso novembre, Trump tenne il discorso che lanciò la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2024. Allora, si presentava come un candidato per la nomination repubblicana. Ieri, invece, dallo stesso luogo, è come se Trump abbia ri-lanciato la sua corsa, ma stavolta da “frontrunner” del partito, da favorito che ha distaccato tutti, forse proprio grazie all’incriminazione, almeno per ora.

(ANSA il 10 aprile 2023) - Melania Trump ricompare in pubblico per la prima volta dall'incriminazione dell'ex presidente Donald Trump a New York per il caso dei presunti pagamenti alla pornostar Stormy Daniels. L'ex first lady e il marito sono stati visti insieme per il pranzo di Pasqua nel club di Mar-a-Lago, in Florida.

 In un video postato su Instagram si notano gli altri commensali che li accolgono con una standing ovation nella sala da ballo di Mar-a-Lago dove i due sono seduti al consueto tavolo. Melania e' rimasta in silenzio per tutta la settimana e non è comparsa al fianco del marito ne' a New York ne' durante il suo discorso una volta tornato in Florida. Ha fatto solo una breve apparizione sui social media ieri con un messaggio per augurare una Buona Pasqua.

La mano, il sorriso, l'accordo prematrimoniale: la verità su Melania Trump. Da tempo si rincorrono voci secondo cui Donald e Melania Trump condurrebbero vite separate da tempo e il loro sarebbe solo un matrimonio di interesse. Francesca Rossi su Il Giornale il 17 Aprile 2023

Tabella dei contenuti

 Melania non dà la mano a Donald

 Il sorriso di Melania

 Una donna di carattere

 Accordo prematrimoniale

 L’assenza di Melania

 L’enigma continua

Melania Trump è un personaggio tanto affascinante quanto enigmatico. La sua espressione apparentemente distaccata, riluttante supera di gran lunga la proverbiale impassibilità dei Windsor. L’ex First Lady avrebbe posto un limite invalicabile (o quasi) tra sé e gli altri, in particolar modo i curiosi e i paparazzi. La battaglia giudiziaria appena intrapresa da Donald Trump ha riportato Melania al centro della scena mondiale, scatenando pettegolezzi e interpretazioni, più o meno credibili, sul suo silenzio di fronte ai guai del marito, sulle sue assenze reputate strategiche, sul suo atteggiamento a metà tra una sfinge e un monaco zen. Per la verità il gossip sulla signora Trump tiene banco da anni e c’è addirittura chi sostiene che il suo matrimonio sarebbe naufragato da tempo per colpa dell’ingombrante e un tantino esuberante Donald.

"L'ha implorata". Melania Trump torna in pubblico con il marito Donald

Melania non dà la mano a Donald

Il linguaggio del corpo di Donald e Melania sarebbe il dettaglio fondamentale su cui sono state costruite le teorie relative a una presunta unione di facciata. In particolare ci sarebbero alcuni episodi emblematici su cui sono state formulate diverse ipotesi: nel 2017, durante la visita in Israele, il tycoon tentò di prendere la mano della moglie, ma quest’ultima la ritirò improvvisamente, con un gesto quasi di stizza (a tal proposito l'esperta di linguaggio del corpo Patti Wood ipotizzò che la signora Trump non volesse essere "trattata come una bambina"). Quando l’Air Force One atterrò a Roma, nello stesso anno, Donald riprovò ad allungare la manina verso Melania, per aiutarla a scendere dalla scaletta. Di nuovo picche.

Stesso copione nel 2018, all’arrivo dell’Air Force One a Mar-a-Lago, in Florida. Un episodio simile si è ripetuto anche nel 2020, sempre sulla scaletta dell’aereo presidenziale, quando Melania avrebbe rifiutato per ben due volte di dare la mano al marito. In realtà, però, almeno in quest’ultimo caso, sembra che il vero colpevole sia stato il vento: l'allora First Lady, preoccupata di chiudere lo spacco della gonna, non si sarebbe nemmeno accorta del gesto affettuoso di Donald. Prova ne sarebbe il fatto che, una volta scesi dalla scaletta, i due hanno camminato mano nella mano.

Gli esperti di linguaggio del corpo hanno evidenziato, negli anni, una certa distanza tra i due, forse imposta proprio da Melania, che in alcuna occasioni sarebbe apparsa anche piuttosto tesa, non proprio a suo agio. Basta per dire che i due non siano più una coppia e che non vi sia accordo tra loro? La risposta è no.

Il sorriso di Melania

Uno dei grandi misteri legati all’ex First Lady riguarda il suo raro sorriso. Gli esperti hanno cercato di comprendere la ragione dietro la sua espressione spesso molto seria, chiedendosi se non si tratti di un sintomo di infelicità (che sarebbe causata da Donald). Solo il sorriso della Gioconda ha sollevato più perplessità. A ben guardare, però, sia la “mano negata” a Donald, sia il volto in apparenza cupo di Melania potrebbero essere manifestazioni della sua riservatezza, che non sarebbe solo un tratto caratteriale, ma anche culturale. Non dimentichiamo, infatti, che la signora Trump è originaria della Slovenia. A tal proposito, nel gennaio 2020, la giornalista Kate Bennett spiegò: “Mantenere un sorriso di circostanza non è mai stata una cosa da Melania. Lei non è stata falsa né durante la campagna elettorale, né come First Lady…Molte volte le persone mi chiedono…Perché sembra così arrabbiata’?...Ciò che la maggior parte delle persone non capisce è l’eredità culturale di Melania e il Paese nel quale è nata. In Slovenia i sorrisi di circostanza non sono ben visti”.

Lei è lontana, lui la dimentica. Melania è la grande assente. Il peso politico di un divorzio

Una donna di carattere

Discrezione non è sinonimo di debolezza o di timidezza. Melania Trump sarebbe una donna molto forte e lo ha dimostrato in diverse occasioni. Per esempio, durante la pandemia, invitò gli americani a indossare le mascherine attraverso un messaggio sui suoi social, contraddicendo apertamente il marito che, riportarono i giornali, di mascherine non voleva proprio sentir parlare. Se andiamo ancora più indietro nel tempo, nel 2018, troviamo l’allora First Lady impegnata a criticare le scelte politiche di Trump nei confronti degli immigrati provenienti dal Messico, in special modo della situazione riguardante i bambini separati dai loro genitori al confine. Il capo dello staff di Melania, Stephanie Grisham, disse alla Cnn che la signora Trump “odia vedere bambini separati dalle loro famiglie e spera che entrambi gli schieramenti possano alla fine unirsi per ottenere una riforma migratoria di successo”. Divergenze d’opinione su questioni importanti, certo, ma neppure questo basta per dire che Melania e Donald non siano una coppia.

Accordo prematrimoniale

Tra Donald e Melania Trump ci sarebbe un accordo prematrimoniale che l’ex First Lady avrebbe rinegoziato tra il 20 gennaio e il 12 giugno 2017, mentre il marito entrava alla Casa Bianca. In quel frangente Melania avrebbe chiarito che sarebbe rimasta nella Trump Tower fino alla fine dell’anno scolastico del figlio Barron. I giornali pensarono che questa lontananza fosse il preludio del divorzio. Invece, come racconta il libro “The art of her deal. The untold story of Melania Trump”, di Mary Jordan, sembra che in quei mesi la signora Trump abbia dato al marito un ultimatum: se voleva che andasse a vivere con lui alla Casa Bianca doveva assicurarle che Barron sarebbe entrato nella gestione degli affari di famiglia al pari dei fratelli. L’accordo sarebbe stato raggiunto. Non sappiamo quale sua la verità sul rapporto tra Donald e la moglie, ma una cosa pare certa: Melania starebbe tentando di proteggere il figlio e assicurare che non rimanga ai margini dell’impero Trump.

"Melania pensa al divorzio": quelle voci dietro i silenzi dell’ex First Lady

L’assenza di Melania

Lo scorso 4 aprile, quando Donald Trump fece il suo ingresso nel tribunale di Manhattan, per difendersi da ben 34 capi d’accusa, Melania non era con lui. A parte un rapido avvistamento alla Trump Tower, quello stesso giorno, la signora Trump sembrava essere svanita nel nulla. La sua assenza alimentò il gossip su un possibile divorzio, sulla “rabbia” causata dalle relazioni extraconiugali del marito. Ma il 9 aprile, giorno di Pasqua, a sorpresa Melania è ricomparsa a pranzo con Donald nel club di Mar-a-Lago. Qualcuno ha detto che l’ex presidente avrebbe “implorato” il suo aiuto e la sua presenza, altri sostengono che l’ex First Lady non avrebbe alcuna intenzione di supportare il tycoon, altri ancora che, al contrario, starebbe facendo di tutto per stargli accanto.

L’esperta di linguaggio del corpo Judi James ha un’opinione ben precisa della dinamica di coppia dei Trump. Analizzando il video del pranzo pasquale, la James ha rivelato al Daily Mail: “La scelta dei posti a sedere suggerisce vicinanza e anche un desiderio di contatto mentre parlano e mangiano…una coppia impegnata in una conversazione intensa e animata in un modo che raramente abbiamo visto mentre erano alla Casa Bianca". L’esperta ha proseguito: “Piuttosto che sedersi a una fredda e impersonale distanza o anche uno di fronte all’altra, in modo poco impegnativo, hanno scelto di sedersi fianco a fianco al tavolo altrimenti vuoto”.

Judi James ha analizzato anche le espressioni e i movimenti dei due: “Ci sono segnali [che indicano] il desiderio di essere anche più vicini. La mano destra di Trump, quando parla, è allungata in direzione di Melania, mentre Melania si sporge in avanti verso suo marito per ascoltare”. L’esperta ha messo in evidenza l’aria sorpresa della signora Trump, forse per qualcosa che ha detto il marito. La coppia, però, non stava litigando, altrimenti "la distanza tra loro sarebbe aumentata, invece di diminuire”.

Melania e l'audio segreto "Mi faccio c... per Natale ma a chi è che importa?"

L’enigma continua

È impossibile dire quali siano esattamente i rapporti tra i coniugi Trump. C’è chi ipotizza che il loro sia amore, chi sostiene che dormano addirittura in stanze separate. Nel 2020 Mary Jordan, rispondendo alla domanda del Guardian“Donald e Melania Trump sono innamorati?”, ha risposto così: “L’amore è complicato e l’amore dei Trump è estremamente complicato. Non conosco nessuna coppia che trascorra così tanto tempo separata. Sono spesso nello stesso edificio, ma non vicini l’uno all’altra”. Quando Trump era presidente degli Stati Uniti “[Melania] andava raramente nella West Wing. Non le piace il golf. Ha la sua piccola spa. Le piace stare da sola. Lei è una persona solitaria. Lui è una persona solitaria. Sono perfettamente felici di stare separati” ma “[Melania] è la prima persona che [Donald] chiama dopo un discorso o un comizio, perché si fida di lei…hanno una relazione inusuale”.

La pornostar, la modella e il portiere, i 34 capi d’accusa contro Trump. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 5 aprile 2023.

 All’ex presidente contestato il reato di falso in bilancio: avrebbe nascosto i pagamenti alle due donne e all’usciere, versati perché non parlassero durante la campagna elettorale del 2016. «Una cospirazione per alterare il voto»

Falsificazione dei bilanci in 34 punti per tre versamenti fatti per bloccare informazioni negative che avrebbero potuto danneggiare la sua campagna elettorale 2016: 130 mila dollari dati a Stormy Daniels per comprare il suo silenzio su una relazione sessuale di alcuni anni prima; 150 mila dollari a Karen McDougal, star di Playboy, per motivi analoghi; 30 mila fatti avere a un portiere della Trump Tower attraverso un giornale «amico», il National Enquirer, per smettere di accusarlo di aver avuto un figlio da una domestica. Ruotano attorno a questi tre versamenti i 34 capi d’imputazione contestati ieri dalla Procura di New York a Donald Trump (che si è dichiarato non colpevole).

Non ci sono novità sostanziali rispetto a quanto già noto da anni: il procuratore Alvin Bragg, incalzato dai giornalisti, ha spiegato di aver agito ora perché sono stati acquisiti elementi probatori più precisi e perché New York, capitale degli affari, non può tollerare perdite di credibilità su questo fronte. Va punito chiunque falsifica le comunicazioni sociali e commette reati fiscali. Ma perché il falso, in sé un «misdemeanor» (un reato minore punibile con una pena massima di un anno) è stato trasformato in «felony», sia pure di classe E, la più leggera (pena massima di 4 anni)?

La Procura spiega che la violazione dell’articolo 175 della legge penale dello Stato di New York è stata collegata a un reato più grave perché il falso in bilancio è stato perpetrato in congiunzione di un altro reato: la violazione della legge sui finanziamenti elettorali (con conseguenti interferenze sul voto del 2016) a suo tempo contestata all’allora avvocato di Trump, Michael Cohen.

I dubbi che rimangono su tempi e consistenza del caso, il meno rilevante dei reati dei quali è sospettato, offre a Trump un vantaggio in termini politici e di comunicazione: può provare a usare la narrativa messa in campo contro l’incriminazione di New York — perseguitato da giudici militanti della sinistra radicale per un reato inesistente o minore — anche quando arriveranno incriminazioni per reati ben più gravi.

Ce ne sono almeno altre due in arrivo: una ormai pressoché certa, per il tentativo di Trump di cambiare l’esito del voto in Georgia e l’altra federale per l’inchiesta condotta dal procuratore speciale Jack Smith sulla sottrazione di documenti top secret.

Quella della Georgia è l’inchiesta più avanzata: la procuratrice Fani Willis ha detto di recente che il lavoro del grand jury all’opera da oltre sette mesi è, ormai, quasi concluso. I giurati hanno ascoltato 75 testimoni e hanno almeno tre registrazioni di tentativi di Trump di convincere il segretario di Stato della Georgia ad alterare il risultato del voto mentre lo speaker della Camera della Georgia era stato spinto a convocare una sessione speciale del Parlamento per disconoscere il conteggio delle schede. Secondo indiscrezioni, la Procura sta valutando capi d’imputazione che vanno dalla frode elettorale alla cospirazione contro i diritti dei cittadini, alla violazione della legislazione Rico: la normativa anti racket (pene da un minimo di 5 a un massimo di 20 anni).

E se finora a livello federale sembrava che le cose dovessero procedere più lentamente, mentre la detenzione di documenti segreti era parsa meno grave dopo la scoperta che ce ne sono anche negli archivi di altri leader politici, dall’ex vice di Trump, Mike Pence, allo stesso Joe Biden, gli ultimi sviluppi fanno pensare che sia in arrivo un’incriminazione anche qui. Per la legge americana un reato è punibile se l’accusa riesce a dimostrare la volontà dell’imputato di commetterlo. Ebbene, mentre negli altri casi i documenti sono rimasti negli archivi dei leader politici per errore e sono stati prontamente riconsegnati appena gli interessati li hanno trovati, gli investigatori di Jack Smith pare siano riusciti a dimostrare la volontà di Trump di non riconsegnare carte segrete anche dopo aver ricevuto un’ingiunzione giudiziariamente vincolante.

Gli investigatori hanno ricostruito la decisione dell’ex presidente di non riconsegnare almeno cento documenti nonostante gli espliciti inviti dei suoi avvocati. Ci sono le testimonianze di un suo assistente che ha rimosso e occultato i documenti a Mar-a-Lago e le relative immagini di videosorveglianza.

Il discorso di Trump dalla Florida: «L'unico crimine che ho commesso è difendere l'America». Chi è Karen McDougal, la seconda donna che per l’accusa Trump avrebbe pagato per tacere. Giuseppe Scuotri su Il Corriere della Sera il 4 aprile 2023.

Ex coniglietta di Playboy, avrebbe incontrato il tycoon nel 2006 durante un party in piscina. Tra i due sarebbe nata una relazione clandestina durata nove mesi

Nove mesi. Sarebbe durata tanto la relazione tra Donald Trump e K aren McDougal, la seconda donna che, per i giudici di New York, il tycoon avrebbe pagato per tacere su un presunto flirt. Nata nel 1971 a Gary, in Indiana, e cresciuta nel Michigan, l’ex coniglietta di Playboy ha origini scozzesi, irlandesi e cherokee. Prima di entrare nel mondo dello spettacolo, ha lavorato come insegnante in una scuola elementare.

L’incontro con il miliardario, stando a quanto ha raccontato la donna a diversi media nel corso degli anni, è avvenuto nel giugno 2006 a Los Angeles, durante la registrazione di una puntata del reality show di Trump “The Apprentice” alla Playboy Mansion. Hugh Hefner, editore della celebre rivista, aveva organizzato un party in piscina per i concorrenti con dozzine di conigliette. Tra le invitate c’era Karen McDougal, che era stata nominata Playmate of the Year otto anni prima. Il futuro presidente se ne invaghì subito e iniziò a corteggiarla. All’epoca lei aveva 44 anni, lui 70 ed era già sposato con Melania da più di un anno.

I due, secondo la versione di McDougal, combinarono un appuntamento per cena. Mangiarono bistecca e purè di patate e si appartarono poi in un bungalow privato del Beverly Hills Hotel per una notte di passione. Al termine dell’incontro Trump avrebbe fatto qualcosa di offensivo per la sua partner: offrirle dei soldi. «No grazie, non sono quel tipo di ragazza», avrebbe replicato irritata Karen McDougal. Si tratta solo di uno dei tanti episodi e aneddoti, alcuni anche spinti, ricostruiti dai media americani (tra cui il New Yorker) attraverso un minuzioso incrocio di dati, testimonianze, post sui social ed eventi pubblici. Il quadro che ne esce è quello di un Donald Trump dalla libido incontrollabile.

Il pagamento per il silenzio di Karen sarebbe avvenuto il 4 novembre 2016, quattro giorni prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, quando American Media Inc., editore del National Enquirer, pagò 150mila dollari per accaparrarsi i diritti esclusivi sulla storia e costringere Karen a non rivelare nulla. La rivista in seguito non ha pubblicato nulla. Una pratica che in ambito giornalistico viene definita “catch-and-kill” (prendi e uccidi). In quel caso, però, la strategia non funzionò: troppe persone, tra amici e conoscenti dell’ex modella, iniziarono a parlare dell’affaire, costringendo anche la diretta interessata a uscire allo scoperto. Secondo la ricostruzione dei giudici, la manovra giornalistica sarebbe stata orchestrata da Trump: David Pecker, presidente e CEO di American Media, è un amico personale dell’ex presidente e pare non abbia mai stampato una sola parola senza il suo assenso.

Sistema corrotto e manipolato da Soros": La sfida di Trump a giudice e procuratore. Federico Giuliani il 5 Aprile 2023 su Il Giornale.

Rientrato da New York nella sua residenza a Mar-a-Lago, in Florida, Trump ha tenuto un discorso di circa mezzora definendo l'indagine in corso "una farsa" e il sistema giudiziario "corrotto"

Tabella dei contenuti

 L'affondo di Trump

 L'attacco ai procuratori

 "Biden? Vuole la terza guerra mondiale"

"Non ho mai pensato che una cosa del genere potesse accadere in America. L'unico crimine che ho commesso è stato difendere l'America da chi la vuole distruggere". Rientrato da New York al termine di una giornata storica, nella quale è diventato il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato, Donald Trump ha lanciato un chiaro messaggio da Mar-a-Lago, in Florida. Il tycoon ha parlato per circa mezzora, arringando i suoi sostenitori, che dal canto loro lo hanno accolto al grido di "Usa, Usa!".

L'affondo di Trump

Prima del comizio fiume, a dire il vero, Trump aveva rotto il silenzio attraverso il social network Truth. Sulla via del ritorno verso il suo bunker, l'ex inquilino della Casa Bianca ha scritto che "nulla è stato fatto illegalmente". "Bragg ha chiuso New York, ha mobilitato 38.000 agenti e spenderà 200.000 dollari di fondi della città per un accordo di non divulgazione legale da 130.000 dollari", ha poi concluso.

Ma il vero e proprio attacco rivolto verso Bragg è arrivato poco dopo, quando The Donald, in una telefonata con i suoi sostenitori, ha definito l'indagine in corso "una farsa". "Oggi è stata una grande giornata perchè, come sapete quest'indagine è una farsa", ha detto Trump. "Un'indagine", ha proseguito l'ex presidente, "organizzata dalla sinistra radicale che odia l'America. E ne abbiamo altre nei prossimi mesi, ma stiamo vincendo da otto anni e continueremo a vincere".

L'attacco ai procuratori

Le autorità giudiziarie di New York erano state chiare: non incitare alla violenza. Pur risultando meno combattivo del solito, Trump ha puntato il dito contro il "sistema giudiziario corrotto, diventato ormai illegale". "Non ho mai pensato che una cosa del genere potesse accadere in America", ha aggiunto dalla Florida, sul palco insieme ai figli Eric e Donald jr, mentre erano assenti la moglie Melania e la figlia ed ex consigliera, Ivanka.

Il magnate ha ribadito che tutte le indagini a suo carico sono "persecuzioni politiche", per poi sparare a zero contro Bragg, "pagato da George Soros", e contro gli altri procuratori coinvolti nella vicenda. Tutti, a detta di Trump, sarebbero strumenti della "sinistra radicale" che hanno l'obiettivo di "fermarlo ad ogni costo".

Anche l'indagine della procura di Atlanta, in Georgia, per Trump è "un caso falso per interferire nelle elezioni del 2024 e dovrebbe essere archiviata subito". L'ex leader repubblicano ha in seguito definito "perfetta" la telefonata in cui fece pressioni per ribaltare il voto del 2020 in quello stato.

"Biden? Vuole la terza guerra mondiale"

Trump non ha risparmiato neppure Joe Biden e l'ex avversaria Hillary Clinton per l'email gate, accusando il Partito Democratico di avere "spiato" la sua campagna elettorale e di averlo "costantemente attaccato con indagini fraudolente". L'ex presidente, che si è dichiarato non colpevole di tutti i 34 capi d'accusa emessi a suo carico, ha quindi attaccato il governo federale, accusando l'amministrazione Biden di "sfruttare il sistema giudiziario statunitense, ormai diventato fuorilegge, per vincere le elezioni".

"Vuole la terza guerra mondiale", ha affermato Trump contro il presidente americano sostenendo che "quando era senatore ne ha combinate di tutti i colori ma nessuno lo ha arrestato". In merito ai documenti classificati ritrovati dal Federal Bureau of Investigation (Fbi) proprio a Mar-a-Lago, la scorsa estateil tycoon ha anche attaccato l'attuale presidente, ribadendo nuovamente di avere declassificato tutti i documenti ritrovati nella sua residenza privata dalle autorità.

Facendo riferimento alle carte secretate trovate negli ultimi mesi all'interno di strutture utilizzate da Biden durante i suoi mandati da vicepresidente e da senatore, Trump ha affermato che "un vicepresidente, così come un senatore, non può declassificare nulla: si tratta di un comportamento inaccettabile, eppure non mi pare che lo stiano perseguitando come stanno facendo con chi lavora per me".

I soldi al portiere e il figlio illegittimo: l'altra tegola su Trump. Tra i 34 capi d'accusa contestati a Trump ci sarebbe anche quello relativo a dei soldi pagati a un portiere della Trump Tower per tacere su un figlio illegittimo di The Donald. Alberto Bellotto il 5 Aprile 2023 su Il Giornale.

L'inchiesta intorno a Donald Trump partita dalle rivelazioni della pornostar Stormy Daniels si sta allargando a macchia d'olio. Tra i 34 capi d'accusa che pendono sulla testa dell'ex presidente ci sarebbe anche un'altra torbida vicenda. Secondo il procuratore Alvin Bragg The Donald avrebbe versato a un portiere della Trump Tower, tale Dino Sajudin, 30 mila dollari per comprare il suo silenzio in merito a un figlio illegittimo del tycoon avuto con una cameriera.

Nelle carte del processo a carico del tycoon si legge che tra tra l'ottobre e il novembre del 2015 Sajudin avrebbe cercato di vendere informazioni "riguardo ad un presunto figlio illegittimo dell'imputato". Per questo, scrivono ancora gli inquirenti, la American Media Inc, che possiede il tabloid scandalistico National Enquirer, avrebbe pagato il "doorman" così da chiudere ogni spiffero sul figlio illegittimo. Un accordo sulla carta per possedere i diritti della storia "in modo perpetuo". Secondo l'Associated Press il contratto tra Sajudin e l'American Media Inc prevedeva anche una penale da 1 milione di dollari contro il portiere nel caso in cui avesse rilevato i termini dell'accordo.

Il giallo sulla relazione con la cameriera

Nelle carte del procuratore si legge però anche altro. "In un secondo momento l'American Media Inc ha scoperto che la storia non era vera e che l'ad avrebbe dato mandato di liberare il portiere dell'accordo, ma che per scrupolo l'ex avvocato di Trump, Cohen aveva dato mandato all'ad di tenere in vita l'accordo almeno fino alle presidenziali". Una posizione che secondo il procuratore dimostrerebbe l'intento di Trump e del suo entourage di voler influenzare le presidenziali del 2016.

Come riporta Repubblica il nome di Sajudin non compare nelle carte, ma in realtà il nominativo era comparso già nel 2018 in un pezzo sul New Yorker a firma di da Ronald Farrow, figlio di Woody Allen, in cui si dava conto della storia che Sajudin raccontava. Negli ultimi anni in molti hanno provato a fare luce sulla vicenda. Secondo il New Yok Post la donna al centro dell'intrigo avrebbe negato di aver avuto una relazione con Trump e in un'intervista all'Associated Press avrebbe parlato apertamente di "fake news".

Sempre secondo l'ufficio del procuratore Bragg il portiere sarebbe stato liberato dall'accordo di riservatezza verso la fine del 2016 dopo la vittoria di Trump alle presidenziali. Un'operazione, scrive il New York Post, che sarebbe valso all'ad di American Media Inc un invito alla Casa Bianca da parte di Trump.

L'udienza in Procura dell'ex Presidente USA. Trump fermato si dichiara non colpevole: anche “cospirazione” tra le accuse nel caso Stormy Daniels. Redazione su Il Riformista il 4 Aprile 2023

Donald Trump si è presentato in tribunale a Manhattan, New York, per essere messo in stato di fermo. E lo ha lasciato dopo quasi due ore. È la prima volta che succede con un ex Presidente degli Stati Uniti. Il tycoon è incriminato per un presunto pagamento illegale all’attrice di film porno Stormy Daniels. Trump è stato rilasciato subito dopo, come previsto, si è dichiarato non colpevole dei 34 capi di imputazioni contestati formalmente. Ha definito la giornata di oggi “surreale, mi stanno per arrestare. Non riesco a credere che questa cosa stia accadendo in America”. Poco prima dell’arrivo in tribunale aveva scritto in una mail ai suoi sostenitori che “oggi è il giorno in cui un partito politico al potere ARRESTA il suo principale oppositore per non aver commesso ALCUN CRIMINE”.

Di fronte al tribunale di Lower Manhattan era aumentata di ora in ora la presenza di sostenitori dell’ex Presidente. Schierati decine di agenti di polizia. Paura per la possibilità di manifestazioni violente dei sostenitori. La polizia li aveva sistemati in un’area apposita. Alcuni tafferugli sono scoppiati qualche ora prima dell’arrivo di Trump con altri manifestanti invece oppositori dell’ex presidente. Le incriminazioni non erano state finora divulgate, sono state comunicate in tribunale.

Già si sapeva comunque che riguardano il caso dei presunti pagamenti di 130mila all’attrice porno Stormy Daniels, che Trump avrebbe fatto nel 2016 tramite il suo ex avvocato Michael Cohen per dissuaderla dal raccontare, in piena campagna per le elezioni che elessero proprio il tycoon, del rapporto sessuale avuto una decina di anni prima. Per la Procura il pagamento non sarebbe stato rendicontato correttamente. Secondo quanto riportato da Nbc tra i capi di accusa ci sarebbe anche la cospirazione e l’aver pagato il silenzio di un’altra donna, l’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal.

Trump si è costituito intorno alle 19:30, l’1:30 del pomeriggio negli USA. Ha salutato brevemente i sostenitori che lo aspettavano. Ad accompagnarlo una colonna di una dozzina di veicoli, con due auto della polizia e quelle del Secret Service, l’agenzia governativa responsabile della sicurezza di presidenti ed ex presidenti. Niente manette né foto segnaletica, niente telecamere in aula, solo pochi fotografi. L’ex presidente ha attaccato sia il giudice sia il governatore, ha scritto sui social che vorrebbe il trasferimento del processo al tribunale di Staten Island, l’unica area di New York a maggioranza repubblicana.

Quella della messa in stato di fermo è una procedura standard negli Stati Uniti quando una persona viene incriminata con il sospetto di aver commesso un crimine non violento. L’accusato è condotto in tribunale per ascoltare i capi d’accusa, gli vengono prese le impronte digitali, scattate le foto segnaletiche prima del rilascio in attesa del processo. Trump era arrivato a New York lunedì pomeriggio dalla Florida, dove vive e ha passato la notte nella Trump Tower. La foto di Trump con il pugno chiuso davanti all’ingresso del Tribunale e quella all’interno dell’aula dell’udienza al fianco degli avvocati hanno fatto il giro del mondo in pochi minuti.

Alvin Bragg, il procuratore distrettuale che ha incriminato Trump, terrà una conferenza stampa. Il tycoon invece parlerà dalla sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, dove terrà una conferenza stampa prevista alle 2:15 ora italiana. Ad accompagnare Trump anche un documentarista, munito di telecamera.

Estratto dell'articolo di Emanuela Minucci per lastampa.it il 5 aprile 2023.

[…] stanno uscendo dettagli clamorosi sulla molla che ha fatto decidere Melania per dire basta al matrimonio e che ha per protagonista l’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal (la seconda donna che Donald Trump, secondo il procuratore di Manhattan, ha pagato per comprarne il silenzio su una presunta relazione).

 Il caso McDougal

Il caso di McDougal era emerso con forza durante la campagna del 2016 anche grazie a un audio, registrato segretamente dal suo ex fixer Michael Cohen, in cui Trump discuteva il pagamento all'ex coniglietta di Playboy che affermava di avere avuto una relazione con il tycoon fra il 2006 il 2007, quando Melania era incinta e diede alla luce Barron Trump.

[…] McDougal e Trump si incontrarono a una festa in piscina nella Playboy Mansion, al termine della quale il tycoon le chiese il numero di telefono.

 La cena nel bungalow privato

I due iniziarono a parlare spesso telefonicamente fino al loro primo appuntamento per cena in un bungalow privato al Beverly Hills Hotel di Los Angeles. McDougal rimase impressionata da Trump e dal suo charme e la loro relazione iniziò. Si incontravano ogni volta che Trump era a Los Angeles nello stesso albergo, nello stesso bungalow e ordinando, almeno per il tycoon, la stessa cena, ovvero bistecca e purè di patate.

 […]L’ex modella ha raccontato che Trump le promise di regalarle una casa a New York e la presentò ad alcuni membri della sua famiglia, fra i quali Donald Trump Jr e la sua ex moglie Vanessa, che allora era incinta. Un rapporto di mesi intenso al quale McDougal mise fine nell'aprile del 2007, in parte esasperata dai commenti di Trump violenti e in molte occasioni offensivi.

«Melania non ce la fa più»

Amici della coppia, comunque, spiegano che Melania ha sempre taciuto per i quieto vivere, ma che, di fronte a quest’ultimo schiaffo pubblico ha deciso: vuole il divorzio. E i motivi ci sono tutti.

Estratto dell'articolo di Irene Soave per corriere.it il 5 aprile 2023.

Quasi mai, per dire la sua, Melania Trump ha davvero parlato. […] L’incriminazione del marito non fa eccezione. Lunedì, mentre il marito Donald doveva presentarsi in tribunale per la storica udienza della sua incriminazione, la prima di un ex presidente degli Stati Uniti, lei è arrivata alla Trump Tower in un’elegante giacca color crema, immancabili occhiali da sole, con autista e scorta. Non ha lasciato l’edificio.

Da tempo si vocifera che la coppia, pur vivendo insieme a Mar-a-Lago, conduca vite separate.  […]

Melania non è la sola, in famiglia, a prendere ancorché silenziosamente le distanze da The Donald. Ivanka, la figlia e un tempo promessa delfina, ha annunciato prima di Natale che non lo avrebbe seguito nelle sue imprese future.

Il giorno dopo l’incriminazione, nel discorso di autodifesa dal palco allestito a Mar-a-Lago, né Melania né Ivanka sono al suo fianco (mentre ci sono, nella folla, i figli Donald Jr. e Eric). Melania fa sapere di voler passare più tempo con il problematico figlio Barron, ormai adolescente. Un altro dei suoi messaggi cifrati (ma non troppo).

DAGONEWS il 6 aprile 2023.

Che succede nel matrimonio di Donald Trump? Davvero pensa al divorzio? La sua assenza dopo l’incriminazione del marito è in netto contrasto con la foto scattata a Palm Beach la settimana scorsa.

 Gina Loudon, molto vicina a Trump, sostiene che quella immagine è “l’emblema dell’amore e della felicità. Lei sostiene suo marito, come ha sempre fatto”. Ma la sua assenza ha dato la stura al gossip, dando nuovamente voce a chi la descrive come prigioniera di un matrimonio infelice con un uomo di 24 anni più anziano di lei.

 In un libro di memorie del 2018, l'ex assistente di Trump, Omarosa Manigault Newman, ha scritto: «Melania conta ogni minuto fino a quando non sarà fuori dalla casa bianca e divorziare». Eppure solo lo scorso maggio, l'ex First Lady ha sorriso e ha detto a Fox News “mai dire mai” quando le è stato chiesto di un possibile ritorno alla Casa Bianca.

Insomma, sarebbe l’ennesimo capitolo di una storia che si ripete. Nel gennaio 2018, pochi giorni dopo che la presunta relazione di Trump con Stormy Daniels venne pubblicata dal “Wall Street Journal”, la First Lady annullò i piani per accompagnare il marito al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. I media impazzirono, ma settimane dopo ricomparve accanto al marito sfoggiando il sorriso.

 Non più tardi di giovedì scorso, una conduttrice del talk show “The View”, Sara Haines, ha ipotizzato che il matrimonio di Melania sia una transazione: «Potrebbero esserci soldi in cambio, accordi fatti, accordi firmati». La teoria secondo cui le sue ragioni per rimanere sposata sono finanziarie è tutt'altro che nuova, ovviamente.

Un libro del 2020 della giornalista del “Washington Post”, Mary Jordan, ha raccontato che parte del motivo per cui Melania ha ritardato il suo trasferimento alla Casa Bianca dalla Trump Tower fino al 2017 era che stava rinegoziando il suo accordo prematrimoniale.

 Sebbene i dettagli dell'accordo rimangono un mistero, Jordan ha osservato che inizialmente "non era stato generoso". La cinica ricostruzione voleva che lei avesse ottenuto un accordo migliore. Eppure coloro che hanno conosciuto bene Melania nel corso degli anni affermano che è ingiustamente diffamata e spesso sottovalutata.

Parlando al “DailyMail.com”, l'ex capo dello staff di Melania, Stephanie Grisham, che si è dimessa dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, ha dichiarato: «Credo che Melania sapesse chi era suo marito quando lo ha sposato. Ha una visione molto realistica e pratica di chi sia suo marito. Non ha mai parlato di divorzio. E quando si trattava di Stormy, diceva sempre questo: “è un suo problema”.' Non ero sorpresa che non fosse a Mar-a-Lago mercoledì. Non vuole essere vista come la moglie che sarà accanto a suo marito qualunque cosa faccia. Mette se stessa al primo posto. Non ha mai voluto essere come Hillary Clinton. Dopo che la notizia di Monica Lewinsky è uscita, Hillary ha accompagnato suo marito all'elicottero durante il pranzo. Melania non voleva essere quella persona».

Potrebbe essere questo il motivo dell’assenza di Melania?

Certamente, Grisham - che è rimasta relativamente fedele a Melania, nonostante sia apertamente critica nei confronti di Trump - dipinge l'immagine di una donna molto più assertiva e impegnata.

A differenza di Ivanka – ex feroce difensore di Trump e amata First daughter – Melania non ha ancora vacillato nel suo sostegno a Trump, almeno nelle sue dichiarazioni pubbliche.

Melania deve ancora cambiare la linea ufficiale secondo cui "sostiene fermamente suo marito" - nonostante l'umiliazione che deve provare per l'affare Stormy Daniels.

Sì, la sua assenza a Mar-a-Lago mercoledì solleva nuove domande sulla stabilità del matrimonio dei Trump, ma chiunque sia ragionevole saprebbe anche che ha confuso e rimescolato le acque più volte in questi anni.

V.Ma. per il “Corriere della Sera” il 6 aprile 2023.

[…] Giovedì scorso, dopo la notizia dell’incriminazione, gli ospiti del club di Trump a Palm Beach in Florida hanno raccontato che Melania sorridente accoglieva gli ospiti insieme al marito. «È molto attenta ai suoi doveri sociali, ma fa la sua vita», riferisce una fonte della rivista People . «Cenano con gli ospiti, ma hanno alloggi separati a Mar-a-Lago.

Lei si dedica soprattutto al figlio Barron, che ora ha 17 anni». Li ha compiuti il 20 marzo, nel trambusto dell’incriminazione del padre. Anche i genitori sloveni di Melania si sono trasferiti a Mar-a-Lago, secondo People . «Stanno insieme come una tribù. È felice a Palm Beach». La stessa fonte sottolinea che Melania resta «arrabbiata e non vuole sentir parlare» dei pagamenti alla pornostar Stormy Daniels e alla modella di Playboy Karen McDougal, per farle tacere su presunti rapporti sessuali con il marito. «Preferisce ignorarlo e sperare che passi».

 […]

Da first lady Melania optò per assenze strategiche quando i titoli dei giornali parlarono delle tresche del marito.

Nel febbraio 2018, evitò la tradizionale passeggiata con Donald sul prato della Casa Bianca fino al suo elicottero dopo che il New Yorker pubblicò un’inchiesta secondo cui la relazione con McDougal durò mesi. Era sparita anche il mese prima, quando uscì la notizia della storia con Stormy. Ma quando lui vinse le elezioni del 2016 e si spostarono alla Casa Bianca, Melania ha rinegoziato il loro accordo pre-matrimoniale. «Qualunque cosa succeda a Donald — nota People — lei starà bene».

Estratto dell’articolo di Anna Guaita per "Il Messaggero" il 6 aprile 2023.

[…] la stessa moglie Melania è diventata un mistero, al punto che sono ritornate le voci di un imminente divorzio. L'abbiamo intravista una sera, nella sala da pranzo del club Mar-a-Lago, elegantissima, sempre con quel suo sorriso misurato imparato sulle passerelle e nei servizi fotografici, ma taciturna e fredda verso il marito. E soprattutto non c'erano né lei né il figlio Barron durante il discorso di Trump martedì sera.

Nei giorni scorsi vari media Usa hanno sostenuto che Melania stia soffrendo per il ritorno in superficie dello scandalo di Stormy Daniels e di Karen McDougal, le infedeltà del marito avvenute proprio nelle settimane seguenti alla nascita del loro unico figlio, Barron. Vari testimoni sostengono che la ex first lady viva circondata da un ristretto numero di fedelissimi, una "piccola tribù" del tutto avulsa dalla realtà, e non voglia sentirsi dire nulla di quel che succede oltre i dieci ettari di prati pettinati, spiagge bianche e mare blu che sono oggi il suo mondo.

Estratto di Francesco Semprini per “la Stampa” il 6 aprile 2023.

Moglie, figlia, amanti, mai come in questo momento le sorti di Donald Trump sono segnate da tutte le donne dell'ex presidente.

Due quelle che hanno un ruolo determinante nell'incriminazione della procura di Manhattan. Stormy Daniels, spogliarellista e pornodiva, e Karen McDougal, già modella e coniglietta di Playboy, coprotagonista nella vicenda giudiziaria, hanno in comune lo status di amanti segrete del tycoon.

Entrambe pagate da Trump per metterle a tacere dinanzi al rischio di uno scandalo durante la campagna elettorale Usa 2016.

 Il caso di McDougal era emerso con forza proprio allora grazie a un audio, registrato segretamente dal suo ex avvocato Michael Cohen, in cui Trump discuteva il pagamento all'ex coniglietta di Playboy che affermava di avere avuto una relazione con il tycoon fra il 2006 il 2007, quando Melania era incinta di Barron. Un dialogo rubato che Cohen, il principale accusatore dell'ex presidente, registrò nel settembre 2016, […] L'ex modella era disposta a cedere i segreti a luci rosse per 150 mila dollari al National Enquire prima delle elezioni presidenziali, che però decise di non pubblicarlo. […] Una decisione probabilmente riconducibile all'editore del tabloid scandalistico David Pecker, nel 2016 amico di Trump, poi però divenuto un collaboratore di giustizia come Cohen.

 Nata a Gary, Indiana, McDougal era un'insegnante di scuola materna prima di iniziare la sua carriera di modella, che l'ha portata a divenire la coniglietta di Playboy nel 1998.

McDougal e Trump si incontrarono a una festa in piscina nella Playboy Mansion, al termine della quale il tycoon le chiese il numero di telefono. I due si incontravano ogni volta che Trump era a Los Angeles e fu lei ad accompagnarlo al torneo di golf in Nevada dove il tycoon incontrò per la prima volta Stormy Daniels

 […] Allora Daniels aveva solo 27 anni, il tycoon 60. Una guardia del corpo la invitò a cena nella suite di Trump e la sera stessa andarono al letto, iniziando così la loro relazione. Nel 2016, dopo la candidatura di Trump alla Casa Bianca, la pornostar cercò di vendere la storia della relazione a media e tabloid, inizialmente senza alcun successo. Poi però la pubblicazione dei fuori onda di "Access Hollywood", in cui Trump descriveva con un linguaggio volgare la sua visione del sesso e delle donne, trasformò la storia di Stormy in un piatto appetitoso per i media. Fu allora che Cohen propose all'attrice 130 mila dollari in cambio del suo silenzio.

[…] Se le voci di rottura con Melania saranno confermate, Trump stabilirà un altro record. Non solo sarà il primo ex presidente Usa ad essere stato incriminato, ma anche il primo ad aver divorziato.

(ANSA il 5 aprile 2023) - Donald Trump cerca di monetizzare il suo storico arresto a New York legato all'affaire con la pornostar Stormy Daniels. La sua campagna ora offre tra i vari gadget anche le t-shirt con la foto segnaletica (falsa) del tycoon e la scritta 'Not guilty' a caratteri cubitali.

 A chi è iscritto alla mailing list e dona 47 dollari verrà data gratis. Nello store online ci sono tanti altri oggetti, dalle felpe con cappuccio decorate con fotografie di Joe Biden che cade dalle scale agli adesivi per paraurti con lo slogan 'Trump aveva ragione su tutto'. Il tycoon non è l'unico ad approfittarne.

Lo ha fatto anche l'attrice hard che l'ha inchiodato: tra i suoi ultimi gadget una felpa che mostra Trump ballare davanti alle parole 'happy indictment day' (felice giorno dell'incriminazione). Ma Stormy vende anche giocattoli per animali domestici da 30 dollari realizzati a somiglianza di Trump, magliette '#TeamStormy' da 20 dollari e un fumetto 'Space Force' da 25 dollari che prende in giro una delle idee più derise di Trump.

Estratto dell'articolo di open.online il 5 aprile 2023.

Il procedimento penale nei confronti dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump non si basa solo sulla sua presunta relazione con la pornostar Stormy Daniels. Dalle carte dei giudici è emersa anche una relazione con la modella di Playboy Karen McDougal. Lei ha dichiarato di aver avuto una relazione tra il 2006 e il 2007. Il tycoon ha negato.

 Anche in questo caso ci va di mezzo il National Enquirer. American Media Inc (AMI), l’editore del tabloid, ha ammesso di aver pagato a McDougal 150 mila dollari di diritti sulla sua storia per impedirle di renderla pubblica prima delle elezioni presidenziali del 2016. […]

Karen McDougal è un ex modella e attrice di 52 anni. È stata Playmate dell’anno di Playboy alla fine degli anni Novanta. Ha detto che la sua relazione con Trump è andata avanti per due anni tra 2006 e 2007. L’ex presidente ha negato, come nel caso di Stormy Daniels, definita “faccia da cavallo”.

 L’editore dell’Inquirer ha ammesso l’accordo con lei nel 2018. I pubblici ministeri hanno affermato nel loro documento di accusa che Trump non voleva che la storia di McDougal diventasse pubblica «perché era preoccupato per l’effetto che avrebbe potuto avere sulla sua candidatura».

 Secondo l’accusa il tycoon insieme al suo avvocato Michael Cohen e all’ex amministratore delegato di AMI David Pecker (amico di lunga data di Trump) hanno concordato un rimborso all’editore. Ma alla fine Pecker ha deciso di non ricevere i soldi dopo essersi consultato con un legale aziendale.

 La Commissione elettorale federale degli Stati Uniti ha stabilito nel 2021 che il pagamento dell’AMI a McDougal equivaleva a un contributo illegale alla campagna a vantaggio di Trump. Ha multato la sua società successore per 187.500 dollari.

 […]

Nata a Gary nell’Indiana, McDougal era un’insegnante di scuola materna prima di iniziare la sua carriera di modella. È diventata coniglietta di Playboy nel 1998. La relazione con il tycoon è datata tra 2006 e 2007. Ovvero quando Melania era incinta e diede alla luce Barron.

 McDougal e Trump si incontrarono a una festa in piscina nella Playboy Mansion, al termine della quale il tycoon le chiese il numero di telefono. I due iniziarono a parlare spesso telefonicamente fino al loro primo appuntamento per cena in un bungalow privato al Beverly Hills Hotel di Los Angeles.

McDougal rimase impressionata da Trump e dal suo charme e la loro relazione iniziò. Si incontravano ogni volta che Trump era a Los Angeles nello stesso albergo, nello stesso bungalow e ordinando, almeno per il tycoon, la stessa cena, ovvero bistecca e purè di patate.

 Trump era accompagnato da McDougal al torneo di golf dove l’ex presidente incontrò per la prima volta Stormy Daniels. L’ex modella ha raccontato che Trump le promise di regalarle una casa a New York. La presentò anche ad alcuni membri della sua famiglia, fra i quali Donald Trump Jr e la sua ex moglie Vanessa, che allora era incinta. McDougal mise fine al rapporto nell’aprile del 2007, in parte esasperata dai commenti di Trump violenti e in molte occasioni offensivi. Un dialogo rubato che Cohen, il principale accusatore dell’ex presidente, registrò nel settembre 2016, pochi mesi prima delle elezioni fa sentire Trump mentre discute su come risolvere la questione McDougal. […]

Dagospia il 6 aprile 2023. Da “Un Giorno da Pecora” – Rai Radio1

Stormy Daniels? E' stata sotto contratto con la Wicked per 20 anni e io sono stato lì per 12 anni, quindi abbiamo lavorato spesso insieme, la conosco molto bene, è una brava attrice e una brava regista”.  Lo racconta a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, il regista e produttore di film hard Axel Braun, in realtà italiano nato e cresciuto a Milano ma da trent’anni residente a Los Angeles, dove ha conosciuto e lavorato con Stormy Daniels, protagonista del ‘sexgate’ legato a Donald Trump.

 Quali film avete fatto insieme? “Diversi, tra gli altri anche una parodia della Bella Addormentata”. Stormy Daniels le ha mai parlato della sua presunta relazione con Donald Trump? “Con Stormy lavoro dal 2012 ma la conoscevo dal 2002, la storia di Trump era un segreto pubblico nella nostra industria, lo sapevano tutti, ma a quel tempo Trump aveva un programma tv, era un personaggio pubblico ma non certo politico”.

Erano fidanzati? “No. Io sapevo che lei voleva andare a fare ‘The Apprentice’ e si erano conosciuti per quello - ha spiegato il produttore a Un Giorno da Pecora -, sapevamo che era stato con lui quella volta ma credo che sia stato una volta sola. Non era una relazione in nessun senso, era una serata, una scappatella, credo fosse lui che voleva andare con lei”. Lei cosa gli raccontava degli incontri con un uomo così importante? “Non è che fosse una cosa clamorosa ai tempi. Io mi ricordo solo un commento su di lui..."

 Quale? "che era poco dotato e molto veloce. Per questo Stormy era assolutamente insoddisfatta, e non era contenta che non l’avesse fatto fare il programma”. L'attrice, per quel che ricorda, era una democratica o una repubblicana? “So che al tempo era repubblicana, almeno fino a quando Trump si è candidata alla presidenza era una sua supporter”. Da quanto non la sente? “Da un paio di mesi - ha concluso a Radio1 - ma tutti sapevamo che l’incriminazione di Trump era solo una questione di tempo”.

Estratto dell’articolo di Matteo Muzio per editorialedomani.it il 6 aprile 2023.

Il giornalista di Newsmax Mark Halperin ha scritto su Twitter: «Non è possibile togliere il produttore televisivo da Donald Trump».

 Analisi che in effetti corrisponde alla copertura degli eventi della giornata di martedì da parte dei maggiori network televisivi, che hanno seguito con cura ossessiva ogni passaggio dall’arrivo di Donald Trump nel tribunale di Manhattan [...].

Stranamente, le reti del mondo conservatore sono andate in ordine sparso nel dare conto degli eventi, a cominciare da Fox News, fino a qualche tempo fa raffreddata nei confronti dell’ex presidente: pur attaccando la “politicizzazione” del caso da parte dei democratici, si è evitato di far ricorso ai commentatori più incendiari come Tucker Carlson e Sean Hannity, dando una copertura abbastanza distaccata e solenne dell’evento, anche perché, al momento, è ancora in corso la causa contro Dominion, l’azienda produttrice delle macchine usate per il voto elettronico in occasione delle presidenziali 2020 accusata dagli uomini di Trump di avere truccato il voto.

[…] Diverso il caso di Newsmax, network ben più schierato di Fox News: nel pomeriggio ospite è stata l’analista Greta Van Susteren, piuttosto pacata nei toni, mentre la sera il conduttore Chris Salcedo, dopo aver utilizzato varie formule prese dall’armamentario del mondo Maga (“Bragg finanziato da Soros”, “vendetta politica” e “militarizzazione della giustizia”) ha paragonato l’incriminazione di Trump con i processi politici dell’Unione sovietica.

 I sostenitori più estremisti di Trump, ovvero gli anchor di One America News Network (Oann), hanno optato per una copertura alquanto bassa e discontinua.

 Chi invece ha prosperato nello sfruttare appieno i problemi giudiziari di Trump è stata la Cnn: già pesantemente schierata contro l’ex presidente durante il quadriennio 2017-2021, il canale tv considerato vicino ai democratici ha cercato di attenuare la sua immagine faziosa e nel corso del mese di marzo ha dovuto sopportare un calo brutale dei suoi spettatori: -61 per cento.

Così ha fatto ricorso agli attacchi a Trump, che funzionano sempre, schierando uno dei suoi conduttori più antitrumpisti, Jake Tapper, come conduttore della diretta che veniva evidenziata a caratteri cubitali con la scritta “Arresto e incriminazione di Donald Trump”.

 Lo stesso Tapper ha scandito, appena l’ex presidente ha varcato la soglia del tribunale newyorchese “Donald Trump è in arresto”. Un ritorno all’antico che ha perfettamente funzionato per il network e verosimilmente verrà adottato anche nei prossimi mesi per restaurare le fortune della Cnn.

[…] Difficile quindi dissentire dall’analisi che il giornalista Clay Travis ha detto in diretta su Fox News qualche giorno fa: «La Cnn ha bisogno di Trump».

 Lo stesso si può dire che gli stessi comici ne abbiano bisogno. […] tutti i conduttori della seconda serata gli hanno dedicato numerose battute, a cominciare da Jimmy Fallon che ha cominciato dicendo: «Oggi è un gran giorno per essere qui a New York, a meno che tu non sia quella persona» e ha continuato dicendo «la giornata di ieri è passata alla Storia, ma in Florida i libri di storia sono stati proibiti, quindi è tutto ok per Trump», riferendosi agli attacchi del governatore Ron DeSantis ai libri di testo ritenuti “faziosi”. […]

La guerra civile permanente che ora minaccia gli States. Storia di Vittorio Macioce su Il Giornale il 5 aprile 2023.

Stati Uniti, 5 novembre 2024. Segnatevi da qualche parte questa data, potrebbe accadere di tutto. No, non è una profezia. È solo un timore. È l'ansia di sapere cosa accadrà durante il «crash test» della democrazia americana, quella sognata da Thomas Jefferson, quella che si è accartocciata nel sangue a Gettysburg e Chattanooga, quella che ancora porta sulla schiena le cicatrici della schiavitù e della guerra fratricida dei grigi e dei blu. L'America ci ha messo una vita a riconoscersi, con le sue bandiere al vento e la fede nella terra degli orizzonti sconfinati e delle opportunità. L'America che da colonia è diventata impero troppo in fretta e che comunque, nel bene e nel male, rappresenta il centro dell'Occidente, l'architrave della liberal democrazia in questa guerra dei mondi. L'America che in queste ore sta girando vorticosamente come una trottola impazzita. L'asse di questa giostra si chiama Donald Trump e i suoi avversari politici sperano di vederlo in una gabbia. Quello che bisogna vedere è se la sua gabbia sarà un carcere o di nuovo la Casa Bianca. È il paradosso di questa storia.

Trump è l'anomalia che ha sorpreso e scandalizzato le classi colte, ricche e istituzionali. Si è preso di forza il vecchio partito repubblicano. Ha sconfitto Hillary Clinton, la regina dei democratici, moglie di un presidente, considerata più in gamba di Bill, costretta a portarne il cognome. Trump che non conosce limiti. Trump battuto dal vecchio Biden e non ci sta. Trump che è una minaccia. La democrazia americana si fonda su una pietra d'angolo: chi perde riconosce la sconfitta. Non c'è il pareggio. Non esiste lo stallo. Non puoi fare l'ago della bilancia con il 10 per cento dei consensi. Il voto è il momento della divisione, ma poi si accetta il verdetto. È il segreto degli Stati Uniti d'America. È scritto nel loro motto: pluribus in unum.

Trump che stravolge tutto, ma che riceve una risposta ancora peggiore. È questo il punto dove si rischia il collasso. Il processo all'ex presidente puzza di vendetta politica. Il sospetto c'è e può cambiare le sorti di un impero. Questo perché Trump non è solo Trump. Non è Catilina e un pugno di congiurati, alcuni con le corna. Trump, a torto o a ragione, interpreta una larga fetta di americani. Sono quelli che resistono e bestemmiano la globalizzazione, si sentono invisibili e per questo si fanno sentire, sono periferici e testardi, vivono negli scenari post industriali del Midwest o in Texas o nel Montana. Non è detto che credano a tutte le pazzie di Trump, ma se lo mettono in catene lo sentiranno ancora di più come uno di loro. È tutta gente che vede l'America con gli occhi del baseball. Batti e corri e difendi la tua casa.

Il baseball è lo specchio dell'America. È Whitman, Steinbeck, Roth, De Lillo e Robert Redford che scopre la sua mazza di legno Wonderboy e si riprende il destino. Il baseball come romanzo della crisi, come paura del fallimento. Batti e corri e difendi la tua casa. È facile. Lo capiscono tutti, lo sentono tutti. La casa è la patria, è la terra, è dove finiscono gli altri, è quel confine che nessun governo si può permettere di stuprare, sono quelle quattro mura dove l'individuo o la famiglia costruiscono la propria libertà. Quattro mura come quattro basi. Il gioco è questo. Non farti rubare la casa, perché lì c'è la tua identità, c'è tutto quello che hai, ci sono i tuoi ricordi e da lì parti per andare a caccia del futuro. È l'America che anche quando cerca la frontiera, si avventura, si muove negli spazi nomadi di un territorio immenso, si porta dentro la nostalgia della casa.

Il baseball incarna il senso di una civiltà. Cosa accade se tutto questo va in frantumi? È la fine del gioco. È la violenza senza confini. È guerra civile. È il peggio da immaginare.

Giustizia di scopo. L’incriminazione di Trump e la pericolosa crisi del garantismo americano. Cataldo Intrieri su L’Inkiesta il 5 Aprile 2023

Il sistema giudiziario statunitense sta cedendo alla tentazione di punire l’ex presidente golpista facendo un uso distorto del processo penale: un segnale di una democrazia incapace di sconfiggere i propri demoni politicamente e razionalmente

Il garantismo è la diretta conseguenza del liberalismo: una verità ovvia fino alla banalità e che fa capire come nelle società autoritarie o nelle democrazie in crisi involutiva una compiuta libertà non sia possibile o versi in un grave Stato di pericolo.

Il vero garantista è colui che pensa al sistema dei diritti processuali, prima ancora che come un’istituzione dogmatica, come visione politica radicata nella Costituzione e presidio della libertà di ogni singolo cittadino.

Un garantista sa che a lui interessa – come al medico – la patologia di un processo o di un’indagine, perché la lesione del diritto del peggiore dei mascalzoni diventerà un precedente con cui un pessimo magistrato prima o poi farà un grave torto a un bravo cittadino sotto processo.

Un garantista non si farà mai guidare dal tifo, dalla fede politica, dalla religione e financo dai pregiudizi: il diritto è la religione laica di una società libera.

I sintomi della malattia di una democrazia si manifestano con la “giustizia di scopo”, quella particolare patologia che utilizza il processo come leva per la realizzazione di un fine “ nobile”.

Può essere ad esempio la difesa della «società degli onesti», dei bambini, delle donne, del diritto al silenzio contro i rave o dei confini della patria o – come discusso qui di recente – addirittura della purezza “de coubertiniana” e ipocrita di uno sport popolare come il calcio.

Un buon pretesto c’è sempre per una legge liberticida o un processo ingiusto: ad esempio processare un ex presidente, disonesto, golpista e traditore come Donald Trump di cui vedo l’arresto scrivendo queste righe, mentre entra nella Manhattan Criminal Court inseguito dalle domande di una giornalista che gli grida appresso: «Lei è ancora libero Mr. Trump?»

L’incriminazione dell’inguardabile The Donald è però anche un grave segnale di debolezza per una ex esemplare democrazia capace in passato di perdonare “Tricky Dick” Nixon e i suoi metodi (recuperate da qualche parte “Gaslight” con i sublimi Sean Penn e Julia Roberts che interpretano i coniugi Martha e John Dean, protagonisti potenti nella Washington anni Settanta e vi farete un’idea).

Ieri l’ex presidente ha potuto conoscere finalmente e per la prima volta (in Italia le avrebbe già apprese su Il Fatto) le accuse mosse contro di lui.

Se la cornice in cui si è svolta la cerimonia della consegna all’autorità giudiziaria farà impazzire i giustizialisti di mezzo mondo, convinti di assistere al trionfo della Rule of Law – per cui nessun uomo, anche il più ricco o potente, è al di sopra della legge – la sostanza è assai povera e denuncia in realtà la crisi di una democrazia incapace di sconfiggere i propri demoni politicamente e razionalmente.

Come noto, la sostanza dell’accusa è il pagamento di una somma di denaro ad una porno star per tacere su alcuni incontri intimi che la donna cercava di propagandare durante la campagna elettorale del 2016.

Il fatto non costituisce di per sé un illecito, anzi Trump avrebbe qualche ragione a definirsi vittima di un’estorsione visto il contesto in cui venivano a cadere le dichiarazioni di Stormy Daniels: la sua candidatura presidenziale. I soldi furono pagati da un ex legale di Trump, poi rimborsato dall’organizzazione del magnate.

Sarebbe dunque stato commesso un reato di false fatturazioni fiscali intestate alla Trump revokable trust, fatture pagate anche con assegni personali dell’allora presidente definite fraudolentemente come servizi legali di Michael Cohen. In Italia il reato di frode fiscale è punibile solo se le false fatture sono inserite nelle dichiarazioni annuali della società che le paga al fine di versare meno tasse, ed è punito con una pena da quattro a otto anni se l’ammontare dell’evasione supera i centomila euro.

Nel caso di Trump i vari pagamenti (non solo a Stormy Daniels ma anche a un’altra amante e a un portiere di uno stabile al corrente di una presunta paternità di Trump) sarebbero avvenute per evitargli un danno nella corsa alla presidenza ancorché diversi pagamenti risultino effettuati dopo l’elezione e non per ottenere vantaggi fiscali.

I reati fiscali avrebbero lo scopo di favorire e nascondere la consumazione di altri reati che Alvin Bragg – procuratore distrettuale della contea di New York – nella sua conferenza stampa ha rivelato essere di violazione della legge elettorale.

Il punto è proprio questo: Bragg non ha contestato alcuna altra specifica incriminazione, presumibilmente perché ciò comporterebbe che egli debba passare la mano a una procura federale, spogliandosi del caso.

Non solo, dopo aver fatto cenno agli altri pagamenti per comprare il silenzio a una ex playmate e a un custode condominiale – regolarmente sputtanati come da tradizioni di casa nostra – nessuna specifica accusa su questi fatti salta fuori dalle oltre sessanta pagine e trentaquattro capi d’accusa. Il tutto dunque per gonfiare il soufflé, e trattenere presso il proprio ufficio un caso su cui non avrebbe competenza. Forse non ha torto l’imputato a lamentare un «secondo fine» del processo.

Negli Stati Uniti la falsa fatturazione è un reato minore e viene punito come sottolineano i numerosi esperti che commentano la clamorosa procedura con una pena massima minore (fino a quattro anni) che potrebbe essere estinta con la sottoposizione volontaria di Trump a un periodo di lavori socialmente utili, come il suo amico Silvio Berlusconi che andò a cooperare in una residenza per anziani. Siamo sicuri che certamente sarebbe un’occasione rara per Trump per rendersi utile alla società, ma ciò non toglie che la situazione crei qualche disagio.

E infatti Trump ha cavalcato la vicenda decidendo di presentarsi, cosa che difficilmente sarebbe accaduta di fronte ad accuse ben più gravi come quelle oggetto di altre indagini sulle sue condotte dopo la sconfitta contro Joe Biden.

In un sistema giudiziario di common law come quello americano, basato sul prevalente indirizzo della giurisprudenza, l’unico precedente è quello di un ex senatore che aveva pagato una donna che aveva avuto un figlio da lui ed era stato assolto da analoghe accuse sostenendo che avesse voluto evitare non uno scandalo politico ma un dolore alla moglie malata di cancro.

Stiamo parlando di questo: e anche di un rinvio a giudizio determinato da una giuria popolare e richiesto da un procuratore democratico di nomina politica.

Sono caratteristiche del sistema giudiziario statunitense che hanno funzionato egregiamente in epoche di grande stabilità democratica del corpo elettorale, ma che oggi rischiano di mostrare la corda di fronte all’ondata populista scatenata da Trump.

Si può dire sin d’ora che l’illusione dello «stato di eccezione» e della «giustizia di scopo» per giustificare l’uso distorto del processo penale non sono mai servite a fermare i demoni interni di una società, anzi sono stati un pretesto per farli dilagare.

E con questo torniamo all’introduzione di questo pezzo: lungi dall’essere un’utopia da anime belle, il garantismo è una formidabile profilassi di igiene democratica. Da coltivare sempre.

Perdente in chief. La vita politica di Trump da imputato è iniziata con una sconfitta (per fortuna). Luciana Grosso su L’Inkiesta il 6 Aprile 2023

La vittoria della giudice democratica alle elezioni per la Corte Suprema del Wisconsin conferma che con il golpista alle urne non si vince, al massimo si rompe il sistema

La giornata del 4 aprile è stata pessima sia per l’uomo Donald sia per il leader Trump. Più o meno nelle stesse ore in cui il signor Donald entrava nel tribunale penale di New York, in stato di arresto, per farsi leggere i trentaquattro capi di accusa per i quali sarà processato, il leader Trump incassava una sonora sconfitta. L’ennesima da quando guida il partito repubblicano, la prima del suo nuovo corso di leader e imputato.

È successo in Wisconsin, nell’ambito di un’elezione locale per eleggere un giudice alla Corte Suprema dello Stato.

L’elezione, che in condizioni normali sarebbe dovuta passare sotto silenzio, in realtà è già passata alla storia per essere stata la più costosa del suo genere (in tutto le campagne elettorali dei suoi contendenti sono costate più di trenta milioni di dollari: un record per una campagna che difficilmente supera i dieci milioni).

La ragione di tanta attenzione e tanto clamore – e tanti soldi – per un’elezione locale è più o meno la stessa che, dal 2020, ha reso cruciale ogni voto, ogni seggio, ogni elezione di consiglio scolastico.

Tutte elezioni che, fino a non molto tempo fa, non si filava quasi nessuno ma che ora hanno l’aspetto e l’appeal di tante mini presidenziali.

Questo perché vengono usate per prendere la temperatura di un Paese intero, per scrutare l’esito del giochino delle presidenziali che andrà in scena nel 2024, per capire da che parte tira il vento. E tutte elezioni che in una realtà giuridicamente parcellizzata come è quella degli Stati Uniti – in cui non solo ogni Stato ha leggi sue, ma in cui anche ogni contea può fare storia a sé – vengono usate per occupare posti di controllo in grado di influire non solo (e già sarebbe tanto) sullo svolgimento ma persino sull’esito del voto. Il voto di martedì in Wisconsin era uno di questi voti.

Chi avesse vinto tra i due giudici Janet Protasiewicz, sostenuta dai democratici, e Daniel Kelly, sostenuto dai conservatori, avrebbe cambiato gli equilibri della Corte Suprema dello Stato, attualmente in perfetto pareggio 3-3 tra democratici e repubblicani. E soprattutto chi avesse vinto avrebbe assicurato ai suoi il controllo dell’organismo giuridico chiamato a dire l’ultima parola in caso di controversia sull’esito delle elezioni.

È successo, per esempio, proprio in Wisconsin, nel 2020, quando Trump fece ricorso per chiedere l’espunzione dal conteggio dei voti delle schede arrivate da alcune contee di tendenza democratica. In quel caso la corte, che pure era a maggioranza repubblicana, respinse (per un voto) la richiesta dell’intemperante presidente.

Nelle elezioni di martedì, lo diciamo per la cronaca, ha vinto la democratica Protasiewicz. E mezzo Paese ha tirato un sospiro di sollievo. Non tanto perché sia meglio un giudice democratico di uno repubblicano (cosa che, statisticamente, non è vera), quanto perché un repubblicano di oggi, per forza di cose, è trumpiano e in quanto tale è probabile che avalli una visione del mondo spregiudicata che ha in spregio la giustizia, la democrazia, persino la verità stessa delle cose.

Affidare la Corte Suprema di uno Stato come il Wisconsin (che non è esattamente swing, ma che non è più prevedibile come un tempo) a una maggioranza trumpiana era un rischio che in pochi (anche tra gli elettori dello Stato) si sentivano di correre. Questo, unito alla complicatissima faccenda aborto (che dallo scorso giugno è illegale in Wisconsin) ha tirato la volata alla candidata democratica che ha vinto con uno schiacciante cinquantacinque a quarantaquattro per cento

Così la terza vita politica di Trump, non più candidato-outsider, non più candidato-incumbent, ma candidato-imputato, è iniziata con una sconfitta. Una sconfitta che rassicura i democratici e che conferma ai repubblicani, una volta di più, quello che sanno da anni: con Trump le elezioni non si vincono. Al massimo si scassa il sistema.

"L’unica mia colpa è stata difendere l'America". “Trump cospirò per alterare le elezioni”: 34 imputazioni dall’attrice hard alla modella Playboy al portiere. Redazione su Il Riformista il 5 Aprile 2023

Donald Trump, il primo ex Presidente nella storia degli Stati Uniti a essere fermato, è incredulo. “Non pensavo che qualcosa del genere potesse accadere in America. L’unica mia colpa è stata difendere senza paura il Paese da coloro che vogliono distruggerlo”, ha detto nel suo discorso nella notte italiana dalla sua presidenza a Mar-a-Lago, in Florida, dov’è tornato dopo essere comparso in udienza a Lower Manhattan, New York, per l’incriminazione nel caso Stormy Daniels. Trump è “frustrato”, “arrabbiato”, ma anche “motivato” a combatter contro quella che definisce una “persecuzione politica”. La prossima udienza è stata fissata al prossimo 4 dicembre.

34 i capi di imputazione contestati dalla Procura di New York, falsificazione dei bilanci per tre versamenti per bloccare informazioni negative che avrebbero potuto danneggiare la sua immagine mentre era in corsa per le elezioni presidenziali del 2016, che avrebbe vinto contro la candidata democratica Hillary Clinton. 130mila dollari alla pornostar Stormy Daniels e 150mila alla coniglietta di PlayBoy Karen McDougal, 30mila a un portiere della Trump Tower tramite un giornale amico, il National Enquirer, affinché smettesse di sostenere e di accusarlo di aver avuto un figlio da una domestica in un rapporto al di fuori del matrimonio.

Il falso è stato tramutato dall’accusa in “felony”, di classe E, il livello più basso dei reati nello stato di New York, pena massima quattro anni. Secondo l’accusa la violazione dell’articolo 175 della legge penale dello Stato di New York è stata collegata a un reato più grave perché il falso in bilancio è stato perpetrato in congiunzione al reato di violazione della legge sui finanziamenti elettorali contestata all’ex avvocato di Trump, Michael Cohen. Trump rischia incriminazioni per reati anche più gravi, almeno tre i casi: quello delle pressioni sul voto in Georgia, in cui rischia le accuse di estorsione e cospirazione; quello dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021; quello dei documenti secretati ritrovati nella residenza di Mar-a-Lago.

Il nostro Paese sta andando all’inferno. Il mondo sta già ridendo di noi per tante altre ragioni”, ha detto ancora Trump da Mar-a-Lago. Ha definito l’indagine strumentale e dichiarato che il procuratore sia finanziato dal filantropo George Soros. “È un’indagine farsa, ecco cos’è, da parte di persone della sinistra radicale che credo debbano effettivamente odiare il nostro Paese. E ne abbiamo altre nei prossimi mesi, ma noi stiamo vincendo. Abbiamo avuto una grande giornata oggi, in realtà, perché si è rivelata una messinscena”.

L’accusa sostiene che il motivo per cui ha commesso il reato di falsificazione dei registri delle società è stato in parte quello di “promuovere la sua candidatura”, secondo l’atto di incriminazione rappresenta il coinvolgimento in una cospirazione per minare l’integrità delle elezioni del 2016. Per il Procuratore Bragg la condotta messa in atto da Trump è stata realizzata “con l’intento di frodare e nascondere un altro crimine. La condotta corroborata dal gran giurì è un reato a New York. Questo caso è uno dei tanti che affrontiamo cioè quello delle menzogne che vengono dette per eludere la legge. Il mio ufficio ha il dovere di garantire che tutti siano uguali davanti la legge”. E “non possiamo normalizzare e non normalizzeremo una condotta criminale”, l’ex presidente avrebbe fornito “34 false dichiarazioni per coprire altri reati. Questi sono reati penali nello Stato di New York. A prescindere da chi li abbia commessi”.

Il giudice di Manhattan ha chiesto a pm e allo stesso Trump di non fomentare disordini. Bragg si era anche detto “molto preoccupato” per gli effetti dei messaggi dell’ex Presidente – nei giorni scorsi aveva anche scritto che il suo arresto potrebbe portare “potenzialmente morte e distruzione”. Nbc News ha riportato che l’accusa intende chiedere un ordine protettivo per garantire la sicurezza dei testimoni.

Le accuse all'ex presidente. Chi è Karen McDougal, ex “coniglietta” di Playboy e fidanzata segreta di Trump finita nelle carte che accusano il tycoon. Redazione su Il Riformista il 5 Aprile 2023

È indicata come Woman 1, prima della Woman 2 “pietra dello scandalo” per Donald Trump, ovvero l’ex pornostar Stormy Daniels. Nelle tredici pagine di incriminazione della procura distrettuale di Manhattan per l’ex presidente degli Stati Uniti c’è una seconda donna che rischia di costare carissimo al tycoon ricandidato alle primarie del Partito Repubblicano: Karen McDougal.

Ex “coniglietta” di Playboy, iconica rivista erotica statunitense fondata da Hugh Hefner, McDougal nelle carte dell’inchiesta viene indicata e si dichiara come fidanzata segreta di Trump quando l’imprenditore era appena diventato papà di Barron, il figlio avuto dalla moglie Melania nel 2006.

Anche qui, la storia di McDougal è simile a quella di Stormy Daniels e vede coinvolto il tabloid National Enquirer, il giornale che durante le presidenziali del 2006 pagò Stephanie Clifford (vero nome di Daniels) per una operazione di “catch and kill”, ovvero comprare la sua torbida storia che avrebbe inguaiato Trump e non pubblicarla.

American Media Inc (AMI), l’editore del tabloid, ha ammesso di aver pagato a McDougal 150mila dollari di diritti sulla sua storia per non renderla pubblica. Secondo l’accusa Trump, assieme al suo avvocato Michael Cohen (già condannato a tre anni di reclusione per il caso Daniels) e all’ex amministratore delegato di AMI David Pecker (amico di lunga data di Trump) avevano concordato un rimborso all’editore per comprare le rivelazioni dell’ex modella 52enne McDougal, già Playmate dell’anno di Playboy nel 1998, che ebbe con Trump una relazione clandestina andata avanti nel biennio 2006-2007.

McDougal, nata nell’Indiana e insegnante di scuola materna prima di iniziare la carriera da modella e Playmate, incontrò Trump in una festa in piscina nella Playboy Mansion di Hugh Hefner, boss e fondatore della rivista. In quel primo incontro il tycoon le chiese il numero di telefono e i due iniziarono a parlare spesso, fino ad un primo appuntamento per cena in un bungalow privato al Beverly Hills Hotel di Los Angeles. Lì inizio la loro relazione clandestina: i due si incontravano ogni volta che Trump era Los Angeles nello stesso albergo, nello stesso bungalow e ordinando, almeno per il tycoon, la stessa cena, ovvero bistecca e purè di patate.

L’ex modella racconterà che Trump le promise una casa a New York, la presentò anche ad alcuni membri della sua famiglia, fra i quali Donald Trump Jr e la sua ex moglie Vanessa, che allora era incinta. Il rapporto tra i due finirà però nell’aprile del 2007, a causa dei sensi di colpa e in parte anche per i commenti violenti e offensivi dello stesso imprenditore e futuro presidente degli Stati Uniti.

Ovviamente Trump ha negato ogni accusa, definendo le indagini a suo carico come una “persecuzione politica” e attaccando i procuratori coinvolti nell’inchiesta, da Alvin Bragg “pagato da Soros” a Letitia James fino a Jack Smith, impegnato nell’inchiesta sulle carte top secret portate dalla Casa Bianca a Mar-a-Lago, che ha definito un “pazzo”.

Caso Trump e pornostar Stormy Daniels: tutte le tappe. Donald Trump è il primo ex presidente americano a essere incriminato penalmente e a finire in stato di arresto. Chiara Nava su Notizie.it il 5 Aprile 2023

ARGOMENTI TRATTATI

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: l’incontro nel 2006

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: le vicende del 2016

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: dal 2018 al 2019

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: dal 2022 al 2023

Donald Trump è il primo ex presidente americano a finire in stato di arresto. Al tribunale di Manhattan ha assistito alla lettura dei 34 capi di imputazione e si è dichiarato non colpevole. Ha definito “surreale” l’udienza, per il caso Stormy Daniels.

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: l’incontro nel 2006

Tutto è iniziato nel luglio 2006, con il primo incontro tra Donald Trump e Stormy Daniels. I due si sono incontrati ad un torneo di golf in Nevada e, secondo quanto raccontato dalla pornostar nel 2018, sono finiti subito ad avere rapporti intimi. All’epoca dei fatti l’attrice aveva 27 anni, Trump ne aveva 60 e Melania aveva appena partorito. La loro relazione è andata avanti per un anno, con la promessa alla pornostar di una parte nello show Celebrity Apprentice. Nel 2011 la donna aveva rilasciato un’intervista sull’argomento che non è mai andata in onda a seguito delle minacce di querela da parte di Michael Choen, all’epoca avvocato di Trump. Qualche settimana dopo, come rivelato dalla Daniels, la donna è stata minacciata da un uomo, che le ha detto di lasciar perdere Trump e tutta la storia.

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: le vicende del 2016

Il 2016 è stato un anno molto intenso per Donald Trump, ma è stato anche l’anno in cui ha pagato 130 mila dollari per assicurarsi il silenzio di Stormy Daniels, che voleva parlare della loro relazione. Il 19 luglio 2016 Trump ha ottenuto la nomination repubblicana per la Casa Bianca e la sua posizione è diventata molto delicata. Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, il legale Cohen ha raggiunto un accordo con David Pecker, presidente e ceo della società che controlla il tabloid National Enquire, per riuscire a bloccare l’intervista dell’ex coniglietta di playboy Karen McDougal su un’altra relazione avuta con Trump tra il 2006 e il 2007. Anche questa donna sarebbe stata pagata per non parlare della relazione. Il legame con l’ex presidente degli Stati Uniti sarebbe nato un mese prima dell’incontro tra Trump e Stormy Daniels. I due si sono conosciuti alla Playboy Mansion durante le riprese di Celebrity Apprentice. “Ero attratta da lui, dal suo bell’aspetto e dal suo fascino. Ho avuto centinaia di rapporti non protetti con Trump. Mi ha sempre detto di amarmi” ha confessato l’ex Playmate, sottolineando che il tycoon avrebbe anche pensato di sposarla.

Nello stesso anno è stato pagato anche il silenzio della Daniels. Pochi giorni prima delle elezioni, Cohen ha versato 130mila dollari all’avvocato della pornostar per assicurarsi il suo silenzio. La donna voleva vendere la storia al magazine Enquirer, ma il legale di Donald Trump ha anticipato di tasca sua 130 mila dollari per evitare che la storia diventasse di dominio pubblico. Una volta diventato Presidente, Donald Trump ha versato a sua volta i soldi sul conto dell’avvocato, che li aveva anticipati.

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: dal 2018 al 2019

Il 12 gennaio 2018 il Wall Street Journal ha rivelato l’accordo, ma Cohen ha negato di essere stato rimborsato e ha dichiarato che si trattava di fondi associati alla campagna elettorale. A marzo 2018 Daniels decide di fare causa, per annullare l’accordo, in quanto non era firmato da Donald Trump, che intanto dice di non essere a conoscenza del pagamento, anche se il suo avvocato Rudy Giuliani, solo un mese dopo, ammette il rimborso. A quel punto le case e l’ufficio del legale Cohen vengono perquisite dall’FBI. L’avvocato, il 21 agosto dello stesso anno, si dichiara colpevole di nove capi d’accusa, ammettendo anche il pagamento a Daniels e McDougal ed è stato condannato a tre anni, a quasi tutti reati finanziari, dall’evasione fiscale per qualche milione di dollari, alle false comunicazioni bancarie, e al versamento di 130 mila dollari a Stormy Daniels e di 150 mila dollari a Karen McDougal, per convincerle a non parlare dei rapporti avuti con l’ex presidente. Dopo questi avvenimenti, nel 2019, è iniziata l’offensiva dei procuratori Cyrus Vance e Mark Pomeranz, che sono riusciti ad incriminare l’ex responsabile finanziario della Trump Organization per frode fiscale.

Le tappe del caso Trump e Stormy Daniels: dal 2022 al 2023

A marzo 2022, i due procuratori hanno accusato il nuovo procuratore distrettuale Alvin Bragg di non fare abbastanza per mandare avanti le indagini su Donald Trump, ma lui ha sempre assicurato che le indagini stavano procedendo in modo attivo. Infatti, nel gennaio 2023 Alvin Bragg ha convocato un gran giurì, che ha indagato in modo approfondito sui soldi che sono stati pagati a Stormy Daniels, convocando anche come super testimone proprio il legale Michael Cohen, che era stato incriminato. Il 9 marzo 2023 Donald Trump è stato invitato a testimoniare davanti al gran giurì, ma ha deciso di declinare l’invito. Il 18 marzo 2023 l’ex presidente ha previsto sui social il suo imminente arresto e ha cercato di aizzare le proteste dei suoi seguaci. Il 30 marzo è stato ufficialmente incriminato dal gran giurì per 34 capi d’accusa. Trump ha definito il processo contro di lui una “interferenza elettorale“, in vista alla sua corsa alla Casa Bianca per il 2024. In tanti si aspettavano una risposta violenza da parte sua, ma così non è stato. I capi d’imputazione riguardano la falsificazione di documenti aziendali, per quella che i pubblici ministeri sostengono fosse “una cospirazione per influenzare le elezioni presidenziali del 2016, mettendo a tacere le accuse di relazioni extraconiugali”.

Il giudice, la pornostar e il portiere: tutti i protagonisti del caso Trump. Una guida per ricostruire i profili dei principali protagonisti coinvolti nel caso che ha inguaiato l'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Federico Giuliani il 5 Aprile 2023 su Il Giornale.

 Donald Trump: l'attore protagonista

 Alvin Bragg: il procuratore

 Juan Manuel Merchan: il giudice

 Michael Cohen: l'ex avvocato di Trump

 Stormy Daniels: la pornostar

 Karen McDougal: la playmate

 Dino Sajudin: il portiere della Trump Tower

Donald Trump è il protagonista principale della vicenda giudiziaria che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso. Accanto all'ex presidente degli Stati Uniti troviamo però altri personaggi rilevanti che completano una trama degna dei migliori thriller. Ci sono due donne, una pornostar e una coniglietta di Playboy. C'è un vecchio alleato di The Donald trasformatosi in uno dei suoi peggiori nemici. Meritano spazio anche il portiere della Trump Tower, oltre ovviamente al giudice del caso e al procuratore che ha innescato l'incendio. Ecco, nel dettaglio, i sette protagonisti del Trumpgate.

Donald Trump: l'attore protagonista

Il magnate è diventato il primo ex presidente della storia degli Stati Uniti ad essere incriminato. Il Gran Giurì di Manhattan lo ha infatti messo nel mirino in relazione ad un’indagine relativa al pagamento di 130.000 dollari che il suo avvocato, Michael Cohen, avrebbe effettuato alla pornostar Stormy Daniels prima delle elezioni presidenziali del 2016. In un secondo momento la storia si è allargata a macchia d'olio. Un custode della Trump Tower avrebbe ricevuto 30 mila dollari per non parlare di un "bambino nascosto" sul quale pretendeva di avere informazioni. Ci sarebbe, poi, il caso di una donna che si presentava come ex amante del tycoon, che avrebbe ricevuto 150 mila dollari. Trump non si arrende e promette battaglia.

Alvin Bragg: il procuratore

Alla guida della procura di Manhattan, Bragg ha preso il posto di Cyrus Vance, aspramente criticato per non aver avuto successo nel perseguire Trump. Questo è di gran lunga il momento più importante nella carriera dell'uomo che sta "sfidando" The Donald. Ha prestato giuramento lo scorso anno, laureato ad Harvard, è il primo afroamericano procuratore di Manhattan. Eletto nel 2021, Bragg è nato a Harlem ed è cresciuto a New York, la città che è anche dell'ex presidente incriminato.

Juan Manuel Merchan: il giudice

Merchan ha iniziato la sua carriera legale nel 1994, dopo essersi laureato alla Hofstra University School of Law. Ha trascorso diversi anni nell'ufficio del procuratore distrettuale della contea di New York, prima di diventare vice assistente procuratore generale nella contea di Nassau nel 1999. Ha poi lavorato come assistente procuratore generale nelle contee di Nassau e Suffolk, per poi essere nominato al banco 2006 nel tribunale della famiglia della contea del Bronx. Dal 2009 presta servizio come giudice presso la Corte suprema della contea di New York, presiedendo questioni penali. Nel 2022, Merchan ha presieduto il processo per frode fiscale che ha portato alla condanna del direttore finanziario della Trump Organization, Allen Weisselberg.

Michael Cohen: l'ex avvocato di Trump

Un tempo uno degli uomini più fidati di Trump, Cohen adesso può essere definito uno dei suoi più acerrimi nemici, essendo al centro della possibile incriminazione dell'ex presidente. L'inversione a U dell'ex avvocato del tycoon è stata emblematica, visto che è passato dal pronunciare affermazioni tipo "mi farei sparare per Trump", all'accusarlo di mentire e di lasciarsi andare a commenti razzisti. Un cambio che lo ha costretto a 13 mesi di carcere e a un anno di arresti domiciliari, oltre a subire brutali attacchi da parte del suo ex capo. L'ostinazione di Cohen contro Trump è criticata da molti in quanto ritenuta una modalità per riabilitare la sua reputazione. Altri invece lo appoggiano e lo sostengono, convinti che abbia avuto coraggio a sfidare l'ex presidente.

Stormy Daniels: la pornostar

Il suo vero nome è Stephany Gregory Clifford, 44 anni, di Baton Rouge, Louisiana. Repubblicana, attrice per cinque anni in film per adulti, poi regista. La donna ha raccontato di aver conosciuto Trump quando lei aveva 27 anni e lui 60, nel corso di un torneo di golf in Nevada. Secondo il suo racconto, Trump le avrebbe detto che gli ricordava la figlia Ivanka, e che le avrebbe offerto una parte nella serie tv "The apprentice". La sera avrebbero fatto sesso, un incontro durato pochi minuti. Il tycoon ha sempre negato. Quando nel 2011 Trump annunciò una sua prima candidatura, lei provò a vendere la storia a un magazine, ma l'avvocato del tycoon, Cohen, minacciò di fare causa e il magazine cancellò tutto. Nel 2016 Stormy ci ha riprovato. Poi ha raccontato tutto nel 2018.

Karen McDougal: la playmate

Il procedimento penale contro l'ex presidente Donald Trump, svelato martedì, si basa non solo sulla sua presunta relazione di alto profilo con la pornostar Stormy Daniels, ma anche su una relazione separata con la modella di Playboy Karen McDougal. Ex modella e attrice di 52 anni dell'Indiana, McDougal è stata una Playmate dell'anno della rivista Playboy alla fine degli anni '90. Ha detto di aver avuto una relazione con Trump nel 2006 e nel 2007, ricostruzione che quest'ultimo ha smentito.

Dino Sajudin: il portiere della Trump Tower

Trump avrebbe versato a un portiere della Trump Tower, Dino Sajudin, 30 mila dollari per comprare il suo silenzio in merito a un presunto figlio illegittimo che il tycoon avrebbe avuto con una cameriera. Nelle carte del processo si legge che tra tra l'ottobre e il novembre del 2015 Sajudin avrebbe cercato di vendere informazioni in merito alla suddetta storia. Gli inquirenti hanno quindi scritto che la American Media Inc, che possiede il tabloid scandalistico National Enquirer, avrebbe pagato il "doorman" per scongiurare ogni possibile scandalo in merito all'ipotetico figlio illegittimo. Pare che il contratto tra Sajudin e l'American Media Inc prevedesse una penale da 1 milione di dollari contro il portiere nel caso in cui quest'ultimo avesse rilevato i termini dell'accordo.

Gop, Biden e dem: chi vince e chi perde col processo a Trump. Gianluca Lo Nostro il 5 Aprile 2023 su Inside Over

Assurgendo al rango di martire e vittima di una persecuzione politica in atto contro di lui, raccogliendo milioni su milioni in donazioni al suo comitato elettorale, Donald Trump ha ipotecato la nomination del Partito Repubblicano nel 2024. Nell’area conservatrice americana l’incriminazione e l’arresto dell’ex presidente sono percepiti come un attacco inaudito da parte della giustizia, usata e agitata dai democratici come arma contro un candidato in corsa per la Casa Bianca. Una preoccupazione comune anche a chi ha dimostrato di detestare visceralmente Donald Trump. Il riferimento è a Mitt Romney, il senatore repubblicano che nel 2019 e nel 2021 votò due volte a favore dell’impeachment del presidente, che oggi scrive: “Il procuratore si è spinto troppo oltre e criminalizzando un suo oppositore politico ha creato un pericoloso precedente che danneggerà la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema giudiziario”.

La debolezza delle accuse

C’è un fondo di verità in questo commento del politico dello Utah: l’impianto accusatorio costruito da Alvin Bragg si fonda su elementi già in possesso della magistratura e il collegamento con il crimine di cospirazione potrebbe risultare debole. D’altronde, il procuratore di Manhattan ha incentrato la sua campagna elettorale nel 2021 sulla promessa di portare Trump alla sbarra. E c’è riuscito. Appare meno probabile però che una giuria popolare di New York voti per assolvere il leader repubblicano. È impensabile, ma sulla neutralità delle giurie negli Stati Uniti bisognerebbe scrivere un trattato.

Quando nel 2017 venne nominato Robert Mueller per indagare sul Russiagate, l’ex direttore dell’Fbi aveva un mandato per verificare che il tycoon non avesse commesso altri reati oltre a quello di essersi servito di un’interferenza straniera per vincere le elezioni. Mueller, nelle sue conclusioni pubblicate nel 2019, dopo aver ascoltato la testimonianza di Michael Cohen (che ottenne uno sconto di pena grazie alle sue rivelazioni) decise di non procedere contro Trump.

La strategia dem

Quindi si tratta di un autogol dem? Biden e i suoi non hanno mai fatto mistero di voler seppellire ed estromettere The Donald dalla politica, affinché ”uno come lui non possa neppure avvicinarsi alle istituzioni in futuro”. Così aumenta la polarizzazione e quella parte di America che il presidente aveva promesso di riunire sotto la sua leadership adesso si sentirà tradita, nonostante il 60% degli statunitensi sia d’accordo con l’incriminazione di Trump.

L’apertura del processo contro l’ex presidente repubblicano svela però un paradosso: e se invece la sua quasi certa ricandidatura ufficiale non fosse altro che un clamoroso assist a Joe Biden? In fondo è quello che i sondaggi hanno continuato a suggerire da quando si sono tenute le ultime presidenziali: in un’ipotetica rivincita del 2020, Biden sarebbe di gran lunga più competitivo contro Trump nel 2024 rispetto a una sfida alternativa con un altro esponente del Gop, ad esempio contro il più giovane Ron DeSantis.

Poi ci sono anche dei messaggi nascosti, che meriterebbero ulteriore attenzione: i consiglieri di Biden hanno fatto sapere che il lancio della campagna elettorale per la ricandidatura del presidente è stato rimandato all’autunno prossimo. A quel punto l’epopea giudiziaria di Trump raggiungerà l’apice, con la seconda udienza per il caso Stormy Daniels in programma il 5 dicembre e lo spettro di nuove incriminazioni nelle altre inchieste ben più gravi di quella in cui è coinvolto nella Grande mela. Insomma, questo marasma politico-giudiziario in corso non andrebbe per nessun motivo immaginato come un gioco a somma zero. Tutti i giocatori in campo hanno fatto segnato il loro punto. La partita è ferma sull’1-1.

Trump in arresto, “il criminale è il procuratore. Chi lo paga”. Libero Quotidiano il 05 aprile 2023

"Il vero criminale è il procuratore distrettuale". Da Mar-a-Lago, in Florida, Donald Trump attacca frontalmente Alvin Bragg, l'uomo che ha condotto all'arresto dell'ex presidente americano poche ore prima nel tribunale di Manhattan, con 34 capi di imputazione. "E' una persecuzione, non è un'indagine - ha tuonato Trump nel suo comizio casalingo -. Non c'è un caso, non c'è niente". Ha poi insinuato che dietro a Bragg ci siano i finanziamenti del magnate di origine ungherese George Soros, considerato da anni "l'eminenza grigia" dietro una cosiddetta internazionale anti-sovranista che sosterrebbe la galassia della sinistra, da partiti a esponenti Ue fino alle Ong. 

I legali di Trump hanno parlato di un ex presidente uscito "frustrato" e "scosso" dall'udienza nella quale il giudice Juan Merchan gli ha contestato le accuse contenute nell'atto di incriminazione presentato dal procuratore Bragg. Così lo ha definito, parlando con i cronisti, l'avvocato Todd Blanche, che guida il collegio difensivo dell'ex presidente. A lui, specialista in reati finanziari, si è affidato Trump per difendersi dalle 34 accuse di falsificazione di libri contabili. Reati che prevedono un massimo di 4 anni di carcere per ciascun capo d'accusa, anche se difficilmente il tycoon, che in aula si è dichiarato non colpevole, dovrà scontarli. Nell'atto di incriminazione, reso pubblico dopo che Trump ha lasciato la Procura di Manhattan per fare ritorno in Florida, vengono sostanzialmente indicati tre pagamenti in nero che avrebbe effettuato per mettere a tacere informazioni dannose per la sua campagna 2016. Uno dei pagamenti, da 30mila dollari, riguarda un ex portiere della Trump Tower che voleva rivelare l'esistenza di un figlio illegittimo del tycoon, avuto da una relazione extraconiugale. Il tramite dei soldi fu il tabloid National Inquirer. Il giornale amico avrebbe poi effettuato anche un altro pagamento, di 150mila dollari, all'ex modella di Playboy Karen McDougal, che voleva vendere la sua storia su una passata relazione con Trump. Nella pratica denominata catch and kill, il tabloid acquisì i diritti di pubblicazione della storia e la tenne poi nel cassetto. L'ultimo pagamento è il punto sul quale è incentrata l'incriminazione del tycoon e riguarda la somma di 130mila dollari che l'ex avvocato e faccendiere di Trump Michael Cohen, già condannato, fece alla attrice a luci rosse Stormy Daniels per comprarne il silenzio su una sua passata relazione con l'ex presidente.

Divenuto presidente, Trump secondo l'accusa avrebbe poi rimborsato Cohen - ed è qui che scatterebbe il reato di frode -, facendo passare i pagamenti come "spese legali" fittizie. Bragg sostiene quindi che Trump sia stato coinvolto in una "cospirazione illegale" per minare l'integrità delle elezioni del 2016, avendo pagato per mettere a tacere informazioni potenzialmente dannose per la sua elezione. "Non possiamo normalizzare e non normalizzeremo una condotta criminale", ha detto il procuratore di Manhattan, illustrando alla stampa le accuse. Trump, secondo Bragg, avrebbe fornito "34 false dichiarazioni per coprire altri reati. Questi sono reati penali nello Stato di New York. A prescindere da chi li abbia commessi". 

L'ombra di Soros dietro al procuratore anti-Trump: cosa svelano le donazioni. Storia di Alberto Bellotto su Il Giornale il 31 marzo 2023.

 "Non l'ho finanziato e non lo conosco". George Soros, il super finanziere delle cause liberal progressiste di mezzo mondo ha smentito categoricamente di conoscere Alvin Bragg, il procuratore distrettuale di Manhattan che ha lavorato per far incriminare Donald Trump. Il disconoscimento di ogni legame arriva da uno scambio di messaggi tra il tycoon di origine ungherese e il giornalista e fondatore di Semafor Steve Clemons.

La chat con Soros

"Un sacco di supporters di Trump si riferiscono ad Alvin Bragg come un procuratore finanziato da Soros. Cosa ne pensi di questa versione alla luce dello storico rinvio a giudizio di Donald Trump?". Lapidaria la risposta di Soros: "Steve, ho scritto un pezzo per il Wall Street Jorunal. Chiunque voglia capire perché finanzio i procuratori che hanno in mente una riforma dovrebbe leggerlo. Io non ho contribuito alla campagna elettorale di Bragg e non lo conosco". Poi un'altra stoccata all'ex inquilino della Casa Bianca: "Penso che qualcuno della destra preferisce focalizzarsi su teorie cospirative estreme che sulle accuse gravi che pendono sull'ex presidente".

George Soros, paladino globale della sinistra, da tempo appoggia una vasta rete di candidati democratici negli Usa, da esponenti che corrono per seggi al Congresso ai candidati locali. Negli ultimi due anni ha messo nel mirino le cariche elettive che negli Usa definiscono ruoli chiave del sistema giudiziario, come i procuratori distrettuali appunto.

La scia dei soldi

E infatti seguendo il denaro, come ha fatto un media tutt'altro che complottista come il New York Times, si può trovare una connessione tra i due. Stando alla ricostruzione del Times, Bragg ha annunciato la sua intenzione di correre per la carica di procuratore di Manhattan nel giugno del 2019. Due anni dopo, l'8 maggio del 2021, la ong Color of Change ha annunciato il suo appoggio proprio a Bragg. L'organizzazione rappresenta uno dei quei gruppi della galassia liberal che si occupa di promuovere riforme del sistema penale e giudiziario.

Pochi giorni dopo l'endorsement di Color of Change, Soros ha staccato un assegno da 1 milione di dollari per la ong in questione. Alla fine della campagna elettorale la spesa totale dell'organizzazione per Bragg ha sfiorato i 500 mila dollari. Stando ai dati raccolti dal sito Open Secret, che traccia questo tipo di finanziamenti, la campagna del procuratore anti-Trump avrebbe assorbito circa l'11% di tutta la spesa di Color of Change fatta durante la tornata elettorale del 2021. PolitiFact, ha scritto la Cnn, ha stimato che tra il 2021 e 2022 Soros è stato il più grande donatore di Color of Change, che tra il 2016 e il 2022 avrebbe ricevuto 4 milioni di dollari sia da Soros che dall'organizzazione Democracy Pac (creata anche con fondi dello stesso Soros). In tutto questo l'aspetto forse più ironico è che il cofondatore della ong, Van Jones, oggi è uno dei commentatori politici della stessa Cnn.

In realtà i soldi a disposizione di Color of Change sarebbero molti di più. La Cnbc, pur evidenziando che i legami tra Soros e Bragg sono indiretti, ha scritto che la famosa Open Society di Soros avrebbe versato altri 7 milioni di dollari proprio al gruppo di pressione pro riforma della giustizia. Andando a spulciare i dati sui finanziamenti che ricevono i vari candidati PolitiFact ha scoperto che alcuni famigliari di Soros come il figlio Jonathan Soros e sua moglie Jennifer Allan Soros hanno donato a Bragg altri 20 mila dollari.

Il piano di Soros sui procuratori

Come ha notato il Nyt il supporto di Color of Change ha riguardato una rete estesa di altri candidati. Ad esempio ha appoggiato la rielezione del procuratore distrettuale di Filadelphia Larry Krasner e ha appoggiato candidati anche in Virginia e nell'area di Minneapolis, in Minnesota. L'articolo cui ha fatto riferimento lo stesso Soros nel suo messaggio col giornalista di Semafor è un vero manifesto di quella che secondo lui dovrebbe essere la giustizia in America. Una strizzata d'occhio al movimento Defund The Police con riduzione del numero di carcerati. Anche se lo stesso Soros scrive: "L'obiettivo della mia agenda non prevede di togliere i finanziamenti alla polizia ma di ricostruire la fiducia tra le forze dell'ordine e i cittadini".

"Per questo", continua il suo manifesto, "ho sostenuto l'elezione di procuratori che appoggiano questo tipo di riforma". Uno scenario che sembra calzare a pennello per lo stesso Bragg. Il procuratore, cresciuto nella Harlem della crisi del crack negli anni '80 e con un passato da avvocato per i diritti civili, ha improntato il suo lavoro sulla necessità di ridurre le incarcerazioni, evitare di perseguire reati legati alla droga, e riformare il modo in cui si muove la polizia, istituendo anche un ufficio per verificare eventuali abusi da parte degli agenti. Una ricetta che non può non piacere a George Soros. Ma che a New York ha scontentato molti: dalla polizia al primo cittadino Eric Adams, dem moderato con un passato in divisa.

L'accusa contro l'ex presidente Usa. Perché i processi a Trump rischiano di far crescere il consenso nei confronti del tycoon che rivuole la Casa Bianca. Paolo Guzzanti su Il Riformista l’1 Aprile 2023

L’America ha berlusconizzato Donald Trump per la storia di una pornostar che lui avrebbe pagato con 130 mila dollari affinché tacesse, prima ancora di essere eletto presidente. La Procura di New York ne ha ordinato l’arresto e tutti si aspettano che martedì lo stesso Trump venga a costituirsi dalla sua magione in Florida. Il Paese è spaccato: se si guardano sia la Cnn che Fox News, la sinistra e la destra televisiva, si vede subito lo stato delle cose e si capisce anche che non si tratta di una comune questione giudiziaria ma politica.

La pratica e le leggi negli Stati Uniti sono spietati rispetto ai nostri standard. Ma la giustizia che non guarda in faccia a nessuno, essendo rappresentata da uomini prevalentemente eletti con un voto politico è di fatto una giustizia prevalentemente politica. Quello stesso sistema giudiziario e politico non ha esitato a perquisire il garage del presidente in carica Joe Biden e quello dell’ex presidente Barack Obama, per non dire del raid nella casa di Mar a Lago, quartier generale di Trump in Florida, dove furono trovati molti documenti segreti. Fino a giovedì sera si è svolto a Mar a Lago il summit degli avvocati di Trump in attesa dell’emissione ufficiale dell’ordine di cattura emesso dalla procura di New York per la storia di una pornostar che avrebbe ricattato l’imprenditore Trump non ancora in politica facendosi dare centotrentamila dollari attraverso un mediatore, un legale, con una ricevuta falsa.

Il campo repubblicano è in tumulto e non soltanto i trumpiani difendono il loro leader ma anche i repubblicani critici fra cui il suo ex vice presidente Pence, il governatore della Florida De Santis e tutti gli altri big in corsa per la candidatura presidenziale. La decisione di emettere un mandato di cattura è stata presa da un Grand Jury di ventitré cittadini estratti a sorte, ma guidati dall’Attorney District, cioè dal magistrato dell’accusa. Per quanto indipendente dal procuratore, la giuria ha avallato tutte le accuse relative al caso della porno star.

Ma questo è soltanto il primo di una serie di processi che seguiranno come si legge in un comunicato della stessa Procura in cui si dice che “Mr. Trump ha danneggiato gravemente le istituzioni politiche e giuridiche d’ America e le ha anche minacciate eccitando pubblici tumulti quando ha messo in dubbio il risultato delle elezioni”.

Nelle televisioni e sui giornali giuristi e giornalisti si accapigliano, da Charles Blow, convinto che Trump debba andare in galera, a David French che spiega i motivi del suo scetticismo, mentre Nicholas Kristof sostiene che l’arresto di un ex presidente può rafforzare la democrazia. Tuti concordano su fatto che si tratti di un caso politico. Molti discutono sulle vere ragioni dell’arresto che vanno dalla complicata relazione tra Trump e il precedente procuratore Robert Morgan. Nicholas Kristof, columnist del New York Times ricorda che il Presidente Grant fu arrestato nel 1872 per eccesso di velocità della sua carrozza a cavalli e che un presidente americano è un cittadino e non somiglia a Luigi XIV, il quale dichiarò “lo stato sono io”.

Poi ci sono i retroscena secondo cui facendo di Donald Trump un eroe perseguitato, il consenso per lui già in crescita lo porterebbe alla Casa Bianca. I democratici in tal caso dovranno cercare alla svelta un candidato molto forte, scartando Joe Biden considerato compromesso nella questione Ucraina a causa di suo figlio Hunt. E poi c’è la guerra. Trump ripete che se fosse stato lui alla Casa Bianca, non soltanto questa guerra non sarebbe mai cominciata, ma non avrebbe dato ragione a Putin: avrebbe sistemato a suo modo l’intera faccenda chiudendo una partita che considera vergognosa. Dall’altra parte lo stesso Putin ha ripetuto che Donald Trump, a suo parere, è stato il miglior presidente.

La dottrina trumpiana consiste nello splendido isolamento dell’America: se fosse al comando, ritirerebbe tutti i suoi soldati lasciando sola la sciagurata Europa occidentale. L’Europa è più ricca dell’America e anche più popolosa ma avara e gretta tanto da non volersi dotare di un sistema di difesa efficace, tanto alla fine vengono gli Stati Uniti a salvarci da ogni guaio. Sicché alla fine è l’operaio metalmeccanico americano che deve pagare in salario e posti di lavoro i privilegi del metalmeccanico tedesco che paga meno tasse e produce automobili a prezzo più basso. Altro discorso è quello con la Cina: Trump durante la sua presidenza fece partire un’unica selva di missili senza provocare neppure un morto, quando – avendo come ospite a Mar a Lago proprio Xi Jinping – dette ordine di fare fuoco su una base siriana. Ma l’emissione dell’ordine di arresto che dovrebbe portare Trump a costituirsi alla procura di New York martedì prossimo, è un’ulteriore clamoroso elemento che prova lo stato di crisi verticale sia della dirigenza politica che della stessa popolazione americana.

Gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese instabile come la nitroglicerina, soggetto alla guerra civile più sanguinosa e spietata mai vista nei tempi moderni, a spaccature profondissime su tutte le questioni dei temi civili: dallo schiavismo fino alle divisioni per la guerra del Vietnam e poi per quella in Iraq e in Afghanistan. L’America, benché gli europei se ne accorgano poco, è il paese più antiamericano del mondo, prova ne sia che l’elettorato rampante dalla parte di Trump non è quello dei miliardari con lo yacht e neppure della media borghesia ma quello proprio degli immigrati arrabbiati che vedono nell’immigrazione clandestina una minaccia per il loro posto di lavoro. E quindi rastrella voti principalmente tra i latinos, gli asiatici, gli afroamericani. L’ultimo paradosso è che l’arresto imminente di Trump mette sotto luce la carenza e perfino la pericolosità dell’amministrazione Biden che si regge più sulle istituzioni e il personale in servizio permanente che sulle direttive dell’Oval Office.

Trump stava preparandosi alla guerra contro la Cina o meglio si stava preparando a dimostrare che la Cina non avrebbe mai potuto vincere una guerra contro gli Stati Uniti in una corsa tecnologica sfrenata che aveva, come effetto collaterale, la prospettiva di una lunga pace con il mantenimento dell’autonomia dell’isola di Taiwan la cui presidente e in queste ore negli Stati Uniti allo scopo preciso di mandare in bestia Xi Jinping. Due scenari di guerra e un terzo scenario di guerra civile sono troppi per le fragili spalle di Joe Biden per non dire della sua vice Kamala Harris considerata da tutti inadeguata a succedergli alla Casa Bianca come Presidente. L’America e il mondo si chiedono quale sarà la svolta di questo paese nel momento in cui il più radicale avversario dell’establishment democratico sta per finire in galera.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Estratto dell’articolo di Francesco Semprini per “la Stampa” l’1 aprile 2023.

Alla fine, il tintinnio delle manette tanto invocato da Trump ha il sapore brut dello champagne stappato dalla "Regina di Pompano". […] Al night club Solid Gold Club, di Pompano Beach molti si ricordano di "Steph", in arte Stormy, «intraprendente, si vedeva sin dagli inizi, sapeva quello che voleva», dice uno dei gestori del locale, al punto tale da definirla la "regina" del club. Cosa voleva? «Volare». Lo ha fatto.

 Anche se dagli abusi subiti da bambina e l'infanzia povera in Louisiana ai riflettori della cronaca politica della prima democrazia del Pianeta nemmeno lei poteva immaginarsi tanta popolarità, al punto tale da tentare di far precipitare un ex inquilino della Casa Bianca.

Nata a Baton Rouge, la 44 enne è stata abbandonata dal padre quando era piccola ed è rimasta con una madre latitante. Un'infanzia di stenti e abusi sin da quando aveva nove anni, vissuta in una catapecchia rurale come ha raccontato nell'autobiografia "Full disclosure". Già adolescente ha cominciato a lavorare come spogliarellista per mantenersi e così ha iniziato a muovere i primi passi nell'industria del porno fino a diventare una regista premiata e una delle attrici hard più famose.

 Nel 2006 l'incontro che ha cambiato la sua vita per sempre. A un torneo di golf in Nevada viene presentata a Trump che, allora colosso del settore immobiliare e star del piccolo schermo con "The Apprentice", aveva da poco sposato la sua terza moglie Melania ed era appena diventato padre di Barron.

 Stormy aveva 27 anni, il tycoon 60. Una guardia del corpo la invitò a cena nella suite di Trump e la sera stessa andarono al letto. […]

Estratto dell’articolo di Riccardo Romani per “Oggi” il 2 aprile 2023.

Una vita difficile, un passato da pornostar e 130 mila dollari ricevuti alla vigilia dell’elezione dell’ex presidente per non rivelare segreti inconfessabili (alla nazione e alla moglie). Chi è Stormy Daniels, che potrebbe entrare nella Storia mandando in prigione The Donald

 Quando una ventina di anni fa incontrai Stephanie Clifford negli studi della Wicked Picture nella leggendaria San Fernando Valley a Los Angeles, guidava una Toyota Celica chiazzata di ruggine. Si presentò come una specialista di Gang Bang, genere popolare nel cinema porno nel quale la ragazza, ventiduenne, muoveva i primi passi. […]

 Se il procuratore distrettuale di New York Alvin Bragg riuscirà davvero a incriminare Donald Trump, sarà il primo Presidente (ex) di sempre a finire in prigione. Il tutto a causa di una scappatella con la ragazza con la Toyota arrugginita. […]

Il corpo del reato va ricercato nel luglio 2006. Stormy è al top della carriera, Trump è il carismatico conduttore dello show televisivo The Apprentice ma anche il fresco papà di Barron, avuto da Melania. Stormy e Donald s’incontrano a Tahoe, in California, durante un torneo di golf per celebrità. Ci sono sportivi, politici, milionari, comparse e, appunto, una pornostar.

 Trump la invita a cena in camera sua, Melania è rimasta a casa con Barron e Stormy Daniels vorrebbe tanto un posto nello show The Apprentice, perché ambisce a smarcarsi dalle Gang Bang.

Finisce che Trump le promette il lavoro in cambio di un paio di sculacciate e di un rapporto sbrigativo, a sentir lei. La storia finirebbe lì se dieci anni più tardi Donald non si candidasse alla Casa Bianca. Di colpo quella Stormy (che a The Apprentice non ci andò mai) per Trump diventa una mina vagante.

 Tocca al suo fido avvocato da guardia, Michael Cohen, il compito di consegnare a Stormy un assegno da 130 mila dollari in cambio del silenzio. La 38enne attrice, alle prese con una battaglia legale di affidamento della figlia di 7 anni, accetta promettendo di cucirsi la bocca. Ma quando un procuratore distrettuale scopre l’inghippo, la sua vita prende una traiettoria impazzita.

 Pagare qualcuno per ottenerne il silenzio non è un reato. Consegnare a qualcuno denaro della campagna elettorale a poche settimane dalle elezioni, derubricandolo come “spese legali”, a New York può farti finire in galera. […]

Strappa un accordo da mezzo milione per scrivere le sue memorie (Full Disclosure) ma l’avvocato che la rappresenta, Michael Avenatti, le soffia 300 mila dollari e finisce in galera. Allora prova a rilanciare la sua carriera da stripper a 40 anni. Inaugura il tour Horny Again (di nuovo arrapata, ndr) ma una sera, in Ohio, dopo lo spettacolo, all’uscita trova due poliziotti che l’ammanettano. Risulterà essere un arresto improprio compiuto da due simpatizzanti di Trump. Stormy farà causa al dipartimento e incasserà 2 milioni.

Oggi Stormy Daniels vive a New Orleans dove legge tarocchi mentre attende di sapere che posto le toccherà nella Storia. «Il mio destino è che nessuno mi creda», confessa, «eppure sono la donna più onesta e trasparente che potrete mai incontrare». Ha investito i suoi soldi in uno show televisivo (Spooky Babes) in cui si introduce dentro a case presumibilmente possedute dagli spiriti. Le chiedono se ha paura di imbattersi in qualche fantasma e lei sorride: «Dopo aver visto Trump nudo, non posso più avere paura di nulla».

Stormy Daniels: «Ho paura, Trump aizza le persone contro di me». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera l’1 Aprile 2023

La pornostar in un’intervista al Times di Londra spiega di aver ricevuto minacce. Ma aggiunge di non aver timore di affrontare l’ex presidente in aula

Poche ore dopo l’annuncio della incriminazione di Donald Trump, Stormy Daniels, la pornostar che ha rivelato di essere stata pagata 130mila dollari — con presunti fondi della campagna elettorale del 2016 — per farla tacere su un rapporto sessuale in una stanza d’albergo del Nevada dieci anni prima, ha ricevuto una serie di minacce di morte sui social, via email e per telefono. «Il numero di minacce non è superiore al solito, ma stavolta erano estremamente violente – ha detto in un’intervista con il Times di Londra – In passato mi dicevano “puttana”, “bugiarda”. Ma adesso dicono: “ti uccideremo’». Stormy, all’anagrafe Stephanie Clifford, si dice «spaventata, per la prima volta. Ma esito a dirlo perché non vuoi sangue nell’acqua: attira gli squali. Ed è spaventoso specialmente perché lo stesso Trump incita alla violenza e la incoraggia. Aizza le persone contro di me. Non ho paura di lui o del governo, ma basta un sostenitore pazzo che crede di fare il lavoro di Dio o di proteggere la democrazia». Venerdì sera Daniels ha cancellato una intervista con Piers Morgan per TalkTv e Fox Nation, per «ragioni di sicurezza».

Non ha paura invece di affrontarlo in tribunale. «L’ho visto nudo, non è possibile che faccia più paura con i vestiti addosso». Al Times, la donna 44enne, che ha sposato l’anno scorso il collega Barrett Blade e nel 2011 ha avuto una figlia da un precedente compagno, dice: «Trump non è più intoccabile. E’ una rivalsa. Ma c’è un aspetto amaro: ha fatto cose molto peggiori, per le quali avrebbe dovuto essere fermato molto prima. Sono totalmente consapevole della follia legata al fatto che è stata una pornostar a farlo. Ma c’è anche qualcosa di poetico in questo. Questa vagina lo ha agguantato» (un riferimento al video del 2005 realizzato dietro le quinte del programma Access Hollywood, in cui Trump si vantava di «afferrare le donne per la vagina»).

Trump arriverà lunedì in volo dalla Florida a New York, si presenterà martedì in tribunale, dove verranno prese le sue impronte digitali e foto segnaletiche, un giudice gli leggerà l’incriminazione.

«E’ qualcosa di monumentale, epico e ne sono orgogliosa — continua Daniels — Ma l’altro lato è che si tratta di qualcosa che continuerà a dividere le persone e chiamarle a raccolta. Lui se l’è già cavata con l’incitazione alla rivolta, nonostante abbia causato morte e distruzione. Qualunque sarà il risultato, provocherà violenza, ci saranno feriti e morti. C’è la possibilità che qualcosa di buono venga fuori da tutto questo, ma in ogni caso verrà fuori anche molto male».

La notizia dell’incriminazione per lei è stata una sorpresa. Aveva fatto una dormita al pomeriggio, era andata a fare una passeggiata con il suo cavallo. «E’ buffo, paradossale… il cavallo si chiama Redemption (redenzione)».

Chi è Stormy Daniels: la carriera da pornostar e l'incontro con Trump. Storia di Federico Giuliani su Il Giornale il 31 marzo 2023.

All'anagrafe si chiama Stephanie Clifford, anche se il suo nome d'arte è Stormy Daniels. È così che l'ex attrice di film per adulti è salita alla ribalta della cronaca mondiale, diventando la protagonista principale della vicenda che ha portato all'incriminazione di Donald Trump.

La carriera da pornostar

Daniels ha 44 anni e viene da Baton Rouge, in Louisiana. È stata una personalità ben nota, per più di due decenni, nel settore dei film per adulti, apparendo e dirigendo numerosi video. La sua - ha raccontato nel libro Full Disclosure - è stata un'infanzia di povertà e abusi fin da quando aveva solo nove anni. Ha raccontato di essere stata cresciuta da una madre negligente, e che da bambina i cavalli erano il suo principale interesse.

Si è mantenuta finanziariamente lavorando negli strip club, a partire dal liceo. Ha quindi iniziato ad apparire e dirigere film pornografici, usando uno pseudonimo tratto dal nome che il bassista dei Mötley Crüe Nikki Sixx ha dato alla figlia - Storm - e la sua preferenza per il whisky di Jack Daniel.

L'incontro con Donald Trump

Daniels ha raccontato di aver incontrato per la prima volta Trump nell'estate del 2006, durante un torneo di golf di beneficenza a Lake Tahoe, al confine tra California e Nevada. L'attrice era appena apparsa nel film di Judd Apatow, The 40-year-old Virgin, e all'epoca aveva 27 anni.

Il tycoon ne aveva invece 60 di anni. E, stando al racconto della donna, l'avrebbe invitata a cena nella sua suite. Daniels ha quindi spiegato che i due hanno consumato un rapporto sessuale. Ben diversa la versione del magnate. Trump ha negato di aver mai avuto rapporti sessuali con Stephanie Clifford, accusandola di "estorsione" e affermando che le sue affermazioni sono una "truffa totale".

In ogni caso, la scintilla della passione fra i due era scoccata e la loro relazione era ufficialmente iniziata. Trump e Daniels si incontrano diverse altre volte, con il futuro presidente che le promise ripetutamente di farla apparire nel suo programma The Apprentice. Dopo mesi Clifford smise di rispondergli. Nel 2016, dopo la candidatura di Trump, la pornostar ha cercato di vendere la storia della sua relazione con il papabile presidente ai media e ai tabloid, inizialmente senza alcun successo.

Il pagamento e il silenzio

Sappiamo per certo che Daniels ha ricevuto un pagamento da Trump, dal valore di 130.000 dollari, poco prima delle elezioni presidenziali del 2016, le stesse nelle quali The Donald si sarebbe candidato tra le fila repubblicane.

Il 28 ottobre 2016, Daniels ha firmato un accordo di non divulgazione in cui si era impegnata a non discutere pubblicamente della sua relazione con Trump in cambio di una lauta somma, secondo i documenti archiviati nella Corte federale di Los Angeles.

Anche perché la pubblicazione dei fuori onda di Access Hollywood, in cui Trump descriveva con un linguaggio volgare la sua visione del sesso e come toccava le donne, aveva nel frattempo reso la storia di Stormy Daniels ben più attraente. Fu allora che l'ex legale e fixer di Trump, Michael Cohen, propose a Stormy Daniels i suddetti 130.000 dollari in cambio del suo silenzio

Ebbene, quel pagamento è adesso al centro dell'atto d'accusa contro Trump da parte del procuratore distrettuale di Manhattan, per una possibile violazione delle leggi sul finanziamento della campagna elettorale. Dal canto suo, l'ex presidente Usa ha negato la relazione e affermato che il pagamento è stato effettuato per fermare le "accuse false ed estorsive" della donna.

Il golpista e la pornostar. Nessuno tocchi Caino e il dovere di fermare il secondo golpe di Trump. Christian Rocca su L’Inkiesta il 31 Marzo 2023

Il rinvio a giudizio dell’ex presidente degli Stati Uniti non è questione di giustizialismo o di uso politico della giustizia, è solo il primo di numerosi procedimenti nei confronti dell’ex presidente che nel 2020 ha istigato un colpo di stato e che l’anno prossimo vuole riprovare a sovvertire la democrazia americana

AP/Lapresse

Donald Trump è stato rinviato a giudizio per il meno grave e più grottesco dei tanti presunti e accertati reati commessi prima, durante e dopo la sua tragica permanenza alla Casa Bianca, da dove nel 2020 è stato cacciato a furor di popolo dagli americani che l’avevano eletto quattro anni prima (sebbene con tre milioni di voti in meno rispetto alla sconfitta Hillary Clinton).

La prima storica incriminazione di un ex presidente, ma adesso ne seguiranno altre ben più consistenti grazie al tabù infranto, è un’altra delle tante prime volte di Trump. Già due volte, Trump è stato messo sotto accusa dal Congresso e salvato soltanto grazie al voto di maggioranza del suo partito al Senato, anche perché – come disse il capogruppo repubblicano Mitch McConnell- su certe cose, una volta uscito dalla Casa Bianca, avrebbe potuto rispondere alla giustizia ordinaria senza tanto clamore da privato cittadino.

Ed eccolo, infatti, il primo di tanti rinvii a giudizio che seguiranno per l’ex presidente poi diventato istigatore di un violento assalto alle istituzioni democratiche americane che il 6 gennaio 2020 ha provocato cinque morti e una caccia al linciaggio di alcuni deputati e del vicepresidente Mike Pence.

Nessuno, né Trump né i suoi alleati, nega che l’ex pornostar Stormy Daniel sia stata pagata dai trumpiani per non rivelare i dettagli della relazione con l’ex presidente (dettagli, ahinoi, svelati successivamente compresa la megalomania di Trump di farsi sculacciare con il magazine Forbes che lo ritraeva in copertina).

Il pagamento c’è stato, come ha rivelato il suo ex avvocato Michael Cohen condannato anche per questo a un anno di prigione (il nuovo avvocato di Trump è Joe Tacopina, il patron della Spal di Ferrara).

Ma, attenzione, nel caso di Stormy Daniel non c’entrano le perversioni private né le cene eleganti né il pruriginoso puritanesimo dei costumi pubblici americani. Il presunto reato commesso da Trump (ma già accertato per il suo avvocato) è stato quello di influenzare il processo democratico americano impedendo agli elettori di conoscere un fatto potenzialmente decisivo a una settimana dal voto. E, anche qui, non si tratta della prima manipolazione trumpiana delle elezioni 2016 (tutto il primo impeachment verteva sulla complicità tra il team Trump e i servizi russi per sconfiggere Clinton), così come non sono state solo quelle del 2016 le elezioni che Trump ha cercato di manipolare, visto quanto è successo nel 2020 con i numerosi e ripetuti tentativi dell’allora presidente di non riconoscere il responso delle urne, compreso l’assalto al Campidoglio, e senza dimenticare il progetto eversivo in corso per influenzare le nomine nelle commissioni elettorali a livello statale in modo da mobilitarle nel 2024 in vista degli scrutini e delle certificazioni dei risultati.

Non c’è dubbio che Trump proverà a sfruttare a suo favore il rinvio a giudizio, le foto segnaletiche e l’udienza a New York – così come sta già facendo il suo principale avversario Ron DeSantis, furbescamente solidale con Trump per conquistare il consenso dei suoi seguaci nel caso l’ex presidente fosse costretto a rinunciare a candidarsi.

Non c’è nemmeno dubbio che la sotterranea guerra civile americana adesso si intensificherà ulteriormente e che sarebbe molto più sano fermarlo alle urne e non nelle aule giudiziarie, ma il caso Trump non è una questione di giustizialismo o di uso politico della giustizia.

Le garanzie processuali sono fondamentali e necessarie a maggior ragione per i farabutti alla Trump. Nessuno tocchi Caino e nessuno tocchi Donald, ma garantiti i diritti dell’imputato bisogna chiedersi che cosa fare con chi ha provato a ribaltare la democrazia con un tentato colpo di stato due anni e mezzo fa e che ora progetta pubblicamente di rifarlo, ma questa volta in modo efficace, alle elezioni del prossimo anno.

L’America e il mondo libero non possono permettersi un secondo tentativo trumpiano di sovvertire il voto democratico. Un reato bagattellare come quello del pagamento alla pornostar, e poi gli altri che saranno discussi a breve, potrebbe fermare Trump prima che al golpista riesca quello che gli è riuscito nel 2020.

Donald Trump incriminato, martedì in tribunale per le foto segnaletiche. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 31 Marzo 2023

A due settimane dall’annuncio dell’ex presidente Usa, i giurati si sono riuniti e hanno votato per l’incriminazione. 34 capi di imputazione per falsificazione di documenti aziendali nel caso Stormy Daniels

A Mar-a-Lago il presidente Donald Trump e il suo team sono stati presi alla sprovvista. Dopo quasi due settimane di ansia per una imminente incriminazione, era stato annunciato dai media che ci sarebbe stato un mese di tempo prima della prossima riunione del grand jury, la giuria convocata dalla procura distrettuale di Manhattan. Trump, che aveva preannunciato che sarebbe stato arrestato martedì 21 marzo, poi aveva iniziato a dire che forse la procura ci stava ripensando. Invece ieri pomeriggio tra le 2 e le 5, i giurati si sono riuniti e hanno votato per l’incriminazione: una decisione senza precedenti, la prima volta che succede a un ex presidente americano.

La sua apparizione in tribunale è prevista martedì, scrive la tv CBS. Trump si presenterà probabilmente nell’ufficio del procuratore distrettuale, gli prenderanno le impronte e scatteranno la foto segnaletica, poi apparirà di fronte a un giudice che gli chiederà se si ritiene colpevole o innocente; poi è atteso che lo rilascerà in attesa dell’inizio del processo.

Sono 34 i capi di imputazione per falsificazione di documenti aziendali, secondo la Cnn. Non sono stati ancora resi noti ufficialmente. I media affermano che si tratti dei pagamenti alla pornostar Stormy Daniels , che non sono illegali di per sé ma l’accusa tenterà di dimostrare che sono avvenuti falsificandone la natura nei libri contabili e usando fondi della campagna per la Casa Bianca del 2016, violando in tal modo le leggi sui finanziamenti elettorali. I reati di cui l’ex presidente è accusato potrebbero includere comunque anche altre vicende: il Wall Street Journal ha rivelato nei giorni scorsi che il grand jury ha anche esaminato le circostanze del pagamento di una seconda donna che affermava di avere avuto una relazione con Trump, Karen McDougal, ex modella di Playboy, la cui storia fu acquistata dal tabloid National Enquirer allo scopo di farla tacere (non fu mai pubblicata, data l’amicizia tra il proprietario del giornale e il tycoon).

«La mia incriminazione è una persecuzione politica e una ingerenza nelle elezioni», ha dichiarato Trump, che nega di aver avuto rapporti con Stormy Daniels, accusando i «democratici radicali» di essere «ossessionati» dalla decisione di colpire «un oppositore politico innocente». Non solo. Trump chiama in causa direttamente Joe Biden, accusando il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg, in quanto democratico, di agire per conto dell’attuale presidente. «Anziché occuparsi dell’ondata di crimine senza precedenti a New York, sta facendo il lavoro sporco di Biden. È stato scelto e pagato da George Soros, è vergognoso». Trump conclude: «Questa caccia alle streghe si ritorcerà contro Biden». L’ex presidente si serve inoltre dell’incriminazione per raccogliere fondi: ieri notte ha inviato una mail in cui viene riportata la prima pagina del New York Times con la notizia della sua incriminazione, al fine di chiamare i suoi sostenitori a finanziare la sua campagna elettorale. La scorsa settimana ha già raccolto un milione e mezzo di dollari.

Il testimone chiave del caso di Stormy Daniels sarà l’avvocato e «fixer» Michael Cohen, colui che «risolveva i problemi» di Trump, reo confesso di aver pagato Stormy con fondi della campagna elettorale, reato per cui è stato in prigione. L’incriminazione di Trump «non è motivo di gioia», ha dichiarato Cohen ieri, ma è la prova che «nessuno è al di sopra della legge».

Deputati repubblicani vicini all’ex presidente come lo speaker della Camera Kevin McCarthy, il suo numero due Steve Scalise e il presidente della Commissione Giustizia Jim Jordan si sono subito definiti «indignati» per la «persecuzione politica». Per i rivali per la nomination repubblicana sarà difficile attaccare il presidente su questi temi. Il governatore della Florida Ron DeSantis, che ha già tentato di presentarsi come un’alternativa lontana dagli scandali e focalizzata sui risultati, ieri si è schierato con l’ex presidente annunciando su Twitter che «la Florida non lo estraderà» perché la sua incriminazione è “anti-americana” ed è un “abuso della legge per colpire un oppositore politico” (se cooperasse con le autorità DeSantis rischierebbe l’ira dell’elettorato repubblicano; invece così può continuare in privato a sostenere che i guai legali di Trump lo rendono ineleggibile). L’ex presidente si presenterà volontariamente, hanno preannunciato i suoi avvocati. Se non lo facesse e se DeSantis davvero rifiutasse l’estradizione, si tratterebbe in sostanza di una violazione della Costituzione.

Le misure di sicurezza sono scattate già alle 5:30 di giovedì, poco dopo l’annuncio dell’incriminazione. La polizia di New York ha ordinato a tutti gli ufficiali della zona in uniforme di stare “pronti ad essere schierati in qualunque momento”. C’è anche la possibilità che venga individuata una sede diversa dal tribunale, dove l’ex presidente attirerebbe meno attenzione, anche se Trump ha detto con toni sprezzanti agli alleati di voler trasformare l’incriminazione in uno show.

Alvin Bragg, chi è il procuratore che ha indagato su Trump (e in passato anche su Weinstein). Storia di Redazione Online su Il Corriere della Sera il 30 marzo 2023.

Alvin Bragg, il procuratore che ha raccolto le prove contro Donald Trump, che ieri è stato incriminato dal Gran Giurì, è nato a Central Harlem ma ha studiato ad Harvard: è procuratore distrettuale di Manhattan dallo scorso anno, il primo afroamericano in carica.

Quarantonove anni, democratico e liberal, è stato viceprocuratore generale dello Stato di New York e ha seguito diversi casi di grande risonanza, tra cui l’inchiesta sul produttore cinematografico, Harvey Weinstein, che è stato poi condannato a 23 anni per crimini sessuali.

L’inchiesta su Trump è incentrata sul pagamento in nero nel 2016, in piena campagna elettorale, di 130mila dollari all’attrice porno Stormy Daniels, che sostiene di aver fatto sesso con Trump dieci anni prima e che le diedero quei soldi per farla tacere. Trump nega l’intera vicenda.

Gli uomini di Trump - ma anche l’ex presidente lo ha fatto nelle ultime ore - lo accusano di essere pagato da George Soros, il finanziere filantropo, super-donatore dei Democratici. Soros ha fatto sapere con una nota di non averlo mai incontrato. Nei giorni scorsi, dopo che Trump la scorsa settimana aveva preannunciato la sua incriminazione, minacciando fuoco e fiamme, il procuratore ha ricevuto una lettere contenente polvere da sparo e un biglietto con il messaggio dattiloscritto «Alvin ti ucciderò».

Donald Trump incriminato a New York. È il primo caso nella storia della presidenza americana. Il Domani il 31 marzo 2023

L’ex presidente dovrà affrontare secondo i media americani oltre trenta capi d’imputazioni per i pagamenti in nero effettuati durante la campagna elettorale del 2016 all’ex pornostar Stormy Daniels per non rivelare la loro relazione. Trump si presenterà in tribunale martedì

Una giuria di Manhattan ha votato per mettere sotto accusa l’ex presidente. I capi di imputazione non sono ancora stati dichiarati, ma sono legati alle somme che Trump ha pagato all’ex pornostar Stormy Daniels durante la campagna elettorale del 2016 per costringerla al silenzio.

COSA SUCCEDERÀ

Secondo quanto ha riferito la sua avvoca Susan Necheles, Trump comparirà in tribunale martedì per consegnarsi, essere informato del capi d'imputazione a suo carico, ed eventualmente finire in stato di fermo. «Ci aspettiamo che l'udienza per la formalizzazione delle accuse avvenga martedì» ha scritto l'avvocata di Trump in una mail all'agenzia di stampa Afp, senza fornire ulteriori dettagli.

L'udienza di "arraignment" a cui si presenterà l'ex presidente Usa sotto accusa è la prima comparizione in tribunale in un procedimento penale negli Stati Uniti. A un imputato vengono presentate le accuse a suo carico e questi generalmente rilascia una dichiarazione. Il giudice decide quindi se deve essere rilasciato su cauzione o presi in custodia.

Trump dovrebbe essere accusato di una lunga serie di capi d'imputazione, secondo i media Usa una trentina, per il pagamento in denaro segreto a Daniels.

Un altro avvocato del team di Trump, Chris Kise, ha già detto che l'incriminazione dell’ex presidente «non ha nessuna base legale» bollandola come «il punto più basso della storia per il nostro sistema di giustizia penale».

Kise è poi passato ad attaccare la procura: «Quello che una volta era l'ufficio del procuratore distrettuale più rispettato e venerato della nazione è stato completamente imbastardito da un politico opportunista che cerca, come molti altri, di lucrare sul marchio Trump. La totale assenza di una base legale, assieme alla natura politica dell'accusa, dovrebbe spaventare ogni cittadino di questo paese, indipendentemente dalle sue opinioni sul presidente Trump».

LA RICERCA DI ALLEATI

Le reazioni sono state molte, soprattutto nel partito di Trump, mentre la Casa bianca per il momento ha preferito non commentare.

Nel frattempo, Trump ha anche chiamato i suoi alleati chiave a Capitol Hill per avere conferme del loro sostegno dopo l'incriminazione da parte della procura di Manhattan. Tra gli altri Trump si è rivolto ai componenti della leadership repubblicana della Camera e i parlamentari che prestano servizio nelle commissioni che vogliono indagare sull'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan. Lo riferisce la Cnn citando fonti di partito.

Nelle telefonate, l'ex presidente avrebbe detto agli alleati che ha intenzione di combattere le accuse e ha continuato a inveire contro l'accusa e contro il procuratore distrettuale Bragg.

Per lo speaker repubblicano della Camera, Kevin McCarthy, l’incriminazione da parte di Bragg è un danno irreparabile per gli Stati Uniti. «Alvin Bragg ha danneggiato irreparabilmente il nostro paese nel tentativo di interferire nelle elezioni presidenziali» ha twittato. 

Una delle dichiarazioni più dure arrivate nelle ore successive alla diffusione della notizia è stata quella del vicepresidente dei tempi della presidenza Trump, Mike Pence. «Penso che l'accusa senza precedenti di un ex presidente degli Stati Uniti per una questione di finanziamento della campagna elettorale sia un oltraggio» ha detto in un’intervista aggiungendo che le accuse mosse a Trump «per milioni di americani sono null'altro che un procedimento politico». Secondo Pence, l'incriminazione è un «disservizio al paese» che dividerà ulteriormente il popolo americano.

Al fianco dell’ex presidente si è già schierato anche il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, considerato il potenziale rivale di Trump alle primarie di partito per le elezioni del 2024. DeSantis ha fatto infatti sapere che non concederà l’estradizione dell’ex presidente dal suo stato per trasferirlo a New York: «La Florida non risponderà alla richiesta di estradizione. La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un'agenda politica capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana. Il procuratore distrettuale di Manhattan, sostenuto da Soros, ha costantemente piegato la legge per declassare i reati e giustificare condotte criminali. Ma ora sta forzando la legge per prendere di mira un avversario politico».

Trump ha anche chiesto una mano ai suoi sostenitori. La campagna dell'ex presidente ha inviato una email ai sostenitori per sollecitare donazioni. «Lo Stato oscuro userà qualsiasi cosa avrà a disposizione per chiudere il movimento che tu hai messo al primo posto» si legge nella mail. «Stiamo vivendo il capitolo più buio della storia americana. Da quando ho cominciato a correre per la carica di presidente da completo outsider politico, la corrotta classe al potere ha cercato di chiudere il movimento America First».

Il messaggio si chiude con un auspicio per le prossime presidenziali: «Nel 2024 con il tuo supporto noi scriveremo il prossimo grande capitolo della storia americana, e il 2024 sarà ricordato per sempre come quello in cui noi abbiamo salvato la nostra Repubblica. Noi renderemo di nuovo grande l'America».

Cosa comporta? Il gran giurì ha incriminato Donald Trump per il caso della pornostar Stormy Daniels. Linkiesta il 31 Marzo 2023

Ci sono 34 capi d’accusa per frode aziendale. Martedì sarà in tribunale per le foto segnaletiche. È la prima volta per un presidente americano

Il Gran Giurì del Tribunale di Manhattan ha votato per l’incriminazione dell’ex presidente americano Donald Trump, accusato per il pagamento in nero dell’attrice porno Stormy Daniels, che aveva minacciato nel 2016 di rivelare di aver fatto sesso con il tycoon. Quella storia, secondo l’inchiesta condotta dal procuratore Alvin Bragg, avrebbe potuto incidere sulle elezioni presidenziali. Il pagamento deve essere considerato un «finanziamento» in nero disposto per salvare la campagna elettorale.

La decisione è arrivata a sorpresa, nel giorno dell’ultima seduta in programma questa settimana del Gran Giurì, un organismo indipendendente da giudici e procura distrettuale, formato da ventitré cittadini americani sorteggiati. Bastava la maggioranza dei votanti. Da almeno due settimane, Trump aveva annunciato sul suo social, Truth, l’arresto, e invocato i sostenitori a dare il via alla rivolta. Lo aveva fatto il sabato per il martedì successivo ma non era successo niente. Poi, nell’ultima settimana erano filtrate notizie di un rinvio della decisione. Mercoledì era stato annunciato che sarebbe arrivata a fine aprile.

Il Gran Giurì ha ritenuto credibile il racconto dell’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, che già nel 2018 aveva ammesso di aver anticipato 130mila dollari per comprare il silenzio dell’attrice, il cui vero nome è Stephanie Clifford. La donna aveva raccontato in più occasioni, e in più anni, di aver fatto sesso con Trump nel 2006, dopo averlo incontrato a un torneo di golf per vip in Nevada. Secondo Cnn, l’ex presidente americano deve affrontare più di 30 capi d’accusa per frode aziendale.

Ora l’attenzione si sposta su cosa succederà: davvero Trump verrà trattato come un criminale? Un’immagine del tycoon in manette, primo ex presidente della storia negli Stati Uniti a essere incriminato, avrebbe un effetto devastante. Trump è pronto a fare il “martire” per infiammare il Paese.

Anzitutto Trump dovrà presentarsi davanti al giudice nella sede del tribunale di Lower Manhattan. Lo farà martedì.  Verrà scortato da agenti Fbi e del servizio assegnato agli ex presidenti. La procura distrettuale avrà già contattato i suoi legali e cercato un accordo su come muoversi. Ogni giorno centinaia di newyorchesi vengono incriminati e la procedura è identica: impronte digitali, fotografia, dichiarazione di colpevolezza (si dichiarerà «not guilty»), cauzione e ritorno a casa (o in cella in caso di crimine violento e negazione della cauzione).

Quanto tempo verrà trattenuto in Tribunale? E sarà ammanettato? Camminerà anche lungo un corridoio dove ci saranno le telecamere o entrerà da una porta posteriore? Sono dettagli ancora non noti.

L’altra domanda è se ora può candidarsi alla Casa Bianca. E la risposta è sì, perché non c’è nessuna legge che lo impedisce. Nel comunicato diffuso ieri, Donald Trump ha confermato che avrebbe cercato la nomination anche in caso di incriminazione. Quindi in linea puramente teorica, Trump può vincere le primarie e diventare presidente mentre è sotto processo. Alcuni commentatori ritengono che Trump voglia trasformare la sua resa in una sorta di martirio politico. Potrebbe portargli popolarità e voti.

Ieri sera 20 persone si sono radunate fuori dalla villa di Mar-a-Lago a portare conforto e sostegno a Trump. New York si appresta a vedere transenne e misure di sicurezza fuori dal Tribunale

Trump incriminato. Dalle reazioni all'arresto, cosa succeede. Giovanni Capuano su Panorama il 31 Marzo 2023

Il voto del Gran Giurì sul caso del pagamento alla pornostar Stormy Daniels. E' il primo ex presidente della storia americana a finire sotto processo. Si consegnerà nei prossimi giorni, polizia di New York in stato di allerta per le possibili rivolte

Donald Trump è stato incriminato dalla procura di Manhattan per il pagamento in nero della pornostar Stormy Daniels: 130.000 dollari versati dall'ex presidente degli Stati Uniti per comprare il silenzio della donna su una breve relazione sessuale avuta dai due nel 2016, in piena campagna per l'elezione alla Casa Bianca. La decisione è stata presa a sorpresa dal Gran Giurì nella giornata di giovedì 30 marzo quando sembrava essere destinata ancora ad essere rimandata dopo l'annuncio choc dei giorni scorsi, quando Trump aveva rivelato che sarebbe stato arrestato chiedendo ai suoi sostenitori di mobilitarsi in sua difesa. Donald Trump è il primo ex presidente a essere incriminato nella storia americana. Durissima la sua reazione: "Questa è la persecuzione politica e l'interferenza elettorale al livello più alto della storia". Secondo fonti informate, sul suo conto ci sono oltre 30 capi di imputazione per frode aziendale. Sul suo social Truth Trump ha attaccato la procura di Manhattan: "Hanno portato questa accusa falsa, corrotta e vergognosa contro di me solo perché sto con il popolo americano e sanno che non posso avere un processo giusto a New York". Secondo la procedura dovrebbe ora essere arrestato. Susan R. Necheles, uno dei suoi legali, ha spiegato che potrebbe consegnarsi alle autorità nella giornata di martedì per ricevere la formalizzazione delle accuse a suo carico. Non è chiaro se si tratterà di un arresto pubblico, se verrà mostrato in manette, o se semplicemente verrà foto segnalato e gli saranno prese le impronte digitali. La decisione del Gran Giurì è destinata ad avere un peso enorme, senza precedenti nella storia della politica USA, perché arriva con la corsa pere la Casa Bianca del 2024 in pieno svolgimento. Trump si è ricandidato e sta lottando per ottenere la nominations di parte repubblicana per provare a succedere a Joe Biden che lo ha sconfitto nel 2021. Va chiarito che l'incriminazione e anche un possibile arresto non impediranno al magnate di candidarsi al ruolo di presidente degli Stati Uniti: così prevede la Costituzione nella quale non è contemplato che la fedina penale sua uno dei parametri per impedire l'attività politica di una persona. Il voto sull'incriminazione è arrivato a sorpresa perché, dopo le polemiche dei giorni scorsi, era atteso entro la fine del mese di aprile. Trump di trova a Mara-Lago da dove insieme al suo staff di legali valuta le prossime mosse. E' deciso a dare battaglia come ha fatto intendere sin dai primi momenti dopo essere stato raggiunto dalla notizia; ha retwittato l'editoriale di un columnist di destra: "I democratici vogliono incriminare e arrestare il presidente Trump. Vogliono una guerra? Diamogliela". La polizia di New York è da giorni in allerta per le possibili manifestazioni di protesta che potrebbero accompagnare il momento in cui Trump si consegnerà alle autorità. Pesa l'invito alla mobilitazione lanciato quando il tycoon aveva rivelato l'avvicinarsi della data per l'incriminazione con uno schema retorico simile a quello che portò all'assalto di Capitol Hill dopo la mancata rielezione e la sconfitta (contestata) nelle presidenziali vinte da Biden. Una vicenda per la quale l'ex presidente è ancora sotto indagine a livello federale e potrebbe portare a una nuova incriminazione. C'è poi l'inchiesta, sempre a New York, nella quale è accusato di aver mentito gonfiando il valore delle sue proprietà e attività imprenditoriali di svariati miliardi di dollari per chiedere a banche e assicurazioni indennizzi da 250 milioni.

Su Trump 34 capi d'accusa. Martedì sarà in tribunale per le foto segnaletiche. Sull'ex presidente Usa pendono 34 capi d'imputazione. L'accusa è di aver falsificato documenti aziendali, ma potrebbe aver commesso un reato ben più grave. La prossima settimana si consegnerà alle autorità. Gianluca Lo Nostro il 31 Marzo 2023 su Il Giornale.

Cosa rischia Donald Trump ora che il Grand Jury di New York si è espresso contro di lui, deliberandone l'arresto? In attesa di conoscerli nel dettaglio, son ben 34 i capi d'accusa contro l'ex presidente Usa, secondo quanto riferito da una fonte citata dalla Cnn. In particolare si tratterebbe di "falsificazione di documenti aziendali", un reato minore per il quale solitamente non dovrebbe neppure scattare l'arresto. Nonostante questo l'accusa, guidata dal procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg, ha cercato sin dal principio delle indagini di convincere i 23 giurati del legame con un altro reato, quello di uso improprio dei finanziamenti elettorali, regolamentato dalla legislazione statale.

Trump sarebbe così imputato di aver mentito per nascondere un reato più grave, che non si configurerebbe come un crimine federale. Secondo quanto ricostruito dal suo ex legale Michael Cohen, il principale testimone in questo caso, l'allora candidato repubblicano avrebbe pagato i 130mila dollari incriminati all'attrice pornografica Stormy Daniels classificando le spese come un rimborso o, meglio, un onorario da corrispondere nel tempo a Cohen. L'avvocato newyorkese, condannato a 3 anni di carcere nel 2018 per aver violato le leggi sul finanziamento elettorale, sostiene di essersi fatto carico di questa "tangente" in accordo con Trump per evitare che Daniels, con cui ebbe una relazione nel 2006, diffondesse alla stampa i dettagli del loro affaire.

L'arresto e le foto segnaletiche in tribunale

L'ex capo della Casa Bianca nel frattempo è stato invitato a presentarsi nella giornata di martedì, 4 aprile, al tribunale di New York, dove gli verranno prese le impronte digitali, saranno scattate le foto segnaletiche e (ma questo appare più improbabile) potrebbe finire in manette. I suoi avvocati confermano che il loro cliente si consegnerà volontariamente alle autorità, viaggiando dalla sua residenza a Mar-a-Lago, in Florida. Gli agenti del Secret Service, la scorta permanente dell'ex presidente, sarebbero già in contatto con le forze dell'ordine per organizzare l'arrivo nella Grande mela. Trump entrerà in tribunale da un ingresso secondario, meno trafficato e possibilmente lontano dai manifestanti.

Per The Donald vale comunque la presunzione d'innocenza. Quella di ieri non è una sentenza di condanna, ma un rinvio a giudizio. L'eventuale processo a cui andrà incontro potrebbe essere, su richiesta del team legale, un bench trial, ovvero un processo penale, previsto nell'ordinamento statunitense, in presenza solo di un giudice, senza quindi una giuria.

Le reazioni del mondo politico all'incriminazione di Trump

Intanto nel Partito Repubblicano è cominciata la levata di scudi in difesa del leader conservatore. In un tweet, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, Kevin McCarthy, ha attaccato il procuratore Bragg. La terza carica dello Stato Usa ritiene che il District Attorney di Manhattan abbia "irreparabilmente danneggiato il Paese" nel tentativo di "interferire nelle elezioni presidenziali", reo, inoltre, di aver permesso a criminali violenti di restare impuniti. "Il popolo americano non tollererà questa ingiustizia e la Camera dei Rappresentanti chiederà conto ad Alvin Bragg e del suo abuso di potere senza precedenti", ha aggiunto McCarthy.

Solidarietà anche da parte del governatore della Florida, Ron DeSantis, bersaglio usuale di critiche da parte dell'ex presidente. "La strumentalizzazione del sistema giuridico con lo scopo di perseguire un'agenda politica ribalta lo Stato di diritto ed è antiamericano", ha scritto DeSantis in un breve comunicato. "Il procuratore distrettuale di Manhattan, sostenuto da Soros, ha sempre piegato la legge – aggiunge – per declassare i reati e giustificare la cattiva condotta criminale. Ora però sta forzando la legge per colpire un avversario politico". Il governatore del Sunshine State ha poi confermato che il suo Stato non avrebbe fornito assistenza alle autorità di New York nel caso di un'estradizione, su cui però DeSantis non avrebbe avuto alcun potere.

Toni opposti invece quelli usati dal deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, considerato uno dei parlamentari dell'ala moderata dell'Elefantino. "Credo nello stato di diritto", ha detto Bacon. "C'è un giudice, ci sono dei giurati, ci sono gli appelli. Quindi penso che alla fine sarà fatta giustizia. Se sarà colpevole, si vedrà. Ma se non lo sarà, credo che verrà dimostrato anche questo".

(ANSA il 18 marzo 2023) - "Manifestiamo e riprendiamoci il paese". Donald Trump incita il suo popolo a scendere in piazza e protestare contro il suo arresto, atteso - dice - per martedì a New York. Un invito che riporta alla memoria l'incubo dell'attacco al Congresso del 6 gennaio e fa temere scontri, oltre a minacciare un'ulteriore spaccatura del paese e a mettere a rischio la campagna elettorale del 2024. In attesa di una possibile incriminazione a stretto giro, l'ufficio del procuratore di Manhattan ha già chiesto un incontro con le forze dell'ordine per delineare la logistica di quella che è prevista essere una giornata storica, con la prima incriminazione di un ex presidente americano.

Precisando che al momento non è arrivata nessuna notifica ufficiale di accuse formali e che le dichiarazioni di Trump sono basate su indiscrezioni dei media, i legali del tycoon fanno sapere che l'ex presidente si consegnerà senza complicazioni alle autorità se incriminato per il pagamento alla pornostar Stormy Daniels. Trump dovrebbe farsi prendere le impronte digitali ma, riferiscono alcune fonti, non è chiaro se sarà ammanettato o meno. Di questi 'dettagli' è responsabile il Secret Service.

Sul suo social Truth la furia di Trump prende di mira la procura di New York, accusata di essere "corrotta, politicamente motivata" e "finanziata da George Soros", uno dei nemici giurati dell'ex presidente. Da qui l'invito al suo popolo a manifestare per "riprenderci il paese" e "salvare l'America". La possibile incriminazione di Trump la prossima settimana piomba sulla campagna elettorale del 2024: il tycoon ha già detto a chiare note che la sua corsa alla Casa Bianca continuerà anche a fronte di accuse formali nei suoi confronti. Per i repubblicani rischia di essere uno scenario da incubo.

I conservatori sono già spaccati sull'ex presidente e una sua campagna in queste circostanze potrebbe creare divisioni insanabili nel partito, chiamandolo a scegliere fra Trump e i suoi sfidanti, in primis Ron DeSantis. Sul governatore della Florida, ex alleato di Trump, la pressione è particolarmente elevata. A DeSantis spetta infatti il compito di firmare un'eventuale estradizione di Trump dalla Florida, in una decisione dalle ampie implicazioni politiche e destinata a incidere su una sua possibile candidatura alla Casa Bianca. Il commento a caldo dello Speaker della Camera e di altri repubblicani alleati di Trump lascia intravedere l'atmosfera tesa in un partito che rischia di implodere su Trump.

Parlando di volontà di "vendetta politica" contro il tycoon, Kevin McCarthy assicura che chiederà alle "commissioni rilevanti" di indagare sulla possibilità che fondi pubblici siano stati usati "per sovvertire la nostra democrazia interferendo nelle elezioni con un procedimento politicamente motivato". A difendere il tycoon sono anche i deputati Andy Biggs e Matt Gaetz, e la trumpiana di ferro Marjorie Taylor Greene.

"Il Dipartimento di Giustizia di Joe Biden di sta coordinando con i democratici della procura di New York per arrestare Donald Trump": questo è quello che "succede nei paesi comunisti per distruggere i rivali politici. Dobbiamo convocare questi comunisti e mettere fine a questa storia, twitta la deputata della Georgia, parlando di accuse "false" e "datate" contro Trump. Le autorità di New York lo accusano di aver pagato 130.000 dollari alla pornostar Stormy Daniels per comprare il suo silenzio sulla loro relazione. In casa dei democratici regna per ora il silenzio nella consapevolezza che l'incriminazione potrebbe spaccare ancora di più il paese ed esporre il partito a violente critiche per la politicizzazione del sistema giudiziario. Mentre la politica freme, Elon Musk è sicuro: se incriminato Trump "sarà rieletto con una vittoria schiacciante".

Da ansa.it il 26 marzo 2023.

"Il procuratore di New York mi persegue per qualcosa che non esiste, non è né un crimine né un delitto, non c'è stato nessun affair con quella faccia da cavallo che non mi é mai piaciuta": Donald Trump apre con toni di sfida incendiari la sua campagna elettorale in un comizio a Waco, in Texas, dove attacca frontalmente il suo inquisitore, alla vigilia della riunione del gran giurì che lunedì potrebbe decidere sulla sua incrimazione nel caso della pornostar Stormy Daniels.

E paragona le inchieste che lo incalzano allo "spettacolo horror della Russia stalinista".

 Ma il suo comizio davanti a migliaia di fan in estasi è un attacco a 360 gradi contro tutto e tutti, in un momento e in un luogo altamente simbolici.

 In questi giorni infatti ricorre il 30esimo anniversario dell'assedio di Waco, la controversa operazione dell'Fbi per espugnare il ranch della setta religiosa dei davidiani, sospettata tra l'altro di avere un arsenale illegale. L'assedio, durato 50 giorni e conclusosi con un incendio nel quale morirono 86 persone, è visto da molti estremisti di destra come un esempio degli abusi da parte del governo e i media Usa ritengono che Trump abbia voluto così mobilitare la parte più radicale della sua base, suggerendo un accostamento con la sua situazione di "perseguitato" dalla giustizia.

Nel mirino del suo comizio il "regime di Biden" che usa la magistratura come un'arma trasformando il paese in una "repubblica delle banane", "l'Fbi corrotto", il "deep state" che gli rema contro, le fake news, comunisti e marxisti, l'invasione degli immigrati al confine col Messico, le "elezioni rubate". E poi gli attacchi personali contro Hillary Clinton, Hunter Biden e lo stesso Biden, accusati di aver preso soldi dalla Cina. Strali anche per Ron DeSantis, considerato il suo principale rivale potenziale nelle presidenziali, tacciato di ingratitudine dopo che lo aveva supplicato per un endorsement a governatore della Florida che lo lanciò "come un razzo".

"I nostri nemici - ha attaccato - cercano disperatamente di fermarci e i nostri avversari hanno fatto tutto il possibile per schiacciare il nostro spirito e spezzare la nostra volontà ma hanno fallito. Ci hanno solo reso più forti. E il 2024 è la battaglia finale, sarà quella più importante. Rimettetemi alla Casa Bianca, il loro regno finirà e l'America sarà di nuovo una nazione libera. Sarò il vostro guerriero, la vostra giustizia, la vostra vendetta", ha promesso difendendo anche gli assalitori del Capitol.

Estratto dell’articolo di Marco Liconti per “il Giornale” il 26 marzo 2023.

«Non ce l’hanno con me, ce l’hanno con voi». Al di là delle analisi delle centinaia di esperti che in questi anni si sono cimentati col «Fenomeno Trump», basta questo passaggio a spiegare l’identificazione quasi tribale che c’è tra il tycoon e il suo popolo.

 Le migliaia di repubblicani «Maga», [...] che affollavano le tribune allestite all’aeroporto regionale di Waco per ascoltare il tycoon nel suo primo comizio ufficiale della Campagna 2024, non sembrano avere dubbi. In America c’è una guerra in corso, per ora (fortunatamente) solo culturale, certamente politica, e Trump è il loro Capo.

L’ex presidente è [...] salito direttamente sul palco, in un tripudio di bandiere a Stelle e Strisce e cartelli che recitavano, «Witch Hunt», caccia alle streghe.[…] Trump punta tutto sulle sue disavventure giudiziarie e sull’«uso della giustizia come arma politica» da parte dei Democratici e di quel «Deep State», inquinato dai medesimi Dem, che secondo il tycoon continua a controllare il governo federale, a prescindere dal voto degli americani.

 Sebbene l’entourage trumpiano abbia assicurato che la scelta di Waco è stata fatta solo per ragioni logistiche, il luogo ha una sua valenza simbolica che non può essere casuale.

A una trentina di chilometri da qui, 30 anni fa, l’«Assedio» degli agenti federali alla fattoria della setta dei Davidiani del santone David Koresh, si concluse con la morte di un’ottantina di persone.

 Un simbolo, per alcuni, della volontà di prevaricazione dell’odiato governo di Washington: [...]

Prima di lanciarsi nella sua invettiva, Trump ha ascoltato con la mano sul cuore Justice for all, la canzone realizzata dai J6 Prison Choir, il coro di alcuni dei suoi fedelissimi incarcerati dopo l’insurrezione del 6 gennaio 2021.

 Poi, il tycoon è partito all’attacco. Tra i primi bersagli il «dipartimento di Ingiustizia» e il procuratore di Manhattan, Alvin Bragg, titolare dell’inchiesta sui soldi sottobanco pagati alla pornoattrice Stormy Daniels, e che la prossima settimana potrebbe incriminarlo. «Mi persegue per niente, non c’è un reato, non c’è un reato minore, non c’è una relazione sentimentale».

Dal “Corriere della Sera” il 17 marzo 2023.

Nell’elenco delle «persone più affascinanti del mondo» che gli hanno inviato alcune lettere prima e durante la presidenza, ci sono la regina Elisabetta e lady Diana, ma anche Oprah Winfrey (per non dire di Kim Jong-un). Donald Trump ne ha raccolte oltre 150 per compilare la sua ultima fatica letteraria: Letters to Trump , un volume che dovrebbe dimostrare come i grandi del pianeta lo elogiassero (o, come ha detto l’autore durante una presentazione, come «mi baciavano il c..o»). Ora la sua corrispondenza privata sarà a disposizione di tutti i lettori alla modica cifra di 99 dollari. Oppure 399, per una copia autografata da The Don in persona.

Articolo di “The Economist” – dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 25 marzo 2023.

L'umorista P. J. O'Rourke una volta ha fatto queste distinzioni. "C'è la parodia, quando prendi in giro le persone più intelligenti di te; la satira, quando prendi in giro le persone più ricche di te; e il burlesque, quando prendi in giro entrambi spogliandoti". Il tour "Make America Horny Again" di Stormy Daniels, che la pornostar ha recentemente portato negli strip club del Texas e della Florida, costituisce probabilmente una rara tripletta.

 E se il potere può essere sostituito dall'intelligenza, che Stephanie Clifford, come si chiama ufficialmente la signora Daniels, sembra avere in abbondanza, il caso è indiscutibile. Da quando un imitatore di Mikhail Gorbaciov ha attirato un adorante Donald Trump sulla 5th Avenue, nessuno ha fatto fare una tale figuraccia al presidente – scrive The Economist.

 Il mese scorso, a West Palm Beach, si è parlato molto di un momento in cui il corteo di Trump, in viaggio tra Mar-a-Lago e un golf club, è passato davanti a un locale di spogliarelli che pubblicizzava il tour della signora Clifford con luci al neon. Ma l'ironia non è finita quella sera, come alcuni hanno suggerito. Prosegue negli spettacoli della signora Clifford, che assomigliano molto a un comizio di Trump.

Entrambi sono caratterizzati da una musica d'ingresso emozionante e un po' eccentrica: "Li'l Red Riding Hood" per la signora Clifford, che indossa un mantello rosso; "Nessun Dorma" per il signor Trump, che indossa una cravatta rossa. Entrambi gli interpreti sono esageratamente assertivi e in corsa contro il tempo.

 (La paura della morte è una spiegazione poco considerata per la bellicosa insicurezza del signor Trump, e la signora Clifford, 39 anni, è ora la spogliarellista più anziana del club). Entrambi offrono ai loro fan una scarica di zuccheri di gratificazione istantanea. Il signor Trump invita i suoi a gridare: "Rinchiudetela!". La signora Clifford si versa addosso della cera fusa.

 I discorsi titillanti e svilenti di Trump sono l'apogeo di ciò che un editorialista conservatore ha descritto come la "pornificazione della politica". La signora Clifford, nei suoi spettacoli, ma ancor più nel suo comportamento fuori dal palco da quando, a gennaio, è scoppiato lo scandalo che la lega al presidente, è in un certo senso l'inverso.

Immune alle sue prepotenze, è emersa come un potente emblema delle vulnerabilità di Trump. Benjamin Wittes, editore dell'influente blog Lawfare, la definisce "l'icona del nostro tempo".

 Ci sono tre grandi ragioni per l'efficacia della signora Clifford come parodia di Trump. Il primo è che la star di "Big Busted Goddesses of Las Vegas" sembra, senza alcun piano da parte sua, aver messo in serio pericolo il presidente. Ciò non è dovuto alla sua presunta relazione di mesi con lui, che è avvenuta molto tempo fa e non rivela nulla di nuovo su Trump.

 Piuttosto, come accade di solito negli scandali sessuali politici, è a causa del modo in cui lui, o i suoi collaboratori, hanno cercato di coprirla. Due settimane prima dell'elezione di Trump, il suo avvocato, Michael Cohen, ha pagato alla signora Clifford 130.000 dollari in cambio dell'accordo di non parlare della presunta relazione, che il presidente nega. Quando la notizia è stata rivelata, Cohen ha affermato, quasi incredibilmente, di aver fatto il passo di sua iniziativa, utilizzando il suo denaro.

La Clifford ha quindi fatto causa per essere svincolata dall'accordo di non divulgazione, sostenendo che Cohen aveva violato i termini dell'accordo parlandone e che il Presidente lo aveva fatto non firmandolo. La Clifford ha registrato un'intervista con il programma della CBS "60 Minutes", che dovrebbe andare in onda il 25 marzo.

 Questo sembra aver messo Trump in difficoltà. Può lasciare che Cohen cerchi di far valere l'accordo con la signora Clifford, il che potrebbe sembrare un'ammissione di colpa e rischierebbe che l'aggressivo avvocato di lei, Michael Avenatti, faccia ulteriori rivelazioni in tribunale. Oppure può lasciar perdere. Ma ciò segnalerebbe a qualsiasi altra donna legata da un accordo di non divulgazione con il Presidente - e Avenatti sostiene di conoscerne due - che può essere tranquillamente ignorato.

Questo rischierebbe a sua volta di mettere in evidenza il più ampio problema di Trump con le donne, comprese le 18 che lo hanno accusato di averle molestate. In effetti, il grado sorprendente in cui il caso della signora Clifford contiene echi dei più ampi problemi legali di Trump è un'altra ragione per cui si sta dimostrando una tale spina nel fianco. Anche l'accenno al fatto che potrebbe avere alcuni ricordi di Trump è esemplificativo di questo.

 Ricorda le speculazioni secondo cui la storia di indiscrezioni sessuali di Trump potrebbe lasciarlo aperto al ricatto russo, come sostenuto da Christopher Steele, ex spia britannica. Anche il modo in cui Trump sembra aver usato Cohen come strumento contundente, tenendolo a distanza per una negazione plausibile, è un modello noto. Ciò è stato evidente l'anno scorso nel tentativo del presidente di licenziare Robert Mueller, il consulente speciale che lo sta indagando, attraverso due fasi di intermediazione.

Tuttavia, il motivo principale per cui la signora Clifford sta facendo il giro del Comandante in capo riflette l'incontro da incubo che lei rappresenta per lui sul piano personale. La ricetta del presidente per il successo politico è apparire più concreta dei suoi critici nei media, e così solidamente transazionale da far apparire ipocriti i suoi rivali politici al confronto.

 Tuttavia, la signora Clifford non è una comica britannica saccente o una senatrice subdola. È una donna della Louisiana che si è fatta da sé e che vota repubblicano e che fa sesso per vivere. In un'intervista precedente all'accordo, ha suggerito di essersi concessa a Trump non perché fosse attratta da lui ("Lei lo sarebbe?"), ma perché lui le aveva promesso di farla diventare una star della TV. Ha battuto Trump.

 Oltre a smussare i punti di forza del presidente, la donna mette in luce la sua più grande debolezza. Egli è allo stesso tempo sottile e inaffrontabile, una combinazione che spiega la maggior parte dei suoi sfoghi su Twitter e delle sue vanterie.

Dopo anni di insulti misogini, al contrario, lei appare così allegramente coriacea da operare quasi su un piano superiore. Questo è evidente anche su Twitter, dove la Clifford elimina gli insulti che i fan di Trump le lanciano con ironia ("Lo sai che dovresti leggere la Bibbia e non fumarla, vero?") e non tollera il cattivo inglese. "Le virgole sono nostre amiche. Non dimenticarle", consiglia a un critico.

 L'effetto è devastante, una spada di Damocle contro il randello del Presidente. La signora Clifford non si è limitata a ridicolizzare e forse a mettere in pericolo il presidente Trump più efficacemente di chiunque altro. L'ha fatto, soprattutto, in modo schiacciante, pur risultando perfettamente simpatica.

Trump può restare candidato alla Casa Bianca. Stefano Graziosi su Panorama il 17 Marzo 2023.

Anche se lo arrestano, Trump può restare candidato alla Casa

L'ex presidente ha detto che verrà arrestato martedì. Per ora, non ci sono conferme. Ma una simile eventualità infiammerebbe la campagna elettorale per le presidenziali del 2024. E non è detto che il diretto interessato si ritirerebbe dalla corsa

Donald Trump potrebbe finire presto in manette? È lui stesso ad averlo detto sabato. In un post sul suo social Truth, l’ex presidente americano ha dichiarato che sarà arrestato martedì, esortando i suoi sostenitori a protestare. Al momento, il suo team legale ha reso noto di non aver ricevuto alcuna notifica in tal senso dalle autorità. “L'ex presidente si è agitato per far arrabbiare la sua base e crede che una incriminazione lo aiuterebbe politicamente” , ha riferito la Cnn, citando alcune “persone informate sulla questione”. Ricordiamo che Trump si è ricandidato alla nomination presidenziale repubblicana lo scorso 15 novembre. Ora, questa vicenda giudiziaria rientra all’interno dell’inchiesta, condotta dalla procura distrettuale di Manhattan, sui soldi che lo stesso Trump avrebbe versato nel 2016, per ottenere il silenzio della pornostar, Stormy Daniels, in merito a una presunta relazione che i due avrebbero avuto nel 2006. In particolare, l’ex presidente è sospettato di aver violato le leggi sui finanziamenti elettorali. Si tratta di una questione molto controversa, su cui gli esperti legali si dividono da tempo. Generalmente, i sostenitori dell’ex presidente ricorrono al precedente di John Edwards: candidato presidenziale dem nel 2008, che affrontò accuse similari e che venne alla fine prosciolto. PUBBLICITÀ 20/03/23, 07:21 Anche se lo arrestano, Trump può restare candidato alla Casa Bianca - Panorama https://www.panorama.it/news/dal-mondo/arresto-trump-casa-bianca-elezioni 3/7 Come che sia, qualora Trump finisse in manette, sarebbe il primo ex presidente degli Stati Uniti a subire questa sorte. Non si tratterebbe invece del primo caso di un candidato presidenziale, che conduce una campagna elettorale dal carcere. Il socialista, Eugene V. Debs, corse per le elezioni presidenziali del 1920, mentre si trovava rinchiuso nel penitenziario federale di Atlanta, ottenendo il 3,4% dei voti. Questo significa che, anche qualora fosse arrestato, Trump potrebbe restare in campo per le presidenziali del 2024. D’altronde, la Costituzione americana impone appena tra requisiti per diventare presidente: cittadinanza naturale, età non inferiore ai 35 anni e residenza sul territorio statunitense per 14 anni. Nient'altro. Per essere precisi, i democratici cercarono di interdire Trump dai pubblici uffici attraverso gli effetti del secondo impeachment, intentatogli nel gennaio del 2021 dopo l’irruzione in Campidoglio: un procedimento che tuttavia naufragò, in quanto il diretto interessato fu successivamente assolto al Senato. È anche in un tale contesto che vari esponenti del Partito repubblicano hanno criticato l'eventualità di un arresto. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dichiarato che un’incriminazione rappresenterebbe “un oltraggioso abuso di potere” , mentre l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ha parlato di “accusa politica” (non va tra l’altro dimenticato che il procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg, appartiene al Partito democratico). Va da sé che, nel momento in cui Trump dovesse realmente finire agli arresti, la campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2024 inizierebbe ad infiammarsi sul serio. E non è chiaro come questo scenario influirebbe sul processo elettorale. Azzopperebbe definitivamente Trump? Oppure, paradossalmente, rilancerebbe la sua candidatura? Ovviamente non lo sappiamo. Ma, a naso, forse è la seconda ipotesi quella ad essere maggiormente probabile. L'ex presidente accuserebbe la procura di Manhattan di persecuzione politica. E gli altri contendenti alla nomination repubblicana (attuali e potenziali) si ritroverebbero con margini di manovra inferiori per attaccarlo.

L’avvocato italo-americano Joe Tacopina: «Accuse di stupro, frodi e pornostar. Così difendo Trump». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 12 marzo 2023

Il legale rappresenta il tycoon in cause controverse (ma non sulle accuse di brogli elettorali). «La legge funziona solo se viene applicata anche all’imputato meno amato». Attualmente Tacopina è presidente della Spal

«Dobbiamo trattare tutti senza favoritismi nè pregiudizi», ci dice Joe Tacopina in un incontro nel suo ufficio di Manhattan. «Nei casi in cui rappresento Trump, lo faccio perché è stato trattato ingiustamente, che Trump ci piaccia o no». A gennaio l’avvocato italo-americano Tacopina si è unito al team dei legali del tycoon. Da allora riceve mail di due tipi: «Grazie perché stai salvando il nostro presidente» oppure «Trump è un bastardo e anche tu». «Come avvocato non rappresenti sempre le figure più popolari e Trump è polarizzante — spiega —. Ma non sono un avvocato politico, non voglio rappresentare solo gente di destra o di sinistra». Sul tavolo tiene un premio che gli è stato consegnato dal reverendo afroamericano Al Sharpton per aver lottato per la riforma del sistema giudiziario per i più deboli.

Da circa trent’anni, Tacopina è noto per i successi in casi di alto profilo e controversi: tra i più citati, Michael Jackson, Joran Van der Sloot (per la sparizione della diciottenne Natalee Holloway), Amanda Knox, Chico Forti, i rapper Meek Mill e A$AP Rocky (il marito di Rihanna; l’avvocato ha cenato con loro, il bimbo e la nonna prima dell’ultimo Super Bowl). In Italia è noto come l’uomo che ha portato i soldi americani nel calcio: è stato vicepresidente della Roma, presidente del Bologna, del Venezia e ora della Spal. Racconta con orgoglio di essere il primo presidente di squadre promosse per tre anni di fila (il Bologna dalla serie B alla A e, nei due anni successivi, il Venezia dalla D alla B). È stato pure nominato Cavaliere di San Marco.

Questo weekend i giornali americani scrivevano che Tacopina era in Florida per discutere del caso dell’attrice porno Stormy Daniels. Trump è stato invitato dal procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg a testimoniare davanti al grand jury che indaga sull’accusa di pagamenti fatti nel 2016 dal suo ex avvocato Cohen alla donna, per farla tacere su un incontro sessuale, il che potrebbe indicare la volontà di incriminarlo. Pagare Stormy Daniels in sé non è illegale; Cohen afferma che l’obiettivo era «influenzare la campagna elettorale». «Trump nega ogni rapporto. Che sia avvenuto o meno — ci dice Tacopina — le leggi sui finanziamenti elettorali sono poco chiare e non testate. Inoltre Stormy Daniels avrebbe commesso estorsione. Sarebbe un caso ridicolo, senza precedenti e debole».

Per il momento, l’avvocato è concentrato sul processo di Jean Carroll, che inizia il 25 aprile. L’ex autrice di una rubrica sugli uomini su Elle accusa Trump in un libro del 2019 di averla violentata negli anni 90, in un camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman, dopo aver guardato insieme dei capi di lingerie. La difesa si baserà sul fatto che per 20 anni la donna non ha denunciato la presunta violenza (lei afferma di averlo detto a due amiche) e sulla totale assenza di impiegati, secondo lei stessa, o altri testimoni. Tacopina ha rifiutato di occuparsi di alcuni casi che riguardano Trump (non specifica quali) ma è coinvolto in altri due: contro il libro dell’ex procuratore speciale Mark Pomerantz per l’inclusione di materiale confidenziale; e contro la procuratrice generale di New York Letitia James che accusa la Trump Organization di aver ingigantito il valore delle proprietà per ottenere prestiti bancari. «Non lo rappresento sulle accuse di brogli elettorali».

Tacopina, che insegna anche a Harvard, critica il trattamento dell’ex preside Ronald Sullivan, licenziato perché aveva rappresentato Weinstein. «Weinstein è una persona orribile, io non avrei preso l’incarico. Ma gli studenti di Giurisprudenza dovrebbero capire la Costituzione, la presunzione di innocenza e che il sistema funziona solo se applica la legge anche all’imputato meno amato», dice. «Non esiste avvocato difensore che difenda solo persone innocenti. Noi non siamo i giudici dei fatti e non siamo la giuria, c’è un ruolo per tutti nel sistema».

Sugli avambracci ha due tatuaggi: sul destro la Trinacria per la mamma nata a Montelepre, in Sicilia; sul sinistro lo slogan dei residenti di Brownsville, a Brooklyn, dov’è nato lui: «I’m from the ‘ville, never ran, never will» (non sono mai scappato, non lo farò mai). Uno dei quartieri più pericolosi e meno amati d’America: «È là che ho imparato la grinta».

Estratto di adnkronos.it il 26 gennaio 2023.

 A due anni dalla sospensione, gli account Facebook e Instagram di Donald Trump saranno di nuovo attivi. […] I profili, si legge, verranno quindi ripristinati "nelle prossime settimane" mentre sono stati inoltre fissati "nuovi limiti per scoraggiare la reiterazione" delle violazioni grazie a un protocollo aggiornato.

"Due anni fa […] Abbiamo sospeso a tempo indeterminato gli account Facebook e Instagram dell'allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump in seguito alle sue lodi per le persone coinvolte nelle violenze in Campidoglio il 6 gennaio 2021. Abbiamo quindi deferito tale decisione all'Oversight Board, un organismo di esperti istituito come controllo indipendente sul nostro processo decisionale. Il Consiglio ha confermato la decisione, ma ha criticato la natura a tempo indeterminato della sospensione e la mancanza di criteri chiari sul quando e se i profili sospesi sarebbero stati ripristinati, invitandoci a rivedere la questione per determinare una risposta più proporzionata".

[…] Nella nostra risposta all'Oversight Board, abbiamo anche affermato che prima di prendere qualsiasi decisione sull'opportunità o meno di revocare la sospensione di Trump, avremmo valutato se il rischio per la sicurezza pubblica si fosse attenuato". Oggi, continua Meta, gli esperti hanno quindi valutato che quel rischio si è "sufficientemente ridotto" e "pertanto nelle prossime settimane ripristineremo gli account Facebook e Instagram di Trump".

[…] Nel caso in cui il signor Trump pubblichi ulteriori contenuti in violazione, il contenuto - si spiega - verrà rimosso e sarà sospeso per un periodo compreso tra un mese e due anni, a seconda della gravità della violazione".

Trump accusato di stupro: «Quella donna è una malata di mente. Non è il mio tipo». Redazione Online su Il Corriere della Sera il 14 gennaio 2023.

L’ex presidente Donald Trump ha insultato con rabbia e minacciato di fare causa all’editorialista che lo ha accusato di averla violentata in un grande magazzino negli anni ‘90

Una bugiarda, malata di mente che è arrivata a dire che le piaceva essere stuprata. Sono queste alcune delle dichiarazioni rilasciate da Donald Trump nel corso della testimonianza giurata sulle accuse rivolte nei suoi confronti da E. Jean Carroll, la donna che lo accusa di averla stuprata alla metà degli anni 1990 nel camerino di un grande magazzino di Manhattan. Il giudice della corte federale di New York ha ammesso la denuncia e fissato la prima udienza per aprile

I passaggi, svelati ieri, fanno parte di una deposizione di ottobre, della durata di cinque ore e mezza, nell’ambito di una causa intentata dall’editorialista. Le dichiarazioni sono state rese pubbliche dopo che un giudice federale ha respinto la richiesta degli avvocati di Trump di mantenerle segrete. «Ha detto che le ho fatto qualcosa che non ha mai avuto luogo. Non c’è stato nulla. Non so nulla di questa pazza», ha detto, secondo la trascrizione. Gli estratti rivelano una battaglia controversa tra Trump e Roberta Kaplan, avvocato della Carroll, che lo ha interrogato mentre Trump definiva l’ex editorialista di lungo corso della rivista Elle l’autrice di «una truffa completa» in cui lei descriveva lo stupro mentre «promuoveva un libro davvero scadente».

Nella testimonianza Trump ribadisce di non conoscere Carroll, e la accusa di aver inventato la storia dello stupro. «Non la conosco. Penso sia malata, malata mentalmente», ha detto l’ex presidente arrivando a dire che Carroll nel corso di un’intervista alla Cnn ha dichiarato che le piaceva essere aggredita sessualmente. Interrogato sulla causa legale, l’ex presidente ha lanciato con rabbia insulti e ha minacciato di citare in giudizio l’editorialista. «Le farò causa quando tutto questo sarà finito, non vedo l’ora». Trump ha detto di sapere che non era politicamente corretto dire «non è il mio tipo» quando ha risposto alle affermazioni poco dopo la pubblicazione del libro di Carroll del 2019. La scrittrice ha affermato di essere stata attaccata da Trump in uno spogliatoio dopo che si erano incontrati per caso nel negozio e lei ha accettato di aiutarlo a scegliere la lingerie per un amico. Durante la deposizione Trump ha sottolineato che in un’intervista avrebbe affermato che le era piaciuto essere violentata. «In effetti, penso che abbia detto che era sexy, vero? Ha detto che era molto sexy essere stuprata. Non ha detto questo?».

(ANSA il 30 dicembre 2022) - Donald Trump ha avuto conti correnti bancari all'estero fra il 2015 e il 2020, incluso uno in Cina dal 2015 al 2017. E' quanto emerge dalle dichiarazioni delle tasse dell'ex presidente pubblicate dalla commissione di sorveglianza della Camera Usa. 

I documenti fanno luce sulle finanze del presidente e vanno a completare le informazioni parziali trapelate nel corso degli anni e il sommario pubblicato dalla stessa commissione nei giorni scorsi.

Da ilsole24ore.com il 30 dicembre 2022.

Una commissione della Camera ha pubblicato il 30 dicembre sei anni di dichiarazioni dei redditi di Donald Trump, svelando documenti finanziari che l’ex presidente Usa ha sempre cercato di mantenere segreti. La scorsa settimana la commissione parlamentare sul fisco, controllata dai Democratici, ha votato a favore della pubblicazione delle dichiarazioni dal 2015 al 2020, con alcune limature sulle informazioni sensibili, come i numeri di previdenza sociale e le informazioni di contatto. 

La richiesta di divulgazione è avvenuta mentre la commissione indagava sulla «incapacità» dell’Internal Revenue Service di eseguire verifiche fiscali tempestive. 

Il peso politico della pubblicazione

I documenti potrebbero far emergere nuovi dettagli sulle finanze di Trump, avvolte da una certa opacità fin dagli anni della sua scalata nell’immobiliare a Manhattan. Il peso politico della vicenda è accresciuto dal ritorno in scena del tycoon per la corsa alla Casa Bianca, in concorrenza all’astro nascente dei Repubblicani Ron De Santis. 

Trump si è sempre rifiutato di rendere pubbliche le su dichiarazioni dei redditi, salvo sottolineare la sua ricchezza nei rendiconti finanziari forniti a banche e testate di settore per ottenere mutui o contestualizzare la sua posizione nei ranking dei miliardari. Non è la prima volta che le sue finanze finiscono sotto la lente pubblica.

Nel 2018, un’inchiesta del New York Times ha svelato che Trump ha ricevuto l’equivalente di almeno 413 milioni di euro dalla holding del padre. Una quota rilevante della somma arrivava da quelle che il NYT ha classificato come «evasioni fiscali» negli anni ’90. 

(ANSA il 30 dicembre 2022) - "I democratici non avrebbero dovuto farlo, la Corte Suprema non avrebbe dovuto approvare" la diffusione delle tasse perché questo potrebbe "portare a cose orribili per molte persone. I democratici radicali di sinistra usano come arma qualsiasi cosa". 

Lo afferma Donald Trump commentando la pubblicazione delle sue dichiarazioni dei redditi. Documenti che, sostiene l'ex presidente, mostrano come "ho avuto successo e sono stato in grado di usare alcune deduzioni fiscali per creare migliaia di posti di lavoro".

(ANSA il 30 dicembre 2022) - Melania Trump non si fidava dello stretto circolo di Donald Trump prima del 6 gennaio. L'ex first lady Usa era "arrabbiata" con l'ex capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, e "prudente" nei confronti dei legali di suo marito, incluso Rudy Giuliani. E' quanto emerge dalla testimonianza alla commissione di indagine sul 6 gennaio di Stephanie Grisham, l'ex portavoce della Casa Bianca. Melania nutriva dubbi anche su Donald Trump Jr e sulla sua fidanzata Kimberly Guilfoyle, in quanto "non credeva che agissero nel miglior interesse" del marito.

Trump, più tasse all’estero che a casa: svelati i tributi (bassissimi) dell'ex presidente. Storia di Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 30 dicembre 2022.

Dopo un lungo braccio di ferro arrivato fino alla Corte suprema tra Donald Trump e la Commissione di sorveglianza della Camera, 6.000 pagine di dichiarazioni fiscali dell’ex presidente e della moglie Melania dal 2015 al 2020 che erano state consegnate ai deputati la scorsa settimana sono state divulgate ieri. Dal Watergate, Trump era il primo presidente a tenerle segrete.

I documenti mostrano che, dichiarando perdite milionarie, in quei sei anni Trump pagò 750 dollari di tasse sia nel 2016 che nel 2017, 1,1 milioni nel 2018-2019 e zero tributi nel 2020. Uno scoop del New York Times nel 2018 rivelò che Trump aveva pagato zero tributi in 10 dei 15 anni precedenti. Nel suo piccolo Melania ha dichiarato guadagni di 3.848 dollari come modella nel 2019 e 2020 ma spese per 3.848 dollari e quindi si è ritrovata a zero di reddito netto. Il tycoon, che spesso si è vantato della propria furbizia con il fisco, ha usato ogni metodo legale per pagare il meno possibile, ma gli esperti hanno individuato 26 casi sospetti in quei sei anni, per i quali potrebbe essere accusato di frode fiscale. Ci sono voci e numeri, come gli interessi ottenuti da Trump per prestiti ai propri figli oppure cifre spese esattamente corrispondenti alle entrate che avrebbero dovuto essere controllati. La Commissione «Ways and Means» non dice di avere le prove che Trump dovesse pagare di più, ma che in quanto presidente in carica per legge avrebbe dovuto ricevere un «auditing» dall’IRS, l’Agenzia tributaria che invece per i suoi primi due anni alla Casa Bianca non l’ha fatto, iniziando solo nel 2019 — quando la Camera si è interessata al caso — e senza mai concludere l’esame dei documenti. L’IRS era guidata da Charles Rettig, un avvocato tributarista nominato da Trump.

Un altro aspetto che i giornalisti erano ansiosi di valutare sono i conti all’estero. Le pagine divulgate ieri mostrano che l’ex presidente aveva conti correnti all’estero per tutta la durata del suo mandato: nel 2016 nel Regno Unito, in Irlanda, in Cina e St. Martin, nel 2017 nel Regno Unito, in Irlanda e Cina, e poi negli ultimi due anni solo nel Regno Unito. Ha guadagnato milioni da una dozzina di Paesi, inclusi Azerbaigian, Panama, India, Qatar, Emirati, spesso grazie a licenze per usare il marchio «Trump». Il New York Times nel 2020 rivelò per primo il conto in banca di Trump in Cina (connesso — replicò l’avvocato — allo sviluppo dei suoi hotel); il quotidiano scrisse che aveva versato tra il 2013 e il 2015 200mila dollari in tasse a Pechino, anche se accusava Joe Biden di svendere il Paese alla Repubblica popolare e Hunter Biden per gli affari in Ucraina e in Cina. I documenti divulgati ieri mostrano che Trump ha mantenuto il conto in Cina per i primi due anni del suo mandato e che nel suo primo anno ha pagato più in tasse all’estero che tasse federali: 750 dollari in patria e quasi un milione di dollari oltre confine (usando queste ultime anche per ottenere deduzioni).

Il dossier mostra tra le altre cose che, benché Trump da candidato avesse promesso di donare l’intero salario presidenziale di 400mila dollari per scopi caritatevoli, l’entità dei finanziamenti variò negli anni e fu pari a zero nel 2020.

In un comunicato il tycoon ha definito la pubblicazione delle sue tasse un grosso errore della «sinistra radicale» e della Corte suprema, che dividerà ulteriormente la nazione e diventerà una nuova arma politica. E contesta le analisi: «Ancora una volta emerge quanto orgogliosamente ho avuto successo nell’usare l’ammortamento e altre deduzioni fiscali come incentivo per creare migliaia di posti di lavoro e magnifiche strutture e imprese».

Estratto dell'articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” il 31 Dicembre 2022.

Bilanci in rosso, migliaia di dollari di interesse incassati sui prestiti ai figli, sgravi fiscali per entità ormai defunte e conti bancari attivi in Cina quando era ancora presidente degli Stati Uniti. I Democratici della Camera hanno pubblicato sei anni di dichiarazioni dei redditi di Donald Trump e della moglie Melania, da cui emerge il ritratto di un imprenditore in difficoltà, alle prese con la perenne ricerca di stratagemmi per pagare meno tasse.

[…] La pubblicazione dei documenti è arrivata dieci giorni dopo il report della commissione della Camera da cui era emerso che l'ex presidente, nei primi due anni alla Casa Bianca, non aveva sottoposto le sue dichiarazioni alla revisione dell'agenzia delle entrate, rompendo una tradizione presidenziale cominciata negli anni '70. La pubblicazione delle seimila pagine potrebbe mostrare come Trump ha beneficiato delle leggi che lui stesso aveva firmato. 

Tra queste, la Tax Cut and Jobs Act del 2017 che prevedeva enormi sgravi per corporation e fasce alte di reddito. Tra il 2015 e il 2018 Trump ha registrato perdite per 105 milioni, diventati 700 in sei anni. Nel 2019 aveva riportato un bilancio in attivo, ma l'anno dopo era tornato in rosso. 

Il tycoon ha presentato un saldo negativo nel 2015, 2016, 2017 e 2020, pagato 750 dollari di tasse nel 2016 e 2017, e zero nel 2020. In pratica, come emerso due anni fa, Trump ha pagato più al fisco cinese, circa duecentomila dollari. 

Daniel Goldman, consigliere dell'accusa nel primo impeachment e ora eletto al Congresso con i Democratici, ha fatto una domanda al tycoon: «Risulta che avesse conti bancari in Cina fino al 2018, quando era presidente. Generalmente hai conti bancari in un Paese straniero se fai transazioni nella moneta di quel Paese.  Che affari stava portando avanti Trump da presidente? ».

La risposta potrebbe essere in quelle carte, di cui l'agenzia delle entrate si era occupata, secondo i Democratici, poco e male. Nonostante fossero migliaia di pagine complesse, l'agenzia aveva incaricato impiegati con poca esperienza. I Repubblicani minacciano battaglia al Congresso, i Democratici sono convinti che dai documenti potrebbero emergere dettagli sconosciuti e persone vicine a Trump e rimaste finora nell'ombra.

Francesco Semprini per “la Stampa” il 31 Dicembre 2022.

Conti all'estero, Cina compresa, accordi con governi stranieri in favore delle aziende di famiglia e promesse tradite in termini di beneficenza. Sono alcuni degli aspetti più controversi emersi dalle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump che sono stati resi pubblici ieri dalla Camera dei Rappresentanti uscente a trazione democratica al termine di una lunga battaglia legale.

Un atto di "guerra politica" l'ha definito l'ex presidente degli Stati Uniti il quale punta l'indice verso i liberal della sinistra più estrema pronti - a suo dire - a ricorrere a «qualsiasi mezzo utilizzandolo come un'arma». Il tycoon ha anche dispensato critiche alla Corte Suprema a maggioranza conservatrice che «non avrebbe mai dovuto consentire» la pubblicazione. 

Senza dubbio si tratta di un colpo non trascurabile inferto a Trump e alle sue mire elettorali dopo che il 15 novembre scorso ha ufficializzato la sua candidatura alle presidenziali del 2024. I faldoni contenenti migliaia di pagine ripercorrono la storia fiscale degli anni da inquilino della Casa Bianca mettendone a nudo manovre spregiudicate volte a ridurre i versamenti all'erario, così come le mancate promesse, gli affari condotti in favore della Trump Organization e una certa repulsione alla filantropia. 

Nel 2020 non ha infatti versato un dollaro in beneficenza pur avendo dichiarato nel 2015, al momento della sua candidatura, di voler donare per intero il compenso annuale da presidente, pari a 400 mila dollari. Mentre era alla Casa Bianca inoltre e svolgeva il suo incarico di comandante in capo scagliandosi sovente contro la Cina e le sue politiche dannose per la sua "America First", nelle banche del Dragone Trump deteneva conti correnti e depositi. E la Cina non era l'unico Paese straniero nei cui istituti di credito erano presenti conti riconducibili al tycoon.

Pur essendosi impegnato a non perseguire tramite l'azienda di famiglia accordi all'estero durante la presidenza per evitare conflitti di interesse, l'ex presidente ha incassato più di 55 milioni di utile lordo da una decina di Paesi stranieri, fra i quali Azerbaigian, Panama, Canada e Qatar. Nel 2017 Trump ha addirittura pagato più tasse all'estero che negli Stati Uniti, dove aveva staccato un assegno intestato all'Irs (il fisco americano) di soli 750 dollari. E non è un caso isolato perché una cifra analoga era stata versata anche nel 2016. 

Nel 2020, invece, l'ex presidente è riuscito a non pagare nulla in termini di tasse federali a fronte di una perdita di quasi cinque milioni di dollari, realizzata nonostante i 133.173 dollari incassati in royalty. I documenti rivelano inoltre come Melania Trump abbia guadagnato 3.848 dollari dalla sua attività di modella nel 2019 e nel 2020, ma in tutti e due gli anni ha registrato spese per 3.848 dollari e quindi si è ritrovata con zero di reddito netto. 

Le rivelazioni sono un duro colpo alla campagna elettorale di Trump per il 2024, partita già in salita e sulla quale pesano le indagini della commissione sui fatti del 6 gennaio che ha aderito l'ex presidente al dipartimento di Giustizia continuando a pubblicare le trascrizioni delle testimonianze raccolte. 

Una delle ultime è quella di Stephanie Grisham, l'ex portavoce della Casa Bianca, che ha rivelato lo scetticismo di Melania nei confronti del ristretto circolo di consiglieri del marito. L'ex First Lady nutriva dubbi e non si fidava neanche di Donald Trump Jr e della sua fidanzata Kimberly Guilfoyle, ritenendo che non agissero nel miglior interesse del marito. Trump non sembra tuttavia essere impensierito ed è passato all'attacco spiegando che la pubblicazione delle sue tasse rischia di tradursi in «cose orribili per molte persone». 

Le dichiarazioni, prosegue, dimostrano il «mio successo e che sono stato in grado di usare alcune deduzioni fiscali per creare migliaia di posti di lavoro», ha affermato. A fare muro con il tycoon è la compagine repubblicana che vede nella pubblicazione un precedente pericoloso e minaccia, una volta assunto il controllo della Camera, azioni a tappeto contro l'amministrazione Biden. A destra c'è tuttavia chi considera Trump un personaggio sempre più ingombrante e la conferma arriva dal fatto che la sua corsa in Usa 2024 non sarà in solitario nel Grand Old Party.

Non succedeva dal 1973. Trump, la Camera pubblica le dichiarazioni dei redditi: “Radicali di sinistra non dovevano farlo”. Redazione su Il Riformista il 30 Dicembre 2022

Non succedeva dai tempi di Richard Nixon. La Camera dei deputati degli Stati Uniti ha reso pubbliche le dichiarazioni dei redditi degli ultimi sei anni dell’ex Presidente Donald Trump. La decisione è arrivata dopo una lunga battaglia legale. Le dichiarazioni erano in possesso del Congresso da alcuni mesi. La prima richiesta risaliva a tre anni fa. Trump, che aveva provato a tenerle segrete in tutti modi, ha reagito: “Non avrebbero dovuto farlo”.

Il tycoon era stato il primo candidato alla Casa Bianca e poi il primo presidente dagli anni Settanta a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi dagli anni Settanta. Dieci giorni fa un comitato della Camera aveva espresso voto favorevole sulla decisione. Il comitato aveva inoltre diffuso due rapporti riassuntivi delle dichiarazioni, sostenendo come nei primi due anni di presidenza l’Internal Revenue Service (IRS, l’Agenzia delle Entrate americana) non avesse effettuato le verifiche obbligatorie sulle finanze del presidente.

L’analisi delle dichiarazioni potrà chiarire, come molti osservano da tempo, finalmente se l’ex Presidente abbia ottenuto vantaggi dai tagli alle tasse approvati dalla sua amministrazione. I dati diffusi la settimana scorsa avevano mostrato che nei primi tre anni di presidenza Trump aveva pagato 1,1 milioni di dollari di tasse, ma non le aveva pagate nel 2020, quando aveva dichiarato maggiori perdite, un reddito negativo di 4,7 milioni di dollari.

Dalla pubblicazione di oggi emerge come Trump abbia avuto conti correnti bancari all’estero, compreso uno in Cina dal 2015 al 2017. Un report separato, pubblicato dalla Commissione, ha mostrato che l’agenzia delle tasse non ha, però, fatto verifiche sui redditi di Trump durante i primi due anni della sua presidenza, un controllo che è invece obbligatorio sulle dichiarazioni dei redditi di tutti i presidenti.

Era il 1973 quando Richard Nixon fu costretto a consegnare le sue dichiarazioni dei redditi dopo la richiesta dell’Agenzie delle Entrate a una commissione del Congresso. “I democratici non avrebbero dovuto farlo, la Corte Suprema non avrebbe dovuto approvare”, ha commentato il Presidente statunitense. “I democratici radicali di sinistra usano come arma qualsiasi cosa”, ha ancora aggiunto il miliardario statunitense. Secondo l’ex presidente, i documenti “mostrano come ho avuto successo e sono stato in grado di usare alcune deduzioni fiscali per creare migliaia di posti di lavoro”.

De Santis.

Si dice che è “meno peggio” di Donald Trump. Otto cose che bisogna sapere dell’oscurantista Ron Desantis. Alessio De Giorgi su Il Riformista il 26 Maggio 2023  

Non le manda certamente a dire Ron Desantis, il giovane politico italoamericano, governatore della Florida dal 2018, laurea Yale e dottorato di ricerca ad Harvard, ex ufficiale del corpo di magistratura militare degli Stati Uniti con servizio in Iraq e a Guantanamo, che ieri ha lanciato definitivamente il guanto di sfida a Donald Trump per le prossime primarie repubblicane nella corsa alla Casa Bianca, in una discussa (e non granché riuscita) diretta Twitter con il magnate dei magnati, Elon Musk.

Di lui si dice spesso che è “meno peggio” di Donald Trump ed in parte è vero. Sicuramente ha quel senso delle istituzioni che a Trump è largamente mancato: basti solo ricordare le parole di forte condanna che già il 6 gennaio 2021 Desantis pronunciò con grande nettezza nei confronti dei rivoltosi che stavano in quelle ore assaltando il Campidoglio a Washington. E di lui vengono anche decantate le virtù di governo dell’economia, con i dati che in realtà gli danno ampiamente ragione.

Ma vediamo insieme le otto misure più controverse che, con un crescendo proporzionale all’avvicinarsi della corsa per la Casa Bianca, hanno caratterizzato i suoi sei anni da governatore della Florida, rendendolo celebre in tutti gli Stati Uniti e portandolo ad essere un idolo per l’America integralista ed oscurantista, quella con la “fissa” della lotta alla cultura woke, ma anche un vero e proprio demone per l’America progressista, quella per i diritti civili.

ABORTO

Con Ron De Santis il diritto all’aborto in Florida è ormai pressoché negato. Già nel 2022 aveva firmato una legge che limitava a 15 settimane il limite entro il quale una donna poteva decidere di abortire, ma tre mesi fa ha annunciato che, salvo i casi di stupro, questo termine sarà portato a 6 settimane, tra le proteste delle più grandi associazioni di medici. Ed è sotto la spinta di Desantis che Walgreens, la grande catena di oltre 9000 farmacie statunitensi, ha recentemente deciso di sospendere la vendita delle pillole abortive nei 21 Stati governati dai repubblicani,  con grande disappunto del (democratico) governatore della California che ha sospeso tutti i contratti in essere con l’azienda.

ARMI

Nonostante la Florida sia spesso stata teatro di stragi significative (basti ricordare il massacro alla scuola di Parkland nel 2018, con 17 morti di cui 14 ragazzi, o quello alla discoteca gay di Orlando, con 50 morti), Desantis ha pensato bene che la risposta migliore fosse aumentare la presenza di poliziotti in pensione e veterani di fronte alle scuole. Ma un mese e mezzo fa ha fatto ben di più: ha firmato una legge, che entrerà in vigore a luglio, che permette a tutti di detenere una pistola senza porto d’armi, senza quindi avere alcun permesso e senza alcun controllo di eventuali precedenti penali.

PENA DI MORTE

Come molti politici americani, a onor del vero anche non solo repubblicani, Desantis è favorevolissimo alla pena di morte, tanto da aver voluto presenziare  personalmente a ben cinque esecuzioni capitali. Nell’aprile 2023 ha però firmato una legge che riduce la maggioranza necessaria nelle giurie per condannare una persona a morte: oggi in Florida “bastano” 8 giurati su 12 per comminare la pena di morte.

MIGRANTI

Giusto qualche settimana fa Desantis ha firmato un disegno di legge sull’immigrazione che rafforza il programma di trasferimento dei migranti clandestini presenti in Florida (con uno stanziamento di ben 12 milioni di dollari) e limita i servizi sociali per gli immigrati privi di un permesso di soggiorno permanente. Del resto il governatore della Florida non è nuovo a iniziative sul tema: nel settembre scorso aveva preso 48 clandestini venezuelani e su un aereo dal Texas li aveva provocatoriamente (de)portati a Martha’s Vineyard, nel Massachusetts, per intenderci una sorta di Capalbio statunitense, luogo storico di villeggiatura dell’upper class radical chic e progressista di New York e di Boston, famiglia Kennedy in testa.

DIRITTI ELETTORALI

In barba ad ogni garantismo ed a Beccaria, Desantis ha firmato una legge che impone agli ex detenuti il pagamento di multe e tasse giudiziarie prima di poter votare. Come se non bastasse, mentre erano in corso raccolte di firme di successo su referendum per la legalizzazione della cannabis o l’estensione del Medicaid, il programma di assistenza sanitaria per persone a basso reddito lanciato da Johnson, ampliato da Obama ed ovviamene osteggiato da Desantis, il governatore della Florida ha emanato misure che le hanno rese più difficili e costose per gli organizzatori.

STUDI AFROAMERICANI

Negli Stati Uniti è in corso da molti anni la tendenza a dare vita a corsi di studio afroamericani nelle scuole e nelle università e quelle che vengono chiamate “teorie critiche della razza”, studi accademici che cioè sostengono che la razza sia una categoria socialmente costruita che viene utilizzata per opprimere e sfruttare le persone di colore. Come spesso accade a queste teorie, è vero che si è arrivati spesso ad estremizzarle, ma – al netto delle questioni che attengono alla libertà di insegnamento – è altrettanto vero che è sbagliato censurare l’insegnamento della storia dello schiavismo, del razzismo e del percorso di emancipazione e di ottenimento di diritti civili che la popolazione di colore negli anni ha fatto. Comunque sia, nel 2021 – con quello che provocatoriamente ha chiamato lo “StopWOKE Act” – Desantis ha vietato questo genere di insegnamenti e ha previsto la possibilità per i genitori di far causa ai distretti scolastici che li praticano. Divieto peraltro applicato di nuovo recentemente ad un corso di studi afroamericani. L’accetta di Desantis non ha risparmiato neppure i “DEI”, cioè quei corsi accademici che insegnano la diversità, l’eguaglianza e l’inclusione. Lo stop a qualunque tipo di finanziamento o supporto pubblico a questi corsi, che aiutano a costruire un ambiente di studio o di lavoro più inclusivo ed accogliente, è arrivato proprio qualche settimana fa.

PERSONE LGBT+

Una delle misure che lo hanno reso più celebre negli Stati Uniti è la cosiddetta legge “don’t say gay”, quella norma che cioè dal 2022 vieta agli insegnanti di parlare di orientamento sessuale ed identità di genere nelle scuole fino alla terza media e da aprile di quest’anno nelle scuole di ogni ordine e grado. La legge è stata scritta in termini così vaghi che si sta assistendo al bando da molte librerie scolastiche di parecchi libri a tematica LGBT (recente la vicenda del bando del libro “This book is gay”, una sorta di manuale per giovani LGBT): non è un caso che sia la Florida lo stato in cui recentemente una insegnante è stata licenziata per aver fatto vedere in classe fotografie del David di Michelangelo senza aver informato preventivamente i genitori dei ragazzi. La norma è stata duramente criticata negli Stati Uniti e da molte aziende storicamente gay-friendly, tra cui la Walt Disney Company. In tutta risposta, Desantis un anno fa ha firmato una legge che elimina il distretto fiscale indipendente che dagli anni ’60 regolava l’area di Orlando che ospita DisneyWorld ed ha pure minacciato di costruire vicino al complesso una nuova prigione di stato. Una battaglia legale è in corso, a seguito di una denuncia della Walt Disney Company.

CONTRO L’IDENTITA’ DI GENERE

Un’altra battaglia cui il governatore della Florida è particolarmente appassionato è la lotta contro quella che in Italia viene chiamata la “teoria del gender”. Una legge firmata da Desantis vieta a minorenni transgender di ricevere trattamenti ormonali o chirurgici per l’affermazione del proprio genere, concedendo ai tribunali la possibilità di allontanare dai genitori il figlio che li ricevesse col loro consenso, trattandoli alla stregua di un abuso familiare. Agli insegnanti è vietato usare nei confronti degli alunni pronomi diversi da quello del sesso cui appartengono dalla nascita, mentre alle autorità locali è dato il potere di ritirare la licenza agli spettacoli con drag-queen, qualora persone non adulte vi partecipassero. Un’altra legge proibisce infine alle persone transgender di usare un bagno o uno spogliatoio che non corrisponda al genere con cui sono nati quando si trovano in edifici governativi, compresi luoghi come scuole pubbliche, prigioni e università statali. E dalle parole si sta passando ai fatti: recentemente, lo Hyatt Regency di Miami si è visto ritirare la licenza di vendita di bevande alcoliche per aver ospitato uno spettacolo di drag-queen dove minorenni erano ammessi se accompagnati dai genitori.

Alessio De Giorgi. Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva

Santos.

La destra immorale. La farsa di George Santos è una tragedia per la democrazia americana. Paolo von Schirach su L’Inkiesta il 4 Febbraio 2023.

Il neodeputato americano ha mentito sul suo passato e sul suo curriculum ma l’establishment del Grand Old Party, a partire dal neospeaker della Camera Kevin McCarthy, non ha fatto nulla per rimuoverlo dall’incarico. Una vicenda che rivela la mancanza di morale in un partito opportunista, incapace perfino di condannare gli imbroglioni

Questa è una brutta storia politica con due “cattivi”. Il primo è George Santos, neodeputato Repubblicano, imbroglione patologico. L’altro è Kevin McCarthy, il neospeaker (presidente) della Camera dei Rappresentanti americana, leader politico senza principi.

Dopo le elezioni politiche del novembre 2022 indagini del New York Times accertarono che George Santos, un neodeputato Repubblicano dello Stato di New York, si era presentato di fronte agli elettori che lo hanno poi votato con un curriculum del tutto fraudolento. Santos ha inventato lauree del Baruch College e di New York University. Si è poi inventato di avere lavorato a Goldman Sachs e a Citigroup. Ha inoltre affermato (per compiacere una fascia dei suoi elettori) di essere di famiglia ebraica scampata all’olocausto, e che poi sua madre (allora, si è saputo dopo, residente in Brasile) era in una delle Torri Gemelle l’11 settembre del 2001. Tutto inventato.

Queste non sono esagerazioni, peccati veniali. Questo è tutto falso. Risulta poi perlomeno strano che Santos avesse dichiarato alle imposte di essere nulla tenente, con un reddito bassissimo, mentre due anni dopo appare così ricco da poter prestare settecentomila dollari alla sua campagna elettorale. E da dove viene questa nuova ricchezza? A detta di Santos dalle grosse parcelle che lui riceve come consulente per grandi affari. Ora afferma che forse quei soldi prestati alla sua campagna elettorale non erano suoi. Le autorità hanno cominciato a indagare.

Colto in flagrante dalle rivelazioni giornalistiche, Santos è rimasto impassibile. Si è difeso affermando in interviste tv che lui non ha fatto niente di male. Lui non ha commesso alcun crimine. Lui ha solo “abbellito” il suo curriculum. E in fondo lo fanno tutti, dice lui. Quindi essersi inventato lauree e anni di impiego presso prestigiose istituzioni finanziarie di Wall Street, a detta sua, rientrerebbe nella norma. È vero che altri politici in passato hanno detto bugie in campagna elettorale, per esempio esagerando il proprio servizio militare in zone di guerra, o altro. Ma questo livello di menzogna – una vita tutta inventata – non ha precedenti.

Detto questo, quali conseguenze per Santos dalla dirigenza del suo Partito repubblicano? A livello locale, politici di New York hanno pubblicamente chiesto che Santos, avendo tradito la fiducia degli elettori, desse subito le dimissioni. Ma il leader dei Repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy il probabile ma (all’epoca delle rivelazioni su Santos) non ancora eletto speaker, cioè presidente della Camera, non disse assolutamente niente e continua oggi a non dire nulla, a parte generiche affermazioni di seguire l’iter normale da parte di organi di controllo della Camera. Nessuno sdegno. Nessun invito alle dimissioni.

In altre parole, il futuro speaker, altissima carica federale, terzo in linea di successione alla presidenza degli Stati Uniti, quando lo scandalo venne alla luce, non ritenne opportuno condannare un neodeputato del suo partito apertamente colpevole di avere imbrogliato i suoi elettori. E il perché di questa reticenza? Molto semplice. Quando scoppiò lo scandalo Santos, all’inizio di gennaio, McCarthy non era stato ancora eletto speaker. Data la maggioranza di soli sei voti dei Repubblicani alla Camera, tra cui alcuni deputati apertamente ostili a lui, McCarthy, per poter diventare speaker, doveva assicurarsi ogni possibile voto a suo favore. E il neoeletto George Santos aveva dichiarato che avrebbe votato per McCarthy. Ecco la ragione del silenzio. Il voto di Santos, personaggio indegno e indecente, faceva molto comodo, quindi è stato accettato di buon grado. E, con questo, McCarthy ha dimostrato di essere un uomo politico senza principi, un carrierista senza alcuna morale. E qui sta il vero marcio.

George Santos è un imbroglione di livello forse patologico. Ma Kevin McCarthy, veterano di Washington, per anni leader della minoranza Repubblicana alla Camera, si è apertamente rivelato persona senza alcun senso morale. Adesso, anche grazie al voto di Santos, McCarthy è finalmente Speaker. Ma questa sua elezione mostra una persona disposta a tutto pur di assicurarsi la carica ambita. E questo triste spettacolo di calcolo meschino rivela un profondo degrado civico in America. Questa non è la norma storica.

Ma oggi è così. Oggi gli imbroglioni vengono eletti grazie ai loro imbrogli, e quando scoperti rifiutano di dare le dimissioni, e i massimi leader nazionali fanno finta di niente, così normalizzando la frode. E di conseguenza il prestigio delle istituzioni democratiche – prestigio che si regge solo sull’onestà e il senso morale di tutti – comincia a pencolare.

Più di due secoli fa John Adams, uno dei più illustri “Padri Fondatori” scrisse che il regime repubblicano avrebbe potuto sopravvivere in America solo se i cittadini avessero mostrato di essere animati da un profondo senso morale. La vicenda Santos, per quanto grottesca e per certi versi farsesca, rivela mancanza di morale da parte di un aspirante uomo politico e di un establishment che non è in grado di fare l’ovvio: condannare pubblicamente i candidati imbroglioni, cacciandoli poi dal partito.

Se l’America non reagisce presto e vigorosamente a questo affondamento nella melma del malcostume e dell’aperto opportunismo di politici senza principi, diventa sempre più difficile pensare a un futuro luminoso per questa democrazia bicentenaria.

Paolo von Schirach, Presidente Global Policy Institute; Professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Bay Atlantic University, Washington, DC

Da blitzquotidiano.it il 29 Dicembre 2022.

Tutte le bugie di George Santos. Ha mentito sulla sua istruzione, sui suoi lavori passati, sulla sua religione e, forse, anche sulle sue finanze ma non si considera un “criminale” e intende assumere il suo incarico di rappresentante di Long Island e Queens a Capitol Hill. 

Il repubblicano George Santos, la cui vittoria alle ultime Midterm ha contribuito a riconsegnare al Grand old party il controllo della Camera, confessa le sue bugie anche se non risponde a tutte le domande sollevate dal New York Times e lascia molte ombre sulla sua figura politica e personale. 

Ho abbellito il mio curriculum, lo fanno in tanti”, ha ammesso il 34enne di origine brasiliana in un’intervista al New York Post e alla radio WABC. Durante la campagna, il repubblicano aveva dichiarato di essersi laureato all’università Baruch nel 2010 e di aver lavorato per Citigroup e Goldman Sachs.

Ma il Nyt aveva rivelato che sia al college che nelle banche d’affari non v’era nessuna traccia del passaggio di Santos. Dopo sette giorni di malumori all’interno del partito, è stato costretto ad ammettere non solo di non aver frequentato l’università menzionata nel cv ma anche di non essersi mai laureato né di aver lavorato a Wall Street. “Sono imbarazzato, nella vita si fanno cose stupide”, ha detto. Le bugie non si sono limitate alla sfera professionale. 

In più di un comizio Santos ha parlato della sua famiglia ebrea in fuga dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, dichiarandosi lui stesso ebreo. In realtà il politico è stato cresciuto in una famiglia cattolica ed è a tutt’oggi cattolico. “Sono cattolico ma poiché ho saputo che la mia famiglia materna aveva origini ebraiche ho detto che ero ‘ebreo'”. 

Dichiarazioni che non sono piaciute alla Repubblican Jewish Coalition che lo ha bandito da ogni suo evento. Santos è anche sospettato di aver mentito sul suo orientamento sessuale per accaparrarsi i voti della comunità Lgbtq+ dopo che il Daily Beast ha rivelato che il deputato è stato sposato con una donna fino a quando non ha lanciato la sua prima campagna nel 2020. 

Di per se’ nulla di strano tranne che non lo aveva mai dichiarato e la mancanza di trasparenza è un peccato che i media americani difficilmente perdonano ai personaggi pubblici. Su questo punto il deputato ha ammesso di essere stato sposato con una donna dal 2012 fino al 2017, ma ha precisato di essere gay oggi e felicemente sposato con un uomo. 

Restano due punti, forse i più importanti, ancora da chiarire. il primo è un’accusa di frode in Brasile per aver firmato assegni di un libretto rubato. “Non sono un criminale, ne’ qui ne’ in Brasile ne’ in nessun’altra giurisdizione nel mondo”, ha risposto Santos. 

E tuttavia il New York Times ha trovato il fascicolo del tribunale nel quale c’è la sua confessione, solo che il caso è rimasto irrisolto perché’ lui è sparito. Il secondo, le sue finanze. Durante la prima candidatura nel 2020 Santos aveva dichiarato di non aver entrate e versato per la sua campagna poche migliaia di dollari.

Passano due anni e dalla dichiarazione fiscale il politico sembra essere diventato improvvisamente ricco tanto da poter contribuire con quasi 700.000 dollari alla sua nuova campagna. Santos sostiene che la maggior parte della sua ricchezza arrivi da una società della Florida di cui è l’unico proprietario: la Devolder Organization. 

Ma dai documenti visionati dal Washington Post risulta che la società sia stata creata a maggio del 2021, solo un mese prima di annunciare la sua candidatura, e a luglio del 2022 aveva un fatturato di soli 43.688. In più dopo aver millantato di possedere circa 13 case, Santos ha ammesso di non averne neanche una e di essere ospite della sorella.

Ho vinto le elezioni parlando delle preoccupazioni della gente, non del mio curriculum e di questo mi occuperò a Washington”, ha ripetuto Santos. C’è solo da vedere cosa succederà da qui al primo gennaio con il partito democratico che ne chiede le dimissioni e quello repubblicano sempre più in imbarazzo.

McCarthy.

(ANSA il 3 ottobre 2023) - "Se dovessi dare un consiglio al prossimo speaker della Camera gli direi di cambiare le regole". Lo ha detto con ironia Kevin McCarthy in una conferenza stampa dopo il suo siluramento. Quanto all'operazione messa in moto dal repubblicano trumpiano Matt Gaentz, l'ex speaker ha detto che "si tratta di un attacco personale. Loro non sono veri repubblicani. Non sono del partito di Reagan".

(ANSA il 3 ottobre 2023) - Nella lunga conferenza stampa dopo il suo siluramento da speaker della Camera Usa, Kevin McCarthy ha raccontato qualche aneddoto sulla sua infanzia e le sue origini modeste. Figlio di un pompiere e di una casalinga di origini italiane, entrambi democratici, il repubblicano nato in California ha iniziato lavorando in un chiosco di panini per potersi pagare gli studi. 

"Ieri mia madre Roberta mi ha chiamato dal benzinaio, per lamentarsi del prezzo della benzina troppo alto. Fa il pieno solo una volta a settimana. Mi ha chiesto cosa potevo fare. Ecco questo mi dispiace ora, non poter fare il mio lavoro anche per le persone che amo", ha detto.

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 3 ottobre 2023.  

Lo speaker repubblicano della Camera Kevin McCarthy, 58 anni, figlio di un pompiere di Bakersfield, in California, è il personaggio della vita reale a cui si ispirò Kevin Spacey quando si preparava al suo ruolo in «House of Cards». Ispirerà senz’altro nuovi film e serie tv, poiché ieri è entrato nella Storia: è il primo speaker della Camera ad essere destituito. Non era mai successo negli Stati Uniti. 

Repubblicani contro repubblicani, in un momento storico e surreale. Con 216 voti a favore e 210 contrari, McCarthy ha perso la poltrona per iniziativa di un manipolo di «ribelli» dell’ultradestra del suo stesso partito, capeggiati dal deputato della Florida Matt Gaetz, che ha presentato domenica la mozione per destituirlo.

Data la risicata maggioranza repubblicana alla Camera (221 contro 212), sono bastati a segnare la sua fine appena otto voti repubblicani, uniti a quelli dei democratici (c’erano alcuni assenti), che in blocco hanno rifiutato di difenderlo. 

[…] 

Adesso Patrick McHenry, alleato di McCarthy, è speaker ad interim, ruolo puramente cerimoniale che consiste nell’indire il voto per il successore. La Camera è paralizzata, mentre il Congresso deve ancora passare la legge per finanziare il governo dopo metà novembre se si vuole evitare lo «shutdown». Ma non è chiaro chi potrà sostituire McCarthy e governare l’ultradestra. Non è chiaro se McCarthy proverà a ricandidarsi.

Tra le accuse allo speaker da parte dei ribelli: l’approvazione dei finanziamenti al governo fino al 17 novembre con l’aiuto dei democratici; rabbia perché non ha assicurato tagli più consistenti alla spesa federale; sospetti che abbia accordi segreti con Biden per finanziare Kiev; ma anche vanità e vendette personali. Gaetz è un fedelissimo di Trump ma altri trumpiani sono rimasti al fianco di McCarthy. 

Trump ha scritto sui social: «Perché i repubblicani lottano sempre tra loro anziché contro l’estrema sinistra?». Ma stavolta non è intervenuto nella faida, a differenza di gennaio, quando telefonò ad alcuni deputati per convincerli a votare per «il mio Kevin». Ci vollero 15 votazioni, e vinse solo dopo aver accettato un cambio di regole, che permetteva che un singolo deputato potesse presentare una mozione per destituirlo: è ciò che ha fatto Gaetz.

Il dilemma dei democratici, che certo non nutrono simpatia per Gaetz, era se appoggiare o meno McCarthy. Alla fine il loro leader alla Camera, Hakeem Jeffrey, li ha istruiti a non opporsi alla sua destituzione affermando che ha fallito «nel prendere le distanze dall’estremismo». I democratici dicono che molteplici vicende, inclusa la sua opposizione alla Commissione sul 6 gennaio, mostrano che di lui non ci si può fidare. […]

(ANSA il 7 gennaio 2023) - Kevin McCarthy è stato eletto speaker della Camera americana alla 15esima votazione. Il repubblicano ha ottenuto i 216 voti necessari a guidare la House alla fine di una serata drammatica, caratterizzata da momenti di tensione, dopo l'astensione di cinque dei 21 ribelli del partito che, a differenza delle votazioni precedenti, non hanno votato altri candidati.

Paul Krugman per lastampa.it il 7 gennaio 2023.

Lo ammetto: nell’assistere all’autodistruzione della destra americana sto provando, come molti liberali, un po’ di “MAGAfreude”, una sottile cinica soddisfazione nel vedere i Repubblicani distruggersi l’un l’altro.

 Del resto, non abbiamo mai assistito a uno spettacolo paragonabile al caos che abbiamo visto questa settimana alla Camera dei rappresentanti. È trascorso un secolo da quando uno speaker non veniva scelto alla prima votazione, e l’ultima volta che ciò è accaduto c’era in ballo una controversia su qualcosa di davvero sostanziale: i repubblicani progressisti (ebbene sì, esistevano già allora) pretesero, e alla fine ottennero, alcune riforme procedurali che speravano che avrebbero favorito la loro agenda.

Questa volta, non c’è stata nessuna controversia politica sostanziale: Kevin McCarthy e i suoi antagonisti sono d’accordo su alcune questioni politiche di rilievo come svolgere indagini sul laptop di Hunter Biden e privare l’Agenzia delle Entrate delle risorse necessarie a dare la caccia ai benestanti che evadono le tasse. Le votazioni sono proseguite ben dopo che Kevin McCarthy ha cercato di accontentare i suoi avversari rinunciando alla sua dignità.

 Tuttavia, se questa scena è stata incredibile – e, sì, anche appassionante – né io né come credo molti altri liberali stanno provando quel genere di esultanza che proverebbero i repubblicani qualora i ruoli dei partiti fossero invertiti. Da un lato, i liberali vogliono che il governo degli Stati Uniti sia in grado di lavorare, il che tra altre cose significa che ci serve una Camera dei rappresentanti convenientemente costituita, anche se gestita da individui che non ci piacciono. Dall’altro, non penso che nella sinistra statunitense (così come è) ci siano molti politici che si definiscono in funzione di quello che molti politici di destra usano per definirsi: i loro risentimenti.

Sì, intendo proprio “risentimenti” e non “rivendicazioni”. Le rivendicazioni riguardano cose che riteniamo di meritarci e che potrebbero essere minori qualora ottenessimo almeno in parte ciò che vogliamo. Il risentimento, invece, è quello che si prova quando si è guardati dall’alto in basso, sensazione che può essere attenuata soltanto danneggiando le persone che, in parte, si invidiano.

 Si consideri l’espressione (e il sentimento che a essa si accompagna) molto comune a destra: “owning the libs” (tenere in pugno – e provocare – i liberali). Contestualizzato, il termine “owning” non significa far piazza pulita delle politiche progressiste, per esempio respingendo l’Affordable Care Act. Significa, piuttosto, umiliare i liberali a livello personale, facendoli apparire deboli e sciocchi.

 Non pretenderò che i liberali siano immuni da questi sentimenti. Come ho detto, la MAGAfreude è qualcosa di reale e ne provo un po’ io stesso. I liberali, però, non sono mai sembrati neanche lontanamente interessati a umiliare i conservatori come i conservatori stanno umiliando i liberali. In gran parte, sembra proprio che alla Camera alcuni repubblicani, che si aspettavano di tenere in pugno e provocare i liberali dopo una vittoria rossa a valanga – abbiano inscenato la loro delusione tenendo in pugno, invece, Kevin McCarthy. 

C’è qualcuno che dubita del fatto che il risentimento da parte di coloro che non si sentono rispettati è stato fondamentale per l’ascesa di Donald Trump? Ci sono ancora sapientoni che credono che ciò sia dipeso prevalentemente dalle “preoccupazioni per l’economia”?

 Non sto dicendo che il calo dei posti di lavoro nell’industria manifatturiera nell’entroterra degli Stati Uniti sia una leggenda: il calo c’è stato, sul serio, e ha danneggiato milioni di americani. Tuttavia, il flop delle guerre commerciali combattute da Trump per assicurare una ripresa del settore non sembra avergli inimicato la sua base elettorale. Come mai?

 La probabile risposta è che l’antiglobalismo di Trump, la sua promessa di rendere di nuovo grande l’America (Make America Great Again), ha a che vedere meno con gli equilibri commerciali e la creazione di posti di lavoro e più con la sensazione che gli spocchiosi stranieri ci considerassero fessi. “Il mondo sta ridendo di noi” era un’espressione ricorrente nei discorsi di Trump, e di sicuro i suoi sostenitori hanno immaginato che lo stesso fosse vero delle élite globaliste del Paese.

 Ho una mia teoria: parte di ciò che lo ha reso caro alla sua base è la stessa ridicolaggine di fondo di Trump, la sua palese mancanza di facoltà intellettive e di maturità emotiva per essere presidente. Volete che i liberali pensino che siete molto intelligenti? Beh, ve lo dimostreremo eleggendo qualcuno che voi considerate un pagliaccio!

 La cosa assurda è che il movimento MAGA ha avuto successo ben oltre i più arditi sogni dei minacciosi globalisti (se mai esistono) e ha reso l’America il contrario di “grande”. Proprio in questo momento, il mondo sta ridendo davvero di noi, sebbene ne sia anche terrorizzato. L’America è ancora oggi una nazione fondamentale, su molteplici fronti. Quando la potenza economica e militare più grande del mondo apparentemente non riesce nemmeno a dotarsi di un governo funzionante e operativo, i rischi sono globali.

Quel che intendo dire è: quanto è probabile che – anche nominando lo Speaker della Camera – le persone che abbiamo seguito nei giorni scorsi trovino un accordo per aumentare il tetto del debito, quantunque non farlo comporterebbe un’enorme crisi finanziaria? Per di più, anche prima di arrivare a questo punto, potrebbero esserci altri rischi che richiedono un intervento d’emergenza del Congresso.

 Naturalmente, il mondo ride ancora di più dei repubblicani, sia dei refusenik dell’ultradestra sia degli arrivisti senza spina dorsale come McCarthy che hanno contribuito a dare potere agli scalmanati. Che vantaggio avrà mai quell’uomo, se dovesse perdere la sua stessa anima e, anche così, non riuscire a ottenere abbastanza voti per diventare Speaker della Camera?

 Non sono sicuro di quello che ci riserverà il futuro, come non lo è chiunque altro. Una cosa è sicura, comunque: già adesso l’America è molto meno grande di quanto lo era quando la Camera era presieduta da Nancy Pelosi. E la sua grandezza si sta riducendo di giorno in giorno.

Chi è Kevin McCarthy, il leader repubblicano alla Camera. Andrea Muratore il 28 Dicembre 2022 su Inside Over. Kevin McCarthy è il leader politico del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti Usa e, dopo la strettissima vittoria del Grand Old Party sul Partito Democratico nella parte bassa del Congresso Usa è destinato a succedere a Nancy Pelosi come Speaker. Veterano della Camera, a 58 anni McCarthy è centrale in un Partito Repubblicano che vuole guardare oltre Donald Trump, di cui è stato stretto alleato in passato.

Il Partito Repubblicano come vocazione

Nato nel 1965 a Bakersfield, California, da una famiglia di antica origine irlandese con retaggi italiani e di solida tradizione democratica, McCarthy è uno dei pochi politici di professione del panorama a stelle e strisce. Mentre si laureava in Marketing alla Bakersfield State University, ove ha concluso gli studi nel 1989, McCarthy entrava nello staff di un deputato di peso vicino al presidente Ronald Reagan, a sua volta californiano: il rappresentante alla Camera del 22esimo distretto, Bill Thomas (deputato dal 1979 al 2007), attento conoscitore della materia legislativa che sarebbe, negli anni, divenuto regista di molte proposte dell’amministrazione di George W. Bush e in seguito fellow all’American Enterprise Institute.

Una vera e propria palestra per McCarthy, cresciuto negli anni come navigatore esperto delle strettoie del Congresso, che sarebbe stato per quindici anni nella squadra di Thomas mentre nel frattempo costruiva la sua carriera nel Partito Repubblicano: ha guidato gli Young Republicans della California nel 1995 e la federazione nazionale giovanile dal 1999 al 2001.

Nel 2002, spinto da Thomas, è stato eletto al Parlamento locale della California, nel 2003 ha guidato il gruppo di maggioranza mentre a Governatore ascendeva Arnold Schwarzanegger e nelle Midterm del 2006 si è candidato, vincendo, al seggio che fu di Thomas, che quell’anno annunciò il ritiro dal Congresso.

Un conservatore classico divenuto trumpiano

Riconfermato otto volte consecutive, fino al novembre scorso, McCarthy ha applicato gli insegnamenti del maestro, facendo strada. Nel 2009 è stato nominato Chief Deputy Whip del gruppo repubblicano, dopo due anni di movimenti politici sul fronte della finanza e della risposta alla Grande Recessione. Nel 2011 è divenuto House Majority Whip, numero due del gruppo che aveva riconquistato la Camera e dopo l’elezione a Speaker di Paul Ryan dal 2014 al 2019 è stato leader della maggioranza. Nel 2019, con la conquista democratica della Camera dei Rappresentanti, è diventato capo della minoranza.

Liberista in economia, ex liberale sui diritti civili divenuto gradualmente sempre più conservatore su aborto, cannabis, diritti Lgbt, nemico dei gruppi ambientalisti McCarthy è stato negli anni sempre più approssimabile alla posizione del conservatore classico.

Nel 2016 è diventato uno dei primi membri del Gop a sostenere la scalata al partito di Donald Trump ritenendo che la vittoria del tycoon avrebbe potuto contribuire a consolidare la maggioranza repubblicana, cosa che in effetti avvenne: nel voto del novembre 2016 per la prima volta da decenni i Repubblicani vinsero presidenza, Camera e Senato.

McCarthy è stato relatore della riforma fiscale di Trump in cui ha inserito la modifica profonda dell’Obamacare, la riforma sanitaria che durante la presidenza del primo capo di Stato Usa afroamericano aveva contestato alla Camera. Dopo le elezioni di Midterm del 2018, in cui i Democratici hanno ottenuto la maggioranza alla Camera, McCarthy ha criticato l’avvio della procedura di impeachment contro Trump e guidato controindagini su Hillary Clinton per il caso dell’attacco di Bengasi del 2012. 

 Capitol Hill e le Midterm

In vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020, McCarthy è stato con Lev Parnas, Rudolph W. Giuliani e Robert F. Hyde uno degli uomini chiave nello sforzo di Trump di fare pressioni sul governo ucraino per colpire Joe Biden, l’avversario di Trump, puntando sugli affari equivoci del figlio Hunter nel Paese. Dopo la sconfitta di Trump ha sostenuto la teoria – infondata – dei brogli elettorali contro il presidente ed è stato criticato dall’ex maestro Bill Thomas per aver rifiutato di prendere le distanze da The Donald.

McCarthy ha riconosciuto la vittoria di Biden solamente l’8 gennaio 2021. In mezzo c’era stato l’attacco di Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump di due giorni prima. Trump è stato attaccato da McCarthy per il suo atteggiamento politico fomentante climi da guerra civile politica e la sua condotta definita “atroce e totalmente sbagliata”. McCarthy si è dissociato da un presidente uscente che a suo dire stava “incitando le persone” ad attaccare il Campidoglio.

A maggio 2021 si è però opposto all’accordo bipartisan alla Camera per formare una commissione indipendente per indagare sull’attacco al Campidoglio. A novembre, invece, ha guidato l’opposizione all’agenda Biden con la pratica dell’ostruzionismo, pronunciando più volte discorsi-fiume per ritardare l’approvazione di alcune norme. Nella notte tra il 18 e il 19 novembre 2021, ha scritto Business Insider, “ha pronunciato il discorso più lungo nella Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, superando le otto ore consecutive” per frenare l’approvazione dei piani sociali del programma Build Back Better. Dalla critica all’agenda Biden McCarthy passò all’ostruzionismo duro e puro con un discorso autoreferenziale, in cui ad esempio affermò di essere diventato un repubblicano in parte a causa dell’uso dei maglioni da parte di Jimmy Carter.

Non più trumpiano, ma pienamente preso nel dualismo politico che animava gli Usa, McCarthy ha contribuito alla corsa alla polarizzazione che si è ritorta contro il Partito Repubblicano alle elezioni di Midterm. L’elezione alla carica di Speaker potrebbe coronare la sua carriera, paradossalmente, nel periodo più difficile: quello in cui servirà mediare con i Democratici per non trasformare il controllo risicato di una Camera in una mera testimonianza.

Una strana storia americana. McCarthy, la strana storia americana del nome che annuncia guai. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 5 Gennaio 2023

I McCarthy in America non sono necessariamente parenti, ma in politica finiscono quasi sempre male. L’ultimo della serie è Kevin Owen McCarthy, un luogo tenente di Donald Trump, che non è riuscito a farsi eleggere speaker del Congresso americano benché i repubblicani abbiano conquistato la maggioranza. Lo speaker del Congresso del Senato è qualcosa di diverso e più importante di un presidente delle Camere in Italia.

E il rappresentante di un’idea, e incarna la leadership di un ramo del Parlamento. la più famosa degli speaker resta Nancy Pelosi, comandante in capo della politica democratica al Congresso e che adesso ha deciso di abbandonare. ma la sconfitta di Kevin ha qualcosa di paradossale e persino tristemente comico: il partito di Trump ha vinto, ha ottenuto la maggioranza e non riesce ad usare i propri voti per eleggere lo speaker. D’altra parte, come titolano i giornali, se non Kevin, chi? Nessuno ha chance per vincere e unico sarebbe lui, Kevin, che però non vuole pagare un pedaggio all’ala più strema del partito.

Quindi, non può far altro che riprovarci, sempre in affanno e a Parlamento bloccato perché per la Costituzione americana, finché lo speaker non si è insediato, il Congresso non può cominciare la sua attività legislativa. Non si tratta di una curiosità ma questa vicenda mai è accaduta nel passato e mostra uno degli aspetti della crisi profonda dell’America in cui un partito, il Grand Old Party di Abraham Lincoln, spaccato in due, non va né avanti né indietro. Non è neppure ben chiaro chi e come lo voglia far fuori visto che il senatore della California è uscito vincitore. Nelle riunioni fra le varie componenti del partito repubblicano. In cui però qualcuno ha tradito. e seguita tradire. Lui stesso sembra confuso rilasciando alle agenzie pensieri aritmetici come questo che sta facendo il giro delle reti: “Se stai a 202 voti vuol dire che tecnicamente te ne servirebbero solo 11 per vincere. Ora i democratici hanno 212 voti tu ne hai presi 213 e gli altri non fanno un altro nome per cui tu soltanto puoi vincere. puoi vincere con 218 voti poi vincere con 222 ma se vuoi apparire come uno che vince davvero dovresti fare molto meglio e io lo farò”.

Noi in Europa non abbiamo idea di come siano complicate le faccende politiche americane che perseguono lo scopo di garantire sempre la rappresentatività delle minoranze in modo che nessuno prevalga mai del tutto e nessuno possa esser mai certo di aver vinto per sempre. è un sistema talmente complicato che raramente viene descritto nei dettagli in Europa ma fa parte dei giochi americani incomprensibili o quasi come il baseball e il football americano. In più, c’è il fatto che una ventina di repubblicani non lo votano. E questo fatto dovrebbe costringere il candidato McCarthy a dichiarare di voler abbassare la soglia del numero dei voti necessari, com’è nella sua facoltà. Nessuno sa dove porterà lo stallo della destra, anche se si sa che Trump è contrario all’invio di armi all’Ucraina che, come ripete ogni volta che può afferrare un microfono, è il Paese più corrotto del mondo.

Ogni volta che Trump pronuncia questo sdegnato giudizio. allude ai guai di Hunt Biden, il figlio del presidente che è stato coinvolto e chiamato in causa in numerosi scandali affaristici nel paese oggi il vaso dai russi. non si può dunque dire che la destra americana sia simile alla destra italiana o francese o tedesca punto è una destra che vuole semplicemente l’amerò dica fuori dal mondo, separata dal vecchio pianeta e messa in un’orbita in cui non posso avere contatti con i mostri del vecchio mondo. C’era poi l’altro McCarthy, Joe, che negli anni ‘50 misero a ferro e fuoco l’intellettualità americana da Hollywood fino agli editori e i giornalisti incarnando la grande paranoia anticomunista che accompagnò l’inizio della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti subito dopo il conflitto mondiale. Joe McCarthy fu definito anche sarcasticamente il più severo critico cinematografico di tutti i tempi perché sottoponeva a processo tutti i registi e gli attori che secondo lui avevano idee vagamente di sinistra che potevano essere di aiuto al piccolo ma molto potente partito comunista americano il cui sindacato aveva arruolato fin dagli anni ‘30 quasi tutti gli scrittori e i cineasti. l’impresa di John McCarthy finì in ridicolo nell’angoscia e quando l’America decise di voltare pagina si riconobbe piuttosto bene nell’America delle streghe di Salem.

E in quel clima, del resto, i coniugi Rosenberg, accusati di aver fornito segreti atomici a Mosca, furono arsi vivi sulla sedia elettrica, allora in gran voga. Pochi ricordano che nello stesso periodo di tempo si sviluppò una guerra fredda non visibile in superficie fra Stati Uniti e la Gran Bretagna che, secondo la Cia creata dal presidente Truman nel 1947, era un nido di traditori nascosti nell’aristocrazia inglese. La ragione di questo pregiudizio risaliva ai celebri “Cinque di Eton e Cambridge”, tutti giovani brillanti aristocratici conservatori che a giovano come spie di Mosca, in particolare Kim Philby che sfuggì all’arresto e morì miseramente in Unione Sovietica. Così allora l’ondata del maccartismo colpi il Regno Unito e passò al setaccio i laburisti inglesi.

Oggi accade qualcosa di vagamente simile: Kevin McCarthy ce la potrebbe fare soltanto se chiedesse e ottenesse i voti di alcuni interessanti pazzi furiosi, come Marjory Taylor Greene, Paul Gosar e Matt Gaetz. Dietro questa paralisi c’è, ancora una volta, la guerra di Trump contro i democratici, i quali escogitano tutte le mosse possibili per incastrare il vecchio presidente per impedirgli di ricandidarsi. Ma il retroterra economico dell’operazione politica è meno cervellotico e più concreto: è di nuovo l’ideologia isolazionista contro quella interventista. L’America si lacera su questo punto: una guerra è possibile, anzi probabile, anzi imminente. Nessuno sa predire se la possibile guerra verrà dal mare della Cina del Sud oppure dalla fraglia che separa la Federazione russa dagli altri pezzi dell’ex Unione Sovietica.

Trump ha già deciso che l’America si deve fare i fatti suoi, non spendere un centesimo per i vecchi alleati sempre in affannose difficoltà, favorire gli imprenditori e gli industriali americani su tutti i mercati sostenendoli con il nodoso bastone delle sue forze armate pronte a sostenere il mercato americano si è messo in pericolo. a questo si aggiunge l’ideologia dell’americanismo puro che noi in Europa non abbiamo familiarità con gli strumenti per comprendere la profonda e crescente divisione che separa il mondo americano da quello europeo in modo sempre più netto. Così, come la partita di Joe McCarthy era quella di giocare una guerra contro il comunismo russo europeo, quella di Kevin McCarthy oggi consiste nel resistere e far fallire il neo-interventismo democratico, senza però farsi catturare dagli estremismi che popolano oggi il partito repubblicano, che è comunque un partito in crisi ma anche in fermento.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

La Finanza.

First Republic Bank è la terza banca americana a fallire in meno di due mesi. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 2 maggio 2023.

La First Republic Bank di San Francisco è la terza grande banca americana a fallire nell’arco di meno di due mesi, dopo la Silicon Valley Bank (SVB) e la Signature Bank: con 229,1 miliardi di dollari di attività totali al momento della chiusura, First Republic ha superato SVB – con 209 miliardi di dollari al momento della chiusura – diventando il secondo più grande fallimento bancario statunitense. Dopo un’asta conclusasi nella notte tra domenica e lunedì, le autorità monetarie hanno annunciato che la banca verrà rilevata da JP Morgan Chase, il maggiore istituto di credito degli Stati Uniti. L’accordo prevede che la JP Morgan, guidata da Jamie Dimon, rilevi i depositi assicurati e non assicurati ancora non ritirati dai clienti della First – circa 100 miliardi di dollari – accollandosi anche i 173 miliardi di prestiti concessi dall’istituto e 30 miliardi di titoli in portafoglio. Secondo il Financial Times, l’accordo per First Republic tutela i correntisti ma non gli azionisti, «spazzati via». I principali sono le società di investimento statunitensi Vanguard Group (11,4 per cento), BlackRock (7,3 per cento) e Capital Group (5,7 per cento). L’operazione costerà in totale 229,1 miliardi di dollari e la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) – l’agenzia che assicura i depositi bancari – contribuirà all’intervento di salvataggio dividendo con la Chase le perdite sui prestiti (circa 13 miliardi a suo carico) e concedendo a JP Morgan finanziamenti per 50 miliardi. La FDIC ha preso possesso della banca di San Francisco subito dopo il crollo ed è grazie al suo intervento che si è concluso l’accordo con JP Morgan.

L’operazione di acquisizione da parte della Chase si è resa necessaria per evitare rischi sistemici per l’intero sistema bancario americano, già sotto stress a causa dei precedenti fallimenti e reduce da appena un mese di tregua. Il tutto mentre le autorità bancarie cercano di rassicurare circa la «solidità» dell’intero settore per non allarmare i correntisti, scongiurando così una eventuale e ulteriore corsa al ritiro dei depositi. Per questo, in precedenza i mercati erano stati tranquillizzati dalle garanzie della Federal Reserve, pronta a farsi carico di tutti gli oneri del fallimento di SVB e Signature Bank. Le autorità regolamentari statunitensi sono intervenute prontamente per facilitare la vendita di First Republic Bank, garantendo al contempo la sicurezza dei depositi dei contribuenti, ha spiegato il presidente americano Joe Biden, aggiungendo anche che «Queste misure garantiranno la stabilità del settore bancario nazionale, proteggendo le piccole imprese e i lavoratori in tutto il Paese».

La crisi di First Republic deriva dal massiccio ritiro dei depositi da parte dei clienti causato dall’aumento dei tassi d’interesse decisi dalla Fed e da un timore diffuso generato dai precedenti fallimenti bancari che hanno indotto i clienti a spostare il proprio denaro verso banche considerate più sicure e in grado di offrire rendimenti più interessanti. Tra le banche di medie dimensioni, la First Republic è stata la più colpita da questa tendenza, anche perché il 70% dei suoi depositi non era assicurato, essendo superiore al limite garantito dalla FDIC di 250.000 dollari. Questo li mette a rischio, a meno che non subentri direttamente la FDIC o degli acquirenti. Oltre ai depositi non assicurati, First Republic aveva anche molti prestiti con tassi d’interesse fissi a lungo termine che hanno iniziato a perdere valore a causa dei ripetuti aumenti del tasso di riferimento della Federal Reserve. La settimana scorsa, in un comunicato stampa, First Republic aveva dichiarato di essere alla ricerca di aiuto per rimodellare il proprio bilancio dopo la massiccia fuga di depositi, ma nessuno è intervenuto, in quanto si è preferito attendere il fallimento e l’intervento della FDIC.

In un primo momento, un prestito di 30 miliardi erogato da 11 banche concorrenti a metà marzo, era riuscito a tamponare il crollo, in aggiunta al sostegno della Fed. Tuttavia, la crisi è riesplosa la scorsa settimana, quando la banca ha diffuso, oltre ai dati trimestrali, una relazione nella quale rivelava di aver dovuto fronteggiare in poche settimane il ritiro di metà dei suoi depositi. Li ha quindi dovuti sostituire coi prestiti della Fed e della Federal Home Loan Bank che però hanno un costo superiore al rendimento degli investimenti dell’istituto. Il risultato è che da lunedì scorso il titolo è sceso di oltre il 75%: l’azione First Republic, che l’8 marzo scorso valeva 115 dollari, venerdì scorso ha chiuso a 3,51 dollari.

Il governo americano ha cercato di evitare il salvataggio pubblico, optando, invece, per un salvataggio pubblico-privato: grazie alla mediazione della FDIC, infatti, JP Morgan è intervenuta nel salvataggio, facendo un favore al governo americano. Anche la Fed è dovuta intervenire riconoscendo di aver commesso gravi errori nella sorveglianza di alcune banche. «Il governo ha invitato noi e altri a fare un passo avanti e noi l’abbiamo fatto», ha detto l’AD di JP Morgan, Dimon. «La nostra forza finanziaria, le nostre capacità e il nostro modello di business ci hanno permesso di sviluppare un’offerta per eseguire la transazione in modo da minimizzare i costi per il Fondo di Assicurazione dei Depositi», ha aggiunto. Nonostante le dichiarazioni delle istituzioni sulla solidità del sistema bancario americano, dunque, quest’ultimo, senza gli interventi delle autorità di vigilanza e della Fed, appare sempre più vulnerabile. [di Giorgia Audiello]

Il crac della Silicon Valley Bank e la ricerca dei colpevoli: tutto quello che rischia Biden. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 15 Marzo 2023

Le responsabilità sono ben ripartite, ma alla fine sarà soprattutto l’Amministrazione Biden a dover rispondere del bilancio di questa crisi

La turbolenza bancaria nata dal crac della Silicon Valley Bank (SVB) è ancora in pieno svolgimento, ha acquisito una diramazione elvetica (Credit Suisse), e a Washington già si è «sdoppiata» in una dimensione politica. La caccia al colpevole è in pieno svolgimento. Democratici e repubblicani si accusano a vicenda per la carenza di controlli.

Le responsabilità sono ben ripartite, ma alla fine sarà soprattutto l’Amministrazione Biden a dover rispondere del bilancio di questa crisi. La sua decisione di salvare tutti i clienti della SVB , anche quelli molto grossi e molto ricchi, sta facendo discutere. Ad alimentare le polemiche contribuiscono la figura del chief executive della SVB e di un amministratore dell’altro istituto fallito, la Signature Bank di New York, per i loro rapporti con il partito democratico.

La prima a politicizzare questa vicenda è stata una figura celebre della sinistra, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. Forse ve la ricordate per la sua breve e sfortunata candidatura alla nomination democratica (poi vinta da Joe Biden) nel 2020. La Warren deve la sua notorietà alla crisi bancaria precedente, quella del 2008. All’epoca del movimento Occupy Wall Street lei emerse come una delle personalità più critiche verso i salvataggi dei banchieri. Barack Obama voleva metterla alla guida della nuova authority per la tutela dei risparmiatori ma dovette rinunciare per l’opposizione dei repubblicani. Ora la Warren è passata all’attacco rimproverando proprio ai repubblicani una responsabilità grave dietro il crac della SVB. La sua critica si riferisce all’annacquamento di certe regole prudenziali varate dopo il disastro del 2008. La crisi originata dal crac Lehman e dall’insolvenza dei mutui subprime, diede vita a una monumentale riforma, la legge Dodd-Frank approvata dal Congresso nel 2010.

Lì dentro c’erano regole contro la speculazione, requisiti di capitalizzazione delle banche, e i famosi stress-test poi adottati anche dalla Bce in Europa, che servono a verificare periodicamente la solidità di bilancio delle aziende di credito. La Dodd-Frank si applica alle banche «sistemicamente importanti», quelle cioè il cui fallimento può mettere in pericolo la stabilità dell’intero sistema creditizio. Inizialmente, nel 2010, vennero definite come tali tutte le banche con attivi di bilancio superiori a 50 miliardi di dollari. Ma da quel momento in poi cominciò una campagna lobbistica per esentare le banche di medie dimensioni, come la SVB.

Alla fine il tetto delle banche «sistemicamente importanti» fu innalzato molto, passò da 50 a 250 miliardi di dollari. Questo cambiamento avvenne nel 2018 sotto la presidenza di Donald Trump. Perciò Elizabeth Warren oggi punta il dito contro i repubblicani: se non avessero rilassato le regole, la SVB sarebbe stata soggetta a requisiti più severi e a maggiori controlli. Probabilmente avrebbe dovuto coprirsi dal rischio sui titoli a reddito fisso con delle operazioni di «hedging» (che costano e riducono i profitti) per tenere conto dell’impatto che un eventuale rialzo dei tassi avrebbe avuto sul proprio portafoglio di Buoni del Tesoro.

Anche la Federal Reserve è sotto accusa, perché nel 2019 emanò nuove regole che eliminavano certi requisiti di liquidità per le banche sotto i 250 miliardi di attivi. La ricerca dei colpevoli si allarga in molte direzioni: alcuni rilassamenti di norme e controlli chiamano in causa l’esecutivo (in quel caso repubblicano, Trump), altri l’autorità di vigilanza i cui vertici sono una stratificazione di nomine democratiche e repubblicane, altri ancora furono voluti dal Congresso dove la lobby bancaria ha amici in tutti e due i partiti.

La figura al centro di tutte le accuse è l’ex chief executive della SVB, Greg Becker. Su di lui ora è stata aperta un’inchiesta d’ufficio, sia da parte del Dipartimento di Giustizia sia da parte dell’organo di vigilanza sulle Borse che è la Securities and Exchange Commission (Sec). Tra l’altro Becker vendette un terzo del suo pacchetto azionario nella SVB appena una settimana prima del crac. Becker sedeva anche nel consiglio della Federal Reserve Bank di San Francisco. Lui, e il mondo dei grandi finanziatori del venture capital della Silicon Valley legati alla SVB, avevano stretti rapporti con il partito democratico che è praticamente il «partito unico» in California.

I legami stretti fra l’ambiente delle start-up e la sinistra alimentano le accuse secondo cui Biden avrebbe riservato un trattamento di favore alla banca di Becker, assicurando anche depositanti che avevano molti milioni sul conto (mentre il limite legale dell’assicurazione federale si ferma a 250.000 dollari). E’ stato osservato con ironia che il consiglio d’amministrazione della SVB si vantava pubblicamente di avere il 45% di donne, nonché un afroamericano e un esponente della comunità Lgbtq. L’unica componente a non essere rappresentata in quel board era la competenza sulla gestione del rischio bancario.

Una figura ancora più politica che è tornata in ballo in questa crisi, è il newyorchese Barney Frank. Ex deputato democratico, fu il co-firmatario della legge Dodd-Frank del 2010. Poi però, conclusa la carriera politica, fu reclutato nel consiglio d’amministrazione della Signature Bank di New York e da quel momento cominciò a fare campagna per annacquare la riforma che lui stesso aveva firmato. La Signature Bank è l’altra banca fallita nello scorso weekend, e anche in quel caso tutti i depositanti sono stati salvati dall’intervento pubblico. Barney Frank è stato fino all’ultimo nel consiglio d’amministrazione. E’ un altro anello di congiunzione fra il partito democratico e questa crisi bancaria.

I repubblicani non sono esenti da colpe visto che il rilassamento delle norme sulle banche porta la firma di Trump. Del resto la loro ideologia è tradizionalmente avversa ai controlli pubblici. Però non è un caso se Biden insiste a dire che «non ci sono stati salvataggi a spese del contribuente» (tecnicamente l’affermazione è vera solo se si riferisce al salvataggio degli azionisti delle banche fallite; però sono stati salvati dall’intervento pubblico i grossi clienti che non dovevano esserlo ai sensi della legge). Biden ha capito che è soprattutto contro il suo governo che la crisi bancaria rischia di essere usata. Del resto fu così nel 2008. La crisi dei mutui subprime avvenne sotto la presidenza del repubblicano George W. Bush e tra le cause che l’avevano provocata si potevano ravvisare responsabilità bipartisan (la deregolamentazione dei derivati, per esempio, era avvenuta sotto il democratico Bill Clinton). Alla fine però le contestazioni presero di mira soprattutto le modalità dei salvataggi delle banche operati da Barack Obama.

La rivolta populista contro l’assistenzialismo di Stato a favore dei banchieri, alimentò una radicalizzazione a sinistra (Occupy Wall Street) ma soprattutto un vasto movimento di destra come il Tea Party, antesignano e precursore del trumpismo. Intanto Biden, mentre con un occhio deve valutare i prezzi politici che rischia di pagare, con l’altro deve continuare a seguire un crisi in evoluzione. La paura dei mercati, la corsa verso i titoli sicuri, stanno sottoponendo a grandi tensioni anche il mercato finanziario più liquido del mondo, quello dei Buoni del Tesoro americani. Nel mio videocommento sulla «recessione Godot» – attesa e annunciata, ma che non arriva mai – accenno al ruolo delle banche centrali nel fabbricare una recessione. La Fed ci stava provando con i rialzi dei tassi d’interesse, i cui aumenti hanno sfasciato il bilancio della SVB. Ma prima ancora, forse aveva seminato i germi della crisi abbassando la guardia sui comportamenti rischiosi delle banche medio-piccole.

Estratto dell’articolo di F.B. per “la Stampa” il 14 marzo 2023.

Cosa è successo a Silicon Valley Bank?

Silicon Valley Bank era la banca delle startup che vi avevano depositato oltre 170 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi queste aziende sono entrate in difficoltà e hanno iniziato a ritirare soldi dai loro conti correnti. Dinanzi a un numero crescente di prelievi, Svb ha dovuto attingere alla liquidità investita in titoli a lunga scadenza emessi dal governo americano o da altri debitori affidabili. Problema: il rialzo dei tassi d'interesse ha fatto perdere valore a quei bond che offrivano rendimenti di gran lunga inferiori alle obbligazioni collocate negli ultimi mesi. Se Svb avesse potuto portarli a scadenza, non sarebbe emersa alcuna perdita. La necessità di venderli subito per soddisfare le richieste di prelievo ha invece aperto una voragine da 1,8 miliardi nei bilanci della banca.

[…] Come sono intervenute le autorità Usa?

Il governo americano ha garantito tutti i depositi della banca fallita. Anche la Federal Reserve ha accettato di prestare i fondi necessari ad altri istituti che ne avessero bisogno per onorare le richieste di prelievo dei propri clienti. Il presidente americano, Joe Biden, ha detto che «il sistema bancario è sicuro».

 Può accadere anche in Europa?

Le banche europee, ed italiane, non sono così esposte al settore tecnologico e alle start-up. Soprattutto sono sottoposte a una normativa e una vigilanza Bce in genere più stringenti […]

I depositi sul conto corrente sono al sicuro?

Fino a 100 mila euro sì. Qualora una banca italiana fallisca, interviene il Fondo Interbancario Italiano di Tutela dei Depositi (Fitd) che avvia un processo di ristrutturazione e garantisce i depositi dei risparmiatori fino a 100 mila euro. Nel caso l'istituto venga considerato sistemico, Banca d'Italia e Bce possono decidere di salvarlo con un intervento pubblico.

Il crollo di Silicon Valley Bank è l'ennesima svista delle agenzie di rating. Cristina Colli su Panorama il 14 Marzo 2023

Tripla A. Per le agenzie, che criticano paesi ed economie come fossero depositari della verità assoluta, questo era il livello della banca delle start up fallita e che rischia di trascinare con se altre realtà

Come si dice oggi: “non l’hanno vista arrivare”? Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings tornano agli onori (o disonori) della cronaca con il crack delle banche americane. Fino a poche ore dal fallimento Moody’s dava a Silicon Valley Banc il voto A3 (affidabilità creditizia medio alta). È fallita. “La rischiosità di questa banca e di altre con un modello di attività simile era piuttosto evidente, perché caratterizzato da un grado di concentrazione molto elevato, sia dal lato delle attività sia delle passività. Questo modello di attività era molto rischioso” , spiega Marcello Messori, professore di Economia europea alla Luiss. È stato segnalato dalle agenzie di rating? Le agenzie di rating hanno un potere straordinario. Sono loro che determinano l’andamento del mercato, influenzano la distribuzione dei portafogli finanziari, la valutazione del debito e il costo del capitale. Un potere straordinario in mano soprattutto a tre di loro: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings controllano più del 95% delle valutazioni. I primi dubbi sul loro operato risalgono al 2001, ai tempi dello scandalo Enron. L’azienda si occupava di servizi energetici e fu accusata di manipolare i conti e usare complessi strumenti finanziari per ingannare investitori, creditori e autorità di controllo. Alla vigilia del fallimento Enron ricevette giudizi positivi dalle tre principali agenzie di rating. Il momento clou degli errori e delle responsabilità però è arrivato con la crisi finanziaria del 2008. “Avevano ruoli contraddittori: regolamentavano e facevano da consulenti contemporaneamente. Avevano un ruolo importante in termini di autoregolamentazione, perché la regolamentazione era legata al giudizio dell’agenzia rating ma al contempo non c’erano controlli sui potenziali conflitti di interesse. Abbiamo scoperto che molto spesso le agenzie facevano consulenza formale o informale rispetto alle società a cui attribuire rating su come emettere determinate attività in modo da avere rating elevato per quell’attività” , spiega Messori. Tutti concordano ormai nel considerare le agenzie di rating tra i principali responsabili della crisi finanziaria tra il 2007-2009. La Commissione d’inchiesta le ha definite “facilitatori chiave del tracollo finanziario “. La sottocommissione permanente per le indagini del Senato americano ha concluso: “I rating del credito AAA imprecisi hanno introdotto il rischio nel sistema finanziario statunitense e hanno costituito una delle principali cause della crisi finanziaria”. “C’era una carenza sul mercato finanziario internazionale di obbligazioni tripla A quindi gli emittenti hanno iniziato a chiedere rating sull’emissione delle singole obbligazioni. Le agenzie di rating, sostenendo che questo avrebbe migliorato il funzionamento dei mercati, hanno offerto di fatto anche una consulenza su come emettere obbligazioni che potessero avere rating di tripla A. Si è scoperto poi che queste obbligazioni erano molto opache e complesse e poco liquide. Questo si è accumulato prima della crisi finanziaria ed è diventato evidente poi durante la crisi, quando obbligazioni ad alto rating hanno avuto un valore che si è azzerato” , spiega Messori L’aver assegnato valutazioni favorevoli a istituzioni insolventi come Lehman Brothers le ha portate sul banco degli imputati dopo il tracollo finanziario. “C’è anche un problema di competizione. Se le agenzie di rating danno rating basandosi su principi diversi è chiaro che si crea un comportamento opportunistico. Io vado dall’agenzia che ha criteri che si adattano meglio ai miei prodotti finanziari, per avere rating maggiore. E questo non va bene” , continua Messori Con il caso Lehman Brothers e il tracollo finanziario si è arrivati al punto più basso di affidabilità delle agenzie di rating. “Dopo nell’area euro c’è stata una regolamentazione più rigorosa. Ma il mercato è così complesso e in evoluzione che la vigilanza centrale ha bisogno di autoregolamentazione, di un’istituzione intermedia. Ma il problema è che le agenzie di rating di cui il sistema ha bisogno devono svolgere il proprio compito minimizzando il conflitto interesse e capendo che hanno un ruolo di regolamentazione, non devono dare segnali ambigui. La soluzione? Una regolamentazione sempre più rigorosa. È essenziale un equilibrio tra evoluzione dei mercati, autoregolamentazione e regolamentazione. Bisogna creare degli standard. Ed è un lavoro senza fine, perché il mercato si evolve. Non bisogna smettere però. L’Europa è un luogo in cui la regolamentazione è molto efficace, rispetto agli Usa. Nell’area euro non avremmo potuto avere un caso Svg”, conclude Messori

Il fallimento della Silicon Valley Bank sta facendo tremare i mercati. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 13 Marzo 2023

Venerdì 10 marzo la Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic) – l’Autorità americana che garantisce i depositi bancari fino a 250.0000 dollari – ha annunciato il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB) che è stata chiusa e commissariata a seguito della fuga di 42 miliardi di dollari di depositi e del rialzo dei tassi d’interesse decisi dalla Federal Reserve (Fed) che hanno fatto crollare il suo portafoglio di titoli di Stato. Si tratta del secondo maggiore fallimento bancario nella storia degli Stati Uniti dopo quello del 2008 di Washington Mutual. Per via dell’entità del fallimento, si teme un effetto domino che può coinvolgere l’intero settore bancario americano, mentre le ripercussioni si sono già manifestate anche sui mercati finanziari e le borse europee: i listini del Vecchio Continente sono tutti in caduta con Piazza Affari che presenta il maggiore crollo tra le borse europee, cedendo il 4,2%, mentre Londra perde l’1,7%, Parigi il 2% e Francoforte il 2,2%. Allo stesso tempo, crollano i rendimenti dei titoli di Stato in tutto il mondo con l’interesse del Bund tedesco che è sceso di 44 punti base e quello dell’Oat francese di 46. Risulta al momento contenuto, invece, quello del Btp italiano che è sceso di 29 punti. Per scongiurare un rischio di contagio, nelle ultime ore sono intervenute anche le autorità americane annunciando una serie di misure per evitare contraccolpi al sistema bancario e garantendo il ritiro di tutti i depositi della banca.

Fondata nel 1983, la SVB era specializzata nel finanziare startup del settore tecnologico ed era diventata la sedicesima banca americana per dimensioni: a fine 2022 contava 209 miliardi di dollari di asset e circa 175,4 miliardi di depositi. A seguito del fallimento resteranno senza lavoro gli 8.500 dipendenti dell’istituto di credito. Le cause del crack della banca derivano soprattutto dalle politiche monetarie restrittive decise dalla Banca centrale americana, tanto che gli investitori scommettono su una virata nella politica monetaria delle banche centrali allo scopo di disinnescare i rischi di contagio legati al fallimento di SVB. Una delle ragioni della crisi risiede nel fatto che l’istituto di credito ha investito circa 91 miliardi di depositi in titoli legati ai mutui e ai titoli di Stato americani (Treasury) che si sono svalutati, perdendo circa 15 miliardi, da quando sono stati acquistati dalla banca in seguito al rialzo dei tassi. Inoltre, l’aumento dei tassi ha spinto i clienti a investire i propri risparmi in prodotti finanziari che rendono di più rispetto ai conti correnti, mentre alcune società di venture capital hanno consigliato alle aziende di ritirare i propri soldi dall’istituto. Il tutto ha condotto ad un’ondata di prelievi che si è tramutata in una fuga e in un fallimento avvenuto in meno di 48 ore. I 175 miliardi di depositi, inclusi quelli di alcune grandi aziende del settore tecnologico sono finiti sotto il controllo della FDIC.

L’ondata di prelievi che si è verificata la scorsa settimana ha causato il fallimento anche di altre due banche: la Signature Bank e la Silvergate Bank, più piccola ma nota per i suoi stretti legami con la comunità delle criptovalute. La Signature Bank di New York è la ventunesima banca degli Stati Uniti, con attività stimate dalla Fed a 110 miliardi di dollari alla fine del 2022 e 88 miliardi di dollari di depositi. Il suo fallimento è il terzo nella storia degli Stati Uniti, dopo quello della SVB e della Washington Mutual. «Oggi stiamo intraprendendo un’azione decisiva per proteggere l’economia statunitense rafforzando la fiducia nel nostro sistema bancario», hanno dichiarato la Fed, il Tesoro e la FDIC. Quest’ultima, per proteggere i depositanti assicurati, ha creato la Deposit Insurance National Bank of Santa Clara (DINB) e, in qualità di curatore, ha immediatamente trasferito al DINB tutti i depositi assicurati della Silicon Valley Bank. Tuttavia, la segretaria generale del Tesoro statunitense, Janet Yellen, ha spiegato che Washington non correrà in soccorso delle banche come successo nel 2008 salvando i depositanti non assicurati. Alla domanda se un salvataggio fosse sul tavolo, la Yellen ha risposto: «Non lo faremo di nuovo».

Il Tesoro, la Fed e la FDIC, dopo essersi consultati con il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui si spiega che «Dopo aver ricevuto una raccomandazione dai consigli di amministrazione della FDIC e della Federal Reserve e aver consultato il presidente, il segretario Yellen ha approvato le azioni che consentono alla FDIC di completare la risoluzione della Silicon Valley Bank, Santa Clara, California, in un modo che protegga completamente tutti i depositanti. I depositanti avranno accesso a tutto il loro denaro a partire da lunedì 13 marzo. Nessuna perdita associata alla risoluzione della Silicon Valley Bank sarà a carico del contribuente». Misure simili sono state adottate per la Signature Bank, mentre il Consiglio della Fed domenica ha annunciato che metterà a disposizione degli altri istituti di credito i fondi necessari per far fronte alle richieste di prelievo dei loro clienti.

Anche il governo della Gran Bretagna, insieme a quello degli Stati Uniti, sta lavorando per prevenire una potenziale crisi bancaria e scongiurare, dunque, che si ripeta la crisi del 2008 innescata dal fallimento della Lehman Brothers: il Tesoro del Regno Unito e la Banca d’Inghilterra hanno annunciato lunedì di aver facilitato la vendita della Silicon Valley Bank UK a HSBC, la più grande banca europea, garantendo la sicurezza di 6,7 miliardi di sterline ($ 11,1 miliardi di Cdn) di depositi. Si apprende, inoltre, che il Tesoro inglese sta organizzando la vendita della Silicon Valley Bank UK Ltd., il ramo britannico della banca californiana, per la somma nominale di una sterlina.

È atteso, invece, per questa sera il discorso di Joe Biden alla nazione per rassicurare sulla situazione delle banche, mentre nei giorni scorsi il presidente degli Stati Uniti aveva già affermato di essere «fermamente impegnato a ritenere i responsabili di questo disastro pienamente responsabili e a continuare i nostri sforzi per rafforzare la supervisione e la regolamentazione delle banche più grandi, in modo da non trovarci di nuovo in questa situazione». In un commento pubblicato su Twitter aveva aggiunto che «Il popolo americano e le imprese americane possono avere fiducia che i loro depositi bancari saranno disponibili quando ne avranno bisogno». Nonostante ciò, il crollo della SVB ha messo in allarme i mercati internazionali, mentre le banche italiane sono crollate in borsa e l’indice Stoxx delle banche d’Europa ha perso quasi il 4%. [di Giorgia Audiello]

Il fallimento della banca Usa. Sharon Stone vittima del crack Silicon Valley Bank: “Ho perso metà dei miei soldi”. Redazione su Il Riformista il 19 Marzo 2023

In lacrime nel ricordare la prematura scomparsa del fratello Patrick, morto lo scorso mese per un attacco di cuore, ma in lacrime anche per esser finita tra le vittime del crac della Silicon Valley Bank, perdendo la metà del suo patrimonio.

Lo ha ammesso l’iconica attrice di Hollywood Sharon Stone, indimenticabile ‘femme fatale’ in “Basic Instinct”, durante la cerimonia del Women’s Cancer Research Fund’s An Unforgettable Evening a Los Angeles che l’ha visto ricevere il Courage Award.

I lost half my money to this banking thing”, ha detto alla platea l’attrice 65enne, parlando genericamente dunque di “faccenda delle banche”, con un evidente riferimento proprio al fallimento dell’istituto di credito californiano specializzato nel supporto delle aziende tech.

Ho portato un paio di appunti stasera. In genere parlo a braccio, come ben sapete…”, ha esordito Stone, commossa. Quindi, entrata nel vivo del racconto, la star di Hollywood ha confessato: “Dal punto di vista tecnico sono un’idiota, ma posso firmare un assegno. E in questo momento, anche questo è un atto di coraggio perché so cosa sta succedendo. Io stessa ho perso metà dei miei soldi per questa faccenda delle banche. Ma nonostante questo sono qui”.

Non è un momento facile per nessuno di noi“, ha aggiunto la star facendo riferimento al periodo di lutto che sta affrontando in famiglia dopo la scomparsa del fratello Patrick, padre a sua volta del piccolo River, spentosi lo scorso anno a 11 mesi di vita a causa di un’insufficienza multiorgano.

Poi la star del cinema è ritornata a farsi coraggio e a trasmetterlo a chi l’ascoltava: “Non sto chiedendo a nessun politico di dirmi cosa posso e non posso fare. Come posso e non posso vivere, e qual è o non è il valore della mia vita. Quindi alzati. Alzati e dì quanto vali. Io ti sfido. Questo è il coraggio”.

Sul palco della sala da ballo del Four Seasons di Los Angeles, dove è stata invitata per ritirare il riconoscimento, ovviamente Sharon Stone ha parlato anche della sua battaglia personale, i tumori benigni al seno che le erano stati rimossi nel 2001, prima di affrontare la chirurgia plastica ricostruttiva: “Queste mammografie non sono divertenti“, ha detto, incoraggiando il suo pubblico a monitorare la propria salute e sottoporsi a esami regolari. Lo scorso novembre, l’attrice ha annunciato che i medici avevano trovato un altro tumore benigno, questa volta all’utero.

Ciclone made in USA. Redazione su L’Identità il 14 Marzo 2023

di GIUSEPPE MASALA

Come un fulmine a ciel sereno venerdì, poco prima dell’apertura delle contrattazioni nel mercato di Wall Street, è arrivata la notizia del fallimento dell’aumento di capitale di Silicon Valley Bank, la banca californiana grande finanziatrice delle start up della Silicon Valley. Una notizia davvero inaspettata per il grande pubblico (ma non certo per gli insider), visto che la SVB è una banca di primaria importanza nel sistema bancario americano ed è per giunta leader del mercato in una delle zone più ricche, floride e innovative degli USA e dell’intero pianeta, oltre al fatto che l’aumento di capitale non era certamente di entità enorme (appena 2,25 miliardi di dollari) sia in considerazione delle dimensioni della banca (175 miliardi di depositi totali e 209 miliardi di assets) che in relazione al fatto che la sua area operativa è una delle più importanti e redditizie. Immediatamente al diffondersi della notizia il valore delle azioni è crollato, prima nel cosiddetto pre-market che poi nelle contrattazioni ufficiali, arrivando a perdere fino al 70% rispetto al giorno precedente. Ovviamente questo crollo ha trascinato con se tutto il comparto bancario quotato a Wall Street (JP Morgan compresa). In particolare a subire le ripercussioni del crollo sono state First Republic Bank e Signature Bank che rispettivamente sono arrivate a perdere il -31% e il – 21% con relativa sospensione dalle contrattazioni. Un cataclisma di tali enormi proporzioni (solo le tre banche sopra citate hanno complessivamente depositi per 500 miliardi di dollari) da ricordare quanto accadde quando nel 2008 fallì (o meglio fu lasciata fallire) Lehman Brothers. E in questo quadro drammatico che le autorità americane hanno deciso di agire nominando un curatore fallimentare ed evitando così almeno momentaneamente ulteriori scosse. Tutto il resto è cronaca ma forse vale la pena provare ad indagare le cause profonde di questa “strana” crisi bancaria in corso. Ci danno una mano a capire un paio di tweet del capo economista e global strategist del Fondo Euro Pacific Asset Management: “Il sistema bancario statunitense è sull’orlo di un collasso molto più grande di quello del 2008. Le banche possiedono carta a lungo termine a tassi di interesse estremamente bassi. Non possono competere con i titoli del Tesoro a breve termine. I prelievi di massa dai depositanti che cercano rendimenti più elevati si tradurranno in un’ondata di fallimenti bancari” e ancora: “Presto inizierà una crisi finanziaria peggiore di quella del 2008, a meno che la Fed non agisca rapidamente per rinviarla. Tuttavia, in seguito si verificherà una crisi del dollaro USA e del debito sovrano di gran lunga maggiore. Quest’ultimo sarà molto più devastante per l’economia e per gli americani medi.” Proviamo a chiarire. Le crisi bancarie sono importanti perché generalmente sono la spia di sofferenze e gravi stress relativi alle grandezze macroeconomiche fondamentali. Questo avviene perché le banche svolgono un ruolo fondamentale nell’intermediazione tra i fondamentali gruppi che compongono il sistema economico nazionale: famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni. Come si sa, le famiglie sono il gruppo risparmiatore e depositano nelle banche. Al contrario le Pubbliche Amministrazioni (emettendo debito pubblico) e le imprese (o emettendo obbligazioni o chiedendo direttamente prestiti alle banche) sono “i grandi debitori” di un sistema nazionale, questo ovviamente perché sono i “grandi investitori”. Ergo – come si capisce da ciò che ho appena detto – le banche svolgono un ruolo fondamentale; ovvero quello di intermediare tra i grandi investitori (aziende e Pa) e i grandi risparmiatori (famiglie). Come è facile intuire, se c’è una crisi bancaria sistemica, c’è probabilmente un disequilibrio tra quando le famiglie risparmiano e quanto stato e imprese investono. Proviamo a chiarirci: sé le famiglie risparmiano complessivamente 50 dobloni e stato e imprese investono complessivamente 100 dobloni quanto risparmiato dalle famiglie non è sufficiente per soddisfare le esigenze di stato e imprese per i loro investimenti. Ed è qui che entra in gioco il Convitato di Pietra: gli “Investitori Internazionali”. In altri termini, le banche se non riescono a soddisfare le esigenze di investimento di PA e imprese con i risparmi delle famiglie chiedono la differenza all’estero a quelli che comunemente vengono definiti “investitori internazionali”. È chiaro che se una simile situazione si protrae nel tempo per tanti anni, lo squilibrio diventerà molto forte e il sistema nazionale diventerà sempre più dipendente dagli investitori internazionali che ritirando le cifre prestate (o rallentando il livello di afflusso) possono mettere in difficoltà banche o imprese o stato (o anche tutti e tre contemporaneamente). Ecco da dove nascono generalmente i crolli sistemici dei sistemi bancari o dei titoli di stato. Se una nazione è in credito verso il resto del mondo lo vediamo dall’indicatore dei Conti Nazionali chiamato NIIP (Net International Investment Position) con quello americano (USA) calcolato dalla Federal Reserve di Saint Louis che presenta un NIIP negativo per quasi 17000 miliardi di dollari. Una cifra stellare che attesta come il sistema USA sia enormemente dipendente dagli investitori internazionali e dove basta un semplice rallentamento del flusso per generare un terremoto nella borsa o nel sistema bancario. Ma come gli USA possono uscire da questa situazione? Le strade sono semplici e ben conosciute: aumentare le esportazioni, diminuire le importazioni e dunque i consumi (che è in sostanza quanto fatto da Monti in Italia o dalla Trojka in Grecia) o, come suggerisce nel suo tweet Peter Schiff, la terza soluzione è che la Federal Reserve inizi a stampare come se non ci fosse un domani fornendo i dollari nuovi di pacca necessari a tenere in piedi il sistema. È lo stesso Schiff peraltro a indicare il lato negativo di questa “soluzione banzai”; nel medio periodo ciò causerebbe una crisi del dollaro che perderebbe valore rispetto alle altre monete del Forex esattamente come stava accadendo questa estate – guarda caso – alla Gran Bretagna (altro paese con un NIIP in profondo rosso) a causa delle manovre di spesa scriteriate della allora Premier Liz Truss immediatamente mandata a casa e sostituita con uno che sta facendo politiche di austerity compatibili con la necessità impellente di diminuire la dipendenza della nazione dai capitali esteri. Infine ricordo che le reali cause della guerra in Ucraina sono strettamente legate a quanto detto qui sopra per capire quanto sia grave la situazione. E soprattutto quanto sia difficile che il conflitto possa finire a breve: la guerra in corso, o se preferite la “guerra mondiale a pezzi” è una guerra delle monete e dei commerci ed è soprattutto una guerra per la sopravvivenza dell’Impero Americano.

Il nuovo fallimento che allerta il mondo. Perché è fallita la Silicon Valley Bank: le cause del crac e le possibili ripercussioni. Alessandro Plateroti su Il Riformista il 15 Marzo 2023

Il fallimento della Silicon Valley Bank ha scatenato il panico sui mercati finanziari internazionali. Ancora una volta, la crisi di una banca americana ha innescato un’ondata di sfiducia non solo sulla solidità del sistema creditizio mondiale, ma sulla stessa capacità dei governi e delle autorità di vigilanza di tenere sotto controllo i nuovi rischi sistemici dell’era finanziaria digitale. Dopo 10 anni di riforme nelle regole bancarie, il mercato si è accorto in meno di tre giorni che il pericolo per la stabilità finanziaria non viene più dagli eccessi di rischio e dalle manovre speculative delle tradizionali regine di Wall Street, come è accaduto nella crisi dei mutui e il crac di Lehman Brothers, bensì da quel complesso intreccio di interessi tra tecnologie avanzate, credito e investimenti su imprese ad alto rischio che si sta imponendo come modello di riferimento nell’industria dei servizi finanziari.

Non solo. Dalla bancarotta della Svb – sedicesima banca americana per valore dei depositi – sembra emergere soprattutto la pericolosità sistemica dell’aggressiva manovra di rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve e della Banca Centrale Europeo: il passaggio dai tassi a zero alla stretta monetaria in corso, si sta rivelando infatti insostenibile sia per l’equilibrio finanziario delle imprese indebitate (il settore hi-tech è il più esposto) sia per quello delle stesse banche commerciali che hanno fatto incetta di titoli di Stato negli anni del denaro gratis.

Non è un caso se in sole due sedute borsistiche i titoli delle banche abbiano bruciato quasi 500 miliardi di dollari di capitalizzazione, costringendo persino la Casa Bianca a intervenire a difesa dei mercati: il presidente Joe Biden ha promesso un piano di sostegno per eventuali nuove crisi bancarie, mentre la Federal Reserve sembra pronta non solo a riaprire le linee di credito straordinarie per le emergenze del settore, ma addirittura a invertire radicalmente la rotta della politica monetaria: un taglio dei tassi entro la fine dell’anno sta diventando sempre più concreto.

Ma andiamo per gradi. La prima criticità emersa da questa crisi – e per molti aspetti la più rilevante è la vulnerabilità delle banche on-line al rischio di una fuga incontrollata dei depositi, il cosiddetto Bank run. Al contrario delle crisi bancarie del decennio scorso, il collasso della Svb non è stato provocato dalle speculazioni sui derivati di credito, ma dall’assalto dei correntisti ai propri conti on-line. È ovvio che anche in questo sono errori di gestione ad aver provocato la crisi, ma il fenomeno più preoccupante è stata la velocità con cui è implosa la banca. Tra venerdì e domenica scorsa – cioè prima del commissariamento della Silicon Valley Bank – si è scatenata la corsa agli sportelli bancari del 21esimo secolo: i clienti hanno cercato di prelevare quasi 42 miliardi di dollari dai conti correnti, un quarto di tutti i depositi della banca. Ma cosa ha innescato il crollo?

Il crollo di Svb è stato in realtà preceduto da un’altra banca fallita, la Silvergate Capital. A differenza di Lehman o Bear Stearns, i disastri di Svb e Silvergate non sono stati il risultato di scommesse/prestiti concentrati su soggetti indebitati e negligentemente confezionati come crediti “investment grade”, ma piuttosto il prodotto del clima da far west che pervade ormai da tempo borse e mercati. Le corse agli sportelli bancari si verificano quando tutti i depositanti vogliono ottenere i loro soldi dalle banche allo stesso tempo, uno scenario paragonabile a un teatro in fiamme con una porta di uscita delle dimensioni della tana di un ratto. Le banche, non è un segreto, usano e fanno leva sui fondi dei depositanti per prestare e investire a rischio: se una massa imponente di depositanti volesse indietro i propri soldi nello stesso, le banche non sarebbero certamente in grado di restituirli tutti. Ma che cosa ha scatenato il panico tra i clienti di Svp? In estrema sintesi, almeno due ragioni sono già chiare a tutti: stress tecnologico, dubbi sulla solvibilità della banca e cattive pratiche di gestione dei rischi.

Dietro il disastro borsistico di Svb, un colosso bancario con 170 miliardi di depositi e un’esposizione altissima nei confronti delle start-up e delle aziende tecnologiche, con particolare attenzione alle start-up delle scienze della vita. Su questi “unicorni” – considerati finora come gli artefici dei miracoli tecnologici dell’era digitale, è in corso ormai da tempo un crescente scetticismo degli investitori, tra l’altro ben evidenziato anche dal crollo delle criptovalute. Ma il vero catalizzatore delle paure dei mercati sulla solidità delle banche e dei loro investimenti nelle aziende ad alto debito è stata la determinazione della Fed (e della Bce) ad alzare i tassi di interesse per contrastare l’inflazione. La stretta creditizia non solo non ha prodotto risultati concreti nella lotta al caro-vita, ma ha reso i finanziamenti (o il rinnovo dei debiti) più difficili e più costosi da ottenere.

La rapida scomparsa di Svb, dunque, nasce in un contesto di incertezza economica e finanziaria che è arrivata al punto di rottura quando i depositanti (su consiglio dei loro consulenti di Venture Capital) hanno tentato di ritirare i fondi allo stesso tempo, una missione praticamente impossibile per qualunque banca commerciale. Svb, tuttavia, ha aspettato troppo a lungo per la liquidazione volontaria e lo stesso commissariamento da parte del Fondo di garanzia sui depositi non è riuscito a placare le paure di un possibile contagio della crisi. Come è evidente, la bancarotta della Svb e il panico che ha generato hanno ben poco in comune con le crisi bancarie del 2008, ma il suo potenziale è non meno dirompente: anche perché come 15 anni fa, le banche sono ancora massicciamente sovra-indebitate e sovraesposte ai derivati.

Così, anche per prevenire nuove crisi ed esplosioni incontrollate di panico, cominciano già a profilarsi le azioni di sostegno. La Fed ha annunciato il varo di un “piano di indennizzo e salvaguardia dei depositanti”, un modo elegante di chiamare i salvataggi: si chiamerà Bank Term Funding Program” e avrà in dotazione un fondo di 25 miliardi di dollari. L’acronimo è Btfp, una sigla che rievoca l’era Tarp dopo la crisi dei mutui: non a caso, c’è già chi sostiene che la dotazione del fondi potrebbe salire rapidamente fino a 2mila miliardi di dollari. È ovvio che una manovra di salvataggio delle banche in crisi rende più incerta la probabilità di qui a fine anno: anzi, un taglio dello 0,25% è già entrato nei radar dei mercati. Correggere la rotta sembra del resto inevitabile: anche se tassi più alti aumentano il margine di intermediazione delle banche, gli effetti collaterali della manovra sono devastanti per il patrimonio degli istituti. Quando la Fed ha iniziato ad alzare i tassi, i prezzi delle obbligazioni sono finiti al tappeto, mentre i rendimenti sono volati alle stelle.

Questa dinamica influisce negativamente sui bilanci bancari: se i rendimenti obbligazionari diventano più alti dei tassi/rendimenti che le banche offrono ai depositanti, risparmiatori e investitori non hanno alcun incentivo a tenere i soldi fermi in banca. Questo disallineamento, ovviamente, richiederà probabilmente alle banche di aumentare i tassi dei depositanti per competere con l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, una tattica costosa che taglia i profitti e macchia di rosso i bilanci. Le banche potrebbero emettere azioni per aumentare il capitale, ma questo diluisce la quota e il valore esistenti, che è poi il modo in cui vengono pagati i banchieri. E con un’inflazione crescente o persistente, il rendimento reale sui tassi dei depositanti anche “migliorati” diventa un rendimento negativo se aggiustato per la tassa invisibile del costo della vita. Alessandro Plateroti

Trasporti e viabilità.

Le Targhe.

Gli Aerei.

Le Targhe.

Sesso, droga e armi: l'America nelle targhe dei suoi cittadini. Ogni anno bocciate o ritirate dalle strade migliaia di targhe giudicate volgari o razziste. Ecco le più incredibili. Gianluca Lo Nostro il 23 Luglio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Come funzionano le targhe personalizzate negli Usa

 Le targhe più stravaganti

 Il design

La terra dei liberi e la patria dei coraggiosi. Negli Stati Uniti il concetto di libertà è scolpito nell'anima della nazione. Ma anche nelle targhe delle automobili. Qualche giorno fa oltreoceano è rimbalzata la notizia che un signore residente in Nevada si è visto revocare la propria targa. Il Department of Motor Vehicles (Dmv), l'ente corrispondente alla nostra motorizzazione civile, l'ha giudicata discriminatoria in quanto recitava "GOBK2CA" ("Go Back to California", tornatevene in California).

Come funzionano le targhe personalizzate negli Usa

Gli Usa però sono da oltre duecento anni uno Stato federale e, come la riscossione delle tasse, anche la registrazione dei veicoli viene gestita su base statale e non nazionale. La legislazione locale non è univoca: in alcuni posti è previsto solo un codice identificativo numerico (Illinois), in altri alfanumerico (New York) e la lunghezza può variare. In 21 Stati, per risparmiare risorse, il codice della strada non prevede nemmeno l'apposizione obbligatoria della targa anteriore. A chiunque è tuttavia data la possibilità di acquistare una vanity license plate, o una targa personalizzata, ma a patto che vengano rispettati i requisiti fissati dalla motorizzazione, come d'altronde dimostra il suddetto caso del Nevada.

In America prima di scegliere la targa personalizzata una persona deve leggere dei lunghissimi elenchi pubblici rilasciati dai singoli dipartimenti dei Trasporti degli Stati. Al loro interno sono inseriti i nomi di tutte le banned license plates, ovvero le targhe vietate. L'obiettivo è presto detto: si cerca di evitare atti di vandalismo e provocazioni ritenute illegittime. A seconda della popolazione, uno Stato americano rifiuta in media dalle 500 alle 1000 targhe ogni anno.

Le targhe più stravaganti

In genere una targa è vietata se esprime allusioni sessuali, volgarità, commenti razzisti o discriminatori oppure se esalta armi o droghe. L'Arizona per esempio ha proibito "ACIDGUY", "KILLER", "LUVSEX" e "THUGS". In Florida, luogo di stranezze per antonomasia, qualcuno ha proposto "DR DEATH" (Dottor Morte, ndr) e "I FARTED" (in italiano "Ho scorreggiato")". Il verdetto del Dmv: illegali.

Tornando al Nevada, dove l'uomo al quale è stata contestata la targa contro gli emigrati californiani presenterà ricorso, nel database dello Stato sono disponibili anche le spiegazioni degli utenti che richiedono la personalizzazione della targa. E la maggior parte di esse è esilarante. "Amo le api e voglio sensibilizzare l'opinione pubblica su di loro", si legge in una richiesta per l'etichetta "BEEEEES" cassata non in quanto illecita bensì perché potrebbe confondere le forze dell'ordine. C'è poi chi tenta la fortuna con il numero 69: "Sono il nome di mia madre e il suo anno di nascita", scrive il richiedente di "ANA1969", forse ignaro dell'intransigenza delle autorità. "Sessuale: sembra un 69 anale", risponde il Dmv del Nevada.

Il design

Rispetto ai Paesi dell'Unione europea inoltre non esiste l'omologazione: ciascuno Stato ha il suo design e lo esibisce in tutta la sua fantasia. Bandiere, scritte, simboli, montagne, animali e tanti altri elementi dell'immaginario comune americano campeggiano sulle targhe di macchine, moto e camion che circolano all'interno dei loro confini.

Talvolta si risulta un po' ridondanti e scontati. Nella tradizionalista Alabama per esempio risalta una gigantesca bandiera a stelle e strisce con il motto God Bless America, mentre il Texas sfoggia la Lone Star State di quando era una repubblica indipendente. Il piccolo New Hampshire, noto alle cronache internazionali per essere uno dei primi a votare nelle primarie presidenziali, esibisce uno degli adagi patriottici più famosi del continente americano: Live Free or Die. Ma nonostante questo richiamo all'iconografia libertaria statunitense (il governatore della Florida Ron DeSantis ha approvato delle targhe speciali con il serpente e la bandiera di Gadsden accanto alla dicitura Don' Tread On Me, "non calpestarmi"), altrove l'enfasi è sull'esclusività del territorio.

In Alaska le targhe sono di colore giallo e riportano la frase The Last Frontier, un messaggio eloquente sulla collocazione geografica della regione. Il soprannome non manca quasi mai. Ogni Stato infatti ha un nomignolo che ne rappresenta il patrimonio naturale o la sua storia: così il New Mexico è The Land of Enchantment (la terra dell'incanto), il Wisconsin diventa America's Dairyland (la terra dei latticini d'America) e Washington Dc No Taxation Without Representation. Si tratta di slogan turistici, ma si ricorre anche a espedienti più immediati, come il bisonte in Wyoming, l'orso in Montana o le pesche in Georgia.

Insomma, la centralità della libertà individuale negli Stati Uniti si riflette perfino nei piccoli dettagli come le targhe delle automobili. Un Paese irto di contraddizioni e dove l'immagine di sé stessi sovrasta l'interesse per la collettività, ma dove la scelta dell'individuo è sacra.

Gli Aerei.

(ANSA il 19 gennaio 2023)  - I dipendenti di una società di appalto hanno cancellato involontariamente i file usati nel sistema di allerta piloti causando, la scorsa settimana, lo stop dei voli negli Stati Uniti per alcune ore. Sono le conclusioni preliminari dell'indagine in corso della Federal Aviation Administration (Faa), che sottolineano come finora non siano state rinvenute prove di un cyberattacco.

Usa, blocco aereo? Rampini nel panico: "Mia moglie su un volo". Libero Quotidiano l’11 gennaio 2023

"Sono stato in aereo nelle ultime quattro ore quindi sono informato": Federico Rampini, ospite di Tiziana Panella a Tagadà su La7, è intervenuto sul guasto tecnico che nelle ultime ore ha costretto tutti i voli a rimanere a terra negli Stati Uniti. "È un incidente abbastanza serio - ha spiegato l'editorialista del Corriere della Sera - perché praticamente per un paio di ore la Faa, l'ente federale che dirige tutti i controllori di volo degli Usa, ha avuto un black out del suo sistema informatico, per cui ha dovuto bloccare tutti i voli domestici per precauzione. Non era più convinta della sicurezza dei propri sistemi di comunicazione con i piloti in volo". 

"È una cosa del tutto inusuale", ha proseguito Rampini. Che poi ha aggiunto: "Ora bisogna capire se è puro incidente tecnico o se c'è dietro qualcos'altro. Nel periodo in cui viviamo...". Il giornalista ha sottolineato che lui stesso era in volo quando ha letto la notizia: "Stavo atterrando a Milano Malpensa dal Cairo".

La sua preoccupazione, però, è andata anche a sua moglie che era su un volo per New York al momento del blocco. "Quindi prima cosa ho pensato a mia moglie e seconda cosa ho pensato ai russi - ha proseguito Rampini -. Uno pensa male, in questi casi si pensa subito a un cyberattacco. Magari non c'entra niente ma il sospetto è naturale e immediato visti i tempi che viviamo".

C’ERA UNA VOLTA L’AMERICA SENZA PAURA. Adolfo Spezzaferro su L’Identità il 12 Gennaio 2023.

Ore di panico in tutto il mondo per la notizia che tutti gli aerei negli Stati Uniti erano a terra per un presunto guasto informatico. L’Occidente ha trattenuto il respiro paventando un attacco hacker. Non a caso infatti la Casa Bianca si è affrettata a chiarire che non vi erano evidenze di un cyberattacco e che comunque si stava indagando sulla causa del blocco di tutti i voli Usa.

Poi gli aerei hanno ricominciato a decollare. Dalle 9 del mattino – le 15 in Italia. La Federal Aviation Administration (Faa) ha annunciato di aver revocato la sospensione delle operazioni di volo decisa in seguito a un problema nel sistema di notifica delle missioni aeree. Il guasto al sistema informativo ha causato lo stop di tutti i voli aerei negli Stati Uniti, come riferito da Sky News Usa. La notizia del problema tecnico è arrivata quando i passeggeri sui social media hanno segnalato ritardi e interruzioni dei voli negli Stati Uniti, dalle Hawaii fino a Washington.

Gli States sono rimasti paralizzati – i voli interni peraltro sono l’equivalente dei nostri treni, viste le grandi distanze – per diverse ore. Secondo il sito di monitoraggio FlightAware, alle 14 ora italiana, erano già più di 2.500 i voli in entrata o in uscita dagli Stati Uniti che hanno subito ritardi, e oltre 150 sono stati cancellati. Per dare un’idea dei voli in ballo, ieri erano previsti oltre 21mila decolli negli aeroporti americani.

La Faa aveva chiarito che i tecnici erano al lavoro per risolvere il problema il prima possibile. “Stiamo eseguendo i controlli finali di convalida e ripopolando il sistema. Sono interessate le operazioni in tutto il sistema dello spazio aereo nazionale. Forniremo aggiornamenti frequenti man mano che faremo progressi”, aveva dichiarato l’agenzia del Dipartimento dei Trasporti statunitense, confermando che il guasto ha interessato “le operazioni in tutto il sistema dello spazio aereo nazionale”.

Esclusa per ora la pista dell’attacco hacker. “Nessuna prova” va in quella direzione, hanno precisato dall’amministrazione Usa. Il presidente Joe Biden ha chiesto un’indagine completa per approfondire le cause dell’accaduto. La Faa ha precisato che il problema era ripristinare il sistema Notam (Notam to Air Missions): si tratta di un sistema di avvisi che vanno da informazioni sui lavori di costruzione negli aeroporti a restrizioni di volo urgenti o apparecchiature in avaria e a tutti i voli, sia commerciali che militari, è richiesto di passare attraverso il sistema. Nello specifico, il Notam – che avvisa i piloti di potenziali pericoli lungo le rotte di volo – un tempo era disponibile con una linea telefonica diretta, ma con l’avvento di Internet questa modalità è stata eliminata. Ora è tutto regolato online. L’agenzia Faa aveva fatto sapere che alcune funzioni stanno iniziando a tornare in linea, ma che “le operazioni del sistema dello spazio aereo nazionale rimangono limitate”. La maggior parte dei ritardi ha riguardato la costa est degli Usa. Biden, che ieri ha sentito il ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, ha sottolineato che gli aerei potevano comunque atterrare in sicurezza. Il problema ha riguardato soltanto i decolli. Ma ha coinvolto tutto il mondo, con ripercussioni senza precedenti.

Per non parlare del disservizio di dimensioni gigantesche che ha colpito i passeggeri negli Usa. Per rendere l’idea, la portavoce dell’aeroporto internazionale di Atlanta Hartsfield-Jackson, Anika Robertson, ha detto che le proiezioni mostrano che “più di 13 mila passeggeri locali e più di 43 mila passeggeri totali” sono stati colpiti dalla fermata a terra all’aeroporto.

Il mio interesse principale, ora che abbiamo superato le interruzioni della mattinata, è capire esattamente come ciò sia stato possibile e quali passaggi siano necessari per assicurarci che non accada di nuovo”, ha spiegato Buttigieg. Con l’occasione ha fatto presente che è ora di aggiornare la tecnologia della Faa.

I cieli Usa non restavano chiusi da quel fatidico 11 settembre che ha cambiato per sempre gli equilibri globali e la storia dell’Occidente. Con una guerra in corso in Ucraina e l’amministrazione Biden in prima linea nell’invio di armamenti a Kiev per combattere i russi. Con il timore diffuso che i fantomatici hacker russi siano in grado di sferrare attacchi al cuore della più grande e potente democrazia del mondo. Con la notizia degli aerei bloccati che rimbalzava in ogni angolo del pianeta, tutti hanno pensato a un cyberattacco. Anche perché Washington non annovera solamente Mosca tra i nemici. Anzi. Il punto è però un altro: l’Occidente è troppo schiacciato sugli Usa e sulla linea geopolitica, economica e militare assunta di volta in volta dalla Casa Bianca. L’immagine plastica della dipendenza dagli Usa è il Senato che approva la proroga dell’invio di armi a Kiev all’indomani dell’appello della Nato a produrre più armamenti per aiutare l’Ucraina. Mentre i cittadini non hanno i soldi per le bollette.

Blocco informatico per 12 ore, paralisi nei cieli degli Stati Uniti. Leonard Berberi su Il Corriere della Sera l’11 Gennaio 2023.

Cancellati oltre 1.200 voli, in ritardo altri 8mila, almeno 150mila passeggeri hanno rinunciato al viaggio. Escluso al momento un cyber attacco.

A un certo punto, martedì sera, i voli notturni li hanno fatti decollare trasmettendo i bollettini via telefono, cosa che non accadeva da anni. Nella speranza, vana, che il sistema si sarebbe intanto ripreso. Così non è stato. E mercoledì mattina, con un impatto quasi identico a quello dell’11 settembre 2001, le autorità americane hanno fermato tutti i voli nazionali in partenza .

La decisione della Federal aviation administration — l’agenzia del Dipartimento dei Trasporti statunitense che regola il trasporto aereo — è stata presa alle 6.20 di mattina, ora di Washington (le 12.20 in Italia) dopo il blocco informatico durato quasi dodici ore al sistema di trasmissione digitale dei «Notice to air missions» (Notams): sono i bollettini con tutte le informazioni fondamentali per i piloti come la situazione negli aeroporti (dalla condizione delle piste fino alle ondate di maltempo) e negli spazi aerei. Alle 8.15 la Faa ha dato l’ok al decollo dei primi aerei a New York e Atlanta, ripristinando poi gradualmente tutta la connettività dalle 8.50. Qualche ore dopo è stato il sistema canadese ad avere difficoltà di trasmissione dei bollettini.

Secondo la piattaforma FlightAware oltre 1.200 voli sono stati cancellati mercoledì negli Usa e altri ottomila hanno subito ritardi su poco più di 21 mila decolli programmati, stando ai calcoli di Cirium. Si stima che almeno 150 mila passeggeri abbiano dovuto rinunciare al viaggio e altri 960 mila siano arrivati qualche ora dopo a destinazione.

La Casa Bianca ha escluso per ora un cyber attacco, ma il presidente Joe Biden ha chiesto di fare luce sulle cause che secondo gli esperti del settore nel passato aveva riguardato piccole aree, mai l’intero Paese. «Dobbiamo capire come sia stato possibile tutto questo», ha detto alla Cnn il segretario dei Trasporti Pete Buttigieg che si è difeso dalle critiche di fermare i collegamenti e ha bloccato ogni tentativo di chiedere un risarcimenti alla Faa per i disagi.

Sotto accusa per ora finisce l’infrastruttura digitale della Faa. Secondo il personale navigante e i capi delle operazioni di diverse compagnie aeree la piattaforma di base che gestisce il flusso informatico dell’agenzia statunitense non solo è datata, ma è anche «appesantita» dall’aggiunta di altre interfacce che spesso funzionano su sistemi differenti (e più aggiornati) di quello centrale che opera su server giudicati troppo vecchi.

I primi problemi, ricostruiscono dalla Faa, sono iniziati alle 8.28 di martedì sera (le 2.28 di mercoledì mattina in Italia) quando non era più possibile immettere nuovi «Notam» (che hanno cambiato il nome da «Notice to airmen» a «Notice to air missions») o modificare quelli già inseriti. A quel punto si è tornati all’era pre-digitale, chiamando ogni singola aviolinea e fornendo loro le indicazioni. Ma alle prime ore del mattino, con centinaia di decolli previsti ogni cinque minuti dagli aeroporti del Paese, i tecnici della Faa si sono arresi e hanno deciso di fermare le operazioni. I voli sanitari e quelli militari non hanno avuto restrizioni. Così come non hanno avuto problemi gli aerei partiti dall’Europa e diretti negli Usa, come confermano al Corriere da Ita Airways.

Per i cieli americani è stata un’altra giornata complicata. E a meno di un mese dopo la débâcle dello scorso dicembre — oltre 20 mila voli cancellati in pochi giorni per il maltempo e il caos delle operazioni — che è costata alla sola low cost Southwest Airlines almeno 800 milioni di dollari.

Il mercoledì nero dell'aviazione Usa. Traffico aereo fermo. "Guasto informatico". I cieli d'America ieri si sono trasformati in una gigantesca no-fly zone per diverse ore, a causa di un cortocircuito informatico. Valeria Robecco il 12 Gennaio 2023 su Il Giornale.

I cieli d'America ieri si sono trasformati in una gigantesca no-fly zone per diverse ore, a causa di un cortocircuito informatico che ha tenuto a terra tutti i voli negli Stati Uniti, un blocco senza precedenti dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. La più grande flotta di aerei del mondo è stata fermata fino alle 9 del mattino ora di New York (le 15 in Italia) da un guasto al sistema informatico della Federal Aviation Administration (Faa), che secondo il sito di monitoraggio FlightAware ha causato circa 1.100 cancellazioni e oltre 7.400 ritardi. In totale 21mila voli dovevano decollare ieri negli Stati Uniti, di cui la gran parte erano nazionali, mentre 1.840 voli internazionali erano in arrivo, secondo la società di dati sull'aviazione Cirium. Nessuna ricaduta al momento sui viaggi intercontinentali di collegamento con l'Italia (solo un volo American Airlines da Fiumicino è decollato con 120 minuti di ritardo).

Il presidente Joe Biden ha parlato subito del guasto con il ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, e ha chiesto «un'indagine completa sulle cause», come ha fatto sapere la Casa Bianca, precisando che «finora non c'è nessuna prova» che si sia trattato di un cyberattacco. «La Faa ha stabilito che il sistema di sicurezza interessato dall'interruzione notturna è completamente ripristinato e che lo stop a livello nazionale è revocato con effetto immediato», ha comunicato Buttigieg poco prima delle 9 di mattina. Il cortocircuito, come riporta il New York Times, è stato causato da un guasto al Notam - Notice to Air Missions - il sistema che la Federal Aviation Administration utilizza per inviare allerte sulla sicurezza ai piloti. Gli avvisi sono fondamentali per la pianificazione dei voli e vengono utilizzati per fornire informazioni in tempo reale su eventuali pericoli in volo o a terra, come piste chiuse, restrizioni dello spazio aereo e interruzioni del segnale di navigazione. Il Notam, che è stato inventato nel 1947, usa un linguaggio tecnico difficile da comprendere per i non addetti ai lavori. Secondo i messaggi della Faa, il sistema è crollato intorno alle 20.30 di martedì, ora di New York, ma si è ricorso a una linea telefonica di emergenza per mantenere le partenze durante le prime ore notturne, finché il servizio è stato sopraffatto con l'aumento del traffico.

Qualunque sia la causa del problema, questo ha rivelato quanto la più grande economia del mondo sia dipendente dai viaggi aerei, e quanto i viaggi aerei siano dipendenti da un sistema informatico antiquato come il Notice to Air Missions System. «Di tanto in tanto ci sono stati problemi locali, ma tutto questo è piuttosto significativo dal punto di vista storico», ha sottolineato Tim Campbell, ex vice presidente delle operazioni aeree presso American Airlines e ora consulente a Minneapolis. Campbell ha detto che c'è da tempo preoccupazione per la tecnologia della Faa, e non solo per il Notam: «Gran parte dei loro sistemi sono vecchi, generalmente affidabili, ma obsoleti». Mentre John Cox, ex pilota di linea ed esperto di sicurezza aerea, ha affermato che da anni si parla nel settore dell'aviazione di tentare di modernizzare il sistema Notam. «Ho volato per 53 anni e non ho mai visto niente del genere, quindi penso sia successo qualcosa di insolito», ha poi commentato riguardo lo stop nazionale, pur precisando di non poter sapere se l'ipotesi di un attacco informatico sia plausibile.

Il mercoledì nero per il trasporto aereo negli Stati Uniti, peraltro, arriva dopo un periodo festivo particolarmente intenso e complicato, segnato da migliaia di cancellazioni causate dal maltempo nei giorni prima di Natale. E se molte compagnie si sono riprese rapidamente, Southwest Airlines è stata sopraffatta cancellando da sola circa 16.700 voli negli ultimi 10 giorni di dicembre, pari alla metà circa del totale in tutti gli Usa.

Ipotesi cyberattacco. Ma Biden "smonta" sospetti e complotti. Tecnologia nel mirino. Nessun indizio ufficiale su un blitz degli hacker. Il principale imputato del disastro diventa il programma di gestione voli. E la Casa Bianca: "Cause sconosciute". Marco Liconti il 12 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Era dall'11 settembre 2001, il giorno degli attacchi di Al Qaeda alle Torri Gemelle e al Pentagono, che i cieli degli Stati Uniti non subivano una tale paralisi. La più grande flotta aerea commerciale del mondo costretta a terra, centinaia di migliaia di passeggeri bloccati negli aeroporti, il caos.

A provocarlo, il blocco del Notam, acronimo per Notice to Air Missions, il sistema informatico gestito dalla Federal Aviation Administrazion (Faa), che allerta i piloti sui potenziali inconvenienti o rischi che potrebbero incontrare sulla loro rotta, dalla chiusura di una pista, alle avverse condizioni meteo. Secondo le prime indicazioni, il sistema è andato in tilt alle 20,28 (ora della Costa Orientale) di martedì. Durante la notte, grazie anche al traffico aereo ridotto, la Faa ha fatto ricorso ad una linea telefonica dedicata, per fornire le necessarie informazioni ai voli in partenza. Al mattino, con l'intensificarsi del traffico, anche la linea telefonica è collassata.

Risultato: migliaia di voli costretti a terra, per mancanza delle condizioni di sicurezza. Dopo il caos del traffico aereo al quale si è assistito negli Usa durante le festività natalizie, in parte causato dal maltempo e in gran parte dai disservizi della low-cost Southwest Airlines, a corto di personale, è stata un'altra giornata d'inferno per i viaggiatori americani. Sulla questione è intervenuta di prima mattina la Casa Bianca, escludendo, in base alle informazioni disponibili, la possibilità di un attacco informatico. Poi, direttamente Joe Biden.

«Ho appena parlato con Buttigieg (il segretario ai Trasporti, ndr). Non sanno quale sia la causa», ha detto il presidente, che in mattinata doveva accompagnare la consorte Jill in Maryland, dove si è sottoposta a un lieve intervento chirurgico. L'ipotesi di un cyberattacco veniva esclusa, ma non del tutto, dallo stesso Buttigieg. «Non ci sono indicazioni» in questo senso, «ma non escludiamo nulla» ha detto il responsabile dei Trasporti, in evidente imbarazzo davanti alle telecamere delle tv Usa.

Nel frattempo, a partire dalle 9 di mercoledì, la Faa riprendeva gradualmente ad autorizzare i decolli, ma l'effetto domino provocato dallo stop, secondo il sito FlightTracker, aveva già portato a oltre 7.500 ritardi e oltre un migliaio di cancellazioni. La realtà è che all'ipotesi del cyberattacco, magari di hacker russi, cinesi o nordcoreani, non crede nessuno.

Il principale imputato della clamorosa debacle è proprio il sistema Notam. Sembra paradossale, ma la più grande economia del mondo, patria delle principali multinazionali hitech, affida la propria sicurezza aerea ad un sistema da tutti ritenuto antiquato, risalente ad una precedente era tecnologica. «Viene continuamente aggiornato» ha detto ancora Buttigieg, ammettendo però che la questione dell'inadeguatezza del Notam «è una delle domande alle quali dovremo dare risposta». Non c'è nemmeno un responsabile ultimo al quale addossare le colpe. La Faa è dallo scorso marzo senza un direttore e l'uomo scelto da Biden per guidare l'agenzia federale, Phillip Washington, non è ancora stato convocato dal Senato per le audizioni di conferma.

Proprio dal Senato, i Repubblicani annunciano battaglia, ben contenti di poter puntare il dito contro l'amministrazione Biden. Ted Cruz, capogruppo repubblicano nella Commissione Trasporti, chiede una «riforma» della Faa, accusa il dipartimento dei Trasporti di Buttigieg di «disfunzioni» e blocca la strada, forse definitivamente, al nuovo direttore nominato da Biden: «Serve una persona competente, con esperienza nel settore».

L’ambiente.

Gli USA hanno sottostimato un grave disastro ambientale in Ohio. Valeria Casolaro su L’Indipendente il 15 Febbraio 2023.

Lo scorso 3 febbraio in Ohio (USA) un treno della compagnia Norfolk Southern che trasportava sostanze chimiche pericolose è deragliato nella zona di East Palestine, contea di Columbiana, causando la fuoriuscita delle sostanze e un incendio che ha sprigionato una nube di gas tossici. Inizialmente le preoccupazioni delle autorità hanno riguardato la messa in sicurezza dei vagoni contenenti cloruro di vinile, sostanza cancerogena se inalata e a forte rischio esplosione. Tuttavia i dati messi a disposizione in questi giorni dall’EPA (Environmental Protection Agency, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente) evidenziano come il danno sia potenzialmente molto più ingente e di lunga durata, dal momento che a bordo del treno vi erano altre tipologie di sostanze altamente inquinanti che si sono riversate nel terreno, aprendo la possibilità di un disastro ambientale.

L’evacuazione coatta della cittadina di appena 4.700 abitanti è stata disposta dal governatore dell’Ohio Mike DeWine il 6 febbraio, a seguito del timore che i cinque vagoni ancora integri contenenti cloruro di vinile potessero esplodere, causando la dispersione schegge e fumi tossici. Alle 3.30 del mattino del 7 febbraio, la compagnia ferroviaria Norfolk Southern ha messo in atto un rilascio controllato delle sostanze tramite combustione, che ha rilasciato nell’aria fumi potenzialmente mortali se inalati. “Chiunque decida di rimanere nella zona rossa – ovvero la zona identificata come di maggior rischio di inalazione delle sostanze tossiche rilasciate – si troverà in grave rischio di morte”, mentre “chiunque rimanga nella zona gialla è ad alto rischio di incidenti gravi, quali ustioni della pelle e gravi danni polmonari” riporta il comunicato del governatore.

Appena due giorni dopo, l’8 febbraio, i governatori di Ohio e Pennsylvania, insieme al capo dei vigili del fuoco ed altre autorità locali, hanno rilasciato una dichiarazione secondo la quale i residenti di East Palestine e delle zone adiacenti sarebbero potuti tornare a casa in sicurezza. “I campioni di qualità dell’aria nell’area dei rottami e nei quartieri residenziali vicini hanno mostrato costantemente valori al di sotto dei livelli di sicurezza per i contaminanti che destano preoccupazione. Sulla base di queste informazioni, i funzionari statali e locali hanno stabilito che i membri della comunità possono ora tornare alle loro abitazioni in tutta sicurezza” riporta la nota. Campionamenti dell’aria e dell’acqua all’interno delle case sono stati garantiti, interamente alle spese della compagnia ferroviaria.

I dati recentemente messi a disposizione dall’EPA, tuttavia, mostrano come a bordo del treno vi fossero numerose altre sostanze dannose, trasportate all’incirca in 20 vagoni, che sono state rilasciate nell’aria e nel suolo. In particolare vi è forte preoccupazione per via del fatto che sostanze quali “cloruro di vinile, butilacrilato, etilesile acrilato ed etilenglicole monobutil etere sono stati e continuano tuttora ad essere riversati in aria, nello strato superficiale dei terreni e nei corsi d’acqua in superficie”, riversandosi anche nei tombini. L’EPA, che ha reso nota la lista completa dei materiali presenti sul terno, ha riferito la necessità di intervenire immediatamente sul luogo dell’incidente. Nella zona di East Palestine, riferisce l’Agenzia, non sono stati rilevati preoccupanti livelli di contaminanti nell’aria, ma il monitoraggio della qualità dell’aria nelle case deve ancora essere concluso.

Le aziende che riforniscono i servizi idrici in diversi Stati hanno dichiarato di non aver riscontrato alterazioni dell’acqua nelle zone di rifornimento del fiume Ohio, ma le operazioni di monitoraggio sono ancora in corso. Tracce di contaminanti chimici, inoltre, sono state rilevate negli affluenti del fiume. Al momento, le autorità hanno raccomandato di bere unicamente acqua in bottiglia. Le operazioni di bonifica sono in corso, ma sarà necessario del tempo affinché sia reso noto il dato ufficiale sull’impatto sull’ambiente e sulla salute degli individui, come anche le cause che hanno dato luogo al disastro. [di Valeria Casolaro]

Estratto Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 16 febbraio 2023.

Il cinema imita la vita, romanzandola. [...] È accaduto a Ben Ratner, un operaio 37enne dell’Ohio. Nell’ottobre del 2021 gioì quando Netflix lo arruolò come comparsa in White Noise: un film tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo che racconta l’odissea di una famiglia la cui vita è sconvolta da un disastro ferroviario che diventa catastrofe ambientale quando l’esplosione di alcuni vagoni cisterna pieni di sostanze chimiche tossiche rende l’aria irrespirabile.

 [...] Ora lui stesso sta vivendo un’esperienza analoga, nella vita reale. E sempre nel cuore dell’Ohio. Siamo a East Palestine, villaggio depresso di 4.700 anime a 80 chilometri da Pittsburgh. La sera del 3 febbraio [...] deraglia uno di quei lunghissimi e lentissimi treni merci che solcano le pianure americane. Cinquanta dei 150 vagoni del convoglio della Norfolk Southern, quasi tutte cisterne contenenti sostanze chimiche infiammabili, escono dai binari e si accartocciano uno sull’altro. [...]

Il deragliamento e l’incendio hanno devastato un’area molto vasta. Risanarla non sarà facile, ma dopo 48 ore ecco un’altra emergenza: nelle cisterne deragliate il cloruro di vinile, un gas tossico e infiammabile, sta diventando instabile. Si rischiano esplosioni a catena che potrebbero sparare schegge fino a un miglio di distanza. Si decide di raccogliere il gas liquefatto in una conca e di darlo alle fiamme.

[...] Due giorni dopo l’incendio «controllato» la gente può tornare a casa. Ma nulla è come prima: il gas bruciato lascia in giro una pellicola di acido muriatico. La gente denuncia mal di testa e nausee. [...] Ben non riesce più a guardare il suo film. Quell’angoscia dell’anima creata dall’arte di White Noise adesso esplode nella vita della sua famiglia; e il cloruro di vinile è cancerogeno. [...]

Valerio Salviani per leggo.it il 29 Dicembre 2022. 

Morta di freddo in auto in attesa dei soccorsi, che non sono mai arrivati. Anndel Taylor è una delle decine di vittime provocate dalla tempesta di neve che ha colpito gli Stati Uniti a ridosso di Natale. L'infermiera di 22 anni è rimasta per 30 ore chiusa in macchina, in attesa di essere salvata. «Ai soccorritori non frega niente di me», ha scritto in uno dei suoi ultimi messaggi inviati alle sorelle, prima di morire congelata a Buffalo, nello stato di New York. 

Cinque ore dopo essere rimasta intrappolata, ha scritto alle sorelle che un poliziotto sarebbe arrivato a breve, anche se non sapeva quanto ci sarebbe voluto. Più tardi ha informato le sorelle che le squadre di soccorso erano rimaste «bloccate» e non avevano potuto raggiungerla. Ha provato a mettersi in contatto con i vigili del fuoco per 22 minuti, ma non ha ricevuto risposta e ha attaccato. Una delle sorelle, che ha reso note le chat con Anndel su TikTok, ha attaccato i soccorritori definendoli «impreparati».

La ragazza è rimasta con i riscaldamenti dell'auto accesi, mentre la neve continuava a cadere copiosa. «Ormai la macchina è quasi completamente coperta», ha scritto la 22enne alle 21.37 del 24 dicembre. L'ultimo messaggio l'ha inviato poco dopo mezzanotte, incluso un video della bufera che imperversava fuori dal finestrino dell'auto. Da quell'ultima comunicazione, il silenzio.

La mattina successiva le sorelle hanno cominciato ad allarmarsi. «Qualcuno l'ha sentita? Chiamate la polizia!», si legge nella chat. I soccorsi sono arrivati solo alle 19 del giorno dopo, ma la giovane era già morta. Oltre 60 persone sono morte per la bufera negli Stati Uniti.

Cronache dal gelo, vita e morte nel ghiaccio. Viviana Mazza Alfano su Il Corriere della Sera il 29 dicembre 2022.

Alla vigilia di Natale, poco dopo la mezzanotte, Anndel Nicole Taylor ha mandato il suo ultimo video alle sorelle in North Carolina. Dall’interno della sua auto bloccata sotto un metro di neve a Buffalo, l’infermiera ventiduenne ha abbassato di tre dita il finestrino ghiacciato, quanto bastava per riprendere il cumulo che continuava a crescere intorno al veicolo, il cielo metallico e la luce rossa intermittente dei fanali posteriori di un altro mezzo fermo a pochi metri. Era uscita dal turno all’ospedale alle 4 del pomeriggio, aveva viaggiato con visibilità zero, era ormai a sei minuti da casa, quando l’auto l’ha tradita. Ha chiamato il 911, le hanno detto che non c’era altro da fare che aspettare. Avrebbe dormito in auto. La mattina dopo, il telefono di Anndel squillava a vuoto. L’hanno trovata distesa, le braccia incrociate, i piedi sul cruscotto. Credono che la neve abbia bloccato il tubo di scappamento e sia morta per avvelenamento da monossido di carbonio. La madre dice che almeno è morta serena, nel sonno. Poi aggiunge: «Questo è uno Stato, una città, dove succede sempre: perché non erano preparati?»

Dopo 36 ore, la bufera che si è abbattuta con ferocia sui 275mila abitanti di Buffalo e sulla contea di Erie nello Stato di New York si è placata. Ora si contano le vittime: finora sono 34. Buffalo è una città stoica, abituata al freddo e a nevicate storiche. Forse anche per questo ha sottovalutato quella che la governatrice Kathy Hochul ha definito la «bufera del secolo», che ha trasformato in una «zona di guerra» la contea. Da una settimana l’America si preparava al gelo polare che ha fatto in totale almeno 60 morti e causato 11mila voli cancellati solo dalla Southwestern Airlines (la compagnia è sotto scrutinio federale per la cattiva gestione, dovuta anche al software obsoleto e alla mancanza strutturale di un hub da dove ridirigere i voli). «Quando abbiamo sentito che era in arrivo un ciclone bomba, abbiamo pensato: ci siamo abituati — ha detto lo sceriffo di Erie, John Garcia — Ma non ho mai visto nulla di simile». L’impatto devastante è dovuto alla violenza delle condizioni metereologiche ma anche alle scarse risorse di emergenza (ridotte dalla pandemia) e alla difficoltà di costringere i residenti avvezzi al maltempo a stare a casa. Il 23 dicembre era un venerdì, giorno di paga, e in questi tempi di crisi e di inflazione (il 27% a Buffalo vive sotto la soglia di povertà) molti aspettavano quei soldi per comprare cibo, regali e ciò che serviva per affrontare questo freddo Natale. Solo alle 9 di venerdì mattina, quando 13mila persone erano già senza luce e i venti soffiavano a 120 chilometri orari, il dirigente della contea Mark Poloncarz ha annunciato il divieto alla popolazione di mettersi al volante. Ma molti erano già andati al lavoro e non lo sapevano nemmeno. Fino al giorno prima, Poloncarz aveva consigliato di restare a casa, mentre su Facebook e Twitter lo supplicavano di imporre un divieto, senza il quale avrebbero perso un giorno di salario. «La sua raccomandazione è stata ignorata dalla corporation per cui lavoro — aveva scritto qualcuno — vogliono un altro giorno di shopping. Per favore vieti di guidare, molti di noi usciranno presto domattina». Più di metà delle vittime nella contea di Erie sono state trovate fuori casa: in diversi casi le auto sono diventate le loro tombe.

La Casa Bianca ha autorizzato fondi federali di emergenza. Nelle ultime ore la Guardia nazionale ha messo in salvo 86 persone, cercando in ciascuno delle centinaia di veicoli abbandonati per strada e bussando di porta in porta. Nelle case più vecchie di Buffalo Est, c’è chi ha passato due giorni avvolto nelle coperte, al lume di candela, senza luce o acqua corrente.

Nei primi giorni gli stessi soccorritori sono rimasti bloccati mentre cercavano di portare aiuto. Per 14 ore Felicia Williams, 26 anni, si è trovata in trappola nell’ambulanza che guidava, senza cibo né acqua: ascoltava impotente le chiamate in arrivo e ha iniziato a pensare che sarebbe morta anche lei. A salvarla sono stati i vigili del fuoco, ma la vera «cavalleria» in questa Bufera del 2022 sono stati i proprietari di motoslitte, che hanno rinunciato alla cena di Natale per avventurarsi con gli unici mezzi in grado di muoversi fuori. Avvolgevano nastri colorati agli specchietti delle auto vuote, spiega al sito «Buffalo News» l’agente Patrick McDonald, in modo da sapere quali erano già state controllate. Il poliziotto si è trovato per la seconda volta in sette mesi in prima linea in quello che Buffalo è stato un anno da dimenticare. A maggio McDonald ammanettò il killer razzista che uccise dieci persone in un supermercato della città; per Natale avrebbe dovuto essere in ferie, ma si è ritrovato a spalare neve per liberare l’auto di una madre, un bimbo di 5 anni e due nonni, diretti alle cascate del Niagara, che non parlavano una parola d’inglese. Anche Stasia Jozwiak, immigrata polacca di 73 anni, uscita per comprare il pesce per li pranzo di Natale, aveva sottovalutato il pericolo perché non capiva bene la lingua, secondo la figlia.

Centinaia di persone hanno fatto ricorso a un gruppo Facebook creato da cinque amiche durante una precedente tempesta, nel 2014: lo hanno usato per trovare cibo, medicine. C’è stato anche chi ha approfittato della crisi per rubare. Carl Anderson ha guardato impotente da casa le telecamere di sicurezza che riprendevano quattro ladri buttar giù la porta del suo ristorante e trascinare nella neve la cassa. «Non hanno rubato cibo, medicine e pannolini, ma televisioni e divani», diceva ieri il commissario di polizia Joseph Gramaglia, che ha arrestato 8 persone. «Ma 9 storie su 10 sono di solidarietà», aggiungeva.

Erica Thomas ha partorito via Facebook Messenger alle 3.31 di sabato: quando Devynn Brielle è nata, dalla stanza da pranzo dell’ostetrica che le dava consigli la nonna e i figli sono esplosi in un urlo «come fosse un touchdown dei Bills». Abdul Sharifu, 26 anni, rifugiato fuggito alla guerra in Congo, invece non vedrà nascere il suo bambino, per il quale era uscito in cerca di latte. Sha’Kyra Aughtry, afroamericana, ha accolto in casa Joey White, 64 anni, bianco, disabile, un perfetto sconosciuto. Su Facebook chiedeva assistenza medica e lo consolava: «Non piangere Joey, sono qui». Quando Antwaine Parker dopo un’odissea di sette ore è arrivato a casa della madre Carolyn Eubanks, 63 anni, perché non poteva permettere che morisse da sola con le bombole di ossigeno portatili ormai in esaurimento, la donna gli è crollata tra le braccia all’esterno; i vicini hanno aperto la porta e l’hanno trascinata dentro. Non hanno potuto salvarla, ma hanno custodito il cadavere fino all’arrivo delle motoslitte.

Salvador, l’inferno dei detenuti nel carcere più grande del mondo. La struttura sorge a Tecoluca (70 km) dalla capitale e ospita quarantamila carcerati. Con le leggi speciali anti criminalità è il “fiore all’occhiello” del presidente Bukele. Alessandro Fioroni su Il Dubbio l’1 marzo 2023

San Salvador

In fila indiana, le mani legate tra loro, le teste e i corpi completamente tatuati, coperti solo da un paio di boxer, tutti uguali. Così sono stati fatti sfilare la settimana scorsa i circa duemila arrestati al termine di un unica operazione, appartenenti alle bande criminali che spadroneggiano in Salvador. Nel tentativo di fermare lo strapotere dei cartelli il presidente salvadoregno Nayib Bukele, nel marzo dello scorso anno, ha dato il via alla cosiddetta guerra alle bande istituendo lo stato di emergenza. Lo scopo sarebbe quello di eradicare completamente il fenomeno attraverso misure che vanno ben al di là delle garanzie costituzionali e confinando tutti gli arrestati in una nuova mega prigione.

La struttura, denominata Centro di confinamento antiterrorismo, si trova a Tecoluca a settantaquattro chilometri a sud est della capitale San Salvador. Un penitenziario monstre (il piu grande del Latinoamerica e probabilmente del mondo) che una volta terminato conterrà fino a quarantamila detenuti. Ogni palazzina (otto in totale) ospita trentadue super celle di circa cento metri quadrati per un numero analogo di internati.

Il presidente Bukele ha salutato con grande enfasi la costruzione della prigione considerandola una parte fondamentale della sua strategia. Attraverso twitter ha dichiarato che: «questa sarà la loro nuova casa ( dei criminali arrestati ndr.), tutti insieme, incapaci di recare ulteriori problemi alla popolazione». I duemila mostrati alla gente in un'esibizione propagandistica saranno però solo i primi ospiti del Centro di confinamento antiterrorismo.

La popolazione carceraria infatti dovrà per forza allargarsi perché gli arresti massicci sono giornalieri. Da quando è iniziata la guerra alle gang sono stati catturati dalle forze speciali fino a sessantaquattro mila persone su circa 6,5 milioni di abitanti del Salvador.

L'azione anti crimine si è concentrata soprattutto nei confronti delle bande piu grandi e famose, l'MS- 13 e Barrio- 18 ad esempio hanno arruolato decine di migliaia di affiliati e sono responsabili di omicidi, estorsioni e traffico di droga. La direzione dichiarata dunque, anche se sembra abbastanza improbabile, e quella di arrestare tutti, ciò ha già sollevato le critiche delle organizzazioni per i diritti umani che sostengono come siano state arrestate moltissime persone innocenti che hanno subito trattamenti crudeli e degradanti. Le misure contenute nel decreto dello stato di emergenza consentono alla polizia di arrestare i sospetti senza mandato aumentando il numero delle detenzioni arbitrarie. Per capire come agiscono le forze di repressione anti crimine basta citare il caso di Soyapango, una delle più grandi città di El Salvador con una popolazione di oltre duecentonovantamila persone. Il centro urbano è notoriamente conosciuto come uno dei luoghi dove le gang sono attivissime. Ad aprile dello scorso anno diecimila soldati hanno circondato la città. Tutte le strade sono state bloccate e sono state perquisite le case alla ricerca di membri delle bande.

Nonostante le evidenti storture dei provvedimenti repressivi presi dal governo, il presidente Bukele sembra godere di un notevole favore da parte della popolazione. Un recente sondaggio condotto dalla Central American University ( UCA) ha rilevato che il 75,9% dei salvadoregni approva lo stato di emergenza. Non una sorpresa però perché il giro di vite è scaturito dal numero impressionante di omicidi il cui picco si è registrato il 26 marzo scorso con sessantadue vittime in sole 24 ore, una carneficina che non si ricordava dai tempi della guerra civile terminata nel 1992.

Il parlamento dunque ha accolto la proposta di leggi speciali che oltre alla possibilità di arresti senza l'autorizzazione di un magistrato puntano a controllare le comunicazioni. Molti degli omicidi sarebbero stati ordinati da dietro le sbarre e così nei penitenziari si attuano periodici blocchi dei colloqui e delle telefonate. Qualcosa di simile era già successo nel 2020, mentre il coronavirus si diffondeva nel paese, il presidente Bukele impose un blocco di cinquanta giorni per i membri delle bande imprigionati dopo che più di quaranta persone erano state uccise in 72 ore.

Chi è Daniel Noboa il nuovo presidente dell’Ecuador, il più giovane della storia del paese sud americano. Ha battuto alle urne la sfidante Diana González che aveva vinto al primo turno. Suo padre era l'uomo più ricco del Paese, sua moglie - Lavinia Valbonesi - è una modella e influencer. La coppia ha un figlio. Redazione Web su L'Unità il 16 Ottobre 2023

Ottiene il 52,29% dei voti, davanti a Diana González col 47,71% Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) dell’Ecuador ha annunciato che con oltre il 90% dello scrutinio dei voti espressi nel ballottaggio il candidato Daniel Noboa è diventato il nuovo presidente eletto, avendo raccolto il 52,29% dei suffragi “in una tendenza che è considerata irreversibile“. Noboa ha superato la González, che aveva vinto il primo turno il 20 agosto e che ieri ha raccolto il 47,71% dei voti. La González, candidata presidenziale di Revoluciòn Ciudanana nel ballottaggio svoltosi ieri in Ecuador, ha riconosciuto la vittoria del suo avversario liberale, inviandogli i suoi rallegramenti e assicurandogli collaborazione in Parlamento, ma non certo per “privatizzare le nostre risorse o rendere precaria la vita dei cittadini“.

Chi è Daniel Noboa il nuovo presidente dell’Ecuador

Nel suo quartier generale in un hotel di Quito, González si è rivolta ai suoi sostenitori e al suo vice nella formula Andrés Arauz, ringraziandoli e assicurando che “saremo qui per voi sempre. Grazie anche – ha concluso – a quelli che non hanno votato per noi. Ha vinto il candidato da loro scelto. I nostri più sentiti rallegramenti a quello che ora è il presidente eletto, Daniel Noboa“. Con i suoi 35 anni, Noboa è il più giovane presidente della repubblica della storia ecuadoriana. “Oggi abbiamo fatto la storia, le famiglie ecuadoriane hanno scelto un Paese con sicurezza e occupazione“, ha dichiarato il neo presidente. Di formazione imprenditore e con una relativamente breve esperienza politica di due anni in Parlamento (2021-2023), Noboa è figlio di Alvaro Noboa, l’uomo più ricco dell’Ecuador, per cinque volte candidato senza successo alla massima carica dello Stato. Durante le campagne elettorali dei due turni di votazione, il neoeletto presidente ha cercato di mostrarsi come una personalità “fuori dall’establishment“, assicurando comunque di voler rafforzare il modello di libero mercato esistente nel Paese.

Le elezioni

Gli altri obiettivi che ha promesso di affrontare immediatamente sono quelli di contrastare la violenza e l’insicurezza che si sono impadronite dell’Ecuador da alcuni anni e di dare una risposta rapida alla carenza di posti di lavoro. Obiettivi che richiederanno un forte impegno, visto fra l’altro che il suo mandato presidenziale, essendo una continuazione di quello interrotto da Lasso con lo scioglimento del Parlamento durerà appena 18 mesi, fino al maggio 2025 quando si svolgeranno nuovamente elezioni generali. L’Ecuador avrà una ‘first lady’ altrettanto giovane e atipica. Lavinia Valbonesi, 25enne nutrizionista, modella e influencer di origini italiane, è stata un elemento chiave della campagna digitale di Noboa, che in più occasioni ha fatto tendenza tra gli utenti dei social più seguiti dagli adolescenti come TikTok. Valbonesi godeva già di una certa popolarità tra gli ecuadoriani, ma per motivi estranei alla politica, grazie agli oltre 338mila follower su Instagram e più di 209mila su Tiktok.

La famiglia e gli avversari

Sui suoi social si definisce “Mamma di quasi due figli e specialista in nutrizione“. Dopo che Noboa è entrato nel ballottaggio delle elezioni, lo scorso agosto, Valbonesi ha annunciato la sua gravidanza. Alla fine del secondo dibattito presidenziale, ha riferito di aver avuto un’emorragia, ma che è stata superata. La giovane, il cui padre è italiano, è nata nella cittadina di Chone, nell’Ecuador occidentale, ed è cresciuta nelle Isole Galapagos. Ha incontrato Noboa quando aveva 21 anni e lo ha sposato nell’agosto 2021, diventando mamma per la prima volta nel 2022. Il governo degli Stati Uniti, attraverso la sua ambasciata a Quito, si è congratulato con il neo presidente per la vittoria. “Siamo ansiosi di lavorare con l’amministrazione entrante di Daniel Noboa per continuare a portare avanti le nostre priorità condivise in termini di sicurezza, sviluppo economico inclusivo, governance e ambiente“, si legge in dichiarazione divulgata sui social e firmata da Michael J. Fitzpatrick, rappresentante diplomatico della Casa Bianca nel Paese sudamericano.

La comunità internazionale

Noboa ha nel frattempo ricevuto i riconoscimenti anche da altre nazioni dell’America Latina. Oltre al presidente della Colombia, Gustavo Petro, che ha invitato il presidente eletto a “lavorare insieme per fermare la violenza” dei narcos, il presidente dell’Uruguay, Luis Lacalle, sui social si è detto “sicuro” che si continuerà ad “avanzare nelle relazioni bilaterali” tra i due Paesi. Da parte sua, il ministero degli Esteri cileno ha augurato a Noboa “il massimo successo nella sua amministrazione” e in un comunicato ha sottolineato “il grande spirito civico e l’impegno democratico dimostrati dal popolo ecuadoriano, che è venuto a votare in massa e pacificamente in queste elezioni“. La presidente del Perù, Dina Boluarte, si è aggiunta alla lista dei leader che hanno riconosciuto il presidente eletto. “Rinnoviamo il nostro più ampio desiderio di continuare a rafforzare la relazione di amicizia, cooperazione e integrazione tra Perù ed Ecuador, ricordando che quest’anno commemoriamo il 25/mo anniversario degli Accordi di Pace di Brasilia“, ha dichiarato. Anche il presidente di Panama, Laurentino Cortizo, si è congratulato con Noboa, celebrando una giornata elettorale “eccezionale” nel Paese sudamericano che “rafforza” la sua democrazia. Redazione Web 16 Ottobre 2023

Ecuador, candidato presidenziale Villavicencio ucciso durante comizio. Da Adnkronos su L'Identità il 10 Agosto 2023

Il candidato presidenziale Fernando Villavicencio è stato assassinato al termine di un comizio a Quito in vista delle elezioni del prossimo 20 agosto. Villavicencio, 59enne ex sindacalista candidato del Movimiento Construye, formazione di centrosinistra, è stato colpito da diversi colpi alla testa ed è stato dichiarato morto subito dopo il suo ricovero in ospedale. Nella sparatoria sono rimaste ferite altre otto persone.  Secondo quanto riporta il Washington Post, citando fonti della polizia federale, uno dei componenti del commando di sicari, che era stato ferito dagli agenti che avevano risposto al fuoco, è morto dopo l'arresto. Immediata la reazione del presidente in carica Guillermo Lasso: "Sono indignato e costernato per l'assassinio del candidato presidenziale Fernando Villavicencio – ha scritto sui social – per la sua memoria e la sua lotta, assicuro che questo crimine non rimarrà impunito". "Il crimine organizzato è andato molto avanti, però ora arriva tutto il peso della legge", ha poi aggiunto il presidente che ha convocato il consiglio di sicurezza.  In Ecuador recentemente si sta registrando un livello record di violenza delle gang e Villavicencio, che ha attaccato la corruzione del governo, aveva ricevuto minacce di morte da parte dei potenti gruppi di trafficanti di droga. Alcune ore dopo l'omicidio del candidato presidenziale, la sua campagna elettorale ha denunciato sui social media l'attacco del suo quartier generale da parte di uomini armati.  "Continueremo a lottare per gli ecuadoregni coraggiosi che vogliono salvare la loro patria dalle mani della mafia", aveva detto Villavicencio dopo aver denunciato le scorse settimane di aver ricevuto minacce di morte.  

Ecuador, ucciso a colpi di pistola il candidato alla presidenza Fernando Villavicencio. Storia di Redazione Tgcom24  su Il Corriere della Sera mercoledì 9 agosto 2023.

Il candidato alla presidenza dell'Ecuador, Fernando Villavicencio, è stato ucciso al termine di un evento elettorale. Giornalista e politico, Villavicencio è stato assassinato con colpi di armi da fuoco da persone non identificate all'uscita di una scuola in un quartiere settentrionale della capitale, Quito. Diversi video comparsi in rete ritraggono l'uomo nel momento in cui saluta la gente accorsa all'evento e finisce in una raffica di colpi d'arma da fuoco al momento in cui sale su un'automobile grigia. Villavicencio, riferiscono fonti del suo staff, è morto pochi durante il trasferimento all'ospedale Clinica de la Mujer.

Ucciso uno dei presunti componenti del commando  La procura generale dell'Ecuador ha riferito della morte di una persona sospettata di aver partecipato all'omicidio di Fernando Villavicencio. "Un sospetto, risultato ferito al termine dello scontro a fuoco con il personale di sicurezza, è stato fermato" e trasportato a un comando di polizia di Quito. "Un'ambulanza dei vigili del fuoco ha confermato il decesso", si legge in un post della procura pubblicato sul proprio profilo Twitter. Al momento prosegue la nota, si contano anche nove feriti tra cui una candidata al parlamento e due agenti di polizia.

Arrestate sei persone, ferite nove  Altre sei persone sono state arrestate. Nell'attentato contro il 59enne, politico e attivista, sono rimaste ferite altre nove persone, tra cui un'altra candidata e due poliziotti, stando a quanto riferito dalla procura. 

Condanna unanime  L'omicidio di Fernando Villavicencio, candidato della maggioranza di governo alle prossime presidenziali dell'Ecuador, ha scosso tutto l'arco politico del Paese. La condanna dell'attentato contro il 59enne giornalista e politico, delfino dell'attuale presidente Guillermo Lasso, è stata unanime anche da parte dei suoi avversari alla corsa alla presidenza. La favorita assoluta dei sondaggi, Luisa Gonzalez, candidata del partito dell'ex presidente Rafael Correa, ha manifestato la sua "indignazione" affermando che la morte di Villavicencio "è un lutto per tutti". Allo stesso modo il candidato del movimento indigenista Pachakutik, Yaku Perez, in corsa per il ballottaggio, ha manifestato il suo cordoglio e ha affermato che "l'Ecuador non merita nessun'altra morte". "E' il momento di unirci e recuperare la pace", ha detto. Il candidato indipendente di centrodestra, Otto Sonnenholzner, ha condannato l'attentato sostenendo che "il Paese è sfuggito di mano" al governo.

Le elezioni del 20 agosto  Le elezioni presidenziali si disputeranno il 20 agosto nel contesto di una grave crisi della sicurezza provocata dalla presenza sempre più forte dei cartelli della droga nel Paese. Lo stesso Villavicencio aveva denunciato nei giorni precedenti l'attentato di aver ricevuto minacce concrete da parte di un leader narco di nome José Adolfo Macías Villamar, alias "Fito". Il governo uscente del presidente Guillermo Lasso ha cercato fino ad oggi di gestire la grave situazione con un massiccio dispiegamento di militari e con misure straordinarie di ordine pubblico mirate su alcune province, ma senza risultati concreti.

Rischio caos nel Paese. Ecuador, ucciso il candidato alle presidenziali Villavicencio: agguato al termine di un comizio. Carmine Di Niro su L'Unità il 10 Agosto 2023

L’Ecuador piomba nel caos a dieci giorni dalle elezioni presidenziali, previste il 20 agosto. Uno dei candidati, il 59enne giornalista Fernando Villavicencio, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco al termine di un comizio a Quito, capitale del paese.

Come si nota in un video diventato virale sui social network, Villavicencio stava andando verso la sua auto quando è stato avvicinato da un uomo che gli ha sparato almeno tre proiettili alla testa, uccidendolo sul colpo: nel video non si vede chiaramente chi ha sparato al candidato ma solo i momenti di confusione che hanno fatto seguito all’esplosione dei colpi d’arma da fuoco.

Il presunto killer di Villavicencio, che nel 2021 era stato eletto in Parlamento e e che in questa tornata era candidato col partito centrista Movimiento Construye, è stato ucciso a sua volta dalle forze di sicurezza presenti sul posto. 

Come riferito dalla Procura generale ecuadoriana, anche altre nove persone sono rimaste ferite nel corso della sparatoria, tra cui due poliziotti. Sempre la Procura generale ha comunicato di aver arrestato altri sei sospetti.

Villavicencio è noto per essa stato un forte oppositore dell’ex presidente Rafael Correa, il cui mandato è terminato nel 2017, ma soprattutto per le sue battaglie sui legami tra la politica e le organizzazioni criminali, in particolare quelle dedite al traffico di droga. 

Mercoledì 9 agosto aveva rivelato in una intervista televisiva di aver ricevuto minacce di morte dal leader della gang criminale dei Choneros, noto come “Alias Fito”, recluso in carcere. I Choneros sono ormai una delle organizzazioni criminali più potenti dell’Ecuador e collaborano con lo spietato e potente cartello messicano di Sinaloa. Anche per questo Villavicencio si muoveva con la protezione della polizia.

Immediate anche le reazioni politiche. Guillermo Lasso, presidente uscente del Paese ma che non parteciperà alle elezioni, si è detto “indignato e sconcertato” per l’omicidio di Villavicencio mentre Luisa González, candidata del partito di centrosinistra Movimiento Revolución Ciudadana e considerata la favorita per la vittoria alle elezioni (sono otto i candidati in campo), ha condannato l’omicidio del giornalista e candidato, oltre a sospendere la campagna elettorale. Carmine Di Niro 10 Agosto 2023

L'assassino in Ecuador di Fernando Villavicencio non sorprende. Stefano Piazza su Panorama il 10 Agosto 2023

La banda dei «Los Lobos» ha rivendicato l'assassinio del candidato alle elezioni presidenziali in un paese sotto scacco dal crimine

Uno dei candidati alle elezioni presidenziali in Ecuador Fernando Villavicencio è stato ucciso a colpi di pistola alla fine di un comizio in una scuola della capitale, Quito. Si tratta del giornalista e attivista politico che da qualche settimana viveva sotto protezione della polizia dopo le minacce ricevute. Il suo assassino è morto per le ferite riportate durante la cattura, mentre altri 6 sospettati sono stati arrestati. Secondo i media locali «gli agenti speciali stavano indagando sulla possibilità che un ordigno esplosivo fosse stato piazzato proprio nel luogo del comizio dove poi è avvenuto l’agguato». Nel suo discorso, prima di essere ucciso, Villavicencio aveva promesso ai suoi sostenitori che avrebbe sradicato la corruzione e rinchiuso i "ladri" del paese. Prima della sparatoria, Villavicencio ha affermato di aver ricevuto molteplici minacce di morte, anche da affiliati del cartello messicano di Sinaloa, uno dei numerosi gruppi criminali organizzati internazionali che operano indisturbati in Ecuador. Ha detto che la sua campagna rappresentava una minaccia per tali gruppi. «Qui sto mostrando la mia faccia. Non ho paura di loro» riferendosi al boss del crimine detenuto José Adolfo Macías conosciuto come "Fito". Villavicencio era uno degli otto candidati al voto presidenziale del prossimo 20 agosto, anche se non veniva dato per favorito.

«Vi assicuro che questo crimine non rimarrà impunito» ha affermato il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso che in una nota ha aggiunto: «La criminalità organizzata è andata troppo oltre, ma sentiranno tutto il peso della legge». In risposta all'attentato, il presidente dell’Ecuador ha dichiarato in un discorso trasmesso su YouTube dopo una riunione del gabinetto di sicurezza e di altri alti funzionari lo stato di emergenza per 60 giorni in tutto il Paese: « Le Forze Armate fin da questo momento sono mobilitate su tutto il territorio nazionale per garantire la sicurezza dei cittadini, la tranquillità del Paese e le elezioni libere e democratiche del 20 agosto». Come scrive stamani Le Monde: «L'annuncio è arrivato nell'ambito di un comunicato congiunto con Diana Atamaint, capo del Consiglio elettorale nazionale, che ha dichiarato: La data delle elezioni previste per il 20 agosto rimane inalterabile, in ottemperanza al mandato costituzionale e legale». Quanto accaduto non deve certo sorprendere in una regione nota per la violenza da record e dove spicca la recente spirale di illegalità e spargimento di sangue dell'Ecuador. Sede di cinque degli otto terminal marittimi della nazione, la città più ricca dell'Ecuador è Guayaquil che lo scorso anno ha registrato circa 47,7 omicidi ogni 100.000 abitanti che è anche una delle 25 più città più pericolose del mondo come scrive l'organizzazione messicana, Citizens Council for Security, Justice and Peace che racconta in un suo recente report come Guayaquil ha mostrato l'aumento più rapido degli omicidi dal 2021 al 2022 di tutte le città classificate. «Anche le città portuali di Machala, Manta ed Esmeraldas hanno registrato un drammatico aumento degli omicidi nel 2022, tutti con tassi superiori a 25 ogni 100.000 residenti». Inoltre si legge nel loro report « che la maggior parte degli omicidi nelle quattro città sono legati ad attività di droga che coinvolgono spedizioni internazionali». La polizia nazionale ha segnalato 1.537 omicidi a Guayaquil nel 2022 rispetto ai 992 del 2021. Il ministero dell'Interno dell'Ecuador attribuisce il 75% degli omicidi della città del 2022 all'attività di bande criminali, la maggior parte legata al trasporto di droghe. Come scrive America Qarterly «Non c'è quindi da stupirsi che gli indici di approvazione del presidente Guillermo Lasso siano crollati , alimentando diverse richieste di impeachment , scatenate dalle accuse di corruzione che collegano il cognato del presidente ai trafficanti di droga », accuse che Lasso e suo cognato hanno negato. Tutti i guai dell’Ecuador sono dovuti all’insaziabile domanda globale di cocaina. Come scrivono gli investigatori: « Grazie in parte alle bande balcaniche, l'Ecuador ora funge sia da centro per il trasbordo che per l'esportazione di cocaina dalla Colombia e dal Perù. La crisi è acuta a Esmeraldas, al confine con la Colombia, e soprattutto nella città portuale di Guayaquil, porta del Paese sul mondo» A guidare il letale traffico di stupefacenti stanno emergendo gruppi di reti criminali, con portata e ambizioni globali. Tra loro sempre piu’ peso ha la criminalità organizzata albanese ha iniziato a migrare in Ecuador negli anni '90, attratta dalla prospettiva di unire le forze con fiorenti cartelli locali e controlli di frontiera relativamente permissivi visto che fino a poco tempo fa, gli albanesi potevano entrare liberamente in Ecuador senza visto. Quella politica di “laissez faire” sostenuta da mazzette ad ogni livello è terminata nel 2020 quando l'Ecuador ha imposto requisiti di visto più severi ma ormai il danno fatto è irreparabile. Circa il 33% della cocaina sequestrata in Ecuador nel 2021 era destinata ai mercati europei, rispetto a solo il 9% nel 2019. In particolare, i Balcani sono un nuovo hub chiave in questo lucroso commercio intercontinentale (del valore di 10 miliardi di dollari nel 2017), con bande albanesi protagoniste sempre più importanti su entrambi i lati dell'Equatore. Dopo gli arresti record nel 2021, nonostante i blocchi della pandemia, l'Ecuador è attualmente al terzo posto per interdizioni di cocaina (6,5% dei sequestri globali), superato solo dalla Colomb ia (41%), dove il raccolto di coca è in forte espansione, e dagli Stati Uniti (11% ) . La maggior parte della cocaina viene nascosta in container, di cui solo l'8-10% circa è soggetto a ispezioni e qui torniamo alle mazzette. Con le operazioni antidroga che colpiscono di continuo Brasile, Colombia e Perù, l'Ecuador è diventato una sorta di eldorado per i trafficanti stranieri che grazie ai soldi ottengono documenti fraudolenti, carte d'identità, passaporti e licenze di esportazione tra loro la maggior parte dei criminali albanesi risiede a Guayaquil, spesso sotto falso nome. Per tornare all’omicidio di Fernando Villavicencio l'organizzazione criminale Los Lobos legata al cartello messicano di Jalisco, ha rivendicato con un video su Twitter l'assassinio dell'aspirante presidente e ha minacciato anche altri politici del Paese, tra cui Jan Topic, che corre anche lui per la presidenza. Il video mostra una ventina di uomini incappucciati: uno di loro legge una nota a nome dei leader del gruppo e avverte il popolo ecuadoriano « che prenderanno misure forti contro i politici corrotti che non mantengono le promesse o usano milioni di dollari per finanziare la campagna elettorale».

Nove persone ferite nell'agguato tra la folla. Ecuador, l’omicidio del candidato Fernando Villavicencio dopo il comizio e il giallo della rivendicazione. Redazione su Il Riformista il 10 Agosto 2023

Ucciso dopo essere appena entrato in auto al termine di un comizio a 10 giorni dalle elezioni in Ecuador. Un agguato tra la folla quello costato la vita a Fernando Villavicencio, candidato alle presidenziali con il movimento Build Ecuador, barbaramente ucciso la sera del 9 agosto nella capitale Quito mentre altre nove persone, tra cui un’altra candidata e due poliziotti, sono rimasti feriti. Un omicidio rivendicato e poi smentito da un cartello locale dedito al narcotraffico: sei persone sono state arrestate nelle ore successive all’agguato, una, un giovane ragazzo, è rimasta uccisa in seguito a uno scontro a fuoco con la polizia.

Il presidente della Repubblica uscente, Guillermo Lasso, ha dichiarato lo stato di emergenza nel Paese per 60 giorni, pur confermando la data delle elezioni in programma il prossimo 20 agosto.

Villavicencio aveva 59enne, era un giornalista ed ex sindacalista considerato il delfino di Lasso, e già faceva parte del parlamento dell’Ecuador. La condanna dell’attentato è stata unanime anche da parte dei suoi avversari. La favorita assoluta dei sondaggi, Luisa Gonzalez, candidata del partito dell’ex presidente Rafael Correa, ha manifestato la sua “indignazione” affermando che la morte di Villavicencio “è un lutto per tutti”.

Sia le che anche altri candidati alla presidenza hanno sospeso la campagna elettorale per solidarizzare con la famiglia di Villavicencio.

Villavicencio il mese scorso aveva denunciato di aver ricevuto minacce concrete da parte di un boss del cartello messicano di Sinaloa, José Adolfo Macías Villamar, detto Fito. Ma a rivendicare l’attentato, seppure è stato Los Lobos, il secondo più grande gruppo criminale dell’Ecuador, legato al cartello messicano della droga di Jalisco Nuova Generazione: in un video trasmesso sui social, dove appaiono una ventina di uomini incappucciati, la gang minaccia altri politici del Paese, tra cui il candidato di destra alla presidenza Jan Topic, imprenditore del partito Socialcristiano

Dopo alcune ore, un nuovo video dei Los Lobos, questa volta a volto scoperto e vestite di bianco, smentisce il precedente filmato, invitando la popolazione “a non farsi ingannare. Respingiamo l’assassinio del candidato alla presidenza Fernando Villavicencio. Vogliamo chiarire che non abbiamo mai assassinato persone del governo o civili”, dichiara uno dei presenti.

Il caso Villavicencio conferma che le presidenziali si disputeranno nel contesto di una grave crisi della sicurezza provocata dalla presenza sempre più forte sul territorio dei narcos.

“Nell’ambito oscuro della criminalità organizzata ecuadoriana, i Los Lobos emergono come una banda che ha le sue origini nei temuti Los Choneros, organizzazione di sicari dedita al traffico di droga e altri crimini”, scrive il giornale spagnolo La Razon.

Villaviciencio era conosciuto per le numerose denunce di malaffare nei confronti di funzionari del governo dell’ex presidente, Rafael Correa. Durante la sua carriera rivelò casi di corruzione nel governo. In uno degli articoli, accusò l’ex presidente Correa, in carica dal 2007 al 2017, di crimini contro l’umanità. Il testo gli costò 18 mesi di carcere nel 2014 per ingiuria.

Tra i casi da lui sollevati durante il biennio da parlamentare (2021-2023), quello principale è legato al presunto schema di corruzione nel cosiddetto caso “Petrochina”. Tramite la compagnia energetica nazionale Petroecuador, di cui Villaviciencio è stato sindacalista all’inizio della sua vita pubblica, Quito aveva firmato contratti con Pechino per avere denaro in cambio della concessione del greggio (e con tassi di interesse vicini al 7 per cento), da raffinare presso stabilimenti in Cina. Le indagini, comprese quelle compiute dalla giustizia statunitense, hanno rivelato che il petrolio non sarebbe pero’ arrivato direttamente ai cinesi, ma ad altre imprese asiatiche le quali, a loro volta, lo giravano a raffinerie nella costa occidentale degli Usa. Il greggio pesante ecuadoriano sarebbe inoltre divenuto ancora piu’ appetibile viste le restrizioni imposte proprio dagli Usa a quello del Venezuela. Le operazioni denunciate avrebbero causato la perdita di 3,6 dollari per ogni barile di petrolio venduto, finendo per sottrarre circa cinque miliardi di dollari all’erario ecuadoriano, secondo Villaviciencio.

Nel corso della sua campagna elettorale aveva più volte puntato il dito contro l’influenza esercitata dal crimine nella politica nazionale, a tanti livelli, e poche ore prima dell’attentato aveva anche parlato di “pesante corruzione” all’interno della polizia nazionale, corpo secondo lui da riformare completamente.

Estratto dell'articolo di Daniele Mastrogiacomo per “la Repubblica” venerdì 11 agosto 2023. 

I narcos lanciano un attacco al cuore dello Stato e uccidono con 12 colpi il candidato alla presidenza dell’Ecuador Fernando Villavicencio. La polizia parla di 40 proiettili. […]Un commando ha piazzato una serie di ordigni nel perimetro della manifestazione e poi ha incaricato un sicario di chiudere la bocca al giornalista di 58 anni ormai lanciato in politica. 

Sono le 18:20 di giovedì. Siamo davanti alla scuola Anderson, nel cuore di Quito, la capitale andina dell’Ecuador. Il prossimo 20 agosto si vota per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale e si indica il futuro presidente. Il killer avanza, si fa largo tra la folla giunta per assistere all’ultimo grande raduno del candidato del Movimiento Construye.

Raggiunge Villavicencio che sta salendo sulla sua auto, circondato da un muro di guardie del corpo. Punta la sua arma. I colpi sono singoli. La selva di proiettili si apre a raggiera. Ci sono molti feriti, uomini e donne che urlano a terra, l’asfalto che si impregna di sangue, l’aria avvolta da nuvole di polvere da sparo e dal fumo delle esplosioni. Il presunto killer viene ucciso. […]

Il presidente dimissionario, Guillermo Lasso, decreta lo stato di emergenza nazionale per 60 giorni. Schiera l’esercito per le strade. «I soldati garantiranno la sicurezza dei cittadini, la tranquillità del Paese e le elezioni libere e democratiche del 20 agosto come previsto dal Consiglio Nazionale dell’Ecuador», posta pochi minuti dopo l’agguato. 

[…] Undici giorni prima delle consultazioni che decideranno il futuro del Paese, il braccio armato della Jalisco Nueva Generación , Cartello dominante in Messico, sferra la sua offensiva e detta le regole del confronto. «Il crimine è politico», si affretta a dire Lasso, «la matrice è terrorista». Passano poche ore e compare un video di rivendicazione, la cui autenticità è ancora da verificare.

È firmato dai Los Lobos , gruppo criminale alleato con altri due, i Tiguerones e i Chone Killers , acerrimi nemici dei Los Choneros , legati a un altro cartello Messicano quello di Sinaloa, del Chapo Guzmán, oggi guidato dai suoi figli, i Chapitos. 

Circondato da decine di uomini vestiti di nero, passamontagna in testa anche questo nero, Ak-47 imbracciati e sollevati in aria, uno dei capi legge un comunicato gonfio di minacce e di avvertimenti. «Rivendichiamo l’azione di oggi», annuncia con voce ferma e tesa. «È un chiaro segnale a tutti quegli politici corrotti che si sono riempiti le tasche con i nostri soldi - che sono milioni di dollari - e poi non mantengono la parola presa». Quindi, la firma. Gridata in coro da tutti, le armi di nuovo alzate, l’indice e il mignolo aperti a orecchie, quelle dei lupi: «Somos los Lobos». 

Una guerra per procura. I messicani hanno bisogno del prodotto.

Cocaina soprattutto. Senza più fornitori che garantivano gli ordini, nei tempi e nelle quantità richieste, i narcos hanno deciso di conquistare tutta la filiera. Sono andati direttamente sul posto dove si coltivano e si trasformano le foglie di coca: in Ecuador, Perù e Bolivia. 

L’Ecuador è il cuore della rotta del Pacifico. Ha i suoi porti, nodi strategici per il traffico di precursori chimici e altre droghe sintetiche, come il fentanyl, che arrivano dall’Asia. Due settimane fa, nella città portuale di Manta, principale approdo della costa, è stato assassinato il sindaco Agustín Intriaco.

[…] Persino la Ue è preoccupata. L’Alto rappresentante della politica estera Josep Borrell denuncia il «grave pericolo per la democrazia». Anche Fernando Villavencio, uomo di sinistra, invocava la linea dura contro la criminalità. Era attestato tra il terzo e il quinto posto nei sondaggi. Poche speranze di vincere. Ma dava fastidio. Andava eliminato. Un esempio per tutti.

Ecuador, il lato oscuro del Paese sotto il controllo del cartello di Sinaloa: così è nato un altro narco-Stato. Storia di Guido Olimpio su Il Corriere della Sera venerdì 11 agosto 2023.

L’agguato. Le possibili collusioni. I collegamenti esterni. La droga. La mobilitazione dell’esercito perché la polizia è insufficiente. Non stiamo parlando del lato oscuro del Messico ma dell’Ecuador in marcia verso il voto.

L’uccisione del candidato Fernando Villavicencio è il simbolo della tempesta «perfetta», sospinta da venti cattivi e a volte mascherati. Un attacco avvenuto in un contesto deteriorato dove i criminali locali collaborano con i grandi network internazionali. Un’alleanza che ha trasformato il Paese da punto di transito a base di partenza della coca, nascosta nei container pieni di banane diretti in Europa, sui narco-sub che fanno rotta verso il Centro America, nelle valigie sui jet. Calcoli approssimativi ritengono che ne partano circa 800 tonnellate all’anno. Ma sono numeri inverificabili, come quelli messicani. Gli omicidi sono passati da 1.088 nel 2019 ai 4.761 dello scorso anno mentre a causa di faide nelle carceri hanno perso la vita oltre 400 detenuti.

La vittima, Villavicencio, aveva lanciato la sua campagna contro i corrotti ed aveva rivelato, appena un mese fa, di aver ricevuto minacce dirette da parte del cartello di Sinaloa, quello gestito dai figli de El Chapo Guzman in concorrenza con altri boss. L’organizzazione agisce in Ecuador dai primi anni 2000, con suoi uomini e attraverso un patto operativo con i Cochoneros. Questa fazione però ha avuto diversi problemi interni e uno dei suoi capi storici, Junior Roldan, è stato fatto fuori a maggio in Colombia. Lui guidava l’ala nota come Los Aguilas mentre il resto della banda, i Los Fatales, rispondono agli ordini di José Adolfo Villamar, detto Fito, un famoso bandito detenuto da tempo che avrebbe inserito nella lista di morte proprio l’esponente politico freddato a Quito.

A confondere le piste — altra similitudine con il mattatoio messicano — è spuntato un video dei Los Lobos: una falange di uomini mascherati si è assunta la responsabilità dell’attentato. Sortita propagandistica smentita però dai capi «ufficiali». È un intreccio consueto, una giungla per nascondere, forse un depistaggio per intorbidire acque già melmose. I Los Lobos rappresentano un ganglio nero che muove insieme al cartello di Jalisco, il rivale di Sinaloa e, secondo gli esperti, è in ascesa. Nella stessa orbita muovono anche i Tiguorones e i Chones. Frequenti le battaglie che forse potevano conoscere una pausa. Fito, pochi giorni fa, ha comunicato dal carcere la firma di una tregua con i Los Lobos. Particolare: il padrino, durante la detenzione, è diventato avvocato.

Questi non sono comunque gli unici protagonisti. Qui agiscono esponenti della mala straniera, compresi alcuni clan albanesi, al centro di una lotta dura. Anche questa una conseguenza del ruolo strategico dell’Ecuador nell’export della polvere. Un filo bianco che porta inevitabilmente alla Colombia, la grande produttrice, dove un anno fa è stato assassinato il magistrato ecuadoriano Marcelo Pecci, colpito in spiaggia durante la luna di miele.

Le indagini-lampo sulla morte di Villavicencio — anche qui in stile messicano, quando vogliono offrire dei colpevoli — hanno portato alla cattura del commando composto da presunti colombiani e all’uccisione del killer. Personaggi noti, che erano stati arrestati e rimessi in libertà. L’ordine è arrivato da Sinaloa? C’è molta «nebbia» attorno all’imboscata. L’esponente non era a bordo di un’auto blindata e la scorta è stata colta di sorpresa nonostante l’esistenza di avvertimenti continui. Vedremo gli sviluppi, vedremo se entrerà sul serio nell’inchiesta l’Fbi americana dato che il governo ha chiesto l’assistenza di Washington. Serve un aiuto importante ma anche un occhio indipendente, al riparo da infiltrazioni.

Il dramma di Villavicencio ricorda la fine di Luis Donaldo Colosio. Aspirava a diventare presidente, si era messo contro i dinosauri del partito Pri, sventolava un messaggio da «mani pulite» e lo hanno fermato. Era il 23 marzo 1994. A Tijuana, Messico.

Le Nazionalizzazioni.

Le Donne.

Il Fumo.

Persecuzione dei Cattolici.

Le Stragi.

Le Nazionalizzazioni.

Il Messico nazionalizza il litio: “non è degli americani, né dei cinesi, ma del popolo”. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 29 Marzo 2023

Niente più sfruttamento di litio messicano, almeno non da parte di Paesi stranieri. È quanto ha stabilito il Presidente Andrés Manuel López Obrador firmando un decreto che nazionalizza il metallo tanto caro alla filiera delle batterie per auto elettriche, simbolicamente siglato nella città di Bacadéhuachi, sede della più grande riserva di litio al mondo. L’obiettivo del Governo è piuttosto chiaro: impedire a potenze come Russia, Cina o Stati Uniti di sfruttare le sue riserve, che coprono più di 200mila ettari distribuiti fra diversi comuni (come Arivechi e Divisadero). Così, sull’eco delle parole del suo rappresentante («facciamo in modo che la Nazione sia la proprietaria di questo minerale strategico»), il Messico ha creato la LitioMX, società pubblica ‘Litio per il Messico’ controllata dal ministero dell’Energia.

Che ne sarà delle società che detengono già delle concessioni sul territorio? Queste sono al momento 36, di cui 27 attive. La più importante, che ha come protagonista la cinese Bacanora Lithium, prevede per l’anno in corso l’estrazione di 35mila tonnellate di metallo all’anno. Obrador ha detto che anche questi accordi saranno ‘rivisti’ alla luce dei nuovi sviluppi – anche se non si sa come e in che modo – ma è molto probabile che il Messico non escluda del tutto la partecipazione ‘esterna’ (pur mantenendo, dice, sempre una quota di maggioranza in qualsiasi futura joint venture).

Senza gli investimenti stranieri, infatti, come tra l’altro ha ammesso lo stesso Presidente in passato, il Paese non sarebbe in grado di fornire il denaro necessario allo sfruttamento e l’estrazione del litio presente sul suo territorio e probabilmente non sarebbe neppure in grado di gestire tali operazioni. Fermo restando che la nazionalizzazione del metallo c’è, esiste, ed è un dato di fatto.

Di litio negli ultimi anni si parla moltissimo. Questo viene estratto principalmente in Sud America e in Australia, ed è in realtà presente in poche zone del mondo (circa 23 Paesi). Si stima che il Messico possa avere circa 1,7 milioni di tonnellate, piazzandosi al decimo posto in termini di riserve.

E, visto che dal 2035 entrerà in vigore il divieto di vendita di auto nuove con motore a combustione, la domanda globale di litio, non a caso definito ‘oro bianco’, esploderà. La stessa Commissione europea a settembre del 2020 lo ha inserito, per la prima volta, nell’elenco dei “materiali critici” – definiti tali per l’alto valore economico e l’elevato rischio di approvvigionamento. Solo in Europa la domanda di litio potrebbe aumentare di 18 volte nei prossimi dieci anni, visto il suo impiego in ambito tecnologico, superando l’offerta. Tant’è che in diverse parti del mondo, quelle più ricche di litio – tra cui il famoso “Triangolo del Litio”, un’area tra Cile, Argentina e Bolivia che detiene più della metà delle riserve mondiali – cresce di giorno in giorno la preoccupazione per gli impatti socio-ambientali e geopolitici che la frenetica ricerca del metallo potrebbe portarsi dietro. E che l’Europa potrebbe causare per prima visto che attualmente dipende totalmente dalle risorse estere.

Obrador, prima di gioire, dovrà infatti fare i conti con un’altra realtà, già piuttosto concreta: la presenza della criminalità organizzata nelle zone interessate e la dilagante corruzione, entrambi elementi che crescono al crescere degli interessi economici. Senza considerare i danni ambientali – e anche umani, per via degli attivisti indigeni uccisi – che una spropositata estrazione mineraria si porta dietro. [di Gloria Ferrari]

Le Donne.

I diritti delle donne in Messico tra femminicidi e nuovo riscatto. La violenza è frequente nelle carceri messicane. Gli scontri scoppiano regolarmente tra detenuti di bande rivali, che in luoghi come Juarez fungono da delegati per i cartelli della droga. Dorella Cianci su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Gennaio 2023

La violenza è frequente nelle carceri messicane. Gli scontri scoppiano regolarmente tra detenuti di bande rivali, che in luoghi come Juarez fungono da delegati per i cartelli della droga. I giornalisti hanno difficoltà a raccontare la verità, temendo di mettere a rischio la loro vita e quella dei loro familiari. Le giornaliste sono spesso vittime anche di stupri. Su Netflix, Ruido racconta questo dramma, quello delle madri, quello dei tanti cittadini onesti, i quali faticano a condurre una vita normale in tutto il Messico. E poi, in particolare, c’è Ciudad Juarez, una popolosa città, che è stata teatro di anni di violenti, di scontri tra le forze di sicurezza e i cartelli della droga rivali (Sinaloa e Juarez), provocando migliaia di morti nell'ultimo decennio. Il 2023 è iniziato proprio parlando di questa zona, dove sono scoppiate rivolte nelle carceri. 25 membri del cartello di Sinaloa sono fuggiti il ​​primo gennaio, incluso uno dei maggiori leader della banda criminale. Due giorni prima, il presidente López Obrador si era congratulato con se stesso per il calo della violenza nel suo Paese, tentando di mascherare, forse, una situazione emergenziale, che solo in parte si è rasserenata nei giorni, appena trascorsi, dei vertici dei Paesi del Nord America, con la presenza di Biden.

Sindaco di Ciudad Juarez, (eletto nel 2021) Francisco Hector Treviño Cantù. Come reagisce la sua comunità cittadina a questa tendenza?

«Tutto il mondo conosce questa città per la sua violenza, per la sua pericolosità, per il narcotraffico, per l’elevato numero di femminicidi… Non si può negare niente e non si può esser troppo entusiasti di come sia iniziato questo anno, qui da noi. Tuttavia il ragionamento dovrebbe essere più articolato. Il mondo intero è un posto sempre più insicuro, così come sta venendo fuori in altre zone dell’America Latina, come si sta intuendo in Europa, dopo la faccenda dell’Ucraina, che mette a rischio la vostra pace, ma fa anche incrementare il narcotraffico e quello delle armi, che passa silenzioso da un continente all’altro, approfittando della situazione di guerra. Questo mio ragionamento non vuol di certo sminuire la pericolosità del Messico, ma solo evidenziare come, attualmente, ogni sistema democratico sia messo in silenziosa crisi dall’illegalità crescente, dalle speculazioni economiche, dalle guerre (quelle più note e quelle ormai radicate), da una sopraffazione delle democrature e delle dittature, abituate a prosperare nella carenza dei diritti».

La sua analisi è certamente delicata e interessante, anche per noi europei. Vorremmo però ancora qualche notizia aggiornata su quei dati diffusi dall’attivista Salguero, quando mise a punto una mappa con tutti i casi di violenze sulle donne, in Messico e nei diversi quartieri della sua città. Ad oggi?

«Attualmente la violenza è ancora molto diffusa. Non si può dire il contrario: sia quella per le nostre strade, sia quella privata, delle donne invisibili, spesso lasciate quasi segregate. Il problema femminile è soprattutto un problema culturale, qui da noi e non solo… Lei citava i casi di violenza sulle giornaliste, ma quel fenomeno è ancora più difficile da spiegare a chi è lontano».

In che senso?

«La società messicana non riesce ad attribuire alla donna, sin dall’infanzia, il rispetto naturale che merita. Ovviamente questo accade nei molti strati indigenti della popolazione. In quella povertà prospera violenza e ignoranza. La profonda spaccatura sociale dei nostri territori è una vera bomba di disuguaglianze, che strizzano l’occhio alla criminalità. E poi, invece, ci sono donne che intraprendono carriere brillanti, come quella appena eletta a capo della Corte suprema, ma anche molte attiviste e giornaliste. Il Messico non ha conosciuto ancora una vera ondata di femminismo. Penelope perde, qui da noi, ma ancora per poco».

Il Fumo.

Messico, divieto di fumo in tutti gli spazi pubblici: anche all'aperto. È entrata in vigore una delle leggi anti-tabacco più severe al mondo. La Repubblica il 15 Gennaio 2023.

Sono lontanissimi in tempi in cui Goethe poteva dire che il tabacco era uno dei grandi piaceri della vita, o si potevano fare battute sulla tolleranza verso i non fumatori. Sulle sigarette non si scherza più. In molte parti del mondo, ma in alcune più di altre.

La legge messicana

Non è fumo per gli occhi. Le sigarette sono di fatto bandite. Ovunque. Non c'è solo il divieto di fumare in un ristorante, in un ufficio, in metropolitana, è vietato dappertutto. Nei parchi, in spiaggia, al lago. È entrata in vigore una delle leggi anti-tabacco più severe al mondo che vita di fumle in ualsiasi spazio pubblico, anche al'aperto. Ma non finisce qui: le sigarette sono anche demonizzate. Ci sarà il divieto totale di pubblicità, promozione e sponsorizzazione dei prodotti del tabacco, non potranno nemmeno essere esposti all'interno dei negozi. Anche i vaporizzatori e le sigarette elettroniche sono soggetti a nuove restrizioni più severe.

Il precedente della Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda a dicembre aveva approvato una legge severissima: una norma che proibisce la vendita di sigarette non solo ai più giovani ma anche alle future generazioni. La legislazione introdotta dal parlamento di Wellington vieta di vendere tabacco a chiunque sia nato dal primo gennaio 2009 in poi: ovvero un divieto di fumare per tutti coloro che oggi hanno dai quattordici anni in giù, inclusi quelli che devono ancora nascere.

Il Buthan è il più severo del mondo

Il Buthan, un piccolo stato – gli abitanti sono solo 650mila – che sorge nella catena dell’Himalaya, tra l’India e il Tibet, è invece il più severo del mondo. Lì, infatti, dal giugno 2010 è in vigore il Tobacco Control Act, una legge che proibisce la coltivazione, la produzione e la vendita di tabacco e di derivati del tabacco in tutto il paese. È l'unico stato al mondo ad aver bandito totalmente il fumo.

Persecuzione dei Cattolici. Cristeros, storia di una guerra dimenticata. Emanuel Pietrobon il 14 Gennaio 2023 su Inside Over. 

Crocifissi vietati, chierici costretti a camminare in incognito senza talare, squadroni all’assalto di chiese. Il cattolicesimo come ragione di discriminazione sul posto di lavoro, l’abiura come via di salvezza da morte certa. E tante, tante stragi di innocenti. Scene di persecuzione religiosa che potrebbero ricordare la Nigeria degli anni bui della guerra a Boko Haram o il Siraq caduto sotto il controllo del Daesh, ma che non hanno avuto luogo né in Africa né in Medio Oriente, non sono accadute nel XXI secolo e non hanno avuto nulla a che fare con il terrorismo islamista. Questa è la storia della più feroce persecuzione religiosa del Novecento: la guerra cristera nel Messico degli anni Venti.

La genesi della guerra cristera

Nel 1917, mentre il pianeta era in guerra, il Messico si avviava verso l’uscita da un conflitto fratricida durato ben sette anni e scoppiato a causa del malcontento trasversale che si era accumulato nel corso della lunga dittatura di Porfirio Díaz. Per sette anni, dal 1910 al 1917, messicani di ogni credo e ceto si erano combattuti per decidere il fato del paese. Risultato: quasi tre milioni di morti.

Nel 1917, sebbene gli scontri sarebbero durati altri tre anni, il vincitore era già emerso: erano i costituzionalisti di Venustiano Carranza, l’equivalente messicano dei giacobini, che quell’anno promulgarono la nuova carta fondamentale del Messico. Una carta avanguardistica dal punto di vista dei diritti sociali, ma estremamente, o meglio, intrinsecamente anticlericale.

Gli eredi di Carranza, Álvaro Obregón e Plutarco Calles, avrebbero rapidamente utilizzato ambiguità e disposizioni della nuova costituzione per muovere una guerra all’acerrimo nemico della galassia liberale, ovvero la Chiesa cattolica, e per dare seguito al sogno recondito di dar vita ad una chiesa nazionale, indipendente dal papato, plasmata dall’esperienza del Culto della Ragione e dell’Essere supremo dell’era giacobina e ispirata ai valori massonici dei padri fondatori del nuovo Messico.

Né Obregón né Calles potevano immaginare l’accesa e ampia resistenza della popolazione al piano di scristianizzazione della società, cominciato con l’eloquente tentativo di far saltare in aria la Madonna di Guadalupe, un simbolo nazionale ancor prima che cattolico, nel 1921. Ma le politiche anticlericali, in seguito divenute vere e proprie persecuzioni ai danni dei fedeli, avrebbero determinato lo sprofondamento del martoriato Messico in una nuova guerra civile.

La passione dei cattolici messicani

L’inizio della guerra cristera si fa risalire tradizionalmente al 1926, anno della proclamazione della legge Calles, ma il terreno fu preparato nei sei anni precedenti. Attentati. Piccole compressioni della libertà di culto. Adozione di linguaggio avvelenato. Accuse alla Chiesa cattolica di essere una forza antinazionale.

Nel 1921, a un anno di distanza dall’insediamento alla presidenza di Obregón, un tale a libro paga governativo, Luciano Pérez, introdusse un ordigno nella basilica di Nostra Signora di Guadalupe allo scopo di distruggere il simbolo del cattolicesimo messicano, ossia il mantello miracoloso della Vergine di Guadalupe. L’attentato fallì clamorosamente (o miracolosamente?), giacché la bomba, pur riducendo in cenere l’altare, lasciò intatto il mantello, ma il messaggio raggiunse la Chiesa cattolica.

Di lì a poco, per l’intera durata dell’arco presidenziale, Obregón avrebbe avviato una persecuzione morbida della popolazione cattolica basata sul principio della rana bollita: piccole ma costanti e crescenti compressioni della libertà di culto. A mandato terminato, nel 1924, il presidente era riuscito a rimuovere l’insegnamento della religione cattolica dalle scuole pubbliche, a rimpatriare parte del clero straniero e a imporre una serie di limitazioni alla presenza del sacro nella vita pubblica.

Obregón fu succeduto da Calles, il capofila dell’ala radicale dei costituzionalisti, che della marginalizzazione del cattolicesimo avrebbe fatto il punto focale della propria presidenza. Autore e promotore della legge omonima del 1926, il Capo di Stato elevò qualitativamente la persecuzione: da morbida e velata a dura e pubblica.

La legge Calles, che ancora oggi è considerata una delle legislazioni più anticlericali che siano mai state prodotte in un regime (semi) democratico, fu il fondamento giuridico che diede giustificazione alla lotta senza quartiere al cattolicesimo. Dal ventre di questa norma fu partorita una serie di disposizioni molto severe, alcune punibili con ammenda, altre con l’incarcerazione e altre ancora con l’esilio, tra le quali l’obbligo di apostasia per i dipendenti pubblici, l’espropriazione con annessa nazionalizzazione di chiese, conventi e monasteri, e l’accelerazione della campagna di espulsioni dei chierici di nazionalità straniera iniziata da Obregón.

La legge Calles consacrò l’inizio di una persecuzione di Stato, legale e istituzionalizzata, a geometria variabile. Perché gli Stati federati, in quanto tali, furono lasciati liberi di applicare la legislazione a propria discrezione, e così fecero. Mentre alcuni preferirono moderare il liberticidio, limitandosi a privare i chierici del diritto di voto o a imporgli di sposarsi, altri, come il Chiapas, sfruttarono la legge per giustificare la chiusura di chiese, la messa al bando di ogni libro religioso, il divieto di esporre di croci in luogo pubblico, la ridenominazione di città e villaggi, la cancellazione delle festività cattoliche e persino l’assassinio del clero.

Ad accompagnare la progressiva implementazione della legge Calles, la comparsa di gruppi paramilitari specializzati nell’assalto alle chiese, nell’uccisione di chierici politicamente attivi e nella perpetrazione di violenze ai danni dei fedeli. Essere cattolici era diventato impossibile. E fu così che il primo agosto 1926, dopo aver tentato (infruttuosamente) la via della disobbedienza civile e del boicottaggio economico, le campane del Messico suonarono per l’ultima volta su ordine dell’allora papa Pio XI. L’inizio della clandestinità e della guerra di coloro che credevano in Cristo Re, i cristeros.

Verso la Pasqua

L’inizio della guerra cristera, o cristiada, viene fatto risalire al 1926, l’anno della legge Calles e dell’entrata in clandestinità della Chiesa cattolica. A partire da quell’anno, per tre anni, un esercito di circa ottantamila di guerriglieri, supportato da un circuito di milioni di persone, avrebbe resistito alla persecuzione della presidenza Calles al grido “¡Viva Cristo Rey!“.

Guidato da un noto reduce della rivoluzione messicana, Enrique Gorostieta Velarde, l’esercito cristero passò rapidamente dalle scorribande e dalle imboscate alla guerra semi-simmetrica. Il processo di professionalizzazione supervisionato da Gorostieta portò alla nascita di divisioni, all’addestramento dei soldati all’utilizzo delle più svariate armi e allo spostamento del conflitto dalle campagne alle città.

L’avanzata cristera, lungi dallo spaventare Calles, ebbe come effetto la radicalizzazione dell’intero esecutivo. Il Presidente messicano, nolente ad abrogare la legislazione e a porre fine alla persecuzione, cominciò a colpire il morale dei guerriglieri alzando l’asticella delle brutalità commesse dai paramilitari e dal governo stesso. Massacri, saccheggi, uccisioni sommarie. Abbassamento dell’età dei condannati a morte.

Fu nel contesto di escalation del conflitto che avvennero le eclatanti impiccagioni di José María Robles Hurtado e Cristóbal Magallanes Jara, due presbiteri carismatici e di fama nazionale, e la sconvolgente esecuzione di José Sánchez del Rio, un quattordicenne giustiziato per aver rifiutato di fare pubblica apostasia.

La morte di del Rio, datata 10 febbraio 1928, fu pensata per dare il colpo di grazia alla resistenza cristera, per mostrare che la presidenza non si sarebbe fermata davanti a nulla, ma finì col produrre l’effetto contrario. Strati sempre più ampi della popolazione, sconvolti dal martirio del quattordicenne, scesero in piazza, mandando in tilt le arterie del paese e/o arruolandosi nell’esercito di Gorostieta. Il Messico sembrava incamminarsi verso una nuova guerra civile. Stati Uniti e Chiesa cattolica osservavano con preoccupazione, facendo pressioni alla presidenza Calles affinché cedesse alle richieste legittime e sensate dei cristeros.

La fine e l'impatto culturale

Il 17 luglio 1928, dopo quasi cinque mesi di crescente conflittualità, ha luogo l’inaspettata svolta. Obregón, da pochi giorni rieletto alla presidenza  con il 100% delle preferenze (era l’unico candidato), viene avvicinato da uno sconosciuto al parco della Bombilla, nella capitale, e ucciso a colpi di arma da fuoco. A sparare è un cristero di nome José de Leòn Toral, forse agente su mandato di una misteriosa suora, che verrà catturato e giustiziato di lì a breve.

Il baratro sembra alle porte. L’assassinio di Obregón ha galvanizzato ulteriormente la cristiada, l’esercito di Gorostieta è tanto vasto e professionale che da qualche tempo sta riuscendo a sconfiggere le truppe regolari messicane sul campo, come nella battaglia di Tepatitlán, i liberali sono spaventati dalla prospettiva di altri omicidi politici e, per la prima volta, si spaccano sulla questione cattolica.

Contravvenendo agli ordini di Calles, presidente-ombra, il capo di Stato ad interim Emilio Portes Gil avvia un tavolo negoziale con Dwight Whitney Morrow, ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, e padre John Burke, presbitero americano agente su delega vaticana. Le trattative hanno esito positivo. Vengono firmati gli accordi, o los arreglos, che danno forma a una pace basata su diversi punti, tra i quali l’entrata in inattività permanente della legge Calles e la concessione della grazia ai cristeros.

Il 27 giugno 1929, dopo quasi due anni di silenzio, le chiese riaprono i loro portoni e le loro campane tornano a suonare. È l’inizio del ritorno della normalità, anche se la guerra si protrarrà in alcune regioni, a bassa intensità, fino al 1934. Sarà Lázaro Cárdenas, il “papà dei messicani”, a pacificare definitivamente il Paese, a riabilitare ufficialmente il cattolicesimo e a condannare gli autori della persecuzione. Calles, ad esempio, fu esiliato negli Stati Uniti con l’accusa di aver mosso una guerra alla cittadinanza e di aver creato uno Stato nello Stato, il cosiddetto maximato.

Cárdenas ereditò un Paese allo stremo, profondamente diviso ed economicamente lacerato da due guerre civili. La cristiada, a conti fatti, avrebbe lasciato a terra 100-300 mila morti, reso impossibile la messa in diciassette stati per assenza di clero (334 sacerdoti operanti nel 1935, contro i 4.500 del 1926) e provocato un’ondata migratoria negli Stati Uniti che, si stima, avrebbe coinvolto il 5% dell’intera popolazione messicana.

Parlare pubblicamente della cristiada è stato un tabù fino all’arrivo del Duemila, quando a squarciare il velo dell’omertà è stato il presidente Vicente Fox, in carica dal 2000 al 2006, e quando sono arrivate le prime canonizzazioni dei “santi della guerra cristera” da parte dell’allora pontefice Giovanni Paolo II. Il 16 ottobre 2016, infine, è giunta la canonizzazione più attesa dalla popolazione messicana: quella del piccolo José Luis Sánchez del Río. A perenne memoria di ciò che fu, affinché non riaccada di nuovo.

Le Stragi.

Oksana, Shireen, gli eroi messicani La strage impunita dei giornalisti. Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 30 dicembre 2022.

Il dossier: 66 uccisi in un anno (un terzo in più del 2021), 14 soltanto nel Paese dei narcos. Otto sono donne

Sapevano da tempo che non avrebbero brindato al 2023 insieme in casa Baulina. Ma non immaginavano che non ci sarebbe più stato alcun Capodanno da festeggiare insieme, la madre e la sorella di Oksana.

Oksana Baulina

L’ex redattrice di moda diventata il flagello del Cremlino, era stata costretta in primavera a lasciare Mosca dopo che la Fondazione anticorruzione di Navalny per cui lavorava era finita nella lista degli estremisti. Ma la sua nuova vita da inviata di guerra contro disinformazione e fake news è durata poco, stroncata a 42 anni, mentre riprendeva la distruzione causata dalle bombe russe in un centro commerciale fuori Kiev il 23 marzo.

Brent Renaud

Dieci giorni prima a lasciarci la pelle da quelle parti era stato il «veterano» Brent Renaud: l’acclamato videomaker americano, autore di memorabili reportage per il New York Times, stava girando un documentario per il Time: è stato ucciso dal fuoco russo mentre cercava di testimoniare l’orrore dei corridoi umanitari violati a Irpin, alle porte di Kiev. Colpito al collo, è morto all’istante. Magra consolazione per suo fratello Craig, inseparabile compagno di lavoro negli angoli più bui del mondo.

Pierre Zakrzewski e, a destra, Oleksandra Kuvshynova

Soltanto due giorni dopo a cadere sarà Pierre Zakrzewski, l’«eroe buono» di Fox News, colpito insieme alla sua fixer Oleksandra Kuvshynova, la loro auto crivellata di colpi da soldati di Mosca alla periferia di Kiev.

Giornalisti affermati la cui fine drammatica ha fatto molto rumore sui media, e reporter più giovani, che se ne sono andati quasi nel silenzio collettivo: di alcuni di loro non c’è nemmeno una foto nel rapporto dell’International Press Institute (Ipi) pubblicato ieri. La ricerca certifica un anno nero per la sicurezza dei giornalisti, con 66 reporter ammazzati nel mondo, tra cui 8 donne. Un terzo in più rispetto al 2021. E la maggior parte delle vittime, 39, è stata oggetto di attacchi mirati. In 9 casi su 10, poi, gli omicidi restano impuniti.

A trainare questo drammatico aumento non è soltanto il fronte di guerra all’interno dell’Europa, ma soprattutto la violenza senza fine che insanguina il Paese dei narcos: 14 reporter sono stati trucidati in Messico nel 2022, l’anno più mortale dal 2017, contro gli 8 uccisi in Ucraina (quelli documentati, ma potrebbero essere di più) e altrettanti ad Haiti. Il Messico si conferma dunque il Paese più pericoloso al mondo per i media, con i giornalisti che sfidano la morte per denunciare corruzione e criminalità. Qui il 2022 si è aperto con tre esecuzioni in due settimane: a Veracruz viene centrato José Luis Gamboa Arenas, direttore della pagina Facebook Inforegio Network; e a Tijuana, Margarito Martínez e poi María Guadalupe Lourdes Maldonado, freddata a colpi di pistola mentre è a bordo della sua auto.

María Guadalupe Lourdes Maldonado

Ad alimentare gli attacchi contro la stampa è la quasi certezza dell’impunità ma anche l’incapacità dello stato di garantire protezione, come dimostra anche la vicenda di Lourdes Maldonado. La donna già nel 2019 aveva chiesto il sostegno del presidente Andrés Manuel López Obrador, segnalando come mandante di possibili violenze contro di lei Jaime Bonilla Valdez, membro del partito presidenziale Morena. Bonilla è il proprietario del giornale con cui Lourdes Maldonado era in causa dal 2013 per licenziamento ingiustificato e debiti salariali. Il 19 gennaio la giornalista vince la causa. Quattro giorni dopo viene uccisa.

Lourdes Maldonado è uscita di scena senza grande clamore internazionale. I riflettori del mondo si sono accesi invece per la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, raggiunta da un colpo di pistola alla testa mentre documentava un raid israeliano in Cisgiordania, a maggio. La giacca con la scritta «press» che indossava non le ha impedito di trasformarsi in un bersaglio. A colpire «per errore» sarebbe stato l’esercito israeliano.

Morta Juanita Castro, sorella di Fidel. Per anni spiò i comunisti per la Cia. Storia di Valerio Chiapparino su Il Giornale venerdì 8 dicembre 2023.

Si è spenta a Miami all’età di 90 anni Juanita Castro, la sorella di Fidel e Raúl, i “padri” della Cuba comunista. Una lunga vita la sua segnata da una doppia ribellione: quella ai dettami della rivoluzione e quella alla fedeltà ai legami di sangue. La sua critica alla gestione del potere esercitata dai fratelli ha trovato la sua manifestazione più dirompente nella sua collaborazione con l’istituzione più rappresentativa del nemico yankee: la Cia.

È stata lei stessa a rivelare nel 2009 nel libro "Fidel e Raúl, i miei fratelli, la storia segreta" la sua attività clandestina al servizio dell’Agenzia di Langley. Nonostante il suo iniziale sostegno alla causa di Fidel Castro per la quale aveva raccolto finanziamenti e comprato armi al fine di rovesciare il dittatore Fulgencio Batista, Juanita realizzò presto che anche il nuovo ordine costituito sull’isola nel 1959 e guidato dal fratello non era migliore di quello che l'aveva preceduto.

Fidel era consapevole delle idee della sorella e le aveva intimato di non farsi coinvolgere nelle trame dei “vermi”, il termine dispregiativo riservato agli oppositori del regime comunista. Un appello che si era rivelato inutile per Juanita la quale nel frattempo aveva trasformato la sua dimora in un porto sicuro per gli anticastristi.

Il suo passaggio ufficiale al nemico avvenne nel 1961, poco dopo la disastrosa operazione americana nella Baia dei porci, quando, tramite l’intermediazione della moglie dell’ambasciatore brasiliano a Cuba, incontrò a Città del Messico un funzionario della Cia accettando di diventare una spia a due condizioni: non avrebbe accettato soldi e non avrebbe partecipato in alcun modo ad azioni violente contro i fratelli.

Fidel e Raul percepirono presto il doppiogioco di Juanita che trasferiva a Cuba per conto degli Stati Uniti messaggi, documenti e denaro. Le note di Madame Butterfly trasmesse su una radio ad onda corta erano il segnale scelto per farle sapere che c’era un messaggio per lei. “I miei fratelli potrebbero aver ignorato ciò che ho fatto per non ferire nostra madre ma questo non vuol dire che non abbia avuto problemi” scrive. Proprio la morte della mamma rese però tutto "più pericolosamente complicato” e nel 1964, grazie all’aiuto di Raúl, ottenne un visto per il Messico e da lì si trasferì un anno più tardi negli Stati Uniti. Dopo di allora non rivide più i fratelli.

La nuova vita americana di Juanita - a Miami gestirà per anni una farmacia - è stata spesso guardata con diffidenza dagli esuli cubani che, ignorando la sua collaborazione con la Cia, sospettavano che la donna fosse in realtà una spia dell’Avana. Gli anni a venire però hanno dimostrato la sincerità delle parole da lei pronunciate all’arrivo in Messico: “non posso più rimanere indifferente a quello che sta accadendo nel mio Paese. Fidel e Raúl hanno fatto di Cuba una prigione circondata dalle acque”. Juanita nel suo libro aveva riconosciuto inoltre le difficoltà di una vita all’opposizione scrivendo che "per quelli di Cuba sono una disertrice perché me ne sono andata e ho denunciato il regime in vigore. Per molti a Miami sono una persona non grata perché sono la sorella di Fidel e Raul". Oggi Luis Zúñiga Rey, prigioniero politico esplulso dall’isola negli anni Ottanta, ne celebra il coraggio riflettendo su cosa possa aver significato a livello personale “sfidare un fratello potente” come il lider maximo.

Cuba, incubo comunista: l’inflazione corre alle stelle. Ogni giorno uno sguardo esclusivo sul mondo sudamericano. Paolo Manzo su Nicolaporro.it l’1 Gennaio 2023

Cuba chiude il 2022 con la terza inflazione più alta del mondo

Cuba saluta l’anno 2022 tra i tre paesi con la più alta inflazione al mondo, secondo l’analisi condotta dall’economista americano Steve H. Hanke, della prestigiosa Johns Hopkins University. Con un’inflazione del 175%, Cuba si assesta nella terza posizione mondiale. Il Venezuela è arrivato ad occupare il secondo posto che l’isola aveva pochi mesi fa, quando a dicembre i tassi di inflazione del Paese sudamericano hanno raggiunto il 289%, secondo i calcoli di Hanke basati sui dati raccolti il 1° dicembre. Lo Zimbabwe continua ad essere al primo posto nell’inflazione mondiale, con il 394%.

A Cuba non c’è carta per le nuove tessere annonarie. Ieri infatti il Ministero del Commercio Interno cubano (MINCIN) ha reso noto che “a causa di limitazioni finanziarie del settore che hanno causato ritardi nell’importazione delle materie prime per la produzione dei libretti di fornitura 2023, non è stato possibile in diverse province la consegna tempestiva della tessera”. Niente “libretas nuevo” dunque ad Artemisa, Mayabeque, Matanzas, Villa Clara, Cienfuegos, Sancti Spíritus, Ciego de Ávila, Camagüey, Las Tunas, Holguín, Granma, Guantánamo e Isla de la Juventud, per la mancanza di carta per stamparle.

Maduro, supereroe di Natale” 

Questo non è il culto della personalità di un altro dittatore, non è un monumento a Franco o un busto del dittatore nordcoreano. Maduro vuole segnare le distanze con il suo predecessore, è il primo presidente post-Chavez e ha bisogno di togliersi il peso dell’eredità dell’ex presidente. Ha bisogno di segnare il suo tempo rivoluzionario. Maduro è un megalomane, vuole essere adorato, ma ha bisogno di liberarsi di un padre politico che a questo punto è un peso pesante perché viene paragonato a lui, viene giudicato”, spiega a El Mundo (vedi foto allegata) il sociologo Gianni Finco, uno dei grandi esperti venezuelani nello studio della narrativa rivoluzionaria.

Questa strategia di allontanamento è una scommessa decisa dei consiglieri cubani di Maduro, gli stessi che hanno imposto il culto semi-religioso di Hugo Chávez durante la sua malattia e morte, con la costruzione di un mito elevato all’altezza di un semidio. A capo del processo c’era lo stesso Maduro (che domani sarà da Lula) con le sue invocazioni all’uccellino che cinguettava i messaggi dall’aldilà.

Paolo Manzo, 1° gennaio 2022

Maduro vince il referendum sull’annessione al Venezuela di una fetta della ricchissima Guyana Esequiba. E sale la tensione in America Latina. di Daniele Mastrogiacomo. Un territorio al centro di una storica disputa e che recentemente ha scoperto di avere materie prime, oro, petrolio e gas. La Repubblica il 4 Dicembre 2023

Un “successo schiacciante, una vittoria storica”: la dimostrazione che il “Venezuela ha un sistema elettorale trasparente e affidabile”. Nicolás Maduro festeggia con un tripudio di dichiarazioni roboanti la vittoria a un referendum su cui aveva puntato tutte le carte lanciandosi in una sfida che accende un nuovo focolaio di tensioni in America Latina.

Siamo ancora lontani dai lampi di una guerra, ma all’orizzonte appaiono le prime saette di un conflitto che sia gli Usa sia la Gran Bretagna osservano con preoccupazione. Lungo i confini della Guyana, nel nord est del Continente, si ammassano contingenti militari. Lo fa il Brasile, preoccupato per quello che potrebbe accadere, lo fa la stessa Guyana che con soli 800mila abitanti teme di essere travolta dai venti patriottici e nazionalistici che il regime di Caracas soffia da settimane. Il presidente del Venezuela vince il suo referendum sull’annessione di una larga fetta della Guyana Esequiba, un territorio di 160 mila chilometri quadrati ricchi di materie prime, oro, petrolio e gas e sancisce con 10.544.320 voti milioni un diritto che considera ancentrale, oltre che storico. Una valanga di sì che sfiora il 90 per cento.

Con cinque quesiti ha rispolverato una vecchia rivendicazione territoriale sull’ex colonia britannica diventata indipendente nel 1966. Avvolta da una fitta giungla, la Guyana Esequiba era stata conquistata dalla Corona spagnola che aveva cercato di ripopolarla; era passata poi nelle mani degli olandesi e infine ceduta alla Gran Bretagna. Stremata dalla guerra d’indipendenza, Caracas aveva rinunciato a quella fetta di terra che le era sempre appartenuta, e solo nel 1899 si era presentata davanti alla giustizia internazionale rivendicando una sovranità che il verdetto, noto come Lodo arbitrale di Parigi, assegnò definitivamente a Londra.

Il Venezuela gridò allo scandalo, definì quella sentenza una truffa e rifiutò di accettarla. Il contrasto non fu sanato per oltre mezzo secolo e solo quando la Gran Bretagna concesse l’indipendenza alla sua ex colonia raggiunse un accordo con il Venezuela riconoscendo le rivendicazioni del vicino e propose di affidare la controversia alle Nazioni Unite. La diatriba restò sospesa in un limbo di incertezza senza mai raggiungere un’intesa chiara e definitiva. Arrivato al potere, lo stesso Hugo Chávez finì per archiviarla avviando un clima di distensione con la nuova Guayana indipendente, uno stato poverissimo e privo di risorse, alla quale offrì un aiuto per sostenerla nella sua miseria. Il ricco Venezuela avrebbe venduto il suo petrolio dell’Orinoco a prezzi scontati in cambio di un accordo geopolitico che rafforzava la leadership energetica chavista nella regione. Nicolás Maduro, che era ministro degli Esteri, seguì le direttive del capo e si concentrò sulle lotte interne per emergere come futuro delfino del leader della rivoluzione bolivariana. Una “distrazione” che ha pagato caro e che tutti, opposizione in testa, gli hanno rimproverato anche dopo la morte del suo mentore.

Il tema si è riproposto nel 2020 quando la massima Corte delle Nazioni Unite, la Corte Internazionale di Giustizia, ha preso in mano il dossier su richiesta della Guyana. Il paese aveva scoperto materie prime ricchissime e temeva il risveglio del suo vicino. Cosa che è puntualmente avvenuta. L’Onu, da allora, non si è ancora pronunciata e probabilmente ci vorranno anni prima che lo faccia. Ma quando Maduro ha iniziato a suonare la grancassa e ha promosso il referendum lanciando una massiccia campagna che ha mobilitato tutti gli apparati dello Stato, la Guyana si è allarmata e ha chiesto alle Nazioni Unite di impedire la consultazione. La Corte, venerdì scorso, ha respinto la richiesta e ha autorizzato il referendum. Ma ha anche avvertito Caracas di non forzare la mano e di “astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che possa alterare il controllo della Guyana sull’Esequiba”.

L’esortazione non è retorica. La mobilitazione e i toni usati dal presidente venezuelano sono stati chiarissimi. “Quella terra appartiene a noi, è stata difesa dai nostri liberatori e tornerà a esserlo”, ha detto poche ore prima dell’apertura degli 11.122 seggi sparpagliati in tutto il paese. Ma erano soprattutto gli ultimi due dei cinque quesiti proposti a sollevare le maggiori apprensioni. Nel quarto si chiedeva se “si è d’accordo nell’opporsi con tutti i mezzi, nel rispetto della legge, alla pretesa della Guyana di disporre unilateralmente di un mare in attesa di delimitazione”. Dove, “con tutti mezzi”, non si sa bene cosa significhi e se questo presuppone anche l’uso della forza, quindi di un’annessione per via militare.

Il quinto quesito è ancora più esplicito. Si domandava se “si è favorevoli alla creazione dello Stato di Guyana Esequiba e allo sviluppo di un piano accelerato di assistenza globale per la popolazione attuale di quel territorio che comprende la concessione della cittadinanza e della carta d’identità venezuelana”. Un’integrazione totale, degli stessi abitanti, che diventerebbero così ufficialmente cittadini venezuelani.

Tanto slancio e passione nascono da due esigenze. La prima è politica. Maduro è in difficoltà e ha bisogno di giocarsi la carta nazionalista e patriottica per ritrovare il consenso tra la popolazione crollato ai minimi storici. Distrae in questo modo l’attenzione verso i problemi che hanno trascinato il paese in una crisi catastrofica, cerca di recuperare terreno nei confronti dell’opposizione che con Corina Machado, leader della destra e potenziale candidata alle prossime elezioni del 2024, rischia di batterlo cambiando un regime che appare inossidabile.

Il secondo motivo è economico. La Guyana si è scoperta ricca, ricchissima, dopo che la Exxson Mobil, multinazionale energetica statunitense, ha individuato oltre 30 giacimenti di petrolio al largo delle coste sull’Atlantico. I siti si trovano proprio all’altezza del fiume Esequibo da Caracas considerato il confine naturale del territorio che adesso rivendica con forza. Quelle sacche contengono, secondo le stime, 11 miliardi di barili di greggio. Da quattro anni hanno iniziato a produrre quasi 400 mila barili al giorno e questo ha fatto schizzare il Pil al 43, 5 per cento nel 2022 che quest’anno è stimato al 3,2. Un tesoro che ha fatto uscire dalla miseria il più povero e piccolo stato dell’America meridionale.

Oggi la Guyana vede un futuro radioso, tutte le previsioni assicurano che ha molte possibilità di diventare il paese più ricco della Regione se non si farà spolpare dalla corruzione. Nicolás Maduro lo sa. Conquistare la Esequiba sarebbe una bella boccata d’ossigeno. Anche per giocare meglio le sue carte nella partita con gli Usa, pronti a far scattare nuovamente le sanzioni se intralcerà il processo elettorale del 2024 ma anche a corto di petrolio dopo il blocco russo colpito dalle sanzioni per aver invaso l’Ucraina. Non si sa cosa accadrà adesso. Forte del successo, Maduro potrà sostenere con più vigore le sue ragioni in sede Onu chiedendo un verdetto chiaro e definitivo. Oppure forzare la mano e minacciare il suo vicino di invasione. Dovrà in entrambi i casi fare i conti con la ferma opposizione della Guyana che ancora ieri, con il suo presidente Irfaan Ali, vestito in mimetica e davanti ai soldati schierati alla frontiera, ha ribadito: “L’Esequiba è nostra, siamo pronti a difendere ogni suo centimetro quadrato”.

Le mire territoriali del Venezuela riportano i venti di guerra anche in Sudamerica. Michele Manfrin su L'Indipendente l'1 dicembre 2023.

Una diatriba territoriale pluridecennale rischia di accendere un conflitto in Sudamerica. Stiamo parlando della regione Esequiba, facente parte della Guayana ma contesa da decenni tra la medesima e il Venezuela, che ne rivendica la sovranità. Le tensioni stanno aumentando con l’avvicinarsi del 3 dicembre, giorno per il quale le autorità venezuelane hanno convocato un referendum popolare nel quale i cittadini venezuelani saranno chiamati a decidere se annettere alla repubblica bolivariana il territorio di Esequiba, i suoi 128mila abitanti (i quali non avranno però diritto di esprimersi) e soprattutto gli abbondanti giacimenti di petrolio e gas scoperti nel suo sottosuolo. Il timore è quello che, all’indomani del referendum, il Venezuela possa muovere le proprie truppe alla conquista del territorio, eventualità che potrebbe riportare il tema delle guerre territoriali anche in America Latina. Nel tentativo di spingere il presidente venezuelano Nicolas Maduro a desistere dagli intenti espansionistici, il suo omologo brasiliano Lula ha deciso di mobilitare le truppe intensificando le “azioni difensive” lungo i confini.

Il 3 dicembre i cittadini venezuelani saranno chiamati alle urne per rispondere a cinque quesiti referendari in merito ai “diritti dell’Esequiba”, ignorando i proclami contrari della Guayana e il parere della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), verso la quale pende il ricorso della Guayana che chiede che il referendum sia considerato nullo sulla base delle leggi internazionali. Il governo del Venezuela ha confermato che andrà avanti qualunque cosa accada. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha gettato tutto il peso del suo governo nello sforzo di convocare gli elettori alle urne per rispondere a cinque domande circa la possibilità di annessione e di concessione della cittadinanza venezuelana ai residenti attuali e futuri della regione. Maduro ha inoltre denunciato che gli Stati Uniti, la Guyana e la compagnia petrolifera ExxonMobil stanno cercando di sabotare o impedire il referendum sul territorio di Essequibo previsto per domenica. «Dico al governo della Guyana, alla ExxonMobil e al Comando Sud degli Stati Uniti che domenica 3 dicembre, in Venezuela, con pioggia, tuoni o fulmini, la patria si sveglierà benedetta e la gente sarà nelle strade a votare e a decidere, perché in Venezuela è il popolo a governare», ha detto il Presidente Venezuelano.

I rapporti dell’intelligence brasiliana suggeriscono la possibilità concreta che dopo il referendum del 3 dicembre il Venezuela intraprenda una mossa militare contro la Repubblica di Guyana, sollevando preoccupazioni per la stabilità regionale e le dispute territoriali in Sud America. Il Brasile «ha intensificato le azioni difensive» lungo il suo confine settentrionale mentre monitora i suoi vicini, Guyana e Venezuela, come riferito dal ministero della Difesa. «Il Ministero della Difesa ha monitorato la situazione. Le azioni difensive sono state intensificate nella regione di confine settentrionale del Paese, promuovendo una maggiore presenza militare», si legge in un comunicato.

Le rivendicazioni del Venezuela sull’Esequiba, fonte di una disputa territoriale di lunga data, si sono riaccese negli ultimi anni dopo la scoperta di ingenti riserve di petrolio e gas da parte della Guyana all’interno del proprio territorio e al largo delle coste. Parliamo di una regione grande 160 mila chilometri quadrati su una superficie totale della Guayana di 215 mila chilometri quadrati, più di due terzi dell’intero territorio nazionale. Il contenzioso è tornato centrale nel settembre scorso quando la Guayana ha ricevuto diverse offerte per l’esplorazione e l’estrazione delle risorse fossili da diverse aziende del settore, tra cui alcune cinesi così come la già citata Exxon Mobile. E così, il 23 settembre di quest’anno, l’Assemblea Nazionale del Venezuela ha approvato una risoluzione che chiede un referendum in merito alla sua rivendicazione del territorio assegnato alla Guyana Britannica nel 1899.

Mappa della Guyana Essequiba; L’area delineata in arancione costituisce l’area rivendicata dal Venezuela [fonte: Wikimedia commons]Il confine tra Guyana e Venezuela è stato stabilito da un trattato e da un processo legale vincolante che il Venezuela ha avviato 124 anni fa. Con il Trattato di Washington del 1897, il Venezuela concordò con gli inglesi che l’arbitrato sarebbe stato un “accordo completo, perfetto e definitivo” del confine. Il cosiddetto “Lodo Arbitrale” fu emesso nel 1899. Il lodo arbitrale concesse l’Esequiba alla Guyana, un tempo colonia del Regno Unito. Tuttavia, sin dagli anni 1960, il Venezuela ha contestato la decisione. Per affrontare la controversia, il Regno Unito e il Venezuela hanno firmato l’Accordo di Ginevra del 1966. Nello stesso anno, dopo aver ottenuto l’indipendenza, la Guyana è diventata parte dell’accordo, che, all’articolo IV, paragrafo 2, stabilisce che nel caso in cui le controparti non fossero riuscite a raggiungere un accordo, il Segretario generale delle Nazioni Unite avrebbe determinato il metodo di risoluzione delle controversie. Dopo il fallimento delle trattative e la rottura delle relazioni diplomatiche tra Venezuela e Guyana nel 2018, il Segretario generale ha scelto di sottoporre il caso alla Corte internazionale di giustizia, spingendo la Guyana ad avviare formalmente il procedimento.

Il Venezuela si è tuttavia opposto alla giurisdizione della Corte, astenendosi dal presentare un contro-memoriale e decidendo di non riconoscerne l’autorità sulla questione. Il 31 ottobre 2023 la Guyana ha chiesto misure provvisorie in relazione all’imminente referendum in Venezuela del 3 dicembre 2023. Il 14 novembre La Guyana ha chiesto alla Corte di emettere un ordine di emergenza nei confronti del Venezuela. La CIG potrebbe esprimersi a breve intimando al Venezuela di non procedere con il referendum mentre da Carcas fanno sapere che, in un modo o nell’altro, il Venezuela procederà con le votazioni e poi intraprenderà ogni mossa affinché il risultato delle urne sia rispettato. [di Michele Manfrin]

Estratto da open.online il 10 giugno 2023. 

[…] Quattro bambini sono stati ritrovati vivi in Colombia dopo essere sopravvissuti a un incidente aereo e a 40 giorni da soli nella giungla. […]Lesly Jacobombaire Mucutuy, di 13 anni, Soleiny Jacobombaire Mucutuy, di 9, Tien Noriel Ronoque Mucutuy, di 4, e Cristin Neriman Ranoque Mucutuy, di 1 anno si trovano su un elicottero di soccorso Blackhawk. 

[…]

Il primo annuncio del ritrovamento dei bambini è arrivato dal quotidiano colombiano El Tiempo. L’incidente aereo era avvenuto il primo maggio scorso nella selva del Guaviare del dipartimento di Caquetà. I quattro fratellini – di 13, 9, 4 anni e di 11 mesi – sono sopravvissuti ad un incidente aereo nel quale sono morte tre persone (due piloti e una donna). 

I soccorritori avevano trovato degli indizi dei bambini nella selva, tra cui tracce di una capanna di foglie e impronte recenti di scarpe. Ma anche un paio di forbici e un pannolino usato. Nelle ricerche sono stati impegnati 200 uomini, tra cui le Forze Armate colombiane. Proprio l’esercito ha poi confermato ufficialmente il ritrovamento dei bambini. Dando meriti anche alle popolazioni indigene che hanno collaborato alle ricerche.

[…]Ora sono nel posto di comando unificato della più vicina San Jose Guaviare, per le valutazioni mediche, prima del trasferimento nella capitale Bogotà. Nelle foto i piccoli, indigeni della comunità Huitoto, appaiono piuttosto scarni, ed il presidente Petro ha fatto sapere che le loro condizioni di salute sono «debilitate». […]

La storia dell’incidente aereo

I bambini erano originari del gruppo indigeno Uitoto. L’incidente aereo risale al primo maggio. Erano morti la loro madre, Magdalena Mucutuy Valencia, e ad altri due adulti: il pilota Hernando Murcia Morales e il leader indigeno Yarupari Herman Mendoza Hernandez. Il velivolo era stato ritrovato il 16 maggio, in una zona boscosa del municipio di Solano, nel dipartimento di Caquetà, nel sud del Paese. 

Sul posto erano stati rinvenuti i tre adulti morti nello schianto, ma nessuna traccia dei piccoli. Il ritrovamento di resti di frutta con tracce di morsi aveva acceso la speranza di ritrovarli in vita. Per questo era scattata una massiccia operazione di ricerca guidata dai militari. Il ministro della difesa Ivan Velasquez ha parlato di miracolo: «Dall’Operazione Speranza all’Operazione Miracolo. Tantissimi complimenti alle forze militari e a chi non ha perso la speranza e ha lavorato giorno e notte per rendere possibile il Miracolo».

Estratto dell’articolo di Emiliano Guanella per “la Stampa” il 12 giugno 2023.

[…] La Colombia ha festeggiato quello che per molti è stato un «milagro», un miracolo, la sopravvivenza dei quattro bambini in mezzo alla foresta amazzonica per 40 giorni. Lesly, 13 anni, ha guidato il gruppo composto dalla sorella Solerny di 9 anni, dal fratello Ariel di 4 e dalla piccola Cristin.  

Insieme sono usciti vivi dai resti del bimotore Cessna schiantatosi nella selva, non ce l'ha fatta invece la loro madre. Stavano lasciando la regione di Araracaura per raggiungere il loro papà, il leder degli indigeni Uitoto Manuel Ranoque, scappato da lì perchè minacciato di morte dai gruppi armati che dominano la regione. I quattro fratellini si sono fatti forza e hanno iniziato a camminare per la foresta, mettendo a prova tutta quanto hanno imparato dalla cultura ancestrale della loro comunità indigena. Insegnamenti di vita di un popolo abituato a vivere nella selva, a rispettare le leggi non scritte, a schivare i pericoli. 

[…] i grandi felini predatori, gli scorpioni, i ragni, gli insetti velenosi, i serpenti. Hanno protetto Cristin, che il 26 maggio ha compiuto un anno, si sono cibati con bacche e arbusti e poi sono riusciti con i pacchi di alimenti che venivano lanciati dagli elicotteri dell'esercito che per più di un mese hanno perlustrato una area enorme, più di 1.500 chilometri. 

Dall'alto sentivano il rumore degli elicotteri ed ogni tanto riuscivano ad ascoltare una voce che conoscevano bene, quella di nonna Fatima, che nella lingua uitoto diceva loro di stare tranquilli, di non camminare troppo, di avere fiducia perché presto sarebbero stati tratti in salvo. La Colombia intera ha seguito la vicenda, anche se col passare dei giorni le speranze di incontrarli si spegnevano lentamente. […]

Il comandante dell'esercito aveva detto fin da subito che le ipotesi possibili erano tre. La più probabile era quella di trovarli morti, poi c'era il rischio di sequestro da parte di narcos o di guerriglieri, infine che fossero ancora vivi e in libertà. […] La svolta nelle operazioni di soccorso è arrivata quando sono state scoperte in mezzo alla vegetazione delle orme di bambini assieme a quelle di un cane. 

Erano tracce dei loro piedi assieme alle zampe di Wilson, un pastore belga del gruppo dei soccorritori che si era perso il giorno prima. I trecento soccorritori si sono concentrati nella zona, si sono fatti strada a colpi di machete, i fucili spianati come in un'azione di guerra. Hanno seguito i resti di cibo, degli arbusti bruciati, anche un pannolino della piccola Cristin, le traccia del loro passaggio. Li hanno trovati stremati, sotto un albero, disidratati e pieni di punture di insetti, ma vivi. […]

Estratto dell'articolo di Daniele Mastrogiacomo per “la Repubblica” il 12 giugno 2023.

[…] Il generale Pedro Sánchez García, 50 anni, alla guida del Comando congiunto operazioni speciali della Colombia, accetta di raccontare a Repubblica come e perché si è risolta una delle più difficili ricerche di quattro ragazzini dispersi nel cuore della giungla amazzonica. […] . Per 40 giorni questo alto ufficiale dell’Esercito, oggi nuovo eroe della Colombia, ha guidato 200 uomini in mezzo alla giungla. Non si è arreso. Neanche davanti alla marea di ostacoli che incontrava nelle ricerche. Voleva trovare Lesly, 13 anni, Soleiny, di 9, Tien, 4, l’unico maschietto della famiglia, e la piccola Cristin di appena 1 anno. Ci è riuscito, contro ogni previsione.

[…]

Avevate la tecnologia e la conoscenza dei luoghi degli indigeni.

«Ma non erano sufficienti. Più volte abbiamo incontrato tracce del passaggio dei bambini. Una, in particolare, il 18 maggio. Era la prima. Ci diede speranze, ci fece capire che erano vivi. Erano fresche, al massimo di 24 ore. Abbiamo spedito sul punto tutti i nostri uomini ma una volta arrivati erano sparite. Cancellate dalla pioggia. Cade anche per 16 ore al giorno, il fango le copre».

Sapevate che erano vicini.

[…]Sapevamo che erano vicini, probabilmente alle nostre spalle. Forse a meno di 100 metri. Ma non li vedevamo, non li incontravamo. Probabilmente ci ascoltavano, sentivano le nostre voci. Non davano alcun segnale. Sono bambini, indigeni, diffidano degli estranei. In quel momento per loro eravamo un pericolo, non un aiuto. E poi, in quel tratto di foresta non si vede a 10 metri di distanza».

Quando li avete incontrati, cosa le hanno detto?

«Non abbiamo parlato. Siamo rimasti in silenzio. Ci siamo solo guardati. Li rispettavo. Rispettavo le loro emozioni. Sentivo quello che provavano. Comunicavamo solo per energie. Tutti sono rimasti muti. Si sentivano solo i rumori della foresta. Loro erano spaventati, sotto shock. […]». 

[…]

Come sono sopravvissuti allo schianto dell’aereo?

«È il primo miracolo di questa straordinaria storia della giungla. La madre, probabilmente, teneva stretta in grembo la più piccola e l’ha protetta con il corpo. Cristin è sopravvissuta per questo». 

[…]

Erano feriti?

«Non mi risulta. So che avevano un sacco con tre chili di farina di manioca. L’hanno usata per nutrirsi. La più grande sapeva come usarla. Ci hanno ricavato anche del latte per la piccolina. C’erano tracce nel biberon che abbiamo trovato durante le ricerche».

Cosa li ha fatti sopravvivere?

«La forza di volontà, il desiderio di restare in vita, la loro origine indigena. Hanno mangiato quello che sapevano di poter mangiare, si son difesi dagli animali e dai pericoli della foresta. Si sono protetti dalla pioggia e dall’umidità. Hanno lottato per sopravvivere. Una persona diversa non avrebbe resistito». 

Tutto questo è bastato?

«È servito a salvarli, sono lezioni di vita che imparano da piccoli, trasmesse di padre in figlio: nelle tribù indigene si insegna a usare quanto offre la natura. Certo, quando li abbiamo trovati erano magrissimi, sfiniti, al limite delle forze, denutriti». 

Anche disidratati. Difficile trovare acqua sebbene piova così tanto?

«Bisogna saperla trovare. Hanno usato le grandi foglie delle piante su cui restava l’acqua che cadeva. Ma anche le canne di bambù: assorbono la pioggia, le buchi e ti disseti. Ti consente di andare avanti». 

Hanno usato le razioni K che lanciavate dagli elicotteri?

«Non mi risulta. Ma è presto per dirlo con certezza». 

[…] Gli indigeni sono stati utili?

«Fondamentali. Come soldati non abbiamo le stesse capacità di muoverci nella foresta. Loro hanno una marcia in più. La conoscono, sanno muoversi anche senza mappe. La nostra tecnologia è stata complementare. Un grande lavoro di squadra».

La voce registrata della nonna e diffusa dagli elicotteri?

 «È stata una buona idea. Sappiamo che l’hanno ascoltata. Li ha fatti sentire a casa. Era una voce familiare. Forse in quel momento hanno capito che li stavamo cercando[…]». 

 C’era il rischio che potessero essere adottati da tribù isolate?

«Lottavamo contro il tempo anche per questo». 

 Quando torneranno dal padre?

«Tra due o tre settimane. La diagnosi è denutrizione. Devono riprendersi ma non hanno ferite o malattie». 

[…]

Allora come avete trovato i bimbi?

«Con tutte le tracce rinvenute abbiamo costruito una mappa virtuale e circoscritto la zona delle ricerche. Siamo andati avanti per tentativi, la pioggia e il fango ci obbligavano a ricominciare sempre daccapo». 

Molta fortuna.

«La fortuna si costruisce, ma questo è l’ennesimo miracolo della storia». 

[…]C’è stato il contributo degli spiriti della foresta?

«Sì, sono stati decisivi, li abbiamo sentiti, ci hanno aiutato». 

Che tipo di aiuto?

«Un cattolico crede nella preghiera, un indigeno in quello che vede e sente. Fiducia e speranza. Esiste qualcosa superiore alla raz onalità. Una forza indefinita che esiste e agisce. Era presente tra noi, ci circondava. Ci ha premiato».

[…]

Estratto dell'articolo di Claudia Guasco per “il Messaggero” il 12 giugno 2023.

Il nono piano del reparto pediatrico dell'ospedale militare di Bogotá, in Colombia, trabocca di amore, calore e giocattoli. È qui che Lesly Jacobombaire Mucutuy, 13 anni, i fratelli Soleiny Jacobombaire, 9 anni, Tien Ranoque, 4 anni, e Cristin Ranoque, appena un anno, vengono curati e coccolati dai medici. Nello schianto del Cessna 206 su cui volavano hanno perso la mamma Magdalena, loro si sono salvati e hanno vagato per quaranta giorni nella foresta amazzonica.

I «figli della boscaglia», come li chiama il nonno Fidencio Valencia, sono sopravvissuti mangiando la farina di manioca che era a bordo dell'aereo precipitato e rovistando tra i pacchi di soccorso lanciati dagli elicotteri di ricerca. Ma si sono nutriti anche di «semi, frutti, radici e piante che hanno identificato come commestibili grazie alla loro educazione nella giungla», afferma Luis Acosta, rappresentante dell'Organizzazione nazionale indigena della Colombia.

[…]

Hanno improvvisato bende per proteggersi i piedi e costruito capanne di fortuna per ripararsi dalle piogge, tenendo insieme i rami con gli elastici per i capelli. Il loro percorso era disseminato di tanti piccoli indizi[…] foresta è talmente impenetrabile che non si vede a 20 metri di distanza, i rumori della pioggia e degli animali confondono. Ma i bambini «erano infusi di forza spirituale», dice Acosta, sono stati risparmiati dall'attacco dei giaguari, dal pungiglione velenoso degli scorpioni, dal contatto con le piante urticanti. 

[…]

In molti territori della Colombia gruppi armati illegali soverchiano le popolazioni indigene, che proteggono le loro terre con armi rudimentali, e anche tra queste ultime e le forze armate i rapporti sono tesi. Il salvataggio dei bambini ha portato a una tregua e ora i fratellini, martoriati dalle punture di insetti e con i piedi feriti, sono al sicuro. «Lesly ci ha sorriso, ci ha abbracciato e parla del cane Wilson - raccontano dall'ospedale - Tien si annoia a letto, vuole uscire e passeggiare. Soleiny ricorda tutto e Cristin è meravigliosa. Di quel viaggio nella foresta le è rimasto un orecchino al lobo».

(ANSA il 7 marzo 2023) - Non si placa in Colombia lo scandalo che ha investito Nicolas Petro il figlio del presidente Gustavo Petro, accusato dalla sua ex moglie di aver ricevuto somme di denaro da gruppi paramilitari e di narcotrafficanti per farli rientrare nei benefici concessi dal governo nel quadro del processo di "pace totale".

 Mentre la magistratura ha aperto un'inchiesta per accertare eventuali irregolarità nuove rivelazioni parlano di un presunto coinvolgimento anche dell'attuale ministro degli Interni, Alfonso Prada, il quale, secondo la rivista "Semana", si sarebbe incontrato più volte con il figlio di Petro per discutere l'assegnazione di benefici.

Prada ha smentito da parte sua che nei colloqui con Nicolas Petro si sia parlato di "traffico di influenze" e di "quote" ma lo scandalo sembra poter crescere ulteriormente coinvolgendo anche la ministra della Salute, Carolina Corcho, segnalata dai media per diverse riunioni con Nicolas Petro, e il fratello del capo dello Stato, Juan Fernando Petro.

Il presidente Gustavo Petro, non appena sono state rilanciate dalla stampa le accuse della sua ex nuora nei confronti del figlio e del fratello ha invitato la magistratura ad aprire immediatamente un'inchiesta per accertare i fatti. "Il mio impegno con la Colombia e i colombiani è quello di raggiungere la pace e chiunque voglia interferire in tale scopo, o trarne vantaggio personale, non ha posto nel governo, anche se è un membro della mia famiglia", ha detto venerdì il presidente.

Cocaine Hippos. I centocinquanta ippopotami di Pablo Escobar che la Colombia non vuole più. Riccardo Romani su L'Inkiesta il 20 Aprile 2023

Negli anni ’80 il celebre narcotrafficante importò illegalmente dall’Africa animali esotici per metterli nel suo ranch. Quei mammiferi si sono riprodotti e sparpagliati per la regione. Bogotà li considera dannosi per l’ecosistema, ma gli ambientalisti sono contrari al trasporto forzato in Messico e India

Il capo della pericolosa “organizzazione” è una femmina di nome Vanessa. Passeggia placidamente sui prati di quella che fu la tenuta dorata del più grande narcotrafficante della storia, Pablo Escobar. Si chiama Hacienda Napoles, è il ranch fortezza a quattro ora d’auto da Medellín che a trent’anni dalla morte del padrone di casa, torna a fare notizia a causa di una nuova minaccia per l’ordine pubblico: gli ippopotami. 

Li chiamano cocaine hippos e sarebbe una storia appena più che folklorista, se solo pochi mesi fa il governo colombiano non avesse dichiarato ufficialmente guerra a questa ingombrante comunità di mammiferi. Un pericolo per l’ecosistema e la sicurezza delle persone, li hanno definiti. I turisti che spendono quindici dollari per fare un giro nella fattoria trasformata in zoo/museo dove Escobar nascondeva quintali di mazzette, non sembrano scoraggiati. Per loro zebre e ippopotami africani, restano uno sballo. 

Insomma, c’è chi si accapiglia sugli orsi assassini e chi, appunto, sugli ippopotami. L’origine del conflitto però risiede su un terreno comune e deflagra ogni volta che l’uomo pretende di manomettere le regole sacre della natura.

La storia è questa. Quando negli anni Ottanta Escobar, inebriato da manie di gigantismo e non solo, decise di importare illegalmente animali selvaggi dall’Africa, il danno era già fatto. Giraffe, zebre, antilopi ed elefanti. E quattro ippopotami, tre femmine e un maschio, il papà dell’anziana Vanessa. Quando l’Hacienda Napoles venne sequestrata dopo la morte di Escobar, il governo riuscì a ridestinare quasi tutti gli animali esotici. Tutti tranne gli ippopotami. Motivo? Diciamo che l’animale non ha un’ottima reputazione, è parecchio aggressivo, solo in Africa è responsabile di cinquecento morti l’anno e un conto è ricollocarne una mezza dozzina, ben altro problema è fronteggiarne qualche centinaio. Già, perché nel frattempo, gli ippopotami si riprodotti in modo impressionante.

Il motivo è semplice: la Colombia subtropicale non assomiglia per niente alla sprezzante Africa dove anche per gli ippopotami è dura tirare avanti (le siccità e alcuni predatori come coccodrilli e leoni, mantengono il numero sotto controllo, come natura comanda). No, nelle valli celebri per le foglie di coca, gli ippopotami hanno trovato il loro paradiso terrestre. Corsi d’acqua in abbondanza, cibo senza limitazioni (sono erbivori) e totale assenza di nemici giurati. 

La forte caratteristica di territorialità, li rende parecchio scontrosi quando un altro animale o anche un essere umano, sorpassa il loro perimetro. A dire il vero in Colombia, escluse tre aggressioni con feriti gravi, nessuno ancora è morto.

Insomma, in Colombia non solo gli ippopotami non devono confrontarsi con creature ostili, ma dall’annuncio della guerra da parte del governo, possono contare su un folto esercito di ecologisti pronti a tutto per difenderli. Isabel Romero Jerez, attivista ambientale scesa in campo in nome dei mammiferi, imbraccia il caro vecchio populismo: «Non abbiamo pensato un solo istante al cosiddetto abbattimento selettivo. Ormai non sono più ippopotami africani, sono colombiani a tutti gli effetti».

In verità qualche tentativo per frenare la riproduzione selvaggia (con questo passo la regione dell’Antiochia si ritroverebbe con oltre cinquecento esemplari entro il 2030) è stato fatto. In passato hanno provato con la castrazione, ma come spiega Carlos Valderrama, veterinario e ambientalista, «gestire una bestia che può pesare anche quattro tonnellate non è facile. Inoltre soltanto pochi vivono ancora nel vecchio ranch di Escobar, la maggioranza sono difficili da individuare e si nascondono indisturbati nelle acque del fiume Magdalena».

Il governo a un certo punto aveva chiesto aiuto agli americani che avevano distribuito una specie di droga (le parti che s’invertono…) con lo scopo di iniettare a distanza un farmaco sterilizzante. Risultati scarsi.

Dopo che una nota biologa ha pubblicato uno studio sugli ippopotami, spiegando che siamo di fronte a una bomba ecologica a orologeria, un paio di parchi, in Messico e in India, hanno accettato di accogliere un centinaio di esemplari. Cattura e trasporto non costeranno meno di 3,5 milioni di dollari. I contribuenti di una delle zone più povere del paese, non fanno hanno gradito.

Intanto la biologa in questione, Nataly Castelblanco, ha dovuto chiedere aiuto alle autorità perché dalla pubblicazione del suo studio, da cui nasce la dichiarazione di guerra agli ippopotami, ha ricevute svariate minacce di morte. Un po’ quel che successe qualche anno fa al militare che ne uccise uno per sbaglio.

A quanto pare la guerra degli ippopotami è solo alle battute iniziali. Da una parte c’è in gioco l’ecosistema di una delle aree più preziose di tutto il Sud America, dove la presenza dei grandi mammiferi africani compromette la qualità dell’acqua, danneggia il lavoro e la sussistenza dei pescatori, minacciando molte specie in via di estinzione. Dall’altra c’è l’orgoglio di una parte degli ambientalisti che sventolano gli slogan di rito: «Gli ippopotami non hanno mai ammazzato nessuno, gli uomini hanno compiuto stragi». 

La questione ormai è diventata politica. Governatore contro amministratori locali. Attivisti contro il potere di Bogotà. La solita storia. Raccontano che la vecchia Vanessa non sembri per nulla turbata.

La Colombia deporta gli "ippopotami di Escobar": ecco perché sono pericolosi. Storia di Federico Giuliani su Il Giornale il 5 marzo 2023.

 Il futuro deli "ippopotami di Escobar" è sempre più incerto. Il governo colombiano ha infatti sfrattato una parte di loro nel tentativo di controllarne la popolazione, che continua a crescere nonostante una campagna di sterilizzazione condotta nel 2021. Un articolo pubblicato dalla rivista Nature ha sottolineato che gli animali, importati illegalmente in Colombia da Pablo Escobar negli anni '80, rappresentano una grave minaccia per gli ecosistemi e la biodiversità del Paese.

Ecosistema a rischio

Negli anni '80 l'ex re del narcotraffico aveva chiesto e ottenuto quattro ippopotami - un maschio e tre femmine - per il suo zoo privato allestito nella sua tenuta-fortezza, la Hacienda Napoles, a Doradal, nel dipartimento di Antioquia. Adesso, a detta del governatore locale Aníbal Gaviria, Bogotá si preparerebbe ad inviarne 70 all'estero: 60 in India e 10 in Messico.

Il motivo di una simile decisione è presto detto: secondo il governo colombiano vivrebbero nella zona, ben oltre i confini dell'ex ranch di Escobar, tra 130 e 160 ippopotami. Un numero enorme e insostenibile per il territorio. "Se non agiamo ora – ha detto Nataly Castelblanco Martìnez, biologa della conservazione colombiana presso l'Università autonoma di Quintana Roo a Chetumal, in Messico - nei prossimi due decenni il problema non avrà soluzione".

Gli ippopotami del narcotraffico

La storia di questi ippopotami è a dir poco bizzarra. I primi pachidermi, come detto, facevano parte di una collezione di animali esotici che Escobar aveva accumulato nel suo ranch a circa 250 km da Medellín. Dopo la sua morte nel 1993, le autorità trasferirono la maggior parte degli altri animali, ma non gli ippopotami, perché erano troppo difficili da trasportare.

Da quel momento in poi, però, questi pachidermi hanno iniziato a riprodursi rapidamente, estendendo la loro portata lungo il bacino del fiume Magdalena e ora rappresentano non solo una sfida ambientale ma preoccupano i residenti delle aree vicine.

Per la rivista Nature, il loro numero potrebbe aumentare fino a 1.500 esemplari entro due decenni. Due anni fa le autorità hanno cercato di controllare la loro popolazione attraverso castrazioni e "iniezioni" di dardi contraccettivi, ma questo piano ha avuto un successo limitato.

La decisione della Colombia

Ma come è nato il problema? Nel 1993, dopo la morte di Pablo Escobar, un maschio e tre femmine di ippopotami sono fuggiti dalla tenuta del leader del cartello della droga e si sono stabiliti nel fiume Magdalena in Colombia e in alcuni piccoli laghi vicini. Importati illegalmente da uno zoo statunitense, questi animali hanno prosperato liberamente, fino a raggiungere una popolazione di circa 150 individui.

Gli ippopotami, scientificamente noti come Hippopotamus amphibius, rappresentano la specie invasiva più grande al mondo, e in Colombia non hanno predatori naturali. I ricercatori hanno richiesto un rigoroso piano di gestione della fauna invasiva attraverso l'abbattimento e la cattura di alcuni animali.

La diatriba sulle sorti degli ippopotami ha polarizzato il paese, con alcuni che considerano il valore della specie come attrazione turistica e altri preoccupati della minaccia che essi rappresentano per l'ambiente e le comunità di pescatori locali.

Secondo la modellazione di diversi scenari, per azzerare la popolazione entro il 2033 sarebbe necessario rimuovere circa 30 esemplari ogni anno e strategie come sterilizzazione o castrazione non sarebbero sufficienti. I sostenitori dei diritti degli animali, nel frattempo, evidenziano l'importanza di salvare gli ippopotami, mentre i ricercatori sottolineano che un'azione tempestiva è fondamentale per ridurre l'impatto delle misure sulla popolazione.

Lo Sport.

L’Esercito.

L’Inquinamento.

L’Amazzonia.

La criminalità.

La Politica.

Lo Sport.

La prima volta del Santos in serie B: il triste declino del club di Pelé. FRANCESCO CAREMANI su Il Domani il 7 dicembre 2023

La squadra di O Rei e di Neymar non era mai retrocessa nella sua storia. Un epilogo dal finale burrascoso. I tifosi hanno iniziato a lanciare bombe carta fuori dallo stadio e qualche petardo dentro, tanto da spingere l’arbitro a chiudere la partita in anticipo durante il lungo recupero previsto. C’è stato anche un tentativo di invasione di campo

Secondo la numerologia il 111 è un numero potente associato a «nuovi inizi, alla leadership di sé e all’abbracciare lo scopo della propria anima». Non per il Santos. La squadra brasiliana, che è stata di Pelé e Neymar, è retrocessa per la prima volta in Serie B dopo centoundici anni di storia, una storia particolarmente gloriosa negli anni Sessanta, legati alla presenza di O Rei, a corrente alterna fino ai nostri giorni. L’inizio della discesa agli inferi ha una data precisa: 30 gennaio 2021, Rio de Janeiro, stadio Maracanã. Quel giorno, in quella città e quello stadio, il Santos guidato da Cuca ha perso una rocambolesca finale di Libertadores contro il Palmeiras, storica rivale paulista – anche se la ex Palestra Italia vive il suo vero derby contro il Corinthians –, con rete di Breno Lopes al 99’, dopo un recupero monstre, quando tre minuti prima era stato espulso l’allenatore dei bianconeri.

Una vittoria avrebbe rilanciato il Santos che non vince un campionato paulista dal 2016, il Brasileiro dal 2004 e la Champions sudamericana dal 2011. Sono seguiti due campionati anonimi con un continuo alternarsi di allenatori. L’ultimo, l’uruguaiano Diego Aguirre, ha lasciato la squadra lo scorso 15 settembre nelle mani del traghettatore Marcelo Fernandes, il quale dal 2011 – a parte due parentesi – ha sempre lavorato per i bianconeri in qualità di secondo o ad interim, tra un tecnico e l’altro che il presidente Andrés Rueda si è divertito a palleggiare in queste due stagioni e mezzo.

La retrocessione è arrivata all’ultima giornata, dopo la sconfitta interna contro il Fortaleza. Gli ospiti sono passati in vantaggio con Mario Sergio Santos Costa, per il Santos ha pareggiato Messias, ma al 96’ Juan Martin Lucero ha condannato i bianconeri, vista la contemporanea vittoria del Bahia contro l’Atletico Mineiro per 4-1. Pare abbastanza chiaro che sia la conduzione societaria sia quella tecnica siano state deficitarie. I tifosi hanno iniziato a lanciare bombe carta fuori dallo stadio e qualche petardo dentro, tanto da spingere l’arbitro a chiudere la partita in anticipo durante il lungo recupero previsto. C’è stato anche un tentativo di invasione che ha spinto i giocatori avversari a correre verso gli spogliatoi lasciando sul prato solo quelli del Santos, distrutti e inconsolabili, molti dei quali in lacrime come il portiere Joao Paulo. E di fronte ai cori minacciosi – «Squadra senza vergogna» – i militari, in tenuta anti sommossa, si sono schierati per evitare che i calciatori bianconeri fossero aggrediti, aiutando alcuni a rialzarsi per uscire. Gli scontri si sono spostati nei dintorni dello stadio Vila Belmiro: il bilancio parziale della polizia parla di alcuni esercizi commerciali vandalizzati, di due autobus e diverse auto private andate a fuoco. La vergogna al quadrato.

Il Santos non era mai retrocesso, così come Flamengo e San Paolo, che restano i due grandi club brasiliani a non avere ancora conosciuto l’onta della discesa in B. In questi ultimi venticinque anni è accaduto a molti club blasonati, capaci poi di rialzarsi e tornare a vincere. Tutto questo mentre il Palmeiras, guidato dal portoghese Abel Ferreira, nelle ultime tre stagioni ha vinto due campionati regionali, una Coppa del Brasile, due titoli nazionali consecutivi, una Supercoppa brasiliana, una Recopa Sudamericana e due Libertadores consecutive.

Niente a che vedere con gli anni Sessanta, quando con Pelé in squadra e Lula in panchina, il Santos ha dominato il calcio sudamericano e mondiale con ben venti trofei conquistati, tra i quali due Libertadores e due Intercontinentali, nello stesso periodo in cui la Nazionale vinceva due Mondiali, nel 1958 e nel 1962. Altri tempi, altre maglie – quella splendida tutta bianca con lo stemma bianconero sul cuore – e altri giocatori.

Altre vittorie nei decenni successivi sono arrivate, ma per rivivere un periodo d’oro simile i tifosi hanno dovuto aspettare il nuovo millennio e un altro gruppo di giocatori straordinari come Alex Sandro, Danilo, Alan Patrick, Diogo, Ganso, Robinho e Neymar, il quale nonostante i suoi trascorsi con Barcellona e Psg, è rimasto fortemente legato ai colori bianconeri, tanto da avere scritto sui social: «Santi, sempre, Santi. Torneremo a sorridere».

LA CRISI ECONOMICA

La crisi economica che da anni colpisce il Sud America e i suoi club ha spinto in Brasile a immaginare un futuro diverso, un campionato in stile Superlega, un’idea embrionale che al momento è rimasta tale: si chiamerebbe Libra ed è stata progettata da Banco BTG Pactual e Codajas Sports Kapital, in attesa di nuovi investitori. I club partecipanti sarebbero Bragantino, Corinthians, Cruzeiro, Flamengo, Palmeiras, Sao Paulo, Atletico Mineiro, Fluminense, Internacional, Atletico, Santos e Atletico Goianiense. Proprio il presidente di quest’ultimo si è espresso in maniera chiara: «Vogliamo pensare al calcio brasiliano in modo razionale e non radicale, a un campionato del futuro», chissà se con le retrocessioni o senza. Perché alla fine, in questo calcio contemporaneo, si preferisce sempre una via d’uscita, spesso maldestra, per ovviare alle mancanze di governance istituzionali e societarie, incapaci di prevedere e programmare, sempre spiazzate quando il campo restituisce un risultato negativo, come nel caso del Santos, sul quale è difficile fare previsioni visto come è stata condotta la squadra in queste ultime stagioni, con un’alternanza di allenatori tale da far pensare a una confusione totale mischiata a incompetenza, fino alla disfatta del 6 dicembre 2023: il “Belmirazo”. Pelé è morto il 29 dicembre dell’anno scorso, dopo nemmeno dodici mesi il Santos è retrocesso per la prima volta. Evidentemente il Dio del calcio non ha ancora finito le lacrime. FRANCESCO CAREMANI

L’Esercito.

Caccia occidentali e flotta raddoppiata: cosa c’è dietro il piano dell’aeronautica brasiliana. DAVIDE BARTOCCINI il 29 Agosto 2023 su Inside Over. 

Oltre dieci miliardi di dollari investiti in attività di ricerca, sviluppo e acquisizione di attrezzature per le sue forze armate. Così il Brasile, decima economia mondiale e membro essenziale del gruppo dei Brics, intende rafforzare la sua posizione nel mondo: aumentando la sua spesa militare e aggiornando una forza aerea che vedrà raddoppiata la flotta di cacciabombardieri Gripen, asset sviluppato dalla svedese Saab.

Come riporta Defense News, noto portale specializzato nel campo della Difesa, la misura ufficializzata e svelata nella prima metà di agosto fa parte del più ampio Programma di accelerazione della crescita stabilita del governo (Pac), incentrato sullo sviluppo economico e pianificato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva durante i suoi primi due mandati – dal 2002 al 2010 – che adesso sembra porre la componente aerea, e non meno quella militare in generale, come interesse chiave della crescita della potenza dell’America Latina in cerca di un’ascensione su vari livelli.

La mole di investimenti considerata per i diversi piani del Pac è stata quantificata in 1,7 trilioni di real. Una cifra senza dubbio considerevole che non può non attirare l’attenzione nel continente.

“Dotare le forze armate di tecnologie all’avanguardia, rafforzare la capacità di difesa nazionale e monitorare le frontiere sono alcune delle linee guida del Nuovo Pac“, ha annunciato il governo di Brasilia attraverso i suoi canali internet, prefissando un investimento di 27,8 miliardi di real entro il 2026 che verranno seguiti da altri 25 miliardi di real nel periodo immediatamente successivo, fino al conseguimento degli obiettivi prefissati dal programma. Viene ricordato come in questo specifico caso non sia necessaria l’approvazione di alcun legislatore dal momento che si tratta di un “programma di investimenti federali finanziato da risorse governative, contributi statali e dal settore privato attraverso concessioni“. 

Ostacoli e ambizioni

Secondo quanto riportato, potrebbero manifestarsi degli ostacoli all’interno dell’iter burocratico che condurrebbe la potenza sudamericana verso le sue ambizioni. Il governo brasiliano potrebbe infatti trovarsi di fronte una serie di sfide finanziarie tali da frenare e limitare l’ampliamento di una flotta di caccia che una parte dell’opinione pubblica non ritiene essenzialmente “necessari” a fronte di nessuna “minaccia imminente”. A tale proposito Cristiano Noronha, tra i vertici della Arko Advice, società di consulenza con sede a Brasilia specializzata in intelligence e analisi politiche, ha commentato: “L’esecutivo ha spesso apportato tagli al budget nel corso degli anni. Gli investimenti dipenderanno dalla capacità fiscale del governo, dal controllo della spesa e dalla crescita economica”.

Rivolgendosi alle domande specifiche di Defense News, l’analista brasiliano avrebbe concluso definendo questo programma di ampliamento più come una “espressione di intenti” che una certezza.

Il piano dell’Aeronautica brasiliana

La Força Aérea Brasileira, abbreviata nell’acronimo di Fab, è la maggiore forza aerea del continente Sudamericano, e attualmente conta nella sua flotta 40 cacciabombardieri F-39 Jas Gripen di fabbricazione svedese, 42 aerei da attacco al suolo Amx A-1 sviluppati in consorzio da Brasile e Italia, 48 cacciabombardieri F-5 Tiger II di fabbricazione statunitense e 30 velivoli a turbo elica A-29 Super Tucano destinati ad eventuali missioni di controguerriglia e attacco leggero prodotti dalla brasiliana Embraer. A questi si aggiungono una vasta gamma di velivoli ad ala fissa e rotante, per lo svolgimento di ruoli speciali e specifici, come ad esempio i P-3 Orion per la guerra antisommergibile, i droni da della famiglia Rq di fabbricazione israeliana e gli elicotteri d’attacco di fabbricazione russa Mil-Mi 35 Hind.

Sulla base di questo, il piano di “ampliamento” prevede la produzione e l’acquisizione di ulteriori 34 caccia F-39 Gripen, che raddoppierebbero la flotta di cacciabombardieri prodotti dalla svedese Saab presenti del Paese. Il Brasile ha infatti firmato un contratto da 5,04 miliardi di dollari con il produttore svedese nel 2014, con consegna entro il 2027. Di questi 15 dovrebbero essere assemblati presso lo stabilimento Embraer di Gavião Peixoto, nello stato di San Paolo.

Dai caccia Saab ai prototipi Embraer

Riguardo l’ampliamento della flotta di Grifoni svedesi che voleranno con la coccarda carioca – aerei da combattimento e superiorità aerea di 4ª generazione plus – il ministro della Difesa brasiliana ha dichiarato che: “Il rinnovamento della flotta dell’aviazione da caccia è uno dei principali progetti dell’aeronautica brasiliana coperti dal nuovo Pac, e si sta realizzando attraverso l’acquisizione del caccia Gripen”, che viene considerato “l’aereo da combattimento più moderno dell’America Latina”. Un asset che “consente al Brasile di migliorare significativamente la sua capacità di difesa aerea in linea con le dimensioni continentali del Paese”.

La Difese brasiliana ha posto l’attenzione su di un ulteriore capitolo del programma Pac, dedicato all’acquisto di nove aerei da trasporto tattico C-390 Millennium (prima noti come Kc-390) prodotti da Embraer e allo sviluppo di una versione per il rifornimento in volo. “Oltre al suo ruolo militare, il KC-390 può essere utilizzato in azioni di aiuto umanitario nazionale e internazionale, come il sostegno alle emergenze pubbliche e la lotta agli incendi”, ha affermato il ministro della Difesa che pone così l’attenzione sulla consueta concezione Dual-Use che più si confà a giustificare gli investimenti contemporanei da affrontare nel settore militare.

Una giustificazione che non va cercata solo in Brasile – che in vero non impegna aerei in battaglia dal lontano coinvolgimento nel Secondo conflitto mondiale, quando il 1° Gruppo da caccia basato proprio in Italia, a Tarquinia, decollava al motto di “Senta a púa!” (colpisci duro, ndr) per fiaccare i tedeschi lungo la Linea Gotica – ma anche in molte altre grandi e medie potenze del mondo; dove si guarda sempre alla guerra come una minaccia remota e distante dai propri confini. DAVIDE BARTOCCINI 

L’Inquinamento.

Il Brasile affonda una portaerei tossica nell'oceano. Insorgono gli ambientalisti. L'affondamento della "Sao Paulo" è avvenuto a circa 350 km dalla costa brasiliana al largo dell'Atlantico. Le associazioni ambientaliste sul piede di guerra poiché la nave contiene tonnellate di amianto, vernici tossiche e altri materiali pericolosi e inquinanti. Salvatore Di Stefano il 5 Febbraio 2023 su Il Giornale.

La Marina del Brasile ha annunciato di aver affondato, nel tardo pomeriggio di ieri, l'ex portaerei "Sao Paulo", con un'operazione pianificata e controllata. Secondo i vertici militari della nazione sudamericana l'affondamento è avvenuto in pieno oceano Atlantico, a circa 350 km dalle coste del Brasile, in un punto dove le profondità dell'oceano raggiungono i 5mila metri.

Secondo il ministero della Difesa di Brasilia, la decisione è maturata dopo mesi di riflessione, durante i quali i politici hanno capito che l'operazione si era resa necessaria poiché il deterioramento della galleggiabilità dello scafo aveva fatto aumentare a dismisura il rischio di un affondamento accidentale e incontrollato.

Le polemiche

Gli ambientalisti sono sul piede di guerra. L'associazione francese Robin des Boif ha definito la nave "un pacco tossico da 30 mila tonnellate" mentre Greenpeace, Sea Shepherd e Basel Action Network hanno rilasciato una dichiarazione congiunta denunciando "una violazione di tre trattati internazionali sull'ambiente oltre a danni incalcolabili, con impatti sulla vita marina e sulle comunità costiere".

Persino il pubblico ministero federale del Brasile, che ha cercato in tutti i modi di fermare l'operazione, ha avvertito delle conseguenze, sottolineando che la portaerei contiene 9,6 tonnellate di amianto oltre a 644 tonnellate di inchiostri e altri materiali pericolosi.

La storia della portaerei

La nave "Sao Paulo", che originariamente apparteneva alla Marina militare francese con il nome Foch, era stata venduta proprio dai transalpini ai brasiliani nel 2000. Nel giorno di San Valentino di 6 anni fa la Marina del Paese sudamericano ne aveva annunciato il ritiro dal servizio entro il 2020. L'anno successivo il cantiere navale Sok Denizcilik l'aveva acquistata per rottamarla, minacciando poi di abbandonarla perché non riusciva a trovare un porto che la accogliesse.

L'estate scorsa infine la portaerei doveva essere condotta in Turchia per lo smantellamento definitivo, ma, all'altezza dello Stretto di Gibilterra, le autorità ambientali turche avevano cambiato idea, facendo compiere alla nave un rapido dietrofront.

L’Amazzonia.

Lula il «deforestatore». Paolo Manzo su Panorama il 15 Aprile 2023

Sotto il governo del presidente brasiliano (celebrato da tanti media come il «salvatore del pianeta»), la distruzione della giungla amazzonica procede a livelli record. E presto sarà persino possibile scavare in quei terreni per estrarre petrolio.

Tra gli indigeni Yanomami c’è una crisi senza precedenti: Survival lancia l’allarme. di Sara Tonini su L'Indipendente il 28 gennaio 2023.

Recenti report rivelano la drammatica crisi sanitaria in atto tra gli Yanomami, un gruppo indigeno che vive nella foresta amazzonica brasiliana al confine con il Venezuela. E i principali responsabili sarebbero gli oltre 20.000 minatori e cercatori d’oro nel territorio Yanomami che, forti della protezione di un potere pubblico corrotto, ogni giorno continuano l’estrazione illegale di metalli preziosi nella riserva indigena, la più grande del Brasile. Con la loro attività, i minatori avrebbero contaminato i fiumi e distrutto le foreste, privando gli Yanomami di cibo fondamentale per la loro sopravvivenza e favorendo la diffusione di malattie tra la popolazione. A dichiarare l’emergenza sanitaria è stato lo stesso Ministro della Sanità a seguito dei dati ufficiali sulle morti infantili per malnutrizione e altre malattie diffuse nel territorio, molte delle quali sono virus trasportati dai cercatori d’oro e dai tagliatori di legname, portatori di malattie contro le quali gli indigeni non hanno anticorpi. 

Nel settembre 2021 l’agenzia di giornalismo investigativo Pública aveva rivelato che il tasso di decessi per malnutrizione infantile nel territorio indigeno Yanomami era il più alto del Paese, con 24 morti per malnutrizione tra il 2019 e il 2020 nella fascia di età fino a 5 anni. Ma i dati aggiornati mostrano uno scenario ancora peggiore: nel 2021 ci sono stati 29 morti, che rappresentano il 7,7% del totale di 374 morti nel Paese, anche se gli Yanomami sono circa 30.000 – solo lo 0,013% della popolazione brasiliana. Se si considera il tasso per un campione di 100.000 abitanti, i decessi per malnutrizione infantile tra gli Yanomami sono 191 volte superiori alla media nazionale. Sempre secondo Pública, nel 2019 il 54,32% dei bambini Yanomami presentava una malnutrizione acuta: di contro, a titolo di confronto, i dati del Sistema di sorveglianza alimentare e nutrizionale del Ministero della Salute (Sisvan) mostrano che nel 2021 solo il 4,27% dei 4,5 milioni di bambini brasiliani sotto i 5 anni di età presentava una grave malnutrizione.

Il drammatico quadro si ripete quando si analizzano altre malattie. I decessi infantili per polmonite in Brasile sono stati circa 2.400 tra il 2019 e il 2020, il 3,2% del totale di bambini Yanomami – una tendenza che è proseguita nel 2021. Il tasso è simile per le morti per diarrea: ce ne sono state 26 in due anni nel territorio indigeno Yanomami, il 3,5% del totale in Brasile. I decessi citati si trovano in un elenco di “morti per cause prevenibili”, una classificazione che comprende malattie curabili come polmonite, malnutrizione, diarrea e vermi. Considerando tutti i decessi per cause prevenibili, lo scenario si rivela ancora più terrificante: tra il 2019 e il 2021, almeno 404 bambini sotto i 5 anni sono morti nel territorio indigeno per cause che avrebbero potuto essere prevenute o curate, una media di 134 ogni anno.

 [Il quaderno del leader indigeno Fernando Yanomami riporta i nomi di dieci comunità della regione di Palimiú accompagnati dal numero di decessi per malattie. Fonte: A Pública]«Quando un bambino indigeno muore, assassinato dall’avidità dei predatori dell’ambiente, una parte dell’umanità muore con lui», ha detto il Presidente recentemente rieletto Lula nel suo discorso di vittoria. Per poi riprendere, con ancora più veemenza, sabato scorso dopo una visita a un centro sanitario Yanomami, nello stato del Roraima. «Più che una crisi umanitaria, quello che ho visto a Roraima è stato un genocidio: un crimine premeditato contro gli Yanomami, commesso da un governo insensibile alla sofferenza del popolo brasiliano», ha dichiarato Lula su Twitter.

Per il Presidente in carica, quindi, non ci sarebbero dubbi: il suo predecessore sarebbe responsabile di quello che definisce un genocidio. In carica dall’inizio del 2019 alla fine del 2022 Jair Bolsonaro è stato accusato dal governo entrante e dalle associazioni umanitarie di aver contribuito alla crisi in atto, permettendo a migliaia di minatori di stabilirsi nello Stato per attività illegali: erano circa 5mila prima del suo governo, mentre oggi si stima che siano più di 20 mila. L’ex Presidente non avrebbe preso provvedimenti per contrastare le incursioni dei minatori né per tutelare gli Yanomami con assistenza sanitaria adeguata o altre forme di sussistenza. Che i quattro anni di governo di Bolsonaro siano stati una iattura per i popoli indigeni dell’Amazzonia è una certezza, che su L’Indipendente abbiamo dettagliato in un lungo reportage. Ma è chiaro che nelle parole di Lula vi è anche polemica politica. Lo stesso profilo del capo della sinistra brasiliana non è senza macchia, visto che il suo stesso governo (prima della rielezione di quest’anno fu presidente dal 2003 al 2011) venne accusato dalle associazioni indigene. Tuttavia in questa nuova avventura presidenziale Lula pare aver messo la questione indigena finalmente ai primi posti dell’agenda, varando per la prima volta un ministero destinato alla loro protezione.

Diversamente, le prime mosse dell’entrante presidente Lula sembrerebbero rendere prioritaria la salvaguardia degli Yanomami e in genere dei popoli indigeni, tema centrale nell’ultima campagna elettorale di Lula che lo avrebbe riportato alla presidenza. Il governo ha poi dichiarato l’invio di pacchi alimentari alla riserva e ha sottolineato che il suo obiettivo sarà quello di ripristinare i servizi sanitari per il popolo Yanomami che erano stati smantellati dal suo predecessore di estrema destra Bolsonaro. Inoltre, il Ministro della Giustizia del governo di Lula Flávio Dino ha annunciato che ordinerà un’indagine della polizia federale per accertare le cause della «sofferenza criminale inflitta agli Yanomami», dal momento che «ci sono forti indizi di genocidio e altri reati». La linea adottata da Lula, in più, è forte dell’introduzione di una figura specifica, quella del Ministro dei Popoli Indigeni, per la tutela delle popolazioni native del Paese. 

I primi segni di intervento da parte del Presidente Lula e della sua squadra sono incoraggianti. Ma non c’è un minuto da perdere, le organizzazioni indigene brasiliane e Survival monitoreranno da vicino per assicurarsi che alle parole seguano i fatti” ha dichiarato Sarah Shenker, responsabile della sezione brasiliana dell’organizzazione umanitaria Survival International. [di Sara Tonini]

La criminalità.

Brasile, arrestato l'assassino di Fabio Campagnola: imprenditore ucciso per un carretto di dolci. Floriana  Rullo su Il Corriere della Sera il 6 Gennaio 2023.

José Pereira Da Costa, 59 anni, ex poliziotto in pensione era ricercato per l'omicidio dell'imprenditore piemontese

È stato arrestato José Pereira Da Costa, 59 anni, ex poliziotto in pensione ricercato per l'omicidio di Fabio Campagnola, 52 anni, il piemontese ucciso fuori dalla sua gelateria a Marechal Deodoro, in Brasile. L'uomo si sarebbe consegnato alla polizia. 

L’arma è stata trovata in una locanda vicino al luogo del delitto. Nei giorni scorsi era stata arrestata la moglie dell’uomo, Karla Kassiana Vanderlei Warumby Cavalcanti. Avrebbe, secondo la polizia, incitato il militare in pensione a sparare due colpi contro Campagnola. «Ero stato aggredito due ore prima dell’omicidio, ero appena andato via quando è successo - ha raccontato il figlio Dario che lavora nella gelateria -. Ora voglio solo giustizia». 

Il movente dell'omicidio, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza dell’attività, sarebbe il posizionamento di un carretto di churros davanti al locale gestito dalla vittima. La famiglia chiede giustizia e si è rivolta a Claudio Falleti, avvocato alessandrino specializzato nell'assistenza degli italiani all’estero.

Omicidio di Fabio Campagnola in Brasile, il figlio: «Papà ucciso per un carretto di churros». Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 5 Gennaio 2023.

Il 52enne piemontese freddato a colpi di pistola da un ex poliziotto poi fuggito. Il dolore del figlio Dario

«Mio padre è stato ucciso per una lite causata da dei dolci. Chi lo ha ucciso apparteneva alla polizia e lo ha colpito prima ad una gamba e poi, quando era a terra, con un colpo alla schiena. Provo solo tanta rabbia. Voglio che i colpevoli della morte di mio padre siano arrestati». Chiede giustizia Dario, il figlio di Fabio Campagnola, 52 anni, imprenditore di Casale Popolo, piccola frazione alle porte di Casale Monferrato, tra le campagne Alessandria, ucciso in Brasile dopo una discussione davanti al suo bar gelateria «Il Meneghino». 

Praia do Frances

Una banale lite scoppiata per un carretto di churros, dolci tipici brasiliani, che l’uomo aveva chiesto alla proprietaria di spostare. La donna, poco prima, come quasi tutte le mattine, lo aveva posizionato davanti alla vetrina dell’attività che l’imprenditore gestiva dal 2013 a Praia do Frances, nella cittadina dello stato dell’Alagoas, in Brasile. Una richiesta che Campagnola aveva fatto anche il giorno prima e quello prima ancora. Ma che era sempre rimasta inascoltata.

L'intervento del poliziotto in pensione

«Con molta calma la vittima ha spiegato alla donna che non era possibile sostare in quel luogo — hanno raccontato le forze dell’ordine brasiliane che indagano sull’omicidio —. Anche il proprietario del palazzo è intervenuto e le ha cercato di spiegare il motivo per cui non poteva sostare lì, una proprietà privata che si trova poi vicino a un terreno comunale. La donna però non ha voluto sentire ragioni e ha continuato nel suo lavoro. Poi ha chiamato il marito, un poliziotto in pensione, chiedendo di intervenire in sua difesa». Quello che è successo dopo è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza della zona. Si vede la lite tra Campagnola, con una maglietta rossa, e l’ex poliziotto e proprietario di un B&B a Praia de Frances, che indossa invece una camicia azzurra. Prima i due litigano, poi dalle parole si passa alle mani. Dopo una scazzottata l’uomo in camicia impugna l’arma da fuoco e esplode dei colpi, uno verso il corpo del casalese che si trova già steso a terra.

Il figlio: «Una vera esecuzione»

«Uno dei proiettili ha colpito papà ad una gamba – spiega ancora Dario che da dieci anni ha lasciato il Piemonte e seguito il padre in Brasile per crearsi un nuovo futuro —. Il secondo colpo lo ha sparato mentre era già a terra. Colpendolo di schiena. Una vera esecuzione. Poi è fuggito. È un ex poliziotto, siamo convinti che qualcuno abbia favorito la sua fuga. Per questo ho diffuso le sue immagini sui social. Voglio siano fermati». Diversi i testimoni che hanno raccontato alla polizia, che sta indagando su quanto accaduto, un omicidio avvenuto in pieno giorno. 

L'assassino in fuga

Intanto il 4 gennaio è già stata stata arrestata la moglie dell’ex poliziotto: l’uomo è ancora in fuga. Lei è ritenuta complice dell’omicidio. Sarebbe stata lei ad incitare il marito contro l’imprenditore piemontese. Campagnola da tempo viveva a Marechal Deodoro, nella regione di Maceiò dove gestiva una gelateria ed era anche socio di uno snack bar a Ponta Verde. 

La famiglia a Casale

Ex calciatore in gioventù a Casale Monferrato, la vittima aveva moglie e, oltre Dario, ha anche un figlio di sette anni. In Monferrato vive invece il resto della famiglia: la madre, la sorella e il fratello.

«Era un ragazzo dal cuore d’oro. Tantissime persone gli volevano bene — raccontano commossi in paese —. Il prossimo autunno aveva in programma di tornare per la prima volta in Italia dopo 10 anni. Si era trasferito per farsi una nuova vita e ci era riuscito. Era entusiasta dei suoi successi. Non può valere cosi poco una vita in Brasile».

«Ci eravamo sentiti prima di Natale in videochiamata per gli auguri, andava tutto bene e Fabio era sereno — racconta la sorella —. Ora questa terribile tragedia ce lo ha portato via». Anche il sindaco di Casale Monferrato Federico Riboldi è vicino alla famiglia. «Il Comune — dice il primo cittadino — è a completa disposizione della famiglia per qualsiasi necessità. Ai suoi cari il cordoglio e la vicinanza della comunità casalese».

La Politica.

Il braccio di ferro brasiliano. Mani pulite brasiliana, l’inchiesta infinita tira in ballo Color de Mello

Nella schiera degli ex presidenti della repubblica condannati mancava giusto Color de Mello: l’Alta corte gli ha dato 8 anni di carcere per corruzione. Angela Nocioni su L'Unità il 3 Giugno 2023 

Fernando Collor de Mello. Il presidente di destra del Brasile nei primissimi anni Novanta, il primo capo di stato democraticamente eletto dopo la fine della dittatura militare. Trent’anni fa. Un’era politica remota ormai nel paese ridisegnato nella sua geografia politica da una rivoluzione per via giudiziaria che negli ultimi quindici anni ha raso al suolo una intera classe dirigente. Presidenti della repubblica, politici di primo piano e i principali imprenditori. Destra, sinistra, centro. Mancava giusto Collor de Mello.

E’ stato condannato l’altro ieri dalla Corte suprema a otto anni e dieci mesi di carcere per corruzione passiva e riciclaggio di denaro, in un’indagine derivata dall’operazione “Lava Jato” (autolavaggio: da un autolavaggio narra la leggenda prese il via la mega inchiesta sui fondi neri alla politica che ha terremotato il Brasile e, per rivoli finiti oltre frontiera, ha travolto anche ministri e dirigenti politici in paesi vicini). Collor de Mello è stato considerato colpevole di aver ricevuto 20 milioni di reais, 3,7 milioni di euro, tra il 2010 e il 2014, quando era senatore, per facilitare – agilizar si dice in Brasile – i contratti tra una società di costruzioni e un’ex impresa controllata di Petrobras, l’impresa pubblica di petrolio, la più grande impresa pubblica americana.

Otto dei dieci giudici della Corte suprema si sono dichiarati a favore della sua condanna. Il relatore del caso, il giudice Edson Fachin, aveva chiesto 33 anni di reclusione. Non verrà arrestato immediatamente perché può ancora fare ricorso in appello. In Brasile funziona così.

La Corte in realtà ha 11 giudici. Uno, quello di nomina presidenziale, era vacante. Non lo è più. Con un atto clamoroso Lula, rieletto alla presidenza nell’ottobre scorso dopo una via crucis giudiziaria che ha fatto fuori lui e uno a uno i principali dirigenti del suo partido dos trabalhadores prima che le ultime votazioni lo riportassero in trionfo al Planalto, ha nominato per quel fondamentale luogo di potere l’avvocato che è riuscito a farlo liberare dimostrando che l’avevano arrestato non per colpe dimostrate ma per sbatterlo fuori dall’agone politico. Cristiano Zanin ha 47 anni.

La sua nomina deve essere approvata dal Senato, passaggio il cui esito è dato quasi per scontato. Sarà il più giovane degli undici alti magistrati, le persone più potenti del Paese, molto più potenti del capo del governo. I componenti del Supremo possono rimanere in carica fino al settantacinquesimo anno d’età, quindi sulla carta Zanin potrà rimanere al Supremo fino al 2050. Tutto l’entourage di Lula rivendica la sua nomina come necessaria per riequilibrare l’orientamento politico della Corte. Ricorda che l’ex presidente Bolsonaro ha nominato ben due giudici super conservatori e che è arrivato a piazzare lì al Supremo André Mendonça, un pastore presbiteriano sbandierato al suo elettorato di ultras religiosi come “terribilmente evangelico”.

Al di là della guerra all’ultimo sangue tra i due schieramenti di un Paese sempre più polarizzato, è evidente come mettere il suo avvocato personale al Supremo sia la rotonda vendetta di Lula contro Sergio Moro, il giudice che – è stato dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio – lo fece arrestare con un atto illegittimo e immotivato nel pieno della campagna elettorale del 2018 allo scopo di toglierlo di mezzo dalla corsa alla presidenza.

Sergio Moro, attualmente senatore eletto con i voti della destra, sono vent’anni che lavora per diventare giudice del Supremo. Quella tornata elettorale brasiliana del 2018, cruciale nella storia latinoamericana recente, trasformata dall’arresto in diretta televisiva del candidato favorito Lula da Silva, fu poi vinta da Jair Bolsonaro. Che appena arrivato al Planalto chiamò a fare il ministro della Giustizia proprio Moro che fino a quel giorno aveva giurato a tutti i microfoni di tutte le tv che non sarebbe mai entrato in politica. E che immediatamente accettò.

L’ultima puntata ora della tregenda politico giudiziaria è lo strascico non scontato della serie di rivolgimenti politico giudiziari in Brasile compiuti durante la serie di inchieste sul finanziamento occulto di grandi imprese ai partiti. La conduzione e la copertura mediatica di quei processi non solo ha condizionato e continua a condizionare l’agenda politica, ma inevitabilmente promuove e decapita – quindi seleziona – la classe dirigente. Gli uffici di alcune procure della Repubblica, ma soprattutto le cronache televisive che ne ricostruiscono e spesso ne anticipano con grande enfasi le attività, sono state e sono tuttora, anche se con minor clamore, il teatro di una feroce guerra politica e istituzionale.

Protagonista assoluta delle inchieste continua ad essere la delação premiada, la delazione premiata, una versione brasiliana (con alcune differenze) della nostra normativa sui collaboratori di giustizia. Si tratta di un vero e proprio contratto firmato tra accusato e inquirente, un contratto che ha permesso – un esempio tra i tanti – nel 2017 a un imprenditore noto come “il re della carne” di dirsi colpevole della corruzione dell’intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni – destra, sinistra e centro, più alcuni giudici – pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un’enormità di favori illeciti e di evitare il processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell’impunità. Identico meccanismo in infiniti altri processi nei decenni.

La norma prevede sostanziosi sconti di pena e, in alcuni casi, la liberazione da ogni pendenza penale. Un bell’incentivo a vuotare il sacco, certo. Ma anche a mentire con intelligenza. A offrire verità verosimili, difficili da ricostruire e quindi da smentire, tenute in piedi da brandelli d’indizi in grado di somigliare a una prova senza esserlo. Molti avvocati brasiliani rifiutano la delação premiada come strategia difensiva. Alcuni studi legali hanno denunciato pubblicamente l’uso diffuso di “metodi da Inquisizione” nelle inchieste in corso. Hanno invitato “il potere giudiziario” a “una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione”. Ma non se li è filati nessuno. Né in Brasile né altrove. La questione è la solita. In Brasile e altrove. Come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un’inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle?

In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Mani pulite brasiliana sono state le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, sono usciti dal carcere appena hanno indicato il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi tuttora, a vent’anni dall’inizio della prima inchiesta, esce e di chi entra in cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione sembra fondato.

Nel bel mezzo della guerra in corso anche dentro l’avvocatura brasiliana si sono scatenate battaglie. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata sono spuntati avvocati specializzatisi in tutta fretta nella contrattazione con l’accusa, per conto dell’assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora.

Angela Nocioni 3 Giugno 2023

(ANSA il 15 Aprile 2023) - Gli Stati Uniti devono smettere "di incoraggiare la guerra" in Ucraina e "iniziare a parlare di pace". E' quanto ha detto il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva in visita di Stato a Pechino. "Gli Stati Uniti devono smettere di incoraggiare la guerra e iniziare a parlare di pace, l'Unione europea deve iniziare a parlare di pace", ha detto Lula ai giornalisti prima di partire per gli Emirati Arabi Uniti.

Ieri, nel bilaterale avuto nella Grande sala del popolo, Lula e il presidente cinese Xi Jinping "hanno convenuto che il dialogo e il negoziato sono l'unica via d'uscita praticabile per risolvere la crisi ucraina", nel resoconto dei media statali di Pechino. I due leader, inoltre, hanno ritenuto che "tutti gli sforzi per risolvere pacificamente la crisi dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti". Per questo, Lula e Xi "hanno invitato più Paesi a svolgere un ruolo costruttivo nel promuovere la soluzione politica della crisi e hanno deciso", allo stesso tempo, "di mantenere aperte le loro comunicazioni sul merito" della questione.

Estratto dell’articolo di Lorenzo Lamperti per “La Stampa” il 15 Aprile 2023

Dopo le navi e i jet da guerra, in Cina è di nuovo tempo di diplomazia. E di tappeti rossi, come quello srotolato di fronte alla Grande Sala del Popolo per accogliere Luiz Inácio Lula da Silva. […] «Vogliamo che la relazione Brasile-Cina trascenda la questione commerciale», ha detto subito Lula a Xi Jinping, il quale lo ha definito «un grande amico del popolo cinese».

 Dall'incontro non emerge nessuna proposta concreta sull'Ucraina. Alla vigilia del viaggio, il leader brasiliano ha lodato l'iniziativa di Pechino sulla guerra e aveva detto di voler creare un "club della pace" con Xi. La sua soluzione sarebbe la restituzione dei nuovi territori invasi, ma non della Crimea. Ma non c'è traccia dell'idea, peraltro già bocciata da Kiev, nel resoconto finale. […] Così come con Macron, grande spazio agli affari.

 Firmati una ventina di contratti per oltre 9 miliardi di euro. Gli accordi riguardano infrastrutture, agricoltura e allevamento (nel 2022 il 36% dell'export brasiliano di soia è andato in Cina), elettrodomestici, innovazione. Via libera a un protocollo per produzione e gestione congiunta di satelliti. In sospeso l'acquisto dell'ex stabilimento Ford a Bahia da parte del colosso delle auto elettriche Byd. Lula ha visitato uno showroom di Huawei, colosso tecnologico da anni nel mirino di Washington, con tanto di elogio ai progressi sul 5G.

Luce verde per un memorandum d'intesa tra i rispettivi ministeri delle Finanze, dopo che a fine marzo c'è stato l'accordo per utilizzare lo yuan cinese nelle transazioni transfrontaliere.

 Partecipando alla cerimonia d'insediamento di Dilma Rousseff a capo della Nuova Banca di Sviluppo dei Brics, Lula ha chiesto di insistere sulla "dedollarizzazione": «Ogni sera mi chiedo perché tutti debbano basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare in base alle nostre valute?».

Lula ha mandato altri messaggi politici, manifestando l'intenzione di «bilanciare insieme alla Cina la geopolitica mondiale», avvisando che «nessuno vieterà al Brasile di migliorare le sue relazioni con Pechino». Ulteriore successo d'immagine per Xi dopo quello ottenuto con Macron, nel tentativo di presentare la Cina come un partner più conveniente rispetto agli Usa. […]

L’alleanza tra Brasile e Cina per cambiare l’ordine mondiale. Stefano Baudino su L’Indipendente il 15 Aprile 2023

Un’accoglienza con tutti gli onori, il timbro su una ventina di accordi commerciali, una lunga serie di stoccate lanciate all’indirizzo degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale. È stata una due giorni cinese intensa e significativa quella del Presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva, ospitato a Pechino dal suo omologo Xi Jimping con tanto di tappeto rosso di fronte alla Grande Sala del Popolo e parata di 400 militari del picchetto d’onore. Lula ha rilanciato con forza l’obiettivo di «cambiare la governance globale» attraverso un’alleanza alternativa all’occidente, sfruttando proprio i solidi rapporti tra i due Paesi.

Sul versante squisitamente commerciale, l’incontro tra i presidenti di Brasile e Cina è stata l’occasione per sottoscrivere 20 accordi dal valore di 9 miliardi di euro di investimenti. Tra i settori coinvolti ci sono l’agricoltura, l’allevamento, la lotta alla povertà e al cambiamento climatico, le infrastrutture e lo sviluppo dei satelliti Cbers-6. Lula ha peraltro visitato il centro Huawei di Shanghai, colosso tecnologico cinese sanzionato dagli Stati Uniti in quanto minaccia alla sicurezza nazionale, plaudendo ai progressi dell’azienda sulle infrastrutture di rete 5G.

Ma l’oggetto dell’intesa è andato oltre, riguardando in particolare le prospettive finanziarie dei Paesi che rappresentano le economie emergenti. Lula ha assistito all’insediamento dell’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff come nuova dirigente della banca dei BRICS – di cui il Brasile fa parte insieme a Cina, Russia, India e Sud Africa -, scagliandosi nuovamente contro l’egemonia del dollaro: «Ogni sera mi chiedo perché tutti i paesi debbano basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare in base alle nostre valute? Chi è stato a decidere che il dollaro fosse la valuta dopo la scomparsa dello standard aureo?». Nel mirino del presidente brasiliano c’è anche la politica di austerity del Fondo monetario internazionale: «Nessun leader – ha detto riferendosi in particolare alla situazione dell’Argentina – può lavorare con un coltello alla gola perché il paese deve dei soldi».

Riguardo alla guerra in Ucraina, nel comunicato pubblicato a margine dell’incontro si legge che Brasile e Cina “hanno convenuto che il dialogo e il negoziato sono l’unica via d’uscita praticabile per risolvere la crisi e che tutti gli sforzi per risolverla pacificamente dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti”. Lula non ha risparmiato forti critiche a Washington e all’Ue: «Gli Stati Uniti devono smettere di incoraggiare la guerra e iniziare a parlare di pace. È necessario che l’Unione europea cominci a parlare di pace, per convincere Putin e Zelensky che la pace è nell’interesse di tutti e che la guerra, per il momento, interessa solo a loro due», ha dichiarato poco prima di lasciare la Cina, affermando di non temere una reazione negativa da parte degli Usa rispetto alle sue posizioni sul conflitto e all’asse con Pechino. «Quando parlo con gli Stati Uniti, non sono preoccupato di ciò che la Cina penserà della mia conversazione con gli Stati Uniti. Quando vengo a parlare con la Cina non mi preoccupo di quello che penseranno gli Stati Uniti. Sto parlando degli interessi sovrani del mio Paese», ha concluso.

In questi primi mesi di presidenza, Lula ha assunto posizioni molto nette in politica estera e in ambito economico e finanziario. Dopo aver lanciato il progetto di una moneta unica per l’America Latina, si è rifiutato di votare le sanzioni contro la Russia e di spedire armi a Kiev; la settimana scorsa, poi, ha annullato le procedure di privatizzazione avviate dal suo predecessore Bolsonaro per tre importanti società statali (Conab, Telebras e Petrobras). Il viaggio di Lula in Cina e l’intesa con Xi rappresentano solo gli ultimi tasselli di un percorso già avviato che, specie alla luce del conflitto russo-ucraino, potrebbe contribuire al riallineamento di uno scacchiere mondiale in rapida mutazione. Con un “sud globale” sempre più protagonista. [di Stefano Baudino]

Bolsonaro nei guai: rivendeva i gioielli regalati dai leader. Paolo Manzo il 13 Agosto 2023 su Il Giornale.

San Paolo - L'ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro potrebbe essere arrestato nei prossimi giorni? Sicuramente le voci sono più forti dall'altroieri sera, quando la Polizia Federale ha deflagrato l'operazione «Luca 12:2», chiedendo alla Corte Suprema (STF) di accedere ai suoi conti. Il motivo è la rivendita illegale di gioielli e regali di alto valore ricevuti da Bolsonaro all'estero quando era in carica. Perquisite le abitazioni del generale di riserva Mauro Cesar Lourena Cid (padre di Mauro Cid, ex aiutante di campo di Bolsonaro, già in carcere dal 3 maggio scorso) ma soprattutto a capo dell'Apex, l'Agenzia brasiliana per la promozione delle esportazioni e degli investimenti di Miami, del sottotenente Osmar Crivelatti e dell'avvocato Frederick Wassef, tutti stretti collaboratori dell'ex presidente. Appropriazione indebita e riciclaggio di denaro le accuse nei loro confronti. Gli ordini di perquisizione sono stati emessi da Alexandre de Moraes, il giudice del STF a capo dell'inchiesta sulle milizie digitali che indaga su presunti attacchi alla democrazia.

Qui però si tratta di qualcosa più simile alla ricettazione. Tra gli articoli che i Cid hanno cercato di commercializzare c'erano infatti sculture dorate di una barca e di una palma, articoli da uomo del marchio Chopard, tra cui una penna, un anello, un paio di gemelli, un rosario arabo, un orologio Patek Philippe, una parure di gioielli e un Rolex in oro bianco. Di certo c'è che adesso la polizia federale ora vuole interrogare (per l'ennesima volta) Bolsonaro ma anche sua moglie Michelle e, fatto inedito, ha chiesto all'FBI di andare avanti nelle indagini già aperte negli Stati Uniti, dove parte dei gioielli di «valore importante» (l'equivalente di circa 200mila euro) sarebbero stati negoziati dagli aiutanti militari di Bolsonaro.

A detta del quotidiano Estado de São Paulo, il direttore generale della polizia, Andrei Passos, ha parlato telefonicamente con il ministro della Difesa, José Mucio, e con il comandante dell'esercito, il generale Tomás Paiva, che mantengono la loro solita posizione, ovvero separare le Forze Armate dagli ufficiali che commettono «errori» e che «devono difendersi da soli».

Tradotto: i militari sono anche loro sotto pressione con questo scandalo che coinvolge Bolsonaro e vogliono che tutta la responsabilità del caso ricada sulla famiglia Cid. Se già prima era meglio che Bolsonaro non fosse arrestato per Lula - sarebbe l'avversario perfetto per l'attuale presidente, un po' come Trump per Biden - ora secondo le gole profonde di Brasilia contattate da Il Giornale lo è ancora di più «per evitare di entrare in conflitto con i militari», che a queste latitudini sono sempre una variabile da tenere in conto. In realtà ora tutto dipende da come si comporterà il «todo poderoso» de Moraes, responsabile sia di altri ordini di perquisizione ed, eventualmente, di mandati d'arresto. In molti in queste ore in Brasile si chiedono cosa farà e, tra questi, c'è anche Jair Bolsonaro.

(ANSA il 30 giugno 2023) - La giudice del Tribunale superiore elettorale brasiliano, Carmen Lucia, ha espresso un voto di condanna contro l'ex presidente, Jair Bolsonaro, accusato di abuso di potere politico e uso distorsivo dei media a fini elettorali. Si è formata così la maggioranza per la condanna del leader sovranista, che ne decreterà l'ineleggibilità per otto anni. 

In precedenza già tre giudici, su sette, si erano espressi per la sua condanna, che ne decreterebbe l'ineleggibilità per otto anni. L'attesa degli osservatori è che il processo si concluda con cinque voti per la condanna e due contro. Tuttavia, un colpo di scena, come la richiesta di un riesame anche di uno solo dei sette magistrati, potrebbe dilatare i tempi di due mesi. In particolare, le speranze bolsonariste si rivolgono verso Marques, l'unico giudice ad essere stato nominato al Tribunale superiore elettorale proprio dall'ex presidente.

Inoltre, fino alla fine del processo, ciascun magistrato (anche quelli che si sono già espressi) può ancora cambiare l'orientamento del suo voto. L'unico a votare contro la condanna dell'ex capo di Stato, per il momento, è stato il magistrato Raul Araujo, che ha anche scelto di escludere dal fascicolo il documento golpista ritrovato in casa dell'ex ministro bolsonarista, Anderson Torres, usato invece dal relatore, Bendito Goncalves, proprio per accentuare il carattere cospirativo delle iniziative del leader ultraconservatore.

Bolsonaro è sul banco degli imputati per l'incontro con gli ambasciatori, nella residenza dell'Alvorada del 18 luglio 2022, quando sferrò un attacco al sistema elettorale brasiliano. Nel caso di una di mancata conclusione questa settimana, il processo slitterebbe ad agosto, a causa delle vacanze invernali del settore giudiziario, per tutto il mese di luglio.

Estratto dell’articolo di Alessandra Muglia per il “Corriere della Sera” il 31 marzo 2023.

«Ho 15 anni di esperienza nell’esercito, 28 anni come deputato e 4 come presidente.

Non ho nessuna intenzione di fare il pensionato», ha chiarito ieri Jair Bolsonaro prima di imbarcarsi alla volta del Brasile dopo tre mesi di esilio volontario in Florida. […] Il rientro del «Capitano», come ama farsi chiamare, non ha attirato la grande folla che molti si aspettavano: ad attenderlo […] poche centinaia di persone […] l’ex presidente della destra populista ha chiarito che è tornato per sostenere la campagna delle amministrative del prossimo anno.

[…] Bolsonaro è tornato per mettere in difficoltà Lula e di lanciare la riscossa della destra, anche se lui non dovrebbe essere eleggibile. Perché ci sono oltre 20 inchieste giudiziarie sulla sua testa: da quelle per sforamento nel tetto delle spese per la campagna elettorale e per la diffusione di fake news, a quelle per la gestione della pandemia, per le nomine di collaboratori e altro. Poi, soprattutto, ci sono le indagini sull’assalto ai palazzi del potere dell’8 gennaio scorso da parte dei suoi sostenitori, dopo la sconfitta alle urne. L’ultima inchiesta riguarda i gioielli ricevuti dagli emiri arabi. Invece di consegnarli all’archivio di Stato, avrebbe cercato di portarseli a casa.

Lady Bolsonaro sequestrati gioielli per 3,2 milioni. Storia di Paolo Manzo su Il Giornale il 6 marzo 2023.

Mentre i ministri del Turismo e delle Comunicazioni di Lula sono alle prese rispettivamente con uno scandalo di collusione con i paramilitari di Rio e per avere usato aerei delle Forze armate per comprare cavalli purosangue ad aste in Brasile, l'ex presidente Jair Bolsonaro aggiunge una nuova prevedibile denuncia al suo già ricco curriculum per avere tentato di fare entrare nel Paese del samba, senza dichiararli, gioielli valutati 3,2 milioni di euro regalati dal regno dell'Arabia Saudita alla moglie Michelle.

A rivelarlo l'ennesimo scoop del quotidiano Estado de São Paulo. L'episodio risale al 26 ottobre 2021, quando un consigliere dell'allora ministro delle Miniere e dell'Energia Bento Albuquerque (entrambi erano di ritorno dall'Arabia Saudita), portando nel suo zaino una collana, un anello, un orologio e un paio di orecchini, tutti incastonati di diamanti, passa attraverso la zona del «nulla da dichiarare» dell'aeroporto di Guarulhos. Peccato per la comitiva che il bagaglio venga scelto a campione per passare dai raggi X e il prezioso carico subito sequestrato dai doganieri di San Paolo.

A quel punto l'ex ministro torna indietro per recuperare i preziosi (e viene filmato dalle telecamere di sicurezza), senza costrutto. Solo adesso Albuquerque ammette di essere stato lui a portare i gioielli a Michelle e l'orologio, anch'esso di diamanti, a Bolsonaro, ma ci ha tenuto a precisare che, «trattandosi di un pacchetto chiuso non sapevo che c'era dentro».

Da allora l'entourage di Bolsonaro ha tentato di recuperare il dono saudita per ben otto volte dettaglia l'Estado, coinvolgendo anche i ministeri degli Esteri e dell'Economia con procedure da «stato delle banane» (lo scriveva ieri la giornalista Eliane Cantanhêde). Otto buchi nell'acqua, cose che neanche Paperino.

L'ultimo flop il 29 dicembre 2022, alla vigilia della partenza dell'ex presidente verso gli Usa. Ieri Paulo Pimenta, ministro delle Comunicazioni Sociali di Lula (non il «ministro dei purosangue», quello si chiama Juscelino Filho), ha associato il «dono» al fatto che «Petrobras aveva appena venduto una raffineria per 1,8 miliardi di dollari a un gruppo saudita» ma, al di là dei cattivi pensieri che spesso ci azzeccano (come se Lula avesse guidato Petrobras in modo integerrimo), lo scandalo ha riportato in auge Bolsonaro sui media, al pari dell'ormai noto modus operandi di sauditi (e qatarioti).

Il Brasile di Lula non si allinea: “la nostra guerra è alla povertà, non alla Russia”. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 31 gennaio 2023.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz negli ultimi giorni ha svolto un tour diplomatico in Sudamerica, dove ha visitato, nell’ordine, Argentina, Cile e Brasile, incontrando i rispettivi presidenti. Tra le altre cose, l’intenzione del cancelliere era quella di compattare e ottenere l’aiuto delle principali nazioni sudamericane nello sforzo bellico contro la Russia e a favore dell’Ucraina. Tuttavia, mentre Cile e Argentina hanno condannato esplicitamente l’aggressione russa di un Paese terzo, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva – che Scholz ha incontrato lunedì a Brasilia – ha mantenuto una linea indipendente, non condannando esplicitamente Mosca, ma asserendo che la responsabilità della guerra in corso può essere attribuita a entrambe le parti. «Per un verso, penso che la Russia abbia commesso il classico errore di invadere il territorio di un altro paese, dunque la Russia ha torto», ha dichiarato Lula ai giornalisti lunedì. «Ma continuo anche a pensare che se uno non vuole, due non litigano. A volere la pace bisogna essere in due», ha aggiunto. Lula ha anche rifiutato la richiesta di Scholz di inviare armi all’Ucraina: «il Brasile non vuole avere alcuna partecipazione, nemmeno indiretta. Dovremmo cercare chi può trovare la pace tra Russia e Ucraina», ha detto. Il cancelliere tedesco, inoltre, è il primo premier europeo a incontrare il presidente brasiliano dopo la sua rielezione.

È, dunque, fallito il tentativo tedesco di coinvolgere il più grande Paese dell’America Latina nello sforzo internazionale di sostegno a Kiev: Lula ha detto che il Brasile non fornirà munizioni all’Ucraina per i cannoni antiaerei Gepard di fabbricazione tedesca, come richiesto dalla Germania. Il presidente brasiliano, infatti, intende porsi come mediatore del conflitto, poiché, secondo quanto riferito anche dal media statunitense Bloomberg, «Lula, in linea con la tradizione di politica estera brasiliana, vuole presentarsi come mediatore dei conflitti in un mondo multipolare, piuttosto che come un automatico alleato degli Stati Uniti e dell’Unione Europea». Viene smentita così, almeno per ora, la narrativa di quell’ala mediatica che si può ascrivere alla corrente sovranista e antiglobalista secondo cui Lula sarebbe una pedina delle élite economiche finanziarie internazionali e un falso protagonista della corrente multipolare internazionale che fa capo ai BRICS. Secondo tale visione sarebbe Bolsonaro il vero paladino anti-establishment: una lettura, tuttavia, che trova scarsa conferma nei fatti e nell’operato politico dell’ex presidente, il quale non di rado ha favorito le multinazionali e le politiche neoliberiste anche contro gli interessi dei popoli indigeni.

Fino ad ora, il presidente socialista ha dimostrato il contrario rispetto a quanto sostenuto da certi ambienti mediatici anti-establishment, mantenendo una politica autonoma e neutrale sulla questione ucraina e dando il via al progetto per la creazione di una moneta comune del sud America, che potrebbe chiamarsi “sur” e che servirebbe anche per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense. Rispetto alla crisi ucraina, Lula avrebbe suggerito di creare un club di Paesi che vogliono costruire la pace sul pianeta: «Il Brasile è disposto a dare un buon contributo. Il mondo ha bisogno di pace […]. Una parola che finora è stata usata molto poco», ha affermato. Inoltre, ha ribadito che l’unica guerra che intende affrontare il Brasile è quella «contro la povertà». Subito dopo l’inizio del conflitto, inoltre, Lula – con riferimento a Zelensky – aveva dichiarato che «questo ragazzo è responsabile dello scoppio della guerra quanto Putin».

L’incontro tra Lula e Scholz ha avuto esito positivo, invece, per quanto riguarda il piano della cooperazione commerciale. I due, infatti, hanno detto di essere impegnati a finalizzare l’accordo Ue-Mercosur in questo semestre. Il Mercosur è il mercato comune dell’America meridionale che include anche Paraguay e Uruguay: «Ci siederemo al tavolo delle trattative con l’atteggiamento più aperto possibile per poter chiudere l’accordo nel semestre», ha assicurato Lula, il quale ha anche spiegato che durante il suo mandato, tra il 2007 e il 2010, è stato vicino a raggiungere l’intesa che però è naufragata a causa della propensione della Francia a difendere i suoi prodotti agricoli.

Lula ha rifiutato, invece, di aderire al cosiddetto “club del clima” tedesco, un insieme di Stati che dovrebbero coordinare le loro politiche industriali e climatiche, al contrario di Cile e Argentina. Tuttavia, il Brasile – essendo la più grande economia del continente – ha un peso di gran lunga superiore rispetto alle altre due nazioni e Lula ha sorprendentemente rifiutato di aderire. Per quanto riguarda, invece, il discorso di un «club di Paesi» per la pace, il presidente brasiliano ha sottolineato l’importante ruolo della Cina nei colloqui di pace, argomento di cui discuterà in una visita programmata a Pechino a marzo.

Scholz, dunque, ha incassato un doppio no dal presidente brasiliano, sia per quanto riguarda gli aiuti militari a Kiev, sia per l’adesione al “club del clima”. Allo stesso tempo, Brasile e Cina – membri del BRICS – intendono promuovere un piano di pace, come attestato dalle dichiarazioni del presidente brasiliano e dall’imminente viaggio dello stesso a Pechino. [di Giorgia Audiello]

Brasile, le accuse di Lula: “Polizia e forze armate complici così hanno aperto le porte ai rivoltosi del Planalto”. Martina Melli L'Identità il 17 Gennaio 2023

C’aveva visto lungo Lula, all’indomani della Capitol Hill brasiliana, a rivolgere durissime accuse contro il sistema di polizia nazionale. Una settimana dopo l’assalto del Planalto infatti, il puzzle prende forma, una forma inquietante di corruzione e connivenza. Giovedì scorso, a una colazione con i giornalisti, il Presidente in carica ha parlato apertamente della complicità della polizia. “Voglio vedere i video registrati all’interno della Corte Suprema, all’interno del Planalto. Molti membri della polizia erano complici, così come molti membri delle forze armate. Sono anche convinto che la porta del Planalto sia stata aperta per far entrare i rivoltosi, perché non ci sono porte rotte. Qualcuno ha facilitato l’ingresso”. Dai sospetti ai fatti. È stato il Washington Post, a riportare le testimonianze relative al coinvolgimento delle forze dell’ordine nel gravissimo attacco ai palazzi del potere di Brasilia. Innanzitutto, gli assaltatori hanno trovato una zona franca davanti al quartier generale militare, dove sono rimasti accampati per settimane. Stando a due fonti anonime, quell’8 gennaio alti funzionari dell’amministrazione Lula sono arrivati davanti agli edifici dell’esercito con l’obiettivo di arrestare gli insorti, e “si sono trovati di fronte a carri armati e personale schierato”. Il generale Júlio César de Arruda, rivolgendosi al ministro della Giustizia Flávio Dino, ha detto: “Qui non arresterete nessuno”, dando così il tempo di fuggire a centinaia di sovranisti. Non solo. C’è stato “un cambiamento nel piano di sicurezza, poco prima che migliaia di rivoltosi si riunissero fuori dagli edifici federali”. E ancora: la polizia rimasta immobile a guardare, a filmare. Addirittura a fraternizzare. Un alto ufficiale era presente sul posto, quando doveva essere in vacanza. Questa ricostruzione coincide con la deposizione spontanea del governatore di Brasilia indagato e sospeso, Ibaneis Rocha, secondo cui fu il comando militare a rinviare lo sgombero del campeggio bolsonarista, fissato in un primo momento per il 29 dicembre. Sempre giovedì, la polizia federale ha trovato nell’armadio dell’ex ministro della giustizia di Bolsonaro, Anderson Torres, un documento che delineava un piano per prendere il controllo della corte elettorale suprema e ribaltare le elezioni di ottobre. Dopo questo ritrovamento, venerdì la Corte suprema ha ufficialmente indagato Bolsonaro per il presunto tentativo di rovesciare il nuovo governo Lula. Il tutto mentre il suo avvocato lo definisce un”difensore della democrazia”. Al momento però, la vera priorità delle indagini, è risalire ai finanziatori della sommossa. Si è subito pensato ad agricoltori e magnati degli autotrasporti, ma c’è un “pesce grosso”, e non è ancora stato identificato. Ciò che è interessante notare, però, è come in questa rete di finanziamenti sia coinvolto “Pix”, il sistema di pagamenti gestito dal governo. Pix, consentendo ai seguaci più accaniti di Bolsonaro di finanziare i loro media alternativi e le manifestazioni di estrema destra, è diventato un pilastro finanziario chiave del movimento di negazione elettorale dell’ex Presidente. Le conseguenze per l’assalto dell’8 gennaio si prospettano molto severe.

Lula ha fatto arrestare più di 1800 persone, e sta puntando a una riorganizzazione generale dell’intera macchina governativa. “La verità è che il Palazzo era pieno di bolsonaristi, di personale militare. Stiamo vedendo se possiamo correggerlo”, ha dichiarato l’ex sindacalista. Bolsonaro vanta un grande sostegno all’interno dell’apparato di sicurezza, in particolare nelle forze armate e nella polizia militare. Sostegno che, come abbiamo già detto, spiegherebbe almeno in parte, la devastazione di quell’infausta domenica. Se è vero che, come dicono in molti, il seguito di Bolsonaro è così capillarizzato all’interno delle istituzioni, il rischio golpe è tutt’altro che un lontano ricordo.

Bolsonaro: «Invasioni illegali», rimosso governatore di Brasilia. Sara Gandolfi e redazione Online su Il Corriere della Sera il 9 gennaio 2023.

Domenica pomeriggio migliaia di sostenitori dell’ex presidente di estrema destra brasiliano Jair Bolsonaro hanno assaltato i tre principali palazzi della politica a Brasilia, la capitale del Brasile - Parlamento, Presidenza e Corte Suprema - per protestare contro il risultato delle elezioni dello scorso autunno, perse da Bolsonaro contro Inácio Lula da Silva.

La polizia ha arrestato almeno 400 persone e dopo qualche ora è stato ripreso il controllo degli edifici.

L’occupazione appare ispirata dall’assalto al Campidoglio statunitense a opera dei manifestanti pro-Trump, nel gennaio di due anni fa.

Ore 07:46 - Centinaia di arresti e la condanna/attacco di Bolsonaro

(Sara Gandolfi) Centinaia gli arresti nella notte. L’ex presidente Bolsonaro ha condannato gli assalti, negando qualsiasi responsabilità e tirando una stoccata a Lula: «Le manifestazioni pacifiche, secondo la legge, fanno parte della democrazia. I saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come quelli di oggi, così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sono illegali».

I manifestanti sono tornati a installarsi davanti al comando militare di Brasilia. Bloccate dai bolsonaristi autostrade in almeno quattro stati. Alcuni avrebbero rubato armi. Ci sarebbe tensione tra esercito e la polizia militare vicina a Bolsonaro. I primi impedirebbero ai secondi di entrare nella zona dell’accampamento bolsonarista.

Video riprendono poliziotti che filmano vandalismi e “marciano” con i dimostranti. Molti i danni negli edifici occupati: nel palazzo presidenziale vetri e finestre rotti, quadri degli ex presidenti buttati a terra, locali allagati con estintori.

Ore 07:53 - La Corte Suprema rimuove il governatore di Brasilia

Il giudice della Corte Suprema brasiliana Alexandre de Moraes ha rimosso per 90 giorni il governatore della regione di Brasilia, Ibaneis Rocha. Poco prima lo stesso Moraes aveva ordinato lo sgombero dei campi dei sostenitori di Bolsonaro in tutto il Paese entro oggi.

Ore 07:56 - Tre Stati inviano polizia militare

Almeno tre Stati hanno annunciato l’invio della polizia militare che si unirà alla Forza Nazionale nel Distretto Federale di Brasilia dopo l’attacco dei bolsonaristi al quartier generale dei Tres Podere. Gli Stati interessati sono quelli di Bahia, Piaui’ e Pernambuco.

Ore 07:56 - Bremmer: «Bolsonaro è il Trump dei Tropici»

Assalto al Parlamento e al palazzo presidenziale di Brasilia due anni dopo quello contro il Congresso di Washington. Donald Trump ha fatto scuola? ha chiesto Massimo Gaggi al politologo Ian Bremmer, sul Corriere di oggi. «Certo, ho appena pubblicato su Twitter un post nel quale definisco Jair Bolsonaro il Trump dei Tropici», risponde il politologo Ian Bremmer, fondatore e capo del centro di analisi dei rischi internazionali Eurasia. «Senza l’attacco di due anni fa nella capitale americana oggi non avremo assistito a questa insurrezione. Ma i ribelli falliranno a Brasilia come hanno fallito a Washington».

Però sono migliaia, apparentemente più numerosi di quelli di Capitol Hill. E l’attacco contemporaneo su tre fronti — oltre a Parlamento e alla presidenza, hanno attaccato anche la Corte Suprema — dà l’idea di un’operazione ben pianificata con obiettivi ambiziosi.

«È vero, l’attacco è stato più massiccio, ma è avvenuto di domenica, quando tutti quei palazzi erano vuoti. Questo ha reso probabilmente più facile reclutare ribelli disposti ad esporsi nell’assalto. Ma ha anche reso meno letale la sommossa».

Nella capitale i fan di Bolsonaro si erano mobilitati da tempo attorno ai palazzi del governo. Non c’è il rischio di un’occupazione permanente, destinata a portare a un golpe o, comunque, a rendere impossibile, per Lula, governare?

«No: polizia ed esercito sono totalmente leali al nuovo presidente, ne riconoscono la legittimità. I militari non vogliono un colpo di Stato e tutti i partiti brasiliani hanno subito condannato questa aggressione. Tutto ciò, almeno nell’immediato, rafforzerà Lula: fin qui ha evitato di reagire con durezza alle proteste e agli accenni di rivolta. Se ora chiederà ai militari di intervenire, certamente lo faranno per difendere la legalità. Mi aspetto anche una crescita della sua popolarità. Attualmente Lula ha un indice di gradimento tra il 50 e il 60 per cento. Consistente, ma un leader appena eletto dovrebbe poter contare su numeri molto migliori, godere della tradizionale luna di miele: mi aspetto che la ribellione e il ripristino dell’ordine facciano salire, almeno per un po’, l’apprezzamento per il neopresidente oltre il 60 e probabilmente oltre il 70 per cento».

Perché parla di un progresso solo momentaneo per Lula?

«Il presidente appena insediato dovrà affrontare una situazione economica molto difficile nel suo Paese. Se non riuscirà a migliorare le prospettive nel lungo periodo riemergeranno i rischi di destabilizzazione in un Paese profondamente polarizzato e con un’opposizione nella quale già ora vediamo all’opera frange violente, pronte a tutto».

Come a Washington due anni fa, la rivolta sembra anche il prodotto del ruolo devastante delle reti sociali: Bolsonaro e i suoi tantissimi parlamentari eletti di recente hanno usato come trampolino YouTube.

«Certo, è un altro frutto avvelenato uscito dalle reti sociali».

Cosa farà Bolsonaro?

«È negli Stati Uniti per riprendersi dalla sconfitta elettorale. A Capodanno era con Trump a Mar-a-Lago. Come lui non ha concesso la vittoria, lasciando che fossero i suoi collaboratori a farlo. Ma è stato attento a non spalleggiare pubblicamente i rivoltosi, anche se sono suoi fan. Vuole ricandidarsi alle elezioni e sa che rischia di essere dichiarato ineleggibile se fomenta la ribellione».

Messa così, per adesso sembra che non gli rimanga di meglio da fare che giocare a golf con The Donald.

«Beh, non mi sorprenderebbe se anche lui, come Trump, lanciasse una sua collezione di Nft. Come le 45 mila carte dell’ex presidente».

Ore 08:02 - Meloni: «Urgente un ritorno alla normalità»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato l'assalto su Twitter: «Quanto accade in Brasile non può lasciarci indifferenti. Le immagini dell'irruzione nelle sedi istituzionali sono inaccettabili e incompatibili con qualsiasi forma di dissenso democratico. È urgente un ritorno alla normalità ed esprimiamo solidarietà alle Istituzioni brasiliane».

Quanto accade in Brasile non può lasciarci indifferenti. Le immagini dell?irruzione nelle sedi istituzionali sono inaccettabili e incompatibili con qualsiasi forma di dissenso democratico. È urgente un ritorno alla normalità ed esprimiamo solidarietà alle Istituzioni brasiliane.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha twittato: «Sto seguendo con preoccupazione quanto sta accadendo in Brasile.Ogni atto di violenza contro le istituzioni democratiche deve essere condannato con grande fermezza. I risultati elettorali vanno sempre e comunque rispettati».

Sto seguendo con preoccupazione quanto sta accadendo in Brasile.Ogni atto di violenza contro le istituzioni democratiche deve essere condannato con grande fermezza. I risultati elettorali vanno sempre e comunque rispettati .

Estratto dell’articolo di Daniele Mastrogiacomo per repubblica.it l’8 gennaio 2023.

Prima di partire per gli Usa, dove si è rifugiato con la moglie Michelle e la figlia Laura, Jair Bolsonaro ha praticamente distrutto l’appartamento presidenziale del Palacio da Alvorada a Brasilia. Lo ha scoperto Janja, Rôsangela da Silva, ultima e terza moglie di Lula durante un sopralluogo nella sede dove andrà a vivere con il nuovo presidente del Brasile. 

 È rimasta turbata e quando è tornata la seconda volta si è fatta accompagnare da una giornalista di Globo tv per testimoniare con delle immagini lo scempio. Tappeti strappati, divani bucati e lacerati in più punti, infiltrazioni nei muri, finestre rotte e opere d’arte, come dipinti di pregio, abbandonate all’esterno e rovinate dal sole. Mancano anche alcuni pezzi che facevano parte della collezione storica del palazzo da sempre adibito a residenza ufficiale dei capi di Stato. Un vero disastro. 

 Nel salone di rappresentanza il pavimento in marmo ha punti sollevati e parti staccate. Bolsonaro aveva portato via tutto. Ha lasciato solo una penna a sfera, di quelle usa e getta, appoggiata sulla scrivania della biblioteca dove si tenevano le visite ufficiali. Il resto è sparito. Non si sa se lo abbia conservato da qualche parte o semplicemente dato a amici e conoscenti. […]

Chiuso nel suo mega appartamento di due piani a Orlando, di proprietà dell’ex campione di arti marziali brasiliano José Alvo, l’ex capitano sconfitto alle ultime elezioni starebbe meditando seriamente di chiedere la cittadinanza italiana. Può farlo in virtù della sua discendenza dai nonni, sia paterni sia materni, originari del nostro paese. […]

L’Italia ha un debito con lui per la cattura e l’estradizione di Cesare Battisti. Soprattutto Matteo Salvini che con Bolsonaro ha sempre avuto una sintonia e un rapporto privilegiati.

(ANSA il 9 gennaio 2023.) - In Brasile i titolari dei tre poteri dello Stato hanno divulgato una nota congiunta in cui affermano di "rifiutare" gli "atti terroristici" commessi dai bolsonaristi radicali a Brasilia e chiedono alla popolazione di "difendere la pace e la democrazia". La nota è firmata dal presidente della Repubblica, Luiz Inácio Lula da Silva, dal presidente pro tempore del Senato, Veneziano Vital do Rêgo, dal presidente della Camera, Arthur Lira, e dalla presidente della Corte suprema, Rosa Weber. Il documento è stato diffuso dopo un incontro tra di loro al Palacio do Planalto, a Brasilia.

(ANSA il 9 gennaio 2023) - Prime richieste in Usa per estradare Jair Bolsonaro in Brasile. Joaquin Castro, membro della commissione affari esteri della Camera, ha detto alla Cnn che Bolsonaro ha usato "il copione di Trump per ispirare i terroristi domestici per tentare di prendere il governo". "Ora Bolsonaro è in Florida...dovrebbe essere estradato in Brasile... Gli Usa non devono dare rifugio a quest'uomo autoritario che ha ispirato il terrorismo domestico in Brasile". Sulla stessa lunghezza d'onda la giovane star progressista Alexandria Ocasio-Cortez.

Da open.online il 9 gennaio 2023.

 Dopo l’assalto avvenuto ieri ai palazzi del potere a Brasilia che ha provocato 46 feriti, di cui almeno 6 gravi, la polizia avrebbe arrestato circa 1.200 manifestanti. L’attacco è stato portato avanti dalle migliaia di sostenitori di Bolsonaro, sconfitto alle urne lo scorso ottobre da Luiz Inacio Lula da Silva, che sono scesi in strada – come avviene da settimane – per contestare il risultato elettorale.

I manifestanti hanno sfondato il cordone di sicurezza e invaso il Palácio do Planalto, nel piazzale dove si trovano la sede della residenza presidenziale, del Parlamento brasiliano e della Corte suprema – ricordando da vicino l’assalto a Capitol Hill di due anni fa. Jair Bolsonaro, in Florida, si è dissociato da quanto accaduto, ma il neoeletto Luiz Inacio Lula da Silva lo ritiene colpevole di aver infiammato i manifestanti.

 Gli oltre mille arrestati sono stati portati con 40 bus nel quartier generale della polizia federale. Nel frattempo la protesta non è finita, e in molte strade e autostrade del Paese i bolsonaristi hanno creato dei blocchi. A San Paolo hanno dato fuoco a pneumatici e rifiuti, creando ingorghi su una delle arterie della megalopoli, la Marginal Tieté. Ma altre situazioni simili si sono verificate nello Stato di Mato Grosso, in altre aree dello Stato di San Paolo e a Santa Caterina.

 Intanto il presidente Lula ha diffuso una nota congiunta con il presidente della Camera, del Senato e della Corte suprema federale «per condannare gli atti terroristici, vandalici, criminali e golpisti», invitando la popolazione «alla serenità, in difesa della pace e della democrazia». Nella nota, Lula sottolinea che «il Paese ha bisogno di normalità, rispetto e lavoro per il progresso e la giustizia sociale della nazione».

 Le accuse di Lula

Il presidente Lula ha promesso di assicurare alla giustizia i responsabili del peggior attacco alle istituzioni del Paese da quando la democrazia è stata ripristinata, quattro decenni fa. Un assalto che, secondo il presidente brasiliano, è stato finanziato «da uomini d’affari anche dall’estero».

 Per fare luce su quanto accaduto, Lula ha annunciato un intervento di sicurezza federale a Brasilia che durerà fino al 31 gennaio. Il giudice della Corte suprema del Brasile Alexandre de Moraes ha decretato il divieto di manifestazioni fino al 31 gennaio, l’arresto in flagrante degli estremisti accampati davanti alle caserme, e ha convocato sindaci, governatori e generali. Intanto l’esercito e la polizia hanno annunciato che a breve inizierà lo sgombero degli ultimi bolsonaristi. Che però avrebbero rubato armi da fuoco a Planalto, mentre il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes ha ordinato alle piattaforme di social media Facebook, Twitter e TikTok di bloccare la propaganda golpista in Brasile.

Bolsonaro si dissocia dall’attacco

«Respingo le accuse, senza prove, attribuitemi dall’attuale capo dell’esecutivo del Brasile», ha scritto Bolsonaro evitando di nominare Lula. «Durante tutto il mio mandato sono sempre stato nel perimetro della Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà», ha aggiunto. Bolsonaro si trova in Florida dal 30 dicembre scorso.

 Ovvero da poco prima dell’insediamento di Luiz Inàcio Lula da Silva. Bolsonaro ha già visitato la Florida nel 2020. In quell’occasione ha soggiornato nella residenza Mar-a-Lago dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Palm Beach. L’eletta democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che gli Usa dovrebbero smetterla di lasciare un rifugio a Bolsonaro.

Lula a Brasilia

Lula invece è tornato a Brasilia. Ha visitato i luoghi colpiti dagli attacchi dei bolsonaristi: il Palazzo presidenziale Planalto, la Corte Suprema e il Congresso. Nel tribunale federale il presidente ha incontrato la presidente Rosa Weber e i giudici Dias Toffoli e Luis Roberto Barroso. Lula era ieri ad Araraquara, dove ha parlato alla Nazione condannando gli attacchi e le violenze dei manifestanti. «Non succederà più – aveva detto -. Scopriremo chi ha finanziato tutto questo». Il ministro della Giustizia Flavio Dino ha detto che Bolsonaro è «politicamente responsabile» dell’assalto.

La destituzione del governatore di Brasilia

Intanto il giudice della Corte Suprema Federale Alexandre de Moraes ha ordinato la rimozione del governatore del Distretto federale di Brasilia Ibaneis Rocha per un periodo di 90 giorni. «La violenta escalation di atti criminali è circostanza che può verificarsi solo con il consenso, e anche l’effettiva partecipazione, dalle autorità competenti per la sicurezza pubblica e l’intelligence», ha affermato Moraes. Almeno tre Stati hanno annunciato l’invio della polizia militare: Bahia, Piauì e Pernambuco.

 Meta promette di rimuovere i contenuti che elogiano l’assalto

De Moraes si è inoltre scagliato contro i social, in particolare Facebook, Twitter e TikTok, ordinando di «bloccare la propaganda golpista in Brasile». Una linea presto recepita da Meta, la società madre di Facebook, che ha definito le rivolte un «evento di violazione» e ha promesso di rimuovere i contenuti che «sostengono o elogiano» i manifestanti che hanno preso d’assalto gli edifici governativi. Lo riporta la Cnn.

«Prima delle elezioni, abbiamo designato il Brasile come luogo temporaneo ad alto rischio e abbiamo rimosso i contenuti che invitano le persone a prendere le armi o a invadere con la forza il Congresso, il palazzo presidenziale e altri edifici federali», ha dichiarato il portavoce della società, Andy Stone. Che ha aggiunto: «Stiamo anche designando questo come un evento di violazione, il che significa che rimuoveremo i contenuti che sostengono o elogiano queste azioni. Stiamo monitorando attivamente la situazione e continueremo a rimuovere i contenuti che violano le nostre politiche».

 Le reazioni: da Musk all’Onu

Intanto sui social proliferano le condanne riguardo l’accaduto. Il proprietario di Twitter, Elon Musk, ha commentato il violento attacco degli estremisti agli edifici governativi in Brasile. Ma senza prendere posizione. «Spero – ha scritto – che il popolo in Brasile sia in grado di risolvere le questioni pacificamente». Molti follower gli hanno contestato questa posizione, ricordandogli che la sua frase ricorda il «very fine people» usato da Trump. Musk da tempo sostiene le teorie complottiste sul «voto rubato» alle presidenziali americane. Ha riaperto gli account di suprematisti e insurrezionisti che il 6 gennaio 2021 avevano assaltato i palazzi del Congresso, a Washington. L’Onu ha condannato gli «atti antidemocratici» e ha chiesto alle autorità brasiliane di dare priorità al ripristino dell’ordine e alla difesa della democrazia.

 Una «ferma condanna» all’attacco è stata fatta anche dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Che su Twitter ha espresso la «grande preoccupazione per tutti noi, difensori della democrazia». Per concludere: «Il mio pieno sostegno al Presidente Lula, che è stato eletto in modo libero e correttamente».

 Anche la Cina ha dichiarato di «opporsi fermamente al violento attacco» agli edifici governativi della capitale brasiliana. Il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, ha aggiunto inoltre che Pechino «sostiene le misure adottate dal governo brasiliano per calmare la situazione, ripristinare l’ordine sociale e salvaguardare la stabilità nazionale».

Ha fatto eco la Turchia, che oltre a condannare «gli atti di violenza contro il governo guidato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il Congresso e la Corte Costituzionale in Brasile» ha ricordato come sia «importante rispettare i risultati delle elezioni e il processo democratico che riflette la volontà del popolo nel Paese». Il leader spagnolo Pedro Sanchez ha invece sottolineato come le notizie in arrivo dal Brasile ricordino «qual è la maggior minaccia per la democrazia, la pace e la prosperità nel mondo, da nord a sud e da est a ovest: il risorgimento di movimenti estremisti disposti a travolgere tutto».

 La vicenda ha turbato anche Papa Francesco, che si è detto «preoccupato» e ha rivolto un pensiero anche alle altre crisi politiche «in diversi Paesi del continente americano, con il loro carico di tensioni e forme di violenza che acuiscono i conflitti sociali»: «Penso specialmente a quanto accaduto recentemente in Perù, e in queste ultime ore in Brasile, e alla preoccupante situazione ad Haiti», ha sottolineato il pontefice.

 L’assalto al Parlamento

La folla ieri è riuscita a irrompere nel Parlamento sfondando i cordoni di sicurezza e devastando gli arredi. I rivoltosi hanno assaltato anche il palazzo presidenziale Planalto e la sede del Tribunale Supremo Federale. Che si trovano a due passi, appunto nella Praca dos Tres Poderes. Numerosi video girati dagli stessi manifestanti, pubblicati sui sociali e ripresi dai media, hanno mostrato persone in un’aula del Senato vandalizzata. All’esterno una marea umana con la maglietta della nazionale di calcio o una bandiera nazionale sulle spalle. Con un raid la polizia ha ripreso, poche ore dopo, il controllo della situazione.

Durante l’attacco alla Corte Suprema, i bolsonaristi hanno rubato una copia della Costituzione del 1988, come mostrano i video sui social network. La copia si trovava nell’edificio della sede del Tribunale. È stata rimossa e portata in Praca dos Tres Poderes. Secondo O Globo, l’edizione originale della Magna Carta, conservata nel museo della Corte Suprema, è invece intatta e non è stata vandalizzata. Il museo si trova nei sotterranei del Tribunale e i manifestanti non ci sono entrati. I video mostrano il momento in cui un sostenitore di Bolsonaro si arrampica sulla scultura A Justiça, di Alberto Ceschiatti, e si impossessa del libro.

L’esercito ferma la polizia

Intanto l’esercito brasiliano impedisce alla polizia l’ingresso a Brasilia nell’area dove sono accampati molti seguaci dell’ex presidente. Secondo la pagina online del quotidiano Folha de S. Paulo i militari hanno sbarrato la strada agli agenti che volevano entrare nella zona dove erano accampati gli autori dell’attacco con carri armati.

 Diversi veicoli della polizia, aggiunge il giornale, erano giunti all’ingresso della zona che si trova davanti al quartier generale dell’esercito, ma sono stati fermati. Le autorità locali hanno organizzato una riunione con responsabili militari, a cui partecipa anche Ricardo Capelli, designato da Lula come responsabile dell’intervento del governo federale nel distretto di Brasilia. Il quartier generale dell’esercito si trova nel Settore militare urbano (Smu), area di responsabilità esclusiva militare.

 Lo sgombero

Ma l’esercito e la polizia militare del Distretto federale di Brasilia inizieranno a breve lo sgombero dei manifestanti che sono ancora accampati a Brasilia. I dettagli dell’operazione che dovrebbe svolgersi proprio oggi sono stati discussi nella notte in un incontro con i ministri Jose’ Mucio (Difesa), Flavio Dino (Giustizia) e Rui Costa (Casa civile) con il comandante della Esercito, Julio Cesar Arruda, nel Comando Militare di Planalto. I bolsonaristi però hanno rubato armi da fuoco conservate nel gabinetto di sicurezza istituzionale, nel palazzo presidenziale di Planalto. Il ministro delle Comunicazioni sociali Paulo Pimenta ha mostrato in un video due casse di armi da fuoco vuote, sopra un divano parzialmente bruciato. Il vice Wadih Damous, che ha accompagnato il ministro nel tour, ha sottolineato che i ladri «avevano informazioni» su quanto custodito in quell’ufficio, dal momento che hanno preso armi, munizioni e documenti.

Estratto dell’articolo di Alessandro Oppes per “la Repubblica” il 9 gennaio 2023.

Le immagini che circolano sui social non potrebbero essere più esplicite: mentre i militanti bolsonaristi danno l'assalto alla sede del Congresso di Brasilia, ci sono agenti della Polizia militare del Distretto Federale che conversano amabilmente con loro. Non solo, riprendono persino con i loro smartphone l'invasione delle sedi istituzionali che sarebbero chiamati a proteggere.

 Video diffusi anche da alcuni manifestanti fedeli all'ex presidente Jair Bolsonaro, che commentano compiaciuti: «La polizia è dalla parte del popolo». In un'altra scena […] c'è un poliziotto in divisa avvolto nella bandiera verde-oro del Brasile, che familiarizza con i rivoltosi.

[…] La conferma che sia mancato qualsiasi tipo di prevenzione arriva dalla giornalista Gabriela Antunes, testimone diretta dell'assalto nella capitale brasiliana: «Il governatore di Brasilia avrebbe dovuto garantire la presenza di un maggior numero di effettivi delle forze dell'ordine per evitare l'invasione, ma non l'ha fatto.

 Abbiamo visto pochi poliziotti in giro, e quelli che c'erano lasciavano passare i manifestanti. […]». Il dito […] è puntato contro il governatore del Distretto Federale, Ibaneis Rocha Barros, del partito centrista Mdb, appena rieletto per un secondo mandato, che non ha organizzato nessuna forma di difesa dei palazzi del potere […] nonostante l'arrivo di decine di pullman di bolsonaristi fosse ampiamente annunciato.

Da qui l'intervento durissimo del presidente Lula, che ha denunciato la mancanza di protezione delle sedi della democrazia brasiliana. Con la promessa che «tutti i responsabili saranno trovati e puniti».

Il piano B. La subdola complicità di polizia e forze armate nell’assalto a Brasilia. Luigi Spera su L’Inkiesta il 10 Gennaio 2023.

Tutti conoscevano le intenzioni dei sostenitori di Jair Bolsonaro di invadere il palazzo presidenziale e la Corte suprema e poi di accamparsi in Parlamento. Eppure nessuno si è mosso in tempo per organizzare la sicurezza adeguatamente

Per giorni sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro in tutte le regioni del Brasile hanno organizzato la trasferta verso la capitale federale per mettere in atto il “Piano B”: marciare sulle istituzioni democratiche del Paese, invadere il palazzo presidenziale, la Corte suprema e accamparsi in Parlamento. Appelli alla mobilitazione di “patrioti” e brochure con la proposta di viaggio in pullman verso la piazza dei tre poteri circolavano da giorni sui gruppi di bolsonaristi radicali, soprattutto su WhatsApp e Telegram. Tutti sapevano, conoscevano i piani e le intenzioni, eppure nessuno si è mosso in tempo e organizzato la sicurezza adeguatamente. 

Anche quando a migliaia hanno iniziato a raggiungere Brasilia ore prima del corteo sfociato nell’invasione e depredazione del palazzo Presidenziale, del Parlamento e della Corte suprema. Così quando il fiume di manifestanti ha rotto i fragili argini della sicurezza, i pochi poliziotti presenti sono rimasti, letteralmente, a guardare. Rimanendo inerti per le successive due ore. Inerzia che è stata pagata a caro prezzo dal governatore del Distretto federale, Ibanes Rocha. 

Alleato della prima ora di Jair Bolsonaro, si è visto prima commissariare la pubblica sicurezza dal governo federale e poi sollevato dall’incarico per ordine del giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes, secondo cui l’operato fallimentare della polizia è effetto di una sua omissione in atti d’ufficio. 

«C’è stata incompetenza, mancanza di volontà o mala fede da parte di chi doveva occuparsi della sicurezza nel Distretto federale», ha commentato il presidente Luiz Inacio Lula da Silva annunciando l’intervento federale nella capitale. Il ministro della Giustizia, Flavio Dino, ha puntato il dito contro il segretario alla sicurezza pubblica Anderson Torres, fino a 10 giorni fa ministro della giustizia di Bolsonaro. 

Licenziato ieri quando ancora i manifestanti distruggevano indisturbati, insieme a vetrate e opere d’arte anche l’immagine del Brasile nel mondo, Torres è già oggetto di numerose denunce e una richiesta di arresto. Di certo le prime domande cui dovrà offrire una risposta saranno quelle relative alla natura del viaggio in Florida, dove si trova in questo momento. Soggiorno che si svolge nello stesso periodo in cui Bolsonaro si è rifugiato negli Stati Uniti, proprio in Florida, per evitare di partecipare alla transizione dei poteri.

La gestione della sicurezza da parte della polizia è anche sintomo di un problema strutturale. 

Nel corso degli anni e soprattutto nel periodo della campagna elettorale presidenziale per le elezioni del 2018, il messaggio politico ha preso piede nelle caserme delle polizie militari degli stati, come in nessun altro luogo. I benefici riconosciuti ai poliziotti e la prossimità di Bolsonaro con l’ambiente militare, ha solidificato il rapporto. «Sociologicamente parlando, c’è stato un elemento di identificazione con le persone vestite con i colori verde-oro della bandiera», afferma il capo analista ed esperto di questioni militari del Think Tank Equilibrium, Ricardo Lobato. «Questo spiega l’attitudine inerte dei poliziotti davanti all’avanzata dei terroristi verso i palazzi del potere». 

«La forte connotazione ideologica della polizia è un fatto conclamato e non è recente – afferma Lobato – la radice di questa relazione è da ricercare nella mancata smilitarizzazione delle polizie militari degli stati dopo la dittatura militare, come invece fatto ad esempio in Spagna». 

La natura ideologica dei poliziotti si incrocia con la guida politica “delle più radicali”, di Anderson Torres delle strutture di sicurezza, sostiene Lobato. Il risultato è sintetizzato nelle immagini dei poliziotti che filmano i manifestanti mentre invadono i palazzi del potere pubblico o mentre si voltano letteralmente dall’altro lato mentre in tanti corrono verso il parlamento con bastoni e pietre.

Il governo annuncia ora un cambio di passo nel contrasto al movimento sovversivo che da mesi tiene sulle spine il Paese. Con i responsabili delle invasioni di ieri che iniziano a finire in cella, l’obiettivo è ora smantellare i numerosi accampamenti di sostenitori di Bolsonaro che, sin dal giorno successivo le elezioni del presidente Lula, occupano gli spazi antistanti alle caserme delle forze armate per invocare un intervento militare per sovvertire l’esito del voto. Dall’accampamento di Brasilia provenivano infatti molti dei manifestanti che hanno invaso i palazzi del potere ieri. Dallo stesso sit-in permanente sono partiti i bolsonaristi che hanno tentato di invadere la sede della Polizia federale il 12 dicembre scorso per “liberare” uno dei propri leader, José Acacio Tserere Xavante, in manette per aver pronunciato frasi ingiuriose e minatorie contro il presidente Lula. 

Sempre nell’accampamento di Brasilia è stato pianificato l’attentato, poi sventato, il giorno di Natale. L’aspettativa di George Washington De Olveira Sousa, piazzando una bomba su un camion cisterna di combustibili, era che l’esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Brasilia desse inizio “al caos”, dando modo a Bolsonaro di imporre lo stato di emergenza, limitando i poteri di giustizia e parlamento, e impedendo l’insediamento di Lula. 

«Il problema è che questi accampamenti non sono stati sgomberati in precedenza e che, in molti casi sono stati protetti dalle forze armate. Molti militari mi hanno confessato che avevano parenti accampati lì», dice Ricardo Lobato. La stessa giustificazione è stata fornita invece pubblicamente dal ministro della Difesa di Lula, Josè Mucio Monteiro Filho, nel giustificare la tolleranza verso gli accampamenti. Altro elemento che aiuta a ricostruire il quadro di corto circuito istituzionale che attraversa il Brasile.

Con il passare delle ore appare sempre più evidente l’esistenza di un piano sovversivo organizzato e coordinato con l’obiettivo di destabilizzare le strutture democratiche del Paese. Un’organizzazione che il governo Lula punta a ricostruire a cominciare dall’identificazione di mandanti politici e finanziatori. E se per il governo le responsabilità penali di Bolsonaro sono ancora tutte da provare, quelle politiche sono già evidenti. 

Dopo un sopralluogo nei palazzi depredati Lula ha accusato apertamente il suo predecessore di essere il responsabile del caos senza registrato a Brasilia. «Non solo ha provocato tutto queste, ma continua a stimolare queste azioni da Miami. Sono anni che l’ex presidente invocato invasioni di Corte suprema e del Parlamento», ricorda Lula. Anni che Bolsonaro alimenta narrativa di brogli elettorali tra cospirazioni, complotti e fake news. E quando si pensava che il cambio al governo potesse portare a una normalizzazione e una riconciliazione nazionale, un evento inedito nella storia della giovane democrazia brasiliana destabilizza completamente il quadro completo e spagina le priorità di un governo la cui strada appare sempre più in salita.

«L’assalto al Parlamento in Brasile segna la fine di Bolsonaro e del bolsonarismo». Chiara Sgreccia su La Repubblica il 9 gennaio 2023.

La devastazione a Brasilia ricorda quanto successo a Capitol Hill. Ma quanto accaduto rafforzerà Lula. Parla Loris Zanatta

Arredi distrutti, finestre spaccate, computer per terra. Palácio do Planalto, la sede della Presidenza della Repubblica del Brasile è stata assaltata da migliaia di sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Che hanno rubato una copia della Costituzione del 1988, e devastato anche gli altri luoghi simbolo del potere del paese: il Parlamento e il Tribunale supremo federale, a Brasilia, la capitale. Solo dopo diverse ore e una cinquantina di feriti, le forze di Polizia hanno ripreso il controllo della situazione, eseguendo centinaia di arresti.

Il Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che al momento dell’assalto non era nel Palazzo presidenziale, ha parlato di «vandali fascisti», il ministro della Giustizia di un atto di «golpismo». Le immagini e i video che hanno fatto il giro del mondo in pochi minuti ricordano l’assalto a Capitol Hill di due anni fa. Quando i sostenitori di Donald Trump hanno colpito il cuore della democrazia Usa.

«Ci sono molti elementi comuni», commenta Loris Zanatta, professore di Storia dell’America latina all’università di Bologna e senior advisor per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. «Ma il punto adesso è capire se il Brasile ha anticorpi democratici abbastanza forti per impedire che un atto criminale e grottesco abbia anche delle gravi consegne effettive».

Per Zanatta nonostante l’estrema polarizzazione politica e sociale del Brasile, le istituzioni del Paese sono stabili e saranno in grado di reggere il colpo. «È una delle democrazie più solide dell’America latina. Certo, le intenzioni delle frange estreme del bolsonarismo che hanno assaltato i palazzi del potere sono piuttosto palesi: hanno agito per costruire una sensazione di illegittimità attorno alle elezioni presidenziali che hanno portato alla vittoria e all’insediamento di Lula. E quindi per delegittimare le autorità elette e lo stesso Presidente. Per dare un’immagine di ingovernabilità del paese. Affinché, per risolvere la situazione, emerga la possibilità di appellarsi a un ruolo che le forze armate hanno svolto spesso nella storia del Brasile: essere il “potere moderatore”. Cioè porsi come arbitro della patria, come custodi dell’unità nazionale, al di sopra delle diverse fazioni politiche».

Ma è poco probabile che questo accada. Perché «le forze armate brasiliane sono un gruppo professionale, indipendente dagli altri poteri. Al loro interno ci saranno pure dei gruppi estremisti pro-Bolsonaro che sognano un ritorno al passato ma la maggior parte è fedele alle istituzioni. Almeno da quando, nel 1985, è tornata la democrazia in Brasile».

Secondo Zanatta, anzi, tra un paio d’anni penseremo ai fatti del 8 gennaio 2023 come «il canto del cigno del bolsonarismo». Come la sua fine politica, perché quello che è successo allontanerà dell’ex presidente molti suoi sostenitori: «La pancia moderata del paese che fino a ora l’ha sostenuto. Non dimentichiamo che Bolsonaro è stato votato prima dalla maggioranza del Paese e, poi, nelle ultime elezioni, quasi dalla metà. Soprattutto negli stati più moderni e istruiti del Brasile. Questo vuol dire che buona parte della popolazione l’ha visto come un’alternativa reale e credibile per governare. Ma se i suoi sostenitori ricorrono ad azioni così estreme una parte rilevante dell’elettorato si distanzierà da lui».

La carta eversiva, quindi, non pagherà anche se lascia danni molto profondi. «Capiremo che succederà in base a come si comportano i governatori vicini a Bolsonaro che sono a capo degli stati più ricchi e popolari, Rio de Janeiro, São Paulo e Mina Gerais. Secondo me prenderanno le distanze da questi atteggiamenti».

Come dichiara Zanatta la condanna all’assalto ai palazzi del potere è stata unanime in tutto il Brasile, anche Bolsonaro, da Miami, ha capito di dover prendere le distanze. «Così paradossalmente il tentativo di golpe volge a beneficio di Lula perché il Paese si è raccolto attorno alle istituzioni democratiche. Il pericolo resta perché gli estremisti potrebbero compiere atti violenti. Ma non è a rischio la tenuta democratica del Paese».

Bolsonaro dalla Florida: «Anticiperò il ritorno in Brasile ». Biden potrebbe decidere di revocargli il visto.  Viviana Mazza, nostra inviata a Orlando su Il Corriere della Sera l’11 Gennaio 2023.

Due diplomatici vicini a Bolsonaro — Nestor Forster, ambasciatore brasiliano negli Stati Uniti, e Maria Nazareth Azevedo, console a New York — sono stati rimossi o

«Sono venuto a trascorrere un po’ di tempo con la famiglia. Ma non ho avuto giorni tranquilli. Prima c’è stato lo spiacevole episodio in Brasile, poi il mio ricovero in ospedale». Bolsonaro cerca di prendere le distanze dai suoi sostenitori più violenti e dice alla Cnn Brasil in un’intervista telefonica di essere «dispiaciuto» per gli episodi di violenza e disposto ad anticipare il suo rientro in Brasile. «Ero venuto per restare fino a fine mese (gennaio, ndr), ma intendo anticipare il ritorno, perché a differenza dei medici locali, i dottori in Brasile conoscono già i miei problemi di occlusione intestinale dovuti alla ferita che ho riportato quando sono stato pugnalato» (nel 2018 in campagna elettorale, ndr ).

Anche se non lo facesse spontaneamente, potrebbe essere costretto a lasciare gli Stati Uniti, non solo se l’amministrazione Biden decidesse di revocargli il visto (alcuni deputati democratici come Alexandria Ocasio Cortez e Joaquin Castro dicono che non dovrebbe trovare rifugio in Florida), ma anche perché l’ex presidente è arrivato il 30 dicembre quando era capo di Stato — probabilmente con visto diplomatico A1. Senza confermare di quale tipo di visto sia in possesso Bolsonaro, il portavoce del dipartimento di Stato Ned Price ha detto ai giornalisti che «nel momento in cui un individuo non occupa più il ruolo governativo per cui lo ha ottenuto, deve lasciare gli Stati Uniti oppure richiedere il cambiamento dello status di immigrazione nell’arco di 30 giorni». Bolsonaro avrebbe dunque tempo fino al 30 gennaio.

Intanto negli Stati Uniti due diplomatici vicini a Bolsonaro — Nestor Forster, ambasciatore brasiliano negli Stati Uniti, e Maria Nazareth Azevedo, console a New York — sono stati rimossi secondo il quotidiano brasiliano Estadao.

L’ex presidente brasiliano, che aveva pubblicato su Twitter lunedì sera una sua foto dall’ospedale, ha detto a Cnn Brasil di stare bene, di essere ricoverato a Orlando da lunedì, in seguito a «dolori addominali» iniziati domenica sera, e che uscirà nell’arco di alcuni giorni. «Questo è il mio terzo ricovero per grave occlusione intestinale».

Secondo l’Associated Press, lo sceriffo della contea di Osceola aveva ricevuto una richiesta da parte dei servizi segreti di fornire una scorta a Bolsonaro quando arrivò il 30 dicembre ed era presidente. Ma nei giorni scorsi l’accesso alla villa nel resort Encore, vicino a Disney World, dove Bolsonaro ha vissuto da quando è arrivato in Florida, era libero. Le due guardie davanti all’ingresso erano brasiliane. Una di loro ha detto al Corriere ieri mattina che l’ex presidente si trovava all’interno della casa.

Brasile, caccia ai registi del caos. Già bloccati i conti di Bolsonaro. Cento le imprese sospettate di aver finanziato i golpisti. Ordinato l'arresto del capo della polizia di Brasilia. Paolo Manzo su Il Giornale l’11 Gennaio 2023

1.200 bolsonaristi sono ancora bloccati dalla Polizia Federale in attesa di sapere il loro destino, mentre le donne incinte e con i bambini, oltre agli anziani, che erano circa 600, sono stati rilasciati ieri dopo essere stati segnalati all'intelligence verde-oro, l'Abin. Adesso però sono le polemiche a dominare in Brasile. Innanzitutto c'è un acceso dibattito lessicale: in Brasile tutti gli arrestati sono da tre giorni chiamati dai principali media «terroristi», anche se dalla legge antiterrorismo del 2016 fu tolta qualsiasi motivazione politica per espressa richiesta della sinistra, che all'epoca era al governo, per timore che i suoi supporter, sovente violenti, potessero essere imputati per questo crimine. Il casus belli numero uno che sta facendo montare le polemiche è però di chi sia la colpa per non avere fermato il tentativo di golpe annunciato (l'Abin aveva avvertito il governo in carica) di domenica scorsa a Brasilia, con centinaia di vandali che hanno distrutto i palazzi del potere della capitale.

L'Avvocatura generale dell'unione brasiliana (Agu) ha annunciato di aver identificato più di 100 aziende sospettate di aver finanziato «la manifestazione golpista». Il loro denaro sarebbe «stato utilizzato per pagare gli autobus che trasportavano i golpisti e per aiutare i bolsonaristi radicali a rimanere accampati davanti al quartier generale dell'esercito a fare i preparativi per il tentativo di colpo di stato».

L'ultimo a finire sul banco degli imputati ieri è stato il 73enne Ministro della Difesa José Múcio, che non è del partito dei lavoratori, il PT del presidente Lula, insieme all'Ufficio di sicurezza istituzionale, il Gsi, la struttura preposta a difendere il palazzo di Planalto dove Lula ha già firmato 56 decreti e concesso 9 interviste, un record. L'ex comunista ministro della Giustizia, Flávio Dino, ha attaccato Múcio: «C'è un contingente dedicato alla protezione della sede della Presidenza, i fatti dimostrano che non ha agito. Perché non ha agito è oggetto di un'indagine che deve essere minuziosa. Voglio credere che si farà».

Da giorni Lula era irritato con Múcio, dal suo insediamento lo scorso 2 gennaio, quando il ministro aveva detto che le manifestazioni davanti alle caserme erano «democratiche», opponendosi a uno sgombero immediato come richiedevano molti. «Lo dico con molta autorità perché ho famiglia e amici lì, è una dimostrazione di democrazia», aveva insistito.

Dopo lo scempio dell'8 gennaio scorso, adesso Lula è ancora più irritato con lui, furente stando ai si dice, e molti settori del suo governo pretendono la testa di Múcio. Di certo molto preoccupato è anche Ibaneis Rocha, l'oramai ex governatore del Distretto Federale (DF), la regione che comprende anche la capitale Brasilia che, a tempo di record, è stato «fatto fuori» per decisione inappellabile dal giudice Alexandre de Moraes, il «todo poderoso» di San Paolo, membro della Corte Suprema (Stf) nonché presidente del Tribunale Supremo Elettorale. Ieri la Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti ha chiesto il blocco dei suoi beni, insieme a quelli dell'ex responsabile della pubblica sicurezza di Brasilia, Anderson Torres, di cui l'Avvocatura Generale dello Stato ha anche ordinato l'arresto. Arresto chiesto dalla Corte Suprema anche per l'ex capo della polizia militare, Fabio Augusto Vieira.

Inoltre, l'uomo scelto da Lula per sostituire Torres, il giornalista iscritto partito comunista brasiliano (PCdoB) Ricardo Cappelli, senza esperienza in sicurezza ma che portò Fidel Castro a parlare all'Une, l'Unione degli Studenti Brasiliani, quando ne era il presidente, ha detto che Torres «ha sabotato la sicurezza del Df». Chiesto il blocco dei beni anche dell'ex presidente Jair Bolsonaro, che ha fatto sapere, per smentire le voci di una fuga per evitare l'arresto, che appena sarà dimesso dall'ospedale in Florida, dov'è ricoverato per i postumi coltellata del 2018, tornerà in Brasile.

Da segnalare infine che la richiesta di destituzione del governatore del Distretto federale, la regione che comprende Brasilia, per presunta indulgenza con i «terroristi», è stata fatta dal senatore Randolfe Rodrigues, che festeggiò con l'ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo, Cesare Battisti, quando Lula gli concesse l'asilo politico pur essendo già stato condannato in ultima istanza in Italia per omicidi che, nel nostro Paese, lui stesso ha poi confessato.

La nuova vita di Bolsonaro l’americano “Ma sono triste”. Giada Balloch su L’Identità l’11 Gennaio 2023

Il Brasile va a fuoco e Bolsonaro prende il sole. L’ex presidente brasiliano scappato in Florida a fare la bella vita nei pressi del parco di Disney World, si gode la vita americana mentre il suo vecchio palazzo presidenziale si trasforma ogni giorno di più in una casa degli orrori. È ormai noto al mondo che Bolsonaro si trova ad Orlando, dove si è rifugiato pochi giorni prima dell’elezione del nuovo presidente Lula. Una scelta fatta, molto probabilmente, per fuggire dal caos in cui sta atterrando il suo Paese. L’ex presidente, infatti ha scelto per il suo nuovo soggiorno proprio il Sunshine State, lo stato dove c’è sempre il sole, per stare in pace e lontano da tutti i suoi problemi. Tuttavia non sembra soffrire di solitudine. Turisti, fan e cittadini brasiliani si sono presentati in tutta fretta sotto la sua casa. Ammiratori arrivati da tutto il mondo lo hanno raggiunto nella speranza di vedere il loro idolo per scattare una fotografia assieme. Numerosi sono stati i seguaci che hanno dichiarato di essere rimasti ore sotto il sole solamente per ottenere una foto con l’ex presidente, ormai quasi diventato un’attrazione per i turisti degli Usa. Il giorno dell’insediamento di Lula, Bolsonaro è stato fotografato nel fast food americano KFC mentre mangiava un aletta di pollo. Inutile dire che in brevissimo tempo l’immagine ha fatto il giro del web, diventando virale con migliaia di commenti collegati all’assalto al parlamento. Ma anche gli studenti di Miami vogliono che Bolsonaro ritorni in patria. Sofia, una studentessa dell’università internazionale della Florida, proveniente dal Brasile ci espone la sua opinione: “Deve ritornare in Brasile”, afferma decisa, “Questo inutile conflitto è andato avanti per fin troppo tempo. Nessuno di noi (brasiliani), è rimasto sorpreso quando è arrivata la notizia della sua fuga proprio qua, in Florida”. Aggiunge, ricordando l’accusa di Lula nei suoi confronti. Bolsonaro è stato incolpato di aver sostenuto la protesta e incoraggiato gli attacchi da Miami, “dove è andato a rilassarsi”. Abbiamo domandato alla studentessa se anche lei supporta Bolsonaro. “Ovviamente no, io sto dalla parte di Lula, perché lui sta con la democrazia. Bolsonaro ha superato il limite, tutte le persone che conosco gli danno del pazzo per aver scatenato una protesta tanto violenta”. Gli arresti da parte della polizia brasiliana si sono raddoppiati nelle ultime ore e i numeri sono impressionanti: contano più di 1500 persone. Tuttavia, nelle ultime ore, Bolsonaro ha fatto risentire la propria voce, intervendendo sugli scontri della scorsa domenica e sulla sua situazione personale: “Sono venuto a trascorrere un pò di giorni con la mia famiglia, ma non ho avuto giorni tranquilli: c’è stato il deplorevole episodio in Brasile e poi il mio ricovero in ospedale”. Così Jair Bolsonaro commenta con un passaggio l’assalto dei suoi sostenitori, tornando immediatamente alle sue condizioni di salute e annunciando il proprio anticipato rientro in patria: “Questo è il mio terzo ricovero per ostruzione intestinale grave” dice Bolsonaro, “In Brasile i medici conoscono i miei problemi di occlusione intestinale e qui non hanno precedenti”. Così, il suo soggiorno in Florida potrebbe avere i minuti contati: l’ex presidente potrebbe già rivedere il suo Brasile entro il mese di gennaio.

Antonio Riello per Dagospia l’11 gennaio 2023.

I fedelissimi dell'ex-presidente Jair Bolsonaro nella loro sovversiva invasione degli Edifici Federali di Brasilia non hanno distrutto solo vetri e suppellettili ma anche alcune opere d'Arte che appartengono al Patrimonio Nazionale Brasiliano.

 Secondo il Curatore dei Palazzi Presidenziali, Eugério Carvalho, i danni sono quasi sicuramente irreparabili. Si tratta di un quadro, noto come "As Mulatas", opera di uno dei più significativi pittori brasiliani del '900, Emiliano Di Cavalcanti (1897-1976). Di un dipinto di Jorge Eduardo (1936) dal nome evocatore: "Bandeira do Brasil". Di una scultura in legno del Polacco-Brasiliano Frans Krajcberg (1021-2017) e di un bronzo, "O Flautista", dell'Italo-Brasiliano Bruno Giorgi (1905-1993).

 Troppo facile spiegare le cose parlando solo dell'ignoranza barbarica delle masse manipolate.

Evidentemente qui non è in gioco il valore venale delle tele e delle sculture: in questo caso anziché danneggiarle le avrebbero potute facilmente rubare (e il Di Cavalcanti sembra valere circa un milione e mezzo di dollari). Non era il bottino il movente. La vandalica e insensata distruzione è il prodotto di una evidente distonia identitaria tra i manigoldi che hanno fatto irruzione e il contenuto dei Palazzi del Potere: il patrimonio artistico-culturale federale era evidentemente considerato come "cosa di altri" (dei burocrati e dei politici).

 Un contenuto insomma alieno, inutile ed perfino odioso agli occhi dei tanti sciagurati coinvolti in prima persona nell'assalto di Brasilia. I populisti purtroppo forniscono quello che il popolo eccitato ed impaurito cerca: un Capro Espiatorio. Un Nemico decisivo che appartiene alla tribù avversaria. Un'entità maligna che  va distrutta e umiliata: più o meno la stessa logica che scatena gli stupri etnici.

Anche i Nazisti con la loro ossessione persecutoria verso la cosiddetta l'Arte Degenerata non avevano motivazioni solo ideologiche/estetiche.  In fondo volevano punire quel pubblico libero e cosmopolita che aveva creato e nutrito le Avanguardie Storiche. Quella gente, spesso di origine ebraica, che non capivano, detestavano (e in qualche modo, silenziosamente, anche invidiavano). Non era banale disprezzo, era probabilmente più una sorta di vendetta dagli incerti, ma tragici, contorni socio-culturali.

 Detto molto sommariamente l'Arte Contemporanea è un prodotto creato su misura per un pubblico elitario che potremmo individuare come quello delle 3B: Bello, Bravo e Buono. Istruita, educata, di buoni propositi, fascinosa, impegnata, ma inevitabilmente una piccola élite. Di solito, anche un po' viziatella. Potrebbe in apparenza sembrare una questione di mero denaro, ma non è così semplice. L'Arte è un prodotto certamente costoso ma altri mercati del lusso, come la costosa moda griffata, sanno essere molto vicini al cuore del popolo, anche quello più marginale e minuto (come alcuni fatti di cronaca recente stanno facilmente a dimostrare). Il club delle 3B se ne fotte invece della griffe (roba da poveracci o arricchiti); ha invece i suoi "indirizzi segreti" noti solo agli affiliati e in continua complicata evoluzione (e guai a non esserne informati).

Tutti convergono sull'idea che esista un universale diritto di creare. Ma è il "Sistema dell'Arte" (come tutti gli apparati sociali strutturato attraverso una serie di "certificazioni") che decide cosa può - e che cosa non può - essere considerato a pieno titolo Arte. Una piccola minoranza liberal (sempre ben sicura di non sbagliare) plasma la correttezza delle visioni artistiche adattandole ai propri valori. Stiamo parlando, per chiarezza, del livello considerato più alto della pratica artistica, quello che si sviluppa tra le varie Biennali e si afferma nei Musei alla moda. Negli ultimi decenni tale sistema, di fatto, si è molto aperto e ha cercato di inglobare minoranze di ogni genere e tipo, paesi in via di sviluppo (segnatamente l'universo culturale Africano), dilettanti vari e di recente perfino saltimbanchi prestati dal mondo dello spettacolo.

 Ma il mondo/mercato dell'''Arte, mentre emancipa e sdogana, non manca di divorare qualsiasi cosa utilizzandola secondo le proprie logiche. Insomma si parla sempre più spesso degli "ultimi", ma lo si fa quasi sempre con il linguaggio, un po' snob, usato dai "primi". La moltitudine indifferenziata finisce per non capirci granchè e dunque continua sostanzialmente a diffidare dell'Arte Contemporanea. Per farne parte bisogna essere degli iniziati/privilegiati, questa è amaramente la percezione generale della gente.

Prendiamo il caso emblematico dei migranti. Molti artisti ne hanno fatto il tema di opere più o meno poderose (e pure costose). Lo ha fatto il famoso Ai Wei Wei con i suoi gommoni appesi davanti la facciata di Palazzo Strozzi a Firenze (2016). E ci ha provato lo Svizzero Christoph Büchel con il barcone affondato e ripescato dal fondo del Mediterraneo, poi esposto alla Biennale di Venezia del 2019. Questi interventi hanno certo reso omaggio a quella parte infelice dell'Umanità. E' una cosa positiva, siamo tutti d'accordo fin qui.

 Ma, nello stesso preciso momento, i migranti sono comunque diventati  strumentali per il gioco Arte Contemporanea che deve di-mostrare prima di tutto quanto umana, compassionevole e disinteressata sia l'Elite con la quale essa si identifica. Una domanda legittima: è cambiato davvero qualcosa per i migranti dopo la realizzazione queste opere? O invece sono stati in qualche modo usati - seppure con i migliori intenti - per finalità artistiche?

Forse sarebbe stato meglio, se fossero stati davvero loro la ragione di quello specifico fare artistico, impiegare le stesse risorse economico/creative per realizzare laboratori e scuole di alta qualità per i rifugiati? Perchè non provare a fare seriamente formazione e dare loro una possibilità per diventare gli artisti di domani? Magari non servirebbe ad evitare fatti tremendi come il saccheggio criminale di Brasilia. Ma potrebbe essere comunque il segnale di una restaurata credibilità intellettuale.

Brasile e Bolsonaro? Quando i compagni facevano lo stesso. Carlo Nicolato su Libero Quotidiano l’11 gennaio 2023.

Brasilia, maggio 2017. Centinaia di migliaia di manifestanti scendono in piazza per protestare contro il presidente Michel Temer, alcuni di loro prendono d'assalto i ministeri della Pianificazione, della Sanità, della Finanza, della Cultura, del Lavoro e della Scienza e danno fuoco a quello dell'agricoltura. Temer è un corrotto acclarato, membro del Movimento Democratico Brasiliano, partito di centro, ma nulla giustifica la violenza della folla incitata dalla sinistra e dai sindacati che cerca di cacciare il presidente occupando i palazzi del potere. Brasilia, gennaio 2023. La scena si ripete identica, stavolta il presidente messo in discussione è Luis Inacio da Silva detto Lula ed è di sinistra, del Partito dei Lavoratori. La folla, che non è stata direttamente incitata dal suo rivale, l'ex presidente Jair Bolsonaro, viene subito etichettata come neofascista. Nessuno, nemmeno in questo caso, può giustificare la violenza di quel migliaio di manifestanti vestiti con i colori della bandiera brasiliana che cercano d'impedire con la forza al neopresidente d'insediarsi al potere. E questo sebbene anche Lula sia un «corrotto», o meglio un «ex corrotto», che l'ha fatta franca grazie ai soliti vizi procedurali e poi alla sopraggiunta prescrizione dei reati che gli venivano addebitati. Stavolta però, a differenza del 2017, dove peraltro ci scapparono pure dei morti, la condanna è unanime, così come l'associazione tra l'assalto al parlamento brasiliano e quello di due anni fa al Campidoglio degli Stati Uniti d'America.

SCALMANATI - Colpa di Bolsonaro che non ha riconosciuto per tempo la vittoria di Lula, colpa di Trump che non riconobbe per tempo la vittoria di Biden. Entrambi hanno esasperato i toni, incitando direttamente o indirettamente i più scalmanati a passare alle vie di fatto. È il populismo che si è fatto fascismo, è la nuova estrema destra che non riconosce i principi democratici, li calpesta, li deride e li travolge. Il tutto ovviamente senza dimenticare, il messaggio è sempre sottinteso, che anche da noi ci sono i populisti, c'è un'«estrema destra» che ora è al governo e chissà mai che cosa potrebbe succedere il giorno in cui dovrà cedere il passo come è successo negli Usa e poi in Brasile. E la sinistra davvero non ha alcuna colpa in tutto questo? Siamo sicuri che mettere costantemente in dubbio la legittimità di Trump come presidente accusandolo di ogni misfatto, dall'accordo coi russi per vincere le elezioni all'ecatombe durante la pandemia di Covid, non abbia esasperato lo scontro e le tensioni politiche fino appunto a incitare alla violenza dei più esagitati? Tantopiù che poi le accuse a Trump si sono rivelate del tutto false, vedi i russi, o speciose, vedi i morti di Covid che sotto Biden sono perfino aumentati. Nessuno qui vuole difendere i Bolsonaro e i Trump, che in ogni caso hanno le loro gravi responsabilità, o addirittura giustificare la folla che occupa i palazzi della democrazia, ma la sinistra provi almeno una volta a farsi un esame di coscienza, provi almeno a considerare che gli assalti al Parlamento sono gravi sempre e in ogni caso, anche se arrivano dai progressisti.

 Brasile e Bolsonaro? Quando i compagni facevano lo stesso. Carlo Nicolato su Libero Quotidiano l’11 gennaio 2023.

Brasilia, maggio 2017. Centinaia di migliaia di manifestanti scendono in piazza per protestare contro il presidente Michel Temer, alcuni di loro prendono d'assalto i ministeri della Pianificazione, della Sanità, della Finanza, della Cultura, del Lavoro e della Scienza e danno fuoco a quello dell'agricoltura. Temer è un corrotto acclarato, membro del Movimento Democratico Brasiliano, partito di centro, ma nulla giustifica la violenza della folla incitata dalla sinistra e dai sindacati che cerca di cacciare il presidente occupando i palazzi del potere. Brasilia, gennaio 2023. La scena si ripete identica, stavolta il presidente messo in discussione è Luis Inacio da Silva detto Lula ed è di sinistra, del Partito dei Lavoratori. La folla, che non è stata direttamente incitata dal suo rivale, l'ex presidente Jair Bolsonaro, viene subito etichettata come neofascista. Nessuno, nemmeno in questo caso, può giustificare la violenza di quel migliaio di manifestanti vestiti con i colori della bandiera brasiliana che cercano d'impedire con la forza al neopresidente d'insediarsi al potere. E questo sebbene anche Lula sia un «corrotto», o meglio un «ex corrotto», che l'ha fatta franca grazie ai soliti vizi procedurali e poi alla sopraggiunta prescrizione dei reati che gli venivano addebitati. Stavolta però, a differenza del 2017, dove peraltro ci scapparono pure dei morti, la condanna è unanime, così come l'associazione tra l'assalto al parlamento brasiliano e quello di due anni fa al Campidoglio degli Stati Uniti d'America.

SCALMANATI - Colpa di Bolsonaro che non ha riconosciuto per tempo la vittoria di Lula, colpa di Trump che non riconobbe per tempo la vittoria di Biden. Entrambi hanno esasperato i toni, incitando direttamente o indirettamente i più scalmanati a passare alle vie di fatto. È il populismo che si è fatto fascismo, è la nuova estrema destra che non riconosce i principi democratici, li calpesta, li deride e li travolge. Il tutto ovviamente senza dimenticare, il messaggio è sempre sottinteso, che anche da noi ci sono i populisti, c'è un'«estrema destra» che ora è al governo e chissà mai che cosa potrebbe succedere il giorno in cui dovrà cedere il passo come è successo negli Usa e poi in Brasile. E la sinistra davvero non ha alcuna colpa in tutto questo? Siamo sicuri che mettere costantemente in dubbio la legittimità di Trump come presidente accusandolo di ogni misfatto, dall'accordo coi russi per vincere le elezioni all'ecatombe durante la pandemia di Covid, non abbia esasperato lo scontro e le tensioni politiche fino appunto a incitare alla violenza dei più esagitati? Tantopiù che poi le accuse a Trump si sono rivelate del tutto false, vedi i russi, o speciose, vedi i morti di Covid che sotto Biden sono perfino aumentati. Nessuno qui vuole difendere i Bolsonaro e i Trump, che in ogni caso hanno le loro gravi responsabilità, o addirittura giustificare la folla che occupa i palazzi della democrazia, ma la sinistra provi almeno una volta a farsi un esame di coscienza, provi almeno a considerare che gli assalti al Parlamento sono gravi sempre e in ogni caso, anche se arrivano dai progressisti.

 Riflessioni sui fatti del Brasile. Il nostro assalto alle istituzioni lo abbiamo già avuto, ma per fortuna lo guidava Di Maio. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 10 Gennaio 2023.

Effetto collaterale dell’antica tradizione trasformista, bizantina e gattopardesca della nostra politica, che tutto è capace di masticare e digerire, o più semplicemente della nostra buona stella, sta di fatto che il panorama italiano è più rassicurante di quel che appariva nel 2018. Ma non è detto che lo rimanga

L’assalto ai palazzi delle istituzioni brasiliane da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro è la prima replica, fedelissima all’originale anche nella tempistica, di quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio 2021, quando i sostenitori di un altro presidente sconfitto alle elezioni, Donald Trump, tentarono di bloccare il passaggio di poteri. Dunque, si potrebbe sostenere, i fatti di Brasilia sono storicamente persino più importanti di quelli di Washington: per la banale ragione che è il secondo elemento a fondare una serie, trasformando quello che altrimenti sarebbe rimasto un fatto isolato, per quanto importante, nell’inizio di un movimento più ampio.

È infatti il secondo episodio, molto più del primo, a rendere stringente la domanda su quando, dove e come si verificherà il prossimo. Per quanto riguarda l’Italia, tuttavia, è lecito domandarsi se in realtà il nostro assalto a Capitol Hill non ci sia già stato. E se dunque le inquietanti immagini di Brasilia, e le gravi conclusioni della commissione del congresso americano sulle chiarissime responsabilità di Trump nell’insurrezione del 2021, non siano per noi più un’eco del passato che uno squarcio sul futuro.

L’episodio della nostra storia recente più simile a quanto avvenuto due giorni fa in Brasile e due anni fa negli Stati Uniti, sebbene relativamente meno grave, è lo stallo alla messicana (per restare dalle parti dell’America Latina) che si verificò nel 2018 sulla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, che Sergio Mattarella, facendo valere le sue prerogative costituzionali, rifiutò di avallare. Come si ricorderà, il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, e con lui la maggioranza grillo-leghista che avrebbe dovuto formare il governo, rifiutò a quel punto di procedere oltre, in aperta polemica con il presidente della Repubblica, aprendo una crisi costituzionale senza precedenti, culminata nell’incredibile appello dei massimi dirigenti del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che arrivarono a chiedere la messa in stato d’accusa del Capo dello stato in piazza. Chiunque ricordi la tensione e lo sconcerto di quei momenti, il drammatico discorso di Mattarella in tv, non può non confermare come sia stato quello il nostro assalto populista alle istituzioni. Per fortuna lo guidava Di Maio.

È forse utile ricordare che in quelle ore concitate, in cui persino la Lega di Matteo Salvini rifiutò di seguire gli alleati lungo un crinale così pericoloso, un solo leader politico appoggiò la richiesta dei cinquestelle: Giorgia Meloni. Adesione tanto più significativa dal momento in cui Fratelli d’Italia non era neppure in maggioranza, ed era anzi nel centrodestra il partito che aveva accolto con maggiore contrarietà l’intesa di Salvini con i grillini.

L’ipocrisia del nostro dibattito pubblico ha raggiunto ormai un livello tale che il semplice ricordare le prese di posizione ufficiali dei diversi partiti appare come un’ingiustificata provocazione, a destra come a sinistra. Eppure proprio la perfetta simmetria delle parabole compiute prima dal Movimento 5 stelle, poi dalla Lega e infine da Fratelli d’Italia avrebbero molto da insegnare, se solo i rispettivi sostenitori e alleati non fossero quotidianamente impegnati nel confonderne le tracce, per raccontarci da un lato la favola del Conte punto di riferimento di tutti i progressisti, dall’altro quella della Meloni leader naturale di tutte le forze atlantiste, europeiste e riformiste.

All’indomani dell’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, nel 2014, non c’erano però solo i leghisti di Salvini a rilanciare tutti gli argomenti della propaganda putiniana e a battersi perché l’Europa rimuovesse immediatamente le relative sanzioni contro Mosca. A chiedere la cancellazione delle sanzioni e a rilanciare le accuse che ormai ben conosciamo agli Stati Uniti e all’Unione europea di avere provocato la Russia c’erano – prima e più di ogni altro – tutti i principali esponenti del Movimento 5 stelle (per il futuro viceministro agli Esteri Manlio Di Stefano, ancora nel 2016, l’Ucraina era uno «stato fantoccio della Nato»). Ma c’erano anche Meloni e Fratelli d’Italia, e ci sarebbero stati praticamente ogni anno, fino all’invasione del 24 febbraio 2022.

Proprio come per la Lega, pure per Fratelli d’Italia persino il tradizionale scetticismo sui vaccini, per usare un eufemismo, avrebbe trovato un’unica inspiegabile eccezione nella campagna per far adottare subito in Italia il vaccino russo Sputnik, cioè proprio quello su cui davvero erano fondati dubbi, riserve e cautele, in mancanza di trasparenza su dati e procedure.

L’adesione acritica alle posizioni di Vladimir Putin, lo scetticismo (o peggio) sui vaccini e la scienza, le campagne contro i migranti e le ong sul modello ugherese, la carica antipolitica e anti-istituzionale: il copione importato in Italia dal Movimento 5 stelle, copiato pari pari da Salvini prima e da Meloni poi, è lo stesso recitato da Trump negli Stati Uniti e da Bolsonaro in Brasile, come dai principali sostenitori della Brexit in Regno Unito. In Italia però ha avuto uno svolgimento diverso.

Almeno in due casi su tre – M5s e Fdi – all’ascesa dei populisti al potere non ha fatto seguito un tentativo di rottura istituzionale (salvo nella summenzionata campagna per l’impeachment di Mattarella, rientrata in un paio di giorni e subito clamorosamente abiurata dai suoi protagonisti), ma una radicale conversione alle ragioni della stabilità e della moderazione: per i cinquestelle c’è voluto più tempo, dopo un anno di governo gialloverde in cui la strada trumpiana è stata tentata più volte, dallo scontro con la Commissione europea sul deficit all’incontro con i gilet gialli in Francia; per Fratelli d’Italia la svolta è stata praticamente istantanea, non appena i sondaggi hanno cominciato ad accreditarne le possibilità di arrivare a Palazzo Chigi.

In entrambi i casi, comunque, sono rimaste gigantesche zone d’ombra. Basta ricordare le interminabili dirette dalla propria personale pagina Facebook con cui Conte, da capo del governo, non esitò a utilizzare persino una drammatica emergenza come quella del Covid per incassare like, o i recenti provvedimenti del governo Meloni sul reintegro dei medici no vax e contro le ong che salvano vite in mare. Resta, innegabile, in entrambi i casi, una svolta clamorosa, tanto più significativa se paragonata all’evoluzione, diametralmente opposta, che hanno avuto le leadership populiste come quelle di Trump e Bolsonaro.

Effetto collaterale dell’antica tradizione trasformista, bizantina e gattopardesca della nostra politica, che tutto è capace di masticare e digerire, o più semplicemente merito della nostra buona stella, o di una certa indolenza caratteriale che alla fine ci salva quasi sempre dagli estremi peggiori, sta di fatto che il panorama italiano è infinitamente più rassicurante, dal punto di vista democratico, di quel che appariva nel 2018.

E forse, considerando il declino politico di Trump e l’esito delle elezioni brasiliane, lo è anche il panorama globale (il che ovviamente ha aiutato e aiuta parecchio l’evoluzione italiana, e contribuisce a spiegarla).

Per non essere troppo ottimisti, va però anche notato come, con il ritorno all’opposizione, di fatto già durante il governo Draghi, quando pure era formalmente in maggioranza, il Movimento 5 stelle abbia cominciato a rifluire sulle antiche posizioni, non solo riguardo alla Russia di Putin.

C’è poco di cui stupirsi: se un partito è in grado di rovesciare da un giorno all’altro i principi cardine della propria politica, non si vede perché, vedendo calare i consensi, non possa rifare il cammino in direzione opposta. E questo ovviamente non vale solo per i cinquestelle.

Cosa è successo veramente in Brasile. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 9 gennaio 2023.

La tensione politica che si protrae da mesi in Brasile è sfociata ieri in un assalto ai palazzi istituzionali della capitale Brasilia da parte dei sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro, sconfitto alle ultime elezioni politiche da Luiz Inacio Lula da Silva. I manifestanti pro-Bolsonaro, tuttavia, non ne riconoscono la sconfitta e hanno quindi dato vita a un tentativo di insurrezione che ricorda molto la vicenda americana di Capitol Hill, quando alcuni presunti sostenitori di Trump avevano fatto irruzione nel Congresso. Dopo alcune ore di scontri, durante cui sono stati assaltati e vandalizzati i tre principali palazzi del potere, le ostilità sono cessate nella notte italiana di ieri sera con circa 400 arresti. Non sono mancate polemiche sui ritardi circa l’intervento delle forze dell’ordine, mentre è stato rimosso il governatore di Brasilia, Ibaneis Rocha, per un periodo di 90 giorni. Dura e ferma la condanna del presidente Lula che ha parlato di attacco «vandalo e fascista», dichiarando che «troveremo tutti questi vandali e saranno tutti puniti». Il presidente brasiliano ha inoltre convocato per oggi una riunione di emergenza dei 27 governatori. Appare tardiva, invece, la condanna di Bolsonaro, che si trova attualmente in Florida e che è stato accusato dal ministro della Giustizia, Flavio Dino, di essere corresponsabile degli attacchi. «Le manifestazioni pacifiche, sotto forma di legge, fanno parte della democrazia. Tuttavia, i saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come avvenuti oggi, così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sfuggono alla regola», ha scritto in un tweet dopo aver respinto le accuse.

I “bolsonaristi”, alcuni dei quali vestiti con le maglie gialle della squadra di calcio brasiliana, sono riusciti a sfondare i cordoni di sicurezza, dopo che l’area era stata isolata dalle autorità, e la folla ha fatto irruzione nei tre principali palazzi del potere: ha assaltato, infatti, il Parlamento, il palazzo presidenziale Planalto e la sede del Tribunale Supremo Federale. I danni sono ingenti e il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes ha ordinato alle piattaforme di social media Facebook, Twitter e TikTok di bloccare la propaganda golpista. Inoltre, i manifestanti nella notte hanno bloccato autostrade e strade federali in almeno quattro stati: Mato Grosso, Paranà, Santa Caterina e San Paolo. Lo stato del Mato Grosso è il più colpito dalle proteste dei sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro. Secondo il sito online Fohla de S. Paulo, uno dei tre principali quotidiani brasiliani, durante l’attacco, «l’esercito ha impedito nella notte di domenica l’ingresso della Polizia Militare del Distretto Federale nell’area dove sono accampati i bolsonaristi estremisti a Brasilia, di fronte al quartier generale della Forca». De Moraes ha affermato che il governatore del Distretto Federale ha ignorato tutte le richieste di rafforzamento della sicurezza avanzate da varie autorità, motivo per cui successivamente è stato rimosso. «La violenta escalation di atti criminali è circostanza che può verificarsi solo con il consenso, e anche l’effettiva partecipazione, delle autorità competenti per la sicurezza pubblica e l’intelligence», ha asserito. L’immagine che emerge, dunque, è quella di un Paese spaccato, dove non solo la popolazione è profondamente divisa tra sostenitori di Lula e sostenitori di Bolsonaro, ma in cui anche una parte delle istituzioni e dell’esercito avalla la versione della presunta irregolarità delle elezioni, giustificando così quella che potrebbe essere stata la pianificazione di un colpo di Stato a tutti gli effetti.

Accetta Funzionali cookie per visualizzare il contenuto.

Proprio per la difficoltà di coordinare le forze di sicurezza, Lula  – che al momento dell’attacco si trovava nella città alluvionata di Araraquara  – ha annunciato, durante la conferenza stampa tenuta in diretta televisiva, di aver decretato un intervento federale che pone tutte le forze di sicurezza di Brasilia sotto il controllo di una sola persona nominata dallo stesso Lula: si tratta di Ricardo Garcia Capelli che deve riferire direttamente al presidente e che può impiegare «qualsiasi corpo civile o militare» per mantenere l’ordine. Inoltre, per rafforzare la sicurezza, almeno tre Stati – Bahia, Piauí e Pernambucohanno – hanno annunciato l’invio della polizia militare che si unirà alla Forza Nazionale nel Distretto Federale di Brasilia. In serata, Lula è tornato a Brasilia dove ha visitato i luoghi dell’assalto ed è stato ricevuto dalla presidente del tribunale federale Rosa Weber, e dai giudici Dias Toffoli e Lui’s Roberto Barroso.

La vicenda coinvolge anche il piano politico internazionale, in quanto Bolsonaro si trova in Florida dal 30 dicembre ed è considerato “amico” di Trump che ha anche visitato nella sua residenza a Mar-a-Lago. La questione, dunque, rischia di acuire la tensione anche negli Stati Uniti, con alcuni esponenti del Partito Democratico che hanno chiesto che l’ex presidente brasiliano lasci il Paese a causa degli ultimi avvenimenti. Da parte sua, Bolsonaro ha respinto le accuse del ministro della Giustizia, Dino, che ha dichiarato che «la responsabilità politica di Bolsonaro è inequivocabile». «Tutti coloro che vogliono polarizzare, istigare la pratica dei crimini, l’estremismo, sono politicamente responsabili, per azione o per omissione» ha aggiunto. Bolsonaro però ha parlato di accuse «senza prove», spiegando che «durante tutto il mio mandato, ho sempre rispettato la Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà».

Tutto il mondo ha condannato gli atti potenzialmente sovversivi avvenuti a Brasilia: da Giorgia Meloni a Emmanuel Macron, dalle istituzioni Ue a Joe Biden, si è sollevato un coro unanime di condanne. Biden ha parlato «attacco alla democrazia» per tutti, mentre il presidente francese Macron ha asserito che «la volontà del popolo brasiliano e le istituzioni devono essere rispettate». La premier italiana Giorgia Meloni ha parlato, invece, della necessità di «un urgente ritorno alla normalità», esprimendo solidarietà alle istituzioni brasiliane. Una dura condanna è arrivata anche dalla Russia: il senatore e vicepresidente del Consiglio della Federazione, Konstantin Kosachev, ha definito la vicenda «Uno strano e insensato “colpo di stato nel nulla” in Brasile. Le ultime elezioni presidenziali sono andate bene e sono state riconosciute dalla comunità brasiliana e internazionale». Ha quindi augurato al Brasile il ripristino della legge e dell’ordine, nonché stabilità e prosperità. [di Giorgia Audiello]

Brasilia come Capitol Hill. L’assalto dei sostenitori di Bolsonaro al Parlamento e alla Corte Suprema. Linkiesta il 9 Gennaio 2023

Dopo qualche ora, è stato ripreso il controllo delle istituzioni. Gli arresti sono circa 400. L’ex presidente dalla Florida respinge le accuse di aver alimentato le violenze

Migliaia di sostenitori dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro hanno assaltato le sedi istituzionali a Brasilia, in un attacco che ricorda quello del 6 gennaio 2021 al Congresso americano da parte dei fan di Donald Trump. Sfondando le barriere di sicurezza, sono entrati negli uffici presidenziali, nella Corte Suprema e nel Parlamento, vandalizzando gli edifici. Dopo ore gli scontri con la polizia, gli agenti hanno ripreso il controllo degli edifici.

Ci sono cifre discordanti sugli arresti. I media brasiliani parlano di almeno 150 fermi. Per il ministro della Giustizia sono più di 200, per il governatore di Brasilia 400. Chiesto l’arresto per l’ex responsabile della sicurezza di Bolsonaro, ora responsabile del distretto della capitale. Ma anche lui, come Bolsonaro, si trova in Florida.

I bolsonaristi contestano la vittoria alle elezioni di ottobre del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che si è insediato una settimana fa, e chiedono un intervento militare. Bolsonaro aveva contestato il risultato delle elezioni e i suoi sostenitori erano accampati vicino alla sede del parlamento da giorni.

Durissimo il presidente Lula, che ha definito i manifestanti «fascisti» e ha promesso che saranno puniti, aggiungendo che «la polizia è incompetente o in malafede». E proprio Bolsonaro, ore dopo l’assalto, ha parlato via social respingendo le accuse di aver alimentato le violenze. «Le manifestazioni pacifiche, secondo la legge, fanno parte della democrazia», ha scritto. «I saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come quelli di oggi, così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sono illegali». E poi ha aggiunto: «Respingo le accuse, senza prove, attribuitemi dall’attuale capo dell’esecutivo del Brasile», in riferimento ai commenti di Luiz Inacio Lula da Silva. «Durante tutto il mio mandato sono sempre stato nel perimetro della Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà».

Il giudice della corte suprema federale Alexandre de Moraes ha rimosso il governatore di Brasilia Ibaneis Rocha. Una delle questioni principali è come sia stato possibile che i manifestanti siano stati in grado di accedere ai palazzi governativi. Le immagini video delle televisioni locali e quelle diffuse sui social media mostrerebbero come ci sia stata poca resistenza da parte delle forze di sicurezza.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha condannato l’assalto, mentre diversi membri del congresso statunitense hanno invocato l’estradizione di Bolsonaro.

La premier Giorgia Meloni ha twittato in tarda serata, quando già le polemiche per il lungo silenzio si stavano alzando di livello: «Quanto accade in Brasile non può lasciarci indifferenti. Le immagini dell’irruzione nelle sedi istituzionali sono inaccettabili e incompatibili con qualsiasi forma di dissenso democratico. È urgente un ritorno alla normalità ed esprimiamo solidarietà alle Istituzioni brasiliane».

Anche in Brasile i populisti eversivi minano i fondamenti della democrazia. Federico Rampini Online su Il Corriere della Sera l’8 gennaio 2023.

L’assalto al Parlamento dei seguaci dello sconfitto Bolsonaro imita l’assalto dei trumpiani del 6 gennaio 2021. Considerare il rivale come il male assoluto serve a sdoganare la violenza

Secondo Karl Marx la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Lo hanno confermato in Brasile i seguaci dello sconfitto Bolsonaro, che hanno inscenato due anni dopo la loro versione del 6 gennaio 2021. Imitando l’assalto dei trumpiani al Congresso degli Stati Uniti, un pezzo della destra populista brasiliana ha invaso la sede del Parlamento. Il comune denominatore è l’atteggiamento eversivo di chi non accetta il responso delle urne: il 30 ottobre il socialista Lula vinse senza ombra di dubbio, ancorché di stretta misura.

Questi comportamenti criminali puntano a distruggere un fondamento della democrazia, che è il riconoscimento della legittimità dell’avversario. La liberaldemocrazia funziona finché gli sconfitti accettano di farsi da parte, sapendo che grazie alla libera competizione elettorale la prossima volta potranno tornare a governare. Se invece il partito rivale viene considerato come il male assoluto, allora il fine giustifica i mezzi e perfino la violenza diventa accettabile. Non è solo un vizio della destra quello di demonizzare l’avversario; però in questa congiuntura storica da Trump a Bolsonaro è quella parte politica che sdogana l’assalto più plateale alle istituzioni.

La sindrome dell’imitazione è tanto più pericolosa in quanto il Brasile non ha una liberaldemocrazia antica come la Repubblica statunitense, la quale è sopravvissuta a tante crisi dalla sua fondazione nel 1787. La transizione dalla dittatura militare a Brasilia avvenne ben più di recente, tra il 1985 e il 1988. I bolsonaristi, che dal 30 ottobre covano il sogno di una rivincita illegale affidata alla piazza, hanno sperato di trascinare dalla loro parte le forze armate. Mentre scriviamo non c’è segnale che i militari vogliano giocare al golpe. Il governo Lula ha avuto l’astuzia di affidare proprio a loro la difesa del Parlamento. Peraltro un Congresso vuoto: a differenza del 6 gennaio 2021 a Washington, quando senatori e deputati dovevano ratificare l’elezione di Biden, quello di Brasilia non era in sessione al momento dell’assalto e Lula era già presidente da una settimana. Senza un rovesciamento nell’atteggiamento dei militari, la messinscena bolsonarista non sembra destinata ad avere conseguenze sugli assetti di potere. Un altro attore importante è la Corte costituzionale, che ha poteri notevoli (perfino eccessivi, secondo osservatori indipendenti) ed è in mano alla sinistra.

Va aggiunto che Lula, alla sua terza presidenza, è diverso da quello che governò il Brasile nei primi due mandati, prima dell’arresto e della condanna per corruzione (poi annullata per un vizio di forma). La sua agenda socialista è annacquata per forza: alle elezioni ha vinto, ma non ha conquistato una maggioranza parlamentare. Lula deve cucire una coalizione eterogenea con elementi centristi e perfino qualche bolsonarista. Al di là dei proclami che gli attirano simpatie internazionali — come la difesa ambientalista dell’Amazzonia — avrà un programma di governo abbastanza moderato. Sventolare di fronte all’opinione pubblica brasiliana lo spauracchio di un socialismo in salsa venezuelana o cubana non sembra realistico.

L’assalto resta gravissimo, e chiama in causa tante responsabilità. Incluse quelle nordamericane. Simbolicamente, mentre alcuni suoi seguaci erano tentati dal golpe di piazza, Bolsonaro risulta essere negli Stati Uniti: il Paese da cui è partito il cattivo esempio. Il 2023 si apre all’insegna di narrazioni contrastanti. Biden descrive un nuovo scontro di civiltà, fra il campo delle democrazie e quello degli autocrati. Ma in questa nuova guerra fredda Lula non prende posizione: non vuole distanziarsi né dalla Russia né dalla Cina. La destra che odia Lula ne scimmiotta il non allineamento, visto che alla liberaldemocrazia dimostra di non credere affatto.

Da Capitol Hill a Brasilia: anatomia di due assedi alla democrazia. Andrea Muratore il 9 gennaio 2023 su Inside Over.

Capitol Hill, Washington, 6 gennaio 2021: l’assalto dei seguaci di Donald Trump al Congresso Usa mette sotto shock gli Stati Uniti. Praça dos Três Poderes, Brasilia, 8 gennaio 2023: i supporter di Jair Bolsonaro fanno lo stesso con i palazzi dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario del potere verdeoro che danno il nome alla piazza delle istituzioni della capitale brasiliana.

Due eventi, due assalti alla democrazia, due fratture che uniscono le candide e sontuose sedi del potere a stelle e strisce sulle rive del Potomac alle moderne e divisive (artistiche per alcuni, pacchiane per altri) controparti della città brasiliana nata per esser capitale e inaugurata nel 1960 proprio laddove nei suoi sogni profetici San Giovanni Bosco immaginava sarebbe nata una nuova città ottant’anni prima.

Un brutto segnale per la democrazia

La polarizzazione politica, non nuova in due Paesi tanto importanti, sfocia nel ribellismo. La fragilità della democrazia interna si trasforma in esplosione di rabbia laddove delle minoranze rumorose danno l’assalto al patrimonio comune della nazione, i palazzi del potere.

La jacquerie dilaga e mette in mostra la complessità della dialettica politica in una fase storica complicata per diversi Paesi. E mostra quanto nell’Occidente e nei Paesi più affini stia emergendo una disaffezione per il modello democratico che lascia basiti per la velocità con cui si va diffondendo. I leader di estrema destra, sovranisti e populisti, vengono superati sul campo dalle loro stesse basi nel momento in cui il potere sfugge loro di mano.

Capitol Hill e Brasilia, le convergenze

Il modello “Capitol Hill” va in replica in Brasile con tutti i distinguo del caso. Accomunano i fatti del 2021 e quelli del 2023 molti elementi.

L’agente provocatore, primo punto chiave: l’estrema destra populista colpisce, senza una vera regia e in maniera decisamente autorganizzata, a Washington come a Brasilia.

Le radici sociali, in second’ordine: i movimenti di Capitol Hill e la base bolsonarista uniscono un milieu antisistema radicato principalmente nelle classi medie impoverite, alimentato dall’adesione comune di molti protestanti alle Chiese protestanti evangeliche e pentecostali, dal grande afflato millenarista, dal sostegno al libertarismo spinto, dal rifiuto delle linee guida dominanti su temi come la gestione della pandemia di Covid-19 e l’approccio ai mutamenti culturali e al progressismo. Sono evangelici e pentecostali molti degli elettori di Trump e Bolsonaro arrivati in piazza con forza e violenza; sono, ed è un parallelismo da osservare, cattolici i leader contro cui la rabbia si scatena, Lula e Joe Biden.

Le motivazioni di fondo, terzo e più importante punto di saldatura: un’avvelenata negazione della democrazia sostanziale porta i brasiliani di oggi a ritenere Lula un presidente illegittimo così come due anni fa i trumpiani di ferro portavano avanti il mito dell’elezione rubata come causa della sconfitta del tycoon diventato capo dello Stato.

Va da sé che movimenti abituati a muoversi con lo spirito dell’opposizione permanente e con la caccia al complotto (lo Stato profondo come freno del trumpismo negli Usa, un non meglio precisato “comunismo” nel Brasile post-Bolsonaro) vanno in crisi laddove la perdita del potere da parte dell’uomo forte del momento nega il presupposto millenarista di invincibilità e redenzione che ogni leader populista porta con sé. Un presupposto che mal si concilia con l’ipotesi, remota e inaccettabile, della sconfitta elettorale.

Le differenze tra i due eventi e gli scenari futuri

Questi i punti di contatto tra ciò che è accaduto ieri in Brasile e i fatti di due anni fa a Washington. Ma la storia non funziona per analogia spinta e ogni contesto sociale e politico muta la riproposizione degli eventi. Il modello Capitol Hill non è un prodotto da laboratorio e, anzi, ci sono differenze sostanziali tra i due eventi, pur all’interno dello stesso milieu.

In primo luogo, Donald Trump nel 2021 era alla testa della manifestazione contro la certificazione di Joe Biden sfociata poi, nella sua coda violenta, nell’assalto al Campidoglio. Oggi, invece, Bolsonaro condanna le manifestazioni dal suo buen ritiro della Florida, a Orlando, in cui si è rifugiato temendo l’incriminazione in patria dopo l’ascesa di Lula.

I trumpiani del 2021 hanno assaltato il Congresso cercando, con durezza, di mettere le mani sui membri del Partito Democratico e i Repubblicani accusati di aver tradito Trump in un assalto violentissimo costato diversi morti, in nome di un Presidente formalmente ancora in carica.

I bolsonaristi del 2023 invece attaccano la Piazza dei Tre Poteri dopo essersi accampati per otto settimane fuori dalle caserme dell’esercito, invocando il golpe, e in nome di un leader non più in carica che li ha snobbati prima e scaricati poi, vedendoli come un fastidio. La protesta è avvenuta di domenica, quando i palazzi non erano occupati dai membri delle istituzioni, evitando di fatto un risultato peggiore in termini di conta dei danni e limitando la conta della manifestazione a un’ottantina di feriti.

Quel che è certo è che fatti come Washington 2021 e Brasilia 2023 sono messaggi chiari sullo stato delle nostre democrazie. La rivolta populista contro i poteri tradizionali è stata in un primo momento la comprensibile reazione alla crisi di leadership delle classi dirigenti della globalizzazione, ma ha finito per produrre un rigurgito paranoico e antidemocratico superando la retorica, incendiaria, degli stessi leader che di essa si sono serviti a fini elettorali.

La classificazione dei rivali politici non come inimici, avversari personali di un singolo esponente, ma come hostes, nemici pubblici da perseguire, emerge chiaramente nel brodo culturale nutritosi di social media antisistema come Reddit e la nuova frontiera di Twitter targata Elon Musk, di tesi complottiste sulla negazione della democrazia e su aspettative tragiche per il futuro del proprio Paese dopo l’alternanza al potere. Tema destinato a produrre sempre più attriti e sempre più dinamiche dannose per la salute di sistemi democratici già colpiti da disuguaglianze, onda lunga della pandemia, blocco dell’ascensore sociale. Ciò che accade a Nord e a Sud dell’Equatore nelle Americhe di oggi è per ora difficilmente immaginabile in Europa. Ma dalle proteste di piazza dell’era pandemica è emersa l’esistenza di una base culturale simile anche nel Vecchio Continente, da tenere strettamente monitorata. Per evitare che in futuro a processi democratici legittimi si associno movimenti pericolosi per la salute e l’immagine di Paesi democratici come quelli di Washington e Brasilia.

ANDREA MURATORE

(ANSA il 12 gennaio 2023) - Jair Bolsonaro è uno "squilibrato" che "dopo aver perso le elezioni si è chiuso in casa" ed ha smesso di governare: lo ha detto oggi il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva a proposito dell'ex leader di destra, da lui sconfitto di misura al ballottaggio dello scorso 30 ottobre.

"Questa è la prima volta nella storia del Brasile che un presidente eletto inizia a governare prima di entrare in carica", ha aggiunto Lula, che poi ha assicurato di non volere "perseguire" Bolsonaro durante il suo governo. "Il mio mandato è diverso, non combatterò Bolsonaro perché il mio compito è combattere la fame", ha concluso Lula.

Estratto dell’articolo di S. Gan. per il “Corriere della Sera” il 12 gennaio 2023.

La parola d'ordine per l'assalto di domenica ai Palazzi del Potere era «andiamo alla festa di Selma», chiara allusione a «Selva!» che è il grido di guerra dell'esercito brasiliano. Ieri, il tamtam su WhatsApp, Telegram & Co. era più diretto: «Mega dimostrazione nazionale per la ripresa del potere» titolava il messaggio con la lista di 25 città, e rispettivi luoghi iconici: Esplanada a Brasilia (subito blindata dai militari), Avenida Paulista a San Paolo, spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro, ecc.

La furia populista corre via Internet. I sostenitori di Bolsonaro […] continuano ad utilizzare i canali social per diffondere invettive e proclami. Perfino chi è finito agli arresti non si è trattenuto dal postare video dalla palestra dell'Accademia Nazionale, lamentandosi delle condizioni di detenzione e lanciando strali contro le autorità. Tra i più citati, l'odiatissimo giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, ma anche i militari, trattati da traditori: «Va tutto bene @exercitooficial? Quando vincerai la codardia e difenderai il popolo brasiliano?», scrive @rosevillanova.

[…] Il governo Lula ha inviato al Tribunale supremo federale un elenco di svariate pagine con messaggi e profili di «golpisti» chiedendo il blocco degli account. E gli organizzatori delle carovane di pullman che avevano trasportato centinaia di «militanti» in città ieri li hanno invitati a cercarsi altri mezzi per tornare a casa: «Questo è l'ultimo messaggio, poi il gruppo WhatsApp verrà estinto per non lasciare tracce».

 […] Telegram […] ha ripetutamente ignorato la richiesta del Tribunale supremo di rimuovere i contenuti che diffondevano fake news. «È diventato collaborativo solo dopo essere stato quasi bloccato», dice Ros al Corriere , sottolineando che «Telegram ha accesso a tutti i messaggi, archiviati nel cloud, cosa che WhatsApp non può fare perché è crittografato (peer-to-peer)». […]

Estratto dell’articolo di Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 12 gennaio 2023.

Era tutto online. Era tutto in chiaro. Certo, i bolsonaristi nelle chat hanno usato parole in codice per organizzare l'assalto alla democrazia di domenica scorsa, ma non ci voleva Alan Turing per decifrare che "viaggio in spiaggia a Brasilia" non era una gita di piacere. E che Selma non stava dando alcuna festa.

 La rivolta di chi intende rovesciare l'esito delle elezioni di ottobre è cominciata, finita e ricominciata nei canali pubblici su Telegram, Messenger, Signal e Whatsapp. Non si può capire veramente quel che è accaduto in Brasile, e ancora sta accadendo, se non si leggono le chat.

Dopo la devastazione della piazza dei Tre Poteri e il tentato golpe, il governo Lula le prende tremendamente sul serio: ieri ha blindato il Paese, chiudendo l'accesso all'Esplanada di Brasilia, perché su una, chiamata "L'attacco del giaguaro", è comparso il manifesto di una "Mega manifestação nacional" in 21 città "per la riconquista del potere".

 Ce ne sono a decine di questi canali. Hanno nomi improbabili ("L'attacco del giaguaro", "Lo zio Paperone", "Caccia e pesca", "Gruppo censura libera", "Brasile verde oliva", "Oracolo nazionalista", "Troviamo la luce", "Leggi il Deuteronomio", "In fila per il pane secco") e quelli più conosciuti, da soli, raggruppano quasi due milioni di persone.

 Gli amministratori sono inseguiti dai giudici per cui le aprono e le chiudono in continuazione. Il popolo che le anima è sempre lo stesso: come un gregge disciplinato migra da un canale all'altro, saturando lo spazio virtuale di cospirazioni, fake news, messaggi dell'ex presidente Jair Bolsonaro.

 Ma il 4 gennaio scorso, lì dentro, si parlava solo di due cose: c'era un viaggio in spiaggia da organizzare e il compleanno della fantomatica Selma a cui partecipare. Torniamo a quel giorno, 96 ore prima dell'attacco ai palazzi delle istituzioni.

Sul canale Telegram "Caccia e pesca" (18 mila partecipanti) pubblicano la cartina del Brasile, su cui hanno segnato 43 punti: sono le fermate da cui partiranno, di lì a breve, gli autobus diretti a Brasilia. Sono indicati i contatti degli autisti. La mappa si chiama "Viaggio in spiaggia", la destinazione è la "festa di Selma". Uno degli utenti, evidentemente informato, spiega: «Ci sarà una grande festa di compleanno. L'organizzazione per gli invitati è in un posto sconosciuto, dove la gente sta da più di 65 giorni. Da lì partiremo alla volta della festa».

Il riferimento è al campo- base dei bolsonaristi, sorto (e incredibilmente tollerato dai generali) sul prato davanti allo Stato Maggiore dell'Esercito. «Selma non ha invitato bambini e anziani, soltanto adulti che vogliono partecipare ai giochi: tiro a segno, guardie e ladri, il ballo della sedia...», scrivono nella chat. «È importante che ognuno pensi alla propria igiene personale, quindi portatevi la maschera così che non vi brucino gli occhi per la torta al peperoncino...».

 […] È per questo che Alexandre de Moraes, uno degli undici ministri della Suprema Corte, già domenica sera aveva tratto la sua conclusione. «L'assalto è stato possibile grazie alla connivenza degli apparati e dell'intelligence, visto che il piano dei bolsonaristi era noto a tutti». […]

Brasile, il Procuratore generale chiede di indagare su Bolsonaro. Sara Gandolfi, inviata a Brasilia su Il Corriere della Sera il 13 gennaio 2023.

Piano «golpista» nell’armadio del suo ex ministro Torres, che si trova ora in Florida e sul quale pende un mandato d’arresto in contumacia. Militari e civili trattarono in chiesa

L’ufficio del Procuratore generale del Brasile ieri ha chiesto agli inquirenti del Tribunale supremo di includere l’ex presidente Jair Bolsonaro nell’inchiesta «che sta appurando l’istigazione e la responsabilità intellettuale degli atti anti-democratici» sfociati domenica «in episodi di vandalismo e violenza». L’atto cita anche le accuse di frode elettorale, ribadite il 10 gennaio da Bolsonaro per contestare la vittoria di Lula alle ultime presidenziali. La decisione arriva all’indomani del ritrovamento di un documento «golpista» in un armadio dell’ex ministro della Giustizia di Bolsonaro. «Documenti da smaltire, sarebbero stati triturati a tempo debito», assicura via Twitter Anderson Torres dalla Florida, dove è andato (scappato?) pochi giorni prima dell’assalto ai Palazzi del potere. La bozza del decreto trovata durante la perquisizione a casa sua proclama lo «stato di difesa» (emergenza), invalidando la vittoria di Lula alle presidenziali e sostituendo di fatto il Tribunale elettorale con un comitato guidato dall’ex ministro-generale della Difesa.

Bolsonaro non ha firmato quel decreto e l’attuale ministro della Difesa, Flavio Dino, ha confermato che, per ora, il governo non prevede di chiederne l’estradizione dagli Usa. Gli sviluppi dipenderanno da Torres, su cui pende un mandato d’arresto in contumacia. I legali stanno trattando il suo rientro dalla Florida. «Se non si consegnerà entro domenica, chiederemo la sua estradizione», assicura Dino. Non è escluso il patteggiamento in cambio di una confessione. Allora il cerchio si potrebbe stringere intorno a Bolsonaro.

Intanto, emergono nuovi inquietanti dettagli sul comportamento dei militari, domenica. Il maggiore della guardia presidenziale Paulo Jorge Fernandes da Hora impediva l’accesso della polizia militare al Planalto mentre dentro gli «invasori» saccheggiavano gli uffici, il comandante Jorge Eduardo Naime avrebbe ritardato intenzionalmente l’invio delle truppe sull’Esplanada dos Ministérios per consentire agli estremisti di fuggire, i soldati avvertivano i bolsonaristi di fare fagotto prima delle retate. E poi la drammatica trattativa fra civili e militari, finita tra le navate di una chiesa, vicino all’accampamento dove da 60 giorni vivevano — con servizi igienici e bancarelle — i rivoltosi, davanti al quartier generale dell’esercito.

Nel caos totale di domenica, le forze armate avrebbero potuto facilmente impadronirsi del potere. Non lo hanno fatto ma hanno puntato i piedi. Ricardo Cappelli, che aveva preso il posto di Torres come responsabile della sicurezza a Brasilia, ha inviato un battaglione d’assalto della Guardia federale per chiudere con la forza il campo e arrestare i 2.000 bolsonaristi che vi si erano rifugiati dopo l’assalto. L’esercito ha però sbarrato la strada, piazzando tre carri armati Guarani all’ingresso dell’area: «questo è territorio nostro». Alle 20.30 è iniziata la trattativa fra Cappelli e i generali dentro la Cattedrale Rainha da P a z. Dopo un’ora e mezza, al negoziato si sono uniti i ministri di Casa Civil, Giustizia e Difesa. I primi due premevano per un’azione nella notte, il capo della Difesa ha accettato il rinvio all’alba. L’accordo è stato chiuso solo a mezzanotte. In quelle quattro ore, si è davvero rischiato lo strappo fra governo civile e militari? Il ministro della Difesa avrebbe suggerito a Lula di decretare lo stato d’urgenza. «Se lo avessi fatto, al governo sarebbe subentrato un generale. Allora sì, il golpe si sarebbe realizzato», ha affermato il presidente Lula. «Ora, voltiamo pagina».

Brasilia, Bolsonaro indagato: sotto inchiesta per l'assalto al Congresso. Fabio Tonacci su La Repubblica il 14 gennaio 2023.

La Corte suprema federale ha accettato la richiesta della procura: ci sono elementi sufficienti per indagare l'ex presidente per incitamento alla rivolta

L'ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro è stato messo sotto inchiesta per l'assalto ai palazzi dei Tre Poteri a Brasilia. È sospettato di esserne l'istigatore. La Corte suprema federale, cui fa capo l'indagine, ha accettato la richiesta della Procura generale della Repubblica, secondo la quale ci sono elementi sufficienti per indagare Bolsonaro per incitamento alla rivolta.

È stato il ministro Alexandre de Moraes, il più attivo degli undici giudici della Corte suprema, a decidere di includerlo nella lista degli indagati. "Negli ultimi anni Jair Messias Bolsonaro si è reso protagonista di campagne di disinformazione sul funzionamento delle istituzioni brasiliane e del sistema elettorale del Paese", si legge nell'atto ufficiale. Viene richiamato il post che l'ex presidente ha pubblicato (e poi subito cancellato) su Facebook il 10 gennaio, due giorni dopo le devastazioni di Brasilia causate da circa 3mila bolsonaristi, nel quale mette di nuovo in dubbio la regolarità del voto di ottobre che ha dato la vittoria a Lula. "Avendo occupato il più alto incarico previsto dall'ordinamento della Repubblica, ha una posizione preminente nella 'camera dell'eco' della disinformazione e ha contribuito a minare la fiducia di larga parte della popolazione brasiliana. È in quest'ottica che il post va giudicato"

Bolsonaro ancora negli Usa

Bolsonaro si trova in Florida dal 30 dicembre scorso. L'avvocato Frederick Wassef, in una nota, ribadisce che il suo assistito "è sempre stato un difensore della Costituzione e della democrazia, e come tale si è comportato durante il mandato presidenziale. Ripudia gli atti di vandalismo e il saccheggio della proprietà pubblica commessi domenica scorsa da infiltrati tra i manifestanti. Lui non ha mai avuto contatti o ruoli in quei movimenti sociali sorti spontaneamente nella popolazione".

L'inerzia del procuratore capo e la richiesta a Meta

A firmare la richiesta per conto della Procura generale non è stato il procuratore capo Augusto Aras, ma il suo vice, Carlos Frederico Santos, coordinatore del Gruppo strategico per la lotta agli atti anti-democratici, sorto dopo l'8 gennaio. Aras, nominato per due volte da Bolsonaro, è noto per la sua inerzia nei confronti dei possibili illeciti compiuti dall'ex presidente, che, tra le altre cose, ha gestito la pandemia in modo irresponsabile. L'interrogatorio di Bolsonaro non è stato ancora fissato, ma Santos ha fatto richiesta a Meta per avere i post cancellati.

Brasile, Lula è di nuovo presidente: il giuramento a Brasilia. Arrestato uomo con un ordigno. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera l’1 Gennaio 2023.

Lula: «Mi impegno a ricostruire il Brasile con il popolo. Il nostro obiettivo è raggiungere zero deforestazione in Amazzonia». Al giuramento assente Bolsonaro, che è volato in Florida. Imponenti le misure di sicurezza nella capitale del Brasile

Ha giurato alle 19.10 italiane, vent’anni esatti dopo la prima volta. Luiz Inácio Lula da Silva, 77 anni, si è insediato oggi, 1 gennaio, come nuovo presidente del Brasile, carica che ha già ricoperto tra il 2003 e il 2011. Nel suo primo discorso dopo il giuramento, si è impegnato a «ricostruire il paese con il popolo brasiliano», ma anche a proteggere la foresta amazzonica. «Il nostro obiettivo», ha detto, «è raggiungere zero deforestazione in Amazzonia. Il Brasile non ha bisogno di disboscare per mantenere ed espandere la sua frontiera agricola strategica».

La cerimonia si è tenuta davanti a decine di migliaia di cittadini radunati nella Spianata dei Ministeri a Brasilia, la capitale del Paese, al termine di una lunga festa con cori, una lunga sfilata di auto e musica dal vivo. L’unico assente è stato l’ormai ex presidente Jair Bolsonaro, che ha disertato la cerimonia in quanto lontano dal Paese: il 30 dicembre, infatti, è salito su un aereo ed è volato a Miami, in Florida. Lì resterà per almeno un mese, ha fatto sapere il suo entourage.

Niente passaggio di consegne ufficiale come da protocollo, dunque. Solo i sostenitori festanti del Partito dei Lavoratori tra i mponenti misure di sicurezza, dettate dal pericolo di atti di terrorismo. Il ministero della Giustizia ha autorizzato il dispiegamento della Guardia nazionale nella capitale fino al 2 gennaio, e la Corte suprema ha vietato per questi giorni che i cittadini portino con sé armi nella città.

Che il rischio esista lo dimostra il fatto che, poche ore prima del giuramento di Lula, un uomo è stato arrestato a Brasilia mentre aveva con sé un coltello e un ordigno esplosivo. La notizia è stata poi confermata da un agente della polizia militare della capitale. L’allerta, dunque, resta alta.

Con la cerimonia di oggi si conclude la più combattuta elezione presidenziale brasiliana degli ultimi trent’anni. Lula, che al ballottaggio ha sconfitto Bolsonaro con meno di due punti di scarto, ha vinto promettendo di riunire un Paese diviso. Le sue priorità, come aveva annunciato in campagna elettorale, sono la lotta alla povertà e gli investimenti in istruzione e sanità, oltre allo stop alla deforestazione della foresta Amazzonica. Gli è stato fondamentale l’appoggio di alcune formazioni moderate, che ha poi incluso nel suo governo (scatenando alcune polemiche vista l’alta percentuale di uomini bianchi che compongono la lista)

Di fatto, si chiude anche il cerchio delle sventure del neo-presidente. Lula, infatti, torna alla presidenza dopo lunghi guai giudiziari: è stato condannato due volte per corruzione e ha trascorso 580 giorni in carcere. Le sentenze sono state poi annullate dalla Corte suprema per vizi di forma e perché i processi erano pilotati con scopi politici, primo tra tutti quello di impedire a Lula di ricandidarsi alle presidenziali del 2018, vinte proprio da Bolsonaro.

Nel discorso pronunciato dopo il giuramento, il presidente ha garantito che il Brasile «può e deve essere in prima linea nell’economia globale». Nessun altro Paese, ha sottolineato, «ha le condizioni del Brasile per diventare una grande potenza ambientale. Inizieremo la transizione energetica ed ecologica verso un’agricoltura e un’estrazione mineraria sostenibili, un’agricoltura familiare più forte e un’industria più verde». Lula ha tracciato anche un «bilancio» disastroso della presidenza di Jair Bolsonaro. «L’analisi che abbiamo ricevuto dal Gabinetto di transizione», ha detto, «è spaventosa. Hanno svuotato le risorse sanitarie. Hanno smantellato Istruzione, Cultura, Scienza e Tecnologia. Hanno distrutto la protezione dell’ambiente. Non hanno lasciato risorse per mense scolastiche, vaccinazioni, pubblica sicurezza. È su queste terribili rovine che prendo l’impegno, con il popolo brasiliano, di ricostruire il Paese e fare di nuovo un Brasile di tutti e per tutti».

Brasile, Lula giura come presidente: «Ricostruirò il Paese». Lula si insedia mentre Bolsonaro trova rifugio in Florida. Il Domani il 02 gennaio 2023

Il nuovo presidente brasiliano si è insediato a Brasilia, ma il tradizionale passaggio della fascia con i colori della bandiera nazionale non è avvenuto con il presidente uscente: Bolsonaro è negli Stati Uniti

Luiz Inácio Lula da Silva ha cominciato il suo nuovo mandato come presidente del Brasile. Ha giurato nella capitale Brasilia e ha ricevuto la fascia verde-oro che tradizionalmente viene passata dal presidente uscente al nuovo in un gesto di transizione pacifica, ma non dal suo predecessore Jair Bolsonaro, che nel frattempo si è spostato in Florida. 

Bolsonaro è volato a Orlando già venerdì sera e avrebbe intenzione di restare negli Stati Uniti almeno un mese. Contro di lui sono in corso una serie di indagini legate alle iniziative prese durante il suo periodo al governo. Con il termine del suo mandato da presidente, si esaurisce anche l’immunità che lo proteggeva dagli inquirenti. È anche improbabile che la sua presenza negli Stati Uniti possa proteggerlo dall’azione delle procure brasiliane. 

Venerdì, prima di partire, aveva rotto il silenzio che sta tenendo da settimane ormai, incoraggiando i suoi sostenitori a non smettere di manifestare contro l’esito delle elezioni da cui è uscito sconfitto e di cui ha più volte messo in dubbio la credibilità. «Viviamo in una democrazia, oppure no. Nessuno vuole un’avventura». 

L’INSEDIAMENTO

Lula eredita un paese profondamente diviso, come è emerso anche dalle elezioni, dove lui e il suo avversario hanno lottato testa a testa. La cerimonia ha portato nella capitale migliaia di sostenitori del nuovo presidente, ma fuori dal quartier generale dell’esercito restano accampati, come lo sono dal giorno delle elezioni, numerosi sostenitori dello sconfitto Bolsonaro. 

AMBIENTE

Nel discorso che ha tenuto al termine della cerimonia di insediamento, che ha visto sfilare il nuovo presidente in auto lungo le vie della capitale, Lula ha promesso di rilanciare l’economia, combattere fame e deforestazione, ma soprattutto proteggere la democrazia dopo gli anni di Bolsonaro. 

«Oggi, dopo la terribile sfida che abbiamo vissuto, dobbiamo dire “Democrazia per sempre”». Lula è già stato presidente del Brasile due volte, dal 2003 al 2010: all’epoca però, il clima sociale era ben diverso e l’economia più forte. 

Lula ha evocato anche le possibili conseguenze che Bolsonaro potrebbe dover subire per le sue azioni. «Non vogliamo la vendetta contro coloro che hanno cercato di soggiogare la nazione ai loro piani personali e ideologici, ma garantiremo lo stato di diritto. Chi ha sbagliato ne risponderà» ha detto davanti al Congresso. 

In Bolivia tra cercatori d’oro, prostituzione minorile e contaminazione. Francesco Torri su L'Indipendente giovedì 9 novembre 2023.

Nella riserva naturale del Madidi, nell’amazzonia boliviana a nord-est di La Paz, il saccheggio dell’oro è una piaga che sta consumando i tessuti sociali tanto quanto l’equilibrio di quello che è considerato essere l’ecosistema protetto più biodiverso dell’America Latina. Cominciò negli anni ‘70 e da allora, vista l’abbondanza e la qualità dell’oro, non ha smesso di crescere ed espandersi. Oggi le conseguenze sociali e ambientali dell’attività estrattiva hanno raggiunto livelli allarmanti soprattutto da quando imprese straniere, cinesi e colombiane, hanno cominciato a fornire macchinari e capitale, quindi ad appropriarsi di gran parte dei ricavi.

La risalita del Rio Beni e Rio Kaka fino al centro aurifero di Mayaya

Per capirne di più su come funziona quello che è conosciuto come l’inferno dell’oro boliviano, ho risalito il fiume Beni e Kaka, dove sono concentrate la maggior parte delle operazioni minerarie in mano agli imprenditori cinesi. Qui ha origine la contaminazione che sta causando danni irreparabili al parco del Madidi e alle sue comunità indigene, alcune delle quali non contattate.

Il viaggio di 12 ore su una peque, ovvero piccola imbarcazione di legno spinta da un motore vecchio e rumorosissimo, mi è reso possibile da Don Valentin, un signore sulla sessantina, membro della comunità indigena Tacana di San Miguel del Bala, che da anni lotta contro la devastazione del suo territorio. Partiamo da Rurrenabaque alle 6 del mattino, con le prime luci dell’alba. Il fiume Beni è correntoso e a tratti presenta ostacoli difficili da superare, come secche e tronchi. Tutt’intorno la foresta si fa sempre più densa e le montagne più impervie. Decine di uccelli dai colori e dai paesaggi più sorprendenti sorvolano la nostra canoa. Purtroppo il rumore assordante del motore impedisce di ascoltare i suoni della foresta vergine che ci circonda. I rami degli alberi si esprimono nello spazio con libertà artistica decorati dalle bromelie e le orchidee che su di loro si aggrappano. Lungo il fiume cominciamo ad incrociare imbarcazioni che viaggiano in direzione opposta alla nostra cariche di banane. Poi, sulle rive iniziamo a scorgere i primi accampamenti di minatori. Don Valentin mi spiega che sono gente delle comunità limitrofe che si guadagna da vivere estraendo oro artigianalmente e che non utilizzano sostanze contaminanti.

Ecco che inizia il rio Kaka, dove la maggior parte delle imprese cinesi operano. Non tardiamo molto ad incrociare la prima draga, ovvero una chiatta di ferro posizionata in mezzo al fiume e ancorata a riva con un grosso cavo metallico che con una pompa motorizzata e un tubo di circa mezzo metro di diametro risucchia la terra dal fondale per poi depositarla su un setaccio inclinato. Qui la terra viene lavata con dei getti d’acqua per separare i residui più fini dalle pietre più grosse. Quel che rimane è sabbia, all’interno della quale si trova l’oro. Per separare l’oro dalla sabbia più fina lo si fonde al mercurio che viene poi fatto evaporare cucinandolo in delle grosse pentole. Quando evapora, il mercurio, insieme ad altri metalli come l’arsenico e il piombo che vengono liberati durante il processo, viene trasportato dall’aria e si deposita nel suolo e nell’acqua, contaminandoli irrimediabilmente. Solo in Bolivia sono emesse ogni anno 228 tonnellate di mercurio nell’aria, il 70% delle quali deriva dal settore aurifero. Una volta separato, l’oro viene immagazzinato e mandato a terra, dove viene fuso e trasformato in lingotti. Questo processo non si ferma mai. Le draghe lavorano giorno e notte consumando enormi quantità di benzina, fornita illegalmente dai trafficanti in grossi barili

Man mano che risaliamo il fiume le draghe aumentano, e così i macchinari pesanti che a riva scavano enormi buchi accumulando i detriti ai margini del fiume, riducendo sempre di più la superficie navigabile. Questo è un altro processo di estrazione in cui la terra delle sponde del fiume viene raccolta con delle scavatrici e quindi lavata per estrarne l’oro. Prima di arrivare a Mayaya contiamo circa 30 draghe e innumerevoli scavatrici. La maggior parte espongono il nome dell’impresa Fengxiang o Tiankai, le altre sono anonime, quindi probabilmente non registrate.

Stipulando contratti bilaterali con le cooperative locali, che solo nel dipartimento di La Paz sono quasi 1000, le imprese straniere si aggiudicano l’accesso al territorio in cambio di un mero 20% del ricavato totale. Come riferitomi da Adolfo Loza, segretario generale della cooperativa Ferreco R.L., in questo modo tali imprese possono beneficiare del regime fiscale delle cooperative, che prevede una esenzione totale da tasse sui ricavi e tra l’1 e il 2.5% royalties minerarie, contro il 40% richiesto alle imprese registrate. In cambio, portano macchinari e materiali necessari all’estrazione intensiva dell’oro, che altrimenti le cooperative non potrebbero permettersi. Don Valentin mi spiega che tutte queste cooperative e imprese stanno operando in violazione dell’articolo 151 della Ley Mineria 535, che appunto vieta questo tipo di contratti. Tuttavia, tracciare queste imprese è molto difficile dal momento che si nascondono dietro nomi fasulli ed effettuano tutte le transazioni in denaro contante. 

Arriviamo a Mayaya di sera e mi accoglie la scena di una donna che svuota un grosso bidone di rifiuti direttamente nel fiume. Valentin mi dice che è normale: nel villaggio non hanno un sistema di smaltimento, perciò tutti i comunari buttano i loro rifiuti nel fiume.

Di fatto Mayaya, prima dell’arrivo delle imprese, era poco più che un agglomerato di capanne. La rapida crescita economica che ha portato l’oro non è mai stata investita per sviluppare un sistema di gestione dei rifiuti. A Mayaya il clima è poco sereno, le facce poco amichevoli, le strade sporche e gli sguardi inquisitori mi pesano sulle spalle. Decine di suv blindati sfrecciano avanti e indietro per l’unica strada del villaggio. Abbondano anche i ristoranti cinesi e negozi di prodotti asiatici. Seduti su sedie di plastica i proprietari fumano sigarette una dietro l’altra.

Il mercurio semina morte

L’indomani mattina vengo invitato a prender parte alla riunione delle autorità locali con le cooperative aurifere del rio Kaka, per discutere il futuro dell’estrattivismo nella regione. Non mi sorprende che non ci siano lamentele sul fatto che l’oro non stia portando alcun tipo di beneficio sociale. Come riferitomi da Ruth Alipaz, leader indigena Uchupiamona, gran parte delle imprese opera senza licenza ambientale, evitando così controlli da parte delle autorità: sono circa il 67% delle 167 operazioni minerarie attive nella regione e l’85% delle cooperative boliviane. Queste, vendendo direttamente nel mercato nero l’oro estratto, non apportano alcun vantaggio economico alla regione.

Non mi sorprende nemmeno che nessuno parli di contaminazione da mercurio, il quale viene utilizzato in grandi quantità in tutta la Bolivia, che ad oggi ne è considerato il maggior importatore al mondo e che nel 2005 si aggiudicò il titolo di maggior emissore, con 133 tonnellate di questa sostanza disperse nell’ambiente. Nemmeno il sindaco, che durante un’intervista mi aveva confessato che sia le cooperative che le imprese illegali stanno contaminando irrimediabilmente il fiume con il mercurio, fa cenno alla problematica. Molti addirittura negano che il mercurio stia contaminando il fiume. «Siamo stanchi di essere dipinti come dei distruttori dell’ambiente, quando le nostre operazioni sono in regola con gli standard di sicurezza imposti dal governo» dichiara il direttore della cooperativa Ferreco, concludendo così la riunione e ricevendo sonori applausi.

Tuttavia, le comunità indigene del Madidi stanno soffrendo enormemente della contaminazione da mercurio. Alipaz mi racconta nella sua comunità varie donne si sono ammalate di tumore e che ci sono bambini con deficit dell’apprendimento. «Abbiamo sempre sospettato fosse per causa del mercurio, e uno studio condotto dall’università di Cartagena e il CEDIB ce l’ha confermato». In questo studio, di fatto, sono stati analizzati i livelli di mercurio presenti nel sangue di varie comunità indigene del Madidi, e i risultati sono stati spaventosi. Solo nel 2001, la maggior parte degli individui testati presentava livelli di mercurio 10 volte più alti a quelli permessi dall’OIM, ovvero di 1 parte per milione. Nel 2020, nella comunità Esse Ejja che abita le sponde del rio Beni, la media era di 7.5 ppm, con casi di 30 ppm e un caso di 100 ppm. A differenza di altre sostanze contaminanti, il mercurio una volta che entra nel corpo non è possibile espellerlo.

Visitando questa comunità mi rendo presto conto della tragicità dello scenario descritto da Ruth e dai dati dello studio. Al mio arrivo, il leader Lucho mi spiega che ci sono vari bambini con danni neurologici, danni alla vista e all’udito e deficit di apprendimento. Poi decide di portarmi a visitare una donna malata di tumore all’utero. Sta sdraiata per terra con delle mosche che le ronzano attorno. È pallida e magra. Nelle mani stringe un pulcino che accarezza di tanto in tanto. Nella penombra della stanza siedono altre donne che le fanno aria con una stuoia. Il caldo è torrido e dei bambini giocano in un angolo con la faccia tutta sporca di terra. Lucho mi racconta che non hanno soldi per curarla e l’unica cosa che possono permettersi sono antidolorifici e del paracetamolo.

Per un momento incrocio lo sguardo della donna, che accenna un sorriso. I suoi occhi però non smettono di trasmettere un misto di disgusto e paura. Mi viene in mente la frase che Ruth Alipaz mi ha detto durante un’intervista: «Ci stanno lasciando morire come animali.»

Una conseguenza dell’oro di cui si parla poco

«Li hai visti quegli annunci di ragazzine scomparse alla stazione dei bus? Molte sappiamo che finiscono nei postriboli dei centri minerari» mi dice Jimena Mercado, giornalista da anni porta avanti investigazioni per far luce sul traffico di adolescenti nelle zone aurifere. Mi spiega che ogni centro minerario ha la sua via della perdizione, ovvero una strada dove pullulano postriboli e bar dove le cameriere poco vestite non hanno più di 15 anni e si offrono a prestazioni sessuali. Al centro medico del villaggio mi raccontano che spesso arrivano minorenni gravide non accompagnate, che probabilmente sono vittime della tratta.

La maggior parte vengono tratte in inganno con annunci di lavoro fasulli, e una volta giunte sul posto vengono costrette a prostituirsi con ricatti e minacce di morte. Sono tutte giovanissime, alcune arrivano dalle grandi città come Cochabamba, La Paz e Tarija, molte altre vengono dalle comunità indigene locali. A gestire la tratta si sospetta che siano le organizzazioni criminali presenti nei centri minerari di Mapiri, Mayaya e Guanay. A Caranavi, punto di accesso a tutti i centri minerari del Madidi, le denunce di abuso, traffico umano e prostituzione forzata sono numerosissime, ma cadono regolarmente nel dimenticatoio del tribunale. I casi aperti e mai risolti dal 2015 sono 753. Negligenza, o forse complicità, dello stato che fa rabbia ad Alex Vilca, presidente dell’associazione Mancomunidad del Madidi che unisce i popoli indigeni della riserva: «Nonostante sia imposto dalla legge, non esistono controlli da parte della polizia nelle stazioni degli autobus, sui taxi e lungo le strade a permettere ai minori di raggiungere le aree aurifere senza troppi problemi. Così i trafficanti operano da anni indisturbati, nonostante ci troviamo di fronte ad uno dei crimini peggiori che si possano commettere» dice Alex con le lacrime agli occhi.

A presentarmi un altra faccia della prostituzione minorile nelle zone aurifere è Sarit della Fondazione Munasim Kullakita, che lotta contro il traffico di esseri umani legato all’estrattivismo minerario nella Riserva Naturale del Madidi da più di anni. «Alcune di loro sono costrette ad andare a lavorare nei postriboli dagli stessi genitori, ai quali vengono pagate tasse extra, e altre ancora sono volontarie… cioè scappano di casa perché sanno che nei postriboli si fanno soldi facili». Secondo lei questo è dovuto alle enormi quantità di denaro alle quali si può facilmente accedere in queste zone. La povertà in cui vivono le comunità locali costringe molte famiglie a prendere questo tipo di decisioni. Qui le alternative per generare ingressi economici sono poche e così i centri minerari diventano delle calamite per tutte le persone in stato di necessità. 

«Sta crescendo sempre di più nelle comunità indigene il numero di giovani che abbandonano la scuola per andare a lavare l’oro… con una settimana di lavoro possono comprarsi cellulari, scarpe nuove, e tutto quello che un adolescente sogna… ci sono addirittura genitori che abbandonano i figli per andare a lavorare a Mayaya… così i bambini rimangono senza famiglia e senza educazione.»

Il ruolo dello Stato

Nel 2014 Evo Morales promulga una legge che apre all’estrattivismo minerario 22 riserve naturali. Nello stesso anno, il piano di gestione ambientale della riserva del Madidi viene modificato dal SERNAP (Servizio Nazionale di Aree Naturali Protette dallo Stato), ad insaputa della società civile e delle comunità locali, per ampliare le zone concedibili alle cooperative aurifere. 

Tale policy non sorprende, considerato che il MAS (Movimiento al Socialismo), partito politico socialista formato dallo stesso Morales nel 2006 e dichiaratosi indigenista e anti-imperialista, ha però sviluppato un modello economico centrato sull’estrattivismo e sulla dipendenza da capitale esterno. Ne è un esempio la promulgazione della Ley Mineria 535, che riduce il diritto di consulta previa delle comunità e permette alle imprese e le cooperative di limitarsi a una socializzazione dei progetti. «Non è la prima volta che lo stato si fa scudo con leggi secondarie per permettere attività illecite come il saccheggio delle risorse naturali – commenta Alex Vilca – tale legge, è contraria alla costituzione e a trattati internazionali come la convenzione 169 ILO, che impone a qualsiasi impresa di consultare le comunità locali prima di poter intraprendere qualsiasi tipo di progetto che potrebbe avere impatti sulle stesse.»

Così, grazie a queste politiche pro-cooperative, queste sono aumentate dal 2006 al 2017 da 911 a 1816. Questo fenomeno può essere in parte spiegato dal grande appoggio politico che le cooperative aurifere hanno sempre dato al MAS e che Evo Morales ha tacitamente ricambiato con riduzioni delle imposte, sussidiando i nuovi progetti di estrazione, riducendo i controlli delle autorità nei centri minerari e mettendo a tacere oppositori. Emblematico è l’episodio in cui l’ex vicepresidente Alvaro Garcia Linera regalò 100 camion alle cooperative il giorno dopo che la Ley Mineria 535 fu approvata. Ma nonostante ciò, queste politiche teoricamente rivolte a stimolare l’economia dell’oro hanno portato a poco guadagno effettivo per il popolo boliviano, soprattutto considerato che chi ne giova alla fine dei conti sono le imprese fantasma che stipulano contratti con le cooperative.

Infatti, le riserve della banca centrale boliviana, continuano ad essere semi vuote: 42 tonnellate di oro boliviano si trovano nelle riserve di banche inglesi e svizzere. Inoltre, la Federazione Regionale delle Cooperative Minerarie Aurifere del Nord di La Paz (Fecoman) ha dichiarato che almeno il 60% dell’oro estratto nel dipartimento viene comprato abusivamente da circa 32 commercianti illegali. Nel frattempo, le popolazioni indigene e contadine soffrono drasticamente delle conseguenze di queste politiche di un partito teoricamente indigenista. 

«Bisogna che i politici inizino a capire quali sono i limiti della natura e a studiare modelli di sviluppo economico alternativi, nel rispetto della nostra cultura e della biodiversità – mi dice la Senatrice Cecilia Requena in un intervista nel suo ufficio di La Paz – la Bolivia deve tenersi stretta la sua democrazia e allo stesso tempo garantire la sopravvivenza degli ecosistemi… solo così le popolazioni locali possono vivere come hanno sempre vissuto, in armonia con la natura… senza democrazia non c’è lotta per la salvaguardia dell’ambiente… bisogna imporre limiti all’estrattivismo e stabilire standard di sicurezza più alti.»

Secondo la senatrice, la transizione ad un’economia post-estrattivista è la sfida del 2023 per la Bolivia e tutti i paesi dell’America Latina. Investire sul turismo sostenibile, sull’agricoltura familiare e l’artigianato tradizionale è l’unico modo per evitare di condannare nuovi territori al triste destino di Potosi e Oruro, dove l’attività mineraria ha lasciato distruzione e povertà. [di Francesco Torri]

Che Guevara, si è spenta la sorella Celia: aveva 93 anni. Una perdita importante per l'Argentina: la sorella del "Che" aveva lavorato come ricercatrice all'Università di Buenos Aires. Valentina Mericio su Notizie.it il 20 Luglio 2023

Una perdita importante ha colpito l’Argentina nelle scorse ore. La sorella di Che Guevara, Celia, si è spenta a 93 anni. A confermare la notizia era stata la facoltà di architettura dell’Università di Buenos Aires nella quale aveva svolto il ruolo di ricercatrice. In gioventù era stata molto legata fratello maggiore Ernesto “Che” Guevara. Le loro strade hanno preso poi direzioni diverse durante gli anni dell’università. Il resto è Storia.

Morta la sorella di Che Guevara: Il cordoglio dell’ex presidente boliviano Evo Morales

Sono stati in molti, nelle scorse ore, a dedicare un pensiero, un messaggio di cordoglio alla sorella del rivoluzionario. Tra questi c’è la stessa Università argentina che sul sito web istituzionale ha scritto: “Siamo spiacenti di annunciare la morte dell’architetto e specialista in Paesi in via di sviluppo Celia Guevara”.

Particolarmente sentite, invece, le parole dell’ex presidente della Bolivia, Evo Morales: “È con grande tristezza che riceviamo la conferma della partenza di Celia Guevara de la Serna, sorella del nostro comandante storico e rivoluzionario Ernesto “Che” Guevara de la Serna. Esprimiamo la nostra solidarietà alla sua famiglia e ai nostri fratelli latinoamericani, in particolare argentini e cubani, che piangono questa perdita”.

Chi era Celia Guevara de la Serna

Celia Guevara era la seconda di cinque figli. Nel corso della sua carriera accademica aveva dedicato i suoi studi ai Paesi in via di Sviluppo. Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano El Pais, si era detta orgogliosa di essere la sorella del Che, aggiungendo anche: “Sono una donna di sinistra, sostenitrice dei Diritti umani, che ritiene che l’America Latina debba affrancarsi dal dominio statunitense e che Cuba sia un faro per tutti i nostri popoli”.

Bolivia, 1980: un golpe al gusto cocaina per impedire una nuova Cuba. Emanuel Pietrobon il 15 Marzo 2023 su Inside Over.

Un americano, un tedesco e un boliviano entrano in un bar e ordinano da bere. Potrebbe essere l’inizio di una barzelletta, ma non lo è. Perché è, anzi, l’inizio di una storia (vera) a tinte horror. È l’inizio del golpe della cocaina nella Bolivia degli anni Ottanta, ignara vittima del piano Condor e inevitabile trincea della Guerra fredda.

Congiure di palazzo nel paese più instabile del mondo

Nel 1980, con all’attivo 32 colpi di Stato, la Bolivia vantava il titolo di Paese più politicamente instabile dell’Emisfero occidentale e il record mondiale dei golpe, avendone sperimentati, tra riusciti e/o falliti, complessivamente 187. Il putsch numero 188 sarebbe stato consumato quello stesso anno, all’indomani di elezioni “vinte dal partito sbagliato” – una forza di sinistra –, da un improbabile commando di militari, narcotrafficanti e reduci del Terzo Reich.

L’arrivo del 1980 era stato accolto con ingenua ma legittima speranza dal popolo boliviano. La parte sana delle istituzioni, gli attivisti agguerriti della Centrale Operaia Boliviana e la gente comune avevano congiunto gli sforzi per combattere l’ennesimo golpe, tentato da un gruppo di soldati sotto il comando del generale Alberto Natusch a fine 1979, riuscendo a imporre la volontà della maggioranza contro i soprusi della minoranza.

La presidenza ad interim era stata affidata dal Congresso all’Evita Perón boliviana, Lidia Gueiler Tejada, a seguito del raggiungimento di un accordo sul disaccordo con il vinto-ma-non-domo Natusch. L’ultima socialista del Sudamerica avrebbe dovuto traghettare la Bolivia verso nuove elezioni, ignara del fatto che un americano avesse dato appuntamento ad un tedesco e ad un boliviano in un pittoresco bar di Santa Cruz de la Sierra, ai primordi di quel 1980 di speranza, per parlare di un affare potenzialmente miliardario: il golpe della cocaina.

Condor, obiettivo America Latina

Un dream team per un golpe sui generis

Santa Cruz de la Sierra, gennaio 1980. In un folcloristico bar dal nome europeo, Bavaria, si incontrano un agente della Central Intelligence Agency, la cui reale identità non è mai stata scoperta, un consulente militare di origini tedesche, tal Klaus Altmann, e il narcotrafficante più ricco e influente del pianeta, Roberto Suárez Gómez, volgarmente noto come il “Re della cocaina”.

L’americano ha qualcosa da proporre sia ad Altmann, che dagli anni Cinquanta è il braccio destro dei dittatori e l’addestratore dei torturatori dei servizi segreti boliviani, sia a Suárez, capo del più importante cartello della droga sudamericano dell’epoca, La Corporación. Quel qualcosa è un colpo di Stato che, se condotto a modo, potrebbe produrre una montagna di benefici per ognuno dei tre: l’allontanamento della Bolivia dall’orbita sovietica – per l’americano –, una nuova dittatura alla quale erogare servigi – per il tedesco –, la possibilità di costruire un narco-stato – per il boliviano.

Altmann e Suárez non hanno bisogno di ulteriori incoraggiamenti. Accettano l’idea dell’americano, che è, in sostanza, un piano di contingenza al quale dare attuazione qualora alle incombenti presidenziali, programmate per il 29 giugno, vinca il Movimento Nazionalista Rivoluzionario di Sinistra. Sei mesi di tempo per preparare un colpo di Stato che in seguito sarebbe stato ribattezzato il golpe della cocaina.

La posta in palio è alta, ovvero la prevenzione di quell’effetto domino tanto temuto da Henry Kissinger, perciò l’americano, il boliviano e il tedesco iniziano una sotterranea campagna di reclutamento. All’alba del golpe, in giugno, la giuria della congiura contro la Paz è composta dalla Dina – la polizia segreta cilena –, dal Side – i servizi segreti argentini –, da elementi corrotti delle forze armate boliviane – un manipolo di soldati sotto l’egida di Luis García Meza Tejada, il cugino della presidente ad interim – e da un’armata di mercenari europei, ideologicamente di estrema destra, tra i quali l’italiano Stefano delle Chiaie, reduci del Terzo Reich come Hans Stellfeld ed ex combattenti dell’Oas come Jacques Leclerc.

Un narco-Stato difeso dai fidanzati della morte

L’armata di mercenari neofascisti e neonazisti, che tra loro si chiamavano i “fidanzati della morte“, era stata radunata da Altmann. Altmann era un consulente militare di origini tedesche che in passato aveva lavorato per Hugo Banzer, dittatore dal 1971 al 1978, ma la cui fama era legata al ruolo-chiave giocato nella caccia a Ernesto Guevara, assassinato sulle alture boliviane della Higuera nel 1967.

I fidanzati della morte di Altmann erano l’esercito dell’anti-stato, La Corporación, e da circa un ventennio proteggevano le piantagioni di cocaina della Bolivia da ladri, cartelli rivali e poliziotti corrotti. La loro nomea di assassini spietati, costruita fra attentati, omicidi, sparizioni e torture, era servita ad Altmann per pubblicizzarli presso le alte sfere del cono sud, a Suárez per diventare il re della cocaina e a degli attori senza né volto né nome per scrivere alcuni dei più grandi misteri della Guerra fredda – vedasi la Bolivia connection nelle indagini sulla strage di Bologna.

I fidanzati della morte avevano reso la Bolivia, all’alba del golpe della cocaina, una sorta di enorme zona grigia, il primo narco-Stato del pianeta, come raccontano cifre e fatti dell’epoca. Bolivia, Perù e Colombia esportavano l’80% della cocaina consumata a livello mondiale, ma la prima sembrava appartenere ad un campionato a se stante: delle 134.000 tonnellate di foglie e pasta prodotte nei tre, 111.000 erano di origine boliviana.

Le enormi distese di territorio dedicate alla coltivazione di Erythroxylum coca, protette a mano armata dai fidanzati della morte, erano una proprietà privata, della Corporación, dalla quale il pubblico otteneva delle entrate extra, non registrate nel bilancio, attraverso l’imposizione di tasse. Ma, evidentemente, soldati corrotti e narcotrafficanti volevano di più: volevano l’intera Bolivia sotto il loro controllo. Un sogno, il loro, che sarebbe divenuto realtà grazie alle paranoie anticomuniste di Washington e all’esercito privato di uno dei più celebri ricercati della Germania nazista: Altmann, ovvero Klaus Barbie.

Paura e delirio a La Paz

29 giugno 1980. I boliviani sono chiamati alle urne. Devono decidere a chi affidare la presidenza: se a Hernán Siles Zuazo del Movimento Nazionalista Rivoluzionario di Sinistra, se ad Ángel Víctor Paz Estenssoro del Movimento Nazionalista Rivoluzionario.

Il confronto viene vinto da Siles Zuazo, che ottiene quasi il doppio dei suffragi rispetto a Paz Estenssoro, ma ai parlamentari non sarebbe stato dato il tempo né il modo di sanzionare il risultato. Il 17 luglio, mentre la presidenza provvisoria di Lidia Gueiler Tejada sta discutendo col Congresso del passaggio di scettro, i palazzi istituzionali vengono espugnati dai golpisti del generale Luis García Meza Tejada e le arterie di comunicazione assaltate da squadroni di narcotrafficanti e fidanzati della morte.

La discesa del caos sulla Bolivia in meno di ventiquattro ore. Chi può, come la presidente uscente Tejada e come il presidente incombente Siles Zuazo, scappa all’estero. Chi non riesce, come il fondatore del Partito Socialista, Marcelo Quiroga Santa Cruz, viene giustiziato in strada. Le forze armate non rispondono agli appelli delle istituzioni e della popolazione: i comandanti di divisioni e reggimenti sono stati corrotti dalla Corporación, che ha dato 50 mila dollari cadauno per voltarsi dall’altra parte.

Paura e delirio avrebbero regnato a La Paz per un anno e un mese, dal 17 luglio 1980 al 4 agosto 1981, diventando l’ordinaria e normale quotidianità del primo narco-stato del pianeta. I fidanzati della morte avrebbero trascorso il tempo a dare la caccia a socialisti e comunisti, trucidandoli in pubblica piazza – come nel caso del Massacro di Harrington Street del 15 gennaio 1981: otto dirigenti del Mir torturati e infine uccisi. I narcotrafficanti avrebbero ricoperto la superficie boliviana di coltivazioni di coca, registrando più di 400 milioni di dollari di guadagno nel corso di quei tredici mesi.

La violenza della narco-giunta è sconvolgente. I fidanzati della morte hanno costellato il paese di campi di concentramento, nei quali sono rinchiusi oppositori politici, sindacalisti e gente comune “rea” di avere idee di sinistra. I militari, accecati dall’avarizia, iniziano delle faide per la spartizione dei proventi del ciclopico traffico di cocaina edificato all’indomani del golpe. Il golpe avrebbe dovuto garantire ordine, ma produce soltanto anarchia.

La Casa Bianca, già sotto pressione per il supporto alle brutali dittature militari di Cile e Argentina, decide di privare il regime rivoluzionario di fondi. Alla Central Intelligence Agency viene ordinato di terminare la cooperazione sotterranea con La Corporación, i cui traffici, secondo Michael Levine, un pentito della Dea, erano stati facilitati da Washington in chiave anticomunista. I militari più ragionevoli vengono incentivati a detronizzare García Meza.

Il 4 agosto 1981, dopo quasi tredici mesi di tirannide, il narco-generale viene destituito da un gruppo di soldati sotto il comando del generale Celso Torrelio Villa. Ma sarà necessario un altro golpe ancora, nel 1982, affinché i boliviani possano iniziare a respirare l’aria di democrazia e vedere alla presidenza colui che avevano votato in massa due anni prima: Siles Zuazo.

La Bolivia dopo il golpe della cocaina

La narco-giunta ha avuto vita breve, un anno, ma lo sfregio lasciato sul volto della Bolivia è rimasto a decenni di distanza. La guerra alla cocaina lanciata da Siles Zuazo nel 1982, accompagnata da una stretta sul potente sottobosco nazista – emblematizzata dall’estradizione dell’intoccabile Barbie –, non sarebbe mai riuscita ad andare oltre la punta dell’iceberg.

A fine 1982, dopo quasi un anno di governo, la guerra alla droga di Siles Zuazo aveva portato al magro sequestro di circa cento quintali di pasta e cloridrato di coca, ovvero meno del 5% della produzione annuale nazionale, e zero risultati dal punto di vista della soppressione del narcotraffico: realtà già problematiche come Cochabamba e Sinahota erano diventate delle “città private” con proprietari i cartelli transnazionali, magneti per il riciclaggio di denaro illegale e tetti di piantagioni protette a mano armata dai fidanzati della morte e la loro prole.

Per quanto riguarda La Corporación, definita da Levine la “General Motors della cocaina”, sarebbe andata incontro al naufragio a causa della caduta in disgrazia del suo carismatico capo nel dopo-golpe, pressato dalla giustizia e non più in grado di corrompere i nuovi governanti – celebre il tentativo datato 1983 di ripagare il debito estero boliviano, pari a tre miliardi di dollari, in cambio dell’impunità –, e dell’inizio dell’era dei cartelli colombiani trainata da Pablo Escobar, un tempo allievo di Suárez, resa possibile da quello straordinario aumento dell’offerta di cocaina avvenuto nel 1980-81.

Colpo di scena in Perù: la corte costituzionale scarcera l’ex presidente Fujimori. Storia di Luca Bocci su Il Giornale martedì 5 dicembre 2023. 

Una delle figure più controverse nella politica del Sudamerica torna di colpo d’attualità. La sentenza pubblicata nella giornata di martedì da parte della Corte Costituzionale del Perù ha infatti ordinato la scarcerazione immediata dell’ex presidente Alberto Fujimori, che stava scontando dal 2009 una condanna a 25 anni di carcere. Questa non è che l’ultima puntata di una lunga diatriba legale che ha diviso il paese per decenni, dopo che la sua prima esperienza di governo dal 28 luglio 1990 al 21 novembre 2000 aveva causato enormi sconvolgimenti sociali e politici. La sentenza della massima corte peruviana non è appellabile e quindi dovrebbe porre fine ad ogni ricorso legale per gli avversari di Fujimori, che avevano lottato con successo contro l’indulto concesso nel 2017. L’ex presidente ha 85 anni e soffre di gravi problemi di salute ma è probabile che la sua scarcerazione sarà salutata da proteste da parte dei suoi oppositori.

Un presidente controverso

A prima vista, le condizioni di salute dell’anziano esponente politico dovrebbero rendere impossibile la sua permanenza in prigione ma la memoria del suo governo, incluso il periodo di emergenza del 1992-93, quello che gli avversari hanno sempre chiamato un vero e proprio colpo di stato, è ancora in grado di dividere profondamente il paese. La Corte Costituzionale aveva già ordinato la liberazione di Fujimori nel marzo 2022, citando i suoi problemi respiratori e neurologici, tra i quali una paralisi facciale ed il fatto che sia stato ricoverato più volte, incluso un periodo nello scorso febbraio per curare il battito cardiaco irregolare. Nel giro di poche settimane, però, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, organismo sovranazionale con sede in Costa Rica, aveva ordinato al governo peruviano di “astenersi dall’eseguire questa decisione”.

L’ex presidente era stato incarcerato nel 2009 per aver ordinato il massacro di 25 civili tra il 1991 e il 1992, quando il suo governo aveva lanciato un’offensiva contro la guerriglia comunista di Sendero Luminoso ma, negli anni la sua prigionia si era rivelata una fonte di infinite polemiche e divisioni, tanto da convincere il presidente Pedro Pablo Kuczynski a concedergli l’indulto la vigilia di Natale del 2017. La liberazione dell’ex presidente riattizzò le divisioni tra chi lo considera una specie di ‘salvatore della patria’ e chi, invece, pensa sia solo un dittatore che ha usato la mano pesante contro nemici politici. Dopo il pronunciamento della Corte Interamericana, Fujimori era tornato in prigione nell’ottobre 2018 ma i suoi sostenitori non hanno mai smesso di lottare per la sua liberazione.

Nuove polemiche in arrivo?

L’avvocato dell’ex presidente, Elio Riera, intervistato dopo la sentenza della Corte Costituzionale, ha rivelato che Fujimori, probabilmente, sarà rilasciato nella giornata di mercoledì 6 dicembre. “L’ex presidente è molto calmo e si dice speranzoso che questa sentenza sarà applicata in maniera quanto più rapida possibile”. Gli avversari politici dell’ex presidente, invece, raccontano tutta un’altra storia, gridando ad alta voce che questa decisione va contro alle organizzazioni internazionali che hanno richiesto che sia fatta giustizia per le vittime della violenza di stato. Carlos Rivera, avvocato dell’Instituto de Defensa Legal, intervistato dalla Reuters sembra auspicare un nuovo intervento della Corte Interamericana: “Questa è una violazione molto seria dello stato di diritto. Avrà sicuramente ripercussioni legali a livello internazionale”.

Interpellato dall’emittente Peru 21, l’ex presidente della Corte Costituzionale Ernesto Álvarez Miranda si è detto certo che stavolta la corte non interverrà, visto che “non ha competenze in questa materia. Quando la legislazione e la giustizia nazionale è già intervenuta, emettendo una sentenza, la corte interamericana non ha ragione di intervenire. A dire il vero sembra strano che la corte vada contro al proprio stesso regolamento per verificare che una sentenza vecchia di 25 anni venga ancora applicata. La corte interviene in maniera sussidiaria alla giustizia nazionale quando essa non sia stata in grado di difendere i diritti umani degli individui, niente di più”. Eppure, la possibilità che la corte si esprima ancora non sono così remote, tanto da spingere Álvarez ad un gesto di sfida: “Sarebbe interessante se intervenissero ancora, visto che in questo caso la corte si comporterebbe in maniera vendicativa, chiaramente politica, abbandonando la sua stessa giurisprudenza ed i suoi principi per un attacco ad hominem”. Dichiarazioni che fanno sospettare come questa vicenda sia ben lungi dall’essere davvero conclusa.

In Perù non si ferma la rivolta, il governo la reprime nel sangue. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 20 gennaio 2023.

Nella giornata di ieri una vera e propria fiumana di gente si è riversata nella capitale peruviana, Lima, per marciare verso il palazzo del governo e chiedere le dimissioni della presidente Dina Boluarte e dell’intero gabinetto. A prendervi parte sono state anche delegazioni di rappresentanti delle regioni più povere del Paese, quelle più vicine all’ex presidente Castillo (arrestato lo scorso 7 dicembre), le quali hanno marciato per giorni per ritrovarsi nella capitale. Seppure il corteo non sia riuscito a portare a termine la sua marcia, la giornata di ieri ha segnato un momento di culmine nelle proteste di queste settimane (anche perché il numero di vittime negli scontri con le forze dell’ordine è salito a 55) e ha reso evidente il totale scollamento tra il governo e la società che dovrebbe rappresentare.

Qualcuno l’ha rinominata la seconda Marcha de los cuatros suyos (letteralmente “la Marcia dei quattro punti cardinali”): la prima si era svolta nel 2000 e aveva portato alla caduta del governo Fujimori. La richiesta dei manifestanti è sempre la stessa: che la presidente Dina Boluarte, salita al potere dopo l’arresto del presidente Castillo, e tutto il suo governo si dimettano e che si vada ad elezioni anticipate (e non attendere il 2024, come vorrebbe l’attuale esecutivo). Le proteste, che proseguono dallo scorso 7 dicembre, hanno praticamente paralizzato il Paese. Tuttavia, Boluarte non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo incarico. «Il governo è saldo e il suo gabinetto è più unito che mai» ha dichiarato, addossando la colpa di quanto avvenuto ad «alcuni cattivi cittadini che vogliono far fallire lo Stato di diritto, generare caos, disordine e prendere il potere». Ben 11.800 poliziotti sono stati schierati nella sola Lima, per far fronte alla fiumana di manifestanti che si sono dati appuntamento nella giornata di ieri per marciare uniti in direzione del palazzo del governo e del Congresso. A dar loro man forte vi era la popolazione di Lima, che si è adoperata per offrire riparo e aiuti di vario genere a coloro che protestavano. Due università, quella di San Marcos e quella di Ingegneria, sono state circondate dalle forze dell’ordine proprio per questo motivo, ma nel momento in cui scriviamo non si sono ancora verificati scontri. L’inizio del corteo era previsto per le 16 di ieri, ma qualcosa è andato storto nell’organizzazione e la marea umana non è riuscita a giungere di fronte ai palazzi governativi. Numerosi sono stati gli scontri violenti con le forze dell’ordine e, nella serata, un intero edificio ha preso fuoco nei pressi della centrale Plaza San Martìn. Sono necessarie cinque autopompe e tre autocisterne per spegnerlo. Alcuni manifestanti sostengono sia stato innescato da una bomba lacrimogena, ma il governo smentisce.

Il braccio di ferro tra popolazione e governo, non perde quindi d’intensità e anzi, dopo la pausa delle festività le lotte hanno ripreso più intensamente di prima, complice il fatto che a prendere parte alle contestazioni sono le regioni più povere del Paese, come Apurimac, Puno, Cusco, Arequipa, Huancavelica, Ayacucho e Madre de Dios, le più vicine all’ex presidente Castillo. Chiamano Boluarte asesina, per la responsabilità sua e del suo governo nella morte di coloro che hanno preso parte alle proteste. Stando ad alcuni video, oltre che alle testimonianze dei presenti, le forze dell’ordine avrebbero letteralmente assassinato alcuni manifestanti, esplodendo loro colpi di arma da fuoco in pieno petto. Alle motivazioni politiche, dunque, ora si somma la necessità di fare giustizia per queste morti. La Coordinadora Nacional de Derechos Humanos ha denunciato «l’uso di armi letali proibite per il controllo della folla, l’uso indiscriminato della forza, che colpisce le persone che aiutano i feriti, i giornalisti e coloro che non hanno nemmeno partecipato alle mobilitazioni. Inoltre, sono stati sparati proiettili e gas lacrimogeni, sulle case e persino contro i corpi delle persone». Secondo i sondaggi oltre il 70% della popolazione è favorevole alla rimozione di Boularte dal suo incarico e quasi il 90% sarebbe favorevole allo scioglimento del Congresso, eppure il governo non mostra di avere l’intenzione di abbandonare la nave, nonostante si configuri già come uno dei più sanguinari della storia recente dell’America Latina. A soffiare ulteriormente sul fuoco sono le frasi della presidente, che si è scusata «per quello che non è stato fatto» per impedire le proteste.

Attualmente, in diverse regioni (tra le quali quella di Lima) e province del Paese vige lo Stato di emergenza, che permette la sospensione di diritti costituzionali quali l’inviolabilità della casa, la libertà di movimento, di riunione e di sicurezza della persona. Tuttavia, a livello internazionale regna ancora un silenzio assordante.

[di Valeria Casolaro]

(ANSA il 17 gennaio 2022) - La Corte costituzionale del Perù ha considerato oggi 'ammissibile' una istanza della difesa dell'ex presidente della repubblica Pedro Castillo mirante ad annullare la decisione della giustizia peruviana di disporre nei suoi confronti una custodia cautelare di 18 mesi nel processo intentatogli per tentato colpo di Stato lo scorso 7 dicembre 2022.

Il giudice Jorge Luis Ramírez Niño de Guzmán, della quinta sezione della Corte di Lima, segnala il quotidiano La Republica, ha considerato 'ammissibile' il ricorso che punta a far annullare una sentenza di primo grado che gli ha inflitto il carcere preventivo, la conferma della Camera penale permanente della Corte suprema di giustizia, e una risoluzione del Parlamento che avrebbe omesso la regolare procedura da applicare per giudicare un capo dello stato in attività.

In particolare i legali di Castillo hanno sottolineato che la Camera Penale presieduta dal giudice César San Martín "non si è pronunciata sulla detenzione arbitraria ordinata dal direttore della Sicurezza dello Stato, che no avrebbe dovuto essere eseguita poiché al momento del suo arresto l'arrestato aveva la status di presidente, in un momento in cui il Parlamento non aveva avviato il procedimento di impeachment". Con questi presupposti il giudice Ramírez Niño de Guzmán ha firmato una ordinanza in cui chiede alle parti chiamate in causa da Castillo di rispondere nei termini previsti dalla legge, avvertendo che se non vi sarà risposta, la sentenza sarà comunque emessa.

Si aggrava la crisi in Perù. Stefano Graziosi su Panorama il 17 Gennaio 2023.

Il governo di Lima ha decretato lo stato d'emergenza, mentre i sostenitori di Castillo continuano a chiedere le dimissioni di Dina Boluarte. E intanto l'America Latina si spacca

Non solo il Brasile. Stanno infatti crescendo le tensioni in varie parti dell’America Latina. E il Perù è una di queste. Il governo peruviano ha decretato per trenta giorni lo stato d’emergenza nei dipartimenti di Cusco, Lima e Puno, oltre che in altre regioni, a seguito delle significative manifestazioni che stanno attraversando il Paese: proteste che, nelle ultime settimane, hanno causato almeno 42 vittime.

Le proteste, che sono dirette contro l’attuale presidente peruviana Dina Boluarte, hanno preso avvio all’inizio dello scorso dicembre. Ricordiamo infatti che l’allora presidente (nonché esponente dello schieramento marxista Perù Libero) Pedro Castillo era stato deposto, dopo aver tentato un golpe. Nel dettaglio, a seguito di una minaccia di impeachment, Castillo aveva cercato di scogliere il Congresso della Repubblica, decretando successivamente un coprifuoco e instaurando un governo di emergenza: un piano tuttavia naufragato. Una volta deposto e arrestato, è quindi stato sostituito dalla sua vice, Dina Boluarte, che, diventata la prima presidente donna della storia peruviana, si è ritrovata sin da subito a dover affrontare le proteste dei sostenitori dello stesso Castillo. È in questo clima incandescente che, venerdì scorso, la Boluarte ha tenuto un intervento televisivo, respingendo la richiesta di dimissioni. “Se abbiamo commesso un errore nel ricercare la pace e la calma, chiedo scusa al popolo peruviano” , ha dichiarato, per poi aggiungere: “Alcune voci di sostenitori della violenza e radicali chiedono le mie dimissioni, incitando la popolazione al caos, al disordine e alla distruzione. A loro dico responsabilmente: non mi dimetterò, il mio impegno è con il Perù”. Nel frattempo, l’ufficio del procuratore generale Patricia Benavides ha aperto un’inchiesta sui violenti scontri che si sono verificati in varie città del Paese. Come riferito dalla Bbc, sono intanto partite le accuse incrociate: se i manifestanti hanno tacciato le forze di sicurezza di repressione brutale, queste ultime hanno a loro volta affermato che i dimostranti starebbero facendo uso di armi e di esplosivi artigianali. Le fortissime tensioni che stanno attraversando Brasile e Perù evidenziano un crescente stato di fibrillazione in parte significativa dell’America Latina. Il quadro geopolitico si sta d’altronde complicando. Negli ultimi due anni, gli Stati Uniti hanno perso significativamente influenza sull’area a indiretto vantaggio di Russia e Cina. Inoltre, pur spalleggiando Lula in Brasile, Joe Biden dovrà fare i conti con il fatto che il nuovo presidente brasiliano risulta tutt’altro che ostile a Mosca e Teheran. Dall’altra parte, anche la crisi peruviana sta creando delle fratture. Gli Stati Uniti si sono schierati a fianco della Boluarte, mentre Argentina, Colombia e Messico hanno di fatto preso le distanze dalla neopresidente. Un elemento, questo, che rischia di produrre ulteriori attriti nei rapporti tra Washington e Città del Messico. E Pechino intanto potrebbe approfittarne.

In Perù il governo di transizione approfitta del caos per colpire gli indigeni. Sara Tonini su L'Indipendente il 29 Dicembre 2022

Sfruttando la crisi sociale e politica a seguito della destituzione del presidente del Perù Pedro Castillo, i legislatori del Congresso del Paese stanno cercando di far approvare un progetto di legge che priverebbe di protezione gli indigeni incontattati e smantellerebbe le riserve già esistenti create appositamente per loro. Il disegno di legge propone di modificare una misura del 2006 che tutela tutte quelle popolazioni autoctone che vivono con pochi o nessun contatto con il mondo esterno, dette “in isolamento” e “contatto iniziale”, per fermare la creazione di nuove riserve ed eliminare le sette già presenti nell’Amazzonia peruviana. Una di queste, la Riserva Napo Tigre, era stata riconosciuta solo lo scorso luglio dopo più di 19 anni di lotte. La proposta è stata avanzata da un legislatore del partito conservatore Fuerza Popular, Jorge Morante, e non tiene in considerazione i numerosi documenti che provano l’esistenza di fino a 25 gruppi isolati nella foresta amazzonica del Paese, seconda per dimensioni solo a quella del Brasile.

La mossa arriva in un momento di totale caos. Nelle ultime settimane il Perù è stato attraversato da un’ondata di proteste esplose a seguito della destituzione del presidente Pedro Castillo, al momento detenuto in carcere con l’accusa di ribellione e cospirazione. Dopo il voto di impeachment la sua ormai ex vice, Dina Boularte, è salita in carica come nuovo presidente. Repentina è stata la reazione della popolazione, che è scesa in piazza per chiedere elezioni anticipate immediate insieme al rilascio di Castillo. In numerose città delle regioni andine, dove Castillo gode del maggior supporto, ci sono stati scontri tra polizia e civili che hanno portato finora a 26 vittime, ​​due delle quali minorenni.

In 30 anni di lavoro per la protezione dei popoli indigeni isolati, non ho mai visto un progetto di legge così pericoloso“, ha dichiarato Beatriz Huertas, un’antropologa che lavora con Orpio, la federazione indigena della più grande regione amazzonica del Perù, Loreto. Aidesep, un’altra federazione indigena, ha dichiarato che l’approvazione della legge “causerebbe un genocidio“, sottolineando che gli abitanti delle zone interessate sono “altamente vulnerabili e minacciati dalle crescenti pressioni sui loro territori” dovute a progetti infrastrutturali, disboscamento, estrazione petrolifera e mineraria illegale e traffico di droga. Inoltre, le popolazioni isolate hanno poca o nessuna immunità alle malattie comuni come l’influenza o il raffreddore.

Appoggiato da sei legislatori di Fuerza Popular, il disegno di legge intende trasferire il potere di istituire riserve per i “popoli isolati” dal Ministero della Cultura del Perù ai governi regionali dell’Amazzonia. La proposta è sostenuta dal Coordinamento per lo Sviluppo Sostenibile di Loreto (CDSL), un gruppo di potenti uomini d’affari della regione settentrionale del Perù Loreto che hanno finanziato una campagna per negare l’esistenza dei “popoli isolati”. Tramite l’uso della televisione locale, dei social media e degli eventi pubblici il comitato sostiene che le riserve indigene sono una finzione e un ostacolo allo sviluppo della vasta regione di Loreto. “Dal CDSL crediamo che la connessione aprirà la strada allo sviluppo -si legge in un post della pagina ufficiale del Coordinamento- che le strade democratizzeranno il modo di comunicare con i popoli amazzonici, e che in nessun modo si può pensare che la costruzione di una strada sia separata dalla conservazione dell’ambiente, che pure chiediamo, tutto ciò che dicono le ONG sono solo leggende per impedirci di essere competitivi, questa motivazione a rimanere ignoranti e poveri viene dai Paesi sviluppati che finanziano le ONG estremiste”.

Julia Urrunaga, direttrice dell’Agenzia per le indagini ambientali in Perù, si è detta molto preoccupata per la legge. “In un mondo in cui ogni giorno abbiamo sempre più prove del ruolo delle popolazioni indigene nella protezione delle ultime foreste naturali rimaste al mondo- ha commentato- è un suicidio tentare di eliminare le protezioni per le popolazioni indigene e le loro foreste”. [di Sara Tonini]

Da tg24.sky.it il 12 gennaio 2023.

Tensioni tra forze di sicurezza e manifestanti, che chiedevano la caduta della presidente Dina Boluarte. Da settimane i sostenitori dell'ex presidente Pedro Castillo, da quando è stato arrestato il mese scorso per aver tentato di sciogliere il Congresso, protestano e bloccano le strade sostenendo che Boluarte deve lasciare e indire elezioni anticipate

 Si è aggravato ad almeno 17 morti il bilancio degli scontri nel Sud-Est del Perù, tra forze di sicurezza e manifestanti, che chiedevano la caduta della presidente Dina Boluarte. Altre decine di persone sono rimaste ferite ieri nella città di Juliaca in alcune delle peggiori violenze da quando l'ex presidente Pedro Castillo è stato arrestato il mese scorso per aver tentato di sciogliere il Congresso.

 Da settimane i suoi sostenitori protestano e bloccano le strade sostenendo che Boluarte deve lasciare e indire elezioni anticipate. Il primo ministro Alberto Otarola ha denunciato gli scontri a Juliaca, bollandoli come un attacco organizzato denunciando che migliaia di persone hanno tentato di invadere l'aeroporto della città e una stazione di polizia locale. Juliaca si trova nella regione di Puno, che è stata un focolaio di manifestazioni antigovernative.

Perù, l'ex presidente Castillo condannato a 18 mesi di carcere

La nazione sudamericana ha attraversato anni di turbolenze politiche, con l'ultima crisi deflagrata quando Castillo ha annunciato che avrebbe sciolto il Congresso e introdotto lo stato di emergenza a dicembre. Il Congresso, però, ha proceduto a votare in modo schiacciante per metterlo sotto accusa. Castillo, attualmente detenuto, è indagato con l'accusa di ribellione e associazione a delinquere. L'ex presidente nega tutte le accuse, insistendo di essere ancora il capo di Stato legittimo.

In Perù continua la rivolta dopo la deposizione del presidente socialista Castillo. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 14 gennaio 2023.

Il Perù è letteralmente infiammato da proteste violente antigovernative e da un generale malcontento politico e sociale che ha portato a delle vere e proprie rivolte in molte province e regioni del Paese. Fino ad ora si registrano 46 morti negli scontri che vedono i manifestanti in rivolta contro la polizia e il governo: dopo il tentativo fallito di “autogolpe” da parte dell’ex presidente Pedro Castillo lo scorso 7 dicembre e la sua destituzione, è stato istituito un governo di unità nazionale temporaneo in attesa delle elezioni anticipate – previste per l’aprile 2024 – che però la maggior parte dei peruviani ritiene illegittimo e contro gli interessi della nazione. I manifestanti sostengono l’ex presidente Castillo e chiedono lo scioglimento del Parlamento, le dimissioni di Dina Boluarte – la vice di Castillo che lo ha sostituito dopo la sua rimozione costituendo un governo di centrodestra – elezioni immediate e la scarcerazione dell’ex presidente. Tuttavia, dopo 33 giorni di sommosse, il governo transitorio resta sordo alle richieste della popolazione e alle violenze efferate che si stanno consumando nel Paese, dove un agente di polizia è stato bruciato vivo. La magistratura ha addirittura aperto un’inchiesta per genocidio nei confronti di diversi elementi di spicco del governo, inclusa la Boluarte.

Le rimostranze proseguono da prima della tregua natalizia, periodo durante il quale gli scontri avevano causato 28 morti e decine di feriti in sei regioni del centro-sud del Perù (Lima, Apurimac, La Libertad, Junin, Arequipa e Ayacucho), a causa della mancata concessione di elezioni anticipate da parte del governo e della giravolta politica di Boluarte che, dall’appartenenza al partito socialista di Castillo – Perù Libre – è passata ad un’alleanza con la maggioranza conservatrice: quest’ultima – maggiormente incline a portare avanti politiche liberiste e appoggiata dagli Stati Uniti – è riuscita a mantenere un ruolo di primo piano anche durante la presidenza di Castillo. Come spiegato in un approfondimento de L’Indipendente, l’ex presidente rappresentava una speranza per la popolazione più povera del Paese, in quanto si proponeva di combattere lo sfruttamento delle risorse minerarie da parte delle multinazionali straniere e lo strapotere dell’élite economica del Paese, difendendo contadini e indigeni «da sempre vittime di un sistema politico saldamente in mano alle élite economiche che governano il Paese con il saldo contributo degli Stati Uniti e delle multinazionali che operano sul territorio».

Non stupiscono, dunque, le proteste dei peruviani che chiedono la scarcerazione di Castillo e l’indizione di nuove elezioni: dopo la tregua di Natale, le rivolte sono riprese dal 4 gennaio, sfociando in tragedia lunedì scorso a Juliaca, nella regione di Puno: qui sono morti 18 manifestanti e un agente di polizia è stato bruciato vivo. Chiamato con altri colleghi per sedare le proteste, José Luis Sancho Quispe, 29 anni, era accorso sul luogo con altri due colleghi, ma una folla di 350 persone ha circondato l’auto su cui si trovavano gli agenti dandole fuoco. Mentre gli altri due poliziotti sono riusciti a uscire dall’auto, Quispe è rimasto bloccato al suo interno. Il governo e in particolare la presidente Boluerte sono ritenuti responsabili degli orrori e delle violenze che si stanno verificando nel Paese, in quanto non hanno fatto nulla per andare incontro alle richieste della popolazione, proseguendo – al contrario – in una direzione opposta a quella della volontà dei cittadini. Gli abitanti di Canchis, Canas, Acomayo e Quispicanchi si sono radunati a Cusco e hanno denunciato Boluarte di incapacità di dare le giuste indicazioni all’esercito e alla polizia nel gestire le sommosse. Si è mossa quindi la magistratura e la procuratrice nazionale, Patricia Benavides, sulla base delle denunce presentate e delle indagini effettuate dagli investigatori, ha accusato la stessa presidente, il primo ministro Alberto Otàrola, insieme ai ministri dell’Interno e della Difesa, di genocidio, omicidio colposo e lesioni gravi.

Di fronte alle gravissime accuse mosse dalla magistratura, il governo di unità nazionale guidato da Boluerte non solo non si è sciolto, ma è rimasto saldamente in carica e proprio mentre il drammatico teatro delle rivolte si consumava, la presidente ha chiesto la fiducia al Parlamento ottenuta con maggioranza semplice: su 123 parlamentari i favorevoli sono stati 73, 42 i contrari e sei gli astenuti. Proprio il Congresso appare il principale responsabile dei disordini della nazione, conservando ostinatamente il suo potere regolato da tangenti e con probabilità sostenuto da poteri extranazionali.  Ad appoggiare per primi la destituzione del socialista Castillo erano stati gli Stati Uniti, attraverso l’ambasciatrice americana in Perù: «Gli Stati Uniti respingono categoricamente qualsiasi atto extra costituzionale del presidente Castillo per impedire al Congresso di adempiere al suo mandato», aveva affermato la diplomatica. Una posizione che non stupisce, dato che Castillo aveva messo al centro del proprio mandato la ridefinizione dei permessi estrattivi concessi alle multinazionali.

Le rivolte sono, dunque, destinate a proseguire, aggiungendosi alle turbolenze già attraversate da molti altri Paesi sudamericani alle prese con la battaglia contro le politiche imperialiste e liberiste, spesso promosse da Washington che ha sempre considerato il Sudamerica come “il cortile di casa”. Tuttavia, i popoli latini hanno dimostrato la loro contrarietà e la loro combattività contro tali politiche: nel caso del Perù – secondo alcune indiscrezioni – lungi dall’essere soppresse, le rivolte potrebbero spostarsi a Lima nei prossimi giorni e, secondo quanto annunciato dalla Federazione dei minatori, potrebbero avere conseguenze imprevedibili. [di Giorgia Audiello]

Perù, il Paese nel caos: un poliziotto bruciato vivo, oltre 40 morti. E l'ex presidente Castillo incita i manifestanti. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera l’11 Gennaio 2023.

Solo ieri gli scontri in strada hanno causato 17 morti (sono oltre 40 in totale dall’inizio di dicembre). Il parlamento dà la fiducia al nuovo governo mentre la presidente Boluarte viene indagata per genocidio

La Pan-American Highway bloccata dai rivoltosi nel sud del Paese (foto Afp)

Il parlamento che conferma la fiducia al nuovo governo. L’ufficio del procuratore generale che rivela di star indagando per «genocidio e omicidio» la presidente, il premier, il ministro della Difesa e quello degli Interni. E rivolte che non si placano e che solo ieri hanno causato 17 morti.

Le accuse

Tutto questo è accaduto in Perù nelle ultime 24 ore. Prima è arrivato l’annuncio dell’ufficio del procuratore generale: un’inchiesta sulla presidente Dina Boluarte e alcuni membri del governo a proposito delle violente manifestazioni che scuotono il Paese dall’inizio di dicembre (ovvero da quando l’ex presidente Pedro Castillo ha tentato un golpe), nelle quali sono rimasti uccisi più di 40 civili e in centinaia sono stati feriti.

Le accuse — genocidio, omicidio e lesioni gravi — sono rivolte contro la presidente Dina Boluarte, il presidente del Consiglio dei ministri Alberto Otarola, il ministro degli Interni Victor Rojas e il ministro della Difesa Jorge Chavez. Per ora, nessuno di loro né i loro portavoce hanno rilasciato dichiarazioni o commenti.

Diverse associazioni in difesa dei diritti umani sostengono che le forze dell’ordine, in queste settimane di proteste, avrebbero sparato contro i manifestanti; mentre l’esercito ribatte e dice che i rivoltosi hanno utilizzato armi e scagliato esplosivi rudimentali fabbricati in casa contro i soldati.

Fiducia e imboscate

Sempre ieri, il nuovo premier ha incassato la fiducia del parlamento: 73 i voti a favore, con 43 contrari e 6 astenuti. Subito dopo, Otarola ha annunciato un coprifuoco notturno in vigore per tre giorni a Puno, una città nel Sud del Paese vicina al confine con la Bolivia, per placare le violenze.

In quella regione sono avvenuti gli episodi più gravi delle ultime ore. Le immagini girate dalle televisioni locali mostrano migliaia di persone in strada mentre tutt’attorno si verificano saccheggi e scontri con le forze dell’ordine. L’aeroporto della città di Juliaca è stato chiuso dopo che 9.000 persone hanno tentato di invadere lo scalo.

Negli scontri è stato ucciso un poliziotto, Jose Luis Soncco: è bruciato vivo nella sua auto di pattuglia, dopo quella che il comandante della polizia locale Raul Alfaro ha definito «una imboscata» dei rivoltosi: «L’hanno bruciato vivo», ha commentato. Le autorità locali hanno sottolineato l’«estrema violenza» dell’episodio: Soncco sarebbe stato persino torturato prima di essere ucciso.

I violenti hanno preso d’assalto e lanciato ordigni incendiari contro la residenza di un parlamentare nella città di Ilave, mentre i familiari si trovavano all’interno della casa.

Golpe e caos

Ma l’ex presidente Pedro Castillo sta dalla parte di chi protesta. In un tweet ha scritto che «le persone morte nel tentativo di difendere il Paese dalla dittatura golpista» saranno ricordate per sempre nella storia del Perù. In realtà, a provocare il caos in cui il Paese è sprofondato da più di un mese è stato proprio il tentativo di Castillo, avvenuto il 7 dicembre, di effettuare un colpo di Stato e dissolvere il parlamento per mantenere il potere. Il golpe è fallito, Castillo è stato arrestato e condannato a 18 mesi di carcere e al suo posto è subentrata Dina Boluarte, sua vicepresidente.

Ma i sostenitori di Castillo — che ora si trova in cella, e che prima di trasferirsi nella dimora presidenziale dopo la vittoria nelle elezioni del giugno del 2021 abitava su un altipiano andino e non aveva mai fatto politica — non riconoscono la nuova presidente e il suo governo. Per questo hanno invaso le strade e dato il la a vere e proprie guerriglie urbane che l’intervento dei soldati e i coprifuoco istituiti non hanno fermato.

Così come a nulla è valsa la decisione del parlamento, adottata a larga maggioranza, di anticipare dal 2026 al 2024 le elezioni presidenziali e quelle politiche. Decisione non scontata, visto che secondo la Costituzione un parlamentare può essere eletto per un solo mandato, e visto che dal 2016 il Perù è prigioniero di una lotta senza quartiere tra capi di Stato e parlamenti che cercano di eliminarsi a vicenda.

Perù, agente polizia aggredito e bruciato vivo dai manifestanti. La Repubblica l’11 Gennaio 2023.

Un altro agente è stato picchiato e ricoverato in ospedale con ferite multiple alla testa

Un agente di polizia di pattuglia è stato aggredito e bruciato vivo dai manifestanti che protestavano per la destituzione del presidente Pedro Castillo nella regione peruviana di Puno. Il 29enne Jose Luis Soncco Quispe era di pattuglia con un collega nella città di Juliaca lunedì notte quando sono stati attaccati da una folla che in seguito ha dato fuoco al loro veicolo.

Il compagno di Soncco nell'auto di pattuglia, Ronald Villasante Toque, ha detto che gli uomini sono stati "attaccati da circa 350 manifestanti". Villasante è stato portato in un ospedale di Lima con ferite multiple alla testa dopo essere stato picchiato. Il primo ministro Alberto Otarola ha confermato la morte di Soncco in una sessione del Congresso, dicendo che gli uomini sono stati attaccati dai manifestanti. 

"La polizia è arrivata sul posto e ha scoperto che un agente era stato picchiato e legato, e l'altro, Luis Soncco Quispe, purtroppo era morto. È stato bruciato vivo nella sua auto di pattuglia", ha dichiarato. Otarola ha annunciato un coprifuoco di tre giorni dalle 20 alle 4 del mattino a Puno, e un giorno di lutto.

Da rainews.it il 10 gennaio 2023.

Continuano i disordini in Perù. È di almeno 17 morti e 28 feriti il bilancio provvisorio degli scontri avvenuti a Juliaca, nella regione peruviana di Puno, fra manifestanti antigovernativi che cercavano di entrare nel locale aeroporto e le forze dell'ordine.

 Fra le persone decedute, ha indicato la radio Rpp, c'è anche un giovane di 17 anni.  

Nel sesto giorno delle proteste del 2023, dopo quella avviate il 7 dicembre 2022 dopo la destituzione dell'allora presidente Pedro Castillo, e sospese per le festività natalizie, permangono blocchi stradali in almeno sei regioni del centro-sud del Paese.

 I manifestanti continuano a esigere lo scioglimento del Parlamento, la rinuncia della presidente Dina Boluarte, e lo svolgimento immediato di elezioni generali.

Il Perù ancora in fiamme: 18 morti negli scontri. Coprifuoco nella zona delle rivolte anti-governo. Storia di Paolo Manzo su Il Giornale l11 gennaio 2023.

La città di Juliaca, 280mila abitanti nella regione meridionale di Puno, vicino alla Bolivia, ha vissuto l'altoieri il suo giorno più tragico dall'inizio delle proteste dei supporter dell'ex presidente golpista Pedro Castillo, da oltre un mese in carcere. Circa 9mila manifestanti della sinistra radicale sono arrivati nella città da diverse province circostanti e 2mila di loro si sono scontrati con la polizia intorno all'aeroporto Inca Manco Cápac, con l'intenzione di occuparlo con la forza.

Il bilancio degli scontri è di 18 persone uccise, compreso un poliziotto bruciato vivo all'interno della sua auto di servizio, assediata da almeno 350 «manifestanti». Si tratta del 29enne José Luis Soncco Quispe. Tra le vittime anche un neonato, deceduto all'interno di un'ambulanza bloccata dai manifestanti ma la situazione è ancora in evoluzione, mentre andiamo in stampa.

Il dramma arriva dopo che da giorni una violenta minoranza organizzata raduna migliaia di abitanti della regione di Puno. Oltre ai morti, il bilancio dei feriti è al momento di 35 civili e 75 poliziotti. «Si tratta di un attacco sistematico di vandalismo portato avanti da organizzazioni violente che aveva come obiettivo la conquista dell'aeroporto di Juliaca per impedire l'arrivo di medicine e il trasporto quotidiano di merci in questa città chiave per lo sviluppo del sud del Perù», ha dichiarato ieri il primo ministro Alberto Otárola, che ha aggiunto che i 2mila manifestanti avrebbero «iniziato un attacco a tutto campo contro la polizia, usando armi con una doppia carica di polvere da sparo». La dinamica è però ancora da chiarire e, comunque, ieri la presidente Dina Boluarte è stata denunciata in sede penale per i morti di Juliaca. Prima di chiedere la fiducia al Parlamento ieri notte, il primo ministro peruviano ha aggiunto che «i morti di cui ci rammarichiamo sono responsabilità diretta di chi vuole fare un golpe. È la stessa gente che appoggiava il colpo di Stato del 7 dicembre per rovesciare tutte le istituzioni pubbliche e che continua a cercare di sovvertire l'ordine istituzionale». Otárola ha poi assicurato che sono stati individuati finanziamenti illegali dall'estero per provocare il caos.

Come misura preventiva, da ieri è stato imposto il coprifuoco a Puno e chiuso l'aeroporto di Ayacucho, feudo di Castillo e della narcoguerriglia di Sendero Luminoso. Sempre ieri è stato ufficializzato il divieto di ingresso in Perù a tempo indeterminato dell'ex presidente della Bolivia, Evo Morales, e di otto boliviani a lui vicini tra cui la madre di una sua figlia, per un progetto politico separatista nel Sud del Paese andino, Runasur, considerato «una minaccia alla sicurezza nazionale e all'ordine pubblico per il Perù» dal governo di Lima.

Il golpe di Castillo e il caos della politica peruviana. Maddalena Pezzotti il 28 Dicembre 2022 su Inside Over.

Dal 2018, con le dimissioni forzate dell’allora presidente Pedro Pablo Kuczynski, nella prolungata instabilità politica peruviana si sono visti cannibalizzare sei capi di Stato in quattro anni. Kuczynski, Martín Vizcarra, Manuel Merino (in carica per meno di una settimana), Francisco Sagasti, Pedro Castillo e, da qualche giorno, Dina Boluarte, già vicepresidente di Castillo, che sulla carta dovrebbe governare fino al 2026, ma con probabilità durerà molto meno.

Le aspettative sulla figura presidenziale in un paese gerarchico come il Perù sono iperboliche e le reazioni degli elettori in merito al suo operato direttamente proporzionali. Per le stesse condizioni, il mantenimento del consenso si basa su manipolazioni e manovre di palazzo estreme”, spiega Miguel Hilario, PhD in antropologia politica all’Università di Stanford, membro del gabinetto del presidente Alejandro Toledo (2001-2006), e candidato alle presidenziali del 2016 vinte da Kuczynski, primo indigeno amazzonico a lanciarsi nell’impresa. “Le aspettative erano persino maggiori per Castillo, e il messaggio di speranza di cui si era fatto portatore per le masse emarginate, e così lo sono state le vicende che hanno condotto al suo tracollo”.

Il paese gode di un regime democratico, seppur precario, solo dal 2000, con la caduta di Alberto Fujimori, in sella per dieci anni e 116 giorni. Nel corso della storia, dal 1823 al 2022, nel paese si sono registrati venti colpi di Stato, di cui quattordici portati a termine con successo, incluso quello di Fujimori nel 1993, e il recente fallito tentativo di Castillo.

Breve cronaca del golpe

Con il suo annuncio al canale della televisione nazionale, avvenuto il 7 dicembre, alle 11:48 ora di Lima, Castillo dichiara di sciogliere il parlamento in via temporanea e instaurare un governo eccezionale e di emergenza, e altresì di convocare a nuove elezioni per la formazione di una costituente, tra l’altro incaricata della riorganizzazione dell’apparato giudiziale. Al termine della dichiarazione, durata circa dieci minuti, nessun mezzo dell’esercito raggiunge il palazzo del congresso o altri obiettivi logistici tattici. Solo mezz’ora dopo, sia le forze armate sia la polizia nazionale, emettono un comunicato di dissociazione.

A tre ore di distanza, Castillo, senza il supporto militare, e la progressiva defezione dei membri del suo gabinetto ministeriale, viene deposto dalla camera – con 101 voti per la mozione, sei contro e dieci astenuti -, e si trova negli uffici della prefettura con l’imputazione di ribellione e cospirazione. Nel pomeriggio, Boluarte diventa la prima donna presidente del Perù. Castillo viene trasferito in elicottero nell’istituto penitenziario di Barbadillo, dove è detenuto Fujimori, e gli sono imposti sette giorni di carcere preventivo.

Il gesto ha colto di sorpresa l’opinione pubblica”, afferma Hilario. “La gente della strada lo ha considerato non necessario, considerato che, a quello che si sapeva, il parlamento non aveva i numeri per rimuoverlo. I suoi ministri, incluso il titolare della difesa, hanno dichiarato che una tale eventualità non era stata ventilata in nessuna riunione previa dell’esecutivo.”

L’auto golpe appare il gesto, tanto condannabile quanto improbabile e solitario, di un presidente inesperto e disperato che opta per l’incostituzionalità come ultima risorsa per realizzare un progetto di riforma, approdando a un suicidio politico. “Castillo non è un politico di mestiere. Certe intuizioni o scelte, la sua capacità di analisi e gestione, e l’abilità nel valutare alcune conseguenze, non sono sempre state all’altezza del ruolo. In molti, finanche a lui vicini, hanno approfittato o speculato sulla sua ingenuità”, riporta Hilario. “A giudicare dalla personalità, è probabile che si aspettasse un sollevamento popolare a suo favore, in un secondo momento puntellato dall’esercito”.

Quel che è certo è il fatto che la cronaca spicciola di questa giornata di caos risulta poco interessante senza una comprensione delle circostanze che hanno portato prima alla vittoria di Castillo alle presidenziali del 2019, alla polarizzazione intorno alla sua figura e al suo seguente isolamento; e ancora, senza un’analisi della concrezione del potere in Perù. Molte domande si aprono e alcuni misteri sono destinati a restare.

Ascesa e ostracismo di Castillo

Castillo irrompe nella scena politica come un candidato anti sistema e vince sulla destra di Keiko Fujimori, figlia di Alberto, con lo slogan ´Mai più poveri, in un paese ricco´ (la crescita quest’anno in Perù supererà il 3 per cento). Si era fatto conoscere nel 2017, nella veste di leader dell’imponentesciopero generale degli insegnanti. L’insediamento alla massima carica dello stato di questo maestro elementare, cresciuto da genitori privi di istruzione formale, e proveniente dal mondo rurale escluso dalle opportunità dello sviluppo e marcato dall’esclusione, viene letto come un rigetto alla gestione neo liberalista delle classi dirigenti e il loro accaparramento delle risorse.

Socialista e sindacalista, non ha vita facile. La vittoria, ottenuta con uno stretto margine, viene messa a rischio da una campagna sporca per impugnare200 mila preferenze in aree povere con prevalenza di popolazione originaria. Le accuse di malversazioni di voti, che imperversano nella narrazione della stampa ufficiale e i social media, non vengono mai corroborate da prove. Poco prima del suo giuramento, gruppi paramilitari di estrema destra, simpatizzanti di Fujimori, cercano di occupare il palazzo del governo.

Le élite gli attribuiscono “analfabetismo politico”, giocando con una metafora dal tono classista che richiama alla sua estrazione sociale. Durante il suo mandato, è ridicolizzato su base razzista per l’accento contadino, l’uso degli abiti tradizionali andini, e l’incorporazione di cerimonie indigene in atti ufficiali. Il presidente viene rappresentato con l’immagine di un asino. Le lobby economiche, e le fazioni di partito che le sostengono, temono la riforma della costituzione neoliberale, ereditata dalla dittatura fujimorista, annunciata in campagna elettorale. La camera ostruisce con ogni mezzo la conformazione di un’assemblea costituente.

Secondo Hilario, “tutti i governi dopo Fujimori, ostaggio del potere di questo clan, o hanno cavalcato l’onda liberista, che ha generato stabilità a scapito dell’inclusione sociale, o si sono visti costretti ad adottare un approccio minimalista come metodo di sopravvivenza. Nel caso di Ollanta Humala [2011-2016, ndr], il quale come Castillo aveva il promosso una piattaforma ideologica di sinistra, lo stop alle estrazioni minerarie che minacciano i gruppi indigeni – uno degli slogan principali della sua campagna fu ´Acqua sì, oro no´ -, venne seppellito dai gruppi di pressione che operano nel parlamento. ”

Con l’arrivo di Rafael López Aliaga al municipio di Lima, a ottobre di quest’anno, e il consolidamento di un belligerante bastione dell’opposizione nella capitale, Castillo denuncia la possibilità di un colpo di Stato contro il suo governo. López Aliaga è un imprenditore rampante, arricchitosi con le privatizzazioni di Fujimori, nel campo dei trasporti pubblici e l’infrastruttura turistica. Conta con la benedizione di quella chiesa evangelica che, nel 1990, permise l’affermazione di Fujimori sul premio Nobel Mario Vargas Llosa. Una missione dell’organizzazione degli stati americani, realizzata a novembre, redige un rapporto, descrivendo un paese diseguale e diviso, un crescente discorso di odio e un’esasperazione del clima politico; il suo segretario generale richiama a una tregua.

Cause scatenanti e reazione regionale

Quel mercoledì 7, è in calendario una sessione per l’impeachment di Castillo per “incapacità morale”, a causa di presunti reati di corruzione, tra l’altro, di una natura che la costituzione non permette di attribuire a un presidente attivo. Castillo ha scritto il discorso di difesa, ma se non dovessero esserci i numeri la camera è pronta a una modifica del regolamento per abbassare i voti necessari da 87 a 66.

Si tratta del quarto tentativo di destituirlo, la prima interpellanza cucinata a pochi mesi dall’elezione, compresa un’insolita accusa di alto tradimento per talune dichiarazioni alla stampa. Secondo molti commentatori, l’”incapacità morale” è una formula utilizzata in maniera indiscriminata per liberarsi di avversari politici in Perù. Kuczynski e Vizcarra vennero entrambi rimossi nel 2018 e nel 2020, ma fino ad ora non è stato istituito alcunprocedimento giudiziale nei loro confronti.

Se il parlamento detiene questa facoltà, il presidente può sciogliere il parlamento, quando gli nega la fiducia in due occasioni. Da un punto di vista teorico, sono meccanismi di bilanciamento dei poteri nell’attuale disegno della macchina statale. Ciò nonostante, la frammentazione politica esistente e le finalità con cui vengono applicati moltiplicano le turbolenze e determinano una situazione di ingovernabilità permanente. Il duello fra il presidente di sinistra, Castillo, e la camera, a maggioranza di destra, si è consumato sul filo del rasoio.

Il parlamento in Perù non è costituito da schieramenti solidi, ma da una pletora di piccoli gruppi che rispondono a interessi particolari, economici, commerciali, e monopolistici, più che a programmi o ideologie, situazione che rende difficile per un premier trovare alleanze affidabili e continue. La costante, ripetuta negli ultimi anni, ha visto la disfatta sequenziale di capi di stato a vantaggio di parlamenti, dai quali i candidati sconfitti neiballottaggi finiscono per governare, come nel caso di Keiko Fujimori, malgrado abbia perso quattro corse presidenziali.

Dalla prima elezione di Alberto Fujimori” racconta Hilario, “il Perù è diventato terreno di saccheggio della famiglia. Il potere politico guadagnato dal capostipite si è negli anni tramutato in un ingente potere economico. Questo populismo di estrema destra si è trasfigurato nella religione mitica di classi meno abbienti e cerchie finanziarie, politiche e mediatiche. Il fujimorismo terminerà solo quando in Perù sarà possibile credere nell’effettività di una politica non delinquenziale”.

In sedici mesi di tormentata gestione, Castillo si è visto obbligato a cinque modifiche sostanziali del gabinetto e a nominare nuovi ministri ed èpassato per divisioni interne sulle strategie di superamento dell’impasse che hanno rotto il fronte che lo aveva traghettato alla presidenza. La permanenza della linea dura ha finito poi per isolarlo.

A novembre, Castillo afferma che il parlamento si oppone per la seconda volta a una proposta di legge, quest’ultimo nega l’accaduto e il tribunale costituzionale gli concede in via provvisoria la ragione, salvandolo dallo scioglimento immediato. Il contrattacco si materializza con l’ennesimamossa dell’“incapacità morale” e Castillo reagisce facendo uso di un potere inficiato dal pronunciamento di un’istituzione che ritiene orientatapoliticamente e a lui ostile.

Dal Messico, López Obrador critica la destra peruviana per aver osteggiato Castillo fino a impedirgli di governare, bloccando il paese per oltre un anno, e riducendo all’angolo un presidente eletto dal popolo. Petro, dalla Colombia, invoca l’intervento della corte dei diritti umani per violazione della convenzione interamericana ai danni di Castillo. L’ex presidente peruviano richiede asilo politico in Messico e dichiara che un presidente contadino non ha posto in un’oligarchia.

Scarso spazio di manovra

La presidente ha lanciato un appello per un esecutivo di unità nazionale di alta responsabilità che garantisca sostenibilità e abbassi il livello del conflitto, aprendo a un dialogo nazionale. Non è, però, la fine della crisi. Boluarte ha i numeri per avanzare, e non guadagnerà con facilità l’appoggio dei partiti che controllano la camera e sono avversi a Perú Libre con il quale è stata eletta, anche se ora le formazioni di sinistra la disconoscono.

Il parlamento, diviso e impopolare, ha trovato coesione rispetto all’estromissione di Castillo, ma non esiste consenso sulla direzione programmatica.“Un sondaggio nazionale condotto dal Cpi [compagnia di studi di mercato e opinione pubblica, ndr] nel mese di settembre”, cita Hilario, “aveva rilevato alti indici di impopolarità dell’apparato legislativo e del presidente, rispettivamente all’80 e al 70 percento, e un sentimento diffuso di rigetto totale di entrambe le istituzioni”. Per Hilario, “questa esperienza insegna che i partiti tradizionali che compongono il parlamento non possono essere resuscitati. Nuove generazioni di elettori responsabili devono assumersi l’onere civile di dare vita a nuove esperienze a partire da visione e valori”.

Accusata a sua volta di aver infranto la costituzione, la presidente è soggetta a investigazione interna. Ci sono già state offerte di archiviazione, ma il suo mandato, segnato da incertezza, si mostra effimero come quello dei predecessori. Se pure si arrivasse a un gabinetto plurale, potrebbe essere oggetto di altri attacchi nel prossimo futuro. Hilario aggiunge che “un movimento di protesta con estensione su tutto il territorio chiede la rimozione di Boluarte, attribuendole connivenza con i tentativi di impeachment di Castillo e accondiscendenza con l’agenda di destra. Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da violenze, l’occupazione dell’aeroporto della capitale da parte dei manifestanti, blocchi stradali che hanno interrotto la distribuzione di cibo e altri beni al consumo, e la morte di civili a mano della polizia”.

Solo grandi riforme potrebbero restituire al paese un clima di pacificazione. Intanto, Boluarte che aveva annunciato le elezioni generali per il 24 aprile, le ha anticipate a dicembre, ma il parlamento ostruisce i lavori. Il tiro alla corda continua.

Tommaso Labate per Corriere della Sera – Estratti mercoledì 15 novembre 2023.

«Sono in Italia per raccontare la verità sull’uccisione di mio zio Pablo Neruda perché in Cile questa verità non è apprezzata. Anche noi familiari, per quasi quarant’anni, avevamo creduto alla versione ufficiale sulla morte naturale; ma le evidenze emerse negli ultimi dodici danno ragione alla frase che mi disse mia mamma quella notte del 23 settembre 1973, quando la Radio Cooperativa diede la notizia della sua scomparsa, alla Clinica Santa Maria di Santiago del Cile. 

Lo disse d’istinto: “A tuo zio lo mataron, l’hanno ammazzato”». L’avvocato Rodolfo Reyes parla mentre cammina per quelle stesse vie dell’Isola di Capri che lo zio Pablo, fratello del padre, aveva conosciuto nel 1952. Con lui ci sono la collega (e compagna nella vita) Elisabeth Flores e lo scrittore Roberto Ippolito, autore di un libro-inchiesta (Delitto Neruda, Chiarelettere) in cui le prove a carico della tesi dell’omicidio del Premio Nobel sono anticipate una per una, che rivela «ogni dettaglio della morte del poeta e dimostra la falsità della versione ufficiale che la attribuisce al cancro».

Avvocato Reyes, lei quanti anni aveva quando morì suo zio?

«Ventiquattro. Eravamo in pieno colpo di Stato, il Cile era nel caos, Pinochet aveva preso il potere. Dodici giorni prima avevano ucciso Salvador Allende e poi il cantante Victor Jara. Rimaneva una sola grande icona internazionale da far tacere per sempre: Pablo Neruda».

Quando l’aveva visto l’ultima volta?

«Qualche mese prima, l’ultimo sabato del marzo 1973, eravamo andati con mio papà e mio fratello a trovarlo nella casa di Isla Negra. Gli avevamo portato una fotografia che risaliva alla campagna delle presidenziali di tre anni prima. La moglie, Matilde, guardando quello scatto gli aveva detto: “Pablo, è l’unica foto in cui sei uscito bene”. Lui prese la foto e scrisse: “Isla Negra, marzo 1973: A los nuevos Reyes, un viejo Reyes” (“Ai nuovi Reyes, da un vecchio Reyes”, il suo cognome all’anagrafe, ndr)».

Era malato terminale di cancro alla prostata, come scritto poi sul certificato di morte?

«No, stava bene. Era un po’ lento nel parlare e nel camminare ma secondo i medici avrebbe potuto sopravvivere altri sei anni».

A marzo suo zio temeva il golpe?

«Mi aveva regalato una copia del libro che aveva appena finito, Incitación al Nixonicidio y alabanza de la revolución chilena, contro Nixon e in lode alla rivoluzione. Certo, si era in piena campagna per le elezioni politiche, il boicottaggio della destra era molto forte e aveva il sostegno della Cia, di Kissinger, della Casa Bianca; ma di un colpo di Stato forse no, non riusciva a capacitarsi. Consideri che Pablo e Allende erano legatissimi: nel 1970 mio zio era stato proposto per la presidenza del Cile dal Partito comunista ma era stato felicissimo di fare un passo indietro quando il nome di Allende, socialista, aveva reso possibile la coalizione dell’Unidad popular, che poi avrebbe vinto le elezioni». 

(…)

23 settembre 1973: la radio dà la notizia della morte di Neruda. Che cosa succede dopo?

«Mio padre Rodolfo, che stava male, mi disse di andare nella Clinica Santa Maria tenendo gli occhi molto aperti, soprattutto per dare sostegno alla zia Laura (l’altra sorella di Pablo e Rodolfo senior, ndr) e a Matilde. Il corpo era appena stato frettolosamente portato via e poi abbandonato in un corridoio fuori dalla cappella; lo avrebbero recuperato la mattina dopo grazie all’insistenza di Matilde, che pretendeva di portarlo a casa, alla Chascona. Seduta su una panca, disse: “Voglio portarlo a casa, voglio che il mondo sappia!”. Alla fine riuscì a farselo consegnare». 

Lei vide il corpo di suo zio Pablo?

«La mattina dopo, quando arrivai alla Clinica, poco prima che lo portassero via. La bara era aperta ma si vedeva solo la testa. Quando arrivammo alla Chascona, trovammo la casa totalmente devastata, i quadri sfregiati, i materassi tagliati». 

Erano stati gli uomini di Pinochet?

«Sì. Era tutto allagato. Per far entrare la bara in casa fummo costretti a usare delle assi di legno e a passare dal garage».  

L’inchiesta sull’omicidio di Pablo Neruda si apre grazie a una querela del Partito comunista, nel 2011, e alle rivelazioni del suo autista, Manuel Araya.

«Quando venne ucciso mio zio Pablo stava per andare in Messico con un aereo messo a disposizione dal presidente Luis Echeverria, che aveva pianificato il viaggio dopo il golpe di Pinochet. Sabato 22 settembre il volo era pronto sulla pista dell’aeroporto di Santiago. Fu mio zio a dire di voler rimanere in Cile anche la domenica 23 per poi partire per Città del Messico lunedì 24.

Il giorno prima aveva mandato Matilde e l’autista Manuel Araya a Isla Negra a prendere delle cose che avrebbe dovuto portare con sé. Poi fece dalla clinica la telefonata rimasta segreta per molti anni e rivelata da Manuel, in cui disse che gli avevano fatto un’iniezione nella pancia e che si sentiva improvvisamente molto, molto male. Dopo aver esaminato tutte le carte, come rappresentante legale dei familiari mi sono unito alla causa». 

Perché Neruda aveva deciso di ricoverarsi alla Clinica Santa Maria?

«Probabilmente faceva parte di un piano per arrivare sano e salvo all’aeroporto, che si trovava molto vicino».

Che senso aveva ucciderlo dopo che il golpe aveva avuto successo?

«Ucciso Allende, ucciso Jara, l’unica leggenda vivente del Cile conosciuta in tutto il mondo rimaneva Pablo Neruda. Che dal Messico avrebbe potuto riunire le forze democratiche per rovesciare Pinochet».

Che cosa lo uccise, secondo lei?

«Quell’iniezione nello stomaco, confermata dal buco rosso all’altezza della pancia. Sappiamo che nel corpo, riesumato a seguito della querela del 2011, all’altezza di un molare è stato trovato un batterio la cui tossina è considerata la seconda arma più letale al mondo. E adesso sappiamo anche che il clostidrium botulinum non poteva essere arrivato là con una cura dentistica, visto che quel molare non era mai stato curato; né che poteva essere presente nel terreno in cui lo zio Pablo era sepolto».

(...)

E poi che cosa cambiò?

«Tutto, a cominciare dal giorno in cui finalmente vidi il certificato di morte. C’era scritto “cachessia cancerosa cancro prostatico”. Quindi indebolimento del corpo a causa del cancro, come se fosse scheletrico. Ecco: quando morì, Pablo Neruda pesava novanta chili!».

E adesso?

«Racconto in Italia quella verità a cui il Cile non sembra interessato, sperando che il rumore arrivi fino a lì. È ormai tutto chiaro: mio zio Pablo è stato ucciso ma in troppi, a cinquant’anni esatti dalla morte, non vogliono ancora che una sentenza lo certifichi».

Stefano Semeraro per “la Stampa” - Estratti venerdì 15 settembre 2023. 

Santiago del Cile, 1976: la finale di Coppa Davis che l'Italia non avrebbe dovuto giocare, perché «non si giocano volée/contro il boia Pinochet». Ma che poi vinse, come ha raccontato la bella serie di Domenico Procacci, Una Squadra. Jaime Fillol allora era il numero 1 del Cile, oggi è un bellissimo signore di 77 anni, dai capelli candidi e lo sguardo azzurro che lavora all'Università Catolica de Chile. In questi giorni è a Bologna al seguito della sua vecchia squadra che oggi affronta l'Italia, e della quale suo nipote Nicolás Jarry è il nuovo numero 1. 

Fillol, che cosa ricorda di quella finale?

«In ballo c'era qualcosa di più del tennis, eravamo immersi in una situazione politica e sociale particolare. Il Cile voleva mostrare un volto umano al mondo, la squadra italiana sentiva la pressione di doversi esibire in un luogo tragico (l'Estadio Nacional dove gli oppositori del regime venivano torturati, ndr) e tutto questo aumentava le aspettative» 

Che esperienza fu per lei, vista «dall'altra parte»?

«Chi fa il tennista si abitua fin da giovane ad affrontare situazioni difficili: stress, viaggi, competizione. E quasi sempre da solo. A me dispiace soprattutto non aver vinto…». 

Pinochet fece personalmente delle pressioni?

«Ho incontrato il generale Pinochet un paio di volte, ma sempre in riunioni collettive in cui si parlava di sport. Avevamo rapporti con una sorta di direzione generale dello sport, ma non ricevemmo pressioni durante la finale» 

Con che animo scese in campo in quello stadio?

«Avevamo già giocato lì nel 1974 e nel 1975, ma questa volta si trattava della finale, e non contro un paese qualunque, ma contro l'Italia che era avversa al governo cileno. Il potenziale comunicativo era importante. La mia intenzione era di trasmettere i valori dello sport, anche se sapevo che non era possibile fino in fondo: nel 1975 ero stato minacciato di morte se mi fossi recato in Svezia a giocare la semifinale».

La squadra cilena era cosciente della situazione?

«Io ero cosciente che a volte per quanto uno tenti di mantenersi distante da certe cose, rischia comunque essere strumentalizzato Cercavo di ragionare da sportivo, guardando avanti. Il passato va ricordato e studiato per evitare che si ripeta, ma bisogna concentrarsi sul futuro. Noi della squadra pensavamo di poter dare un respiro diverso al nostro paese». 

(...)

Adriano Panatta sostiene che la maglietta rossa indossata nella finale fu una presa di posizione politica.

«Noi tennisti sapevamo che c'erano state pressioni sulla federazione italiana per impedire la trasferta. Ma i cileni non lo sapevano. Quella maglietta rossa per il pubblico non significò niente». 

L'11 settembre del 1973 il generale Pinochet instaurava la dittatura: in 50 anni come è cambiato il Cile?

«Il Cile oggi è un paese in crisi, ma non c'è tensione sociale. C'è stanchezza, disincanto verso la politica. Il paese è quasi fermo, non c'è sviluppo. Nella ricorrenza della presa del potere da parte di Pinochet è stata resa pubblica una dichiarazione, firmata da alcuni ex presidenti, in cui ci si impegna a far sì che il passato non ritorni. Vedremo se noi cileni vogliamo cambiare davvero, o se si tratta dei soliti maneggi della politica». 

Dal tono lei sembra scettico.

«È un processo in evoluzione. Si sta scrivendo una nuova costituzione al posto di quella che era in vigore dai tempi della dittatura, in dicembre la voteremo. Sarà un momento chiave per capire se un cambiamento può davvero avvenire». 

I giovani, come suo nipote Nicolás, che cosa sanno del passato?

«I giovani cileni non provano interesse nella storia del proprio paese. È una realtà con cui ci dobbiamo confrontare».

È un pericolo?

«Sì, ma un pericolo che esige una autocritica: se i giovani non sono interessati a questi temi, la colpa è nostra. O comunque abbiamo qualche responsabilità».

Oggi il Cile affronta di nuovo l'Italia in Coppa Davis: la considera una rivincita?

«No, è passato troppo tempo. Di quella finale mi sta a cuore di più il rapporto di amicizia che si è creato con l'Italia. Perché il tennis italiano è un insieme di sport, arte, cultura che continua a fare scuola nel mondo». 

L’altro 11 settembre: quando un golpe fece del Cile il primo laboratorio del neoliberismo. Andrea Legni e Salvatore Toscano su L'Indipendente lunedì 11 settembre 2023.

Sono le ore 14 dell’11 settembre 1973 a Santiago del Cile. Da alcune ore i militari stanno circondando il palazzo presidenziale per deporre il presidente democraticamente eletto Salvador Allende, ma questi non si arrende e si barrica imbracciando un fucile AK-47. Allende preferisce perdere la vita piuttosto che accettare il colpo di Stato. Sul palazzo presidenziale arrivano i caccia dell’esercito, gentilmente venduti dal Regno Unito, che iniziano a bombardare l’edificio. Preso atto dell’impossibilità di continuare la resistenza, Allende riserva l’ultimo colpo del fucile, regalatogli dal leader cubano Fidel Castro, per sé stesso. Dopo il golpe sale al potere il generale Augusto Pinochet e gli Stati Uniti si affrettano a riconoscerlo come presidente legittimo. Governerà per 17 anni, durante i quali “scompariranno” circa 40.000 persone, tra cui migliaia di oppositori politici. Non a caso, il Cile di Pinochet è ricordato come una delle dittature più sanguinarie del ‘900. Ma non è tutto: c’è un altro motivo che fa del golpe cileno un punto di svolta per il mondo intero. Una volta al potere, il generale chiama infatti ad amministrare l’economia nazionale Milton Friedman e i suoi studenti dell’Università di Chicago, ovvero i teorici del neoliberismo, che in Cile – grazie alla dittatura e ai generosi prestiti di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale – trovano un primo laboratorio per tradurre in pratica le loro teorie, anticipandone il dominio sui modelli di sviluppo di tutto l’Occidente.

Il Cile di Allende e perché non poteva rimanere al potere

Salvador Allende, candidato del Partito Socialista Cileno, diviene presidente dopo aver vinto le elezioni del 4 settembre 1970, appoggiato da una coalizione comprendente il Partito Comunista del Cile (cui candidato era il poeta Pablo Neruda) e il Partito Democratico Cristiano. A Washinton non prendono bene il risultato democratico delle urne, al punto che il segretario di Stato, Henry Kissinger, dopo le elezioni dichiara: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». Allende non si fa comunque intimidire dalle pressioni e minacce statunitensi, tracciando quella che definisce la via cilena al socialismo. In un’intervista rilasciata al New York Times il 4 ottobre 1970, il neopresidente dichiara: «Noi partiamo da diverse posizioni ideologiche. Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo». In Cile viene avviato un ampio programma di nazionalizzazioni, che in pochi mesi coinvolge tutti gli apparati economici del Paese, dall’industria ai servizi, passando per l’attività estrattiva, assestando un duro colpo al capitale privato statunitense, che soprattutto attraverso la Kennecott e la Anaconda controllava grandi fette del mercato cileno. Un sistema che gli Stati Uniti proponevano in tutta l’America Latina, considerata da Washington come il proprio “cortile di casa”. Si pensi all’impero realizzato negli anni ’50 dalla multinazionale americana United Fruit (oggi Chiquita) in Guatemala; anche in quel caso un leader socialista – Jacobo Árbenz Guzmán – avviò un ampio processo di nazionalizzazione a favore dei campesinos. Di tutta risposta, la CIA organizzò un golpe (Operazione PBSuccess), pose fine alla rivoluzione guatemalteca e fece piombare il Paese in una stagione buia, con il popolo costretto a fare i conti con dittature fedeli alla Casa Bianca.

Nel 1973, dopo tre anni di presidenza Allende, lo Stato controlla il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole e il 52% delle imprese medio-piccole. I possedimenti dei latifondisti sono espropriati e affidati a contadini, braccianti e piccoli imprenditori agricoli. Dal punto di vista dei diritti civili, il governo di Unidad Popular introduce il divorzio, legalizza l’aborto e annulla le sovvenzioni alle scuole private, irritando non poco i vertici della Chiesa cattolica presenti nel Paese. Per quanto riguarda le politiche sociali, vengono introdotti ingenti incentivi all’alfabetizzazione, un salario minimo per tutti i lavoratori, il prezzo fisso del pane, la distribuzione gratuita di cibo ai cittadini più indigenti e l’aumento delle pensioni minime. Il governo avvia anche un intenso programma di lavori pubblici, tra i quali la metropolitana di Santiago, inseguendo l’obiettivo della connessione tra periferie e centri. Vengono costruite, inoltre, numerose case popolari e strutture sanitarie come gli ospedali, in particolare nelle zone più povere del Cile. Dunque, la spesa sociale cresce fortemente, bilanciata dalle parallele politiche di redistribuzione della ricchezza. Fino alla realizzazione del colpo di stato, il Paese vede, seppur parzialmente erosa dall’inflazione, una continua crescita economica, soprattutto in termini di salario reale. 

In ambito estero, il Cile di Allende si avvicina particolarmente a Cuba e Unione Sovietica. Nel 1971, il presidente cubano Fidel Castro viene ricevuto al Palacio de La Moneda, residenza presidenziale cilena, per una visita ufficiale che dura 23 giorni. Allende ripristina le relazioni diplomatiche con l’Havana, scavalcando un divieto avanzato da Washington all’interno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che sostanzialmente impediva ai Paesi membri di tenere atteggiamenti di apertura verso Cuba. Sempre nel 1971, Allende visita l’Unione Sovietica e incontra il presidente Leonid Brezhnev, firmando diversi accordi di cooperazione economica e tecnica tra i due Paesi. Le relazioni estere di Santiago del Cile, unitamente alle politiche interne di stampo socialista, indispettiscono non poco Washington che dispone l’embargo verso il Paese. Al boicottaggio economico (sul modello cubano) si aggiungono presto i finanziamenti ai gruppi ostili al governo di Allende.

Il Colpo di Stato

Il golpe del 1973 guidato da Augusto Pinochet ha la benedizione della Casa Bianca, come dimostrano i documenti desecretati cinquant’anni dopo dalla National Security Agency, la madre di tutte le agenzie di intelligence statunitensi. Tra le altre cose, appaiono significative le parole del presidente Richard Nixon che durante una riunione del Consiglio di sicurezza dichiara: «Se c’è un modo di rovesciare Allende, è meglio farlo». Washington opta non per un intervento diretto, bensì per la pressione economica, convincendo le principali multinazionali ad abbandonare il Cile e facendo crollare il prezzo del rame, tra i principali prodotti esportati dal Paese. Vengono inoltre promossi scioperi e proteste, a cui si aggiunge il finanziamento a media privati per fomentare disinformazione circa la figura di Allende e il suo governo. Il terreno è fertile per i militari conservatori cileni, guidati da Augusto Pinochet, che la mattina dell’11 settembre 1973 occupano il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico. Nel frattempo, a Santiago, le forze aeree e i carri armati dell’esercito chiudono e bombardano le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio-televisive: l’unica che riesce a non interrompere le trasmissioni è la radio Magallanes del Partito comunista cileno, la quale trasmette al popolo le ultime parole di Allende, barricatosi nel Palacio de La Moneda. «Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo», dice alle 8.45. All’interno de La Moneda, al fianco di Allende sono rimasti la sua segretaria, Miria Contrera, lo scrittore Luis Sepúlveda e altri membri della scorta presidenziale.

Alle 9.10, poco prima che le trasmissioni di radio Magallanes si interrompano, Allende si rivolge per l’ultima volta ai suoi concittadini: «Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!». Il presidente conclude il suo discorso con un incitamento a restare fedeli alla propria libertà e a combattere sempre contro le ingiustizie e i tradimenti. A questo punto ordina a tutte le persone presenti di abbandonare il palazzo presidenziale. Verso mezzogiorno i militari ribelli circondano con i carri armati il Palacio de La Moneda e gli aerei militari iniziarono a bombardarlo. È la fine di Allende e della vía cilena al socialismo.

La feroce repressione

Concluso il golpe, Augusto Pinochet assume la guida del Cile, sciogliendo subito l’Assemblea Nazionale e bandendo tutti i partiti che avevano fatto parte di Unidad Popular. Seguono molte restrizioni alla libertà individuale dei cittadini: lo Stadio Nazionale di Santiago viene trasformato in un enorme campo di concentramento dove, nel corso dei primi mesi della dittatura, vengono interrogate e torturate migliaia di persone. Moltissime donne sono stuprate dai militari addetti al “campo” e centinaia di cittadini – specie studenti universitari – scompaiono nel nulla, dando inizio al fenomeno dei desaparecidos che durante il regime di Pinochet coinvolge circa 40mila persone. Mentre l’avvento del generale cileno provoca reazioni differenti nei Paesi del Centro e Sud America, gli Stati Uniti di Richard Nixon e Henry Kissinger non esitano a congratularsi con Pinochet, tornando a sostenere economicamente il Cile. Washington garantisce un flusso costante di soldi, personale e «consulenze» per assistere il regime nell’opera repressiva. Decenni dopo, il rapporto “Attività della CIA in Cile” rivelerà che i vertici della polizia segreta cilena (DINA) erano sovvenzionati proprio dall’intelligence statunitense. Nel 1974 l’allora direttore della CIA, Vernon Walters, incontra Pinochet: qui il dittatore indica come suo braccio destro il colonnello Manuel Contreras, che avrebbe poi diretto molte operazioni, compreso l’attentato all’ex ambasciatore cileno e leader dell’opposizione in esilio, Orlando Letelier, il quale sarà ucciso a Washington con il suo assistente da alcuni agenti della DINA.

Le eliminazioni politiche saranno una costante nei 17 anni del regime di Pinochet, che prende di mira i sostenitori del presidente Allende. Tra questi, figura Victor Jara, uno dei rappresentanti della Nueva Canción Chilena nonché riferimento internazionale nel mondo delle canzoni di protesta. Jara, militante del Partito comunista cileno, trova la morte il 16 settembre 1973 dopo diversi giorni di torture. «Canto / come mi vieni male quando devo cantare la paura! / Paura come quella che vivo / come quella che muoio / paura di vedermi fra tanti / tanti momenti dell’infinito in cui il silenzio e il grido sono le mete di questo canto», compose nel suo ultimo testo poco prima di essere ucciso dal regime.

Arrivano i “Chicago Boys”

L’America Latina lungo i decenni della guerra fredda è costellata di colpi di stato militari coadiuvati dagli Stati Uniti. Guatemala (1954), Bolivia (1971), El Salvador (1980/1992), Nicaragua (1982/1989), Grenada (1983), Panama (1989): il copione è sempre il medesimo, ovunque si insedia un governo che porta avanti un’agenda economica che preoccupa gli interessi economici e geopolitici americani, da Washington si interviene in maniera diretta oppure indiretta, formando e finanziando frange dell’esercito disposte a intervenire. Anche la brutalità del governo Pinochet non è un unicum, ma trova assonanze in quanto accaduto ad esempio negli stessi anni in Argentina. L’elemento di novità che porta realmente il Cile nella storia è la gestione economica della nazione durante i 17 lunghi anni della dittatura.

Appena preso il potere, Augusto Pinochet contatta l’economista Milton Friedman che invia a Santiago del Cile un gruppo selezionato di suoi studenti, ribattezzati i Chicago Boys, dalla città dove a sede l’Università dove si sono formati. I Chicago Boys sono ferventi liberisti, propugnatori di un’ideologia del libero mercato senza freni. Sintetizzando al massimo, la loro visione prevede che il ruolo di motore dell’economia venga assunto dal mercato, ritenuto capace di autoregolarsi e che quindi deve essere lasciato libero di agire, riducendo al minimo ogni tipo di interferenza statale. Le aziende devono essere privatizzate, le tasse sui profitti ridotte al minimo, lo stato sociale azzerato. Nei primi anni ’70 la loro visione stava prendendo piede nelle università americane, ma era ancora ampiamente minoritaria. In tutto l’Occidente prevaleva infatti l’orientamento economico keynesiano, proprio dei sistemi socialdemocratici e basato sull’idea che la prosperità della società si basasse sulla presenza forte dello Stato come regolatore dell’economia e come garante di un sistema fiscale progressivo dove i profitti delle aziende e dei cittadini più ricchi dovessero essere altamente tassati per finanziare forti sistemi pensionistici, scolastici, sanitari e, in generale, di protezione sociale.

I Chicago Boys si insediano al ministero delle Finanze del governo Pinochet e iniziano a mettere in pratica, per la prima volta, le teorie neoliberiste. Il primo passo è l’abbattimento del ruolo statale nell’economia, attraverso lo smantellamento delle imprese pubbliche, la denazionalizzazione dei settori strategici e la privatizzazione di numerose imprese. Contemporaneamente viene attuato un programma di netta diminuzione della spesa pubblica, che procede attraverso: l’abolizione dei sussidi statali alle imprese e la riduzione della spesa per l’istruzione e il taglio al sistema pensionistico e sanitario. Gli assegni familiari nel 1989 diventano il 28% di quelli del 1970 e i bilanci per l’istruzione, la sanità e l’alloggio diminuiscono in media di oltre il 20%. Le erogazioni sociali dello stato assumono la forma di prestiti, che i cittadini devono restituire attraverso prelievi forzosi in busta paga, in una misura pari al 20% della retribuzione. Le risorse così raccolte vengono affidate alla gestione di fondi d’investimento privati. A tutto questo si accompagna un generale processo di liberalizzazione del mercato del lavoro, dei capitali e dei prezzi, oltre che la soppressione delle attività sindacali promossa dalla giunta militare. Viene inoltre facilitato il rimpatrio dei profitti delle multinazionali e delle imprese straniere, in modo da attrarne gli investimenti.

Il “miracolo” economico cileno

Negli anni successivi i risultati raggiunti dalle politiche neoliberiste in Cile vengono glorificati. E d’altra parte le lodi giungono da componenti della medesima corrente di pensiero, nel frattempo partita alla conquista del mondo. Nel 1979 Margaret Thatcher diventa primo ministro del Regno Unito e adotta le medesime politiche neoliberiste, lo stesso avviene negli Stati Uniti a partire dal 1981, quando diviene presidente Ronald Reagan. In Cile, i Chicago Boys riescono a stabilizzare l’inflazione (passata dal 60% del 1973 all’8.9% del 1981), a diminuire fortemente il debito pubblico e a portare una netta crescita del prodotto interno lordo (PIL) per tutti gli anni di Pinochet si mantiene ad un tasso di crescita medio del 5 – 6% annuo. Certamente un successo, almeno con i criteri con i quali nelle accademie di oggi si misurano i risultati economici di una nazione.

Grattando la superfice della macroeconomia e proiettandosi su quella dell’economia reale i risultati sono però assai diversi. La prima cosa a cui si assiste è l’impoverimento di vasti settori sociali dovuto al crollo dei salari reali (-50%) e l’aumento della disoccupazione, che passa dal 3,1% del 1972 al 28% del 1983. Il risultato è il poderoso aumento del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà, passate dal 17% del 1970 al 38% nel 1987. Inoltre la diminuzione del debito pubblico dello Stato è solo una partita di giro, perché in misura inversamente proporzionale aumenta a dismisura l’indebitamente privato (quello fatto dai cittadini per permettersi i consumi) che nel 1982 rappresenta il 62% del debito complessivo, rispetto al 16% del 1973. Insomma, il “miracolo economico cileno” lascia sul terreno milioni di poveri.

“Il Cile è stata la culla del neoliberismo, dovrà diventarne anche la tomba”

Privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica e delle tasse sui profitti, controllo dell’inflazione: fin troppo facile rileggere gli obiettivi dei Chicago Boys nel Cile di cinquant’anni e trovarvi l’influenza delle teorie neoliberista nell’ordinamento vigente oggi in tutto l’Occidente, specialmente in quelle che sono le linee guida per gli Stati membri dettate da Bruxelles. Si potrebbe dire che l’ideologia economica messa in pratica per la prima volta durante la sanguinaria dittatura cilena ora domini incontrastata. La realtà è al solito più complessa e i cicli della storia compiono alcune volte tragitti sorprendenti. Nel 2022 in Cile si è insediato come nuovo presidente il trentacinquenne Gabriel Boric, ex studente con una storia di militante nei movimenti sociali del Paese andino. Durante il suo discorso d’insediamento, il 22 marzo, Boric cita la parole più forti dell’ultimo discorso di Salvador Allende, quelle che – in un sussulto di speranza – annunciavano che altri dopo di lui avrebbero ripreso il cammino del Cile sulla strada della giustizia sociale. «Come Salvador Allende aveva predetto quasi cinquant’anni fa, siamo ancora una volta connazionali che aprono le grandi strade attraverso le quali può passare l’uomo libero, l’uomo e la donna liberi, per costruire una società migliore», afferma il giovane studente votato come nuovo presidente, e poi scandisce il suo proposito: «Il Cile è stata la culla del neoliberismo, ora dovrà diventare la sua tomba», e per cominciare annuncia la nazionalizzazione delle riserve di Litio, elemento chiave per l’economia del nuovo millennio, di cui il Cile è ricco. Servirà ancora tempo per capire se sarà così, ma ancora una volta il Cile è un laboratorio per una nuova svolta possibile nelle politiche economiche dominanti. [di Andrea Legni e Salvatore Toscano]

L'altro 11 settembre: la guerra sotterranea tra Kissinger e Allende. Salvador Allende contro Henry Kissinger. La storia del "golpe del secolo" e del primo, tragico, 11 settembre rivive nel nuovo saggio di Emanuel Pietrobon. Andrea Muratore l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Salvador Allende e Henry Kissinger, due "icone" del XX secolo, si sono scontrati a distanza, in forma indiretta per molti anni. In un braccio di ferro che preparò il redde rationem dell'11 settembre 1973. Ventotto anni prima degli attentati alle Torri Gemelle, l'altro 11 settembre che ha sconvolto il mondo fu quello dell'assalto alla Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago del Cile.

Il giorno del golpe dei militari guidati da Augusto Pinochet contro Allende, il primo presidente socialista eletto democraticamente in un Paese vicino al campo occidentale, fu l'affermazione definitiva, centocinquantanni dopo la sua teorizzazione, della dottrina Monroe sulla non ingerenza di potenze straniere nell'America Latina cortile di casa degli Usa e un evento chiave della Guerra Fredda. E, al contempo, il culmine della prima "guerra ibrida totale" della storia. Così l'ha definita Emanuel Pietrobon nel saggio Kissinger contro Allende - La storia del golpe del secolo, recentemente edito da Castelvecchi, in cui l'analista e saggista di InsideOver ha descritto la radice storica, strategica e geopolitica della rottura dell'equilibrio democratico in Cile. Una rottura a cui gli Stati Uniti contribuirono con lo strangolamento silenzioso dell'economia cilena e la volontà di fermare il rischio di un contagio socialista in stile cubano nell'area di loro diretta pertinenza.

"La guerra coperta degli Stati Uniti contro il Cile fu anche e soprattutto una guerra tra due uomini, Allende e Kissinger, che avevano un'intelligenza sopra la media, erano stati temprati dalla sofferenza e avevano fede in religioni politiche collidenti" e grandi progetti per i rispettivi mondi. Allende sognava un'emancipazione latinoamericana in nome del socialismo democratico, Kissinger ipotizzava un mondo plasmato dal bilanciamento dei poteri e delle sfere d'influenza tra le maggiori nazioni del globo. Questi definiva il potere "afrodisiaco supremo" per gli uomini, strumento utile in quanto tale e capace di plasmare situazioni di fatto. Allende lo strumento per costruire una "società più giusta, per superare le divisioni di classe" al servizio del popolo.

L'amministrazione di Richard Nixon, dal suo insediamento nel 1969 in avanti, con Kissinger consigliere per la sicurezza nazionale, investì ben due milioni di dollari nelle operazione di sostegno ai gruppi politici democratico-cristiani e liberal-conservatori e nei gruppi mediatici della famiglia Edwards, la più potente del Cile.

L'elezione di Allende e l'incubo di una "nuova Cuba" portò gli Stati Uniti a mettere in campo un'offensiva a tutto campo, politica ed economica, per minare la nuova presidenza. La "guerra coperta" al Cile, nota Pietrobon nel saggio, colpì "uno dei paesi più sviluppati dell'America Latina, con un'economia floride e una classe media in crescita. Tuttavia, la sua economia era fortemente dipendente dagli Stati Uniti, che controllavano i settori strategici come il rame, la principale esportazione cilena". Appena insediato, il nuovo governo iniziò a nazionalizzare le imprese straniere, tra cui la società mineraria Anaconda, di proprietà statunitense.

A seguito di questi provvedimenti, gli Stati Uniti imposero al Cile quello che Pietrobon definisce un "embargo invisibile", una serie di misure economiche e finanziarie volte a destabilizzare l'economia cilena. Queste misure includevano "attacchi speculativi sul mercato del rame, pressioni sulle organizzazioni internazionali affinché non concedessero prestiti al Cile e pressioni sugli alleati affinché cessassero ogni forma di import-export con il paese". Mentre i media conservatori colpivano l'esecutivo, le forze armate furono infiltrate dai servizi segreti statunitensi e il fronte lealista, ossia fedele alla costituzione e contrario ad ogni interferenza straniera, fu spaesato attraverso operazioni psicologiche e ridotto numericamente attraverso omicidi.

L'obiettivo di Kissinger era chiaro: mentre si plasmava la distensione con Paesi come la Cina e si chiudeva la violenta parentesi vietnamita, la penetrazione politica socialista e il rischio di un'infiltrazione sovietica in America Latina andavano fermate a qualunque costo. E dunque il "domino" fermato in Indocina e Cina con gli accordi sui conflitti e col riconoscimento della Repubblica Popolare non andava rimesso in moto a a casa degli Stati Uniti stessi.

Allende, "marxista incompreso" nella definizione di Pietrobon, non potè fermare il grande gioco sdoganato nei suoi confronti e il Cile e la sua economia "gridarono", per usare la definizione di Kissinger e Nixon. Fino all'epilogo del golpe di Pinochet. Paradossale fine di un processo che per evitare un autoritarismo rosso ne creò uno militare, di segno opposto. Ponendo fine, in un certo senso, alla Guerra Fredda e alle sue pulsioni in America Latina nel più violento dei modi, nel primo 11 settembre conclusosi con l'assalto alla Moneda e la morte di Allende. La prima guerra ibrida totale della storia, ricorda Pietrobon, ebbe successo. Con una vittima eccellente: la democrazia del Paese più avanzato dell'America Latina. Precipitato per quindici anni nel buio della dittatura.

Salvador Allende, il Cile e la prima guerra ibrida totale. Per gentile concessione della casa editrice Castelvecchi pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Emanuel Pietrobon, Kissinger contro Allende. La storia del golpe del secolo. Emanuel Pietrobon l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Oggi, 11 settembre, negli Stati Uniti è il momento del cordoglio per i drammatici attentati del 2001. In Cile, dal 1973, in questo stesso giorno la nazione si raduna per ricordare l'esperienza traumatica della dittatura pinochetista e la sua prima vittima, Salvador Allende.

1969. La dottrina Monroe è in crisi. Operazioni militari convenzionali, come l’invasione della Baia dei Porci, e guerre ibride, come l’operazione Mongoose, non sono riuscite ad abbattere il regime rivoluzionario cubano. Sul resto dei Caraibi è scesa l’ombra dell’insurrezione antiamericana, come evidenziato dalla nascita delle Forze armate di liberazione nazionale di Portorico e dalla guerra civile in Repubblica dominicana. Il ritorno di fiamma delle guerre delle banane della United Fruit Company, che nel 1954 ha rovesciato la presidenza Árbenz col supporto della Central Intelligence Agency e dell’inarrivabile psico-stratega Edward Bernays, ha trascinato il Mesoamerica in una guerra civile transnazionale. E in Sudamerica resiste il peronismo in Argentina e avanza pericolosamente il socialismo in Cile.

È necessario scrivere del 1969, oltre che del 1823, per arrivare al fatidico 1973. Il 1969 è l’anno in cui Henry Kissinger, una promessa della strategia e della diplomazia di origini tedesche, viene nominato Consigliere per la Sicurezza nazionale dal neoeletto presidente Richard Nixon.

Su Kissinger, esperto di storia delle relazioni internazionali e di creativi machiavelli, ricadono diverse responsabilità, tra le quali la gestione della ritirata dal Vietnam, la manipolazione delle frizioni tra Mosca e Pechino, la prevenzione di una seconda Cuba in America Latina. È un sostenitore della teoria dell’effetto domino, per la quale spinta una tessera, cadono tutte le altre, che approfondisce, proprio quell’anno, formulando la tesi della “connessione” (linkage).

Se la teoria del domino spiega perché sia essenziale impedire l’instaurazione di un secondo governo comunista nelle Americhe, giacché altri seguirebbero e gli Stati Uniti rischierebbero di trovarsi circondati, la tesi della connessione propone l’esistenza di più domini interrelati all’interno di un grande disegno. Le implicazioni sono paradigmatiche: se cadesse una tessera in una qualsiasi parte del pianeta, la logica del sistema di connessioni sarebbe in grado di produrre un’onda d’urto fino a Mosca.

Il Cile, data la coincidenza delle elezioni presidenziali del 1970, vinte da una coalizione di sinistra guidata da Allende, sarebbe diventato il laboratorio in cui sperimentare la validità delle tesi kissingeriane. Un laboratorio destinato a fare scuola alla posterità.

In Cile, fra il 1970 e il 1973, nel doppio contesto della difesa della dottrina Monroe e della sperimentazione della teoria della connessione, Kissinger avrebbe dato sfogo alla sua creatività distruttrice, attingendo al bagaglio di conoscenze e insegnamenti delle tre più importanti guerre coperte degli Stati Uniti a lui precedenti – operazione Ajax, operazione PBSUCCESS e operazione Jakarta –, nel perseguimento di un obiettivo: sconfiggere Allende per vincere la Guerra Fredda.

Il Cile, durante il triennio più cupo della sua esistenza, sarebbe dunque diventato un laboratorio di due esperimenti contrapposti: la conversione al socialismo per tappe, la conduzione di una «guerra ibrida totale». E i punti deboli del primo sarebbero stati la linfa vitale del secondo.

Entro il 1973, dopo soli tre anni di attività destabilizzative, il Paese più politicamente stabile, socialmente coeso ed economicamente avanzato dell’America Latina sarebbe stato «condotto alla guerra civile, frammentato in opposti estremismi e portato ad una condizione quasi precapitalistica», con l’aiuto di banche multilaterali, gruppi terroristici, organizzazioni internazionali, Paesi occidentali e latino-americani, speculatori finanziari e stampa.

L’epilogo della prima guerra ibrida totale della Storia, nome in codice FUBELT, avrebbe comportato l’arresto dell’avanzata rossa in Sudamerica e gettato le basi della rimonta degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica. L’11 settembre 1973 il capitalismo prevaleva sul socialismo. James Monroe aveva la meglio su Bolívar. Il destino manifesto della Città sulla collina si imponeva sulla raza cósmica. E Kissinger vinceva una delle partite più ardue della sua vita, in tempo per il centocinquantesimo anniversario della dottrina Monroe, quella contro Allende.

[...]

Allende morì senza capire né il gioco né la posta in gioco. Morì perché, forse colpito dalle trame destabilizzatrici della United Fruit Company in Guatemala nel 1954, pensò che il Cile fosse la vittima di una campagna di aggressione da parte delle corporazioni multinazionali. Non era così. Il Cile non era il Guatemala: il rame valeva per Washington molto più delle banane, personalità e idee rendevano Allende realmente pericoloso – a differenza di Árbenz –, ed era, soprattutto, un’epoca diversa. Era sempre Guerra Fredda, come negli anni Cinquanta, ma gli Stati Uniti dovevano rifarsi per la disfatta vietnamita, fermare l’avanzata rossa nelle Americhe e inviare un potente segnale al loro intero blocco bisognoso di un richiamo all’ordine.

A Santiago, l’11 settembre 1973, ebbe luogo il golpe del secolo. E chi non comprese né le origini né le profonde ragioni di quell’evento, come Aldo Moro in Italia, pagò con la vita per aver provato a seguire le orme del presidente cileno. Allende doveva cadere perché l’America restasse in piedi e riprendesse il fiato necessario per combattere – e vincere – gli ultimi due round con l’Unione Sovietica, che sarebbero iniziati di lì a breve nei moli di Danzica e negli altipiani del Paropamiso. L’11/9, in quel di Santiago, erano state gettate le fondamenta del 9/11 di Berlino. La Storia avrebbe dato ragione a Kissinger: il mondo è un enorme puzzle in cui tutto è connesso.

Il gioco delle grandi potenze: l’arte del colpo di Stato, il motore della storia. Emanuel Pietrobon il 9 Settembre 2023 su Inside Over. 

Quattro, otto, sei, o meglio quattrocentottantasei, questo è il numero dei colpi di stato, riusciti e tentati, che, secondo una ricerca congiunta dell’Università della Florida centrale e dell’Università del Kentucky, sono stati compiuti nel mondo fra il 1950 e il 2022.

Quattrocentottantasei congiure di palazzo in settantadue anni equivale a dire sette l’anno, ogni anno, dal 1950. Africa e Latinoamerica le aree più colpite: aggregatori di due terzi di tutti i golpe, riusciti e falliti, rilevati dagli studiosi della Florida centrale e del Kentucky. Europa e America settentrionale le aree meno a rischio. Quadro realistico, ma incompleto, perché il golpe, come il Diavolo, è nascosto nei dettagli. 

Non sono 486 i colpi di stato avvenuti nel pianeta dal 1950 a oggi, e non perché nel conteggio dell’indagine delle due università manchino parte dell’anno 2022 e l’intero 2023. Non lo sono perché il golpe, lungi dall’avere le forme di un cesaricidio o di una deposizione manu militari, è un’opera molto più fumosa, evanescente e sfuggevole. Il golpe è, a volte, invisibile agli occhi.

Di golpe in golpe

La storia si ripete sempre due volte: la prima come golpe, la seconda pure. Perché i colpi di stato, destituzioni che sono il frutto di intrighi orditi da sottoposti invidiosi o da re stranieri, spesso dai primi in combutta coi secondi, sono il motore della storia.

Il putsch è con l’uomo dalla notte dei tempi, da quando Iblīs si ribellò alla volontà di Allāh mettendosi a capo di una sedizione destinata a incidere sul destino degli uomini. A partire da quel momento, che è andato perduto nel tempo immemore, lo spodestamento è la spada di Damocle che pende sul capo di ogni sovrano.

Imperi e imperatori sono stati abbattuti dai colpi di stato fin dall’antichità, come ricorda la detronizzazione del duca Hú di Qi nel lontano 860 avanti Cristo, ma il Novecento è stato sicuramente il loro secolo. Si è aperto nel 1900 col violento colpo di maggio in Serbia e si è concluso, la sera del 31 dicembre 1999, col golpe morbido dello stato profondo russo ai danni di Boris Eltsin.

Scrivere del putsch dei siloviki dell’ultimo capodanno del Novecento è il modo migliore per capire dove abbiano sbagliato i ricercatori della Florida centrale e del Kentucky: oltre ai golpe neri, consumati dalle forze armate, e ai golpe istituzionali, compiuti dall’opposizione o da elementi del governo, esistono e vengono attuati con una certa frequenza i golpe bianchi.

Il colpo di stato bianco è indolore e viene venduto all’opinione pubblica, nonché alle istituzioni, come un cambio in cabina di regia dettato da esigenze emergenziali, quali possono essere una guerra civile, una crisi economica o un grave scandalo, e che sarebbe avvenuto per proteggere l’integrità delle istituzioni e della costituzione.

I golpe bianchi, esito delle trame di magistratura, poteri finanziari e/o servizi segreti, quasi mai vengono conteggiati nei registri dei colpi di stato e trattati come tali dagli storici. Golpe bianco è stato Russia 1999. Golpe bianco è stato Italia 2011. E di golpe bianchi, di cui la storia recente è piena, non v’è ombra nella mastodontica ricerca delle università del Kentucky e della Florida centrale.

Cui golpest?

Il Novecento è stato il secolo breve ma intenso che, tra guerre mondiali e competizioni coloniali, non ha dato tregua all’umanità. Tanti sono stati i putsch nel corso del ventesimo secolo che, secondo CoupCast, la probabilità che un anno qualsiasi terminasse con almeno un episodio golpistico registrato da qualche parte nel mondo era del 99% – nel 2018, a titolo esemplificativo, corrispondeva all’88%.

I colpi di stato sono la cifra distintiva delle epoche attraversate da colossali smottamenti geopolitici. Perciò non deve sorprendere che l’aggravamento della competizione tra grandi potenze, scatenata dai conti in sospeso della Guerra fredda, stia venendo accompagnato dal ritorno in auge dei golpe.

Oggi come ieri, nel Duemila come nel Novecento, magistrati, militari, operatori finanziari, politici e securocrati non sono che i meri esecutori di messinscene scritte da registi-sceneggiatori corrispondenti a grandi potenze e corporazioni multinazionali.

Stati Uniti, Unione Sovietica e, per un breve periodo, la Germania nazista, sono stati i burattinai principali del Novecento. I finanziatori di rovesciamenti intrisi di ideologia, ma nell’intimo pianificati per ragioni essenzialmente pragmatiche, che non hanno risparmiato nessuna parte del globo.

La tendenza al putsch di Washington affonda le origini nella dottrina Monroe, avendo inizialmente come focus le terre latinoamericane, ed è stata la causa primaria dell’instabilità sociopolitica che ha caratterizzato a lungo la parte centromeridionale dell’emisfero occidentale. Tra il 1898 e il 1994, secondo uno studio targato Harvard, gli Stati Uniti sarebbero stati dietro almeno quarantuno interventi a scopo cambio di regime nel loro estero vicino.

Berlino, durante la parentesi hitleriana, esportò l’idea nazista in tutto il mondo, rivelandosi un propagatore di destabilizzazione di primo livello. Golpe dai caratteri nazisti furono compiuti, o tentati, dal Cile al Sudafrica.

Mosca, a partire dall’era staliniana e per l’intera durata della Guerra fredda, finanziò colpi di stato nel Terzo mondo e sovvenzionò gli anni di piombo nel Primo nel contesto dello scontro per l’egemonia globale con gli Stati Uniti. Rispetto alla rivale Washington, però, Mosca avrebbe sofferto e infine perso a causa di un grave deficit: l’assenza di partner ai quali esternalizzare, in parte o in tutto, guerre civili, cesaricidi e congiure di palazzo. Partner come le corporazioni multinazionali, lo storico asso nella manica di Washington, come rammentato dai casi delle guerre delle banane, l’operazione PBSUCCESS e il rovesciamento di Salvador Allende.

Oggi è ieri

La competizione tra grandi potenze ha riportato le lancette dell’orologio indietro di alcuni decenni, a un’età che ricorda un po’ il primo preguerra e un po’ l’alba della Guerra fredda, causando il ritorno in scena del golpismo.

A partire dal 2018, l’unico anno del Duemila terminato senza golpe, i rovesciamenti hanno ripreso gradualmente piede. E nessun continente, come ai tempi della Guerra fredda, è completamente al sicuro: lo dimostrano i periodici allarmi putsch in Moldavia, l’emergere della coup belt nell’Africa sahariana e il fermento in Latinoamerica.

Nuovi e vecchi attori sono dietro le destituzioni, bianche e nere, che stanno colpendo le terre emerse. Vecchi come gli Stati Uniti, impegnati nella difesa dello scricchiolante unipolarismo – da Bolivia ’19 a Pakistan ’22 –, e la Francia, alle prese col declino della Françafrique – Gabon ’23. Nuovi come la Cina, la regista di Myanmar ’21, e la Russia, l’artefice della coup belt. Le ragioni son le stesse di sempre: la partecipazione al grande risiko globale. EMANUEL PIETROBON

L’intervista all’ambasciatore del Cile a Roma, Ennio Vivaldi. 11 settembre 1973: 50 anni dopo il golpe l’insegnamento del Cile. “Allende possedeva una pistola semiautomatica e si era chiuso nel suo ufficio prima che i militari di Pinochet riuscissero a entrare”, racconta oggi l’Ambasciatore Vivaldi. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 12 Settembre 2023 

Era l’11 settembre 1973. Cinquanta anni dopo il colpo di Stato che a Santiago del Cile rovesciò improvvisamente il governo di Salvador Allende, abbiamo incontrato l’ambasciatore del Cile a Roma, Ennio Vivaldi. Il cognome tradisce origini italiane: i nonni liguri, di Sanremo. E suo padre ha studiato a Firenze. L’ambasciatore Vivaldi ha avuto tre vite: prima medico chirurgo, poi a lungo Rettore dell’Università del Cile, ora abbraccia la carriera diplomatica con questo primo incarico in Italia.

Che successe l’11 settembre?

«Ci fu un colpo di Stato inimmaginabile. Un golpe che sorprese il mondo e i cileni per primi. L’obiettivo era quello di rovesciare la volontà democratica e interrompere il processo di riforme che aveva iniziato il presidente democraticamente eletto, Salvador Allende».

Inimmaginabile per molti, ma non per tutti.

«Guardi, le dirò una cosa: anche chi auspicava un “raddrizzamento” in senso moderato, seppur guidato dai militari in una fase iniziale, pensava a una misura straordinaria e provvisoria. Il golpe diede invece luogo a una dittatura efferata, violentissima e dalla durata prolungata, com’è noto. Quasi 17 anni di regime militare, responsabile di sequestri e torture, assassini mirati e di massa. Nessuno, né in Cile né nel mondo, avrebbe mai potuto aspettarsi una cosa del genere».

Salvador Allende si è suicidato, quella maledetta mattina al Palazzo della Moneda, per non consegnarsi vivo?

«C’è la testimonianza di un medico, che sembra attendibile, che descrive gli ultimi minuti della sua vita. Allende possedeva una pistola semiautomatica e si era chiuso nel suo ufficio prima che, in seguito al bombardamento aereo, i militari di Pinochet riuscissero a entrare. È una possibilità reale che non abbia voluto consegnarsi vivo ai golpisti».

Gli autori del golpe soffiarono sul fuoco della paura. Allende voleva portare il socialismo in Cile?

«Ci fu chi dubitò della sincerità delle intenzioni di Allende. Io non ne ho mai potuto dubitare. Quello che posso testimoniare è che voleva per il Cile un sistema socialista democratico basato sulla giustizia sociale. E che una larga maggioranza dei cileni aveva votato per l’Unione Popolare (la coalizione di tutte le sinistre, ndr.)».

A monte, prima della rottura che spinse settori dell’esercito a muoversi, c’era una mancanza di dialogo nel Paese? Il Cile diviso tra nazionalisti di destra e populisti di sinistra arrivò lacerato a quel settembre 1973?

«C’era una divaricazione crescente tra ceti sociali, tra credi politici, tra fazioni opposte. Una polarizzazione ideologica tra idee estreme che a un certo punto trasformarono i cittadini in avversari, e poi gli avversari in nemici da abbattere. Se si perde qualsiasi tipo di fiducia nell’avversario, se non si concede il minimo credito alle sue intenzioni, si creano le premesse per quella crisi di civiltà che può portare alla guerra civile, ai colpi di Stato e dunque alla fine della democrazia. Ci fu però chi lavorò a quel dialogo: credo che a questo proposito vada ricordato il ruolo di mediazione del Cardinal Silva Henriquez e di tutta la Chiesa cattolica. Perché se i golpisti si richiamavano ai valori della Chiesa, questa non scese mai troppo a compromessi con loro».

Come andò evolvendo la percezione degli Stati Uniti sul golpe dell’11 settembre?

«È una buona domanda, credo che però debba porla ad un diplomatico americano, non a me. Io posso dirle che c’è molto materiale in mano agli storici, molti documenti che parlano di influenze internazionali in quel frangente. Gli Stati Uniti cambiarono comunque il loro atteggiamento perché come le dicevo il mondo si accorse presto che la situazione, con la dittatura sanguinaria del generale Augusto Pinochet, era sfuggita di mano. In effetti furono gli Stati Uniti a premere perché si tenesse, con certe regole, il referendum che consentì di mettere fine a quella tragedia nel 1990».

Durante la dittatura, l’Ambasciata italiana giocò un ruolo. Provando a salvare chi cercava di fuggire.

«È così. Giocò un ruolo importantissimo, come racconta l’ambasciatore italiano allora a Santiago, Barbarani in un libro. Moltissime persone saltavano il muro di cinta dell’ambasciata e vennero ospitate e protette dalle autorità italiane. E in moltissimi, nel corso degli anni, di mese in mese, vennero trasferiti in Italia con passaporto diplomatico. Avete salvato la vita di migliaia di persone. Non solo: le avete assistite e protette anche dopo che erano arrivate in Italia. Per questo oggi molti cileni considerano questa come la loro seconda patria. Intellettuali, attivisti, artisti. Faccio un nome su tutti: gli Inti Illimani».

Come mai l’Italia, più di altri?

«L’Italia ha una cultura sensibile ai diritti umani. La Democrazia Cristiana era collegata alla Dc cilena, entrata in clandestinità. Il Psi di Craxi era collegato con il partito socialista di Allende, il Pci e i gruppi di sinistra erano in contatto con i loro omologhi. Tutti si mossero: istituzioni e partiti, i sindacati, il mondo della cultura. Anche la Santa Sede ha esercitato da subito pressioni forti, e attivato i suoi canali diplomatici». Anche oggi, con la recente visita del Presidente Mattarella a Santiago del Cile, i rapporti già forti tra i nostri due Paesi si sono ulteriormente consolidati.

Giovanni Paolo II andò in Cile. E prima di lui Bettino Craxi, quando nel ’73 era vice segretario del PSI, guidando una delegazione dell’internazionale socialista.

«Due gesti coraggiosi che ricordiamo bene. Fecero sentire la pressione del mondo, portarono giornalisti al seguito, accesero i fari. San Giovanni Paolo venne accompagnato dal cardinal Silva Henriquez, che difendeva apertamente i dissidenti. Craxi volle andare direttamente sulla tomba di Allende sulla quale portò un mazzo di fiori. Gli mandarono contro una pattuglia di Carabinieros e uno gli puntò un mitra contro. Non indietreggiò. Furono schiaffi per il regime.

Il Cile è stato un laboratorio politico per gli esperimenti di qualcuno?

«Sì, si può affermare che è stato così. Ci sono documenti in mano agli storici che lo provano. Un esperimento sfuggito di mano dal suo laboratorio».

La democrazia può scomparire all’improvviso?

«La storia del golpe in Cile lo dimostra. Le conquiste democratiche vanno difese sempre. Anche quando non sono in molti a vederle in pericolo».

Lei è un intellettuale e un diplomatico. Come lo era Pablo Neruda, d’altronde. Cosa l’ha colpita di più, personalmente, del golpe?

«La trasformazione degli uomini. Il tradimento del generale Pinochet, che Allende considerò un suo fedelissimo fino all’ultimo. Attenzione, quella del generale Pinochet non fu una dittatura militare, ma civico-militare. Fatta da civili armati che si sovrapposero ai militari. E insisto: il fatto che al golpe seguì una repressione così dura e così efferata, con migliaia di assassini cruenti perpetrati per anni, di cileni su altri cileni, è quel che più deve farci riflettere. La violenza chiama violenza, si avvolge in una spirale di morte: quando viene meno la libertà, scompare l’umanità».

Il Cile di oggi ha votato una nuova Costituzione, è un’altra era. La memoria rimane però divisa. E così il Paese.

«Se non si chiariscono alcuni punti, se non si fa un’operazione di verità storica, non si troverà mai un accordo che pacifichi gli animi. Non si sa cosa sia successo a molte migliaia di persone ingiustamente arrestate e scomparse. Non si sa dove sono sepolti i corpi, se sono sepolti. Ma è necessario fare degli sforzi per integrare i cileni di sensibilità politica diversa».

Si è spezzato quello che Rousseau chiamava Contratto sociale…

«Esatto. Credo che per effetto dell’individualismo estremo, con l’apologia dell’egoismo che in Cile hanno iniettato i Chicago Boys, si sia perso di vista il bene comune. E si è perso il valore del pluralismo: la differenza di ciascuno è un plus per tutti. Va ritrovato il senso dell’essere una comunità solidale, che si aiuta collaborando».

Quello che è successo in Cile può succedere oggi altrove?

«Certo. Purtroppo, l’individualismo sfrenato allontana le persone dalla condivisione sociale, dal valore del bene comune e del pluralismo. E questa malattia degenerativa delle società moderne porta sempre più a considerare l’avversario come un nemico. Gli estremi si combattono più ferocemente, invece il compito vero della politica è quello di intermediare. E va ritrovato un modello di coabitazione democratica, perché altrimenti la storia si ripete». Aldo Torchiaro

11 settembre 1973. Storia dell’altro 11 settembre: quando nel 1973 USA e Pinochet deposero Allende in Cile. Alle 7 i tank golpisti si misero in marcia verso il Palazzo del presidente, che si tolse la vita prima di finire prigioniero. Fu l’inizio del regime del terrore. David Romoli su L'Unità il 10 Settembre 2023

Alle 7 del mattino di martedì 11 settembre 1973, il generale Javier Palacios, incaricato dalla Giunta che guidava il colpo di Stato contro il governo Allende di espugnare il palazzo presidenziale, la Moneda, ordinò a un reparto di carri armati di dirigersi verso il Palazzo. I tanks traversarono il centro della città, tre di loro si dislocarono di fronte alla Moneda, gli altri si disposero agli angoli delle strade principali. La tragedia del Cile cominciò in quel momento.

Mezz’ora dopo si levarono in volo gli aerei di fabbricazione britannica Hawker Hunter, incaricati di bombardare e ammutolire tutte le radio non controllate dai militari ribelli. Ai piloti sfuggirono però alcune emittenti: Radio Magallanes, Radio Corporaciòn, Radio Portales. Quelle da cui, nel corso della mattinata di sangue, il presidente Salvador Allende si sarebbe rivolto più volte alla popolazione. La sollevazione era iniziata all’alba nella città costiera di Valparaiso. Allende era stato messo subito al corrente della rivolta ma, convinto di poter contare sul lealismo del grosso delle Forze Armate, aveva deciso lo stesso di recarsi alla Moneda.

Quando parlò per la prima volta alla radio era ancora ottimista. I documenti desecretati pochi giorni fa dall’amministrazione Biden, quelli che confermano il ruolo decisivo svolto dagli Usa e dalla Cia nel supportare il golpe, affermano chiaramente che ancora nelle prime ore di quel giorno il presidente era convinto di poter evitare il colpo di Stato. Contava soprattutto sul comandante in capo dell’Esercito, Augusto Pinochet, nominato esattamente 15 giorni prima in sostituzione del precedente comandante e vicepremier Carlos Prats e considerato di sicura lealtà democratica. L’illusione durò sino alle 8.42, quando il generale Guillard lesse alla radio l’ultimatum dei golpisti: Allende aveva tempo fino alle 11 per arrendersi e cedere il potere a una giunta composta dallo stesso Pinochet e dai comandanti di Aviazione, Marina e Carabinieri: il generale Leigh Guzman, l’ammiraglio Merino Castro.

Il comandante Mendoza Duran. Allende respinse l’ultimatum e propose invece, invano, una trattativa con la Giunta alla Moneda. I Carabinieri che presidiavano il palazzo presidenziale passarono in massa ai golpisti. In quella mattinata la tv controllata dai ribelli trasmise solo cartoni animati e la radio diffuse in continuazione marce militari interrotte dalle comunicazioni della Giunta che proclamò lo stato d’assedio e il coprifuoco a partire dalle 18 del pomeriggio. Chiunque fosse stato sorpreso per strada sarebbe stato passato per le armi sul posto. In caso di difesa armata, cinque “marxisti” sarebbero stati fucilati per ogni militare golpista ucciso. Alle 10.15 il presidente parlò per l’ultima volta alla radio: il suo storico messaggio è ancora oggi una delle più lucide dichiarazioni di fede nella democrazia, nella giustizia e nel diritto opposti alla prevaricazione.

Allo scadere dell’ultimatum, alle 11, gli Hunters non erano ancora pronti per l’attacco. Pinochet ordinò quindi ai carri armati di cannoneggiare la facciata principale del palazzo presidenziale. L’attacco aereo iniziò solo alle 11.50: due aerei sottoposero la Moneda a quattro ondate di bombardamenti da ogni lato, mentre la battaglia infuriava in via Tommaso Moro, intorno all’abitazione di Allende, una delle principali sacche di resistenza. Subito dopo la Moneda fu presa d’assalto da diverse direzioni. L’attacco finale fu lanciato dal generale Palacios alle 14: Allende, prima di essere fatto prigioniero, si uccise con il mitra che gli era stato regalato da Fidel Castro in persona. La versione del suicidio è sempre stata negata e smentita dalla sinistra cilena e da numerose personalità a partire da Gabriel Garcia Marquez ma le evidenze a disposizione sembrano invece confermare tutte il suicidio. Alle 14.38 il generale Palacios informò i capi della cospirazione, Pinochet e Leigh: “Missione compiuta, Moneda presa, presidente morto”.

Già nel pomeriggio dell’11 settembre gli stadi cileni iniziarono a riempirsi di militanti della sinistra reclusi, torturati, uccisi, fatti scomparire. Un decreto della giunta del 13 settembre mise fuori legge tutti i partiti che avevano sostenuto la coalizione di governo, Unitad Popular. Una “carovana della morte” guidata dal colonnello Stark fu incaricata di percorrere il Paese per uccidere senza processo decine di oppositori. Il numero delle vittime e dei desaparecidos è incerto: secondo alcune stime sarebbero intorno ai 5mila, secondo altre la strage sarebbe stata più sanguinosa: 15mila morti e 2mila scomparsi. Di certo le torture furono all’ordine del giorno. Il rapporto della Commissione cilena sulle prigioni politiche e le torture ha individuato 1132 centri di detenzione nei quali la tortura veniva sistematicamente praticata. La notte cilena sarebbe durata 17 anni. La brutale violenza di Pinochet, destinato ad accentrare nelle sue mani il potere a scapito degli altri tre generali golpisti, mise fine a un esperimento forse unico al mondo: il colpo fu micidiale per la sinistra non solo dell’America latina ma di tutto il mondo.

Il socialista marxista Salvador Allende si era presentato alle elezioni presidenziali nel 1952, 1958 e 1964, uscendo sempre sconfitto. Nelle elezioni del 3 settembre 1970 aveva ottenuto, come candidato della coalizione composta da comunisti e socialisti Unitad Popular, appoggiata dall’esterno del gruppo di estrema sinistra Mir, il 36,3% dei voti, superando di stretta misura i voti del candidato della destra e con scarto più ampio, quello democristiano. La Costituzione cilena prevedeva che, ove nessuno raggiungesse il 50%, a scegliere tra i due candidati più votati fosse il Congresso. Gli Usa fecero il possibile e anche di più per spingere i democratici cristiani a non appoggiare Allende ma senza riuscirci. Il candidato di Unitad Popular si insediò alla Moneda il 3 novembre 1970.

Quello di Allende è ancora oggi il tentativo più compiuto di coniugare socialismo e democrazia e di arrivare a una trasformazione radicale della società attraverso riforme realmente strutturali ma nel rispetto delle regole costituzionali. Il suo era un programma rivoluzionario: ripristino della sovranità nazionale contro il controllo delle risorse naturali, a partire dal rame, da parte dei grandi gruppi capitalisti, nazionalizzazioni a distesa, aumenti salariali, riforma agraria, incremento della spesa pubblica, sospensione del pagamento del debito. Per l’oligarchia cilena e per il capitalismo statunitense Allende diventò il nemico da battere a ogni costo e con qualsiasi mezzo. La Cia investì fiumi di dollari per una politica di destabilizzazione basata sugli scioperi contro il governo di alcune grandi categorie, come i camionisti. Il prezzo del rame fu fatto crollare, con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’economia cilena e costringere Allende ad andarsene.

All’inizio del 1973 il governo aveva nazionalizzato il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie ma l’inflazione aveva raggiunto il 200%, le esportazioni erano crollate, i trasportatori paralizzavano il Paese. Il Congresso tentò di sfiduciare il governo. L’opposizione ottenne 81 voti contro i 47 del governo, ma senza raggiungere i due terzi necessari per imporre le dimissioni. Il 29 giugno ‘73 ci fu un primo tentativo di golpe, con i carri armati del colonnello Souper che circondarono la Moneda. L’esercito al comando del generale Prats e di Pinochet fermò il golpista ma in agosto Prats fu costretto alle dimissioni da una campagna di delegittimazione. Proprio lui, destinato a essere ucciso dai servizi segreti cileni l’anno seguente a Washington, indicò come suo successore il generale Pinochet.

Nelle stesse ore, il 22 agosto, la Corte suprema e la Camera si appellarono ai militari invocando il loro intervento per “far rispettare l’ordine costituzionale”. Il 4 settembre, anniversario della vittoria alle elezioni, 750mila lavoratori sfilarono a Santiago in difesa del governo che, nonostante la crisi, aveva migliorato di 7 punti percentuali le proprie posizioni nelle elezioni per il Congresso del marzo precedente. Forte del consenso popolare il presidente mirava a sbloccare la situazione con un referendum alla fine di settembre. La sua proposta servì solo ad accelerare il complotto dei militari, sostenuto da Washington. L’11 settembre calò il sipario. David Romoli 10 Settembre 2023

50 anni dal golpe in Cile. Storia del golpe in Cile e dell’assassino di Salvador Allende e dei suoi fedelissimi. “Chi sono questi?”. Un militare risponde: “Mio generale, questi sono i Gap e i consiglieri di Allende”. Pinochet assiste alle torture e ordina: “Questi coglioni me li fucilate tutti”. Angela Nocioni su L'Unità il 10 Settembre 2023

Poco dopo mezzogiorno dell’11 settembre 1973, nel palazzo presidenziale della Moneda in fiamme, Salvador Allende dà l’ultimo ordine ai Gap (la sua scorta) e ad alcuni agenti della polizia investigativa restatigli accanto insieme ai suoi consiglieri: “Uscite e consegnatevi. Io scenderò per ultimo”. La fila lungo le scale è aperta da Miria Contreras, “la Payita”, la sua segretaria. Ha in mano un bastone con annodato un grembiule bianco.

In coda alla colonna Patricio Guyon, il medico personale del presidente. E’ lui a sentire arrivare dal Salone Indipendencia il grido di Allende prima del suicidio. Corre indietro per le scale e trova il cadavere. La mattina dopo Pinochet è nel cortile del reggimento Tacna, controlla la presenza dei prigionieri della Moneda. Li hanno fatti camminare in ginocchio con le mani alzate gli ultimi cento metri fino al portone. Per suo ordine gli agenti della investigativa sono già stati portati via. Chiede: “Chi sono questi?”. Un militare risponde: “Mio generale, questi sono i Gap e i consiglieri di Allende”. Pinochet assiste alle torture e ordina: “Estos huevones me los fucilan todos”. “Questi coglioni me li fucilate tutti”.

L’ha raccontato Paolo Zepeda, uomo della scorta sopravvissuto perché finito per errore nel furgone diretto allo Stadio di Santiago dove furono ammassati centinaia di arrestati. Testimonianza coincidente con quella data dal colonnello Fernando Reveco Valenzuela al giudice Juan Guzman nel maggio del 1999. I prigionieri della Moneda vengono caricati su un camion militare marca Pegaso e coperti con un telo. Su una jeep viene caricata una mitragliatrice Rheinmetall. Un’altra jeep con a bordo Espinoza, che poi sarà il secondo di Manuel Contreras nei servizi segreti di Pinochet, chiude il convoglio diretto al nord di Santiago, nel campo militare di Peldehue. E’ chiaro che li stanno per uccidere.

Davanti alla base aerea di Colina uno dei prigionieri tenta di prendere un’arma a un militare. Gli sparano. Non muore. Il convoglio non si ferma. Arrivati, liberano le caviglie e fanno scendere tutti. La mitragliatrice è pronta, montata su un tavolo preso dal refettorio. Li fanno camminare uno ad uno fino a un pozzo secco profondo lì davanti. Il sergente Herrera ha l’ordine di sparare a uno per volta, alle spalle. Dopo il quinto, crolla: “Ne ho uccisi cinque, non posso continuare”. Viene sostituito. Gli ultimi prigionieri prima di dare le spalle alla mitragliatrice gridano. “Viva la rivoluzione socialista, viva Allende”. Dal pozzo salgono lamenti, non sono tutti morti. Qualcuno si avvicina e spara dall’alto a chi si muove ancora. Una granata è lanciata sul fondo. Silenzio. Angela Nocioni 10 Settembre 2023

Il golpe in Cile. Allende e Dubcek: così russi e americani stroncarono l’idea del socialismo. Il tentativo di Allende durò quasi tre anni. Gli Americani decisero di stroncarlo nel ‘73. L’operazione-golpe fu guidata da Henry Kissinger, che oggi, compiuti i 100 anni, è presentato al mondo come illuminato e saggio liberale. Piero Sansonetti su L'Unità il 10 Settembre 2023

Il colpo di Stato in Cile – l’11 settembre di 50 anni fa – segnò la fine di un sogno. Dico meglio: di un progetto. Sul finire degli anni ‘60 iniziava a delinearsi nel mondo, con una certa nettezza, l’idea che il capitalismo e il comunismo, da soli, non fossero in grado di dare sviluppo alla nostra civiltà. Per ragioni diverse. L’esaltazione del profitto e della concorrenza – che era il cuore del capitalismo – portava come effetto collaterale un aumento insopportabile delle diseguaglianze. Viceversa l’esaltazione della uguaglianza, persino nelle sue forme meno corrotte, portava comunque ad un annullamento della libertà. Si delineava la competizione tra due modelli malati.

E proprio in questi frangenti, in due paesi molto lontani tra loro, la Cecoslovacchia e il Cile, nacquero due esperimenti simili e convergenti. La Cecoslovacchia, paese europeo governato da un regime comunista, avviò sotto la guida di uno straordinario intellettuale come Alexander Dubcek (che aveva conquistato la guida del partito) un processo di rapido e forte aumento delle libertà. Politiche e sociali. Il Cile, viceversa – paese capitalista sudamericano – iniziò un percorso di nazionalizzazioni e di ampliamento del welfare, difendendo ed esaltando la libertà. Il Cile era guidato anche lui da un vecchio intellettuale, Salvador Allende, che aveva vinto di misura le elezioni – sconfiggendo sia il centro democristiano sia la destra reazionaria – alla guida di una coalizione che comprendeva socialisti, comunisti e estrema sinistra.

Dubcek era salito al potere nel gennaio del 1968. Allende nell’autunno del 1970. L’esperimento di Dubcek fu stroncato dai carrarmati sovietici dopo pochi mesi: il 20 agosto le truppe del patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia imposero le dimissioni di Dubcek e del Presidente Svoboda (che aveva appoggiato la liberalizzazione) e insediarono un nuovo gruppo dirigente, guidato da Novotni, fedele a Mosca e al socialismo dittatoriale. I russi chiamarono questa invasione “fraterno intervento”. In effetti, per fortuna, sparsero poco sangue.

Il tentativo di Allende durò invece quasi tre anni. Gli Americani decisero di stroncarlo nel ‘73. L’operazione-golpe fu guidata da Henry Kissinger, che oggi, compiuti i 100 anni, è presentato al mondo come illuminato e saggio liberale. In realtà, dopo Mao Tse Tung, credo che Kissinger sia l’uomo responsabile del numero maggiore di vittime innocenti di tutto il dopoguerra. Una vera canaglia. Nell’occasione dei due golpe anti-socialisti gli americani, che tenevano la mano e guardavano le spalle a Pinochet, si mostrarono molto più feroci dei russi. Dubcek fu dapprima tenuto nel partito,privo di poteri, poi espulso e mandato a lavorare. Sopravvisse, e dopo l’89 tornò ad essere un personaggio di primo piano. Venne anche a Roma e accettò un invito a cena dell’Unità, che allora era diretta da Renzo Foa. Partecipai anch’io a quella cena e ne ho un grande ricordo. Poi morì nel ‘92 in un incidente stradale.

Cinquant’anni dopo l’orrore di Santiago, e 55 anni dopo Praga, è possibile riprendere quel progetto? Lo chiamo così, perché non credo che sia un sogno. A me sembra più che mai indispensabile. Molto realistico. Forse è l’unica via d’uscita dalla crisi del mondo e della democrazia. Il capitalismo, così com’è, e senza più competitori, non regge. Rischia di portare il pianeta al tracollo, come hanno denunciato persino 300 milionari che hanno firmato nei giorni scorsi un appello alla giustizia sociale. Il socialismo stalinista è morto e sepolto. Per fortuna. Le vecchie socialdemocrazie si sono arenate dopo la sconfitta del comunismo.

Possibile che la sinistra non sia in grado di ricostruire l’idea di un socialismo vasto, radicale, liberale, che imponga l’equità sociale senza sopprimere la libertà? Per favore, amici e compagni: torniamo a Dubcek, torniamo ad Allende. Magari, se preferite, torniamo anche a Piero Gobetti, che era italiano, e fu ucciso a bastonate dai fascisti. Piero Sansonetti 10 Settembre 2023

Il torturatore argentino Malatto continua a vivere impunito in un resort in Sicilia. Il tenente che durante il regime di Videla si è macchiato di crimini orrendi è rifugiato in Italia. Il suo Paese ne chiede l’estradizione. Ma il nostro non risponde e non lo processa. Elena Basso su L'Espresso il 14 Agosto 2023.

Maria ha appena partorito il suo decimo figlio. È il 15 marzo del 1977 e si trova in ospedale a San Juan, una provincia argentina. Le infermiere entrano nella stanza e le ordinano di andarsene: i militari sono appena arrivati in ospedale. Sono gli anni della feroce dittatura di Videla e Maria non può opporsi, se ne va lasciando lì suo figlio appena nato. Quando torna, i dottori le dicono che è morto, ma non le danno il corpo né un documento che lo certifichi.

Maria protesta, ma non può fare nulla: solo un anno prima suo marito, Florentino Arias, è stato sequestrato e fatto sparire dai militari. Il regime di Videla imprigiona, tortura e uccide chiunque si opponga alla dittatura, non risparmiando nemmeno i bambini: i militari in quegli anni rapiscono 500 figli di desaparecidos nascondendo la loro vera identità e crescendoli come se fossero propri. Fra loro anche il figlio di Maria e Florentino, ancora oggi desaparecido come il padre.

Per la loro scomparsa però i responsabili non sono da ricercare solo in Argentina: uno degli imputati per i due sequestri è l’ex tenente argentino Carlos Malatto, scappato nel nostro Paese nel 2011 per sfuggire al processo e da allora profugo in Italia.

In Argentina, durante gli anni della dittatura di Videla, iniziata il 24 marzo del 1976, sono stati almeno 30.000 i cittadini fatti sparire dai militari. Dal ritorno alla democrazia il Paese latinoamericano ha portato avanti un percorso pubblico di verità e giustizia per le vittime della dittatura che ha pochi eguali al mondo e oggi sono oltre 1.000 gli imputati condannati per i crimini compiuti durante il regime. Per evitare i processi, sono molti gli ex militari che hanno deciso di scappare all’estero e alcuni di loro sono fuggiti in Italia, Paese di cui hanno potuto facilmente ottenere la cittadinanza grazie agli avi di origine italiana. Carlos Malatto non è l’unico torturatore argentino che oggi risiede in Italia, ma il suo caso è al centro di scontri fra la giustizia italiana e quella argentina.

Nonostante i gravissimi crimini che gli sono imputati (omicidio plurimo aggravato, sparizione forzata, tortura, violenza sessuale), le richieste di estradizione presentate dalla giustizia argentina sono state rifiutate dai giudici italiani e, nonostante nel maggio del 2020 l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede abbia autorizzato l’istruzione di un processo in Italia contro l’ex tenente, ad oggi Malatto continua a vivere impunito in un resort siciliano.

Lo scorso 24 febbraio la deputata del Pd Lia Quartapelle e il deputato del Pd eletto in Argentina Fabio Porta, hanno presentato un’interrogazione in Commissione esteri sul caso Malatto invitando il governo a prendere provvedimenti con urgenza. «È importante che qualsiasi tipo di violazione dei diritti umani, indipendentemente da quando sia stata compiuta, venga perseguita - dichiara Lia Quartapelle a L’Espresso - Anche perché nel nostro Paese si è svolto il processo Condor, che è stato importantissimo e che è stato un esempio per la giustizia internazionale».

Il maxi-processo Condor ha riguardato i cittadini di origine italiana fatti sparire durante le dittature latinoamericane degli anni ’70 e che, nel luglio del 2021, ha portato alla condanna di 14 imputati, fra cui Jorge Nestor Troccoli, torturatore uruguaiano che era scappato in Italia nel 2007 e che ora è detenuto nel carcere di Salerno. «Il messaggio del processo Condor è stato chiaro: se hai compiuto quel tipo di crimini, non troverai impunità all’estero – continua Quartapelle - Quindi oggi la giustizia italiana dovrebbe essere coerente e dovrebbe estradare o processare in Italia tutti i torturatori latinoamericani che si nascondono nel nostro Paese».

A San Juan, durante gli anni della dittatura, sono stati fatti sparire più di 100 cittadini e a guidare il gruppo che realizzava i sequestri, le torture e gli omicidi era proprio Malatto. La squadra dell’ex tenente argentino, come testimoniato dai sopravvissuti durante i processi, si è distinta per la crudeltà delle sevizie inflitte ai prigionieri e per la minuziosità con cui sono stati fatti sparire i cadaveri: fino ad oggi non è stato possibile ritrovare il corpo di nessuno degli oltre 100 prigionieri sequestrati, nemmeno quello di Florentino Arias.

Padre di 9 figli, Arias aveva 42 anni al momento del sequestro, lavorava all’università pubblica di San Juan come tipografo ed era un militante peronista. Sua figlia Viviana aveva 9 anni quando è stato fatto scomparire e oggi chiede giustizia per il padre e il fratellino rapito: «Non abbiamo mai trovato il corpo di mio padre, sono passati più di 40 anni e io non so nemmeno cosa gli sia accaduto. Ho bisogno che venga fatta giustizia, ma anche che i militari come Malatto mi dicano dove sia il corpo di mio padre, come sia morto e cosa sia successo a mio fratello. Per questo è necessario che venga estradato o che sia imputato in un processo in Italia. Non è importante solo la condanna: devono dirci dove sono i nostri cari».

Carlos Malatto, dal 2018, risiede in un resort di lusso a Portorosa, in provincia di Messina, ma prima ha vissuto in altre regioni italiane in cui ha sempre ricevuto aiuto, soprattutto da enti religiosi: prima ospitato nella parrocchia di Cornigliano (in provincia di Genova) e poi a L’Aquila presso l’istituto delle Serve di Maria Riparatrici. «Tutti gli italiani - afferma Viviana Arias, 55 anni - devono sapere che da anni una persona che ha violentato, torturato e ucciso decine di persone vive tranquillamente nel loro Paese».

In Argentina negli abissi dell’Esma, la scuola dove si torturava e sterminava. Sara Gandolfi su Il Corriere della Sera giovedì 23 novembre 2023.

Nel centro militare clandestino dove furono sequestrati oltre 5.000 oppositori della dittatura. Se ne salvarono meno di 200. Oggi è un Museo della Memoria che la vice di Milei vuole chiudere

Una visita all’Esma, la famigerata ex Escuela de Mecanica de la Armada di Buenos Aires, è come un viaggio negli abissi dell’animo umano. Fu il più grande centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio della dittatura militare (1976-1983). Da qui passarono oltre 5.000 oppositori del regime, donne e uomini, quasi tutti sequestrati illegalmente. Ne uscirono vivi meno di 200. Tra i prigionieri, almeno 30 donne incinte, molte delle quali non riuscirono neppure a vedere o toccare i propri figli neonati, subito trafugati per essere portati altrove.

La futura vice-presidente dell’Argentina, Victoria Villarruel, figlia e nipote di militari implicati nella repressione degli anni Settanta, sostiene che il numero ufficiale di 30.000 desaparecidos— i sequestrati che non sono mai più stati riconsegnati, vivi o morti, alle famiglie — è esagerato e che comunque erano perlopiù terroristi. In campagna elettorale, ha proposto di requisire i terreni e gli edifici dell’Esma, per ridarli alla proprietà o riginaria, che possiede scuole private nella capitale.

Camminare oggi in quello spazio di 17 ettari, che ospita l’Archivio nazionale della memoria, o nelle tetre mansarde del “Casino de Oficiales — ribattezzate “La Capuchita” —, dove i prigionieri politici marcivano per mesi prima di essere uccisi , spesso gettati vivi in mare dagli aerei, fa ancora rabbrividire. Nel Museo Sitio de la Memoria vagano scolaresche che ascoltano attente e un po’ stupite gli orrori di un passato così vicino. In Argentina ci sono un migliaio di ex centri di detenzione clandestina. Ma questo è senz’altro il più importante e il più simbolico.

Nelle sale ci sono grandi cartelli che spiegano l’orrore. Come quello sui “traslados”: «Era l’eufemismo che usavano i soldati per riferirsi alla sparizione definitiva dei detenuti, che si consumava con l’assassinio, e l’occultamento del crimine e del corpo. Alla Esma, la principale forma di sterminio consisteva in gettare i prigionieri, vivi e addormentati, in mare. Questa metodologia fu conosciuta in seguito come “voli della morte”».

«Villarruel non è una revisionista, è una negazionista. Nega fatti provati, basati su testimonianze di sopravvissuti e sentenze giudiziarie», dice Nicolas Rapetti, capo di gabinetto della Segreteria per i diritti umani. «Javier Milei dice che fu una guerra e ci furono eccessi come in tutte le guerre. Sono le stesse parole usate dal capo della Marina, Emilio Eduardo Massera, nel giudizio contro la giunta del 1985 (processo raccontato in modo straordinario nel film di Santiago Mitre «1985», visibile su Prime Video). Non riusciranno a smantellare un luogo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità».

L’ex presidente Nestor Kirchner decise di affidare tutto il sito della Esma alle organizzazione dei diritti umani che oggi hanno trasformato i locali in spazi educativi, centri culturali, scuole di musica, concerti ed esposizioni di arte o di teatro. Imperdibile il «percorso dell’identità», creato nella sede delle Abuelas de Plaza de Mayo, quelle anziane e instancabili nonne con i fazzoletti bianchi che, dopo aver perso la speranza di ritrovare vivi i propri figli, hanno iniziato una disperata ricerca dei nipoti, sottratti alle madri detenute, quasi sempre subito dopo il parto, e poi dati in affidamento ad altre famiglie, spesso di militari. Ci sono le foto delle mamme e dei papà desaparecidos, volti giovani e sorridenti prima della tragedia, e nei casi più fortunati le foto delle nonne dopo il ritrovamento dei nipoti.

Su delle cartoline, sfilano le testimonianze dei bambini, ritrovati quando erano ormai grandi. «In un certo senso era come nel film The Truman Show. C’era una specie di patto del silenzio nel quartiere, nella famiglia. Tutti sapevano tranne io», dice Gabriel Cevasco. «Non mostravamo interesse nel conoscere le nostre radici, perché avevamo paura di perdere i nostri sequestratori, che erano la unica famiglia che conoscevamo», dicono Gonzalo e Matias Reggiardo Tolosa. «Passò molto tempo prima che riuscissi a riconoscermi nel volto dei miei genitori uccisi», dice Elena Gallinari Abinet. «Nessuno di noi si è mai lamentato di aver saputo la verità», conclude Paula Logares.

Una “memoria” oggi a rischio. Durante la presidenza del conservatore Mauricio Macri (2015-2019), il suo governo aveva cominciato a relativizzare quel drammatico periodo storico. «Non aveva una posizione così estrema come quella di Milei rispetto alla dittatura, ma già nel 2016 Macri cominciò a mettere in dubbio o a banalizzare la cifra dei 30.0000 desaparecidos e quanto avvenne durante la dittatura, oltre a screditare gli organismi per i diritti umani — dice Rapetti —. Ora Villarruel sposa addirittura l’ideologia “negazionista” della Casta militare. Da molti anni è avvocato di diversi ufficiali sotto inchiesta o in carcere. Sostiene che se si condannano i militari bisogna processare per reati di lesa umanità anche coloro che facevano parte delle organizzazioni armate che combattevano il regime. Tornano in auge temi che noi difensori dei diritti umani speravamo di non tonare mai più a discutere». V

Molti temono un colpo di mano come quello avvenuto nel 2017 durante il governo Macri. L’anno prima, l’allora presidente nominò con decreto due giudici reazionari alla Corte Suprema, Carlos Rosenkrantz e Horacio Rosatti, che applicarono la controversa legge del “2x1” ( metteva in libertà chi aveva scontato almeno due terzi della condanna) al caso del genocida Luis Muiña, incarcerato per crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura militare. Immediatamente, decine di altri detenuti ex militari chiesero una revisione della pena carceraria. Una massiccia mobilitazione sociale, al grido di Nunca más (mai più)e le dure critiche delle organizzazioni internazionali spinsero la Camera dei deputati a emanare una legge che vietò l’applicazione del 2x1 (poi abolito) a condannati per crimini contro l’umanità.

«C’è molto consenso popolare su questo tema. Non credo che quel 55% delle persone che hanno votato Milei sia d’accordo nel gettare vive in mare le persone, dopo gli stupri, le torture e tutto il resto. E nemmeno sulla proposta di cambiare destinazione all’Esma  — continua Repetti —. Anche perché ormai non è interessata alla sua conservazione solo l’Argentina, o parte di essa, ma la comunità internazionale. È impossibile che un nuovo governo riesca a distruggere un luogo che l’Unesco protegge. Villarruel provoca, lei sì che senza dubbio libererebbe tutti i genocidi e chiuderebbe questo Spazio della Memoria. Ma la società è molto reattiva. Non avverrà».

Dal 1985 sono stati condannati per delitti di «lesa umanità» 1.200 militari. attualmente sono aperti 18 processi in 8 province argentine. Rapetti ha visitato anche l’Italia per chiedere l’estradizione di alcuni repressori che qui hanno trovato rifugio, come l’ex cappellano militare Franco Reverberi Boschi. La Corte di Cassazione italiana, in ottobre, ha accolto le argomentazioni dello Stato argentino e respinto il ricorso contro l’estradizione presentato dalla difesa del sacerdote. Il ministro della Giustizia italiano, Carlo Nordio, deve ora consegnarlo alle autorità argentine. Reverberi Boschi è indagato per atti commessi nel Centro di Detenzione Clandestino “La Departamental”. Fuggì in Italia nel 2011, quando a Mendoza si tenne il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti cominciarono a mettere in luce le sue responsabilità. Per ulteriori informazioni, qui il sito Juicios de Lesa Humanidad.

(ANSA lunedì 4 dicembre 2023) - Ha generato molte polemiche in Argentina la designazione, alla fine della settimana, da parte del presidente eletto Javier Milei, di Rodolfo Barra, una personalità con un passato di simpatie neo-nazi, quale capo dell'Avvocatura dello Stato del nuovo governo. La carriera ai vertici della politica e della giustizia argentina risale agli anni '90 quando con la presidenza di Carlos Menem fu prima membro della Corte suprema, e poi ministro della Giustizia fra il 1994 e il 1996, quando fu costretto alle dimissioni dopo essere stato denunciato come membro del movimento Tacuara di simpatie neo-naziste. 

"Sì, sono stato nazista, e me ne pento", disse all'epoca, ma a causa del problema, negli anni successivi Barra assunse solo responsabilità varie nel settore privato, operando fra l'altro come consulente della compagnia Aeropuertos Argentina 2000, controllata da Eduardo Eurnekian. A sorpresa venerdì scorso Milei ha confermato di avergli assegnato l'incarico di titolare dell'Avvocatura dello Stato, decisione che ha generato l'immediata reazione del forum argentino contro l'antisemitismo (Faca) e della delegazione delle associazioni israelite argentine (Daia).

La rilevanza del tema si è estesa infine a livello internazionale, al punto che una denuncia della designazione è apparsa anche sul quotidiano israeliano Haaretz che oggi ha titolato: 'Milei in Argentina ha designato un ex neo-nazista quale capo del massimo ufficio legale nazionale'.

Estratto dell’articolo di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina per corriere.it lunedì 4 dicembre 2023.

Il prossimo 10 dicembre, in Argentina, comincia la presidenza di Javier Milei. Chi è Milei? Suo padre era un autista di autobus, sua madre casalinga. Dopo un’infanzia difficile, si laurea in economia, consegue due master e inizia a lavorare in società finanziarie, ma diventa noto per le sue rissose apparizioni in tv. 

[…] Il 19 novembre scorso ha convinto gli elettori offrendo un drastico ridimensionamento dello Stato «il male assoluto», guidato «da una casta di parassiti». 

Ecco il suo programma: cancellazione di 11 ministeri; abolizione della Banca Centrale; vendita delle principali aziende di Stato, come la società petrolifera Ypg o l’istituto di credito Grupo Financiero Galicia; privatizzazione della sanità e della scuola; nessuna misura per contrastare il climate change; via i vincoli al possesso di armi; abolizione della legge sull’aborto; liberalizzazione delle adozioni e del «mercato degli organi umani», visto che «uomini e donne sono proprietari innanzitutto del proprio corpo». Infine la riforma bandiera: sostituzione del peso con il dollaro americano. 

Pur lavorando si diventa poveri

Nel ballottaggio, Milei ha conquistato il 55% dei consensi, battendo l’ex ministro dell’economia, il peronista Sergio Massa. Tuttavia potrà contare solo su 39 seggi sui 257 totali della Camera e sette sui 72 del Senato. Sarà, dunque, un presidente senza maggioranza parlamentare. 

Potrà fare solo alcune cose per decreto, come ridurre il numero dei ministeri, ma per il resto dovrà trattare con i moderati di Insieme per il cambiamento, guidato dall’ex presidente Mauricio Macri e dalla candidata alle elezioni Patricia Bullrich. Certo, il presidente, soprannominato «el loco» (il matto) fin da ragazzo, potrebbe procedere a colpi di referendum. Ma non è detto che riesca a spuntarla su temi sensibili come l’aborto, la vendita di organi, o il climate change.

Il Paese sembra incamminato verso il decimo default finanziario della sua storia. Soffocato dalla stagflazione, cioè la diminuzione della ricchezza prodotta (-2,5% la stima per la fine del 2023), combinata con una furiosa inflazione, oggi al 143% e che, secondo le previsioni, potrebbe toccare il 200% alla fine dell’anno. Il tasso di disoccupazione è alto (6,6%), ma non drammatico. Ciò significa che una larga fascia di argentini si impoverisce, pur lavorando.

Circa il 40% della popolazione, 18,3 milioni su 45, vive sotto la soglia della povertà, l’equivalente di 750 euro per una coppia con due figli minorenni; il 9,3% degli abitanti non ha neanche i soldi per mangiare. 

L’altro tema chiave è il dissesto delle finanze statali. Il debito pubblico ammonta a 419 miliardi di dollari, pari all’85% sul prodotto interno lordo, un peso sostenibile se non fosse che oltre la metà è in mani straniere. Vanno conteggiati i 44 miliardi di dollari prestati dal Fondo monetario internazionale e altre decine di miliardi in titoli e obbligazioni sottoscritte dai grandi fondi americani, da BlackRock a Gramercy Funds Management. 

Il tasso di interesse è arrivato alla strabiliante percentuale del 145%, nel tentativo di raffreddare l’inflazione e attirare altri sottoscrittori per i titoli di Stato. Non sta funzionando. […] 

Sostituzione del Peso col Dollaro

Per il neopresidente la via d’uscita è in una soluzione shock: buttare via la moneta locale, chiudere la Banca centrale e ricominciare usando solo dollari. Molti economisti, in Argentina e altrove, hanno subito avvertito: attenzione, ciò significa rinunciare alla politica monetaria, appaltandola alla Federal Reserve americana. 

Per cominciare sarebbe Washington a fissare il tasso di interesse anche per Buenos Aires. Le autorità argentine, inoltre, non potrebbero più manovrare il tasso di cambio con le altre monete: per esempio non sarebbe più possibile svalutare per favorire le esportazioni. Infine perderebbero l’opportunità di stampare altre banconote, immettendo liquidità nel sistema per alimentare la domanda di beni e servizi.

Sono tutte obiezioni convincenti per uno Stato con i conti in ordine: valgono anche per l’Argentina di oggi? Le imprese, di fatto, già esportano e importano con altre valute: dollaro, ma anche yuan cinese. La moneta americana è scambiata in nero a un valore 3-4 volte superiore rispetto a quello ufficiale. Se la «dollarizzazione» riuscisse a mettere in sicurezza stipendi e pensioni, a rilanciare i consumi, a riportare un po’ di ordine nei conti pubblici, allora in pochi rimpiangerebbero il peso, la moneta locale. 

I precedenti di Panama, Equador, Salvador

Ci sono alcuni precedenti: Panama ha adottato il biglietto verde già nel 1904, l’Ecuador nel 2000 ed El Salvador nel 2001. A Panama è andata bene: lo Stato del Canale ha beneficiato di una crescita economica costante, integrandosi nel circuito americano. Le economie delle altre due nazioni, invece, sono rimaste fragili e i loro bilanci pubblici oggi rischiano la bancarotta. […] 

Alla corte di Joe Biden

Il primo problema dell’Argentina è che lo Stato non ha abbastanza dollari per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni. La Banca centrale non possiede valuta americana nelle sue riserve. Da dove potrebbero arrivare i dollari necessari per trasformare l’economia argentina? Un canale potrebbe essere il commercio con gli Stati Uniti. Ma per gli argentini la bilancia dei pagamenti con gli Usa (export meno import di beni e servizi) è in deficit di 9,9 miliardi. Escono molti più dollari di quanto ne entrino nel Paese. 

Milei ha già bussato alla porta del Fondo monetario internazionale, ma prima di erogare altre risorse vorrà verificare se davvero ci saranno le riforme, in particolare il taglio del 15% della spesa pubblica. E comunque i dollari del Fmi non basteranno.

E allora? Milei spera di contare sull’appoggio politico ed economico della Casa Bianca: nei giorni scorsi è volato a Washington per incontrare alcuni funzionari del Tesoro e soprattutto il capo della sicurezza nazionale Jake Sullivan, stretto collaboratore di Joe Biden. I due hanno discusso di come rafforzare il rapporto tra i rispettivi Paesi. Tutto ciò si tradurrà in una specie di Piano Marshall per l’Argentina? 

È difficile immaginare che Joe Biden, alle prese con Ucraina e Gaza, possa chiedere al Congresso di stanziare fondi per Buenos Aires. Nel caso di un ritorno di Donald Trump ci sarà certamente una buona intesa (i due simpatizzano), ma gli aiuti finanziari ad altri Stati non fanno parte della dottrina trumpiana. 

È più probabile invece che la finanza e l’industria statunitensi decidano di acquistare (magari facendo pure il prezzo) le aziende di Stato che Milei vuole privatizzare. I settori sono quelli strategici: telecomunicazioni, energia, banche, media e, come vedremo, c’è dentro la partita cruciale delle grandi miniere di litio. 

Saltano i piani del Brasile

In campagna elettorale ha ripetuto che il primo gennaio 2024 l’Argentina non entrerà, insieme con altri cinque Paesi, nel gruppo dei Brics formato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Il motivo è che uno degli obiettivi dei Brics è proprio quello di contrastare il primato del dollaro a livello mondiale, usando altre monete per i commerci e per le riserve delle banche centrali. Xi Jinping spinge per lo yuan. 

Milei che vuole aggrapparsi al dollaro e agli Usa scombina i piani di almeno due Paesi: quelli del presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, che suggerisce di utilizzare le proprie valute almeno negli scambi tra i Paesi del Brics. E di scambi fra Brasile a Argentina ne corrono parecchi: il Brasile assorbe il 14,3% delle esportazioni argentine (dati Comtrade 2022). 

 […] Milei potrebbe spingere per un avvicinamento verso Washington. Lula, per altro, presiederà il G20 nel 2024 e il Gruppo dei Brics nel 2025. Due occasioni per guidare l’affrancamento del «grande Sud» dall’influenza americana. Forse Milei non sarà a bordo, ma lo vedremo alla prova dei fatti. 

Un freno alle mire cinesi sul Sud America

La mossa del «loco» è indigesta anche per la Cina, che punta ad estendere la sua influenza sul Sudamerica. Pechino è un cliente vitale per l’economia argentina. Nel 2022 ha acquistato il 92% della produzione di soia e il 57% della carne. Inoltre il governo cinese ha già concesso all’Argentina prestiti per 18 miliardi di dollari. 

 Ma la partita più importante è quella sul litio, la materia prima fondamentale per le batterie delle auto elettriche, di accumulo delle energie rinnovabili, e per tutti gli apparecchi elettronici. L’Argentina, con Cile e Bolivia, detiene immense riserve del minerale e finora non del tutto sfruttate. […] 

Nell’area argentina dell’altopiano andino sono già attive diverse aziende cinesi, fra cui la Ganfeng Lithium e la Tsingshan Holding Group. Una collaborazione chiaramente sgradita agli Stati Uniti, che pure sono presenti nei campi minerari argentini con la società Livent Corporation. Ora è lecito chiedersi fino a che punto Milei frenerà i cinesi e favorirà gli americani nella corsa al litio. La partita, dove la Ue non tocca palla, è solo all’inizio.

L'ATTACCO AL VATICANO. Javier Milei fa pelo e contropelo a Papa Francesco: “È un comunista”. L’intervista del neo-presidente argentino e le parole contro il pontefice: “Ha affinità con dittatori assassini”. Nicolaporro.it il 4 Dicembre 2023

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervista rilasciata dal neo-presidente argentino, Javier Milei, a Tucker Carlson. Molto dure le parole su Papa Francesco.

Penso che lei sia un cattolico, come ha detto, e che difende il principio di vita cattolica. Il Papa attuale è argentino. Il pontefice l’ha criticata e lei lo ha definito “un comunista”. Perché?

Francesco “è un papa che ha una forte ingerenza politica. Ha dimostrato, inoltre, una grande affinità con i dittatori come Castro o Maduro”.

Aspetti: lei crede che il Papa abbia affinità con Raul Castro?

“Sì, ha affinità con i comunisti assassini. In effetti non li condanna. Cioè, è abbastanza accondiscendente con loro. Ed è anche accondiscendente con la dittatura venezuelana. Cioè, è accondiscendente con tutti gli assassini, anche quando sono veri criminali. Questo è un problema. Ma è anche una persona che considera la giustizia sociale un elemento centrale della sua visione.  E “giustizia sociale” significa rubare il frutto del suo lavoro ad una persona e darlo ad un’altra. Quindi implica due cose. La prima è una rapina, e la rapina è contraria ai dieci comandamenti. Cioè, avvallare la giustizia sociale significa avvallare un furto. L’altro problema è che si tratta di un trattamento diseguale davanti alla legge. E non mi sembra che sia giusto che alcuni siano premiati e altri siano castigati da una posizione di potere come quella dello Stato, che ha il monopolio della violenza”.

(…)

Lei prega per avere saggezza e guida?

“Beh, mi sembra che ci sia molta gente che prega per me. Mi fa molto felice che tante persone, per esempio, vanno al muro del pianto, in Israele, a pregare per me. Quindi, mi sento bene. Ma, a parte questo, sono convinto di ciò che sto facendo. La vita senza libertà non ha motivo di essere vissuta. In un certo momento mi hanno chiesto se sono disposto a dare la mia vita per la libertà. E io sono disposto a darla. E cerco di essere testimone di questo stile di vita: vivere in libertà. La schiavitù mi sembra qualcosa di orribile. E io vorrei dare a questa battaglia per la libertà tutto ciò che devo dare, con le conseguenze che ci saranno. Perché fare la cosa giusta non si negozia. Quello che voglio che sia chiaro è che i socialisti hanno le mani sporche di sangue…”

Sta dicendo che i socialisti hanno le mani sporche di sangue perché credono di essere Dio?

“Loro credono di essere Dio. Sono eretici. Nel suo ultimo libro, Hayek l’ha definita “la presunzione fatale”. In un altro articolo, in cui Hayek ha dato una forma più scientifica e profonda dell’idea della mano invisibile di Adam Smith, afferma che per poter applicare il socialismo è necessario che le persone siano onniscienti, onnipresenti e onnipotenti. Cioè, credano di essere Dio. E vi racconterò qualcosa: io non sono Dio. E vi dirò qualcosa di peggio: i politici sono così miserabili e inquietanti, specialmente quelli di sinistra, che sono al di sotto della popolazione media. Chi pretende di essere al pari della popolazione media? Solo quello che ne sta sotto. L’omicidio è un peccato capitale e da esso non può venire niente di buono. Niente di buono può venire dagli omicidi. Niente di buono può venire dai furti. Quindi, tornando a Papa Francesco: perché difende un’agenda che difende l’omicidio, il furto e l’invidia? È strano, no?”

Quindi, perché lo fa?

“Penso che dovrebbe rispondere lui. Perché, alla luce del dibattito, a luce dell’evidenza empirica, è lui che deve dare le spiegazioni sul perché difende un’organizzazione economica che conduce alla povertà, alla miseria, alla violenza, alla decadenza e che, se la lasciassero prosperare, distruggerebbe il mondo. Lo spiegherà lui. Io non sono un socialista. Io sono liberale, un libertario”.

Argentina, Milei ha giurato. «Non ci sono soldi, uno choc sarà inevitabile». Sara Gandolfi su Il Corriere della Sera domenica 10 dicembre 2023.

Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina: e ha chiarito immediatamente che «dovrò prendere tutte le decisioni che si renderanno necessarie, anche se l’inizio sarà duro, e nel breve termine le cose peggioreranno». Kirchner lascia tra gli insulti

«Non ci sono soldi. I peronisti hanno lasciato in eredità un’inflazione che tende al 15.000% annuo. Non c’è alternativa allo shock». Demolendo ogni tradizione, Javier Milei si è insediato ieri alla presidenza dell’Argentina promettendo lacrime e sangue. Ma, sul lungo periodo, un futuro radioso: «Inizia una nuova era in Argentina, un’era di pace e prosperità, di crescita e sviluppo». Nessun invito all’unità nazionale dopo il voto che ha spaccato il Paese, eleggendolo con il 56% al ballottaggio del 19 novembre.

Il «leone» Milei ha imitato gli «inauguration day» degli Stati Uniti e, per la prima volta nella storia della giovane democrazia argentina, che proprio ieri compiva 40 anni, ha tenuto il suo primo discorso da presidente sulla scalinata del Congresso davanti a migliaia di persone armate di bandiere biancazzurre e magliette della squadra nazionale. Insieme, hanno urlato «Viva la libertad, carajo!». È lo slogan della vittoria di un outsider che ha conquistato in pochi mesi la guida di un Paese devastato dalla crisi economica. Per voltare pagina, gli argentini hanno scommesso su di lui, economista «anarco-capitalista» cresciuto nei talk show. Milei li premia con parole forti: «Come la caduta del muro di Berlino ha segnato la fine di un periodo tragico per il mondo, queste elezioni hanno segnato il punto di svolta della nostra storia».

In che modo riuscirà a far quadrare i conti e a privatizzare l’economia senza lasciare sul lastrico i milioni di argentini che vivono di impiego pubblico o di sussidi è ancora un mistero. Lui per primo ammette che la sua ricetta ultraliberista farà delle vittime: «Lo shock naturalmente avrà un impatto negativo sull’occupazione, sui salari reali, sul numero dei poveri e degli indigenti. Ci sarà la stagflazione».

Poi, aggiunge, «verrà la luce alla fine della strada». Finita la cerimonia, accompagnato dalla fedelissima sorella Karina, si è trasferito al palazzo presidenziale, la Casa Rosada, dove ha ricevuto gli ospiti internazionali, tra cui re Felipe VI di Spagna, il presidente ucraino Volodymir Zelenski, il primo ministro ungherese Viktor Orbán, l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il leader spagnolo di Vox, Santiago Abascal.

L’esuberante Milei ha rotto un’ultima tradizione: dalla fine della dittatura i presidenti argentini si passavano un bastone realizzato dallo storico orafo Juan Carlos Pallarols. Quello che Milei ha sfoderato ieri al Congresso, «tra l’eccitato e il nervoso» scrive il quotidiano Clarin, aveva invece scolpite le teste di cinque cani, «i miei bambini a quattro zampe»: alias Conan, Murray, Milton, Robert e Lucas.

Molto meno romantica l’uscita di scena della ex presidente peronista Cristina Kirchner. Insultata dalla folla, ha risposto con un gesto poco signorile della mano destra. Anche così finisce un’era.

Luis Moreno Ocampo: «Democrazia in crisi, ma Milei non è Trump. Dovrà fare alleanze». Virginia Nesi su Il Corriere della Sera domenica 10 dicembre 2023.

Intervista al procuratore aggiunto nel maxi processo dell’85 alla dittatura: «Vediamo se il nuovo presidente dell’Argentina sarà abile a gestire il potere come lo è stato a farsi eleggere»

Dieci dicembre 2023. Nello stesso giorno in cui Javier Milei assume la carica di presidente dell’Argentina, 40 anni fa, Raúl Alfonsín, dopo l’epoca cruenta della dittatura militare (1976-1983) si insediava alla presidenza della Nazione. Alfonsín, il padre della democrazia con gli slogan quasi liturgici: «Con la democrazia si mangia, si cura e si educa». Milei, il vincitore con la motosega, che promette l’arrivo dell’«esplosione». «Vediamo se quest’uomo sarà abile a gestire il potere come lo è stato a farsi eleggere», dice Luis Moreno Ocampo. Il procuratore aggiunto nel maxi processo alla giunta militare del 1985 e primo procuratore capo alla Corte penale internazionale resta cauto: «Milei funzionerà? Mistero. Ha vinto con il 56 per cento dei voti, denunciando la casta politica e ora dovrà fare alleanze per governare».

È finito il peronismo?

«Mai! I peronisti controllano una parte del Congresso».

Milei nega decine di desaparecidos.

No, no, nessuno si mette contro il processo alla giunta. Non c’è una documentazione esatta sul numero di morti. L’allora procuratore Julio Strassera disse nella sua dichiarazione finale: che siano 5,10,15,30 mila desaparecidos sono sempre crimini contro l’umanità. Milei non è né Berlusconi, né Trump, né Bolsonaro, è diverso».

Si spieghi meglio.

«Berlusconi era un imprenditore, anche Trump lo è. Tutti e due sono stati indagati. Bolsonaro, un militare. Milei invece è un economista libertario, sa di economia».

La democrazia è a rischio?

«In tutto il mondo è in crisi. Con le nuove tecnologie c’è molta più frammentazione delle opinioni sulla politica. I conflitti stanno aumentando perché non abbiamo un sistema di ordine globale».

Quindi?

«Trionfa chi diventa più tribale. Chi vuole prendersi cura della gente della sua stessa tribù, del suo stesso gruppo. I leader di destra stanno vincendo per questo in Europa. Il mondo, e Gaza è l’ultimo esempio, si sta avvicinando verso l’Argentina 1976. I sospettati sono trattati come nemici. Invece dobbiamo andare verso l’Argentina democratica 1985: punire i criminali con un processo giusto».

Che cosa non scorda di quel processo?

«Ascoltavamo le tragedie che le persone raccontavano. Ragazzi adolescenti torturati, donne stuprate. Nel 1985 è partita l’udienza pubblica. Le vittime si sono sentite riconosciute per la prima volta ed è stata una cosa meravigliosa, la più bella che abbia visto. La gente poi ha cambiato punto di vista».

Sua madre, per esempio.

«Mamma andava a messa nella stessa chiesa di Videla (il più noto dei generali golpisti ndr). Lo vedeva come suo padre che era un generale. Quando le raccontavo su cosa stavo indagando, non mi credeva. Poi il giorno dopo la prima testimonianza, quella di Adriana Calvo de Laborde, mi chiamò: “Voglio ancora bene a Videla ma tu hai ragione, lui deve essere arrestato».

Suo zio andò poi a trovare Videla in carcere.

«Zio era un colonnello ormai in pensione, non aveva niente a che vedere con la repressione, lo amavo. Si sentì tradito. Disse a Videla: “Generale, Moreno Ocampo è mio nipote, io non lo posso fermare, l’unica cosa che posso fare è prometterle che non gli parlerò mai più in vita mia».

Che cosa l’ha spinta ad accettare l’incarico a 32 anni?

«Mi è sembrata la cosa più affascinante del mondo. Non avevo paura, ma ogni giorno, prima di salire in macchina, aprivo la portiera, giravo le chiavi, avviavo il motore e mi assicuravo che non ci fossero bombe. Avevo sentito dire che in questo modo gli effetti sarebbero stati meno forti».

Ci può essere un’Argentina 1985-bis?

«Non lo so, la questione è: come si gestisce la sicurezza? Uccidendo i nemici o processando i criminali? Questo dilemma riguarda il mondo, in questo momento c’è il rischio di genocidio in sei Paesi. Hamas ne ha commesso uno contro gli israeliani. Ma la risposta di Israele avrebbe dovuto essere più attenta ai civili: non si possono ammazzare tutti i palestinesi per uccidere gli uomini di Hamas».

Come si diffonde allora la pace?

«Le università non lo insegnano. La Corte penale internazionale non ha un sistema politico che aiuti a prevenire. Bisogna innovare le istituzioni, creare nuovi modelli contro la violenza e il cambiamento climatico. Gli Stati nazionali non possono risolvere da soli i problemi globali».

Milei, il Trump d’Argentina. Lo Stato sudamericano con il suo nuovo presidente si appresta a diventare un Paese nazional complottista che vede nella democrazia soltanto corruzione e furti. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 21 Novembre 2023

Lui ha messo le mani avanti e non da ieri “se domenica, domani, non fossi eletto allora vorrebbe dire che la più grande frode elettorale ha strappato alla nazione Argentina il suo vero presidente”. Si chiama Javier Milei e si è già presentato alle elezioni primarie raccogliendo il 55%, tanto che il suo antagonista di sinistra, Sergio Massa, ha già ammesso di aver perso.

Domenica finirà lo spoglio del ballottaggio e il risultato appare scontato, ma Milei – alla maniera di Trump e poi di Bolsonaro in Brasile – fa continuamente riferimento a forze oscure che rubano centinaia di migliaia di schede.

Il profilo

È un cinquantenne definito come un campione dell’estrema destra ma il suo programma non corrisponde esattamente agli standard che usiamo in Europa. Semmai somiglia a Donald Trump, che lo appoggia con entusiasmo e all’ex Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Negli Stati Uniti c’è molta preoccupazione in campo democratico perché una vittoria di Milei in Argentina rafforzerebbe la posizione di Trump con cui l’argentino condivide molte idee. La più clamorosa è quella di chiudere la Banca d’Argentina e mandare al macero il Peso arruolando il dollaro americano come moneta nazionale, operazione è già tentata in Argentina, perennemente tartassato da un’inflazione che cambia i prezzi della vita quotidiana ogni giorno: “Se il dollaro sarà anche la nostra moneta vivremo con la stessa stabilità americana”. La sua posizione è secondo il lessico americano “libertario capitalista”. Una sua collaboratrice spiega in televisione: “Gli argentini pensano che il denaro cresca sugli alberi e credono che possa essere soltanto rubato, sequestrato e dato ad altri”.

Milei, hombre fuerte

Le folle dei suoi sostenitori – secondo la stampa argentina e quella americana che segue con apprensione la parabola di Milei – sono in parte convinte delle sue idee, ma per lo più sperano che finalmente un hombre fuerte possa mettere ordine in un Paese che da decenni soffre perché vanta un passato molto lontano in cui l’Argentina era uno dei Paesi più ricchi e prestigiosi del mondo. Ma l’avventura del dittatore populista Juan Domingo Peron negli anni cinquanta e sessanta con i suoi “descamisados” per metà fascisti e per metà rivoluzionari ha lasciato una traccia di terrorismo quello dei Tupamaros, e la memoria di un modo di governare spettacolare come quello della sua vedova Evita Peron che regalava case e terreni a chiunque. E poi l’Argentina è stata piegata dalla dittatura della giunta guidata dal generale Videla, ancora più feroce di quella cilena dal generale Augusto Pinochet. Fu la piaga dei desaparecidos, giovani che scomparivano, facendoli precipitare in aereo nell’oceano o nel Rio de la Plata. Le madri degli scomparsi raccolte con le candele accese in Plaza de Mayo sono un ricordo ancora terribile e vivo. L’Argentina fu liberata dai suoi aguzzini quando i generali sfidarono l’Inghilterra della Thatcher invadendo le isole oceaniche inglesi abitate da inglesi e chiamate Falkland, e che gli argentini hanno sempre considerato loro chiamandole Malvinas.

La formula

Fu una guerra di mare breve e brutale in cui gli argentini colarono a picco con l’incrociatore Belgrano o fuggirono in massa. La disfatta, come era accaduto alla giunta greca di Papadopulos nel 1973 dopo un breve e perdente scontro con la Turchia, cadde e l’Argentina recuperò una democrazia ormai dilaniata e poco amata, mentre l’economia andava a rotoli con tempeste d’inflazione che rendevano un incubo la vita comica degli argentini. Da allora populisti visionari, comunisti rivoluzionari, nostalgici di Peron e del fascismo (l’Argentina, abitata da discendenti di italiani per circa la metà, fu il rifugio di tutti i gerarchi fascisti e nazisti sfuggiti ai processi e fu anche il rifugio del pianificatore dei campi di sterminio Adolf Eichmann rapito dai servizi segreti israeliani che lo sottoposero a un lungo processo concluso con la sua impiccagione, l’unica esecuzione giudiziaria dello Stato di Israele). L’Argentina da decenni è alla ricerca di una formula magica che la riporti al suo passato di grande potenza economica e commerciale.

Javier Milei è considerato d’estrema destra per la sua politica fondata sui complotti, sulla famelicità e dei politici che rubano tutto il denaro cresciuto sugli alberi. Lui stesso chiama a testimoni Trump e Bolsonaro i quali gli rispondono con festosa solidarietà, sicché l’Argentina di Milei si appresta a diventare un Paese nazional complottista che vede nella democrazia soltanto corruzione e furti. Da due mesi Milei grida ai quattro venti che le elezioni che ha vinto sono state comunque truccate perché sarebbero sparite centinaia di migliaia di suoi voti. È stato un personaggio televisivo importante, esattamente come Trump e ha fondato la sua politica sulla popolarità televisiva derivata da una retorica molto urlata e sempre nutrita da accuse non provate ma di grande suggestione, tant’è vero che da giovedì i suoi sostenitori sono scesi in piazza invadendo Buenos Aires di cortei non grandi e non bellicosi, ma molto rumorosi. Facundo Cruz, responsabile del sistema elettorale argentino, assediato dai giornalisti, ha confermato con molta calma che tutto si è svolto regolarmente e che i timori del candidato presidente non sono sostenuti da alcuna prova.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Milei non salverà l’Argentina, il suo è un pericoloso nazionalismo che distrae col fragore della propaganda. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 23 Novembre 2023

Nel “Si&No” del Riformista spazio all’elezione di Javier Milei in Argentina: riuscirà a salvare il Paese e a portarlo fuori dalla crisi? Favorevole il direttore del Riformista Andrea Ruggieri secondo cui Milei “è una speranza di rinascita per smantellare l’assistenzialismo“. Contrario invece lo scrittore e giornalista Paolo Guzzanti che ribatte: “Milei non salverà l’Argentina, il suo è un pericoloso nazionalismo che distrae col fragore della propaganda”.

Qui il commento di Paolo Guzzanti: Eravamo tentati di dar credito a Javier Milei che ha vinto le presidenziali in Argentina perché è un liberal-rivoluzionario, ma pensiamo sia più prudente tirare il freno a mano dell’entusiasmo. Passi per le lagnose grida sui brogli elettorali alla maniera di Donald Trump, fa sobbalzare l’idea (non nuova né fortunata) di adottare il dollaro americano al posto del Peso, ma oggi, dopo aver incassato le congratulazioni del mondo liberale per la sconfitta di Sergio Massa con il suo programma statalista, l’opinione pubblica internazionale si trova di fronte a un preoccupante desiderio del neo presidente: rivuole le isole Malvinas, cioè le Falkland inglesi, che sono già costate all’Argentina una sciagurata guerra nel 1982 quando a Londra governava la “lady di ferro” Margaret Thatcher e a Buenos Aires assassini della giunta militare, che con quella guerra si suicidò.

Le Isole Falkland sono da quattro secoli un possedimento inglese e non sono mai state argentine né spagnole. Dunque quello di Milei sembra un pericoloso nazionalismo, di un genere che riemerge periodicamente dalla Casa Rosada quando un governo cerca su distrarre un popolo straziato dall’inflazione e dal vuoto fragore della propaganda.

Stavolta, il neoeletto dice di avere un piano non bellicoso, basato sulla trattativa diplomatica senza tentare di usare la forza con gli inglesi dalle Malvinas, ovvero Falkland. Ma l’iniziativa è stata seccamente bocciata sul nascere dal Primo Ministro inglese Rishi Sunak con un “no” che non ammette margini, così come reagì Margaret Thatcher, ricordando che le isole sono abitate dagli inglesi fin dalla metà del ‘700, ovvero, ha ricordato Rishi a Javier, “decisively some time ago” da un bel po’ di tempo.

Ed è bizzarro che Javier Milei insista su una rivendicazione che ha provocato soltanto molti morti. Milei si dichiara con passione un devoto ammiratore della stessa Thatcher che nel 1982 rispose con i cannoni della Royal Navy alle pretese argentine sulle Falkland. E non sembra rendersi conto delle conseguenze delle sue parole così, mentre lancia una pericolosa folgore nazionalista rivendicando le Malvinas definisce la Thatcher “una dei più grandi leader dell’umanità”. Il suo avversario Sergio Massa, attuale ministro dell’economia benché soccombente ha trovato il suo modo di soffiare sul fuoco acceso da Milei gridando in televisione che “La Thatcher era ieri una nemica dell’Argentina e sempre lo sarà”.

Agli argentini l’idea di un’altra guerra col Regno Unito a quarantadue anni di distanza non piace affatto, ma i nazionalismi sono sempre vivi e Milei ha cercato di rendere innocue le sue intenzioni affermando di contare su un’intesa fra governi. Il Primo ministro inglese lo ha smentito: non esiste alcuna base di trattativa. Ed è qui che Milei diventa preoccupante perché non prende atto e insiste: “C’è stata una guerra e l’abbiamo persa, ma possiamo ancora recuperare quelle isole attraverso la diplomazia”.

Quanto al resto, il suo stile è grave. Nel corso del dibattito politico ha più volte definito “un delinquente” il suo avversario rinfacciandogli il suo passato peronista, che peraltro è verissimo. Così, il quasi presidente Milei (si attende il conteggio finale per la proclamazione ufficiale) con la sua sparata sulle isole Falkland che sono a duemila miglia dalla costa argentina, ha provocato anche una rivolta fra i veterani di quella guerra che si sentono offesi.

La domanda non è evitabile: può questo anarco-capitalista, simpatico e un po’ paranoico, rinunciare alle teorie complottiste e governare? Per ora, ci sembra troppo poco e troppo rischioso il solo annuncio dell’adozione del dollaro insieme alla riesumazione di un contenzioso con Londra dove non importa nulla se Milei veneri Margaret Thatcher per il fatto che ridusse in polvere la sinistra dei suoi tempi. L’Argentina d’altra parte è una nazione che vive di nostalgia del passato, della Coppa del Mondo e delle parole di “Don’t cry for me Argentia” cantata da Madonna. Inoltre, è il Paese in cui Juan Peròn, seguito dalla sua narcisistica vedova Evita, saziava le folle distribuendo ricchezza inesistente distruggendo l’economia.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

«Il fenomeno Javier Milei si sgonfierà alla prova dei fatti. Come tutte le bolle populiste». Il nuovo presidente argentino sembra la caricatura della caricatura di un’idea. Quella del no al sistema. Un rifiuto che spinge la gente a votare personaggi come lui, Donald Trump o Jair Bolsonaro. Ma, una volta al potere, le promesse finiscono nel nulla. Ray Banhoff  su L'Espresso il 29 novembre 2023

La prima volta che ho visto la foto di quell’uomo con la motosega, ho pensato si trattasse di qualche rivolta di piazza e del volto di un manifestante qualunque. I capelli, un misto tra Rod Stewart e un modello per le pubblicità del parrucchiere degli anni ’90, il profilo dell’attore Robin Williams, la gestualità rude di un riottoso di strada. Mi sbagliavo, era Javier Milei, il nuovo presidente argentino, e la cosa mi ha sorpreso, ma non più di tanto. 

Voglio dire, Milei sembra essere la caricatura della caricatura di qualcosa, di un’idea. L’idea è che il linguaggio della politica come lo conoscevamo fino a trent’anni fa è finito. Il politico era un uomo colto, corrotto a volte, sì, ma in linea di massima con carisma e una visione del mondo. Ho visto cambiare i politici negli ultimi anni, li ho visti somigliare sempre più alla nuova specie che oggi prende forma. Se dovessero avere un significato, uomini come Trump, Bolsonaro e Milei avrebbero tutti la stessa faccia, il volto del no. No al sistema, no alle vite della gente comune che non cambiano mai, no alle promesse elettorali che non verranno mantenute (neppure quelle di Milei, che in Parlamento avrà dei numeri risicati e non potrà attuare molte delle sue riforme drastiche), no al sistema in toto. 

Questo pensa chi vota i nuovi leader autoritari. Come faccio a dire un no convincente? Mi metto nei panni del nuovo uomo comune e penso: andando a votare di certo non dico no al sistema, poiché i politici eletti debbono poi mischiarsi con quel gioco di compromessi che è il governare. Non solo. Io cittadino ho da barcamenarmi, da lavorare, da dire la mia sui social su qualsiasi cosa. Non ho tempo per cambiare la mia vita, devo delegare lo Stato! I politici sono lì apposta per cambiare le cose? Ecco, allora li voto e visto che mi serve un cambiamento ora, non promesse, voto il più pazzo di tutti, il più dissacrante, quello che mi giura di odiarlo anche lui il sistema e che una volta dentro lo aprirà come una scatoletta di tonno (citazione che molti di voi coglieranno). 

Poi la realtà: tutto diventa impossibile una volta al potere, laddove tutto significa un cambiamento considerevole nelle vite della gente comune. Nel frattempo, la cosa pubblica è amministrata da leader sempre più social, sempre più virali, sempre più autoritari. 

La cosa grave qual è? Che anche noi guardando a questi fenomeni non ne siamo più impressionati. Tra i miei amici e nelle chat su WhatsApp serpeggia una certa ironia riguardo a Milei. Circolano tutti i suoi video, quello in cui si scaglia contro i «comunisti di merda» urlando, quello in cui è travestito da supereroe, quelli in cui urla nelle interviste. Lo guardiamo come si guarda un video virale su TikTok. La realtà è sempre più simile ai social e i social sono sempre di più la realtà. 

A me piace vedere il bicchiere mezzo pieno e il lato buono delle cose e penso che se tutto questo accade forse un motivo ci sarà. Come se ci stessimo facendo gli anticorpi, per cosa non lo so, ma intanto prendiamo e portiamo a casa, che non si sa mai. Se sopravviviamo anche a questo allora possiamo vincere chissà quali battaglie. Ah, p.s. Fatevi un regalo stasera sul divano, guardate “Il migliore dei mondi”, il film di Maccio Capatonda in cui il protagonista finisce in un universo parallelo senza tecnologia. Il bello? Là stanno messi male quanto qua.

Javier Milei? Così ha riportato l'Argentina dentro al mondo civilizzato. Maurizio Stefanini su Libero Quotidiano il 03 dicembre 2023

Si insedia il 10 dicembre alla Casa Rosada Javier Milei, e ha iniziato a indicare gli elementi chiave del suo governo non appena tornato in Argentina dopo il suo viaggio a Washington, dove ha avuto un colloquio con Jake Sullivan, consigliere alla Sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, e a New York, dove ha visitato la tomba dell’ultimo Rebbe del movimento Chabad-Lubavitch.

Javier ha espresso l’intenzione di convertirsi all’ebraismo, finito il suo mandato.

Innanzitutto l’ex presidente della Banca centrale Luis Caputo, che con Mauricio Macri era stato ministro dell'Economia, occuperà di nuovo quella carica con l'incarico di gestire due riforme chiave, ma indicate da Milei come essenziali per abbattere una inflazione attorno al 140%: la dollarizzazione e l'abolizione dello stesso Banco Centrale.

Caputo ha fatto fare uno studio alla sua società di consulenza Anker, che a maggio giudicò la dollarizzazione fattibile. In particolare, lo studio spiegava che «è importante capire che i problemi economici che il Paese soffre da decenni hanno la loro origine nel fatto che lo Stato spende più di quanto incassa. L’inflazione, il dollaro o la crisi del debito sono le conseguenze del modo in cui viene finanziato il deficit». Dunque, «l’abuso di finanziamento del deficit fiscale attraverso l’emissione monetaria avvenuto durante l’attuale amministrazione ha portato all’accumulo di uno stock di passività remunerate nel bilancio della Banca Centrale che rappresenta una minaccia per l’economia».

Quanto alla dollarizzazione «lungi dall’essere una soluzione magica», resta però una soluzione a un problema estremo: «rinunciare ad avere una propria moneta è la conseguenza della perdita di ogni credibilità a causa della costante e degradante subordinazione delle nostre politiche economiche alle priorità politiche».

LA SQUADRA

Indicato spesso come un estremista, Milei ha peraltro fatto una scelta distensiva col confermare ambasciatore in Brasile Daniel Scioli: non solo quello del governo precedente, ma il già vicepresidente di Néstor Kirchner e poi candidato kirchnerista alla presidenza sconfitto da Macri. Un esponente dell'attuale governo imbarcato è anche Guillermo Francos, che da rappresentante presso la Banca Interamericana di Sviluppo passa all'Interno. Gerardo Werthein, già presidente del Comitato Olimpico argentino, sostituirà invece Jorge Argüello nell'ambasciata argentina negli Stati Uniti.

A parte Caputo, altri esponenti importanti del centro-destra di Macri al governo saranno i due candidati arrivati terzi, e il cui appoggio è stato determinante per la sua vittoria: alla Sicurezza la candidata alla Presidenza Patricia Bullrich, già alla Sicurezza anche con Macri; alla Difesa il candidato alla vicepresidenza, il radicale Luis Petri.

Nicolás Posse, stretto amico che ha accompagnato il neopresidente negli Stati Uniti, sarà capo di gabinetto. Guillermo Ferraro, manager e dirigente del suo partito, sarà responsabile delle Infrastrutture. Sandra Pettovello, giornalista e altra dirigente del partito, andrà al Capitale Umano. Dirigente del partito anche Diana Mondino, agli Esteri, la quale ha ribadito il no all’ingresso nei Brics. Alla Giustizia va Mariano Cúneo Libarona, che aveva avuto la stessa carica con Menem. La scommessa di Milei è anche quella di ridurre le spese tagliando i ministeri al massimo. Nelle Infrastrutture, in particolare, saranno conglobati Lavori Pubblici, Trasporti, Energia e Miniere. Nel Capitale Umano Sanità, Educazione, Lavoro e Sviluppo Sociale.

Il parere.  Milei salverà l’Argentina: è una speranza di rinascita per smantellare l’assistenzialismo. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 23 Novembre 2023

Nel “Si&No” del Riformista spazio all’elezione di Javier Milei in Argentina: riuscirà a salvare il Paese e a portarlo fuori dalla crisi? Favorevole il direttore del Riformista Andrea Ruggieri secondo cui Milei “è una speranza di rinascita per smantellare l’assistenzialismo“. Contrario invece lo scrittore e giornalista Paolo Guzzanti che ribatte: “Milei non salverà l’Argentina, il suo è un pericoloso nazionalismo che distrae col fragore della propaganda”.

Qui il commento di Andrea Ruggieri: Sgombriamo il campo dal folklore con cui Javier Milei ha colorato la sua campagna elettorale da candidato decisamente sopra le righe, e che a noi composti europei piace fino a un certo punto. Quella è solo una modalità comunicativa dirompente, utile a radicalizzare il confronto e a massimizzare la fidelizzazione elettorale del candidato Milei. Se la sua ricetta funzioni, lo vedremo. Altrove ha funzionato alla grande. Altre latitudini, certo, più anglosassoni e non sudamericane. Ma quel che è certo, è che la ricetta alternativa l’Argentina l’ha provata eccome, ed ha fallito.

E infatti a Milei lascia macerie: inflazione al 140% (no dico: 140%), figlia della moneta stampata dalla Banca Centrale per ovviare la classificazione del debito pubblico classificato CCC dalle agenzie di rating, (cioè “spazzatura”), che impedisce a Buenos Aires di finanziare sui mercati una spesa pubblica mastodontica; debito di 44 miliardi di dollari; metà (no dico: metà) della popolazione sotto la soglia di povertà (infatti la classe media è in via di estinzione); e il peso, la moneta argentina, in caduta libera rispetto al dollaro, che Milei infatti vuole adottare come moneta nazionale anche per frenare la fuga di capitali privati che si registra ormai da anni, con espedienti anche geniali ma illeciti.

Lo chiamano El Loco ma pazzo non è affatto. E nemmeno uno sprovveduto. I suoi cani riflettono i suoi miti in economia, tutti premi nobel: Milton, (come Friedman), Murray (come Rothbard), Robert e Lucas (come Robert Lucas). Non dei pirla qualunque. E in piena aderenza a quella scuola liberale e liberista, Milei vuole smantellare l’assistenzialismo che una classe politica peronista e clientelare ha messo su condannando la popolazione alla povertà in cambio di voti per il proprio consenso. Fuori dal dibattito puerile e di costume se sia o meno formalmente presentabile, la sua ricetta a me piacerebbe si applicasse anche in Italia, e prevede grossi tagli alla spesa pubblica, per porre fine al “modello impoverente dello Stato onnipresente, che beneficia solo alcuni mentre la maggioranza soffre”; privatizzazione selvaggia delle aziende statali, e applicazione del principio del ‘laissez faire’: che facciano il più possibile il mercato, i privati, e lo Stato dimagrisca lasciandogli libertà. Un’impresa: milioni di argentini dipendono dall’assistenza sociale e da sussidi per carburante, elettricità e trasporti, e le grandi aziende argentine dagli appalti statali che costituiscono gran parte del loro fatturato.

Ma è chiaro che servano misure “shock” per risollevare l’economia, sicuramente nel breve periodo impopolari. Vi sarebbe stato costretto dal Fmi chiunque altro. Milei ha però più chance di successo nel medio periodo. Il modello di riferimento è quel che fecero Margaret Tatcher in Inghilterra, o Ronald Reagan in America. I risultati sono passati alla storia. Per copiarli, in un mondo che chiede sempre maggiore libertà individuale, servono coraggio e un po’ di lucida, fantasiosa follia. Javier Milei dovrebbe averli.

Con questo voto, l’Argentina si dà la certezza di avere una speranza di rinascita. Fossi nei politici italiani, prenderei appunti. Uno Stato così imponente, costoso, inefficiente e padrone delle libertà individuali si può avere solo in un regime dove i cittadini siano sudditi. In una democrazia, dove i cittadini sono per fortuna liberi, serve meno Stato e più libertà di creare nuova ricchezza da, solo dopo e senza sprechi, redistribuire a vantaggio di chi ci prova ma non ce la fa. Vamos Javier…! Andrea Ruggieri

"Una presenza maligna". Milei contro Papa Francesco e la Chiesa argentina. Storia di Filippo Jacopo Carpani su Il Giornale martedì 21 novembre 2023.

Il neo-eletto presidente argentino Javier Milei, durante il suo discorso per la vittoria al ballottaggio, ha lanciato un monito a coloro che “resisteranno” ai cambiamenti che la sua amministrazione apporterà al Paese: “A tutte queste persone voglio dire: entro i confini della legge, tutto. Fuori dalla legge, niente”. Queste parole sono state percepite come una sorta di minaccia da alcuni segmenti della Chiesa cattolica, in particolare quelli più attivi sul territorio e tra la popolazione.

Per anni e in pieno spirito ultraliberista, Milei si è scagliato contro la dottrina sociale del clero romano e, in diverse occasioni, ha direttamente insultato Papa Francesco, definendolo “imbecille”, “comunista” e “una presenza maligna sulla Terra”. Nel corso della campagna elettorale, un membro della sua squadra aveva addirittura avanzato l’ipotesi di interrompere le relazioni diplomatiche con il Vaticano. Da parte sua, il pontefice aveva messo in guardia dai “pericoli dei clown messianici” durante un’intervista rilasciata ad ottobre all’agenzia stampa argentina Telam. Un riferimento velato ai comportamenti e alla gestualità di Milei durante i comizi, decisamente sopra le righe.

Lo scontro a distanza tra il nuovo capo di Stato di Buenos Aires e il Santo padre, il cui viaggio in patria potrebbe saltare proprio a causa della vittoria di El loco, non ha lasciato indifferenti i rappresentanti della Chiesa nel Paese sudamericano. Diverse associazioni laiche e membri del clero hanno organizzato iniziative contro Milei, arrivando anche a criticarlo durante le omelie e le processioni. A settembre i curas villeros, i preti che operano negli slum della capitale, hanno tenuto una messa riparatoria per Papa Francesco a causa degli insulti del leader di La Libertad Avanza e hanno fatto proselitismo nelle baraccopoli durante le loro attività giornaliere.

Una posizione più moderata è stata espressa da Carlos White, responsabile del dialogo inter-fedi dell’arcidiocesi di Buenos Aires: “Dobbiamo sempre rispettare la volontà del popolo, ma il futuro è incerto. Per il bene di tutti gli argentini, speriamo che il nuovo presidente abbia successo”. Nei gruppi di sacerdoti più politicizzati, però, regna un clima di incertezza. “Ho molta paura per il futuro. Non sappiamo cosa succederà e non vogliamo vivere nel Paese di Milei”, ha affermato Francisco Olivera, noto come padre Paco e membro dell’organizzazione Curas en opción por los pobres. “Chi ha votato per Milei è pregato di essere coerente e di non venire più in refettorio. Non ci sarà cibo per tutti”.

 Argentina, storia di un disastro: dall’opulenza alla bancarotta. Federico Rampini su Il Corriere della Sera martedì 21 novembre 2023.

Fu uno dei Paesi più ricchi al mondo, con un reddito pro capite superiore a quello della Francia. Oggi la vittoria di Milei è l’inevitabile conseguenza dei disastri economici del peronismo che hanno lasciato l’Argentina con le casse vuote

«Sono illusioni, non sono le soluzioni che promettevano di essere…»

Così recita uno dei versi della canzone “Don’t Cry For Me, Argentina”, dal celebre musical Evita di Andrew Lloyd Webber che fu un successo mondiale da Londra a Broadway. Ciascuno è libero di applicare quelle parole alle promesse che di volta in volta i populismi di sinistra (peronisti) o i neoliberismi hanno lanciato all’Argentina. La nazione che è diventata il simbolo di un malgoverno economico all’ennesima potenza.

È la tragedia di un paese che fu tra i più ricchi del mondo. Tra l’ultimo quarto dell’Ottocento, e la grande crisi del 1929, l’Argentina era arrivata a essere una delle dieci nazioni più opulente, con un reddito pro capite superiore alla Francia. Ancora nel 1970 aveva un’economia due volte più ricca del Cile, che oggi la supera nettamente.

Laboratorio politico “d’avanguardia” lo divenne fin dal 1946, quando Juan Peròn diede vita al movimento che mescolava ingredienti del socialismo e del fascismo; un’ideologia “giustizialista”, un consenso di massa fondato sui sindacati, la spesa pubblica clientelare, l’assistenzialismo, il protezionismo. Il peronismo disprezzato dai neoliberisti, che si sono rivelati incapaci però di superarlo. Prima di questa tornata elettorale che ha portato alla presidenza il libertario-capitalista Javier Milei, un esperimento di liberismo più classico o “normale” c’era stato con il presidente Mauricio Macri dal 2015 al 2019.

Macri era il beniamino del Fondo monetario internazionale eppure non ha modernizzato il paese, né ha tentato un vero risanamento dei conti pubblici. Dopo di lui è stata la volta della coppia Alberto Fernandez-Cristina Kirchner, il ritorno del peronismo con le sue eterne promesse assistenziali: l’impegno a proteggere i più deboli, la guerra dichiarata alla miseria e alla disoccupazione. Sullo sfondo, il solito “paesaggio” argentino: montagne di debiti esteri da ripagare, prestiti d’emergenza del Fondo monetario internazionale. Le contraddizioni stridenti tra iperinflazione, finanza pubblica sfasciata, e la ricchezza di risorse: non più solo agricole ma anche energetiche come lo “shale gas”, e poi il litio concupito dal resto del mondo per le batterie elettriche. In questo senso, proprio come cent’anni fa, l’Argentina rimane una sorta di Eldorado, una terra con dotazioni inesauribili. A differenza di cent’anni fa, però, pochi argentini ne traggono prosperità.

Riprendo i miei appunti di viaggio del dicembre 2019: ero a Buenos Aires all’epoca dell’alternanza precedente. Da destra a sinistra, allora. Accadeva in un’America latina ancora più instabile di oggi, percorsa da proteste, con governi abbattuti dalla piazza o vacillanti, violenze dei narcos in aumento, esodi di migranti. Anche allora l’Argentina era un modello positivo almeno per un aspetto: la sua democrazia dell’alternanza funziona, il ricordo delle feroci dittature è ormai confinato nei luoghi rituali, come il Parco della Memoria in omaggio ai desaparecidos. In quel dicembre di quattro anni fa, pre-pandemia, Buenos Aires celebrava l’avvicendamento al vertice da Macri al duo peronista Fernandez-Kirchner. Non una vera novità: lei, Cristina, era già stata due volte alla guida del paese. Il passaggio dei poteri si svolgeva in modo ordinato. Anche se Buenos Aires è «la capitale mondiale delle manifestazioni» – è rara una giornata senza cortei che sfilino davanti alla Casa Rosada in Plaza de Mayo – la caduta di Macri era avvenuta nel modo più ordinato possibile, alla scadenza del mandato e col suffragio universale. Lo stesso si può dire finora con la vittoria di Milei.

Tolto questo aspetto importante che è l’alternanza ordinata e pacifica, nessuno si sognerebbe di prendere per modello l’Argentina: in quel dicembre 2019 era giunta alla sua ottava bancarotta sovrana, e nella sua storia turbolenta aveva già “consumato” 30 salvataggi del Fondo monetario internazionale. Uno dei suoi tanti default del debito estero, nel 2001, ha lasciato tracce pesanti e ricordi amari anche nei portafogli di tanti risparmiatori italiani. Lotta alla povertà e alle diseguaglianze: un obiettivo comune univa papa Francesco (che ebbe un’influenza favorevole per il ritorno dei peronisti al potere nel 2019) e il primo dei ministri dell’Economia nominati dalla coppia Fernandez-Kirchner: Martìn Guzmàn, già docente alla Columbia University di New York e allievo del premio Nobel Joseph Stiglitz. Il peronismo tornava al governo nel 2019 con ricette approvate dai populisti di sinistra del mondo intero: allora Stiglitz era uno dei pensatori di riferimento del Movimento 5 Stelle in Italia.

Nei miei appunti di viaggio del 2019 l’Argentina mi accoglieva «come una Repubblica di Weimar, ma senza le ombre del totalitarismo in agguato». In comune con la Germania dei primi anni Trenta – oltre ai tanti ebrei tedeschi immigrati – ha il fascino decadente, la vitalità culturale, l’alta istruzione media, librerie musei gallerie d’arte e centri culturali ovunque. In comune con Weimar anche l’iperinflazione, la svalutazione galoppante. Il governo per frenare le fughe di capitali aveva dovuto imporre restrizioni valutarie drastiche: massimo duecento dollari a persona al mese. Il mercato dei cambi mi offriva un piccolo squarcio sulla realtà argentina.

Il centro direzionale di Buenos Aires, proprio attorno alla Casa Rosada presidenziale, ospita i quartieri generali di tutte le grandi banche. Palazzi monumentali, mausolei all’inefficienza, con personale pletorico e inutile, dove si rifiutano di cambiarti dollari se non sei cliente, proprio mentre dovrebbero facilitare quei turisti che portano valuta pregiata; invece loro stessi ti dirottano verso piccole agenzie di strada dove si pratica il cambio nero. Ma non puoi percepire la vera durezza di questa crisi se rimani nel centro di Buenos Aires: i ricchi che abitano nei bei quartieri come Recoleta, La Isla Norte e Palermo con i loro palazzi Art Déco, o nei nuovi grattacieli di Puerto Madero, hanno tecniche ben collaudate di evasione fiscale, nei conti bancari del paradiso fiscale uruguaiano. I ricchi latifondisti delle Pampa, che esportano nel mondo più grano dell’Australia e hanno conquistato anche il mercato cinese della carne suina, sanno come parcheggiare all’estero gli incassi in dollari, euro o renminbi. Perfino il ceto mediobasso ha espedienti antichi: compra gli appartamenti pagando in contanti, o investe i risparmi in auto straniere che si rivendono usate a un prezzo più alto del nuovo, “miracoli” dell’iperinflazione alla Weimar.

La dollarizzazione dell’economia argentina non è una ricetta inventata da Milei, è già una pratica quotidiana: chi può usa una valuta forte per proteggersi dalla distruzione del potere d’acquisto e dei risparmi. Quattro anni fa la vera povertà cominciava ad apparire nel centro di Buenos Aires in forme discrete: qualche homeless, immigrati boliviani e venezuelani, bambini che chiedevano l’emeosina. Ma è la “grande” Buenos Aires (12 milioni dell’area metropolitana esterna, contro i 3 milioni della città) quella che contiene tanta miseria; peggio ancora le campagne. Nulla di tutto ciò è migliorato nel quadriennio del populismo di sinistra. Se nel 2019 un terzo degli argentini viveva sotto la soglia della povertà, oggi gli indigenti sono quasi la metà (stando alle statistiche ufficiali, per quel che valgono). L’inflazione allora era al 55% annuo, oggi è del 143%.

Il fallimento dell’ennesimo esperimento peronista si è accompagnato con un’altra bancarotta sovrana, divenuta ufficiale nel maggio 2020 quando il governo del presidente Fernandez non ha onorato una tranche di pagamento degli interessi in scadenza, su un debito totale (allora) di 65 miliardi. Se avete perso il conteggio delle bancarotte argentine, siete in buona compagnia.

Questo disastro finanziario non ha impedito ai peronisti di unirsi ad altre forze della sinistra populista latinoamericana per lanciare un improbabile «attacco al dollaro». Accadeva nel gennaio di quest’anno. Il vertice dei paesi latinoamericani e caraibici si teneva proprio a Buenos Aires dieci mesi fa. Segnava il culmine di una nuova egemonia della sinistra populista, al governo nei tre paesi più grossi (Brasile Messico Argentina) e in molti altri.

Il summit rilanciava con enfasi l’obiettivo di emancipazione dagli Stati Uniti. In quel contesto veniva resuscitato un antico progetto di moneta unica tra Brasile e Argentina: un modo per ridurre la dipendenza dal dollaro. Anche se ilnuovo padrone del continente ormai è la Cina. Il summit di Buenos Aires a gennaio riuniva i paesi del Celac, che sta per Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caraibenos. A dominare la scena al summit Celac furono il Brasile di Lula da Silva e l’Argentina di Fernandez. L’idea della moneta unica venne presentata come un esperimento da iniziare a due, per poi eventualmente proporla come la valuta di tutto il Mercosur, la comunità economica dei paesi sudamericani. Le motivazioni di questo progetto – non nuovo – rievocano quelle che ispirarono l’euro: facilitare gli scambi commerciali tra paesi vicini e affini; ridurre i costi; infine e soprattutto eliminare la dipendenza da una moneta terza come il dollaro. Le critiche contro quel progetto a gennaio vennero soprattutto da parte brasiliana. Fabio Ostermann, un politico centrista vicino al mondo delle imprese brasiliane, definì il progetto «insensato, l’equivalente di aprire un conto in banca congiunto con un amico disoccupato e indebitato con tutti» (un’allusione non proprio amichevole all’Argentina). Come minimo il progetto di moneta unica poteva essere considerato un diversivo. Non affrontava le radici di un dissesto economico che non ha nulla a che vedere con l’influenza degli Stati Uniti o del dollaro. L’inflazione argentina, ad esempio, deriva da politiche populiste di ispirazione peronista: spesa pubblica facile, elargizioni assistenzialiste, finanziate da una banca centrale che stampa moneta.

L’idea di ridurre la dipendenza dal dollaro però piaceva molto a Pechino – che persegue la “sdollarizzazione” ad esempio nell’interscambio con la Russia – e in questo senso il progetto Lula-Fernandez era in sintonia con gli interessi della nuova superpotenza dominante in questa parte del mondo. Perciò ci fu un seguito: in Sudafrica ad agosto al vertice dei Brics l’Argentina fu accolta tra i sei paesi candidati all’allargamento. In Sudafrica si tornò a parlare di “sdollarizzazione”.

Ora il pendolo dell’alternanza oscilla nell’altra direzione. La vittoria di Milei è l’inevitabile conseguenza dei disastri economici compiuti dal peronismo. Il dietrofront è spettacolare: l’Argentina imbocca la strada opposta a quella di Messico e Brasile, torna a sognare un esperimento liberista, stavolta in forme più radicali rispetto a quello di Macrì. I paragoni con Donald Trump su questo terreno sono azzardati. Trump è stato un liberista nei proclami, ma la sua politica economica è stata segnata dal protezionismo (dazi) e da massicci aiuti a famiglie e imprese durante la pandemia. Il deficit e il debito federali degli Stati Uniti sono aumentati sotto Trump, non diminuiti. Milei ha un linguaggio che sembra ispirato più dal padre teorico del neoliberismo, il Premio Nobel (scomparso) Milton Friedman, che non a Trump. La sua ascesa al potere viene accolta con cautela all’estero, ivi compreso dal grande vicino del Nord, gli Stati Uniti. Nell’immediato (Papa Francesco ha chiamato Milei per congratularsi della vittoria al ballottaggio) i mercati finanziari hanno salutato con favore la sua vittoria e alcuni titoli argentini si sono apprezzati. La sua proposta di “dollarizzare” l’Argentina, abolendo il peso e la banca centrale per adottare la valuta Usa, si scontra con un ostacolo notevole: come comprare i dollari necessari? Poiché le casse dello Stato sono vuote – o peggio, in rosso – Milei dovrebbe convincere il resto del mondo a prestargli altri 30 miliardi di dollari, secondo alcune stime.

Lo scetticismo è comprensibile, tanto più che Milei non ha una maggioranza parlamentare. Gli argentini che lo hanno votato sembrano mossi dalla disperazione: dopo tanti esperimenti falliti, una parte di loro vorrebbero davvero un leader capace di «rivoltare il paese come un calzino». È dai tempi di Evita, quella vera, che l’Argentina ha perso il contatto con la realtà economica, le regole del mercato, i vincoli del bilancio pubblico.

Milei nuovo presidente dell'Argentina: sinistra in tilt. Libero Quotidiano il 20 novembre 2023

L'Argentina ha scelto Javier Milei: il candidato anarco-liberista ha ottenuto la vittoria al ballottaggio con oltre dieci punti di vantaggio sul rivale, il peronista Sergio Massa. Dopo la vittoria a sorpresa di Massa al primo turno, gli elettori hanno invece scelto il rappresentante dell'"anticasta", nella convinzione che - visto il fallimento conclamato delle ricette economiche provate fino ad ora da governi di segno diverso - tanto valeva giocarsi una carta fin qui inedita.

La ricetta di Milei, economista di professione ed ex dirigente di una corporation Argentina, è semplice: meno Stato possibile e lasciar fare tutto al mercato. Il che però - al di là dell'applicabilità della teoria - significa anche tagliare o abolire la maggior parte dei sussidi statali in un Paese in cui il 40% della popolazione vive ormai sotto la soglia della povertà. La sinistra, non solo argentina, sostiene che per imporre un simile scenario vi sarebbe bisogno di un esecutivo di segno decisamente autoritario e che fra i ranghi del partito di Milei vi sono non pochi nostalgici della passata dittatura. Dimenticano però che dopo quarant'anni di democrazia, non è certo questo il genere di ritorno al passato che desidera la maggioranza degli argentini. È quindi probabile che la destra tradizionale, il cui appoggio ha permesso a Milei di assicurarsi la vittoria, passi all'incasso con una presenza nel governo che stemperi i programmi massimalisti di Milei - come la dollarizzazione dell'economia - riconducendoli su binari più vicini a quelli dell'ultimo governo conservatore di Mauricio Macrí.

Anche gli Stati Uniti d'altronde non hanno espresso alcun entusiasmo per un salto nel buio economico che dopo la non esaltante esperienza di Jair Bolsonaro in Brasile rischia di destabilizzare mezzo continente. Non è un caso che Donald Trump, che sfiderà Joe Biden alle presidenziali del 2024, abbia subito mandato un messaggio entusiasta a Milei sui social. Su un fronte più interno, le grandi aziende argentine rabbrividiscono alla prospettiva di perdere gli appalti statali che costituiscono la gran parte del loro fatturato. Di fatto, Milei viene dalla Corporación América, azienda che ne aveva fatto una star mediatica da talk show e ne aveva finanziato l'avvio dell'attività politica proprio perché ne difendesse gli interessi: il rischio è che uno Stato di tipo night watchman che si ritiri dalle attività economiche finisca per affossarli.

Il primo segnale importante sarà quindi la composizione del nuovo esecutivo, e in particolare il successore di Massa al dicastero dell'Economia; al momento gli unici nomi dati per sicuri o quasi sono Diana Mondino agli Esteri e Guglielmo Francos agli Interni. Intanto, le prime congratulazioni internazionali per Milei sono arrivate via X da Elon Musk: "L'Argentina ha davanti a sé un futuro di prosperità" scrive il patron di Space X; la strada per arrivarci, almeno quella fin qui tracciata dal nuovo presidente, non sembra facile né indolore. 

Elezioni in Argentina, Milei è il nuovo presidente: così «l’anarco-capitalista» ha sconfitto Massa. Storia di Sara Gandolfi su Il Corriere della Sera domenica 19 novembre 2023.

Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina. L’anarco-capitalista ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, con quasi il 56 per cento dei voti e oltre 11 punti di vantaggio. L’attuale ministro dell’Economia ha riconosciuto la sconfitta ancor prima che venissero divulgati i risultati ufficiali: «Non sono quelli che avevamo sperato. Mi sono felicitato con Milei e gli ho augurato buona fortuna. Da domani la responsabilità di garantire il funzionamento sociale, politico ed economico del Paese è del presidente eletto», ha detto il candidato di Unión por la patria, sconfitto per la seconda volta alle presidenziali.

Nel centro di Buenos Aires, fuori e dentro il «bunker» di Milei all’hotel Libertador, sera è un tripudio di bandiere biancazzurre e di sostenitori con le maglie della nazionale argentina che aspettavano l’uomo che ha promesso di tirarli fuori da «cento anni di decadenza». Il futuro presidente, che ha seguito lo spoglio nella suite al 21° piano, assieme alla sorella Karina, alla fidanzata e futura primera dama - un’imitatrice televisiva - e ai suoi collaboratori più stretti, ha aspettato a lungo prima di concedersi all’abbraccio della folla, che con il passare delle ore ha invaso le strade della capitale.

Milei si presenta prima ai fedelissimi e ai giornalisti riuniti nel salone dell’hotel. Ringrazia per prima la sorella Karina: «Senza di lei nulla di tutto questo sarebbe successo». E poi: «Agli argentini dico: oggi comincia la ricostruzione dell’Argentina e la fine della decadenza, oggi finisce il modello impoveritore dello Stato onnipresente che beneficia solo alcuni mentre la maggioranza soffre — promette —, oggi finisce l’idea che lo Stato è un bottino da ripartire fra i politici e i loro amici, oggi torniamo ad abbracciare il modello della libertà per tornare ad essere una potenza mondiale». Poi aggiunge: «A tutti quelli che ci guardano dall’estero, dico che l’Argentina tornerà ad occupare il posto nel mondo che mai avrebbe dovuto perdere. Lavoreremo fianco a fianco con tutte le nazioni del mondo libero». E finalmente alle 22.30 (le 2.30 in Italia) si concede alla folla oceanica che lo acclama fuori: «Viva la libertad, carajo!» (che si può tradurre in tanti modi, il più diplomatico è «Viva la libertà, accidenti!»).

«Sono molto orgoglioso di te — ha scritto in un messaggio l’ex presidente degli Usa Donald Trump, incitando Milei —. Cambierai completamente il tuo Paese e renderai l’Argentina di nuovo grande».

Il candidato dell’alleanza di estrema destra La Libertad Avanza, è riuscito a coagulare dietro il suo nome il voto anti-peronista e anche quello dello scontento, in un Paese afflitto da una gravissima crisi economica. Soprattutto, ha ottenuto l’appoggio dell’ex presidente conservatore Mauricio Macri e di gran parte del centro-destra tradizionale, rimasto orfano della sua candidata, Patricia Bullrich, arrivata solo terza al primo turno in ottobre. Un sostegno che sarà fondamentale anche in Parlamento, dove La Libertad Avanza conta solo su 37 deputati.

Il nuovo presidente si insedierà il 10 dicembre, giorno in cui la giovane democrazia argentina, nata dopo la dittatura militare, compirà 40 anni. Ora l’economista ultraliberista diventato famoso nei talk show televisivi, il politico anti-sistema, che ha promesso di «distruggere a colpi di motosega la Casta peronista», dovrà dimostrare di saper guidare l’Argentina fuori dalla crisi. Se manterrà le promesse elettorali, affronterà subito con misure draconiane gli enormi problemi economici: l’ inflazione al 142%, un debito pubblico da 419 miliardi di dollari, riserve monetarie agli sgoccioli e il duro negoziato con il Fondo monetario internazionale, cui l’Argentina deve 44 miliardi di dollari. Milei ha già annunciato di voler privatizzare gran parte delle industrie di Stato, «dollarizzare» l’economia e smantellare la Banca Centrale, colpevole di «alimentare l’inflazione». In calle Florida, cuore pedonale del microcentro di Buenos Aires, i mercanti del «dollar blue» ieri pomeriggio erano nervosi e impazienti. «Cambio, cambio», urlavano. Cento dollari in strada valgono 93.000 pesos argentini. Al cambio ufficiale, e poco reale, sono solo 35.000 pesos. «Se passa Milei il dollaro va alle stelle», pronosticavano sul mercato nero.

Traduzione dell’articolo di Tom Leonard per dailymail.co.uk lunedì 20 novembre 2023

Non ci si annoia mai con l'ex "istruttore del sesso tantrico" Javier Milei, eletto presidente dell’Argentina. Milei - che è anche un importante economista e conduttore di chat-show radiofonici - ha parlato della sua preferenza per il sesso a tre, del perché ritiene che i poveri dovrebbero essere liberi di vendere le loro parti del corpo e di come gli piaccia comunicare per telepatia con il suo cane morto per avere consigli politici. 

Il libertario di estrema destra è anche un ammiratore di Donald Trump, e si vede: il focoso personaggio è salito rapidamente alla ribalta giurando di "cacciare i politici a calci nel sedere" e inveendo contro la "casta" elitaria che, a suo dire, governa l'Argentina.

Lo showman populista e star della TV, i cui comizi frenetici e gli sproloqui sui social media evocano anche The Donald, respinge il riscaldamento globale come una "menzogna socialista" e dice che abolirebbe gran parte del governo del Paese, fino alla sua assediata banca centrale. 

[…] Milei ha […] ottenuto una vittoria shock […] in gran parte grazie al sostegno dei giovani elettori, talmente disincantati dai politici più "convenzionali" da rivolgersi a un uomo la cui recente biografia è stata intitolata El Loco (Il pazzo).

Sconosciuto in politica fino a soli tre anni fa, Milei, 52 anni, è stato eletto al Parlamento argentino nel dicembre 2021 come deputato del partito “La Libertad Avanza”. Preferisce definirsi un anarco-capitalista, il che significa che vorrebbe eliminare il più possibile l'intervento del governo nella vita delle persone e lasciare tutto al libero mercato. 

“Se dovessi scegliere tra lo Stato e la mafia, sceglierei la mafia", ha detto una volta. Perché la mafia ha dei codici, la mafia si adatta, la mafia non mente. E soprattutto la mafia compete". 

Il suo cosiddetto "piano della motosega" per tagliare lo Stato comprende la soppressione del sistema sanitario ed educativo pubblico argentino e la chiusura di dieci dei 18 dipartimenti governativi.

Milei è anche così anti-progressista che ha ripetutamente preso di mira - in modo piuttosto bizzarro - Papa Francesco, suo connazionale, definendolo "comunista di merda", "stronzo comunista" e "rappresentante del maligno sulla Terra" in brutali post sui social media, semplicemente a causa del suo percepito sostegno alla "giustizia sociale" e alle politiche di aiuto ai poveri.

“Gesù non pagava le tasse", ha twittato memorabilmente Milei. La sua personalità privata sembra corrispondere all'immagine pubblica di eccentrico imprevedibile. 

A casa tiene quattro mastini inglesi da 90 chili. Tutti hanno il nome di famosi economisti di destra e ognuno di essi è stato clonato da un quinto cane, ormai morto, di nome Conan (come il Barbaro). 

Una recente biografia del giornalista Juan Luis González ha rivelato che Milei studia la telepatia nel tempo libero e ha un mezzo per "comunicare" con Conan, morto nel 2017, chiedendogli consigli su questioni politiche. 

Sorprendentemente, Milei non ha negato le affermazioni. Quello che faccio in casa mia sono affari miei", ha dichiarato a un giornale spagnolo. Non che di solito sia così riservato.

Milei, che è single e non si è mai sposato, dice con orgoglio di essere stato un istruttore di sesso tantrico - una forma lenta e meditativa di rapporto sessuale basata sulle filosofie orientali in cui l'obiettivo finale non è l'orgasmo ma il godimento del processo - e di essere stato in grado di passare ben tre mesi senza eiaculare. 

Ha anche confessato apertamente di avere rapporti a tre. Tuttavia, ha definito Conan il più grande amore della sua vita, un animale a cui teneva così tanto che, durante un periodo economicamente difficile, sopravviveva solo con la pizza per farlo mangiare. 

Il cane è seguito da vicino negli affetti di Milei dalla sorella minore, Karina, che ha giurato di far diventare la sua First Lady […]. Certo, tutto questo suona piuttosto strano, ma se non altro Milei si diverte con la sua follia.

Quando, nel corso di un dibattito, un avversario politico lo ha definito "un panelist spettinato che urla su un palco e dorme con otto cani e sua sorella", l'unica risposta di Milei è stata: "Non ho otto cani". 

[…] E poi ci sono i suoi capelli... Da adolescente, Milei cantava negli "Everest", un gruppo rock che faceva cover dei Rolling Stones. Ancora oggi si comporta come un'aspirante rockstar, pavoneggiandosi sulla scena elettorale con una giacca di pelle nera che scuote un'indisciplinata criniera di folti capelli neri, così particolare da avergli fatto guadagnare un soprannome: The Wig (la parrucca).

Non proprio lusinghiero, ma forse un miglioramento rispetto a "Il pazzo", un soprannome nato a scuola. 

Milei dice di non pettinarsi mai e che solo la vicepresidente del suo partito, Lilia Lemoine, appassionata di cosplayer, è autorizzata ad acconciarlo. Lei si occupa anche del trucco: Milei è così vanitoso che rifiuta di apparire in foto retroilluminate perché evidenziano il suo doppio mento. La signora Lemoine utilizza una tecnica di "contouring" simile a quella promossa dalle Kardashian.

L'assurdità di Milei potrebbe avere a che fare con la sua infanzia infelice. È cresciuto a Buenos Aires, dove il padre era un autista di autobus e poi un imprenditore del settore dei trasporti. Milei sostiene che i suoi genitori, Norberto e Alicia, lo hanno maltrattato fisicamente e verbalmente quando era piccolo. Da adulto, non ha parlato con loro per un decennio. Per me sono morti", ha dichiarato. 

A scuola, secondo quanto riferito, non aveva amici e spesso esplodeva in noti scoppi d'ira. In seguito ha studiato per diventare economista, ma ha scoperto che la vita arida del mondo accademico non faceva per lui.

Poi, circa cinque anni fa, ha improvvisamente tentato la fortuna negli amati talk show televisivi diurni argentini - e i produttori si sono subito resi conto che gli spettatori non ne avevano mai abbastanza delle sue demenziali affermazioni sulla sua resistenza sessuale e delle sue sfacciate opinioni politiche. 

Cresciuto come cattolico, ora si dice che si stia convertendo all'ebraismo, le sue opinioni sull'aborto sono estreme: vuole vietare l'interruzione di gravidanza in tutti i casi, tranne quando la vita della madre è in pericolo.

Tuttavia, pur essendo fermamente contrario alle posizioni pro-choice quando si tratta di gravidanza, ha proposto un controverso "meccanismo di mercato" per affrontare le lunghe liste d'attesa per i trapianti, sostenendo che gli organi sono di proprietà di una persona che può venderli come vuole. 

Vuole che l'Argentina abbandoni il peso e adotti il dollaro come moneta nazionale, che riduca le tasse, che privatizzi le aziende statali e che elimini i sussidi. Per quanto riguarda la politica estera, ritiene che i suoi alleati naturali sarebbero gli Stati Uniti e Israele, affermando: "Non voglio avere nulla a che fare con i comunisti di Cuba, Cina e Corea del Nord".

Per quanto riguarda la spinosa questione delle Isole Falkland, che l'Argentina ha cercato senza successo di strappare alla Gran Bretagna nel 1982 durante il primo ministro di Margaret Thatcher, una delle sue icone, Milei propone di copiare la cessione di Hong Kong alla Cina da parte del Regno Unito nel 1997. 

Deve essere una soluzione che soddisfi [il Regno Unito], che soddisfi l'Argentina e che soddisfi coloro che vivono sulle isole", ha dichiarato al quotidiano El Pais. 

Sembra una soluzione rinfrescante e ragionevole rispetto al cinismo dei precedenti presidenti argentini - anche se, dato che gli abitanti delle isole Falkland dicono di voler rimanere un territorio britannico d'oltremare, un passaggio di consegne in stile Hong Kong sembra molto improbabile.

Gli abitanti delle isole Falkland potrebbero essere al sicuro dal dominio di Milei, ma che ne sarà dei loro vicini argentini? Forse solo una seduta spiritica con l'onnisciente spirito canino di Conan il Barbaro potrà rispondere a questa domanda.

L’Argentina ha scelto il suo nuovo presidente: chi è realmente Javier Milei. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 20 Novembre 2023

Il candidato ultraliberista, Javier Milei, capo della coalizione “La Libertà Avanza”, ha vinto il ballottaggio, svoltosi ieri, delle elezioni presidenziali, diventando il nuovo presidente dell’Argentina. Milei ha sconfitto con il 55,7% dei voti il rivale politico Sergio Massa della coalizione di centrosinistra Unione per la Patria e ministro dell’Economia del precedente governo, che ha ottenuto, invece, solo il 44% delle preferenze. Definito impropriamente dai media come un esponente di “estrema destra” – espressione che include troppe realtà diverse tra loro finendo per non indicare alcunché – Milei è in realtà un “anarcocapitalista”, come si è definito lui stesso, e il suo estremismo si traduce nella volontà dichiarata di applicare in modo totale e intransigente i “dogmi” del liberismo politico-economico, a cominciare dal ridimensionamento estremo del ruolo dello Stato nell’economia, all’eliminazione dei sussidi e la riduzione dello stato sociale, per passare alla privatizzazione della sanità e alla liberalizzazione del commercio di organi umani. In tal senso, Milei ha dichiarato che «non c’è spazio per la tiepidezza» o per le «mezze misure» in riferimento alle riforme strutturali che propone per il Paese e ha promesso di inaugurare per l’Argentina una nuova era sia sul piano della politica interna che sul piano della politica internazionale. Rispetto a quest’ultimo punto, il neoeletto presidente ha dichiarato di voler allineare il Paese alle posizioni di Stati Uniti e Israele che dovrebbero quindi diventare i principali alleati di Buenos Aires. Per via del suo forte antisocialismo e della sua visione “atlantista” della politica estera prima di essere eletto aveva messo in discussione l’adesione del Paese ai BRICS prevista il primo gennaio 2024. Milei ha vinto con una larga maggioranza in quasi tutte le province della nazione, anche grazie al sostegno dell’ex presidente Mauricio Macri, di orientamento liberale e figura centrale nel centrodestra argentino.

Nato da una famiglia modesta di origine italiana, laureato in economia, a lungo docente universitario di macroeconomia e strenuo oppositore del peronismo kirchnerista e in generale del socialismo, Milei ha condotto una campagna elettorale all’insegna dell’eccesso e della teatralità – si è spesso presentato nelle piazze con una motosega come simbolo dei tagli alla spesa pubblica che intende portare avanti – facendo leva soprattutto sulla «classe politica ladra e corrotta» e promettendo la «ricostruzione dell’Argentina»: «Oggi inizia la fine del declino dell’Argentina. Oggi finisce il modello impoverente dello Stato onnipresente, che beneficia solo alcuni mentre la maggioranza soffre», ha dichiarato dopo la vittoria. Ciò che ha sedotto l’elettorato argentino è stata la promessa di cambiamento e l’annientamento di una classe politica – soprattutto quella peronista – percepita come stantia e corrotta. Tuttavia, la nazione risulta polarizzata e non sono pochi i problemi che il neopresidente dovrà affrontare, a cominciare da una profonda crisi economica e finanziaria che attanaglia il Paese vessato da un’inflazione che ha raggiunto quasi il 150%. A questo si aggiunge il fatto che Milei non ha ottenuto la maggioranza parlamentare e sarà, dunque, costretto a trovare dei compromessi politici, rischiando di non poter mettere in atto la “politica rivoluzionaria” propagandata in campagna elettorale, che vede i suoi principali cardini nella dollarizzazione dell’economia e nell’abolizione della banca centrale. Per porre fine al problema dell’inflazione, il politico libertario ha proposto, infatti, di adottare il dollaro come moneta di Stato e di abolire la banca centrale del Paese, considerata la causa della tragica condizione economica della nazione. Con soli 38 deputati su un totale di 257 alla Camera – la maggioranza assoluta e il quorum richiedono 129 deputati – e sette seggi su 72 in Senato, Milei dovrà trovare dei compromessi con altri partiti che difficilmente gli permetteranno di concretizzare determinate misure, anche perché al Senato, il peronismo avrà la sua maggioranza autonoma.

Il capo di “La Libertà Avanza” intende applicare la sua ideologia libertaria anche al piano sociale e antropologico: non solo, infatti, è favorevole alla liberalizzazione delle droghe, alla legalizzazione della vendita di organi e alla libera vendita di armi da fuoco, ma ha proposto anche l’unificazione del Ministero dell’Istruzione, della Sanità e del Lavoro in un nuovo ministero detto “Ministero del Capitale Umano“. L’uomo viene così mercificato in quanto ridotto anche lui a “capitale” e, come tale, scambiabile su un preciso mercato – quello del lavoro – secondo la logica neoliberista, la quale ha una concezione antropologica radicalmente diversa rispetto a quella della teoria liberale classica, come ha spiegato in un’ intervista a L’Indipendente il fisico e giornalista Marco D’Eramo: “Se nel liberalismo classico l’uomo mitico è il commerciante […], nel neoliberismo l’uomo ideale diventa l’imprenditore e il mito fondatore è quello della competizione”. La conseguenza di ciò è che ciascuno diventa capitale umano e “La forma sociale che meglio rispecchia questa idea del capitale umano non è il liberalismo ma lo schiavismo, perché è lì che l’uomo è letteralmente un capitale che si può comprare e vendere”. Proseguendo sulla stessa linea ideologica, il neopresidente argentino ha anche detto di non essere contrario alla vendita di bambini, ma che a causa della delicatezza del tema e della ritrosia dell’opinione pubblica se ne potrà parlare solo tra duecento anni. Nel tentativo di aumentare i consensi, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali, ha ammorbidito le sue posizioni sulla vendita di organi, da lui considerati una «risorsa economica». È contrario all’aborto, ma solo in quanto lo considera una questione di diritti di proprietà.

Anche sul piano della politica estera, il politico libertario promette un cambiamento epocale che, a causa del suo marcato antisocialismo, minaccia le relazioni con la Cina e con gli stessi Paesi socialisti dell’America Latina a cominciare dal Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva. Per questi motivi, Milei aveva annunciato che avrebbe rifiutato l’invito a entrare nel gruppo dei Brics presentato durante il vertice di Johannesburg lo scorso agosto. «Stati Uniti e Israele saranno i nostri principali alleati», aveva affermato già durante la campagna elettorale, promettendo anche di spostare l’ambasciata argentina nello Stato ebraico da Tel Aviv a Gerusalemme, come segno di solidarietà allo Stato ebraico. Queste posizioni si devono anche alle scelte personali di Milei che aveva reso noto di volersi convertire alla fede ebraica: «Voglio essere il primo presidente ebreo di questo paese», aveva sostenuto all’inizio del percorso di conversione due anni fa.

Milei entrerà in carica il prossimo 10 dicembre e dovrebbe governare per quattro anni: si tratta di un risultato strategico per Washington che acquisisce un nuovo alleato e che intacca così la compattezza del Sudamerica come importante polo del nascente ordine multipolare.[di Giorgia Audiello]

La vittoria di Javier Milei in Argentina fa esultare l'ultradestra in tutto il mondo. Vuole «far saltare in aria la banca centrale», dollarizzare l’economia. È favorevole alla vendita di organi, non ha tempo per le mezze misure. L’estremista liberale ha battuto al ballottaggio l’avversario di centrosinistra e governerà il Paese. E riceve subito i complimenti da Salvini, Orban e Vox. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 20 novembre 2023

«Oggi inizia la fine del declino argentino, inizia la ricostruzione», ha detto Javier Gerardo Milei durante il discorso che ha fatto a Buenos Aires davanti alla folla accorsa per festeggiare la sua vittoria la ballottaggio per le elezioni presidenziali, domenica 19 novembre. Contro l’avversario di centrosinistra, già ministro dell’economia Sergio Massa. Battuto di oltre 11 punti. Anche grazie all’appoggio dell’ex presidente Mauricio Macri e di Patricia Bullrich, avversaria di centrodestra sconfitta il 22 ottobre, Milei ha vinto su Massa in quasi tutto il Paese, nonostante alle primarie fosse in svantaggio. «Il modello di decadenza è giunto al termine. Non si può tornare indietro. L'Argentina ritornerà al posto che non avrebbe mai dovuto perdere nel mondo. Lavoreremo fianco a fianco con tutte le nazioni del mondo libero, per contribuire a costruire un mondo migliore». 

Il leader del partito La Libertad Avanza durante il suo speech ha anticipato anche la direzione che intende dare al suo governo, promettendo agli argentini di porre fine «al sistema di privilegi per alcuni che impoverisce la maggioranza della popolazione. La situazione in Argentina è critica, i cambiamenti necessari sono drastici. Non c’è spazio per gradualità o mezze misure».  

«Da domani spetta al neo-presidente garantire la trasmissione delle certezze», ha risposto Massa subito dopo aver preso coscienza della sconfitta. Ricordando a Milei le responsabilità che si assume nei confronti dei cittadini che l'hanno votato. E suggerendogli di «mettere in atto i meccanismi per una transizione democratica».  Che avverrà entro il prossimo 10 dicembre, quando il governo attuale concluderà il mandato e l'idolo dell’ultradestra sarà ufficialmente il presidente dell’Argentina. A quarant’anni dalle elezioni del 1983 che riportarono la democrazia nel Paese. In un momento molto critico per la Repubblica argentina, stremata dalla povertà e dalla crescita dell’inflazione. Di nuovo vicina alla bancarotta. 

Dopo una carriera politica fulminea -  solo nel 2021 ha ottenuto un seggio come deputato nazionale per la Capitale - e una campagna elettorale eccentrica ed estrema, condotta con una motosega in mano per simboleggiare i tagli alla spesa pubblica e quelli ai ministeri che si propone di fare, Javier Milei è arrivato alla Casa Rosada. Ma non avrà né governatori né maggioranze al Congresso, necessitando, quindi, di trovare accordi per far approvare le leggi che proporrà al Parlamento. E di fatto diventando il rappresentante al vertice una struttura politica molto debole. 

«Congratulazioni e buon lavoro al nuovo presidente dell’Argentina», ha scritto Matteo Salvini su X per festeggiare l’elezione dell’outsider della politica. Come lui la maggior parte dei leader delle destre si sono congratulati con il neo-presidente spesso paragonato a Jair Bolsonaro e Donald Trump: «Congratulazioni a Javier Milei per la grande corsa alla presidenza dell’Argentina. Tutto il mondo stava guardando! Sono molto fiero di te. Trasformerai il tuo Paese e davvero renderai di nuovo grande l’Argentina», ha scritto l’ex presidente Usa. «Vi auguro la forza e la perseveranza per lavorare per l'Argentina e per la libertà», ha aggiunto il primo ministro ungherese Viktor Orban. «Oggi si apre per gli argentini e per tutta l’America Latina un cammino di futuro e di speranza, che in Spagna celebriamo con speciale gioia», ha scritto Santiago Abascal, il leader del partito di estrema destra spagnolo Vox.

Javier Milei, chi è il populista che ha vinto in Argentina: dalla vendita di organi alla guerra all’aborto. Nicolas Fuster su Il Riformista il 20 Novembre 2023

Chi è colui che, con una motosega in mano, ha fatto tremare l’establishment argentino ed è diventato Presidente? Qual è il suo rapporto con il mercato? Come sono la sua comunicazione, la sua concezione della democrazia, la sua proposta economica? Ma soprattutto è una persona emozionalmente stabile?

Il 20 gennaio del 2017, nel suo discorso di insediamento, il Presidente statunitense Donald Trump disse: «Stiamo insieme, in un grande sforzo nazionale, per ricostruire il nostro Paese. Oggi non stiamo solo trasferendo il potere da un governo all’altro, o da un partito all’altro. Oggi stiamo prendendo il potere da Washington DC e ridandolo a voi, il popolo. Per troppo tempo, un piccolo gruppo (…) ha prosperato, mentre la gente ha pagato il costo.»

Ad agosto di quest’anno, in un lontano Paese del sud del Sudamerica, la sera delle elezioni primarie che lo hanno visto battere i due candidati dei partiti mainstream, Javier Milei affermò: «Quest’alternativa competitiva non solo darà fine al kirchnerismo, ma darà fine alla casta politica parassitaria, ladra e inutile che affonda questo Paese. Stiamo di fronte alla fine del modello della casta. Oggi abbiamo dato il primo passo per la ricostruzione dell’Argentina.»

All’indomani del primo turno, a fine ottobre, Milei aveva ottenuto l’espresso sostegno dell’ex Presidente Macri (che l’aveva appoggiato tacitamente durante tutta la campagna), della già candidata Patricia Bullrich e di una parte del loro partito, il PRO. Oggi, la federazione Juntos por el Cambio, “Insieme per il cambiamento”, principale forza di opposizione in questi ultimi quattro anni, composta dal PRO, il Partito Radicale e altri partiti centristi, è ufficialmente rotta.

Ieri sera, dopo aver vinto le presidenziali, Milei ha ribadito lo stesso concetto: «Il modello della decadenza è dietro. Oggi riabbracciamo le idee della libertà per ridiventare una potenza mondiale. Oggi finisce un’Argentina e ne comincia un’altra», mentre parlava accanto a uno schermo con scritto “Milei, unica soluzione”. Una sorta di remake creola del MAGA: Make Argentina Great Again.

Il 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti Umani, Javier Milei sarà insediato Presidente e guiderà un governo che, in maniera inedita, sarà composto da un numero di esponenti che non condannano la dittatura caratterizzata dal terrorismo di stato, che ebbe luogo tra il 1976 e il 1983.

Chi è Milei, il nuovo presidente dell’Argentina

Javier Milei (52) è un economista libertario e ultraconservatore, che però si auto-definisce “liberale”, la cui carriera politica si limita a mezzo mandato alla Camera dei Deputati, dove è entrato nel 2021. Dopo anni di lavoro nelle aziende di Eduardo Eurnekián, imprenditore molto legato ai governi Kirchner, e di partecipare nei panel di programmi di TV per parlare di economia, Milei ha deciso di scendere in campo.

La comunicazione di Milei

Proprio come altri leader dello stesso colore politico, Milei è riuscito ad attirare l’attenzione di buona parte dei media tramite un discorso di taglio populista, con due slogan molto chiari: attaccare la “casta politica”, e proporre la dollarizzazione del Paese e la chiusura della Banca Centrale.

Nei suoi interventi, Milei si colloca come difensore degli “argentini perbene”, e assicura che i partiti mainstream subiranno le conseguenze della sua vittoria. Così, i suoi sostenitori cantano “la casta ha paura” e altre frasi antisistema, e molti di quelli che lo hanno votato credono che lui, con la sua iconica motosega, taglierà i privilegi dei politici, senza che le sue misure abbiano un impatto sulla vita dei cittadini. Nei suoi meeting politici, Milei alternava l’immagine dell’economista serio con quella dell’agitatore con la giacca di cuoio e, quasi fuori da sé, canta il ritornello di una famosa canzone argentina che recita “Scoppia l’esplosione”.

Milei si è fatto riprendere mentre faceva una mimica di lui che eliminava ministeri: con la voce artificialmente roca (come fanno altri leader populisti di destra), urlava “Ministero della Cultura, fuori! Ministero dell’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile, fuori! Ministero delle Donne e Genere, fuori! Ministero della Scienza e la Tecnologia, fuori! Ministero dell’Istruzione, fuori!”, mentre toglieva pezzettini di carta attaccati a una lavagna, e come altri leader si identificano con uno slogan, lui finisce i suoi discorsi recitando: “Viva la libertà, cazzo!”

Persistentemente, Milei ricorre alla pedofilia e altre forme di violenza sessuale per illustrare i suoi esempi: «Il nostro nemico è lo stato, ovvero un pedofilo in un asilo con i bambini incatenati e ricoperti in vaselina», «Il sistema di distribuzione di fondi dallo stato centrale alle province è come se lei avesse una figlia e vi fosse qualcuno con una dipendenza al sesso, e sua figlia è vittima. Bisogna finire con questo!»

Il mercato e l’apertura alla vendita degli organi

Milei non solo vuole togliere lo stato da ogni sfera della vita cittadina: sembra proprio di interpretare la vita attraverso la lente del mercato.

Ad esempio, per quanto riguarda l’istruzione, il suo programma prevede un sistema di voucher per promuovere la competizione tra le scuole. In un Paese con tantissime scuole pubbliche, ivi comprese le scuole rurali, nelle quali ricevono lezioni i ragazzi delle campagne più isolate, Milei spiega agli elettori che «quelle scuole con meno studenti dovranno chiudere».

Inoltre, da tempo il candidato apre alla compra-vendita degli organi. «Se uno vende un organo perché altrimenti rischia di morire di fame, allora morirà lo stesso, ma così almeno salva una vita». E questo ragionamento, di un semplicismo sbagliato, non è il limite. Alla recente domanda del giornalista Ernesto Tenembaum sulla vendita dei minorenni, Milei rispose «Dipende.»

In un recente dibattito prima delle elezioni presidenziali del 22 ottobre, Milei spiegava ancora una volta la sua difesa del libero possesso delle armi attraverso, appunto, una teoria del mercato: «Il delitto è come qualsiasi altra attività, se ci sono più benefici, cresce. Se tu abbassi il costo al delinquente, il beneficio sale e l’attività aumenta. Se il delinquente non sa se hai un’arma o meno, allora il suo costo sale e la delinquenza cala». Nonostante queste dichiarazioni, e proprio come fanno altri leader populisti, Milei dà dei messaggi in contraddizione con sé stesso: «Il possesso delle armi non è nella mia piattaforma».

Orbene: chi si prenda la briga di andare a leggere il programma di governo da lui presentato, troverà: “Sul possesso delle armi da fuoco proponiamo la deregolamentazione del mercato legale”.

Ma questo fondamentalismo di Milei per il mercato sembra un amore non proprio corrisposto: nella borsa di Buenos Aires, il valore delle azioni in dollari si era fermato proprio il giorno dopo le primarie. E nei giorni successivi a quel voto, il rischio paese era cresciuto e, probabilmente per via del consenso di Milei in vista delle presidenziali, si era stabilizzato in un livello molto più alto di quello precedente alle elezioni. In altre parole, Milei ama il mercato e lo vede come un grande organizzatore del mondo, ma il mercato non era così convinto da un governo dell’economista.

L’Economia secondo Milei: dollarizzazione

Oltre all’aspetto ideologico, c’è la parte economica. Milei, che si identifica con la Scuola Austriaca, è uno dei pochi populisti –in particolare di destra– che citano autori. In un Paese in cui le persone hanno il riferimento del dollaro e altre monete estere perché l’inflazione, di circa il 140% annuale, fa sì che il peso si polverizzi mese dopo mese, Milei ha due proposte concrete quanto impossibili: la prima è quella di “bombardare la Banca Centrale”, anche se nessuno dei Paesi che hanno risolto il problema dell’inflazione l’ha fatto chiudendo la propria Banca Centrale.

La seconda è dollarizzare. In Argentina, uno stato affogato dai debiti, che non ha dollari fisici ed ha miliardi di riserve negative, una dollarizzazione dell’economia equivarrebbe a un’automatica iper-inflazione e salari e pensioni da pochi dollari. Anche se per molti elettori questo rappresenta un problema tecnico complessissimo, per altri significa semplicemente che verrebbero pagati in dollari.

Liberalismo?

Se il liberalismo è un principio cardine delle democrazie occidentali –chiamate, appunto, democrazie liberali–, il rapporto di Milei con la democrazia è leggermente diverso. Tanto è vero che ha spiegato varie volte come, secondo lui, il problema dell’Argentina inizi nel 1916. Proprio il 1916 è stato l’anno in cui è stato eletto il primo presidente risultato dal voto universale (ancora maschile), obbligatorio e soprattutto segreto. In altre parole, in Argentina si considera l’anno d’inizio della vera democrazia.

Dall’altro lato, in più interviste Milei ha spiegato come nei suoi momenti liberi si diverta a tirare le freccette ad una foto di Raúl Alfonsín, il presidente argentino tra il 1983 e il 1989. Anche se il suo mandato finì con un’iperinflazione, Alfonsín è stato il primo presidente eletto dopo l’ultima e più sanguinaria dittatura, ed è visto dalla società argentina come il padre dell’odierna democrazia.

Un’altra caratteristica del liberalismo sono i diritti, sia quelli riproduttivi sia quelli civili. E Milei contesta entrambi. Esattamente come gli altri populisti ultraconservatori, Milei si pronuncia contro l’aborto legale. Se le donne possono abortire in Argentina sin da dicembre del 2020, Milei propone un referendum abrogativo della legge dell’IVG. «L’aborto è un omicidio aggravato dal vincolo di sangue», assicura.

Per quanto riguarda i diritti della comunità LGBTIQ, la vicepresidente eletta, Victoria Villarruel, si è lamentata che esista il matrimonio egalitario, «se c’era lo stesso con le unioni civili.» Dal punto di vista legale, le unioni civili –proprio come in altri Paesi– non sono la stessa cosa del matrimonio.

Sempre nell’orbita del liberalismo, nelle scuole di tutta l’Argentina viene impartito un corso sull’ESI (Educazione Sessuale Integrale), e vi sono numerosi casi di bambini che sono riusciti ad identificare delle situazioni di abusi e pedofilia grazie ai contenuti imparati a scuola. Ma il programma elettorale de La Libertad Avanza (LLA) propone, nero su bianco, «Eliminare l’obbligatorietà dell’ESI in tutti i livelli dell’insegnamento.» La controproposta de LLA è arrivata da Ramiro Marra, excandidato sindaco di Buenos Aires: «No alla teoria di genere. E ai ragazzi dico: guardate pornografia. Io mi sono educato sessualmente così.»

In altre parole, per Milei e LLA la pedofilia conta per la metafora dello stato.

Ma toglie ai minorenni la possibilità di riconoscerla.

A parte ciò, un candidato delle liste de LLA ha spiegato che «gli omosessuali meritano rispetto come gli zoppi, i cechi e i sordi». E Diana Mondino, potenziale Ministra degli Affari Esteri del governo Milei, è stata chiara: «Ribadiamo essere completamente contro l’Agenda 2030.»

Milei, il sedicente liberale, non ha ritenuto necessario esprimersi su nessuno di questi commenti degli esponenti del suo partito. L’intellettuale argentino Juan José Sebreli ha sostenuto che i leader populisti siano dei lúmpenes, un termine originalmente coniato da Marx –il Lumpenproletariat– che nello spagnolo argentino fa riferimento ai marginali, gli esclusi dalla realtà sociale. Da questa prospettiva, è interessante fare un ultimo commento sulla figura di Milei.

La parte superstiziosa emozionale di Milei

Javier Milei menziona costantemente i suoi cani (che hanno tutti nomi di economisti libertari: Murray, Milton, Robert e Lucas), ai quali addirittura ha ringraziato più volte, chiamandoli «i miei figlioli». I cani sono stati clonati da un altro suo cane, Conan, morto nel 2017, e con il quale Milei assicura di avere una connessione telepatica. «La clonazione era una maniera di avvicinarmi all’eternità», disse.

Durante tutta la campagna Milei ha insultato i suoi avversari. E anche qualche mese prima della campagna, si è rivolto pubblicamente al sindaco di Buenos Aires “rosso di merda, stronzo, ti schiaccio come a un verme”, per citare uno tra gli altri esempi. In più, maltratta i giornalisti che gli fanno delle domande scomode, come è successo con Jessica Bossi quando lei gli chiese sul libero possesso delle armi proposto da LLA.

Infine, Milei è riuscito a creare un canale diretto con tanti elettori. Secondo il giornalista Carlos Pagni, in questo momento di grande crisi di rappresentanza, «lui non capisce cosa succede alla gente, come dicono tanti candidati. No: a lui succede lo proprio lo stesso. Lui è arrabbiato, urla e parla di entrare nelle istituzioni della casta con la motosega.»

In questa stessa linea, prosegue Pagni, «Milei, che ha subìto le violenze da parte di suo padre e non è stato appoggiato dalla sua famiglia durante il suo percorso di studi, trasmette di saper esattamente cosa significhi essere bullizzato: bullismo che gli elettori sentirebbero da parte di una classe politica lontana dai loro bisogni. Questo implica una fragilità che quando sei al governo non puoi avere.»

Durante la campagna presidenziale si è saputo che Milei aveva svolto un tirocinio presso la Banca Centrale, esperienza poi non rinnovata. «Aveva detto di saper l’inglese, è stato assegnato nella direzione richiesta ma l’inglese non lo parla. Ma soprattutto non è in grado di rispettare le regole», diceva il suo resoconto.

Secondo il leader riformista e senatore Martín Lousteau, «una persona che sostiene che i genitori potrebbero mandare i loro figli piccoli a lavorare, una persona che si spaccia per rinnovatore anticasta e subito include Bullrich e Macri, una persona che dà a tutti dei “socialisti di merda” e poi offre dei ministeri alla sinistra radicale, è un fasullo. Le norme non scritte della democrazia e quel modo d’interagire sono molto importanti nella politica».

A differenza di Donald Trump, Javier Milei non ha un partito né una struttura politica, e adesso che ha vinto le presidenziali dovrà dimostrare come farà per portare avanti le sue politiche. Ma ha già dimostrato di non avere un rispetto per le istituzioni (le istituzioni liberali, è il caso di dirlo) che limitano il potere dell’autorità. E anche qualora non riuscisse a realizzare tutto il suo programma, il suo governo potrebbe cagionare danni veramente profondi nelle istituzioni e nel tessuto sociale. Nicolas Fuster

Le 8 frasi celebri di Javier Milei, il nuovo presidente ultraliberista dell'Argentina. Chiara De Zuani su Panorama il 20 Novembre 2023

L'ultraliberista di destra Javier Milei è stato eletto presidente dell'Argentina, ma ciò che fa preoccupare il Paese, non sono solo le sue ideologie, ma anche alcune sue affermazioni che spesso fanno sorgere dubbi in merito alla sua lucidità L'ultraliberista di destra Javier Milei è stato eletto presidente dell'Argentina. Con il 99,26% dei voti scrutinati, Milei, ha ottenuto il 55,69% dei consensi, quasi 12 punti in più del rivale al ballottaggio, il peronista Sergio Massa, che ha totalizzato il 44,31%. Negli ultimi anni, molti giovani si sono uniti al movimento libertario, che supporta il voto di protesta al fine di superare la crisi economica e sociale.

Ammiratore dichiarato di Donald Trump e Jair Bolsonaro, Milei è contrario all'aborto, è favorevole alle armi, ha giurato di tagliare i legami con i principali partner commerciali dell'Argentina, Cina e Brasile, ha messo in dubbio il bilancio delle vittime della brutale dittatura argentina e sostiene che gli esseri umani non sono responsabili del cambiamento climatico. Aveva persino attaccato il Papa con una raffica di epiteti feroci per i suoi richiami alla giustizia sociale e al dovere di prendersi cura dei più fragili. Ciò che spaventa e inquieta il Paese sono alcune frasi pronunciate pubblicamente da questo personaggio e che fanno sorgere domande e dubbi in merito alla sua lucidità. Vediamone alcune. 1. «Tra la mafia e lo Stato, preferisco la mafia. La mafia ha dei codici, mantiene le promesse, non mente, è competitiva» Milei afferma di essere un anarcocapitalista e sostiene l’abolizione dello Stato, che considera il male puro. 2. «La vendita di organi è un mercato come un altro» In un'intervista, Milei ha portato la logica dell'anarco-capitalismo all’estremo, ispirandosi a Rothbard, libertario americano autore di diverse opere tra cui Il Manifesto Libertario del 1973. Inoltre, non ha escluso la possibilità (futura) di commercializzare i bambini.

«Il Papa è il rappresentante del Maligno sulla Terra» «Dovremmo informare l’idiota di Roma che l’invidia, che è il fondamento della giustizia sociale, è un peccato cardinale», ha continuato Milei riferendosi a Papa Francesco. 4. «Se un’azienda inquina un fiume, che problema c’è?» Milei ha fatto dell’antiprogressismo il suo marchio di fabbrica. In risposta ai vari problemi ambientali, la sua soluzione è sempre la stessa: la privatizzazione. 5. «Lo Stato è un pedofilo in un asilo con bambini incatenati e ricoperti di vaselina» Riassume così Milei la sua visione di Stato: per lui, le tasse sono un retaggio della schiavitù e l’evasione fiscale dovrebbe essere considerata un diritto umano. 6. «Il primo mandato di Menem è stato il migliore della storia argentina» Milei evoca il periodo di stabilità del governo peronista di Carlos Menem, durato dal 1989 al 1999, che ha privatizzato gran parte del patrimonio nazionale. La dollarizzazione proposta da Milei era infatti già stata suggerita da Menem durante le elezioni del 2003. 7. «Voglio abolire la Banca centrale e deregolamentare il mercato del lavoro» Milei ha detto in un'intervista di essere “ossessionato” dalla Banca centrale, che considera responsabile dell’impennata dell’inflazione in Argentina. 8. «Sono il Generale AnCap (anarcocapitalista). Vengo da Liberlandia, una terra creata sul principio dell’appropriazione originale dell’uomo (…) La mia missione è prendere a calci nel c*** i keynesiani e i collettivisti di me***» Milei ha ripreso lo slogan «Che se ne vadano tutti, che non ne rimanga nessuno» (Que se vayan todos), cantato durante gli eventi del dicembre 2001, durante la grande crisi economica e sociale che colpì il Paese. In occasione di un festival otaku nel 2019, dove Milei, vestito come il generale AnCap ha pronunciato la suddetta frase, vestito da supereroe con mantello, maschera e tridente.

Don’t cry for him. L’argentino Javier Milei è una sintesi di tutti i peggiori difetti dei leader populisti. Paolo Rizzo su L'Inkiesta il 21 Agosto 2023.

Il candidato che ha vinto le elezioni primarie in Argentina è un ex portiere di calcio, laureato in economia e si definisce anarco-capitalista. Ha opinioni radicali ma confusionarie sull'aborto, l'uso delle armi e il cambiamento climatico

La sorprendente vittoria di Javier Milei alle elezioni primarie in Argentina ha attirato l’attenzione mondiale su un personaggio quantomeno stravagante dalle idee radicali e confuse. Sconosciuto fino a qualche anno fa, Milei si è costruito la sua fama in televisione alternandosi tra programmi trash e seri. In politica da due anni, potrebbe adesso diventare presidente dell’Argentina.

Nato a Buenos Aires nel 1970 da una famiglia di classe media: il padre possedeva un’impresa di trasporti e la mamma casalinga. Si è laurato in economia ed è stato un giocatore di calcio di discreto successo. Soprannominato El Loco Milei, da portiere del Chacarita Juniors è arrivato a un passo dall’esordio nella massima serie. È stato poi consulente economico e professore di Macroeconomia. Amante dei cani, possiede quattro mastini battezzati tutti in onore di famosi economisti: Murray per Murray Rothbard, Milton per Milton Friedman, Robert e Lucas per Robert Lucas. Ci sarebbe Conan, un mastino morto con cui Milei parla attraverso di una medium. È ai cinque cani che Milei  ha ringraziato per il suo recente successo elettorale. I rapporti con i genitori sono invece ormai compromessi da anni. 

Milei ha costruito la sua immagine pubblica collaborando con le migliori testate giornalistiche del paese per poi passare alla televisione. Debuttò in tv nel luglio 2016 e da quel momento un susseguirsi di interviste, danze e apparizioni fino alla decisione di provare l’avventura politica. Il tema principale della sua campagna è sempre stato la rottura con la classe politica: contro i peronisti, i kirchneristi e le colombe dell’opposizione. Politici definiti delinquenti da mandare via a patadas en el trastre, ovvero a calci in quel posto. 

Eletto deputato nelle elezioni di metà mandato del 2021, si è distinto per la non prolifica attività legislativa e per i suoi voti contrari. Milei ha votato No sia all’accordo di ristrutturazione del debito argentino con il Fondo monetario internazionale che alla proposta di legge per individuare cardiopatie congenite nei bambini. Per Milei l’approvazione della legge «avrebbe portato a una maggiore presenza dello Stato e maggiori costi».

L’ossessione di Milei è l’ideale libertario, qualunque cosa ciò possa significare. Da economista non crede nel fallimento del mercato né nello stimolo dell’intervento pubblico. Nel suo mondo ideale dovrebbe essere esistere un mercato per la vendita degli organi. Possibilmente anche uno per la vendita dei bambini anche se Milei, che non ha figli, non venderebbe il suo e riconosce che questa discussione è un po’ lontana dalla realtà degli argentini. Ci tiene però a precisare che se ne potrebbe riparlare tra duecento anni. 

Le contraddizioni arrivano in tema di diritti. A differenza dell’estrema destra europea, Milei non fa sua la battaglia dell’identità di genere e non sarebbe neanche contrario alla legalizzazione delle droghe. Il tutto a condizione che ciò non comporti un costo allo Stato. Sostiene che la sessualità sia una scelta personale che non può essere condizionata dallo Stato. 

Milei si avvicina alle idee più estreme di destra su almeno tre temi. Si dichiara favorevole alla libera circolazione di armi perché «i delinquenti le usano comunque». È contrario all’aborto perché «la donna può scegliere cosa fare del suo corpo ma ciò che ha nel ventre è un altro corpo». Se dovesse essere eletto presidente indirebbe un plebiscito per annullare la legalizzazione dell’aborto approvata dal Parlamento argentino nel 2020. Nega il cambiamento climatico e lo definisce una bugia del socialismo. 

In politica estera non firmerebbe mai accordi con paesi comunisti quali Cina, Cuba, Venezuela e Nicaragua. Uscirebbe anche dal Mercosur, il mercato comune che unisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Il primo viaggio istituzionale sarebbe in Israele già che, per completare il personaggio, Milei da cattolico potrebbe pure convertirsi all’ebraismo impulsato dal suo consigliere, il rabbino Axel Wahnish. Ovviamente al viaggio seguirebbe la decisione di riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele.

Difficile quindi affibbiare un’etichetta a un personaggio dai tratti grillini, bolsonaristi, meloniani, trumpiani. Un personaggio talmente eccentrico e stravagante dall’essere passato in età adulta dal tifare Boca al River. Il tutto durante la finale 2018 di Coppa Libertadores di Madrid in cui il River vinse contro il Boca. Probabilmente la migliore definizione è quella autoassegnatosi dallo stesso Milei: un anarco-capitalista. Espressione adeguata perché lascia un alone di mistero sul suo reale significato. 

Si fa fatica a credere che un personaggio del genere riesca ad arrivare alla Casa Rosada. Bisognerebbe però evitare di fare facili ironie. L’Argentina vive un vero disastro economico con l’inflazione al centoquindici per cento e un Prodotto interno lordo per capita misurato al tasso di cambio parallelo di 300 euro. In Europa e negli Stati Uniti siamo riusciti a eleggere di peggio in condizioni economiche migliori. Gli argentini decideranno in autunno (primavera per loro) chi sarà il prossimo presidente. Se eletto Milei non avrebbe la maggioranza in parlamento e dovrà necessariamente moderare le posizioni più estreme. Ma soprattutto, la vera notizia non sarà neanche l’ascesa di Milei ma il crollo del peronismo, il dogma su cui si è fondata l’Argentina degli ultimi ottanta anni. 

Javier Milei, dall’Argentina il nuovo idolo dell’ultradestra. Favorevole alla vendita di organi. Il leader estremista ha vinto alle primarie di domenica 13 agosto. Contrario all’aborto, all’educazione sessuale nelle scuole e per la privatizzazione selvaggia, ora rischia di guidare la seconda economia del Sud America. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 17 Agosto 2023.

Vuole «dar fuoco» alla banca centrale e adottare il dollaro come moneta nazionale perché «metterà fine all’inflazione». È contrario all’aborto e all’educazione sessuale nelle scuole ma favorevole alla vendita di organi: «Un mercato in più». Odia la casta, pensa che i politici debbano «essere presi a calci in culo», che lo Stato sia «un’organizzazione criminale che si finanzia attraverso le tasse prelevate alle persone con la forza. Stiamo restituendo i soldi che la casta politica ha rubato». Crede che tutti possano utilizzare le armi, vuole ridurre le tasse, i programmi assistenziali e privatizzare le imprese pubbliche.

È Javier Milei, 52 anni, membro del Congresso dal 2021, economista ed ex opinionista televisivo, il leader ultraliberista, «anarcocapitalista» come si definisce da solo, che ha vinto le primarie di domenica scorsa, il 13 agosto, in Argentina, quelle che servono per scegliere i candidati che si presenteranno alle elezioni presidenziali, trasformando il Paese in un banco di prova per le forze di estrema destra di tutto il mondo.

Il leader di La Libertad Avanza, partito che ha fondato, ha raggiunto il 30 per cento dei voti superando sia la coalizione di centrodestra sia quella di centrosinistra. E diventando, a sorpresa, da caricatura dell’estrema destra, il favorito per le elezioni presidenziali che si terranno il 22 ottobre. Anche se, secondo gli analisti, è più probabile che le sorti della nazione sudamericana da 46 milioni di abitanti, con alcune delle più grandi riserve mondiali di petrolio, gas e litio, si decideranno durante il ballottaggio del prossimo 19 novembre. Perché, come ha scritto il New York Times, i risultati di domenica hanno mostrato che le tre coalizioni hanno livelli di sostegno simili, rendendo improbabile che un candidato raggiunga o superi la soglia del 45 per cento necessaria per vincere al primo turno.

«Non solo porremo fine al Kirchnerismo (corrente politica di sinistra, che prende il nome dagli ex presidenti argentini Néstor Carlos Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner ndr), ma porremo fine anche all'inutile, parassitaria casta politica criminale che sta affondando questo paese», ha dichiarato Milei ai suoi sostenitori durante il discorso post-voto. Quando ha ringraziato anche la sorella, che gestisce la sua campagna, e i cinque cani, «i suoi figli a quattro zampe», che prendono il nome da altrettanti economisti conservatori.

Il Trump o il Bolsonaro (che lo sostiene) della seconda economia del Sud America, dopo il Brasile, (così lo definiscono in molti) si è presentato come l’outsider in grado di portare avanti un cambiamento radicale di cui l'economia argentina avrebbe bisogno per uscire dalla crisi profonda in cui è precipitata: oltre all’abolizione della banca centrale, alla dollarizzazione della moneta e alla diminuzione drastica delle tasse, Javier Milei ha proposto anche di tagliare la spesa pubblica, addebitare alle persone l'uso del sistema sanitario pubblico, chiudere o privatizzare le imprese statali, eliminare i ministeri della salute, dell'istruzione e dell’ambiente. Conquistando il voto di chi cerca una rottura con il sistema vigente.

Anche se, come ha ricordato il quotidiano spagnolo El Pais, a pesare sul risultato raggiunto da “El Loco” - il soprannome che i compagni di scuola gli avevano dato a causa dell’aggressività - è stato pure l’astensionismo. Che domenica 13 agosto ha raggiunto un nuovo record, uno dei peggiori da quanto in Argentina è tornata la democrazia nel 1983: ha partecipato alle primarie il 69,6 per cento della popolazione. Nel 2019 aveva votato il 76,9 per cento.

«La vittoria di Milei ci parla soprattutto della misura dello sconforto e della rabbia che aleggia nella società argentina, che ha voluto esprimere questo profondo disagio con il voto delle primarie», ha scritto il quotidiano argentino El Clarín. Ma «avrà bisogno di qualcosa di più delle urla e dei gesti da outsider che gli hanno dato così buoni risultati ora. A ottobre dovrà costruire una maggioranza, non solo essere il candidato più votato».

Il candidato ultradestra. Chi è Javier Milei, il Grillo di estrema destra che vola alle primarie in Argentina. Il voto di protesta e l’iperinflazione lo portano al 30% verso le presidenziali di ottobre. Il peronismo di governo, al 21% , tenta la rimonta con Sergio Massa. Angela Nocioni su L'Unità il 15 Agosto 2023

Il candidato della destra alle presidenziali argentine di ottobre sarà un urlatore di ultradestra che si definisce anarcocapitalista, dice di considerare suo compito l’estinzione dello Stato e farcisce le sue sparate antisistema di slogan contro l’aborto. Si chiama Javier Milei. Ha ottenuto il 30% dei voti alle primarie che in Argentina sono obbligatorie, si celebrano a due mesi dalle presidenziali e riguardano tutti i partiti.

Milei si presenta come un anti-casta, tasto molto sensibile nel Paese che durante la crisi di fine 2001 ha visto entrare e uscire dalla Casa Rosada cinque presidenti in pochi mesi al grido di piazza “Que se vayan todos” (che se ne vadano tutti). Milei ha stracciato la destra tradizionale guidata dall’ex presidente Mauricio Macri e rappresentata al voto da Patricia Bullrich, ferma al 17%. Al secondo posto con il 21% c’è Sergio Massa, l’economista figlioccio politico dell’ex presidente Nestor Kirchner. Massa rappresenta lo schieramento progressista e paga l’essere emanazione diretta dei peronisti al momento al governo.

Milei ha capitalizzato il grande malcontento sociale per l’inflazione alle stelle e la povertà che dilaga. Promette di spenderlo tutto in una campagna di feroce populismo giocata sull’esaltazione degli ultras di Vox, nonostante la scoppola presa da Vox alle elezioni politiche in Spagna a luglio, e sull’imitazione di Trump . Anche se lui per eloquio e stile somiglia più a un Grillo spostato alla destra estrema che a The Donald. La grande sorpresa è che per la prima volta si è rotto il bipolarismo tradizionale che da tempo caratterizza l’Argentina dominata da due grandi coalizioni.

La destra al momento guidata dall’ala liberista di Macri e i peronisti attualmente al governo con la loro corrente di sinistra se la dovranno vedere con il fenomeno, vecchio ma insidiosissimo, della furiosa piazza antipolitica che stavolta però è stata intercettata da un capo in grado di trasformare quella rabbia in voti per sé. Milei sta festeggiando come se fosse già con un piede dentro la Casa Rosada. “Metterò fine alla casta parassitaria, ladra e inutile di questo Paese” ha detto appena diffusi i primi risultati. “Siamo in condizioni di vincere al primo turno. Siamo di fronte alla fine del modello della casta, quel modello la cui massima espressione è l’aberrazione chiamata giustizia sociale che solo produce deficit fiscale”.

Nel suo programma di governo Milei, che si presenta con la lista la Libertà, avanza promette di tagliare i posti di lavoro nella pubblica amministrazione, la dollarizzazione della valuta (che nei prezzi è già dollarizzata da tempo), la privatizzazione di tutti i servizi pubblici incluse sanità e istruzione e l’eliminazione della Banca centrale. L’affluenza alle urne è stata molto bassa: il 69% dei 35 milioni degli aventi diritto. Si tratta della percentuale più bassa mai registrata alle primarie. Rispetto alle precedenti del 2019 il calo è stato di 1,4 milioni.

Per rimontare e riuscire nel sorpasso Sergio Massa deve riuscire a mandare al voto quei dieci milioni di persone che alle primarie non hanno partecipato, oltre a pescare nel bacino della destra tradizionale che in buona parte teme le bordate antisistema più del peronismo di sinistra, forza di governo navigata e ragionante.

Angela Nocioni 15 Agosto 2023

Canada, trovate altre fosse comuni nelle scuole cristiane per gli indigeni. Sara Gandolfi su il Corriere della Sera il 22 Febbraio 2023

Nell’ex convitto sull’isola di Vancouver potrebbero essere sepolti centinaia di bambini nativi. I sopravvissuti raccontano di aborti forzati e piccole bare trasportate nottetempo

L’horror story delle scuole residenziali canadesi, gestite dalla Chiesa per «civilizzare gli indigeni», non ha fine. La Prima Nazione di Tseshaht ha annunciato l’individuazione con i radar di 17 tombe sospette nel terreno dell’ex convitto di Port Alberni, sull’isola di Vancouver. Potrebbero contenere i corpi di decine di ex piccoli alunni.

È un drammatico «viaggio nella verità» cominciato anni fa e questa è solo l’ultima di una lunga serie di atroci scoperte.Oltre 150 mila bambini furono costretti a frequentare le scuole cristiane finanziate dallo Stato canadese, a partire dal XIX secolo, nel tentativo di isolarli dall’influenza culturale delle comunità native. Alcuni avevano appena 3-4 anni. Venivano trasferiti spesso a migliaia di chilometri di distanza dai genitori, a volte non li rivedevano più. Molti subirono abusi fisici e sessuali, migliaia non tornarono mai a casa. L’ultima delle 139 Residential Schools venne chiusa nel 1998. La maggior parte è stata da allora demolita.

Non quella di Port Alberni, in British Columbia. Bambini di almeno 90 comunità hanno frequentato la scuola, chiusa nel 1973. Secondo il geofisico Brian Whiting, che ha guidato le ricerche, le 17 tombe rilevate potrebbero essere soltanto la punta di un iceberg. I sopravvissuti hanno raccontato di aborti forzati, sepolture multiple, teschi e resti umani che affioravano dal terreno e piccole bare trasportate nottetempo fuori dall’edificio. Era uno dei sei centri residenziali canadesi in cui gli alunni venivano sottoposti ad esperimenti nutrizionali autorizzati dal governo senza il consenso dei genitori. E nel marzo 1995, l’ex supervisore del dormitorio scolastico si dichiarò colpevole di 18 "aggressioni indecenti", avvenute tra il 1948 e il 1968. All’epoca aveva 77 anni e fu condannato a 11 anni di carcere. In quell’occasione, un giudice della Corte Suprema paragonò il sistema scolastico residenziale ad «una forma di pedofilia istituzionalizzata».

L’obbiettivo dichiarato del patto fra Stato e Chiesa era assimilare e cristianizzare i bambini indigeni, definiti come «selvaggi». Il governo canadese, dopo le scuse formali, ha istituito un fondo di compensazione da 1,9 miliardi di dollari e una Commissione per la verità e la riconciliazione, che ha ascoltato per sei anni le drammatiche testimonianze dei sopravvissuti e identificato più di 4.000 bambini morti per malattie provocate da sovraffollamento, malnutrizione e scarsa igiene, o dopo aver subito abusi o aver tentato di scappare. Nel 2015, concluse che si trattò di un «genocidio culturale».

Il tema delle fosse comuni è esploso nel maggio 2021, quando furono trovate oltre 200 tombe anonime sul terreno di un’ex scuola a Kamloops, in British Columbia. Alcune settimane dopo, altre 751 tombe affiorarono davanti alla Marieval Residential School nel Saskatchewan. Diverse chiese sono state poi vandalizzate, in migliaia hanno marciato rivendicando le scuse del Papa. Francesco ha finalmente visitato il Canada nel luglio scorso per quello che ha definito «un pellegrinaggio penitenziale», durante il quale ha chiesto perdono «per il torto fatto da tanti cristiani ai popoli indigeni».

Gli australiani hanno votato per continuare a negare i diritti agli aborigeni. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 16 Ottobre 2023

Alla fine ha vinto il ‘no’. Alla domanda “approva lei di modificare la Costituzione così da riconoscere al suo interno le popolazioni aborigene?”, la maggioranza degli australiani ha risposto in maniera negativa. E così il referendum indetto nel Paese per legittimare – per la prima volta nella storia nazionale – sostanziali diritti per le popolazioni indigene, è diventato carta straccia. Un esito ancora più catastrofico tenuto conto che il sì, oltre a garantire per legge il riconoscimento formale delle comunità indigene in quanto ‘First Nations people’ (prime popolazioni presenti sul territorio), avrebbe comportato l’istituzione della ‘Voce degli Aborigeni e degli abitanti delle isole dello Stretto di Torres’, un organo consultivo indipendente, composto da rappresentanti scelti dalle comunità indigene, che sarebbe stato autorizzato a fornire pareri non vincolanti al Parlamento e all’esecutivo sulle tematiche relative alle popolazioni native.

D’altronde, affidare (in parte) al voto popolare la decisione di affondare o meno certi diritti – come prevede la legge australiana, per cui le modifiche costituzionali necessitano di un referendum – significa correre il rischio che, alla fine, a subirne le conseguenze siano le stesse minoranze. Senza che, tra l’altro, il Governo possa farci niente. Tuttavia, nonostante l’esecutivo sia tenuto a rispettare i risultati, non sono mancate le polemiche. Secondo gli aborigeni, per esempio, gli elettori non sono stati adeguatamente informati su come e cosa avrebbero dovuto votare e sarebbero stati invece ‘storditi’ dalle notizie false e fuorvianti diffuse sui social media, studiate per alimentare razzismo e ostilità.

Ma i nativi ci avevano sperato comunque, soprattutto perché l’ultima volta che gli australiani si erano riuniti alle urne referendarie sui temi riguardanti le popolazioni native, la questione si era risolta in maniera diversa. Nel 1967, infatti, il 90.77% dei votanti scelse di abolire dalla Costituzione la frase “diverse dagli aborigeni di qualsiasi Stato” e di cancellare l’intera sezione 127, che li voleva esclusi dal conteggio formale della popolazione australiana. Una vittoria che all’epoca fu interpretata come un cambio di rotta, ma che a distanza di anni non ha portato i risultati sperati: ora come allora la possibilità di vedersi ufficialmente menzionati nella Costituzione è sempre più urgente e necessaria. Basti pensare che in media in Australia l’aspettativa di vita degli indigeni è di otto anni più bassa rispetto a quella degli altri, e che fra i primi si registra il doppio dei suicidi rispetto alla media nazionale. Le cause sono diverse: c’entrano salute, istruzione e mortalità infantile, ma c’entrano soprattutto i soprusi e le privazioni a cui sono sottoposti.

Dei 983.700 indigeni che abitano l’Australia (cioè il 3,8% della popolazione totale al 30 giugno 2021), discendenti di quelli che giunsero nel continente 45mila anni fa e oggi divisi in circa 500 diversi popoli, una buona parte vive in condizioni di disagio. Se infatti prima dell’invasione coloniale le comunità native abitavano tutto il continente, vivendo con i ‘frutti’ della terra e del mare, oggi molti di quei terreni non gli appartengono più. Survival International, organizzazione per i diritti umani degli indigeni, dice che «alcuni lavorano come braccianti in quelle stesse fattorie che hanno occupato le loro terre ancestrali» e «vivono nelle periferie degradate delle città». Ma per fortuna altri ancora, soprattutto nella metà settentrionale del continente, «rimangono radicati nelle loro terre».

Infatti, nonostante la politica remi spesso contro la loro conservazione in nome del progresso e dello sviluppo (lo scorso agosto il Governo dell’Australia Occidentale ha cancellato la legge che prevedeva il controllo aborigeno sui progetti di sfruttamento ambientale e delle risorse all’interno dei territori appartenenti al loro patrimonio culturale), alimentando ondate di “violenza genocida”, i popoli indigeni sfidano ancora i presupposti fondamentali della globalizzazione.

«Non accettano l’ipotesi che l’umanità tragga beneficio dalla costruzione di una cultura mondiale del consumismo e sono perfettamente consapevoli, grazie alla loro tragica esperienza degli ultimi 500 anni, che le società consumistiche crescono e prosperano a spese di altri popoli e dell’ambiente», citando le parole dell’esperta delle Nazioni Unite Erica-Irene Daes.

Una lucidità e una coscienza politica che l’ennesimo rifiuto non potrà indebolire, e che anzi spingerà le comunità a continuare a rivendicare il diritto al riconoscimento del territorio, all’autonomia e all’autodeterminazione. [di Gloria Ferrari]

Commercio di bambini: il mercato aperto in Australia e il mercato nero globale. Dee McLachlan il 10 giugno 2023 su gumshoenews.com.

Tutti abbiamo sentito e letto dei rapporti sul "traffico di bambini" in tutto il mondo. Si va da bambini senza certificato di nascita oggetto di traffico transfrontaliero; al prelievo di organi, all'adrenocromo e al sacrificio di bambini. E alla fine dell'articolo, includo di seguito il video (redatto) di Clayton Morris sulla nuova serie di documentari di Mel Gibson che espone Hollywood. Questo è il mercato nero.

Ma in questo articolo scriverò del mercato aperto , in bella vista, del commercio di bambini in Australia. È un business enorme e redditizio. Dal mio lavoro e dalle mie indagini degli ultimi anni sulla "protezione" dei minori ho prodotto un rapporto intitolato: “Un rapporto sullo sfruttamento dei bambini in Australia”

L'obiettivo del rapporto è avviare indagini sull'attività di trarre profitto dal commercio o dalla tratta di bambini (non quei casi in cui è richiesta la legittima protezione dei bambini). Questo è un breve estratto del rapporto:

Potrebbe essere difficile capire come questo sia possibile in Australia. Ci sono state 8.000 vittime di abusi istituzionali [la Royal Commission in Institutional Responses into Child Sexual Abuse] ma molti credono che questo rapporto (riferendosi allo sfruttamento) sia una macchia maggiore per il paese. Alcuni stimano che potrebbero esserci più di quindicimila bambini sottratti illegalmente o del tutto ingiustificatamente ai loro genitori per guadagno finanziario. A vantaggio delle leggi sulla segretezza, questa è una brutale realtà nascosta in bella vista.

Materie in Avviso

Il commercio di bambini (vale a dire, tratta di bambini)  è definito come la “rimozione” illecita o illegale o lo sfruttamento di bambini per guadagno finanziario o compenso… mediante il continuo sfruttamento delle loro vittime.

The  Conspiracy to Defeat the Course of Justice  per ostacolare, prevenire, pervertire o sconfiggere il corso della giustizia nei Tribunali dei Minorenni in tutta l'Australia.

L'AFP ha la responsabilità primaria delle forze dell'ordine per indagare su frodi e corruzione gravi o complesse contro il Commonwealth , compreso l'uso illegale di materiale o servizi, la causa di una perdita, l'uso improprio dei beni del Commonwealth e la condotta del cartello.

Questo avviso descrive in dettaglio come alcune agenzie governative, dipendenti pubblici e appaltatori esterni stanno utilizzando il sistema di protezione dei minori per facilitare e incentivare l'allontanamento illegale e ingiustificato dei bambini australiani dalle loro case. Questi bambini vengono “processati” attraverso i tribunali minorili e la loro rimozione da una madre e/o un padre affettuosi attraverso pratiche segrete e ingannevoli è criminale. Queste persone hanno cospirato, consapevolmente o inconsapevolmente, per sconfiggere il corso della giustizia e danneggiare i bambini. Le conseguenze dei tre crimini summenzionati sono che stanno danneggiando generazioni di bambini australiani e i loro protettivi genitori e famiglie.

Panoramica del danno

Il processo e le conseguenze dell'allontanamento di un bambino da una relazione d'amore e da un genitore è una delle peggiori forme di abuso psicologico nei confronti del bambino . La scienza dimostra che altera il cervello del bambino e non è solo un disgregatore della società, ma può distruggere la famiglia e spezzare il sacro legame biologico della maternità. …queste azioni possono essere considerate calamitose e catastrofiche. …Sir James Munby ha spiegato la gravità dei casi familiari o di un bambino sottoposto a procedimenti di cura… e il professore di pediatria alla Harvard Medical School, Charles Nelson – sulla separazione di un amorevole legame genitore-figlio – come riportato dal Washington Post, ha detto: “ L' effetto è catastrofico… Ci sono così tante ricerche su questo che se le persone prestassero attenzione alla scienza, non lo farebbero mai”.

Comprensione della protezione dell'infanzia in Australia

 “ I bambini e i giovani in Australia hanno il diritto di crescere sicuri, connessi e supportati nella loro famiglia, comunità e cultura. Hanno il diritto di crescere in un ambiente che consenta loro di raggiungere il loro pieno potenziale. " ( Fonte )

Il mantra del governo è uno sforzo ambizioso per proteggere i bambini. Tuttavia, la soluzione predefinita per la "protezione" sembra essere quella di "allontanamento dei bambini" con attualmente oltre 60.000 bambini in custodia statale - vale a dire, Out-of-Home-Care (OOHC)... È anche quasi impossibile ottenere dati fattuali grezzi su i bambini in affidamento mentre l'industria ei tribunali per i minori operano in SEGRETO; ma aneddoticamente le agenzie di protezione sono in molti casi l'antitesi di questo messaggio. I bambini affidati alle cure del governo hanno maggiori probabilità di subire danni; le loro famiglie sono state distrutte e il potenziale del bambino stentato. è generazionale...

Decine di migliaia di persone beneficiano finanziariamente dell'allontanamento dei bambini da case non sicure e sicure … I mezzi di sussistenza di molte persone dipendono dalla cosiddetta protezione dei bambini (cioè allontanati). Più bambini vengono rimossi dai tribunali in OOHC, maggiori diventano i budget... Una conseguenza naturale dell'economia comportamentale...

L'impatto della rimozione ingiustificata dei bambini dalle loro case legittime per incentivi finanziari sta corrodendo il tessuto stesso della società e sta provocando fratture sociali. …l'impatto delle loro azioni sulla società australiana è epocale, dannoso e di vasta portata.

Gli abusi sui minori e il business dei traslochi di minori

C'è una negazione collettiva degli abusi sui minori e questo è in parte dovuto all'ignoranza e all'apatia. È emerso che il PROTOCOLLO della polizia prevede di nascondere le prove di abusi sessuali su minori, a meno che non sia impossibile farlo. Quando un genitore protettivo denuncia un abuso sessuale del proprio figlio, il risultato più probabile è che perda il figlio.

Queste azioni vanno contro la scienza. Un documento ben documentato, di Collin-Vézina, De La Sablonnière-Griffin, Palmer & Milne, 2015 p.123, avviato dall'Office of the Children's Guardian (OCG) del NSW ha presentato uno studio che rilevava che l'Australia, sorprendentemente, ha il più alto tasso riportato di abusi sessuali su bambine a livello internazionale al 21,5% ( Stoltengorgh, van Ijzendoorn, Euser, & Bakersman-Kranenburg, 2011)...

La Commissione etica legislativa australiana (ALECOMM) ... dimostra che le decisioni dei tribunali aumentano il rischio per i bambini ... I cosiddetti avvocati indipendenti per bambini e esperti di tribunali per la famiglia spesso incoraggiavano i tribunali a rimandare i bambini che avevano rivelato abusi sessuali a vivere con il loro aggressore e che il contatto con cessa il genitore protettivo.

È ovvio che alcuni bambini devono essere tenuti al sicuro da una casa danneggiata o pericolosa, ma con oltre 60.000 bambini in OOHC; il numero di questi bambini che rientrano in questa grave categoria a rischio non è noto. Tuttavia, molti sostenitori e ricercatori stimano che forse il 50% dei bambini in OOHC sia stato allontanato ingiustificatamente/illegalmente.

Comprensione dell'industria del "commercio di bambini" in Australia

Certo, ci sono alcuni bambini che hanno bisogno di essere salvati, ma questo dovrebbe avere un'adeguata supervisione giudiziaria civile o penale - e non attraverso i  fronti della camera stellare del 1692 Oyer e Terminer chiamati Tribunali dei bambini e della gioventù.

La segretezza nei tribunali minorili avrebbe lo scopo di proteggere la privacy di un bambino, ma viene utilizzata per proteggere gli autori e mascherare il dannoso "business dei traslochi". C'è una cultura della segretezza e una cultura dell'occultamento degli abusi sessuali sui minori. Esistono vari metodi utilizzati per sabotare il legame genitoriale protettivo del bambino e i vulnerabili, spesso attraverso la stesura di rapporti di opinione psicologica in cui una frase può essere usata per maledire un buon genitore. Queste opinioni di "esperti" vengono spesso acquistate per facilitare la rimozione dal tribunale. Sarebbe più corretto dire: "La questione è davanti alla camera delle stelle". E una volta che questi bambini vengono rimossi dalle cure statali, diventano beni (unità) o "beni mobili" per un'industria che offre enormi incentivi finanziari nel settore OOHC.

Anche quando viene denunciata la criminalità dei dipendenti pubblici, le agenzie di protezione e i dipendenti pubblici sembrano incapaci di invertire il "commercio" e riparare un torto. I bambini trafficati dalle agenzie governative statali hanno, in effetti, una "Politica di non ritorno".

Comprendere lo sfruttamento

La parola "traffico di bambini" evoca immagini di bambini africani di età compresa tra gli 8 ei 14 anni caricati con la forza su camion e portati oltre il confine con la Liberia per lavorare nelle piantagioni di cacao della Costa d'Avorio. Ad esempio, il valore di ogni bambino è determinato dalla produzione lavorativa del bambino nell'arco di diversi anni, che potrebbe essere dell'ordine di 8-10 dollari australiani al giorno. I guadagni del commercio dei bambini derivano dalla vendita del cacao. Un bambino vittima di tratta (adolescente) potrebbe essere "valutato" circa A $ 3.000 ogni anno per il "sindacato"...

Al contrario... ogni bambino inserito nel sistema in Australia, diventa una "unità", una risorsa, [e] equivale all'incirca a $ 90.000 a $ 150.000 per unità (bambino) in cura ogni anno. Si dice che i bambini con bisogni speciali "costino" (in servizi) fino a $ 350 - 450.000 all'anno; questo è ulteriormente supportato dall'NDIS. Più bambini sono sotto tutela... più soldi (tasse) sono richiesti, con conseguenti salari, tasse e profitti sempre crescenti. In Australia, il denaro che sostiene coloro che beneficiano finanziariamente di traslochi illegali proviene dall'inganno (frode) del contribuente.

Sono in atto molti meccanismi per facilitare i trasferimenti ingiustificati... [e] non hanno senso – a meno che non si consideri che questi bambini sono semplici “beni” per un'industria che beneficia dell'ottenimento e del commercio di bambini – dove i bambini hanno un valore e dove i profitti sono aumentati da l'espansione del "traffico" di prodotti... [e] altro denaro viene trasferito per finanziare l'industria della giustizia nelle camere stellari dei tribunali dei minori e dei giovani. Enormi guadagni finanziari vengono ottenuti attraverso processi giudiziari quando questi trasferimenti illegali vengono contestati nei tribunali. Questo rientra nel dipartimento del procuratore generale ed è un'ulteriore frode al Commonwealth.

[Estratto di fine rapporto. Il rapporto delinea i meccanismi e gli esempi di denaro speso e scambiato.]

Domande: Quanto vale il settore Out of Home Care per l'Australia? Quanti soldi vengono spesi per la famiglia e poi per i tribunali dei minori in Australia? Un caso che cito dimostra che forse $ 2 milioni di dollari sono stati spesi e guadagnati solo perché un agente di polizia donna ha nascosto orribili abusi sui minori, scrivendo nelle sue note di ingresso "nessuna divulgazione". Il bambino è stato rimosso perché l'ufficiale ha mentito. È una vergogna nazionale. E ci sono centinaia di casi simili.

E ora al mercato nero...

Estratto dell'articolo di Elena Dusi per “la Repubblica” il 6 giugno 2023.

«La peggior serial killer d’Australia » titolavano i giornali. I figli di Kathleen Folbigg erano morti in culla uno dopo l’altro tra il 1989 e il 1999. Avevano tra 19 giorni e 19 mesi e nessuno, tranne la madre, era in casa al momento del decesso. La donna soffriva di depressione e scriveva frasi sul diario (“Con un po’ d’aiuto” e “I sensi di colpa mi perseguitano”) che furono interpretate come ammissioni di colpa, in primis dal marito.

Nonostante lei si dichiarasse innocente e sul corpo dei bambini non ci fossero segni di violenza, Folbigg fu condannata da un tribunale di Sydney a 40 anni di carcere per aver asfissiato i suoi 4 figli. […], nessuno ancora sospettava l’esistenza del gene Calm2 e della sua mutazione Calm2 G114R, capace di provocare morte improvvisa nei bambini che la ereditano. La sua scoperta è avvenuta nel 2013 proprio in Italia e ci sono voluti 16 anni di carcere della “peggior serial killer” perché un test del Dna scovasse questa mutazione in Folbigg e nelle due figlie femmine, oltre a una malattia neurologica grave in uno dei due maschi. 

Nel 2021 il processo è stato riaperto ascoltando i medici esperti del campo e ieri, giorno della sentenza, la donna di 55 anni è uscita dalla prigione in cui era rimasta 20 anni. Sulla sua condanna oggi esiste «un ragionevole dubbio». Il killer dei suoi bambini potrebbe essere Calm2. […]

«[…]Lo scopritore della versione letale di Calm2 è stato chiamato a Sydney come consulente nel corso della revisione del processo. «Le mutazioni di questo gene influiscono sulla trasmissione del segnale elettrico nel cuore e rischiano di provocare morte improvvisa nei bambini. Per fortuna si tratta di forme molto rare.

Teniamo un registro mondiale che conta 140 casi. E per fortuna il giudice di Sydney ha deciso di rivolgersi agli esperti internazionali di questo campo. Se avesse ascoltato i medici legali locali, che pure erano la maggioranza, non avrebbe ribaltato la sentenza. […] .La donna non è stata assolta, perché la medicina può spiegare la morte di 3 dei 4 bambini. Ma le conoscenze della genetica di oggi fanno cadere il ragionamento dell’accusa secondo cui non esiste spiegazione plausibile alla morte di quattro bambini se non quella di una madre assassina.

Il caso di Kathleen Folbigg era stato sposato dalla scienza fin dal 2019. Da allora 150 esperti, fra cui 9 premi Nobel, avevano firmato l’appello per riaprire il caso. E ieri a salutare la scarcerazione c’era anche l’Accademia delle scienze australiana: «La nostra voce è stata ascoltata». […]

La "serial killer" d'Australia. Condannata per aver ucciso i suoi 4 figli, Kathleen Folbigg scagionata dopo 20 anni di carcere. Carmine Di Niro su L'Unità il 5 Giugno 2023

Ha trascorso 20 anni reclusa in prigione, dove stava scontando una condanna a 25 anni per aver ucciso i suoi quattro figli: invece è stata vittima del più grande errore giudiziario della storia australiana. È la storia di Kathleen Folbigg, per anni definita “la peggiore serial killer d’Australia” e invece libera su ordine di un giudice sulla base dei risultati preliminari di una nuova inchiesta sui quattro omicidi.

La 55enne Folbigg non avrebbe ucciso per soffocamento i suoi figli: ci sono infatti “ragionevoli dubbi” sulle quattro morti dei bambini, avvenute tra il 1989 e il 1999 quando nessuno di loro aveva superato i due anni di età. Stando alle nuove indagini le morti dei quattro figli, Laura, Sarah, Patrick e Caleb, sono in realtà legate a rare mutazioni genetiche o a difetti congeniti dei bambini.

“Questo è stato un terribile calvario per tutti gli interessati”, ha commentato il generale del New South Wales Michael Daley, che ha raccomandato al governatore dello Stato la grazia incondizionata di Kathleen Folbigg. Grazia che non annulla la condanna: la decisione definitiva spetterà alla corte di Appello criminale, se la procura deciderà di portare avanti il caso. Se così non fosse, Folbigg potrebbe fare causa allo stato del New South Wales per ottenere un maxi risarcimento.

Incarcerata nel 2003 presso il Clarence Correctional Center, Folbigg ha sempre sostenuto la sua innocenza sostenendo che la morte dei suoi figli era legata a una causa naturale: a pensarla allo stesso modo il giudice in pensione Tom Bathurst, che ha curato la nuova indagine sui quattro omicidi, che tali non erano.

La condanna a 25 anni arrivò al termine di un processo basato su prove circostanziali, senza evidenze scientifiche a dimostrare il soffocamento dei quattro figli: ruolo chiave aveva avuto la denuncia presentata dal marito di Kathleen Folbigg, che aveva letto nel diario della moglie alcune frasi che furono poi interpretate come prove della sua colpevolezza

A favore dell’innocenza di Folbigg e della riapertura del caso si erano espressi nel 2021 decine di scienziati australiani e internazionali, firmando una petizione per il rilascio della 55enne e sostenendo che nuove prove forensi suggerivano che le morti inspiegabili erano legate a rare mutazioni genetiche o a difetti congeniti dei quattro bambini.

Secondo il giudice Bathurst, Sarah e Laura Folbigg erano portatrici di una rara mutazione genetica e Patrick Folbigg soffriva certamente di una “patologia neurologica sottostante”, probabilmente epilessia. Alla luce di questi fattori, il magistrato ha stabilito che la morte di Caleb Folbigg non era sospetta.

Folbigg è uscita stamattina dalla prigione di Grafton, a circa sei ore di macchina a nord di Sydney. “Questo è un momento importante per la giustizia in questo Stato“, ha dichiarato Sue Higginson, membro del partito dei Verdi che ha sostenuto il suo caso. Carmine Di Niro 5 Giugno 2023

(Adnkronos il 19 Gennaio 2023) - Il primo ministro neozelandese, Jacinda Ardern, ha annunciato le dimissioni da capo del governo, ed ha convocato le elezioni per il 14 ottobre. Durante una conferenza stampa, Ardern ha precisato che resterà in carica fino al prossimo 7 febbraio, quindi proseguirà con il suo mandato di deputata fino alle elezioni di fine anno.

 "Avere un ruolo così privilegiato comporta responsabilità, tra cui quella di sapere in quale momento sei la persona giusta per stare al comando e anche in quale momento non lo sei", ha spiegato, specificando che si tratta di una decisione su cui stava riflettendo dall'estate. "Ho dato tutta me stessa per essere primo ministro, ma mi è anche costato molto. Non posso e non devo fare questo lavoro se non ho il pieno di energie, oltre ad un po' di riserva per quelle sfide impreviste che inevitabilmente si presentano".

Ardern ha tenuto a sottolineare che dietro la sua decisione non c'è "nessuno scandalo segreto". "Sono umana. Diamo tutto ciò che possiamo il più a lungo possibile e poi arriva il momento. E per me è questo il momento”.

 (ANSA il 16 dicembre 2022) - Una copia ufficiale firmata della trascrizione delle parole del primo ministro neozelandese Jacinda Ardern che definiva un oppositore politico "coglione arrogante" è stata messa all'asta per raccogliere fondi per un ente di beneficenza per il cancro alla prostata.

 L'offerta per la copia del verbale parlamentare, firmata sia da Ardern che da David Seymour, il leader del partito Libertarian Right Act oggetto della frase della premier, ha raggiunto oggi 50.000 dollari. L'asta, intitolata "Ardern, Seymour uniscono le forze" , terminerà il 22 dicembre.

Il commento di Ardern era stato catturato da un microfono acceso durante le interrogazioni parlamentari martedì. Seymour aveva posto una serie di domande sul rispetto di Ardern di tutte le sue promesse e aveva concluso chiedendo alla presidente del consiglio se poteva "fornire un esempio dei sui errore, scusandosi adeguatamente".

Biagio Chiariello per fanpage.it il 14 dicembre 2022. 

Pugno duro della Nuova Zelanda contro il fumo: il Paese dell'Oceania è la prima nazione in assoluto che vieta di vendere il tabacco a tutti coloro che oggi hanno dai 14 anni in giù, compresi tutti coloro che ancora devono nascere.

 Il Parlamento locale ha infatti approvato – con 76 voti a favore e 43 contrari – la legge che vieta la vendita del tabacco a chiunque sia nato dall’1 gennaio del 2009 in poi. Questo vuol dire che al momento i ragazzi sotto i 14 anni non possono più comprare sigarette, ma tra 10 anni non potranno farlo le persone con meno di 24 anni e tra 20 anni anche agli under 34 sarà vietato l'acquisto in tabaccheria.

 L’obiettivo, afferma il governo di Jacinda Ardern, è rendere la Nuova Zelanda completamente “smoke-free”, libera dal fumo, entro il 2025. “Migliaia di persone vivranno più a lungo, avranno vite più sane e il sistema sanitario risparmierà 5 miliardi di dollari l’anno evitando di curare le malattie causate dal fumo”, ha dichiarato la viceministra della Sanità Ayesha Verrall.

La legge si accompagna ad ulteriori provvedimenti per rendere ancora più difficile la vita ai fumatori; innanzitutto la diminuzione della quantità di nicotina consentita nel tabacco. Poi le sigarette potranno essere vendute soltanto in appositi negozi e non più nei supermarket e il numero dei rivenditori autorizzati sarà ridotto dagli attuali seimila a seicento.

Tutto questo perché “vogliamo essere sicuri che i più giovani non cominceranno mai a fumare tabacco” spiega la viceministra della sanità.

 Va detto che, secondo le ultime statistiche, il numero dei fumatori in Nuova Zelanda è in calo: si è passati dal 9,4% del 2021 all’8% di quest’anno. Si tratta della percentuale più bassa mai rilevata da quando si registrano questi dati. C’è però un’altra faccia della medaglia: il consumo delle sigarette elettroniche è cresciuto nello stesso periodo, dal 6,2% all’8,3% e non viene regolamentato da questa legge.

Da lastampa.it il 12 ottobre 2022.

La Nuova Zelanda ha proposto di tassare i gas serra prodotti dagli animali da allevamento quando ruttano e urinano come strumento nella lotta al cambiamento climatico, il primo programma del genere al mondo. Lo riferisce la Bbc.

 Il settore agricolo produce infatti circa la metà delle emissioni del Paese e questo programma consentirebbe in qualche modo di pagare le emissioni gas entro il 2050. La primo ministro Jacinda Ardern ha sottolineato che il denaro raccolto dal prelievo proposto sarà reimmesso nel settore per finanziare nuove tecnologie, ricerca e incentivi per gli agricoltori.

«Gli agricoltori della Nuova Zelanda sono destinati a essere i primi al mondo a ridurre le emissioni agricole, posizionando il nostro più grande mercato di esportazione per il vantaggio competitivo che porta in un mondo sempre più perspicace sulla provenienza del loro cibo», ha detto Arden ai giornalisti mentre annunciava le proposte da una fattoria a Wairarapa.

Le cifre non sono state ancora decise, ma il governo afferma che gli agricoltori dovrebbero essere in grado di compensare il costo del prelievo facendo pagare di più per i prodotti che risultano compatibili con l'impegno per la lotta ai cambiamenti climatici.

Estratto dell’articolo di Annalisa Cuzzocrea per “La Stampa” il 20 Gennaio 2023.

Jacinda Ardern […] annuncia al mondo che non solo non si ricandiderà per un nuovo mandato, ma che intende dimettersi adesso, subito. La Nuova Zelanda avrà un nuovo premier entro il 7 febbraio.

 Lei, la giovane donna prodigio della politica mondiale, la più progressista tra i progressisti, la prima a guidare un Paese a soli 37 anni e ad avere, nel frattempo, anche una figlia (l'unico precedente era stata Benazir Bhutto in Pakistan) non ha paura a dire che le mancano le forze per andare avanti. «Per un mestiere come questo devi avere il serbatoio pieno e una riserva per i momenti difficili», spiega Ardern. E lei, di energia, non ne ha più.

 […]

 A un certo punto del suo discorso Ardern dice: «Le decisioni che ho dovuto prendere sono state continue e pesanti». E quindi no, questi cinque anni e mezzo non sono stati facili nonostante il sorriso, il carisma, la capacità di rispondere secca a un giornalista misogino che chiede - durante una conferenza stampa con la premier finlandese Sanna Marin - se la ragione del loro incontro è il fatto di essere due giovani donne in politica: «Avrebbe fatto la stessa domanda a Obama e Key?». […]

 Dice Sam Neill, attore di origine neozelandese, che a Ardern non sono stati risparmiati negli ultimi mesi insulti sessisti e misogini. Mentre noi osservavamo la leader decisionista, ma col sorriso, rivendicare il potere della gentilezza in politica, parte del suo Paese la guardava con sospetto: soprattutto la galassia No vax e l'estrema destra favorevole alla liberalizzazione delle armi.

 […]

 E quindi c'è da crederle quando invita a non cercare dietrologie, ragioni oscure, dietro il suo passo indietro. «Non lascio perché è dura, altrimenti lo avrei fatto due mesi dopo aver accettato quest'incarico». Il punto non è la grandezza della sfida, ma chi si è nel momento in cui la si affronta. Avere il coraggio di guardarsi dentro e chiedersi: «Sono in grado di guidare il mio Paese ora? Ho le forze necessarie per farlo?». E dirsi no, non lo sono. E avere il coraggio di annunciarlo al mondo chiedendo contemporaneamente al proprio compagno: «Sposiamoci, finalmente». E promettendo a una bambina di quattro anni: «Quest'anno, quando comincerai la scuola, io ci sarò».

L'unica cosa da capire «dopo sei anni di sfide così enormi, è che sono umana. I politici sono umani. Diamo tutto quello che possiamo, finché possiamo, poi viene il tempo di lasciare. Questo è il mio tempo di lasciare».

 Solo, non ci era mai accaduto di vedere un premier che lo facesse prima che a sfiduciarlo fosse il Parlamento, il suo partito, uno scandalo qualunque. Prima di Jacinda Ardern non lo aveva fatto nessun premier, né uomo né donna. Non con la limpidezza delle sue ragioni: le forze che mancano, le priorità cui dedicarle. C'è una frase alla fine del discorso che è stata meno ripresa di tutte le altre, ma che è forse la più importante: «Spero di avervi fatto comprendere che si può essere gentili, ma forti. Empatici, ma decisi. Che puoi essere il tipo di leader che vuoi, un leader che sa quando è il momento di andar via».

[…] Ci sono femministe cui sembrerà una resa, altre che la vedranno come una conquista. Avere la capacità di guardarsi dentro e capire cos'è meglio per sé, per le persone che si amano e perfino per il proprio Paese. Liberarsi dall'ansia di dimostrare di essere all'altezza del mito che si è incarnato (la più giovane, la donna, la progressista).

 […]

 «Questo ruolo - spiega Jacinda - comporta una responsabilità», se non si è in grado di sostenerla si lascia il posto a qualcun altro. Anche per questo, oltre che per un'ovvia ragione di democrazia, le leadership non dovrebbero essere eterne. Nelle aziende come in politica. Perché si mangiano la vita e servono salti mortali per tenere insieme tutto. […]

L’addio di Jacinda Ardern e i leader attaccati al potere. Storia di Luciano Fontana su Il Corriere della Sera il 22 Gennaio 2023.

Caro direttore, tutti applaudono Jacinda Ardern, la leader neozelandese, che lascia la carriera politica dopo aver svolto egregiamente il suo mandato: la lodano perché capace di riconoscere quando è il momento di farsi da parte. A 43 anni, nel pieno della maturità fisica e intellettuale è il momento di farsi da parte? Scusate ma io preferisco i leader che hanno sacrificato la loro vita privata per guidare i loro Paesi fuori dalle difficoltà. A me sembra che Ardern abbia anteposto i propri interessi personali al bene del suo Paese che invece avrebbe bisogno di persone capaci come lei. E anche il suo partito avrebbe bisogno di lei visto che alle prossime elezioni è previsto un tracollo: ma forse questa previsione e la consapevolezza di poter sfruttare economicamente la sua esperienza l’hanno consigliata a scegliere la soluzione più comoda. Libera di farlo ma non capisco perché applaudirla. Roberto Bellia

Caro signor Bellia, Certamente a tutti noi piacciono i leader che dedicano l’intera vita al loro Paese, quelli che non si tirano mai indietro e sacrificano i loro interessi personali. Devo dirle che sono però davvero poche le personalità che avrei voluto non lasciassero mai la guida delle loro nazioni o di un’attività economica e sociale importante. Anzi la realtà della politica induce molte volte amare riflessioni. La domanda troppo spesso è questa: non farsi mai da parte non nasconde un attaccamento morboso (e dannoso) al potere? E se un leader si rende conto di aver esaurito la sua spinta, le sue forze non è meglio che decida di lasciare piuttosto che replicare sempre se stesso o addirittura diventare un ostacolo al progresso della sua gente? Jacinda Ardern ha deciso molto presto di rinunciare al suo ruolo e alle sue aspirazioni politiche. Lo ha fatto dichiarando di essere esausta e di volersi riprendere la sua vita privata. Finora ha governato bene e il suo addio ci fa, anche giustamente, arrabbiare. Ma non è poi così male che abbia voluto dire la verità ai neozelandesi, che abbia rivelato fragilità e voglia di iniziare un percorso diverso. Meglio che vedere le stesse facce immobili al potere da decenni.

Jacinda lascia: "Sono stanca. E’ umana". Storia di Gaia Cesare su Il Giornale il 20 Gennaio 2023.

«Non ho più abbastanza energia per rendere giustizia al mio lavoro». Con questa ammissione, tanto sincera quanto rara e spiazzante, dopo cinque anni e mezzo di governo, Jacinda Ardern, 42 anni, ha annunciato a sorpresa che lascerà il suo incarico di primo ministro della Nuova Zelanda e ha convocato nuove elezioni per il 14 ottobre, tra nove mesi. «Sono umana. I politici sono umani», ha detto con la voce rotta dalla commozione, spiegando che resterà in carica non oltre il 7 febbraio. «Diamo tutto quello che possiamo e per tutto il tempo che possiamo, e poi è il momento. E per me quel momento è arrivato», ha ammesso in una dichiarazione che resterà negli annali della politica per la sua cruda e disarmante sincerità. Infine le due note personali. La prima per la figlia, Neve: «Non vedo l'ora di festeggiare i tuoi 5 anni e il primo giorno di scuola quest'anno». La seconda per il compagno, Clarke Gayford, conduttore di un programma tv di pesca e cucina, che durante il mandato è stato il «caregiver» della famiglia, rimanendo a casa: «Ora sposiamoci», gli ha detto dopo il rinvio causato dal Covid.

«Siate forti, siate gentili», è stato l'appello e lo slogan ai neozelandesi della premier Ardern in questi anni difficili, segnati dalla pandemia, dal peggior attentato nella storia del Paese e dall'eruzione del vulcano Whaakari. Nessuno più di lei, diventata capo di governo a 37 anni, la più giovane al mondo sei anni fa, la più giovane degli ultimi 150 anni in Nuova Zelanda e la seconda nella storia a diventare mamma durante il mandato, ha incarnato così bene quel soft power che l'ha resa famosa a livello planetario, antitesi al machismo imperante alla Donald Trump, eletto anche lui nel 2017. Un potere morbido, non aggressivo e compassionevole, che è valso alla premier neozelandese il plauso e l'ammirazione dei leader e dell'opinione pubblica internazionale, e che rispecchia lo stile umile con cui ha annunciato la sua uscita di scena. Una lezione per tutti, in un contesto di leader che faticano a lasciare la poltrona, in un mondo, quello della politica, spesso abitato da lupi intenti a esibire aggressività verbale e pugno duro per affermare la propria superiorità.

Lady Ardern, invece, ha cercato di costruire ponti invece che abbatterli, di lavorare per l'unità del Paese. E le «sfide» - lo ha ricordato lei stessa - non sono mancate. Difficilissimo il momento attraversato dal Paese in occasione degli attentati del 2019 a Christchurch, quando due sparatorie contro altrettante moschee fecero 51 morti per mano di un suprematista bianco. Allora Ardern indossò il velo e offrì conforto e consolazione alla comunità islamica sotto attacco, cercando di stemperare gli animi. Altrettanta compassione le servì, poco dopo, quando la Nuova Zelanda pianse 21 morti per l'eruzione del vulcano. Fino al 2020 quando, con pragmatismo e massima efficienza, gestì l'emergenza Covid, introducendo lockdown e chiusura delle frontiere senza tergiversare già dopo i primissimi casi.

«Sono stati gli anni più appaganti della mia vita», ha detto ieri. Ma ora si volta pagina. E la premier Ardern dimostra che essere leader capaci vuol dire anche saper riconoscere quando è il momento di farsi da parte. Dopo aver portato nel 2020 il Partito laburista a una vittoria storica e alla formazione del primo governo di maggioranza dall'introduzione del sistema proporzionale nel 1996, Ardern sa che alle prossime elezioni i Laburisti sono a rischio, a causa della recessione provocata dalle turbolenze internazionali. E teme di non poter essere la persona in grado di portarli alla vittoria. «Me ne vado - dice - perché da un lavoro così privilegiato deriva una grande responsabilità. La responsabilità di sapere quando sei la persona giusta alla guida, e anche quando non lo sei». Giù il sipario. E applausi.

Le dimissioni della premier. Perché Jacinda Ardern si è dimessa da premier della Nuova Zelanda. Lea Melandri su Il Riformista il 20 Gennaio 2023

Non correrò per le prossime elezioni – ha dichiarato la premier neozelandese Jacinda Ardern – e il mio mandato da premier terminerà entro il 7 febbraio. Gli ultimi cinque anni e mezzo sono stati quelli più ricchi di soddisfazioni della mia vita, ma ho dovuto affrontare molte sfide. So cosa richiede questo ruolo e so di non aver più le energie sufficienti per ricoprirlo al meglio. È semplice”. In realtà, come essa stessa prevedeva, sarebbero sorte “molte discussioni”, interrogativi e illazioni, intorno alla sua scelta, perché tocca un problema tutt’altro che semplice, quale è il rapporto tra le donne e lo Stato, la politica, i suoi poteri, le sue istituzioni, anche se è l’aspetto che meno viene posto in evidenza. L’accenno al peso delle responsabilità e “sfide” da affrontare e alla mancanza di “energie sufficienti” per farlo, rassicura senza dubbio chi vorrebbe interpretare il caso come una questione personale, cioè sostanzialmente “privata”. Ma Jacinda Ardern ha aggiunto – per dare una ragione comprensibile – “sono un essere umano”, e perciò con dei limiti, delle priorità.

Ci si potrebbe anche accontentare, se all’essere umano, indipendentemente dal sesso di appartenenza, fosse toccata storicamente la stessa sorte, se le donne non fossero state escluse per millenni dal “ruolo privilegiato” di governare il mondo, e se ancora oggi, nonostante le maggiori consapevolezze acquisite sul domino maschile e la cultura patriarcale che lo sostiene, la loro cittadinanza non risultasse “incompleta”, carica di contraddizioni, ambiguità e ostacoli. Non c’è da meravigliarsi se a portare al centro un problema cruciale , quale è il rapporto tra il corpo, la sessualità e la politica, è una donna che non ha negato la sua identità di genere, che si è preoccupata della disuguaglianza sociale, che ha fatto leggi restrittive sull’uso delle armi, che è stata presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista. Come ci si può integrare nei ruoli apicali di un “sistema” tuttora fondato sulla visione maschile del mondo, la stessa che ha confinato le donne in ruoli considerati “naturali” di mogli e madri, custodi della riproduzione della specie e della famiglia, come recita ancora l’articolo 37 della nostra Costituzione, senza assimilarsi ai modelli maschili, sposare linguaggi e ideologie di società, di potere e di governo, conservatrici dell’ordine dato?

La donna che può far propria la definizione al maschile della sua professione, senza neppure più fingere che si tratti dell’uso neutro che se ne è fatto finora, non pone interrogativi agli uomini, perché evidentemente non li pone neppure e se stessa. Scriveva già all’inizio del Novecento Sibilla Aleramo: “La donna ha studiato, ha lavorato, ma cercando di imitare e di emulare l’uomo, anziché scoprire in se stessa originali elementi di genialità (…) Finora l’uomo ha creato, la donna no…La donna si è contentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile. E tutto ciò che parallelamente intuiva, nulla o quasi nulla, ha mai detto agli altri, perché purtroppo nulla o quasi nulla ha mai detto a se stessa”. Il rapporto delle donne con la legge, con le istituzioni della vita pubblica, ha attraversato tutto il lungo percorso del movimento delle donne fino ad oggi, ma è nelle teorie e pratiche anomale femminismo degli anni Settanta che ha conosciuto le sue risposte più originali e radicali.

Il primo atto “rivoluzionario” di una generazione di donne che comparivano per la prima volta sulla scena pubblica come “soggetti imprevisti” (Carla Lonzi) è stata la messa in discussione della separazione tra “il corpo e la polis”, atto di nascita della politica così come l’avevamo conosciuta fino allora, ma anche origine del diverso destino dei sessi. Era l’uscita da ogni dualismo – maschile/femminile, biologia/storia, sentimenti/ragione, individuo/società, ecc. -, dalle gerarchie di potere su cui si sono costruiti, e quindi anche ricerca di “nessi” tra un polo e l’altro, che ci sono sempre stati. Si modificava il confine che separa il “cittadino” e la “persona”, il corpo, le differenze di genere che la storia vi ha costruito sopra, e le istituzioni. Lo slogan “il personale è politico” intendeva sottrarre al privato e alla naturalizzazione che hanno subito, esperienze universali dell’umano, come la sessualità, la maternità, la nascita, le relazioni familiari, tesori di cultura da esplorare, portare allo scoperto, restituire alla storia, là dove sono sempre stati. Come riconobbe Rossana Rossanda, il femminismo si poteva considerare il “sintomo” della crisi della politica e l’ “embrione” di una sua ridefinizione.

Nel momento in cui si ribaltava scandalosamente il rapporto tra vita e cultura, e veniva riscoperta la politicità di tutto ciò che era stato considerato fino allora “non politico”, non poteva non cambiare di conseguenza anche il rapporto con lo Stato, la legge – parole come libertà, uguaglianza, partito, rivoluzione, ecc. -, con un sistema economico, sociale di regole e norme nate dalla stessa ideologia che ha voluto la donna un genere di “natura inferiore”, identificata col corpo e assegnata per ciò stesso alla cura dei corpi. A proposito delle dimissioni della premier neozelandese, si è parlato della scelta della “cura di sé”, che, nel suo caso, è difficile separare da un impegno di governo portato avanti per anni. Ma, soprattutto, perché questo riferimento viene immediato quando si tratta di una donna, che non esita a nominare il suo desiderio di essere vicina a una figlia in età scolare, di fare un matrimonio che ha dovuto necessariamente rimandare, e non compare quando è un uomo a lasciare il suo incarico? Perché non dire che registrare limiti, stanchezza, energie inadeguate, non deriva dal proprio essere “umani”, ma dall’essere donna dentro un assetto del mondo che porta il segno di chi lo ha governato finora, da una integrazione che, non interrogando l’ordine dato, significa per il genere escluso doppio lavoro, in casa e fuori? La diffidenza del femminismo, in tutte le forme che ha preso dagli anni Settanta in avanti, nei confronti delle istituzioni e dello Stato è più che giustificata.

Chi seppe riconoscerlo con grande lucidità fu Rossana Rossanda, una donna che diceva di essere stata “invasa dalla politica”, nelle conversazioni radiofoniche con le femministe della nuova generazione. Riguardo alla parola “Stato”, commentava: “È la parola più impervia, perché lo Stato è la forma più complessa della politica, e quella che la donna vive con la maggiore distanza storica. Stato è la politica che diventa legge (…) È sempre in qualche modo legge e potere, due anime dello stato che appaiono separate dalla vita immediata del singolo, fissate sopra di lui (…) cosa succede quando riflettiamo sullo Stato dal punto di vista delle donne? Succede che le donne, storicamente escluse dalla politica e quindi in modo particolare dallo stato, oggi rifiutino l’offerta, che in qualche modo viene fatta loro, di spartire il potere dello Stato (…) La sfera pubblica, insomma, riflette la visione che il maschio ha della femmina. Storicamente la politica è stata “maschile”, possiamo pensare che si tratti solo di un ritardo, che oggi si può colmare, o dobbiamo pensare che il modo con cui si sono costruite le categorie della politica non consente di accogliere né quel che le donne realmente portano, né quello che sono state storicamente determinate a essere? Insomma, le categorie della politica devono cambiare per cogliere la dimensione specifica della coscienza femminile?” Lea Melandri

«Dico addio al potere»: dalla Nuova Zelanda una vera lezione di vita. «Anche i politici sono umani. Facciamo tutto quello che possiamo, e poi a un certo punto è ora di andare». Nicola Costantino su La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Gennaio 2023

Le dimissioni della premier neozelandese Jacinda Ardern hanno fatto, giustamente, scalpore. Una leader giovane, di successo, amata e rispettata dai suoi concittadini, che si dimette non per una crisi di governo, o - peggio - per inchieste giudiziarie che la coinvolgono, ma per il desiderio, o forse la necessità, di recuperare la dimensione più privata e personale della propria vita, è un evento più unico che raro, di cui molti si chiederanno le «vere» ragioni, anche inseguendo fantasiose dietrologie. Una chiave di lettura più diretta e trasparente ce la offrono però le riflessioni più volte espresse da Papa Francesco sulla natura del potere. Con la freschezza e l’immediatezza alle quali il Pontefice ci ha ormai abituato, Egli ci dice che il potere dovrebbe essere sempre vissuto, e interpretato, come servizio, se non si vuole che il suo esercizio scada nell’arbitrio. Ciò è particolarmente vero quando, come nel caso di una carica politica (presidente, governatore, sindaco, …) il potere è stato conferito attraverso un processo democratico di delega elettiva da parte delle popolazioni interessate. Ma è vero anche per tutte le responsabilità conferite all’interno di organizzazioni di qualsiasi tipo: aziende in primis, ma anche enti, associazioni, e persino, ovviamente, chiese. In ogni caso, il ruolo manageriale viene assegnato nell’interesse (e quindi al servizio) rispettivamente degli azionisti, dei cittadini, dei soci, dei fedeli.

Il potere, però, è purtroppo una droga inebriante alla quale non è facile sottrarsi; lo status porta onori, vantaggi e soddisfazioni non solo economiche ma anche, a volte soprattutto, psicologiche ed emozionali: «cumannari è megghiu ca futtiri» recita un famoso proverbio siciliano, perché provoca ebrezza, o addirittura estasi, ed intima soddisfazione. E come tutte le droghe il potere può provocare dipendenza: di qui le crisi di astinenza che portano alla spasmodica ricerca di una illimitata continuità (come un terzo mandato non previsto dalla normativa, solo per fare un esempio…), con la solipsistica convinzione di essere insostituibili.

Per chi vive il proprio ruolo di comando con questo spirito, la decisione della premier neozelandese è assolutamente incomprensibile, e le sue «vere» motivazioni non possono quindi che essere ricercate in oscure ed inconfessate ragioni. Se però si sfugge alla droga del potere, e si vive il proprio ruolo come missione di servizio, tanto più faticosa ed impegnativa quanto più vissuta con sincero senso di responsabilità, conservando integra la propria natura di esseri umani per i quali il servizio è lavoro, e quindi fatica, gratificante quanto si vuole, ma anche terribilmente stressante, ecco che il raggiungimento del termine del periodo di servizio, e finanche la sua ricerca anticipata acquistano una dimensione di umanità alla quale guardare con grande rispetto, ma anche serenità, nella convinzione di non essere affatto insostituibili. «Lavorare stanca» diceva Cesare Pavese: il lavoro è certamente strumento di realizzazione individuale, ma anche condanna biblica, ed ognuno dovrebbe avere diritto a ricercare un ragionevole equilibrio tra le due facce della stessa medaglia. «Il punto è che anche i politici sono umani. Facciamo tutto quello che possiamo per tutto il tempo che possiamo, e poi a un certo punto è ora di andare. Ecco, per me è ora» ha dichiarato Jacinda Ardern. Riflettiamo su queste sue parole, e ringraziamola per questa bella lezione di vita, pubblica e privata insieme!