Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AFRO-ASIATICI


DI ANTONIO GIANGRANDE

 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE



 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 


 


 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AFRO-ASIATICI


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Gli avvocati che hanno creato i diritti in Sudafrica contro la tirannia razzista. Nel 1979 Geoff Budlender, Arthur Chaskalson e Felicia Kentridge, fondarono il “legal resources centre”, nonostante il rischio di subire pesanti ritorsioni. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbiio l'11 dicembre 2023

Prima di essere scarcerato nel 1990, dopo essere stato quasi trent’anni dietro le sbarre, Nelson Mandela venne omaggiato dalla band musicale dei Simple Minds con un brano entrato nella storia della musica: “Mandela Day”. La canzone, con la voce dolce e graffiante al tempo stesso di Jim Keer, fa parte dell’album “Street fighting years” inciso nel 1989. Una spinta a livello globale con il linguaggio universale della musica per ottenere la liberazione di “Madiba”. Il verso, tradotto in italiano, “Ora la libertà, la libertà si avvicina ogni giorno”, è stato l’auspicio maggiore per far rivedere la luce al leader che si è battuto per una vita intera contro la segregazione razziale.

A precedere la mobilitazione di grandi artisti un gruppo di avvocati coraggiosi, che fece della tutela dei diritti umani la propria missione professionale. Un contributo prezioso per la lotta all’apartheid in Sudafrica è stato fornito dal Legal Resources Centre con sedi nelle principali città, compresa quella nella sezione del carcere femminile di Johannesburg, a Constitution Hill.

Nel 1979, i più importanti avvocati sudafricani, Geoff Budlender, Arthur Chaskalson e Felicia Kentridge, nonostante il rischio di subire pesanti ritorsioni, decisero di fondare il Legal Resources Center, «il più grande centro legale di interesse pubblico del Sudafrica». Ad animare l’organizzazione due elementi: avvalersi della legge per opporsi al soffocante sistema dell'apartheid (“tirannia razzista”, come venne definita in un documento della Nazioni Unite a firma di Enuga Reddy) e fornire alle giovani generazioni di avvocati gli strumenti per affrontare i casi di discriminazione.

Il LRC ottenne nel giro di poco tempo numerosi riconoscimenti per aver fatto della legge l’unico strumento in grado di sfidare le ingiustizie della segregazione razziale e per aver assistito la popolazione sudafricana di colore. Un contributo rivelatosi prezioso per smantellare le strutture legali sulle quali si basava l’apartheid.

In oltre quarant’anni di attività, il centro è stato un punto di riferimento per l’avvocatura sudafricana. Con la transizione democratica del 1994, il LRC si è impegnato pure a incoraggiare i diritti indicati dalla nuova Costituzione sudafricana. Un lavoro volto a sensibilizzare la società civile sulle aberrazioni delle discriminazioni razziali e, a livello individuale, nel fornire assistenza legale gratuita alle persone vulnerabili ed emarginate. Senza trascurare la promozione dell’uguaglianza di genere, la giustizia ambientale e l’accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto per le persone contagiate da Hiv. Ultimo ma non ultimo il contribuito che consentito di abolire la pena di morte.

Nel 2017 l’Università di Johannesburg ha assegnato al Legal Resources Center la medaglia d'oro per l’esempio di attaccamento ai valori della democrazia. Più in particolare per la partecipazione ai lavori della “Commissione per la verità e la riconciliazione”. Il LRC ha rappresentato molte famiglie di vittime dell'apartheid e si è opposto con successo alla richiesta di amnistia avanzata dai responsabili della morte in carcere dell’attivista Steve Biko e dei “Cradock Four”, quattro giovani rapiti e uccisi dalla polizia per essersi battuti contro le discriminazioni razziali. Inoltre, il Legal Resources Center si è opposto con successo alla concessione dell’amnistia in favore di Eugene de Kock, uno dei più sanguinari torturatori di cittadini neri, soprannominato “Prime evil”. Due anni fa, il 28 ottobre 2021, il fondatore del Legal Resources Centre, Geoff Budlender, ha ricevuto il Pro Bono Award dall’IBA (International Bar Association) per aver onorato la toga in quasi cinquant’anni di professione e per aver contribuito all’abbattimento dell’apartheid.

In quella occasione il presidente dell’IBA, Sternford Moyo, ha sottolineato l’impegno della comunità legale sudafricana. «L’avvocato Geoff Budlender – ha commentato Moyo - testimonia la forza della professione forense nell'attuazione di un cambiamento positivo nella società. L'IBA è onorata di conferirgli questo premio per la sua incrollabile dedizione al lavoro, per l’instancabile devozione nel migliorare la vita dei suoi connazionali attraverso la legge. È un brillante esempio per tutti noi». La copresidente del comitato Pro Bono Award dell'IBA, Odette Geldenhuys, si è soffermata su alcuni casi affrontati da Budlender, che «continua a intraprendere attività di grande spessore, come i progetti finalizzati a scoraggiare l'esportazione di armi dal Sudafrica all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti».

In una intervista al sito Justice, Budlender ha ricordato gli esordi con la toga sulle spalle nel Sudafrica della segregazione razziale: «Durante l'apartheid mi consideravo un avvocato per i diritti umani perché difendevo le singole persone contro lo Stato. Questa è la concezione tradizionale di cosa significhi essere un avvocato per i diritti umani. Oggi cerco di utilizzare i diritti costituzionali per trasformare la società in un luogo molto più accogliente. I motivi sono svariati. Ogni governo degno di questo nome deve sentirsi responsabile nei confronti dei cittadini e consentire a tutti di veder riconosciuti i diritti sociali ed economici. Trasformare la società e il modo in cui le persone vivono è un lavoro duro. Si tratta di riconoscere piena dignità a ogni individuo».

Un altro avvocato ha fatto la storia del Sudafrica: George Bizos, morto nel settembre 2020 all’età di 92 anni. Bizos è stato un convinto attivista anti-apartheid ed è stato il difensore di Nelson Mandela. Giunto in Sudafrica all’età di tredici anni, in fuga dall’occupazione nazista della Grecia, il futuro avvocato di “Madiba” ha svolto un ruolo chiave per demolire il sistema razzista che per decenni ha umiliato la maggioranza nera del Sudafrica. Mandela e Bizos si conobbero quando erano entrambi studenti di giurisprudenza.

Da tutti descritto come una persona pacata e al tempo stesso determinata, l’avvocato greco-sudafricano difese Mandela già nel primo processo del 1964. Un’esperienza che legò i due per sempre. Bizos convinse Mandela ad aggiungere l’espressione “se necessario” in un memorabile discorso in cui il leader sudafricano disse che era pronto a morire per i suoi ideali. La Fondazione Nelson Mandela ha definito Bizos «un gigante della storia sudafricana e delle lotte globali per la giustizia». Quando “Madiba” venne incarcerato, Bizos fu sempre vicino alla famiglia Mandela e fu l’uomo più importante nei negoziati che portarono alla liberazione del futuro presidente sudafricano nel 1990. Un’amicizia tra due avvocati, con ideali condivisi, che è entrata nella Storia e che ha cambiato il corso degli eventi in Sudafrica.

Nelson Mandela l’uomo che piegò l’apartheid con la resistenza non violenta. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 4 dicembre 2023

Il suo nome in lingua xhosa era Rolihlahla, che vuol dire «colui che taglia i rami dall’albero», più confidenzialmente «il piantagrane», quasi una premonizione per l’uomo che per oltre mezzo secolo ha sfidato il regime segregazionista sudafricano con la forza incrollabile delle proprie idee, che hanno resistito ad ogni avversità.

Ispirato, testardo, paziente, Nelson Mandela è il simbolo universale della lotta all’ingiustizia e della disobbedienza civile, l’indomito profeta dei diritti politici e sociali della popolazione nera sotto il cupo mantello dell’apartheid, una biografia, la sua, che coincide con quella della “nazione arcobaleno” e della sua complicata ma luminosa metamorfosi in una democrazia moderna.

«Non sono né un santo né un profeta, nella mia vita ho commesso tanti errori, ho tante insufficienze, sono una persona comune» dirà quando, nel 1993, ottiene il Nobel per la pace assieme a Frederik de Klerk e il pianeta intero si spertica per celebralo e ricoprirlo di allori, più di Gandhi, più di Martin Luther King.

In fondo aveva ragione, “Madiba” ha semplicemente incarnato la resistenza e il riscatto di un intero popolo e in un certo senso è stato anche lui un ostaggio della Storia che, per le sue insondabili traiettorie, lo ha destinato al sacrificio e alla grandezza.

Rolihlahla Mandela nasce a Mvezo, un villaggio in provincia di Cape Town il 18 luglio 1918; è il primo membro della sua famiglia a ricevere un istruzione e sarà l’insegnante della scuola missionaria metodista britannica a chiamarlo “Nelson”: «Era un’usanza assegnare nomi inglesi ai ragazzini neri, non so perché mi abbia chiamato in quel modo». Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza abbraccia il cristianesimo, una fede che non lo abbandonerà mai e lo guiderà nella lotta alla segregazione, neanche quando sposa le idee comuniste più radicali, più uno slancio spirituale che l’adesione alla chiesa organizzata o a un programma sociale definito: «La religione deve rimanere un fatto privato, un rapporto tra l’individuo e Dio e mai entrare in conflitto con le credenze delle altre persone».

Da giovane ama molto lo sport e l’attività fisica, la corsa e soprattutto la boxe anche se come ammise lui stesso non aveva il livello per combattere con i migliori: «Non ero abbastanza veloce per compensare la scarsa potenza e abbastanza potente per compensare la scarsa velocità». Però si allena intensamente, tutti i giorni: «Invece di battermi con i razzisti usavo il punching-ball per sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione».

A 19 anni si iscrive alla facoltà di legge dell’università di Fort Hare, l’unica che accetta studenti neri e incontra Oliver Tambo, amico e compagno di una vita: sono due giovani brillanti e motivati con la passione per la politica. Nel 1943 si iscrivono all’African national congress (Anc) e si occupano della sezione giovanile all’università. Negli anni successivi oltre alla laurea in giurisprudenza Mandela diventa un dirigente ascoltato, capace di risvegliare la coscienza politica dei ragazzi neri e di incitarli a disobbedire alle regole ingiuste e disumane dell’apartheid, a scioperare contro lo sfruttamento dei datori di lavoro bianchi: alla popolazione di colore non è concesso il diritto di voto, non è consentito possedere terre se non all’interno di minuscole riserve indigene (appena il 7% della superficie coltivabile), confinata senza diritti nei ghetti urbani, quartieri poverissimi dove la popolazione di colore vive segregata. Una situazione che peggiora con le elezioni del 1948 che vedono la vittoria del Partito nazionale, guidato da afrikaner (i bianchi non anglo sassoni che nel XVII Secolo colonizzarono il Sudafrica): come prima misura impongono il divieto di matrimoni misti.

Nel 1952 assieme a Tambo apre a Johannesburg il primo studio legale diretto da due avvocati non bianchi, forniscono assistenza a basso costo ai neri che non possono pagare le parcelle: il sistema giudiziario, per quanto iniquo, garantisce ancora in quegli anni una relativa equità a differenza del potere politico. Nel 1955 Mandela partecipa all’elaborazione della Carta della libertà, vera e propria Bibbia della lotta all’apartheid fino al 1991, riconosciuta anche dalle Nazioni Unite: «Il popolo deve governare» recita il primo articolo.

Uno dei principi che guidano l’azione del giovane Mandela è la non-violenza, una pratica che mutua dall’indiano Mohandas Gandhi, anche lui rivoluzionario, anche lui avvocato. È dopo il terribile massacro di Sharpeville, un sobborgo poverissimo a cinquanta chilometri di Johannesburg, che la fede nella non violenza comincia a vacillare. Il 21 marzo 1960 a migliaia scendono in piazza per contestare il famigerato pass, il passaporto interno che la popolazione di colore deve portare con sé per poter accedere alle zone controllate dai bianchi, uno dei tanti marchi dell’infamia razziale che verrà abolito nel 1986.

I manifestanti si riuniscono davanti al commissariato locale dove bruciano simbolicamente i propri pass, gridano slogan duri contro il regime ma il sit-in è pacifico, ci sono donne, anziani e bambini. La polizia «ha perso la testa» diranno le autorità per giustificare la strage: decine di raffiche sparate ad altezza d’uomo per oltre due minuti lasciano senza vita 69 persone con quasi duecento feriti, decenni più tardi un’inchiesta stabilirà che quel massacro fu un atto deliberato, gli agenti spararono per lo più alla schiena dei manifestanti in fuga e non vennero mai accerchiati dalla folla. I fatti di Sharpeville scatenano la rabbia dei neri delle township che assaltano gli edifici pubblici.

La repressione del regime è brutale, migliaia gli arresti arbitrari, mentre l’Anc e il Partito comunista sudafricano vengono dichiarati fuori legge. Mandela contribuisce a fondare il Umkhonto we Sizwe, gruppo clandestino che tra le forme di lotta prevede la resistenza armata, sostenuto anche dall’Urss e dai Paesi del patto di Varsavia. Tra gli uomini più ricercati dal regime lascia il Sudafrica, in Marocco, algeria e Tunisia incontra militanti e guerriglieri anti-colonialisti; legge i libri di von Clausewitz, Mao Zedong, Che Guevara e si occupa della formazione di milizie paramilitari, ma senza bellicoso fanatismo: «Lo scopo della lotta non è premere su un grilletto, ma creare una società giusta». Sono gli anni del grande isolamento, in cui Usa e Gran Bretagna considerano l’Anc un’organizzazione terrorista e, grazie a una soffiata della Cia, Mandela viene arrestato nel 1962, il pubblico ministero chiede la pena di morte, alla fine è condannato all’ergastolo e ai lavori forzati per alto tradimento e sedizione nel processo farsa di Rivonia, definito «illegale» dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Nel ’64 è trasferito nella prigione di Robben Island con il numero di matricola 46664 come detenuto di classe D (il rango più basso), il regime spera così di seppellirlo nell’oblio della cattività, ma paradossalmente, il nome di Mandela prigioniero politico comincia a circolare ai quattro angoli del globo. Robben island è un istituto di pena concepito per fiaccare e distruggere la volontà dei detenuti, diventerà un laboratorio di coscienza politica e disobbedienza; Mandela organizza scioperi della fame, si rifiuta di chiamare «capo» le guardie carcerarie come impone il regolamento, fa costante attività fisica per rimanere in forma e non crollare di fatica mentre durante il giorno è costretto a spaccare pietre.

La sua prigionia è così scomoda per i segregazionisti che il regime organizza un complotto per farlo evadere e poterlo uccidere durante la fuga. Nel 1976 il governo gli offre addirittura la libertà in cambio della rinuncia a qualsiasi attività politica ottenendo un secco rifiuto. Stessa musica nel 1985 con il presidente Willelm Botha, libertà condizionata e esilio nel suo villaggio natale. Altro rifiuto: se l’Anc rimane illegale nessuna possibilità di accordo. Ormai il Sudafrica è uno stato canaglia e la sua economia affonda sotto il peso delle sanzioni internazionali: il mondo intero chiede la liberazione di Nelson Mandela senza condizioni. Nel luglio 1988 a Wembley viene organizzato un concerto per i suoi settant’anni che viene seguito da settecento milioni di telespettatori.

Nel frattempo Mandela è tornato a predicare la non violenza e soprattutto la “riconciliazione nazionale”, un’idea che ha sviluppato dialogando con l'arcivescovo di Cape Town, Desmond Tutu. Sacerdote, diplomatico e attivista politico, Tutu ha sostenuto in tal senso una vera e propria “teologia della riconciliazione”. È stato con lui che Nelson Mandela ha istituito nel 1995 la Commissione per la verità e la riconciliazione. Essa offriva l'amnistia ai responsabili degli abusi durante l'apartheid, a condizione che rivelassero la verità sui loro misfatti e che il crimine commesso fosse motivato politicamente.

La svolta avviene nel 1989 quando il presidente Botha è colpito da un ictus cerebrale ed è sostituito dal ministro dell’educazione Frederik de Klerk «il più onesto e coraggioso leader bianco che abbia mai conosciuto» dirà Mandela. Il nuovo presidente rompe tutti i ponti con il passato segregazionista del suo partito, annuncia il ritorno alla legalità per l’Anc e mette fine alla detenzione di centinaia di prigionieri politici tra cui Nelson Mandela che il 2 febbraio 1990 torna un uomo libero.

Nel 1994, a seguito delle prime elezioni multirazziali della storia sudafricana, l’Anc trionfa con il 62,6% dei suffragi e Mandela è il primo capo di Stato nero del Paese. Il suo discorso di insediamento è un pezzo di storia del 900, una pietra miliare della lotta per la giustizia che rinuncia al rancore e alla vendetta che sancisce la vera nascita della “nazione arcobaleno”.

Disastro annunciato. Gli errori in serie della Francia che hanno portato al golpe in Niger. Carlo Panella su L'Inkiesta il 10 Agosto 2023

L’idea di poter intervenire sul territorio con operazioni solo militari si è rivelata fallace: ha permesso la diffusione di un messaggio demagogico contro il contingente Nato (apparso come un corpo estraneo alla popolazione locale), facilitando la penetrazione della propaganda della Russia e della Wagner

«C’è come un’aria di dejá vu nelle scene che ci giungono da Niamey, un’aria che ci ricorda la débâcle di Kabul nel 2021 che segnò la sconfitta dell’intervento occidentale in Afghanistan». Le Monde sotto il titolo “Dall’Afganistan al Sahel, scacco speculare” rigira il coltello nella piaga e impietosamente paragona lo smacco subito dalla Francia in Niger, Mali e Burkina Faso a quello subito dagli Stati Uniti dai Talebani, che ebbe conseguenze epocali che sono arrivate sino all’invasione russa dell’Ucraina.

Naturalmente il quotidiano francese scrive che «gli autori Talebani dello stravolgimento e i putchisti nigerini non hanno nulla in comune» ma giustamente rileva – questo è il punto – che «la metodologia contro insurrezionale è all’origine di un pantano comparabile». È infatti fuori di dubbio che il massiccio intervento militare dal 2012 in poi nel Sahel della Francia e di altri Paesi Nato, Italia inclusa, contro l’Isis in Mali, Burkina Faso e Niger, non solo sia fallito nel contenimento del jihadismo, ma sia l’elemento scatenante dei tre golpe antifrancesi che nell’arco di due anni hanno accomunato i tre Paesi. Golpe portati a segno, questo l’apparente paradosso, proprio dai vertici di quelle Forze Armate nazionali che la forza multinazionale guidata dalla Francia è accorsa ad aiutare e supportare nella lotta contro un Isis che ormai ha in Africa il suo baricentro.

Dunque, la Francia, ma anche l’Italia – con trecentocinquanta militari in Niger – hanno fallito proprio rispetto all’assunto fondamentale della dottrina Nato dell’intervento anti-terrorista che si sviluppa sulla centralità del rapporto positivo con le popolazioni. Elaborata e applicata con successo dal generale statunitense David Petraeus col suo “Surge” in Iraq nel 2006 (ma debitrice del modello definito dal tenente colonnello francese David Galula), questa dottrina postula che «vittorie strettamente militari sono vane se non si accompagnano alla protezione delle comunità coinvolte per sottrarle all’influenza degli insorti abili nello sfruttare il fallimento dello Stato».

Questo dunque è stato l’errore strategico dell’intervento contro l’Isis della Francia nel Sahel: il rapporto con la popolazione: «Ci siamo presentati come liberatori, ci considerano occupanti», commenta Le Figaro.

Un mastodontico errore tutto politico di un intervento solo militare, carente di strumenti di penetrazione nel disagio sociale e materiale della popolazione, incapace di dominare – punto fondamentale – le dinamiche delle tensioni tribali e etniche – in primis nei confronti dei Tuareg – e infine capace di fornire alle élite militari (tutti i golpisti sono stati formati in Francia o negli Stati Uniti), come civili, solo una formazione tecnica o amministrativa, senza saper infondere principi universali di democrazia.

Un errore che ben si spiega se si paragona il modus operandi del nucleo duro di Barakhane, il nome dato all’operazione francese in Mali e nel Sahel, la Légion Étrangère, con quello dei nostri Carabinieri. La Légion, si sa, è una perfetta macchina da guerra, ma la sua composizione, il suo arruolamento eterogeneo, la sua tradizione operativa e la sua storia la rendono strutturalmente, volutamente impermeabile a qualsiasi interazione col contesto sociale.

Opposto il principio operativo dei Carabinieri, la cui azione militare, il suo impianto territoriale diffuso pesino nei piccoli centri italiani, per lunga tradizione, si plasma invece su un profondo rapporto conoscitivo e di scambio con la popolazione e con gli stakeholder civili che ne determinano i comportamenti. Due visioni opposte dell’intervento militare.

Un errore per di più meccanicistico, perché invece di affidare a nuclei snelli e autonomi di militari il compito di intervenire sui problemi di vita e di tensione della popolazione e sui conflitti tribali, con poteri decisionali anche economici e amministrativi, come fece David Petraeus in Iraq nei confronti delle tribù sunnite, la Francia ha affidato questo ruolo alle Ong, peraltro lautamente finanziate, ma dal carattere assistenziale, non inserite in una strategia politica, esterne e non sovrapposte ai contingenti militari. Non solo, Parigi ha permesso che la distribuzione del più di un miliardo di dollari di aiuti negli ultimi anni da parte della Francia e degli Stati Uniti sia finita nel mare magnum della corruzione sia del governo, che degli stessi militari.

Un quadro impietoso di errori, che ha permesso la penetrazione e la presa di un demagogico messaggio antifrancese contro un contingente militare Nato che è apparso a parte della popolazione come un corpo del tutto estraneo, neocoloniale, facilitando la diffusione di un messaggio anti-coloniale da parte dell’efficiente apparato di propaganda della Russia e della Wagner.

Il disastro del Sahel dunque, può e deve servire per una profonda riflessione sullo sviluppo indispensabile di quel massiccio intervento dell’Italia e dell’Europa in Africa che finalmente sta prendendo corpo, sia pure con lentezza. Un intervento che ha una duplice urgenza: i flussi di immigrati irregolari che dal Sahel filtrano sulle coste del Mediterraneo e il contrasto contro i gruppi jihadisti che sono fortissimi nel Sahel.

Le linee di intervento che hanno portato al fallimento della leadership francese devono essere sviscerate, sulla scorta della prima analisi pubblicata da Le Monde. La certezza è che il piano Mattei, che desta interesse in Europa, dovrà articolarsi su una complessa molteplicità di linee, di azione intersecate che richiedono peraltro un ruolo innovativo delle Forze Armate, molto penetrante dal punto di vista politico e della capacità di affrontare e risolvere, avendone i mezzi, le contraddizioni sociali e tribali. Meno Légion, dunque, e più Carabinieri.

Non sarà facile, perché è prevedibile che Mali, Burkina Faso e Niger vivranno un periodo convulso, determinato dal prevedibile e totale fallimento economico delle raffazzonate giunte golpiste. Ma sarà possibile a patto che si instauri con le nazioni africane che le contrastano un rapporto non solo solidale e paritario, ma anche di definizione di innovative linee di intervento.

Niger. Il ritorno alla democrazia è solo un pretesto. Piccole Note (filo-Putin) il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Su quanto sta avvenendo Niger si riscontra poca lucidità, a parte rare eccezioni, oltre al vociare di tanti analisti interessati. Ci sembra interessante, quanto doveroso, riportare le acute e puntuali osservazioni della nigerina Elisabeth Sherif pubblicate su NigerDiaspora. Riportiamo ampi stralci del suo scritto.

Il ritorno alla democrazia è solo un pretesto

“Il ripristino della democrazia è ben lungi dall’essere il motivo delle sanzioni prese contro il Niger e del programmato intervento militare. Tanto più che il Niger ha rotto con le sane pratiche democratiche dal 2013, sotto gli occhi di tutti!”

“Va forse ricordato che” dopo le elezioni presidenziali del 2013 “il partito al governo ha fortemente spinto le divisioni e il dissenso all’interno dei maggiori politici del Paese?”

“Questa manovra, che le opposizioni all’epoca descrissero come ‘oppressione’ dei partiti politici’, doveva garantire la rielezione del partito al governo nel 2016. Mai il Niger ha vissuto un clima politico così deleterio, nel quale sono state comprate coscienze e si è assistito a una normalizzazione “monetizzata” degli oppositori”.

“Le elezioni del 2016 si sono così svolte in condizioni grottesche. Il candidato arrivato secondo dovette organizzare la sua campagna per il primo turno elettorale dalla sua cella di prigione, prima di boicottare il ballottaggio come tutti gli altri partiti di opposizione”.

“Le elezioni presidenziali 2020-2021 sono tra quelle più contestate dall’inizio del processo democratico, nonostante il tanto rivendicato passaggio di potere da un civile all’altro”.

“Inoltre, il numero di ministri le cui fortune sono stimate in centinaia di milioni, e miliardi per alcuni, illustra abbastanza bene il modo con cui si è governato durante la VII Repubblica (1). Un modo di governare che il presidente Mohamed Bazoum, ostaggio dalla frangia radicale del suo partito, non è riuscito a cambiare veramente, rimanendo al di sotto delle aspettative e deludendo  le popolazioni sempre più svantaggiate. Si può diventare immensamente ricchi, nel giro di pochi anni, solo gestendo un Paese regolarmente classificato tra i più poveri del pianeta?”

“Che dire poi della stigmatizzazione e della prigionia coatta di cittadini pacifici, la cui unica colpa è stata quella di denunciare le inclinazioni predatorie di influenti circoli di potere e la loro incapacità di farsi carico dei problemi esistenziali delle popolazioni e di garantirne la sicurezza?”.

“Inoltre, le manifestazioni organizzate di recente in tutto il Paese dimostrano chiaramente che tutte quelle vietate per molti mesi, anche anni, nel passato miravano soprattutto a restringere lo spazio civico e politico”.

“[…] A quale democrazia ci riferiamo concretamente? Possiamo ridurre e riassumere la democrazia alla sola disposizione dei leader dei nostri paesi a proteggere e promuovere gli interessi dei poteri esterni?”

“La necessità di controllare un territorio strategico, a cavallo tra Africa subsahariana e Nord Africa e che da qualche anno rappresenta la principale via di immigrazione dal Sahel verso l’Europa, può giustificare la cinica programmazione della morte di tanti suoi cittadini? Tutte le risorse del suolo e del sottosuolo del territorio nigeriano valgono la vita di uno solo dei suoi cittadini?”

“[…] Resta ancora del tempo alle élite politiche francesi, europee e occidentali, lontane dai riflessi suprematisti e neocoloniali, per dissociarsi dal cinico piano di aggressione contro il popolo nigerino, che porterà alla destabilizzazione di questa sub-regione a lungo termine” [il riferimento è al Shael ndr].

“Il dialogo rimane l’unica opzione per una soluzione non solo pacifica, ma anche credibile e favorevole a una ricostruzione del panorama politico, più in linea con le realtà e le sfide socio-politiche ed economiche del Niger e della sua gente”.

(1) La Costituzione della VII Repubblica del Niger è stata promulgata il 25 novembre del 2010 ed è tuttora in vigore. 

N.B. Nella foto di apertura Elisabeth Sherif, autrice dell’articolo “il ripristino della democrazia in Niger è solo un pretesto”

Il presidente della Nigeria chiede di invadere il Niger. Piccole Note (filo-Putin) il 4 agosto 2023 su Il Giornale.

Il presidente della Nigeria Bola Tinubu ha chiesto al Senato l’autorizzazione a invadere il Niger per deporre la giunta militare che ha preso il potere una settimana fa.

Una follia che costerà altro sangue all’Africa. Il governo nigerino ha già detto che è pronto a difendersi e con esso si sono schierati Mali e Burkina Faso. Se il passo di Tinubu avrà un seguito, si preannuncia una guerra su larga scala nel continente.

Ai tempi della Guerra Fredda, Urss e Stati Uniti hanno dato vita a diverse guerre per procura in Africa. Quella che si prospetta è una guerra per procura analoga, perché Tinubu sembra che si muova per difendere gli interessi di Francia e Stati Uniti, inferociti per l’imprevisto rovescio del loro protetto Mohamed Bazoum.

Quest’ultimo oggi ha anche firmato uno stranissimo articolo pubblicato sul Washington Post dal titolo: “Presidente del Niger: Il mio paese è sotto attacco e sono stato preso in ostaggio”.

Aggressori e aggrediti

Un articolo che, fin dal titolo (che riecheggia tematiche usati per l’11 settembre), sembra scritto da qualche funzionario del Dipartimento di Stato, sia per i toni che per le argomentazioni, e nel quale, soprattutto, non dice mai ai suoi interlocutori d’Occidente di evitare un intervento armato contro il suo Paese, pur sapendo che sarebbe un bagno di sangue e perseguire vie diplomatiche.

Tale disprezzo per la vita dei suoi connazionali rivela tanto della persona e non ne fa rimpiangere la rimozione. Va da sé che il suo intervento sulla stampa estera evidenzia anche che, nonostante si atteggi a “ostaggio”, non soffre di particolari restrizioni, condividendo, in questo, la nuova libertà di cui possono godere i nigerini, non più sottoposti a un regime di coprifuoco (usuali in tutti i golpe africani, ai quali peraltro erano solite seguire rappresaglie, non registrate in Niger).

Quanto potrebbe avvenire in Niger riecheggia qualcosa di molto familiare, cioè quanto accaduto in Ucraina (tralasciando torti e ragioni e stando solo alla nuda cronaca): nel 2014 in Ucraina c’è stato un golpe, al quale è seguito, dopo anni di guerra aperta e non nel Donbass, l’invasione russa.

Altra analogia, le manifestazioni di piazza che hanno accompagnato il golpe a sostegno dei nuovi padroni del vapore, manifestazioni che si sono registrate, affollate, anche in Niger, solo che lì erano bandiere Ue e Usa, qui russe.

Ciò dà modo di ricordare che un refrain ossessivo della guerra ucraina, servito per tacitare il dissenso, è stato quello della ineludibile distinzione tra aggressore e aggredito. Un refrain che, applicato al caso nigerino, vedrebbe, nel  caso si concretizzasse l’intervento armato, degli aggressori, la Nigeria e i suoi alleati, e un aggredito, il Niger.

La diversità sta tutta nella narrazione, cioè il golpe di Maidan è stato raccontato come una rivoluzione contro un regime oppressivo, quello nigerino come un golpe contro un governo illuminato (forse dalle radiazioni, dal momento che ha lasciato in eredità al Paese 20 milioni di tonnellate di detriti provenienti dalle cave di uranio…).

L’approccio muscolare dell’Occidente

Resta che la contemporaneità tra l’articolo di Bazoum sul Washington Post e la decisione del presidente nigeriano di chiedere l’autorizzazione a un intervento armato non appare affatto casuale.

Da quando c’è stato il colpo di Stato nessun leader della Ue o negli Stati Uniti ha detto una sola parola in favore della diplomazia, da cui si deduce che l’unica soluzione immaginata per la crisi è la resa dei reprobi o l’uso della forza.

Al contrario Russia e Cina, pur chiedendo il ripristino della legalità, hanno esortato a una soluzione politica della crisi.

Ma lo sfoggio muscolare d’Occidente rende la guerra una prospettiva reale (inutile ricordare che il flusso di migranti arriverà al parossismo). E ciò non solo perché l’Occidente reputa inaccettabile perdere la presa sul Niger, ma anche per aprire una nuova stagione africana.

Il punto è che in questi tempi dominati dalla guerra ucraina i Paesi africani hanno dirazzato dalle direttive dei loro vecchi padroni, rimasti ai loro posti di comando, seppure indiretto.

Così la guerra portata a uno dei Paesi più poveri del mondo, se ci sarà, sarà anche un simbolo della nuova determinazione dell’Occidente a contrastare questo vento di libertà, che ha nella Russia un punto di riferimento naturale, quasi obbligato, solo perché potenza antagonista al cosiddetto ordine basato sulle regole che ha reso l’Africa un continente depredato.

Non si tratta di magnificare la Russia, solo di ricordare le tragiche ferite inflitte all’Africa nei secoli recenti, non certo da Mosca, e registrare come il conflitto tra potenze e il contrasto alla prospettiva di un mondo multipolare rischia di precipitare il continente dimenticato in un altro e più oscuro abisso.

Niger: 20 milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi. Piccole Note il 3 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il colpo di Stato in Niger continua a tenere banco. Fortunatamente L’Ecowas, che ha comminato sanzioni e dato sette giorni alla giunta militare per ripristinare l’ordine pregresso, minacciando anche un intervento armato, ha frenato, dichiarando che la guerra è l’ultima opzione.

Un golpe diverso da altri…

Da parte loro, anche i militari nigerini stanno cercando di rassicurare il mondo sulle loro intenzioni, sia mostrando la foto sorridente del presidente deposto, Mohamed Bazoum, sia rassicurando Parigi, che come altri Paesi sta rimpatriando i suoi cittadini, di non avere intenzioni ostili verso la Francia.

I motivi geopolitici della tensione sono evidenti. La Francia ha perso l’ennesima ex colonia, dopo Mali e Burkina Faso, e vede pericoli per l’uranio nigerino necessario alle sue centrali atomiche, comprato a prezzi di favore.

Non solo la Francia. Niamey era una pedina chiave della proiezione africana degli USA, come spiega Joshua Meservey, docente dell’Hudson Institute, a Politico: “Il Niger era il paniere in cui Stati Uniti e Francia stavano mettendo tutte le loro uova”. Infine, resta inaccettabile la propensione verso Mosca della nuova giunta militare.

Da qui le pressioni di UE, USA e ECOWAS, definite “illegali, ingiuste, disumane e senza precedenti” dal capo di Stato ad interim Abdourahmane Tchiani. Non ha tutti i torti: ieri la Nigeria, unico fornitore di energia elettrica del Niger, ha interrotto la fornitura, facendo piombare il Paese nel buio.

Il punto è che quello del Niger “non è un colpo di Stato come altri”, come recita un titolo del New York Times. Infatti, a differenza di tanti altri golpe africani, non è stato patrocinato dai Paesi occidentali (e neanche da Mosca…). Da cui la sua specificità.

Lo stesso Niger ha conosciuto altri golpe in passato e tutti legati all’uranio – la ricchezza sventurata del Niger – estratto dalla multinazionale francese Areva, diventata poi Orano, e da sue controllate.

A spiegare il perverso intreccio tra politica e uranio il dossier L’uranium de la Françafrique“, che interpella anche Raphaël Granvaud, autore del libro Areva en Afrique. Une face cachée du nucléaire français. Riportiamo stralci del dossier.

“Dall’inizio dello sfruttamento dell’uranio del Niger, il suo prezzo è stato ufficiosamente fissato da Parigi. ‘Il controllo dell’uranio, insieme a quello del petrolio e di altre risorse, è stato uno dei motivi  per cui la Francia ha mantenuto un sistema di dominio economico, politico e militare sulle sue ex colonie’, sottolinea Raphaël Granvaud”.

L’uranio e i golpe

“[…] La turbolenta vita politica del Niger è sorprendentemente legata agli alti e bassi del rapporto commerciale con la Francia. Nel 1974, Hamani Diori, il capo di stato in carica, fu vittima di un golpe poco dopo aver avuto l’audacia di chiedere un aumento del prezzo dell’uranio”.

“[…] Trent’anni dopo, il presidente del Niger si chiama Mamadou Tandja. Ha commesso lo stesso errore del suo predecessore, ha chiesto e persino ottenuto un aumento sostanziale dei prezzi nel 2008. È stato rovesciato nel 2010 dai militari. Raphaël Granvaud spiega: ‘[…] Tandja ha solo ritardato [di due anni] il momento in cui ha dovuto pagare l’affronto fatto alla Francia con il suo tentativo di ottenere condizioni più vantaggiose'”.

“Si organizzano le elezioni e un governo eletto democraticamente prende le redini del Paese: alla sua guida, Mahamadou Issoufou, ingegnere minerario formatosi in Francia, che ha lavorato in tutti i settori dell’attività mineraria dell’uranio in Niger” e in buoni rapporti con “molti leader occidentali. Un curriculum vitae ideale per negoziare al meglio con la Francia: ha concluso un accordo nel 2014 che ha modificato le tasse sull’attività mineraria”.

“Questa apparente vittoria, che consente [a Niamey] di recepire aliquote fiscali più dignitose sul minerale estratto, viene rapidamente denunciata dalle ONG che notano che Areva ha molte leve per sfuggire a questa tassa (Areva au Niger – transparence en terrain miné, di Quentin Parrinello)“.

“Senza contare le gratuità di cui beneficia l’azienda per prelevare milioni di litri d’acqua dalla falda di Agadez, in mezzo al deserto: un privilegio spaventoso, purtroppo classico dell’industria mineraria”.

“‘C’è un notevole divario tra il prezzo pagato nel corso della sua storia da Areva e il valore strategico dell’uranio’, commenta Raphaël Granvaud. Da una parte un piccolo paese occidentale, ma dotato di energia atomica, e il cui livello di sviluppo richiede una quantità sempre maggiore di energia elettrica; dall’altra un paese del Sahel due volte e mezzo più grande del primo, ultimo al mondo nella lista dell’indice di sviluppo umano (Rapport sur le développement humain 2019, Onu), dove la maggioranza della popolazione non ha accesso all’elettricità, che viene importata dalla vicina Nigeria’” [che ieri gli l’ha tagliata… ndr].

“L’estrazione dell’uranio in Niger ha anche aggravato la situazione dei nomadi che si sono visti confiscare molte aree atte al pascolo necessarie per l’allevamento. Queste terre sono ora sorvegliate da società di sicurezza private gestite da ex soldati francesi”.

Le montagne di rifiuti radioattivi

Fin qui il dossier, che parla anche della contaminazione radioattiva causata dalle miniere, alcune delle quali sono addirittura “a cielo aperto“. Contaminazione che provoca “malattie ignote” ai minatori e alla popolazione, delle quali, però, non parla nessuno. Per avere un’idea di quanto si è consumato in Niger, la testimonianza della documentarista Amina Weira, sempre nel dossier.

“Arlit è la mia città, è lì che estraiamo la ricchezza del paese. Si chiama ‘Piccola Parigi’. Vorrei davvero che fosse così! Si ha l’impressione che sia circondata da montagne, come quelle vicino alle quali i Tuareg si stabiliscono per proteggersi dal vento del deserto. Ma queste montagne sono state create da zero. Infatti, sono formate dall’accumulo delle scorie radioattive derivanti dall’estrazione dell’uranio”.

A conferma, si può leggere anche una nota di Anadolu del 17 marzo 2023 dal titolo: “20 milioni di tonnellate di rifiuti parzialmente radioattivi alimentano la paura in ​​Niger”; ma anche l’Express, che parla anche del rischio, ovvio, di contaminazione anche dell’acqua potabile.

La Francia sa perfettamente la situazione. Gli USA, spiega la CNN, hanno diverse basi militari in Niger. Possibile che non si siano mai accorti di niente? Tale “il mondo basato sulle regole”, formula cara all’Occidente.

I militari che hanno preso il potere dicono di voler salvare il Paese. Non sappiamo se sia vero né se possano farlo. Ma che il Paese debba essere salvato è un dato. E non può farlo chi lo ha devastato né quanti sono stati conniventi. Al netto di tale considerazione, il vero scandalo è rappresentato da quelle montagne di detriti contaminati più che dall’attentato alla presunta democrazia nigerina.

"Viva Mosca, viva Putin". Il Niger sta con i golpisti e sfila contro la Francia. Il generale Tchiani: "Non arretriamo, sanzioni illegali e ingiuste". E promette nuove elezioni. Fausto Biloslavo il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

«Non cederemo alle pressioni regionali o internazionali» che chiedono a gran voce la liberazione del presidente eletto, Mohammed Bazoum. In un discorso televisivo, il capo della giunta golpista, generale Abdourahmane Tchiani, non arretra di un millimetro e bolla come «illegali, ingiuste e disumane» le sanzioni contro il Niger in seguito al colpo di stato. L'unica apertura un vago richiamo al paese «in cammino verso la democrazia» che dovrebbe portare a «nuove elezioni». Il generale insiste che i cittadini francesi non hanno motivo di lasciare il Niger. Però alla manifestazione di ieri per l'anniversario dell'indipendenza da Parigi del 1960, sono continuati a risuonare slogan contro la Francia. E i golpisti hanno bloccato la diffusione di Radio France Internationale e la tv France 24 in Niger. Centinaia di persone, poi aumentate a migliaia secondo notizie d'agenzia, sono sfilate in corteo nel centro di Niamey. I sostenitori del golpe sventolavano bandiere russe, poco lontani dall'ambasciata francese, ma non ci sono stati assalti come domenica scorsa. Nella piazza della Concertation i manifestanti hanno gridato «abbasso la Francia», «viva la Russia, viva Putin». L'adunata è stata indetta dal Movimento 62, un cartello politico di varie organizzazioni, nato lo scorso anno per chiedere il ritiro delle truppe francesi dal Niger. Sul palco è apparso il suo leader, Abdoulaye Seydou, che si ispira a Che Guevara. In febbraio era stato arrestato e condannato a nove mesi di carcere duro.

«È solo la sicurezza che ci interessa», poco importa che sia fornita da «Russia, Cina, Turchia se ci aiutano», ha sostenuto uno dei manifestanti, Issiaka Hamadou, giovane imprenditore. «Non vogliamo i francesi - ha aggiunto - che saccheggiano dal 1960. Sono qui da allora e non è cambiato nulla». Omar, uno studente, che ha aderito alla manifestazione pro golpe si lamenta: «Non riesco a trovare un lavoro a causa del regime (del deposto presidente Bazoum, ndr) sostenuto dalla Francia. Tutto questo deve finire».

L'ambasciatore nigerino negli Usa, Kiari Liman Tinguir, è convinto che «le sanzioni hanno iniziato ad avere effetto a Niamey. La giunta militare tornerà alla ragione e restituirà il potere per evitare inutili sofferenze al nostro popolo». Il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo del capo dello Stato deposto ha denunciato che a Bazoum «è stata tagliata la corrente elettrica per isolarlo» dal resto del compound presidenziale. L'Alto rappresentante della Ue, Josep Borrell, ha confermato che «le condizioni di detenzione sono sempre più preoccupanti». Anche il presidente americano, Joe Biden, ha chiesto il «rilascio immediato» di Bazoum.

Defence news West Africa, agenzia specializzata nella sicurezza, rivela che «i capi di stato maggiore dell'Ecowas (Comunità degli stati dell'Africa occidentale) optano per un intervento chirurgico rivolto esclusivamente a membri della giunta». Secondo le prime informazioni «sarà effettuato dalle forze speciali dei paesi membri sotto il comando del vice Air Marshall Effiom» dell'aeronautica nigeriana. Senegal e Costa d'Avorio hanno annunciato che invieranno truppe in caso di intervento militare.

Al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva. Al contrario, il presidente della Nigeria, il paese leader dell'Ecowas, Bola Tinubu, ha fatto appello alla delegazione che da domani tratterà con i golpisti a Niamey affinché «faccia di tutto» per garantire una soluzione «amichevole» della crisi.

Estratto dell’articolo di A. Mu. per il “Corriere della Sera” mercoledì 2 agosto 2023.

Venerdì, quando il generale Abdourahmane Tchiani si è autoproclamato sulla tv nazionale nuova guida del Niger, per lui è stato anche il giorno del suo debutto televisivo. E forse anche il suo primo intervento pubblico […] Del resto il generale Tchiani viene descritto come un uomo discreto, taciturno […] Un militare duro e puro: formatosi da ragazzo in un’accademia […] in Senegal, ha svolto diverse missioni di addestramento all’estero, in Francia, Marocco e Stati Uniti — l’ennesimo militare formato dagli americani che si trasforma in golpista — prima di arruolarsi nell’esercito in Niger ed essere poi promosso, nel 2011, capo della Guardia presidenziale.

Niente di più lontano dal profilo di intellettuale aperto, con una laurea in filosofia alle spalle, del deposto presidente Mohamed Bazoum, che Tchiani avrebbe dovuto proteggere. Una cosa però accomuna i due: il legame speciale con l’ex presidente Mahamadou Issoufou, al potere dal 2011 al 2021. Bazoum è stato il suo delfino e Tchiani un suo fedelissimo. È stato Issoufou a volerlo come capo della Guardia presidenziale, consentendogli di accrescere potere e ricchezza. 

Una volta insediatosi, Bazoum avrebbe potuto sostituirlo ma non lo ha fatto. Forse su richiesta di Issoufou, o forse perché in debito di gratitudine: Tchiani era riuscito a sventare un golpe poco prima che giurasse da presidente. Tra i due non c’è mai stato però grande feeling, riferiscono i bene informati. Le tensioni sarebbero diventate palpabili quando Bazoum, dopo i recenti golpe in Mali e Burkina Faso, ha deciso di allentare la sua partecipazione al «G5 Sahel», l’iniziativa militare congiunta di anti terrorismo con i cinque Stati dell’area.

[…] Le divergenze tra i due sarebbero esplose quando le voci di un imminente siluramento del generale si sono fatte più insistenti. A 62 anni, Tchiani […] è andato dal presidente a fare le sue rimostranze e verosimilmente non ha ricevuto le rassicurazioni che voleva. Un acceso confronto verbale si sarebbe così trasformato in un atto di forza.

 L'ultimatum dell’Ecowas scade tra pochi giorni. Perché il Niger è un paese chiave nel Sahel per l’Occidente: il ruolo del Wagner Group e gli affari sporchi di Isis e Al Qaeda. Matteo Giusti su Il Riformista l'1 Agosto 2023 

Il colpo di stato in Niger, adesso guidato da una giunta militare, ha messo fine all’ultimo governo civile della sempre più complicata area del Sahel. Il presidente nigerino Mohamed Bazoum era infatti l’ultimo democraticamente eletto in Africa occidentale ed il suo rovesciamento catapulta la regione nel caos. Bazoum era l’unico interlocutore affidabile per l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che avevano investito centinaia di milioni per lo sviluppo del Niger.

La nuova giunta militare ha sospetti legami con i mercenari del Wagner Group e nelle strade della capitale Niamey sono già apparse bandiere russe e slogan per cacciare i circa 1500 soldati francesi presenti nel paese. Nello scacchiere geopolitico la perdita del Niger è un fatto grave per l’occidente, soprattutto per l’Europa che vedeva nello stato nigerino un alleato affidabile per il controllo dei flussi migratori ed il contrasto alla deriva jihadista che sta sconvolgendo il Sahel.

Nelle vie carovaniere il traffico di esseri umani è soltanto uno dei lucrativi business che arricchiscono i fondamentalisti islamici e le organizzazioni criminali internazionali. Dal deserto transitano anche le armi e soprattutto la droga proveniente dall’America meridionale, soprattutto dalla Colombia. I porti della Guinea Bissau, un autentico narco-stato, sono infatti diventati meta di carichi di droga da oltre oceano e da li prendono la via del deserto per approdare nel Mediterraneo e poi in Europa.

Un giro d’affari enorme che alimenta la guerra religiosa sia dello Stato Islamico che di Al Qaeda, entrambi presenti nel Sahel e che spesso si fanno la guerra fra loro. Dopo i due colpi di stato orchestrati in Mali, gli altri due in Burkina Faso, quello in Guinea ed il tentato golpe in Guinea Bissau, il Wagner Group potrebbe ampliare la sua sfera di influenza. Sia in Mali che in Burkina Faso i miliziani russi sono riusciti a far scacciare i francesi che pezzo dopo pezzo stanno perdendo tutto il loro peso in Africa dove la Francafrique pare ormai un ricordo lontano.

Che dietro al colpo di stato in Niger ci siano i russi è per il momento soltanto un sospetto, ma a maggio il presidente Bazoum aveva lanciato l’allarme su infiltrazioni russe nel suo paese dove erano stati anche effettuati degli arresti. Evgeny Prigozhin è stato il primo a congratularsi con i militari nigerini, mettendo a disposizione i propri uomini per aiutare Niamey a sostituire gli ormai indesiderati soldati di Parigi. Dalla Repubblica Centrafricana, dove il presidente, ben difeso dai Wagner, sta cambiando la costituzione per restare a vita, fino al Mali, passando per il Burkina Faso e l’influenza nel Sudan sconvolto dalla guerra civile, tutto sta a dimostrare come Mosca sia ancora forte e radicata nel continente africano.

Se, come sembra, anche il Niger finirà nell’orbita russa, saranno i Wagner i veri padroni di un’area chiave, ricchissima di materie prime, ma soprattutto strategicamente chiave per influenzare tutto ciò che accade nel Mediterraneo. Fra pochi giorni scadrà l’ultimatum dell’Ecowas (Comunità Economica dell’Africa Occidentale) che imposto al Niger sanzioni economiche e minacciato un intervento militare se non verrà ripristinata la democrazia. La Francia tira le fila da dietro le quinte, ma non potrà intervenire militarmente. Solo gli africani potranno affrontare un problema africano e questa sembra davvero una prova di maturità. 

Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore, collabora con Limes, Domino, Panorama, Il Manifesto, Il Corriere del Ticino e la Rai. Ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Ha pubblicato nel 2021 il libro L’Omicidio Attanasio, morte di una ambasciatore e nel 2022 La Loro Africa, le nuove potenze contro la vecchia Europa entrambi editi da Castelvecchi

Il colpo di Stato dei militari, gli arresti e l’ombra della Wagner: cosa succede in Niger. Mauro Indelicato il 31 luglio 2023 su Inside Over.

Il colpo di Stato in Niger attuato mercoledì 26 luglio dalla guardia presidenziale, potrebbe avere ripercussioni molto importanti sull’intera regione del Sahel. Non solo, ma in gioco ci sono delicati equilibri internazionali che riguardano l’occidente e la Russia. Da qui lo spettro di un nuovo conflitto armato in grado di coinvolgere non solo il Niger, ma l’intera Africa occidentale. Il tutto in un contesto dove già oggi il Sahel si presenta come una delle aree più instabili del pianeta, in cui povertà, terrorismo islamista e organizzazioni criminali stanno prendendo definitivamente il sopravento.

Cosa è successo a Niamey

Tutto è iniziato la mattina del 26 luglio. Fonti locali hanno rivelato la presenza di un gruppo di uomini in uniforme all’interno e all’esterno del palazzo presidenziale di Niamey, capitale del Niger. L’edificio si trova al centro della città, tra le sponde del fiume Niger e il Boulevard de la Republique. Poco dopo, è stato specificato che ad entrare in azione sono stati uomini della guardia presidenziale guidata dal generale Omar Tchiani. Tuttavia, a Niamey la situazione è apparsa tranquilla e con i cittadini che hanno appreso del tentativo di golpe solo dai media. Non sono state segnalate sparatorie e né sono stati registrati momenti di tensione per le strade.

 Intorno a metà mattinata, fonti militari regionali hanno confermato l’esistenza di un tentativo di colpo di Stato. In particolare, membri della guardia presidenziale hanno bloccato gli accessi al palazzo presidenziale e hanno tratto in arresto il presidente Mohamed Bazoum. Quest’ultimo poco più tardi ha aggiornato in prima persona sull’evoluzione della situazione tramite il proprio account Twitter. Ha confermato di stare bene ma ha escluso sia le dimissioni che la possibilità di dialogo con i golpisti. Nel frattempo a livello internazionale Bazoum ha incassato la solidarietà e il sostegno di gran parte dei governi, a cominciare da quelli occidentali.

Quando la situazione sembrava entrare in una fase di stallo, nella tarda serata di mercoledì 26 luglio un gruppo composto da dieci militari è apparso in Tv per annunciare ufficialmente la deposizione di Bazoum. Il giorno seguente, a tenere un discorso televisivo è stato invece proprio Omar Tchiani, considerato come vero architetto del colpo di Stato. Tchiani si è autoproclamato a capo della giunta militare di transizione e ha annunciato di aver agito per salvaguardare la sicurezza nel Paese e per l’incapacità di Bazoum di far fronte alle sfide esistenziali per il Niger. La giunta militare ha inoltre imposto il coprifuoco notturno, così come la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo.

Il 31 agosto in una dichiarazione all’Afp il partito presidenziale ha confermato che quattro ministri, un ex ministro e il leader del partito di Bazoum sono stati arrestati: “Dopo il sequestro del presidente della Repubblica Mohamed Bazoum, i golpisti ci riprovano e moltiplicano gli arresti illegali”, ha denunciato il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo.

Chi sono i golpisti

Non sembrano esserci dubbi sul fatto che il principale artefice del golpe sia proprio Tchiani. Nelle prime ore dell’azione contro Bazoum, cronache locali hanno raccontato della sua personale insofferenza contro il capo dello Stato. Circostanza che deriverebbe dalla volontà di Bazoum di rimuoverlo e di ridimensionare il potere in campo alla guardia presidenziale.

Tuttavia il generale Tchiani non si è mosso da solo. Con lui hanno agito membri di diversi reparti dell’esercito, mentre il giorno successivo all’arresto del presidente Bazoum è stato lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito nigerino, Abdou Sidikou Issa, ad appoggiare l’azione promossa dalla guardia presidenziale. Il golpe ha quindi ricevuto il favore dell’intero quadro dell’esercito del Niger, circostanza rivelatasi decisiva per la sua riuscita.

Chi è il presidente deposto

Mohamed Bazoum è stato eletto nel marzo del 2021, in un contesto comunque tutt’altro che stabile. Se infatti da un lato è vero che in Niger, a differenza che nei Paesi vicini, è stata attuata una transizione pacifica e con delle elezioni che hanno garantito un regolare passaggio di consegne, dall’altro però non sono mancate accuse di irregolarità e corruzione. L’esito di quel voto, secondo diverse formazioni di opposizione, era da ritenersi scontato in quanto Bazoum è il fedelissimo del suo predecessore, Mahamadou Issoufou. Sarebbe stato proprio lui a spianare la strada al proprio delfino e a garantirgli una vittoria elettorale ottenuta poi al secondo turno contro un altro ex presidente, Mahamane Ousmane. Da sottolineare poi come lo stesso Issoufou, a pochi giorni dal definitivo passaggio di testimone, è stato vittima di un tentativo di golpe non andato a segno.

L’operato di Bazoum è da considerarsi in continuità con quello del predecessore, con una politica estera considerata molto vicina all’occidente. A testimoniarlo, tra le altre cose, il via libera alla presenza di diversi contingenti stranieri nel territorio nigerino. Oltre ai militari francesi, qui sono stanziati anche soldati statunitensi, tedeschi, italiani e canadesi. Il motivo di una presenza così importante di contingenti internazionali è dovuto alla posizione strategica del Niger nel Sahel: il suo territorio confina con la Libia ed è una vera e propria cerniera tra il nord Africa e l’Africa sub sahariana. I governi occidentali hanno così avviato operazioni volte ad addestrare le forze locali per contrastare l’emersione dei gruppi jihadisti, dei contrabbandieri internazionali e dei gruppi criminali che sfruttano il traffico di esseri umani.

Il Niger è inoltre un territorio ricco di materie prime, a partire dall’uranio. La Francia, ex madrepatria del Niger, importa più di un terzo dell’uranio che serve ad alimentare le proprie centrali nucleari. La politica di Bazoum vicina all’occidente è stata mal vista dai suoi detrattori, anche in considerazione del fatto che essa si è mossa lungo una linea di discontinuità rispetto ai vicini del Mali e del Burkina Faso. Paesi cioè dove la recente presa del potere da parte di giunte militari ha inaugurato politiche più lontane dall’occidente e più vicine alla Russia.

Il nuovo terreno di contrasto tra l’occidente e la Russia

Proprio alla luce della crescente influenza di Mosca nel Sahel, il golpe in Niger potrebbe far diventare la regione come il teatro di un nuovo scontro tra gli interessi occidentali e quelli russi. La Francia, così come gli Usa e l’Ue, non vedrebbero di buon occhio un tentativo di emulazione delle politiche compiute in Mali e Burkina Faso da parte della nuova giunta militare. Il rischio sarebbe quello di un indietreggiamento molto pericoloso nell’intero Sahel, con lo spettro di perdere ulteriore terreno nell’intera Africa occidentale.

Le bandiere russe sventolate dai manifestanti filo golpisti a Niamey, così come da quelli che hanno assaltato sabato l’ambasciata francese, possono essere considerate come l’emblema dell’attuale situazione. In tutto il Sahel negli ultimi anni, complice l’insuccesso delle missioni francesi nel Mali e l’avanzata del terrorismo, la retorica anti Parigi e anti occidentale ha fatto sempre più presa tra la popolazione. L’opinione pubblica in Niger, così come nei Paesi vicini, considera sempre di più la Russia come principale alternativa per smarcarsi dall’influenza occidentale.

Mosca dal canto suo ha detto di essere favorevole allo Stato di diritto. Quello che accade in Niger, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, è “fonte di grave preoccupazione” e le considerazioni del Cremlino sul Paese “non dovrebbero essere messe sullo stesso piano semantico” di quelle fatte dal leader del Gruppo Wagner Yevgeny Prigozhin. Il leader della milizia nei giorni scorsi aveva plaudito al golpe assicurando che i suoi “possono ristabilire l’ordine”. “Siamo favorevoli al rapido ripristino dello stato di diritto nel Paese” e “alla moderazione da parte di tutti”, “vogliamo che il Niger ripristini l’ordine costituzionale il prima possibile”, ha aggiunto Peskov.

Cosa potrebbe accadere adesso

Lo spettro principale riguarda una guerra interna alla regione del Sahel e dell’Africa occidentale. L’Ecowas, l’organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale di cui anche il Niger è membro, ha espresso condanna all’azione golpista. L’impressione è che i governi dell’area a sud del Sahel vogliano chiudere con la stagione dei colpi di Stato militari, anche a tutela dei propri già fragili sistemi. La condanna espressa dall’Ecowas ha dato modo a Tchiani di parlare di un piano di invasione orchestrato dall’occidente.

Da parte sua, il capo della giunta militare ha provveduto a sospendere l’export di uranio verso la Francia, confermando la sua presa di posizione anti Parigi e contribuendo a fomentare timori per un’escalation. Lo senario più tetro riguarda quindi una guerra tra due coalizioni di Stati africani: quelli filo occidentali da un lato e quelli filo Mosca (ossia Mali, Burkina Faso e Niger) dall’altro.

Ad ogni modo, Bazoum non sembra essere del tutto fuori dai giochi. Domenica sera è apparso in una foto in compagnia del presidente del Ciad, Mahamat Déby, giunto a Niamey per provare una mediazione. La presenza stessa di Bazoum all’interno del palazzo presidenziale, indica la possibilità di un accordo che salvaguardi gli interessi dei vari attori interni ed internazionali.

MAURO INDELICATO

Niger: il golpe che ha fatto notizia. Piccole Note (filo-Putin) il 31 Luglio 2023 su Il Giornale.

Il golpe in Niger è notizia di prima pagina. La destituzione del presidente Mohamed Bazoum da parte dei militari ha suscitato le ire di mezzo mondo, che ha condannato l’attentato alla democrazia e l’instaurazione di un regime autoritario. Nulla che non sia condivisibile in linea teorica.

I golpe africani made in USA

Il punto critico è però l’ipocrisia dispiegata in questa ferma presa di posizione a favore della democrazia del Niger, dal momento la Francia, la più interessata. e quindi più aspra nella condanna, da tempo immemorabile usa di questo Stato africano come una colonia, come d’altronde degli altri Paesi della Françafrique.

Il presidente Emmanuel Macron ha anche ventilato l’ipotesi di un intervento militare, forse ricordando i bei tempi della guerra d’indipendenza algerina (1954-’62) e dei massacri indiscriminati compiuti dalle forze transalpine nell’allora colonia.

Anche Tony Blinken ha dichiarato il “sostegno incrollabile” degli Stati Uniti al presidente deposto, usando una formula assertiva presa in prestito dalla narrativa della guerra ucraina. Ciò vuol dire che Africom, il Comando delle forze statunitensi per l’Africa, è in allerta.

Ma, ovviamente, nel caso in cui la situazione precipiti, non saranno i soldati francesi e americani a morire. L’Africa ha una lunga storia sanguinaria di colpi di Stato gestiti dall’Occidente, che nel migliore dei casi hanno comportato repressioni violente, nel peggiore guerre.

Per fare un piccolo esempio, pubblichiamo l’incipit di un articolo di The Intercept del 9 marzo 2022: “Ufficiali addestrati dagli Stati Uniti nell’ultimo anno e mezzo hanno dato vita a sette colpi di stato in Africa, tra riusciti e non,. […] Il giornalista investigativo Nick Turse descrive nel dettaglio il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle vicende del continente africano. Ufficiali addestrati dagli Stati Uniti hanno tentato molti colpi di stato in cinque paesi dell’Africa occidentale: in Guinea, Mauritania e Gambia una volta e ben tre volte sia in Burkina Faso che in Mali”.

Per i dettagli rimandiamo all’articolo di The Intercept. Si può notare che, mentre il golpe in Niger ha fatto scalpore sui media occidentali, quelli made in USA sono in genere riferiti tra le note a margine. E fanno capire quanto gli Usa abbiano a cuore la democrazia dei Paesi africani.

Nulla importando della democrazia, il punto dolente della vicenda sono i tanti interessi che s’intrecciano nel Niger – crocevia di lucrosi traffici e uno dei più importanti produttori di uranio al mondo – che sono messi repentaglio dal rivolgimento politico.

Ma al di là del particolare, va segnalato che, forte anche della condanna occidentale, l’Ecowas. la comunità degli Stati dell’Africa occidentale, ha intimato ai golpisti di ripristinare l’ordine costituzionale pregresso, riportando al potere il presidente deposto entro una settimana, ventilando la possibilità di un intervento armato.

Le solite accuse alla Russia

A margine va registrato che il colpo di Stato in Niger ha avuto luogo proprio mentre la Russia ospitava il vertice russo-africano, tanto che diversi media hanno annotato la coincidenza come prova di un coinvolgimento di Mosca. Il fatto che la popolazione abbia dato vita a manifestazioni pro-Russia presso l’ambasciata francese sarebbe una conferma di tali sospetti.

In realtà, la Russia è rimasta spiazzata dall’accaduto, come denota la reazione cauta di Mosca, che in un comunicato ha auspicato moderazione e il ripristino della legalità (Reuters). Anzi, il golpe ha avuto un effetto negativo per Mosca, oscurando il summit con i leader africani. Se proprio avessero spinto in tale direzione, avrebbero aspettato qualche giorno in più.

Detto questo, è probabile che gli autori del colpo di stato si sentano portatori delle istanze del popolo contro il neocolonialismo francese e abbiano forzato la mano sperando in un ausilio postumo di Mosca, che però non è arrivato (almeno al momento). E che la mano russa sia stata paventata per criminalizzare ulteriormente i golpisti e far scattare la solidarietà occidentale contro di essi.

D’altronde accusare la Russia di manovre oscure è un esercizio facile e usuale, basti pensare al recente conflitto sudanese, purtroppo ancora in corso, nel quale si disse con ossessione che dietro gli insorti c’era la mano russa tramite i mercenari della Wagner.

Tutto falso, come dichiarò il ministro degli Esteri sudanese – che rappresentava il governo in conflitto con i ribelli – agli ambasciatori di Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, che avevano appunto denunciato le trame di Mosca.

Tali menzogne, aveva aggiunto il ministro, rappresentavano una “palese interferenza” negli affari interni del Sudan e avevano lo scopo di trascinare il Paese a schierarsi nella guerra ucraina (Africanews).

Certo le manifestazioni pro-russe nelle piazze nigerine sono innegabili, ma è altrettanto innegabile che in Africa si sia diffuso un sentimento di simpatia verso Mosca, percepita da tanti come una forza che si oppone ai vecchi padroni neo-coloniali. Né è possibile pensare che il popolo del Niger abbia spiccate simpatie per la Francia.

Al netto degli scenari, resta, però, che l’irrigidimento dell’Occidente e dell’Ecowas può innescare una nuova guerra africana, forse ancora più sanguinosa di quella che si sta consumando in Sudan.

Domenica è giunto in Niger Mahamat Idriss Déby, per aprire un dialogo con i golpisti e cercare una soluzione pacifica. Una mediazione chiesta dall’l’Ecowas, che ha scelto per tale missione il presidente ad interim del Ciad perché figura terza, non appartenendo il suo Paese alla Comunità degli Stati dell’Africa occidentale.

Da notare che anche Déby è giunto al potere e lo conserva (ad interim dall’aprile del 2021…) al di fuori di una legittimità democratica, essendo succeduto al padre, deceduto in battaglia, al posto del legittimo successore, il presidente del parlamento Haroun Kabadi.

Lo sottolineiamo non tanto per muovere una critica a Déby, al quale auguriamo che abbia successo nella sua missione (se essa ha davvero lo scopo di evitare una guerra), quanto per segnalare come il concetto di democrazia sia alquanto relativo quando in gioco ci sono interessi geopolitici.

Le tensioni in Africa. Cosa sta accadendo in Niger, assalto all’ambasciata francese: “Viva Putin”. L’Eliseo: “Pronti a reagire”. L’Ecowas: “Pronti a un intervento militare”. Dopo il colpo di Stato attuato dai militari, la folla si è radunata all'esterno dell'istituzione francese. La nota di Parigi: è allarme in europa per le sorti del paese africano. La Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentali ha minacciato l'intervento militare contro i golpisti. Redazione Web su L'Unità il 30 Luglio 2023

Aumentano le tensioni in Niger dopo il colpo di Stato avvenuto lo scorso 27 luglio. Migliaia di manifestanti pro-giunta si sono radunati stamane davanti all’ambasciata francese a Niamey, la capitale, dopo che Parigi ha sospeso gli aiuti a seguito del golpe. Alcuni hanno anche cercato di entrare nell’edificio, ha riferito un giornalista dell’agenzia Afp sul posto. Altri hanno strappato la targa con la scritta ‘Ambasciata francese in Niger‘, prima di calpestarla e sostituirla con bandiere russe e nigerine. “Viva Putin“, “Viva la Russia“, “Abbasso la Francia“, gridano i manifestanti. Il ministero degli Esteri francese ha condannato “qualsiasi violenza contro le missioni diplomatiche, la cui sicurezza è responsabilità dello Stato ospitante“, mentre migliaia di persone manifestavano davanti all’ambasciata francese a Niamey prima di essere disperse dai lacrimogeni.

Cosa sta accadendo in Niger

“Le forze nigerine hanno l’obbligo di garantire la sicurezza delle nostre missioni diplomatiche e dei nostri consolati come parte della Convenzione di Vienna“, e “le esortiamo ad adempiere a questo obbligo loro imposto dal diritto internazionale“, sottolinea il Quai d’Orsay, la cui ambasciata è stata presa di mira dai manifestanti favorevoli ai golpisti militari che hanno rovesciato il presidente eletto Mohamed Bazoum. La Francia risponderà “immediatamente e con decisione” in caso di attacco contro i suoi cittadini.

Dal golpe all’assalto all’ambasciata francese

Emmanuel Macron “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i suoi interessi” in Niger, si legge ancora nella nota dell’Eliseo nella quale si ribadisce il sostegno a ogni iniziativa per il ripristino dell’ordine costituzionale. “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici o le basi francesi vedrà la Francia reagire immediatamente e con decisione“, si legge. “La Francia sostiene anche tutte le iniziative regionali” volte al “ripristino dell’ordine costituzionale” e al ritorno del presidente eletto Mohamed Bazoum, rovesciato dai golpisti, conclude la nota.

La Comunità internazionale, la Russia e l’Ecowas

Intanto, i militari hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti Prima, alcuni militari sono intervenuti davanti all’ambasciata per calmare i manifestanti. Alcuni hanno insistito per entrare nell’edificio, altri hanno strappato la targa con la scritta ‘Ambasciata francese in Niger‘, prima di calpestarla e sostituirla con bandiere russe e nigerine. L’Ecowas, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, ha dato un ultimatum di una settimana ai golpisti in Niger per il ripristino dell’ordine costituzionale e del governo civile del presidente Mohamed Bazoum, non escludendo l’uso della forza se ciò non accadrà. Lo hanno deciso i leader riuniti a Abuja. L’organizzazione ha anche deciso di imporre sanzioni economiche “immediate” al Niger.

Cosa sta succedendo in Niger. Stefano Piazza su Panorama il 31 Luglio 2023

I video e le immagini dell’attacco all’Ambasciata francese e dell’imponente manifestazione con relativo sventolio di bandiere russe sono stati diffusi di continuo sul canale Telegram della compagnia militare privata Wagner

Si complica di ora in ora la situazione in Niger dove ieri migliaia di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata francese a Niamey, la capitale, prima di essere disperse dai lacrimogeni. Alcuni manifestanti volevano entrare nell'edificio, altri hanno strappato la targa con la scritta «Ambasciata francese in Niger, prima di calpestarla sull'asfalto e sostituirla con bandiere russe e nigerine». La manifestazione era iniziata con una marcia verso l'edificio che ospita l’Assemblea nazionale, con la folla che sventolava bandiere russe e nigerine. Il movimento civile M62, che aveva già protestato contro l'operazione Barkhane dell'esercito francese nel Sahel e nel Sahara, ha chiesto di svolgere ulteriori manifestazioni. I giornalisti francesi presenti sul posto sono stati pesantemente insultati e c’è grande preoccupazione per i circa 600 cittadini francesi che risiedono in Niger. I video e le immagini dell’attacco all’Ambasciata francese e dell’imponente manifestazione con relativo sventolio di bandiere russe sono stati diffusi di continuo sul canale Telegram della compagnia militare privata Wagner: un chiaro segnale di chi sia dietro all’ennesimo golpe nel Sahel dopo quelli in Mali e Burkina Faso dove oggi comandano giunte militari legate a Mosca e alla milizia di Yevgeny Prigozhin che due giorni fa in un'intervista al media africano Afrique Media ha detto: «Non stiamo riducendo la nostra presenza, anzi siamo pronti ad aumentare i nostri vari contingenti». Prigozhin ha inoltre detto che il gruppo Wagner sta adempiendo a tutti i suoi obblighi nel continente ed è pronto a sviluppare ulteriormente le relazioni con i Paesi africani e certamente uno di questi è il Niger che pur essendo poverissimo è ricchissimo di risorse. Il Niger fornisce circa il 5% del minerale di uranio di più alta qualità del mondo, secondo la World Nuclear Association. Nel 1971 iniziò l'attività la prima miniera commerciale di uranio del paese. Nel 2021 il Niger ha prodotto più di 2.248 tonnellate di uranio. Le risorse naturali interessano e molto a Vladimir Putin che ha lanciato da tempo la sua operazione per conquistare cuori e menti della popolazione in Mali, Burkina Faso, Repubblica Centroafricana, Sud Africa, Somalia, Sud Sudan, Eritrea solo per citare alcune nazioni. La narrazione proposta è quella che dice che fino ad oggi i paesi africano sono stati sfruttati dagli occidentali (fatto vero anche se i leader locali hanno dato una bella mano), mentre con la Russia sarà tutto diverso.

La gente per il momento abbocca alle promesse e scende in piazza a protestare con tanto di bandiere russe e magliette con la faccia di Putin stampata. Non è quindi vero che la Russia in Africa conta sempre meno, tuttavia, ora dalle promesse (grano gratis e armi) bisognerà passare ai fatti e nei Paesi africani nei quali la Russia si è inserita fomentando proteste e assistendo i golpisti hanno un bisogno disperato di aiuti che la Russia non può in alcun modo erogare visto che la guerra in Ucraina drena tutte le risorse economiche del Cremlino che già prima della pandemia era in crisi economica.

Abolita la forca. Lo Zambia dice addio alla pena capitale. Sergio D'Elia su Il Riformista il 30 Dicembre 2022

La legge che abolisce per sempre, non solo l’uso, ma il pensiero stesso della forca in Zambia è arrivata come regalo di Natale ai detenuti del braccio della morte. Quale modo migliore per festeggiare la Natività, la venuta al mondo dell’uomo delle buone novelle? “Non giudicare!”, ha detto, per non incatenare vittime e carnefici al ciclo assurdo della vendetta, del delitto e del castigo, della violenza e della pena. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, ha ammonito, per non ridurre i rapporti umani a storie di lapidazioni e il mondo a un mucchio di sassi. “Non uccidere”, ha esortato, neanche in caso di legittima difesa.

L’abolizione della pena di morte segna la vera fine dell’era coloniale. Lo Zambia restituisce al suo conquistatore quel che non era mai stato parte della propria cultura e tradizione millenarie. I coloni inglesi erano arrivati all’inizio del secolo scorso invertendo il senso di marcia, imponendo punizioni corporali, costruendo penitenziari e marchingegni patibolari. Degli usi e costumi dell’epoca rimane ora solo la guida a sinistra sulle strade, mentre il retaggio più sinistro, la forca eretta nel carcere di Mukobeko, è stato smantellato per sempre. “Un inferno in terra” l’aveva definita un Presidente dopo aver visitato la prigione qualche anno fa. Quando l’ho visitata io, nel braccio della morte erano ammassate centinaia di condannati.

Ne ho visti anche sei in una cella destinata in origine a ospitarne uno. Non avevo mai visto concentrato in uno spazio così ristretto e contro le leggi elementari della fisica e sulla dignità umana un tale carico di corpi e di sofferenza. Il pavimento della cella risultava completamente coperto dai due materassi stesi per terra. Dormire lì era una sfida e i detenuti erano costretti a fare i turni. Per la notte come bagno c’era solo un bugliolo da svuotare ogni mattina. Come rancio, una volta al giorno, sempre la stessa “sbobba” di fagioli, riso, polenta o pesce fritto. In una tale promiscuità la malattia di uno – tubercolosi, scabbia o Aids – diventava il destino di tutti. Con l’abolizione della pena di morte è stato abolito anche questo padiglione della morte. Rimane ancora il carcere di Mukobeko. Il nome, nella lingua locale, significa “punizione”. In effetti, varcare la porta del carcere, anche solo per visitarlo, è una pena intollerabile.

Da quando lo Zambia è diventato indipendente nel 1964, sono state impiccate 53 persone. L’ultima volta nel gennaio 1997, quando l’ex Presidente Chiluba mandò alla forca otto detenuti nello stesso giorno. Da allora lo Zambia non ha giustiziato più nessuno grazie a una serie di moratorie e perdoni presidenziali inaugurati da Levy Mwanawasa, un cristiano battista convinto abolizionista. “Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli,” ha detto. Per questo nel 2004 gli abbiamo conferito il Premio “L’abolizionista dell’Anno”. La linea di Mwanawasa è stata poi confermata dai suoi successori Rupiah Banda, Michael Sata ed Edgar Lungu che si sono sempre rifiutati di firmare decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte.

Il dono della vita offerto a Natale ai condannati a morte è anche merito nostro. Come “Nessuno tocchi Caino” e un po’ anche per conto del Signore che “pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”, in Zambia siamo tornati più volte negli anni successivi per sostenere la linea del Governo a favore della moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.

L’attuale Presidente, Hakainde Hichilema, conosce bene il carcere di Mukobeko. Nel 2017, accusato di tradimento, aveva trascorso centoventisette giorni in un camerone con oltre cento detenuti, dormendo sul pavimento e senza accesso a un bagno. Dal sottoterra infernale di Mukobeko è salito al palazzo più alto del Paese, ma non ha dimenticato la straziante situazione dei suoi ex compagni di sventura. Per “contrastare il sovraffollamento delle carceri”, ha preso a graziare condannati e commutare pene.

L’ultima volta, nel maggio scorso, ne ha graziati 2.045 e ne ha commutate 807. Per progredire in direzione dello stato della vita e del diritto aveva promesso anche di chiudere il braccio della morte e di emendare il Paese dalle leggi arcaiche e antidemocratiche. Dopo sei mesi ha mantenuto la promessa. Alla vigilia di Natale ha firmato l’abolizione della pena capitale e cancellato anche il reato “coloniale” di vilipendio nei confronti del capo dello Stato.

È la parabola felice di un Paese dove non abita più Caino. È anche una lezione di civiltà per il nostro dove, invece, si ragiona all’incontrario. Dove si fa di tutto per affollare le carceri, mantenere leggi arcaiche e regredire dallo Stato di Diritto. Dove si ignora l’appello del Papa per un atto di clemenza natalizio e si maledice la Natività carcerando 700 “semiliberi”, ribadendo il “carcere duro” e il “fine pena mai”, la pena fino alla morte. Sergio D'Elia

Il Governo dello Zimbabwe coinvolto nella mafia dell’oro. Martina Melli su L’Identità il 31 Marzo 2023

Uebert Angel, inviato presidenziale e ambasciatore per lo Zimbabwe in Europa e nelle Americhe, è uno dei protagonisti dello scandalo del contrabbando d’oro e del riciclaggio di denaro sporco nell’ex colonia britannica.

In un’inchiesta video di “I”, l’unità investigativa di Al Jazeera, si vede Angel vantarsi di poter spostare facilmente 1,2 miliardi di dollari, grazie alla sua immunità diplomatica.

La serie documentaria in 4 parti, dal titolo “The Gold Mafia”, ha rivelato come enormi quantità di oro vengano clandestinamente contrabbandate ogni mese dallo Zimbabwe a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, favorendo il riciclaggio di denaro attraverso un’intricata rete di società di comodo, fatture false e funzionari corrotti. Angel, uno dei diplomatici di più alto rango del Paese ( nonché pastore evangelico), è stato nominato personalmente dal Presidente Emmerson Mnangagwa nel 2021, e incaricato di attrarre investimenti stranieri.

Abbiamo un uomo di Dio che lavora per noi. È il mio primo ambasciatore itinerante incaricato di promuovere il marchio Zimbabwe”, disse in quell’occasione il Presidente.

Il compito di Angel dunque è trovare soldi. Gente che porti denaro contante nell’ex Rhodesia massacrata dall’iperinflazione e dalle sanzioni internazionali.

Come ha rivelato I-Unit, il governo dello Zimbabwe userebbe bande di contrabbandieri per vendere oro per centinaia di milioni di dollari, aggirando alcune delle conseguenze delle dure sanzioni occidentali imposte al Paese per violazioni dei diritti umani.

Angel ha dichiarato di essere in grado di usare il suo status diplomatico per contrabbandare oro in contanti, con l’aiuto di Henrietta Rushwaya, nipote di Mnangagwa e presidente dell’associazione mineraria dello Zimbabwe.

Durante una telefonata registrata dalle telecamere, Rushwaya ha spiegato lo schema: i riciclatori parcheggiano 10 milioni di dollari di denaro sporco nella raffineria d’oro del governo, la Fidelity Gold Refinery, una filiale della banca centrale dello Zimbabwe.

Di questi, 5 milioni di dollari rimangono in riserva da Fidelity per tutta la durata dell’operazione, mentre il resto viene utilizzato ogni settimana per acquistare oro, che può poi essere venduto a Dubai in cambio di denaro pulito.

Il governo dello Zimbabwe ha bisogno di dollari statunitensi perché la valuta locale non ha alcun valore nel commercio internazionale a seguito di un’iperinflazione sostenuta per molti anni.

L’oro, la più grande esportazione del Paese, è un buon modo per guadagnare dollari. Ma sebbene il commercio dell’oro in sé non sia vietato, le ulteriori sanzioni di controllo imposte ai funzionari dello Zimbabwe soffocano la capacità del governo di effettuare transazioni direttamente nel sistema finanziario internazionale, specialmente in dollari”, ha affermato Karen Greenaway, un ex agente del Federal Bureau of Investigation (FBI) degli Stati Uniti che tiene traccia dei flussi di denaro illeciti.

Quindi devi trovare altri modi per farlo”, ha detto ad Al Jazeera.

Spostare il denaro all’estero, lavarlo e poi riportarlo indietro, è una tecnica di riciclaggio di denaro molto comune”, ha commentato l’esperto di riciclaggio di denaro Paul Holden. “Quello che non ho mai visto è l’uso dell’oro, una tecnica piuttosto interessante”.

Dopo la pubblicazione dei documentari di Al Jazeera, una grande indignazione è scoppiata nell’opinione pubblica dello Zimbabwe: sui social, sulla stampa, per le strade.

Al momento, sono in corso diverse indagini: la Commissione anti-corruzione del Paese sta monitorando da vicino lo scandalo del contrabbando di oro e la cerchia ristretta di Mnangagwa.

Tutte le istituzioni coinvolte hanno negato e respinto le accuse. Angel si è detto vittima di una grande opera di infangamento e diffamazione.

Lo Zimbabwe ha detto basta al saccheggio neocoloniale del Litio. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 2 Gennaio 2023

Lo Stato africano dello Zimbabwe ha deciso di riprendere il controllo della propria economia e vietare tutte le esportazioni di litio dal Paese. L’intenzione del governo è investire nella possibilità di trasformare il minerale direttamente nel territorio nazionale invece che esportarlo come minerale grezzo, dal momento che questa pratica, denuncia il governo, ha già causato alle casse dello Stato una perdita da 1,7 miliardi di euro. Trattandosi di uno delle componenti fondamentali per la fabbricazione di batterie elettroniche per automobili, smartphone e computer, il litio è un elemento fondamentale della transizione energetica. Ribattezzato per questo motivo “oro bianco”, il suo prezzo ha subito un’impennata del 1100% solamente negli ultimi due anni.

Tra i Paesi africani lo Zimbabwe è quello che ne possiede la quantità maggiore: secondo il governo, potrebbe arrivare a soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale. Tale ricchezza di risorse ha attirato l’attenzione delle multinazionali estere, che ogni anno importano il minerale grezzo per poterlo processare nei propri stabilimenti. Il governo ha deciso di invertire questa tendenza, dichiarando l’intenzione di avviare una propria industria di batterie, oltre ad imporre un maggiore controllo sul contrabbando illegale lungo i confini del Paese – diretto in particolare verso il Sudafrica e gli Emirati Arabi. «Nessun minerale di litio, o litio non arricchito, potrà essere esportato dallo Zimbabwe verso un altro Paese se non dietro autorizzazione scritta del ministro» ha decretato la circolare del ministro delle Miniere, Winston Chitando. In questo modo nel Paese potrebbe nasce una filiera industriale completa, dall’estrazione alla raffinazione e alla commercializzazione del prodotto finito, con il conseguente formarsi di posti di lavoro e arricchimento dell’economia locale. «Se continuiamo a esportare litio grezzo non andremo da nessuna parte. Vogliamo che le batterie al litio vengano sviluppate nel Paese» ha dichiarato il viceministro delle Miniere Polite Kambamura,«Lo abbiamo fatto in buona fede per la crescita dell’industria».

Le aziende presenti in Zimbabwe, per la maggior parte cinesi, dovranno così iniziare ad aprire stabilimenti di raffinazione nel Paese o riuscire ad ottenere dal governo l’autorizzazione alle esportazioni per motivi eccezionali. Secondo alcune stime, tuttavia, il processo di apertura dell’intera supply chain in loco potrebbe costare centinaia di milioni di dollari e richiedere almeno due o tre anni per l’entrata in funzione, oltre a comportare un aumento delle risorse tanto del litio quanto degli altri metalli necessari per la transizione energetica (tra i quali il cobalto), soprattutto se altri Paesi dovessero seguire l’esempio dello Zimbabwe. E non si può certo dire che si tratti di un caso isolato: nella primavera dello scorso anno il Messico aveva deciso anch’esso di nazionalizzare il litio e affidarne la lavorazione ad un’impresa pubblica, non senza destare le proteste degli investitori privati.

Il fine, tanto del Messico quanto dello Zimbabwe e di tutti gli altri Paesi che puntano alla nazionalizzazione delle proprie ricchezze (è il caso, per esempio, anche dell’Indonesia con il nichel) è quello di impedirne lo sfruttamento da parte delle grandi multinazionali straniere, le quali acquistano i materiali grezzi a prezzi miseri per esportarne la lavorazione, non creando alcuna ricchezza nel Paese e creando, in alcuni casi, devastazioni ambientali irreparabili. È il caso, per esempio, di quanto sta accadendo in Brasile, dove il miliardario Elon Musk ha siglato un accordo con la Vale S.A. per la fornitura a lungo termine di nichel a Tesla. Le attività estrattive, tuttavia, hanno causato la contaminazione e distruzione del territorio, oltre all’avvelenamento delle popolazioni locali, pagando così un prezzo altissimo senza alcun tipo di compensazione. [di Valeria Casolaro]

Ghana: l’ex stella nascente d’Africa è sull’orlo del collasso. Michele Manfrin su L'Indipendente il 13 Gennaio 2023.

Il Ghana, un paese descritto dalla Banca Mondiale come la stella nascente dell’Africa, oggi non sembra essere più il manifesto economico dell’Africa occidentale. Negli ultimi anni, il Ghana aveva raddoppiato la sua crescita economica e nel 2019 era il Paese con il più alto tasso di crescita economica al mondo. La battuta d’arresto subita negli ultimi due anni, anche a causa della crisi scatenata dall’emergenza pandemica e dal conflitto in Ucraina, rischia non solo di rendere vano quanto di buono fatto in precedenza ma di far affondare l’intera economia.

Dal 2017, con il governo guidato dal Presidente Nana Akufo-Addo, il Ghana aveva abbassato significativamente l’inflazione, dal 15,4% del 2016 al 7,9% alla fine del 2019. Il deficit di bilancio del Ghana, che era di circa il 6,5% del PIL, era stato ridotto a meno del 5% alla fine del 2019. Il Ghana sta ora combattendo la sua peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni, con un’inflazione che si aggira attorno al 50% e con il valore della moneta (il cedi) che si è deprezzato del 57% in un anno. Tra il 2000 e il 2019, il PIL del Ghana è cresciuto a un tasso medio annuo del 6%, mentre adesso, trascinato al ribasso da una contrazione della produzione, si attesta al 2,9% nei tre mesi fino a settembre, in calo rispetto al 4,7% rivisto nel secondo trimestre. Il settore industriale è cresciuto dello 0,9%, quello agricolo del 4,6% mentre quello dei servizi del 3,9%, rispetto all’anno precedente. Come riferito dallo statistico del governo, Samuel Kobina Annim, una contrazione dello 0,9% nel settore manifatturiero è stata la ragione principale del rallentamento della crescita nel settore industriale, che comprende l’estrazione mineraria e l’edilizia. Mentre il governo cerca di frenare la spesa, è probabile che la crescita sia molto esigua nel 2023. Il Ghana sta affrontando una crisi del debito per cui deve raggiungere un accordo di ristrutturazione con i creditori al fine di sbloccare un pacchetto di sostegno da 3 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale.

Oltre ai maggiori costi di importazione, l’aumento del dollaro ha reso più costoso il debito in dollari USA del Ghana, stimato in oltre la metà delle passività totali del paese. Solo lo scorso anno, per il semplice deprezzamento del cedi ghanese, il debito del Paese è salito di 7 miliardi di dollari. Il 19 dicembre scorso, il Ghana ha interrotto i pagamenti agli obbligazionisti esteri (fino a 13 miliardi di dollari). Il Ministero delle Finanze ha sottolineato che è pronto a impegnarsi con i creditori mentre molti analisti credono che il governo voglia che gli obbligazionisti accettino un taglio del 30% sul capitale e rinuncino ad alcuni pagamenti di interessi. La riduzione dei costi del servizio del debito attraverso un piano di ristrutturazione sostenuto dal FMI sarà integrata da dure misure di austerità; mentre l’entità della stretta sarà misurata rispetto alle perdite imposte ai creditori, il FMI ha già prospettato che saranno necessari almeno cinque anni di taglio della spesa pubblica e tasse più elevate per portare il debito del Ghana a livelli ritenuti sostenibili.

I tagli chiesti dal FMI intaccheranno certamente i programmi di riforma sociale ed economica del governo guidato da Akufo-Addo, come l’istruzione gratuita nelle scuole superiori pubbliche o i pasti gratuiti agli studenti delle scuole primarie e secondarie, sanciti nel 2017. Nello stesso anno il Nuovo Partito Patriottico aveva anche eliminato diverse tasse definite “socialmente fastidiose”. Tra il 2017 e il 2018, il governo di Akufo-Addo aveva utilizzato più di 2,1 miliardi di dollari per quella che era stata definita la “pulizia del settore bancario”, la quale sarebbe servita a ridare fiducia nel settore bancario. Lo Stato è il più grande datore di lavoro del Ghana, principalmente nei settori dell’istruzione, della sanità e della sicurezza, spendendo quasi la metà del suo bilancio per i salari dei dipendenti pubblici.

Lo scorso anno, Akufo-Addo ha annunciato l’avvio dell’Agenda 111, «progetto ambizioso che deve essere fatto e che creerà circa 33.900 posti di lavoro per i lavoratori edili e, una volta completato, circa 34.300 posti di lavoro per gli operatori sanitari», per un costo di circa 1 miliardo di dollari e che si concluderà nel 2025. Per far fronte alla forte crisi economica, nel dicembre scorso, il Ghana aveva già annunciato l’intenzione di sganciarsi dal dollaro nelle transazioni per l’acquisto di petrolio, utilizzando il proprio oro, col fine di rallentare il deprezzamento del cedi ghanese. In merito ai piani di costruzione di infrastrutture nel Paese, la Cina, attraverso Power Construction Corporation of China, sta stringendo accordi per la costruzione di infrastrutture per il trasporto. Inoltre, per l’ultimo trimestre di questo anno è atteso il lancio della nuova compagnia aerea di bandiera, Ghana Airlines Limited, la quale opererà inizialmente su tratte nazionali e regionali per poi espandersi a tratte continentali e intercontinentali.

Il Ghana sembra quindi di fronte ad un grande bivio tra una ristrutturazione del debito, che sacrificherebbe le politiche di investimento sociale in favore di una riduzione della spesa pubblica e dell’aumento delle tasse, e il proseguimento della spesa in settori economici che permettano lo sviluppo del paese in termini sociali, oltre che economici. Il FMI, oltre al Ghana, segnala il Kenya, la Nigeria e il Marocco come Paesi prossimi alla sofferenza del debito, così come Tanzania e Benin. Tutti questi Paesi sono visti come recenti storie di successo nel panorama economico africano ma le recenti congiunzioni internazionali, con conseguenza ondata di crisi del debito, possono mettere in discussione l’intero modello di finanziamento dello sviluppo basato sul mercato.

[di Michele Manfrin]

La guerra in Sudan nasce dalla follia neocon. Piccole Note (FiloPutin) il 25 Aprile 2023 su Il Giornale.

Secondo Mk Bhadrakumar, che ne scrive su Indianpunchline, è semplicistico ridurre il conflitto in Sudan a uno scontro tra Abdel Fattah al-Burhan, alla guida dell’esercito regolare, e Mohamed Dagalo, detto Hamedti, a capo delle forze di reazione rapita (RSF).

I semi del conflitto

Per capire la crisi sudanese, che inizia con la caduta di Omar al Bashir nel 2019 e l’insediamento di un governo civile caduto, lo scorso anno, a seguito del golpe dei due generali oggi in competizione, va tenuto presente il processo distensivo che sta attraversando il Medio oriente e che sta portando i Paesi del Golfo, la Turchia e l’Iran a ricalibrare le proprie ambizioni in un quadro di rapporti meno conflittuali tra di essi e a ri-orientarsi verso Cina e Russia.

Così se in precedenza, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano potuto usare dei Paesi del Golfo- cioè delle loro “reti” e delle loro finanze – per rafforzare la loro influenza in Sudan anche in chiave anti-cinese e anti-russa, a seguito della distensione e del ri-orientamento mediorientale sono rimasti privi di tali leve essenziali.

Da cui un ingaggio diretto dell’Occidente “con i generali di Khartoum, affidato ai propri sforzi e alle proprie risorse”. Tale impegno ha prodotto, tra l’altro, “l’accordo faustiano” che ha portato il Sudan ad aderire agli Accordi di Abramo, asse portante della politica neocon nei riguardi del Medio oriente e del Corno d’Africa, regioni per le quali il Sudan riveste un’importanza strategica, anche perché affaccia sul Mar Rosso.

Gli accordi politici immaturi e irrealistici promossi dalle democrazie liberali occidentali [in questi anni] – prosegue Indianpunchline – hanno alimentato in modo significativo le lotte intestine tra i militari”.

Non solo. “L’accordo anglo-americano era in gran parte limitato al Consiglio militare di transizione e alle Forze per la libertà e il cambiamento, una coalizione rudimentale di gruppi sudanesi civili e ribelli selezionati (reg., Sudanese Professional Association, No to Oppression Against Women Initiative, ecc. ) che non rappresentavano affatto le forze nazionali del Sudan. Non sorprende che questi tentativi neocon di imporre strutture del tutto aliene a questa antica civiltà fossero destinati a fallire”. 

Il “fiammifero” dell’ONU

Altro tragico errore, forse decisivo nel far precipitare la situazione, il fatto che l’Onu abbia affidato a  Volker Perth, uomo dell’establishment tedesco “infiammato dall’ideologia neocon”, la gestione della criticità sudanese.

Purtroppo a oggi non c’è nessun compromesso all’orizzonte, secondo Bhadrakumar, come accade usualmente per i conflitti nati dalla follia neocon. E per uscire da questa crisi serve un compromesso, comprensivo delle esigenze di un popolo composito, formato da “400-500 tribù”, e che dia un ruolo, “anche politico”, al generale Hamedti, che il suo rivale, su pressione dei neocon, voleva eliminare dalla scena politica sciogliendo le sue forze di reazione rapida nell’esercito regolare.

Infine, sull’importanza del Sudan per Washington, un’annotazione molto significativa: “L’ambasciata statunitense a Khartoum disponeva di un numero eccessivo di personale – alla pari della missione diplomatica a Kiev – non giustificato dalla portata e dal volume dei legami bilaterali USA-Sudan, portando a ipotizzare che fosse un avamposto chiave dell’intelligence”.

Così, il ritiro precipitoso e massivo del personale e dei cittadini americani dal Paese al quale stiamo assistendo in questi giorni, dà la misura del rovescio che sta subendo Washington.

Estratto dell’articolo di Michele Farina per il “Corriere della Sera” il 25 Aprile 2023.

Il cammelliere che divenne generale e il generale che si volle presidente, il trafficante d’oro del Darfur e l’ex cadetto nato sulle sponde del Nilo, l’arricchito outsider di provincia e il predestinato ufficiale di carriera nel Paese dei 16 colpi di Stato, il protetto del Cremlino contro l’aspirante al-Sisi di Khartum. 

L’inferno del Sudan si deve a due uomini d’armi e ai loro rispettivi clan con Paesi alleati allegati, due incalliti golpisti che più diversi non potrebbero essere. Mohammed Dagalo detto Hemeti (piccolo Mohammed), classe 1974, capo delle Forze di supporto rapido (Rsf) forti di 100 mila miliziani, si è fermato alla terza elementare.

A 13 anni portava cammelli da una parte all’altra del confine con Libia e Chad. La sua autobiografia prevede 10 anni nel Paese di Gheddafi. Torna in Sudan dopo che alla famiglia hanno rubato 7 mila bestie e rapito diversi parenti. È in 2003 in Darfur: il 25 aprile di vent’anni fa comincia una guerra tra etnie locali e arabi appoggiati dal centro. Hemeti si schiera per sei mesi con i ribelli e poi passa ai governativi: sarà un capo Janjaweed, i diavoli a cavallo accusati di crudeltà e massacri. 

Nello stesso periodo anche Abdel Fattah al-Burhan, oggi 62 anni, è da quelle parti: il presidente-dittatore Omar al-Bashir ha incaricato gente come lui della repressione che rasenta il genocidio: generale addestrato in Egitto e Giordania, famiglia del Nord del Paese da dove provengono i quadri dell’esercito sudanese, Burhan torna a Khartum avendo fatto con discrezione il suo sporco lavoro.

Anche il provinciale Hemeti prende la via della capitale: nel 2013 al-Bashir lo chiama a capo di una milizia che ai suoi occhi ha il compito di bilanciare il potere dei militari e fargli da scudo. Uno Stato, due eserciti: la radice dello scontro attuale. Con il perdurare dei moti popolari del 2019, […] Burhan e Hemeti si alleano e mollano al-Bashir. 

[…]  I due golpisti all’apparenza uniti: Hemeti in realtà vuole essere presidente, Burhan vuole neutralizzarlo chiedendo che le sue Forze rientrino nei ranghi di quell’esercito che pure non ha mai visto alla pari «i bifolchi» dell’Rsf.

Le stellette del Nilo contro le ricchezze accumulate da Hemeti grazie ai mercenari forniti ai sauditi in Yemen e all’oro del Darfur da contrabbandare in Russia via Emirati, con le milizie addestrate in Libia dalla Wagner di Prigozhin, lo chef di Putin, all’ombra del generale Kalifa Haftar. Una russian connection per cui oggi il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è detto «molto preoccupato».

[…]. Burhan ha come modello protettore l’omonimo al-Sisi, padre-padrone dell’Egitto che auspica sul confine Sud una replica del suo regime, che magari si schieri con Il Cairo contro la minaccia della diga sul Nilo costruita dall’Etiopia. Certo, gli Emirati amici di Hemeti sono anche finanziatori dell’Egitto a rischio bancarotta. Imbarazzi incrociati. Ecco perché gli stessi sauditi […] vorrebbero un accordo tra i due nemici. Stabilità sempre, democrazia mai.

L'ex cammelliere e il generale amico di al-Sisi. Sudan, chi sono i golpisti Al-Burhan e Hemeti: la loro ‘Russian connection’ che spaventa gli Usa. Riccardo Annibali su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

Mohammed Degalo detto Hemeti, classe 1974, capo delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) che vantano 100 mila miliziani, si è fermato alla terza elementare. A 13 anni portava cammelli da una parte all’altra del confine con Libia e Chad. Ha passato 10 anni nel Paese di Gheddafi. Dopo che alla famiglia hanno rubato 7 mila bestie e rapito diversi parenti torna in Sudan. Il 25 aprile di vent’anni fa è in Darfur dove comincia una guerra tra etnie locali e arabi appoggiati dal centro. Hemeti si schiera per sei mesi con i ribelli e poi passa ai governativi. Diventa un capo Janjaweed, i diavoli a cavallo accusati di crudeltà e massacri.

Abdel Fattah al-Burhan, oggi 62 anni, nello stesso periodo è stato incaricato dal presidente-dittatore Omar al-Bashir della repressione che rasenta il genocidio: generale addestrato in Egitto e Giordania, famiglia del Nord del Paese da dove provengono i quadri dell’esercito sudanese, Burhan torna a Khartum avendo fatto con discrezione il suo sporco lavoro. Nel 2013 al-Bashir chiama Hemeti a capo di una milizia che ai suoi occhi ha il compito di bilanciare il potere dei militari e fargli da scudo.

Con il perdurare dei moti popolari del 2019, guidati anche dalle donne e cominciati con la protesta pacifica per il costo del pane, Burhan e Hemeti si alleano e mollano al-Bashir. Per un brevissimo periodo, l’ex cammelliere sembra l’uomo del popolo e delle periferie, ma i suoi uomini massacrano i manifestanti anche dopo la caduta del dittatore. La pallida transizione democratica dura fino al colpo di Stato del 2021, con la caduta del governo a guida civile.

Hemeti in realtà vuole essere presidente, Burhan vuole neutralizzarlo chiedendo che le sue Forze rientrino nei ranghi di quell’esercito che pure non ha mai visto alla pari: l’Rsf.

Oggi il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è detto “molto preoccupato” del legame tra Hemeti, che ha accumulato ricchezze grazie ai mercenari forniti ai sauditi in Yemen e all’oro del Darfur da contrabbandare in Russia via Emirati, con le milizie addestrate in Libia dalla Wagner di Prigozhin, lo chef di Putin, all’ombra del generale Kalifa Haftar. Una Russian Connection. Riccardo Annibali

Golpe in Sudan: chi sono e cosa vogliono le Rsf. CLARA TREVISAN 19 aprile 2023 su Inside Over. 

Ad appena due anni dall’ultimo golpe, il Sudan vede di nuovo la sua capitale messa a ferro e fuoco dalle forze armate. A seminare il panico sono le Rapid Support Forces (Rsf), che si contendono il palazzo presidenziale e le sedi delle reti delle comunicazioni con l’esercito regolare; gli scontri hanno già causato oltre 180 vittime civili. La prospettiva del passaggio dei poteri ad un governo civile si allontana, mentre il Paese si avvicina pericolosamente sulla guerra civile.

Chi sono le milizie che stanno combattendo in Sudan

Le Rapid Support Forces, che oggi contano circa 100mila combattenti in tutto il Sudan, sono nate nel 2013 come evoluzione della famigerata milizia Janjaweed, che a partire dal 2003 ha combattuto in Darfur per reprimere una ribellione contro il governo di Khartoum. Quelle azioni militari sono valse all’allora presidente Omar al-Bashir e ai leader Janjaweed svariate accuse di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio da parte della Corte Penale Internazionale. Diversi osservatori dei diritti umani affermano che tra il 2003 e il 2008, nell’Ovest del Paese, gruppi militari e paramilitari inviati dal governo hanno saccheggiato e bruciato villaggi interi abitati da comunità principalmente non-arabe. In quel periodo, l’esercito regolare attaccava i ribelli con incursioni aeree e artiglieria pesante. La velocità d’azione da terra era fondamentale negli attacchi nelle aree aride e rurali della regione occidentale; sono così diventate tristemente celebri le immagini dei combattenti Janjaweed prima, e Rsf poi, armati di mitra sul dorso di cavalli o cammelli o nel cassone di pick-up, che miravano a ribelli e civili senza distinzioni. In quell’occasione, la milizia aveva costituito un elemento chiave nella permanenza al potere del governo Bashir.

L’eredità di al-Bashir

Gli eventi di questi giorni sono più facilmente interpretabili rivolgendo lo sguardo al passato recente. Nei suoi ultimi anni al potere, il presidente al Bashir ha fatto quello che Alan Boswell, direttore del Progetto per il Corno d’Africa del Crisi Group, ha definito coup proofing, ovvero “impermeabilizzazione ai colpi di stato”. Per cementare la sua permanenza al potere, preoccupato che gli organi di sicurezza potessero diventare abbastanza forti da sfidarlo, al-Bashir ha permesso la proliferazione di gruppi armati e centri di potere locali che era convinto (ingenuamente, come la storia seguente avrebbe dimostrato) di poter controllare. Così, il rovesciamento del suo regime ha lasciato dietro di sé una grande confusione in termini di corpi armati e istituzioni di sicurezza; il rischio che le diverse componenti si potessero scontrare era infatti preannunciato da tempo.

La dimensione quasi commerciale nella quale si era super-sviluppato l’apparato di sicurezza statale è stato uno dei motivi principali del colpo di stato 2021. Il primo ministro ad interim Abdalla Hamdok, incaricato di traghettare il Paese ad un governo civile, avrebbe dovuto riorganizzare la forze di sicurezza, ma i capi militari che avevano tratto tanto profitto dalla loro posizione non erano pronti a lasciarla.

Il problema che si ripropone oggi è, mutatis mutandis, lo stesso: il nodo principale su cui si scontrano le formazioni rispettivamente fedeli al presidente Abdel Fattah al-Burhan (l’esercito regolare, Sudanese Armed Forces) e al vice presidente Mohamed Hamdan Dagalo – comunemente noto come Hemeti (le Rapid Support Forces appunto) è che per attuare la transizione ad un governo civile promessa dalla giunta di al-Burhan, la riorganizzazione delle forze armate rappresenta una condizione necessaria. Questa comporterebbe l’integrazione delle Rsf nell’apparato di sicurezza statale, ma il disaccordo sul come e quando effettuare questa operazione è tale da trascinare il Paese in una guerra civile.

Chi è il generale Hemeti

Come riportato dal Washington Post, il leader del gruppo armato, Hemeti, è di umili origini, cresciuto come allevatore di cammelli in una tribù del Darfur. Originariamente aveva preso parte alla ribellione lui stesso, per poi passare dalla parte di governo di Khartoum come militare. Sotto la sua guida, le Rsf si sono velocemente trasformate in una potente milizia di mercenari, che negli anni è stata schierata in Yemen nelle fila della coalizione a guida Saudita, e in Libia al soldo degli Emirati Arabi Uniti. L’ambizione di Hemeti a guadagnare influenza a livello regionale lo ha portato a collaborare anche con il gruppo Wagner: la compagnia russa gli ha garantito un dispositivo di sicurezza necessario a proteggere il suo business di estrazione aurifera nel sud del Sudan.

La milizia che fa capo ad Hemeti è cresciuta velocemente negli ultimi anni: presentandosi come protettore dei sudanesi a lungo trascurati dal governo di Khartum, il vice presidente ha condotto una campagna di reclutamento particolarmente fruttuosa nelle aree occidentali del Sudan, in quelle più povere vicine al Mar Rosso e lungo il confine con il Sud Sudan, ingrossando di molto le fila delle Rapid Support Forces. 

L’evoluzione del corpo paramilitare

Già nel 2010, la milizia operava parallelamente alle forze di sicurezza regolari come unità di risposta rapida. Gli ex-Janjaweed venivano inviati dal presidente al-Bashir anche oltre il Darfur per rispondere alle violenze tribali lungo i confini del Sudan. Il corpo ha sempre avuto un’impronta clientelare: per cementare la fedeltà dei combattenti, il presidente era solito ricompensare i comandanti con premi personali, che li hanno resi negli anni molto ricchi e potenti. Tuttavia, le élite militari tradizionali delle Sudanese Armed Forces guardavano ai membri Rsf come rozzi allevatori e combattenti di seconda classe. La competizione per il primato tra le diverse componenti armate era chiara già durante il regime Bashir, ma funzionale agli scopi del Presidente.

Tuttavia, nel colpo di Stato del 2019 che ha rovesciato la dittatura al Bashir le due forze hanno cooperato. E sempre insieme sono stati schierati, sia nel 2019 che nel 2021, per sedare le proteste pro-democrazia che avevano seguito i colpi di stato dell’esercito. Già prima degli scontri di questi giorni, le stime parlavano di più di un centinaio di attivisti uccisi sia dalle Rsf che dall’esercito regolare, e centinaia di altri arrestati e mai condotti a processo. Per quattro anni, i due schieramenti armati sono riusciti a collaborare per mantenere le proprie posizioni di potere, ma il 15 aprile la tensione è infine scoppiata in scontro aperto.

Includendo una forza aerea – seppur esigua – l’esercito regolare sudanese ha un vantaggio materiale sulle Rsf, e a detta degli esperti è meglio posizionato per difendere infrastrutture chiave. Dal momento che le Rsf hanno tradizionalmente combattuto in aree rurali, i suoi combattenti non sono ben addestrati per la guerra urbana in una città densamente popolata come Khartoum. Infatti, già domenica 16 aprile l’esercito regolare sembrava avere la meglio nella capitale, avendo colpito numerosi obiettivi Rsf con raid aerei.

La trappola sudanese

L’esercito regolare e le Rsf sono ora ai ferri corti perché hanno visioni diverse su come consolidare il proprio potere. Secondo Kholood Khair, direttrice di un think tank che studia la transizione sudanese, la realtà è che nessuno nei due è disposto a rispettare forme di controllo democratico né ha intenzione di improntare una riforma della sicurezza, elementi che limiterebbero di molto il loro potere. L’analista politica sudanese aggiunge che è possibile che i due abbiano fomentato l’escalation proprio per ottenere concessioni dalle fazioni pro-democrazia per poi ridimensionare il conflitto con un margine d’azione più ampio di prima, e meno pressione internazionale. CLARA TREVISAN

Gabon: un altro boccone amaro per Parigi. Ernesto Ferrante su L'Identità il 31 Agosto 2023

“Profonda preoccupazione” per quanto sta accadendo in Gabon è stata espressa dagli Stati Uniti, “fortemente contrari alle prese di potere militari o ai trasferimenti di potere incostituzionali”. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Matthew Miller, ha chiesto ai “responsabili di garantire la sicurezza dei componenti del governo e delle loro famiglie” e di “preservare il governo civile”.

L’appello rivolto “a tutti gli attori” è a dare prova di “moderazione e rispetto per i diritti umani” e affrontare “in modo pacifico con il dialogo le preoccupazioni, dopo l’annuncio dei risultati elettorali”. Rispetto al voto, apparso tutt’altro che libero e trasparente fin dalle prime battute, gli Stati Uniti rilevano “con preoccupazione la mancanza di trasparenza e le segnalazioni di irregolarità”.

Nessuna marcia indietro da parte dei militari. Il generale Brice Oligui Nguema, capo della Guardia repubblicana, giurerà lunedì come “presidente della transizione”. Lo ha annunciato l’esercito del Gabon, precisando che la cerimonia si terrà presso la Corte costituzionale.

Con un comunicato stampa, letto sul canale televisivo statale Gabon 24 nella giornata di ieri, gli insorti hanno detto di aver deciso “di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime”, “che provoca un continuo deterioramento della coesione sociale e che rischia di portare il Paese nel caos”.

Successivamente, il Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni ha anche annunciato la “chiusura delle frontiere fino a nuovo ordine”.

Il rieletto presidente Ali Ben Bongo, figlio di Omar Bongo, satrapo del Paese dell’Africa centrale per 41 anni, è stato messo agli arresti domiciliari. Anche un figlio dell’uomo al potere per 14 anni è stato arrestato.

Il generale Brice Oligui Nguema, capo della Guardia Repubblicana, è stato portato in trionfo da centinaia di soldati poche ore dopo il colpo di Stato, al grido di “Oligui presidente”.

La Francia, dove i Bongo possiedono da anni conti correnti e proprietà di lusso, ha “condannato il colpo di Stato militare in corso” e raccomandato ai suoi connazionali sul posto di “non uscire di casa”.

Il leader dei radicali di sinistra de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha accusato il presidente Emmanuel Macron di aver “compromesso la Francia” con il suo appoggio al deposto leader gabonese.

Per Mélenchon, “il Gabon ha potuto sbarazzarsi della sua marionetta presidenziale solo con un intervento dei militari”. “Macron, ha aggiunto su X, ha di nuovo compromesso la Francia in un appoggio incondizionato ad un regime insopportabile. Gli africani voltano pagina”.

Le attività del gruppo minerario francese Eramet sono state “interrotte”. Lo ha riferito la società, che esporta metalli in tutto il mondo e ha 8mila dipendenti solo in Gabon.

“In seguito agli ultimi avvenimenti in corso”, la multinazionale ha “messo fine” alle sue attività e “monitora” la situazione per “proteggere la sicurezza del personale e l’integrità delle strutture”. La comunicazione ha fatto crollare le azioni Eramet alla Borsa di Parigi, con un calo dell 18,83% a 61,85 euro intorno alle 9:55.

Il gruppo è presente nella Repubblica Gabonese con due filiali: la società Comilog, con base a Ogooué, specializzata nell’estrazione del manganese, e la Setrag, che gestisce la linea ferroviaria che collega la costa atlantica al sud-est.

I suoi abitanti, grazie ai proventi delle risorse naturali, potrebbero essere molto ricchi. Invece sprofondano nella miseria, mentre i Bongo continuano a fare affari. Negli anni ’90, gli americani avevano trovato nelle loro banche 100 milioni di dollari appartenenti al capostipite, protetto non solo dalla Francia, ma da buona parte di quell’Occidente a cui interessa unicamente spuntare le migliori condizioni nelle relazioni commerciali con l’opaca classe dirigente dello Stato dell’Africa subsahariana ricco di riserve minerarie e forestali, oltre che di gas e petrolio.

Il Gabon sta facendo di tutto per proteggere la sua foresta pluviale. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 30 Dicembre 2022.

C’è un Paese, nel continente africano, che negli ultimi anni si è distinto per gli sforzi ambientali e di conservazione compiuti: il Gabon, una nazione così ricca di flora e fauna selvatica da essere soprannominata “l’Eden dell’Africa”. Le sue foreste – che coprono quasi il 90 percento della sua terra – sono tra quelle che assorbono più CO2 al mondo, processando ogni anno l’equivalente di un terzo delle emissioni di carbonio della Francia. Motivo per cui il Governo e i suoi abitanti hanno deciso di adottare regole rigide per mantenere in piedi la maggior parte degli alberi, cercando di contribuire in maniera sostanziale a limitare i danni di una crisi climatica globale.

Obiettivi che, fino a qualche decennio fa, sarebbero stati impensabili da prefissare. Il Gabon è infatti un piccolo stato la cui economia si è sempre alimentata con il petrolio, di cui un tempo in Africa ne era il quinto esportatore. Da quest’attività proveniva la maggior parte del profitto. Ora, al contrario, il Paese spera di sostentarsi aiutando il mondo a evitare il collasso, adottando una serie di strategie che dovrebbero incoraggiare i paesi più ricchi a pagare quelli più in difficoltà per tenere in vita le loro foreste. Nell’interesse di tutti. «Se fermi la deforestazione, dovresti essere ricompensato per aver rinunciato ad altre forme di sviluppo economico», ha affermato lo scienziato Andrew Mitchell. «Le foreste dovrebbero valere più da vive che da morte». L’argomentazione portata avanti dal Governo del Gabon è semplice. Le foreste pluviali forniscono un “servizio” al mondo, togliendo dall’aria milioni di tonnellate di carbonio. Un “servizio”, però, che non produce alcuna entrata economica. Per questo spesso i paesi più poveri sono spinti ad abbattere le proprie foreste (per ricavarne legname da vendere) piuttosto che proteggerle.

E noi non solo non incentiviamo la loro salvaguardia, ma ne favoriamo la scomparsa. Dati alla mano, da soli gli europei, ad esempio, sono responsabili del 10% della deforestazione globale per via dell’importazione di prodotti agricoli e forestali. «E paesi come il Gabon, che hanno protetto le loro foreste, dovrebbero essere ricompensati per averlo fatto e avranno bisogno di qualche incentivo per continuare su questa strada», ha detto in un’intervista il ministro dell’acqua, delle foreste, del mare e dell’ambiente, Lee White. Infatti, mentre la Repubblica Democratica del Congo perde circa 500.000 ettari all’anno a causa della deforestazione, tra il 2010 e il 2020, il Gabon ne ha tagliati “solo” 12.000, meno dello 0,1% all’anno grazie a «diverse decisioni coraggiose che hanno contraddistinto il Gabon come leader nelle politiche di gestione ambientale e forestale».

Vediamo quali. Di recente, ad esempio, nel paese sono state vietate le esportazioni di legname grezzo (la Francia era uno dei principali acquirenti), tenuto invece in loco per incentivare la lavorazione nelle aziende locali. Attorno al legno, infatti, è nato (grazie a numerose agevolazioni fiscali) un vero e proprio polo industriale specializzato nella costruzione di mobili, compensato e altri derivati, principalmente per creare posti di lavoro ed evitare la migrazione all’estero. Un settore che infatti ora impiega circa 30.000 persone (più del 7% della forza lavoro del paese).

La legge, tra l’altro, prevede che si taglino solo due alberi per ettaro, ogni 25 anni e che ogni tronco sia dotato di un codice a barre di riconoscimento, per combattere il disboscamento illegale. Nel 2018 il Governo ha inoltre stabilito che entro il 2025 tutte le aree adibite al disboscamento (per cui servono delle concessioni) debbano essere certificate FSC – un documento internazionale, indipendente, per i prodotti legnosi e non legnosi derivati dalle foreste. Tale standard globale garantirebbe la sostenibilità di tutto il legno ricavato dalle foreste. Ad oggi il Gabon ha raggiunto 2,4 milioni di ettari di foresta certificata, grazie anche all’istituzione di una stazione di ricerca satellitare per creare un database delle sue aree più degradate, su cui quindi serve intervenire con urgenza. «Non possiamo risolvere da soli tutti questi problemi, ma se non ci sono esempi di paesi in cui si sta cercando di trovare una soluzione, allora da chi impareranno gli altri?», ha detto il Ministro dell’ambiente.

Effettivamente gli sforzi del Paese stanno dando i loro frutti. La deforestazione e il disboscamento illegale sono diminuiti, con vantaggi anche per la fauna. Il numero di elefanti, ad esempio, è aumentato in modo significativo, passando da una popolazione di 60.000 elementi nel 1990 ai 95.000 del 2021. Per White, «Ogni paese che ha perso i suoi elefanti, ha perso le sue foreste», sottolineando lo stretto legame tra bracconaggio e deforestazione, due attività illegali che si alimentano l’un l’altra. L’approccio adottato dal Gabon sta già ispirando alcuni “vicini”. Diverse nazioni del bacino del Congo si sono anch’esse impegnate a vietare l’esportazione di legname grezzo dal prossimo anno e altri due paesi contano di creare un’industria del legno simile.

Non tutti però credono che la nazione possa tollerare a lungo questi ritmi, considerando il Paese inadatto a guidare una “rivoluzione” globale soprattutto per via del suo legame con il petrolio. Per anni il greggio gli ha fornito ricchezza, permettendo al Paese di non sprofondare nella povertà più assoluta, toccata agli altri.

In questo c’entriamo pure noi e le nostre abitudini, che se non cambiano impediranno anche al resto del mondo di cambiare, come dimostrano le parole di Ali Bongo Ondimba, attuale Presidente del Gabon: «Continueremo a consumare gas e diesel per molti anni, almeno fino a quando i paesi più ricchi non faranno di più per aiutare le nazioni più povere a finanziare la transizione energetica». [di Gloria Ferrari]

Il Ciad nazionalizza tutti i beni della multinazionale petrolifera Exxon. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 27 Marzo 2023

Il Ciad sta nazionalizzando tutti i beni della multinazionale petrolifera ExxonMobil, compresi i suoi permessi per l’esplorazione di idrocarburi, grazie a un recente decreto varato dal governo. Lo Stato centrafricano ha iniziato a produrre petrolio nel 2003 con il completamento dell’oleodotto che collega i giacimenti meridionali ai terminali della costa atlantica del Camerun. Su tali riserve energetiche ha investito la multinazionale statunitense Exxon, alla guida di un consorzio composto da Chevron e Petronas. L’ultimo progetto petrolifero gestito dal colosso energetico era quello di Doba, una città nel sud del Paese che di recente aveva scoperto i propri giacimenti. Nei mesi scorsi, la multinazionale statunitense era arrivata a un accordo con Savannah Energy per la vendita delle attività condotte in Ciad e in Camerun. L’intesa da 407 milioni di dollari è stata però contestata dalla giunta militare al governo che ha deciso di ricorrere alla nazionalizzazione.

L’operazione di vendita tra le due compagnie era stata condotta “nonostante le espresse obiezioni del governo ciadiano e in barba al suo diritto di prelazione”, fa sapere l’esecutivo, aggiungendo: “il giacimento Doba e l’oleodotto Ciad-Camerun costituiscono beni vitali e sovrani per il Ciad, non possono essere messi a repentaglio da un’operazione irregolare”. Con la nazionalizzazione di una società privata, uno Stato si appropria dei beni e delle concessioni appartenute a quest’ultima. Le nazionalizzazioni, frequenti negli anni ’60 e ’70, sono diventate una rarità soprattutto nei Paesi poveri o emergenti sia per l’ingente influenza politica detenuta dalle multinazionali sia per gli eventuali contraccolpi sull’economia locale. La decisione governativa potrebbe, infatti, frenare gli investitori privati nella regione nonostante il momento di crescente domanda globale di energia. La sfida più grande sarà la gestione efficiente della produzione petrolifera, nonché un maggior riguardo nei confronti della popolazione che attualmente incontra diverse difficoltà nell’accedere al petrolio e dunque a un approvvigionamento energetico stabile.

L’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite classifica il Ciad come il settimo paese più povero del mondo, con l’80% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. Le accuse sono rivolte sia all’azione esterna, con gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) volti allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi senza alcun riguardo per lo sviluppo socioeconomico del Paese, sia a quella interna, in balia della corruzione e dell’instabilità politica. Il Ciad, che attende le elezioni, è attualmente governato da una giunta militare con a capo Mahamat Deby, succeduto al padre Idriss Deby nel 2021. Il regime autoritario di quest’ultimo è iniziato nel 1990; durante i successivi tre decenni si è assistito a una erosione della democrazia oltre che al dilagare della corruzione e al clientelismo.

Con Idriss Daby al governo, i legami tra il Ciad l’ex colonizzatore francese sono stati sempre stretti, tanto che al suo funerale era presente il presidente Emmanuel Macron. La scomparsa del dittatore ciadiano è stata descritta da Parigi come: «la perdita di un coraggioso amico che aveva cercato pace e stabilità per tre decenni». Nel 2006 e nel 2008 la Francia ha fornito il proprio supporto militare a Deby per salvarlo dai ribelli che stavano per raggiungere la capitale N’djamena. Scenario simile anche nel 2019, quando Parigi non esitò a schierare le truppe dell’operazione Barkhane, utilizzando quindi il pretesto della “lotta al terrorismo”, per evitare il rovesciamento di un governo amico. Supporto dettato dalla volontà di avere ancora voce in capitolo nella regione, sia dal punto di vista geopolitico sia dal punto di vista economico, dal momento in cui il Ciad è uno dei Paesi della Françafrique e utilizza ancora il franco CFA come valuta ufficiale. [di Salvatore Toscano]

In Marocco, tra i villaggi dell’Alto Atlante devastati dal terremoto. Monica Cillerai su L'Indipendente martedì 12 settembre 2023 

Non ha più lacrime per piangere Lhoussain Asoki, classe 1985. Ha perso tutti. Sotto le macerie sono rimaste sepolte sua moglie, Soad Ait, e i tre figli Marwa, Mohamed e Salma. Maewa, la più grande, aveva cinque anni, Mohamed ne aveva tre, mentre Salma, l’ultima arrivata, era nata da appena due giorni. Il terremoto se li è portati tutti via. La casa di terra, mattoni e argilla è crollata troppo in fretta, non sono riusciti a uscire. Lhoussain é l’unico sopravvissuto. Ha una ferita in testa e la morte nel cuore. Non vuole tornare a vedere dove tutto è accaduto. La famiglia è stretta intorno a lui in un accampamento di tende costruito sulla cima della collina. Sono tutti di origine berbera, come la gran maggioranza della popolazione più toccata dal terremoto. Nessuno dorme in casa, la paura di ulteriori scosse è ancora troppo forte.

Il comune rurale di Moulay Brahim, 50 chilometri a sud di Marrakech,è uno degli epicentri del terremoto che venerdì 8 settembre ha sconvolto la regione di Marrakech e i monti sull’Atlante. Il bilancio dei morti continua a salire. Per ora se ne contano più di 2.800, con oltre 2.500 feriti. Ma è destinato ad aumentare. Molte case sono crollate, e i detriti riempiono la visuale ovunque si guardi. La maggior parte delle abitazioni ancora in piedi sono state comunque abbandonate per le numerose crepe che si sono aperte. Non si sa quanti siano i morti nel paese: alcuni dicono 30, altri più di 40. Alcuni corpi restano sotto le macerie. Intanto, si continua scavare.

La strada che arriva a Ijoukak è una fila di macchine infinita. La strada, che è la R203 che porta ai comuni montani a sud di Marrakech, è stata stata riaperta dopo due giorni, ma il percorso è ancora pieno delle rocce cadute durante il terremoto ed é pericolante. La maggior parte degli aiuti umanitari è arrivato solo oggi, ed è ancora completamente insufficiente per aiutare le migliaia di persone che hanno perso tutto. La zona di Ijoukak, 100 chilometri a sud di Marrackech, é una delle più colpite: i morti sono centinaia, qualcuno dice quasi ottocento, nessuno ha un conteggio preciso. L’ultimo censimento contava circa 6.700 persone abitanti in tutto il paese. In alcuni dei centri abitati che compongono la vallata non c’è nessuna casa in piedi. «C’est la dévastation complete», ripetono alcuni dei superstiti. è la devastazione completa.

Intorno, solo macerie. «È crollato tutto. I miei vicini sono tutti morti». Ha perso il fratello Ibrahim Baraka, con la moglie e due dei figli. Solo uno è sopravvissuto. «Vivevano nella casa lì sotto». Non resta più niente. «La casa accanto è semplicemente scivolata giù dalla riva». Ibrahim dorme in una delle tende che ospitano centinaia di sopravvissuti, insieme alla famiglia dell’altro fratello, anche lui vivo. Era via per lavoro. I bambini giocano e ridono nella notte che avanza. «È stato un miracolo. Pensavamo fossero tutti morti, la casa era completamente crollata». Qui intorno, nei villaggi più alti, la situazione è ancora peggiore. «Là nemmeno i soccorsi e gli aiuti arrivano. La situazione è ancora più catastrofica».

Dopo due giorni di isolamento e assenza di aiuti, ora i soccorsi sono all’opera; volontari e pompieri stanno scavando per tirare fuori le decine di corpi ancora sotto le pietre. Le possibilità di trovare qualcuno ancora vivo é scarsa, anche se la speranza muove la pala di chi da una mano. Tra tutti i centri abitati attraversati finora, Ijoukak è nella situazione peggiore. Di una buona parte del paese non restano che macerie. «Per fortuna le persone sono molto solidali tra di loro qui. Tutti si aiutano. E anche dal resto del Marocco sono arrivati aiuti da parte della popolazione civile». Dice Ibrahim. Ma non basta. Ci vorranno anni a ricostruire tutto.

La devastazione è realmente totale e difficile da descrivere. In tutta la provincia di Al Haoz le scene si ripetono: case crollate, detriti ovunque, famiglie spaccate e vite portate via; accampamenti autocostruiti fatti di teli e coperte lontano dalle macerie; feriti con bende di fortuna e persone che cercano di salvare il salvabile dai resti delle proprie case. Ogni tanto c’è qualche tenda messa a disposizione da una ONG o dallo stato, ma la maggior parte degli aiuti sono dati dall’autorganizzazione della comunità e anche dalla solidarietà diretta delle persone che da Marrakech si sono mosse verso le zona più colpite. 

A Tafeghaghte anche gli animali sono morti, togliendo uno dei pochi introiti agli abitanti dei centri più poveri. Camminando lungo la strada si vedono ancora i cadaveri di asini e capre mezzi sepolti e coperti di polvere. Il tanfo di morte impregna l’aria. La povertà uccide due volte. I paesi più colpiti sono infatti quelli meno benestanti, con le case costruite di terra, argilla e qualche mattone. Sono gli stessi centri abitati dove le strade non sono asfaltate e sono poco accessibili. Sono i villaggi dimenticati, proprio perché già poveri. «Qui abbiamo fatto tutto da soli. Abbiamo tirato fuori noi i corpi, nessuno ci ha aiutato. Solo ora arriva qualche aiuto» dicono dal villaggio berbero di Tafeghaghte, altra zona devastata dal sisma. Anche qui sono poche le case in piedi.

Si parla di circa 380.000 persone toccate dal terremoto che hanno bisogno di aiuti. Per ora il Marocco ha concesso solo a quattro stati di mandare soccorsi, ovvero Regno Unito, Spagna, Qatar e Emirati Arabi. Numerosi altri sono in attesa di risposta. «Bisogna continuare a sperare. È triste. Ma come facciamo? Non possiamo fare tornare indietro i morti. Li piangiamo. Abbiamo anche perso tutto. Dobbiamo capire come andare avanti». Ci saluta così Ibrahim, prima di allontanarsi nella notte. Domani, continuano le ricerche. [testo e foto di Monica Cillerai]

La catastrofe. Marocco in ginocchio, oltre 2mila morti per il terremoto: “L’emergenza potrebbe durare anni”. Oltre duemila feriti. E si continua a scavare, il bilancio è provvisorio. Danneggiata la Medina di Marrakech. La Farnesina fa sapere che tutti i 400 italiani nel Paese stanno bene. Redazione Web su L'Unità il 10 Settembre 2023

Si continua a scavare tra le macerie in Marocco, dopo il terremoto che ha colpito il paese nella notte tra venerdì e sabato. Un’ecatombe, una scossa di magnitudo 6.8 con epicentro a 70 chilometri da Marrakech e a una profondità di 10 chilometri. Il bilancio al momento provvisorio è drammatico: oltre duemila morti e duemila (2.012) feriti, di cui mille e quattrocento in gravi condizioni. Danneggiate anche le mura storiche di Marrakech, con il minareto di una moschea che è crollato. Il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che i 400 italiani che si trovavano nel Paese sono tutti in buone condizioni.

Il terremoto si è verificato lungo la catena montuosa dell’Atlante, con un movimento di compressione generato dalla spinta della placca africana verso quella europea. La scossa è durata una trentina di secondi ed è stata avvertita anche in Spagna e Portogallo. Difficile per i soccorsi raggiungere tutte le città e i villaggi rurali e montuosi colpiti dal terremoto. Tantisime persone sono rimaste senza casa. Circa la metà delle vittime è stata registrata nella regione rurale di Haouz, dove le case sono in gran parte fatte di mattini di fango. Le valanghe bloccano diverse strade di montagna, fangose e fragili.

Le zone più colpite sono quelle della zona dell’Atlante, abitate da circa dieci milioni di persone. L’epicentro è stato individuato nel villaggio Tata N’Yaaqoub, nella provincia di Al-Haouz. Re Mohammed VI ha ordinato all’esercito di schierare aerei, elicotteri e truppe dell’esercito per le operazioni di salvataggio. Potrebbe chiedere aiuto anche a Paesi stranieri ma al momento non c’è conferma. Diversi i Paesi che si sono offerti di inviare aiuti umanitari al Marocco tra cui l’Algeria, Israele, la Turchia, la Francia, gli Stati Uniti. Algeri, che da anni ha un rapporto molto complicato con il Marocco, ha riaperto lo spazio aereo a voli che trasportano aiuti umanitari e persone ferite dopo che per due anni era rimasto chiuso sia ad aerei civili che militari.

A Marrakech sono crollati edifici storici, porzioni di mura e il minareto della moschea della famosa piazza Jamaa el-Fna, in una delle zone più trafficate dai turisti. La città è stata attraversata da diversi blackout e le connessioni a internet sono saltate. Il villaggio di Tafeghaghte, 60 chilometri a sud-ovest di Marrakesh, è stato quasi interamente decimato dal terremoto. Pochissimi edifici sono ancora in piedi, mentre le truppe dell’esercito continuano a cercare i corpi sepolti sotto le macerie. L’aeroporto di Marrakech ha ripreso a funzionare regolarmente. Il Re ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

I precedenti più gravi in Marocco risalgono al 29 febbraio 1960, quando un terremoto di magnitudo 5,7 sulla scala Richter distrusse Agadir, sulla costa occidentale del paese, provocando la morte di oltre 12.000 persone, un terzo della popolazione della città e l’epicentro fu collocato proprio sotto la città; e al 24 Febbraio 2004, un violento terremoto di magnitudo 6.4 colpì la località costiera di Al Hoceima. Il bilancio fu di 630 vittime, 926 feriti e circa 15.000 senzatetto. La Croce Rossa Internazionale ha allertato la comunità internazionale sull’importanza degli aiuti per il Marocco: “L’emergenza potrebbe durare mesi se non anni”. La Farnesina continua a monitorare attentamente l’evolversi della situazione. Per qualsiasi emergenza o segnalazione è possibile contattare l’Unità di Crisi al numero +39 06 36225.

Redazione Web 10 Settembre 2023

Sui monti di Marrakech dimenticati dai soccorsi: «Qui non c’è più nulla». Il Corriere della Sera l'11 settembre 2023.

Ma quando arriva la scavatrice? Più o meno ogni mezz’ora, Sanae Ouichn s’alza dal distributore dov’è accampata, proprio di fianco alla montagna di macerie della sua casa, e va dal gendarme royal che in divisa pulita e ben stirata presidia la strada. Lo guarda dritto: «Me lo dici o no, se vengono a tirare fuori i miei morti?». Lui fatica a scavare nelle parole. «Non fa che rispondermi sempre le stesse cose! Che manca la benzina, che non si trovano gli autisti, che le strade sono intasate…». Serve la pazienza d’un sufi. Sanae s’aggiusta l’hijab nocciola, il solo riparo dalla luce feroce. Scrolla il cellulare, la sola fuga dal mondo infame. Torna a sedersi sotto le pensiline verdi della benzina Ziz. Ha 34 anni e più nessuno, terremotata da mille rabbie: «Là sotto — alza l’indice, l’henné decorato e quasi cancellato dall’opaco della polvere — ci sono mia sorella Bouchra, il mio nipotino Jad, mio cognato. Venerdì sera con mia sorella mi stavo messaggiando, mentre cucinavo: dopo la scossa l’ho chiamata, era online, ma non rispondeva più. Jad aveva 6 anni, andava a scuola da una settimana: l’hanno sentito che gridava aiuto. All’inizio speravo di ritrovarli tutt’e tre. Adesso non più. È rimasta viva soltanto la sorellina di Jad. Prego Dio che, almeno, le facciano rivedere suo fratello dentro una tomba».

Non trovano vivo più nessuno. E nessun morto. Tardano: i primi soldati per cercare i sepolti, li hanno visti solo dopo due notti. Pochi, lenti, confusi. Le prime tende gialle per alloggiare i salvati, le hanno piantate la domenica mattina. Su quest’Atlante a un’ora d’auto da Marrakech, ventimila abitanti prima e ora chissà, neppure il più potente terremoto nordafricano degli ultimi centovent’anni ha smosso la coscienza dei burocrati incapaci. Nemmeno se Amizmiz è diventata un oceano di lacrime, per dirla col poeta berbero di qui, Muhammad Awzal. Non c’è casa senza crepa, non c’è famiglia senza lutto. Poco cibo, pochissima acqua, zero speranze. Però abbonda l’orgoglio dell’arroganza. «Non abbiamo bisogno di niente, solo che facciate buona informazione!», ci allontana un funzionario governativo davanti a una tenda scalcagnata che chiamano ospedale da campo: sette letti, quattro barelle, un banchetto con qualche scatola sparsa d’antiemetico Vomistop e d’antipertensivo Amcard, più impiegati che medici a compilare moduli e a fronteggiare doloranti attese. Arriva qualche dottore di Msf, a metà mattina, e una piccola colonna di camion con le coperte per la notte. Ma Amizmiz è un villaggio di vite a perdere: il Marocco inutile, come i francesi chiamavano queste montagne colonizzate, carta straccia sulla mappa dei soccorsi. «Siamo rimasti soli per 36 ore — dice Salah Ancheu, 28 anni —. Non c’era la polizia, non c’erano le ambulanze, i badili. Non c’era nulla!». Nelle quindicimila moschee di tutto il Marocco si recita la janazah, la preghiera dell’assente, e anche ad Amizmiz i pochi funerali possibili si celebrano al tramonto. Vietato cremare per legge, anche se ci starebbe — si sente una gran puzza di morte — e comunque aiùtati che Allah t’aiuta.

Nella spianata delle palme, dove adesso si monta un campo di fortuna e compare la tv di Stato a riprendere la scena, da un camion militare lanciano bottigliette d’acqua agli assetati che s’accalcano. Sugli spartitraffico e sotto gli ulivi e dentro le cave di tufo, ovunque, decine di famiglie si piantano quattro bastoni e un telo sopra: la nuova casa, per quanto tempo non si sa. Una donna agita la mano e fa sciò al randagio che vuole rubarle l’ombra: è l’unico posto che ha. Un bimbo stringe stretta la monoporzione di marmellata avuta dai volontari della Mezzaluna Rossa e piangendo, strillando scappa disperato dal fratellino che ne vorrebbe un po’: è l’unico pasto che ha. «Non so dove andare, come quel cane», piange Hafida, 39 anni, la famiglia sparita. Li chiamavano gli scelocchi, i berberi di questo Marocco inutile: antichi maestri di spada, fieri guerrieri che facevano tremare tutti gl’invasori. Ma è tremata la terra e l’unica guerra è per sopravvivere, per un materasso e un panino, o per cacciare con furia tre americani in quad (ebbene sì) che alle due del pomeriggio salgono fin da Marrakech a regalarsi il selfie sulle macerie, il drammatico video su TikTok, la cartolina dall’inferno.

L’Atlante è una geografia distrutta, le foto aeree spiegano. I villaggi sono chiazze informi di case afflosciate, 1.293 morti nella provincia di Al Haouz, 452 solo a Taroudant, un’ecatombe senza cifre a Moulay Brahim, che è sempre stata la tappa d’ogni turista e ora è risarcita, almeno un po’, dalle guide di Marrakech: tutte insieme han deciso di mollare le visite ai giardini Majorelle o sotto i minareti della Place, per venire a scavare, aiutare, confortare. Dice la Mezzaluna Rossa che ci vorranno anni, perché il Marocco si risollevi. E decenni, per ridare vita a questi cimiteri di montagna. Un vecchio cammina lento tra i cumuli di pietre, verso la piazza centrale d’Amizmiz, ha una borsa e un figlio che l’aspetta su una Skoda: se ne va a Casablanca, lui che può, addio monti e per sempre. Fuggire, se non si vuol morire ancora un po’. «Ero tornato ad agosto per rivedere la mia famiglia», è scioccato Mohamed Ifquirne, 31 anni e da 3 in America, dove campa come tassista Uber: «Sono finito da New York a queste tende, ho appena seppellito mio nonno e ora tutti i miei parenti mi chiedono di portarli via. Io ho solo la green card. Cosa posso fare per loro? Mia mamma, no: lei farà la clandestina, farà con me la fame a New York, ma non la lascio qui a dormire nelle tende. Amizmiz non è più nulla».

Dov’è finito il re del Marocco? L’incredibile assenza di Mohammed VI: «Sta più a Parigi che in patria, e chissà con chi». Storia di Francesco Battistini su Il Corriere della Sera lunedì 11 settembre 2023.

Un video d’un minuto, senza sonoro. Le tv del regno lo mandano a rullo: l’invecchiato sovrano in gellaba e fez, vicino il giovane erede Moulay, davanti la nomenklatura di ministri e generali. «Riunione di lavoro», recitano i sottopancia. E un comunicato ufficiale: «Sua Maestà il Re ha fornito le sue più illuminate istruzioni per condurre con rapidità le operazioni di soccorso approntate sul terreno». Tutto qui? Tutto qui: mentre i leader di tutto il mondo inviano al Marocco messaggi di cordoglio e offerte d’aiuto, a Rabat c’è un monarca che tutti chiamano «il re suo malgrado» e che anche stavolta, più delle altre volte, è un re inesistente. Nei primi tre giorni, nessun discorso al popolo in ginocchio. Nessuna visita nelle zone terremotate, nemmeno a Marrakech. Nessun ringraziamento ai Paesi stranieri. Niente. Mohammed VI proclama il lutto nazionale e invita solo le 15mila moschee del Marocco a recitare la Preghiera dell’Assente, in onore dei 2.500 morti. Amen. Senza sapere che il vero assente è lui. Il re è muto. Il re è stanco. Il re è nudo. E perfino in un Paese poco abituato alle critiche e all’opposizione, nei caffè e negli uffici e nelle stazioni dov’è obbligatorio esporre sempre una foto della casa reale, la domanda si mischia al malumore: ma che fine ha fatto, M6? Dalla grande scossa alla sua prima apparizione nel video della «riunione di lavoro», sabato, sono passate 18 ore di silenzio assoluto. Venerdì notte il re stava, come ormai gli accade spessissimo, a Parigi: fra il suo castello privato e il palazzo di 1.600 metri quadri (e da un milione 800mila euro) sul Campo di Marte, proprio sotto quella Tour Eiffel che domenica notte s’è spenta in segno di lutto. «Ragioni di salute» l’avevano portato in Francia il primo settembre, e in parte è così: M6 soffre di sarcoidosi, una malattia immunitaria che minaccia il miocardio, nel 2018 e nel 2020 ha subìto un doppio intervento al cuore a Parigi e a Rabat. «Ma ormai passa più tempo in giro per il mondo che in patria», dice sottovoce un giornalista marocchino: le campagne francesi, la sua villa in Gabon, le ospitate nel Golfo, mille viaggi top secret, uno strano inner circle fatto di familiari e d’amici campioni d’arti marziali che l’accompagnano ovunque e (si dice) lo influenzino nelle scelte.

Anche durante il Covid, chissà dove stava questo re nascondarello. «Il mistero delle sparizioni di Mohammed VI», ha scritto in aprile The Economist: pure a fine agosto, e per il quarto anno consecutivo, M6 s’è defilato nell’arcipelago delle Alhucemas e non ha voluto né feste, né fuochi d’artificio per il suo sessantesimo compleanno. C’era dunque da sorprendersi della corona desaparecida, lo scorso finesettimana, mentre il Marocco cadeva a pezzi? Sorprende, semmai, che Mohammed fatichi adesso a prendere in mano la situazione. La prima riunione straordinaria di governo s’è tenuta solo 60 ore dopo il sisma e ai mugugni per la grande assenza e per i ritardi dei soccorsi, s’aggiungono le critiche ai grandi rifiuti: solo pochi Paesi sono stati accettati come donatori d’aiuti, e fra questi la Spagna (che s’è recentemente allineata con Rabat nel riconoscimento del Sahara occidentale) e il Qatar (stretto alleato nel lobbismo marocchino, come dimostrato nello scandalo Qatargate al Parlamento europeo). Fa molto rumore lo schiaffo alla Francia, anche se prevedibile: i rapporti con l’Eliseo sono gelidi da almeno due anni, dallo scoppio dello scandalo Pegasus sulle intercettazioni, e a Rabat non c’è un ambasciatore francese. Lo scorso marzo, quando Emmanuel Macron minimizzò e disse che «le relazioni col re Mohammed VI sono amichevoli», M6 rispose duro che nient’affatto, «le relazioni non sono né buone, né amichevoli». A Parigi, tutto questo se l’aspettavano. E la stampa francese, lunedì mattina, non s’è tenuta negli attacchi al monarca. In Marocco, no. Non esiste una vera opposizione e il ventiduesimo monarca della dinastia alawita, lo «sherif» diretto discendente di Maometto, non può essere criticato apertamente: anni fa, quando una rivista lanciò un sondaggio per misurarne la popolarità, intervenne la censura di Stato «perché nessuno dà le pagelle alla più alta autorità religiosa del Marocco». Il malumore è solo un brusìo, al momento. Anche se M6, vicino al quarto di secolo sul trono, appare sempre più distante. L’ombra di quel giovane sovrano che a fine anni ’90 era chiamato «il monarca repubblicano», «il modernizzatore laico», veniva elogiato per i brillanti studi d’economista a Nizza, per la scelta d’una moglie dai capelli rossi e dalla fedina borghese come Salma Benani, per le sue riforme del diritto di famiglia in un Nord Africa tribale, per la difesa delle donne. «Sono il primo servitore dei marocchini», diceva allora, e la sua silenziosa riservatezza («il suo corteo reale rispetta pure i semafori!») è sempre stata considerata una virtù. Che cos’è successo a quel re, riapparso l’altra sera ingrigito, corrugato, quasi piegato? Sulle sue spalle, di sicuro è caduto l’augurio che gli fece il terribile padre Hassan II, prima di morire, quasi una maledizione («spero tu abbia una vita difficile, per poter dimostrare il tuo valore»): dagli anni del qaedismo e degli attentati alle Primavere arabe, dalla crisi climatica alla pandemia, il regno di M6 non s’è fatto mancare nulla. Il vecchio Hassan era famoso per arrivare sempre in ritardo, «un re è più autorevole se arriva dopo». Il figlio Mohammed ha sempre voluto distinguersi per la straordinaria puntualità: non stavolta.

"Tanti hanno perso tutto". La testimonianza del frate a Marrakesh. Fra Manuel Corullon, della parrocchia dei Santi Martiri di Marrakesh, racconta i drammatici momenti del sisma e anche di come la piccola comunità cristiana della città si sta attivando per fornire aiuto alle persone più colpite. Lorenzo Vita l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Si continua a scavare in Marocco. Ore di angoscia e speranza per i soccorritori e per chi attende di avere notizie delle persone rimaste sotto le macerie. I morti sono già oltre i 2100, con altrettanti feriti. Ma la tragica conta delle persone che non ce l'hanno fatta troppe allungarsi nel corso delle prossime ore. Gli escavatori raggiungono con difficoltà i villaggi di montagna e tante case, di fango e pietra, sono state spazzate via dalla furia delle scosse che hanno fatto tremare la catena dell'Atlante e il sud del Marocco.

Tra le città più colpite Marrakesh, uno dei luoghi più famosi del Paese, dove siamo riusciti a contattare padre Manuel Corullon, frate francescano della parrocchia dei Santi Martiri, che da molti anni vive in Marocco.

"Noi siamo nel centro della città e abbiamo sentito tremare tutto... Poi alle 4:30 di sabato una seconda scossa terribile" ci racconta il frate. "La nostra casa parrocchiale e la chiesa sono costruite in pietra e hanno resistito al terremoto, ma tante case sono crollate".

La comunità cattolica di Marrakesh è composta in larga parte di residente stranieri che vivono in Marocco, studenti e lavoratori dell'Africa subsahariana, ma anche dei migranti che percorrono la rotta che dal cuore dellì'Africa tenta di arrivare in Europa attraverso il Paese devastato dal sisma. "Tanti migranti stanno venendo in chiesa perché sono rimasti senza un tetto dove dormire. La Caritas parrocchiale si sta organizzando anche su questo frangente", racconta. È una comunità giovane, ci spiega padre Corullon, con circa 500 e 600 persone che assistono alla messa della domenica in un Paese a larghissima maggioranza musulmana. In tutto sono circa 1.500 i cittadini cristiani di Marrakesh, cui si aggiungono appunto i migranti ma anche i turisti che affollano la perla del Marocco.

Per i cittadini di Marrakesh che hanno perso la casa, ora c'è bisogno di tutto. "La nostra priorità è la distribuzione di cibo e di acqua potabile" ci dice il frate francesco, "ma servono anche vestiti. Tanta gente ha perso tutto e sta per strada senza nulla con cui cambiarsi". Queste ore servono alla parrocchia e alla Caritas per organizzarsi e avviare la sua opera di aiuto. "Per la nostra comunità ma anche in tutti i quartieri più lontani, senza alcuna distinzione, per cristiani e musulmani" sottolineare padre Corullon. Lorenzo Vita

 "Sono stati secondi interminabili". Il terrore degli italiani rientrati dal Marocco. Attimi di puro panico quelli che hanno riguardato gli italiani presenti in Marocco al momento della scossa di magnitudo 6.8. I primi arrivi a Fiumicino in queste ore. Redazione il 10 Settembre 2023 su Il Giornale.

"Ero in casa di alcuni miei parenti a Casablanca quando, all'improvviso ha cominciato a tremare tutto. Sono stati secondi interminabili". Sono queste le parole pronunciate da una ragazza italiana di origini marocchine, rientrata nel Bel Paese a seguito del terremoto che ha flagellato la regione di Marrakech, in Marocco, dove si contano più di 2.000 morti, altrettanti feriti ed innumerevoli danni. La stessa ragazza ha proseguito nel suo racconto: "Mai vissuta prima d'ora un'esperienza del genere. La gente, presa dal panico, si è subito riversata in strada lontana dagli edifici e lì ci ha passato poi tutta la notte. E' davvero terribile ciò che è successo".

A farle eco, c’è una coppia di anziani che, appena atterrati a Fiumicino mediante un volo di linea della Royal Air Maroc, hanno raccontato di essere partiti per il Paese magrebino il 30 agosto per fare più di una settimana di vacanza e per poco non si sono ritrovati nel luogo epicentro del terremoto: "Per fortuna non eravamo lì perché proprio la mattina eravamo partiti per Casablanca. Anche se lontani da lì, lo abbiamo comunque avvertito nitidamente. Ci siamo molto spaventati perché non riuscivamo a comprendere se si fosse trattato di un terremoto oppure no. In quel momento eravamo a letto, mezzo addormentati, e quindi lo abbiamo percepito come un qualcosa di strano. Poi abbiamo capito che si era trattato di un terremoto. Dobbiamo ringraziare il 'Cielo' perchè il rientro in Italia era previsto proprio oggi".

I connazionali coinvolti nella tragedia sono stati contattati, poco dopo l’avvenuta calamità, dall’Unità di Crisi della Farnesina pronta a fornire il numero di telefono dell’ambasciata italiana a Rabat e del consolato a loro più prossimo. Nonostante il tempestivo intervento della Farnesina, alcuni italiani sono ancora bloccati nel Paese in quanto la situazione è talmente grave che i soccorsi procedono a singhiozzi: "Ora la macchina è inutile, spiega, perché "la frana ha bloccato entrambe le vie del passo. Ci troviamo in una zona, il Tizi 'n test dove non ci sono soccorritori, non ci sono autorità, non c'è nessuno, per questo abbiamo deciso di incamminarci a piedi verso Agadir" , ha spiegato una donna che poi ha aggiunto: "Se è prudente incamminarci a piedi? Che altro dovremmo fare, cosa aspettiamo? La mia paura è che venga giù la montagna".

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che, in queste ore, ci sono circa 500 italiani in Marocco ma che stanno tutti bene e che l’Unità di Crisi del ministero a cui è a capo è in contatto costante con tutti loro. Nelle ultime ore, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, hanno espresso solidarietà al Regno del Marocco a nome di tutto il popolo italiano ed offrendo disponibilità per gli aiuti umanitari.

Nel cuore del Marocco distrutto dal sisma: "Nessuno verrà ad aiutarci". Amizmiz, uno dei centri più colpiti dal sisma, è stata rasa al suolo. Gli aiuti faticano ad arrivare e gli sfollati si arrangiano con ripari di fortuna. Stefano Lorusso l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

(Amizmiz) Non ha avuto tempo per uscire di casa. Safa, 78 anni, è rimasta così incastrata nelle macerie mentre suo marito e i suoi figli scappavano mettendosi in salvo dalle scosse di magnitudo 6.8 che tra venerdì e sabato scorsi hanno travolto la provincia di la provincia di Al Haouz, a sud-ovest di Marrakech.

Ad Amizmiz, una cittadina di circa 20.000 abitanti a 50 chilometri a sud di Marrakech e poche migliaia di metri dall’epicentro del terremoto che ha mietuto oltre 2000 vittime, la protezione civile marocchina ha continuato a scavare ininterrottamente notte e giorno per estrarre i corpi dei civili rimasti intrappolati nelle case di pietra di questa zona rurale del Marocco in cui la maggior parte degli edifici è costruita in pietra e non ha resistito allo sciame sismico che le ha ridotte in macerie.

Gli abitanti si sono ritrovati avvolti nella polvere in pochi secondi. “Quando ho sentito le scosse mi sono rifugiata sotto al tavolo con i miei genitori e miei nonni. Ho visto le mura oscillare e le crepe diffondersi nel muro. È stato panico puro” racconta Imen el Rbibe, 19 anni, che non ha fatto in tempo a recuperare le sue scarpe prima di uscire di corsa di casa con la sua famiglia. Circa un centinaio di abitanti si sono temporaneamente trasferiti in un campo improvvisato sulla collina che sovrasta Amizmiz. “Abbiamo costruito tutto da soli. Nessuno è venuto ancora ad aiutarci e temo che nessuno verrà mai”, prosegue Imen mentre aiuta i suoi genitori a caricare l’auto familiare delle coperte e dei vestiti che sono riusciti a recuperare facendosi spazio tra le macerie.

Nonostante il Re Mohamed VI abbia annunciato di aver mobilitato tutte le forze del Regno per assistere la popolazione in difficoltà, ad Amizmiz l’esercito non ha ancora installato delle tende, mentre gli abitanti stanno costruendo delle abitazioni di fortuna con pali di legno, teli di plastica e coperte. Le regioni rurali come questa sono quelle che stanno soffrendo di più a causa della mancanza di infrastrutture adeguate ad assistere la popolazione.

Questo è il sisma più mortifero che il Marocco abbia vissuto almeno dal 2004, quando le scosse nella regione settentrionale del Rif causarono più di 600 morti. Il paese conosce le conseguenze dei terremoti da molto vicino: nel 1960 un terremoto di magnitudo 5.8 rase al suolo Agadir, nel sud del Paese. Le vittime furono 15.000, un terzo della popolazione della città. Le placche tettoniche su cui si trova il Marocco si muovono di circa 4-6 mm all’anno, rendendo i terremoti un avvenimento poco frequente nella zona e difficilmente prevedibili secondo il Centro nazionale per la ricerca scientifica e tecnica di Rabat.

La paura di nuove scosse sta tenendo gli abitanti di Amizmiz in uno stato di paura mista a rassegnazione. Dietro l’angolo di quella che era la piazza principale che adesso è ricoperta di pietre, un uomo sta uscendo da quella che era l’abitazione della sua famiglia. È crollata lasciando sotto le rovine i suoi due figli di 8 e 10 anni. “È muto da due giorni. Non riesce più a parlare, né a guardarci in viso, né a mangiare”, spiega sua moglie Sana. “In pochi secondi la nostra vita è stata frantumata. I nostri figli non ci sono più. Io non so più perché devo essere viva”, prosegue mentre porge una carezza a suo marito. Ai lati della strada, i soccorsi estraggono un’altra vittima. Stefano Lorusso

Rabat ignora Parigi: "Aiuti? Non da voi". Francia pronta a intervenire ma bloccata. Anche se il re del Marocco è in vacanza proprio lì. Francesco De Remigis l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Neppure di fronte al dramma, Rabat chiede aiuto a Parigi, confermando il difficilissimo rapporto tra i due governi. La Francia, in una fuga in avanti fatta dal ministero degli Esteri, si era detta «pronta a intervenire» nel post-sisma. Ma dal Marocco nessuna richiesta è arrivata, neppure ieri, quando è filtrata invece l`accettazione d`aiuto da 4 Paesi: Spagna in primis, oltre a Regno Unito, Emirati Arabi e Qatar.

Da Rabat si sottolinea che (per ora) non hanno bisogno di altri supporti. Imbarazzo palpabile a Parigi: l`offerta è caduta nel vuoto (e nel silenzio), tanto da costringere l`inquilino dell`Eliseo a precisare il comunicato del Quai d`Orsay, giudicato surreale da alcuni media transalpini. Invieremo aiuti quando le autorità locali «lo riterranno utile», ha chiarito Macron al G20, mentre da Parigi si spiegava che la Francia aveva già mobilitato «le squadre tecniche», pronte ad agire. Invece, porta in faccia, a parte per i volontari franco-marocchini pronti a partire da Marsiglia per la «madre-patria».

È solo l`ultima umiliazione per Macron in Africa. Rabat ha scelto Madrid, e il governo spagnolo non ha perso l`occasione di sottolinearlo: «È un segno del senso di amicizia che unisce i popoli di Spagna e Marocco», ha detto il ministro degli Esteri Jose Manuel Albares, precisando d`aver ricevuto ieri mattina una telefonata dall`omologo marocchino che gli chiedeva, per l`appunto, aiuto. Telefonata mai arrivata invece a Parigi, «pronta» a intervenire ma senza via libera. Dopo il terremoto, il gabinetto reale di Mohammed VI ha decretato tre giorni di lutto nazionale: secondo fonti giornalistiche, il Re sarebbe però in vacanza in Francia da giorni, nel palazzo di Betz, nell`Oise, acquistato dal padre negli Anni `70. Un piccolo giallo. Perfino la vicina Algeria, con rapporti burrascosi con il Marocco, ha aperto il suo spazio aereo, chiuso per due anni, ai voli che trasportano aiuti e feriti.

Se Parigi è fuori dai giochi, l`Sos alla Spagna è già operativo. Un aereo militare A400 è decollato da Saragozza con una sessantina di soccorritori diretti a Marrakech per «aiutare nella ricerca e nel salvataggio». Appartengono all`Unità spagnola di emergenza specializzata nella gestione delle catastrofi. Nel dramma, ci sono pure i cocci di una crisi politico-diplomatica irrisolta, per l`Eliseo: dallo scandalo Pegasus, lo spyware con cui gli 007 marocchini avrebbero spiato il telefono di Macron, alle tensioni dovute al pressing di Rabat per spingere Parigi a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

Pochi giorni fa, l`ex presidente Sarkozy suggeriva alla Francia di «non costruire un`amicizia artificiale» con Algeria e Marocco. Invece si è provata l`ennesima forzatura, finché una fonte diplomatica di Rabat non ha svelato i Paesi esclusi dall`Sos, sottolineando che il Marocco sta seguendo un «approccio responsabile, rigoroso ed efficace» per le richieste di sostegno. «Individuata la necessità, comunichiamo con chi ha fatto l`offerta corrispondente per dir loro di fornire l`aiuto». L`anno scorso, il Re è rimasto in Francia quasi quattro mesi, senza essere ricevuto da Macron. E neppure stavolta, nonostante la tragedia, ci sarebbero stati vis-à-vis. Sarebbe a un`ora di auto da Parigi.

Ora i morti sono 2500, soccorsi in ritardo: perché il Marocco non accetta aiuti da tutti. Storia di Mauro Indelicato su Il Giornale lunedì 11 settembre 2023.

Migliaia di vittime, 2.500 per l'esattezza, centinaia di paesi crollati e rasi al suolo, strade interrotte e aiuti che faticano a raggiungere tutte le aree devastate dal terremoto: l'epicentro del sisma di sabato mattina di fatto si presenta, a distanza di 48 ore, ancora in piena emergenza. Eppure il Marocco non ha accettato gli aiuti internazionali. O, per meglio dire, ha accettato l'arrivo di aiuti solo da quattro Paesi: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Spagna e Regno Unito. La vicenda è diventata immancabilmente un caso internazionale.

Aiuti solo da quattro Paesi

La Spagna, Paese europeo più vicino al Marocco, ha già inviato le sue squadre di soccorso. Da Saragozza nel giro di poche ore diversi mezzi della protezione civile spagnola hanno raggiunto alcune delle aree più disastrate. Sempre per via aerea da Abu Dhabi, Dubai e Doha stanno in questo momento decollando molti aerei con all'interno mezzi di ogni tipo e squadre di soccorritori.

Una corsa contro il tempo, come sempre accade in questi casi. Corsa essenziale per salvare altre vite e dare rifugi a migliaia di persone che da due giorni trascorrono le notti all'aperto. Eppure la corsa sembra essere ridimensionata e per volontà dello stesso governo di Rabat. Tanti altri Paesi sono rimasti "fuori". A partire dall'Italia, con il nostro Paese sempre in prima linea nell'aiuto da offrire dopo i disastri naturali per via dell'esperienza maturata negli anni a causa dei tanti terremoti subiti.

Ben 48 unità della protezione civile italiana erano pronte a partire. Tutto è stato bloccato. Rabat non ha voluto, ufficialmente perché, come sottolineato dai media locali, il governo ritiene che l'attuale mancanza di coordinamento rischia di creare ulteriori danni. Ma sotto sembra esserci qualcos'altro. Soprattutto a livello politico.

Francia esclusa

Video correlato: I calciatori della nazionale del Marocco donano il sangue (Dailymotion)

Parigi ad esempio è stata del tutto esclusa dalle autorità di Rabat. Nessuno dal gabinetto di governo del Marocco ha chiamato in direzione dell'Eliseo. Nonostante l'emergenza in corso, l'esecutivo del Paese nordafricano con la Francia ha scelto la via del silenzio. Nessuna richiesta, nessun ccontatto. La scelta sembra di natura più politica che "tecnica".

Non inviare alcuna richiesta nonostante peraltro le offerte da parte di Parigi, potrebbe rappresentare un'autentica umiliazione per il presidente Emmanuel Macron. Del resto, i due Paesi non stanno vivendo il loro migliore momento sul profilo dei rapporti istituzionali. Al contrario, da mesi sono diverse le tensioni in corso su molti temi. A partire dal Sahara Occidentale, passando per lo scandalo Pegasus. Ossia la vicenda relativa alla scoperta di operazioni di spionaggio dei servizi marocchini nei confronti di Macron.

Il sisma, contrariamente alle aspettative, non ha riavvicinato le due parti. Ma è proprio qui che nasce quello che sembra essere un vero e proprio "caso nel caso". I media transalpini hanno rivelato che il Re del Marocco, Mohammed VI, in questi giorni è in vacanza in Francia. In particolare, il sovrano dimorerebbe per adesso nel Palazzo di Betz, monumento acquistato dal padre e predecessore negli anni '70. Eppure, tra Parigi e Rabat il gelo è ben evidente. Tanto più che, per l'appunto, il Marocco l'aiuto internazionale in Europa l'ha chiesto unicamente alla Spagna.

Un Paese cioè con cui i rapporti sono caratterizzati da alti e bassi. La questione di Ceuta e Melilla, il discorso relativo al Sahara Occidentale e non ultima la vicenda immigrazione spesso hanno determinato scontri tra Rabat e Madrid. Ma in questa fase i due governi sembrano andare molto d'accordo. La chiamata effettuata subito dopo il sisma dal ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, al suo omologo spagnolo José Manuel Albares ha certificato il positivo andamento delle relazioni bilaterali. Considerazione quest'ultima che per la Francia suona come ennesimo affronto.

I risvolti internazionali del sisma

Sempre sotto il profilo politico, non sono comunque mancati episodi importanti derivanti dal terremoto. Tra tutti, l'apertura dello spazio aereo dell'Algeria al transito dei voli diretti ad aiutare le popolazioni colpite dal sisma in Maroccco. Rabat e Algeri, per motivi connessi soprattutto alla questione del Sahara Occcidentale, sono da tempo ai ferri corti. I due governi non hanno rapporti e lo spazio aereo algerino è chiuso alle rotte che hanno per oggetto il Marocco. La momentanea concessione da parte di Algeri quindi è da leggersi come un passo in avanti politico.

Il sisma ha invece confermato gli ottimi rapporti di Rabat con Doha e Abu Dhabi. L'immagine simbolica dell'emiro del Qatar che, durante i mondiali di calcio dello scorso novembre, agita la bandiera del Marocco assieme a quella del suo Paese oggi è tornata di grande attualità. Il governo ha accettato gli aiuti qatarioti, un segno di ulteriore vicinanza tra le parti. Un discorso analogo vale anche per i rapporti con gli emiratini. Abu Dhabi e Rabat sono gli ultimi due Paesi arabi ad aver normalizzato i rapporti con Israele, ma anche su altri temi delicati riguardanti il medio oriente le due capitali appaiono molto vicine.

Tuttavia, il via libera agli aiuti accordato solo a quattro Paesi rimane l'elemento politico più clamoroso dell'intera vicenda. Rabat forse vuole evitare eccessive interferenze e prova a sostenere il peso dell'emergenza con le sole proprie forze. Lo stesso mancato intervento dell'Italia, con cui il Marocco ha buoni rapporti, ne è una testimonianza. Anche se su questo fronte, in un'intervista su AgenziaNova l'ambasciatore di Rabat a Roma ha ringraziato l'Italia per la sua disponibilità. "La situazione attuale implica la necessità di individuare e identificare i bisogni concreti sul campo - ha detto - che saranno poi comunicati agli amici italiani”.

In patria però la questione legata ai pochi aiuti stranieri accettati potrebbe accendere non poche polemiche. Specie se il bilancio del sisma dovesse essere più grave del previsto.

"Costretto a scegliere tra mio figlio e i miei genitori". Il racconto drammatico dal Marocco. Il racconto di un pastore di un piccolo villaggio nelle montagne dell'Atlante: "È successo tutto in fretta, non smetto di pensarci". Massimo Balsamo l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Continua a salire vertiginosamente il bilancio dei morti del devastante terremoto che ha colpito il Marocco. In base all'ultimo reso noto dal ministero degli Interni di Rabat sono 2.681 le persone che hanno perso la vita a causa del violento sisma. Tante le vite spezzate, tante le famiglie divise. Un drammatico racconto arriva da un piccolo villaggio sulle montagne dell'Atlante, dove un pastore è stato costretto a scegliere se salvare la vita al figlioletto di undici anni oppure ai suoi genitori.

La tragica testimonianza dal Marocco

Venerdì sera, quando il Marocco è stato colpito dalla scossa di terremoto più devastante degli ultimi sessant'anni, Tayeb ait Ighenbaz era nella sua piccola casa di pietra insieme alla moglie, i due figli e i genitori. Intervistato dalla Bbc, il pastore ha ripercorso quanto accaduto in quelle ore:"È successo tutto in fretta. Siamo tutti corsi verso la porta. Mio padre stava dormendo, ho urlato a mia madre di venire fuori, ma lei è rimasta indietro ad aspettarlo". Prima del crollo dell'abitazione, solo la moglie e la figlia erano riuscite a mettersi in salvo.

Nel cuore del Marocco distrutto dal sisma: "Nessuno verrà ad aiutarci"

"Quando sono rientrato in casa, era tutto distrutto e vedevo sia la mano di mio figlio Adam tra le macerie che i miei genitori. Dovevo fare in fretta e mi sono diretto prima verso il bambino", ha proseguito Tayeb. L'uomo si è precipitato dal figlio undicenne e ha iniziato a scavare disperatamente tra le macerie per salvarlo. Quando si è girato, ha visto i genitori intrappolati sotto una grande lastra di pietra, ma ormai era troppo tardi. "Ho dovuto scegliere tra i miei genitori e mio figlio", il racconto del cinquantenne tra le lacrime: "Non li ho potuti aiutare perché il muro è caduto su metà dei loro corpi. È così triste. Li ho visti morire".

Il pastore non ha potuto cambiarsi dopo il terremoto e indossa ancora i pantaloni sporchi del sangue dei suoi genitori. L'uomo e la sua famiglia attualmente sono accampati in una tenda poco lontano dalla sua abitazione. Ma la situazione è difficile:"Tutti i nostri soldi sono dentro l'appartamento, tutte le mie capre sono morte - ha aggiunto il pastore - È come nascere di nuovo in una nuova vita. Non ci sono più i miei genitori, la casa, il cibo, i vestiti. Ho cinquant'anni e devo ricominciare tutto dall'inizio". Enorme, inestimabile la gratitudine del figlioletto: "Mio padre mi ha salvato dalla morte", le sue parole mentre corre e gioca con una maglietta da calcio della Juventus, con stampato il nome di Cristiano Ronaldo e il numero 7.

(ANSA l'8 Luglio 2023) - Si apre un nuovo fronte tra Marocco e Algeria. Questa volta, dopo lo zellije, il tradizionale mosaico marocchino, rivendicato da Algeri, e il cous cous, il piatto che in realtà è del Mediterraneo, ecco il kaftano, l'abito femminile per le occasioni, in broccato di velluto ricamato a fili d'oro. 

Un dossier inviato da Algeri all'Onu per ottenere il riconoscimento come patrimonio culturale conterrebbe in realtà la foto dell'indumento marocchino, originario di Fes. Il Marocco se n'è accorto e ora grida all'usurpazione. La battaglia muove da un account di Twitter, Radio Fanida, che di solito promuove la cultura marocchina. Ed è diventato subito l'argomento del giorno sui social maghrebini.

Una "confusione", tuonano gli internauti, "che la dice lunga sulla professionalità e competenza di chi si è fatto carico del fascicolo". Il ricorso di Rabat è già pronto. E, di fatto, questo tipo di kaftano marocchino così come il broccato di Fes sono già depositati all'Unesco a nome del Marocco dal 2022". Perché, secondo gli esperti di broderie, questo lavoro viene dalla tradizione ebraica-marocchina.

In Algeria, invece, ritengono che la tradizione sia nata in patria, come derivazione della cultura ottomana e poi, solo anni dopo, e cioè alla metà del XIX secolo, e con numerose modifiche di stile, quel modo di fare gli abiti fu trasferito a Fes dalle abili mani di artigiani algerini in fuga dalla colonizzazione francese. Chi ha ragione?

Il Marocco ha presentato ufficialmente, due mesi fa, il dossier del caftano da sottoporre all'Onu per il 2025, secondo il rigoroso protocollo Unesco che prevede una proposta ogni due anni. Intanto sul web è stata lanciata una petizione per protestare contro l'uso improprio dell'immagine del "caftano della città di Fes" nel dossier del patrimonio algerino all'Unesco.

In Marocco atto di clemenza di re Mohammed VI per quasi 1.000 condannati. Matteo Angioli su Il Riformista il 22 Gennaio 2023

Lo scorso 11 gennaio il re del Marocco Mohammed VI ha concesso la grazia a 991 condannati, dei quali circa 700 già condannati in via definitiva alla reclusione. L’atto di clemenza è stato deciso per la commemorazione del Manifesto dell’Indipendenza, di cui ricorreva il 79° anniversario un mese prima, l’11 dicembre. Tra i beneficiari dell’amnistia figura anche un condannato a morte la cui pena è stata commutata all’ergastolo.

Un provvedimento che richiama alla mente l’apprezzamento di Marco Pannella per il sovrano marocchino e per le monarchie costituzionali. Mohammed VI ha infatti preso una decisione che in Italia manca dal 1990 e che nel nostro Paese fu invocata da un altro sovrano che di costituzionale non aveva molto, Papa Giovanni Paolo II, in un memorabile intervento a Camere riunite nel 2002 accolto dai parlamentari con un applauso scrosciante. Possiamo constatare come un atto di clemenza del genere – espresso dalla volontà di dare ai cittadini detenuti la possibilità di perseguire il proprio riscatto civile e il reinserimento nella società – accentui i connotati democratici che i monarchi possono contribuire a coltivare. In questo senso il Marocco appare più europeo e moderno di quanto possa sembrare.

Già nel 1987 il Marocco aveva presentato la propria candidatura di adesione alla Comunità Europea. La richiesta, formulata da Hassan II, padre del sovrano attuale, fu respinta perché il Marocco non era uno Stato europeo, almeno geograficamente parlando. Il Paese di Mohammed VI fa comunque parte di una zona di libero scambio con l’UE da quando, nel 2000, siglò l’accordo di associazione UE-Marocco. Dal 2008, inoltre, Rabat gode dello “status avanzato” nei rapporti con l’UE, condizione che punta a rafforzare ulteriormente il partenariato, di cui a oggi godono soltanto altri due Paesi della regione in questione: Giordania e Israele. L’azione modernizzatrice di Mohammed VI è certamente agevolata da una cultura aperta che è espressa dalla Costituzione stessa, nel cui preambolo figurano anche le radici ebraiche che sono un vero e proprio tabù per molti Paesi del mondo arabo. “La sua unità, forgiata dalla convergenza delle sue componenti arabo-islamica, berbere e saharo-hassanide, fu nutrita e arricchita dai suoi affluenti africani, andalusi, ebrei e mediterranei”, recita il testo costituzionale.

Un altro sovrano “illuminato” che non di rado ricorreva negli interventi di Marco Pannella era il Re di Danimarca, Cristiano X, che durante la Seconda Guerra Mondiale contrastò gli invasori nazisti e protesse la minoranza ebraica anche minacciando di indossare la stella gialla con cui si marchiavano i cittadini ebrei. Il sovrano agì in modo tale da incentivare nella popolazione l’avversione al nazismo, al punto che furono pochissimi gli ebrei rastrellati e deportati. Per non parlare poi dell’ammirazione che il leader radicale manifestava per Elisabetta II la quale, prima di concedere come da prassi la prestigiosa onorificenza dell’Ordine della Giarrettiera all’ex Primo Ministro Blair, ha mantenuto il premier laburista in una sala d’attesa di ben 15 anni. Come i suoi predecessori, Blair avrebbe dovuto ricevere l’onorificenza poco dopo la fine del suo mandato nel 2007. Ma la Regina decise di non procedere. Un rifiuto che Marco Pannella spiegava con lo sdegno della “graziosa” sovrana per lo sciagurato attacco militare in Iraq a cui il governo britannico partecipò attivamente.

Dato il modo truffaldino in cui fu concepito e presentato l’attacco nel Regno Unito e alla luce poi delle conseguenze disastrose che esso provocò al funzionamento e alla reputazione della democrazia, negli anni successivi demmo il via con Marco Pannella all’iniziativa per il “diritto alla conoscenza” nella quale, non casualmente, il nostro cammino ha incrociato quello del Marocco. Mancavano infatti pochissimi giorni alla scomparsa di Pannella quando, nel maggio 2016, tenemmo un incontro pubblico al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra sull’erosione dello Stato di Diritto e sul diritto alla conoscenza convocato dalla Rappresentanza Italiana all’ONU. All’evento parteciparono le Rappresentanze permanenti di Irlanda, Canada, Messico e Marocco.

Nel messaggio che Pannella inviò per l’occasione, scrisse: “il diritto deve vivere come legge, non come richiamo astratto di tipo legale. Dove c’è strage di diritto c’è strage di popoli, quindi viva il diritto e non l’eccezione al diritto.” Un provvedimento di clemenza come l’amnistia non è l’eccezione ma uno strumento di governo costituzionalmente previsto che in Italia sarebbe, oltre che efficace nel contrasto alla recidiva, necessario e urgente anche per alleggerire il carico intollerabile di processi che pendono nei tribunali e di vite umane che penano nelle carceri. Matteo Angioli

Aggrediscono donne e bambini piccoli”. È ancora guerra tra tunisini e subsahariani. Francesca Galici il 6 Agosto 2023 su Il Giornale.

I naufragi sono responsabilità dei migranti: così dal Nordafrica si alza la voce contro chi prende il mare con condizioni meteo sfavorevoli, mentre continua la faida tra tunisini e subsahariani

Nonostante le condizioni meteo non ottimali, i migranti non rinunciano a prendere il mare in direzione dell'Italia. Il vento di maestrale che in questi giorni soffia sul Mediterraneo e sulle coste meridionali del Paese è vigoroso e il moto ondoso ben formato, tale da rendere difficoltose anche le operazioni di recupero e ricerca in mare. Sono diversi i naufragi che si sono verificati nelle ultime 24 ore e circa 30 i migranti dispersi. Mentre le organizzazioni puntano il dito irrazionalmente contro l'Italia per i morti in mare, dall'altra parte del Mediterraneo, con maggiore ragionevolezza, sanno chi sono i veri responsabili di queste tragedie.

"Barbari sanguinari". In Tunisia esplodono le proteste contro i subsahariani

"I passeggeri devono assumersi le loro responsabilità. Se vuoi lasciare la Tunisia, non è questo il modo di prendere il mare quando il tempo non è bello: la vita umana vale più di ogni altra cosa, l'Europa no", dice un nordafricano evidentemente lucido nella sua analisi del fenomeno. Ma secondo alcuni la fretta nel voler partire si inserisce nella faida in corso tra subsahariani e tunisini, che si sono stancati di vedere le loro città degradate e in mano alle bande di irregolari che le mettono a ferro e fuoco nell'attesa di prendere il mare. "Vi facciamo venire a casa nostra senza documenti senza niente, lavorate per avere soldi per partire e dopo che arrivate diventate banditi visto che siete in minoranza", scrive un tunisino esasperato rivolgendosi ai subsahariani.

Nel suo messaggio si fa riferimento anche al centro di prima accoglienza di Lampedusa dove, a suo dire, i subsahariani "aggrediscono donne tunisine e bambini piccoli". La violenza dei migranti che provengono dall'Africa nera è quasi una costante nei discorsi dei tunisini ma ora sembra si stia aprendo un nuovo fronte, che va a ricollegarsi anche con i numerosi naufragi e problemi che si stanno verificando davanti alle coste nordafricane. Sembra che gli abitanti delle isole Kerkennah abbiano dichiarato una sorta di "guerra" al transito dei barchini di subsahariani, che stanno ora incontrando molte difficoltà nelle loro partenze da Sfax. "Pensavate che il mare fosse un gioco! E ora non dimenticate che i kerkeniani hanno giurato di non farvi passare nemmeno in mare, quindi affonderete", si legge ancora in un messaggio. Quindi, l'uomo aggiunge: "Ci sono uomini nel nostro mare che possono farvi la guerra se devono. Viva la Tunisia, Sfax e i kerkeniani".

In Tunisia esplode la rabbia contro i migranti, alimentata da governo e polizia. Gloria Ferrari su L'Indipendente venerdì 7 luglio 2023.

Aggressioni fisiche, ronde armate e deportazioni forzate. Son solo alcune delle azioni messe in atto negli ultimi giorni da gruppi di cittadini tunisini ai danni dei migranti subsahariani. A Sfax, la seconda città più grande del Paese nordafricano, considerata un punto strategico per le partenze di chi vuole raggiungere l’Italia via mare – Lampedusa è a circa 130 chilometri di distanza – la tensione è altissima. Una vera e propria guerriglia, che ha raggiunto l’apice dopo la morte di un uomo tunisino di 41 anni, accoltellato probabilmente da alcune persone migranti durante una discussione. «Stiamo per vendicare la sua morte», intonano i cori sollevatisi durante il funerale della vittima. A Sfax le proteste non si sono fermate neppure per un momento. Gli abitanti di diversi quartieri si sono radunati per le strade chiedendo alla polizia di intervenire per sgombrare la città da tutti i migranti irregolari. Richieste in alcuni casi soddisfatte: i video circolati in rete mostrano gli agenti inseguire decine di persone, catturarle e caricarle sulle auto, tra gli applausi dei residenti. In altre immagini si vedono invece dei migranti a terra, con le mani sulla testa, circondati da individui con bastoni in mano.

Non sono mancate perquisizioni, sequestri di telefoni e denaro, allontanamenti e arresti arbitrari, a cui in certi casi hanno seguito, come denunciato da Alarm Phone, rimpatri alla volta di Paesi considerati poco sicuri, come la Libia.

«Un’altra prova che la Tunisia non può essere considerata un paese sicuro», commenta la ONG. L’ennesima, visto che della politica anti migranti portata avanti dal Paese si conoscono i dettagli già da molto tempo.

Sono mesi infatti che Kais Saied – in carica dal 2019 – utilizza i rifugiati come capro espiatorio, nell’eterno tentativo dell’élite di veicolare l’odio delle masse verso il basso, al fine di manipolarle. Il 21 febbraio scorso lo stesso Presidente aveva pronunciato un discorso piuttosto violento, rivolto alla comunità di migranti subsahariani presente sul territorio, accusandola di «portare in Tunisia violenza, crimine e altre pratiche inaccettabili». Saied ha inoltre insinuato che l’arrivo di «orde di immigrati illegali fa parte di un progetto di sostituzione demografica per rendere la Tunisia un Paese unicamente africano, che perda i suoi legami con il mondo arabo e islamico». Un concetto che riprende quella teoria della “grande sostituzione” cara all’estrema destra occidentale.

Strategia, quella di Saied, che a quanto pare sta dando i frutti sperati, alimentando aggressioni a danni di migranti africani nelle strade. Fino ad ora la polizia ha nella maggior parte dei casi lasciato fare, ed anzi ha partecipato alla repressione dei rifugiati. Le forze dell’ordine hanno arrestato decine di migranti trovati senza documenti e persone originarie dell’Africa subsahariana sono state improvvisamente sfrattate dalla casa che abitavano in affitto.

Preoccupa per questo l’ipotesi piuttosto concreta della firma di un memorandum d’intesa tra Bruxelles e Tunisi, che prevedrebbe stanziamenti per un totale di 900 milioni di euro finalizzati a bloccare le partenze alla volta dell’Europa. Un accordo che non a caso ricorda quello che l’Italia stipula da anni con la Libia – e di cui conosciamo bene limiti e conseguenze per i diritti umani. Il trattato, preannunciato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani che l’ha definito, tra le altre cose, «un sostegno contro il traffico di esseri umani», pare possa essere concluso da un momento all’altro. Soprattutto perché, dall’altra parte, c’è un Paese, la Tunisia, che se da una parte non vorrebbe avere a che fare con i migranti e non vorrebbe ‘gestirli’ per conto dell’Europa, come fa la Turchia, dall’altra ha un urgente bisogno di soldi.

Nonostante la Tunisia abbia rappresentato per lungo tempo il volto riuscito di quelle primavere arabe nate per portare democrazia, ad oggi Saied ha instaurato una vera dittatura. Negli anni i Governi eletti liberamente non sono stati in grado di far fronte alle profonde ferite del Paese – tra cui disuguaglianze sociali e corruzione -, e l’elezione del populista e attuale Presidente non ha fatto altro che inasprire la crisi. La sua politica si è infatti principalmente concentrata ad arginare le libertà e i traguardi raggiunti, eliminando l’opposizione, limitando il potere giudiziario e accentrando su di sé tutti gli incarichi di Governo. Lasciando così scivolare ulteriormente l’economia del Paese nel baratro. Il colpo più basso è stato quello che il Presidente ha inferto alla Costituzione, cambiando quella in vigore: il testo, cioè, redatto dopo la Primavera araba del 2011, e per questo portatore di un grande valore simbolico.

[di Gloria Ferrari]

"Barbari sanguinari". In Tunisia esplodono le proteste contro i subsahariani. Storia di Francesca Galici su Il Giiornale il 30 giugno 2023.

In Tunisia proseguono le tensioni a causa della presenza di tantissimi immigrati subsahariani che arrivano nel Paese di Kaïs Saïed, non tollerati dai locali perché accusati di creare caos e disordine, oltre che di aumentare la criminalità. Si sono spesso registrati scontri, soprattutto nelle città di partenza, non solo tra tunisini e subsahariani ma anche tra le diverse etnie di questi gruppi. Sono numerosi i casi di risse segnalati con machete e coltelli per la strada, niente che non si veda anche in Italia, per altro, e ora i tunisini chiedono che le loro città vengano liberate.

"È solo una sensazione di invasione...", si legge in un commento sarcastico sotto uno dei tanti video che arrivano da Lampedusa e che mostra un gruppo di migranti subsahariani. Anche in Tunisia, a quanto pare, esistono i buonisti e devono avere le stesse radici di quelli italiani, secondo i quali non è vero che esiste un'emergenza e che si tratta solamente di una "percezione". Eppure, i numeri parlano chiaro così come le immagini e non è solamente una questione di percezione. Dalla Tunisia, poi, fanno notare che nell'enorme presenza di migranti irregolari mancano le donne e i bambini: "Dove sono?". Anche questa è un'osservazione che viene spontanea da fare anche nel nostro Paese, dove sbarcano prevalentemente uomini giovani e forti. Spesso i buonisti paragonano i migranti del nord Africa con quelli ucraini e fanno leva su un presunto razzismo sistemico nelle differenze di trattamento, ma in quel caso ad arrivare furono soprattutto donne e bambini: gli uomini rimasero in Patria per combattere contro l'invasione. E molti di loro sono già rientrati nel loro Paese, nonostante tutto.

"Bambini e vecchi... Arrivano solo laureati in ogni ambito, soprattutto in crimine", evidenzia con amarezza un altro nordafricano, sottolineando indirettamente l'incremento della malavita nel Paese. Una situazione che è arrivata al limite e rischia di degenerare giorno dopo giorno. "Ecco l'Europa sotto la morsa dei barbari sanguinari che ogni anno arrivano per saccheggiarla, distruggerne la cultura e le consuetudine", si legge in un altro commento. È evidente il sentimento di frustrazione, soprattutto per l'aumentata insicurezza nelle città tunisine, che è la stessa che si respira in Italia. La situazione dall'altra parte del mare è esplosiva tra pirati del mare e criminali che terrorizzano le strade. I tunisini hanno iniziato a cercare vendetta personale e nelle strade esplodono le proteste.

Tunisia, dalla Primavera Araba al collasso economico: la dittatura di Kais Saied e la tentazione di vendersi alla Cina. La rubrica “Mama Africa” di Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore che ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Matteo Giusti su Il Riformista il 6 Giugno 2023 

La Tunisia nell’ormai lontano 2011 era stata la culla delle Primavere Arabe che sembravano poter cambiare tutta una serie di paesi. La cacciata dell’uomo forte di Tunisi Ben Ali, che per 30 anni aveva governato il paese maghrebino, aveva innescato una serie di rivolte in tutto il mondo arabo sconvolgendo un panorama geopolitico consolidato da decenni.

L’Egitto aveva detronizzato Hosni Mubarak, i libici, dietro a forti pressioni internazionali, avevano scatenato la guerra civile per abbattere il regime di Muammar Gheddafi e la Siria e lo Yemen erano finiti in una guerra civile che si trascina ancora oggi. Tutti esempio di successi effimeri e inconsistenti che avevano peggiorato la qualità della vita degli abitanti. Solo la Tunisia sembrava invece incamminarsi sulla via di una vera democratizzazione, ma proprio per questo motivo è forse una delle più grandi delusioni. Oggi il piccolo stato affacciato sul Mediterraneo è governato in maniera dispotica da un presidente autoritario, la sua economia è vicina al collasso e non ha nessuna prospettiva per il futuro del suo popolo.

Kais Saied, il presidente tunisino, ha vinto le elezioni nel 2019 puntando fortemente sull’antipolitica dopo che i suoi predecessori avevano deluso le aspettative nate nelle ormai lontane Primavere Arabe. Professore universitario, giurista, moderato e progressista sembrava la persona giusta per provare a far ripartire il paese, ma dal 2021 Saied ha accentrato su di sé tutti i poteri. Prima ha licenziato il governo, poi ha congelato parlamento e consiglio superiore della magistratura governando a colpi di decreti presidenziali. L’opposizione frammentata e litigiosa ha fatto fatica ad opporsi e quando ci ha provato è finita in prigione così come alcuni giornalisti. A dicembre 2022 la Tunisia è tornata al voto per rinnovare un parlamento che esisteva solo tecnicamente, ma ha partecipato al voto meno del 10% della popolazione e nessun partito di opposizione. Una situazione politica difficile, ma una situazione economica ancora più allarmante.

Tunisi è vicina al collasso finanziario e molto presto potrebbe non avere i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, comprese tutte le forze di sicurezza. Saied si è rivolto al Fondo Monetario Internazionale per ottenere 1,9 miliardi di dollari, ma senza adeguate riforme economiche questo prestito difficilmente verrà concesso. L’FMI chiede alla Tunisia di tagliare i sussidi statali e riformare la sua economia, due mosse che Saied non sembra intenzionato a fare soprattutto perché è il suo elettorato che beneficia di questi sussidi. Italia e Francia, consapevoli del pericolo di implosione dello stato arabo, stanno facendo grandi pressioni sul Fondo Monetario Internazionale per la concessione del prestito, ma sembra improbabile che senza riforme i soldi possano arrivare.

Saied ha minacciato chiunque voglia imporre delle regole al suo paese ed ha aperto la possibilità di guardare altrove per puntellare il suo traballante governo. Il presidente tunisino ha infatti aperto al possibile avvicinamento del suo paese al gruppo BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, che potrebbe concedere il prestito senza le garanzie richiesta dal Fondo Monetario Internazionale. La Cina è molto interessata ad ampliare la Road and Belt africana, la nuova Via della Seta, e una sponda nel Mediterraneo fa gola a Pechino che potrebbe aumentare così la sua pressione sull’Europa

Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore, collabora con Limes, Domino, Panorama, Il Manifesto, Il Corriere del Ticino e la Rai. Ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Ha pubblicato nel 2021 il libro L’Omicidio Attanasio, morte di una ambasciatore e nel 2022 La Loro Africa, le nuove potenze contro la vecchia Europa entrambi editi da Castelvecchi

Tunisia, l'arresto di Ghannouchi e tutti i rischi per il Paese. Default compreso. Stefano Piazza su Panorama il 19 Aprile 2023

Rached Ghannouchi, leader del movimento tunisino islamo-conservatore Ennahda è stato arrestato lo scorso 17 aprile nella sua abitazione di Tunisi. Qualche giorno prima aveva affermato che la Tunisia sarebbe stata minacciata da una guerra civile «se l'Islam politico fosse stato eliminato»

Rached Ghannouchi, leader del movimento tunisino islamo-conservatore Ennahda, espressione della Fratellanza musulmana e uno dei principali oppositori del presidente Kaïs Saïed, è stato arrestato lo scorso 17 aprile nella sua abitazione di Tunisi. Qualche giorno prima aveva affermato che la Tunisia sarebbe stata minacciata da una guerra civile «se l'Islam politico fosse stato eliminato». Una fonte del ministero degli Interni tunisino ha confermato a France 24 che l'arresto di Ghannouchi è legato a questa incauta dichiarazione. Il vicepresidente di Ennahda Mondher Lounissi ha dichiarato in una conferenza stampa che Ghannouchi era stato portato in una caserma della polizia per essere interrogato e che i suoi avvocati non erano stati autorizzati a partecipare. Ghannouchi, che ha guidato il Parlamento sciolto nel luglio 2021 da Kaïs Saïed, è l'oppositore più importante ad essere arrestato dopo questo colpo di Stato. L'arresto di Rached Ghannouchi è avvenuto in occasione dell'iftar, il pasto di rottura del digiuno del Ramadan e poche ore prima della celebrazione da parte dei fedeli «della notte sacra del destino». Il suo arresto era nell’aria visto che da tempo le tensioni tra lui e il presidente Saïed si erano fatte sempre più forti, tanto che nel febbraio scorso Ghannouchi era stato condotto presso il Centro giudiziario antiterrorismo a seguito di una denuncia che lo accusava di aver definito «tiranna» la polizia. L'oppositore del presidente Saïed era stato anche ascoltato nel novembre 2022 da un giudice del centro giudiziario antiterrorismo per un caso relativo al presunto invio di jihadisti in Siria e in Iraq e a questo proposito, secondo un report del Soufan Group, dalla Tunisia sono partiti oltre 6.000 combattenti che fanno della Tunisia il paese con il maggior numero pro capite di foreign fighters al mondo. Rached Ghannouchi nel luglio scorso è stato anche interrogato con l'accusa di «corruzione e riciclaggio di denaro» legato al trasferimento di fondi dall'estero ad un'organizzazione di beneficenza affiliata a Ennahda e quindi ai Fratelli musulmani.

Dall'inizio di febbraio le autorità tunisine hanno incarcerato più di venti oppositori e personalità tra cui ex ministri, uomini d'affari e il proprietario dell'emittente radiofonica più ascoltata del Paese, Mosaïque FM. Questi arresti, denunciati da ONG locali e internazionali, hanno preso di mira personalità politiche di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), la principale coalizione di opposizione di cui Ennahda fa parte. Il presidente Saïed, ha definito gli arrestati «terroristi coinvolti in una cospirazione contro la sicurezza dello Stato». Dopo il colpo di Stato, il presidente ha fatto rivedere la Costituzione per istituire un sistema ultrapresidenzialista a spese del Parlamento che non ha più poteri reali, a differenza della disciolta Assemblea che è dominata da Ennahda. Ghannouchi già oppositore di primo piano sotto i regimi di Habib Bourguiba e Zine El Abidine Ben Ali, fece ritorno nel paese dopo vent'anni di esilio a Londra in seguito alla caduta del dittatore nel 2011. All’epoca venne accolto con tutti gli onori da migliaia di persone che scandivano il nome poi la sua stella si è progressivamente affievolita e oggi i suoi detrattori lo accusano di essere solo un abile manovratore pronto a tutto pur di restare al potere. Difficile dargli torto visto che nonostante non sia mai riuscito a conquistare la maggioranza assoluta, è sempre riuscito a far sì che Ennahda sia fondamentale per formare le varie coalizioni che si sono succedute negli anni. Lo spregiudicato Ghannouchi per restare al centro della partita politica ha stretto alleanze a dir poco spericolate con il partito liberale Qalb Tounes dell'imprenditore Nabil Karoui, o con l'ex presidente Beji Caid Essebsi, sostenendo sempre «la necessità di un consenso necessario alla transizione democratica». Ghannouchi all'inizio della sua carriera, si è prima ispirato alla Fratellanza musulmana egiziana, prima di rivendicare il modello islamista turco di Recep Tayyip Erdogan che non è altro che la declinazione turca della Fratellanza musulmana a sua volta legatissima al Qatar. Quello che è certo è che l’arresto di Ghannouchi rischia di diventare un problema molto serio per il presidente Saïed sempre più in difficoltà dopo che le trattative per il prestito con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) finora non hanno dato frutti. A questo proposito Mahmoud bin Mabrouk, portavoce del Movimento 25 luglio del presidente Kais Saïed ha dichiarato che il Paese nordafricano sta considerando l'adesione al blocco economico BRICS. Bin Mabrouk, parlando all'Arab News Agency sui negoziati di prestito della Tunisia con il FMI, sabato 8 aprile, ha dichiarato : «Non accetteremo nessun dettame o interferenza negli affari interni della Tunisia. Stiamo negoziando i termini, ma ci rifiutiamo di ricevere istruzioni e l'agenda dell'UE». Poi Bin Mabrouk ha continuato affermando che «I paesi BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica rappresentano un'alternativa politica, economica e finanziaria che consentirà alla Tunisia di aprirsi al nuovo mondo». Con il 31,59% del PIL mondiale nel 2022, la produzione economica totale delle nazioni BRICS ha ora superato quella del gruppo G7, che allo stesso tempo si attestava al 30,39%, in calo rispetto al 50,42% del 1982. Evidente che Tunisi guardi altrove visto che l’FMI non intende erogare un prestito da 1.9 miliardi di dollari ad un paese che non può offrire alcun tipo di garanzie e che non è disposto nemmeno a rimuovere i sussidi statali sui beni di base, in particolare quelli su cibo ed energia. Se la Tunisia che nel 2018, ha firmato un accordo per aderire all'iniziativa Belt and Road, istituita dalla Cina nel 2013, decidesse di candidarsi per l'adesione ai BRICS, diventerebbe il secondo paese nordafricano a farlo visto che l'Algeria, nel novembre del 2022, ha chiesto ufficialmente di entrare a far parte del gruppo economico. Magari il club delle nazioni BRICS accoglierà Tunisi al suo interno tuttavia, difficilmente riceverà quei soldi che gli servono per evitare il default che si avvicina sempre più.

«Ci lanciano pietre, incendiano le nostre case». Gli «invasori» che terrorizzano la Tunisia e salpano per l’Italia. Dopo il discorso del presidente Kaïs Saïed contro i sub-sahariani l’aria è cambiata. L’onda xenofoba che risveglia fantasmi anche in Europa. CorriereTv su Il Corriere della Sera il 14 Aprile 2023

«Facevo il pasticciere, dopo il discorso il capo mi ha detto: non voglio problemi. Mi ha pagato e sono partito», Amadou. «Dopo il discorso mi hanno buttato fuori di casa e hanno picchiato i miei amici, qui si soffre molto», Natasha. «Il discorso» è quello pronunciato dal presidente Kaïs Saïed il 21 febbraio 2023 contro i migranti dall’Africa sub-sahariana. Dove nasce l’onda xenofoba che attraversa la Tunisia?

Vengono per restare

Oggi su una popolazione di 12 milioni – la più anziana d’Africa dopo Mauritius, età media sui trent’anni, disoccupazione al 15%, giovanile intorno al 38% – i sub-sahariani sono oltre 20 mila, in maggioranza irregolari: da Guinea, Sierra Leone, Sudan, Gabon, Camerun, Ciad... vengono per restare ma ora che la morde e la politica li indica come nemico interno, si vedono togliere casa e lavoro. E ripartono. «Ci lanciano pietre, ci derubano, incendiano le nostre case». Per l’Europa e l’Italia scene già viste. (di Maria Serena Natale)

Estratto dell’articolo di Francesco Battistini per il “Corriere della Sera” il 3 aprile 2023.

«Venite in Route Gremda, quartiere Awabed». Certi indirizzi, a Sfax è sempre meglio dimenticarli. E certi maestri d’ascia che ci lavorano, è bene ignorarli. E anche dai loro coxeur , i riempibarche incaricati di staccare i biglietti per l’Italia, è il caso di stare alla larga: a una famiglia che collaborava con la Gendarmerie, mesi fa, hanno affondato il peschereccio.

 […] Certi giorni, però, non c’è scelta. E se deve dimostrare al mondo che qualcosa si fa, per fermare il traffico dei migranti, la polizia tunisina sa come convincere i pescatori: in cambio di quell’indirizzo avrai 150 euro, la paga d’un mese, e comunque addio reti e tonnare, se non mi dici dove si fabbricano i barchini d’acciaio… Come bare Awabed è la nuova fincantieri degli scafisti tunisini. Lo sanno tutti che cosa si costruisce in quei cubi grigi di cemento grezzo, lungo la C81.

[…] L’ultima moda, al salone delle carrette del mare, sono queste vasche ferrose per detriti umani. Sembrano bare, e spesso lo sono. Lamiere sottili e affilate, assemblate alla bell’e meglio e perfette per le traversate low cost , 900 euro fino a Lampedusa, a Pantelleria, alle coste siciliane.

 I nigeriani, i maliani, gl’ivoriani ormai arrivano così: niente barconi, tutti su gusci che la notte sbucano dalle casette di Sfax, che i radar spesso non vedono e che le navi di soccorso non riescono ad abbordare, perché danneggiano i tubolari. Scafi pronti in poche ore, che costano molto meno d’una barca di legno o di resina, possono portare 50-60 africani, sono instabili e galleggiano poco e imbarcano acqua, ma chi se ne frega anche se affondano col loro carico d’umanità, una notte di lavoro e se ne fabbrica un’altra…

Una mattina, i gendarmi convocano un po’ di stampa e si va tutti là, nel quartierino fra la pasticceria Madame Sakka e il supermarket Sorimex, a vedere il cemento dei cubi tirato giù a mazzate e le barche d’acciaio tirate fuori dal buio, dal segreto, dall’omertà. […]

Acciaio, fame, siccità.  È a questa trimurti nera che la Tunisia 2023 deve inginocchiarsi, implorando di sopravvivere. Gli sbarchi coi nuovi barchini di metallo, quadruplicati, sono spinti da una carenza di cibo mai vista: l’inflazione naviga sopra il 10 per cento, l’ortofrutta costa un terzo in più che un anno fa.

 E la fame, con la raccolta del grano calata del 75 per cento, coi carichi importati dall’Ucraina che vengono respinti perché non ci son soldi per pagarli, sgorga da una mancanza d’acqua che in cinque anni ha ridotto anche dell’80 per cento le trenta dighe del Paese.

[…] Le piaghe della Tunisia, abbiamo finto di non vederle per anni. […] Ora è già tardi. E i due miliardi di dollari, che il presidente Kais Saied spera d’incassare dal Fondo monetario internazionale, sono solo un placebo. Le riforme chieste dal mondo, lo stop ai sussidi per benzina e cibo o le privatizzazioni, i tagli alla sanità o l’innalzamento dell’età pensionabile, sono ferite insopportabili.

 […] Saied ha sciolto il governo, ridisegnato la Costituzione, esautorato il Parlamento, depotenziato i magistrati, incarcerato gli oppositori, scatenato la caccia ai neri «che minacciano la nostra identità».

A Tunisi l’applaudono, disperati: nessuno protesta più sull’avenue Bourguiba, la democrazia può restare in frigorifero, hai visto mai che possa funzionare anche qui (stile Erdogan) il ricatto migranti-in-cambio-di-miliardi? A Sfax, hanno bisogni più urgenti: frigoriferi pure qui, ma per conservare i cadaveri ripescati dal mare. E occorre costruire nuovi cimiteri, per evitare di buttarli nelle fosse comuni come s’è fatto a Zarzis. Anche l’obitorio non ha più posto, dicono: fra dieci giorni finisce il Ramadan, e sono già pronti i nuovi barchini d’acciaio.

L'omologo sovranista con cui l'Italia fa patti. Chi è Kaïs Saïed, il Salvini tunisino che fa affari con Meloni: caccia ai migranti, xenofobia e Paese alla fame. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista l’1 Aprile 2023

Un sovranista xenofobo impiantato in Tunisia. Vuole cacciare i migranti subsahariani perché “impuri” etnicamente e per di più non islamici. Ha liquidato ciò che resta della “rivoluzione dei gelsomini” e con la sua politica dissennata si sta rivelando uno dei più efficaci “pull factor” per la fuga di migliaia di tunisini, in stragrande maggioranza giovani, che riempiono, e spesso muoiono, la “rotta mediterranea”.

Si tratta del presidente Kais Saied. L’uomo che così tanto piace ai sovranisti al governo in Italia. Che vedono in lui un gendarme a cui affidare il lavoro sporco al posto nostro. Ma non è solo questo. È che l’ “Orban del Mediterraneo” è anche culturalmente affine al pensiero, più o meno esternato, di premier e ministri insediati a Roma. Ai quali poco o nulla importa che l’autocrate in questione abbia aperto la caccia al migrante, che abbia dato il suo contributo al default finanziario in cui versa il Paese nordafricano. L’importante è l’assonanza nella lotta ai migranti, brutti, sporchi e cattivi.

In Tunisia scarseggiano da mesi beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. I carichi di grano e altri alimenti sono stati spesso rispediti indietro per mancanza di risorse. Il tasso di inflazione viaggia ormai sulla doppia cifra e la disoccupazione giovanile è in sensibile crescita. Di fronte a questa catastrofe sociale, “l’uomo di Roma” trapiantato a Tunisi non trova di meglio (altra assonanza transmediterranea) che fare dei migranti (africani) il capro espiatorio di tutti i mali che investano il Paese (africano). E così il 21 febbraio il presidente Saied si è lanciato in un discorso xenofobo in cui ha parlato di “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” arrivati in Tunisia, portando “la violenza, i crimini e i comportamenti inaccettabili che ne sono derivati”.

Il capo di Stato l’ha definita una situazione “innaturale”, parte di un disegno criminale per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro Stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”, dato che tali migranti sono spesso di religione cristiana. Parole che hanno innescato un’ondata di violenze contro i migranti subsahariani e spinto diversi Paesi dell’Africa occidentale a organizzare voli di rimpatrio per i cittadini timorosi. Molti dei circa 21mila migranti dell’Africa subsahariana che vivono in Tunisia si sono ritrovati senza lavoro e senza casa.

Domanda: ma voi affidereste a un personaggio simile miliardi di euro per risollevare un Paese in ginocchio? La risposta di chi governa oggi l’Italia è “sì, nessun problema”. Lo afferma la presidente Meloni, lo ribadiscono il ministro degli Esteri, Tajani, e il suo collega all’Interno, Piantedosi. «Se la Tunisia crolla del tutto si rischia una catastrofe umanitaria, con 900mila rifugiati, avverte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prendendo la parola al recente Consiglio Europeo». «Gli arrivi sono triplicati, in estate la situazione rischia di essere fuori controllo», ha aggiunto. Nelle conclusioni finali i capi di Stato e di governo hanno deciso di riaggiornare l’argomento al vertice di giugno. Alla faccia dell’emergenza.

«Sono due mesi che stiamo dicendo, in tutti i tavoli internazionali, quello che sta per accadere: dobbiamo aiutare la Tunisia con finanziamenti da parte di Fmi e Banca mondiale, dando almeno i primi aiuti in attesa delle riforme e di una verifica dei passi avanti. Ormai è un cane che si morde la coda, l’emergenza finanziaria alimenta quella dei migranti». Queste le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato dal Corriere della Sera. «Non commettiamo l’errore di lasciare la Tunisia ai Fratelli musulmani», ha aggiunto Tajani. Meglio affidarsi al fustigatore di migranti.

Docente di diritto costituzionale indipendente dai partiti, Saied è stato eletto a palazzo di Cartagine nell’ottobre 2019 con un programma di riforme anticasta e anticorruzione, in nome della democrazia diretta. In tre anni e mezzo di iperpresidenzialismo ha liquidato il vecchio governo, i partiti, parlamento e magistratura, mandando in soffitta la costituzione del 2014 con un referendum poco partecipato e inducendo elezioni parlamentari boicottate dall’opposizione cui ha partecipato solo l’11% della popolazione. Forse a Roma c’è chi è rimasto affascinato dal “presidenzialismo alla tunisina”.

Un altro che è rimasto folgorato sulla via di Tunisi è Matteo Piantedosi. In Tunisia «c’è una grave crisi economica, sociale e di tenuta ma il Paese sta comunque facendo molto per contenere il fenomeno migratorio. Nonostante i numeri siano molto alti, quasi da record, se non ci fosse stata l’attività di prevenzione da parte della Tunisia sarebbero stati quasi il doppio», si lascia andare il titolare del Viminale intervenuto all’evento ‘Legalità Ci Piace!’ organizzato da Confcommercio. Che diavolo stia facendo Saied per contenere il fenomeno migratorio, Piantedosi non lo specifica. E quel che si sa non è proprio edificante. Ma chissene…, pensano i securisti di governo.

Se serve a portare avanti l’esternalizzazione dei confini e alla politica dei respingimenti in mare (modello guardia costiera libica) anche Saied può essere destinatario dei miliardi dell’Europa (come Erdogan) e referente del “Piano Africa” narrato da Palazzo Chigi. Ma l’instancabile ministro una idea, securitaria, sul da farsi ce l’ha. E la delinea nel “Piano d’azione” anti migranti che sta mettendo a punto: potenziare il pattugliamento delle coste tunisine e l’impegno degli 007 per ostacolare la costruzione di navi e barchini. Quanto a Matteo Salvini, resta un po’ defilato anche per non ricadere nella “crisi del citofono”. Di cosa si tratta? Un passo indietro nel tempo. Ventidue gennaio 2020. Da un lancio dell’Agi: «Ha aperto una crisi diplomatica con la Tunisia l’iniziativa di Matteo Salvini che ieri, su segnalazione di alcune famiglie della zona, ha citofonato a una famiglia tunisina nel quartiere Pilastro di Bologna per domandare, accompagnato dalle telecamere e alcuni residenti, se le persone residenti nell’appartamento spacciassero droga. Un exploit che il vicepresidente del Parlamento di Tunisi, Osama Sghaier, in un’intervista a Radio Capital, ha definito «un atteggiamento razzista e vergognoso che mina i rapporti tra Italia e Tunisia».

«Salvini è un irresponsabile», dice Sghaier, «perché non è la prima volta che prende atteggiamenti vergognosi nei confronti della popolazione tunisina. Lui continua a essere razzista e mina le relazioni che ci sono tra la popolazione italiana e la nostra. I nostri paesi hanno ottimi rapporti. I tunisini in Italia pagano le tasse e quelle tasse servono anche a pagare lo stipendio di Salvini. Dunque, si tratta di un gesto puramente razzista». Chissà se il presidente Saied sposerebbe queste considerazioni. Ne dubitiamo.

Oltre 20 associazioni della società civile tunisina capitanate dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) hanno denunciato in un comunicato congiunto gli arresti arbitrari condotti dalle autorità tunisine nei confronti dei migranti subsahariani in Tunisia e chiedono al governo di «aggiornare e sviluppare un quadro giuridico in materia di immigrazione e asilo per allinearlo agli standard internazionali, nonché di dare priorità all’avvio di una strategia nazionale sull’immigrazione che garantisca l’integrazione e la protezione di diritti.  Negli ultimi giorni più di 300 migranti sono stati arrestati, a seguito di un controllo di identità o per la loro presenza in tribunale a sostegno dei loro parenti – scrive il Forum – allo stesso tempo, lo Stato tunisino sta facendo orecchie da mercante all’aumento di discorsi odiosi e razzisti sui social network e in alcuni media, che prendono di mira specificamente i migranti dall’Africa sub-sahariana; questo discorso odioso e razzista è persino portato da alcuni partiti politici, che svolgono azioni di propaganda sul campo agevolate dalle autorità regionali». Siamo in Tunisia. Ma non è che in Italia la musica sia tanto diversa.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Chi era Ben Alì. Mauro Indelicato il 15 settembre 2020 su Inside Over.

Zine El-Abidine Ben Ali è stato presidente della Tunisia dal 1987 al 2011: un lungo periodo iniziato dopo essere subentrato al suo “mentore”, nonché fondatore della Tunisia moderna, Hassan Bourghiba. Ben Ali è rimasto al timone del Paese fino a quando, nel gennaio del 2011, una protesta nelle varie città tunisine generata dal malcontento per l’andamento dell’economia lo ha costretto alle dimissioni. Da quel momento Ben Ali ha vissuto in esilio in Arabia Saudita, Paese in cui è morto il 19 settembre del 2019.

I primi anni di militanza politica

Zine El-Abidine Ben Ali è nato nel governatorato di Susa il 3 settembre del 1936. A quei tempi la Tunisia era una colonia francese, tuttavia al suo interno c’erano già dei primi moti indipendentisti. E quando Ben Ali ha iniziato a frequentare le scuole superiori di Susa, è entrato in contatto con diversi gruppi vicini ad ambienti indipendentistici. In questa maniera, il futuro presidente tunisino ha iniziato a fare attività politica, circostanza quest’ultima che gli sono costate diverse segnalazioni da parte delle autorità di allora.

Da studente si è unito con i giovani del partito Neo Destur, il futuro partito Desturiano e quindi la formazione di Bourghiba destinata ad incidere in buona parte della vita politica della Tunisia indipendente. Per la sua attività è stato anche espulso dalla scuola superiore di Susa e, per qualche periodo, anche imprigionato.

La carriera nell’esercito

Lasciata temporaneamente la politica, Ben Ali dopo aver terminato gli studi superiori una volta riammesso a scuola ha deciso di impegnarsi nella vita militare. È riuscito, in particolare, ad ottenere i gradi per poter entrare nell’Accademia militare di Saint Cyr, la più prestigiosa ed importante della Francia. La sua formazione militare è proseguita anche negli Stati Uniti, lì dove è entrato nella Senior Intelligence School, nel Maryland, e nella School for Anti-Aircraft Field Artillery in Texas.

Nel frattempo la Tunisia era diventata indipendente e guidata da Bourghiba e dal Partito Desturiano. Il Paese ben presto è diventato un faro, assieme all’Egitto di Nasser, per i movimenti panarabi socialisti. L’introduzione di un codice dello statuto della persona, che ha portato all’abolizione del ripudio e della poligamia, così come di altre leggi in senso laico hanno fatto della Tunisia un vero e proprio Paese modello per quei movimenti che portavano avanti il percorso di emancipazione del mondo arabo.

Ben Ali ha partecipato a questa fase storica seppur non da un ruolo politico, bensì militare. È infatti del 1964 l’ingresso ufficiale nell’esercito tunisino con il ruolo di ufficiale. Poco dopo è stato proprio lui a fondare il Dipartimento della Sicurezza militare, di cui è stato direttore per almeno un decennio. Il suo nome quindi è diventato tra i più importanti sotto il profilo della gestione della sicurezza, tanto da essere nominato direttore generale del servizio di sicurezza nazionale nel 1977.

 Gli anni come ambasciatore a Varsavia

Ben presto però, a Ben Ali sono stati assegnati compiti più politici che militari. Una circostanza quest’ultima che ha segnato un progressivo allontanamento dall’esercito, a favore invece di un sempre più importante avvicinamento al mondo politico. È da interpretare in tal senso la sua nomina come ambasciatore tunisino a Varsavia nel 1980. In questa veste, Ben Ali ha iniziato un momento importante sia della sua vita politica che personale: l’esperienza in Polonia è stata infatti molto formativa, specialmente perché giunta in un momento delicato per il Paese dell’est Europa, lì dove i movimenti di protesta contro il Partito Comunista hanno portato ad una forte tensione culminata con l’intervento del generale Wojciech Jaruzelski.

Essere ambasciatore di un Paese arabo in uno Stato dell’allora Patto di Varsavia, per Ben Ali ha rappresentato una prova professionale ed umana molto importante. L’esperienza di rappresentante di Tunisi a Varsavia è finita nel 1984, quando è stato richiamato in patria.

L'ingresso nel governo

Nell’anno in cui è terminato il suo ruolo di ambasciatore in Polonia, Ben Ali ha ripreso i suoi compiti relativi alla sicurezza, seppur da una prospettiva politica. È stato infatti nominato da Bourghiba come nuovo ministro dell’interno, seppur ad interim. La fama di esperto nelle politiche sulla sicurezza ha contribuito all’ottenimento del suo nuovo incarico, in un periodo in cui in Tunisia appariva molto forte il rischio connesso al dilagare del terrorismo islamico. Formazioni islamiste, in particolare, erano molto attive nel Paese nordafricano e molti gruppi sono andati a combattere in Afghanistan durante la guerra contro l’Unione Sovietica.

Nel 1986 Ben Ali è stato nominato ufficialmente ministro dell’interno, abbandonando quindi l’incarico ad interim ed assumendolo per via ufficiale. In questo momento il futuro presidente è diventato un vero e proprio “delfino” di Bourghiba, tanto da essere il politico tunisino più in vista subito dopo il padre della patria. A testimonianza di ciò anche l’incarico quale nuovo primo ministro ottenuto nell’ottobre del 1987: da questo momento è Ben Ali a reggere il timone della Tunisia.

Il "colpo di Stato medico" del 1987

Ma l’incarico quale nuovo primo ministro è destinato in realtà a durare poco: due settimane dopo la nomina quale capo dell’esecutivo, Ben Ali è riuscito ad arrivare alla presidenza al posto del suo mentore Bourghiba. La svolta è arrivata il 7 novembre 1987, quando i medici hanno dichiarato il padre della patria, all’epoca ottantaquattrenne, non più grado di svolgere il suo ruolo per via delle precarie condizioni di salute. A quel punto, Ben Ali ha applicato l’articolo 57 della Costituzione che regola proprio questi casi, subentrando nella carica di presidente.

Il parere dei medici sarebbe emerso non senza pressioni da parte di Ben Ali, appoggiato peraltro da alcuni servizi segreti di altri Paese, tra cui quello italiano. Secondo la ricostruzione fornita anni dopo dall’ex capo del Sismi, Fulvio Martini, Roma avrebbe favorito l’ascesa di Ben Ali quale nuovo leader della Tunisia. Il tutto con le indicazioni dell’allora presidente del consiglio Bettino Craxi. Per tal motivo, quanto accaduto il 7 novembre 1987 è passato alla storia con l’appellativo di “colpo di Stato medico”.

Gli anni della presidenza

Quando Ben Ali è diventato presidente, la Tunisia aveva davanti a sé inside molto importanti. Dal pericolo islamista, passando per un’economia che rischiava il collasso per via di un’alta inflazione e di un alto debito, il Paese viveva uno dei momenti più difficili della sua giovane storia da Stato indipendente. Nel 1988 Ben Ali ha sciolto il Partito Desturiano, fondando invece il Raggruppamento Costituzionale Democratico: si tratta di una formazione politica che ha raccolto l’eredità del partito fondato da Bourghiba, mantenendo l’identità laica e secolare, così come una connotazione interna all’internazionale socialista. Tuttavia, il nuovo corso di Ben Ali ha previsto anche l’inserimento di elementi neoliberali nel programma di governo e di partito, accentuando peraltro un orientamento filo occidentale in politica estera.

Nel corso degli anni ’90, la Tunisia è stata considerata come una delle realtà politicamente più stabili del mondo arabo, mentre in campo economico ha vissuto stagioni di riforme che hanno attutito una situazione piuttosto pesante. Le maggiori contraddizioni hanno invece riguardato il percorso democratico del Paese. Ben Ali, pur se lontano dalla stagione dei “rais” e moderato rispetto a molti suoi omologhi regionali, ha comunque governato senza permettere ad una vera opposizione di svilupparsi. Il suo nuovo partito negli anni della sua presidenza ha raccolto percentuali sempre ben oltre il 90%, lui stesso in tutte le elezioni in cui si è candidato non è mai sceso sotto il 94% dei consensi. In generale, il suo gruppo di potere ed il suo partito hanno dominato la scena, nonostante l’emersione di gruppi editoriali privati e di un clima considerato comunque meno pesante rispetto ad altri Paese dell’area.

La primavera araba del 2011

Il forte potere assunto dal partito di riferimento, una situazione economica gravata a fine degli anni 2000 da una nuova impennata dei prezzi e soprattutto da un’alta disoccupazione giovanile, hanno portato nel 2010 ad un generale e diffuso malcontento contro il governo. A questo occorre aggiungere anche una corruzione avvertita quasi come endemica tra la popolazione tunisina. Sotto accusa era soprattutto la famiglia Trabelsi, a cui apparteneva la seconda moglie Leila Trabelsi, sposata nel 1992 dopo il divorzio dalla prima consorte, Naima Kefi, avvenuto nel 1988 e dunque un anno dopo essere diventato presidente.

Il 17 dicembre 2010 un giovane di nome Mohamed Bouazizi si è dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid. Un gesto figlio della disperazione, che dopo la sua morte ha svolto la funzione di detonatore del malcontento popolare. Sono esplose proteste in tutto il Paese, anche nella capitale Tunisi, lì dove il potere di Ben Ali era più radicato.

Tra il dicembre del 2010 ed il gennaio del 2011, l’intera Tunisia è scossa da un’ondata di manifestazioni che l’apparato di sicurezza non è riuscito ad arginare. In un discorso del 13 gennaio 2011, Ben Ali ha chiesto scusa per le vittime durante le proteste ed ha dichiarato di aver capito le ragioni dei manifestanti. Al contempo, ha promesso riforme ed ha annunciato la sua non ricandidatura nelle elezioni del 2014. Ma il tappo era oramai saltato: il giorno dopo un’imponente manifestazione a Tunisi ha costretto alla fuga Ben Ali, il quale si è dimesso dando tutti i poteri provvisori al suo vice.

L'esilio

La sera stesso del 14 gennaio 2011, l’oramai ex presidente tunisino si trova già in Arabia Saudita. Qui, presso la città di Gedda, ha vissuto il suo esilio dopo l’asilo ottenuto dal governo saudita. Ben Ali è, da questo momento in poi, di fatto scomparso dalla scena politica tunisina. Di lui negli anni si sono rincorse notizie circa possibili malattie ed uno stato di salute non ottimale dopo le dimissioni.

Il 19 settembre 2019, i suoi familiari hanno annunciato la morte avvenuta in una clinica di Gedda dove era ricoverato. MAURO INDELICATO

La crisi in Tunisia e non solo. La realtà che batte le balle. CLAUDIO CERASA il 29 Marzo 2023 su Il Foglio.

Il dossier sull’immigrazione ha ricordato a  Meloni una durissima verità: per risolvere i problemi dell’Italia occorre rimuovere le proprie promesse demagogiche. Le nove svolte necessarie  

Realtà uno, populismo zero. La cosiddetta “emergenza migranti” di fronte alla quale si trova oggi l’esecutivo italiano – negli ultimi 90 giorni sono sbarcate in Italia circa ventimila persone, da inizio anno in Grecia ne sono arrivate 3.216, in Spagna 3.852 – ha avuto l’effetto di mettere di fronte ai principali azionisti della maggioranza di governo alcune realtà, e forse persino alcune verità, difficili da maneggiare ma impossibili da non elencare.

  La prima realtà interessante, utile da inquadrare più dal punto di vista mediatico che da quello politico, è lì a mostrare con chiarezza i limiti di un vecchio sillogismo sovranista, grosso modo così riassumibile: se un paese si ritrova improvvisamente a fare i conti con una “emergenza migranti”, la responsabilità principale di quella emergenza è da individuare nelle autorità del paese che accoglie, autorità che irresponsabilmente hanno creato le condizioni per spingere i migranti a partire dai propri paesi. In altre parole, se al posto di Matteo Piantedosi oggi ci fosse al Viminale Luciana Lamorgese, o qualsiasi altro ministro non facente parte di una maggioranza di governo guidata da Meloni e Salvini, oggi Meloni e Salvini avrebbero chiesto la sua testa, accusando quel ministro di essere responsabile dell’“emergenza” (ed è per questo che in questi giorni il ministro Piantedosi si è sentito in dovere di spiegare che il vero pull factor, nei fenomeni migratori, non è il governo di un paese ma è, udite udite, il sistema mediatico del paese che accoglie, e con questa acrobazia ci aspettiamo da un momento all’altro di veder sfilare il ministro dell’Interno come ospite d’onore di uno spettacolo del Cirque du Soleil).

    La seconda realtà che si presenta in modo traumatico di fronte agli occhi del sovranista di governo, oggi, indica una verità difficile da digerire ma anche qui impossibile da non illuminare. E la realtà è questa. Dinnanzi alla prima vera crisi sistemica legata all’immigrazione, i populisti hanno scoperto che non esiste strategia efficace su questo terreno che non passi dalla rimozione immediata e forzata di alcune promesse elencate in campagna elettorale dai campioni del sovranismo. Non si possono fermare i flussi, come si era detto. Non si possono fermare le partenze, come si era promesso. Non si può bloccare l’immigrazione, come si era sostenuto. Non si possono chiudere i porti, come si era predicato. Non si possono attuare blocchi navali, come avevano vaneggiato. Ma, al contrario, di fronte ai fenomeni migratori l’unico verbo possibile da utilizzare è quello che i sovranisti hanno sempre respinto con violenza: governare, naturalmente. E così, oggi, per governare il fenomeno, per fare i conti in particolare con la crisi sistemica che sta attraversando la Tunisia, diventata la principale rotta marina adottata dai migranti per avvicinarsi all’Europa, il governo Meloni si è ritrovato a fare i conti con una realtà formata da almeno cinque punti.

  Primo: studiare i meccanismi politici di contenimento, collaborando con la Tunisia per rafforzare la Guardia costiera del paese. Secondo: rafforzare gli accordi con la Tunisia  per il rimpatrio dei migranti irregolari, accordi che attualmente prevedono l’invio dall’Italia verso il paese nordafricano di una nave da Genova ogni due settimane e di due voli a settimana. Terzo: offrire alla Tunisia un sostegno non solo logistico ma anche finanziario per dare ossigeno a un paese che con tutti i limiti possibili resta comunque una democrazia. Quarto: costruire, con l’aiuto dell’Unione europea, corridoi umanitari non solo teorici, ma pratici, veloci, efficienti. E, quinto, trasformare i flussi in entrata verso l’Italia anche in un’opportunità economica per il nostro paese, rivedendo al rialzo i flussi regolari in entrata, verso l’Italia, e provando a trasformare il fenomeno in un’occasione per rispondere alla domanda di manodopera molto forte che arriva dalle imprese del paese.

  Passare, a livello nazionale, dalla stagione del populismo a quella del pragmatismo non sarà semplice, ma sarà necessario. E sarà ancora più necessario seguire un approccio nuovo, di discontinuità con il proprio passato, anche su un piano diverso, nel quale il populismo dei sovranisti fatica a passare dalla demagogia alla realtà.

Problema numero uno: come farà Meloni a scommettere sulla relocation in Europa essendo i primi avversari di questa politica due amici del cuore di Meloni e Salvini, come Orbán (Ungheria) e Morawiecki (Polonia)?

Problema numero due: come farà Giorgia Meloni a chiedere maggiore solidarietà all’Unione europea senza aver un’agenda favorevole alla rivisitazione del trattato di Dublino e senza avere intenzione di riprendersi i cosiddetti dublinanti che i paesi che potrebbero collaborare con l’Italia sul fronte della solidarietà chiedono da mesi all’Italia di riprendersi senza successo (Germania, Belgio, Olanda, Francia)?

Problema numero tre: come farà Giorgia Meloni a riattivare la missione europea Sophia se colui che nel recente passato ha preteso e ottenuto la chiusura della missione, accusando l’operazione Sophia di essere un pull factor dell’immigrazione, è stato nientemeno che il numero due di questo governo, ovvero Matteo Salvini?

Problema numero quattro: come si può considerare l’immigrazione solo un problema italiano, “ci hanno lasciato soli”, quando ogni anno in Europa ci sono tre milioni di immigrati che arrivano nel nostro continente e quando circa otto decimi degli arrivi in Italia sono solo migranti di passaggio che attraversano l’Italia per andare in Francia e in Germania (l’Italia è il primo paese di ingresso nella Ue, ma è solo il quinto paese nella Ue come numero di richiedenti asilo: la Germania ne ha tre volte di più, la Francia due)?

  La cosiddetta “emergenza migranti” di fronte alla quale si trova oggi l’esecutivo italiano ha costretto i sovranisti a fare i conti con la realtà, a ragionare sulla propria propaganda, a rimettere in discussione le proprie promesse e a passare, più o meno esplicitamente, dalla stagione del fermare a quella del governare. Non è detto che l’Italia di Meloni e Salvini possa ottenere successi su questi dossier (finora in verità è successo l’opposto). Ma sapere che il governo Meloni ha cominciato a capire che ogni strategia sull’immigrazione deve passare dalla rimozione delle proprie promesse è uno spettacolo per cui vale la pena pagare il biglietto. E chissà che in prospettiva non ci regali qualche soddisfazione. Realtà uno, populismo zero.

Claudio Cerasa DIRETTORE

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

Tutto il mondo è paese. Il populismo xenofobo del presidente tunisino contro gli immigrati. Carlo Panella su L’Inkiesta il 2 Marzo 2023.

Kaïs Saïed, al potere grazie a un colpo di Stato che gli ha permesso di governare come un dittatore, è la dimostrazione che il razzismo verso il diverso attecchisce non solo nella opulenta Europa, ma anche in uno dei territori centrali per le rotte migratorie del Mediterraneo

Una piccola sfida, provate a indovinare chi ha pronunciato queste frasi xenofobe: «Orde di migranti clandestini sono fonte di crimini e atti inaccettabili nel nostro Paese». E ancora: «Ci sono dei partiti che da anni hanno ricevuto ingenti somme di denaro per modificare l’assetto demografico e culturale della nostra nazione!».

No, non le ha pronunciate Èric Zemmour, il leader dell’estrema destra francese che pure denuncia a gran voce il «Grand Remplacement», il sorpasso da parte degli immigrati islamici della componente francese con conseguente subalternità culturale e identitaria degli “autoctoni”. Gran Remplacement che peraltro il sessanta per cento dei francesi, secondo un sondaggio Ipsos, ritiene che sia in atto.

Non le ha pronunciate neanche Marine Le Pen che, in vista di un possibile successo alle prossime presidenziali nelle quali Emmanuel Macron non si potrà presentare, ormai ha abbandonato l’armamentario demagogico delle denunce dei malfatti dell’immigrazione incontrollata per trasformare sé stessa e il suo partito in una moderata e neo gollista forza di opposizione.

Non le ha pronunciate neanche l’impresentabile e sbruffone Mario Borghezio, né nessun altro esponente xenofobo della Lega Nord.

Le ha pronunciate invece – questa è la notizia ghiotta – Kaïs Saïed, presidente della Tunisia e autore il 21 luglio del 2021 di un colpo di Stato strisciante che gli ha permesso di esercitare poteri dittatoriali proprio in uno dei due Paesi dai quali partono i barconi di immigrati verso l’Italia.

E lo ha fatto perché uno dei punti forti del suo discorso politico è la mobilitazione contro gli immigrati subsahariani che penetrano in Tunisia, in parte per poi tentare di arrivare in Italia, in parte per restare come irregolari nel Paese. Non solo, nel suo lessico è continua e martellante la denuncia contro il «grande complotto di iene e sciacalli» che mira a suo dire da una parte a colpire il suo regime con fake news e dall’altra, appunto, a «sovvertire la demografia del paese per attentare al nobile carattere arabo e islamico della Tunisia» favorendo l’immigrazione sub sahariana. Da qui l’ordine alle forze di sicurezza e alla polizia di compiere duri rastrellamenti nelle città per arrestare e imprigionare gli irregolari.

Quel che più è rilevante è che questa mobilitazione xenofoba da parte di un presidente-dittatore trova un eccellente riscontro in una Tunisia nella quale sono continue le violenze di cittadini contro gli immigrati e continue le vessazioni da parte dei municipi che, come rileva Le Monde, coperti dalla legge, sfrattano con la forza dalle loro abitazioni di fortuna gli immigrati senza permesso di soggiorno regolare.

Agli atti dunque un’universalità del populismo xenofobo che attecchisce non solo nella opulenta Europa, ma anche, ed è un paradosso solo apparente, in un Paese africano come la Tunisia. Un Paese dal quale partono i barconi verso Lampedusa, che il regime di Kaïs Saïed non fa nulla per fermare, ma anzi favorisce. Barconi sui quali spesso si imbarcano anche cittadini tunisini.

Tunisia, la rivolta del popolo: a votare non va più nessuno. Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 18 Dicembre 2022.

A 11 anni dalle Primavere arabe solo l’8,8% dei cittadini si è presentato alle urne. Ma il «golpista» Saied è saldo

E adesso spogliati dei superpoteri che ti sei dato. E vattene. Perché la poltrona non ce la si tiene, quando il popolo s’astiene. E se sabato il 91,2 per cento dei tunisini s’è rifiutato d’eleggere un Parlamento che non può essere considerato un Parlamento , dicono le opposizioni, tutto ciò è «un terremoto 8 gradi Richter che avrà gravi conseguenze». E Kais Saied, sciò, deve «dimettersi immediatamente». «Il fallimento», titola Maghreb: non s’era mai vista una partecipazione dell’8,8 per cento, scrive il giornale, che snobbasse fino a questo punto il diritto di voto così faticosamente riconquistato con la Rivoluzione del 2011. Un anno e mezzo fa il presidente s’era trasformato in un presidentissimo? Oggi, commenta il leader del Fronte di salvezza nazionale — il cartello dei cinque partiti che aveva invitato al boicottaggio elettorale, prima fra tutti la fratellanza musulmana di Ennahda —, è chiaro che «pochissimi tunisini sostengono l’approccio di Saied». Non c’è bisogno d’aspettare lo spoglio delle schede, che peraltro rinvia il risultato definitivo ai ballottaggi di febbraio: per Ahmed Chebbi l’astensione di massa è già da sola «un grande disconoscimento popolare del processo» avviato il 25 luglio 2021, da quel «golpe» con cui Saied aveva congelato l’Assemblea dei rappresentanti, azzerato i partiti e dimissionato il governo, avocando a sé ogni potere esecutivo, legislativo e pure giudiziario. Ottocentomila votanti su nove milioni d’elettori hanno parlato col loro silenzio e la risposta popolare, di fronte a candidati che erano perfetti sconosciuti, è arrivata forte: «Il 92% ha voltato le spalle a questo processo illegale che si fa beffe della Costituzione», e per questo ora serve un alto magistrato che regga l’interim e «organizzi nuove elezioni presidenziali», senza aspettare la scadenza del 2024 (e prima che il nuovo Parlamento, disegnato a immagine di Saied, tenti magari di rinviarle…).

Sarebbe tutto logico, in una normale democrazia. E in un Paese talmente malconcio da avere un tasso d’inflazione (9,8%) più alto di quello dell’affluenza alle urne. Ma Saied, lui, evita ogni commento. E raccontano non si consideri sconfitto, anzi: la partecipazione elettorale «modesta però non vergognosa», secondo un suo fedelissimo, si spiegherebbe in realtà col fatto che ormai Ennahda non riceva più i finanziamenti dal Qatar. E sarebbe la riprova che il populismo qualunquista del presidente si fonda su una verità: tutti i partiti spariscono, se non possono foraggiare chi li vota. Tutto sommato poi, questi 161 nuovi deputati ridotti a poco più di un’assemblea di condominio, rientrano nei disegni d’un Saied stravotato tre anni fa proprio perché considerava il Parlamento un inutile orpello. Dopo avere smantellato i contropoteri, il capo dello Stato completa la costruzione d’un regime iper-presidenzialista e non si sente affatto un’anatra zoppa: nella Costituzione che s’è dato non sono previsti strumenti per destituirlo, anche quand’è così delegittimato. E non si vede chi possa farlo dall’opposizione, eternamente divisa fra islamici e laici. Saied ha in realtà un solo avversario: una devastante crisi economica. La disoccupazione e i barconi carichi d’emigranti. Già da oggi, il Fmi avrebbe dovuto prestargli 1,9 miliardi d’euro, ma i soldi sono stati congelati in attesa di riforme vere che non si vedono. Sono arrivati solo 200 milioni della Banca europea e 150 serviranno per comprare subito grano tenero: in questa Tunisia affamata e sfiduciata, il gioco si fa duro.

 (ANSA il 7 Dicembre 2022) Secondo un rapporto della Banca mondiale sul "panorama dell'occupazione in Tunisia" la metà della popolazione attiva nel Paese nordafricano lavora in nero nel settore informale, e dei 2,8 milioni di persone impiegate nel settore privato, 1,55 milioni lavorano nel settore informale, un tasso di quasi il 43% rispetto al 9% delle statistiche del 2019. 

Il rapporto, anticipato dall'agenzia Tap, rileva anche che metà della popolazione attiva non ha lavoro, poiché solo il 47% della popolazione attiva di età superiore ai 15 anni, stimata a 8,7 milioni di persone, è attiva nel mercato del lavoro, mentre il resto, ovvero il 53% (4,6 milioni di persone) non lavora e/o non cerca lavoro. 

La Banca Mondiale stima tuttavia che il tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Tunisia rimanga elevato rispetto alla regione del Medio Oriente e del Nord Africa, con una stima del 43,2% nel 2017, senza tener conto del reddito dei paesi, ma più basso rispetto ai paesi a reddito medio nel mondo (64,9% nel 2017). Per quanto riguarda la percentuale di partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Tunisia, il rapporto rivela che è bassa, non superiore al 26,5%, rispetto al 41,8% degli uomini. Il tasso di partecipazione delle donne che non frequentano la scuola è molto basso e non supera l'8,7% (2017), rispetto al 14,2% del 2014.

Stupri, violenze e razzismo nell’inferno nascosto della Tunisia «Qui ti uccidono e nessuno se ne accorge». Nel 2021 sono arrivate oltre 20mila persone di origine subsahariana. E il deserto al confine con la Libia è l’area in cui accadono le violazioni più gravi. Che le agenzie internazionali non riescono in alcun modo a contrastare. Matteo Garavoglia su L'Espresso il 31 gennaio 2022.

Un inferno nascosto». Bastano tre parole per descrivere la Tunisia oggi, almeno la regione compresa tra Zarzis, Médenine e Ben Gardane, città del sud del Paese tra le più interessate dal fenomeno migratorio al di là del Mediterraneo. A parlare è Afoua, viene dalla Costa d’Avorio e da mesi vive con altre compagne e i rispettivi figli all’interno del centro dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a Médenine, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Tunisia, la nuova Costituzione è legge ma ha votato poco più del 27 per cento dei tunisini. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 26 luglio 2022

Oppositori politici e i partiti hanno scelto la via del boicottaggio per delegittimare il voto. Ma non era previsto alcun quorum e la riforma costituzionale varata dal presidente Saied diventerà legge

Con oltre il 92 per cento dei voti favorevoli, il referendum sulla nuova Costituzione tunisina voluto dal presidente Kais Saied è stato approvato. Non c’erano grandi dubbi sul risultato finale del voto, anche per via del grande astensionismo: di fatto chi era rassegnato dall’attuale scenario politico ed economico del paese ha deciso di non andare a votare. Oppositori politici e i partiti hanno scelto la via del boicottaggio per delegittimare il voto. L’affluenza finale si è attestata intorno al 27 per cento, ma siccome non era previsto un quorum minimo da raggiungere, ora la nuova costituzione sarà legge e il paese intraprende il cammino verso il presidenzialismo.

«La Tunisia è entrata in una nuova fase», ha detto il presidente Saied, ex avvocato costituzionalista e primo promotore della riforma.

Ieri sera dopo la pubblicazione della notizia della vittoria, alcune centinaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba e con bandiere della Tunisia in mano hanno accolto con soddisfazione l’esito del voto. Ma non tutti sono d’accordo e la società civile è seriamente preoccupata per la tenuta democratica del paese. Ora i prossimi passi prevedono nuove elezioni legislative per il 17 dicembre, giorno in cui quest’anno ricorrerà il 12esimo anniversario dall’immolazione di Mohamed Bouaziz, il venditore ambulante che si diede fuoco a Sidi Bouzid dando vita a un movimento di protesta che ha portato alla Rivoluzione dei Gelsomini e alla cacciata del regime autoritario di Ben Ali. 

LE PROTESTE

Nella giornata di ieri il sindacato nazionale dei giornalisti tunisini ha denunciato diversi casi di molestie e violenze contro i giornalisti. Ad alcuni reporter è stato impedito di coprire il voto all’interno di alcuni seggi, mentre ad altri sono stati negati i dati dello scrutinio. 

L’Associazione tunisina per l’integrità e la democrazia delle elezioni (Atide), ha dichiarato che ad alcuni osservatori è stato impedito di svolgere il loro lavoro in libertà. In totale sono stati più di cinquemila gli osservatori locali impiegati e 120 quelli internazionali.

YOUSSEF HASSAN HOLGADO. Giornalista di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso. Fa parte del Centro di giornalismo permanente e si occupa di Medio Oriente e questioni sociali.

La Congiura dell’Harem per far fuori Ramses III: un complotto riuscito solo a metà. Ramses III venne assassinato in un feroce gioco di potere, ma la congiura non ebbe esattamente gli esiti sperati: solo negli ultimi anni, analizzando la mummia del sovrano, è stata ricostruita l’esatta dinamica dei fatti, raccontata nel Papiro della Congiura dell’Harem. Francesca Rossi il 19 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’harem nell’Antico Egitto

 Il regno di Ramses III tra scioperi e devastanti eventi climatici

 La Congiura dell’Harem

 L’epilogo di una tragedia

 Il mistero della mummia di Ramses III

Una moglie che vuole mettere sul trono suo figlio e per farlo è disposta a tutto, perfino a ordinare l’uccisione del marito, il faraone Ramses III (1218/1217 a.C.- 1155 a.C.). Questa è la storia cruenta della Congiura dell’Harem, una sorta di giallo dell’Antico Egitto in cui, però, i personaggi e le vicende sono reali, perfino attuali per certi versi. Ecco perché non è un caso se il complotto colpisce ancora l’immaginario collettivo, a distanza di millenni. Vi ritroviamo, infatti, tutti i sentimenti umani: l’amore, l’odio, la gelosia, la brama di potere.

L’harem nell’Antico Egitto

“Ipet-Nesut” era il nome dell’harem dell’Antico Egitto. Si trattava di una vera e propria istituzione indipendente in cui vivevano centinaia di donne. Non era collegato, dunque, al palazzo del faraone ed era controllato da personale maschile (ma sembra non si trattasse di eunuchi) in cui il sovrano riponeva piena fiducia. Viveva di vita propria, potremmo dire e si amministrava autonomamente grazie a diversi possedimenti, tra cui terre e granai. Nell’harem venivano anche allevati i figli del faraone e per le donne abitarvi rappresentava l’opportunità per diventare Regine, o per dare al faraone un erede al trono.

L’epoca di massimo splendore dell’harem fu il Nuovo Regno (1552 a.C.-1069 a.C.), quando per i faraoni divenne la normalità sposare principesse straniere che garantissero alleanze politiche e diplomatiche con altri regni. Proprio nel Nuovo Regno, per meglio dire nella fase iniziale di declino di quest’epoca e proprio nel gineceo del faraone si svolse l'evento passato alla storia come "la Congiura dell’Harem", che vide protagonisti Ramses III, sovrano della XX° dinastia e una delle sue mogli, Tiye.

Il regno di Ramses III tra scioperi e devastanti eventi climatici

Ramses III fu l’ultimo faraone a governare effettivamente su tutto l’Egitto. Il suo dominio, indebolito da guerre, crisi economiche e una progressiva perdita dell’influenza egiziana sui popoli vicini rappresentò l’inizio della fine per il Nuovo Regno. Per la verità il faraone fu anche un po’ sfortunato: nel 1150 si trovò di fronte a quello che viene definito il primo sciopero della Storia (il primo di cui abbiamo notizia, almeno).

Gli operai e gli artigiani del villaggio di Deir el-Medina, preposti alla realizzazione delle tombe reali, si rifiutarono di lavorare, lamentando il ritardo della paga (a quei tempi consisteva in derrate alimentari) e la mancata consegna di unguenti per proteggersi dal sole cocente. Le maestranze ripresero il loro lavoro solo quando le loro richieste vennero accettate. Non solo: sembra che intorno al 1159 l’eruzione del vulcano islandese Hekla sia stata la causa di carestie che destabilizzarono l’Egitto per una ventina d’anni circa.

La Congiura dell’Harem

In questo clima per nulla tranquillo prese forma la congiura contro Ramses III. A orchestrarla fu una delle sue mogli, Tiye, il cui scopo era eliminare il marito per porre sul trono suo figlio Pentawer. Quest’ultimo, infatti, non aveva alcuna possibilità di diventare faraone, poiché nel 1164 il sovrano aveva già nominato successore il più anziano tra i suoi discendenti ancora in vita, ovvero il futuro Ramses IV, figlio della regina Tity.

Secondo il piano ordito dai congiurati Ramses III doveva essere ucciso mentre si trovava proprio nell’harem. Così avvenne. Tiye fu abilissima: riuscì a convincere diversi funzionari e dignitari di alto rango, servitori, perfino il medico personale del sovrano, ad aiutarla nel colpo di Stato. Addirittura il dispensiere di corte, Pebekkamen, divenne suo fedelissimo alleato e braccio destro. Il coinvolgimento di tutte queste persone era necessario, poiché inviare e ricevere messaggi, comunicazioni fondamentali per organizzare l’intrigo, rimanendo nell’harem non era per nulla semplice.

I congiurati non usarono solo l’ingegno per prepararsi al colpo di Stato, ma anche la magia. Tra i complici, infatti, figuravano dei maghi che, con i loro riti, avrebbero dovuto propiziare il buon esito dell’intrigo. Non è per nulla strano, visto che le pratiche esoteriche erano parte integrante della vita nell’Antico Egitto. Deve far riflettere, invece, la facilità con cui Tiye riuscì a portare dalla sua parte un numero non indifferente di uomini al servizio del faraone emblema della corruzione che regnava a corte.

Ramses III venne ucciso nella primavera del 1155 a.C., ma Pentawer non riuscì a salire al trono. Di fatto la congiura che aveva organizzato era riuscita solo a metà, perché il nuovo faraone, Ramses IV, prese in mano la situazione e punì i congiurati con la morte.

L’epilogo di una tragedia

Ramses IV riuscì a ristabilire l’ordine approfittando della mancanza di vera coesione tra i congiurati. Istituì un processo, condotto da 12 giudici, che coinvolse la corte a tutti i livelli, dagli ufficiali ai dignitari, dalle concubine ai servi. Il castigo fu severissimo: 38 persone vennero condannate alla pena capitale. Sembra che ai funzionari di più alto rango sia stato concesso di suicidarsi, una fine considerata più onorevole.

Nessuno sa con esattezza come morì Tiye, se si tolsero la vita o venne uccisa. Pentawer, invece, sarebbe stato costretto al suicidio. Di certo entrambi furono condannati anche alla damnatio memoriae: le loro tombe furono distrutte e i loro nomi cancellati da qualunque monumento. Un destino forse peggiore della morte, poiché precludeva l’immortalità, vero obiettivo dell’esistenza nell’Antico Egitto.

Se i loro nomi e quelli degli altri congiurati sono arrivati fino a noi è solo grazie al Papiro della Congiura dell’Harem (conservato nel Museo Egizio di Torino), cioè il documento redatto dai magistrati con le conclusioni del procedimento giudiziario. Dettaglio interessante: durante il processo cinque giudici vennero corrotti da alcune delle donne sotto accusa. Queste ultime sarebbero riuscite a sedurli. Ramses IV, naturalmente, non perdonò neanche questo: uno dei magistrati fu indotto al suicidio, tre sfigurati, mentre un altro se la cavò con un semplice rimprovero.

Il mistero della mummia di Ramses III

Fino a pochissimi anni fa non era ben chiara la causa della morte di Ramses III. Gli studiosi pensavano a un avvelenamento, ritenendo che Tiye avesse agito con subdola discrezione. Del resto non vi erano segni evidenti di altre ferite sul corpo del faraone. A insospettire gli scienziati furono le bende avvolte attorno al collo della mummia. Nel 2012, attraverso una tomografia computerizzata, Ashraf Selim e Sahar Salim, professori di radiologia all’Università del Cairo risolsero il mistero, scoprendo che Ramses III era stato sgozzato.

Il taglio alla gola era così profondo, 7 centimetri per la precisione, da raggiungere quasi le vertebre. Gli studiosi concordano sul fatto che nessuno potrebbe sopravvivere a una ferita del genere. Anzi, il taglio avrebbe ucciso il faraone all’istante. Nel dicembre 2012 il dottor Albert Zink, paleopatologo che aveva esaminato la mummia con il celebre egittologo Zahi Hawass, dichiarò alla Bbc: “Prima di questo momento non conoscevamo quasi niente del destino di Ramses III. Le persone che avevano esaminato il suo corpo prima e avevano fatto le radiografie non hanno trovato evidenze di traumi. Non avevano accesso alla tomografia computerizzata come noi oggi”.

Le analisi sul corpo rivelarono anche che l’alluce sinistro di Ramses III venne reciso da un’ascia subito prima della morte. Gli imbalsamatori, per camuffare a ferita, crearono una sorta di protesi usando il lino e la resina. Il lavoro fu talmente ben fatto, ricorda Focus.it, che nel 1800 gli studiosi non riuscirono a rimuoverla. Inoltre sulla trachea e sull’esofago del faraone gli scienziati trovarono altri tagli. Tutte ferite, queste, che farebbero pensare a un’aggressione compiuta da più persone e finita con il taglio alla gola sferrato da qualcuno che si trovava alle spalle di Ramses III.

Sul cadavere furono sistemati anche degli amuleti, probabilmente per garantire guarigione e immortalità nell’aldilà. Il mistero della mummia del faraone e, di conseguenza, della Congiura dell’Harem, è stato svelato grazie alla scienza, ai progressi tecnologici. Ciò che, forse, rimarrà inspiegabile è la forza della malvagità che spinge gli uomini a commettere le peggiori turpitudini in nome del potere.

Estratto dell’articolo di Marta Serafini per corriere.it giovedì 20 luglio 2023.

«E’ uno dei momenti più belli della mia vita, davvero». È libero di essere davvero felice finalmente Patrick Zaki. In auto con la fidanzata Reny, la sorella Marise e l’amica Yousra sta viaggiando verso il Cairo, dopo che è stato rilasciato dal commissariato di Nuova Mansoura, dove è stato trattenuto per 48 ore. Ore davvero convulse. Prima la condanna a 3 anni, poi il nuovo fermo. Il buio. Ma di nuovo la luce: e ora Patrick Zaki è stato rilasciato dopo che il presidente egiziano Al Sisi gli ha concesso la grazia. 

Patrick, come ti senti? Come sono passate queste ore?

«Sollevato, decisamente. Avevo un macigno che mi impediva di respirare. Ci sono stati davvero momenti in cui ho temuto che fosse tutto finito. E, confesso, che l’altro giorno quando mi hanno portato di nuovo via, mi sono sentito perduto. Nessuno poi mi ha detto cosa stesse capitando. Come l’altra volta. Ma ho capito che si stava muovendo qualcosa. Sapevo che i miei avvocati e i miei colleghi della Eipr (la ong con cui Patrick collabora) stavano lavorando pure loro. Ed ero consapevole che tutta la mia famiglia non mi avrebbe abbandonato, come del resto ha sempre fatto. E allora ho pensato che dovevo continuare a lottare e rimanere saldo».

Cosa farai ora, ti sposterai subito in Italia?

«Non ho ancora fatto un piano preciso. So solo che voglio essere in Italia e a Bologna, il prima possibile. Voglio rivedere tutti i miei colleghi dell’Università, i miei compagni, voglio riabbracciare i miei amici. Ho così tanto tempo da recuperare. Come ci siamo detti subito dopo la laurea, voglio continuare il mio percorso accademico, voglio lavorare e scrivere». 

Quale sarà la prima cosa che farai arrivato qui?

«(Ride). Difficile scegliere. Vedere una partita di calcio, mangiare un piatto di pasta. Andare al mare con Reny. E’ un elenco lunghissimo. Ma avremo tempo. Prima di tutto però voglio abbracciare la mia professoressa Rita Monticelli». 

Che effetto ti fa sapere che tutta un’intera città come Bologna ti sta aspettando?

«E’ quello che più di tutto mi scalda il cuore. Sapere che tornerò in piazza Maggiore, dove organizzeremo una grande festa. E’ lì che voglio essere, in una città che mi ha fatto sentire tutto il suo affetto e che mi ha dato così tanto in questi anni, anche da lontano». 

(...)

Il presidente egiziano, Al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Ieri condannato a tre anni di reclusione. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Luglio 2023

Ieri era stato condannato a tre anni di carcere. Tajani: "Grazie alla politica estera del Governo abbiamo dato un contributo decisivo". La decisione all’indomani della condanna a tre anni per diffusioni di notizie false, sulla base di un articolo scritto nel 2019 sulla minoranza copta. Il giovane ha passato la prima notte da condannato in una cella di sicurezza in un commissariato sulla costa

La decisione del presidente egiziano Al-Sisi arriva 24 ore dopo la condanna a tre anni di reclusione per il ricercatore e attivista, due dei quali quasi già scontati. La condanna del tribunale di Mansoura, che riguardava la diffusione di notizie false, era arrivata all’undicesima udienza del processo. A renderlo noto su Twitter era stato Hossam Bahgat, attivista egiziano per i diritti umani e fondatore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights, la stessa organizzazione non governativa con cui ha collaborato Zaki. Secondo Bahgat, la sentenza non era soggetta ad appello. L’attivista era stato arrestato nel 2020 in Egitto.

Lo hanno annunciato anche i media egiziani, secondo i quali è stato graziato anche l’attivista per i diritti umani Mohamed el-Baqer. “Il Presidente Abdel Fattah Al-Sisi usa i suoi poteri costituzionali ed emette un decreto presidenziale che concede la grazia a un gruppo di persone contro le quali sono state pronunciate sentenze giudiziarie, tra cui Patrick Zaki e Mohamed El-Baqer, in risposta all’appello del Consiglio dei segretari del Dialogo Nazionale e delle forze politiche“, ha scritto Mohamad Abdelazi componente del Comitato per la grazia presidenziale egiziano, su Facebook.

Un lungo applauso dal Senato

“In attesa della ufficializzazione della notizia della grazia mi unisco ai sentimenti di sollievo e felicità espressi da tutti i gruppi in Aula, è il ritorno a casa di un a ragazzo che tutti volevano». Così il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, prendendo la parola in Senato. “Questo è un grande successo del governo attuale e di quelli precedenti, grazie al corpo diplomatico che non ha mai smesso di lavorare in silenzio“, aggiungendo: “Siamo di fronte a un grande successo del governo e dell’Italia intera, ora aspettiamo presto Patrick Zaki in Italia“.

Un lungo applauso ha accompagnato le sue parole. Si associa all’applauso il senatore Giulio Terzi a nome di Fratelli d’Italia che intesta al governo il risultato: “Grande soddisfazione – afferma Terzi – per l’importanza di un passo così decisivo“.

“Il presidente egiziano al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Grazie alla politica estera del governo abbiamo dato un contributo decisivo per liberare questo giovane studente. Risultati concreti attraverso il lavoro ed una credibilità internazionale“, ha scritto su Twitter il vicepremier e ministro degli Esteri Tajani.

“Grazia frutto di costante trattativa tra due Governi”

La grazia, a quanto si apprende, è il frutto di “una lunga e costante trattativa tra il governo italiano e quello egiziano”, che ha visto protagonisti il premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che nei mesi scorsi ha compiuto diverse missioni in Egitto, e l’intelligence esterna italiana (Aise).

“L’Egitto ha graziato Zaki. Non è un atto casuale. È il frutto di lavoro, di rapporti, di serietà, di considerazione, di diplomazia, di senso delle istituzioni, di rispetto. Perché c’è chi passa le giornate a criticare e c’è chi lavora“, ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto. 

La felicità del premier Giorgia Meloni

“Domani Patrick Zaki tornerà in Italia e gli auguro dal profondo del mio cuore, una vita di serenità e di successo”, le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in un videomessaggio sul socialnetwork Facebook ha ringraziato Al Sisi.

Le congratulazioni di Renzi

“La grazia a Patrick Zaki è una bellissima notizia. Mi congratulo per la decisione con il presidente Al-Sisi e la Presidente Meloni”. Cosi’ ha commentato il leader di Italia Viva Matteo Renzi sui social.

“Voglio esprimere la gioia di tutto il Senato per questo risultato. Voglio ringraziare tutti quelli che si sono spesi in questi anni per questo risultato. Ci tenevo ad esternarlo all’Assemblea“, ha detto il senatore del Pd Filippo Sensi nell’Aula del Senato per comunicare all’Assemblea la notizia attesa da ieri.

La fidanzata: “Buon anniversario, presto ci sposeremo“

Stamattina la fidanzata di Patrick Zaki, Reny Iskander, aveva scritto una lettera per il quarto anno insieme: “Patrick amore mio, buon anniversario, oggi compiamo il nostro quarto anno insieme. Anni che sono passati con i loro alti e bassi, non so come. Anni di amore, calore e dedizione infinita. Sono molto emozionata per una vita intera con te, con tutte le sue esperienze, difficoltà e agi. Il matrimonio avverrà come previsto e sarà più bello di quanto abbiamo sognato. Celebreremo il nostro amore, sfideremo il destino che è stato così ostinato contro di noi, e vinceremo. Io sono con te e tutto il mondo è dalla tua parte. I tuoi professori di master e di dottorato ti inviano tutto il sostegno e l’amore possibili; i colleghi, i compagni di corso, gli amici e le persone care di tutto il mondo, soprattutto in Piazza Maggiore, sono al tuo fianco. Sii sereno e stammi bene, non sei solo. Ti voglio bene, Reny“, concludeva la lettera. 

Redazione CdG 1947

Patrick Zaki ha ricevuto la grazia dal presidente egiziano al-Sisi. L’ex studente dell’Università di Bologna era stato condannato a tre anni di reclusione. Ora l’intervento di Abdel Fatah al-Sisi. Redazione su L'espresso il 19 luglio 2023. Il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Che proprio ieri era stato condannato a tre anni di reclusione, di cui quasi due già scontati, per aver aver  denunciato la discriminazione dei cristiani nel Paese. Con il capo di imputazione di “diffusione di notizie false”. Di fatto di fatto una formula per punirlo, per le sue opinioni espresse online e per aver fatto parte di associazioni per la tutela dei diritti umani.

Sembrerebbe che la grazia sia arrivata anche in seguito alla richiesta di clemenza per il ricercatore presentata dal “Comitato per la grazia”: «Abbiamo ricevuto segnali positivi dallo Stato», aveva scritto su facebook Tariq Al-Awadi, attivista per i diritti umani e membro del Comitato.

«La notizia ci colma di gioia. Dopo l’angoscia di ieri, è un momento di insperato sollievo e di grandissima felicità per tutta l’Alma Mater. Speriamo sia la fine di oltre tre anni di attese e di speranze deluse. Caro Patrick, tutta l’Alma Mater ti aspetta per riabbracciarti!», ha commentato il rettore dell’università di Bologna Giovanni Molari.

Come riporta il quotidiano statale al-Ahram, il presidente egiziano ha concesso la grazia anche a Mohamed al-Baqer, l'avvocato di Alaa Abdel Fattah, il più noto prigioniero politico egiziano.

Affari e diplomazia. Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia, il gesto di clemenza di al-Sisi. Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia: tra pressioni diplomatiche, il caso Regeni e i tanti affari in ballo tra Italia ed Egitto (armi ed energia). Andrea Aversa su L'Unità il 19 Luglio 2023

Finalmente la buona notizia è arrivata. Un annuncio ufficioso, trapelato quasi in silenzio, diventato poi ufficiale. Patrick Zaki è libero. Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha concesso la grazia allo studente laureatosi, a distanza, a Bologna, lo scorso 5 luglio. Un tripudio di gioia per la famiglia Zaki, una grande soddisfazione per la rete civica e sociale che ha portato avanti questa battaglia (in primis da Amnesty International) e un successo diplomatico del Governo italiano. Un successo sviluppatosi su tre direttrici (Palazzo Chigi, Farnesina e Servizi segreti) e che ha la firma di due nomi in particolare: quello della premier Giorgia Meloni e del Ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’avvocato di Zaki ha già dichiarato che il giovane potrebbe essere scarcerato fin da subito.

Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia

Proviamo ad analizzare i probabili motivi per i quali il Presidente al-Sisi ha preso questa decisione. È risaputo che il ‘Faraone’ d’Egitto non è noto per i gesti di clemenza. Ma alle volte le necessità della diplomazia, dei rapporti internazionali e soprattutto degli affari, possono avere il sopravvento. Facciamo tre passi indietro, in tre periodi diversi. Il primo ci fa tornare allo scorso 10 marzo. Il nuovo ambasciatore egiziano a Roma, Bassam Rady, ha inviato – per via del suo Presidente – un messaggio al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dove è stata evidenziata l’importanza dei rapporti bilaterali tra Italia ed Egitto.

Italia – Egitto, le tappe più recenti di un fondamentale rapporto bilaterale

A novembre del 2022, la neo eletta Premier Meloni è volata a Sharm el-Sheikh, nota località egiziana, dove è stato organizzato un vertice per il clima. In quell’occasione c’è stato il primo faccia a faccia tra la leader del centrodestra e al-Sisi. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, i temi messi sul tavolo dalle due rappresentanze diplomatiche, sono stati: l’approvvigionamento energetico, le fonti rinnovabili, la crisi climatica, l’immigrazione e i diritti umani. L’incontro, come testimoniato dai resoconti ufficiali e istituzionali di entrambi i paesi, è stato molto positivo. Tante le parole di reciproca stima e rispetto tra i due presidenti.

L’irrisolto caso Regeni

L’ultimo salto nel passato ci porta, purtroppo, nel 2016 anno dell’omicidio di Giulio Regeni. Un evento spartiacque per i rapporti tra Italia ed Egitto. Una vicenda che ancora naviga nel mistero e per la quale né lo Stato italiano, né la famiglia del giovane ricercatore hanno ottenuto giustizia e verità. Un’inchiesta sostenuta solo a parole da al-Sisi dimostratosi ipocritamente disponibile a collaborare con il Belpaese. E forse anche per questo il presidente egiziano ha deciso di concedere la grazia a Zaki (arrestato per aver pubblicato alcuni post e un articolo critici nei confronti del suo governo): un secondo ‘caso-Regeni‘ sarebbe stato insostenibile e avrebbe irrimediabilmente rovinato i rapporti diplomatici ed economici con l’Italia (oltre che minare la credibilità internazionale di al-Sisi).

Affari e diplomazia sulla rotta Roma – Il Cairo

Ma quali sono i principali settori che rendono così speciale il rapporto tra l’Italia e l’Egitto? In realtà prima di tutto viene una disciplina: la geopolitica. L’Egitto si trova di fronte l’Italia. I due paesi possono quasi salutarsi dalle due sponde opposte del Mediterraneo. Le politiche e la presenza in Nord Africa de Il Cairo sono fondamentali, da questo punto di vista, non solo per le rotte commerciali ma anche per quelle dei migranti. In particolare per il contenimento delle partenze clandestine dai porti libici. Non è un mistero l’enorme influenza che al-Sisi ha sul paese orfano di Gheddafi. E veniamo agli aspetti economici.

Armi ed energia

Per l’Egitto, l’Italia è il primo partner economico tra i paesi europei, il terzo nel mondo. Ed è qui che entra in gioco la questione energetica: Il Cairo possiede il più grande giacimento di gas naturale mai scoperto prima nel Mediterraneo (era il 2015). La sua gestione è stata affidata all’italianissima Eni. Un asset strategico divenuto ancora più importante per il Belpaese, in seguito allo scoppio del conflitto tra la Russia e l’Ucraina. Infine, tra Egitto e Italia, vi è un intenso rapporto commerciale nel settore delle armi e dei mezzi da guerra. Era il 2020 quando si è parlato di ‘commessa del secolo‘: una vendita da parte di Roma a Il Cairo di due Fregate, 24 cacciabombardieri Euro Fighter e 24 aerei addestratori M346 (e la ‘lista della spesa’ era molto più lunga), dal valore – secondo Middle East Monitor – di circa 9 milioni di euro.

Diritti umani e ragion di Stato

Dunque, per concludere, torniamo alla fatidica domanda: è giusto trattare, avere rapporti, giungere a compromessi con uno stato autoritario e dittatoriale? Perché in fondo, nonostante l’Egitto è da decenni un partner stabile e affidabile di quella regione, sono anche queste le caratteristiche dello Stato governato da al-Sisi. E purtroppo la risposta è sì. Del resto la ragion di Stato ha spesso la meglio sulle questioni legate ai diritti umani e civili. L’importante è che per questi ultimi non si smetta mai di lottare. Così come è imprescindibile pretendere verità e giustizia per Regeni. Però possiamo ammetterlo, almeno questa volta una vita è stata salvata: quella di Zaki. E ne è valsa la pena.

Andrea Aversa 19 Luglio 2023

Patrick Zaki, l'Egitto concede la grazia: trionfo-Meloni. Libero Quotidiano il 19 luglio 2023

Patrick Zaki graziato. Secondo fonti citate dalla Reuters, il presidente egiziano Al Sisi ha concesso la grazia con effetto immediato al ricercatore condannato dal tribunale a tre anni di carcere. Il giovane egiziano ma laureatosi all'università di Bologna era stato condannato definitivamente a 3 anni di carcere dopo aver già scontato 22 mesi in carcere. L'accusa? La diffusione di notizie false. "Abbiamo ricevuto segnali positivi dallo Stato" sulla richiesta di grazia avanzata per Zaki. Aveva scritto su Facebook Tariq Al-Awadi, attivista per i diritti umani e membro del Comitato presidenziale per la grazia, che aveva presentato una richiesta formale di grazia immediata per l'attivista e ricercatore egiziano.

La stessa Giorgia Meloni, subito dopo la condanna, si era detta fiduciosa. "Il nostro impegno per una soluzione positiva non è mai cessato – aveva detto il premier – continua e abbiamo ancora fiducia". Sulla stessa strada aveva insistito anche uno dei legali che assiste il 32enne, Samweil Tharwat, secondo il quale ci sarebbe stata la possibilità che Zaki possa essere rilasciato dopo un pronunciamento del governatore militare. E così, quello della grazia è un ottimo risultato del governo. Nonostante fino ad oggi Pd e compagni abbiano definito la condanna uno schiaffo all'Italia e al suo esecutivo. 

 Zaki era stato condannato per avere scritto un articolo nel 2019 sulle discriminazioni subite dai copti egiziani. L'avvocatessa di Zaki, Hoda Nasrallah, aveva dichiarato che dalla pena di tre anni sarebbero stati decurtati i 22 mesi già trascorsi dietro le sbarre. "Attendiamo che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi conceda la grazia", aveva affermato Nasrallah. Nell'ambito dello stesso provvedimento, Al Sisi ha concesso la grazia anche a Mohamed Baqer, un avvocato per i diritti umani.

Zaki, Tricarico: “Non era un caso Regeni, basta ipocrisie”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 19 Luglio 2023

“Zaki non era un caso Regeni, basta ipocrisie. Due pesi diversi su Turchia e Egitto”. A dirlo Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e attuale presidente della fondazione Icsa.

Quale la differenza tra il caso Regeni e quello Zaki?

Nel caso Regeni c’era un motivo robusto, ben identificato e condivisibile per pretendere dal regime egiziano la verità. Il comportamento delle autorità egiziane, che allora furono poco collaborative, è completamente diverso da quello di oggi.

Perché?

Stiamo parlando di un egiziano al quale non è stata concessa la cittadinanza italiana. Anche se il Parlamento, all’unanimità, ha dato luce verde a riguardo, nei fatti, Zaki non è ancora un nostro connazionale. Stiamo parlando di chi non parla neanche la nostra lingua. Basta ascoltare qualche sua intervista con la traduzione simultanea. Sono, quindi, ingiustificate e scarsamente comprensibili le prime pagine dei quotidiani o quasi tutti, soprattutto quelli di una certa parte che gridano allo scandalo. Questo ragazzo, poi, ha combinato una pena detentiva di qualche anno per dei fatti che non conosciamo.

Ci sono, però, persone che da anni commentano la vicenda…

Sfido chiunque abbia scritto di Zaki a dimostrare che ha letto le carte, che conosce gli atti del processo, i capi di accusa. Si parla solo per deduzione, perché si vuole accostare a tutti i casi questa storia con quella di Regeni, pur non sapendo nessuno cosa ha fatto realmente Patrick. Non avrebbe avuto verosimilmente quella pena in un Paese libero. Detto ciò, non possiamo dirlo, saperlo, soprattutto se chi oggi grida allo scandalo è un garantista. Questi soggetti, però, non usano lo stesso metro quando a dover godere di queste garanzie è un altro.

Cosa si sente, quindi, di dire a chi grida allo scandalo?

Tutti coloro che oggi gridano scandalizzati dimenticano di appartenere a un Paese dove la giustizia, per altri motivi, è forse peggiore di quella egiziana. Rispetto a ciò, però, c’è più di qualcuno che preferisce tacere. Nel mondo ci sono casi peggiori di quello Zaki, ma nessuno proferisce parola.

A cosa si riferisce?

Il caso più eclatante è quello di Erdogan che ha imprigionato decine di migliaia di giornalisti, avvocati, imprenditori, militari solo perché appartengono a una certa corrente di pensiero. Peggio ancora quanto accaduto qualche giorno fa. La Turchia ha dato l’ok alla Svezia nella Nato in cambio dell’estradizione di persone, che vengono definite terroristi, ma non sono che semplici dissidenti. Stiamo parlando, quindi, di uomini e donne a cui viene negata, a tutti gli effetti, la libertà di pensiero. Nessuno dice niente. Tra l’altro questo patto ha avuto il placet di tutta la comunità internazionale, in primis la Nato e Stoltenberg.

Si tratta, pertanto, dell’ennesima arma utilizzata da una parte politica per far inciampare il governo Meloni?

L’effetto Meloni è collaterale. La verità è che questi signori si sono sempre espressi in questo modo per ideologia. Il problema, però, che tale atteggiamento è irresponsabile. Messa in gioco non soltanto la sorte di Zaki, ma soprattutto i rapporti tra Italia ed Egitto. Questo è un paese strategico per i nostri interessi, non solo di natura commerciale.

Concessa, intanto, la grazia a Zaki…

Come ogni cittadino italiano, plaudo alla decisione del presidente al-Sisi di far tornare Zaki in Italia, in modo che possa continuare gli studi a Bologna.

Estratto dell’articolo di Adriana Logroscino per corriere.it sabato 22 luglio 2023.

Uno sgarbo. Inatteso e che ha provocato «sconcerto»: viene vissuta così a Palazzo Chigi la scelta di Patrick Zaki di non accogliere nessuna delle soluzioni per il suo rientro in Italia che gli erano state offerte dal governo, attraverso l’ambasciatore al Cairo, Michele Quaroni. Tanto più perché le ipotesi messe a disposizione del ricercatore egiziano, subito dopo la grazia del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, sono state tante e diverse. Tutte respinte al mittente.

«Alla Farnesina siamo abituati a tutto», trapela dal ministero degli Esteri. Poi lo stesso ministro Antonio Tajani, sollecitato sul punto, dice: «A noi interessava liberare Zaki e abbiamo lavorato in questo senso. Poi come vorrà tornare in Italia, tornerà. Gli erano state offerte delle possibilità, non un obbligo. La scelta è sua». Tutt’altro tono rispetto a quello adoperato nelle ore immediatamente successive alla notizia della grazia, quando il ministro degli Esteri, aveva festeggiato l’operazione definendola «un grande lavoro di squadra». E in serata il ministro della Difesa Guido Crosetto dice: «È una scelta personale, ci ha anche fatto risparmiare dei soldi, quindi va bene così».

I passaggi della trattativa sulle modalità di rientro di Zaki sono stati addirittura quattro. Prima la disponibilità di un volo di Stato, rifiutata. Quindi la prospettiva di un accompagnamento diplomatico dedicato, respinto. Gli sarebbe stata offerta la possibilità di viaggiare comunque insieme ai parenti. Ma sarebbe stata la photo opportunity — l’eventualità pressoché certa, cioè, che all’arrivo gli venisse scattata una foto con i massimi rappresentanti del governo, Meloni e Tajani, che pure Zaki aveva pubblicamente ringraziato due giorni fa — a far scegliere al ricercatore di optare per il rientro con volo di linea, diretto a Milano per poi proseguire verso Bologna.

Tanti dinieghi pur garbati, lasciano pochi dubbi sull’imbarazzo di Zaki nel comparire accanto a esponenti del centrodestra italiano. Tesi che prova a correggere il portavoce di Amnesty international, Riccardo Noury, che, pur accreditando una valutazione politica, rileva: «La reputazione di un difensore dei diritti umani si basa sull’indipendenza da qualunque tipo di governo».

(...)

Non facciamo di Zaki una Madonna pellegrina. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera sabato 22 luglio 2023. 

Caro Aldo, Zaki, giovane di valore, potrebbe sforzarsi di parlare italiano almeno durante le interviste sui canali tv nazionali, confermando così che rispetto e riconoscenza, moneta rara di questi tempi, sono valori in cui crede anche lui. Che ne dice? Pier Giorgio Cozzi Milano

Caro Pier Giorgio, Patrick Zaki non parla italiano per il semplice fatto che non lo sa. Lo imparerà. In Italia ha studiato per qualche tempo, in Italia tornerà a vivere. La battaglia per lui era diventata una battaglia di libertà e anche di dignità nazionale, perché la sua incarcerazione era diventata una sorta di umiliazione, una prova di protervia esercitata dall’Egitto nei confronti del nostro Paese, dopo quella ancora più grave delle torture e dell’assassinio impunito di Giulio Regeni. Giulio e Patrick sono figli di una generazione globale, che si esprime in inglese, che gira il mondo, e a cui le nazioni stanno strette; figurarsi i regimi. E quello egiziano è un regime. Le primavere arabe sono state un fallimento clamoroso; in particolare quella del Cairo. La caduta di Hosni Mubarak — un uomo che non ha avuto solo demeriti; ad esempio sui passi di Sadat ha spostato l’Egitto dal campo sovietico a quello occidentale — non ha portato alla democrazia, ma prima alla vittoria dei Fratelli Musulmani, poi a un nuovo regime militare, per certi versi peggiore del precedente. Eppure l’Egitto è un Paese importante; e con i regimi a volte bisogna trattare. La liberazione di Zaki è oggettivamente, piaccia o no, un successo del governo. Ora non facciamone né un obiettivo polemico, né una madonna pellegrina. Ci siamo uniti per lui; non dividiamoci un minuto dopo. Già leggo titoli: «Invitiamolo a Siena al Palio dell’Assunta», portiamolo di qui, dedichiamogli questo… Zaki non è un «ingrato», non è un eroe. È un ragazzo che ama l’Italia e in cui tanti suoi coetanei si sono riconosciuti. Lasciarlo tranquillo è l’ultimo servigio che l’Italia potrà rendergli.

Patrick Zaki fa infuriare Nicola Porro: "Ingrato, il suo visto...". Chi tira in ballo. Il Tempo il 22 luglio 2023

Questa storia di Patrick Zaki "è pazzesca". Nicola Porro nella sua consueta rassegna stampa per web e social affronta il tema della grazia all'attivista egiziano per effetto del lavoro diplomatico del governo di Giorgia Meloni. Il giovane viene definito "ingrato" perché ha rifiutato il volo di Stato per il rientro in Italia, dove studiava, il tutto a quanto pare per non farsi fotografare con la premier e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nella Zuppa di Porro di sabato 22 luglio il giornalista attacca: "Questa storia di Zaki è pazzesca. Partiamo da un presupposto: il governo italiano ha fatto bene a fare la sua parte per un ragazzo egiziano che si trova a studiare a Bologna", spiega Porro che però chiarisce: "Ci sarebbe anche Chico (Forti, imprenditore italiano da anni detenuto negli Stati Uniti dopo un processo pieno di anomalie, ndr) e tanti altri italiani in giro per le prigioni di tutto il mondo. E Zaki fa bene a rifiutare il volo di Stato".

Detto questo, Porro fa un appello: "Chiediamo all’ambasciata al Cairo di trattare il suo visto e le sue questioncelle per il rientro in Italia da pregiudicato graziato in modo simile a come vengono trattate per qualsiasi egiziano". Insomma, rifiutato il "passaggio" dello Stato, Zaki faccia la trafila come gli altri, afferma il giornalista.  In realtà c'è stato un cambio di programma. "I documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno. Quindi, dopo dovremo viaggiare per assicurarci che la mia situazione legale sia chiara al 100%. Stai tranquilla Bologna, arrivo tra un paio di giorni, dobbiamo solo aspettare altri due giorni”, ha comunicato Zaki sui suoi canali social. A suo carico c'è ancora un travel ban, un divieto di espatrio, disposto dalle autorità egiziane e che dopo la liberazione dovrà essere cancellato. Ma ci sono tempi burocratici. 

Zaki, Paragone sul volo di Stato: "Mi auguro che abbia la decenza di..." Il Tempo il 21 luglio 2023

"C'è un leggero cambiamento nei piani poiché è venuto alla nostra attenzione che i documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno. Quindi, dopo dovremo viaggiare per assicurarci che la mia situazione legale sia chiara al 100%. Stai tranquilla Bologna, arrivo tra un paio di giorni, dobbiamo solo aspettare altri due giorni": questo il messaggio pubblicato da Patrick Zaki su Twitter nelle ultime ore. Intanto la vicenda del laureato dell'Università di Bologna, appena graziato dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, continua a essere al centro dei dibattiti televisivi. Questa sera, a commentare le ultime informazioni circolate in merito alla gestione del ritorno in Italia del ricercatore è stato Gianluigi Paragone. Ospite a Controcorrente, il giornalista ha elogiato l'operato del governo Meloni e consigliato a Zaki di essere riconoscente nei confronti della diplomazia italiana.

A riportare in Italia Patrick Zaki, che ha lasciato il carcere in seguito alla grazia concessagli dal presidente egiziano al Sisi, non sarà un volo di Stato, ma un normalissimo volo di linea. Il ricercatore egiziano, infatti, avrebbe rifiutato il volo speciale che era stato messo a disposizione dal governo italiano e non intenderebbe incontrare né farsi assistere da autorità dell'esecutivo di Roma. Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, la scelta di rifiutare il volo di Stato sarebbe dettata da un bisogno di coerenza: "La decisione di prendere un volo di linea che lo porterà a Milano è del tutto corretta. È un difensore dei diritti umani che mantiene la sua indipendenza dai Governi, di qualunque colore siano. Zaki apprezza tutto ciò che è stato fatto per lui: in queste ore lo ha fatto ampiamente ringraziando le istituzioni italiani. Però la decisione di prendere un volo di linea, anziché un volo di Stato, è normale per un difensore dei diritti umani, fa parte del suo essere indipendente. Io avrei fatto la stessa scelta e questo non vuol dire essere contro i governi", ha affermato Noury.

La notizia è stata commentata a Controcorrente da Gianluigi Paragone: "Ci si deve infognare sempre nelle solite polemiche. Non vuole prendere il volo di Stato, va bene. Mi auguro che abbia l'accortezza e un po' anche la decenza di capire che, anche se questo è un governo di centrodestra e magari non è il governo dei suoi sogni, comunque gli ha restituito la libertà".  Per il giornalista sarebbe doveroso da parte di Zaki un ringraziamento: "Quindi forse un passaggio, un riconoscimento espresso, solido, importante nei confronti del governo, che rappresenta quindi le istituzioni di quel Paese che lo sta ospitando e gli ha restituito la libertà, mi sembra sia da parte di Zaki riconosciuto apertamente", ha concluso.

Estratto dell'articolo di Antonio Rapisarda per Libero Quotidiano il 25 luglio 2023.

Massimiliano Latorre è uno dei due “marò” del Battaglione San Marco che insieme a Salvatore Girone è stato vittima dell’odissea giudiziaria intentata dall’India con l’accusa – infondata, come ha stabilito il Tribunale italiano, archiviando il caso – di aver ucciso due pescatori del Kerala durante un’operazione anti-pirateria a bordo della petroliera “Enrica Lexie”. 

A distanza di dieci anni da quel 15 febbraio del 2012, l’inizio di una vicenda che tenne l’Italia per mesi e mesi col fiato sospeso, Latorre ha scelto di raccontare la sua storia in un libro a quattro mani con Mario Capanna: “Il sequestro del marò”. A Libero ha affidato le sue riflessioni: quelle di un soldato rimasto fedele – pagando ciò in prima persona – alla parola data. E che, calato il clamore mediatico, ha visto emergere da certe istituzioni a cui lui ha sempre dato tutto non un briciolo di riconoscenza per il servizio svolto ma, lo dice senza mezzi termini, una crescente «volontà di isolarmi, di ridurmi in silenzio...». Il motivo lo spiega in questa lunga intervista: la storia dei due marò attende ancora una parola chiara. «Si chiama verità».

Latorre, il calvario suo e di Girone è finito solo nel dicembre scorso: archiviazione piena da parte del Gip di Roma. Tutto dopo dieci lunghissimi anni. Cosa resta al termine di questa odissea?

«Restano tante cose: positive e negative. Il bicchiere è mezzo pieno. Volendo vedere solo le positive, posso dire che mi è rimasto il sostegno e l’affetto vero, sincero, della gente che mi sostiene ora come allora». 

La sua vita è uscita stravolta da questa vicenda.

«Per senso di dignità personale non le faccio un elenco. Le posso assicurare, però, che non c’è aspetto sotto cui la mia vita non sia stata stravolta. In particolare la mia salute, fisica e psicologica, è stata segnata da quel vissuto. Mi riferisco all’ictus che purtroppo mi ha colpito e mi ha condizionato per sempre: anche se mi ritengo comunque fortunato per il semplice fatto di esser qui a poter raccontare, nonostante diverse problematiche con cui devo convivere». 

(…)

Il coautore del libro, lo scrittore e storico attivista Mario Capanna, ha riportato le accuse dell’allora ministro, Giulio Terzi, contro la decisione del governo Monti: quando foste rispediti in India nonostante l’allora titolare della Farnesina (che si dimise in polemica per questo motivo) aveva annunciato la volontà di tenervi in Italia...

«L’11 luglio il gruppo parlamentare di Fdi ha organizzato la presentazione del libro con i senatori Malan, Russo e Terzi. Ecco, per me è stata un’occasione importante per l’affetto e il supporto ricevuto dagli organizzatori. 

Ma ancor più importante, anche se frustrante da uomo e da militare, è stato ascoltare le parole dell’ex presidente del Consiglio, Mario Monti, che ha ammesso le motivazioni per cui fummo rispediti in India il 21 marzo 2013, proprio così come fu riferito dall’allora suo ministro degli Esteri, Giulio Terzi, in un’intervista rilasciata dopo anni dalle sue dimissioni. Quando, ricordando le motivazioni giuntegli da Monti e dal ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, spiegò – cito testualmente – che erano “fondate su ragioni di natura economica, dei danni che avrebbero subito le nostre imprese e delle reazioni indiane”...». 

Insomma siete finiti, da innocenti, in un ingranaggio più grande di voi...

«Purtroppo sì. Non mi sono reso subito conto subito di quel che accadeva realmente.

Sopravvivevo grazie alla forza datami dall’innocenza e dalla fiducia che riponevo nei rappresentanti istituzionali di allora dai quali mi aspettavo coerenza ed affidabilità. Invece ho trovato solo l’ordine di obbedire nell’assoluto e rigoroso silenzio chiesto ad un militare, ma per fortuna la gente che ci sosteneva zitta e ferma non è stata».(...)

Proprio l’esecutivo guidato dalla Meloni è stato decisivo per la liberazione di Patrick Zaki. Quest’ultimo ha fatto di tutto per evitare di stringere la mano alla premier e al ministro Tajani. Come giudica questa scelta?

«Io sono un militare: purtroppo questa esperienza mi ha aperto gli occhi su altri aspetti a me prima sconosciuti, ciò non mi consente di giudicare a priori senza conoscere fatti e protagonisti.

Posso dirle che, personalmente, non ne avrei fatto una questione ideologica e politica, mi sarei fatto guidare dal buonsenso, dall’educazione, dal rispetto e soprattutto dalla riconoscenza. 

La stessa per cui oggi sono impegnato nel ringraziare gli italiani nelle varie città: approfittando delle tante occasioni di incontro organizzate da chi allora mi ha sostenuto e che, anche grazie a questo libro, continua a tenere viva l’attenzione sulla vicenda che mi ha coinvolto e a chiedere verità».

Patrick Zaki, veleno-Dagospia: "Ecco chi mi ricorda", fatto a pezzettini. Libero Quotidiano il 25 luglio 2023

Un Gatto Giacomino... scatenato. Si tratta di un lettore di Dagospia, il quale negli ultimi due giorni si è concentrato assai su Patrick Zaki, il ragazzo egiziano tornato in Italia dopo la grazia ricevuta da al-Sisi. Già, proprio quello Zaki al centro di numerose polemiche per la sua scelta di rifiutare il volo di Stato e altre soluzioni per il rientro, per quanto poi abbia rivolto i suoi ringraziamenti al governo Meloni.

Mister Giacomino, alla vigilia, ha scritto a Dagospia per mettere i puntini sulle "i", ricordando come Zaki non sia un "ricercatore", così come viene chiamato dalla stampa italiana ormai da anni. Ma non è finita. Oggi, martedì 25 luglio, ecco una seconda missiva ricevuta e pubblicata sempre dal sito di Roberto D'Agostino, in cui il fedelissimo lettore aggiunge pepe al pepe. 

"Caro Dago, sai che sono molto sensibile al percorso accademico di Patrick Zaki. La domanda di oggi è questa: in cosa s'è laureato il ricercatore egiziano che mai ha fatto ricerca - torna sul punto -?  In ingegneria, matematica, lettere, agraria, medicina, filosofia, fisica, biologia, giurisprudenza...? Niente di tutto questo! Lui s'è laureato in Women’s and Gender Studies. Prospettive lavorative: organizzatore di gay pride", conclude picchiando durissimo.

Ma sempre su Dagospia, ecco una seconda lettera che riguarda il ragazzo, firmata in questo caso da Sergio Tafi, il quale picchia durissimo: "Caro Dago, Patrick Zaki? Sembra uno Danilo Toninelli più giovane e paffuto. Chissà se ha anche la stessa intelligenza...", conclude il lettore con ironia tagliente. 

Patrick Zaki: «Io cristiano e di sinistra con Hamas non c’entro nulla. In carcere? Botte e torture». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2023.

L’attivista e il libro in cui racconta la prigionia in Egitto: non dimenticherò mai le urla di un condannato a morte

Patrick Zaki, sono venuto qui per intervistarla sul suo libro, in cui lei racconta due anni trascorsi senza colpa nelle prigioni egiziane. Sono pagine che confermano la forza morale che noi italiani abbiamo visto in lei, e che ci ha indotti a impegnarci tutti insieme, destra e sinistra, per la sua liberazione. Per questo molti di noi si sono sentiti feriti dalle sue parole contro Israele, che ho trovato inaccettabili.

«Io sono contro l’attuale governo di Israele e le politiche che ha seguito negli ultimi anni. E non sono l’unico a pensarla così: le azioni di questo governo sono state criticate sia in passato sia in questi giorni da diversi Paesi, compresi gli Stati Uniti. Ho già messo in chiaro qual è la mia opinione riguardo l’attuale governo israeliano al Tg1 e nella mia ultima lettera a Repubblica».

Le ultime notizie sulla guerra tra Israele e Hamas, in diretta

La chiarisca anche ai lettori del «Corriere». Cosa le è venuto in mente di definire Netanyahu un serial-killer?

«Cosa mi è venuto in mente? Ho pensato a tutti i civili, a tutte le persone tra cui donne e bambini che sono state uccise a Gaza negli ultimi anni, alla mia cara amica Shireen Abu Akleh, la giornalista che è stata uccisa l’anno scorso da soldati israeliani mentre lavorava in Cisgiordania».

A parte il fatto che Netanyahu è lì perché con i suoi alleati ha vinto le elezioni, cosa che non possiamo dire di nessun leader arabo, non crede che qualsiasi discorso debba cominciare con la condanna del massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas?

«Io sono contro tutti i crimini di guerra. Condanno l’uccisione di civili. L’ho già ribadito più volte in diverse interviste. Sono un militante pacifico per i diritti umani e sono contro ogni forma di violenza. Credo che adesso sia il momento di pensare a come risolvere la situazione e lavorare per la pace in questa parte del mondo».

Quindi lei condanna Hamas?

«Certo. Io non ho nulla a che fare con Hamas! Sono cristiano e sono di sinistra, non sono un integralista islamico. In Egitto quelli come me vengono uccisi dagli integralisti islamici. Nel 2014 raccolsi aiuti umanitari per Gaza ma mi dissero che era meglio che non andassi a portarli, perché non sarei stato il benvenuto. Io sono per la Palestina, non per Hamas. E spero che tutti gli ostaggi siano liberati. Tutti, a cominciare dagli italiani. Non dimentico che l’Italia si è battuta per la mia libertà».

Lei fu arrestato dalla polizia egiziana proprio di ritorno dal nostro Paese, come scrive nel suo libro «Sogni e illusioni di libertà», pubblicato dalla Nave di Teseo.

«Mi aspettavano all’aeroporto del Cairo da due giorni. Mi hanno strappato il permesso per l’Italia, mi hanno rotto gli occhiali. Mi hanno insultato. E hanno iniziato a picchiarmi».

Come?

«Calci, pugni, botte sulla schiena. E minacce: “Non uscirai fuori di qui”, “non vedrai mai più la luce del sole”. Io sono rimasto concentrato. Sapevo come comportarmi: non dovevo mostrarmi debole. Se li facevo arrabbiare, meglio. Se capivano che avevo paura, era la fine».

Come sono le tecniche di interrogatorio?

«Gli interrogatori sono brevi. Ti sballottano di continuo dentro e fuori la cella; e in ogni cella c’è sempre una spia della polizia. Le domande sono sempre le stesse: davvero vuoi farci credere che eri a Bologna solo per un master? Perché parli male dell’Egitto? Poi ti mostrano le foto degli oppositori del regime: li conosci? Vogliono sfiancarti. Per questo rispondevo a monosillabi».

E loro?

«Mi hanno bendato, ammanettato, caricato su un furgone. Essere bendati, non avere il controllo del proprio corpo, è terribile. Dagli odori ho capito che mi portavano nel carcere di Mansura, la mia città. Lì c’erano il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, che mi ha fatto togliere i vestiti, dicendo: “Patrick difende i gay, dobbiamo portargli qualcuno che se lo inculi”».

L’hanno torturata?

«Mi hanno messo un adesivo sulla pancia, non capivo perché. Poi, quando mi hanno applicato gli elettrodi, ho realizzato che serviva a nascondere i segni delle scariche elettriche».

Come sono?

«Terribili. Ma quelli sono professionisti. Sono attenti a non lasciare tracce sui corpi. Sono scomparso per un giorno e mezzo, senza che i miei genitori che erano venuti a prendermi all’aeroporto sapessero nulla. C’era anche Reny, la donna che amo e ora è mia moglie, ma non conosceva ancora i miei, avrei dovuto presentarli… I poliziotti mi facevano in faccia il verso del maiale, come si usa da noi per manifestare disprezzo. Ma la cosa che mi ha fatto più male è un’altra».

Quale?

«Il ragazzo che portava i caffè mi ha dato una gran botta sulla schiena con il vassoio. Ancora mi chiedo perché lo abbia fatto. Non era un poliziotto. Non gli avevo fatto nulla di male. Se un giorno in Egitto faremo la rivoluzione, cercherò quell’uomo solo per chiedergli il perché».

E poi?

«Mi hanno chiuso in una cella con 52 persone. Tra loro c’erano due ragazzini, colpevoli solo di aver girato un video ironico su Maometto; altri ragazzi, musulmani, li avevano scoperti e denunciati. C’erano anche i parenti di un uomo che aveva picchiato la moglie, i cui familiari erano nella cella di fronte: era una rissa continua…».

Lei è stato davvero arrestato soltanto per un post su Facebook?

«Per quello e per la mia militanza nell’Eipr, Egyptian initiative for personal rights. Succede a tanti; ma di solito dopo due mesi escono. Quando però hanno visto che in Italia ci si mobilitava per me, hanno pensato: questo ragazzo per l’Italia è importante. E il mio caso è diventato un modo per fare pressione sul vostro Paese nel caso Regeni. In prigione mi chiamavano il ragazzo italiano».

Come mai?

«Mi confondevano con lui. Qualcuno mi chiamava proprio Giulio. “Io sono Patrick!” rispondevo. Ma Patrick è un nome cristiano, insolito in Egitto anche tra noi copti. Poi uscirono le mie foto sul giornale, e le guardie mi indicavano: quello è uno famoso! Quando Macron e Scarlett Johansson fecero il mio nome, mi chiedevano pure i selfie…».

Le sue condizioni sono migliorate?

«No. Mi hanno tagliato i capelli, e io non ho opposto resistenza, anche se i capelli sono una parte importante della mia identità».

Come ha fatto a resistere?

«Cominciai a dare lezioni di inglese, ma me lo impedirono. Poi mi portarono in un supercarcere, dove tutti avevano una divisa. Io avevo la divisa bianca, da detenuto in attesa di giudizio. I condannati avevano quella blu. I condannati a morte quella rossa. Una mattina alle sei vennero a portare via un prigioniero per l’esecuzione. Cominciò a urlare disperato. Non dimenticherò mai quelle grida».

Poi la trasferirono ancora e la misero in cella con un pazzo.

«Si chiamava Magdi, aveva un negozio di elettronica dove un terrorista dell’Isis aveva comprato un apparecchio che era servito per un attentato. Ma lui mica lo sapeva, era pure copto. Era innocente, e stare in carcere da innocenti può renderti folle. Un giorno mi gettò in faccia l’acqua bollente del tè. Un altro compagno di cella invece insisteva per farmi un massaggio…».

Com’era il suo rapporto con gli islamisti?

«A volte litigavamo. Quando potei vedere i miei genitori, uno mi rimproverò perché mia madre non portava il velo e io avevo bevuto da una lattina con la sinistra anziché con la destra. Mi arrabbiai: siamo in galera, non sappiamo se e quando usciremo, e tu mi rompi le scatole perché bevo con la mano sinistra?!».

E i criminali comuni?

«Ne ho visto uno appeso per i piedi a testa in giù. Ma la cosa peggiore è quando, al ritorno in cella dall’udienza, li costringono a bere un lassativo e li tengono lì, nudi, uno accanto all’altro, finché non evacuano. Lo fanno per controllare che dall’esterno non arrivi niente. E per umiliarli. Anche se poi in carcere i microcellulari entrano, io stesso me ne sono procurato uno. Poi ho avuto anche una radio».

Con cui riuscì a ricevere un messaggio da Reny e da sua sorella.

«Scrissi a Reny e a Maryse per dire che seguivo un programma alle 10 di sera. Una volta sentii: “Reny abbraccia il suo amato fidanzato, Maryse saluta suo fratello…”. È stato un momento molto importante».

Lei scrive che il primo interrogatorio vero arrivò dopo un anno e otto mesi.

«Poi ci fu l’udienza, che durò due minuti e mezzo. Eravamo 450 detenuti in due gabbie, ognuno si agitava per farsi riconoscere dal suo avvocato, invano. Sembravamo scimmie allo zoo».

C’erano gabbie anche in carcere?

«Sì, per isolare i detenuti malati. E c’era la sedia del pianto. Quella l’aveva inventata uno di noi. Se un prigioniero crolla e vuol essere lasciato tranquillo, si siede a piangere, e nessuno può disturbarlo».

Non c’è mai un momento di sollievo?

«Quando uno viene rilasciato, dalle sbarre della sua cella si grida la notizia. Quando liberarono il mio amico Mahmoud diedi io l’annuncio, e tutti i detenuti urlarono: forza Mahmoud, auguri Mahmoud!».

Il governo italiano ha lavorato per liberare lei. Dopo la condanna a tre anni, un colpo durissimo, è arrivata la grazia. Perché ha rifiutato il volo di Stato?

«Perché sono un attivista, e voglio essere libero di criticare qualsiasi governo».

Nel suo libro Giorgia Meloni non è mai citata. Perché?

«Neppure Mario Draghi; e anche il suo governo ha lavorato per la mia liberazione. Ribadisco che sono grato all’Italia per quanto ha fatto per me».

L’hanno criticata anche perché non parla la nostra lingua.

«Ma la sto imparando, grazie anche a Reny che la parla meglio (Zaki passa dall’inglese all’italiano e stringe la mano della moglie)».

E Fazio?

«Nessun problema, andrò una delle prossime domeniche».

PATRICK ZAKI HA FATTO BENE O NO A RIFIUTARE IL VOLO DI STATO? Si & No

Il Sì&No del giorno.

Patrick Zaki ha rifiutato l’aereo di Stato: “Sì, ha fatto bene, ha preferito la sua libertà alle passerelle di qualcuno”. Francesca Sabella su Il Riformista il 25 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla scelta di Patrick Zaki di rientrare in Italia con un volo di linea, rifiutando il volo di Stato. Abbiamo chiesto un parere a Francesca Sabella, giornalista, che ritiene sia stata una scelta opportuna, e ad Andrea Ruggieri, direttore responsabile de “il Riformista”, che, al contrario, ne contesta la scelta.

Qui di seguito, l’opinione di Francesca Sabella.

Libertà, dal latino libertas, a sua volta derivata da liber = uomo legalmente libero cioè il contrario del servus, lo schiavo.

È partito da uomo libero ed è tornato da uomo libero. Libertà, indipendenza, fedeltà ai suoi princìpi: così si spiega la scelta di Patrick Zaki di rifiutare il volo di Stato e rientrare in Italia con un volo di linea. E lo ha spiegato, seppur sibillinamente, in un suo breve scritto sui social: “La sensazione migliore è la libertà”. Certo la libertà di lasciare il carcere egiziano nel quale è stato costretto a vivere dal 2020 a oggi, ma anche la libertà di poter essere ancora chi era quando è partito da Bologna per far visita ai suoi parenti egiziani, prima dell’inizio dell’incubo, prima della detenzione.

Ed è questa la libertà più preziosa: poter riconoscere di essere ancora chi è sempre stato, constatare che la paura, le ingiustizie, il carcere, non lo hanno scalfito, non lo hanno cambiato, non hanno fatto ombra sui suoi valori. Non hanno vinto loro: ha vinto Zaki perché è ancora lui. L’attivista egiziano che ha studiato in Italia, che ha amato questo Paese, ha combattuto da sempre per i diritti umani e chi combatte sì per sé ma anche per tutti quanti gli altri, facendo delle sue azioni una battaglia per la collettività non si piega a un sistema che probabilmente avrebbe voluto strumentalizzarlo. Era solo una questione burocratica di rito? Poco importa, lui ha detto no. A maggior ragione tanto rumore per nulla.

E così Patrick ha rifiutato tutte le proposte per il suo rientro messe sul tavolo dal Governo italiano: viaggiare su un volo di Stato, quindi atterrare a Ciampino e incontrare i vertici di Palazzo Chigi, ma anche viaggiare con la sua famiglia volata in Egitto per riabbracciarlo. No, grazie. Viaggerò su un volo di linea. Niente passarelle, niente foto di rito e strette di mano con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, niente inchini, niente di niente.

E così è tornato in Italia. Patrick è arrivato nel pomeriggio di domenica a bordo di un Boeing 737 di EgyptAir decollato dal Cairo atterrato all’aeroporto di Milano Malpensa.

Poi la conferenza stampa nella sua Bologna: “Sono qui come un difensore dei diritti umani, ho passato tutto ciò che ho passato perché ho difeso i diritti umani e la libertà”. Torna ancora la “libertà” nelle sue parole. La libertà di aver scelto senza creare danno a nessuno. Anzi, a qualcuno sì alla maggioranza del governo che ha visto uno sgarbo nel gran rifiuto di Patrick. E così via alle polemiche: un ingrato, un paraculo, scelta politica… In realtà Patrick ha subito ringraziato le autorità italiane: “Grazie al governo italiano per quello che ha fatto negli ultimi giorni, ho veramente apprezzato tutto quello che hanno fatto – ha detto Zaki – Sono veramente emozionato di essere qui. Un grazie alla diplomazia italiana in Egitto”. Ha ringraziato. Forse il problema di una parte politica è un altro, non la maleducazione dell’attivista egiziano: è che dopo essersi intestata la liberazione di Zaki, per grazia ricevuta dal presidente egiziano Al-Sisi, non ha potuto completare l’operazione facendosi trovare schierata e sorridente all’aeroporto, una sorta di medaglietta solo appoggiata sulla giacca e non fissata bene.

Zaki con il gran rifiuto ha un po’ rovinato la festa. Sorprende, ma neanche tanto in fin dei conti, come il primo pensiero della politica, prima ancora che Patrick toccasse suolo italiano, sia stato attaccarlo. Si è riproposto il meccanismo, tossico, dei social: se non lo riprendi, se non ci sono foto e video a documentare, allora non è successo veramene. Cioè, avete contribuito a farlo tornare qui? Vi siete prodigati con tanti sforzi per la sua liberazione? Bene così, a chi importa di foto e inchini? Nessuno sgarro alla politica italiana, semmai la volontà di non essere strumentalizzato, di non cedere al rito dell’incoronazione del Governo. Patrick Zaki ha preferito la libertà alle passerelle. Tutto qui. Vogliamo condannarlo di nuovo?

Francesca Sabella

Il Sì&No del giorno

Patrick Zaki ha rifiutato l’aereo di Stato: “No, ha fatto male. Ha dimostrato scarso spirito di appartenenza alla comunità italiana”. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 25 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla scelta di Patrick Zaki di rientrare in Italia con un volo di linea, rifiutando il volo di Stato. Abbiamo chiesto un parere a Francesca Sabella, giornalista, che ritiene sia stata una scelta opportuna, e ad Andrea Ruggieri, direttore responsabile de “il Riformista”, che, al contrario, ne contesta la scelta.

Qui di seguito, l’opinione di Andrea Ruggieri.

Patrick Zaki sbaglia grossolanamente perché trasforma una prassi sostanzialmente burocratica, consolidata e tutto sommato scontata, che alla gente interessa molto molto poco peraltro, in un caso, non richiesto da nessuno, di politica e di irriconoscenza percepita, che a quel punto la gente nota eccome, e disapprova facendosi una domanda ordinaria: “Ma che modi sono?”. Questo ragazzo egiziano, dopo mesi di folle detenzione cautelare (lasciamo stare che ci sia parte di questa nazione che si indigna di più per una detenzione cautelare in Egitto, che per le tantissime ingiuste che si consumano in Italia, sorvoliamo per una volta…), si apprestava ad andare in carcere per accuse ridicole e dopo un processo altrettanto farsesco.

Il Governo italiano, prima quello Draghi, poi quello Meloni, si sono impegnati per evitare che accadesse, e – dato di fatto – la Premier Meloni ha risolto il caso con successo. Lui ringrazia, ma dice di non volersi prestare a una strumentalizzazione politica.

Ma di che parla? Davvero, si ritiene una bandiera da sventolare? Davvero crede che gliene freghi più di qualcosa a qualcuno? È veramente il caso di dire che stavolta il peccato, e un pizzico di egocentrismo, è solo negli occhi di chi guarda.

Diciamo la verità: del destino di Patrick Zaki interessava davvero quasi a nessuno. L’attenzione sul suo caso è il risultato di un interesse, rimasto comunque assolutamente minoritario, imposto dalla sinistra che sui diritti civili ha auto decretato una sua titolarità esclusiva, anche se poi snobba quelli di noi italiani come si è visto durante la gestione autoritaria e dirigista della pandemia. Sfido a trovare milioni di italiani che abbiano mai pensato un solo secondo della loro vita, o si siano mai turbati mezzo attimo, pensando a un processo ingiusto a carico di un egiziano che faceva un master in studi di genere a Bologna.

In virtù di questa auto decretata titolarità, sorge un problema se a riportarlo a casa (sempre che sia casa sua) è un Governo di destra. Sorvolo sull’infantilismo di un simile atteggiamento. Ma il punto è che lo Stato non fa solo cose che interessano all’opinione pubblica, e se lavora e risolve un caso spinoso, lo si ringrazia anche osservando quel protocollo che ci può anche fare schifo, ma è ossequioso verso le Istituzioni che si sono interessate a te. Perché quello che avrebbe dovuto riportare in Italia Zaki non era un volo di Governo, era un volo di Stato. E non c’è lo Stato di centrodestra. C’è lo Stato italiano. Composto da decine di funzionari che si sono dedicati alla soluzione del suo caso. È forse lui che confonde attività politica con quella di istituzioni che rappresentano non una parte degli italiani, ma tutti gli italiani.

Per me non si tratta nemmeno di irriconoscenza. Il mio primo commento è stato: “Chi se ne frega, torni come vuole e impari due parole di italiano, che male non fa a chi non sa nemmeno dire: “Ciao” malgrado dica: “Italy is my home”, e viene sostenuto da qualche migliaio di persone che, specie a Bologna, manifestano per lui chiedendone la libertà dopo mesi di ridicola detenzione. Per me si tratta di scarso spirito di appartenenza. A una comunità che, fosse anche solo composta dai manifestanti a suo sostegno e dall’apparato statale italiano che nel silenzio e senza il privilegio di alcuna luce della ribalta lavora per risolvere problemi che per una volta non ha nemmeno concorso lontanamente a creare.

Se non si porta rispetto a chi, italiano, lavora per lo Stato italiano e ti riporta qui, sottraendoti a una ingiusta detenzione, e tu ti metti a lambiccare se sia il caso di farsi mai vedere in una foto con il Premier italiano o col Ministro degli Esteri, dimostri poca appartenenza alla comunità italiana, e considerazione dell’altrui impegno. Detto ciò, siccome io resto favorevole a che i ragazzi sognino come pare loro, e al fatto che pur contestando o sbagliando formino una loro personalità, buona vita (libera) lo stesso.

Andrea Ruggieri

Estratto dell’articolo di Alessandra Arachi per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2023.

Antonio Padellaro, sul «Fatto Quotidiano» lei ha polemizzato per la mancanza di gratitudine per la liberazione di Patrick Zaki. Ieri però il ricercatore egiziano ha ringraziato pubblicamente il governo italiano...

«Ha ringraziato anche il governo italiano e sono contento che finalmente lo abbia fatto in maniera decisa. Ora vorrei che lo seguissero». 

Chi dovrebbe seguirlo?

«Le opposizioni. In questi giorni ho assistito a dei contorcimenti assurdi». 

Contorcimenti?

«Sì, pur di non riconoscere il merito della liberazione di Zaki al governo di Giorgia Meloni. Come se riconoscerlo fosse un cedimento, un venir meno ad un’opposizione dura e pura». 

Ce l’ha con qualcuno in particolare?

«Penso alla timidezza del Pd […] non hanno voluto esplicitare il merito evidente del governo. E poi ho notato un certo imbarazzo». 

Per cosa si sarebbe imbarazzato il Pd?

«Il Pd si sente depositario di tutto quello che riguarda i diritti umani. Questa volta non sono stati loro a tutelarli. Ecco l’imbarazzo». 

Qualcuno del Pd ha detto che la grazia per Zaki era un dovere.

«Appunto. Ma un atteggiamento così non porta da nessuna parte. Io sono il primo ad essere critico nei confronti del governo Meloni, ma quando c’è un merito va riconosciuto. Io sono un utopista». 

Qual è la sua utopia?

«Che si possa arrivare a riconoscere i meriti dell’avversario, che questo avvenga sia da destra sia da sinistra. Sarebbe qualcosa che avvicinerebbe gli elettori alla politica, perché nobiliterebbe gli stessi politici. Come succede nello sport». 

[…] E il comportamento del Pd sul caso Zaki le è sembrato fazioso?

«Mi è sembrato l’atteggiamento del “partito del partito preso”». 

Qualcuno ha detto che la grazia a Zaki è stata barattata con la verità su Giulio Regeni.

«Io non ci credo. E invece penso che dire un grazie deciso al governo Meloni sarebbe un modo per creare un clima di serenità per andare avanti proprio per l’ottenimento della verità su Regeni».

Zaki: "Il giorno più bello della mia vita". Gli affari di Stato sul ritorno di Zaki. Plausi per il volo “senza passerelle” e l’esposto in magistratura. Dubbi e domande sui “costi della liberazione”. Giulio Pinco Caracciolo su Il Riformista il 23 Luglio 2023

Quando le ruote del Boeing 737 della Egyptair MS705 proveniente dal Cairo toccano finalmente la pista dell’aeroporto di Malpensa, pochi minuti prima delle 17, scoppia un lungo applauso liberatorio ad accompagnare l’atterraggio dell’aereo. A battere le mani è una piccola folla di gente che decide in questo modo di salutare il passeggero speciale a bordo di quel volo: Patrick Zaki, tornato in Italia. 

“È il giorno più bello della mia vita”, sono state le prime parole di Zaki uscendo dall’area arrivi di Malpensa, assalito da decine di giornalisti e cameramen che lo attendevano. Accompagnato dalla sorella, Marise, il ricercatore ha aggiunto: “Sono contento di essere in Italia, grazie a tutti, ci vediamo a Bologna”.

“Ben arrivato, Patrick. Il rettore e la professoressa Monticelli accolgono Patrick all’aeroporto di Malpensa, insieme partiranno subito per Bologna. Prima tappa in Rettorato! Qui Patrick Zaki incontrerà la stampa e gli sarà consegnata la pergamena della laurea che ha conseguito a distanza il 5 luglio”. Così sui social l’Alma Mater Studiorum dà il benvenuto all’attivista egiziano, neo-laureato

Il Codacons presenterà domani un formale esposto alla magistratura contabile e una istanza d’accesso alla presidenza del Consiglio per sapere quanto sia costata alla collettività italiana la liberazione del ricercatore.

“Chiariamo subito – spiega il presidente dell’associazione, Carlo Rienzi -che il ritorno in libertà di Zaki è una ottima notizia, e siamo assolutamente felici del positivo epilogo della vicenda, ma da più parti si stanno sollevando dubbi e domande circa le spese sostenute dal Governo italiano per riportare il ricercatore egiziano a Bologna.

Un aereo di Stato messo a sua disposizione e rifiutato per un volo di linea, l’intervento dell’ambasciata italiana al Cairo e altre soluzioni diplomatiche messe sul piatto dal Governo per fornire assistenza e supporto a Zaki, che non è un cittadino italiano, e farlo rientrare in Italia, potrebbero aver determinato spese pubbliche su cui è necessario far luce”. “I cittadini – aggiunge Rienzi -hanno il diritto di sapere se il caso Zaki ha rappresentato un costo per le casse statali, e quanto sia costata in termini economici la sua liberazione”

Adesso il Governo si faccia consegnare gli assassini di Giulio Regeni

“Un grande plauso a Patrick Zaki che, avendo rifiutato il volo di Stato e l’accompagnamento diplomatico, ci ha risparmiato l’ennesima passerella di Giorgia Meloni e del suo governo. Un atto di coerenza che gli fa onore due volte. La prima perché si smarca da un’operazione meramente propagandistica costruita ad arte sulla sua vicenda. Basti pensare allo scarso lasso di tempo passato tra la notizia della sentenza e la decisione della grazia. Tutto casuale? La seconda perché con tale vicenda si scambia la libertà di una persona detenuta ingiustamente con l’omertà su un nostro connazionale torturato e ucciso brutalmente dai servizi di sicurezza egiziani.

Il governo di Giorgia Meloni ha un solo modo di dimostrare che quello che diciamo non sia vero: farsi consegnare gli imputati per l’omicidio di Giulio Regeni o interrompere immediatamente le relazioni diplomatiche ed economiche con l’Egitto”. Lo dichiara Giovanni Barbera, membro del comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista. 

Giulio Pinco Caracciolo

Vittorio Feltri, Zaki nel mirino: "Un bulletto, come ci ha usato". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 23 luglio 2023

A me il celebratissimo Zaki, un signore di professione studente, che in Egitto ha assaggiato la galera per aver scritto delle puttanate sul Paese che lo ospitava, non è mai stato simpatico. In Italia per anni si è parlato di lui come fosse un martire della libertà, quando invece a me sembrava un bulletto capace di tutto e buono a nulla.

Nonostante questa mia opinione, ovviamente discutibile, allorché ho appreso che Giorgia Meloni era riuscita, grazie a lunghe trattative con i capoccioni del Cairo, a ottenere la sua liberazione dei ceppi nonché il suo ritorno a Bologna, ho provato non solo sollievo, dato che sono contrario al fatto che un individuo, benché sprovveduto, finisca dietro le sbarre soltanto perché si esprime contro le idee malsane di un regime. Confesso: la sua liberazione mi ha favorevolmente emozionato. In casa con mia moglie abbiamo addirittura brindato, cosa che comunque avremmo fatto lo stesso poiché ci piace lo champagne, molto più buono della gassosa.

Ora invece, avendo constatato il cattivo comportamento del giovanotto in questione, mi sono ricreduto e non gioisco affatto della sua riconquista del diritto a rientrare in Italia. Egli infatti, invece di ringraziare la presidente del Consiglio che si è impegnata con successo a riportarlo nella nostra Patria, si è addirittura rifiutato di salire sull’aereo di Stato che gli era stato messo a disposizione per raggiungere il capoluogo emiliano. Scandaloso il motivo di tale scelta: temeva di dover stringere la mano del capo del nostro governo, ciò che evidentemente gli fa schifo come a me fa schifo lui.

Sono persuaso che sarebbe stato meglio che Zaki marcisse in una cella egiziana, così avrebbe imparato che la gratitudine è un sentimento che bisogna nutrire nei confronti di chi ti fa del bene. La Meloni è una grande donna mentre questo ragazzotto è un piccolo individuo che non merita rispetto e neppure la minima considerazione. Essendo tale è pronto per entrare con le carte in regola nel Pd, a fare compagnia alla segretaria ridicola del suddetto partito da cui la gente migliore è in precipitosa fuga. Zaki ha perso un’ottima occasione per dimostrare di meritare la libertà, che è un bene prezioso per tutti tranne che per i comunisti e generi affini. Egli in ogni caso non andrà lontano, perché politicamente e umanamente è un nano. Gli auguro di sparire dalla circolazione. Non merita altro. 

Dagospia il 21 luglio 2023. Riceviamo e pubblichiamo:

Non so che milionesima parte delle mie tasse indirettamente finanzierà la liberazione dell’attivista egiziano Patrick Zaki poiché non potremo mai sapere quanto questa vicenda peserà tra i sottintesi di un accordo sui migranti o di un pozzo dell’Eni… ma peserà. E quindi, mentre mi chiedo perché non ci impegniamo a salvare dal carcere anche, che so, l’attivista russo Aleksej Naval’nyj - che, rispetto a Zaki, ha solo il torto di non aver studiato in Italia qualche anno -, mi permetto di far notare alcune cose.

Zaki non era un “caso italiano”. L’aereo di Stato che Zaki ha rifiutato è dello Stato che lo ha salvato (non di chi è pro-tempore al Governo e non gli sta simpatico). Zaki non è italiano e non rilascia interviste in italiano. Tra qualche settimana tornerà in Egitto (per sposarsi, forse per vivere). Zaki non è – come tutti i giornali e le tv si ostinano a dichiarare – un ricercatore, ovvero un dipendente a tempo determinato o indeterminato (Ricercatore di tipo A o B) di una università italiana (dipendente dello Stato). 

Anzi, Zaki non è nemmeno un dottore di ricerca, nemmeno iscritto a un dottorato: è stato uno studente di un assai stravagante programma internazionale Erasmus (il programma “Mundus GEMMA women's and gender studies”) che si svolge in cinque Paesi e lui si è laureato (ovviamente da remoto!) con uno di questi cinque, all’Università di Bologna, il 5 luglio scorso. E veniamo al punto.

Che ragazzi, pieni di ideologiche illusioni combattano astrattamente per ideali di giustizia c’è sempre stato e ci sta. Ma poi ci sono i più o meno buoni o cattivi maestri e, a contrario di una volta, ci sono giornali e tv della borghesia che cavalcano il mainstream ideologico per sentirsi molto adeguati ai tempi e non reazionari. Regeni fu spedito in Egitto da una docente non di ruolo dell’università di Cambridge, Maha Mahfouz Abdelrahman, parente di uno dei Fratelli musulmani, per studi sui sindacati autonomi in Egitto con sostegno di un programma di finanziamento europeo.

Zaki ha fatto i suoi più o meno intelligenti commenti sui “social” mentre era studente. Suoi docenti di tesi sono stati Rita Monticelli, una ordinaria di Letteratura Inglese che, anziché far studiare a memoria Shakespeare si occupa di cose alla moda tipo “trauma studies”, “global novel”, “utopia e distopia” (ma che vor di’?); Adelina Sanchez Espinosa dell’Università di Granada (gli spagnoli non hanno mosso un dito per Zaki), anch’essa docente di Inglese che si occupa di “Gender” e (molto trendy) “Studi di genere” (ma che vor di’?); terza è stata la correlatrice Maria Pia Casalena, una associato/a che non si è mai mossa da Bologna e si occupa di “Scritture femminili”. Come siano andate in cattedra, nello specifico, non lo sappiamo.

I ragazzi che escono da questi “percorsi” (li chiamano così) a volte non sanno scrivere una tesi di laurea né in italiano né in inglese, non sanno fare una bibliografia, non sanno chi siano Dante, Shakespeare e Leonardo… ma li si laurea, a volte spedendoli a fare interviste no-gender oppure a sindacalisti autonomi, infarcendo i programmi di ideologia mainstream non solo perché l’università vuole sentirsi di moda (a quando il corso di laurea in Lgbtq+? E quello in Cancel culture?), ma anche perché i Programmi culturali europei hanno distrutto lo studio individuale per favorire la costruzione di cittadini globali e no-gender. E questi sempre con una milionesima parte anche delle mie tasse.

Auguriamo a Zaki di diventare presto un Parlamentare europeo del Pd di Elly Schlein o, ne siamo certi, di avviare una carriera universitaria che – veloce come quella dell’ex Primo ministro Conte - in quattro anni lo faccia passare da niente (o da cultore della materia) a ordinario. Con buona pace per chi studia da decenni. I giornali lo celebreranno come un grande evento, anche di questo siamo certi. Con buona pace per la verità.

Lettera firmata

Zaki, Senaldi a valanga: "Lui un furbacchione. La sinistra? Meloni in sole 24 ore..." Il Tempo il 19 luglio 2023

Patrick Zaki ha ricevuto la grazia dal presidente egiziano Al-Sisi. La notizia è arrivata a un solo giorno di distanza dalla condanna a tre anni, decisa dal Tribunale di Mansoura con l'accusa di aver diffuso notizie false. La sentenza, arrivata dopo un'infinita serie di rinvii, non era appellabile e l'attivista era stato subito trattenuto dalle autorità e portato via dall'aula. La concessione della grazia, per Pietro Senaldi, è piena dimostrazione dell'ottimo operato del governo Meloni che, a differenza della sinistra, preferisce i fatti alle parole.

Attraverso un video pubblicato sui profili ufficiali di Libero, il condirettore del quotidiano, ha commentato a caldo la notizia che portato oggi gran parte dell'Italia a festeggiare. "Il presidente egiziano, Al-Sisi, ha graziato Patrick Zaki, lo studente egiziano che era stato a Bologna, all'università di Bologna per qualche tempo. E chi se ne importa, verrebbe da chiedersi alla maggioranza, è una vicenda egiziana che si è conclusa. Però, in realtà, non è proprio così", ha premesso Senaldi.

Poi il condirettore di Libero ha continuato: "Zaki è un furbacchione e quando ha capito di avere la malaparata, anziché chiedere aiuto agli egiziani, che se ne fregavano di lui, ha chiesto aiuto agli italiani. Allora la sinistra si è dimenata per tre anni, voleva addirittura dargli la cittadinanza e non ha ottenuto assolutamente nulla". Durissimo l'affondo alla sinistra: "Quando ieri è stato condannato definitivamente, la sinistra, che per tre anni non ha ottenuto nulla, ha detto al governo Meloni 'Beh, insomma, devi far qualcosa, è un'indecenza. Tu hai rapporti con l'Egitto'. Come se prima i governi del Pd non li intrattenessero".

Poi l'elogio al premier: "Bene, detto fatto in 24 ore è arrivata la grazia, che è una grande vittoria di Meloni. Ora vorrei sapere se tutti quelli che l'hanno accusata, adesso ringrazieranno il merito. Se Boldrini, Schlein e vari opinionisti e progressisti diranno 'Però Meloni è riuscita dove noi non siamo riusciti'. Dubito che accadrà. Cosa è successo? Niente, è successo semplicemente che l'Italia di Meloni, per il Medi Oriente, è più credibile dell'Italia di Renzi, di Gentiloni, alla fine anche dell'Italia di Draghi che non avevano ottenuto nulla né per Regeni né per Zaki né se si fossero impegnati per qualsiasi altra cosa". 

"Perché è una questione di politica estera. L'Italia del Pd è a ruota dell'Unione europea, è ritenuta dall'Egitto un Paese da barzellette, da prendere in giro. Questo benedetto piano Mattei, che ancora non è partito ma partirà, le missioni di Meloni a Tunisi, sbeffeggiate dalla sinistra, hanno ottenuto almeno il risultato di salvare la pelle a Zaki. Forse c'è qualcuno che deve prendere lezioni di politica estera", ha concluso il condirettore di Libero.

Patrick Zaki condannato a 3 anni in Egitto e rispedito in carcere: dovrà scontare altri 14 mesi. di Carmine Di Niro su L'Unità il 18 Luglio 2023

Tre anni di carcere. È questa la condanna inflitta dalla “giustizia” egiziana a Patrick Zaki, l’attivista e studente presso l’Università di Bologna arrestato al Cairo nel febbraio del 2020, come riferito da uno dei suoi quattro legali all’agenzia Ansa.

“Patrick Zaki è stato arrestato in tribunale in preparazione del suo trasferimento alla stazione di polizia di Gamasa“, ha scritto su Twitter il suo avvocato Hossam Bahgat. “Urgente: Patrick George Zaki, ricercatore presso l’Egyptian Initiative for Personal Rights, è stato condannato a tre anni di carcere dal Tribunale per la sicurezza dello Stato di emergenza, sulla base di un articolo di opinione pubblicato nel 2020“, precisa il legale.

“Calcolando la custodia cautelare” già scontata, “si tratta di un anno e due mesi” di carcere, ha invece sottolineato all’Ansa l’altro avvocato di Patrick, Hazem Salah: il ricercatore egiziano ha infatti già passato 22 mesi in custodia cautelare in prigione, fino al dicembre 2021.

La legale principale di Patrick Zaki ha annunciato un ricorso contro la condanna a tre anni inflitta oggi al ricercatore e attivista egiziano: “Chiederemo al governatore militare di annullare la sentenza o di far rifare il processo come è avvenuto nel caso di Ahmed Samir Santawy“, ha detto Hoda Nasrallah parlando all’Ansa. “Per tutto il tempo” della procedura necessaria a fare appello al governatore militare Zaki “tornerà in carcere“, ha spiegato una fonte legale qualificata presente a Mansura e al corrente dell’andamento del caso Zaki.

Zaki, 32 anni, era stato accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” per un articolo del 2019 a difesa dei cristiani copti. Era tornato in libertà l’8 dicembre 201 dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere: da allora però era però in attesa di giudizio, senza la possibilità di viaggiare e quindi di rientrare a Bologna.

Al termine dell’udienza tenuta oggi a Mansura, in Egitto, Zaki è stato portato via dall’aula attraverso il passaggio nella gabbia degli imputati tra le grida della madre e della fidanzata Reny che attendevano all’esterno.

Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia che in tutti questi anni è stato in prima linea nel seguire le vicenda di Zaki, quello di oggi è “il peggiore degli scenari possibili”. “Non finisce qui, ora tutte le possibilità per tirare fuori Patrick da questa situazione vanno esplorate. Il governo italiano per cortesia intervenga“, spiega Noury in un video pubblicato su Twitter. “È una notizia terribile quella che arriva dal tribunale di Mansoura, con l’immagine di Patrick che esce da quel tribunale con una condanna a tre anni di carcere, una condanna scandalosa, assurda per un reato che Patrick non ha commesso“, ha detto Noury nel breve filmato pubblicato sull’account Twitter di Amnesty Italia. “Avevamo sempre chiesto di tenere alta l’attenzione su Patrick perché, terminato il periodo di carcere, in molti avevano pensato che tutto si fosse risolto, invece noi avevamo sempre posto l’attenzione sul Patrick imputato, e in Egitto imputato è sinonimo di condannato, come abbiamo visto adesso“, ha denunciato ancora Noury.

Zaki, condannato nel corso dell’11ma udienza del processo che lo vedeva imputato per diffusione di notizie false, solo due settimane fa aveva conseguito la laurea presso l’Università Alma Mater di Bologna, dove studiava prima di essere arrestato al suo rientro in Egitto. Lo studente egiziano è stato proclamato dottore lo scorso 5 luglio in videoconferenza presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture moderne. ”Sono stato fortunato ad essere parte dell’Università di Bologna e del comune di Bologna. Sarò per sempre grato per tutto il supporto e l’affetto che ho ricevuto da tutta l’Italia. Spero di tornare presto a Bologna per completare la mia felicità”, aveva commentato su Twitter nel giorno della sua laurea a distanza.

Carmine Di Niro 18 Luglio 2023

La vicenda. Perché Patrick Zaki è stato arrestato e condannato a tre anni di carcere in Egitto. Lo studente dell'Università di Bologna condannato al tribunale di Mansura. Dovrà scontare altri 14 mesi di carcere Amnesty accusa: "Peggior scenario possibile". Le reazioni di Meloni e Schlein. Antonio Lamorte su L'Unità il 18 Luglio 2023 

Patrick George Zaki dovrà tornare in carcere. Dopo 668 giorni di detenzione dopo essere tornato in libertà nel dicembre 2021. Secondo quanto riferito da uno dei quattro legali all’agenzia Ansa al termine dell’udienza odierna a Mansoura, lo studente egiziano dell’Università di Bologna “è stato condannato a tre anni”. Stando a quanto riferito da una fonte legale “tornerà in carcere per tutto il tempo” della procedura necessaria a fare appello al governatore militare chiedendo l’annullamento della sentenza o il rifacimento del processo. Calcolando la sua detenzione preventiva di 22 mesi, dovrebbe scontare un anno e due mesi di carcere. La legale principale, Hoda Nasrallah, ha annunciato il ricorso.

Zaki era stato arrestato il 7 febbraio del 2020. Era tornato in Egitto dall’Italia per una breve vacanza ed era stato fermato in aeroporto. Aveva 29 anni. A Bologna frequentava un master in Studi di genere e delle donne. È stato accusato di aver scritto contenuti contro il governo egiziano: in particolare di aver prodotto e pubblicato nel 2019 un articolo pubblicato del 2019 sul giornale online Daraj in cui denunciava le discriminazioni che colpiscono la minoranza dei cristiani copti – comunità cui la famiglia di Zaki appartiene – in Egitto. “Displacement, Killing & Harassment: A Week in the Diaries of Egypt’s Copts”. I legali dello studente 29enne hanno insistito su un aspetto: alcuni post incriminati sarebbero stati pubblicati da un account quasi omonimo ma diverso dal quello dello studente.

Zaki era stato traferito al carcere di Mansura, sua città natale, in detenzione preventiva. Il suo avvocato aveva denunciato maltrattamenti ai danni del suo assistito che sarebbe stato bendato, picchiato, spogliato e minacciato. Qualche mese lo studente dopo era stato trasferito alla prigione di Tora, al Cairo, nota per ospitare detenuti politici in condizioni disumane e degradanti. Per mesi gli erano state negate le comunicazioni con l’esterno e le visite della famiglia. La sua legale lo aveva visitato la prima volta il 2 dicembre. Hoda Nasrallah aveva denunciato che il suo assistito dormiva a terra. A causa dei dolori alla schiena lo studente egiziano le aveva chiesto una pomata e una cintura di sostegno.

“Spero che stiate tutti bene. Voglio controllare la salute della mia famiglia e di tutti i miei amici in Egitto. Certo, le recenti decisioni sono deludenti e come al solito, senza alcun motivo comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di forti antidolorifici e rimedi per dormire meglio. Il mio stato mentale non va molto bene dall’ultima seduta. Continuo a pensare all’università e all’anno che ho perso senza che nessuno ne capisca il motivo. Voglio inviare il mio affetto a tutti i miei compagni di classe e amici a Bologna. Mi mancano molto la mia casa, le strade e l’università. Speravo di trascorrere le vacanze con la mia famiglia ma questo non accadrà per la seconda volta a causa della mia detenzione”, si leggeva in un post pubblicato a dicembre 2020 dalla pagina Facebook Patrick Libero. “Noi, la famiglia e gli amici di Patrick, esprimiamo la nostra grave preoccupazione per la salute mentale e fisica di Patrick. Chiediamo il suo immediato rilascio per l’assenza di legittime giustificazioni per la sua detenzione cautelare e per l’impatto sempre più negativo della sua prigionia su di lui”.

Il caso aveva catturato una buona attenzione mediatica in Italia. Un appello alla liberazione era arrivato anche da parte dell’attrice statunitense Scarlett Johansson, che su Youtube aveva pubblicato un video che sollecitava la scarcerazione di quattro membri dell’ong egiziana per la difesa dei diritti civili Eipr, Iniziativa egiziana per i diritti personali. Costanti le accuse di Amnesty International che aveva definito “accanimento giudiziario” la vicenda. Il movimento aveva portato in Italia a una campagna di sensibilizzazione, sfociata in una mozione in Parlamento, per conferire la cittadinanza italiana allo studente. Circa 200 comuni italiani avevano nominato Zaki cittadino onorario. Suo padre aveva raccontato in un’intervista a Il Corriere della Sera di avere origini napoletane.

Le accuse, giudicate false e pretestuose da parte degli osservatori indipendenti, erano di “diffusione di notizie false dirette a minare la pace sociale”, “incitamento alla protesta sociale senza permesso”, “istigazione a commettere atti di violenza e terrorismo”, “gestione di un account social che indebolisce la sicurezza pubblica” e “appello al rovesciamento dello stato”. La detenzione era stata puntualmente e periodicamente prolungata. Si leggeva che le condanne avrebbero potuto portare a una condanna di 25 anni. Il processo è cominciato a settembre 2021 a Mansura.

Zaki era stato liberato l’8 dicembre 2021. Aveva chiesto di poter discutere la sua tesi di laurea a Bologna, un permesso che gli è stato negato – è ancora destinatario di un travel ban che gli impedisce di lasciare il Paese e recarsi all’estero. Si è laureato con 110 e lode in una cerimonia a distanza lo scorso 5 luglio. La sessione che includeva diverse udienze è durata quasi quattro ore. Il portavoce di Amnesty International Italia ha definito la condanna emessa nel Palazzo di Giustizia di Mansura come “il peggiore degli scenari possibili”. Zaki è stato portato via da un’uscita secondaria del tribunale. “Mio Dio me l’hanno preso, mio Dio me l’hanno preso”, le urla della madre citata dall’Ansa. La premier Giorgia Meloni ha assicurato il prosieguo di un impegno “per una soluzione positiva del caso”. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha sollecitato, “di fronte a un verdetto scandaloso”, che “il governo italiano batta ufficialmente un colpo: il Ministro Tajani venga a riferire alle Camere”.

Antonio Lamorte 18 Luglio 2023

Lo studente incarcerato. Zaki laureato all’Università di Bologna, la cerimonia a distanza dall’Egitto: “Lo studio la mia resistenza”. Le autorità egiziane hanno negato allo studente l'autorizzazione a tornare in Italia. "Sembra sempre impossibile finché non viene fatto". Il messaggio di Elly Schlein: "Non ci stancheremo mai di lottare per la tua libertà". Antonio Lamorte su L'Unità il 5 Luglio 2023

Lo studente egiziano Patrick George Zaki – vittima di un calvario giudiziario a dir poco controverso che lo ha portato all’arresto e al carcere per 668 giorni e a una campagna di sensibilizzazione e di solidarietà molto partecipata in Italia – si è laureato con il voto di 110 e lode alla magistrale Gemma in Women’s e Gender studies dell’Università di Bologna. La cerimonia di proclamazione si è tenuta a distanza, in collegamento dall’Egitto. Il ricercatore non ha ottenuto dalle autorità egiziane il permesso per andare a Bologna a discutere la sua tesi come avrebbe voluto.

Zaki si è laureato in Letterature moderne, comparate, post-coloniali, curriculum Gemma, conseguita con una tesi su media, giornalismo e public engagement. Ha tenuto un breve discorso in inglese dopo la proclamazione, ha citato Nelson Mandela. “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto”, ha osservato, una frase che “si avvicina molto al suo caso. Sono grato a tutti, sono fortunato a essere uno studente dell’Università di Bologna e ringrazio le istituzioni, la città, la stampa e tutti coloro che mi sono stati vicini. Spero presto di essere lì con voi”.

Presenti alla proclamazione rappresentanti delle istituzioni locali come la vicesindaca Emily Clancy, la presidente dell’Assemblea legislativa Emma Petitti, la consigliera metropolitana Simona Lembi, mentre il sindaco Matteo Lepore, che si trova a Roma, si è collegato. Infine, hanno partecipato anche l’artista Alessandro Bergonzoni e il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury. “Congratulazioni Patrick per la tua laurea – ha scritto la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein – noi avremmo voluto gridarti ‘dottore, dottore’ sotto i portici di Bologna e ti aspettiamo a braccia aperte. Non ci stancheremo mai di lottare per la tua libertà”.

Zaki, 32 anni, era stato accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” per un articolo del 2019 a difesa dei cristiani copti. Rischia fino a 5 anni di carcere. È tornato in libertà l’8 dicembre 2021. Resta da allora in attesa di giudizio. La tesi riguardava media, giornalismo e public engagement nella regione Mena. “Ho studiato tanto per questo esame finale, tanti i sacrifici, perché ci tenevo a fare bella figura, a presentarmi alla perfezione della preparazione”.

Dall’8 dicembre 2021 è tornato in libertà, dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere: da allora resta in attesa di giudizio senza la possibilità di viaggiare e quindi di rientrare a Bologna. L’ultimo rinvio ha fissato la prossima udienza del processo al 18 luglio. Le autorità egiziane hanno negato al ricercatore la possibilità di discutere in presenza la sua tesi. “Sono emozionatissimo perché la discussione della tesi e la laurea mi hanno dato la forza di non arrendermi nei mesi di prigione. È stato il pensiero della resistenza. È arrivata un po’ in ritardo la fine degli studi, ma come si suol dire per certe cose non è mai troppo tardi”. L’intenzione di Zaki è quella di continuare nell’ambito dei diritti umani e civili. Questa mattina alla stessa Università di Bologna la laurea anche della fidanzata di Zaki, sempre nel curriculum Gemma. La ragazza non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Il rettore di Bologna Giovanni Molari ha parlato di “un percorso lungo e difficile, ma oggi è un giorno di festa anche se la festa vera la faremo quando potrai essere qui con noi”.

Antonio Lamorte 5 Luglio 2023

Egitto, sorge nel deserto la capitale della propaganda del dittatore al-Sisi. «Per decongestionare Il Cairo e dar vita a una città smart e green», sostengono le autorità. Ma dietro si cela una catena produttiva tutt’altro che trasparente e sostenibile. E il desiderio di controllo del dissenso. Gabriele Cruciata, Michele Luppi e Federico Monica su L'Espresso il 21 Aprile 2023. 

A cinquanta chilometri a sud-est de Il Cairo, in direzione del Canale di Suez, sta sorgendo la nuova capitale egiziana. Si tratta di un’area che fino a pochi anni fa era totalmente desertica e che ora sta vedendo sorgere a ritmo forsennato edifici e interi quartieri che andranno a ospitare il nuovo centro di potere egiziano.

L’evoluzione del progetto urbanistico e politico è visibile in modo nitido grazie a immagini e video satellitari che PlaceMarks ha realizzato in esclusiva per L'Espresso e che pubblichiamo per la prima volta.

Dalle immagini si vedono fiorire edifici imponenti, giardini lussuosi imperlati da fontane, grandi viali a sei corsie e l’Ottagono, un’opera mastodontica composta da dieci palazzi di cinque piani ciascuno disposti a forma di ottagoni concentrici che ospiterà il nuovo ministero della Difesa. Un edificio che supera in ampiezza il Pentagono statunitense.

Dietro al progetto c’è ovviamente il presidente egiziano al-Sisi, la cui leadership nel paese è stata definita come autoritaria sia dal Parlamento europeo che da ong come Amnesty International e Human Rights Watch. In quanto comandante in capo delle Forze armate egiziane, nel 2013 al-Sisi ha guidato il colpo di Stato militare che ha destituito l’allora presidente Morsi per poi prendere il potere nel giugno del 2014. Grazie a un referendum popolarissimo, nel 2019 ha ottenuto una riforma della Costituzione che gli ha permesso di estendere il mandato presidenziale attualmente in corso da quattro a sei anni. Grazie allo stesso referendum, al-Sisi potrà anche presentarsi alle prossime elezioni attese nel 2024, bypassando così il limite dei due mandati inizialmente previsto dalla Costituzione.

Nel 2024 al-Sisi, dunque, potrebbe essere rieletto per altri sei anni, e gran parte della sua campagna elettorale si giocherà proprio tra i cantieri della nuova capitale. Già oggi il suo volto appare impresso su manifesti pubblicitari che in ogni angolo di strada presentano in pompa magna il progetto.

Le fasi del progetto

La città è stata ridenominata New Administrative Capital e la sua costruzione è partita nel 2015. Nella vulgata ufficiale l’idea è quella di decongestionare Il Cairo, megalopoli con circa 18 milioni di abitanti e una densità che sfiora i 27.500 abitanti per chilometro quadrato, e dunque spostare tutti i centri amministrativi e politici fuori dalla città.

Sul sito ufficiale del progetto si parla di una smart and green city. Tutto sarebbe pensato per minimizzare il consumo energetico, efficientare i trasporti e aumentare l’impiego di energie rinnovabili grazie a tecnologie modernissime, tra cui un sistema di videocamere di sorveglianza e di sensori di movimento in grado di monitorare ogni singolo spostamento nella nuova città.

A dirigere il progetto c’è l’ingegner Khaled Abbas, già numero due del Ministery of Housing for National Project con delega alla costruzione delle nuove città, una pratica in voga in Egitto almeno dagli anni '70 come antidoto alla crescita demografica. In un’intervista rilasciata il 22 dicembre scorso, Abbas ha affermato che la fase uno della costruzione della Nuova Capitale Amministrativa si sarebbe conclusa alla fine di marzo 2023 e che per ora avrebbe interessato una superficie di 40.000 feddan, circa 16.800 ettari ovvero 168 chilometri quadrati. Una superficie di poco inferiore a quella del comune di Milano.

Le fasi successive invece prevedono un grande ampliamento territoriale e il progressivo arrivo dei dipendenti pubblici e del personale delle ambasciate e di altri centri di potere, che dovrebbero trasferirsi dalla loro attuale sede a Il Cairo. L’obiettivo è che la città arrivi a assorbire nei prossimi 10-15 anni una popolazione compresa tra i 6 e gli 8 milioni di abitanti.

Dietro la propaganda

Secondo Alessia Melcangi, professoressa associata di storia e istituzioni del Nord Africa e del Medio Oriente all’Università La Sapienza di Roma e non-resident senior fellow all’Atlantic Council di Washington, «esiste una grande differenza tra ciò che viene raccontato nella propaganda di al-Sisi e la realtà».

La prima differenza sta nell’impatto ambientale della nuova città. Seppur venga raccontata come una smart and green city, la costruzione della nuova capitale amministrativa ha necessitato di ingenti quantità di cemento e un notevole consumo di suolo. Grazie alle immagini satellitari pubblicate qui è possibile vedere i cementifici che macinano incessantemente rocce calcaree per poi cuocerle in altiforni alimentati a petrolio o gasolio. Alcuni di essi risultano di proprietà dell’esercito egiziano e due sono stati costruiti intorno al 2015, presumibilmente proprio per soddisfare il fabbisogno di polvere grigia della nuova città.

La nuova capitale presenta, inoltre, enormi superstrade a sei o otto corsie, sullo stile di città relativamente nuove come Dubai che si sono sviluppate intorno all’automobile. Dai calcoli effettuati da PlaceMarks nella nuova città sono già stati realizzati oltre 800 chilometri di nuove strade.

Già nel 2019 uno studio scientifico firmato da Yasser El Sheshtawy, docente di architettura alla Columbia, parlava di “dubaizzazione” del Medio Oriente e del Nord Africa, cioè della tendenza nata a Dubai di utilizzare architetture iconiche come l’Emirates Towers, Burj Dubai o le World Map Islands come simbolo di prestigio e potere. Stessa tendenza che troviamo anche nella nuova capitale egiziana, dove costruzioni come la Iconic Tower, la torre più alta del continente africano, assumono valore di propaganda politica. 

Controllo del dissenso

Il vasto impiego di telecamere e sensori rientra a pieno nel discorso pubblico di al-Sisi, fortemente concentrato sul tema della sicurezza. Ma non è solo questione di ordine pubblico. «In Egitto c’è ancora il trauma di Piazza Tahir e delle proteste che hanno riguardato l’intera regione durante il periodo delle cosiddette primavere arabe - spiega Melcangi - e in questo senso spostare i luoghi politicamente sensibili da Il Cairo verso uno spazio ipermonitorato è una sorta di ipoteca di al-Sisi su eventuali proteste future».

Dalle immagini satellitari sono ben visibili le porte della nuova città, enormi strutture monumentali che da un lato enfatizzano l’accesso alla capitale, dall’altro renderanno possibile il controllo ferreo degli ingressi con posti di blocco o addirittura tecnologie di riconoscimento facciale e monitoraggio di spostamenti e assembramenti.

Vi è poi il tema dell'accessibilità e dell'inclusività. Nonostante le promesse iniziali, la città appare come costruita su misura per il ceto medio-alto, tagliando di fatto fuori le classi meno agiate. Per ora non si intravedono i quartieri pensati per i ceti meno abbienti e più propensi a scendere in piazza in caso di disordini politici o economici.

«La nuova capitale sarà probabilmente un centro fatato per ricchi egiziani, gli unici che potranno permettersi un investimento immobiliare nella nuova zona e che lavorando in determinati settori e con determinati redditi difficilmente avranno motivi per protestare», ha concluso Melcangi.

L’Espresso ha contattato ACUD, l’azienda incaricata della costruzione della nuova Capitale, per chiedere un commento su questi punti. L’azienda non ha mai risposto alle nostre domande.

I terreni, i militari e i cinesi

La costruzione della nuova capitale è stata affidata a una società interamente pubblica ridenominata ACUD (New Administrative Capital Company for Urban Development), che per il 51 per cento è di proprietà dell’esercito egiziano e per la restante parte del Ministero dell'Housing, Utilities and Urban Communities.

La società gestisce terreni enormi, sui quali la città sta progressivamente crescendo. Ma le transazioni dietro questi terreni non sono affatto trasparenti. Nella maggior parte dei casi non è la stessa ACUD a costruire, bensì società terze che comprano i lotti per poi edificare e vendere gli spazi finiti. Un business milionario in un paese in cui il mercato immobiliare rappresenta da sempre uno degli investimenti preferiti dagli egiziani e in cui - in accordo con la costituzione - i movimenti di soldi che riguardano l’esercito non sono sottoposti agli stessi obblighi di trasparenza che riguardano altre voci della spesa pubblica.

Ad ogni modo non è una novità che l’esercito egiziano entri a gamba tesa in attività cruciali per la vita dello Stato. E infatti nell’ultimo prestito da 3 miliardi di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha accordato al Paese nel dicembre del 2022, è stata inserita come clausola l’impegno da parte del governo di al-Sisi di disimpegnare l’esercito da asset come la logistica, l’edilizia e la gestione di infrastrutture a favore dell’iniziativa privata, più trasparente e maggiormente capace di attrarre investimenti dall’estero.

Nonostante questo gli investimenti esteri sulla nuova capitale non mancano. E provengono soprattutto dalla Cina, Paese con cui l’Egitto gode di ottimi rapporti fin dagli anni ‘50. È anche grazie ai prestiti concessi da Pechino che il sogno di al-Sisi sta per divenire realtà. Anche se sul futuro della nuova capitale e della leadership egiziana pesa come un macigno la crisi economica che ha travolto il Paese. Gli indicatori economici sono tutt’altro che favorevoli: dall’inizio del progetto ad oggi, la sterlina egiziana ha visto crollare del 50 per cento il proprio valore rispetto al dollaro Usa e Yuan cinese. Una svalutazione che potrà certamente attrarre investimenti ma che rischia di rendere i debiti difficili da pagare.

Il Qatargate, visto dall’Egitto, è tutta un’altra storia («banale e rassicurante»).Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 Gennaio 2023. 

Il fatto che il Qatar, e altri soggetti del mondo arabo, siano in grado di corrompere le istituzioni europee è, per loro, una prova di forza. E apre uno squarcio sulla quarta «primavera» su cui questo mondo ora ripone le sue speranze

 Un viaggio in Egitto mi offre l’occasione per osservare il cosiddetto Qatargate da un’angolatura diversa.

Il fatto che il Qatar – e altri soggetti del mondo arabo – siano in grado di corrompere le istituzioni europee, per loro è anche una prova di forza.

S’inserisce in una fase che alcuni in Nordafrica e in Medio Oriente stanno vivendo come una sorta di «quarta stagione della speranza» per il mondo arabo: dopo i fallimenti del socialismo, del fondamentalismo, e delle primavere arabe. Questa quarta stagione è guidata da modelli come Dubai, vetrina di un nuovo esperimento di modernizzazione laica, e dalle riforme del principe Mohammed bin Salman (MbS) in Arabia saudita.

Uno dei segnali di apertura di questa stagione è stata la firma degli accordi Abramo, con cui un pezzo di mondo arabo ha smesso di strumentalizzare la questione palestinese ed ha avviato rapporti con Israele all’insegna del pragmatismo, cioè del business.

L’Occidente critico sui diritti umani

L’attenzione dell’Occidente in questo momento è monopolizzata dai tragici eventi in Iran, dove la repressione delle proteste non accenna a placarsi, anzi diventa sempre più crudele. L’Iran è la teocrazia sciita che molti dei vicini considerano uno Stato-canaglia, aggressivo, pericoloso, sostenitore di milizie terroriste.

Ma il bilancio per i diritti umani non è positivo neanche in molte nazioni a maggioranza sunnita. Resta fresca la memoria del delitto Regeni che ha inquinato a lungo i rapporti tra l’Egitto e l’Italia; anche se Mario Draghi fu l’iniziatore di un disgelo legato alle forniture di gas. Né è stato dimenticato l’assassinio del giornalista dissidente Khashoggi, ordinato dal principe MbS, ed eseguito come una macabra macellazione dentro una sede diplomatica saudita in Turchia.

Anche qui però la realpolitik sta prevalendo: l’America di Biden, dopo aver trattato a muso duro MbS, ora torna a ricucire i rapporti per il comune interesse a contenere l’espansionismo iraniano (e russo-cinese) in quest’area. Le polemiche sui diritti umani durante i Mondiali del Qatar sono le più recenti.

Il Qatargate dell’Europarlamento ha avuto poca risonanza nel mondo arabo.

Le nuove speranze di progresso, tra Dubai e MbS

Vista dal Cairo, dall’ottica di una classe media che in passato ha visto tradite tante promesse e speranze di modernizzazione, la fase attuale è meno negativa di quanto sembri a noi.

MbS piace perché applica a una superpotenza regionale come l’Arabia saudita il modello Dubai: niente democrazia, né diritti umani paragonabili a quelli dell’Occidente, però è in corso una stagione di riforme che migliorano sensibilmente lo status della donna, riducono l’influenza reazionaria del clero nella vita del paese, investono i flussi di petrodollari in progetti avveniristici. Anche l’aspetto generazionale conta, la giovane età di MbS è un distacco dalle gerontocrazie. Potrebbe essere un leader che cancella gli errori del 1979 (anno-chiave, che ricordo qui sotto), e apre un nuovo capitolo nella storia del mondo arabo? Stiamo assistendo a qualcosa che assomiglia ad una quarta »primavera araba»?

La quarta primavera

Tre primavere arabe, tre disastri. Ora la quarta?

Le delusioni delle prime tre furono tremende. La prima stagione di speranze fu aperta dal colpo di Stato militare che in Egitto portò al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser dal 1954 al 1970. Fu la primavera nazionalista e socialista. Nasser si conquistò un’enorme influenza sul Nordafrica e Medio Oriente, propugnando un nazionalismo pan-arabo. Piaceva a popoli che avevano conquistato da poco l’indipendenza. Portò l’Egitto nella sfera dell’Unione sovietica e tentò una via egiziana al socialismo. L’esperimento coincideva con i primi passi che alcuni paesi dell’area muovevano per prendersi il controllo del proprio petrolio.

La figura di Nasser ispirò altri leader, da Gheddafi in Libia a Saddam Hussein in Iraq. Fallì miseramente per almeno due ragioni: l’ostinazione a combattere Israele (punita dalla sconfitta militare del 1967, a cui ne sarebbero seguite altre) e il disastro di economie socialiste segnate da corruzione e inefficienze spaventose. Mentre il Nordafrica e il Medio Oriente partivano a quell’epoca da livelli di benessere superiori a Singapore e alla Corea del Sud, sarebbero stati incapaci poi di replicare il miracolo economico dei «dragoni asiatici».

La delusione verso il nasserismo, il socialismo e il panarabismo, porterà alla seconda presunta «primavera», quella del 1979: quando grandi masse arabe si rivolgono al fondamentalismo religioso nella speranza che faccia piazza pulita delle classi dirigenti fallimentari. Coincide con due shock petroliferi (1973 e 1979) che arricchiscono a dismisura le élite locali. Fallisce in maniera disastrosa, ma dopo aver seminato distruzione e sangue nel mondo intero, perché i petrodollari hanno finanziato moschee e madrasse che istigano il jihadismo, l’odio per l’Occidente, le stragi terroristiche.

L’errore di Obama

La terza primavera araba è quella a cui noi abbiamo incollato questa precisa etichetta, è la stagione delle proteste democratiche iniziate nel 2011 in Tunisia e poi in Egitto. Viene abbracciata pur con incertezze e riserve da Barack Obama, che «molla» Mubarak, salvo poi pentirsi quando si accorge di aver spianato la strada alla vittoria dei Fratelli musulmani.

L’Egitto sotto la presidenza Morsi si sposta brevemente nel campo fondamentalista, una catastrofe tenuto conto dell’enorme influenza storica che l’università Al-Azhar del Cairo esercita su tutti i religiosi di fede musulmana. (Su questo tema vi consiglio di vedere il film Boy from Heaven – The Cairo Conspiracy, premiato a Cannes nel 2022).

Obama si pentirà del suo errore, l’avvento del generale al-Sisi (foto in alto) chiuderà l’era dei Fratelli musulmani, le primavere arabe democratiche finiranno male un po’ ovunque, Tunisia inclusa. Senza democrazia né diritti umani.

2022, ancora choc energetico (e nuova ricchezza)

Reduci da tante delusioni, i paesi del Medio Oriente e Nordafrica entrano dal 2022 in un nuovo shock petrolifero che fa affluire ricchezze immense nelle loro casse pubbliche (una stima del Fmi parla di tremila miliardi).

I veri padroni delle energie fossili non sono certo le multinazionali occidentali bensì colossi di Stato come l’Aramco saudita. Il Golfo Persico è al centro di dinamiche geopolitiche rilevanti. Se da Dubai si traccia col compasso una circonferenza che abbraccia tutte le aree raggiungibili in cinque o sei ore di volo, si include un’area popolata da oltre mezzo miliardo, che lambisce le coste italiane, quelle dell’India, il Corno d’Africa. Area ricca di opportunità, con alti tassi di crescita economica, e una popolazione giovane.

Come gran parte del mondo arabo, il Golfo Persico non prende una posizione netta contro l’aggressione russa in Ucraina, non aderisce alle nostre sanzioni contro Putin, non si schiera nella nuova guerra fredda che oppone l’Occidente al blocco Cina-Russia.

È un’area in forte crescita, un polo di modernizzazione. Non vuole legare il proprio destino esclusivamente alle energie fossili, anzi investe in tutte le alternative: dal solare all’idrogeno. Però condanna la suprema ipocrisia dell’Occidente che fino a ieri dava le energie fossili per defunte e oggi implora l’Opec di aumentare la produzione di petrolio per compensare l’ammanco di quello russo.

Comprare Bruxelles? Banale e rassicurante

Torno al mio punto di partenza: il Qatargate. Visto con gli occhi di un giovane egiziano del ceto medio, che guarda con speranza agli esperimenti del Golfo Persico, l’episodio di corruzione dell’Europarlamento è al tempo stesso banale e rassicurante.

Banale, perché la corruzione in questa parte del mondo si svolge da sempre, e su scala ben più vasta.

Rassicurante, perché l’identità del presunto compratore d’influenza e l’identità dei presunti corrotti stanno a segnalare nuovi rapporti di forze.

C’è qualche probabilità che l’Egitto segua il modello di modernizzazione del Dubai o di MbS ? Sul fronte della laicità, al Sisi ha messo nell’angolo i Fratelli musulmani e il ruolo della religione è meno invasivo che in Arabia, basta guardare a quante (poche) donne egiziane girano velate al Cairo. Sul fronte economico qualcosa si sta forse muovendo per effetto della semi-bancarotta che ha costretto l’Egitto a chiede un aiuto al Fondo monetario internazionale. Per ottenere questo prestito al Sisi si è impegnato ad aprire ai privati 62 settori di attività.

Uno dei problemi dell’Egitto è il ruolo immenso e soffocante delle forze armate nell’economia. I militari possiedono e gestiscono (male) troppe attività. E’ presto per dire se la recente promessa di Al Sisi al Fmi sarà mantenuta. Per il momento il Fmi ha erogato un prestito di 3 miliardi di dollari, a cui potrebbero seguirne altri 14 miliardi. L’Egitto, con 104 milioni di abitanti, è uno dei paesi più colpiti dall’inflazione delle derrate agroalimentari, in quanto è il più grosso importatore mondiale di grano (in passato, soprattutto dall’Ucraina). L’inflazione ufficiale è al 18% annuo. Tra le condizioni poste dal Fmi c’è la flessibilità del cambio estero della lira egiziana. Questa valuta nel corso del 2022 ha perso di fatto il 60% del suo valore rispetto al dollaro.

Gli aiuti che non arrivano in Siria e le bombe sull'aeroporto di Aleppo. Piccole Note il 23 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alle ore 04:17 di lunedì 6 febbraio 2023, sono bastati quarantacinque secondi per gettare in strada l’intera popolazione di Aleppo…” Inizia così un’accorata lettera aperta inviata dalla Siria il 15 marzo da Nabil Antaki dei Maristi Blu di Aleppo, che descrive il dramma causato dal recente terremoto, che ha devastato il suo martoriato Paese, e la sollecitudine dei tanti, siriani e non, che si sono adoperati con generosità per prestare soccorso alle vittime.

Una lettera tutta da leggere anche perché appare di stretta attualità perché ieri Israele ha colpito un’altra volta l’aeroporto di Aleppo (Timesofisrael), già bombardato il 6 marzo scorso (Timesofisrael). Tale aeroporto è cruciale per far arrivare i soccorsi nelle zone colpite dal sisma, che ha infierito per lo più su quella regione.

Non pubblichiamo tutta la missiva perché lunga e articolata (per la lettura integrale, che consigliamo, rinviamo al sito OraproSiria), ma solo la parte conclusiva, relativa ai soccorsi giunti dall’estero e alle sanzioni che strangolano il popolo siriano.

[…] La solidarietà e la generosità di altre città siriane nei nostri confronti così come quelle dei nostri vicini del Libano e Iraq sono state esemplari. I Siriani della diaspora hanno, dal primo giorno, organizzato raccolte di denaro e materiali e intrapreso iniziative per inviarci fondi. I nostri amici occidentali hanno fatto lo stesso con grande generosità. 

Senza dimenticare il ruolo importantissimo di tanti enti di beneficenza e associazioni di solidarietà internazionale, soprattutto cristiani, che hanno dedicato più tempo che mai a soddisfare i nostri bisogni primari. I Paesi amici hanno inviato squadre di soccorso e rimozione delle macerie o squadre mediche. All’aeroporto di Aleppo sono atterrati circa 100 aerei provenienti da Marocco, Tunisia, Algeria, Giordania, Egitto, Venezuela e persino dal Bangladesh, solo per citarne alcuni.

Poi, l’aeroporto di Aleppo, dove sono atterrati gli aerei che portavano assistenza, è stato bombardato dai nostri vicini a sud (Israele, n.d.t.), rendendolo impraticabile [si riferisce al bombardamento del 6 marzo ndr.].

Mentre centinaia di aerei occidentali hanno portato soccorsi in Turchia, soltanto un aereo europeo è atterrato in Siria. Che peccato!

I governanti dei Paesi dei Diritti umani e della “democrazia” sono convinti che la popolazione colpita della Siria soffra meno di quella della Turchia perché vive in un Paese sotto sanzioni? Non potrebbero annullare le loro sanzioni per fornire assistenza umanitaria a una popolazione colpita da un disastro naturale? È scandaloso a dir poco. 

Avevano affermato per anni che gli aiuti umanitari e le attrezzature mediche erano esenti da sanzioni. In realtà, questa è una menzogna. Se fosse vero, perché hanno allentato le sanzioni per gli aiuti umanitari, durante 180 giorni, se già ne erano esenti? Fortunatamente, gli uomini e le donne di questi Paesi hanno reagito diversamente dai loro governanti e hanno mostrato solidarietà e generosità esemplari. 

Le sanzioni, che i Paesi occidentali impongono alla Siria da oltre 10 anni, sono inefficaci [per portare a termine l’agognato regime-change contro Assad ndr] e ingiuste. Esse hanno impoverito la popolazione, che sta soffrendo una gravissima crisi economica a causa della mancanza di investimenti esteri vietati appunto dalle sanzioni.

Ci fanno patire mettendo un embargo che provoca anche la carenza di olio combustibile, benzina, pane ed elettricità. Le sanzioni uccidono. La maggior parte degli edifici crollati durante il terremoto, ma già gravemente danneggiati dalla guerra (e ce ne sono decine di migliaia), erano abitati da persone che non avevano altra scelta perché non potevano essere ricostruiti, in quanto la ricostruzione è vietata dalle sanzioni. Per non parlare delle decine di persone sepolte vive sotto le macerie e morte perché non soccorse in tempo per mancanza di macchinari pesanti per lo sgombero.

Esattamente 12 anni fa, il 15 marzo 2011, iniziava la guerra. La popolazione siriana da allora ha sofferto abbastanza ed è stremata: la guerra, le sanzioni e la penuria, la crisi economica, il Covid-19, il colera e ora il terremoto. Quante disgrazie su un Paese che un tempo era bello, prospero, sicuro e sovrano.

Sono bastati quarantacinque secondi per mettere in strada l’intera popolazione di Aleppo; una popolazione già a terra dopo 12 anni di tragedie e disgrazie. Ma il popolo siriano è un popolo orgoglioso e dignitoso, anche nelle avversità e non chiede altro che poter vivere, di nuovo, normalmente, in pace. Aiutateci a far revocare le sanzioni.

Grazie per la vostra amicizia e solidarietà.

Fin qui la missiva di Nabil Antaki. 

UN PAESE SOSPESO TRA CRISI ECONOMICA E SOCIALE. Lorenzo Vita il 30 Marzo 2023 su Inside Over.

(Tiro, Libano) La Croce Rossa di Tiro non ha mai ricevuto così tante richieste di aiuto. Prima si avvicinavano al loro centro circa un migliaio di persone al mese: in larga parte gli strati più poveri della città e dei sobborghi vicini. Ora, come raccontano i rappresentanti del centro, le cose sono nettamente peggiorate. Sono infatti circa 15mila le persone che ogni mese chiedono soccorso alla Croce Rossa. Libanesi, in larga parte, di ogni appartenenza, ma anche palestinesi e rifugiati siriani dai campi profughi. Arrivano nel centro vicino al lungomare con ogni tipo di richiesta. Latte per i bambini, cibo, addirittura soldi. Molti provano a ricevere cure per le quali sarebbe necessario il ricovero in ospedale. “Si sopravvive grazie agli aiuti internazionali, specie dell’International Medical Corps”, raccontano, “lo Stato non fornisce aiuti e sono loro spesso a pagare i dottori e i medicinali”.

La crisi che flagella il Paese diventa quindi una terribile manovra a tenaglia. Da un lato debilita lo Stato, che non può pagare i medici, mantenere in piedi un sistema efficiente di ospedali né sostenere le organizzazioni. Dall’altro lato, la crisi porta con sé l’aumento delle richieste di aiuto e anche di nuove o vecchie patologie che sopraggiungono con le pessime condizioni di vita. Il colera, raccontano, è già apparso in alcuni campi profughi siriani.

Non va meglio nel settore scolastico: pilastro per qualsiasi Paese che voglia avere non solo un presente, ma anche, se non soprattutto, un futuro. Gli istituti pubblici sono praticamente fermi da mesi, complice una crisi che rende impossibile anche solo il tragitto che gli insegnanti devono fare da casa a scuola. Lo stesso vale per i bambini, i cui genitori non riescono spesso a permettersi i soldi per la benzina. Si salvano poche scuole private. Ma anch’esse iniziano a pagare il fatto che l’abisso economico del Libano sta erodendo anche il potere d’acquisto della classe medio-alta, quella che preferisce inviare i figli in questi istituti. Un’insegnante che lavora al Mosan Centre, centro specializzato nel sostegno ai bambini e giovani adulti “con esigenze e bisogni di apprendimento speciali” ci racconta che il suo stipendio si aggira ormai intorno ai 20 euro al mese. In sostanza, un lavoro che si è trasformato in volontariato.

L’ente, nato 30 anni fa per aiutare i bambini con disabilità, si regge sulle donazioni private e sull’impegno di volontari e lavoratori che non vogliono abbandonare al proprio destino i figli che il Libano non riesce a proteggere né a educare. I militari di Unifil fanno spesso visita al Mosan fornendo gli aiuti necessari a migliorare la qualità di vita dei suoi ospiti. Una panetteria che sforna ogni giorno dell’ottimo pane conferma che il lavoro continua e la comunità resiste. Gli stessi caschi blu italiani hanno spesso donato beni di prima necessità alla struttura, aprendo anche le porte della base di Shama ai ragazzi che lavorano nel centro come simbolo della costante cooperazione tra militari Unifil e popolazione. Un aiuto che però rischia di non essere sufficiente senza che Beirut riesca a risollevarsi dall’abisso finanziario in cui è caduta, e che sta rapidamente cancellando il sistema sociale e infrastrutturale già fragile del Paese.

Se i casi particolari servono ad avere un’immagine concreta della situazione che vive il Paese, quantomeno a Tiro e nella parte meridionale, sono i dati macroeconomici a confermare il baratro libanese. Da anni il Paese dei cedri non riesce a risollevarsi dal default tecnico. La miseria è ormai dilagante. Una buona parte della popolazione vive delle rimesse degli emigrati e si assiste a un forte aumento delle fasce di libanesi che vivono sotto la soglia di povertà. La lira libanese perde valore di giorno in giorno, al punto che si è deciso di mostrare anche il valore dei beni in dollari. Alcuni canali Telegram indicano quotidianamente il valore delle lire in confronto alle moneta Usa.

Fonti diplomatiche fanno sapere che ormai anche l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale rischia di essere inefficace. La paralisi politica, infatti, non permette l’approvazione del piano. Tuttavia, più passa il tempo e più la crisi aumenta, così che quel piano diminuisce la sua portata. Alla crisi sistemica, si è aggiunta la doppia tenaglia del coronavirus prima e dell’esplosione del porto di Beirut poi. Come ricorda l’agenzia Ice, Banca mondiale, Onu e Unione europea hanno valutato i danni causati dall’esplosione di Beirut tra i 3,8 e i 4,6 miliardi di dollari, cui si devono aggiungere i miliardi persi per il crollo della produzione nei settori economici più direttamente colpiti dalla deflagrazione e dai problemi al porto.

L’emergenza economica e umanitaria si riversa anche sulla possibilità che aumentino i traffici illegali, compresi i flussi migratori irregolari diretti verso l’Europa. Al momento, spiegano persone a conoscenza del dossier, non è ancora possibile parlare di un boom dell’emigrazione clandestina. Tuttavia, alcuni elementi confermano che il rischio esiste, soprattutto perché si uniscono più fattori. Il primo è la presenza di milioni di rifugiati siriani nei campi profughi, di cui molti non sono più registrati ufficialmente in territorio libanese. Il secondo è la povertà che imperversa in tutta la popolazione, e che impatta anche sulle comunità palestinesi presenti da decenni nel Paese. Infine, le fonti sottolineano che Beirut non è attrezzata a gestire e capire un fenomeno nuovo, dovendo fare i conti anche con l’estrema difficoltà di uno Stato in default e senza adeguate strutture e controllo del territorio.

Questo potenziale bacino migratorio composito e impoverito rischia di alimentare la corsa all’Europa per vie illegali, mentre sono tanti i libanesi che ingrossano le file della diaspora attraverso un’emigrazione regolare ma costante.

Un’emorragia di giovani e meno giovani che si riversa sia verso l’Africa, specialmente occidentale, che verso il Vecchio Continente, e che impoverisce inevitabilmente il Libano dei suoi cervelli, della sua forza lavoro ma anche di comunità ormai sempre meno numerose.

Il Libano alla deriva. Eutanasia di una nazione perduta. Marco Valle il 20 Febbraio 2023 su Inside Over.

Un Paese in piena deriva. Questo è il Libano d’oggi. Una terra magnifica ma da oltre trent’anni straziata, impoverita, devastata, umiliata. L’inarrestabile crisi economica e finanziaria ha ridotto l’oltre 80% dei libanesi in stato di povertà: la valuta nazionale è carta straccia – la lira libanese ha perso in tre anni il 98% del suo valore -, i salari sono imbarazzanti, il sistema statuale è collassato. Acqua, elettricità, istruzione, trasporti pubblici, pensioni, sanità sono ormai dei mesti e lontani ricordi. Niente funziona e intanto il colera divampa nelle zone rurali, nelle periferie più disperate. A pagare il salatissimo conto i più poveri. Gli ultimi.

Chi può campa con i dollari o gli euro ricevuti dai parenti scappati all’estero a rinfoltire la sempre più numerosa diaspora libanese sparsa per l’intero globo. Un’elemosina o una solidarietà – chiamatela come preferite – che alimenta un fiume di denaro pari, secondo i calcoli della Banca mondiale sul 2022, al 38% del Pil nazionale.  In più l’implosione del sistema bancario – un tempo fiore all’occhiello dell’antica e defunta Svizzera levantina – ha determinato un’economia basata sul cash, sul contante, sul nero più nero. Tutto è fuori controllo. A Beirut i correntisti disperati assaltano le banche per tentare di recuperare i propri risparmi e intanto ogni transazione, ogni commercio, è divenuto un affare informale, basato esclusivamente sul fruscio di banconote statunitensi o europee. Unica realtà apparentemente solida e coesa rimangono le forze armate nazionali, almeno finché il Qatar e gli americani continueranno a pagare stipendi e materiali. Poi chissà…

Le responsabilità di tale immane disastro vanno equamente ripartite tra le oligarchie politiche e finanziarie che dalla fine della lacerante guerra civile dominano e straziano il Paese. Dal 1990 ad oggi i rapaci e molto corrotti capi delle diverse comunità confessionali – sunniti, sciti, cristiani d’ogni confessione, drusi – hanno distrutto ogni cosa e depredato ogni bene. Senza vergogna e senza rimorsi. Con molti guadagni.

Risultato? La paralisi istituzionale. Imbarazzante ma senza soluzioni. Dal 31 ottobre scorso la repubblica libanese (o ciò che ne rimane) è priva di un presidente. Michel Aoun, rappresentante molto controverso del blocco cristiano maronita, ha esaurito il suo mandato ma nessuno sembra volersi candidare e così tutto rimane sospeso. Il Parlamento, un tempo sapiente alchimia interconfessionale, è di fatto esautorato e nessuno pensa a convocarlo. Tanto a nulla serve e nulla decide. Il Consiglio dei ministri finge di riunirsi ogni tanto per sbrigare gli affari correnti ma, dopo aver finto di litigare, ognuno dei notabili torna a casa per continuare a farsi gli affari propri o, al massimo, quelli della sua comunità. Persino l’approvazione di un disegno di legge per ottenere l’ennesimo prestito del Fondo monetario internazionale è stata sospesa, rinviata, rimandata. Chi se frega…

Insomma, agli avidi padroni del martoriato Libano i problemi reali del Paese e delle sue genti non interessano per nulla, al punto di fregarsene bellamente delle ripetute pressioni internazionali. I vari ras locali hanno incredibilmente snobbato il meeting parigino dello scorso 6 febbraio tra Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto (l’Italia, al solito, era non invitata…) sulla questione libanese. Come se la faccenda non li riguardasse.

Nel frattempo continua la spirale verso il baratro. Nell’apatia e il silenzio della maggioranza dei cittadini. Un dato, un fenomeno, apparentemente inspiegabile ma, a ben vedere, comprensibile. Gli orrori della lunghissima guerra civile hanno lasciato troppe ferite e la paura di una nuova mattanza terrorizza chi è rimasto, chi non può espatriare. Meglio adeguarsi e cercare di tirare avanti. In silenzio. Chi protesta potrebbe finire male come l’intellettuale Lokman Slim, assassinato nel febbraio 2021 per le sue critiche alla casta.

Insomma nessuno è al sicuro come confermano le strambe quanto virulente contestazioni contro il giudice Tarek Bitar, il magistrato che indaga sulla tremenda esplosione del porto di Beirut nel 2020 causata da 3mila tonnellate di nitrato di sodio incredibilmente abbandonate in un magazzino. Il terribile botto ha devastato interi quartieri della capitale con un bilancio di 220 morti e 6500 feriti. Un brutto, bruttissimo affare. Eppure tutti partiti e i tutti loro terminali – nella magistratura, nelle istituzioni, nelle chiese e nelle moschee – hanno cercato e cercano di fermare le indagini di Bitar ponendo continuamente veti e ostacoli o mobilitando le proprie tifoserie. Uno scandalo. Restano solo alcuni coraggiosi – per lo più parenti delle vittime – che si ostinano a chiedere un’inchiesta internazionale sotto il controllo dell’Onu. Nel Paese dei cedri il futuro è sempre più cupo.  

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Le indagini sull’esplosione del porto scuotono ancora Beirut. Mauro Indelicato il 26 gennaio 2023 su Inside Over.

Le indagini per l’esplosione che il 4 agosto 2020 ha coinvolto il porto di Beirut potrebbero essere arrivate a una svolta. Il giudice incaricato dell’inchiesta, Tarek Bitar, ha ufficialmente incriminato 13 persone. Tra queste spiccano l’ex premier Hassan Diab e il procuratore generale Ghassan Oueidat, così come tre magistrati e alcuni ex ministri e funzionari della sicurezza.

Tuttavia il rischio adesso è quello di un nuovo scontro istituzionale. Come del resto prevedibile vista l’importanza dei nomi coinvolti. Lo stesso Oueidat ha infatti reso noto al giudice Bitar che l’indagine da lui curata è considerata sospesa da quasi un anno. E che quindi le convocazioni per gli interrogatori non possono considerarsi valide.

A che punto è l’indagine curata da Tarik Bitar

Era il 4 agosto 2020 quando a Beirut, poco dopo le 18:00, un’esplosione ha devastato sia il porto che gran parte del centro storico della capitale libanese. Le immagini hanno fatto subito il giro del mondo. Una nuvola di fumo ha subito avvolto l’intera area portuale, destando panico tra le persone. Quel giorno la capitale libanese ha contato almeno 215 morti. Una strage che ha in seguito ha creato ulteriori gravi problemi all’intero Paese. L’infrastruttura portuale è diventata infatti in gran parte inutilizzabile, impedendo così a un Libano già finanziariamente al collasso di poter ricevere merci e beni di prima necessità.

Le indagini, affidate al giudice Fadi Sawwan, hanno subito escluso la matrice terroristica. La pista seguita è stata subito quella del tragico incidente. In particolare, l’esplosione sarebbe stata causata da un incendio divampato in un magazzino dove era stoccato dal 2013 del nitrato d’ammonio. Sull’incidente quindi sono subito apparse evidenti le negligenze da parte di chi avrebbe dovuto controllare. E quindi anche degli alti vertici politici libanesi. Per questo Sawwan ha iniziato a interrogare responsabili della sicurezza e membri del governo. Non appena toccati però i piani più alti del potere libanese, il giudice è stato sollevato dall’incarico.

A Sawwan è così subentrato Tarek Bitar. Classe 1974, fama di “incorruttibile”, su di lui l’intero Libano ha riposto molte speranze per accertare la verità. Il sui lavoro ha portato in questi giorni quindi all’accusa contro le 13 persone che a febbraio dovrebbero comparire in tribunale per gli interrogatori. All’ex premier Diab e ai ministri sono state contestate varie negligenze politiche e amministrative. Al procuratore Oueidat invece è stato contestato il fatto di essere al corrente della pericolosità del magazzino esploso già dal 2019.

Le accuse contro il magistrato

Sull’indagine però pende la sospensione decretata circa un anno fa dallo stesso procuratore generale. Molti deputati chiamati a essere interrogati infatti, sul finire del 2021 hanno denunciato Bitar di parzialità e di essere andato troppo oltre rispetto al suo potere. Le denunce hanno portato alla sospensione. Nel frattempo diversi partiti hanno chiesto la rimozione del magistrato. A partire da Hezbollah e da Amal, i due partiti sciiti che nel novembre 2021 sono scesi in piazza contro Bitar. Manifestazioni peraltro che hanno causato la morte di almeno sei persone e gravi accuse reciproche con i miliziani delle Forze Libanesi.

Tra i grandi accusatori del magistrato, c’è Ali Hasan Khalil. Ministro delle Finanze nel momento dell’esplosione del porto ed esponente di Amal, è stata una delle sue denunce a portare alla sospensione del procedimento.

Perché si rischia un nuovo stallo

Nonostante la sospensione però, Tarek Bitar ha continuato con il suo lavoro. Fonti contattate dalla Reuters hanno infatti specificato che il magistrato, forte di un’interpretazione giuridica che contesta le ragioni a monte della sua sospensione, considera ad oggi del tutto valida l’inchiesta. Ghassan Oueidat non è dello stesso avviso ed è per questo adesso che si rischia uno stallo.

Da una parte c’è un magistrato che considera aperta l’inchiesta giudiziaria più importante della storia recente del Libano. Dall’altra invece, c’è il procuratore indagato che ritiene l’indagine ufficialmente sospesa. Nel frattempo, il Libano attende la verità e attende anche la fine dei vari scontri istituzionali che stanno portando verso il baratro il Paese mediorientale.

MAURO INDELICATO

Dalla Apple al trono: Rania di Giordania, la regina tra Oriente e Occidente. Raffinata, colta, elegante, la regina Rania ha saputo coniugare la sua identità araba e islamica con uno stile di vita occidentale, affrontando i momenti sereni e quelli più bui del suo regno con grande tenacia. Francesca Rossi il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Dalla Apple al trono di Giordania

 Un futuro re con la passione per Star Trek

 Amore a prima vista

 Ascesa al trono

 Complotto alla corte giordana

In occasione del matrimonio della principessa Iman, lo scorso 12 marzo, abbiamo visto la famiglia reale di Giordania (quasi) al completo. La storia moderna e contemporanea di questo Paese è affascinante, ma anche molto interessante per comprendere gli equilibri politici del Medio Oriente. La regina Rania, poi, è diventata un personaggio iconico, famoso tanto per le sue iniziative in favore dei diritti delle donne e della tolleranza religiosa quanto per le sue scelte di stile (un esempio su tutti: la clutch blu con su scritto, in arabo “la mia Iman” indossata al royal wedding) che la pongono a metà strada tra Occidente e Oriente.

Dalla Apple al trono di Giordania

Rania al-Yasin è nata in Kuwait da genitori palestinesi, provenienti da Tulkarem. Il suo background familiare l’ha resa un simbolo per la comunità palestinese e, nello stesso tempo, bersaglio di critiche nel contesto più ampio e delicato della questione arabo-israeliana. Rania si è laureata in Gestione di Impresa all’Università americana del Cairo e, prima di incontrare il futuro re Abdallah II, ha lavorato per Citibank e per Apple. La sovrana è celebre per il suo impegno in favore dei diritti delle donne e per essere diventata un’icona di eleganza grazie anche al sapiente mix di moda araba e occidentale su cui ha costruito il suo stile e la sua immagine. Quando salì al trono di Giordania, il 7 febbraio 1999, Rania, appena 29enne, conquistò il primato di regina più giovane al mondo. Nel 2006 il Time la inserì nella lista delle 100 donne più influenti del pianeta e nel 2019 per il magazine CeoWorld era il politico arabo più influente online. Rania è anche “la più bella reale al mondo” secondo una ricerca datata 2020 del dottor Julian De Silva, del Centre for Advanced Facial Cosmetic&Plastic Surgery. La sovrana ha sottolineato diverse volte la sua educazione cosmopolita, dicendo: “Sono araba dalla testa ai piedi, ma parlo un linguaggio internazionale. Non considero più nessuno come uno straniero”.

Un futuro re con la passione per Star Trek

L’attuale sovrano di Giordania è figlio del celebre re Husayn (1935-1999) e dell’inglese Antoinette Avril Gardiner che, dopo il matrimonio, seguendo la tradizione islamica, cambiò nome in Muna al-Husayn. Antoinette e Husayn si conobbero sul set del film “Lawrence d’Arabia”, dove la giovane lavorava come segretaria di produzione. I due si sposarono nel 1961, ma la loro unione fu fortemente osteggiata perché il padre di Antoinette era un ufficiale dell’esercito britannico, la famiglia della sposa era di ascendenza ebraica e la sposa non volle convertirsi all’Islam. Per quest’ultima ragione non divenne regina consorte, ma “solo” principessa consorte, titolo mantenuto, insieme al trattamento di altezza reale, anche dopo il divorzio, nel 1971. Abdallah ha frequentato l’Accademia Militare Britannica (cosa che non piacque affatto al popolo giordano), ha studiato politica del Vicino Oriente al Pembroke College di Oxford e ha ottenuto il Master in Relazioni Internazionali alla Georgetown University. È un grandissimo fan di Star Trek, tanto che nel 1995 comparve addirittura in un episodio della seconda stagione della serie.

Amore a prima vista

Rania e Abdallah si sarebbero incontrati per la prima volta in un negozio della Apple, dove l’allora principe sarebbe entrato per comprare un computer. Però questa storia non è stata mai confermata. Sappiamo, invece, che nel gennaio 1993 la principessa A’isha, sorella di Abdallah, organizzò una festa in casa sua e tra gli ospiti c’era sia il futuro re, sia Rania, amica di uno degli ospiti. Quella sera, come hanno rivelato i due, è scoppiato il classico “colpo di fulmine”. Per il primo appuntamento il giovane principe avrebbe cucinato per Rania piatti tradizionali giapponesi. La proposta di matrimonio è arrivata durante una gita della coppia sul monte Tal al-Rumman ad Amman. Poco dopo, come da tradizione, re Husayn si recò a casa dei genitori della futura sposa per chiedere ufficialmente la mano di Rania. La cerimonia nuziale venne celebrata il 10 giugno 1993. La coppia ha avuto quattro figli: Husayn (28 anni), erede al trono di Giordania, la principessa Iman (26 anni), la principessa Salma (22 anni) e il principe Hashim (18 anni).

Ascesa al trono

Il 7 febbraio 1999 re Husayn morì di cancro. Appena due settimane prima della sua scomparsa il sovrano aveva escluso dalla linea di successione il fratello Hassan, erede apparente al trono dal 1965 e nominato futuro re il figlio Abdallah. Sul letto di morte, però, Husayn fece promettere ad Abdallah di designare come nuovo erede al trono il fratello Hamza, figlio della regina Nur (ovvero Elizabeth Najib Halabi, cresciuta negli Stati Uniti e ultima moglie di re Husayn). Abdallah mantenne la promessa fatta al padre fino al 2004, quando revocò la carica di Hamza, nominando successore il primogenito Husayn ibn Abdallah. Nel comunicato ufficiale Sua Maestà scrisse al fratello: “Detenere questa carica simbolica ha ristretto la tua libertà, impedendoci di affidarti responsabilità che senz’altro saresti in grado di affrontare”. Uno dei punti cardine su cui Rania e Abdallah hanno costruito il loro regno è il dialogo interreligioso, ma non mancano i detrattori che li accusano di aver fortemente limitato la libertà di espressione in Giordania.

Complotto alla corte giordana

Nell’aprile del 2021 il principe Hamza venne accusato di complotto contro lo Stato giordano e posto agli arresti domiciliari: avrebbe tentato di organizzare un golpe per detronizzare e imprigionare re Abdallah con l’aiuto di alcuni dignitari e militari. Una questione non da poco, dal momento che l’equilibrio politico del Paese è fondamentale per la stabilità dell’intero Medio Oriente. In una videochiamata alla Bbc il principe denunciò “l’incompetenza e la corruzione” nella nazione Per alcuni giorni i livelli di sicurezza nel Palazzo reale vennero innalzati ai massimi livelli, limitando fortemente la libertà di movimento della regina Rania e dei suoi figli. Ci furono 16 arresti. Nel marzo 2022 il principe Hamza chiese scusa al fratello, giurandogli fedeltà. Il mese successivo rinunciò al suo titolo dicendo: “Non sono in linea con gli approcci e le tendenze e i metodi moderni” del governo giordano. Re Abdallah chiuse definitivamente la questione con una nota ufficiale del maggio 2022: “…Non permetterò a nessuno di porre i propri interessi al di sopra di quello della nazione…Forniremo a Hamza ciò di cui ha bisogno…ma non avrà più lo spazio di una volta…ha offeso la nazione…”.

L'assurdo caso del giornalista curdo-tedesco arrestato mentre era in vacanza in Italia. Devrim Akcadag è un cronista conosciuto in Germania. È finito in carcere a Sassari perché per la Turchia di Erdogan è un terrorista affiliato al Pkk, ma i giudici di Berlino hanno sentenziato per tre volte che si tratta di un'accusa falsa. Ora è stato scarcerato, ma rischia l’estradizione e 15 anni di galera. Nadia Angelucci e Gaetano De Monte su L'Espresso il 25 Settembre 2023 

È il primo agosto 2023. Devrim Akcadag, cittadino tedesco di origine curda, giornalista e traduttore presso l’Università di Berlino, è nella sua camera nell’Hotel Red Sun Village, in provincia di Sassari. Con lui c’è sua figlia, 11 anni. Stanno programmando una giornata di mare nella splendida Calarossa, a due passi dall’albergo. Alle 9.30 il direttore dell’hotel bussa alla porta e gli comunica che devono cambiare immediatamente camera per una perdita nella stanza al piano superiore e così li accompagna nella nuova abitazione: «Non appena la porta è stata aperta, all'interno c'erano tre funzionari della Digos di Sassari – racconta Akcadag -. Hanno detto che c’era una segnalazione dalla Turchia e che dovevamo recarci alla stazione di polizia. Non abbiamo portato nulla con noi, solo i documenti e i telefoni. Mia figlia aveva con sé solo un costume da bagno e una gonna perché ci hanno detto che sarebbe stata una procedura veloce».  

Arrivati al commissariato di Cagliari invece, dopo ore di attesa, padre e figlia vengono separati. «Hanno allontanato mia figlia e comunicato che l'avrebbero portata in un centro di accoglienza» – prosegue Devrim -. «La bambina era terrorizzata. Nel frattempo hanno anche riferito che avrebbero informato mia moglie, ma non l'hanno fatto. Mia figlia è riuscita a chiamare la madre soltanto due giorni dopo, e solo in questo modo lei ha scoperto dove si trovava».  

Akcadag invece finisce nel carcere di Bancali, nella sezione dei detenuti in attesa di giudizio, in isolamento. «Non riuscivo a credere a quello che mi stava succedendo. La mattina ero in un albergo sul mare e ora mi trovavo in una cella. Non potevo credere di aver subito un simile trattamento in un Paese europeo. Non capivo perché l'Italia fosse stata coinvolta su richiesta della Turchia».  Il 3 agosto, dopo la prima udienza online, Devrim Akcadag viene trasferito in una nuova sezione all’interno dello stesso carcere: «la chiamano ‘sezione del terrore, principalmente per la presenza di militanti islamici radicali, compresi membri dell'ISIS. Mentre mi spostavano mi hanno detto di non parlare con nessuno perché si trattava di persone molto pericolose», conclude l’uomo. Tuttavia, la prima parte di questa odissea finisce il giorno dopo, quando vengono concessi a Devrim gli arresti domiciliari presso l’ASCE (Associazione Sarda Contro l’Emarginazione) di Selargius. Mentre scriviamo, però, la Corte D’Assise di Cagliari, sezione di Sassari, ha appena concesso al giornalista tedesco la libertà. Ma il caso non è chiuso, e la richiesta di estradizione della Turchia, così, è ancora pendente.  

Il caso giudiziario

La questione giudiziaria è tutta esplicitata in un lungo carteggio che l’avvocato dell’uomo, Nicola Canestrini, ha inviato qualche giorno fa al Ministero della Giustizia per chiedere l’immediata scarcerazione di Akcadag in ragione del concreto rischio di persecuzione politica in caso di consegna. L’accusa che la Turchia muove, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, è quella di «partecipazione ad associazione terroristica», previsto dagli articoli 314/2,53,58/9 del codice penale turco e puniti con la pena massima di anni 15 di reclusione. In sostanza si accusa Akcadag di essere affiliato al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e di aver svolto per l’organizzazione che nello stato dell’antica Anatolia è considerata terroristica: «attività di hacker, aver prodotto comunicazioni criptate e aver presenziato in un programma televisivo nell’interesse del partito». 

Nella realtà, invece, come dimostrato da Canestrini con ampia documentazione, l’uomo si è recato spesso come giornalista nei teatri di guerra del Medio Oriente, nell’Iraq del Nord, in particolare, dove ha girato diversi servizi televisivi anche per la Bbc, l’agenzia Reuters e Al Jazeera, oltre che per emittenti televisive belghe e tedesche. Di più: Devrim è entrato ed è uscito più volte dalla Turchia. Fino a quando il permesso gli è stato revocato e, dal 2013, è cominciato per lui un lungo calvario giudiziario. Prima in Germania, dove le indagini per terrorismo richieste da Ankara a Berlino sono state archiviate per ben tre volte, perché non è stato accertato che avesse legami con il Pkk o che fosse stato inviato in Europa dall’organizzazione, come ha riconosciuto nell’ultima sentenza di archiviazione il procuratore capo di Berlino. Dal 2021, di nuovo, le stesse accuse, quelle messe nero su bianco dalla Red Notice dell’Interpol che è alla base della richiesta di estradizione.  

Ma cos’è una Red Notice?  

Una Red Notice è un avviso diffuso dall’Interpol su richiesta di una forza di polizia di uno Stato che serve a individuare ed arrestare una persona ricercata da un determinato paese per metterla a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa di una richiesta di estradizione. «È incredibile che l’Italia non riconosca l'Interpol Abuse, cioè la strumentalizzazione della cooperazione di polizia, continuando ad eseguire Red Notices emesse in stati autoritari in automatico senza alcun vaglio politico, che pure è previsto nella materia estradizionale», spiega a L’Espresso l’avvocato di Ackadag, Nicola Canestrini: «In altri paesi c’è una verifica preventiva che tenta di evitare la persecuzione politica per via giudiziaria: ecco perché abbiamo scritto al ministro chiedendo un suo immediato intervento». Infatti, nella sola materia estradizionale, il ministro ha il potere di ordinare l’immediata liberazione. Anche perché, conclude il legale: «La Turchia purtroppo da tempo ormai non dà alcun affidamento circa il rispetto dei diritti fondamentali, come la stessa Cassazione meritevolmente sottolinea da anni». La Corte di Cassazione infatti con la sentenza 54467/2016, ribadita poi con sentenza 31588/2023, si riferisce alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo turco anche attraverso lo strumento della persecuzione politica degli oppositori attuata dall’emissione di Red Notice Interpol.  

Il silenzio della politica 

In casi di questo tipo, secondo il codice di procedura penale italiano, il ministro della giustizia avrebbe il potere di rifiutare l’estradizione, “tenendo conto della gravità del fatto, della rilevanza degli interessi lesi dal reato e delle condizioni personali dell’interessato”. L'Espresso ha chiesto al guardasigilli Carlo Nordio, e anche al ministero degli Esteri Antonio Tajani, come intendano procedere e quali sono i termini degli accordi con la Turchia in materia di cooperazione giudiziaria. Ma da entrambi i dicasteri abbiamo ricevuto silenzio. Così l’avvocato di Devrim, che rimarca l’assenza della politica in questa storia che si tinge con i contorni del giallo: «Risponde il tribunale e non il Ministro che aveva tutte le prerogative per farlo», dice ancora il legale. Che intanto dovrà tornare tra qualche settimana in aula con il suo assistito, perché la procedura di estradizione, nonostante la liberazione dell’uomo, è ancora in piedi. 

La Svezia indaga sul figlio di Erdogan. Martina Melli su L'Identità il 26 Giugno 2023 

Stati Uniti e Svezia stanno esaminando una denuncia secondo cui la Dignita Systems AB, l’affiliata svedese di una società statunitense, si sarebbe impegnata a pagare decine di milioni di dollari in tangenti se il figlio del Presidente turco, Bilal Erdogan, l’avesse aiutata ad assicurarsi una posizione dominante nel mercato del Paese. Il piano proposto, riportato per la prima volta da Reuters, prevedeva che l’amministrazione di Erdogan approvasse regolamenti che avrebbero incrementato le vendite del prodotto Dignita: etilometri da cruscotto che bloccano l’accensione di un veicolo quando il conducente è ubriaco. Dignita, in cambio di 10 anni di esclusività commerciale, si sarebbe dunque impegnata a pagare decine di milioni di dollari in commissioni di lobbying, tramite una società di comodo, a due istituzioni di cui Bilal Erdogan è un membro del consiglio.

Alla fine, però, queste tangenti non sarebbero mai state pagate: la società svedese ha bruscamente abbandonato il progetto alla fine dello scorso anno (così come ha confermato il proprietario statunitense), affermando di aver appreso di “comportamenti potenzialmente preoccupanti” in Turchia. Bilal Erdogan ha risposto che le accuse di collusione con Dignita “sono completamente false”. È una “rete di bugie”, ha aggiunto il suo l’avvocato. 

Dopo aver ricevuto la denuncia ad aprile, il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti e i pubblici ministeri svedesi hanno incaricato rispettivamente un agente speciale e un ispettore investigativo di condurre indagini preliminari (che non possono portare a indagini formali o accuse), e determinare se eventuali disposizioni delle leggi anti-corruzione americane e svedesi potessero essere state violate. Questa vicenda va a incrinare ancora di più le già tese relazioni bilaterali tra Ankara e Stoccolma: la Turchia, infatti, ha impedito alla Svezia di entrare nella Nato, accusandola di dare rifugio a presunti terroristi.

Estratto dell’articolo di Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 29 maggio 2023.

Polarizzante e popolare, autocratico e paterno, calcolatore e spericolato. Recep Tayyip Erdogan è il politico più camaleontico e più longevo che la Turchia abbia mai avuto.

Nel 2003 ha conquistato il suo popolo facendo della libertà di espressione il suo cavallo di battaglia in modo da superare la laicità esasperata dello Stato, imposta dal fondatore della Repubblica Kemal Atatürk. In quell’epoca […] predicava l’apertura alle minoranze e la tolleranza.

Dieci anni dopo […] ha cambiato […] passo mostrando un volto autoritario e sprezzante. Il punto di non ritorno è stata la rivolta di Gezi Park, […] Quando i ragazzi lo sfidarono […] lui andò su tutte le furie. Si racconta che, durante una riunione di governo, spaccò in due un’ipad imprecando contro quei çapulcu (vandali in turco) che si mettevano sulla sua strada. Allora neanche la sua adorata figlia Sümeyye riuscì a calmarlo. E ancora oggi il Sultano, come è soprannominato dai suoi detrattori per le ambizioni neo-ottomane, fa presidiare Gezi Park dalla polizia nel timore che l’incubo si riaffacci.

[…] Erdogan è il prototipo del self made man. Da ragazzino, per aiutare la famiglia, scendeva in strada a vendere simit, la tipica ciambella turca ricoperta di sesamo. Ha studiato in una scuola islamica e si è affacciato alla politica a 15 anni, affascinato da Necmettin Erbakan, fondatore del Partito dell’Ordine Nazionale (Mnp), avversario dell’occidentalizzazione della Turchia. Nel frattempo perseguiva la carriera calcistica debuttando nell’Erokspor, squadra del suo quartiere di Istanbul. […]

Nel 1994 diventa sindaco di Istanbul con un successo inaspettato. Cinque anni dopo arriva la condanna a 10 mesi di prigione (ne sconterà quattro) per «incitamento all’odio religioso» a causa della lettura pubblica di una poesia islamica. Paradossalmente, è quello che ora sta accadendo all’attuale sindaco della megalopoli turca, Ekrem Imamoglu, cui sono stati comminati quasi tre anni di carcere per «insulto a pubblico ufficiale».

Nel 2002 il suo partito conservatore Akp vince per la prima volta le elezioni e nel 2003 Erdogan […] diventa premier alla guida del primo governo monocolore islamista della Repubblica. Negli anni a venire il Paese vivrà la stabilità e un notevole benessere economico. Ma già allora il premier mostra il suo caratteraccio. Non sopporta le critiche, strappa di mano i pacchetti di sigarette ai cittadini per cercare di costringerli a smettere, rimprovera i giornalisti che fanno domande difficili. Si dice che possa anche essere estremamente giocoso.

Suo nipote Üsame racconta che lo zio fa gli scherzi telefonici chiamando casa con la voce in falsetto. Nel 2014, dopo che un’inchiesta giudiziaria sulla corruzione ha coinvolto anche il suo partito, Erdogan diventa presidente e mostra tutta la sua megalomania facendosi costruire un palazzo presidenziale da 1.125 stanze nel cuore di Ankara. Quando alle politiche del 7 giugno 2015 l’Akp non ottiene una maggioranza granitica e i filocurdi dell’Hdp entrano in Parlamento, lui, che vuole il sistema presidenziale, indice nuove elezioni che vincerà, a novembre, in un clima di tensione per il riaffacciarsi del terrorismo islamico e curdo.

Da allora è tutto un crescendo. Dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016, di cui accusa l’ex alleato Fethullah Gulen, il Reis scatena una repressione feroce con migliaia di arresti e licenziamenti. Il Parlamento viene esautorato con la riforma costituzionale e il potere giudiziario perde la sua indipendenza. Inizia il declino economico, crolla la lira turca, da Bruxelles arrivano critiche per le violazioni dei diritti umani. Erdogan, però, riesce a rimanere una pedina importante sulla scena internazionale: nel 2016 firma un accordo con l’Europa sui rifugiati e, nel 2022, si impone come negoziatore nella guerra in Ucraina strappando l’importante accordo sul grano. E i turchi ancora una volta gli firmano un assegno in bianco. Il funambolo Erdogan è ancora in sella.

Il Sultano e Ankara, 20 anni di strapotere. Storia di Gian Micalessin su Il Giornale il 13 maggio 2023.

La storia difficilmente si ripete. Le sue date sono però simboli potenti. Vent'anni fa il presidente turco Recep Tayyp Erdogan cambiò il volto della Turchia archiviando quel «kemalismo» che ottanta anni prima aveva chiuso per sempre la Sublime Porta e imposto un forzato laicismo ai resti dell'Impero Ottomano. Le elezioni presidenziali di domani - convocate vent'anni dopo la vittoria del 2003 e un secolo dopo la proclamazione della Repubblica di Ataturk - minacciano invece segnare la fine di Erdogan. Ma anche di spingere la Turchia verso un baratro irto d'incognite. La corruzione, messa in luce da un terremoto che ha sbriciolato quartieri costruiti in spregio a qualsiasi norma anti-tellurica, ha messo a nudo l'avidità di un settore edile cresciuto con la protezione del potere. L'economia, dilaniata da un'inflazione che ha superato l'80 per cento, contribuirà a spostare i voti di chi è più sensibile al valore dei risparmi che non alla rinascita islamica promessa dal Presidente. Un paradosso per un Sultano che vent'anni fa trascinò la Turchia fuori dalla crisi regalandole un decennio di eccezionale benessere. L'altro paradosso sono i giovani. Nel 2003 l'aspirante premier prometteva di farli crescere «devoti». Oggi, stando ai sondaggi, solo il 18 per cento di chi ha tra i 18 e i 25 anni vota per lui, mentre una larga maggioranza sogna di abbandonare la Turchia e preferisce i «social» alla moschea. Ma i giovani non sono l'unica sommessa fallita.

Alla fine i gesti simbolo di questo ventennio - come la rimozione del divieto del velo per le donne o la sfida di Santa Sofia ritrasformata in moschea - continuano a soddisfare solo un terzo dell'elettorato a maggioranza musulmana. E non bastano a compensare il crescente disagio generato dalla progressiva soppressione di libertà, diritti civili e regole democratiche. Proprio la pesante repressione ha spinto sei forze d'opposizione assolutamente eterogenee a formare l'improbabile coalizione con cui i repubblicani kemalisti e alcuni gruppi islamisti guidati da fuoriusciti del partito del Presidente sperano di metter fine al regno di Erdogan.

Il tutto sotto la guida del repubblicano Kemal Kilicdaroglu, un ex-funzionario statale che ha trasformato il proprio grigio rigore in un simbolo di moralità da contrapporre agli eccessi di un autocrate sempre più isolato in un palazzo dalle mille stanze. Ma dietro ai fattori interni covano quelli, ancor più pesanti, di un ventennio che ha trasformato un paese chiave della Nato nel miglior interlocutore di Mosca. Il tutto mentre Ankara mandava i suoi soldati a combattere in Libia e Siria e tornava ad alimentare i venti di guerra con la Grecia. Proprio per questo gli Stati Uniti sarebbero i primi a brindare alla una sconfitta dell'«alleato» Erdogan.

E anche l'Europa, costretta a sborsare sei miliardi per non vedersi sommersa dai migranti difficilmente rimpiangerebbe il Sultano. Ma in tutto questo l'incognita più pesante riguarda gli effetti del voto. Un risultato favorevole ad una fragile opposizione non cancellerà il totale controllo che Erdogan esercita su Forze Armate, servizi di sicurezza, magistrati e sistema industriale. Con questi assi in mano e il consenso di chi - non solo a Pechino a Mosca, ma anche in Africa e Medioriente guarda con fastidio alle regole occidentali - il Sultano potrebbe decidere che il voto non va sempre rispettato. E a quel punto c'è da chiedersi chi, da Washington a Bruxelles, si prenderebbe la briga di correre in soccorso di Kilicdaroglu e della sua disparata opposizione.

Estratto dell’articolo di Francesco De Remigis per “il Giornale” il 26 aprile 2023.

L’orologio della democrazia turca corre veloce. Si vota il 14 maggio. E se fino a pochi giorni fa il presidente Recep Tayyip Erdogan continuava a spingere sulle promesse di ricostruzione, visto il sisma che il 6 febbraio ha devastato dieci province dell’Anatolia meridionale spalancandogli la via di una facile propaganda, ieri il sultano ha rispolverato la tattica dell’intimidazione degli avversari, ordinando arresti di massa, anche nelle zone colpite dal terremoto.

Almeno 110 persone fermate in 21 province. Avvocati, giornalisti (11), politici, membri di ong, attivisti, perfino attori. Le famiglie dei fermati hanno respinto l’accusa d’essere «vicini al Pkk», lanciata dal governo per giustificare i blitz. Un classico. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan attivo dal ’78 soprattutto nel Sud-Est della Turchia viene infatti tirato in ballo a ogni emergenza dal sultano, per tamponare le falle nella sua azione politica […]

È però piuttosto la realtà della situazione turca, che vede un tasso medio di inflazione al 72,3% contro il 19,6% del 2021, e una crisi economica profonda a impensierire i cittadini. […] 

Fino a pochi giorni fa anche Erdogan, che i sondaggi danno in affanno/rincorsa sul principale rivale Kilicdaroglu (del Chp), insisteva nel vantare mezzo milione di precari assunti nella pubblica amministrazione e altre promesse: dalla cancellazione dell’età pensionabile per 2 milioni di lavoratori che hanno maturato 20-25 anni di attività (sconfessando i 60 anni per gli uomini e i 58 per le donne), alla rivalutazione dei salari minimi fino al taglio delle bollette di gas e luce.

Lo smacco subìto però nel fine settimana, col successo del video del rivale, che in rete ha superato 110 milioni di visualizzazioni, deve averlo convinto a cambiar strada: non più solo lasciare impuniti gli attacchi contro le sedi Chp, pure ricorrenti. Ma tornare ai blitz di Stato, che Human Rights Watch bolla come «chiaro abuso di potere». […]

Turchia, Erdogan si prepara alle elezioni eliminando l’opposizione: decine di curdi arrestati. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 26 Aprile 2023.

Poco meno di tre settimane separano la Turchia dalle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Complici la crisi economica e le conseguenze del recente terremoto, l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan non può dormire sogni tranquilli, con i sondaggi che profilano un serrato testa a testa con il leader dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu. Erdoğan si prepara all’appuntamento criminalizzando i propri avversari e i partiti a loro vicini: nelle scorse ore è scattata l’operazione “anti-terrorismo” che la polizia ha definito un nuovo colpo al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK. Sono state arrestate 110 persone: ai presunti miliziani si sono aggiunti «venti avvocati, cinque giornalisti, tre attori teatrali e un politico», come riportato dall’Ordine degli avvocati di Diyarbakir, una delle 21 province anatoliche interessate dalla maxi retata. Tra gli arrestati ci sarebbero anche diversi membri del comitato centrale del Partito Democratico dei Popoli (HDP), formazione filocurda nonché terza forza del Parlamento turco. L’associazione no profit MLSA, impegnata nella promozione della libertà di espressione, ha denunciato la presenza di dirigenti di varie Ong tra i fermi della polizia.

Le persone coinvolte nell’operazione sono accusate di aver finanziato il PKK o comunque di aver collaborato con il gruppo che da quarant’anni ha unito le istanze dei curdi chiedendo l’indipendenza del Kurdistan e per questo combatte contro lo Stato turco, che negli anni si è macchiato di discriminazioni e crimini vari. Ankara, così come Washington e Bruxelles, considera il PKK un’organizzazione terroristica, attualmente bandita dalla vita politica del Paese. L’HDP, interessato negli ultimi anni da ondate di arresti che ne hanno decimato i vertici, rischia lo stesso destino proprio per le accuse di legami con il Partito dei Lavoratori. «Avvicinandoci alle elezioni il governo ancora una volta ricorre a operazioni di arresto per il timore di perdere il potere», ha scritto su Twitter il deputato di HDP Tayip Temel. Non stupisce la tensione e la criminalizzazione nei confronti del Partito Democratico dei Popoli, dal momento in cui la formazione filocurda rappresenta il terzo partito in Parlamento e potrebbe canalizzare alle prossime elezioni il 10% dei consensi.

Il prossimo 14 maggio si sfideranno in Turchia quattro candidati per la presidenza del Paese. Erdoğan, con il Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP), guiderà l’Alleanza della Repubblica. Al suo interno, il presidente uscente ha inserito una “carta curda” alquanto ambigua: il Partito della Causa Libera (Hudapar), una formazione politica fondamentalista, molto attiva nel sud-est della Turchia, che ha tra i suoi obiettivi quello di fondare uno stato curdo islamico. Tra le fila dell’Hudapar si contano numerosi iscritti accusati di far parte dell’Hizbullah turco, formazione paramilitare che ha commesso numerosi crimini contro le donne curde femministe, vari intellettuali curdi e alcuni amministratori locali.

Il principale avversario di Erdoğan sarà Kemal Kilicdaroglu: laico, progressista e appartenente all’alevismo, una minoranza profondamente discriminata in Turchia. Il video in cui Kilicdaroglu parla del suo credo religioso è diventato il più visto su Twitter dal 2022 a oggi. Il politico classe 1948 è il leader del Partito Popolare della Repubblica (CHP) e guiderà l’Alleanza del Popolo, una coalizione accomunata più dalla volontà di superare Erdoğan che da un programma omogeneo.

Il terzo candidato alla presidenza è Muharrem Ince, l’ex insegnante di fisica che sfidò Erdoğan nelle elezioni del 2018 conquistando il 31% dei consensi. Leader del Partito della Patria, Ince rappresenta una linea laica, europeista e centrista. L’ultimo candidato è Sinan Ogan e rappresenterà l’Alleanza Ancestrale (Ata), un chiaro riferimento al cognome del padre fondatore della Repubblica, Ataturk. Le posizioni della coalizione fanno leva su una tradizione nazionalista. In totale saranno 36 i partiti a supporto dei candidati presidenti per quello che rappresenta, oggi più che mai, uno snodo fondamentale per il futuro della Turchia. [di Salvatore Toscano]

Guida al voto in Turchia. Andrea Muratore su Inside Over il 18 aprile 2023.  

La battaglia più importante per Recep Tayyip Erdogan si avvicina e le elezioni presidenziali turche, le seconde in cui la popolazione eleggerà un presidente ampie prerogative esecutive garantite dalla riforma costituzionale del 2017, che si terranno il 14 maggio saranno un crocevia decisivo per il suo mandato.

Dopo cinque anni di mandato seguiti alla vittoria del giugno 2018 al primo turno, segnati dalla perturbazione della pandemia, dalla tempesta geopolitica nel quadrante euroasiatico, dalla guerra in Ucraina e da un’inflazione e un’incertezza economica divenute assai vischiose Erdogan alla guida del Partito della Giustizia e dello Sviluppo si giocano il “sorpasso” su Mustafa Kemal Ataturk nel centenario della Repubblica Turca. A fronteggiarlo un’opposizione mai così compatta e riunita attorno ai kemalisti del Chp e all’Alleanza della Nazione, che candidano l’economista Kemal Kiliçdaroğlu.

La Turchia verso uno dei voti più importanti di sempre

L’importante Paese euroasiatico arriva all’appuntamento del voto fiaccato dalla recessione economica e dalla crisi valutaria, contraddistinta da una grave svalutazione della lira turca, e sulle barricate sotto il profilo geopolitico, avendo negli ultimi mesi rilanciato il suo attivismo a cavallo tra Nato, Russia, Cina.

Erdogan è alla guida un  Paese fratturato a metà tra le roccaforti favorevoli alla sua formazione politica, l’Akp, radicate nell’Anatolia profonda ove forte è l’afflato conservatore e il legame al tradizionalismo, e le aree rivierasche ed urbane in cui ha maggior fortuna il nazionalismo civico di derivazione kemalista. A quest’ultima ideologia facevano riferimento nel 2018 i due più seri sfidanti del presidente: Muharrem İnce del partito Chp e l’outsider Meral Akşener, “lady di ferro” della formazione Iyi (“Bene”).

Oggi i due partiti sono coalizzati nell’Alleanza della Nazione. I progressisti del Chp sono la seconda forza in Parlamento controllando 134 seggi, la destra di Iyi controlla 36 seggi e attorno a loro si schierano quattro partiti minori del centrosinistra e delo centrodestra. Non però l’Hdp, il partito curdo. Che però il 22 marzo scorso assieme alla sua formazione di sinistra radicale, l’Alleanza del Lavoro e della Libertà, ha annunciato di non voler schierare un candidato alle presidenziali. Annunciando una desistenza di fatto nei confronti dell’opposizione unita e a suo favore.

Ince ci riprova con la sua nuova formazione, Madrepatria, che critica la presunta assenza di risposte ai limiti delle politiche di Erdogan nel suo ex partito. C’è poi l’Alleanza Ancestrale di estrema destra. Il cui candidato, Sinan Ogan, fu membro del Partito del Movimento Nazionalista, i “Lupi Grigi”, fino al 2015, prima di essere espulso per le sue posizioni troppo radicali. Assieme raggranellerebbero tra il 6 e l’8% dei voti. Abbastanza per precludere a uno dei concorrenti di punta la vittoria al primo turno, in potenza. Questo apre a diverse analisi di scenario.

Le opposizioni pronte alla battaglia finale

Nel 2018 le opposizioni divise si trovavano di fronte a una vera e propria linea del Piave (o una Çanakkale, per usare una metafora attinente alla storia turca): l’obiettivo era portare Erdogan al ballottaggio per poter unire in seguito le forze sul comune terreno programmatico fondato su nazionalismo civico e laicità.

Erdogan sbaragliò questo schieramento vincendo col 52% al primo turno. Oggi più di cinque anni fa il frastagliato campo che unisce secolaristi, curdi e nazionalisti laici ha trovato in Erdogan un motivo d’unione maggiore delle differenze interne.

Oggi Kiliçdaroğlu non si nasconde e punta alla vittoria al primo turno. I sondaggi sono estremamente sul filo del rasoio. La previsione è il classico pronostico da 1-X-2. Ci sono sondaggi che danno l’opposizione a guida Chp largamente in vantaggio e vincitrice di una decina di punti (tra 51-42 a 52-41) al primo turno. Altri danno Erdogan vincitore al 50,6% al primo scrutinio. La maggioranza delle rilevazioni, però, prevede che sarà ballottaggio e assegna a Kiliçdaroglu un lieve vantaggio, capace di amplificarsi al ballottaggio previsto per il 28 maggio fino a oltre 14 punti di scarto.

Il nodo terremoto e le sfide per la vittoria

Il terremoto di inizio anno che ha raso al suolo Gaziantep e diverse aree al confine con la Siria è, in quest’ottica, la partita d’immagine alla cui risposta Erdogan tiene di più per potersi presentare come salvatore della nazione dal disastro del sisma di fronte al recupero dell’opposizione che controlla, soprattutto, le grandi città.

“Quando un forte terremoto scosse la regione di İzmit vicino a Istanbul nel 1999, l’allora primo ministro Bülent Ecevit – paralizzato dall’entità del disastro – fu ampiamente condannato per non essersi mobilitato abbastanza rapidamente”, ha scritto Politico.eu.

Il terremoto ha aggiunto un nodo chiave per Erdogan perché è avvenuto nel cuore politico e identitario del Paese, nel Sud terra di confine con la Siria su cui a lungo sono andate le attenzioni di Ankara, perché ha portato l’attenzione di osservatori e alleati internazionali su Ankara. Il “sogno turco” di Erdogan deve inoltre fare i conti con la sinergia tra tale crisi e un’economia fiaccata da un’inflazione annua giunta all’85% e accelerata dalle politiche finanziarie non ortodosse perseguite da Erdogan sui tassi, tagliati in forma eccessivamente inopinata prima del vento restrittivo iniziato su scala mondiale tra 2021 e 2022.

In un’economia fiaccata il sisma ha aggiunto pensieri a pensieri. “La ricostruzione dovrebbe costare da 10 a 50 miliardi di dollari, anche se la Confederazione turca delle imprese e delle imprese ha avvicinato il totale a 85 miliardi di dollari”, nota il New York Times, che aggiunge il fatto che “oltre 8.000 edifici sono stati rasi al suolo e le infrastrutture della catena di approvvigionamento, comprese le strade e il porto marittimo di Iskenderun, sono state danneggiate”.

Come spesso successo, Erdogan prova a rispondere con l’attenzione sulla politica estera e il nazionalismo. Viene cavalcata la matrice decisiva del ruolo turco nell’allargamento della Nato, si usa la sfida dei roghi del Corano in Svezia come giustificazione per fermare l’adesione di Stoccolma all’Alleanza Atlantica e tenere vivo un argomento retorico, si parla di rilancio degli accordi sul grano ucraino che scadono poco dopo le presidenziali, il 18 maggio, per potenziare l’immagine di Erdogan e Ankara nel mondo. La sfida è a tutto campo. E per Erdogan la partita è davvero al cardiopalma. In oltre vent’anni di potere, il presidente ed ex premier rare volte ha affrontato un redde rationem tanto importante. Il cui superamento lo proietterebbe, una volta per tutte, nella storia turca. Oltre Ataturk e oltre sé stesso e il limite del Centenario della Repubblica. ANDREA MURATORE

Antonio Giangrande: Le Fake News della stampa italiana sulla Turchia.

Ma è vero che in Turchia c’è la dittatura ed un sistema elettorale fondato sui brogli?

Secondo i giornalisti italiani, legittimati dalla legge ad essere i soli a scrivere e ad essere i soli ad essere letti, abilitati per concorso pubblico per raccontare fatti secondo verità, continenza, e pertinenza, sì.

Il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Premesso che proprio gli italiani sui brogli elettorali meglio che tacciano, se già ci furono dubbi sui risultati della consultazione elettorale con il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica italiana.

Poi ci aggiungiamo le accuse periodiche di brogli per ogni tornata elettorale italiana, tralasciando quelle sulle primarie e sui tesseramenti della sinistra: "Noi abbiamo una tradizione molto negativa nel nostro passato circa le votazioni, in molte occasioni ci sono stati sottratti voti per la professionalità nei brogli della sinistra". Lo dice Silvio Berlusconi al Corriere Live spiegando che, senza un metodo tecnologicamente più avanzato, la correttezza del voto non è assoluta: "Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita i brogli sono possibili". Tuttavia, aggiunge il leader di Fi, "ritengo che quando c'è un risultato elettorale, chi perde non può non riconoscere la vittoria dell'altra parte. Poi si possono eventualmente avanzare richieste di riconteggio dello schede, una volta fatte delle verifiche". (02/12/2016 Adnkronos.com).

Broglio, da Wikipedia. La moderna espressione italiana deriva da un analogo termine veneziano. Nell'antica Serenissima era infatti consuetudine per i membri della nobiltà impoverita riunirsi in uno spazio antistante il Palazzo Ducale di Venezia per far commercio dei propri voti in seno al Maggior Consiglio che reggeva la città e nel quale sedevano per diritto ereditario. Tale spazio era allora noto col nome di Brolio dal latino Brolus, cioè "orto", retaggio del fatto che la terra su cui tuttora sorge piazza San Marco era in antico proprietà agricola del vicino monastero di San Zaccaria.

L'accusa di brogli elettorali in Italia è antica. Durante il Risorgimento, le annessioni dei regni preunitari al Regno d'Italia, vennero sempre ratificate mediante plebisciti. Tali consultazioni, a suffragio censitario, si svolsero senza tutela della segretezza del voto e talvolta in un clima di intimidazione. I "no" all'annessione furono in numero irrisorio e statisticamente improbabile. Il procedimento dei plebisciti durante il Risorgimento fu criticato da diverse personalità politiche ed il The Times sostenne che fu «la più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare». Tale evento è stato anche trattato nel romanzo "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Alla nascita della Repubblica Italiana, i monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali. Nella puntata del 5 febbraio 1990 della trasmissione Mixer, condotta da Giovanni Minoli, andò in onda un falso scoop secondo il quale il re avrebbe fatto in modo che il referendum proclamasse la Repubblica per evitare al paese la guerra civile, ma si trattava soltanto di un abile montaggio per esibire quanto la televisione potesse deformare la realtà dei fatti e influenzare il pensiero dei cittadini, e scatenò un mare di polemiche.

Appena conclusesi le consultazioni per il rinnovo del parlamento italiano del 2006 il premier Silvio Berlusconi, primo caso nella cinquantennale storia della Repubblica di una tale grave contestazione da parte di un esponente del governo uscente, ha paventato l'ipotesi di brogli elettorali sebbene il presidente Ciampi e il Ministro dell'interno Pisanu avessero espresso il loro compiacimento per lo svolgimento regolare delle elezioni. Durante i giorni dell'insediamento del Senato della Repubblica della XV legislatura Roberto Calderoli ha continuato ad insistere sulle ipotesi di brogli elettorali, confermando la sua convinzione secondo la quale la Casa delle Libertà è risultata vittima di un complotto che l'ha privata della vittoria elettorale. Piuttosto, forti sospetti ha destato l'insolito comportamento di Pisanu. Mai infatti, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro dell'interno aveva abbandonato il Viminale nel corso delle operazioni di spoglio elettorale. Convocato da Berlusconi, il ministro ha dovuto sostenere un faccia a faccia con quest'ultimo e, cosa ancora più strana, nessuno è a conoscenza di quello che fu l'oggetto della loro discussione. Sulla vicenda dei possibili brogli alle elezioni politiche italiane del 2006 sono anche usciti un romanzo e un documentario: Il broglio di Aliberti editore; Uccidete la democrazia!

Altra cosa è l’accusa di tirannia turca.

Porca miseria, mi spiegate quali poteri prende Erdogan? Si chiede Nicola Porro il 18 aprile 2017 sul suo canale youtube. «Tutti quanti i giornali oggi parlano di Erdogan e la vittoria del referendum di misura del 51%. L’intervista del Corriere della Sera sugli osservatori OCSE che avrebbero contestato e che contestano le elezioni di Erdogan sono fatte da una vecchia conoscenza del Parlamento Italiano: Tana de Zulueta. Ex corrispondente dell’Economist una vita contro Silvio Berlusconi, una parentesi contro Erdogan. Vi leggete l’intervista sul Corriere della Sera e capite che i brogli probabilmente ci sono stati, forse sono stati significativi. Non lo so. Ricordiamo che anche la nostra Repubblica è nata sui brogli. Lì è nata forse una dittatura, dicono gli osservatori più attenti, ma l’intervista di Tana De Zulueta, tutto fa, come rappresentante dell’OCSE, tranne rassicurarci sulla serietà, non solo di Erdogan, ma anche dell’Ocse. Ma questo è un discorso a parte. La domanda, che io mi faccio e che rivolgo a tutti quanti voi, è: quali sono questi poteri che Erdogan avrebbe acquistato dopo i referendum?

Porca miseria: A, B, C, secondo me, del giornalismo. Ma siete tutti quanti voi che comprate i giornali, pochi per la verità, dei fenomeni, degli esperti di geopolitica. E volete tutti vendere commenti, di leggervi Ferrari; di leggervi Sergio Romano; leggervi, son so, Montale; leggervi Kissinger; leggervi Dante Alighieri; o qualcuno di voi alza il dito: scusate, ma quali sono i poteri che Erdogan prende con questo referendum?

Non c’è un porca miseria di giornale che oggi, il giorno in cui passa il referendum, ci scrive con semplicità, quali sono questi poteri dittatoriali che ha preso Erdogan. Li avrà presi sicuramente, non lo metto in dubbio, ma almeno scrivete. Io che sono banalmente uno che legge i giornali, oggi avrei voluto vedere sui giornali che cosa succedeva alla Turchia da domani. Mentre non riesco a capirci nulla. Lego l’intervista al presidente del Parlamento Europeo, e non solo lui, Tajani, che dice “forse farà un referendum per chiedere la pena di morte. Quindi in futuro farà un referendum a cui faranno giudicare i turchi sulla pena di morte. Se dovesse fare, accettare, vincere quel referendum non potrebbe più partecipare alla discussione sull’Europa. Ma oggi, con questo referendum che poteri ha avuto Erdogan? Un solo dettaglio lo leggo.

Erdogan potrà, da presidente della Repubblica turca, potrà anche tornare a diventare segretario della AKP, che è il partito confessionale che lo ha visto leader. Quindi una delle riforme, è che lui potrà fare: Presidente della Repubblica e Segretario del partito. Mi chiedo: ma questa cosa in Italia, per esempio, che non è una dittatura, vi suona familiare? I presidenti del Consiglio che sono anche segretari di partito, non l’avete mai sentita? Lo chiedo. Perché se questa è la riforma che rende dittatura la Turchia, anche noi siamo una dittatura».

PROPOSTA DI RIFORMA COSTITUZIONALE. Da Wikipedia. Descrizione analitica delle modifiche.

1. Articolo 9. La magistratura è tenuta ad agire in condizioni di imparzialità.

2. Articolo 75. Il numero di seggi nel parlamento aumenta da 550 a 600.

3. Articolo 76. L'età minima per candidarsi ad un elezione scende da 25 anni a 18 anni. È abolito l'obbligo di aver completato il servizio militare obbligatorio per i candidati. Gli individui con rapporti militari sono ineleggibili e non possono partecipare alle elezioni.

4. Articolo 78. La legislatura parlamentare è estesa da 4 a 5 anni. Le elezioni parlamentari e presidenziali si tengono nello stesso giorno ogni 5 anni. Per le presidenziali è previsto un ballottaggio se nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo turno.

5. Articolo 79. Vengono istituite le regole per i cd. «parlamentari di riserva», che vanno a sostituire i posti dei deputati rimasti vacanti.

6. Articolo 87. Le funzioni del Parlamento sono: a) approvare, cambiare e abrogare le leggi; b) ratificare le convenzioni internazionali; c) discutere, approvare o respingere il bilancio dello Stato; d) nominare 7 membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri; e) usare tutti gli altri poteri previsti dalla Costituzione.

7. Articolo 98. Il parlamento monitora il governo e il vicepresidente con ricerche parlamentari, indagini parlamentari, discussioni generali e domande scritte. L'istituto dell'interpellanza è abolito e sostituita con le indagini parlamentari. Il vicepresidente deve rispondere alle domande scritte entro 15 giorni.

8. Articolo 101. Per candidarsi alla presidenza, un individuo deve ottenere l'approvazione di uno o più soggetti che hanno ottenuto il 5% o più nelle elezioni parlamentari precedenti e di 100.000 elettori. Il presidente eletto non è obbligato a interrompere la sua appartenenza a un partito politico.

9. Articolo 104. Il presidente diventa sia il capo dello Stato che capo del governo, con il potere di nominare e rimuovere dall'incarico i ministri e il vicepresidente. Il presidente può emettere «decreti esecutivi». Se l'organo legislativo fa una legge sullo stesso argomento di un decreto esecutivo, quest'ultimo diventerà invalido, mentre la legge parlamentare entrerà in vigore.

10. Articolo 105. Il Parlamento può proporre un'indagine parlamentare nei confronti del Presidente con la maggioranza assoluta (301). La proposta va discussa per 1 mese, per poi essere aperta con l'approvazione di 3/5 (360) dei deputati (votazione segreta). Concluse le indagini, il parlamento può mettere in stato di accusa il presidente con l'approvazione dei 2/3 (400) dei parlamentari (votazione segreta).

11. Articolo 106. Il Presidente può nominare uno o più Vicepresidenti. Se la Presidenza si rende vacante, le elezioni presidenziali devono svolgersi entro 45 giorni. Se le future elezioni parlamentari si dovessero svolgere entro un anno, anch’esse si svolgono lo stesso giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Se la legislatura parlamentare termina dopo più di un anno, allora il neo-eletto presidente serve fino alla fine della legislatura, al termine della quale si svolgono sia le elezioni presidenziali che parlamentari. Questo mandato non deve essere contato per il limite massimo di due mandati del presidente. Le indagini parlamentari su possibili crimini commessi dai Vice Presidenti e ministri possono iniziare in Parlamento con il voto a favore di 3/5 deputati. A seguito del completamento delle indagini, il Parlamento può votare per incriminare il Vice Presidente o i ministri, con il voto a favore di 2/3 a favore. Se riconosciuto colpevole, il Vice Presidente o un ministro in questione viene rimosso dall'incarico solo qualora il suo crimine è uno che li escluderebbe dalla corsa per l'elezione. Se un deputato viene nominato un ministro o vice presidente, il suo mandato parlamentare termina immediatamente.

12. Articolo 116. Il Presidente o 3/5 del Parlamento possono decidere di rinnovare le elezioni politiche. In tal caso, il Presidente decade dalla carica e può essere nuovamente candidato. Le nuove elezioni saranno sia presidenziali che parlamentari.

13. Articolo 119. La possibilità del presidente di dichiarare lo stato di emergenza è ora oggetto di approvazione parlamentare per avere effetto. Il Parlamento può estendere la durata, accorciarla o rimuoverla. Gli stati di emergenza possono essere estesi fino a quattro mesi tranne che durante la guerra, dove non ci saranno limitazioni di prolungamento. Ogni decreto presidenziale emesso durante uno stato di emergenza necessita dell'approvazione del Parlamento.

14. Articolo 123. Il presidente ha il diritto di stabilire le regole e le procedure in materia di nomina dei funzionari dipendenti pubblici.

15. Articolo 126. Il Presidente ha il diritto di nominare alcuni alti funzionari amministrativi.

16. Articolo 142. Il numero dei giudici nella Corte costituzionale scende da 17 a 15. Quelli nominati dal presidente scendono da 14 a 12, mentre il Parlamento continua a nominarne 3. I tribunali militari sono aboliti a meno che non vengono istituiti per indagare sulle azioni dei soldati compiute in guerra.

17. Articolo 159. Il Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri viene rinominato in "Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri". I membri sono ridotti da 22 a 13, e i dipartimenti giudiziari scendono da 3 a 2: quattro membri sono nominati dal Presidente, sette dal parlamento, gli altri 2 membri sono il ministro della giustizia e il sottosegretario del Ministero della giustizia. Ogni membro nominato dal parlamento viene eletto in due turni: nel primo necessita dell'approvazione dei 2/3 dei parlamentari, al secondo dei 3/5.

18. Articolo 161. ll presidente propone il bilancio dello Stato al Grande Assemblea 75 giorni prima di ogni nuova sessione annuale di bilancio. I membri della Commissione parlamentare del Bilancio possono apportare modifiche al bilancio, ma i parlamentari non possono fare proposte per cambiare la spesa pubblica. Se il bilancio non viene approvato, verrà proposto un bilancio provvisorio. Se nemmeno il bilancio provvisorio non approvato, il bilancio dell'anno precedente sarà stato utilizzato con il rapporto incrementale dell'anno precedente.

19. Diversi articoli. Adattamento di diversi articoli per il passaggio dei poteri esecutivi dal governo al presidente.

20. Temporaneo articolo 21. Le prossime elezioni presidenziali e parlamentari si terranno il 3 novembre 2019. L'elezione del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri avverrà entro 30 giorni dall'approvazione della presente legge. I tribunali militari sono aboliti con l'entrata in vigore della legge.

21. Diversi articoli. Gli emendamenti 2, 4 e 7 entreranno in vigore dopo nuove elezioni, gli altri emendamenti (tranne quelli temporanei) entreranno in vigore con il giuramento del nuovo presidente.

Se la Turchia è una dittatura, cosa dire di quella tanto decantata democrazia invidiata da tutti?

Potere esecutivo USA, da Wikipedia.

Il potere esecutivo è tenuto dal Governo federale, composto dal Presidente degli Stati Uniti (President of the United States of America), dal Vicepresidente (Vice President of the United States of America) e dal Gabinetto (Cabinet of the United States), cioè il gruppo di "ministri" (tecnicamente chiamati "Segretari", tranne colui a capo dell'amministrazione della giustizia, nominato "Procuratore generale") a capo di ogni settore della pubblica amministrazione, i Dipartimenti. Se, come è ovvio, i Segretari sono di nomina presidenziale, il Presidente e il Vicepresidente vengono eletti in occasione di elezioni presidenziali separate dalle elezioni per il rinnovo del Congresso e che si svolgono ogni quattro anni (con il limite massimo di due mandati).

I poteri del Presidente sono molto forti. Oltre ad essere a capo del governo federale ed essere sia il comandante supremo delle forze armate e capo della diplomazia, il Presidente possiede anche un forte potere di veto per bloccare la promulgazione delle leggi federali emanate dal Congresso (potere superabile soltanto quando la legge viene approvata a larga maggioranza).

Paesi democratici e non tirannici sono naturalmente anche quei paesi, come l’Olanda e la Germania, che hanno impedito i comizi di esponenti turchi presso le loro comunità, ma non hanno potuto impedire a questi (senza brogli) di esprimere un voto maggioritario di gradimento alla riforma del loro paese.

Peluche e cori per le dimissioni. In Turchia l’opposizione a Erdogan rinasce dagli stadi di calcio. Valerio Moggia su L’Inkiesta il 4 Marzo 2023.

Il presidente teme una nuova saldatura tra gli ultras delle squadre di Istanbul come nel 2013, quando i sostenitori di Besiktas, Fenerbahçe e Galatasaray strinsero una tregua momentanea per unirsi alla protesta ambientalista di Gezi Park. I tre club, tuttavia, sono solo una frazione di un sistema profondamente legato al governo, soprattutto a livello dirigenziale

Vietato criticare il governo. Non che sia una novità, nella Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, ma negli ultimi tempi la censura non aveva dovuto lavorare troppo per tenere sotto controllo la situazione. Negli scorsi giorni, invece, ventiquattro persone sono state arrestate per dei post sui social network relativi al terremoto del 6 febbraio, accusati dalla polizia di voler creare «paura e panico tra la popolazione». La versione non ufficiale è che gli arrestati avrebbero apertamente criticato il governo per la gestione del sisma, e d’altronde una simile sorte è toccata anche ad almeno quattro giornalisti che stavano raccogliendo informazioni e testimonianze sui luoghi colpiti dal terremoto.

A quasi un mese dalla tragedia, oggi Erdogan sembra occupato principalmente a evitare che il dissenso si estenda. Soprattutto dopo quanto successo domenica 26 febbraio alla Vodafone Arena, lo stadio del Besiktas, uno dei club con la tifoseria più radicalmente schierata a sinistra in tutto il Paese. Le immagini della partita contro l’Antalyaspor le hanno viste tutti, con la pioggia di peluche per i bambini vittime del terremoto, alcuni morti altri rimasti orfani. Ma oltre a questo gesto, i fan del Besiktas hanno lanciato un coro per chiedere le dimissioni del governo. E non sono stati gli unici: il giorno prima, nella gara contro il Konyaspor, anche quelli del Fenerbahçe avevano lanciato lo stesso grido.

I tifosi (di nuovo) contro Erdogan

«Irresponsabile e incosciente»: così ha definito la richiesta dei tifosi di calcio Devlet Bahçeli, già fondatore del gruppo paramilitare dei Lupi Grigi e oggi leader del partito Azione Nazionalista. Alle elezioni del 2018, il suo movimento ha preso oltre cinque milioni e mezzo di voti, pari all’undici per cento, conquistando quarantanove seggi in parlamento, con i quali appoggia il governo di Erdogan. Il leader dell’ultradestra turca ha anche invitato i club di calcio a prendere misure «urgenti e necessarie» per evitare che si verifichino altri episodi del genere, e pochi giorni dopo il governo ha sancito il divieto di trasferta per i tifosi gialloblù nella prossima di campionato.

Oggi il Fenerbahçe non avrà dunque i suoi tifosi al seguito nella gara in casa del Kayserispor, nella Turchia centrale, in una delle roccaforti dell’Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo. E non è escluso che nuove contromisure possano essere prese nei prossimi giorni: sotto osservazione c’è in particolare l’amichevole del Galatasaray primo in classifica, che gioca contro l’Istanbulspor. I giallorossi avrebbero dovuto affrontare il Gaziantep in campionato, ma l’avversario – che proviene dalla regione colpita dal terremoto – ha deciso di ritirarsi dalla Super Lig, e così il Gala ha riempito la data con un’amichevole.

Il timore principale di Erdogan è che si venga a formare una nuova saldatura tra gli ultras delle tre principali squadre di Istanbul, come già avvenuto nel 2013, quando i sostenitori di Besiktas, Fenerbahçe e Galatasaray strinsero una tregua momentanea dalle ostilità sportive per unirsi alla protesta ambientalista di Gezi Park e proteggere i manifestanti dagli assalti della polizia. Il presidente le ha provate tutte per sconfiggere gli ultras, prima con arresti e repressione e poi supportando l’ascesa di un club “fedele” come il Basaksehir, ma a dieci anni da Gezi Park il calcio turco è ancora un ricettacolo di opposizione politica.

Non ci sono solo i tifosi, per la verità. Alla notizia della trasferta vietata a Kayseri, il Fenerbahçe ha risposto con un duro comunicato: «Non è in alcun modo possibile per noi accettare questa scelta. È una decisione strana, che non ha nulla a che fare con criteri sportivi». La dirigenza del club, in questi ultimi anni, ha spesso preso posizioni critiche verso Erdogan, come nel marzo 2021, quando condannò pubblicamente la decisione del governo di ritirare la Turchia dalla Convenzione internazionale contro la violenza sulle donne.

Dagli stadi alle urne

Problemi che si aggiungono a una situazione generale sicuramente non positiva per Erdogan. La crisi economica appare inarrestabile, e il terremoto ha dato un altro duro colpo alla popolarità del Presidente, al potere ininterrottamente dal 2003. L’opposizione lo accusa di aver favorito le speculazioni edilizie che hanno portato alla costruzione di palazzi non sicuri in zone sismiche, e nonostante il recente arresto di quasi duecento costruttori le critiche verso il governo non si fermano. Già l’8 febbraio, l’esecutivo aveva dovuto bloccare temporaneamente Twitter per limitare la circolazione del dissenso online; due settimane dopo, tre canali televisivi che avevano messo in luce le responsabilità del governo nel disastro sono stati sanzionati.

Le proteste degli ultras sono l’ultimo tassello di un lungo percorso, in cui il terremoto di un mese fa è stato un fattore decisivo. «Il sisma non ha distrutto solo le case, ma anche il regno della paura» ha scritto su Twitter il giornalista Mustafa Hos. Tuttavia, va ricordato che i fan di Fenerbahçe e Besiktas sono solo una frazione di un sistema più ampio che, soprattutto a livello dirigenziale, è profondamente legato a Erdogan.

Il Rizespor, che milita in seconda divisione ed è la squadra della città natale del Presidente, ha condannato i cori antigovernativi come «provocazioni», arrivando a chiamare i contestatori «topi di fogna». Un’altra condanna, anche se dai toni più miti, è arrivata dall’Alanyaspor, club di prima divisione il cui presidente è il fratello del Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu.

Ad ogni modo, la reazione delle principali tifoserie turche racconta un Paese in cui il dissenso è tornato a mostrarsi pubblicamente, e in cui la figura di Erdogan appare oggi molto meno solida rispetto al passato. I cori negli stadi possono essere l’antipasto di un risveglio collettivo dell’opposizione politica, in una fase molto delicata per il Presidente: il 14 maggio la Turchia tornerà infatti al voto.

Repressione e censura. Dopo il terremoto in Turchia si aggrava l’autoritarismo di Erdogan. Futura D’Aprile su L’Inkiesta il 16 Febbraio 2023.

Il presidente ha risposto alla crisi con la stretta sui social media (su tutti Twitter, diventato inaccessibile per ore) e la persecuzione giudiziaria dei giornalisti, a cui viene complicato il lavoro e l’accesso alle aree colpite. Le conseguenze del sisma sono anche sociali e a farne le spese sono i migranti

Il terremoto che ha colpito il Sud della Turchia è stato un evento naturale senza precedenti per la sua intensità, ma lo stesso carattere di novità non si ritrova nella reazione della politica. Anzi, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ancora una volta risposto alla crisi in corso con la repressione delle voci critiche nei suoi confronti attraverso la censura dei social media e la persecuzione per via giudiziaria dei giornalisti.

Un copione già visto, ma che ha avuto effetti negativi anche sull’assistenza ai terremotati, già alle prese con la devastazione causata dal sisma e con le difficoltà imposte dal clima rigido di febbraio.  Il presidente è finito al centro delle polemiche fin da subito a causa del ritardo nei soccorsi, giunti in alcuni paesi solo molte ore dopo le scosse, e per la disorganizzazione dimostrata in alcuni casi dalla macchina degli aiuti.

A lamentare le carenze dell’Agenzia per i soccorsi (Afad) è stato in particolare il sindaco di Hatay, Lütfü Sava, che ha denunciato come i primi operatori siano arrivati solo la mattina seguente, compromettendo così le possibilità di sopravvivenza di coloro che erano rimasti intrappolati vivi sotto le macerie. Il primo cittadino non è stato l’unico a esternare la sua insoddisfazione. In tanti hanno usato i social media – in particolare Twitter – per denunciare ritardi o carenza negli aiuti, dando vita a un’ondata di proteste online prontamente represse dalle autorità.

Nelle ore successive al terremoto Twitter è diventato improvvisamente inaccessibile nel Paese, in un evidente tentativo del governo di arginare le critiche contro il suo operato. Questa mossa però ha avuto degli effetti negativi anche sui soccorsi: in molti hanno usato il social media per segnalare la propria posizione sotto le macerie, nella speranza di ricevere prontamente aiuto.

Alla censura della piattaforma ha fatto presto seguito anche quella dei media mainstream. Diversi giornalisti hanno denunciato episodi di violenza e aggressioni nei loro confronti mentre erano intenti a intervistare le vittime del terremoto o a filmare e fotografare la devastazione lasciata dal sisma del 6 febbraio. Le interviste potevano essere condotte solo sotto l’occhio vigile della polizia, mentre altri giornalisti sono stati fermati con l’accusa di diffondere false informazioni e di incitare all’odio e alla rivolta contro lo Stato.

Ad alcuni è stato persino limitato l’accesso alle zone terremotate a causa dei loro “precedenti”, mentre nella provincia di Diyarbakir sono stati fatti entrare solo coloro che erano in possesso di specifici permessi. Tutte manovre pensate per rendere il più difficile possibile il lavoro dei media locali e internazionali e limitare così la diffusione di voci critiche nei confronti del governo, come già accaduto in passato.

Intanto nelle aree terremotate è stato anche dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi, una decisione necessaria per la gestione della crisi ma che getta un’ombra sulle prossime elezioni. Erdogan aveva annunciato l’intenzione di anticipare le urne a maggio, ma il cambio di data non è stato ancora ufficializzato e sembra sempre più improbabile che ciò avvenga dopo il terremoto.

Garantire il diritto di voto nelle aree colpite dal sisma sarebbe complicato, ma si tratta principalmente di una valutazione politica. Il presidente sta ricevendo numerose critiche non solo per la gestione della crisi, ma anche per il mancato controllo sulla costruzione degli edifici crollati e sui condoni concessi negli ultimi anni – in particolare nel 2018 – e che hanno contribuito a rendere così elevato il numero dei morti.

A peggiorare la situazione per Erdogan sono anche gli effetti del sisma sull’economia turca, già in crisi da anni anche a causa delle politiche monetarie imposte dal presidente. I costi per la ricostruzione e per l’assistenza comporteranno un significativo aumento della spesa pubblica, aumentando così il deficit e aumentando i problemi economici del paese.

Senza contare che ben dieci province non potranno più apportare sostegno al Pil per un periodo di tempo non ben definito. Ma sulla ricostruzione pesa anche l’incremento del prezzo del cemento registratosi subito dopo il terremoto, che avrà inevitabilmente conseguenze sulla spesa pubblica e sulla capacità del governo (e dei privati) di ridare una casa agli sfollati nel più breve tempo possibile.

Ma le conseguenze del terremoto sono anche sociali e a farne le spese sono prima di tutto i migranti. Il sentimento xenofobo è da tempo in crescita in Turchia e alcuni esponenti dell’ultranazionalismo hanno ben presto accusato i siriani di atti di violenza e di saccheggio, aizzando la popolazione locale contro di loro. L’area colpita dal terremoto ospita quasi due milioni di rifugiati provenienti dalla Siria, il che aiuta la diffusione di notizie false ai danni di chi ha ugualmente perso tutto a causa del sisma, oltre che di una guerra che va avanti da più di dieci anni.

A causa del clima di tensione venutosi a creare, i siriani stanno iniziando a spostarsi verso altre aree del Paese ma, come riportato da Middle East Eye, in molti potrebbero dirigersi verso l’Europa o decidere di tornare in Siria. La precarietà delle condizioni di vita in quest’ultimo Stato ha finora limitato il rimpatrio volontario dei profughi, ma la vita in Turchia sta diventando sempre più difficile per i siriani. Di certo Erdogan trarrebbe vantaggio a livello politico da un simile scenario, anche considerando che il progetto di rimpatriare i rifugiati nel Nord della Siria è ormai sfumato.

Nella Turchia post terremoto, dunque, le storture di un Paese sempre più autocratico stanno emergendo con prepotenza, tra repressione del dissenso, censura dei media e odio razziale.

La dottoressa che denuncia i crimini turchi in Kurdistan MURAT CINAR su Il Domani il 14 gennaio 2023

Sebnem Korur Fincanci è stata scarcerata dopo 76 giorni (e subito condannata a due anni) con l’accusa di «propaganda terroristica». Ha mostrato prove di attacchi chimici ad ottobre.

Fincanci, nel suo intervento, da medico legale, utilizzò queste parole: «Per giungere alla diagnosi sono necessarie un’indagine e una documentazione efficaci e indipendenti. Tuttavia, a oggi, sembra che non sia possibile».

La sua organizzazione, Ttb, è conosciuta con le sue sistematiche denunce fatte per difendere i diritti dei lavoratori del campo della sanità e per difendere la salute della società.

Sebnem Korur Fincanci, la presidente del Consiglio centrale dell’unione dei medici di Turchia (Ttb), è stata scarcerata 76 giorni dopo la detenzione e contemporaneamente è stata condannata a 2 anni, 8 mesi e 15 giorni di carcere. Fincanci è accusata di fare «propaganda terroristica» e «umiliare e offendere il popolo turco, lo stato della repubblica di Turchia e le istituzioni e gli organi dello stato» a causa di un suo intervento televisivo rilasciato al canale Medya Tv, nel mese di ottobre, che trasmette dall’estero e anche questo accusato di propaganda terroristica.

Le dichiarazioni di Fincanci riguardano il presunto utilizzo delle armi chimiche da parte delle Forze armate turche (Tsk) sul territorio del Kurdistan iracheno, nel mese di ottobre, durante un intervento militare condotto contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Questa formazione armata, in conflitto con lo stato turco da quarant’anni, viene definita dallo stesso come un «organizzazione terroristica».

Fincanci, nel suo intervento, da medico legale, utilizzò queste parole: «Per giungere alla diagnosi sono necessarie un’indagine e una documentazione efficaci e indipendenti.

Tuttavia, a oggi, sembra che non sia possibile e questo fatto non è accettabile tenendo in considerazione che numerose convenzioni internazionali lo prevedono. Come diagnosi provvisoria posso dire che le persone riprese in questi materiali audiovisivi sembra che abbiano subito l’uso delle armi che hanno degli effetti tossici».

La dottoressa si riferiva a una serie di video diffusi precedentemente da alcuni organi di stampa vicini al Pkk.

GLI ALTRI RISCHI

Ovviamente l’accusa è stata immediatamente rifiutata dal ministero della Difesa e poi da tutti i vertici del governo. Infine il presidente della Repubblica di Turchia in un suo intervento pubblico aveva anche promesso che avrebbe portato avanti una battaglia legale contro coloro che avanzavano quest’accusa. Pochi giorni dopo, il 26 di ottobre, Fincanci è stata arrestata. In un processo avviato immediatamente la dottoressa è stata condannata a 2 anni, 8 mesi e 15 giorni di reclusione ed è stata scarcerata, visti i giorni trascorsi in carcere.

Ovviamente la strada dei ricorsi è ancora aperta ma nel mentre sono stati aperti altri processi che potrebbero togliere a Fincanci i suoi incarichi. Fincanci, ha una lunga carriera di ricerche e denunce sui casi di tortura registrati in Turchia. Ha avuto vari incarichi in numerosi progetti delle Nazioni unite e dell’Organizzazione mondiale della sanità.

È stata anche una dei firmatari dell’Appello per la pace del 2016, è stata processata e condannata a 2 anni e 6 mesi di reclusione, ma nel 2020 è stata assolta.

La sua organizzazione, Ttb, è conosciuta con le sue sistematiche denunce fatte per difendere i diritti dei lavoratori del campo della sanità e per difendere la salute della società. Infatti nel 2018 la Ttb rilasciò un breve comunicato definendo la guerra come una «minaccia contro la salute delle persone». Ttb è stata denunciata con l’accusa di propaganda terroristica e il mondo politico non ha esitato a definire i suoi membri come dei «traditori della patria».

GLI ATTACCHI E LA SOLIDARIETÀ

«L’unione dei medici di Turchia esiste da quasi cento anni e ha il dovere di difendere la salute della società, non solo i diritti delle persone impiegate nel campo della sanità. Nel fare questo ovviamente analizziamo e a volte mettiamo in discussione l’operato dei governi.

Le critiche che avanziamo non piacciono a chi governa questo paese. Per esempio, durante la pandemia c’è stata una cattiva gestione da parte del governo e una parziale trasparenza nella comunicazione dei numeri.

Abbiamo lavorato per denunciare tutto. Questo ha dato fastidio al ministro della Sanità ma anche al presidente della Repubblica», spiega Fincanci. Il regime al potere in Turchia rappresenta una cultura decisamente maschilista e arrogante per cui le persone che «mettono i bastoni tra le ruote» subiscono forti campagne di calunnie e criminalizzazione da parte dei rappresentanti del governo e dai media che lavorano come i mezzi di propaganda del regime. «In Turchia spesso si utilizza l’accusa di “terrorismo” nei nostri confronti nel momento in cui il governo vuole criminalizzarci. I media e i politici vogliono manipolare la società con l’obiettivo di creare un’opinione pubblica negativa nei nostri confronti».

«Ma tutto questo è un’operazione senza successo. La mia scarcerazione è il frutto della solidarietà e ciò dimostra che a livello locale e internazionale la Ttb riceve riconoscimento e rispetto. Oggi le persone che non conoscono mi fermano per strada e si congratulano con me. Sanno che abbiamo sempre difeso i diritti di tutte le persone, anche quelle che potrebbero odiarci.

Abbiamo difeso il loro diritto alla salute». Infatti, oltre agli attacchi del governo e sui giornali, c’è stata anche una reazione di solidarietà in Turchia e all’estero. «In qualità d’intellettuale, la mia richiesta di porre domande e riferire la verità al pubblico non è solo mia responsabilità da scienziata, ma anche responsabilità da cittadina. La medicina riguarda gli esseri umani. Essere medico vuol dire opporsi a tutti i tipi di fattori che danneggiano la salute pubblica, dalla resistenza contro i crimini contro l’umanità alla protezione delle nostre olive e api, dalle guerre al cambiamento climatico», sono le parole di Fincanci pronunciate in una delle udienze del suo processo qualche settimana fa.

Questo sentimento di responsabilità si conclude con un augurio: «In Turchia regnerà di nuovo la democrazia, la giustizia, la libertà e la pace. Altrimenti, senza questi elementi, vivere in questo Paese non sarebbe possibile. So di certo che vivremo tutti insieme e in pace».

Svezia e Nato, nozze a rischio. "Ankara chiede l'impossibile". "La Turchia ci chiede cosa che non possiamo dare". Risponde di sciabola il primo ministro svedese Ulf Kristersson per scoprire ufficialmente il gioco ambiguo di Recep Tayyip Erdogan con la Nato. Francesco De Palo il 9 gennaio 2023 su Il Giornale.

«La Turchia ci chiede cosa che non possiamo dare». Risponde di sciabola il primo ministro svedese Ulf Kristersson per scoprire ufficialmente il gioco ambiguo di Recep Tayyip Erdogan con la Nato. Da un lato il Presidente turco per mesi ha bloccato le richieste di adesione all'Alleanza Atlantica di Svezia e Finlandia, dall'altro ora ha avanzato richieste che la Svezia non può accettare. «La Turchia ha confermato che abbiamo fatto quello che avevamo detto ma vuole anche cose che noi non possiamo e non vogliamo dare», ha precisato Kristersson durante una conferenza sulla sicurezza a cui ha partecipato anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, mentre il ministro degli esteri Pekka Haavisto ha aggiunto che la Finlandia «non ha tanta fretta di aderire alla Nato da non poter aspettare che la Svezia ottenga il via libera».

Ad oggi solo i parlamenti turco e ungherese non hanno ratificato l'ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Stoltenberg ha ricordato una volta di più il dogma dell'alleanza: «In un mondo diventato meno sicuro è ancora più importante che Finlandia e Svezia diventino membri». Anche per questa ragione si è detto convinto che «sottostimare la Russia potrebbe avere le maggiori conseguenze proprio sulla sicurezza della regioni nordiche» europee. Pochi giorni fa la Turchia, per bocca del ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, pur sottolineando le «misure positive» adottate da Stoccolma, ha chiesto «altri passi importanti» per rimuovere le obiezioni. La presa di posizione ad orologeria di Cavusoglu ha seguito di pochi giorni il no della Corte Suprema svedese di estradare il giornalista Bulent Kenes, ricercato da Erdogan perché accusato di essere coinvolto nel golpe farlocco del 2016 e ritenuto vicino al predicatore Fetullah Gülen. Le istituzioni svedesi avevano osservato come alcune delle accuse contro Kenes non fossero crimini in Svezia, il che, insieme alla natura politica del caso e al suo status di rifugiato, ha reso impossibile l'estradizione: «Esiste anche il rischio di persecuzione basata sulle convinzioni politiche di questa persona», disse il giudice Petter Asp.

Il 53enne Kenes, caporedattore del quotidiano Today's Zaman, ora chiuso, venne arrestato nell'ottobre 2015 per «aver insultato il presidente» a causa dei suoi tweet. Rilasciato quattro giorni dopo, nell'ottobre 2016 un tribunale spiccò un mandato d'arresto.

Stallo alla turca. Perché Erdogan sta bloccando l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Carlo Panella su L’Inkiesta il 13 Gennaio 2023.

Tra Ankara e Stoccolma c’è un contenzioso che riguarda l’estradizione del giornalista Bülent Kenes, rifugiato politico. Il caso è un punto centrale nella propaganda politica del Sultano in vista delle elezioni del 18 giugno

Svezia e Finlandia non entreranno, per ora, nella Nato, a causa del veto della Turchia. In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del 18 giugno 2023, Recep Tayyp Erdogan ha tutto l’interesse a tenere aperto il braccio di ferro con Stoccolma su un punto capitale della sua agenda e propaganda politica: la vendetta sui supposti autori del tentativo di colpo di Stato del 2016.

Il contenzioso col governo svedese che ne blocca l’ingresso nell’organizzazione atlantica riguarda appunto il rifiuto della Corte Suprema svedese di concedere l’estradizione in Turchia del giornalista Bülent Kenes, rifugiato politico – dopo che la stessa Corte aveva concesso l’estradizione in Turchia di Mahmut Tat, militante del Pkk reclamato da Ankara, al quale peraltro era stato precedentemente rifiutato l’asilo politico.

La ragione del giudizio difforme della più alta magistratura svedese è semplice: mentre il Pkk è considerato, dall’Unione europea come dagli Stati Uniti, un’organizzazione terrorista; Bülent Kenes è accusato dalla Turchia di reati di opinione. Era infatti redattore capo del giornale Levent Kenes, chiuso d’autorità da una magistratura turca totalmente asservita al governo di Erdogan, perché accusato di fare parte del complotto organizzato dal famoso leader religioso Fetullah Gülen, sfociato nel tentativo di golpe del 2016.

La più spietata persecuzione politica e giudiziaria dei seguaci di Fetullah Gülen è infatti il mezzo col quale Erdogan ha distrutto la democrazia turca, incarcerando decine e decine di migliaia di prigionieri politici, licenziando migliaia di funzionari pubblici, centinaia di magistrati e professori universitari, arrestando migliaia di ufficiali e chiudendo decine di testate giornalistiche.

Dunque, durante la campagna elettorale già iniziata, che si presenta molto difficile per Erdogan – a causa dello stato disastroso dell’economia, l’inflazione è all’83,45 per cento – il battuto e ribattuto appello al voto per proseguire la lotta contro i “gülenisti” sarà centrale, così come la lotta contro tutte le organizzazioni curde democratiche (come il Partito Democratico dei Popoli, o Halkların Demokratik Partisi, Hdp).

Il contenzioso sulla Nato con la Svezia farà quindi parte di questa campagna. Da parte sua, Stoccolma ha agito con linearità democratica, innanzitutto perché l’esecutivo non ha ovviamente fatto pressioni sulla magistratura, come pretende Erdogan, e poi perché quest’ultima ha agito nel pieno rispetto dello Stato di diritto: il premier svedese Ulf Kristersson, conservatore e sovranista, è stato netto: «La Turchia vuole cose che noi non possiamo e non vogliamo darle».

La Turchia mantiene il suo veto sull’ingresso della Svezia nella Nato – la Finlandia intende entrare solo al fianco della Svezia – in uno stallo che potrà essere superato solo da una più che auspicabile, ma assolutamente non certa, sconfitta elettorale nell’estate prossima di Tayyp Erdogan. Avvenimento che sarebbe peraltro più che eccellente per tutto il Mediterraneo, per l’Europa e per la Nato.

Tensione in Iraq: bruciata l'ambasciata svedese. Oggi nuovo rogo del Corano a Stoccolma. Centinaia di manifestanti hanno preso di mira per la seconda volta la sede diplomatica svedese nella capitale irachena. A Stoccolma oggi autorizzato un altro rogo del testo sacro musulmano. Gianluca Lo Nostro il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

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 L'intervento della polizia irachena

 Le ripercussioni internazionali

Nuovo capitolo della saga sul rogo del Corano in Svezia. Stavolta però i fatti non si sono svolti, perlomeno non ancora, nel Paese scandinavo, ma in Iraq. Nelle prime ore del mattino a Baghdad un centinaio di manifestanti legati al leader religioso sciita Moqtata Al Sadr ha dato alle fiamme l’ambasciata di Stoccolma per protestare contro l’imminente rogo del testo sacro islamico autorizzato dalla polizia svedese e in programma oggi nella capitale. Nessun membro del personale diplomatico presente nell’edificio è rimasto ferito, mentre l’incendio è stato domato dopo l’intervento delle autopompe. “Siamo al corrente della situazione. Il nostro personale è al sicuro e il ministro è in costante contatto con loro", dichiara in una nota il ministero degli Esteri della Svezia. Durante la manifestazione organizzata oggi in Europa il rifugiato Salwan Momika, lo stesso che il 28 giugno scorso ha bruciato una copia del Corano davanti alla più grande moschea della città, incendierà anche una bandiera irachena.

L'intervento della polizia irachena

L’Iraq ha schierato agenti antisommossa intorno alla sede dell’ambasciata presa di mira prima dell’alba. I poliziotti hanno disperso la folla usando idranti, ingaggiando poi uno scontro con manganelli elettrici e sassi scagliati direttamente dal corteo. Il governo di Baghdad ha aperto un’indagine per risalire agli autori del caos generato per la seconda volta nelle ultime tre settimane: dimostranti riconducibili sempre ad Al Sadr avevano già assaltato l’ambasciata svedese il 29 giugno in risposta al primo rogo del Corano. Una settimana fa Al Sadr ha radunato i suoi fedeli in piazza per sfogare ulteriormente la loro indignazione e la loro rabbia, calpestando e bruciando bandiere arcobaleno del movimento Lgbtq+. I "sadristi" sono gli stessi che nel luglio del 2022 hanno fatto irruzione nel parlamento iracheno per impedire la designazione di Mohamed Shia Al Sudani per la carica di primo ministro.

Allo stesso tempo, il ministero degli Esteri iracheno ha condannato la decisione delle autorità di Stoccolma di permettere quello che per il mondo musulmano non è altro che l’ennesimo oltraggio nei confronti della religione islamica. “Siamo mobilitati oggi per denunciare il rogo del Corano, che parla di amore e fede", ha detto il manifestante Hassan Ahmed a un corrispondente di Afp. "Chiediamo che il governo svedese e il governo iracheno fermino questo tipo di iniziative".

Le ripercussioni internazionali

Il rogo del Corano ha svelato però un’altra trama internazionale, ovvero il braccio di ferro diplomatico che coinvolge la Svezia e le altre nazioni musulmane, in particolare la Turchia. Ankara non ha ancora ratificato l’adesione alla Nato, ma nella settimana del summit di Vilnius il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di aver fatto cadere il veto, probabilmente in cambio di importanti forniture militari garantite dagli Stati Uniti, che si impegneranno ad ampliare la flotta di caccia F-16 turchi, e di una stretta introdotta dal governo svedese contro i militanti del Pkk curdo considerati terroristi.

Ad ogni modo, dalla Turchia erano già arrivate bordate nel mese di giugno. "Condanno la vile protesta in Svezia contro il nostro libro sacro nel primo giorno del benedetto Eid al. Adha", ha scritto su Twitter il nuovo ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. "È inaccettabile permettere proteste anti-Islam in nome della libertà di espressione".

Ancora più dura invece la reazione dell'Iran, il quale ha congelato la nomina del suo prossimo ambasciatore in Svezia proprio a causa del rogo del Corano. Il regime degli Ayatollah si è spinto oltre, asserendo addirittura che il 37enne Salwan Momika sarebbe un agente sotto copertura del Mossad, i servizi segreti israeliani, dal 2019. L'intelligence militare iraniana ritiene che si sia trattato di uno sforzo comune per distogliere l'attenzione dalle operazioni di Tel Aviv in Palestina, ma nessuna di queste accuse trova riscontro.

Ritirati i passaporti. Mahsa Amini, vendetta iraniana contro i familiari: vietato lasciare il Paese per ritirare il Premio Sakharov. Carmine Di Niro su L'Unità il 9 Dicembre 2023

La famiglia di Mahsa Amini, la 22enne morta il 16 settembre del 2022 mentre era in custodia della polizia morale iraniana che l’aveva arrestata per avere indossato male l’hijab, finisce nuovamente nel mirino delle autorità di Teheran.

Al padre, madre e fratello della giovane curda iraniana è stato impedito la scorsa notte di lasciare l’Iran per recarsi in Francia a ritirare il premio Sakharov, premio istituto dall’Unione Europea per i diritti umani che a ottobre del 2023 è stato assegnato postumo alla ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime teocratico di Teheran.

Secondo quanto riferisce Iran Wire, “madre, padre e fratello di Mahsa Amini si stavano recando in Francia per ricevere il premio Sakharov del Parlamento europeo, ma sono stati tolti loro i passaporti ed è stato detto loro che era vietato lasciare il Paese“. Iran International, citando informazioni proprie, riporta la stessa notizia, precisando che i passaporti sono stati confiscati ai familiari di Amini all’aeroporto Khomeini di Teheran, mentre stavano per lasciare il Paese.

Il premio Sakharov

La cerimonia di consegna del Sakharov è in programma per il 12 dicembre a Strasburgo, alla presenza della presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola.

Il riconoscimento, intitolato alla memoria e in onore del fisico e dissidente politico sovietico Andrei Sacharov, viene assegnato ogni anno dal Parlamento europeo. È stato istituito nel 1988 per onorare le persone e le organizzazioni che difendono i diritti umani e le libertà fondamentali.

La morte di Mahsa

Mahsa venne arrestata il 13 settembre 2022 dalla polizia religiosa nella capitale iraniana, dove si trovava con la sua famiglia in vacanza, a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo. Mahsa venne arrestata mentre era in compagnia del fratello Kiaresh: durante il trasporto alla stazione della polizia fu detto loro che la giovane sarebbe stata condotta in un centro di detenzione per essere sottoposta a un “breve corso sul hijab” e rilasciata entro un’ora

Dopo tre giorni di coma all’ospedale Kasra di Teheran, in “circostanze sospette”, la ragazza morì suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica e proteste di massa che non si vedevano nel Paese da anni, che provocarono oltre 500 morti e 20mila arresti.

Carmine Di Niro 9 Dicembre 2023

Lo rende noto l'agenzia di stampa Irna citando la sentenza emessa da un Tribunale della rivoluzione iraniana. Il Dubbio il 23 ottobre 2023

Le autorità di Teheran hanno condannato rispettivamente a 13 e 12 anni di carcere due giornaliste iraniane, Niloofar Hamedi e Elaheh Mohammadi, con l'accusa di aver collaborato con gli Stati Uniti sul caso di Mahsa Amini e di aver agito contro la sicurezza nazionale. Lo rende noto l'agenzia di stampa Irna citando la sentenza emessa da un Tribunale della rivoluzione iraniana. «Hanno ricevuto rispettivamente sette e sei anni ciascuno per aver collaborato con il governo ostile degli Stati Uniti. Poi cinque anni ciascuno per aver agito contro la sicurezza nazionale e ciascuno un anno di prigione per propaganda contro il sistema», ha riferito l'Irna. Gli avvocati delle giornaliste hanno respinto tutte le accuse, mentre l'Irna spiega che le sentenze possono essere appellate. 

Hamedi è stata arrestata dopo aver scattato una foto ai genitori di Mahsa Amini, abbracciati in un ospedale di Teheran dove la loro figlia giaceva in coma. Mohammadi è stata invece arrestata dopo aver seguito il funerale di Amini nella sua città natale curda, Saqez, dove sono iniziate le proteste. L'agenzia di stampa Mizan precisa che il tempo che le due giornaliste hanno già trascorso nel carcere di Evin verrà sottratto al periodo di detenzione previsto dalla sentenza.

La curdo-iraniana Mahsa Amini, di 22 anni, è morta il 16 settembre dello scorso anno dopo essere stata arrestata dalla polizia morale con l'accusa di aver indossato male l'hijab. Il suo decesso in custodia ha fatto nascere il movimento di protesta “Donna, vita e libertà” che ha portato avanti manifestazioni di protesta contro il regime a livello nazionale.

Iran, la morte di Armita fa poco rumore. La 16enne uccisa per un "no" al velo. Il regime rialza la testa grazie alla crisi internazionale. Gaia Cesare il 29 Ottobre 2023 su Il Giornale.

I capelli come un crimine. Da punire con le botte e seppellire con la morte, se si è avuto l'ardire di non coprirli. Armita è morta per questo a 16 anni, a Teheran, dopo 28 giorni di terapia intensiva. I capelli li aveva tagliati, corti all'occidentale, alle labbra aveva un piercing. Troppo audace per la Repubblica islamica dell'Iran, il regime che manda squadre di «poliziotti morali» a picchiare le ragazze se non indossano il velo, che le punisce fino a ucciderle. Armita Geravand è entrata senza hijab in metropolitana l'1 ottobre, per andare a scuola, con la sfacciataggine e voglia di ribellione dei suoi 16 anni. È stata trascinata incosciente, poco dopo, fuori dalla carrozza. «Nessun conflitto fisico o verbale», dicono le autorità. Eppure è finita in ospedale, in coma, e ieri è morta.

Era già successo a Mahsa Amini, un anno fa, deceduta a 22 anni dopo essere stata fermata dalla polizia morale di Teheran per una ciocca di capelli fuori posto. Il caso aveva dato vita alle più imponenti proteste contro il regime in molti decenni. Ora il copione si ripete. Fonti indipendenti riferiscono che dentro a quel vagone Armita è stata punita dalla «polizia morale» per il suo abbigliamento, perché non rispettava il codice imposto da un Paese in cui il diritto e la religione sono la stessa cosa, in cui la politica e l'islam radicale sono un tutt'uno.

Succede di nuovo, a un anno dal caso Mahsa. Con il solito carico di orrori, la madre arrestata, i parenti costretti a ripetere la versione del regime, è «stato un incidente», una caduta casuale. E con un nuovo carico di timori. Il mondo è sempre più preoccupato, e insieme anche distratto, dalla nuova guerra contro Israele provocata dai tagliagole islamisti di Hamas, foraggiati da Teheran. Il regime sta approfittando della crisi per rialzare la testa contro l'Occidente, aiutare economicamente e militarmente l'universo islamista, mentre continua feroce con la repressione degli oppositori all'interno.

Armita è morta e le autorità iraniane non vogliono concedere alla famiglia nemmeno la sepoltura a Kermanshah, ovest di Teheran, dove la ragazza era nata. Nessuna pietà per la ragazza e le volontà dei suoi cari, nemmeno da morta. È la linea di un Paese che considera gli Stati Uniti «il Grande Satana», che vuole la sparizione di Israele dalle mappe geografiche e foraggia i jihadisti anti-occidentali mentre aiuta sottobanco la Russia di Putin nella guerra all'Ucraina. I capelli scoperti di Armita erano una crimine. Perché la libertà è un crimine in Iran.

«Il sangue gocciola ancora dai foulard che ci avete sempre costretto a indossare nei film, nei bagni e in camera da letto», scrive l'attrice iraniana Taraneh Alidoosti, già finita agli arresti per una foto senza jihab e un cartello con slogan anti-regime «Donna, vita, libertà». Alidoosti resiste, dopo la stretta sul cinema del regime, che vuole bandire le attrici senza velo e minaccia i produttori di non concedere permessi se ingaggeranno artiste senza hijab. «Non indosserò mai quel pezzo di stoffa che ha ucciso le mie sorelle», è la promessa dell'attrice.

Armita resta in coma, e il regime iraniano arresta la madre. La donna voleva entrare nel reparto dell’ospedale di Teheran dove la figlia è ricoverata da domenica scorsa: secondo gli attivisti è stata picchiata dalla polizia morale perché non indossava il velo. Il Dubbio il 5 ottobre 2023

Voleva entrare nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Fajr di Teheran dove la figlia Armita è in coma da domenica scorsa. Ma la struttura, che appartiene all’esercito iraniano, è circondata da un impressionante cordone di polizia e di uomini della sicurezza che l’hanno fermata e messa immediatamente agli arresti.

Lo riferisce la ong per i diritti umani con sede in Norvegia Hengav, la stessa che aveva denunciato il brutale pestaggio della 16enne Armita Garavand da parte della polizia morale iraniana avvenuto lo scorso 1 ottobre. Era stata fermata in una stazione della metropolitana della capitale assieme a tre amiche perché non indossavano il velo islamico; la ragazza avrebbe protestato accesamente con gli agenti e per questo è stata spintonata a terra dove ha battuto la testa subendo un gravissimo trauma cranico.

«È stato un abbassamento di pressione», avevano detto le autorità, negando le violenze e mostrando un video in cui si vede Armita priva sensi sulla banchina del metrò mentre le amiche tentano di rianimarla. Ma l’alterco con la polizia è avvenuto all’interno di un vagone dove non ci sono telecamere a fornire testimonianza.

E aveva destato molto sospetto la docile reazione della famiglia che ha sposato la versione ufficiale parlando di «un malore». Secondo gli attivisti di Hengav gli agenti della polizia morale coinvolti nell’aggressione sarebbero irreperibili e negli scorsi giorni non si sono neanche presentati al lavoro.

Inoltre i familiari di Armita avrebbero subito pesanti minacce da parte del regime che gli ha imposto il silenzio nel timore che il caso possa risvegliare le proteste di piazza come era accaduto lo scorso anno con la curda Masha Amini, anche lei fermata perché non indossava il velo in modo corretto e poi morta in seguito alle percosse della polizia morale. «La storia si ripete, questa è la drammatica realtà che vivono le donne iraniane», ha commentato Sarah Raviani, avvocata iraniano-statunitense che ha npubblicato le immagini della giovane intubata nel suo letto di ospedale.

L’arresto della madre conferma che i parenti di Armita non sono affatto liberi di esprimersi e che le minacce sono dannatamente concrete, altro che propaganda dell’opposizione come sostengono gli ayatollah.

Il sito di opposizione IranWire racconta che anche gli amici i compagni di scuola e persino gli insegnanti della ragazza hanno subito intimidazioni da parte del regime: «Il direttore della sicurezza del ministero dell’Istruzione ha visitato la scuola di Armita Geravand e ha minacciato i suoi insegnanti. La condivisione di qualsiasi notizia o foto della giovane sui social media da parte dei suoi professori avrebbe comportato pesanti multe e la risoluzione immediata dei loro contratti, mentre per gli studenti c’è il divieto totale di condividere informazioni».

La vicenda, oltre a scuotere il mondo della dissidenza iraniana ha varcato i confini nazionali provocando reazioni e dichiarazioni indignate da parte di diversi esponenti politici occidentali, come ad esempio l’inviato speciale americano in Iran Abram Paley il quale si è detto «scioccato e indignato», o la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock che ha definito «insopportabile» l’aggressione della ragazza.

Sprezzante come di consueto la replica del regime sciita: «Invece di fare commenti interventisti e di parte e di esprimere una preoccupazione insincera per le donne e le ragazze iraniane, farebbero meglio a preoccuparsi del personale sanitario statunitense, tedesco e britannico, dei pazienti e di affrontare la loro situazione» ha tuonato il ministro degli Esteri iraniano Nasser Kanani in un post pubblicato su X (ex Twitter) in cui fa riferimento agli scioperi del personale medico attualmente in corso negli stati Uniti, in Germania e in Inghilterra.

La Cia rivela il nome del secondo agente della missione Argo in Iran. Storia di Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera sabato 16 settembre 2023.

Per la prima volta, la Cia ha rivelato l’identità di un secondo ufficiale che ha svolto un ruolo chiave in una missione di salvataggio in Iran nel 1980, proprio nel pieno della rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. L’operazione consisteva nel far uscire dal Paese sei diplomatici statunitensi travestiti da troupe cinematografica. Il gruppo era assistito da due agenti della Cia. La missione fu così rocambolesca che ispirò il film premio Oscar . uscito nel 2012 con protagonista Ben Affleck.

La storia è conosciuta. Con l’aiuto del Canada, i due ufficiali della CIA e i sei funzionari americani finsero di essere alla ricerca di luoghi in cui girare un film di fantascienza di nome Argo. E alla fine riuscirono a sfuggire ai servizi di sicurezza iraniani ed imbarcarsi per Zurigo. Finora si conosceva solo il nome di uno degli agenti, lo specialista in travestimenti e falsificazioni Tony Mendez, morto nel 2019, ma adesso la Cia ha svelato anche l’identità del secondo ufficiale. Si tratta di Ed Johnson, esperto in estrazioni segrete, conosciuto anche dalla moglie di Mendez, Jonna, anche lei agente segreta, che lo ha descritto alla come «linguista straordinariamente abile», esperto nella creazione di documenti falsi. «Sembrava essere perfettamente adatto al lavoro che stava svolgendo», ha raccontato.

La rivelazione è stata fatta lo scorso 14 settembre nell’episodio del podcast «Langley Files», in cui la Cia ha rivelato particolari inediti della missione, forniti proprio da Johnson. La parte più difficile dell’operazione, secondo quanto raccontato, è stata convincere i diplomatici che sarebbero riusciti ad ingannare gli iraniani e a passare per una troupe cinematografica. «Loro erano persone che non erano addestrate a mentire alle autorità» ha detto Johnson. L’agente segreto, che aveva una vasta esperienza del Medio Oriente, parla numerose lingue, tra cui l’arabo, ma non il farsi, l’idioma ufficiale in Iran. Tuttavia gli tornò utile il tedesco quando lui e Mendez si ritrovarono involontariamente, proprio di fronte all’ambasciata americana allora occupata, dove 52 cittadini statunitensi erano stati presi in ostaggio nel 1979 (saranno rilasciati solo nel 1981, dopo 444 giorni). Lì, una guardia iraniana di lingua tedesca aiutò le due spie a trovare un taxi per andare all’ambasciata canadese dove si erano rifugiati anche i sei diplomatici. «Devo ringraziare gli iraniani per essere stati il faro che ci ha portato nel posto giusto», ha detto Johnson nell’intervista alla Cia.

Nel film del 2012, la fuga del gruppo dall’Iran avviene sul filo del rasoio con le truppe iraniane che tentano di inseguire l’aereo. La realtà, ha ricordato Johnson, è stata molto meno movimentata, i diplomatici erano rilassati e «fiduciosi» durante le fasi finali della missione.

(ANSA sabato 16 settembre 2023) - Amjad Amini, il padre di Mahsa, morta esattamente un anno fa a Teheran dopo essere stata messa in custodia dalla polizia morale perché non portava il velo in modo corretto, è stato arrestato mentre lasciava la sua abitazione a Saqqez. Lo fanno sapere la ong 'Hengaw' e vari account di dissidenti iraniani sui social media. Nei giorni scorsi, con l'avvicinarsi dell'anniversario della morte della figlia e delle proteste antigovernative che esplosero subito dopo, l'uomo era stato messo sotto sorveglianza e gli era stato chiesto di non tenere cerimonie per commemorare Mahsa.

Estratto dell’articolo di Massimo Giannini per “La Stampa” sabato 16 settembre 2023.

È passato un anno, e quel 16 settembre 2022 ci è rimasto nella mente e nel cuore. Con il brutale assassinio di Mahsa Amini un'altra "primavera araba" è annegata nel sangue, versato da un regime islamico ottuso e criminale. Quando la Polizia Morale di un Paese che si finge "democratico" massacra una studentessa di 22 anni perché non indossa correttamente il velo, la Storia segna un punto di non ritorno. […] 

Migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi arrestati, torturati, uccisi, solo perché sognano, e gridano "Donna, vita, libertà". Per svegliare le nostre coscienze intorpidite, noi della Stampa lanciammo a gennaio una raccolta di firme, che in pochi giorni diventarono 100 mila, poi 200 mila, poi 300 mila, poi molte di più. 

Aderirono scrittori, intellettuali, artisti, e tanti tanti normali cittadini, indignati come noi di fronte all'orrore perpetrato dai "Guardiani della Rivoluzione", che in seguito alle proteste ormai diffuse in tutto il Paese avevano appena condannato a morte un'insegnante, Fahimeh, madre di due bambini, "colpevole" di non aver obbedito a un ordine durante una manifestazione.

Un'altra mostruosa, disumana follia degli Ayatollah, che nei mesi successivi si sarebbe ripetuta tante e tante volte. Per questo, in un sabato grigio di fine gennaio, manifestammo di fronte all'Ambasciata di Teheran a Roma, insieme alla comunità iraniana fuggita dalla mattanza. Nessuno ci aprì le porte né ci volle ascoltare, come immaginavamo. Ma noi lasciammo lo stesso, davanti alla sede diplomatica, gli scatoloni con le quasi 400 mila firme raccolte. Sparirono in fretta, forse bruciate in un forno, forse buttate in un cassonetto. Da allora quasi nulla è cambiato. La gioventù iraniana ha continuato a protestare e a morire, Ali Khamenei ha continuato ad arrestare e a impiccare. L'Occidente ha continuato a ignorare e rimuovere.

[…] Continuiamo a credere che i capi di Stato e di governo abbiano il dovere etico e politico di non lasciare sole le donne come Mahsa Amini, che continuano a combattere per i loro diritti, la loro dignità. […]

Un anno dopo la morte di Mahsa Amini, in Iran la protesta contro il velo è diventata quotidiana

Le manifestazioni delle prime settimane sono cessate, ma il cambiamento dei costumi e la ribellione a questa imposizione sono entrate nel sentimento comune e nella vita di tutti i giorni. Come dimostrano le immagini delle telecamere di sicurezza installate dal regime e raccolte dall'artista Gaia Light. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 15 settembre 2023  

Più di 500 persone sono morte. Quasi 20 mila sono state arrestate: a un anno dalla morte di Mahsa Amini, il 16 settembre 2022, che ha dato il via all'enorme ondata di proteste che ha scosso l’Iran, forse le più pericolose per la tenuta Governo dalla Rivoluzione islamica del 1979, il bilancio della repressione è triste. Ma controverso.  

Non c’è stato alcun cambiamento politico, la polizia morale è tornata a perseguire le donne che non rispettano il codice di abbigliamento, centinaia di nuove telecamere sono state installate lungo le strade delle città per scovare chi non indossa l’hijab. Oltre agli arresti e alle esecuzioni che sono cresciute del 75 per cento in un anno, le autorità iraniane hanno utilizzato altre misure coercitive per inibire i cittadini, fermare le manifestazioni. Per schiacciare il desiderio di libertà di un popolo costretto da anni a vivere una doppia vita, una privata e l’altra in società: intimidazione via sms, negazione dei dritti civili, chiusura delle attività commerciali che fanno entrare le donne senza il velo. 

Eppure il grido «donna, vita, libertà», non si è spento. Con la morte della 22enne curda arrestata a Tehran per aver indossato in modo improprio l’hijab, avvenuta mentre era in custodia della polizia morale, quello slogan è diventato un movimento che si è diffuso in tutto il mondo. E le proteste scoppiate il giorno del suo funerale si sono trasformate nel simbolo della lotta per la libertà del popolo iraniano. In piazza e su internet. Se da un lato a un anno dall’uccisione di Amini le grandi manifestazioni di piazza non ci sono più - e la repressione da parte del governo della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei aumenta di pari passo con gli arresti, i posti di blocco, il controllo - dall’altro la protesta ha permeato la società iraniana, si è fatta quotidiana. Con decine di azioni di disobbedienza civile che trasformano la realtà di tutti i giorni. Soprattutto grazie alla resistenza delle donne. «Non riesco a rimettere il velo dopo così tante vite perse. Le ragazze adolescenti ci hanno insegnato quanto sia ridicolo accettare i dettami di chi detiene il potere riguardo al nostro abbigliamento. Dire no alla sottomissione inizia con il rifiuto del velo», spiega una nota attrice che preferisce restare anonima, intervistata dal quotidiano francese Le Monde.

La repressione non è stata in grado di fermare il cambiamento culturale in atto: le donne cantano, ballano in pubblico. Bruciano il velo, non si arrendono. Sciolgono i capelli e camminano fiere lungo le strade, come si capisce anche dalle immagini scattate dall'artista Gaia Light che da un anno cattura la vita quotidiana nelle principali città iraniane, accedendo ai circuiti delle telecamere di videosorveglianza che il regime implementa per controllare la popolazione. «Iran Unveiled costruisce una riflessione sulla smania di controllo che caratterizza la contemporaneità per mostrare le falle e le ambiguità del sistema della sorveglianza di massa, rivelandone la debolezza. Evidenziando l’ipocrisia di un regime che vuole sorvegliare e finisce per essere sorvegliato», chiarisce Gaia Light.

Così un sistema pensato per opprimere diventa uno strumento utile nelle mani di chi lotta per abbatterlo. Mette sotto gli occhi di tutti la realtà di un Paese che cambia: migliaia di donne che ostinatamente resistono. E promuovono la trasformazione sociale giorno dopo giorno entrando a scuola, in un centro commerciale, in ufficio, camminando per strada senza velo. Con coraggio.

Mahsa uccisa un anno fa. Gli iraniani senza fede ma il regime è più forte dei sogni di democrazia. L'omicidio della ragazza ha spinto in piazza le folle, oggi solo il 15% crede negli ayatollah, ma Teheran ha stroncato il dissenso: 500 civili uccisi e migliaia di arresti. L'unica crepa: la successione di Khamenei. Gian Micalessin il 15 Settembre 2023 su Il Giornale. 

Cinquecento dimostranti - tra cui ben 71 minorenni - ammazzati come cani. Centinaia di loro compagni feriti, migliaia di arresti e almeno sette dissidenti mandati alla forca. Il tutto mentre sul terreno si raccoglievano i cadaveri di dozzine di esponenti delle forze di sicurezza. È il terribile bilancio dei mesi di rabbia ed esasperazione che hanno sconvolto l'Iran dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne curda ammazzata di botte lo scorso 16 settembre da una pattuglia della «Polizia della Morale». Un assassinio tanto brutale quanto inutile consumatosi durante il trasferimento in caserma della ragazza curda sorpresa senza velo dopo un controllo alle porte di Teheran. Inaspettatamente la morte di quella ragazza innocente, estranea alla politica e mai entrata in contatto con i movimenti di opposizione, spinge in piazza migliaia di dimostranti. E per tre mesi a Teheran e in molte altre città vivono un clima di aperta rivolta. Ad un anno di distanza, però, la rabbia e la voglia di libertà che innescarono quelle proteste sembrano riassorbite. Anche ieri notte, in alcuni quartieri di Teheran, i residenti hanno intonato slogan contro la Repubblica islamica, ma le parole d'ordine «Donna, vita, libertà» e «Morte al dittatore» che spingevano i dimostranti a sfidare morte e repressione appaiono cancellate. La vita resta improntata ai principi dell'Islam sciita. La libertà rimane un sogno. E ovunque regna nuovamente il tetro ordine della legge islamica.

Anche perché la «Polizia della Morale» - ritirata per qualche mese dalle strade - è tornata ad imporre velo e punizioni corporali alle donne. Il tutto mentre il «dittatore» - o meglio la Suprema Guida Alì Khamenei - resta nonostante acciacchi ed età saldamente al comando. Il sistema di potere garante della sua autorità e della sopravvivenza della Repubblica Islamica non è stato, infatti, minimamente scalfito dai moti di piazza. In tutto ciò affermare che rabbia, voglia di libertà e malcontento sono stati completamente cancellati sarebbe, però, un'esagerazione. Secondo un rilevamento su un campione di 158mila residenti in Iran effettuato da Gamaan, un istituto di ricerca basato in Olanda, solo il 15 per cento della popolazione crede ancora nella Repubblica Islamica fondata dall'ayatollah Ruhollah Khomeini. L'81% si dice deciso ad abolirla mentre un 4 per cento resta incerto e dubbioso. Fra quell'81% di potenziali oppositori il 28% sogna una repubblica presidenziale, il 12% la preferirebbe parlamentare e il 25 % invoca un ritorno allo monarchia dello Scià mitigata da riforme costituzionali.

Già le divisioni tra monarchici e repubblicani la dicono lunga sulla difficoltà di dar vita ad un movimento d'opposizione capace di raccogliere i mutevoli consensi della maggioranza silenziosa iraniana. Il tutto in un panorama politico e sociale dove non esistono leader pronti a guidare un'eventuale alternativa al «dittatore» e al suo potere. Anche perché quelli emersi in passato sono spesso reduci dello stesso movimento khomeinista. E in ogni caso a nessuno di loro è concessa libertà di pensiero o azione. L'esempio più rilevante è quello di Mehdi Karroubi. Il religioso, ex-compagno di lotta dell'ayatollah Khomeini trasformatosi nel 2009 in padre spirituale del cosiddetto «movimento verde», è da oltre 12 anni agli arresti domiciliari, ma si è sempre guardato dall'invocare la fine della Repubblica islamica. L'unico ad averlo fatto, proprio dopo gli scontri dello scorso autunno, è stato l'ex primo ministro Mir-Hossein Mousavi, il candidato che nel 2009 sfido il presidente Ahmadinejadi alle presidenziali e guidò con Karroubi la protesta verde. Una conversione di scarso valore pratico visto che pure lui è segregato in casa da oltre un decennio. All'assenza di leader riconosciuti dell'opposizione si contrappongono la sperimentata pervasività e la sinistra efficienza dell'apparato repressivo che da 44 anni garantisce la sopravvivenza del sistema. Al centro di quell'apparato restano i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione tempratesi nelle rivolte contro lo Scià e nella sanguinosa guerra con l'Iraq. I loro capi, seppur stagionati, garantiscono una fedeltà totale alla Suprema Guida e al regime. Fedeltà incarnata anche dai «basiji» le «forze di mobilitazione», articolazione del corpo dei Pasdaran, capaci mettere in campo 600mila volontari e qualche milione di riservisti. Una forza implacabile nel reprimere qualsiasi rivolta interna che - come già nel 2009 quando spazzò via il movimento verde di Karroubi e Moussavi - fa della spietata e incontrollata violenza l'elemento determinante per spegnere la protesta.

In tutto ciò l'ipotesi di un cambio di regime invocata da molti dimostranti resta un sogno lontano. E questo nonostante il peso delle sanzioni, il generalizzato malcontento popolare e le fallimentari politiche del presidente Ebrahim Raisi criticato persino dai conservatori per l'incapacità di tenere a freno inflazione e svalutazione. Anche l'ipotesi di un intervento esterno guidato da un' Israele preoccupata dalla corsa al nucleare di Teheran sta perdendo spessore. La sostanziale alleanza di Teheran con Mosca sul fronte dell'Ucraina, l'atteggiamento molto prudente di Gerusalemme nei confronti di una Russia con cui ha precisi accordi sul fronte siriano e i timori di un'inarrestabile allargamento del conflitto stanno spingendo Washington a riaprire le intese sul nucleare con Teheran. Insomma se vogliamo guardare ai fattori capaci di incrinare la monolitica saldezza dimostrata fin qui dalla Repubblica Islamica bisogna guardare ad un corto circuito capace d'innescare una lotta ai vertici. Su quel fronte il principale appuntamento riguarda la successione all'84enne Alì Khamenei. Una successione che già oggi divide i vertici del clero sciita preoccupati per la possibile scelta della Suprema Guida di lasciare il posto al figlio Mojtaba. Per molti ayatollah quel rampollo 54enne, promosso al ruolo di consigliere del padre dopo gli studi nelle scuole religiose di Qom resta inadeguato a ricoprire la carica di supremo interprete del pensiero politico e religioso. Ma a fronte delle contestate carenze dottrinali Mojtaba Khamenei vanta un solidissimo rapporto con i vertici dell'intelligence e dei Pasdaran. Dunque se la «dottrina» latita, la «forza» è saldamente con lui. E questo in Iran continua a fare la differenza.

Evita la pena capitale ma muore in carcere: la furia dei pasdaran contro l'attivista. Secondo Amnesty International, il 35enne Javad Rouhi sarebbe stato sottoposto in carcere ad abusi e torture di vario tipo, tra cui pestaggi, frustate ed elettroshock. Iran Human Rights chiede un'indagine delle Nazioni Unite. Massimo Balsamo l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

La furia dei pasdaran scuote l'Iran. È morto in carcere l'attivista Javad Rouhi, uno dei manifestanti arrestati nel corso delle proteste per l'assassinio della giovane Mahsa Amini. Il 35enne era stato condannato alla pena capitale per varie accuse relative alla sua partecipazione alle manifestazioni ma lo scorso maggio la Corte Suprema aveva annullato la condanna, chiedendo che il processo venisse svolto nuovamente. Secondo i funzionari iraniani, Rouhi sarebbe morto a causa di"cure ospedaliere inefficaci" dopo aver avuto una "crisi" in prigione, ma gli attivisti puntano il dito contro le autorità.

"Sfortunatamente, Javad Rouhi è morto nonostante l'intervento del personale medico ed è stata avviata un'indagine per accertare le cause della morte", quanto riferito nella giornata di giovedì da Mizan, sito di notizie della magistratura iraniana. Ma, in base a quanto riportato dalla Bbc, già un'ora prima dell'annuncio ufficiale diversi attivisti per i diritti umani avevano annunciato la morte di Rouhi sui social network, accusando le autorità giudiziarie e di sicurezza di"averlo ucciso".

Giudicato colpevole di aver guidato i rivoltosi, distrutto proprietà e apostasia - per aver bruciato un Corano durante una manifestazione - Rouhi aveva ricevuto tre condanne a morte da un tribunale di Nowshahr, una città nel nord dell'Iran. Come anticipato, la sentenza è stata annullata dalla Corte Suprema del Paese a maggio, deferendo il caso ad un altro tribunale per una nuova valutazione. Questo non avrebbe fermato i pasdaran: secondo quanto reso noto da Amnesty International, Rouhi non soffriva di alcun tipo di malattia prima della carcerazione e la sua morte non sarebbe dovuta a cause naturali. E soprattutto il 35enne"è stato sottoposto in carcere ad abusi e torture di vario tipo, tra cui pestaggi, frustate ed elettroshock": "Javad Rouhi ha riportato lesioni alla cuffia dei rotatori, incontinenza urinaria, complicazioni digestive, problemi di deambulazione e gli è stato negato l'accesso a cure sanitarie adeguate".

Il caso di Rouhi deve essere indagato in modo efficace e indipendente secondo la Ong, che ha chiesto inoltre che le autorità iraniane vengano perseguite in quanto "ragionevolmente sospettate di responsabilità penale per crimini previsti dal diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani". Sulla stessa lunghezza d'onda Iran Human Rights: l'organizzazione ha chiesto "alla Missione d'inchiesta delle Nazioni Unite (FFM) di indagare sulla sua morte". Il direttore Mahmood Amiry-Moghaddam ha dichiarato: "La morte di Javad Rouhi deve essere indagata come omicidio extragiudiziale in carcere dalla Missione d'inchiesta delle Nazioni Unite. Ali Khamenei insieme a tutti gli individui e le organizzazioni coinvolte nel suo arresto, nelle torture e nella detenzione sono responsabili della sua morte e devono essere chiamati a risponderne".

Estratto da repubblica.it giovedì 31 agosto 2023.

Squalificato a vita per aver stretto la mano a un avversario. È quello che è accaduto a Mustafa Rajaei, sollevatore di pesi iraniano, solo per essersi complimentato con Maksim Svirsky in un campionato mondiale Master in Polonia.  […] Svirsky è ebreo d’Israele, Paese non riconosciuto dall’Iran. Secondo: per la federazione iraniana aver visto le due bandiere vicine, una accanto all'altra, deve essere stato insopportabile. […] 

La Federazione sollevamento pesi iraniana non si è fermata all’atleta: ha sciolto il comitato per i sollevatori di pesi veterani e licenziato Hamid Salehinia, il capo della delegazione alla competizione in Polonia, colpevole di non aver vigilato a dovere. […]

“Sono scioccato” ha detto Svirsky. L’atleta israeliano ha confessato il suo stupore. “Non avrei mai immaginato che il mio incontro con l’iraniano sul podio avrebbe avuto conseguenze di così vasta portata. È semplicemente stupido. È un peccato che la politica venga trasportata nello sport: non avrei dovuto salire sul podio e stringergli la mano? Ho stretto la mano al vincitore austriaco e anche a Rajaei, che è arrivato secondo”.

Il regime iraniano spegne la voce del cantante rap Toomaj Salehi. L’artista 33enne condannato a sei anni e mezzo per “corruzione in terra”. Nei testi delle sue canzoni le aspre critiche al potere degli ayatollah. Alessandro Fioroni su Il Dubbio l'11 luglio 2023

«Tutto il tuo passato è oscuro ... Quarantaquattro anni del tuo governo, questo è l'anno del fallimento». Così cantava e per questi versi è ricordato e amato da tanti giovani iraniani il rapper Toomaj Salehi.

La sua voce è stata spenta con la forza dalle autorità quando è stato incarcerato il 30 ottobre dello scorso anno per aver partecipato alle massicce proteste di piazza esplose all'indomani della morte di Msha Amini, la ragazza curda morta nelle mani della polizia morale.

Lunedì scorso il rapper 33enne si è visto infliggere una condanna a sei anni e tre mesi di prigione. Le accuse formulate dalla magistratura controllata dagli ayatollah sono quelle che hanno già portato in carcere migliaia di ragazzi e ragazze per la loro opposizione al potere della teocrazia islamica: diffusione di corruzione sulla Terra, aver violato le leggi della Sharia.

E poi cooperazione con stati ostili contro la Repubblica islamica, propaganda contro il sistema, formazione di gruppi illegali per minare la sicurezza, diffusione di menzogne per fomentare l’opinione pubblica attraverso i social network e incoraggiamento verso altre persone a mettere in atto azioni violente.

Un castello accusatorio tale da far rischiare a Toomaj la pena di morte. Il regime infatti ha usato le esecuzioni come deterrente per intimorire la protesta e nelle mani del boia sono finite almeno sette persone accusate anch'esse di aver attaccato le forze di sicurezza.

In molti casi le pene sono state comminate nel corso di processi farsa celebrati in tribunali segreti dove agli imputati è stato negato il diritto di difendersi e di avere un'assistenza legale.

La condanna di Toomaj Salehi rientra nella repressione totale contro chiunque esprima le sue critiche in qualsiasi maniera; l'inquisizione del regime islamico (il ministero della Cultura e della Guida islamica), ha caratteri medievali ma ai censori non sfugge che la pervasività dei versi uniti alla diffusione che corre sui social rappresentano un pericolo soprattutto per l attenzione suscitata nei giovani. Diversi rapper sono stati arrestati negli ultimi anni, mentre altri hanno scelto di vivere in esilio. Come nel caso di colui che è considerato il capostipite della cultura hip hop in Iran, il celebre Hichkas, anche lui fuggito all'estero.

Non a caso Salehi era da tempo nel mirino delle autorità per i suoi testi, nelle sue parole la rabbia per la corruzione, la repressione e ingiustizia in Iran. Già nel 2o21 era stato arrestato e rilasciato dopo pochi giorni su cauzione: al contrario di questa volta, a liberarlo fu una vasta campagna partita dalla società civile. Toomaj non ha mai nascosto di sentire a rischio la propria libertà fin dall'inizio delle proteste, per questo aveva deciso di nascondersi, ma non di lasciare l'Iran.

Infatti venne tratto in arresto nella provincia di Chaharmahal Bakhtiari, la sua sorte era stata immediatamente resa nota grazie a suo zio Iqbal Iqbali il quale aveva fatto sapere che Salehi era stato condotto in un primo momento alla prigione Dastgerd a Isfahan. A quel punto le autorità avevano fatto circolare sui media ufficiali, una foto a scopo propagandistico nella quale si vedeva il rapper bendato e in stato di detenzione mentre veniva caricato su un'autovettura.

Trasferito nel famigerato penitenziario di Evin a Teheran Toomaj era finito nel buco nero della mancanza di notizie, una tecnica gia ben serimentata nei confronti di altri oppositori politici.

Il rapper era ricomparso dopo qualche tempo in un video nel quale confessava le sue presunte colpe in maniera del tutto strumentale.

Nelle immagini diceva di pentirsi e di scusarsi con il popolo iraniano per aver sbagliato. Subito inizio un altra campagna in Farsi, la lingua parlata da 77 milioni di persone in Medio Oriente, per non condividere il filmato.

Iran, polizia "morale" in strada per fermare le donne senza velo. In Iran ristabiliti i pattugliamenti per sanzionare le donne che, sempre più numerose, non portano il velo islamico nei luoghi pubblici. Orlando Sacchelli

il 16 Luglio 2023 su Il Giornale.

Non è cambiato nulla in Iran, nonostante mesi e mesi di proteste. La polizia torna a pattugliare le strade per individuare e punire le donne che non indossano l’hijab. La notizia, comunicata dalla tv di Stato, è stata data dal portavoce della polizia, Saeed Montazermahdi. Queste particolari pattuglie, istituite dopo la Rivoluzione islamica di Khomeyni del 1979, erano scomparse dalle strade dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre la giovane 22enne era tenuta in custodia dalla polizia dopo il suo arresto avvenuto nel settembre 2022. Quella morte aveva scatenato proteste enormi in Iran, attirando l'attenzione dei media di tutto il mondo. Ma la morsa del regime è tornata a stringersi sulla popolazione. "Coloro che non rispettano le regole saranno perseguiti dalla magistratura", ha tenuto a precisare Montazermahdi.

Le manifestazioni di protesta contro il regime di Teheran si sono via via ridotte, col passare dei mesi, ma non per il venir meno del desiderio di lottare da parte degli iraniani. La durissima repressione ha stremato la popolazione: si parla di quasi ventimila persone sbattute in carcere, senza troppi giri di parole e figuriamoci quali diritti di difesa, per non dire degli oltre cinquecento manifestanti morti in piazza. Una vera e propria carneficina. Nonostante questo fiume di sangue molte donne hanno continuato a protestare, in silenzio, camminando per strada senza velo sulla testa. Una sfida insopportabile per il regime, che ora si vendica rimettendo indietro le lancette della storia.

Un'attrice, Azadeh Samadi, ha subito l'oscuramento dai social network. Il motivo? Si era presentata al funerale di un regista con in testa un cappellino da baseball (quindi, a ben vedere, con il capo coperto, anche se non dal velo). Arrestata, insieme alla collega Leila Bloukat, la donna in tribunale è stata definita "affetta da disturbo di personalità anti-sociale".

E pensare che lo scorso dicembre, nel pieno delle proteste, era circolata la notizia secondo cui la "Polizia morale" sarebbe stata presto abolita. Invece, in piena estate, torna a funzionare come e più di prima.

Grido di libertà. Care femministe, non dimenticatevi della protesta in Iran. Golshifteh Farahani su L'Inkiesta l'11 Maggio 2023

Le iraniane stanno combattendo per loro stesse, ma anche per tutte le altre donne. e hanno bisogno di molte più voci che si alzino in loro sostegno. rimanere silenziosi è essere complici

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

Care femministe di tutto il mondo io sono un’attrice e artista iraniana. Vivo in esilio dal 2008 e cioè da quando ho recitato nel film Nessuna verità di Ridley Scott e le autorità iraniane mi hanno accusato di lavorare per la Cia. Scrivo a nome delle impavide ragazze e degli uomini che si stanno sollevando contro l’oppressione e la disuguaglianza in Iran. Da esiliata non ho l’autorevolezza per rappresentare queste rivolte coraggiose. Sto solo cercando di fare da cassa di risonanza dei sentimenti delle mie sorelle e dei miei fratelli per aiutare il mondo intero a comprendere che cosa sta succedendo. Voglio tradurre una lingua straniera – e non solo le parole ma il loro vero significato. Il fatto chi io sia stata in Iran fino a quando ho avuto venticinque anni e che poi abbia vissuto in esilio per i successivi quattordici, mi rende una sorta di ponte tra due culture molto diverse che hanno però più cose in comune di quanti molti in Occidente possano pensare. E questo è particolarmente vero per la Generazione X, il gruppo di giovani che sono nati tra il 1997 e il 2012 e che sono la forza trainante dell’attuale rivoluzione.

Lasciatemi iniziare dicendo che capisco che ci sia voluto tanto tempo perché molti in Occidente si accorgessero della rivoluzione storica che si sta svolgendo nel mio Paese. La mia casa, l’Iran, si trova in una delle zone del mondo più difficili da capire. Giusto e sbagliato spesso trascolorano confondendosi e il mio popolo vive una grave sofferenza. Benché l’Iran sia, per molti versi, la culla della moderna civiltà umana, il suo tessuto politico, culturale, sociale e religioso è il più complesso che si possa immaginare. E in Iran, forse più di quanto non accada in qualunque altro luogo del mondo, le contraddizioni attraversano in profondità le classi sociali, i gruppi di età e persino le stesse famiglie.

Le contraddizioni e la confusione che si trovano nella politica e nella cultura del Medio Oriente non sono altro che un riflesso ingigantito delle contraddizioni e della confusione che dominano ovunque il dibattito per quanto riguarda alcuni importanti temi globali. Invece che di cose giuste e cose sbagliate e di un bianco-e-nero facile da comprendere, il mondo sembra fatto di un infinito spettro di sfumature di grigio – o dei colori di un arcobaleno, come personalmente preferisco pensare. E allora perché questa rivolta è diversa? Perché questa volta non ci sono sfumature di grigio. Quello che la Generazione Z iraniana vuole è molto semplice: la libertà. Libertà di scelta. Libertà per le donne iraniane di comportarsi, di vestirsi, di comportarsi, di camminare e di parlare come vogliono e cioè come fanno gli uomini.

Non c’è il coinvolgimento di una qualche precisa ideologia né di alcun movimento politico formale, di sinistra o di destra. La semplicità della richiesta di libertà è ciò che la rende così potente. Non ci sono due punti di vista diversi. Non c’è nessuna discussione complessa. Non c’è spazio per la confusione. Credo che questa sia la ragione per la quale precedenti rivolte, soppresse con ancor maggiore violenza e brutalità, non hanno avuto successo e non hanno suscitato la stessa attenzione nel resto del mondo. Dal momento che ci sono molte opinioni infondate sulla parte del mondo da cui provengo, scommetto che sia difficile credere che essa possa diventare anche una fonte di ispirazione. Siamo abituati a sentire di terroristi che si fanno saltare per aria. Abbiamo letto delle pratiche medievali dello Stato islamico e dei talebani.

Abbiamo visto reportage in televisione che mostravano donne coperte dalla testa ai piedi, alle quali non era consentito andare in bicicletta o guidare automobili. Quello che in Occidente non vedete è che la nostra Generazione Z è molto simile alla vostra: i ragazzi che ne fanno parte postano video su TikTok, seguono i loro idoli su Instagram e amano cantare, ballare ed essere felici. Cercano un significato spirituale in un mondo che li confonde. E ora ne hanno abbastanza di vivere questa doppia vita – una vita in cui fanno esperienza della libertà soltanto nel mondo virtuale o dietro porte chiuse e in cui le ragazze sono costrette a coprire i loro capelli in pubblico come se vivessero nel Medioevo.

Fin dall’inizio di questa rivoluzione mi sono domandata perché molte importanti femministe occidentali che difendono i diritti delle donne siano rimaste silenziose, come se facessero fatica a esprimere pubblicamente il loro supporto per la nostra rivoluzione. Avendo vissuto in Occidente per così tanto tempo, capisco bene quanto debba essere difficile per queste femministe comprendere la profondità e l’importanza storica di ciò che sta avvenendo in Iran.

Vorrei dare il benvenuto a un vostro cambio di atteggiamento. E mi sento costretta a dirvi che nei primi giorni della loro durissima lotta le mie sorelle si sono sentite abbandonate dalle grandi femministe occidentali. Il silenzio da parte di quelle donne potenti è stato per loro incomprensibile. Si sono domandate come mai degli uomini come Trevor Noah, Justin Bieber o Chris Martin e i componenti dei Coldplay avessero subito manifestato ad alta voce il loro supporto e invece non troppe donne famose avessero fatto altrettanto. Com’e possibile che delle ragazze in Iran – e tra esse la sedicenne Nika Shakarami e la ventiduenne Mahsa Amini – siano state assassinate brutalmente e che molte donne americane, che sono state in prima fila nei più importanti movimenti femministi, siano rimaste in silenzio?

Ciò che sta avvenendo in Iran è una lotta per la libertà e l’uguaglianza. Non è una lotta contro l’hijab o contro gli uomini. È una lotta contro l’ignoranza. E questo è il motivo per il quale è condotta dagli uomini altrettanto che dalle donne. Per molti versi, le mie sorelle stanno combattendo la loro battaglia anche per tutte le altre donne – per i loro diritti e per l’uguaglianza. L’unica differenza è che loro rischiano ogni giorno le loro vite. E potete stare certi che le ripercussioni di questo movimento non si fermeranno ai confini dell’Iran, ma influenzeranno l’intera regione, dando speranza ad altre donne che non possono neppure sognarsi di alzare la loro voce contro tutti i diversi tipi di oppressione con i quali devono misurarsi ogni giorno della loro vita. Ma senza di voi questo movimento andrà in pezzi.

Non abbiamo bisogno di un intervento militare. E molti in Medio Oriente guardano con sospetto persino gli interventi politici. Il ricordo del coinvolgimento degli stranieri nel golpe del 1953 contro il primo ministro iraniano Muhammad Mossadeq è profondamente radicato nella psicologia degli iraniani. Un movimento come questo ha bisogno che si alzino voci in suo sostegno. Rimanere silenziosi è essere complici. Per come la vedo io, se ignorate le donne iraniane e la loro rivolta coraggiosa significa che state voltando la schiena a secoli di lotta delle donne per la libertà e l’uguaglianza.

Quelle donne sottoterra. Mazar-i-Sharif, viaggio nelle aziende segrete dell’Afghanistan. FRANCESCA BORRI su La Gazzetta del Mezzogiorno il  29 marzo 2023.

Dietro il secondo cancello in ferro, non c’è che una scala stretta e ripida, e un po’ scalcinata. E da giù, arriva un suono metallico come di acqua che gocciola. Come di tubi. Ma non sono tubi. Sono Singer. Scosti una tenda rossa: e trovi sei sarte. Trovi una delle aziende segrete dell’Afghanistan.

Quando i talebani sono tornati al potere, Najma Abeel ha chiuso il suo atelier nel centro di Mazar-i-Sharif, e si è trasferita qui: nello scantinato di un anonimo condominio di periferia. Ha iniziato dieci anni fa, con cento dollari, e oggi ha sedici dipendenti. E i suoi abiti sofisticati sono ancora molto richiesti. «Invece che nel mio atelier, e a Kabul, vendo online. Vendo su Instagram. Ma non è la stessa cosa. Non è così facile», dice. Stare sul web implica competenze di marketing che non ha. E tempo, risorse. Ha perso metà del fatturato. «Si parla tanto delle afghane, di solidarietà, ma poi, in concreto, l’unico aiuto è un visto Schengen per andare via. E che aiuto è? Qui mi sono creata un mio spazio. Cosa farei, in Europa? Abiti afghani che nessuno vorrebbe?», dice. «Verrò: ma da stilista. Non da rifugiata».

Mazar-i-Sharif ha l’aria di sempre. Il suo nome significa «Santuario dell’Illustre», più o meno, perché la sua Moschea Blu si dice sia la tomba di Ali, il fondatore dell’Islam sciita: ed è un via vai di pellegrini, tutto il giorno. Tutti i giorni. Solo dopo un po’ noti che per strada, sono tutti uomini. Ma le afghane non sono a casa: sono sottoterra. Negli scantinati, nei sottoscala. In fondo ai cortili, nel retro di un ufficio. Dietro doppie, triple porte. Finte pareti. Islamic Relief, una ONG inglese, ha finanziato 400 imprenditrici con mille dollari l’una. Abbastanza per ricomprare stoffe, telai, concimi, per riadattare uno spiazzo di erba a orto, un magazzino a oreficeria: e ripartire - invece che partire.

Ma in realtà, non è solo questione di talebani. «A leggere la stampa internazionale, il problema qui è il burqa. Ma onestamente, ho l’hijab e basta. Come prima. Come tutte. E se sei in jeans, non è che ti fermano. Il mio primo problema sono le sanzioni», dice Mahbouba Zamani, figlia, nipote e pronipote di tessitori di tappeti. Si è specializzata in Iran, e ha clienti in mezzo mondo. «Ora che tutta l’attenzione è per l’Ucraina, nessuno neppure sa delle sanzioni. Ma il sistema bancario è bloccato. E per me che esporto tutto, è un disastro». Ha traslocato in un seminterrato: ma i suoi sono tappeti da centinaia di dollari al metro quadro. La lana viene colorata con estratti di foglie e fiori, come una volta, per avere tonalità uniche. Per tappeti così, ci vogliono mesi di lavoro. E anni di esperienza. «Pensate all’Afghanistan: e pensate al microcredito per quelli che vendono sciarpe e ciondoli ai diplomatici in visita. Ma le aziende che generano sviluppo e ricchezza sono queste. Aziende vere», dice. «E invece, ora perdo tutto il mio tempo a ingegnarmi per bypassare le sanzioni».

Come Nazia Hidari, un’altra che ha cominciato con cento dollari: e ricominciato con Islamic Relief. Ha sessanta dipendenti. E un socio in Canada. Le sue stoffe sono destinate in larga parte al mercato estero. «L’altro problema, è ovvio, è questo obbligo ora di viaggiare con un mahram. Con un uomo. Soprattutto per il mercato interno: perché è un obbligo oltre i 70 chilometri, e quindi mi è complicato incontrare i clienti, mostrare i campionari. Ma con il sistema bancario bloccato, mi è tutto complicato anche a meno di 70 chilometri», dice. Tra l’altro, dice, alla fine usi il contante, usi l’hawala. O anche il baratto. Cioè, alla fine, bypassi le barriere: ma attraverso mille intermediari che ti erodono il guadagno. «E il danno è per tutti. Per noi, ma anche per la comunità internazionale. Perché le sanzioni o sono rigorose o sono inefficaci», dice. «Non ha senso».

In effetti, non solo le sanzioni non sono a tenuta stagna. Ma arrivano anche aiuti: per il 2023, l’ONU ha chiesto 4,6 miliardi di dollari. La cifra più alta mai chiesta per un Paese. In teoria, anche questo progetto di Islamic Relief non dovrebbe esistere. Perché è consentito solo l’aiuto umanitario, cibo, coperte, medicine, cose così: non l’aiuto allo sviluppo. Per non consolidare i talebani. Ma è quello che è più utile: e esiste. E a spiegarmi tutto è un’economista che si chiama Fereshta Yusufi. Ma le afghane non dovrebbero stare a casa? I talebani hanno vietato alle ONG di avere staff femminile, tranne che per progetti di istruzione e salute. E allora? «Vengo in ufficio comunque».

Mazar-i-Sharif è contraddittoria. Come tutto l’Afghanistan. Con i suoi 500mila abitanti, è una delle cinque maggiori città. La sua università è aperta solo agli studenti, ora, e così i parchi, aperti solo agli uomini. E le palestre. Ma se il bowling, che era il ritrovo per le serate tra amiche, è chiuso, e così molti dei caffè frequentati da musicisti, artisti, scrittori, attivisti, una palestra ha già riaperto alle sue iscritte, e anche alcune scuole, il Rabia Balkhi, una sorta di centro commerciale tutto al femminile, ha ancora le serrande alzate, e in periferia, alcune girano tranquille in bici. Molte sono in nero fino alle caviglie. Altre no. Con i mille dollari di Islamic Relief, Laila Alizada, un’altra che ha cominciato con cento dollari, e oggi tra i suoi dipendenti ha tutti i maschi di famiglia, ha cambiato il sistema di irrigazione delle serre in cui coltiva verdure. Più visibile di così.

Un conto sono scuole e università, su cui i decreti dei talebani sono chiari: un conto è tutto il resto. «Ma perché le nuove norme non si capisce mai se sono obblighi o raccomandazioni», dice Najiba Mateen, che ha trasformato in cucina il ripostiglio di un’agenzia di assicurazioni, e dietro un pannello di plexiglass, gestisce uno dei take away più rinomati, con nove cuoche e un menù lungo quattro pagine. Solo che a differenza di un normale take away, invece dei controlli dei NAS ha quelli della Polizia del Vizio e della Virtù. «I talebani un giorno sono venuti, e mi hanno detto di chiudere. Ma tecnicamente, non hanno mai proibito alle afghane di lavorare. Hanno detto di stare a casa, se non strettamente necessario. E se non lavoro, come campo? E quindi ho risposto che per me campare è strettamente necessario». E come è andata? dico. «Sono tra i miei migliori clienti».

Sono tra i migliori clienti anche di Bibi Munira, che nel suo nuovo pastificio all’interno di un parcheggio ha affisso tanto di insegna. «Spostarmi qui è stato un passo avanti. Non indietro. Prima, ognuna lavorava a casa propria. Perché ora è facile dimenticarlo: ma in Afghanistan si sparava a ogni angolo», dice. E in effetti, colpisce: molti girano con Google Maps, qui. Come se non fossero mai stati dove sono nati. «La verità è che con gli americani, larga parte del Paese ha avuto solo guerra e miseria. Ed è da lì che arrivano i talebani. Non hanno mai avuto niente. Non hanno mai avuto una vita. Si abitueranno: è solo questione di tempo», dice. Di tempo e prospettiva. «Possiamo vederla come uomini e donne, talebani e non talebani: ma anche come madri e figli. Padri e figlie. Fratelli e sorelle. E parlarci». Anche perché prova a parlare con l’ONU. Se sei un afghano comune. Prova, dice. «Con i talebani, non è facile: ma la porta è aperta. All’ONU stanno barricati dietro muri alti sei metri».

Secondo me, molti dei divieti sono più tattica che ideologia, dice - dicendo quello che ti dicono tanti, qui. E tante. Perché al mondo non interessa altro, dice. Solo le donne. E quindi, per i talebani non c’è altra leva contro le sanzioni. Che sono la priorità assoluta, dice: perché il 97% degli afghani ora è alla fame. E il primo dei diritti, è il diritto a restare vivi. «Poi, certo che voglio le scuole aperte. Come tutti. Non siamo pedine. Non siamo una carta da poker», dice. «Ma questo vale per entrambi», dice. «Anche per voi».

Minorenni torturati e violentati dalla polizia degli ayatollah. Dozzine di terrificanti testimonianze nell’ultimo rapporto di “Human Right Watch”. Le forze di sicurezza hanno infranto la stessa legge iraniana sulla protezione dei minori. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 25 aprile 2023

A una ragazzina di 16 anni hanno dato fuoco ai vestiti, spingendola contro un fornello acceso, poi l’hanno picchiata con un manganello sui fianchi e sul collo e infine frustata a sangue durante l’interrogatorio in una caserma di Teheran.

Un altro ragazzino, sempre di 16 anni, è stato violentato nell’ano con un oggetto appuntito e poi colpito in ogni parte del corpo fino ad avere le costole fratturate. C’è poi la storia di altri due minori, torturati per ottenere informazioni sulla loro famiglia o di quel 17enne che ha tentato due volte di togliersi la vita dopo essere stato sottoposto a elettrochoc. Nella città di Zahedan ancora un 17enne è stato seviziato con scariche elettriche e bastonato sotto la pianta dei piedi al punto di non poter più camminare. È rimasto in una cella per settimane completamente bendato e privo di cure mediche, poi lo hanno costretto a confessare un reato che non aveva commesso: incendio doloso. Non ci sono soltanto le violenze fisiche, anzi, il terrore più grande è quando gli agenti minacciano di arrestate e uccidere i familiari dei ragazzi, intimidazioni ripetute 10, 20, 30 volte, con sadismo per far li crollare definitivamente ed estorcere confessioni.

Sono solo alcune cartoline della repressione in corso in Iran, testimonianze dirette della ferocia con cui il regime sta soffocando il dissenso raccolte a dozzine nell’ultimo rapporto di Human Right Watch.

Chi si stia chiedendo che fine abbia mai fatto il movimento di donne e giovanissimi che questo inverno ha scosso le fondamenta della repubblica sciita contestando nelle piazze di tutto il paese un sistema potere liberticida e sclerotizzato, troverà risposta in queste righe: «Le forze di sicurezza iraniane che reprimono le proteste diffuse hanno illegalmente ucciso, torturato, aggredito sessualmente e persino fatto sparire minorenni, molti arrestati senza avvisare le loro famiglie, a volte per settimane. Agli studenti rilasciati dalla detenzione è stato poi impedito di tornare a scuola mentre le autorità hanno interrotto l'assistenza sociale , costringendoli a lavorare», si legge nel rapporto della Ong statunitense. Peraltro le vittime di abusi anche se non hanno subito condanne rischiano danni psicologici di lunga durata come sottolinea il direttore di Human Right Watch Bill Van Esveld.

In questo cono d’ombra va da sé che il diritto alla difesa e all’assistenza legale è il primo a saltare in aria: «Le autorità iraniane hanno anche arrestato, interrogato e perseguito i minori in violazione delle garanzie legali, e i giudici hanno vietato alle famiglie dei bambini di assumere avvocati di loro scelta per difenderli, hanno condannato i bambini con accuse vaghe e li hanno processati al di fuori dei tribunali per i minorenni che hanno l'unico giurisdizione sui casi dei minori».

Già, perché gli interrogatori e le brutali sevizie compiute dalla polizia politica sono illegali per la stesse legge iraniana secondo la quale chi ha meno di 18 anni può essere interrogato soltanto da pubblici ministeri specializzati e processato unicamente davanti ai tribunali per i minorenni.

E invece il capo della magistratura iraniana, l’ultraconservatore Gholamhossein Mohseni Ejei ha nominato un giudice religioso già togato al Tribunale rivoluzionario, come responsabile della giustizia minorile che ha autorizzato tutte queste violazioni. Come spiega Human Right Watch che ha intervistato un avvocato dell’ordine di Teheran «almeno 28 minorenni sono stati di corruzione in terra e inimicizia contro Dio», reati alquanto vaghi ma che portano a punizioni severissime come la pena di morte o l’amputazione della mano destra o del piede sinistro.

Estratto dell’articolo di Greta Privitera per corriere.it il 10 aprile 2023.

Farah è appena tornata da Teheran. Racconta che il colpo d’occhio delle ragazze senza velo è impressionante: «Non lo porta quasi nessuna». Nelle altre città iraniane non è così evidente come nella capitale, ma dall’uccisione di Mahsa Amini, il capo scoperto di una donna, i capelli sulle spalle, gli orecchini in vista non sono più rare apparizioni.

 […] Farah racconta che le ragazze sotto i 30 anni lasciano il velo a casa — «non avete idea di quanto coraggiosa sia questa scelta», dice — quelle un po’ più grandi tendono a tenerlo abbassato sulle spalle. Ma il simbolo dei simboli della dittatura, dell’apartheid di genere, fondamenta principale della repubblica islamica, è caduto.

[…] Per questo che le autorità, incapaci di arginare il cambiamento culturale in atto, le provano tutte. L’ultimo tentativo di controllare la vita, il corpo e le scelte delle donne arriva con l’uso del le telecamere nei luoghi pubblici per identificare quelle che violano la legge sull’hijab.

 «In una misura innovativa e al fine di prevenire tensioni e conflitti nell’attuazione della legge sul velo, la polizia iraniana utilizzerà telecamere intelligenti nei luoghi pubblici per identificare le persone che infrangono le norme», ha affermato l’agenzia di stampa Tasnim, citando la polizia. Funziona così: le donne con il capo scoperto vengono riprese, identificate e poi ricevono un messaggio di avvertimento con l’ora e il luogo dell’avvistamento.

[…] Se l’avvertimento non dovesse essere ascoltato, la donna «criminale» subirà un processo. Qualche giorno fa, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei ha dichiarato: «Non portare il velo equivale a un’espressione di inimicizia verso i nostri valori. Coloro che commetteranno atti così anomali saranno puniti e perseguiti senza pietà». A rafforzare le posizioni della magistratura sono arrivate le parole del presidente Raisi: «Se alcune persone dicono di non credere (nell’hijab) è bene usare la persuasione. Ma il punto importante è che c ’è un obbligo legale e l’hijab oggi è una questione legale».

[…] L’Iran oggi è manifestazioni di piazza e muri che gridano «Morte a Khamenei». Veli scomparsi, ragazze che ballano su TikTok e notti che parlano. «La notte di Teheran è straordinaria . Dai balconi, come fossero bocche del popolo, dopo cena, arrivano slogan contro il regime, si alzano gioiosi inni per la libertà. Succede sempre, per ore: è incredibile», racconta Farah.

Iran, mesi di lotte inutili. Resta l'obbligo del velo: "Nessuna tolleranza". Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 31 marzo 2023.

Nessun passo indietro da parte del regime iraniano. In una nota ufficiale il ministero dell'Interno di Teheran ribadisce che l'hijab obbligatorio per le donne è «uno dei fondamenti della civiltà della nazione iraniana» e «uno dei principi pratici della Repubblica islamica», «non c'è stato e non ci sarà alcun ritiro o tolleranza nei principi e nelle regole religiose e nei valori tradizionali». E ancora: «L'hijab e la castità dovrebbero essere tutelate per rafforzare le fondamenta della famiglia».

Intanto proseguono nel Paese le chiusure di centri e negozi per il mancato rispetto dell'obbligo di dipendenti e clienti. È bene ricordare però che il velo non ha mai avuto una valenza esclusivamente religiosa. È pure un simbolo politico, in passato contro il regime degli scià che voleva imporre un codice di abbigliamento più moderno e occidentale. Dalla rivolta contro il velo è scaturita una feroce repressione che continua ancora oggi. Da anni l'Iran considera Israele suo nemico giurato e insieme agli Stati Uniti, male assoluto. Ora il tribunale di Urmia, nel nord ovest dell'Iran, ha condannato a morte cinque persone accusate di attività di spionaggio a favore dello Stato ebraico, e ad altri cinque è stata inflitta una pena di 10 anni di reclusione per accuse analoghe. I fatti risalirebbero a prima della protesta antigovernativa scoppiata a settembre per la morte di Mahsa Amini. A darne notizia è Hengaw, la Ong con sede in Norvegia che si occupa delle violazioni sui diritti umani dei curdi in Iran. Secondo la Ong, i condannati hanno subito tra il 2021 e il 2022 torture in carcere e sono stati tenuti in regime di isolamento. Alcuni di loro hanno protestato anche con uno sciopero della fame.

Continuano pure ad arrivare le storie dei manifestanti colpiti agli occhi da proiettili pellet, considerati non letali. Sui social è diventata virale la storia di Zaniar Tondro, ferito a un occhio che in seguito ha perso. Il giovane, che ha compiuto 18 anni il 26 marzo scorso, è stato costretto a lasciare l'Iran per motivi di sicurezza. Con il padre, ha cercato di raggiungere l'Europa con una piccola imbarcazione che però è stata rintracciata dalla polizia greca e consegnata alle autorità turche. Ora si trova in un campo profughi nella provincia di Mughla. C'è poi il caso della 26enne Elaeh Tavaklian, madre di due figli piccoli, colpita anche lei da un pellet all'occhio destro durante una manifestazione il 28 marzo. Dopo giorni è arrivata in Italia ed è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla testa a Milano, dove le è stato estratto il proiettile e ora grazie a una campagna di crowdfunding si trasferirà a Roma dove dovrebbe inserire al posto dell'occhio una protesi.

Elaeh è diventata uno dei simboli della lotta al regime. Ha «nascosto» la sua ferita all'occhio con un piccolo cuore bianco, un'immagine che ha fatto il giro del mondo. «Avrei potuto perdere l'occhio destro, e quindi un dono di bellezza a cui tenevo tantissimo, per un incidente. Sarebbe stata una privazione inutile, mentre questo sacrificio ha fatto sì che io diventassi la voce di moltissime persone del mio Paese che stanno perdendo tanto: la vita, la bellezza», ha spiegato l'attivista. Centinaia di iraniani hanno subito gravi ferite agli occhi dopo essere stati colpiti da pallottole, lacrimogeni, proiettili di gomma o altri proiettili usati dalle forze di sicurezza durante la sanguinosa repressione. Ad oggi, sarebbero almeno 580 i manifestanti che hanno perso uno o entrambi gli occhi solo a Teheran e nel Kurdistan. Ma i numeri reali in tutto il Paese potrebbero essere molto più alti.

Donna, vita, libertà. Chi sono i sei leader del nuovo Iran democratico e senza ayatollah. Pegah Moshir Pour su L’Inkiesta il 30 Marzo 2023

I dissidenti che lottano per rovesciare la dittatura sciita hanno presentato a Georgetown una Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà con lo scopo di compattare le opposizioni e far cadere il regime

AP/Lapresse

Sei persone, sei storie, sei lotte per i diritti umani in Iran: Masih Alinejad, Nazanin Boniadi, Shirin Ebadi, Hamed Esmaeilion, Abdulah Mohtadi e Reza Pahlavi. Tutti hanno sperimentato la repressione e l’oppressione del regime islamico dell’Iran, ma hanno deciso di combattere per la libertà, la democrazia e i diritti umani del paese d’origine, Iran.

Masih Alinejad, giornalista iraniano-americana e attivista per i diritti delle donne, è diventata famosa per la sua campagna contro l’hijab obbligatorio. Ha subito diversi tentativi di rapimento e di assassinio da parte del regime, ma ha continuato la sua lotta per la libertà e l’uguaglianza.

Nazanin Boniadi, attrice e attivista iraniana, ha collaborato con Amnesty International per la difesa dei diritti delle popolazioni prive di diritti civili in tutto il mondo, concentrandosi soprattutto sulla condanna ingiusta e il trattamento dei giovani, delle donne e dei prigionieri di coscienza iraniani.

Shirin Ebadi, giudice iraniana e attivista per i diritti umani, ha fondato la Society for Protecting the Rights of the Child e il Defenders of Human Rights Circle. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2003 e ha continuato la sua lotta per i diritti umani nonostante l’esilio forzato.

Hamed Esmaeilion, dentista e scrittore iraniano-canadese, ha perso sua moglie e sua figlia nel tragico incidente del volo PS752. Ha dedicato la sua vita alla ricerca di giustizia per le vittime e ha contribuito a formare l’Associazione delle famiglie delle vittime del volo PS752 in Canada.

Abdulah Mohtadi, segretario generale del Partito Komala del Kurdistan iraniano, ha lottato per un Iran libero e democratico per più di cinquant’anni. Ha guidato molte riforme nei partiti politici curdi e ha lavorato per unire tutti i partiti politici curdi per la formazione del “Centro per la cooperazione del Kurdistan iraniano”.

Reza Pahlavi, principe ereditario dell’Iran e attivista per i diritti umani, è stato costretto a vivere in esilio dopo la rivoluzione islamica del 1979. Mantiene contatti costanti con i suoi compatrioti e gruppi di opposizione, sia all’interno che all’esterno del paese, per chiedere la democrazia laica in Iran.

Sebbene questi sei abbiano storie diverse, hanno in comune una ferma determinazione a lottare per la libertà e i diritti umani dei loro connazionali iraniani. Continuano a lottare per la giustizia, la democrazia e la libertà in Iran, per un futuro migliore per il loro paese e per il loro popolo.

In un evento organizzato dall’Istituto per le donne, la pace e la sicurezza dell’Università di Georgetown, i dissidenti iraniani hanno presentato una Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà, che ha lo scopo di rappresentare le aspirazioni dei manifestanti in Iran e di isolare la Repubblica islamica iraniana. L’Alleanza per un Iran Democratico ha recentemente presentato un programma completo per la trasformazione del regime della Repubblica islamica in un Iran democratico, con l’obiettivo di garantire la partecipazione attiva di tutti i cittadini iraniani specializzati in vari campi per raggiungere una transizione equa e giusta. 

La Carta, anche chiamata Carta di Mahsa, fa riferimento alla morte di Mahsa (Jina) Amini, che ha ispirato la rivoluzione Donna, Vita, Libertà. La Carta sottolinea che l’unione, l’organizzazione e l’incessante continuità nell’attivismo sono elementi chiave per raggiungere l’obiettivo di un Iran libero e democratico. 

Il documento chiede l’isolamento internazionale del governo iraniano come primo passo per un cambiamento democratico e richiede la fine di tutte le condanne a morte e il rilascio di tutti i prigionieri politici senza condizioni. Inoltre, richiede l’espulsione degli ambasciatori del regime e di tutti i suoi dipendenti da parte dei governi democratici e il riconoscimento dell’alleanza delle figure dell’opposizione e del loro statuto. 

La Carta elenca anche 17 valori comuni per un Iran democratico, tra cui la formazione di un governo democratico-laico attraverso un referendum e l’abolizione della pena di morte e di qualsiasi punizione corporale. La Carta richiede inoltre la formazione di un’organizzazione indipendente per la supervisione delle elezioni e l’accettazione del monitoraggio nazionale e internazionale delle elezioni. 

Un punto chiave della Carta è l’abolizione del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche e di tutte le sue filiali. La Carta richiede anche la cooperazione e le relazioni pacifiche con tutti i paesi del mondo e l’adesione alla Corte penale internazionale. In conclusione, la Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà rappresenta un importante passo avanti per l’opposizione iraniana nella lotta per la libertà e la democrazia. 

La Carta rafforza la voce dell’opposizione iraniana e mette in luce le loro richieste per un cambiamento democratico in Iran.

Estratto da “La Stampa” il 14 marzo 2023.

Avevano festeggiato l'8 marzo ballando senza velo sulle note della canzone Calm Down. Ma, come riporta l'account Twitter di Ekbatan, il popolare quartiere alla periferia di Teheran dove vivono, le 5 ragazze sono state fermate per due giorni e sono state costrette al pentimento. Nella fotografia le donne appaiono in piedi con il capo coperto dal velo e vestite con abiti larghi.

 Sullo sfondo gli stessi palazzoni che avevano fatto da cornice al ballo in pubblico, vietato in Iran, inscenato per la festa della donna proprio per sfidare i divieti del regime. Il capo della magistratura dell'Iran, Gholamhossein Mohseni Ejehi, ha annunciato che 22 mila persone arrestate nell'ambito delle recenti proteste sono state graziate. […]

Le proteste sono iniziate a settembre dopo la morte di una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, a seguito del suo arresto da parte della cosiddetta polizia morale per avere indossato male il velo.

 Poi, a novembre, 13 mila le studentesse sono rimaste intossicate quando sono iniziati i primi casi di attacchi nelle scuole femminili con una sostanza ancora non individuata. I casi di intossicazione di massa hanno scatenato proteste dei genitori e degli insegnanti. […]

Iran, le ragazze costrette a pentirsi: «Colpevoli di aver ballato in pubblico senza velo». Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 14 Marzo 2023.

Il video di loro che danzano sulle note di Calm down è diventato subito virale. Le autorità le hanno cercate, identificate, incarcerate e poi costrette a girare un altro video di «pentimento»

Le hanno cercate come si cercano i criminali. Le hanno identificate anche grazie alle telecamere del circuito chiuso di sicurezza. Quando hanno scoperto i loro nomi, le hanno convocate per un avvertimento. Poi, non contenti, le hanno richiamate questa volta per chiuderle due giorni in cella. Alla fine le hanno riprese e, con il capo coperto, costrette a fare una confessione forzata: «Siamo colpevoli di aver ballato».

Questo il «crimine»: Ekbatan, quartiere di Teheran, l ’8 marzo, nella Giornata internazionale della donna, cinque giovani ragazze hanno registrato un video davanti a due palazzoni grigi della periferia, in cui ballavano Calm Down , una hit di Rema e Selena Gomez. Poi, come fanno le adolescenti che vivono in Paesi liberi, lo hanno postato su TikTok. Capelli al vento, ombelico in vista, baci soffiati all’obiettivo, così, le studentesse coraggiose hanno sfidato il regime di Khamenei, le sue torture, le sue impiccagioni. L’hanno affrontato danzando una canzone pop che dice: «Tesoro, calmati. Ragazza, il tuo corpo è nel mio cuore».

In Iran, le donne non possono ballare in pubblico e devono indossare l’hijab. Quindi, a guardar bene, la polizia ha solo applicato la legge e punito le cinque «delinquenti» che, come ormai succede da sei mesi a questa parte, dall’uccisione di Mahsa Amini, affrontano l’ayatollah con metodi e modi opposti a quelli dei pasdaran. Per umiliarle, nel video di «pentimento», girato davanti agli stessi palazzi di quello sotto accusa, le ragazze sono state disposte come nella coreografia.

La repressione del regime, che in certi casi funziona nelle strade e tiene a casa i manifestanti, non riesce a fermare l’onda, anzi la marea, di post sui social contro la dittatura. Anche questa volta, il ballo di Calm Down si è trasformato subito in un’azione virale da ripetere decine, centinaia di volte. Moltissime ragazze, in altre strade, camerette, piazze iraniane hanno ballato e postato le loro danze contro Khamenei.  

«Negli ultimi giorni, le donne sono tornate al simbolo iniziale di queste proteste: il ballo, che è libertà. La Gen Z è pacifica e rifiuta l’ideologia: questo spiazza il regime», commenta Pejman Abdolmohammadi, professore in studi mediorientali all’Università di Trento.

Martedì prossimo, è l’ultimo giorno dell’anno del calendario persiano e questo, per tradizione, è un periodo di festa. Ieri sera, i cittadini hanno colto l’occasione per tornare nelle strade e protestare. Le ragazze bruciavano i veli e tutti, oltre alla fine del regime, chiedevano risposte sulle 5.000 studentesse intossicate nelle scuole. Decine i video che mostrano manifestazioni in tante città e anche a Teheran, proprio nel quartiere Ekbatan. Oggi, è il giorno in cui si celebra il Chaharshanbeh Suri, tra le feste più importanti del capodanno e si attendono altre proteste. Intanto, Rema, il cantante di Calm Down, scrive su Twitter: «A tutte le donne che stanno lottando per un mondo migliore, mi ispiro a voi, canto per voi e sogno con voi».

Iran: estremisti religiosi avvelenano le ragazze per chiudere le scuole femminili. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 4 marzo 2023.

Negli ultimi mesi centinaia di studentesse iraniane (si dice circa 700 ma non ci sono dati certi), di almeno trenta scuole femminili diverse, sono state intenzionalmente avvelenate – come ha confermato qualche giorno fa il viceministro della Salute Younes Panahi – con composti chimici. Secondo i media locali gli episodi di avvelenamento, cominciati a dicembre nella città di Qom e accaduti poi anche in altre zone dell’Iran – si dice circa 15 -, potrebbero essere stati architettati da fanatici religiosi per impedire alle ragazze di frequentare la scuola. Alcune di loro, infatti, dopo una giornata trascorsa in classe, hanno manifestato nausea, mal di testa, tosse, difficoltà respiratorie, palpitazioni e stati di sonnolenza acuta, e per questo sono finite anche in ospedale.

La scelta di concentrare gli attacchi iniziali su Qom, una città che ospita più di un milione di abitanti a poco più di 150 chilometri dalla capitale Teheran, potrebbe non essere casuale. Il suo è considerato un territorio santo per diversi motivi: fra le sue strade sorgono le sedi di molte istituzioni religiose e si tengono periodici seminari per studi teologici sciiti. Dopo gli attacchi, le scuole della città sono state costrette a chiudere per due giorni, principalmente per via della mole di avvelenamenti – anche se Panahi ha detto in conferenza stampa che il ‘veleno’ utilizzato è per lo più trattabile senza particolari interventi – e per la conseguente paura scaturita in alunne e famiglie – che tra l’altro il 14 febbraio hanno protestato davanti all’ufficio del Governatore.

In generale, pare che quello che gli attacchi vogliono mettere in discussione è il ruolo della donna, in questi mesi figura chiave e dominante nello scenario iraniano delle proteste di piazza. Dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane arrestata lo scorso settembre per non aver indossato correttamente il velo e uccisa mentre era in custodia dalla polizia, moltissime ragazze sono scese in strada, si sono mostrate sui social mentre tagliavano i capelli e bruciavano il velo islamico, in un atto di ribellione pieno di frustrazione e malcontento rivolto all’establishment teocratico che da 40 anni soffoca il Paese. Tutte azioni, per interesse e cultura, giudicate intollerabili dalle autorità religiose iraniane. [di Gloria Ferrari]

Estratto da lastampa.it il 26 febbraio 2023.

Un viceministro iraniano ha ammesso che «alcune persone» hanno intenzionalmente avvelenato delle studentesse nella città santa di Qom con l'obiettivo di fermare l'istruzione per le ragazze.

 Lo hanno riferito i media statali. Dalla fine di novembre, centinaia di casi di avvelenamento respiratorio sono stati segnalati tra le studentesse principalmente a Qom, a Sud di Teheran, con alcune di loro costrette al ricovero.

 Oggi, il viceministro della Salute, Younes Panahi, ha implicitamente confermato che gli avvelenamenti erano deliberati. «Dopo l'avvelenamento di diversi studenti nelle scuole di Qom, si è scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, in particolare le scuole femminili, fossero chiuse», ha riportato l'agenzia di stampa statale Irna, citando Panahi, senza aggiungere particolari.

[…] La scorsa settimana, il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un'indagine giudiziaria su questi fatti. Gli avvelenamenti arrivano mentre l'Iran è scosso dalle proteste dopo la morte di Mahsa Amini, in custodia della polizia morale, per una presunta violazione dell'obbligo dell'hijab.

Iran, bambine avvelenate nelle scuole: «È per tenerle a casa». Irene Soave su Il Corriere della Sera il 27 Febbraio 2023

In Iran sono stati segnalati centinaia di casi di avvelenamento di bambine e ragazze a scuola. L’obiettivo? Sembrerebbe quello di non farle più tornare sui banchi

Come in una favola dell'orrore, sono state avvelenate per settimane sui banchi di scuola. Per non farcele andare più.

Centinaia di bambine e ragazze dai dieci anni in su, da fine ottobre, sono state portate all'ospedale con sintomi di intossicazione grave per via respiratoria: è successo a Qom, grande centro a sudovest di Teheran, dove il viceministro della Salute Younes Panahi, ieri, ha convocato una conferenza stampa, e a Borujerd. «Si è scoperto», ha detto, «che alcune persone volevano chiudere le scuole, specialmente le scuole femminili». Come nel vicino Afghanistan.

Ha confermato così i sospetti di centinaia di famiglie, che da novembre hanno visto le figlie bambine o adolescenti rientrare da scuola con nausea, mal di testa, tosse, respiro difficile, palpitazioni, letargia. Le prime bambine, a Qom, erano finite in ospedale in 18, a novembre; undici ci sono finite la scorsa settimana; in mezzo decine e decine di famiglie spaventate, un passaparola che ha fatto chiudere le scuole per due giorni la settimana scorsa. Già il 14 febbraio c'era stato un picchetto di genitori, davanti al governatorato della città, per chiedere spiegazioni. Ieri le hanno avute.

Panahi ha parlato di «avvelenamenti intenzionali». Non virali né trasmissibili, ha aggiunto, e non causati da sostanze di uso militare, anche se non è ancora chiaro che sostanze hanno avvelenato le allieve. «La più parte dei casi è curabile», ha affermato Panahi, aggiungendo che non serviranno trattamenti «aggressivi». I ministeri dell'intelligence e dell'istruzione stanno «collaborando per trovare la fonte dell'avvelenamento».

E anche a Borujerd, altro centro a sudovest di Qom, verso il confine con l'Iraq, 90 studentesse nelle ultime 48 ore sono state portate in ospedale con sintomi identici. Già a dicembre i consigli degli studenti di varie scuole avevano denunciato «focolai di avvelenamento» nelle mense. E a fine ottobre una studentessa universitaria di 21 anni, Negin Abdolmaleki, era morta per un'intossicazione. Un articolo scientifico del 2017 individua nell'avvelenamento «intenzionale o accidentale» la seconda causa di morte in Iran.

Non ci sono ancora arresti, ma tra le autorità e sui media locali tutti puntano il dito verso il fanatismo religioso: Qom, città definita santa, è il centro per eccellenza degli studi sciiti in Iran, e molti sono certi, già da prima dell'annuncio di ieri, che gli attacchi al veleno nelle aule scolastiche siano un modo per scoraggiare le ragazze dall'andare a scuola e all'università, dove si forma l'opposizione e da cui sono nate le proteste che da settembre infiammano il Paese per la morte della giovane Mahsa Amini. «L'avvelenamento delle studentesse è la vendetta del regime terrorista contro le coraggiose donne che hanno sfidato l'obbligo dell'hijab », ha twittato l'attivista iraniana emigrata Masih Alinejad.

Una vendetta che sembra funzionare. A Radio Farda un'insegnante anonima ha raccontato che «delle 250 della mia scuola, continuano a venire in aula in 50».

Iran, morta una delle bimbe avvelenate a scuola. Un altro attivista picchiato e ucciso dalla polizia. Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 28 febbraio 2023.

Una delle ragazze avvelenate a Qom, la città simbolo dello sciismo radicale, non ce l'ha fatta. Si chiamava Fatemeh Rezaei, aveva undici anni. Il suo nome appare in centinaia di hashtag su Twitter e sembra che la sua famiglia sia stata minacciata di non divulgare la notizia, rilanciata però dagli amici della piccola. Lo scorso novembre 18 allieve avevano denunciato di sentire strani odori nelle scuole. Poi avevano cominciato ad avvertire sintomi di nausea, mal di testa, tosse, dolori e intorpidimento agli arti. Da più parti si è parlato di attacchi chimici contro le studentesse iraniane. Ora le autorità sanitarie dicono di non aver riscontrato batteri o virus nel sangue delle bambine. Mentre secondo il ministero della Sanità gli attacchi sono stati organizzati da qualcuno deciso a chiudere le scuole per le ragazze. Come accade già nel vicino Afghanistan. Ma da allora questo incidente è successo diverse volte anche in altre città, come a Borujerd, altro centro a sudovest di Qom, verso il confine con l'Iraq. Ciò ha innescato rabbia e sgomento nella popolazione che teme una vendetta del regime sulle sue studentesse. Gli avvelenamenti sono ritenuti da molti una ritorsione alla ribellione di alcune di queste giovani verso l'hijab obbligatorio e verso la guida suprema Ali Khamenei dopo la morte di Mahsa Amini. Un modo anche per scoraggiare le ragazze dall'andare a scuola e all'università e formarsi una coscienza critica.

Intanto non si fermano le proteste contro il regime in Iran e continua la repressione. Un altro manifestante baluci è morto mentre si trovava sotto la custodia della polizia del 12 distretto di Zahedan. La Ong iraniana Iran Human Rights, con sede a Oslo, vuole vederci chiaro e ha chiesto alle Nazioni Unite di indagare su questo caso «e sugli altri crimini commessi» dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. Quest'ultimo si chiamava Ebrahim Rigi, aveva 24 anni, ed era stato arrestato una prima volta il 13 ottobre durante il cosiddetto «bloody friday» per aver soccorso i feriti durante la violenta repressione di Zahedan. Era stato rilasciato su cauzione lo scorso 1° gennaio, dopo il ritiro della richiesta di pena di morte. Ma il 22 febbraio è stato nuovamente arrestato, «arbitrariamente» secondo l'Ong, e portato alla stazione di polizia. Qui avrebbe subito un pestaggio a morte, anche se secondo le autorità, Rigi è deceduto «senza la presenza della polizia». Un attivista amico di Rigi ha però dichiarato che il suo «corpo è stato consegnato alla famiglia con evidenti segni di tortura».

Oltre che per la dura repressione della protesta, Teheran è nel mirino della comunità internazionale anche per il suo programma nucleare e per la presunta vendita di droni Shahed a Mosca. Secondo la Cia il programma atomico iraniano sta avanzando a un «ritmo preoccupante». Mentre il Wall Street Journal fa sapere che il capo dell'Aiea Rafael Grossi sarà presto a Teheran. Ma il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian ha commentato: «Alcuni Paesi occidentali sollevano soltanto accuse senza presentare prove».

Cosa sappiamo sulle studentesse avvelenate in Iran. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 27 febbraio 2023

Circa duecento studentesse negli ultimi giorni sono state avvelenate di proposito dagli estremisti religiosi. Dietro i casi c’è anche il ruolo che le giovani iraniane hanno nelle proteste di piazza degli ultimi mesi

A pochi mesi dallo scoppio delle proteste in Iran legate alla morte della giovane Mahsa Amini, uccisa mentre era in custodia della polizia morale che l’aveva arrestata per non aver indossato correttamente il velo islamico, si sono diffusi in alcune città iraniane casi di avvelenamento che hanno colpito soprattutto giovani studentesse.

Negli ultimi giorni i casi sono aumentati a dismisura, soprattutto nelle città di Qom e Borujerd dove oltre duecento studentesse di 14 scuole diverse hanno riportato sintomi di avvelenamento da agenti chimici.

IL MOVENTE

Gli avvelenamenti sono frutto di azioni «intenzionali», ha spiegato il viceministro della Salute Younes Panahi ma non ha fornito informazioni riguardo a eventuali arresti da parte delle forze di polizia. «È stato scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, specialmente quelle femminili, fossero chiuse».

Non è un caso, infatti, che parte dei casi si sono registrati nella città di Qom, la città sacra iraniana al centro della rivoluzione islamica degli ayatollah del 1979 e che conta ancora un vasto numero di fedeli conservatori ostili ai diritti civili, umani e politici per le donne.

LA PERICOLOSITÀ DEGLI AVVELENAMENTI

«È stato rivelato che i composti chimici usati per avvelenare gli studenti non sono prodotti chimici di guerra, e che gli studenti avvelenati non hanno bisogno di cure specifiche, e che una grande percentuale degli agenti chimici usati sono curabili», ha detto il viceministro.

Gran parte di loro hanno riportato sintomi comuni: nausea, mal di testa, tosse, difficoltà respiratorie. Benché i pericoli per la salute delle giovani studentesse non siano elevati, gli avvelenamenti vengono utilizzati come un gesto intimidatorio per ostacolare il loro diritto all’istruzione. Negli ultimi giorni i loro genitori sono scesi in strada per chiedere più tutele da parte delle autorità locali e nazionali.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLE PROTESTE DI MASSA

Gli avvelenamenti sono collegati anche al ruolo di riferimento che hanno le giovani iraniane da quando sono iniziate le proteste di piazza lo scorso settembre. La morte di Mahsa Amini ha dato vita a un movimento che si è espanso in quasi tutto il paese.

Sui social sono circolate foto e video in cui le iraniane si tagliavano i capelli e bruciavano il velo islamico, in segno di protesta per la morte della loro connazionale. Gesti considerati un affronto nei confronti degli ayatollah e della cultura islamica radicale del paese.

Le forze di polizia hanno represso le manifestazioni con la violenza causando anche centinaia di morti (sono 481 secondo le ong del paese) e migliaia di arresti (cento persone rischiano anche la pena di morte). In tutto il mondo, invece, si sono svolte manifestazioni in sostegno e solidarietà delle giovani iraniane che sfidano il regime di Teheran.

YOUSSEF HASSAN HOLGADO. Giornalista di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso. Fa parte del Centro di giornalismo permanente e si occupa di Medio Oriente e questioni sociali.

Iran: studentesse avvelenate “per fermare l’istruzione delle donne”. La “confessione” del ministro dell’istruzione dopo la segnalazione di centinaia di casi nella città di Qom. Morto un altro manifestante di 24 anni: “Pestato dalla polizia”. Il Dubbio il 27 febbraio 2023

Il vice ministro dell'istruzione iraniano, Younes Panahi, ha confermato che l'avvelenamento di alcune studentesse nella città religiosa di Qom è stato "intenzionale". Lo riporta Iran International. "Si è scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, in particolare quelle femminili, fossero chiuse", ha detto. La notizia è stata confermata anche da Homayoun Sameh Najafabadi, membro della commissione sanitaria del parlamento iraniano.

Dalla fine di novembre, centinaia di casi di avvelenamento respiratorio sono stati segnalati tra le studentesse principalmente a Qom, a Sud di Teheran, con alcune di loro costrette al ricovero. Oggi, il il viceministro della Salute ha implicitamente confermato che gli avvelenamenti erano deliberati. 

Finora ci sono stati diversi arresti legati agli avvelenamenti. Il 14 febbraio, i genitori delle ragazze che si erano sentite male si erano riuniti fuori dal governatorato della città per "chiedere spiegazioni" alle autorità. Il giorno successivo il portavoce del governo, Ali Bahadori Jahromi, ha detto che i ministeri dell'Intelligence e dell'Istruzione stavano cercando di determinare la causa degli avvelenamenti. La scorsa settimana, il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un'indagine giudiziaria su questi fatti.

Gli avvelenamenti arrivano mentre l'Iran è scosso dalle proteste dopo la morte di Mahsa Amini. “L'avvelenamento delle studentesse è la vendetta del regime terrorista della Repubblica islamica contro le coraggiose donne che hanno sfidato l'obbligo dell'hijab e scosso il muro di Berlino di Khamenei”, ha commentato su Twitter la nota attivista iraniana emigrata all'estero Masih Alinejad, “vogliono fermare la rivoluzione Donna, vita, libertà”.

Intanto la Ong iraniana con sede a Oslo, Iran Human Rights, denuncia la morte di un altro manifestante di 24 anni, Ebrahim Rigi, mentre si trovava sotto la custodia della polizia del 12 distretto di Zahedan. La Ong chiede alla missione delle Nazioni Unite di indagare su questo caso "e sugli altri crimini commessi" dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. Rigi, 24 anni, era stato arrestato una prima volta il 13 ottobre per aver soccorso i feriti durante la repressione di Zahedan, nel cosiddetto "bloody friday", il 30 settembre. Rilasciato su cauzione lo scorso 1 gennaio, dopo il ritiro della richiesta di pena di morte, il 22 febbraio è stato nuovamente arrestato, "arbitrariamente" secondo l'Ong, e portato alla stazione di polizia: qui avrebbe subito un pestaggio che ne ha provocato il decesso, ma secondo le autorità, Rigi è morto "senza la presenza della polizia". Mohammad Saber Malek Raisi, attivista per i diritti umani baluci e membro di Hal Vash, ha dichiarato a Iran Human Rights: "Alle 14 del 24 febbraio, il corpo di Ebrahim Rigi è stato consegnato alla famiglia per la sepoltura. Sul suo corpo c'erano evidenti lividi e segni di ferite dovuti alle percosse ricevute alla stazione di polizia del 12 distretto".

In seguito alla richiesta della famiglia, è stato assicurato che l'Organizzazione Medica Forense procederà a un'autopsia e che entro 5 mesi i suoi parenti avranno informazioni su quanto accaduto. Proprio l'analogo caso di una giovane morta mentre si trovava in custodia, Mahsa Amini, aveva scatenato lo scorso settembre l'ondata di proteste contro il regime iraniano che dura ancora oggi.

I giovani iraniani tornano a riempire le piazze. Roghi e strade bloccate, ma il regime reagisce. Finita la tregua seguita alle due esecuzioni di gennaio. Ancora proteste. Chiara Clausi il 18 febbraio 2023 su Il Giornale.

Il popolo iraniano è tornato nelle piazze. A 40 giorni dall'esecuzione di due giovani dimostranti, Mohammad Mahdi Karmi e Mohammad Hosseini, dopo che per alcune settimane le manifestazioni erano diminuite, le strade si sono nuovamente riempite e sono tornate a divampare le proteste. Ci sono state dimostrazioni giovedì sera e nella notte a Teheran, Arak, Isfahan, Izeh nella provincia di Khuzestan e Karaj. Chi era in strada ha intonato cori contro il leader della Repubblica islamica, Ali Khamenei, e ne ha augurato la morte. Uomini e donne insieme cantavano gli slogan che hanno segnato la rivolta: «Donna, vita, libertà», «Morte a Khamenei» e i nomi dei due uomini giustiziati perché accusati di aver ucciso un membro delle forze paramilitari Basij durante una protesta a novembre. Nel frattempo, il collettivo di attivisti dell'opposizione 1500 Tasvir ha condiviso un video da Mashhad in cui si vede un gruppo di persone gridare: «Mio fratello martire, vendicheremo il tuo sangue».

In alcune città i manifestanti hanno appiccato il fuoco e bloccato le strade. E ci sono immagini che mostrano la polizia in assetto antisommossa. Il gruppo per i diritti curdi Hengaw ha pubblicato filmati che, a suo dire, fanno vedere persone che bruciano pneumatici per bloccare una strada principale a Sanandaj, uno degli epicentri dei disordini. Finora, almeno 529 manifestanti sono stati uccisi e quasi 20mila messi in prigione, secondo l'agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani. Quattro sono stati impiccati da dicembre, mentre altri 107 sarebbero stati condannati a morte o accusati di reati capitali. Le Nazioni Unite hanno denunciato i processi iniqui basati su confessioni forzate. Le manifestazioni sembravano rallentare nelle ultime settimane, in parte a causa delle esecuzioni e della repressione, anche se di notte in alcune città si potevano ancora sentire grida di protesta. Il regime intanto va avanti con la propaganda e si ostina a sostenere senza offrire prove, che le dimostrazioni sono un complotto straniero. Unica concessione, la grazia concessa a una coppia di blogger iraniani (Astiaj Haghighi, 21 anni, e Amir-Mohammad Ahmadi, 22), condannati a 10 anni e mezzo di carcere per aver pubblicato un video del loro ballo in piazza Azadi (Libertà) e rilasciati ieri.

Gli attivisti non demordono e condividono spesso video in cui si sentono persone che cantano slogan antigovernativi di notte o si vedono graffiti realizzati con vernice spray che contestano la dittatura degli Ayatollah. Inoltre, le donne continuano a essere fotografate mentre rifiutano di rispettare le rigide leggi sull'hijab nei luoghi pubblici. Come Zainab Kazempour, donna ingegnere che ha lanciato il velo per protestare contro il divieto alla sua ammissione in un'assemblea professionale a causa del suo «uso non corretto del hijab». Dal palco ha preso la parola e ha detto: «Non è accettabile che all'assemblea non facciano entrare un ingegnere donna a causa del suo hijab». Poi però il microfono le è stato spento, e lei ha abbandonato il palco lanciando l'hijab in segno di protesta.

Liberato dopo 6 mesi il regista Rasoulof. Storia di Redazione su Il Giornale il 14 febbraio 2023.

Teheran ha rilasciato Mohammad Rasoulof, il regista vincitore del Festival di Berlino con «There is No Evil», dopo sei mesi di carcere. Rasoulof era stato arrestato a luglio per aver criticato la repressione sulle proteste ad Abadan ed è stato «recentemente rilasciato», riporta Shargh, quotidiano vicino al movimento per le riforme, senza citare la data. A inizio di febbraio, Teheran ha rilasciato anche il regista Panahi, fermato sempre a luglio dopo essere andato alla prigione di Evin per chiedere informazioni di Rasoulof e di un altro registra fermato, Mostafa Al-Ahmad.

Nonostante l'apparente segnale di apertura, la represssione non si ferma contro i contestatori del regime in Iran. E sul piano degli equilibri internazionali, comincia oggi una giornata importante. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, sarà in visita in Cina fino al 16 febbraio, per la prima missione nel gigante asiatico da quando ha assunto il ruolo di capo di Stato della Repubblica islamica, nell'agosto 2021. Raisi - che sarà a capo di una folta delegazione - incontrerà l'omologo cinese, Xi Jinping, con l'obiettivo di rafforzare l'intesa tra Pechino e Teheran, in chiave anti-occidentale. L'ultimo incontro tra i due capi di Stato risale a settembre scorso, a Samarcanda, in Uzbekistan, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization. Nei mesi scorsi, la Cina aveva rimarcato il suo sostegno all'Iran contro le interferenze straniere e a salvaguardia della propria sovranità e dell'integrità territoriale, oltreché della dignità nazionale, in un apparente riferimento al sostegno di Pechino alla Repubblica islamica rispetto alle proteste anti-governative nel Paese, che hanno attirato la condanna dell'Occidente. Dalla visita è attesa la firma di accordi di cooperazione: la Cina è il primo partner commerciale dell'Iran, che assorbe gran parte dell'export di greggio di Teheran (la Repubblica islamica è il terzo fornitore di greggio alla Cina, dietro Russia e Arabia Saudita).

Nel corso della visita sono previsti colloqui anche su questioni internazionali di comune interesse, tra cui la stabilità in Afghanistan e la sicurezza regionale. Raisi sarà accompagnato anche dal capo negoziatore di Teheran per la questione nucleare iraniana, Ali Bagheri Kani, un segnale che i colloqui per il ripristino dell'accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) potrebbero avere un posto alto in agenda.

Teheran si riprende le piazze: "Proteste fallite". Ma gli hacker interrompono il discorso di Raisi. A migliaia per l'anniversario della rivoluzione. Blitz durante la diretta tv. Fiamma Nirenstein il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Che cosa conferisce all'Iran tanta spudoratezza da festeggiare il 44esimo anniversario della rivoluzione in piazza con festoni, parata di armi e guardie, sfide urlate all'America e a Israele, mentre mezzo mondo biasima i suoi delitti contro le donne e tutto il suo popolo?

L'Iran che vuole la libertà dal regime degli Ayatollah si batte disperatamente da cinque mesi, ma Ibrahim Raisi ieri ha reso piazza Azadi a Teheran il paradossale palcoscenico di un trionfo della rivoluzione clericale del '79, con grandi ritratti degli Ayatollah Khamenei e Khomenei. E così, mentre la folla urlava «morte all'America» e «morte a Israele», la vibrante disperata protesta - in cui almeno 530 persone fra cui 73 bambini sono stati uccisi, in cui circa 20mila persone, specie le donne, sono finite in galera fra botte e stupri, in cui 100 ribelli fra cui molti giovanissimi sono stati condannati a morte perché manifestavano per la libertà - è diventata nelle sue parole una congiura. La gente, ha detto Raisi, famoso per la facilità lungo tutta la carriera, nel condannare a morte decine di migliaia di oppositori, sa benissimo che gli scontri sono opera di agenti stranieri sobillatori; altrimenti la folla sarebbe entusiasta del regime. Il sobillatore propugna la peggiore specie della volgarità umana, l'omosessualità, ha detto, una bestemmia per chi ha negli occhi l'immagine dei corpi dei giovani appesi alle gru. Ha indicato a chi cerca remissione dopo 5 mesi di rivolta: «Venite e sarete accolti». Ma non gli è andata benissimo: per 44 secondi il gruppo di hacker «Edalate Ali», o «Giustizia di Alì», è entrato con un video sulla sua diretta chiedendo di partecipare alla protesta di massa la prossima settimana e di ritirare i soldi dalle banche. Alcune testimonianze parlano di grida di protesta anche dalla folla irreggimentata.

La domanda adesso è su che base il regime sfoggia la veste festiva e fa sfilare i droni Shahed 136 e Mohajer, quelli con cui Putin attacca gli ucraini, e sfoggia i missili balistici Emad e Sejjil. L'Iran è in un momento fragile e minaccioso, si è affidato ormai all'alleanza con la Russia, da cui ha acquistato aerei da combattimento e il sistema di difesa S400, e cerca 'di terrorizzare e indurre al silenzio, e di minacciare con la futura bomba atomica. Grossi, il capo dell'Aeia, ha testimoniato che in questo periodo l'Iran ha intensificato l'arricchimento dell'uranio al 60%, e che ormai ne usa una quantità sufficiente per diverse bombe. Mentre la posizione degli Usa e dell'Europa rimane cauta, perché un rinnovo del Jcpoa (l'accordo sul nucleare) servirebbe a sollevare da sanzioni e quindi a rinvigorire l'economia iraniana e a rinforzare il regime, la voce di Joseph Borrell, capo della politica estera europea, spinge a cercare un accordo, e negli Usa Robert Malley, il rappresentante per l'Iran, torna alla carica con la stessa proposta mentre Ong potenti e ben finanziate, sostengono il punto. Ciò vorrebbe dire dare fiducia a un regime che fomenta odio e terrore in tutto il mondo mentre combatte al fianco di Putin. Ma la paura non è mai un buon consigliere, né l'Iran un interlocutore attendibile.

La «grande amnistia» di Khamenei. Gli attivisti: «È solo propaganda». Storia di Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 5 febbraio 2023.

Ridono tutti, nei limiti del consentito. Gli attivisti, i comuni cittadini. Alcuni rispondono ai messaggi con la faccina gialla che sogghigna. Nessuno di quelli con cui parliamo crede alle parole di , che ieri, ai sensi dell’articolo 110 della costituzione iraniana, ha detto chea centinaia di migliaia di prigionieri, tra cui alcuni manifestanti arrestati negli ultimi cinque mesi. Lo fa su richiesta del capo della magistratura perché da quando le proteste sono diminuite, dice, «un gran numero di persone che ne hanno preso parte si saranno pentite delle loro azioni». «Faccio lo spelling: p-r-o-p-a-g-a-n-d-a», ci dice Mahmood Amiry-Moghaddam, fondatore della Ong Iran Human Rights di Oslo. «Non è una cosa nuova per il regime fare azioni di questo tipo soprattutto vicino alle ricorrenze (l’11 febbraio è l’anniversario della Rivoluzione antimonarchica, ndr.). Di certo non lo fa per pietà. Il motivo principale è economico: le carceri sono zeppe e costano troppoi rischiano le rivolte». L’attivista aggiunge che con l’amnistia l’ayatollah cerca di placare la popolazione e convincerla a smettere di protestare. Vuole dire «sono anche buono». «E poi c’è un messaggio all’Occidente, perché allenti la pressione. Ma niente cambierà, libereranno una quota che non considerano minacciosa. In cinque mesi ne hanno arrestati più di ventimila», conclude l’attivista. L’amnistia arriva con una lunga lista di eccezioni. Sarai liberato se: non hai commesso spionaggio a vantaggio di stranieri, non hai avuto rapporti diretti con i servizi segreti stranieri, non hai commesso omicidi o lesioni, non hai distrutto o dato fuoco a strutture governative, militari e pubbliche, non sei stato querelato da un privato e non hai la doppia cittadinanza. Rimarranno in carcere anche tutte le persone accusate di reati per cui è prevista la pena di morte e in più sembra che sia necessario un documento dove chiedi perdono e prometti che non violerai ancora la legge. Lo spiega bene un tweet di Saeed Hafezi, giornalista iraniano in Germania: «Date un’occhiata ai termini dell’amnistia di Khamenei. Non include la condizione di nessuno dei prigionieri! Sapete perché? Perché sotto tortura sono costretti a confessare tutti quei reati». Fariba vive a Qom, ha 30 anni, fa l’architetta: «Ce ne freghiamo dell’amnistia ipocrita del dittatore, non abbiamo fatto niente. Siamo noi che dovremmo decidere se perdonarlo, e di sicuro non vogliamo. Gli attivisti come mia sorella rimarranno dentro, non abbiamo sue notizie da un anno. A Mashhad costruiscono un nuovo carcere con 15 mila posti: le celle sono strapiene». Conferma tutto Mohsen, 21 anni, appena uscito da una prigione di Teheran. «Nelle celle la situazione è disumana, in alcune ci sono anche venti persone. Sono stato dentro due mesi e non posso più frequentare l’università». La notizia dell’amnistia arriva mentre l’ex premier Mousavi, riformista leader della rivoluzione verde, ai domiciliari da 12 anni, parla per la prima volta di riscrivere la costituzione e di referendum. E, paradossalmente, arriva con l’arresto di Elnaz Mohammad, giornalista del quotidiano Ham-Mihan, gemella di Elaheh, stesso lavoro: in carcere per aver scritto del funerale di Mahsa Amini.

L'Iran grazia migliaia di detenuti. Ma esclude i capi della rivolta. Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 5 febbraio 2023.

La nuova tattica del regime iraniano: il perdono. La Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, ha deciso di graziare «decine di migliaia» di detenuti, compreso un numero «significativo» di manifestanti arrestati durante le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Le manifestazioni sono scoppiate lo scorso settembre in seguito alla morte in custodia di Mahsa detenuta dalla polizia morale iraniana. I media iraniani ieri hanno affermato: «I prigionieri che non sono accusati di spionaggio per conto di agenzie straniere, contatti diretti con agenti stranieri, omicidio, distruzione e incendio doloso di proprietà appartenenti allo Stato saranno graziati». La decisione è stata annunciata per celebrare l'anniversario della rivoluzione del 1979.

I manifestanti arrestati durante le proteste antigovernative potranno ricevere la grazia, e quindi saranno scarcerati, però solo se firmeranno una «dichiarazione di rimorso e un impegno scritto a non ripetere un simile reato doloso». Chi è accusato di reati più gravi - come spionaggio per conto di agenti stranieri, omicidio o distruzione di proprietà demaniali - invece non sarà graziato. La misura non si estenderà inoltre a eventuali cittadini con doppia cittadinanza ancora detenuti. Secondo la Human Rights Activists News Agency sono circa 20mila i manifestanti che sono stati arrestati per le proteste scaturite dalla morte della giovane curda Mahsa a settembre.

Il regime ha descritto le proteste come «rivolte» sostenute dall'estero e a volte hanno risposto con forza letale. Le Ong per i diritti umani affermano che più di 500 manifestanti sono stati uccisi, tra cui 70 minorenni, e circa 20mila sono stati arrestati. Ma le manifestazioni sono notevolmente rallentate dall'inizio della prima impiccagione, mentre la stretta degli Ayatollah non si placa. Le autorità hanno arrestato la giornalista iraniana Elnaz Mohammadi, del quotidiano riformista Hammihan, dopo averla interrogata al carcere di Evin in Iran. Lo ha riferito suo marito Saeed Parsaei in un messaggio su Twitter, citato dal quotidiano riformista Shargh. La reporter si era recata nell'ufficio del procuratore del penitenziario «per fornire alcune spiegazioni». Il motivo dell'arresto non è stato specificato. L'organizzazione Reporter sans frontières ha chiesto il suo immediato rilascio e ha spiegato che la sorella della giornalista Elahe Mohammadi, anche lei reporter, è in carcere dal 29 settembre dopo aver seguito il funerale di Mahsa. Elahe Mohammadi è stata accusata di «propaganda contro il sistema e di cospirazione contro la sicurezza nazionale». Tutti reati che in Iran sono punibili con la pena di morte.

Ma non finisce qui. I media locali riportano anche la notizia della condanna a un anno di reclusione e il divieto di lasciare il Paese per due anni per il manager del sito «Mobin-24» e del canale di informazione Iran Times, Hossein Yazdi. Yazdi è stato arrestato nella sua casa a Isfahan all'inizio di dicembre per aver sostenuto le proteste. L'Ong Iran Human Rights con sede a Oslo stima che almeno su 100 persone detenute pende una condanna a morte. Tutti gli imputati sono stati «privati del diritto di accedere al proprio avvocato e a un giusto processo». Quattro persone sono già state giustiziate per reati legati alle proteste. A gennaio due uomini sono stati impiccati per aver ucciso un membro delle forze di sicurezza iraniane. Questi in punto di morte hanno rivelato anche di essere stati torturati.

L’Iran e la rivoluzione (in)compiuta. Emanuel Pietrobon il 28 Gennaio 2023 su Inside Over.

Lo spettro dell’ayatollah Khomeini continua ad aggirarsi per il Medio Oriente, minacciando di dar vita a poltergeist distruttivi dalla Mesopotamia al Levante. È in crisi, con una società in fermento e i gangli del potere popolati di quinte colonne, ma non demorde. Perché ha dei sogni reconditi da realizzare: la costruzione del cosiddetto Asse della resistenza, cioè un corridoio iranocentrico esteso da Teheran a Tartus, e l’ingresso nel club delle grandi potenze.

Il tempo sembra scorrere contro il regime rivoluzionario, ferito da omicidi eclatanti, sanzioni taglienti e sabotaggi alle infrastrutture, eppure è ancora lì. Mentalmente rimasto al 1979, l’anno della rivoluzione conservatrice, e col dente avvelenato per il Secolo delle umiliazioni, iniziato con la battaglia di Herat del 1856 e terminato con l’operazione Ajax del 1953.

L’Iran degli anni Venti del XXI è profondamente polarizzato, in parte un lascito dell’operazione Ajax, dove alle élite liberali e secolarizzate delle metropoli si contrappongono gli abitanti conservatori del Paese profondo. E sarà questo alto tasso di polarizzazione sociale, più che le pressioni provenienti dall’esterno – la competizione tra grandi potenze e la guerra con l’intesa arabo-israeliana –, a rappresentare la grande variabile da monitorare per capire quello che potrebbe essere il futuro dell’ultima espressione imperiale di Persia.

Lo scontro tra linee temporali

La grande sollevazione delle élite urbane e delle minoranze etniche dell’ultimo quarto del 2022, scaturita da un caso di brutalità poliziesca che ha privato della vita Mahsa Amini – l’incarnazione degli ultimi: giovane, donna e di una minoranza etnica –, è destinata a lasciare dei tagli profondi nel volto e nell’anima della Rivoluzione khomeinista.

Non è stata la prima volta che le masse universitarie, l’imprenditoria urbana, le donne e le minoranze etniche sono scese per le strade delle grandi città per reclamare maggiori libertà individuali, maggiore democraticità del sistema politico e l’allentamento della legislazione religiosa. Ma è stata una prima volta sensazionalistica, di gran lunga superiore all’Onda verde del 2009-10, per quello che concerne arresti, copertura internazionale, durata, feriti, morti e profanazioni di simboli.

Perché in Iran non sarà rivoluzione

1979 contro 2022. In Iran, all’indomani della morte di Mahsa Amini, si sono affrontati gli abitanti e le rispettive visioni delle due linee spaziotemporali che lo caratterizzano, passato e presente, e che lo rendono una sorta di multiverso altamente infiammabile ed estremamente vulnerabile. Perché, storia alla mano, le continue ricerche di emancipazione geopolitica dell’Iran sono sempre naufragate contro il Kang di turno, ieri russi e britannici e oggi statunitensi e loro alleati, in grado di navigare tra le linee e di manipolarne gli eventi. Ajax docet.

Nel 2022, nonostante analisi e grande stampa abbiano ritenuto quasi certo un cambio di regime dal basso, la linea del passato ha prevalso su quella presente. Minoranze e ceti urbani hanno perso perché nessun Kang è venuto in loro soccorso, complice anche il disinteresse degli Stati Uniti – la paura di creare un vuoto di potere imprevedibile e ingestibile –, perché Russia e Cina hanno offerto expertise in materia di controinsorgenza, come già accaduto durante l’Onda verde e le proteste del 2011, e perché il paese profondo si è mobilitato en masse a protezione dell’ordine khomeinista – anacronistico, certamente, ma sinonimo di stabilità.

Alla ricerca di un posto nel mondo

La rivoluzione iraniana è un lavoro incompiuto, un cantiere in corso, perché il processo di istituzionalizzazione del carisma nel dopo-Khomeini non è riuscito ad imporre i valori del ’79 e la fede nello sciismo duodecimano all’intera nazione. Mai.

La linea del ’79 è stata vittima di un crescendo di incursioni dalla linea dell’anti-rivoluzione ed è stata esposta in maniera permanente ad un regime sanzionatorio che ha avuto successo laddove ha inibito la corsa dell’Iran alla grandezza economica e a una Guerra Fredda che ha privato la piramide del potere di generali e cervelli, sullo sfondo dei continui tentativi delle potenze rivali di diffondere valori ostili al khomeinismo nella società. Impossibile, o meglio molto difficile, convertire le masse al credo dei padri fondatori in una situazione del genere.

Oggi come ieri, anzi più di ieri, l’Iran è in lotta contro se stesso e contro le grandi potenze che aspirano all’egemonia su Grande Medio Oriente e Asia centromeridionale. Il tempo e le risorse da dedicare alla nazionalizzazione in senso conservatore dei persiani sono insufficienti. La Rivoluzione resiste, ma non può procedere nelle direzioni desiderate. Il fantasma di Khomeini continua a far paura, in special modo a Israele e potenze wahhabite, ma le sabbie mobili bloccano i suoi passi.

Il regime rivoluzionario ha resistito all’insurrezione del 2022, ne ha persino approfittato per operare un repulisti nei gangli del potere politico, dello spionaggio e della giustizia, ma la finzione che sia tutto sotto controllo non potrà durare ancora a lungo. Ne va della sopravvivenza del khomeinismo nel corso del XXI secolo, che vedrà un aggravamento progressivo della competizione tra grandi potenze e, di conseguenza, un aumento significativo delle pressioni multidirezionali sull’Iran.

L’insofferenza delle minoranze etniche, dai curdi agli azeri, se ignorata, potrebbe un giorno essere strumentalizzata da menti raffinate per balcanizzare il Paese. Le quinte colonne nelle istituzioni e nella sicurezza, se non stanate, potrebbero un giorno produrre un cambio sistemico dall’interno. E la tanto trascurata secolarizzazione di Millennials e Zoomers, crescente ed ormai estesa a livelli oltremodo lapalissiani, potrebbe un giorno essere il carburante dell’abbattimento della linea del ’79, segnando la fine della Rivoluzione infinita e ridisegnando enormemente i rapporti di forza tra i blocchi nello scacchiere mondiale. I sogni multipolari dell’asse Mosca-Pechino sono appesi (anche) ad un filo chiamato Iran.

EMANUEL PIETROBON

Come la repressione iraniana utilizza IA e riconoscimento facciale. di Walter Ferri su L'Indipendente il 27 Gennaio 2023

Poco importa che l’Amministrazione di turno sia al potere in un Paese democratico o meno: il riconoscimento biometrico e quello facciale sono il sogno in Terra dei Governi di ogni angolo del globo, strumenti idilliaci per garantire alti tassi di sorveglianza che possono esercitare un controllo capillare del territorio, il quale a sua volta dovrebbe tradursi in alti tassi di sicurezza. Tra le entità che più recentemente hanno promosso la loro dedizione alla causa tech figura l’Iran, nazione che già da tempo sfrutta le potenzialità dell’intelligenza artificiale per sopprimere la dissidenza e ottimizzare il settore della Difesa.

Istituto di ricerca delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione di Teheran ha definito già nel novembre del 2021 un percorso ambizioso che, almeno stando alle previsioni degli accademici, dovrebbe elevare entro il 2032 la Repubblica Islamica nella lista dei dieci Poteri più avanzati nel settore degli strumenti d’intelligenza artificiale, tuttavia già ora la nazione si dimostra un polo di discreta eccellenza. Per foraggiare questo balzo tecnico, il regime iraniano ha preventivato una spesa iniziale di 8 miliardi di dollari, quindi un investimento annuale del 12% del PIL nazionale, tuttavia stando alla rivista Nature, nel 2021 l’Iran si posizionava già al tredicesimo posto nella lista delle pubblicazioni scientifiche a tema IA, uno spaccato che rivela quanto l’establishment sia effettivamente interessato a ottimizzare gli apparecchi a sua disposizione.

Non c’è bisogno di vagare con l’immaginazione per scoprire come l’intelligenza artificiale possa tornare utile a un Governo tanto notoriamente autoritario: a gennaio il Comandante del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, Hossein Salami, ha reiterato in una conferenza stampa che le truppe di Teheran sono già in possesso di droni dotati di IA, la quale è sfruttata con attenzione per perfezionare la precisione di puntamento del sistema di controllo. Stando alla retorica adottata dal militare, i programmi di navigazione sarebbero a questo punto in grado di offrire agli armamenti una precisione assoluta, una qualità che andrebbe ancor più a valorizzare degli strumenti di morte che sul Mercato delle armi sono già ambiti per il loro costo contenuto.

Dove non arriva ancora con i mezzi propri, l’Iran si dimostra pronta ad appoggiarsi ai talenti esteri. Ciò è particolarmente vero per i sistemi di sorveglianza di massa alimentati da tecnologie di riconoscimento facciale, i quali rientrano per vie traverse al punto 14 del trattato di cooperazione Joint Statement on Comprehensive Strategic Partnership siglato nel 2016 tra Teheran e Beijing. Nel passaggio in questione, si tiene aperta la porta a “collaborazioni pragmatiche” atte a combattere “terrorismo, estremismo e separatismo”, derive che vengono etichettate esplicitamente come “grandi mali” a prescindere che vedano a delineare attentati sanguinosi o la pacifica dissidenza civile.

Grazie al sostegno delle industrie estere, le Guardie della Rivoluzione Islamica sarebbero già in grado di mappare decine di città grazie a una rete di sorveglianza la cui portata potrebbe secondo alcune stime già contare le 15.000 unità, occhi privi di palpebre che inviano un flusso costante di dati ai server iraniani, ma anche a quelli cinesi. Huawei è stata più volte accusata dagli Stati Uniti della violazione delle sanzioni imposte a Teheran al fine di mercanteggiare apparecchi tecnologici, ma la parte del leone sembra averla Tiandy, una compagnia di Tianjin che si ipotizza possa avere avuto un ruolo determinante nel monitoraggio, nell’identificazione, nella cattura e nell’incriminazione di molti dei partecipanti alle manifestazioni avvenute negli ultimi mesi. [di Walter Ferri]

Da video.corriere.it il 26 gennaio 2023.

Quando è entrato nella stanza di Palazzo Reale per incontrare i monarchi spagnoli in occasione dell’incontro con il Corpo diplomatico accreditato in Spagna, l’ambasciatore iraniano Hassan Ghashghavi ha strinto la mano solo al re Felipe VI. Davanti alla regina Letizia lo si vede portare la mano al petto e fare un cenno al capo per poi uscire. Le immagini sono state pubblicate dal canale ufficiale della Casa Real spagnola. Ma il gesto di Ghashghavi non è casuale.

 Dalla rivoluzione islamica del 1979, per motivi religiosi e culturali gli uomini iraniani non possono toccare in pubblico donne che non facciano parte della propria famiglia. Eppure sui social il video è diventato virale e sono scattate le polemiche. Per molti si tratta di: «un’autentica mancanza di rispetto».

 Dalla reazione della regina si suppone però che fosse stata avvisata di ciò che sarebbe successo. Dicono i giornalisti del programma radiofonico spagnolo Hoy por Hoy : «È vero che neanche lei allunga la mano, non fa il gesto sicuramente perché avvertita che l’ambasciatore non volesse salutarla». E poi aggiungono: «Hanno evitato che quel momento diventasse ancora più imbarazzante. Sarebbe stato molto peggio se la regina avesse dato la mano, invece lo segue con lo sguardo che...bene». Avanti il prossimo o la prossima.

Imponiamo il rispetto della nostra identità. Storia di Gian Micalessin su Il Giornale il 27 gennaio 2023.

Gli spagnoli, noi italiani e il resto degli europei facciamo bene a stupirci per le immagini di Hassan Ghashghavi, l'ambasciatore iraniano a Madrid felice di stringere la mano al re Felipe VI, ma pronto ad evitare come il peccato quella della regina Letizia riservandole soltanto un modesto cenno del capo. Lo stupore per quella mancanza di rispetto dell'essere femminile imposta da un Islam fattosi Repubblica diventa però caricaturale se dimentichiamo d'indignarci per la barbara tragedia di Algeciras. In quella città della provincia di Cadice, a distanza di poche ore, un migrante marocchino ha fatto irruzione al grido di Allah Akbar (Allah è grande) in due chiese uccidendo a colpi di machete un sagrestano, ferendo un parroco e vari fedeli. Mentre la mancata stretta di mano dell'ambasciatore iraniano ha sollevato migliaia di commenti tra il popolo dei social, la barbarie di Algeciras è passata inosservata, liquidata in breve dai media di un'Europa ormai tranquillamente assuefatta alla notizia di un migrante islamista pronto a sgozzare gli «infedeli» cristiani. Ora, diciamolo forte e chiaro, la mancanza di rispetto per l'essere femminile imposta nel nome di Allah è intollerabile. Ma è chiaro che l'ambasciatore della Repubblica Islamica non può sottrarsi a quelle regole. Lo comprova la vicenda dell'ex-presidente riformista iraniano Mohammad Khatami denunciato nel 2016 al tribunale religioso della città santa di Qom da una ventina di studenti di teologia per aver stretto la mano ad alcune donne durante una visita in quel di Udine. Spetta dunque alle istituzioni europee fissare protocolli che invece di prevedere supinamente, come successo a Madrid, il rifiuto del saluto al gentil sesso, impongano l'esclusione dai ricevimenti ufficiali di chi quell'atto di rispetto non lo vuole o non lo può dare. Anche perché in molte società l'eccesso di tolleranza viene interpretato non come rispetto, ma come mancanza di attenzione per la propria identità trasformandosi quindi in sinonimo di debolezza. L'abbiamo visto nella vicina Svizzera dove nel 2016, sull'esempio del protocollo diplomatico seguito a Madrid, una scuola media di Basilea ha permesso ai propri alunni musulmani di negare la stretta di mano alle professoresse. Nel relativismo di quella scuola pronta a piegarsi all'ideologia di qualche padre islamista deciso a pretendere i diritti, ma non i doveri della nazione in cui era ospitato c'è il sonno della ragione che spinge il giornalismo europeo a non indignarsi per la profanazione di una chiesa, l'assalto ai suoi fedeli e l'atroce assassinio di un religioso. Se vogliamo ridestarci da quel sonno dobbiamo imporre il rispetto della nostra identità a chiunque frequenti le nostre istituzioni. Altrimenti anche profanazione di chiese e sgozzamento di cristiani diventeranno abitudini giustificate e politicamente corrette. Come già sembrano esserlo per tanti miei indifferenti colleghi.

Governo, Pasdaran e Ayatollah: come cambia il potere in Iran. Andrea Muratore il 26 gennaio 2023 su Inside Over.

Le proteste di piazza da mesi scuotono l’Iran, il governo degli Ayatollah si è trovato pressato da più direttrici alla luce delle richieste della piazza di un allentamento del controllo sociale e nella Repubblica Islamica è decisamente cambiata la traiettoria dell’architettura di potere.

L’Iran sotto assedio interno e esterno

Mentre la nazione vive, di fatto, uno stato d’assedio sul piano politico interno ed internazionale, mentre le sanzioni tornano a mordere ferocemente l’economia nazionale e non si trova soluzione alla crisi aperta da Donald Trump disconoscendo l’accordo sul nucleare nel 2019 anche gli apparati di Teheran si riorganizzano.

A quasi due anni dall’alternanza al potere presidenziale tra Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi possiamo notare una riduzione del peso decisionale dell’autorità presidenziale di fronte al condizionamento della Guida Suprema, Ali Khamenei, e soprattutto delle Guardie della Rivoluzione (Irgc, i Pasdaran). Che guidano assieme al giro di vite sulle proteste aperte dalla morte di Masha Amini ad opera della polizia anche un trinceramento intransigente del potere nazionale.

La “militarizzazione” della figura della Guardia Suprema

La filosofia politica dominante nel pensiero dell’anziano 83enne Ali Khamenei è stata plasmata negli anni a partire dal principio del primo Ayatollah dell’Iran post-rivoluzionario, Ruhollah Khomeini, il cosiddetto velāyat-e faqih. Tale principio prescrive il “potere del giurisperito” nella legge islamica, dunque l’autorità come conseguenza della padronanza delle leggi profonde dei codici islamici e della loro interpretazione secondo i dettami dell’Islam duodecimano dominante in Iran. Ideologia, questa, che nel 1979 fu la molla per il crollo del regime Reza Pahlavi perché capace di dare organicità e, apparentemente, distacco dall’arbitrio.

Ma nel corso degli anni la visione politica degli Ayatollah, Khomeini prima e Khamenei poi, si è “secolarizzata” e ha preso il via un controllo sostanziale della Guida Suprema sugli apparati militari e di sicurezza. Dalla potestas all’imperium, insomma.

Una visione, questa, “modellata e rafforzata da tre notevoli crolli autoritari”, ricorda il New York Times: “la caduta della monarchia iraniana nel 1979, la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e le rivolte arabe del 2011. La sua conclusione da ciascuno di questi eventi è stata quella di non scendere mai a compromessi sotto pressione e di non farlo mai sui principi. Ogni volta che Khamenei si è trovato di fronte a un bivio tra riforma e repressione, ha sempre raddoppiato la repressione”.

Così è stato nel 2009, durante le proteste contro Mahmoud Ahmainejad; così si è replicato durante la crisi economica del 2019. E così è a cavallo tra 2022 e 2023. Per il Nyt “a rigidità dei sostenitori della linea dura iraniana è guidata non solo da convinzioni ideologiche, ma anche da una profonda comprensione dell’interazione tra governanti e governati. Come ha detto Alexis de Tocqueville, del resto il momento più pericoloso per un cattivo governo è quello in cui cerca di riparare i suoi modi”.

Il ruolo dei Pasdaran

E per un governo che da tempo si è arroccato su una posizione oltranzista verso le rivendicazioni della piazza e in cui le forze di polizia e gli apparati di sicurezza sono vicini ai livelli di arbitrio della Savak, la polizia segreta dello Scià, è difficile tornare indietro. Notevole, in quest’ottica, la mobilitazione dei Pasdaran. Il moto del 2022-2023, lo ha ricordato Foreign Policy, è tutto fuorché rivoluzionario o capace di ribaltare la Repubblica Islamica. Ma orfani di Qasem Soleimani, pressati nella loro proiezione oltreconfine in Siria e Libano dalla “guerra-ombra” di Israele, frenati nei loro affari economici dal ritorno delle sanzioni i Pasdaran hanno bisogno di legittimarsi come forza di potere. E il legame diretto con l’Ayatollah è valorizzato con la partecipazione entusiasta dell’Irgc alla reazione in cui sono morte 400 persone per mano delle forze di sicurezza da settembre a oggi.

"La presa di potere militare dei guardiani della rivoluzione", nota l'analista Paolo Raffone su Limes, fa sì che l’Iran potrebbe in futuro "restare Repubblica Islamica”, ma "di fatto diventerebbe una dittatura militare". L'alto ufficiale Hamid Abazari ha di recente, come ricorda il Jerusalem Post, invitato in tal senso il comandante dell'Irgc, generale Hossein Salami, a fare piazza pulita dai ranghi degli ufficiali non fedeli alla linea di Khamenei. Alla cui successione molti alti papaveri dei Pasdaran iniziano a pensare. Sperando che la transizione, dopo la morte della Guida Suprema, coincida con una "trincerocrazia" che premi i veterani di Siria, Yemen, Libano e Iraq con una conferma delle posizioni di vertice.

La presidenza, un potere in declino

Più a ruota, ma non decisivo, il presidente Raisi. Considerato un "conservatore" nella semplificatoria retorica occidentale sul potere iraniano, Raisi si è trovato sul fronte interno schiacciato sulle posizioni della Guida Suprema di fronte alle proteste. E ne è uscito sminuito, tanto che ora i potenti clan Khomeini e Rafsanajani sono pronti a incunearsi tra il capo formale dello Stato e la Guida Suprema per condizionare il processo di successione a Khamenei a svantaggio di Raisi. Il quale insegue spazi di autonomia laddove ha più discrezione operativa: e la politica estera è uno di questi settori. Di fatto, nelle cuspidi del potere iraniano, la Guardia Suprema sembra nell'ultimo biennio aver assunto potestà assoluta sulle vicende interne, mentre maggior discrezione è lasciata al capo dello Stato in materia di esteri.

In quest'ottica, chiaramente, la posizione degli oltranzisti anti-occidentali prende piede a scapito del partito della diplomazia targato Rouhani e che oggi è messo ai margini. La visione millenarista, reazionaria e "dura e pura" degli oltranzisti sul fronte interno si riflette in una politica estera muscolare, fatta di confronti a viso aperto con i rivali regionali.

La nascita di un governo simmetrico a quello iraniano in Israele, con gli ultranazionalisti alleati di Benjamin Netanyahu, e la cordata di Stati con esecutivi guidati da orientamenti anti-iraniani in Occidente può aprire allo sdoganamento del braccio di ferro. Regno Unito, Italia e Polonia hanno preso posizione in forma molto simile a quella americana sulle prospettive future del regime. E in un circolo vizioso notevole, il ritorno delle proteste ha sdoganato la mano libera concessa dagli Ayatollah ai boia di Stato. L'impiccagione, senza regolare processo, di Ali Reza Akbari, ex viceministro della Difesa accusato di essere una spia di Israele, in scia alle proteste segnala la saldatura tra paranoie del regime per l'assedio internazionale e giro di vite interno. Il vero punto di caduta per l'arroccamento di un potere in cui gli equilibri tra "turbante" (potere religioso), "spada" (potere militare) e "corona" (autorità formale politica) stanno vedendo una saldatura tra i primi due blocchi che inaugura la seconda fase della Repubblica Islamica. Oramai Stato-caserma in guerra contro la sua stessa società.

Le vere radici della crisi in Iran. Mauro Indelicato il 25 Gennaio 2023 su Inside Over.

La protesta in Iran iniziata nel settembre 2022 è stata spesso descritta come una rivolta delle donne. È partita in effetti dopo la morte di Mahsa Amiri, ragazza di origine curda deceduta dopo essere stata arrestata a Teheran per non aver indossato correttamente l’hijab. Ma l’episodio in questione ha in realtà fatto detonare una situazione già molto grave.

La notizia della morte della giovane ha come scoperchiato un vaso di Pandora tenuto faticosamente coperto dalle autorità della Repubblica Islamica: le stesse che vegliano sulla rivoluzione del 1979. Nel giro di poche settimane, sono uscite fuori le istanze della popolazione più povera, delle minoranze etniche e di giovani generazioni lontane, anagraficamente e non solo, dalla rivoluzione di 44 anni fa.

La crisi economica che attanaglia il Paese

Quella partita a settembre non è certo la prima rivolta che ha sconvolto l'Iran dall'inizio dell'era degli ayatollah. Alla fine del 2019, importanti proteste sono esplose in diverse città. Non solo nella capitale, ma anche nelle aree più remote. In quel caso si trattava di manifestazioni successive all'annuncio del raddoppio del prezzo della benzina e del razionamento nella distribuzione dei carburanti.

Circostanza che ha scatenato un'ondata di collera sociale. In diverse parti dell'Iran sono stati assaltati anche i distributori, con scene da vera e propria rivolta popolare. La situazione è rientrata dopo alcune settimane. E questo sia per via della riposta della polizia, ma anche perché con l'aumento delle tasse sulla benzina il governo ha potuto dedicare risorse alle classi meno abbienti. Con le primavere arabe nate sull'onda del malcontento dei ceti più poveri, la tassazione della benzina è servita per redistribuire reddito ai cittadini meno agiati. La rivolta è stata così gradualmente silenziata.

Ma il malcontento non è stato estirpato, soltanto mantenuto più in profondità. I leader della repubblica islamica hanno sperato poi nell'evoluzione del contesto internazionale e, in particolare, nella fine delle sanzioni a carico dell'Iran. Il coronavirus prima e i mancati accordi sul nucleare dopo, non hanno scalfito la situazione. Per questo il Paese è rimasto stretto nella morsa di una crisi sempre meno gestibile. Sono poche le entrate e il petrolio e le altre risorse di cui è ricco il territorio iraniano non possono essere vendute all'estero: la cinghia del bilancio si è così fatta sempre più stretta.

Se le sovvenzioni al momento riescono a tenere ferme le masse meno abbienti, la classe media invece sta patendo una situazione sempre più grave. Ed è l'agitazione di questa classe al momento a spaventare maggiormente i vertici del potere iraniano.

Giovani generazioni lontane dalla rivoluzione islamica

Alla classe media appartengono molti degli studenti scesi in piazza in questi ultimi mesi. Da parte loro è emerso un nervosismo legato al proprio futuro e alla fatica di trovare lavoro. Preoccupazioni in grado di aprire la strada a un altro genere di rivendicazioni. Quelle di natura sociale. E qui a fungere da detonatore è stata la questione anagrafica. L'età media della popolazione iraniana è molto più bassa di quella europea e occidentale. Anche se nell'ultimo decennio la crescita demografica ha subito un vistoso rallentamento, l'età media dell'intera popolazione è di 31 anni. In Italia, per avere un'idea, è di 46.

Vuol dire quindi che c'è un'ampia fetta di cittadini non ha mai toccato con mano la rivoluzione islamica del '79. Le condizioni disagiate a livello economico e i contatti con l'estero anche tramite i social (nonostante i frequenti blocchi), stanno aumentando tra i giovani, studenti e non, la percezione di essere ingabbiati in un sistema da loro non voluto e da loro non compreso.

Le ragazze che in piazza hanno tolto il velo come gesto di provocazione, hanno voluto esprimere la sensazione di ritrovarsi all'interno di un contesto anacronistico. Ed è la trasposizione in piazza di quanto già da tempo avveniva all'interno delle case. Negli anni molti giovani sono stati sorpresi a organizzare feste private, con alcool e comportamenti ritenuti immorali. Una vita, quella del giovane medio iraniano, molto diversa da quella concepita da chi ha fatto la rivoluzione del 1979.

E questo non solo per via dell'inevitabile cambiamento dei tempi. Anche negli anni '80, al fianco di giovani che hanno partecipato alla nascita della Repubblica Islamica, c'erano giovani che hanno vissuto in modo distaccato gli eventi. La rivoluzione è stata accettata da tutti in nome del superamento del regime dello Scià Rheza Palevi e per via dell'attacco iracheno nella guerra sviluppatasi tra il 1980 e il 1988. Oggi, con una certa lontananza dai dettami del 1979 e con condizioni economiche sempre meno promettenti, al distacco si è aggiunta l'insofferenza.

Minoranze discriminate

La morte di Mahsa Amiri ha catalizzato l'attenzione anche delle minoranze. È un'altra questione mai del tutto chiusa dai vertici della Repubblica Islamica. La ragazza deceduta a Teheran era di origine curda. Questo ha creato le basi per importanti manifestazioni tenute nella provincia del Kurdistan iraniano. In scia, le altre minoranze hanno iniziato a portare in piazza il proprio malcontento. A partire dagli azeri, minoranza turcofona che vive nel nord del Paese in regioni importanti come quelle di Tabriz.

La questione azera è sempre stata molto delicata. Lo dimostra il fatto che nel novembre 2015 importanti manifestazioni sono esplose nelle regioni a maggioranza azera dopo uno sceneggiato televisivo. Si trattava di un programma dedicato ai bambini dove una famiglia azera veniva descritta con stereotipi negativi, seppur in chiave comica. Dopo la puntata, in migliaia hanno protestato per le strade. Segno di un'insofferenza latente e mai sopita.

Più a sud a partecipare alle manifestazioni degli ultimi mesi sono stati anche i baluci. Membri cioè di una minoranza di religione sunnita, la quale ha sempre percepito la teocrazia sciita come lontana e discriminatoria. A fine settembre a Zahedan, capoluogo della provincia del Balucistan, si sarebbe consumata una delle peggiori stragi dall'inizio delle manifestazioni di settembre: durante gli scontri tra gruppi locali e poliziotti, sarebbero morte almeno 80 persone.

Una retorica che non fa più presa

Giovani lontani dalla rivoluzione del 1979, economia sempre meno solida e minoranze etniche e religiose mai pienamente integrate nel contesto sociale e politico del Paese. La fragilità interna dell'Iran è emersa con forza subito dopo lo scoppio delle proteste di settembre. Una fragilità figlia delle tante contraddizioni del Paese, tenute faticosamente unite e nascoste dallo spettro, perennemente e sapientemente alimentato dalle autorità, dell'esistenza di nemici esterni. Nel primo decennio di vita della Repubblica Islamica, è stata la guerra contro l'Iraq a rinsaldare la società. In seguito, sono state le sanzioni a far percepire all'opinione pubblica di essere sotto attacco esterno.

La retorica però adesso non fa più presa. Il collante che ha tenuto unito l'Iran non riesce più a far incastrare il variegato mosaico sociale. Nemmeno la recente scomparsa dal generale Soleimani, ucciso da un raid Usa nel gennaio 2020, è riuscita a riunificare il Paese. Dopo i primi giorni di lutto nazionale molto partecipato, la crisi generata dal coronavirus e le tensioni nate negli ultimi mesi hanno fatto dimenticare l'esistenza di martiri e di attacchi esterni. Fino alla detonazione di tutte le varie tensioni faticosamente tenute nascoste dai massimi dirigenti della Repubblica Islamica. MAURO INDELICATO

L'Iran del terrore è figlio del pensiero teocratico nato in Occidente. Otello Lupacchini su Il Tempo il 14 gennaio 2023

Non v'è dubbio che in Iran sia in atto una vera e propria rivolta: da settembre, il popolo lotta contro un regime oscurantista e sanguinario. Uccisi nelle strade, morti nelle mani della polizia ed esecuzioni capitali, sono inequivocabile indice della durezza del braccio di ferro tra regime e piazza: tutto quel che è diverso dall'omologazione imposta e, dunque, rappresenta e insegue il sogno della libertà, è represso e sterminato dal regime. Simbolo del crollo di consenso popolare nei confronti della teocrazia islamica iraniana, le donne scendono in piazza, si strappano platealmente il velo e lo sventolano al mondo intero, si tagliano pubblicamente ciocche di capelli; e muoiono: in strada sotto i colpi degli sgherri degli ayatollah, nei posti di polizia per le torture loro inflitte, per mano del boia, in un Paese in cui la forca miete vite come in nessun altro luogo al mondo: vite di donne, vite di ragazzi minorenni, vite di persone la cui unica colpa è di essere o sentirsi diversi dal modello imposto da una visione distorta della fede e delle sue regole.

È senz'altro doveroso che i nostri Governi, vieppiù dopo le numerose esecuzioni capitali di giovanissimi, tutti accusati di muharebeh, ossia di fare «guerra contro Dio», facciano sentire forte la loro voce di condanna per le violenze e le repressioni di persone inermi; che venga sospeso ogni accordo con il regime teocratico, nucleare compreso; che venga inasprito l'embargo economico-commerciale; che vengano sanzionati i membri della struttura di potere della Repubblica islamica in Iran, che siano attivate le procedure giudiziarie internazionali per procedere nei confronti di coloro che si macchiano di crimini contro l'umanità; che non abbiano paura, se del caso, di richiamare gli ambasciatori.

Altrettanto importante, però, è capire e denunciare, senza alcuna ipocrisia, come in Iran accada né più né meno quel che è tipico di tutti i regimi che, in qualche modo, nel corso della storia, sentendosi investiti da Dio, si sono lasciati andare a ogni sorta di nefandezze. Un male di cui la civiltà occidentale, non è restata immune: solo in tempi relativamente recenti le nostre società sono faticosamente riuscite a distinguere tra Dio e Cesare, tra politica e religione, riducendo al minimo e non senza strascichi le interferenze reciproche

. Per rendersene conto basterà ripartire dalla Lettera ai Romani di san Paolo che, nei primi due versetti del 13° capitolo, raccomanda: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c'è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno sudi sé la condanna».

La visione paolina del mondo segna il vertice del quietismo reazionario: rinnegato il nazionalismo della teocrazia giudaica, San Paolo conserva il principio teocratico identificando tanti mandati terreni di Dio quanti sono sulla crosta terrestre i governi in arcione. Dicendo che l'autorità viene da Dio, Paolo si colloca nel punto in cui il cinismo quietistico confina con l'infatuazione teocratica, cioè li combina: il cinico fa il verso della scimmia se le autorità lo prescrivono, pur di lucrare un vantaggio o scongiurare un danno; il fanatico, invece, o affronta il patibolo o ci manda gli altri piuttosto di disubbidire al comandamento piovuto dal cielo. Su questo terreno, anche nel nostro presente, si colgono rigurgiti di «terrore giudiziario meritorio».

Del resto, che la ferocia giudiziaria piace in ogni tempo e a ogni latitudine ai patiti del principio teocratico, lo dimostra la famosa pagina sul boia, in cui Joseph de Maistre, nel bodoire di Saint-Pétersbourg, espone i meccanismi repressivi occulti o almeno discreti, che società chiuse lavorano nelle società chiuse: nessun elogio morale può essere tributato al boia, «perché ogni elogio morale presuppone un rapporto con gli uomini, mentre egli non ne ha alcuno; ogni grandezza, ogni potere, ogni subordinazione dipendono, però, da lui: egli è l'orrore e il legame dell'associazione umana; togliete dal mondo questo agente incomprensibile, e nello stesso istante l'ordine lascia il posto al caos, i troni si inabissano e la società scompare. E ogni luterologo sa quali conclusioni ne siano state dedotte sulla pelle dei contadini ribelli: mentre un assassino offende questo o quel membro della società, il rivoltoso aggredisce il fondamento stesso della convivenza sociale; col primo bisogna rispettare le regole del gioco, processo e garanzie della difesa, il secondo va abbattuto sul posto come un cane idrofobo, se no ammazza te e tutto un Paese: «Non si deve attendere che l'autorità giudichi e agisca, visto che non è in grado di farlo (...) ogni suddito fedele deve andarle in soccorso pugnalando, decapitando, sgozzando, e arrischiando corpo e beni per salvarla» (Lutero, Lettera sul libretto contro i contadini, in Scritti politici, Torino 1959, 322); perché niente eguaglia un rivoltoso quanto a veleno diabolico: in tempi convulsi, «un signore si guadagna il cielo versando sangue», meglio che se pregasse. Inutile dire che la rottura rivoluzionaria e il conseguente incivilimento dei costumi hanno avuto un'impronta antiecclesiastica: in Germania, a chiedere per primi l'abolizione della pena di morte, furono i contadini in rivolta; in Francia fu con la rivoluzione che sopravvenne la condanna del sadismo giudiziario.

Quando c'è di mezzo la salute dell'anima, il rogo, la ruota lo squartamento, i mille modi d'infierire su un poveraccio inerme sono espedienti pedagogici appena adeguati. Bisogna poi tener conto della malignità naturale dell'uomo di chiesa e del gusto festoso dello spettacolo: la gente va all'esecuzione in piazza come andrebbe a teatro. Se ne prenda atto senza ipocrisie e non si potrà allora restare inerti, silenti, indifferenti, di fronte al grido che proviene dalle strade e dalle piazze iraniane, lasciando che Khamenei ed i suoi scagnozzi si sentano liberi di procedere «nel nome di Dio» con il terrore, le violenze, gli stupri e le esecuzioni di massa.

Iran, otto anni di carcere all’uomo che ha decapitato la moglie 17enne (e rideva per strada). Irene Soave su Il Corriere della Sera il 18 Gennaio 2023.

Il processo per l’omicidio di Mona Heidari, sposa bambina, a febbraio 2022, si è chiuso ora con una pena detentiva. Ben diversamente, cioè, dai processi-lampo che mandano i dissidenti alla forca

L’Iran che manda alla forca i suoi ragazzi, dissidenti, dopo processi da meno di un mese, usa con altri rei differenti riguardi. Passerà otto anni in carcere Sajjad Heidarnava, un uomo che ad Ahvaz, nell’Iran sudoccidentale, ha decapitato sua moglie ed è uscito per strada ridendo con la testa di lei in mano. La moglie, Mona Heidari, aveva 17 anni; si erano sposati che lei ne aveva 12, e avevano un figlio di 3.

Il caso ha sconvolto il Paese: il video è emerso sui social ben dopo l’omicidio, avvenuto a febbraio 2022, e ha scatenato un’ondata di dolore e indignazione, oltre a una campagna delle principali organizzazioni per i diritti umani per l’aumento dell’età minima per contrarre matrimonio, fissata ora a 13 anni per le ragazze. Heidarnava ha agito insieme al cognato, cioè al fratello di Mona; anche per il concorso di colpa, la condanna è stata di appena sette anni e mezzo per omicidio, più otto per aggressione. Senza appello: la famiglia della sposa bambina — e del complice dell’assassino, Heidar Heidarnava, fratello di lei — aveva «perdonato» l’assassino anziché chiedere qesas, una punizione più severa ai sensi della legge islamica. Una sorta di patteggiamento. Heidar Heidarnava, il complice, starà in carcere per 45 mesi. Il processo si è svolto regolarmente, e ha avuto una durata congrua: undici mesi.

Lo stesso non si può dire per le confessioni estorte e i processi lampo che hanno portato all’impiccagione già quattro ragazzi, tra i manifestanti coinvolti nelle proteste scoppiate dopo la morte il 16 settembre di Mahsa Amini. Curda, 22 anni, è stata arrestata per una presunta violazione del codice di abbigliamento femminile del Paese. È morta dopo due giorni per le percosse della polizia. Da allora le proteste non si fermano: 19 mila gli arresti, quasi 500 manifestanti hanno perso la vita e soprattutto ci sono state quattro esecuzioni capitali lampo, dal sapore di punizioni esemplari. Altri venti sono già stati condannati a morte, e potrebbero essere impiccati da un momento all’altro.

Da open.online il 12 gennaio 2023.

L’Iran si prepara a eseguire una nuova condanna a morte: questa volta di un cittadino di nazionalità anche britannica. Sembra infatti imminente l’esecuzione di Alireza Akbari, ex viceministro della Difesa iraniano ai tempi della presidenza di Seyyed Mohammad Khatami (1997 – 2005), condannato a morte nel 2019 da una Corte Rivoluzionaria di Teheran con l’accusa di spionaggio per conto del Regno Unito. Lo ha raccontato la moglie dell’ex funzionario iraniano Maryam alla Bbc Persian, affermando di essere stata convocata nella prigione, dove si troverebbe Akbari, per «un ultimo saluto».

 La Bbc in lingua farsi ha inoltre diffuso la registrazione di un messaggio audio attribuito all’ex viceministro in cui Akbari – che ha un secondo passaporto britannico – afferma di esser stato torturato e costretto a confessare davanti alla telecamera crimini mai commessi. Non solo. L’ex funzionario racconta anche di esser arrivato in Iran su richiesta di un alto diplomatico iraniano coinvolto nei colloqui sul nucleare con potenze mondiali. Una volta raggiunto il Paese, aggiunge Akbari, sarebbe stato accusato di aver ottenuto informazioni top secret dall’allora segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani «in cambio di una boccetta di profumo e di una maglietta». Alireza Akbari ha prestato servizio sotto Shamkhani quando quest’ultimo era ministro della Difesa, sempre sotto la presidenza riformista di Khatami.

Ore dopo la pubblicazione del messaggio da parte dell’emittente, l’agenzia stampa iraniana Mizan – fa sapere Bbc – ha confermato per la prima volta dopo anni che Akbari era stato ritenuto colpevole di spionaggio e che la Corte Suprema aveva respinto il suo appello. Una portavoce del ministero degli Esteri di Londra ha da parte sua assicurato che il Foreign Office continuerà a «sostenere il signor Akbari e la sua famiglia», nonché a «sollevare insistentemente il suo caso di fronte alle autorità» di Teheran. Nel frattempo, il Regno Unito ha chiesto ai vertici iraniani il «rilascio immediato» dell’ex viceministro» e «l’accesso consolare urgente per poterlo visitare in prigione».

  Mattarella striglia il neo-ambasciatore di Teheran

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è tornato a far sentire la propria voce contro la repressione da parte delle autorità iraniane nei confronti dei manifestanti che da oltre quattro mesi infiammano le piazze del Paese. Nel pomeriggio di oggi, mercoledì 11 gennaio, infatti Mattarella ha ricevuto al Quirinale il nuovo ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri, al quale – si legge nella nota della presidenza della Repubblica – ha ribadito la «ferma condanna dello Stato italiano e la sua personale indignazione per la brutale repressione delle manifestazioni, per le condanne a morte e l’esecuzione di molti dimostranti». Per il presidente ora è necessario «porre immediatamente fine alle violenze rivolte contro la popolazione» poiché «il rispetto con cui l’Italia guarda ai partner internazionali e ai loro ordinamenti trova un limite invalicabile nei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo».

Fatemi vedere per l’ultima volta mia figlia prima dell’esecuzione”, il dramma di un condannato a morte. Prof. Roberto Castelli su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

Il Cuore dell’Iran presenta una ferita profonda e sanguina di sangue innocente, sangue dei suoi figli che vengono mandati a morire innocenti come “nemici di Dio” perché protestano contro la Repubblica Islamica. Nel settembre 2022 dopo la morte violenta di Mahsa Amini, detenuta e violentata in un carcere di Teheran perché non indossava correttamente il velo, sono state migliaia le persone a scendere in piazza contro il regime islamico. Queste proteste sono costate al popolo iraniano, finora, oltre 500 morti e migliaia di arresti, di sparizioni in carceri dove studenti liceali e universitari subiscono violenze, torture, sevizie. Quattro uomini, di cui due poco più che ventenni, sono stati impiccati per aver “mosso guerra a Dio”.

In questo contesto si iscrivono le storie di Hassan Firouzi e Mohammad Ekhtiarian. Hassan, 34 anni, è stato arrestato nel novembre 2022 ed è stato condannato alla pena di morte da eseguire appena si sarà rimesso dalle ferite subite in carcere, perché per una perversa e tragica ironia si deve essere “sani”, almeno in apparenza, per morire nella “guerra contro Dio”. Detenuto nella prigione di Evin, tristemente nota per le frequenti denunce di violazione dei diritti umani, è stato sottoposto a tortura al fine di estorcergli una falsa confessione di colpevolezza. Non gli è stata concessa alcuna assistenza legale ed è stato condannato dopo un processo sommario alla pena capitale. Il 16 gennaio 2023, prima di essere riportato dall’ospedale in prigione senza le necessarie cure, Hassan ha lanciato un appello al popolo iraniano.

Le sue parole sono dettate dalla disperazione di chi è ben conscio di stare per morire e che dovrà lasciare il mondo senza più vedere la “cosa” che egli ama di più, sua figlia: “Chiedo una sola cosa al popolo iraniano: fate qualcosa perché io possa vedere mia figlia per l’ultima volta. Che io firmi o meno la confessione mi uccideranno. Il mio unico desiderio è di vedere per l’ultima volta mia figlia prima che uccidano me. Dopo 10 anni, Dio finalmente ci ha dato una bambina e io ho potuto vederla solo per 18 giorni prima di essere arrestato”. Noi tutti proviamo un profondo senso di impotenza di fronte al suo appello e al suo dramma e per quello di centinaia di persone detenute e seviziate nelle carceri iraniane. Morire in nome di Dio, ma in verità per mano di un regime che non rispetta né Dio né l’uomo, è un prezzo troppo alto da pagare e un insostenibile paradosso. Paradosso non meno tragico è associare il nome di Dio, “il clemente, il misericordioso”, il Dio “con i nomi più belli”, come si legge nel Corano, alla morte: alla morte degli altri, di quelli che pensano diversamente.

Rapporti del 23 gennaio scorso di attivisti iraniani per i diritti umani indicano che Hassan, a causa delle gravi lesioni riportate durante l’interrogatorio e l’assenza di cure mediche, sia entrato in coma. Durante gli interrogatori sarebbe stato duramente picchiato con una sedia e l’assenza di cure mediche avrebbe determinato una grave emorragia con perdita della funzionalità di un rene.

Analoga tragica sorte è quella di Mohammad Ekhtiarian, altro giovane manifestante iraniano arrestato nel corso delle proteste. Di lui non abbiamo dichiarazioni dirette, e anche le notizie sulla sua situazione sono frammentarie, ma non per questa ragione la sua storia è in secondo piano. Durante l’arresto, gli sono state provocate gravi ferite forse d’arma da fuoco a una gamba e ora, a cause di infezioni gravi, anche lui sarebbe entrato in coma.

Al momento attuale, la storia dell’Iran è fatta da centinaia di casi come questi. I ragazzi dopo l’arresto spariscono, subiscono torture e pestaggi, muoiono senza che di loro si sappia più nulla. Ora Hassan e Mohammad stanno morendo a cause di brutali sevizie e torture o sono in condizioni di pericolo di vita, privati delle cure necessarie. Diamo voce alla voce di Hassan e di Mohammad e a quella di centinaia di ragazzi incarcerati, torturati e messi a morte solo perché hanno il coraggio di alzare la testa contro un regime che li schiaccia, li opprime, offende i loro diritti di essere umani. La loro voce è soffocata dalla sofferenza, dalla paura, dal dolore o ridotta a un lieve labile tremante sospiro. Abbiamo il coraggio di urlare al loro posto che la vita umana e i suoi diritti, sono un valore irrinunciabile, non possono essere calpestati e vilipesi e, chissà, riusciremo a fermare la mano del boia. Se non arriveremo a tanto, almeno avremo provato a non allinearci all’indifferenza e all’individualismo. Chiediamo a tutti i governi del mondo libero, alle organizzazioni umanitarie, e al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di intraprendere azioni urgenti per fermare l’esecuzione di Hassan e Mohammad e tutti i crimini in corso in Iran. Prof. Roberto Castelli

L'Iran sdegna il mondo: l'ex vice ministro Akbari impiccato per spionaggio. Era nel governo riformista di Khatami. Parigi e Londra: "Barbarie che non resterà senza risposta". Gaia Cesare il 15 Gennaio 2023 su Il Giornale.

In un messaggio audio diffuso dal canale in persiano della Bbc, mercoledì, lo si sentiva denunciare di essere stato torturato e costretto a confessare crimini mai commessi. Eppure, neanche per lui, Alireza Akbari, 61 anni, ex vice ministro della Difesa iraniano durante l'epoca riformista del presidente Mohamed Khatami (1997-2005), c'è stato nulla da fare, come per i 4 manifestanti impiccati per le proteste anti-governative in corso in Iran e per altri 4 accusati di aver passato informazioni ai servizi segreti israeliani. Con l'accusa di essere una spia, anzi di essere «uno dei più importanti agenti dell'intelligence britannica in servizio in Iran» consueta imputazione usata da Teheran contro chi è considerato nemico della Repubblica islamica l'ex numero due della Difesa iraniana è stato impiccato per «corruzione sulla terra e per aver danneggiato la sicurezza interna ed esterna del Paese attraverso la trasmissione di informazioni». Tra le prove esibite dal regime c'è un video, in cui Akbari confessa di essere una spia, salvo poi denunciare nell'audio della Bbc che la confessione gli è stata estorta.

Arrestato nel 2019, Akbari si trovava già nel braccio della morte, ma la notizia ha scioccato la comunità internazionale e in particolare Londra, che ha imposto sanzioni al procuratore generale iraniano, Mohammad Jafar Montazeri, per sottolineare il «disgusto» del governo britannico, che ha anche convocato l'ambasciatore iraniano. Il premier inglese Rishi Sunak si è detto «sconvolto» e ha definito l'esecuzione «un atto crudele e codardo», dichiarazione che - in una sorta di ribaltamento dei ruoli - ha spinto Teheran a convocare l'ambasciatore inglese. Akbari era anche cittadino britannico (ma l'Iran non riconosce la doppia cittadinanza) e sia gli Stati Uniti che il Regno Unito avevano chiesto due giorni fa di fermare l'esecuzione. «Accuse motivate politicamente» quelle contro di lui, secondo Washington, che aveva denunciato il trattamento subìto da Akbari, «drogato, torturato durante la detenzione, interrogato per migliaia di ore e costretto a rilasciare false ammissioni».

Dagli Stati Uniti alla Francia alla Germania, le cancellerie occidentali reagiscono all'orrore. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di «atto atroce e barbaro». Parigi ha espresso «indignazione» per l'esecuzione, ha convocato l'incaricato iraniano e promesso con Londra che «le ripetute violazioni del diritto internazionale non rimarranno senza risposta». Berlino ha parlato di «ulteriore atto disumano» del regime.

La tempistica dell'esecuzione di Akbari, secondo l'avvocato per i diritti umani, Saeid Dehghannon, non sarebbe casuale. Coincide con la valutazione del Parlamento inglese per inserire il Corpo delle Guardie rivoluzionarie nella lista dei gruppi terroristi. Ma per altri analisti l'esecuzione sarebbe un segnale a un ramo dei servizi segreti iraniani, a causa della vicinanza di Akbari ad Ali Shamkhani, segretario dal 2013 del Consiglio nazionale supremo, che lo aveva invitato in Iran - secondo il fratello di Akbari, Mehdi - per il suo ruolo di consigliere nei negoziati sul nucleare.

Anche Amnesty International, che ha definito «ripugnante» l'impiccagione, ha ricordato come Akbari sia stato sottoposto a torture. Nell'audio della Bbc, l'ex viceministro spiegava: «Mi hanno dato vestiti nuovi e mi è stato chiesto di tingermi i capelli per essere rilasciato, ma poi sono stato portato in uno studio cinematografico e minacciato con una pistola di confessare il falso».

Iran: "Giustiziato l'ex viceministro Akbari". Era accusato di essere una spia britannica. La Repubblica il 14 gennaio 2023.

Pochi giorni fa la moglie era stata convocata in prigione "per un ultimo incontro", il che aveva fatto temere che la condanna potesse essere eseguita a breve

Pochi giorni fa la convocazione della moglie in prigione per un "ultimo saluto" e un audio diffuso dalla Bbc in cui Alireza Akbari si accusava di aver ottenuto informazioni segrete grazie a: "profumo e magliette" aveva fatto temere, o capire, che ci sarebbe stata a breve l'esecuzione. E oggi l'Iran ha annunciato di aver giustiziato un cittadino iraniano-britannico che una volta lavorava per un suo ministero.  Lo hanno annunciato fonti giudiziarie, lo conferma l'agenzia di stampa iraniana Mizan, associata alla magistratura del paese, che parla di impiccagione. Non è stato detto quando, solo che è successo. Tuttavia, si vocifera che sia stato giustiziato già dopo la visita della moglie.

Alireza Akbari era stato viceministro della Difesa tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, da molti anni non ha più ruoli operativi all'interno dell'amministrazione. L'Iran aveva accusato Akbari, senza offrire prove, di essere una spia dell'agenzia di intelligence britannica MI-6. Anzi era considerato in Iran una "spia chiave" per l'"importanza della sua posizione", addirittura come "uno dei più importanti infiltrati nei centri sensibili e strategici del Paese".

 Estratto dell'articolo di Gabriella Colarusso per “la Repubblica” il 15 Gennaio 2023.

«Sono stato accusato di aver ottenuto informazioni top secret dal capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano in cambio di una bottiglia di profumo e una maglietta». Le ultime parole note di Alireza Akbari erano state diffuse pochi giorni fa dalla Bbc in lingua farsi, un messaggio audio registrato in cui l'ex viceministro della difesa iraniano denunciava di essere stato torturato perché confessasse colpe non sue.

 Akbari è stato impiccato con accuse di spionaggio, in quella che tuttavia sembra essere anche una resa dei conti all'interno del sistema di potere di Teheran e che ha suscitato l'ira del premier inglese Sunak e della comunità internazionale. Akbari aveva infatti doppia cittadinanza, iraniana e britannica.

[…] Il governo iraniano l'ha accusato, senza fornire evidenze, di aver passato a paesi stranieri informazioni sensibili sulla Difesa e sul programma nucleare iraniano, compreso alcuni dettagli sul lavoro di Mohsen Fakhrizadeh, forse il più importante scienziato iraniano, padre del programma nucleare militare, ucciso il 27 novembre 2020 non lontano da casa sua a Teheran. Il giorno dell'agguato, Akbari era già in carcere.

C'è una lunga scia di casi di cittadini con doppia nazionalità che sono stati accusati in Iran di spionaggio e spesso usati come merce di scambio nei negoziati con paesi stranieri. I processi quasi sempre vengono celebrati a porte chiuse per sicurezza nazionale e i gruppi per i diritti umani denunciano violazioni gravi dei diritti della difesa. […]

 La segretezza e l'opacità che hanno circondato il suo caso sollevano molte domande. Akbari è cresciuto politicamente con Ali Shamkhani, […] Ma Akbari è stato vicino anche ad Ali Larijani, […] descritti dalla stampa indipendente che ha base fuori dall'Iran, ma buone fonti all'interno, come fautori di una linea più moderata, di dialogo con i manifestanti e di apertura alle riforme. 

Larijani si è espresso anche pubblicamente contro l'obbligatorietà del velo, Shamkhani ha incontrato alcuni esponenti riformisti chiedendo loro, senza successo, di collaborare per sedare le manifestazioni di piazze. L'ex viceministro ha pagato anche la sua vicinanza al fronte moderato? Per Abdolrasool Divsallar, analista e studioso di affari militari iraniani, che oggi vive in Italia, ma che ha lavorato alla Difesa, le accuse contro l'ex viceministro «sono tutte falsità». 

 «Akbari era un brillante analista ed è stato critico nei confronti delle strategie regionali e di difesa dell'Iran come l'eccessivo coinvolgimento in Siria ed era fautore di una linea di appeasement con gli Stati Uniti nel Golfo. La sua esecuzione è un messaggio: non c'è spazio politico per ogni idea che si allontana dalla visione della leadership». […]

L'Iran ora sfida l'Italia: "Non prendiamo lezioni". Ipotesi nuove sanzioni. Braccio di ferro sulla repressione di Teheran. L'ambasciatore attacca. Tajani: stop violenze. Massimiliano Scafi il 13 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Roma. Irritato. «Non accettiamo lezioni, letture politiche e ingerenze. Respingiamo la pretesa di alcuni Paesi di imporre la loro cultura e il loro stile di vita». Irridente, persino. «La Repubblica islamica condivide il diritto internazionale e rispetta i valori umani». Inverosimile, pure: «L'Iran tutela i diritti delle donne e tiene processi equi». Si, sembra davvero incredibile, ma sono proprio queste le parole del nuovo ambasciatore di Teheran, appena strapazzato da Sergio Mattarella durante la consegna delle credenziali. Mercoledì il capo dello Stato gli ha parlato fuori dai denti, esprimendo «la ferma condanna italiana e la mia personale indignazione per la brutale repressione delle manifestazioni di protesta». E il giorno dopo Mohamad Reza Sabouri replica con affabile durezza. «Roma per noi è la porta di accesso all'Europa, però non scambieremo la nostra indipendenza e la nostra sicurezza con niente». Così tocca ad Antonio Tajani fare il punto, davanti alle commissioni congiunte Affari esteri. «Speravamo che ci fosse un cambiamento, dopo la liberazione di Alessia Piperno, ma quel segnale non ha avuto seguito. Il ricorso arbitrario alla pena capitale rende sempre più difficile un dialogo costruttivo».

Quasi 20mila in galera, 500 morti negli scontri di piazza, oltre cento le condanne capitali dopo processi lampo. E violenze sessuali quasi sistematiche contro le manifestanti arrestate. «La repressione in Iran ci lascia sgomenti - dice Tajani - La nostra posizione è chiara e netta. In linea con il Parlamento e con le parole del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, chiediamo la cessazione immediata dell'oppressione e una moratoria della pena di morte». I rapporti sono al minimo storico, però «per uno stop alle relazioni diplomatiche con Teheran occorre un'intesa con gli alleati». Situazione comunque pesantissima. E non basta «la cieca repressione del dissenso», o la «linea rossa superata» da tutti quei ragazzi mandati a morte dai tribunali. Il governo, spiega il ministro degli Esteri, «è molto preoccupato anche per il progressivo allineamento dell'Iran alla Russia, con la fornitura di droni utilizzati nel conflitto con l'Ucraina». A questo punto serve una risposta europea, infatti «stiamo lavorando a un quarto pacchetto di sanzioni Ue per continuare a lanciare un messaggio inequivocabile di condanna».

L'Italia inoltre «si augura» che possa ripartire presto il negoziato «per il ripristino dell'accordo sul nucleare, che rappresenterebbe una conquista importante nel contrasto alla proliferazione» di armi atomiche. Vista l'aria che tira, è meglio non coltivare troppe speranze. In ogni caso, assicura il ministro degli Esteri, «non baratteremo il nucleare con i diritti umani», però «non possiamo dire non parliamo di nucleare finché l'Agenzia internazionale per l'energia atomica punta a controllare quanto succede in Iran: il mondo intero sta dialogando, non solo noi, non è una posizione di debolezza».

La trattativa langue ma per Sabouri «se ci fosse una reale volontà, un accordo sarebbe a portata di mano». Quanto ai droni ai russi, sì, è vero, ma non sono quelli di cui si parla. «Anche noi abbiamo protestato con Mosca e ci hanno risposto che non sono stati usati in Ucraina. Noi non stiamo ne con l'Est ne con l'Ovest». L'ambasciatore nega pure tutto il resto. Le proteste? «Sono ammesse purché pacifiche». Il dissenso? «La libertà di parola e di pensiero è uno dei valori dell'Islam». I processi? «Sono regolari. A chi non può permetterselo viene fornito un avvocato». Le vittime? «Solo 300». Gli stupri? «Il procuratore generale ha disposto indagini». I rapporti con l'Italia? «Pure noi compiamo errori. L'Iran è pronto ad accogliere know how e tecnologia, però ci aspettiamo un atteggiamento più costruttivo».

Iran, cinque anni di carcere per l’ex figlia del presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. A settembre i media iraniani avevano scritto che la ragazza, attivista per i diritti delle donne, era stata arrestata «per incitamento ai disordini» durante le proteste per la morte di Mahsa Amini. Il Dubbio il 10 gennaio 2023

La figlia dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani è stata condannata a cinque anni di prigione. Lo ha reso noto il suo legale, senza dare alcun dettaglio sui motivi della condanna di Faezeh Hashemi, ma, ha ricordato l'agenzia di stampa Isna, la procura di Teheran l'aveva incriminata per «propaganda contro il sistema».

A settembre i media iraniani avevano scritto che la figlia di Rafsanjani, attivista per i diritti delle donne, era stata arrestata «per incitamento ai disordini» durante le proteste per la morte di Mahsa Amini.

Iran a rischio esecuzione oltre cento manifestanti. L'Ue: "È ora di fermarsi". "Dal Kurdistan a Teheran, la mia vita per l'Iran", gridano nel distretto di Ekbatan, zona ovest della capitale. "Libertà, libertà, libertà". Gaia Cesare il 10 Gennaio 2023 su Il Giornale

«Dal Kurdistan a Teheran, la mia vita per l'Iran», gridano nel distretto di Ekbatan, zona ovest della capitale. «Libertà, libertà, libertà», invocano gli studenti dell'università di Teheran, battendo rumorosamente i piedi per farsi sentire. «Ucciderò chi ha ucciso mio fratello. Questo è l'ultimo avvertimento», ma anche «la patria non sarà nostra, finché i mullah non saranno rimossi», dicono a decine di fronte al carcere Rajai Shahr, nella città di Karaj, per chiedere di fermare l'esecuzione imminente di altri due manifestanti, dopo che sabato è salito a quattro il numero di rivoltosi impiccati per le proteste anti-regime.

A quattro mesi dall'inizio della rivolta, dopo almeno 19.290 arresti e 519 morti accertati tra i civili, compresi 70 minori (ma le vittime sono certamente molte di più, secondo l'organizzazione per i diritti umani Hrana, che ha diffuso il dato aggiornato e conta inoltre 68 uccisi tra i membri delle forze di sicurezza), la popolazione iraniana non smette di scendere in piazza e ribellarsi come può, nonostante il bagno di sangue. Quattro manifestanti sono già stati impiccati finora dal regime a causa delle proteste antigovernative e adesso altri due giovani sono stati trasferiti nel braccio della morte. La loro fine potrebbe essere questione di ore. Si tratta di Mohammad Ghobadlou, 22 anni, e Mohammad Boroughani, 19 anni. Ma sono 17 gli iraniani condannati a morte, prevalentemente ventenni, che rischiano l'esecuzione da un momento all'altro e 111 i manifestanti arrestati «sotto la minaccia imminente» di finire al patibolo, gli ultimi quattro nella sola giornata di ieri, tre dei quali per una manifestazione a Isfahan in cui furono uccisi tre membri delle forze di sicurezza. Nello stesso processo, ha scampato per un soffio la pena capitale l'ex calciatore Amir Nasr Azadani, condannato invece a 26 anni. Ne dovrà scontare invece 5 Faezeh Hashemi, la figlia dell'ex presidente Akbar Rafsanjani, condannata ieri in via «non definitiva» per «propaganda». Le sentenze delle autorità iraniane arrivano all'indomani della presa di posizione di un altro noto calciatore, Mehdi Taremi, centravanti del Porto e della nazionale iraniana, fra i giocatori più rappresentativi del Paese, che in un post su Twitter ha condannato la repressione: «Non si fa giustizia con il cappio. Quale società raggiunge la pace con spargimenti di sangue ed esecuzioni ogni giorno?», ha scritto l'asso del calcio.

Per protestare contro le esecuzioni, chiedendone lo stop immediato, le cancellerie europee fanno una mossa diplomatica simbolica, mentre Papa Francesco condanna la pena di morte in Iran e altrove: «Va abolita in tutti i Paesi del mondo». I ministeri degli Esteri francese, norvegese e tedesco, così come l'Unione europea, tramite il Segretario generale del Servizio europeo per l'azione esterna, Stefano Sannino, a nome dell'Alto rappresentante per la Politica Estera dell'Ue, hanno convocato l'ambasciatore iraniano e il Regno Unito l'incaricato d'affari iraniano, il diplomatico più alto in grado a Londra. Ma il regime non mostra alcun segno di cedimento.

Al contrario, l'ayatollah Khamenei, Guida Spirituale e più alta carica religiosa della Repubblica islamica, ha esortato di nuovo le autorità nelle scorse ore «a punire i rivoltosi in modo serio ed equo», definendo il loro un «tradimento», che «non mira a contrastare la gestione e le debolezze economiche del Paese» ma cerca di «fermare la produzione e il turismo in Iran». Un'analisi totalmente scollegata dalla realtà, mentre il Paese chiede la sua testa o quanto meno la sua uscita di scena. E ora anche Meta, la società che detiene Facebook, Whatsapp e Instagram autorizza, tramite il suo Oversight Board, l'organismo per il controllo dei contenuti, lo slogan «Morte a Khamenei». «Non viola la regola contro le minacce violente - dicono dall'azienda di Mark Zuckeberg - perché ormai l'espressione è usata con il significato di «abbasso Khamenei».

Reza, il figlio dell'ultimo Scià. "Questo regime va rovesciato". "Questo regime deve essere rovesciato". Lo ha affermato Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi e della sua terza moglie Farah Diba. Redazione il 10 Gennaio 2023 su Il Giornale

«Questo regime deve essere rovesciato». Lo ha affermato Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi e della sua terza moglie Farah Diba, in un messaggio su Twitter in cui ha sottolineato come «milioni di iraniani sono preoccupati per le vite di Mohammad Ghobadlou e Mohammad Broghani, altri due giovani patrioti che potrebbero essere giustiziati dalla Repubblica islamica in qualsiasi momento». Ieri mattina presto, decine di iraniani si sono radunati davanti al carcere nella città di Karaj, dopo notizie della probabile esecuzione dei due giovani manifestanti condannati a morte per aver preso parte alle proteste in corso da quasi quattro mesi in Iran.

Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo Scià di Persia e della sua terza moglie Farah Diba, ha condannato dall'esilio le due esecuzioni compiute in Iran sabato mattina. «Mohammad Hosseini e Mohammad Mahdi Karmi non sono stati giustiziati. Piuttosto, sono stati uccisi da un regime terroristico - ha denunciato su Twitter -. Giuro sul sangue puro di Mohammad e Mahdi che continueremo questa rivoluzione più determinati di prima fino al giorno della vittoria».

Anche secondo il grande pianista iraniano Ramin Bahrami il regime ha le ore contate e sarà «il popolo che lo farà cadere, da solo», per mezzo di «una rivoluzione che non è più solo femminile, ma riguarda l'intera popolazione». E lo farà, ecco la critica al mondo libero, «nel silenzio assordante dei politici e delle autorità» dell'Occidente, dove «non c'è una partecipazione veramente importante» rispetto al «momento tristissimo» dell'Iran. Come se «il sangue iraniano fosse meno rosso di quello ucraino, o di quello russo, congolese, iracheno, siriano. Questo fa male».

Iran, condannato a 26 anni di carcere il calciatore Azadani. Il calciatore iraniano Azadani condannato a 26 anni di carcere. L’atleta riconosciuto colpevole dell'assassinio di tre uomini della milizia paramilitare e di altri due reati commessi durante le proteste che scuotono il Paese da metà settembre. Il Dubbio il 9 gennaio 2023

In Iran è stato condannato a 26 anni di carcere il calciatore Amir Nasr Azadani, riconosciuto colpevole dell'assassinio di tre uomini della milizia paramilitare e di altri due reati commessi durante le proteste che scuotono il Paese da metà settembre. Azadani, che ha giocato nelle squadre di calcio Rah-Ahan, Tractor e Gol-e Rayhan, è stato arrestato il 24 novembre scorso mentre partecipava alle proteste a Isfahan, la sua città natale.

Altri tre coinvolti nella morte dei tre “basij” sono stati condannati a morte e un altro a più di due anni di prigione. Il caso dell'atleta 26enne, costretto a fermarsi nei mesi scorsi dopo essersi infortunato, è diventato virale e scatenato critiche in tutto il mondo quando si era temuto che fosse stato condannato a morte.

L'alba di libertà della rivoluzione Z. Storia di Vittorio Macioce su Il Giornale il 9 gennaio 2023.

I sogni non muoiono all'alba. Non sempre. I corpi sì, appesi, nel piazzale di cemento di un carcere, con un cappio che pende dalla gru. È lì che a Karaj, a quarantadue chilometri da Teheran, i sacerdoti e i guardiani della rivoluzione khomeinista cercano di fermare il tempo. Così è stata battezzata nel 1979. Rivoluzione. Nel nome di Allah e contro lo scià. La rivoluzione costruisce una repubblica, che sulla carta sembra perfino avere una architettura platonica. Ci sono i saggi della fede e i guardiani che la difendono dai miscredenti: gli ayatollah e i pasdaran. La legge e l'ordine. Sono ancora lì, ma non hanno nulla di santo e di sacro. Sono le maschere di una teocrazia. Non hanno mai avuto così paura. È per questo che impiccano, senza senso, con processi farsa, senza diritto. Le condanne a morte arrivano una dopo l'altra per colpire un'altra rivoluzione, senza armi e senza violenza, di ragazze e ragazzi che sfilano in piazza con la consapevolezza di essere agnelli che vanno al macello. È così da Nord a Sud, un'onda che si allarga, e batte i piedi. Non sanno quando finirà e quanti morti dovranno contare, finora nelle strade e nelle prigioni sono più di cinquecento e settanta sono bambini. Chi si ribella è colpevole di fare guerra a Dio. Non sanno, qualunque sia il suo nome, che con quei cappi lo stanno impiccando. Dio è morto, come Mohsen e Majidreza, 23 anni, come Seyed Mohammad, 26 anni, e Mehdi di 21. Questa è la rivoluzione della generazione Z, i figli del nuovo millennio, che altrove è in cerca di un destino e qui lo sta affrontando, a costo della vita.

Mehdi Karami è un ragazzo curdo e ha scelto di dire «no», di scendere in piazza, il giorno che a Karaj i «guardiani» hanno ammazzato una sua coetanea con sei proiettili alla testa. Si chiamava Hadis Najafi e la sua colpa era mostrarsi su Tik Tok senza veli. Tutti e due sognavano un futuro migliore, come Mahsa Amini, la prima martire di questa storia. Le ragazze una dopo l'altra si sono tolte il velo, tagliandosi ciocche di capelli. È così che tutto è cominciato. Hadis raccontava questo nei suoi video: «Quando ci guarderemo indietro, tra qualche anno, saremo felici di vedere che tutto è cambiato in meglio». Mehdi la ascoltava, lasciando per un attimo gli allenamenti di palestra e gli incontri di karate. Le sue ultime parole sono state per il padre: «Mi hanno condannato a morte, ma non dirlo alla mamma».

Mohsen Shekari è stato il primo ribelle a essere giustiziato. Era l'8 dicembre. Tanti lo conoscevano per i suoi canti di rivolta, da rapper. Il processo è durato dieci giorni. Poi è toccato il 12 dicembre a Majidreza Rahnavard, di professione wrestler. Lo hanno giustiziato nella pubblica piazza. Mohammad Hosseini, maestro e allenatore di bambini, è morto lo stesso giorno di Mehdi, come in una preghiera di gennaio, anche lui curdo, anche lui violentato e torturato, come accade a tutti quelli che finiscono nelle celle della repressione, uomini e donne, madri o adolescenti. Il prossimo potrebbe essere Mansour Dahmardeh, ventiduenne e disabile, reo di aver dato fuoco a una gomma. L'accusa è «corruzione del genere umano».

Greta Privitera per corriere.it il 7 gennaio 2023.

Molti dei tweet che lo annunciano, cominciano così: Buongiorno mondo, il regime iraniano ha impiccato altri due ragazzi, Mohammad Mehdi Karami, 22 anni, e Mohammad Hosseini, 26. 

 Ma non solo sui social gira la notizia della terza e quarta impiccagione di manifestanti dall’inizio delle proteste, anche la Nuova agenzia giudiziaria dei pasdaran conferma la morte e fa sapere che sarebbero stati giustiziati all’alba, prima della preghiera.  Come per gli altri casi -Mohsen Shekari e Majidreza Rahnavard - entrambi sono stati accusati di «inimicizia contro Dio», e, riportano gli attivisti, non hanno mai visto né un avvocato, né un processo giusto. 

 Bbc Persian scrive che Mohammad Mehdi Karami e Mohammad Hosseini sarebbero stati arrestati mentre protestavano a Karaj, vicino a Teheran, durante la cerimonia del 40esimo giorno dalla morte di Najafi , una ventenne anche lei vittima della violenza del regime , simbolo delle proteste che dal 16 settembre, dal giorno dell’uccisione di Mahsa Amini, infiammano il Paese . La magistratura li avrebbe condannati per la morte di un miliziano Basij, Ruhollah Ajamian, citato come «martire» dall’ayatollah Khamenei in uno dei suoi ultimi discorsi. 

 La prima condanna del tribunale è arrivata il 4 dicembre e il 3 gennaio la Corte suprema ha confermato la sentenza. Come è successo per gli altri due manifestanti impiccati, nei giorni scorsi anche Mehdi Karami e Hosseininei sono apparsi in un video nella tv di stato dove confermavano con frasi spezzettate la partecipazione alle proteste: «Una confessione estorta dal regime», scrivono gli attivisti che non hanno dubbi dell’inequità dei metodi usati dalle autorità iraniane. 

Secondo Mohammadhossein Aghassi, indicato da Karami come suo avvocato ma rifiutato dalla corte, Karami aveva iniziato uno sciopero della fame in carcere per protestare contro il «no alla mia richiesta di averti come avvocato», gli avrebbe detto il giovane al telefono. L’avvocato ha riferito inoltre che a Karami non è stato permesso di vedere la famiglia prima della morte.

 Le esecuzioni sono arrivate nonostante una intensa campagna delle Ong che chiedeva a Teheran di revocare le sentenze. A metà dicembre, il padre di Mehdi, Mashallah Karami, ha pubblicato un video sui social media in cui lui e la moglie imploravano le autorità di annullare la condanna a morte del figlio. Mashallah Karami aveva detto ai media locali che l’avvocato della famiglia non è stato in grado di accedere al fascicolo di suo figlio descritto con questa parola: «Torturato».

 «Impiccano i ragazzi e le ragazze che hanno ferito o ucciso le loro guardie, anche per dare un segnale alle forze di sicurezza, stanche di rischiare la vita nelle strade», ha raccontato al Corriere Mahmood Amiry-Moghaddam, fondatore della Ong Iran human rights di Oslo. «Se la comunità internazionale non reagisce in modo forte, sarà una catastrofe. Il rischio sono le esecuzioni di massa». 

 Secondo la Ong, dall'inizio delle proteste sono stati arrestati circa 20 mila manifestanti e uccisi almeno 476. Cento rischiano l'esecuzione.

Iran, Khamenei cambia il capo della polizia per reprimere con più violenza le proteste. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 07 gennaio 2023

Nato a Isfahan nel 1963 Radan non è un volto nuovo per gli apparati della sicurezza iraniana. È stato vicecomandante della polizia nazionale fino al 2014 e già capo della polizia di Teheran. Ha avuto un ruolo chiave nella formazione della polizia religiosa ed è stato già sanzionato da Usa e Ue

A circa quattro mesi di distanza la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha deciso di inasprire ancora di più la repressione nei confronti dei manifestanti che protestano contro il regime. L’ayatollah ha nominato ieri Ahmadreza Radan come nuovo capo delle forze di polizia. Radan prenderà così il posto di Hossein Ashtari, che lascia la guida dopo otto anni di servizio. Il suo operato non era più gradito a Khamenei che lo ha criticato per non essere riuscito a gestire le proteste che imperversano nel paese da settembre.

Nato a Isfahan nel 1963 Radan non è un volto nuovo per gli apparati della sicurezza iraniana. È stato vicecomandante della polizia nazionale dal 2008 al 2014 ed è stato anche capo della polizia di Teheran. Nella capitale è diventato famoso per la sua repressione nei confronti di chi non rispettava i codici vestiari della legge islamica imposti nel paese e i dettami della polizia morale. Radan ha avuto anche un ruolo nella “politica estera” iraniana dato che si è occupato dell’addestramento delle forze anti terroristiche irachene contro l’Isis.

LE SANZIONI

Negli anni Radan è stato sanzionato più volte sia dal governo degli Stati Uniti sia dall’Unione europea. In un report per il Congresso americano pubblicato lo scorso maggio, Radan è stato inserito nella lista di persone «funzionari del governo iraniano o che agiscono per conto del governo iraniano, responsabili o complici, o responsabili di ordinare, controllare o dirigere in altro modo la commissione di gravi abusi dei diritti umani contro cittadini iraniani o loro familiari».

Secondo il governo americano, Radan ha avuto un ruolo essenziale nelle proteste in occasione delle elezioni presidenziali del 2009, che sono state represse con la violenza dalla polizia ed è anche considerato uno degli uomini chiavi nella formazione della «polizia della moralità», istituita dall’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad nel 2005.

Negli anni, la polizia della moralità è stata accusata di aver violato i diritti delle donne e di applicare una legge che lede i diritti e le libertà dei cittadini. Da settembre gli iraniani chiedono l’abolizione della polizia religiosa dopo le accuse di aver ucciso la giovane Mahsa Amini morta mentre era in custodia di alcuni agenti che l’avevano arrestata per non aver indossato correttamente il velo islamico, come invece previsto dalla legge nazionale fin dal 1983.

LE ESECUZIONI

«Mohammed Mahdi Karami e Seyyed Mohammed Hosseini, i principali responsabili del crimine che ha portato al martirio di Ruhollah Ajamian, sono stati impiccati questa mattina». Con un comunicato lapidario l’agenzia di stampa giudiziaria Mizan Online ha pubblicato nella mattinata di ieri la notizia dell’esecuzione della condanna a morte di altri due manifestanti. I due sono stati uccisi dopo un processo sommario a dicembre che li ha condannati a morte per aver assassinato un membro delle forze di sicurezza di Teheran a novembre. Ajamian, infatti, era un membro della milizia Basij incorporata alle Guardie rivoluzionarie e sarebbe morto lo scorso 3 novembre a Karaj mentre i manifestanti partecipavano a un picchetto in ricordo della morte di un altro manifestante.

Con le esecuzioni di Mohammed Mahdi Karami e Seyyed Mohammed Hosseini salgono a quattro le persone giustiziate dall’inizio delle proteste, mentre sono sono 14 i manifestanti condannati a morte dalle autorità religiose. Per due di questi la sentenza è stata confermata dalla Corte suprema, due invece hanno fatto ricorso in appello mentre i restanti detenuti sono in attesa di un nuovo processo. Ma con la nomina di Radan c’è il rischio che una nuova ondata di repressione colpisca i manifestanti, è quello che chiede l’Ayatollah insoddisfatto della violenza degli ultimi quattro mesi. YOUSSEF HASSAN HOLGADO

Da corriere.it il 4 gennaio 2023.

Il settimanale satirico «Charlie Hebdo» ha pubblicato una serie di caricature sulla guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei, scatenando l’ira di Teheran, che ha promesso una reazione dura.

 In uscita sul numero speciale di oggi ci sono infatti 35 vignette satiriche, le migliori tra centinaia scelte dalla redazione nell’ambito di un concorso internazionale indetto a sostegno del movimento di contestazione popolare in Iran, sulla scia dell’uccisione lo scorso 16 settembre della giovane curda iraniana Masha Amini.

 Il numero speciale in edicola oggi, intitolato «Mullah, tornate da dove venite» e dedicato appunto all’Iran, commemora inoltre l’ottavo anniversario dell’attentato alla redazione di «Charlie Hebdo», avvenuto il 7 gennaio 2015. Costò la vita a 12 persone. Gli aggressori affermarono di agire per conto di al-Qaeda, per vendicare la decisione del giornale di pubblicare caricature blasfeme del profeta Maometto.

«Vogliamo sostenere ciò che sta accadendo in Iran. E, vedendo Ali Khamenei, un personaggio che compare spesso sui media, abbiamo pensato che fosse un buon soggetto per una caricatura. Il leader supremo, a differenza di Maometto, non è un profeta, quindi possiamo disegnarlo quanto vogliamo» ha riferito al quotidiano «Liberation» il direttore di «Charlie Hebdo», Riss.

Charlie Hebdo e la copertina contro Khamenei. Scoppia la crisi diplomatica tra Iran e Francia. Storia di Gaia Cesare su Il Giornale il 4 gennaio 2023.

In copertina, decine di ayatollah marciano verso il grembo di una donna a gambe aperte. «Mullah, ritornate da dove venite», recita il titolo. All'interno un'altra donna, di cui si vedono solo le gambe, urina addosso al Leader Supremo. E lui, mentre cammina fra i corpi penzoloni dei manifestanti impiccati per le proteste, dell'odore di morte che lo circonda si chiede: «Sono io? Oppure è puzza di piedi?». Ridicolizzato da Charlie Hebdo, che con le sue vignette sostiene la rivolta in corso in Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran e massima carica religiosa del Paese, è stato ieri protagonista di un'altra giornata di battaglia sul tema delle libertà, in patria e all'estero. Teheran ha infatti deciso di convocare l'ambasciatore francese per le caricature a lui dedicate dalla rivista satirica francese nell'ottavo anniversario degli attentati islamisti del 7 gennaio 2015, 12 morti.

La Repubblica islamica non ha digerito le immagini del suo più alto rappresentante religioso ridicolizzato in 35 vignette, pubblicate ieri in un numero speciale dal settimanale francese dopo essere state scelte tra le centinaia inviate per un concorso internazionale indetto dalla rivista parigina a sostegno della rivolta anti-regime. Inaccettabile per una teocrazia in cui potere politico e religioso sono tutt'uno. «Un atto offensivo e indecente», lo ha definito il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, promettendo che non resterà «senza una risposta efficace e decisa»: «Non permetteremo al governo francese di oltrepassare il limite. Hanno preso la strada sbagliata».

La scelta di Charlie Hebdo diventa dunque un caso, oltre che l'occasione per il direttore Laurent Sourisseau, in arte Riss, di ricordare nel suo editoriale come l'integralismo religioso sia una degenerazione e «il disegno satirico, guida suprema della libertà». «A differenza di Maometto - spiega Riss - Khamenei non è un profeta, possiamo disegnarlo quanto vogliamo».

Proprio ieri, in vista della festa della mamma in Iran, la Guida Suprema ha incontrato un gruppo di donne «delle élite femminili», ha sollecitato una maggiore partecipazione in ambito politico e invitato a «non accusare chi non porta il velo in modo integrale di essere contro la Rivoluzione islamica». Parole irrealistiche, parte di una strategia per contenere la rabbia della piazza, che ribolle da 4 mesi e piange 600 manifestanti uccisi. Parole smentite da nuovi attacchi agli occidentali: «Sottopongono le donne a schiavitù e traffico sessuale, in società che hanno legalizzato l'omosessualità».

Non è un caso che, appena uscita dal carcere di Evin a Teheran, la nota attrice Taraneh Alidoosti, rilasciata su cauzione dopo tre settimane, abbia sfidato di nuovo il regime mostrandosi senza velo. Nelle stesse ore un altro manifestante è stato condannato a morte. E l'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha criticato la repressione: «I soldi andrebbero spesi per i problemi del Paese».

(ANSA il 5 gennaio 2023) – Hackerato in Francia il sito di Charlie Hebdo. A quasi otto anni dall'attentato contro la redazione del giornale satirico, il 7 gennaio 2015 nel cuore di Parigi, e in piena polemica con Teheran per le ultime caricature riguardanti il leader supremo Ali Khamenei, la giustizia francese ha aperto oggi un'inchiesta riguardante l'attacco informatico di cui è stato oggetto il sito web del giornale. La denuncia è stata presentata alla giustizia francese dalla stessa direzione di Charlie Hebdo

 Questo pomeriggio, il sito del giornale risultava accessibile ma non la sua boutique on-line.Intervistato ieri da France Inter, Riss, il direttore del settimanale tra i pochi scampati all'attacco jihadista del 2015, aveva riferito di aver già subito "attacchi informatici dal Pakistan. Ma è un po' un classico per Charlie, dovevamo aspettarcelo. Se ormai è solo questo, non è tanto grave".

(ANSA il 5 gennaio 2023) - Minacce social che hanno riguardato un vignettista italiano della provincia di Arezzo, autore di una delle immagini pubblicate nell'ultimo numero di Charlie Hebdo, hanno indotto le autorità ad alzare i livelli di vigilanza intorno a lui. L'uomo, 59 anni, è uno dei 35 vincitori del concorso bandito dalla pubblicazione francese e una sua vignetta è stata pubblicata nel numero dedicato al regime iraniano che ha suscitato forti reazioni a Teheran. Secondo quanto appreso le forze dell'ordine hanno avviato misure a tutela della sicurezza personale dell'uomo.

Danilo Ceccarelli per lastampa.it il 5 gennaio 2023.

Continuano le tensioni tra Francia e Iran dopo che ieri Charlie Hebdo è uscito in edicola con delle caricature dell'Ayatollah Ali Khamenei. Le autorità di Teheran hanno chiuso l'Istituto francese delle ricerche in Iran (Ifri), uno dei centri di studio più importanti e più antichi che Parigi ha nel Paese.

 Ad annunciarlo il ministero degli Esteri della Repubblica islamica con un comunicato, dove si spiega che questa è solamente la «prima tappa». L'Ifri aveva riaperto durante la presidenza di Hassan Rohani dopo essere rimasto chiuso per molti anni proprio con l'obiettivo di rilanciare i rapporti tra i due Paesi.

L’escalation

La decisione arriva dopo l'escalation di tensione di ieri, esplosa a causa delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo. In occasione dell'anniversario degli attentati jihadisti che il 7 gennaio del 2015 colpirono la sua redazione, il celebre settimanale satirico ha lanciato un concorso internazionale il mese scorso invitando disegnatori di tutto il mondo ad inviargli delle vignette dell'ayatollah iraniano.

Un modo anche per esprimere solidarietà con la proteste che vanno avanti ormai da quasi quattro mesi, scoppiate dopo che una ragazza, Mahsa Amini, è morta durante un fermo scattato perché non indossava correttamente il velo. Il giornale ha ricevuto circa 300 opere provenienti da ogni parte de mondo, anche dall'Italia, realizzate soprattutto da disegnatori dissidenti.

Nell'edizione speciale uscita ieri ne sono stati pubblicate 35, dove la guida religiosa viene raffigurata in caricature di ogni tipo. Khamenei appare con un turbante formato da cappi, per ricordare le recenti esecuzioni, mentre affoga in un mare di sangue o lapidato da alcune donne nude.

 La furia del regime

Un'iniziativa che ha mandato su tutte le furie il regime di Teheran, che ha considerato il governo francese responsabile di questo «atto odioso» e «ingiustificato». L'Iran non accetta in nessun modo l'insulto ai suoi valori”, ha fatto sapere Nasser Anani, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, dove è stato convocato l'ambasciatore di Francia per chiedergli spiegazioni. Il capo della diplomazia Hossein Amirabdollahian, ha promesso una risposta che sarà data in modo deciso ed efficace”.

Il pugno duro

Intanto, la Repubblica islamica continua a mantenere il pugno duro contro le contestazioni. Un ragazzo di 18 anni, Arshia Takdastan, è stato condannato a morte per «inimicizia con Dio» e «corruzione sulla Terra» da un tribunale di Sari, nel nord del Paese.

 L'ayatollah Khamenei cerca però di mascherare la repressione, dando timidi segnali di apertura: «Non è giusto che alcune donne non osservino l'hijab integrale, ma non dobbiamo dire che sono contro la religione o la Rivoluzione islamica. Sono le nostre figlie, ha detto ieri durante un incontro pubblico organizzato in occasione della Festa della Mamma. Ma il leader religioso ha subito corretto il tiro sostenendo che le donne contrarie all'obbligo di indossare il velo devono comunque «essere corrette».

(ANSA il 5 gennaio 2023) -  Il ministero degli Esteri della Francia non è stato informato ufficialmente della chiusura dell'istituto francese di ricerca (Ifri) in Iran in rappreseglia alle caricature di Charlie Hebdo sulla guida supema della Repubblica islamica Ali Khamenei. Se confermato, l'annuncio sarebbe tuttavia "deplorevole". "Per ora - ha affermato la portavoce del ministero, Anne-Claire Legendre - non abbiamo ricevuto informazioni ufficiali riguardo gli annunci fatti a mezzo stampa dalle autorità iraniane relative alla chiusura dell'Istituto francese di ricerca Ifri".

 "Se confermati, questi annunci sarebbero ovviamente deplorevoli", ha proseguito la portavoce aggiungendo che l'Ifri è un "luogo importante di cultura e di scambi", nato dalla fusione - nel 1983 tra la Délégation Archéologique Française in Iran creata nel 1987 e l'Institut Français d'Iranologie di Téhéran fondato nel 1947 dal filosofo orientalista francese, Henry Corbin. In precedenza, la ministra francese degli Esteri, Catherine colonna, ha ricordato l'esistenza della libertà di stampa in Francia. (ANSA).

Da open.online l’11 gennaio 2023.

«I mullah non capiscono decisamente nulla di donne». Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese, non lascia ma raddoppia, e torna alla carica – col suo stile dissacrante – contro il regime iraniano, da mesi sotto pressione per le proteste di piazza dopo la morte della giovane Mahsa Amini.

 Nel nuovo numero in edicola in Francia da oggi, Charlie mette di nuovo in prima pagina i mullah iraniani, sotto al titolo irriverente citato, nell’atto di uscire a fatica dalla vulva di una donna dai capelli blu che se la ride di gusto.

  «C’abbiamo messo una settimana a trovare l’uscita», sospira nella vignetta l’ultimo dei quattro mini-mullah a rivedere la luce fuori dall’utero femminile. Nel tweet di lancio del nuovo numero, Charlie rincara la dose preannunciando, tra i contenuti dell’edizione, un ricco pacchetto di «mullah caricaturati loro malgrado».

Marco Bresolin per “La Stampa” l’11 gennaio 2023.

Olivier Vandecasteele è un cooperante belga di 42 anni che lavorava per il Norwegian Refugee Council. Nel febbraio dello scorso anno è stato arrestato in Iran e da allora si trova in carcere. A dicembre, Teheran ha reso noto di averlo condannato a 28 anni di carcere, senza fornire ulteriori spiegazioni. Una settimana fa l'agenzia iraniana Tasnim ha reso noti i motivi della condanna: è accusato di spionaggio, di aver agito contro l'Iran in collaborazione con gli Stati Uniti e di riciclaggio di denaro.

 Accuse che farebbero salire a 40 anni il totale degli anni di carcere, anche se a quanto pare dovrebbe scontarne 12 e mezzo. Ma non è tutto: essendo accusato di contrabbando, le pene accessorie prevedono anche 74 frustrate. Ieri la ministra degli Esteri Hadja Lahbib ha convocato l'ambasciatore iraniano in Belgio.

«Condanniamo questa detenzione arbitraria e stiamo facendo di tutto affinché termini» ha detto la ministra. Bruxelles non crede alle accuse mosse nei suoi confronti e lo considera «un ostaggio diplomatico», visto che Teheran starebbe usando la sua detenzione per chiedere la liberazione di Assadollah Assadi. Si tratta di un diplomatico iraniano condannato in Belgio nel febbraio 2021 a 20 anni di reclusione per aver progettato un attentato contro alcuni oppositori iraniani nei pressi di Parigi.

 L'anno scorso il governo belga aveva negoziato con l'Iran un trattato che prevede la possibilità di effettuare scambi di detenuti, ma l'iniziativa è stata bloccata dalla Corte costituzionale belga il mese scorso in attesa di un giudizio sulla sua legittimità.

Intanto da Teheran arrivano dure minacce all'indirizzo di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese già colpito da un attentato jihadista nel 2015. Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha invitato «chi insulta le santità islamiche a pensare al destino di Salman Rushdie», lo scrittore accoltellato la scorsa estate a New York, «punito più di trent'anni dopo aver insultato il Sacro Corano e il Profeta dell'Islam».

 La scorsa settimana Charlie Hebdo aveva pubblicato un numero speciale dedicato alle proteste in Iran con alcune vignette che prendevano di mira Ali Khamenei e i mullah con allusioni di tipo sessuale sul loro rapporto con le donne. Sul numero in edicola oggi ci sono nuove vignette dello stesso tenore.

Iran, 30enne muore dopo 20 giorni di torture: aveva studiato a Bologna. Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera l’1 Gennaio 2023.

Mehdi Zare Ashkzari, 30 anni, è entrato in coma e dopo venti giorni è morto. A dare la notizia il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury.

La repressione iraniana fa l’ennesima vittima. Si tratta di un giovane poco più che trentenne, Mehdi Zare Ashkzari, che 20 giorni fa era entrato in coma a seguito delle torture subite in carcere e alla fine è morto.

Il giovane nel 2015 aveva studiato Farmacia a Bologna, dove aveva lavorato anche nella pizzeria d’asporto Ciao per mantenersi gli studi.

Due anni fa era tornato a Yazd, una città dell’Iran centrale, a causa della morte della madre e in questi mesi aveva preso parte alle proteste del movimento Donne Vita Libertà.

La notizia è stata data dal portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury, al quotidiano Domani.

Mehdi è stato torturato «tanto, al punto che dopo 20 giorni di coma è morto», secondo quanto riferito a Noury da una sua fonte in Iran. Il giovane sarebbe stato rilasciato dopo i pestaggi per evitare si sentisse male mentre era in cella, ma subito dopo è entrato in coma.

La morte dell’ex studente ha sconvolto gli studenti e gli accademici dell’Università di Bologna che già si erano mobilitati per far rilasciare Patrick Zaki dal carcere in Egitto cosa che è avvenuta l’8 dicembre del 2021, anche se il ragazzo non è ancora libero di viaggiare. Lo studente egiziano, che è ancora sotto processo per reati d’opinione, ha voluto manifestare il suo cordoglio per la morte di Ashkzari con un post su Twitter: «Il nuovo anno inizia con questa notizia terribile per darci un avviso sulle violazioni dei diritti umani che si verificano nella regione di Swana e in particolare in Iran. Unibo ha ora una nuova vittima della libertà di espressione. Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo. Tutte le mie condoglianze alla sua famiglia e a noi per questa grande perdita».

Oggi l'Università @unibo ha ricevuto una notizia orribile. Mehdi Zare Ashkzari, che aveva studiato farmacia due anni fa all'unibo, è appena morto dopo essere stato in coma per 20 giorni. Dopo aver partecipato alla manifestazione iraniana.

La morte del ragazzo è stata commentata anche alla Marcia della Pace che si è tenuta domenica pomeriggio nel capoluogo dell’Emilia Romagna. «Da Bologna mandiamo un pensiero molto forte alla famiglia di Mehdi Zare Ashkzari, torturato e morto in Iran dopo 20 giorni in coma. A tutta quella popolazione che lotta per quella libertà di donne e uomini in Iran. Mandiamo un forte abbraccio di fratellanza e sorellanza alla comunità iraniana che vedo qui» ha detto la vicesindaca Emily Clancy. Un concetto ribadito dalla professoressa Rita Monticelli, coordinatrice del Master Gemma, frequentato da Patrick Zaki, delegata del sindaco ai diritti umani e al dialogo interreligioso e interculturale: «Abbiamo appreso con dolore e profondo sconcerto da Amnesty International che un nostro studente iraniano, Mehdi Zare Ashkzari, che aveva studiato farmacia a Bologna, è morto a seguito di torture in Iran. Sembra fosse andato a trovare la madre in fin di vita. Esprimiamo tutta la nostra indignazione, sconcerto e dolore con lui e per tutti gli studenti iraniani che hanno perso la vita per la libertà di tutti. L’università e la città di Bologna continueranno a chiedere giustizia e l’intervento delle istituzioni».

È dal 16 settembre che gli iraniani scendono in piazza per protestare contro la morte a Teheran della 22enne curda, Mahsa Amini, a seguito del suo arresto da parte della polizia morale iraniana per non aver indossato il velo in modo corretto. Secondo l’Iran Human Rights, sono stati uccisi quasi 500 manifestanti, tra cui 70 minori (l’ultima la dodicenne Saha Etebari). Due ragazzi sono stati giustiziati e altri cento sarebbero in attesa di esecuzione.

A fine dicembre, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva convocato l’ambasciatore iraniano designato Mohammad Reza Sabouri per esprimergli «preoccupazione e indignazione per quel che sta accadendo in Iran» chiedendo lo stop alla pena di morte e repressione verso i manifestanti. Teheran ha risposto il giorno dopo convocando l’ambasciatore italiano a Teheran Giuseppe Perrone.

Da “la Stampa” il 31 Dicembre 2022.

Lo scrittore e illustratore iraniano Mehdi Bahman è stato condannato a morte in Iran per aver concesso un'intervista a una tv israeliana. È stato accusato di spionaggio a favore e "tradimento". Bahman è stato arrestato in ottobre dopo aver parlato con il canale Channel 13 ed espresso critiche al regime islamico iraniano, all'inizio delle proteste. Bahman è detenuto nel reparto di sicurezza 209 della famigerata prigione di Evin, dove vengono rinchiusi i dissidenti. L'autore dei racconti Bone-Burning Cold è stato privato del diritto di avere un avvocato.

È solo l'ultimi giro di vite nella terribile repressione delle proteste, che però non ferma le manifestazioni. Ieri la foto della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei è stata bruciata in piazza durante le proteste antigovernative seguite alla preghiera del venerdì a Zahedan, nella provincia del Sistan-Balucistan dove vive la comunità baluchi che professa l'Islam sunnita. Il canale Bbc Persia ha pubblicato a conferma immagini e video della manifestazione. «L'esercito commette crimini, Khamenei lo sostiene» gridavano i manifestanti. Anche le scorse settimane, dopo la preghiera del venerdì la gente era scesa in piazza.

Dalla A di Amini alla Z di Zelensky: la doppia cover di 7. Dedicata a Mahsa, uccisa in Iran, e al leader ucraino. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 30 Dicembre 2022.

Dopo le rivolte scoppiate in seguito all’omicidio di Masha, migliaia di ragazze e ragazzi sono stati imprigionati nel Paese degli Ayatollah, quasi 500 uccisi. Escono di casa e salutano come se non dovessero tornare più

Una manifestazione in memoria di Mahsa Amini: al momento in Iran sono quasi 19 mila i ragazzi e le ragazze rinchiusi in prigioni dove si viene torturati e stuprati

Questo servizio, che è stato pubblicato sul numero di 7 in edicola il 30 dicembre, ha dato vita ad una parte della doppia copertina che il magazine del Corriere ha dedicato all’anno appena trascorso, con una carrellata di personaggi e storie - dalla A di Amini alla Z di Zelensky - che raccontano, con un alfabeto di persone e parole, eventi e protagonisti del 2022. Lo proponiamo online per i lettori di Corriere.it

A casa la chiamavano Jina, che ha la stessa radice etimologica di “jin” e “jiyan” (donna, vita), anche se è diventata nota in tutto il mondo con il suo nome persiano, Mahsa. Sappiamo poco di quel 13 settembre 2022, ma sappiamo che Mahsa Amini voleva finire i suoi studi e avere una vita, invece è diventata una martire. È morta a 22 anni, dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta polizia della morale in una strada di Teheran, accusata di indossare il velo in maniera impropria, anche se il fratello supplicò che la lasciassero andare, erano curdi in visita dalla provincia e non conoscevano bene le regole della città.

A COME AMINI: LA MORTE DI UNA RAGAZZA DI 22 ANNI E QUELLA RIVOLUZIONE DEI CAPELLI CHE SVELA UN ALTRO IRAN. Z COME ZELENSKY: IL PRESIDENTE CHE RIFIUTO’ DI DIRIGERE UN GOVERNO IN ESILIO. SU 7 LE STORIE DI UN ANNO DI EVENTI E PROTAGONISTI NEL MONDO: UN ALFABETO DI PERSONE E PAROLE CHE RACCONTA IL 2022

Sappiamo che entrò in coma e che morì tre giorni dopo, mentre si trovava ancora sotto custodia della polizia, e che le autorità hanno cercato di dare spiegazioni naturali per la sua morte, ma le TAC filtrate fuori dall’ospedale mostrano il cranio fratturato, un edema cerebrale ed emorragie che sembrano confermare che, come dicono i familiari, sia stata picchiata con violenza. Sappiamo anche questa non è una cosa del tutto inusuale in Iran, ma stavolta è stato diverso: due giornaliste coraggiose e presto arrestate, Niloofar Hamedi e Elahe Mohammadi, hanno raccontato la sua storia.

MAHSA AMINI AVEVA 22 ANNI QUANDO FU ARRESTATA: ERA IL 13 SETTEMBRE, MORÌ TRE GIORNI DOPO E LA NOTIZIA INNESCÒ LE PROTESTE. IRANIANA DEL KURDISTAN, ERA IN VISITA A TEHERAN ED ERA STATA ARRESTATA PERCHÉ NON INDOSSAVA CORRETTAMENTE L’HIJAB: DAL VELO SFUGGIVA UNA CIOCCA DI CAPELLI

Al grido «zan, zendegi, azadi», traduzione in persiano dal curdo «Jin, jiyan, azadi» (donna, vita, libertà), in tutte le città dell’Iran abbiamo visto scendere in strada la Generazione degli Anni 80 (che corrisponde alla nostra Generazione Z), i giovani nati intorno al 1380 del calendario iraniano (ora siamo nel 1401), pieni di indignazione e speranza. Le sedicenni Nika Shakarami e Serina Esmailzadeh come molti altri ragazzi e ragazze hanno bruciato il velo e le effigi del regime e non sono mai più tornate a casa. Ora prima di uscire, i figli si assicurano di abbracciare e salutare sempre i loro cari: ogni volta potrebbe essere un addio. (continua a leggere dopo i link e le foto della doppia copertina di 7 in edicola il 30 dicembre)

Vite in pericolo ogni giorno

Mentre scriviamo, si stima che le vite di 18.242 manifestanti siano a rischio: arrestati e rinchiusi in prigioni dove si viene torturati e stuprati. Due ventitreenni, Majidreza Rahnavard e Mohsen Shekari, sono stati impiccati. Negli ultimi tre mesi 475 iraniani sono stati uccisi nella repressione, inclusi 65 minorenni. Ma la lista degli attivisti e dei cittadini finiti in manette nel corso degli ultimi 43 anni in Iran è troppo lunga per essere contenuta in questa pagina. La capacità di repressione del regime iraniano resta formidabile, almeno sulla carta. La Guida Suprema comanda 190mila forze dei Guardiani della rivoluzione, che hanno sotto di loro decine di migliaia di paramilitari basiji. In persiano la parola per repressione è «sarkoob », che letteralmente significa «picchiare sulla testa». Con il suo cranio fratturato, Mahsa Jina Amini incarna i 43 anni di sofferenza delle donne iraniane. Non era un’attivista. Forse per questo la sua esperienza è così universale e ispira canzoni – come l’ormai immortale Baraye – di anelito ad una vita normale.

«IL PAESE E’ SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO A CAUSA DELLE COLOSSALI INGIUSTIZIE E VIOLENZE SUBITE IN 43 ANNI DALLE DONNE IRANIANE»

L’avvocata Nasrin Sotoudeh, che per molti anni ha difeso minorenni condannati a morte, donne arrestate per essersi tolte il velo, giornalisti e prigionieri politici ed è stata arrestata molte volte con l’accusa di fare propaganda contro il regime, lo ha detto agli stessi giudici con cui lavorava che le colossali ingiustizie e violenze inflitte alle donne, un giorno, avrebbero portato l’Iran sull’orlo del precipizio. «Oggi abbiamo raggiunto quel punto», ha dichiarato coraggiosamente in un’intervista alla rivista americana Time, due mesi fa, quando ha ottenuto un congedo dal carcere (il suo corpo è indebolito da anni di prigione e non è chiaro nemmeno se la sua ultima condanna preveda che ne sconti sette, dieci o trentotto).

«TI RIEMPIONO DI FERITE E DI LIVIDI, POI TI AVVOLGONO ANCORA UNA VOLTA NEL VELO, IN MODO DA NASCONDERE IL MALE CHE TI HANNO FATTO... NELLA NOSTRA CARNE SENTIAMO LA PRESENZA DI UN REGIME TOTALITARIO CHE NON GARANTISCE LIBERATA’ DI ALCUN TIPO»

«Questa è per noi una esperienza fisica, corporale » ha detto Sotoudeh. «Sentenza dopo sentenza, verdetto dopo verdetto ricadono sui nostri corpi. L’abbigliamento, gli stupri e le altre violenze. Ti riempiono di ferite e di lividi, poi ti avvolgono ancora una volta nel velo, in modo da nascondere il male che ti hanno fatto. Conoscete la storia delle Figlie di Via Rivoluzione? Furono arrestate con violenza dalla polizia della morale e dalle forze di sicurezza. Io ho rappresentato come avvocata alcune di loro. Spesso le tiravano fisicamente giù dai piedistalli dove si mettevano in piedi. Quando una di loro fu portata dalla prigione in tribunale, su una gamba aveva ancora i segni della ferita che si era fatta cadendo: aveva un buco profondo e del diametro di una moneta. E l’hanno portata in tribunale in queste condizioni».

«È davvero possibile un cambio di regime»

E poi Sotoudeh, anche lei che in passato ha spesso chiesto riforme, anziché una rivoluzione, ha aggiunto: «Questo è un sistema totalitario la cui presenza viene sentita dalle persone nel loro sangue e nella loro carne, giorno dopo giorno. Ed è un sistema che non garantisce libertà di alcun tipo, che non accontenta le richieste della gente in alcun modo. È chiaro che c’è una richiesta di cambiamento nel regime. E quello che vediamo dalle proteste che sono iniziate è una possibilità molto reale di un cambio di regime». Il paradosso dei movimenti rivoluzionari è che non hanno possibilità di vittoria finché non attirano una massa critica di sostenitori, ma per ottenere una massa critica di sostenitori devono essere visti come potenzialmente vittoriosi. Non sottovalutiamo la forza di Mahsa Jina Amini e di tutti questi corpi feriti.

"Le iraniane umiliate, gli uomini sono con noi. Questo regime cadrà". La premio Nobel e campionessa di scacchi iraniana Sara Khadim al-Sharia: «Il movimento ha un obiettivo: abbattere la Repubblica islamica». Chiara Clausi il 30 Dicembre 2022 su Il Giornale.

La campionessa di scacchi iraniana Sara Khadim al-Sharia, che ha preso parte al Mondiale in Kazakistan senza indossare l'hijab, intende trasferirsi in Spagna, con marito e figlia. Lo hanno confermato a «El Pais» due fonti vicine alla campionessa, senza precisare in che località Shirin Ebadi è stata la prima donna musulmana a ricevere il Premio Nobel per la Pace. È un esempio di coraggio per tutte le persone del mondo, di qualsiasi età, credo, genere. Il suo impegno da avvocato per i diritti umani, in difesa soprattutto delle donne e dei bambini dal brutale regime iraniano, è un punto di riferimento per chiunque, e insegna il coraggio di lottare per le proprie convinzioni fino in fondo. La sua storia coinvolgente e indimenticabile è ben raccontata nel suo libro Finché non saremo liberi. Iran. La mia lotta per i diritti umani (Bompiani). Ebadi è una donna che si è ribellata al potere dispotico degli ayatollah e chi meglio di lei capisce le ragioni, i desideri, i sogni dei suoi connazionali in questi giorni in Iran.

Quando ha deciso di iniziare la sua lotta per i diritti umani? E perché?

«Da quando ero una studentessa ho conosciuto pian piano il significato dei diritti umani e volevo studiare questa materia.

Dopo la rivoluzione del 1979 quando sono state varate le leggi discriminatorie contro le donne e la violazione dei diritti umani è stata molto più estesa mi sono focalizzata sui diritti umani».

Perché le ragazze iraniane hanno deciso di mettere in gioco anche le loro vite per la libertà?

«La situazione delle donne in Iran è diventata molto discriminatoria e sono state varate leggi molto dure contro di loro per esempio ogni uomo poteva sposare quattro donne, ripudiare la moglie senza un motivo valido, mentre per la donna chiedere il divorzio era molto complicato.

Secondo la legge una donna sposata non poteva viaggiare senza il permesso scritto del marito.

Non solo, il valore della vita della donna era la metà di quella di un uomo. Se una donna e un uomo per strada erano vittime di un incidente la donna veniva risarcita la metà di quanto veniva pagato per l'uomo. Le donne sia musulmane che no, iraniane oppure non iraniane, dovevano portare l'hijab. Questa è una parte minima di quello che erano veramente queste leggi. Le donne hanno perso la dignità e il rispetto, la loro persona è stata danneggiata. È per questo che le donne sono pronte a combattere anche rischiando di perdere la vita».

Sono cambiati gli uomini iraniani che ora combattono per strada al fianco delle loro donne?

«Dall'inizio della rivoluzione del 1979 le donne protestavano contro il regime della Repubblica Islamica e le sue leggi, gli uomini allora non seguivano le donne, poi l'insofferenza verso l'ingiustizia per le donne è stata trasmessa anche agli uomini.

Perché l'ingiustizia in una società è come un virus, se non lo combatti dall'inizio infetta tutti.

È quello che è accaduto in Iran.

Prima c'è stata la discriminazione contro le donne, poi è seguita quella religiosa, tribale, etnica, e una vastissima corruzione e violazione dei diritti umani e quindi gli uomini hanno capito che devono combattere accanto alle donne e lottare per i diritti umani e la democrazia».

Oltre all'abolizione dell'obbligo di velo quali sono le altre richieste dei manifestanti?

«I manifestanti compatti e uniti vogliono una sola cosa: che il regime islamico cada e la Repubblica islamica si dissolva. Questo è il volere di tutta la popolazione».

Perché il regime utilizza la paura per mantenere il potere?

«Il regime ha una debole base popolare e cerca di spaventare le persone, incarcerando, giustiziando, per costringere le persone a ubbidire al regime. Però non ha funzionato con il popolo. E vediamo che nonostante la forte oppressione la gente non ha paura».

Che cosa dovranno fare le iraniane, gli iraniani finché non saranno liberi?

«Le donne e gli uomini iraniani uniti devono seguire la loro volontà principale che è instaurare la democrazia e un sistema secolare in Iran e non devono fare neanche un passo indietro dai loro ideali».

La libertà è un valore non negoziabile secondo lei?

«Sì senz' altro è così: la libertà e la dignità umana non sono negoziabili».

Pensa che ci potrà essere un cambio di regime in Iran?

«Il movimento che è cominciato porterà al crollo del regime ma è un processo che deve fare il suo corso. Quindi bisogna dire che il movimento che è cominciato è un inizio che porterà alla fine della Repubblica islamica».

Cosa le manca del suo Iran?

«Più di qualunque cosa mi mancano la gente e il popolo iraniano e i miei colleghi rimasti laggiù».

Da ansa.it il 29 Dicembre 2022.

La campionessa di scacchi iraniana Sara Khadim al-Sharia, che ha preso parte al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan senza indossare l'hijab obbligatorio, intende trasferirsi in Spagna. 

Lo hanno confermato al quotidiano spagnolo El Pais due fonti vicine alla campionessa, senza precisare in che località, ma aggiungendo che Sara Khadim, che è sposata e ha una figlia, già possiede un appartamento in Spagna. 

Le fonti hanno inoltre precisato di non sapere se la campionessa abbia già ottenuto un permesso di soggiorno spagnolo grazie alla sua proprietà, o se abbia chiesto o intenda chiedere asilo politico. 

Sono due le scacchiste iraniane che hanno partecipato al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan senza indossare l'hijab obbligatorio. Oltre a Sara Khadem, la cui vicenda è divenuta nota, anche Atousa Pourkashiyan ha gareggiato a capo scoperto, come riferisce il sito web di informazione antiregime IranWire. Khadem e Pourkashiyan sono apparse in foto pubblicate sul feed Flickr della Federazione Internazionale di Scacchi senza il loro hijab, aggiunge Iranwire, che pubblica anche le foto in questione. 

Quello che sta accadendo in Iran "per noi è inaccettabile e non intendiamo tollerarlo oltre". E' quanto ha detto la premier Giorgia Meloni nel corso della sua conferenza stampa di fine anno. "Abbiamo sempre avuto un approccio dialogante ma, se queste repressioni" in Iran "non dovessero cessare e non si dovesse tornare indietro - ha aggiunto Meloni -, l'atteggiamento dell'Italia dovrà cambiare, con quale provvedimento dovrà essere oggetto di una interlocuzione a livello internazionale".

 Parlando della campionessa di scacchi dell'Iran Sara Khadim al-Sharia, che ha preso parte al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan senza indossare il velo, la presidente del Consiglio ha detto di essere stata colpita dalla vicenda della ragazza, che appunto ha deciso di di partecipare al mondiale di scacchi togliendosi il velo al cospetto del mondo: "Mi ha fatto riflettere. Siamo abituati a gesti simbolici ma, di solito, i nostri non hanno conseguenze potenzialmente così gravi come quelle che potrebbe avere questo. Questo riguarda lei e altri che in Iran stanno facendo gesti simbolici, sapendo che possono pagare prezzi altissimi. Questo deve farci riflettere sul valore della libertà, che noi diamo per scontata".

Secondo l'ultimo aggiornamento dell''agenzia di stampa iraniana per i diritti umani Hrana sono 508 le persone uccise durante le proteste in Iran, inclusi 69 bambini. Il numero di persone arrestate è superiore a 18.000. Il report riferisce che finora si sono svolte più di 1.200 manifestazioni di protesta in 161 città. 

I nuovi dati forniti dall'agenzia si riferiscono al periodo dal 26 settembre al 7 dicembre. 

Iran: giudici, subito pene deterrenti per i manifestanti

Il capo della magistratura iraniana Gholamhossein Mohseni Ajeei ha chiesto oggi nel corso della riunione del Consiglio supremo "punizioni deterrenti" il prima possibile per i manifestanti arrestati durante le proteste, come riferisce la Bbc. "I colleghi magistrati dovrebbero agire quanto prima per cercare di punire gli elementi che causano disordini", ha affermato. "Ho ordinato al primo deputato della magistratura e al procuratore generale del Paese di seguire quotidianamente il processo di completamento dei casi dei principali indagati per le rivolte", ha aggiunto.

Ucciso il 17enne Mehrdad. E l'Italia condanna l'Iran. "Non si spara sui ragazzi". Il ministro degli Esteri Tajani convoca l'ambasciatore e chiede di fermare le violenze. Manila Alfano il 29 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Non si uccidono ragazzi e bambini in nome dell'ordine pubblico. È la dura condanna lanciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, al governo dell'Iran, tramite l'ambasciatore designato di Teheran a Roma Mohammad Reza Sabouri incontrato ieri. Contro la repressione violenta delle proteste da parte del regime, l'Italia ha chiesto la sospensione immediata delle condanne a morte. Il colloquio tra Tajani e il diplomatico iraniano, che non ha ancora presentato ufficialmente le lettere credenziali al presidente Sergio Mattarella, si è tenuto alla Farnesina, mentre in Iran proseguono da oltre 100 giorni le proteste contro il regime degli ayatollah, le più vaste dalla Rivoluzione islamica del 1979.

Secondo l'organizzazione non governativa con sede a Oslo Iran Human Rights, almeno 476 persone sono rimaste uccise durante le proteste scoppiate in Iran dopo la morte della 22enne curda, Mahsa Amini, deceduta a Teheran lo scorso 16 settembre in seguito al suo arresto da parte della polizia morale per non aver indossato il velo in modo corretto. Secondo l'Ong tra i morti 64 sono minori.

Parlando ai giornalisti al termine del colloquio con l'ambasciatore, Tajani ha affermato che l'Italia ha chiesto all'ambasciatore designato dell'Iran a Roma di trasmettere al governo di Teheran alcune richieste: la sospensione delle condanne a morte, la sospensione della repressione violenta delle manifestazioni e l'apertura di un dialogo con i manifestanti. «Non è una questione di ordine pubblico uccidere una bambina di 12 anni, una bambina di 14 e un ragazzo di 17». Proprio ieri è infatti arrivata la tragica notizia del ragazzo di 17 anni ucciso dagli agenti di polizia iraniani mentre stava tornando a casa ad Ardaq, nella provincia di Qazvin nell'auto di un amico: una pattuglia li ha inseguiti ma si è impantanata nel fango e ha aperto il fuoco. Lo riporta Bbc Persia citando un account Instagram e pubblicando la foto della giovane vittima, Mehrdad Malek. «Questo non ha nulla a che vedere con la tutela della sicurezza nazionale», ha aggiunto Tajani, affermando che l'Italia «è ferma nel condannare la pena di morte». Il ministro ha osservato che tutte «le forze politiche sono favorevoli» perchè nessuna autorità può arrogarsi il diritto di togliere la vita anche a un condannato. «A maggior ragione», ha proseguito il ministro in riferimento alle esecuzioni di giovani manifestanti in Iran, «quando il reato commesso non è proporzionato a tale condanna». Secondo Tajani, i giovani che sono stati condannati a morte in Iran «erano persone che avevano partecipato a delle manifestazioni». Il ministro degli Esteri ha rivelato che l'ambasciatore iraniano ha affermato che riferirà al suo governo. «Per noi - ha proseguito - resta l'indignazione e la condanna, per altro espressa dal presidente Sergio Mattarella, dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni e da tutti quanti noi. Ci auguriamo che l'Iran risponda positivamente alle richieste dell'Italia». «La decisione di dare il via a esecuzioni capitali di giovani manifestanti ha rappresentato per noi la linea di non ritorno».

Un incontro che gli organi del regime di Teheran riferiscono così: «Tajani ha rappresentato le sue preoccupazioni riguardo alla pena di morte» si legge nei post della rappresentanza diplomatica iraniana a Roma: «L'ambasciatore Sabouri ha spiegato nel dettaglio aspetti della Sharia e dei fondamenti legali applicati dai tribunali iraniani nel caso di condanne capitali e qesas».

"Le donne iraniane non tornano indietro". Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 28 dicembre 2022.

Nava Ebrahimi nel suo Sedici parole (Keller editore) racconta del viaggio della protagonista Mona verso la conoscenza delle proprie origini, la storia di famiglia, e i molti segreti di cui è sempre stata all'oscuro. Attraverso sedici parole, una per ogni capitolo del romanzo, la scrittrice ci conduce in un cammino magico nel cuore dell'Iran, un Paese pieno di enigmi. Racconta di un mondo popolato da donne forti, di uomini e sogni, di sconfitte e amori segreti. E riconosciamo nelle sue pagine lo stesso Iran che in questi mesi è sceso in strada e in piazza per lottare per la propria libertà, la propria dignità e i propri sogni.

«La società iraniana cambia velocemente perché la popolazione è giovane, molti hanno meno di 30 anni, e hanno un buon livello di istruzione, sia gli uomini sia le donne. Amano essere connessi con il mondo, usano internet e ogni opportunità tecnologica. I giovani sono aperti di mente e attratti da tutto ciò che è proibito, ad esempio i film di Hollywood e sono velocissimi nell'ottenerli. C'è differenza tra la vita privata e quella pubblica. Nella vita privata la religione spesso non gioca un grande ruolo. Gli iraniani vivono una specie di doppia vita. E ora anche loro vogliono una vita pubblica che assomigli alla loro visione del mondo. Un manifestante ho letto che ha detto: «Possiamo scegliere di morire ora o di morire per tutta la nostra vita». Un altro slogan delle proteste è: «Non avere paura, non avere paura, ora siamo tutti insieme». Uomini, donne, curdi e beluchi, persone con religione diversa, lavoratori, studenti, sono tutti insieme contro il regime».

Le ragazze iraniane sono simili alla nonna di Mona, testarda e orgogliosa?

«La nonna di Mona è davvero una tipica donna iraniana. Vuole godersi la vita, essere sexy e autonoma. Ci sono molte regole in Iran su come una donna si debba comportare, ma in segreto le iraniane vivono la loro vita. Le generazioni di mia madre e di mia nonna anche loro erano ribelli, ma di nascosto, in segreto. Le giovani oggi non vogliono recitare un ruolo. Non vogliono essere punite perché vogliono vivere liberamente. E pare che le iraniane stiano contagiando le afghane che anche loro ora si ribellano».

Come è stato il confronto con le sue origini?

«Io sono cresciuta in una sorta di doppia vita, una in casa con la mia famiglia, e l'altra pubblica, a scuola, all'università in Germania. La mia famiglia proviene da una classe sociale alta. E quando noi siamo arrivati in Germania c'è stato un gap tra come la mia famiglia considerava se stessa e come qui eravamo visti, cioè come degli immigrati».

L'Iran perché è così enigmatico?

«Molte cose in Iran sono discusse in segreto, c'è questa tradizione di non mostrare tutto di sé. Ad esempio se una persona è invitata a casa di un'altra non può fare qualsiasi domanda o esprimere i suoi gusti o rifiutare alcuni cibi. Per gli Occidentali forse questo non è sincero. Ma sono le nostre tradizioni e la nostra educazione».

Secondo lei questa rivoluzione è diversa dalle altre?

«Ogni rivoluzione è unica, però in questa manca un leader, un'organizzazione. Ciò che è chiaro è che non si vuole più questo regime. C'è sofferenza e pressione di ogni tipo anche economica. La morte di Mahsa Amini è stata la goccia. Le iraniane hanno pensato che quello che è accaduto a Mahsa sarebbe potuto accadere a ognuna di loro o alle loro sorelle».

Lei sente che ci sono i presupposti per un cambio di regime?

«Forse la strada sarà lunga, ma secondo me non c'è più modo di tornare indietro, gli iraniani sono così disperati e scontenti. Tutte le persone uccise, messe in carcere, le esecuzioni. Non si può dimenticare ciò che è successo. Anche se non si sa come andrà a finire, dipenderà pure da come si comporteranno gli Stati Uniti, l'Europa e la Russia».

Greta Privitera per corriere.it il 27 dicembre 2022.

Un’altra ragazza che sfida il regime e lo fa sul terreno di gioco. Anzi, sul tavolo. Vista da questa parte del mondo, la foto che sta girando su Twitter non avrebbe nulla di particolare: una giovane donna con il maglione blu davanti a una scacchiera. In realtà è di una forza dirompente. Sara Khademolsharieh, 25 anni, è una campionessa di scacchi, fa parte dell’Iran Chess Team e, ieri, ha giocato senza velo ai campionati del mondo ad Almaty, in Kazakistan.

Un’altra coraggiosissima ragazza iraniana che decide di opporsi pubblicamente alla dittatura teocratica di Khamenei, e di rifiutare l’imposizione dell’hijab obbligatorio, rischiando la sua vita e la sua carriera. Due anni fa, Khademolsharieh era già stata interdetta dalle competizioni per aver detto no al velo. In quel caso, è stata interrogata e ha ricevuto molte minacce, «ma ha continuato. Ha continuato perché questa volta è diverso: ci moltiplichiamo», si legge su Twitter. 

Khademolsharieh non è la prima sportiva a scegliere di togliersi il velo durante una competizione internazionale. Prima di lei, proprio nella sua disciplina, lo aveva fatto anche un collega che ora gioca sotto bandiera americana, Atosa Purkashian - fortissima la foto delle due che careggiano l’una contro l’altra -, o Shohreh Bayat , famosa arbitra sempre di scacchi che durante il campionato mondiale femminile 2020 è stata accusata dal governo iraniano di non indossare correttamente l'hijab.

Negli ultimi mesi, tra tutte le storie, ha fatto il giro del mondo quella di Elnaz Rekabi, l'atleta iraniana di arrampicata che aveva gareggiato senza velo a Seul e che, una volta tornata in Iran ha subito gravi minacce e le è stata bruciata la casa. 

Proprio oggi, il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha dichiarato durante una cerimonia: «Non mostreremo misericordia al nemico. le braccia sono aperte a tutti coloro che sono stati ingannati». Il nemico di cui parla Raisi sono i manifestanti, i giovani e le giovani che hanno dato il via questo sciame di proteste, diventate una rivoluzione.

L'agenzia di stampa iraniana per gli attivisti per i diritti umani (Harana) ha stimato che 507 manifestanti sono morti tra il 27 settembre e il 5 dicembre nelle proteste per la morte di Mahsa Amini. Il governo iraniano insiste sul fatto che le proteste in corso sono una «cospirazione di nemici» e le persone arrestate sono considerati o «ingannate» o «elementi nemici». 

Dal 16 settembre, giorno in cui è morta Mahsa Amini - simbolo dell’inizio della rivoluzione - secondo l’agenzia di stampa per i diritti umani (HRANA), sono stati uccisi più di 500 manifestanti, tra cui 70 minori (l'ultima vittima, la dodicenne Saha Etebari). Due ragazzi sono stati giustiziati e almeno altri 26 sarebbero in attesa di esecuzione.

Da ansa.it il 27 dicembre 2022. 

"Non mostreremo misericordia ai nemici": lo ha dichiarato nel corso di una cerimonia il presidente iraniano Ebrahim Raisi, riferendosi alle proteste antigovernative nel Paese. Lo riporta Bbc Persia. 

Raisi ha definito "un disturbo" le proteste iniziate in risposta alla morte di Mahsa Amini mente era sotto la custodia della polizia morale. L'agenzia di stampa iraniana degli attivisti per i diritti umani (Hrana) ha stimato oggi che 507 manifestanti hanno perso la vita tra il 27 ottobre e il 5 gennaio durante le proteste. Il numero dei detenuti è compreso tra 14.000 e 16.000.

Il comandante in capo delle forze di polizia iraniane, intanto, ha confermato la notizia dell'uccisione di Saha Etebari, una bambina di 12 anni, colpita dal fuoco degli agenti del regime contro l'auto su cui viaggiava assieme ai suoi genitori nella provincia di Hormozgan. Lo scrive Bbc Persia aggiungendo che è stato emesso un ordine speciale per indagare sulla vicenda.

Sara Spimpolo per lastampa.it il 27 dicembre 2022.

Si chiamava Masooumeh, aveva 14 anni. Viveva in un quartiere povero di Teheran e, in segno di protesta, aveva deciso di togliersi il velo a scuola. La polizia morale l’ha identificata tramite le telecamere di sorveglianza, e l’ha arrestata. Poco dopo è stata portata in ospedale per una grave emorragia vaginale, che l’ha uccisa. La storia di questa giovane iraniana è stata raccontata dall’ong Center for Human Rights in Iran e riportata dal New York Times. La madre della ragazzina, che aveva annunciato di voler denunciare la situazione pubblicamente, è scomparsa. 

Come ricorda il giornale statunitense, questo non è il primo caso in cui vengono riportate notizie di stupri compiuti dalla polizia iraniana per colpire e fiaccare le giovani manifestanti che stanno protestando dalla morte di Mahsa Amini, 22enne curda uccisa dalla polizia, secondo la quale non indossava a dovere l’hijab. 

Nika Shahkarami, una giovane di 16 anni che aveva bruciato il velo in pubblico, è stata arrestata ed è morta nelle mani della polizia morale. L’autopsia sul suo corpo ha mostrato che cranio, bacino, anca, braccia e gambe erano fratturati.  E ancora, in un rapporto della Cnn si legge come una giovane di 20 anni sia stata arrestata, presumibilmente con l’accusa di aver guidato le proteste, e poco dopo è stata ricoverata in un ospedale di Karaj, tremando violentemente, la testa rasata, e un’emorragia rettale in corso. Successivamente è stata riportata in carcere.

Il Centro per i diritti umani in Iran ha denunciato diversi casi di bambini e bambine accusati di sostenere i movimenti di protesta e per questo sottoposti a torture fisiche e psicologiche mentre si trovano in custodia o quando sono a scuola. «Dopo decenni di propaganda statale nel sistema educativo per fare il lavaggio del cervello ai bambini, la Repubblica islamica sta scoprendo che i bambini sono diventati una caratteristica distintiva del movimento del paese per il cambiamento sociale e politico», ha affermato il direttore esecutivo del Centro, Hadi Ghaemi. 

Paria Faramarzi, 16 anni, ha subito una grave lesione oculare mentre era si trovava richiusa nella prigione di Adelabad a Shiraz (carcere per “detenuti violenti”), dove è stata illegalmente detenuta, senza alcun ordine giudiziario, per quasi due mesi, e senza essere mai stata informata del motivo. È stata operata d’urgenza perché il flusso sanguigno all’occhio era bloccato a causa di un trauma, e rischiava di diventare cieca.

A Karaj, nella provincia di Alborz, il giovane Amir Mohammad Jafari è stato torturato durante gli interrogatori e condannato a 25 anni di carcere, ha riferito il Consiglio di coordinamento dell'Associazione iraniana degli insegnanti. I suoi genitori hanno detto che l'ultima volta che è stato loro permesso di fargli visita, le unghie di Amir sembravano «frantumate». 

La stessa Associazione ha anche denunciato il rapimento di tre minorenni, presi da agenti di sicurezza ad Abdanan, nella provincia di Ilam, il 6 dicembre scorso: Pouria Mohammadzadeh, 13 anni, suo fratello Mohammad-Yousef Mohammadzadeh e Yazdan Hasseli, entrambi 15 anni. Sono trattenuti in un luogo sconosciuto.

Punizioni fisiche e abusi psicologici avvengono in molti casi nelle stesse aule scolastiche, come hanno denunciato diversi genitori al centro. Il 23 ottobre, il ministro dell'Istruzione iraniano Yousef Nouri ha sollevato timori di ulteriori torture e uccisioni di bambini quando ha affermato che alcuni studenti sarebbero stati portati in centri psichiatrici per «rieducarli».

Da ansa.it il 26 Dicembre 2022.

Le autorità iraniane hanno ordinato ad un volo della Mahan Air, il W563 da Teheran a Dubai, di atterrare sull'isola di Kish: a bordo c'erano la moglie e il figlio dell'ex calciatore e allenatore Ali Daei, oggetto di minacce dopo aver espresso il suo appoggio alle proteste in corso da 100 giorni. 

Lo scrive su Twitter il giornalista di Bbc Monitoring Kian Sharifi. La notizia è ripresa anche dal sito Iran International, per il quale alla donna e al bambino è così stato impedito di lasciare l'Iran. "Daei ha detto che i suoi familiari non sono stati arrestati. Lui non era a bordo", scrive ancora Sharifi. 

L'ex calciatore iraniano Ali Daei ha detto - citato da Iran International - che le autorità iraniane "hanno costretto la mia famiglia a scendere dall'aereo (fatto atterrare all'isola di Kish), ma non li hanno arrestati".

"Non comprendo questo comportamento. Mia moglie e mia figlia sono salite legalmente sull'aereo a Teheran, e avevano in programma di visitare Dubai per alcuni giorni e poi tornare in Iran. Ma l'aereo è stato costretto a rientrare con tutti i passeggeri. Era una caccia al terrorista?", afferma l'ex campione. 

La moglie di Ali Daei non poteva lasciare l'Iran "perché ha invitato la gente a partecipare allo sciopero nazionale... ma aveva fatto revocare l'ordine con mezzi illeciti", hanno scritto le agenzie iraniane Tasnim e Isna, citando una fonte informata. Il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale le aveva quindi vietato di partire da Teheran con un ordine esecutivo, aggiungono le agenzie.

Iran, gli attivisti denunciano: "Uccisa una bambina di 12 anni". A cura della redazione Esteri su La Repubblica il 26 Dicembre 2022

Saha Etebari è stata colpita dagli agenti che hanno fatto fuoco contro la macchina in cui viaggiava con i genitori

Attivisti in Iran hanno denunciato sui social network la morte il 25 dicembre di Saha Etebari, una bambina di 12 anni, uccisa dopo che gli agenti del regime hanno aperto il fuoco contro l'auto dove viaggiava assieme ai suoi genitori nella provincia di Hormozgan. La notizia è stata ripresa anche da giornalisti indipendenti in Iran, tra cui Ali Javanmardi.

Da quando sono cominciate le proteste accese dalla morte di Mahsa Amini dopo essere stata arrestata per violazione delle regole sul velo sono state denunciate morti di numerosi minori durante la repressione delle manifestazioni.

Tra le vittime più giovani, il piccolo Kian Pirfalak, quaranta giorni fa. Una grande folla si è riunita nei pressi della sua tomba vicino a Izeh, nel Sud-Ovest del Paese. Lo riporta la Bbc nell'edizione in farsi. Il 40esimo giorno dalla morte di una persona tradizionalmente in Iran è celebrato come la fine del lutto e negli ultimi tre mesi queste celebrazioni sono diventate occasione di proteste e manifestazioni contro il regime. Il padre e la madre di Kian, 10 anni, stavano tornando a casa in auto, la sera del 25 novembre, con i loro due figli quando sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco eplosi dagli agenti di polizia intervenuti per sedare i manifestanti a Izeh. Il papà è stato ferito e ricoverato, mentre Kian è rimasto ucciso.

Secondo la mamma del bambino, gli agenti li hanno colpiti deliberatamente, ma la versione ufficiale del governo iraniano sostiene che la sparatoria è stata opera di "terroristi"

«In Iran al regime non basta togliere la vita ai dissidenti: vuole negare la loro esistenza». Migliaia di scomparsi, la tangente sui corpi per la restituzione. Minoranze senza diritto alle identità. Ashti, curda come Mahsa: “Il destino del mio Paese vi riguarda”. Roberta Grima su L’Espresso il 26 Dicembre 2022.

La questione dell’Iran non si può ridurre a uno slogan: «Donna, vita, libertà». Perché per Ashti, giovane donna del Kurdistan iraniano arrivata in Italia quattro anni fa dove lavora come scultrice e assistente di altri artisti, «è molto di più ed è prima di tutto vita, che come dice un detto iraniano, è sulle dita delle mani», ossia si perde in un attimo per un nonnulla.

È sufficiente professare una fede diversa da quella sciita musulmana come per i curdi sunniti per esempio, che proprio per questo sono da sempre un pericolo da fermare.

Questa è una delle ragioni per cui sono messi più di tutti in condizioni di estrema povertà come i Beluci, altra etnia minore dell’Iran sud orientale, anch’essa sunnita, concentrata però nell’area del Baluchistan dove la gente vive ancora senza un documento di identità. «Al regime degli ayatollah non basta togliere la vita ai dissidenti, ma occorre negare anche la loro esistenza».

Ashti è cresciuta quando l’Iran era impegnato nella guerra contro l’Iraq, immerso in una grave crisi economica, una nazione nella quale la disoccupazione era alle stelle così come la voglia di costruirsi un futuro, ma all’estero. Non è un caso che adesso siano proprio i giovani ad avere in questo momento in mano il destino del loro Paese. «Sono ragazzi che per anni hanno vissuto chiusi in casa creandosi uno spazio lontano dalle regole severe degli ayatollah, cercando di assaporare una normalità, dando vita a feste clandestine, incontri culturali, senza preoccuparsi del velo, della separazione tra uomini e donne, dell’abito scuro o meno, in un mondo tutto loro che si erano ritagliati anche con l’aiuto del computer fino a quando una di loro è stata ammazzata per lo hijab mal messo», dice Ashti.

È stata la morte di Mahsa Amini, ragazza curda come Ashti a scatenare l’ira e l’orgoglio della gioventù iraniana che oggi si scontra con l’ultima trovata del regime: il divieto di uscire dall’Iran per i prossimi 10 – 15 anni. «Il che significa che i ragazzi non potranno più andare fuori per lavoro, costruirsi un futuro altrove, neppure lasciare l’Iran per motivi di studio», come è riuscita a fare Ashti quattro anni fa. «Adesso l’Iran è ad un punto di non ritorno e se non cambia qualcosa finirà come l’Afganistan in mano ai talebani», aggiunge.

Ashti ricorda quando era piccola di aver visto morire sotto i proiettili della polizia il figlio dei vicini con cui era solita giocare insieme ai suoi fratelli. Crescendo capiva che per sopravvivere si sarebbe dovuta o sposare o andare via e così ha scelto di lasciare il Kurdistan per Teheran, dove ha insegnato arte. Tutto in rispettosa lingua persiana, con la veste scura e maniche lunghe come vuole l’Islam del potere. «All’ingresso dell’istituto scolastico c’era il controllo, così agli incroci delle strade». Ashti si vedeva obbligata ogni mattina a prendere un taxi tutte le volte che doveva attraversare la via che la portava al lavoro. «Due minuti in auto per evitare i controlli dei poliziotti al semaforo, che certamente avrebbero trovato da ridire ad una donna curda».

Oggi, ripensandoci ride, così come ride nel ricordare il suo fidanzato iraniano con il quale per due anni ci sono stati solo sguardi. Ride quando ricorda di essere stata arrestata perché era in auto con un collega uomo di ritorno dal lavoro. È una risata amara la sua, che svela l’assurdità del potere che rasenta il ridicolo, se non fosse per la crudeltà che le ha tolto anche le lacrime per piangere quando pensa alla sua migliore amica che non sa che fine abbia fatto. Gli account dei social network ormai sono tutti cancellati e lei non riesce a comunicare. Le ultime notizie che ha raccolto rivelano diversi amici arrestati, ma nessuno sa esattamente cosa accade in quelle celle. Ashti però ricorda quando era ancora in Iran, un suo amico uscito dal carcere dietro cauzione, che si limitò a farle vedere la sua schiena: «Era incisa da tante firme realizzate sulla pelle da una lama, un passatempo dei militari».

Per Ashti al dolore si aggiunge la colpa: sapere che amici, familiari, colleghi, ragazzi come lei, ma anche bambini si trovino in quell’inferno la fa sentire in debito. «Mi vergogno un po’ nel non provare più paura quando cammino per strada, mentre nel mio Paese si contano quasi 20mila persone arrestate, oltre 500mila uccise e non si sa quanti iraniani scomparsi». E questo, se è possibile, è il capitolo più terribile. «La scomparsa di una persona è peggio della morte». Già tre anni fa l’istituto per la società civile iraniana Tavaana parlò di corpi buttati nelle dighe, nei fiumi o nei laghi e fatti svanire per non lasciare tracce delle atrocità del regime. «Il sospetto è che a distanza di anni qualcosa di simile sia accaduto anche ad Anika Shakarami la sedicenne sparita ad ottobre scorso per dieci giorni e poi ritrovata in un obitorio con il volto completamente deformato. C’è anche chi il corpo del familiare non riesce ad averlo, non può così celebrare il funerale al proprio caro, se prima non paga alla polizia morale il diritto di proiettile. Si chiama così la tassa da versare per saldare la spesa sostenuta dai militari per uccidere “il ribelle”», racconta.

Oggi Ashti ha 37 anni, da quattro vive in Italia dove ha potuto leggere per la prima volta un libro nella sua lingua curda, cosa che in Iran era vietata. A volte le capita di guardare con invidia una famiglia che pranza al ristorante, mentre quando parla con i colleghi o si sfoga con il suo ragazzo italiano sulle piaghe del suo popolo iraniano prova rabbia quando la invitano a dimenticare o a non pensarci. «Non posso ignorare quello che accade, fa parte di me e dovrebbe appartenere a tutti. Tanto più che l’Europa manifesta contro il regime autoritario mentre sulle strade iraniane accanto a giovani cadaveri restano bossoli prodotti in Occidente». Contraddizioni.

Quando Ashti esce per le vie di Roma ha ancora il terrore di dimenticare il velo, ma poi ricorda che può finalmente sentire il vento tra i capelli, una sensazione mai provata prima. «E sì, vorrei un giorno passeggiare e sentirlo il vento tra i capelli. Ma nel mio Paese».

L’Altra guerra. Iran Vs tutti. Martina Melli su L’Identità il 22 Dicembre 2022

L’Iran, da mesi impegnato a fronteggiare le proteste civili, è ora in un braccio di ferro con l’Unione Europea che lo sta sanzionando duramente. Lo scorso 12 dicembre il Consiglio Ue ha approvato un nuovo embargo a Teheran, sia per le violente repressioni alle manifestazioni pacifiche, sia per il suo supporto alla Russia nella guerra all’Ucraina. I 27 Paesi membri hanno deciso di aggiungere alle misure restrittive anche gli alti gradi dei Pasdaran, le guardie della Rivoluzione islamica e l’emittente televisiva statale del regime, l’Irib. Al momento, dunque, nella lista nera di Bruxelles figurano ben 155 individui e 12 entità. Le sanzioni implicano il congelamento dei beni e il divieto, per le persone fisiche, di entrare o transitare in territorio europeo. La scorsa settimana il ministero degli Esteri iraniano ha condannato le prese di posizione dell’Europarlamento definendole “inaccettabili e infondate”. “Pur protestando con forza contro l’imposizione di sanzioni inaccettabili e infondate, il nostro Paese ritiene che l’interazione e il dialogo con l’Ue debbano avvenire attraverso la via del rispetto, della fiducia, degli interessi reciproci e comuni”. E così è stato (più o meno). Nella giornata di ieri l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha incontrato il ministro Hossein Amirabdollahian, a margine della seconda conferenza di Baghdad per la cooperazione e il partenariato.

Il capo della politica estera dell’Ue ha detto al ministro che Teheran dovrebbe immediatamente cessare il sostegno militare alla Russia e la sua repressione dei manifestanti in patria. Il capo della diplomazia Ue ha dichiarato in un tweet che questo bilaterale con Amirabdollahian era necessario per discutere le forti divergenze che allontanano sempre di più Bruxelles e Teheran, e idealmente risolvere il “deterioramento delle relazioni tra i due”. Lo scorso 23 novembre infatti, si è toccato il punto di tensione massima, quando la Presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, ha deciso di interrompere i contatti con gli europarlamentari di Teheran.

Dall’altra parte, nel corso del summit, Amirabdollahian non si è risparmiato, definendo l’imposizione delle sanzioni “illegali”, e “sotto il falso pretesto di proteggere i diritti umani”.

Borrell ha reso noto di aver insistito affinché Teheran metta fine immediatamente al supporto militare al Cremlino e alla brutale repressione interna, che, secondo l’ultimo bollettino dell’ong Iran Human Rights, ha già provocato 469 vittime, tra cui 63 minori e 32 donne.

Nonostante, non ci sia al momento alcun segno di un ritorno ai colloqui, Borrell ha dichiarato che l’Ue continuerà a lavorare con l’Iran per ripristinare il suo accordo nucleare del 2015 con le potenze mondiali (e si spera per porre fine alle violenze interne).

Martedì, in una seduta parlamentare, il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha detto che l’Iran è ora uno dei principali sostenitori militari della Russia nella sua guerra in Ucraina. “In cambio della fornitura di 300 droni kamikaze, la Russia ora intende fornire all’Iran componenti militari avanzate che minano sia il Medio Oriente che la sicurezza internazionale”.

Anche il nostro capo di Stato si è espresso contro la grave crisi iraniana.

In un messaggio alla conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, il Presidente Mattarella ha detto: “Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite e non può, in alcun modo, essere accantonato”.

In uno scenario urgente e delicatissimo – dove donne, bambini e tanti innocenti stanno pagando con la vita il prezzo della propria libertà – speriamo che i grandi del mappamondo occidentale non barattino la salvaguardia dei diritti umani con nuove alleanze geopolitiche e migliori accordi economici.

In Iran la colpa è (anche) nostra. Storia di Pier Luigi del Viscovo su Il Giornale il 23 Dicembre 2022

Ragazze ammazzate in Iran ed escluse dalle scuole e dalle università in Afghanistan. Alla fine, pure il Presidente Mattarella ha sbottato: «Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite e non può, in alcun modo, essere accantonato». L`impulso è di mandare un esercito a spazzare via quella feccia umana. E magari sarebbe pure la cosa giusta da fare. Invece pare sia l`unica che proprio non riusciamo a fare.

Dall`Afghanistan siamo appena scappati, dopo esserci stati vent`anni e sempre con la valigia pronta, impazienti di andar via. Eppure in quegli anni hanno vissuto come mai prima, assaporando una vita che ora gli viene negata, ributtati nel medioevo della peggiore dottrina islamica. Fino al 2001 facevamo spallucce per le donne massacrate in strada da Talebani, ma inorridimmo quando fecero saltare i Buddha di Bamiyan e intervenimmo solo dopo le 2 Torri.

Per l`Iran è lo stesso. Tanti esultarono nel `79 quando degli invasati sostituirono lo Scià con un prete, che ha rigettato nei secoli bui una delle società islamiche più moderne, dove le donne erano ingegneri in minigonna. Certo, lo Scià era amico dell`America e dunque il suo nemico divenne automaticamente un rivoluzionario di sinistra.

L`islam è una parte del problema. La religione è popolare e inclusiva per natura. Se sei costretto a imporla con violenza vuol dire che non funziona. Impietoso il confronto col cristianesimo, che dura da più tempo accompagnando la società più progredita e peccatrice mai esistita. Facciamo praticamente tutto ciò che ci piace, anche contro i comandamenti, senza che questo crei conflitti: com`è possibile? Semplice, la nostra religione contempla il peccato. Di più, se ne serve per accogliere i fedeli, o presunti tali, nel sacramento della confessione.

Scienziati trovano ‘statue’ congelate, poi notano l’incredibile

Geniale frutto dell`insuperata cultura greca, da cui sarebbe scaturita secoli dopo l`invenzione del purgatorio.

Ma noi? Come osiamo condannare queste dittature criminali e sanguinarie, senza alzare un dito per fermarle? Come lasciamo che vengano uccise per un velo ma litigando sulla desinenza di «presidente/a»? La nostra cultura, di ispirazione socialista e antimperialista, ci impedisce di ammettere che non sempre popoli che si autodeterminano stanno meglio. È vero, gli imperi coloniali, fatti di eserciti e governi, opprimevano le popolazioni e sfruttavano le risorse. Solo che, una volta lasciati liberi, alcuni Stati hanno prodotto faide e corruzione e ancora oggi faticano a esprimere un autogoverno che assicuri condizioni dignitose ai cittadini. Dall`altro lato, le nostre società occidentali non sono più quelle del primo ?900. Più informati e meno tolleranti, mai consentiremmo a un nostro governo di perpetrare violenze e abusi su una popolazione straniera. In Vietnam l`esercito americano è stato sconfitto dall`opinione pubblica.

Le donne iraniane e afghane dovranno sbrogliarsela da sole e noi le guarderemo morire in TV, dietro la foglia di fico del rispetto della religione e dell`autodeterminazione.

Desideri sauditi. Report Rai PUNTATA DEL 29/10/2023 di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Carlo Tecce

Le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030.

Gli incontri segreti dei parlamentari; le mediazioni dei politici italiani sugli affari del calcio; i viaggi pagati dai sauditi; le ingerenze politiche sul caso Regeni che arrivano fino alla presidenza del Consiglio di allora; le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030 che si deciderà il prossimo 28 novembre a Parigi. Il piano del Regno Saudita per conquistare una leadership geopolitica tra i paesi arabi e un consenso diffuso tra i paesi del blocco occidentale ha come obiettivo anche l’Italia, il primo paese dell’Unione europea che dal 2019 viene scelto per penetrare politicamente il Vecchio Continente. Un piano che Report ricostruisce con documenti e testimonianze finora inedite. Per la prima volta emergono le attività di pressione e lobbying esercitate negli Stati Uniti, in Europa ma anche su parlamentari italiani, così come gli incontri a porte chiuse organizzati a Roma alla presenza di membri del governo saudita. Sullo sfondo il grande circo del calcio mondiale, dove l’Arabia Saudita ha trasformato la più grande e dispendiosa campagna acquisti nella storia in una strategia per la conquista del consenso globale, che ha coinvolto anche la Federcalcio e l’ex Ct della Nazionale Roberto Mancini. Oggi però il Principe ereditario Mohammad Bin Salman deve fare i conti con le conseguenze degli attentati di Hamas del 7 ottobre, che avevano tra gli obiettivi anche quello di far saltare il dialogo di pace avviato tra l’Arabia Saudita e Israele con gli Accordi di Abramo, e che riaprono il dibattito sul ruolo della monarchia saudita nella regione.

DESIDERI SAUDITI Report Rai di Daniele Autieri collaborazione Federico Marconi - Carlo Tecce immagini Giovanni De Faveri - Alfredo Farina - Cristiano Forti - Paolo Palermo - Marco Ronca ricerca immagini Alessia Pelagaggi montaggio Andrea Masella grafiche Michele Ventrone

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’Arabia Saudita si propone come king maker mondiale. È ritenuto l’interlocutore più credibile per risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina e anche quello tra Israele e Palestina. È il mondo arabo da contrapporre a quello dell’Iran e del Qatar che hanno finanziato e sostenuto direttamente Hamas. Ora del soft power del Qatar abbiamo parlato lo scorso anno con una lunga inchiesta quando ha utilizzato il suo fondo il Qia per comprare pezzi di città, squadre di calcio, ospitare i mondiali di calcio con un solo scopo quello di diventare il leader nel mondo delle comunità islamiche. Questo è un posto che adesso vuole riconquistare l’Arabia saudita e vuole utilizzare ilo suo di fondo, il Pif, il public investment fund, una potenza di fuoco di circa 700 miliardi di dollari da utilizzare per realizzare la città più futuristica, quella avveniristica nel futuro, 33 volte grande New York oppure per investire nello sport washing cioè per ripulire l’immagine di chi ha mancato di osservare i diritti umanitari. Ha acquistato calciatori, quattro squadre di calcio, ha contrattualizzato il nostro allenatore della nazionale e magari è interessato anche all’acquisto di altre squadre. Ma il sogno del governo di Bin Salman è quello di realizzare l’Expo nel 2030. In corsa ci sono tre città Busan della Corea del Sud, Roma e Riad. Chi vincerà? Si voterà tra qualche giorno e bisognerà conquistare cento voti sui 181 paesi partecipanti. Però insomma bisogna fare attenzione anche al fuoco amico perché nell’ombra si stanno muovendo gli uomini del soft power arabo. Tutto questo mentre dalle scorie del più imponente attentato della storia dell’Occidente, quello dell’11 settembre del 2001, sta emergendo un imbarazzo che si sta cercando di nascondere agli occhi del mondo. Un’inchiesta straordinaria del nostro Daniele Autieri.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Sul Memoriale dell’11 settembre è scritto un verso immortale dell’Eneide: «Nessun giorno vi cancelli dalla memoria del tempo». La memoria sopravvive ai ricordi, ma la verità sugli attentati al Pentagono e alle Torri Gemelle non stata è ancora scritta del tutto. Chi ha addestrato, protetto, fornito assistenza ai 19 terroristi che hanno causato la morte di 2.977 civili? E quale è stato il ruolo della monarchia saudita? Ancora oggi, a 22 anni da allora, le famiglie delle vittime cercano risposte.

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE Ho perso mio padre quando avevo 15 anni.

DANIELE AUTIERI Cosa ricorda di quel giorno?

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE È stata una giornata tragica e terribile. Piena di ansia perché fino all’ultimo non sapevamo se mio padre fosse vivo o morto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La famiglia di Brett Eagleson ha sempre vissuto in questa villa immersa nel verde del Connecticut, a due ore di macchina da Manhattan. Alle 9,03 del mattino dell’11 settembre 2001, quando il volo United Airlines 175 colpisce la Torre Sud, il padre di Brett è al 17° piano del grattacielo. Nessuno immagina che 56 minuti dopo la prima delle Torri Gemelle sarebbe crollata.

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE I vigili del fuoco non potevano comunicare tra loro e lo stesso valeva per gli agenti della polizia di New York. Mio padre, che era nel business della costruzione di supermercati, ricordò di avere una valigetta con due radioline nel suo ufficio. Allora disse ai suoi colleghi: voi lasciate l’edificio, io torno indietro al 17° piano, prendo le radio e le porto ai vigili del fuoco.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Alle 9,59, mentre il padre di Bret sta raggiungendo il 17° piano per recuperare i walkie talkie, la Torre Sud crolla su sé stessa.

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE Il suo corpo non è stato mai più trovato. Ancora oggi, quasi 23 anni dopo, non abbiamo ricevuto neanche un frammento di lui. Per questo pensiamo che di lui siano rimasti solo vapore e polvere.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Per molti anni la storia che viene raccontata al mondo è quella di 19 attentatori con scarsa conoscenza della lingua inglese, pochi soldi a disposizione, ignoranza totale della cultura occidentale, assoluta inesperienza di pilotaggio di grandi aerei, capaci però di portare a termine il più devastante attentato terroristico nella storia degli Stati Uniti d’America.

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE Ventidue anni dopo i cittadini americani, il mondo intero, meritano di sapere cosa è accaduto veramente l’11 settembre. Chi ha aiutato gli attentatori e in che modo siano riusciti a realizzare quel piano.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel 2021 il Presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI. Sono i documenti dell’Operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 dal Federal Bureau of Investigation.

KENNETH WILLIAMS - AGENTE SPECIALE FBI 1997-2017 L’Operazione Encore ha portato a galla le attività di numerosi individui, impiegati del governo saudita e in particolare del Ministero degli Affari Islamici, che hanno dato supporto agli attentatori fin dal loro arrivo negli Stati Uniti, nella California del Sud.

DANIELE AUTIERI Quali sono le prove che dimostrano un coinvolgimento del Regno Saudita nell’11 settembre?

KENNETH WILLIAMS - AGENTE SPECIALE FBI 1997-2017 All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America, al Los Angeles International Airport, l’imam della moschea di King Fahad, una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi, gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo un altro saudita di nome Omar Al-Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego, si è messo in viaggio verso Los Angeles, dove ha incontrato alcuni terroristi presso il Caffè Mediterraneo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Uno degli uomini finiti nel mirino dell’operazione Encore è Omar Al Bayoumi, il saudita che ha dato assistenza ai terroristi al momento del loro arrivo in California. Secondo l’FBI Bayoumi era in realtà un agente del governo saudita, che teneva contatti diretti con l’allora ambasciatore a Washington D.C, il principe Bandar bin Sultan, membro della dinastia reale ma anche amico personale della famiglia Bush.

DANIELE AUTIERI Avete trovato anche contatti telefonici tra Al-Bayoumi e membri dell’ambasciata saudita?

KENNETH WILLIAMS - AGENTE SPECIALE FBI 1997-2017 Sì, ci risultano diversi contatti telefonici con un uomo di nome Musaed al-Jarrah che al tempo lavorava con il Ministero degli Affari Islamici presso l’ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington.

BRETT EAGLESON – FIGLIO DI UNA VITTIMA DELL’11 SETTEMBRE Oggi sappiamo che al momento del loro arrivo, circa due anni prima degli attacchi, gli attentatori hanno trovato qui una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare gli alloggi, a trovare il denaro, a imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Grazie alle novità investigative emerse dall’operazione Encore i parenti delle vittime dell’11 settembre hanno fatto causa al governo saudita e oggi è aperto un procedimento presso la Corte Federale dello stato di New York. In quel processo è consulente di parte anche l’ex-agente speciale Kenneth Williams che prima di accettare l’incarico chiede un’autorizzazione all’FBI.

KENNETH WILLIAMS - AGENTE SPECIALE FBI 1997-2017 Con mio grande stupore, il mio datore di lavoro mi ha risposto dicendomi che non avrebbero voluto che assistessi le famiglie delle vittime dell’11 settembre, perché questo potenzialmente avrebbe avuto un impatto negativo sulle attività investigative in corso, ma soprattutto perché il governo americano non voleva rovinare le buone relazioni con il Regno Saudita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I peccati del passato rischiano adesso di tornare a galla con il processo aperto presso la Corte Federale di New York. Un processo che imbarazza il governo americano e l’Arabia Saudita, lo stato che più di ogni altro sta cercando di conquistare spazi di potere e di rispettabilità nel quadro geopolitico internazionale.

DANIELE AUTIERI Quanto è potente la lobby saudita negli Stati Uniti?

KENNETH WILLIAMS - AGENTE SPECIALE FBI 1997-2017 Spesso si parla della Cina, della sua influenza su Hollywood, o magari sui media americani. Ma credo che non si parli abbastanza del potere e dell’influenza che il governo saudita esercita sui nostri politici, sui nostri media, sull’industria dell’intrattenimento.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’Arabia Saudita tutela i suoi interessi ovunque, soprattutto nella capitale, Washington D.C., la House of Cards dell’America dove decine di lobby spendono ogni anno centinaia di milioni di dollari per influenzare le scelte della politica.

JORDAN COHEN – ANALISTA POLITICO E MILITARE, CATO INSTITUTE E lo fa in modi diversi. Uno di questi è lo stretto rapporto di interessi che c’è tra l’Arabia Saudita e l’industria della difesa statunitense. Ogni anno i sauditi spendono miliardi di dollari per acquistare armi dall’America. Solo nei primi due anni di presidenza di Joe Biden quella cifra ha sfiorato gli 8 miliardi di dollari.

DANIELE AUTIERI È vero che il governo saudita investe milioni di dollari ogni anno in una capillare attività di lobbying per ottenere peso e influenza qui a Washington?

JORDAN COHEN – ANALISTA POLITICO E MILITARE, CATO INSTITUTE Sì è vero. esiste una lobby saudita invisibile negli Stati Uniti. Si muove investendo denaro nelle aziende private, nei grandi studi legali, e nelle agenzie di lobbying. A cascata questi centri di potere vanno a esercitare la loro influenza sui politici, nel Congresso, oppure nelle segreterie di Biden, di Trump, o di chiunque sia il presidente in quel momento.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’ambasciatore saudita negli Usa è scelto tra i membri più influenti della famiglia reale, vicinissimo al Re Salman e oggi al Principe ereditario Mohammed bin Salman. Il suo quartier generale è questo enorme edificio di fronte al Watergate nella via che dal 2022 è stata provocatoriamente intitolata a Jamal Kashoggi, il giornalista del Washington Post ucciso all’interno del consolato saudita di Istanbul.

DANIELE AUTIERI Cinque anni dopo l’omicidio di Kashoggi, l’Arabia Saudita è di nuovo la benvenuta alla Casa Bianca così come tra le cancellerie europee?

JORDAN COHEN – ANALISTA POLITICO E MILITARE, CATO INSTITUTE Credo di sì. Lo sdoganamento è partito dagli Stati Uniti. Politici e leader dei paesi occidentali non stanno più criticando l’Arabia Saudita per l’omicidio di Kashoggi o per le violazioni dei diritti umani, ma tutti si riferiscono al Regno come a un alleato potente e strategico per assicurare la stabilità di quella regione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Per conservare la memoria dei fatti, bisogna conoscerli i fatti. E ce ne sono alcuni che sono finiti dentro un documento desecretato da Joe Biden riguardante i fatti dell’11 settembre, un documento dell’Fbi che traccerebbe, di cui Report è venuto in possesso, che traccerebbe un quadro inquietante sui rapporti tra i terroristi e agenti segreti sauditi e alcuni membri dell’ambasciata saudita a Washington. Ecco questi documenti sono finiti all’interno di una causa federale intentata dai parenti delle vittime dell’11 settembre che hanno chiesto un risarcimento all’Arabia Saudita. Ora, il governo di Bin Salman ha chiesto attraverso i suoi avvocati che venissero secretati quei documenti, che venisse secretato l’intero processo comprese le testimonianze, un gigantesco macigno sulla verità dell’attentato che ha sconvolto il mondo. Una richiesta che non è casuale però perché in questo momento il governo di Bin Salman si sta proponendo come l’ago della bilancia tra le fragili democrazie occidentali e le autocrazie orientali, Russia e Cina, lo sta facendo anche con un delicato equilibrio interno perché ci sono ombre di dittatura, ombre su mancati diritti, sulla mancata osservazione di diritti umanitari. Dall’altra però sta investendo pesantemente sulla sua immagine, il cosiddetto anche sport washing, cioè lavare la propria immagine attraverso l’utilizzo dello sport. Utilizza il Pif, il fondo sovrano, 700 miliardi di dollari provenienti per lo più dalle attività petrolifere, ha acquistato giocatori di calcio, le stelle che si sono trasformati in formidabili influencer dell’immagine saudita nel mondo, ha comprato squadre di calcio, il nostro allenatore, vuole fare i mondiali di calcio ma il Pif è un po' ovunque. Perché ha, sta trattando il 10% di Telefonica, la principale società di telecomunicazione spagnola, ha azioni di Meta, Microsoft, Paypal, partecipazioni in Uber, Starbucks e nelle altre grandi banche d’affari come JP Morgan e il fondo Blackrock. E poi è anche il maggiore azionista straniero di Nintendo, una delle più grandi aziende di giochi nel mondo. E’ presente nella Formula 1, nel golf, nell’intrattenimento. Per quello che riguarda l’Italia poi pezzi di città, sta anche trattando l’acquisto del 49% del gruppo Roccoforte che a Roma possiede degli hotel di lusso, l’Hotel de la Ville e il De Russie e se l’operazione andasse in porto anche la nostra Cassa depositi e prestiti che detiene il 23% del gruppo ne trarrebbe beneficio, 200 milioni di euro di plusvalenza. Ma Pif detiene anche il controllo di una piccola e misteriosa compagnia aerea che ha avuto un ruolo nell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nella capitale degli Stati Uniti d’America, proprio a due passi dalla Casa Bianca, ha sede la Freedom Initiative, un’organizzazione non profit che si batte per la difesa dei diritti umani nel mondo. L’ufficio dedicato ai paesi arabi è guidato da Abdullah Alaoudh, un amico di Jamal Kashoggi e professore alla Georgetown University. Suo padre Salman è uno studioso e riformatore molto popolare in Arabia Saudita, rinchiuso in carcere da sei anni per aver pubblicato un tweet in cui auspicava la riconciliazione tra gli stati arabi e riforme per il suo paese.

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Diciannove membri della mia famiglia sono stati dichiarati in arresto e gli è stato impedito di lasciare il paese. Io stesso sono stato dichiarato in arresto… è un incubo per tutti noi.

DANIELE AUTIERI Può spiegare in che modo e con quali azioni il governo saudita non rispetta i diritti umani?

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Nella vecchia Arabia Saudita si poteva mediare il rilascio di un prigioniero politico, e nessuno avrebbe mai permesso l’omicidio di un giornalista, o sostenuto una guerra non necessaria come quella dello Yemen. Questa politica estera aggressiva e violenta è iniziata con l’arrivo di Mohammad bin Salman.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mohammed bin Salman è il principe regnante, l’erede al trono scelto da Re Salman, l’ultimo e più potente rappresentante della famiglia Saud che guida l’Arabia Saudita. Per alcuni un riformatore, l’uomo che ha lanciato il processo di diversificazione economica dal petrolio e che sta sostenendo i progetti più avveniristici dell’Arabia Saudita; per altri un tiranno spietato. Secondo un report della Cia e dell’Onu è lui il mandante dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Quando Bin Salman ha preso il potere, Jamal ha capito che il principe avrebbe potuto arrestare e torturare gli oppositori all’interno del paese, ma non avrebbe mai immaginato di essere ucciso in uno stato estero.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 2 ottobre del 2018 Khashoggi entra nel consolato saudita di Istanbul per ritirare i documenti necessari al suo matrimonio. Ad aspettarlo c’è una squadra di 15 persone, tutti membri delle forze speciali e funzionari dell’intelligence arrivati con un jet privato dall’Arabia Saudita. Tra loro anche Maher Abdulaziz Mutreb, più volte ripreso nell’entourage del principe bin Salman. Poco dopo il suo ingresso, Khashoggi viene ucciso e il suo corpo smembrato.

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Secondo la CIA ci sono prove sufficienti per dire che Mohammad bin Salman è stato il mandante di questo omicidio. Poi è stato accertato uno scambio di messaggi via Whattsapp tra l’agente saudita che ha diretto il commando dei killer e il principe regnante pochi minuti prima e pochi minuti dopo l’omicidio. Infine, gli uomini del commando che ha ucciso Jamal Khashoggi facevano parte della cerchia dei fedelissimi di Mohammad bin Salman. A tutti questi elementi si aggiunge anche che i due jet privati utilizzati dal commando erano collegati al fondo PIF, controllato direttamente da Mohammed bin Salman.

DANIELE AUTIERI Qual è il nome della compagnia?

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Il nome è Prime Aviation.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Dal 22 dicembre del 2017, un anno prima la morte di Khashoggi, Sky Prime Aviation, la società proprietaria dei jet che avrebbero trasportato la squadra dei killer, è sotto il controllo del fondo PIF, lo stesso fondo che sta pagando gli ingaggi miliardari delle stelle del calcio approdate in Arabia.

DANIELE AUTIERI Qual è la potenza di fuoco del PIF?

MARCO BELLINAZZO – SOLE 24 ORE Si tratta del fondo sovrano saudita e che quindi ha alle spalle le riserve petrolifere più importanti al mondo. Patrimonialmente sono superiori ai 600 miliardi di dollari gli asset gestiti dal Pif.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 5 giugno scorso il PIF entra a piedi giunti nel calcio e acquista i quattro più importanti club della Lega Saudita avviando una campagna come non si era mai vista nella storia del calcio.

MARCO BELLINAZZO – SOLE 24 ORE Lo stesso PIf che aveva comprato l’anno prima il Newcastle in Premier League. Siamo negli albori della nascita forse di un nuovo modello di calcio globale.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Alla corte del Principe Regnante approdano le bandiere dei più grandi club europei: il Pallone d’oro Karim Benzema, l’asso brasiliano Neymar Junior, l’ex-difensore del Napoli e del Chelsea Koulibaly, l’attaccante senegalese Sadio Mané. Tutti sedotti da compensi ultramilionari.

MARCO BELLINAZZO – SOLE 24 ORE Il calcio e lo sport sono diventate una piattaforma di legittimazione politica, sono diventate un veicolo per affermare la propria autorevolezza e per entrare nei circuiti economici internazionali con più facilità. È un percorso che avevano fatto gli oligarchi russi a partire dal 2003 con Abramovich, è Putin che inaugura questo modello.

DANIELE AUTIERI Qual è la strategia dietro questi grandi investimenti fatti nel calcio, così nello sport in generale così come nelle grandi infrastrutture?

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Da un lato distrarre il mondo dalle atrocità che il governo saudita sta commettendo in Yemen così come altrove; dall’altro ripulire la propria immagine dal ricordo dei crimini già commessi.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Tra i grandi colpi del mercato saudita c’è anche il contratto da 25 milioni di euro l’anno firmato da Roberto Mancini, l’allenatore Campione d’Europa strappato alla Nazionale italiana.

ROBERTO MANCINI - CT ARABIA SAUDITA Ora è tempo di fare la storia con l’Arabia Saudita

MARCO BELLINAZZO – SOLE 24 ORE Roberto Mancini ha già allenato un club arabo di fatto, il Manchester city dello sceicco Mansur degli Emirati, e di conseguenza hanno pensato al mister Campione d’Europa per guidare lo sviluppo di una nazionale che nelle ambizioni di Mohammed Bin Salman dovrà, non solo vincere qualche partita al mondiale ma andare più avanti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Prima di vincere un Mondiale, il sogno di Mohammed Bin Salman è quello di ospitarne uno, come fatto dal Qatar nel 2022. Un sogno che nei progetti del Regno può essere realizzato proprio con il sostegno dell’Italia. Il 22 dicembre del 2019, in occasione della finale di Supercoppa italiana giocata a Riyadh, il segretario generale della Federcalcio Marco Brunelli incontra i vertici della SAFF, la federazione saudita, e viene firmato un primo accordo di cooperazione tra le due federazioni.

DANIELE AUTIERI Cosa prevedeva quell’accordo?

CONSULENTE FEDERCALCIO Era un patto di amicizia senza nessun vincolo per nessuna delle due federazioni. A leggerlo adesso direi però che è stata per loro l’occasione per mettere un piede in Italia…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Una volta stretto l’accordo, la Federazione saudita lavora al passo successivo che si concretizza quasi un anno dopo con il sostegno di un alleato illustre. Il 9 settembre del 2020 il Presidente della Fifa Gianni Infantino viene ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Insieme a lui anche il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina.

GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018- 2021 Ci fu l’incontro sì, con il presidente della Fifa Infantino, credo abbia partecipato anche il presidente della Figc Gravina

DANIELE AUTIERI E Infantino le propose di fare un Mondiale a tre, con l’Egitto e l’Arabia Saudita?

GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018- 2021 Si parlò di varie cose, e venne fuori anche questa idea di cui non sapevo nulla di un eventuale Mondiale a tre con Egitto e Arabia Saudita. Ne ho parlato con il consigliere Benassi, il capo del mio staff diplomatico, e dissi a lui di seguire questa questione…

DANIELE AUTIERI Alla fine… GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018- 2021 Già dal confronto anche con il consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per poter minimamente costruire un progetto del genere.

PIETRO BENASSI - CONSIGLIERE DIPLOMATICO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018-2021 Allora partire lancia in resta con una cosa ufficiale con l’Egitto in pieno caso Regeni, eccetera, lei immaginava che destava qualche perplessità di immagine per il nostro Governo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Non c’era solo l’omicidio Regeni a imbarazzare l’Egitto, ma anche quello di Jamal Khashoggi che gettava ombre sul governo saudita.

GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018- 2021 Il principe Bin Salman io lo incontrai al G20 dell’Argentina

DANIELE AUTIERI Prima quindi… GIUSEPPE CONTE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 2018- 2021 A fine 2018, e in quella occasione, era da poco venuto fuori quest’omicidio, ci fu quel G20 lui partecipò ci fu molto imbarazzo da parte di noi leader europei. Io gli chiesi un incontro bilaterale proprio rappresentandogli molto chiaramente e anche molto duramente che questo omicidio era assolutamente inaccettabile, che i sospetti di colpevolezza ovviamente riguardavano lui personalmente e gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A volere a tutti i costi un Mondiale condiviso con l’Italia è proprio l’Arabia Saudita che identifica nel nostro paese la porta per l’Europa. Per farlo però ha bisogno del sostegno anche del più fedele degli alleati, l’Egitto. Oltre a quello della nostra Federcalcio.

DANIELE AUTIERI Dopo l’incontro a Palazzo Chigi loro desistono oppure no?

CONSULENTE FEDERCALCIO Tutt’altro. Ci sono una serie di incontri poi in Federcalcio nel corso dei quali viene presentato un piano dettagliato su come mettere su i Mondiali.

DANIELE AUTIERI Qual era la posizione del presidente Gravina?

CONSULENTE FEDERCALCIO Gravina è stato sempre ostile all’ingresso dei sauditi in Italia.

DANIELE AUTIERI Presidente, buongiorno Daniele Autieri di Report. Ci risulta che ci fu un incontro alla Presidenza del Consiglio il 9 settembre del 2020 con il Presidente Conte, con lei e con il Presidente della Fifa Infantino, si parlò di questa ipotesi di mondiale?

GABRIELE GRAVINA – PRESIDENTE FEDERCALCIO L’incontro c’è stato. Si parlò anche del campionato del mondo 2030

DANIELE AUTIERI Anche lei aveva perplessità sulla possibilità di…

GABRIELE GRAVINA – PRESIDENTE FEDERCALCIO Assolutamente sì, perché poi quando abbiamo parlato con l’ambasciatore Benassi e le riflessioni sono state riflessioni molto puntuali, abbiamo deciso diciamo, abbiamo deciso ma con molta fermezza di non condividere questo appoggio a una candidatura a tre.

DANIELE AUTIERI Ci risulta anche che la Federazione saudita avviò un dialogo con voi, ci furono riunioni in Federcalcio? GABRIELE GRAVINA – PRESIDENTE FEDERCALCIO Assolutamente sì, ma erano diverse riunioni precedenti a questa opportunità, a questa ipotesi, addirittura arrivammo a una convenzione che prevedeva un rapporto di collaborazione in diversi settori, collaborazioni che noi prevediamo con diversi paesi nel mondo.

DANIELE AUTIERI E la partnership saltò quando fu evidente che voi eravate contrari all’ipotesi…

GABRIELE GRAVINA – PRESIDENTE FEDERCALCIO È evidente, la partnership dal nostro no purtroppo non ha avuto più seguito.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I sauditi sono disposti a tutto pur di arrivare a un mondiale a tre, e si propongono come mediatori per questioni molto delicate che coinvolgono il nostro governo.

CONSULENTE FEDERCALCIO Un giorno arriva una lettera in Federazione, una lettera un po’ strana. Aveva il timbro confidenziale e la firma del presidente della federazione. Quindi sembrava una lettera della federazione, ma in realtà dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano

DANIELE AUTIERI In che modo?

CONSULENTE FEDERCALCIO Si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra governo italiano e governo egiziano dovuta alla crisi per l’omicidio di Regeni

SIFGRIDO RANUCCI IN STUDIO Report è in grado di rivelare il contenuto confidenziale di questa lettera che il 25 novembre del 2020 la Federazione Araba ha inviato alla Federcalcio italiana, dove gli arabi chiedono di “identificare e nominare rappresentanti del governo italiano attraverso i quali poter aprire un canale diplomatico sulle questioni Regeni e Zaki”, Zaki era stato arrestato a febbraio dello stesso anno, 2020. “L’Arabia Saudita, nel proprio ruolo di facilitatore – scrivono - richiederà lo stesso alle controparti nel governo egiziano”. Ecco, ha una grande influenza l’Arabia sul governo egiziano se pensate che solo dal 2013 al 2020 ha versato 46 miliardi di euro, di dollari, in favore del Cairo, tra investimenti diretti, fornitura di gas, petrolio, aiuti alla Banca centrale. Ecco, quello che appare certo è che il governo saudita aveva identificato l’Italia come il pertugio per entrare in Europa, e il passepartout doveva essere il mondiale a tre: Arabia Saudita, Egitto, Italia. Solo che c’erano degli imbarazzi da gestire perché l’Egitto era rimasto coinvolto nell’omicidio Regeni e nell’arresto di Zaki, l’Arabia Saudita nell’omocidio di Khashoggi, e infatti quella richiesta fu rispedita al mittente. Una volta sfumati i mondiali di calcio del 2030, l’Arabia Saudita ha puntato a quelli del 2034. Ha investito pesantemente nel mondo del calcio, come attrativa e ha trasformato il proprio campionato nella casa dei più grandi campioni, e ha ingaggiato Ronaldo, Benzema, complessivamente 400milioni di euro di ingaggio, Benzema poi cede il 2% annuo, ha deciso di cederlo alla Zakat, alla elemosina, uno dei pilastri dell’Islam. E poi la Liga spagnola, anche, disputerà la Coppa del Re in Arabia Saudita, così come la Supercoppa italiana verrà disputata in quel posto, le prossime quattro edizioni su sei, questo dietro un accordo da 150 milioni di euro. E in quel contesto si dovrebbe anche parlare della possibilità che gli arabi acquistino una squadra di calcio, una trattativa, vedremo se è così, ecco, tutto questo appartiene alla visione di bin Salman, quella che lui ha definito Vision 2030, cioè investire miliardi sulla propria immagine. Ecco, tutto questo va benissimo ma poi, in tema di diritti umani, come la mettiamo?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nello stesso giorno in cui la Federazione saudita annuncia l’ingaggio di Roberto Mancini, la Corte criminale condanna a morte Muhammad al-Ghamdi, un cittadino accusato di aver utilizzato Twitter per diffondere teorie terroristiche contro la famiglia regnante. Il provvedimento viene emesso dallo stesso tribunale che nel 2014 aveva ordinato l’arresto di Riad Loujain Alhathloul, una ragazza saudita colpevole di aver guidato un’automobile. Loujain è un’attivista, si batte per i diritti delle donne e nel 2015 viene inserita al terzo posto tra le 100 donne arabe più influenti al mondo. Dopo il suo rilascio la polizia la arresta nuovamente nel 2017 quando rimane in carcere per tre anni. Sua sorella Lina vive a Bruxelles, lavora per ALQST, un’organizzazione per la difesa dei diritti civili, ed è la voce di Loujain nel mondo libero.

DANIELE AUTIERI Ha qualche prova per dire che le torture a sua sorella sono state ordinate da agenti del Regno o da qualche membro del governo saudita?

LINA ALHATHLOUL – DIRETTRICE MONITORING AND ADVOCACY DI ALQST Quando Luijain è stata torturata, si trovava in una prigione non ufficiale. È stata bendata e trasportata dal carcere di stato in un luogo segreto. Mentre lei era lì, gli ordini nella stanza arrivavano da Saud al-Qahtani, il braccio destro del Principe regnante Mohammad bin Salman. Loujain lo ha visto mentre veniva torturata e non possiamo credere che il governo non sapesse che un agente così importante si trovava lì.

DANIELE AUTIERI Quanti prigionieri politici e dissidenti sono oggi reclusi nelle carceri saudite?

LINA ALHATHLOUL – DIRETTRICE MONITORING AND ADVOCACY DI ALQST Pensiamo che possano essere anche migliaia. Dall’inizio dell’anno ad agosto in Arabia Saudita sono state eseguite 81 condanne a morte.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il calcio è uno strumento formidabile per distrarre il mondo dalle violazioni ai diritti umani e costruire un consenso internazionale intorno alla nuova immagine dell’Arabia Saudita. Un’immagine rafforzata da eventi plateali come il Saudi Village, il villaggio allestito alla fine di settembre a Roma dove abbiamo incontrato l’uomo scelto da Mohammed Bin Salman per raccontare al mondo il rinascimento calcistico del Regno.

ABDULLAH MAGHRAM – DIRETTORE INTERNATIONAL COMMUNICATION - MINISTERO DELLO SPORT DEL REGNO SAUDITA Siamo convinti che l’Arabia Saudita meriti questi eventi e che meriti di raggiungere alti standard sportivi, a partire dal nostro campionato di calcio. L’obiettivo è che la nostra Lega diventi una delle prime dieci al mondo entro il 2030.

DANIELE AUTIERI A giugno il fondo PIF ha acquistato 4 grandi club. È una strategia che continuerà nel futuro? Prevedete nuovi investimenti nei club sauditi?

ABDULLAH MAGHRAM – DIRETTORE INTERNATIONAL COMMUNICATION - MINISTERO DELLO SPORT DEL REGNO SAUDITA Facciamo tutto questo per il nostro popolo e infatti pensiamo che ci saranno ancora molti investimenti, su scala internazionale.

DANIELE AUTIERI Cosa risponde alle critiche di sportwashing che vi vengono mosse?

ABDULLAH MAGHRAM – DIRETTORE INTERNATIONAL COMMUNICATION - MINISTERO DELLO SPORT DEL REGNO SAUDITA Crediamo che investire nello sport darà un contributo importante al Pil del paese, e pensiamo che migliorerà la qualità della vita delle persone.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il guanto di sfida è lanciato, ma la guerra – stavolta – si combatte ai livelli più alti del calcio mondiale e arriva a minacciare lo strapotere di Aleksander Ceferin, il numero uno della UEFA, l’organismo sportivo che gestisce i diritti della competizione più ricca al mondo: la Champions League.

DANIELE AUTIERI Presidente una domanda sulla politica in generale, sull’Arabia Saudita e i suoi investimenti nel calcio…

ALEKSANDER CEFERIN - PRESIDENTE DELLA UEFA Oh…. Questa non è l’Arabia Saudita…

DANIELE AUTIERI Lo so, lo so

ALEKSANDER CEFERIN - PRESIDENTE DELLA UEFA La prossima volta… no… non parlo di questo…

DANIELE AUTIERI Non crede che questa presenza saudita nel calcio potrebbe rappresentare un pericolo?

ALEKSANDER CEFERIN - PRESIDENTE DELLA UEFA La Saudi Pro League? No, l’ho già detto, è l’approccio ad essere sbagliato. La Cina in passato ha avuto un approccio simile e non si sono qualificati alla Coppa del Mondo. Prima di tutto devi avere gli allenatori…

DANIELE AUTIERI Allora non vede pericoli, la Champions League non è a rischio?

ALEKSANDER CEFERIN - PRESIDENTE DELLA UEFA Nooo… siamo troppo forti!

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Lo sportwashing, usare lo sport come arma per ripulire la propria reputazione, è però essenziale per i sauditi. Dopo l’acquisto del club inglese del Newcastle United, nella scorsa stagione si rincorrono le voci di un'imminente vendita della Fiorentina al fondo PIF. Secondo i giornali e gli osservatori più informati i Sauditi vogliono mettere le mani sul club della città del Rinascimento.

DANIELE AUTIERI Ho letto da qualche parte che il fondo saudita pure a lei ha bussato?

ROCCO COMMISSO – PRESIDENTE ACF FIORENTINA No, no… queste sono… mi vogliono mandare via da qua…

DANIELE AUTIERI Ah sono chiacchiere messe in giro?

ROCCO COMMISSO – PRESIDENTE ACF FIORENTINA Sì. Sì. Quando non hanno niente da dire parlano di cose che non sono vere. Io sono una persona che faccio e parlo poco… solo che si incazzano quando parlo assai.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel corso dell’anno la società vive un periodo di grande incertezza anche per la vicenda stadio. Sul Franchi c’è un vincolo della Sovrintendenza che blocca la ristrutturazione privata. Meglio costruirne uno nuovo. Il PNRR prevede che i nuovi stadi siano realizzati con fondi pubblici. Così nel 2021 il ministero di Dario Franceschini stanzia 95 milioni in un fondo complementare al Pnrr, destinato al patrimonio culturale. Poi si aggiungono altri 55 milioni europei, per le aree degradate. E qui arriva lo stop della Ue dopo che proprio l’ex-sindaco di Firenze Matteo Renzi si era detto contrario all’utilizzo di fondi pubblici per costruire lo stadio, e aveva ribadito che il costo sarebbe dovuto ricadere sulle spalle di Commisso.

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Lo stadio coi soldi dell'Europa è una vergogna. Il Comune di Firenze indichi la destinazione dei 55 milioni che sennò vanno persi. Noi abbiamo detto case popolari, scuole

ROCCO COMMISSO – PRESIDENTE ACF FIORENTINA Io avevo tutte le intenzioni di fare lo stadio e mi hanno fermato. La politica… I politicanti fanno come vogliono ed ecco che c’è i miei amici dei monumenti… loro fanno come vogliono… e intanto il paese non va avanti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mentre lo scontro si accende, le notizie di un imminente acquisto della Fiorentina da parte del fondo PIF saudita si diffondono, dentro e fuori il Comune di Firenze.

JOE BARONE – DIRETTORE GENERALE ACF FIORENTINA Comincia a uscire tante notizie ma sempre notizie mirate in un periodo dove la Fiorentina sta un pochino in crisi in partite delicate, e usciva fuori la notizia: la Fiorentina è stata venduta. Il fondo PIF… quindi io impazzivo, no? Rocco impazziva… e allora io cominciavo a attaccare i giornalisti. A un certo punto arriva che questa notizia usciva dal Comune, va bene, e poi qualcuno diceva che Matteo voleva portare uno dei suoi… dall’Arabia Saudita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Autorevoli manager in Serie A ci hanno parlato di un interessamento del senatore Renzi in un possibile cambio di proprietà della Fiorentina, per favorire contatti con l’Arabia Saudita. Già nel maggio scorso con Lorenzo Vendemiale avevamo chiesto al senatore Matteo Renzi se fosse reale un suo interessamento nella vendita della Fiorentina agli arabi.

LORENZO VENDEMIALE Le è mai stato chiesto di lavorare con le sue relazioni internazionali?

MATTEO RENZI Senti che pensa questo… No, no… no vabbè vi capisco, dovete fare giornata come Report … vi capisco… no!

DANIELE AUTIERI Lei a maggio ci ha un po’ maltrattato…sulla storia della Fiorentina si ricorda?

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE No, ora maltrattato non esageriamo… per quello che mi avete fatto voi vi ho fatto una carezzina…

DANIELE AUTIERI Ci ha detto che…non aveva alcun interesse

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE E lo confermo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ma a smentire Matteo Renzi ci sarebbero le dichiarazioni di Joe Barone che ci racconta di un messaggio con le dichiarazioni dell’ex premier

JOE BARONE – DIRETTORE GENERALE ACF FIORENTINA Mi arriva un giorno un messaggio, un messaggio text dice guarda ci possiamo vedere? Ti voglio parlare degli amici miei di dove si va a giocare la Supercoppa il prossimo anno.

DANIELE AUTIERI Cioè Arabia Saudita…

JOE BARONE – DIRETTORE GENERALE ACF FIORENTINA Che sono interessati…io non rispondo…

DANIELE AUTIERI Questi messaggi da chi arrivano?

JOE BARONE – DIRETTORE GENERALE ACF FIORENTINA Il premier… il premier, l’ex-premier.

DANIELE AUTIERI A me risulta che lei ha mandato un messaggio a Joe Barone, direttore generale della Fiorentina, in cui ci ha proposto di incontrare gli amici dove si gioca la Supercoppa, gli amici di Riad… è vera questa cosa?

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Vediamo di essere chiari… non mi pare di avere utilizzato questa espressione, se le ho utilizzate può darsi, non ne ho la più pallida idea, mi colpisce che lei abbia i miei messaggini ma non lo so. Io ho proposto a Joe Barone quando scende giù di stare a cena con gli amici a Riad se avrò modo con gli impegni parlamentari di andare a vedere la finale di Supercoppa. Però vede…

DANIELE AUTIERI Sa perché glielo chiedo? In quel periodo mi scusi lei sparava pubblicamente a palle incatenate contro la possibilità di utilizzare fondi pubblici per rifare gli stadi…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Mi fate schiantare dalle risate.

DANIELE AUTIERI Lei la faceva pubblicamente? Faceva le conferenze: al Franchi non devono arrivare i soldi dello stato, diceva. Giustamente. Io lo condivido, però se poi manda un messaggio in cui dice vediamo…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Perdonami, non c’entra assolutamente niente. Allora, andiamo con ordine. Stadio: io sono contro l’utilizzo dei soldi pubblici per lo stadio.

DANIELE AUTIERI Giusto. MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Due: ho detto che non voglio che ci sia un centesimo dello stadio fatto con i soldi pubblici. Posso dirlo?

DANIELE AUTIERI Certo. Mi trova d’accordo.

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Tre, Report mi ha chiesto. Matteo anzi Renzi stai trattando per portare gli arabi, sauditi o altri a comprare la Fiorentina e io vi ho detto con un tecnicismo che questa era un’idiozia. E ve lo ripeto: se Report dice che Renzi tratta per gli arabi, dice un’idiozia. Ma posso dirlo, gli arabi non sono interessati alle squadre di calcio italiane. Guardi che lo capisce chiunque, lo capisce anche lei. È una cosa molto semplice.

DANIELE AUTIERI Sarà difficile.

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE No è semplice, ci provo per un secondo.

DANIELE AUTIERI Ci provi…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Si sono comprati i giocatori.

DANIELE AUTIERI Ma non mi preoccupano gli arabi, mi preoccupa un senatore italiano che manda un messaggio a una direttore generale di una società di calcio e gli dice: ti interessa incontrare gli amici…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Ma secondo lei a uno che viene a Riad a parlare gli interessa a parlare con gli arabi o no? Ma secondo lei…

DANIELE AUTIERI Ho capito ma se lei fa la mediazione…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Ma io faccio la mediazione, ma io sono tifoso della Fiorentina e faccio la mediazione?

DANIELE AUTIERI Vabbè, l’ha fatta da tifoso…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Guardi che lei è veramente una persona, non in malafede, diciamo io di Report ne ho incontrati tantissimi…

DANIELE AUTIERI E io sono il peggiore?

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE No il peggiore, no, è una bella graduatoria, ma vi rendete conto che siccome io vado a vedere una partita della Fiorentina, spero, nella supercoppa dove noi ci siamo qualificati per la prima volta da dieci anni che ci si qualifica alla finale della Supercoppa… voi siete veramente, ma guardate, avete superato il livello.

DANIELE AUTIERI Non le sembra inopportuno quel messaggio? In un momento in cui il dibattito pubblico verte sugli stadi e riguarda una squadra di serie A? Questa è una domanda… è una domanda… non è che ho voluto dare un mio …

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Io non la vendo, la tifo la Fiorentina. Tifo gratis e tifo per una squadra che non ha vinto nulla ma che ci da delle grandi emozioni, cosa che voi non potete capire perché pensate solo ai soldi…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Matteo Renzi non ha mai nascosto la sua amicizia con il principe regnante Bin Salman. Un’amicizia che condivide con altri politici come il vice-presidente della Commissione europea Schinas, il primo leader europeo ad aver incontrato Mohammed bin Salman dopo l’omicidio di Jamal Kashoggi.

DANIELE AUTIERI Crede che il governo saudita eserciti la sua influenza anche sui politici europei?

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Certo. Mohammed bin Salman esercita una potente influenza anche sull’Europa. L’esempio più lampante è l’Investment Institute, quello che chiamano la Davos del deserto, alla quale partecipano diversi leader internazionali.

DANIELE AUTIERI Anche il nostro ex-primo ministro ha un ruolo nella Davos del Deserto…

ABDULLAH ALAOUDH – DIRETTORE ARABIA SAUDITA - “THE FREEDOM INITIATIVE” Esattamente. Il vostro ex-primo ministro ne è entrato a far parte dopo l’omicidio di Khashoggi. Mohammed bin Salman vuole questo evento proprio per dimostrare al mondo il suo potere.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il Future Investment Initiative Institute si propone di catalizzare le più brillanti idee al mondo e metterle al servizio di progetti faraonici come quello della città di Neom. Alle attività dell’Istituto, fondato da Bin Salman e presieduto dal magnate francese Richard Attias, partecipa anche il nostro ex primo ministro Matteo Renzi. Oltre a essere pagato direttamente dal Future Institute, nel 2019 Renzi riceve un bonifico di 64mila euro dalla The Experience, una società di Attias con sede nel paradiso fiscale delle British Virgin Island.

DANIELE AUTIERI Fine 2019 lei riceve un bonifico da Richard Attias, la società The Experience di Attias. Perché la paga una società privata francese

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Richard Attias è…

DANIELE AUTIERI È il ceo no?

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE È l’amministratore delegato del Forum. Adesso io non ricordo tutto … allora le dichiarazioni dei redditi sono tutte pubbliche. Nel mio caso tutti i soldi sono… credo, immagino, sia una delle conferenze che ho fatto perché Richard allora faceva le conferenze.

DANIELE AUTIERI È strano che non la paghino i sauditi ma che arrivi da una società francese, che ha una controllante alle British Virgin Islands… questa The Experience… glielo dico…

MATTEO RENZI – SENATORE ITALIA VIVA – MEMBRO BOARD FUTURE INVESTMENT INITIATIVE Io faccio delle conferenze all’estero, che sono totalmente corrette, e quindi quella di Richard come quelle di tante altre hanno soggetti giuridici che sono in giro per il mondo, altrimenti non sarebbero conferenze all’estero.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A parte la Davos del Deserto, gli incarichi sauditi di Renzi sono tanti. Dalle segnalazioni della Banca d’Italia sulle movimentazioni bancarie dell’ex-premier emergono un bonifico di quasi 40mila euro del 7 febbraio del 2019 pagato dalla Saudi Commission for Tourism, e un altro bonifico saldato direttamente dal ministero delle Finanze Saudita per un valore di 41mila euro.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma niente di nuovo, alle consulenze note si aggiunge questa da 64mila euro pagata da The Experience, una società presieduta da Richard Attias, l’imprenditore marocchino che in Francia ha lanciato il colosso della comunicazione “Publicis”, e che Bin Salman Attias ha scelto come amministratore delegato del Board di Future Initiative, l’organizzazione che parla degli scenari economici ribattezzata la "Davos del deserto” di cui Matteo Renzi è uno dei membri. Ora però l’ex premier è anche un grandissimo tifoso della Fiorentina e secondo e secondo quello che ci ha raccontato il direttore generale Barone avrebbe inviato un messaggio nel quale si ipotizzava un incontro tra il presidente Rocco Comisso e gli Arabi, perché forse c’era un interesse. Secondo Barone avrebbe scritto: “ci possiamo vedere? Ti voglio parlare degli amici miei di dove si va a giocare la Supercoppa il prossimo anno”. Ora Renzi nega di essersi proposto come mediatore e noi su questo senza ombra di dubbio gli crediamo, di aver solo proposto una cena in occasione delle fasi finali della Supercoppa tra i dirigenti della Fiorentina e gli Arabi. Solo che a Report risulterebbe che questo messaggio è stato inviato ben prima che la Fiorentina si aggiudicasse le fasi finali della Supercoppa. Però questo sarebbe comunque un peccato veniale per chi ha la passione calcistica non si comanda e chiunque vorrebbe avere come proprietario della propria squadra del cuore chi ha disponibilità illimitata di denaro. Però l’ex premier è stato, è un leader politico, è stato membro della commissione difesa e soprattutto nel suo governo, nel 2016 è stata autorizzata una delle più grandi commesse di armi verso l’Arabia Saudita, parliamo di 20mila bombe prodotte da una fabbrica sarda controllata dal colosso tedesco Rheinmetall e destinate proprio all’Arabia Saudita, come sono state usate? Per capirlo bisogna andare al confine tra l’Arabia Saudita e Yemen

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 21 agosto scorso Human Right Watch denuncia esecuzioni di massa al confine tra lo Yemen e l’Arabia Saudita. Secondo le testimonianze raccolte dall’associazione per i diritti umani i militari sauditi avrebbero ucciso centinaia di migranti etiopi mentre tentavano di oltrepassare il confine tra i due stati. Una strage di innocenti che è passata quasi inosservata anche alle grandi istituzioni internazionali come l’Onu e l’Unione Europea.

MUSTAFA SOFIA ABDULA - SOPRAVVISSUTO Sono arrivato al confine dell’Arabia Saudita attraversando lo Yemen.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mustafa è uno dei 45 migranti etiopi finiti sotto il fuoco delle guardie saudite al confine con lo Yemen. Questo video inedito è stato girato pochi minuti dopo la sparatoria e testimonia le gravi ferite riportate alla sua gamba.

MUSTAFA SOFIA ABDULA - SOPRAVVISSUTO Stavamo camminando lungo un sentiero di montagna e le guardie di confine hanno sparato senza prima ordinare di fermarci o di tornare indietro.

DANIELE AUTIERI È riuscito a vedere quante persone sono state uccise?

MUSTAFA SOFIA ABDULA - SOPRAVVISSUTO Non so dire in quanti siano morti, anche perché era buio. Ho visto persone morire sul colpo. Dopo essere stato ferito, ho cercato di muovermi, rotolando sul costone della montagna e sono caduto sui corpi senza vita dei miei compagni. Non ho potuto contarli, ma è stato terribile.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Radhia Almutawakel si batte per il riconoscimento dei diritti civili in Yemen dal 2000. Nel 2019 Time Magazine l’ha inserita tra le 100 donne più influenti al mondo. E Mwatana, l’Organizzazione che presiede, ha denunciato l’uccisione di 6.500 civili nella guerra in Yemen, di cui oltre 2.500 bambini.

DANIELE AUTIERI È la prima volta che una tragedia del genere accade o no?

RADHIA ALMUTAWAKEL – PRESIDENTE MWATANA ORGANISATION FOR HUMAN RIGHTS Probabilmente non è la prima volta che succede, ma è la prima volta che abbiamo le prove di numerosi casi di omicidi commessi dai militari sauditi

DANIELE AUTIERI Nel 2016 il governo italiano ha firmato un’autorizzazione per vendere bombe all’Arabia saudita. Una delle più grandi autorizzazioni nella storia italiana. Queste bombe sono state usate nella guerra in Yemen contro i civili?

RADHIA ALMUTAWAKEL – PRESIDENTE MWATANA ORGANISATION FOR HUMAN RIGHTS Proprio nel 2016 abbiamo documentato un attacco aereo da parte dell’Arabia Saudita una famiglia intera è stata uccisa: il padre, la madre e i loro quattro figli. Abbiamo investigato e non c’era alcun obiettivo militare nelle vicinanze. Abbiamo identificato i resti della bomba e parte di questa era stata costruita in Italia. Quindi sì, le bombe prodotte in Italia sono state usate nella guerra in Yemen e sono state usate anche contro i civili.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Queste sono le foto della bomba prodotta in Italia che ha causato la morte di sei civili. Un ordigno caduto lontano da qualunque obiettivo militare che ha gettato nel panico e nella disperazione anche tutti i sopravvissuti del villaggio.

DANIELE AUTIERI Lei crede che il governo italiano ne fosse a conoscenza?

RADHIA ALMUTAWAKEL – PRESIDENTE MWATANA ORGANISATION FOR HUMAN RIGHTS Sì… sì il governo sapeva ma lo ha deliberatamente ignorato.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel 2016 il governo guidato dal Premier Matteo Renzi autorizza una delle più grandi vendite di armi nella storia della Repubblica Italiana. Armi prodotte nella fabbrica sarda della RWM, controllata del colosso tedesco Rheinmetall, e destinate all’Arabia Saudita.

MASSIMO CORADDU – CONSULENTE TECNICO ASSOCIAZIONI SARDE PER LA PACE E IL DISARMO In quell’anno loro annunciano di avere in ballo una grossissima commessa per 400 milioni di euro, era tantissimo perché il portafoglio ordini dell’azienda nel 2015 era di meno di 100 milioni di euro quindi si trattava di quintuplicare gli ordini.

DANIELE AUTIERI Di questa commessa iniziale, 400 milioni, quante bombe sono?

MASSIMO CORADDU – CONSULENTE TECNICO ASSOCIAZIONI SARDE PER LA PACE E IL DISARMO Grosso modo 20.000 bombe che quindi evidentemente venivano pagate 20mila euro l’una.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le miniere abbandonate del Sulcis assomigliano ai villaggi rasi al suolo dalle bombe. Proprio qui, nel piccolo comune di Domusnovas vengono prodotti gli ordigni che gli aerei sauditi sganciano sullo Yemen.

CINZIA GUAITA – PORTAVOCE COMITATO RICONVERSIONE RWM La fabbrica è qui da tanto tempo ma fino al 2001 si producevano esplosivi per la miniera, poi con la crisi della miniera c’è stata la riconversione. La gente ancora, ancora nel 2017, quasi non si accorgeva di questa fabbrica, si continuava a chiamarla la polveriera.

ARNALDO SCARPA – PORTAVOCE COMITATO RICONVERSIONE RWM Un’altra persona ci ha raccontato di un lavoratore della fabbrica che alla domanda: ma tu che cosa fai, perché era stato disoccupato per un certo tempo, stava zitto, non rispondeva. Fino a quando la moglie di questa persona è scoppiata a piangere, perché il lavoro era quello.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le persone che abitano queste campagne raggiunte dal profumo del mare dicono che il Sulcis non è tanto diverso dallo Yemen, un territorio bellissimo e poverissimo. Anche per questo fa male sapere che le bombe prodotte qui hanno generato morte in una guerra che continua ancora oggi. L’autorizzazione concessa nonostante l’opposizione tanto del Parlamento europeo quanto dell’Onu viene revocata nel 2020 dal governo Conte. Il 31 maggio scorso, però, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni riapre la vendita di armi all’Arabia Saudita giustificando la decisione con la firma della tregua in Yemen.

DANIELE AUTIERI C’è una tregua in Yemen?

RADHIA ALMUTAWAKEL – PRESIDENTE MWATANA ORGANISATION FOR HUMAN RIGHTS C’è una tregua annunciata in Yemen, ma le parti in guerra stanno ancora commettendo atrocità incredibili in tutto il paese. Non possiamo chiamarla tregua, le violazioni ci sono ancora.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Oggi a tessere le relazioni tra Italia e Arabia Saudita c’è anche il gruppo parlamentare di amicizia che ha fatto visita al Saudi Village di Roma.

DANIELE AUTIERI Sappiamo che in politica è necessario il pragmatismo, ma sul tema di quello che si dive sportwashing, real politik, noi terremo le barriere alte nei confronti di quelli che sono dei nostri diritti acquisiti?

MARCO OSNATO - PRESIDENTE GRUPPO PARLAMENTARE DI AMICIZIA ITALIA-ARABIA SAUDITA L’ambasciatore ha assicurato grandi evoluzioni sul rispetto dei diritti umani sulla figura della donna, altre cose. Verificheremo e come stiamo cercando di verificare con altre nazioni che sono partner commerciali non da poco tempo: la Cina, la Russia, la Russia in questo momento ovviamente no, però voglio dire che sul tema dei diritti civili umani, debbano fare, come altre realtà, l’India, insomma c’è molta attenzione

DANIELE AUTIERI In questo l’importanza del gruppo di amicizia parlamentare…

MARCO OSNATO - PRESIDENTE GRUPPO PARLAMENTARE DI AMICIZIA ITALIA-ARABIA SAUDITA Credo sia una delle funzioni che debba svolgere

DANIELE AUTIERI A Roma l’ambasciata saudita ha organizzato il Saudi Village pochi giorni fa. Lei c’è andata?

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 Dove esattamente? Non ho capito la domanda…

DANIELE AUTIERI In realtà a Villa Borghese, in pieno centro…

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 Lo so perfettamente

DANIELE AUTIERI Non c’è andata?

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 Assolutamente no.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il gruppo di amicizia parlamentare dovrebbe favorire le relazioni e sollevare questioni cruciali come il rispetto dei diritti umani. Alcuni parlamentari hanno stretto con il governo di Riyadh un legame profondo e invisibile, come testimonia un politico, presente agli incontri riservati con gli emissari del Regno in Italia.

DANIELE AUTIERI Lei ha mai partecipato a incontri riservati organizzati dai sauditi?

PARLAMENTARE TESTIMONE INCONTRI RISERVATI Ho partecipato a incontri a porte chiuse, non sono mai stato in Arabia Saudita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Da tempo il governo di Riyadh organizza incontri a porte chiuse con i parlamentari italiani. Come dimostra questo invito sono incontri riservati ai quali partecipano alti rappresentanti del Regno e in cui si affronta il ruolo geopolitico dell’Arabia Saudita e i dossier di comune interesse con l’Italia.

DANIELE AUTIERI Che influenza esercita il governo saudita sul parlamento italiano?

PARLAMENTARE TESTIMONE INCONTRI RISERVATI L’Arabia Saudita racconta un paese moderno, ha creato una narrativa che porta alle orecchie dei parlamentari.

DANIELE AUTIERI In che modo?

PARLAMENTARE TESTIMONE INCONTRI RISERVATI Invitando i parlamentari per esempio alla finale di Coppa a Riad, organizzando eventi, mostre, parlando di cultura e di turismo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Maggiori dettagli sui legami tra il parlamento italiano e i ministri del Regno li avremmo voluti chiedere all’onorevole Elena Murelli, ex-presidente del gruppo di amicizia parlamentare, ma il giorno prima dell’intervista la senatrice si è tirata indietro adducendo una motivazione alquanto insolita.

CARLO TECCE Lei ci ha riflettuto? La possiamo fare questa intervista o no?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER No, se l’ambasciatore non la fa io non la faccio

CARLO TECCE Ma che problema ha l’ambasciata a parlare con noi, con Report… a ricevere delle domande.

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Il problema è Report, il programma Report, che qualsiasi persona avrebbe difficoltà a parlare con Report, tutto lì ha capito, basta.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Con Report non si parla. Soprattutto per non contraddire le scelte degli amici sauditi.

DANIELE AUTIERI Senatrice sono Daniele Autieri di Report, volevo farle due domande sull’Arabia Saudita.

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER No grazie… vi avevo detto che non potevo quindi…

DANIELE AUTIERI Ma perché?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Perché no.

DANIELE AUTIERI Ho capito senatrice ma…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Il Presidente è Osnato, andate a intervistare Osnato.

DANIELE AUTIERI L’abbiamo intervistato…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Non l’avete intervistato, per caso, così.

DANIELE AUTIERI Lei non ci parla perché l’ambasciatore le ha detto di non parlarci?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Ma no, ma no, non è il caso…

DANIELE AUTIERI Mi preoccupa che un senatore italiano non parli perché uno stato estero gli dica di non parlare… è questo il problema?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Ma non è vero, ma non è vero è la mia opinione io non mi sono confrontata…

DANIELE AUTIERI Non si è confrontata con loro.

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER No, con l’ambasciatore. So che loro non vi rilasciano intervista e ho preso una decisione di non rilasciare intervista.

DANIELE AUTIERI Perché?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Perché è Report, devo dirvelo? Perché è Report. DANIELE AUTIERI È un problema?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER È un problema… punto.

DANIELE AUTIERI Non teme che ci sia una perdita di sovranità per noi, se un parlamentare o un senatore…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Se smette di riprendere le rispondo altrimenti no. La smetta di riprendere… mi dà fastidio ‘sta cosa… dovevamo concordarla e lei continua a riprendere.

DANIELE AUTIERI Ma io ho provato in tutti i modi a concordare ma lei ha detto che non vuole in nessun modo.

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER E lei insiste però. Questo non è servizio pubblico.

DANIELE AUTIERI Ma scusi, lei è una senatrice della Repubblica Italiana…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Ma non è servizio pubblico, assolutamente

DANIELE AUTIERI Esercita la sua funzione in nome e per conto degli elettori, il servizio pubblico potrà porle delle domande su questo?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Sì, ma voi non fate servizio pubblico, voi fate disinformazione. Siete andati nel paese? Io sì, voi no…

DANIELE AUTIERI Non ci permettono di andarci, abbiamo chiesto a tutti dal principe Bin Salman all’ultimo usciere dell’Arabia Saudita e ci hanno detto tutti di no…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Ma andateci liberamente. Andateci liberamente. Lo vedete come normali cittadini.

DANIELE AUTIERI A me basta che lei mi confermi che lei è totalmente libera nelle sue scelte di senatrice rispetto a…

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Assolutamente sì, assolutamente sì.

DANIELE AUTIERI Ma lei è stata in Arabia Saudita diverse volte… Viaggi pagati da lei o dai sauditi?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER No, dal governo italiano.

DANIELE AUTIERI Non le hanno mai pagato nessun viaggio? Mai ricevuto regali in Arabia Saudita?

ELENA MURELLI – SENATRICE LEGA PER SALVINI PREMIER Assolutamente no, cioè le classiche cose, le medaglie che noi diamo loro e che loro danno a noi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Forse il governo saudita, perché abbiamo chiesto all’ufficio competente di Palazzo Chigi ci ha detto di non aver liquidato rimborsi spese o autorizzato viaggi in Arabia Saudita né nei confronti della senatrice Morelli né nei confronti di altri parlamentari. Né in questa legislatura, né in quella passata. Ora, insomma, la senatrice Morelli ha detto, ci ha detto: l’ambasciatore saudita non vi rilascia l’intervista, non la rilascio neppure io alla faccia dell’autonomia di una senatrice della repubblica italiana. Discorso Morelli a parte sappiamo però che ci sono vari incontri tra i rappresentanti sauditi e politici italiani. Sono partite singole o sono di concerto con il Parlamento? Queste domande vogliamo girarla alle istituzioni Camera e Senato, anche perché tra pochi giorni ci saranno le votazioni: 181 rappresentanti dell’ufficio internazionale delle esposizioni si riuniranno a Parigi per votare. Chi tra le tre città Roma, Riad o Busan dovrà ospitare Expo 2030? Un avvenimento che può generare un fatturato di 50 miliardi di dollari. Queste sono le stime, però non sono quei dollari a cui mira Bin Salman, Bin Salman ha un altro progetto vuole diventare playmaker mondiale per questo illumina la sua candidatura investendo ben 500 miliardi di dollari in un progetto faraonico, avveniristico: la città del futuro, Neom, che sarà grande 33 volte New York. Questo per illuminare, ma poi nell’ombra tesse le strategie con i suoi uomini del soft power. Questo tra trenta secondi vedremo strategia e uomini

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Come una rosa del deserto anche Neom sboccia dal nulla, tra le dune di sabbia e le acque calde del Mar Rosso. Cinquecento miliardi di dollari per una metropoli ultramoderna, una delle frecce all’arco del principe Bin Salman per convincere il mondo a scegliere l’Arabia Saudita come luogo ideale per ospitare i grandi eventi del 2030, a partire dall’Esposizione Universale contesa con Roma e la coreana Busan.

GIORGIA MELONI – PRESIDENTE CONSIGLIO DEI MINISTRI Sono davvero onorata di essere qui oggi per spiegarvi quanto l’Italia, gli italiani, tutti noi crediamo nella candidatura di Roma per ospitare l’Expo 2030.

DANIELE AUTIERI Quanto vale una manifestazione come l’Esposizione universale per Roma e poi per tutta l’Italia?

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 Risposta secca, circa 50 miliardi, tra ricavi diretti, indiretti, indotto e tutta la parte fiscale. Questo è un calcolo che ci aveva fatto sostanzialmente la Luiss quando abbiamo lanciato l’idea

DANIELE AUTIERI Per arrivare a ospitare l’Expo del 2030 dovranno ottenere il voto di oltre 100 paesi. Crede che riusciranno nell’impresa?

LINA ALHATHLOUL – DIRETTRICE MONITORING AND ADVOCACY DI ALQST Se il paese ottenesse di ospitare l’Expo, ma in cambio – ad esempio – permettesse alle organizzazioni che difendono i diritti umani di visitare le prigioni, se permettesse a Amnesty o a Human Right Watch di entrare in Arabia Saudita e di monitorare costantemente cosa accade, perché no? Ma questa è una condizione che il governo non accetterebbe mai.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Eppure, a poche settimane dalla votazione del Bureau di Parigi, quella di Riyadh sembra la candidatura più forte. Se l’Arabia Saudita riuscirà a occupare il centro del mondo dipenderà dal voto dei 181 delegati del Bureau International des Exposition, l’organismo globale che ha sede in questo palazzetto a due passi dagli Champs Elysées ed è guidato dal diplomatico greco Dimitri Kerkentzes.

DANIELE AUTIERI Qual è il ruolo del Bie nel controllare che non ci siano operazioni poco trasparenti nelle campagne condotte dalle città candidate per ottenere i voti?

DIMITRI KERKENTZES - SEGRETARIO GENERALE BIE Quello che assicura correttezza e assenza di comportamenti illeciti è la sovranità nazionale dietro al voto. I governi prendono le decisioni e mandano gli ambasciatori o i loro rappresentanti qui a Parigi a pigiare il bottone per esprimere la loro scelta su un candidato. Poi ovviamente dietro le scene si muovono le lobby politiche

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La presenza saudita a Roma si vede nelle parole e nei fatti. Il 5 ottobre scorso la As Roma annuncia la firma di un contratto di sponsorizzazione con il ministero del Turismo saudita per una cifra che si aggira intorno ai 25 milioni di euro per due anni.

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 La Roma è chiaramente una società privata e può scegliere di farsi sponsorizzare da chi vuole. Credo che ci sia stato un errore nei tempi, inopportuno annunciare questa nuova sponsorizzazione alla vigilia del voto, io lo avrei fatto con più eleganza più classe il 29 di novembre.

DANIELE AUTIERI Ma secondo lei Riad Season, questo il nome dello sponsor, avrebbe accettato di farla il 29 novembre oppure era decisivo farla prima?

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 Dipende quali sono gli obiettivi dello sponsor.

DANIELE AUTIERI La società ha risposto in qualche modo?

VIRGINIA RAGGI – PRESIDENTE COMMISSIONE SPECIALE EXPO 2030 La società ha detto che non c’è alcun tipo di conflitto tra questo sponsor ed expo al che io ho rilanciato, visto che non c’è alcun tipo di conflitto sponsorizzate sulla maglia della Roma il logo di Expo 2030. Ad oggi non c’è stata risposta quindi forse qualche conflitto c’è.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il conflitto è nemico del consenso che si conquista anche continuando a investire in Italia. E così il fondo PIF sta adesso trattando l’acquisto del 49% del Gruppo Rocco Forte, la catena internazionale che a Roma possiede ad esempio l’Hotel De la Ville e il De Russie. Se l’operazione andasse in porto nelle casse della nostra Cassa Depositi e Prestiti, che detiene il 23% del gruppo, entrerebbe una plusvalenza di 200 milioni di euro.

DANIELE AUTIERI Che operazione è questa?

NICOLA BORZI - GIORNALISTA IL FATTO QUOTIDIANO È un’operazione che consente allo Stato italiano di ottenere un guadagno indiretto attraverso Cassa Depositi e Presiti di 200 milioni. Da anni i sauditi stanno investendo in società italiane che hanno marche di lusso, penso agli yacht Azimut Benelli piuttosto che alle macchine di lusso della Pagani di Modena, oppure anche l’operazione che hanno fatto di recente dei treni di lusso di Arsenale.

DANIELE AUTIERI È lecito pensare che questa sia una delle contropartite saudite per il fatto che Roma dovrà accettare una sonora sconfitta?

NICOLA BORZI - GIORNALISTA IL FATTO QUOTIDIANO È un’ipotesi molto plausibile. Investo delle cifre che per me sono modestissime consentendo allo Stato di fare un utile, che comunque è un utile anche qui risicato. È tanto per Cassa Depositi e Prestiti e per i suoi fondi ma per lo Stato italiano è pochissimo. Per i sauditi è una goccia nel mare del petrolio. Il tutto per comprare consenso e visibilità a livello internazionale per il regime saudita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mentre lo stato italiano ringrazia, la lobby saudita continua a muovere le sue pedine in Francia, l’unico grande paese europeo che ha annunciato l’intenzione di votare Riyadh invece che Roma nella corsa all’Expo. Un’affinità elettiva che viene da lontano e permea le istituzioni transalpine nel profondo, come ci racconta una testimone che ha lavorato a stretto contatto con un importante uomo politico francese.

CONSULENTE CANDIDATURA FRANCIA EXPO 2025 L’influenza che hanno in Francia va molto oltre quello che possiamo vedere. Abbiamo ricevuto MBS due volte in due anni! È più di ogni altro capo di stato.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’ultima prova di forza i sauditi la esibiscono il 19 giugno scorso, quando ospitano al Grand Palais 600 persone. Tra loro politici, imprenditori, uomini d’affari tra i più potenti di Francia. Tutti riuniti per salutare la candidatura di Riad all’Expo. Un’esibizione muscolare presenziata da Mohammed bin Salman in persona.

CONSULENTE CANDIDATURA FRANCIA EXPO 2025 È stato un evento… direi… decadente… sa cos’è il Grand Palais? È un simbolo… veramente! E loro hanno invitato tutti… tutti quelli contano!

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A questo punto della conversazione la nostra fonte ci mostra l’immagine di un uomo. È un pubblico ufficiale, in passato stretto collaboratore di un primo ministro e coinvolto nell’organizzazione di grandi eventi, dagli Europei di calcio alla Formula 1. Per motivi di sicurezza non possiamo mostrare la sua immagine. Ma sarebbe lui l’anello di collegamento tra gli interessi sauditi e quelli francesi.

CONSULENTE CANDIDATURA FRANCIA EXPO 2025 I sauditi hanno assunto questa persona! Quest’uomo conosce tutto e tutti quelli che lavorano al Bie e come funziona la candidatura.

DANIELE AUTIERI Quindi è lui la connessione tra i sauditi e il mondo della diplomazia qui a Parigi?

CONSULENTE CANDIDATURA FRANCIA EXPO 2025 Sì… io direi più che è l’anello di congiunzione tra i sauditi e il deep state, e quindi ha tutte le connessioni ai più alti livelli… Quest’uomo è un fantasma.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I sauditi stanno lavorando su due fronti, quello del deep state ma anche su quello dei paesi più poveri. Finanziando Sud Africa, Sud Sudan e Cuba. Il Covid ha messo in ginocchio Cuba. Dietro i colori sgargianti delle Cadillac tirate a lucido per i turisti, al centro dell’Avana i palazzi crollano come bastoncini di Shanghai. Le famiglie faticano a mettere il cibo a tavola. Il 4 aprile del 1979 le piccole comunità islamiche dell’isola si uniscono e formano l’Unione araba di Cuba, che ha sede in questo edificio del Prado, stretto tra il mare e gli edifici coloniali dell’Avana Vieja. Y

AIME PROVEYER – PRESIDENTA UNIÓN ARABE DE CUBA Le relazioni dei paesi arabi con Cuba sono molto buone. Molti paesi arabi fanno donazioni a ospedali, e hanno diverse attività e relazioni economiche con il governo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A Cuba l’Arabia Saudita ha promesso un investimento di 9 milioni di dollari per la costruzione di una moschea intitolata a Re Salman. In cambio Vladimir Gonzales, l'ambasciatore cubano in Arabia Saudita, ha assicurato che il Paese sosterrà la candidatura di Riad all’Expo 2030.

YAIME PROVEYER – PRESIDENTA UNIÓN ARABE DE CUBA Nelle ultime settimane il progetto si è un po’ rallentato, per via dei problemi economici e della situazione attuale a Cuba.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ma la prassi dello scambio non è l’unico metodo per convincere i paesi più recalcitranti. Un testimone che ha collaborato con il BIE ci racconta cosa sta accadendo nelle settimane che precedono il voto per Expo per convincere i rappresentanti del governo del Bangladesh.

CONSULENTE BUREAU INTERNATIONAL DES EXPOSITIONES Loro al Bangladesh gli hanno detto: se non voti per me, 3 milioni di lavoratori c’hai qua che non sono pagati benissimo… tutti a casa. Ci sono due cose diverse: uno è mi compro una cosa, e l’altro è invece… ti stacco le palle se non fai qualcosa.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il consulente denuncia anche l’atteggiamento di sudditanza nei confronti degli arabi tenuto da alcuni componenti del Bie.

CONSULENTE BUREAU INTERNATIONAL DES EXPOSITIONES Poi c’è un’altra cosa che secondo me io ho trovato interessante. Questi c’hanno paura… c’hanno paura del saudita. A me la cosa che mi ha fatto impressione è che alcuni dirigenti BIE quando gli arriva la telefonata del saudita che lo cerca, anche a livello apicale, sbiancano…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Un atteggiamento confermato anche il 12 marzo scorso, quando una delegazione del BIE conduce la sua ispezione a Riyadh per verificare che la città sia in linea con i vincoli richiesti per candidarsi a ospitare l’Expo. Al termine della visita il segretario generale tiene una conferenza stampa surreale, di fronte a una platea silenziosa.

DIMITRI KERKENTZES - SEGRETARIO GENERALE BIE – RIAD – 12 MARZO 2023 Posso augurarvi tutta la fortuna per il voto dell’Assemblea Generale e che il mondo senta quello che noi abbiamo sentito in questi cinque giorni e vi auguro una grande fortuna per questa candidatura!

CONSULENTE BUREAU INTERNATIONAL DES EXPOSITIONES I sauditi gli hanno chiesto che domande vuoi che ti facciamo in conferenza stampa? Lui deve stare attento e gli ha risposto: no, no, la conferenza stampa è vostra. Fatemi le domande e quelli hanno detto: ma i giornalisti che ci stanno qua fanno le domande che diciamo noi.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Incredibilmente, proprio nelle settimane che anticipano il voto decisivo, la maggioranza dei delegati del BIE è ospite a Riad, dove dal 10 al 25 settembre l’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite che promuove la pace e la sicurezza nel mondo, tiene la sua conferenza plenaria.

DANIELE AUTIERI I delegati dell’Unesco, molti dei quali sono gli stessi del Bie, sono adesso a Riad. Non crede che sia inappropriato?

DIMITRI KERKENTZES - SEGRETARIO GENERALE BIE La maggioranza dei delegati del BIE non vengono dall’Unesco ma dalle ambasciate. Le tre candidate, così come le cinque per l’Expo del 2027, si giocano tutto nelle capitali. Devono convincere ministri, primi ministri, presidenti, e penso che anche questa sia la forza di un Expo: la soft politics.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il 16 maggio scorso le 11 più importanti associazioni umanitarie al mondo hanno inviato una lettera all’ufficio internazionale delle esposizioni e chiedono di vietare sostanzialmente che Riyad utilizzi la candidatura all’expo per pulire la propria immagine, quella di un regno che ha commesso crimini contro l’umanità e la violazione dei diritti umani. Secondo un rapporto solo nel 2022 sono state eseguite in Arabia Saudita 147 condanne a morte. 9 di giovani per reati contestati quando erano minorenni. Sappiamo che Riyad controlla il 17% dei giacimenti della fornitura delle risorse di petrolio nel mondo. Guida l’Opec quindi di fatte ha il mazzo di carte in mano. Il segretario generale dell’ufficio internazionale delle esposizioni ci ammette che Riyad sta svolgendo attività di lobbying ma lo fa nei singoli paesi e lo fa con i singoli governi. E in Francia abbiamo visto ha ingaggiato un uomo delle istituzioni per tessere la propria rete di influenze di soft power verso il deep state. È non è un caso che la Francia ha già annunciato di appoggiare Riyad nell’expo e non Roma e all’estero abbiamo anche visto che ci sono degli investimenti che fanno pensare anche a un voto di scambio perché all’Avana costruiranno gli Arabi una moschea e il governo dell’Avana ha già detto che voterà Riyad. Poi c’è un investimento di 29 milioni di euro per un aeroporto a San Marino, chissà se anche questo condizionerà il voto che ci sarà da parte di delegati sanmarinesi il prossimo 28 novembre. Mentre tutto il resto del mondo, politici del nostro paese compresi tacciano quando incontrano gli arabi. Non gli contestano la violazione dei crimini e della violazione dei diritti umani speriamo che sia la scelta ponderata di politica estera e non il prezzo da pagare per non innervosire quelli che vengono considerati dei potenti alleati. Sul memoriale dell’11 settembre c’è una frase di Virgilio che dice: “non vi sia giorno che cancelli la memoria del tempo” solo che la memoria va alimentata con il processo di conoscenza della verità. E a proposito di memoria passiamo a un’intervista realizzata dalla nostra Claudia DI Pasquale, che ha suscitato forti polemiche in Sicilia.

Insegnante in pensione condannato a morte in Arabia Saudita per aver scritto cinque tweet. In Arabia Saudita, un docente in pensione è stato condannato a morte per cinque tweet apparsi online. I dettagli. Ilaria Minucci su Notizie.it l'1 Settembre 2023

Un docente in pensione è stato condannato alla pena di morte per aver scritto cinque tweet in cui criticava corruzione e abusi dei diritti umani: l’assurda sentenza è stata emanata in Arabia Saudita.

Arabia saudita, docente condannato a morte per 5 tweet

L’insegnante è finito nel mirino delle autorità saudite per alcuni commenti postati online. A denunciare quanto accaduto all’uomo, condannato alla pena di morte, sono stati il fratello e Human Rights Watch. Il caso è stato poi ripreso dalla CNN.

Il protagonista della vicenda è Muhammad al-Ghamdi, insegnante saudita in pensione di 54 anni, che è stato condannato “dopo cinque tweet in cui criticava la corruzione e gli abusi dei diritti umani”. A scriverlo una settimana fa su X (ex Twitter) è stato il fratello del 54enne Saeed bin Nasser al-Ghamdi che vive in esilio volontario nel Regno Unito date le sue posizioni estremamente critiche nei confronti di Riad. “Le autorità saudite mi hanno chiesto varie volte di tornare in Arabia Saudita, ma mi sono rifiutato. È molto probabile che questa condanna alla pena di morte inflitta a mio fratello sia una rappresaglia per la mia attività”, ha detto Saeed.

Stando a quanto riferito da Human Rights Watch, il docente in pensione è stato arrestato lo scorso anno mentre nel mese di luglio è stato condannato “sulla base dell’articolo 30 della legge antiterrorismo” in vigore nella monarchia del Golfo per “aver ‘descritto il re o il principe ereditario in un modo che compromette religione o giustizia”.

Contro il 54enne ci sarebbero anche “l’articolo 34, ‘sostegno a un’ideologia terroristica’, l’articolo 43, ‘comunicazione con un’entità terroristica’ e il 44, pubblicazione di notizie false ‘con l’intenzione di commettere un reato di terrorismo’”.

Intervenendo sulla vicenda, Joey Shea di Human Right Watch ha dichiarato: “In Arabia Saudita la repressione ha raggiunto un livello terrificante a tal punto che un tribunale può decidere una condanna alla pena di morte per niente altro che pacifici tweet”.

Qatar. La corruzione come sistema. Riccardo Cucchi su Articolo21 il 2 Febbraio 2023

Dopo la vicenda che ha coinvolto esponenti del Parlamento europeo, un nuovo caso coinvolge il Qatar. L’ha denunciato il Tg1 rivelando che l’emirato ha pagato milioni di dollari per favorire il ritorno dei Talebani al potere. Un paese ricchissimo, da tempo sotto osservazione da parte delle organizzazioni mondiali che si battono per i diritti umani, che usa la sua ricchezza per favorire regimi totalitari. E per corrompere leader europei ottenendo in cambio un atteggiamento di favore che nasconda le violazioni dei diritti e disegni un profilo del paese positivo, se non addirittura attraente. Un paese che ha ospitato recentemente i Mondiali di calcio, l’evento sportivo di maggior richiamo in ogni continente. Un evento fortemente voluto ed ottenuto, 12 anni fa, dopo investimenti massicci nel calcio europeo che hanno portato anche all’acquisizione di importanti club continentali, come il Paris Saint Germain. E che, soprattutto, hanno portato solide alleanze da parte degli organi che dirigono il calcio europeo e planetario. Certo, appare una colpa minore quella di aver organizzato i mondiali rispetto alle sofferenze imposte alla popolazione afgana e alle donne afgane private di ogni diritto civile. Ed appare una colpa minore anche rispetto alla corruzione della politica che ha portato in carcere, tra gli altri, il deputato europeo Antonio Panzeri e la vice Presidente del Parlamento europeo Eva Kaili. Ma un sottile filo rosso collega ogni passo mosso dall’Emirato: nascondere la polvere sotto il tappeto dei diritti violati, della democrazia negata attraverso una capillare azione volta a disegnare il volto del paese da mostrare al mondo. Non quello reale, ma quello desiderato dall’autocrazia al potere. E per farlo il Qatar si è mosso alla ricerca di alleati disposti a mentire o a tacere in cambio di dollari. Un’operazione che ha avuto il suo apice con i Mondiali di calcio. Del Qatar abbiamo visto stadi imponenti e avveniristici, tifosi festanti, gare di buon contenuto tecnico. Abbiamo visto persino il più grande giocatore attualmente in attività – Messi – accettare di alzare la Coppa del Mondo indossando un Bisht, mantello tradizionale del golfo Persico che simboleggia prestigio e ricchezza e indossato dagli uomini di spicco in Qatar. Non era mai successo in alcuna edizione dei Mondiali che la maglia della Nazionale vincitrice fosse coperta al momento della premiazione. Ma non abbiamo visto scene di vita quotidiana in Tv, reportage che raccontassero la realtà del Qatar. In un paese in cui la libertà di stampa è fortemente limitata i giornalisti hanno potuto mostrare solo i luoghi “canonici” del mondiale. Non il Qatar. Ad un paese senza tradizione calcistica i Mondiali sono serviti per produrre cartoline. Lo Sportwashing è questo: usare lo sport per nascondere la polvere sotto il tappeto, usare le centinaia di canali tv planetari per mostrare il volto che più piace al potere. In cambio di dollari, negando anche le migliaia di vittime causate dall’assenza di tutele sulla sicurezza nei cantieri. E’ un aspetto di marketing. Dietro al marketing c’è l’orrore dei diritti calpestati e delle donne afgane alle quali è negato persino il diritto a studiare.

L'emiro del Qatar presto in Europa: tappa a Roma a metà febbraio. Storia di Redazione Tgcom24 il 2 Febbraio 2023.

L'emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al Thani, sarà presto in Europa e dovrebbe fare una tappa a Roma intorno a metà febbraio. L'emiro, che ha anche in programma un faccia a faccia a Parigi con Emmanuel Macron, potrebbe incontrare poi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non si tratta di una visita di Stato e la data esatta deve essere ancora confermata. L'emiro ha visitato Roma nel 2018 mentre Mattarella è stato in Qatar nel 2020.

Esclusiva Tg1: "Il Qatar pagò gli afghani per non combattere ... Da repubblica.it  il 2023/02/01 

I documenti rivelati dal telegiornale Rai delle ore 20 dimostrerebbero il pagamento di ingenti somme di denaro a figure chiave del governo, tra cui l'ex presidente Ghani.

Articolo21

Tg1. @Tg1Rai

L’esclusiva Tg1. Documenti che provano il finanziamento del Qatar agli uomini chiave Afghani per consegnare il paese ai talebani senza combattere.

Televisioni. Di Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2023.

Lo scoop del Tg1

Gli uomini che in Afghanistan potevano contrastare l'avanzata dei talebani sono stati ammansiti con una valanga di petro-dollari giunta dal Qatar. La testata giornalistica ha dato la prova di cosa significa essere "un potente organo di informazione". Gliene dobbiamo dare atto. Venire in possesso di quelle lettere che svelavano le grosse somme "regalate" ha richiesto un certosino lavoro di intelligence. Una rete che Filippo Rossi si è fatta sul posto. C'è ancora del serio giornalismo in Rai, nonostante tutto.

«Soldi ai capi afghani per cedere ai Talebani», qualcosa non torna. Antenna Ammainata su Il Manifesto il 2 Febbraio 2023.

AFGHANISTAN. Dal Qarat 100 milioni al presidente Ghani, 60 al boss del Nood Noor, 50 a Dostum: lo scoop del Tg1

Nuovo!

Giuliano Battiston

110 milioni di dollari al presidente Ashraf Ghani, 60 milioni di dollari al dominus del nord, già governatore della provincia settentrionale di Balkh, Atta Mohammad Noor, altri 50 milioni di dollari al generale Abdul Rashid Dostum, a capo del Jumbesh-e-Milli. Milioni di dollari trasferiti dall’ambasciata del Qatar a Kabul sui conti correnti locali di tre dei protagonisti della politica afghana, nelle settimane precedenti alla conquista del Paese da parte dei Talebani, affinché rinunciassero a combattere e consegnassero l’Afghanistan agli islamisti radicali.

È la tesi presentata come uno scoop nel corso dell’edizione serale del Tg1 di mercoledì 1 febbraio. A sostenerla, la direttrice del Tg1 Monica Maggioni e il giornalista freelance Filippo Rossi, che sarebbe venuto in possesso dei documenti “attraverso fonti affidabili”, poi portati all’attenzione della redazione del primo telegiornale italiano.

I documenti mostrati sono fogli apparentemente ufficiali, intestati e datati, in cui i politici vengono ringraziati per “il ruolo nel processo di pace, il cambio del regime politico e la formazione del nuovo governo in Afghanistan” (prima ancora che un nuovo governo venisse formato) con donazioni sostanziose. Le cifre nero su bianco. Così come i nomi dei destinatari, o dei mediatori. Per il contributo ad Ashraf Ghani, il mediatore per esempio è Ajmal Ahmadi, governatore pro-tempore di Da Afghanistan Bank, la banca centrale afghana. Ahmadi avrebbe incontrato a Kabul nel luglio 2021 Mutlaq bin Majid Al-Qahtani, il rappresentante speciale per l’Afghanistan del Qatar, ricevendo per conto del presidente, poi fuggito dal Paese il 15 agosto dello stesso anno, più di cento milioni di dollari. Le ricevute dei pagamenti non fanno riferimento a combattimenti o rese, ma gli autori dello scoop tracciano una linea di consequenzialità, confrontando le date delle ricevute con le date dell’avanzata dei Talebani nel Paese. Per loro, è evidente la correlazione: i politici afghani sono stati pagati per non combattere.

Valutare l’autenticità dei documenti è difficile, senza poterli consultare integralmente. In attesa che la redazione del Tg1 renda disponibili tutti i documenti di cui è entrata in possesso tramite Filippo Rossi, si possono però evidenziare forti dubbi e perplessità. A partire da un assunto: la sostanza può essere plausibile, il modo è molto improbabile.

Il governo del Qatar potrebbe anche aver usato mezzi economici per convincere alcuni politici afghani a desistere dai combattimenti, ma appare difficile che ciò sia avvenuto lasciando tracce così esplicite. Allo stesso modo, è difficile pensare che i politici afghani fossero disposti a metterci la firma. Ci si chiede inoltre perché avrebbero dovuto accettare bonifici su conti afghani e non esteri, se prevedevano di abbandonare il Paese.

Dunque, cosa potrebbe essere successo? Una polpetta avvelenata, un’imboccata da parte di qualche servizio di intelligence di un Paese che intende danneggiare il Qatar. Gli Emirati arabi uniti, forse, che soffrono il protagonismo diplomatico dei qatarini, con i quali si sono contesi anche la gestione dell’aeroporto di Kabul, oltre che l’attenzione dei Talebani. O forse gli attori del National Resistance Front, il fronte di resistenza nazionale guidato da Masoud junior, che intende presentarsi come unica alternativa ai Talebani. O la Turchia.

Nell’attesa di capirlo meglio, aspettiamo che il Tg1 approfondisca la questione, e renda disponibili i documenti.

Il Qatargate, visto dall’Egitto, è tutta un’altra storia («banale e rassicurante»).Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 Gennaio 2023. 

Il fatto che il Qatar, e altri soggetti del mondo arabo, siano in grado di corrompere le istituzioni europee è, per loro, una prova di forza. E apre uno squarcio sulla quarta «primavera» su cui questo mondo ora ripone le sue speranze

 Un viaggio in Egitto mi offre l’occasione per osservare il cosiddetto Qatargate da un’angolatura diversa.

Il fatto che il Qatar – e altri soggetti del mondo arabo – siano in grado di corrompere le istituzioni europee, per loro è anche una prova di forza.

S’inserisce in una fase che alcuni in Nordafrica e in Medio Oriente stanno vivendo come una sorta di «quarta stagione della speranza» per il mondo arabo: dopo i fallimenti del socialismo, del fondamentalismo, e delle primavere arabe. Questa quarta stagione è guidata da modelli come Dubai, vetrina di un nuovo esperimento di modernizzazione laica, e dalle riforme del principe Mohammed bin Salman (MbS) in Arabia saudita.

Uno dei segnali di apertura di questa stagione è stata la firma degli accordi Abramo, con cui un pezzo di mondo arabo ha smesso di strumentalizzare la questione palestinese ed ha avviato rapporti con Israele all’insegna del pragmatismo, cioè del business.

L’Occidente critico sui diritti umani

L’attenzione dell’Occidente in questo momento è monopolizzata dai tragici eventi in Iran, dove la repressione delle proteste non accenna a placarsi, anzi diventa sempre più crudele. L’Iran è la teocrazia sciita che molti dei vicini considerano uno Stato-canaglia, aggressivo, pericoloso, sostenitore di milizie terroriste.

Ma il bilancio per i diritti umani non è positivo neanche in molte nazioni a maggioranza sunnita. Resta fresca la memoria del delitto Regeni che ha inquinato a lungo i rapporti tra l’Egitto e l’Italia; anche se Mario Draghi fu l’iniziatore di un disgelo legato alle forniture di gas. Né è stato dimenticato l’assassinio del giornalista dissidente Khashoggi, ordinato dal principe MbS, ed eseguito come una macabra macellazione dentro una sede diplomatica saudita in Turchia.

Anche qui però la realpolitik sta prevalendo: l’America di Biden, dopo aver trattato a muso duro MbS, ora torna a ricucire i rapporti per il comune interesse a contenere l’espansionismo iraniano (e russo-cinese) in quest’area. Le polemiche sui diritti umani durante i Mondiali del Qatar sono le più recenti.

Il Qatargate dell’Europarlamento ha avuto poca risonanza nel mondo arabo.

Le nuove speranze di progresso, tra Dubai e MbS

Vista dal Cairo, dall’ottica di una classe media che in passato ha visto tradite tante promesse e speranze di modernizzazione, la fase attuale è meno negativa di quanto sembri a noi.

MbS piace perché applica a una superpotenza regionale come l’Arabia saudita il modello Dubai: niente democrazia, né diritti umani paragonabili a quelli dell’Occidente, però è in corso una stagione di riforme che migliorano sensibilmente lo status della donna, riducono l’influenza reazionaria del clero nella vita del paese, investono i flussi di petrodollari in progetti avveniristici. Anche l’aspetto generazionale conta, la giovane età di MbS è un distacco dalle gerontocrazie. Potrebbe essere un leader che cancella gli errori del 1979 (anno-chiave, che ricordo qui sotto), e apre un nuovo capitolo nella storia del mondo arabo? Stiamo assistendo a qualcosa che assomiglia ad una quarta »primavera araba»?

La quarta primavera

Tre primavere arabe, tre disastri. Ora la quarta?

Le delusioni delle prime tre furono tremende. La prima stagione di speranze fu aperta dal colpo di Stato militare che in Egitto portò al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser dal 1954 al 1970. Fu la primavera nazionalista e socialista. Nasser si conquistò un’enorme influenza sul Nordafrica e Medio Oriente, propugnando un nazionalismo pan-arabo. Piaceva a popoli che avevano conquistato da poco l’indipendenza. Portò l’Egitto nella sfera dell’Unione sovietica e tentò una via egiziana al socialismo. L’esperimento coincideva con i primi passi che alcuni paesi dell’area muovevano per prendersi il controllo del proprio petrolio.

La figura di Nasser ispirò altri leader, da Gheddafi in Libia a Saddam Hussein in Iraq. Fallì miseramente per almeno due ragioni: l’ostinazione a combattere Israele (punita dalla sconfitta militare del 1967, a cui ne sarebbero seguite altre) e il disastro di economie socialiste segnate da corruzione e inefficienze spaventose. Mentre il Nordafrica e il Medio Oriente partivano a quell’epoca da livelli di benessere superiori a Singapore e alla Corea del Sud, sarebbero stati incapaci poi di replicare il miracolo economico dei «dragoni asiatici».

La delusione verso il nasserismo, il socialismo e il panarabismo, porterà alla seconda presunta «primavera», quella del 1979: quando grandi masse arabe si rivolgono al fondamentalismo religioso nella speranza che faccia piazza pulita delle classi dirigenti fallimentari. Coincide con due shock petroliferi (1973 e 1979) che arricchiscono a dismisura le élite locali. Fallisce in maniera disastrosa, ma dopo aver seminato distruzione e sangue nel mondo intero, perché i petrodollari hanno finanziato moschee e madrasse che istigano il jihadismo, l’odio per l’Occidente, le stragi terroristiche.

L’errore di Obama

La terza primavera araba è quella a cui noi abbiamo incollato questa precisa etichetta, è la stagione delle proteste democratiche iniziate nel 2011 in Tunisia e poi in Egitto. Viene abbracciata pur con incertezze e riserve da Barack Obama, che «molla» Mubarak, salvo poi pentirsi quando si accorge di aver spianato la strada alla vittoria dei Fratelli musulmani.

L’Egitto sotto la presidenza Morsi si sposta brevemente nel campo fondamentalista, una catastrofe tenuto conto dell’enorme influenza storica che l’università Al-Azhar del Cairo esercita su tutti i religiosi di fede musulmana. (Su questo tema vi consiglio di vedere il film Boy from Heaven – The Cairo Conspiracy, premiato a Cannes nel 2022).

Obama si pentirà del suo errore, l’avvento del generale al-Sisi (foto in alto) chiuderà l’era dei Fratelli musulmani, le primavere arabe democratiche finiranno male un po’ ovunque, Tunisia inclusa. Senza democrazia né diritti umani.

2022, ancora choc energetico (e nuova ricchezza)

Reduci da tante delusioni, i paesi del Medio Oriente e Nordafrica entrano dal 2022 in un nuovo shock petrolifero che fa affluire ricchezze immense nelle loro casse pubbliche (una stima del Fmi parla di tremila miliardi).

I veri padroni delle energie fossili non sono certo le multinazionali occidentali bensì colossi di Stato come l’Aramco saudita. Il Golfo Persico è al centro di dinamiche geopolitiche rilevanti. Se da Dubai si traccia col compasso una circonferenza che abbraccia tutte le aree raggiungibili in cinque o sei ore di volo, si include un’area popolata da oltre mezzo miliardo, che lambisce le coste italiane, quelle dell’India, il Corno d’Africa. Area ricca di opportunità, con alti tassi di crescita economica, e una popolazione giovane.

Come gran parte del mondo arabo, il Golfo Persico non prende una posizione netta contro l’aggressione russa in Ucraina, non aderisce alle nostre sanzioni contro Putin, non si schiera nella nuova guerra fredda che oppone l’Occidente al blocco Cina-Russia.

È un’area in forte crescita, un polo di modernizzazione. Non vuole legare il proprio destino esclusivamente alle energie fossili, anzi investe in tutte le alternative: dal solare all’idrogeno. Però condanna la suprema ipocrisia dell’Occidente che fino a ieri dava le energie fossili per defunte e oggi implora l’Opec di aumentare la produzione di petrolio per compensare l’ammanco di quello russo.

Comprare Bruxelles? Banale e rassicurante

Torno al mio punto di partenza: il Qatargate. Visto con gli occhi di un giovane egiziano del ceto medio, che guarda con speranza agli esperimenti del Golfo Persico, l’episodio di corruzione dell’Europarlamento è al tempo stesso banale e rassicurante.

Banale, perché la corruzione in questa parte del mondo si svolge da sempre, e su scala ben più vasta.

Rassicurante, perché l’identità del presunto compratore d’influenza e l’identità dei presunti corrotti stanno a segnalare nuovi rapporti di forze.

C’è qualche probabilità che l’Egitto segua il modello di modernizzazione del Dubai o di MbS ? Sul fronte della laicità, al Sisi ha messo nell’angolo i Fratelli musulmani e il ruolo della religione è meno invasivo che in Arabia, basta guardare a quante (poche) donne egiziane girano velate al Cairo. Sul fronte economico qualcosa si sta forse muovendo per effetto della semi-bancarotta che ha costretto l’Egitto a chiede un aiuto al Fondo monetario internazionale. Per ottenere questo prestito al Sisi si è impegnato ad aprire ai privati 62 settori di attività.

Uno dei problemi dell’Egitto è il ruolo immenso e soffocante delle forze armate nell’economia. I militari possiedono e gestiscono (male) troppe attività. E’ presto per dire se la recente promessa di Al Sisi al Fmi sarà mantenuta. Per il momento il Fmi ha erogato un prestito di 3 miliardi di dollari, a cui potrebbero seguirne altri 14 miliardi. L’Egitto, con 104 milioni di abitanti, è uno dei paesi più colpiti dall’inflazione delle derrate agroalimentari, in quanto è il più grosso importatore mondiale di grano (in passato, soprattutto dall’Ucraina). L’inflazione ufficiale è al 18% annuo. Tra le condizioni poste dal Fmi c’è la flessibilità del cambio estero della lira egiziana. Questa valuta nel corso del 2022 ha perso di fatto il 60% del suo valore rispetto al dollaro.

Abdul-Malik al-Houthi, il volto della guerra civile yemenita. Emanuel Pietrobon il 28 Dicembre 2022 su Inside Over.

Lo Yemen è dove è scoppiato uno dei primi conflitti della Terza guerra mondiale a pezzi. Un conflitto che non è ancora terminato, che ha provocato oltre 15mila morti dal 2014 al 2022, e contrappone e coinvolge una costellazione eterogenea di potenze e attori nonstatuali.

In Yemen, più che per la bandiera da sventolare sugli edifici di Sanaa, si combatte per la penisola araba, il Mar Rosso e il Corno d’Africa. Sunniti contro sciiti. Americani contro russi. Terroristi islamisti contro tutti. E i rivoluzionari yemeniti, guidati da Abdul Malik al-Houthi, contro la coalizione internazionale a guida saudita.

Le origini

Abdul-Malik Badruldeen al-Houthi nasce a Saada, Yemen settentrionale, il 22 maggio 1979 – sebbene altre fonti indichino il 1982 – all’interno di una famiglia numerosa – otto fratelli – della tribù houthi. Allevato allo zaydismo, una variante dello sciismo diffusa soltanto nello Yemen, al-Houthi cresce subendo l’influenza del padre Badreddin, religioso con un ampio seguito popolare e cofondatore del Partito della Verità, e del fratello Hussein, un parlamentare.

Gli al-Houthi erano dalla parte degli ultimi tra gli ultimi, non esitavano a criticare la presidenza Saleh e, sembra, avevano dei legami con l’Iran khomeinista e il suo braccio armato libanese, Hezbollah. La fondazione del Partito della Verità prima e di Ansar Allah dopo, in entrambi i casi per promuovere lo zaydismo e per limare l’autoritarismo del neonato Yemen, era la più eloquente espressione della vocazione politica e ribellistica di questa famiglia.

La guerra civile in Yemen

L’ultimo dei fratelli al-Houthi cresce assistendo ai tentativi del padre Badreddin di ritagliare degli spazi nel panorama politico yemenita per se stesso e i propri figli, in particolare il carismatico Hussein, e osservando la rinascita dello zaydismo, su impulso della propria famiglia, destinato a diventare una forza rivoluzionaria.

Durante la seconda metà degli anni Novanta, mentre Abdul-Malik è ancora ideologicamente in fasce, Ansar Allah sta sconvolgendo lo scenario politico, riportando la società allo zaydismo e sfidando l’autorità del presidente Ali Abdullah Saleh. La discesa in campo dell’ultimo degli al-Houthi, complice un doloroso lutto, sarebbe avvenuta di lì a breve.

L'entrata in scena

Abdul-Malik entra ufficialmente in politica nel 2004, l’anno dell’inizio della rivolta di Ansar Allah contro la presidenza Saleh e dell’assassinio di suo fratello Hussein. Lo scenario dinanzi al quale si trova è dei più complicati: la famiglia è senza una guida, complice la dipartita prematura di Hussein e la malattia del padre Badreddin, e il governo sta aumentando la repressione sull’opposizione con il pretesto della Guerra al terrore dell’amministrazione Bush.

Sostituire Hussein non è facile, ma Abdul-Malik riesce nell’ardua missione e a trasformare progressivamente la ribellione di Ansar Allah in una guerra civile. Gli scontri si estendono dallo Yemen settentrionale all’intero paese. Gli Houthi fanno proseliti nelle forze armate. Lo stato sociale parallelo costruito negli anni da Ansar Allah si rivela fondamentale nel persuadere gli indigenti – che compongono la maggior parte della popolazione – a parteggiare per Abdul-Malik.

Chi sono gli Houthi

Abdul-Malik, entro il 2009, è il nemico pubblico numero della presidenza Saleh. Vittima di piani omicidi e di cacce all’uomo, sul suo fato è un continuo susseguirsi di indiscrezioni. Quando viene dato per ferito, quando viene dato per morto. Ma Abdul-Malik è vivo e vegeto, si nasconde in quella fortezza che è lo Yemen settentrionale e la sua resistenza riaccende inevitabilmente l’interesse per la questione yemenita di un antico amico: l’Iran.

Nel 2011, all’acme della primavera di rivolte contro gli antichi regimi che sta investendo il mondo arabo, Abdul-Malik cavalca con successo l’arrivo del vento della ribellione in tutto lo Yemen. Per un momento, la causa di Ansar Allah diventa la causa di tutti gli yemeniti. È rivoluzione. Il presidente Saleh rassegna le dimissioni. Ma dietro l’angolo, contrariamente ai pronostici più rosei, si cela un’epoca di instabilità.

La guerra civile

A fine 2011, a guerra civile vera e propria all’orizzonte, Ansar Allah è in controllo di due governatorati, sta combattendo per il terzo e sta avviando i preparativi per l’assedio di Sanaa, la capitale. Ma la conquista del potere si rivelerà più ardua del previsto a causa dell’ingresso di attori come l’Arabia Saudita, preoccupata dallo scenario di una “provincia iraniana” sotto i propri occhi, e Al-Qāʿida, sbarcata nello Yemen per nutrirsi del caos, fare proseliti e perseguire obiettivi geostrategici.

Nonostante l’aggravarsi della situazione, il nuovo presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi apre un canale di comunicazione con Abdul-Malik. Obiettivo: raggiungere un compromesso con gli aspiranti rivoluzionari, pacificare il paese e ripulirlo dal terrorismo. Ma i negoziati non vanno a buon fine: Abdul-Malik chiede maggior potere politico, che Hadi non vuole (o non può) concedere. E tra il 20 e il 22 gennaio 2015 scoppia la crisi.

Il 20 gennaio Abdul-Malik si pone a capo di un commando di fedelissimi che prende possesso del palazzo presidenziale, mentre Hadi si trova al suo interno. Il 22 Hadi dichiara il fallimento delle trattative e si dimette. Il mese successivo la svolta (apparente): Abdul-Malik dissolve il parlamento e proclama la nascita del Comitato rivoluzionario. Una vittoria destinata a non durare, giacché in marzo una coalizione internazionale a guida saudita inizierà a bombardare lo Yemen allo scopo di rovesciare il neonato ordine.

Dopo il periodo di totale isolamento vissuto durante l’era Trump, coincidente con il massimo supporto degli Stati Uniti alla causa saudita, Abdul-Malik ha incontrato il favore della presidenza Biden. Ripresa del dialogo con Ansar Allah, appaltato alla diplomazia delle Nazioni Unite. Depennamento di Abdul-Malik dall’elenco dei terroristi globali – firmato da Mike Pompeo. Sullo sfondo, probabilmente, il ritorno alla strategia obamiana del dialogo con l’Iran.

Estratto dell’articolo di Domenico Quirico per “la Stampa” giovedì 26 ottobre 2023.

Il Qatar è […] una scaglia di sabbia nel Golfo diventato un avamposto della globalizzazione, una boa del business e della diplomazia più spericolata, dalle tende nel deserto alla skyline a cinque stelle, dal cammello ai bolidi di Formula uno […] E se tutta questa sciccheria che ci incanta e ci assomiglia celasse un emirato canaglia che ha fatto da salvadanaio al grande assalto islamista al ventunesimo secolo? […] 

[…] il petrol emiro è diventato la più concreta speranza per i duecento ostaggi di Hamas di tornare a casa, forse l'unica, e per questo riceve i complimenti della Casa Bianca. Un uomo che regna e governa su appena undicimila chilometri quadrati e due milioni di sudditi riceve, in stretta successione, il segretario di Stato americano Blinken che gli fa le fusa nella sua tenda di grattacieli; e il giorno dopo a Doha stende il tappeto rosso per il ministro degli Esteri iraniano, accusato di essere il burattinaio che manovra le leve di Hamas, e non è certo, il loro, un colloquio travaglioso.

Offre ospitalità immobiliare agli uffici "politici" dei jihadisti palestinesi, oltre ad esserne lo sportello bancario, e nello stesso tempo mantiene rapporti affatto segreti con Israele. E soprattutto, e qui l'equilibrismo sfiora la perfezione, è stato accusato, da vicini assai poco amichevoli (volevano invaderlo) come Arabia Saudita ed Emirati, di essere il generoso borsellino di sigle che distillano terrore e delitti, ovvero al Qaeda e Isis, nientemeno. E lui, l'emiro […] scivola via sempre senza danni. Anzi sta seduto e riverito nei consigli di amministrazione dei giganti economici del pianeta. 

[…] è l'indirizzo preferito degli americani per tutte le mediazioni impossibili con il Male contemporaneo, dall'Afghanistan ad Hamas. […] Ovunque ti volgi in questi tempi travagliati, dove c'è una crisi in corso, spunta Tamin ben Hamad al-Thani. In libia non c'è rammendo ai cocci della guerra civile ? Il Qatar tiene in piedi lo sgangherato napoleone di Bengasi, il generale Haftar, dopo aver corroborato le milizie islamiste di Benhadi.

Chi è in grado di parlare con i pestiferi talebani e far loro ritrovare le chiavi per riportare Kabul indietro di ventanni? Ma l'emiro […] La Palestina è in fiamme, si rischia una altro capitolo della Terza guerra mondiale: chi può parlar con tutti, terroristi israeliani ayatollah e la Casa Bianca, chi può telefonare ad Al Sisi, al principe saudita, a Khamenei, a Erdogan, a Biden e Abu Mazen? 

Ma lui l'emiro, che sponsorizza il Paris Saint Germain e i Fratelli musulmani, […] Scoppia la guerra in Ucraina, l'Europa manca di gas? […] il disponibile Qatar è pronto ad aiutarci, in cambio di influenza e di un piccolo sovrapprezzo. Chi altro è riuscito a portare al potere Hamas a Gaza con il consenso dello stesso Israele che credeva di indebolire gli altri palestinesi? […] Lo scandalo che scuote il parlamento europeo si chiama "qatargate".

L'ex presidente francese Sarkozy finisce nei guai per i fondi neri della sua campagna elettorale? Dietro ovviamente spunta il Qatar. I mondiali di calcio: un successone! Eppure, dietro, immancabili, traffici, accuse, ombre, lavoratori schiavi... Ovviamente tutto finisce in niente. Soldi soldi sempre soldi… Ecco qua il lievito con cui l'astuto emiro ci avvolge e travolge. E pensare che tutto è iniziato con un golpe dinastico, e una abdicazione: perché il padre dell'attuale emiro, si dice, temeva la replica della congiura. 

E soprattutto con una intuizione geniale, creare al Jazeera, una televisione che è diventata il suo esercito, la sua diplomazia, esplicita e segreta. Gli undicimila chilometri di superficie nel tempo dell'impero delle immagini sono diventati grandi come l'intero pianeta. Con le telecamere e le troupe il Qatar ha guidato le primavere arabe e la guerra civile siriana. E oggi ci racconta, la sola in diretta, il dramma di Gaza. […]

il jihadismo rivoluzionario e terrorista si è riempito le tasche e l'arsenale attingendo a questa grande banca anonima che è servita a tenere nell'ombra gli Stati, gli emiri, i monarchi che si compravano così la tolleranza dei fanatici con il mitra o estendevano la loro influenza. Molti sospetti sono caduti ad esempio su "qatar charity" che è stata accusata di essere il finanziatore di al Nusra , la versione siriana di al Qaeda. Chi ha agito da mediatore per la liberazione di ostaggi degli islamisti siriani? "Qatar charity".

Il Qatar ha il segreto per sedurre noi occidentali: i vantaggi economici […] Per l'emiro il mondo è un universo acquistabile, un linguaggio che comprendiamo benissimo. Che cosa ci intenerisce, nel pestifero mondo islamico tra sopravvivenze feudali e profeti di palingenesi feroci, più di un Paese gestito paternamente come una azienda internazionale? […]

Checkpoint Pasta: il sacrificio degli italiani nell’inferno di Mogadiscio. Andrea Muratore l'1 Luglio 2023 su Inside Over. 

Il 2 luglio 1993, esattamente trent’anni fa, le forze armate italiane si trovarono coinvolte nel primo combattimento sul campo di battaglia dalla fine della Seconda guerra mondiale in un territorio a lungo colonia di Roma, ovvero la Somalia. Nell’inferno della guerra civile che stava devastando lo strategico Paese del Corno d’Africa, i militari dell’Italfor, contingente tricolore nell’operazione denominata “Ibis” per la pacificazione della Somalia, si scontrarono quel giorno contro le colonne dell’Alleanza Nazionale Somala nella capitale Mogadiscio.

L’accerchiamento del “Checkpoint Pasta” diede vita a uno scontro a fuoco che portò le truppe italiane e il drappello di poliziotti regolari somali a sostegno a resistere con tenacia alle ondate di assalti nemici. Nello scontro morirono tre militari italiani: Andrea Millevoi, sottotenente del reggimento “Lancieri di Montebello”; Stefano Paolicchi, sergente maggiore del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, e Pasquale Baccaro, caporale di leva al 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”. Tutti e tre, i primi caduti in combattimento dell’Esercito Italiano nell’età repubblicana, furono ricordati con il conferimento della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. 

L’inferno del Checkpoint Pasta fu uno dei momenti più complessi di un intervento che vide l’Operazione Ibis far parte del più complesso coinvolgimento dell’Onu a guida statunitense della United Task Force (Unitaf) in un’operazione denominata Restore Hope. Le forze messe in campo dall’Italia dovevano contribuire al contingente di caschi blu delle Nazioni Unite chiamati a portare sostegno alla popolazione vittima di una violenta carestia e a frapporsi tra le fazioni in lotta nella guerra civile scoppiata in Somalia nel 1991.

La caduta del dittatore Mohammed Siad Barre aveva posto a partire da quell’anno in lotta tra loro i “signori della guerra” corrispondenti alle varie tribù e fazioni in lotta in Somalia. Nel 1992 la Risoluzione 794 delle Nazioni Unite consentì l’utilizzo di “tutti i mezzi necessari per creare al più presto un ambiente sicuro per le operazioni di soccorso umanitario in Somalia”, obiettivo formale di Restore Hope. E in virtù della percepita buona immagine dell’Italia in loco e degli obiettivi strategici di Roma, che mirava a ritagliarsi uno spazio di influenza in Africa, nel 1992-1993 i governi di Giuliano Amato prima e Carlo Azeglio Ciampi, gli ultimi della Prima Repubblica, aprirono al coinvolgimento di Roma nella missione con il secondo coinvolgimento per forze schierate dopo quello americano.

A una forza navale centrata sull’incrociatore “Vittorio Veneto” e sulla fregata “Grecale” si aggiunse uno schieramento dell’Esercito Italiano componente paracadutisti della “Folgore”, della cavalleria dell’aria armata di elicotteri dei Lancieri di Montebello e dei carristi della 32esimo reggimento corazzato. Il contingente maggiore aveva sede a Balad, nel Sud del Paese. Nella capitale Mogadiscio l’Italia “mostrava bandiera” assieme a tutti i partner della coalizione contribuendo al sostegno umanitario e alle operazioni di controllo sulla violazione dell’embargo alle armi. Le mosse dell’esercito di Roma erano in particolar modo disturbate dall’Alleanza Nazionale Somala e dal più equivoco tra i militari coinvolti nella guerra civile, Mohamed Farrah Aidid, che sarebbe caduto nel 1996 in battaglia e il cui figlio Hussein avrebbe mediato la pace nel 2004. A Mogadiscio, su ordine del comandante di Italfor, generale Bruno Loi, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Bonifazio Inciso di Camerana, i militari tricolori si schierarono nei pressi del porto vecchio della città, presso la Via Imperiale fatta costruire in era fascista durante il colonialismo. Furono costruite sei postazioni di controllo dei varchi, corrispondenti ad altrettanti checkpoint: Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro, Pasta.

Completata a inizio 1993 la discesa in campo, il corpo di spedizione italiano iniziò le operazioni di routine e spesso dedicò il tempo, nel contesto di una mediazione continua con le formazioni più vicine alle istanze pacificatrici dell’Onu, a far arrivare il massimo quantitativo di aiuti ai civili e a intercettare i traffici illeciti di armi. Fu in questo contesto che il 2 luglio 1993 si crearono le condizioni che portarono alla battaglia del Checkpoint Pasta, denominata anche “del pastificio” per la presenza di tale attività vicino al posto blindato dell’esercito. Quel giorno le forze, su due colonne denominate Alfa e Brava, erano intente al rastrellamento del quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio, dove una soffiata aveva permesso di capire che Aidid stesso poteva nascondersi.

In questo contesto, le truppe italiane non volevano, non essendo nel loro mandato, catturare il feroce “signore della guerra”. Questo fu però il timore dei miliziani dell’Alleanza Nazionale che in più occasioni cercarono di colpire le colonne italiane di blindati e automezzi chiamate a sequestrare armi, rastrellare depositi illegali e ripristinare l’ordine per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Baccaro della Folgore fu il primo a cadere durante un’imboscata di miliziani sulla Via Imperiale che in tarda mattinata accerchiò una colonna di blindati Centauro sotto il fuoco di razzi anticarro e proiettili di mitragliatrice. Paolicchi cadde a metà giornata, mentre i membri della colonna di una decina di mezzi resistevano aspettando i rinforzi e colpendo i miliziani con le mitragliatrici mentre dal cielo gli elicotteri Mangusta fornivano sostengo ravvicinato.

Millevoi fu l’unico elicotterista a morire e il terzo a cadere tra i militari italiani morti in giornata, quando una fucilata lo falciò mentre osservata dal suo elicottero il campo di battaglia. L’effetto combinato degli attacchi dal cielo dei Mangusta e l’intervento dei corazzati italiani del 32esimo reggimento spiazzo i ribelli, che si dovettero ritirare lasciando sul terreno un numero imprecisato di caduti: i baschi amaranto della “Folgore” affermarono che erano stati eliminati 187 miliziani su 600 componenti la colonna d’assalto.

Matteo Sacchi su Il Giornale ha ricordato come all’epoca l’eco dello scontro non fu tra i più pesanti in Italia, nonostante lo choc collettivo dei primi caduti in guerra dal 1945: ” Si preferì smorzare i toni, anche a partire dal non sempre specchiato ruolo del nostro Paese rispetto al passato somalo e dalla paura che qualcuno mettesse in discussione la partecipazione dell’Italia alle missioni Onu. Del resto Mogadiscio era una polveriera e qualche mese dopo dovettero rendersene conto anche gli statunitensi: nel tentativo di mettere le mani sullo «stato maggiore» di Aidid lasciarono sul terreno 19 morti e 73 feriti” nell’episodio reso celebre dal film Black Hawk Down. Trent’anni dopo è bene rendere giustizia al sacrificio dei combattenti del Checkpoint Pasta, caduti in una missione di pace. Di successo nell’obiettivo formale: portare assistenza alla popolazione civile. Incerti sul piano militare e strategico, dato che non riuscirono a porre fine alla guerra civile.

Il ritiro italiano da Mogadiscio sarebbe avvenuto infatti proprio sulla scia della decisione dell’amministrazione americana di Bill Clinton di uscire dalla Somalia entro il 31 marzo 1994, a causa dell’impopolarità della missione in America. L’Italia uscì dalla Somalia il 21 marzo 1994, in grande incertezza sull’esito finale della missione nell’ex colonia ma con la certezza di aver svolto il compito con dignità. Anche grazie al sacrificio degli uomini del Checkpoint Pasta, primi di una serie di decine di caduti italiani in terre lontane che le guerre di Iraq e Afghanistan avrebbero allungato tristemente nei successivi tre decenni. E tuttora eroi delle forze armate di Roma il cui sacrificio mostro all’Italia la necessità di dover gestire, dopo la fine della Guerra Fredda, un mondo diventato turbolento e inquieto. Anche per chi si era placidamente crogiolato nell’illusione della “fine della storia”.

Adesso tutti vogliono fare affari con i talebani. Il Paese vuole uscire dall’isolamento e ha eliminato gran parte delle piantagioni di oppio. E ora la Cina ha firmato contratti miliardari per litio e rame, mentre l’India sfrutta la rivalità con il Pakistan. E persino gli Usa allentano le sanzioni per contenere Pechino. Eugenio Occorsio su L'Espresso il 3 Ottobre 2023 

La notizia un tempo avrebbe riempito le prime pagine, a essa avrebbero brindato nelle sale operative dei servizi segreti di tutto il mondo. Invece è passata quasi in silenzio. L’Afghanistan non è più la centrale della droga del pianeta. Il 90 per cento delle coltivazioni di papavero da oppio è stato distrutto: le rilevazioni aerofotogrammetriche della Cia non mostrano più le province centrali di Helmand e Nangarhar colorate nel colore convenzionale viola, ma in verde e marrone, i colori dei campi coltivati a grano, orzo, avena. I talebani, che guidano il Paese dal giorno del ritiro delle truppe occidentali – quel 15 agosto 2021 rimasto nella memoria per le immagini delle folle accalcate all’aeroporto di Kabul che tentano disperatamente di partire – sono riusciti in quello che gli americani non erano stati in grado di fare nei vent’anni precedenti. Ma perché la notizia è stata accolta con tanta freddezza? E perché i talebani si sono impegnati a “ripulire” il terreno da coltivazioni che valevano almeno 3 miliardi di dollari, il 14 per cento del Pil afgano, in grado di generare – stando ai calcoli dell’United Nations Office on Drugs and Crime – non meno di 650 tonnellate di eroina («qualità export», scrive l’Unodc) e 6.800 di oppio? 

Nelle risposte a queste domande sta una svolta geopolitica dal potenziale dirompente. La risposta alla prima questione è abbastanza semplice e sta nella diffidenza verso il regime di Kabul e nella paura che questa riconversione agricola sia solo un momento di qualche lotta di potere interno, pronta a rientrare, come scrive Foreign Affairs, rivista e think tank vicinissimi all’amministrazione Usa. La seconda risposta, invece, l’ha tentata la rivista altrettanto autorevole Time, è molto più articolata e parte, viceversa, dal presupposto della genuinità della svolta. I talebani saranno anche i chierici rozzi e medievali che hanno portato il loro Paese all’ultimo posto fra i 190 dell’Onu nel trattamento delle donne, però si rendono conto dei costi insostenibili dell’isolamento internazionale. Metà della popolazione (40 milioni in tutto) è al di sotto del livello di sopravvivenza. 

Nella ricerca di un Paese in grado di aiutare si è fatta viva come al solito la Cina, che ha chiesto come minimo sindacale la “ripulitura” dei campi di oppio e poi è passata sopra alle mille altre violazioni dei diritti civili e umani, persino alla preoccupazione che i talebani possano promuovere la ribellione islamica nella turbolenta provincia cinese dello Xinjiang, a ridosso del confine fra i due Paesi. Così il governo di Pechino ha firmato con i talebani un contratto da 10 miliardi di dollari per sfruttare il litio, minerale indispensabile per la transizione ecologica di cui il sottosuolo afgano è incredibilmente ricco (la Rand Corporation calcola in mille miliardi il valore delle riserve), dopodiché ha sottoscritto un accordo da 3 miliardi per la produzione di rame nella miniera di Mes Aynak. E poi immancabilmente ha consacrato l’adesione dell’Afghanistan alla “Nuova via della seta” (Belt and road initiative) con tutte le promesse di infrastrutture di cui il Paese ha disperato bisogno (strade, ferrovie, aeroporti) e che ne valorizzerebbero la posizione al centro dell’Asia. 

Un attivismo che non poteva passare inosservato. I primi a scuotersi sono stati gli indiani, in sfrenata competizione con la Cina per la palma di seconda economia mondiale: nei mesi scorsi, Nuova Delhi ha rinforzato con un nutrito gruppo di tecnici e progettisti la sua ambasciata a Kabul; i due Paesi già si sono accordati per il completamento di una ventina di antichi progetti infrastrutturali sepolti da decenni di guerre, in quella che è a tutti gli effetti la risposta indiana alla Bri di Pechino. Il gioco è ancora più sottile: l’India è storicamente divisa da un’acerrima rivalità con il Pakistan, la “seconda patria” dei talebani (Osama bin Laden è stato catturato ad Abbottabad nel 2011). Sennonché anche qui gli schieramenti stanno cambiando: Kabul e Islamabad sono diventate nemiche (per una terra contesa chiamata Durand Line, informa la Rand) e nello scorso febbraio è scoppiato il primo conflitto armato con cinque soldati pakistani uccisi. Così l’India vede la possibilità di presentarsi a Kabul come un’altra “patron country”. 

E gli Usa? Persino Washington, che aveva disposto d’imperio all’indomani della ritirata l’embargo mondiale al Paese e il taglio di tutti gli 8 miliardi di aiuti internazionali di cui viveva l’Afghanistan (il 40 per cento del Pil), sta lentamente rivedendo le sue posizioni. Nel febbraio 2022 ha autorizzato le agenzie internazionali a erogare un miliardo di aiuti, diventati oggi già 3 miliardi. Poi sta centellinando la fine delle sanzioni per diversi settori, fra cui quello bancario, se non altro per non lasciare il Paese in mano alla Cina e/o all’India. Ma l’operazione è delicatissima e gli americani, che hanno già pagato il prezzo più alto immaginabile, non vogliono cascarci un’altra volta: nella seconda metà degli anni ’80, quando il Paese era occupato dai sovietici, pur di sbarazzarsene gli Usa segretamente finanziarono e armarono le formazioni più agguerrite di guerriglieri islamici nazionalisti, i mujahideen, cui presto si unirono gli ancora più violenti talebani. Come racconta magistralmente Tiziano Terzani nei suoi libri, questi gruppi nel 1989 riuscirono a cacciare i sovietici, poi, anziché sciogliersi, continuarono a covare il loro rancore guerresco che presto (11 settembre 2001) si scatenò contro gli “altri” imperialisti: gli americani. Con questo agghiacciante precedente deve misurarsi la riapertura all’Afghanistan.

Stretta talebana: studio all'estero vietato alle ragazze. Redazione il 29 Agosto 2023 su Il Giornale.

Ormai non si tratta più neanche dell'ennesimo giro di vite ma piuttosto di una chiara forma di persecuzione: l'ultima prodezza dei talebani è stata impedire di lasciare il Paese a decine di ragazze afghane che volevano andare negli Emirati Arabi per studiare

Ormai non si tratta più neanche dell'ennesimo giro di vite ma piuttosto di una chiara forma di persecuzione: l'ultima prodezza dei talebani è stata impedire di lasciare il Paese a decine di ragazze afghane che volevano andare negli Emirati Arabi per studiare. Si tratta di ragazze che per poter frequentare l'Università di Dubai avevano ottenuto una borsa di studio da uno sponsor miliardario emiratino, Khalaf Ahmad al Habtoor, esponente dell'elite politica e finanziaria degli Emirati. La borsa di studio, riferisce la Bbc, è stata ottenuta da un centinaio di ragazze afghane ma ad almeno 60 di loro è stato vietato di lasciare l'aeroporto di Kabul il mese scorso. «Dopo che i talebani hanno chiuso le università femminili, la mia unica speranza era ottenere una borsa di studio che mi aiutasse a studiare all'estero», ha raccontato Natkai, studentessa afghana di 20 anni il cui nome è stato cambiato per motivi di sicurezza. «Quando i funzionari talebani hanno visto i nostri biglietti e i nostri visti studenteschi, hanno detto che alle ragazze non è permesso lasciare l'Afghanistan con quei documenti». Da quando sono tornati al potere nel 2021, i talebani hanno imposto alle donne non solo il divieto di accedere all'istruzione superiore, ma anche di lavorare per le Ong e di accedere a molti spazi pubblici, al Parco Nazionale Band-e-Amir, che era noto per aver impiegato le prime ranger donne del Paese. Ora alle donne non sarà nemmeno permesso di visitarlo. E oltre al fatto che all'aperto devono indossare il burqa, in modo da rivelare solo gli occhi, i talebani nella provincia nord-occidentale di Herat hanno vietato alle donne anche di accedere ai ristoranti con giardini o spazi verdi, mentre dallo scorso novembre in tutto il Paese non posso più frequentare palestre e piscine.

(ANSA-AFP domenica 30 luglio 2023) I talebani hanno fatto un falò, dando fuoco a strumenti e attrezzature musicali confiscati nella provincia di Herat, ribadendo che la musica "è immorale". "Promuovere la musica provoca corruzione morale e suonarla porterà i giovani a smarrirsi", ha detto Aziz al-Rahman al-Muhajir, capo del dipartimento di Herat del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

Da quando hanno preso il potere nell'agosto 2021, le autorità talebane hanno costantemente imposto leggi e regolamenti che riflettono la loro visione austera dell'Islam, incluso il divieto di suonare musica in pubblico. Il falò ha mandato in fumo attrezzature musicali per un valore di centinaia di dollari, in gran parte raccolte nelle sale per matrimoni della città, tra chitarre, strumenti a corda, un armonium e una tabla, un tipo di tamburo, oltre ad amplificatori e altoparlanti. (ANSA-AFP).

Afghanistan, il ritorno di Al-Qaeda. Stefano Piazza su Panorama il 18 Giugno 2023

A due anni dal frettoloso ritiro occidentale, l'organizzazione terroristica si è ripresa il territorio. A dirlo è l'ONU in un report che analizza come la situazione a Kabul stia sfuggendo di mano  Afghanistan, il ritorno di Al-Qaeda

Che il frettoloso ritiro dell'Afghanistan avvenuto nell'agosto 2021 da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati avrebbe creato un disastro era facilmente immaginabile. Ma a quasi due anni dalla fuga da Kabul la situazione è persino peggiore. A dirlo sono le Nazioni Unite che lo scorso 9 giugno hanno pubblicato il loro ultimo rapporto sull'Afghanistan. Secondo gli esperti che hanno redatto il documento al-Qaeda ha stabilito campi di addestramento in cinque province afghane, nonché case sicure e altre infrastrutture in tutto il paese. La presenza di campi di addestramento di al-Qaeda all'interno dell'Afghanistan è stata rivelata dal Team di monitoraggio delle sanzioni e del supporto analitico delle Nazioni Unite che ha indicato i campi in cinque province e in cinque diverse regioni dell'Afghanistan: Helmand a sud, Zabul a sud-est, Nangarhar a est, Nuristan a nord-est e Badghis a ovest. Inoltre nel report si dice che al-Qaeda «ha stabilito case sicure a Farah, Helmand, Herat e Kabul e avrebbe aperto un centro operativo per i media a Herat». Il fatto che l’organizzazione terroristica abbia riaperto i suoi campi di addestramento a Helmand, Zabul, Nuristan e Nangarhar non è certo una sorpresa visto che nel 2015, il Long War Journal aveva scritto che «al-Qaeda sta gestendo un campo di addestramento a Baramcha a Helmand», mentre si sapeva che il campo di Baramcha era operativo solo dal 2020. Le aree di Zabul e il Nuristan sono da tempo luogo di rifugio di molti qaedisti e lo stesso Osama bin Laden sette mesi prima della sua morte avvenuta nel maggio 2011 nel suo nascondiglio ad Abbottabad (Pakistan) durante un raid delle operazioni speciali statunitensi, aveva dato ordine ad alcuni membri di al-Qaeda di trasferirsi nelle province di Zabul, Nuristan, Kunar e Ghazni nell'Afghanistan orientale per proteggersi dai droni statunitensi nel nord e nel sud del Waziristan. A proposito del campo del Nuristan: secondo il Sanctions and Monitoring Team «è specifico per l'addestramento di attentatori suicidi» e l’attuale governatore talebano del Nuristan, Hafiz Muhammad Agha Hakeem, è stato identificato come un leader di al-Qaeda e come scrive Bioll Roggio sul Long War Journal «i leader di al-Qaeda prestano servizio in modo prominente nel governo talebano». Secondo alcuni esperti nonostante non sia scritto nel rapporto delle Nazioni Unite, è molto probabile che al-Qaeda gestisca un campo di addestramento nella provincia di Kunar. A tal proposito un precedente rapporto del Sanctions and Monitoring Team ha rilevato che «Abu Ikhlas al-Masri, un veterano leader di al-Qaeda, ha ristabilito la sua unità nella provincia di Kunar. Prima della sua cattura nel 2010, al-Masri gestiva campi di addestramento a Kunar, dove prestava servizio come capo delle operazioni di al-Qaeda. Uno stato membro ha affermato che al-Qaeda sta anche addestrando il Movimento dei Talebani in Pakistan sostenuto da al-Qaeda e dai Talebani afghani nei suoi campi». Almeno un rifugio di al-Qaeda a Kabul è stato smantellato nel luglio 2022, quando gli Stati Uniti hanno ucciso Ayman al Zawahiri, il co-fondatore ed ex emiro di alQaeda. Zawahiri è stato ucciso dai droni della CIA mentre si trovava in una casa sicura gestita da un luogotenente di Sirajuddin Haqqani, che è uno dei due vice emiri dei Talebani nonché l'attuale ministro degli Interni. L’Haqqani network dal 7 settembre 2012 è riconosciuto come organizzazione terroristica straniera per i suoi stretti legami con al-Qaeda. Sirajuddin e molti dei suoi principali luogotenenti sono stati designati quali terroristi globali dagli Stati Uniti. Ma su quanti uomini può contare al-Qaeda in Afghanistan? Anche su questo sono stati commessi molti errori tanto che a lungo i funzionari statunitensi si sono illusi che tra il 2010 e il 2015 fossero un centinaio. La doccia fredda arrivò alla fine del 2015 quando nella provincia di Helmand in due raid gli Stati Uniti eliminarono almeno 150 uomini di al-Qaeda. Come scrive il Sanctions and Monitoring Team «oggi la stima che da 30 a 60 … principalmente figure di alto livello si trovino a Kabul, Kandahar, Helmand e Kunar, mentre altri 400 combattenti di al-Qaeda e forse 1.600 familiari e sostenitori stanno operando nel sud (province di Helmand, Zabul e Kandahar), centro (Ghazni, Kabul e Parwan) e est (Kunar, Nangarhar e Nuristan)». Al-Qaeda non potrebbe fare tutto questo, ospitare i massimi leader in Afghanistan, gestire campi di addestramento e case sicure e incorporare i leader all'interno del governo senza l'espresso sostegno e l'approvazione della leadership dei Talebani. Al-Qaeda ha certamente problemi a livello di comunicazione (nella quale l’Isis è nettamente superiore) e di leadership (non è certo chi sia il nuovo leader), tuttavia, non ha perso la sua identità così come non è stata decimata o sconfitta. Per contro, i legami di al-Qaeda con i Talebani, come afferma il Sanctions and Monitoring Team, rimangono «stretti e simbiotici e al-Qaeda prospera grazie al vantaggio di un rifugio sicuro in Afghanistan». Tutto questo era ampiamente prevedibile e ci sono decine di relazioni che spiegavano cosa sarebbe tornato ad essere l’Afghanistan con il ritorno dei Talebani al potere. Nonostante questo gli occidentali hanno lasciato Kabul in fretta e furia e ora assistono allo scontro tra i Talebani, la rete Haqqani e al-Qaeda con l’IsisKhorasan la branca locale dello Stato islamico che ogni giorno continua a colpire in tutto il paese oltre attrarre nuove reclute molto spesso tra i delusi che militano in al-Qaeda, nella rete Haqqani e tra i Talebani. Per le Nazioni Unite «i Talebani, al potere come autorità de facto in Afghanistan sotto Hibatullah Akhundzada sono tornati alle politiche autocratiche, escludenti e incentrate sui Pashtun dell'amministrazione talebana della fine degli anni Novanta». Inoltre, «si nota un certo dissenso all'interno della leadership talebana, ma i Talebani danno priorità all'unità e all'autorità del «leader dei fedeli» (Amir al-Mu'minin), che è in aumento. È probabile che la coesione si mantenga nei prossimi uno o due anni. Hibatullah è stato fieramente resistente alle pressioni esterne per moderare le sue politiche. Non ci sono indicazioni che gli altri leader talebani di Kabul possano influenzare la politica in modo sostanziale. Le prospettive di cambiamento a breve e medio termine sono scarse». E questa è l’ennesima brutta notizia.

Quattro milioni di tossicomani: la ferita nascosta dai taleban. Storia di Lucia Capuzzi, inviata a Kabul, su Avvenire il 10 luglio 2023.  

Sotto il ponte Pol-e-Sokhta, il letto del fiume Kabul è quasi secco. Dopo la prolungata siccità, le piogge dell’ultimo inverno non sono state sufficienti a riempirlo. Non manca, però, solo l’acqua. Anche del popolo dai corpi emaciati, gli occhi infossati e lo sguardo assente non c’è traccia. A febbraio, il governo taleban ha deciso di “ripulire” la zona dalle migliaia di tossicodipendenti che si ammassavano fra i ciottoli e le pozzanghere da ben prima dell’instaurazione dell’Emirato, il 15 agosto 2021. «Vi portiamo a disintossicarvi», ripetevano ai malcapitati le squadre degli studenti coranici mandate a “caccia”.

In dodicimila, così, sono stati rinchiusi in una decina di centri pubblici con una capienza massima totale di non più di 2mila posti. Ammassati gli uni sugli altri, sieropositivi inclusi, hanno trascorso 45 giorni di internamento forzato. Periodo prolungabile a discrezione del medico. Cinque mesi dopo la maxi-campagna, non si sa quanti siano stati recuperati o quanti si trovino ancora là o quanti si siano “persi” per strada, deceduti durante il trattamento. Dal ponte di Pol-e-Sokhta, però, sono andati via. «Non si vedono più a colpo d’occhio», afferma Ata-u-Rahman Hamid, responsabile di “The Bridge“, coraggiosa associazione afghana che, da sette anni, nonostante la guerra e il cambio di regime, dà assistenza alle vittime degli stupefacenti. «La città, però – aggiunge –, continua ad essere piena di tossicomani».

È sufficiente sapere dove guardare. E come farlo. Perché nella Kabul ai tempi dell’Emirato non tutto ciò che si vede è reale. Né gran parte della realtà è visibile. Sotto la capitale in bella mostra sulle alture dell’Hindukush ne scorre un’altra, evanescente e tangibile, al contempo. “Underground Kabul” o, meglio, “Payinish Kabul”, come si dice in dari, la lingua più diffusa.

La droga resta un’emergenza nazionale nel principale produttore mondiale d’oppio ma è sprofondata nella “Kabul segreta”.

Il prodotto abbonda ed è a buon prezzo: una dose costa tre dollari, l’eroina e la “shisha”, metanfetamina, poco di più. La violenza di 45 anni di conflitto e la disperazione per la terribile situazione economica sono, poi, spinte potenti al consumo, che riguarda quattro milioni di persone, un decimo della popolazione, quasi il doppio della media mondiale. Uomini in gran parte ma anche e sempre più donne, a causa delle crescenti difficoltà.

Completamente avvolta in un burqa celeste e lacero, la ragazza avanza lungo un fianco di “Tape Maranjan”, la collina alla periferia est di Kabul, dove, nel VI secolo d.C. sorgeva un maestoso monastero buddista. Ora la zona è un alveare di casupole popolari divise da una strada mal asfaltata che sbuca in un grande sterrato. Mentre la donna lo attraversa, i bordi della stoffa azzurra si imbrattano di polvere e si impigliano nella sterpaglia. I suoi piedi, però, procedono sicuri verso l’avvallamento nascosto da un piccolo rilievo. «Là ci sono le “grotte”», dice Ata mentre la segue. Appena le raggiunge, uno dopo l’altro, da una sorta di anfratti, vengono fuori gli scampati alla “pulizia” dei taleban. Con il volto scolpito dalle rughe, sembrano tutti anziani ma alcuni hanno meno di trent’anni.

Ata e la squadra di mediatori di "The Bridge" distribuiscono i kit igienici. «Si nascondono in posti del genere per sfuggire ai taleban. Ce ne sono tantissimi come queto, un’ottantina: cercano di stare dispersi per non farsi notare. E si spostano di continuo. Anche noi facciamo fatica a localizzarli. Ci affidiamo al passaparola, grazie alla fiducia della comunità», sottolinea Ata. La ragazza gli si accosta e tira fuori dal burqa una mano ossuta, dipinta di “hennè”, come si usa tra le pashtun. Poi, subito, si allontana. «Per le donne è ancora più difficile. Gli stessi dipendenti le emarginano. Ma sono sempre di più a causa delle crescenti difficoltà».

Le stime del ministero della Salute parlano di un milione di dipendenti di genere femminile, un quarto del totale, oltre il doppio rispetto a una decina di anni fa. I baby-consumatori sono 100mila. Il ragazzino che vigila sulla spianata, però, non è uno di loro. «È uno degli spacciatori al soldo delle mafie».

Le mafie, un altro attore della “Payinish Kabul”. Nell’aprile di un anno fa, il leader supremo, l’emiro Haibatullah Akundzada, ha vietato le coltivazioni di oppio. I taleban lo avevano già fatto nel primo regime, tra il 1996 e il 2001, salvo poi finanziare i vent’anni di guerra contro le forze occidentali con le “tasse” imposte sui papaveri nelle zone occupate.

Stavolta sembra differente. Dopo la moratoria per il raccolto del 2022, proprio in questi mesi, le pattuglie taleban sono sguinzagliate nelle province “sensibili” – Helmand, Kandahar e Nangarhar – per sradicare l’oppio. Le immagini satellitari fatte dalla britannica Alcis mostrano una riduzione significativa: si ipotizza un taglio della produzione del 20 per cento. Il che implicherebbe un aumento del prezzo, non immediato, però, date le scorte esistenti. Non è detto, però, che il consumo interno cali: l’oppio potrebbe essere semplicemente sostituito da droghe sintetiche. Anche perché, in assenza di una politica efficace di sostituzione delle coltivazioni, di certo la povertà, già spaventosa, aumenterà ancora. E con essa l’angoscia.

«Ho avuto spesso la tentazione, è così difficile». Hanoush, lo chiameremo così, vive da sempre sulla soglia della “Payinish Kabul”. Durante la Repubblica, l’omosessualità era formalmente vietata: i trans come lui, però, si esibivano nei locali costosi del centro. Dal ritorno dei taleban, ha dovuto letteralmente inabissarsi, come oltre l’80 per cento delle 15mila persone appartenenti alla comunità Lgbt che non sono riuscite a fuggire. «La mia famiglia mi ha costretto a sposarmi per avere una copertura. Solo qui qualche volta riesco ad essere me stesso», racconta nell’appartamento in affitto dove si trova di tanto in tanto con tre amici d’un tempo per ballare e cantare in abiti femminili.

Il venerdì il quartiere, in piena area commerciale, si spopola. «Veniamo separati, per essere meno visibili. Da una parte non riesco a farne a meno, dall’altra ho sempre paura, vivo nel terrore», dice Hanoush, più volte minacciato dai taleban. Da gennaio, ha perso tre amici, assassinati per strada, spesso dopo essere seviziati. «Esecuzioni extragiudiziali formalmente archiviate come episodi di criminalità in modo da evitare il clamore di condannare a morte un omosessuale», sottolinea.

Paynish Kabul, però, non è solo la patria di quanti non trovano posto nell’Emirato. Un po’ tutti sono costretti a fare su e giù tra le due città per sopravvivere. Nonostante il bando della musica, gli automobilisti spengono la radio solo di fronte ai check-point. Alle feste di fidanzamento e matrimonio – rigorosamente separate per genere -, i mariti vengono portati di soppiatto nella sala riservata alle donne, almeno per un ballo, anch’esso comunque vietato. Difficile pensare che le autorità non se ne accorgano: sanno di non poter controllare tutto e, forse, non vogliono nemmeno farlo per non esasperare ulteriormente la popolazione. “Paynish Kabul”, in fondo, è una zona grigia che il sistema consente fino a quando sente di averne in qualche modo necessità. Un tempo estremamente variabile. E impossibile da prevedere.

Per 18 mesi, un telo di gomma nero è stato sufficiente per separare “H” da Shahr Now, il quartiere delle istituzioni. Al centro c’era un buco, appena sufficiente per infilare la testa. Di fronte, una tenda di stoffa presidiata da una guardia taleban, pronta a sbarrare il passo agli accompagnatori di genere maschile. «Solo donne», tuonava, spingendo lievemente le clienti del salone di bellezza più caro e rinomato della capitale. All’interno, i capelli – anche delle impiegate – fluivano liberi e la musica era costante. Il ritrovo dell’esigua ma facoltosa alta borghesia di Kabul aveva chiuso come gli altri centri estetici all’indomani del 15 agosto 2021 per poi riaprire poco dopo. Un corpo curato, da mostrare almeno dentro le pareti domestiche, è una tradizione. I taleban lo sanno. Da martedì, però, “H” ha chiuso i battenti – come tutti i saloni del Paese - per ordine dell’emiro in persona, ha spiegato il governo. “Paynish Kabul” è una patria precaria.

Afghanistan: i talebani smantellano le coltivazioni del papavero da oppio. Piccole Note il 9 Giugno 2023 su Il Giornale.

Il governo talebano dell’Afghanistan ha effettuato “riduzioni davvero senza precedenti nella coltivazione del papavero” nell’anno 2023, secondo una recente analisi pubblicata dall’Alcis, una società di servizi di informazione geografica con sede nel Regno Unito specializzata nella raccolta di dati geospaziali, analisi statistiche e rilevamenti.

Dai papaveri al grano

Ne scrive The Cradle, che continua così: “La riduzione del papavero ha fatto seguito a un divieto sulle sostanze stupefacenti emesso in Afghanistan nell’aprile 2022 dal leader talebano Mullah Haibatullah, solo sette mesi dopo l’insediamento al potere del movimento islamico, seguito al ritiro dei militari statunitensi dell’agosto 2021”.

L’Alcis riferisce che è in atto un reale divieto sulla coltivazione del papavero e che la produzione di oppio nel 2023 sarà trascurabile rispetto al 2022. Le immagini ad alta risoluzione analizzate dall’azienda mostrano che nella provincia di Helmand la coltivazione del papavero si è ridotta dai 120.000 ettari del 2022 a meno di 1.000 ettari nel 2023. Si tratta della più grande riduzione della coltivazione del papavero mai registrata nel paese, anche di quella avvenuta quando i talebani ne vietarono la coltivazione nel 2000, un anno prima di perdere il potere in seguito all’invasione statunitense del 2001″.

Di conseguenza, la coltivazione del grano ora domina le province del sud e del sud-ovest, dove in precedenza era stato coltivato circa l’80% del raccolto totale dei papaveri dell’Afghanistan”.

Non solo: “Nel corso dell’estate del 2022, i talebani hanno anche preso di mira l’industria della metanfetamina distruggendo i raccolti di efedra [da cui si ricava la sostanza ndr ] e i laboratori di efedrina sparsi in tutto il paese”.

I talebani hanno fatto ciò che le truppe di occupazione americane non sono riuscite a fare in venti anni, o che forse non hanno voluto fare dal momento che i traffici erano più che tollerati, come dimostrano le foto dei soldati americani che vagano tra i campi di papaveri, come se ne facessero la guardia.

Tale sviluppo non sarebbe che da salutare con gratitudine dal mondo, dal momento che pone criticità alla piaga del traffico di droga, col quale peraltro si finanzia il terrorismo internazionale. Eppure l’Afghanistan è gravato ancora da pesanti sanzioni internazionali, che mettono a rischio la sussistenza di gran parte della popolazione.

L’oppio al tempo degli Stati Uniti

Per tornare al passato, The Cradle ricorda il peccato originale degli Stati Uniti riguardo la coltivazione del papavero in Afghanistan, cioè come attraverso il traffico dell’oppio venissero finanziati i mujaheddin afghani e la legione straniera araba (messa su da Osama Bin Laden per contro della Cia) che li supportava nella guerra contro i sovietici che avevano invaso il Paese (NBCnews).

Sempre a questo riguardo, si può ricordare come le colture del papavero da oppio, come annota The Cradle, conobbero una forte riduzione in Afghanistan quando al potere salirono per la prima volta i talebani (tra il 1996 e il 1998), i quali nel 1999 emanarono una legge tesa all’eradicazione di tali coltivazioni.

I talebani erano quasi riusciti a debellare la malapianta, senonché, dopo l’invasione americana del 2001, essa riprese in modo ancor più massivo di prima, così che il Paese fu per decenni il primo produttore al mondo di oppio, esportando l’80% del totale mondiale.

La parabola del ritorno all’oppio nell’era post-talebana è descritta bene in un documento Onu del 2002, nel quale si annota come, parallelamente allo smantellamento delle coltivazioni del papavero da parte dei talebani, il prezzo dell’oppio iniziò ad aumentare.

Nell’aprile-maggio del 2001, registrava il documento, arriva a costare 300 dollari, fino a “raggiungere circa 450 dollari alla fine del mese di agosto e, in certi casi, 700 dollari proprio prima dell’11 settembre. La settimana successiva all’11 settembre, scende a 180 dollari”, con un calo sempre più marcato.

Evidentemente subito dopo l’11 settembre, cioè subito dopo l’attentato alle Torri gemelle, i grandi trafficanti di droga e le banche che ne riciclavano i proventi già sapevano che i papaveri da oppio sarebbero tornati a fiorire in Afghanistan.

Sapevano perfettamente, cioè che l’America avrebbe attaccato l’Afghanistan, nonostante tale sviluppo fosse ancora nebuloso, e che l’invasione avrebbe posto fine al divieto sulla coltivazione della pianta. Un quadro che interpella non poco.

«Noi donne afgane abbandonate a un destino di repressione e sangue. Ma non molliamo...». Intervista alla procuratrice afghana Shafiqa Saeise, rifugiata in Italia dopo la caduta di Kabul: «Il naufragio di Cutro? Di fronte alla disperazione corri anche il rischio di percorrere campi minati con tuo figlio sulle spalle». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 14 marzo 2023

Per la procuratrice afgana Shafiqa Saeise sono giorni di riflessione e di tristezza. La giovane magistrata si trova in Italia da nemmeno due anni. Da quando, con il ritorno dei talebani, l’Afghanistan è sprofondato nuovamente nell’intolleranza e nell’oscurantismo. «La comunità internazionale – dice al Dubbio Shafiqa Saeise – non è riuscita a contenere i talebani nel quadro del diritto internazionale. La conseguenza è stata un'orrenda miseria per il popolo afghano».

Procuratrice Saeise, l'Afghanistan è di nuovo sottoposto alla morsa asfissiante dei talebani. Il futuro del suo paese è incerto e indecifrabile?

Negli ultimi due decenni, la società afghana si è notevolmente ripresa con un ammodernamento e la trasparenza dei metodi, dopo l’imposizione di modelli estremamente rigidi. Abbiamo raggiunto grandi risultati con l’avvento della democrazia, con la nascita di diverse testate giornalistiche indipendenti, con l'accesso all'istruzione e con il ripristino dei diritti in favore delle donne. I talebani, riprendendo il controllo politico e delle istituzioni, ci hanno fatto ripiombare nel passato più triste. Gli attivisti per i diritti civili vengono uccisi o finiscono in prigione. Assistiamo ad una politica di apartheid di genere, volta al completo annientamento delle donne. Si pensi alla negazione del diritto all'istruzione o del lavoro per le donne. Nonostante queste miserie, la popolazione non ha perso la speranza e lotta per i propri diritti e per il proprio futuro.

Con il ritorno dei talebani sono state colpite soprattutto le donne, che ricoprivano importanti ruoli nella società?

Con il loro ritorno al potere i talebani hanno ripreso una campagna incessante per mettere a tacere le donne impegnate soprattutto nella difesa dei diritti umani, in particolare magistrate e avvocate che hanno subito minacce di morte, torture e violenze di ogni genere. L'autorità de facto è costituita dall'etnia pashtun alla quale appartengono i talebani, mentre altre etnie subiscono una grave discriminazione etnica, uccisioni e spostamenti forzati. I talebani disfano sistematicamente le conquiste ottenute dalle donne in anni di sacrifici.

Le donne non possono più andare a scuola e studiare. È un processo incontrovertibile?

Il diritto delle donne all'istruzione e al lavoro è stato ormai soppresso in tutto l'Afghanistan. Ma, nonostante questa situazione, le donne e le ragazze afghane cercano di far sentire la loro voce. Non mollano. Lo stesso, per esempio, accade in Iran. Inutile dire che il livello di libertà, diritti umani, dignità e opportunità che hanno le donne iraniane è centinaia di volte migliore rispetto a quanto avviene in Afghanistan. Emerge però un’altra differenza. Il regime iraniano è stato pesantemente sanzionato, mentre ai talebani hanno ottenuto quasi 40 milioni di dollari, utilizzati anche per schiacciare le donne afghane. In questo contesto immaginare un cambiamento per il mio paese è difficile.

Adesso che ha lasciato l’Afghanistan continua ad occuparsi di diritti umani?

Certo. Ho l'onore di lavorare a stretto contatto con persone impegnate nella difesa dei diritti umani, come l’avvocato Federico Cappelletti (del Foro di Venezia, ndr), impegnato in innumerevoli iniziative in Italia e all’estero. È importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violazione dei diritti umani, che si consuma sistematicamente in Afghanistan. La comunità internazionale dovrebbe impegnarsi per creare le condizioni per un nuovo corso politico e sociale, nonostante il mio paese sia stato abbandonato al proprio destino. Un destino di repressione e di sangue.

Nella strage di Cutro sono morti tanti suoi connazionali. Cosa si sente di dire?

Di fronte a condizioni di vita difficili, fatte di privazioni e violazione dei diritti, corri anche il rischio di percorrere campi minati con tuo figlio sulle spalle. Cerchi di dargli una vita migliore, di sfamarlo e dissetarlo anche percorrendo la strada più difficile, affrontando il gelo o il caldo insopportabile. Una volta che si raggiungono le sponde turche del Mediterraneo, viene applicata una politica draconiana mirata a contrastare l'ingresso in Europa o qualsiasi tentativo di richiesta di asilo, dimenticando che chi lascia il proprio paese il più delle volte lo fa per fuggire dalla guerra e dalle dittature. Come si fa quindi ad impedire a chi è disperato di sognare un futuro migliore? Il naufragio dei giorni scorsi, a poca distanza dalle coste italiane, mi ha rattristato profondamente. Sorgono tante tante domande su come l'Ue abbia affrontato e voglia affrontare la questione dei migranti. Purtroppo, il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero europeo.

Le scuole clandestine in Afghanistan, dove le ragazze possono continuare a studiare. Il governo talebano ha precluso l’istruzione superiore alle studentesse. Ma alcuni docenti hanno aperto istituti segreti. Con rischi alti. Ecco il racconto di una di loro. Daniele Bellocchio su L’Espresso il 6 marzo 2023.

Turbanti neri, tuniche bianche, M16 a tracolla e barbe assire; ecco i temuti uomini della polizia religiosa afgana impegnati a pattugliare le vie di Kabul. Il sole illumina le montagne dell’Hindukush che circondano la capitale, un bambino caracolla tra i veicoli vendendo bandiere e spille con i simboli del potere talebano e intanto i custodi della morale, immersi nel cuore dell’Emirato e nel traffico cittadino, zelanti, fanno rispettare i dettami di una fede tautologica che non ammette concessioni e repliche. I rigoristi sunniti rivolgono le loro attenzioni soprattutto alle donne: al posto di blocco fermano gli autobus, ispezionano i veicoli e poi, salmodiando sure e dispensando minacce, si accertano che le passeggere siano coperte dai burqa o dagli hijab e che siano accompagnate dal marito o dal padre. Incutono timore, lo sanno, ne vanno fieri e ostentano la loro devozione all’irrazionale imponendo alle donne di viaggiare nei bagagliai dei taxi, imbrattando le immagini dei volti femminili sulle vetrine dei negozi e affiggendo manifesti che recitano: «Una donna che non indossa il burqa si comporta come un animale!».

La polizia religiosa risponde al più discusso dicastero dell’Emirato islamico, il ministero della Prevenzione del Vizio e Promozione della Virtù guidato da Mohammad Khalid Hanafi, rappresentante della corrente più ortodossa dei talebani e sempre più influente nel governo. L’esecutivo dell’Amir al-Mu’minin («comandante dei credenti»), Haibatullah Akhundzada, infatti, a dicembre, tramite due editti, ha svelato al mondo il suo vero volto: quello di una dittatura teocratica nella quale i clerici più integralisti hanno conquistato i gangli vitali dell’amministrazione e hanno imposto l’applicazione radicale della sharia introducendo leggi dai forti richiami a quelle del governo talebano degli anni ’90.

Il 6 dicembre, nello stadio di Farah, si è svolta la prima esecuzione pubblica che ha mostrato all’opinione interna e internazionale il ritorno della «giustizia talebana». E poi, nelle ultime settimane, un ukase emesso dal ministero dell’Istruzione superiore ha bandito le donne dalle università, portando a termine quel processo di istituzionalizzazione di un regime di apartheid di genere in cui, in meno di 20 mesi, le donne afgane sono state allontanate dalle scuole superiori, licenziate dai posti di lavoro, estromesse dai ruoli amministrativi, espulse dalle università, impossibilitate a fare sport e comprare contraccettivi. E persino private del diritto alla salute, dal momento che, da inizio gennaio, non possono più essere visitate da medici se questi sono uomini. Peccato, però, che in Afghanistan alle donne sia vietato studiare medicina.

L’appuntamento è stato concordato in un quartiere periferico della capitale. Intorno, tra case di terriccio e vette brulle, donne velate camminano tra i banchi di un piccolo mercato, un pastore guida un gregge di pecore, bambini spingono biciclette e giocano con trottole di legno, in lontananza si leva il suono del carillon di un venditore di gelati. A un primo sguardo, tutto questo ha i connotati di un lento e pervicace ritorno alla vita, di un dopoguerra genuino seppur povero. Ma in Afghanistan, oggi, il Paese reale si trova al di là dello sguardo, nei vissuti dei singoli che, dal 15 agosto 2021, trascorrono i propri giorni prigionieri di un’eresia elevata a imperativo di condotta.

«Vi abbiamo fatto aspettare perché dovevamo essere sicuri che nessuno vi avesse seguito e che non ci fossero talebani qui intorno». Laleh, nome di fantasia per ragioni di sicurezza, è un’ex studentessa universitaria che fino a pochi mesi fa amava la letteratura, viaggiava attraverso l’Afghanistan raccogliendo storie su un taccuino e immaginava un futuro da reporter. Ora però quei giorni e quelle speranze, come dopo un incendio in cui tutto è andato a fuoco, sono solo sogni fattisi cenere all’alba della realtà.

«Da quando non ho più un futuro, da quando questo mi è stato negato, ho deciso di insegnare in una scuola clandestina e lottare perché le ragazze afgane possano avere un avvenire. Non come me che non sono più un essere umano: non posso viaggiare, non posso studiare, non sono più libera di dire ciò che penso e neppure di vestirmi come voglio: e perché? Perché sono una donna».

L’edificio adibito a scuola è immerso nel buio, delle pesanti tende alle finestre impediscono ai curiosi di spiare ciò che avviene nella struttura e due ragazzi sull’uscio controllano i movimenti dei passanti. All’interno, in un ampio salone, decine di alunne, dai 12 ai 18 anni, stanno partecipando a una lezione sul valore della diaristica come genere letterario e come fonte storiografica. Dopo che il nuovo governo ha precluso l’istruzione alle studentesse, diversi docenti nel Paese hanno aperto degli istituti segreti per permettere alle allieve di continuare a ricevere un’educazione scolastica. I rischi però sono altissimi. «Sono consapevole dei pericoli che sto correndo. Se i talebani dovessero fare irruzione ora, probabilmente mi arresterebbero. Però occorre farlo, perché la cultura e la conoscenza sono la luce per orientarsi nelle tenebre dell’Afghanistan di oggi».

La dolcezza dei lineamenti, la pacatezza della voce e l’accortezza nei modi, in apparenza, contraddicono la tenacia e la determinazione delle parole della docente. «Noi insegnanti crediamo in quello che stiamo facendo, siamo certi che i talebani se ne andranno e che il loro governo cadrà. Quando ciò avverrà, le ragazze che voi vedete qui ora saranno le donne che guideranno il nostro Paese domani». Una domanda in merito alla discussa possibilità che il burqa divenga obbligatorio, però, spaventa la giovane e fa vacillare il suo ostinato avvenirismo. Accetterebbe mai di indossarlo? Laleh s’interrompe e, dopo una pausa di smarrimento e macerazione interiore, scoppia in un pianto esasperato e inconsolabile.

In Afghanistan, oggi, tra le tante costrizioni introdotte dal governo, c’è anche quella per le giornaliste locali di coprirsi il volto quando conducono un telegiornale. La redazione dell’emittente Tolo news si trova nel centro di Kabul. Uomini armati presidiano l’ingresso degli studi televisivi e all’interno decine di cronisti preparano il notiziario. «Incredibile, vero? La mascherina che ho indossato per proteggermi dal Covid negli ultimi anni adesso devo metterla per nascondere al mondo la mia persona!». Madina Norwat, 23 anni, è una delle reporter di punta del canale e prosegue raccontando: «La maschera uccide la nostra personalità, la nostra voce, non abbiamo più un volto, non siamo più persone. Inoltre i talebani hanno imposto la censura e dettano cosa possiamo dire e cosa no». La giornalista si prepara alla messa in onda, si sistema il velo, indossa la mascherina, ma prima di sedersi di fronte alla telecamera, compiendo un gesto di resistenza all’omologazione dei talebani, si trucca gli occhi con cura. «Se non fosse che oggi l’Afghanistan è ridotto alla fame e io sono l’unica che porta uno stipendio a casa, non accetterei mai di coprirmi in questo modo».

Il Paese asiatico sta affrontando una crisi economica drammatica. Secondo le stime del World Food Programme, 22,8 milioni di persone, di cui 14 milioni di bambini, sono affetti da malnutrizione acuta; quasi 9 milioni sono in uno stato di emergenza alimentare. E l’editto emesso dal governo, che vieta alle Ong straniere d’impiegare personale femminile e che ha già provocato la fuga dal Paese delle più importanti organizzazioni umanitarie, rischia di trascinare la nazione in una catastrofe ancora più atroce. Che vede nelle donne le prime vittime.

Il sole sta tramontando a Kabul, i fedeli escono dalle moschee dopo l’ultima preghiera e numerose donne, a gruppi si dirigono nel distretto di Kotal Khair Khana. Dove, di fronte alla panetteria del quartiere, ce ne sono già sedute altre centinaia in attesa di ricevere un tozzo di pane. Il titolare del negozio, da quando è iniziata la crisi, grazie alle offerte dei residenti, ogni sera ne distribuisce alle madri indigenti. Infinite mani si levano da sotto i burqa per afferrare del naan e congiungersi poi nell’universale atto di gratitudine. Ma dopo alcuni minuti sopraggiunge anche un militare talebano. Fucile automatico in spalla, osserva le donne ai suoi piedi: un silenzio saturo di paura cala sui presenti e una madre abbassa la rete del burqa sul volto della figlia. Una bambina d’oggi nell’Afghanistan dei talebani.

Il grido d'orrore: "Che fine fanno i nemici dei talebani...". Matteo Carnieletto il 6 Marzo 2023 su Il Giornale.

L'Occidente continua a pensare che i talebani siano cambiati. Ma la realtà è diversa. Ed è fatta di continue violenze e soprusi

Quanto vale la libertà? Le si può dare davvero un prezzo? Il trilione di dollari che gli Stati Uniti hanno messo sul piatto per venti anni di guerra in Afghanistan è sufficiente? E se questo è il prezzo, qual è il costo di questo conflitto? Almeno 241mila morti, secondo Emergency.

Sono passati quasi due anni da quando la Nato ha abbandonato Kabul e, nel frattempo, il mondo è cambiato. Per certi versi si è ribaltato. L’Alleanza atlantica, che sembrava morta solo due anni fa, è tornata a farsi sentire dopo l’inizio dell’“operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. Una nuova cortina di ferro pare esser calata sul mondo. Ma alcune cose sono rimaste invariate, come il regime dei talebani. “Abbiamo perso la libertà”, ci racconta disperato Esmatullah, che in passato ha collaborato con i militari italiani in Afghanistan. “I talebani continuano a cercare tutti coloro che hanno lavorato con la Nato”. “La gran parte delle persone non ha più nulla da mangiare”, aggiunge l'interprete.

Vivere sotto il regime dei talebani è oggi praticamente impossibile, come ci spiega Kamal Fakhruddin, fondatore del Centro per dialogo e solidarietà, un’associazione che desidera tenere alta l’attenzione sull’Afghanistan: “Nell'ultimo anno e mezzo i miei connazionali sono stati privati ​​dei più basilari diritti umani e di cittadinanza. Sotto il dominio dei talebani gli afghani non hanno più alcun tipo di sicurezza, né fisica, né politica, né economica, né di alcun altro tipo. Sfortunatamente, nell'atmosfera di soffocamento e di restrizioni creata dai talebani, non trapelano notizie reali sulla loro crudeltà e oppressione”. L'Afghanistan di oggi è un grande buco nero. Eppure, se si fa lo sforzo di andare oltre le agenzie e il sentito dire, si scopre una realtà parallela e non raccontata. Spiega Fakhruddin: “Sono stati documentati casi in cui le persone sono state arrestate solo perché attivisti civili, sostenitori della democrazia, collaboratori di 'infedeli' e membri del regime precedente. Sai cosa è successo a molti di loro? I talebani li hanno ammazzati e poi, senza dire niente a nessuno, hanno sepolto i loro cadaveri”. Fantasmi.

A subire maggiori soprusi sono soprattutto le donne, continua il fondatore del Centro per dialogo e solidarietà: “In un anno e mezzo di governo talebano, i cancelli delle scuole e delle università sono stati chiuse. Le donne sono state licenziate da tutti gli uffici governativi e sostituite da uomini, oppure i loro incarichi sono stati rimossi dalla struttura”. Ma sono voci dimenticate queste. Ora che tutto il mondo è concentrato sull'Ucraina non c'è più spazio per l'Afghanistan. Eppure un popolo continua a morire.

Il rapporto inchioda gli Usa. Armi per miliardi lasciate in Afghanistan. Lorenzo Vita l’1 marzo 2023 su Inside Over.

Quanto accaduto in Afghanistan è ancora oggi oggetto di indagini da parte di think tank, istituzioni, autorità e enti pubblici americani, che vogliono capire cosa si è sbagliato e soprattutto quanto è costato in termini economici e politici il ritiro da Kabul.

L’ultimo rapporto del Sigar, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, ente di controllo sull’operato Usa in Afghanistan, ha fatto luce sul frettoloso (e disastroso) ritiro dal Paese asiatico fornendo un quadro decisamente nefasto. Nella lunga indagine pubblicata il 28 febbraio, il Sigar parla di errori nella pianificazione del ritiro, nella supervisione Usa su quanto stesse accadendo nel Paese dopo il cambio della guardia, si parla dell’incapacità di prevedere lo scioglimento delle forze di sicurezza di Kabul, fino alle accuse sul fatto che l’accordo con i talebani si è rivelato un clamoroso fallimento strategico e diplomatico che ha assestato un colpo durissimo al governo e alla tenuta delle truppe afghane. Un’accusa su tutta la linea, che riguarda sia profili di natura strategica che scelte tattiche effettuate da tutte le amministrazioni che si sono succedute alla guida di Washington: da quella di George W Bush a quella di Barack Obama, fino a Donald Trump e Joe Biden.

Tutti uniti da un filo conduttore che sembra essere stato quello della incapacità o non volontà di comprendere in modo pieno e complessivo il delicato teatro afghano e di avere reso impossibile la vera costruzione di un governo e di una forza armata. L’accordo di Doha, con cui gli Usa hanno deciso di consegnare il Paese ai talebani, si è cos’ rivelato solo il più drammatico e clamoroso stravolgimento di fronte al culmine però di due decenni di incomprensioni ed errori.

Sul rapporto, come scrive il Wall Street Journal, il Pentagono ha ovviamente idee diverse. Per la Difesa statunitense, del resto, si tratta di un fallimento su tutta la linea che, se ha avuto una evidente responsabilità politica, rappresenta in ogni caso un trauma e una sconfitta di immagine. In ogni caso, quello che sembra chiaro in tutto il rapporto è che a Washington ancora oggi si cercano colpevoli e motivazioni per ciò che ha trasformato l’Afghanistan nell’Emirato islamico a guida talebana. Anche perché questo, specialmente per l’opinione pubblica, si traduce in un enorme investimento in termini finanziari e di sangue versato che non ha di fatto portato ad alcun risultato concreto.

Il rapporto, per esempio, stima in almeno 7,2 miliardi di dollari il valore delle forniture militari lasciate completamente in mano ai talebani dopo il ritiro dell’agosto del 2021. Una cifra estremamente elevata che ora va messa in parallelo non solo con l’imbarazzo di vederla nelle mani dei “nemici di sempre”, ma anche col rischio di vederla passare nelle mani delle organizzazioni terroristiche e delle reti criminali che sfruttano il caos esploso dopo l’arrivo dell’Emirato. Il buco nero in cui si è trasformato l’Afghanistan in termini di diritti umani e sicurezza, con i talebani al potere ha ora anche miliardi di dollari di armi e dispositivi Usa che pesano come una spada di Damocle nella politica americana nella regione e non solo. LORENZO VITA

Dietro il giornalismo: Afghanistan. Perché Kabul è caduta nelle mani dei talebani senza sparare un colpo. Lo speciale del Tg1 dell’8 maggio 2023

Nel 2021 esponenti politici e signori della guerra afghani ricevettero ingenti somme di denaro dal Qatar per non combattere contro le milizie talebane dopo il ritiro del contingente americano

I due speciali andati in onda ricostruiscono il passaggio di milioni di dollari per impedire qualsiasi resistenza contro il ritorno al potere dei fondamentalisti islamici in Afghanistan nell'agosto di due anni fa.

Esclusiva Tg1: "Il Qatar pagò gli afghani per non combattere ... Da repubblica.it  il 2023/02/01 

I documenti rivelati dal telegiornale Rai delle ore 20 dimostrerebbero il pagamento di ingenti somme di denaro a figure chiave del governo, tra cui l'ex presidente Ghani.

Dal Qatar tangenti pro-talebani in Afghanistan, lo scoop del Tg1 subito sparito. GIOVANNI LANDI su professionereporter.eu il 26 Febbraio 2023

Mercoledì 1° febbraio 2023, edizione delle 20 del Tg1. Dodici minuti dopo l’inizio della trasmissione, la conduttrice Elisa Anzaldo, che nei titoli ha preannunciato “documenti esclusivi” sull’Afghanistan, interrompe il normale flusso di notizie per passare la parola a Monica Maggioni, seduta con due ospiti a un’altra scrivania. 

La direttrice vuole comunicare personalmente quella che viene presentata come una clamorosa esclusiva del Tg1, uno scoop in grado di riscrivere la travagliata storia di Kabul e la rimonta talebana del 2021, avvenuta, ricorda Maggioni, “quasi senza combattere”: “Tutti abbiamo sempre avuto la sensazione che lì fosse successo anche qualcos’altro. Ci sono dei tasselli mancanti. Forse questa sera uno di quei tasselli, non necessariamente l’unico, siamo in grado di raccontarlo”. A questo punto, la direttrice lancia il servizio in oggetto, firmato da lei stessa. Vengono mostrati alcuni documenti che proverebbero come il Qatar, tramite la sua ambasciata in Afghanistan, abbia versato milioni di dollari all’ex presidente Ghani e ad altri uomini forti del Paese, affinché desistessero dal combattere i talebani. Il tutto mentre la popolazione veniva invitata a resistere e a non arrendersi ai fondamentalisti. Insomma, uno scandalo.

LA FIRMA DEL BANCHIERE

Nel primo documento, il governatore della Banca centrale afghana, Ajmal Ahmadi, dichiara di ricevere ben 110 milioni e 478 mila dollari per conto del presidente Ghani. La cifra è ben visibile nella ricevuta, così come la firma del banchiere. L’11 agosto 2021, riporta il servizio, Ghani si recò a Mazar-i Sharif, roccaforte anti-talebana, per incontrare il maresciallo Dostum e il governatore Atta Nur e organizzare con loro la resistenza. Secondo Maggioni, fu “una messinscena”. E per dimostrarlo esibisce il secondo documento esclusivo, in cui l’ambasciata del Qatar si compiace con Dostum per la sua ritirata dal fronte settentrionale, ricompensandolo, “secondo gli accordi”, con 50 milioni e 900 mila dollari. Nel testo della missiva si legge: “Secondo la sua richiesta (di Dostum, nda), l’assegno verrà versato al dottor Enayatullah Babur Farahmand, primo vice-presidente del Consiglio Nazionale di Riconciliazione”. Nel terzo e ultimo documento rivelato dal servizio del Tg1, Atta Nur accetta 60 milioni e 900 mila dollari da Doha come ringraziamento per la sua “cooperazione nel processo di pace, nel cambio di regime e nella formazione di un nuovo governo”. Dopo la caduta di Kabul del 15 agosto 2021, rievoca infine il servizio, Ghani, Dostum e Atta Nur fuggirono all’estero: “Tutti e tre e molti altri hanno ricevuto soldi dal Qatar. Milioni di dollari. Tutti spiegano la loro fuga dall’Afghanistan con motivazioni varie. I documenti dicono altro”.

ESTERNO ALLA REDAZIONE

Al rientro in studio, Monica Maggioni presenta il giornalista che, pur essendo esterno alla redazione, le ha consegnato quelle carte esplosive. Si tratta di Filippo Rossi, giovane freelance italo-svizzero specializzato in zone di guerra. Rossi spiega di aver vissuto vari anni in Afghanistan e di aver “tessuto una grande rete di contatti personali”, che lo hanno portato “alla conoscenza di questi documenti”: “Ho potuto riscontrare in queste persone una grande credibilità”, assicura. Alla domanda sul perché ritenga quel materiale credibile, il cronista ticinese risponde semplicemente che esso corrobora “molti fatti che sono avvenuti in realtà”. 

In sostanza, il carteggio sarebbe credibile perché coerente con gli eventi storici, e quindi con la fulminea presa di Kabul da parte dei turbanti neri. Dopo aver specificato che le carte inquadrate sono solo “una minima parte” di quelle in possesso della redazione, Maggioni chiede un commento al suo secondo ospite, l’analista geopolitico Francesco Strazzari, il quale ritiene i documenti “plausibili”, visto anche lo storico ruolo di mediatore del Qatar nella guerra in Afghanistan. Infine, prima di restituire la linea alla conduttrice Anzaldo, la direttrice promette ai telespettatori futuri aggiornamenti.

DRAMMATICI SOSPETTI

Indubbiamente, si tratta di uno scoop di rilevanza planetaria, e infatti il Tg1 lo presenta con grande enfasi. Gli uomini forti del governo filo-occidentale di Kabul riempiti d’oro dal Qatar per lasciare ai talebani le chiavi del Paese. Un episodio corruttivo che confermerebbe i drammatici sospetti sul presidente Ghani, accusato dagli oppositori di aver “venduto” in segreto l’Afghanistan agli orfani del mullah Omar. Materia da prime pagine di tutto il mondo. Eppure, e veniamo al punto, la notizia viene totalmente ignorata dagli organi di informazione italiani e internazionali, dando inizio a una sorta di giallo. L’unica testata online a riprendere la vicenda è Repubblica.it, che la sera stessa pubblica un articolo dal seguente titolo: Esclusiva Tg1: “Il Qatar pagò gli afghani per non combattere contro i talebani”, traducendolo anche in inglese per dargli il meritato risalto internazionale. Appena pochi minuti dopo, però, il pezzo viene misteriosamente cancellato (il link di Google, tuttora presente, rimanda a una pagina vuota con la classica dicitura “404”). Il giorno dopo, giovedì 2 febbraio, nessun giornale cartaceo racconta lo scoop del Servizio Pubblico. Soltanto su Avvenire compare un trafiletto di poche righe nella sezione Esteri: Documenti del Tg1. “Il Qatar pagò i vertici politici afghani per lasciare prendere Kabul ai talebani”. Il giornale dei vescovi – che peraltro commette un grossolano errore rispetto al servizio televisivo, parlando di 50mila, 60mila e 100mila dollari invece di 50, 60 e 100 milioni – nel sintetizzare l’accaduto lancia un primo dubbio: “Resta l’interrogativo del perché il Qatar abbia sentito la necessità di lasciare una prova tanto tangibile della corruzione”.

“TRADITORI DELLA PATRIA”

Lo stesso 2 febbraio, alle 16.33, arriva la risposta di uno dei notabili afghani chiamati in causa dal carteggio di Filippo Rossi: Enayatullah Babur Farahmand, l’uomo che avrebbe incassato la tangente milionaria per conto del maresciallo Dostum. In un post su Facebook, l’ex vice-presidente del Consiglio Nazionale di Riconciliazione minaccia querela e accusa il Tg1 di aver “pubblicato una notizia d’inchiesta senza fondamento”, lamentando come lui e Dostum siano stati associati a Ghani e ad Ahmadi, loro sì “traditori della patria”: “Pur respingendo questa falsa e infondata affermazione”, recita la nota, “concedo al Tg1 un mese per dimostrare la veridicità di questo falso pezzo di arta, dove hanno falsificato la mia firma e cercato di diffamarmi a livello nazionale e internazionale. In caso contrario, intenterò una causa contro il Tg1 italiano al fine di ripristinare la mia dignità, e mi riservo il pieno diritto di richiedere un risarcimento secondo le leggi e i regolamenti internazionali sull’informazione”. Due ore dopo, Farahmand pubblica un altro post con lo screen dell’articolo cancellato di Repubblica.it, avvertendo che “questa azione del Tg1 non è in nessun modo sufficiente a ripristinare l’onore dei personaggi onesti e patriottici”; con tutta evidenza, l’uomo confonde le due testate, ma in ogni caso torna a chiedere una rettifica espressa e a promettere una causa internazionale.

DOCUMENTI IN PERSIANO

Intanto, i media italiani continuano a ignorare la vicenda, mentre il post dello sconosciuto Farahmand passa totalmente inosservato. Anche il Tg1 tace, e così Filippo Rossi, che pure aveva condiviso in Rete il servizio di Monica Maggioni. Sugli account social del primo telegiornale Rai, che hanno caricato l’intero reportage del 1° febbraio, compaiano vari commenti perplessi su questa “bomba” lanciata sul terreno senza nessuna conseguenza. La giornalista tedesco-afghana Arezao Naiby chiede telegiornale di dimostrare l’attendibilità delle carte, aggiungendo: “È anche strano che quei documenti siano in persiano, sebbene provengano dall’ambasciata del Qatar a Kabul. E i numeri sono scritti in inglese. In genere documenti simili sono in inglese”.

Il 3 febbraio, il silenzio dei media italiani viene rotto dal quotidiano il manifesto, che propone un articolo critico di Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore esperto di Afghanistan, dal titolo “Soldi ai capi afghani per cedere ai Talebani, qualcosa non torna”. “In attesa che la redazione del Tg1 renda disponibili tutti i documenti di cui è entrata in possesso tramite Filippo Rossi, si possono però evidenziare forti dubbi e perplessità”, scrive Battiston. In particolare, l’autore ritiene improbabile sia che il Qatar abbia corrotto delle persone “lasciando tracce cosi esplicite”, sia che i beneficiari abbiano accettato “di metterci la firma”. In più, ci si chiede perché questi ultimi avrebbero accettato i bonifici “su conti afghani e non esteri, prevedendo di abbandonare il Paese”. Dunque, per Battiston potremmo essere di fronte a una “polpetta avvelenata, un’imboccata da parte di qualche servizio di intelligence di un Paese che intende danneggiare il Qatar”, oppure del fronte di resistenza di Masoud junior, “che intende presentarsi come unica alternativa”, o ancora della Turchia. Ma è possibile che la rete ammiraglia sia cascata in un tale “bidone”?

DIETROLOGIE IN RETE

In questo groviglio, il dietrofront di Repubblica resta l’aspetto più inquietante. Secondo il blog “Scenari economici”, la scomparsa dell’articolo dal portale lascia spazio solo a due ipotesi: “La notizia non aveva fondamenti reali”; oppure “qualcuno ha agito, con potenti influenze, per farla sparire”. E infatti su Internet non mancano le dietrologie, fra chi rammenta l’attualità del Qatargate e chi nota che a metà febbraio è in programma una visita in Italia dell’emiro del Qatar, Bin Hamad Al Than, che potrebbe incontrare il presidente Mattarella. Dubbi senz’altro alimentati da un’informazione lacunosa e non lineare. Pertanto si auspica che chi ha diffuso il presunto scoop aggiorni i telespettatori sull’affidabilità dello stesso, sia in un caso che in un altro.

Le bugie e l'ipocrisia americana sull'intervento italiano in Afghanistan. Per gentile concessione della casa editrice Laterza pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Massimo de Angelis e Giampaolo Cadalanu, La guerra nascosta. L'Afghanistan nel racconto dei militari italiani. Massimo de Angelis e Giampaolo Cadalanu il 22 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Per gentile concessione della casa editrice Laterza pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Massimo de Angelis e Giampaolo Cadalanu, La guerra nascosta. L'Afghanistan nel racconto dei militari italiani

Mentre a Herat si allargava l’impegno del contingente schierato a RC-West, per i militari italiani di Camp Invicta, a Kabul, il lavoro andava avanti normalmente. Il 17 settembre 2009 due blindati Lince che tornavano dall’aeroporto furono investiti poco dopo mezzogiorno dall’esplosione di un’autobomba guidata da un terrorista suicida all’altezza dell’ospedale militare della capitale, poco prima della rotatoria intitolata ad Ahmad Shah Massoud. I cinque paracadutisti della brigata Folgore a bordo del blindato più vicino all’esplosione rimasero uccisi tutti, come morì il mitragliere che stava in piedi sulla ralla (la torretta sopraelevata) del secondo Lince, ribaltato dalla forza della bomba. Anche 15 passanti afghani persero la vita. Il bilancio dei feriti contò quattro occupanti del secondo mezzo e 55 afghani.

L’auto usata per l’agguato era una Toyota Corolla bianca, scelta prediletta per gli attentati secondo il luogo comune, in realtà modello enormemente diffuso in Afghanistan, facile da confondere nel traffico. A bordo, secondo la Difesa, erano stati caricati almeno 150 chili di tritolo. L’attacco fu poi rivendicato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, secondo cui il suicida si chiamava Hayutullah. Nelle ore successive all’agguato, si diffuse a Camp Invicta la notizia che i talebani avessero organizzato un attacco combinato, seguendo un modello già sperimentato da Al Qaeda: prima un suicida, a piedi o con autobomba, apriva la strada, poi partiva l’assalto di altri miliziani armati di kalashnikov e dotati di cintura esplosiva, quest’ultima utilizzata per non cadere vivi nelle mani del nemico e possibilmente uccidere ancora qualcuno. Questa ricostruzione era legata al fatto che i militari sopravvissuti avevano sentito gli spari nei momenti successivi all’esplosione.

In quei giorni si raccontava che altri contingenti della coalizione, coinvolti in attentati, avevano reagito perdendo il controllo e avevano sparato su tutto quello che si muoveva attorno alla zona dell’attacco. Chi scrive si sentì di suggerire l’ipotesi che la storia dell’attacco combinato potesse essere una scusa, un modo per mettere le mani avanti se fosse stato scoperto che le vittime afghane erano state provocate da pallottole italiane. Per spazzare via dubbi così preoccupanti serviva una serie di controlli sul campo. Fu indispensabile intervistare decine di testimoni: i venditori delle bancarelle sui lati della strada, i sarti delle botteghe accanto, i medici, gli infermieri, i responsabili del triage, il personale della morgue e persino le sentinelle dell’ospedale militare vicino al luogo dell’attentato. Nessuno segnalò di aver visto sparare sulla gente, nessuno trovò segni di pallottole sui corpi degli afghani morti o feriti: solo schegge dell’autobomba.

Mohammad Ewazi, impiegato dell’obitorio, si era occupato delle salme, le aveva pulite e preparate per la sepoltura: «Tutti i corpi presentavano segni di schegge, nessuno aveva traccia di pallottole». Il racconto era univoco: i sopravvissuti del convoglio avevano sparato in alto o per terra, non sui passanti. Solo un ferito, nel reparto Medicina uomini, propose un racconto diverso, che però servì a confermare senza più ombra di dubbio che gli italiani non si erano lasciati andare ad atrocità. In altre parole: i militari sopravvissuti, usciti dal Lince ribaltato, avevano prima di tutto pensato a mettere in sicurezza l’area dell’attentato. Avevano sentito gli spari – fu chiarito più tardi che non era una seconda fase dell’attentato, ma il tentativo della polizia afghana di farsi largo nel traffico il prima possibile – e avevano reagito da manuale. Erano tre paracadutisti – il quarto passeggero era un ospite, un aviere, che fu spinto a ripararsi sotto il blindato – e avevano appena visto il commilitone cadere coperto di sangue dalla sua postazione alla ralla.

Degli altri, quelli sul primo Lince, non sapevano ancora nulla. Non c’era il tempo di farsi domande: bisognava garantire che la zona fosse sicura. L’afghano sconosciuto che si muoveva in mezzo alla polvere poteva essere chiunque, magari un elemento ostile. Ma il mandato dell’Italia era quello di aiutare la popolazione civile. A sentire le chiacchiere degli ambienti di Forze armate, forse i soldati di un altro contingente si sarebbero fatti prendere dalla rabbia, o avrebbero preferito togliersi del tutto il dubbio sparando sullo sconosciuto, e poi magari inventando qualche bugia sul suo comportamento.

Quel giorno, con i soldati italiani, non accadde. Ma non era finita. Dopo l’arrivo della Quick Reaction Force, la forza d’intervento rapido, con l’area già messa in sicurezza e i soccorsi che erano impegnati sui feriti, si rischiò un incidente. La giornalista Sarah Davison deve la vita al sangue freddo dei soldati italiani.

"Non sparate". Testimonianza di Sarah Davison

Come mi avvicinai, la folla di afghani mi vide, si spostò allontanandosi da me, mormorando, dalla parte anteriore dell’edificio distrutto a un lato. Non avevo mai visto una folla muoversi in quel modo, era come un’onda, uno sciame. Stavo parlando al telefono con la CBC, che era in ritardo sul collegamento. Iniziai a gridare: devo andarmene da qui, mi farete ammazzare. L’ufficiale di guardia mi vide e cominciò a gridare contro di me: «Ferma! Ferma! A terra! A terra!». Gridai: «Giornalista! Giornalista!», e lui mi puntò contro il fucile. Improvvisamente mi resi conto che stavo per essere colpita e lanciai via il telefono. Poi ci fu un grido, un ordine, e tutti i soldati si inginocchiarono all’unisono e presero la mira. Verso di me. Iniziai a urlare: «Giornalista della CBC! CBC! Non sparate! Non sparate!» e l’ufficiale alzò la mano. Mi inginocchiai. Lui ordinò alla polizia afghana di perquisirmi. Loro rifiutarono. Alla fine, un soldato afghano molto riluttante si avvicinò e mi perquisì, confermando che non indossavo una cintura esplosiva. L’ufficiale mi gridò di levarmi dal cazzo. Mi voltai e me ne andai. Velocemente. Immediatamente, i bambini afghani sciamarono verso di me e la polizia afghana cominciò a seguirmi, urlandomi contro. I bambini correvano davanti a me, mi sputavano addosso, mi lanciavano oggetti. Non avevo intenzione di correre perché sarebbe finita in un disastro, quindi mi affrettai il più possibile. Ma la fine della strada, dove il taxi mi stava aspettando, sembrava molto lontana. All’improvviso, un afghano si avvicinò e disse in inglese: «Cammina con me. Non aver paura», mostrandomi un documento della Mezzaluna Rossa. Ci precipitammo lungo la strada, mentre lui e la folla continuavano a gridarsi contro. Alla fine della via, salii sul taxi mentre il tizio della Mezzaluna Rossa faceva a pugni con due poliziotti afghani. Fu terribile.

L'ennesimo schiaffo dei Talebani alle donne. Contraccetivi vietati. Definiti «una congiura occidentale», sono stati messi al bando nelle principali città. Gaia Cesare il 18 febbraio 2023 su Il Giornale.

Coperte dal burqa, obbligatorio in pubblico, relegate in casa, costrette a uscire solamente con un guardiano maschio della famiglia, il muharamm, espulse dai luoghi di lavoro, messe al bando nelle scuole e nelle università, adesso alle donne afghane tocca anche subire l’ultimo schiaffo, un’altra imposizione sul loro destino e sul loro corpo da parte dei talebani tornati al potere in Afghanistan nell’agosto 2021. Si tratta del divieto di vendita della pillola contraccettiva, una realtà nelle farmacie di almeno due delle principali città del Paese, Kabul e Mazar-i-sharif, la capitale e la città di circa un milione di abitanti nel nord del Paese. Lo confermano testimonianze circostanziate raccolte dal quotidiano britannico The Guardian, che riferisce di una campagna porta a porta da parte dei talebani, per minacciare ostetriche e farmacisti, imponendo lo stop alla vendita di contraccettivi e dispositivi per il controllo delle nascite. I combattenti che pattugliano le strade afghane - raccontano testimoni - definiscono i contraccettivi e la pianificazione familiare «un’agenda occidentale».

«Sono venuti due volte nel mio negozio con le pistole e mi hanno minacciato di non tenere pillole contraccettive in vendita - ha raccontato il proprietario di un’attività commerciale della capitale - Controllano regolarmente tutte le farmacie di Kabul e abbiamo smesso di venderle». Circostanza confermata da un altro farmacista: «Articoli come pillole anticoncezionali e iniezioni di Depo-Provera (uno dei più controversi anticoncezionali in circolazione, ndr) non possono essere tenuti in farmacia dall’inizio di questo mese e abbiamo troppa paura di vendere le scorte esistenti». Un divieto avvalorato anche dal racconto di un’ostetrica, figura che in Afghanistan spesso si sovrappone a quella del ginecologo in tema di contenimento delle nascite: «Non ti è permesso uscire e promuovere il concetto occidentale di controllo della popolazione, viene considerato un lavoro non necessario».

Per le donne afghane rischia di essere la condanna definitiva a una vita di reclusione e miseria, in un Paese dove il tasso di mortalità materna è tra i più alti al mondo: una donna su 14 muore per problemi legati alla gravidanza. Sono state 638 le vittime ogni 100mila nascite nel 2021 e la previsione è che i numeri raddoppieranno entro due anni, salendo a 963 mamme morte per 100mila bimbi nati nel 2025. Ai problemi igienico-sanitari, si aggiungono tra l’altro quelli legati all’alimentazione. Secondo l’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, il 95% della popolazione afghana è sull’orlo della fame, nella peggiore crisi mai registrata nel Paese. «A volte le madri sono così malnutrite che non riescono ad allattare i loro figli. Le vediamo mettere tè nelle bottiglie per darlo ai neonati di soli sette o otto giorni, una scelta disperata e molto pericolosa», racconta Hadia, membro dello staff medico di Msf nell’ospedale di Herat.

«È finita l’ultima speranza di pianificare la mia vita», spiega affranta Zainab, una giovane mamma con una bimba di 18 mesi. «Contraccezione e pianificazione familiare sono diritti umani», avverte l’attivista afghana Shabnam Nasimi.

Come se non bastasse, ad aggravare la situazione si è aggiunto il decreto, emanato dai talebani due mesi fa, che vieta alle donne afgane di lavorare per organizzazioni non governative. Secondo Save the Children, a causa del provvedimento, moltissime afghane e i loro bambini sono tagliati fuori dagli aiuti salvavita, mentre fronteggiano l’inverno più rigido degli ultimi dieci anni. Un problema enorme per vedove e single, che non possono accedere agli aiuti in assenza di un familiare maschio che li ritiri e hanno problemi ad avvicinare le squadre umanitarie, formate da soli uomini, ai quali, secondo le tradizioni locali e le imposizioni dei talebani, è vietato anche solo parlare. Condannate all’isolamento, alla tracotanza degli islamisti e alla fame.

La stretta del regime. Contraccettivi “cospirazione dell’Occidente”, i talebani li vietano alle donne: la repressione del regime in Afghanistan. Carmine Di Niro su Il Riformista il 17 Febbraio 2023

Per ora resta una semplice “indicazione” fornita a farmacie ed ostetriche, nulla dunque di ufficiale tramite ordinanza del ministero della Salute. Ma i talebani, che dall’agosto del 2021 sono tornati al potere in Afghanistan dopo la repentina fuga dei militari occidentali, hanno di fatto vietato la vietato la vendita di contraccettivi in due delle principali città del Paese come Kabul e Mazar-i-Sharif.

A scriverne oggi è il quotidiano britannico The Guardian. Militanti del gruppo armato tornato a comandare nel Paese agli ordini di Abdul Ghani Baradar si sono presentati da ostetriche e farmacie a Kabul e Mazar-i-Sharif intimando di non vendere più contraccettivi e disfarsi di tutte le pillole e i sistema di questo tipo.

La motivazione fa capire bene il clima che si respira in Afghanistan: l’uso di contraccettivi da parte delle donne, secondo i talebani, è una cospirazione occidentale per controllare la popolazione musulmana.

Secondo un farmacista nella capitale, i talebani “controllano regolarmente ogni farmacia e noi abbiamo smesso di venderne“. Un’ostetrica ha riferito di essere stata minacciata diverse volte e un comandante talebano le ha detto che non può “promuovere il concetto occidentale di controllo della popolazione“. “È un lavoro inutile“, ha sottolineato l’uomo.

Il ministero della sanità pubblica dei talebani a Kabul non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sulla questione e il rappresentante dell’Unfpa (United Nations Population Fund) in Afghanistan non ha risposto alle richieste di commento.

L’Afghanistan è già uno dei Paesi più pericolosi al mondo in cui partorire e la stretta all’uso dei contraccettivi ovviamente non potrà che peggiorare il quadro. Secondo l’ultimo rapporto Unfpa del 2022, la mortalità materna è quasi raddoppiata in un anno in Afghanistan, ovvero da quando i talebani hanno ripreso il potere a Kabul: il numero delle donne che muoiono di parto è salito a 638 su 100.000, contro le 394 del precedente regime filo-occidentale.

L’ultima misura del regime dei “tagliagole” contro le donne non deve sorprendere: nonostante le promesse da parte dei talebani, una volta tornati al potere, di non voler applicare la Sharia in maniera ‘radicale’, ci sono voluti solo pochi mesi prima di ristabilire le vecchie “usanze”, in particolare contro le donne.

Col passare dei mesi, il regime ha introdotto nuovi e più stringenti divieti e obblighi: dal divieto di lavorare per organizzazioni internazionali all’impossibilità di lavorare o studiare dopo i 12 anni. Le donne inoltre non possono frequentare molti luoghi pubblici, guidare, percorrere lunghe distanze senza un uomo e sono obbligate a indossare il burqa, la copertura integrale di tutto il corpo, volto compreso.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Uccisa a Kabul dai talebani l'ex deputata filo-Occidente. Storia di Redazione su Il Giornale il 16 Gennaio 2023.

Un'ex deputata afghana è stata uccisa, insieme a una delle sue guardie del corpo, la notte di sabato nella sua casa di Kabul da uomini armati. Lo ha denunciato ieri la polizia precisando che Mursal Nabizada, 32 anni e membro del parlamento sotto il precedente governo sostenuto dall'Occidente, si era rifiutata di lasciare l'Afghanistan quando i talebani hanno preso il potere nell'agosto del 2021. È stata uccisa da persone non identificate, ha riferito il portavoce della polizia, Khalid Zadran. Uno dei suoi fratelli è rimasto ferito nell'attacco, ha proseguito la stessa fonte. E adesso, sul suo omicidio, è stata aperta un'inchiesta. Mursal Nabizada era originaria della provincia di Nangarhar, al confine col Pakistan. Laureata in economia aziendale, ha studiato a Peshawar, nel vicino Pakistan, appunto, prima di tornare in Afghanistan.

Eletta nel 2018, aveva servito come rappresentante di Kabul alla Wolesi Jirga - la Camera bassa dell'Assemblea nazionale - nella XVII legislatura, insediatasi nel 2019 quando al potere in Afghanistan c'era il governo sostenuto dall'Occidente e rovesciato poi dai talebani nel 2021.

L'esponente politica aveva deciso di non lasciare il Paese dopo che i talebani avevano preso il potere a Kabul. «Una donna forte e schietta che rappresentava ciò in cui credeva, anche di fronte al pericolo.

Nonostante le fosse stata offerta la possibilità di lasciare l'Afghanistan, aveva scelto di restare e combattere per il suo popolo», ha scritto su Twitter l'ex deputata Mariam Solaimankhil quando ha appreso la notizia della sua morte. Il capo della polizia, che ha dato la notizia dell'atroce delitto e ha riferito che le indagini sono in corso, ieri non ha risposto a domande su possibili moventi e gli aggressori non sono stati ancora identificati. Si sa che il delitto è stato commesso intorno alle 3 di mattina ora locale mentre l'ex deputata e la guardia del corpo si trovavano nella stessa stanza. Sempre secondo la polizia locale, il fratello dell'ex deputata e una seconda guardia di sicurezza sono rimasti feriti, mentre una terza guardia del corpo sarebbe fuggita con denaro e gioielli.

Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 29 Dicembre 2022.

Prima mostra, uno ad uno, tutti i suoi diplomi universitari, frutto di una vita di studio, poi li straccia in diretta televisiva di fronte al conduttore allibito. «Da quando ci sono i talebani, l'Afghanistan non è più un posto dove ci si può istruire, se mia madre e mia sorella non possono studiare io non accetto di insegnare», ha detto Ismail Meshal, docente all'Università di Kabul, su Tolo Tv , l'emittente indipendente afghana che in passato si è già resa protagonista di diverse proteste contro le restrizioni imposte dall'emirato islamico.

Un gesto forte, quello del professore, che ha immediatamente fatto il giro del web, diventando virale. 

Il video è stato postato su Twitter anche da Shabnam Nasimi, ex consigliera del ministero per la Ricostruzione dell'Afghanistan che a Londra è la direttrice di un'organizzazione che aiuta gli afghani emigrati nel Regno Unito. «Scene sorprendenti in Afghanistan dove un docente distrugge i suoi diplomi in diretta televisiva e dice: "Non accetto quest' istruzione"», ha scritto.

Ma Meshal non è l'unico, sono almeno 41 i professori universitari che si sono dimessi dopo che, il 20 dicembre, il ministro dell'Istruzione Superiore Neda Mohammad Nadeem, in un'ordinanza inviata a tutte le università pubbliche e private del Paese, ha dato ordine di vietare alle afghane l'accesso agli atenei. Una decisione che ha scatenato pianti, rabbia e proteste. Decine di ragazze coraggiose sono scese in piazza in diverse città del Paese, sfidando i talebani che hanno usato anche i cannoni ad acqua per disperderle. Molte di loro sono state arrestate.

In segno di solidarietà alla Nangarhar University a Jalalabad e all'Università di Kandahar gli studenti maschi si sono rifiutati di tenere gli esami. «Dimettermi era l'unica mossa che mi era rimasta - ha detto Obaidullah Wardak, ex docente all'Università di Kabul -, ho passato dieci anni ad insegnare ma non si può andare avanti». Nei giorni scorsi molti docenti hanno anche tentato di anticipare in segreto gli esami annuali sperando che il decreto non fosse ancora entrato in vigore ma i talebani sono entrati nelle aule e non hanno permesso alle studentesse di partecipare.

Ieri su Twitter il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invitato il governo di Kabul a fare retromarcia: «Le ultime restrizioni imposte dai talebani all'occupazione e all'istruzione di donne e ragazze sono violazioni ingiustificate dei diritti umani e devono essere revocate». Mettendo a tacere le donne, ha spiegato, si causano «immense sofferenze e grandi battute d'arresto per il potenziale del popolo afghano».

Afghanistan anno zero, alle donne i talebani hanno tolto tutto. Francesca d’Aloja su Il Corriere della Sera il 7 Febbraio 2023.

Escluse da istruzione, lavoro, sport, e le passeggiate al parco senza accompagnatore sono proibite . Sono state allontanate anche dalle Ong. E’ difficile capire il livello di terrore che impedisce agli afghani di protestare. Come può rispondere la comunità internazionale?

Selfie e colpi di mitra: così i combattenti talebani celebrano a Kabul il primo anniversario dalla presa di controllo sulla capitale, il 15 agosto 2022

«Sembrava di vivere in un Paese senza donne... Conoscevamo il chador, l’abito che nasconde il corpo delle maomettane, avevamo visto alcune figure imbacuccate, informi, passare veloci per i vicoli dei bazar, ma queste apparizioni avevano poco di umano. Erano ragazze, madri, vecchie, che età avevano, erano allegre o tristi, belle o brutte? Come vivevano, cosa facevano, a chi andava la loro attenzione, il loro amore, il loro odio?». Così scrive Annemarie Schwarzenbach nel libro Tutte le strade sono aperte , a commento di ciò che vide arrivando in Afghanistan in automobile, guidando dalla lontana Svizzera, durante l’incredibile viaggio compiuto insieme all’amica Ella Maillart nel 1939. Ottantatré anni dopo, nel medesimo luogo, di fronte alle stesse immagini, mi sono posta analoghe domande, e molto probabilmente chi si troverà a passare da quelle parti fra venti o trent’anni assisterà purtroppo a scene simili. Questo per dire che il processo di cambiamento invocato da noi occidentali e auspicato da una parte (esile, ahimé) della popolazione afghana, si fonda su concetti e presupposti difficili da comprendere, tanto più osservando ciò che sta accadendo in questi giorni, quando le lancette del tempo non solo non avanzano, ma retrocedono di secoli.

La logica e la realtà

Non servono intelligenza e perspicacia per cercare di capire, la logica in certi casi non aiuta: è forse possibile capire la ratio che ha originato il divieto all’istruzione, al lavoro, alla pratica dello sport, all’ascolto della musica, alla innocente passeggiata in un parco? È immaginabile che nel 2023 ci siano donne che non possono uscire di casa se non accompagnate da un uomo di famiglia? Nessun Paese al mondo, nessun regime si è mai permesso di negare alle donne il diritto all’istruzione, nessuno. Solo l’Afghanistan dei talebani si è spinto così in basso, imponendo divieti che calpestano non soltanto i diritti umani ma gli stessi precetti della shariah, in nome della quale vengono giustificati. Malgrado gli impegni presi con la comunità internazionale, la frangia più radicale dei Talebani sta disattendendo l’iniziale promessa di “tolleranza”, e il disegno di esclusione delle donne dalla vita politica e sociale si fa sempre più intransigente. Con l’editto del 24 dicembre, le donne che lavoravano nelle Ong nazionali e internazionali sono andate ad aggiungersi alla lunga lista delle escluse. E di nuovo viene spontaneo chiedersi perché? Perché promuovere una misura così drastica e autolesionista che non tiene conto delle inevitabili, tragiche conseguenze sull’intera popolazione, già piegata da un collasso economico e alimentare senza precedenti?

Domande senza risposta

In un Paese in cui, per ragioni culturali, le donne non possono interagire con operatori umanitari uomini, la partecipazione femminile è fondamentale: chi aiuterà una donna a partorire se non potrà più contare sulla presenza di un’ostetrica? Chi accoglierà le ragazze e le donne bisognose di aiuto che si presentano quotidianamente nei presidi medici e sanitari allestiti dalle organizzazioni umanitarie dislocate sul territorio? «È una situazione insostenibile, le nostre unità sanitarie mobili sono ferme - (furgoni attrezzati che raggiungono le comunità remote bisognose di assistenza, ndr ) - e tutte le altre attività di protection , che si occupano di denutrizione, educazione all’igiene, disagio familiare, maltrattamenti e assistenza legale, sono state vietate» mi dice con tono accorato Sergio Mainetti, responsabile di Intersos, l’ONG italiana che opera in Afghanistan (e in altri 23 Paesi) dal 2001, e conta sul contributo di 340 donne lavoratrici. Un danno incalcolabile soprattutto per i beneficiari che vivono nelle aree rurali remote delle province di Kabul, Zabul e Kandahar la cui assistenza umanitaria dipende quasi esclusivamente dagli interventi delle ONG. Come atto di solidarietà nei confronti delle donne impossibilitate a lavorare, Intersos aveva inizialmente preso la decisione di sospendere le attività, in linea con altre organizzazioni umanitarie, secondo quanto riferito da ACBAR (Agency Coordinating Body for Afghan Relief & Development), l’organismo indipendente afghano che rappresenta 183 ONG nazionali e internazionali, da giorni impegnato a esercitare pressioni sul governo talebano affinché torni sui suoi passi.

Pochi spiragli di dialogo

Le delicate trattative in corso tengono conto dell’atteggiamento non del tutto monolitico dei vari ministeri, soprattutto quello della Sanità (il più interessato al mantenimento del lavoro femminile) al cui interno paiono aprirsi spiragli di dialogo. Sebbene aspettarsi un voltafaccia repentino da parte del governo centrale risulti illusorio, si tenta un approccio pragmatico attraverso accordi locali o di settore (è frequente la disomogeneità territoriale nel rispetto delle regole imposte, seguite più o meno fedelmente a discrezione del governatore locale), ribadendo tuttavia che la partecipazione delle donne è centrale e non negoziabile. Intanto Intersos ha ripreso le attività a Kabul e presto, si spera, nelle altre sedi.

Ci si muove dunque a piccoli passi, cercando di aggirare i divieti senza mettere a rischio le attività umanitarie e le persone che vi prestano servizio. Susanna Fioretti, presidente di Nove Onlus, l’Ong che da anni si occupa della condizione delle donne afghane, promuovendo progetti e iniziative che le riguardano direttamente, non vuole farsi scoraggiare e conferma la presenza di Nove in Afghanistan: «Abbiamo intenzione di restare, finché sarà possibile. Abbiamo dovuto sospendere alcune attività ma riusciamo ancora a dare alle donne aiuti di emergenza, opportunità alternative di educazione e lavoro, utilizzando vie rimaste aperte o inventandone di nuove».

La comunità internazionale

Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre la metà dei 38 milioni di afghani necessita di assistenza umanitaria. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha definito le restrizioni «irresponsabili e pericolose» qualificandole come «ingiustificabili violazioni dei diritti umani». Ma cosa può fare la comunità internazionale? Diverse associazioni (portavoce nella difesa dei diritti femminili, rappresentanti Ong, esperti di terrorismo internazionale) hanno avanzato alcune proposte al Consiglio di Sicurezza Onu: oltre a incrementare le sanzioni, si richiede l’immediato divieto di accesso ai conti bancari esteri e relative transazioni internazionali ai leader talebani le cui famiglie risiedono all’estero, con consegue rimpatrio permanente dei familiari. Si chiede inoltre di valutare la possibile estradizione dei leader talebani (che non potranno beneficiare di immunità diplomatica non essendo stato considerato legittimo il loro governo), affinché sia avviato nei loro confronti il procedimento per crimini contro l’umanità, davanti al Tribunale dell’Aia.

Il consenso

È indubbio che la condanna unanime della comunità internazionale e la richiesta di una presa di posizione intransigente siano auspicabili, tuttavia l’attuale governo talebano pare più preoccupato del consenso interno che di quello internazionale. Basando il proprio regime sul terrore, seduce i militanti più radicali ripristinando lo stesso clima instaurato durante la prima presa di potere (1996/2001), attraverso l’applicazione ultrarigorista dell’Islam, dimostrando ancora una volta quanto la sua struttura ideologica si fondi molto sulla religione (o meglio sulla sua interpretazione estremistica) e poco sulla politica. L’educazione scolastica è il bersaglio centrale nel nuovo governo talebano, che definisce il programma scolastico seguito nei vent’anni precedenti «pieno di brutte superstizioni», p erché frutto della contaminazione con il corrotto mondo occidentale. Superstizioni che hanno il nome di democrazia, uguaglianza, diritti civili, diritti delle donne. Le restrizioni promosse dai talebani a ridosso del loro insediamento nell’agosto 2021 formano una lunga lista di aberrazioni, vale la pena di riportarne alcune: il 13 agosto gli imam ricevono l’ordine di fornire i nominativi delle donne nubili da “offrire” ai loro combattenti, l’8 settembre vengono bandite le proteste e gli slogan, tre giorni dopo si proclama il divieto di accesso agli studi secondari per le ragazze seguito da quello di frequentare l’università, il 17 settembre il ministero per gli Affari femminili viene sostituito dal ministero della Virtù e prevenzione del vizio, il 22 novembre le donne sono escluse dai programmi televisivi, segue il divieto di viaggiare senza l’accompagnamento di un uomo, la proibizione di ascoltare la musica, praticare sport, andare al parco... e via di seguito fino al recente, raccapricciante, ripristino delle flagellazioni (per crimini “morali”) e delle esecuzioni sulla pubblica piazza. È bene tenere a mente questi fatti quando ci si chiede comprensibilmente come mai in Afghanistan la popolazione non reagisca a tali soprusi, facendo un parallelo con ciò che accade in Iran o in Ucraina, Paesi in cui la società civile combatte quotidianamente contro un regime che la opprime o un invasore che l’attacca.

Il nulla

Le immagini di uomini e donne, ragazzi e ragazze, che lottano coraggiosamente per la libertà, scatenano, in noi che osserviamo impotenti, un’intensa reazione emotiva. Il fatto che in Afghanistan non accada la stessa cosa, veicola l’ambigua e subdola idea di un popolo rassegnato, che subisce senza reagire. È difficile capire il livello di terrore che impedisce gli afghani di protestare, un terrore seminato in decenni, nutrito da una cultura ancestrale prigioniera delle sue stesse regole. È sbagliato fare paragoni con un popolo fuori dal tempo, il cui tasso di analfabetismo è fra i più alti al mondo. Chi poteva permetterselo è fuggito, lasciando un Paese orfano di professionisti e intellettuali. Sono rimasti i più poveri, divisi in etnie diverse e nemiche. La risposta che mi diede una donna di Kandahar alla domanda su cosa fosse cambiato nella sua vita dopo l’avvento dei talebani, fu la seguente: «Nulla».

Il cambiamento interno

Il prima e il dopo non esistono in Afghanistan. Non ancora. La comunità internazionale, oltre al sacrosanto invio di aiuti umanitari, può fare ben poco. Indurre i talebani a cambiare atteggiamento spetta soprattutto ai leader del mondo musulmano, i quali dovrebbero convincere i talebani che l’interpretazione dei diritti delle donne sotto la shariah differisce in gran parte dalla loro versione. L’unico possibile grimaldello è la cultura, lo sanno bene i talebani che non a caso hanno bandito l’istruzione. E forse il germoglio di un possibile cambiamento potrebbe nascere all’interno dello stesso movimento talebano, viste le recenti posizioni di alcuni elementi di spicco (tra cui il vice leader talebano e ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani e il ministro dell’Istruzione superiore Abdul Baqi Haqqani) che hanno chiesto la revoca del divieto all’istruzione. In una parola, soltanto gli afghani potranno cambiare gli afghani.

Afghanistan, 20 anni dopo «Viaggio a Kandahar» per le donne è di nuovo eclissi. Nel silenzio dell’Occidente. Maria Serena Natale su Il Corriere della Sera il 25 dicembre 2022.

Parchi, palestre, scuole, università, Ong: spazio pubblico negato per le afghane sempre più recluse in un orizzonte fisico e culturale di sopruso e controllo

Era il 2001 degli attacchi alle Torri gemelle e il regista iraniano Mohsen Makhmalnaf raccontava l’eclissi delle donne afghane sotto il regime talebano in un film che scosse il mondo, Viaggio a Kandahar. Burqa, scuole coraniche, kalashnikov e gambe finte dal cielo: l’Occidente scopriva che l’Afghanistan amato dai figli dei fiori e poi devastato dalla guerra civile era diventato un buco nero. Venne un’altra guerra, contro il terrore talebano e per la libertà, alla quale abbiamo partecipato anche noi con la coalizione a guida Usa. Vent’anni dopo, gli ultimi americani sono andati via e i talebani si sono ripresi il Paese. Da Kandahar a Herat a Kabul, mentre l’Iran degli ayatollah brucia al grido «Donna, vita, libertà», per le donne afghane è di nuovo notte.

Appena tornato al potere, il regime si è mostrato più aperto e conciliante ma ha tolto presto la maschera. Prima il divieto di accesso a parchi e palestre, poi le scuole chiuse alle bambine in molte province. Infine il bando dall’università. Spazio pubblico negato, l’istruzione primo fronte della repressione, ragazze sempre più recluse in un orizzonte fisico e culturale di sopruso e controllo. Ora tocca alle poche oasi rimaste: il governo proibisce alle afghane di lavorare per le Organizzazioni non governative nazionali e internazionali poiché questi soggetti, spiega un documento del Ministero dell’Economia, non garantiscono il rispetto del codice sul velo. Il potere recide i legami con l’esterno, con le Ong che non sono soltanto vitale riparo da fame e malattie, ma offrono spesso l’unica opportunità di prendere coscienza dei propri diritti. Nel silenzio dell’Occidente, come denuncia il recente appello del mondo accademico italiano contro l’indifferenza delle istituzioni. L’Afghanistan fu il pantano dove affondò la potenza sovietica. Che non diventi l’ultimo specchio dell’impotenza del mondo libero.

A Jalalabad gli studenti di Medicina hanno lanciato un primo importante segnale rifiutando di dare gli esami per abbracciare la lotta delle colleghe. La vigilia di Natale le donne hanno protestato a Herat. I Talebani le hanno disperse con cannoni ad acqua, non prima che salisse al cielo un grido: codardi.

Vietato assumere donne in Afghanistan, i talebani impongono le restrizioni anche alle Ong. Clemente Pistilli La Repubblica il 24 Dicembre 2022.

Chi non rispetta l'ordine perde la licenza operativa. Proteste anche per il divieto alle studentesse di frequentare le università: manifestanti colpite con i cannoni ad acqua. A loro stavolta si uniscono anche gli uomini al grido di "o tutti o nessuno"

Vietato assumere donne in Afghanistan anche nelle Ong. Il governo talebano, con una lettera del ministro dell'economia Qari Din Mohammed Hanif, ha ordinato a tutti i gruppi non governativi stranieri e nazionali di sospendere le assunzioni, precisando che i trasgressori si vedranno revocare la licenza operativa. Il ministero ha giustificato tale decisione sostenendo di aver ricevuto "gravi lamentele" sul personale femminile che lavora per le Ong, colpevole di non indossare il velo "corretto", l’hijab.

Si tratta dell’ultima mossa restrittiva, in ordine di tempo, dei talebani contro i diritti e le libertà delle donne. Le forze di sicurezza talebane, in base a quanto riferito da testimoni oculari, hanno inoltre usato un cannone ad acqua per disperdere le donne che protestavano ad Herat contro il divieto di istruzione universitaria per le donne. Una manifestazione organizzata dopo che martedì scorso il Governo ha vietato alle studentesse pure di frequentare le università.

In un video si vedono le manifestanti che urlando si nascondono in una strada laterale per sfuggire al cannone ad acqua, per poi riprendere la protesta. ''Eravamo tra le 100 e le 150”, ha detto Maryam, una delle organizzatrici della manifestazione. “Quando abbiamo iniziato – ha aggiunto - nel parco Tariqi i talebani hanno preso dei rami dagli alberi e ci hanno picchiato. Ma abbiamo continuato”.

Alle manifestazioni però non hanno preso parte solo loro: stavolta alle proteste femminili si sono uniti anche gli uomini. Al grido di "o tutti o nessuno", hanno lanciato una campagna di protesta contro il divieto per le donne di frequentare le università. L'iniziativa ha visto già alcuni studenti lasciare le aule durante la lezione o rifiutare di sostenere gli esami, in solidarietà con le compagne di studi.

Ajmir Sadat, il responsabile della campagna, ha spiegato che la protesta è partita suoi social e si sta estendendo nelle province. "Fino a quando le nostre sorelle non potranno studiare di nuovo, boicotteremo anche l'educazione degli uomini", ha spiegato all'emittente locale Tolo News.

I talebani però non cedono: per loro il divieto è necessario a impedire la mescolanza dei sessi nelle università e perché alcune materie insegnate violano a loro avviso i principi dell'Islam. Contro la scelta di escludere le donne dalle ong si è schierato oggi anche il coordinatore umanitario e capo

della missione Onu in Afghanistan, Ramiz Alakbarov, che si è detto "profondamente preoccupato per le notizie secondo cui le autorità de facto" talebane "hanno vietato a tutte le dipendenti donne delle organizzazioni nazionali e internazionali di recarsi al lavoro".

Secondo Alakbarov si tratta di una "chiara violazione dei principi umanitari. Il ruolo fondamentale delle donne in tutti gli aspetti della vita e della risposta umanitaria è innegabile".

Pakistan, assalto ai cristiani e chiese bruciate. A fuoco 21 edifici e 130 fermati. Due arresti per «profanazione del Corano». Chiara Clausi il 18 Agosto 2023 su Il Giornale.

Pagine strappate del libro sacro islamico, il Corano, con contenuti blasfemi presumibilmente scarabocchiati su di esse con inchiostro rosso sono state trovate vicino a una comunità cristiana in Pakistan. L'atto ha suscitato un'ondata di rabbia incontrollabile tra i musulmani. È successo tutto a Jaranwala, diocesi di Faisalabad, nella regione del Punjab. La folla ha attaccato e saccheggiato le case private appartenenti ai cristiani e 21 chiese sono state date alle fiamme, altre sono state assaltate o distrutte, un cimitero vandalizzato, i catechisti picchiati e i parroci in fuga. Il vescovo protestante Azad Marshall in un tweet riferisce che un edificio della sua chiesa è stato incendiato: «Le Bibbie sono state profanate e i cristiani sono stati torturati e vessati, dopo essere stati falsamente accusati di violare il Sacro Corano».

Gli altoparlanti delle moschee locali sarebbero stati utilizzati per informare sulla presunta profanazione di testi religiosi da parte dei due residenti cristiani locali. Per fermare la folla è intervenuto un imponente contingente di polizia che per placare gli animi ha detto che i due cristiani sarebbero stati arrestati. Cosa che ieri sera è accaduta veramente: Amir e Raki Masih sono stati catturati e incriminati per blasfemia. Sono in custodia al dipartimento di antiterrorismo, ha precisato su X il primo ministro della Giustizia del Punjab, Mohsin Naqvi.

Ma anche molti musulmani sono finiti in manette: 128 persone sono state arrestate ma sono indagati oltre 600 violenti. La storica Chiesa dell'Esercito della Salvezza era ancora fumante ieri, un giorno dopo la rivolta. Le rovine sono state circondate da filo spinato mentre la situazione rimane tesa in città. Qualsiasi tipo di assembramento e manifestazione è stato limitato per sette giorni. La blasfemia in Pakistan è punita con la morte. Anche se Islamabad non ha ancora condannato nessuno alla pena capitale per questo reato, una semplice accusa però può provocare rivolte diffuse, che a volte portano a linciaggi e uccisioni. Yassir Bhatti, cristiano di 31 anni, è stato uno di quelli costretti a fuggire dalla propria casa. «Hanno rotto le finestre, le porte e portato via frigoriferi, divani, sedie e altri oggetti per ammucchiarli davanti alla chiesa per essere bruciati - ha raccontato -. Hanno anche dato alle fiamme e profanato Bibbie. Sono stati spietati». I video sui social media mostrano manifestanti che distruggono gli edifici mentre la polizia sembra stare a guardare. Il pastore Javed Bhatti, sacerdote della zona, ha dichiarato: «Hanno bruciato tutto. Hanno distrutto le nostre case, la casa di Dio».

Il Pakistan ha ereditato la legge sulla blasfemia dagli inglesi nel XIX secolo. Negli anni Ottanta Islamabad ha introdotto pene più severe, inclusa la condanna a morte per chi insulta l'Islam. Circa il 96 per cento della popolazione pakistana è musulmana.

Pakistan: documenti rivelano le pressioni USA dietro la destituzione di Imran Khan. Giorgia Audiello su L'Indipendente giovedì 17 agosto 2023.

Emergono nuovi elementi intorno alla vicenda dell’ex primo ministro pakistano Imran Khan, rimosso dal suo ruolo in seguito ad un voto di sfiducia parlamentare nel 2022 e da allora al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale per la sua lotta contro l’esercito e i suoi oppositori politici, accusati apertamente da Khan di avere agito dietro pressione diretta degli Stati Uniti d’America. La potenza a stelle e strisce, infatti, mal tollerava la posizione neutra assunta dal politico pakistano rispetto al conflitto in Ucraina, nonché la sua apertura verso la cooperazione politica e commerciale con Russia e Cina. Le accuse di Khan sono sempre state respinte sia dall’esercito e dai suoi oppositori politici che dagli stessi Stati Uniti. Tuttavia, è emerso ora un documento segreto, nello specifico un cablogramma ottenuto dal giornale online The Intercept, che confermerebbe la versione dell’ex primo ministro pakistano secondo cui gli Stati Uniti sono intervenuti per far sì che il capo del Movimento per la Giustizia del Pakistan fosse destituito. In seguito alla sua rimozione da primo ministro, si sono scatenate importanti e partecipate proteste in difesa di Khan e ne è seguito un grave dissidio politico interno.

Secondo The Intercept, il cablogramma contiene il resoconto di un incontro tra l’ambasciatore pakistano negli Stati Uniti e due funzionari americani avvenuto il 7 marzo 2022, durante il quale il Dipartimento di Stato americano ha incoraggiato alcuni politici pakistani a rimuovere Khan dal suo incarico, promettendo in cambio relazioni più amichevoli col Paese asiatico oppure isolamento, nel caso in cui si fossero rifiutati di destituire l’allora primo ministro. L’incontro diplomatico è avvenuto due settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, iniziata mentre Khan era in viaggio verso Mosca, una visita che ha fatto infuriare Washington. Il giorno prima dell’incontro, invece, Khan, parlando ad una manifestazione, aveva risposto agli appelli europei affinché il Pakistan si stringesse attorno all’Ucraina: «Siamo i tuoi schiavi? Cosa pensi di noi? Che siamo tuoi schiavi e che faremo tutto ciò che ci chiederai? Siamo amici della Russia e siamo anche amici degli Stati Uniti. Siamo amici della Cina e dell’Europa. Non facciamo parte di alcuna alleanza», aveva affermato davanti alla folla. Una serie di circostanze che hanno infine indotto l’intervento del Dipartimento di Stato americano.

Il cablogramma, ottenuto da The Intercept da una fonte anonima dell’esercito pakistano che afferma di non avere legami né con Khan né col suo partito, riporta per intero alcune affermazioni del funzionario americano Donald Lu – presente all’incontro del 7 marzo – secondo cui «le persone qui e in Europa sono piuttosto preoccupate per il motivo per cui il Pakistan sta assumendo una posizione così aggressivamente neutrale (sull’Ucraina), ammesso che tale posizione sia possibile. Non ci sembra una posizione così neutrale», avrebbe detto, per poi passare direttamente alla questione del voto di sfiducia: «Penso che se il voto di sfiducia contro il Primo Ministro avrà successo, tutto sarà perdonato a Washington perché la visita in Russia è vista come una decisione del Primo Ministro» avrebbe detto in base al documento, «altrimenti, penso che sarà dura andare avanti».

Il Dipartimento di Stato americano ha sempre negato e respinto tutte le accuse, bollandole come «disinformazione». Tuttavia, l’ormai ex Primo ministro Shehbaz Sharif ha prima negato l’autenticità del documento, poi accusato Khan di averlo fatto trapelare illegittimamente e, infine, privato di sostanza la qualità dei contenuti, attestandone così indirettamente l’autenticità in un’intervista a The Guardian. Funzionari del Dipartimento di Stato americano, invece, hanno dichiarato a The Intercept di non poter commentare l’accuratezza di un documento di un governo straniero, ma hanno sostenuto che i commenti non mostravano interferenze degli Stati Uniti nella politica pakistana. «Niente in questi presunti commenti mostra che gli Stati Uniti prendono una posizione su chi dovrebbe essere il leader del Pakistan», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller. Lo stesso, durante una conferenza stampa, rispondendo a un giornalista che chiedeva se la sostanza della conversazione riportata nel cablogramma fosse accurata, ha risposto che il rapporto era «vicino».

Allo stesso tempo, il ministro degli Interni pakistano uscente, Rana Sanaullah, ha disposto un’indagine per determinare l’autenticità del documento, affermando che «Sebbene non ci sia nulla di nuovo in questa storia, l’indagine deve essere condotta per stabilire l’autenticità delle informazioni o del documento di origine. Potenzialmente, è un atto molto sinistro, traditore e sedizioso». Ha poi indirettamente confermato la validità del documento dichiarando che «Imran Khan aveva una copia del cifrario, che non ha restituito e ha confermato (a verbale) di averlo smarrito o perso. Se dimostrato colpevole, Khan dovrebbe essere processato ai sensi dell’Official Secret Act».

Dopo la destituzione di Imran Khan, il Pakistan è attraversato da instabilità e turbolenze politiche e sociali con la maggioranza della popolazione che sostiene il politico destituito. Lo scorso 14 agosto è stato nominato un nuovo primo ministro che ha sostituito Sharif – Anwaarul Haq Kakar – per traghettare il Paese verso nuove elezioni alle quali, con ogni probabilità, Khan non potrà partecipare. Il 5 agosto, infatti, è stato arrestato e condannato a tre anni di carcere con l’accusa di corruzione. Il che impedisce a Khan, considerato il politico più popolare della nazione, di partecipare alle prossime elezioni previste per la fine dell’anno. Una situazione che non fa altro che inasprire le divisioni interne ed erodere il consenso, aumentando i disordini e le tensioni nel Paese.

[di Giorgia Audiello]

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Sherpa morto sul K2, ora il Pakistan indaga: "Lasciato morire". Il Tempo il 12 agosto 2023

Il Pakistan ha avviato un'indagine sulla morte dello sherpa sul K2. Una tragedia che risale al 27 luglio quando il "portatore" Mohammed Hassan, 27 anni e padre di tre figli, sarebbe scivolato cadendo in un sentiero impervio sulla seconda cima più alta del mondo mentre trasportava i bagagli e apriva la strada a un gruppo di alpinisti. Questi ultimi, secondo le accuse di altri scalatori che hanno ripreso la scena con un drone, non avrebbero aiutato lo sherpa e anzi, avrebbero proseguito il cammino verso la vetta lasciandolo indietro, morente.

Tra gli alpinisti impegnati nell'ascesa al K2 quel tragico giorno c'è la norvegese Kristin Harila, che però ha respinto ogni responsabilità. In un post su Instagram, venerdì, ha scritto di sentirsi «arrabbiata per il modo in cui molte persone hanno incolpato altri per questa tragica morte» e che nessuno aveva colpa per la tragica fine dello sherpa pakistano. Ora saranno le autorità locali a verificare come sono andati realmente i fatti.

L'alpinista Harila ha raccontato a Sky News che lo sherpa Hassan era rimasto appeso a una corda, a testa in giù, dopo la caduta nella strettoia che ha descritto come la parte «probabilmente più pericolosa del K2». Ha detto che dopo circa un’ora la sua squadra è riuscita a riportarlo sul sentiero. A un certo punto, lei e un’altra persona della sua squadra hanno deciso di proseguire verso la cima, mentre un altro membro della squadra è rimasto con Hassan, dandogli acqua calda e ossigeno dalla sua maschera. Harila ha detto di aver deciso di proseguire verso la vetta perché anche la sua squadra di fissaggio in avanti ha incontrato delle difficoltà.

A far scoppiare il caso sono stati gli alpinisti Wilhelm Steindl e Philip Flaemig, che avevano interrotto la scalata al K2 a causa delle difficili condizioni meteo, ma hanno dichiarato di aver ricostruito gli eventi successivamente, rivedendo le riprese di un drone. I due hanno affermato che lo sherpa pakistano avrebbe potuto essere salvato se gli altri scalatori avessero rinunciato a raggiungere la vetta. 

Estratto dell’articolo di Vittorio Sabadin per “il Messaggero” domenica 13 agosto 2023.

Kristin Harila, una famosa scalatrice norvegese, è accusata di non avere prestato soccorso a un portatore morente: il 27 luglio lo ha superato con i suoi compagni di scalata per arrivare in fretta agli 8.609 metri del K2, la seconda montagna più alta del mondo dopo l'Everest. Harila voleva stabilire un nuovo record: avere scalato tutti i 14 Ottomila del mondo in soli 92 giorni. 

Mentre lei festeggiava sulla vetta insieme al suo sherpa nepalese Tenjen, 400 metri più sotto, nel «Collo di bottiglia» che è considerato uno dei passaggi più difficili dell'ascensione, Mohammad Hassan, 27 anni, stava morendo di freddo e per le ferite causate da una caduta. 

Pakistano, padre di tre figli, aveva deciso di far parte della spedizione pur non avendo quasi nessuna esperienza di scalate, perché aveva bisogno di soldi per pagare le medicine alla madre diabetica. Non indossava guanti, né un piumino tecnico, né aveva bombole d'ossigeno. 

Non era uno sherpa: doveva occuparsi della manutenzione delle corde, e alcuni scalatori che lo avevano visto salire senza le protezioni necessarie lo avevano invitato a tornare al campo base, ma non li aveva ascoltati.

Della morte di Hassan nessuno saprebbe niente se sul K2 quel giorno non ci fossero state altre spedizioni in coda per salire. Philip Flämig, un austriaco che scalava con l'amico Wilhelm Steindl, ha filmato con un drone la scia di alpinisti che passava sopra le gambe di Hassan, disteso nella neve su uno stretto passaggio a strapiombo. Una sola persona lo stava assistendo, tutti gli altri si affrettavano verso la cima per raggiungere la quale avevano speso molto tempo, energie e denaro. 

«È stata una vergogna ha detto Flämig al giornale Der Standard . Cose del genere sono impensabili nelle Alpi. Se l'uomo fosse stato occidentale sarebbe stato salvato immediatamente, mentre gli sherpa sono considerati esseri umani di seconda classe.

[…]».

Un record non vale uno sherpa. Massimiliano Parente il 13 Agosto 2023 su Il Giornale.

Non entro nel merito delle questioni ancora da verificare, ma la notizia è questa: Kristin Harila è un'alpinista norvegese famosa per aver stabilito il record per aver scalato le 14 montagne più alte del mondo nel minore tempo possibile, tre mesi e un giorno. Già qui non la invidio, io non mi muovo dal mio divano neppure se mi pagano. Comunque sia, per fortuna non sono tutti come me, e Harila nella sua ultima scalata per arrivare ai 8.609 metri del K2, la seconda montagna più alta del mondo, pare abbia lasciato indietro uno sherpa (non sapevo cosa fosse uno sherpa, credevo una razza di cani, invece è una guida del Nepal ingaggiata per le spedizioni himalayane di alta quota), che si chiama Mohamed Assan ed è morto, senza che nessuno gli prestasse apparentemente soccorso. Tipo: «Io devo arrivare a 8.609 metri, chi se ne frega chi resta indietro».

Ora, io ho una riflessione da fare, non so quanto popolare o impopolare, anche perché io, stando praticamente sempre tra divano e poltrona, ho molta difficoltà a comprendere tutta questa voglia di uscire di casa. Però studio. Perché l'essere umano è portato a superare record? Perché in fondo è portato a superare limiti rispetto a quelli raggiunti da altri esseri umani. C'è sicuramente una parte di egocentrismo, e anche di agonismo, competizione, come c'è in ogni attività umana. Tuttavia, facciamo un esempio: nel 1969 Neil Armstrong pose piede sulla Luna pronunciando la famosa frase: «Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'umanità». Non era un record, sebbene di fatto lo fosse, era la conquista della supremazia americana dello spazio contro i sovietici, e anche di fatto qualcosa di mai accaduto e estremamente rilevante per la nostra specie: camminare sulla Luna. Quindi non un record, ma una conquista.

Molto diverso da Kristin Harila e tutti i recordisti del mondo: basta guardare il Guinness dei Primati (primati anche in senso di scimmie, quali noi siamo) per capire che ogni scemo ha la possibilità di stabilire un suo record. Ora, data la differenza tra un piccolo passo per l'uomo e un grande passo per l'umanità di Armstrong e la scalata di questa Harila scalatrice, dico solo una cosa: un conto sono i traguardi scientifici, un conto i record personali. Per la scienza ci si sacrifica sia per la fama che per il bene comune. Ci saranno rischi per le prossime missioni su Marte (sebbene siano molto di là da venire), ma fa parte della nostra natura, esplorare. Se vuoi farti il tuo record sulla Terra, per quanto mi riguarda fattelo da solo, non mettere di mezzo altri. Parigi val bene una messa, il K2 non vale uno sherpa.

Kashmir. QUELLE REGIONI STRETTE TRA CINA E PAKISTAN. Marco Gualazzini il 18 Luglio 2023 su Inside Over.

È circondato da monti innevati e il suo nome si perde nella leggenda: è il Kashmir. Per alcuni indica la terra essiccata dall’acqua. Per altri, invece, le zone abitate da Kashyapa, uno dei sette antichi saggi citati nel Ṛgveda. Per altri ancora è l’oceano di confine. Ed è proprio l’idea di confine ad essere il tratto caratteristico del Kashmir, centro in cui si contendono gli interessi indiani, pakistani e cinesi. Oggi come ieri.

“Non avevo mai visto elezioni in Kashmir”, racconta Tousee Raina, sindaco di Baramulla. “Sono nato nella parte storica della città e credetemi: le percentuali di voto erano molto basse. Il popolo del Kashmir soffriva molto, c’era molto terrorismo. Ma adesso è tutto sotto controllo, grazie alle ottime misure adottate dal governo”. Questa regione, infatti, per anni è stata funestata dal terrorismo. I gruppi più attivi sono quelli islamisti, foraggiati dal Pakistan. In particolare Lashkar-e-Tayyaba (LeT), ovvero l’“Esercito del Bene”, e Harkat ul-Ansar. Gruppi che hanno insanguinato la regione per anni, con scopi innanzitutto secessionistici. Strapparla all’India in favore del Pakistan. Eppure, nonostante le tensioni e la continua minaccia terroristica, il Kashmir sta provando ad andare avanti, dotandosi anche di regole sempre più democratiche. “Sono così contento quando le persone vengono da me e dicono: ‘Vogliamo connetterci al processo democratico’. Sentono una sensazione di speranza”, prosegue Tousee Raina. Ma terra di confine non è solo il Kashmir. 

Un’altra area dove si estendono le mire di altri attori regionali, in questo caso la Cina, è l’Himachal Pradesh. Nel 1950 Mao invade questa regione per annetterla alla Cina. Il Dalai Lama fugge e viene soccorso dagli indiani. Prova a organizzare la resistenza e offre una soluzione diplomatica a Pechino. Ma non c’è nulla da fare.

“Sua Santità è stato molto esplicito e chiaro: ‘Nascerò solo in un Paese libero’. Non appena il Tibet è stato occupato illegalmente, l’unico Paese che ci ha contattato è stata l’India”, spiega Rinzin Choedon, presidente di Student for a free Tibet-India. “Anche da parte del governo indiano, è stata molto chiara la posizione che la Cina non ha proprio alcun diritto di scegliere il prossimo Dalai Lama. Quello che noi chiamiamo il vero Panchen Lama, è stato rapito dal governo cinese non appena è stato riconosciuto da Sua Santità. È stato arrestato quando aveva solo sei anni. Ci sono dichiarazioni ufficiali che dicono che sta bene, non vuole essere disturbato. Quindi, che cosa ne deduci?”. Il futuro del Tibet è incerto. La Cina continua a volter dominare l’area. Eppure i tibetani non si fermano: “In questo momento stiamo prosperando”, prosegue Rinzin Choedon, “con tutte le strutture fornite dal governo indiano ora siamo in grado di avere una nostra comunità. Questo ha aiutato immensamente, per mantenere quel fuoco vivo, per combattere per la nostra libertà e per il nostro Paese. L’India è una casa lontana da casa”. 

Ed è qui che si continua a lottare per l’indipendenza. Perché le antiche tradizioni vengano ancora conservate. I piccoli monaci pregano e meditano. Pensando a un futuro incerto. Per il quale sono disposti a lottare.

Marco Gualazzini

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 7 giugno 2023.

Ha ordinato l’omicidio dell’avvocato che aveva chiesto il processo nei suoi confronti. È questa l’accusa mossa, a un mese dall’ultimo arresto, nei confronti dell’ex premier pakistano Imran Khan, finito anche nel mirino del nuovo governo per le marce di protesta anti-esecutivo che hanno scatenato disordini in diverse città del Paese. 

L’ex primo ministro è stato denunciato col sospetto di essere il mandante dell’uccisione di Abdul Razzaq Shar, avvocato freddato da ignoti martedì e che aveva presentato un’istanza all’Alta Corte del Balochistan (BHC) di Quetta, chiedendo l’apertura di un processo per tradimento contro Khan. […]

[…]  mercoledì, l’Alta Corte di Lahore (LHC) aveva concesso la libertà provvisoria a Khan fino al 21 giugno, in un caso nel quale è accusato di frode e falsificazione nella vendita di regali di Stato. E il 31 maggio un tribunale di Islamabad ha concesso a Khan la libertà provvisoria fino al 19 giugno per il caso di frode relativo all’Al-Qadir Trust, vicenda che aveva portato al suo arresto il 9 maggio scorso. […]

 Pakistan, arrestato l'ex premier Imran Khan: si temono disordini nel Paese. Imran Khan è stato arrestato mentre stava comparendo in un tribunale di Islamabad. Adesso c’è il rischio che il Pakistan possa essere travolto dalle proteste. Federico Giuliani il 9 maggio 2023 su su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’arresto di Irman Khan

 Le accuse di corruzione

 I rischi per il Pakistan

Imran Khan, ex primo ministro pakistano, è stato arrestato dai militari mentre si presentava in tribunale, a Islamabad, capitale del Pakistan, per affrontare le accuse in un caso di corruzione. Testimoni oculari hanno raccontato detto che, poco dopo aver varcato il cancello dell'alta corte di Islamabad, Khan è stato bloccato dalle forze paramilitari. "Imran Khan è stato arrestato nel caso Qadir Trust", ha riferito l'account Twitter ufficiale della polizia di Islamabad, riferendosi a un caso di corruzione.

L’arresto di Irman Khan

Il filmato dell'arresto, condiviso dal partito Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) di Khan, mostra decine di membri del personale di sicurezza in tenuta antisommossa portare via l’ex leader a bordo di un furgone.

"Lo stanno torturando" e "lo stanno picchiando", ha detto in un videomessaggio su Twitter la leader del Pti, Musarrat Cheema. Il vicepresidente del Pti, Fawad Chaudhry ha twittato che l'Alta Corte è stata "occupata dai Rangers" e gli avvocati "sono stati sottoposti a torture". Lo stesso partito ha quindi lanciato un appello per manifestazioni di piazza in tutto il Pakistan.

La polizia pakistana ha in seguito confermato l'arresto di Khan. L'ispettore generale Akbar Nasir Khan ha spiegato che è stato arrestato in relazione al fondo al-Qadir e definito "normale" la situazione a Islamabad, aggiungendo che verranno intraprese azioni contro chi trasgredirà. L'al-Qadir University Project Trust vede coinvolti Imran Khan, sua moglie Bushra Bibi e i loro stretti collaboratori Zulfiqar Bukhari e Babar Awan.

Le accuse di corruzione

Secondo i documenti trapelati Khan, Bushra Bibi, Bukhari e Awan avrebbero formato un fondo per istituire "l'Università Al-Qadir" in modo da poter impartire "un'istruzione di qualità" nel Sohawa tehsil di Jhelum. Successivamente, dicono i documenti, gli amministratori hanno firmato un Memorandum d'intesa con una società privata coinvolta nel settore immobiliare per ricevere donazioni da quest'ultima. L'azienda ha assegnato al fondo anche un terreno.

Il caso di corruzione di Khan è uno degli oltre 100 registrati contro di lui da quando è stato estromesso dal potere con una votazione parlamentare, nell'aprile dello scorso anno. Nella maggior parte di questi casi, l'imputato rischia di essere escluso dai pubblici uffici se condannato, con le elezioni nazionali previste per novembre.

I rischi per il Pakistan

Adesso c’è il rischio che il Pakistan possa essere travolto dalle proteste. Ricordiamo che i precedenti tentativi di arrestare Khan dalla sua casa di Lahore avevano provocato pesanti scontri tra i suoi sostenitori e il personale delle forze dell'ordine. E che lo scoppio di eventuali disordini di massa non farebbero altro che peggiorare la situazione del governo nazionale, già ostacolato da una crisi economica che ha lasciato il Paese, per altro dotato di armi nucleari, sull'orlo del default.

Come ha sottolineato Reuters, le lotte intestine politiche sono comuni in Pakistan, dove nessun primo ministro ha ancora adempiuto a un intero mandato e dove l'esercito ha governato per quasi metà della storia del Paese.

L’arresto di Imran Khan ha messo a ferro e fuoco il Pakistan. Giorgia Audiello su L'Indipendente l'11 maggio 2023.

L’arresto dell’ex primo ministro pakistano, Imran Khan, avvenuto martedì 9 maggio durante un’udienza in tribunale con un’operazione dei rangers paramilitari, ha destabilizzato il Paese asiatico che è ora attraversato da violente manifestazioni e forti espressioni di dissenso verso la classe politica. Cosa che ha indotto il governo in carica a schierare l’esercito nella capitale Islamabad. L’ex premier continua ad “agitare” le piazze e a far parlare di sé da quando nell’aprile 2022 è stato destituito attraverso un voto di sfiducia da parte del partito che gli garantiva la maggioranza. La scomoda politica interna promossa da Khan, improntata alla lotta contro la corruzione dilagante nella nazione islamica, e la politica estera non allineata agli interessi statunitensi hanno fortemente contribuito ad estromettere il politico pakistano dalla guida del Paese. Secondo quanto denunciato da lui stesso, infatti, le forti ingerenze statunitensi hanno indotto i politici pakistani a piegarsi alla volontà della Casa Bianca, confermando la subalternità della classe dirigente della nazione. Da quel momento, Khan non ha mai smesso di manifestare – durante quella che è stata chiamata la “lunga marcia” – e di chiedere elezioni anticipate. Proprio durante una tappa della marcia per ottenere nuove elezioni, nel novembre del 2022, l’ex leader aveva persino subito un attentato da parte di un personaggio non identificato.

Pochi giorni fa, invece, è stato arrestato per accuse di corruzione riguardo alla gestione dei terreni e dei fondi dell’Università di Al-Qadir da lui stesso fondata per preparare una nuova classe di statisti che possa affrontare i problemi del Pakistan rinnovando la nazione. Nello specifico, il fondatore del “Pakistan Tehreek-e-Insaf” (PTI – Movimento per la giustizia del Pakistan) è stato accusato di aver concesso favori a Malik Riaz Hussain, un influente magnate del settore immobiliare, al pari di alcuni funzionari dell’università, che in cambio ha ottenuto terreni e donazioni. Al suo arresto sono seguite proteste senza precedenti contro stazioni militari e di polizia in tutto il Pakistan. L’indignazione della popolazione – sostenitrice e solidale con Khan fin dalla sua caduta come primo ministro – è stata tale da indurre alcuni contestatori a saccheggiare la casa di un comandante dell’esercito. A Islamabad, la folla ha cercato di bloccare un’autostrada, mentre a Lahore delle auto parcheggiate vicino alle residenze degli ufficiali militari sono state date alle fiamme. Il messaggio del popolo pakistano è chiaro: è la sfera militare il loro bersaglio, in quanto è proprio quest’ultima una delle componenti istituzionali antagonista dell’ex primo ministro. Non per nulla, lo stesso Khan ha accusato il maggiore generale Faisal Naseer dell’Inter-Services Intelligence (ISI) di aver complottato per assassinarlo lo scorso novembre. Da parte loro, invece, i militari lo accusano di «aver mosso false accuse» contro l’alto funzionario dell’intelligence.

La situazione risulta, dunque, fuori controllo e il governo ha reagito schierando l’esercito nella capitale, nella provincia del Punjab e in altre regioni del nord-ovest del Paese. Ancora più grave è la situazione a Quetta (Balochistan), dove l’esercito ha aperto il fuoco contro la popolazione. Al momento il bilancio degli scontri è di sei morti, con centinaia di persone arrestate: il primo ministro Shahbaz Sharif ha promesso «punizioni esemplari» per i cittadini coinvolti nelle proteste, aggiungendo che «il popolo del Pakistan non ha mai assistito a simili scene». L’esecutivo ha reagito anche attraverso la censura: un canale mainstream, infatti, è stato costretto a chiudere la trasmissione dopo aver mandato in onda un’intervista di uno dei più stretti collaboratori di Khan in cui faceva osservazioni antimilitari, mentre l’Alta corte di Islamabad ha vietato di esprimere messaggi di sostegno sui social media. Ciò non basta, tuttavia, a contenere la folla, la cui stima verso l’ex campione di cricket e carismatico attivista, oltre che politico, cresce di pari passo con la sua persecuzione politica. Dal canto suo, Khan ha negato tutte le accuse, che appaiono quantomeno pretestuose, specie se si considera che la corruzione nel Paese asiatico è all’ordine del giorno e che le autorità in carica hanno fatto tutto il possibile fino ad ora per allontanare l’ex premier non solo dalla politica, ma anche dalla scena pubblica. Secondo la stragrande maggioranza dei cittadini pakistani, infatti, il movente dell’arresto è strettamente politico.

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Subito dopo la sua elezione come primo ministro, infatti, gli USA gli avevano accordato il loro appoggio, ma nel momento in cui l’amministrazione Khan ha cominciato ad avvicinarsi sempre di più verso Russia e Cina attraverso accordi diplomatici, commerciali e infrastrutturali, il favore della potenza a stelle e strisce è venuto meno: lo storico alleato statunitense, infatti, stava scivolando pericolosamente verso le potenze rivali, sebbene l’obiettivo dichiarato del capo del PTI fosse quello di rendere indipendente il Pakistan. Sul fronte interno, invece, la politica anticorruzione promossa dall’ex primo ministro gli ha inimicato parte della classe dirigente del Paese.

Non è un caso, dunque, che dopo averlo sfiduciato, alcune componenti dello “stato profondo” pakistano abbiano deciso di infangarlo accusandolo proprio di corruzione, ossia ciò che sosteneva di voler combattere. Le accuse, tuttavia, non sono ancora suffragate da prove concrete e la popolazione è sempre più convinta che Khan sia vittima di un sistema politico putrescente che non fa gli interessi del Paese. Per questo, con l’arresto dell’ex capo pakistano, la crisi politica, istituzionale e finanziaria di Islamabad è giunta a un punto di non ritorno che preoccupa non poco l’attuale governo. [di Giorgia Audiello]

Liberato l'ex leader del Pakistan. La corte suprema: "Illegale l'arresto di Imran Khan". La Corte suprema del Pakistan ha definito "illegale" l'arresto dell'ex primo ministro Imran Khan e ordinato il suo "rilascio immediato". Federico Giuliani su Il Giornale l'11 Maggio 2023

Tabella dei contenuti

 L’arresto di Khan è illegale

 Scontri e violenze

 Situazione delicata

La Corte Suprema del Pakistan ha giudicato illegale l'arresto di Imran Khan. I giudici hanno esaminato la richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa dell'ex primo ministro, accusato di corruzione, e ne hanno ordinato il rilascio. L'annuncio è arrivato, tra l’altro, poche ore dopo che un tribunale aveva deciso che Khan poteva essere trattenuto per otto giorni. Nel frattempo, in numerose città del Paese si sono verificati violenti scontri tra i sostenitori del leader e le forze dell’ordine.

L’arresto di Khan è illegale

"L'arresto non è valido e l'intero processo deve essere rivisto", ha detto il giudice capo della Corte Suprema, Umar Ata Bandial. Ricordiamo che, lo scorso 9 maggio, Khan era stato arrestato dai militari mentre si stava presentando in tribunale, a Islamabad, capitale del Pakistan, per affrontare le accuse di corruzione.

Testimoni oculari hanno raccontato che, poco dopo aver varcato il cancello dell'alta corte di Islamabad, l’ex primo ministro era stato bloccato dalle forze paramilitari. "Imran Khan è stato arrestato nel caso Qadir Trust", si poteva leggere sull'account Twitter ufficiale della polizia di Islamabad, con il riferimento ad un caso di corruzione.

Scontri e violenze

A Ginevra intanto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk ha invitato le forze di sicurezza pachistane a "mostrare moderazione" e ha chiesto ai manifestanti di "astenersi da ogni violenza".

"Libertà di espressione, riunione pacifica e stato di diritto sono fondamentali per risolvere le controversie politiche, l'uso sproporzionato della forza non ha diritto di esserci", ha twittato Turk, mentre proseguono gli arresti dei sostenitori di Imran Khan, dopo due giorni di violente proteste scatenate dal suo arresto.

La Bbc ha scritto che almeno 10 persone sono state uccise e 2.000 arrestate da quando l’ex leader è stato detenuto. L'arresto, tra l’altro, ha intensificato le crescenti tensioni tra Khan e i militari.

Situazione delicata

Il partito Tehreek-e-Insaaf di Khan aveva definito il suo arresto un "rapimento" e aveva inoltre promesso di opporvisi in tutti i modi. Il ministro dell'Interno pakistano, Rana Sanaullah, aveva tuttavia spiegato che l’ex primo ministro era stato arrestato in relazione a un caso presentato al tribunale anti-corruzione del Pakistan, a cui Khan non aveva partecipato.

Anche altri leader del partito di Khan sono stati arrestati nel corso di questa settimana. Si tratta del portavoce Fawad Chaudhry e dell'ex ministro degli Esteri Shah Mahmood Qureshi, entrambi fermati con l'accusa di "incitamento a protestare in modo violento e a incendi dolosi nell'ambito di un piano ben orchestrato per minaccia la pace".

A proposito dei disordini, la polizia ha confermato sui social media che è stato schierato l'esercito, invitando donne e bambini a restare in casa. Le strade di Islamabad, solitamente molto trafficate, risultano praticamente vuote e i negozi sono chiusi, mentre le autorità hanno bloccato le strade per aumentare il livello di sicurezza presso i siti militari e del governo. E questo anche dopo l'attacco condotto dai sostenitori di Khan contro la casa di un alto ufficiale dell'esercito.

Le turbolenze politiche si addensano mentre il Paese continua ad essere impantanato in una crisi economica. Gli analisti avvertono che si stanno erodendo le speranze che la nazione asiatica possa ottenere un pacchetto di salvataggio vitale dal Fondo monetario internazionale.

Pakistan, morto a Dubai l’ex presidente Musharraf. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera il 5 Febbraio 2023.

L’ex generale era in cura per una lunga malattia. Il colpo di Stato nel 1999 e la destituzione nel 2008

È morto questa notte a Dubai l’ex presidente del Pakistan Pervez Musharraf . Aveva 79 anni. Si trovava nella città degli Emirati da tempo per sottoporsi alle cure di una lunga malattia, dopo anni di esilio volontario dal proprio Paese seguiti alla destituzione del 2008.

L’annuncio è stato dato dalle forze armate del Pakistan e dalla delegazione diplomatica di Islamabad negli Emirati Arabi Uniti. Nel 1999 Musharraf, allora generale dell’esercito, aveva condotto un golpe senza spargimenti di sangue ed era rimasto al potere come presidente per un decennio.

Addio a Pervez Musharraf l'ex presidente pakistano. Salì al potere con un colpo di Stato, poi l'esilio. Redazione il 6 Febbraio 2023 su Il Giornale.

È morto in un ospedale di Dubai, dove era ricoverato dopo una lunga malattia, l'ex presidente del Pakistan Pervez Musharraf. Aveva 79 anni. Fu presidente dal 2001 al 2008 e autore del colpo di stato del 1999.

Musharraf era salito al potere con un colpo di stato che rovesciò il governo di Nawaz Sharif nel 1999. Nel 2008 si dimise per evitare l'impeachment, la messa in stato di accusa del presidente. Da allora ha trascorso la maggior parte del suo tempo in esilio autoimposto nel Regno Unito e in Medio Oriente.

Musharraf fu alleato chiave degli Stati Uniti all'indomani degli attacchi dell'11 settembre, il suo periodo al potere divenne noto per l'oppressione e le dilaganti violazioni dei diritti umani, specialmente negli ultimi anni. Nel 2007 sospese la Costituzione, impose la legge marziale, destituì il giudice capo della corte suprema e arrestò attivisti e avvocati, provocando proteste di massa. Dopo le dimissioni nel 2008, Musharraf è tornato dall'esilio autoimposto nel marzo 2013 nel disastroso tentativo di contestare un seggio alle elezioni generali di quell'anno. I procedimenti legali per alto tradimento contro di lui sono iniziati nel 2014, ma nel 2016 Musharraf è stato autorizzato a lasciare il paese per motivi medici.

Il 17 dicembre 2019, un tribunale speciale lo ha dichiarato traditore e lo ha condannato a morte in contumacia per aver abrogato e sospeso la costituzione nel novembre 2007. Il gruppo di tre membri del tribunale speciale che ha emesso l'ordine è stato guidato dal Presidente della Corte Suprema dell'Alta Corte di Peshawar, Waqar Ahmed Seth. Fu il primo generale dell'esercito pakistano ad essere condannato a morte. Gli analisti non si aspettavano che Musharraf affrontasse la condanna data la sua malattia e il fatto che Dubai non ha un trattato di estradizione con il Pakistan.

Musharraf ha impugnato il verdetto, e il 13 gennaio 2020 l'Alta Corte di Lahore ha annullato la condanna a morte contro di lui, dichiarando incostituzionale il tribunale speciale che ha tenuto il processo. Il verdetto unanime è stato emesso da un collegio di tre membri dell'Alta corte di Lahore . La corte ha stabilito che l'accusa di Musharraf era politicamente motivata e che i crimini di alto tradimento e sovversione della Costituzione erano «un reato comune» che «non può essere commesso da una sola persona».

Fabio Giovoni per l’ANSA il 6 febbraio 2023.

Pragmatico fino all'estremo, contraddittorio, ambiguo, l'ex generale golpista divenuto presidente del Pakistan per quasi un decennio Pervez Musharraf, morto a 79 anni a Dubai per una malattia che combatteva da tempo, è una delle figure più controverse della storia pachistana e forse della storia recente.

 Nato a Delhi nel 1943 prima dell'indipendenza dell'India da Londra e della contestuale separazione dal Pakistan, Pervez Musharraf si trasferì con la famiglia a Karachi da bambino e lì intraprese la carriera militare. Legittimato sulla scena internazionale dalla decisione di allearsi con l'America di George W. Bush e l'Occidente e di prendere parte nella Guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, il generale Musharraf aveva così cercato di consolidare il suo potere e di far dimenticare che solo due anni aveva preso il potere con un colpo di stato militare, non sanguinoso, estromettendo il democraticamente eletto Nawaz Sharif. E di essersi autoproclamato presidente circa un anno dopo.

Più odiato che amato in patria, nel periodo a capo del suo Paese, dal 1999 al 2008, Musharraf ha dato impulso con politiche di tipo liberista all'economia del suo Paese, che tuttavia resta fra i più poveri dell'Asia.

Sopravvissuto a tre tentativi di assassinarlo da parte dei talebani, ha compresso le libertà e i diritti civili negli anni della Guerra al terrore, caratterizzati da violente campagne militari nelle aree tribali a maggioranza Pashtun al confine con l'Afghanistan, terreno di coltura dei Talebani tanto pachistani quanto afghani.

E anche da frequenti sparizioni di oppositori politici e di presunti estremisti politici (questi ultimi per lo più consegnati agli americani come "estraordinary rendition" finiti a Guantanamo).

 Ma alcuni esperti ritengono che sotto di lui le libertà democratiche siano cresciute come mai prima, compresa una proliferazione di media indipendenti prima sconosciuti. Ha collaborato da stretto alleato dell'Occidente contro l'estremismo islamico, favorendo i movimenti delle forze Nato attraverso il confine e autorizzando basi aeree americane. Ma gli esperti osservarono che la politica di Islamabad nei confronti dell'Afghanistan conservò tutta l'ambiguità di un tempo: Musharraf è accusato di tacita acquiescenza con i Talebani afghani, in funzione anti-indiana.

Secondo i critici, ha due volti anche la politica di Musharraf nei confronti dell'arcinemica India, con la quale ha avviato un periodo di distensione, durante il quale però il terrorismo islamico e irredentista del Kashmir conteso in terra indiana ha raggiunto picchi assoluti. Ma è in particolare la sospensione di molte libertà costituzionali e soprattutto la guerra interna all'estremismo islamico gli alienò le simpatie di grandi fasce della popolazione.

 La morte della rivale ed ex premier Benazir Bhutto nel 2007 - la prima e ultima donna al potere in Pakistan - durante un comizio elettorale, uccisa dal corpetto esplosivo di un talebano kamikaze, gli valse l'accusa di non aver fatto nulla per prevenirla, se non di averla favorita. La successiva proclamazione dello stato d'emergenza, poi revocato, favorì solo lo scivolo di Musharraf verso la sconfitta nelle elezioni del febbraio 2008, vinte da Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, sotto al quale fu avviata una procedura d'impeachment nei confronti del 'dittatore' Musharraf per aver violato la costituzione e per corruzione.

Dopo un fallimentare ritorno nel 2013 per competere nelle elezioni di quell'anno e dopo essere stato autorizzato a recarsi a Dubai per curare la sua malattia, nel 2019 fu condannato a morte in contumacia per 'alto tradimento' da un tribunale speciale per aver sovvertito e poi sospeso la costituzione nel 2007, quando fece arrestare il ministro della giustizia e licenziando 15 giudici costituzionali e altri 65 giudici provinciali durante lo stato d'emergenza. La sentenza fu annullata nel 2020, ma lui restò in esilio a Dubai, dove oggi si è arreso all'amiloidosi, una malattia degenerativa degli organi. Solo ora potrà tornare nel suo Pakistan per riposare.

Pakistan, droga e armi: l'oscura verità sullo Stato islamico. Marco Respinti su Libero Quotidiano il 25 dicembre 2022

«As-salamu 'alaykum», cioè «la pace sia su di voi», è il saluto che tutti i musulmani rivolgono a tutti i musulmani tranne alcuni musulmani nel Pakistan musulmano. Nella «Terra dei puri» (questo il significato di «Pakistan» in urdu e persiano) dove le minorenni vengono rapite, impalmate da barbablù parecchio agé e convertite a forza se di credo diverso, dove la legge sulla blasfemia è un'arma politica micidiale e dove le malefatte del potente alleato cinese contro i musulmani uiguri vengono taciute o persino giustificate, in questo Pakistan fatto così gli aderenti al movimento islamico Ahmadiyya non possono nemmeno dare la pace agli altri.

Qadian, nel Punjab indiano, poco meno di 21mila abitanti, è la loro città santa, ma il movimento esiste in 196 Paesi. Ha strutture, emittenti televisive con programmi in svariate lingue, convention annuali, persino scismi interni ed è famoso per l'aiuto ai poveri a fronte di catastrofi naturali o durante le pandemie come quella del Covid. Soprattutto gli Ahmadi sono indistinguibili dagli altri musulmani. Credono che Allah sia Dio, Maometto il suo profeta e il Corano il suo verbo come tutti i musulmani. Come tutti i musulmani credono nei cinque pilastri dell'islam e non scomunicano chi non appartiene al loro movimento. E allora perché il Pakistan li perseguita? Qui a Qadian me lo spiega Tariq Ahmad, responsabile della comunicazione internazionale. 

«ERETICI» - Il movimento è stato fondato nel 1889 dall'apologeta islamico Mirza Ghulam Ahmad (1835-1908). Interpretando le profezie di Maometto, nella cui scia vuole porsi fedelmente, si è definito sia Messia sia Mahdi (il profeta della fine dei tempi) giunto, sempre secondo l'annuncio di Maometto, per restaurare la fede seguendo la missione di Gesù (tant' è che a Torino è in atto una seria collaborazione fra gli Ahmadi e il Centro internazionale di studi sulla Sindone). Una parte del clero musulmano ha sempre screditato gli Ahmadi sul piano teologico, ma dal 1974 il Pakistan ne ha fatto un caso politico, primo e unico Paese a dichiarare eretico questo movimento. A parte il fatto che nessuno nell'islam ha l'autorità magisteriale per mettere il bollino rosso sugli Ahmadi (o su altri gruppi islamici), gli studiosi indipendenti e non musulmani documentano come nulla in questo movimento possa essere decretato non-musulmano. Eppure in Pakistan le donne degli Ahmadi vengono sbeffeggiate, le loro moschee vandalizzate e le tombe dei loro morti dissacrate. Per richiedere il passaporto tutti i cittadini pakistani debbono indicare la propria appartenenza religiosa, ma agli Ahmadi doppia razione: debbono scrivere pure che il loro fondatore è «un impostore» e i suoi seguaci «non -musulmani».

Magari quel passaporto serve agli Ahmadi per arrivare in India, dove invece vivono liberamente. «Qui sono musulmano», ironizza Tariq Ahmad, «ma se passo la frontiera sono un eretico».

IL CONFINE - Ora, quel confine è un recinto di metallo e filo spinato lungo 3300 chilometri, 500 dei quali corrono nel Punjab bisecato dalla partizione che nel 1947 fece delle regioni indiane occidentali a maggioranza islamica il nuovo Stato pakistano (e analogamente creò a est il Pakistan orientale, poi divenuto, passando per il genocidio dei bengalesi per mano pakistana nel 1971, l'attuale Bangladesh). I fari illuminano la barriera h24, 7/7 perché l'India teme il Pakistan. Dall'altra parte invece non ci sono muri, perché il Pakistan dall'India non teme nulla. 

A 60 chilometri sud-ovest della Qadian degli Ahmadi, lungo la National Highway 54, sorge Amritsar (quasi 1 milione di abitanti), altra città santa di un'altra importante comunità religiosa indiana, i Sikh, anch' essi olimpionici di carità, che non chiede certificati di religione o classe. Poco prima del calare del Sole le strade si gremiscono di veicoli e motorette che sfrecciano verso il valico di frontiera di Attari, una trentina di chilometri ancora oltre. L'ammainabandiera si trasforma ogni giorno in una sceneggiata che National Geographic ha messo in un documentario.

La gente tifa sugli spalti come allo stadio e gli adolescenti ballano sul selciato come in discoteca. La Border Security Force indiana (prestano servizio armato anche le donne) e i Ranger del Pakistan inscenano una danza di guerra. I frontalieri rientrano e i cancelli si chiudono fra musica e digrignar di denti. Sì, Bollywood: ma se in nessun'altra frontiera del mondo accade una cosa così, una ragione ci sarà.

MURI ED EROINA - Me lo spiegano alla Guru Nanak Dev University di Amristar. Gestita dal governo, è il vicecancelliere (il rettore), Jaspal Singh Sandhu, a raccontarmene l'eccellenza. Tiene però a sottolineare un dato. «Il mio primo atto, quando sono stato nominato nell'agosto 2017», mi dice, «è stato alzare i muri di cinta, confinare tutte le auto in due parcheggi periferici e provvedere internamente al fabbisogno diretto e indiretto degli studenti». No, non è un manettaro: è così che Sandhu ha vinto la droga sul campo e nel campus.

Eroina e pasticche sintetiche da poche rupie qui sono un flagello. Me lo mostrano nell'Aas Kiran Drug Counselling & Rehabilitation Centre di Hoshiarpur (quasi 170mila persone), che contende i 20enni, ma pure le 14enni, al nulla. Ci riesce circa nel 30% dei casi, il resto è rovina.

Il Pakistan dei matrimoni-stupri delle giovinette e della persecuzione religiosa è infatti lo stesso Pakistan che invade il Punjab indiano di polvere di morte e di armi per i terroristi musulmani "buoni" a differenza degli Ahmadi musulmani "cattivi". La guerra aperta all'India il Pakistan non se la può permettere né economicamente né militarmente, ma a sabotare il presente (la difesa eccezionale dei confini è costosissima) e il futuro (la droga ammazza i giovani) dell'immenso vicino è bravissimo. Sono stati scoperti tunnel, ma il fenomeno più notevole sono i droni di ultima generazione.

La stampa indiana pubblica di continuo le fotografie di armi automatiche, munizioni e polvere bianca calata dall'alto dagli aerei senza pilota i cui numeri di matricola riconducono direttamente al governo di Islamabad.

Visito una postazione di sorveglianza, gli agricoltori vengono scortati dai servicemen armati. Ogni tanto ci scappa l'incidente. Mi torna improvvisamente in mente che Osama bin Laden fu abbattuto nella Abbottabad pakistana a 1,3 km dalla West Point pakistana. Ma soprattutto capisco perché a Delhi il mio taxi viene sempre fermato alla sbarra dell'hotel per il controllo del bagagliaio e del vano motore, con tanto di perlustrazione antimina sotto la scocca.

La Mafia.

Le Donne.

Le Disgrazie.

L’Economia.

I Politici.

Gli scandali.

I Ricchi.

La Demografia

La Mafia.

La "casta" dei mafiosi si sta prendendo l'India. Una famiglia di criminali è il segno dell'epoca Kali Yuga, dominata da materialismo e violenza. Luca Crovi il 2 Agosto 2023 su Il Giornale.

«Mi oppongo alla violenza perché, quando sembra produrre il bene, è un bene temporaneo; mentre il male che fa è permanente». La filosofia di vita del Mahatma Gandhi è opposta da quella incarnata dai protagonisti di un eccellente noir, L'età del male (Einaudi, pagg. 648, euro 22, traduzione di Alfredo Colitto) di Deepti Kapoor che racconta l'ascesa criminale della famiglia Wadia. Questa dinastia ha ramificato e stratificato il male nella nuova India capitalistica, un Paese che non è di certo «per vecchi», né un luogo dove le tradizioni vengono rispettate, bensì una giunga popolata da belve umane.

L'età del male non è il primo romanzo che ci descrive il malessere di una nazione che oggi ha assunto un'identità oscura. Le dodici domande e I sei sospetti di Vikas Swarup (editi da Guanda), Shantaram di Gregory David Roberts (Neri Pozza) e La tigre bianca (Einaudi) di Aravind Adiga hanno già messo il dito nella piaga ed evidenziato le contraddizioni e mostrato le ferite aperte di una società che non ha eliminato le distinzioni di casta e le diseguaglianze sociali e dove la gente, negli ultimi tempi, ha imparato a legalizzare loschi traffici e omicidi. L'occhio di Deepti Kapoor nel raccontare il suo Paese è acuto e il suo stile è secco e diretto, tanto da somigliare a un reportage o a una docufiction (non a caso molti fatti reali sono celati dietro quelli immaginari del libro). Forse per questo l'autrice ci racconta fra le altre peripezie anche quelle di una reporter del Delhi Post che decide di mettersi alle calcagna della famiglia Wadia per carpire i segreti del loro impero. La giovane Neda scoprirà che il loro dominio è stato basato grazie alla speculazione edilizia, alle miniere, agli zuccherifici, ai trasporti. E lei si lascerà abbagliare dal mondo del male.

Seguiamo inoltre le vicende dei due grandi boss Bunty e Vicky che gestiscono gli affari della famiglia in città e in campagna, ma anche quelle del crudele e triste rampollo Sunny e del suo autista Ajay. È il punto di vista di quest'ultimo quello che apre la storia. Ha appena investito per strada cinque derelitti, fra i quali una donna incinta e suo marito, e la polizia lo ha trovato al volante di una Mercedes non sua, ma appartenente a un famoso giocatore di polo. Ajay è ben vestito, profumato, pieno di soldi e ubriaco marcio di whisky. Viene spedito nel penitenziario di Tihar e fin dal suo arrivo scopre che la sua sopravvivenza laggiù non sarà facile. La condanna sembra per lui sicura e i giornali lo hanno già giustiziato mediaticamente. Le gang in carcere lo aggrediscono e deve sopravvivere a violenti pestaggi. È una belva in gabbia e ferita.

Eppure, quando gli inquirenti scoprono che Ajay è legato alla famiglia Wadia la ruota gira e il suo destino muta. Perché non c'è niente che quella banda non possa comprare e mettere a tacere, né nei sobborghi dei villaggi dell'Uttar Pradesh né per le vie di Nuova Dehli. I Wada coltivano il vizio della violenza e ne hanno fatto la loro ragion d'essere. Perché l'India è ormai per loro un luogo senza leggi e senza dèi. Qui le ingiustizie millenarie non sono mai state cancellate e i colonialisti hanno seminato odio e divisioni, hanno cancellato miti e tradizioni facendo capire agli indiani che soltanto violenza e corruzione possono produrre potere e soltanto le nuove caste possono arrivare a gestirlo.

Quello che Deepti Kapoor ci descrive è il «Kali Yuga», ovvero la nuova epoca del declino spirituale in cui i desideri degli uomini diventano insaziabili e la crudeltà, assieme al vizio, è sovrana. Il male non è quindi banale o casuale, ma diventa uno status sociale di sopravvivenza e per mantenerlo attivo bisogna compiere azioni innominabili, come quelle a cui i Wadia sono abituati per mantenere la forza del loro impero. In particolare il giovane Sunny ha scoperto che la vera vita per i rampolli delle nuove gang non consiste più nelle feste nei villaggi, ma nei grandi party di città pieni di donne, alcool, droga. Lui e i suoi amano essere trattati come i ricchi stranieri, girano con macchine di lusso, frequentano locali esclusivi: «spendono. Vogliono tutti i comfort e non coltivano il romanticismo della miseria».

Speculare al racconto de L'età del male è sicuramente il film-documentario Mumbai Mafia: lotta alla criminalità organizzata in India (prodotto nel 2023 da Morgan Matthews e Sophie Jones e diretto da Raaghav Dar e Francis Longhurst) disponibile sul canale Netflix che racconta attraverso interviste e ricostruzioni gli scontri tra la polizia di Mumbai e la mafia indiana capitanata da Dawood Ibrahim, Abu Salem e altri criminali. La connivenza con i poteri politici e la corruzione presente (anche in parte delle forze dell'ordine) aveva prodotto nella città un clima di violenza e insicurezza intollerabile che portò alla decisione di creare una vera e propria task force chiamata «i poliziotti dell'incontro» che potesse combattere autonomamente i criminali facendo un uso speciale delle armi da fuoco e applicando tecniche di arresto che non permettessero nessuno scampo alle gang.

Valigetta e fucile, la mafia indiana nella trilogia del male scritta da Deepti Kapoor. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera lunedì 31 luglio 2023.

Ricchezze immense costruite (anche) grazie alla violenza, lusso sfrenato e sesso: così una scrittrice racconta il lato oscuro del suo Paese. Che un po’ ci somiglia... 

Dawood Ibrahim, 67 anni, qui negli Emirati Arabi, è un gangster e un mafioso indiano, boss della droga a capo della organizzazione D-company

Dimentichiamo i placidi ashram e i fiori di loto, l’hatha yoga e le tigri vegetariane. Dimentichiamo Krishnamurti e Yogananda, il mahatma Gandhi e i suonatori di sitar. Dimentichiamo ciò che vorremmo che l’India fosse, il depliant del nostro tour operator, il blog on the road dei fricchettoni con la GoPro, e apriamo gli occhi su ciò che l’India è. O, almeno, su una delle sue molteplici vedute, una di quelle assai poco turistiche e molto concrete che, proprio per questo, reclamano qualcosa in più delle tre pagine di un depliant. Reclamano quello spazio, quell’ampiezza di trattazione che soltanto un libro può restituire a dovere. L’età del male (Einaudi), della scrittrice Deepti Kapoor - originaria di Moradabad, nello stato dell’Uttar Pradesh - ci parla di un’India violenta, affarista, prevaricatrice, dove la linea di confine tra la mafia, la politica e l’imprenditoria si assottiglia a tal punto da rendere quasi impossibile una definizione accurata dei ruoli sociali.

DAWOOD IBRAHIM, MAFIOSO INDIANO, È BOSS DELLA DROGA A CAPO DI UNA ORGANIZZAZIONE DA LUI CREATA NEGLI ANNI 70 A MUMBAI. E’ RICERCATO IN TUTTO IL MONDO PER OMICIDIO, ESTORSIONE, TRAFFICO DI DROGA E TERRORISMO 

The Guardian ne ha parlato come della risposta indiana a Il Padrino. Ma lei, l’autrice, ha letto il romanzo di Mario Puzo solo dopo aver pubblicato il proprio, proprio perché i giornalisti continuavano a tirarlo in ballo. In questo romanzo, primo di una trilogia, la potentissima famigli’a dei Wadia controlla enormi settori industriali, specula nell’edilizia, impone le proprie regole, si prende ciò che vuole, intere vite, intere famiglie, interi destini, risputandone l’osso. Il rampollo di famiglia è Sunny. Con lui, la giornalista Neda stringe un legame ambivalente, giocato sul filo sottile che separa intimità e doveri professionali e che si dipana in una nazione molto più complessa - e anche tetra, ma non per questo meno seducente - di quanto certa mistica dozzinale e stereotipata sia riuscita negli anni a rappresentare.

Altro personaggio centrale, che fa propria la pagina, è quello di Ajay, autista e factotum, povero figlio di poveri. Anche con lui, come con gli altri protagonisti, la penna di Kapoor riesce a farsi sonda e termometro, a sezionare la società indiana e riuscendo nel difficilissimo compito di rivelarne gli anfratti più bui senza per questo doverli illuminare. (sopra e qui sotto le locandine di due serie tv dedicate ai mafiosi indiani) 

I Wadia sono un universo criminale, governano vite e intere economie. Hanno fondato il loro potere nel sangue eppure ora sono la vita stessa della nazione. Il tuo romanzo è un viaggio nel cuore di tenebra dell’India?

«I Wadia sono al centro di una piccola ma importante parte della nazione, una regione dell’India settentrionale soprannominata cow belt . Anche se altre parti del Paese hanno le loro mafie e criminalità, i Wadia non rappresentano tutta l’India. Ciò che succede in Bengala, Maharashtran, a Goa, in Kerala e in Tamil, in Kashmir, Himachal, Ladakh e Punjab, e in molti altri posti, è diverso rispetto a quanto accade nel mondo del mio romanzo. È utile pensare all’India come a un insieme di stati con un senso (sempre più contestato) di omogeneità nella diversità, come in Europa. A pensarci bene, l’Italia è probabilmente uno specchio abbastanza fedele, una nazione omogenea ma costituita da Stati diversi, ognuno con un dialetto e una cultura che li distingue dal resto del Paese».

«SAREBBE INGENUO CREDERE CHE LA MALATTIA, LA CRIMINALITÀ PROVENGA DALL’ESTERNO. LA MALATTIA È NEL CORPO DELLA NAZIONE, E LA NAZIONE È FATTA DI MENTI E CUORI UMANI» 

«Il mio romanzo ha a che fare con la criminalità della cow belt , dell’India settentrionale. Nello specifico, Uttar Pradesh e Delhi, ma anche Bihar, Madhya Pradesh, Haryana, Jharkhand, Chhattisgarh e Rajasthan. La famiglia dei Wadia controlla, estorce, influenza attraverso la fedeltà politica e gli affari. Loro sanno bene che nulla dura per sempre, tranne il sistema, the game : che ruoti attorno a questioni antiche (casta - varna e jati) o nuove (denaro), quello che resta al centro è sempre il potere. Per molti indiani, il romanzo afferma ciò che tutti già sanno, ciò che è davanti ai loro occhi ogni giorno. Non ho svelato niente, non ho scoperchiato alcun marciume nascosto. Non c’è un modo chiaro per venirne a capo. Quando una famiglia Wadia viene distrutta, un’altra famiglia o un altro gruppo è pronto a prendere il suo posto. Sarebbe ingenuo credere che la malattia provenga dall’esterno. La malattia è nel corpo della nazione, e la nazione è fatta di menti e cuori umani».

Mafia è una parola italiana. Forse la più conosciuta del mondo perché descrive in sintesi ciò che esiste ovunque. Organizzazione, sangue, regole (non leggi). In India la mafia è potentissima. Perché nel mondo si parla cosi poco di mafia indiana? Perché non esiste una vera cultura antimafia in India?

«Bella domanda. Una delle ragioni è che le mafie in India, specialmente nella mia regione, agiscono localmente. C’è la mafia della sabbia, la mafia della terra, la mafia del legname, la mafia dei liquori ecc... Business, racket, prove di forza all’interno dei rispettivi confini. La seconda ragione è che l’India, per molte persone in Occidente, è una terra mistica ed esotica, e c’è un grande desiderio che rimanga nell’immaginario un luogo di spiritualità piuttosto che di criminalità. Molte persone che ho incontrato semplicemente non vogliono sentir parlare di questo tipo di India, perché cozza col loro bisogno di avere uno spazio nel mondo in cui possa radicarsi il loro immaginario spirituale».

DEEPTI KAPOOR HA RACCONTATO LA STORIA DELLA POTENTISSIMA (E IMMAGINARIA) FAMIGLIA WADIA: «L’INDIA SOMIGLIA ALL’ITALIA». E LA LEGALITÀ «È SPESSO GRIGIA E FANGOSA»

«Bisogna anche dire che spesso è difficile distinguere un fenomeno mafioso da un business legale, perché la legalità è spesso grigia e fangosa. Tra un mafioso, un politico e un potente uomo d’affari capita che non ci sia molta differenza. Nel 2019, il 43% dei parlamentari indiani aveva procedimenti penali pendenti a proprio carico. I criminali hanno a lungo controllato la politica indiana. Probabilmente è iniziato nel 1969 quando Indira Gandhi vietò il finanziamento di privati ai candidati alle elezioni, costringendo coloro che cercavano il potere a ottenere finanziamenti da fonti clandestine».

«PER I POVERI È MOLTO DIFFICILE ACCEDERE AI BENI PUBBLICI. IN ALCUNI STATI, I NEGOZI GOVERNATIVI NON FORNISCONO IL NECESSARIO, ANCHE SE SI POSSIEDE LA TESSERA ANNONARIA... È QUI CHE SI INSERISCE IL POLITICO DISONESTO MA ESPERTO»

«Per i poveri è molto difficile accedere ai beni pubblici. In alcuni Stati, i negozi governativi non forniscono il necessario, anche se si possiede la tessera annonaria - e troppi tra i poveri non ce l’hanno. Gli insegnanti non si presentano a scuola. La polizia non registra reati e prevaricazioni, soprattutto se commessi da ricchi e potenti. Gli ospedali pubblici non dispongono di personale adeguato e le medicine che dovrebbero essere gratuite non sono disponibili. È qui che si inserisce il politico disonesto ma esperto».

«NEL 2019, IL 43% DEI PARLAMENTARI INDIANI AVEVA PROCEDIMENTI PENALI PENDENTI A PROPRIO CARICO... IL NESSO CRIMINALE TRA POLITICA E AFFARI È STATO ECLATANTE PER MOLTI ANNI. MA DALL’ARRIVO DI MODI NON SE NE PARLA PIÙ»

Deepti Kapoor, 43 anni, è una giornalista e scrittrice indiana nata a Moradabad, nell’Uttar Pradeshm

«I poveri non hanno il denaro per acquistare, ma dispongono del voto, un bene a cui il politico è molto interessato, così il politico blandisce l’elettore con piccole elemosine, un lavoro qui, un permesso là, e così facendo ottiene il suo favore. È chiaro che esistono anche politici onesti, ma quello furbo, di strada, è più bravo a far girare le ruote della burocrazia. In India, per prosperare nella vita, in politica, negli affari, servono soldi e muscoli. E questo è universalmente riconosciuto».

Puzo, Talese, Scorsese sembrano essere i tuoi riferimenti narrativi, mentre Misha Glenny, Moises Naim sono autori di saggi che immagino tu conosca. Come ti documenti prima di scrivere un libro?

«Onestamente, ho letto Puzo quando il romanzo era già stato scritto, e proprio perché la gente continuava a paragonarli. Sunny non è un richiamo a Sonny del Padrino , ma solo un nome comune nel nord dell’India. Non conosco particolarmente nemmeno Talese, Glenny o Naim. Scorsese forse inconsciamente, perché è inevitabile. Le mie influenze o riferimenti espliciti sono i film di Jia Zhangke, Jacques Audiard, Hou Hsiou Hsien, Bresson, Kurasawa, la scrittura di Bolaño, Dostoevskij e la saggistica indiana come When crime pays di Milan Vaishnav e Feast of Vultures di Josy Joseph. Tutti riferimenti maschili, è vero, ma per tutta la vita sono stata accusata, nel bene e nel male, di pensare o comportarmi come un maschio. Ad ogni modo, penso sia importante ribadire che la vita è venuta prima, e che tutto è stato filtrato attraverso i miei occhi e le mie orecchie. Mi sono trovata nella posizione perfetta per scrivere questo romanzo».

«I MIEI GENITORI ERANO BORGHESI, SONO ANDATA A SCUOLA CON I FIGLI DI QUELLI CHE SAREBBERO DIVENTATI I SUPER RICCHI: NON LI SPIAVO, ERO UNA DI LORO»

«Ho frequentato gente potentissima perché siamo andati a scuola insieme (sono stata mandata lì per sfuggire alla Guerra del Golfo - mio padre aveva un incarico alla Banca di Stato in Bahrain). Venivo da una famiglia borghese liberale e agiata, per niente povera, ma neanche ricca, per gli attuali standard dell’India. Ho frequentato persone immerse nel nuovo lusso, o meglio, ho frequentato i figli di quelli che sarebbero diventati molto presto super ricchi, una volta che l’economia fosse stata liberalizzata. A vent’anni ero una di loro ma, diversamente da loro, ero una giornalista di giorno e una festaiola di notte. Frequentavo le loro case e luoghi lussuosi riservati ai vip, poi, al mattino, tornavo a casa oltre il fiume da mia madre e mia nonna - in una casa sprofondata nel dolore, con tristi storie alle spalle. Non ero una giornalista infiltrata. Non covavo un ardente desiderio di giustizia. Non stavo spiando. Ero una di loro, pronta come loro a finire nei casini. E l’idea iniziale del romanzo era qualcosa di simile a un Il grande Gatsby ambientato a Delhi, focalizzato su Tom e Daisy e su come distruggono vite. L’idea iniziale è nata guardando il vero Sunny giocare con la vita di qualcuno, una notte, mentre contava sul fatto di potersi nascondere dietro la propria ricchezza, il proprio potere. È stato allora che mi sono resa conto di non voler più essere testimone o complice». 

«IL PADRINO DI MARIO PUZO L’HO LETTO SOLO DOPO AVER SCRITTO IL LIBRO. IO MI SONO ISPIRATA A KUROSAWA E DOSTOEVSKIJ»

Il tuo romanzo è il racconto di come la miseria alimenti gli eserciti di criminali che in realtà sono borghesie industriali: il loro capitale è fondamento dei capitali legali. Il capitalismo è ormai tutto criminale, e guardando l’India sembra evidente. Il libro sembra raccontarlo in modo chiaro. È questo che pensi?

«Il nesso criminale tra politica e affari è stato per molti anni così eclatante, sfacciato e fuori controllo, che qualcosa doveva cambiare. Quel cambiamento è arrivato con Modi, ma l’unica cosa che è veramente cambiata è la dimensione della truffa e quanto sono bravi a farla franca. Ecco: da questo punto di vista ci sono stati dei progressi. Siamo stati nel selvaggio west del capitalismo più spregiudicato per tantissimo tempo - un mondo così amaramente, comicamente e apertamente violento che stenti a crederci. E ora stiamo entrando in una fase di silenzio e controllo dei media, dove, per citare The Wire , la valigetta vince sul fucile e la violenza non è perpetrata direttamente da chi detiene il potere, ma piuttosto dai suoi seguaci».

Sesso e crimine organizzato: in India è un tema frequentato, e anche nel tuo romanzo ha un ruolo d’eccesso e di violazione delle regole, ma anche di rischio estremo, vedi Neda e Sunny....

«Traffico di donne e prostituzione restano un flusso di entrate per la parte della famiglia controllata da Vicky, mentre il sesso come eccitazione e pericolo è presente nelle vite di Sunny e Neda. Anche se per me non c’è mai stata una connessione esplicita tra sesso e crimine. Neda si è semplicemente innamorata di un ragazzo di cui era infatuata e incuriosita, hanno fatto sesso e per lei era una cosa intima, reale, passionale, eccitante, che è stata distrutta dalle azioni di Sunny. E una volta che Sunny ha fatto quello che ha fatto, il piacere della carne si è spento nel mondo di lui e anche in quello di lei. I loro mondi, come conseguenza delle loro azioni, diventano sterili, fragili e annodati fra loro».

È doloroso, ma ti chiedo: scegli il personaggio preferito del romanzo.

«Ognuno di loro ha le sue virtù. Detesto amare così tanto Ajay o quanto lo amano gli altri. Voglio odiare Sunny più di quanto lo odi già, ma allo stesso tempo vorrei anche che avesse un’esistenza migliore e più felice, così sarebbe più facile scriverne. Ho una relazione complicata con Sunny. Mentre mi accingevo a scrivere questo romanzo, volevo distruggerlo. Scarnificarlo. A causa di un livore personale. Ma non potevo farlo, non potevo fare a meno di identificarmi con lui. All’inizio ho adorato Neda perché scrivevo di lei partendo da ricordi felici di me stessa a Delhi, prima che le cose diventassero più complicate. Poi tutto si è inacidito. So perché fa quello che fa, ma non sono d’accordo con lei man mano che le cose vanno avanti e si allontana da quella che è stata la mia vita (in effetti, tutto il suo background familiare è molto lontano dal mio). Adesso sono molto ambivalente nei confronti di Neda. Ho bisogno di perdonarla mentre cerca di perdonare sé stessa. Con Ajay devo fare lo sforzo di non trasformarlo in un eroe, perché non è la realtà dei fatti. Eppure... è un eroe. E nel secondo libro sta crescendo. Prova a ricostruirsi un’identità politica e sessuale, e a forgiarsi un carattere più indipendente. Ammesso che una cosa del genere sia possibile».

CHI È DEPTI KAPOOR 

LA VITA - Deepti Kapoor, 43 anni, è una giornalista e scrittrice indiana nata a Moradabad, nell’Uttar Pradesh: ha vissuto a Delhi e a Goa prima di trasferirsi in Portogallo, a Lisbona.

IL SUCCESSO LETTERARIO - Il suo primo romanzo, A Bad Character è stato pubblicato nel 2015. L’eta del male, suo secondo libro e primo volume di una trilogia, è stato pubblicato quest’anno: venduto in 35 Paesi, diventerà presto una serie tv.

Le Donne.

(ANSA 31 luglio 2023.) Secondo i dati del National Crime Records Bureau, resi noti oggi dal governo indiano al Parlamento, nel periodo dal 2019 al 2021 sono scomparse nel paese 1.113.000 tra donne e ragazze sotto i 18 anni. Gli stati in vetta alla classifica sono il Madhya Pradesh, che ha contato oltre 200mila denunce di donne "missing", seguito dal Bengala Occidentale, dove le denunce sono state quasi 192mila, e dal Maharashtra. Il governo ha informato il Parlamento sulle iniziative intraprese per la tutela della sicurezza delle donne in tutto il paese, incluso l'inasprimento delle pene sui crimini sessuali, che dal 2018 prevede la pena di morte nel caso di violenza su ragazze sotto i dodici anni, e la conclusione delle indagini entro due mesi dalla denuncia.

Le Disgrazie.

India, scontro fra tre treni: centinaia di morti e quasi mille feriti. Paolo Foschi su Il Corriere delle Sera il 3 Giugno 2023

Due dei convogli erano adibiti al trasporto passeggeri. La tragedia nei pressi di Balasore, nello stato di Odisha 

Almeno 288 morti accertati e un migliaio di feriti: è questo il bilancio ancora provvisorio di un disastro ferroviario che ha coinvolto tre treni, due dei quali passeggeri, nell’India orientale. Nelle immagini trasmesse dai canali televisivi si vedono scompartimenti strappati, pile di metallo contorto e decine di passeggeri distesi accanto ai binari sulla scena della tragedia, vicino a Balasore, a circa 200 chilometri da Bhubaneswar, la capitale dello stato di Odisha.

Amitabh Sharma, direttore delle ferrovie indiane, ha dichiarato all’AFP che i due treni passeggeri sono stati «attivamente coinvolti nell’incidente». Anche il terzo treno, un convoglio merci, che era parcheggiato nel luogo in cui è avvenuta la tragedia, è stato coinvolto nell’incidente, ha aggiunto senza fornire ulteriori dettagli. «All’ultimo conteggio, abbiamo avuto più di 120 morti e questa cifra sta aumentando perché ci sono molti feriti gravi, con lesioni alla testa», avevano dichiarato poco dopo il disastro Sudhanshu Sarangi, direttore generale del servizio antincendio dello Stato di Odisha, ma il bilancio si è poi drammaticamente aggravato. «Un evento molto triste e le prospettive non sono buone», ha aggiunto. Un alto rappresentante del governo regionale, Pradeep Jena, ha detto che «circa 850 persone sono state ricoverate negli ospedali». Molti passeggeri potrebbero essere rimasti intrappolati sotto le carcasse dei vagoni e i funzionari temono che il bilancio delle vittime possa essere più alto.

L’Economia.

Locomotiva del mondo. Le contraddizioni dell’India, il Paese in cui il Pil cresce di più. Alberto Chiumento su Linkiesta il 31 Marzo 2023

Ogni mese un milione di giovani indiani si affaccia sul mercato del lavoro in cerca di un’occupazione. Ma non tutti riescono a trovare un impiego, tantomeno le donne. E nel Paese esistono ancora fortissime disuguaglianze

Ogni mese il governo indiano deve affrontare un’opportunità che però, ripresentandosi uguale tutte le volte, rischia di trasformarsi in responsabilità. Se non addirittura in un problema complesso. Ogni mese, da qualche anno, un milione di giovani indiani si affaccia sul mercato del lavoro nazionale in cerca di un’occupazione. Un fenomeno molto ampio, che appare fuori scala se paragonato con l’Italia.

«Questa è una delle sfide principali per il governo di Narendra Modi, che aiuta anche a capire la grandezza e le potenzialità dell’India», dice Marco Missaglia, ricercatore esperto di questioni indiane dell’Ispi, di cui dirige anche la comunicazione e le pubblicazioni. «La situazione demografica è un vantaggio per l’India che oltre a essere ormai il Paese più popoloso al mondo (con 1,4 miliardi di persone a gennaio ha superato la Cina, ndr), è anche molto giovane dato che l’età media è di circa 26 anni».

L’ampiezza della forza lavoro, cioè gli individui che attivamente vogliono lavorare, è il principale motore della crescita indiana. «Tuttavia», spiega Missaglia, «essa è ancora molto potenziale perché non tutte le persone riescono a trovare un lavoro, aprendo a una fuga di cervelli verso l’estero. Inoltre, la crescita non è distribuita in modo omogeneo, dato che centinaia di milioni di persone ancora vivono in povertà e che la quota dell’economia informale nel mercato indiano supera il 50%».

Da questa crescita gran parte delle donne viene esclusa, sia per motivi culturali sia per questioni infrastrutturali. «È frequente che molte giovani donne, soprattutto se povere, smettano di frequentare la scuola quando hanno il ciclo mestruale perché mancano servizi di base e bagni in cui poter andare», dice Missaglia. Il tasso di partecipazione al lavoro delle donne è circa il 19%, inferiore a quello dell’Arabia Saudita (31%).

Geografia economica indiana

L’India è la terza economia dell’Asia, dopo Cina e Giappone, e possiede un vibrante sistema economico che si espande a ritmi poderosi da vari anni. Nel decennio prima della pandemia, il Pil è aumentato ogni anno tra il 5 e l’8 per cento, valori su cui è stabilmente tornato dopo il brusco calo del 2020 legato al Covid-19 (-6,6%). Tra i settori più sviluppati dell’economia indiana, ci sono quello tecnologico, quello dell’industria pesante e delle materie prime, oltre a quello chimico e agricolo.

Controllata dalla Corona britannica dal 1858, l’India ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947 e diventò una Repubblica federale nel 1950, istituendo una nuova Costituzione. Durante la Guerra Fredda, fu tra i fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati, ovvero quelle nazioni che scelsero di non schierarsi né con gli Stati Uniti né con L’Unione Sovietica.

Inizialmente, ebbe un modello di sviluppo economico di stampo socialista, basato sulla pianificazione industriale quinquennale da parte dello Stato (che resiste tutt’oggi sotto alcuni aspetti), diffusi sussidi monetari e forte presenza degli organi statali nei settori strategici.

Negli anni Novanta tutto questo cambiò: l’India ridusse il peso dello Stato in economia, si aprì alla concorrenza globale e ai mercati internazionali, avviando  – come moltissimi altri Paesi anche occidentali – privatizzazioni di aziende statali e accettando maggiori investimenti sia esteri sia privati. «Questo cambiamento ha avviato una forte crescita economica, che ha reso l’India una potenza economia e demografica, ma che allo stesso tempo ha fatto crescere le disuguaglianze», spiega Missaglia.

Il livello di povertà è ancora estremamente alto, ma è diminuito negli ultimi 15 anni. Tra il 2005 e il 2021 circa 415 milioni di persone sono uscite da una condizione di povertà, definita come mancanza o carenza di cibo, acqua, elettricità e medicine, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite e dell’Università di Oxford.

Narendra Modi, primo ministro dal 2014 che guida il Paese con il vasto appoggio delle persone indù nazionaliste, ha proseguito il percorso di apertura dell’economia, semplificando anche gli aspetti burocratici. Tra le nuove misure, c’è stata l’introduzione nel 2017 di aliquote dell’Iva omogenee in tutta la nazione, mentre prima ogni Stato poteva decidere autonomamente il livello dell’imposta, distorcendo la competizione e rendendo farraginosi i processi amministrativi delle aziende.

«L’India ha creato anche delle zone economiche speciali in cui le condizioni per le imprese nazionali ed estere sono migliori, ma ci vuole tempo perché diventino pienamente efficaci e trainanti. E in tutto il Paese restano diffusi ostacoli burocratici, come dazi e dogane, spesso molto complessi da decifrare», dice Missaglia.

Ciononostante, restano grosse difficoltà nel Paese, dato che il 16% della popolazione (più di 220 milioni di persone) vive ancora in povertà. Inoltre, le condizioni sanitarie sono pessime in ampie zone del Paese e «le infrastrutture, come ferrovie, strade, ospedali e acquedotti, sono ancora arretrate, così come anche la catena del freddo. Tutto questo frena lo sviluppo, anche se il governo ci sta puntando molto», secondo Missaglia.

Democrazia indiana

L’India è la democrazia più popolosa al mondo e condivide con l’Occidente i valori democratici. Tuttavia, sotto la guida di Modi molti processi democratici si sono deteriorati.

Alcune minoranze etniche, specialmente i musulmani, vengono regolarmente discriminate e svantaggiate, l’indipendenza dei tribunali è sottoposta a pressioni politiche e la libertà di stampa è spesso intralciata dalle autorità attraverso frequenti controlli, che si concentrano spesso su questioni fiscali.

Martedì 14 febbraio, ad esempio, la polizia ha fatto irruzione negli uffici della Bbc a New Delhi e Mumbai, dopo che il governo ha vietato la trasmissione di un documentario dell’emittente britannica molto critico sul ruolo del primo ministro quando nel 2002 scoppiarono violenti scontri tra le persone Indù e la minoranza musulmana nello stato del Gujarat, di cui Modi era allora premier.

Per via di questi scontri, in cui morirono secondo le autorità 790 musulmani e 254 indù, gli Stati Uniti vietarono a Modi per circa dieci anni il visto di ingresso nel Paese. Ora però il ruolo di Modi è diverso: governa il Paese più popoloso al mondo, che è un fondamentale alleato dell’Occidente in funzione anti-cinese e anche per questo la comunità occidentale è molto cauta nell’evidenziare gli attacchi interni che subisce la più grande democrazia al mondo.

I Politici.

La giornata della nonviolenza. Chi era Gandhi, simbolo di pace e della nonviolenza. Mai come oggi, è il momento di trasformare la celebrazione del leader indiano in una ribellione pacifica capace di mettere in discussione il bellicismo imperante e ripensare un altro mondo possibile. Susanna Schimperna su L'Unità il 30 Settembre 2023

Il 2 ottobre si celebra la Giornata Internazionale della Nonviolenza. In un momento in cui nel mondo ci sono in atto, secondo i dati dell’Ucdp (Uppsala Conflict Data Program), 170 conflitti. In un momento in cui si assiste a una ripresa del riarmo nucleare ed è sempre più sentito il pericolo di una catastrofe atomica.

Mai appuntamento è stato più importante, non fosse altro per una presa di coscienza individuale: Gandhi, icona a cui non si smette di fare riferimento, simbolo indiscusso utilizzato, anzi depredato in modo spesso stucchevole e ipocrita tanto dalla pubblicità quanto dai social, dai manuali di self help, dalla cultura pop e da quella “alta”, è autore dell’abusatissimo «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo», che vuol dire “partiamo da noi” cerchiamo di avere fiducia nel fatto che perlomeno diventeremo migliori, anche se forse il mondo non lo cambieremo.

Forse. Perché qui ci soccorre il grande Herbert Marcuse: «L’arte non può cambiare il mondo, ma può contribuire a mutare la coscienza e gli obiettivi di coloro che potrebbero cambiarlo». Per la nonviolenza, convinzione profonda che si fa pratica quotidiana, è la stessa cosa. Modifica la coscienza e destabilizza l’interlocutore violento, lo costringe a uscire dal suo schema cazzotto dato/cazzotto ricevuto, quindi risulta spesso anche contagiosa. Vale la pena ricordarle, alcune delle frasi di Gandhi. Ciascuna racchiude un mondo, un intero programma di vita, una direzione di pensiero, un modo di essere.

Frasi su cui meditare, dunque, di là del “bel suono” che ne ha fatto slogan privi di senso buoni per i cioccolatini: «Il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore», «La nonviolenza è il primo articolo della mia fede e l’ultimo articolo del mio credo», «Mi oppongo alla violenza perché, anche quanto sembra produrre il bene, è un bene temporaneo; mentre il male che fa è permanente». A ispirare l’Assemblea Generale dell’Onu che ha istituito la commemorazione è stato proprio Gandhi, tanto che giorno e mese corrispondono a quelli della nascita del Mahatma. La risoluzione (Ares/61/271) è del 15 giugno 2007, ma soltanto da pochi anni di questa giornata si parla diffusamente, grazie soprattutto ai movimenti nonviolenti che, pur nell’indifferenza dell’informazione mainstream, stanno destando sempre più interesse. Per l’Onu, la Giornata Internazionale è un’occasione per «diffondere il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’educazione e la consapevolezza pubblica», e «assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione».

Tra i primi ad aderire, i movimenti europei uniti in Europe for Peace, che hanno stilato e diffuso un lungo manifesto che inizia non a caso così: «In Europa, in Ucraina, in Russia e in tutto il mondo la gente vuole la pace, mentre i governi chiedono sempre più armi e risorse umane per la guerra». “Prendiamo la pace nelle nostre mani” è l’invito, con la proposta, per il 1° ottobre, di spegnere televisione e social network, dedicarci alla comunicazione diretta con le persone intorno e a qualunque attività per la pace, come flash mob, incontri, una meditazione, una preghiera per chi è religioso, anche una semplice bandiera della pace sul balcone: un grande esperimento di auto-organizzazione internazionale realizzato da «noi, gli invisibili, quelli che non hanno voce».

Ricordando anche il segretario del Movimento Pacifista Ucraino, Yurii Sheriazhenko, che rischia cinque anni di carcere e il sequestro di tutti i beni e al momento subisce misure di restrizione, dopo essere stato catturato e imprigionato a Kiev il 15 agosto scorso. Yurii è accusato di “propaganda di guerra”, il primo di una serie di articoli classificati fra i reati contro la pace, la sicurezza dell’uomo e l’ordine giuridico internazionale. Un paradosso, una beffa: reato contro la pace per chi si oppone alla guerra, per chi attraverso i suoi canali Telegram esorta pubblicamente la popolazione a resistere alla mobilitazione, a rifiutare di servire nell’esercito e praticare l’obiezione di coscienza? Altra accusa: giustificare l’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina.

Incredibile. Yurii in realtà ha esplicitamente e più volte condannato l’aggressione russa, a partire dalla dichiarazione che il Movimento Pacifista Ucraino, di cui è segretario, ha adottato già da settembre dell’anno scorso. Nel frattempo la prima udienza, che doveva svolgersi mercoledì 20 settembre, è stata rinviata perché il Pubblico Ministero non si è presentato. Un modo per prorogare l’attesa di Yuri, la sua incertezza, sicuramente la sua paura.

Da una parte, dunque, la Giornata Internazionale della Nonviolenza, le parole di Gandhi, i suoi inviti. Dall’altra i numeri che in tempo reale scorrono e corrono sul sito Peacelink, agghiaccianti e implacabili, ad aggiornarci sul valore in euro delle armi italiane fornite dall’Italia all’Arabia Saudita dall’inizio dell’anno – 210 milioni – , sui soldi spesi, sempre dall’inizio dell’anno, per i cacciabombardieri F35 – 555.730.240 euro –, sui bambini nello Yemen al di sotto dei cinque anni morti di fame dall’inizio dell’anno per colpa della guerra – 1.859.856 –. Cifre già ampiamente superate: crescono e vengono aggiornate ogni minuto.

Susanna Schimperna 30 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Alessandra Muglia per il “Corriere della Sera” domenica 10 settembre 2023.

Nel repulisti di New Delhi per il G20 ci è finita anche l’India, ossia il nome ufficiale dall’era coloniale, sostituito del termine hindi Bharat. Non solo sugli inviti alla cena di Stato, inviata dalla presidente Murmu, è apparso il nome «Bharat», ma il termine è diventato protagonista di tutto il summit: nei discorsi di Modi, sulla targhetta al tavolo dei lavori e sui documenti [...] 

Il governo nazionalista indù è impegnato da tempo a eliminare i simboli del dominio britannico dalle città, dalle istituzioni e dai libri di storia, ma questa potrebbe essere la mossa di più grande impatto. I partiti di opposizione hanno criticato la scelta, accusando il governo di voler cambiare il nome del Paese per contrastare la scelta di presentarsi alle prossime elezioni come INDIA (Indian National Developmental Inclusive Alliance).

Vari ministri e membri del partito di maggioranza hanno ricordato che il nome Bharat è stato già usato in alternativa a India e che dal 1949 compare nell’articolo 1 della Costituzione del Paese («India, that is Bharat» [...]).

Un documentario critico sul premier indiano Modi. "Bbc" perquisita dal Fisco. Storia di Gaia Cesare su Il Giornale il 15 febbraio 2023.

Il Fisco indiano fa irruzione negli uffici della Bbc di New Delhi, a poche settimane dalla messa in onda di un documentario critico nei confronti del primo ministro Narendra Modi. E l'azione scatena le critiche di opposizione e gruppi per la difesa della libera informazione, convinti che si tratti di una ritorsione.

Dopo che l'edificio è stato sigillato e i telefoni cellulari di chi stava lavorando negli uffici sono stati confiscati, è sceso in campo il portavoce del Bharatiya Janata, il partito del premier Modi, a difendere le perquisizioni e ad attaccare la tv di Stato inglese, definendola «l'organizzazione più corrotta al mondo». «L'India - ha spiegato Gaurav Bhatia - è un paese che offre un'opportunità a ogni organizzazione....fintanto che non si vomita veleno», è stata la precisazione.

All'origine del disappunto dell'esecutivo sembra esserci «India, The Modi Question», il documentario sull'azione del primo ministro indiano, andato in onda in tv solamente nel Regno Unito, ma che molti indiani avevano cominciato a far circolare online, tanto che l'esecutivo, attivando i poteri di emergenza, era intervenuto per bloccarne la condivisione, definendolo «spazzatura anti-indiana e propaganda ostile», con una «mentalità coloniale». Particolarmente imbarazzante per il primo ministro è la ricostruzione del suo ruolo durante le violenze del 2002 nel Gujarat, quando ci furono circa mille morti, in prevalenza musulmani, e Modi - allora primo ministro dello stato - avrebbe ordinato alla polizia di chiudere un occhio sui disordini, una violenza «politicamente motivata» il cui obiettivo «era di epurare i musulmani dalle aree indù», secondo un rapporto riservato del ministero degli Esteri britannico.

Dopo la perquisizione, ad attaccare il governo interviene il Partito del Congresso, all'opposizione: «Non si può più andare avanti con questi atteggiamenti anti-democratici e dittatoriali». Amnesty International ed Editors Guild of India, denunciano i «i poteri eccessivi del dipartimento delle imposte sul reddito, ripetutamente utilizzati come armi per mettere a tacere il dissenso».

Perché Rahul Gandhi ha parlato di Italia. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2023.

Caro Aldo, leggo per la prima volta un’intervista a Rahul Gandhi. Non tutti in Italia sanno chi sia il nipote di Indira, un politico bistrattato nel suo Paese, forse non sempre giustamente, e che comunque rappresenta l’ultimo erede di una famiglia che dell’India, potenza emergente, ha fatto la storia. Né sono note a tutti le origini di sua madre, Sonia Maino Gandhi, nata a Lusiana, uno dei Sette Comuni dell’Altopiano di Asiago, e cresciuta a Orbassano, dove ha abitato fino alle nozze con Rajiv Gandhi, primogenito di Indira. La prima a non avere interesse a pubblicizzare le sue origini europee è la stessa Sonia, per la quale l’origine italiana ha da sempre costituito un’arma potente contro di lei. Qual è invece l’attitudine del figlio? Daniela Brandi Due curiosità: Rahul Gandhi parla fluentemente la nostra lingua? E come è stata organizzata l’intervista? Nicola Asso

Cari lettori, Sonia Gandhi è stata leader del partito del Congresso, come suo marito, sua suocera, il padre di sua suocera. La famiglia Nehru-Gandhi ha governato l’India per quasi mezzo secolo. Ora il figlio di Sonia tenta di unificare l’opposizione a Modi. Un progetto difficile, che lo espone a grandi rischi personali. Se un leader politico italiano avesse una madre indiana, voi pensate che sarebbe un vantaggio o uno svantaggio? La ritrosia di Rahul a parlare con un italiano e in italiano — lingua che ovviamente conosce, anche se l’intervista si è svolta principalmente in inglese — è del tutto comprensibile. Da oltre dieci anni provavo a intervistarlo, senza successo. All’evidenza l’opportunità di far conoscere al pubblico europeo l’immenso sforzo di percorrere l’India a piedi per riunificarla ha prevalso sulla sua storica prudenza. L’unica condizione era incontrarlo lungo la marcia, negli ultimi giorni, alle porte di Srinagar. Poi il contesto particolare — la folla, le nevi del Kashmir, lo scampato pericolo di una giornata difficile in cui Gandhi era stato lasciato senza protezione, e quella sintonia che a volte si riesce a creare e non è una tecnica ma un moto dell’anima — ha fatto sì che accettasse di raccontare dei nonni italiani e financo di Mina e della Juve; oltre che delle premonizioni della nonna e del padre. Rahul Gandhi è nato e cresciuto in India, è un leader politico indiano, è disposto a dare la vita per il suo Paese, che non è il nostro. Di indiano ha anche gli occhi scuri e profondi. Però, dietro il barbone grigio un po’ da guru che si è fatto crescere durante la marcia e talora si strofina mentre parla, è anche un ragazzo di madre italiana che ha imparato a far fronte a una responsabilità enorme, a considerarsi parte di una storia di potere ma anche di sangue.

Rahul Gandhi: «Nonna Indira mi disse: mi uccideranno. Giocavo con i suoi assassini. Tifo Juve e adoro Mina». Storia di Aldo Cazzullo, inviato a Srinagar (Kashmir) su Il Corriere della Sera il 31 gennaio 2023.

È partito dall’Oceano Indiano a inizio settembre ed è arrivato qui tra le nevi del Kashmir a fine gennaio: 3.500 chilometri a piedi. L’ha chiamata Bharat Jodo Yatra: la marcia per unire l’India. Di notte ha dormito in un container, come le 120 persone che hanno sempre camminato al suo fianco, tra cui il portabandiera scalzo. Di giorno ha attraversato villaggi, piantagioni, foreste, accompagnato da stelle di Bollywood e contadine analfabete, artisti e popolazioni tribali. Nella valle di Srinagar il primo giorno la polizia non l’ha protetto, ci sono state cariche di sostenitori e curiosi che volevano vederlo, toccarlo: nulla di drammatico, ma è stato l’unico luogo in cui si è creata una situazione di reale pericolo. Suo bisnonno fondò l’. Sua nonna era la leggendaria Indira Gandhi, assassinata dalle guardie del corpo sikh. Suo padre era il primo ministro Rajiv Gandhi, ucciso dalle Tigri Tamil. Sua madre è Sonia, nata a Orbassano, diventata leader del Partito del Congresso, che dopo aver governato per mezzo secolo ha ceduto il passo, anche sotto il peso degli scandali, ai nazionalisti hindu di Narendra Modi. Ora, con questa lunga marcia, Rahul Gandhi si riprende il ruolo naturale di capo dell’opposizione, a un anno dal voto. Le sue interviste ai giornali stranieri sono rarissime, a maggior ragione se italiani. L’unico modo è reggerne il passo da podista, per ascoltare una storia straordinaria, mai raccontata nei dettagli.

Mister Gandhi, perché la marcia? 

«Per ascoltare e capire i miei compatrioti, e per ascoltare e capire me stesso. Nel profondo. Tutti dicono che siamo un Paese pieno di odio: una persona contro l’altra, una religione contro l’altra, una provincia contro l’altra. Volevo scoprire se è vero».

È vero? 

«No. Tantissima gente non odia nessuno, anzi si vuole bene, si aiuta, si prende cura degli altri».

E la polarizzazione tra hindu e musulmani, che spesso degenera in scontri? «La polarizzazione esiste. Anche l’odio. Ma non come li raccontano i media e il governo che controlla i media, per distrarci dalle vere questioni: la povertà, l’analfabetismo, l’inflazione, la crisi post-covid dei piccoli imprenditori indebitati e dei contadini senza terra».

E cos’ha capito degli indiani e di se stesso, alla fine della marcia?

«Che i limiti di ognuno, me compreso, sono molto oltre quel che pensiamo. In sanscrito, la lingua più antica al mondo, esiste una parola, Tapasya, difficile da comprendere per una mente occidentale. Qualcuno la traduce con «sacrificio», «pazienza», ma il significato è un altro: generare calore. La marcia è un’azione che genera calore, ti fa guardare dentro te stesso, ti fa capire la straordinaria resilienza degli indiani. Un popolo fantastico, incredibile, capace tanto di sopportare quanto di amare».

Quale incontro l’ha colpita di più?

«Molti. Alcuni divertenti, altri scioccanti. Nel Madhya Pradesh ho incontrato cinque bambini, il più grande aveva 12 anni, talmente conquistati dallo yatra che sono scappati di casa per unirsi a noi: me li sono ritrovati davanti in Punjab, abbiamo dovuto chiamare i genitori affinché se li riprendessero. Adesso sono di nuovo qui in Kashmir».

E l’incontro più scioccante? 

«Verso l’inizio, in Kerala. Temevo di non farcela perché mi era tornato il dolore al ginocchio destro, operato anni fa dopo che mi ero lacerato il menisco giocando a pallone. Una bambina si avvicinò e mi porse una lettera, dicendo: leggila dopo. C’era scritto: “So che soffri per migliaia di persone come me. Ce la farai. Non posso marciare con te, ma mi sentirai al tuo fianco. Sarò la tua ispirazione” (Rahul si commuove). Il dolore mi è passato. Lo yatra, la marcia, ha questo di speciale: non è solo una somma di persone. È viva. Ti parla».

Che cosa intende? 

«Le racconto un’altra storia. C’è un ragazzo che vuole rompere il cordone della polizia. La polizia lo ferma. Lui riappare dall’altra parte. Chiedo di lasciarlo passare. Mi si avvicina, mi punta il dito, e dice: “So cosa sei venuto a fare qui. Altri hanno aperto un supermercato dell’odio. E tu vuoi aprire un negozio d’amore».

La democrazia indiana è in pericolo? 

«La democrazia indiana non esiste più. Ma ora comincia il contrattacco».

Con la marcia? 

«No. La marcia non è che l’espressione di un fenomeno molto più vasto, cui sono affidate le nostre ultime speranze. Vede, la democrazia indiana è molto diversa da quella occidentale. È giovane, ma viene da un’idea antichissima, che si è manifestata da ultimo nel Mahatma Gandhi: l’ Ahimsa, la non violenza. La democrazia è umiltà. È riconoscere l’altro. Io non ti sottraggo spazio; lo creo, facendo un passo indietro. La democrazia è credere nella natura umana. Quando il potere diventa violento e superbo, allora si arriva al fascismo».

Sta dicendo che l’India rischia il fascismo? 

«Il fascismo c’è già. Le strutture democratiche collassano. Il Parlamento non lavora più: da due anni non riesco a parlare, appena prendo la parola mi staccano il microfono. L’equilibrio tra i poteri è saltato. La giustizia non è indipendente. Il centralismo è assoluto. La stampa non è più libera. La manifestazione del pensiero è proibita. La concentrazione della ricchezza è scandalosa. Gli estremisti hindu della setta Rss si sono infiltrati in ogni istituzione e la condizionano. La gente non vede futuro, perché è spaventata. Il regime usa la paura, perché sa che la paura è l’emozione più forte, da cui discendono tutte le altre».

Cosa pensa del premier Modi? 

«Come ogni leader, è l’espressione di un’idea, di una parte del popolo. Mussolini è stato un’espressione degli italiani. Anche tra gli indiani, soprattutto nell’élite, ci sono molti che ritengono giusto il regime di Modi».

Crede che possa essere battuto alle elezioni del prossimo anno? 

«Se l’opposizione si unisce, al cento per cento».

Guardi che nei sondaggi Modi è ancora molto forte. «Non ho detto che perderà di sicuro; ho detto che di sicuro è possibile batterlo. A patto di opporgli una visione: non legata alla destra o alla sinistra, ma alla pace e all’unione. Il fascismo si sconfigge offrendo un’alternativa. Se al voto si confronteranno due visioni dell’India, potremo prevalere».

Modi non ha condannato l’aggressione della Russia all’Ucraina. Dovrebbe farlo? 

«È una questione di politica estera, in cui non voglio entrare».

È una questione globale. Non teme una guerra atomica? 

«Le cose possono finire male. Il collasso dei sistemi politici, e l’escalation della tecnologia, rischiano di far degenerare la situazione. Per questo auspico una soluzione pacifica, il prima possibile».

L’India può fare di più contro il riscaldamento del pianeta? 

«Dobbiamo fare di più, pensando la difesa dell’ambiente e lo sviluppo non come antitesi, ma come sinergia. Nessuno può tirarsi indietro: gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina. E certo neppure l’India. Senza dimenticare che siamo una nazione povera».

Ma siete quasi un miliardo e mezzo. Quest’anno supererete la Cina e diventerete la nazione più numerosa della terra.

«È una grande responsabilità. Ed è anche un avviso al mondo: perdere la democrazia indiana sarebbe un disastro per tutti».

Come dovrebbe essere la relazione tra l’India e la Cina?

 «Di pacifica competizione. Non credo che l’Occidente possa essere competitivo con la Cina a livello industriale, soprattutto nelle produzioni a basso valore aggiunto. L’India può e deve esserlo. Per la resilienza del suo popolo».

Il Kashmir è la terra d’origine della sua famiglia. 

« Sì, le nostre radici sono qui».

Cosa rappresenta per lei la figura di suo bisnonno, Jawaharlal Nehru, primo ministro per 17 anni, dal 1947 alla morte? 

«Non l’ho mai conosciuto, ma l’ho sempre considerato una guida. Tra i molti libri che ha scritto, i più importanti sono tre: l’autobiografia, su se stesso; La scoperta dell’India, sul nostro Paese; e Uno sguardo alla storia del mondo, sul nostro pianeta. Mi riconosco in una sua frase: “Non temere mai nulla, non nascondere mai nulla”».

Che ricordo ha di sua nonna Indira Gandhi?

«Ero il nipote preferito. Da bambino odiavo gli spinaci e i piselli. Ma mio padre Rajiv, suo figlio, era severo, e pretendeva che finissi tutto. Allora la nonna apriva il giornale e mi diceva: Rahul, leggi qui. Era il segnale convenuto: nascosto dal giornale, rovesciavo i piselli o gli spinaci nel suo piatto».

Rahul con la nonna Indira, premier indiana dal 1966 al 1977 e dal 1980 al suo assassino, avvenuto nel 1984. Allora Rahul aveva 14 anni

E il papà? 

«Ovviamente se ne accorgeva. Ma non reagiva: in casa comandava la nonna».

È vero che poco prima di morire Indira la portò qui, in Kashmir?

«Sì. Sapeva che sarebbe stato l’ultimo viaggio, e voleva ritrovare le radici. Mi accompagnò al Dachigam National Park, a vedere gli orsi. E a contemplare i chinar, i platani orientali, l’albero simbolo di questa terra».

Come poteva sapere che sarebbe stato l’ultimo? 

«La nonna era sicura che l’avrebbero uccisa. Io vivevo con lei. La mattina stessa mi chiamò, ricordo che si stava truccando, e mi disse: “Se mi succede qualcosa, non devi piangere. Almeno non in pubblico”».

Lei Rahul conosceva gli assassini. 

«Erano le sue guardie del corpo, e i miei amici. Giocavo con loro. Uno mi insegnò a sollevarmi con la sbarra, l’altro a giocare a badminton».

Come seppe la notizia? 

«Ero andato a scuola alle 7 del mattino. Alle 9 e un quarto mi avvisarono».

Pianse? (Gandhi fa una ricerca sul telefonino).

«Questa è la foto del funerale. Affondo il viso nella camicia di mio papà, per nascondere le lacrime. Avevo quattordici anni».

Era il 1984. Suo padre divenne primo ministro. E nel 1991 fu assassinato. 

«Prima di partire per la marcia, sono stato a pregare a Sriperambudur, nel Tamil Nadu, sul luogo della sua morte. Anche papà sapeva che sarebbe stato ucciso».

Rahul ancora bimbo con il padre Javil e la madre Sonia. Javil fu premier dell’India dal 1984 al 1989. Fu ucciso nel 1991

Come poteva saperlo? Perché l’India era intervenuta in Sri Lanka, contro la rivolta della minoranza Tamil? 

«Perché era solo. Non so se sapesse che sarebbero state le Tigri Tamil a ucciderlo. Ma sentiva che si era creata una concentrazione di energie, di interessi, di forze, che gli sarebbe costata la vita».

E lei non ha paura per la sua, di vita? 

«Non è questione di paura. Io faccio quello che devo fare. Lei ha visto ciò che è successo qui in Kashmir: mi sono trovato senza protezione in una zona pericolosa, dove esplodono le bombe, dove bisogna guardarsi sia dai terroristi, sia dal governo. Hanno tolto la nostra sicurezza per spaventarci. Ma io vado avanti, perché questo è il mio dovere. Qui la politica non è come in Italia. È combattimento. Non si fa nei talk-show. Si fa a costo della vita».

Come reagì sua madre Sonia alla morte del marito? 

«Non parlò per una settimana. Dei primi tre, quattro giorni non ricorda nulla. Era sotto choc. Ma poi anche lei ha fatto quello che sapeva di dover fare».

Lei disse: mia nonna è l’amore della mia vita, mia madre il mio eroe. 

«A dire il vero, dissi che avevo avuto due madri. E lei ci rimase male: di mamma ce n’è una sola… Comunque sì, è sempre il mio eroe».

Sonia si preoccupa per lei? 

«Moltissimo».

Si è unita alla marcia, e lei si è chinato ad allacciarle le scarpe. 

«Tu non avresti fatto lo stesso con tua madre? Mia mamma ha sofferto, sopportato, amato tantissimo. È una donna forte. Ora ha perso anche sua mamma, nonna Paolina. Siamo stati al funerale, a Orbassano, in provincia di Torino. Ero triste, ma tutti hanno cantato canzoni molto belle, che mi hanno dato conforto».

Durante la marcia, Sonia ha affiancato il figlio Rahul, che le ha allacciato le scarpe. Sonia è nata in Italia, a Vicenza, ed è cresciuta a Orbassano, in provincia di Torino. Ha presieduto il Partito del Congresso per oltre 20 anni

Che ricordo ha di lei? 

«Io ero il cocco della nonna indiana, e mia sorella Priyanka era la prediletta della nonna italiana (Gandhi sorride). Ha vissuto 98 anni, le ero molto legato. Come lo sono a zio Walter, ai cugini, a tutta la famiglia».

Cosa rappresenta l’Italia per lei? «Ci sono tante cose dell’Italia che ammiro. La creatività. La passione. Il talento per la bellezza. Amo la musica italiana: Mina, ma anche le canzoni napoletane. Amo il calcio».

Per quale squadra tifa? 

«Juve. E soffro per i guai che sta passando. Anche gli azzurri mi hanno deluso: dopo la vittoria agli Europei, mi aspettavo un grande Mondiale, invece… Come si fa a perdere con la Macedonia del Nord! Comunque in finale tifavo Argentina».

L’Italia oggi è un Paese di cattivo umore, non solo per il calcio. 

«Ripenso a mio nonno Stefano. Aveva combattuto in Africa e in Russia. Da piccolo gli chiedevo sempre di raccontarmi della guerra, e lui non mi rispondeva mai. Fino a quando un giorno mi mostrò un elmetto che usava come vaso, in cui era nata una pianta. Era l’elmetto del suo migliore amico, caduto in combattimento. La pianta era un modo per farlo rivivere. La generazione di mio nonno ha ricostruito l’Italia dopo la Seconda guerra mondiale, con un lavoro durissimo. Forse questa cosa è andata un po’ perduta».

Che cosa? 

«La capacità di soffrire. Prima parlavamo di passione. È una parola che ha in sé una carica di sofferenza. Lo struggle, il gusto della lotta. I giovani hanno molto altro, i social, la movida; ma questo un po’ manca».

La società italiana è aggressiva ma non violenta, quella indiana è violenta ma non aggressiva? 

«Non sono d’accordo. Ci sono state nella storia italiana epoche di grande violenza, come ci sono state nella storia indiana. Non possiamo attribuire un carattere generale a un popolo. Dipende dalle circostanze. Oggi noi in India dobbiamo lottare contro l’odio e la violenza, per l’amore e la democrazia».

È questa l’eredità del Mahatma Gandhi, di cui cadeva l’anniversario della morte il 30 gennaio? 

«Noi com’è noto non siamo imparentati con il Mahatma, ma mio bisnonno era suo discepolo. Gandhi ha incarnato un’idea antica nella storia dell’India: cercare la verità senza ricorrere alla violenza. È un’idea che abbiamo in comune con il cristianesimo. Cristo dice di porgere l’altra guancia. Ha notato qual è il simbolo del nostro partito?».

Una mano aperta. Un segno di benedizione? 

«No. È un segno che esiste in tutte le religioni. Lo fanno Shiva, Buddha, Mahavira, Waheguru, la divinità sikh. Esiste nell’Islam. E lo fa anche Gesù (Gandhi cerca sul cellulare un’immagine del Cristo con la mano aperta). Significa: non abbiate paura. Non lasciate che la paura vi impedisca di comprendere la verità».

Com’è la condizione della donna in India? 

«Cattiva. Ma esiste un movimento delle donne, che sosterremo in ogni modo. Nella marcia ne ho volute molte, e ne abbiamo garantito la sicurezza».

Perché a 52 anni lei non si è ancora sposato? 

«È strano… non lo so. Troppe cose da fare. Ma mi piacerebbe avere figli».

Intanto si è fatto crescere il barbone. 

«Avevo deciso di non tagliarlo per tutta la marcia. Ora devo decidere se tenerlo o no…».

Lei crede in Dio? 

«Sì. Non nel dio creatore. Credo in una forza che c’è nell’universo, che ha una direzione, che ha un’energia».

Lei è induista. Quindi crede in Shiva e negli altri dei?

«Di Shiva dovremmo parlare altre due ore. Shiva è un’energia, ed è una prospettiva. È ovunque».

Come immagina l’aldilà? 

«Non lo immagino. Non posso dare una risposta che non conosco. Credo nel presente».

Che effetto le fa vedere un premier britannico, Rishi Sunak, di origini indiane? L’antico dominatore è governato da un discendente dei dominati.

«Se è per questo, Orbassano ha avuto un vicesindaco sikh… (Rahul sorride). E voi mangiate mozzarella e parmigiano fatti da indiani. È il nuovo mondo. Cogliamone il bello».

Lei dice di voler salvare la democrazia in India, anche per il resto del pianeta. Ma nella democrazia il potere non si trasmette per via dinastica. Voi siete una dinastia, sia pure segnata dal sangue e dal dolore. 

«Noi siamo una famiglia. Una dinastia, se vuole. Ma abbiamo un’idea da difendere. Non l’India; l’idea su cui l’India è fondata».

E quale sarebbe questa idea? 

«La convivenza delle genti, e la realizzazione di se stessi, attraverso la ricerca non violenta della verità. La nostra è una missione. Un’idea quasi religiosa. Vale più di tutti noi, più della nostra stessa vita; per questo sono pronto a morire se necessario, come sono morti mia nonna e mio padre. È un’idea talmente forte che mia madre, una donna nata in Italia, le ha dedicato l’intera esistenza. (Rahul si china a tracciare con le dita un cerchio nella neve). Ecco, io questa idea la difenderò sino alla fine».

Gli scandali.

L’India dei sorpassi clamorosi ora vacilla sotto un maxi scandalo. Storia di Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 30 gennaio 2023.

Il miracolo indiano è la «success story» del nostro tempo, destinata a offuscare il ruolo globale della Cina? Oppure è una bolla speculativa, un castello di carte che sta iniziando a crollare sotto lo shock tremendo dello ? L’India è stata in primo piano quest’anno al World Economic Forum di Davos, proprio come un quindicennio fa quando invase quel summit con il fortunato slogan “Incredible India!” (col punto esclamativo) inventato da una campagna pubblicitaria per attirare turisti e investitori. L’India è al centro dell’attenzione delle multinazionali occidentali come possibile sostituta della Cina in quest’era di “friend-shoring”, le rilocalizzazioni in aree geopoliticamente sicure, affidabili, alleate o amiche: un caso recente è Apple che oggi assemblea l’85% dei suoi iPhone in Cina ma punta a spostare il 40% della produzione fra India e Vietnam. Questo è anche il periodo segnato da alcuni sorpassi molto simbolici. Nel 2022 il Pil dell’India ha superato quello del Regno Unito, l’ex potenza coloniale che dominò il paese fino al 1947. Quest’anno, secondo l’Onu, l’India è destinata a superare la Cina per numero di abitanti, ed è un evento significativo perché sottolinea la superiorità demografica dell’elefante indiano sul dragone cinese: nel lungo termine la forza lavoro giovane dell’India potrebbe darle una marcia in più, mentre Pechino dovrà affrontare costosi investimenti pubblici per adeguare il suo Welfare a una popolazione che invecchia. Fra i tanti sorpassi se ne possono aggiungere alcuni di natura “privata”, che riguardano proprio il sessantenne magnate Gautam Adani. Nel 2022 ha (brevemente) sorpassato Jeff Bezos di Amazon e si è piazzato alle spalle di Elon Musk come secondo uomo più ricco del mondo. Inoltre una delle sue aziende, specializzata nell’energia solare, ha raggiunto l’Enel e punta a superare la multinazionale italiana come fatturato in questo settore. Il conglomerato Adani è diventato una sorta di indicatore sullo stato di salute dell’intera economia indiana. Il rialzo in Borsa delle sue sette società quotate aveva trascinato una performance stellare dell’intero indice azionario Msci India, per un anno e mezzo il più brillante di tutta l’Asia. D’altronde le società del conglomerato Adani da sole valgono un quinto dell’intera Borsa indiana. Il settore Green (in cui l’imprenditore ha promesso 70 miliardi di dollari di nuovi investimenti entro il 2030) è un fiore all’occhiello, con cui Adani identifica la propria strategia e quella del governo indiano: un mix di ambientalismo e pragmatismo in cui convivono gli investimenti nel carbone e nelle rinnovabili. Da tempo però dei dubbi molto seri circondano la natura del fenomeno Adani. Il fondatore Gautam, figlio di un mercante tessile, si presenta come un “self-made man” che personifica la nuova India del premier Narendra Modi. Il Bjp, partito nazionalista indù che ha la maggioranza al Congresso, si considera pro-business a differenza del suo predecessore, il partito del Congresso la cui ideologia socialista è affondata in un mare di scandali per corruzione e nel familismo della dinastia Gandhi. Modi e Adani soo originari dello stesso Stato, il Gujarat. L’ascesa dei due viene talora considerata come un fenomeno “parallelo”, perché Adani è sospettato di aver ricevuto molti favori dal potente premier. Ad esempio, nel 2019 il gruppo Adani si è aggiudicato sei aeroporti privatizzati dal governo, pur non avendo la minima esperienza nel settore. Fino a quel momento Adani operava solo nella logistica portuale oltre che in altri settori dell’industria pesante (cemento), della plastica e dell’energia. Il consolidamento del potere di Narendra Modi secondo le analisi più critiche ha agevolato le fortune di due colossi capitalistici, le dinastie Adani e Ambani, mentre non ha mantenuto finora le promesse di un’autentica liberalizzazione dell’economia indiana a vantaggio di tutta l’imprenditoria. Dieci anni fa su questo modello economico uscì un’analisi preveggente di due economisti della Business School di Chicago, l’indiano Raghuram Rajan e l’italiano Luigi Zingales. Descrivevano l’India come un caso di “ ” cioè capitalismo clientelare, nepotista e corrotto. (Rajan poi divenne governatore della banca centrale di New Delhi, ma durò solo un biennio in quell’incarico). Qualcuno volle dare a quel termine un connotato positivo, notando che un altro miracolo asiatico, quello della Corea del Sud, all’origine si fondò sul sistema opaco e colluso dei Chaebol, i conglomerati locali. Un decennio dopo, la tesi di Rajan-Zingales è tornata improvvisamente d’attualità con lo scandalo Adani. Una piccola società di analisi finanziaria e d’investimento americana, la Hindenburg Research, ha accusato il conglomerato indiano di avere “organizzato la più vasta truffa nella storia del capitalismo”. Hindenburg è specializzata nel “short-selling”, cioè la speculazione al ribasso, e prende di mira società che ritiene sopravvalutate dal mercato e afflitte da debolezze nascoste. In passato tra i suoi bersagli c’è stato anche Twitter. Nel caso di Adani l’accusa della Hindenburg parla di “manipolazione delle quotazioni e frode in bilancio prolungata per decenni”. Il crollo in Borsa è stato brutale e al momento ha distrutto il 60% del valore del gruppo Adani. Il momento è delicato perché si sta svolgendo un nuovo collocamento di azioni per 2,5 miliardi di dollari. Lo scandalo colpisce non solo un capitalista di enorme potenza, e con agganci politici al massimo livello, ma getta dubbi pesanti sulla credibilità di tutte le istituzioni che dovrebbero vigilare sui mercati finanziari indiani. Il punto chiave è questo. Gli scandali finanziari avvengono ovunque, non colpiscono solo sistemi opachi come la Cina socialista e la Corea del capitalismo dei Chaebol; il crac di Lehman nel 2007, o il recente scandalo nelle criptovalute, ci ricordano quanto l’economia americana abbia conosciuto le sue bolle e i suoi crac. Il problema nel caso Adani è che nessuno ha bucato la bolla in India, c’è voluto l’intervento di un soggetto straniero, dagli Stati Uniti. Se le accuse di Hindenburg si rivelano fondate, è in gioco la credibilità del sistema. Bisognerà vedere quanto l’India stessa vorrà fare luce, e pulizia. Adani si è opportunamente comprato una delle maggiori reti televisive del paese, la Ndtv, il che gli dà un’influenza importante anche nell’informazione. Cinque anni dopo il lancio della campagna pubblicitaria “Incredible India!” (2002), io scrissi “La speranza indiana” (2007), un saggio in cui analizzavo forze e debolezze della nazione. Il sogno del sorpasso sulla Cina era già allora all’ordine del giorno: non solo sorpasso demografico, ma nella velocità di crescita. Da allora è sempre accaduto qualche incidente per far deragliare i piani più ambiziosi e il Pil dell’elefante rimane molto più piccolo in confronto a quello del dragone. Tra le altre spiegazioni, la burocrazia indiana si è rivelata più forte di tutti i piani per riformarla; anche per questo motivo l’economia indiana non ha mai raggiunto quella cinese in termini di modernità delle infrastrutture energetiche e di trasporto. Lo scandalo Adani è il test del 2023, mette alla prova anche le infrastrutture di regolamentazione, vigilanza, tutela del risparmio.

I Ricchi.

I poderosi progressi dell’India: 415 milioni di poveri in meno in 15 anni. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 12 Luglio 2023 

Secondo il Global Multidimensional Poverty Index (MPI), un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato in collaborazione con l’Oxford Poverty and Human Development Initiative (OPHI) dell’Università di Oxford l’11 luglio, in India un totale di 415 milioni di persone sono uscite dalla povertà in soli 15 anni, dal 2005/2006 al 2019/2012. Il rapporto sottolinea come, oltre all’India, 25 Paesi hanno ridotto il loro indice di “povertà multidimensionale”, dimostrando che è possibile ottenere rapidi progressi. Tra questi si annoverano Cambogia, Cina, Congo, Honduras, India, Indonesia, Marocco, Serbia e Vietnam. «Il rapporto dimostra che la riduzione della povertà è realizzabile. Tuttavia, la mancanza di dati completi durante il periodo della pandemia di COVID-19 pone sfide nella valutazione delle prospettive immediate», si legge.

Nel 2005/2006, circa 645 milioni di persone erano in povertà multidimensionale in India. Il numero è sceso a circa 370 milioni nel 2015/2016 e a 230 milioni nel 2019/2021. Tutti gli indicatori di povertà sono diminuiti: «gli Stati e i gruppi più poveri, compresi i bambini e le persone appartenenti a gruppi di caste svantaggiate, hanno registrato i progressi assoluti più rapidi». Coloro privi di combustibile per cucinare sono scesi dal 52,9% al 13,9% e quelli senza servizi igienici dal 50,4% nel 2005 all’11,3% nel 2019. Per quanto riguarda l’indicatore dell’acqua potabile, le persone che non ne possono disporre sono scese dal 16,4% al 2,7%; mentre quelle prive di elettricità sono diminuite dal 29% al 2,1%. L’indicatore “abitazione”, invece, ha registrato una diminuzione di persone prive di casa dal 44,9% al 13, 6%.

Secondo il report, 1,1 miliardi su 6,1 miliardi di individui (poco più del 18%) vivono in condizioni di povertà multidimensionale acuta in 110 paesi. L’Africa subsahariana (534 milioni) e l’Asia meridionale (389 milioni) ospitano circa cinque poveri su sei. Quasi due terzi di tutti i poveri (730 milioni di persone) vivono in paesi a medio reddito, ma è nei Paesi a basso reddito che risiede il 35% di tutti gli indigenti. Molte nazioni hanno dimezzato il loro indice di povertà multidimensionale (IPM) in periodi da quattro a 12 anni, dimostrando la fattibilità dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) di dimezzare la povertà secondo le definizioni nazionali entro 15 anni. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno aggiunto che, nonostante queste tendenze incoraggianti, la mancanza di dati post-pandemia per la maggior parte dei 110 paesi coperti dall’IPM globale limita la comprensione degli effetti della pandemia nel futuro prossimo. In particolare, si legge che «gli impatti negativi della pandemia in dimensioni come l’istruzione sono significativi e possono avere conseguenze di lunga durata». In ogni caso, è possibile «vedere chiaramente che c’erano progressi costanti nella riduzione della povertà multidimensionale prima della pandemia».

Per quanto riguarda il caso specifico dell’India, è importante sottolineare che questa adotta un modello economico di tipo misto molto distante dal quello liberista occidentale. Il governo indiano, infatti, svolge un importante ruolo di regolazione e pianificazione, oltre a essere titolare di numerose imprese pubbliche. Un fattore che ha sicuramente contribuito, seppure lentamente, al contrasto alla povertà, proteggendo gli interessi e gli asset nazionali e impedendo la liberalizzazione selvaggia dell’economia e le privatizzazioni, ossia gli ingredienti fondamentali delle politiche neoliberiste imposte in molti Paesi del mondo dalle istituzioni finanziarie occidentali, come l’FMI, causando povertà e distruzione. Prima del dominio britannico – estremamente deleterio per l’economia indiana – il Paese asiatico era uno dei più fiorenti al mondo grazie all’esportazione di spezie e tessuti pregiati. Ora l’India sta recuperando le sue posizioni dopo un lungo periodo di depressione e indigenza: secondo le stime dell’FMI, nel 2022 l’economia indiana ha superato quella del Regno Unito in termini di dimensioni ed è salita al quinto posto nel mondo, con una crescita del 7,2% prevista per l’anno fiscale 2023. [di Giorgia Audiello]

Estratto dell'articolo di Rodolfo Parietti per “il Giornale” il 31 gennaio 2023.

[…] per Gautam Adani è un momentaccio. Fino a qualche giorno fa quarto nel ranking globale dei miliardari pur senza avere l’esposizione mediatica di un Musk o di un Bezos, l’indiano del Gujarat col pallino originario per le materie prime è passato, in una manciata di giorni, dal businessman con la grisaglia del successo all’uomo in gramaglie finanziarie.

 […] in Borsa può capitare - e a lui è successo - di vedere svaporare, quasi nell’éspace d’un matin, 68 miliardi di dollari di capitalizzazione delle sue imprese raggruppate sotto l’ala della Adani Enterprises. A conti fatti, una botta micidiale anche per le sue fortune personali, collassate nell’ultimo anno di oltre 28 miliardi, a quota 97 miliardi, secondo Bloomberg Billionaires. […]

Tutta colpa di Hindenburg Research, uno degli alfieri a stelle e strisce delle vendite allo scoperto, che ha accusato Adani di aver messo in piedi «la più grande truffa finanziaria nella storia aziendale» e di aver manipolato i titoli grazie anche «alla bandiera indiana usata come scudo». […]

 Adani ha infatti subito colto la palla al balzo per sostenere che quello in atto «non è meramente un attacco immotivato a una specifica società, ma un attacco calcolato all’India, all’indipendenza, all’integrità e alla qualità delle istituzioni indiane e alla storia di crescita e alle ambizioni dell’India». […]

Il sospetto di legami non proprio trasparenti fra Adani e il mondo politico indiano circola peraltro da anni e si è trascinato fin nelle aule dei tribunali, da cui il Paperone asiatico è finora sempre uscito con la fedina penale immacolata. Resta però un fatto: le fortune di Adani, un self-made man privo della licenza liceale, si sono consolidate durante la reggenza in Gujarat di Narendra Modi, poi divenuto primo ministro. Da lì in poi, l’impero ha allargato i tentacoli dal settore immobiliare al carbone, dagli aeroporti all’olio alimentare, fino alla trasmissione di energia.

[…] Per abbattere i debiti, Adani è stato costretto a mettere in cantiere un’offerta pubblica da 2,5 miliardi di dollari. Un progetto a rischio, dopo l’affondo di Hindenburg e i rovesci in Borsa. Eppure, nonostante tutte le turbolenze, la International Holding di Abu Dhabi si è detta pronta a mettere sul piatto 1,4 miliardi di dirham (400 milioni di dollari), ovvero il 16% dell’offerta totale, senza curarsi troppo se di fronte ha un abile uomo d’affari o il Madoff indiano.

Estratto da ilgazzettino.it il 22 gennaio 2023.

Una bambina di otto anni ha rifiutato l'eredità di 60 milioni di dollari in diamanti per diventare suora. Devanshi Sanghvi avrebbe dovuto ereditare l'impero della Sanghvi and Sons con sede a Surat, in India, che ha filiali in tutto il mondo e ha un fatturato annuo di miliardi di rupie. Tuttavia, la giovane ha scelto una vita di solitudine religiosa.

 La famiglia fa già parte dell'antica fede giainista, che pratica l'amore per tutte le creature, il vegetarianismo e la non violenza. I suoi genitori hanno detto ai media locali che la loro figlia vuole dedicare tutta la sua vita alla religione perché ha intenzione di diventare suora.

 […] Un amico di famiglia ha anche affermato che Devanshi una volta ha camminato per circa 700 km con altri monaci, abbracciando il loro stile di vita prima di essere ufficialmente introdotta come monaco. […]

Secondo quanto riferito, la giovane ha iniziato il suo viaggio verso il monachesimo con una cerimonia "diksha" di quattro giorni, riferisce UniLad. Come parte della cerimonia, Devanshi ha viaggiato su una carrozza trainata da un elefante in uno spettacolare ingresso imponente. […] Ha continuato a tagliarsi i capelli e a scambiare i suoi vestiti di lusso con un vestito di cotone bianco.

 […] Anche mangiare ortaggi a radice non è consentito, poiché rimuovere la radice dal terreno ucciderebbe la pianta. La religione impone anche ai seguaci di dire sempre la verità, di non rubare, di mostrare moderazione sessuale e di non attaccarsi alle cose del mondo. Come risultato della decisione di Devanshi, l'eredità di famiglia sarà probabilmente lasciata alla sorella minore Kavya, cinque anni.

DAGONEWS il 28 gennaio 2023.

"Donata" a una divinità indiana fin da bambina, gli anni di servitù sessuale di Huvakka Bhimappa sono iniziati quando lo zio le ha tolto la verginità, violentandola in cambio di un sari (tradizionale indumento femminile indiano) e di alcuni gioielli.

 Bhimappa non aveva ancora dieci anni quando è diventata una "devadasi": ragazze costrette dai genitori a un elaborato rituale di matrimonio con una divinità indù, molte delle quali sono poi costrette a prostituirsi illegalmente.

 Le devadasi devono vivere una vita di devozione religiosa, non possono sposare altri mortali e sono costrette a sacrificare la loro verginità a un uomo più anziano, in cambio di denaro o regali.

 “Nel mio caso, si trattava del fratello di mia madre", ha dichiarato all'AFP Bhimappa, oggi quarantenne.

Sono seguiti anni di schiavitù sessuale, in cui guadagnava denaro per la sua famiglia attraverso incontri con altri uomini in nome del servizio alla divinità .

 Alla fine Bhimappa è riuscita a sfuggire alla servitù, ma senza istruzione guadagna circa un dollaro al giorno lavorando nei campi.

 Il periodo trascorso come devota alla divinità indù Yellamma, l'ha resa un'emarginata agli occhi della sua comunità.

Una volta aveva amato un uomo, ma sarebbe stato impensabile per lei chiedergli di sposarlo.

Se non fossi stata una devadasi, avrei avuto una famiglia, dei figli e del denaro. Avrei vissuto bene", ha detto.

 Le devadasi sono state parte integrante della cultura dell'India meridionale per secoli e un tempo godevano di un posto rispettabile nella società.

 Molte erano altamente istruite, preparate nella danza classica e nella musica, vivevano in modo confortevole e sceglievano i propri partner sessuali.

Durante l'era coloniale britannica, il patto divino tra devadasi e divinità si è evoluto in un'istituzione di sfruttamento sessuale.

 Oggi serve come mezzo alle famiglie povere che si trovano in fondo alla rigida gerarchia delle caste indiane per sollevarsi dalla responsabilità delle loro figlie.

 La pratica è stata bandita nello Stato di origine di Bhimappa, il Karnataka, nel 1982, e la Corte Suprema indiana ha definito "malvagia" la devozione delle ragazze ai templi.

Gli attivisti, tuttavia, sostengono che le ragazze vengono ancora segretamente introdotte negli ordini delle devadasi.

 Quattro decenni dopo il divieto statale, ci sono ancora più di 70.000 devadasi in Karnataka, ha scritto l'anno scorso la commissione indiana per i diritti umani.

 Costringendo le figlie a diventare devadasi, le famiglie più povere ottengono una fonte di reddito ed evitano i costi del matrimonio.

L'anno scorso la commissione indiana per i diritti ha ordinato al Karnataka e a diversi altri Stati indiani di illustrare le misure adottate per prevenire questa pratica, dopo che un'inchiesta dei media aveva scoperto che le induzioni di devadasi erano ancora molto diffuse.

 Lo stigma che circonda il loro passato fa sì che le donne che abbandonano l'ordine delle devadasi spesso vivano come emarginate o oggetto di scherno, e poche si sposano.

 Molte si ritrovano in condizioni di indigenza o lottano per sopravvivere con lavori manuali e agricoli mal pagati.

La Demografia.

Estratto dell’articolo di Carlo Pizzati per “la Repubblica” il 20 aprile 2023.

Il sorpasso sulla Cina è inevitabile. Nel 2023 l’India diventa la nazione con più abitanti al mondo, secondo le previsioni del Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite che annunciano la più epocale transizione demografica degli ultimi 200 anni. 

Le loro popolazioni sommate arrivano al 36% del totale mondiale (da novembre siamo più di 8 miliardi), ma quest’anno la Cina raggiunge “solo” 1,4257 miliardi di abitanti, mentre l’India arriva a 1,4286 miliardi, 2,9 milioni in più.

[…] La svolta ha implicazioni globali che spiegano perché questo sia il decennio dell’India e l’alba di un rallentamento nella crescita cinese. Una popolazione da record può significare economia e consumi in crescita, oltre a un maggior ruolo internazionale. […] 

Tra le cause primarie ci sono il calo del tasso di fertilità, l’aumento del costo della vita e l’accesso delle donne al mondo del lavoro. Sarà però difficile raggiungere gli obiettivi economici con la zavorra degli attuali 203 milioni di ultra-65enni cinesi, il 14,3% della popolazione.

L’India ne ha la metà, 103 milioni, il 6,8%. Si stima che nel 2100 (quando gli indiani potrebbero diventare il doppio dei cinesi) le pensioni in Cina costeranno il 20% del Pil, in India solo il 4%. Meno giovani e più anziani significa più spese ospedaliere e pensionistiche. […] Oggi un cinese guadagna in media 13.500 euro l’anno, cinque volte quanto riceve un lavoratore in India, dove il 47% della popolazione ha meno di 25 anni. 

[…] Oggi la crescita economica in Cina è al 4%, mentre l’India ha più volte superato il 6%, (ora ha il quinto Pil al mondo), e per la Banca di Stato entro sei anni l’India sarà la terza potenzia economica mondiale. Ma per arrivarci dovrà generare occupazione, facendo anche lavorare di più madri e figlie oggi tenute a casa da una repressione maschilista.

[…] Nonostante la povertà sia calata, l’India ha comunque il numero più alto al mondo di poveri: 228,9 milioni (16,4%). Prima di cantar vittoria e raggiungere i vertici mondiali, saranno molte le sfide da superare.

DAGONEWS l’11 gennaio 2023.

Secondo un recente rapporto della divisione demografica delle Nazioni Unite, l'India dovrebbe superare la Cina e diventare la nazione più popolosa del mondo entro i prossimi tre mesi, segnando un cambiamento sismico sulla scena globale in una tendenza con un significativo impatto sociale ed economico per entrambi i Paesi.

"La maggior parte delle persone pensa che l'economia indiana sia ancora una frazione di quello che potrebbe essere in futuro, il che significa che c'è una grande promessa", ha dichiarato a Yahoo News la dottoressa Audrey Truschke, professore associato di storia dell'Asia meridionale presso la Rutgers University. Ha poi aggiunto che gran parte del potenziale è dovuto al fatto che l'India è "un Paese giovane".

Degli 1,41 miliardi di persone in rapida crescita, in India, circa 1 su 4 ha meno di 15 anni e quasi la metà ha meno di 25 anni. In confronto, la Cina ha una popolazione di circa 1,45 miliardi di persone, ma i giovani sotto i 25 rappresentano solo un quarto della popolazione.

 Dal 1950, India e Cina hanno rappresentato circa il 35% della crescita demografica mondiale, con la Cina che sta emergendo come potenza industriale globale. Insieme, i due epicentri demografici rappresentano una fetta significativa dei circa 8 miliardi di persone che popolano il mondo.

Ma la politica cinese del figlio unico, introdotta nel 1980, ha ridotto drasticamente il tasso di natalità e ha riorientato le prospettive economiche del Paese.

 Negli ultimi anni, alle donne è stato concesso di avere fino a tre figli, ma il tasso medio di natalità si attesta ancora a 1,2.

 La popolazione cinese raggiungerà il picco nei prossimi anni per poi diminuire. Ciò significa che la popolazione più anziana e non attiva dovrà fare affidamento su singoli figli unici, molti dei quali probabilmente avranno difficoltà economiche.

Di conseguenza, molti anziani cinesi dovranno fare affidamento su un sistema pensionistico pubblico che, secondo quanto riferito, è destinato a esaurirsi entro il 2035, nonostante i recenti sforzi del governo per aumentare le entrate.

 La crescita demografica in Cina è in calo e l'offerta di manodopera a basso costo potrebbe seguirne l'esempio.

Nonostante la disoccupazione ostinata in alcune zone del Paese, la carenza di manodopera qualificata sta diventando sempre più evidente.

 L'India, con la sua popolazione in crescita di oltre un miliardo di persone, potrebbe recuperare parte del ritardo, ma anche il suo tasso di crescita è in calo e le sue infrastrutture industriali non sono così solide come quelle cinesi. Inoltre, gran parte della crescita demografica dell'India si concentra nelle regioni più povere, soprattutto nel nord.

 Entro il 2050, i dati mostrano che l'India dovrebbe fornire più di un sesto della popolazione mondiale in età lavorativa (15-64 anni).

Alessandra Muglia per il “Corriere della Sera” il 27 dicembre 2022.

«Può intercalare il suo inglese con un po' di hindi? mi chiedono sempre più spesso quando devo moderare dibattiti televisivi, soprattutto se si discute di politica con al centro le iniziative del premier Narendra Modi. Io mi sono sempre rifiutata spiegando che sono una purista della lingua, quindi o parlo in inglese oppure in un altro dei 22 idiomi indiani, quello della mia famiglia d'origine, il malayalam, parlato in Kerala». 

Rini Simon Khanna, conduttrice molto popolare in India, racconta al Corriere come stia resistendo alle pressioni per assecondare i desideri del leader indiano. Modi - che già otto anni fa si era insediato pronunciando il giuramento in hindi, non in inglese come il suo predecessore - ha più volte parlato della volontà di liberare gli indiani dalla «mentalità coloniale» lasciata dall'impero britannico e con il pretesto di de-colonizzare culturalmente il Subcontinente, negli ultimi ha intensificato gli sforzi per relegare l'inglese ai margini della vita indiana e promuovere l'hindi come lingua dominante, cercando di renderlo obbligatorio nelle scuole di tutto il Paese, nelle questioni di governo.

Lo scorso ottobre, per esempio, nello Stato indiano del Madhya Pradesh sono partiti i primi corsi in hindi di laurea in medicina, materia finora insegnata lì sempre in inglese. Ma l'hindi è parlato correttamente soltanto dal 27% degli indiani, in gran parte concentrati negli Stati popolosi e politicamente potenti del Nord, mentre sono pochissimi negli Stati meridionali - come il Tamil Nadu di lingua tamil e nel Kerala di lingua malayalam - e negli Stati orientali come il Bengala Occidentale, con 78 milioni che parlano bengalese. 

Tuttavia i discorsi di Modi sono tenuti soltanto in hindi, lingua usata in 70% dei documenti del suo governo. «Se c'è una lingua che ha la capacità di unire la nazione è l'hindi», va ripetendo Amit Shah, il potente ministro degli Interni braccio destro di Modi.

Un'idea che ha le sue radici negli scritti di VD Savarkar, padre del nazionalismo e icona del Bjp, il partito nazionalista indù al governo, che per primo ha articolato lo slogan «Hindi, Hindu, Hindustan», fondendo il nazionalismo sia con la religione che con lingua. Ma i tentativi di introdurre l'hindi obbligatorio anche nelle scuole a livello nazionale hanno sollevato accese proteste e alla fine sono falliti. 

Ganesh Narayan Devy, uno dei più famosi linguisti indiani, osserva che non è una sola lingua ma la molteplicità degli idiomi che ha unito l'India nella storia: «Essere multilingue è al centro dell'essere indiano. Scoprirai che le persone usano il sanscrito per le preghiere, l'hindi per i film e gli affari di cuore, la lingua madre in famiglia e l'inglese per le loro carriere».

"Non ha retto la pressione dei media". Morto suicida il capitano-eroe della giovane squadra thailandese. Storia di Federico Garau  su Il Giornale domenica 5 novembre 2023.

La vicenda vissuta dai giovanissimi calciatori di una squadra thailandese, rimasti intrappolati all'interno della grotta di Tham Luang e sopravvissuti per ben 18 giorni, aveva fatto il giro del mondo, venendo narrata anche in alcuni film. A emergere, in questa incredibile storia, era stata la figura di Duangphet Phromthep, il capitano dei 'Moo Pa', che con incredibile dedizione e sangue freddo aveva tenuto fede al suo ruolo di guida, occupandosi dei propri compagni.

Duangphet Phromthep, conosciuto come il ragazzino-eroe che a soli 12 anni riuscì a salvare se stesso e altri undici coetanei dalla trappola potenzialmente mortale della grotta di Tham Luang, è morto lo scorso 12 febbraio 2023 in ospedale dopo essere stato ritrovato senza sensi nella sua stanza al Brooke House College di Market Harborough, nel Leicestershire. Negli ultimi anni, infatti, il ragazzo si era trasferito in inghilterra. Da subito c'erano stati dei sospetti. Sospetti che sono stati confermati di recente: Dom, così veniva chiamato dagli amici, si è tolto la vita.

La pressione dei media

Sopravvissuto all'esperienza della grotta, Duangphet Phromthep aveva lasciato Chiang Rai per andare a studiare in Inghilterra e realizzare il suo sogno di diventare un calciatore professionista. Il ragazzo aveva infatti vinto una borsa di studio della Zico Foundation, ottenendo la possibilità di frequentare la Brooke House College Football Academy.

Avrebbe dovuto essere uno dei periodi più belli della sua vita, dopo l'incubo vissuto quel maledetto 23 giugno 2018, quando rimase intrappolato con i compagni e un accompagnatore maggiorenne nella grotta. Eppure qualcosa è andato storto. L'animo evidentemente troppo fragile del ragazzo non ha retto alla pressione costante. Troppo il clamore scaturito dalla vicenda di Tham Luang. Troppa, forse, la responsabilità attribuita a quello che era, in fin dei conti, soltanto un adolescente. Dom non ha retto, qualcosa in lui si è irrimediabilmente spezzato, portandolo a prendere la più atroce delle decisioni. Questo, almeno, quanto emerso al termine di una lunga inchiesta avviata subito dopo il ritrovamento del corpo del ragazzo, appena 17enne.

La morte

Duangphet Phromthep è stato rinvenuto privo di sensi nella sua stanza al college. Soccorso e trasportato al Kettering General Hospital, è morto dopo due giorni di ricovero. Secondo i risultati dell'inchiesta, il 17enne si sarebbe suicidato. Nei mesi precedenti alla morte, il giovane non avrebbe dato segni di disturbo mentale, nessuno avrebbe potuto prevedere un simile esito. Dalle indagini, tuttavia, non sono emerse prove che indichino il coinvolgimento di terze persone nel decesso. Alla base della sofferenza del ragazzo ci sarebbe la troppa pressione mediatica.

Le parole del preside

"La nostra intera comunità universitaria rimane unita nel dolore alla famiglia, agli amici e agli ex compagni di squadra di Dom. Come college, la salute e il benessere dei nostri studenti sono la nostra priorità assoluta", ha dichiarato Ian Smith, preside della Brooke House College Football Academy, come riportato da Bbc. "Disponiamo di robusti sistemi di salvaguardia che ci consentono di fornire un supporto adeguato agli studenti quando necessario, e manteniamo questi sistemi sotto costante revisione in modo da poter fare tutto il possibile per fornire il supporto necessario a ogni bambino. Dopo questa tragedia, il nostro team pastorale dedicato ha continuato a fornire sostegno a studenti e colleghi. Dom rimarrà sempre parte della famiglia Brooke House e ci mancherà moltissimo", ha concluso.

I volti di Psyco. Strangolate o arse vive in spiagge da sogno: così il "Bikini Killer" terrorizzò i turisti. Intelligente, affascinante, spiegato: Charles Sobhraj ha commesso almeno 12 omicidi tra il 1975 e il 1976, ma il bilancio potrebbe salire a 20. Massimo Balsamo il 27 Luglio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia tra delusioni e violenze

 I primi crimini

 La passione per la bella vita

 Charles Sobhraj diventa "The Bikini killer"

 L'arresto e la fama

 “The Serpent”, la miniserie Netflix (ma non solo)

Truffatore, mago della fuga, assassino. Charles Sobhraj è il serial killer più famoso della storia del Sud-Est asiatico: almeno 12 vittime, ma il bilancio potrebbe salire a 20, di cui 14 solo in Thailandia. Accompagnato da svariati soprannomi – “The Bikini Killer” il più conosciuto – si è fatto conoscere per la sua brutalità e per l’amore per i riflettori: ha infatti raccontato i suoi omicidi come se fosse un gioco, ironizzando sul suo modus operandi e sulle sue vittime. Una fama enorme, complice la recente serie targata Bbc/Netflix “The Serpent”.

L'infanzia tra delusioni e violenze

Charles Sobhraj nasce il 6 aprile del 1944 nella Saigon occupata dai francesi: la madre è una contadina vietnamita, il padre è un ricco indiano. Fin da bambino conduce una vita piuttosto instabile, complice il rapporto incostante tra i genitori, che si separano quando ha appena 3 anni. La madre si risposa con un sergente francese e si trasferisce Oltralpe, dove inizia una nuova vita. Stesso discorso per il padre, che conosce una donna e inizia una nuova vita in patria.

Charles Sobhraj assiste a diversi episodi di violenza in India, comprese due esplosioni che provocano decine di vittime. Vive per espedienti, un’infanzia semplicemente terribile che non migliora nemmeno dopo il trasferimento a Marsiglia, dalla madre. Non riesce infatti a legare con la nuova famiglia e prova nostalgia per la sua terra. Ma non solo: Sobhraj inizia a sviluppare un profondo odio per la cultura europea, che sfocerà in un’incontenibile violenza a metà degli anni Settanta.

I primi crimini

Il primo crimine lo commette da adolescente, un furto in un negozio. Un episodio che scatena la rabbia della madre, abituata a trattarlo molto male sin da piccolo. Forse anche per questo soffre di enuresi notturna fino all’età di 15 anni. Per provare a risolvere il problema, la madre arriva a legargli il pene con una corda. Non mancano gli episodi di razzismo durante la permanenza in Francia.

Charles Sobhraj è indisciplinato, svogliato e pigro, tanto da finire in un collegio parigino. All’età di 16 anni, finalmente, torna a vivere con il padre in Vietnam, ma la sua condotta non cambia di una virgola. Il futuro serial killer continua a rubare e viene spesso pizzicato dalle autorità. Due anni più tardi torna in Francia, dove viene arrestato per furto e condannato a 3 anni di carcere. In prigione inizia a studiare e a imparare le lingue, una cultura che gli tornerà comodo per mettere a segno le sue truffe.

La passione per la bella vita

Uscito di prigione all’età di 22 anni, Charles Sobhraj incontra la parigina Chantal Compagnon e scoppia l’amore. Grazie al suo fascino e alla sua cultura, conquista la giovane europea ma non può competere con il suo stile di vita. Per questo motivo torna a delinquere, arrivando a rubare una macchina. Per quel furto torna dietro le sbarre, ma riesce a convincere la sua amata ad aspettarlo. Cinque mesi dopo, convolano a nozze. Chantal resta incinta e Sobhraj prova a restare sulla retta via, lavorando in un ristorante. Ma dura poco.

Charles Sobhraj emette assegni scoperti e inizia a truffare con regolarità. Nel 1970 la famiglia lascia la Francia e si trasferisce in India, dove entra in un giro di auto rubate. Ma inizia anche a giocare d’azzardo con regolarità, fino a quando perde più denaro di quanto ne guadagna. Allora inizia a derubare i turisti, drogandoli per portare via agilmente denaro e documenti. Le sue vittime predilette le scova sull’hippie trail del Sud-Est asiatico: giovani europei che rappresentano tutto ciò che odia.

Negli anni Settanta Charles Sobhraj entra ed esce – o meglio fugge – dalle galere di mezzo continente, saltellando dall’India all’Afghanistan. La moglie è sua complice, ma qualcosa si spacca nel 1973: la famiglia lascia Kabul, ma la donna torna in Francia insieme al figlio e chiede il divorzio per i continui tradimenti. La separazione viene vissuta dall’uomo come una sorta di affronto imperdonabile, un sentimento che lo porterà a sfogare la sua rabbia in maniera brutale.

Charles Sobhraj diventa "The Bikini killer"

Nel 1975 Charles Sobhraj è un criminale in carriera e decide di spostarsi a Bangkok, in Thailandia, dove inizia una relazione con la canadese Marie-Andrée Leclerc. Lei diventerà la sua complice: insieme assolderanno il giovane indiano Ajay Chowdhury. A ottobre il mago della fuga si trasforma in un assassino seriale, si trasforma nel “Bikini Killer” (per i vestiti indossati dalle sue vittime, ndr). Il 18 ottobre del 1975 uccide la diciottenne Theresa Knowlton, rea di essere sessualmente disinibita e interessata al mondo spirituale: la incontra in spiaggia, le mette del sedativo nel caffè e la strangola. L’inizio di una lunga serie di delitti, anche se il corpo della giovane verrà identificato solo 7 mesi più tardi.

Il 28 novembre del 1975 un altro omicidio, ancora più cruento. La vittima è il giovane turco Vitali Hakim: picchiato selvaggiamente, viene bruciato vivo. Il suo corpo sarà trovato semi-carbonizzato. Il 16 dicembre del 1975 è il turno di una coppia di turisti olandesi, il 29enne Henk Bintanja e la 26enne Cornelia Hemker, anche loro brutalmente percossi e bruciati vivi. Il metodo è sempre lo stesso: Charles Sobhraj si spaccia per un commerciante di pietre preziose, invita le vittime nella sua villa di Bangkok e lì vengono drogate prima e uccise poi. Bintanja e Hemker vengono trascinati in una zona solitaria, percossi e arsi vivi.

Pochi giorni dopo è la volta della 24enne francese Charmayne Carrou, fidanzata di Vitali Hakim: la giovane viene strangolata con una violenza tale da avere l’osso del collo fratturato. Il suo cadavere viene rinvenuto a Pattaya Beach, dove era stato trovato quello di Theresa Knowlton. Preoccupato dagli sviluppi delle indagini, Charles Sobhraj e complici decidono di trasferirsi in Nepal: il serial killer utilizza i documenti delle sue vittime e riesce a eludere ogni sospetto.

Arrivato a Katmandu, altro sangue: il canadese Laurent Carrière e l’americana Connie Jo Bronzich vengono percossi, accoltellati e bruciati. Il gruppo criminale continua a spostarsi di Paese in Paese e nel gennaio del 1976 firmano un omicido anche in India, a Vanarasi: avvelenano l’israeliano Avoni Jacob. Poi Sobhraj si dirige in Malesia, dove uccide il complice Chowdhury al termine di una rapina: il suo corpo non è mai stato trovato

L'arresto e la fama

Tornato in India, Charles Sobhraj arruola Barbara Smith e Mary Ellen Eather dopo averle plagiate. Le notizie sul serial killer del Sud-Est asiatico fanno il giro del mondo e il “Bikini Killer” diventa l’uomo più ricercato del mondo. Ma la sua furia non si placa: nel marzo del 1976 uccide via avvelenamento il turista francese Jean-Luc Solomon. Ma la sua carriera criminale termina nel luglio del 1976 a causa di una truffa: tenta infatti di derubare un gruppo di studenti, ma la droga fa effetto troppo presto e i giovani svengono nella hall del loro albergo. Vengono contattate le autorità e Sobhraj viene arrestato insieme alle complici. Queste ultime confessano subito: avvelenamenti, truffe e omicidi, nessun segreto.

Sulla base delle informazioni raccolte, le autorità indiane lo accusano dell’omicidio di Jean-Luc Solomon e dell’avvelenamento degli studenti. Nel 1977 viene condannato a 11 anni di prigione. La complice Marie-Andrée Leclerc viene invece liberata nel 1983 perché malata: ha un tumore alle ovaie e morirà l’anno successivo. Barbara Smith e Mary Ellen Eather scontano 2 anni. Ma è solo l’inizio, perché le autorità degli altri Paesi iniziano a intentare cause contro di lui.

La vera storia di "The Serpent": chi era Charles Sobhraj

Nessun pentimento e nessun rimorso da parte di Charles Sobhraj, che anzi si vanta dei crimini commessi in una serie di interviste rilasciate allo scrittore australiano Richard Neville. Tracotante, ma estremamente furbo: per sfuggire alle autorità thailandesi e soprattutto alla pena di morte prevista per i crimini commessi a Bangkok, organizza una fuga dal carcere indiano. Catturato dopo 22 giorni, Sobhraj viene condannato ad altri 10 anni di reclusione, sufficienti per eludere il processo thailandese.

Nel 1997 Charles Sobhraj esce di prigione e torna in Francia, dove vive come una celebrità: del resto è il più famoso criminale dell’Asia. Inizia a rilasciare costose interviste (circa 5 mila dollari a chiacchierata) e guadagna denaro con un libro e un film. Per 6 anni conduce una vita lussuosa, poi nel 2003 torna in Nepal per aprire un’attività, secondo altri per conquistare i riflettori dei media. Parliamo dell’unico posto al mondo in cui ci sono due crimini irrisolti di cui era sospettato e dove non c’era sospensione della pena. Charles Sobhraj viene dunque arrestato a Katmandu e accusato degli omicidi di Laurent Carrière e di Connie Jo Bronzich.

Nell’agosto del 2004 Charles Sobhraj viene condannato all’ergastolo per l’omicidio della Bronzich. Il 21 dicembre 2022 la Corte Suprema del Nepal ordina il suo rilascio per fattori d’età dopo aver scontato 19 anni. Il 23 dicembre viene rilasciato ed estradato in Francia, con l’ordine di non tornare in Nepal per almeno 10 anni. 

Come anticipato, Charles Sobhraj sono diventati famosi in tutto il mondo grazie ai media. È stato oggetto di quattro biografie, tre documentari, il film di Bollywood “Main Aur Charles” e la miniserie Bbc/Netflix “The Serpent”. Quest’ultima, in particolare, ha avuto un enorme successo, tanto da raccogliere una candidatura ai Golden Globe del 2022 per la migliore interpretazione maschile a Tahar Rahim.

La scrittrice più amata di Thailandia racconta la composta rabbia di una generazione in fuga. VALERIA PALERMI su Il Domani l’08 marzo 2023

Si chiama Veeraporn Nitiprapha, ha iniziato a scrivere a 44 anni e i suoi due romanzi hanno vinto entrambi il prestigioso Southeast Asian Writers Award. Con lei, in un bar di Bangkok dove ordina una carbonara alle 11 di mattina, parliamo di politica, di giovani thai e del loro futuro dentro e, soprattutto, fuori dal paese

La prima volta che ho incontrato Veeraporn Nitiprapha erano le 11 del mattino, al Coffee club di Rivercity, Bangkok. Avevo già letto Memories of the Memories of the Black Rose Cat (Memorie delle memorie del gatto dalla rosa nera) e stavo finendo The Blind Earthworm in the Labyrinth (Il lombrico cieco nel labirinto), trovandoli superbi.

Cosa prendi, le ho chiesto, aspettandomi un caffè, un tè, al limite un frappuccino. «Una carbonara», ha risposto serena. «Se vuoi la dividiamo». Non ce la potevo fare, nonostante viva da un po’ in Asia e abbia capito che il rapporto col cibo è un concetto culturalmente relativo: è asiatico che si mangi quando si ha fame e che il cibo si condivida.

Ho capito che il futuro è qui, ma posso farne parte fino a un certo punto. Così ho ordinato un caffè e acceso il registratore.

REALISMO MAGICO THAI

È un peccato che non si possa (ancora) leggere in italiano questa scrittrice thai. Perché la sua scrittura è affascinante, le storie ipnotiche. Non a caso ha vinto due volte il Southeast Asian Writers Award, una per ciascun libro.

Molti giovani si sono riconosciuti in Chalika e Chareeya, sorelle di The Blind Earthworm, «nell’intreccio tra disperazione e romanticismo intessuto nel labirinto thailandese», scrive Kong Rithdee che lo ha tradotto in inglese per RiverBooks.

Nel secondo la saga d’una famiglia cinese emigrata nel primo Novecento in Thailandia si snoda tra conflitti individuali e universali, amori delicati e matrimoni combinati, donne sognate e destini negati, maledizioni, miseria e ricchezza, le guerre e la pace che non mantiene le promesse di felicità.

Sullo sfondo Cina e Thailandia attraversano conflitti mondiali, rivoluzioni culturali, l’arrivo degli americani in Vietnam che fa della Thailandia luogo di «ricreazione e riposo» dei soldati.

I romanzi di Nitiprapha hanno una densità labirintica che a molti ricorda il realismo magico della migliore letteratura sudamericana. Il suo è stato un debutto tardivo. «Ho cominciato a scrivere a 44 anni, per far colpo su mio figlio. L’ho cresciuto come un lettore vorace. Nella vita non ho avuto abbastanza tempo per i libri, oggi è lui a dirmi cosa leggere».

THE CAT

The Blind Earthworm è adorato dai giovani. Quando dico al mio insegnante di lingua thai, Andy, che la intervisterò, quasi cade in deliquio. «Davvero incontri The Cat?», mi chiede. Chiamano così i ragazzi di Bangkok quest’intellettuale cosmopolita, ex giornalista.

È uno dei pochi adulti di cui si fidano: incarna la contemporaneità, una visione culturale moderna in un paese la cui vita politica è scandita da colpi di stato e una democrazia limitata è sottoposta a supervisione militare.

Paese che il 7 maggio dovrebbe tornare alle elezioni, ma sarà confermato solo il 31 marzo. Andy insiste che le porti un biglietto. Non chiedo cosa le ha scritto, ma vedo come sorride lei quando lo legge.

«Col primo romanzo volevo raccontare una storia sulla gente che si perde. Non avevo tecnica, ma sapevo che le storie vanno cercate “dentro”, nelle cucine, fulcro delle famiglie. Donne che parlano e bambini che ascoltano affascinano uno scrittore».

Lei scrive sempre, dice: da due anni lavora al terzo romanzo lasciando che le cose fluiscano. «Ci vuol tempo, ma le storie trovano sempre la strada. Come in questa conversazione, non sappiamo dove andrà a finire».

IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Il libro guarda alla società thai d’oggi, è ambientato nella capitale. «Sono bangkokian, non saprei immaginare altri sfondi. Questa megalopoli somiglia più a Tokyo, Londra, Parigi che alle altre città thai. Qui trovi i più ricchi e i più poveri, i più belli e più brutti, gli estremi e tutto quello che c’è in mezzo. Mi piace tantissimo. Non sono molti i posti del mondo in cui ricchi e poveri vivono fianco a fianco. A 5 minuti dai grattacieli e rooftop bar di Sukhumvit c’è lo slum di Khlong Toei».

Succede anche in India ma lì la disuguaglianza ha una violenza inimmaginabile qui. Perché questa differenza? Perché non sembra di avvertire disperazione nei soi di Bangkok? «C’entra il concetto buddhista del karma: sono nato povero perché ho fatto male nella vita precedente, ma posso rimediare, la prossima sarà migliore. E poi i poveri arrivano dalla campagna, sono stati poveri sempre. Qui guadagnano di più, mandano i figli a scuola, possono sperare».

Non che i thai siano incapaci di violenza, precisa: ce n’è stata eccome, per esempio nel 2010 con le proteste politiche nelle strade di Bangkok. «Ho perso tanti amici quell’anno. Non li ho più voluti frequentare: gente istruita, però approvava la repressione violenta. Sono andata in crisi. Sì, la natura dei thai è diversa, si cerca un modo pacifico di risolvere le cose, tutto del resto è fatto per renderci docili. Crediamo nel bene e nel male, spiriti cattivi e fantasmi, e non vediamo il sistema. Molta gente è convinta che si possa vincere votando, non so per quanto ancora».

I giovani hanno meno pazienza di tutti. Somkiat Tangkitvanich, del Thailand Development Research Institute, alla conferenza How to Rejuvenate Thailand ha avvertito che nel paese è tempo di finire la guerra tra generazioni, citando l’insofferenza dei giovani per le regole autoritarie delle scuole, la rabbia per i diritti repressi, il movimento Let’s Move Out of This Country (andiamocene da qui).

E un dato: per il 40 per cento dei thai under 25 solo «una rivoluzione» può cambiare il paese. Se l’élite che governa il paese non andrà incontro ad almeno alcune delle richieste di cambiamento democratico dei giovani, ha concluso, «il mondo si lascerà alle spalle la Thailandia».

GIOVANI E VECCHI

Rivedo Veeraporn pochi giorni dopo. Voglio sapere della guerra tra giovani e vecchi. «Non credono nel futuro, non capiscono il digitale. I giovani vivono in un’altra dimensione: sono cittadini del mondo, fanno circolare idee indipendentemente dal paese in cui vivono. Come si può pensare di schiacciare questa “Youth Nation”? E loro, come possono accettare che la Thailandia arretri?», commenta.

«Si confrontano potere analogico e mondo nuovo digitale. Il governo si comporta in maniera gerarchica, tutto dall’alto verso il basso. Ma nel digitale tutto è orizzontale, simultaneo, non gerarchizzato. La Thailandia diventerà un paese incapace se farà guerra al mondo nuovo. Ma è questione di tempo: i vecchi saranno più deboli, i giovani più forti. Le società cambiano, il concetto di nazione diventa obsoleto».

Si vede tra i giovani che frequentano il master di Politics and Global Studies alla facoltà di scienze politiche della Chulalongkorn University: alla lezione sul sud-est asiatico, thai, birmani, cinesi, tedeschi, americani, malesi.

Si parla delle aree grigie della politica locale, delle elezioni che forse ci saranno; si chiarisce che non si parlerà della famiglia reale perché rischioso causa legge sulla lesa maestà (articolo 112). La stessa contro cui due ragazze di 21 e 23 anni, “Tawan” Tuatulanon and “Bam” Phuphong, da mesi fanno sciopero della fame.

OSSESSIONI

Istanze pro-democrazia e femminismo spesso si intrecciano. «In Asia la vita delle donne non è facile: sono cittadini di seconda classe», spiega. «La maggioranza crede di doversi adeguare a standard estetici, sposarsi e non lavorare. Aspira a essere come le Blackpink, girl-band coreano-thai che ossessiona tutte. Le donne diventano “prima classe” solo se belle. Quello è l’unico potere, evolvere da sex object a sex symbol: in realtà la stessa cosa, ma nel secondo caso sei famoso. Siamo ossessionati dall’essere “perfetti”: buddhisti perfetti, cittadini perfetti, donne perfette... Questione di controllo: pensi a questo e non a cosa vorresti davvero. La società preme per farti sentire “non abbastanza”. Tutti implorano approvazione».

Si comincia in casa, la relazione genitori-figli resta basata sul potere. «La famiglia opprime. Nei miei corsi di scrittura uno dei compiti è raccontare “cosa ti divora”. Ho scoperto che tanti giovani ne sono traumatizzati».

Penso a una ragazza thai che conosco. 20 anni, buon lavoro, allegra, quando racconta che metà di ciò che guadagna deve darlo ai suoi nasconde appena la rabbia. Mi chiedo se anche lei, come molti, se avesse una chance andrebbe via.

«È facile ora per i ragazzi andare a vivere in Canada, Australia, Germania», commenta. «I paesi ricchi sono sempre più vecchi, così comprano i giovani. Competono per assicurarsi loro e il futuro. Li incentivano a trasferirsi offrendo borse di studio, case a prezzi bassi. Gli danno un permesso di lavoro per 3 anni, poi la cittadinanza. L’occidente sta spalancando le porte alle giovani menti asiatiche».VALERIA PALERMI

Indonesia: un massacro dimenticato che illumina l'attualità. Piccole Note il 16 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il presidente indonesiano Joko Vidodo la scorsa settimana ha dichiarato che l’Indonesia deve fare i conti con la sua storia, in particolare con alcune gravi violazioni dei diritti umani che hanno causato lutti e dolore ai suoi cittadini.

Parte da questa dichiarazione l’articolo di The Intercept che descrive il più atroce di questi crimini, che pose le fondamenta della lunga dittatura di Suharto, cioè il massacro dei comunisti del Partai Komunis Indonesia, o PKI, che ne inaugurò il sanguinario regime, iniziato nel 1965.

Un colpo di Stato che si consumò poco dopo l’assassinio Kennedy, quando l’America dispiegò con più forza la sua strategia di contenimento verso la Cina, incrementando il sostegno al Vietnam del Sud – con il corollario nella guerra segreta scatenata in Laos e ripercussioni in tutta l’Indocina –  e, per l’appunto, rovesciando il legittimo governo indonesiano, per farlo entrare nell’orbita americana.

Riportiamo parti dell’articolo di The Intercept, che riprende quanto scrive l’ex giornalista del Washington Post Vincent Bevins nel libro The Jakarta Method, volume che ripercorre il massacro consumato nei primi mesi della dittatura di Suharto, nel quale furono uccisi circa 500mila membri o semplici simpatizzanti del PKI. Una massacro nel quale la Cia svolse “un ruolo chiave”.

Il finto golpe utile alla causa

Dopo la fine della Seconda guerra e fino al 1965 – si legge su The Intercept – l’Indonesia fu governata dal presidente Sukarno (alcuni indonesiani hanno un solo nome) che in precedenza aveva guidato la resistenza contro la colonizzazione olandese”.

Durante la sua reggenza gli Stati Uniti divennero sempre più ostili: “L’Indonesia era enorme, la sesta nazione più popolosa del mondo e il PKI era il più grande partito comunista della terra dopo quello cinese e quello dell’Unione Sovietica. Al governo americano importava poco che Sukarno non fosse affatto un comunista, o che il PKI non avesse piani aggressivi né alcuna possibilità di esserlo”.

Era già abbastanza grave che Sukarno non avesse accettato di mettere l’economia indonesiana al servizio delle multinazionali statunitensi e che avesse contribuito a creare il Movimento dei Paesi non allineati, un gruppo di nazioni che non aderivano né al blocco sovietico né a quello americano”. Da cui la decisione di supportare un colpo di Stato, o regime-change, come si chiamano adesso.

Howard P. Jones, ambasciatore americano in Indonesia fino all’aprile 1965, in una riunione con dei funzionari del Dipartimento di Stato tenuta poco prima di lasciare il suo incarico, disse: ‘Dal nostro punto di vista, ovviamente, un fallito tentativo di colpo di stato da parte del PKI rappresenterebbe il mezzo più efficace per dare inizio a un’inversione delle tendenze politiche dell’Indonesia”.

Un fallito golpe, infatti, “avrebbe dato all’esercito ‘un’ottima occasione per innescare una reazione efficace’. Un funzionario del ministero degli Esteri britannico affermò che “si potrebbero propagandare tante cose per incoraggiare un colpo di stato inefficace del PKI mentre Sukarno è al potere”.

Per una mera coincidenza, questo è esattamente ciò che è accaduto. Il 30 settembre 1965, alcuni giovani ufficiali dell’esercito rapirono sei generali indonesiani, dichiarando che volevano rovesciare Sukarno. Tutti e sei i generali furono  uccisi da lì a poco”.

Suharto, anch’egli un generale che però, casualmente, non era stato preso di mira, dichiarò ai suoi alleati che i generali uccisi erano stati castrati e torturati da alcune donne del PKI in un ‘rituale depravato e demoniaco’, secondo Bevins. Anni dopo si scoprì che niente di tutto ciò era vero; tutti i generali, tranne uno, erano stati semplicemente fucilati”.

L’operazione Annientamento

[…] In ogni caso, Suharto sembrava certamente avere un piano già pronto. Subito dopo l’accaduto, Sukarno fu estromesso e Suharto salì al potere. Poi iniziò il massacro, in quella che all’interno dell’esercito indonesiano fu definita Operasi Penumpasan, Operazione Annientamento”.

[…] Le stragi durarono mesi, fino all’inizio del 1966, e il New York Times lo definì un ‘incredibile massacro di comunisti e filo-comunisti’. Gli Stati Uniti non solo erano consapevoli di ciò che stava accadendo, ma parteciparono con entusiasmo, fornendo all’esercito indonesiano liste di membri del PKI”.

Un funzionario americano in seguito ebbe a dire: ‘È probabile che abbiano ucciso tante persone ed è probabile che ho molto sangue sulle mani, ma non è poi così male. C’è un momento in cui devi colpire forte in modo decisivo’. Secondo la rivista Time, c’erano in giro così tanti cadaveri da creare ‘un serio problema igienico-sanitario nella Java orientale e nel nord di Sumatra, dove l’aria umida puzza di carne in decomposizione. I viaggiatori di quelle zone raccontano di fiumiciattoli e torrenti letteralmente intasati di corpi’”.

Il cronista del New York Times James Reston scrisse di questi avvenimenti in un articolo dal titolo ‘Un barlume di luce in Asia’. Gli americani dovevano prendere coscienza di questi ‘sviluppi politici promettenti’, come anche del fatto che il ‘massacro indonesiano’ non sarebbe potuto avvenire ‘senza l’aiuto clandestino che [l’Indonesia] ha ricevuto indirettamente da noi’. Documenti declassificati di recente illustrano quanto Reston avesse ragione”.

Suharto rimase al potere fino al 1998, conservando l’Indonesia nell’orbita americana, legame che si è un po’ allentato dopo la sua estromissione dal potere (morì di vecchiaia nel 2008).

Pagina di storia istruttiva per tante cose: per il finto golpe creato ad arte per prendere il potere come anche per la demonizzazione estrema ad opera di Suharto degli utili idioti golpisti (data la raffinatezza dell’accusa, sarà stata elaborata da qualche analista della Cia, della quale il dittatore era una marionetta). Nel titolo del libro di Bevins si possono rinvenire taciti sottintesi riguardanti l’attualità, quando accenna appunto al “metodo” Giacarta. Sottintesi che lasciamo ai lettori.

Birmania, graziata la leader dell'opposizione San Suu Kyi. Si tratta in realtà di una grazia parziale per San Suu Kyi: il provvedimento riguarda solo 5 delle 19 condanne a suo carico. Marco Della Corte su Notizie.it Pubblicato il 1 Agosto 2023

La leader dell’opposizione in Birmania Aung San Suu Kyi è stata graziata, anche se subito dopo i media statali hanno precisato che si tratti di una grazia parziale, in quanto riguarda esclusivamente cinque delle diciannove condanne a carico della donna; di conseguenza ancora non è chiaro se San Suu Kyi sarà rilasciata.

Su di lei pende una condanna a 33 anni

Come informa SkyTg24 la leader, che era stata imprigionata dopo essere stata deposta da un colpo di Stato militare nel 2021, è stata rilasciata grazie a una grazia parziale. Era stata condannata a 33 anni di carcere per diverse accuse, tra cui corruzione, possesso di walkie-talkie illegali e violazione delle restrizioni anti Covid. L’amnistia è stata concessa nel contesto della quaresima buddista e ha coinvolto oltre 7.000 prigionieri rilasciati dalla giunta militare. I media statali birmani hanno riferito che il presidente del Consiglio di Amministrazione dello Stato ha concesso il perdono a Daw Aung San Suu Kyi, affermando che era stata condannata dai tribunali competenti.

Chi è Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi è una politica birmana nota per la sua lunga lotta a favore dei diritti umani contro la dittatura militare nel suo paese. Da Wikipedia si legge come abbia guidato il movimento di opposizione ed è stata riconosciuta per il suo coraggio civico con premi come il Rafto e il Sakharov (quest’ultimo sospeso nel 2020). Nel 1991, le è stato assegnato il Premio Nobel per la pace. L’ex primo ministro britannico Gordon Brown l’ha descritta come un modello di coraggio civico per la libertà nel suo libro “Eight Portraits” nel 2007.

Myanmar, la Nobel Aung San Suu Kyi condannata a 7 anni di carcere per corruzione. Storia di Redazione Online su Il Corriere della Sera il 30 Dicembre 2022.

La leader civile birmana, Aung San Suu Kyi, attiva per molti anni nella difesa dei diritti umani, è stata condannata ad altri sette anni di reclusione da un tribunale della giunta del Myanmar, in quello che da molti è considerato un «processo farsa» con prove precostituite. Lo ha riferito una fonte legale all’AFP. Il processo a carico del premio Nobel, 77 anni, è durato 18 mesi. In totale Suu Kyi, ministro e consigliere di Stato (una delle massime cariche del Paese) fino al febbraio 2021 quando fu destituita dalla giunta militare che prese il potere, dovrà scontare 33 anni di carcere. Con questa ultima sentenza è stata condannata per cinque capi d’accusa di corruzione legati al noleggio e alla manutenzione di un elicottero. Suu Kyi è stata fondatrice e segretaria generale della Lega Nazionale per la Democrazia, era già stata arrestata nel 1989 e si è sempre battuta contro la giunte militari che hanno dominato parte della scena politica del Paese fin dagli anni Sessanta.

Myanmar, altri 7 anni di carcere per l’ex leader Aung San Suu Kyi. Il Domani il 30 dicembre 2022

La premio Nobel per la pace, 77 anni, si trova agli arresti domiciliari dal colpo di stato del febbraio 2021. Con questa condanna il totale della pena che deve scontare sale a 33 anni

L’ex leader birmana Aung San Suu Kyi è stata condannata ad altri sette anni di carcere da un tribunale militare e ora dovrà scontare un totale di 33 anni in prigione. Suu Kyi s trova agli arresti domiciliari dal febbraio del 2021, quando l’esercito del Myanmar ha deposto il suo governo. Dopo la deposizione, Suu Kyi è stata messa sotto processo per 18 capi d’accusa, tra cui corruzione e violazione delle regole sul Covid. 

Nel paese è in corso un conflitto strisciante tra sostenitori del governo deposto e la giunta militare, che è impegnato anche in operazioni militari contro la minoranza musulmana dei Rohingya e altre minoranze.

Suu Kyi ha 77 anni ed ha vinto il premio Nobel per la pace per il suo attivismo nel paese. Arrivata al governo per la prima volta nel 1990, era già stata deposta una prima volta da un golpe militare.

La scorsa settimana, il consiglio di sicurezza dell’Onu aveva chiesto alla giunta militare del paese di rilasciare tutti i prigionieri politici e di mettere fine alla violenza nel paese.

LA SENTENZA DEL REGIME BIRMANO. Myanmar, 33 anni di carcere per il Premio Nobel per la Pace San Suu Kyi. Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione in Birmania. Il Dubbio il 30 dicembre 2022

L'ex leader 77enne è prigioniera della giunta, in un carcere a Naypyidaw, accusata di una serie di reati: dalla corruzione ai brogli elettorali, passando per la violazione del segreto di Stato e quella delle restrizioni anti-Covid

Aung San Suu Kyi, la leader dell'opposizione birmana, Premio Nobel per la Pace, dovra' trascorrere altri 33 anni dietro le sbarre. E' il risultato dell'ennesima condanna da parte di un tribunale militare che, al termine di un processo-fiume andato avanti per 18 mesi, le ha inflitto 7 anni di carcere perché l'ha riconosciuta colpevole di 5 reati di corruzione.

Dal colpo di Stato del 1 febbraio 2021 in Birmania, l'ex leader 77enne è prigioniera della giunta, in un carcere a Naypyidaw, accusata di una serie di reati: dalla corruzione ai brogli elettorali, passando per la violazione del segreto di Stato e quella delle restrizioni anti-Covid. Quella che un tempo era la leader “de facto” del Paese, poi disarcionata dalla giunta militare, ha affrontato in questi mesi l'ultimo processo, accusata di abuso di posizione di potere per l'acquisto di terreni e il noleggio di elicotteri; ma nei mesi scorsi, era già stata condannata a 26 anni di carcere, per quattordici capi d'accusa diversi. Secondo una fonte giudiziaria, comunque, in tribunale San Suu Kyi è apparsa in "buona salute".

Il processo farsa. Aung San Suu Kyi condannata a 6 anni per corruzione: altro ‘colpo’ del regime militare birmano. Redazione su Il Riformista il 15 Agosto 2022. 

La scure del regime militare birmano colpisce ancora una volta Aung San Suu Kyi, la leader politica democratica e premio Nobel, già agli arresti domiciliari dal colpo di stato del febbraio 2021. 

Un tribunale del Paese l’ha infatti condannata ad altri sei anni di prigione nell’ambito di un processo condotto a porte chiuse e senza la possibilità per la stampa di poter assistere alle udienze, oltre ad un ordine del tribunale che impediva agli stessi legati di Aung San Suu Kyi d poter parlare pubblicamente del processo.

Le accuse nei confronti della leader birmana, già condannata lo scorso gennaio a quattro anni per violazione delle restrizioni alle importazioni (importando illegalmente dei walkie-talkie), la violazione della legge sulle telecomunicazioni (utilizzando i walkie-talkie senza licenza) e la violazione delle restrizioni per il coronavirus, erano quelle di aver abusato della sua posizione nel governo del Myanmar per affittare terreni pubblici a canoni inferiori a quelli di mercato e per aver costruito una residenza privata con fondi raccolti per scopi caritatevoli.

Dal colpo di stato del 2021, compiuto dall’esercito instaurando un regime militare, il Paese è sprofondato nuovamente nella dittatura, le libertà sono fortemente limitate e gli stessi militari controllano il sistema giudiziario.

Proprio dopo la svolta militare Aung San Suu Kyi ha dovuto incassare diverse condanne. Nel dicembre 2021 era stata condannata a quattro anni, due per sedizione e due sempre per aver violato le restrizioni per il coronavirus, durante la campagna elettorale. Quindi ad aprile l’ennesima condanna, questa volta a cinque anni, con l’accusa di aver accettato una tangente dell’equivalente di oltre 500mila euro dall’ex governatore della regione di Yangon.

Alessandra Muglia per corriere.it il 20 settembre 2022.

Speravano di cancellare le tracce dell’atrocità appena commessa: quei bambini, almeno sette, uccisi a scuola e poi, diversi di loro, fatti cremare. Un attacco infame, quello sferrato contro la scuola elementare di un complesso monastico buddista dalle truppe della giunta golpista birmana. 

E’ avvenuto venerdì scorso nel villaggio di Let Yet Kone a Tabayin, 110 chilometri a nord-ovest di Mandalay, la seconda città più grande del Paese. Ma il silenzio sulla strage è durato soltanto qualche giorno, ora stanno emergendo testimonianze drammatiche. «C’erano pozze di sangue all’interno della scuola. Pezzi di carne sparsi dappertutto, sui ventilatori, sui muri e sul soffitto», ha raccontato un abitante del villaggio andato sul posto dopo l’attacco. «Alcuni genitori sono venuti a cercare i loro figli, ma tutto ciò che era rimasto erano dei vestiti, così non hanno potuto nemmeno celebrare i funerali». 

La preside dell'istituto, che si trova nel compound del monastero buddista del villaggio, ha ricostruito con l’Ap quei momenti terribili: stava cercando di portare gli studenti in nascondigli sicuri nelle aule del piano terra quando due dei quattro elicotteri Mi-35 che sorvolavano il villaggio hanno iniziato a sparare con mitragliatrici e armi più pesanti contro la scuola.

Mar Mar, come si fa chiamare questa donna, lavora nella scuola con 20 volontari che insegnano a 240 studenti dalla scuola materna all’ottavo anno. Si era nascosta nel villaggio con i suoi tre figli per evitare la repressione del governo dopo aver partecipato l’anno scorso a un movimento di disobbedienza civile contro la presa di potere militare. «Dal momento che gli studenti non avevano fatto nulla di male, non avrei mai pensato che sarebbero stati brutalmente colpiti dalle mitragliatrici», ha detto Mar Mar. Sette bambini sono morti sul colpo e altre 4 persone nelle ore successive, mentre in 17 , tra insegnanti e studenti, sono rimaste ferite. Due docenti e una ventina di studenti sarebbero stati arrestati. 

L'Unicef stima in almeno 11 i bambini morti in Birmania a causa di un attacco aereo e di fuoco indiscriminato in aree civili lo scorso 16 settembre, tra cui quello alla scuola di Tabayin. «Almeno 15 bambini della stessa scuola risultano ancora scomparsi. L'Unicef chiede il loro rilascio immediato e sicuro», si legge in una nota. «Le scuole devono essere sicure. I bambini non devono mai essere attaccati», conclude. Precedentemente testimoni avevano riferito di 13 morti, fra cui 7 bambini, in un attacco aereo condotto da elicotteri della giunta militare.

I media di Stato birmani difendono l'attacco sostenendo che la scuola e il villaggio erano un nascondiglio per le forze anti golpe: i civili sono morti perché le milizie ribelli li hanno usati come scudi umani, dicono. 

Dal colpo di Stato del febbraio 2021, con cui i militari hanno travolto il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi, l’esercito birmano si è macchiato di violenze atroci contro i civili, prendendo più volte di mira le istituzioni religiose dove la popolazione cerca rifugio dagli scontri. 

In particolare la regione del Sagaing, dove si trova la scuola monastica colpita, è stata teatro nei mesi scorsi di diverse offensive dell’esercito birmano, che avrebbe dato alle fiamme interi villaggi, spingendo alla fuga circa mezzo milione di persone, secondo un rapporto pubblicato questo mese dall’Unicef. 

E' stato attaccato un monastero che ospitava sfollati a Mobye, nello Stato meridionale Shan: tra le vittime anche due bambini. In questa città le truppe birmane hanno profanato anche una chiesa cattolica usandola come cucina per i propri soldati e circondandola di mine dopo averla abbandonata. 

Più di 5mila civili sono fuggiti da Mobye dopo che almeno 100 abitazioni sono state distrutte dagli attacchi aerei.

Myanmar, l'esercito spara su una scuola. Morti 11 bambini ma la tv di Stato non lo dice. L'attacco è avvenuto una settimana fa. I militari: "Era un blitz contro i ribelli". Diana Alfieri il 21 Settembre 2022 su Il Giornale.

Raffiche di mitragliatrici da elicotteri militari, e poi raid dei soldati classe per classe: almeno 11 bambini e sette adulti sono stati uccisi in Birmania - e altri 15 piccoli studenti, feriti, sono ricoverati in un ospedale nelle mani dei militari - in un attacco dell'esercito contro una scuola nel centro-nord del Paese, che ufficialmente aveva come obiettivo i ribelli armati che si oppongono al governo militare.

Un anno e mezzo dopo il colpo di stato che ha fatto precipitare la Birmania in una guerra civile, la strage di bambini conferma l'assenza di scrupoli di una giunta militare sorda alle richieste di democrazia della popolazione. L'attacco è avvenuto venerdì scorso nel villaggio di Let Yet Kone, nella divisione di Sagaing, una delle aree dove è più attivo un movimento armato di resistenza alla giunta militare. Nel weekend i media statali avevano riportato la notizia dell'assalto - senza far menzione dei bambini - parlando di una «ispezione a sorpresa» contro ribelli che trasportavano armi utilizzando la scuola come nascondiglio, e che avrebbero aperto il fuoco per primi. La portata della strage è emersa però nei giorni successivi grazie a racconti di abitanti del villaggio a siti di informazione birmani indipendenti, nonché alle foto delle classi insanguinate diffuse sui social media. L'amministratrice della scuola, Mar Mar, ha raccontato che gli elicotteri hanno iniziato a sparare mentre lei stava cercando di portare gli studenti in un nascondiglio sicuro all'interno dell'istituto, che si trova nel complesso di un monastero buddista e ospita 240 bambini dall'asilo alle elementari. «Hanno continuato a sparare dall'alto per un'ora. Non si sono fermati nemmeno un minuto» ha detto la donna, aggiungendo che poi circa 80 soldati hanno fatto irruzione sparando nelle aule. Secondo alcuni residenti del villaggio, i corpi dei piccoli uccisi sono stati cremati già il giorno dopo dai militari, per rimuovere qualsiasi traccia della strage. L'Unicef ha condannato l'azione dei militari: «Le scuole devono essere sicure. I bambini non devono mai essere attaccate», si legge in una nota del Fondo dell'Onu per l'infanzia, che chiede il rilascio «immediato e sicuro» dei 15 bambini prelevati dai militari e ancora in ospedale; secondo alcune testimonianze, alcuni dei bambini feriti hanno perso degli arti. Per quanto sia il più cruento di cui si abbia notizia, l'attacco di venerdì non è il primo contro istituti educativi dal golpe del 1 febbraio 2021: l'Onu ne ha documentati almeno 260. La strage è l'ennesima conferma di come la Birmania sia precipitata in un vortice di violenza. La giunta del generale Min Aung Hlaing, dopo aver deposto il governo guidato da Aung San Suu Kyi, ha represso nel sangue manifestazioni della popolazione inizialmente pacifiche, e da allora la resistenza ai militari è diventata armata e si è spostata nelle campagne, spesso unendosi a milizie ribelli di gruppi etnici in guerra da decenni contro il governo centrale.

I Rohingya, un popolo alla ricerca di una terra da abitare.  Simona Iacobellis su Inside Over il 29 maggio 2022.

Il mese di maggio decreta l’inizio della stagione dei monsoni nella regione del Myanmar e attraversare il mare per i Rohingya, che cercano ancora una terra da abitare, è sempre più pericoloso. Lo scorso sabato, 17 persone tra adulti e bambini hanno perso la vita: la loro barca si è capovolta. Save the Children ha registrato che “molti dei corpi trovati senza vita erano di bambini di età compresa tra gli 11 e i 12 anni, secondo i rapporti locali. Più di 50 persone rimangono disperse”. Non si tratta di un singolo episodio, ma dell’ennesimo incidente degli ultimi anni. Ogni anno centinaia di persone salgono su barche dismesse per raggiungere terre in cui poter vivere dignitosamente. Ma ogni volta un naufragio intercorre tra questo popolo e il loro obiettivo.

Quella dei Rohingya è una storia di persecuzione e sofferenza. Musulmani sunniti, i Rohingya parlano una lingua di ceppo indoeuropeo, sono originari del Rakhine, territorio della Birmania al confine con il Bangladesh, dove convivevano con la maggioranza buddista dello Stato, ma senza essere riconosciuti dal Paese, nonostante rappresentassero un terzo della popolazione. Sull’origine della loro etnia si hanno molte teorie ma poche certezze. Secondo alcuni la loro terra è il Myanmar da secoli; per qualcun altro hanno raggiunto quella terra solo nell’ultimo secolo. La loro presenza è attestata dal 1785, l’anno dell’invasione birmana che uccise migliaia di indigeni e molti Rohingya. I superstiti fuggirono nelle zone adiacenti sotto il controllo britannico. Quando gli inglesi conquistarono lo Stato dell’Arakan, nome antico del Rakhine, il popolo fu incentivato a migrare in quelle terre. I Rohingya si stabilirono così nel Bengala orientale dell’Arakan, che oggi è il Bangladesh.

La birmania ha ottenuto l’indipendenza nel 1948. Dopo il colpo di Stato che ha rovesciato il governo birmano nel 1962, i Rohingya sono stati discriminati perché ritenuti non appartenenti al Myanmar dalle autorità nazionaliste. A dimostrazione della loro mancata appartenenza a quelle terre, la legge sulla cittadinanza del 1982 non li include tra i gruppi etnici riconosciuti ufficialmente dal Paese. In Birmania un Rohingya necessita di un permesso speciale per viaggiare, ma anche per cercare lavoro, andare dal medico o partecipare ad un funerale. Alcuni di loro sono costretti al lavoro forzato, vengono arbitrariamente arrestati, le tasse per loro sono discriminanti e subiscono anche violenza fisica e psicologica. Ai giovani, invece, non è garantito il diritto all’istruzione. 

Anche i monaci buddisti si sono accaniti nei loro confronti. Li considerano una minaccia per la purezza religiosa buddista, motivo per cui non sono permessi i matrimoni misti. Il Movimento 999 a suon di “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto” rappresentano il gruppo portavoce di questa campagna. Il movimento è guidato da Ashin Wirathu, monaco buddista già incarcerato per 8 anni per incitamento all’odio. 

Il genocidio che li ha spinti alla fuga

L’inizio delle loro peregrinazioni è legato agli scontri del 2012, in cui sono stati saccheggiati e distrutti interi villaggi in seguito dello stupro e uccisione di una giovane donna buddista, Thida Htwe. Il primo apice della fuga dei Rohingya si è verificato nel 2015, quando circa 25mila profughi hanno abbandonato il Golfo del Bengala. L’emergenza migranti si è intensificata ulteriormente per la mancata accoglienza dei Paesi limitrofi. Nel 2017 l’esercito birmano ha dato vita ad un’operazione di pulizia etnica: violenze sessuali, incendi, stragi e crimini contro l’umanità hanno causato una forte ondata migratoria di civili costretti a scappare in Bangladesh, dove hanno trovato una sistemazione nel Cox’s Bazar, un grande campo profughi alla frontiera. Un accorto bilaterale tra Bangladesh e Myanmar aveva stabilito il rimpatrio della sfortunata popolazione Rohingya all’inizio del 2018. Diverse sono state le proteste per la difesa dei diritti umani che ne hanno causato il rinvio. Sono state le Nazioni Unite a definire quelle azioni come “pulizia etnica”: l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha parlato di genocidio, in relazione alla violenza delle forze di sicurezza birmane chiaramente intenzionate a distruggere il gruppo etnico. 

In questa vicenda ha un ruolo, più passivo che attivo, Aung San Suu kyi, che dal 2016 è stata Consigliera di Stato e alla guida del ministero degli Esteri. Contrariamente a quanto dice il suo Nobel per la pace, le sue azioni, o meglio non-azioni, si sono limitate alla richiesta di “rispettare la legge e l’ordine”. Nel mentre continuava ad omettere il termine “Rohingya” nei suoi discorsi, sostituendolo con “bengalesi” o “musulmani”. È arrivata anche a revocare il permesso alla Bbc per recarsi sui luoghi del conflitto. Le Nazioni Unite hanno stabilito che la leader “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Nel 2019 è stata chiamata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse di genocidio contro i Rohingya.  

Nel 2021 la leader birmana è stata arrestata in seguito ad un colpo di Stato, ma il Paese è caduto in un abisso di violenze che ha solo peggiorato la situazione della minoranza, ma anche di tutta la società civile birmana. La risoluzione delle Nazioni Unite del 2021 ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità e di tutte le violazioni delle leggi umanitarie da parte dell’esercito del Mynmar contro i Rohingya e le altre minoranze. 

Intanto la popolazione continuava ad organizzarsi per fuggire, unica soluzione per un popolo non riconosciuto, discriminato e senza via di uscita. All’ennesimo naufragio, Sultana Begum, Regional humanitarian Advocacy and Policy Manager di Save the Children, ha affermato: “Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti noi. La lunga persecuzione del popolo Rohingya ha ora mietuto nuove vittime innocenti, tra cui anche bambini”. E ancora, “le passate esperienze di violenza, così come la povertà e l’insicurezza, spingono le famiglie Rohingya a compiere questi viaggi mortali in mare alla ricerca di una vita migliore”. Per le famiglie “queste traversate sono estremamente pericolose e coloro che fuggono rischiano la morte, gravi danni fisici e mentali e la malattia. La necessità di garantire che i Rohingya siano al sicuro, rispettati e protetti è più urgente che mai”. 

Prigionieri di un’isola

Il capo dell’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati ha infatti accettato di aumentare il sostegno ai rifugiati trasferiti in un’isola sperduta e soggetta a inondazioni in Bangladesh. I rifugiati sono stati trasferiti sull’isola di Bahsan Char nel 2020, ma prima che le Nazioni Unite potessero verificare se fosse adatta ad ospitarli. Tra le motivazioni di questa scelta azzardata c’era anche la necessità di fronteggiare l’aggravante Covid. L’isola di Bahsan Char è emersa dal mare nel 2006, è costituita interamente da sedimenti di limo himalayano ed è nota per la sua vulnerabilità ai cicloni. Nulla ha fermato, però, la costruzione di abitazioni, negozi e moschee, tutto appositamente per i 100mila apolidi. Se non fosse per il piccolo particolare delle ostilità metereologiche che ogni anno sommergono le pianure di un metro d’acqua durante l’alta marea.

Il governo del Bangladesh aveva suggerito per la prima volta questa soluzione nel 2015, soluzione giudicata “difficile dal punto di vista logistico” dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Nonostante questo, il Bangladesh ha comunque ordinato il loro reinsediamento nel 2017. Dal 2020 sono 29.116 i rifugiati Rohingya che possono lavorare e contribuire all’economia sull’isola, a patto che non ci si allontanino. Ed è proprio il limite di movimento imposto ai residenti che li ha spinti a fuggire disperatamente da una prigione in cui le acque rappresentano una barriera mortale. 

Le condizioni sono critiche anche per chi risiede ancora nelle terre del Bangladesh. A Shahjalal Upasahar, un quartiere povero nella città di Sylhet, nel Bangladesh nord-orientale, la stagione dei monsoni sta rendendo più complicata del solito la vita dei rifugiati del quartiere. Le forti piogge nella regione hanno innescato inondazioni pre-monsoniche la settimana scorsa e i fiumi Surma e Kushiara in piena hanno sommerso centinaia di villaggi. Oltre alla mancanza di acqua potabile e cibo, oltre 1,5 milioni di bambini erano a rischio di malattie trasmesse dall’acqua, annegamento e malnutrizione a causa delle inondazioni. Per i cittadini è impossibile vivere nelle proprie case, in cui l’acqua arriva alle ginocchia. Molti di loro si sono trasferiti nei rifugi istituiti dalla Shylet City Corporation. 

Nonostante gli elogi nei confronti del Bangladesh per aver accolto i rifugiati, in questi anni il Governo non solo non è riuscito a trovare una casa permanente per i Rohingya, ma non è riuscito neanche a garantire loro un soggiorno dignitoso nel loro Paese, abbandonandone altri in un’isola senza possibilità di scelta. 

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Bielorussia, il Paese-prigione in piena Europa dove è illegale fare gruppo. Storia di Andrea Nicastro su Il Corriere della Sera domenica 20 agosto 2023

C’ è qualcosa che lascia disorientati per le strade di Minsk, come se mancasse un po’ d’aria o la forza di gravità agisse diversamente. Certo sono biondi, parlano a bassa voce, non gesticolano e ridono poco, ma non basta. Al principio si pensa all’asfalto perfetto, ai parchi senza una foglia per terra, a piazze, strade, marciapiedi sovradimensionati, agli autobus elettrici, puliti e silenziosi. Non fosse per il costruttivismo sovietico dei palazzi, sembrerebbe una Svezia senza mare. Il patto sociale con il potere qui si regge su stipendi bassi, ma buoni servizi pubblici e prezzi calmierati che permettono di vivere tranquilli. non ci sono state le privatizzazioni selvagge della Russia degli Anni 90, qui le grandi imprese sono rimaste statali ed è sopravvissuto un egalitarismo sovietico, senza penurie e con in più le vacanze in Turchia. Ma c’è dell’altro, non tanto nelle cose, piuttosto nelle persone. Ci vuole un po’ per rendersene conto, ma l’intuizione arriva e all’improvviso ci si sente scomodi, in pericolo.

Davanti ai tavolini di un pub, si sta esibendo un ragazzo con chitarra e amplificatore. Tutto è come dev’essere: pavimentazione in pietra, edifici restaurati, turisti (russi e qualche kazako) con le tartine di patate nei piatti. Il cantante non è granché, il repertorio neppure, solo canzoni sovietiche Anni 60 e 70 sul mal d’amore. Più che fermarsi, la gente rallenta per sentire la fine della canzone. Due poliziotti lo interrompono, il ragazzo spegne l’amplificatore, ripiega l’asta del microfono, mostra i documenti, non tenta neppure di giustificarsi. I passanti non lo difendono o buttano lì una battuta perché lo lascino andare.

Il ragazzo si muove rigido, meccanico, se ne va con i poliziotti a destra e sinistra e nessuno che lo incoraggi. Non i fidanzati che si tengono per mano, non le due amiche, non i due adolescenti, non la coppia anziana… Ecco l’intuizione. In un attimo capisci che sono tutti a due a due. Come protoni e neutroni che vagano allacciati sul marciapiede tenendosi a distanza dall’altro atomo più vicino. Due, due, due. Non di più. Errore, là sono in quattro, ma sono una famiglia. La regola del due è rispettata anche ai tavolini dei ristoranti. Famiglie oppure coppie. Non ci sono gruppi di amici, compagnie niente. Ecco l’atmosfera irreale di Minsk: la gente non si mischia, non si avvicina, non fa gruppo. Non è carattere nazionale, c’è una legge che lo impedisce, una legge contro gli assembramenti per prevenire le rivolte. E, soprattutto, c’è la paura che ha paralizzato il ragazzo. La Bielorussia è da trent’anni l’«ultima dittatura d’Europa», ora la deriva della Russia con l’elmetto di Putin ne contende il record, ma insomma l’aria resta quella.

«Gli arresti sono continui», ha dichiarato al New York Timesmesi fa l’Ong premio Nobel 2021 Viasna. Ricontattati a Minsk nei giorni scorsi hanno risposto: «Troppo pericoloso incontrare giornalisti stranieri e anche inutile. Solo cancellando le sanzioni internazionali potrà riprendere il dialogo internazionale con il governo Lukashenko e quindi anche il nostro col regime».

Il punto di svolta sono state le elezioni del 2020. Un gruppo di esponenti del sistema (un miliardario, un ex ambasciatore e, il più outsider, un blogger) aveva pensato che il padre padrone del Paese, Alexandr Lukashenko fosse pronto a farsi da parte e anche gli elettori ci hanno creduto. Così, quando il risultato di Lukashenko è stato l’80% contro il 19 degli exit poll e il 21 dei sondaggi, , non più due a due, ma in massa. L’Occidente ha reagito con le sanzioni, le ha inasprite nel 2021 quando Lukashenko ha dirottato un volo Ryanair per arrestare un oppositore e ne ha aggiunte ancora nel 2022 quando Minsk ha permesso che dal suo territorio Putin attaccasse l’Ucraina. Risultato: su neanche 10 milioni di abitanti, tra i 200 e i 500mila sono fuggiti all’estero. Un’emorragia che ha azzoppato il Pil.

Gli sfidanti originari del 2020 sono ancora in cella, i loro sostituti in esilio (tra loro il volto dell’opposizione Svetlana Thichanovskaya), mentre l’unica candidata ancora in libertà è Hanna Kanapackaja che ricavò (ufficialmente) dalle urne l’1,6%. «Purtroppo — dice al Corriere Kanapackaja — il mio Paese non aveva nel 2020 e non ha oggi una magistratura indipendente, dei media liberi, un ambiente economico concorrenziale ed elezioni oneste. Il presidente è troppo potente e la Russia troppo vicina. Con tutte le truppe di Mosca che vanno e vengono nel nostro territorio si può dire che anche noi, come l’Ucraina, siamo sotto occupazione».

Parole forti da sentire a Minsk, soprattutto da parte di una che l’opposizione all’estero squalifica come «finta», «funzionale al regime». Dicono che Hanna Kanapackaja può parlare così perché suo padre è uno dei milionari del cerchio magico di Lukashenko e potrebbe essere una a cui passare un potere di facciata. A parole lei ci prova: «Sarò la prossima presidente bielorussa. Perché è tempo che la Bielorussia abbia una leader donna. Perché, come Lukashenko, voglio un Paese indipendente e pochi apprezzano che la Bielorussa non abbia mai riconosciuto l’annessione di Mosca della Crimea o dell’Abkhazia, ma anche io farei così. Perché voglio difendere le nostre sanità ed educazione gratuite. E poi perché, a differenza di lui, voglio un Paese anche democratico ed europeo». Davvero pensa che sarà almeno ammessa alla corsa elettorale? «Non so. Prima devo riuscire a far passare un’amnistia per l’ex presidente e i suoi familiari».

Piccole prove di resistenza? Chissà. Forse come quella del cantante di strada. I testi erano innocui, solo cuore e batticuore, ma gli autori? Uno era ucraino, l’altro un contestatore di Putin, l’altro idem per di più fuggito all’estero. Era dunque un oppositore subliminale? Nel dubbio: arrestato.

Scarpini al chiodo. In Bielorussia il calcio è diventato uno strumento di protesta contro il regime. Valerio Moggia su L’Inkiesta il 7 Gennaio 2023.

Nel silenzio della Uefa, Lukashenko ha stilato una lista di proscrizione di quarantanove nomi, tutti calciatori, tutti dissidenti politici. Da arma di propaganda, negli ultimi anni gli atleti si sono trasformati in un fronte di opposizione al governo

Una lista di proscrizione di quarantanove nomi, tutti dissidenti politici secondo l’accusa del governo. Tutti calciatori. È l’ultima trovata del regime di Aljaksandr Lukashenko per reprimere il dissenso in Bielorussia: gli atleti inclusi nella lista non potranno più giocare nei club locali né essere convocati in nazionale, segnala il giornalista Tadeusz Giczan. Di fatto, le loro carriere sono finite, a meno di non abbandonare il Paese e trovare un ingaggio all’estero.

La mossa del governo di Minsk potrebbe sembrare quasi normale, a chi non conosce gli stretti rapporti che il regime ha intessuto negli anni con lo sport, e con il calcio in particolare. Fino a non molti anni fa, il mondo del pallone era uno degli strumenti favoriti per la propaganda di Lukashenko. Poi le cose sono cambiate, e oggi siamo al punto in cui un personaggio come Vasil Khamutowski, ex portiere con ventisei presenze in nazionale, è addirittura sotto processo in questi giorni per attività anti-governative.

Il calcio bielorusso è sempre stato marginale anche ai tempi dell’Unione Sovietica, ma dall’inizio degli anni Duemila ha iniziato a farsi notare grazie ai crescenti successi del Bate Borisov, che nel 2008 arrivò pure a competere per la prima volta ai gironi di Champions League. Inutile dire che i risultati del club, capace di soppiantare la storica potenza della Dinamo Minsk, erano dovuti anche alla vicinanza al regime di Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994 e strettamente legato al presidente del Bate, l’imprenditore automobilistico Anatol Kapski, che nel 2011 ha anche supportato la campagna elettorale del presidente.

Calcio e non solo, ovviamente. Nel 2014 la Bielorussia ha ospitato, tra non poche polemiche, i Mondiali di hockey su ghiaccio; poi nel 2019 è stata la sede degli Europei di pattinaggio di figura e anche dei Giochi Europei. Competizioni forse non di primissimo piano a livello globale, ma che hanno un certo seguito nell’Europa settentrionale, e che testimoniano come, nel suo piccolo, Lukashenko abbia cercato pure lui di ritagliarsi un proprio posto nella discutibile galassia dello sportwashing.

Curiosamente, la grande occasione per usare lo sport come strumento di propaganda internazionale è arrivato proprio all’inizio della pandemia del Covid-19. Mentre i contagi crescevano in tutto il mondo e le varie federazioni sportive decidevano di fermare le attività e le competizioni, il campionato di calcio bielorusso è andato avanti imperterrito, come chiuso in una propria bolla: l’immagine di un paese sicuro e sotto controllo, mentre tutto il mondo è nel caos, preda di una «psicosi di massa» (parole precise dello stesso Lukashenko). E invece proprio in quel momento – in cui il regime voleva mostrarsi più forte che mai davanti al mondo, anche in vista delle elezioni in agosto – il banco è saltato.

E a dare il via a tutto è stato un calciatore, Aljaksandr Hleb, ex-centrocampista di Arsenal, Barcellona e, ovviamente, Bate Borisov. A fine marzo 2020, mentre quello bielorusso era l’unico campionato in corso in Europa, Hleb denunciava al quotidiano britannico Sun che nessuno nel suo Paese si preoccupava del Covid e stava pensando di fare qualcosa per fermarlo. Soli quattro mesi più tardi, la Federcalcio decideva finalmente di interrompere la competizione, mentre gradualmente nel resto del mondo si faceva l’opposto, ma stavolta non c’entrava nulla la pandemia: nel mezzo c’erano state le elezioni, Lukashenko le aveva ovviamente vinte, ma la gente era scesa nelle strade a protestare. All’improvviso gli stadi, da luoghi di propaganda, erano diventati potenziali sedi di dissenso.

I calciatori avevano iniziato a celebrare i gol facendo il gesto dei manifestanti, nonostante i tentativi del governo di forzarli invece a prendere le parti di Lukashenko. Questo lo sappiamo perché nell’ottobre 2021 la ong Belarusian Sport Solidarity Foundation ha diffuso un report sulle pressioni governative su arbitri e giocatori per diventare armi della propaganda di stato. Secondo diversi testimoni, il ministro dello Sport «minacciò di bloccare i fondi pubblici ai club i cui giocatori si rifiutavano di firmare lettere in favore del governo». Calciatori e direttori di gara iniziarono a denunciare apertamente la repressione del regime, come ad esempio Anton Saroka, uno dei principali giocatori del campionato locale (anche lui, ovviamente, del Bate Borisov), che addirittura venne arrestato durante una manifestazione.

L’ultimo tassello della ribellione del calcio contro Lukashenko arrivò dalle stelle arruolate nei campionati stranieri. Come Ilya Shkurin, astro nascente del calcio bielorusso da poco trasferitosi al Cska Mosca, che arrivò a dire pubblicamente che non avrebbe più vestito la maglia della nazionale finché Lukashenko fosse stato al potere. O come Viktor Goncharenko, giovane allenatore (serve dirlo? Ex Bate Borisov) anche lui migrato nel più ricco campionato russo, che dichiarò di essere contrario «al pestaggio del nostro pacifico e meraviglioso popolo. La polizia e l’esercito dovrebbero proteggere le persone, non picchiarle».

Da allora è passato circa un anno e mezzo, e oggi in Bielorussia non si protesta più. Dopo aver sedato il malcontento, il regime adesso regola i conti nei tribunali, e anche al mondo del pallone tocca la sua fetta di repressione. Ciò che manca in questa storia è però la voce delle istituzioni del calcio internazionale: come la Fifa è rimasta in silenzio sui crimini del governo iraniano, consentendo alla nazionale di prendere tranquillamente parte ai Mondiali in Qatar, così da due anni la Uefa tace sulle intromissioni di Lukashenko nel calcio bielorusso, sulle minacce e adesso sulle liste nere dei giocatori dissidenti.

Quanta propaganda nei funerali rossi. Gian Piero Piretto racconta la funzione politica e ideologica delle esequie sovietiche. Stenio Solinas il 25 Ottobre 2023 su Il Giornale.

All'indomani del cosiddetto «decabrismo» del 1825, la rivolta contro Nicola I schiacciata sul nascere, la Russia entrò in una fase in cui idealismo romantico di stampo liberale e nichilismo rivoluzionario di matrice anarchica e insieme messianica si scambiavano le parti e spesso si ritrovavano avvinghiati a un terzo incomodo che, di volta in volta, se non contemporaneamente, le impersonava e altro non era se non la polizia segreta zarista, abilissima nel fomentare come nel reprimere. Dietro ogni agitatore, teorico o militante che fosse, c'era insomma un poliziotto a spiarlo, e spesso si trattava della stessa persona...

A metà Ottocento, sull'onda del quarantottismo europeo, la dissidenza russa si arricchì di un nuovo elemento, come racconta Gian Piero Piretto nel suo L'ultimo spettacolo (Cortina editore, pagg. 232, euro 19), ovvero i «funerali politici», meglio conosciuti come Kransye pochorony, i «funerali rossi». Era un cromatismo simbolico e ideologico, perché se da un lato entrava in competizione con il giallo dei paramenti sacri e dei gonfaloni confessionali delle processioni religiose ortodosse, una sorta di laicismo come fede politica, dunque, dall'altro manteneva l'antica consuetudine di lastricare le strade con rami d'abete rosso, «designazione simbolica dell'ultimo percorso lungo una strada pura» e insieme recupero di antichi culti pagani fatti propri dal cattolicesimo. Il colore nero restava appannaggio del corteo di amici, parenti, ammiratori e semplici curiosi che accompagnava la bara del defunto, e dell'oratore chiamato a ripercorrerne la vita e le opere. Eterna memoria era il canto liturgico della Chiesa ortodossa che accompagnava le esequie, a cui spesso si univa, quando non si sostituiva o si contrapponeva l'inno, diciamo così, laico Sei caduto vittima, inglese come origine (Not a Drum Was Heard, Not a Funeral Note), ma tradotto in russo nel 1826 e da allora divenuto patrimonio nazionale. Ancora negli anni Cinquanta del Novecento, Dmitri Sostakovic ne inserirà la melodia nel terzo movimento della sua Sinfonia n°11, sottotitolata L'anno 1905, in ricordo della prima, e fallita, insurrezione «rossa» nella Russia zarista. Grazie a quest'opera Sostakovic, che era sopravvissuto alle purghe staliniste, ma era stato relegato ai margini della vita intellettuale in quanto compositore decadente, ottenne la riabilitazione e il premio Lenin...

Fino alla Rivoluzione d'Ottobre, i «funerali rossi», per quanto laici si potessero o si volessero definire, continuarono ad avere a che fare con l'anima religiosa del popolo russo, l'umile fossa scavata nella «madre terra», la preghiera e i rituali, i fiori e i paramenti... Il cambio di regime, la nascita dell'Urss come unione di repubbliche socialiste e sovietiche, portò con sé il tentativo di sradicare una fede che era anche una memoria collettiva, ovvero «il risultato di un ricordo», sostituendola con un ateismo di Stato capace di incarnare, sublimandola, quella che era l'edificazione di un nuovo ordine sociale, morale, ideologico e politico, terreno e non trascendente, un po' come la Rivoluzione francese, un secolo prima, aveva cercato di fare, senza successo, con il culto della Dea Ragione prima, dell'Essere supremo dopo...

Il sottotitolo del libro di Piretto è «I funerali sovietici che hanno fatto la storia» e rimanda, appunto, all'utilizzo della morte come strumento di propaganda da parte del potere politico è il caso, fra gli altri, delle esequie di Lenin, di Stalin, di Gagarin- , oppure come atto di sfida al potere, le manifestazioni funebri in onore di poeti come Esenin o Achmatova, per certi versi Majakovskij.

Nel primo caso, Piretto parla di un vero e proprio «culto della morte per la patria» che da Lenin e da Stalin arriva poi sino a Putin, «le cosiddette morti giuste affrontate per la nazione», e vede nel suo ultimo capolinea un rimando «farsesco» al passato sovietico, nonché una evocazione, «in maniera ancora più tragica» degli «ideali nazisti». Vale la pena sottolineare che, più in generale, si tratta semmai di un elemento distintivo del totalitarismo in sé e dove il diritto di progenitura in materia ce l'ha il bolscevismo, non il nazionalsocialismo, e che altresì il «culto dell'eroe» caduto per la patria fa anche parte delle democrazie occidentali, così come, nel caso del conflitto russo-ucraino, riguarda entrambi gli schieramenti in campo.

Più interessante è notare come, inizialmente, il «culto dei caduti» della Rivoluzione bolscevica avesse a che fare con una sorta di «immortalità sociale» che prendeva il posto dell'«obsoleta vita eterna religiosa». Erano insomma morti per la causa, non per la nazione, tantomeno per la patria, concetti che il comunismo aveva espulso dal proprio orizzonte di valori. Le tombe di quei morti erano «sepolcri viventi» che andavano a cementare la creazione di un nuovo ordine in cui i bambini non venivano battezzati, ma «ottobrati» e i suoi santi del calendario si chiamavano Oktijabire, da ottobre, Barirkad, da barricata, Tratorine, da trattore, Industrjaizacij, fa industrializzazione... In quest'ottica, la morte come fatto privato, non pubblico, individuale, non collettivo, non aveva più spazio. Non esistevano più «persone qualunque», ma il compito di ogni buon comunista era di vivere e morire in quanto tale, eroicamente, insomma...

Tutto ciò darà vita, in specie a partire dagli anni Trenta, a una sorta di «melodrammi nazionali», spettacoli di massa che mettevano in scena vite esemplari quanto ideologicamente corrette: la sorella o la vedova di Lenin, lo scrittore Maksim Gor'kij, il segretario del comitato centrale Kirov... Sul fronte opposto, c'erano solo le «ceneri non reclamate», a testimoniare l'espulsione dalla vita e dalla stessa morte dei «nemici del popolo», ovvero di chi non era degno di essere ricordato: fosse comuni, niente cerimonie, tantomeno pietre tombali, i crematori come anonima livella finale.

Lo spartiacque fra il prima e il dopo sarà la Seconda guerra mondiale. Per vincerla, Stalin recupererà tutto ciò che il bolscevismo aveva voluto, è proprio il caso di dire, seppellire: la terra e la patria, la Santa Madre Russia e i pope, la nazione: l'eroe sociale cedeva il passo al combattente, almeno sino alla vittoria finale...

Nel dopoguerra, l'apoteosi di tutto ciò saranno i funerali di Gagarin, dove l'eroe sociale era anche un eroe militare, per quanto sui generis, l'uno e l'altro emblema di quel «primo uomo nello spazio» che per un momento aveva illuso l'intera nazione su un futuro radioso: c'era stata la destalinizzazione, era cominciato il «disgelo»... L'urna «con le ceneri e tutti i suoi fiori» venne portata a spalle da Breznev, nuovo segretario, e Gromyko, ministro degli Esteri e murata nelle mura del Cremlino. «La lenta marcia delle corone, poi degli ufficiali che portavano le onorificenze rispettava la tradizione delle esequie di Stato sovietiche ancora modellate sulle sempre più remote processioni religiose». Dietro l'Urss, era la Russia eterna a scandire ancora una volta il suo: «Presente».

Misteri Reali. Rasputin, un santo o un ciarlatano alla corte dello zar? Per alcuni fu un santo, per altri un diavolo che contribuì alla rovina dei Romanov e dell’impero russo: di certo Rasputin fu un personaggio carismatico e controverso, probabilmente un abile calcolatore. Francesca Rossi il 10 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il ladruncolo diventato “starets”

 La debolezza degli zar

 Il tramonto di un’era

 La congiura

Chi fu davvero Grigorij Efimovič Rasputin (1869-1916)? Una cosa è certa: fu molte cose, alcune in netta contraddizione l’una con l’altra. In lui convissero diverse “anime”, quella del mistico e guaritore, quella del ladro, quella dell’asceta, quella dell’amante del lusso e delle donne. Rasputin arrivò non solo a toccare il vero potere, ma addirittura a influenzare la famiglia dello zar con il suo indiscutibile ascendente. Essere diventato indispensabile per Nicola II e la sua famiglia segnò il suo ingresso ufficiale nella Storia, ma anche il suo terribile destino.

Il ladruncolo diventato “starets”

Rasputin nacque a Prokrovskoe, un villaggio a più di duemila chilometri dal centro del potere, la capitale dell’impero San Pietroburgo. Era figlio di un vetturino e di una contadina, amava i piaceri della tavola e le donne: nulla lasciava presagire che sarebbe arrivato fin negli appartamenti privati della famiglia dello zar, diventando una delle figure più temute, rispettate, ma anche odiate alla corte dell'ultimo zar di Russia.

Ci sono alcuni episodi della sua giovinezza che vengono indicati dai biografi come una sorta di spartiacque, eventi chiave che, seppur indirettamente, lo condussero fino al centro dell’impero: da bambino Grigorij scivolò in un torrente con uno dei fratelli. Entrambi si presero la polmonite, ma il futuro monaco si salvò. Questo evento gravò per sempre sulla sua coscienza e segnò un primo, importante cambiamento nel suo carattere. Ma non fu il solo. Quando Rasputin era ormai un ragazzo sarebbe stato sorpreso a rubare lo steccato di un vicino e preso a bastonate. Secondo episodio negativo che lo avrebbe reso ancora più chiuso, riservato, cupo.

Per la verità Grigorij aveva sempre avuto un’inclinazione per il misticismo e per la spiritualità, ma queste due disavventure avrebbero accentuato tale predisposizione. Nel 1897 decise di partire per il monastero ortodosso di Verchotur’e, lasciando i genitori, la moglie Praskov’ja, che aveva sposato nel 1887 e i figli. In questo luogo Rasputin imparò a leggere e a scrivere e incontrò la sua guida spirituale, il monaco Makarij (1851-1917) il quale, per espiare i peccati, si infliggeva mortificazioni corporali con una catena e non mangiava carne.

L’arrivo nel monastero sancì la vera svolta mistica di Grigorij, che decise di diventare un pellegrino e vivere di elemosina, tornando dalla sua famiglia esclusivamente per aiutare durante le fasi più importanti del lavoro nei campi. All’inizio del Novecento (la data precisa è incerta, gli studiosi si dividono tra i 1903 e il 1905) il mistico si recò a San Pietroburgo per conoscere il religioso Ivan Ilič Sergiev (1829-1908), futuro San Giovanni di Kronštadt. Nella capitale il carisma del mistico riuscì a impressionare perfino l’archimandrita Feofan, confessore dello zar.

Da questo momento la vita di Rasputin cambiò di colpo. La principessa Milica del Montenegro e la sorella Anastasia, sposate con uomini della famiglia Romanov e interessate agli argomenti inerenti la spiritualità (senza disdegnare un tema di gran voga all’epoca, lo spiritismo), vollero conoscerlo e, affascinate dal suo magnetismo lo introdussero a corte, al cospetto degli zar Nicola II (1868-1918) e Alexandra Fëdorovna (1872-1918). Davanti a Grigorij si spalancarono le porte del potere assoluto.

La debolezza degli zar

Quando Rasputin arrivò a Palazzo, nel 1905, l’autorità di Nicola II vacillava pericolosamente dopo la sconfitta russa nel conflitto contro il Giappone (1904-1905) e la prima rivoluzione russa del 1905. La reputazione di Grigorij, però, non era così immacolata e splendente: gli abitanti del villaggio in cui era nato lo consideravano un chlysty, ovvero il membro di una setta i cui adepti, durante rituali notturni, danzavano, si flagellavano e, infine, si lasciavano andare a orge. Non tutti gli storici, però, concordano sull’appartenenza di Rasputin a questo gruppo.

In ogni caso Rasputin riuscì a far breccia nel cuore dei sovrani, perché riuscì (apparentemente) dove altri, con molta più esperienza e conoscenze di lui, avevano fallito: “curare” l’erede al trono di Nicola II, il piccolo Alekseij. Il bambino aveva l’emofilia, trasmessagli dalla madre, Alexandra Fëdorovna. Quest’ultima, infatti, era la nipote della regina Vittoria, prima portatrice sana della malattia nel suo casato. Gli zar mantennero il segreto assoluto su questo gravissimo problema, che minacciava da vicino il loro potere. La fragilità di Alekseij, però, rendeva anche loro più deboli, disposti a tutto pur di guarirlo. Anche a credere a un uomo di dubbia moralità come Rasputin.

Nel 1907, nel Palazzo di Alessandro a Tsarskoe Celo, Grigorij compì quello che agli occhi di Nicola II e Alexandra sembrò un vero e proprio miracolo: “guarì” lo zarevič da una grave emorragia. Episodi simili si ripeterono nel tempo, tanto che gli zar pensarono di trovarsi davvero di fronte a un santo. Rasputin divenne un protetto e un alleato della famiglia imperiale. Intoccabile. Per i sovrani le voci che circolavano sul suo conto, in particolare sulla sua condotta scandalosa dedita all’alcol e alle avventure con donne nubili e sposate, non solo cortigiane, non erano altro se non calunnie. La zarina si affidò completamente a Rasputin, tanto che gli oppositori della monarchia parlarono addirittura di una relazione tra i due, testimoniata da un carteggio equivoco.

Per la verità non vi fu alcuna passione segreta. Tutt'altro. Alexandra assunse un atteggiamento di vera e propria sudditanza psicologica nei confronti di Rasputin poiché questi le aveva fatto credere di essere l'unico in grado di salvare l'erede al trono e, di conseguenza, la monarchia. Poco importava che fosse una figura oscura, inquietante. La zarina, piegata dal senso di colpa per aver trasmesso l’emofilia al figlio, di carattere nervoso, fermamente convinta che l’autorità dello zar fosse volontà divina e la monarchia assoluta l’unica forma di governo possibile in Russia, voleva credere a Rasputin. Vi si aggrappò, considerandolo la sua unica speranza. Era una fuga da quella realtà che le ricordava a ogni passo un fatto incontrovertibile: non esisteva cura per suo figlio. La negazione dei fatti, però, la rendeva estremamente vulnerabile e facile preda di uomini senza scrupoli come lo “starets” (“anziano”, titolo dato ai mistici russi).

Il tramonto di un’era

Rasputin era diventato indispensabile, l’unico tramite tra gli zar e il mondo esterno. Quando Nicola II partì per Stavka, all’inizio della Prima Guerra Mondiale, lasciò il governo nelle mani del mistico e della zarina. Non poteva fare scelta peggiore: Alexandra, che di certo non era un’esperta di politica, nominò esclusivamente ministri favorevoli all’impero, ma del tutto incapaci di governare. Ogni consiglio di Rasputin suonava alle sue orecchie come una sorta di messaggio inviato da Dio, mentre non era altro che piaggeria.

Il popolo era stanco di guerre e povertà, non più disposto ad accettare che i suoi figli morissero in battaglia, certo che la zarina fosse una spia dei tedeschi (ma non era così), lo zar un inetto e Rasputin un beone che trascorreva il suo tempo gozzovigliando (su questo i sudditi non avevano tutti i torti). Lo starets stava trascinando l’impero in un baratro. Doveva morire, si convinsero gli oppositori politici.

La congiura

L’ultimo capitolo della vita di Rasputin è uno dei più incredibili e misteriosi. Era diventato un personaggio scomodo: per eliminarlo, sperando così di estirpare alla radice il male che aveva corrotto la monarchia, il ricchissimo e potente Feliks Jusupov (1887-1967) organizzò una congiura insieme al granduca Dmitrij Pavlovič, cugino dello zar, al deputato Vladimir Purishkevič, l’assistente medico Stansilatus de Lazovert. Più tardi sarebbero arrivati anche un amico della famiglia di Feliks, Sukotin, e i principi Fëdor Aleksandrovič Romanov e Nikita Aleksandrovič Romanov, cognati di Yusupov.

Rasputin venne attirato in una trappola, architettata tenendo conto della sua più grande debolezza: le donne. Jusupov lo invitò a cena nel suo Palazzo con la scusa di fargli incontrare sua moglie, la granduchessa Irina, nipote di Nicola II. Lo starets, infatti, era affascinato dalla bellezza dell’aristocratica e voleva conoscerla a tutti i costi.

Il 29 dicembre 1916, nel seminterrato insonorizzato della residenza, Jusupov offrì a Rasputin dei dolcetti al cianuro. Questi li mangiò avidamente, ma non morì. Immaginiamo lo stupore dei suoi nemici che, comunque, non si persero d’animo. Jusupov passò alle maniere più spicce, sparando a Rasputin con il suo revolver Browning. Neanche questo bastò a ucciderlo. Feliks si chinò su di lui per controllare se fosse morto. In quell’istante, come in un vero film dell’orrore, il mistico aprì gli occhi, si rialzò e tentò di aggredire il principe, per poi scappare dal palazzo.

La fuga venne interrotta pochi secondi dopo dai due colpi sparati dalla pistola Savage di Purishkevič. Quando Rasputin si accasciò a terra, sprofondando nella neve, Feliks lo raggiunse e gli sparò in un occhio. Il cadavere venne gettato nel fiume Malaja Nevka, ma lo starets doveva essere già morto in quel momento, perché l’autopsia rivelò che non vi era acqua nei polmoni.

Rasputin doveva essere un uomo molto forte, dal fisico resistente. Ciò potrebbe spiegare, in parte, le difficoltà incontrate dai congiurati in quella notte di dicembre. Di sicuro non era un santo, né aveva poteri sovrumani. In realtà era solo (si fa per dire) molto scaltro. Sapeva di avere molti nemici potenti. Questo atteggiamento guardingo lo aveva già salvato da due attentati. Non era immortale, come credevano alcuni, bensì attento, scrupoloso fino alla paranoia.

Le indagini sulla sua morte vennero condotte in modo molto sbrigativo, lasciando molti punti oscuri. L’ultimo mistero riguarda la sua tomba: Rasputin sarebbe stato sepolto a Tsarskoe Celo ma, dopo la rivoluzione, i bolscevichi avrebbero riesumato e bruciato il corpo per cancellare ogni traccia dello zarismo, evitando che quel luogo divenisse meta di pellegrinaggio da parte dei nostalgici sostenitori dell’impero.

Absurdistan. La tormentata vita nascosta di una giornalista che denuncia i crimini di Putin. Massimiliano Coccia su L'Inkiesta il 29 Settembre 2023

Alesya Marokhovskay racconta a Linkiesta tutte le minacce e rappresaglie che subisce per il suo lavoro giornalistico: «Mi sento sola e so che devo farcela da sola. La polizia è armata e può picchiarti, può ucciderti senza alcuna ripercussione. Sembra di stare ai tempi dell’Unione Sovietica» 

Divisi da uno schermo e da diverse centinaia chilometri di distanza, dialoghiamo con Alesya Marokhovskay, giornalista di Istories che porta sulle spalle la croce del dissenso al regime di Vladimir Putin. Vive in una località segreta, sulla sua testa pende una condanna a morte notificata via mail da minacce e pedinamenti. Sanno tutto di lei, dalla patologia respiratoria del suo cane alle stanze d’hotel dove alloggia. Non è difficile capire chi ha diramato una condanna a morte, non è difficile comprendere che la modalità di ingaggio è vecchia come i metodi del KGB ieri e dell’FSB oggi che grazie a una saldatura con la criminalità organizzata dell’Est Europa ha una capacità di infiltrazione altissima. Non è difficile ricordare che storie come quella di Alesya Marokhovskay le abbiamo già ascoltate troppe volte e per troppe volte in questa parte di occidente abbiamo finta di nulla. Non è difficile capire che per Alesya Marokhovskay e per tanti altri il coraggio non è una virtù ma è l’unico alimento utile per sopravvivere. 

Alesya, prima di tutto vorrei che ci parlassi delle minacce e delle rappresaglie che hai ricevuto per il tuo lavoro giornalistico e per la tua militanza contro il regime di Putin.

Io e la mia collega Irina Dolinina siamo state minacciate attraverso il sito del nostro giornale che prevede la possibilità di inviare segnalazioni anonime. È una piattaforma criptata che prevede un modulo da riempire. Abbiamo ricevuto un messaggio da un indirizzo email che conteneva Z (ripetuta tre volte), ovvero la lettera utilizzata dai russi nella guerra d’aggressione all’Ucraina e dunque abbiamo immediatamente capito che chi rivendicava l’attacco era a loro vicino. Nel primo messaggio ricevuto il 3 marzo ci viene detto “possiate non dormire bene, stronze, troie”, indicando i nostri indirizzi che ovviamente non sono pubblici. È stato un episodio inquietante che ci ha portato a trasferirci e cambiare indirizzo. Nel secondo messaggio che è arrivato il 24 agosto c’era scritto: “Sappiamo dove sono le tue giornaliste e non andranno da nessuna parte, promettiamo di trovarle ovunque vadano”. E nel mio caso, hanno detto che avrebbero trovato insieme a me anche il mio cane e scrivono “sappiamo che respira male, che emette rumori strani, sappiamo che sta male”. Una scelta interessante quella di sottolineare la salute del mio cane e poi hanno anche aggiunto “anche se cambierai indirizzo, troveremo comunque il tuo cane”. 

E poi c’è l’episodio di settembre.

Si, a settembre saremmo dovute andare a Göteborg per un evento con altri giornalisti investigativi. Abbiamo ricevuto una mail con la stessa modalità delle minacce, in cui i nostri persecutori aggiungevano alle minacce il numero del nostro volo, gli indirizzi dei luoghi in cui saremmo state in Svezia, gli orari dei transfer e ci hanno intimato di non andare. “Tanto vi troveremo” si chiudeva così la mail. Il giorno successivo abbiamo ricevuto un’altra email con i dettagli dei nostri passaporti, il posto assegnato in aereo, la connessione del volo, il terminal e tutti i dettagli che poi sono risultati esatti senza neanche il minimo errore. A quel punto abbiamo deciso di parlare con gli organizzatori dell’evento e il nostro editor in chief e abbiamo deciso di non andare per non mettere a repentaglio la vita di nessuno dei partecipanti. Questo è stato l’ultimo messaggio e abbiamo deciso di renderlo pubblico perché abbiamo capito che queste persone hanno accesso chiaro a tutto, incluse informazioni che possono avere solo i servizi di intelligence russa e lo abbiamo fatto perché abbiamo capito che anche i nostri altri colleghi in esilio in Europa sono in pericolo se ci sono persone ed entità che possono accedere a tali strumenti illegali di repressione. 

Altra minacce dopo quella data?

Si, per la prima volta possiamo rivelare che abbiamo ricevuto un nuovo messaggio qualche giorno fa con la stessa modalità in cui scrivono: “come va l’inchiesta della polizia? Quando ci servirete vi troveremo quindi è meglio che stiate zitte”. Ovviamente la polizia ceca sta investigando.

Come state vivendo tutto questo? Come fate a continuare a lavorare?

Sai, quando abbiamo avuto il primo messaggio abbiamo avuto la sensazione di essere tornati a vivere quel che vivevamo in Russia. Quando lavoravo in Russia con i colleghi non ricevevamo queste minacce così dirette, ma era chiaro che vi erano le auto della polizia sotto casa. Non sapevamo se fossero lì per noi, se stessero per irrompere, se fossero già entrati. Abbiamo sempre percepito questa tensione. Quando siamo scappate dalla Russia verso l’Europa abbiamo subito percepito di essere più al sicuro qui, mi sono detta che non c’era più il rischio di trovare uomini strani appostati sotto casa, di auto dei servizi russi che ci pedinano o di altri uomini legati al crimine organizzato che hanno gli strumenti per creare pressione e per renderci la vita molto più difficile. Tuttavia è molto difficile non essere paranoica con tutti, anche quando cammino con il mio cane due volte al giorno. Mi guardo le spalle, cerco di ricordarmi se è una faccia ricorrente, se l’ho già visto prima, se può essere pericoloso. Ho ridotto i contatti sociali, non vado alle feste, ai compleanni, non mi sento al sicuro, sono preoccupata che sia sotto sorveglianza, che qualcuno mi segua, che potrei mettere in pericolo anche gli altri e sarebbe imperdonabile per me. Mi sento sola e so che devo farcela da sola. Quando riduci i contatti sociali non è sano per la salute mentale e quindi mi butto sul lavoro in modo totale, perché so che loro vorrebbero proprio che mi fermassi. È una vita orribile ma necessaria per evitare il peggio per me e per i miei amici. È veramente non confortevole come vita, ma ci ero abituata in Russia e qui ci sono protocolli di sicurezza che devo seguire e anche se non mi terranno necessariamente al sicuro è più difficile per questa gente trovarmi. Devo seguire queste linee guida per tenere al sicuro anche i miei amici.

In che stato di salute versa l’opposizione in Russia? Credi sia possibile che a una crisi interna possa aumentare una pressione del dissenso?

É una domanda molto difficile ma proverò a rispondere. Putin e il suo regime in Russia sono difficili da spiegare alle persone che non hanno mai vissuto davvero la Russia perché la libertà di espressione è un diritto interiorizzato in Europa, ma non lo è in Russia. Gli europei si chiedono come mai i russi non riescano a liberarsi, ma in Russia facevo il mio lavoro e la polizia russa mi picchiava solo perché lavoravo; ti portano sulla loro macchina di per essere arrestato e si resta in detenzione preventiva per una o due settimane. Nel caso in cui sei recidivo puoi finire in prigione molto più a lungo. Un russo, o una persona in Russia non può parlare liberamente della guerra e se lo fa non può esplicitarla se non con le frasi tipiche della narrazione russa. Un ragazzo è stato condannato a sette anni di carcere per aver detto “guerra” e non “operazione speciale” e per aver messo in discussione la legittimità del conflitto. Tutti sanno che se critichi una volta la Russia, il suo governo o una minima parte del suo apparato, critichi l’intero sistema, incluse le corti che di conseguenza non saranno mai obiettive nei tuoi confronti e avrai enormi problemi con ogni parte del sistema.

Una domanda che viene posta spesso è perché i russi non protestano nelle strade?

La polizia è armata e può picchiarti, può ucciderti senza alcuna ripercussione, i poliziotti vino nell’impunità. Sembra di stare ai tempi dell’Unione Sovietica, è troppo pericoloso. Putin si è preparato molto per questa guerra, lui e il suo governo hanno creato normative “illegali” che reprimono ogni aspetto della libertà individuale. Ogni protesta è bandita. I giornalisti indipendenti che lavorano in Russia hanno ricevuto tante pressioni e sono stati picchiati in prigione, ed è solo un avvertimento, affinché tu sappia sai cosa ti può accadere se continui a lavorare. Noi giornalisti che lavoriamo all’estero siamo ritenuti “agenti stranieri” rischiamo il carcere a vita, il nostro giornale (Istories, ndr) in Russia non è consultabile ma continueremo a scrivere, continuiamo a riportare testimonianze e ad accusare tutti coloro che finanziano in modo occulto la guerra in Ucraina, le aziende che producono i droni finalizzati ad attaccare Kyjiv. Sappiamo che torneranno a intimidirci, che proveranno ad avvelenarci, non sappiamo quando ma lo faranno. Vivere così è difficile ma è l’unico modo che conosciamo per vivere è questo: fare il nostro lavoro e lottare per la libertà. 

Gli oppositori di Putin: ognun per sé, zar contro tutti. La «rissa» tra i dissidenti. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 30 settembre 2023.

Da Navalny a Ponomariov: scambio di faide e accuse senza che vi sia alcuna linea comune 

«Con questa opposizione, Vladimir Putin governerebbe tra due ali di popolo anche se fosse un sincero democratico». A parlare è una delle figure citate in questo articolo, che nel caso specifico tiene al proprio anonimato. Perché ci sono delle apparenze da salvare, rivolte a noi, al mondo occidentale che continua a coltivare l’illusione di una resistenza politica allo zar solida come un monolite.

Le notizie sulla guerra in Ucraina, in diretta

Mai abbaglio fu più clamoroso. Premesso che opporsi all’attuale potere, in Russia e all’estero, rimane uno dei mestieri più pericolosi del mondo, in questi giorni negli ambienti della dissidenza moscovita non si parla d’altro che dell’ennesima faida interna. Il Forum della Russia libera è stato creato nel 2016 dal campione di scacchi e irriducibile antiputiniano Garry Kasparov. Tra gli altri, fanno parte del Comitato permanente anche l’ex oligarca Mikhail Khodorkovsky e l’ex deputato della Duma Ilya Ponomariov, che oggi vive a Kiev. L’organizzazione si riunisce due volte l’anno in Lituania per aggiornare la cosiddetta «lista Putin», che segnala per eventuali sanzioni ai governi occidentali oligarchi, funzionari e propagandisti che collaborano con il Cremlino.

Nel nuovo elenco, accanto a blogger ultranazionalisti e ultrà nazional-bolscevichi, è stato annunciato anche il nome di Nikolaj Rybakov, giovane presidente del partito Yabloko che alle recenti elezioni amministrative si è presentato con lo slogan «Per la pace», ottenendo risultati inattesi. L’esponente di punta dell’opposizione liberale, vicino al dissidente Vladimir Kara-Murza di recente spedito in Siberia, è accusato di aver preso parte «a vari talk-show propagandistici», come se in Russia esistessero tribune televisive imparziali. Anche tra Khodorkovsky e Kasparov, entrambi da tempo in Occidente, non c’è grande intesa. Tramite i canali Telegram che lo sostengono, il primo rinfaccia all’altro teorie dal vago sapore nazionalista sul mondo russo e la tutela della lingua russa come valori da preservare, espresse solo quando si rivolge ai propri compatrioti. I social vicini all’ex scacchista ricambiano invece con oscuri riferimenti al passato di Khodorkovsky e alle sue ambizioni future, «non giustificate da un seguito inesistente in madre patria».

La principale linea di frattura, non l’unica, è tra opposizione liberale, della quale seppur in contrasto tra loro fanno parte Kasparov e Rybakov, e quella di natura più progressista, da noi si direbbe dura e pura, tacciata spesso di estremismo dall’altra fazione. Dieci giorni fa, il quotidiano Vedomosti ha pubblicato un articolo nel quale, citando fonti vicine al Cremlino, affermava che alle presidenziali del prossimo marzo potrebbe presentarsi come candidato unico delle forze liberali Aleksej Venediktov, l’ex direttore della gloriosa Radio Eco di Mosca, sciolta l’anno scorso. Un personaggio al quale nell’aprile del 2022 è stata appioppata l’etichetta di agente straniero, quindi un indesiderato, ma che al tempo stesso non rinnega, anzi rivendica, di avere avuto fino a quel momento una frequentazione costante con Putin. Apriti cielo.

La reazione più dura è arrivata da Alexej Navalny. Già nel marzo scorso la Fbk, la sua Fondazione anticorruzione, aveva accusato Venediktov e la figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo mentore di Putin, Ksenija Sobchak, candidata liberale alle elezioni del 2018, di avere intascato denaro per promuovere l’immagine del sindaco di Mosca Sergey Sobianin, di recente rieletto con il 76 per cento dei voti. Ma ora il nemico pubblico numero uno Navalny, al quale viene riservata una solidarietà pelosa dal resto del gruppo, che in realtà lo considera un populista se non un nazionalista, ha diffuso dal carcere una analisi sulle prospettive di lotta nella quale non viene solo «bruciato» Venediktov, definito «fantoccio del regime», ma anche ogni altra forma di dissenso, compresa quella esercitata all’estero. Tranne una, la sua. «Le alleanze elettorali dell’opposizione sono una vuota perdita di tempo. Andate a farvi fottere con le vostre coalizioni. Sono un falso. Il nostro Fondo non ha tempo da perdere. Soltanto quando sarà chiaro il quadro dei candidati e delle nostre possibilità, definiremo la strategia delle nostre azioni. Le riunioni a Parigi e i coffee break con croissant in compagnia di fannulloni non ci interessano».

A farla breve, tutti contro tutti. E ognuno per sé. Come dimostra anche lo scarso successo del «Congresso dei deputati del popolo» con sede in Polonia, gestito e molto reclamizzato da Ilya Ponomariov. Ogni sua convocazione serve se non altro a mettere in risalto il carattere eterogeneo, per non dire disgregato, dell’opposizione a Putin. Perché non risponde mai nessuno dei dissidenti più importanti. L’ex deputato della Duma viene giudicato da ogni parte, liberale o progressista che sia, come un finto radicale che millanta di essere dietro alle azioni delle milizie filo-ucraine, interessato solo a farsi pubblicità. A questi oppositori, che non riescono a mettersi d’accordo tra loro neanche per prendere un caffè, i media occidentali, nessuno escluso, chiedono spesso la ricetta per una Russia deputinizzata. Al Cremlino ridono.

Navalny condannato a un anno di carcere duro: «La peggior punizione possibile». Irene Soave su Il Corriere della Sera giovedì 28 settembre 2023.

L’annuncio dell’oppositore di Putin su «X». Il giorno prima, un tribunale di Mosca aveva respinto il suo ricorso in appello contro il raddoppio — a 19 anni — della sua condanna. È in carcere dal 2021 

Non c’è tregua per Aleksej Navalny, il principale oppositore del governo russo ora detenuto nella famigerata colonia penale IK-6, a 250 km da Mosca: le condizioni della sua carcerazione sono sempre più aspre, e ieri ha annunciato su X, dove comunica tramite i suoi legali, che sarà trasferito per i prossimi 12 mesi nel cosidetto EPKT. Cioè il peggior carcere duro, con isolamento massimo. Proprio il giorno prima, il tribunale aveva respinto un suo appello per il raddoppio della sua condanna, a 19 anni, che gli era stato comminato il mese scorso per «estremismo». «Un anno di EPKT è la punizione più severa possibile in tutti i tipi di prigioni», ha detto Navalny nel suo breve thread.

Non è chiaro se sarà trasferito in un’altra struttura, a regime speciale, o resterà nell’IK-6. Il regime punitivo dell’isolamento, negli ultimi mesi, è stato ripetutamente inflitto a Navalny, anche per violazioni minori delle regole carcerarie come essersi lavato il viso pochi minuti prima dell’orario in cui era concesso.

La sua salute, comunicano famigliari e collaboratori, va peggiorando: Aleksej Navalny, 46 anni, è affetto da condizioni croniche gravi dovute all’avvelenamento che aveva subito nel 2020, a opera dello stesso governo russo.

Ricapitolando, allo stesso avvelenamento Navalny deve la condanna che sta scontando. Già imputato di «appropriazione indebita» nei confronti di un’azienda di cosmetici nel 2014, si era visto sospendere la condanna, con la condizionale, anche grazie all’intervento dell’Alta Corte Europea per i diritti dell’uomo. Il 20 agosto 2020 viene però avvelenato con un agente nervino, il Novichok, che lo manda per mesi in coma farmacologico. La Germania di Angela Merkel lo accoglie, poi, per la convalescenza.

Ma in questi mesi, questa la contestazione delle autorità, non si è mai potuto presentare ai controlli necessari per la condizionale. A gennaio 2021, prevedibilmente, viene arrestato mentre rientra dalla Germania a Mosca. Da allora è in carcere. Dapprima, con una condanna a 11 anni e mezzo; ora condannato a 19, per le attività “estremiste” che porta avanti anche dal carcere. Non solo contestando la guerra in Ucraina, ma anche per mezzo del “suo” Fondo Anticorruzione, che periodicamente e regolarmente denuncia la pervasiva illegalità, corruzione e repressione del presidente Vladimir Putin e del suo establishment. La voce più forte della dissidenza russa, dunque, resta in carcere. Ora, in isolamento.

Ora Putin chiude anche la testata online degli avvocati russi indipendenti. Il giornale online indipendente della comunità giuridica, Lawyer Street, arriverà a fine corsa ha settembre. Per il Cremlino ha propagato una “immagine negativa” della Russia. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 19 settembre 2023

Tempi duri anche per l’avvocatura in Russia. Il giornale online indipendente della comunità giuridica, Lawyer Street, chiuderà definitivamente alla fine di settembre. La decisione degli avvocati-editori è irrevocabile ed è stata presa in quanto il ministero della Giustizia, che vigila pure sulle pubblicazioni internet, ha attribuito alla testata lo status di “agente straniero” lo scorso 21 aprile.

Lawyer Street, secondo le autorità giudiziarie, ha contribuito alla formazione di una “immagine negativa” della Russia. Troppo pericoloso, dunque, continuare a parlare di violazione dei diritti umani, di avvocati che difendono gli oppositori politici, di avvocati che criticano in prima persona le decisioni del Cremlino e del suo boss, Vladimir Putin. Il rischio di dover pagare multe salate o di finire dietro le sbarre ha indotto il capo della redazione, Ekaterina Gorbunova, a dare l’annuncio sui canali social di Lawyer Street. Un destino che comunque sembrava segnato: un paio di mesi fa le pubblicazioni del giornale online, fondato nel 2019, sono state sospese per poi riprendere con l’obbligo di inserire nel sito internet la dicitura “Appartiene a Meta, riconosciuta come organizzazione estremista e bandita”.

«Chiudere Lawyer Street – ha scritto Gorbunova sulla pagina Telegram del giornale - è una decisione molto difficile, ma ponderata. Ci sono diverse ragioni, ma la principale è lo status di “agente straniero” che è stato attribuito alla testata. Dopo aver aggiunto Lawyer Street sulla lista degli “agenti stranieri”, non abbiamo avuto molte opzioni per proseguire il lavoro del nostro progetto editoriale. Temo che alcuni lettori non saranno d'accordo e vorranno offrire aiuto o idee per salvare la testata. Li ringrazio in anticipo per l’attenzione». Sarà possibile sostenere economicamente Lawyer Street fino al 27 settembre per far fronte alle spese sin qui sostenute dal giornale e chiuderlo senza debiti.

Ekaterina Gorbunova ha anche riferito che prima del definitivo oscuramento del sito internet saranno pubblicati alcuni articoli sulle condizioni in cui sono costretti a lavorare gli avvocati russi, nel silenzio e nell’indifferenza dell’avvocatura ufficiale che fa capo alla Camera federale. In una intervista a Novaja Gazeta Europe, lo scorso aprile, Gorbunova ha evidenziato lo spirito che ha animato le pubblicazioni di Lawyer Street: «Fare un giornale degli avvocati, per gli avvocati e per ribadire l’importanza del rispetto del diritto di difesa in Russia. Ad essere sincera, ho percepito Lawyer Street come un progetto sperimentale, perché non sapevo come avrebbero reagito gli avvocati e se ci avrebbero sostenuto economicamente e con i loro articoli». Ekaterina per alcuni anni ha fatto parte della redazione di “Advokatskaya Gazeta”, il giornale della Camera federale degli avvocati (l’omologo russo del nostro Cnf). Lavorare con poca libertà l'ha indotta a provare un’altra forma di giornalismo. L'esperimento di dare voce all’avvocatura indipendente è riuscito anche se è durato meno di quattro anni.

"Stalin modernizzatore". Il sondaggio choc (senza Putin) sui leader russi. Storia di Andrea Muratore su Il Giornale martedì 22 agosto 2023.

Iosif Stalin in Russia resta il terzo leader più popolare della storia del Paese. A riportarlo una ricerca del centro studi politici Russian Field, considerato uno dei più indipendenti dall'autorità politica nel Paese guidato da Vladimir Putin, che ha raccolto in un ampio sondaggio opinioni e ricordi della popolazione russa alla luce di vent'anni di putinismo e di oltre trent'anni passati dopo la fine dell'Unione Sovietica.

Pietro il Grande, Caterina e Stalin sul podio

Il trio di leader che compone il podio è significativo: primo fra tutti il "padre della patria Pietro il Grande, lo zar che tra fine Seicento e inizio Settecento guidò la vittoria nelle guerre contro la Svezia, la modernizzazione dell'esercito, della marina e della burocrazia del Paese, lo spostamento della capitale a San Pietroburgo. Seconda, Caterina la Grande, la fondatrice di Odessa, madrina dell'espansione della Russia verso il Mar Nero e protagonista alla fine del Settecento dell'ingresso in forze dell'Impero nel concerto europeo delle potenze. Terzo, infine, proprio Stalin.

Il dittatore sovietico, vero e proprio "zar" rosso nel suo periodo al potere dal 1924 al 1953, è considerato una figura complessa e dalle molte sfaccettature. Che però convince sostanzialmente la popolazione russa. In anni contraddistinti, in passato, dal declino economico e della potenza del Paese, la figura di Stalin è riapparsa all'attenzione dell'opinione pubblica. E Putin, in vent'anni, ha fatto di tutto per riscoprire il mito del "Piccolo Padre".

I gulag e le repressioni a tutto campo della dittatura bolscevica sono in secondo piano nel giudizio storico su Stalin in Russia rispetto alla sua figura di modernizzatore del Paese con la forzata, accelerata e spesso brutale industrializzazione che diede le basi all'Urss per resistere fino al 1991 e, soprattutto, al ruolo di comandante militare vittorioso nella "Grande guerra patriottica", la reazione all'invasione tedesca scatenata con l'Operazione Barbarossa il 22 giugno 1941. A costo di perdite immense, superiori ai 20 milioni di morti, le forze sovietiche assorbirono l'urto maggiore della macchina da guerra tedesca e liberarono tutte le nazioni occupate dalla Germania nazista dal 1939 in avanti, arrivando a conquistare Berlino nel maggio 1945.

Video correlato: Russia, Putin inaugura nuova linea metropolitana superficie a Mosca (Dailymotion)

Stalin? Più funzionale di Lenin per Putin

L'82% dei russi ha un'opinione positiva di Pietro il Grande e il 71% di Caterina. Ma anche i due terzi del Paese, il 65% per la precisione, approva l'operato di Stalin. Interessante, a tal proposito, il commento del Kommersant: "Questo praticamente coincide con i risultati degli ultimi sondaggi di altri centri di ricerca, da cui è anche chiaro che Stalin è al culmine del suo rating, essendo notevolmente aumentato rispetto ai primi anni 2000: secondo uno degli ultimi sondaggi del Centro Levada (ritenuto il più indipendente di tutti), il numero di coloro che trattano il generalissimo con rispetto (47%), ammirazione (7%) e simpatia (9%), raggiunge il 63%, un altro 23% parla di indifferenza. È interessante notare che secondo i risultati del sondaggio Russian Field, Leonid Brezhnev è visto quasi positivamente come lui (61% di valutazioni positive e 17% negative)".

Stalin stacca decisamente Lenin, i cui voti positivi sono il 52% del totale a fronte di un numero di opinioni negative maggiori, pari al 28% degli intervistati. Si vede, in questo, una lunga onda della tendenza del governo di Putin a mettere in luce maggiormente le ombre di Lenin rispetto a quelle di Stalin. Un dato di fatto esacerbato dall'invasione dell'Ucraina, giustificata anche per porre rimedio a quello che Putin ha definito un "errore di Lenin" a cui, con un saggio teorico post-rivoluzionario, va detto che però Stalin fu consenziente: la definizione della base nazionale delle repubbliche sovietiche, che avrebbe dato il via libera tra il 1989 e il 1991 alla frantumazione dell'Urss. Stalin, che da georgiano riscoprì anche i miti del nazionalismo russo, da Alessandro I vincitore di Napoleone (curiosamente indietro nel sondaggio con solo il 42% dei voti positivi) ai generali Suvorov, Nevskij, Bagration e Kutuzov, fu "zar" a tutto tondo e ricostruttore del mito della Grande Russia. Un esempio migliore da seguire per Putin.

Gorbaciov e Eltsin? Visti negativamente

Nel sondaggio di Russian Field su tredici leader le ultime due posizioni sono occupate dai predecessori di Putin: Mikhail Gorbacev è penultimo col 19% di opinioni positivie e ben il 64% di impressioni negative. Boris Eltsin ultimo, invece, col 17% di voti favorevoli e il 63% di opinioni negative.

I leader degli anni Ottanta e Novanta sono associati, nella narrazione russa, al declino e alla perdita di prestigio. E proprio sulla diversità rispetto a loro era, di fatto, Putin ha costruito le basi del suo consenso. Rivendicando, non senza ragioni nel primo decennio del suo mandato, un rilancio dell'economia e del prestigio globale di Mosca che però dal 2014 in avanti, con la Crimea, si è iniziato a scontrare con le sanzioni e l'aumento del braccio di ferro con l'Occidente.

In quest'ottica, è bene ricordare che nel sondaggio in questione Putin, che ha governato già per un periodo di tempo maggiore a quello passato al Cremlino da Gorbacev e Eltsin messi assieme, non c'è. Russian Field non è un ente ritenuto sotto il diretto controllo del Cremlino: autocensura per evitare guai? O timore che un sondaggio divisivo possa aprire una breccia sulla figura di Putin e compromettere l'attività del think tank? Difficile dirlo. Certamente, sarebbe interessante capire se nel giudizio storico, che è diverso da quello politico immanente, Putin sia considerato dai russi più vicino ai tre grandi leader visti come modernizzatori e avanzatori del prestigio nazionale nella sua narrativa o alle figure più divisive a cui è associata una fase di regresso del Paese. Dopo un anno e mezzo di guerra in Ucraina e sue conseguenze, certamente i piatti della bilancia sono meno equilibrati a favore della prima opzione rispetto al passato.

La storia della letteratura russa. Pushkin, padre del russo e della Russia nato “l’altro ieri” e morto in un tragico duello. Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro su Il Riformista il 20 Agosto 2023 

I russi amano dire: “Pushkin è il nostro tutto”. Nonostante l’espressione possa sembrare a uno straniero un po’ esagerata, in realtà essa coglie il senso della storia russa. Anzi, si potrebbe dire che per spiegare la Russia, quello che essa è nelle sue contraddizioni, incomprensioni, sviluppi, aspirazioni e possibilità non vi possa essere scrittore migliore di Kiprensky Pushkin, la cui nascita e manifestazione creativa ha coinciso con l’ingresso della Russia nella storia europea.

Questo autore è considerato non solo l’iniziatore della letteratura russa ma anche il padre fondatore della lingua nazionale. A chi sapesse poco di letteratura Russa dopo un primo sguardo a wikipedia resterebbe sorpreso poiché Pushkin praticamente è nato l’altro ieri (ragioniamo in prospettiva storica). Infatti, l’età di Pushkin inizia nel 1799, data di nascita dell’autore dell’Oneghin e si esaurisce con un tragico duello nel 1837 per mano di uno sconosciuto francese, tale George d’Anthes.

Potrebbe pertanto sembrare strano che la letteratura di un così grande paese inizi così tardi rispetto ad altre tradizioni letterarie mondiali. Basti pensare che inglesi onorano Shakespeare da oltre quattrocento anni mentre noi italiani recitiamo Dante da sette secoli.

Come direbbe un indimenticabile presentatore italiano del recente passato “la domanda nasce spontanea”: in che lingua parlavano e scrivevano i russi prima di Pushkin? Si esprimevano a gesti? Usavano segni cuneiformi per annotare i documenti ufficiali? Che cosa era successo in Russia fino ad allora? Diamo subito la risposta più vera ma anche un po’ banale: le classi sociali più elevate parlavano il francese e mal conoscevano la propria lingua nazionale. Basti pensare che uno dei libri più famosi della letteratura russa, Guerra e Pace, raccontando i fatti dell’epoca inizia con una discussione in francese tra nobili russi.

Ma se il francese era la lingua della koiné dell’epoca, un po’ come oggi è l’inglese, per rispondere all’altra domanda, quella su cosa facesse il paese sino a quel momento possiamo utilizzare, decontestualizzandole, le parole di un noto diplomatico russo del diciannovesimo secolo, Alexander Gorchakov, e dire che la Russia, fino ad allora, si stesse concentrando…

La questione linguistica faceva il paio con l’epopea politica o, come si direbbe oggi, geopolitica, poiché nello stesso periodo la Russia entrava nella storia dell’Europa continentale, con le guerre napoleoniche (la Guerra Patriottica del 1812), da cui esce vittoriosa. E pertanto come spesso accade la potenza politica coincide con la potenza culturale, o “soft power”. E sotto questo punto di vista sembra una vendetta della Storia che sia stato un francese a uccidere l’autore che aveva traghettato il paese fuori la palude dell’irrilevanza culturale.

Ma cosa si sapeva dei russi prima di Napoleone e di Pushkin? Certo i russi si erano già scontrati con popoli europei, più volte con svedesi, polacchi, turchi. Tuttavia, al cittadino fiorentino o parigino del tempo probabilmente quei conflitti sarebbero sembrati lontani e periferici, destando il medesimo interesse che potrebbe avere oggi un conflitto in una parte remota del globo.

I russi però hanno sempre avvertito questa arretratezza e irrilevanza culturale. Da questo sentimento nel corso dei secoli sono venuti fuori dibattiti. Al primo di questi confronti partecipò lo stesso Pushkin. Lo sfidante era, in questo caso un connazionale, il filosofo Petr Chaadaev, che appunto proclamava nelle sue “Lettere filosofiche” la mancanza di originalità nella produzione culturale e scientifica del proprio paese.

A questa mancanza di rispetto il nostro paladino della “russità” diceva che la Russia per quasi tre secoli, quello del dominio mongolo, si era sacrificata per l’amore dell’Europa nell’assorbire all’interno dei propri confini le orde dei barbari che avrebbero travolto il vecchio continente.

È singolare che un centinaio di anni dopo Karl Marx, nel suo “Storia diplomatica segreta del XVIII”, affermi che i secoli di dominazione mongola della Russia ne abbiano formato il carattere nazionale…

Un altro grande pensatore tedesco, Hegel, sul tema scriveva che sino alla prima metà del XIX secolo la Siberia, cioè la gran parte del territorio russo era rimasta fuori dalla Storia. Possiamo solo immaginare come avrebbe potuto sentirsi il povero Dostoevskj nel leggere una frase simile, mentre era condannato ai lavori forzati ad Omsk, in Siberia appunto.

Ma torniamo al processo di “concentrazione” della Russia e a Pushkin. Fino al suo esordio letterario, a causa della europeizzazione forzata voluta da Pietro il Grande agli inizi del ‘700, l’aristocrazia russa viveva in mondo del tutto separato dal popolo russo e dalle sue tradizioni, nell’universo culturale – linguistico e letterario – francese. Vi era di fatto un fossato incolmabile tra il popolo che parlava il russo e l’aristocrazia che usava l’idioma francese. Toccò quindi a Pushkin colmare questo fossato dando ai russi una lingua di cui essere orgogliosi.

Queste considerazioni trovano un riscontro in un passo di una delle opere più note di Pushkin che è “La dama di picche”. In questo libro, nel corso di una conversazione, uno dei personaggi principali, un’anziana contessa, chiede al nipote di portarle un libro da leggere. Questi nel chiederle se per caso volesse un romanzo russo si sente rispondere dalla stupita zietta: “Perché davvero esistono romanzi russi?”. In questo interrogativo, si sintetizzava la storia della lingua russa e della sua letteratura, ma anche il complesso d’inferiorità delle élite russa nei confronti di quello che chiameremmo oggi “Occidente” che all’epoca era rappresentato dalla Francia.

Da Pushkin in poi, invece, qualsiasi altra contessa avrebbe cominciato a leggere letteratura in lingua russa.

Ma come avrebbe fatto Pushkin a fare tutto questo? Sicuramente v’è da dire che questa manifestazione di genio apparentemente improvvisa, simile ad una esplosione, non nasce dal nulla, come nulla esplode senza una specifica causa deflagrante, ma è il frutto di processi storici di assorbimento e successiva elaborazione e manifestazione di influenze culturali assai diverse a cui la Russia si è trovata sottoposta durante la sua storia. Vi è stato pertanto un processo di formazione di una cultura nazionale frutto della commistione di varie tradizioni, la slava, la normanno-vichinga, la ortodosso-bizantina e quella tataro-mongola, sotto il cui giogo le genti russe sono state sottoposte per quasi 250 anni. Su questa pluristratificazione culturale dal ‘700 in poi si è inserita la tradizione europea che ha contribuito a darne forma. Pushkin intriso, durante la prima parte della sua vita, delle tradizioni russe mutuate dalle favole e storie che gli raccontava la sua governante Arina Rodionovna ne colse l’originale bellezza e con la maturazione iniziò a narrarle, con le forme e l’eleganza che nel frattempo aveva assorbito dall’educazione di stampo europeo.

La Russia era stata fino a quel momento quasi come un bambino che non riesce a parlare i primi suoi anni di vita ma assorbe dall’ambiente circostante i concetti base senza però potersi esprimersi a parole. Poi all’improvviso, per la felicità dei genitori, comincia a pronunciare le parole “mamma”, “papà” e tutto il resto. Ebbene, Pushkin è stata la voce di quel bambino.

Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro

Russia, la sonda Luna25 si schianta: disastro russo nello spazio. Libero Quotidiano il 20 agosto 2023

La sonda russa Luna-25 "ha cessato di esistere dopo una collisione con il suolo lunare". Lo ha dichiarato in una nota su Telegram Roscosmos, l'ente spaziale russo, dopo aver riferito di aver perso i contatti con la navicella. Da programma, la sonda avrebbe dovuto atterrare domani sulla Luna e rimanervi per un anno. Era in orbita da quattro giorni. Per i vertici scientifici e politici di Mosca, una catastrofica figuraccia "interplanetaria".

Luna-25 pesava quasi 800 chili ed era trasportata da un razzo Soyuz. Il suo decollo era avvenuto nella notte tra il 10 e l'11 agosto dal cosmodromo russo di Vostotchny, nell'oblast di Amur. Questa sonda, che doveva rimanere sulla Luna per un anno, aveva la missione di prelevare campioni e analizzare il suolo lunare. Obiettivo della missione era anche quello di dare nuovo slancio al settore spaziale russo, in difficoltà per anni a causa di problemi di finanziamento e scandali di corruzione.

Nonostante le sanzioni imposte alla Russia dopo l'invasione militare dell'Ucraina, il presidente Vladimir Putin ha promesso di continuare il suo programma spaziale ricordando, ad esempio, che l'Unione sovietica inviò il primo uomo nello spazio nel 1961. I tempi della guerra tecnologica con gli Stati Uniti e la Nasa e la corsa alla conquista dello spazio, nonostante il ritorno di un clima da Guerra Fredda ricominciata con l'invasione dell'Ucraina nel febbraio del 2022, non sono mai sembrati così lontani come oggi.

Dallo zar Pietro I alla furia nazista: il mistero mai risolto della Camera d’Ambra. Uno dei più celebri misteri irrisolti della Storia affonda le radici nella Russia imperiale governata da Pietro il Grande. Francesca Rossi l'8 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Uno zar moderno

 La Camera d’Ambra

 L’assedio e il furto

 Un mistero mai svelato

Pietro I, ovvero Pietro Aleksevič Romanov (1672-1725), meritò l’appellativo con cui lo conosciamo oggi, “Il Grande”. Fu lui, infatti, a traghettare la Russia verso la modernità e il progresso, a liberarla dall’isolamento, favorendo l’apertura verso l’Europa. Fu sempre lui a fondare, nel maggio 1703, la città di San Pietroburgo (con l’aiuto di architetti europei) e a renderla, nel 1712, la capitale dell’impero (e lo rimase fino al 1918). Lo zar Pietro, uomo curioso e vivace, ammirava la cultura occidentale e le riforme che attuò per il suo Paese guardavano all’Europa. Tuttavia il suo fu un dominio assoluto: la dicotomia tra progresso e assolutismo, modernità e tradizione caratterizzarono l’epoca zarista. Molti dei sovrani russi, pur essendo personalità colte e illuminate, difesero il loro potere a ogni costo, anche soffocando le ribellioni nel sangue. Ciò non contraddiceva né turbava minimamente il processo evolutivo che avevano deciso per la Russia. Erano autocrati, despoti e Pietro I non fece eccezione. Mantenere il potere, però, significava anche creare una fitta rete di alleanze con i Paesi stranieri. Proprio per stipulare un patto Pietro I si recò a Berlino, dove rimase affascinato da un vero e proprio capolavoro, un gioiello protagonista di un mistero ancora oggi irrisolto.

Uno zar moderno

Nel 1689, dopo anni di disordini seguiti alla morte del padre, lo zar Alessio I (1629-1676), Pietro I prese il potere con il preciso intento di trasformare la Russia in una potenza e aprirle le porte dell’Occidente. Con questo proposito nel 1697 intraprese un viaggio che lo portò in Prussia, Olanda e Inghilterra. Voleva studiare i Paesi europei da vicino, capire come avevano costruito la loro gloria e il loro potere. Tornato in patria, nel 1698, modernizzò l’esercito e la flotta navale allo scopo di muovere guerra contro la Svezia e la Turchia. Il motivo era tanto semplice quanto di vitale importanza per lo sviluppo della Russia: conquistare un accesso al Mar Baltico, controllato dagli svedesi, e uno sbocco sul Mar Nero, fino a quel momento impedito dai turchi. Nel 1696 Pietro I prese il porto di Azov (ma la Turchia lo riconquistò nel 1711) e nel 1709 sconfisse la Svezia nella battaglia di Poltava, garantendosi l’accesso al Baltico.

Lo zar voleva innovare anche i costumi del suo popolo, così nel 1698 impose agli uomini dell’impero di tagliare la tradizionale barba. Una legge che venne inutilmente contestata dai nobili, per i quali la barba era simbolo del loro status e dai religiosi, che la portavano come una sorta di segno di rispetto nei confronti di Dio. Pietro fu irremovibile: chiunque avesse trasgredito, sarebbe stato costretto a pagare una tassa proporzionata al suo reddito. Nel 1727 lo zar istituì anche il primo museo russo, la Kunstkamera, con più di due milioni di pezzi. Per attirare visitatori decise di non far pagare il biglietto, bensì di regalare a ogni ospite un bicchiere di vodka, di vino, oppure una tazza di caffè (un espediente in cui si ritrova un certo senso del marketing ante litteram).

Nel 1700 Pietro sostituì anche il calendario bizantino con quello giuliano e avviò la secolarizzazione della Chiesa ortodossa, a cui impose il pagamento delle tasse. Ne seguì una rivolta che lo zar stroncò senza pietà, arrivando a far giustiziare, nel 1718, persino suo figlio Alessio, che era tra i ribelli. Nel 1711 creò il Senato, suddivise l’impero in governatorati. Pietro I stabilì anche il servizio militare per gli aristocratici e diede vita a un sistema d’istruzione su base nazionale. Sempre alla ricerca di nuove alleanze, soprattutto contro la Svezia, lo zar si recò a Berlino, dove rimase letteralmente folgorato da una vera e propria opera d’arte destinata a far parlare di sé per secoli.

La Camera d’Ambra

Nel Castello di Charlottenburg di Berlino Pietro I vide la celebre Camera d’Ambra, una stanza magnifica con pareti e mobili ricoperti, appunto, di ambra, un materiale che, come ricorda Storica National Geographic, nel Settecento valeva “il doppio dell’oro”. Fu Federico I di Prussia a ordinarne la costruzione nel 1701. La superficie da 36 metri quadri venne rivestita con 100mila pezzi di ambra e i lavori durarono 8 anni. Nel 1717 Federico Guglielmo I (successore di Federico I) donò la Camera d’Ambra a Pietro I come simbolo della loro alleanza. L’intero ambiente venne smontato pezzo per pezzo e prima di arrivare a San Pietroburgo attraversò il mare, per poi essere trainato da 18 slitte con cavalli.

Lo zar decise di rimontare la stanza nel Palazzo di Caterina (costruito in onore di Caterina I, moglie di Pietro), che si trova nel complesso architettonico di Carskoe Selo, residenza estiva degli zar. Alla camera originale furono aggiunti 48 metri quadri di pannelli d’ambra. L’ultimo vero ritocco venne dato addirittura nel 1770. Alla fine dei lavori la Camera d’Ambra misurava 96 metri quadri ed era composta da sei tonnellate d’ambra rifinite con oro e pietre preziose e ben 24 specchi. Questo gioiello architettonico sopravvisse per secoli, uscì indenne addirittura dalla Rivoluzione russa del 1917, ma nulla poté salvarlo dalla furia nazista.

L’assedio e il furto

Nel 1941 San Pietroburgo, diventata Leningrado dal 1924, subì il devastante, crudele assedio tedesco, che durò 900 giorni, ovvero 2 anni e 5 mesi, dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944. Il più lungo della Seconda Guerra Mondiale. Durante quel periodo di strenua resistenza popolare il palazzo di Caterina venne occupato dalla Wehrmacht. I sovietici non riuscirono a smantellare la Camera d’Ambra prima della confisca. Era troppo delicata, dunque serviva un certo tempo e una buona dose di pazienza per smontarla. Proprio ciò che l’Unione Sovietica non aveva. Si decise, allora, di coprire le pareti con carta da parati, legno, cotone, tappeti. Fu tutto inutile. I nazisti la trovarono e la smantellarono in sole 36 ore, riponendo i pannelli in 28 casse. Un vero e proprio saccheggio ordinato da Hitler, il quale pretendeva che la Camera d’Ambra tornasse “nella sua vera patria”, cioè la Germania.

Questo capolavoro artistico venne portato nel Castello di Königsberg (città dove venne incoronato Federico I, storicamente prussiana, ma oggi russa e conosciuta con il nome di Kaliningrad), dove venne ricostruita. Nel 1944, però, iniziarono i bombardamenti aerei degli alleati. Per evitare che venisse danneggiata, la Camera d’Ambra venne smontata di nuovo e i pannelli sarebbero stati nascosti nei sotterranei del Castello. Da questo momento in poi il condizionale è d’obbligo, perché nessuno sa quale sia stata la sorte di questo gioiello.

La stanza venne vista l’ultima volta nell’estate del 1944. L’Armata Rossa prese la città nell’aprile del 1945, ma della Camera non vi era più traccia. I sovietici cercarono di ottenere informazioni in merito da Alfred Rhode, esperto d’arte molto apprezzato da Hitler, che aveva supervisionato l’intera operazione di rimozione dei pannelli d’ambra dal Palazzo di Caterina. Rhode non parlò, tuttavia non è affatto detto che conoscesse la nuova ubicazione della Camera d’Ambra.

Un mistero mai svelato

Che fine ha fatto la Camera d’Ambra? Nessuno lo sa con certezza. Le ipotesi, però, sono molte: secondo alcuni studiosi il gioiello architettonico potrebbe essere stato distrutto durante i bombardamenti alleati. Un’eventualità per nulla remota. Secondo un’altra teoria i nazisti sarebbero riusciti a imballare i pannelli e a sistemarli su una nave partita da Königsberg, ma affondata sempre dagli alleati.

Nel 2020 un gruppo di sommozzatori polacchi trovò nel Baltico, a 88 metri di profondità, il relitto del piroscafo "Karlsruhe", affondato dall'aviazione russa nel 1945. L'imbarcazione era stata fondamentale durante l'operazione "Annibale", studiata per garantire l'evacuazione di un milione di cittadini tedeschi, sia militari che civili, in fuga dall'avanzata sovietica. All'interno del piroscafo vennero ritrovate delle casse intatte e in un primo momento si pensò che potessero contenere i pannelli della Camera d'Ambra. Purtroppo, però, il "Karlsruhe" non svelò il mistero.

Molti ricercatori, invece, sono convinti che la Camera d’Ambra non sia andata persa per sempre, che sia ancora da qualche parte, forse proprio nell’odierna Kaliningrad, oppure in qualche luogo remoto e sotterraneo in Germania, in Polonia o in Austria, dove i tedeschi l’avrebbero nascosta quando capirono che per loro non vi era più scampo.

Qualora la Camera d’Ambra fosse stata celata agli occhi del mondo, si porrebbe comunque il problema della conservazione. A Storica National Geographic l’esperto d’ambra Alexander Shedrinksy ha fatto notare in proposito: “Se è nascosta da qualche parte, è molto probabile che si tratti di un luogo sotterraneo e umido e dunque si troverebbe quasi per certo in pessimo stato”. Non è neanche da escludere che l’opera d’arte sia stata suddivisa in pezzi più piccoli venduti a collezionisti privati.

Il destino misterioso e il fascino della Camera d’Ambra hanno colpito così in profondità l’opinione pubblica e l’immaginario collettivo da far decidere al governo sovietico, nel 1979, di costruirne una copia esatta basandosi sul materiale fotografico esistente e su alcuni disegni. La nuova Camera d’Ambra venne inaugurata il 13 maggio 2003 e può contare su un paio di pezzi originali restituiti dalla Germania, ma trafugati molto prima che la stanza venisse portata via dai nazisti.

La ricostruzione non ha placato affatto la “caccia al tesoro”, chiamiamola così. Gli studiosi, i ricercatori, gli esperti d’arte e non solo non si sono mai rassegnati alla scomparsa della Camera d’Ambra. Tanta perseveranza è comprensibile: oggi il valore della stanza si aggirerebbe sui 450 milioni di euro. Per alcuni la Camera d’Ambra è “l’ottava meraviglia del mondo”, uno splendore che neppure il tempo e gli enigmi hanno offuscato. Al contrario, il mistero irrisolto affascina, stimola l’attrazione nei confronti di questo capolavoro architettonico e la speranza che un giorno il nostro mondo faccia riemergere un pezzo di Storia, di un passato che non esiste più.

Navalny, condanna ad altri 19 anni di carcere per l’oppositore di Putin. Ue: «Sentenza inaccettabile». Fabrizio Dragosei su Il Corriere della Sera venerdì 4 agosto 2023.

Un tribunale russo ha condannato in un processo per «estremismo» l’oppositore del Cremlino Alexey Navalny. La pena dovrà essere scontata in una colonia penale di massima sicurezza dove sono rinchiusi unicamente ergastolani e individui recidivi «di particolare pericolosità»

È la condanna finale, quella che toglie di mezzo dalla scena politica russa il principale oppositore di Putin, l’unico che, se fosse libero, potrebbe forse ostacolare la sua permanenza al potere. 

Dopo un processo tenuto a porte chiuse, Alexey Navalny è stato condannato a 19 anni di carcere che, sembra, dovrebbero assorbire i nove che sta già scontando per accuse che la Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto come motivate politicamente. Lo stesso Navalny si aspettava «una condanna stalinista».

Le notizie sulla guerra in Ucraina, in diretta

«L’ultimo verdetto dell’ennesimo processo farsa contro Navalny è inaccettabile. Questa condanna arbitraria è la risposta al suo coraggio di parlare criticamente contro il regime del Cremlino. Ribadisco l’appello dell’Ue per il rilascio immediato e incondizionato di Navalny», commenta con un tweet il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. E l’Onu chiede il rilascio immediato dell’oppositore russo.

La pena dovrà essere scontata in una delle poche colonie penali di massima sicurezza, quella dove sono rinchiusi unicamente ergastolani e individui recidivi «di particolare pericolosità». 

Se non dovessero piovergli addosso altri procedimenti (ma è già stata annunciata una indagine per terrorismo) Navalny potrebbe sperare di uscire nel 2041, a 65 anni, quando Putin ne avrà compiuti 89 e, si pensa, avrà finalmente individuato un successore al Cremlino. Ma, visto l’accanimento delle istituzioni contro di lui, non si sa quello che potrà accadere. Già nella prigione dove si trova, Navalny ha subito numerose punizioni esemplari per mancanze normalmente giudicate minime. Una volta per non aver salutato come si deve un secondino e un’altra per non aver allacciato l’ultimo bottone della giubba. Così il prigioniero ha passato mesi in una minuscola cella d’isolamento. 

La nuova condanna è giunta alla fine di un processo assai breve che riguardava presunte attività di «estremismo» svolte mentre si trovava in carcere. Il tutto legato alla sua Fondazione contro la corruzione, nata anni fa. Già in precedenza Navalny era stato messo alla sbarra con accuse apparse di volta in volta sempre più labili. Prima per una presunta appropriazione indebita nei confronti di una ditta di legname di Kirov. Poi per una truffa ai danni della filiale russa di una ditta francese di cosmetici (assieme al fratello). 

La Fondazione ha certamente dato molto fastidio alle autorità, viste le approfondite inchieste che hanno preso di mira i personaggi più influenti della cerchia di Putin. Come Dmitrij Medvedev, che sostituì Putin alla presidenza per un mandato, accusato di varie attività illecite. In questi anni Navalny è riuscito una sola volta a farsi ammettere a una competizione elettorale, dato che in tutti gli altri casi è stato sempre escluso per un motivo o per l’altro. Nel 2013 gli è stato permesso di candidarsi alla poltrona di sindaco di Mosca, una mossa probabilmente volta a legittimare l’elezione del fedelissimo di Putin Sergej Sobyanin. L’oppositore riuscì a portare a casa il 27 per cento dei voti, risultato clamoroso visto il contesto. Ma probabilmente quella votazione ha convinto qualcuno che Navalny era troppo pericoloso per poter essere lasciato agire liberamente. Così sono arrivate le varie condanne e le delibere delle corti che gli hanno impedito di partecipare alle elezioni presidenziali. 

Poi, nel 2020, il maldestro tentativo di avvelenamento a Tomsk, in Siberia, con un agente nervino messo nella sua biancheria intima mentre lui non si trovava in albergo. Navalny è stato salvato a Berlino, in un ospedale specializzato e poi ha deciso di tornare in Russia. Ma appena arrivato, è finito in carcere per aver violato le norme della libertà condizionale (era in un letto in Germania e non poteva certo presentarsi a Mosca per i controlli di rito). Ancora due anni e ulteriore condanna a nove anni perché si sarebbe appropriato dei fondi della sua Fondazione. Infine, il processo di oggi, con la nuova sentenza.

L’oppositore di Putin Alexei Navalny è stato condannato ad altri 19 anni di carcere. Roberto Demaio su L'Indipendente sabato 5 agosto 2023.

Il principale oppositore di Putin Alexei Navalny è stato condannato a scontare altri 19 anni in carcere di massima sicurezza come conseguenza di sei accuse, tra cui incitamento e finanziamento di attività estremiste e creazione di un’organizzazione estremista. La condanna si sommerà ai 9 anni di carcere stabiliti dal tribunale di Lefortovo di Mosca il 22 marzo 2022 per frode e oltraggio della corte. Alla vigilia della sentenza l’oppositore del Cremlino aveva detto di aspettarsi “una condanna stalinista” e su Twitter aveva ricordato che nei suoi confronti la pubblica accusa aveva chiesto 20 anni. Sempre su Twitter, Navalny ha commentato la condanna scrivendo: «Vogliono spaventare voi, non me, e privarvi della volontà di resistere. Vi stanno costringendo a consegnare la vostra Russia senza combattere la banda di traditori, ladri e furfanti che si sono impadroniti del potere. Putin non deve raggiungere il suo obiettivo. Non perdete la volontà di resistere».

Da Bruxelles è arrivata la ferma condanna alla sentenza e tra i motivi ci sarebbe anche il fatto che le udienze si sono svolte in un ambiente chiuso, inaccessibile alla sua famiglia e agli osservatori e in una colonia penale a regime rigoroso fuori Mosca. Josep Borrell, alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, ha definito Navalny come «l’ennesimo esempio della continua repressione sistematica da parte delle autorità russe», ribandendo l’invito a rilasciarlo «immediatamente e senza condizioni». Borrell ha poi ricordato la sua «profonda preoccupazione per le segnalazioni di maltrattamenti ripetuti, misure disciplinari ingiustificate e illegali e vessazioni equivalenti a torture fisiche e psicologiche da parte delle autorità carcerarie nei confronti di Navalny», aggiungendo che «la leadership politica della Russia è responsabile della sua sicurezza e salute, di cui sarà tenuta a rendere conto”. Anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha condannato la sentenza, definendola «verdetto farsa» e dichiarandola «inaccettabile».

Alexei Navalny è considerato il leader dell’opposizione russa ed è il fondatore della Fondazione Anticorruzione, che lo ha portato a diventare noto per le sue indagini anticorruzione contro società statali russe e alti funzionari. È nato nel 1976 in una cittadina della provincia di Mosca e fin da giovane è stato attivo nell’opposizione russa. Nel 2008 venne cacciato dal partito Narod per affermazioni xenofobe. Si è poi trasferito negli Usa per un periodo di formazione all’Università di Yale, dove ha ricevuto una borsa di studio nel 2010. Ad agosto 2020 è stato curato per un avvelenamento che ha fatto temere per la sua vita. Un episodio che, secondo Navalny e un’indagine congiunta di The Insider, Bellingcat, CNN e Der Spiegel, avrebbe coinvolto i servizi segreti russi, i quali secondo l’inchiesta stavano sorvegliando l’oppositore da almeno 3 anni. Dal 2020 sono state imposte sanzioni contro persone ed entità responsabili dell’avvelenamento, dell’arresto arbitratio, dell’accusa e della condanna di Navalny. [di Roberto Demaio]

Estratto da tgcom24.mediaset.it il 17 aprile 2023.

In Russia il tribunale di Mosca ha condannato il dissidente Kara-Murza a 25 anni di prigione. […] Kara-Murza cittadino con passaporto russo e britannico è un noto dissidente politico di Vladimir Putin ed è stato condannato con l'accusa di alto tradimento. L'Onu ne ha già chiesto il rilascio immediato.

Il tribunale ha condannato Vladimir Kara-Murza a 25 anni di carcere per tradimento, diffusione pubblica di false informazioni sull'esercito e per aver svolto attività per conto di un'organizzazione illegale in Russia. Riconosciuto come agente straniero nella Federazione Russa, Kara-Murza sconterà la sua pena in una colonia penale.

Londra convoca l'ambasciatore russo su Kara-Murza

Il governo britannico ha convocato l'ambasciatore russo dopo la condanna di Kara-Murza. "La mancanza d'impegno della Russia nella protezione dei diritti umani fondamentali, inclusa la libertà di espressione, è allarmante", ha affermato il ministro degli Esteri britannico James Cleverly in una dichiarazione, riportata dal Guardian. "Continuiamo a sollecitare la Russia ad aderire ai suoi obblighi internazionali, compreso il diritto di Vladimir Kara-Murza a un'assistenza sanitaria adeguata". 

Gli Usa: è repressione

Gli Stati Uniti hanno attaccato la Russia per la condanna dell'oppositore del Cremlino. "E' una campagna di repressione", ha detto l'amministrazione Biden. […] 

Vladimir Kara-Murza è in carcere dall'aprile del 2022. Inizialmente, era stato accusato di "diffondere pubblicamente informazioni consapevolmente false". Secondo l'inchiesta, durante un discorso negli Stati Uniti, ha accusato le forze armate russe di utilizzare mezzi di guerra proibiti. 

Successivamente, sono stati aperti altri due procedimenti contro di lui, che in ottobre sono stati riuniti in un unico dossier. Il caso di Vladimir Kara-Murza è il primo in Russia in cui è stato applicato il nuovo reato di tradimento. 

Kara-Murza ai giudici: "Non rinnego nulla"

Kara-Murza […] ha fatto pressioni su governi e istituzioni straniere per imporre sanzioni alla Russia e ai singoli cittadini russi per presunte violazioni dei diritti umani. "I criminali dovrebbero pentirsi di ciò che hanno fatto. 

Io, invece, sono in prigione per le mie opinioni politiche. So anche che verrà il giorno in cui l'oscurità sul nostro Paese si dissiperà", ha dichiarato Kara-Murza. In un discorso finale alla corte la scorsa settimana, Kara-Murza ha assunto un tono di sfida, ha rifiutato di chiedere alla corte di assolverlo e ha detto di sostenere tutto ciò che aveva detto.

"Incolpo me stesso solo per una cosa - ha detto Kara-Murza, 41 anni e tre figli -. Non sono riuscito a convincere abbastanza i miei compatrioti e i politici nei Paesi democratici del pericolo che l'attuale regime del Cremlino rappresenta per la Russia e per il mondo". 

[…] La sentenza di Kara-Murza, osserva il Guardian, è la condanna più lunga mai inflitta a un oppositore politico di Vladimir Putin mentre il Cremlino intensifica ulteriormente la sua repressione del dissenso.

Russia, morto Ruslan Khasbulatov: fu l'ultimo presidente del Soviet supremo. Storia di Redazione Tgcom24 su Il Corriere della Sera il 3 gennaio 2023.

È morto in Russia, nella sua casa di campagna vicino a Mosca, Ruslan Khasbulatov, l'ultimo presidente del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Aveva 80 anni. I funerali si svolgeranno nella sua Cecenia, anche se non è specificato ancora in che luogo e in quale data. Dopo il crollo dell'Urss, Khasbulatov guidò il Soviet Supremo insieme al vicepresidente Aleksandr Rutskoj. La sua amicizia con Boris Yeltsin si deteriorò definitivamente quando quest'ultimo sciolse l'istituzione guidata da Khasbulatov nel 1993.

I Nostalgici. Gennady Zyuganov, l’ultimo comunista di Russia. Emanuel Pietrobon il 13 Gennaio 2023 su Inside Over.

Il comunismo è morto, vinto dalla storia, ma c’è chi ancora crede in quest’utopico e inconcretizzabile ideale di uguaglianza. Da Cuba alla Repubblica Popolare Cinese, passando per Corea del Nord e Vietnam, il comunismo continua a godere di un certo seguito e a fare seguaci. Anche se, certo, non più come in passato.

In Russia, dove l’implosione dell’Unione Sovietica viene vissuta come un trauma nazionale, a portare avanti le tesi dell’ideologia che più di ogni altra ha plasmato il Novecento è il vulcanico Gennady Zyuganov, capo storico del Partito Comunista ed eterno candidato alla presidenza.

Genesi dell'ultimo homo sovieticus

Gennady Andreevič Zyuganov nasce in un minuscolo villaggio nell’oblast’ di Orël, Mimrino, il 26 giugno 1944. Proveniente da una famiglia di insegnanti, Zyuganov studia fisica con l’obiettivo di diventare un professore e di proseguire, dunque, la tradizione ereditata da genitori e nonni.

Il 1961 è l’anno del compimento del sogno di famiglia: Zyuganov riceve tre cattedre presso la scuola in cui si è appena diplomato, la secondaria di Mymrinsk, ottenendo di insegnare matematica, fisica e addestramento militare basico. Ma l’esperienza dura soltanto un anno, perché nel 1962 abbandona l’incarico per studiare matematica e fisica all’università statale di Orël.

Per un breve periodo, dal 1963 al 1966, Zyuganov mette in stand-by gli studi per servire nell’unità di intelligence biologica, chimica e radiologica del Gruppo di forze sovietiche in Germania. Di ritorno a Orël, nel 1966, premerà sull’acceleratore per completare la laurea, conseguita infine nel 1969.

Terminare ciò che aveva iniziato era un dovere nei confronti di se stesso, ma Zyuganov aveva cambiato idea sul proprio futuro: non sarebbe stato un insegnante. Iscrittosi al Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), il giovane diventa in breve tempo il primo segretario della Komsomol di Orël, trampolino di lancio verso gli apparati nazionali.

Dopo un trascorso a Mosca, utilizzato per perfezionare gli studi e per addentrarsi negli ambienti che contano, Zyuganov fa ritorno a Orël. Questa volta, però, per ricoprire il ruolo di capo dell’ideologia e della propaganda della sezione locale del PCUS. Nel 1983, dopo tre anni di capo ideologo regionale, a Zyuganov viene offerta una posizione prestigiosa nella capitale: istruttore nel dipartimento della propaganda del PCUS.

Il trasferimento a Mosca è il coronamento di un sogno. Un sogno destinato a durare poco, però, perché l’epopea sovietica è agli sgoccioli. A Orël lo si poteva ignorare, ma a Mosca la sensazione della fine permeava l’aria. Affranto, ma non vinto, Zyuganov si sarebbe trasformato in uno dei più grandi detrattori del riformismo di Michail Gorbačëv.

Ad un soffio dal trono

Il 1991 è l’anno della discesa in campo di Zyuganov. È l’anno della pubblicazione di due aspre lettere aperte sulla Sovetskaya Rossiya, una indirizzata ad Aleksandr Jakovlev, l’ideologo della perestrojka, e una all’emergente Boris Eltsin. Le lettere sono la prova che Zyuganov, sino ad allora un funzionario semisconosciuto e ininfluente, coltiva aspirazioni presidenziali.

Quando l’Unione Sovietica giunge al capolinea, e con lei il PCUS, Zyuganov si organizza per dare vita al Partito Comunista della Federazione Russa, del quale diventa prima co-segretario e poi, nel 1993, presidente. Aiutato dai modi autoritari, dalla noncuranza per i problemi sociali e dalla pessima gestione dell’economia di Eltsin, che col tempo avrebbero trascinato la neonata Russia in una quasi guerra civile, Zyuganov emerge come il capofila dell’opposizione.

La ricetta per la salvezza proposta da Zyuganov si basa sulla mescolanza di elementi comunisti – controllo statale dell’economia, pianificazione delle attività produttive, rinazionalizzazione delle grandi imprese che sono state privatizzate – e patriottici – il culto della Russia in sostituzione della defunta rivoluzione –, e vuole creare un fronte comune contro Eltsin che trascenda i concetti di destra e sinistra. L’idea piace, così suggeriscono i numeri su tesseramenti e manifestazioni, e Zyuganov si candida alla presidenza nel 1996.

La possibilità che Zyuganov possa vincere e dare seguito alle promesse di restaurare l’Unione Sovietica è molto concreta. È un trascinatore di folle, ha appena conquistato la maggioranza alla Duma, mentre Eltsin è inviso al ceto medio impoverito e ai ceti popolari affamati dalle sue politiche che hanno condotto al cosiddetto “genocidio economico”. Zyuganov sarà fermato, questo giureranno di fare i sette banchieri, perché rappresenta una minaccia per il (nuovo) sistema emerso dalle ceneri dell’Unione Sovietica.

In quello stesso anno, mentre Zyuganov è convinto di sentire il sapore della vittoria nell’aria, ai margini del Forum Economico Mondiale viene stretto il “patto di Davos” tra i sette banchieri e i loro sponsor occidentali. Obiettivo dichiarato del patto, la cui esistenza sarebbe venuta alla luce soltanto anni più tardi, era di impedire la vittoria di Zyuganov finanziando la campagna elettorale di Eltsin e trasformando l’intero mondo dell’informazione in una macchina propagandistica anticomunista.

Il 16 giugno, a ultima scheda scrutinata, l’amara sorpresa per Zyuganov: secondo posto, con il 32% delle preferenze. Eltsin e il nuovo sistema avevano prevalso, anche se di poco (35%), conquistando un ulteriore mandato. Ma il redivivo stato profondo, sopravvissuto alle purghe e in fase di riorganizzazione, di lì a poco avrebbe posto prematuramente fine al dominio di Davos su Mosca. Lo avrebbe fatto l’ultima sera del 1999, data altamente simbolica, costringendo Eltsin a cedere lo scettro ad un oscuro e semisconosciuto securocrate di nome Vladimir Putin.

Fedelissimo di Putin

Che il sogno di ascendere al Cremlino fosse già finito, Zyuganov lo avrebbe capito molto presto, alle presidenziali del 2000: secondo posto, con il 29% dei voti, dietro al roboante 53,4% di Putin. Un risultato inevitabile, impossibile da alterare, giacché il popolo aveva apprezzato l’umiliante uscita di scena di Eltsin e la durezza del neopresidente nei confronti del terrorismo ceceno.

Dopo un periodo di iniziale ostilità, probabilmente genuina, tra Zyuganov e Putin si è instaurato un rapporto basato sulla competizione controllata, non privo, comunque, di episodici disaccordi e tensioni. A Zyuganov è stato affidato il ruolo di capofila dell’opposizione sistemica, cioè quella legalizzata, tollerata e persino utile al Cremlino per dare una parvenza di democraticità al regime, che ha permesso al Partito comunista di sopravvivere, crescere e fuggire a censure e repressione.

Eterno candidato alla presidenza, eterno secondo, Zyuganov ha vinto la stima e il rispetto di Putin, per il quale è un uomo indispensabile – perché in grado di sottrarre voti a radicalismi extraparlamentari –, come dimostrato dagli scambi di regali tra i due e dalla collaborazione parlamentare tra comunisti e Russia Unita. Finta opposizione.

La cooperazione tra Zyuganov e Putin, inizialmente circoscritta all’egemonizzazione del panorama partitico, col tempo si è estesa alla legislazione e alla politica estera. Di Zyuganov è stata l’idea di porre fine alla demonizzazione di Stalin – cosa poi avvenuta a partire dal 2012. Il leader comunista ha supportato l’entrata in vigore della legge sulla propaganda gay. E sempre Zyuganov ha sostenuto il pivot to China e gli sforzi per ravvicinare le repubbliche ex sovietiche nell’Unione Economica Eurasiatica.

Fondamentale è stato il ruolo rivestito da Zyuganov, lo spianatore di tendenze di Putin, nello scoppio della guerra in Ucraina. Dal Partito Comunista è infatti provenuta la proposta di riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, in data 15 febbraio 2022, che, approvata dalla Duma sei giorni dopo, ha creato il presupposto legale per l’invasione dell’Ucraina: gli accordi di amicizia, cooperazione e assistenza con le due entità.

Zyuganov non è riuscito a trasporre in realtà il sogno più recondito, quello di sedersi sul trono del Cremlino, ma, intuendo i benefici promananti da un sano e intelligente modus vivendi con Putin, ha ottenuto qualcosa di parimenti importante: il potere di incidere sul corso degli eventi e di trasformarsi in un rivale indispensabile. Perché se è vero che Zyuganov senza Putin sarebbe cieco, lo è altrettanto che Putin senza Zyuganov sarebbe zoppo.

Estratto dell’articolo di Lucetta Scaraffia per “La Stampa” il 3 ottobre 2023.

Siamo disponibili a difendere qualsiasi animale in via di estinzione, ma evidentemente non siamo disposti a fare niente per gli armeni del Nagorno Karabakh: chi ha scritto che più di 100.000 armeni in pochi giorni stanno abbandonando come profughi la loro terra sbaglia. 

Non hanno scelto di abbandonare una terra alla quale sono legati da secoli, non hanno scelto di abbandonare le loro antichissime chiese e i loro monasteri, che saranno distrutti con i bulldozer: sono stati costretti a farlo per salvarsi la vita.

L'Unione europea non ha mosso un dito per protestare contro gli azeri, per fermare la cacciata di un popolo antico dalla terra che occupava da millenni. Anzi, insistono con il chiamare gli armeni del Nagorno Karabakh separatisti, sposando il punto di vista azero. Come può essere considerato separatista un popolo che vive in quel territorio, senza mai averlo lasciato, da 2500 anni? 

Il motivo di questo vergognoso silenzio sta nella necessità di comprare il gas dell'Azerbaigian, e nella dipendenza da Erdogan, che può liberare valanghe di immigrati verso i nostri confini.

Ma forse sta anche in qualcosa di più profondo, cioè dalla difficoltà per noi europei secolarizzati di sentire quegli antichi cristiani, ancora appassionatamente legati alla loro tradizione religiosa, vicini a noi, simili a noi, quindi avamposto orientale di una cultura europea da difendere. 

[…] Li vediamo come portatori di qualcosa di antico e lontano, che forse ci pare classificabile come folclore più che come una religione moderna e rispettabile. Il Papa stesso li ha sempre difesi debolmente. Del resto i ricchi regali con cui il governo azero si conquista le simpatie dei politici europei – condito da chili di fantastico caviale, Le monde parla di "diplomazia del caviale" – forse sono arrivati anche in Vaticano. O almeno sono stati ben visti i soldi per i restauri delle catacombe di Commodilla e di alcuni dei preziosi beni artistici conservati in San Pietro, tanto che la moglie del presidente azero Aliyev è stata insignita della più alta onorificenza vaticana riservata ai laici.

Sì, sembra proprio che il dolore degli armeni infastidisca tutti, e tutti pensino che comunque non sono affari che ci riguardano come europei. Invece ci riguardano e ci riguarderanno: i turchi infatti non nascondono il progetto di passare alla conquista dell'intera Armenia, considerata una inutile enclave incuneata nel mondo islamico. 

Il progetto di genocidio che sembrava sventato dopo la prima guerra mondiale troverà così completa realizzazione, e proprio sotto i nostri occhi indifferenti. […] L'Occidente è pronto a rinnegare perfino le proprie origini pur di non pagare il prezzo che il coraggio comporta.

Tre quarti degli armeni «fuggiti per sempre» dal Nagorno-Karabakh. Storia di Luca Geronico su Avvenire venerdì 29 settembre 2023.

Sono ormai quasi 100mila in fuga, oltre il confine dell’Armenia: il disegno di pulizia etnica del Nagorno-Karabakh è evidente realtà. Dopo l’«operazione anti-terrorismo» realizzata in 24 ore di furiosi bombardamenti dall’Azerbaigian, che hanno risolto il “conflitto congelato” da oltre 30 anni, l’ordine di evacuazione forzata della popolazione civile prosegue inesorabile. Macchine malconce, autobus e trattori stracolmi: tutto serve a fuggire con solo quello che si ha addosso attraverso corridoio di Lachin riaperto dopo nove mesi di blocco messo in atto dalle forze di Baku. Rerstrizioni «contro il terrorismo» nella vergognosa inazione della comunità internazionale. Il governo di Erevan ora manda dei bus per accogliere i profughi, ma alla frontiera il generale Levon Mnatsakanyan, ex comandante delle forze separatiste armene, è fermato ed arrestato: pure lui, come l’ex premier Vardanyan, accusato di terrorismo.

Erano 120mila gli armeni dell’enclave contesa e che non ne resterà nessuno nel giro di pochi giorni lo confermano indirettamente le Nazioni Unite: «Siamo pronti a far fronte a più 120mila persone: è molti difficile dire quanti alla fine si troveranno in questa situazione» afferma Kavita Belani, rappresentante Acnur in Armenia. «Dopo nove mesi di blocco, saranno pieni di ansia, spaventati e vorranno delle risposte», aggiunge. E una missione Onu arriverà in Nagorno-Karabath questo fine settimana: è la prima da 30 anni. Emergenza per cui anche Caritas Italiana è mobilitata «con la Caritas locale, per far fronte alle prime necessità», afferma il direttore don Marco Pagniello. Si prevede che alla fine saranno almeno 40mila gli armeni che, senza parenti che possano ospitarli, necessiteranno di un alloggio. Emergenza umanitaria e ricerca di pesantissime responsabilità politiche: «Avevamo avvertito la comunità internazionale che sarebbe avvenuto» denuncia il premier armeno Nikol Pashinyan. Ma sono in molti nella diaspora armena a denunciare come prima causa della fine del Nagorno-Karabath la sua irresponsabile condotta politica. L’attacco dell’Azerbaigian, con uno strapotere di uomini e mezzi rispetto alle forze dell’autoproclamata repubblica del Nagorno, è avvenuto mentre gli armeno partecipava per la prima volta ad una esercitazione con un contingente statunitense.

Video correlato: Armenia, i rifugiati dal Nagorno-Karabakh superano quota 65mila (Dailymotion)

Un allontanamento graduale dal 2018, cioè da quando il governo di Erevan ha guardato sempre più insistentemente a Occidente irritando la Russia, suo tradizionale alleato e garante. Un “giro di boa” diplomatico ma senza avere maturato necessarie garanzie di aiuti da parte di Washington. Uno strappo ormai insanabile: ieri il ministro della Difesa armeno Suren Papikyan ha disertato la riunione dei ministri della Difesa dei Paesi della Csi in corso a Tula, in Russia. Dopo che il contingente di pace di 2mila soldati russi, dal 2020 schierato in Nagorno-Karabath non ha fatto nessuna resistenza all’operazione degli azeri, l’isolamento dell’Armenia nella regione appare evidente. «Dato che la missione è ora sul territorio dell'Azerbaigian, questo sarà oggetto della nostra discussione con la parte azera» ha fatto sapere il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov preannunciando di fatto un prossimo disimpegno totale della Russia. Il voto di condanna del Parlamento europeo non darà certezze all’Armenia che ora, sempre più stretta fra Azerbaigian e Turchia, potrebbe essere oggetto di nuove rivendicazioni territoriali. Dall’Aia il procuratore del Tpi Moreno Ocamo parla di «genocidio». E di certo sarà pure “genocidio culturale” contro le testimonianze culturali dei cristiani del Nagorno-Karabath.

Il Nagorno-Karabakh cesserà di esistere: i separatisti ne decretano lo scioglimento. Gloria Ferrari su L'Indipendente giovedì 28 settembre 2023.

Samvel Sahramanyan, presidente del Nagorno-Karabakh, ha detto di aver firmato un ordine che decreta ufficialmente la fine della ‘sua’ repubblica separatista. Lo scioglimento, che avverrà a partire dal primo gennaio del 2024, è a tutti gli effetti una resa formale all’Azerbaigian, Paese da cui gli armeni hanno cercato di difendersi per più di tre decenni. Difatti, nonostante la comunità internazionale l’abbia sempre considerata come parte integrante del territorio azero, la regione in realtà è stata abitata principalmente da armeni, che con una guerra combattuta negli anni ’90 hanno ottenuto l’indipendenza di tutta l’area.

Ciononostante, la decisione di Sahramanyan, alla luce dei recenti avvenimenti, è risultata piuttosto ovvia. La scorsa settimana, infatti il Nagorno-Karabakh è stato militarmente attaccato e occupato dall’esercito azero, portando le autorità locali a dichiarare la resa nel giro di un paio di giorni. L’operazione, giunta al culmine di mesi di sanguinosi scontri al confine tra le due parti, ha costretto migliaia di residenti a mettersi immediatamente in viaggio verso l’Armenia. Centinaia di famiglie armene affamate ed esauste hanno intasato le strade del Nagorno-Karabakh per evacuare la regione nel minor tempo possibile: infatti, nonostante il presidente azero, Ilham Aliyev, abbia promesso di garantire la sicurezza e i diritti dei gruppi armeni presenti nella regione, i trascorsi violenti tra le due parti e le guerre che ne hanno segnato i rapporti hanno reso i residenti scettici riguardo la possibilità di una convivenza pacifica. Per questo motivo, dopo la resa, quasi la metà dei 120 mila abitanti ha lasciato immediatamente l’area.

Giustificata col pretesto della lotta al terrorismo, l’operazione del governo dell’Azerbaigian è stata perpetrata per combattere e cacciare le milizie armene separatiste presenti nella regione. Queste, secondo l’accusa del Governo, sarebbero state responsabili della morte di quattro soldati e di due civili azeri. Dal canto loro, invece, gli armeni hanno denunciato un’operazione di pulizia etnica portata avanti per settimane nella regione.

Ma in realtà l’attacco militare è stato solo il più recente di una lunga serie di guerre combattute per il Nagorno-Karabakh a partire dalla caduta dell’Unione Sovietica – di cui sia Armenia che Azerbaigian erano parte – negli anni ’90. Evento dopo il quale i separatisti di etnia armena presero il controllo di alcune parti della regione e, a seguito di un referendum (boicottato dalla popolazione azera), si dichiararono Stato indipendente, per ottenere l’annessione con l’Armenia.

Le tensioni che seguirono sfociarono in un conflitto che portò alla morte di almeno 25.000 persone e a centinaia di migliaia di sfollati (principalmente azeri), che si chiuse con il Protocollo di Bishkek. Questo, firmato nella capitale del Kirghizistan dai rappresentanti armeni, azeri e da quelli della repubblica del Nagorno-Karabakh (Repubblica di Artsakh), prevedeva un cessate il fuoco provvisorio sotto mediazione della Russia. Nonostante le tensioni costanti, l’accordo resse fino al 2020, quando la guerra riesplose per due mesi, culminando in una netta vittoria dell’Azerbaigian. Il Paese ottenne la riconquista di ampie parti di territorio. Anche la ‘seconda’ guerra si concluse con un accordo di pace mediato dalla Russia, che questa volta riconosceva all’Azerbaigian il controllo delle zone conquistate.  Il patto prevedeva inoltre l’invio, per almeno 5 anni, di 2.000 soldati russi come forze di pace, in particolare lungo il corridoio di Lachin, la principale via di collegamento tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.

Da mesi il blocco al corridoio di Lachin per mano delle forze azere aveva impedito i rifornimenti al Karabakh di cibo, carburante e generi di prima necessità, portando la regione sull’orlo di una crisi umanitaria. L’alleanza tra la Russia e l’Armenia, per anni la principale garanzia di sicurezza per Yerevan, ha difatti sancito la condanna della regione: il governo russo ha definitivamente rifiutato di concedere all’Armenia aiuto militare, lasciando di fatto l’alleato armeno al proprio destino – e con un esercito nettamente inferiore a quello dell’Azerbaigian. Anche in questo caso, come spesso accade nelle contese geopolitiche, le motivazioni sono legate a interessi economici e strategici. [di Gloria Ferrari]

La repubblica del Nagorno-Karabakh è stata dissolta. Più di metà della popolazione ha abbandonato la regione. Il Domani il 28 settembre 2023

Dal1° gennaio 2024, ogni istituzione e organizzazione governativa cesserà di esistere. Il decreto è stato firmato dal presidente dell’enclave. L’attacco dell’Azerbaigian il 19 settembre ha portato alla resa delle forze separatiste. Oltre 65mila armeni stanno lasciando le loro case

A quasi dieci giorni dall’attacco dell’Azerbaigian contro le forze separatiste armene nel Nagorno-Karabakh, il presidente dell’enclave Samvel Shahramanyan ha firmato un decreto per cui dal primo gennaio 2024 l’autoproclamata Repubblica di Artsakh non esisterà più, insieme a ogni istituzione e organizzazione governativa.

La decisione, dice il decreto, è stata presa tenendo conto della «priorità di assicurare la sicurezza fisica e gli interessi vitali della popolazione». L’Azerbaigian ha accordato ai residenti la possibilità «di viaggiare liberi, volontari e senza ostacoli» e anche il contingente di pace russo che dal 2020 si trova lungo il confine starebbe assistendo le persone che stanno lasciando la regione.

L’ACCORDO TRILATERALE

Per l’agenzia Interfax, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il suo corrispettivo azero si sono parlati al telefono: «Le parti hanno discusso la situazione in Karabakh, inclusa la disposizione di assistenza umanitaria, rispetto dei diritti e della sicurezza della popolazione armena locale», dice un comunicato del ministero russo. I due ministri hanno anche discusso sull’accordo trilaterale del 2020 tra Azerbaigian, Armenia e Russia, e di un possibile trattato di pace tra Baku e Erevan che delimiti i confini tra i due paesi.

GLI ARMENI

Mentre il governo azero ha assicurato che i diritti degli armeni saranno tutelati, un ex leader del Nagorno-Karabakh Ruben Vardanyan è stato arrestato mentre cercava di rifugiarsi in Armenia con la famiglia: sarebbe stato portato a Baku, dove, per Associated Press, è stato accusato di aver finanziato il terrorismo, creato illegali forze armate e attraversato illegalmente un confine di stato.

Gli armeni che hanno lasciato il Nagorno-Karabakh attraverso il corridoio di Lachin, l’unica via che collega la regione con l’Armenia, sono più di 65mila, ossia più di metà della popolazione, che si stima fosse sulle 120mila persone. «Nei prossimi giorni non ci saranno più armeni rimasti nel Nagorno-Karabakh. Questo è un atto diretto di pulizia etnica e deportazione, di cui avevamo avvertito la comunità internazionale da tempo», ha detto il premier armeno Nikol Pashinyan in un incontro di governo, come riportato dall’agenzia russa Tass. 

La giornalista freelance Siranush Sargsyan sta documentando le condizioni della popolazione armena rimasta a Stepanakert su Bbc News e su X, vecchio Twitter, dove ha postato delle foto delle persone ferite in attesa negli ospedali, o sistemate in rifugi di fortuna. 

LA «REINTEGRAZIONE»

La regione è contesa da decenni: il Nagorno-Karabakh si trova nel territorio azero, ma è abitato prevalentemente da armeni. Dopo la dissoluzione dell’Urss, era nata l’autoproclamata Repubblica di Artsakh, ma gli azeri hanno continuato a rivendicare la sovranità su quell’area.

Un conflitto nel 2020 aveva assegnato buona parte del territorio all’Azerbaigian, e la Russia aveva inviato un contingente di pace. Le tensioni non si sono mai del tutto quietate, e il 19 settembre Baku ha lanciato un attacco che in meno di 24 ore ha portato alla resa delle forze separatiste. I negoziati successivi si erano svolti nella direzione di una «reintegrazione» del territorio.

Un anno dopo le rivolte, il Kazakistan è un Paese nuovo. Storia di Emanuel Pietrobon su Il Giornale il 27 gennaio 2023.

In Kazakistan, Stato-guida e pilastro economico dell'Asia centrale, quest'anno è ricorso il primo anniversario delle storiche rivolte di gennaio 2022, sulle quali continua a gravare l'ombra della congiura ordita da forze straniere in combutta con quinte colonne interne.

Nove giorni di scontri, grosso modo localizzati ad Almaty, ed un bollettino di oltre 200 morti. Soltanto la proclamazione dello stato di emergenza nazionale e l'intervento dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, circoscritto alla salvaguardia di snodi di comunicazione strategici e siti-chiave dall'assalto dei riottosi, riportarono l'ordine e la stabilità nel tradizionalmente quieto Kazakistan.

Oggi, a poco più di un anno di distanza da quei moti in odore di putsch, il Kazakistan è un Paese che cerca di guardare avanti, pur non dimenticando il passato recente, e che ha scelto di confidare nella grand vision di Kassym-Jomart Tokayev per una società pluralistica, un'economia aperta e delle istituzioni democratiche.

Il cantiere aperto del "Nuovo Kazakistan"

Il 16 marzo 2022, dopo aver preannunciato l'intenzione di dare vita ad un ampio programma di riforme multisettoriali, avendo preso dell'estensione del malcontento presso alcuni segmenti socioeconomici, la presidenza Tokayev svelava a politica e opinione pubblica il "piano per un nuovo Kazakistan". Un patto sociale, basato su espansione del welfare, redistribuzione della ricchezza e democratizzazione dello scheletro politico, che nel corso dell'anno ha portato l'elettorato kazako alle urne per ben due volte: il referendum costituzionale del 5 giugno e le presidenziali del 20 novembre.

Nella grand vision di Tokayev si trova di tutto: democratizzazione della società, della politica e della giustizia, deoligarchizzazione dell'economia, digitalizzazione – settore sul quale il Kazakistan scommette da tempi non sospetti –, multivettorialità della politica estera, transizione verde. È un piano di crescita e rinascita pensato per lenire divari intranazionali, tra regioni e tra categorie, che ha prodotto molti pacchetti di riforme in poco tempo e che, esiti elettorali alla mano, è stato premiato dalla cittadinanza. È un piano che vuole trasformare il Kazakistan, secondo il viceministro degli esteri kazako, Roman Vassilenko, in una "terra di cambiamento".

Vassilenko, intervistato da EURACTIV, ha parlato dell'agenda Tokayev per il futuro e delle evidenze di una congiura di palazzo emerse durante il processo ai sediziosi. Descrivendo la sedizione del gennaio 2022 come "un tentativo di golpe ben pianificato", il diplomatico ha ricordato che alla sbarra, oggi, accusati di tradimento e abuso di potere (e altri reati), si trovano personaggi di spicco dell'era Nazarbaev, come Karim Massimov e Anuar Sadykulov.

Intanto il Parlamento ha abrogato una pre-esistente legge ad personam riguardante l'immunità dalle prosecuzioni penali alla famiglia Nazarbaev. Una decisione che ha galvanizzato il processo di denazarbaevizzazione del paese, come eloquentemente dimostrato dal ribattesimo della capitale, nuovamente tornata a chiamarsi Astana.

Affinché il paese superasse il trauma di gennaio 2022, proseguendo sulla strada del riformismo inaugurata da Tokayev all'indomani del suo insediamento alla presidenza nel 2019, "il presidente ha lavorato duramente per affrontare le rimostranze della gente e per costruire un nuovo sistema politico che fosse più rappresentativo dei desideri" della cittadinanza. Tra le prove di ciò, ha continuato Vassilenko, il fatto che i partiti in regola per la partecipazione alle prossime parlamentari siano saliti da cinque a sette – grazie alla riforma della presidenza sulla soglia di adesione.

Nel futuro del "nuovo Kazakistan", tanta Europa

La grand vision di Tokayev è di respiro internazionale. Perché uno degli obiettivi è di ampliare e cristallizare la tradizionale propensione alla multivettorialità del Kazakistan. Fondamentale, a questo proposito, la relazione strategica con l'Unione Europea, che quest'anno compie trent'anni e non è mai stata tanto florida.

L'aggravamento della competizione tra grandi potenze ha aumentato l'importanza dell'UE, parola di Vassilenko, che ad oggi figura tra i principali investitori stranieri nel settore dell'energia verde kazako e con la quale si vorrebbe raggiungere un'intesa persino più produttiva e stretta. Il "pivot to Europe" di Astana è dettato da ragioni di affidabilità, da interessi economici, ma anche dalla consapevolezza che, qualora il legame con la Russia dovesse peggiorare, le merci kazake potrebbero ritrovarsi in difficoltà nell'esportazione dei loro beni attraverso le rotte eurasiatiche tradizionali.

Nel progetto per un nuovo Kazakistan è prevista una collaborazione potenziata con l'UE, e dunque coi suoi paesi membri – un richiamo per l'Italia, che del paese è uno dei primi cinque partner commerciali da anni. Ed è prevista l'apertura di tanti cantieri lungo il Corridoio di mezzo, una delle arterie che collegano i due estremi dell'Asia – Europa e Cina –, nei quali gli investitori europei potranno entrare e dai quali potranno trarre vantaggio. Dalla grand vision di Tokayev per il Kazakistan, in sintesi, dipendono tanto la stabilità della locomotiva dell'Asia centrale quanto la sicurezza energetica dell'Unione Europea.

Corea del Nord, Kim lancia un sottomarino tattico da attacco nucleare. Il Tempo il 08 settembre 2023

La Corea del Nord ha annunciato la realizzazione di un nuovo sottomarino tattico da attacco nucleare, in fase di sviluppo da anni. Lo riportano i media statali, spiegando che il leader Kim Jong Un ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione presso il cantiere navale Sinpho, sulla costa orientale. Nel suo discorso, Kim ha delineato un "piano per rimodellare i sottomarini di medie dimensioni esistenti in sottomarini offensivi carichi di armi nucleari tattiche per svolgere un ruolo importante nella guerra moderna".

La cerimonia si è tenuta presso i cantieri navali Pongdae a Sinpo, il principale centro di sviluppo dei sottomarini nordcoreani, dove il sottomarino numero 841, denominato "Hero Kim Kun-ok" è stato consegnato alle Forze Navali. Il varo è avvenuto mercoledì in occasione del 75esimo anniversario della fondazione del Paese, che si celebra sabato. Come anticipato sopra, durante la cerimonia Kim ha tenuto un discorso in cui ha affermato che il sottomarino "sarà uno dei principali mezzi nucleari offensivi" e ha elogiato il piano del Comitato Centrale del partito unico volto a "modernizzare continuamente le forze navali e incoraggiare l'adozione di armi nucleari da parte della Marina in futuro".

Offrire alla marina la possibilità di usare armi atomiche "è una questione urgente in questo momento", ha aggiunto Kim, che si prepara a recarsi a Vladivostok per un vertice con il presidente russo Vladimir Putin, dove i due leader probabilmente discuteranno delle vendite di armi della Corea del Nord per aiutare la Russia nella guerra in Ucraina. Sulla base delle immagini diffuse oggi dai media nordcoreani, il nuovo sottomarino sembra essere lo stesso che Kim ha ispezionato negli stessi cantieri nell'estate del 2019.

Dinastia autoritaria. Chi è Kim Yo-jong, sorella e possibile erede di Kim Jong-un. È l''eminenza grigia' del regime di Pyongyang. È definita come spietata ed è il braccio destro del dittatore nord coreano. Nelle sue mani i media e la propaganda di Stato. Negli ultimi tempi è apparsa spesso insieme al fratello. Redazione Web 6 Settembre 2023. 

Ci sono due immagini storiche che hanno caratterizzato gli ultimi anni di geopolitica. Entrambe risalgono al 2018, la prima è del mese di aprile: un leader supremo della Corea del Nord, in questo caso Kim Jong-un, ha varcato per la prima volta il confine con la Corea del Sud ed ha incontrato l’allora presidente Moon Jae-in. Un vertice avvenuto a Panmunjeom, zona denuclearizzata al confine tra le due coree. Una fotografia ha immortalato i due capi di stato che si tenevano per mano. L’incontro fu sponsorizzato dalla diplomazia Usa. E qui veniamo alla seconda immagine. Quella che ha mostrato al mondo il primo incontro tra un presidente americano e un leader nord coreano. Stiamo parlando della stretta di mano tra Donald Trump e Kim Jong-un.

Chi è Kim Yo-jong la sorella di Kim Jong-un

Entrambi gli eventi hanno avuto la cura certosina della ‘Principessa‘ della Corea del Nord, Yo-Jong, sorella minore, braccio destro e fedelissima del fratello Kim. Una personalità forte e di spessore della dinastia che da decenni governa in modo autoritario Pyongyang. Nelle sue mani c’è la propaganda di stato e la promozione del culto dei suoi leader. È lei che decide cosa deve andare in onda, cosa deve essere pubblicato e soprattutto cosa va censurato. Yo-jong negli ultimi anni è apparsa spesso di fianco al dittatore. C’è chi ha addirittura scritto che la donna potrebbe essere la futura erede del regime. Cosa un po’ difficile considerato il viscerale maschilismo che caratterizza quest’ultimo.

La dinastia

Ma chi è Kim Yo-jong la sorella di Kim Jong-un? La sua storia è ovviamente avvolta nel mistero. Non è nota neanche la sua data di nascita ufficiale. I servizi segreti sud coreani e quelli americani credono che la donna possa essere nata rispettivamente nel 1988 o nel 1989. Secondo quanto riportato da La Repubblica, dai documenti posseduti dalla Liebefeld-Steinhölzli, la scuola svizzera di Berna dove tutti i fratelli della dinastia Kim hanno studiato, pare che Yo-jong sia nata nel 1991. Si dice sia sposata con il figlio di Choe Ryong-hae, vice del leader supremo nella commissione per gli affari di Stato, il più potente apparato decisionale del governo. È l’ufficio che si occuperebbe di reperire i fondi illeciti per il regime e la famiglia Kim. La coppia avrebbe un figlio di 10 anni. Nel 2021, la ‘first sister‘ è stata promossa proprio in tale commissione.

Il precedente

Non è sempre andato tutto bene ai parenti più stretti di Kim Jong-un. In particolare a uno dei fratelli del leader supremo della Corea del Nord. C’era un’altra persona che avrebbe dovuto ereditare il comando del regime. Era il fratello maggiore di Kim, Kim Jong-nam. Quest’ultimo fu arrestato a Tokio nel 2001. Era in possesso di un passaporto falso della Repubblica Dominicana: voleva andare a visitare Disneyland. Sedici anni dopo, nel 2017, fu assassinato nell’aeroporto di Kuala Lumpur. Pare che non ci siano dubbi: dietro l’omicidio ci sarebbe stata la mano del regime, ovvero quella del fratello e leader Kim Jong-un.

Redazione Web 6 Settembre 2023

Corea del Nord, Kim mostra i muscoli alla parata: armi nucleari tattiche e missili intercontinentali. Il Tempo il 09 febbraio 2023

La Corea del Nord non teme l’Occidente e continua ad alzare la tensione. Il regime nordcoreano ha messo in mostra una parata di missili balistici intercontinentali, gli Icbm, e anche «armi nucleari tattiche» in una sfilata poderosa messa in campo a Pyongyang per celebrare il 75esimo anniversario della fondazione dell’esercito. A presenziare alla sfilata, il dittatore Kim Jong Un, con indosso un cappotto nero e un cappello di feltro - la ‘divisa’ spesso indossata da suo nonno, il fondatore del regime, Kim Il Sung - che era accompagnato dalla moglie, Ri Sol Ju, e la figlia Ju Ae. 

 E proprio la presenza della giovane, che il giorno prima lo aveva accompagnato in visita a una base militare e a una cena ufficiale per celebrare l’anniversario militare, ha fatto crescere le voci che sia proprio la ragazzina, la prescelta come ‘delfina’. Nel filmato diffuso dai media del regime, si vede Kim sul tappeto rosso, accompagnato dai suoi generali, che ispeziona i soldati con le baionette e saluta le truppe di passaggio e le unità missilistiche. 

Tra le armi esposte almeno 10 missili intercontinentali Hwasong-17, i più avanzati del Paese, e veicoli che sembrano pensati - scrivono gli analisti di NK News, un sito web specializzato sulla Corea del Nord - per trasportare i temuti missili a propellente solido. A sentire l’agenzia ufficiale Kcna, tra le colonne di missili dotati della «massima» capacità di attacco atomico, hanno sfilato nella piazza anche «unità tattiche nucleari» che hanno mostrato le «potenti capacità di deterrenza e contrattacco» del Paese. La ragazzina, che si ritiene si chiami Kim Ju-ae e abbia 9 o 10 anni, negli ultimi mesi ha iniziato ad apparire accanto ai suoi genitori in occasione di grandi eventi.

La piccola dittatrice. Alla festa per i 75 anni dell'esercito di Pyongyang, Kim mostra al mondo (e alle tv) razzi intercontinentali, testate nucleari e la figlia Ju-ae. Gli analisti: "È l'investitura ufficiale". Roberto Fabbri il 10 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Uno schieramento senza precedenti di missili intercontinentali in grado di trasportare testate atomiche fin sulla costa pacifica degli odiati nemici americani. Diciassette, un numero sufficiente, per intenderci, a superare l'attuale scudo difensivo schierato in California, se lanciati tutti assieme.

Ma questa è solo la prima metà del messaggio che il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha voluto inviare al mondo l'altra notte nel corso della spettacolare sfilata che ha celebrato il 75° anniversario delle forze armate del regime comunista di Pyongyang. L'altra metà ha il volto paffuto (talis pater) della sua figlioletta all'incirca dodicenne informazioni precise sulla sua età non ne esistono - che Kim si è portato al seguito presentandola ai suoi generali.

In un Paese in cui il potere si trasmette per via ereditaria fin dal 1994, quando morì il fondatore della Repubblica Kim Il-sung, e la cui stabilità è garantita unicamente dalla forza dell'esercito, questa presentazione equivale a un'investitura. Sarebbe insomma volere del dittatore che la piccola Kim Ju-ae prenda il suo posto quando lui andrà a raggiungere il nonno e il padre Kim Jong-il (rispettivamente indicati nella retorica ufficiale come il Grande Leader e il Caro Leader) nel grande mausoleo dei Presidenti Eterni.

Ma c'è tempo: intanto il «Giovane Leader» (si stima, anche qui senza conferme, che non abbia ancora quarant'anni) investe tutte le limitate risorse del suo Paese chiuso al mondo per trasformarlo in una temuta potenza nucleare, provoca gli Stati Uniti con l'annuncio di imminenti test dei suoi gingilli atomici ed esorta le sue forze armate a «prepararsi alla guerra». Il che è piuttosto inquietante, visto che oltre a essere molto vicino alla Cina di Xi Jinping, da mesi si è legato alla Russia di Putin inviandogli forniture di missili e munizioni da usare in Ucraina.

Il padre, già martedì scorso, aveva già portato con sé Ju-ae (che è la sua secondogenita) e la moglie in visita alle truppe in un altro evento pubblico cui è stato dato dai media nordcoreani il massimo risalto. Giornali e televisioni l'avevano definita nell'occasione «rispettata» e «amata», a indicare una particolare predilezione del dittatore per lei. Ieri notte, a Pyongyang, la bambina era sul palco con i genitori, elegantemente vestita di scuro. Kim Jong-un, nelle foto ufficiali, ha il volto gonfio e indossa un cappotto nero e un cappello Borsalino mentre sorride alla folla irreggimentata che citiamo i media del regime «leva alte grida di hurrà e canta il suo nome». I nordcoreani, ovviamente, non hanno scelta né alternativa: le enormi spese per gli armamenti vengono giustificate, in un Paese che costringe i suoi cittadini a stringere la cinghia per sostenerle, con le necessità della sicurezza nazionale (che in realtà è quella della famiglia al potere che vive nel lusso) e «la grande visione del Leader»: si può solo applaudirle a comando.

Non è la prima volta che Kim Jong-un mostra al pubblico la propria figlioletta e presunta erede dinastica. Nel novembre scorso erano circolate foto dei due sul sito di lancio dei mostruosi missili Hwasong-17, gli stessi fatti sfilare in maggior numero, però l'altra notte a Pyongyang. Come se il padre le mostrasse i suoi giocattoli preferiti e, allo stesso tempo, le dicesse: «Un giorno tutto questo sarà tuo, che tu lo voglia o no».

Corea, Kim e il grande show: nuovi missili e la figlia per ricordare al mondo la minaccia nordcoreana.  Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 9 Febbraio 2023.

Nuova parata militare del regime della Corea del Nord: a sfilare vettori balistici mai mostrati prima. E la moglie del leader, alla serata di gala, sfoggia un ciondolo a forma di missile intercontinentale

Forza nucleare distruttiva e affari di famiglia. Kim Jong-un presenta alla Nord Corea e al mondo i pilastri della sua Dinastia. Dodici missili intercontinentali montati su enormi camion-lanciatori hanno attraversato le strade di Pyongyang nella notte, seguiti da altri ordigni con raggio d’azione inferiore ma non meno letali se armati con testate nucleari. Kim Jong-un ha voluto ricordare al mondo che anche la Nord Corea ha un suo potere destabilizzante con il quale un giorno si dovranno fare i conti. E presentandosi con la figlia al fianco, ha voluto forse lanciare un segnale al popolo e ai dignitari del regime sui suoi piani per il futuro della Dinastia. Gli analisti che hanno visto le immagini trasmesse dalla tv del regime valutano che quello esibito alla parata per il 75° anniversario dell’esercito nordcoreano sia il numero record di Hwasong-17 intercontinentali messo insieme da Kim in una volta sola. È stata così imponente la sfilata che gli esperti hanno difficoltà a tenere il conto. Dovremo aspettare uno studio approfondito dei filmati prima di avere un quadro più completo.

Gli osservatori di NK News, think tank basato a Seul, hanno individuato almeno 11 Hwasong-17, i cosiddetti «missili mostro» che sono stati sperimentati in volo l’anno scorso e in base ai rilevamenti hanno la capacità di colpire tutto il territorio degli Stati Uniti. Gli Hwasong-17 sono passati in piazza Kim Il Sung sui colossali camion a 11 assi adibiti al trasporto, elevazione e lancio: la mobilità su strada di questi ordigni li rende ancor più pericolosi. La produzione e lo sviluppo evidentemente proseguono a ritmo serrato, perché nella primavera del 2022 i nordcoreani erano riusciti a portare in parata a Pyongyang solo quattro Hwasong-17 chiusi nei loro contenitori e non li avevano ancora sottoposti alla prova del lancio. Solo lo scorso novembre il missile è stato lanciato, volando nel Mar del Giappone e rivelando le sue capacità. Se ognuno dei giganteschi Icbm (Intercontinental ballistic missile) denominati Hwasong-17 fosse armato con tre o quattro testate nucleari, gli americani dovrebbero avere in postazione, pronti per neutralizzarlo, tra i 12 e i 16 intercettori, tenendo un rapporto di sicurezza di quattro intercettori per ogni testata in arrivo. Significherebbe spendere un miliardo di dollari per contrastare un solo Hwasong-17 di Kim. Ecco perché il dittatore-regista Kim ieri ha fatto sfilare la sua dozzina di Icbm.

La parata si è svolta nella notte: si tratta di una novità introdotta dal grande regista Kim nel 2020, forse per aumentare l’effetto coreografico con i riflettori che aprono le tenebre intorno all’arsenale portato in processione nelle strade della capitale. Alla cerimonia hanno partecipato migliaia di soldati che hanno marciato urlando la loro fedeltà al regime. Le immagini trasmesse questa mattina dalla tv statale hanno mostrato anche un missile che sembra di un tipo mai visto prima nell’arsenale nordcoreano e cinque nuovi veicoli Tel (i camion Transporter erector launchers). Questi sistemi d’arma sono sfilati per ultimi, in un gran finale che secondo i tecnici ha rivelato un nuovo missile intercontinentale a combustibile solido e i veicoli studiati per il trasporto. Se è così, si tratta di uno sviluppo particolarmente minaccioso: il combustibile solido semplifica e accorcia i tempi della procedura di trasporto e lancio, rispetto ai missili alimentati da combustibile liquido.

Missili e giochi familiari sono dunque sempre al centro della grande commedia in più atti messa in scena da Kim Jong-un. Il capo del regime ha cominciato a portarsi sulla scena delle rappresentazioni di forza la figlia che aveva presentato per la prima volta lo scorso novembre, durante il lancio del primo missile Hwasong-17, definito dagli analisti internazionali «missile mostro» per le sue dimensioni. La bambina, età apparente dieci anni, è una dei tre figli di Kim, che ha anche un maschietto e un’altra femmina. Tutti ancora troppo piccoli per avere ruoli politici. La bambina in questione, secondo l’intelligence sudcoreana è Kim Ju Ae, forse la secondogenita. Ormai è diventata una presenza fissa al fianco del padre nelle manifestazioni preparata dalla propaganda (diretta dalla zia Kim Yo-jong) La stampa di Pyongyang non fa il suo nome, ma dopo averla chiamata per settimane «amata bambina» e «nobile fanciulla», ora l’ha definita «rispettata figlia». Sembra una promozione a un ruolo ufficiale, perché anche Kim Jong-un viene spesso definito «Rispettato Maresciallo».

Un altro segnale di possibile elevazione dello status della bambina è venuto dal banchetto per la festa dell’esercito al quale è stata portata prima della parata. Kim l’ha fatta sedere a tavola alla sua destra, al centro della scena, con la madre Ri Sol Ju all’altro lato. E poi ha chiamato i suoi generali, con le divise di gala cariche di medaglie e onorificenze varie per una serie di foto-ricordo che avevano sempre la bambina in primissimo piano. La Dinastia Kim si regge sulle forze armate. Portando la bambina tra i militari nei poligoni dove si lanciano i missili, alle cerimonie dove vengono conferite medaglie agli «eroi che hanno sviluppato la nostra potenza nucleare», alle serate di gala per generali, alla grande parata, sembra che Kim Jong-un voglia far conoscere e amare la figlia dai suoi pretoriani.

Naturalmente è molto presto per dire se la bambina Kim Ju Ae un giorno sarà la quarta Kim a guidare il «regno eremita». La Nord Corea resta un regime fondamentalmente maschilista e Kim ha un figlio, forse più grande d’età rispetto alla sorella venuta alla ribalta. Ma è un fatto che Kim non ha ritenuto per qualche suo motivo di presentare anche il bambino maschio. Forse prepara il terreno a una svolta. Con Kim in questi anni ha acquisito un ruolo importante la sorella Kim Yo-jong, che nella serata di gala e poi alla parata in piazza Kim Il Sung non è comparsa in primissima fila. La sovraesposizione della bambina e il parziale oscuramento della sorella potrebbero far parte della strategia familiare di Kim. È stata notata invece la moglie di Kim, Ri Sol Ju che al collo aveva un pendaglio a forma di missile intercontinentale.

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I fantasmi di Chinatown, ecco la nuova sindrome cinese. di Martina Melli su L'Identità il 26 Novembre 2023

La Cina, in particolare quella urbana, è intrisa di paura della morte. Una paura pervasiva che orienta la vita quotidiana, puntellata di comportamenti superstiziosi. A differenza delle zone rurali dove i defunti vengono vegliati tra le mura domestiche e seppelliti accanto agli altri membri della famiglia, nelle grandi città il morto viene subito rimosso e nascosto nell’obitorio o nella camera mortuaria dell’impresa funebre. Dopo il funerale la salma viene cremata e le ceneri riposte in un cimitero o in un colombario lontanissimo dal centro abitato.

Nelle città, dove quasi tutti vivono in condomini, è credenza comune pensare che un cadavere in casa porti sfortuna e discredito a coloro che abitano nello stesso edificio. Addirittura, in alcune metropoli come Tianjin, che conta 15 milioni di residenti, è diventato illegale (già non potendo tenere il corpo in casa) allestire altari domestici con le immagini del defunto, pena una salatissima multa e l’insurrezione dei vicini.

La morte è associata a una forma tangibile di sfortuna che colpisce chiunque la incroci (alcuni antropologi lo definiscono addirittura “inquinamento della morte”). Gli stessi familiari in lutto eseguono molti rituali per purificarsi dopo l’addio di una persona cara. Il disgusto urbano per l’avvento e l’annuncio di una morte, naturalmente accompagna un atteggiamento schivo e timoroso nei confronti dei luoghi legati a essa, considerati colmi di energia negativa yin. Questa energia yin può essere contrastata solo con attività yang, come bere liquidi caldi e zuccherati, andare dove c’è tanta gente o eseguire un rito del fuoco. Per esempio, a Shanghai e in altre città, all’uscita delle pompe funebri vengono allestiti punti per appiccare il fuoco e scavalcarlo.

La rapida urbanizzazione sembra intensificarla, questa paura: in tutta la nazione i cimiteri vengono costantemente ricollocati, spostati sempre più lontano dai centri urbani. E siccome la gente ha paura dei fantasmi, il valore di un immobile edificato nei pressi di un cimitero è sempre inferiore rispetto ad altre zone.

Poi ci sono le case infestate. A Hong Kong, la città più superstiziosa di tutto il Paese, le “hongza”, ovvero i migliaia di appartamenti in cui sono avvenute morti violente – sono tutte annoverate in misteriosi siti online. Una volta che un immobile diventa hongza perde valore e nessuno vorrà più abitarci. Le case infestate sul mercato valgono fino al 40% in meno, e non solo quelle: a volte anche gli appartamenti vicini o l’intero palazzo vengono contagiati dal macabro stigma.

In Cina ci sono migliaia di cause legali contro ex proprietari colpevoli di avere nascosto storie di omicidi e/o suicidi, e le stesse agenzie condannate a risarcire gli acquirenti nel caso in cui abbiano omesso il sanguinoso passato di un immobile, come istituito dalla legge del 2004 che impone alle agenzie immobiliari di tenere un database con la lista di tutte le hongza della città. Il problema è che questi database stanno sfruttando le superstizioni locali per controllare efficacemente i prezzi in uno dei mercati immobiliari più costosi al mondo.

Nella Casa dei fantasmi del parco Disneyland di Hong Kong non ci sono fantasmi. Questo perché, a differenza degli Stati Uniti dove horror e soprannaturale costituiscono da sempre una valida forma di intrattenimento, per il Popolo cinese hanno un diverso valore: gli spiriti maligni sono considerati una seria minaccia. Nella cultura cinese qualsiasi cosa, dai problemi di salute, alle beghe finanziarie, ai drammi relazionali, può essere opera dei fantasmi. Non è un caso che in Cina vengano celebrate tre festività legate al mondo delle anime.

L’Hungry Ghost Festival, il Festival di Qingming in primavera e il Festival Chung Yeung in autunno. Il primo è il più popolare non solo nel continente ma anche a Hong Kong e Taiwan, e cade durante la luna piena e l’inizio della nuova stagione. In quei giorni le porte del paradiso e dell’inferno si aprono, lasciando gli spiriti liberi di vagare sulla Terra. Alcuni di questi sono anime perdute, compresi gli antenati dei vivi a cui non è stata data un’adeguata sepoltura o che sono stati dimenticati.

Per placare le anime inquiete e tenerle a bada, i credenti si attengono scrupolosamente a molte curiose regole, come non appendere vestiti bagnati durante la notte, non dormire con i capelli sciolti, non festeggiare il compleanno, non scattare foto, non pronunciare la parola “fantasma”, non dare pacche sulle spalle, non girare la testa, non sedersi in un posto vuoto durante uno spettacolo, non nuotare e non indossare indumenti di colore nero o rosso.

Nella Cina urbana, il concetto di fantasma che si riferisce a spiriti malevoli di vario tipo ( forse, metaforicamente, anche a persone malvagie o addirittura animali) è direttamente correlato alla nozione di “straniero”. I parenti quando muoiono diventano antenati, gli estranei diventano fantasmi e i i fantasmi possono fare del male e per questo devono essere rispettati e temuti.

La repressione del concetto di morte, della vista dei morti, del pensiero dei morti, coincide, in qualche modo, con la repressione della memoria. Una repressione molto diffusa in Cina che rende il passato e i ricordi, più spaventosi, più spettrali. Come i fantasmi, i fantasmi del passato ripudiati dal Partito – il massacro di Piazza Tiananmen – non devono mai più essere nominati.

Il Capodanno.

Tabù, buste rosse, cibo: oggi è il Capodanno cinese, cosa c'è da sapere. Storia di Federico Giuliani su Il Giornale su Il Corriere della Sera il 22 gennaio 2023

Simpatici coniglietti paffuti sui cartelloni pubblicitari. Sculture giganti di conigli bianchi nei centri commerciali e nelle piazze. Adesivi e gadget di tutti i tipi dello stesso animaletto, pronto ad accompagnare i cittadini nell'anno appena scoccato. La Cina ha appena salutato l'anno della tigre per entrare ufficialmente nell'anno del coniglio. Oggi, domenica 22 gennaio è il primo giorno del capodanno lunare o Festa di Primavera (春节, chūnjié), conosciuto anche come capodanno cinese, una delle festività più importanti della Repubblica Popolare Cinese e di altre nazioni asiatiche.

Perché si chiama capodanno lunare

Se in Occidente festeggiamo sempre il capodanno nella notte del 31 dicembre, il cosiddetto capodanno cinese si basa sul calendario lunare e si sviluppa, appunto, seguendo le fasi lunari. Ogni anno cade dunque in un giorno diverso - ma sempre compreso tra il 21 gennaio e il 20 febbraio – ed è "dedicato" a un segno zodiacale diverso. In Asia ci sono 12 segni zodiacali, differenti dai nostri, che si alternano in un ciclo che si ripete ogni 12 anni. L'anno iniziato il 22 gennaio 2023 sarà quello del coniglio. Nel 2024 sarà il turno del dragone. Per capirsi: i segni zodiacali asiatici non vengono assegnati a seconda del periodo dell'anno in cui si nasce, ma in base all'anno.

Le origini

Ogni Paese asiatico festeggia il capodanno lunare seguendo le proprie tradizioni. La Cina lo ha impiegato fin dall'antichità per motivi agricoli. Per capire quando raccogliere e seminare i raccolti, e calcolare quindi il susseguirsi delle stagioni, gli agricoltori erano soliti osservare la luna. La festività, non a caso, cade nel giorno della seconda luna nuova dopo il solstizio d'inverno. La celebrazione segna così l'inizio di un nuovo ciclo annuale basato sul calendario lunisolare. Il capodanno cinese è chiamato anche Festa di Primavera proprio perché anticipa l’inizio della stagione primaverile. Quella, cioè, in cui la natura rinasce e l’inverno si ritira.

Dove si festeggia

Ogni anno circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo, molte delle quali nell'est e nel sud-est asiatico, oltre alle nutrite comunità della diaspora sparse in tutto il mondo, celebrano il capodanno lunare. Viene festeggiato in Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Malesia, Filippine, Taiwan, Indonesia, Singapore, Brunei e Vietnam. Non viene invece festeggiato in Giappone, che ha abbandonato la tradizione nel 1873. Piccola curiosità: nella prefettura di Okinawa si continua a festeggiare in corrispondenza al capodanno lunare.

Come si festeggia

I legami familiari sono al centro dell'attenzione. In questo periodo di festa, della durata di 15 giorni, le persone tornano nelle loro città d'origine per osservare le vacanze con i loro cari. In Cina la "migrazione" è talmente massiccia da intasare i terminali di trasporto e da giustificare il suo soprannome, chūnyun (letteralmente "migrazione primaverile").

Per quanto riguarda le celebrazioni, la più importante avviene la notte dell'ultimo dell'anno, quando è prevista la cena di ricongiungimento familiare e la veglia fino a mezzanotte. Il giorno seguente è dedicato alla visita dei familiari e allo scambio dei regali.

Secondo la tradizione, seguono altri eventi e giornate particolari: il "giorno dei suoceri", con le donne sposate che visitano i loro genitori con mariti e figli; il "giorno del topo", un giorno "minaccioso" dove è consigliato restare a casa e riposarsi; il giorno delle pecore, di buon auspicio per pregare e fare offerte; la pausa cinque, giorno in cui i tabù dei giorni precedenti possono essere infranti; il giorno del cavallo, il migliore per sbarazzarsi di cose vecchie e indesiderate; la giornata dell'umanità, il giorno in cui si ritiene che le persone siano state create.

E ancora, sempre in ordine temporale: il giorno del grano, dove molte famiglie organizzano una seconda mini cena dopo quella della vigilia; il giorno della provvidenza, il compleanno dell'imperatore di Giada, in cui le persone fanno offerte, accendono incenso e fanno esplodere petardi; la festa della pietra, con rituali simili al giorno precedente; la giornata del genero, dove i padri sono tenuti ad intrattenere o curare i loro generi, e il gran finale rappresentato da tre giorni di preparativi per il giorno delle lanterne, che anticipano il festival vero e proprio.

Cibo e buste rosse

Durante il capodanno lunare molti cibi sono simbolo di fortuna e prosperità. Diversi piatti cinesi vengono serviti per il suono della loro pronuncia, grazie alle lingue omofoniche presenti nel Paese. Ad esempio, il pesce è un must che non può mancare nel banchetto del capodanno lunare perché in cinese mandarino, la parola per indicare pesce (yú), suona come "surplus" (yú). Stesso discorso per le arance. La parola cantonese per mandarino (gam) suona infatti come quella impiegata per riferirsi all'"oro" (gam).

Non sarebbe capodanno lunare, inoltre, senza la tradizione di regalare buste rosse (hóng bāo) ai bambini e ai giovani parenti single. Ogni anno circa 8 miliardi di buste rosse vengono consegnate alle famiglie cinesi in tutto il mondo. Ogni busta contiene un numero pari di soldi in contanti o monete di cioccolato, che simboleggiano buona fortuna e ricchezza per il nuovo anno. Attenzione: la somma del contenuto della busta deve sempre essere pari, ma non deve mai coincidere con il numero quattro o con i suoi multipli, ad eccezione dell’otto. In Cina il numero quattro (sì, ), ha una pronuncia che rimanda a quella della parola "morte" (sì, ).

Cose da non fare e tabù

I cinesi credono tradizionalmente che un buon (o cattivo) inizio di anno influenzerà il resto dello stesso. Ci sono molte cose da evitare tassativamente. Alcuni tabù valgono solo per i primi giorni delle festività (come il tagliarsi i capelli o il lavarsi i vestiti), mentre altri proseguono fino al Festival delle Lanterne, il 15esimo giorno del primo mese lunare.

Tra i tabù più curiosi troviamo: niente cibi a base di porridge (portano povertà); niente piatti rotti (porta sfortuna); niente forbici o coltelli ("tagliano" la ricchezza); non pronunciare parole sfortunate (come rompere, fantasma, malattia, morte); non piangere (anche quest'azione porta sfortuna); nessun lavaggio di capelli o vestiti il primo giorno dell'anno (lava via la fortuna); nessun prestito di denaro (porta debiti); non spazzare (spazza via la ricchezza).

L'anno del coniglio

Il 2023 è l'anno del coniglio d'acqua (le ultime volte risalgono al 1903 e al 1963). Il coniglio è conosciuto per essere il più gentile e tenero dei 12 animali dello zodiaco cinese, il tradizionale schema di classificazione basato sul calendario lunare che assegna ad ogni anno un animale e i suoi attributi. E allora, così come nel 2022 la vita è stata caratterizzata da forza, vitalità e crescita, sostenute dal dinamismo della tigre, secondo la tradizione nel 2023 sarà la volta di numerose opportunità di contemplazione, riposo e nutrimento.

Demografia.

Per le donne cinesi Confucio è morto di Federico Rampini / CorriereTv su Il Corriere della Sera il 18 marzo 2023

Il femminismo delle donne cinesi forse sta a significare la morte di Confucio. Di recente, il leader del partito Comunista cinese, che è anche presidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, ha annunciato un forte ridimensionamento della crescita economica: l’obiettivo per il 2023 è una crescita del 5% del Pil, che per la Cina rappresenta un rallentamento molto netto. Cosa c’è dietro? Un dato strutturale che lo condiziona è sicuramente la demografia: la Cina è passata alla decrescita della sua popolazione. Ora la Cina sta cercando di incrementare le nascite, di convincere le cinesi a fare 3 figli, ma non ci riesce.

Dietro ci sono dei cambiamenti di costume: ormai le giovani donne cinesi ignorano gli incentivi alla natalità, non fanno figli e non si sposano. Allevare un figlio in Cina, oggi, è un tremendo sforzo economico, ricade soprattutto sulla donna e c’è un vero femminismo cinese che si ribella alla visione tradizionale della moglie e della madre. Questa è anche una sorta di rivolta ai valori del confucianesimo, è una filosofia paternalista, autoritaria, che mette l’accento sul rispetto per le gerarchie e i ruoli tradizionali della famiglia. Ormai in Cina ci sono circa 200 milioni di single, una specie di rivoluzione silenziosa contro l’istituto del matrimonio, prima ancora che contro la natalità.

Senza figli e Pil in frenata Cina, il futuro è un rebus. Persi 850mila abitanti: prima volta dal 1961. Economia in crisi: crescita peggiore da 46 anni. Roberto Fabbri il 18 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Per la prima volta in sessant'anni, il numero di abitanti della Cina ha cominciato a diminuire. A scanso di equivoci, va precisato che stiamo parlando del Paese con la più numerosa popolazione nel mondo, e che la riduzione registrata nel 2022 rispetto al 2021 è modesta: il totale è sceso da poco più di 1 miliardo e 412 milioni a 1 miliardo 411 milioni e 175mila. Questo significa un calo complessivo di circa 850mila unità. Una goccia nel mare, si dirà: ma il dato ha una serie di implicazioni molto importanti per tutto il mondo, che riguardano l'economia del Dragone e, in ultima analisi, la tenuta sociale nel lungo termine della Cina comunista. Non a caso, infatti, il presidente Xi Jinping aveva tentato già da qualche anno di invertire questa tendenza con una serie di misure di incentivo alla natalità, che sostanzialmente hanno fallito.

Cominciamo col dire che nel biennio 1960-61 la Cina aveva dovuto sopportare una spaventosa carestia, conseguenza di politiche dissennate imposte dall'allora «Grande Timoniere» Mao Zedong che portarono alla morte per fame nelle campagne circa dieci milioni di persone. Dopo di allora, la popolazione non aveva fatto che crescere al ritmo impressionante di 20 milioni l'anno, tale da indurre la dirigenza di Pechino a imporre nel 1980 la «politica del figlio unico», con tanto di aborti forzosi per chi trasgrediva eseguiti perfino al nono mese di gravidanza. La curva negativa che si osserva oggi è la conseguenza logica di quella scelta archiviata tardivamente da Xi nel 2016 con la «politica dei due figli per coppia» - ma anche di nuove dinamiche sociali: perché è vero che ci sono oggi in assoluto in Cina circa 4 milioni di madri potenziali in meno, ma è vero pure che molte coppie giovani tendono per diverse ragioni a non fare figli o a rinviarne la «messa in cantiere».

C'è però un altro serio problema: la politica del figlio unico e un'antica tradizione a favorire la nascita di maschi hanno causato un numero spaventoso di aborti di femmine soprattutto nelle campagne, col risultato che oggi la popolazione cinese conta 722 milioni di maschi e solo 690 milioni di femmine: da qui anche una diminuzione del numero di nuove famiglie.

Il rischio che corre adesso la Cina, in sintesi, è quello di diventare un Paese vecchio prima che un Paese ricco. Con l'aumento esponenziale degli anziani e la diminuzione delle nuove leve, infatti, sarà sempre più difficile per lo Stato sostenere i costi del welfare. I dirigenti comunisti dovranno scegliere: o ridurre le spese per la sanità (con il Covid che imperversa) e le pensioni, o ripensare le proprie politiche economiche, militari e, in ultima analisi, la propria stessa ambiziosa politica estera da superpotenza globale. Ma non mancheranno ricadute anche nel resto del mondo: e questo perché la riduzione della forza lavoro cinese farà alzare i prezzi dei beni di consumo negli Stati Uniti e in Europa, sia nel caso che continuassimo a importarli dalla Cina (che avrà un costo del lavoro più alto) sia che scegliessimo di rivolgerci altrove.

Al momento, comunque, questi problemi non esistono ancora: secondo fonti ufficiali cinesi, la forza lavoro eccede ancora la domanda. Nei prossimi decenni, però, la tendenza alla diminuzione della popolazione si accentuerà ed è previsto da qui al 2050 un calo totale di altri 109 milioni di cinesi. Già da quest'anno l'India, che è invece in crescita costante, potrebbe così diventare il Paese più popoloso del mondo.

Estratto dell'articolo di Gianluca Modolo per “la Repubblica” il 15 Gennaio 2023.

Nel 2015 era in cima alla Hurun List, la Bibbia dei Paperoni cinesi. Li Hejun, il re dei pannelli solari, è stato l'uomo più ricco di tutto il Dragone. Ora, di lui, si sono perse le tracce. […] Secondo la rivista Caixin , che ha parlato con alcuni suoi ex dipendenti, Li è stato prelevato dalla polizia di Jinzhou, nel Liaoning, lo scorso 17 dicembre. E da quel giorno non si sa più nulla di lui. 

L'arresto, confermato anche da un altro quotidiano economico cinese, Jemian , potrebbe essere legato ai problemi finanziari della Banca di Jinzhou, il maggior creditore di Hanergy, che all'epoca dell'Ipo alla Borsa di Hong Kong nel 2015 fece credito alla società di Li per 10 miliardi di yuan (1,4 miliardi di euro). Quello stesso anno Hurun stimava il patrimonio personale di Li in 160 miliardi di yuan (23 miliardi di euro).

[…]. Il salto nel settore dei pannelli solari arriva nel 2011. Arriva poi la quotazione ad Hong Kong, ma nel maggio del 2015, mentre Li spiegava ai suoi azionisti che intendeva costruire un impero più grande di Apple, le azioni di Hanergy sono crollate del 47% in appena 20 minuti. Le preoccupazioni per l'eccesso di debito di Hanergy e gli insoliti movimenti azionari hanno innescato all'epoca una massiccia svendita. 

La borsa di Hong Kong ha quindi sospeso le azioni di Hanergy e ha imposto condizioni per la ripresa delle negoziazioni che Hanergy non ha mai rispettato. Nel giugno 2019, l'azienda è stata ufficialmente cancellata dalla Borsa di Hong Kong. E il 2019 è anche l'anno in cui entra in crisi il suo principale finanziatore: la Banca di Jinzhou. Il motivo del tracollo dell'impero di Li è che gli investitori e le autorità di mercato hanno gradualmente scoperto che i pannelli solari di Hanergy avevano un solo cliente: i parchi solari gestiti da società affiliate dell'azienda stessa. 

Lo Spionaggio.

Fabio Tonacci e Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 9 gennaio 2023.

 Il Dragone si nasconde nei dettagli. Non c'è solo TikTok della cinese ByteDance a impensierire i servizi di intelligence occidentali, per il sospetto che i dati del miliardo e passa di utenti che hanno scaricato la app possano essere raccolti e analizzati dal regime di Pechino per costruire campagne di influenza durante le elezioni o per spionaggio.

Anche lo shopping cinese, soprattutto quello nei settori della Difesa, dell'Energia e delle Telecomunicazioni, condotto sovente tramite società solo in apparenza neutre, è tra i motivi di allarme per il governo italiano. Non per niente nell'ultimo biennio si è registrato il numero record di veti e prescrizioni (496 notifiche solo nel 2021) imposti da Palazzo Chigi sfruttando il cosiddetto golden power per proteggere gli asset strategici.

Repubblica in questi mesi ha condotto un'inchiesta con Datenna, azienda olandese che monitora i movimenti delle compagnie cinesi tramite fonti aperte (Osint - Open source intelligence). Datenna ha individuato una serie di acquisizioni di aziende strategiche da parte di compagnie cinesi, le quali a loro volta sono collegate in vari modi con il governo. I dettagli di cui si diceva. La maggior parte di queste compravendite sono state bloccate o, comunque, regolamentate in modo stringente grazie al golden power. In taluni casi, però, il sistema di autoprotezione non è ancora intervenuto.

 Emblematica è la storia che riguarda la Famà Helicopters, azienda specializzata nella produzione di elicotteri ultraleggeri. Come emerge dagli atti analizzati da Datenna, la cinese Duofu International Holding Group nel 2022 non solo ne ha acquisito gli impianti di produzione, ma anche il suo dipartimento di ricerca e sviluppo, il know how e i diritti di proprietà intellettuale.

«Osservando la struttura societaria - spiega Datenna - si nota che Duofu International Holding ha la piena proprietà di Wenzhou Dover Aviation Industry Group Co. e di altre tre filiali che operano nel settore dell'aviazione. Anche se l'accordo è stato concluso nel campo dell'aviazione civile, la Cina punta ad aumentare l'interazione tra ricerca civile e settori commerciali e la loro applicazione militare attraverso un piano strategico denominato Military-Civil Fusion. Gli investimenti che sono stati recentemente conclusi nel settore dell'aviazione, tra cui uno con Airbus, sottolineano la volontà cinese di raggiungere l'indipendenza nella catena produttiva».

Il punto è che la Duofu ha avuto direttamente collaborazioni con entità governative del regime cinese. In un'area di sviluppo, quella dell'aviazione, centrale nella strategia militare di Pechino. Delle 496 notifiche emesse dalla presidenza del Consiglio nel 2021, 51 riguardano compravendite di tecnologia nella Difesa, 20 nel 5G, 425 nell'Energia, Trasporti e Comunicazioni.

 Ovviamente non tutte coinvolgono aziende cinesi, ma una parte sempre più consistente in questo shopping la sta giocando Pechino. Il governo italiano ha posto il veto alla cessione di rami aziendali della Applied Materials Italia, che tratta in semiconduttori, circuiti integrati e la stampa serigrafica per la materializzazione delle celle solari. L'acquirente che si è presentata con una proposta di aumento di capitale, la cinese Zhejiang Kesheng Intelligent Equipment Company, era in realtà un veicolo di investimento costruito ad hoc per portare a termine l'operazione.

«Il piano prevedeva l'investimento di 120 milioni di dollari per prendersi il business delle apparecchiature per la stampa serigrafica di Applied Materials », osservano gli analisti di Datenna. «Il settore semiconduttori si inserisce perfettamente negli obiettivi dettati dal piano nazionale "Made in China 2025": raggiungere l'indipendenza nella produzione dei semiconduttori e slegarsi dalla dipendenza dall'estero». Come? Con lo shopping nel nostro Paese.

Il Mercato.

Così Xi Jinping ha spento il mercato e fatto la guerra agli "arricchiti". Storia di Roberto Fabbri su Il Giornale sabato 19 agosto 2023.

Ognuno è libero di interpretare come preferisce l’etichetta di «bomba a orologeria» che Joe Biden ha appiccicato alla Cina alle prese con difficoltà economiche sempre più evidenti. In questa sede, non ci occuperemo di aspetti strettamente economici, lasciando ad altri i vaticini su una temuta Lehman Brothers in salsa orientale: ci interessa qui cercare di spiegare le cause di questa crisi, e di immaginare i suoi possibili sviluppi dal punto di vista di Pechino.

È un fatto che l’ormai settantenne Xi Jinping, una volta consolidato il suo potere personale a livelli senza precedenti dai tempi di Mao, si dimostra accentratore anche in economia. Da anni si assiste a un riflusso rispetto alla tendenza liberista sotto il controllo autoritario di un Partito sempre meno comunista nei fatti che aveva inaugurato Deng Xiaoping con lo slogan «Arricchitevi!». Il partito comunista ha ripreso gradualmente – su preciso input del leader - le redini dell’economia cinese e questo neostatalismo, che limita l’iniziativa e gli investimenti privati, sembra essere alla base dell’attuale crisi. Ma hanno un peso anche le crescenti preoccupazioni nel mondo occidentale nei confronti della chiara volontà di Pechino di puntare all’egemonia mondiale: fanno paura i metodi usati a Hong Kong per strangolare una potenziale democratizzazione, le pesanti minacce a Taiwan (anch’essa «colpevole» di rappresentare un’alternativa democratica alla Cina rossa) e l’espansionismo prepotente nel mar Cinese meridionale. Inevitabile una reazione di distacco, stante il pericolo di rimanere prigionieri di rapporti economici (e forniture di beni strategici) troppo stretti con Pechino – anche istruiti dal tentativo russo dell’inverno scorso di mettere al gelo l’Europa ricattandola col suo gas per il sostegno garantito all’Ucraina aggredita. L’Occidente ha così cominciato a delocalizzare altrove (India soprattutto) oppure riapre le fabbriche in casa propria.

Un buon senso di stampo liberale vorrebbe che Xi allentasse la presa del dirigismo di Stato dopo che la disoccupazione giovanile in Cina ha superato (dati ufficiali) il 20%. Ma Xi liberale non è, anzi condivide con Vladimir Putin la pretesa di sfidare l’ordine mondiale a guida americana per sostituirlo con un’alleanza di autocrazie illiberali: per questo, piuttosto che rilanciare l’occupazione affidandosi all’iniziativa e ai capitali privati, ha scelto di rispondere alla delusione dei giovani cinesi cresciuti nell’illusione di un benessere «borghese» con una ricetta maoista: accettate lavori manuali modesti ma dignitosi, lavorate nelle campagne, anche da volontari. Così facendo, ricorda a tutti il vero volto del regime e accetta di assumersene il rischio.

Esiste però un altro inquietante possibile sbocco alle difficoltà economiche di una Cina viziata da decenni di crescita galoppante: lo sfogo all’estero delle tensioni interne, ovvero la guerra. Non è un caso se, a cento anni compiuti, Henry Kissinger si è scomodato a viaggiare fino a Pechino per lanciare un appello accorato: il Dragone cinese e l’Aquila americana devono collaborare, non combattersi. Per molti analisti, però, lo scontro nel lungo termine tra l’ambiziosa Pechino e la Washington padrona degli oceani è inevitabile.

Se l’attuale crisi del mattone innescasse una crisi di consenso verso il potere assoluto del partito comunista cinese, Xi potrebbe essere tentato di non dare ascolto al maestro della Realpolitik statunitense e di alzare fin d’ora i toni del suo nazionalismo muscolare.

Cos’è Evergrande il colosso finanziario cinese in crisi: “È soltanto una ristrutturazione del debito”. Prima lo spettro del fallimento per il gigante immobiliare, poi la precisazione da Pechino. 'Ballano' le borse. Redazione Web su L'Unità il 18 Agosto 2023 

China Evergrande, il promotore immobiliare cinese più indebitato al mondo e diventato il simbolo della crisi del settore nel Dragone, ha presentato istanza di fallimento e chiesto la protezione dai creditori in un tribunale a Manhattan. La società ha invocato il capitolo 15 del codice fallimentare Usa, che protegge le società non statunitensi in fase di ristrutturazione dai creditori che sperano di farle causa o di bloccarle beni negli Stati Uniti.

Cos’è Evergrande il colosso finanziario cinese in crisi

Evergrande chiede il riconoscimento dei colloqui di ristrutturazione in corso a Hong Kong, nelle Isole Cayman e nelle Isole Vergini britanniche. La sua istanza arriva tra i crescenti timori che i problemi nel settore immobiliare cinese possano diffondersi ad altre parti dell’economia del paese mentre rallenta la crescita del pil. Dall’inizio della crisi del debito del settore a metà del 2021, le società che rappresentano il 40% delle vendite di case cinesi sono fallite.

Una ristrutturazione del debito

Anche la salute di Country Garden, il più grande promotore immobiliare privato della Cina, sta preoccupando gli investitori dopo che la società non ha pagato alcuni interessi questo mese. Evergrande recentemente aveva 330 miliardi di dollari di passività. Intanto Evergrande ha diramato il seguente comunicato: “La società sta portando avanti la sua ristrutturazione del debito offshore come previsto. L’istanza (ex capitolo 15 depositata a Manhattan, a New York, ndr) è una normale procedura di ristrutturazione del debito offshore e non comporta istanza di fallimento“.

La nota ufficiale di Evergrande

“La società ha presentato ricorso alla Corte degli Stati Uniti ai sensi del Capitolo 15 del Codice fallimentare degli Stati Uniti per il riconoscimento degli schemi di accordo nell’ambito della ristrutturazione del debito offshore per Hong Kong e le Isole Vergini britanniche. Si ricorda ai detentori dei titoli della società e ai potenziali investitori della società di prestare attenzione quando si trattano i titoli della società“.

Redazione Web 18 Agosto 2023

Il colosso immobiliare cinese Evergrande dichiara bancarotta. Il Domani il 18 agosto 2023

Quella che una volta era la seconda società cinese per fatturato ha presentato istanza di fallimento e chiesto la protezione dai creditori in un tribunale a Manhattan. Aprono in negativo le borse di Tokyo e Hong Kong

Trema il settore immobiliare cinese: il colosso Evergrande ha dichiarato bancarotta presso una corte di New York. La società, un tempo la seconda del settore in Cina per fatturato, era andata in insolvenza nel 2021 a causa del forte indebitamento, mandando in crisi l’intero mercato immobiliare del gigante asiatico.

Ora ha presentato istanza di protezione dal fallimento secondo il capitolo 15, che consente a un tribunale fallimentare statunitense di garantire il riconoscimento a un procedimento di insolvenza o di ristrutturazione del debito che coinvolge paesi stranieri.

NON SOLO EVERGRANDE

Il Financial Times ha ricordato che Evergrande è andata in default alla fine del 2021, innescando una crisi di liquidità a livello di settore che ha pesato sulla crescita economica della Cina. La società ha circa 19 miliardi di dollari di passività estere, secondo i dati di Bloomberg.

Non è il solo caso da tenere d’occhio, prosegue il quotidiano economico. Anche Country Garden, il più grande costruttore di case di proprietà privata in Cina, che fino a poco tempo fa era considerato più sicuro di molti dei suoi colleghi ad alto indebitamento, ha mancato i pagamenti dei suoi debiti internazionali questo mese, e allo stesso modo il gruppo di investimento Zhongrong non è riuscito a rimborsare i prodotti di risparmio.

Gli incidenti hanno rinnovato i timori di un rallentamento del settore immobiliare, che in genere guida più di un quarto dell'attività economica cinese. Le turbolenze minacciano di estendersi ad altre aree dell'economia, proprio mentre Pechino è alle prese con la deflazione, le deboli esportazioni e l'aumento della disoccupazione giovanile.

IL DEBITO

Il gruppo Evergrande dovrebbe tenere incontri con i creditori a Hong Kong questo mese su un piano di ristrutturazione proposto a marzo. Evergrande aveva circa 20 miliardi di dollari in obbligazioni internazionali al momento del suo default e ha proposto di fornire agli investitori note legate alle filiali quotate del gruppo a Hong Kong.

In Cina, gli acquirenti di case spesso acquistano appartamenti prima del loro completamento. I dati di questa settimana hanno mostrato che i prezzi delle nuove case a luglio sono diminuiti.

LA BORSA

Dopo la notizia, riporta il Sole 24 Ore, la borsa di Tokyo ha aperto oggi in calo, con l’indice Nikkei che nei primi scambi ha perso lo 0,96 per cento scendendo di 303,66 punti fino a quota 31.322,34. In territorio negativo anche la borsa di Hong Kong, che ha aperto la seduta sulla scia alle turbolenze legate al settore immobiliare cinese e, di riflesso, alla tenuta dell’economia di Pechino: l’indice Hang Seng cede nelle prime battute lo 0,64 per cento, scivolando a 18.208,88 punti.

Deflazione, export ed economia in affanno: cosa rischia la Cina (e l'Italia). A Pechino si parla ormai di deflazione e le conseguenze possono investire anche l’Italia. L’economia cinese è in un circolo vizioso, il governo dovrebbe tutelare di più la proprietà privata e questo cozza contro le linee del partito. I dati di luglio rivelano nervi scoperti. Giuditta Mosca il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

L’economia cinese è in deflazione per la prima volta dopo oltre due anni. L'economia del Dragone paga lo scotto del calo dei consumi interni che stentano a ripartire e che affossano la ripresa economia.

I dati dell’Ufficio nazionale di statistica rilasciati l'8 agosto sono lapidari: a luglio l’import è calato del 12,4% e l’export ha fatto segnare il -14,5% rispetto allo stesso mese del 2022. L’indice dei prezzi al consumo è sceso dello 0,3% e, per il decimo mese consecutivo, l’indice dei prezzi alla produzione si è ulteriormente compresso (-4,4%).

Una frenata brusca, non del tutto inattesa e che disegna un mondo a due facce: le economie occidentali combattono l’inflazione, la Cina è confrontata con la deflazione, ossia il problema opposto. Tutto ciò avrà ripercussioni anche sull’Italia che trova nella Repubblica popolare il primo partner commerciale nell’Est.

L’economia cinese

Il primo trimestre del 2023 è stato caratterizzato dal segno più, perché l’economia cinese è salita in sella dopo la fine delle restrizioni imposte dal Covid. Ora i consumi di privati e imprese sono in discesa libera così come lo è il mercato immobiliare e, in aggiunta, il crollo dell’export impedisce una compensazione con i numeri dei minori consumi interni. L’economia cinese è nel pieno di un circolo vizioso. I consumatori attendono che i prezzi scendano ulteriormente e questo affossa la produzione con ricadute negative sull’impiego.

Ad azzoppare l’economia di Pechino ci sono anche motivi legati alle difficoltà con cui sono confrontate le filiere logistiche e commerciali mondiali. Intervistato da Adkronos, il sinologo Francesco Scisci, ha evidenziato anche le ragioni che zavorrano l’economia: “La domanda interna non riparte perché è crollato il driver immobiliare, che per 25 anni ha trainato tutta la crescita e ancor oggi probabilmente occupa il 60% dei crediti bancari. E c’è sfiducia generalizzata di investitori e consumatori dopo tre anni di chiusura per il Covid”. Inoltre, continua Scisci: “L’impatto della campagna contro la corruzione che ha eliminato un vecchio modo di fare affari senza però crearne uno nuovo”.

Un cane che si morde la coda e che richiederebbe un intervento massiccio del governo per coadiuvare e proteggere le iniziative dei privati, andando così nella direzione contraria a quella imboccata dalle linee programmatiche del segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping.

Le ricadute sull’Italia

Guardando il passato recente, siamo ad agosto del 2021, i rapporti commerciali tra Italia e Cina erano floridi, con crescite a doppia cifra e, stringendo ancora più il raggio temporale, si arriva ai primi mesi di questo 2023 quando l’export italiano verso Pechino era ancora florido ma in modo inspiegabile, così come riportava il Sole 24 Ore nel commentare i numeri in crescita senza riuscire a comprenderne il perché. 

Tornando a oggi, alcuni economisti sono propensi a credere che quella cinese sia una deflazione temporanea e che verrà corretta grazie agli interventi con cui il governo garantirà sostengo monetario e fiscale che, però, costringe Pechino a tenere sott’occhio il debito.

Quello che rischia l’economia italiana se la situazione deflazionistica cinese non dovesse risolversi è illustrato dal valore degli scambi commerciali tra Roma e Pechino, censiti dall’Osservatorio economico del ministero degli Affari esteri. Numeri che mostrano un forte disequilibrio: Roma invia a Pechino merci per 16,4 miliardi di euro (dato 2022) e sulla rotta inversa ne transitano per 57,5 miliardi. Materie prime e semilavorati che vengono trasformati dall’industria italiana oppure venduti in Italia e che, seguendo il calo della produzione in Cina, diventeranno meno disponibili e più costosi, causando un freno (possibile ma non ancora misurato) alla produzione interna italiana.

Se si considera poi che ci sono settori dell’economia nazionale come, per esempio, quello dei prodotti chimici e quello dell’abbigliamento che fanno forte riferimento all’export verso la Cina, si configura un ulteriore rallentamento, reso ancora pesante dalla produzione italiana che vive di scorte cinesi e che fa di Pechino un mercato di riferimento per la vendita dei prodotti finiti.

Jack Ma mi disse: «Guadagnavo 11 euro al mese». Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 06 Febbraio 2023.

La scalata (e la caduta) del magnate digitale cinese: «Ero un pessimo studente in tutte le materie, fuorché in inglese». La svolta nel '95, quando viene ingaggiato come interprete da un consorzio sino americano. Rimane senza un soldo, ma approda a Seattle

È stato per due generazioni di cinesi l’equivalente nazionale di Bill Gates più Steve Jobs più Elon Musk. Ora vive spesso in un «non dichiarato» esilio a Tokyo e Singapore. Era il magnate digitale più ricco e potente della Cina, aveva costruito un impero superiore ad Amazon, elogiato e sostenuto dal regime, fino a quando Xi Jinping ha deciso che il suo successo gli faceva ombra. La sua parabola è esemplare, anche perché si è ammantata di giustificazioni eccellenti: il governo di Pechino ha cavalcato valori che noi consideriamo nostri, dalla tutela del consumatore contro i monopoli di Big Tech ai diritti dei lavoratori, dalla trasparenza alla concorrenza. Lo scontro di potere è stato titanico. Xi ha vinto.

Il primo contatto

Il mio primo contatto con Jack Ma risale a 19 anni fa, avviene al World Economic Forum di Davos, quando lui è ancora sconosciuto in Occidente. Ricordo quella lunga conversazione sulle montagne svizzere. «Non ho avuto aiuti né dalla famiglia né dal governo» mi dice l’imprenditore che a quell’epoca ha 40 anni e preferisce ancora usare il proprio nome cinese, Ma Yun. «I miei genitori sono dei semianalfabeti: mio padre è andato in pensione con un salario di 250 yuan (25 euro di allora) al mese, come ogni operaio ai tempi di Mao Zedong. Ero un pessimo studente in tutte le materie, fuorché in inglese. Avevo 13 anni quando la Cina si è aperta al mondo e a Hangzhou sono arrivati i primi turisti stranieri. Andavo a offrirmi gratis come guida turistica, pur di praticare l’inglese».

Il viaggio a Seattle

Ma Yun inizia a insegnare l’inglese all’università: il suo primo stipendio è di 11 euro al mese. A quel punto la sua vita subisce una svolta «proprio come in un film di Hollywood», dice lui. Nel 1995 viene ingaggiato come interprete da un consorzio sino-americano che ha vinto l’appalto per costruire l’autostrada da Hangzhou a Fujan. Durante una missione negli Stati Uniti i soci cinesi e americani litigano furiosamente. L’interprete Ma Yun viene sequestrato, minacciato con una pistola. Liberato, rimane senza bagagli e senza un soldo. Vince 600 dollari giocando in un casinò di Las Vegas, e solo così può comprarsi il biglietto di ritorno. Ma prima di rientrare in Cina va a trovare un amico a Seattle. Proprio la città dove si è trasferito Jeff Bezos un anno prima e ha creato l’embrione di Amazon.

I primi passi di Internet

A metà degli anni Novanta, è in America che il fenomeno Internet muove i primi passi, nel resto del mondo è quasi sconosciuto. Una navigazione online a casa dell’amico di Seattle gli rivela che le imprese cinesi sono assenti dal nuovo mondo. «Mi sono dimesso dall’università, ho invitato venticinque amici a casa mia e ho annunciato che avrei creato una start-up. Molti mi hanno scambiato per un imbroglione. Non ho mai capito nulla di informatica o di management. Però ho capito qualcosa prima degli altri». Alibaba nascerà solo in seguito, da quel germe iniziale di una start-up con i risparmi dei suoi amici. In un crescendo di innovazioni geniali, sia sul piano tecnologico che commerciale, sbaraglierà eBay, riuscirà ad espellere quasi completamente dal mercato cinese Amazon, a diventare il numero uno mondiale del commercio online, imponendosi come la piattaforma obbligata anche nel crocevia Oriente-Occidente: per molte imprese europee o americane, il modo più semplice per accedere al consumatore cinese, o per comprare da fornitori cinesi, consiste nel transitare da Alibaba pagando pedaggio a questo gigante.

Il tirocinio

Ma il tirocinio è doloroso, disseminato di incidenti umilianti. La prima start-up che lui crea si presenta come un catalogo di aziende e di prodotti, una versione digitale delle nostre Pagine Gialle (che solo i lettori attempati possono ricordare). Si chiama China Pages. Funziona così bene che un’azienda di Stato gli ruba l’idea e la copia, in barba ai copyright. Forse per via di quell’umiliazione, Ma Yun nel 1997 si rassegna a entrare nel settore statale. Diventa un funzionario del ministero del Commercio estero. Torna a fare l’interprete per accompagnare in una visita ufficiale Jerry Yang, fondatore di Yahoo che a quell’epoca è un gigante della Silicon Valley. È Yang il tipo di personaggio che affascina Jack Ma, il suo modello non è il funzionario di partito. Nel 1999 lascia il settore pubblico e stavolta crea Alibaba.

L’immagine

Mentre lotta per emergere come il numero uno del commercio digitale nel suo Paese, Jack Ma comincia a curare la propria immagine. I suoi modelli sono occidentali. Copia un po’ il fondatore di Virgin, Richard Branson, un po’ Steve Jobs. Organizza delle assemblee dei suoi dipendenti in cui lui appare vestito come una rockstar e suona la chitarra elettrica; nutre il culto della personalità. Via via che accumula ricchezze, ne restituisce una parte alla società sotto forma di filantropia. Diventa un mecenate per giovani artisti. Riscopre un legame con una tradizione ancestrale come il tai-chi, l’arte della calligrafia antica, il disegno. Prende forma il «personaggio» di Jack Ma. Per la prima volta grazie a lui i giovani cinesi all’inizio del XXI secolo hanno un idolo nazionale da emulare, invece di inseguire americani. La formula Ma, il successo imprenditoriale attraverso il percorso della start-up, è un percorso interessante per dare una risposta alle ansie della generazione dei Millennial cinesi, alle prese con una disoccupazione intellettuale in aumento.

«La fama mi preoccupa»

Quando lo incontro la prima volta nel 2004 a Davos, agli albori della sua scalata al successo, Ma Yun usa un linguaggio prudente per descrivere il proprio rapporto con le autorità: «Sono un buon amico del mio governo ma non abbiamo mai fatto affari insieme. Io ho scelto come clienti le piccole imprese. La fama mi preoccupa. È anche per questo che rimango a vivere a Hangzhou, lontano dal potere di Pechino. Ho visto troppa gente salire alle stelle e poi precipitare». Parole profetiche, un giorno si applicheranno a lui. A quell’epoca il partito comunista spalanca le porte ai businessman. Lui si iscrive al partito però si limita a quel gesto formale. Il fondatore di Alibaba rientra in una categoria che all’epoca viene definita — con ironia molto cinese — «i sordomuti». Capitalisti che non parlano di politica, se ne disinteressano o fingono di ignorarla. Si guardano bene dal criticare il governo anche quando sono vittime di estorsioni da parte di dirigenti corrotti; ma evitano di entrare nella nomenclatura comunista. I «sordomuti» ricordano un antico proverbio cinese: «Un uomo ricco teme la fama come il maiale teme il proprio grasso».

Miliardario

Con il passare degli anni, e l’accumularsi dei miliardi sul suo conto in banca, il culto della personalità lo convince di essere davvero invulnerabile? Qualche volta si permette, parlando della nomenclatura comunista, un tono sferzante. In un celebre discorso ai dipendenti di Alibaba dice: «Amate il nostro governo, ma non sposatelo». Investe nelle relazioni pubbliche: recluta giornalisti famosi dai media di Stato, gente che ha fatto carriera dentro il partito comunista e sa navigare negli equilibri del regime. Assume ex funzionari pubblici che hanno occupato ruoli importanti nell’antitrust o in altri ministeri, con il potere di regolare proprio il business digitale. Costruisce un impero mediatico: giornali, siti, tv, società pubblicitarie, una compagnia cinematografica. Il gioiello della sua corona è il South China Morning Post, quotidiano di lingua inglese a Hong Kong.

Il sorpasso

L’impero creato da Jack Ma è una realtà immensa, ha 120 mila dipendenti. Sommando le piattaforme che fanno capo ad Alibaba per il commercio digitale, come Taobao che offre un miliardo di prodotti o Tmall che si specializza nelle grandi marche globali, il gruppo vende più di Amazon. L’allievo ha superato il maestro, anche perché Alibaba ha allevato una generazione di cinesi più sofisticati di noi nelle nuove tecnologie. Ant, la filiale finanziaria di Alibaba, attraverso la app Alipay ha digitalizzato i pagamenti dei cinesi a livelli molto superiori rispetto all’uso dei vari portafogli elettronici di Apple o Google o Paypal in America. Centinaia di milioni di cinesi ogni giorno usano Alipay col loro cellulare per pagamenti anche minuscoli, rendendo obsolete perfino le carte di credito. Gli stessi investono i loro risparmi nei fondi comuni di Ant. La raccolta d’informazioni su questa sterminata popolazione ha aperto opportunità nel micro-credito. Ant è diventata la più grande prestatrice ai consumatori cinesi.

Invisibile

Per anni Pechino ha trattato Alibaba con il riguardo che si addice a un «campione nazionale». Poi l’atmosfera è cambiata. Ant-Alipay è stata accusata di fare concorrenza sleale alle banche. La sua quotazione in Borsa è stata bloccata. Jack Ma, già uscito dai ruoli esecutivi, di recente ha deciso di abbandonare la sua superbanca in «mani sicure»: manager che sono emanazione del partito. Lui è diventato quasi invisibile. Salvo quando passeggia per le vie di Tokyo. Non gli è andata male. Altri miliardari cinesi caduti in disgrazia sono in carcere. Jack Ma sembra aver capito in tempo quello che gli restava da fare.

La Politica.

Cronaca internazionale. "Stroncato da un infarto improvviso". Morto l'ex premier cinese Li Keqiang: era l'alter ego di Xi. Federico Giuliani il 27 Ottobre 2023 su Il Giornale.

L'ex premier cinese Li Keqiang è morto a Shanghai all'età di 68 anni a causa di un infarto improvviso. Fino allo scorso marzo, e per dieci anni di fila, è stato alla guida del governo occupandosi di politica economica

Tabella dei contenuti

 La morte di Li Keqiang

 Il mago dell'economia

 L'alter ego di Xi

 I rapporti con Hu Jintao

È morto all'età di 68 anni per un attacco di cuore. L'ex premier cinese Li Keqiang è deceduto all'improvviso mentre si trovava a Shanghai. "Tutti i tentativi di rianimarlo sono falliti", ha spiegato la Cctv, la televisione di Stato, raccontando l'episodio tra lo stupore generale. Li, economista esperto e navigato, un tempo considerato contendente riformista per la leadership del Paese, ha servito al fianco di Xi Jinping per un decennio, adottando un tono più mite del presidente cinese, senza tuttavia mai sfidare direttamente le politiche intransigenti di quest'ultimo. Nel corso della sua carriera, ha ricoperto la seconda posizione politica più alta della Cina fino alla sua uscita di scena, avvenute lo scorso marzo. Negli ultimi anni era uno tra i massimi dirigenti cinesi più isolati.

La morte di Li Keqiang

Li, come anticipato, aveva tutto per diventare un potenziale leader di spicco del Partito Comunista Cinese. Alla fine, però, è stato superato da Xi, e nel 2013 è diventato primo ministro, cioè il capo del gabinetto cinese. Nei successivi 10 anni, ha guidato i ministeri del governo, ma ha spesso dato l'impressione di esercitare meno potere dei precedenti premier, con lo stesso Xi ad occupare il centro della scena.

Il suo curriculum era di massimo rispetto. Li, tecnocrate altamente istruito, vantava una laurea in giurisprudenza ed economia, oltre ad un dottorato in economia. Era l'esempio calzante di una generazione di leader cinesi altamente formati, cresciuta rapidamente tra gli anni '80 e '90, quando la generazione di Mao Zedong scomparve dalla politica, ma in gran parte finita per lo più in secondo piano nell'ultimo decennio, in seguito all'insediamento e consolidamento al potere dello stesso Xi.

Li è ricordato per la sua attenzione nell’affrontare i mali sociali della Cina. Nel 2020, ad esempio, sottolineava come nel Paese vi fossero ancora 600 milioni di persone con un reddito mensile di 1.000 yuan (137 dollari). E lo faceva in un momento in cui il governo pubblicizzava il successo di far uscire milioni di persone dalla povertà come motivo di orgoglio nazionale.

Il mago dell'economia

Fino al termine dello scorso anno, Li Keqiang era formalmente il "secondo leader" della Cina. Nello specifico, è stato premier – una figura tradizionalmente responsabile dell’economia – per un decennio, dal 2013 al marzo 2023, ombra del presidentissimo Xi.

Durante il suo mandato, ha guidato la seconda economia più grande del mondo attraversando un periodo complesso, sia per le crescenti tensioni internazionali tra la Cina e gli Stati Uniti, con una conseguente guerra commerciale, che per l'aumento del debito pubblico nazionale e della disoccupazione, entrambe conseguenze della pandemia di Covid-19.

Nel suo ultimo anno in carica, l’economista aveva più volte avvertito delle sfide che avrebbe dovuto affrontare l’economia della Cina, nel bel mezzo della rigida politica anti Covid portata avanti dal governo. Sui social cinesi, in seguito alla notizia della sua morte, gli utenti hanno rilanciato una sua frase emblematica, pronunciata nel 2022 di fronte al parlamento cinese: "Non importa come possa cambiare l’ambiente internazionale, la Cina manterrà il corso di una più ampia apertura".

L'alter ego di Xi

Da complementare di Xi, Li Keqiang era finito per diventare il completo alter ego del presidente cinese. Già, perché l'ex premier era favorevolissimo al settore privato e sposava una posizione di politica economica che, nel corso degli anni, è diventata sempre più divergente da quella sposata dallo stesso Xi, che ha invece preferito rafforzare il controllo del Partito sull’economia.

Li era inoltre considerato un protetto del predecessore di Xi, Hu Jintao, ex presidente dal 2002 al 2012. I due condividevano le stesse sensibilità economiche e sono saliti al potere attraverso la Lega della Gioventù del Partito Comunista. La fazione era nota per aver prodotto leader riformisti provenienti da famiglie umili, ma la sua influenza sarebbe stata notevolmente ridimensionata dopo l'ascesa di Xi.

I rapporti con Hu Jintao

In ogni caso, la relazione politica tra Li e Hu era apparsa evidente lo scorso anno, quando, nell'ottobre 2022, l’ex massimo leader cinese è stato inaspettatamente portato fuori dalla cerimonia di chiusura del Congresso del Partito Comunista. In un momento drammatico, durante un evento solitamente coreografato, Hu Jintao è stato scortato fuori dalla stanza, fermandosi, mentre stava uscendo dalla sala, per dare una pacca sulla spalla ad un Li dal volto impassibile.

Il periodo di Li ai vertici del Partito si è concluso a ottobre, quando non è stato nominato membro del Comitato Centrale del partito durante un rimpasto di leadership che ha visto Xi circondarsi di alleati chiave. All'epoca 67enne, Li era ad un anno dall'età pensionabile non ufficiale prevista per i dirigenti senior del Partito comunista cinese. Adesso, sia Li Keqiang che Hu Jintao sono fuori dai giochi.

La gelosia per Jack Ma, il suicidio sul lockdown e la voragine immobiliare: Xi è solo. E ora rischia. Alle radici della crisi cinese le sue scelte personali (e sbagliate) su occupazione, pandemia e case. I guai economici sono diventati sociali e politici. Dietro le critiche l'ombra di una "fronda" nel partito. Edward Luttwak l'8 Settembre 2023 su Il Giornale. 

Alla fine di novembre dello scorso anno, migliaia di lavoratori della fabbrica Foxconn hanno ignorato gli ordini della polizia e sono usciti di corsa dal gigantesco stabilimento di Zhengzhou, bloccando un'autostrada e una linea ferroviaria, perché non volevano rimanere intrappolati dal lockdown dovuto al Covid.

Hanno attaccato gli agenti che cercavano di fermarli, finché le stesse forze dell'ordine non si sono ritirate.

Xi Jinping non ha ordinato di aprire il fuoco sugli operai, ma la settimana successiva ha capitolato senza condizioni, interrompendo bruscamente tutte le restrizioni sul Covid in tutta la Cina. Un annuncio arrivato solo poche ore dopo l'ennesimo proclama sulla necessità di fermare l'epidemia ad ogni costo.

Questa giravolta ha indebolito l'autorità di Xi come mai era accaduto prima, e la cosa rimbalza oggi su tutta la rete Internet cinese nonostante la censura.

Ma Xi non aveva altra scelta: con solo 1,5 milioni di poliziotti armati a fronte di 1,4 miliardi di cinesi (una percentuale molto inferiore rispetto ai circa 150.000 Carabinieri e finanzieri italiani), era impossibile inviare abbastanza uomini per controllare decine di migliaia di lavoratori. Al contrario di Mao, Xi Jinping non ha a disposizione le Guardie rosse, un esercito di giovani fanatici pronti ad attaccare i suoi nemici (compreso il padre di Xi, un alto funzionario che le Guardie Rosse fecero sfilare per Pechino con un pesante cartello al collo).

Ma il vero problema di Xi oggi inizia con un dato particolare: a giugno la disoccupazione giovanile tra i giovani dai 16 ai 24 anni ha raggiunto il 21,3%. A rendere esplosivo questo dato non è il fatto che la disoccupazione di giugno fosse in realtà molto più alta del 21,3% (le stime degli esperti partono dal 30%), e nemmeno il fatto che la percentuale di luglio non sia stata pubblicata perché molto più alta, ma piuttosto la responsabilità molto personale di Xi Jinping per gran parte di questa disoccupazione.

È stato Xi, con una decisione personale presa d'imperio in nome dell'uguaglianza sociale, a chiudere bruscamente, nel luglio 2021, il gran numero di scuole private cinesi per la preparazione agli esami, privando i neolaureati di un'ambita opportunità di lavoro: solo le sette maggiori società di insegnamento hanno dovuto licenziare più di 250mila laureati. I più intraprendenti hanno cercato di insegnare privatamente, ma a coloro i quali riuscivano a radunare qualche allievo per le lezioni nei parchi o nei caffè è stato intimato di smettere, pena l'arresto.

La responsabilità personale di Xi Jinping è ancora più evidente nel brusco crollo della domanda di neolaureati nell'intero settore dell'alta tecnologia, che ha fatto seguito alla scomparsa nel novembre 2020 del più dinamico imprenditore cinese, il fondatore di Alibaba Jack Ma.

I dittatori sono ben noti per la loro gelosia: lo spettacolo di Ma vestito da Michael Jackson e celebrato da più di 25.000 dipendenti di Alibaba in estasi per il suo compleanno è stato troppo per Xi, che ha ricevuto solo doverosi applausi dai suoi sottoposti di partito.

Nel novembre 2020, Jack Ma è stato convocato in un ufficio del partito. Pochi giorni dopo, la quotazione in borsa da record (34 miliardi di dollari) del suo nuovo Ant Group, che avrebbe dovuto assumere decine di migliaia di persone, è stata bruscamente interrotta, mentre lo stesso Ma è scomparso per tre mesi. Quando è riemerso, Ma ha capito il messaggio: Alibaba era troppo importante. Invece di assumere altri 20mila nuovi laureati come nel 2020, Alibaba ne ha licenziati 20mila nel 2021 e non ha assunto nessuno nel 2022. Altre aziende cinesi ad alta tecnologia hanno cancellato nuovi progetti per evitare l'«attenzione» del regime.

Molti in Cina sanno anche che il bellicismo di Xi - il quale continua a ripetere all'esercito di prepararsi a combattere e a vincere - è alle radici della diffusione di atteggiamenti anti-cinesi in tutto il mondo e ha inoltre causato una notevole riduzione degli investimenti stranieri, una diminuzione dell'occupazione e un moltiplicarsi di pregiudizi negativi nei confronti di turisti e studenti cinesi, che in molti Paesi non si sentono più graditi.

Infine, c'è il crollo del mercato immobiliare, sulla scia di quanto accaduto nel 2007 in America, ma su scala molto, molto più grande. La trasformazione delle città cinesi - ormai dozzine di metropoli somigliano a Manhattan - è stata finanziata assumendo immensi debiti, che ora devono essere ridotti per riprendere investimenti redditizi.

Negli Stati Uniti, la cura per la crisi del debito del 2007-2009 è stata costituita da molti fallimenti, a partire da quello di Lehman Brothers, mentre milioni di americani proprietari di immobili, incapaci di pagare il mutuo, hanno semplicemente abbandonato le loro case (negli Stati Uniti i prestiti sono legati alla casa, non alla persona).

Ma poiché sono stati costruiti troppi appartamenti in troppe città, si stima che circa 65 milioni di appartamenti (!) siano ora vuoti, il che genera costi fiscali e di altro tipo, anziché reddito. I proprietari spesso non hanno altre entrate e hanno bisogno di affittuari, ma con l'alta e crescente disoccupazione di oggi anche le giovani coppie che mettono su famiglia sono costrette a vivere con i genitori.

Ed è proprio a questo punto che un problema economico diventa un problema politico.

Non ci sono prove di alcun rivale di partito che possa minacciare il monopolio del potere di Xi, ma ci sono prove di un'opposizione - ai più alti livelli di governo - che sta cominciando ad emergere. Cosa che non accadrebbe se non ci fossero alcune figure di partito in grado di fornire una certa protezione.

Per esempio, il 19 agosto Jiang Xiaojuan, ex ministro, professoressa e membro dell'Accademia delle Scienze Sociali che fornisce consulenza al Comitato Centrale, se n'è uscita all'improvviso con una dichiarazione che ha ricordato Jack Ma: gli imprenditori privati cinesi «hanno costruito le loro fortune sul duro lavoro e sull'innovazione», non sullo sfruttamento. E ha ricordato che lo sviluppo dell'economia privata richiede sforzi collaborativi da parte di tutti.

Con i giovani disoccupati o che temono la disoccupazione, e gli anziani lasciati con pensioni statali molto basse perché 65 milioni di appartamenti sono vuoti, Xi è diventato improvvisamente molto impopolare. Ecco perché, naturalmente, si deve pensare a Taiwan e alla distrazione che una guerra a Taiwan offrirebbe...

Articolo di “Le Monde” – dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 25 febbraio 2023.

A 67 anni, questo intellettuale che già sussurrava all'orecchio dei due precedenti leader cinesi ha continuato il suo percorso: fervente seguace del "neo-autoritarismo", è diventato l'eminenza grigia dell'attuale presidente. Come capo dell'ideologia e della propaganda, potrebbe acquisire ancora più potere prendendo le redini del dossier taiwanese – scrivono nel loro articolo i corrispondenti di Le Monde

 Quando Wang Huning è entrato in politica, il presidente cinese si chiamava Jiang Zemin. Bill Clinton era alla Casa Bianca e François Mitterrand stava per lasciare l'Eliseo. Era l'aprile del 1995. Jiang Zemin ha nel frattempo lasciato il posto a Hu Jintao (2003-2013) a cui è succeduto Xi Jinping. Ventotto anni dopo, Wang Huning è ancora lì. Anzi, dall'ottobre 2022, a 67 anni, è il numero quattro del regime.

 Finora capo indiscusso della propaganda e dell'ideologia, a marzo potrebbe anche assumere la presidenza della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (CPPCC) e diventare responsabile di una questione scottante: Taiwan.

Il fatto che Wang Huning non abbia mai ricoperto una carica politica nelle province rende la sua carriera ancora più eccezionale. Questo intellettuale ha lasciato il suo posto di accademico a Shanghai per essere promosso come consigliere di Jiang Zemin a Pechino. Da allora, la sua influenza è cresciuta costantemente, anche se Xi Jinping pensa il peggio dei suoi due predecessori.

 Quando, a 39 anni, Wang Huning ha lasciato gli studenti per intraprendere la carriera politica, aveva già un curriculum folgorante. Nato nel 1955 da un padre ufficiale, l'adolescente, che vive a Shanghai, è stato coinvolto nella Rivoluzione culturale (1966-1976). Al termine degli studi secondari, nel 1972, questo giovane dal carattere introverso è sfuggito, grazie alla sua fragile salute, ai programmi di rieducazione in campagna. Riuscì persino a studiare francese all'Università di Shanghai.

 Quando, nel 1978, Deng Xiaoping reintrodusse il gaokao, il difficilissimo esame di ammissione all'università, il voto di Wang Huning fu così alto che fu ammesso direttamente al master in politica internazionale della selettiva Fudan University di Shanghai. Sotto la supervisione di Chen Qiren, marxista convinto, ha scritto una tesi dal titolo "Da Bodin a Maritain: sulle teorie della sovranità sviluppate dalla borghesia occidentale".

L'uomo è uno stacanovista. Alla vigilia del suo primo matrimonio (con una studentessa di buona famiglia), la fidanzata gli chiede di comprare dei fiori; lui le porta dei libri. Nel 1985, a soli 30 anni, diventa il più giovane professore della Fudan University. Il razzo Wang è stato lanciato. In meno di dieci anni ha pubblicato una dozzina di libri di scienza politica, sulla Cina, sul marxismo e sull'Occidente.

 Poi arrivarono il movimento studentesco di Piazza Tienanmen nella primavera del 1989, la caduta dell'Unione Sovietica, la guerra in Jugoslavia... Lanciato verso una modernizzazione forzata da Deng Xiaoping, il Partito Comunista stava attraversando un vero e proprio dubbio esistenziale.

Non rischia forse di subire lo stesso destino del fratello maggiore sovietico? Libro dopo libro, Wang Huning gli dà la risposta che aspettava: la Cina può essere moderna senza essere occidentale. E come? Trovando la propria strada verso la democrazia, secondo questo intellettuale che è diventato rapidamente una delle figure di spicco del movimento "neo-autoritario".

 A suo avviso, "gli Stati forti sono Stati culturalmente unificati. (...) Nel contesto della Cina guidata dal PCC [Partito Comunista Cinese], ciò significa preservare e centralizzare l'autorità del partito, rinnovare ed estendere la fede nel socialismo del partito e ricalibrare la globalizzazione per rendere il sistema internazionale più favorevole alla sopravvivenza del partito", decifra Matthew D. Johnson, specialista della Cina presso la Hoover Institution, in un ritratto di Wang Huning recentemente tradotto nella rivista Le Grand Continent.

"In tutte le sue opere ideologiche, c'è una forma di odio nei confronti del liberalismo", afferma Stéphanie Balme, direttore di ricerca a Sciences Po. Studente dell'Università di Fudan nel 1993, questo sinologo è stato allievo di Wang Huning. In un'università in cui la maggior parte dei professori parlava ancora shanghainese, il giovane insegnante era molto diverso. "Si esprimeva in mandarino e molto liberamente. All'epoca, dopo Tiananmen, la Cina era isolata. Eravamo i suoi unici interlocutori stranieri e con lui avevamo veri e propri scambi, anche se alla fine tornavamo sempre indietro, alla fine siamo sempre tornati al centralismo democratico", ricorda.

  Nel 1991, Wang Huning iniziò a farsi conoscere al di fuori dei circoli intellettuali con la pubblicazione del suo libro più famoso: America contro America, un resoconto del suo viaggio negli Stati Uniti come professore universitario dall'agosto 1988 al febbraio 1989, durante il quale visitò circa 30 città e 20 università. Il saggio descrive un'America in crisi, divisa tra valori individuali e collettivi e afflitta da disuguaglianze sociali e razziali. Ancora oggi, Xi Jinping continua a denunciare "il mito che la modernizzazione equivalga all'occidentalizzazione". Una convinzione che Wang Huning ha portato avanti per oltre trent'anni.

Due anni dopo la pubblicazione di questo saggio, nel 1993, Wang Huning conquista il cuore del grande pubblico cinese diventando protagonista di una trasmissione televisiva. Fudan si qualifica per partecipare a un concorso per studenti di lingua cinese a Singapore. Il professor Wang Huning guida la delegazione. Il tema scelto è: "L'uomo è buono o cattivo?" La squadra di Taipei (capitale di Taiwan) deve sostenere che è buono. La squadra di Fudan, che è cattivo.

 Allenati da Wang, gli shanghainesi vincono a mani basse. La vittoria è stata trasmessa dalla televisione cinese e ha avuto un enorme impatto sul Paese. "Wang era molto attento alle strategie. Anche in una semplice gara tra studenti, (...) ha trovato un punto d'ingresso per usare il suo vantaggio. (...) Questa è la più grande differenza tra lui e gli altri teorici. Ha un piano concreto per sconfiggere i suoi avversari", ha detto Hsu Chung-mao, un taiwanese che si trovava a Singapore quell'anno.

Nel 1995 è stato nominato direttore dell'Ufficio centrale di ricerca politica, il think tank del Comitato centrale del Partito comunista, di cui è diventato direttore nel 2002, anno in cui è entrato a far parte del Comitato centrale. Dieci anni dopo, è stato uno dei 25 membri dell'ufficio politico che circonda il nuovo segretario generale, Xi Jinping. Nel 2017, quest'ultimo lo ha fatto entrare nel luogo sacro, il Comitato permanente dell'Ufficio politico, le sette persone che dirigono il Paese.

Pilastro ideologico del Partito Comunista Cinese per alcuni, semplice comunicatore capace di accontentare qualsiasi padrone per altri, Wang Huning sa essere flessibile in ogni caso. Nel 1988, la squadra del Fudan aveva già vinto la prima competizione contro l'Università di Taipei. Il tema della controversia era "Può il confucianesimo resistere ai vizi occidentali?" Wang Huning, che aveva già allenato la squadra, non ebbe problemi a rispondere negativamente, anche se nei suoi libri spiega il contrario.

Cina, Li Qiang eletto nuovo premier. Storia di Redazione Tgcom24 l’11 marzo 2023.

Li Qiang è il nuovo premier della Cina. Il Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del Parlamento, lo ha infatti eletto con 2.936 voti favorevoli, 3 contrari e 8 astenuti. Il presidente Xi Jinping, suo sponsor, ha firmato il decreto di nomina al quale, tra gli applausi dell'aula, ha fatto seguito il passaggio delle consegne tra il primo ministro uscente Li Keqiang e quello entrante Li Qiang.

Supervisore dei lockdown del 2022  Tra gli alleati più vicini al presidente Xi Jinping, Li Qiang è l'ex capo del Partito comunista di Shanghai che aveva supervisionato il lockdown di aprile e maggio 2022 per contrastare l'ondata di focolai di Covid. Ma la disastrosa gestione della crisi, con proteste diffusi e scontri, aveva messo in dubbio la possibilità di una sua salita ai vertici del partito e dello Stato. Gli stretti legami con Xi Jinping, secondo gli osservatori, gli hanno invece permesso di uscire indenne dalla vicenda.

Il cambio di rotta nella gestione Covid  Da allora, Li e i suoi colleghi hanno aperto le porte all'elite degli affari, offrendo rassicurazioni sul sostegno del governo cinese al settore privato, negli sforzi per convincere coloro che si erano trasferiti all'estero durante la pandemia a tornare in Cina. I principali funzionari di partito in genere aspettano che i loro incarichi di governo siano ufficializzati e formalizzati, ma Li Qiang, subito dopo essere stato nominato numero 2 del Pcc al XX Congresso nazionale di ottobre, avrebbe assunto la guida di una task force nazionale anti-Covid, svolgendo, secondo le ricostruzioni dei media, anche un ruolo di persuasione presso Xi per l'abbandono della politica della "tolleranza zero" al Covid. Li, considerato un pragmatico con buone capacità gestionali con il mondo degli affari, ha dimostrato di poter svolgere ruoli di primo piano oltre che nella lotta al Covid anche sul fronte della crescita economica.

Lorenzo Santucci per formiche.net il 13 marzo 2023.

Un nuovo ministro della Difesa, sotto sanzioni statunitensi. Se volessimo trovare del simbolismo nella lotta tra Cina e Stati Uniti, la nomina del generale Li Shangfu potrebbe essere l’immagine perfetta. Il prossimo capo della Difesa nazionale e consigliere di Stato, che sostituirà l’ormai pensionato Wei Fenghe, è stato nominato all’unanimità dal Congresso nazionale del popolo, di scena domenica a Pechino.

Di professione nasce come ingegnere aerospaziale e, come ricordato da Bloomberg, diventerà il primo proveniente dalla Forza di supporto strategico dell’esercito – una sezione istituita otto anni fa affinché ci si concentrasse sulla guerra spaziale, cyber ed elettronica – a ricoprire la massima carica al dicastero. Non è però di certo questa particolarità a rendere la sua nomina una mossa politica come poche altre.

 Dal 2018, infatti, Li Shangfu è presente nella lista nera dei sanzionati stilata dal governo americano per aver cooperato con la Difesa o l’intelligence della Russia. La sua figura è stata infatti centrale nell’acquisto di caccia Su-35 e sistemi missilistici di contraerea S-400, venduti dalla russa Rosoboronexport a Pechino – quando oggi l’accusa che arriva da Washington è esattamente l’opposto, ma non ci sono prove concrete a riguardo. Un ruolo che gli è costato parecchio, con il divieto di transazioni nel sistema finanziario americano, quello in valuta estera sotto la giurisdizione a stelle e strisce, il congelamento dei beni in America e la revoca del visto per entrarci.

La domanda quindi sorge spontanea: perché la Cina ha scelto, per il proprio ministero della Difesa, un politico che non può mettere piede negli Stati Uniti? Di fronte questo interrogativo, ci sono due tipi di risposte. Entrambe sono di natura politica, entrambe strategiche ma una di carattere più nazionale, l’altra di politica estera.

 Scegliere Li Shangfu è stata una decisione con cui la Cina intende perseguire la via del suo rinnovamento militare, puntando ad avere un esercito moderno e d’avanguardia entro il centenario della Repubblica popolare (2049), testimoniata dal costante ritmo degli investimenti nella difesa (223 miliardi di euro, leggermente di più rispetto a un anno fa).

 Non solo, perché è anche una decisione che punta, letteralmente, allo spazio. Il suo nuovo ministro della Difesa si è infatti laureato alla National University of Defense Technology cinese e il suo passato da ingegnere aerospaziale, mentre lavorava al Centro di Xichang, lo ha portato a svolgere una funziona di primo piano nella supervisione del lancio della prima sonda lunare mandata in orbita da Pechino. Lo spazio è il terreno di scontro del futuro e il Partito Comunista Cinese non vuole arrivare in ritardo a questa maratona, che ha molti iscritti ma un vero leader da battere: sempre loro, gli Stati Uniti.

Proprio in questo senso, sembrerebbe che la mossa di puntare su Li Shangfu sembra essere dettata dalla rivalità con Washington. A differenza di quanto si erano detti durante il G20 di Bali i due presidenti, Xi Jinping da una parte e Joe Biden dall’altra, in questo modo i canali di comunicazione tra le parti andranno inevitabilmente a chiudersi. Sarà difficile, infatti, per gli americani accettare di interloquire con un soggetto da loro sanzionato. Sarebbe una realtà troppo nuova per le relazioni internazionali, secondo lui il riconoscimento può avvenire anche de facto. Nel caso in cui il capo del Pentagono, Lloyd Austin, dovesse ad esempio accoglierlo, sarebbe un segnale di debolezza per l’America agli occhi degli altri sanzionati.

 Da vedere, dunque, in che modo cambieranno (e se cambieranno) le relazioni tra le due sponde del Pacifico. Il timore è che un peggioramento dei rapporti, già logori, possa aumentare il rischio di conflitto. La tensione è ormai palpabile e nessuna delle due fa nulla per abbassare i toni. D’altronde, la presentazione del nuovo ministro degli Esteri cinese Qin Gang, che ha avvertito gli Usa di un conflitto inevitabile se Washington non “tira il freno”, rende bene l’idea di quanto sia irrespirabile l’aria.

Quella di Liu Shangfu non è stata tuttavia l’unica nomina del giorno. Il terzo mandato di Xi Jinping, che ormai si è auto investito della carica a vita, è iniziato con alcune conferme e una serie di volti nuovi, ma molto vicini a lui. Rimarranno al loro posto il governatore della Banca centrale, Yi Gang, così come il ministro delle Finanze, Liu Kun, tutti e due oltre i limiti di età che gli consentono la rielezione, ma Xi Jinping ha preferito soprassedere. Confermato nelle vesti di vicepremier anche He Lifeng, da anni al seguito del presidente cinese che dovrebbe affidargli le redini della politica economica del Paese. Gli altri vice saranno Ding Xuexiang, già a capo del gabinetto presidenziale, Zhang Guoqing e Liu Gouzhong, che hanno assunto cariche provinciali in giro per la Cina. Alla guida del dicastero della Pubblica sicurezza andrà Wang Xiaohong, ex capo della polizia a Fuzhou nell’ultimo decennio dello scorso anno. La novità più assoluta sembrerebbe tuttavia Shen Yigin, unica donna consigliere di Stato.

 Pechino ha presentato dunque la sua nuova squadra, con cui continuerà la sua competizione con gli Stati Uniti. Per conoscerli meglio, a Washington staranno già consultando le loro carte. Comprese quelle dove inseriscono i nomi degli sgraditi.

Xi Jinping rieletto presidente, in Cina. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 10 marzo 2023.

Il voto è stato all’unanimità: 2.952 sì e 0 no. Il vice è Han Zheng. Come primo ministro, sarà insediato domani Li Qiang

Pugno chiuso e mano sulla Costituzione: il terzo giuramento di Xi da presidente della Repubblica popolare cinese

Mano sinistra sulla Costituzione della Repubblica popolare cinese; pugno destro levato, per ricordare a tutti che Pechino è governata dall’unico Partito comunista al mondo che abbia avuto successo, che da 74 domina la nazione più popolosa della terra (nonostante il recente calo demografico) e che l’ha issata al rango di seconda economia del globo.

Xi Jinping ha giurato da Presidente della Repubblica per la terza volta, per altri cinque anni. Rielezione scontata, dopo che lo scorso ottobre il Partito gli aveva confermato sempre per la terza volta il mandato di segretario generale. È quella la carica che contiene il potere, perché il Partito si è identificato nello Stato. Ma è sempre meglio essere anche formalmente Capo dello Stato.

E così, il voto è stato all’unanimità: 2.952 sì e 0 no. D’altra parte, sulla scheda rossa non c’erano alternative al nome di Xi. Il leader supremo ha ottenuto anche la rielezione a presidente della Commissione militare centrale, che sprona ogni giorno affinché prepari l’Esercito popolare di liberazione a «combattere e vincere le guerre».

Formula del giuramento letta solennemente nella Grande Sala del Popolo che domina Piazza Tienanmen: «Lavorerò duro per edificare un Paese socialista prospero, forte, democratico, civilizzato, armonioso, bello e moderno».

Il terribile segreto di Xi Jinping che succede a se stesso di Federico Rampini

Il successo del presidente a questo punto non è scontato: quando è cominciata l’era di Xi, nel 2012, l’economia cinese correva ancora oltre l’8% di crescita, dopo un trentennio a doppia cifra. Lo slancio si è fatalmente ridotto fino al deludente 3% dell’anno scorso. Un calo causato secondo gli analisti internazionali dagli errori di calcolo di Xi Jinping: non solo la politica Covid Zero abbandonata dopo tre anni di lockdown che hanno paralizzato l’economia. A carico di Xi viene messa anche la campagna marxista-leninista che ha punito e frenato le imprese private più innovative della Cina. E poi, la scelta di campo a favore della Russia di Putin alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina ha ulteriormente isolato Pechino.

Durante questo Congresso Nazionale del Popolo (la sessione annuale del parlamento), Xi ha tradito la sua preoccupazione, quando ha addebitato le «difficoltà senza precedenti del nostro sviluppo economico» alla politica degli Stati Uniti di «contenimento, accerchiamento e repressione» delle legittime aspirazioni di crescita cinesi. La competizione feroce tra la superpotenza americana e la superpotenza cinese emergente sarebbe comunque scoppiata. Ma è chiaro che l’aggressività di Xi, l’espansionismo nel Mar cinese meridionale, le minacce alla democrazia taiwanese, la repressione delle libertà a Hong Kong, la proclamazione dell’obiettivo di dare alla Cina il dominio anche nell’alta tecnologia e nell’intelligenza artificiale, hanno accelerato la rotta di collisione con gli Stati Uniti.

E l’appoggio all’avventurismo di Putin ha spinto anche gli europei a riallinearsi con Washington. In questi giorni di Congresso, Xi ha lanciato anche una nuova parola d’ordine per i compagni dirigenti: «Mantenere la calma, restare determinati, cercare il progresso nella stabilità, restare uniti e avere il coraggio di lottare».

I politologi occidentali si stanno interrogando sul significato dell’appello: un invito alla cautela o alla battaglia ideologica? Da oggi Xi ha un nuovo vice alla presidenza della Repubblica: è Han Zheng, vecchio navigatore della politica mandarina, andato in pensione da vicepremier perché ha raggiunto i 68 anni di età (Xi di anni ne sta per compiere 70 a giugno, ma è il fuoriquota per eccellenza e nel 2018 aveva fatto modificare la Costituzione per poter superare il limite dei due mandati presidenziali).

Anche Xi era stato vicepresidente, ma quando i compagni della dirigenza allora collegiale lo avevano nominato, nel 2008, aveva 54 anni e tutti sapevano che era destinato a salire al vertice. Han Zheng invece si dovrà accontentare di un incarico cerimoniale: il suo compito è segnalare una volta di più che Xi Jinping non ha ancora fatto emergere un compagno capace di succedergli tra cinque anni.

Il Congresso Nazionale del Popolo ha varato una grande riforma dell’apparato di governo statale (che si chiama Consiglio di Stato): si stringe la supervisione del settore finanziario che vale 60 mila miliardi di dollari ed è considerato un «rinoceronte grigio» (un pericolo probabile ma ignorato secondo il gergo degli economisti); viene rafforzato il controllo sulle aziende che raccolgono i dati dei consumatori con la costituzione di un Bureau nazionale; ristrutturazione del Ministero per lo sviluppo scientifico e tecnologico che deve spezzare l’accerchiamento occidentale; è annunciata anche uno spostamento ad altri incarichi del 5% del personale della pubblica amministrazione attualmente alle dirette dipendenze del Consiglio di Stato.

Nel pacchetto c’è anche una riduzione degli stipendi (a quanto pare troppo generosi) dei mandarini che presiedono il settore finanziario: Xi ha appena ricordato che «i banchieri non sono gente speciale, superiore, esentata dalle pratiche del Partito» e debbono abbandonare la teoria secondo cui «conta solo il denaro e la Cina deve allinearsi all’Occidente».

La riforma del governo ha ricevuto 2.951 voti favorevoli e 1 contrario. Negli Stati Uniti un risultato del genere si definirebbe «bipartisan»: in Cina non si può, perché il Partito comunista non ha un’opposizione e non si sottopone al giudizio popolare delle urne. Dietro la riforma c’è un ulteriore accentramento del controllo sull’economia.

A capo della macchina governativa, come primo ministro, sarà insediato domani Li Qiang, 63 anni, uomo che ha lavorato alle dipendenze di Xi Jinping in diverse province, durante l’ascesa del leader supremo. Arriva da Shanghai dove era capo del Partito e si è segnalato come dirigente attento alle esigenze del business anche privato e dei rapporti internazionali (ha aperto a Tesla le porte della megalopoli concedendo a Elon Musk incentivi per installare la sua giga-fabbrica di auto elettriche). Si dice però che sia fin troppo devoto a Xi: «Se il presidente gli dice di saltare, Li Qiang chiede solo: “quanto alto?», sostiene Joerg Wuttke, che guida la Camera di commercio europea a Pechino. Il suo primo compito sarà assicurare alla Cina una crescita di almeno il 5% quest’anno.

Xi Jinping è stato eletto presidente cinese per la terza volta consecutiva. Il Domani il 10 marzo 2023.

Il presidente, che aveva fatto abolire il vincolo dei due mandati presidenziali già nel 2018, sarà in carica per altri cinque anni anche come leader di partito e comandante delle forze armate. Nel suo discorso si è rivolto a Stati Uniti e occidente, colpevoli ai suoi occhi del deterioramento dei rapporti con la Cina

Xi Jinping è stato eletto presidente della Repubblica popolare cinese per la terza volta consecutiva.

Xi è stato eletto durante la terza sessione plenaria della quattordicesima Assemblea Nazionale del Popolo, l'organo legislativo del parlamento cinese, in corso alla Grande Sala del Popolo, su piazza Tienanmen. Il presidente è stato eletto all’unanimità, ottenendo 2.952 voti a favore e nessuno contrario. 

L'elezione, il cui esito era già dato per scontato, è stata seguita da un lungo applauso. Dopo la votazione, Xi ha prestato giuramento sulla Costituzione cinese, portata nella sala dal picchetto d'onore.

Con la mano sinistra poggiata sul testo e la destra alzata con il pugno chiuso, Xi ha pronunciato il giuramento per primo, seguito dagli altri alti funzionari eletti oggi, Zhao Leji, nuovo presidente dell’assemblea Nazionale del Popolo, e Han Zheng, eletto vice presidente cinese.

LEADER A TEMPO INDEFINITO

Con la rielezione di oggi, Xi supera il vincolo del doppio mandato presidenziale, già abolito nel 2018, con una mossa che ha spianato la strada per una sua leadership a tempo indefinito, e si conferma come il leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedong. Xi Jinping è al vertice del Pcc dalla fine del 2012, e della Cina, come presidente, dal marzo 2013.

Il presidente cinese è stato formalmente rieletto, sempre all'unanimità, anche al vertice delle Forze Armate, come presidente della Commissione Militare Centrale, completando il rinnovo delle cariche. Pochi mesi fa Xi era stato confermato anche al vertice del Partito Comunista Cinese come segretario generale, al termine del ventesimo Congresso del partito che si è celebrato a ottobre scorso.

Il prossimo quinquennio si preannuncia già come piuttosto difficile: nel suo discorso di fronte all’assemblea, Xi ha incolpato direttamente gli Stati Uniti e l'occidente del deterioramento delle relazioni con la Cina. «I rischi e le sfide che dovremo affrontare non faranno che aumentare» ha detto, pronunciando anche un appello all'unità, che estende anche all'esercito, a cui ha chiesto di rafforzarsi contro i «rischi strategici» e per «vincere le guerre». Nessun riferimento al conflitto ucraino o al piano di pace cinese presentato da Pechino per risolverlo: resta grande l’attesa per il prossimo viaggio di Xi a Mosca. 

Regnerà a vita? Le due tazze di Xi Jinping e quel messaggio velato. Durante la cerimonia in cui è stato nominato per la terza volta capo di Stato, Xi Jinping è stato immortalato ancora una volta con due tazze di tè di fronte a lui. Ecco cosa potrebbero significare. Gianluca Lo Nostro il 10 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Le due tazze di Xi: un "segnaposto"?

 L'altro messaggio nascosto

Xi Jinping è stato nominato presidente della Repubblica popolare cinese per la terza volta all'unanimità, segnando un momento storico per il Paese, ma a rubare la scena durante la cerimonia non è stato il leader comunista, protagonista assoluto della giornata. Oscurando il valore delle espressioni comparse sul volto imperturbabile del presidente, hanno suscitato grande interesse le due tazze bianche di tè posate sul banco color mogano davanti a dove era seduto Xi. Non tanto per la loro presenza, essendo una consuetudine dei congressi e delle assemblee del popolo, ma per il significato nascosto dietro alla scelta delle due tazze, piuttosto che di una sola.

Le due tazze di Xi: un "segnaposto"?

Se negli anni passati si pensava fosse dovuto al Covid, ora gli occhi più attenti vedono nella doppia tazza la misura del potere illimitato del presidente cinese. La presentatrice del notiziario Asia Pacifico della Bbc, Celia Hatton, ha ironizzato sull'andirivieni di camerieri che versavano l'acqua bollente nei bicchieri, definiti il "segnaposto di Xi".

Questa particolarità lo differenzierebbe rispetto ai delegati che lo hanno eletto all'unanimità. "Perfino con delle piccole cose come due tazze, Xi Jinping riesce a distinguersi", ha osservato la giornalista britannica.

Xi rieletto all'unanimità presidente della RPC: cosa cambia per la Cina (e per il mondo)

Tuttavia potrebbe essere stata anche una richiesta particolare del leader cinese. Magari oggi era soltanto più assetato delle altre volte. È risaputo che il tè ha un ruolo speciale nella cultura asiatica, ma non è così normale trovarci dietro un qualche tipo di simbolismo politico.

L'altro messaggio nascosto

In Cina esiste un modo di dire, "ren zou, cha liang", che significa "Il tè diventa freddo quando le persone si allontanano". E quello di Xi Jinping attraverso le due tazze bianche di porcellana potrebbe essere un messaggio alla vecchia leadership del Pcc. Scriveva il quotidiano giapponese Nikkei Asia nel 2021, quando il presidente cinese venne fotografato sempre con il doppio tè di fronte: "Il tè di Xi non solo non si raffredda, ma, avvicinandosi ai 10 anni di mandato, c'è un'altra tazza di tè caldo che lo aspetta per essere sorseggiata".

Da non trascurare poi il senso della dualità: in una tazza lo Stato, nell'altra il partito, entrambi sotto il controllo assoluto della stessa persona, che può decidere quando versare l'acqua, facendo raffreddare l'altro.

"Portato fuori dal Congresso...": cosa è successo all'ex leader cinese Hu Jintao

Il tè dunque anche come allegoria della longevità del leader. "Se la prima delle due tazze da tè implica i suoi primi due mandati quinquennali dal 2012 al 2022,– evidenziava Nikkei prima della rielezione alla segreteria del Partito – la seconda tazzina da tè potrebbe indicare la prosecuzione del suo regno come massimo leader cinese oltre il prossimo congresso nazionale del partito, nel 2022. E per quanto tempo? Altri cinque anni? 10? Un presidente di fatto a vita?".

Una profezia che si è avverata: durante la VI sessione plenaria del XIX Comitato centrale del Partito comunista cinese Xi Jinping ha ricevuto il mandato per rimanere a vita alla guida del Pcc, di cui è il capo dal 2012 (nel 2013 diventò capo di Stato), mentre nel 2022 gli è stato rinnovato un terzo mandato. Le tazze di Xi scandiscono così il tempo e immortalano un passaggio fondamentale negli equilibri dello Stato cinese.

Il terribile segreto di Xi Jinping che oggi succede a se stesso. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 10 marzo 2023

Il socialismo cinese è vivo e vegeto e Xi ripercorre la strada indicata da Bo Xilai, l’altro “principe ereditario” oggi dimenticato dietro alle sbarre. Una storia di intrighi determinante per la fisionomia attuale della Cina

Oggi è una data storica, in questo venerdì 10 marzo 2023 Xi Jinping … succede a se stesso. È il giorno in cui formalmente inaugura il terzo mandato come presidente della Repubblica Popolare cinese. Un fatto senza precedenti: Xi ha dovuto far modificare la Costituzione e abolire il limite massimo di due mandati che si applicò ai suoi predecessori. In un certo senso neppure il fondatore della Repubblica Popolare, Mao Zedong, ebbe un regno così lungo come quello che Xi si è conquistato. Dalla vittoria della rivoluzione comunista nel 1949 fino alla morte nel 1976, Mao ebbe dei periodi di emarginazione dal potere reale (di cui si vendicò con ferocia).

Ma il terzo mandato che conta di più per Xi Jinping non è la presidenza della Repubblica, carica per lo più formale e di rappresentanza. Ben più importante è l’altro terzo mandato che lui si è assicurato come segretario del partito comunista, già al congresso di ottobre. In questa distinzione la continuità con Mao pesa. Il partito in Cina conta più dello Stato, il leader del partito è la vera autorità, anche se a scanso di equivoci Xi ha preferito cumulare la carica di presidente. Il primato del partito comunista, dottrina consacrata da Lenin e Stalin nell’Unione sovietica, è fondamentale nel pensiero di Xi e anche nella sua storia personale. Il partito comanda su tutto: sulle istituzioni, dal Parlamento alla giustizia, e anche nell’economia. Xi ha rilanciato il ruolo dei politici anche nel mondo delle aziende.

Forse ci fu un periodo in cui la Cina poteva imboccare una strada diversa, un percorso riformista, prima che Xi imponesse il ritorno all’ortodossia? Forse quel periodo si chiuse con una brutale lotta di potere, il segreto più scabroso dietro l’ascesa di Xi. Una storia di intrighi che oggi è utile ricordare, perché fu determinante nell’imporre alla Cina il suo leader attuale e la fisionomia che il paese ha oggi.

Mi riferisco al “caso” Bo Xilai, preludio assai movimentato dell’ascesa di Xi Jinping. Oggi Bo è sepolto vivo in un carcere. Avrebbe potuto benissimo trovarsi lui al posto che occupa Xi. I due personaggi sono quasi dei gemelli, tante sono le affinità biografiche e ideologiche che li uniscono. Tutti e due sono all’origine dei “principi” alla corte di Mao, in quanto figli di leader storici della rivoluzione. Il padre dell’attuale presidente era Xi Zhongxun (nel costume cinese il cognome precede il nome, ed è quello che si tramanda di padre in figlio), il padre del rivale sconfitto era Bo Yibo. Tutti e due facevano parte della prima leva di leader comunisti, cresciuta attorno a Mao. Ambedue caddero in disgrazia durante la Rivoluzione culturale, furono perseguitati dalle Guardie rosse scatenate da Mao. Le umiliazioni di quel periodo si estesero dai padri ai figli. Poi vennero riabilitati e le loro vicende servirono da trampolino di lancio per le carriere politiche dei due figli.

La grande crisi del 2008 scoppia in America quando Bo Xilai è capo del partito comunista a Chongqing. Oltre a essere la più grande metropoli del paese con oltre 30 milioni di abitanti, Chongqing è una città importante per molteplici ragioni: storiche, perché fu la capitale provvisoria durante l’invasione giapponese; economiche, perché è il cuore industriale della Cina interna, in contrapposizione con le fasce costiere dove ebbe inizio la transizione al capitalismo.

Bo Xilai accresce la sua visibilità in una fase in cui la Cina è scossa da scandali finanziari, casi di corruzione, che possono indebolire la legittimità del partito. Come leader della più grande metropoli si mette in mostra con delle politiche che si possono definire “populiste”: si schiera dalla parte degli operai, dei contadini, dei migranti interni; lancia programmi di edilizia popolare; frena il capitalismo privato per privilegiare le aziende di Stato. Vuole prevenire la crisi con una svolta a sinistra. Diventa rapidamente un idolo per la corrente neo-maoista. Lui stesso appoggia un ritorno al culto di Mao. Però gestisce la propria immagine con tecniche di marketing occidentali, come dimostra la sua luna di miele con i giornalisti, cinesi e stranieri. Un importante magazine di Hong Kong, Asia Weekly, gli dedica la sua copertina del febbraio 2009 e celebra un “Modello Chongqing”, al quale attribuisce la capacità di «trainare la Cina fuori dalla crisi».

La tv americana Cnn lo indica come «il successore in pectore di Hu Jintao» (allora presidente della Repubblica e segretario del partito). Il New York Times gli attribuisce il merito di avere «portato la speranza a Chongqing». L’ex segretario di Stato Henry Kissinger, tuttora stimato dai leader cinesi per il suo ruolo nel disgelo fra le superpotenze che risale al 1972, incontra Bo Xilai quando è ancora sulla cresta dell’onda nel 2011 e ne parla in termini estatici: «Pare che quei neolaureati cinesi che dieci anni fa sognavano di essere assunti dalla Goldman Sachs, ora vogliono lavorare nel governo con Bo Xilai».

Mentre coltiva i favori dell’establishment globalista, però, Bo a casa propria usa metodi comunisti al 100%. Da genuino populista intuisce che uno dei terreni cruciali per conquistare consensi è la lotta alla corruzione. La conduce a modo suo, con metodi spietati, usando le forze di polizia di Chongqing come un’armata personale. Se è vero che in tutta la Cina mancano le protezioni degli imputati tipiche di uno Stato di diritto, nella Chongqing di Bo la giustizia viene applicata con metodi ancor più brutali. Arresti, processi sommari, condanne esemplari e durissime (anche a morte) sono all’ordine del giorno sotto il suo regno. Lui colpisce di sicuro tanti veri corrotti, ma al tempo stesso manovra questa campagna moralizzatrice come una purga maoista, per fare terra bruciata attorno a sé, neutralizza gli avversari politici e chiunque osi resistere alla sua occupazione del potere.

L’obiettivo è proclamato: Bo vuole dare la scalata al potere nazionale. A Pechino i suoi metodi creano allarme. Da un lato c’è la paura sincera che Bo sia un estremista, in grado di riportare la Cina agli eccessi della Rivoluzione culturale maoista. I toni usati dai neo-maoisti giustificano quei timori. Un noto esponente dell’ala sinistra nelle forze armate, l’ammiraglio Zhang Zhaozhong, invoca una purga contro «i traditori della razza Han», i venduti al capitalismo americano. D’altro lato a Pechino i grandi corrotti tremano. È proprio di quel periodo una serie di rivelazioni e fughe di notizie pilotate verso i media occidentali, sull’inaudita ricchezza accumulata da alcune “famiglie regnanti”, per esempio i miliardi in partecipazioni azionarie possedute dai parenti dell’allora premier Wen Jiabao.

Nelle oscure manovre all’interno della nomenclatura, alla fine prevale la stella di Xi Jinping. Anche lui “principe ereditario”, ma con una storia un po’ più discreta, una scalata al potere meno fracassante. Xi sembra un uomo di mediazione, all’insegna della continuità. Il segnale che la lotta tra fazioni si risolve in suo favore, arriva all’inizio del 2012 quando un superpoliziotto di Chongqing, Wang Lijun, fa una clamorosa fuga dentro il consolato degli Stati Uniti e chiede asilo. Racconta agli americani ogni sorta di nefandezze di cui Bo si è macchiato. Accusa la moglie di Bo, Gu Kailai, di avere avvelenato il cittadino inglese Neil Heywood (forse il suo amante) nell’hotel Lucky Holiday di Chongqing. Gli americani non sanno che farsene di costui, non vogliono fare uno sgarbo al governo di Pechino, e non capiscono di essere i testimoni involontari di una feroce resa dei conti tra gli aspiranti al trono. Dopo quella fuga infamante dentro il consolato americano – e la “restituzione” del capo della polizia alle autorità locali da parte della diplomazia Usa – il destino di Bo è segnato. Caduta in disgrazia, arresto, processo, carcere a vita.

La vera sorpresa però deve ancora arrivare. Xi Jinping, il comunista “grigio e ordinario” di cui gli altri si fidavano, è stato il più abile dei due. Ma per molti aspetti la pensa come Bo Xilai. Gli occidentali ci metteranno alcuni anni a capirlo, perché non getta la maschera subito. Dopo la sua consacrazione al vertice nel 2012, Xi Jinping un pezzo alla volta realizza i due obiettivi principali del rivale sconfitto: una spietata guerra alla corruzione su scala nazionale; e una svolta “neo-maoista” nella politica economica, con il graduale ritorno di centralità delle grandi imprese di Stato a scapito dei capitalisti privati. Il cerchio si chiude, il “ritorno a Mao” è la copertura ideologica che maschera cose diverse: un linguaggio più populista per venire incontro alle tensioni sociali; la vittoria della super-lobby delle aziende di Stato contro la constituency pur potente del capitalismo privato; una revisione critica delle dottrine economiche liberiste accelerata dalla crisi americana.

Xi Jinping ha operato un riequilibrio a favore del dirigismo pubblico, ma non ha alterato in modo sostanziale il modello cinese: che è sempre stato di “economia mista”. Perfino quando dominava l’ala destra del partito comunista, mercatista e filo-capitalista, cioè sotto Deng Xiaoping e poi Jiang Zemin, la Repubblica Popolare non abbracciò mai le terapie d’urto applicate nella Russia post-comunista di Boris Eltsin con le privatizzazioni a oltranza. Pechino mantenne sempre una schiera di aziende pubbliche molto grosse; non sempre efficienti, sorrette da aiuti statali di ogni sorta, in particolare il credito agevolato da parte delle banche (anch’esse pubbliche), l’accesso privilegiato ai terreni, alle materie prime e alle forniture energetiche.

La Cina inoltre non ha mai aperto il suo mercato come gli occidentali si aspettavano: né alle importazioni, né agli investimenti stranieri. Sulle importazioni di molti prodotti stranieri ha mantenuto dazi elevati, ben prima che Trump intervenisse con i suoi. Sugli investimenti stranieri è stata selettiva. In certi settori li ha accolti a braccia aperte per dotarsi di un know how che le manca: per esempio la finanza, e infatti l’idillio tra Wall Street e la Cina ha resistito agli anni di Trump. Ma la Cina si è ben guardata dall’aprire del tutto le frontiere ai movimenti di capitali, né ha inseguito le privatizzazioni bancarie che consigliavano gli esperti occidentali.

In altri settori, definiti “strategici” (e che includono anche l’automobile) ha imposto alle multinazionali estere dei partner locali e l’obbligo di rivelargli segreti industriali. In questo sistema di economia mista, con un intervento sempre energico dello Stato, oggi i dirigenti comunisti cinesi vedono il segreto del loro successo: il socialismo cinese è vivo e vegeto. Bo Xilai, oggi dimenticato da tutti e condannato a finire i suoi giorni dietro le sbarre, aveva già indicato la strada che Xi ha finito per seguire. Lo scontro di potere che si concluse 11 anni fa aveva opposto due varianti di questo ritorno al socialismo. Le correnti più moderate o liberali del partito, che pure sono esistite, avevano già perso.

Il più longevo dopo Mao. Xi Jinping è stato rieletto presidente della Repubblica popolare cinese. Linkiesta il 10 Marzo 2023.

La sua riconferma era ritenuta scontata dopo l’inedito terzo mandato alla guida del Partito comunista ottenuto al ventesimo congresso. È la prima volta dalla vittoria comunista del 1949. Putin è stato uno dei primi leader, con il nordcoreano Kim Jong-un, a inviare un messaggio di congratulazioni

Il presidente Xi Jinping si è assicurato un terzo mandato senza precedenti alla guida della Repubblica popolare cinese, completando la transizione verso il suo secondo decennio di potere.

Settant’anni il anni il prossimo 15 giugno, Xi è diventato il capo dello Stato cinese più longevo dalla vittoria comunista nel 1949 dopo che il Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento di Pechino, gli ha conferito un mandato di altri cinque anni come presidente.

A 69 anni, Xi ha superato l’età pensionabile informale di 68 anni e potrebbe essere in grado di governare per tutta la vita. Il risultato non è stato molto contrastato e nessun potenziale rivale l’ha ostacolato: Xi ha ottenuto 2.952 voti a favore e nessuno contrario.

Con la sua rielezione di oggi, Xi rompe definitivamente con il vincolo del doppio mandato presidenziale, già abolito nel 2018 con una mossa che ha spianato la strada per una sua leadership a tempo indefinito. E si conferma come il leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedong, di certo uno dei più potenti del mondo.

La sua riconferma era ritenuta scontata dopo l’inedito terzo mandato alla guida del Partito comunista ottenuto al ventesimo congresso nazionale del Pcc di ottobre 2022.

Il potere di Xi deriva dal fatto che è segretario generale del Partito comunista e presidente della Commissione militare centrale. Nel sistema di governo cinese, le funzioni del presidente sono in gran parte cerimoniali.

La nomina di un nuovo premier e di vari ministri nei prossimi giorni è ritenuta più importante negli assetti di potere di Pechino. I nuovi nominati dovrebbero essere tutti legati a Xi Jinping. Incluso Li Qiang, che dovrebbe servire come numero due di Xi.

Il presidente russo Vladimir Putin è stato uno dei primi leader, con il nordcoreano Kim Jong-un, a inviare un messaggio di congratulazioni a Xi per il suo terzo mandato. Putin ha detto al presidente cinese che non vede l’ora di sviluppare ulteriormente la «relazione globale e l’alleanza strategica tra i nostri due Stati»

Cosa ci dice la libreria di Xi Jinping. Paolo Mauri il 10 Gennaio 2023 su Inside Over.  

Il 31 dicembre scorso, il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto, come molti suoi omologhi, un discorso di fine anno in cui ha chiarito alcuni passaggi fondamentali del 2022 appena conclusosi collegandoli con gli auspici – e i progetti – per un futuro migliore della Cina.

Il discorso di fine anno di Xi

Il presidente ha ricordato l’evento principale, ovvero il 20esimo Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), riaffermando la volontà di “costruire un paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti e promuovere il grande ringiovanimento della nazione cinese su tutti i fronti attraverso un percorso cinese verso la modernizzazione”. Nulla di nuovo. Nell’agenda di Xi Jinping, che si può leggere nella serie di libri “Governare la Cina” che raccolgono il suo pensiero e i suoi discorsi, questo concetto è ben chiaro e spiegato in modo articolato.

Il presidente cinese ha ricordato che l’economia nazionale è “rimasta la seconda più grande del mondo e ha goduto di un solido sviluppo nel corso dell’anno” nonostante una crisi alimentare globale, la pandemia e la recessione economica che sta colpendo buona parte del mondo, anche a seguito degli eventi bellici europei. “Con sforzi straordinari” ha ricordato ancora Xi Jinping, “la Cina ha prevalso su difficoltà e sfide senza precedenti, e non è stato un viaggio facile per nessuno”. Spazio è stato dato ai risultati ottenuti anche in campo tecnologico, come il varo di una nuova portaerei (la Fujian) di progettazione interamente locale, il lancio di navicelle spaziali e i progressi nel settore aeronautico.

È stato sottolineato “il grande carattere di resilienza che la nazione cinese ha portato avanti nel corso dei millenni” e l’interconnessione della Cina col resto del mondo. Citando il famoso poeta cinese Su Shi, Xi ha affermato che la Cina “attaccherà ciò che c’è di più duro e mirerà a ciò che è più lontano”, il che significa affrontare le sfide più grandi e perseguire gli obiettivi più ambiziosi, aggiungendo che “finché abbiamo la determinazione di spostare le montagne e la perseveranza di avanzare lentamente ma costantemente, finché manteniamo i piedi per terra e andiamo avanti nel nostro viaggio facendo progressi costanti, trasformeremo i nostri grandi obiettivi in realtà”.

Il presidente cinese ha anche fatto appello all’unità nazionale, affermando che “ciò che conta è costruire il consenso attraverso la comunicazione e la consultazione” e sottolineando la necessità che la popolazione cinese lavori “con un solo cuore e una sola mente”.

Spazio è stato dato anche alla questione taiwanese, affermando che “le persone su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan sono membri di un’unica e stessa famiglia”; infine, come da copione universale in occasione di discorsi simili, un appello ai giovani che “devono farsi avanti e assumersi le proprie responsabilità; coltivare un’intraprendenza appassionata e vivere la giovinezza al massimo con grande slancio, per dimostrarsi degni dei tempi e del suo splendore”.

La politica del Politburo nella libreria di Xi

Xi Jinping ha tenuto la sua orazione avendo alle spalle una grande libreria, sui cui scaffali spiccavano alcune fotografie personali, ma risulta più interessante guardare ai titoli dei libri ivi presenti e mostrati nel corso dell’intervento, in quanto siamo convinti che la scelta dei testi mostrati non sia stata affatto casuale.

Il Politburo è conscio che la trasmissione del discorso di fine anno del leader cinese sarà sottoposta a un’attenta analisi da parte degli esperti negli uffici d’intelligence di (quasi) tutto il mondo occidentale e non solo, pertanto qualsiasi dettaglio mostrato è stato accuratamente soppesato.

Si nota da subito la presenza delle opere complete di William Shakespeare pubblicate da Yilin Press. Xi ha fatto numerosi riferimenti al drammaturgo inglese nei suoi discorsi passati, e, in particolare, ha ricordato che lo conobbe per la prima volta durante la sua giovinezza quando si trasferì nello Shaanxi settentrionale da Pechino. Shakespeare è stato citato da Xi anche direttamente al parlamento britannico nel 2015 come introduzione all’augurio di maggiore cooperazione bilaterale di lungo termine, e prima ancora, nel 2009, durante la visita alla fiera del libro di Francoforte, il presidente cinese osservò che grazie agli scambi culturali persone di diversi Paesi possono conoscere Goethe, Confucio e il noto scrittore di oltre Manica.

Questa forse è la parte più personale di Xi che è stata mostrata, ma non è da escludere che, proprio per le particolari citazioni qui ricordate, si voglia ricordare che il Dragone è ancora aperto alla collaborazione internazionale, sebbene alcuni suoi tratti comportamentali, per così dire, dimostrino il contrario. Al di là delle ben note questioni territoriali che riguardano i mari del Pacifico Occidentale, a Pechino è sempre stata rivolta l’accusa – oltremodo fondata – di poca trasparenza in ambito sanitario non solo per quanto riguarda la gestione della pandemia, ma anche per quanto riguarda le sue cause. Oggettivamente, se guardiamo al comportamento generale della Cina, la “poca trasparenza” è più una regola che un’eccezione.

Proseguendo si nota l’opera “Storia della Cina” fortemente voluta da Mao Zedong, che è un classico per qualsiasi cinese mediamente colto, l’opera completa di Li Dazhao (uno dei fondatori del Pcc) e quella di Sun Yat-sen, che è forse una delle figure più note della storia cinese moderna in quanto è uno degli artefici della rivoluzione del 1911.

Oltre a un dizionario lessicografico di cinese in 23 volumi, spicca la serie di storia moderna della Cambridge University tradotta, che forse non sottolinea solo l’attenzione al presente del leader politico, ma anche lo studio della storia occidentale secondo il nostro punto di vista. Il vecchio detto “conosci il tuo nemico” resta sempre valido. A tal proposito si nota anche “Storia della civiltà”, traduzione dell’opera degli storici statunitensi Will e Ariel Durant, Geschichte des Westens, il libro della storia tedesca di Heinrich August Winkler, lo statunitense “Storia globale: dalla preistoria al 21esimo secolo”, la “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell e “Il grande mare: storia umana del Mediterraneo” del professor David Abulafia di Cambridge. Niente Machiavelli o Von Clausewitz per Xi Jinping, almeno per quello che si è visto.

In compenso sorprende, ma non troppo, vedere una serie di libri su argomenti tecnici/scientifici molto attuali. “2030: Come le più grandi tendenze di oggi si scontreranno e rimodelleranno il futuro di ogni cosa” è la traduzione cinese del lavoro del sociologo statunitense Mauro F. Guillén, ed insieme a “The Deep Learning Revolution” di Terry Sejnowski, che spiega come il deep learning, da Google Translate alle auto senza conducente stiano cambiando le nostre vite e trasformando ogni settore dell’economia e a “Megatech: la tecnologia nel 2050” di Daniel Franklin dimostrano come il Politburo sia fermamente proiettato non solo al prossimo decennio, ma al prossimo secolo. La sfida cinese al mondo, infatti, è generazionale, e non guarda solamente alle “prossime elezioni” come avviene in Occidente, perché a Pechino si è capito che per generare prosperità per 1 miliardo e 400 milioni di persone occorrono strategie di lungo e lunghissimo termine.

Da notare anche il tedesco “Unsere Welt neu denken: Eine Einladung” di Maja Gopel, in cui si mette in guardia non solo della crisi ambientale che stiamo vivendo, ma anche di quella sociale che ne conseguirà. Poi ancora troviamo libri di poeti, filosofi e politici cinesi (compresi Mao, Deng Xiaoping e Jiang Zemin), testi di storia cinese antica, l’onnipresente biografia di Mao, la storia del Pcc, l’enciclopedia militare cinese e per finire un dizionario inglese-cinese insieme a, particolare molto interessante, un dizionario militare inglese-cinese.

Un messaggio subliminale per l’Occidente

Sostanzialmente quanto si è potuto vedere della libreria di Xi Jinping riflette la politica del Politburo, che ormai è sempre più improntata alla figura del leader tanto da averne messo il pensiero nella propria dottrina così come avvenuto per quello di Mao.

Un pensiero che abbraccia la storia millenaria cinese – interessante e significativo trovare un libro sulla storia della dinastia Song, che fu la prima a istituire una marina militare permanente e a generare un diffuso benessere che permise di raddoppiare la popolazione ma che crollò sotto l’impeto dei Mongoli – che però guarda saldamente al futuro, e soprattutto un pensiero che dimostra di conoscere molto bene la storia e la filosofia occidentale.

Un pensiero che non è imbelle, come si evince dalla presenza di testi molto particolari come una serie di 14 libri che documentano la storia dei conflitti dell’Esercito di Liberazione Popolare, e forse, se pensiamo che tra quei 14 volumi è stato mostrato nel video proprio quello che riguarda la guerra in Corea, il messaggio dato dalla libreria di Xi è diretto soprattutto verso l’Occidente.

Tra globalismo e sanzionismo. La guerra interna in Cina tra politica e tecnologia. Alessandro Aresu Linkiesta il 9 Gennaio 2023

Come spiega Alessandro Aresu in "Il dominio del XXI secolo" (Feltrinelli), il regime cinese ha bisogno del dinamismo degli imprenditori, ma le enormi ricchezze che si accumulano con la digitalizzazione devono rimanere saldamente nelle mani del Partito comunista

Il Partito comunista ha il terrore di essere asserragliato da oligarchi. Osserva con attenzione e con circospezione la crescita dell’ecosistema digitale cinese secondo quest’ottica. La situazione “anarchica” del fintech cinese ha alimentato straordinarie innovazioni, assieme alla disponibilità di dati resa possibile dalla grande popolazione cinese e dal suo comportamento. Ma in questo ecosistema esiste sempre una linea rossa: le enormi ricchezze che si accumulano con la digitalizzazione della Cina non possono valicare il confine del potere, che deve rimanere saldamente nelle mani del Partito stesso.

Chi compie un gesto di trasgressione o eresia rispetto a questi equilibri viene punito. La punizione può avvenire in termini tradizionali, perché il Partito comunista cinese ha il monopolio reale della forza, nel senso della capacità – in potenza e nell’atto – di sequestrare o far sparire gli imprenditori. Un altro modo di punire chi sgarra è l’uso politico della regolamentazione, per proteggere l’esistente e bloccare l’innovazione. Jack Ma subisce entrambe: i regolatori bloccano il suo trionfo e il suo ruolo pubblico viene cambiato per sempre. (…)

Dopo una sorta di “età dell’oro cinese” dello sviluppo tecnologico attraverso forte innovazione con ridotta regolazione e competizione sfrenata tra giovani imprenditori e tra diversi ecosistemi locali, si assiste a un ritorno della politica anche nella superficie, con azioni privilegiate da parte dei veicoli statali e l’uso diffuso della regolazione che abbiamo richiamato. Xi Jinping rende esplicito il progetto della prosperità condivisa, che rappresenta un rovesciamento della formula di Deng Xiaoping “arricchirsi è glorioso”: l’arricchimento è essenziale per alimentare il contratto sociale che tiene insieme la Cina, basato sulla crescita continua, ma la ricchezza non può minare la stabilità, ovvero i legami sociali così come sono intesi dal Partito e il legame tra il Partito e la società. La redistribuzione dei giganti tecnologici è essenziale tanto per riportare risorse nella società, attraverso la beneficenza alla quale si dedica da tempo uno dei più devoti oligarchi digitali cinesi, il fondatore di Tencent Pony Ma,23 quanto per mostrare che i capitani d’impresa, alla fine, fanno quello che dice il Partito.

Non esiste una “neutralità” dei processi tecnologici: vanno giudicati per le loro implicazioni sociali e antropologiche. Non possono essere esenti da giudizio o presumere un’autodichia che deriva dal successo. Il Partito può sempre imporre la “livella”, anche se c’è un prezzo di sviluppo da pagare. Non potrà esistere un’innovazione in grado di scardinare il “sistema” né un imprenditore tecnologico che fornisce l’interpretazione autentica del pensiero di Xi.

Diffondere ed elaborare il pensiero del segretario generale è compito di chi si trova veramente al vertice della struttura, come l’eminenza grigia Wang Huning, il professore-consigliere sopravvissuto a tutti gli ultimi leader, da Jiang Zemin che lo vuole accanto a sé per primo, passando per Hu Jintao, per giungere a Xi Jinping che lo eleva nel cuore decisionale del Politburo. Gli imprenditori tecnologici si arricchiscono, vanno all’estero, veicolano una certa immagine della Cina e stimolano i giovani in patria. Immaginano e costruiscono il futuro. Ma con l’argomento del futuro è sempre possibile divorare il presente.

La vera saldatura tra passato, presente e futuro è l’appuntamento del centenario della Repubblica popolare cinese, che si rialza dal secolo di umiliazione nel 1949 e attende la celebrazione della nuova era socialista nel 2049. Questo è il respiro del tempo, erede della civiltà millenaria cinese e alle prese con questioni esistenziali, come Xinjiang e soprattutto Taiwan. I progetti degli imprenditori di creare aziende che vivono centodue anni sono poca cosa davanti al respiro della civiltà.

Eppure, la forza del Partito che ha umiliato Jack Ma cela una debolezza. Il Partito sa che, nel suo contratto sociale, soprattutto col rallentamento della crescita, ha bisogno del dinamismo degli imprenditori. L’organizzazione più potente del pianeta (e forse della storia dell’umanità) non crede affatto di portare da sola il fardello dell’innovazione, con uno stato imprenditore panottico e onnipotente, che vede ogni sviluppo e sa gestirlo al meglio. Sa di essere in grado di svolgere questo compito solo in parte. (…)

Il Partito naviga nel dilemma tra economia e società, politica e tecnologia cercando di diversificare i vari campioni, sperando che, nell’enorme mercato interno in crescita, emerga qualcun altro. Ma ha bisogno del resto del mondo, come avviene per la manifattura, e non può tollerare un isolamento totale. Allo stesso tempo, ha bisogno del controllo politico. Ma il Partito sa che la forza dello sviluppo cinese non è l’autocrazia di per sé, né il controllo di per sé. È la capacità di sorprendere i critici, che per decenni – dopo i fatti di Tienanmen – hanno profetizzato inutilmente il crollo del sistema cinese. È saper sfruttare la vivacità della propria società, l’immaginazione del futuro (evidente nel fermento della letteratura di fantascienza) che diviene pratica del cambiamento di lungo termine e flessibilità nell’affrontare le sfide, tenendo ferme allo stesso tempo la stabilità e la legittimazione del Partito. Si tratta di un equilibrio fragile, di un ricettacolo di contraddizioni. Ed è un equilibrio messo in crisi da un mondo che il Partito comunista riesce a comprendere e gestire solo in parte: una scatola di cioccolatini in cui il gusto del globalismo convive con quello del sanzionismo.

Da “Il dominio del XXI secolo – Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologica” di Alessandro Aresu (Feltrinelli), 256 pagine, 19 euro

Modello autoritario. La Cina non è vicina. È già qui, da un pezzo. Gianni Vernetti su L’Inkiesta il 27 Dicembre 2022

Pechino ha una strategia fondata su questo assunto: il successo economico cinese prova che la via verso lo sviluppo e il benessere non deve più passare per forza dalla democrazia

Le immagini del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, che si è concluso con l’epurazione in diretta dell’ex premier Hu Jintao e la consacrazione di Xi Jinping a leader supremo per un terzo mandato, raccontano una svolta politica che sta mutando profondamente non soltanto la Cina, ma l’intero sistema delle relazioni internazionali su scala globale. Sul piano interno la svolta autoritaria è ormai definitivamente compiuta e la poca dialettica del passato è stata sostituita da una nuova leadership di uomini di assoluta fiducia del satrapo. Completano il quadro: la durissima repressione delle minoranze etniche, dal Tibet allo Xinjiang; la creazione del sistema più avanzato di controllo politico e sociale al mondo con un mix di tracciamento, riconoscimento facciale e crediti sociali rilasciati in base all’affidabilità nei confronti del regime; un aumento esponenziale delle spese militari

La sfida lanciata da Xi Jinping non riguarda però soltanto il “Paese di mezzo” ma l’intero pianeta, nella consapevolezza che la Cina sia ormai in grado di competere direttamente con il modello politico ed economico delle democrazie liberali.

L’illusione del mondo occidentale di avere incluso la Cina in un sistema economico globale, confinandola al ruolo di “fabbrica del mondo” nella quale delocalizzare a piacimento le proprie produzioni a costi ridotti, si è rivelata per molti versi ingenua. In pochi anni, la Cina di Xi ha cambiato le regole della geopolitica mondiale, non soltanto affermandosi come un nuovo e importante attore, ma introducendo anche una forte dinamica competitiva e proponendosi come modello alternativo alle democrazie liberali dell’Occidente.

Il progetto del capitalismo senza democrazia di stampo orientale corre lungo i binari e le rotte marittime della nuova Via della seta fra Europa, Asia e Africa, facendo proseliti fra le componenti più deboli dell’Occidente: i Paesi dell’ex Europa sovietica tentati dal populismo di Viktor Orbán in Ungheria e dall’orgoglio neobalcanico di Aleksandar Vučić in Serbia, fino all’Italia, primo Paese del G7 e unico fra i fondatori dell’Unione europea ad avere aderito al progetto della Belt & Road Initiative durante il primo governo Conte.

La Cina di Xi, chiudendo a ogni forma possibile di democrazia in nome del rispetto assoluto della “sovranità nazionale”, rappresenta anche un modello di sviluppo alternativo al sistema di Bretton Woods. Un modello attrattivo per quei Paesi africani, mediorientali e asiatici che apprezzano quei finanziamenti allo sviluppo che sono incuranti della tutela dei diritti dei lavoratori o del rispetto degli standard ambientali.

La narrazione di regime propone la nuova Via della seta come un regalo della “saggezza cinese” allo sviluppo mondiale, in realtà si tratta di un disegno geopolitico con obiettivi precisi: ampliare il proprio spazio economico verso l’Africa e l’Europa; creare rapporti bilaterali rafforzati con i Paesi maggiormente “delusi” dall’Occidente; incrementare il soft power di Pechino nel mondo. In ultima istanza, esportare il proprio modello autoritario.

Il modello cinese ha affascinato diversi Paesi per il suo approccio pragmatico e soprattutto per l’assenza di tutti i vincoli normalmente posti dalle istituzioni occidentali: sostenibilità finanziaria, rispetto dei diritti umani, regole rigide in materia di corruzione, verificabilità dei progetti.

Quest’approccio senza vincoli ha portato diversi Paesi aderenti al progetto della nuova Via della seta ad accedere a ingenti finanziamenti cinesi per la realizzazione di infrastrutture, prevalentemente portuali e ferroviarie, che hanno determinato un indebitamento eccessivo e spesso insostenibile nei confronti di Pechino: si tratta della cosiddetta “trappola del debito”, che ha reso molti Paesi troppo vulnerabili e dipendenti dalla Cina.

Ma la nuova proiezione globale della Cina di Xi necessita, per potersi sviluppare in modo compiuto, di una piena normalizzazione dei suoi confini più prossimi. Da qui le scelte militari nel Mar Cinese Meridionale, il soffocamento di ogni residua libertà a Hong Kong, insieme al progetto di riunificazione alla madrepatria dell’isola ribelle di Taiwan.

L’occupazione militare delle centinaia di atolli del Mar Cinese Meridionale (le isole Spratly e Paracel), con la costruzione di grandi basi militari nell’arcipelago, ha rappresentato una violazione di decine di trattati internazionali e un’occupazione illegale di un immenso spazio marittimo, che ha aumentato le tensioni con tutti i Paesi del Sudest asiatico (Vietnam, Thailandia, Filippine e Malaysia), determinando una nuova corsa agli armamenti in tutta la regione.

Il pugno di ferro sulla ex città-Stato di Hong Kong ha definitivamente posto fine alle rivolte studentesche del 2019 e del 2020 e, con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, è stato definitivamente tradito l’impianto giuridico del patto sino-britannico che portò alla promulgazione della Basic Law, che fino al 2020 ha garantito lo status della città libera di Hong Kong.

L’isola democratica cinese di Taiwan è oggetto di una crescente minaccia militare da parte di Pechino che ha violato centinaia di volte il suo spazio aereo, realizzato imponenti manovre militari dopo la visita della delegazione del Congresso americano guidata da Nancy Pelosi, e dichiarando l’intenzione di voler giungere all’unificazione con ogni mezzo, per modificare con la forza l’attuale status quo. Ma la sfida è globale e Pechino ha messo in cantiere una strategia articolata per esportare il proprio modello autoritario.

La narrazione cinese si fonda su un assunto: il successo economico della Repubblica Popolare è la prova che la via dello sviluppo e del benessere non passa più attraverso il modello delle democrazie liberali e che, pertanto, il modello cinese può offrire una nuova opzione a quei Paesi che vogliono velocizzare il proprio sviluppo preservando le proprie caratteristiche e mantenendo quindi il diritto di scegliere se incamminarsi lungo un processo democratico o mantenere il proprio assetto autocratico.

Nei diversi Paesi africani che hanno aderito alla nuova Via della seta le progettazioni infrastrutturali e le concessioni minerarie sono state affiancate dalla condivisione di un’ampia gamma di tecniche per controllare la pubblica opinione e la società civile; per implementare la cybersicurezza in funzione della soppressione del dissenso; per promuovere il controllo dei media; per governare la rete Internet sul modello del Great Firewall cinese.

Il recente progetto lanciato da Pechino della Global Security Initiative, completa il quadro con la cosiddetta dottrina della “sicurezza indivisibile”, citata sia da Vladimir Putin prima della guerra sia da Xi durante il suo discorso di investitura nel Congresso del Partito comunista cinese, quando entrambi hanno attaccato l’allargamento della Nato, come motivo per legittimare sia l’invasione dell’Ucraina sia la propria “alleanza senza limiti”.

All’interno della cornice della Global Security Initiative sono nati gli accordi di sicurezza con le Isole Salomone, il “dual-use” commerciale e militare delle concessioni portuali nell’Oceano Indiano (da Hambantota in Sri Lanka fino a Gwadar in Pakistan), l’esportazione della tecnologia di sorveglianza e controllo in molti Paesi della nuova Via della Seta.

La guerra in Ucraina, mai condannata da Pechino, sta infine rafforzando ciò che appare essere sempre più un vera e propria Alleanza delle Autocrazie che è in diretta competizione politica e militare con l’Europa, l’Occidente e la comunità delle democrazie e che si articola sempre più lungo l’asse Mosca-Teheran-Pechino. Le forniture militari, di droni oggi e di missili domani, da Teheran a Mosca; lo sbocco energetico ed economico garantito dalla Cina a Iran e Russia, entrambe sotto ampie sanzioni occidentali; il sempre più stretto coordinamento delle autocrazie nelle organizzazioni internazionali, completano il quadro.

L’ex leader di Tienanmen, Wu-er Kaixi, in esilio da più di trent’anni a Taiwan, durante uno dei nostri ultimi incontri mi fece notare: «Spesso in Occidente ritenete che la Cina sia quasi giunta alla porta di casa, ma non è così: è già entrata nel vostro soggiorno e vi chiede di cambiare il vostro stile di vita per adottare il suo». L’Occidente è avvisato.

Breviario per capire il Giappone profondo. Non capire il Giappone per un italiano è un dato di fatto. Troppe differenze, troppe aspettative, troppe leggende metropolitane, troppa distanza. Alex Pietrogiacomi l'1 Agosto 2023 su Il Giornale.

Non capire il Giappone per un italiano è un dato di fatto. Troppe differenze, troppe aspettative, troppe leggende metropolitane, troppa distanza anche se Italia e Giappone hanno avuto scambi culturali importantissimi; basti pensare a Harukichi Shimoi che studiò Dante all'Orientale di Napoli e incontrò D'Annunzio a Fiume oppure alla città di Kagoshima, la Napoli orientale, che proprio con la nostra città campana è gemellata. Insomma, non capire il Giappone, soprattutto ignorando la sua storia, la nostra storia e l'invisibile che è alla base della sua cultura è un finale scontato. Non sempre, però. Infatti Edoardo Lombardi Vallauri narra il suo incontro con il Sol Levante in maniera impeccabile e appassionata, partendo da un diario che affonda le sue radici nel 1994 e che si intitola, appunto, Non capire il Giappone (pubblicato dai tipi del Mulino). C'è quindi da immaginarsi un professore di linguistica generale all'Università di Roma Tre, che ci parla de «l'esperienza di un italiano abbastanza intelligente e molto ignorante che cerca di capire e spesso si perde, praticamente mai si spaventa e quasi sempre si diverte, in questo paese così mite il visitatore che ci mostra come tutto sia ordinato, ma come anche il cittadino modello possa attraversare con il rosso se istigato o possa riempire un cestino di bicicletta di pattume se vede che qualcuno ha dato il via alle danze». Si scopre l'estetica del non appariscente, nei modi di fare, di dire, nella bellezza e cura con cui si costruisce e si pensa alla comunità anche con dettagli di cortesia e comprensione che se pur affettati e «obbligati» a volte offrono uno spaccato di civiltà immensa.

In Giappone ci si fa arrestare per niente, un «è preferibile» diventa un divieto laddove si possa creare un precedente dannoso per la comunità. Ognuno ha la sua dignità e utilità. E ne deve essere fiero. Il lusso della perfezione e non dell'abbondanza che vige in piccoli scorci paesaggistici o opere dell'uomo, la puntualità come segno di rispetto o il tono di voce e la prossemica adatti per non recare danno agli altri, sono tanti piccoli tasselli di un mosaico che tutti cercano di completare, ma che il Giappone non permette di terminare, perché grazie al suo spirito e a tutte le sue contraddizioni è chiaro che non possiamo solo non capire il Giappone.

Estratto dell’articolo di Irene Soave per corriere.it il 2 marzo 2023.

Il suo caso ha fatto il giro del mondo quando, nel 2011, è entrato nel Guinness dei Primati: Iwao Hakamada, ex pugile giapponese condannato a morte per avere ucciso il suo capo e la sua famiglia, è in attesa di essere giustiziato dal 1968. Oggi ha 86 anni, e una sentenza della Corte Suprema potrebbe riaprirne il processo, dopo più di mezza vita passata in carcere.

Quando nel 1966 il capo di Hakamada, la moglie e i loro due figli erano stati trovati accoltellati a morte nella loro casa poi incendiata a Shizuoka, nel Giappone centrale, fu lui il primo sospettato. Unico indizio, tracce di benzina e sangue su un suo pigiama. Iwao Hakamada, ex pugile allora già ritiratosi dallo sport, e operaio in una fabbrica di miso, fu accusato di incendio doloso, rapina e omicidio plurimo.

 Ammise tutto in una confessione che poi definì sempre «estorta» con botte e minacce dalla polizia. Già nella fase istruttoria del processo, ritrattò la confessione. I giudici non gli credettero, e lo condannarono a morte.

Dal 1980 al 2014, i legali di Hakamada e varie campagne di Amnesty International e di associazioni di pugilato di tutto il mondo hanno chiesto in ogni modo che il processo fosse riaperto; solo nel 2014, al compimento del suo 78esimo anno, il tribunale di Shizuoka ne ha disposto la scarcerazione «in ragione della sua fragilità mentale e fisica» e ha disposto di istruire un nuovo processo, con nuove prove a disposizione che l’avrebbero scagionato. Ma nel 2018 l’Alta Corte di Tokyo ha annullato la riapertura del processo.  […]

In Giappone fu condannato alla pena capitale nel 1968. Il detenuto più anziano del mondo, la storia di Iwao Hakamada: da 40 anni nel braccio della morte, nuovo processo per liberarlo. Francesca Sabella su Il Riformista il 13 Marzo 2023

Iwao Hakamada è il detenuto più anziano del mondo. Ha ottantasette anni e ne ha trascorsi quaranta nel braccio della morte in un carcere giapponese. Metà della sua vita in bilico tra il qui e l’aldilà. Senza sapere quanto ancora avrebbe vissuto, senza sapere se mai sarebbe uscito da quel limbo infernale. Ora c’è uno spiraglio, un nuovo processo. Un tribunale giapponese ora ha ordinato un nuovo processo, ha riaperto il caso quasi 60 anni dopo la sua condanna per omicidio. Oggi dopo una breve udienza, gli avvocati di Iwao Hakamada sono usciti dall’Alta Corte di Tokyo con striscioni che chiedevano un nuovo processo, mentre i suoi sostenitori gridavano “Hakamada libero, ora”.

Ho aspettato questo giorno per 57 anni ed è arrivato“, ha detto Hideko, sorella di Hakamada. L’uomo ha trascorso più di quattro decenni nel braccio della morte dopo essere stato condannato alla pena capitale nel 1968 per il quadruplo omicidio del suo capo e di tre membri della sua famiglia. Hakamada ha confessato il crimine dopo settimane di interrogatori in carcere, prima di ritrattare. Da allora ha sostenuto la sua innocenza, ma la sentenza è stata confermata nel 1980. L’ex pugile è stato rilasciato nel 2014 dopo che un tribunale ha ammesso i dubbi sulla sua colpevolezza in base ai test del Dna sugli indumenti insanguinati, la prova chiave nel caso dell’accusa, e ha deciso di offrirgli un nuovo processo.

Ma nel 2018, un nuovo colpo di scena: su ricorso dell’accusa, l’Alta Corte di Tokyo ha messo in dubbio l’affidabilità dei test del Dna e ha annullato la decisione del 2014. La Corte Suprema giapponese ha poi ribaltato la decisione alla fine del 2020, impedendo a Hakamada di essere nuovamente processato nel tentativo di ottenere l’assoluzione. I suoi parenti sottolineano le cicatrici psicologiche lasciate da oltre quattro decenni in cella, con il timore quotidiano di essere giustiziato per impiccagione. Negli ultimi anni, le richieste di nuovo processo sono aumentate nell’arcipelago giapponese a causa dei cambiamenti nel sistema giudiziario, tra cui l’implementazione di giurie popolari per i reati gravi e il fatto che i pubblici ministeri devono presentare prove materiali alla difesa.

In passato ciò non avveniva, con il risultato che le confessioni venivano utilizzate come prove. Il Giappone è, insieme agli Stati Uniti, uno degli ultimi Paesi industrializzati e democratici a utilizzare ancora la pena capitale, alla quale l’opinione pubblica giapponese è ampiamente favorevole. Oggi, più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena capitale per legge o nella pratica. Secondo un rapporto del 2021 di Amnesty International ci sono state 579 esecuzioni in 18 stati, con un aumento del 20 per cento rispetto al 2020. Si tratta del più basso dato registrato nell’ultimo decennio. Nonostante questi passi indietro, il totale delle esecuzioni registrate da Amnesty International nel 2021 è il secondo più basso, dopo quello del 2020, almeno a partire dal 2010. La maggior parte delle esecuzioni note è avvenuta in Cina, Iran, Egitto, Arabia Saudita e Siria – nell’ordine. La Cina rimane il paese dove il boia è più attivo al mondo – ma il reale ricorso alla pena di morte rimane sconosciuto poiché queste informazioni sono classificate come segreto di Stato; per questo motivo le cifre globali riguardo esecuzioni e condanne a morte stilate da Amnesty International escludono le migliaia di persone che l’organizzazione ritiene siano state messe a morte o condannate in Cina. Bielorussia, Giappone e Emirati Arabi Uniti hanno fatto nuovamente ricorso alla pena di morte. Amnesty International non ha registrato esecuzioni in India, Qatar e Taiwan, paesi che avevano messo a morte nel 2020.

L’Iran ha messo a morte almeno 314 persone (in aumento da almeno 246 nel 2020), il numero più alto di esecuzioni dal 2017, in contro-tendenza rispetto le diminuzioni annuali registrate da allora. Il numero di esecuzioni registrate in Arabia Saudita è aumentato vertiginosamente, da 27 a 65, con un aumento del 140% percento. Alla fine del 2021, più di due terzi dei paesi del mondo hanno abolito la pena capitale nelle leggi e nella pratica. 108 paesi, la maggior parte degli Stati, avevano abolito la pena capitale per legge per tutti i crimini e 144 paesi avevano abolito la pena di morte per legge o nella pratica. 55 paesi, invece, mantengono la pena capitale.

Francesca Sabella. Giornalista napoletana, classe 1992. Affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Il cambio di passo della politica nipponica sulla Difesa. Paolo Mauri il 9 Gennaio 2023 su Inside Over.

A dicembre il Giappone ha pubblicato la sua nuova strategia di difesa e sicurezza. Si tratta della prima in 10 anni e della seconda di sempre – a significare la grande valenza simbolica dell’atto – ma soprattutto sono state messi nero su bianco diversi importanti cambi di postura che, negli ultimi tempi, erano stati indicati da Tokyo come risposta al repentino mutare dell’assetto strategico globale e locale.

Non più lacci costituzionali?

Il Giappone, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si è dotato di una costituzione tra le più “pacifiste” al mondo che limita in modo incisivo l’assetto dottrinario delle sue Forze Armate (definite non a caso “Forze di Autodifesa”) e pertanto ne deriva uno strumento difesa dotato – o non dotato – di sistemi d’arma particolari: Tokyo, ad esempio, formalmente non può possedere portaerei e bombardieri, rifiuta il possesso e l’utilizzo di armamenti nucleari (e ne vieta lo schieramento sul proprio territorio nazionale), e perfino i cacciabombardieri (come i vecchi F-4 “Phantom II” e gli F-15 “Eagle”) sono (erano) di una versione particolare espressamente pensata per la Jasdf (Japan Air Self Defense Force) che vedeva l’impossibilità di essere riforniti in volo e l’assenza del computer da bombardamento.

Questa particolare condizione, per molti versi simile a quella italiana, è mutata nel corso degli ultimi tre lustri: la marina nipponica, ad esempio, ha in servizio due unità (della classe Izumo) che possono operare con gli F-35B, e sebbene vengano ufficialmente definite “cacciatorpediniere portaelicotteri” (DDH), sono di fatto delle portaerei. Il Giappone, quando ha iniziato i lavori di adeguamento delle Izumo per permettere loro di utilizzare gli F-35B (versione Stovl del noto caccia della Lockheed-Martin) ha affermato che l’impiego dei velivoli sulle navi sarà puramente difensivo spiegando che Tokyo dispone di sole due piste avanzate per poter controllare il suo arcipelago meridionale, non casualmente oggetto di contesa con la Cina: Iwo Jima nel Mar delle Filippine e la base di Naha a Okinawa. Entrambe troppo lontane dalla zona calda in questione.

Forse il segnale più forte di questo cambiamento epocale per la politica di difesa nipponica è dato dalla volontà di dotarsi di armamento stand-off: il Giappone si sta infatti muovendo per acquistare missili da crociera, ovvero vettori che sono in grado di poter colpire anche basi terrestri nel continente asiatico, oltre che le unità navali, a grande distanza.

Il nuovo documento di aggiornamento della sicurezza nazionale, pertanto, riserva poche sorprese a chi ha seguito attentamente l’evoluzione della politica nipponica, che nonostante i cambi di governo è rimasta praticamente invariata. Anzi, i recenti sviluppi dimostrano una maggiore e mai vista prima apertura del Giappone a nuovi partenariati strategici nel settore della Difesa che vanno oltre gli Stati Uniti, che sino a oggi erano i soli fornitori stranieri per le forze armate nipponiche.

La raggiunta intesa, insieme a Regno Unito e Italia, per lo sviluppo del caccia di nuova generazione (la sesta) “Tempest”, il cui programma ora prende il nome di Global Combat Air Programme (Gcap), è un evento storico che dimostra sia la maggiore apertura di Tokyo verso l’esterno al di fuori degli Usa, sia, in particolare, l’attenzione che viene rivolta all’Europa, vista – non a torto – come un hub tecnologico a cui attingere a condizioni migliori di quelle offerte dagli Stati Uniti.

Una nuova politica per uno scenario in rapido peggioramento

La mutazione della politica di sicurezza e difesa nipponica risponde quindi al mutato scenario internazionale: nel documento, infatti, viene affermato che sta diventando sempre più difficile, per il Giappone e per i suoi alleati, gestire i rischi nella comunità internazionale e mantenere e sviluppare un ordine internazionale “libero e aperto”.

Ciò, si legge, è in gran parte dovuto al fatto che le nazioni, non condividendo valori universali o sistemi politici ed economici basati su principi in comune, stanno espandendo le loro influenze, facendo così emergere rischi in tutto il mondo.

In particolare, alcuni Stati, che non escludono la volontà di accrescere i propri interessi nazionali a spese di altri, stanno espandendo la loro influenza con mezzi sia militari che non militari, tentando di modificare unilateralmente lo status quo e accelerando le azioni per sfidare il ordine internazionale.

Tali mosse hanno acuito la concorrenza e il confronto tra gli Stati in aree ad ampio raggio, comprese quelle militari, diplomatiche, economiche, tecnologiche, e hanno scosso le fondamenta dell’ordine internazionale. Di conseguenza, l’attuale ambiente di sicurezza internazionale è diventato “complesso e severo”.

Una svolta epocale per Tokyo

Analisi simili sono state fatte anche in documenti analoghi di altri Paesi (Italia, Regno Unito, Francia, Stati Uniti ecc) ma per il Giappone rappresenta una svolta epocale, richiedente uno strumento difesa più flessibile, solamente accennata negli anni precedenti: l’Ndpg (National Defense Program Guidelines) del 2010 aveva affermato che lo sviluppo delle capacità di difesa non sarebbe più dipeso dal “Basic Defence Force Concept“, che attribuiva importanza all’effetto deterrente dall’esistenza della stessa capacità di difesa, e il successivo del 2013 ha solo fatto appello ad affrontare direttamente la realtà di un ambiente di sicurezza sempre più severo e a costruire una capacità di difesa veramente efficace.

Nel frattempo, i Paesi confinanti con il Giappone hanno drasticamente rafforzato le loro capacità militari minacciando la sicurezza di Tokyo e della regione. Pertanto, tenendo conto di quanto detto, il Giappone deve dimostrare chiaramente l’intenzione che non tollererà cambiamenti unilaterali allo status quo messi in atto con la forza e a tal fine si prefigge di rafforzare la capacità di difesa con un’attenzione particolare alle capacità degli avversari e ai modi in cui proseguono la guerra.

Da qui la necessità di avere sistemi d’arma a più ampio raggio d’azione che però verranno utilizzati sempre per scopi difensivi: uno dei tre obiettivi della difesa nipponica, e forse il più importante, è quello della capacità di risposta nel caso in cui la deterrenza fallisca e si dovesse verificare l’invasione dell’arcipelago giapponese. Una risposta che deve essere rapida e “su misura e senza soluzione di continuità”, assumendosi, e qui sta la vera e rivoluzionaria novità, “la responsabilità primaria di affrontare l’aggressione” in modo da interrompere e respingere l’invasione mentre si aspettano i rinforzi provenienti dagli alleati.

Counterstrike non significa guerra preventiva

Come parte delle funzioni e delle capacità richieste per la difesa nazionale sopra descritte, il Giappone ha quindi bisogno di capacità con cui interrompere e sconfiggere le forze d’invasione su lunghe distanze, scoraggiando così l’invasione stessa.

Tokyo quindi rafforzerà le “capacità di difesa stand-off” e le “capacità di difesa aerea e missilistica integrate” puntando su una strategia di contrattacco (counterstrike) che sfrutta la capacità di difesa a distanza.

Siccome è stato anche osservato che negli ultimi anni le capacità missilistiche degli avversari del Giappone sono migliorate esponenzialmente, Tokyo ritiene che “gli attacchi missilistici sono diventati una minaccia palpabile” e puntare esclusivamente sulla difesa antimissile non è più una soluzione percorribile, da qui la volontà di dotarsi di capacità counterstrike per “prevenire ulteriori attacchi difendendosi dai missili in arrivo”, ovvero come deterrente.

Non si tratta però di attacchi preventivi, quindi il Giappone non prevede di dare il via a nessun tipo di “guerra preventiva”, bensì di contrattacchi eseguiti come misura minima necessaria per l’autodifesa. Pertanto la politica esclusivamente difensiva del Giappone non viene modificata e viene messo per iscritto che “gli attacchi preventivi, vale a dire colpire per primi in una fase in cui non si è verificato alcun attacco armato, rimangono inammissibili”.

Avere capacità di counterstrike per eliminare la minaccia missilistica avversaria, che è basata non solo su missili balistici a corto raggio, ma anche a raggio medio e intermedio, significa però dotarsi o di vettori da crociera a lungo e lunghissimo raggio, oppure di altrettanti sistemi balistici a raggio medio e intermedio (che a oggi ancora non ci sono in campo occidentale).

Lo choc dato dalla guerra in Ucraina

Queste nuove esigenze saranno accompagnate da un aumento del bilancio della Difesa: il Giappone ha tradizionalmente limitato il suo budget all’1% del Pil, sebbene negli ultimi anni ci siano stati successivi stanziamenti record per la Difesa.

Il mese scorso, il premier Kishida ha annunciato l’intenzione di aumentare la spesa in questo settore portandola al 2% del Pil nel 2027, in linea con gli standard richiesti dalla Nato. Anche in questo caso, così come per la modifica della postura strategica, la decisione è sostenuta dalla maggior parte della politica nipponica e riflette il cambiamento nel sentimento popolare a causa della maggiore vulnerabilità percepita dai giapponesi per via delle politiche aggressive di Cina, Corea del Nord e Russia.

Da quest’ultimo punto di vista forse lo “shock” maggiore è stato dato dall’attacco all’Ucraina: nonostante le divergenze (determinate dalla questione sulle Curili), Tokyo considerava Mosca un partner con cui collaborare per la stabilità regionale, mentre oggi questa possibilità si è notevolmente allontanata come si evince proprio dalla lettura dei documenti strategici recentemente pubblicati, in cui viene dedicato ampio spazio all’aggressione armata della Russia in Ucraina.

Si deve guardare all’Indo-Pacifico

Cosa porterà questa nuova postura giapponese? Sicuramente avere un Giappone più flessibile dal punto di vista della Difesa comporterà una maggiore possibilità di integrazione sotto il profilo militare, inoltre l’apertura nipponica verso l’esterno (cioè, come detto, oltre gli Stati Uniti) resasi necessaria dalla volontà di acquisire nuove capacità, permetterà di avere un nuovo partner aperto a collaborazioni che metteranno a sistema le risorse industriali ad alta tecnologia in suo possesso.

Per noi europei, e in particolare per l’Italia che ha intessuto da tempo importanti relazioni col Giappone, significherà anche essere più presenti nell’Indo-Pacifico e pertanto si paleserà l’esigenza di fare decise scelte di campo nella politica commerciale e in ambito diplomatico.

Da queste colonne lo abbiamo più volte ribadito: nonostante “l’incidente di percorso” dato dal conflitto in Ucraina, che ha riportato l’attenzione dei governi europei al nostro continente, la vera partita globale si sta giocando, da tempo, in Estremo Oriente, e l’Indo-Pacifico ne è il teatro principale. Non è più possibile, pertanto, avere politiche temporeggianti attendendo il corso degli eventi.

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