Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AMERICANI


 

DI ANTONIO GIANGRANDE



 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AMERICANI


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI


 

La Scoperta.

Gli eventi del 2022.

L’Esodo.

Gli Eroi.

Le città.

Lo Spettacolo.

Lo Sport.

La Giustizia.

Le Carceri.

La Disuguaglianza.

Il Diritto d’Autore.

Le Spie.

Le Stragi.

I Serial Killer.

Il Razzismo.

Black Lives Matter.

L’Informazione.

Il politicamente corretto.

La Censura.

Fake News.

I Complotti.

I Militari.

Le Guerre.

L’11 Settembre 2001.

I Politici.

La Finanza.

Trasporti e viabilità.

L’ambiente.

La Scoperta.

Alessandra Baldini per l'ANSA venerdì 20 ottobre 2023.

Una lettera di Cristoforo Colombo del 1493 in cui il navigatore genovese racconta le sue impressioni su un gruppo di isole che afferma di aver da poco scoperto è stata venduta all'asta da Christie's per quasi 4 milioni di dollari. L'epistola De Insulis Nuper Inventis indirizzata da Colombo a re Ferdinando II di Spagna e alla regina Isabella è rimasta per quasi un secolo in una collezione privata svizzera e la casa d'aste afferma di aver fatto il possibile per assicurare che non sia un falso o che sia stata rubata come più volte successo in passato per documenti dello stesso tipo.

La stima di partenza era tra uno e 1,5 milioni di dollari e il prezzo finale è svettato nell'ultima mezz'ora dell'asta nonostante la reputazione di Colombo, soprattutto negli Usa, recentemente sia stata sottoposta a una profonda rivalutazione. Del documento di otto pagine in latino furono stampate a Roma molteplici copie con l'obiettivo di diffondere in Europa la notizia del viaggio di Colombo: studiate dagli esperti e concupite dai collezionisti di libri rari, non stupisce che abbiano tentato ladri e falsari nel corso degli anni.

La scorsa estate una versione dell'incunabolo sottratta alla Marciana decine di anni fa e finita in buona fede nelle mani di un collezionista di Dallas è stata restituita all'Italia grazie alla collaborazione tra i carabinieri del nucleo Tpc e l'autorità giudiziaria degli Stati Uniti. "Abbiamo seguito una serie di indizi e linee di indagine, nessuna delle quali ha portato ad alcunchè di sospetto", ha assicurato, nel caso della lettera di Christie's, Margaret Ford, la specialista di libri e manoscritti della casa d'aste. Nella lettera, Colombo afferma di essere sbarcato su isole dell'Oceano Indiano.

Descrive la bellezza della zona, il canto degli uccelli, le palme, le grandi montagne e i fiumi e parla anche degli indigeni "timidi e paurosi", dicendo di averne portati alcuni in Spagna. Il testo - l'equivalente di un comunicato stampa del 15/o secolo - era stato originariamente scritto in spagnolo e la corte di Madrid lo inviò a Roma per farlo tradurre in latino e stampare massimizzandone la diffusione.

In un paragrafo introduttivo si rende omaggio a Colombo come a un uomo "a cui il nostro tempo deve un grande debito". Del testo spagnolo originario almeno una copia è sopravvissuta al passare dei secoli ed è attualmente conservata alla New York Public Library. Della edizione venduta da Christie's circa 30 esemplari sono in musei e solo una o due in mani private, rendendo quella passata oggi di mano "un documento di grande rarità", ha detto Ford.

Gli eventi del 2022.

Gli eventi politici statunitensi più rilevanti del 2022. Stefano Graziosi su Panorama il 30 Dicembre 2022.

I fatti che hanno maggiormente segnato la politica statunitense nell'anno appena trascorso

Ketanji Brown Jackson diventa giudice della Corte suprema (7 aprile) La nomina di Ketanji Brown Jackson alla Corte suprema è stata ratificata dal Senato con 53 voti a favore contro 47. Si tratta della prima donna afroamericana a entrare nel massimo organo giudiziario statunitense.

Embargo energetico americano alla Russia (8 aprile) Joe Biden ha annunciato il blocco delle importazioni di petrolio e gas dalla Russia: una misura adottata in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Mosca.

Annullamento della sentenza Roe v Wade (24 giugno) La Corte suprema degli Stati Uniti ha annullato Roe v Wade: la sentenza del 1973, che definiva l’aborto come un diritto garantito dalla Costituzione. La decisione della maggioranza dei giudici non comporta il divieto dell’interruzione di gravidanza, ma attribuisce le questioni attinenti a questa materia ai parlamenti dei singoli Stati.

Crisi migratoria alla frontiera meridionale (30 settembre) L’anno fiscale 2022 si è chiuso lo scorso 30 settembre con il record assoluto di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale degli Stati Uniti (oltre 2,3 milioni di persone). Proprio la questione migratoria ha d’altronde sempre rappresentato una spina nel fianco dell’amministrazione Biden. E i repubblicani hanno intenzione di avviare un’inchiesta parlamentare sul tema il prossimo anno.

Le elezioni di metà mandato (8 novembre) Questa fondamentale tornata elettorale si è conclusa con un sostanziale pareggio. I repubblicani hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, mentre i democratici sono riusciti a difendere il controllo del Senato. Nonostante l’elefantino sia andato meno bene del previsto, Joe Biden non può permettersi di dormire sonni troppo tranquilli. Con un Congresso spaccato a metà, il presidente americano si avvia a diventare la proverbiale anatra zoppa, mentre i repubblicani stanno preparando delle inchieste parlamentari volte a metterlo in difficoltà.

Ricandidatura presidenziale di Trump (15 novembre) Nonostante sia uscito notevolmente indebolito dalle ultime elezioni di metà mandato, Trump ha annunciato una nuova candidatura presidenziale. Al momento, l’ex inquilino della Casa Bianca appare piuttosto in difficoltà: un fattore che sta portando vari esponenti repubblicani (a partire da Ron DeSantis) a scaldare ufficiosamente i motori in vista della nomination presidenziale del 2024.

Deferimento di Trump (19 dicembre) La commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del 6 gennaio ha deferito Trump al Dipartimento di Giustizia, accusandolo di vari reati, tra cui incitamento all’insurrezione.

Zelensky alla Casa Bianca (21 dicembre) Joe Biden ha accolto Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, ribadendo il proprio sostegno a Kiev contro l’invasione russa dell’Ucraina. Il presidente ucraino ha successivamente tenuto un discorso al Congresso.

L’Esodo.

La nuova generazione perduta d'America. Sempre più statunitensi decidono di lasciare l'America. I flussi di espatriati verso l'Europa aumentano di anno in anno. A pesare è la qualità della vita, ma anche il razzismo e le tasse. Alberto Bellotto il 10 Settembre 2023 su Il Giornale. 

F. Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, T. S. Eliot e Ezra Pound, un pugno di scrittori e poeti persi tra le fiamme della Grande Guerra e la seduzione di un continente, quello europeo, che voleva dimenticare un conflitto che aveva cambiato il mondo. Si tratta di quella che Gertrude Stein ribattezzò generazione perduta, quella fetta di giovani uomini forgiati dalla guerra e dalle avversità di una prima metà di '900 tutt’altro che facile.

Molti di loro arrivarono lasciarono il Nuovo Mondo per trovare una propria dimensione in Europa. Oggi il mondo è cambiato, America ed Europa sono cambiate, eppure gli Stati Uniti iniziano a vedere i semi di una nuova generazione di americani che vogliono lasciare la casa dello Zio Sam per fare fortuna in Europa, per trovare una propria dimensione in un mondo diverso.

Americani in fuga

Sempre più americani, hanno rilevato i sondaggisti, immaginano di voler lasciare l'America. Il fenomeno ha subito un'accelerazione dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016. Migliaia di americani scioccati per la vittoria del tycoon e in polemica aperta con quell'America che chiedeva discontinuità dopo gli anni di Barack Obama alla Casa Bianca, cercarono fortuna in Europa.

In realtà l'avvento di Trump si è inserito in un fenomeno in ascesa. Durante la presidenza Obama l'11% degli americani dichiarava di volersi traferire in un altro Paese in modo permanente, sotto Trump il numero è salito al 16% mentre nel 2022, due anni dopo l'elezione di Joe Biden è cresciuto ancora al 17%. Un altro effetto della crescente spaccatura in seno all'America di oggi.

Le "identità fluide" che cambiano l'America: così il Paese sarà sempre meno bianco

Le destinazioni degli statunitensi all'Estero

Certo i numeri sono limitati se considerati rispetto agli oltre 330 milioni di abitanti. Eppure tutti gli indici sono in aumento. Ma dove vanno questi americani? L'Economist ha raccolto un po' di dati e ha scoperto, ad esempio, che il Regno Unito, complice la lingua comune, ha visto i residenti di origine americana passare da 137 mila nel 2013 a 166 mila nel 2021 (ultimo anno disponibile). Ma non solo. Considerando il periodo 2013-2022, il numero di americani in Olanda è passato da 15.500 a 24.000; in Spagna è passato da 20 mila a 34 mila persone; il Portogallo è triplicato toccando quota 10 mila. Stabile invece la presenza in Germania, Francia e Paesi Nordici.

Le ragioni dietro questo "ritorno" nel Vecchio continente sono diverse e solo in parte hanno a che fare con la politica, semmai, hanno raccontato molti, centrano con i grandi mali della società americana. Alla fine solo una piccolissima parte ha lasciato per l'elezione di Trump anche se tanti non rientrano perché le divisioni del Paese non si placano.

Le ragioni di un addio

Una delle prime ragioni che spinge all'addio della madre patria sono gli eccessi di una società votata alla performance. Tracy Metz, direttrice dell'istituto culturale americano-olandese John Adams ha spiegato all'Economist che per molti l'Europa rappresenta un luogo in cui è più facile bilanciare vita e lavoro. Gli americani lavorano in media 1.811 ore all'anno, gli Europei si fermano invece a 1.571 e gli olandesi addirittura 1.427. In più, restando sempre nell'ambito lavorativo, gran parte dei Paesi del centro-nord Europa hanno una conoscenza avanzata dell'inglese, in particolare penisola scandinava e Olanda.

L'altro grande fattore attrattivo è il welfare state, in particolare il fatto che in molti paesi esistano forme di assistenza sanitaria universali, un miraggio in America. In quasi tutto il continente è possibile accedere senza patemi a cure e reti di sicurezza sociale, che negli Usa sono possibili solo con altissimi livelli di reddito o lavori altamente specializzati che tra i benefit hanno assicurazioni sanitarie.

L'altro momento spartiacque per molti è stato il 2020, incendiato dalle proteste di Black Lives Matter e plasmato dalla pandemia. Il razzismo che ancora permea l'America per molti è stata una ragione sufficiente per lasciare il Paese, in particolare per le forme violente con cui si è manifestato. In questo senso l'Europa rappresenta non tanto un porto senza razzismo, ma un luogo sicuro lontano dalla violenza esplosa dopo la pandemia.

La bomba migratoria che ha mandato in crisi New York

C'è poi un aspetto tutto economico. Il boom dello smart working ha reso ancora più accessibile l'Europa e molti paesi hanno fiutato l'affare di attirare lavoratori e aziende con sgravi fiscali. L'Olanda, ad esempio, permette alle aziende di pagare tasse solo sul 70% dei redditi dei lavoratori più qualificati. In Portogallo esiste invece una flat tax del 10% su redditi passivi come pensione o investimenti. In Spagna la "legge Beckham" prevede una tassa piatta del 24% sui redditi guadagnati in loco. Tutte misure che piacciono ai contribuenti americani sempre insofferenti quando si parla di tasse.

Amanda Klekowski von Koppenfels docente esperta di diaspora americana ha spiegato che nella mente degli americani sta iniziando a formarsi un pensiero nuovo. Fino a qualche anno fa pensavano che l'America fosse la nazione che tutti volevano raggiungere, un Paese di immigrati e non di emigranti. Lasciarlo, rinunciare al sogno americano, sembrava folle.

Oggi invece l'Europa è sempre più seducente, fatta di assistenza sanitaria, trasporti economici ed efficienti, violenza armata bassissima e ottimi livelli di sicurezza e razzismo molto meno letale. Gli americani, insomma, rimangono affascinati dalla libertà che si è ritagliato il vecchio continente e sempre meno si lasciano sedurre dalla promessa del sogno americano. Un po' come quegli scrittori che avevano eletto l'Europa a propria dimora e che tanto avevano criticato l'American dream. Alberto Bellotto

Gli Eroi.

Storia (o fiction?) dell’eroina Calamity Jane: dura, astuta, libera. Storia di Maria Luisa Agnese Corriere della Sera 31 luglio 2023.

Per paradosso, la cosa più vera che si può sapere di Calamity Jane ce la dice quell’immagine di Doris Day, che beve come un uomo, spara come un uomo, veste e cavalca come un uomo. Siamo nel film Non sparare, baciami!, ambientato durante la conquista del West e una donna che si comportava così era fuori dall’ordinario: è pura fiction ma è uno dei tanti tasselli che ha contribuito a creare la leggenda della pistolera avventurosa. Perché la vera Calamity (in realtà Martha Jane Canary-Burke) era meno seducente e più massiccia, basta guardare le foto d’epoca che la ritraggono (e che sono fra le poche fonti certe sulla sua vita), e soprattutto aveva probabilmente avuto una vita meno ispirativa e piena di guai, da vagabonda del West. Ma nella sua biografia ufficiale il vero e il falso si sono così intrecciati, la leggenda e la realtà si contaminavano a vicenda (perlopiù per consapevole volontà della perspicace Jane) da comporre una vera fake biografia ante litteram, dove tutto è incerto ma anche incredibilmente vero, come capita alle grandi icone pop.

Era una di quelle figure storiche la cui identità è perlopiù fabbricata «per costruire un’illusione di grandeur e di gloria che trasfiguravano una vita di baldoria, alcolismo e difficoltà», ha sintetizzato la scrittrice Eden Arielle Gordon su Magellan Tv, e si conviene che il 99% della narrazione su di lei sia leggenda e solo l’1% realtà. Leggenda che va di pari passo con quella del West: e la Cattiva ragazza va nel mondo, come quando cavalcava per le Badlands nel Sud Dakota. Una donna con qualche problema con il bere e tanta, tantissima immaginazione. Di certo c’è che era nata vicino a Princeton, Missouri, con una madre altrettanto leggendaria: girava in città a cavallo addobbata in colori vibranti e coperta di make up. Buon sangue non mente e pare che da lì Jane abbia preso una certa propensione a dramma e notorietà. «Penso che se una ragazza vuole diventare un mito, deve farsi avanti e provarci» si legge nel libro L a vita e le avventure di Calamity Jane, autobiografia di qualche fortuna, non autorizzata e con tutta certezza neppure scritta da lei.

Doris Day impersona Calamity Jane in un film del 1953

A 12 anni Jane resta orfana con 5 fratelli, fa tutti i mestieri (cuoca, lavapiatti, ballerina), poi inizia la vita randagia da avventuriera del West. Forse fa anche la prostituta in un periodo in cui esserlo regalava in qualche modo uno status di quasi indipendenza alle donne che vivevano nei villaggi lungo la ferrovia che stava nascendo verso il West. Si innamora del pistolero Wild Bill Hickok da cui avrebbe avuto una figlia, ma tutto è incerto: c’è anche un libro sempre postumo di Lettere di Jane alla figlia. Alla fine si sposa, forse, con Clinton Burke, ma quel che è certo è che dopo aver ballato nello show di Buffalo Bill muore di polmonite il 1° agosto 1903, e viene sepolta vicino all’amato Hickok. Ci sta nella galleria delle pioniere al femminile un personaggio così controverso? Sì, perché, al di là delle intemperanze e della periclitante verità storica, Jane ha occupato per anni un posto nell’immaginario non solo americano: quello dell’esploratrice di nuove possibilità per le donne, che si è data il permesso di dribblare il ruolo di madre e custode del focolare ed è uscita nella prateria. Per provare a essere libera.

Le Città.

San Francisco.

New York.

San Francisco.

San Francisco nella spirale infernale: perché il suo è un male incurabile (e un regalo a Trump). Storia di Federico Rampini su Il Corriere della Sera lunedì 14 agosto 2023.

Questa è la storia di una città dove un’insegna luminosa di Elon Musk che infastidisce gli abitanti viene immediatamente rimossa dalle autorità. Ma gli spacciatori di fentanyl, i rapinatori, o gli homeless che aggrediscono i passanti e defecano davanti ai negozi godono dell’impunità più totale. La città, naturalmente, è San Francisco: una ex-perla che si avvolge in una spirale di degrado di cui non s’intravvede la fine. Qualche studioso di storia urbana evoca un’espressione inquietante: «Doom Loop» o spirale della rovina. È un ingranaggio che ha colpito altre città in passato, risucchiate in un degrado che si autoalimenta, condannate a precipitare sempre più in basso, incapaci per molto tempo di reagire. Detroit fu un caso da manuale. Torno a scrivere della “mia” San Francisco perché tanti italiani vi stanno trascorrendo una parte delle loro vacanze: nonostante tutto, è ancora una mèta turistica mondiale. Anche se vive di rendita sulle sue glorie del passato, ha delle attrattive indiscutibili (in poche parole: è bellissima, nell’architettura tradizionale e nel paesaggio). Torno a scrivere perché oggi la “mia” San Francisco è di nuovo in prima pagina sul Wall Street Journal con un reportage su tutto ciò che va storto e accentua la fuga di abitanti. Torno a scrivere perché – contrariamente a quel che credono molti europei – ciò che accade a San Francisco in un certo senso può spiegare perché le di Donald Trump di rivincere un’elezione non sono del tutto inesistenti. Quella che fu la mia prima residenza americana 23 anni fa, la città dove cominciai a mettere le radici e dove sono cresciuti i miei figli, è irriconoscibile rispetto al “modello” di cui mi innamorai allora. Se state viaggiando in California il reportage del Wall Street Journal vi consiglio di leggerlo per intero. Non dice cose veramente nuove, è un utile aggiornamento su una situazione della quale ho già scritto in passato. Uffici sempre più vuoti. Un’economia locale depressa. Giovani esperti di tecnologia che preferiscono lavorare da casa, il più lontano possibile, perché la città li repelle. Catene di negozi e supermercati e farmacie che chiudono perché depredate da ladri che agiscono alla luce del sole, indisturbati. Un’ecatombe di morti per overdose, con gli spacciatori che agiscono anche loro spudoratamente, senza preoccuparsi molto della polizia. Criminalità in aumento su tutti i fronti, dagli omicidi ai furti negli appartamenti agli scippi. Homeless aggressivi che “possiedono” i marciapiedi nei quartieri del centro. È un peggioramento in atto da anni, ma perché la città non reagisce? Per rispondere a questa domanda eccovi un aneddoto che vale mille analisi dotte. Collier Gwyn è una commerciante, sanfranciscana doc, che da una vita gestisce una piccola galleria d’arte in centro. Dal 1984, puntualmente, ogni mattina alza la saracinesca e pulisce il marciapiede davanti. Una mattina recente, per l’ennesima volta si è trovata di fronte una donna senzatetto, aggressiva, che stava defecando proprio lì davanti. Ha cercato di mandarla via, quella si è rifiutata. Collier Gwyn ha perso la pazienza e ha osato spruzzarle dell’acqua addosso. Dell’acqua. Per quel gesto è stata immediatamente ripresa da un passante sul telefonino, esibita e insultata sui social media, denunciata, fermata dalla polizia, processata per direttissima e condannata a 25 giorni di lavori nei servizi sociali. Ora pende su di lei una diffida: guai se si avvicina ancora a quella senzatetto, la sua “vittima”.

Di quel gesto d’ira – un po’ d’acqua spruzzata a chi stava insozzando l’ingresso del suo negozio – lei si è scusata più volte pubblicamente, ammettendo di aver perso la pazienza e di aver fatto una cosa sbagliata. Ma il contesto andrebbe conosciuto. La donna senzatetto defecava abitualmente nei dintorni, molestava e aggrediva i passanti, senza che nessuno sia mai intervenuto a impedirglielo. Nei rapporti di polizia stilati in seguito a ripetute denunce figurano i suoi continui furti nei negozi, il fatto che sputa addosso a chi le si avvicina, e “si masturba in pubblico”. Essendo definita una malata di mente, è un’intoccabile, le forze dell’ordine se ne lavano le mani perché non è di competenza degli agenti curare chi ha turbe psichiche. La legge proibisce esplicitamente che siano ricoverati in istituzioni specializzate contro la loro volontà. Se non vogliono curarsi, questo è un loro sacrosanto diritto, e la comunità dei cittadini deve rassegnarsi a subirne tutte le conseguenze. San Francisco e la California spendono miliardi ogni anno per gli homeless: soldi dei contribuenti che spariscono nel nulla. «Nella mia città – conclude Collier Gwyn – rapinare un negozio o spacciare droga non sono trattati come reati, ma il mio gesto mi è valso una condanna immediata». San Francisco e la California sono sulla West Coast ciò che New York e Philadelphia rappresentano sulla East Coast: le vetrine della sinistra al governo. Purtroppo è un malgoverno che dura da anni, accumula errori ma non li corregge perché non li considera affatto errori bensì valori. La cultura delle droghe equiparata ad una liberazione, è un equivoco mortale che affonda le radici nel movimento hippy che proprio a San Francisco ebbe il suo battesimo negli anni Sessanta. L’idea “poetica” dei malati mentali – “sono loro gli unici sani” era il principio che fu affermato da una cultura progressista di cui ricordo le tracce in un film come Qualcuno volò sul nido del cuculo. Infine la convinzione che chi ruba lo fa perché è povero e bisognoso, soprattutto se appartiene a una minoranza di colore; mentre i poliziotti sono razzisti, quindi i veri criminali. Quest’ultimo dogma, trionfante con Black Lives Matter, spiega perché non si riescano più a reclutare poliziotti. Quei pochi che continuano a indossare una divisa, fanno il meno possibile perché si sentono dei vigilati speciali; inoltre se arrestano un criminale in flagranza di reato di solito questo viene rimesso subito in libertà da un procuratore eletto nelle liste del partito democratico. Ma quando Musk ha accesso la sua “X” all’ultimo piano del palazzo ex-Twitter, la città progressista è esplosa d’indignazione e subito giustizia è stata fatta. Come contro la negoziante che aveva gettato un po’ d’acqua sulla homeless. Questo spiega perché i mali di San Francisco, al momento, sono incurabili. E perché il “modello” che questa città rappresenta è un regalo a Trump. Oppure, guardando verso altre direzioni, è un regalo a Xi Jinping, Putin, Erdogan, e altri “uomini d’ordine”.

La città ha un’amministrazione locale molto progressista. Federico Rampini / CorriereTv su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2023

E’ fuga da San Francisco. Nel 2000 da questa città partì la prima rivoluzione di internet.

La San Francisco di oggi è l’epicentro di un esodo, di una fuga: un paio di icone della grande distribuzione americana hanno dovuto chiudere i loro punti vendita nel centro della città di San Francisco (il supermercato alimentare agro-biologico, Whole Foods, e Nordstrom, una catena di grandi magazzini). La scelta della chiusura è motivata dal fatto che erano spesso saccheggiati: ladri entravano indisturbati, rubavano merce e la portavano via senza che la polizia facesse nulla.

Per le stesse ragioni hanno chiuso anche tanti drug store dei Walgreens, quelle farmacie, grandi magazzini, supermercati: anche lì a causa della piaga dei furti.

In città c’è una politica della amministrazione locale, molto molto progressista che ha deciso di non perseguire il furto perché considera i ladri come vittime di ingiustizie sociali, afflitti da problemi che vanno curati in altro modo e non con azioni di tipo penale.

San Francisco è malata di una politica troppo ideologica che ha trasformato la città in un accampamento di homeless con una spaventosa ecatombe di tossicodipendenti (perché anche la cultura della droga facile, la cultura della tolleranza verso le droghe ha prodotto problemi inauditi). E’ l’epicentro di una crisi di tossicodipendenze, di povertà, di senzatetto che non ha eguali nel resto degli Stati Uniti per la sua concentrazione. A tutto ciò si aggiunge la crisi di Big Tech, i licenziamenti che hanno colpito l’industria digitale.

E’ diventata una città inospitale.

(ANSA l'1 luglio 2023) - Una città "post-apocalittica", pericolosa e spettrale. "Vi si potrebbe girare un episodio di Walking Dead". Elon Musk attacca il degrado di San Francisco alimentano la pressione sulle autorità locali, impegnate in prima linea a cercare di risollevare una città che non si è ancora ripresa dalla pandemia fra la crescente criminalità e l'aumento dei senzatetto. Ai suoi 144 milioni di follower, Musk ripete da tempo le sue critiche alla metropoli che ospita il quartier generale di Twitter in una delle zone più in difficoltà, la Tenderloin, piegata dalla crisi del fentanil e dagli accampamenti di senzatetto. 

Un mix che ha svuotato gli uffici della zona rafforzando lo scetticismo dei lavoratori a tornare alle proprie scrivanie per motivi di sicurezza. "Non si sentono tranquilli", denuncia Musk, sostenitore del lavoro in presenza. Le autorità locali respingono però le critiche citando statistiche in grado di mostrare come il tasso di criminalità è più basso che in altre città. "Non penso che i colpi bassi di Musk e di altri miliardari siano d'aiuto", afferma Dean Preston, componenti del Board of Supervisors di San Francisco, con il Wall Street Journal.  

Preston mette quindi in evidenza come i "miliardari tech" criticano ma "non offrono alcuna assistenza o soluzione che possa aiutare la città. E' facile twittare ma non è facile lavorare duramente per affrontare i molti problemi" di San Francisco. Per Musk non è una novità criticare le autorità locali o federali: più volte ha usato la sua piattaforma e il suo ruolo per fare polemica. Con San Francisco, però, lo scontro appare più violento.

 Forse perché ha lasciato la città, e lo stato della California, per trasferirsi nel repubblicano Texas. Forse per le dure critiche che le autorità locali gli hanno mosso per i drastici tagli alla forza lavoro di Twitter da quando ne ha assunto il comando, contribuendo così allo svuotamento della città, già scaricata da molti durante la pandemia. Il braccio di ferro appare solo all'inizio e lo scontro, visti i precedenti di Musk, potrebbe infiammarsi. 

Riccardo Staglianò per “il Venerdì di Repubblica” il 16 aprile 2022. 

La scena più tremenda, nel film soft-horror che questa città è diventata, si materializza verso le sette di sera di un ordinario venerdì. Sotto alle vetrine piene di Rolex di Tourneau, nel baricentro commerciale di Market Street, c'è un uomo che striscia, a scatti, come tarantolato, con metà sedere fuori dai pantaloni e la faccia nell'angolo tra marciapiede e parete del negozio.

Un poliziotto lì vicino non fa niente, come non faccio niente io tranne restare pietrificato, né i passanti evidentemente abituati allo spettacolo. Quella stessa mattina, alla fermata Powell della metropolitana (come dire Piazza di Spagna o Montenapoleone) un altro vomita e barcolla pericolosamente sporgendosi sui binari.

Nel pomeriggio, la vicinissima South of Market è una piazza di spaccio a cielo aperto, con tante tende di polipropilene azzurro, quello delle buste dell'Ikea, piene di esseri al grado zero dell'umanità. Come un campo profughi qualsiasi, se il campo profughi fosse però pieno di tossici all'ultimo stadio e si trovasse nel cuore di una delle città più oscenamente ricche del pianeta. Qui, l'anno scorso, i morti per overdose sono stati più del doppio di quelli per Covid (697 contro 257).

A dicembre la sindaca ha dichiarato, non senza polemiche, lo "stato di emergenza" per il Tenderloin, la zona più centrale e più disastrata. Che oggi ospita il Linkage Center, un grande recinto dove i messi peggio ricevono il naloxone, una specie di metadone, in un tentativo disperato di non farli andare all'altro mondo. Noi, i ragazzi dello zoo di San Francisco potrebbe essere il seguito americano del film che colonizzò l'immaginario psicotropo dei ragazzi degli anni 80.

Che questo quartiere abbia una meritatissima cattiva reputazione è notizia vecchia quanto il suo nome. Affibbiatogli, spiega un cartello del Tenderloin Museum, da un capo della polizia che - spedito a bonificare l'allora quartiere a luci rosse - commentò ilare che, dopo tanti anni di bracioline economiche, avrebbe finalmente potuto permettersi il filetto (tenderloin) grazie alle più laute mazzette.

Prima la prostituzione, con le proto-battaglie per i trans, poi i migranti: qui la diversità è sempre stata religione laica. Che però spesso si tramuta in eresia immobiliare. Con tanti alberghi andati in malora e poi trasformati in Sro (Single room occupancy), dormitori per i poveri. Aggiungete istituzioni come la St. Anthony Foundation, una specie di Caritas, che sfama chiunque senza fare domande, e capirete perché tanti homeless l'hanno scelto come domicilio.

L'esercito di nuovi ricchi, stanchi della sonnacchiosa Silicon Valley, ha fatto lievitare gli affitti, sfrattando la middle class e mandando per strada, in un Paese dove il saldo medio sul conto è di 5000 dollari, i meno attrezzati (vari studi sostengono che all'aumento dell'1 per cento sui canoni d'affitto corrisponde pari aumento di homeless). Bastano questi vecchi addendi a fare il totale odierno? 

«No» risponde Katie Conry, antropologa nonché direttrice del museo su Leavenworth, una delle vie più acciaccate, che già alle dieci di mattina ha l'aspetto di un padiglione psichiatrico en plein air, «la novità è stata la pandemia che ha chiuso i ricoveri, ridotto la capacità degli Sro e tolto agli homeless molte delle strutture su cui avevano imparato a fare affidamento, come le biblioteche, dove magari caricare il cellulare, i bagni dei locali d'improvviso interdetti e altri luoghi che ne puntellavano l'esistenza. Dopo due anni in strada molte situazioni sono peggiorate e quello che vediamo è il risultato».

Ricordate quanto ci ha messo psicologicamente alla prova il lockdown, nelle nostre belle casette riscaldate? Ecco, ora provate a immaginarvi di averlo trascorso all'addiaccio. Conry, come altri intervistati, non sa se il fenomeno è numericamente peggiorato (l'ultimo censimento di poco più di 8000 senza dimora è del 2019) ma concorda che è più acuto.

Qualcosa, ovviamente, è stato fatto. «Il Comune ha affittato alberghi per trasformarli in shelter-in-place» mi spiega nel soggiorno adibito a ufficio Jennifer Friedenbach, direttrice della Coalition on Homelessness, «duemila posti rispetto agli ottomila che avevamo chiesto, pagati grazie a una legge che consente di tassare dello 0,5 per cento addizionale le fortune sopra i 50 milioni (l'ascetico Jack Dorsey di Twitter, con le sue sedute di meditazione, digiuni intermittenti, bagni gelati all'alba e patrimonio di 7 miliardi di dollari ha votato contro).

Ma ciò non cancella la tendenza decennale a criminalizzare i senza casa, con 10-20 mila denunce all'anno che ricevono per occupazione di suolo o minzione in pubblico e i sempre più frequenti repulisti con tanto di confisca dei loro averi». Nell'aver intensificato questi sweeps si sarebbe distinta anche London Breed, la sindaca dello stato di emergenza. Eppure, se c'è una con la sensibilità giusta per capire il problema, dovrebbe essere lei. Nera, cresciuta nelle case popolari, con un fratello in carcere per aver ucciso la fidanzata (la spinse fuori dall'auto durante una lite) e una sorella morta di overdose.

La ascolto alla Public Library mentre, accanto al carismatico Cornel West, decano dei black studies, ricorda che i neri sono il 5 per cento della popolazione ma il 40 per cento degli homeless. L'incontro finisce con un rinfresco e, nel tempo che impiego a trangugiare il mio panino su un marciapiede assolato, tre persone mi chiedono se e dove distribuiscono quei cestini. Imbarazzato per averne accettato uno, li dirotto all'interno dove entrano con la stessa foga dell'assalto a Capitol Hill.

 Non è folle, tutto questo? Sembra un pagina di La fame, il monumentale libro di Martin Caparros, ma invece che in Niger siamo tra la biblioteca e il municipio di una metropoli in cui il 57,4 per cento delle case vale più di un milione di dollari. La novità è che una bella fetta della piazza che separa le due istituzioni è oggi occupata da un campo recintato di tende per accogliere disperati di varia estrazione. E così, a dispetto della sua biografia, la sindaca ha mandato più polizia a pattugliare il centro e ha esternalizzato il controllo del territorio alla ong Urban Alchemy.

Con le loro pettorine nere e verdi li vedi a ogni angolo. Generalmente neri, generalmente ex galeotti, generalmente impegnati in un'indaffaratissima ammuina, tipo chiacchierare tra loro, salutare i passanti e dare solenni quanto occasionali colpi di ramazza. Pare che vengano pagati sui 18 dollari l'ora, quanto il/la barista che cercano a The Market, il bell'emporio accanto alla sede di Twitter.

Sono una soluzione, ma a un altro problema: quello del reinserimento dei carcerati, che poi magari diventano homeless, in quel perverso paso doble che Rebecca Solnit segnala su Harper' s, per cui i primi vivono fuori senza accesso a un dentro mentre i secondi vivono dentro senza accesso a un fuori ma entrambi «non hanno né privacy né un vero controllo sulle proprie esistenze».

Quello stesso articolo sfata un mito spesso ripetuto ("vengono a San Francisco da tutti gli Stati Uniti per la generosità dell'assistenza"): il 71 per cento viveva già qui prima di finire in strada e il grosso dei restanti viene dalla regione o dallo stato. E racconta come le ultime giunte abbiano intensificato la rimozione dei senza dimora sulle lamentele di aziende che non li volevano vicini.

Ed è così, che con un simbolismo toponomastico tanto perfetto da sembrare inventato, a centinaia sono finiti a Division Street, zona piena di parcheggi e sottoponti buoni per le tende dei vinti da cui però si vedono nitidi i grattacieli della cittadella dei vincitori. È il regno di Robert Gumpert, il fotografo che ne ha ricavato un libro straziante e che, nella via crucis che ha ripetuto per sei anni, mi presenta Tucks. Ex carcerato, come tanti homeless, fa qualche dollaro riparando bici.

L'ong Compass vorrebbe reclutarlo per una class action contro le confische del Comune ma lui non si fa illusioni. Non ho mai visto, né negli slum di Nairobi né nelle favelas brasiliane, mani così incrostate di uno sporco così materico che mi fa venire in mente i grumi di colore delle tele multimilionarie di Anselm Kiefer esposte al museo d'arte contemporanea a tre chilometri da qui.

D'altronde quattro anni fa, al termine di una passeggiata in centro, la relatrice speciale Onu, Leilani Farha, aveva commentato che «l'ultimo posto dove aveva visto cucinare sul marciapiedi era Mumbai».«In quello spiazzo» indica Gumpert «per anni sono rimaste indisturbate decine di tende. Poi, da un giorno all'altro, sono state fatte sloggiare. Pare che Airbnb, che ha sede lì vicino, si fosse lamentata». Da qui si vede benissimo il loro enorme cartellone pubblicitario che dice "Gli stranieri non sono poi così strani", la cui versione video mostra tre creature pelose, tipo Chewbacca di Guerre stellari, che alla fine si trasformano in una bella famigliola. "Provate a ospitare", dice il claim. Tutti, ma i barboni non ospitateli nemmeno sul marciapiedi.

 Critiche da sinistra Ztl, si dirà, che spalanca le braccia ai migranti nei quartieri degli altri. È il punto di vista di Michael Shellenberger, autore di San Francicko, pamphlet di successo su "come i progressisti rovinano le città". Rarissimo esemplare di abitante di Berkeley di destra, mi fa fare un mini-tour a Minna Street che, prima di costeggiare il Moma e altre destinazioni turistiche, è il massimo concentrato di luridi accampamenti di fortuna con spacciatori che ti guardano feroci: «Al 95 per cento è fentanyl, l'oppiaceo che ha rovinato tanti americani, magari mischiato con metanfetamine» dice ultimativo lui che pure è stato contestato per l'uso delle fonti (e infatti c'è anche crack e eroina).

Contro un ampio consenso accademico per cui il problema degli homeless deriva essenzialmente dalla combinazione di redditi stagnanti e prezzi delle case fuori controllo, in un lungo arco che va da Reagan a Zuckerberg, Shellenberger sostiene invece che fuori controllo sono l'uso di droghe, le malattie mentali da ciò causate e il permissivismo liberal che consente l'una e l'altra cosa. «Immagini se a Roma, davanti al Campidoglio, vedesse una scena del genere: le sembrerebbe normale?».

È l'unica frase su cui concordiamo. È del tutto anormale, ma come se ne esce? «Questa è gente che dà per scontato il diritto all'assistenza. Invece devono meritarsela, riprendere in mano le loro vite» taglia corto. Al netto dell'antipatia per la sua mancanza di empatia, illumina un dato di fatto. 

Ovvero che tra il 2005 e il 2020 il numero di homeless qui è raddoppiato (siamo a uno sbalorditivo abitante su cento) mentre nel resto del paese si riduceva. E che sul totale, il 73 per cento è fuori da qualsiasi struttura o tetto in testa, contro il 3 di New York. Qualcosa è andato storto. 

Tipo che quelle tende nella Civic Center Plaza che ospitano 262 senza dimora costano ogni anno alla città 61 mila dollari l'una, ovvero 2,5 volte l'affitto mediano di un bilocale. Per Shellenberger sono i disturbati o i drogati che diventano homeless. Per EveryOne Counts, l'organizzazione che effettua i censimenti californiani, «la fetta più in crescita di nuovi homeless è di gente che ha ancora un'auto e ci dorme dentro perché non può permettersi un affitto».

Tra le cause il 25 per cento cita la perdita del lavoro, il 13 lo sfratto e il 18 la droga. Solo l'8 per cento la malattia mentale. Ma, in oltre 300 pagine, Shellenberger intervista giusto un homeless. Il resto è Sturm und Drang culturale. i fantasmi di joan didion Il premio Fatti non opinioni di questa tornata va ad Adama Bryant. La trovo citata sul Washington Post descritta come ex homeless, con master in Business administration. In verità è stata ospite di varie strutture, in un periodo incasinato della sua vita, ma non ha mai dormito sui marciapiedi.

Da dodici anni abita nel Tenderloin con i tre figli, di cui una psicotica, perché «è l'unico posto - orribile, con tutta quella gente che parla da sé e sbraita per strada - che posso permettermi». È cresciuta nello stesso project della sindaca e ricorda che la batteva a Monopoly: «È una brava persona ma non esistono misure che funzionino per tutti: se sfolli i senzatetto fai contenti i commercianti e scontenti gli altri».

Lei, ultimo lavoro l'autista Lyft, si è inventata Weekend Adventures, una no profit che organizza gite nei parchi per i bimbi poveri del quartiere che negli ultimi mesi le paga un salario: «Oggi peggio che mai? Forse. Però trentacinque anni fa mio zio fu ucciso per strada. Tutto è relativo. Quanto ai vigilantes, sono ex criminali: perché dovrebbero aver voglia di mettersi contro sul serio gli spacciatori?». D'altronde già nel '68 Joan Didion scrive Verso Betlemme, il suo reportage più sofferto, tra ragazzi storditi dalla metedrina e adulti-zombie.

La lezione di disfacimento che trae da Haight-Ashbury, qui vicino, vale per tutta l'America: "Il centro non reggeva più. Era un paese di avvisi di fallimento e annunci di aste pubbliche, di rapporti ordinari su omicidi involontari, di bambini nel posto sbagliato e famiglie abbandonate, di vandali che non sapevano nemmeno scrivere correttamente le parolacce con cui imbrattavano i muri.

Le famiglie scomparivano regolarmente, lasciandosi dietro uno strascico di assegni scoperti e ingiunzioni di esproprio. Gli adolescenti vagavano da una città straziata all'altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società".Lo sconforto di ieri vale ancora oggi. come i veterani L'interrogativo resta, gigantesco e inevaso: che fare? Più case a prezzi abbordabili. Lo dice Adama, sempre pragmatica.

Lo ripete l'attivista Friedenbach: «L'investimento del governo Obama per i veterani ha funzionato, riducendo il rischio che finissero per strada. E non c'è neanche sempre bisogno di costruire ex novo: ci sono almeno 70 alberghi in centro pronti a vendere». Aggiunge Gumpert, il fotografo: «Sono state contate 40 mila unità abitative sfitte: è un lusso che non ci possiamo più permettere. Solo sistemazioni stabili, non tende, possono invertire la tendenza». Neppure la curatrice Conry si discosta granché: «Servono case per i residenti, non per i turisti Airbnb. E rivitalizzare anche i negozi che, se continuano a chiudere, lasceranno un quartiere fantasma».

È una ricetta di applicabilità globale, che qui mostra già esiti estremi. Uniqlo, il negozio del cashmere democratico preso d'assalto dai visitatori italiani, ha chiuso. Banana Republic, Gap e Old Navy, secondo l'ordine censuario della clientela, appartengono allo stesso gruppo. Quelli che compravano da Gap, che nel frattempo ha chiuso le sue belle vetrine su Market Street, sono stati retrocessi da Old Navy. I veri ricchi si spingono due isolati più in là per un cardigan da 2.000 dollari di Brunello Cucinelli. Molti vecchi clienti di Old Navy ormai fanno l'elemosina per strada. O cambia qualcosa o il centro non reggerà.

Roberto Pellegrino per “Il Giornale” il 12 luglio 2021.

«Acropoli bianca e dorata contro il blu dell'oceano Pacifico, è l'immagine di un villaggio medievale italiano esistito soltanto nei sogni di un pittore». Così John Steinbeck, domiciliato a Salinas, duecento chilometri più a sud, descriveva la meravigliosa San Francisco. Città con pochissimi difetti, a parte le sue estati fredde e umide, tanto da ricordare l'inverno allo scrittore di Furore, Frisco è stato l'epicentro di infiniti cambiamenti e avvenimenti storici e sociali, dalle battaglie nazionali dei diritti civili alla protesta contro la guerra in Vietnam dei figli dei fiori, fino all'esplosione dell'economia informatica che, dagli anni Sessanta, ha coperto la metropoli di miliardi di dollari.

Fu allora che tutti vollero abitarla e arrivarono, oltre agli ingegneri in camicia bianca, cravattino e medagliere di biro, molti artisti, musicisti e attivisti gay. I nerd della nuova disciplina dei pc, attratti da sostanziose offerte dell'attigua Silicon Valley, erano wasp, americani bianchi, progressisti, che, cinquant' anni dopo, tra successi e cadute, ora vogliono darsela a gambe, rapinati dalle tasse.

Decenni di incontenibili speculazioni edilizie, gigantesche avidità immobiliari di emiri arabi, innumerevoli scandali di corruzione pubblica, aumenti smodati delle tasse comunali e frequenti incendi infernali ne hanno oscurato l'attrattività e sputtanato il mito, sgonfiando il desiderio di abitarci. Per non dire della costante e incombente promessa di morte del Big One: l'apocalittico terremoto da almeno due secoli, secondo i sismologi, ha un appuntamento con la città. Potrebbe, in soli dieci minuti d'ira, disintegrarla, sollevarla di trenta metri dal suolo e scaraventarla nel ventre del Pacifico con tutti i suoi 880mila abitanti. E, allora, bye bye Frisco, addio alla ragazza che tutti gli americani vorrebbero conquistare e che tutti i viaggiatori vorrebbero rivedere, prima di morire.

La metropoli è passata da momenti di benessere per quasi tutti, alla macro e micro criminalità degli anni Ottanta di chi era fuori dal business dei computer. Ruspe selvagge, per volere dei palazzinari californiani, hanno piallato gli antichi quartieri degli immigrati europei e asiatici, con l'aiuto del devastante terremoto del 1989 che aprì la strada all'eliminazione di tutto ciò che non fosse antisismico. Al posto delle casette di legno, sorsero edifici di cemento armato, con le fondamenta elastiche, capaci di oscillare, come la famosa Transamerica Pyramid, il grattacielo costruito nel 1969 dall'architetto William Pereira, in grado di dondolare senza mai venire giù. E a castigare i portafogli dei suoi abitanti, ci pensa il Comune: la California non può ricostruire le case distrutte da sismi o incendi e quindi impone ai proprietari costosissime polizze sugli immobili (+250% dagli anni Ottanta) e chi non è in regola va in galera.

Poi c'è la council tax, la gabella per acqua (costa venti volte più di Boston), l'immondizia, l'illuminazione. Si paga ogni mese e in alcune zone vale come uno stipendio medio italiano, tanto che negli ultimi due decenni, il 70 per cento dei pensionati ha dovuto vendere perché non era in grado di mantenere quel tenore di vita e di spesa. Dal 2000 sono stati creati oltre 676mila posti di lavoro, ma soltanto 176mila nuove abitazioni. E i prezzi sono schizzati in alto. Nella metropoli con le leggi più progressiste, la società è divisa tra chi ha troppo e chi quasi nulla. I prezzi hanno sfondato da anni il tetto massimo, più di Zurigo. Nel quartiere di Castro, il più ambito, quello che ancora conserva le casette di legno bianco e i tetti dipinti di azzurro, nel 1965 il 24 per cento dei residenti era afroamericano, oggi è il 5,5: i suoi chalet del XIX secolo, tre camere da letto, una cucina, un salotto e due bagni costano dai sei milioni di dollari in su.

Il New York Times ha scritto che da almeno un decennio «San Francisco è pronta a esplodere, arricchendo tutti, ma nessuno ne è particolarmente convinto». I residenti che hanno abbandonato la città sono triplicati dal 2005 e ora a San Francisco una persona ogni 11mila abitanti è un milionario. Le agenzie immobiliari ti prendono in considerazione soltanto se dimostri di avere uno stipendio annuo, netto, di 590mila dollari. Poi, c'è la questione della popolazione: è la meno variegata a livello demografico in America, segno che qui per afroamericani, latini, arabi e asiatici i costi sono un tabù. I Democratici che la governano dal 1968, e male, hanno prodotto una gentrificazione selvaggia e ora San Francisco non è una città per il ceto medio, ma soltanto per giovani white liberals che hanno cacciato via i nuovi poveri. I Dem, colti a rubare, sono tutti riconfermati perché un san franciscan non voterebbe mai repubblicano. 

 San Francisco occupa un'area relativamente piccola, 120 km quadrati contro i 1.300 di Los Angeles. Sotto l'influenza dello sviluppo ed espansione della Silicon Valley, nella seconda ondata anni Novanta, le principali Internet Company si sono concentrate a sud della città: parchi industriali, atenei d'ingegneria informatica, contribuendo a un nuovo inarrestabile aumento dei prezzi. A San Francisco c'è una delle più alte popolazioni di senzatetto degli Usa: 7.500 homeless su 880mila residenti, quasi uno ogni 100 persone. Le attività commerciali storiche hanno chiuso perché gli stipendi sono troppo bassi per vivere in città: spesso vendono i locali ai fondi di investimento che ci costruiscono appartamenti di alta fascia.

 Questo sviluppo non è stato sostenuto da adeguati piani per controllare i prezzi degli affitti e mantenere il numero di case a disposizione degli abitanti. Ex città di poeti e rivoluzionari, della cultura nera e della controcultura, ora tutto è in mano alla finanza virtuale che decide chi può abitarla, la parola d'ordine è leaving! Andarsene via.

DAGONEWS il 26 dicembre 2022

A San Francisco il famoso mercatino di Natale “Winter Wanderland Holiday Village”, pagato dai contribuenti, si sta trasformando in un incubo per le famiglie. Con il problema dei senzatetto ormai fuori controllo, diversi drogati si sono riversati nel parchetto che sui social veniva presentato come il paradiso di natale per i più piccoli. 

A rivelare una realtà diversa è stato il video di un residente che ha mostrato come il parchetto ormai si stia trasformando in un luogo di degrado con oggetti per drogarsi sparsi vicino alle attrazioni e persone che dormono per terra. «Sono stata costretta a trasferirmi da questa zona - ha raccontato un residente – la situazione era diventata insostenibile a causa dei tossicodipendenti».

New York.

La legge dell'81, la crisi abitativa e l'onda migratoria: viaggio nella crisi di New York. Da settimane la Grande Mela è sotto pressione per l'arrivo di migranti centroamericani. Il sindaco chiede aiuto, ma la crisi ha radici più profonde. C'entra una legge del 1981, ma anche una crisi abitativa esplosa con la pandemia. Alberto Bellotto il 20 Agosto 2023 su Il Giornale.

New York si trova a fronteggiare uno stato d’emergenza senza precedenti. Parole del primo cittadino Eric Adams. Il sindaco dem negli ultimi mesi ha lanciato allarmi su allarmi per la bomba migratoria che ha investito la città. Da ultimo ha parlato di un conto salatissimo per la Grande Mela. Secondo un calcolo della sua amministrazione nei prossimi tre anni il comune dovrà sborsare 12 miliardi di dollari per gestire i flussi migratori.

La città da mesi è sotto costante pressione migratoria. I flussi arrivano dal Sud e nell’ultimo anno hanno toccato quota 100 mila arrivi. Di questi ben 57.200 sarebbero ancora in città, inseriti nel sistema di accoglienza. Il problema è che questo sistema sta andando in tilt, sia per pressione esterna che per le sue singolari peculiarità. Il tutto mescolato con la crisi che la città sta affrontando dal 2020.

Le tre ragioni

Le ragioni di questa pressione migratoria sono diverse. Ma ce ne sono almeno tre che sono alla base dell’emergenza senza precedenti. La prima ha a che fare con la fine del title 42. Si tratta di una direttiva di salute pubblica varata dall’amministrazione Trump durante la pandemia. Il provvedimento, terminato nel maggio di quest’anno, permetteva agli Usa di espellere i migranti in massa dal suolo statunitense per ragioni legate al contenimento del Covid-19. La sua fine ha portato una ripresa degli arrivi.

La seconda ragione ha che fare con la sfida lanciata da Texas e Florida e dai rispettivi governatori, Greg Abbott e Ron DeSantis. I due repubblicani nell’ultimo anno hanno favorito lo spostamento di decine di migliaia di migranti verso nord, una sfida lanciata a tutte le amministrazioni democratiche. Come i famosi bus carichi di migranti latinoamericani inviati nelle città del nord, tra cui Chicago, Washington e soprattuto New York.

Ma al di là delle mosse dei governatori repubblicani moltissimi migranti scelgono in autonomia di puntare alla Grande Mela per una sua peculiarità. E qui veniamo alla terza ragione. La città, infatti, ha una direttiva che obbliga l’amministrazione a fornire un rifugio sicuro a chiunque ne faccia richiesta. Una sorta di “accoglienza” obbligatoria varata nel 1981.

Le peculiarità di New York

Nello specifico questa direttiva prevede che le persona senza una casa, o un posto dove andare, sia che siano newyorkesi o straniere, hanno diritto ad accedere a un posto letto in uno dei rifugi della città nel giorno stesso in cui ne fanno richiesta. Questo obbligo si è poi scontrato con il particolare momento che vive la città. I flussi e le regole sull’accoglienza si sono infatti mescolate con una economica e un’emergenza abitativa, creando una tempesta perfetta per le vie della metropoli.

Lo stesso sindaco Adams in molti dei suoi interventi ha spiegato che la città non ha fisicamente più spazio per ospitare i nuovi arrivati. L’amministrazione è stata costretta a sequestrare i pochi luoghi rimasti: un campo da calcio lungo l’East River, un parcheggio in un ex ospedale psichiatrico nel Queens e un centro ricreativo nel quartiere di Brooklyn. Tutte iniziative che sanno più di palliativi che di soluzioni strutturali.

L’amministrazione dal canto suo sta lavorando per emendare l’obbligo di fornire assistenza. “Non abbiamo le risorse e le capacità per creare e mantenere i centri di accoglienza, e non abbiamo il personale sufficiente per farlo”, si legge in una lettera dell’avvocatura municipale inviata a un giudice perché sollevi l’amministrazione da questo obbligo.

La città ha anche istituito un limite di 60 giorni per l’accoglienza dei richiedenti asilo, ma questo non ha fermato arrivi e permanenze. Non solo. Come ha scritto Reuters, l’amministrazione cittadina ha pagato una sere di volantinaggi lungo il confine con il Messico per far arrivare ai migranti depliant con la supplica di “scegliere un’altra città”.

La crisi abitativa

La crisi abitativa ed economica che attanaglia New York è stata impressa nero su bianco in un report pubblicato in primavera. Secondo il dossier NYC True Cost of Living report realizzato dall’Università di Washington, la metà delle famiglie che vivono a New York non ha abbastanza soldi per mantenere un’immobile, accedere al cibo, avere un’assistenza sanitaria e pagarsi i mezzi di trasporto. Anche le iscrizioni alle scuole pubbliche sono crollate: dopo la pandemia una grossa fetta di famiglie afroamericane ha lasciato la città per il costo della vita troppo alto.

Secondo i calcoli le famiglie dei cinque distretti che compongono la città dovrebbero avere entrate di almeno 100 mila dollari l’anno per permettersi tutto, eppure il reddito familiare medio in città non supera i 70 mila dollari. In città, in realtà, non mancano gli immobili, ma è molto difficile avere accesso per via dei costi eccessivi. Allo stesso tempo i costi rendono i proprietari combattivi, sempre sul piede di guerra contro nuove costruzioni.

A complicare tutto la fine del cosiddetto programma 421-a, una serie di tasse e relativi sgravi che permettevano alle ditte di realizzare immobili con un mix di appartamenti a prezzo di mercato e prezzo calmierato. Il programma in 10 anni, dal 2010 al 2020, ha permesso la realizzazione di oltre 117 mila immobili calmando i prezzi e soprattutto ridando fiato ai residenti in materia di affitti.

Negli ultimi tre anni i prezzi sono però cresciuti e questo ha reso più difficile avere alloggi a buon mercato in città. In questo modo l’arrivo dei migranti ha ingarbugliato tutto. E su questo pesa il fallimento della politica, che non riesce a riformare l’intero sistema.

La sfida politica

Sul fronte migratorio gli Usa non riescono a riformare l’immigrazione in modo organico dal 1990. Tutte le misure varate dopo quella data, come i permessi temporanei per i lavoratori privi di documenti, o eventuali percorsi per la cittadinanza, hanno dimostrato di non funzionare. Queste mancanze a livello federale hanno quindi avuto ricadute a livello statale.

Sia l’amministrazione cittadina che quella dello Stato di New York non riescono a trovare un modo di combinare gli sforzi affinché si arrivi a una soluzione. La governatrice Kathy Hochul ha stanziato un miliardo di dollari del bilancio statale per l’emergenza migranti in città, ma allo stesso tempo ha puntato il dito contro i tentativi di Adams di rimuovere l’obbligo di assistenza, spiegando anche che questo obbligo non vale per il resto dello Stato. Una presa di posizione che nasconde un timore di contro-flussi migratori da New York alle altre città dello Stato.

Una possibile soluzione potrebbe arrivare a un nuovo piano per le case, ma il complesso disegno di legge in lavorazione nelle Camere statali si è arenato per l’impossibilità di mettere d’accordo tutti i legislatori dem. In compenso Hochul e Adams sono concordi nelle richieste da girare a Washington. Richieste che hanno a che fare sia con maggiori fondi per gestire l’emergenza, che con nuovi regolamenti nella gestione dei richiedenti asilo.

Adams, che proviene da una lunga carriera nella polizia di New York, ad esempio, ha le idee chiare su un punto: accelerare i permessi di lavoro per i richiedenti asilo. “I richiedenti asilo con cui ho parlato”, ha raccontato, “vogliono lavorare”. Un’idea semplice, forse funzionante, ma sicuramente più simile a un palliativo che a una soluzione strutturale per fermare questa crisi che diventa ogni giorno più grave.

Estratto dell'articolo di Tony Damascelli per “il Giornale” il 30 giugno 2023. 

Venti milioni di abitanti, centomila senza tetto. […] New York City vive una profonda crisi sociale causata dall’enorme afflusso di migranti, un fenomeno imprevisto di fronte al quale la Grande Mela mostra uno spicchio bacato, per i disservizi, la difficoltà a tutelare la salute pubblica e privata di questa fetta di popolazione accolta in rifugi di ogni tipo, case, alberghi, ostelli, però non tutti dotati delle strutture sanitarie e ordinarie per le minime e naturali esigenze.

Il democratico Eric Leroy Adams, sindaco della città ed ex capitano della polizia, ha investito oltre un miliardo di dollari per venire incontro alle richieste dei rifugiati, […] il numero dei migranti si è raddoppiato in questo ultimo anno, così da prevedere un aumento clamoroso delle spese, nell’ordine del triplo, dunque oltre quattro miliardi di dollari non ancora sufficienti […]

New York chiede il supporto di Washington ma per il momento la Casa Bianca non risponde, impegnata con priorità ritenute più impellenti. Sarà uno dei motivi caldi della campagna elettorale per la presidenza. È più di una emergenza, il rapporto è di 1 «homeless» ogni 80 cittadini, con risvolti per la sicurezza e l’ordine pubblico già in affanno per gli episodi di criminalità legati anche al razzismo. L’allentamento delle rigide norme sull’immigrazione ha portato, quasi automaticamente a questo sensibile aumento di arrivi, specialmente dal sud del Paese.

Anne Williams-Isom, responsabile dell’assistenza sociale, per i servizi e la sanità pubblica, ha ammesso di trovarsi di fronte a una situazione disperata, anche drammatica e ha previsto un nuovo afflusso di immigrati. È stato chiesto durante il briefing se la città si aspettava un altro aumento degli immigrati. La sua risposta è stata disperata: «Siamo vicini al punto di rottura, possiamo salvarne molti, ma al tempo stesso rischiamo di perderne altrettanti. Sono soprattutto i bambini a crearci le maggiori preoccupazioni». Celine scriveva che New York è una città in piedi. Oggi incomincia a inginocchiarsi.

Estratto dell'articolo di leggo.it il 20 maggio 2023.

La città di New York sta sprofondando di 1-2 millimetri all'anno sotto il peso dei suoi stessi grattacieli: la deformazione del terreno, che nel lungo periodo potrebbe aumentare il rischio di inondazioni, è stata mappata mettendo a confronto i dati satellitari con i modelli della geologia del sottosuolo. 

Lo studio è pubblicato sulla rivista Earth's Future da un team di esperti dell'Università di Rhode Island guidati dal geologo Tom Parsons. I ricercatori hanno calcolato la massa cumulativa di oltre un milione di edifici a New York City, che risulta essere pari a circa 764 milioni di tonnellate. […] la complessa geologia del sottosuolo è costituito per lo più da sabbia, limo, sedimenti argillosi e affioramenti rocciosi.

[…] I terreni più ricchi di sedimenti argillosi e riempimenti artificiali sono più proni al fenomeno della subsidenza (ovvero allo sprofondamento), con un valore medio di 294 millimetri misurato nella parte bassa di Manhattan; terreni più elastici riescono a riprendersi dopo la costruzione degli edifici, mentre il substrato più roccioso a cui sono ancorati molti grattacieli non si muove più di tanto.

[...]

Dagotraduzione dell’articolo di Steve Cuozzo per nypost.com il 16 aprile 2023.

La grande mela è ora un grande spinello. Non solo perché la marijuana depenalizzata ha portato alla proliferazione del caos nei cinque distretti. Non solo perché il fumo puzzolente aleggia ovunque, penetrando nei vagoni della metropolitana e persino nei teatri di Broadway - l'odore acre che ho avvertito nell'affollato bagno degli uomini del Majestic Theatre qualche settimana fa non proveniva dalla macchina del fumo de "Il fantasma dell'opera". 

È anche a causa di una verità proibita, in un'epoca in cui l'aumento del salario minimo è diventato un mantra: la licenza di sballarsi ha trasformato i lavoratori in zombie. 

Ho vissuto in città per quasi tutta la mia vita. Non ho mai dovuto ripetere tre volte la mia complessa ordinazione da Starbucks - un caffè "alto" - per ottenere una risposta da un barista sconsolato, come faccio ora. Il testo di Bob Dylan, "Everybody must get stoned" (Tutti devono essere strafatti), è ora apparentemente nel manuale dei dipendenti di quasi tutti i luoghi che richiedono un'interazione con i clienti. 

La mia amica Shelley Clark, consulente per la ristorazione, ha osservato: "Troppo spesso, qualsiasi domanda o richiesta viene accolta con un'occhiata assente e con un "non c'è problema", molto scritto". È una bella cosa rispetto agli sguardi ostili che ricevo per aver interrotto le mie fantasticherie fuori dallo spazio. È ora di abbassare il salario minimo.

Perché no, visto che molti lavoratori dei negozi, dei ristoranti, delle lavanderie - e chi più ne ha più ne metta - sono diventati irrimediabilmente storditi. Sono strafatti, con gli occhi vuoti, disinteressati ai loro compiti, con l'alito che puzza di erba. 

GrubHub vi ha portato il pollo General Tso's quando avete ordinato dei burritos di pollo? Colpa dei luoghi di ritrovo preferiti dai fattorini, ad esempio il negozio "Smoke & Draft" di fronte al mio palazzo sulla First Avenue, all'altezza della 75esima strada est, dove di recente una rissa con coltello sul marciapiede ha mandato due di loro all'ospedale.

Ho dato a un ragazzo di Pret a Manger una banconota da 20 dollari per una tazza di zuppa da 8 dollari. Ho chiesto un sacchetto. Lui ha preso i 20 dollari e si è subito dimenticato della zuppa, del mio resto, della borsa e di me. Si è allontanato, sventolando inspiegabilmente il mio Andrew Jackson come una bandiera, finché non ho fatto appello ai suoi colleghi. 

Non vedevo tanto letargo indotta dall'erba dai tempi dell'università in Vietnam, quando così tanti compagni di scuola erano fatti che il loro sciacquone di erba, in preda al panico, durante una presunta retata della polizia, ha fatto traboccare le tubature del campus.

All'emporio di cibo gourmet dell'Upper East Side, Agata e Valentina, una cassiera era "così fuori di sé, fissava il vuoto mentre la gente aspettava in fila", mi ha detto un dirigente di banca che è un cliente abituale. "Si è dimenticata di darmi il resto. Ha chiuso la cassa. Ho dovuto aspettare che arrivasse qualcuno con la temuta chiave. Dopo dieci minuti per una transazione di 30 secondi, non si è nemmeno scusata". 

Rispondendo a un mio tweet sui lavoratori disorientati, un follower ha scritto che "la donna che gestisce il banco di assistenza" presso un importante concessionario di Sunset Park "era chiaramente fatta... non aveva idea di cosa stesse succedendo. Ho perso la mia auto due volte durante l'assistenza di routine". 

L'agente immobiliare Jordan Cohn ha twittato: "La mia carta di credito è stata appena smarrita da una cameriera di un ristorante. Sì, sparita, mai più vista. La mia ipotesi migliore è che sia finita nella spazzatura per sbaglio". 

I nostri politici "progressisti" stanno gettando la nostra città nella spazzatura, e non è un caso.

Quello che i turisti italiani a New York devono sapere. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2023

Piccola guida alle novità che attendono i tanti connazionali a New York: dai prezzi (è una città carissima) alle infrastrutture fatiscenti, dai crimini alla pessima metropolitana, fino alla pressione fiscale molto alta e ai sacchi della spazzatura (non differenziata). Anche se musei, teatri e locali restano splendidi, come sempre

Ècominciata l’invasione di turisti italiani a New York. Il weekend pasquale segna l’inizio di una stagione turistica che continuerà fino all’estate inoltrata.

Ai tanti connazionali che si trovano in questi giorni nella Grande Mela, dedico questa piccola guida alle novità che vi aspettano, e che forse state già notando, redatta da un residente di lungo corso (abito in America da 23 anni, a Manhattan da 14).

Tralascio quello che avete già subìto per arrivare qui: l’inflazione delle tariffe aeree, i soliti disagi all’arrivo negli aeroporti: terminal fatiscenti, code per il controllo passaporti, collegamenti scadenti con il centro città. L’America non vi accoglie come una vetrina di progresso. La pessima impressione che vi fanno i suoi aeroporti – soprattutto se paragonati con scali equivalenti in Asia, Golfo Persico – ha però il pregio della sincerità: vi prepara all’impatto con le sue città, dove pure il degrado è evidente.

La prima cosa da sapere su New York è questa: a voi sembra affollatissima, e l’invasione di turisti per Pasqua conferma questa impressione: magari troverete «sold-out» il vostro spettacolo preferito a Broadway, il ristorante consigliato su Tripadvisor, il museo con prenotazione obbligatoria. Ma la New York di noialtri residenti in realtà è una città che ha perso abitanti e continua a subire un esodo. C’è una migrazione interna che spopola questa metropoli, sono abitanti che «votano con i piedi», cioè abbandonano una parte degli Stati Uniti troppo cara e mal governata, per trasferirsi in altre zone del Paese dove pensano di trovare un costo della vita più accessibile e una migliore qualità del governo locale.

Sull’inflazione il verdetto è incontestabile, anche voi che non pagate un affitto troverete New York carissima, a cominciare da ristoranti, hotel, trasporti.

Sulla popolazione ecco un dato. Dieci anni fa lo Stato di New York e quello della Florida avevano la stessa popolazione. In questo decennio l’esodo da Nord a Sud, dall’Empire State (NY) al Sunshine State (FL) è stato così massiccio che oggi il concorrente meridionale ha 2,6 milioni di abitanti in più: 22,2 milioni contro i 19,7 dello Stato dove abito io. Un tempo dalla Grande Mela partivano soprattutto i pensionati benestanti per andare a trascorrere la vecchiaia al sole, invece oggi Miami è una città più giovane di Manhattan, e piena di start-up. L’esodo coinvolge le giovani generazioni e ha ricadute economiche importanti.

Passeggiando per Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island vedrete che i segni dell’ecatombe commerciale da pandemia non sono scomparsi. Molti negozi che hanno chiuso non sono stati sostituiti, le insegne «affittasi» pullulano nei locali che erano adibiti a esercizi pubblici o commerci e piccole aziende. La fuga da New York non premia solo la Florida, c’è chi si è trasferito anche in Texas o nel Connecticut, ma il confronto con lo Stato governato da Ron DeSantis è il più significativo. In Florida il tasso di disoccupazione è del 2,5%, inferiore alla media nazionale, mentre a New York è del 4,3%, superiore al livello nazionale.

Una delle ragioni dietro lo spostamento di persone e imprese è la pressione fiscale. La città di New York preleva delle addizionali Irpef pari al 14,8% sui redditi medio-alti mentre in Florida non esiste nessuna addizionale e si paga solo l’Irpef federale, più bassa dei livelli europei. Perfino la Sales Tax che colpisce le vendite al consumo (un po’ simile all’Iva europea) è superiore a New York (8,9%) rispetto a Miami, Orlando, Palm Beach (6%). La Grande Mela è una zona ad alta pressione fiscale – altissima se si includono le imposte patrimoniali sulla casa – eppure la qualità dei servizi è scadente. Gli homeless continuano ad aumentare. E non perché la città lesini le spese per assisterli.

Gli europei hanno in testa lo stereotipo di un’America dove non esiste Welfare ma questa è una semplificazione che non corrisponde a molte realtà locali. Il Medicaid è a tutti gli effetti l’equivalente della sanità pubblica europea, assiste i poveri sotto 22.000 dollari di reddito annuo, in una città come New York questa assistenza include gli immigrati clandestini. Altre forme di Welfare come i food stamp (buoni pasto) sono egualmente estesi agli stranieri senza permesso di soggiorno. New York ha una robusta – e costosa – rete assistenziale, di cui però non si vedono risultati tangibili. Se non quelli di far scappare una parte dei residenti ipertassati.

Il vostro contatto più istruttivo con la pessima qualità dei servizi pubblici cittadini sarà la Subway. Alcuni stranieri, intimoriti dalla sua reputazione, stanno alla larga dalla nostra metropolitana. Ma per noi newyorchesi è difficile farne a meno, soprattutto nelle ore di punta resta essenziale per evitare gli ingorghi del traffico di superficie. Però anche per gli abitanti di lungo corso i segnali di disaffezione ci sono. Dal 2019 ad oggi il numero di reati violenti – omicidi, stupri, aggressioni e rapine a mano armata – è più che raddoppiato nel metrò. Il risultato è che l’affluenza di passeggeri è scesa, resta al di sotto dei livelli pre-pandemia. In particolare sono le donne a usare la Subway meno di un tempo, per ragioni di sicurezza. In passato i biglietti e abbonamenti dei passeggeri paganti coprivano il 40% delle spese di gestione, oggi il livello è sceso al 23% come conseguenza di due fenomeni: il calo di viaggiatori, e anche il fatto che la polizia ha praticamente smesso di fermare quelli che viaggiano senza pagare il biglietto. Il risultato è paradossale, la qualità del servizio (puntualità, pulizia) continua a degradarsi, eppure il metrò assorbe denaro pubblico a dismisura.

Durante la pandemia la Metropolitan Transportation Authority ha ricevuto aiuti federali per 15 miliardi. Altri fondi arrivano nelle sue casse grazie a un aumento degli oneri sociali prelevati sulle aziende della città. È una spirale di cui non si vede la fine: la pressione fiscale aumenta, la spesa pubblica pure, i servizi rimangono scadenti.

Ambiziosi progetti come la costruzione di una linea di tram, annunciata nel 2016 dall’ex sindaco Bill de Blasio, oppure il trenino veloce per l’aeroporto LaGuardia, sono stati accantonati. L’insicurezza che allontana una parte dei viaggiatori e soprattutto viaggiatrici dalla Subway, si estende ad altre parti della città.

Un turista italiano abituato ai borseggiatori e agli scippatori di casa propria forse è già abbastanza vigilante, comunque farà bene a tenere gli occhi aperti anche qui. Il nostro sindaco Eric Adams, afroamericano e democratico, descrive in toni drammatici la situazione dell’ordine pubblico, di recente ha parlato di una «emergenza recidivi», denunciando il fatto che ci sono «1.700 criminali già condannati per reati violenti, che girano liberi in città». Adams è un ex capitano di polizia e sa di cosa parla. Lui è stato eletto proprio perché prometteva di migliorare la sicurezza. Lo hanno plebiscitato in particolare quelle minoranze etniche (i Black come lui, i latinos) che abitano nei quartieri dove le gang sono tornate a spadroneggiare. Il sindaco è il capo della polizia, ma ha ereditato un New York Police Department indebolito e delegittimato: il suo predecessore de Blasio tagliò i fondi alle forze dell’ordine dopo le accuse indiscriminate di razzismo dell’estate 2020 (omicidio di George Floyd, proteste di Black Lives Matter). La polizia è sotto organico e fatica a reclutare nuovi addetti. Inoltre, anche quando gli agenti arrestano qualche delinquente in flagranza di reato, spesso la procura lo libera senza cauzione.

A capo della procura c’è una celebrity di estrema sinistra, quell’Alvin Bragg che martedì scorso ha incriminato Donald Trump. Bragg, la cui campagna elettorale fu finanziata dal miliardario George Soros, sostiene l’ideologia radicale secondo cui i criminali sono per lo più vittime di un sistema sociale ingiusto, soprattutto se appartengono a minoranze di colore (questa ideologia sorvola sul tragico destino delle vittime dei criminali, anch’esse spesso appartenenti a minoranze etniche e ceti meno abbienti). Il sindaco, pur appartenendo allo stesso partito, ha chiesto le dimissioni di Bragg. Ma il procuratore ha rilanciato la propria immagine con il processo a Trump. Paralizzato da una procura che gli rema contro, il povero Adams deve ripiegare su altre campagne: di recente ha nominato un «super-commissario anti-ratti»…

A proposito di roditori, se conoscete già i costumi cittadini non vi stupirete più di tanto per le montagne di sacchi della spazzatura che appaiono sui marciapiedi della Grande Mela a partire dalle otto della sera. Attiro però la vostra attenzione che questi sacchi sono praticamente tutti uguali. New York è indietro anni-luce rispetto alla raccolta differenziata che avviene in molte città italiane ed europee. New York si vanta di essere ambientalista e sta per mettere fuori legge il gas da cucina. Ha centinaia di chilometri di piste ciclabili (frequentate anche da ciclisti pericolosi, che passano col rosso, sfrecciano contromano, investono pedoni), un fiore all’occhiello dai tempi dell’ultimo sindaco di successo, Michael Bloomberg. In compenso non fa nulla per ridurre i fumi tossici e le polveri sottili innalzate quotidianamente da una miriade di cantieri edili. I palazzinari qui restano una lobby potente, e del resto si deve al loro peso politico la realizzazione in tempi record dei nuovi mega-grattacieli che sfigurano il lato Sud di Central Park, oppure la nascita di un intero quartiere nuovo a Hudson Yards e a Brooklyn lungo l’East River.

Ultima notizia per i turisti italiani. Non stupitevi se l’albergo a fianco al vostro ospita famiglie di richiedenti asilo appena arrivate da Honduras, Nicaragua, Venezuela. Il sindaco Adams ha requisito 83 hotel a questo fine, convertendoli in centri di accoglienza per migranti. Per i proprietari degli alberghi è un business, il comune li paga bene. Nonostante questa imponente rete di assistenza, gli alberghi requisiti non bastano. Per cui sono migranti senza documenti anche un terzo dei 71.000 homeless ufficialmente ospitati negli «shelter» o centri di accoglienza per senzatetto.

Questa crisi ha una matrice politica. New York è una delle città governate dalla sinistra che si sono dichiarate «santuari per migranti», cioè hanno proclamato ufficialmente la volontà di violare le leggi federali sull’immigrazione. In altri termini la polizia locale ha l’ordine di non collaborare con le autorità federali nell’identificazione di stranieri illegali; e non importa se a New York e alla Casa Bianca governa lo stesso partito. Il risultato è questo: gli stranieri che attraversano illegalmente la frontiera e arrivano in uno Stato Usa governato dai repubblicani (come il Texas o la Florida), si vedono offrire il trasporto in autobus dai governatori repubblicani verso le «città santuario». New York è una delle destinazioni di questo flusso. Eric Adams ha ereditato dal suo predecessore questo ruolo di «città santuario» e non può rinunciarvi se non prestando il fianco alle accuse dell’ala sinistra del suo partito (Alexandra Ocasio Cortez, deputata newyorchese). Perciò continua a stanziare nuovi fondi per i richiedenti asilo. L’ultimo stanziamento è stato di 4,3 miliardi. Il sindaco proprio questa settimana ha annunciato che dovrà tagliare del 4% altre voci di spesa: polizia, scuola, università.

Però a Central Park è iniziata la fioritura ed è uno splendore.

I musei, le sale per concerti, i teatri e i locali musicali sono attraenti come sempre. Se vi fermate ancora un po’, potreste perfino vedere l’inaugurazione del primo «casinò verticale» a Times Square.

Faccio parte di quei residenti delusi e preoccupati per il declino di questa città, ma determinati a rimanerci.

Lo Spettacolo.

Quando nell'aprile del 1906 arrivò a Torino la carovana di Buffalo Bill. Giorgio Enrico Cavallosu Il Corriere della Sera il 26 Aprile 2023

Gli indiani e cowboy di William Cody si fermarono in città per cinque giorni: fu «il più grande spettacolo del mondo» 

Si diceva che fosse «il più grande spettacolo del mondo» ed effettivamente, per gli standard del 1906, il «Buffalo Bill’s Wild West» fu uno show senza precedenti. Parliamo della tournée internazionale che William Cody — alias Buffalo Bill, il famoso cacciatore di bisonti — tenne in tutta Europa nell’aprile 1906, facendo tappa anche a Torino con il suo affascinante circo di indiani e cowboy. Fu un evento che elettrizzò il capoluogo. Dal 22 al 26 aprile centinaia di autentici pellerossa e cowboy, mandriani, operai, cuochi, commercianti e strilloni invasero la città con il loro armamentario di tendoni, casette in legno, palchi, cavalli, costumi, cucine… Era un’organizzazione imponente: nel giro di poche ore trasformò un pezzo del nascente quartiere Crocetta, portando a Torino il fascino lontano delle praterie americane.

 Tappezzavano Torino migliaia di manifesti, appositamente stampati dallo staff di Buffalo Bill. Attorno al leggendario cow-boy orbitava un sofisticato sistema pubblicitario, responsabile del suo mito inossidabile. Oggi alcuni collezionisti conservano le brochure diffuse in occasione di quella tournée del 1906: era un vero libro, venduto a poche lire, con la storia di Buffalo Bill e la presentazione dello spettacolo. Il pubblico ne rimaneva affascinato e si metteva in coda, anche sfidando le intemperie. Il 13 marzo 1906 William Cody e il suo circo entrarono in Italia dalla Costa Azzurra, transitando per Ventimiglia. Lunedì 23 la Stampa dedicò grande spazio alla «città ambulante» di Buffalo Bill, giunta in città sotto la pioggia, un vero diluvio. Il Comune aveva riservato allo spettacolo l’immensa piazza d’Armi della Crocetta (attuale isola pedonale davanti al Politecnico), un piazzale sterrato che a causa della pioggia si coprì di fango, un pantano nel quale i manovali allestirono le strutture imprecando. 

Mentre «il più grande spettacolo del mondo» veniva montato, Buffalo Bill si occupava della pubblicità, intrattenendosi con i giornalisti e i fotografi, gli unici ammessi nell’arena prima dell’apertura ufficiale dei cancelli. Fuori, sotto gli ombrelli, una folla di curiosi in ammirazione per la velocità dell’allestimento, poco più di due ore, simile a una catena di montaggio. Il primo padiglione fu quello della cucina-refettorio: 8 cuochi e 40 camerieri vi servirono subito la prima colazione, alle 8 del mattino, per l’intera troupe che doveva mettersi al lavoro. Soltanto i numeri riescono a rendere l’idea dell’immensità di questo spettacolo. Per trasportare a Torino il materiale necessario al circo furono impiegati ben tre treni. I cavalli erano 494 e furono tutti visitati da una commissione veterinaria del Comune, risultando in perfette condizioni. Non conosciamo l’esatto numero dei padiglioni e delle tende, ma c’è da immaginare che il circo di Buffalo Bill occupasse l’intera piazza d’Armi. 

C’erano anche le tipiche tende dei pellerossa, che probabilmente i torinesi videro qui per la prima volta. Alle 11.30 del 22 aprile Buffalo Bill in persona offrì la colazione ai giornalisti che sciamavano qua e là per l’arena, con l’aria sbalordita. I pellirosse, annotò un cronista della Stampa, «ci apparvero in fondo buone ed amabili persone ed ospiti eccellenti. In un inglese molto… problematico uno di quei cari amici, rispondendo alla domanda fattagli sulle sue impressioni d’Italia, ci ha risposto con tutta serietà di non aver compreso ancora esattamente perché i bianchi si ”fabbricano le case una sull’altra!”. Abituati al pianterreno delle loro capanne natie, gli indiani si stupiscono sempre dei nostri edifizi a diversi piani». Intanto, aveva smesso di piovere. A metà giornata il sole fece capolino, annunciando un buon successo allo spettacolo che iniziò alle 15, dopo l’esecuzione dell’inno americano intonato sotto la direzione di William Iweney. Possiamo farci un’idea di cosa videro i nostri nonni quel giorno leggendo il programma ufficiale dello show. Dopo l’inno, la grande rivista militare condotta dal colonnello Cody, che in questo modo aveva occasione di presentare i protagonisti dello spettacolo: i Cheyenne e il loro capo Colpo Duro, i Lakota Brulé e il loro capo Scudo Bleu, gli Arrapaho e il loro capo Cuore Nero; la polizia indiana con il loro capo Orso Solitario; il capo guerriero Coda di Ferro; il tutto, tra la cavalleria americana, quella inglese, i messicani, gli arabi, i giapponesi, i cosacchi, le ragazze indiane squaw… un vero pot-pourri. 

Dopo gli esercizi di cavalleria, ecco comparire sulla spianata della Crocetta un convoglio di emigranti. Avanzava piano, a stento; una facile preda per gli indiani, che si lanciarono al galoppo contro la carovana venendo però respinti dai prodi cowboy guidati da Buffalo Bill. A quel punto, dopo una breve esibizione di William Cody, il programma prevedeva un momento didattico, con la ricostruzione della consegna dei dispacci tramite il pony express. E quindi via, con gli zuavi e una battaglia tra indiani e cowboy, vinta questa volta dai nativi americani. A quel punto, per cambiare e «confondere» le idee al pubblico, era la volta degli arabi e dei giapponesi che mostravano le antiche usanze militari dei loro paesi; seguivano i messicani dello stato di Montezuma, quindi il momento più atteso: la ricostruzione della battaglia di Little Bighorn. Fu poi la volta dei tiratori scelti, altra «chicca» dello spettacolo di Cody che nel suo cast aveva annoverato in passato anche la celeberrima Annie Oakley. A Torino si esibì Johnny Baker, meno famoso della Oakley ma dalla mira non meno sorprendente. Dopo la sua performance, il pubblico si divertì con la cattura di un ladro di cavalli, acciuffato da un vaquero roteando il suo lazo. 

Concludevano lo spettacolo alcune esibizioni dei veterani del Sesto Reggimento di Cavalleria americano, i cosacchi del Caucaso, un assalto alla capanna di un colono ad opera ancora degli indiani, ed infine i saluti di rito. Lo spettacolo torinese servì a Buffalo Bill per racimolare 5 mila lire da mandare in America per le vittime del devastante terremoto che aveva colpito San Francisco pochi giorni prima, il 18 aprile 1906. Non sappiamo se l’intento benefico servì ad attirare più persone e aumentare il botteghino; sappiamo però che lo spettacolo si ripeté uguale fino al 26 sera. A quel punto, il meraviglioso meccanismo si rimise in moto: mentre il pubblico ancora assisteva alle esibizioni, la «città ambulante» venne rapidamente smantellata. Al termine dello spettacolo, tutte le tende e i padiglioni erano spariti, il materiale inviato sui treni in partenza per Asti, la meta successiva. Per una settimana non si parlò d’altro. Anche il conte Eugenio Costanzo Luca Carlo Alfredo Vittorio Piossasco di Beinasco fu affascinato da Buffalo Bill e soprattutto da questa specie di delirio cittadino. Il conte era un noto paroliere di canzoni popolari, e sulla vicenda scrisse una deliziosa canzone che così inizia: «A l’era ‘l vintesèt d’avril / mia Rosin-a am suplicava: / “Pag-me almeno Bufalo Bill, / peuj it vedras ch’i starai brava”». 

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La pallina che rovinò la vita ad un tifoso dei Cubs. Venti anni fa il gesto spontaneo di un tifoso fu l'inizio di una serie di sconfitte che costò a Chicago la finale Mlb. Da quel giorno riceve ancora minacce di morte. La storia di Steve Bartman, la maledizione della capra e come Chicago riuscì a vincere il titolo dopo ben 108 anni. Luca Bocci su Il Giornale il 4 Ottobre 2023

Tabella dei contenuti

 La partita maledetta

 La maledizione della capra

 Tutta colpa dei media?

 Un inferno lungo 13 anni

 Lieto fine? Non proprio

Ottobre nel calendario dello sport a stelle e strisce è un mese molto particolare, visto che si incrociano tre degli sport più amati oltreoceano. Se la stagione Nba è ancora dietro l’angolo, la regular season del football sta entrando nel vivo ma, tradizionalmente, l’inizio dell’autunno è il momento dei verdetti per il baseball. Questo sport allo stesso tempo bellissimo e frustrante, nato per far passare una bella giornata ai tifosi mentre ingurgitano hot dogs ed ettolitri di birra, è forse il più ricco di aneddoti e curiosità. Poche storie, però, sono così assurde come quella di un normalissimo tifoso che, in un giorno d’ottobre di 20 anni fa, ebbe la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.

Il suo gesto istintivo ebbe conseguenze talmente disastrose da rovinargli del tutto la vita. In questa storia c’è davvero di tutto; una maledizione, una capra puzzolente, 108 anni senza un solo titolo e una città che scaricò la sua rabbia e frustrazione su una persona del tutto innocente. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Chicago per raccontarvi la storia di Steve Bartman, il tifoso che tuttora riceve minacce di morte per il suo ruolo nella famosa implosione dei Cubs nel 2003.

La partita maledetta

Quel 14 ottobre 2003, tutte le stelle sembravano allineate sopra a Wrigley Field, lo storico impianto che ospita da sempre le gare dei Chicago Cubs, una delle squadre più famose e seguite del baseball professionistico. Dopo 95 anni senza una sola vittoria, la squadra della Windy City sembrava sul punto di staccare il biglietto per le World Series, visto che era avanti 3-2 contro i Marlins. L’entusiasmo a Chicago era alle stelle: nonostante fosse passato più di mezzo secolo dall’ultima vittoria nella National League, la squadra andava alla grande. Bartman, come tantissimi altri quel giorno a Chicago, era venuto per festeggiare: Mark Prior, il giovane lanciatore, aveva messo sette innings quasi perfetti in gara 2, contribuendo non poco al perentorio 12-3 col quale i Cubs avevano asfaltato i Marlins.

Mentre era lì, seduto al posto 113 dell’ottava fila del quarto corridoio, con il suo cappellino fortunato e le cuffie per ascoltare la telecronaca, tutto sembrava funzionare. Prior era in gran serata ed aveva concesso poco o niente ai battitori di Miami, tanto da costruire un solido vantaggio per Chicago. Il 26enne contabile che passava le sue giornate in una piccola ditta di consulenza della sterminata periferia della Windy City non sapeva ancora che la sua vita stava per cambiare per sempre. 

La situazione precipitò di colpo nell’ottavo inning, quando prima Juan Pierre, poi Luis Castillo iniziarono a colpire con più regolarità i lanci di Prior. Il lancio fatale fu il numero 113, quello che il mancino della Repubblica Dominicana spedì verso la foul zone, a sinistra di casa base. Una presa al volo avrebbe fatto fare un grosso passo avanti alla difesa dei Cubs: l’esterno sinistro di Chicago Moises Alou partì sparato ma le cose non andarono secondo i piani. Quando staccò da terra e si protese verso la tribuna per afferrare la pallina, il suo guantone si scontrò con le braccia di uno spettatore che stava cercando di prendersi un souvenir di quella che, fino a quel momento, sembrava una serata memorabile.

Fosse successo ad inizio campionato la cosa avrebbe causato qualche fischio isolato ma in una gara decisiva la reazione di Alou lasciò tutto lo stadio interdetto: il giocatore iniziò a prendere a male parole Bartman. Il nervosismo si trasformò in parossismo quando le cose andarono di male in peggio. Quando il lancio di Prior sfuggì al catcher, i Marlins si ritrovarono con due basi piene ed un solo eliminato, abbastanza per far evaporare il vantaggio dei Cubs in una sola battuta. Il pubblico iniziò ad tempestare Bartman di bicchieri di carta e qualunque altra cosa: il contabile rimase lì, pietrificato dalla paura. I Marlins continuarono ad infierire, prima la singola di Ivan Rodriguez e poi ci fu un errore marchiano dell’ottimo Alex Gonzales che permise a Derrek Lee di pareggiare i conti.

Quel maledetto ottavo inning divenne un incubo: i Marlins misero altre cinque segnature una dopo l’altra, in uno stadio avvolto da un silenzio tombale. Dopo aver perso malissimo, i Cubs provarono a giocarsi il tutto per tutto in gara 7. Non ci fu niente da fare: Florida vinse ancora 9-6. L’ennesima sconfitta fu uno psicodramma collettivo a Chicago che vide scatenarsi una vera e propria caccia all’uomo. Da quando era stato scortato fuori dal Wrigley Field dagli steward dei Cubs, Steve Bartman era diventato l’uomo più ricercato di Chicago, con un gran numero di esagitati pronti a fargliela pagare.

La maledizione della capra

Ad un osservatore esterno sembra solo un episodio d’isteria collettiva ma la disperazione dei tifosi dei Cubs ha radici molto solide, ammantate dall’ennesima leggenda metropolitana. Dopo aver iniziato la loro storia con fior di titoli, diventando la prima franchise ad assicurarsi due titoli nazionali consecutivi, i Cubs erano entrati in un periodo nero che sembrava davvero senza fine. Nel 1945, finalmente, i Cubs erano approdati alle World Series e sembravano sul punto di tornare sul tetto del mondo. Purtroppo, però, successe uno strano incidente che, almeno a sentire i superstiziosi tifosi del baseball, avrebbe dato origine ad una delle maledizioni più implacabili di sempre, quella della Billy Goat. I dettagli di questa storia sono poco chiari ma la data è una delle poche cose certe: 6 ottobre 1945, al Wrigley Field arrivano i Detroit Tigers ma i Cubs sono riusciti a vincere due delle tre gare giocate a Motown. Tra le persone in fila per entrare nello storico impianto c’è un personaggio piuttosto singolare: William Sianis era il proprietario di origine greca di un pub vicino allo stadio, chiamato appunto Billy Goat.

Visto che la pubblicità è l’anima del commercio, decise di portare la mascotte del pub, una capra chiamata Murphy, ad assistere alla partita dei Cubs. Non si sa esattamente cosa successe ma è chiaro che, nonostante avesse pagato il biglietto per Murphy, o non gli fu permesso di entrare allo stadio o fu invitato ad andarsene quando gli spettatori vicini protestarono per l’odore dell’animale. Furibondo, Sianis lanciò una potente maledizione contro la squadra di baseball, affermando solennemente che non avrebbero mai più vinto un campionato.

I Cubs persero tre delle quattro partite giocate in casa, consegnando ai Tigers il loro secondo titolo Mlb. Da quel momento in avanti ci vollero anni prima che si diffondesse la storia della maledizione ma, alla fine Chicago si convinse che andava presa sul serio. Gli episodi sono troppi per essere elencati ma molti ricordano ancora come, il 9 settembre 1969, un gatto nero entrò in campo allo Shea Stadium di New York durante una partita decisiva contro i Mets e camminò avanti ed indietro davanti al furibondo dugout di Chicago. Manco a dirlo, la stagione dei Cubs andò di male in peggio da quel momento in avanti, finendo con l’ennesima delusione.

Nel 1984, però, i Cubs erano favoriti nella semifinale contro i San Diego Padres. Dopo aver vinto le prime due partite, erano però arrivate due sconfitte: si sarebbe deciso tutto in gara 5. Chicago era in vantaggio nella parte bassa del settimo inning, prima di un incidente che avrebbe alimentato per anni la paranoia dei tifosi dei Cubs. Quando la pallina arrivò dalle parti del prima base Leon Durham sembrava un’eliminazione sicura, roba ripetuta migliaia di volte in allenamento; eppure, quella volta, la pallina gli sfuggì, perdendosi nel backfield. Quell’errore costò a Chicago l’ennesimo crollo: i Padres si sarebbero portati a casa la partita e la serie. Ecco perché l’incidente di Bartman fu accolto da una reazione così viscerale: dopo mezzo secolo di sofferenze, i tifosi dei Cubs avevano una persona sulla quale scaricare la propria rabbia. Nel farlo avrebbero mostrato il peggio della cultura sportiva della Windy City.

Tutta colpa dei media?

Già dal giorno dell’incidente sia i Cubs che la polizia sapevano che Bartman stava rischiato la vita, visto il clima da caccia alle streghe. Nonostante le telecamere avessero ripreso a lungo il volto dello spettatore, molti speravano che si sarebbe stati in grado di mantenere la sua identità un segreto. Ci volle meno di due giorni prima che Frank Main, un reporter del giornale più seguito di Chicago, il Sun-Times, rendesse pubblico non solo il suo nome ma anche il suo lavoro e in che sobborgo abitava. Da quel momento anche il resto dei media si scatenarono, pubblicando ogni genere di informazione su di lui.

La vita di Steve Bartman diventò un inferno: sei volanti della polizia erano stazionate davanti a casa sua per proteggere lui e la sua famiglia. Il governatore dell’Illinois arrivò a suggerire che partecipasse al witness protection program, il sistema previsto dalle autorità federali per far “scomparire” chi testimoni contro la mafia. Il governatore della Florida si offrì di aiutare Bartman a trasferirsi da quelle parti. Fu una pagina nera del giornalismo americano: una volta che il Sun-Times aveva rotto il silenzio, tutti furono ben lieti di poter alimentare l’isteria collettiva, incassando in termini di vendite ed ascolti. 

La questione è talmente spinosa da essere usata ancora oggi nelle scuole di giornalismo. Il rischio che qualche esagitato si vendicasse di Bartman era ben presente, per non parlare del fatto che non si trattava di una figura pubblica. Il mite contabile appassionato di baseball si scusò profusamente, dicendo di volersi mettere alle spalle l’incidente e tornare alla sua vita tranquilla. La spiegazione che fornì in un comunicato è semplice: aveva le cuffie, quindi non aveva visto Alou mentre stava provando a prendere la pallina al volo. Bartman rifiutò di concedere interviste, rimandando al mittente offerte di sponsorizzazione. Furono costretti a cambiare numero di telefono diverse volte per evitare che telefonate minatorie arrivassero ad ogni ora del giorno e della notte. Gli offrirono 25.000 dollari per una foto autografata e cifre a sei zeri per prendere parte ad uno spot che sarebbe stato trasmesso durante il Super Bowl ma Bartman non ne voleva sapere.

Anche i giocatori dei Cubs si schierarono dalla sua parte ma non Alou: dopo aver detto che era il momento di “perdonare quel tipo ed andare avanti”, in un documentario del 2011 ha ribadito che, senza l’intromissione di Bartman, “quella pallina l’avevo già nel guantone”. La cosa veramente assurda è che il mite contabile era un tifoso sfegatato dei Cubs e che, a partire da quel momento, non è più tornato al Wrigley Field. Il sedile maledetto, quello del famoso incidente, è visitato ogni anno da migliaia di visitatori ma Steve Bartman le partite se le guarda solo alla televisione.

Un inferno lungo 13 anni

Le cose non migliorarono nel corso degli anni: c’è chi dice che Bartman si era trasferito chissà dove ma la realtà è molto più banale. Vive ancora nell’hinterland di Chicago ma è riuscito nell’impresa non semplice di svanire dai radar dei media. Frank Murtha, amico d’infanzia, racconta come, nonostante abbia faccia di tutto per mantenere un profilo basso, ogni tanto arrivano ancora minacce di morte. A sentire il suo amico “quello che successe quella sera allo stadio fu davvero spaventoso. La folla era assetata di sangue, quasi completamente ubriaca e voleva sfogare la sua frustrazione su qualcuno, una tempesta perfetta di comportamenti antisociali”.

Col tempo, però, furono in molti a sperare di poter sfruttare la sua popolarità: nel corso degli anni, ha ricevuto offerte per autobiografie, persino una generosa offerta da parte di una catena di alberghi della Florida. Sei settimane di vacanza a cinque stelle, una prospettiva allettante nei gelidi inverni dell’Illinois. La risposta di Bartman? “No, grazie, ma se volete potete darmi dei voucher per vacanze gratuite, che donerò ad un’associazione del mio quartiere”.

Altre volte, invece, le richieste erano quasi ridicole: “qualcuno si fece avanti con una sceneggiatura per un musical, tanto che non volevo quasi credere che si trattasse di una cosa seria”. A quanto pare, invece, non era affatto uno scherzo: c’era qualcuno che pensava che la storia del mite contabile sarebbe stata perfetta per Broadway. I tanti anni passati a nascondersi hanno avuto conseguenze dirette sulla sua vita privata. Non solo non è mai tornato allo stadio ma non si è mai sposato. Quando, nel 2016, Chicago approdò finalmente alle World Series, molti si fecero avanti pensando di fargli lanciare la prima palla della partita, così da ripagarlo dell’inferno che aveva vissuto ma Bartman ha preferito rifiutare ancora.

“L’obiettivo di Steve è stato di tornare ad una vita normale. Il fatto che si parli ancora di questo incidente dopo così tanti anni è davvero singolare”. La cosa incredibile è che, nonostante tutto, Bartman tifa ancora per i Cubs ed avrà festeggiato come tutta la città quando, dopo ben 108 anni, arrivò la vittoria contro i Cleveland Indians e la fine della maledizione. Peccato che l’abbia dovuto fare chiuso in casa, per paura che qualche squinternato si ‘vendicasse’ per quella maledetta pallina.

Lieto fine? Non proprio

Verrebbe da pensare che con il ritorno alla vittoria dei Cubs questa pagina certo non edificante sia chiusa per sempre. Le cose, purtroppo, non stanno esattamente così: l’anno dopo la vittoria del titolo Mlb, la proprietà dei Cubs decise di fare un’ammenda pubblica, consegnando allo sfortunato tifoso un anello celebratorio della vittoria. Visto che questi anelli sono solitamente piuttosto voluminosi e pieni di diamanti, la famiglia Ricketts voleva porre la parola fine alle polemiche. Per la prima volta dal 2003, Steve Bartman ha rilasciato un comunicato alla televisione locale Wgn. Dopo le solite frasi di circostanza, c’è stata anche una battuta che dimostra come la ferita sia ancora aperta: “La mia speranza è che riusciamo ad imparare a vedere lo sport come un intrattenimento ed impedire che la gente se la prenda contro i singoli. È poi importante pretendere che i media e certi approfittatori opportunisti rispettino la privacy dei cittadini, si comportino in maniera etica e la smettano di sfruttare il prossimo per fare qualche soldo o portare avanti una loro agenda”.

Eppure la storia di Bartman è ancora attualissima. Lo scorso 15 aprile, quando si resero conto che i biglietti per la serie contro i Cubs erano in gran parte invenduti, i Miami Marlins hanno avuto un’idea brillante: preparare delle grafiche per invitare i tifosi ad affollare lo stadio per ‘ringraziare Steve Bartman’ per avergli regalato il titolo del 2003. Gli insulti non arrivarono solo dai tifosi dei Cubs ma dal resto del mondo del baseball. Celebrare l’atto che rovinò la vita ad un tifoso sarebbe “osceno”, roba della quale Miami dovrebbe vergognarsi. La dirigenza ha poi fatto sapere che non c’è mai stata una vera promozione e che le grafiche sono state ‘diffuse per sbaglio’. Invece di limitare i danni, la cosa è stata salutata con scherno e derisione: magari l’avete diffusa per sbaglio ma l’avevate fatta preparare.

La vicenda è poi tornata di stretta attualità pochi giorni fa, quando i Cubs hanno vissuto un’altra implosione nel finale di una partita, facendosi rimontare sei punti dagli Atlanta Braves. La sconfitta ha consegnato il titolo della National League Central a Milwaukee ma la cosa che ha scatenato la tifoseria di Chicago è che il meltdown è iniziato grazie ad un errore marchiano di uno dei migliori giocatori dei Cubs, l’esterno giapponese Seiya Suzuki. Lo scivolone del nipponico è costato due punti a Chicago nella parte bassa dell’ottavo inning, facendo andare in vantaggio i Braves. Suzuki si è scusato dicendo che “vedevo la pallina perfettamente fino all’ultimo secondo e pensavo davvero che mi fosse finita nel guantone. Mi ci è voluto una frazione di secondo per rendermi conto dell’errore”.

Cosa c’entra Bartman? Non molto, ma il parallelo è stato fatto lo stesso, forse perché, ancora una volta, tra Chicago e un posto nella post-season, ci saranno i Miami Marlins. Una cosa è certa: questa storia assurda rimarrà per sempre parte del mito del baseball, tramandata di padre in figlio. Niente potrà restituire a Steve quegli anni passati nascosto in casa, traumatizzato da certi "tifosi" e messo alla berlina dai media. L’unica speranza è che cose del genere non succedano mai più. Fossi in voi, però, non ci scommetterei nemmeno un centesimo.

Quella volta in cui i New York Giants dovevano giocare a Napoli. Due grandi squadre Usa, una della Grande Mela e i Chicago White Sox, in giro per il mondo a bordo di un translatlantico. Nel 1914. Per promuovere il baseball ancora agli albori. Anche in Italia.  Tommaso Giagni su L'Espresso il 2 agosto 2023.

Nell’inverno 1914, due importanti squadre di baseball, New York Giants e Chicago White Sox, viaggiavano da Ceylon verso il Cairo, a bordo del transatlantico “Orontes”. Il lungo ed esotico percorso attraversava il golfo di Aden e il mar Rosso. Nei giorni precedenti, a Ceylon, colonia britannica, avevano incontrato il signore del tè Thomas Lipton, che si era fatto autografare una palla da baseball da Charles Comiskey, proprietario dei White Sox, e aveva regalato alla delegazione quasi due quintali di tè.

Soprattutto le due squadre avevano giocato un’amichevole. Per questo d’altronde giravano il mondo da mesi: per esibirsi in continue partite l’una contro l’altra e farsi pubblicità. A Colombo, i Giants avevano vinto davanti a circa 5mila spettatori, tra cingalesi nei tradizionali sarong, poliziotti sikh e inglesi in tiro per l’occasione mondana.

Qualcuno sulla “Orontes” si diceva contento che la nave avesse un cannone, per paura dei pirati, ma il viaggio continuò senza problemi e la nave sbarcò a Suez. Nei giorni seguenti, le squadre si sfidarono al Cairo, furono ricevute dal chedivè ‘Abbās Hilmī II e si fecero scattare una foto di gruppo sulla piana di Giza, con la Sfinge e la piramide di Micerino sullo sfondo. Qualche settimana ancora, poi questo inaudito giro del mondo si sarebbe concluso.

Giocatori e tecnici di White Sox e Giants erano partiti nell’ottobre 1913, girando gli stadi di cinque continenti. L’idea promozionale era avveniristica e favoriva tutto il movimento: chi poteva pubblicizzare il baseball meglio di queste squadre statunitensi di vertice? Era uno sport ancora poco diffuso: durante le Olimpiadi del 1912, gli atleti statunitensi avevano arrangiato una partita di dimostrazione, a beneficio degli atleti di Paesi in cui il baseball era sconosciuto.

Un’operazione di marketing di straordinaria modernità, vista da qui, dal nostro presente in cui lo sport tenta anche attraverso il viaggio di conquistare nuovi bacini di appassionati. Limitiamoci all’Italia e al calcio, inteso come un prodotto da esportare su nuovi mercati. Pensiamo alla finale di Supercoppa italiana, che nelle ultime 14 edizioni è stata giocata nove volte all’estero (Cina, Qatar, Arabia Saudita). E soprattutto pensiamo ai tour estivi che si affiancano ai ritiri in montagna per preparare la nuova stagione. In questa estate 2023, l’Inter si esibirà in Giappone, il Milan e la Juventus andranno in California, a Las Vegas e a Orlando, in uno stadio a trenta chilometri da Disneyworld.

Il tour intercontinentale di Giants e Sox era iniziato nell’ottobre 1913 con un’amichevole a Cincinnati, e per settimane aveva percorso gli Stati Uniti. Le scuole venivano chiuse per l’occasione, ovunque si ammassavano curiosi, in Arkansas era crollata una tribuna sotto il peso della folla. A metà novembre le squadre si imbarcarono, attraversarono in nave il Pacifico, evitarono un tifone, e all’inizio di dicembre furono a Tokyo. Oltre a fare le turiste sui risciò, scesero in campo per il loro primo match internazionale (vinto 9-4 dai White Sox). Da lì andarono a Shanghai, ma la pioggia non permise di giocare, e poi a Honk Kong e Manila. Il capodanno del 1914 lo festeggiarono a Brisbane, dove il viaggio toccava il suo terzo continente. Rimasero in Australia per affrontarsi anche a Sydney, Melbourne e Adelaide, e incontrarono in amichevole alcune squadre di baseball locali, dimostrando lo scarto con risultati schiaccianti (addirittura un 18-0). La tappa successiva fu Ceylon.

A bordo, assieme ai giocatori, ai tecnici e ai due arbitri che dirigevano le partite, c’erano giornalisti, amici, mogli. Nel caso di Jim Thorpe dei Giants, il tour coincideva con il viaggio di nozze. Thorpe, nativo americano, si era sposato con la compagna di scuola Iva Miller pochi giorni prima della partenza. Celebre in tutto il mondo, frontman della spedizione, era stato il più forte giocatore di football al livello universitario e da atleta aveva vinto due ori olimpici, nel Pentathlon e nel Decathlon, ai Giochi del 1912. Quelle medaglie gli erano state revocate alcuni mesi dopo, con una contestata decisione che non aveva scalfito la sua fama internazionale.

Lasciato l’Egitto, il viaggio fece un’altra sosta nel Mediterraneo: Giants e White Sox arrivarono in Italia. Fu una settimana di vacanza, perché un problema organizzativo fece saltare l’amichevole di Napoli e il maltempo impedì di giocare a Roma. In quei giorni visitarono Pompei, qualcuno andò al San Carlo per l’opera, una scultura che raffigurava un gladiatore venne regalata al manager dei Giants, il leggendario John McGraw. Incontrarono re Vittorio Emanuele III e poi, in Vaticano, dopo essere scesi in smoking da alcune limousine, vennero ricevuti e benedetti da papa Pio X.

Le ultime tre tappe furono Nizza, Parigi e Londra. I temporali infuriavano e si poté giocare solo due volte, ma i Giants e i White Sox e il loro seguito incontrarono due sovrani, Giorgio V del Regno Unito e il cosiddetto re dello Champagne, George Kessler. Infine, il 28 febbraio 1914, si imbarcarono a Liverpool per tornare a casa. Erano trascorsi più di quattro mesi dall’inizio del tour. La nave che li riportava negli Stati Uniti, con i ponti affollati di viaggiatori e le cabine ingombre di souvenir, era la “Lusitania” che un anno dopo sarebbe stata affondata da un sommergibile tedesco. Ma adesso nessuno a bordo, dopo aver girato il Pianeta senza grossi disagi, avrebbe mai immaginato che durante l’estate sarebbe scoppiata una guerra mondiale

Il Football.

I Dolphins.

Jerry Jones.

Yogi Berra.

Kurt Warner.

Broadway Joe Namath.

I Dolphins.

Solo in America. Gli invincibili (ma sconosciuti) Dolphins del 1972. Luca Bocci il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dopo la devastante vittoria contro Denver, c'è chi parla di una nuova stagione perfetta di Miami. Eppure nessuno a parte la squadra del 1972 è riuscito a vincere tutte le partite in una stagione. La storia di quella cavalcata mitica e di come, stranamente, ben pochi di quel roster siano diventati davvero famosi

Tabella dei contenuti

 L’inizio della stagione perfetta

 Il trionfo del “Vecchio”

 Gli Steelers e l’apoteosi del Super Bowl

 Una vittoria quasi dimenticata?

 C’è vita dopo una stagione perfetta?

Uno dei fenomeni più curiosi nello sport americano è quello che viene definito recency bias. Le vittorie del momento, in pratica, sono considerate sempre migliori di quanto visto in passato. Le infinite discussioni tra i sostenitori di questo o quel grande campione sono un chiarissimo caso di come sia impossibile trovare una via di mezzo. Quando domenica sera i Miami Dolphins hanno inflitto una sconfitta memorabile ai malcapitati Denver Broncos, però, la mente di tutti gli appassionati di football è tornata indietro nel tempo. Non alla squadra clamorosa ma sfortunata degli anni ‘80, quando il mitico Dan Marino riuscì in qualche modo a diventare il miglior quarterback della storia a non aver mai vinto un Super Bowl, ancora più indietro.

Appena finita la partita, è bastata un’occhiata al punteggio per iniziare a parlare di un’altra stagione perfetta, di un’inevitabile corsa verso il terzo Super Bowl della franchise della Florida. Paragoni certo azzardati, visto che nessuno è mai riuscito a ripetere la memorabile impresa dei Dolphins del 1972, unici nella storia della Nfl a vincere tutte le partite in una stagione, dall’opening day alla finalissima. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi riporta indietro nel tempo per raccontarvi la storia degli “invincibili” di Don Shula e di come la loro incredibile impresa sia stata quasi ignorata per decenni.

L’inizio della stagione perfetta

Il panorama del football professionistico si nutre di leggende metropolitane, tanto affascinanti quanto, spesso e volentieri, inventate di sana pianta. Una delle più dure a morire è quella che racconta come, ogni volta che una squadra Nfl perde la prima partita dopo un inizio di stagione perfetto, alcuni Dolphins del 1972 stappino una bottiglia di champagne per celebrare un altro anno del loro mitico record. Come racconta un lungo ed interessante profilo pubblicato sul sito ufficiale della Nfl per celebrare i 50 anni dalla stagione perfetta, le cose non stanno proprio così. La leggenda, però, avrebbe un fondo di verità: nel novembre 1991, quando i Washington Redskins persero contro Dallas dopo undici vittorie consecutive, tre ex di quella squadra mitica, Anderson, il QB Griese e il linebacker Buoniconti, stavano nello stesso quartiere a Coral Gables.

Due giorni prima della fatidica partita, decisero che in caso di vittoria dei Cowboys, avrebbero festeggiato nel vialetto di uno di loro. Anderson racconta come “uscii di casa con una bottiglia di champagne. Io, Nick e Griese, brindammo alla memoria di quella stagione irripetibile. L’abbiamo fatto solo quella volta, però. È da parecchio che non facciamo niente del genere”. Qualcosa del genere successe nel 1998, quando Anderson e qualche compagno stapparono una bottiglia quando i Denver Broncos persero la loro prima partita ma, da allora, non è più successo.

La cosa veramente curiosa è come la stagione perfetta fosse arrivata senza che nessuno veramente si aspettasse niente del genere. I Dolphins, nati nel 1966, erano quasi una barzelletta nella Afl ma le cose cambiarono quando, dopo il merger con la Nfl, la proprietà decise di strappare a suon di milioni il grande tecnico Don Shula dai Baltimore Colts. Quello che molti considerano il miglior allenatore di tutti i tempi trasformò una squadra perdente in una macchina perfetta, raggiungendo il primo Super Bowl al secondo anno a Miami. Le cose, però, non andarono affatto come previsto: quando si trovarono di fronte i Dallas Cowboys, persero malissimo, 24-3. Quando la città di Miami pensò di organizzare una parata per celebrare la finale, Shula andò su tutte le furie: “Niente parate per chi ha perso. Risparmiate i soldi per quando vinceremo”.

Il tecnico, già dal volo di ritorno, parlò con ognuno dei suoi giocatori: il suo messaggio era semplice ed efficace:“Ricordate quanto fa male perdere. L’anno prossimo il Super Bowl lo vinceremo noi”. Per settimane Shula fece rivedere il filmato di quella sconfitta devastante ogni singolo giorno: voleva che nessuno dei suoi giocatori dimenticasse presto quella sensazione. Invece di lodare i progressi fatti, il tecnico prendeva a male parole i giocatori, ricordandogli come avessero sprecato l’occasione della vita. Per Shula, uscito sconfitto dal Super Bowl III con Baltimora, vincere quello che sarebbe diventato il Vince Lombardi Trophy era diventato una vera ossessione.

Il trionfo del “Vecchio”

I giochi mentali di coach Shula sembrarono funzionare alla grande, tanto da spingere i Dolphins ad una partenza perfetta, un 4-0 piuttosto netto, a parte lo spavento contro i Vikings alla terza giornata. A conquistarsi le prime pagine, le corse di Csonka ma anche quella che sarebbe diventata famosa come la “No-Name Defense”, un reparto eccezionale nonostante non avesse grandi nomi. Griese era il conduttore d’orchestra, reduce da due stagioni memorabili ma Shula aveva anche voluto un QB più esperto, il 38enne Earl Morrall, come riserva. Lo stipendio pesante, da 90000 dollari all’anno, uno sproposito all’epoca, aveva fatto sensazione ma alla fine l’azzardo di Shula pagò. Nel primo quarto della partita contro i Chargers, infatti, Griese si ruppe la tibia ed ebbe una lussazione alla caviglia, costringendo il tecnico a mettere in campo quello che i compagni di squadra chiamavano, con poca fantasia, “il Vecchio”.

Non lo sapevano ancora ma l’ex quarterback di Baltimora avrebbe vissuto una stagione memorabile, guadagnandosi il titolo di giocatore dell’anno della Afc. Il fullback Larry Csonka, uno dei migliori di sempre, racconta come: “sentii rompersi la gamba di Griese, uno dei momenti più duri della mia carriera. Non fu semplice riprendersi dopo una botta del genere”. Tim Robbie, figlio dell’ex proprietario dei Dolphins, era uno degli assistenti di Shula e rimase di stucco quando Morrall non fece una piega e scese in campo: “Earl era calmissimo. Si sistemò l’elmetto, non disse una parola e iniziò a giocare, come se fosse la cosa più normale al mondo. Quando non sbagliò niente, nonostante tutti aspettassero un suo errore, fu fondamentale per dare coraggio alla squadra”.

“Earl the Pearl”, secondo Csonka, era perfetto per i Dolphins: “Era tutto quello che ci serviva. Non parlava molto ma era tosto come pochi altri in campo. Non faceva le cose di testa sua, si fidava del nostro giudizio”. Quando gli misero nello spogliatoio una sedia a dondolo accettò lo scherzo di buon grado. A 40 anni aveva visto di tutto nel football, niente lo disturbava. Aveva davanti l’opportunità di una vita e non se la sarebbe lasciata sfuggire. Nessuno pensava davvero di riuscire a chiudere la stagione senza sconfitte ma, alla fine, ci volle un pizzico di fortuna. Se contro i Vikings molti se l’erano presa con le decisioni degli arbitri, quando Buffalo si presentò all’Orange Bowl ci volle un errore dei Bills per garantire a Miami la vittoria. Manny Fernandez strappò il pallone alla difesa prima che riuscissero a passare l’ovale al grande O.J. Simpson: senza quel touchdown la stagione perfetta sarebbe finita prima di iniziare. La vigilia di Natale, quando nel Divisional Round arrivarono i Browns, fu una vera e propria battaglia ma a fare la differenza fu una giocata di un giovane, Charlie Babb. Il rookie riuscì a bloccare un punt e segnare un touchdown: quella meta dello special team consentì a Miami di accedere alla finale di conference. Il fatto che la No-Name Defense avesse messo cinque intercetti aiutò non poco. Al timone, come sempre, il Vecchio, quel giocatore sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo.

Gli Steelers e l’apoteosi del Super Bowl

Quando i Dolphins viaggiarono fino a Pittsburgh per l’Afc Championship Game, tutto sembrava giocare contro a Miami. L’attacco degli Steelers era riuscito subito a segnare un touchdown ma grazie ad un fake punt Miami era riuscita a mettersi in posizione ideale per pareggiare. Morrall trovò nella end zone Csonka, ma per il resto del primo tempo furono le difese a dominare. Visto che Griese era nel frattempo guarito, Shula decise di far tornare in campo il quarterback titolare. Alla fine si rivelò ancora la scelta giusta. Gli Steelers, che la settimana prima avevano avuto una delle giocate più famose di tutti i tempi, la celebre Immaculate Reception, furono sorpresi quando il meteo della Pennsylvania decise di dare una mano ai Dolphins. Quel giorno a Pittsburgh, c’era un bel sole e faceva quasi caldo. Griese, che aveva recuperato in pieno dall’infortunio, ci rimase male quando fu costretto a sedere ancora in panchina ma, alla fine, capì perché Shula aveva scelto Morrall: “Coach Shula disse che era stata la decisione più difficile della sua vita ma io stavo bene, ero fresco, non avevo così tante partite sulle spalle. Mi aspettavo che mi mettesse in campo ma volle dare un’ultima opportunità ad Earl”. Col quarterback titolare in campo, la macchina perfetta di Miami tornò a macinare punti, portando a casa il biglietto per il Super Bowl. Alla fine, però, la sconfitta fece bene anche agli Steelers: il grande cornerback Mel Blount dice che “imparammo come, nelle partite importanti, gli errori si pagano caro. Le squadre di coach Shula erano una macchina perfetta, trovavano sempre il modo di avanzare, facendo a pezzi le difese. Quella sconfitta ci insegnò come vincere”.

Incredibilmente, nonostante avessero messo in cascina sedici vittorie, i Dolphins erano dati sfavoriti rispetto a Washington nel Super Bowl. La cosa non passò affatto inosservata a Miami: il defensive end Vern Den Herder, che mise un sack nell’ultimo snap della finale, disse che “ci sembrò una mancanza di rispetto. Ci servì per dare il massimo in campo”. Quel giorno al Los Angeles Memorial Coliseum non ci fu partita: i Dolphins segnarono due touchdown nel primo tempo e dominarono in lungo e in largo la finale. A rovinare quello che sarebbe stato l’unico shutout della storia del Super Bowl, ci si mise una giocata memorabile, quella che a Miami è conosciuta come Garo’s Gaffe.

Nel finale dell’ultimo quarto il kicker Garo Yepremian si presentò dalle 42 yards per un field goal che avrebbe chiuso la stagione da 17 vittorie con un 17 a zero. Gli dei del football, però, hanno uno strano senso dell’umorismo: il calcio fu troppo basso e la difesa lo respinse. Garo, chissà perché, provò a riprendere l’ovale e lanciarlo in avanti ma la palla gli scivolò dalle mani. Il cornerback dei Redskins Mike Bass lo prese al volo e segnò l’unico touchdown per Washington, cosa che fece andare su tutte le furie i Dolphins. Alla fine, però, furono in grado di riderci sopra: Shula confessò che aveva rivisto quella giocata almeno cento volte. È ancora uno degli errori più divertenti della storia della Nfl.

Pochi ricordano la prestazione clamorosa di Jake Scott, che grazie ai suoi due intercetti, fu uno degli unici due safety a vincere il trofeo di Mvp nella finalissima. A vincere quel giorno fu la difesa, quella che tutti avevano preso in giro per essere composta da sconosciuti: fu grazie a loro che Miami guadagnò il suo primo Super Bowl. Il più felice di tutti? Don Shula, portato in trionfo dai suoi giocatori. La maledizione era finita: il fatto che arrivasse alla fine di una stagione perfetta contava poco o niente. Tutti i Dolphins del ‘72 hanno memorie di quel giorno: Griese ricorda di essersi fatto un pisolino sul bus mentre andavano allo stadio, Bass si prenderebbe a pugni per non aver impedito a Garo di combinarla grossa e tanti altri ricordi. Nessuno, però, dimenticherà mai quello che Carl Taseff, uno degli assistenti di Shula, scrisse sulla lavagna nello spogliatoio: “Perfect Season. The Best Team Ever”. Ci sarebbero voluti anni perché quei Dolphins si rendessero conto di quello che avevano fatto. Forse aveva ragione lui, forse quella squadra è davvero la migliore di tutti i tempi.

Una vittoria quasi dimenticata?

Nonostante nessuno da allora sia mai riuscito a ripetere l’impresa di quei Dolphins, la sensazione è che questa mitica vittoria non sia stata celebrata quanto meriterebbe. Certo, otto di quei giocatori di Miami sono nella Hall of Fame ma ci sono voluti parecchi decenni prima che il resto di quel memorabile roster fosse festeggiato a dovere. Come succede spesso, ogni volta che una squadra si avvicina ad eguagliare il record, arriva l’attenzione della stampa: quando nel 2007 i Patriots di Tom Brady arrivarono al Super Bowl XLII dopo ben 18 vittorie, tutti rimasero di stucco quando Eli Manning ed i Giants rovinarono la stagione perfetta di New England. A ridere, ancora una volta, i Dolphins del 1972: gli unici abitanti di Perfectville rimangono ancora loro. Nell’agosto 2013, quando il presidente Obama li invitò alla Casa Bianca, ammise che, nonostante sia un tifoso di Chicago, pensa che siano loro i migliori di sempre, ancora migliori dei leggendari Bears del 1985. 

Nel 2019, per celebrare il centenario della Nfl, un panel di esperti votò i Dolphins del 1972 come la squadra del secolo, cosa che fece ridere Larry Csonka: “Sono stanco di sentire gente che dice che ci hanno nominato i migliori di sempre. Nessuno ci ha regalato niente. Ci siamo presi tutto da soli. Sapevamo già di essere i numeri uno: nessuno ha mai fatto una stagione perfetta”. Den Herder, invece, fu quasi sorpreso: “subito dopo la nostra vittoria, la gente si dimenticò subito di noi. Non avevamo la personalità giusta, c’era sempre una squadra più alla moda di noi. Alla fine, però, si sono accorti anche loro di quello che avevamo fatto”. La risposta di Fernandez a chi gli ricorda come ebbero la fortuna dalla loro parte o come la schedule non fosse così difficile è emblematica: “sono solo chiacchiere. Abbiamo vinto. Fatevene una ragione”.

Anderson, invece, ammette che tutti tengono parecchio al loro record: “Se qualcuno dovesse riuscirci, andremmo a stringergli la mano. Devono giocare più partite, quindi ora è più difficile. Quando i Patriots arrivarono a 35 secondi dal record eravamo tutti un po’ nervosi. Quando i Giants riuscirono a batterli, festeggiammo come pazzi”. Chi non li ha mai dimenticati, invece, sono i tifosi della Florida. Tony Segreto, telecronista che segue le partite dei Dolphins da una vita, dice che “se prendeste tutti i giocatori di Miami oggi e li metteste in una stanza, assieme ai veterani della squadra del 1972 ancora in vita, i veri tifosi dei Dolphins andrebbero tutti da loro. Sono gli unici ai quali chiederebbero un selfie o un autografo. Almeno a Miami, sono ancora delle rock star, delle vere e proprie leggende”.

C’è vita dopo una stagione perfetta?

Di quella stagione leggendaria si sono dette tantissime cose, tanto da riempire libri su libri ma, forse, la storia più bella è quella della No-Name Defense, capace di trasformare un soprannome crudele in una medaglia da portare con orgoglio. Alla fine, però, tutti gli esperti di football sono stati costretti ad ammettere che, forse, quella difesa merita di essere nella lista delle migliori di tutti i tempi. Quando il sito della CBS Sports fece uno dei soliti sondaggi ad effetto, tanto per avere qualcosa di cui parlare nella off-season, il risultato sorprese molti. I Dolphins del 1972 finirono al terzo posto nella classifica, sconfitti dai Bears del 1985 e dagli Steelers del 1975. A Miami si fanno quattro risate: i Bears, quelli stessi che vennero sconfitti 38 a 24 all’Orange Bowl dai Dolphins di Joe Marino? Ci sono ragioni statistiche dietro questa scelta, dal fatto che Chicago nel 1985 riuscì a tenere a zero nella post-season sia i Giants che i Rams prima del devastante 46-10 contro i Patriots nel Super Bowl. La cosa interessante è come Miami riuscì a ripetersi anche nel 1973, anno nel quale la difesa fu ancora più decisiva, vincendo per la seconda volta il Super Bowl contro i Minnesota Vikings. A fare la differenza, però, il fatto che di quel gruppo mitico solo un giocatore sia riuscito ad entrare nella Hall of Fame.

La vita dopo il football è stata piuttosto generosa con i Dolphins: c’è chi ha fondato una charity contro la paralisi, Anderson è stato eletto al senato della Florida, Newman è diventato un giudice mentre Csonka si è costruito una carriera in televisione, diventando popolarissimo in tutta America. Altri, invece, si sono reinventati come allenatori o telecronisti ma i 30 sopravvissuti di quel mitico roster si incontrano ancora regolarmente, almeno una volta ogni cinque anni. Quando si ritrovano, è come se il tempo non fosse mai passato. Il running back Mercury Morris dice che ad accomunarli è l’aver vissuto un’esperienza unica: “è come chi è andato sulla Luna. Solo chi c’è stato sa cosa voglia dire. Nessun altro sa cosa voglia dire vivere dopo una stagione perfetta”. Fernandez dice che la popolarità lo ha aiutato nella carriera di assicuratore, garantendogli una vecchiaia tranquilla. Anderson ammette che, ogni volta che si ritrovano, fa male scoprire che sono sempre meno: “quando coach Shula è morto, abbiamo provato a sorridere, pensando che non sarebbe più venuto ad urlarci in faccia ma eravamo davvero tristi”.

Qualche tempo fa, uno dei giornali più seguiti della Florida, il Sun-Sentinel, ha raccolto in un articolo cosa è successo ad ognuno dei 52 membri dei Dolphins del 1972 e ci si trova davvero di tutto. Il safety Dick Anderson è ancora un assicuratore, Babb ha una ditta di costruzioni, il linebacker Ball passò dagli invincibili Dolphins ai Buccaneers del 1976, che chiusero una stagione senza una sola vittoria, prima di allenare nelle high school della Florida del Sud. Den Herder è tornato in Iowa ed ora fa il contadino mentre il tackle Evans si è dato alla religione, diventando un pastore a Seattle. Bob Griese, uno dei pochi ad essere entrato nella Hall of Fame, è un conosciuto telecronista mentre il running back Jenkins è diventato un magistrato a Boston. Il cornerback Johnson, invece, si reinventò come pompiere ed ora vive a Detroit. Alcuni sono morti giovani, altri continuano a raccontare le storie di quella stagione indimenticabile, anche Garo Yepremian, il kicker che ha saputo trasformare una giocata disastrosa al Super Bowl in un modo per motivare gli altri. Nessuno di loro dimenticherà mai quella stagione irripetibile quando, contro tutto e tutti, riuscirono a diventare delle leggende viventi. Luca Bocci

Jerry Jones.

Solo in America. Quando Jerry Jones rubò i Dallas Cowboys. La storia di come un ex giocatore di football riuscì a comprare la squadra più famosa d'America e trasformarla nella franchigia più ricca del pianeta è piena di curiosità e lezioni per il mondo del calcio nostrano, sommerso dai debiti. Luca Bocci l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’affare del secolo

 Un business di famiglia

 Una scommessa quasi impossibile

 Guadagnare senza vincere? Si può

 Il vero oro nero? Il football

Parlare di sport in America vuol dire che, prima o poi, tocca affrontare il proverbiale elefante nella stanza: i soldi. Sebbene i nostalgici dello sport di una volta non facciano che lamentarsi della deriva commerciale di questa o quella disciplina, difficile immaginare un universo dove il dio denaro sia venerato senza alcun falso pudore. Fare soldi è visto come il fine ultimo dello sport professionistico. Invece di scatenarsi col ditino alzato di fronte al mega-stipendio di questo o quel campione, ci sono tifosi che protestano quando non aumenta lo stipendio al loro idolo. Questo spiega, forse, perché dall’altra parte dell’Atlantico una franchigia che faccia debiti come troppe squadre nostrane sarebbe vista come un’aberrazione da condannare senza se e senza ma.

Alle volte, però, la cosa rischia di sfuggire di mano. 34 anni fa, ad esempio, un ex giocatore di football che aveva fatto qualche soldo riuscì in un’impresa quasi impossibile: comprare per una cifra da record la squadra più famosa, quella che molti continuano a considerare America’s Team. Da allora ha vinto poco ma è riuscito a guadagnare cifre che farebbero impallidire i proprietari delle squadre di Serie A. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nella sterminata metropoli di Dallas per raccontarvi come Jerry Jones riuscì a comprare i Cowboys e trasformandoli nella franchigia più ricca del pianeta.

L’affare del secolo

Per mia fortuna ho passato diverso tempo nel cosiddetto Metroplex, l’immensa conurbazione del nord del Texas che unisce le città di Dallas, Fort Worth e parecchie cittadine dell’hinterland. Per farvi capire quanto è grande, per andare dall’aeroporto internazionale a casa di un mio amico ci sono volute quasi due ore di autostrada, tutte senza uscire dall’area interna della megalopoli. La visita al gigantesco AT&T Stadium di Arlington, gioiello nella corona dei Cowboys, è stata un’esperienza quasi surreale: una vera e propria astronave, costata più di un miliardo di dollari, con un mega-schermo lungo 50 metri sospeso al soffitto e soluzioni tecnologiche che sembravano fantascientifiche, a partire dal tetto retraibile. Nel 1989, le cose per la famosa franchigia resa popolarissima da una serie di vittorie incredibili sembravano però volgere decisamente al peggio. 

Dopo le tante vittorie nello storico Cotton Bowl, il passaggio al nuovo Texas Stadium di Irving, nel 1971, aveva segnato l’epoca più bella e allo stesso tempo più complicata per la squadra più titolata del Lone Star State. I trionfi della prima era Landry avevano lasciato il posto ad una serie di stagioni dimenticabili, tanto da far pensare a molti che i giorni migliori dei Cowboys erano alle loro spalle. L’impianto di Irving era bello, ma era invecchiato male e, soprattutto, costava un patrimonio. Dallas non riusciva più a vincere e continuava ad accumulare debiti. Tutto cambiò dopo la fine della stagione 1988-89, una delle più disastrose di sempre: dopo aver iniziato con un paio di vittorie, i Cowboys di Landry infilarono dieci sconfitte consecutive, nonostante l’arrivo del promettente ricevitore Michael Irvin. La vittoria in trasferta contro i Redskins sembrò il canto del cigno dell’uomo col cappello, la fine di un’era che sembrava eterna. Qualcosa doveva cambiare e in fretta. 

Pochi, però, si sarebbero immaginati che l’uomo a segnare la rinascita dei Cowboys sarebbe stato un ex giocatore di football universitario, un offensive lineman che aveva vinto il titolo nazionale con Arkansas nel 1964. Quando si presentò nell’ufficio di Harvey Bright e Stemmons Freeway, i proprietari dei Cowboys, mise sul tavolo un pezzo di carta con una cifra inaudita per l’epoca: 140 milioni di dollari. Quella stretta di mano del 25 febbraio 1989 avrebbe cambiato la storia della franchigia ma Jerry Jones si era indebitato fino ai capelli. 34 anni dopo, per comprare i Dallas Cowboys non basterebbero 10 miliardi di dollari. Anche considerando l’inflazione, è stato davvero l’affare del secolo. 

Un business di famiglia

La storia di come questo uomo d’affari che aveva fatto fortuna con l’industria petrolifera si ritrovò proprietario della squadra più ricca del pianeta è piena di episodi e curiosità. Per celebrare i 30 anni dall’affare, uno dei giornali principali del Texas, il Dallas Morning News, dedicò un articolo ai tanti retroscena che coinvolsero la famiglia di Jerry Jones, coinvolta fin da subito nella rischiosa impresa. La figlia Charlotte ricorda come, cinque settimane prima della firma, il padre ed il figlio maggiore fossero a San Diego per una conferenza quando lessero che i Cowboys erano in vendita. Il patriarca si mise a fare qualche chiamata, decidendo di andare direttamente a Dallas per verificare i conti della franchigia. Invece di tornare a Little Rock, Jerry decise di usare l’inaugurazione del presidente George H.W. Bush per indire una riunione di famiglia: non si sarebbe mai lanciato in un’impresa tanto rischiosa senza avere l’assenso della moglie e dei tre figli. 

Prima di prendere la macchina ed andare al ballo di gala presidenziale, fece scoppiare la bomba: voglio comprare i Dallas Cowboys. Il figlio Jones ricorda la reazione della famiglia: “Pensavamo fosse impazzito, perché sulla carta era un pessimo affare. Ma, guardandolo, capimmo che se c’era una persona al mondo capace di rendere quella squadra un successo era lui. La sua passione ed energia erano incredibili”. Nelle due ore, Jerry spiegò come gli analisti finanziari si fossero detti contrari e quanto lavoro ci sarebbe voluto da parte di tutti per far funzionare un azzardo del genere. La moglie Gene ricorda chiaramente quanto fossero nervosi: “Sapevamo che le nostre vite non sarebbero mai più state le stesse”. Dopo un fine settimana di discussioni serrate, presero la decisione più importante della loro vita.

34 anni sono volati in un batter di ciglia, ma di cose ne sono successe davvero tante: tre Super Bowl vinti, uno stadio tra i più belli al mondo, un centro di allenamento all’avanguardia e tanti, tantissimi soldi. Jerry non nasconde la sua soddisfazione: “Non ho lavorato un giorno in questi trent’anni. Ogni giorno ho avuto occasione di crescere; senza la NFL ed i Cowboys non sarei quello che sono”. La lezione più importante che ha imparato: “Se puoi fare qualcosa che ti ispira così tanto, crescerai molto. Non ti preoccupare dell’entusiasmo o delle idee: sono molto più carico oggi di quanto lo fossi allora”. La cosa più bella? L’intera famiglia è coinvolta: nonostante i tanti alti e bassi, le infinite polemiche e tutto il resto, non cambierebbe una virgola. Il futuro? A sentire i Jones, nessun dubbio: “I prossimi 30 anni saranno ancora migliori”. 

Una scommessa quasi impossibile

A sentire il report pubblicato recentemente da Forbes, l’impero che Jerry Jones ha costruito in quel di Dallas è il terzo più ricco al mondo, valutato una cifra poco superiore agli 11 miliardi di dollari. Il City Football Group, il più ricco del calcio, vale meno della metà: il fondo RedBird del discusso proprietario del Milan Jerry Cardinale, poco più di 3,5 miliardi di dollari. Per arrivare a vette del genere la strada non è stata affatto semplice, come ha confessato lo stesso patriarca qualche tempo fa al podcast dell’esperto di NFL Adam Schefter. Quando gli ha chiesto di ricordare come fossero le cose quando entrò per la prima volta negli uffici dei Cowboys, Jones ammette che la situazione era quasi disperata. Ci vollero parecchi colpi di fortuna per evitare che la barca affondasse di schianto: nonostante fosse la più popolare d’America, la franchigia del North Texas sembrava condannata. “All’inizio il club stava perdendo soldi. Quando li ho comprati, i Cowboys stavano perdendo più di un milione di dollari ogni singolo mese”. 

Aggiustate per l’inflazione, le perdite operative equivalgono a 2,44 milioni al mese ma la situazione, se possibile, era ancora più disperata. Visto che non poteva raccogliere così tanti soldi in contanti, Jones era stato costretto a fare parecchi debiti in un momento decisamente negativo, coi tassi d’interesse alle stelle. Dal punto di vista finanziario, una pessima decisione, che presentava un conto da far rabbrividire. “L’interesse sull’investimento fatto per comprare il club era di altri milioni di dollari al mese, all’11% di interesse netto. Tradotto in termini pratici, qualcosa come 100000 dollari al giorno”. Aggiorniamo anche questa cifra ed in ogni singolo mese dell’anno, la famiglia Jones avrebbe dovuto tirar fuori non si sa bene da dove quasi dieci milioni di dollari. Eppure Jerry aveva ragione: il potenziale finanziario dell’immensa tifoseria dei Cowboys era prezioso. Bastava sapere come trasformarlo in soldi e le cose sarebbero andate sempre meglio. Nonostante all’epoca la cifra pagata avesse fatto impressione (nessuno prima di lui aveva pagato più di 100 milioni per una franchigia), l’investimento ha dato risultati inauditi. Nel 2021 la franchigia ha avuto un fatturato di oltre 1100 milioni e un margine operativo impressionante: oltre 460 milioni dopo aver pagato gli stipendi e le varie spese fisse.

Guadagnare senza vincere? Si può

I risultati, almeno all’inizio, sembrarono dare ragione all’uomo d’affari dell’Arkansas. Finita l’era Landry, si affidò al talento anarchico di Jimmy Johnson, trovando un quarterback memorabile come Troy Aikman e costruendo una squadra quasi imbattibile. Dopo tre Super Bowl in quattro anni, i Cowboys sembravano pronti a dominare il 21° secolo. Dal 1995, invece, solo delusioni per le legioni di tifosi di Dallas. America’s Team è spesso finita fuori dai playoff, senza mai riuscire ad avanzare oltre al secondo turno della post-season. La cosa veramente incredibile è come questo periodo estremamente negativo dal punto di vista sportivo non abbia influenzato negativamente i guadagni. L’unica squadra al mondo valutata oltre gli 8 miliardi di dollari sembra inarrestabile: nonostante la pandemia, negli ultimi tre anni i Cowboys hanno avuto un margine operativo superiore ai 1170 milioni di dollari. La seconda squadra in classifica, i New England Patriots, sono quasi mezzo miliardo indietro, nonostante aver perso Tom Brady e non essersi qualificati alla post-season dall’addio del quarterback più vincente di sempre. 

Il resto della classifica di Forbes è davvero intrigante, visto che ci sono squadre come i New York Knicks o gli Houston Texans (404 e 356 milioni di profitto operativo rispettivamente) che hanno vissuto tre stagioni quasi disastrose. A quanto pare, quindi, nonostante gli infortuni a Dak Prescott, l’involuzione di Zeke Elliott, la discutibile gestione di coach McCarthy, Dallas continua a fare soldi come se non ci fosse un domani. I diritti televisivi sono importanti, ma il vero genio della famiglia Jones sta nel marketing e nel trovare modi creativi per usare al meglio lo splendido stadio di proprietà. Più che nella scelta dei tecnici o dei giocatori, Jerry Jones è imbattibile nell’estrarre soldi anche da una roccia. A questo punto si capisce perché il proprietario dei Cowboys abbia più volte detto che rifiuterebbe anche un’offerta da dieci miliardi: “Voglio essere estremamente chiaro, così da non dovermi ripetere ancora. Non lo farò mai, non venderò mai i Cowboys, neanche morto”. 

Il vero oro nero? Il football

L’ottantunenne patron dei Cowboys non disdegna certo di apparire davanti alle telecamere. È l’unico proprietario della NFL a concedere regolarmente interviste nel post-partita, tanto che a fare notizia è spesso più lui dello stesso allenatore. La passione per il football è innegabile, come la sua ossessione per il quarto Super Bowl, trionfo che continua a sfuggirgli anno dopo anno, ingaggio milionario dopo ingaggio milionario. La cosa veramente strana ai nostri occhi è come tutta questa passione non solo non gli sia costata un patrimonio ma come l’abbia fatto diventare molto più ricco di una volta. Il parallelo con la famosa battuta di un proprietario di una squadra inglese è stridente: “Vuoi diventare un milionario? Compra una squadra di calcio quando hai almeno un miliardo”. Jerry Jones ha invece vissuto un percorso opposto, usando il football per fare una montagna di soldi. Aveva iniziato come un wildcatter, un imprenditore specializzato nel trivellare pozzi in terreni considerati improduttivi, un’impresa ad altissimo rischio dove fallire è la norma più che l’eccezione. Con il prezzo del petrolio alle stelle visto l’embargo dell’OPEC, l’azzardo pagò, tanto da convincerlo a rimanere nell’industria petrolifera. 

La dea bendata gli diede sicuramente una mano: senza le chilometriche file ai distributori probabilmente non avrebbe mai avuto abbastanza successo da convincere i finanziatori a prestargli così tanti soldi per un’operazione tanto rischiosa come l’acquisto dei Cowboys. C’è voluto però del genio per capire che dietro alla facciata scalcinata si nascondeva un affare memorabile. Vista la sua passione per il football, Jerry Jones si rese conto che le franchigie erano gestite malissimo, considerate più come status symbol che come imprese da gestire in maniera professionale. Nel 1989 mettere a rischio i suoi affari nel gas naturale o nel petrolio per comprare una ditta che perdeva milioni di dollari al mese sembrava una pazzia. 34 anni dopo, ha avuto la soddisfazione di ridere in faccia a tutti i suoi critici.

Con l’aiuto dei suoi figli, che lavorano tutti con lui, quella squadra scalcagnata si è trasformata in un vero e proprio impero, studiato con attenzione nei corsi di marketing e gestione aziendale. Nessuno avrebbe mai pensato che la passione per undici uomini che rincorrono un pallone sarebbe stata più preziosa dell’oro nero ma i numeri non mentono. Da quando ha preso il controllo dei Cowboys, la famiglia Jones ha accumulato ricchezze per oltre 8 miliardi di dollari. Riuscire a farlo senza vincere un titolo in quasi trent’anni ha del miracoloso. Possibile che qualcuno alle nostre latitudini riesca a leggere questa storia senza lasciarsi prendere la mano dal solito moralismo peloso, dall’anticapitalismo che ha pervaso ogni ambito della nostra società? Fossi in voi non ci scommetterei un solo centesimo ma la speranza è l’ultima a morire. 

Una cosa è certa: molti dei potenti del calcio nostrano farebbero bene a studiare la vicenda di Jerry Jones con molta attenzione. Gli investitori americani che fanno la fila per comprare le squadre della nostra Serie A sperano di ripetere la sua impresa, magari in piccolo. Per loro fare profitto non è un peccato: è l’unica ragione per giocare. Piaccia o non piaccia, anche nello sport vince chi mette da parte più soldi. Se poi arrivano i titoli, meglio, ma non è l’obiettivo principale. I benpensanti ed i nostalgici scuotano pure la testa ma la strada verso il futuro l’ha indicata nel 1989 quel simpatico pirata dell’Arkansas. Ignorate le sue lezioni a vostro rischio e pericolo.

Yogi Berra.

Yogi Berra, il Trapattoni d’America. La storia del profeta di Cusano Milanino è simile a quella di un altro nipote della provincia lombarda, un grande giocatore di baseball diventato famosissimo più per le sue battute sgrammaticate che per le straordinarie imprese sul diamante. Luca Bocci il 26 Aprile 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Un campione "normale"

 Dalla guerra alla gloria

 Un allenatore sui generis

 La filosofia di Yogi

 Yogi come l'orso? Esattamente

 Un grande italo-americano

Fare paralleli tra sport talmente diversi come il calcio ed il baseball è decisamente azzardato ma, ogni tanto, le similarità sono troppo evidenti per essere ignorate. Come nel gioco più amato al mondo, anche gli appassionati del “passatempo nazionale” non fanno che paragonare le carriere dei campioni del passato con le stelle di oggi Capita anche in questo sport che alcuni grandi stelle riescano ad avere successo anche in panchina. Non è invece normale che siano i campionissimi a riuscire a ripetersi anche da allenatori. Riuscirci, poi, diventando non solo popolari ma facendosi voler bene praticamente da tutti è quasi impossibile. Eppure, ogni tanto, capita. Pensate a Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino: grande giocatore con la maglia del Milan e dell’Italia, passato poi sulla panchina per vincere tutto quel che c’è da vincere con la Juventus.

A renderlo però universalmente amato furono le sue battute storiche, dal famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco” alla fantastica conferenza stampa in un tedesco maccheronico ai tempi del Bayern. Per quanto davvero unico, c’è un altro personaggio che, dall’altra parte dell’Atlantico è riuscito a fare un percorso simile a quello del Trap ma, se possibile, ancora più in grande. Se il Trap era un buon giocatore, questo ragazzo nato a St. Louis è considerato da molti uno dei più grandi di tutti i tempi. Se il talento lombardo vinse molto da giocatore, certo non riuscì ad arrivare ai 10 anelli collezionati dal campione del Missouri. Una cosa li accomuna: le loro battute sono entrate a far parte della cultura popolare, rendendoli immortali. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nel New Jersey per raccontarvi la storia di Yogi Berra, figlio di immigrati italiani che è riuscito a diventare famosissimo sia da giocatore che da allenatore, grazie anche ad una serie di massime davvero memorabili ed un cartone animato famoso in tutto il mondo.

Un campione "normale"

Sebbene tutti in America lo conoscano con il suo famoso soprannome, quando nacque nel quartiere italo-americano di St. Louis il 12 maggio 1925, questo figlio di italiani arrivati da poco nell’ultima grande ondata di emigrazione era stato battezzato con un nome poco comune da quelle parti: Lorenzo Pietro Berra. Il padre Pietro era originario di Malvaglio, frazione di Robecchetto con Induno, in provincia di Milano, trasferendosi in America il 18 ottobre 1909 a 23 anni. Dopo qualche anno sarebbe stato raggiunto dalla fidanzata Paolina Longoni, per mettere su casa nel quartiere chiamato The Hill, dove risiedeva buona parte della comunità italiana. Il padre lavorava in una fabbrica di mattoni e certo non si sarebbe mai immaginato che Lorenzo avrebbe giocato con superstar del calibro di Joe DiMaggio o Mickey Mantle, diventando una presenza familiare in tutti gli Stati Uniti. 

Sebbene la famiglia Berra non navigasse nell’oro, l’infanzia di Lorenzo fu felice e l’ha ricordata spesso nella sua autobiografia, pubblicata qualche anno fa. Dagli anni passati alla high school, la South Side Catholic, a quando il padre tornava a casa alle 5 del pomeriggio ed i figli mollavano tutto per portargli una lattina di birra. Non si scherzava con Pietro Berra, era un padre molto severo, sapeva che per farsi strada nel nuovo mondo sarebbe stato necessario lavorare duramente. Quando non vendeva giornali all’angolo della strada per fare qualche soldo, Lorenzo amava lo sport. Non era molto alto o molto atletico ma aveva una grande passione. Da buon italiano, il calcio era il sogno ma agli americani non piaceva. Per questo iniziò a giocare con loro a baseball, dovunque fosse possibile, dalla mattina alla sera, senza sosta. 

Lorenzo non era l’atleta più dotato in famiglia, suo fratello Antonio era molto più bravo ed avrebbero potuto farcela nello sport professionistico. Pietro Berra, però, non ne voleva sapere: “Andate a lavorare, non perdete tempo col baseball, portate lo stipendio a casa”. A questo punto furono loro a chiedere al padre di lasciar seguire il suo sogno almeno al piccolo di casa. Lorenzo, qualche anno dopo, lo prendeva in giro, dicendogli che se avesse lasciato provare anche i suoi fratelli sarebbe diventato milionario. La risposta di papà Pietro? “Prenditela con tua madre”. Alla fine, anche se a mamma Paolina non andava a genio, Lorenzo si gettò anima e corpo nello sport, lasciando la high school per entrare nelle giovanili dei New York Yankees. Non lo sapevano ma sarebbe stata la scommessa migliore della famiglia Berra.

Dalla guerra alla gloria

Il cammino di Lorenzo verso la gloria non fu né lineare né semplice. Dopo una stagione passata con gli Yankees, si arruolò nella Marina per combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Al contrario di molti altri atleti, che continuavano a giocare anche in divisa, Berra andò in prima linea, combattendo anche nell’invasione della Normandia, mettendo più volte a rischio la sua vita. A soli 19 anni il mitragliere di una nave supporto si ricoprì di gloria, finendo con una Purple Heart, la medaglia per chi è ferito in servizio, due medaglie individuali e una citazione per la sua unità, una carriera davvero inusuale per un atleta. Tornato alla vita civile riprese a giocare a baseball, passando nella prima squadra verso la fine della stagione nel 1946. Dopo tre anni divenne il catcher titolare, iniziando a diventare decisivo anche sul piatto di battuta, mettendo una media di 20 fuoricampo dal 1949 al 1958, conquistando il titolo di MVP dell’American League per tre volte, fatto più unico che raro per un catcher. La sua carriera a New York è senza uguali: dieci World Series su quattordici finali giocate, mettendo una serie di record durati decenni, dal numero di fuoricampo per un catcher al numero di partite senza un singolo errore.

Kurt Warner.

Kurt Warner, il commesso che vinse il Super Bowl. Luca Bocci il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alcune storie di sport americane sono talmente perfette da sembrare finte. Quella del quarterback dei St. Louis Rams, passato da commesso di supermercato a campione del mondo in pochi anni, è stata raccontata dal film "American Underdog"

Tabella dei contenuti

 Una vita straordinaria

 La sua storia? Meglio del film

 Il colpo di fortuna

 L'incontro della vita

 Dalla tragedia al matrimonio

 "Senza di lei non ce l'avrei fatta"

 Le omissioni del film

 L'underdog nella Hall of Fame

I critici degli sport americani sono soliti dire che sembrano migliori di quelli europei solo perché sono raccontati meglio, perché vengono resi più interessanti, al punto di essere in buona parte falsi. A parte qualche eccezione come il wrestling, i vari sport popolari dall’altra parte dell’oceano sono assolutamente veri, ma sanno come valorizzare al meglio quello che hanno. Uno dei temi più cari alla narrazione americana è il mito dell’underdog, il talento sfortunato, nato nel posto sbagliato, trascurato dalla fortuna che, però, tiene duro ed approfitta al meglio dell’unica opportunità che gli concede il destino. Storie del genere esistono anche dalle nostre parti, dall’avanti del Milan Junior Messias, passato da magazziniere a campione d’Italia o anche Luca Toni, dato per finito mille volte prima di alzare al cielo la Coppa del Mondo, ma abbiamo una certa reticenza a celebrarle fino in fondo.

In America, invece, non si fanno problemi del genere: quando vedono una bella storia la propagandano in ogni modo. Poche di queste storie sono straordinarie come quella di un giocatore di un piccolo college dell’America profonda che, dopo aver visto evaporare il sogno della NFL, era stato costretto a lavorare in un supermercato. Eppure, nel giro di pochi anni, quello stesso giocatore avrebbe alzato al cielo il Vince Lombardi Trophy, portando i suoi St. Louis Rams al primo Super Bowl di sempre. La sua storia, raccontata due anni fa nel film “American Underdog”, è allo stesso tempo straordinaria, commovente e rivelatoria di come, in fondo, il mito della terra delle opportunità non sia ancora morto del tutto. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nel Midwest degli Stati Uniti per raccontarvi la vita di Kurt Warner, il commesso che vinse un Super Bowl.

Una vita straordinaria

A prima vista, la storia di questo quarterback sembrerebbe particolare ma non degna di un film con tanto di star hollywoodiane e budget miliardario. Kurtis Eugene Warner è nato il 22 giugno 1971 a Burlington, piccola cittadina dello stato dell’Iowa, famoso solo per gli sterminati campi di grano e che sia il primo dell’Unione a tenere le primarie per le elezioni presidenziali. Kurt se la cavava benino nel football ma non abbastanza per garantirsi una borsa di studio per una delle grandi università che dominano il campionato NCAA. Aveva quindi dovuto accontentarsi dell’università locale, quella del Northern Iowa, faticando molto per trovare posto nella prima squadra.

Ci riuscì nell’ultimo anno, il quinto, solitamente non un gran segno di un futuro brillante nello sport professionistico. Le cose, in effetti, dopo essersi laureato non andarono secondo i suoi piani: nel 1994 fu selezionato da una delle superpotenze della NFL, i Green Bay Packers ma non entrò a far parte del roster della squadra, venendo “tagliato”. Dopo aver aspettato mesi per una telefonata da altre squadre, fu costretto a rassegnarsi ad una vita “normale”, accettando un posto da commesso notturno in un supermercato per mantenere la famiglia.

La sua voglia di football, però, era troppa, tanto da fargli accettare di giocare nella squadra locale della Arena Football League, una sorta di versione rustica del football regolare, tutta lanci, violenza e spettacolo. Dopo tre stagioni convincenti, nel dicembre 1997 fu notato dai St. Louis Rams e firmò un contratto con la franchigia del Midwest. Dopo un anno passato ad Amsterdam nello sfortunato campionato europeo organizzato dalla NFL, dove fece molto bene, fu richiamato in patria per fare da rimpiazzo al quarterback titolare. Sebbene molti lo considerassero già troppo anziano e poco mobile, riuscì a trovare un posto in squadra, trasformando i Rams in una squadra tanto spettacolare quanto efficace. La stagione 1999, che li vide vincere 13 partite e perderne solo 3, diede origine al mito del “greatest show on turf”, il più grande spettacolo visto in campo, un attacco tanto incredibile da garantire ai Rams il trionfo nel Super Bowl per la prima volta nella storia della franchigia.

Warner vinse il titolo di Most Valuable Player, dominando la lega in touchdown segnati, passer rating e percentuale di lanci completati. Due anni dopo, riuscì a trascinare i Rams ad un altro Super Bowl, solo per venire sconfitto dai Patriots del giovanissimo Tom Brady, per poi entrare in un declino tanto repentino quanto inspiegabile. Nel 2005, quando tutti lo davano per finito, andò agli Arizona Cardinals, ritrovando la forma di una volta. Tre anni dopo mise una stagione memorabile, portando la franchigia al Super Bowl. Il confronto con i Pittsburgh Steelers, però, fu troppo per Warner e soci, che finirono sconfitti di misura. Dopo aver perso nei playoff contro i Saints l’anno dopo, appese gli scarpini al chiodo, il secondo nella storia ad aver partecipato a due finalissime con due squadre diverse. Alla prima opportunità, nel 2017, venne indotto nella Football Hall of Fame, come uno dei migliori quarterback di tutti i tempi.

La sua storia? Meglio del film

Una bella storia di sport, non c’è dubbio, ma per capire cosa la renda davvero straordinaria bisogna scendere nei dettagli, quelli raccontati con dovizia di particolari dallo stesso Kurt nella sua fortunata autobiografia, pubblicata nel 2009. A fare particolarmente impressione è il numero di ostacoli e problemi che ha dovuto superare per realizzare il suo sogno da bambino, vestire la maglia di una franchigia professionistica e giocare nella NFL. La sfortuna, in effetti, non c’era andata leggera col ragazzo dell’Iowa, costringendolo a dare fondo a tutte le sue riserve di determinazione e grit, parola intraducibile che assomiglia a quella “resilienza” che oggi va tanto di moda.

Dopo esser stato tagliato dai Packers nel 1994, Kurt si rimboccò le maniche, facendo l’impossibile per mantenere la famiglia. Visto che il posto da assistente dell’allenatore della sua vecchia università pagava pochissimo, accettò di fare il commesso nel turno di notte ad un supermercato locale, guadagnando la miseria di 5,50 dollari all’ora. Le spese erano talmente tante che spesso non ce la faceva a pagare l’affitto, tanto da dover accettare controvoglia di trasferirsi nella cantina della casa dei genitori della sua ragazza.

Nonostante tutto, però, Warner continuava ad allenarsi e inseguire il suo sogno di giocare nella NFL. Nel 1996 riuscì ad ottenere un provino per un’altra squadra importante, i Chicago Bears ma, ancora una volta, la Dea Bendata gli voltò le spalle. Kurt ha raccontato la storia un paio di anni fa ad un podcast americano. Prima di sapere se i Bears gli avrebbero concesso la possibilità di entrare in squadra, si era sposato ed era andato in luna di miele in Giamaica per qualche giorno. Appena gli fecero sapere che si sarebbe potuto giocare le sue carte, non ebbe nemmeno il tempo di festeggiare, visto che un insetto lo aveva punto proprio sul gomito del braccio che usava per lanciare il pallone. “Ad oggi non so ancora cosa sia che mi abbia punto, ma non potevo assolutamente giocare. Il gomito mi gonfiò talmente tanto da diventare grosso come un pompelmo”.

I dottori dissero che poteva esser stato un ragno o un millepiedi velenoso ma poco importava: ancora una volta il sogno di Kurt era andato in pezzi senza che potesse farci niente. Cosa fece? Niente di che, continuò a giocare lo stesso, segnando touchdown su touchdown con i suoi Iowa Barnstormers, guadagnando poco ma sperando che, prima o poi, la fortuna avrebbe sorriso anche a lui. Non lo sapeva ancora, ma la sua tenacia sarebbe stata ripagata, portandolo finalmente dalle stalle alle stelle.

Il colpo di fortuna

Per chi ha visto il film “American Underdog” sembra come se, una volta firmato il contratto coi Rams, tutto fosse già scritto per il povero Kurt Warner. In realtà le cose andarono in maniera molto diversa: nonostante avesse fatto benissimo ad Amsterdam, quando entrò finalmente nel roster di St. Louis, pochi avrebbero scommesso un centesimo su di lui. Nella stagione del 1998 giocò pochissimi minuti e quando i Rams firmarono un contratto con Trent Green, sembrava che il posto da QB1 fosse al di fuori dalla sua portata. Eppure, come sarebbe successo un paio di anni dopo a Tom Brady, fu un infortunio a spianargli la strada.

Durante un incontro amichevole coi Chargers, Green venne placcato da Rodney Harrison, finendo la stagione prima di aver debuttato coi Rams. Coach Dick Vermeil si rese conto che non c’era tempo di trovare un quarterback affidabile e decise di scommettere sul rimpiazzo. Durane una conferenza stampa, Vermeil disse che la squadra “si sarebbe stretta attorno a Kurt Warner, giocando il nostro football migliore”. Più tardi ammise che non era affatto sicuro che ce l’avrebbe potuta fare davvero ma non aveva altra scelta. Per sua fortuna, Warner aveva imparato parecchio giocando nelle arene, tanto da mettere una stagione davvero memorabile.

Non fu certo una passeggiata di salute, però, specialmente quando si trattò di convincere l’offensive coordinator Mike Martz, che avrebbe voluto sbarazzarsi al più presto di Warner. Kurt, poco dopo l’uscita del film, ricorda come fu tentato più volte di mollare tutto, tanto si sentiva sotto pressione. “La dinamica tra me e Mike nel film è quasi perfetta. Per rendermi pronto a giocare in prima squadra mi mise davvero sotto torchio. Dopo che ero stato nominato titolare mi disse che avevano dovuto mettermi quanta più pressione possibile per vedere se riuscivo a reggere e non mollare. Non fu un periodo semplice. Ricordo che durante il training camp chiamavo mia moglie dicendo che non potevo farcela, che volevo mollare. In allenamento l’unica cosa che sentivo era ‘fai schifo, devi fare meglio’, nient’altro”.

Mike Martz, qualche anno dopo in un podcast ammise che era stato parecchio duro con Warner: “Nella preseason mettemmo molta pressione su Kurt, lo trattai con molta durezza ma lui rispose come meglio non avrebbe potuto. Quando iniziammo il camp sentivo che in vita sua non si era mai trovato in situazioni estreme, dovevamo vedere come avrebbe risposto. Fui estremamente duro con lui, tanto da rendergli la vita un inferno, massacrandolo ogni giorno in allenamento. Ero sicuro che avrebbe fatto di tutto per farmi smettere ma tenne duro. Rispose talmente bene da fare grossi passi avanti, meglio di come ci saremmo aspettati”.

Martz e Vermeil giurano che senza questa pressione l’attacco dei Rams, tanto straordinario da meritarsi un soprannome veramente pesante, non avrebbe fatto così bene. Il risultato fu evidente a tutti il 30 gennaio 2000, quando nel Super Bowl XXXIV i St. Louis Rams sconfissero in maniera convincente i Tennessee Titans, alzando al cielo per la prima volta il trofeo più prestigioso del football. Vincere con un rookie anziano? Chi se lo sarebbe mai aspettato? Qualcuno che fin dai tempi dell’università non aveva mai lasciato il fianco del suo Kurt e che, caso più unico che raro, è con lui ancora oggi: sua moglie Brenda.

L'incontro della vita

Il rapporto tra gli attori Zachary Levi e Anna Paquin è il centro emozionale del film del 2021 ma sembra troppo bello per essere vero. Incredibilmente, tutti i dettagli della storia d’amore tra Kurt e Brenda Warner sono precisi, visto che sono stati proprio loro a seguire da vicino la produzione del film. La coppia si incontrò proprio come narrato nel film, in una serata del 1993, in un bar vicino al campus dell’università del Northern Iowa. Kurt era il quarterback titolare della prima squadra e studiava comunicazioni pubbliche, mentre Brenda, quattro anni più grande, aveva alle spalle un’esistenza molto più complicata. In un’intervista a Fox 2 News, è proprio lei a ricordare il loro primo incontro. “Appena entrò nel bar, tutti iniziarono a dire ‘Kurt è arrivato’ e io non volevo avere niente a che fare con lui. Aveva i capelli tutti impomatati ed era circondato dalle ragazzine del college. Invece di approfittarne, lui faceva come se niente fosse, comportandosi diversamente dai suoi compagni di squadra”. Appena si fece avanti, Brenda gli fece subito sapere che aveva due figli e un divorzio alle spalle, sicura che non si sarebbe fatto più vivo. Il mattino dopo, invece, si presentò con una rosa in mano, chiedendo di incontrare i suoi bambini.

Brenda aveva fatto una grande impressione su Kurt, che ricorda cosa pensò subito dopo averla incontrata. “C’era qualcosa di diverso in lei, qualcosa che la rendeva diversa dalle altre. Non era come le altre ragazze al bar o le donne che avevo incontrato fino a quel momento. Quando mi disse che aveva un divorzio alle spalle e due bambini, non ci feci caso più di tanto”. Brenda, nata in Arkansas, si era arruolata nei Marines, diventando caporale, ma aveva dovuto lasciare il Corpo nel 1990 dopo che il suo figlio era rimasto gravemente ferito in un incidente domestico. Il figlio Zack era infatti caduto dalle braccia del padre Neil per un crudele scherzo del destino, perdendo quasi completamente la vista e subendo deficit intellettivi.

Neil non si perdonò mai questo incidente, tanto da condurre la coppia al divorzio. In un’intervista al Los Angeles Times, Brenda raccontò come Neil avesse avuto un tumore al cervello e fosse sottoposto a crisi epilettiche, tanto da renderlo inabile al lavoro. Una vita molto complicata, pochi soldi e un bagaglio emotivo che avrebbe fatto scappare a gambe levate chiunque. Kurt, invece, era rimasto con loro, facendo di tutto per tirare avanti. Quando si sposarono nel 1997, Warner adottò immediatamente Zack e la sorella Jesse, dando il via ad una famiglia che si sarebbe ingrandita negli anni. Oggi Kurt e Brenda hanno avuto altri cinque bambini ed il loro matrimonio rimane solidissimo, un fatto più unico che raro.

Dalla tragedia al matrimonio

Il lieto fine non era arrivato senza un altro colpo mancino che avrebbe potuto rovinare anche il rapporto più solido: la morte dei genitori di Brenda nel 1996, quando la loro casa di Mountain View fu spazzata via da uno dei tanti tornado che colpiscono ogni anno l’Arkansas. Paradossalmente, fu proprio questa tragedia a spingere Kurt a sposare la sua Brenda. Nel film sembra che i due fossero ancora poco convinti quando la tragedia colpì la loro famiglia ma la moglie dell’ex QB dei Rams ricorda le cose in maniera diversa. “Stavamo insieme da quattro anni ma non aveva ancora deciso se ero davvero la persona giusta. Quando i miei genitori sono morti ho ripensato il nostro rapporto. Cosa è importante, cosa voglio da questa relazione, ci sarai anche tra 10 anni? Penso che fu più Kurt a cambiare marcia. Io sapevo che era la persona giusta per me, anche se non era certo semplice uscire con una come me. Ci volle questa tragedia per convincerlo a chiedermi di sposarlo”.

Kurt ammise in un’altra intervista che aveva qualche dubbio. “Specialmente quando ci siamo incontrati ero un ragazzino che sognava di giocare nella NFL. Abbiamo iniziato ad uscire, tutto andava bene ma non ero del tutto convinto. Quando successe quella tragedia, tutto diventò maledettamente serio”. Fu in quel momento che capì di dover rendere tutto ufficiale, non solo per Brenda ma anche per rassicurare i suoi figli. “Fu un momento chiave nella mia vita in molti aspetti diversi, mi convinse a mettere da parte i dubbi. Mi dissi: ‘non serve a niente stare qui a rimpiangere il passato, hai una famiglia che ha bisogno di te o qualcun altro che si rimbocchi le maniche e li aiuti ad andare avanti dopo questa tragedia’. Da quel momento in avanti, le cose si mossero molto in fretta". L’11 ottobre 1997, quattro anni dopo il loro primo incontro, Kurt e Brenda si sposarono a Cedar Falls, Iowa. La cerimonia avvenne nella chiesa luterana di St. John, la stessa dove, un anno prima, si erano tenuti i funerali dei genitori di Brenda. Le loro vite non sarebbero più state le stesse.

"Senza di lei non ce l'avrei fatta"

Uno degli aspetti della vicenda di Kurt Warner che il film ha deciso di ignorare è uno dei più essenziali nella sua esistenza: la sua profonda fede cristiana. Subito dopo aver vinto il suo primo Super Bowl, intervistato dal cronista della ABC Mike Tirico, con centinaia di milioni di spettatori che lo stavano vedendo, invece di rispondere alla domanda, Kurt Warner decise di ringraziare chi l’aveva condotto fino a quel momento di gloria. “Prima di tutto devo ringraziare il mio Signore e Salvatore su in cielo – grazie Gesù”. Non fu una sparata casuale, una mossa calcolata per ingraziarsi quella America profonda che gli aveva dato i natali: la fede è sempre stata la stella polare dell’esistenza sia di Kurt che di Brenda Warner. Se i registi del film, i fratelli Erwin, hanno deciso di glossare su questo aspetto poco popolare ad Hollywood, Kurt aveva dichiarato al Los Angeles Times che fu la profonda fede di Brenda a convincerlo che era la persona giusta per lui. La moglie, poi, non ha mai nascosto come senza l’appoggio della fede, non avrebbe potuto reggere all’incidente del figlio o alla morte improvvisa dei genitori.

Vedere il proprio rapporto dipinto sul grande schermo è una prospettiva capace di innervosire chiunque, specialmente visto che il rapporto tra Hollywood e la cristianità non è mai stato semplice. Per non saper né leggere né scrivere, Kurt e Brenda sono stati coinvolti in ogni aspetto della produzione del film fin dal primo momento. Mentre Kurt dava consigli a Zachary Levi su come tirare un pallone da football e come muoversi in maniera verosimile sul campo, invitarono sia lui che Anna Paquin a passare diversi giorni a casa loro, in famiglia, per osservare dal vivo come interagiscono ogni giorno, quando le telecamere sono spente. Per circa metà delle riprese, poi, erano presenti sul set, pronti ad aiutare gli attori a ritrarli in maniera fedele.

Un rapporto veramente unico, una vicinanza di intenti poco comune in questi tempi complicati, che Kurt non ha mai nascosto a nessuno. Anche nel momento del suo maggior trionfo, il 18 gennaio 2009, dieci anni dopo la vittoria del Super Bowl, quando portò i Cardinals in finale, il pensiero di Kurt Warner andò alla compagna di una vita. Appena finita la partita disse che “niente di questo ha senso se non lo puoi condividere con qualcuno. Ho la fortuna di condividerlo con la mia migliore amica e con la persona che amo più di ogni altra cosa al mondo, mia moglie. Siamo arrivati qui insieme e non avrei potuto farlo con nessun altro. Senza di lei non ce l’avrei mai fatta”.

Le omissioni del film

Anche se “American Underdog” è molto fedele all’originale, non manca qualche licenza artistica e qualche piccola imprecisione. Il punto chiave della storia di Warner, gli anni passati a riempire gli scaffali dell’Hy-Vee della sua cittadina di notte per aiutare Brenda ed i suoi figli, sono successi davvero ma il film preferisce ignorare il fatto che il giorno lavorasse come assistnte dell’allenatore della squadra della sua vecchia università. Se il film mostra quanto Kurt avesse dovuto lavorare per convincere coach Allen a dargli spazio in prima squadra, ignora il fatto che il loro rapporto continuò anche dopo la laurea. La cosa, onestamente, è abbastanza comprensibile, visto che è lo stesso Warner che parla molto più del suo lavoro notturno che del tempo passato a Northern Iowa.

Il film, poi, preferisce non scendere nei dettagli quando parla del periodo passato con gli Iowa Barnstormers e su quanto la AFL fosse popolare nella seconda metà degli anni ‘90. Dal punto di vista della narrazione è importante far notare come, nonostante avesse due lavori, di soldi ce ne fossero sempre pochi ma si preferisce accentuare gli aspetti folkloristici dell’arena football. Non era certo ricca come la NFL, ma la lega aveva un seguito non indifferente e veniva regolarmente trasmessa da canali televisivi locali. Con la squadra di Des Moines, Kurt Warner passò ben tre anni, dal 1995 al 1997, causando più di un problema al rapporto con Brenda, visto che per diversi mesi era raramente a casa. Il tryout coi Chicago Bears del 1997, poi, è del tutto ignorato, probabilmente per evitare confusione con il taglio di tre anni prima da parte dei Packers. Un’omissione comprensibile ma comunque piuttosto rilevante.

Altra “dimenticanza” è poi il fatto che dalla prova coi Rams mostrata nel film e il debutto nella NFL passarono quasi due anni. L’anno passato con gli Admirals in quel di Amsterdam è del tutto ignorato, come il fatto che, dopo la fine della stagione della NFL Europe, fosse tornato a disposizione di coach Vermeil come terzo quarterback dei Rams. Dopo qualche minuto giocato nel finale di stagione, era stato praticamente messo sul mercato da St. Louis, tanto che i Cleveland Browns l’avrebbero potuto selezionare nel draft. Non è certo un elemento trascurabile ma i registi hanno deciso di lasciarlo da parte, concentrandosi sul “debutto” da titolare contro i Ravens nella stagione 1999, quella del “Greatest Show on Turf”, l’inizio ufficiale della leggenda di quei devastanti Rams. Cambia qualcosa? Non molto. La storia di Kurt Warner rimane straordinaria.

L'underdog nella Hall of Fame

Come succede nei film di Hollywood, quel che succede dopo nella vita del campione viene riassunto in un montaggio elegante che tralascia molte cose. Nei 23 anni passati dal trionfo al Super Bowl, molto è cambiato nella vita di Kurt e Brenda Warner. Se le sue due sconfitte nei Super Bowl del 2001 e del 2009 sono brevemente citate, il fatto che l’ex QB dei Rams abbia giocato sia per i New York Giants che per gli Arizona Cardinals è ignorato. Kurt Warner, poi, è diventato una presenza costante per gli appassionati di football, stavolta non sul campo ma dietro ad un microfono. Dopo aver lasciato la NFL nel 2010, è tornato a Des Moines, facendo le telecronache dei suoi Barnstormers, per poi passare qualche anno dopo al ruolo di analista per il canale tematico della lega, NFL Network. Ormai è una presenza familiare per chi ami la palla ovale, uno dei commentatori più popolari e rispettati del mondo del football.

Al suo fianco, ieri come oggi, la donna che ha reso tutto possibile, l’ancora che non l’ha mai abbandonato da quel giorno del 1993 al Wild E. Coyote Bar, con la quale ha costruito una famiglia e un’esistenza davvero straordinaria. Kurt Warner non ha mai dimenticato le nottate passate a riempire gli scaffali di quel supermercato di provincia, sognando un futuro che continuava a credere possibile, nonostante tutti gli dicessero che fosse pazzo. Da allora, nonostante abbia vinto tanto, ha provato sempre ad aiutare i meno fortunati, impegnandosi in prima persona in molte campagne benefiche, tutto senza mai cedere alle pressioni dei media o nascondere la sua profonda fede.

Nel 2017, nel discorso col quale accettava di entrare nella Hall of Fame, invece di ricordare i trionfi personali, ha voluto ringraziare Dio e Brenda, ricordando a tutti che non sai mai quali saranno i momenti chiave della tua vita. Meglio goderseli e trarre il massimo da ognuno di loro. La sua autobiografia ha voluto chiamarla “All Things Possible”, tutte le cose sono possibili, allo stesso tempo un’ovvietà e una profonda lezione di vita. Retorica? Scontata? Forse, ma non lo è anche la vita di tutti noi? Una cosa è certa: una storia del genere è possibile solo in America.

Broadway Joe Namath.

Broadway Joe Namath, il re di New York con la palla ovale. Luca Bocci il 22 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alcuni sportivi riescono a diventare così famosi da entrare di diritto nella cultura popolare del proprio tempo. Pochi sono riusciti a cambiare il mondo dello sport americano come Joe Namath, la prima vera superstar mediatica del football professionistico

Tabella dei contenuti

 Un numero leggendario

 Il predestinato si ribella

 Joe si prende New York

 L'impresa più grande

 Il lungo addio

 La nascita di Broadway Joe

 Una personalità straripante

Per chi non è nato e cresciuto nella cultura americana è davvero complicato capire quanto speciale sia la figura del quarterback. Difficile anche trovare un’equivalenza con i nostri sport. Un attaccante straordinario può fare la differenza, segnare montagne di gol, ma se la difesa fa pena, difficile che la sua squadra possa vincere. Il quarterback non solo è il capitano, ma il centro emotivo, il volto di un’organizzazione, una figura talmente determinante da fare o disfare franchigie che valgono miliardi di dollari.

Talvolta, però, un quarterback diventa talmente importante da diventare una vera e propria superstar, cambiando per sempre la cultura popolare. Anche una metropoli che si vanta di essere cinica e dura come poche altre non è immune al fascino di un campione. Non capita spesso, ma ogni tanto queste figure straordinarie incarnano il cuore e l’anima di un popolo. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta nella Grande Mela per raccontarvi come il capitano dei Jets diventò il vero re di New York.

Un numero leggendario

Nonostante tutto nel sistema degli sport professionistici americani sia fatto apposta per impedire la nascita di franchigie “più uguali delle altre”, questo non vuol dire che tutte le squadre siano uguali. L’aristocrazia esiste anche oltreoceano, anche se non dura così a lungo come in Europa. Alcune squadre, poi, sembrano fatte apposta per far ridere gli altri tifosi. Poche franchigie possono vantare il record disastroso dei New York Jets. Anche se i Knicks non godono certo di buona salute, i biancoverdi sono praticamente una barzelletta, passando senza soluzione di continuità da un disastro all’altro.

Eppure anche il vaso di coccio dell’affollato panorama sportivo della Grande Mela può vantare un’età dell’oro, un tempo nel quale nessuno si sarebbe azzardato a prenderli in giro. Il simbolo di questo periodo glorioso è rimasto per sempre nel cuore dei tifosi dei Jets, pazienti ed appassionati come pochi altri, lassù in alto nel cavernoso impianto di Meadowlands, in quella bandiera verde che porta il numero 12 di Joe Namath.

Sebbene siano passati ben 54 anni da quello storico trionfo, la prospettiva di vedere di nuovo un quarterback di livello a guidare i Jets ha fatto andare in brodo di giuggiola la sponda verde di New York. Il passaggio di Aaron Rodgers, uno dei più grandi talenti che abbia mai giocato nella NFL, non è ancora finalizzato ma molti hanno iniziato a notare un problema. Rodgers, come il suo rivale di sempre, Tom Brady, ha sempre giocato con il numero 12, proprio quello che aveva fatto grande Broadway Joe.

Ai più sembrerà una questione ridicola, visto che l’arrivo di un ex MVP (giocatore di maggior valore) potrebbe fare la differenza per una franchigia che non vince da una vita ma a New York è una questione che prendono molto sul serio. Rodgers è popolarissimo, ha opinioni alle volte molto controverse ed uno stile di vita lontano mille miglia dal serissimo, quasi monacale Tom Brady. Il QB dei Packers adora circondarsi di bella gente, fare festa con le star di Hollywood, guadagnare fior di quattrini con le pubblicità, proprio come aveva fatto prima di tutti Broadway Joe.

Eppure, neanche uno come lui, che in quanto ad autostima è forse solo un gradino sotto a Zlatan Ibrahimovic, se la sente di sfidare il mito di Joe Namath. A sentire l’ex quarterback dei Jets Boomer Esiason, anche se gli fosse consentito, Rodgers preferirebbe vestire un altro numero. “Rodgers non è un fesso, è uno dei giocatori più intelligenti in giro e rispetta la storia del football. Sa chi era Joe Namath e perché quel numero è così importante”. Non sarebbe la prima volta che un QB famoso cambia numero per non offendere la memoria di una leggenda locale. Quando Joe Montana passò dai 49ers ai Kansas City Chiefs, rifiutò di vestire il suo iconico numero 16 per non confondersi col mitico Len Dawson. Se Montana vestì il 19, Aaron Rodgers potrebbe scegliere o il numero 8 o il numero 10. A mezzo secolo di distanza, il mito di Joe Namath è vivo e vegeto a New York.

Il predestinato si ribella

Chi era, quindi, questo Broadway Joe? Un ragazzo normale, nato il 31 Maggio 1943 nella cittadina di Beaver Falls, in Pennsylvania, a poche decine di chilometri da Pittsburgh. Joseph William Namath sembrava nato per gli sport, tanto da eccellere sia nel basket, nel baseball e nel football, tanto da attirare l’attenzione dei Chicago Cubs. La franchigia della MLB gli offrì 50.000 dollari per entrare a far parte del proprio roster ma Joe non ne voleva sapere. Rifiutò le offerte di altre cinque squadre per seguire la sua vera passione, il football. Finita la high school, pensò per qualche tempo di giocare con i Pirates di Pittsburgh, ma sua madre voleva che si laureasse.

All’epoca il college football era dominato da Notre Dame ma appena venne a sapere che nel campus non erano ammesse le donne, si fece una risata e lasciò perdere. Avrebbe preferito andare in Maryland ma i suoi voti non erano abbastanza buoni. Per sua fortuna il coach di Maryland conosceva Bear Bryant, allenatore di Alabama, tanto da raccomandarglielo. La storia di come finì a Tuscaloosa l’ha raccontata lo stesso Joe nel 2017: “Mia madre fu talmente convinta da andare in camera mia, prepararmi un bagaglio a mano e consegnarmi al suo assistente. Mi diede una borsa, cinque dollari e la sua benedizione”.

L’Alabama nel 1961 era una polveriera a cielo aperto, sconvolta dalle tensioni razziali, un vero e proprio choc culturale per Joe Namath. A Beaver Falls nessuno si faceva problemi, aveva molti amici di colore. Quando si rese conto che le cose andavano molto diversamente, il lato ribelle di Broadway Joe venne a galla. In un’intervista del 1969 raccontò come non riuscisse a capire l’idea di segregazione razziale, i bagni separati per bianchi e neri, gli afroamericani costretti a sedersi dietro negli autobus. Namath fece subito capire che questo stato di cose non gli andava bene ma, nonostante tutto, riuscì a conquistarsi il posto da titolare. Gli anni passati con la Crimson Tide sarebbero entrati nella storia, anche perché, nonostante Bear Bryant fosse un sergente di ferro, Joe faceva come gli pareva.

Gli piaceva fare festa e questo gli costò il posto in squadra nello Sugar Bowl del 1963, la partita più importante dell’anno. A complicare la sua ultima stagione ci si mise un infortunio al ginocchio, tanto grave da farlo finire in panchina nell’Orange Bowl contro i Longhorns. Finiti sotto 0-14 nel primo tempo, Namath guidò Alabama ad una rimonta quasi miracolosa nonostante non fosse al massimo. Il più grande successo, però, l’aveva già messo in cascina: il titolo di campione NCAA del 1964. Bear Bryant, anni dopo, lo definì semplicemente “il più grande atleta che avesse mai allenato".

Joe si prende New York

Nonostante un ginocchio balordo, i St. Louis Cardinals ed i New York Jets si guadagnarono il diritto di sceglierlo nel doppio draft tra NFL ed AFL, le due leghe professionistiche del football. Oltre ad un contratto da ben 427.000 dollari in tre anni, a convincerlo a trasferirsi nella Grande Mela fu la prospettiva di fare la bella vita. Il proprietario dei Jets, Sonny Werblin, era sicuro che quel ragazzo della Pennsylvania poteva fare la fortuna della sua squadra: “Namath è una superstar nata, te ne accorgi da come attira su di sé gli occhi di tutti quando entra in una stanza”. La vecchia guardia della NFL trasalì di fronte allo stipendio da record, spingendo il leggendario coach dei Packers Vince Lombardi a criticare pesantemente la scelta dei Jets. La scelta di Werblin, però, pagò immediatamente, tanto da guadagnare al rookie la sua prima copertina del popolarissimo settimanale Sports Illustrated – e qualche sfottò dai compagni di squadra.

Il coach dei Jets Weeb Ewbank se la prese comoda con Namath, dandogli il tempo di abituarsi al ritmo del football professionistico. Nonostante qualche intercetto di troppo, Joe si aggiudicò il titolo di Rookie of the Year. Il vizio di giocare in maniera troppo aggressiva lo avrebbe perseguitato a lungo: Joe metteva numeri impressionanti ma rischiava troppo, spesso rovinando partite già vinte. Le cose, però, miglioravano poco alla volta, tanto da consentirgli nel 1967 di superare per la prima volta nella storia del football pro le 4.000 yards di lanci. Ci sarebbero voluti 12 anni prima che il record fosse battuto da Dan Fouts dei Chargers. A renderlo però popolarissimo a New York e non solo fu il suo stile di vita non convenzionale, perfettamente in linea con lo spirito del tempo.

Invece di schermirsi, Namath si vantava del suo talento. In un’intervista disse che “sono convinto di essere il migliore di sempre, lo so da un pezzo. Se mi guardo in giro non vedo nessuno che può fare meglio di me. Quando sbaglio, me la prendo con me stesso. Mi dico ‘se sei il migliore, fai le cose per bene’”. Invece di fare vita da atleta, Broadway Joe frequentava i night club, andava a giro con ragazze vistose e gradiva assai l’alcool. Una delle sue battute più memorabili fu “mi piace il mio Johnnie Walker rosso e le mie donne bionde”. Uno come lui sembrava fatto apposta per la città che non dorme mai.

L'impresa più grande

Nonostante i miglioramenti, i Jets sembravano ancora molto lontani dalla meta. A parte la tendenza ai turnover di Namath, però, il resto della squadra era decisamente in palla. La stagione 1968 vide un finale memorabile dei biancoverdi, che riuscirono ad approdare al Super Bowl III liberandosi nell’AFC Championship i rognosissimi Oakland Raiders. Nella finale a Miami, però, avevano di fronte i favoritissimi Baltimore Colts, che avevano dominato in lungo e in largo la stagione. All’epoca la NFL era vista come la lega migliore, quella dove si giocava il football che aveva garantito ai Packers di Lombardi i primi due Super Bowl.

La AFL, invece, era una roba troppo moderna, tutta passaggi rischiosi e difese inadeguate. Il tecnico dei Falcons Norm Van Brocklin, a pochi giorni dalla partita, disse che avrebbe parlato di Namath “dopo che avrà giocato la sua prima partita da professionista”. La cosa, a dire il vero, non preoccupava Broadway Joe, ben più interessato a passare le giornate a godersi il sole in piscina, circondato da groupies e giornalisti. Quando si sentì rivolgere la solita domanda per la millesima volta, Namath sbottò: “Domenica vinciamo noi, ve lo garantisco”.

Appena gli riferirono della sparata del suo quarterback, coach Ewbank andò su tutte le furie, tanto da fargli ammettere in seguito che “avrebbe voluto sparargli”. Eppure entrambi sapevano che i Colts avevano un problema strutturale: tenevano in campo i titolari della difesa in ogni caso, il che alla lunga poteva essere pericoloso. Namath pensava che la secondaria dei Colts non sarebbe stata in grado di reggere il confronto coi loro ricevitori. Al calcio d’inizio, tutti all’Orange Bowl si resero conto che le previsioni della vigilia erano completamente sbagliate. Baltimore non riusciva a segnare, finendo sotto per 16-0 all’inizio dell’ultimo quarto.

Dopo aver concesso tre intercetti, i Colts furono costretti a cambiare QB: fuori Morrall, dentro il veterano Johnny Unitas. La stella riuscì a rivitalizzare l’attacco, segnando un touchdown ma ormai era troppo tardi. I Jets vinsero 16-7, mettendo a segno la sorpresa più grande nella storia del football. Broadway Joe, quello poco serio, poco preciso, venne nominato MVP, diventando il primo a vincere il titolo sia al college che nella NFL. Il futuro sembrava davvero suo.

Il lungo addio

Ormai diventato famoso in tutta America, Joe Namath alternava buone prestazioni in campo con spot televisivi e comparsate nei media. Le cose, però, si sarebbero complicate a breve. Dopo essere usciti con i Chiefs nel 1969, Broadway Joe incappò in una serie di infortuni sempre più gravi. Dopo due stagioni nelle quali giocò solo otto partite, Namath tornò a pieno servizio nel 1972 ma non fu abbastanza per garantire il successo ai suoi Jets. I record di lanci e touchdown erano sempre suoi, ma anche quello degli intercetti, un problema che non avrebbe mai superato fino in fondo. Quando si fece di nuovo male nel 1973, molti a New York iniziarono a perdere fiducia nel proprio talismano. Il cambio di mano tra Ewbank e Charlie Winner garantì una buona stagione a Namath, tanto da garantirgli il titolo di Comeback Player of the Year, ma il 1974 sarebbe stato il suo ultimo anno positivo ai Jets.

I troppi errori furono un macigno al collo di New York, che finì per due stagioni con il medesimo record nella regular season: un umiliante 3-11. Lo score di Joe nel 1976 fece capire a tutti che la fine era vicina: 16 intercetti per soli 4 touchdowns. Nonostante l’affetto di un’intera città, era giunto il momento di cambiare. I Jets si rivolsero ancora ad Alabama, selezionando nel draft il promettente quarterback Richard Todd, uno sgarbo che convinse Broadway Joe ad accettare la corte della neonata World Football League.

I Chicago Winds lo volevano ma Namath chiese troppi soldi: buon per lui, visto che la WFL sarebbe fallita pochi mesi dopo. Gli ultimi anni a New York furono dimenticabili, tanto che all’inizio del 1977 fu liberato dal contratto. Namath finì ai Rams di Los Angeles ma dopo esser stato massacrato dalla difesa dei Bears, fu messo in panchina. Alla fine della stagione annunciò il suo ritiro. Nelle 13 stagioni giocate, si era guadagnato di diritto un posto nel pantheon delle divinità del football ma la sua vera eredità sarebbe stata fuori dal campo. Namath sarebbe stato il prototipo delle superstar del futuro.

La nascita di Broadway Joe

Cosa rendeva Joe Namath una bestia rara, un modello da imitare per tutti coloro che l’avrebbero seguito? Il fatto che, fin da quando approdò nella Grande Mela, sapeva già esattamente quel che voleva fare. Il soprannome che l’avrebbe accompagnato per il resto della sua vita non sarebbe potuto essere più appropriato. La storia inizia subito dopo la firma del contratto, quando andò a New York con due suoi amici d’infanzia. Namath racconta come non vedessero l’ora di andare a Manhattan, ben lontano da Flushing Meadows, dove c’era lo storico impianto dei Jets, lo Shea Stadium. “Volevamo andare in centro, dove c’erano le luci, dove c’era Broadway. L’atmosfera era incredibile, c’era il teatro, il traffico dell’ora di punta, la gente che si fermava chiedendosi perché mai ci fossero delle luci che mi seguivano”. Le luci erano quelle dei fotografi di Sports Illustrated, la bibbia dello sport americano che aveva deciso di metterlo in prima pagina. All’epoca i novellini erano a malapena considerati, quindi i veterani dei Jets non la presero per niente bene.

In un’intervista di qualche anno fa, Namath racconta come nacque il famoso soprannome. “Eravamo allo stadio ad allenarci e quando siamo tornati nello spogliatoio ognuno di noi ha visto che sulla sedia c’era Sports Illustrated con in copertina la mia foto davanti a Broadway. Ero imbarazzato, non era semplice per un rookie. Di solito stiamo zitti e teniamo la testa bassa”. Ad esprimere lo sdegno dei veterani fu uno dei giganti della linea offensiva, il tackle Sherman Plunkett, che parlò a nome di tutti. “Plunkett sedeva lì, guardandomi mentre stavo in piedi dall’altra parte dello spogliatoio. Ci guardiamo per un secondo e fui stupito dal vedere che mi sorrideva amichevolmente. Non disse altro che ‘proprio a Broadway? Allora ti chiameremo Broadway Joe’. Quel soprannome non l’avevo mai sentito prima”. Questo non impedì a Namath di comportarsi di conseguenza, facendo di tutto per dare spettacolo dentro e soprattutto fuori dal campo. L’America non sarebbe più stata la stessa.

Una personalità straripante

Per descrivere cosa rese Joe Namath una presenza comune nelle case di tutti gli americani servirebbe forse un libro ma possiamo provare a darvi un’idea di come cambiò il mondo dello sport. Fino ad allora, infatti, gli sportivi guadagnavano bene ma non cifre assurde. Dopo aver fatto segnare il record per un debuttante nella NFL, Broadway Joe non si sarebbe più fermato, trovando sempre nuovi modi per capitalizzare la sua popolarità. Invece del solito sportivo noiosetto, tutto d’un pezzo, Namath voleva far festa, mostrare a tutti quanto si stesse divertendo. Per la prima volta, un giocatore di football diventò cool, rivaleggiando con Mohammed Ali o Wilt Chamberlain. Joe, però, era un ribelle nato, tanto da non sopportare i limiti imposti dalla NFL.

Appena vinto il Super Bowl, aprì con qualche altro socio un night club nell’Upper East Side di Manhattan. Il fatto che fosse frequentatò da attori, celebrità, modelle procaci e parecchi membri della mafia fece andare su tutte le furie il commissioner della NFL Pete Rozelle. Citando una clausola del contratto, impose a Namath di vendere la sua quota del club o beccarsi una squalifica. Come rispose Broadway Joe? Annunciò che si sarebbe ritirato dal football. Dopo essersi preso una valanga di prime pagine, vendette il club e tornò ad allenarsi coi compagni ma l’esposizione mediatica gli avrebbe aperto porte impensabili fino a quel momento.

Nella lunga pausa tra le stagioni NFL, Joe Namath si divertì a provare di tutto. Dalle mille pubblicità ad un vero e proprio talk show, che andò in onda nel 1969. Non durò molto, solo 13 episodi ma gli diede la possibilità di intervistare gente come Muhammad Ali, un giovane Woody Allen ed il grande drammaturgo Truman Capote. L’anno dopo decise di passare al grande schermo, con un filmetto con la bomba sexy Ann-Margret ed il grande Anthony Quinn. A dire il vero non era ‘sto granché ma comunque Joe si divertì parecchio, tanto da guadagnarsi qualche comparsata in televisione, inclusa la famosa serie televisiva “La famiglia Brady”.

Namath riusciva a trasformare qualunque cosa in pubblicità gratuita, incluso quando si fece crescere i baffi, scatenando la reazione dei conservatori. Non lo fece per causare scandalo, gli piaceva l’idea. Per non saper né leggere né scrivere, firmò un contratto con una ditta di rasoi e se li fece tagliare per uno spot televisivo. Quando fu inquadrato nel 1971 con un cappotto di pelliccia bianco e pantaloni a zampa d’elefante si guadagnò le prime pagine, come quando fu il primo a mettersi delle scarpe da gioco bianche, uno dei suoi elementi distintivi fin dai tempi del college.

La fama di tombeur de femmes lo rese popolarissimo tra i giovani degli anni ‘70, come il fatto di non nascondere il fatto di non preoccuparsi troppo del fatto che il giorno dopo ci fosse una partita importante. Leggenda vuole che Namath avesse passato la notte prima del Super Bowl III in dolce compagnia in quel di Miami. Quando poi, nel 1972, si presentò agli Oscar al braccio del sogno proibito di mezzo mondo, l’esplosiva Raquel Welch, il suo ruolo di sex symbol fu garantito a vita. Il bello è che piaceva agli uomini, che avrebbero voluto essere come lui, e alle donne, che avrebbero ceduto volentieri alle sue avances.

Nel corso degli anni fece una serie infinite di pubblicità, vendendo davvero di tutto, dall’acqua di colonia alle macchine da scrivere della Olivetti, dalla crema da barba con la star di Charlie’s Angels Farrah Fawcett alla pubblicità più iconica, quella che lo vedeva indossare un paio di collant. Joe Namath era davvero unico anche nel prendersi poco sul serio. Il mondo dello sport gli deve molto, nel bene e nel male. Nessuno a New York l’ha dimenticato.

Era il simbolo di un tempo più leggero, più felice, dove tutto sembrava ancora possibile. Da allora tanti campioni sono entrati nell’immaginario collettivo o hanno battuto i suoi record. Per chi c’era e chi l’ha tifato, però, non ci sono dubbi: Broadway Joe è il più grande di sempre. Storie come la sua possono succedere solo in America. Luca Bocci

Il Basket.

Magic Johnson nel club degli sportivi miliardari: più soldi da imprenditore che da sportivo. Storia di Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

Earvin «Magic» Johnson è il quarto sportivo professionista a diventare miliardario, ma sul campo l’ex leggenda dell’Nba ha guadagnato molto meno degli altri colleghi «Paperoni» Michael Jordan e LeBron James, come del golfista Tiger Woods.

«Solo» 40 milioni dal basket di campo

Per un atleta che ha chiuso la sua carriera da giocatore di basket oltre 30 anni fa (nel 1991 la sua ultima partita ai massimi livelli), hanno fatto la differenza soprattutto le scelte oculate nelle vesti di imprenditore. Sui campi da basket è stato tra i più forti, ma ha guadagnato come professionista «solo» 40 milioni di dollari, rispetto alla ricchissima Nba odierna (su un totale di 479 milioni di dollari in 20 anni, lo stipendio di LeBron solo nell’ultima stagione è stato pari a 44,5 milioni, più di quanto incassato da Johnson in tutta la carriera). Nel club degli sportivi miliardari Magic dimostra così che come uomo d’affari ha saputo reinventarsi meglio, battendo tutti gli altri specialmente con gli investimenti.

«Magic» patrimonio: squadre, assicurazioni, cinema e caffè

Dopo l’addio al basket, Magic Johnson ha messo a segno tanti altri canestri sotto forma di investimenti e scelte finanziarie azzeccate. Da imprenditore attento ha saputo spaziare dalle quote delle squadre sportive ai cinema, fino alla catena di caffetteria Starbucks e alle assicurazioni sanitarie. Ora il cinque volte campione Nba possiede una quota di minoranza dei Washington Commanders, franchigia di football americano, e tre squadre professionistiche di Los Angeles: le Sparks della Wnba (la lega americana professionistica femminile di basket), i Dodgers del baseball e i Lafc, club di calcio campione degli Stati Uniti per il quale gioca attualmente Giorgio Chiellini. Del suo patrimonio attuale fanno parte anche gli introiti derivanti dalla partecipazione del 60% alla società di assicurazioni sulla vita EquiTrust, comprata nel 2015 e che rappresenta attualmente la maggior parte delle entrate dell’ex Nba. Infine intrattenimento e caffetteria, con una catena di cinema tutta sua e una joint venture con Starbucks, per aprire sale e locali specialmente nei quartieri abitati da cittadini afroamericani. Al conto delle aziende non manca infine un impianto di imbottigliamento della PepsiCo, situato non lontano da Washington.

Imprenditore più forte dell’Hiv

La carriera post-basket di Magic Johnson è stata così decisamente più fortunata delle ultime battute della sua carriera e di quella, breve, da allenatore Nba (fu suo l’allora record negativo di dieci sconfitte consecutive nella storia dei Lakers. Dopo questa esperienza la leggenda ha deciso di non voler più proporsi come coach). Nel mondo degli affari, spesso lontani dal mondo della pallacanestro, «Magic» ha dato una svolta alle sue «prestazioni» e di certo al peso del suo portafogli, fino agli attuali 1,2 miliardi registrati da Forbes. Uno spirito di iniziativa che non è stato compromesso dalle sue condizioni di salute, dopo che ha trascorso oltre 30 anni, quasi metà della sua vita di 64enne, convivendo con l’Hiv. Risultato positivo dopo la stagione 1990-91, annunciò inizialmente il ritiro, ma riuscì poi a tornare in campo per giocare altre 32 partite ufficiali con i Lakers. Fu però poi costretto a lasciare definitivamente l’agonismo, non tanto per un peggioramento della sua salute, quanto per le polemiche provocate dalla presenza in campo di un giocatore sieropositivo. Per Johnson si trattò soprattutto di un dramma umano, oggi ben ripagato dagli affari che ha saputo concludere lontano dai campi di basket.

Quando i Globetrotters cacciarono i Lakers da Minneapolis. Nonostante i grandi successi ottenuti a Los Angeles, i gialloviola sono arrivati in California solo nel 1960. A rovinare il rapporto con la città del Minnesota fu una sconfitta con una squadra nata per rappresentare un popolo e far divertire grandi e piccini. Luca Bocci l'1 Giugno 2023 Su Il Giornale.

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 Nati sotto un altro cielo

 La sfida con “gli altri”

 La fine della segregazione

 Il rimpianto di Minneapolis

Giugno nel calendario dello sport americano vuol dire solo una cosa: le NBA finals. Anche se quest’anno le cose non sono andate secondo le previsioni, spesso e volentieri a giocarsi il titolo della lega professionistica più importante al mondo c’è una squadra inconfondibile, i cui colori sono diventati sinonimo della città degli angeli e del mito della California. Eppure, le cose non sono andate sempre così. Settant’anni fa, il basket sembrava alieno a queste latitudini, roba da East Coast, da gente che d’inverno deve rifugiarsi in un’arena per non morire di freddo.

Per far approdare da queste parti una franchigia nata molto lontano e, poco alla volta, trasformare gli abitanti in maniaci della palla a spicchi ci volle una serie di circostanze curiose e, incredibilmente, una partita con una squadra altrettanto iconica. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Los Angeles per raccontarvi la storia di come i Lakers arrivarono qui dal Minnesota e di come questo trasferimento fu la conseguenza di una sconfitta rimediata contro gli Harlem Globetrotters. 

Nati sotto un altro cielo

Siamo talmente abituati a parlare di Los Angeles Lakers da non riuscire nemmeno ad immaginarsi che questa franchigia sia nata altrove. Dici Lakers e la gente pensa subito al giallo e al viola, al gancio cielo di Kareem, al Fabulous Forum, ai tanti miti che hanno fatto la storia del basket losangelino. Pochi si fermano però a chiedersi cosa diavolo c’entrino i laghi con una terra come la California del Sud, dove di laghi ce ne sono davvero pochi. La cosa cambia parecchio quando si passa dal Sunshine State alla vera patria dei Lakers, quel Minnesota che batte la Finlandia 10 a uno: se il paese scandinavo ne ha mille, lo stato nordamericano di laghi ne ha addirittura diecimila. Quando si è seduti su una storia di successi senza pari nella NBA, con solo i Boston Celtics a pareggiare il numero di titoli vinti, molti si dimenticano degli anni passati dalla franchigia nelle Twin Cities di Minneapolis e Saint-Paul. La cosa fa storcere il naso agli appassionati del basket d’annata. Nei 12 anni passati da quelle parti, i Lakers diedero origine alla prima dynasty della palla a spicchi, prima di essere soppiantati dai Verdi di Red Auerback e di un certo Bill Russell. I primi 5 dei 17 titoli dei gialloviola furono vinti dal 1949 al 1954, quando la squadra di Minneapolis poteva vantare un talento incredibile come George Mikan, un giocatore assolutamente dominante per l’epoca. 

Eppure la franchigia era nata altrove, più ad est, in quella che all’epoca era una delle città più ricche e raffinate d’America, Detroit. Creata nel 1946 come un expansion team della National Basketball League, la franchigia era nata dall’idea di un gioielliere appassionato di basket, Maurice Winston. Per farsi un minimo di pubblicità gratuita, decise di chiamare la sua squadra “le gemme”. Sfortunatamente il nome era l’unica cosa scintillante di quella squadra, che a Motown non collezionò che una serie interminabile di sconfitte. I Gems sono infatti la squadra più perdente della storia delle quattro leghe professionistiche di basket americane, chiudendo la loro esperienza in Michigan con un devastante 4-40. Il gioielliere si stancò di esser preso in giro e decise di ridurre le perdite, sbarazzandosi della franchigia. 

Per sua fortuna c’erano due proprietari pronti a proseguire l’avventura, Benny Berger e Morris Chaflen. Visto che a Detroit avevano fatto terra bruciata, meglio trasferirsi altrove, in una città forse meno ricca ma più abituata agli sport al chiuso: Minneapolis. Grazie alla stagione disastrosa, i Lakers si guadagnarono la prima scelta del draft e la possibilità di assicurarsi i servigi di un incredibile talento di Joliet, Illinois che aveva fatto faville con la maglia della DePaul University. Non lo sapevano ancora ma il pivot sarebbe diventato la prima superstar del basket, tanto famoso da essere soprannominato Mister Basketball. Assieme al visionario coach John Kundla, i Lakers avrebbero dominato la pallacanestro per sei anni, mancando solo il titolo nel 1951. Nonostante tutto, il futuro dei Lakers a Minneapolis non era così sicuro. Fino a quando Mikan dominava sotto il tabellone, tutto bene ma il rapporto col pubblico si era guastato ben prima. A rovinare tutto sarebbero state una serie di incontri con una squadra lontana mille miglia dalla pallacanestro tradizionale, nata per rappresentare un intero popolo.

La sfida con “gli altri”

Per quanto siano una delle squadre più famose al mondo, dotate di una colonna sonora tra le più riconoscibili, la celeberrima Sweet Georgia Brown con il suo inconfondibile fischiettio, nessuno si sognerebbe di prendere sul serio gli Harlem Globetrotters. Sono funamboli della palla a spicchi, capaci di evoluzioni strabilianti, le loro partite con gli eterni perdenti, i Washington Generals, fanno ridere grandi e piccini ma il basket serio è tutt’altra cosa. Le cose andavano in maniera del tutto diversa quando, il 19 febbraio 1948, la squadra più divertente del mondo incrociò le spade contro i Minneapolis Lakers per la prima volta. I 17823 spettatori del vecchio Chicago Stadium non si sarebbero mai aspettati che la partita di esibizione, la prima delle due organizzata dalla Basketball Association of America, sarebbe stata tanto importante. Max Winter, il primo general manager dei Lakers, ammise anni dopo che “non sapevamo che sarebbe diventata una delle partite più memorabili della storia del basket”.

Perché mai, mi chiedete? Basta dare un’occhiata ai giocatori in campo per capire che qualcosa non tornava: tutti bianchi i Lakers, tutti neri i Globetrotters. D’accordo, il Minnesota è uno stato ad alta percentuale di tedeschi e scandinavi ma la ragione per la composizione delle squadre era ben più seria: gli afroamericani non potevano giocare coi bianchi ma solo in squadre a loro riservate. Jackie Robinson era già stato assunto dai Brooklyn Dodgers l’anno prima, ponendo fine alla segregazione nel baseball ma ci sarebbero voluti anni prima che il variopinto mondo delle leghe professionistiche prima della nascita dell’NBA nel 1949 si mettesse al passo coi tempi. Le sfide tra le squadre di bianchi e di neri erano in grado di attirare grandi folle, tanto da convincere un giornale di Chicago, l’Herald-American ad organizzare un torneo ad inviti chiamato World Professional Basketball Tournament per mettere a confronto le squadre delle varie leghe. Nel 1939 e 1940 era stato vinto da squadre di colore, i New York Rens e gli Harlem Globetrotters, ma da lì in avanti le squadre della NBL avevano avuto la meglio sette volte su dieci. 

I Lakers erano appena arrivati in Minnesota e si erano assicurati un buon numero di talenti provenienti da una lega andata in bancarotta, la Professional Basketball League of America. I Globetrotters erano famosi ma non avevano mai affrontato uno come Mikan, forse il più grande della sua generazione. Con 103 vittorie consecutive alle spalle, i funamboli del pallone iniziarono a preoccuparsi quando il pivot mise ben 18 punti nel primo tempo, portando i Lakers avanti di 9. Harlem aveva problemi sotto al tabellone, visto che il pivot Goose Tatum era ben 18 centimetri più basso del rivale. Quando iniziarono a raddoppiare sistematicamente Mikan, la musica cambiò decisamente: dopo aver messo solo sei punti si prese anche un tecnico. Sul 59 pari la palla arrivò a Marques Haynes, forse il miglior palleggiatore di sempre. Visto che non era ancora stato inventato lo shot clock, il play di Harlem scherzò tutti i Lakers fino a pochi secondi dalla sirena per passare la palla ad Ermer Robinson. La linea dei tre punti non c’era ancora ma non importava: il tiro dalla luna si infilò senza sfiorare il ferro. 61 Harlem 59 Minnesota: gli “altri” avevano vinto di nuovo.

La fine della segregazione

La notizia si sparse in un batter d’occhio in tutta l’America. I Lakers stavano vivendo una stagione unica ed avevano quello che universalmente era considerato il miglior giocatore d’America ma avevano comunque perso dai Globetrotters. Nel 1988, quando un giornalista del Minnesota intervistò molti dei giocatori ancora vivi, alcuni provarono a dire che non avevano preso la partita sul serio, che, in fondo, era solo un’amichevole. In realtà la sconfitta pesò eccome, tanto da dare il via ad una vera e propria rivalità. Nelle teste di tanti appassionati di basket iniziò a farsi strada l’idea che anche una dynasty come i Lakers non era davvero reale, visto che non aveva dovuto affrontare i talentuosi cestisti di colore. Nei dieci anni successivi l’incontro si ripeté per otto volte; Harlem vinse le prime due, Minnesota le altre sei ma la partita aveva già perso parecchia importanza. Come mai? Come avrebbe detto qualche tempo più tardi un altro figlio di Minneapolis, Bob Dylan, the times they’re a-changing. Il cambiamento era arrivato anche nella neonata NBA, grazie anche alle partite tra i Lakers ed i Globetrotters. 

Nella primavera del 1950, uno dei giocatori simbolo di Harlem, Nat “Sweetwater” Clifton fu tra i primi tre afroamericani a diventare un giocatore della NBA, due anni dopo il primo giocatore non-bianco, il nippo-americano Wataru Misaka. Lo storico del basket Claude Johnson non sottovaluta l’importanza delle partite coi Lakers per la fine della segregazione nel basket professionistico: “Forse il momento più importante per gli afroamericani fu il 1939, quando a vincere il primo campionato del mondo di basket fu una squadra di neri ma le partite tra Lakers e Trotters contribuirono all’integrazione della lega. Il proprietario dei Knicks, Ned Irish, aveva bisogno di un pivot ed aveva visto come Sweetwater Clifton se la potesse giocare con Mikan. Fu per questo che minacciò di andarsene dalla lega se la NBA non gli avesse permesso di ingaggiarlo”. La cosa fa ridere oggi ma furono in molti a lamentarsi di questa apertura. Eddie Gottlieb, proprietario dei Philadelphia Warriors, era tra chi avrebbe voluto lasciare le cose come stavano. Dopo aver perso la votazione ne disse di tutti i colori ai suoi colleghi: “Non sapete cosa avete fatto, brutti idioti. Avete rovinato il basket!”. Strano che a dirlo fosse uno come The Mogul, che si era fatto le ossa nella lega riservata ai neri ed aveva organizzato le trasferte all’estero dei Globetrotters. Una cosa è certa: la pallacanestro non sarebbe più stata la stessa. 

Il rimpianto di Minneapolis

Chiaramente abbiamo esagerato quando abbiamo detto che furono i Globetrotters a “cacciare” i Lakers da Minneapolis ma certo le sconfitte contro Harlem non aiutarono la franchigia a costruirsi una solida base. Fino a quando Mikan dominava in campo e la squadra vinceva tutto, le cose andavano più o meno bene ma quando il centro appese le scarpette al chiodo nel 1956, la situazione precipitò molto in fretta. Dopo quattro stagioni da dimenticare, il nuovo proprietario Bob Short si accorse che il pubblico non era più quello da una volta e iniziò a spingere per ottenere dalla NBA il permesso di trasferirsi sulla costa occidentale. Ci sarebbero voluti 29 anni prima che il basket tornasse nelle Twin Cities con la fondazione dei Timberwolves. Eppure, molti a Minneapolis non sono mai riusciti a dimenticare i Lakers. La differenza in quanto a successi tra le due squadre è clamorosa. Dopo essersi trasferiti a Los Angeles i Lakers sono arrivati in finale quasi una volta su due, vincendo dodici titoli. I Timberwolves non ci sono andati nemmeno vicini in 34 anni. La cosa che, però, fa più rabbia ai tifosi di Minneapolis è come l’addio dei Lakers abbia segnato l’inizio di una vera e propria maledizione. La cosa è molto meno assurda di come potrebbe sembrare, almeno da quanto si legge da un articolo pubblicato sul principale giornale del Minnesota, lo Star-Tribune, per celebrare i 50 anni dall’addio della franchigia gialloviola. 

L’autore, Patrick Reusse, preferisce ignorare che, a partire dal 1960, la squadra più amata dello stato, i Vikings, abbiano raccolto davvero poco dalla loro permanenza nella NFL, arrivando al Super Bowl quattro volte per perdere ogni volta. A far arrabbiare parecchio i tifosi di Minneapolis, il fatto che l’ultimo atto dei Lakers prima di andarsene avvenne l’11 aprile 1960, quando come seconda scelta nel draft la franchigia scelse Jerry West. Proprio dopo aver sofferto per anni dopo l’addio di un campione come Mikan, se ne vanno dopo aver scelto un altro tra i grandi dello sport? D’accordo, le cinque serie di finali degli anni ‘60 le persero tutte contro i Celtics ma chissà come sarebbero andate le cose se fossero rimasti? D’altro canto, però, essere in un mercato importante come Los Angeles non può essere trascurato. Quando Jack Kent Cooke comprò i Lakers, fu in grado di permettersi di offrire uno stipendio mostruoso a Wilt Chamberlain solo perché gli sponsor in California erano disposti a tutto pur di averlo nella città degli angeli. Sarebbe stato così entusiasta di lasciare Philadelphia per trasferirsi a Minneapolis? Non credo proprio. Kareem se ne andò dai Bucks dopo aver trasformato Milwaukee in una franchigia vincente per “ragioni culturali”. Avrebbe scelto i Lakers se fossero rimasti in Minnesota? Improbabile. Cosa dire di Shaquille O’Neal, la cui carriera musicale e nel cinema fu una delle ragioni che lo spinsero a lasciare Orlando? Quando Jerry West strappò il diciassettenne Kobe Bryant agli Hornets, cedendo Vlade Divac in uno dei trade più incredibili di sempre, avrebbe potuto farlo se fossero rimasti a Minneapolis? 

Eppure la fortuna ha giocato un ruolo non indifferente nelle fortune di queste franchigie. Tanto sono stati sfigati i Timberwolves, tanto fortunati sono stati i Lakers, almeno a sentire gli abitanti del Minnesota. Certo, quando nel 1976 i Lakers spedirono Goodrich agli Utah Jazz, ricevendo in cambio le scelte al primo turno per i draft del 1978 e 1979 non potevano certo immaginarsi che una di quelle scelte gli avrebbe consegnato gratis un talento generazionale come Magic Johnson. Visto che la Dea Bendata ha voltato le spalle al Minnesota da quando se ne sono andati i Lakers, nessuno crede davvero che un colpo di fortuna del genere sarebbe capitato davvero. Anche se non l’ammetteranno mai, sanno bene che i successi dei gialloviola sono legati a triplo filo a Los Angeles. Pensate che Jerry Buss avrebbe rischiato il suo intero patrimonio per comprare una franchigia in Minnesota? Non esiste. Non saranno nati in California ma i Lakers non avevano futuro nel profondo nord del paese. Eppure, ogni volta che i gialloviola si presentano al Target Center, in pieno centro città, i tifosi non possono fare a meno di pensare che quei dodici titoli in più sarebbero potuti essere loro. D’altro canto, se un sogno è così bello, a cosa serve la realtà? Una cosa è certa: storie del genere possono succedere solo in America.

Jimmy V, il coach che sconfisse anche la morte. Luca Bocci il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Dopo il trionfo nel 1983, il tecnico di basket italo-americano riuscì a cambiare per sempre l'America anche dopo la sua morte. Il suo storico discorso agli ESPYs diede il via ad una fondazione per la ricerca sul cancro che ha raccolto centinaia di milioni: "Se ridi, pensi e piangi, è stata davvero una bella giornata"

Tabella dei contenuti

 Il coach del "miracolo"

 Il mito del "Cardiac Pack"

 Il discorso della vita

 La vera eredità di coach Valvano

Poche figure rendono meglio la differenza tra il mondo dello sport americano e quello europeo come la figura dell’allenatore. Se alle nostre latitudini non mancano i “mister” famosi, capaci di uscire dall’ambito sportivo, il “coach” in America assume significati insospettabili. Se i tecnici delle grande franchigie professionistiche sono in grado di staccare cachet da capogiro per parlare a conventions aziendali, le figure più particolari sono gli allenatori delle squadre di college. Dover avere a che fare esclusivamente con ragazzi di nemmeno vent’anni richiede una combinazione di talenti inconsueta. Quando si convince le famiglie, quando si assembla una squadra, il coach deve essere un fine psicologo e un motivatore a prova di bomba.

Il fatto che, di solito, le università si affidino ad un tecnico per molti anni li fa diventare parte integrante dell’identità di queste istituzioni. Immaginare la Crimson Tide di Alabama senza Nick Saban è quasi impossibile, come i Blue Devils di Duke senza Mike Krzyzewski. Eppure, in qualche caso, l’impatto di un tecnico è talmente grande da battere addirittura la morte. Ecco perché questa settimana “Solo in America” vi porta a Raleigh, North Carolina, per raccontarvi la storia di un colorito allenatore italo-americano che riuscì a cambiare il mondo anche dopo aver lasciato questa valle di lacrime. La cosa più curiosa è che gli bastò un memorabile discorso, non nello spogliatoio ma in televisione. Trent’anni dopo ripercorriamo la storia di James Valvano, l’indimenticabile Jimmy V.

Il coach del "miracolo"

La storia di questo tecnico davvero sui generis era iniziata molto lontano dalle colline della Carolina, nel Queens, il colorito borough di New York a forti tinte italo-americane, il 10 Marzo 1946. Il grande amore del figlio di una normale famiglia di immigrati era sempre stato il basket, prima alla Seaford High di Long Island, poi a Rutgers, dove aveva vinto il premio di atleta dell’anno nel 1967. Visto che non era abbastanza bravo per passare nella NBA, decise di rimanere all’università, entrando nello staff tecnico degli Scarlet Knights. Jimmy V se la cavava bene, tanto da passare prima a Connecticut, poi alla Johns Hopkins e alla Bucknell. A far alzare un sopracciglio ai tradizionalisti, i suoi metodi poco convenzionali: il suo programma nella radio del college aveva come sigla la colonna sonora de “Il Padrino” e nel riscaldamento non disdegnava scendere in campo coi suoi ragazzi con la maglia da gioco, tirando con loro.

Il giovane tecnico si guadagnò un contratto di cinque anni all’università di Iona, dove a partire dal 1975, trascinò questa piccola squadra a grandi risultati, inclusa una storica vittoria nel 1980 contro i futuri campioni NCAA di Louisville. Questo fu abbastanza per attirare l’attenzione di North Carolina State, università ansiosa di tornare alla grandezza. Il colloquio con Willis Casey, direttore atletico di NC State, fu memorabile: quando gli chiese perché voleva venire a Raleigh, Jimmy V rispose senza esitare “perché voglio vincere il titolo”. Per convertire in realtà la spacconata del tecnico ci sarebbe voluto un vero e proprio miracolo.

La corsa del Wolfpack nel 1983 è entrata nella storia dello sport americano come un’impresa paragonabile al famoso “miracle on ice” delle Olimpiadi di Lake Placid. Arrivati al torneo con dieci sconfitte in stagione, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla squadra di coach Valvano. Eppure, nonostante fossero arrivati nell’ultimo quarto della finale contro la favoritissima University of Houston di Clyde Drexler ed Hakeem Olajuwon, riuscirono a giocarsi la vittoria sul filo di lana. Contro l’esplosiva confraternita della schiacciata, fu proprio una slam dunk all’ultimo secondo a consegnare la vittoria a North Carolina State.

Nelle dieci stagioni passate a Raleigh, NC State arrivò otto volte nel torneo finale della NCAA, vincendo due titoli della combattutissima Atlantic Coast Conference. Jimmy V divenne talmente importante da prendersi anche il potente ruolo di athletic director, caso abbastanza raro nel college basketball. Eppure nel Gennaio 1989 il tecnico italo-americano finì nel mirino delle autorità per una serie di irregolarità amministrative nel suo programma. L’università fu quindi esclusa dalle finals del 1990 e messa sotto il microscopio. A far cadere il regno di Jimmy V fu uno scandalo ben peggiore, legato alla pratica illegale di aggiustare i risultati delle partite per favorire certi scommettitori. Il cosiddetto “points shaving” mise coach Valvano sulla graticola, costringendolo a rassegnare le dimissioni il 7 aprile 1990. La sua carriera era finita, ma la sua leggenda era solo iniziata.

Il mito del "Cardiac Pack"

Nessuno in America ha però dimenticato la corsa straordinaria di quella Cenerentola del canestro. Se all’epoca gli avevano affibbiato il simpatico soprannome di “Cardiac Pack”, non solo perché correvano come dei disperati ma anche perché mettevano a rischio le coronarie dei propri tifosi, il resto del paese lo conosce meglio come il “Team of Destiny”. La favola del piccolo Davide che mette sotto la prepotenza atletica del Golia del South Texas ha catturato l’immaginazione dell’intera America, che va pazza per storie del genere.

Da allora, i giocatori di quello storico Wolfpack non fanno altro che raccontare dettagli su quella meravigliosa stagione. Bailey, il tiratore migliore, ricorda come buona parte del successo fosse dovuto alla preparazione meticolosa del tecnico del Queens. “Coach V ci aveva preparato bene. Eravamo una buona squadra ma parecchie cose girarono bene. Chi parla di una squadra destinata al successo dimentica che se la fortuna ti deve dare una mano, sta a te scendere in campo e fare quello che devi fare”. A far funzionare un gruppo di buoni giocatori era sicuramente il gioviale, colorito tecnico italo-americano: “Coach V era unico. Quando bisognava scendere in campo era estremamente serio e ci spiegava cosa fare in campo. Fu lui a coniare il detto ‘survive and advance’, ovvero reggere quanto basta per trovarsi sempre in condizione da poter vincere una partita in ogni caso”.

Tutti ricordano quella Final Four ad Albuquerque contro Georgia, Louisville ed Houston, tre delle squadre più spettacolari ed efficaci dei primi anni ‘80. Bailey ricorda come per rispondere al famoso soprannome di Houston, anche loro coniarono un nomignolo per l’occasione, “Phi ‘Pack Attacka”. Con tutta la benevolenza del mondo, decisamente meno fortunato di quello di Drexler e compagni. Alla fine, però, le cose si misero bene per gli alfieri del North Carolina. Il tecnico di Houston Guy Lewis rallentò il ritmo, sperando di tener basso il punteggio ma i suoi sbagliarono parecchi tiri liberi. Con il punteggio inchiodato sul 52 pari, Whittenburg sparò un tiro della disperazione dalla lunghissima distanza che non prese nemmeno il ferro. Per fortuna di Jimmy V, però, Charles lo prese in volo, ribadendolo a canestro con una schiacciata.

Mannion, che quel giorno ad Albuquerque c’era, ricorda come “quando riguardi quella giocata ti viene da pensare che fosse davvero tutto scritto. Se esamini il percorso di North Carolina State, dalla prima gara alla finale, non puoi che credere che quel titolo era scritto nelle stelle. Più di una volta sembravano spacciati ma in qualche modo riuscivano comunque a vincere. Quella squadra era davvero destinata a fare grandi cose”. Eppure, nessuno dei giocatori del Wolfpack si sarebbe mai immaginato che il loro amato allenatore avrebbe finito per cambiare il mondo non sul parquet ma di fronte ad una telecamera.

Il discorso della vita

Una volta lasciata la panchina, Jim Valvano si era reinventato come telecronista, collaborando con successo alle telecronache della ESPN, la principale emittente sportiva via cavo americana. A quasi dieci anni dal trionfo nella Final Four, però, la vita scaricò una tonnellata di mattoni sulla testa del coriaceo figlio del Queens. Un verdetto di quelli che non ammette repliche, un tumore molto aggressivo contro il quale c’era ben poco da fare. Nonostante non avesse ancora 50 anni, Jimmy V non volle mollare nemmeno per un secondo, continuando a fare le sue telecronache nonostante le sue condizioni deteriorassero giorno dopo giorno.

Quando ormai era chiaro che il suo percorso terreno era quasi arrivato alla fine, la sua emittente volle premiarlo per il suo impegno nel sociale, assegnandogli il prestigioso Arthur Ashe Courage and Humanitarian Award. La premiazione, ironicamente, sarebbe avvenuta proprio nella sua New York, nel corso degli ESPYs tenuti al Madison Square Garden. Coach V non era in grado nemmeno di camminare bene ed ebbe bisogno dell’aiuto di un altro grande del basket, l’allenatore di Duke Mike Krzyzewski, per arrivare sul palco. Quando, però, la lucetta rossa della telecamera si accese, le parole del figlio del Queens cambiarono la storia degli Stati Uniti.

Sono passati 30 anni da quel 4 Marzo 1993 ma nessuno in America ha mai dimenticato quei dieci minuti che venivano dal cuore. Jimmy V si era fatto voler bene per la sua personalità, le sue battute sagaci, il suo amore per la vita unito ad un carisma e ad un entusiasmo contagioso. Nonostante fosse davvero ad un passo dalla morte, il messaggio che lanciò al paese è ancora vivo e vegeto. Il video lo trovate qui sotto ma vale la pena ricordare alcuni dei passaggi più memorabili. “Per me ci sono tre cose che ognuno dovrebbe fare ogni giorno. Prima di tutto ridere, poi pensare, passare del tempo a riflettere sulle cose. Ultima cosa, emozionarti per qualcosa fino alle lacrime. Se ridi, pensi e piangi, è stata davvero una bella giornata”. La frase più famosa è diventata il suo motto: “Non mollare, non pensare nemmeno di mollare. Questo è quel che farò per ogni minuto che mi rimane”.

Quando qualcuno provò a ricordargli che il tempo a sua disposizione era scaduto, lo prese bonariamente a male parole, chiudendo con una frase che voleva riassumere un’esistenza intera: “Il cancro può portarmi via le mie capacità fisiche ma non può toccare la mia mente, non può toccare il mio cuore e non può toccare la mia anima. Queste tre cose continueranno per sempre, nonostante tutto. Grazie, Dio vi benedica”. James Valvano sarebbe morto qualche giorno dopo: aveva solo 47 anni. Non lo sapeva ancora, ma l’impatto che avrebbe avuto sul mondo, l’ispirazione che avrebbe dato a chiunque si trovava di fronte alla malattia o ai tanti ostacoli della vita era appena iniziata. Jimmy V si sarebbe dimostrato capace di battere anche Sorella Morte.

La vera eredità di coach Valvano

Quando Valvano si spense nell’ospedale dell’Università di Duke, le parole del collega Mike Krzyzewski fecero una grande impressione: “Jim era un sognatore, un grande motivatore e uno che non mollava mai. È rimasto fedele a sé stesso fino all’ultimo respiro. Quello che ha fatto nell’ultimo anno lottando contro il cancro è stato eccezionale. Sono sicuro che i suoi sforzi ci porteranno un giorno a sconfiggere questa maledetta malattia”. In realtà Coach K non si stava solo riferendo al suo esempio umano ma anche alle varie attività che aveva messo in moto, che avrebbero portato frutti inaspettati nel giro di pochi anni. Prima che l’adenocarcinoma alla spina dorsale se lo portasse via, Valvano aveva iniziato ad usare il microfono delle sue telecronache per iniziare una campagna di sensibilizzazione sul cancro e raccogliere fondi. Sul palco degli ESPYs, nel corso del memorabile discorso, aveva infatti annunciato la nascita della Jimmy V Foundation for Cancer Research, usando ogni minuto a sua disposizione per diffonderne il messaggio.

Se vedo la mia situazione attuale so quello che voglio fare con il tempo che mi rimane: passarlo ad aiutare gli altri e fornirgli un po’ di speranza. Voglio che la ricerca sul cancro torni ad essere un tema di attualità. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, di fondi per alimentare la ricerca. Non servirà a salvarmi la vita, ma potrebbe salvare quella dei miei figli o quella di qualcuno a voi caro”. Trent'anni dopo la sua fondazione non solo è ancora attiva ma sta segnando record incredibili nel campo della lotta ai tumori. Si stima infatti che siano stati raccolti oltre 250 milioni di dollari per finanziare progetti di ricerca e che grazie all’attività della fondazione più di un miliardo di dollari sia stato mobilitato per migliorare la vita di tutti coloro che combattono contro il cancro. Una fondazione molto pratica, snella, che destina il 100% delle donazioni a progetti di ricerca in tutti gli Stati Uniti, mantenendo vivo il messaggio di Jimmy V.

La fondazione è riuscita a coinvolgere anche molte franchigie degli sport professionistici, specialmente nella NFL, dai Miami Dolphins ai campioni in carica dei Kansas City Chiefs, che hanno finanziato generosamente progetti di ricerca in centri specializzati delle rispettive comunità. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, il Ceo della fondazione Susan Braun ha parlato di come l’eredità di James Valvano sia ancora fondamentale. “Il nostro principio è lo stesso che espresse nel suo famoso discorso: la ricerca non salverà la mia vita, ma quella dei miei figli. Cerchiamo ancora oggi di usare ogni metodo per portare attenzione al tema della ricerca, raccogliendo l’aiuto di tanti sportivi per raccogliere fondi. In fondo lo sport sa bene cosa voglia dire lottare, superare gli ostacoli più duri e rialzarsi quando finisci al tappeto. Non bisogna distogliere lo sguardo dall’obiettivo finale, andare avanti nonostante tutto, poche yards alla volta, fino a quando non arrivi alla meta”.

Sono sicuro che, dovunque sia ora, Jimmy V sarà contento di vedere quanto bene sia riuscito a fare nonostante sia passato ad un piano d’esistenza diverso. La sua fondazione ha finanziato studi su interventi di precisione e cure specifiche che hanno aiutato enormemente la ricerca sui tumori. Non si saprà mai quante persone siano state salvate o, magari, abbiano avuto qualche anno in più da passare coi propri cari grazie all’impegno e alla dedizione di chi è stato ispirato dalla vita e dalle parole di questo figlio del Queens molto speciale.

La speranza, ovviamente, è che sempre più atleti e sportivi prendano esempio da lui, lasciando da parte le ideologie e la politica per usare la loro popolarità per fini ben più importanti. Dio solo sa se non ne avremmo tutti bisogno di questi tempi. Comunque la pensiate a riguardo, una cosa è certa: storie del genere possono succedere solo in America. Luca Bocci

La Giustizia.

Hells Angels, rivali uccisi e poi cremati. La gang di motociclisti sotto accusa per aver fatto sparire i corpi di quattro biker nemici. Patricia Tagliaferri il 23 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Negli Stati Uniti li conoscono tutti, ma sono famosi anche nel resto del mondo, non tanto per le loro rumorose Harley-Davidson e la passione per le moto, ma per le loro gesta da delinquenti. Giubbotti di pelle, braccia ricoperte di tatuaggi, occhiali da sole, capelli e barbe lunghe, gli Hells Angels, gli Angeli dell'Inferno, sono considerati una delle gang più pericolose al mondo. Di solito passano dallo spaccio di droga alle estorsioni, dal traffico d'armi allo sfruttamento della prostituzione. Tanto il dipartimento di giustizia americano li considera veri e propri criminali.

L'ultima storia che li riguarda, rivelata dal Mercury News, ha davvero dell'incredibile e ha a che fare con la sparizione di quattro cadaveri. Quattro nemici della gang cremati presso un'agenzia di pompe funebri nel nord della California, nota come «il forno per la pizza», in modo da ostacolare le indagini sugli omicidi. La vicenda è venuta fuori dopo che l'ex boss di Hells Angels, Merl Hefferman, 54 anni, che era stato capo della sede di Fresno dei bikers, si era dichiarato colpevole di aver fatto sparire il cadavere di Joel Silva, ucciso da un altro membro della band nel 2014. Dalla documentazione preparata per una sentenza della U.S. District Court di San Francisco sono emersi dettagli raccapriccianti sul modus operandi della banda di motociclisti. I pubblici ministeri hanno scoperto almeno altre tre cremazioni presso la Yost&Webb Funeral Home di Fresno.

Il direttore del crematorio, Levi Phipps, è stato ascoltato nel corso di un'udienza del processo e ha raccontato di essere stato contattato da Hefferman, il quale gli avrebbe chiesto di tenere aperta la porta dell'agenzia funebre. L'uomo ha inoltre riferito di essere stato minacciato con una pistola da due uomini che trasportavano un cadavere. Una versione, quella di Phipps, confermata dai tabulati telefonici tra lui e il boss della gang. Il macabro rituale si sarebbe ripetuto anche nel 2015, 2016 e per una quarta vittima. I membri della gang uccisi, dunque, finivano nel cosiddetto «forno per la pizza» e senza cadaveri era più facile allontanare i sospetti dagli altri membri.

Il club degli Hells Angels è stato fondato nel 1948 a Fontana in California da un gruppo di reduci della seconda guerra mondiale che passavano il tempo a viaggiare, bevendo e innescando risse. Sempre fuori da ogni regola, non sanno cosa significhi rispettare la legge. Adesso il salto di qualità con gli omicidi e il modo efficace di sbarazzarsi dei cadaveri.

Hurricane, la vera storia del pugile accusato di omicidio. Nel 1967 il potenziale campione afroamericano Rubin Carter finì all'ergastolo con l'accusa di triplice omicidio: Bob Dylan ne prese pubblicamente le difese, scrivendo una canzone leggendaria. Paolo Lazzari il 16 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Mentre percorre le strade di mezza Francia divora avidamente quelle pagine. Si mette a leggere nei caffè, nei ristoranti e pure dentro le camere d'albergo. Quando finisce, comprende che deve fare qualcosa. Così Bob Dylan alza la cornetta del telefono, gira la rotella per comporre il numero della sua etichetta discografica ed esordisce sicuro: "Ho un'idea per una nuova canzone". Poi riaggancia e stringe nuovamente la biografia del pugile "Rubin Carter - per tutti Hurricane" tra le dita: è l'incipit di una battaglia che finirà soltanto undici anni dopo.

Il film su questa storia, "Hurricane - Il grido dell'innocenza", va in onda stasera, 16 ottobre, alle 23.45 su La7.

Per contestualizzare tocca riavvolgere ulteriormente il nastro. Bisogna tornare al tragico mattino del 17 giugno del 1966, precisamente alle 2.30. Il posto è il Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey. Coda di una notte lunga che sta per trasformarsi in alba. Ultime birre pretese sul dorso del bancone umido, ultime chiacchiere, ultimi saluti. Non è una di quelle occasioni in cui ti aspetti di poter morire da un momento all'altro. La vita però è un posto strano. Un attimo sei lì che scherzi e qualche istante dopo ti ritrovi disteso per terra, in una pozza di sangue.

Due persone, afroamericani secondo le prime ricostruzioni, hanno fatto irruzione aprendo il fuoco. Uccidono due uomini e feriscono gravemente una donna, che morirà in ospedale un mese più tardi. Un quarto avventore viene preso di striscio: se la caverà, ma perderà la vista da un occhio. Premessa doverosa: Paterson, al tempo, è esattamente il tipo di posto in cui non ti vorresti trovare se la tua pelle non è bianca. La città è percorsa da anni da manifestazioni della comunità afro, che accusa la polizia di soprusi costanti.

Lampeggianti che ora incidono il buio color petrolio. Macchine costrette ad accostare. Manette per un tizio che di nome fa John Artis e per Rubin Carter. Singolare che la soffiata sia giunta da un noto malvivente, Alfred Bello, che si trovava in zona per fare una rapina. Nessuno li ha visti in volto. Però in galera ce li sbattono lo stesso. Pesa come un macigno, secondo una parte della stampa dell'epoca, il fatto che Carter abbia assunto una posizione radicale contro la polizia bianca anni prima, quando un agente aveva pestato a morte un ragazzino afroamericano.

L'accusa, pesantissima, è di triplice omicidio. La condanna, che arriva puntuale dopo un processo frettoloso, è monumentale: carcere a vita. Roba capace di disintegrare un'esistenza. Nel caso di Carter, che all'epoca ha soltanto trent'anni, anche una carriera. Rubin si muoveva infatti con disinvoltura nel circuito dei pesi medi. A boxare aveva iniziato presto, subito strappando un'attenzione dilagante tra gli addetti ai lavori. Il pubblico se n'era invaghito per la potenza con cui riusciva a sferrare i suoi pugni. Un particolare che gli era valso il soprannome di "Hurricane".

In carriera, fino a quel momento, poteva vantare 27 vittorie, un pareggio e soltanto dodici sconfitte. Aveva anche sfidato il campione dei medi e si avviava alla maturità sportiva più completa. Adesso, però, le sbarre avrebbero inibito il pugile che poteva ancora essere. Il prossimo potenziale campione del mondo languiva in una cella angusta.

Quando Bob Dylan scrive "Hurricane", la canzone che racconta la sua vicenda, Carter è in carcere da otto anni. Il pezzo viene registrato nell'ottobre del 1975, come prima traccia dell'album Desire. Dylan non si è soltanto letto tutta la Bio. Ha anche deciso di andare trovare Rubin in carcere. Adesso che è persuaso dalla sua innocenza smuoverlo è un'impresa intricata, ma gli avvocati della Columbia Records riescono comunque a convincerlo che è meglio proporre un'altra versione della canzone. Una dove non si fanno pubblicamente tutti i nomi.

La campagna della star per riaprire il processo di Hurricane, comunque, è partita. Dylan racconta la storia in ogni tappa del suo tour, che conosce il suo apice al Madison Square Garden di New York, nel dicembre del 1975, con una vera e propria nottata dedicata al pugile. Lo tsunami mediatico sortisce l'effetto desiderato. Carter è stato condannato da una giuria di soli bianchi e il processo va riaperto. L'esito però è atterrente: anche in seconda battuta viene condannato all'ergastolo. 

Adesso pare davvero finita. Dylan e la sua casa discografica, intanto, devono respingere al mittente pesanti accuse di diffamazione. Gli avvocati di Carter però non desistono e si appellano alla Corte Federale. Nel 1985 il giudice Haddon Lee Sarokin riconosce che Hurricane ha subito una condanna basata su motivazioni razziali: l'uomo che avrebbe potuto diventare campione del mondo uscirà tre anni dopo, nel febbraio del 1988.

Da quel momento, e fino alla morte, sopraggiunta nel 2014, Carter si occuperà di diritti dei carcerati. Nel 1999, sulla sua storia, verrà basato anche un film di culto (stasera in tv) con Denzel Washington protagonista, "Hurricane - Il grido dell'innocenza". Un pezzo di vita ormai è andato. Le battaglie però durano per sempre. Paolo Lazzari

Svolta nell'omicidio Tupac: il suo killer ha finalmente un nome? Guglielmo Calvi il 30 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tupac Shakur, rapper hip hop ucciso all'età di 25 anni, potrebbe ricevere giustiza dopo quella tragica notte del 1996 in cui gli sono stati sparati quattro colpi di pistola

Il caso di Tupac Shakur, uno dei casi irrisolti più noti nel mondo musicale, potrebbe essere giunto ad una svolta clamorosa. Un uomo di 60 anni, Duane Keffe D Davis, è stato arrestato per l’omicidio del celebre rapper, morto il 13 settembre 1996, durante il ricovero per ferite d’arma da fuoco, provocategli il 7 settembre, sei giorni prima del suo decesso.

L'indagine era stata riaperta a luglio, con la polizia del Nevada che aveva perquisito una casa nei dintorni di Las Vegas, la cui proprietaria risultava la moglie di Davis. Le indagini della polizia, in merito all’omicidio di Shakur, si erano concentrate, già dal 2019, su Davis.

L’agguato e la morte

la sera del 7 ottobre 1996, Tupac Shakur, rapper 25enne all’apice del successo, si trovava all’MGM Grand Las Vegas, un casinò situato al 3799 Las Vegas Boulevard South, per assistere ad un incontro di boxe. All’evento c’era anche Orlando Anderson, membro della gang criminale Crips dei Compton, che l'anno prima aveva derubato, insieme ad altri, un membro dell'entourage della Death Row Records, etichetta discografica americana che aveva lanciato la carriera di Tupac. Il rapper, dopo aver notato la presenza di Anderson, si è scagliato contro di lui colpendolo più volte e tutto era stato registrato dalle telecamere di videosorveglianza. Dopo aver picchiato Anderson, Tupac ha lasciato il casinò a bordo di una BMW E38 con un convoglio di diverse macchine.

Tupac e i membri della sua band si stavano dirigendo verso un club di proprietà della Death Row ma, mentre la macchina con a bordo il rapper era ferma ad un incrocio, intorno alle 22:55 di quella sera, un fotografo si era accostato all'auto e aveva chiesto a Tupac di abbassare il finestrino per fargli fare qualche scatto e il rapper aveva acconsentito.

Dopo che l’auto era ripartita, alle 23:10, l’autista che trasportava Tupac si era fermato ad un altro incrocio e il rapper aveva avuto, così, l’occasione di dialogare con due donne in macchina alla loro sinistra per poi invitarle al club in cui stava andando. Poco dopo, si è avvicinata una macchina, una Cadillac, con a bordo un uomo che, abbassando il finestrino, ha sparato 12 colpi contro il posto dove era seduto Tupac; 4 sono stati i proiettili che hanno colpito la star: uno al torace, un secondo al bacino, un terzo alla mano destra e il quarto alla coscia.

Dopo la sparatoria, Tupac era stato trasportato all’University medical Center del Southern Nevada, dove ha subito diversi interventi chirurgici ma il 13 settembre 1996, dopo un apparente miglioramento, è morto a causa di un’emorragia interna.

L'indagine

Per 27 anni, le indagini sulla morte di Tupac Shakur non hanno portato a niente di concreto dato che persino il numero delle persone a bordo della Cardillac è rimasto incerto. L’investigazione ha seguito un nuovo corso nel momento in cui Davis, nel 2019, ha pubblicato il libro, "Compton Street Legend", in cui ha confessato di trovarsi a bordo della Cardillac da cui sono partiti i colpi di pistola. Davis ha detto di essersi seduto davanti e di aver fatto scivolare una pistola sul sedile posteriore, da dove partirono i colpi. Sul sedile posteriore era seduto suo nipote, Orlando Anderson, noto rivale di Shakur, con cui aveva dato luogo ad una rissa prima che entrambi lasciassero il casinò in cui si teneva l’incontro di boxe.

La confessione di David dato modo alla polizia di focalizzarsi sulla pista che portava a lui fino a giungere all’arresto di oggi.

I due anarchici italiani. La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, gli anarchici giustiziati negli USA per le loro idee. In piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi: Giuliano Montaldo li ha eternati in un film che ne ha fatto due simboli della sinistra e della lotta anarchica. “Questo dolore - cantò per loro Joan Baez in Here’s to you - è il vostro trionfo”. Fulvio Abbate  su L'Unità l'8 Settembre 2023

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano anarchici, italiani, immigrati nell’America degli anni Venti dello scorso secolo; il crollo di Wall Street in attesa altrettanto di mostrarsi. Un tribunale degli Stati Uniti li consegnerà alla sedia elettrica. Accusa di omicidio: vittime un contabile e una guardia giurata del calzaturificio “Slater and Morrill” di South Braintree.

Il loro doppio ritratto si innalza ancora adesso nella quadreria dei martiri del pensiero libertario. Memoria incancellabile, dolente, antagonistica della sinistra tutta, in verità, così come, altrove, sui fondi d’oro degli altari, Cosma e Damiano vengono onorati invece in nome della devozione cristiana. I nomi di Sacco e Vanzetti sopravvivono sull’ideale Muro dei Federati dell’Altra America, come simulacri della rivoluzione mancata, fratelli, compagni, sangue e nervi di un pensiero ingiustamente condannato in effigie, insieme a loro, sullo stesso patibolo. Inascoltata la mobilitazione internazionale per salvarli, restituirli alla libertà, sotto il vessillo nero orlato di rosso dell’anarchismo; eppure accompagnati da un diffuso sentire militante che trascendeva la stessa sinistra, nel controluce opaco del processo.

La sbarra li mostrava insieme, quasi “siamesi”, nel lontano tempo di un bianco e nero processuale interrotto dai lampi al magnesio delle macchine fotografiche. Eppure, sempre lì al processo, sembrava di vederli levitare come ancora apostoli dell’ingiustizia che tocca i “proletari”; e ancora lo stigma d’essere “italiani”, poveri… Bernard Shaw, Bertrand Russel, Albert Einstein, Dorothy Parker, John Dos Passos, H. G. Wells, Anatole France ne invocarono la liberazione, quest’ultimo paragonandoli ad Alfred Dreyfus. Perfino Mussolini, mesi prima dell’esecuzione, chiese all’ambasciatore statunitense a Roma di intervenire presso il Governatore del Massachussetts per salvarli.

Ben Shahn, maestro di realismo pittorico proprio della denuncia civile, ce li mostra composti infine nelle bare; i giudici, ipocritamente dolenti, fiori bianchi tra le dita, a vegliarli, Sacco e Vanzetti come spettri sconfitti, reliquie cadaveriche del sentimento rivoluzionario spezzato; e l’America salva dal pericolo “rosso”. Sacco e Vanzetti fratelli maggiori di chi avrebbe subito, in piena “guerra fredda”, anni dopo, la “caccia alle streghe” del maccartismo; il mosaico di Ben Shahn, si sappia, resiste ancora adesso sulla facciata dell’Università di Syracuse, N.Y.

Per loro vale la crudele allegoria della giustizia che Edgar Lee Masters, in Spoon River, mostra bendata, “le ciglia corrose sulle palpebre marce”. Versi destinati a figurare poi sulla tomba di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Turigliano, Carrara, Pinelli a sua volta, come Sacco e Vanzetti, anarchico, Pinelli precipitato dal quarto piano della questura di Milano… Anche Woody Guthrie, nei tardi anni Quaranta, intonerà per loro la Ballad of Sacco e Vanzetti.

Sacco e Vanzetti verranno ancora a noi, nel tempo già a colori, li ritroveremo grazie a Giuliano Montaldo, suo uno straordinario film di puro e terso nitore politico e documentativo che surclassa per talento, non sembri una citazione impropria, Il padrino di Francis Ford Coppola. Magistrali, l’occhio e la mano di Montaldo, che ci ha lasciato proprio in questi giorni. Ogni qualvolta c’era modo da assistere alla scena in cui l’anarchico siciliano Andrea Salsedo, è il 3 maggio 1920, precipita da una finestra del Park Row Building, sede dell’Fbi a New York, d’istinto, subito in sala il silenzio veniva spezzato, a schermo aperto, dal grido “Pinelli!”.

Sempre nel film di Montaldo, c’era modo di trovare le note, il canto di Here’s to You, la voce di Joan Baez proprio per Sacco e Vanzetti, come un requiem che si fa inno e intanto accompagna lungamente i titoli di coda con emozione, un brano che troverà posto anche nei juke box; Ennio Morricone l’autore della musica. Nel testo, le parole ritrovate di Vanzetti: “Here’s to you Nicola and Bart, rest forever here in our hearts, the last and final moment is yours, that agony is your triumph!”. “Vi rendo omaggio Nicola e Bart, per sempre riposate qui nei nostri cuori, il momento estremo e finale è vostro, questo dolore è il vostro trionfo!”.

Sacco e Vanzetti, proprio grazie a Montaldo, non si sono mai allontanati da noi, rimasti accanto, mai andati via del tutto, ora e sempre, lì, a raccontarsi innocenti, in piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi, a fissarci, a indicare l’altrove del torto subito. Non c’era proiezione, metti, alle feste de l’Unità o piuttosto di Umanità Nova, il giornale anarchico fondato da Errico Malatesta nel 1920, che, come in un rito, il film non facesse breccia nel muro della memoria perenne, mai rimossa, allo stesso modo di ciò che altrettanto accadeva con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

La postura di Gian Maria Volontè, il volto dimesso di Riccardo Cucciola: Sacco e Vanzetti nei loro vestiti scuri, luttuosi, cerimoniali, abiti buoni da giorno della festa, trasfigurati, “santificati”, resi parte di un’ideale famiglia di complici “sovversivi”, di chi si riconosceva, e forse ancora adesso si ritrova, nel sentire dei “refrattari”, lemma con il quale gli anarchici indicano se stessi; si sappia infatti che la più celebre testata libertaria negli Stati Uniti prendeva proprio nome L’Adunata dei Refrattari, ovvero Call of the refractaries. Senza Giuliano Montaldo, in quale punto dello spazio e del tempo vivrebbero adesso Sacco e Vanzetti? Dove Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, 1891), dove Bartolomeo Vanzetti, (Villafalletto, 1888)? Il primo già operaio in una fabbrica di scarpe. Vanzetti, invece, già pescivendolo. Insieme giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, un sobborgo di Boston.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, nell’agosto 1977, Michael Dukakis, governatore del Massachussetts, futuro aspirante alla Casa Bianca, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e ne riabilitò completamente la memoria. “Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico; ho sofferto perché sono un italiano, se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già”, parola di Vanzetti a pochi giorni dall’esecuzione.

In Ucraina, nell’Oblast’ di Donec’k, un villaggio ne prende i nomi in loro onore. Sacco, Vanzetti e Montaldo.

Fulvio Abbate 8 Settembre 2023

(ANSA mercoledì 6 settembre 2023) - Il 72enne afroamericano Leonard Mack è stato scagionato da un'accusa di stupro dopo 48 anni nello Stato di New York grazie al test del Dna. Lo riportano i media americani. 

"Per 48 anni, 48 lunghi anni, sono stato etichettato come stupratore quando sapevo di non aver fatto nulla. Ora ingrazio Dio che finalmente la verità sia venuta fuori", ha dichiarato il veterano del Vietnam che aveva scontato una condanna di sette anni e mezza nel carcere di Sing Sing ma aveva passato il resto della sua vita a cercare di dimostrare la sua innocenza. 

Mack era stato arrestato per il rapimento di due teenager e il brutale stupro di una di loro nel 1975. Il suo fermo era avvenuto in modo molto discutibile e, secondo l'accusa, con metodi parziali e viziati da parte della polizia come, ad esempio, costringerlo a cambiare abiti prima dell'identificazione per corrispondere alla descrizione del sospetto.

Il fascicolo è stato riaperto nel 2022 e grazie al test del Dna le forze dell'ordine sono riuscite a risalire al vero colpevole che ha confessato. "Le persone non sanno come ci si sente ad essere accusati di qualcosa che non hanno fatto", ha dichiarato l'uomo che vive in South Carolina.

Usa, quell’errore giudiziario più longevo della storia recente. Leonard Mack fu condannato per stupro nel 1975: dopo 48 anni è stato scagionato dalla prova del Dna. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 6 settembre 2023

Quando Mimi Rocah, procuratrice distrettuale di Westchester, si è scusata a nome dello Stato per «i danni incalcolabili» provocati dall’ingiusta condanna, lamentando i «fallimenti del sistema penale statunitense» il 72enne Leonard Mack è scoppiato in lacrime come un bambino: «Per 48 anni, 48 lunghi anni, ho camminato in questa società bollato come stupratore quando sapevo di non esserlo. Ora che questo giorno è arrivato ringrazio semplicemente Dio. Ringrazio Dio che finalmente la verità sia venuta fuori. Ora posso davvero dire essere veramente libero».

C’è infatti voluto mezzo secolo perché l’afroamericano Mack ottenesse giustizia in quello che è stato l’errore giudiziario più longevo della storia recente. Disfunzioni, pregiudizi, superficialità e sciatteria, il caso che riassume tutte le tare che affliggono la macchina penale negli Stati Uniti e che portano a condanne ingiuste, dall’errata identificazione del responsabile da parte dei testimoni oculari, ai metodi scorretti della polizia, all’inconsistenza delle prove forensi, fino al bias razziale che ha portato a ignorare tutti gli elementi a favore della difesa.

Quando fu arrestato era il maggio 1975, lui veterano della guerra in Vietnam viene accusato di aver violentato un’adolescente in un'area boscosa del golf club di Greenbourgh, circa 25 miglia a nord-est di Manhattan. La ragazza è stata aggredita assieme a una sua amica da un uomo che l’ha legata, imbavagliata e infine abusato di lei per poi darsi alla fuga. La descrizione dell’aggressore corrisponde a un giovane di colore che indossava un cappello a tesa larga e con un vistoso orecchino. Mack viene fermato due ore dopo a cinque miglia dal luogo della violenza in un controllo stradale. Gli agenti di polizia sembrano convinti di aver trovato il fuggiasco, così lo mettono a confronto con l’amica della vittima la quale dichiara di riconoscerlo. Lo portano in centrale per l’identificazione ufficiale che avviene da dietro un vetro e a quel punto succede una cosa gravissima. Gli agenti infatti gli cambiano i vestiti per farlo corrispondere con maggior precisione alla descrizione iniziale, quella fatta a caldo dalla ragazza violentata. Che manifestamente non ricorda il volto dell’aggressore ma in compenso afferma di riconoscerne la voce.

Ma Leonard Mack aveva un alibi: all’ora dell’aggressione era in un officina assieme alla sua ragazza e a due meccanici per la riparazione della sua auto. Alibi che è stato bellamente ignorato, come l’identificazione giudicata «inammissibile» dallo stesso tribunale senza però mai trasmettere quest’informazione alla giuria. Durante il processo gli avvocati di Mack portano a testimoniare un sierologo per dimostrare che le tracce biologiche presenti sulla biancheria intima della ragazza appartenevano a un individuo con un altro gruppo sanguigno, ma l’accusa gli contrappone un perito forense della contea che, erroneamente, giudica le tracce compatibili.

All’epoca non esisteva ancora la prova del Dna, la stessa che dopo decenni ha permesso di rendere giustizia a Leonard Mack, scagionandolo completamente. Alla fine del processo viene condannato a una pena tra 7 e 15 anni di reclusione (uscirà dopo sette per buona condotta). Rimane per tre anni in libertà vigilata, lavorando come giardiniere in un club di golf. Anche se la prigione è ormai alle sue spalle, non si sente libero, vuole essere riabilitato, vuole che quell’odiosa nomea di stupratore venga cancellata per sempre e così inizia una lunghissima battaglia legale che per decenni non dà alcun esito.

Ma è grazie agli avvocati di The Innocence project – un gruppo legale specializzato nello scovare i tnati, troppi errori giudiziari che ogni anno vengono commessi oltreoceano-  che nel 2020 Mack riesce a ottenere la revisione del processo e l’annullamento di una condanna fondata su testimonianze inattendibili. Decisiva l’analisi del Dna: le tracce sulla biancheria intima corrispondevano infatti a quelle di un uomo condannato per una violenza sessuale nel Queens due settimane dopo i fatti di Greenburgh Come spiega l’avvocata Susan Friedman che ha lottato anni insieme a Mack per ottenere giustizia «L’impatto dell’errata identificazione dei testimoni oculari è il principale fattore che contribuisce alle condanne errate con un’incidenza del 65%».

(ANSA sabato 26 agosto 2023) - Tre uomini sono stati scagionati a New York 30 anni dopo essere stati ingiustamente condannati in due casi separati a causa di false confessioni. Secondo quanto riporta il New York Times, nell'autunno del 1992 Earl Walters, allora diciassettenne, fu portato in una stazione di polizia del Queens e interrogato come testimone di un furto d'auto e di un omicidio. Walters è stato poi interrogato per 16 ore, senza un avvocato, per rapine, rapimenti e aggressioni di due donne e alla fine ha confessato di essere stato un "partecipante riluttante" a quei crimini.

Due anni dopo altri due giovani sedevano nelle stanze degli interrogatori nel Queens: Armond McCloud e Reginald Cameron, 20 e 19 anni, furono arrestati nella sparatoria mortale di Kei Sunada, un immigrato giapponese di 22 anni, nella tromba delle scale del suo condominio, e dopo essere stati interrogati per tutta la notte hanno confessato. Tutti e tre hanno poi ritrattato, affermando che gli investigatori li hanno costretti ad assumersi la responsabilità dei crimini. 

Walters è stato condannato e ha scontato 20 anni di carcere prima di essere rilasciato in libertà condizionale nel 2013, McCloud ha scontato 29 anni ed è stato rilasciato a gennaio, Cameron si è dichiarato colpevole di un'accusa minore e ha scontato circa nove anni prima di arrivare alla libertà condizionale nel 2003. Solo ora, dopo che i pubblici ministeri del Queens e gli avvocati dei tre hanno chiesto unitamente di annullare le loro confessioni, è stata affermata la verità.

Condannato da innocente, è libero dopo 28 anni. E incontra l’«amica di penna». Redazione Buone Notizie su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

Lamar Johnson era stato condannato per omicidio e solo dopo anni i veri colpevoli hanno confessato. Durante al prigionia aveva tenuto una corrispondenza con Ginny Schrappen che ha sempre creduto in lui 

Lui si chiama Lamar Johnson, lei Ginny Schrappen. Lui ha scontato 28 anni di carcere da innocente per un omicidio mani commesso, lei è una parrocchiana della comunità di Maria Madre della Chiesa della contea di St. Louis, Missouri, e non aveva mai smesso di credere alla sua innocenza. Per tutti quegli anni si sono scritti senza sosta, proprio come quelli che una volta, prima di Internet e di whatsapp, si chiamavano «amici di penna». Adesso, dopo una battaglia infinita portata avanti anche da lei, Lamar è stato finalmente messo fuori. E i due si sono incontrati, per la prima volta «alla pari», entrambi da liberi.

La loro storia inizia quando, tanti anni fa, nella buca delle lettere della parrocchia frequentata da Ginny ne arriva una dal Jefferson City Correctional Center, indirizzata «a chiunque voglia aprirla». La apre lei. Che resta «sbalordita» - così ha detto pochi giorni fa al Washington Post - dalla elegante scrittura di questo tale Lamar Johnson. E decide di rispondergli. Da lì in poi la loro corrispondenza non si interrompe più. Johnson viene condannato nel 1994 per l’omicidio di primo grado del 25enne Marcus Boyd, uno dei suoi migliori amici. In realtà ha un alibi: quella notte era a casa della sua ragazza, e lei lo conferma, ma un testimone lo identifica come colpevole. Finché molti anni dopo, invece, i veri colpevoli confessano. Ma questo non basta a scagionare lui e a far annullare la sentenza che lo riguarda.

Così entra in gioco Innocence Project, organizzazione senza scopo di lucro che indaga su casi chiusi per cercare di far uscire di prigione persone innocenti. Accanto all’organizzazione si schiera Ginny. Madre di tre figli, nonna di due nipoti, da lì in poi non si perde un sola udienza tra le tante che fanno seguito alle altrettanto numerose istanze di revisione. Intanto va a trovare regolarmente Lamar Johnson in prigione, senza mai smettere di incoraggiarlo: «Non mollare, perché noi non molleremo mai». Alla fine, dopo 28 anni, Lamar Johnson è stato liberato.

La piattaforma GoFundMe ha consentito di raccogliere finora 600mila dollari a suo favore, per consentirgli di ricostruirsi una vita. Dice di non essere arrabbiato. «Se ti aggrappi alla rabbia - ha detto a sua volta al Post - cambierai semplicemente una prigione con un’altra. Questi anni sono stati duri, ma ho anche molti motivi di gratitudine e felicità. A cominciare dall’avere conosciuto Ginny. Ecco, questo mi sento di dire: fate sempre sentire ai vostri amici che non sono soli, raggiungete sempre chi pensate abbia bisogno di un amico. Potrebbe essere più importante di quello che pensate».

(ANSA il 15 marzo 2023) -  Condannato a 400 anni per rapina a mano armata, un uomo è stato scagionato e scarcerato dopo oltre 30 anni. E' accaduto in Florida. Sidney Holmes, 57 anni, è tornato libero dopo essere stato accusato ingiustamente nel 1989. La scarcerazione è arrivata dopo che l'ufficio di revisione dei crimini della Florida ha riesaminato il suo caso. Il suo calvario iniziò nel 1988 quando una delle vittime di una rapina a mano armata disse alla polizia che una Oldsmobile Cutlass (modello di auto della General Motors, ndr) si fermò dietro la sua vettura nei pressi di un mini market e due persone uscirono puntandogli addosso una pistola.

Il testimone sostenne anche che un uomo descritto come basso e di grossa corporatura si trovava al volante dell'auto. Holmes aveva un modello simile di auto e la sfortuna volle che il fratello di una delle vittime disse di averlo visto qualche settimana dopo la rapina al volante di una Oldsmobile Cutlass degli anni '70, un modello piuttosto comune tra la fine degli anni '70 e inizio anni '80. In base a quella testimonianza, la polizia strinse subito il cerchio intorno a Holmes, tra le altre cose alto circa un metro e 80 e quindi non basso.

 Aveva inoltre precedenti per essere stato l'autista in due rapine a mano armata nel 1984. L'accusa all'epoca chiese una condanna a 825 anni, ridotta dal giudice a 400 anni. Holmes fu condannato nonostante ci fossero anche sei persone in grado di testimoniare che il giorno della rapina si trovava a casa dei genitori per festeggiare la festa del papà (in Usa nel mese di giugno, ndr). Dopo la richiesta di riapertura del caso, l'ufficio di revisione dei crimini ha anche stabilito che Holmes fu identificato in modo sbagliato.

Il caso di Richard Glossip mostra la fragilità del sistema giudiziario statunitense. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 4 Maggio 2023.

Quella di Richard Glossip, un detenuto rinchiuso nel braccio della morte americano da 25 anni, è una storia giudiziaria lunga e complicata. L’uomo, che dovrebbe essere giustiziato in Oklahoma il 18 maggio per aver ordinato l’uccisione, nel 1997, del suo datore di lavoro, è in realtà sopravvissuto ad altre tre condanne di questo tipo. Il suo caso, infatti, è uno fra quelli che negli anni ha messo più in luce la fragilità del sistema giudiziario statunitense, che in centinaia di casi ha emesso sentenze di condanna basate su prove poco convincenti e testimonianze dubbie.

Sono state le dichiarazioni di uno dei colleghi del motel, Justin Sneed, a far finire Glossip dietro le sbarre: il primo, autore materiale dell’omicidio, ha ammesso di aver derubato il proprietario della struttura, Van Treese, e di averlo picchiato a morte con una mazza da baseball, su ordine del secondo e dietro compenso di 10mila dollari. Una testimonianza che Glossip ha sempre giudicato falsa, dichiarandosi innocente.

I riflettori sulla vicenda si sono riaccesi dopo che, negli scorsi giorni, il procuratore generale dell’Oklahoma ha presentato una mozione per fermare l’esecuzione di morte – attualmente prevista per il 18 maggio. Il processo a cui il detenuto è stato sottoposto è stato infatti giudicato «ingiusto e inaffidabile». Non esiste, infatti, nessuna prova fisica che collega direttamente Glossip all’omicidio: la sua condanna dipende quindi sostanzialmente solo dalla testimonianza di Sneed.

Al caso si è interessato anche lo studio legale globale Reed Smith, che comprende oltre 1.500 avvocati situati in 30 sedi diverse tra USA, Europa, Medio Oriente e Asia, e che l’anno scorso ha pubblicato un rapporto di 343 pagine. Questo ha rivelato che in merito alla questione vi è stata “la distruzione intenzionale delle prove da parte dello Stato prima del processo e un’indagine di polizia inadeguata, con errori multipli e cumulativi”.

Glossip è stato condannato per la prima volta nel 1998, ma nel corso degli anni è stato più volte riprocessato. Nel 2015, ad esempio, la sua esecuzione è stata interrotta quando i funzionari della prigione si sono resi conto di aver ricevuto la sostanza letale sbagliata. Poi di nuovo, nel 2019, tre ore e mezza prima dell’esecuzione, è stata ordinata una sospensione dovuta principalmente alla revisione dei protocolli di iniezione letale dell’Oklahoma. E ora, se la Corte Suprema concederà un ennesimo stop alla condanna, Glossip, a 60 anni, eviterà la morte per la quarta volta. 

La sua vicenda è diventata emblema di quello che in realtà negli USA accade da molti anni. Dal 1973 ad oggi, più di 8.700 persone negli Stati Uniti sono state mandate nel braccio della morte, ma almeno 182 non erano colpevoli. I progressi tecnologici, come l’uso del test del DNA, nel tempo hanno portato ad una piccola diminuzione della possibilità di errore, ma non sono stati e non sono ancora sufficienti a sconfiggere l’errore e la volontà umana. [di Gloria Ferrari]

Le Carceri.

VOI LO SAPETE COME SI SCEGLIE UN BOIA NEGLI STATI UNITI?  

Notizie tratte da: Hayley Campbell - “Polvere Alla Polvere” (Il Margine Erickson ) – Giorgio Dell’Arti per “il Fatto Quotidiano”

Scadenza. Il 27 febbraio 2017 lo Stato dell'Arkansas ha annunciato di aver anticipato l'esecuzione di otto detenuti. Sarebbero stati tutti giustiziati in soli undici giorni. Niente di simile era mai successo nella storia recente degli Stati Uniti. Motivo: le scorte di midazolam, uno dei tre farmaci previsti per l'iniezione letale, si avvicinavano alla data di scadenza. Per estensione, scadeva anche la data per quegli otto uomini. 

Clinton. Anno 1992, Bill Clinton, in quel momento governatore dell'Arkansas, è impegnato nella campagna elettorale, ma torna a casa in fretta e furia per assistere all'esecuzione di Ricky Ray Rector. Rector era fuori di testa, aveva messo da parte il dessert dell'ultimo pasto (torta di noci pecan), per mangiarlo dopo l'esecuzione. Clinton gli aveva negato la grazia perché, apparendo implacabile, avrebbe guadagnato voti. 

Boia 1. Negli Stati Uniti, oggi, l'identità del boia è anonima.

Boia 2. Ogni Stato degli Usa in cui vige la pena di morte ha il proprio modo per nominare un boia: prima della moratoria, alcuni non facevano nemmeno parte del personale della prigione, ma lavoravano come “elettricisti” autonomi che venivano chiamati allo scopo di azionare l'interruttore. Nello Stato di New York, i boia si conoscevano per nome: uno ha ricevuto minacce di morte, un altro ha messo una bomba in casa. 

Modo per guadagnare un sacco di soldi: spostare da uno Stato all'altro, prendere un assegno per ogni giustiziato. Altri lavoravano anonimamente: partenze solo di notte e con la targa cambiata in modo da non essere identificato o localizzato.

Boia 3. Un tempo, per evitare contatti con i boia, li si riforniva di lunghi cucchiai di legno con i quali potevano scegliere la merce al mercato senza toccarla. 

Cavallo. Costruita la prima sedia elettrica, se ne testò il voltaggio giustiziando un cavallo. 

Conduttori. Cattivi conduttori di elettricità, come si capì dallo studio dei giustiziati: la testa, la pelle. Ottimo conduttore: il sudore. 

Imbalsamatore. L'imbalsamatore di Porto Rico che ha spinto all'eccesso la tecnica, mettendo i corpi in posa come statue per le loro veglie funebri: il pugile morto che sta in piedi nell'angolo di un ring, il gangster che stringe ancora in mano mazzette di centoni nonostante il concorso che lo ha ucciso ecc. (Kirkpatrick, 2014) 

Aretha. Il corpo imbalsamato di Aretha Franklin, i tacchi scintillanti sollevati su un cuscino bianco, in fondo a una barra d'oro brillante. 

Successo. Nel Regno Unito, in un anno normale, vengono imbalsamati tra il 50% e il 55% dei cadaveri.

Aspetto. Quando moriamo abbiamo un aspetto splendido. Tutta la tensione del viso si allenta, le rughe scompaiono, gli anni di preoccupazione e dolore svaniscono in pochi istanti. Appariamo sereni. Il nostro viso prende un colore uniforme. 

Edifici. Nel 1995 Camilo José Vergara, un fotografo cileno che avrebbe scattato foto degli stessi edifici di Detroit anno dopo anno per seguire la loro lenta rovina, aveva suggerito che la città veniva celebrata lasciando dodici isolati del centro a disintegrarsi, un monumento a ciò che accade se lasciamo che le cose muoiano e marciscano, se consentiamo ad altra vita di prendere il sopravvento. L'idea era stata accolta freddamente dalle persone che ancora vivevano lì: era una città viva che aveva bisogno di aiuto, non un museo dedicato alla morte.

Il caso ad Atlanta. Morto in cella divorato da cimici, per lo sceriffo la colpa è dell’umidità…Valerio Fioravanti su Il Riformista il 18 Aprile 2023 

LaShawn Thompson, 35 anni, nero, venne arrestato lo scorso giugno ad Atlanta, negli Stati Uniti, per un reato minore, “aggressione semplice”, che in alcuni casi potrebbe essere anche l’aver semplicemente alzato la voce contro qualcuno. Portato nella prigione “di contea” (le prigioni locali, per reati lievi, che però negli Stati Uniti “contengono”, tutte sommate, oltre un milione di detenuti), esattamente 3 mesi dopo è stato trovato morto in cella: sporco, denutrito e, come recita l’autopsia “in cattive condizioni generali”.

Causa della morte “non precisata”. La notizia è passata rapidamente su tutti i media perché lo sceriffo della città (da cui dipende la gestione del carcere di contea) ha riconosciuto che c’è qualcosa di particolare in questo caso, e in un certo senso ha già dato ragione ai familiari di Thompson, i quali sostengono che il giovane uomo è stato “mangiato dagli insetti”. Lo sceriffo Patrick “Pat” Labat, premettendo che i fondi sono scarsi, e che lui più volte ha chiesto che il vecchio carcere venisse dismesso e se ne costruisse uno nuovo, ha poi preso tempo. Ha riconosciuto che nelle prigioni, “così come in altre strutture a forte concentrazione di persone”, ci sono problemi igienici, effettivamente ci sono anche molti insetti, e cimici, pulci, infestanti vari, e però delle ristrutturazioni erano già in corso, ed un ulteriore mezzo milione di dollari è stato stanziato per cambiare i materassi, e disinfestazioni estensive. “Ho disposto ulteriori indagini”.

Considerato che sono già passati 7 mesi dalla morte di Thompson, è verosimile che molte cose nel piccolo reparto di semi-punizione dove era stato relegato il giovane a causa dei suoi problemi mentali siano già state “sistemate”. Ma davvero un uomo, nel terzo millennio, nella nazione che vuole insegnare a tutto il mondo come vivere, può essere “mangiato vivo dagli insetti”? Le foto allegate all’autopsia mostrano effettivamente piccole croste, bolle, screpolature, e molteplici segni di puntura, ma non è che l’uomo sia stato davvero “sbranato dalle cimici” come dicono certi titoli ad effetto. Se fosse stato shock anafilattico probabilmente il medico legale l’avrebbe scritto, lo shock anafilattico è praticamente imprevedibile, e in alcuni casi anche incurabile, e lo sceriffo avrebbe avuto gioco facile a smussare le polemiche.

I parenti di Thompson, un uomo che in passato aveva avuto diagnosi di depressione grave e schizofrenia, e che loro stessi in carcere non avevano mai visitato, vogliono un risarcimento. In altri tempi avrei detto che non avevano molte speranze: negli Stati Uniti il sistema è impietoso, se finisci in carcere è sempre e comunque colpa tua, e non importa quanto lieve fosse il reato, se avevi delle motivazioni o delle attenuanti, e nemmeno se hai problemi mentali. Oggi è un po’ (non molto, ma un po’ sì) diverso: la vittima è nera, e forse riceverà la giusta attenzione, anzi, visto che ne stiamo scrivendo noi dall’altra parte dell’oceano, dobbiamo dire che l’ha già ricevuta. L’attenzione. Poi bisogna vedere se riceverà anche “giustizia”. Abbiamo detto che la vittima è nera.

Anche lo sceriffo è nero (ne hanno eletti moltissimi negli ultimi anni, per smorzare l’effetto del movimento “Black Lives Matter”), e probabilmente non sceglierà la via della contrapposizione frontale. A giudicare dalle dichiarazioni che sta facendo alla stampa proverà a girarci intorno, al momento non ha fatto nessuna ammissione sul fatto (che a noi sembrerebbe lampante, ma…) che LaShawn Thompson non ha ricevuto adeguata assistenza medica, e sembra propenso a sostenere che il principale responsabile sia il clima umido della Georgia (ve lo ricordate che ad Atlanta, era ambientato Via col Vento, e gli schiavi, e le piantagioni di cotone?) che rende quasi inevitabile il proliferare di infestanti. Però è comunque segno di civiltà che questo caso, che una volta sarebbe stato dimenticato immediatamente, trovi spazio su tutti i principali media statunitensi, e anzi stia facendo il giro del mondo. Vedremo come finisce. Valerio Fioravanti

Come morire di cimici e disturbo schizoaffettivo.  Panorama il 26 Aprile 2023

Il corpo di Lashwan Thompson è stato ritrovato, totalmente ricoperto da cimici da letto, all’interno di una cella dell’ala psichiatrica del carcere di Atlanta in Georgia. L'ufficio del medico legale della contea di Fulton ha indicato la causa della morte come indeterminata. Il rapporto elencava il disturbo schizoaffettivo, il disturbo bipolare e l'esacerbazione acuta di cui soffriva Thompson come "altre condizioni". Lashwan era in custodia con l'accusa di aggressione per reato minore dal giugno 2022 ed era ospitato nell'ala psichiatrica del carcere a causa dei suoi problemi di salute mentale. Abbiamo chiesto alla nostra Profiler, la dottoressa Cristina Brasi, di farci un quadro della situazione psichica in cui versava Thompson. Il disturbo schizoaffettivo rappresenterebbe una sorta di ponte tra la schizofrenia, di cui sono presenti deliri e allucinazioni, e i disturbi dell’umore. Nello specifico i disturbi dell’umore di Thompson parrebbero essere ascrivibili al bipolarismo, comprendente episodi maniacali alternati a episodi depressivi maggiori. L’alternanza tra fasi maniacali e fasi depressive si presenterebbe però sempre in associazione ai sintomi psicotici, mentre i sintomi psicotici si manifesterebbero anche al di fuori delle fasi umorali. Durante l’episodio depressivo maggiore l’umore risulterebbe essere estremamente basso per la maggior parte del tempo, al punto da compromettere significativamente tutti gli ambiti della vita quotidiana a causa della perdita di interesse e del piacere nello svolgere le attività di tutti i giorni. Potrebbero presentarsi variazioni di peso, disturbi del sonno, sentimenti di svalutazione e colpa, ridotta capacità di concentrazione, pensieri di morte e ideazione suicidaria. Durante l’episodio maniacale l’umore sarebbe invece persistentemente alto, espanso con modalità esagerate e inopportune, con un illimitato entusiasmo per le interazioni sociali e lavorative, sarebbero inoltre presenti un aumento dell’energia e delle attività quotidiane. L’umore predominante risulterebbe essere spesso alterabile e contraddistinto da un’alternanza tra euforia e irritabilità. I sintomi depressivi o maniacali potrebbero verificarsi prima dell’esordio della psicosi, durante gli episodi psicotici e dopo la cessazione della psicosi. Gli elementi ascrivibili al disturbo schizofrenico competerebbero deliri e allucinazioni. I deliri sono idee fisse o palesemente bizzarre, basate su percezioni errate a cui il soggetto crede nonostante le evidenze della loro irrazionalità. Le allucinazioni sono invece delle percezioni vivide e chiare che si manifestano senza uno stimolo esterno reale, senza il controllo volontario di chi le sperimenta e nel contesto di un apparato sensoriale sano. Il pensiero e l’eloquio sono disorganizzati per cui potremmo trovare incoerenza, risposte non adeguate, ecolalia (ripetizione automatica di suoni e parole altrui), deragliamento e schizoafasia (un linguaggio dissociato che viene articolato con parole incomprensibili). Sarebbero altresì presenti diminuzione dell’espressività e dell’affettività, abulia e anedonia (mancanza di interesse e di piacere nell’intraprendere le normali attività quotidiane), asocialità, comportamenti motori anomali e mutismo, sino ad arrivare alla catatonia, ovvero una riduzione marcata della reattività agli stimoli esterni. La dottoressa Denise Gemmellaro, entomologa e docente di scienze forensi alle Kean University (USA), ha inquadrato le caratteristiche delle cimici da letto e i loro reali effetti sulla salute. «Gli adulti della cimice da letto sono circa 5mm, di forma ovale, tuttavia, dopo essersi nutriti, le loro dimensioni e il loro peso corporeo possono aumentare in maniera significativa. Sono attratte dal calore del corpo umano e dall’anidride carbonica emessa durante la respirazione; questi elementi permettono all’insetto di localizzare l’ospite e per questo si trovano molto comunemente nei letti. Si nutrono prevalentemente di notte, mentre durante il giorno rimangono spesso nascoste; con il loro apparato boccale perforano la pelle dell’ospite e contemporaneamente succhiano il sangue e iniettano sostanze vasodilatatorie e anticoagulanti per facilitarne l’uscita. I loro morsi sono generalmente indolore e ci si accorge di essi solo dopo che la cimice ha completato il pasto e si è allontanata. Dalla letteratura, nello specifico da una review del Dr. Goddard e del Dr. deShazo (2009), si evince che spesso i morsi di cimici non danno alcuna reazione; quando una reazione è presente, questa è di tipo cutaneo, spesso associata a prurito, e si risolve generalmente in pochi giorni. Sono state documentate delle reazioni di tipo sistemico (asma, orticaria e anafilassi), ma anche in questo caso si tratta di segnalazioni di casi singoli. Esistono dati sulla trasmissione di malattie da parte di cimici, ma non è chiaro se gli agenti patogeni assimilati da questi insetti tramite il sangue di cui si nutrono siano in grado di replicarsi all’interno del loro sistema digerente, e se questi siano poi ritrovabili nelle loro feci. Non sembrerebbe ci siano dati sufficienti per valutare gli effetti che le cimici da letto possono avere sulla salute umana; le pubblicazioni disponibili riportano casi singoli, nei casi di soggetti multipli esposti ai loro morsi, solo circa il 30% di questi sviluppa reazioni cliniche, spesso cutanee. L’impatto maggiore che questi insetti sembrerebbero avere sull’uomo appare quindi non medico, ma collegato ai contesti sociali e igienici in cui i soggetti esposti ai loro morsi vivono.» Diverse sarebbero invece le conseguenze in termini di salute mentale. Secondo una ricerca (Ashcroft et al., 2015) condotta su un campione di 51 articoli scientifici relativi agli effetti psichici collegati alle infestazioni di cimici da letto, inclusi gravi sintomi psichiatrici, sembrerebbe probabile che vi siano conseguenze sulla salute mentale per coloro che sono stati colpiti da tale tipologia di infestazione. Gli insetti potrebbero evocare, in alcuni individui, un senso di angoscia, paura, ansia, un aumento della frequenza cardiaca e una compromissione del funzionamento. È stato riscontrato che, le infestazioni di cimici da letto, potrebbero portare a conseguenze quali nervosismo, ansia e insonnia. I sintomi di disagio psicologico potrebbero manifestarsi come una reazione acuta a una situazione stressante. Quando un individuo è in grado di far fronte alla situazione di disagio, questi sintomi risulterebbero transitori consentendo il ritorno del soggetto a un normale funzionamento. Nelle popolazioni vulnerabili, ad esempio in individui geneticamente predisposti alla malattia mentale o che presentano fattori di stress psicosociali aggiuntivi, questi sintomi potrebbero invece progredire trasformandosi in manifestazioni psichiatriche più gravi quali aggressività, psicosi e/o comportamento suicidario. Il fattore stressante, nella fattispecie l’infestazione, potrebbe anche agire come fattore precipitante o perpetuante nell'insorgenza o nel peggioramento di disturbi psichiatrici diagnosticati. L'esposizione ad ambienti infestati da cimici del letto sarebbe stata associata a una varietà di conseguenze psicologiche. Tra le pubblicazioni oggetto di analisi il 54,9% riferivano disagio psicologico e stress causati dai morsi, nonché incubi e flashback conseguenti all’infestazione. Il 50,9% delle vittime di frequenti morsicate di cimici del letto avrebbero sviluppato una serie di sintomi psicologici e comportamentali tra cui disturbi del sonno, insonnia, cambiamento di umore, nervosismo, panico, agitazione, ipervigilanza (per allontanare l’insetto dal proprio corpo), delusione, sintomi simili a PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) e disfunzione socio-occupazionale. Nel 74,5% le infestazioni persistenti e croniche di cimici del letto avrebbero innescato l'insorgenza di sintomi o disturbi psichiatrici tra cui ansia, depressione, PTSD, fobia e psicosi anche in chi non risultava essere affetto da psicopatologia psichiatrica. Le infestazioni di cimici da letto comporterebbero inoltre il peggioramento delle condizioni preesistenti in alcuni pazienti con disturbo bipolare, schizofrenia, depressione e ansia, come nel caso di Thompson. L’elemento più preoccupante concernerebbe il fatto che, le cimici da letto, potrebbero aumentare il rischio di suicidio, oltre che esacerbare disturbi cognitivi e malattie mentali gravi o persistenti, in quanto il soggetto vittima dell’infestazione potrebbe non possedere le abilità necessarie per far fronte a tale condizione.

Alcatraz, la vera storia del brutale penitenziario. L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz è un film che si basa su una storia vera, sebbene con le libertà narrative tipiche di Hollywood. Ecco chi era davvero Henry Young. Erika Pomella il 31 Luglio 2023 su Il Giornale.

L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz è il lungometraggio che va in onda questa sera alle 23.36 su Iris. Uscito nel 1995 per la regia di Marc Roccom il film prende ispirazione da alcuni fatti realmente accaduti intorno agli anni Quaranta dietro le mura del terribile penitenziario che sorge al largo della baia di San Francisco.

L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz, la trama

Henry Young (Kevin Bacon) non aveva più di diciassette anni quando, per sfamare la sua famiglia, rubò cinque dollari da un negozio. Un furto, certo, ma non così grave da giustificare non tanto l'arresto del ragazzo, quanto il suo trasferimento ad Alcatraz, uno dei penitenziari più famosi degli Stati Uniti. Henry, insieme ad altri due detenuti, cerca di evadere dalla prigione circondata dall'oceano, ma la sua fuga non riesce e così l'uomo finisce per essere improgionato in una cella di isolamento, dal soffitto così basso da non poter stare in piedi, costretto a vivere tra i propri escrementi e senza luce per tre anni. Quando finalmente la condanna all'isolamento termina, Henry è un uomo instabile che, alla prima occasione, uccide davanti a tutti il detenuto che aveva svelato il segreto della sua evasione. Accusato d'omicidio e ancora vittima di torture, Henry viene assistito da un giovane avvocato (Christian Slater), che decide di improntare tutta la sua difesa spostando l'attenzione sulla brutalità del carcere.

La vera storia dietro il film

Il carcere di Alcatraz - che fu attivo dal 1934 al 1963 e che oggi è una meta turistica per chiunque giunga a San Fransisco - negli anni si è ritagliato una certa notorietà anche al di là dei confini nazionali. Questo perché il carcere federale divenne la prigione in cui venivano reclusi prigionieri problematici o d'alto profilo, come ad esempio Al Capone. Inoltre la prigione di Alcatraz è stata spesso portata anche sul grande schermo, come nel caso del film Fuga da Alcatraz, pellicola che raccontava una storia vera. Anche L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz racconta, sebbene con qualche libertà narrativa, una storia vera. Sul sito di Alcatraz History, infatti, si possono leggere i dettagli della permanenza di Henry Young nel penitenziario federale.

Se, nella pellicola, Henry (o Henri) Young viene mostrato come una persona tutto sommato docile, la cui unica colpa iniziale era quella di aver rubato cinque dollari per sfamare la famiglia dopo essere rimasto orfano, nella realtà il detenuto era un rapinatore di banche che, in almeno un'occasione, aveva "rapito" e maltrattato un ostaggio. Inoltre, nel 1933, poco prima del suo trasferimento ad Alcatraz, Young si era già macchiato di omicidio. Dopo essere entrato nella prigione al largo di San Francisco nel 1936, il detenuto provò davvero a scappare, ma la posizione naturale dell'isola rendeva qualsiasi tentativo di evasione pressoché impossibile. A differenza di quanto si vede nel film con Kevin Bacon, però, il fallimento della fuga non portò al suo confinamento in un sotterraneo senza servizi igienici e abiti. Venne, invece, portato in una normale cella e non subì mai torture come il taglio ai tendini d'Achille, che invece sono invenzioni della pellicola, usate per sconvolgere ancora di più lo spettatore e spingerlo a stare dalla parte del detenuto.

Un atteggiamento che si ripete anche nella costruzione dell'omicidio di Rufus McCain. Nella pellicola, infatti, l'assassinio avviene come conseguenza delle condizioni inumane in cui Henry vive per tre anni: uscito dalla cella d'isolamento, con la salute mentale ridotta ai minimi termini, Henry ha uno scatto d'ira e uccide Rufus con un cucchiaio nella gola. Lo spettatore non si preoccupa di Rufus e in qualche modo giustifica l'omicidio proprio perché perpetrato dalla mano di un uomo non completamente in sé, vittima del sistema carcerario. Nella realtà dei fatti, invece, Henry abbandonò la cella d'isolamento solo dopo pochi mesi, tornando nella "vita collettiva" del carcere nell'autunno del 1939. L'omicidio di Rufus McCain avvenne un anno dopo, nel dicembre del 1940, quando Young aveva avuto tutto il tempo di "riprendersi" dal suo isolamento. Secondo il sito dell'Internet Movie Data Base, i difensori di Young usarono la temporanea incapacità di intendere e di volere, asserendo che i brutali trattamenti di Alcatraz avevano spinto il loro assistito a uccidere il compagno di cella. La giuria accettò questa spiegazione e accusò Henry Young di omicidio involontario: un verdetto raggiunto, sempre secondo il sito citato, perché le guardie di Alcatraz, durante le loro testimonianze, non vollero (o non poterono) dare dettagli sul loro lavoro tra le mura della prigione. Alcatraz, dopotutto, aveva già una pessima reputazione: alcuni ex detenuti avevano denunciato le condizioni pessime in cui vivevano i carcerati e per questo, tutti coloro che lavoravano sull'isola, avevano l'obbligo di non divulgare alcun dettaglio quando si trovavano sulla terraferma, proprio per paura che la stampa utilizzasse tali informazioni per muovere l'opinione pubblica - già scontenta della presenza di un carcere federale di massima sicurezza a due chilometri dalla costa - contro la prigione stessa.

I fantasmi Alcatraz. 60 ANNI DALLA CHIUSURA DELL’ISOLA-CARCERE. Davide Bartoccini il 21 marzo 2023 su Inside Over.

Dalla baia di San Francisco, groviglio di correnti mortali dove si incontrano e scontrano i fiumi della California e le fredde acque del Pacifico, si può scorgere, oltre la nebbia leggera, una luce distante. Segnala a chi è di passaggio la posizione di una piccola isola di pietra arenaria che ancora oggi custodisce la memoria di quello che è stato il carcere di massima sicurezza più famoso del mondo: l’istituto penitenziario di Alcatraz, che oggi conta 60 anni dalla chiusura dei battenti.

Quel nome spigoloso, Alcatraz, quasi ostile, duro come la vita di chi ne è stato ospite dai tempi della guerra di Secessione americana – quando hanno iniziato a soprannominarlo semplicemente The Rock, la roccia – si deve, secondo alcuni, al cartografo spagnolo Juan Manuel Diaz. Fu il primo ad usarlo quando segnò su una carta della baia il profilo dell’Isla de los Alcatraces, i pellicani bruni che vi nidificavano un tempo, prima che la dinamite ne spianasse i rilievi rendendola adeguata all’istallazione di una fortificazione militare a metà del XVIII secolo. Secondo altri, sarebbe stato un capitano della Reale marina britannica, un tale Frederick Beechey, a renderlo noto dopo un’ispezione della baia ancora sotto il controllo delle autorità messicane, nel 1825. Fatto sta che tutti nel mondo conoscono l’isola di Alcatraz, prigione inespugnabile nell’immaginario collettivo.

Da avamposto strategico a confino per traditori

Acquistata dal governatore della California John C. Fremont senza formale consenso dal Governo Federale – che reputava già di sua proprietà un’isola che perciò non aveva nessuna ragione d’esser pagata – quella roccia avvolta dall’acqua mai calda accolse come prima struttura un faro, utile a segnalare la presenza di un ostacolo alla navigazione, per poi diventare fortificazione militare in posizione strategica per la difesa “triangolare” dell’intera baia che, nel caso in cui dei vascelli avversari fossero riusciti a violare il Golden Gate, doveva consentire ad una batteria di cannoni di bersagliarli con una potenza di fuoco addizionale: posta nel mezzo rispetto alle fortezze costiere che torreggiavano all’imbocco della baia.

Fu solo in seguito allo scoppio della Guerra di Secessione americana che The Rock iniziò a prestarsi a luogo di detenzione per prigionieri di guerra dell’Esercito confederato e per coloro che erano stati marchiati dal crimine del tradimento. Uomini da tenere confinati in un luogo da cui era impossibile evadere.

Dal 1907 l’isola di Alcatraz venne adibita ufficialmente a carcere militare. Fu così convertita parte della vecchia “cittadella” militare – che originariamente accoglieva i prigionieri nelle cantine – nella struttura carceraria che ancora oggi si scorge dai moli di San Francisco. In seguito ad un allargamento che le permise di accogliere oltre 300 prigionieri, la Western U.S. Military Prison – ossia la prigione militare dell’Ovest degli Stati Uniti – diventò il penitenziario federale dove trasferire i detenuti più problematici d’America, privandoli d’ogni possibilità di fuggire tra limiti strutturali e geografici. Tra questi il più noto sarà Alphonse “Al” Capone, il più famoso gangster della storia, ma vengono annoverati tra le personalità d’eccezione criminali con soprannomi da cinema come il rapinatore “Machine gun” Kelly Barnes e Alvin “Creepy” Karpis, nemico pubblico n°1 dell’FBI prima di essere catturato e accompagnato personalmente da J. Edgar Hoover ad Alcatraz nel 1936.

Alcatraz, tra fuggitivi e conti da pagare

Nei 29 anni in cui Alcatraz, isola del diavolo d’America e scoglio di redenzione per criminali complicati, ospitò la prigione federale, furono 1.576 detenuti che trascorsero anni e anni in attesa di riottenere la libertà perduta. Un “soggiorno” senza poter comunicare tra loro né poter parlare con chi gli faceva visita – solo una volta al mese – di ciò che accadeva nel “mondo esterno”. A quanto si dice, pare che “non sapessero nemmeno che si stesse combattendo la Seconda guerra mondiale”.

Sebbene fuggire da Alcatraz fosse considerato impossibile, i tentativi di evasione non mancarono. I secondini ne registrarono quattordici, che coinvolsero un totale di 36 prigionieri. Il primo risale al 27 aprile 1936, quando uno detenuto tentò di fuggire scavalcando una recinzione e venne freddato dalle guardie per non essersi fermato agli avvertimenti. Il secondo tentativo di evasione, registrato il 16 dicembre 1973, viene considerato come il primo presunto tentativo riuscito. Due detenuti, Theodore Cole e Raph Roe, impiegando degli pneumatici come galleggianti di una zattera improvvisata, lasciarono l’isola senza mai fare ritorno. I loro corpi non vennero mai ritrovati e considerati “dispersi e probabilmente annegati” come furono considerati anni dopo anche Frank Morris e i due fratelli Anglin: celebri protagonisti dell’evasione registrata l’11 giugno del 1962 che ispirerà il film cult “Fuga da Alcatraz”. Gli altri tentativi di evasione si conclusero con cinque detenuti uccisi, due annegati e ventitré catturati.

La particolare locazione del penitenziario, un tempo considerata strategica e vantaggiosamente isolata, finì per rendere eccessivamente oneroso il mantenimento dei detenuti nel carcere che Mark Twain descriveva come  “freddo come l’inverno, anche nei mesi estivi”. Inviare acqua, viveri e altri generi di prima necessità sull’isola non era vantaggioso per casse dello Stato che ormai poteva ovviare a quei costosi limiti geografici con nuove strutture più sorvegliate. Per tali ragioni, il 21 marzo del 1963 il procuratore general Robert Kennedy ordinò la chiusura del carcere di Alcatraz al Bureau of Prisons con grande dispiacere del capo dell’FBI J. Edgar Hoover, acerrimo nemico della famiglia Kennedy. 

Da quel giorno Alcatraz rimase abbandonata e tornò ad essere uno scoglio silenzioso, sferzato dal vento freddo. Lo calpestano solo i gabbiani e i cormorani che passeggiano sui loro piedi palmati, tra il cemento armato e la ruggine che si accumula sulle sbarre che per tanto tempo hanno tenuto gli uomini fuori dal mondo, e adesso tengono il mondo al di fuori.

L’Occupazione di Alcatraz

Il 20 novembre 1969 l’isola venne occupata da settantotto nativi americani, per la maggior parte studenti di origine indiana della UCLA, che si stabilirono nel penitenziario abbandonato come atto dimostrativo incitato da Richard Oakes, attivista nativo che intendeva rivendicare l’isola un tempo riserva di caccia e pesca degli indiani Moqui Hopi. La rivendicazione si basava sul Trattato di Fort Laramie del 1868, che prevedeva la restituzione di territori federali in disuso agli Indiani d’America. Altri tentativi di occupazioni dimostrativa erano stati registrati il 9 marzo 1964 e il 9 novembre 1969.

Il desiderio e obiettivo finale dell’occupazione, che aveva chiamato a raccolta rappresentanze di cinquanta tribù ancestrali dell’America continentale, era trasformare l’isola in un centro per gli studi sui nativi americani e l’ecologia. Ma nel costo dei diciotto mesi di occupazione, la perdita di una leadership e una serie di incidenti – compreso un incendio che danneggiò il faro di segnalazione e l’abitazione del guardiano preposto alla sua funzione – portò allo sgombero. Su ordine dell’amministrazione Nixon, le forze speciali della polizia di San Francisco, coadiuvate da alcuni U.S. Marshall e da agenti dell’FBI, portarono via di forza gli ultimi manifestanti il 10 giugno del 1971. 

Uno scrigno del passato per visitatori moderni

Oggi, tra i freddi blocchi di celle allineate, dove un tempo risuonavano i passi pesanti delle guardie e i rintocchi dei loro vecchi manganelli sulle sbarre che trattenevano gli inquieti ospiti del governo Federale, passeggiano le scarpe da ginnastica dei turisti che possono respirare l’aria umida e drammatica di quegli spazi angusti e ormai vuoti, che sanno ancora far correre i brividi sulla pelle di vuole conoscere la vera storia di Alcatraz. Affascinante e leggendario confino di violenti, fuggiaschi e gangster di tempi che sembrano appartenere quasi a un’altra era geologica.

Dal 1973 l’isola e ciò che resta del penitenziario federale che l’ha resa leggenda sono aperti al pubblico, e attirano visitatori da tutto il mondo ma anche gli abitanti della baia di San Francisco. Loro che da sempre hanno guardato con sinistra fascinazione a The Rock e ai suoi misteri, finalmente hanno potuto vedere con i loro occhi quel che ne resta. Il resoconto di un inviato del New York Times, primo tra i primi a sbarcare sull’isola dei pellicani e dei detenuti più isolati d’America, narra di curiosi che nella brezza del mattino si aggiravano nel silenzio “vuoto e desolato, rotto solo dalle voci sommesse” di chi non avrebbe mai perso occasione di visitare la più famosa prigione del mondo. Descrivendolo come uno dei luoghi “più opprimenti e  claustrofobici” che avesse mai visto. Al tempo già si vendevano al prezzo di pochi dollari t-shirt con su scritto “Alcatraz Swim Team” o “Vacationing at Alcatraz”. Per qualcuno paccottiglia irrispettosa del dramma morale che si è consumato in quegli spazi ancora spettrali. Per qualcun altro un semplice modo di far sbarcare il lunario ai negozianti di souvenir, per divertire i turisti stranieri che arrivano con la pelle arrossata dal sole e la macchina fotografica pronta a immortalare l’architettura carceraria che racchiude nella sue evidente decadenza un’inspiegabile e algida bellezza. 

Esseri liberi che rimangono assorti di fronte alle rocce grigie, culmine di inaccessibili dirupi. Mentre i gabbiani si librano nel vento, alcuni cercano di misurare a occhio la distanza che li divide dalla costa, immaginandosi pronti ad evadere dalla vecchia fortezza divenuta prigione, come fossero protagonisti di nuove trame che traggono e ritraggono spunto dal Conte di Montecristo, da Papillon e da Escape from Alcatraz appunto. E quando le navi di passaggio segnalano il loro transito con fischi e sirene, e il vento fischia tra le mura scrostate, e i gabbiani si posano, magari si domandano: chissà se è vero che ce l’hanno fatta quei brutti ceffi di Morris e dei fratelli Anglin? Se davvero hanno raggiunto il Brasile come dicono, sulle ali della libertà. O se invece è solo una leggenda.

E soprattutto se è vero che nessuno è mai arrivato vivo alla costa scappando da Alcatraz.

TESTO DI Davide Bartoccini

FOTO DI Federica Carrozza

La Disuguaglianza.

Estratto dell'articolo di Luca Veronese e Marco Valsania per “il Sole 24 Ore” giovedì 31 agosto 2023.

Sono quasi 600mila ogni notte. E anche di giorno rappresentano una delle ferite sociali più visibili e intrattabili degli Stati Uniti. È l'esercito dei senzatetto, dei senza tetto, che si concentra nelle grandi città americane: da New York a Los Angeles, da San Francisco a Chicago. La dimensione del dramma è nelle cifre. Secondo le analisi più recenti della National Alliance to End Homelessness e dello Hud, il dipartimento per l'Edilizia e lo sviluppo urbano, i senzatetto negli Stati Uniti sono aumentati del 6% dal 2017 e oggi sono 582.462: 18 americani ogni 10mila […]

Sono dati, […] che stridono con più forza nella prima economia mondiale, anche per la mancanza di un Welfare in grado di alleviare la condizione delle persone più povere. Negli Usa il 22% dei senzatetto, oltre 127mila persone, sono considerati senza casa cronici, il 6% sono veterani delle forze armate, il 5% giovani o giovanissimi, senza famiglia con meno di 25 anni. Gli afroamericani, solo il 13% della popolazione complessiva, costituiscono invece il 39% degli homeless. […]

 […] E a poco sono finora valse, da una costa all'altra del Paese, sia le proposte progressiste che puntano a maggiori fondi e programmi di assistenza, che l'enfasi conservatrice che vuol minimizzare le responsabilità governative e puntare sull'ordine pubblico. 

Alle spalle dei senzatetto c'è una miscela di sfide irrisolte, che si aggravano con la debolezza economica ma non sono mai stato sanate neppure nei momenti di ripresa e che mettono in discussione la solidità e l'efficacia dell'intero Welfare. Si intrecciano condizioni di povertà che riguardano il 12% della popolazione: quasi 40 milioni di persone e una percentuale poco cambiata in decenni. Emergono striscianti eredità del razzismo. 

E i danni della sotto occupazione, oltre a quelli della disoccupazione, che gonfia i ranghi dei lavoratori poveri senza dimora fissa: persone che hanno un lavoro ma non guadagnano abbastanza da potersi permettere una casa. C'è l'impatto delle malattie mentali e delle epidemie di stupefacenti. Poi l'aumento dell'immigrazione illegale, destinato a generare nuovi poveri. Soprattutto si sommano, oggi, una storica carenza di case popolari, la fine di aiuti pubblici straordinari introdotti per la pandemia e l'impennata dei costi abitativi amplificata dalle fiamme dell'flacone: […]

Los Angeles, dove in povertà vive il 14,2% della popolazione, almeno 1,4 milioni di persone, è diventata capitale nazionale degli homeless. Da sei mesi la città californiana ha dichiarato un vero stato di emergenza contro la crisi dei senzatetto, per dare alle autorità locali più poteri di intervento. […] nell'ultimo anno questa popolazione vulnerabile è aumentata del 10% nel centro urbano. 

[…]L'intera California soffre di record di senzatetto: 171mila persone nella media a notte, il 30% del totale nazionale. Ben 44 persone ogni 10mila, in aumento del 43% dal 2012. 

Al secondo posto, in questa preoccupante classifica, viene lo stato di New York, con 91.271 senza casa. Accampati alla meglio anzitutto nella città, dove le associazioni di assistenza calcolano oltre 84.500 senzatetto in media ogni notte, compresi 27.500 bambini, con un incremento allarmante del 66% in un decennio. Ad aggravare il problema abitativo, è ora l'arrivo di 100mila migranti in città solo dalla scorsa estate, parte delle nuove ondate migratorie dal Sud del mondo. […]

Il sindaco Eric Adams - in una città dove in povertà vivono 2,7 milioni di persone - ha varato una carta dei diritti degli homeless che permette loro di dormire in alcuni spazi pubblici. Tutte le grandi città risentono della crisi. Ancora in California, a San Francisco e nella circostante Bay Area il dramma contrasta con la ricchezza della Silicon Valley: il 70% dei residenti indica proprio i senzatetto tra i primi tre problemi della città. Ogni notte 38mila persone non hanno casa: il numero dei clochard è in aumento del 35% dal 2019 e tra loro il 35% è considerato ormai un senzatetto cronico.

 E il fenomeno rischia di aggravarsi perché il 10% dei residenti vive in condizioni di assoluta povertà e il 30% ha redditi molto bassi in una delle zone più care del Paese. Ancora: una grande metropoli del Midwest come Chicago registra oltre 68mila senzatetto: il ricorso ai rifugi municipali è aumentato negli ultimi anni del 50%. Il tasso di povertà qui è del 16,4% e vendita al 20,6% tra le minoranze etniche e al 23% tra i giovani. 

Anche in una città ricca come Boston gli homeless sono più di 1.500 e stanno aumentando, dando vita ad accampamenti urbani. La stessa capitale Washington, centro dei dibattiti politici sugli sforzi di riforma sociale, è sotto assedio: i sobborghi hanno assistito a un incremento degli homeless del 26% in un anno e la città del 12%. Quasi 9mila persone non hanno un tetto, all'ombra della Casa Bianca e del Campidoglio.

L’altra faccia dell’impero: negli USA 600mila senza tetto e 110mila overdose. Roberto Demaio su L'Indipendente giovedì 31 agosto 2023.

C’è una ferita sociale invisibile e silenziosa negli Stati Uniti, fatta di senzatetto, overdose e comunità distrutte. Secondo le analisi della National Alliance to End Homeless e del dipartimento per l’Edilizia e lo sviluppo urbano, i senzatetto negli USA sono quasi seicentomila: 582.462 per l’esattezza, in aumento del 6% rispetto al 2017. Diciotto americani ogni diecimila non hanno un’abitazione in cui vivere e sono costretti a dormire all’aperto o in ripari improvvisati. Tra i clochard, oltre il 22% sono considerati “senza casa cronici”, il 6% sono veterani delle forze armate e il 5% sono giovani e giovanissimi. Dati che si pongono in forte contrasto con le statistiche dalle quali emerge che gli Stati Uniti sono la prima potenza economica mondiale. Tra i fattori che alimentano bombe sociali ci sono anche le disuguaglianze etniche: gli afroamericani, che rappresentano solo il 13% della popolazione complessiva, costituiscono invece il 39% dei senzatetto. Un allarme al quale si aggiunge quello della cronica e apparentemente inarrestabile crescita dei decessi per overdose da oppioidi, che negli ultimi due anni hanno superato i 100.000 casi l’anno, con il solo Fentanyl che fa in media 1.500 morti a settimana.

La città capitale degli homeless è Los Angeles dove vive in povertà il 14,2% della popolazione (circa 1,4 milioni di persone e circa il 10% in più nel centro urbano rispetto all’anno scorso). Da mesi è attivo lo stato d’emergenza per garantire alle autorità locali più poteri di intervento. Il sindaco Karen Bass ha dichiarato: «Migliaia di cittadini dormono per strada o in auto ogni notte, ogni notte alcuni di loro muoiono». Al secondo posto c’è New York, con ben 91.271 senza casa, tra cui 27.500 minori. Ad aggravare la situazione anche la gestione insufficiente delle ondate migratorie tutt’altro che irrilevanti: solo l’estate scorsa in città sono arrivate centomila persone. Anche la capitale Washington è sotto assedio: all’ombra della Casa Bianca e del Campidoglio, ci sono quasi 9.000 senza tetto, un incremento del 26% nell’ultimo anno. Il problema della povertà non si limita solo alle grandi città, ma si estende in tutto il territorio americano. In alcune zone della costa occidentale il sindacato del personale alberghiero ha persino proposto di introdurre una sovrattassa finalizzata ad aiutare i lavoratori a reddito più basso e per offrire stanze libere negli hotel pagate da un voucher municipale.

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I problemi sociali non si esauriscono al campo economico. Secondo i dati del Centro di Controllo delle Malattie (CDC), dal 2021 i decessi per overdose annue si sono stabilizzate oltre le 100mila unità. Per il 2023 sono ancora previste 110.000 morti, nonostante la leggera flessione degli ultimi mesi. Tra le droghe più utilizzate spicca il Fentanyl, responsabile di circa 1.500 vittime a settimana (circa 80 mila all’anno, dieci volte il bilancio delle guerre in Iraq e Afghanistan) e considerata la principale causa di morte per gli americani di età compresa tra i 18 e i 49 anni. Si tratta di un ritrovato sintetico elaborato negli anni Sessanta utilizzato per curare i dolori di alcune categorie specifiche di malati. Dietro prescrizione medica si acquista legalmente, ma le strade americane sono ormai piene di Fentanyl di contrabbando, il cui spaccio è gestito da bande che lo importano principalmente da Messico e Cina. La questione degli oppioidi, negli USA, è considerata ormai talmente grave che, il segretario alla Sicurezza interna Alejandro Mayorkas, l’ha definita «la più grande sfida per il paese». [di Roberto Demaio]

La logica del mercato. Rainer Zitelmann su L’Inkiesta il 30 Gennaio 2023.

Mobilità sociale. Il falso mito della disuguaglianza che aumenta negli Stati Uniti

Se nelle statistiche non si tiene conto delle elevate imposte pagate da chi ha un reddito alto e non si tiene conto dei consistenti trasferimenti ricevuti da chi ha un reddito basso, è logico che i dati sulla crescente disparità di reddito e opportunità sono sbagliati

Quasi nessuna affermazione è stata ripetuta così spesso dai media come quella secondo cui la disuguaglianza tra poveri e ricchi è cresciuta in modo massiccio, anno dopo anno, in tutto il mondo e soprattutto negli Stati Uniti. Alcuni studiosi hanno ora confermato che negli Stati Uniti questa tesi si basa su statistiche che non tengono conto dei due terzi dei trasferimenti che il governo effettua a favore dei lavoratori a basso reddito. Allo stesso tempo, le statistiche ufficiali sulla disuguaglianza non tengono conto delle imposte federali, statali e locali, l’82 per cento delle quali sono pagate dal primo 40 per cento (per entità) dei percettori di reddito americani.

«Il risultato netto è che in totale il Census Bureau sceglie di non contare l’impatto di oltre il 40 per cento di tutti i redditi, che derivano da trasferimenti o tasse», scrivono Phil Gram, Robert Ekelund e John Early nel loro eccellente libro The Myth of American Inequality. Essi dimostrano che: «Ci sono almeno un centinaio di programmi federali che spendono ciascuno più di 100 milioni di dollari all’anno per fornire assistenza e sostegno alle famiglie, oltre a un numero imprecisato di programmi più piccoli per risorse stanziate». Di tutti questi programmi, il Census Bureau ne considera solo otto nella sua misurazione del reddito e sceglie di non contare gli altri come componente del reddito per i beneficiari.

Questo metodo statistico non era un problema quando fu introdotto 75 anni fa e questi trasferimenti giocavano solo un ruolo minore. Se nelle statistiche non si tiene conto delle elevate imposte pagate da chi ha un reddito alto e non si tiene conto dei consistenti trasferimenti ricevuti da chi ha un reddito basso, è logico che i dati sulla crescente disuguaglianza sono sbagliati. Se si tiene conto delle tasse e dei trasferimenti, il rapporto tra il reddito del 20 per cento più basso e quello del 20 per cento più alto degli americani è di 4 a 1 e non di 16,7 a 1 come risulta dai dati ufficiali del Census Bureau.

L’economista francese Thomas Piketty è uno dei principali sostenitori della tesi della crescente disuguaglianza. Egli sostiene che la disuguaglianza è aumentata bruscamente in molti Paesi a partire dal 1990. Secondo i dati presentati da Piketty e dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel World Inequality Database, la quota di reddito statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco degli americani è aumentata dal 10 per cento al 15,6 per cento tra il 1960 e il 2015. Anche prima di Gramm, Ekelund e Early, altri ricercatori avevano sottolineato che questi dati erano sbagliati. Gli economisti statunitensi Gerald Auten e David Splinter hanno dimostrato che questi dati sono sovrastimati e che, in realtà, la quota di reddito statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco è aumentata più moderatamente, dal 7,9 per cento all’8,5 per cento tra il 1960 e il 2015.

Lo stesso vale per la quota di ricchezza statunitense detenuta dall’1 per cento più ricco, che secondo Piketty è aumentata dal 22,5 per cento al 38,6 per cento tra il 1980 e il 2014. Secondo i calcoli di Smith, Zidar e Zwick, invece, nello stesso periodo è aumentata dal 21,2 per cento al 28,7 per cento – per saperne di più su questi e altri studi si può consultare questo sito.

I dati sulla ricchezza escludono il valore attuale dei piani pensionistici a prestazione definita e dei programmi di sicurezza sociale, che distorcono il confronto a svantaggio delle fasce più povere della popolazione. Quando si calcolano i valori patrimoniali, è importante ricordare che essi dipendono soprattutto dall’aumento dei prezzi delle case rispetto a quelli delle azioni. Nei periodi in cui i prezzi delle azioni crescono molto più velocemente di quelli delle case, le persone ricche ne traggono maggiore vantaggio perché possiedono una quota maggiore di titoli rispetto alle persone meno ricche.

Un altro problema è che molti degli studi sulla ricchezza sono metodologicamente deboli, perché mancano dell’elemento dinamico: il movimento tra coorti di reddito o di ricchezza nel tempo, chiamato anche mobilità sociale. Fa una grande differenza – dal punto di vista economico, etico e morale – se il 10 per cento inferiore della popolazione in termini di distribuzione del reddito nel Paese X nel decennio 1 è ancora lo stesso nel decennio 2, o se questo decile nel decennio 2 è ora composto da persone completamente diverse. Il problema è che molte persone che hanno opinioni forti sulla disuguaglianza hanno anche poca o nessuna comprensione delle statistiche. Questo porta più volte a considerare come veri numeri grossolanamente imprecisi.

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Mauro Masi per adnkronos.com il 30 gennaio 2023.

Negli Stati Uniti proprio in questi giorni ha ripreso forte vigore la polemica intorno ai brevetti sui vaccini contro il Covid 19 quando tre senatori democratici molto noti e popolari (Elisabeth Warren, Peter Welch e Bernie Sanders – ex candidato dem alla Presidenza contro Biden) hanno attaccato prima Pfizer poi Moderna per la loro annunciata decisione di portare il costo della singola dose vaccinale sul libero mercato (quando saranno esauriti i contratti in essere con il governo USA e i vari governi mondiali, UE compresa) a 130 dollari.

Sanders ha sottolineato che il costo stimato di produzione della singola dose è di circa 2,85 dollari quindi il prezzo di vendita annunciato sarebbe di oltre 45 volte quello di produzione. Un’enormità. Pfizer non ha proprio risposto alle critiche, Moderna ha ricordato i grandi costi sostenuti per ricerca e sviluppo e che comunque il suo prodotto anche dopo la fine dei contratti pubblici “sarà disponibile gratuitamente per la stragrande maggioranza delle persone negli USA”.

Il dibattito sulla gestione dei brevetti sui farmaci salva vita viene da lontano e ha avuto sviluppi molto significativi durante la pandemia da Covid. Ricordiamo che al margine dell’ultima Assemblea generale dell’ONU prima della guerra russo ucraina, il Presidente USA Biden volle un vertice mondiale virtuale per la lotta al Covid. Vi parteciparono i leader di 30 Nazioni ad alto reddito per presentare “impegni per la donazione dei vaccini”.

 In questo contesto gli Usa annunciano che avrebbero donato fino a 1,1 miliardi di dosi per i paesi più poveri. Peraltro nessuno dei partecipanti al Summit menzionò nulla che riguardasse la tutela brevettuale dei vaccini e l’annuncio fatto dallo stesso Biden nel maggio 2021 al WTO di “non voler proteggere la proprietà intellettuale per i vaccini” è rimasto lettera morta.

All’epoca la presa di posizione di Biden era sembrata addirittura epocale mettendo un punto fermo, con tutta l’autorevolezza del Governo Usa, nella disputa annosa tra chi ritiene che la salute pubblica faccia premio su ogni altra tutela e chi sottolinea che senza la protezione assicurata dall’esclusività brevettuale si bloccherebbe l’innovazione e la spinta del sistema a produrre nuovi farmaci.

 Come si è visto, però, non se ne è fatto sostanzialmente nulla e ciò per diversi motivi di natura sia economica sia politica ma forse anche perché la strada proposta dagli USA (sospensione “sic et simpliciter” dei brevetti) era quella tecnicamente più semplice ma, non necessariamente, la più adeguata.

Meglio sarebbe stato, forse, puntare sulle licenze obbligatorie (deroghe ai brevetti su pronuncia di un’autorità giuridica o amministrativa che ne fissa condizioni e durata) come prevede lo stesso accordo multilaterale TRIPS. Ciò detto, lo stato dell’arte ad oggi è che, nella sostanza, nulla è cambiato rispetto a tre anni fa, prima della pandemia, e il tema resta, quindi, attualissimo ed irrisolto.

 LINEE AEREE. Molte compagnie aeree mondiali stanno cercando di seguire l’esempio dell’Alaska Airlines che per prima ha applicato il software di ultra avanguardia Flyways che studia e definisce rotte più efficienti e meno dispendiose anche e soprattutto in termini di consumo di carburante. Non è un esercizio semplice: le infrastrutture di IT non sono facilissime da installare in quanto una linea aerea non può semplicemente chiuderne una ed aprirne un’altra.

Tali sistemi vanno, infatti, integrati progressivamente e con molta attenzione perché il tutto avviene con i voli in corso e si rischiano problemi anche molto seri (come peraltro accaduto pochi giorni fa proprio negli USA dove, sembra, un errato upgrade di un sistema informatico della FAA l’agenzia federale del volo ha causato un blackout di molte ore bloccando al suolo migliaia di voli).

Ne vale comunque la pena: Alaska Airlines ha ottenuto nell’ultimo anno notevoli successi sia in termini di risparmio di carburante che di raggiungimento di ambiziosi target di sviluppo sostenibile lanciando nell’olimpo dei supermanager il suo CEO, l’italo-americano Ben Minicucci.

Copyright.

Estratto dell’articolo di Irene Soave per il “Corriere della Sera” il 27 gennaio 2023.

Madonna, Elon Musk, il ministro dell’Interno, l’artista Marina Abramovic, la scrittrice Ottessa Moshfegh. Un «gruppo di amici attentamente selezionati» che fa conversazione, alla tavola di un’anfitriona in vista, nel cuore di Manhattan: così Anna Sorokin già nota come Delvey, finta ereditiera tedesca in realtà russa alle cui truffe (quasi) sempre riuscite è stata ispirata la serie Netflix Inventing Anna , ha riportato in vita la tradizione delle grandi ereditiere vere, quella del salotto.

 Il 2023 sarà l’anno del suo Delvey’s Dinner Club : una serie di cene […] filmate e mandate in onda. A produrlo, una divisione della Wheelhouse Entertainment, cofondata dallo showman Jimmy Kimmel. Piccolissimo particolare: l’appartamento dell’East Village in cui la padrona riceve è quello da 4.200 dollari al mese — pagati da chi? non è chiaro, e nessuno se ne stupisce — in cui sta finendo di scontare, ai domiciliari, una seconda condanna pronunciata nel 2022 perché dopo cinque anni in prigione, col visto scaduto, non aveva lasciato gli Stati Uniti.

[…] Ora, però, c’è un contratto. E col contratto, annunciato in esclusiva al tabloid Page Six , le foto di Anna Sorokin in versione già semilibera […]. Un abito dorato, una strategica linea di kajal sotto gli occhi blu, colorito da ottime creme; alla caviglia sinistra un braccialetto letteralmente esclusivo, quello elettronico dei domiciliari.

 […] La sua frode è fruttata parecchio. Netflix ha comprato per 320 mila dollari i diritti sulla sua vita. È riuscita a vendere — e prima a esporre — alcuni suoi disegni prodotti in carcere: 340 mila dollari.  Ora il reality show. Però una legge le mette i bastoni tra le ruote. Si chiama la «Son of Sam Law», dove «Son of Sam» era il «nome d’arte» che negli anni Settanta si era dato un serial killer che poi aveva venduto la propria vicenda al cinema.

Dieci anni di sentenze, appelli e sentenze contrarie avevano poi stabilito che no, un criminale non può arricchirsi con i diritti sulla propria storia. Così dei 320 mila dollari di Netflix, Sorokin non ha visto nulla: sono stati devoluti ai suoi truffati (perlopiù banche d’affari), e lo stesso potrebbe succedere dopo il nuovo show.

Le Spie.

Aleksandr Poteyev.

Irangate.

Cinagate.

Russiagate.

Jack Teixeira.

Daniel Ellsberg.

Robert Hanssen.

Charles McGonigal.

Ana Montes.

Aleksandr Poteyev.

Estratto dell’articolo di Andrea Marinelli e Guido Olimpio per “il Corriere della Sera” il 19 Giugno 2023.

Le storie di spionaggio sono complicate e semplici. Coinvolgono uomini addestrati ma anche persone qualsiasi, prive di esperienza, però utili alla missione. Compresa la caccia ad un agente russo fuggito negli Stati Uniti, Aleksandr Poteyev. Un uomo che doveva morire perché aveva tradito. 

L’ex funzionario dell’intelligence russa è dal 2010 nella lista dei ricercati di Mosca, lo accusano di aver venduto all’Fbi una rete di spie negli Stati Uniti, un network di illegali sulla costa orientale del Paese. Vivevano da americani, come americani: lavori comuni, figli, attività insospettabili, e intanto raccoglievano informazioni. 

È la storia che ha ispirato la serie tv The Americans. Probabilmente non li avrebbero presi se Poteyev, un veterano dell’intelligence di grande esperienza, un ufficiale che gestiva proprio gli infiltrati in Occidente, non avesse fatto il doppio gioco.

[…] Le 11 spie — fra cui la celebre Anna la rossa — vengono arrestate e liberate con uno scambio che coinvolge Sergei Skripal. Una volta vuotato il sacco, intanto, Aleksandr riesce a scappare in America, attraverso Bielorussia e Germania. 

Lo prende in carico il National Resettlement Operations Center, la struttura che si occupa dei fuggitivi, l’agenzia in grado di costruirgli una nuova esistenza lontana dalla madre patria. Solo che i russi non si sono dimenticati di lui: sanno che si nasconde in Florida e mandano un killer a cercarlo tra il 2013 e il 2014. È il primo atto di una sfida. […]

Nel luglio 2016 Mosca sostiene che il traditore è morto ma è una finta, tattica consueta, perché Poteyev — scoprono i giornalisti di Buzzfeed — ha inspiegabilmente lasciato abbondanti tracce. L’ex 007 rinnova a suo nome una licenza di pesca a un negozio Walmart della Florida, e si registra per votare nelle liste elettorali repubblicane.  […]

E qui appare una figura sorprendente, Hector Cabreras Fuentes, messicano dello stato di Oaxaca, un bravo medico e brillante ricercatore senza alcun precedente penale. Solo che ha un passato da studente di microbiologia nella città russa di Kazan e un segreto: ha due mogli, una in Messico e una donna russa con due figlie che vive in Germania, dove lavora. 

La doppia famiglia diventa l’arma del ricatto. Mosca usa la più classica delle «leve». Nel 2019 impedisce alla consorte russa e alle due figlie di lasciare il Paese e offre a Fuentes la soluzione: potrà partire se ci aiuterai a trovare qualcuno che ci interessa negli Stati Uniti.

E così, nel febbraio del 2020, il medico messicano riceve ordini precisi, indicazioni e un indirizzo di Miami: il suo compito è condurre una ricognizione su un personaggio, ossia Poteyev. […] E infatti una volta in Florida combina una grande pasticcio. Si fa beccare da una guardia mentre cerca di entrare nel cancello del condominio dove abita l’obiettivo accodandosi a un’auto, poi la moglie scatta delle foto alla targa di Poteyev. Parte una segnalazione. Quando cerca di imbarcarsi all’aeroporto di Miami lo fermano e crolla insieme al «castello», fornendo i dettagli all’Fbi. […]

Irangate.

La Cia rivela il nome del secondo agente della missione Argo in Iran. Storia di Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera sabato 16 settembre 2023.

Per la prima volta, la Cia ha rivelato l’identità di un secondo ufficiale che ha svolto un ruolo chiave in una missione di salvataggio in Iran nel 1980, proprio nel pieno della rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. L’operazione consisteva nel far uscire dal Paese sei diplomatici statunitensi travestiti da troupe cinematografica. Il gruppo era assistito da due agenti della Cia. La missione fu così rocambolesca che ispirò il film premio Oscar . uscito nel 2012 con protagonista Ben Affleck.

La storia è conosciuta. Con l’aiuto del Canada, i due ufficiali della CIA e i sei funzionari americani finsero di essere alla ricerca di luoghi in cui girare un film di fantascienza di nome Argo. E alla fine riuscirono a sfuggire ai servizi di sicurezza iraniani ed imbarcarsi per Zurigo. Finora si conosceva solo il nome di uno degli agenti, lo specialista in travestimenti e falsificazioni Tony Mendez, morto nel 2019, ma adesso la Cia ha svelato anche l’identità del secondo ufficiale. Si tratta di Ed Johnson, esperto in estrazioni segrete, conosciuto anche dalla moglie di Mendez, Jonna, anche lei agente segreta, che lo ha descritto alla come «linguista straordinariamente abile», esperto nella creazione di documenti falsi. «Sembrava essere perfettamente adatto al lavoro che stava svolgendo», ha raccontato.

La rivelazione è stata fatta lo scorso 14 settembre nell’episodio del podcast «Langley Files», in cui la Cia ha rivelato particolari inediti della missione, forniti proprio da Johnson. La parte più difficile dell’operazione, secondo quanto raccontato, è stata convincere i diplomatici che sarebbero riusciti ad ingannare gli iraniani e a passare per una troupe cinematografica. «Loro erano persone che non erano addestrate a mentire alle autorità» ha detto Johnson. L’agente segreto, che aveva una vasta esperienza del Medio Oriente, parla numerose lingue, tra cui l’arabo, ma non il farsi, l’idioma ufficiale in Iran. Tuttavia gli tornò utile il tedesco quando lui e Mendez si ritrovarono involontariamente, proprio di fronte all’ambasciata americana allora occupata, dove 52 cittadini statunitensi erano stati presi in ostaggio nel 1979 (saranno rilasciati solo nel 1981, dopo 444 giorni). Lì, una guardia iraniana di lingua tedesca aiutò le due spie a trovare un taxi per andare all’ambasciata canadese dove si erano rifugiati anche i sei diplomatici. «Devo ringraziare gli iraniani per essere stati il faro che ci ha portato nel posto giusto», ha detto Johnson nell’intervista alla Cia.

Nel film del 2012, la fuga del gruppo dall’Iran avviene sul filo del rasoio con le truppe iraniane che tentano di inseguire l’aereo. La realtà, ha ricordato Johnson, è stata molto meno movimentata, i diplomatici erano rilassati e «fiduciosi» durante le fasi finali della missione.

Cinagate.

Allarme nella Marina Usa: arrestate spie che passavano informazioni alla Cina. Federico Giuliani il 4 Agosto 2023 su Inside Over.

Avrebbero “violato gli impegni assunti per proteggere gli Stati Uniti” e “trasmesso informazioni militari sensibili” alla Repubblica Popolare Cinese. Due marinai statunitensi sono stati arrestati con l’accusa di spionaggio per conto della Cina, secondo quanto riportato dal dipartimento di Giustizia Usa.

In casi tra loro apparentemente separati, Jinchao Wei e Wenheng Zhao sono finiti nell’occhio del ciclone. Wei, cittadino statunitense naturalizzato, marinaio di 22 anni assegnato alla Uss Essex, con sede a San Diego, è stato arrestato con l’accusa di spionaggio che coinvolge la cospirazione per l’invio di informazioni sulla difesa nazionale a funzionari cinesi. Il sottufficiale Zhao, 26 anni, di aver invece raccolto tangenti in cambio della fornitura di foto e video militari statunitensi sensibili ad un ufficiale dell’intelligence cinese. 

Gli uomini sono stati arrestati in California. “Queste persone sono accusate di aver violato gli impegni assunti per proteggere gli Stati Uniti e di aver tradito la fiducia pubblica, a vantaggio del governo della Cina”, ha dichiarato Matthew G. Olsen, assistente procuratore generale della divisione per la sicurezza nazionale del dipartimento di Giustizia.

Spionaggio e arresti

A causa delle loro azioni, “informazioni militari sensibili sono finite nelle mani della Repubblica popolare cinese”, ha proseguito Olsen. Le informazioni includevano dettagli su esercitazioni in tempo di guerra, operazioni navali e materiale tecnico critico.

Wei e Zhao sono stati accusati di reati simili ma in casi separati. Non è ancora chiaro se le due vicende siano collegate né se i mariani siano stati corteggiati o pagati dallo stesso ufficiale dell’intelligence cinese.

I pubblici ministeri federali sostengono che Wei – che ha servito come assistente macchinista sulla nave d’assalto anfibia Uss Essex, aveva un nulla osta di sicurezza e aveva accesso a informazioni sensibili sulla stessa nave – avrebbe preso contatto con un ufficiale dell’intelligence del governo cinese nel febbraio 2022, e che, su sua richiesta, avrebbe fornito fotografie e video della nave su cui ha prestato servizio.

Il materiale sarebbe stato composto da manuali tecnici e meccanici, nonché da dettagli sul numero e sull’addestramento dei marine Usa durante un’esercitazione imminente. Pare inoltre che l’anonimo ufficiale dell’intelligence cinese avesse inoltre ordinato a Wei di non discutere della loro relazione e di distruggere le prove per coprire eventuali tracce. Il marianio è stato accusato in base a uno statuto dell’Espionage Act usato raramente, che rende un crimine raccogliere o fornire informazioni per aiutare un governo straniero.

Informazioni riservate

Zhao ha lavorato presso la base navale della contea di Ventura vicino a Los Angeles. È accusato di aver collaborato con un ufficiale dell’intelligence cinese tra agosto 2021 e, almeno, maggio 2023.

Le informazioni che avrebbe condiviso includerebbero piani operativi per un’esercitazione militare statunitense nella regione indo-pacifica. I pubblici ministeri affermano che l’uomo abbia anche registrato di nascosto le informazioni che avrebbe consegnato. Avrebbe fotografato schemi elettrici e progetti per un sistema radar in una base militare statunitense a Okinawa, in Giappone, e avrebbe altresì ricevuto circa 14.866 dollari per il materiale consegnato.

La Cina, finora, ha negato di essere a conoscenza dei fatti. Liu Pengyu, un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, citato dal Wall Street Journal, ha detto: “Il governo e i media degli Stati Uniti hanno spesso pubblicizzato casi di ‘spionaggiò legati alla Cina. La Cina si oppone fermamente alla calunnia infondata e alla diffamazione da parte degli Stati Uniti”. Se condannati, sia Wei che Zhao rischiano 20 anni di carcere.  

FEDERICO GIULIANI

Estratto dell’articolo di Matteo Persivale per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2023.

[…] Il processo pare uscito da un film dei fratelli Coen: […] imputato il rapper Pras dei Fugees, convitato di pietra il miliardario malaysiano Low Taek Jho […], ora svanito nel nulla e accusato di una lunga serie di reati finanziari. Low avrebbe pagato Pras, uno dei suoi numerosi amici celebri, perché intercedesse per lui (o meglio per i suoi mandanti, tra cui il governo cinese) nel mondo politico americano.

È stato anche accusato di aver preso denaro dalla Cina per fare pressioni sui funzionari statunitensi affinché estradassero in Cina un dissidente con sede negli Stati Uniti, Guo Wengui. Il rapper ha sostenuto di essere stato ingenuo, e ha definito «free money», soldi in regalo, quelli che Low gli versava con sollecitudine. Il verdetto: colpevole. Ora rischia vent’anni per aver usato soldi stranieri per aiutare Jho Low e il governo cinese ad avere accesso a politici americani. DiCaprio nel 2015 ebbe l’intelligenza di chiudere i rapporti con Jho Low e al processo non è imputato di nulla.

Low aveva finanziato la fondazione per l’ambiente di DiCaprio e il suo Wolf of Wall Street , e l’attore l’aveva ringraziato dopo la vittoria del Golden Globe. «Lo conobbi a Las Vegas, intorno al 2010, mi dissero che era un prodigio degli affari. Portava gli amici a feste pazzesche, una volta ci portò tutti a fare Capodanno in Australia col suo aereo privato e poi subito tutti a Las Vegas per il Capodanno anche lì». 

Il rapper Pras […] aveva aiutato il finanziere a orchestrare una serie di campagne di lobbying per influenzare il governo degli Stati Uniti sotto Obama e poi Trump. Dieci gravi capi d’accusa tra i quali l’aver agito come «agente straniero», ostruzione alla giustizia, falsificazione di documenti finanziari di campagne elettorali. […]

Russiagate.

Estratto dell'articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it il 12 giugno 2023.

"Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto". Così scrive l'ex segretario alla Giustizia William Barr a pagina 301 del suo libro One Damn Thing After Another, rilanciando l'interrogativo se l'ex premier Giuseppe Conte abbia detto tutta la verità al Copasir e al Paese, riguardo il suo intervento nell'inchiesta sul "Russiagate". 

Perché il presidente a cui si riferisce Barr è Donald Trump, e i primi ministri a cui gli chiede di parlare dell'indagine condotta dal procuratore Durham sono quelli di Italia, Gran Bretagna e Australia. Un tassello importante di questa misteriosa vicenda, che diventa ancora più significativo alla luce del fatto che l'ex capo della Casa Bianca è stato incriminato proprio per la gestione inappropriata delle informazioni segrete di intelligence, tra cui potrebbero figurare anche quelle ricevute dai servizi italiani.

Nel 2019 il presidente Donald Trump si convince che il "Russiagate" è stato confezionato in Italia, dai servizi di Roma sotto la guida del premier Renzi alleato di Hillary, e dagli agenti dell'Fbi a lui ostili come il capo a via Veneto Michael Gaeta. 

Tutto nasce dalle accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata sulle mail di Clinton rubate dai russi era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro nella nostra capitale. Perciò il capo della Casa Bianca chiede all'Attorney General di andare a indagare. 

Il protocollo vorrebbe che il segretario alla Giustizia contattasse il suo omologo per spiegare cosa cerca, per poi lasciargli gestire il caso. Barr invece scavalca tutti. Si rivolge all'ambasciata italiana a Washington e ottiene un incontro con il capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Gennaro Vecchione, leader dei servizi di intelligence italiani, autorizzato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

La mattina del 15 agosto 2019, secondo i documenti del dipartimento alla Giustizia sulla missione, che La Repubblica ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane, l'Attorney General atterra a Ciampino e va a messa nella chiesa cattolica di St. Patrick, a due passi dall'ambasciata americana di via Veneto. Alle 17 va in piazza Dante 25, sede del Dis, per incontrare Vecchione. Secondo lo schedule di Barr, però, alle 18,45 l'intero gruppo si dirige verso piazza delle Coppelle per una cena di due ore al ristorante Casa Coppelle, mai rivelata ufficialmente. 

Un paio di settimane dopo Conte va al G7 di Biarritz, mentre a Roma si decide il futuro del suo governo. Il 27 agosto 2019 Trump lo appoggia, con questo messaggio su Twitter: "Comincia a mettersi bene per l'altamente rispettato primo Ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte... Un uomo di grande talento, che speriamo resti primo Ministro".

Il 27 settembre Barr torna a Roma per rivedere Vecchione, presumibilmente allo scopo di ricevere le informazioni raccolte dai nostri servizi dopo il primo appuntamento del 15 agosto. Quando la missione segreta di Barr viene scoperta, il Copasir chiede spiegazioni al presidente del Consiglio. Conte difende la legalità delle visite e sottolinea due punti: "Non ho mai parlato con Barr", e "i nostri servizi sono estranei alla vicenda". 

Poi ai giornalisti dice: "Qualcuno ha collegato il tweet di Trump a questa inchiesta. Non me ne ha mai parlato. La richiesta risale a giugno 2019 ed è pervenuta da Barr. Ha domandato di verificare l'operato degli agenti americani, col presupposto di non voler mettere in discussione l'operato delle autorità italiane dell'intelligence".

 Se così fosse stato, il premier avrebbe autorizzato il segretario alla Giustizia ad incontrare i vertici dei servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo Gaeta, con cui poi i nostri agenti lavoravano ogni giorno per garantire la sicurezza del paese. 

Quindi sul 15 agosto Conte aggiunge: "Si è trattato di una riunione tecnica con il direttore del Dis Vecchione, che non si è svolta all'ambasciata americana, né in un bar, né in un albergo, come riportato da alcuni organi di informazione, ma nella sede di piazza Dante del Dis". Nello schedule ufficiale di Barr però c'è anche la cena a Casa Coppelle, che poi Vecchione ha confermato, descrivendola come un incontro conviviale. 

[…] 

L'ex premier dice che la visita di Barr non aveva come oggetto un'ipotesi di cooperazione giudiziaria, e perciò sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Ciò però è smentito dalla pratica inoltrata successivamente dal procuratore Durham, che ha effettivamente richiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, come si fa appunto nei casi di cooperazione giudiziaria, ma non è stato accontentato perché la domanda non reggeva sul piano tecnico.

Conte infine sottolinea che Barr indagava sugli agenti americani, non italiani, ma così apre un altro caso. Il premier infatti avrebbe autorizzato il segretario ad incontrare i nostri servizi per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo il capo a Roma Michael Gaeta, con cui poi i nostri agenti dovevano lavorare ogni giorno per garantire la sicurezza del Paese, mettendola così a rischio a causa dei potenziali attriti con gli agenti Usa in Italia. 

Conte infine dice che la sua decisione ha contribuito alle buone relazioni tra Roma e Washington, ma ora sappiamo che era un'iniziativa presa da Trump per il proprio interesse personale ed eventualmente elettorale, non per la sicurezza nazionale dei due Paesi.

Nel suo libro, Barr chiarisce così l'episodio: "Nella primavera e l'inizio dell'estate del 2019, quando John (Durham) e io discutemmo la dimensione internazionale del suo lavoro, ci accordammo per coinvolgere tre paesi che sentivamo sarebbero stati più utili all'investigazione: Regno Unito, Australia e Italia. Io cominciai contattando gli ambasciatori di questi paesi, e in seguito ebbi discussioni con alti funzionari in ciascuno di essi. Andai tanto in Italia, quanto nel Regno Unito, per spiegare l'inchiesta di Durham e chiedere qualsiasi assistenza o informazione che potessero fornire". Quindi arriva la frase chiave su Conte: "Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto".

Ora l'ex presidente del Consiglio potrebbe sostenere che la conversazione con Trump sollecitata da Barr non è mai avvenuta, ma ciò sarebbe molto sorprendente. L'inchiesta sul "Russiagate" era l'iniziativa politica più importante per il capo della Casa Bianca. 

Aveva chiesto personalmente al segretario alla Giustizia di lanciarla, spingendolo ad agire. Barr aveva obbedito, prendendo contatto con le autorità italiane e visitando il nostro paese. Quindi aveva chiesto a Trump di parlare dell'inchiesta con Conte, per sensibilizzarlo sulla sua importanza e chiedergli "qualsiasi assistenza o informazione" che potesse fornire.

Quanto è probabile che poi Donald non abbia dato seguito alla sollecitazione di Barr, evitando di parlare dell'indagine col presidente del Consiglio? In questi casi non serve una lunga conversazione, basta un accenno per capirsi. Non farlo sarebbe stato un comportamento contrario agli interessi di Trump, e certamente fuori carattere per un capo della Casa Bianca che, come abbiamo visto dall'incriminazione del procuratore Jack Smith, non si faceva certo troppi scrupoli sull'uso personale dell'intelligence.          

Il ruolo dell'Italia è confermato e chiarito dal rapporto appena pubblicato da Durham. La giornata chiave è il 3 ottobre del 2016, in piena campagna presidenziale fra Trump e Hillary Clinton, quando a Roma si incontrano cinque personaggi molto importanti.

Di due conosciamo l'identità, sono l'analista supervisore dell'Fbi Brian Auten e l'ex capo del Desk Russia all'MI6 Chris Steele. Gli altri vengono identificati solo come Special Agent-2, Acting Section Chief-1 e Handling Agent-1, ma sono pezzi grossi del Federal Bureau of Investigation. Sono nella capitale italiana per vedere l'ex agente segreto britannico, autore del famoso dossier sulle relazioni pericolose fra Trump e Mosca, all'origine del "Russiagate". Vogliono offrirgli un milione di dollari, se riuscirà a provare le sue accuse contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca. […] 

Ora però ci sono nuovi sviluppi che rilanciano gli interrogativi, e l'incriminazione di Trump forse rende ancora più urgenti i chiarimenti. Almeno quattro sono le domande che il Copasir, guidato adesso da Lorenzo Guerini, dovrebbe essere interessato a chiedere a Conte.

Primo: la conversazione tra l'ex capo della Casa Bianca e l'ex premier, caldeggiata da Barr, era avvenuta? Se sì, cosa si erano detti? Se no, era stata ricevuta una richiesta e rifiutata? Conte era a conoscenza delle potenziali notizie di reato rivelate dai servizi italiani al segretario alla Giustizia americano, e di cosa si trattava? Ne va della sicurezza nazionale italiana, e potenzialmente dei futuri equilibri globali. Perciò sarebbe essenziale ricevere le risposte.

 Estratto dell'articolo di Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 17 maggio 2023.

La giornata chiave è il 3 ottobre del 2016, in piena campagna presidenziale tra Donald Trump e Hillary Clinton, quando a Roma si incontrano cinque personaggi da fare invidia alla sceneggiatura più spericolata della serie televisiva "The Diplomat". Di due conosciamo l’identità, sono l’analista supervisore dell’Fbi Brian Auten e l’ex capo del Desk Russia all’MI6 Chris Steele.

Gli altri vengono identificati solo come Special Agent-2, Acting Section Chief-1 e Handling Agent-1, ma sono pezzi grossi del Federal Bureau of Investigation. Sono nella capitale italiana per incontrare l’agente segreto britannico, autore del famoso dossier sulle relazioni pericolose fra Trump e Mosca, all’origine del "Russiagate". Vogliono offrirgli un milione di dollari, se riuscirà a provare le sue accuse contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca. 

Questa rivelazione scottante, contenuta nel rapporto di 316 pagine appena pubblicato dal procuratore John Durham, rimette l’Italia al crocevia dello scandalo che ha paralizzato per anni gli Stati Uniti.

Infatti nelle carte si scopre che Steele era gestito da un agente dell’ufficio di Roma dell’Fbi, allora guidato da Michael Gaeta. Così si spiega l’interesse di Trump ad investigare sul ruolo del nostro paese nel "Russiagate", e si riaprono gli interrogativi sulle decisioni prese dall’allora premier Conte.  

Lo scandalo nasce a Roma, quando il professore della Link Campus University Joseph Mifsud incontra George Papadopoulos, consigliere del candidato repubblicano, e gli dice che i russi hanno le email di Hillary. Il 6 e 10 maggio 2016 Papadopoulos rivela la dritta a due diplomatici australiani, che la girano al governo Usa. Così ad agosto l’Fbi apre l’inchiesta "Crossfire Hurricane".

[…] 

Quando Trump diventa presidente, chiede al segretario alla Giustizia Barr di indagare sulle origini del "Russiagate", sospettando che fosse una trappola ordita da agenti infedeli dell’intelligence. Barr incarica Durham dell’inchiesta e i due chiedono all’ambasciata italiana a Washington di venire a Roma per incontrare i vertici dei nostri servizi. 

Ora sappiamo che cercavano informazioni sugli agenti dell’Fbi che avevano gestito Steele dalla nostra capitale. Secondo il protocollo una simile domanda sarebbe dovuta passare dal ministero della Giustizia, ma Conte ordina al capo del Dis Gennaro Vecchione di ricevere Barr e Durham. Il primo incontro avviene il 15 agosto del 2019 nella sede dei servizi, con un’appendice al ristorante Casa Coppelle per la cena. Il 27 agosto, dal G7 di Biarritz, Trump pubblica il tweet con cui si augura che "Giuseppi" venga confermato premier.

Il 27 settembre Barr e Durham tornano a Roma per vedere i capi dei servizi e ricevere le informazioni. Gli italiani rispondono di non sapere nulla del "Russiagate", ma secondo una notizia del New York Times confermata dal segretario alla Giustizia, rivelano di aver sentito voci su potenziali reati commessi da Trump. 

L’interpretazione più benevola del comportamento di Conte è che l’Italia aveva interesse a conservare un buon rapporto col presidente americano e perciò lo aveva accontentato. Così però aveva messo a rischio la sicurezza nazionale, costringendo i nostri servizi a passare a Barr potenziali informazioni compromettenti sui colleghi dell’Fbi, con cui poi dovevano lavorare ogni giorno per sventare attentati, catturare terroristi o arrestare mafiosi.

Visto lo scopo dell’inchiesta, non regge più la giustificazione di Conte secondo cui poteva aggirare il protocollo, perché si trattava di una questione di sicurezza. 

[…] 

Infine resta da capire quali notizie di reato su Trump avevano passato i servizi italiani a Barr, e se il premier le conosceva. Considerando che Donald è da capo il favorito alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, sono tutti interrogativi da chiarire, probabilmente anche con un nuovo intervento del Copasir.

Estratto dell’articolo di Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 17 maggio 2023.

Sì è vero, sostiene la sinistra, quella italiana compresa, il consigliere speciale John Durham scrive nel suo rapporto finale sul Russiagate che l’Fbi non avrebbe mai dovuto avviare un'indagine sui collegamenti tra la campagna di Donald Trump e la Russia durante le elezioni del 2016 perché non c’erano prove, ma non c’è stato nessun complotto, niente di clamoroso che già non si sapesse, come alcuni degli episodi «citati nel report che sono già stati evidenziati e analizzati dal dipartimento Giustizia». E poi chi è questo John Durham? Un procuratore «nominato da The Donald per fare luce sull’inchiesta», scrive Repubblica, un uomo di Trump con poca attendibilità.

Insomma, il rapporto che distrugge definitivamente la teoria che per anni ha tenuto banco su tutte le pagine dei giornali costituendo la base per trasformare Trump in un mostro politico, è stato liquidato con un’alzata di spalle. 

Eppure in quelle 300 pagine ce n'è di che gridare allo scandalo, o al “tradimento” come ha scritto Trump su sul suo social Truth, e tanto per cominciare val la pena sottolineare che Durham non è affatto uomo di Trump, nessuno ha mai avuto dubbi su di lui, tantomeno i Dem che hanno votato la sua nomina.

[…] Il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy all'epoca disse alla Cnn che Durham aveva «la reputazione di essere apolitico e serio» e il fatto che fosse già stato scelto per gestire indagini sensibili […] sia nell'amministrazione democratica che in quella repubblicana durante la sua decennale carriera presso il Dipartimento di Giustizia ne è una prova.

Ai tempi sembrava che Trump avesse venduto l’America alla Russia, si parlava di alto tradimento, di impeachment, di infamia per gli Stati Uniti. Non passava giorno che i giornali non titolassero sul tycoon e il Russiagate […]. Poi nel 2019 è arrivato il primo rapporto che scagionava Trump, quello del procuratore Robert Mueller, in cui si sosteneva che non vi fossero prove di collusione fra la campagna di Donald Trump del 2016 e la Russia.

Infine quello di Durham, in cui si va oltre, si dice che l'Fbi ha utilizzato «intelligence grezza, non analizzata e non corroborata» per avviare l'indagine “Crossfire Hurricane” (il Russiagate) su Trump e la Russia. E si sottolinea che la stessa Fbi ha usato due pesi e due misure quando si trattava della campagna elettorale di Hillary Clinton.

[…] In proposito nel rapporto c’è anche spazio per il dossier Steele, quel documento realizzato dall’ex spia britannica Christopher Steele e finanziato tra gli altri dal Comitato nazionale democratico e dalla Campagna di Hillary Clinton, utilizzato dall’Fbi per ottenere un Fisa warrant, cioè un mandato di sorveglianza rilasciato dalla United States Foreign Intelligence Surveillance Court, per tenere sotto controllo la campagna di Trump, in particolare il consigliere Carter Page che sarebbe diventato poi uno dei fulcri della accuse a suo carico.

Il bersaglio ideale, dato che quest’ultimo ha lavorato in Russia, conosce il russo e viene indicato nelle carte come putiniano di ferro. Page diventa a sua insaputa anche il protagonista di un articolo pubblicato su Repubblica dal significativo titolo “Il manuale del Cremlino per reclutare spie russe in America”. 

Ebbene mentre il dossier Mueller ha già da tempo scagionato da tutte le accuse il Page, il successivo di Durham ha stabilito che il documento utilizzato per inchiodarlo, lo Steele, era inattendibile, «non controllato e non verificato». […]

Estratto dell’articolo di Stefano Graziosi per “La Verità” il 17 maggio 2023. 

[…] Pur non escludendo categoricamente che potessero esserci gli estremi per un’inchiesta preliminare, Durham ha concluso che non vi fossero sufficienti evidenze per giustificare un’indagine vera e propria ai danni del comitato di Trump. Non solo. Alla base dell’avvio di quell’inchiesta vi sarebbero state delle motivazioni di faziosità politica. Secondo il procuratore, alcuni agenti federali mostravano infatti una «chiara inclinazione» a mettere Trump sotto indagine.

In particolare, viene citato il caso di Peter Strzok: uno dei responsabili dell’apertura di Crossfire Hurricane che, secondo il rapporto, «aveva come minimo manifestato sentimenti ostili nei confronti di Trump». Un ulteriore elemento problematico messo in luce da Durham è quello della differenza di trattamento che l’Fbi ha riservato a Hillary Clinton. 

«La velocità e il modo in cui l’Fbi ha aperto e indagato su Crossfire Hurricane durante la stagione delle elezioni presidenziali sulla base di informazioni grezze, non analizzate e non corroborate riflette anche un notevole allontanamento dal modo in cui si è rapportato a questioni precedenti, che coinvolgevano possibili tentativi di piani di interferenza elettorale straniera diretti alla campagna della Clinton», prosegue il rapporto.

Mentre l’Fbi informò il comitato dell’allora candidata dem quando si presentarono rischi di infiltrazioni straniere, non fece altrettanto con quello di Trump. E non è finita qui. A luglio 2016, l’intelligence americana entrò in possesso di informazioni, secondo cui la Clinton aveva predisposto un «piano» per accusare falsamente Trump di legami con Mosca. 

Di questo presunto piano furono informati dalla Cia l’allora presidente americano, Barack Obama, e l’allora vicepresidente, Joe Biden. Eppure non sembra che l’Fbi abbia aperto un’indagine per verificare se tali informazioni relative all’ex first lady fossero fondate o meno.

«Ciò», ravvisa il rapporto, «è in netto contrasto con la sostanziale fiducia [del Bureau] nel dossier di Steele, che non era corroborato e che almeno alcuni membri del personale dell’Fbi sembravano sapere che era probabilmente finanziato o promosso dal comitato della Clinton». 

Il riferimento è al fatto che, in barba a ogni cautela, i federali presero per oro colato il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: documento da subito ritenuto controverso e rivelatosi poi dal contenuto infondato, oltre che finanziato dal comitato della stessa Clinton. Un documento che, ricordiamolo, accusava Trump di essere ricattato dal Cremlino e che fu usato dal Bureau per ottenere i mandati di sorveglianza ai danni del comitato elettorale dell’allora candidato repubblicano.

[…] Inoltre, la principale fonte del dossier di Steele era Igor Danchenko: figura che lo stesso Fbi aveva messo sotto indagine tra il 2009 e il 2011 per sospetti legami con i servizi russi. «Sembra che l’Fbi non abbia mai preso in considerazione la possibilità che le informazioni di intelligence che Danchenko stava fornendo a Steele - che, ancora una volta, secondo Danchenko stesso, costituivano la maggioranza significativa delle informazioni nel dossier di Steele - fosse tutta o in parte disinformazione russa», afferma il report di Durham. 

Per di più, Danchenko «manteneva un rapporto» con Charles Dolan: ex funzionario del comitato nazionale del Partito democratico ed ex consigliere della Clinton, che - secondo Durham - fu tra le fonti del dossier di Steele. Dolan aveva legami con la Russia e, in particolare, con il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. 

Insomma, si ribalta la prospettiva. Contrariamente a quello che è sempre stato detto, la disinformazione russa potrebbe aver aiutato la Clinton anziché Trump. […] La questione irromperà quindi prevedibilmente nella campagna elettorale per le presidenziali del 2024. E potrebbe avvantaggiare notevolmente Trump.

Russiagate, il rapporto finale di Durham inchioda l'Fbi: "Non c'erano le prove". Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 15 maggio 2023.

Il procuratore speciale John Durham, incaricato dall'ex procuratore generale William Barr di indagare sulle origini del Russiagate e il presunto complotto contro l'ex presidente Donald Trump, ha consegnato nelle scorse ore il suo rapporto finale di 300 pagine al Dipartimento di Giustizia. Stando alle conclusioni del procuratore, l'Fbi non aveva informazioni certe o prove verificate quando ha aperto l'indagine "Crossfire Hurricane" volta a determinare i mai accertati rapporti del tycoon e del suo entourage con la Federazione russa. L'indagine di Durham conclude inoltre che "il personale dell'Fbi ha mostrato una grave mancanza di rigore analitico nei confronti delle informazioni che ha ricevuto, in particolare le informazioni ricevute da persone ed entità politicamente affiliate". In particolare, si è fatto affidamento "su indizi investigativi forniti o finanziati (direttamente o indirettamente) dagli oppositori politici di Trump". Durham critica, in particolare, la gestione opaca dell'ex direttore dell'Fbi James Comey e l'ex vicedirettore Andrew McCabe.

Conclusa l'indagine del procuratore speciale

Il pubblico ministero accusa inoltre l'Fbi e il Dipartimento di Giustizia "per non aver seguito i propri standard" e aver sorvegliato in maniera illegittima un cittadino americano senza fondamento ai sensi del Foreign Intelligence Surveillance Act (l'ex collaboratore di Trump, Carter Page). Il personale dell'Fbi, afferma Durham, "ha anche ripetutamente ignorato elementi importanti" quando ha rinnovato la sorveglianza Fisa pur riconoscendo che "non credeva sinceramente che ci fosse motivo di pensare che l'obiettivo delle indagini fosse consapevolmente coinvolto in operazioni clandestine attività di intelligence per conto di una potenza straniera." Come ricorda Fox News, Il procuratore Durham ha incriminato tre persone nell'ambito della sua indagine: l'ex avvocato di Clinton Michael Sussmann nel settembre 2021, Igor Danchenko nel novembre 2021 e Kevin Clinesmith nell'agosto 2020. Di questi, Sussmann e Danchenko sono stati giudicati non colpevoli dai tribunali, mentre Clinesmith si è dichiarato colpevole.

Clinesmith ha ammesso di aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump, Carter Page. Quest’ultimo fu accusato di essere l’uomo dell’entourage di Donald Trump più vicino al Cremlino e di aver incontrato, fra gli altri, Igor Sechin, amico di Putin, guida della petrolifera statale Rosneft, e Igor Diveykin, altro oligarca vicino al leader del Cremlino. Page, che fu dunque spiato in maniera illegittima dalle agenzie americane, fu “scagionato” dal Procuratore speciale Robert Mueller, il quale osservò nel suo rapporto che "non era in contatto con il governo russo nei suoi sforzi di interferire nelle elezioni presidenziali del 2016".

E i repubblicani lo chiamano a testimoniare

Il procuratore speciale descrive un doppiopesismo nel sistema giudiziario Usa, sottolineando come l'Fbi non abbia mai aperto un'indagine di controspionaggio sulla campagna di Clinton, nonostante avesse ricevuto informazioni che quest'ultima avesse autorizzato un piano per dipingere Trump come una marionetta di Vladimir Putin attraverso la formulazione di false accuse. Il bureau, sottolinea Durham, "non ha mai aperto alcun tipo di indagine, emesso alcun incarico, impiegato alcun tipo di analisi personale, o prodotto qualsiasi prodotto analitico in relazione alle informazioni di cui era in possesso". Nonostante tutte queste critiche, tuttavia, Durham non raccomanda alcuna nuova accusa o "grandi modifiche" su come l'Fbi gestisce questo tipo di indagini. Una conclusione che non piace affatto ai repubblicani, che attendevano questo rapporto da circa 4 anni. "Abbiamo contattato il Dipartimento di Giustizia per far testimoniare il Consigliere Speciale John Durham la prossima settimana" ha infatti annunciato su Twitter il repubblicano Jim Jordan.

Estratto dell’articolo di Andrea Marinelli e Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” il 21 aprile 2023.

Comignoli, tetti spioventi o piatti come una terrazza, tegole rosse, architetture più eleganti. In mezzo c’è un mare di antenne: piccole, alte, paraboliche, altre invisibili dentro container, altre ancora mimetizzate da qualche parte. Secondo un’indagine di un gruppo di giornali nordeuropei, questa «foresta» è parte di un’attività di spionaggio russa che usa le ambasciate, ma anche edifici meno identificabili, in tutta Europa e nel resto del mondo. 

L’inchiesta Espiomats torna su un filone noto, quella dell’intelligence elettronica. Ai tempi delle rivelazioni di Edward Snowden, la Nsa americana finì sotto accusa per lo stesso motivo: le installazioni nelle rappresentanze diplomatiche servivano a monitorare gli stessi alleati. Oggi, con la guerra in Ucraina, sotto osservazione finiscono i servizi segreti di Mosca. Lo sanno tutti cosa avviene e da quanto, però adesso viene raccontato con maggiori dettagli. 

Usando droni, video, foto e buone fonti sono state censite 182 «antenne», con una presenza massiccia alla seda diplomatica della Russia a Bruxelles dove ne hanno contate ben 17. Il Belgio […] è infatti un grande target. Nell’elenco compaiono le capitali di 39 Paesi europei e non: Sofia, Praga, Belgrado, Lisbona, Madrid, Nicosia, Berlino, Parigi, La Valletta e altre ancora, ma vi sono antenne — non censite nell’inchiesta — anche sul tetto dell’ambasciata di Roma. Gli apparati hanno una giustificazione «legittima», servono per garantire i collegamenti tra i diplomatici e il ministero. Ragioni d’ufficio, pertinenze, esigenze legate — diciamo — alla professione. 

[…] Gli esperti hanno identificato sistemi che certamente garantiscono un dialogo «criptato», in sicurezza. Però ne appaiono altri che possono intercettare comunicazioni, cellulari e telefoni satellitari. […] I «russi sanno che gli occidentali sanno», possono adottare contromisure e contro-contromisure. Per carpire dati e, nel contempo, per contrastare la sorveglianza alleata. 

[…] Una ricognizione aerea può avvistare il «disco» sospetto sulla parte superiore di un palazzo […] E allora è possibile che vengano studiate soluzioni alternative per sottrarsi ai controlli. Un campo infinito. […] Per anni sono girate ipotesi su una casa situata davanti all’ingresso dell’ambasciata russa a Washington. Una probabile postazione dell’Fbi, con tanto di fotocamera nascosta dietro la tenda di una finestra, per registrare chi entrava o usciva. 

[…] Lo sfondo di questo «teatro» è la crisi ucraina. Dopo l’invasione, l’Alleanza ha espulso circa diplomatici 400 russi, funzionari sospettati di fare le spie. Inoltre sono stati individuati molti illegali, gli infiltrati. L’attenzione è cresciuta, sono state strette le maglie per rendere la vita difficile agli avversari, è partita una guerra di informazione che ha svelato molto su Fsb e Gru, le due «agenzie» coinvolte nella battaglia. […]

Langley abbiamo un problema… Le talpe Cia da Manning a “Og”. I file riservati della Difesa Usa rubati da un giovane impiegato di una base militare. I precedenti del caso Wikileaks (2010) e del Datagate di Edward Snowden (2013). Alessandro Fioroni il 13 Aprile 2023 su Il Dubbio.

È una delle più grandi fughe di notizie riservate dopo il caso Wikileaks e, secondo il Washington Post, sarebbe opera di un giovane impiegato di una base militare, Secondo il giornale statunitense infatti i rapporti di intelligence altamente classificati sulla guerra in Ucraina, Israele, Corea del sud e altri scenari, sono stati diffusi on line da un «appassionato di armi».

Un ventenne che avrebbe condiviso informazioni sensibili in un gruppo del social media Discord. In tutto avrebbero partecipato circa due dozzine di uomini e giovani ragazzi, alcuni neanche maggiorenni, che condividevano un amore reciproco per le armi, l'equipaggiamento militare e Dio. Quasi una bravata dunque per farsi ammirare, almeno a giudicare dal nickname usato dal ragazzo e cioè OG (Original Gangster). Insomma non proprio un modo per passare inosservati come una spia.

In ogni caso negli Stati uniti l'imbarazzo e tanto, sia per la facilità della perdita dei documenti sia per il loro contenuto: la cosiddetta controffensiva di Kiev in primavera e il controllo di diversi leader mondiali, tra cui molti alleati degli Usa giudicati troppo morbidi nei confronti del Cremlino e molto altro. Tutto vero o quasi perché sembra che in realtà alcuni documenti siano stati falsificati. Dal canto suo Mosca afferma che è solo una manovra per fuorviare il suo operato nel conflitto ucraino.

Ma al di là dei contenuti trapelati vale la pena soffermarsi sulla dinamica con la quale il mondo è venuto a conoscenza dell'attività di intelligence americana. I primi screenshot dei documenti sono stati pubblicati il 1 marzo. Altri apparvero pochi giorni dopo. Hanno viaggiato su canali che non riguardano la politica o l'intelligence militare, ma vengono usati dai giocatori di alcuni game on line come Minecraft.

Ed è quantomeno singolare che i documenti siano rimasti su Discord in gran parte inosservati, prima di diffondersi su altre piattaforme all'inizio di aprile. La massima visibilità è emersa quando tutto è stato ripreso il 5 aprile dalle bacheche di 4chan, uno dei più grandi e controversi hub della sottocultura di Internet che ad esempio veicola le tesi complottiste dei seguaci di Qanon. Poi è stata la volta di Telegram dove agiscono molti personaggi pro Russia, a quel punto tutto è esploso.

Ora la caccia a OG è aperta anche se non si sa se possa essere considerato un agente al soldo di paesi stranieri visto che le notizie riservate sono diventate pubbliche grazie ai social. Una storia che in qualche maniera richiama altre vicende di rivelazioni scottanti e forse piu drammatiche. Come quella che vide protagonista Chelsea Elizabeth Manning (nata con il nome maschile Bradley), un ex militare statunitense, analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq che fu accusata di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati e di averli dati a WikiLeaks. Arrestata, fu condannata nel 2013 a 35 anni di carcere per spionaggio e reati contro la sicurezza nazionale, detenuta in condizioni definite lesive dei diritti umani. In carcere cambiò sesso divenendo Chelsea. La sua odissea giudiziaria, tra una grazia di Obama e un ritorno in carcere, si è conclusa solo nel 2020.

Una sorte alla quale è scampato per la sua fuga in Russia, Edward Snowden, l'ex tecnico della CIA collaboratore di un'azienda consulente della National Security Agency (NSA), che rivelò pubblicamente le informazioni particolareggiate su diversi programmi top-secret di sorveglianza di massa da parte dei governi statunitense e inglese. Con il supporto di alcuni giornalisti investigativi internazionali portò alla luce documenti altamente secretati su programmi di intelligence. In particolare quello di intercettazione telefonica condiviso tra Stati Uniti e Unione europea. Ora vive a Mosca dove ha ottenuto la cittadinanza russa.

Guerra fredda e sospetti: così l’Fbi spiò Ivana Trump. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

Pubblicati (con omissis) i file sulla ex moglie del magnate statunitense. Iniziata il 14 febbraio 1989, l’indagine ha prodotto un dossier di 900 pagine

Per almeno due anni Ivana Trump fu al centro di indagini segrete della divisione di controspionaggio dell’Fbi mentre era ancora moglie dell’immobiliarista che sarebbe poi diventato presidente degli Stati Uniti. Non sono per ora chiari i motivi che hanno spinto i federali ad accendere un faro sulla ex campionessa di sci cecoslovacca naturalizzata americana morta l’anno scorso, a 73 anni, per le ferite riportate cadendo dalle scale della sua casa di New York.

Dalle carte pubblicate dall’agenzia Bloomberg, che le ha ottenute facendo appello al Freedom of Information Act, pare che a insospettire i detective siano state alcune frequentazioni di Ivana (ma i nomi sono stati coperti con omissis per motivi di sicurezza nazionale e per non rivelare le proprie fonti). Secondo il giornale ceco Prague Daily Monitor un altro elemento che avrebbe compromesso la reputazione della madre di Donald Jr, Ivanka ed Eric, i tre figli adulti di Trump, sarebbe stata la sua indisponibilità ad aiutare i dissidenti e gli esuli dei regimi comunisti dell’Est europeo.

Sui sospetti legami d’affari di Donald Trump con l’Unione sovietica, e poi con la Russia di Putin, sono stato scritti fiumi d’inchiostro. Ma è chiaro che episodi controversi della sua presidenza — dalla rivelazione, forse involontaria, di segreti di Stato al ministro degli Esteri di Mosca, nel 2017, fino alla dichiarazione resa in pubblico di credere più a Putin che ai servizi di intelligence Usa — non hanno nulla a che fare col caso in questione. Del resto l’ex presidente, che è stato sposato con Ivana, cognome da nubile Zelnickova, dal 1977 al 1992, è citato solo occasionalmente nei documenti resi noti. I rapporti, anche d’affari, di Donald con l’Urss, comunque, sono antichi: il primo viaggio con Ivana a Mosca e San Pietroburgo risale al 1987. E, secondo ex agenti del Kgb, il Cremlino ha considerato per 40 anni Trump un patrimonio prezioso per il modo in cui indeboliva le istituzioni Usa.

In ogni caso molte altre informazioni sul caso dovrebbero essere fornite tra un mese. Sapendo che il diritto alla riservatezza dei dati cade con la morte dell’interessato, Bloomberg chiese nella scorsa estate tutte le informazioni archiviate su Ivana. L’Fbi ha risposto ammettendo di aver indagato su di lei in seguito ai rapporti di informatori. Iniziata il 14 febbraio 1989, alla vigilia del crollo del muro di Berlino e della caduta dei regimi comunisti, l’indagine ha prodotto un dossier di 900 pagine. Inizialmente la polizia federale ha sostenuto di aver bisogno di 5 anni per preparare i documenti. I giornalisti hanno denunciato l’Fbi e il tribunale ha dato ordine di pubblicare immediatamente. Ecco così arrivare ieri le prime 190 pagine; e l’impegno a rilasciarne altre 710, «ripulite» dalle informazioni che devono restare segrete, entro 30 giorni.

Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it il 28 gennaio 2023.

"In uno dei viaggi in Europa del segretario alla Giustizia William Barr e del procuratore John Durham, secondo fonti a conoscenza della vicenda, funzionari italiani - pur negando qualsiasi ruolo nell'avvio dell'indagine sulla Russia - avevano inaspettatamente offerto una soffiata potenzialmente esplosiva che collegava Trump ad alcuni sospetti crimini finanziari".

 Pubblicando questa notizia clamorosa, il New York Times riapre il caso delle due visite fatte a Roma dall'Attorney General americano nell'agosto e settembre del 2019.

[…] Diventa molto difficile per l'ex premier Giuseppe Conte e l'ex direttore del Dis Gennaro Vecchione non tornare a chiarire i dettagli di quei viaggi, e soprattutto diventa impossibile per il Copasir non riaprire la sua inchiesta […].

 Nel 2019 Trump si era convinto che il "Russiagate" fosse stato confezionato in Italia, dai servizi segreti sotto la guida dell'allora premier Matteo Renzi alleato di Hillary, e dagli agenti ostili dell'Fbi come il capo a Roma Michael Gaeta. Tutto nasceva dalle accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata […] era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro a Roma. Perciò il capo della Casa Bianca aveva chiesto a Barr di indagare, e lui aveva nominato il procuratore Durham.

[…] Barr […] aveva scavalcato tutti, ottenendo l'incontro col capo dell'intelligence Vecchione autorizzato da Conte.  Il 15 agosto 2019 il segretario alla Giustizia era venuto a Roma per incontrare i nostri servizi a Piazza Dante, ma poi la conversazione si era allungata con una cena al ristorante Casa Coppelle. Il 27 agosto, dal G7 di Biarritz, Trump si augurava su Twitter che "Giuseppi" Conte fosse confermato alla presidenza del Consiglio. Il 26 settembre Barr era tornato a Roma […] . Il 23 ottobre Conte era stato ascoltato dal Copasir sulla vicenda e aveva detto che le visite di Barr erano perfettamente legali, si erano svolte solo nella sede del Dis e i nostri servizi erano estranei al "Russiagate".

[…] Quindi il quotidiano spiega: "Barr e Durham hanno deciso che la soffiata era troppo seria e credibile per essere ignorata. Ma piuttosto che assegnarla a un altro pubblico ministero, Barr ha chiesto a Durham di indagare lui stesso sulla questione, conferendogli poteri di azione penale per la prima volta, anche se il possibile illecito di Trump non rientrava esattamente nell'incarico di Durham di esaminare le origini dell'inchiesta Russia".

A Roma invece restano alcuni punti da chiarire. Perché Conte aveva autorizzato le due visite di Barr? Quali potenziali notizie di reato avevano comunicato i servizi italiani ai colleghi americani? Il premier sapeva che il direttore del Dis aveva fatto queste denunce a Barr? Erano state lanciate per indagare Trump, o per avvertirlo del pericolo che correva? Conte e Vecchione avevano poi informato il Copasir di aver dato all'Attorney General le informazioni di cui scrive ora il New York Times?

Jack Teixeira.

(ANSA il 15 giugno 2023 ) Un gran giurì federale ha incriminato la talpa dei leak del Pentagono Jack Teixeira. Lo riportano i media americani, sottolineando che Teixeira è accusato di aver volontariamente trattenuto e diffuso informazioni riservate legate alla difesa nazionale. 

La talpa dei leak del Pentagono è stata arrestata lo scorso 13 aprile ed è sotto la custodia federale dopo che l'accusa ha presentato prove che mostrano la sua possibilità di accesso a un arsenale di armi, oltre al rischio che condivida informazioni sensibili con paesi stranieri.

"La rimozione non autorizzata, il mantenimento e la trasmissione di informazioni riservate mette a rischio la sicurezza del nostro paese", afferma il procuratore del Massachusetts Joshua S. Levy. "Coloro a cui è garantito l'accesso a informazioni riservate hanno l'obbligo di salvaguardarle per la sicurezza degli Stati Uniti, dei nostri militari, dei nostri cittadini e dei nostri alleati", osserva Levy notando l'impegno a "assicurare che tutti coloro che custodiscono informazioni sensibili di sicurezza nazionale aderiscano alla legge"

Daniel Ellsberg.

Addio a Daniel Ellsberg, la talpa dei Pentagon Papers. Autore di un rapporto top secret richiesto dal Pentagono sulla guerra in Vietnam, nel 1971 pubblicò i documenti sulla stampa Usa, rivelando a un Paese intero una verità fino ad allora inconfessabile. Aveva 92 anni. Gianluca Lo Nostro il 16 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La disillusione per la guerra in Vietnam

 Il caso alla Corte Suprema e gli ultimi anni

Stati Uniti in lutto per la morte di Daniel Ellsberg, la talpa che nel 1971 pubblicò i cosiddetti Pentagon Papers, le carte segrete sulla guerra in Vietnam che esponevano per filo e per segno l'andamento del conflitto con un'approfondita analisi degli errori commessi da Washington. L'uomo, 92 anni, era malato di tumore al pancreas, come da lui annunciato lo scorso marzo. A dare la notizia della scomparsa, attraverso un comunicato scritto dalla famiglia, è stato il Washington Post, quotidiano che inaugurò una stagione fortunata grazie anche ai Pentagon Papers e all'intuizione dei suoi giornalisti che nel 1973 vinsero il Premio Pulitzer per la scoperta del Watergate.

La disillusione per la guerra in Vietnam

Ellsberg, contrario alla guerra, si era arruolato come marine e all'epoca lavorava come analista per la Rand Corporation, think tank militare ancora oggi legato a doppio filo al Pentagono. Il dipartimento della Difesa aveva contattato alcuni esperti per redigere un report che riflettesse in maniera imparziale e oggettiva sulle prospettive del conflitto in Vietnam, individuando le cause dell'insuccesso strategico degli Stati Uniti dopo quasi un decennio e di conseguenza ammettendo che le possibilità di sconfiggere il nemico in tempi brevi erano nulle. Fino a quel momento, la Casa Bianca non aveva mai messo in discussione l'assunto che le forze dispiegate in Vietnam potessero raggiungere il loro obiettivo.

Incriminato per aver violato l'Espionage Act nel 1973, Ellsberg riuscì a sfuggire a 115 anni di carcere venendo assolto nel maggio dello stesso anno. La contrapposizione ideologica alla scelta dei presidenti americani di invadere il Vietnam emerse in lui dopo una serie di viaggi svolti nel Paese per conto del dipartimento di Stato, nel frattempo continuando a collaborare con il Pentagono presieduto da Robert McNamara. Sempre più disilluso e convinto di dover raccontare la verità al popolo americano, Ellsberg iniziò allora a fotocopiare di nascosto tutte le pagine (oltre 7mila) del rapporto che McNamara gli aveva richiesto. E nel 1971, dopo il rifiuto di alcuni parlamentari contattati per diffondere i contenuti esplosivi dei documenti top secret, riuscì a ottenerne una prima divulgazione tramite la redazione del New York Times. Ma una sentenza del tribunale federale di Manhattan diede ragione al governo e ordinò la sospensione provvisoria delle pubblicazioni sul quotidiano della Grande Mela.

Il caso alla Corte Suprema e gli ultimi anni

Daniel Ellsberg rintracciò allora la redazione del Washington Post e presentò i Pentagon Papers al giornale della capitale, che accettò la proposta, scontrandosi nuovamente con il potere politico. Il caso finì alla Corte Suprema e 6 giudici su 9 diedero ragione alle due testate, poiché le motivazioni addotte dal governo federale non giustificano quella che era diventata una censura a tutti gli effetti. Nel 2017 questa storia, narrata dal punto di vista del Washington Post, è diventata un film, The Post, diretto dal regista Steven Spielberg e interpretato dalla coppia composta da Tom Hanks e Meryl Streep. La pellicola ha ricevuto due candidature agli Oscar.

Definito da Henry Kissinger "l'uomo più pericoloso d'America", nella parte finale della sua vita Ellsberg si è espresso contro tutti gli interventi militari del suo Paese all'estero, in particolare quelli post-11 settembre in Afghanistan e in Iraq, mentre nel 2012 ha fondato l'associazione no-profit Freedom of the Press Foundation.

L'America e il mondo perdono un baluardo storico della libertà di stampa, una figura entrata nei libri di storia per aver ascoltato la sua coscienza. Un uomo solo contro il tentacolare complesso militare industriale americano denunciato per primo da Dwight Eisenhower e capace di segnare e perfezionare il percorso democratico di una nazione fino ad allora forse parecchio immatura. Sfidando prima di tutto sé stesso e un governo responsabile di tanti, anzi troppi errori in un periodo dove in nome di una sacrosanta lotta contro il comunismo globale non erano concessi passi falsi. Negli ultimi anni l’impegno per una società consapevole e informata non si è mai fermato, tornando ad attaccare l'amministrazione Biden per il caso di Julian Assange, da taluni indicato – forse impropriamente – come il suo erede.

Robert Hanssen.

Morto Hanssen, "la spia della porta accanto" che tradì gli Usa rivelando segreti ai russi. Storia di Marco Liconti su Il Giornale il 06 Giugno 2023

Robert Hanssen, «la spia della porta accanto», come venne definito all'epoca, è morto all'età di 79 anni. Gli agenti del carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado, lo hanno trovato lunedì mattina senza vita all'interno della sua cella, dove dal 2002 trascorreva fino a 23 ore al giorno in totale isolamento. Ex agente dell'Fbi, padre di sei figli, convertitosi alla fede cattolica per amore della moglie Bonnie, con la quale era membro dell'Opus Dei, Hanssen è stato uno dei peggiori fallimenti nella storia del Bureau e dell'intelligence Usa. Quando lo arrestarono, nel febbraio del 2001, si limitò a dire, «perché ci avete messo tanto?».

Nei vent'anni precedenti, Hanssen aveva spiato per la Mosca sovietica e poi, ancora, per quella post sovietica, nella quale Vladimir Putin cominciava costruire il suo regime autocratico. Nel frattempo, negli Usa si erano succeduti quattro presidenti e tre direttori dell'Fbi. Hanssen rivelò ai russi una valanga di segreti: dalle identità dei doppi agenti del Kgb che spiavano per gli Usa (due vennero giustiziati), ai piani di emergenza della Casa Bianca e del Pentagono in caso di attacco nucleare, fino a svelare l'esistenza di un tunnel costruito dagli americani sotto l'ambasciata russa di Mosca per spiarne le comunicazioni. In cambio, ottenne qualcosa come 1,4 milioni di dollari, in contanti e diamanti, anche se la motivazione economica non sembrò mai essere il vero motore del suo tradimento. Ai suoi ex colleghi che lo interrogarono, spiegò che i protocolli di sicurezza dell'Fbi erano così scadenti - «di una negligenza criminale», disse - che l'accesso ad alcuni dei segreti più importanti della nazione era un gioco da ragazzi. Una spiegazione che sarebbe tornata di attualità nelle vicende di Wikileaks e Edward Snowden e di Jack Teixeira. Ad un certo punto, Hanssen venne scoperto. Non dai suoi colleghi, ma dalla moglie, che nel 1980 lo trovò in cantina, mentre armeggiava con dossier segreti. Confessò tutto a lei e al sacerdote dell'Opus Dei. Poi, nel 1985 riprese la sua attività di «talpa». Si fermò di nuovo dopo il collasso dell'Unione Sovietica, per poi ricominciare al servizio dei nuovi zar russi. I sui referenti del Kgb, e poi dell'Svr, non seppero mai la sua identità. Hanssen era identificato come «B», oppure col nome in codice di «Ramon Garcia».

Dalle indagini emerse che Hanssen conduceva, oltre all'esistenza clandestina di spia, anche una doppia vita di frequentatore di strip club e voyeur. Fu solo negli anni '90, dopo l'arresto dell'agente della Cia Aldrich Ames, che pure aveva spiato per i russi, che l'Fbi si rese conto dell'esistenza di un'altra talpa. Venne lanciata l'operazione Graysuit, a caccia del traditore. Ma fu solo negli anni 2000, previo pagamento di 7 milioni di dollari a un ex agente russo, che i federali cominciarono ad avvicinarsi veramente a Hanssen, fino a riuscire ad identificarlo da una registrazione audio.

Charles McGonigal.

The Americans. L’allarmante ex capo del controspionaggio Fbi e l’ingerenza russa. Christian Rocca su L’Inkiesta il 27 Gennaio 2023.

Mentre noi dibattiamo del nulla, le autorità federali americane hanno arrestato un dirigente del Bureau che durante le elezioni del 2016 indagava sui rapporti tra il Cremlino e Trump. Ora è accusato di aver intrallazzato con l’oligarca antiucraino sotto sanzioni e con un ex diplomatico russo.

Mentre le peggiori menti di questo paese si mobilitano per respingere Zelensky sul fronte di Sanremo, bivaccano in quelle cloache chiamate talk show e si accapigliano per intercettare e poi sputtanare il numero più alto possibile di cittadini italiani, negli Stati Uniti – un altro paese martoriato da un dibattito pubblico da curva sud – è successa una cosa raccapricciante ma forse anche in grado di spiegare come e perché siamo giunti a questo punto di decadenza civile e morale del discorso pubblico occidentale.

Dunque, le autorità federali di New York e di Washington hanno arrestato all’aeroporto JFK di New York un signore di cinquantaquattro anni che si chiama Charles McGonigal, e a Washington un ex diplomatico russo, con la doppia accusa di aver ricevuto denaro da un potente oligarca russo, Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio e sodale di Vladimir Putin, e di aver riciclato altro denaro ricevuto da un ex agente segreto albanese.

L’aspetto rilevante della notizia non è l’ipotesi di reato in sé, ma che il signor Charles McGonigal è stato il capo delle attività di controspionaggio dell’Fbi, prima a Washington e poi, dal 2016 fino al 2018, nella divisione più importante che ha sede a New York.

In questo posto strategico, che in quegli anni gli addetti ai lavori chiamavano “Trumpland”, Charles McGonigal ha coordinato le inchieste sugli oligarchi russi, compreso Deripaska, e ha guidato le attività di controspionaggio sulla Russia, senza accorgersi, nel 2016, delle palesi ingerenze degli agenti del Cremlino sul processo democratico che ha visto Trump contrapposto a Hillary Clinton, ingerenze invece accertate dalla stessa Fbi soltanto dopo le elezioni e a risultato acquisito.

Charles McGonigal è stato messo a dirigere il controspionaggio Fbi dall’allora direttore del Bureau James Comey nell’ottobre del 2016, tre settimane prima la famigerata lettera di Comey sulle email di Hillary Clinton che ha cambiato il corso delle elezioni presidenziali americane e di molto altro.

Nei giorni precedenti la lettera di Comey, l’ex sindaco Rudy Giuliani – il cui ex studio legale oggi difende McGonigal – aveva fatto riferimento in televisione a dirigenti dell’FBI di New York che da lì a poco avrebbero fatto esplodere una “October surprise” contro Hillary, cosa effettivamente accaduta, mentre il 31 ottobre 2016, otto giorni prima delle elezioni presidenziali e 27 giorni dopo la nomina di McGonigal a capo del controspionaggio, il New York Times ha pubblicato un articolo basato su fonti interne Fbi intitolato «L’Fbi non ha trovato nessun legame evidente tra Trump e la Russia».

Episodi decisivi per l’esito delle elezioni che adesso con l’arresto di McGonigal rendono più urgente risalire a chi dentro l’Fbi si è mostrato così solerte nell’inguaiare Hillary e nel sollevare Trump da ogni responsabilità.

Coincidenze oppure no, va aggiunto che l’oligarca Deripaska per il quale, secondo l’accusa, ha lavorato McGonigal è lo stesso oligarca che per conto di Putin ha manovrato fino al 2014 la politica pro Mosca dell’Ucraina, attraverso la figura dell’ex presidente-fantoccio Viktor Yanukovych, poi cacciato dalle rivolte democratiche e filo-europee di Maidan.

Gli intrecci russo-ucraini-trumpiani non finiscono qui: lo stratega elettorale di Yanukovych, sempre alle dipendenze dell’oligarca Deripaska, era Paul Manafort, diventato nel 2016 il capo della campagna elettorale di Trump e poi processato e condannato al carcere per le sue attività filo russe, e infine graziato da Trump pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca.

Scopriremo se anche in questo caso si tratta di altre coincidenze o di ulteriori elementi a conferma di una precisa strategia russa di manipolazione dei processi democratici in Occidente, addirittura con la presenza di agenti del caos nel cuore delle istituzioni investigative americane, come nella serie televisiva The Americans.

Il processo a McGonigal servirà a capire se l’ex capo dell’intelligence Fbi – messo dai trumpiani a capo del controspionaggio russo proprio quando l’Fbi ha cominciato a gettare fango su Hillary Clinton e a ignorare i legami evidenti tra la Russia e il team Trump – abbia davvero intrallazzato con un uomo del Cremlino sotto sanzioni e con ex agenti ed ex diplomatici russi. E magari servirà anche a capire se tutto ciò è un caso isolato oppure se è collegato con l’ingerenza russa sulle elezioni americane.

La decisione del nuovo presidente trumpiano della Camera, Kevin McCarthy, presa poco dopo la notizia dell’arresto di McGonigal, di escludere dalla Commissione parlamentare sull’intelligence Adam Schiff, il deputato più esperto di operazioni manipolatorie russe e al centro del procedimento di impeachment contro Trump, certo non aiuterà a capire come sono andate le cose. O forse sì.

Estratto da corriere.it il 23 gennaio 2023.

Charles McGonical, 54 anni, che guidava la divisione di New York, è stato arrestato sabato con l’accusa di aver violato le sanzioni e di riciclaggio di denaro. Una fonte anonima ha confermato all’emittente «Nbc News» che McGonigal è stato arrestato all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York , di ritorno da un viaggio in Medio Oriente.

 (...)

 L’incontro

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha aggiunto Deripaska alla lista di sanzioni nel 2018 per presunti legami con il governo russo e il settore energetico russo. L’accusa di New York sostiene che McGonigal sia stato presentato da Shesktaov nel 2018 a un ex diplomatico sovietico che ha lavorato come agente per Deripaska. Quella persona non è identificata nei documenti del tribunale, ma il Dipartimento di Giustizia afferma che «nei resoconti pubblici si diceva che fosse un ufficiale dell’intelligence russa».

 Secondo l’accusa, Shesktaov ha chiesto a McGonigal il suo aiuto per ottenere uno stage presso il dipartimento di polizia di New York per la figlia dell’agente di Deripaska. McGonigal ha accettato, dicono i pubblici ministeri, e ha detto a un contatto del dipartimento di polizia che «ho legami con suo padre per una serie di motivi».

(ANSA il 24 gennaio 2023) – Un ex agente dell'Fbi è stato arrestato con la pesante accusa di aver ricevuto pagamenti dall'oligarca russo Oleg Deripaska in cambio di indagini nei confronti dei suoi rivali, in violazione delle sanzioni americane contro il tycoon dell'alluminio.

 Charles McGonigal, ex responsabile dell'antiterrorismo dell'ufficio dell'Fbi di New York, è stato fermato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy sabato scorso di rientro da un viaggio in Sri Lanka. Insieme a McGonigal - che ha lasciato l'Fbi nel 2018 - è stato arrestato anche l'ex diplomatico russo, divenuto cittadino americano, Sergey Shestakov.

I due - è l'accusa del autorità americane - hanno lavorato per cercare di rimuovere le sanzioni imposte a Deripaska, miliardario russo che è stato cliente di Paul Manafort, l'ex manager della campagna di Donald Trump. Se rinvenuti colpevoli, McGonigal e Shestakov rischiano oltre 80 anni di reclusione ciascuno.

 Nel 2021 i due "hanno cospirato per fornire servizi a Deripaska in violazione delle sanzioni imposte nel 2018" al miliardario: "in particolare dopo aver negoziato con un agente di Deripaska, McGonigal e Shestakov si sono detti d'accordo sull'indagare su un rivale russo" dell'oligarca in cambio di pagamenti, si legge nell'accusa delle autorità americane, secondo le quali i due hanno agito senza nominare direttamente il miliardario nelle loro comunicazioni elettroniche.

A complicare il caso di McGonigal è anche l'accusa separata di aver ricevuto 225.000 dollari da un agente dell'intelligence albanese che vive in New Jersey. L'ex agente dell'Fbi si dichiara non colpevole e si impegna combattere le accuse in tribunale. "Charles ha servito gli Stati Uniti per decenni, ci batteremo davanti alla corte", ha detto il suo avvocato Seth DuCharme. L'arresto ha colto di sorpresa i suoi ex colleghi, che lo hanno sempre ammirato per il suo ruolo e la sua dedizione.

Ex capo dell'Fbi fermato all'aeroporto Jfk. "Pagato da Deripaska, un oligarca putiniano". Storia di Redazione su Il Giornale il 24 gennaio 2023.  

Relazioni pericolose. Un ex agente dell'Fbi è stato arrestato per i suoi legami con l'oligarca russo Oleg Deripaska. Charles McGonigal - ex agente speciale responsabile dell'antiterrorismo nell'ufficio dell'Fbi di New York - è stato fermato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy, di rientro dallo Sri Lanka. McGonigal, che ha lasciato l'agenzia federale nel 2018, è accusato di aver violato le sanzioni americane per aver cercato di far rimuovere Deripaska dalla lista delle persone sanzionate dagli Stati Uniti.

L'ex agente dell'Fbi è accusato, secondo le prime ricostruzioni del New York Times, di aver ricevuto pagamenti da Deripaska in cambio di indagini sui rivali dell'oligarca russo. Deripaska, tycoon dell'alluminio con legami con il presidente russo Vladimir Putin, è stato cliente di Paul Manafort, l'ex manager della campagna elettorale di Donald Trump. McGonigal si è dichiarato, tramite il suo legale, non colpevole. «Charlie è stato al servizio degli Stati Uniti in modo efficace per decenni. Abbiamo valutato le accuse mosse dal governo e attendiamo di vedere le prove su cui intende basarsi», ha spiegato l'avvocato dell'ex agente. L'arresto ha colto di sorpreso gli ex colleghi di McGonigal.

Nonostante gli intrecci pericolosi, le sanzioni occidentali imposte per la guerra in Ucraina colpiscono duro gli oligarchi russi: secondo il Bloomberg Billionaires Index, i miliardari dello zar hanno perso quasi 95 miliardi di dollari nel 2022, pari a 330 milioni al giorno da quando il Cremlino ha invaso l'Ucraina. Il grande perdente è stato Roman Abramovich, l'ex proprietario del Chelsea FC, con la sua fortuna in calo del 57% a 7,8 miliardi di dollari. Secondo la statistica, Abramovich è stato uno dei primi oligarchi a essere sottoposto a sanzioni britanniche il 10 marzo dopo che la Gran Bretagna lo ha accusato di avere «chiari legami» con il regime di Vladimir Putin e di far parte di un gruppo di ricchi uomini d'affari russi che avevano «le mani sporche di sangue». Anche il patrimonio di Gennady Timchenko, miliardario investitore energetico e amico intimo di Putin, si è ridotto del 48% a 11,8 miliardi di dollari, e Suleiman Kerimov, un altro alleato del presidente russo e attuale proprietario della compagnia mineraria Polyus, ha perso il 41%, scendendo a 9 miliardi di dollari. Solo nel Regno Unito sono stati congelati più di 18 miliardi di sterline di beni appartenenti a oligarchi e altri russi con sanzioni imposte a 1.271 persone. Non ha perso solo soldi a causa delle sanzioni ma è incappato anche in guai con la giustizia inglese un altro milionario russo di primo profilo: Mikhail Fridman, nato nell'Ucraina e allora sovietica Leopoli, dove ancora vivono i suoi genitori ma cresciuto in Russia, è stato fermato il 3 dicembre dalla National Crime Agency (Nca) con l'accusa di riciclaggio di denaro sporco e falsa testimonianza al ministero dell'Interno. Fridman, cofondatore del gigante russo di investimenti Alfa-Group, era, secondo Forbes, il settimo uomo più ricco di Russia nel 2017 e, stando al Bloomberg Billionaire Index, nell'agosto 2022, nonostante le sanzioni, aveva ancora un patrimonio netto teorico di circa 11 miliardi di euro.

Ana Montes.

Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” il 10 gennaio 2023.

Venerdì. Fort Worth, Texas. La «regina di Cuba» è uscita dalla prigione dove è rimasta rinchiusa dal 2001. Lunga pena per una donna accusata di aver tradito il suo Paese, gli Stati Uniti, e la sua famiglia. Ana Montes, questo il suo nome, ha spiato dall'interno l'intelligence militare Usa dove ricopriva incarichi importanti passando informazioni all'Avana. Decisa e beffarda.

Nel suo ufficio alla Dia aveva appeso un foglio con un testo tratto dall'Enrico V di Shakespeare: «Il re è informato di ogni loro intenzione: non se lo sognano nemmeno quello che lui ha intercettato». Infatti per oltre 16 anni ha fregato tutti, ha superato la macchina della verità (stringendo l'ano per poter mentire senza farsi scoprire), ha ingannato il fratello Tito e la sorella Lucy, entrambi nell'Fbi.

 L'interprete di una lunga missione frutto di una scelta ideologica ma anche di traversie personali. Ana, origine portoricana, è nata nel 1957 in una base statunitense in Germania, ha un rapporto conflittuale con il padre Alberto, medico militare dai comportamenti aggressivi. È probabile che la ragazza provi risentimento non solo per l'uomo ma per ciò che rappresenta.

La divisa, gli «yankee», la superpotenza. Guai familiari che progressivamente si saldano con le sue posizioni politiche. Detesta la strategia di Washington in America Latina, è contraria al blocco verso l'isola castrista. Una ex compagna di scuola dirà al Washington Post : non voleva essere una cittadina americana.

 La Montes è la candidata perfetta per i reclutatori cubani che dragano gli ambienti studenteschi di Washington. Ed è così che la notano - su segnalazione di una fonte - quando frequenta un corso alla Johns Hopkins. È il 1984, l'inizio della storia. All'epoca Ana è dipendente del dipartimento di Giustizia, partita come dattilografa cresce di ruolo, ha accesso a carte riservate. I castristi la guidano attraverso una loro agente, amica e confidente.

L'anno dopo organizzano un viaggio in segreto a Cuba, con tanto di parrucca, itinerario di copertura verso l'Europa e corso rapido d'addestramento. Arriva il salto successivo, l'ingresso al dipartimento della Difesa, dove viene assunta nonostante una segnalazione che ne sottolineava le posizioni. Una crescita inarrestabile che la trasforma in una delle funzionarie più ascoltate quando si deve affrontare il tema Cuba.

Disciplinata, non porta via nulla ma impara tutto a memoria, poi una volta nel suo appartamento copia su un floppy disk che consegna ai suoi «gestori» in incontri nei ristoranti, preferenza per quelli cinesi. Gli ordini le arrivano attraverso i numeri in codice trasmessi sulle onde corte.

 Sobria, senza trucco, nessuna ostentazione, Ana sacrifica la vita privata alla causa, non riceverà ricompense in denaro, tranne la copertura della retta del master. I cubani le procurano un amante d'ufficio, un Romeo. Love story posticcia che evapora subito. Dura poco la relazione con un investigatore del dipartimento di Stato, ignaro di andare a letto con una spia.

La solitudine le pesa, è sfiorata dalla paranoia, per un certo periodo mangia solo patate, tuttavia non cede. I colleghi l'hanno soprannominata «l'altra», però ne rispettano la competenza. Infatti la chiamano per i briefing, il direttore della Cia le consegnerà personalmente un encomio e Ana avrebbe fatto ancora carriera se non l'avessero fermata. Sarebbe passata proprio all'agenzia per occuparsi della lotta ad al Qaeda.

Invece la scoprono grazie a una dritta indiretta della Nsa, alla convinzione della presenza di una talpa, a indagini parallele sul network cubano. Dati nuovi che confermano le vecchie intuizioni di un inquirente che, anni prima, aveva maturato più che un sospetto su di lei. Troveranno materiale compromettente, avranno le prove per giustificarne l'arresto il 21 settembre 2001. Ha provocato danni immensi, la condannano a 25 anni. Adesso il rilascio anticipato per buona condotta anche se non si è mai pentita: Ana era convinta di essere nel giusto.

Le Stragi.

I Numeri.

Las Vegas.

Lewiston nel Maine.

Jacksonville, in Florida.

Philadelphia, in Pennsylvania.

Richmond, Virginia.

Allen, in Texas.

Cleveland, in Texas.

Dadeville, in Alabama.

Louisville, Kentucky.

Nashville.

Waco.

New York.

Walrweboro, Carolina del Sud.

Orlando.

Tate nel Mississippi.

East Leaning in Michigan.

Half Bay Moon in Clifornia.

Monterey Park in California.

Enoch nello Utah sud-occidentale.

I Numeri.

L'anno record delle sparatorie: la scia di sangue che spaventa l'America. Il 2023 rischia di passare alla storia come uno dei più letali sul fronte della violenza delle armi da fuoco. In soli sette mesi la media è salita a 2 sparatorie al giorno. Alberto Bellotto il 6 Agosto 2023 su Il Giornale. 

Gli Stati Uniti si avvicinano a un macabro record. Il 2023 rischia di passare alla storia per il numero di sparatorie di massa. I dati, raccolti dal progetto Gun Violence Archive, parlano chiaro. Nei primi sette mesi del 2023 le mass shooting sono state 419, in pratica due al giorno. Se il trend dovesse continuare fino alla fine dell’anno verrebbe infranto il record del 2021 quando furono 690. E purtroppo i presupposti ci sono tutti. Nello stesso periodo di tempo nell’anno record le sparatorie registrate furono 401, con una media di 1.9 al giorno.

In America con sparatorie di massa si intende uno scontro a fuoco in cui vengono colpite almeno quattro persone, ferite o uccise, senza includere l’autore della sparatoria. Ovviamente anche i numeri delle persone colpite sono preoccupanti. Al 1 agosto 2023 risulta che 25.198 americani sono morti a causa delle armi da fuoco, circa 118 al giorno. Un numero altissimo che include anche 879 adolescenti e 170 bambini.

Dentro questa valutazione, ovviamente c’è di tutto. La maggior parte dei morti per arma da fuoco da fuoco (14 mila) sono da imputare a suicidi, con una media giornaliera di 66. Le restanti 11mila vittime sono morte invece per scontri a fuoco, sparatorie e omicidi. Ma i numeri dicono anche molto altro. L’America dopo la pandemia sta vivendo una stagione violenta con un trend in crescita. Basti pensare come nel 2018 le sparatorie di massa siano state 336, mentre 2019 sono salite a 417 per poi esplodere negli anni successivi: 610 nel 2020, 690 nel 2021 e 647 nel 2022. Come abbiamo visto dentro questi numeri c’è di tutto. Ci sono 960 morti per sparatorie non intenzionali ad esempio, ma ci sono anche 488 persone morte in sparatorie che hanno coinvolto agenti di polizia.

La geografia delle violenza

La violenza non è però distribuita nello stesso modo. La maggior parte delle morti per arma da fuoco è distribuita negli stati più popolosi, come Texas, California o Florida, ma non solo. Riguardano anche Nord Carolina, Illinois, Georgia e Louisiana.

L’anno si è aperto a gennaio con tre mass shooting che in pochi giorni hanno flagellato la California, una di queste avvenuta in uno studio di Monterey Park ha provocato la morte di 10 persone. Ma Il 2023 non è stato un anno tranquillo nemmeno nelle scuole, che dopo il massacro della Columbine High School nel 1999 sono diventate l’emblema delle sparatorie di massa senza senso. Secondo i dati del progetto k-12 School Shooting Database nel 2023 ci sono stati almeno 196 “incidenti” con 149 vittime.

Nel 2022 le sparatorie a scuola erano state 304 e nel 2021, 250. Anche qui un preoccupante trend in crescita. Secondo una ricerca del Pew Research Center negli ultimi due anni i decessi per arma da fuoco tra i bambini sono aumentati del 50%. In febbraio alla Michigan State University di East Lansing tre studenti sono morti e cinque sono rimasti feriti in una sparatoria. Mentre a marzo nell’istituto elementare Covenant School di Nashville, in Tennessee hanno perso la vita tre insegnanti e tre bambini.

Un dolore nazionale

I numeri mostrano un fenomeno che non accenna a diminuire, ma nascondono dolori più profondi. Fatti di comunità lacerate, genitori che piangono figli e famiglie distrutte. Kelly Drane, che si occupa della prevenzione contro la violenza armata per il Giffords Law Center, ha spiegato ad Axios che “la violenza armata ha un impatto enorme sul Paese e che si tratta di una sorta di tributo che paga ogni singolo cittadino americano”. E la cosa forse più triste, ha aggiunto, “è che sappiamo molto bene come questa violenza sia prevedibile, come si possano fare delle cose per ridurre il numero di sparatorie”.

Il rapporto morboso degli americani con le armi da fuoco è stato oggetto di indagine per anni. Alla base c’è un intreccio di interessi delle lobby e cultura difficile da scardinare. Per moltissimi americani possedere un’arma da fuoco rappresenta una forma di esercizio della libertà di espressione. Eppure l’opzione pubblica sta lentamente cambiando idea.

Un’America stanca delle armi

Nell’aprile scorso è stato pubblicato un interessante sondaggio da Fox News: la maggior parte degli americani sarebbe favorevole a forme di controllo delle armi. Non a un loro bando, sia chiaro, ma a una regolamentazione più stringente. Ad esempio l’87% è favorevole ai controlli sul passato criminale degli acquirenti. L’81% vorrebbe aumentare l’età di acquisto delle armi a 21 anni e l’80% vorrebbe che alla polizia fosse concesso sequestrare pistole e fucili a chi viene considerato pericoloso. Ma soprattutto il 61% degli americani è favorevole a bannare armi d’assalto e facili semi-automatici.

In tutto il Paese cresce la paura delle armi e le rilevazioni parlano chiaro. Otto americani su dieci percepiscono un aumento della violenza armata nel paese e tre quarti lo considerano uno dei maggiori problemi in termini di sicurezza. Tanto per avere un’idea a maggio il 26% la considerava la minaccia numero uno alla salute pubblica, tanto quanto la crisi del fentanyl.

Non solo. Un quinto degli americani ha raccontato che loro (o un parente molto vicino) ha toccato con mano in qualche modo la violenza delle armi da fuoco. Eppure c’è un ennesimo dato che conferma quanto sia difficile trovare una soluzione efficace al problema. Il 52% degli americani sostiene che serva un modo per prevenire le sparatorie di massa, allo stesso tempo sempre il 52% sottolinea che il diritto a possedere armi vada tutelato.

La crisi del fentanyl entra nelle basi militari: cosa succede all'esercito Usa

Una politica al rallentatore

Nel giugno dell’anno scorso Joe Biden ha firmato una legge licenziata dal Congresso che conteneva un primo provvedimento per porre un freno alle armi da fuoco. Il pacchetto disegnato da Camera e Senato era arrivato dopo la tragica sparatoria alla scuola elementare di Uvalde in Texas che costò la vita a 19 bambini e due insegnanti.

La legge è stata presentata come un successo dato che da anni non si legiferava in materia di armi da fuoco. Eppure molti deputati, soprattutto quelli dell’ala radicale dei democratici, hanno bollato il provvedimento come troppo limitato. Nel pacchetto erano presenti fondi per gli Stati che permettessero di migliorare i controlli su persone ritenute pericolose, ma anche stanziamenti per programmi per sostenere il supporto psicologico nelle scuole. In più aggiungeva controlli più serrati per gli acquirenti con meno di 21 anni.

Nel frattempo con le midterm del 2022 il colore del Congresso è cambiato e i repubblicani hanno iniziato a battagliare. Ad esempio hanno passato una legge che stracci un provvedimento dell’amministrazione Biden che prendeva di mira un accessorio per armi da fuoco. Intanto a marzo la Casa Bianca ha messo un altro puntello. Il presidente ha firmato un ordine esecutivo per aumentare il numero di background checks, in controlli sul passato dei possessori d’armi. Un provvedimento appoggiato dalla maggioranza degli americani, ma solo un piccolo passo davanti all’immensa montagna da scalare delle sparatorie che quest’anno si avviano a sfondare un nuovo, sanguinoso, record.

Las Vegas.

Las Vegas, sparatoria nell’università: ennesima strage negli Stati Uniti, a sparare un ex professore. Redazione su L'Unità il 7 Dicembre 2023

Sono almeno tre i morti dell’ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti, avvenuta questa volta all’interno della University of Nevada di Las Vegas. Ateneo in cui è scoppiato il terrore quando, intorno alle 11:30 ora locale, le 20:30 di mercoledì 7 dicembre in Italia, l’allarme è scattato nella Beam Hall, edificio che ospita la Facoltà di Economia.

L’università ha pubblicato un messaggio invitando gli studenti ad evacuare dalla zona, contemporaneamente la polizia ha annunciato in un post su X di essere impegnata a rispondere ad una “sparatoria nel campus” e che c’erano “molte persone colpite“. Dopo circa mezz’ora, la polizia ha comunicato che “il sospetto era stato individuato ed era morto“.

Nel mentre la polizia aveva avvertito gli studenti di evacuare in un’area sicura e di aver attivato il protocollo “Run-Hide-Fight”, un protocollo attivo e comune negli Stati Uniti in casi di “mass shooting”.

Si tratta di un uomo intorno ai 60 anni, ex professore universitario che aveva precedentemente insegnato anche in Georgia e nella Carolina del Nord. Al momento, come sottolineato dallo sceriffo del dipartimento di polizia metropolitano di Las Vegas in una conferenza stampa, non si ha “nessuna idea del movente”.

Le polemiche sulle armi “libere”

Il presidente Joe Biden ha affermato in una dichiarazione che l’UNLV è “l’ultimo campus universitario ad essere terrorizzato da un orribile atto di violenza armata” e che lui e la First Lady Jill Biden stanno “pregando per le famiglie dei nostri caduti“. E ha lanciato un nuovo appello ai repubblicani perchè approvino insieme al democratici una stretta sulle armi da fuoco.

L’ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti rilancia infatti il tema della vendita indiscriminata o quasi di “armi da guerra”, come i fucili AR-15 spesso utilizzati per stragi come quella della UNLV. Impossibile però arrivare ad una legge che limiti o vieti del tutto la loro vendita, vista l’opposizione dei Repubblicani e soprattutto della NRA, la potentissima lobby delle armi Usa.

Fatto sta che il 2023 si chiuderà come l’anno in cui gli Stati Uniti hanno registrato il maggior numero di sparatorie di massa dal 2006. Con le ultime tre, due avvenute durante il fine settimana, il numero totale è arrivato a 38, superando il record precedente – 36 – registrato nel 2022.

La strage di Las Vegas del 2007

Proprio a Las Vegas, dove ieri si è verificato l’ennesimo episodio di questo tipo, era stata teatro della strage più cruenta nella storia degli Stati Uniti: il primo ottobre 2017 Stephen Craig Paddock sparò con 23 armi sulle migliaia di persone intente a seguire un festival di musica country dalla stanza del Mandalay Hotel. Il bilanciò fu tremendo: 61 morti, incluso il killer che si uccise prima dell’arrivo nella stanza della polizia, e 850 feriti. Redazione - 7 Dicembre 2023

(ANSA giovedì 7 dicembre 2023) - L'autore della strage a Las Vegas è un professore che non era stato preso per insegnare all'University of Nevada. Lo riporta Abc news citando fonti di polizia. Il killer si chiama Anthony Polito e aveva 67 anni.

(Adnkronos giovedì 7 dicembre 2023) - L'autore della sparatoria all'università del Nevada, a LAS VEGAS, in cui 3 persone sono rimaste uccise e una quarta ferita, era un professore universitario di 67 anni. Lo rende noto la Cnn, citando fonti delle forze dell'ordine, precisando che l'uomo, che è stato ucciso dalla polizia, aveva legami con college in Georgia e North Carolina, ma non si sa che tipo di contatti avesse con il campus che ha attaccato.

La sparatoria ha shoccato il campus universitario, dove sono in corso gli esami di fine semestre prima delle vacanze invernali, e l'intera città di Las Vegas che nel 2017 è stata teatro della più sanguinosa strage di massa della storia moderna americana, con 60 persone uccise ed oltre 400 ferite durante un festival musicale.

Lewiston nel Maine.

Paolo Mastrolilli per La Repubblica - Estratti mercoledì 25 ottobre 2023.

È caccia all’uomo nel Maine, dove l’autore dell’ennesima strage in un luogo pubblico è scappato, dopo aver ucciso almeno 22 persone. La polizia ha identificato il killer. Si chiama Robert Card, è un uomo bianco di mezza età, ma i motivi del suo gesto sono ancora incerti. È scappato, è armato, e quindi le autorità di Lewiston hanno ordinato ai cittadini di chiudersi in casa e fornire tutte le informazioni possibili per catturarlo.

La sparatoria è cominciata alle 6,56 della sera, quando Card è entrato con un fucile mitragliatore AR-15 in due locali della cittadina del Maine, lo Schemengees Bard and Grille Restaurant e lo Speratime Recreation. Un ristorante e una sala da bowling affollati dalle famiglie, che stavano celebrando una festa per i loro bambini. Quindi ha assalito anche un centro di distribuzione dei supermercati Walmart. Robert ha iniziato a sparare sulle persone, uccidendone almeno 22 e ferendone una sessantina. Poi è scappato a bordo di un’auto Subaru, portando con sè il mitragliatore. La macchina è stata ritrovata abbandonata verso le undici e mezza di sera, nella vicina città di Lisbon.

La polizia gli sta dando la caccia, e ha chiesto agli abitanti di chiudersi in casa per evitare di diventare bersagli. Il presidente Biden è stato informato della sparatoria durante la cena di stato con il premier australiano Albanese, e da allora ha iniziato a seguire la crisi, parlando con le autorità locali. 

Card ha 40 anni e fa parte della riserva militare della National Guard, di stanza a Saco, nello stato settentrionale del Maine. Vive a Bowdoin ed è un istruttore di armi. Questo forse aiuta a spiegare l’efficacia mortale del suo assalto. 

Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza lo mostrano a volto scoperto, con pantaloni neri e maglia marrone, mentre punta il suo fucile contro le vittime. I motivi dell’attacco sono ancora incerti, ma l’estate scorsa Card era stato internato per problemi mentali. Aveva detto di sentire voci e quindi era stato affidato alle cure degli specialisti. Se queste circostanze fossero confermate, si tratta di una storia che ormai si ripete da anni negli Stati Uniti, sempre allo stesso modo. Persone squilibrate decidono di sfogare la loro rabbia su altri esseri umani, qualunque siano i motivi, e riescono a fare enormi numeri di vittime perché le armi in America sono troppo facilmente disponibili.

Gli Usa non hanno l’esclusiva dei problemi mentali, che sono statisticamente simili a quelli di tutti gli altri paesi comparabili del mondo. La differenza è che negli Stati Uniti le armi sono a portata di mano di chiunque, e quindi chi vuole usarle per qualsiasi ragione riesce a farlo troppo facilmente. La verità evidente è questa, ma il paese non riesce ad affrontarla, per una malintesa interpretazione del Secondo emendamento della Costituzione, che garantisce il diritto di avere fucili e pistole

Strage in Maine, il killer suicida in un bosco: la scoperta della polizia. Gianluca Lo Nostro il 28 Ottobre 2023 su Il Giornale.

L'ex militare che due giorni fa ha ucciso 18 persone in due locali a Lewiston, in Maine, si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola in testa. Le autorità dello Stato hanno trovato il corpo in un bosco non lontano dalla località della strage

Il corpo di Robert Card, l'autore della strage in Maine, negli Stati Uniti, è stato trovato senza vita dalle autorità dello Stato in un bosco nei pressi di Lisbon Fall. L'assassino si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola alla testa. Lo ha confermato la governatrice Janet Mills in una conferenza stampa a Lewiston, città teatro del massacro in cui sono morte 18 persone e 13 sono rimaste ferite. "Sono qui semplicemente per comunicare che Robert Card è morto. Ho chiamato il presidente Biden per dargli la notizia", ha detto Mills.

Si interrompe così la caccia all'uomo che aveva paralizzato intere parti dello Stato, con lockdown e ricerche frenetiche da parte delle forze dell'ordine, che avevano addirittura mobilitato i sommozzatori per scrutare il fiume Androscoggin. La fuga dell'ex militare, durata 48 ore dopo la carneficina in una sala da bowling e in un ristorante, aveva costretto la polizia ad alzare l'allerta anche nel vicino Canada e a New York, città che secondo la stampa americana Card conosceva abbastanza bene.

Il capo del dipartimento sicurezza dello Stato del Maine, Michael Sauschuck, ha dichiarato ai giornalisti che il cadavere dell'ex riservista 40enne è stato trovato intorno alle 19.45 (ora locale), ma ha aggiunto che ulteriori dettagli sul luogo del suicidio non saranno condivisi con il pubblico. Card era affetto da problemi mentali e per questo la scorsa estate era stato ricoverato due settimane in un centro psichiatrico. Nonostante questo campanello d'allarme, l'accesso alle armi non gli è mai stato limitato: la legislazione del Maine su questo tema è tra le più permissive in America, non essendo previsti controlli preventivi sugli individui che possono quindi fare liberamente domanda per acquistare fucili e pistole nelle armerie. Un diritto peraltro garantito dal Secondo emendamento della costituzione Usa.

Da tempo l'assassino sosteneva di sentire delle strane voci sul suo conto provenienti dal bowling e dal locale dove si è poi consumata effettivamente la strage: giovedì Card ha dapprima sparato all'impazzata, centrando 18 persone, poi si è dato alla fuga abbandonando il veicolo sul quale viaggiava, un Suv bianco. Una volta scappato, gli abitanti sono stati costretti a rimanere nelle loro abitazioni: il timore della polizia, trattandosi di un tiratore professionista, era infatti quello di una seconda sparatoria.

Tra le vittime di questa tragedia si segnalano anche un adolescente di soli 14 anni, un allenatore di bowling in pensione, un idraulico e il gestore del bar. Joe Walker, questo il nome di chi dirigeva il Schemengees Bar and Grille Restaurant a Lewiston, sarebbe morto da eroe: il padre ha raccontato che prima di morire avrebbe inseguito il killer con un coltello da macellaio.

Estratto dell’articolo di Angelo Paura per "il Messaggero" venerdì 27 ottobre 2023.

Questa estate aveva passato due settimane in un centro di cura per malattie mentali, lamentando di «sentire voci» e minacciando di voler fare una strage all'interno della base di Saco, a sud del Maine, dove era di stanza come riservista dell'esercito americano. Robert Card uscito dall'ospedale ha dato altre volte segni di squilibrio, fino a quando mercoledì sera a Lewiston ha sparato e ucciso 18 persone, ferendone 13. 

[…] Card non è mai stato in guerra, nell'esercito è un sergente entrato come riservista nel dicembre del 2002, dopo è stato formato come specialista nel settore petrolifero: come molti riservisti infatti avrebbe lavorato nella sicurezza e, solo in caso di estrema necessità, sarebbe stato impiegato in missioni umanitarie nel mondo, soprattutto in caso di disastri naturali.

Ci sono poche informazioni sull'ex militare, che prima della strage aveva un badge da riservista attivo e aveva perso il lavoro. Tra il 2001 e il 2004 ha studiato ingegneria all'University of Maine anche se non è chiaro se si sia mai laureato. […] 

Nonostante non sia possibile verificarlo, Card avrebbe un profilo su X/Twitter, che in questo momento è stato sospeso, ma la foto che appare archiviata mostra un uomo molto simile alle immagini del killer catturate dalle telecamere. 

Nel corso degli anni il profilo social @RobertC20041800 ha messo diversi like ad articoli di politica, soprattutto sui profili di politici e opinionisti di destra. Testimoni locali sostengono che sia membro di una milizia paramilitare. A quanto pare ha un'ossessione per le armi e le leggi per regolarne la vendita e il possesso negli Stati Uniti.

Secondo la Cnn i familiari di Card hanno confermato la pista del malessere mentale, raccontando alla polizia di aver assistito a una sua «crisi mentale». E allo stesso tempo, nelle scorse ore, gli avrebbero scritto decine di messaggi pregandolo di consegnarsi alla polizia. […] 

Intanto negli Stati Uniti si torna a discutere di armi e problemi mentali: a livello federale esiste un registro in cui vengono inserite le persone alle quali è vietato acquistare o possedere armi e il caso di ricovero involontario in un ospedale psichiatrico è una delle condizioni che fa scattare il divieto.  Ma spesso queste regole non vengono rispettate, in un Paese dove un adulto su tre dichiara di possedere un'arma da fuoco. […]

(ANSA martedì 31 ottobre 2023) - Sei settimane prima che di uccidere 18 persone a Lewiston, nel Maine, la polizia statale aveva ricevuto degli avvertimenti che Robert Card avrebbe compiuto una strage ma non è intervenuta. Lo rivela il New York Times, citando fonti delle forze dell'ordine. 

L'allarme sul riservista era molto più esplicito di quanto i funzionari del Maine abbiano pubblicamente ammesso in seguito all'attacco di mercoledì scorso, la sparatoria di massa più letale quest'anno negli Stati Uniti.

Secondo il New York Times, a settembre il dipartimento per i riservisti dell'esercito ha contattato l'ufficio dello sceriffo denunciando che il killer era in preda a delirio paranoici, in particolare che sosteneva di essere stato accusato dai suoi commilitoni di essere un pedofilo prendendo anche a pungi uno di loro.

L'esercito ha anche riferito allo sceriffo che Card era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico di New York per due settimane a luglio. Non solo, il sergente dello sceriffo, Aaron Skolfield, era stato a casa del killer il 16 settembre cercando di mettersi in contatto con lui, ma nessuno si presentò alla porta nonostante fosse evidente che qualcuno era in casa. 

Skolfield ha detto, inoltre, di aver contattato anche il fratello di Card, che gli aveva riferito che lui e suo padre stavano cercando di portare via le armi di suo fratello. Il sergente ha riferito di aver esortato Ryan Card a contattare il dipartimento dello sceriffo se avesse ritenuto che suo fratello avesse bisogno di "una valutazione".

Jacksonville, in Florida.

Sparatoria a Jacksonville, 4 morti. Il killer: «Odio i neri». Storia di Redazione online su Il Corriere della Sera sabato 26 agosto 2023.  

La sparatoria in un negozio di Jacksonville in Florida, dove sono rimaste uccise quattro persone, è stata motivata da odio razziale. Lo ha detto la polizia in una conferenza stampa precisando che tutte e tre le vittime sono afroamericane, la quarta persona morta è il killer che si è sparato dopo aver compiuto la carneficina. Non è stata rivelata l’identità dell’uomo che ha aperto il fuoco ma si sa che abitava nella zona e viveva con i genitori, quindi si presume fosse piuttosto giovane. Per compiere l’azione indossava abiti militari.

Il «mass shooting» è avvenuto all’interno di un negozio della catena «Dollar general». Secondo la sindaca di Jacksonville Donna Deegan il killer si è barricato all’interno e poi ha aperto il fuoco sui presenti, mirando deliberatamente ai neri . Il negozio nel quale è avvenuta la sparatoria si trova vicino al campus della Edward Waters University, una piccola università storicamente afroamericana.

Prima di compiere la strage l’assasino ha chiamato i genitori chiedendo loro di diffondere su media e social media il suo manifesto razzista in cui diceva di odiare i «n....i e di volerli uccidere». La strage è stata compiuta usando un fucile d’assalto e una pistola che appartenevano ai genitori del killer. La polizia ha riferito che sulla pistola era stata incisa una svastica.

Secondo il sito Gun Violence Archive, che monitora il fenomeno dell’abuso delle armi da fuoco, dall’inizio dell’anno negli Stati Uniti sono già morte per questo motivo 28.179 persone e si sono già verificati 471 episodi di «mass sooting».

Philadelphia, in Pennsylvania.

L'uomo è stato bloccato dopo un po' dalla polizia. Strage a Philadelphia, scende in strada in tenuta da guerra e spara a caso: 4 morti e 8 feriti, tra cui due bimbi. Redazione su Il Riformista il 4 Luglio 2023 

E’ di quattro persone uccise e otto ferite, tra cui due bambini il bilancio della strage, l’ennesima, avvenuta a Philadelphia, in Pennsylvania, e che ha visto protagonista un uomo di 40 anni, sceso in strada, così come emerge in un video pubblicato sui social, armato e in tenuta da guerra.

L’uomo ha iniziato a sparare a caso contro le persone presenti, armato di un fucile tipo Ar-15, mentre camminava lungo il marciapiede.

La portavoce della polizia Jasmine Reilly ha spiegato che sei feriti sono stati portati al Penn Presbyterian Medical Center e due, minorenni, al Children’s Hospital di Philadelphia. I morti avevano un’età compresa tra i 20 ei 59 anni. L’uomo ha esploso numerosi colpi d’arma da fuoco in diversi isolati nel quartiere sud-occidentale di Kingsessing.

E’ stato poi arrestato in un vicolo dopo essersi arreso. Il commissario di polizia Danielle Outlaw ha spiegato che indossava un giubbotto antiproiettile, aveva con sé più caricatori, un “fucile di tipo AR”, una pistola e uno scanner della polizia.

Si tratta dell’ennesima strage registrata nel Stati Uniti grazie alla facilità con cui si può entrare in possesso di armi anche da guerra, comprate addirittura al supermercato.

Richmond, Virginia.

Estratto dell'articolo da rainews.it il 7 giugno 2023.

Richmond, Virginia, un pomeriggio di giugno. Al Teatro Altria sono in corso le celebrazioni per la fine dell'anno scolastico e la consegna dei diplomi della Huguenot High School, quando all'esterno dell'edificio un giovane di 19 anni inizia a sparare - ed è l'ennesima strage americana, dai contorni ancora incerti. 

Quel che al momento è noto è il numero delle vittime: due morti, di 18 e 36 anni, e cinque feriti, di cui uno in pericolo di vita. Una bambina di 9 anni è stata investita da un'auto nel caos che è seguito alla sparatoria, molte altre persone sono rimaste ferite nella calca o sono state prese dal panico e ricoverate in stato di ansia. 

La polizia ha arrestato un sospetto mentre tentava di fuggire: sarà incriminato per omicidio multiplo e altri reati, ha fatto sapere il capo della polizia locale di Richmond, Rick Edwards. “Quando si sono sentiti gli spari è iniziato il caos”, ha raccontato Edwards: “C'erano centinaia di persone nel parco, la gente ha iniziato a correre ovunque”.

Diverse armi da fuoco sono state trovate sul luogo della strage. Testimoni aggiungono di avere sentito almeno 20 esplosioni in rapida successione, mentre la folla fuggiva accalcandosi in preda alla paura. “C'erano studenti vestiti a festa che scappavano, genitori che abbracciavano i bambini per proteggerli, una giovane donna che piangeva”. Altri raccontano che alcuni anziani investiti dalla folla sono caduti a terra senza potersi rialzare. […]

Allen, in Texas.

Estratto da tgcom24.mediaset.it il 7 marzo 2023 

In Texas nove persone sono rimaste uccise e almeno sette ferite in una sparatoria in un outlet ad Allen, a circa 40 chilometri da Dallas. […] Si teme che tra le vittime ci siano dei bambini. 'ennesimo episodio di follia delle armi negli Stati Uniti è iniziato sabato intorno alle 15:30, durante quello che sembrava un tipico pomeriggio di shopping all'Allen Premium Outlets, uno dei principali mall dello Stato.  

[…]  Il killer indossava abbigliamento militare L'intervento tempestivo della polizia ha permesso di evitare un bilancio ancora più grave. Le forze dell'ordine hanno dichiarato che il killer, che indossava "abbigliamento militare", è stato ucciso da un agente intervenuto sul posto. Ignoto al momento il motivo della strage. Un testimone ha raccontato che "l'aggressore indossava un giubbotto e sembrava avesse ricevuto un addestramento. Sapeva quello stava facendo".

Il video shock sui social Un video shock che circola su Twitter mostra l'uomo, vestito di scuro, uscire da una macchina grigia nel parcheggio del centro commerciale e sparare sulla gente. Le immagini sono sfocate e in lontananza ma il rumore degli spari è nitido. […]

Doppia strage in Texas, suprematista spara al market: 8 morti. Poi un Suv sui migranti. Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera il 7 Maggio 2023

Al confine con il Messico sette venezuelani sono morti sul colpi, la polizia segue la pista dell’atto intenzionale. L’appello di Biden al Congresso: «Ora una legge sulle armi»

Ventiquattrore da dimenticare in Texas colpito da due orribili stragi. Ad Allen, non lontano da Dallas, un tranquillo sabato di shopping è stato trasformato in tragedia quando un uomo, in tenuta da combattimento, armato con un fucile d’assalto AR-15, è sceso dalla sua auto nel parcheggio del centro commerciale Allen Premium Outlets sparando all’impazzata . Otto persone, tra i 5 e i 51 anni, sono rimaste uccise, oltre all’assassino, ed altre sette ferite, alcune in modo grave. Secondo gli investigatori il killer è Mauricio Garcia, un uomo di 33 anni affiliato ai suprematisti bianchi o a gruppi neonazisti. A rivelarlo sarebbe uno stemma cucito sull’abito militare usato durante l’attacco.

Domenica mattina alle 8,30, a Brownsville, al confine con il Messico, un suv, guidato da un ispanico, è piombato a velocità folle su un gruppo di migranti, per la maggior parte venezuelani, che aspettavano l’autobus, falciandoli come birilli. Nel video, ripreso da una vicina telecamera, si vedono le persone volare in aria e poi piombare violentemente a terra. Sette sono morte sul colpo. Il guidatore è stato arrestato per «guida spericolata» ma, secondo la polizia, l’incidente appare sempre più un «atto intenzionale». In città l’immigrazione clandestina è in forte aumento. Il direttore del vicino centro di accoglienza Victor Maldonado ha detto che negli ultimi due mesi sono passati a gestire 380 persone al giorno dalle precedenti 250. «Dopo la strage un paio di persone che sono venute dal cancello e hanno detto alla guardia di sicurezza che siamo noi la causa del gesto», ha detto alla tv Krgv.

Ad Allen la strage è avvenuta nel primo pomeriggio quando migliaia di persone affollavano gli oltre cento negozi presenti nella struttura. «Abbiamo cominciato a correre, i bambini venivano travolti dalla folla — ha detto all’Ap Maxwell Gum, un ragazzo di 16 anni che lavora in un negozio di pretzel —. Un mio collega ha salvato una piccola di 4 anni». Molti hanno trovato rifugio nei bagni, nel retro dei negozi o si sono rannicchiati dietro alle macchine parcheggiate. Il bilancio delle vittime avrebbe potuto essere molto più alto se sul posto non fosse stato presente un poliziotto che aveva risposto a un’altra chiamata. L’agente è riuscito a neutralizzare l’aggressore e a chiamare i soccorsi. «Voglio ringraziare la nostra polizia e i vigili del fuoco per la loro pronta risposta che ha salvato molte vite», ha detto il sindaco di Allen Ken Fulk, assicurando che la sua è «una città sicura». Ma nello Stato repubblicano è possibile acquistare e portare in giro una pistola senza il porto d’armi, a meno di non avere precedenti penali. Poche le restrizioni anche per l’uso di fucili e carabine.

La verità è che non sembrano esserci posti sicuri negli Stati Uniti visto che nei primi quattro mesi, secondo i dati del Gun Violence Archive, ci sono state 200 sparatorie di massa, più degli ultimi sei anni. Un numero spropositato che imporrebbe un cambio delle regole di accesso alle armi da fuoco. È quello che, ancora una volta, ha chiesto al Congresso il presidente degli Stati Uniti Joe Biden: «Mandatemi una legge che metta al bando le armi d’assalto — ha scritto in una nota —, richieda un controllo totale su chi acquista e metta fine all’immunità per i produttori. E la firmerò immediatamente». La Casa Bianca ieri ha ordinato che la bandiera Usa sventoli a mezz’asta fino all’11 maggio su tutti gli edifici pubblici e basi militari, in patria e all’estero. «Più di 14 mila nostri cittadini hanno perso la vita — ha aggiunto il presidente —. La causa principale di morte dei bambini americani è la violenza delle armi. Twittare preghiere e pensieri non

Cleveland, in Texas.

Texas, «basta fare rumore». E il vicino fa strage . Un bimbo tra le vittime. Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2023.

L’uomo, un messicano di 38 anni, si esercitava con un Ar-15: arrabbiato per la lamentela ha ucciso in casa 5 persone 

Un vicino di casa molesto, con la «passione» di esercitarsi a sparare in giardino, incurante dell’ora. Venerdì sera erano passate le 11, quando qualcuno si è lamentato in questo angolo verde alla periferia di Cleveland, in Texas. «Ehi amico, non puoi farlo, abbiamo un bambino qui che cerca di dormire», ha protestato la famiglia della villetta accanto. «Nel mio giardino posso fare quello che voglio» avrebbe risposto lui, iniziando a schiumare rabbia. Si è precipitato nel vialetto dei vicini, ha bussato alla loro porta per poi iniziare a sparare: in pochi secondi tre donne, un uomo e anche un bambino di 8 anni sono caduti a terra, tutti colpiti alla testa. 

Un diverbio tra vicini di casa e l’America si ritrova a fare i conti con una nuova strage, con cinque persone sterminate a casa propria, tutte originarie dell’Honduras. 

Il killer si è dileguato armato e sotto effetto di sostanze, secondo gli inquirenti. È stato identificato in Francisco Oropeza, un messicano di 38 anni. «È in fuga nella foresta nazionale Sam Houston, qui nella contea di San Jacinto. Lo stiamo inseguendo con i cani, con uomini a cavallo e con i droni», ha fatto sapere lo sceriffo a 24 ore dal massacro. Le autorità lo conoscono bene: gli agenti erano già stati a casa sua sempre per l’abitudine a sparare in cortile.

Chiamati per «molestia» intorno alle 23.30 di venerdì, al loro arrivo i poliziotti hanno trovato cadaveri e sangue ovunque: due donne erano ancora sdraiate senza vita sopra tre bambini.«Si devono essere buttate sopra di loro per cercare di proteggerli», hanno ricostruito le autorità, che hanno poi visionato le riprese video dell’assalitore mentre si avvicinava alla porta d’ingresso delle vittime con l’Ar-15, un fucile semiautomatico progettato dagli americani per il conflitto in Vietnam, micidiale per la sua capacità di sparare a raffica proiettili piccoli e velocissimi, che colpiscono l’obiettivo a 800 metri al secondo, con caricatori da 45 o 60 colpi. 

Un americano adulto su 20 ne possiede almeno uno, secondo il recente sondaggio condotto dal Washington Post con Ipsos, soprattutto per motivi di autodifesa ma anche per attività ricreative, tiro al bersaglio e caccia. Un’arma tristemente nota perché è quella usata nelle stragi degli ultimi 20 anni, come quella di un anno fa, sempre in Texas, nel massacro alla scuola elementare di Uvalde. Quella di venerdì a Cleveland è la 19esima sparatoria con almeno 4 vittime dall’inizio dell’anno, rileva il Gun Violence Archive.

Una scia di sangue che ha fatto rialzare la voce ai sostenitori del controllo delle armi, con appelli per un divieto federale degli Ar-15. La loro vendita è già proibita in alcuni Stati, incluso quello di Washington con un provvedimento firmato mercoledì dal governatore democratico.

A nulla finora sono serviti i moniti di Joe Biden che, per l’ennesima volta il mese scorso, ha implorato il Congresso di attuare una stretta sulle armi e imporre un bando federale sui fucili d’assalto, dopo che un tiratore ha ucciso sei persone sempre con un Ar-15 in una scuola di Nashville. I repubblicani fanno muro.

Dadeville, in Alabama.

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 16 aprile 2023.

Venti feriti e almeno quattro adolescenti morti. È il triste bilancio (provvisorio) di una sparatoria avvenuta sabato notte durante una festa di compleanno a Dadeville, in Alabama. 

[…] Secondo le prime ricostruzioni, la sparatoria è scoppiata, intorno all’una e trenta di notte ora locale, a causa di una lite esplosa durante un “sweet 16 party“, una festa per i 16 anni. Dadeville si trova a circa una settantina di chilometri da Montgomery. Sempre la notte tra sabato e domenica, due studenti sono rimasti feriti in una sparatoria al campus dell’università di Lincoln in Pennsylvania.

La strage dei teenager. Usa, spari durante una festa di compleanno a Dadeville, in Alabama: 4 ragazzi morti e oltre 20 feriti. Movente ancora sconosciuto, giallo sul killer. Un video shock con l'attacco. Valeria Robecco su Il Giornale il 17 Aprile 2023

Ennesimo fine settimana di sangue negli Stati Uniti, ancora una volta a causa della diffusione selvaggia delle armi da fuoco, e dove ancora una volta a farne le spese sono soprattutto dei giovani. Nella cittadina di Dadeville la festa per il 16esimo compleanno di una teenager è finita in tragedia quando intorno alle 22,30 locali di sabato qualcuno ha aperto il fuoco, uccidendo almeno quattro persone e ferendone molte altre (oltre 20 secondo i media locali), la maggior parte adolescenti.

La sparatoria è avvenuta al Mahogany Masterpiece Dance Studio, nel centro del comune rurale di 3mila abitanti a nord-est di Montgomery: nel locale era in corso il party che negli Usa chiamano «Sweet Sixteen», un momento di passaggio importante per ogni teenager, più o meno come le feste per i 18 anni in Italia. I dettagli per ora non sono molti, le autorità non hanno fatto sapere se il sospetto killer sia stato individuato e fermato, e anche il movente resta da chiarire, ma in un video shock circolato su Twitter si sentono i rumori degli spari e le urla terrorizzate di una ragazza mentre fuori dall'edificio arrivano le auto della polizia.

Una donna di nome Annette Allen ha spiegato che la festa di compleanno era di sua nipote Alexis, e tra le vittime c'è anche il fratello della ragazzina, Phil Dowdell, liceale che si doveva diplomare tra poche settimane. «Era molto umile, e aveva sempre il sorriso sulle labbra», ha detto a un giornale locale, precisando che anche la madre di Dowdell è stata colpita e ferita.

Il pastore Ben Hayes, cappellano per il dipartimento di polizia di Dadeville e per la squadra di football del liceo locale, ha confermato che la maggior parte delle vittime erano adolescenti: «Uno dei giovani uccisi era tra i nostri atleti di punta, e un gran bravo ragazzo - ha affermato -. Conoscevo molti di questi studenti. Dadeville è una piccola città e questo colpisce tutti nella zona».

Joe Biden è stato informato della sparatoria e sta monitorando la situazione, fa sapere la Casa Bianca, precisando che il presidente Usa è in contatto con le forze dell'ordine e i funzionari locali e ha offerto tutto il sostegno necessario. Il governatore dell'Alabama Kay Ivey, da parte sua, ha sottolineato su Twitter che «il crimine violento non ha posto nel nostro stato». «Sono in lutto con la gente di Dadeville», ha aggiunto, esprimendo il suo «dolore». Ivey è un forte sostenitore del diritto di possedere armi sancito dal Secondo Emendamento, e l'anno scorso ha firmato una legge che abolisce l'obbligo nello stato di avere un permesso per avere con sé una pistola nascosta in pubblico. La sua candidatura per l'elezione a governatore dello scorso anno, inoltre, è stata approvata dalla National Rifle Association, la potentissima lobby delle armi americana.

La strage avvenuta in Alabama non è stata l'unica nel fine settimana: sempre sabato almeno due persone sono morte e quattro sono rimaste ferite in un parco di Louisville, in Kentucky (la stessa città dove lunedì scorso un impiegato di banca ha massacrato cinque persone sul posto di lavoro), mentre due studenti sono stati feriti in una sparatoria al campus dell'università di Lincoln, in Pennsylvania. Mentre venerdì due giovani di 22 e 17 anni sono stati uccisi a una festa in una residenza della James Madison University, in Virginia. Una tragedia dietro l'altra, a poco più di due settimane dalla strage in una scuola elementare di Nashville, in Tennessee, nella quale sono morti tre bambini e tre adulti. Gli Stati Uniti continuano a pagare un prezzo alto per la diffusione delle armi da fuoco e per la facilità con cui gli americani vi hanno accesso: il Paese ha più pistole e fucili che abitanti (oltre 400 milioni per circa 330 milioni di cittadini) e nel 2023 ci sono state già oltre 150 sparatorie di massa, più dei giorni trascorsi, secondo i dati dell'organizzazione no profit «Gun Violence Archive». Nel 2022, invece, in tutto ce ne sono state 647, una media di due al giorno. E negli ultimi anni la violenza e gli incidenti d'arma da fuoco negli Usa sono diventati la principale causa di morte per i bambini, superando incidenti automobilistici, lesioni per altri motivi e malattie congenite. Il gruppo di attivisti «Everytown for Gun Safety» stima che 19mila bambini e adolescenti vengano uccisi o feriti ogni anno.

Louisville, Kentucky.

Usa, sparatoria nel Kentucky: cinque morti. Il killer ha trasmesso le sue azioni in streaming. Il Corriere della Sera il 10 aprile 2023

L’episodio è avvenuto all’esterno di una banca di Louisville. Tra le vittime c’è anche l’assalitore, Connor Sturgeon, un ex dipendente della filiale di 23 anni. Nove i feriti, di cui tre in condizioni critiche

Almeno cinque persone sono rimaste uccise in una sparatoria avvenuta davanti a una banca di Louisville, una cittadina del Kentucky. Ne dà notizia la polizia. Tra le vittime c'è anche l’assalitore, Connor Sturgeon, 23enne ex dipendente della filiale, che ha trasmesso le sue azioni in diretta streaming su Instagram. Secondo fonti investigative citate dalla Cnn, il giovane aveva ricevuto una lettera di licenziamento dalla banca. Altre nove persone, due poliziotti e sette civili, sono state trasportate in ospedale. Tre dei feriti versano in condizioni critiche, tra cui un agente di 26 anni raggiunto da un proiettile alla testa.

La polizia ha immediatamente isolato la zona, lungo East Main Street, davanti alla sede della Old National Bank con un cordone di agenti. In una breve conferenza stampa lo sceriffo di Louisville ha detto che gli agenti hanno risposto al fuoco del killer, uccidendolo. Quando le prime pattuglie sono arrivate sul posto - tre minuti dopo il primo allarme - l’assassino stava ancora facendo fuoco. «Il sospetto ha sparato agli agenti - ha riferito Jacquelyn Gwinn-Villaroel, capo della polizia di Louisville -. Abbiamo risposto al fuoco e fermato la minaccia». La polizia ha anche identificato le 4 vittime: tre uomini di 40, 63 e 64 anni e una donna di 57.

Per compiere la strage l’ex dipendente della banca ha usato un fucile mitragliatore AR-15, lo stesso tipo di arma usato nei mass shooting di Uvalde (25 maggio 2022, 22 morti), Nashville (23 marzo 2023, 6 morti)

Dall’inizio del 2023 sono già più di 11.500 le persone rimaste uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti. Ma una riforma della legge che consente il libero possesso di pistole e fucili

, benché invocata dal presidente Joe Biden appare al momento impossibile. Il 3298 marzo scorso l’ultimo massacro, avvenuto in una scuola elementare di Nashville: 6 morti, tra cui 3 bambini.

Nashville.

Nashville, sparatoria a scuola: 6 morti. A fare fuoco è stata una persona transgender. Viviana Mazza corrispondente da New York su Il Corriere della Sera il 27 marzo 2023

Audrey Elizabeth Hale, 28 anni, aveva due fucili d’assalto e una pistola. Almeno due di queste armi erano state acquistate legalmente. Le vittime: tre bambini di nove anni e tre adulti

Si chiamava Audrey Elizabeth Hale, 28 anni. Con due armi semiautomatiche e una pistola, ha aperto il fuoco in una piccola scuola elementare privata cristiana, la «Covenant School» di Nashville in Tennessee, dove aveva studiato nell’infanzia. Avrebbe fatto irruzione sparando contro una delle porte d’ingresso, non c’erano guardie armate. La polizia ha ricevuto l’allarme poco dopo le 10 del mattino. Nel giro di 14 minuti tre bambini erano morti: Evelyn Dieckhaus, Hallie Scruggs e William Kinney. Due di loro avevano 9 anni, il terzo 8 ma presto avrebbe raggiunto l’età dei compagni. Con loro sono stati uccisi tre adulti: Katherine Koonce, 60 anni, dirigente dell’istituto; Mike Hill, 61 anni, custode; e una insegnante supplente, Cynthia Peak, 61 anni.

I primi cinque agenti entrati nell’edificio hanno raggiunto e ucciso Hale al secondo piano, in un atrio fuori dalle classi. La polizia ha parlato con il padre, con cui viveva, ha rinvenuto mappe dettagliate della scuola e un «manifesto» e altri scritti nella sua Honda Fit parcheggiata vicino al luogo della strage. In conferenza stampa la polizia ha detto che Hale si identificava come donna transgender, ma poi un portavoce ha precisato che «Audrey Hale era biologicamente donna e sui profili social si identificava usando pronomi maschili».

Usa, sparatoria in una scuola a Nashville: i momenti dopo l'assalto

Alla domanda di un giornalista se la sua identità di genere sia legata alla strage in una scuola dove i bambini delle elementari studiano teologia biblica, le autorità hanno risposto che stanno indagando. Più tardi il capo della polizia ha detto alla tv Nbc che Hale nutriva «risentimento nei confronti della scuola». Gli agenti intendono rendere pubblico anche il video dell’attentato.

Mano nella mano, i bambini sopravvissuti sono stati scortati fuori dalla scuola. Immagini strazianti che ricordano la strage di Sandy Hook, in Connecticut nel 2012, anch’essa compiuta da un ex allievo in una scuola elementare. La scuola di Nashville è affiliata alla Chiesa presbiteriana, sorge in un quartiere benestante, la retta va dai 7.200 — per tre giorni di asilo — ai 16mila dollari l’anno. Il sindaco John Cooper ha scritto che Nashville «si unisce così alla lunga e terribile lista di comunità che hanno vissuto una sparatoria a scuola». Due delle armi usate sono state ottenute legalmente, ha detto ieri la polizia. Il presidente Joe Biden ha lanciato un nuovo appello al Congresso ad approvare una riforma per vietare le armi d’assalto, alla quale i repubblicani si oppongono nel nome del Secondo Emendamento. «Quanto è accaduto è un incubo. Dobbiamo fare di più contro la violenza di armi da fuoco, per proteggere le scuole affinché non diventino prigioni», ha detto il presidente. Intanto una nuova generazione di americani cresce sapendo che ogni giorno si può restare uccisi a scuola.

Nashville, la killer è una donna. Disagi, manie e fucili: nella piccola galassia d’odio delle stragiste d’America. Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 27 marzo 2023

La donna 28enne che ha aperto il fuoco alla Covenant School di Nashville fa parte della piccola percentuale di donne killer. Tra le più note Brenda Spencer, che spiegò il suo gesto con la famosa frase: «Non mi piacciono i lunedì». Le scuole sono ormai un target consolidato: spesso gli stragisti, come in questo caso, hanno frequentato l’istituto preso di mira

Scuola Elementare Cleveland, a San Diego, in California. 29 gennaio del 1979. Brenda Spencer, appena sedici anni, apre il fuoco e provoca la morte di due persone. Ad un giornalista che riesce a contattarla al telefono motiverà l’omicidio con questa frase: «Non mi piace il lunedì». Risposta bizzarra di un’adolescente definita «psicopatica» da un esperto di attacchi di massa.

Il caso di Brenda ci riporta a quanto avvenuto a Nashville , con bambini presi di mira da una killer di 28 anni, armata di due fucili e una pistola acquistate legalmente. Audrey Hale, questo il suo nome, ex studentessa, transgender, ha pianificato il massacro: aveva una piantina dell’edificio, ha lasciato un testo per spiegare il gesto, ha creato il suo arsenale. Sembra che avesse progetto di colpire altro obiettivo ma ha poi cambiato idea perché c’era troppa sicurezza.

Il video diffuso dalla polizia la mostra nella «divisa» degli shooter: cappellino rosso, pantaloni mimetici, gilet tattico, guanti fucile. Ricorda altri massacratori, una/uno «columbiner», termine con il quale si indicano gli emulatori degli assassini di Columbine.

I luoghi di studio sono target consolidati, in alcune situazioni sono legate al «mietitore». Magari in precedenza frequentato le medesime aule, come Adam Lanza, il carnefice dei piccoli di Newtown , la stessa Audry Hale. Può considerare l’istituto la causa dei suoi «mali» oppure colpirlo perché lo ritiene un ostacolo (immaginario) alla propria esistenza. O ammazza per far soffrire, scatena la sua furia contro chi vive felice. Oppure cova un risentimento legato a scelte religiose, al modo di essere. Gli investigatori, inizialmente, hanno parlato di «transgender donna», poi di una persona che usava per se stessa pronomi al maschile. Non sarebbero emersi precedenti e i conoscenti l’hanno descritta «gentile e dolce». Invece nascondeva una personalità aggressiva che ha sparso sangue in un ambiente religioso conservatore, una pista analizzata in queste ore dagli agenti alla ricerca del movente.

Nell’infinita scia di dolore le stragiste al femminile sono rare. Un vecchio rapporto ufficiale sosteneva che rappresentano circa «solo» il 7 per cento in una realtà cup a, piena d’odio ma anche confusa, a volte senza un movente reale. Altre statistiche, andando fino al 1979, ne contano 17. Agli specialisti è stato chiesto del numero relativamente basso e la risposta non è mai stata precisa.

Sostengono che l’uomo — adolescente o maturo — tende più facilmente alla violenza, alcuni cercano di dimostrare qualcosa con un atto crudele, vogliono diventare famosi/famigerati eliminando il prossimo. Inoltre, aggiungono gli studiosi, il maschio può muovere spinto da tendenze estreme, dalla xenofobia alla misoginia, dal neonazismo a «cause» che sono solo nella sua testa ma che assumono le caratteristiche di un’ideologia personale. Non esiste un profilo perfetto, un ritratto copia-e-incolla, unico. Ve ne sono tanti, con punti comuni, analogie ma anche aspetti che allontano gli identikit dei protagonisti. E vale anche «al femminile».

Dall’archivio spuntano alcuni nomi. Laurie Dann, 30 anni, una vita fatta di comportamenti strani, malessere psichico, violenze. Un sentiero che l’ha portata ad organizzare un attacco per poi togliersi la vita. A scatenare la diciannovenne Jillian Robbins — settembre del 1996 — tendenze suicide, disordine mentale. Sorprendente Amy Bishop. Non una ragazzina in preda ai suoi demoni, bensì una professoressa di università e madre alle prese però con contrasti in un ateneo dell’Alabama. Provocherà tre morti. Dopo l’assalto emergeranno precedenti che somigliano ad un percorso progressivo, quasi una radicalizzazione. L’uccisione del fratello trattata all’inizio come un incidente, il possibile invio di pacchi bomba, un’aggressione. Alla fine il fendente più feroce.

Jennifer San Marco, 44 anni, univa un’instabilità profonda a manie di persecuzione. Se la prenderà con i dipendenti di una ditta dove aveva lavorato in passato, a Goleta, California. Sette gli assassinati. Poi si toglierà la vita.

Carmine Di Niro su Il Riformiste il 27 Marzo 2023

Una strage, l’ennesima, in un Paese dove circolano circa 400 milioni di armi da fuoco, ‘garantite’ dal dal secondo emendamento della Costituzione e da una lobby potentissima.

Gli Stati Uniti piangono ancora le vittime di una folle strage, questa volta a Nashville, nel Tennessee. Ad aprire il fuoco all’interno della Christian Covenant School, una scuola presbiteriana fondata nel 2021 che ospita circa 200 studenti dalla scuola materna alla prima media, è stata una ragazza di 28 anni la cui identità non è stata ancora diffusa dalla polizia.

La giovane donna aveva con sé due fucili d’assalto e una pistola: sarebbe entrata nell’edificio da un ingresso laterale e una volta dentro ha aperto il fuoco uccidendo tre bambini e tre adulti. La prima richiesta di soccorso alla polizia era arrivata alle 10:13 della mattina di lunedì, ora locale.

Altra sparatoria in California, 7 morti dopo la strage di Monterey Park: Biden vuole bandire le armi d’assalto

La 28enne è stata uccisa a sua volta con l’intervento delle forze dell’ordine. “Compreso l’assassino, un totale di sette persone sono state uccise a seguito dell’incidente di questa mattina al scuola“, ha detto Don Aaron del dipartimento di polizia di Nashville, mentre al momento non vi sono indicazioni sul possibile movente della sparatoria.

Sembra invece prendere forza l’ipotesi che a sparare sia stata una ex allieva della scuola. Lo ha dichiarato in conferenza stampa il capo della polizia di Nashville, John Drake, dicendo però di non essere sicuro dell’anno durante il quale aveva frequentato la scuola. “Le mie conclusioni iniziali sono che a un certo punto e’ stata una studentessa di quella scuola, ma non si sa in quale anno”, ha riferito ai media Drake.

Tutti gli alunni rimasti sono stati scortati fuori dall’edificio insieme al corpo docente e al personale“, ha detto ai media locali Kendra Loney, dei vigili del fuoco di Nashville. “Eravamo sul posto per aiutarli ad evitare che qualcuno vedesse esattamente cos’altro stava accadendo. Ma siamo sicuri che hanno sentito il caos che circondava la vicenda, quindi abbiamo specialisti di salute mentale e professionisti che sono sul luogo del ricongiungimento sia per gli studenti che per le famiglie”.

Quella avvenuta nella mattinata americana è la 128esima sparatoria di massa negli Stati Uniti nel 2023, secondo i dati del Gun Violence Archive: l’episodio più grave dell’ultimo anno è Uvalde, in Texas, nel maggio scorso, quando un giovane armato di un fucile semiautomatico ha ucciso 19 bambini e due insegnanti. Quella odierna è una delle rare sparatorie di massa compiute da una donna: dal 1979 ad oggi, come riporta Nbc, quelle compiute da donne sono state 17, di cui 7 nelle scuole, inclusa quella a Nashville.

Immediata la reazione politica all’ennesima strage. “Anche se non conosciamo ancora i dettagli, le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove imparare e insegnare”, è il messaggi che arriva dalla Casa Bianca. “Quando è troppo è troppo, il Congresso deve agire contro la violenza delle armi da fuoco. Quanti bimbi devono ancora morire prima di agire?“, mette in evidenza la portavoce Karine Jean-Pierre.

Abbiamo appena appreso di un’altra sparatoria nel Tennessee. Una sparatoria a scuola. E io sono davvero senza parole. I nostri figli meritano di meglio. E noi tutti stiamo con Nashville in preghiera”, è invece il messaggio che arriva dalla First Lady americana Jill Biden durante un evento a Washington a proposito della sparatoria nella scuola di Nashville.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Estratto dell'articolo di Alessandra Muglia per corriere.it il 29 Marzo 2023

I decessi per arma da fuoco tra gli under 19 sono aumentati del 62% in quasi un decennio. In America record di 5,3 bambini morti ogni 100.000 (insegue a gran distanza il Canada con un tasso dello 0,8)

 Dopo lo choc e il dolore straziante, ora ai genitori dei tre bambini uccisi tra i banchi della Covenant School di Nashville tocca scegliere gli ultimi vestitini e le piccole bare per i loro figli sterminati da un killer entrato a scuola con fucili d’assalto e una pistola.

 […] Il risultato è drammatico: niente uccide di più i bambini americani delle pistole, le sparatorie sono la prima causa di morte tra gli under 19 negli Usa. Davanti persino agli incidenti d’auto. E non da ora. Sono passati più di 10 anni dalla strage nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, nel Connecticut: si pensava che l’indignazione per quei 20 alunni uccisi avrebbe finalmente portato l’America a limitare l’accesso alle armi.

Invece la situazione nel corso degli anni non soltanto non è cambiata, è addirittura peggiorata. Da Sandy Hook le morti per armi da fuoco di bambini sono aumentate del 62% negli Stati Uniti. Nel 2012, le ferite da arma da fuoco hanno ucciso 2.694 bambini negli States, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Un numero salito a 4.368 nel 2020 (ultimo anno per cui sono disponibili dati ufficiali sulla violenza armata ), con un’impennata tra il 2019 e il 2020.

Quella di martedì a Nashville, in Tennessee, è solo una delle oltre 130 sparatorie di massa avvenute finora negli Stati Uniti quest’anno, 13 delle quali nelle scuole.

[…]  Le armi da fuoco uccidono così tanti bambini americani che pongono fine alla vita di 5,3 bambini ogni 100.000 e superano anche i decessi automobilistici, che sono 4,8 ogni 100.000.

Non solo nessun’altra nazione sviluppata può rivendicare le armi come la principale causa di morte infantile, ma i tassi di mortalità per armi da fuoco tra i bambini sono di gran lunga superiori rispetto ad altri Paesi ad alto reddito, che hanno tutti leggi sul controllo delle armi molto più severe rispetto agli Stati Uniti. In Canada, che è al secondo posto, il tasso è dello 0,8 per 100.000; in Francia è 0,5. In media, in Paesi comparabili, è 0,3 per 100.000. […]

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” il 31 gennaio 2023.

Nell’America dove i bambini di sei anni sparano alle maestre e quelli con il pannolone giocano con una Smith & Wesson, mancava un fucile per i più piccoli. Questa lacuna è stata colmata: si chiama JR-15 ed è un nuovo fucile da guerra per bambini. Non spara acqua, ma proiettili veri. È un fucile semiautomatico reale che verrà messo sul mercato a febbraio.

 Per ora sono stati fabbricati solo mille esemplari, ma dipende da come reagiranno gli americani: i fucili potrebbero non bastare. Il JR-15 è una riproduzione più piccola dell’Ar-15, l’arma utilizzata nel 90% delle stragi […].

Costa circa 400 dollari e pesa un chilo. È stato presentato a Las Vegas dal suo ideatore, Eric Schmid, fondatore della Wee1 Tactical, azienda che, come spiega sul suo sito web, fa della sicurezza il suo “principio guida”. Il fucile, aggiungono, «appare sicuro proprio come l’arma di mamma e papà».  Nell’immagine sul web appare una bambina con gli occhiali che, sotto l’amorevole sguardo di un adulto, punta il mirino del fucile a canna lunga calibro 22. […]

Ma prima ancora di finire ufficialmente sul mercato, il JR-15 è diventato un caso politico. Rappresentanti del Congresso stanno cercando da mesi di capire come fermare la diffusione di armi tra i più piccoli. A luglio l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva mostrato in aula un manifesto pubblicitario del JR-15, in cui appariva lo slogan “datemene una come quella che avete voi”, e l’immagine di due teschi, uno con le trecce da bambina e uno con una striscia di capelli tipo “Guerrieri della notte”. […] Ma i Repubblicani, che in gran parte sono finanziati dalla lobby delle armi, sono apparsi gelidi. 

[…] Negli Stati Uniti le armi sono la prima causa di morte tra i bambini e gli adolescenti: nel 2020, per la prima volta, le vittime di armi hanno superato quelle legate a incidenti stradali.

Guido Olimpio e Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 29 Marzo 2023

Audrey Hale voleva morire e voleva uccidere. Ha ottenuto l’obiettivo assassinando tre bambini e tre adulti nella scuola elementare cristiana di Nashville, poi è stato fermato dal fuoco degli agenti. Per sempre. Poteva tirarsi un colpo in testa e invece si è trasformato in terrorista. Deciso, implacabile, preparato, con una breve concessione ai sentimenti attraverso un messaggio d’addio su Instagram.

 L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton, con cui aveva giocato nella stessa squadra basket, poche parole: «Ho deciso di morire oggi, questo post è come un biglietto di suicidio. Probabilmente sentirai parlare di me nei notiziari dopo che sarò morto… Ti voglio bene. Ci vedremo in un’altra vita… Tutto questo un giorno avrà più senso, ho lasciato dietro di me prove sufficienti». Parole inquietanti riportate subito da Averianna al numero di emergenza, però non c’è stato tempo di sapere dove fosse Audrey.

[…] Audrey — che preferiva firmarsi Aiden e si presentava come maschio — ha lasciato un «manifesto» recuperato dopo l’eccidio. Per ora sono emersi molti dettagli tecnici sull’attentato, ma poco sulle motivazioni. La polizia parla di possibile rancore verso la scuola che aveva frequentato.

 Molti compagni descrivono Hale come una persona tranquilla, dolce, riservata. Però avevano perso i contatti da molto, prima del suo cambiamento. Viveva con i genitori, «molto religiosi» secondo un vicino. Una fonte anonima ha detto al Daily Mail che i genitori «non potevano accettare» che Audrey fosse transgender e che solo quando usciva di casa poteva vestirsi da uomo. La polizia ha detto ieri che era sotto cura di un medico per «disturbi emotivi».

Averianna aggiunge che aveva già manifestato tendenze al suicidio, aspetto ignorato o sottovalutato da chi gli stava vicino. Un qualcosa che ha motivato la pianificazione meticolosa dell’eccidio. Ha sorvegliato il complesso, lo ha scelto perché meno difeso (secondo gli scritti reperiti dalla polizia, avrebbe preso in considerazione e poi scartato di colpire anche «membri della famiglia e un centro commerciale»). Ha disegnato una mappa, che mostrava la scuola, le armi che avrebbe usato, i vestiti che avrebbe indossato, «come in un fumetto», ha detto il capo della polizia (Hale aveva una laurea in graphic design e molto talento artistico). Ha indossato guanti tattici per avere una buona presa e pantaloni mimetici.

Le munizioni in abbondanza in un corpetto. Colpi per un paio di fucili di cui uno tipo AR 15 — apparso in tanti massacri — e una pistola. Aveva acquistato legalmente 7 armi in cinque diversi negozi e le aveva nascoste a casa dei genitori. Sapeva che l’ingresso principale era chiuso a chiave, così ha sfondato le vetrate a fucilate. La mattina della strage la madre Norma, 61 anni, aveva visto Audrey uscire con un borsone rosso e chiesto cosa ci fosse dentro. Si sentì rispondere qualche scusa. Se l’avesse aperto avrebbe trovato le armi.

Nel 2018 Norma condivise su Facebook una raccolta di firme per tenere lontane le armi dalle scuole e vietare i caricatori ad alta capacità. Ma ha detto che non sapeva che «la figlia» possedesse ancora delle armi: in passato aveva una pistola, credeva che l’avesse venduta. «È un momento difficile — ha detto ai giornalisti —. Ho perso mia figlia».

DAGONEWS il 28 marzo 2023.

«Penso di aver perso mia figlia». Norma Hale è disperata. La sua era una vita normale, una famiglia normale fino a poche ore fa quando sua figlia Audrey, 28 anni, è entrata in una scuola privata di Nashville e ha ucciso sei persone, tra cui tre bambini. «E’ molto difficile per noi in questo momento – ha continuato la mamma – Vi chiediamo un po’ di privacy per la famiglia».

 Hale è nata donna, ma ha iniziato un percorso di transizione facendosi chiamare Aiden: a casa ha lasciato un foglio in cui spiegava nel dettaglio il suo piano di morte. I poliziotti devono ancora rivelare il contenuto o il movente, ma il capo della polizia di Nashville, John Drake, ha detto a NBC News che crede che Hale nutrisse "risentimento".

Il profilo Facebook di Norma è costellato di post  in cui chiedeva un controllo delle armi e si faceva riferimento ai massacri nelle scuole, chiedendo leggi che fermassero questa scia di sangue. Il 21 febbraio 2018, ha pubblicato una petizione per rendere illegali i caricatori di armi sulla sua pagina in risposta agli orrori alla Sandy Hook Elementary School nel 2012.  E l'8 marzo 2018, ha pubblicato una petizione per tenere le armi fuori dalle scuole con la didascalia: "è così importante!".

In altri post la donna si diceva orgogliosa della sua famiglia con commenti nel giorno del suo anniversario di matrimonio. Ma ci sono anche parole di apprezzamento per i lavori artistici della figlia. Norma e suo marito Ronald sono stati descritti da un vicino come "molto simpatici" e "molto religiosi". Hanno anche un altro figlio, Scott, che è uno studente in giurisprudenza e vive a Brooklyn.  

Estratto da corriere.it il 28 marzo 2023.

La polizia ha pubblicato il video di sei minuti della sparatoria nella scuola di Nashville, avvenuta il 28 marzo. Il filmato, girato dalla telecamere di uno degli agenti intervenuti sul posto, mostra due poliziotti che raggiungono il killer 28enne (qui il video dell’assalto alla scuola) al secondo piano e lo intimano a fermarsi e a lasciare le armi. Audrey Hale però non esegue e viene ucciso dagli agenti Rex Engelbert e Michael Collazzo.

Con due armi semiautomatiche e una pistola, Audrey Hale ha aperto il fuoco in una piccola scuola elementare privata cristiana, la «Covenant School» di Nashville in Tennessee, dove aveva studiato nell’infanzia. Le vittime sono tre bambini di nove anni e tre adulti. […]

Strage di Nashville: i «disturbi emotivi», le 7 armi nascoste, e il manifesto di Audrey Hale, il killer della strage. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 28 Marzo 2023.

L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton: «Sentirai parlare di me»

Audrey Hale voleva morire e voleva uccidere. Ha ottenuto l’obiettivo assassinando tre bambini e tre adulti nella scuola elementare cristiana di Nashville, poi è stato fermato dal fuoco degli agenti. Per sempre. Poteva tirarsi un colpo in testa e invece si è trasformato in terrorista. Deciso, implacabile, preparato, con una breve concessione ai sentimenti attraverso un messaggio d’addio su Instagram.

L’ex studente transgender ha scritto all’amica Averianna Patton, con cui aveva giocato nella stessa squadra basket, poche parole: «Ho deciso di morire oggi, questo post è come un biglietto di suicidio. Probabilmente sentirai parlare di me nei notiziari dopo che sarò morto… Ti voglio bene. Ci vedremo in un’altra vita… Tutto questo un giorno avrà più senso, ho lasciato dietro di me prove sufficienti». Parole inquietanti riportate subito da Averianna al numero di emergenza, però non c’è stato tempo di sapere dove fosse Audrey.

Erano le 9.57. Sedici minuti dopo la polizia riceveva la segnalazione di spari. Ne passeranno altri 14 prima dell’epilogo, con gli agenti che fanno irruzione, perlustrano velocemente aula dopo aula e poi intercettano il killer al primo piano. Sequenza filmata dalle body-camera di un poliziotto, compresa la sparatoria finale davanti ad un’ampia finestra, tra urla e le sirene d’allarme.

Scene caotiche, seguite da ricostruzioni frettolose. Le autorità, rispetto ad altri episodi, hanno detto molto senza però stare attenti ai particolari. Prima hanno parlato di una teenager, quindi di una donna di 28 anni, poi di una transgender al femminile, infine al maschile. Versioni aggiornate man mano che mettevano insieme i tasselli e raccoglievano testimonianze. Audrey — che preferiva firmarsi Aiden e si presentava come maschio — ha lasciato un «manifesto» recuperato dopo l’eccidio. Per ora sono emersi molti dettagli tecnici sull’attentato, ma poco sulle motivazioni. La polizia parla di possibile rancore verso la scuola che aveva frequentato. Molti compagni descrivono Hale come una persona tranquilla, dolce, riservata. Però avevano perso i contatti da molto, prima del suo cambiamento. Viveva con i genitori, «molto religiosi» secondo un vicino. Una fonte anonima ha detto al Daily Mail che i genitori «non potevano accettare» che Audrey fosse transgender e che solo quando usciva di casa poteva vestirsi da uomo. La polizia ha detto ieri che era sotto cura di un medico per «disturbi emotivi».

A verianna aggiunge che aveva già manifestato tendenze al suicidio, aspetto ignorato o sottovalutato da chi gli stava vicino. Un qualcosa che ha motivato la pianificazione meticolosa dell’eccidio. Ha sorvegliato il complesso, lo ha scelto perché meno difeso (secondo gli scritti reperiti dalla polizia, avrebbe preso in considerazione e poi scartato di colpire anche «membri della famiglia e un centro commerciale»).

Ha disegnato una mappa, che mostrava la scuola, le armi che avrebbe usato, i vestiti che avrebbe indossato, «come in un fumetto», ha detto il capo della polizia (Hale aveva una laurea in graphic design e molto talento artistico). Ha indossato guanti tattici per avere una buona presa e pantaloni mimetici. Le munizioni in abbondanza in un corpetto. Colpi per un paio di fucili di cui uno tipo AR 15 — apparso in tanti massacri — e una pistola. Aveva acquistato legalmente 7 armi in cinque diversi negozi e le aveva nascoste a casa dei genitori. Sapeva che l’ingresso principale era chiuso a chiave, così ha sfondato le vetrate a fucilate.

La mattina della strage la madre Norma, 61 anni, aveva visto Audrey uscire con un borsone rosso e chiesto cosa ci fosse dentro. Si sentì rispondere qualche scusa. Se l’avesse aperto avrebbe trovato le armi. Nel 2018 Norma condivise su Facebook una raccolta di firme per tenere lontane le armi dalle scuole e vietare i caricatori ad alta capacità. Ma ha detto che non sapeva che «la figlia» possedesse ancora delle armi: in passato aveva una pistola, credeva che l’avesse venduta. «È un momento difficile — ha detto ai giornalisti —. Ho perso mia figlia».

Estratto dall'articolo di Enrico Franceschini per repubblica.it il 28 marzo 2023.

[…]  “Quanto tempo ci vorrà prima che questa terribile sparatoria sia completamente ignorata dai media, ora che si è saputo che il suo autore era un trans?”, scrive Donald Trump junior su Twitter. Noto per le sue posizioni contro i diritti Lgbt, il figlio dell’ex-presidente degli Stati Uniti ha colto l’occasione dell’ennesimo massacro con armi in America per scagliarsi contro la comunità Lgbt, uno dei bersagli abituali di Trump senior e dei suoi sostenitori.

Nonostante il fatto che il suo commento sia in contraddizione con le posizioni dell’ex-capo della Casa Bianca e candidato alle presidenziali 2024 a favore del diritto di possedere armi automatiche.

 Dietro il polemico tweet c’è il fatto che Audrey Elizabeth Hale, 28 anni, che lunedì ha ucciso tre bambini e tre adulti in una scuola privata cristiana della città del Tennessee e ha poi perso la vita in uno scontro a fuoco con la polizia, aveva annunciato sui social di essere transgender e si identificava con il sesso maschile.

L’intervento di Trump junior ha provocato un’ondata di reazioni sul social network, molte delle quali dello stesso tono, con appelli a Trump senior, se sarà eletto di nuovo presidente, a ordinare di “bruciare tutte le bandiere arcobaleno” e i simboli Lgbt “dopo l’eccidio di Nashville”. […]

 Donald Trump junior non è nuovo a polemiche di questo tipo. Il mese scorso ha affermato che Pete Buttigieg, l’ex-candidato democratico alla nomination per la presidenza, poi nominato da Joe Biden ministro dei Trasporti, ha ricevuto l’incarico “soltanto perché è gay”. […]

In difesa dei diritti Lgbt e in particolare transgender era intervenuta anche Madonna, annunciando un concerto di beneficenza proprio a Nashville e unendosi così alle ampie proteste contro una nuova legge dello Stato del Tennessee che criminalizza gli spettacolo con drag queen […]

 La cantante ha reso noto che si farà accompagnare sul palcoscenico da Bob the Drag Queen, un attore, cantante, comico e personaggio tv americano noto soprattutto per le sue performance come drag queen. “L’oppressione della comunità Lgbtq è non solo disumana e inaccettabile, ma pericolosa per i nostri cittadini più vulnerabili, specie per le donne transgender afroamericane”, dichiara Madonna in un comunicato. “Le cosiddette leggi per proteggere i bambini sono patetiche. Bob e io vi saluteremo dal palco di Nashville celebrando la bellezza della comunità queer”. […]

Waco.

L'assedio, il fuoco, l'attesa dell'Apocalisse: che cosa accadde a Waco. L'Fbi irruppe nella comune dei Davidiani in Texas, e l'assediò per 51 giorni: sul "cult" pesavano accuse di droga, pedofilia, possesso d'armi d'assalto modificate. Angela Leucci il 21 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Chi erano i Davidiani

 L’assedio di Waco

 Le responsabilità

L’assedio di Waco e la conseguente strage dei Davidiani rappresenta a un tempo una questione politica e simbolica. Politico fu l’intervento dell’Fbi su avallo dell’amministrazione Clinton, che agì in deroga a una legge del 1878, il Posse Comitatus Act. Simbolico fu invece praticamente tutto il resto: 82 Davidiani morirono a Waco nell’assedio di 51 giorni partito il 28 febbraio 1993. Il loro culto apocalittico si preparava a trascendere nel Giorno del Giudizio e attendeva un Secondo Avvento, un po' più convintamente di quanto si narra nella celebre novella di Mark Twain. Ma Apocalisse e Secondo Avvento, a 30 anni dall’evento, non sono mai accaduti.

La storia di cui stiamo parlando (e di cui è disponibile una miniserie Netflix dal 22 marzo 2023), riguarda un'operazione di polizia condotta negli Stati Uniti nel 1993 volta a espugnare un ranch di Waco (Texas) nel quale aveva sede l'organizzazione dei davidiani, una setta religiosa. Un assedio che si concluse il 19 aprile del 1993 con l'incendio del ranch, con gravissime perdite in termini di vite umane.

In Esodo 8,2 (un verso il cui numero ricorda il numero delle vittime tra i Davidiani) è scritto: “Se rifiuti di lasciar andare il mio popolo, ecco, io colpirò l'intero tuo paese col flagello delle rane”. Ma il flagello per il movimento avvenne sul popolo, bambini compresi, e non con una pioggia di rane, ma con una pioggia di fuoco. La storia è in una miniserie Netflix disponibile in streaming dal 22 marzo 2023.

Chi erano i Davidiani

Il concetto anglofono di “cult” è in un certo senso intraducibile in italiano. “Setta” o sette non rende bene l’idea se non nel senso di indicare un gruppo elitario che si separa dagli altri. I Davidiani erano in effetti un gruppo religioso avventista che si era separato da uno più grande. Al momento dell’assedio era capeggiato da David Koresh, al secolo Vernon Howell, leader carismatico del movimento, che - anche lui simbolicamente - morì a Waco a 33 anni, su un monte, il Mount Carmel, dove i Davidiani avevano stabilito il quartier generale, una sorta di comune. Ma Koresh non era una divinità, bensì una persona su cui pesavano diverse accuse gravi.

Negli Usa, come accade nei Paesi democratici, la libertà di culto è garantita - ma sui Davidiani pesava infatti la testimonianza di qualcuno che aveva lasciato il movimento. Questo testimone avrebbe rivelato all’Fbi casi di pedofilia all’interno del movimento, oltre alla possibilità che i suoi membri stessero mettendo su un arsenale non indifferente. Ma le accuse che ebbero maggiore peso, tanto da concedere la deroga alla legge, parlavano di abusi di droghe. Qualcuno disse tuttavia Koresh avrebbe tentato di intavolare un dialogo con l’Fbi, ma la situazione precipitò.

L’assedio di Waco

Il 28 febbraio 1993 appunto, l’Fbi irruppe sul Mount Carmel, nella “casa” dei Davidiani. Ne seguì un conflitto a fuoco immediato, che portò a morti e feriti da entrambe le parti, ma soprattutto condusse a uno stallo. Solo il primo giorno morirono 2 agenti del Bureau e 6 Davidiani. Lo stesso Koresh venne ferito nel primissimo tentativo di assalto.

Per 51 giorni i Davidiani rimasero asserragliati sulle loro posizioni, mentre l’Fbi tentava di stanarli: quotidianamente accadeva qualcosa, fino all’epilogo drammatico. Il 19 aprile 1993 scoppiarono infatti una serie di incendi, che portarono alla distruzione del quartier generale dei Davidiani, alla morte di Koresh e di oltre 80 tra i suoi adepti, tra cui ben 28 bambini. “[Koresh] aveva predicato che le forze del male stavano arrivando, ma sarebbero state tutte uccise in un finale infuocato e lui sarebbe tornato come il prescelto. Le nostre azioni hanno convalidato la sua profezia tra i suoi seguaci”, ha raccontato, come riporta People, l’ex negoziatore dell’Fbi Byron Sage.

Le responsabilità

All’inizio si disse che fossero stati proprio i Davidiani ad appiccare l’incendio, ma successivamente emersero presunte responsabilità dell’Fbi nella strage, responsabilità legate a un errore umano. A quanto pare gli agenti del Bureau avrebbero utilizzato dei gas lacrimogeni, non letali ma altamente infiammabili: il conflitto a fuoco avrebbe innescato le scintille che provocarono l’inferno e la morte di tantissime persone. I lacrimogeni non sarebbero stati lanciati in realtà dove si trovavano le persone, ma dove i federali credevano fosse l’arsenale, tuttavia una delle bombe pirotecniche sarebbe rimbalzata, dando vita al rogo. Doyle, un membro sopravvissuto del movimento, spiegò che i federali “volevano capri espiatori da incolpare per questo incidente”. L’opinione pubblica protestò aspramente contro l’amministrazione Clinton per tutte quelle morti.

"Le sette? Il lavaggio del cervello parte dal comunismo"

Koresh non morì semplicemente carbonizzato. Pare sia stato trovato morto con un colpo di arma da fuoco dalla testa. Sage ha aggiunto: “Nessuno sa come sia morto David o chi ha amministrato il colpo di colpo di stato o qualcosa del genere. Ma posso dirvi assolutamente, senza esitazione, che non siamo stati noi”. A oggi si ritiene che il leader si sia suicidato, così come altri membri del suo movimento. Nella comune di Waco vennero trovate centinaia di armi d’assalto modificate.

Successivamente l’Fbi invitò a Quantico il sociologo Massimo Introvigne, fondatore e presidente del Centro studi sulle nuove religioni: l’esperto spiegò agli astanti del Bureau che i fatti di Waco indicano esattamente come non ci si deve comportare quando si negozia con movimento religioso di tipo apocalittico. “Nel caso di David Koresh - raccontò in un’intervista a IlGiornale.it Introvigne - si trattava di uno dei tanti movimenti religiosi che in Texas sono armati. Non vi fu nessun suicidio: l'Fbi, sbagliando, ha fatto quello che chiamava un ‘ingresso dinamico’, sparando dei colpi, che hanno preso un deposito di benzina con il risultato che sono morti quasi tutti i membri del movimento, compresi i bambini. Lì la responsabilità dei morti è dell’Fbi, non del movimento religioso”.

New York.

(ANSA il 9 marzo 2023) Gli Stati Uniti hanno annunciato il rilascio dal carcere di Guantanamo di un ingegnere saudita arrestato più di vent'anni fa come sospetto negli attacchi dell'11 settembre 2001 che non è stato mai accusato. Ghassan Al Sharbi, 48 anni, è stato fermato a Faisalabad, in Pakistan, nel marzo 2002 per i suoi legami con Al Qaida. Era stato preso di mira perché' aveva studiato in un'università aeronautica in Arizona e aveva frequentato una scuola di volo con due dei dirottatori dell'11 settembre. Tuttavia, le accusa contro di lui erano state ritirate nel 2008.

Nel febbraio 2022 il Pentagono ha stabilito che l'uomo, nato a Jeddah, poteva essere rilasciato precisando che non aveva "un ruolo di leadership" in Al Qaida. Il dipartimento della Difesa ha raccomandato che Al Sharbi sia posto in custodia dalle autorità dell'Arabia Saudita e sottoposto "ad una serie misure di sicurezza, tra cui restrizioni sui viaggi e un monitoraggio continuo". Con il suo rilascio, a Guantanamo restano 31 detenuti.

La sentenza del giudice Acosta. Le torture a Guantanamo bloccano i processi agli uomini di Al Qaida. I prigionieri che lo Stato considera importanti sono 14 ma i processi contro di loro sembrano destinati ad arenarsi. Valerio Fioravanti su L'Unità il 27 Agosto 2023

Il colonnello Acosta, giudice militare, stabilisce che le prolungate torture a cui sono stati sottoposti gli uomini di al Qaida rendono nulle tutte le loro confessioni, e senza quelle confessioni i pubblici ministeri militari avranno grosse difficoltà a ottenere quelle “condanne esemplari” (ossia condanne a morte) che la nazione avrebbe voluto.

Il tentativo degli statunitensi di processare i dirigenti “logistici” di al Qaida (gli “operativi” sono tutti morti negli attentati suicidi) è più interessante di quanto sembri. Il 90% degli uomini di Bin Laden sono stati uccisi, alcuni con operazioni delle squadre speciali, la maggior parte con i missili Hellfire (fuoco dell’inferno) lanciati dai droni. Per motivi, diciamo così, “teatrali”, una parte è stata catturata viva, ed era destinata a essere processata in diretta televisiva, e rapidamente giustiziata. Gli statunitensi credono fermamente che l’esecuzione di un assassino restituisca la pace alle vittime, e ai loro parenti.

Attualmente, dopo che nel corso di 20 anni oltre 780 prigionieri si sono alternati nelle celle di Guantanamo, i prigionieri che lo stato considera particolarmente importanti sono “solo” 14. Ma i processi “di alto profilo” contro di loro sembrano destinati ad arenarsi definitivamente. Come Nessuno tocchi Caino aveva previsto, il giudice Lanny Acosta ha deciso che le confessioni ottenute sotto tortura non sono utilizzabili. E, per essere più precisi, non sono utilizzabili quelle ottenute direttamente dai torturatori, ma nemmeno quelle ottenute da altri agenti della Cia che avevano usato metodi meno drastici.

Acosta sostanzialmente ha deciso che lo schema “poliziotto buono-poliziotto cattivo” non può essere accettato se il “poliziotto cattivo” è stato troppo duro. Che ne sa l’uomo sotto interrogatorio che il poliziotto buono da un momento all’altro non esce dalla stanza e si ripresenta quello cattivo? Perché ci sono voluti 20 anni per arrivare a questa sentenza? Perché le confessioni erano l’unica carta che i pubblici ministeri potevano spendere in un processo, se non volevano rivelare come la Cia aveva ottenuto le informazioni sui sospettati, e se il governo non voleva che si parlasse in un processo pubblico di quanti servizi segreti di altri stati avevano passato informazioni alla Cia nella “guerra al terrorismo”.

Sostanzialmente contro gli imputati c’erano solo “informazioni riservate”. Però, se avevano confessato qualcosa (alcuni hanno ammesso di aver conosciuto Bin Laden o di aver fatto operazioni finanziare su sua indicazione), i processi si potevano fare. Ma qui Guantanamo si fa interessante perché pur di non riconoscere agli imputati lo status di “militari belligeranti” (che li avrebbe posti sotto l’ombrello protettivo della Croce Rossa e della Convenzione di Ginevra), è stato creato un ibrido: giudici e pubblici ministeri militari, ma avvocati difensori (tutti cioè) “civili”. E gli avvocati civili sono stati bravissimi, e hanno messo seriamente in crisi lo strano tentativo congegnato dall’amministrazione Bush, e continuato dai suoi successori, di avviare una procedura dando all’inizio carta bianca ai servizi segreti, e poi, in corsa, rientrare nell’alveo dello stato di diritto.

Questa operazione spericolata, con la sentenza di Acosta del 18 agosto, ci fa tornare in mente una delle frasi tanto care a Pannella, una frase contro l’assunto di Machiavelli per cui il fine giustificherebbe i mezzi. Pannella amava dire invece che i mezzi prefigurano il fine. Ora cosa succederà? La Procura potrebbe fare ricorso, ma non è detto, perché il tema della tortura, ora che è stato così ben sviscerato, ha creato molto imbarazzo nell’Amministrazione. Da 18 mesi sono in corso trattative di cui, pochi giorni fa, sono stati avvertiti i parenti delle vittime perché forniscano “opinioni e commenti”: agli imputati verrebbe chiesto di dichiararsi colpevoli (in modo da aggirare il problema delle confessioni non utilizzabili) e in cambio non sarebbero condannati a morte, e in più sconterebbero l’ergastolo in un “normale” supercarcere federale, non in isolamento.

Se l’inutilizzabilità delle confessioni venisse confermata, i difensori, a questo punto, potrebbero riuscire a ottenere condizioni ancora migliori. Ma già la mancata condanna a morte per gli imputati del più grave attentato della storia degli Stati Uniti, con oltre 3.000 morti, creerebbe un precedente clamoroso, consentendo a tutti gli altri condannati a morte nel sistema federale di contestare la “sproporzione” delle proprie condanne. Ci vorrà ancora tempo, ma la sentenza contro la tortura cambierà molte cose.

Valerio Fioravanti 27 Agosto 2023

Walrweboro, Carolina del Sud.

(ANSA il 3 marzo 2023) - Alex Murdaugh, il popolare legale del South Carolina proveniente da una famosa dinastia di avvocati dello stato, è stato condannato al carcere a vita per aver ucciso la moglie e il figlio nel luglio del 2021.

 La sentenza del giudice Clifton Newman, del South Carolina Circuit Court, segue il verdetto della giuria che ha deciso in meno di tre ore la colpevolezza di Murdaugh al termine di un processo durato sei settimane. "Molte persone processate dalla famiglia Murdaugh negli anni sono state condannate a morte per molto meno", ha detto Newman.

(ANSA il 3 marzo 2023) - Il noto avvocato del South Carolina Alex Murdaugh è stato giudicato colpevole dell'omicidio della moglie e del figlio alla fine di un processo drammatico. La giuria ha raggiunto un verdetto unanime.

 Il dramma del South Carolina è iniziato il 7 giugno di due anni fa quando Murdaugh - che discende da tre generazioni di avvocati e procuratori, una vera e propria dinastia che per anni ha controllato i tribunali dello Stato - ha denunciato la morte della moglie Maggie e del figlio Paul.

 Delitti apparsi subito avvolti dal mistero e rimasti senza colpevole né movente per oltre un anno fino a quando, a luglio del 2022, l'avvocato è stato accusato di duplice omicidio. A rendere ancora più intricata la situazione il fatto che dall'ottobre del 2021 l'avvocato era in carcere per aver inscenato il proprio omicidio, con l'obiettivo di far riscuotere al figlio minore una polizza sulla vita da 10 milioni di dollari, e per aver truffato per milioni di dollari i due figli della sua ex domestica, morta dopo una caduta in casa del legale in circostanze misteriose.

Ed è stato proprio per nascondere le sue magagne finanziarie e gli altri crimini che, per l'accusa, Murdaugh ha ucciso la moglie 52enne e il figlio 22enne. Il processo per omicidio è iniziato il 23 gennaio ed ha ricevuto sin da subito un'incredibile attenzione da parte dei media americani. Nei primi giorni in tribunale Murdaugh ha ascoltato, scosso e con le lacrime agli occhi, tutte le accuse a suo carico. Alla quinta settimana il famoso avvocato è andato alla sbarra e si è dichiarato innocente dell'omicidio della moglie e del figlio ma colpevole dei crimini finanziari. Alla lettura della sentenza unanime di colpevolezza questa sera è rimasto impassibile. Rischia dai 30 anni all'ergastolo. La pena sarà annunciata domani

Dallo streaming all'aula di tribunale. “Murdaugh Murders”, l’avvocato della serie Netflix condannato per l’omicidio di moglie e figlio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 3 Marzo 2023

Un caso di cronaca diventato una vicenda giudiziaria seguita sostanzialmente in tutto il mondo ‘grazie’ ad una docuserie realizzata da Netflix dal titolo “Murdaugh Murders, scandalo nel profondo Sud”, ennesimo prodotto di genere ‘true crime’.

La storia di Richard Murdaugh e della sua potente famiglia ha visto però un importante esito in una aula di giustizia: la giuria riunita a Walrweboro, Carolina del Sud, ha giudicato l’avvocato 54enne colpevole dell’omicidio della moglie Margaret, 52 anni, e del figlio minore Paul, 22 anni.

Il giudice Clifton Newman ha emesso la sentenza che di fatto condanna Murdaugh al carcere a vita: nessuna pena di morte, pur vigente nello Stato, ma 30 anni per ciascun omicidio senza possibilità di libertà condizionale, con gli avvocati della difesa che hanno già annunciato la volontà di fare appello contro indagini secondo loro viziate da gravi errori.

Il processo si è chiuso in sole sei settimane e riguarda l’omicidio di moglie e figlio minore di Murdaugh, famiglia talmente potente da far ribattezzare la Low County in cui risiedevano in “Murdaugh County”. Per generazioni la famiglia era sinonimo di legge in quell’area della Carolina del Sud: Richard Murdaugh era infatti il rampollo di una ricca famiglia di avvocati e procuratori generali.

Margaret e Paul vennero uccisi il 7 giugno 2021 a colpi di fucile poco prima delle nove di sera. Richard Murdaugh si è sempre professato innocente ed in effetti contro di lui non sono emersi che indizi circostanziali, nessun testimone o arma del delitto per fare un esempio.

A ‘incastrarlo’, o quantomeno a spingere i giurati per la condanna, è stato in particolare un video postato pochi minuiti prima di morire dal figlio Paul sul social Snapchat dove si sente chiaramente la voce del padre nelle vicinanze: l’avvocato aveva sempre negato la presenza nell’area del duplice delitto, giustificando tale bugia con la dipendenza da oppioidi. Inizialmente infatti Murdaugh aveva utilizzato come alibi la presunta visita alla madre residente in una abitazione non molto distante dalla tenuta di Moselle dove sono stati trovati cadaveri moglie e figlio.

E sembra da “film Netflix” anche il presunto movente del duplice omicidio: secondo i procuratori, con l’attorney general della South Carolina Alan Wilson che dopo la sentenza ha commentato che “nessuno non importa che posto abbia nella società, è al di sopra della legge”, dietro le due morti vi sia la necessità di coprire due truffe.

Una riguarda l’aver inscenato il proprio omicidio, con l’obiettivo di far riscuotere al figlio minore una polizza sulla vita da 10 milioni di dollari, motivo per cui dall’ottobre del 2021 l’avvocato era già in carcere. L’altra riguarda la truffa nei confronti dei figli della ex domestica della famiglia, Gloria Satterfield, deceduta nel 2018 a 57 anni, cadendo dalle scale della magione dei Murdaugh in circostanze misteriose e i cui resti saranno riesumati a breve. Per nascondere le sue magagne finanziarie, ovvero il furto di milioni di dollari dal suo studio legale e dai suoi clienti per alimentare la sua dipendenza da oppioidi, circostanza che stava per diventare pubblica, secondo l’accusa avrebbe ucciso la moglie 52enne e il figlio 22enne

Una famiglia coinvolta in precedenza in altre due morti sospette. La prima di un giovane di nome Stephen Smith, morto nel 2015 dopo essere stato investito in strada: stando anche alle voci riportate nella docuserie Netflix, dietro la sua morte potrebbero esserci il figlio maggiore di Richard Murdaugh, Buster, che avrebbe avuto una relazione con la vittima, e lo stesso avvocato, che avrebbe insabbiato il tutto.

Quindi l’episodio che dà il via anche alla serie Netflix, ovvero l’incidente nautico nel 2019 in cui muore l’adolescente Mallory Beach, probabilmente causato dalla guida in stato di ebbrezza dell’imbarcazione di Paul Murdaugh, anche in questo insabbiato grazie alla famiglia.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Orlando. 5 ore di omicidi e di follia indisturbata.

Strage Usa, 19enne uccide giornalista, donna in auto e bimba di 9 anni in casa. Redazione su Il Riformista il 24 Febbraio 2023

Giovane giornalista americano ucciso mentre seguiva gli sviluppi di un agguato mortale a Orlando. Ancora sangue negli Stati Uniti dove l’utilizzo delle armi, acquistabili praticamente ovunque, è sempre più fuori controllo. La vittima si chiamava Dylan Lyons e lavorava dall’estate 2022 per l’emittente Spectrum News 13. Il giovane è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un uomo che diverse ora prima aveva ammazzato una donna e, indisturbato, e ritornato sul luogo dell’omicidio uccidendo altre due persone. Una scheggia impazzita che ha seminato il panico tra le strade di Orlando, facendo irruzione in una casa e uccidendo anche una bambina.

Lyons era sul luogo del delitto con un collega, Jesse Walden, che è rimasto ferito. Entrambi si trovavano all’interno di un furgone. Dopo aver colpito i due reporter il killer 19enne, Keith Melvin Moses, che viaggiava in auto con il cugino, è entrato in una casa nelle vicinanze e ha sparato ad una donna, ferendola gravemente, e alla sua figlioletta di 9 anni, T’yonna Major, uccidendola.

John Mina, sceriffo della contea di Orange, ha spiegato che l’assassino conosceva la sua prima vittima, la 38enne Nathacha Augustin, uccisa nelle ore precedenti mentre si trovava in auto (Moses è entrato e si è accomodato sul sedile posteriore prima di sparare), ma non sembra aver alcun legame con le altre persone colpite. Sceriffo che ha definito gli agguati avvenuti mercoledì 22 febbraio come atti casuali di violenza. Moses è stato arrestato e accusato di omicidio di primo grado nella sparatoria iniziale che ha ucciso Nathacha Augustin, 38 anni, seguiranno “numerose altre accuse” ha aggiunto Mina.

Terrore in Università del Michigan: 3 morti e numerosi feriti, l’assalitore ha tentato la fuga poi si è tolto la vita

Lo sceriffo ha poi specificato che non è chiaro se il killer fosse a conoscenza che fossero reporter i due ai quali ha sparato poiché il camion sul quale si trovavano non aveva nessun logo dell’emittente.

Lyons è nato e cresciuto a Filadelfia e si è laureato all’Università della Florida centrale. Prima di entrare in Spectrum News, ha lavorato per una radio a Gainesville. “Ha preso molto sul serio il suo lavoro. Amava la sua carriera. Amava quello che faceva”, ha detto il giornalista e amico di Spectrum Sports 360, Josh Miller. “Amava la comunità, raccontava le storie delle persone, riportava le notizie, ed era semplicemente appassionato di quello che faceva”. Rachel Lyons, la sorella maggiore del giornalista, sta raccogliendo fondi per il suo funerale tramite GoFundMe. Ha scritto che Lyons avrebbe compiuto 25 anni a marzo.

L’amore della mia vita è stato ucciso”; ha scritto su Twitter la fidanzata Casey Lynn. La Casa Bianca, attraverso la portavoce Karine Jean-Pierre, ha espresso solidarietà all’intera comunità di Orlando per il tragico episodio. “I nostri cuori – si legge in un tweet – vanno alle famiglie del giornalista ucciso e di quello ferito a Orange County. Lo stesso vale per l’intero staff di Spectrum News.

Tate nel Mississippi.

Sparatoria in Mississippi: almeno sei morti nella contea di Tate. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2023.

Fermato il presunto killer. Due persone sarebbero state trovate morte in un negozio, due in una casa e altre due per strada

Almeno sei persone sarebbero rimaste uccise nelle sparatorie avvenute in diverse zone della contea di Tate, nel Mississippi, nella giornata di venerdì 17 febbraio . Come riportato dalla NB5C, l’emittente televisiva locale, le sparatorie sarebbero avvenute tutte nella piccola comunità rurale di Arkabutla, che non conta più di 300 abitanti , un territorio della contea di Tate senza municipalità, a circa 70 chilometri dalla città di Memphis (Tennessee).

Una delle persone uccise era l’ex moglie del killer. Lo riferiscono i media americani, citando la polizia. Il killer, che è stato arrestato, si chiama Richard Dale Crum e ha 51 anni. Ancora da stabilire quali fossero i rapporti tra lui e le altre persone uccise. Una vittima, un uomo, è stato trovato morto dagli agenti in un negozio. Una donna, la ex moglie, in una casa nelle vicinanze. In seguito la polizia ha trovato quattro persone morte in un’altra abitazione, due all’interno e due all’esterno.

«Pensiamo che abbia agito da solo — fanno sapere dall’ufficio dal Dipartimento per la pubblica sicurezza del Mississippi —, ma non sappiamo cosa lo abbia spinto a uccidere». Per precauzione, durante le ricerche dell’uomo fermato per gli omicidi, una scuola elementare e un liceo nella vicina cittadina di Coldwater sono stati chiusi per garantire la sicurezza degli studenti.

East Leaning in Michigan.

Michigan, sparatoria all’università: 3 morti e almeno 5 feriti. Il killer si è ucciso. Viviana Mazza, corrispondente da New York, su Il Corriere della Sera il 14 Febbraio 2023.

La sparatoria alla Michigan State University è avvenuta nella Berkey Hall, nel campus di East Leaning, alle 20:18 ora locale, le 2:18 in Italia. L’assalitore ha sparato in diverse zone del campus a un’ora di distanza: alcuni dei feriti sono gravissimi

«Shelter in place», non uscite dalle vostre stanze. Due ragazzi, Gabe Treutle e Connor Anderson, parlano al telefono alla Cnn barricati nella loro camera alla Michigan State University mentre una sparatoria è appena avvenuta nel loro college e la polizia dà ancora la caccia all'attentatore.

L’uomo, identificato come un maschio nero, di bassa statura, con giacca jeans, cappello da baseball e scarpe rosse, ha colpito lunedì sera alle 8:18 inizialmente presso la Berkey Hall, la sede della Scuola di Arti e Scienze dell’università.

Poi si è spostato in un edificio poco distante dove ha continuato a sparare e infine è fuggito a piedi.

Tre persone sono rimaste uccise.

Ci sono cinque feriti, alcuni dei quali gravi.

Il killer è morto, si è suicidato con la sua arma dopo essere stato inseguito dalla polizia.

«Questa ripetizione del terrore non può continuare» ha detto la segretaria di Stato del Michigan Jocelyn Benson. «Dobbiamo unirci e fare qualunque cosa sia necessario per proteggere i nostri figli e le nostre comunità dalla violenza delle armi».

Half Bay Moon in Clifornia.

(ANSA il 23 gennaio 2023) - Ancora sangue in California. A poche ore dalla strage nella sala da ballo di Los Angeles, un uomo apre il fuoco e uccide sette persone nell'area di Half Bay Moon, nella contea di San Mateo a sud di San Francisco. Il killer è sotto la custodia degli agenti, che lo hanno trovato nel parcheggio di una stazione di polizia nelle vicinanze.

 L'uomo è stato identificato nel 67enne Zhao Chunli e le vittime, secondo indiscrezioni, sono contadini cinesi.

 "E' stato fermato senza problemi e l'arma recuperata. Non c'è alcuna minaccia per la comunità", afferma la polizia. Chunli ha aperto il fuoco nel primo pomeriggio in due diverse località non distanti l'una dall'altra. I motivi del gesto folle non sono ancora noti e la polizia sta indagando per cercare di fare luce sull'accaduto.

 "Due ore fa ero con i miei colleghi a una veglia per le vittime" della sala da ballo di Monterey Park, ma non c'è stato tempo per ricordarle che "si è verificata subito un'altra sparatoria di massa, questa volta a Half Bay Moon", twitta il deputato Marc Berman. Gli fa eco il senatore della California Josh Becker: "farò il possibile per sostenere il Dipartimento dello sceriffo della contea di San Mateo e i funzionari di Half Moon Bay durante questi momenti difficili". 

Per la California, lo Stato americano con le leggi sulle armi più dure, si tratta della seconda strage in poche ore. Dopo la sparatoria alla sala da ballo di Los Angeles, alcuni senatori democratici hanno introdotto provvedimenti per vietare le armi di assalto e innalzare a 21 anni l'età per l'acquisto di pistole e fucili. Iniziative che hanno incassato il plauso di Joe Biden. "Chiedo al Congresso di agire con urgenza e - ha messo in evidenza il presidente - far arrivare sulla mia scrivania il divieto delle armi d'assalto".

Usa: sparatoria nel nord della California, almeno sette i morti. Storia di Laura Zangarini su Il Corriere della Sera il 24 gennaio 2023.  

Ancora sangue in California. A poche ore dalla strage nella sala da ballo di Los Angeles, un uomo apre il fuoco e uccide sette persone nell'area di Half Bay Moon, nella contea di San Mateo, a sud di San Francisco. Il killer è sotto la custodia degli agenti, che lo hanno trovato nel parcheggio di una stazione di polizia nelle vicinanze. È stato identificato nel 67enne Zhao Chunli e le vittime, secondo indiscrezioni, sono contadini cinesi. «È stato fermato senza problemi e l'arma recuperata. Non c'è alcuna minaccia per la comunità», afferma la polizia. Chunli ha aperto il fuoco nel primo pomeriggio in due diverse località non distanti l'una dall'altra, una fattoria di funghi e un'azienda di autotrasporti. I motivi del gesto non sono ancora noti e la polizia sta indagando per cercare di fare luce sull'accaduto.

In una nota pubblicata dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha lanciato un appello al Congresso ad «agire rapidamente e portare al mio tavolo l'Assault Weapons Ban», una legge che mette al bando le armi d'assalto. Il messaggio fa riferimento alla strage di Monterey Park, periferia di Los Angeles, avvenuta sabato notte, in cui sono morte undici persone e nove sono rimaste ferite, in un attacco avvenuto a una festa per il Capodanno cinese. Nelle stesse ore in cui Biden ha lanciato il suo appello al Congresso, un'altra strage è avvenuta in California, stavolta a sud di San Francisco.

In Iowa, due studenti uccisi e ferito un uomo

Due studentisono stati uccisi e un uomo è rimasto gravemente ferito in una sparatoria in una scuola di Des Moines, la «Starts Right Here», che aiuta i giovani a rischio. Lo riferisce la polizia. Il ferito è stato identificato come il 49enne William Holmes — un rapper, noto con il nome d'arte di Will Keeps, che ha abbandonato una vita di violenza e si è dedicato ad aiutare i giovani a Des Moines —. Le squadre di emergenza sono state chiamate poco prima delle 13 di lunedì. Gli agenti sono arrivati e hanno trovato due studenti gravemente feriti. Hanno iniziato immediatamente la rianimazione cardiopolmonare. I due ragazzi, che non sono stati identificati, sono morti in ospedale. Circa venti minuti dopo la sparatoria, sono stati fermati tre sospetti. Due restano in custodia della polizia; il terzo, il 18enne Preston Walls, di Des Moines, è accusato di due capi di omicidio e uno di tentato omicidio. Walls era in libertà vigilata sotto controllo, si è tolto un braccialetto alla caviglia 16 minuti prima di andare alla «Starts Right Here» e affrontare le due vittime. Secondo gli agenti, la sparatoria è legata a un regolamento di conti tra gang rivali.

Cnn, 36 sparatorie da inizio anno: mai così tante

Dall'inizio dell'anno a ieri, lunedì 23 gennaio, cioè in poco più di tre settimane, sono state registrate negli Stati Uniti. Mai così tante a questa data. Lo riporta la Cnn sottolineando inoltre che la sparatoria al Monterey Park, in California, in cui sono rimaste uccise 11 persone sabato notte, è stata la più mortale dal .

Monterey Park in California.

Benedetta Guerrera per l'ANSA il 22 gennaio 2023.

La festa per il Capodanno cinese si è trasformata nel peggiore degli incubi a Monterey Park, dove un uomo armato di un fucile d'assalto ha massacrato dieci persone in una sala da ballo. L'ennesima sparatoria di massa negli Stati Uniti e la strage più cruenta dalla tragedia nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, lo scorso maggio.

 L'orrore nella cittadina a 13 chilometri da Los Angeles, dove la maggioranza della popolazione è di origine asiatica, è cominciato poco dopo le 22 di sabato sera. Le strade, decorate a festa per salutare l'arrivo dell'anno del coniglio, erano affollate da decine di migliaia di persone. Un uomo asiatico tra i 30 e i 50 anni ha fatto irruzione nello Star Ballroom Dance Studio armato di un "potente fucile d'assalto", secondo alcune fonti di polizia anche se non c'è ancora una conferma ufficiale, e ha freddato sulla pista cinque uomini e cinque donne.

Altre dieci persone sono state ferite e sono ricoverate in ospedale. Gli agenti arrivati sul posto hanno raccontato di aver visto gente terrorizzata scappare dal locale urlando. Scene di orrore e paura troppo frequenti negli Stati Uniti. E il bilancio poteva essere molto più pesante se il killer avesse deciso di premere il grilletto sulla folla in giro per la cittadina per il capodanno lunare. Dopo la strage l'aggressore è scappato ed è ancora in fuga.

Venti minuti dopo, a soli a tre chilometri dal luogo del massacro, ad Alhambra, un uomo è entrato in un altro locale cinese con una pistola ma è stato bloccato e disarmato dai clienti prima che succedesse il peggio. La polizia sta indagando per capire se i due incidenti siano collegati. "Tutte le piste sono aperte", ha dichiarato lo sceriffo della contea di Los Angeles, Robert Luna, che non ha escluso l'ipotesi del "crimine d'odio" anche se l'origine del killer potrebbe far pensare ad un altro movente.

Negli ultimi anni la comunità asiatica negli Stati Uniti è stata vittima di diversi episodi di violenza, il peggiore dei quali il 16 marzo del 2021, quando otto persone furono uccise, di cui tre donne, in tre diversi centri massaggi ad Atlanta, in Georgia. "La gente di Monterey Park avrebbe dovuto trascorrere una notte di gioiosa celebrazione. Invece è rimasta vittima di un orribile e spietato atto di violenza armata", ha scritto su Twitter il governatore della California, Gavin Newsom.

Joe Biden, che da anni si batte contro la violenza delle armi e per l'imposizione di un bando sui fucili d'assalto, ha chiesto all'Fbi di assistere gli investigatori locali nelle indagini.

 "Jill e io stiamo pregando per coloro che sono stati uccisi e feriti nella micidiale sparatoria di massa della scorsa notte a Monterey Park", ha scritto su Twitter il presidente americano esortando la comunità locale "a seguire le indicazioni delle forze dell'ordine nelle prossime ore". Il timore è che il killer, in fuga e armato, possa compiere altri atti di violenza, per questo tutte le feste programmate a Monterey per il Capodanno cinese sono state annullate. La strage in California è la seconda in meno di una settimana nello Stato dopo l'uccisione di sei persone, inclusa una mamma di 16 anni e un bimbo di 10 mesi, nella contea di Tulare. Ed è la 33esima sparatoria negli Stati Uniti di massa solo nel 2023. L'anno scorso ce ne sono state 648.

Huu Can tran, il killer della strage di Monterey Park in California: la polizia indaga sulle motivazioni. Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

Per la strage di Monterey Park gli investigatori sono partiti dalla pista «razziale», ma non escludono altre ipotesi. Rinforzate le misure di prevenzione in altre città Usa a tutela della comunità asiatica

La polizia di Monterey Park, California, ha indagato in ogni direzione. È partita dall’iniziale pista «razziale» senza escluderne però altre e, infatti, ne è emersa una seconda legata a questioni personali, a tensioni mai sopite sfociate in qualcosa di imprevedibile. Un’indicazione suggerita da fonti locali. Al centro della storia il presunto killer, un uomo dai tratti asiatici, identificato come Huu Can Tran, 72 anni, che si è suicidato nel suo furgone quando è stato intercettato dagli agenti.

L’assassino

Huu Can Tran, immigrato cinese, ha insegnato in passato nella sala da ballo dove ha compiuto la strage, poi ha fatto il camionista. Chi ha incrociato il suo sentiero non ne ha un buon ricordo. Scontroso, pronto agli scatti d’ira, si infuriava fuori misura con chi sbagliava passi di danza. «Era cattivo dentro», ha affermato un conoscente. Sposato con una donna alla quale aveva dato lezioni, ha poi divorziato nel 2005 e tra i due non vi sono sarebbero stati più contatti. Sono però dati incompleti, il quadro può sempre mutare con il progredire dell’inchiesta.

L’obiettivo

In apparenza un bersaglio specifico, un evento legato alle celebrazioni del Capodanno lunare cinese, un luogo ben noto allo sparatore. Al tempo stesso la zona è abitata da una popolazione in maggioranza d’origine orientale come lo è l’omicida. Che dopo aver mietuto vittime ha cercato di colpire di nuovo ad Alhambra, località vicina a Monterey Park, ancora in un locale asiatico ma sarebbe stato costretto a fuggire per la reazione di un cliente. La vecchia occupazione di Tran e la caratteristica dei target - sale da ballo - porteranno gli inquirenti a «scavare» in questo ambiente senza ignorare la sfera familiare. Una fonte locale ha parlato «dell’odio di un marito verso la moglie».

L’attacco

I testimoni sostengono che l’uomo aveva un fucile ed avrebbe ricaricato. Se la descrizione è esatta è una conferma della premeditazione, chi colpisce si porta molte munizioni. Per fare molte vittime, sfogare il proprio odio, affrontare gli agenti. C’è chi decide di arrendersi oppure è ucciso dalla polizia o si toglie la vita.

Le indagini

Gli investigatori si sono mossi su più livelli, per cercare il mezzo usato nella fuga e ricostruire il profilo del colpevole. Eventuali segnali premonitori raccolti da un amico, un familiare, un conoscente. Parole che fino a ieri erano vaghe dopo l’eccidio hanno assunto un nuovo significato. Non di rado, insieme all’incubazione della violenza, gli assalitori lasciano trapelare intenzioni. A volte sfumate. Importanti eventuali tracce digitali: gli assassini di massa amano lanciare messaggi in rete dove spiegano, minacciano.

La violenza

L’America è insanguinata da massacri, ognuno con la sua matrice. Alcuni non ne hanno una precisa, è l’atto stesso a diventare la «ragione». Dopo la pandemia Covid i «cinesi» – definizione ampia – sono diventati target e infatti, subito dopo la sparatoria di Monterey Park sono state rinforzate le misure di prevenzione in altre città Usa a tutela della comunità asiatica. Diverso quanto è avvenuto a Laguna, sempre in California, nel mese di giugno. David Chou, origini taiwanesi, ha assassinato un medico anche lui taiwanese durante una riunione in una chiesa. A innescarlo il rancore verso l’isola, l’appoggio alla riunificazione inseguita da Pechino. Note politiche mescolate ad una rabbia individuale gonfiata da rovesci personali. Prova evidente di come la minaccia possa nascondersi dietro tante maschere, con derive inattese decise da figure instabili.

Enoch nello Utah sud-occidentale.

(ANSA il 5 gennaio 2023) Otto membri di una famiglia, tra cui 5 bambini, sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco nella cittadina di Enoch, nello Utah sud-occidentale. Lo riferiscono i media americani che citano le autorità locali. La tragedia è avvenuta ieri sera: la polizia ha ritrovato i corpi senza vita delle vittime all'interno della loro abitazione a Enoch, che si trova a circa 245 miglia a sud di Salt Lake City. I funzionari locali non hanno rilasciato ulteriori dettagli.

 "Al momento non crediamo che ci sia una minaccia per il pubblico o che ci siano sospetti in libertà", si legge in un comunicato delle autorità che non hanno reso noto altri dettagli sulle persone decedute o sulle circostanze della sparatoria. "Non sappiamo perché sia successo e non tireremo a indovinare, continueremo ad indagare, esaminando tutti i dettagli possibili, rendendo disponibili tutte le informazioni che possono venire fuori da ciò che è successo all'interno dell'abitazione.

Avremo ulteriori informazioni man mano che si presenteranno", ha detto Rob Dotson, amministratore comunale di Enoch. La strage ha sconvolto la cittadina che conta appena 8mila abitanti. Ad allertare la polizia sarebbero state le autorità scolastiche dopo aver notato che i cinque bambini, tutti alunni della Iron County School District, non erano presenti a scuola da un paio di giorni. Le indagini proseguono.

I Serial Killer.

Jeffrey Dahmer.

Samuel Little.

Jack Unterweger.

Richard Kuklinski.

Aileen Wuornos.

David Zandstra.

Rex Heuermann.

Ted Kaczynski: Unabomber. 

La Vedova Nera.

Le groupies del terrore.

Serial killer in estinzione.

David Berkowitz.

Manson Family.

Edmund Kemper.

Donald Gaskins.

Bryan Kohberger.

I Texas Killing Fields.

Gary Ridgway.

Richard Trenton Chase.

Albert DeSalvo.

Jeffrey Dahmer.

Jeffrey Dahmer, la storia vera del cannibale di Milwaukee. Storia di Massimo Balsamo Il Giornale lunedì 20 novembre 2023

Violenza sessuale, necrofilia, cannibalismo e squartamento. La storia criminale di Jeffrey Dahmer è diventata nota in tutto il mondo grazie alla miniserie televisiva “Dahmer - Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” con Evan Peters nella parte del serial killer e alla docu-serie “Conversazioni con un killer: Il caso Dahmer”. Milwaukee Cannibal e Milwaukee Monster i suoi soprannomi più noti una volta ricostruito il suo percorso omicida, ma c’è un grande interrogativo che continua a non avere risposta: come ha fatto Jeffrey Dahmer, condannato nel 1988 per abusi sessuali su un minore, a evitare i sospetti e l'attenzione delle forze dell’ordine? I numeri (ufficiali) li conosciamo tutti: 17 uomini uccisi tra il 1978 e il 1991. Ma il bilancio potrebbe essere ancora più elevato.

Infanzia e adolescenza

Jeffrey Dahmer nasce il 21 maggio del 1960 a Milwaukee, Wisconsin. È il primo dei due figli avuti da Lionel Herbert Dahmer, studente di chimica della Marquette University e futuro ricercatore, e Joyce Annette Dahmer (nata Flint). Il padre trascorre la maggior parte del suo tempo in laboratorio e il suo carattere è freddo e distaccato, mentre la madre è il suo opposto: iper-emotiva, tendente all’autocommiserazione e con il terrore di essere trascurata. Dopo una breve parentesi legata alla nascita del primogenito, la coppia torna a vivere turbolenze tra litigi e incomprensioni. A rimetterci è il bambino, spesso privato di affetto e attenzione.

Definito un bambino energico e felice, Jeffrey Dahmer all’età di quattro anni è costretto a sottoporsi ad un intervento chirurgico per una doppia ernia. Superata la paura, alle elementari si distingue per la sua timidezza, ma anche per qualche segnale di abbandono legato all’assenza del padre e al malessere della madre, aggravatosi dopo la nascita del secondogenito. Il piccolo ha pochi amici e già in tenera età inizia a interessarsi di animali: da qui nasce il suo interesse, anzi la sua ossessione, verso l’anatomia.

La famiglia si sposta continuamente a causa delle esigenze lavorative del padre e per Jeffrey Dahmer diventa complicato instaurare rapporti di amicizia con i coetanei. Si avvicina sempre di più al mondo animale, il suo hobby preferito è fare delle lunghe passeggiate solitarie. A scuola, anche alle medie, non ama partecipare alle attività di gruppo e viene additato come “strambo” e “particolare” dai compagni. Nel 1970 le condizioni di salute mentale della madre crollano, tanto da costringerla a un ricovero in ospedale. Il figlio incomincia a incolpare se stesso per la sua malattia e anche il suo stato di salute inizia a peggiorare esponenzialmente.

Considerato sempre più emarginato, Jeffrey Dahmer inizia a bere birra e superalcolici dall’età di 14 anni, tanto da portare con sé a scuola una bottiglietta di liquore. “È la mia medicina”, spiega a un compagno di classe curioso. Raggiunta la pubertà, sviluppa interesse nei confronti degli altri ragazzi e inizia una breve relazione con un altro adolescente. Con lui i primi baci e i primi toccamenti. Inizia a fantasticare di dominare il partner fino alla totale sottomissione, fantasie che si intrecciano gradualmente con la dissezione. Il percorso scolastico è molto altalenante e la situazione a casa non migliora, tanto da spingere i due genitori al divorzio. Tra alti e bassi, Dahmer si diploma nel maggio del 1978.

Il primo omicidio

Una volta raggiunto il diploma, Jeffrey Dahmer va a lavorare in una fabbrica di caramelle e va a vivere da solo. I problemi con la legge arrivano pressoché subito: dall’esibizionismo alle molestie sessuali sui bambini, viene arrestato in più di un’occasione. Ma non basta. Vuole infatti realizzare molti dei suoi sogni più truculenti: l’omicidio ma anche il sesso con un cadavere. Il primo delitto è datato 1978, quando ha appena 18 anni.

Reduce da un concerto, Steven Hicks è alla ricerca di un passaggio quando incontra Jeffrey Dahmer. Il diciottenne lo accoglie a bordo della sua auto e lo invita a casa. Dopo aver bevuto e ascoltato un po’ di musica, Steven decide di andarsene ma Dahmer non è d’accordo, non vuole essere abbandonato. Non c’è niente da fare, il suo ospite non vuole restare. E così decide di colpirlo alle spalle con un bilanciere, per poi strangolarlo. Lo fa a pezzi, lo infila in diversi sacchi di plastica e sale in macchina per disfarsene. Per strada viene fermato dalla polizia che, nonostante il carico sospetto, lo lascia andare, complice il suo atteggiamento gentile ed educato. Il cadavere verrà seppellito in un bosco vicino casa.

Jeffrey Dahmer diventa il mostro di Milwaukee

Dopo averla fatta franca e aver esaudito il desiderio, Jeffrey Dahmer torna alla vita di tutti i giorni. Dopo aver abbandonato l’Ohio State University, si arruola nell’esercito e va in Germania. Dopo due anni viene congedato per problemi con l’alcol. Uno stato di ubriachezza perenne il suo, come testimoniato dall’arresto nell’ottobre del 1981 per guida in stato di ebbrezza e disturbi del comportamento. Torna dunque a vivere dalla madre e per cinque anni tutto fila liscio, ad eccezione dei suoi soliti atteggiamenti maniacali. Nel settembre del 1986 viene pizzicato a masturbarsi in pubblico e viene condannato a un anno di libertà vigilata.

Proprio in questo periodo commette il suo secondo omicidio. Il 20 settembre del 1987 incontra in un bar gay Steven Tuomi, un 25enne di origini finlandesi. Dopo aver assunto consistenti quantità di alcolici, Jeffrey Dahmer uccide il ragazzo in una stanza dell’Ambassador Hotel di Milwaukee. Chiude il suo cadavere in una valigia e lo porta a casa della nonna, dove, nello scantinato, ha rapporti sessuali. Anche in questo caso il corpo senza vita viene smembrato e gettato tra i rifiuti.

Passano sette mesi e Jeffrey Dahmer torna a colpire, questa volta la vittima è il quattordicenne Jamie Doxtator. Incontrato in un locale per omosessuali, viene adescato con un’offerta di 50 dollari per posare per una foto di nudo. Una volta giunti a casa, Dahmer lo strangola nello scantinato e ne getta i resti nella spazzatura. Nel marzo del 1988 è la volta di Richard Guerrero, messicano di 22 anni. Dopo averlo drogato, Dahmer lo soffoca con una cintura di pelle. Anche lui squartato e gettato nell'immondizia.

Il modus operandi

Jeffrey Dahmer non agisce a caso, non è mosso da un impeto improvviso. C’è una ritualità negli omicidi seriali e nella scelta della vittima. Solitamente incontra i malcapitati in bar e locali per gay, li invita a casa per vedere qualche videocassetta a contenuto pornografico o per realizzare delle foto artistiche di nudo dietro pagamento di denaro.

A questo punto Dahmer scioglie dei sedativi nell’alcol che offre alla sua vittima, che viene strangolata a mani nude o con una cintura una volta stordita. Prima, però, una sorta di lobotomia, forando il cranio e iniettando acido muriatico. Il più delle volte ha dei rapporti sessuali con i cadaveri e scatta delle foto-ricordo polaroid. Poi la seconda fase, ovvero lo smembramento del corpo: come da piccolo con gli animali, affonda il coltello nella carne e immortala ogni step.

Jeffrey Dahmer sperimenta dunque l’utilizzo di sostanze chimiche sui pezzi di corpo, ridotti così in una poltiglia maleodorante. Conserva i genitali in formaldeide, mentre le teste vengono bollite e poi il teschio dipinto di grigio. In più di un’occasione prova il cannibalismo, convinto che le sue vittime possano rivivere dentro il suo corpo. Infine, lo smaltimento tra i rifiuti, lontano da occhi indiscreti.

La serie di omicidi (quasi) senza intoppi

Allontanato da casa della nonna, Jeffrey Dahmer va a vivere in un’abitazione nei pressi della fabbrica di cioccolata in cui lavora. Nel settembre del 1988 adesca il giovane laotiano Somsak Sinthasomphone. Dopo avergli promesso dei soldi per un servizio fotografico, prova ad approfittarsi di lui ma il tredicenne riesce a sfuggire e a denunciarne le violenze. La denuncia porta all’arresto del 28enne e all’accusa di violenza sessuale. Dahmer si dichiara colpevole, sottolineando di essere convinto della maggiore età del giovane. In tutto ciò, continua ad uccidere: la vittima è Anthony Sears, 24 anni, aspirante fotomodello.

Il processo a carico di Jeffrey Dahmer si svolge nel maggio 1989 e si conclude con la libertà vigilata per cinque anni, un anno di semilibertà in casa di correzione, con possibilità di lavoro durante il giorno e rientro nella struttura per la notte. Dopo dieci mesi arriva il rilascio anticipato: Dahmer può riprendere la scia di delitti: uccide, violenta e fa a pezzi in ordine cronologico Edward Smith, Ricky Lee Beeks, Ernest Miller, David Thomas, Curtis Straughter, Errol Lindsey, Anthony Hughes, Konerak Sinthasomphone (fratello di Somsak Sinthasomphone), Matt Turner, Jeremiah Weinberger, Oliver Lacey e Joseph Bradehoft. Un totale di dodici omicidi in poco più di un anno, fino al giorno della cattura.

L'arresto, la condanna e la morte

Il 22 luglio Jeffrey Dahmer invita Tracy Edwards nella sua abitazione e agisce come sempre: lo stordisce con il sonnifero, lo ammanetta e lo porta in camera da letto. Ma qualcosa va storto: la potenziale vittima comprende il pericolo, colpisce Dahmer e scappa via. Fermato da una pattuglia della polizia, convince i due agenti ad andare a controllare l’appartamento: quello che scoprono lascia senza parole. Un vero e proprio mausoleo di un serial killer tra teste umane, ossa e resti in stato di decomposizione. Dopo una breve colluttazione, Jeffrey Dahmer viene immobilizzato e condotto in prigione.

Il processo inizia il 30 gennaio del 1992 a Milwaukee e Jeffrey Dahmer confessa sedici omicidi compiuti nei quattro anni precedenti nel Wisconsin, oltre a uno in Ohio nel 1978, ammettendo atti di necrofilia e cannibalismo. Molti si interrogano sull’efficienza delle forze dell’ordine: come è stato possibile agire in questo modo senza nemmeno un sospetto? Soprattutto alla luce della condanna per abusi sessuali su minore?

Il 13 luglio del 1992 Jeffrey Dahmer viene condannato all’ergastolo per ogni omicidio commesso per un totale di 957 anni di prigione. Rinchiuso nel Columbia Correctional Institute di Portage, il mostro di Milwaukee si converte al cristianesimo e si comporta da detenuto modello. Già scampato a un attacco con coltello, Jeffrey Dahmer muore il 28 novembre del 1994, ucciso da Christopher Scarver, sofferente di schizofrenia. Letale la serie di colpi con l’asta di un manubrio trafugata dalla palestra del carcere. Il suo cervello sarà prelevato e conservato per studi scientifici.

Samuel Little.

Samuel Little, il serial killer più prolifico della storia degli Stati Uniti. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale mercoledì 20 settembre 2023.

Per l'Fbi è stato il più prolifico serial killer della storia statunitense e ancora oggi il bilancio delle sue vittime rimane un mistero. Superando "colleghi" ben più chiacchierati come John Wayne Gacy e Ted Bundy, Samuel Little è l'assassino seriale più implacabile in terra americana con 93 donne uccise in diciannove Stati - perlopiù prostitute e tossicodipendenti - tra il 1970 e il 2005. Un dato confessato dal killer afroamericano e con ampie conferme da parte delle autorità: Il Violent Criminal Apprehension Program ha confermato almeno 60 delitti. Ma il suo caso è anche uno dei più noti di malagiustizia: l'ex pugile era già noto alle forze dell'ordine per reati gravi come rapine e violenze sessuali, ma ciononostante è stato lasciato in libertà.

Un'infanzia complicata

Samuel Little nasce a Reynolds, in Georgia, il 7 giugno del 1940. Viene abbandonato dalla madre - la prostituta adolescente Bessie Mae Little - e viene cresciuto dalla nonna. Già da bambino manifesta sintomi preoccupanti, a partire dal desiderio morboso di strangolare gli altri piccoli. Frequenta la Hawthorne Junior High School e vengono a galla problemi di disciplina. Nel corso dell'adolescenza colleziona riviste di cronaca nera che descrivono il soffocamento delle donne, a testimonianza delle sue brutali fantasie.

Il primo arresto è datato 1956, quando viene beccato nel pieno di un furto con scasso in un’abitazione di Omaha, in Nebraska. Dopo un periodo in riformatorio, Samuel Little si trasferisce in Florida per vivere insieme alla madre e lavora saltuariamente come guardiano di un cimitero e come assistente in un’ambulanza. Nello stesso periodo finisce a più riprese dietro le sbarre: viene infatti arrestato in otto Stati per crimini come guida in stato di ebbrezza, frode, taccheggio, adescamento, rapina a mano armata, aggressione aggravata e stupro.

Nel 1961 Samuel Little viene condannato a tre anni di prigione per un furto in un negozio di mobili a Lorain. Continua a inanellare arresti, basti pensare al tentato adescamento di una prostituta a Bakersfield: nonostante la gravità del reato, se la cava con un breve periodo in galera. Uno scenario che si ripeterà anche durante gli oltre trent'anni da serial killer: solo qualche nottata in cella, nonostante le decine di donne picchiate e strangolate.

I delitti di Samuel Little

Samuel Little trasforma i suoi desideri in realtà all'alba degli anni Settanta. Come racconterà all'Fbi, la sua prima vittima è Mary Brosley: la 33enne, madre di due figli, incontra il suo carnefice in un bar della Florida. Affetta da alcolismo e anoressia, finisce nella tela dell'uomo: in una piazzola isolata della Route 27, viene aggredita con indescrivibile ferocia e strangolata. "Era il tipo di donna che poteva scomparire dalla faccia della terra senza destare troppa attenzione", spiega ancora Little.

Come anticipato, Samuel Little individua le vittime perfette per coronare i suoi sogni sanguinolenti: prostitute, drogate, alcoliste. Donne con dei problemi e alla disperata ricerca di denaro, con pochi contatti sociali. È il caso della 32enne Annie Lee Stewart, 32enne uccisa l'11 ottobre del 1981 a Cincinnati, in Ohio. O è quello di Mary Jo Peyton, 21enne assassinata a Cleveland, sempre in Ohio, con il solito modus operandi. Stesso discorso per Carol Linda Alford, 41enne ritrovata nuda dalla vita in giù.

Nonostante i tanti delitti firmati, nessun tribunale riesce a condannarlo. Nel 1982 viene arrestato per l'omicidio di una ragazza di 22 anni, ma l'accusa non riesce dimostrare la sua colpevolezza. Nello stesso periodo, viene processato per l'omicidio di una 26enne, ma la giuria non crede alle testimonianze che indicano Samuel Little come il killer. Viene prosciolto nel gennaio del 1984. Nell'ottobre dello stesso anno viene ammanettato per aver rapito, picchiato e tentato di strangolare la ventiduenne Laurie Barros, sopravvissuta per miracolo, ma viene scarcerato poco dopo.

Nel febbraio del 1987, dopo aver scontato due anni e mezzo per aggressione, Samuel Little si trasferisce a Los Angeles. Qui firma oltre dieci omicidi, come quello della 46enne Guadalupe Apodaca, anche lei ritrovata senza vita e nuda dalla vita in giù. Uno degli omicidi più brutali è quello della 35enne Audrey Nelson Everett, strangolata e con ustioni in diverse parti del corpo: il suo corpo viene ritrovato in un cassonetto nei pressi di un night club.

L'arresto e le confessioni

Gli omicidi di Samuel Little vengono classificati come morte per overdose o comunque per cause naturali. Continua a mietere vittime, senza sosta, fino al 2012, quando viene arrestato in un rifugio per senzatetto a Louisville, nel Kentucky, per un'accusa di stupefacenti. Ma grazie a un test del Dna viene collegato agli omicidi di Carol Ilene Elford, uccisa il 13 luglio 1987, Guadalupe Duarte Apodaca, uccisa il 3 settembre 1987, e Audrey Nelson Everett, uccisa il 14 agosto 1989. Estradato a Los Angeles, è condannato all'ergastolo per i tre assassinii. Ma non è tutto.

Dopo pochi mesi Samuel Little viene indagato per oltre 30 omicidi commessi negli anni Ottanta, ma è nel 2018 che cambia tutto. Il serial killer inizia a confessare un omicidio dopo l’altro, sostenendo di averne commessi 93 in quattordici Stati diversi, tra il 1970 e il 2005. L'Fbi conferma inizialmente 34 delitti, ma rimarca che anche altre confessioni potrebbero essere autentiche. Decine di casi irrisolti vengono archiviati, compreso l'ultimo delitto risalente al 2005, a Tupelo, in Mississippi.

Nel dicembre del 2018 viene incriminato per l'omicidio della 23enne Linda Sue Boards, commesso nel maggio 1981 nella contea di Warren, Kentucky, mentre nel maggio del 2019 viene accusato di quattro omicidi e sei rapimenti. Le sue confessioni continuano nel 2019 e vengono anche utilizzate per "trattare", ad esempio per ottenere un trasferimento di prigione. Nel 2020 le sue condizioni di salute già precarie si aggravano esponenzialmente. Affetto da problemi cardiaci e diabete, tanto da essere costretto a spostarsi su una carrozzina, Little muore il 30 dicembre del 2020 in un ospedale della California.

Jack Unterweger.

Purgatorio in prigione, inferno fuori: la scia di sangue dello scrittore killer. Tra gli assassini seriali “transnazionali” più famosi di sempre, Jack Unterweger uccise almeno undici prostitute ma il conto potrebbe essere più elevato. Massimo Balsamo il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 I primi segnali

 Il primo omicidio

 La "seconda" vita

 Nascita di un serial killer

 Gli Stati Uniti

 L'arresto e la fine di Jack Unterweger

Simpatico, brillante, presuntuoso e a tratti tracotante. Uno scrittore di talento ma con un passato difficile, un omicidio commesso in giovane età. In realtà un serial killer spietato, feroce e senza scrupoli, al punto da mietere vittime in ogni parte del mondo nonostante le luci dei riflettori. Il caso di Jack Unterweger è tra i più noti della storia dei serial killer, nonché uno dei più particolari: l’austriaco infatti rientra nella categoria degli assassini seriali “transnazionali”, cioè – come riporta l’esperto Ruben De Luca - soggetti, caratterizzati da un’estrema mobilità, che commettono gli omicidi in nazioni differenti e, a volte, addirittura in continenti diversi.

I primi segnali

Johann “Jack” Unterweger nasce il 16 agosto del 1950 a Judenburg, nella Stiria, la regione sud-orientale dell’Austria. È figlio di una prostituta austriaca, che restò incinta di un soldato statunitense. Viene cresciuto prima dal nonno alcolizzato e poi dalle prostitute e dai loro protettori, evidenziando già in tenera età un carattere violento e piuttosto strano. Non ama andare a scuola, infatti molto spesso salta le lezioni per andare a zonzo, e già da minorenne – all’età di 16 anni – colleziona il primo arresto per aver aggredito una prostituta.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, Jack Unterweger si fa arrestare sedici volte per furto con scasso e violenze sessuali. Entra ed esce dal carcere di Vienna, impossibile per lui trattenere la violenza di fronte a un rifiuto. Il giovane, biondo e con i baffi, se non ottiene subito ciò che vuole o se si trova di fronte a qualche difficoltà, perde la testa.

Il primo omicidio

Nel 1976 Jack Unterweger firma il suo primo omicidio, la vittima è la diciottenne Margaret Schaefer, sua vicina di casa. Dopo diversi rifiuti, la giovane accetta di uscire con lui e con un’amica in comune, la prostituta Barbara Scholtz. Una volta salita nella macchina di Jack, Margaret capisce subito che c’è qualcosa che non va: dopo pochi minuti, l’uomo le salta addosso e le blocca i polsi. Barbara sta zitta, ferma, impassibile.

Intrappolata la ragazza, Jack Unterweger si reca a casa sua, forza la serratura dell’appartamento, ruba soldi e preziosi. Tornato in macchina, porta la ragazza in un bosco e la costringe a spogliarsi: di fronte al rifiuto, perde la testa. Prima la prende a pugni, poi la colpisce con un bastone alla testa, tutto sotto gli occhi di Barbara. Jack trascina la sua vittima vicino a un albero, le strappa il reggiseno e la strangola.

La "seconda" vita

Definito uno “psicopatico esplosivo e aggressivo” dal medico incaricato dal tribunale di Salisburgo di fare una perizia psichiatrica, Jack Unterweger viene condannato all’ergastolo. Ma dietro le sbarre cambia: inizia a studiare e in particolare si avvicina alla letteratura. Passa le sue giornate in carcere a leggere, dai grandi classici alle poesie, passando per le opere teatrali. L’esuberante killer diventa rapidamente un detenuto modello, ma non solo: comincia a scrivere. E sarà proprio la scrittura a regalargli una seconda possibilità.

Jack Unterweger scrive la sua autobiografia, ripercorrendo infanzia e adolescenza, fino ad arrivare al brutale assassinio firmato a 26 anni. La sua scrittura viene apprezzata dagli esperti del settore e il suo diario si trasforma in un libro, o meglio in un bestseller: “Fegefeuer oder die Reise ins Zuchthaus” ("Purgatorio o del viaggio in prigione") ottiene un grandissimo successo di critica e di pubblico. Jack Unterweger viene seguito con interesse dal mondo della cultura e continua a scrivere prima racconti e poi pièce teatrali, fino ad arrivare alla sceneggiatura di un film diretto da Willi Hengstler.

La comunità letteraria decide di scendere in campo al fianco di Jack Unterweger: non è più un assassino, ora è un uomo nuovo. Centinaia di scrittori, editori e artisti invocano il suo reinserimento nella società, tanto da lanciare una petizione per il suo ritorno in libertà. Il tribunale di sorveglianza di Vienna si interessa alla posizione dello scrittore killer e nel maggio del 1990 gli accorda la libertà condizionata.

Nascita di un serial killer

Complice il successo del suo libro, Jack Unterweger diventa protagonista dei salotti televisivi austriaci, diventando un esempio positivo del processo di riabilitazione favorito dal sistema penitenziari. I guadagni si moltiplicano e l’ex assassino diventa anche firma di abiti sportivi, tanto da permettersi il lusso di una Ford Mustang con targa “Jack 1”. Al suo fianco una bellissima modella, diventata la sua fidanzata. Dall’abisso alle stelle, non male per chi era stato condannato al fine pena mai. Ma non è tutto oro quel che luccica.

La sete di sangue di Jack Unterweger non è mai svanita. Lo scrittore amato dalla comunità letteraria viennese continua a sognare violenze e sopraffazione, il desiderio è replicare quanto avvenuto con Margaret, la 18enne ammazzata nel 1974. E la furia esplode: durante i primi dodici mesi di libertà, Jack ucciderà almeno sei prostitute. La prima vittima è Blanka Bockova, assassinata nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 1990 a Praga, Repubblica Ceca: dopo minacce e intimidazioni, la accoltella, prende il suo reggiseno, lo annoda formando un cappio e la strangola. Lo stesso modus operandi del primo delitto.

Jack Unterweger non si ferma. Tornato in Austria, tra il 25 e il 26 ottobre uccide Brunhilde Masser: come Blanka, verrà ritrovata in bosco, coperta dalle foglie, nuda ma con i gioielli addosso. Poco più di un mese dopo, la stessa sorte tocca a Heidemarie Hammerer. Tra il 7 e l’8 aprile cade nella sua trappola Silvia Zagler, tra il 16 e il 17 aprile uccide Sabine Moltzi, due settimane più tardi è il turno di Karin Erogiu. Il 5 ottobre verrà ritrovato il cadavere in stato di decomposizione di Elfriede Schrempf, mentre per il rinvenimento del corpo di Regina Prem toccherà attendere l’aprile del 1992. Nessuno collega i delitti, nessuno pensa a Jack Unterweger, che continua ad ammaliare critica e pubblico con fascino e cultura.

Gli Stati Uniti

Nel 1991 Jack Unterweger viene assunto da una rivista austriaca per un articolo sulla criminalità a Los Angeles. L’obiettivo è quello di mettere in risalto le differenze tra il mondo della prostituzione statunitense e quello europeo. Arrivato negli States, lo scrittore incontra le forze dell’ordine locali e partecipa a un pattugliamento a bordo di un’auto della polizia in un quartiere a luci rosse. Ma Jack non è solo un giornalista/scrittore, è un serial killer e continua a uccidere anche lì.

Il 20 giugno 1991 viene rinvenuto il cadavere seminudo della prostituta Shannon Exley. Nella notte tra il 28 e il 29 giugno viene assassinata un’altra passeggiatrice, Irene Rodriguez. Infine, una settimana dopo, la terza vittima è Sherri Ann Long. Tre delitti molto simili: tutte e tre le donne sono state picchiate, abusate con dei rami d’albero e strangolate con i loro reggiseni. Con l’aiuto dell’esperienza in materia di Lynn Herold, la polizia di Los Angeles nota le analogie e non ha dubbi: la firma è quella di un serial killer. La notizia arriva a Vienna, dove le autorità sono ancora al lavoro sui casi delle prostitute assassinate, senza dimenticare il delitto senza colpevole registrato a Praga. Undici vittime in tutto, un unico responsabile.

Richard Kuklinski, l’uomo di ghiaccio tra mafia e sadismo

L'arresto e la fine di Jack Unterweger

Come ricostruito da Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli in “Serial Killer”, Jack Unterweger viene incastrato dalla polizia ceca: Blanka Bockova era stata vista allontanarsi con lo scrittore prima del delitto e per questo motivo le autorità di Praga chiedono ai colleghi di Vienna di perquisire l’automobile. All’interno della vettura viene trovato un capello sospetto: gli esami confermano che appartiene alla Bockova. Ma non è tutto, un altro indizio viene rinvenuto sul corpo di Heidemarie Hammerer, dei fili di lana rossa: ebbene appartengono alla sciarpa di Unterweger. A corroborare l’ipotesi, il profilo psicologico di Quantico: corrisponde a quello della star della letteratura di Vienna.

La polizia austriaca chiede un mandato di cattura per Jack Unterweger, che - captato il pericolo – se la dà a gambe insieme a una giovane ragazza di 18 anni, innamorata persa di lui. Il serial killer decide di rifugiarsi negli Stati Uniti e da lì contatta i media austriaci per professare la sua innocenza. Ma le prove sono schiaccianti, nessuno gli crede. L’Interpol si mette sulle sue tracce e, monitorando la sua carta di credito, lo pizzica a Miami, in Florida. Arrestato, viene rispedito in Austria.

Nessuna sorpresa al processo tenutosi al tribunale di Graz. Nonostante i tentativi di difesa, Jack Unterweger viene ritenuto responsabile di sette omicidi e sospettabile di almeno altri due, e dunque condannato all’ergastolo. Niente potrà salvarlo questa volta, né la comunità letteraria né il perdono dei cari delle vittime. Il giorno dopo la sentenza, viene ritrovato impiccato alle sbarre della finestra della sua cella con un pezzo di tenda. La polizia trova accanto al suo letto diverse audiocassette il cui contenuto non è mai stato divulgato.

Richard Kuklinski.

Il bullismo, i soldi e la violenza: così "l'uomo di ghiaccio" uccise le sue vittime. Sicario al soldo della criminalità organizzata italo-americana, Richard Kuklinski avrebbe ucciso 250 persone nel corso della sua carriera criminale. Massimo Balsamo il 10 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia tra povertà e violenze

 I primi crimini

 Richard Kuklinski diventa "l'uomo di ghiaccio"

 L'arresto e le confessioni choc

Il bilancio ufficiale è di 6 omicidi, ma il conto potrebbe salire a 250. Richard Kuklinski è stato uno dei serial killer più feroci e brutali degli Stati Uniti, soprannominato “The Iceman” – “l’uomo di ghiaccio” – perché ha tenuto la sua prima vittima congelata in un frigorifero per due anni. Sicario della mafia, ma anche assassino spietato per piacere o semplicemente per denaro: la belva del New Jersey ha cambiato spesso modus operandi – passando dalle pistole alle bombe a mano – e una volta beccato non ha mai espresso rimorso per i suoi crimini.

L'infanzia tra povertà e violenze

Richard Kuklinski nasce l’11 aprile del 1935 a Jersey City. I genitori – immigrati polacchi – sono molto poveri e la famiglia vive in un piccolo appartamento in un casermone di periferia, con il gabinetto in comune con gli altri inquilini. Kuklinski e i due fratelli (il fratello maggiore Florian morirà nel 1940 in circostanze controverse) possiedono soltanto un paio di abiti e spesso finiscono nel mirino degli altri bambini tra prese in giro e scherzi. “Richie il ragazzo-straccio”, “Richie barbone” e “il polacco ossuto”: questi alcuni dei soprannomi affibiati dagli altri ragazzini del quartieri. Ma il bullismo non è l’unico problema per Richard Kuklinski. Spesso fuori per lavoro, il padre quando fa ritorno a casa si presenta ubriaco e non si pone problemi ad alzare le mani. Il futuro “uomo di ghiaccio” è vittima di angherie e soprusi. La madre non fa niente per fermarlo, anzi si dedica con regolarità a umiliazioni ricche di disprezzo.

I primi crimini

Maltrattato da entrambi i genitori – definirà la madre “un cancro che distruggeva tutto ciò che toccava” – Richard Kuklinski trascorre un’adolescenza molto irregolare. Non va a scuola e preferisce vivere come un vagabondo, girando senza una meta per le strade di Jersey City. Non ha amici, sta sempre da solo e quando è ancora minorenne diventa un alcolizzato. Come da piccolo, non sfugge al bullismo: in particolare, c’è un tale Johnny che lo picchia e lo deride ad ogni buona occasione. La rabbia dentro Kuklinski cresce sempre di più e presto esploderà.

Lasciata la scuola, Richard Kuklinski passa da un lavoro all’altro e nel 1961 si sposa con Linda, una donna del suo quartiere nove anni più grande di lui. I due hanno due figli – Richard junior e David – e il futuro serial killer trova lavoro in un’azienda di autotrasporti. Dopo qualche tempo si infatua della segretaria della sua azienda, Barbara Pedrici, e una volta ottenuto il divorzio si risposa. Kuklinski porta con sé i due figli e con la seconda moglie mette al mondo altri tre figli: Merrick, Christin e Dwayne.

In questa fase emerge il lato violento di Richard Kuklinski. Da marito e padre perfetto, si trasforma in orco che picchia selvaggiamente la moglie e la minaccia con una pistola alla tempia. L’uomo è ossessionato dalla coniuge, la monitora di continua e la costringe a rimanere reclusa tra le mura domestiche. E c’è un altro pallino, quello per i soldi: per Kuklinski il denaro è l’unica cosa in grado di dare la felicità. Anche per questo motivo cambia auto ogni sei mesi, dividendosi tra l’attività di commerciante e quella meno visibile di truffatore. Fino all’incontro con la mafia e alla nuova vita da sicario.

Richard Kuklinski diventa "l'uomo di ghiaccio"

Gli episodi di violenza si moltiplicano: Richard Kuklinski strangola la moglie fino a farle perdere i sensi, aggredisce i figli e arriva a commettere violenze sugli animali. Poi torna in sé, si mostra come un ottimo capofamiglia e i vicini di casa lo trattano come un grande uomo d’affari, complice l’elevato stile di vita. Il primo omicidio accertato è datato 30 gennaio 1980: Kuklinski uccide con cinque colpi di pistola il 42enne George William Malliband junior durante un incontro di lavoro con l’obiettivo di assicurarsi i 27 mila dollari che la vittima ha con sé. Il suo cadavere viene nascosto nei pressi di un impianto chimico di Jersey City.

Il 29 aprile del 1981 Richard Kuklinski incontra Paul Hoffman, farmacista che lo incalza per chiudere un affare per il Tagamet, un popolare farmaco. Dopo aver raccolto 25 mila dollari per acquistare il prodotto promesso, Hoffman, 51 anni, viene attirato in un garage e ucciso a colpi di ferro da stiro: Kuklinski rivelerà che si era inceppata la pistola. Il corpo della vittima non verrà mai ritrovato.

Il terzo omicidio accertato di Richard Kuklinski coinvolge un suo partner di attività illegali, Gary Smith. L’uomo fa parte della banda di furti con scossa capeggiata proprio da Kuklinski ma l’arresto di un componente – Percy House – scatena il panico. Dopo una discussione, per il timore che potesse diventare un informatore, Kuklinski uccide Smith con un hamburger zeppo di cianuro. L’assassinio è stato realizzato con un altro componente della banda, Daniel Deppner, che rivelerà di aver finito Smith strangolandolo con il cavo di una lampada. La quarta vittima è stata appena citata, Daniel Deppner. Richard Kuklinski elimina il complice tra il febbraio e il maggio del 1983. Anche lui viene avvelenato e in un secondo momento strangolato.

Il quinto omicidio – che permette a Richard Kuklinski di diventare “l’uomo di ghiaccio” – è quello di Louis Leonard Masgay. Il cadavere del cinquantenne viene ritrovato il 25 settembre del 1982 in un parco cittadino a Orangetown, New York, con un foro di proiettile nella parte posteriore della testa. Ma l’uomo era scomparso più di due anni prima, nel luglio del 1981, giorno in cui aveva incontrato Kuklinski in un ristorante del New Jersey per acquistare una grande quantità di videocassette. Con sé aveva la bellezza di 95 mila dollari. Il suo cadavere era stato dunque conservato in un congelatore per quasi due anni.

Lonnie Franklin Jr, il Grim Sleeper che terrorizzò Los Angeles

L'arresto e le confessioni choc

Richard Kuklinski viene arrestato dalla polizia newyorkese grazie all’aiuto dell’agente infiltrato Dominick Polifrone. Il serial killer viene bloccato il 17 dicembre del 1987 all’interno della sua abitazione. Viene collegato a sei omicidi irrisolti grazie anche alle rivelazioni fatte al poliziotto sotto copertura, spacciatosi per un criminale vicino alla mafia. Il processo vede protagonisti come testimoni anche gli ex soci Percy House e Barbara Deppner e termina senza grosse sorprese: nel marzo del 1988 viene condannato a sei ergastoli ma a causa della mancanza di testimoni oculari non viene condannato a morte.

Una volta finito dietro le sbarre, Richard Kuklinski inizia a rilasciare interviste e dichiarazioni, rivendicando 200 omicidi. Assassinii per soldi, per divertimento, per contratto o per coprire altri crimini: “l’uomo di ghiaccio” rivendica con orgoglio le sue azioni senza provare pietà. Il modus operandi invece sempre diverso: dalle pistole al veleno, passando per i coltelli, le mazze da baseball e le bombe a mano. Tra le varie confessioni, l’omicidio di Johnny, il ragazzo che lo tormentava da adolescente, oppure quello di Jimmy Hoffa, ex presidente del sindacato dei Teamsters.

Nell’ottobre del 2005, dopo quasi diciotto anni di carcere, a Richard Kuklinski viene diagnosticata la malattia di Kawasaki. Trasferito in un’ala sicura del St. Francis Medical Center di Trenton, nel New Jersey, il serial killer si spegne il 5 marzo del 2006 all’età di 70 anni.

Aileen Wuornos.

Gli abusi poi gli omicidi in serie: la "vendetta" della predatrice contro gli uomini. Una vita ricca di difficoltà sfociata nella violenza: Aileen Wuornos è l'esempio più significativo di predatrice sessuale nella storia dei serial killer. Massimo Balsamo il 3 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia traumatica

 Gli abusi, la gravidanza, il vagabondaggio

 Il matrimonio e il ritorno al crimine

 L'incontro con Tyria Moore

 Gli omicidi

 L'arresto, la condanna, la pena capitale

 La notorietà

Erroneamente definita la prima donna serial killer degli Stati Uniti, Aileen Wuornos rappresenta l'esempio più significativo di predatrice sessuale. Come evidenziato dagli esperti, la "vendicatrice di Rochester" ha utilizzato modalità predatorie tipicamente maschili per adescare le sue vittime, ossia in continuo movimento alla ricerca di uomini sconosciuti. Inoltre, a differenza della maggior parte di assassine seriali, per commettere i suoi delitti ha utilizzato la pistola e non il veleno o altre armi ideali per omicidi asettici.

L'infanzia traumatica

Aileen Wuornos nasce il 29 febbraio 1956 a Rochester, nel Michigan, e cresce nella vicina zona di Troy. La madre Diane Pittman ha appena 17 anni quando la mette al mondo ed è sposata con Leo Dale Pittman, un paranoico schizofrenico dedito ad abusare della famiglia e a sodomizzare i bambini della zona - verrà ucciso in carcere nel 1969. La madre si rende conto di non potersi prendere cura di lei e del fratello maggiore Keith e decide di affidarli ai nonni.

Il nonno di Aileen Wuornos è un alcolizzato violento, anche lui manesco, mentre la nonna si disinteressa totalmente dei due piccoli. I due bambini crescono in una situazione di estrema indigenza, spesso non riescono a mangiare. Quando inizia ad andare a scuola, la piccola inizia a offrire favori sessuali ai ragazzi più grandi per ottenere del cibo e sfamarsi. L'infanzia è traumatica e la Wuornos conosce il vizio dell'alcolismo già all'età di 12 anni. Ma la situazione è destinata a peggiorare.

Gli abusi, la gravidanza, il vagabondaggio

All'età di 13 anni Aileen Wuornos accusa il nonno di averla violentata e afferma di aver avuto rapporti sessuali con il fratello. La giovane resta incinta e viene mandata in un istituto per madri nubili. Dopo il parto il bambino viene dato in adozione. Nel 1971 muore la nonna e i due fratelli vengono tolti alla custodia del nonno e dati in affidamento.

Ma la situazione di stabilità dura poco per Aileen Wuornos. Abbandona la nuova casa e inizia a vagabondare. Per mantenersi fa la prostituta e commette piccoli reati. All'alcolismo si aggiunge la dipendenza dalla droga. Senza meta e senza direzione, inizia a girare gli Stati Uniti in autostop e deve fare i conti con la violenza maschile: qualche stupro e tante botte. Nel 1974 viene arrestata per aver sparato mentre era alla guida, ma - dopo aver dato un nome falso - riesce a scappare prima del processo.

Aileen Wuornos cambia decine di lavori e perde gli ultimi familiari in vita: il nonno si suicida, mentre il fratello viene sconfitto da un tumore. La scomparsa di Keith le consente di entrare in possesso di 10 mila dollari grazie a una polizza d'assicurazione, ma sperpera il denaro in pochi giorni tra droga, alcol e un'automobile che distrugge dopo pochi giorni.

Il matrimonio e il ritorno al crimine

Dopo essere finita nuovamente in carcere per un'aggressione, Aileen Wuornos si stabilisce in Florida dove incontra il ricco velista Lewis Fell, molto più grande di lei. I due si sposano nel 1976, ma l'uomo annulla l'unione dopo pochi giorni: la donna lo aveva tormentato con richieste esagerate di denaro, tanto da alzare le mani.

Arrestata e nuovamente rilasciata, la Wuornos riprende le sue attività criminali tra rapine, truffe e aggressioni. Tra le tante, la rapina finita con un arresto in un negozio di merci usate a Edgewater nel 1981. Nel frattempo continua a fare la prostituta ma con meno successo di un tempo. Non mancano i periodi difficili: nel 1985 tenta il suicidio sparandosi allo stomaco, ma l'intervento provvidenziale dei sanitari le salva la vita.

L'incontro con Tyria Moore

Nel 1986 incontra Tyria Moore in un bar per omosessuali e scoppia l'amore. Aileen Wuornos è perdutamente innamorata della ventiquattrenne e diventa possessiva: fa di tutto per mantenerla economicamente e non la perde mai di vista. Iniziano i litigi e il rapporto diventa sempre più teso, fino a quando la giovane decide di abbandonarla: quella vita non fa per lei. Ma la mossa della Moore è il colpo di grazia per la psiche della futura serial killer: sarà questo evento traumatico a scatenare la sua furia omicida. E sarà proprio la Moore a "consegnare" la Wuornos alle forze dell'ordine una volta scoperti i suoi sette delitti.

Gli omicidi

Tra il 1989 e il 1990 Aileen Wuornos uccide a colpi di pistola sette clienti. Dopo averli abbordati, gli spara e li deruba per ottenere qualche soldo. La prima vittima è Richard Mallory, ucciso il 30 novembre del 1989 con tre colpi di pistola al petto: il suo corpo verrà ritrovato due settimane più tardi in un bosco. La Wuornos ne approfitta per sottrargli il veicolo.

Poi è il turno del camionista David Spears, ucciso con sei colpi di calibro 22 in un bosco vicino alla Interstate 19, nella contea di Citrus: viene ritrovato il 1° giugno completamente nudo e con un berretto da baseball in testa. Cinque giorni dopo, il 6 giugno, viene rinvenuto il cadavere del cowboy Charles Carskaddon, anche lui lungo la strada interstatale: Aileen Wuornos lo aveva ucciso il 31 maggio con ben nove colpi d'arma da fuoco. La quarta vittima è il marinaio mercantile in pensione Peter Abraham Siems, ucciso all'alba di un giorno di luglio. La sua auto verrà trovata a Orange Springs, ma il suo corpo non verrà mai rintracciato. La serial killer verrà incastrata grazie a un'impronta trovata sulla maniglia interna della portiera.

Il 30 luglio a cadere nella rete di Aileen Wyornos è il camionista Eugene Burness: un colpo al petto e uno nella schiena. Sempre con la calibro 22. L'11 settembre invece uccide Dick Hymphreys, dipendente del Dipartimento di salute e dei servizi di riabilitazione della Florida: finito con sette colpi e, come gli altri, derubato. La settima e ultima vittima della Wuornos è un poliziotto in pensione, il sessantenne Walter Jeno Antonio: ucciso a novembre con quattro proiettili, tre nella schiena e uno alla testa.

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L'arresto, la condanna, la pena capitale

Come anticipato, Tyria Moore scopre quanto fatto dalla Wuornos e decide di collaborare con la polizia: fa in modo, durante un dialogo telefonico, di farle confessare gli omicidi compiuti. Wuornos viene arrestata il 16 gennaio 1991 e punta fin da subito sulla tesi dell'autodifesa: qualora non avesse ucciso quei sette uomini, sarebbe stata violentata o peggio. In realtà niente di tutto ciò: come da manuale del serial killer, la Wuornos ha agito da "vendicatrice" che, dopo una vita di abusi, ha svestito i panni da vittima per indossare quelli di carnefice.

Dopo aver cambiato verso ed essersi contraddetta a più riprese, nel gennaio del 1992 viene condannata alla pena di morte tramite sedia elettrica per l'omicidio di Mallory. Neanche gli altri processi vanno bene: viene condannata a morte per altri cinque omicidi. Discorso diverso per il caso di Siems: niente processo a causa dell'assenza del cadavere. Dopo dieci anni nel braccio della morte, il 9 ottobre 2002 - alle 9.47 - Aileen Wuornos viene uccisa tramite iniezione letale - in quegli anni era stata abolita la sedia elettrica in Florida. I suoi resti sono stati cremati e dispersi nella sua città natale.

La notorietà

Il caso di Aileen Wuornos è interessante per quanto concerne il rapporto con i media. La serial killer di Rochester ha venduto i diritti della sua storia subito dopo l'arresto nel 1991. Sulla sua vita sono stati realizzati diversi documentari e soprattutto il film "Monster" del 2003: scritto e diretto da Patty Jenkins, con Charlize Theron nei panni della Wuornos. E ancora, la sua storia è trattata nel documentario Netflix "Caccia ai killer".

David Zandstra.

Estratto dell'articolo di Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” giovedì 27 luglio 2023.

Quasi mezzo secolo dopo, l’assassino di Gretchen Harrington ha confessato. Ex pastore di una chiesa protestante riformata nel sobborgo di Marple, a Filadelfia, l’ottantatreenne David Zandstra è stato arrestato la scorsa settimana per l’omicidio di una bambina di otto anni, uccisa il 15 agosto 1975. 

Zandstra era amico del padre della bambina, anche lui pastore di una vicina (e affiliata) chiesa presbiteriana riformata [...] Gretchen era uscita di casa a piedi alle 9.30, diretta alla Trinity Church del reverendo Zandstra. [...]Alle 11.23, Gretchen non era ancora arrivata, a differenza dei compagni: il padre chiamò la polizia.

Il corpo fu trovato in un’area alberata vicina, due mesi dopo. Era Zandstra il responsabile del trasferimento dei bambini da una chiesa all’altra, e poi partecipò alle ricerche che coinvolsero centinaia di persone — bambini inclusi — e fu lui a presiedere al funerale. Una testimone subito dopo il delitto disse di aver visto la bambina parlare con qualcuno al volante di una station wagon Rambler verde, come quella in possesso del pastore, ma lui aveva negato di averla incontrata quel giorno.

L’arresto è avvenuto dopo che, lo scorso gennaio, la migliore amica della figlia di Zandstra ha raccontato agli investigatori che spesso, da piccola, dormiva a casa del pastore e che quando aveva 10 anni una volta si svegliò perché lui la stava «toccando nelle parti intime». Quando ne parlò con la sua amica, la figlia del pastore, si sentì rispondere: «A volte lo fa». Dopo l’omicidio, da bambina aveva scritto nel diario: «Penso che sia stato Mr. Z». Ma allora non ebbe il coraggio di parlarne con le autorità.

Zandstra ha cambiato più volte residenza negli anni: ha vissuto in California e in Texas, è stato arrestato in Georgia. All’inizio ha negato tutto, ma quando gli investigatori gli hanno parlato delle accuse di aggressione sessuale contro di lui, ha confessato. Quella mattina di agosto — secondo le carte della procura — Zandstra era alla guida della sua station wagon verde, quando vide la bambina camminare verso la sua chiesa e le offrì un passaggio. La portò in un’area alberata non lontana, le chiese di togliersi i vestiti.

Quando Gretchen Harrington rifiutò, la picchiò a morte. Poi tentò di nascondere il corpo e fuggì. [...] L’amica della figlia del reverendo, che dopo tanti anni si è rivelata decisiva nella risoluzione del caso, ha osservato che un’altra sua compagna di classe avrebbe «rischiato per due volte di essere rapita» da Zandstra. [...] «È l’incubo peggiore per un genitore», ha commentato il procuratore. «Ha ucciso una bambina che si fidava di lui, poi si è comportato da amico della famiglia, per anni». 

Estratto dell’articolo di Viviana Mazza per corriere.it giovedì 27 luglio 2023.

È stato arrestato un ex pastore della chiesa presbiteriana riformata, David Zandstra, 83 anni, per l’omicidio di una bambina commesso il 15 agosto 1975 nel sobborgo di Maple a Filadelfia. 

Il pastore era amico del padre della bambina e guidava il gruppo di studio sulla Bibbia che lei frequentava quando era sparita. Era stato lui a denunciare la morte, come pure a presiedere al funerale.

Un libro pubblicato l’anno scorso ha messo gli investigatori sulla pista giusta. 

Già alcuni anni fa, in realtà, una donna anonima aveva detto agli investigatori di credere che il responsabile fosse il miglior amico del padre di Gretchen. Anche la migliore amica della figlia di Zandstra lo aveva capito: a gennaio di quest’anno gli agenti le avevano parlato; dopo tanti anni era riuscita a raccontare che spesso da piccola dormiva a casa del pastore e che a 10 anni una volta si svegliò perché lui si era introdotto nella stanza per toccarla. 

Già all’epoca dell’omicidio scrisse nel suo diario: «Penso che sia stato Mr. Z». 

Un testimone sentito dagli investigatori subito dopo il delitto aveva detto di aver visto la bambina parlare con qualcuno alla guida di una station wagon Rambler verde come quella in possesso dell’uomo. Ma Zandstra aveva negato di aver visto Gretchen quel giorno. 

(...) 

Gli autori avevano intervistato anche Zandstra, che però sembrava non ricordare bene i dettagli del delitto. 

Inizialmente Sullivan e Mathis avevano pensato che «fosse colpa dell’età». 

Il corpo fu trovato in un bosco vicino due mesi dopo. 

Zandstra ha cambiato molte volte casa negli anni: ha vissuto in California e Texas, poi si è trasferito in Georgia dove la scorsa settimana è stato arrestato e ha confessato.

I genitori della bambina hanno dichiarato in un comunicato che l’arresto li ha fatti sentire «un passo più vicini alla giustizia. Chiunque incontrava Gretchen diventava subito suo amico. Emanava gentilezza, era una bambina dolce».

Rex Heuermann.

Il serial killer di Long Island incastrato da una pizza. Storia di Marco Liconti il 16 luglio 2023 su Il Giornale.

Washington Il più classico dei cold case. Un'etichetta giornalistica, «Gilgo Four», perfino un film prodotto da Netflix, Lost Girls. Ci sono voluti tredici anni per venire a capo (almeno in parte) della striscia di omicidi che aveva reso un pezzo di spiaggia di Long Island una sorta di tragica Spoon River di undici vite sfortunate. Il potenziale colpevole, il classico insospettabile che sembra uscito da un manuale di criminologia, ha ora un nome e un volto, quello del 59enne architetto newyorchese Rex Heuermann. Studio a Manhattan, casa nei sobborghi, a Massapequa Park, non lontano dalla scena del crimine. Moglie, figli. Insomma, il classico pendolare di successo, se non fosse per quell'aria un po creepy, inquietante, di cui ora raccontano i suoi vicini.

L'indagine che ha portato all'arresto di Heuermann, accusato di tre degli omicidi delle «quattro di Gilgo» - ma presto, ha detto la polizia, potrebbe arrivare anche la quarta accusa - prende il via nel 2010. È quando la polizia di New York a dicembre si imbatte nei resti di una donna in un tratto isolato della Gilgo Beach, sul lato sud di Long Island, nell'ambito delle ricerche per un'altra donna scomparsa a maggio, la 23enne Shannan Gilbert. I resti risultano appartenere alla 24enne Melissa Barthelemy. Due giorni dopo, vengono scoperti i resti di altre tre donne: Maureen Brainard-Barnes, Amber Costello e Megan Waterman. Tutte nel raggio di 800 metri dal primo ritrovamento.

Tutti e quattro i cadaveri erano avvolti in un telo mimetico, di quelli usati dai cacciatori. Tutte e quattro lavoravano come escort, con annunci online, ed erano scomparse in un arco di tempo che andava dal 2007 al 2010.

La polizia si rende conto di avere a che fare con un potenziale serial killer. La vicenda si fa ancora più drammatica nel corso del 2011, quando in un'area che si espande fino a svariati chilometri dai primi ritrovamenti, vengono scoperti i resti di altri corpi. In tutto sette, compresi quelli di un uomo di etnia asiatica, di una neonata e di sua madre. Sempre nel 2011, a dicembre, la polizia ritrova i resti di Shannan Gilbert, la donna per la quale erano inizialmente state avviate le ricerche. Secondo gli investigatori, la sua morte potrebbe essere stata accidentale.

L'indagine rimane a un punto morto per anni, fino a quando le autorità non creano una task force per fare definitivamente luce sui delitti di Gilgo Beach. Il nome di Heuermann come quello del potenziale serial killer viene fatto per la prima volta lo scorso marzo, quando uno degli investigatori, incrociando una serie di dati, lo identifica come sospettato. Il resto, è cronaca degli ultimi giorni. L'arresto, la perquisizione della sua abitazione, l'udienza davanti al giudice, nella quale Heuermann, attraverso il suo avvocato, si è dichiarato non colpevole. Per arrivare a lui, le autorità hanno seguito per oltre un anno i suoi movimenti e quelli della sua famiglia. Una serie di analogie (l'uso di telefoni usa e getta per contattare le vittime), la parziale identificazione da parte di un testimone, l'auto sulla quale era stato visto (un pick-up verde intestato al fratello), le ossessive ricerche fatte online da Heuermann sui delitti di Gilgo Beach, hanno ristretto il cerchio, portando il campo dei sospettati a un unico nome. Ma la pistola fumante è stato l'esame dei campioni di Dna prelevato dalla spazzatura dell'uomo. In particolare è stato decisivo il campione di materiale genetico dna prelevato da una fetta di pizza che corrispondeva a quello trovato sui resti di Melissa, Megan e Amber. Presto, ha detto la polizia, per l'architetto potrebbe arrivare anche la quarta accusa di omicidio, quella per l'uccisione di Maureen Brainard-Barnes.

Ted Kaczynski: Unabomber. 

Unabomber morto in carcere: terrorizzò gli Stati Uniti con i pacchi bomba. Massimo Balsamo il 10 Giugno 2023 su Il Giornale.

Considerato tra gli attentatori più prolifici degli Usa, Ted Kaczynski uccise tre persone e fu catturato al termine di una caccia durata vent'anni

Ted Kaczynski, meglio noto come Unabomber, è morto in carcere. Il serial killer più prolifico della storia degli Stati Uniti è stato trovato senza vita nella sua cella della prigione federale del North Carolina. Come riportato dalla stampa locale, non sono state rese note le cause del decesso. La notizia è stata confermata da un portavoce del Bureau of Prisons all'AP. L'assassinio seriale eco-terrorista era stato trasferito nella struttura medica del carcere a causa delle sue condizioni di salute precarie, dopo aver trascorso vent'anni in una prigione federale Supermax in Colorado.

Ribattezzato Unabomber dalla stampa per i suoi attacchi con pacchi bomba, Ted Kaczynski fu arrestato nel 1996 nel Montana occidentale dopo una caccia durata diciotto anni. Sua la firma su sedici attentati sul territorio statunitense tra il 1978 e il 1995: bilancio di 3 morti (Hugh Scranton, proprietario di un negozio di computer; Thomas Mosser, dirigente di un'agenzia pubblicitaria legata a una compagnia petrolifera; Gilbert Murray, presidente dell'Associazione forestale californiana) e 23 feriti. Individuato e catturato nella sua capanna, il serial killer rifiutò la linea dell'incapacità di intendere e di volere ed evitò la pena di morte dichiarandosi colpevole di tutti i reati imputatigli: condanna all'ergastolo senza possibilità di appello.

Quei pacchi esplosivi che sconvolsero gli Usa: la "caccia" al terrorista

Spinto nelle azioni dal desiderio di realizzare la sua illusione ideologica - la rivolta della natura contro il mondo tecnologico - Unabomber costruì ordigni pesanti per uccidere vittime singole in eventi separati, in stile seriale. Una biografia in linea con quelle degli assassini seriali, dall'infanzia segnata da frequenti episodi di violenza da parte dei genitori - immigrati polacchi - all'odio provato nei confronti degli altri: dalle donne ai vicini di casa, passando per i conoscenti ed i mezzi di informazioni. Alle prese con difficoltà dal punto di vista sessuale - altro elemento ricorrente per serial killer - Kaczynski si distinse dai "colleghi" per la sua grande organizzazione: non ha mai commesso errori o leggerezze che potessero svelarne l'identità. La cattura arrivò per un peccato di nascisismo, ovvero la diffusione del suo personale "Manifesto".

Per terrorizzare gli Stati Uniti Kaczynski utilizzò sempre la stessa tecnica: l'invio per posta di un pacco bomba, sempre più elaborato con il passare degli anni. Dalle università alle compagnie aeree, Unabomber cambiò spesso i suoi obiettivi, mettendo nel mirino scienziati, informatici e funzionari. Personalità legate da un unico fattore: l'impegno per il progresso tecnologico, in antitesi rispetto ai problemi ecologici a lui a cuore.

L'81enne scontava l'ergastolo. È morto Unabomber, trovato cadavere in prigione Theodore Kaczynski: per 17 anni ha terrorizzato gli Usa. L'Unità il  10 Giugno 2023

Per 17 lunghi anni ha terrorizzato gli Stati Uniti mandando pacchi esplosivi a diverse persone, provocando 3 morti e oltre 20 feriti. Dopo il suo arresto nel 1996 e una lunga detenzione, è morto in un carcere federale Theodore “Ted” Kaczynski, più noto come Unabomber.

A riferirlo ad Associated Press Kristie Breshears, portavoce dell’Ufficio federale delle prigioni. Kaczynski, matematico che dopo gli studi ad Harvard si ritirò in una baracca nel Montana, da dove inviava i suoi pacchi esplosivi, è stato trovato senza vita nella sua cella della prigione federale di Butner, in North Carolina, intorno alle otto del mattino.

Le cause del decesso dell’81enne non sono state rese note. Prima di essere trasferito a Butner, Kaczynski aveva trascorso due decenni in una prigione federale di massima sicurezza in Colorado, la Supermax prison di Florence, dove fu mandato a maggio del 1998, quando fu condannato a quattro ergastoli più 30 anni per una campagna di terrore che mise in allarme le università di tutto il Paese.

L’Fbi riuscì a catturare Kaczynski solo dopo tanti anni e inchieste flop: gli indizi utili all’arresto arrivano dallo stesso Unabomber, quando inviò ai giornali un manifesto di 35mila parole. La lettura del manifesto spinse il fratello di Kaczynski, David Kaczynski a collegare il documento alle parole utilizzate solitamente dal fratello. 

Durante il processo Unabomber si era dichiarato colpevole di aver provocato 16 esplosioni che hanno ucciso tre persone e ne hanno ferite altre 23 in varie parti del Paese tra il 1978 e il 1995.

Dopo il suo arresto nel 1996 nella baita in cui viveva nel Montana occidentale, Kaczynski stava scontando l’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata

La società industriale e il suo futuro’: il manifesto di Unabomber è ancora attuale. Michele Manfrin su L'Indipendente l'11 Giugno 2023 

Theodore Kaczynski, noto con il nome di Unabomber, si è spento all’età di 81 anni all’interno di un carcere federale del North Carolina. Ritenuto per lungo tempo uno dei terroristi più ricercati degli Stati Uniti, da alcuni sarà ricordato come un rivoluzionario solitario, da altri come un pazzo terrorista. Di certo il suo nome sarà ricordato a lungo. Kaczynski era una persona con un’intelligenza fuori dalla norma evidenziata da una carriera di studi impressionante, bruciando le tappe all’interno delle accademie universitarie prima di rifiutare il sistema e decidere di isolarsi per combatterlo. “Ted” Kaczynski si trovava in prigione dal 1996, senza la possibilità di uscire per il resto della propria vita, condannato per gli atti dinamitardi multipli compiuti tra il 1978 e il 1995, che causarono 3 morti e 23 feriti. Il sangue causato rimarrà indelebile, quanto la lucida attualità dei suoi scritti, capaci di fornire spunti di riflessione sull’intreccio tra società umana e tecnologia ancora oggi.

Nel 1996, Theodore Kaczynski era stato arrestato nella sua casetta in legno nei boschi del Montana, nelle vicinanze della cittadina di Lincoln, dopo una ricerca durata 28 anni, ovvero da quando fece esplodere il suo primo pacco bomba, nel maggio del 1978 causando il ferimento di Terry Marker, ufficiale di polizia del campus della Northwestern University, in Illinois. Da allora, 16 pacchi bomba sono stati spediti – 2 dei quali disinnescati – fino al 24 aprile del 1995, con l’uccisione a Sacramento, in California, di Gilbert P. Murray, lobbista di professione, terza vittima delle azioni di Kaczynski.

L’ex professore universitario era conosciuto al grande pubblico con il nome di Unabomber, nome inventato dai mass media in conseguenza alla definizione data al caso da parte dell’FBI, “UNABOM”, dall’unione di UNiversity e Airline BOMber. Kaczynski si è sempre rifiutato di accettare – come anche suggerito dai propri stessi avvocati – di dichiararsi infermo mentale: questo avrebbe delegittimato e screditato le sue idee espresse in quello che i media hanno definito il “Manifesto di Unabomber”. Infatti, nel 1995, in cambio della promessa di smettere con le sue azioni dinamitarde, chiese alle maggiori testate statunitensi di pubblicare il proprio scritto, “Industrial Society and Its Future” (“La società industriale e il suo futuro”). Dopo profonde discussioni e dissidi circa la volontà da parte dell’FBI di assecondare un loro ricercato per terrorismo, l’Ufficio decise di accettare e il New York Times e il Washington Post pubblicarono per intero il testo.

“La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa di vita di coloro che vivono in paesi “sviluppati” ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche (nel Terzo mondo anche fisiche), inflitto danni notevoli al mondo naturale. Il continuo sviluppo della tecnologia peggiorerà la situazione. Essa sicuramente sottometterà gli esseri umani a trattamenti sempre più abietti, infliggerà al mondo naturale danni sempre maggiori, porterà probabilmente a una maggiore disgregazione sociale e sofferenza psicologica e a incrementare la sofferenza fisica in paesi “sviluppati”. 2. Il sistema tecnologico industriale può sopravvivere o crollare”. Questo è il primo punto, e l’inizio del secondo, di 230 punti in cui Kaczynski suddivide il suo scritto di profonda critica nei confronti della moderna società industriale, colpevole del degrado umano (fisico e psicologico) e dell’ambiente. Sebbene sia generalmente riconosciuto come un terrorista, alcuni lo ritengono un rivoluzionario, anche definito anarco-primitivista, impegnato in un conflitto contro la società dell’oppressione e della schiavitù tecnologica.

Kaczynski era un matematico, ragazzo prodigio che ha concluso il percorso di scuola superiore due anni in anticipo e che ha iniziato a studiare ad Harvard all’età di sedici anni. Nel 1962, a vent’anni, si è laureato e iniziato subito la carriera universitaria presso l’Università del Michigan per poi passare, nel 1967, alla prestigiosa università di Berkeley, in California. Dopo due anni, all’età di ventisette anni, Kaczynski lascia all’improvviso il suo incarico alla prestigiosa Università. Proprio nel periodo successivo decide di trasferirsi in una minuscola casa isolata nei boschi del Montana, nelle vicinanze di Lincoln, isolato dal resto della società.

Proprio durante la sua carriera accademica, fin da studente e poi da professore, Kaczynski ha maturato un pensiero di rifiuto totale nei riguardi della moderna società industriale e tecnologica. Da studente di Harvard, e in quanto ragazzo prodigio, Ted Kaczynski è entrato in contatto con il professor Henry Murray, ex collaboratore dell’OSS (Office os Strategic Services) – precursore della CIA – durante la Seconda Guerra mondiale, che conduceva – presso l’Università –  esperimenti sulla psicologia della mente umana. Proprio questa relazione, durata tre anni, avrebbe reso Kaczynski ancor più convinto della disumanità della società prodotta dalla rivoluzione industriale.

Kaczynski, che firmava e rivendicava gli attacchi utilizzando la sigla “FC” (Freedom Club), non ha mai rinnegato le proprie azioni e le proprie idee e riteneva che uno dei mali maggiori a livello socio-relazionale che la società moderna produce è la “sovrasocializzazione”. Al punto numero 26 de La società industriale e il suo futuro, possiamo leggere : “[..] Noi siamo sovrasocializzati per conformarci alle molte norme di comportamento che non cadono sotto il titolo della moralità. Così la persona sovrasocializzata è legata a un guinzaglio psicologico e spende la sua vita percorrendo binari che la società ha costruito per lui. In molte persone sovrasocializzate il risultato è un senso di coercizione che può divenire una dura sofferenza. Noi sosteniamo che la crudeltà peggiore che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro è la sovrasocializzazione”. [di Michele Manfrin]

La Vedova Nera.

Gli incendi e i 40 omicidi: il mistero della Vedova Nera svanita nel nulla. Prima serial killer donna attiva negli Stati Uniti nel Ventesimo secolo, Belle Gunness è la Vedova Nera per antonomasia: almeno 40 omicidi accertati, ma il conto potrebbe salire a 60 vittime. Massimo Balsamo l'11 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia e il sogno americano

 La nascita della Vedova Nera

 Brynhild Paulsdatter Størseth diventa Belle Gunness

 Il misterioso incendio

Ha commesso almeno 40 omicidi ma, secondo alcune fonti, il conto in realtà è superiore, attestandosi a 60 vittime. Rientra sicuramente nell’elenco delle serial killer donne più prolifiche della storia e “vanta” un primato: è stata la prima assassina seriale attiva negli Stati Uniti nel Ventesimo secolo. Belle Gunness è considerata la Vedova Nera per eccellenza, attiva tra il 1894 e il 1908 tra Illinois e Indiana. Ma c’è un altro dettaglio a renderla unica: la sua fine misteriosa.

L'infanzia e il sogno americano

Brynhild Paulsdatter Størseth – suo vero nome – nasce l’11 novembre del 1859 a Selbu, Sør-Trøndelag, Norvegia. È la più giovane di otto figli e aiuta la sua famiglia come può: all’età di 14 anni inizia a lavorare per le fattorie della zona mungendo e allevando il bestiame, con il sogno di mettere da parte abbastanza soldi per trasferirsi a New York. Coltiva il sogno americano per anni, fino al 1881, quando si trasferisce negli States e cambia il suo nome in Belle. Si sposta subito a Chicago per raggiungere la sorella Nellie, immigrata diversi anni prima, e va a vivere con lei e il cognato. Inizia a lavorare come domestica, fino a quando non trova impiego in una macelleria. Fisicamente forte e di aspetto mascolino, un lavoro su misura per lei.

La nascita della Vedova Nera

Nel 1884 sposa Mads Sorenson, immigrato norvegese come lei. La coppia decide di aprire un negozio di dolciumi, ma dopo un anno crolla tutto: l’esercizio viene distrutto dalle fiamme. Con il denaro dell’assicurazione viene acquistata un’abitazione che va in fiamme nel 1898. Altro risarcimento, altra abitazione, anch’essa rasa al suolo da un rogo. Coincidenze a dir poco strane, ma nessun sospetto.

Carolina, la prima figlia della coppia, muore improvvisamente. Poi è la volta di un altro figlio, Axel. Per entrambi viene posta la diagnosi di enterocolite fulminante. Diagnosi errata: la morte è per avvelenamento. La madre aveva assicurato entrambi i bambini e riscuote un grosso assegno. Il disegno si replica nel luglio del 1900, quando muore il marito Mads Sorenson: in questo caso i medici puntano il dito contro un problema cardiaco.

Brynhild Paulsdatter Størseth diventa Belle Gunness

Incassato l’ennesimo premio assicurativo, la donna lascia la città con tre bambini (due figlie naturali e un bimbo in custodia) e si trasferisce in Indiana, a La Porte per la precisione, dove acquista un allevamento di maiali. L’1 aprile sposa Peter Gunness ed eredita il suo cognome, diventando a tutti gli effetti Belle Gunness. Ma le "tragedie" continuano e la prima coinvolge proprio il coniuge: otto mesi dopo le nozze, mentre prova a recuperare uno scatolone da uno scaffale, viene colpito da un pesante tritacarne. La botta risulta fatale: cranio sfondato, non c’è niente da fare. Il medico legale non esclude l’omicidio, ma non salta fuori nulla di strano. In realtà sono evidenti i sintomi di un avvelenamento da stricnina. Anche in questo caso, la donna raccoglie un ottimo assegno di assicurazione: 3 mila dollari.

Nel 1905 scompare dalla fattoria il bambino in custodia a Belle Gunness – non si saprà mai il suo destino – mentre la donna inizia a reclutare manodopera per la sua attività attraverso i giornali di Chicago. Uno dei primi a rispondere è il bracciante Henry Gurholt: dopo qualche corrispondenza con i suoi familiari, svanisce nel nulla. I suoi cari si mettono in contatto con la datrice di lavoro, ma Belle Gunness non è di grande aiuto: dice che Gurholt avrebbe lasciato la fattoria per seguire dei commercianti di cavalli. Eppure qualcosa non torna: nell’abitazione della Gunness sono ancora presenti i suoi effetti personali, compreso il riconoscibile soprabito di pelliccia.

Il caso di Gurholt non è isolato. Belle Gunness continua a scrivere sui giornali della zona, in particolare nella rubrica per cuori solitari, descrivendosi come una vedova piacente e alla ricerca di un marito. Ma i candidati, di punto in bianco, spariscono senza lasciare tracce. John Moe risponde all’annuncio della donna nel 1906 e nessuno avrà più sue notizie, parenti compresi. Anche in questo caso i suoi effetti personali sono a casa dell’allevatrice di maiali.

Il misterioso incendio

Belle Gunness non si fa scrupoli e si dimostra abilissima nel nascondere i cadaveri. Almeno fino al 28 aprile 1908, ovvero fino all’incendio che ancora oggi cela dubbi e misteri. La fattoria di La Porte viene devastata dall’ennesimo rogo: le autorità trovano i corpi di una donna adulta senza testa – la Gunness, secondo gli agenti – e dei suoi tre figli. Ma ulteriori indagini portano alla luce i resti parziali di almeno altre 11 persone.

Dopo una settimana, i poliziotti trovano gli effetti personali di molte persone, rintracciate grazie all’ausilio di diversi parenti delle vittime: è il caso dei parenti di Andrew Helgelien, fatto a pezzi e nascosto in un sacco di iuta. Gli investigatori concentrano la loro attenzione sui terreni della fattori e gli scavi confermano le loro teorie: rinvengono numerosi sacchi di tela contenenti torsi, mani, braccia, ossa umane.

Francisco Escalero, il Matamendigos tra cannibalismo e necrofilia

Nessuna mamma morta nel disperato tentativo di salvare i figlioletti? Le conclusioni delle autorità cambiano radicalmente sull’incendio nella fattoria e si teme un’incredibile messa in scena. Una conferma – difficile da verificare – arriva da Ray Lamphere, braccio destro e amante occasionale di Belle Gunness. Condannato per l’incendio doloso della fattoria, l’uomo confessa che la donna era solita arruolare braccianti con il solo obiettivo di ucciderli e derubarli. Ma non è tutto: l’allevatrice gli avrebbe chiesto di bruciare la sua tenuta con i suoi figli all’interno per poter scappare e ricominciare da zero. Il corpo femminile, secondo l’uomo, non sarebbe quello della Gunness, ma di una malcapitata vittima scelta per il teatrino.

Ufficialmente Hell’s Belle – il suo soprannome – viene dichiarata morta, anche se l’autopsia conferma i dubbi: il corpo privo di testa trovato nella fattoria è più corto e più leggero di quello della norvegese. Nessuna spiegazione sulla “fine” della testa del cadavere. Inizia a farsi strada il sospetto che Belle Gunness possa essere scampata all'incendio, portando con sé i beni di valore sottratti alle vittime. Un vero e proprio giallo, un mistero che negli anni ha spinto molte persone a visitare la fattoria come una vera e propria attrazione turistica. Negli anni successivi, in varie zone degli Stati Uniti, spuntano presunti avvistamenti e si moltiplicano i casi di morte sospetta. L’ultima segnalazione risale al 1935, in Ohio. L'unica certezza i tanti omicidi commessi, ma anche il numero è ipotetico, tra i 40 e i 60. La Vedova Nera per antonomasia.

Le groupies del terrore.

L'amore per i serial killer: ecco le groupies del terrore. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale il 6 aprile 2023.

Ted Bundy è passato alla storia come l'assassino affascinante, il criminale dalla bellezza irresistibile. Nel periodo trascorso nel braccio della morte ha ricevuto migliaia di lettere dalle "fan", donne poco interessate al suo passato violento e pronte a tutto per convolare a nozze con lui. Ma l'assassino delle studentesse non è stato di certo l'unico ad aver ammaliato centinaia di donne (e uomini): il fenomeno delle serial killer groupies (conosciuto anche con l'acronimo SKG) ha radici lontanissime.

Per la precisione, bisogna risalire alla fine dell'Ottocento: come confermato da Ruben De Luca nel suo libro "Serial killer", la prima groupie è stata Rosalind Bowers, una donna sposata che non perse neanche un’udienza del processo contro l'assassino Theodore Henry Durrant, accusato di aver ucciso brutalmente due donne a San Francisco.

Il fenomeno delle serial killer groupies

A partire dal Novecento i serial killer sono diventati delle vere e proprie celebrità: libri, serie tv, film, interviste storiche e così via. La visibilità offerta dai mass media ha modificato il rapporto tra l'opinione pubblica e i criminali, a tratti quasi celebrati nonostante barbarie e angherie perpetrate. E come qualsiasi altra star, anche gli assassini seriali hanno collezionato ammiratrici da ogni parte del mondo.

Contattare detenuti condannati all'ergastolo o nel braccio della morte è stato sempre piuttosto facile, basti pensare che in Scandinavia (ma anche negli Stati Uniti) esistono siti dedicati. Dopo qualche timido caso nella prima parte del Novecento, il fenomeno è cresciuto esponenzialmente: lettere appassionate e richieste di matrimonio à gogo, stesso discorso per racconti piccanti e foto osè. Gli studiosi hanno individuato una serie di ragioni per motivare l'attrazione provata da certe donne nei confronti degli uomini violenti e un dato è emerso con chiarezza: più elevato è il numero delle vittime, più numerose sono le groupies.

Il profilo delle ammiratrici

Sono diverse le motivazioni che spingono le donne a mettersi in contatto con i detenuti, in questo caso i serial killer. Alcune donne sono attratte dall'immagine del "bad boy", mentre altre credono di poter aiutare il criminale nel percorso di redenzione. Altre ancora invece avvertono il bisogno di allevare e curare il desiderio di proteggere quella parte innocente degli assassini come fa una madre con il proprio figlio. E ancora: molte donne bramano situazioni drammatiche per obnubilare noie e banalità della vita.

Secondo gli esperti, la maggior parte delle serial killer groupies è rappresentata da donne istruite, di buona famiglia, alla ricerca di attenzione e con un basso livello di autostima. Da questo punto di vista, il rapporto a distanza con un detenuto ha il pregio di basarsi più sulla fantasia che sulla realtà. Spesso colpite dalla sindrome della Bella e la Bestia - quel desiderio di affiancare un uomo pericoloso - le groupies sono inoltre affette da ibristofilia, ovvero l’attrazione sessuale verso chi commette violenza.

Disposte a fare quasi tutto per stare vicino all'oggetto del desiderio, le groupies dei serial killer cambiano lavoro e città per raggiungere lo scopo, arrivando a spendere tutti i risparmi. Il primo incontro ha sempre rappresentato una tappa decisiva nel rapporto tra assassino e ammiratrice: la maggior parte delle donne, comprese quelle già sposate, ha raccontato di essere rimasta piacevolmente sorpresa dai tratti di umanità e dal comportamento ordinario dell'interlocutore.

Una tendenza globale

Seppur con qualche ovvia distinzione, il fenomeno delle Gsk è globale. Oltre al già citato Ted Bundy, negli Stati Uniti ha destato parecchio clamore la ressa di ammiratrici per Charles Manson, mente dell'eccidio di Cielo Drive e di quello ai danni di Leno LaBianca e di sua moglie. In Europa è impossibile non citare il successo con le donne di Guy Georges: sin dal giorno del suo arresto, la bestia della Bastiglia ha ricevuto migliaia di lettere. In Russia a conquistare il cuore di centinaia di donne ci ha pensato Alexandr Pičuškin: almeno 49 vittime accertate tra il 1992 e il 2006.

In Ucraina invece, fino a qualche tempo fa sono esistiti veri e propri fan club organizzati per maniaci e assassini seriali: quasi tutti nati su internet e con mini-imperi di vendite di gadget legati ai serial killer. Una tendenza particolare, difficile da arginare nelle sue forme più morbose. La Danimarca nel 2021 ci ha provato con una legge dalla scopo ben preciso: vietare agli ergastolani di entrare in contatto con nuove persone. "Abbiamo visto esempi disgustosi negli ultimi anni di prigionieri che hanno commesso crimini abominevoli contattando i giovani per ottenere la loro simpatia e attenzione", il commento tranchant del ministero della Giustizia di Copenaghen.

Il caso di Angelo Izzo e Donatella Papi

In alcuni casi, l'ammirazione si è trasformata in una controversa storia d'amore. Da Renato Vallanzasca a Raffaele Cutolo, non mancano gli esempi tutti nostrani, ma il caso più famoso è probabilmente quello che ha coinvolto Angelo Izzo e Donatella Papi. Condannato all'ergastolo per il massacro del Circeo, Izzo alla fine del 2004 ha ottenuto la semilibertà. Dopo sei mesi, il 28 aprile del 2005, è tornato a uccidere, massacrando Maria Carmelo Maiorano e la figlia quindicenne Valentina. Nell'ottobre del 2009 la giornalista Donatella Papi ha scritto al direttore del carcere di Velletri per incontrare l'assassino - condannato a un altro ergastolo - e "concordare le modalità necessarie al fine di contrarre matrimonio in regime intramurario".

Tutto è nato grazie a un rapporto epistolare e la Papi, da buona groupie, ha colto ogni finestra di visibilità per perorare la causa di Izzo e provare a dimostrare la sua improbabile innocenza. I due si sono sposati nel 2010: "Sono una sposa serena. Ho sposato l’uomo che amo. È quello che volevamo entrambi. Non abbiamo paura, non abbiamo fatto nulla di male", le parole della cronista. L'unione durata appena un anno: è stata proprio lei a chiedere la separazione. Ma il rapporto non si è mai interrotto: la Papi ha continuato a sostenere l'innocenza dell'ex coniuge nei crimini del Circeo e anche in quello di Campobasso.

... e viceversa

Il fenomeno riguarda principalmente le donne, questo è sicuro. Ma anche per un semplice confronto numerico: serial killer e stupratori sono quasi sempre uomini. Ma quando a macchiarsi di delitti terribili sono le donne, la tendenza è identica: uomini perdutamente innamorati e migliaia di lettere con richieste di matrimonio. Uno dei casi più famosi è quello di Susan Atkins, complice di Charles Manson: si è sposata due volte durante il periodo di detenzione, entrambi i mariti conosciuti come "pen pal". In Italia invece la vicenda di Erika Di Nardo: responsabile insieme all'allora fidanzato Omar Favaro della strage di Novi Ligure - vittime la madre e il fratellino - all'inizio degli anni 2000 la giovane ha avuto una relazione con un ragazzo conosciuto tramite corrispondenza epistolare.

Serial killer in estinzione. Serial killer, una specie in via di estinzione.

EMANUEL PIETROBON il 14 Marzo 2023 su Inside Over.

Assassini seriali, musa ispiratrice di scrittori e sceneggiatori. Hanno gettato intere famiglie in lutto. E hanno fatto la fortuna del cinema horror e thriller degli anni Novanta, ispirando saghe lugubri-ma-di-successo come Venerdì 13, Halloween e Scream.

Assassini seriali, pochi ma letali: hanno ucciso (decine di) migliaia di persone in tutto il mondo – i dieci serial killer più prolifici della storia, insieme, hanno mietuto 898 vittime. La criminologia li divide in organizzati e disorganizzati, ma anche in missionari e vedove nere, in edonistici e meri disturbati. Alcuni non raggiungono la soglia minima accettabile del quoziente intellettivo, altri presentano un’intelligenza superiore alla media.

Assassini seriali, incubo della gente comune, ossessione dei profilatori e curiosità degli scienziati sociali. Che siano metodici o disordinati, o che siano allucinati o terribilmente lucidi, certo è che la loro specie, fortunatamente ma inspiegabilmente, è in via di estinzione.

I serial killer stanno scomparendo?

L’età d’oro degli assassini seriali è durata all’incirca un quarantennio, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, e ha avuto un impatto profondo nell’immaginario collettivo degli occidentali e del resto del mondo. Ancora oggi, a decenni di distanza, film e serializzazioni sui grandi protagonisti di quest’epoca sono in grado di scuotere i botteghini, fisici e virtuali, come ha dimostrato il caso Dahmer su Netflix.

L’America puritana interpretò il fenomeno dei serial killer in termini escatologici, leggendolo come un segnale dell’incombente “fine dei tempi”. Per l’Unione Sovietica era una delle (tante) manifestazioni del declino della degenerata civiltà occidentale – ragion per cui, come è noto, si tardò a collegare una cinquantina di sparizioni ad una sola figura: Andrej Čikatilo. Per il Giappone profondo si trattava di una conseguenza indesiderata dell’occidentalizzazione della società. Sembrava una tendenza destinata, in ciascun caso, destinata a durare nel tempo. Ma così non è stato.

Negli Stati Uniti, stime ufficiali alla mano, il numero dei serial killer attivi su base annua è andato diminuendo drasticamente sul finire del Novecento: sarebbero stati 770 negli anni Ottanta, che sono scesi a 670 negli anni Novanta, per poi passare dai 400 del Duemila a poco più di 100 nel periodo 2010-20. 189 omicidi sarebbero stati imputabili a degli assassini seriali nel 1987, ma soltanto 30 nel 2015. Numeri che parlano di una specie in via di estinzione e che accomunano, anche se a tassi variabili, tutti quei paesi che hanno vissuto la golden age di sangue.

Le (possibili) ragioni

Il progresso tecnologico sembra essere, per i criminologi, il principale motivo della graduale rarefazione degli omicidi seriali. Avanzamenti, sviluppi e scoperte nella tecnologia forense, dall’informatica alla lettura del dna, hanno migliorato in maniera significativa l’efficacia dei reparti investigativi, che, tra analisi di materiale biologico e triangolazioni dati, risultano in grado di rallentare l’attuazione di omicidi di catena e persino di lavorare a casi freddi del passato remoto.

È il progresso tecnologico in sé, più che il progresso nella tecnologia forense, ad aver inciso sulle capacità di azione dei serial killer. La telecamerizzazione degli spazi urbani ed extraurbani, come strade e autostrade, rende necessaria l’elaborazione di tragitti e lo studio di vie di fuga a portata di pochi: quell’anomalo pugno di assassini seriali intellettivamente plusdotati. E rappresenta comunque, al di là del livello di intelligenza posseduto, un potente deterrente – negli Stati Uniti, ad esempio, si trova una telecamera ogni 4,6 persone.

Oggi, rispetto al passato, commissariati e dipartimenti dialogano, si scambiano dati, e va consolidandosi, in tutto il mondo, la tendenza alla cooperazione internazionale tra polizie. Si tratta, di nuovo, di eventi che hanno facilitato il lavoro alle forze dell’ordine e che lo hanno complicato ai criminali – non soltanto agli assassini seriali.

Importanti cambiamenti sono avvenuti anche a livello di società. Il fenomeno dell’autostoppismo è andato scomparendo nei paesi avanzati – ed è stato, storicamente, un importante bacino di selezione delle vittime per i serial killer. Il telefono è diventato cellulare – altro mutamento da non sottovalutare, perché sinonimo di geolocalizzazione e pronto soccorso. E la cultura pop, tanto ossessionata dal lugubre, ha paradossalmente aumentato la consapevolezza sui rischi si celano per strada, talvolta nella porta accanto.

Come è cambiata la violenza

Progresso tecnologico e cambiamenti sociali, ad ogni modo, potrebbero spiegare la sparizione dei serial killer soltanto in parte. Perché se è vero che uccidere in serie è diventato più difficile, lo è altrettanto che, perlomeno in certi contesti, sembra essere cambiato il modo di idealizzare l’omicidio. Sembra essere cambiata la violenza: meno elaborata, più spettacolarizzata.

Alcuni scienziati sociali e criminologi credono, soprattutto tra Stati Uniti e Giappone, nell’esistenza di una correlazione tra la diminuzione (eccezionale) degli omicidi seriali e l’incremento (straordinario) di altri due fenomeni criminogeni: assassinio in catena (spree killing), parricidio e stragismo, ovvero, rispettivamente, brevi-ma-intensi raptus omicidi, tragedie domestiche ed eccidi come i famigerati massacri scolastici. Ma per altri, i loro detrattori, è una correlazione spuria: profili psicologici diversi, ragioni differenti.

Che i misantropi stragisti, i mini-assassini seriali e gli iracondi uxoricidi del Duemila siano l’equivalente contemporaneo dei serial killer del Novecento, o che invece si tratti di fenomeni completamente estranei tra loro, certo è che l’unica cosa certa è una: il tramonto sta scendendo sull’era inaugurata da Jack lo squartatore.

EMANUEL PIETROBON

David Berkowitz.

Le voci dei demoni poi la "rinascita": così il "figlio di Sam" terrorizzò New York. Esecuzioni truculente ordinate dai demoni, lettere minatorie, una città sull’orlo del collasso: la furia di David Berkowitz, il killer della calibro 44 tra luci e ombre. Massimo Balsamo il 22 marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia turbolenta

 Il killer della calibro 44

 Il figlio di Sam

 La multa, l'arresto e la "speranza"

Sei vittime accertate, vite spezzate o rovinate per sempre. Lettere minatorie, promesse di strage. Una città, New York, sotto scacco. David Berkowitz ha tenuto in ostaggio l’America con la sua furia omicida per un anno intero, per la precisione tra il luglio del 1976 e il luglio del 1977. Nel mirino del "figlio di Sam" le coppie che si trovavano da sole in macchina in quartieri come il Bronx e il Queens: nessuna preferenza degna di nota, tutto affidato al caso. O meglio ordinato dai demoni.

L'infanzia turbolenta

David Berkowitz nasce a New York il 1° giugno 1952, frutto indesiderato della relazione tra la madre Betty Broder e un uomo di affari sposato. Appena nato, viene dato in adozione a Nathan e Pearl Berkowitz. Un bimbo molto sveglio, capace, ma con tendenze preoccupanti. Ancora giovanissimo inizia a rubare e evidenzia la propensione a diventare un piromane. Asociale e aggressivo, a tratti ingestibile.

Nel 1965, quando ha tredici anni, un evento che cambia per sempre la sua vita: la morte della madre adottiva Pearl, sconfitta da un tumore al seno. Berkowitz è sotto choc, si sente tradito, si sente solo. Una sensazione che aumenta esponenzialmente qualche tempo dopo, quando Nathan si risposa e si trasferisce in Florida. Ma il futuro “figlio di Sam” non riesce ad andare d’accordo con la nuova madre e la sorellastra, decide così di andarsene da casa e di arruolarsi. Viene subito mandato in Corea, dove sperimenta varie droghe e fa qualche esperienza. Lasciato l’esercito, torna a New York, dove nel 1974 inizia a lavorare nel servizio postale.

A poco più di vent’anni, David Berkowitz prova a riallacciare i rapporti con la madre naturale, ma desiste dopo qualche incontro. Il rapporto con le donne è particolarmente complicato, anche da un punto di vista sessuale. L’unico rapporto lo ha con una prostituta coreana, che per giunta lo infetta con una malattia venerea. In quel periodo, nel 1975, entra in contatto con il mondo esoterico grazie ad alcuni giovani. Inizia a guardare film dell’orrore e soprattutto studia “The Satanic Bible”, libro pubblicato qualche anno prima da Anton LaVey e testo di riferimento della Chiesa di Satana.

Il killer della calibro 44

David Berkowitz matura strane, pericolose idee. E prova a metterle in pratica alla fine del 1975, per la precisione alla vigilia di Natale: l’uomo aggredisce due giovani per strada: una si salva fuggendo, l’altra viene raggiunta da diverse coltellate, ma riesce a sopravvivere. Il futuro serial killer riesce a farla franca: nessuna delle due riesce a identificarlo.

Il primo omicidio è datato 29 luglio 1976, nel Bronx: David Berkowitz aggredisce due amiche, Jody Valenti e Donna Lauria, mentre chiacchierano in una macchina parcheggiata. Appena Donna apre la portiera per scendere, Berkowitz tira fuori una pistola calibro 44 nascosta in un sacchetto di carta e apre il fuoco: la Lauria muore sul colpo, mentre la Valenti riporta una ferita alla coscia. Anche in questo caso non rientra nella lista dei sospettati: le forze dell’ordine pensano a un attacco mafioso con scambio di persona.

Passano tre mesi e David Berkowitz torna a colpire, questa volta nel Queens. Un’altra sparatoria, un altro parcheggio: vittime della sparatoria Rosemary Keenan (illesa) e Carl Denaro, raggiunto da un colpo alla testa non fatale. Il 26 novembre la terza aggressione, sempre nel Queens: Donna DeMasi e Joanne Lomino vengono sorprese mentre tornano a casa. Donna riesce a cavarsela con qualche ferita, mentre Joanne – colpita alla spina dorsale – rimane paralizzata.

David Berkowitz torna a colpire il 30 gennaio 1977, nuovamente nel Queens. Poco dopo la mezzanotte assale Christine Freund e John Diel, seduti in macchina in un parcheggio dopo aver visto Rocky al cinema. Un amore spezzato per sempre: Christine viene raggiunta da colpi mortali, mentre John riesce a salvarsi. L’8 marzo 1977 Berkowitz torna a colpire nella stessa zona, uccidendo la studentessa Virginia Voskerichian: cambia il modus operandi, in questo caso la vittima non era seduta in macchina ma tranquilla per strada.

New York è terrorizzata, una città sull’orlo del collasso. Il sindaco Ed Koch organizza una conferenza stampa e annuncia la presenza di un serial killer a piede libero. Ma non solo: rivela un dettaglio fondamentale, ovvero l’arma utilizzata dall’assassino, una pistola calibro 44. Un’informazione che potrebbe spingere il ricercato a disfarsi dell’arma, ma non è questo il caso.

Il figlio di Sam

Il 17 aprile 1977 David Berkowitz mette la firma su un duplice omicidio nel Bronx, a pochi passi dal luogo della sparatoria che ha coinvolto qualche tempo prima Donna DeMasi e Joanne Lomino: Alexander Esau e Valentina Suriani sono raggiunti da diversi colpi d’arma da fuoco mentre sono seduti in macchina. Le forze dell’ordine devono fare i conti con una scena del crimine orrenda, due giovani vite strappate in un fiume di sangue.

Ma non è tutto. Il serial killer ha infatti lasciato un indizio importante, una lettera indirizzata al capitano Joseph Borrell. “Tornerò, tornerò! Che va interpretato così – bang bang bang bang”, uno dei passaggi più importanti tra minacce e simboli satanici. La conclusione, poi, passata alla storia: “Sono il figlio di Sam”.

Il 30 maggio del 1977 David Berkowitz manda una seconda lettera, questa volta al giornalista Jimmy Breslin. Non è una scelta fatta a caso: lui è il cronista di punta del New York Daily News. Molto più lunga della precedente, la missiva conferma minacce sinistre: “Ciao dal rigagnolo di NYC che è alimentato da escrementi di cane, vomito, vino stagnante, urina e sangue. Ciao dalle fogne di NYC che ingoiano queste bontà quando sono lavate dai camion dei netturbini. Ciao dalle fessure nelle strade di NYC e dalle formiche che scendono in queste buche e mangiano il sangue dei morti nascosti in queste fessure...”.

Poco meno di un mese dopo, il 26 giugno 1977, un nuovo assalto sanguinoso a Bayside, sobborgo del Queens. Seduti in macchina dopo aver passato la serata in discoteca, Judy Placido e Salvatore Lupo vengono raggiunti dagli spari. Solo qualche ferita per loro fortunatamente.

31 luglio 1977, Brooklyn. Stacy Moskowitz e Robert Violante si incontrano per un primo appuntamento, prima un film al cinema e poi la cena fuori. E in macchina, per scambiarsi delle effusioni, nonostante la preoccupazione per il “figlio di Sam”, che però ha sempre colpito in altre zone. Ma questa volta è diverso: David Berkowitz è lì, assetato di sangue. Estrae la sua fedelissima calibro 44 e fa fuoco: Stacy viene colpita alla testa, muore il giorno dopo, Bobby viene colpito al volto e perde la vista da un occhio, ma riesce a sopravvivere.

America in rivolta: quella violenza che ha ridisegnato gli Usa

La multa, l'arresto e la "speranza"

La pressione sulle autorità è palpabile, ma spuntano parecchi testimoni per l’ultimo omicidio. Uno di loro fornisce l’indizio decisivo: una donna racconta agli investigatori di aver visto una Ford Galaxy gialla parcheggiata in sosta vietata. Il giovane proprietario è arrivato in un secondo momento e, dopo aver tolto la contravvenzione, se n’è andato. Proprio grazie a quella multa, risalgono al nome di David Berkowitz.

Due inquirenti si recano a casa di Berkowitz e trovano la Ford Galaxy gialla, la aprono e trovano una prova schiacciante: una lettera indirizzata al commissario di polizia con all’interno un'intimidazione circa una sparatoria a Long Island. Un foglio da lasciare sulla prossima scena del crimine, la grafia non lascia spazio a dubbi. Il serial killer viene arrestato a Yonkers il 10 agosto, senza opporre resistenza: “Sono Sam”, risponde alle domande degli agenti. Nel suo appartamento viene sequestrato un arsenale di armi.

Nel corso dell’interrogatorio, David Berkowitz conferma allegramente tutte le uccisioni. E non solo. Afferma infatti di essere stato spinto a uccidere da voci demoniache. Il Sam citato nelle lettere, aggiunge, è il vicino di casa Sam Carr. E ancora, il cane di Sam – un labrador nero – è posseduto da un vecchio demone ed è stato lui a ordinargli di assassinare tutte quelle persone.

Durante il processo David Berkowitz ammette di essere colpevole: giudicato in grado di intendere e di volere, viene condannato a sei ergastoli, per un totale di 365 anni. Dopo aver rischiato di morire in seguito all'aggressione di un altro detenuto, il killer della calibro 44 accetta l’invito dell’esorcista Malachi Martin e fornisce diverse versioni del suo passato – dai sacrifici per Satana ai giri di pedo-pornografia, passando per i presunti altri “figli di Sam” in giro per l’America.

La seduta lo trasforma: David Berkowitz si converte al cristianesimo e riconosce i crimini ammessi. Sostenuto dalla fede, invia lettere di scuse per i barbari omicidi e dà vita a un sito internet. Il “figlio di Sam” ora si fa chiamare il “figlio della speranza”.

Manson Family.

"La filosofia di Charles Manson era il nulla". Tutta la verità sulla Family. La storia vera dei sodali di Charles Manson, che nell'agosto 1969 uccisero 7 persone. Dove sono ora e chi sono i membri che non si sono mai dissociati. Angela Leucci l'8 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Da chi era composta la Manson Family

 Chi era Tex Watson

 Le donne della Manson Family

 La Manson Family nella cultura pop

Charles Manson fu accusato e condannato di vari crimini, tra cui gli omicidi Tate-LaBianca avvenuti l’8 e 9 agosto 1969. Ma non ne fu l’esecutore materiale: lui fu il leader della Manson Family, una comune di giovanissimi molto lontana nei fatti dalla Summer of Love, dedita ai viaggi acidi e ai crimini. Crimini per lo più legati alla droga, ma che a un certo punto della storia divennero omicidi. Joan Didion scrisse: “Molte persone che conosco a Los Angeles credono che gli anni ’60 siano terminati bruscamente il 9 agosto 1969, nel momento esatto in cui la notizia degli omicidi di Cielo Drive si propagò come un incendio nella comunità, e in un certo senso è vero. La tensione scoppiò quel giorno. La paranoia fu portata a compimento”.

Da chi era composta la Manson Family

Nel romanzo di Quentin Tarantino, ben diverso dall’omonimo film, C’era una volta a Hollywood, c’è un capitolo dedicato alla fantasiosa iniziazione al crimine di Pussycat, un membro della Family inventato ma funzionale a descrivere la delirante atmosfera di quella che solo all’apparenza era una comune hippy. Che dapprima si stabilì a San Francisco, poi nel Topanga Canyon e infine nello Spahn Ranch a Los Angeles.

La Family iniziò a muovere i suoi primi passi nel 1967, quando Charles Manson venne scarcerato: era detenuto dal 1960 per una serie di reati, tra cui sfruttamento della prostituzione. Manson andò a San Francisco, dove iniziò a reclutare diverse adepte, alle quali si unirono vari girovaghi o figure minori del mondo dello spettacolo, oltre ragazzi e soprattutto ragazze scappati da casa. Manson, che si presentava come un musicista - dato che era compositore e frequentava gli ambienti musicali dell’epoca, ma senza mai riuscire di fatto a essere ricordato per le sue canzoni, se non per quello che accadde successivamente - era per la Family un filosofo, una sorta di padre spirituale che preconizzava l’Helter Skelter, il capovolgimento sociale. Naturalmente durante una serie di viaggi acidi.

Dopo gli omicidi i membri della Family furono tutti condannati e in detenzione da allora. Solo Steve Grogan detto Clem, ritenuto con un’intelligenza sotto la media, e Leslie van Houten sono stati scarcerati, il primo nel 1985, la seconda nel 2023 perché ritenuta realmente cambiata e pentita. Leslie van Houten è l’unica persona tra coloro che presero parte alle stragi a ottenere la libertà vigilata. Gli altri sono in carcere, con l’eccezione di Susan Atkins che è morta.

“Ha destato non poco scalpore - spiega a IlGiornale.it Giacomo Brunoro, coautore insieme a Jacopo Pezzan di True Crimes Diaries, podcast di La Case Books - Non credevo che si arrivasse alla scarcerazione di van Houten. Personalmente credo che, a prescindere dalla violenza di questi crimini, sia corretto dare la libertà sulla parola, ragionando sulla differenza con il sistema della giustizia italiana, che è completamente differente. Leslie van Houten ha vissuto quasi la totalità della vita in carcere e, da quanto emerge, è profondamente cambiata, infatti altri membri della Family non si sono mai avvicinati tanto alla libertà. Tuttavia, a causa di un cavillo tecnico, c’è chi crede che potrebbero uscire anche gli altri: van Houten in un certo senso ha aperto la strada. Tuttavia il cambiamento in lei pare fosse evidente, tenendo presente che altre come Sandra Good e Lynette Fromme sono ancora fedeli a Manson, per loro è un eroe stando alle interviste, e credono che quelle azioni commesse fossero positive, non si sono mai dissociate”.

Uno dei primi a unirsi alla Family fu Tex Watson, braccio armato di Manson nel massacro dell’8 agosto che portò alla morte dell’attrice Sharon Tate e del piccolo Patrick Polanski che portava ancora in grembo, il parrucchiere dei vip Jay Sebring, l’ereditiera Abigail Folger e lo scrittore polacco Wojciech Frykowski - oltre che Steve Parent, che era nei paraggi solo per far visita al custode della villa del Polanski - e nel massacro del giorno successivo che coinvolse l’imprenditore Leno LaBianca e la moglie Rosemary. Ma secondo alcuni fu Watson stesso il teorico degli omicidi. Nel tempo della sua lunga detenzione, dal 1969, ha chiesto per 13 volte di essere ammesso alla libertà vigilata, ma le sue richieste sono state negate.

“Sicuramente la personalità più dominante nella Manson Family dal punto di vista militare era Tex Watson - chiarisce Brunoro - Non a caso ha guidato le azioni per cui la Family è andata in galera. Tra l’altro, in un’intervista rilasciata in carcere, il sodale Bobby Beausoleil disse che secondo lui Watson sarebbe stato il vero capo militare della Family. Mentre in realtà Manson sarebbe stato solo un manipolatore a suo avviso. Tant’è che con le stragi compiute Watson avrebbe voluto dimostrare di essere lui il maschio alfa. Naturalmente è solo una teoria che nessuno ha mai confermato. Tutte le teorie sulla Family però sottovalutano un aspetto: l’abuso di droghe psichedeliche che si faceva in quella community e quindi la scarsa lucidità dei membri che poi negli anni hanno parlato a vario titolo”. 

Sono diverse le figure femminili che costellarono la Family: Mary Brunner, detta Mother Mary, Lynette Fromme detta Squeaky (e che anni più tardi sarebbe stata l’attentatrice fallita del presidente Gerald Ford), Susan Atkins detta Sadie, Patricia Krenwinkel detta Katie, Catherine Share detta Gypsy, Leslie van Houten detta Lulu, Diane Lake detta Snake, Sandra Goode, Linda Kasabian, per citare le più note.

Brunner e Atkins, insieme al sodale Bobby Beausoleil parteciparono all’omicidio di Gary Hinman, legato a una presunta partita non pagata di droga. Atkins, insieme a Kasabian, Krenkinkel e Watson furono invece gli artefici dell’omicidio di Cielo Drive, sebbene Kasabian fungesse da palo e pare, secondo quanto da lei stessa ricostruito in fase processuale, cercasse di salvare le vittime. Ai quattro del massacro di Cielo Drive si aggiunsero il giorno dopo van Houten e Grogan.

“La figura di Linda Kasabian è enormemente controversa - chiosa Brunoro - È stata anche una figura chiave perché, nonostante tutto quello che si dice, non c’era nessuna prova che riconducesse ai responsabili e furono le sue dichiarazioni a far condannare soprattutto Manson. Ricordiamo che quella di Manson fu una condanna atipica: lui non fu protagonista di nessun fatto di sangue, ma fu una condanna politica perché la società americana era terrorizzata da lui. Tanti dicono che Kasabian non fosse pentita, ma le fu promessa l’immunità e quindi pare abbia deciso di testimoniare contro. Non si capisce quindi se effettivamente Kasabian si sia resa conto della follia di quella situazione da quando la stava compiendo, dato l’uso di droghe nella Family, o se la sua sia stata una strategia processuale per salvarsi. È ancora un po’ in dubbio. E lei è sempre rimasta lontanissima dai riflettori”.

Fin dai primi anni dagli omicidi, le vicende della Manson Family furono trasposte al cinema e in tv, ma negli ultimi anni sono aumentate. Tra le più note c’è un episodio di American Horror Story: Cult in cui viene messo in scena il massacro di Cielo Drive, il film Charlie Says che punta l’attenzione sulle tre ragazze Atkins, Krenwinkel e van Houten, la serie Mindhunter in cui, in un episodio, vengono opposte le figure di Manson e Watson, supportando la tesi che il teorico degli omicidi fosse quest’ultimo.

Diverso il discorso per il film C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino, una bella fiaba in cui Sharon Tate (interpretata da Margot Robbie) e i suoi amici riescono a sopravvivere grazie a un attore sull’orlo del fallimento e il suo migliore amico stuntman. Nel film Tarantino tratteggia Manson e i suoi seguaci come un branco di perditempo strafatti.

“Tarantino e Mindhunter sono riusciti a catturare completamente l’atmosfera di quegli anni - conclude Brunoro - tenendo conto che Tarantino non ha fatto un lavoro storico, mentre Mindhunter lo è. Tarantino ha però reso bene un particolare che molti sottovalutano, ovvero che queste persone erano degli sbandati totali, privi di qualsiasi appeal. Manson si dice che esercitasse un potere incredibile, ma la sua vera capacità era capire quali erano le persone di cui potesse approfittare. E Tarantino ci mostra la Family per quello che era: una community di folli, che sono stati mitizzati, cosa che è davvero lontana dalla realtà. In tutti gli anni di galera Manson non ha mai detto niente di sensato, a parte provocazioni bambinesche. La sua filosofia era il nulla. E in queste due visioni si vede molto bene. Molto è stato costruito a posteriori su questa storia: Beausoleil sostiene che l’Helter Skelter sia stata una costruzione di Vincent Bugliosi, il pm che mandò la Family in prigione. Purtroppo l’epilogo del film di Tarantino è molto diverso da come le cose sono andate in realtà”.

In libertà dopo 52 anni: scarcerata Leslie Van Houten, l'Angelo della morte di Charles Manson. Storia di Federico Garau su Il Giornale il 12 luglio 2023.  

Com'era stato annunciato nei giorni scorsi, Leslie Van Houten, conosciuta anche come "L'Angelo della morte" di Charles Manson, è stata rilasciata con la condizionale. All'età di 72 anni, dopo averne trascorsi 52 dietro le sbarre del carcere, la Van Houten torna dunque in libertà.

L'incubo

Sono passati tanti anni, ma chi ha vissuto quei giorni non ha mai dimenticato. Era la notte del 9 agosto 1969 quando Charles Manson, il creatore del gruppo di giovani soprannominato The Manson Family, decise di uccidere Rosemary e Leno LaBianca dopo aver già commesso, la sera precedente, l'omicidio di Sharon Tate, moglie incinta di Roman Polanski, e di altre tre persone (Eccidio di Cielo Drive).

Leslie Van Houten non partecipò alla prima mattanza, quella commessa nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969, ma alla successiva, quella dei LaBianca, alla quale prese parte anche Steve "Clem" Grogan. I coniugi LaBianca furono aggrediti e immobilizzati. Rosemary LaBianca lottò per salvare il marito, già raggiunto da alcune coltellate, e si scontrò proprio contro la Van Houten. Fra le due donne ci fu una violenta colluttazione, terminata quando Leslie Van Houten riuscì a bloccare la signora LaBianca, che venne accoltellata prima da Patricia Krenwinkel e poi da Tex Watson. Fu quindi il turno della Van Houten (Manson, infatti, voleva che tutti i membri del gruppo partecipassero agli omicidi), che pugnalò Rosemary LaBianca una dozzina di volte, alla parte bassa della schiena e alle natiche. Uno scenario peggiore di qualsiasi film horror. Fatti di sangue che scossero gli Stati Uniti e il mondo intero.

La cattura della Van Houten

Leslie Van Houten faceva dunque parte della Famiglia di Manson, una setta criminale fondata sul finire degli anni '60. Almeno 100 gli adepti di Charles Manson, un nome che incute ancora inquietudine. Dopo l'omicidio dei LaBianca, la Van Houten venne fermata nel dicembre del 1969, dopo l'arresto di Manson (12 ottobre). Durante gli interrogatori fornì molte informazioni agli inquirenti. I suoi avvocati difensori tentarono la carta della confusione causata dall'uso dell'Lsd e dell'influenza di Charles Manson. Venne poi confermata, durante il terzo processo, la condanna all'ergastolo.

La libertà

Dopo 52 anni trascorsi dietro le sbarre del carcere della California, Leslie Van Houten esce con la libertà condizionale, come dichiarato oggi dal dipartimento penitenziario e riabilitativo dello Stato americano. Nei giorni scorsi, il governatore della California Gavin Newsom aveva dichiarato che non si sarebbe opposto a una sentenza della corte d'appello a favore della libertà condizionale. Secondo quanto riferito da Nancy Tetreault, avvocato della seguace di Manson, la Van Houten ha lasciato il penitenziario durante le prime ore del mattino e si trova in un alloggio temporaneo.

La Famiglia di Osho. Emanuel Pietrobon il 14 Marzo 2023 su Inside Over.

Quella di Charles Manson non è stata l’unica comune hippie dedita al crimine e alla violenza. Sempre negli Stati Uniti, circa un decennio dopo la scomparsa dei seguaci dell’Helter Skelter, un’altra comunità utopica sarebbe degenerata nel terrore della distopia: Rajneeshpuram, popolarmente nota come la Famiglia di Osho.

La comune della pace

Rajneeshpuram sembrava una delle tante comunità intenzionali fondate nelle remotezze degli Stati Uniti dai più ingenui e idealisti membri della disincantata gioventù americana nel corso dei turbolenti anni Settanta e Ottanta. Il capo della comune, costruita nell’Oregon, era uno dei predicatori New Age più in voga dell’epoca: Osho. Ma dietro le mura della comunità, registrata come città, si celavano crimini, violenze e financo aspirazioni terroristiche.

La storia di Rajneeshpuram era iniziata nel 1981, con l’arrivo negli Stati Uniti del carismatico guru e di alcuni suoi seguaci, in fuga dall’India, e aveva attirato, sin da subito, una grande attenzione mediatica. Osho aveva portato abbastanza soldi – 5,7 milioni di dollari dell’epoca, ovvero 18,5 milioni del 2023 – da acquistare un sito di 260 km2, nel quale i suoi fedeli avrebbero costruito, col tempo, una città in miniatura in grado di ospitare settemila anime.

Nel 1984, a tre anni dalla fondazione, Rajneeshpuram aveva ottenuto lo stato di città e possedeva un dipartimento di polizia, ristoranti, esercizi commerciali, una rete di trasporto pubblico, un ufficio postale e molte delle infrastrutture tipiche di un centro urbano. Rajneeshpuram aveva persino un aeroporto, il Big Muddy Ranch Airport, con tanto di compagnia di bandiera privata: l’Air Rajneesh. Il primo caso di comune utopica di successo.

o della guerra?

I problemi con la legge sarebbero iniziati nei due anni successivi alla fondazione. Mentre una parte degli abitanti di Rajneeshpuram era occupata nella costruzione della comune, un’altra aveva messo gli occhi sull’insediamento rurale più vicino: Antelope.

I continui sconfinamenti e gli acquisti di terreni avevano convinto l’esigua comunità di Antelope, di meno di sessanta abitanti, che Osho volesse inglobarla per ragioni di spazio: Rajneeshpuram, tra arrivi dall’India e attrazione di hippie, aveva superato i seimila residenti. La contesa, entro il 1983, avrebbe assunto una piega violenta: scontri coi 1000 Friends of Oregon, un’organizzazione di difesa delle realtà rurali in via di estinzione, e tensioni con le forze dell’ordine dispiegate lungo il confine, in maniera permanente, per placare gli animi.

I seguaci di Osho, a causa delle lotte coi difensori di Antelope e di una curiosa faida con gli islamisti di Jamaat ul-Fuqra – mente di un attentato, nel 1983, contro un hotel di Portland gestito da rajneeshees –, si armarono. La nascita della Forza di Pace di Rajneeshpuram. L’inizio di una stagione di violenza organizzata e terrorismo.

Dall’utopia al bio-terrorismo

1984, anno delle locali per l’elezione dei deputati della contea di Wasco: la comune di Rajneeshpuram ha prodotto dei candidati, che Osho vuol vedere vincere così da ottenere il peso politico necessario a fermare l’ostruzionismo su Antelope e, magari, ad espandersi ulteriormente.

I numeri giocano contro Rajneeshpuram: l’intera contea ha una popolazione di 21mila abitanti. Avere una maggioranza è impossibile con mezzi legali. È così che a Sheela Silverman, numero due di Osho, viene l’idea: gli abitanti della piccola contea saranno avvelenati, infettando ristoranti e bar con la salmonella, e messi in condizione di non potersi recare alle urne. Vittoria a tavolino per mezzo di bio-terrorismo.

Il folle piano della Silverman riceve semaforo verde dai savi di Rajneeshpuram e nel 1984, alla vigilia delle locali di Wasco, 751 persone diventeranno vittime dell’attacco. Tanta paura, nonostante l’assenza di morti, e la conquista di un triste record: il più esteso bio-attacco, ancora oggi, nella storia degli Stati Uniti.

Il tramonto su Rajneeshpuram

Nel 1985, dati i forti sospetti di un coinvolgimento dei rajneeshees nell’attacco con salmonella, la svolta: la prima operazione di polizia dentro la città di Osho. Perquisizioni a tappeto. Identificazione degli abitanti. Sequestro di faldoni di documenti negli “uffici governativi” della comune. L’inizio della fine.

Le prove raccolte dagli inquirenti, nel corso della più vasta operazione poliziesca di questo tipo mai effettuata nell’Oregon, sarebbero state determinanti per l’apertura di procedimenti a carico dei vertici della comune, incriminati per la pianificazione e per l’esecuzione di gravi reati che, fino ad allora, erano rimasti senza colpevole, tra i quali l’attacco con salmonella del 1984 e il rogo di un ufficio pubblico della contea. Fu scoperta, inoltre, una trama piuttosto avanzata per gli omicidi di Charles Turner, procuratore statale di Portland, e Dave Frohnmayer, procuratore generale dell’Oregon.

Davanti al bivio, incarcerazione o rimpatrio volontario, i rajneeshees, incluso il loro guru, optarono per l’abbandono in tempi rapidi degli Stati Uniti. Una storia, la loro, semisconosciuta ai più e della quale il grande pubblico, incluso quello americano, è venuto a conoscenza soltanto nel 2018, grazie al documentario Wild Wild County di Netflix. EMANUEL PIETROBON

È morta Linda Kasabian: chi era la "pentita" della Manson Family. È morta la grande "pentita" della Manson Family: si è spenta Linda Kasabian, che fece condannare Charles Manson e i suoi seguaci. Angela Leucci il 2 Marzo 2023 su Il Giornale.

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 L’infanzia e l’adesione alla Manson Family

 Gli omicidi

 La testimonianza

Quentin Tarantino le volle dare il volto della figlia d’arte - o come si preferisce dire oggi, con un’accezione negativa, “nepo baby” - Maya Hawke in “C’era una volta a Hollywood”. Così la storia di Linda Kasabian è entrata parzialmente a fare parte dell’immaginario collettivo - parzialmente perché il film contiene un Hollywood ending per i buoni che tuttavia strazia e commuove, per come poi sono andate realmente le cose.

La storia vera di Kasabian è tutto un altro paio di maniche. La donna è morta il 21 gennaio 2023, ma la notizia è trapelata soltanto ora, coerentemente con il basso profilo mantenuto negli anni, una scelta che l’aveva portata anche a cambiare cognome in Chiochios.

L’infanzia e l’adesione alla Manson Family

Classe 1949, Linda Darlene Drouin - questo il suo nome da nubile - crebbe nel Michigan. Il padre abbandonò la famiglia quando lei era una bambina, e la madre si risposò: ben presto Linda, sebbene avesse fama di essere una brava ragazza, lasciò la famiglia d’origine e si risposò. Il patrigno pare la maltrattasse e la giovane si ritrovò alle prese con la vita reale lontana dalla madre troppo in fretta.

Linda si sposò due volte ed ebbe una figlia dal secondo marito, Robert Kasabian, da cui prese il cognome. Dopo varie vicissitudini, si ritrovò nel 1968 a fare un viaggio attraverso gli Stati Uniti con la figlia: durante una tappa a Los Angeles, venne a contatto con alcuni membri della Manson Family, ovvero Gypsy e Tex, rispettivamente Catherine Share e Charles Watson. La comunità filo-hippie accolse Linda, e lei ebbe un incontro sessuale con Charles Manson che le disse di aver visto i suoi problemi con il patrigno, convincendola a restare e a “nutrire” il suo “cult”, il movimento religioso criminale guidato da Manson.

Gli omicidi

A un certo punto della storia della Family, Linda ebbe il ruolo di autista - era la sola ad avere una patente di guida valida - e di vedetta. Fu la vedetta anche l’8 e 9 agosto 1969, quando la Family uccise 7 persone in due episodi distinti: il massacro di Cielo Drive, in cui morì tra gli altri l’attrice Sharon Tate incinta di 8 mesi, e l’omicidio Leno LaBianca, in cui vennero uccisi un imprenditore e la moglie. Linda non solo non ebbe un ruolo attivo, ma pare cercò di impedire i due eccidi, e due giorni dopo la mattanza tornò dalla madre.

Da Dahmer al Dandi: quei criminali troppo affascinanti sullo schermo

La testimonianza

Quando gli inquirenti iniziarono a incriminare i componenti della Manson Family dopo l’arresto di uno dei membri attivi, Kasabian divenne una collaboratrice di giustizia e la principale accusatrice della Family, nonostante venisse minacciata per impedirle di parlare. Ma la versione di Kasabian fu cruciale e permise di giungere a una condanna per Manson e seguaci il 25 gennaio 1971, inizialmente pena di morte, poi commutata in carcere a vita.

Come riporta il Guardian, nel 2009 il procuratore capo del caso, Vincent Bugliosi, disse a proposito di Linda: “Se mai c'è stato un testimone chiave dell'accusa, era Linda Kasabian. Senza la sua testimonianza... sarebbe stato estremamente difficile per me condannare Manson e i suoi coimputati”.

Edmund Kemper.

L'odio per la madre dietro i massacri: come agiva il killer delle studentesse. Crimini efferati, necrofilia e cannibalismo: storia di Edmund Kemper, il serial killer che scatenò il panico a Santa Cruz. Massimo Balsamo il 2 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia traumatica

 L'assassinio dei nonni

 La nascita del killer delle studentesse

 Necrofilia e cannibalismo

 La furia contro la madre

 Il processo e la condanna

Dieci vittime accertate, omicidi efferati tra necrofilia e cannibalismo. Violenza cresciuta in maniera esponenziale con il passare dei mesi, anzi dei giorni. Lo zenit raggiunto con la donna che più ha segnato la sua esistenza: la madre. Edmund Kemper rientra nell’elenco dei serial killer più truculenti della storia americana, un profilo analizzato dagli esperti per la sua personalità complessa e per il conflitto interiore affrontato per tutta la vita. Un maniaco arrabbiato con la società, tanto da prendere di mira ciò che alla società piaceva di più: le ragazze belle e ricche. Ma anche un geniale manipolatore, così bravo da trarre in inganno psichiatri ed esperti del ramo criminale.

L'infanzia traumatica

Edmund Kemper nasce il 18 dicembre 1949 a Burbank, unico figlio maschio dell’unione tra il veterano Emil Kemper Jr. e Clarnell Strandberg. Bambino brillante e con un’intelligenza sopra la media, mostra disturbi psichici fin dalla tenera età. “Ed” si sente rifiutato dai genitori, in particolare si sente respinto dal padre. I litigi tra i suoi genitori sono all’ordine del giorno e l’educazione è di quelle rigide, di quelle in cui non si prova affetto nei confronti dei figli. Kemper perde così autostima e fiducia in se stesso, sentimento che non scemerà nemmeno dopo il divorzio dei genitori, anzi.

Nel 1957 la madre trova lavoro nel Montana e la famiglia è costretta a trasferirsi. Le due sorelle dormono nella stessa stanza al primo piano, mentre lui è costretto a dormire in cantina. L’educazione si fa sempre più severa, tra urla e botte, tra schiaffi e cinghiate. L’inizio di un rapporto amore-odio che evolverà in maniera drammatica. Il futuro killer delle studentesse ha pochi amici, è timido e parla poco. Inizia così a montare la rabbia e inizia ad avere strane fantasie sulla madre.

Edmund Kemper inizia a fantasticare sulla morte, pensa a scene di violenza e sta bene. Arriva a parlare anche di camere a gas. Immagini distorte e pericolose, come confermato dalla tragica fine del gatto di casa: picchiato, sotterrato vivo e infine decapitato. In quello stesso periodo inizia a fare strani giochi con le sorelline, arrivando a tagliare le mani e la testa a una Barbie. O ancora mette in scena un’esecuzione sulla sedia elettrica: si fa legare dalle due sorelle e mima la brutale morte.

L'assassinio dei nonni

Nell’autunno del 1962 Edmund Kemper scappa di casa e va in California, il desiderio è quello di riallacciare i rapporti con il padre. L’uomo si è risposato e la moglie – visibilmente terrorizzata dagli atteggiamenti dell’adolescente, non vuole avere niente a che fare con lui. “Ed” viene dunque portato a North Fork, in Arizona, dai nonni Edmund e Maude Kemper. Lì conduce una vita noiosa, solitaria, tediosa. E l’educazione severa prosegue sulla scia della madre: tra i tanti divieti non può guardare cartoni animati e non può leggere fumetti.

Il 27 agosto del 1964 decide di passare all’azione, realizzando i desideri covati da tempo: l’assassinio dei nonni. Edmund Kemper nota la nonna seduta al tavolo della cucina, punta il fucile e spara tre colpi. Poi aspetta il ritorno a casa del nonno e lo fredda con un colpo alla nuca. Un duplice omicidio che gli dà sollievo, gli piace. Tanto da sognare di ripeterlo appena possibile. Chiama dunque la madre e le racconta tutto. La donna, terrorizzata, gli ordina di chiudere la telefonata per contattare immediatamente lo sceriffo. Kemper confessa subito, senza esitazioni. Ammette di aver pensato spesso di porre fine alla vita della nonna.

Dichiarato paranoico e psicopatico – dunque non perseguibile – Edmund Kemper viene internato nell’ospedale psichiatrico criminale di Atascadero. Su 1600 detenuti, 24 assassini e 800 condannati per reati sessuali. È un paziente modello, tanto da trovare quasi subito lavoro come inserviente nel laboratorio di psicologia. Si sottopone a test e terapia, avvicinandosi alla religione. Nel 1969, dopo cinque anni, viene dimesso con menzione d’onore e riesce a far secretare la fedina penale. I medici sono certi della guarigione di “Ed”, che viene perciò riaffidato alla madre.

La nascita del killer delle studentesse

Tornato alla vita di sempre, Edmund Kemper trova subito lavoro presso un distributore di benzina. Dà buona impressione di sé, diventando amico di tutti. Una esistenza “normale”, con qualche amicizia (coltivata nel bar Jury Room, frequentato soprattutto da poliziotti), persino qualche relazione. Il gigante di Burbank va a vivere da solo e trova impiego come operaio nel dipartimento ponti e strade della California. Tutto va per il meglio, dunque. Tant’è che il capo della squadra mobile del dipartimento di polizia di Santa Cruz gli permette di uscire con la figlia e lo invita spesso a cena.

La stabilità però dura poco, qualche mese. Edmund Kemper decide di ascoltare le voci che ronzano nella sua testa da anni. Nel suo mirino finiscono le autostoppiste, ma non le classiche hippie. “Ed” vuole le ragazze carine e ben vestite, ricche e di buona famiglia. L’ideale della perfetta studentessa, il modello della famiglia statunitense.

7 maggio 1972, Santa Cruz. Edmund Kemper offre un passaggio a Mary Ann Pesce e Anita Luchessa, studentesse dello State College di Fresno. Le porta sulle colline, nei pressi di Alameda, e le strangola. Non contento, infierisce con le coltellate. È un po’ impacciato, ma riesce a mantenere il sangue freddo: porta le due diciottenni nel suo appartamento, dove le spoglia e le fotografa con una Polaroid prima di farle a pezzi. Poi prende una testa, la porta in camera da letto e pratica sesso orale. Il giorno successivo carica i corpi in macchina per poi scaricarli tra le montagne.

Necrofilia e cannibalismo

Passano quattro mesi e Edmund Kemper torna a colpire. Il 14 settembre la terza vittima, Aiko Koo. La giovane coreana accetta il passaggio dell’omone, che dopo due ore e mezza di chiacchierata si trasforma: tira fuori il coltello, poi decide di strangolarla con un foulard. Non pago, la tira fuori dalla macchina, la stende a terra e abusa del suo corpo. Anche in questo caso, porta il cadavere nella sua abitazione e scatta delle foto osé. Poi seziona il corpo e lo smembra. Rivelerà tempo dopo di aver conservato dei pezzi in frigo e di averne mangiati.

Nel gennaio del 1973 la quarta vittima, Cindy Shall. Niente coltello, questa volta sfodera una pistola automatica calibro 22. Edmund Kemper la costringe a entrare nel portabagagli e le spara in testa. Poi va a casa della madre, abusa sessualmente del cadavere per poi farlo a pezzi. Resti gettati in mare il giorno dopo, a eccezione della testa: quella viene seppellita nel giardino, nei pressi della finestra della madre.

Passa un mese, nuovo duplice omicidio. Al termine di una furibonda lite con la madre, Edmund Kemper incontra Rosalind Thorpe e Alice Liu. Le carica in macchina, promettendo il solito passaggio, ma in realtà le porta in una zona “sicura”. Lì spara entrambe e replica il solito rituale: stupro e smembramento con testa e mani tagliate. Riesce a fare sparire tutto lontano da Santa Cruz, per la precisione sull’autostrada della Baia.

Donald Gaskins, il serial killer "nano" che terrorizzò la Carolina del Sud

La furia contro la madre

Edmund Kemper prova a fermarsi, anche per il timore di possibili indagini sul suo conto. Ma non ci riesce, o almeno non prima di dare sfogo alla fantasia avuta sin da bambino: uccidere la madre. Il serial killer entra in azione il 20 aprile del 1973, venerdì Santo. La uccide nel sonno a martellate, poi la decapita con un coltello. Ma non è tutto, qui raggiunge lo zenit della crudeltà: le mozza la lingua e le strappa le corde vocali, poi finite in un tritarifiuti. E poi consuma un rapporto con la testa della madre.

Edmund Kemper non si ferma qui e decidere di ammazzare anche Sally Hallett, migliore amica della madre: la stordisce con un colpo in testa, la strangola e se ne va. Inizia dunque a vagabondare a bordo della sua macchina e va a ubriacarsi. Scappa verso Est, senza una meta. Guida per ventotto ore di fila, tutta una tirata, con compresse di caffeina. Arrivato a Pueblo, in Colorado, contatta le forze dell’ordine e dichiara di volersi costituire, elencando i delitti commessi.

Il processo e la condanna

Interrogato dalle autorità, confessa tutto e ripercorre le sue imprese criminali con lucidità, senza mai provare rimorso o pentimento. Il processo dura circa venti giorni e al termine viene dichiarato colpevole di omicidio di primo grado per tutti gli otto delitti di cui è imputato. Dopo una fase di osservazione al nosocomio psichiatrico di Vacaville, viene rinchiuso nella prigione di Folson, dove si trova tuttora.

Donald Gaskins.

"Ne ho uccisi 110: non mi scuso": il nano "senza cuore" finito sulla sedia elettrica. Decine di crimini efferati, mai un segno di pentimento o di rimorso: la storia del serial killer deluso di non aver avuto la fama che meritava. Massimo Balsamo il 16 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia terribile

 La gang e lo stupro

 L'omicidio in carcere

 La catena di delitti

 L'arresto, la condanna e la morte

Accoltellamenti, soffocamenti, mutilazioni, violenze sessuali, persino episodi di cannibalismo. Donald Gaskins non rientra nell'elenco dei serial killer più famosi di sempre, ma la sua storia - purtroppo - non è priva efferatezza e crudeltà. Soprannominato sin da bambino "Pee Wee", ha agito indisturbato per diversi anni, inanellando una serie di omicidi brutali anche grazie al suo aspetto minuto e indifeso. Persiste ancora oggi qualche dubbio sul numero reale di vittime: le autorità hanno accertato 15 uccisioni, ma Gaskins ha confessato circa 110 delitti. Ma non solo: tra le ultime ammissioni, la delusione per non avere avuto la fama di assassino seriale che meritava. Status raggiunto invece tra gli altri da John Gacy, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer, anche grazie a serie tv e documentari.

L'infanzia terribile

Donald Gaskins nasce nel 1933 nella contea di Florence, nella zona rurale della Carolina del Sud. È l'ultimo di una serie di figli illeggittimi e viene cresciuto da una serie di patrigni che gli rendono l'infanzia a dir poco tormentata. Calci, pugni, violenze di ogni tipo con i pretesti più futili: tutto all'ordine del giorno. Quando compie dieci anni, la madre sposa uno dei tanti amanti e anche lui lo brutalizza come i precedenti.

Sono per lui anni difficili, anni in cui vengono tuttavia alla luce i primi segnali di una predisposizione al sadismo. All'età di cinque anni, durante un party di carnevale, vede un serpente uccidere un topo avvolgendolo nelle sue spire: uno spettacolo che gli procura un'erezione, racconterà. Soprusi e angherie aumentano esponenzialmente, si moltiplicano, causando un sentimento sempre più intenso di rabbia verso il mondo e in particolare verso le donne.

La gang e lo stupro

Donald Gaskins nel corso dell'adolescenza stringe amicizia con due coetanei, Danny e Marsh. Forma con loro una baby gang, che compie diversi atti criminali, in particolare furti. Ma il brivido del crimine li spinge ad alzare l'asticella, fino alla prima violenza sessuale. I tre ragazzi portano la sorellina tredicenne di Marsh in una casa vuota per abusare di lei per un intero pomeriggio.

Le minacce non bastano a farla franca. La madre della vittima si accorge che qualcosa non va e riesce a farsi raccontare quanto accaduto. Donald Gaskins viene picchiato a sangue dalla madre e dal patrigno ma il dolore non è l'unica sensazione privata: il "serial killer nano", come lo ribattezza l'opinione pubblica per via dell'assenza di prestanza fisica, racconta di aver avvertito una certa eccitazione nell'essere picchiato.

L'omicidio in carcere

Rinchiuso in riformatorio in seguito a una rapina con tentato omicidio, Donald Gaskins deve fare i conti con le violenze da parte degli altri ragazzi e delle guardie. Sodomizzato più di una volta, tenta la fuga in varie occasioni, sempre senza successo. Tornato in libertà, si sposa e diventa padre di una figlia. Trova anche un lavoro stabile, ma la fase tranquilla e felice dura poco, pochissimo.

Le tendenze piromani hanno la meglio su qualsiasi buon intento, la rabbia verso il mondo intero torna a crescere, a palpitare. Emblematica l'aggressione ai danni di una ragazza, rea di averlo preso in giro per il suo aspetto: assalto con un martello e cranio fratturato. Un episodio che gli costa altri cinque anni dietro le sbarre, dove viene picchiato e abusato sistematicamente. Ma qualcosa cambia, "Pee Wee" decide di ribellarsi e per farlo è necessario ammazzare un criminale importante. A finire in trappola tal Hazel Brazell, gola tagliata da un orecchio all'altro. "Mi sentivo davvero bene. L’avevo fatto sul serio", racconta.

La catena di delitti

Scontati tre anni di prigione, Donald Gaskins torna in libertà ma dura poco. Nel 1963 viene condannato a sei anni per aver violentato una bambina di dodici anni. Rilasciato nel 1969, decide di compiere il salto di qualità dal punto di vista criminale: dopo lo stupro, l'uccisione, così da evitare la denuncia da parte delle vittime. La prima a finire nella sua trappola è una giovane autostoppista: torturata, violentata e ammazzata. Il cadavere gettato nella palude, per nascondere ogni traccia.

Per sei anni, fino al 1975, "Pee Wee" uccide donne e uomini senza incontrare particolari ostacoli. Gaskins divide gli omicidi degli autostoppisti dalle uccisioni di persone conosciute, a lui legate per rapporto di frequentazione e parentela. Da quest'ultimo punto di vista, impossibile non citare il duplice omicidio del 1970: vittime la nipote Janice Kirby (15 anni) e l'amica Patricia Ann Alsbrook (17), entrambe stuprate. E ancora, nel 1973 uno dei casi più raccapriccianti: Gaskins abusa e uccide Doreen Dempsey, 23enne all’ottavo mese di gravidanza, e la sua prima figlia di soli 2 anni.

Il divertimento e il piacere per le uccisioni sono sempre più forti e il metodo resta quasi sempre lo stesso, non lesinando "sperimentazioni", fino al cannibalismo. La sua attività da serial killer procede senza grossi problemi anche grazie al suo aspetto. Donald Gaskins viene visto da tutti come un ometto inoffensivo e molto simpatico e viene descritto dalle moglie - sei in tutto - come un buon marito e un ottimo padre. In realtà la necessità di violenza cresce in maniera radicale e nel 1975 gli omicidi si intensificano, tanto da spingerlo a errori fatali. "Pee Wee" infatti uccide la tredicenne Kim Ghelkins, che abita nel suo quartiere a North Charleston. La giovane lavora spesso come baby sitter in casa sua e per questo motivo i suoi genitori sospettano immediatamente di lui. Inoltre, l'amico Walter Neely rivela alle forze dell'ordine di aver ricevuto da Gaskins la richiesta di aiutarlo a seppellire due cadaveri.

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L'arresto, la condanna e la morte

Arrestato il 14 novembre del 1975, Donald Gaskins viene processato per gli otto omicidi confessati e condannato a morte. La Corte Suprema però dichiara incostituzionale la sedia elettrica e così la sentenza viene commutata in ergastolo. Sette anni più tardi, nel 1982, uccide un detenuto mentre si trova rinchiuso nel blocco di massima sicurezza: dopo diversi tentativi tramite avvelenamento, elimina Rudolph Tyner tramite esplosivo C-4. Un lavoro su commissione, in cui Gaskins fu "assunto" dal figlio di una delle vittime di Tyner. Gaskins viene condannato di nuovo a morte e questa volta la pena capitale viene eseguita il 6 settembre 1991.

Prima di morire, "Pee Wee" afferma di aver ucciso più di 100 persone e scrive la sua autobiografia - "Final Truth. The Autobiography of a Serial Killer" - con l'aiuto dello scrittore Wilton Earle, rivelando la sua delusione non aver avuto la fama che meritava come serial killer. Mai nessun segno di rimorso o di pentimento, ma anzi una grande soddisfazione per aver condotto un'esistenza libera. "Non devo chiedere scusa a nessuno per quello che ho fatto nella mia vita. Ho sempre avuto le mie ragioni per ogni cosa che ho fatto", la sua ultima testimonianza.

Bryan Kohberger.

Nella mente dell’assassino. Bryan, il killer dell’Idaho: «Sono un sacco di carne senza autostima». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 13 Febbraio 2023.

La depressione («potrei fare qualunque cosa senza rimorsi»), poi la droga, infine un sogno: diventare un importante criminologo. Kohberger, assistente di diritto penale, 28 anni, ora è in carcere, accusato di aver ucciso 4 ragazzi sconosciuti. Riavvogliamo il nastro di un delitto che non ha senso né movente

Alle 10:41 del 15 dicembre, Bryan Kohberger è calmo, mentre la sirena rossa e blu lampeggia nello specchietto retrovisore ed è costretto ad accostare sull’interstatale I-70 in Indiana, quando ormai è a poche ore da casa. Il vice sceriffo Nick Ernstes si avvicina a passi lenti. «Dove siete diretti?», chiede a Bryan e a suo padre Michael. «A prendere del cibo thailandese», replica laconico Bryan. «Bé, veniamo da WSU», dice Michael, che ha voglia di chiacchierare. Michael ha appena sentito alla radio una notizia «terrificante»: dopo che sono partiti dall’WSU, l’ateneo dello Stato di Washington dove suo figlio è dottorando in criminologia, uno studente trentenne ha tentato di uccidere i compagni. «Interessante», dice il vice sceriffo, in realtà assai poco interessato, e si allontana senza fare la multa, dopo aver raccomandato loro di non tallonare troppo le auto che li precedono.

Nessun sospetto

Non si rende conto che WSU è a 15 minuti di auto da Moscow, in Idaho. E che Moscow è la città dove un mese prima, il 13 novembre, un sabato sera qualunque, quattro studenti - le tre coinquiline Madison Mogen, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle e il fidanzato di Xana, Ethan Chapin - sono stati trovati accoltellati in una casa sulla King Road. La scena del delitto era talmente cruenta che il sangue gocciolava da un muro esterno. Una storia di cui parla tutta l’America. Né l’agente presta attenzione all’auto dei Kohberger: una Hyundai Elantra bianca, come quella ripresa dalla telecamera di sorveglianza di una stazione di servizio di Moscow mentre si allontanava dalla zona dell’omicidio alle 4:20 del mattino. In quel viaggio verso Effort, in Pennsylvania, padre e figlio verranno fermati di nuovo per la guida di Bryan, alle 15:50, e ancora una volta senza destare sospetti. Michael accenna al fatto che viaggiano da giorni: all’andata, ha preso l’aereo da Philadelphia fino all’altro capo degli Stati Uniti, avendo promesso al figlio di tornare con lui in auto per le vacanze di Natale. Ci hanno messo più del dovuto, perché Bryan si è detto preoccupato dal maltempo e, anziché prendere la strada più breve, ne ha scelta una più lunga, che passa dal Colorado, come se stesse cercando di seminare qualcuno. Due settimane prima del quadruplice omicidio, Bryan Kohberger era a lezione, immerso in un dibattito sul Dna e la Scientifica.

Affascinato dai criminali

La psicologia dei criminali lo affascinava. Due anni prima, quando aveva conseguito il master sempre in criminologia in Pennsylvania, aveva studiato con Katherine Ramsland, nota psicologa forense e autrice del saggio La mente dell’assassino . Per entrare nella mente dell’assassino, Bryan aveva condotto un test online chiedendo a un gruppo di utenti con precedenti penali non solo cosa li aveva motivati ma anche cosa avevano provato prima, durante e dopo il crimine. Per Bryan provare qualcosa non era scontato. Nel 2009 aveva iniziato a soffrire di «sindrome della neve visiva», una condizione poco chiara ai medici che porta a vedere puntini bianchi e neri nel campo visivo, un po’ come lo schermo della tv analogica quando un canale “salta”. Prendeva medicine per l’emicrania, andava dal neurologo, evitava zucchero e amido nei cibi. Nulla sembrava funzionare. «Penso spesso... a me stesso come un sacco di carne senza autostima. Sto cominciando a vedere tutti così», si sfogava sul forum Tapatalk. «Mi sento spesso come se non fossi qui, completamente spersonalizzato. Penso spesso al suicidio. Pensieri folli. Illusioni di grandezza...».

Come un videogioco, nessuna emozione

«Nessuna emozione... Sento come se niente avesse senso... tutti praticamente mi odiano e sono uno stronzo». «Quando abbraccio la mia famiglia, non vedo nulla. È come se guardassi un videogioco, ma di meno». Kohberger scrisse che poteva fare «qualunque cosa, senza provare rimorso». Scrisse che trattava «da schifo» suo padre Michael, anche se era un brav’uomo, che aveva avuto due bancarotte prima di andare a lavorare come tecnico nella scuola dei figli. Un amico delle medie si allontanò da Bryan perché cominciò a scherzare in modo cattivo, gli piaceva afferrarlo con una presa al collo. Bryan era sovrappeso, ma al liceo dimagrì moltissimo e iniziò a fare boxe. Nel 2013 finì il liceo e iniziò a fare uso di eroina. Si faceva con un amico, Rich Pasqua, con cui lavorava da New York Pizza Girl. Una sera, Pasqua lo chiamò a casa; Michael gli disse che suo figlio era «in missione top-secret». In un centro di disintossicazione.

Droga e impulso a suicidarsi

All’amico d’infanzia Jack Baylis, Bryan scrisse nel 2018 che gli sembrava di essere stato depresso da quando aveva 5 anni e di aver sviluppato perciò «uno strano senso di significato». I suoi problemi con la droga erano finiti due anni prima; gli chiese di non menzionarli più. «Mi facevo solo quando ero in uno stato profondamente suicida. Da allora ho imparato molto». Parlò del suo interesse per lo studio dei criminali: gli sarebbe piaciuto lavorare alla loro cattura ma sarebbe stato difficile ottenere un lavoro del genere. Sperava, un giorno, di lavorare come terapista per criminali di alto profilo. Lo scorso agosto, fece domanda per uno stage con la polizia. Quello che Kohberger non sa è che l’Fbi lo sta seguendo. Gli agenti sanno molto di più di ciò che hanno rivelato pubblicamente. Dopo l’emergere del video di sorveglianza a fine novembre, hanno fatto una ricerca a tappeto sulle Hyundai Elantra bianche ed è emersa anche quella di Kohberger. Un agente è andato al parcheggio della WSU e ha notato che la targa è stata cambiata: la registrazione in Pennsylvania stava per scadere, così Kohberger ha acquistato la targa di Washington CFB-8708. Ma c’è di più.

«Un uomo non muscoloso ma atletico»

La polizia ha una testimone. Una delle due coinquiline diciannovenni rimaste illese, Dylan Mortensen, alle 4 del mattino - ora stimata del delitto - sentì un lamento, aprì la porta della sua stanza e vide un uomo «non particolarmente muscoloso ma atletico», in nero, che sembrava dirigersi verso di lei ma la oltrepassò per uscire dalla porta di vetro sul retro. Sotto shock, Mortensen si chiuse a chiave in camera e inspiegabilmente riemerse solo alle 11 del mattino, quando chiamò la polizia. Quell’uomo, secondo la ragazza, aveva una mascherina sul volto, ma si vedevano gli occhi e le sopracciglia folte - come quelle di Kohberger. Questi indizi non bastano, ma gli investigatori iniziano a scavare. Il suo cellulare lo localizza 12 volte vicino alla casa nei mesi precedenti all’omicidio; durante il delitto invece sembra staccato: l’ultima volta è acceso alle 2:47 a Pullman, la sede dell’Università di Washington; alle 4:48 si riconnette, mentre la sua auto è localizzata sulla strada che va da Moscow a Pullman.

La spazzatura di casa Kohberger

Alla fine l’Fbi fa rubare la spazzatura da casa Kohberger: il Dna di Michael viene confrontato con un minuscolo campione trovato sul luogo del delitto. Coincidono quasi del tutto, come normale tra padre e figlio. L’arma - un grosso coltello - non è mai stata ritrovata, ma il killer ha dimenticato la custodia che raffigura il simbolo dei Marine: il globo, l’aquila e l’ancora. Ed è su di essa che ha lasciato il Dna. Il 30 dicembre Kohberger è stato arrestato in casa dei genitori. Non ha fatto opposizione all’estradizione in Idaho, dove rischia la pena di morte per omicidio. Si dichiara innocente. Qualcuno ha detto ai tabloid di averlo sentito insultare una guardia in carcere e minacciare di mostrarle i genitali, ma non è confermato dalle autorità carcerarie. È apparso con piccoli tagli sotto la mandibola. Colpa dei rasoi della prigione, dice il vice sceriffo. Bryan è sempre stato affascinato dal perché le persone si comportano in un certo modo, ma il delitto di cui è sospettato non ha movente, per ora: i famigliari degli studenti uccisi non credono li conoscesse. Ma qualcosa è successo alle sue emozioni. Dopo il 13 novembre continuò a frequentare e a tenere lezioni come assistente di diritto penale. Era noto per i voti terribili, insegnava con gli occhi bassi, metteva a disagio, si scontrava specialmente con le ragazze. Quando una studentessa lo accusò di parlarle con condiscendenza, uscì furioso dalla classe. Dopo il delitto, però, pareva più loquace e di buonumore, dava voti migliori. Quando si parlava dell’assassino, restava in silenzio.

I Texas Killing Fields.

Quei campi di assassinio in cui nessuno poteva sentire le urla disperate. I Texas Killing Fields nascondono le storie di tante donne uccise: un luogo tanto spaventoso da essere paragonato ai campi dei khmer rossi in Cambogia. Angela Leucci il 7 Febbraio 2023 su Il Giornale.

I Texas Killing Fields, screen Netflix via YouTube

Tabella dei contenuti

 Perché si chiamano Texas Killing Fields

 Le vittime

 Le condanne

Campi in cui le urla di strazio non si possono sentire, lontani dagli occhi della legge. Prendono il nome di Texas Killing Fields i 25 acri di terreno che corrono lungo una strada di League City, in Texas, la Calder Road. È qui che sono stati trovati corpi e resti relativi a 25 donne identificate, più altre 10 cui non si è riusciti a risalire al nome, e che ancora oggi sono indicate come Jane e Janet Doe. Si ipotizza che altre quattro ragazze scomparse siano morte e occultate in questo campo.

Perché si chiamano Texas Killing Fields

League City, a cavallo degli anni ’70 e ’80, era una cittadina molto fiorente dal punto di vista economico. Si è a due passi dallo Space Center, a mezz’ora di strada dalla capitale dello stato Houston, e in più era una meta turistica di grido per la presenza di un lago e la vicinanza al mare. Nei primi anni ’80 non era raro che le teenager si spostassero qui per sport acquatici come il surf. I primi corpi vennero trovati nel 1984, facendo sorgere il dubbio che un serial killer fosse in attività. E, nello stesso anno, uscì al cinema un film, Urla del silenzio, il cui titolo originale in inglese era The Killing Fields: parlava di un giornalista rinchiuso in un letale campo di lavoro dai khmer rossi. Questo titolo colpì l’immaginario collettivo dei texani, spiega lo Houston Chronicles, e la stampa chiamò così i campi di Calder Road Texas Killing Fields.

Le vittime

Nove corpi erano già stati scoperti tra il 1971 e il 1973, tutti appartenenti a ragazze giovanissime, di età comprese dai 12 ai 16 anni. Si trattava di Brenda Jones, Colette Wilson, Rhonda Johnson, Sharon Shaw, Gloria Gonzales, Alison Craven, Debbie Ackerman, Maria Johnson, Kimberly Pitchford.

Alla fine degli anni '70 e all’inizio degli anni '80 altri resti furono scoperti: quelli di Suzanne Bowers (12 anni, scomparsa nel ’77 e ritrovata nel ’79), Brooks Bracewell e Giorgia Geer (12 e 14 anni, scomparse nel ’74 e ritrovate nell’81), Michelle Garvey (15).

I casi più celebri però sono appunto quelli di due giovani scomparse tra il 1983 e il 1984. Uno è quello di Heide Villarreal-Fye, di 23 anni: il suo teschio fu riportato sei mesi dopo la scomparsa dal cane domestico di una famiglia che abitava poco distante. L’ultima volta che era stata vista era alla cabina telefonica fuori da un negozio sulla West Main Street. La stessa cabina in cui era stata vista per l’ultima volta anche Laura Miller, di 16 anni. Era uscita per telefonare al fidanzato e invitarlo a un barbecue con i genitori quella sera, ma non ha più fatto ritorno. È stata ritrovata un anno e mezzo dopo, ma il padre continua ad aiutare attraverso tutti gli Stati Uniti le famiglie d