Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AFRO-ASIATICI


DI ANTONIO GIANGRANDE

 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE



 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 


 


 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI AFRO-ASIATICI


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Gli avvocati che hanno creato i diritti in Sudafrica contro la tirannia razzista. Nel 1979 Geoff Budlender, Arthur Chaskalson e Felicia Kentridge, fondarono il “legal resources centre”, nonostante il rischio di subire pesanti ritorsioni. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbiio l'11 dicembre 2023

Prima di essere scarcerato nel 1990, dopo essere stato quasi trent’anni dietro le sbarre, Nelson Mandela venne omaggiato dalla band musicale dei Simple Minds con un brano entrato nella storia della musica: “Mandela Day”. La canzone, con la voce dolce e graffiante al tempo stesso di Jim Keer, fa parte dell’album “Street fighting years” inciso nel 1989. Una spinta a livello globale con il linguaggio universale della musica per ottenere la liberazione di “Madiba”. Il verso, tradotto in italiano, “Ora la libertà, la libertà si avvicina ogni giorno”, è stato l’auspicio maggiore per far rivedere la luce al leader che si è battuto per una vita intera contro la segregazione razziale.

A precedere la mobilitazione di grandi artisti un gruppo di avvocati coraggiosi, che fece della tutela dei diritti umani la propria missione professionale. Un contributo prezioso per la lotta all’apartheid in Sudafrica è stato fornito dal Legal Resources Centre con sedi nelle principali città, compresa quella nella sezione del carcere femminile di Johannesburg, a Constitution Hill.

Nel 1979, i più importanti avvocati sudafricani, Geoff Budlender, Arthur Chaskalson e Felicia Kentridge, nonostante il rischio di subire pesanti ritorsioni, decisero di fondare il Legal Resources Center, «il più grande centro legale di interesse pubblico del Sudafrica». Ad animare l’organizzazione due elementi: avvalersi della legge per opporsi al soffocante sistema dell'apartheid (“tirannia razzista”, come venne definita in un documento della Nazioni Unite a firma di Enuga Reddy) e fornire alle giovani generazioni di avvocati gli strumenti per affrontare i casi di discriminazione.

Il LRC ottenne nel giro di poco tempo numerosi riconoscimenti per aver fatto della legge l’unico strumento in grado di sfidare le ingiustizie della segregazione razziale e per aver assistito la popolazione sudafricana di colore. Un contributo rivelatosi prezioso per smantellare le strutture legali sulle quali si basava l’apartheid.

In oltre quarant’anni di attività, il centro è stato un punto di riferimento per l’avvocatura sudafricana. Con la transizione democratica del 1994, il LRC si è impegnato pure a incoraggiare i diritti indicati dalla nuova Costituzione sudafricana. Un lavoro volto a sensibilizzare la società civile sulle aberrazioni delle discriminazioni razziali e, a livello individuale, nel fornire assistenza legale gratuita alle persone vulnerabili ed emarginate. Senza trascurare la promozione dell’uguaglianza di genere, la giustizia ambientale e l’accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto per le persone contagiate da Hiv. Ultimo ma non ultimo il contribuito che consentito di abolire la pena di morte.

Nel 2017 l’Università di Johannesburg ha assegnato al Legal Resources Center la medaglia d'oro per l’esempio di attaccamento ai valori della democrazia. Più in particolare per la partecipazione ai lavori della “Commissione per la verità e la riconciliazione”. Il LRC ha rappresentato molte famiglie di vittime dell'apartheid e si è opposto con successo alla richiesta di amnistia avanzata dai responsabili della morte in carcere dell’attivista Steve Biko e dei “Cradock Four”, quattro giovani rapiti e uccisi dalla polizia per essersi battuti contro le discriminazioni razziali. Inoltre, il Legal Resources Center si è opposto con successo alla concessione dell’amnistia in favore di Eugene de Kock, uno dei più sanguinari torturatori di cittadini neri, soprannominato “Prime evil”. Due anni fa, il 28 ottobre 2021, il fondatore del Legal Resources Centre, Geoff Budlender, ha ricevuto il Pro Bono Award dall’IBA (International Bar Association) per aver onorato la toga in quasi cinquant’anni di professione e per aver contribuito all’abbattimento dell’apartheid.

In quella occasione il presidente dell’IBA, Sternford Moyo, ha sottolineato l’impegno della comunità legale sudafricana. «L’avvocato Geoff Budlender – ha commentato Moyo - testimonia la forza della professione forense nell'attuazione di un cambiamento positivo nella società. L'IBA è onorata di conferirgli questo premio per la sua incrollabile dedizione al lavoro, per l’instancabile devozione nel migliorare la vita dei suoi connazionali attraverso la legge. È un brillante esempio per tutti noi». La copresidente del comitato Pro Bono Award dell'IBA, Odette Geldenhuys, si è soffermata su alcuni casi affrontati da Budlender, che «continua a intraprendere attività di grande spessore, come i progetti finalizzati a scoraggiare l'esportazione di armi dal Sudafrica all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti».

In una intervista al sito Justice, Budlender ha ricordato gli esordi con la toga sulle spalle nel Sudafrica della segregazione razziale: «Durante l'apartheid mi consideravo un avvocato per i diritti umani perché difendevo le singole persone contro lo Stato. Questa è la concezione tradizionale di cosa significhi essere un avvocato per i diritti umani. Oggi cerco di utilizzare i diritti costituzionali per trasformare la società in un luogo molto più accogliente. I motivi sono svariati. Ogni governo degno di questo nome deve sentirsi responsabile nei confronti dei cittadini e consentire a tutti di veder riconosciuti i diritti sociali ed economici. Trasformare la società e il modo in cui le persone vivono è un lavoro duro. Si tratta di riconoscere piena dignità a ogni individuo».

Un altro avvocato ha fatto la storia del Sudafrica: George Bizos, morto nel settembre 2020 all’età di 92 anni. Bizos è stato un convinto attivista anti-apartheid ed è stato il difensore di Nelson Mandela. Giunto in Sudafrica all’età di tredici anni, in fuga dall’occupazione nazista della Grecia, il futuro avvocato di “Madiba” ha svolto un ruolo chiave per demolire il sistema razzista che per decenni ha umiliato la maggioranza nera del Sudafrica. Mandela e Bizos si conobbero quando erano entrambi studenti di giurisprudenza.

Da tutti descritto come una persona pacata e al tempo stesso determinata, l’avvocato greco-sudafricano difese Mandela già nel primo processo del 1964. Un’esperienza che legò i due per sempre. Bizos convinse Mandela ad aggiungere l’espressione “se necessario” in un memorabile discorso in cui il leader sudafricano disse che era pronto a morire per i suoi ideali. La Fondazione Nelson Mandela ha definito Bizos «un gigante della storia sudafricana e delle lotte globali per la giustizia». Quando “Madiba” venne incarcerato, Bizos fu sempre vicino alla famiglia Mandela e fu l’uomo più importante nei negoziati che portarono alla liberazione del futuro presidente sudafricano nel 1990. Un’amicizia tra due avvocati, con ideali condivisi, che è entrata nella Storia e che ha cambiato il corso degli eventi in Sudafrica.

Nelson Mandela l’uomo che piegò l’apartheid con la resistenza non violenta. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 4 dicembre 2023

Il suo nome in lingua xhosa era Rolihlahla, che vuol dire «colui che taglia i rami dall’albero», più confidenzialmente «il piantagrane», quasi una premonizione per l’uomo che per oltre mezzo secolo ha sfidato il regime segregazionista sudafricano con la forza incrollabile delle proprie idee, che hanno resistito ad ogni avversità.

Ispirato, testardo, paziente, Nelson Mandela è il simbolo universale della lotta all’ingiustizia e della disobbedienza civile, l’indomito profeta dei diritti politici e sociali della popolazione nera sotto il cupo mantello dell’apartheid, una biografia, la sua, che coincide con quella della “nazione arcobaleno” e della sua complicata ma luminosa metamorfosi in una democrazia moderna.

«Non sono né un santo né un profeta, nella mia vita ho commesso tanti errori, ho tante insufficienze, sono una persona comune» dirà quando, nel 1993, ottiene il Nobel per la pace assieme a Frederik de Klerk e il pianeta intero si spertica per celebralo e ricoprirlo di allori, più di Gandhi, più di Martin Luther King.

In fondo aveva ragione, “Madiba” ha semplicemente incarnato la resistenza e il riscatto di un intero popolo e in un certo senso è stato anche lui un ostaggio della Storia che, per le sue insondabili traiettorie, lo ha destinato al sacrificio e alla grandezza.

Rolihlahla Mandela nasce a Mvezo, un villaggio in provincia di Cape Town il 18 luglio 1918; è il primo membro della sua famiglia a ricevere un istruzione e sarà l’insegnante della scuola missionaria metodista britannica a chiamarlo “Nelson”: «Era un’usanza assegnare nomi inglesi ai ragazzini neri, non so perché mi abbia chiamato in quel modo». Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza abbraccia il cristianesimo, una fede che non lo abbandonerà mai e lo guiderà nella lotta alla segregazione, neanche quando sposa le idee comuniste più radicali, più uno slancio spirituale che l’adesione alla chiesa organizzata o a un programma sociale definito: «La religione deve rimanere un fatto privato, un rapporto tra l’individuo e Dio e mai entrare in conflitto con le credenze delle altre persone».

Da giovane ama molto lo sport e l’attività fisica, la corsa e soprattutto la boxe anche se come ammise lui stesso non aveva il livello per combattere con i migliori: «Non ero abbastanza veloce per compensare la scarsa potenza e abbastanza potente per compensare la scarsa velocità». Però si allena intensamente, tutti i giorni: «Invece di battermi con i razzisti usavo il punching-ball per sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione».

A 19 anni si iscrive alla facoltà di legge dell’università di Fort Hare, l’unica che accetta studenti neri e incontra Oliver Tambo, amico e compagno di una vita: sono due giovani brillanti e motivati con la passione per la politica. Nel 1943 si iscrivono all’African national congress (Anc) e si occupano della sezione giovanile all’università. Negli anni successivi oltre alla laurea in giurisprudenza Mandela diventa un dirigente ascoltato, capace di risvegliare la coscienza politica dei ragazzi neri e di incitarli a disobbedire alle regole ingiuste e disumane dell’apartheid, a scioperare contro lo sfruttamento dei datori di lavoro bianchi: alla popolazione di colore non è concesso il diritto di voto, non è consentito possedere terre se non all’interno di minuscole riserve indigene (appena il 7% della superficie coltivabile), confinata senza diritti nei ghetti urbani, quartieri poverissimi dove la popolazione di colore vive segregata. Una situazione che peggiora con le elezioni del 1948 che vedono la vittoria del Partito nazionale, guidato da afrikaner (i bianchi non anglo sassoni che nel XVII Secolo colonizzarono il Sudafrica): come prima misura impongono il divieto di matrimoni misti.

Nel 1952 assieme a Tambo apre a Johannesburg il primo studio legale diretto da due avvocati non bianchi, forniscono assistenza a basso costo ai neri che non possono pagare le parcelle: il sistema giudiziario, per quanto iniquo, garantisce ancora in quegli anni una relativa equità a differenza del potere politico. Nel 1955 Mandela partecipa all’elaborazione della Carta della libertà, vera e propria Bibbia della lotta all’apartheid fino al 1991, riconosciuta anche dalle Nazioni Unite: «Il popolo deve governare» recita il primo articolo.

Uno dei principi che guidano l’azione del giovane Mandela è la non-violenza, una pratica che mutua dall’indiano Mohandas Gandhi, anche lui rivoluzionario, anche lui avvocato. È dopo il terribile massacro di Sharpeville, un sobborgo poverissimo a cinquanta chilometri di Johannesburg, che la fede nella non violenza comincia a vacillare. Il 21 marzo 1960 a migliaia scendono in piazza per contestare il famigerato pass, il passaporto interno che la popolazione di colore deve portare con sé per poter accedere alle zone controllate dai bianchi, uno dei tanti marchi dell’infamia razziale che verrà abolito nel 1986.

I manifestanti si riuniscono davanti al commissariato locale dove bruciano simbolicamente i propri pass, gridano slogan duri contro il regime ma il sit-in è pacifico, ci sono donne, anziani e bambini. La polizia «ha perso la testa» diranno le autorità per giustificare la strage: decine di raffiche sparate ad altezza d’uomo per oltre due minuti lasciano senza vita 69 persone con quasi duecento feriti, decenni più tardi un’inchiesta stabilirà che quel massacro fu un atto deliberato, gli agenti spararono per lo più alla schiena dei manifestanti in fuga e non vennero mai accerchiati dalla folla. I fatti di Sharpeville scatenano la rabbia dei neri delle township che assaltano gli edifici pubblici.

La repressione del regime è brutale, migliaia gli arresti arbitrari, mentre l’Anc e il Partito comunista sudafricano vengono dichiarati fuori legge. Mandela contribuisce a fondare il Umkhonto we Sizwe, gruppo clandestino che tra le forme di lotta prevede la resistenza armata, sostenuto anche dall’Urss e dai Paesi del patto di Varsavia. Tra gli uomini più ricercati dal regime lascia il Sudafrica, in Marocco, algeria e Tunisia incontra militanti e guerriglieri anti-colonialisti; legge i libri di von Clausewitz, Mao Zedong, Che Guevara e si occupa della formazione di milizie paramilitari, ma senza bellicoso fanatismo: «Lo scopo della lotta non è premere su un grilletto, ma creare una società giusta». Sono gli anni del grande isolamento, in cui Usa e Gran Bretagna considerano l’Anc un’organizzazione terrorista e, grazie a una soffiata della Cia, Mandela viene arrestato nel 1962, il pubblico ministero chiede la pena di morte, alla fine è condannato all’ergastolo e ai lavori forzati per alto tradimento e sedizione nel processo farsa di Rivonia, definito «illegale» dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Nel ’64 è trasferito nella prigione di Robben Island con il numero di matricola 46664 come detenuto di classe D (il rango più basso), il regime spera così di seppellirlo nell’oblio della cattività, ma paradossalmente, il nome di Mandela prigioniero politico comincia a circolare ai quattro angoli del globo. Robben island è un istituto di pena concepito per fiaccare e distruggere la volontà dei detenuti, diventerà un laboratorio di coscienza politica e disobbedienza; Mandela organizza scioperi della fame, si rifiuta di chiamare «capo» le guardie carcerarie come impone il regolamento, fa costante attività fisica per rimanere in forma e non crollare di fatica mentre durante il giorno è costretto a spaccare pietre.

La sua prigionia è così scomoda per i segregazionisti che il regime organizza un complotto per farlo evadere e poterlo uccidere durante la fuga. Nel 1976 il governo gli offre addirittura la libertà in cambio della rinuncia a qualsiasi attività politica ottenendo un secco rifiuto. Stessa musica nel 1985 con il presidente Willelm Botha, libertà condizionata e esilio nel suo villaggio natale. Altro rifiuto: se l’Anc rimane illegale nessuna possibilità di accordo. Ormai il Sudafrica è uno stato canaglia e la sua economia affonda sotto il peso delle sanzioni internazionali: il mondo intero chiede la liberazione di Nelson Mandela senza condizioni. Nel luglio 1988 a Wembley viene organizzato un concerto per i suoi settant’anni che viene seguito da settecento milioni di telespettatori.

Nel frattempo Mandela è tornato a predicare la non violenza e soprattutto la “riconciliazione nazionale”, un’idea che ha sviluppato dialogando con l'arcivescovo di Cape Town, Desmond Tutu. Sacerdote, diplomatico e attivista politico, Tutu ha sostenuto in tal senso una vera e propria “teologia della riconciliazione”. È stato con lui che Nelson Mandela ha istituito nel 1995 la Commissione per la verità e la riconciliazione. Essa offriva l'amnistia ai responsabili degli abusi durante l'apartheid, a condizione che rivelassero la verità sui loro misfatti e che il crimine commesso fosse motivato politicamente.

La svolta avviene nel 1989 quando il presidente Botha è colpito da un ictus cerebrale ed è sostituito dal ministro dell’educazione Frederik de Klerk «il più onesto e coraggioso leader bianco che abbia mai conosciuto» dirà Mandela. Il nuovo presidente rompe tutti i ponti con il passato segregazionista del suo partito, annuncia il ritorno alla legalità per l’Anc e mette fine alla detenzione di centinaia di prigionieri politici tra cui Nelson Mandela che il 2 febbraio 1990 torna un uomo libero.

Nel 1994, a seguito delle prime elezioni multirazziali della storia sudafricana, l’Anc trionfa con il 62,6% dei suffragi e Mandela è il primo capo di Stato nero del Paese. Il suo discorso di insediamento è un pezzo di storia del 900, una pietra miliare della lotta per la giustizia che rinuncia al rancore e alla vendetta che sancisce la vera nascita della “nazione arcobaleno”.

Disastro annunciato. Gli errori in serie della Francia che hanno portato al golpe in Niger. Carlo Panella su L'Inkiesta il 10 Agosto 2023

L’idea di poter intervenire sul territorio con operazioni solo militari si è rivelata fallace: ha permesso la diffusione di un messaggio demagogico contro il contingente Nato (apparso come un corpo estraneo alla popolazione locale), facilitando la penetrazione della propaganda della Russia e della Wagner

«C’è come un’aria di dejá vu nelle scene che ci giungono da Niamey, un’aria che ci ricorda la débâcle di Kabul nel 2021 che segnò la sconfitta dell’intervento occidentale in Afghanistan». Le Monde sotto il titolo “Dall’Afganistan al Sahel, scacco speculare” rigira il coltello nella piaga e impietosamente paragona lo smacco subito dalla Francia in Niger, Mali e Burkina Faso a quello subito dagli Stati Uniti dai Talebani, che ebbe conseguenze epocali che sono arrivate sino all’invasione russa dell’Ucraina.

Naturalmente il quotidiano francese scrive che «gli autori Talebani dello stravolgimento e i putchisti nigerini non hanno nulla in comune» ma giustamente rileva – questo è il punto – che «la metodologia contro insurrezionale è all’origine di un pantano comparabile». È infatti fuori di dubbio che il massiccio intervento militare dal 2012 in poi nel Sahel della Francia e di altri Paesi Nato, Italia inclusa, contro l’Isis in Mali, Burkina Faso e Niger, non solo sia fallito nel contenimento del jihadismo, ma sia l’elemento scatenante dei tre golpe antifrancesi che nell’arco di due anni hanno accomunato i tre Paesi. Golpe portati a segno, questo l’apparente paradosso, proprio dai vertici di quelle Forze Armate nazionali che la forza multinazionale guidata dalla Francia è accorsa ad aiutare e supportare nella lotta contro un Isis che ormai ha in Africa il suo baricentro.

Dunque, la Francia, ma anche l’Italia – con trecentocinquanta militari in Niger – hanno fallito proprio rispetto all’assunto fondamentale della dottrina Nato dell’intervento anti-terrorista che si sviluppa sulla centralità del rapporto positivo con le popolazioni. Elaborata e applicata con successo dal generale statunitense David Petraeus col suo “Surge” in Iraq nel 2006 (ma debitrice del modello definito dal tenente colonnello francese David Galula), questa dottrina postula che «vittorie strettamente militari sono vane se non si accompagnano alla protezione delle comunità coinvolte per sottrarle all’influenza degli insorti abili nello sfruttare il fallimento dello Stato».

Questo dunque è stato l’errore strategico dell’intervento contro l’Isis della Francia nel Sahel: il rapporto con la popolazione: «Ci siamo presentati come liberatori, ci considerano occupanti», commenta Le Figaro.

Un mastodontico errore tutto politico di un intervento solo militare, carente di strumenti di penetrazione nel disagio sociale e materiale della popolazione, incapace di dominare – punto fondamentale – le dinamiche delle tensioni tribali e etniche – in primis nei confronti dei Tuareg – e infine capace di fornire alle élite militari (tutti i golpisti sono stati formati in Francia o negli Stati Uniti), come civili, solo una formazione tecnica o amministrativa, senza saper infondere principi universali di democrazia.

Un errore che ben si spiega se si paragona il modus operandi del nucleo duro di Barakhane, il nome dato all’operazione francese in Mali e nel Sahel, la Légion Étrangère, con quello dei nostri Carabinieri. La Légion, si sa, è una perfetta macchina da guerra, ma la sua composizione, il suo arruolamento eterogeneo, la sua tradizione operativa e la sua storia la rendono strutturalmente, volutamente impermeabile a qualsiasi interazione col contesto sociale.

Opposto il principio operativo dei Carabinieri, la cui azione militare, il suo impianto territoriale diffuso pesino nei piccoli centri italiani, per lunga tradizione, si plasma invece su un profondo rapporto conoscitivo e di scambio con la popolazione e con gli stakeholder civili che ne determinano i comportamenti. Due visioni opposte dell’intervento militare.

Un errore per di più meccanicistico, perché invece di affidare a nuclei snelli e autonomi di militari il compito di intervenire sui problemi di vita e di tensione della popolazione e sui conflitti tribali, con poteri decisionali anche economici e amministrativi, come fece David Petraeus in Iraq nei confronti delle tribù sunnite, la Francia ha affidato questo ruolo alle Ong, peraltro lautamente finanziate, ma dal carattere assistenziale, non inserite in una strategia politica, esterne e non sovrapposte ai contingenti militari. Non solo, Parigi ha permesso che la distribuzione del più di un miliardo di dollari di aiuti negli ultimi anni da parte della Francia e degli Stati Uniti sia finita nel mare magnum della corruzione sia del governo, che degli stessi militari.

Un quadro impietoso di errori, che ha permesso la penetrazione e la presa di un demagogico messaggio antifrancese contro un contingente militare Nato che è apparso a parte della popolazione come un corpo del tutto estraneo, neocoloniale, facilitando la diffusione di un messaggio anti-coloniale da parte dell’efficiente apparato di propaganda della Russia e della Wagner.

Il disastro del Sahel dunque, può e deve servire per una profonda riflessione sullo sviluppo indispensabile di quel massiccio intervento dell’Italia e dell’Europa in Africa che finalmente sta prendendo corpo, sia pure con lentezza. Un intervento che ha una duplice urgenza: i flussi di immigrati irregolari che dal Sahel filtrano sulle coste del Mediterraneo e il contrasto contro i gruppi jihadisti che sono fortissimi nel Sahel.

Le linee di intervento che hanno portato al fallimento della leadership francese devono essere sviscerate, sulla scorta della prima analisi pubblicata da Le Monde. La certezza è che il piano Mattei, che desta interesse in Europa, dovrà articolarsi su una complessa molteplicità di linee, di azione intersecate che richiedono peraltro un ruolo innovativo delle Forze Armate, molto penetrante dal punto di vista politico e della capacità di affrontare e risolvere, avendone i mezzi, le contraddizioni sociali e tribali. Meno Légion, dunque, e più Carabinieri.

Non sarà facile, perché è prevedibile che Mali, Burkina Faso e Niger vivranno un periodo convulso, determinato dal prevedibile e totale fallimento economico delle raffazzonate giunte golpiste. Ma sarà possibile a patto che si instauri con le nazioni africane che le contrastano un rapporto non solo solidale e paritario, ma anche di definizione di innovative linee di intervento.

Niger. Il ritorno alla democrazia è solo un pretesto. Piccole Note (filo-Putin) il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Su quanto sta avvenendo Niger si riscontra poca lucidità, a parte rare eccezioni, oltre al vociare di tanti analisti interessati. Ci sembra interessante, quanto doveroso, riportare le acute e puntuali osservazioni della nigerina Elisabeth Sherif pubblicate su NigerDiaspora. Riportiamo ampi stralci del suo scritto.

Il ritorno alla democrazia è solo un pretesto

“Il ripristino della democrazia è ben lungi dall’essere il motivo delle sanzioni prese contro il Niger e del programmato intervento militare. Tanto più che il Niger ha rotto con le sane pratiche democratiche dal 2013, sotto gli occhi di tutti!”

“Va forse ricordato che” dopo le elezioni presidenziali del 2013 “il partito al governo ha fortemente spinto le divisioni e il dissenso all’interno dei maggiori politici del Paese?”

“Questa manovra, che le opposizioni all’epoca descrissero come ‘oppressione’ dei partiti politici’, doveva garantire la rielezione del partito al governo nel 2016. Mai il Niger ha vissuto un clima politico così deleterio, nel quale sono state comprate coscienze e si è assistito a una normalizzazione “monetizzata” degli oppositori”.

“Le elezioni del 2016 si sono così svolte in condizioni grottesche. Il candidato arrivato secondo dovette organizzare la sua campagna per il primo turno elettorale dalla sua cella di prigione, prima di boicottare il ballottaggio come tutti gli altri partiti di opposizione”.

“Le elezioni presidenziali 2020-2021 sono tra quelle più contestate dall’inizio del processo democratico, nonostante il tanto rivendicato passaggio di potere da un civile all’altro”.

“Inoltre, il numero di ministri le cui fortune sono stimate in centinaia di milioni, e miliardi per alcuni, illustra abbastanza bene il modo con cui si è governato durante la VII Repubblica (1). Un modo di governare che il presidente Mohamed Bazoum, ostaggio dalla frangia radicale del suo partito, non è riuscito a cambiare veramente, rimanendo al di sotto delle aspettative e deludendo  le popolazioni sempre più svantaggiate. Si può diventare immensamente ricchi, nel giro di pochi anni, solo gestendo un Paese regolarmente classificato tra i più poveri del pianeta?”

“Che dire poi della stigmatizzazione e della prigionia coatta di cittadini pacifici, la cui unica colpa è stata quella di denunciare le inclinazioni predatorie di influenti circoli di potere e la loro incapacità di farsi carico dei problemi esistenziali delle popolazioni e di garantirne la sicurezza?”.

“Inoltre, le manifestazioni organizzate di recente in tutto il Paese dimostrano chiaramente che tutte quelle vietate per molti mesi, anche anni, nel passato miravano soprattutto a restringere lo spazio civico e politico”.

“[…] A quale democrazia ci riferiamo concretamente? Possiamo ridurre e riassumere la democrazia alla sola disposizione dei leader dei nostri paesi a proteggere e promuovere gli interessi dei poteri esterni?”

“La necessità di controllare un territorio strategico, a cavallo tra Africa subsahariana e Nord Africa e che da qualche anno rappresenta la principale via di immigrazione dal Sahel verso l’Europa, può giustificare la cinica programmazione della morte di tanti suoi cittadini? Tutte le risorse del suolo e del sottosuolo del territorio nigeriano valgono la vita di uno solo dei suoi cittadini?”

“[…] Resta ancora del tempo alle élite politiche francesi, europee e occidentali, lontane dai riflessi suprematisti e neocoloniali, per dissociarsi dal cinico piano di aggressione contro il popolo nigerino, che porterà alla destabilizzazione di questa sub-regione a lungo termine” [il riferimento è al Shael ndr].

“Il dialogo rimane l’unica opzione per una soluzione non solo pacifica, ma anche credibile e favorevole a una ricostruzione del panorama politico, più in linea con le realtà e le sfide socio-politiche ed economiche del Niger e della sua gente”.

(1) La Costituzione della VII Repubblica del Niger è stata promulgata il 25 novembre del 2010 ed è tuttora in vigore. 

N.B. Nella foto di apertura Elisabeth Sherif, autrice dell’articolo “il ripristino della democrazia in Niger è solo un pretesto”

Il presidente della Nigeria chiede di invadere il Niger. Piccole Note (filo-Putin) il 4 agosto 2023 su Il Giornale.

Il presidente della Nigeria Bola Tinubu ha chiesto al Senato l’autorizzazione a invadere il Niger per deporre la giunta militare che ha preso il potere una settimana fa.

Una follia che costerà altro sangue all’Africa. Il governo nigerino ha già detto che è pronto a difendersi e con esso si sono schierati Mali e Burkina Faso. Se il passo di Tinubu avrà un seguito, si preannuncia una guerra su larga scala nel continente.

Ai tempi della Guerra Fredda, Urss e Stati Uniti hanno dato vita a diverse guerre per procura in Africa. Quella che si prospetta è una guerra per procura analoga, perché Tinubu sembra che si muova per difendere gli interessi di Francia e Stati Uniti, inferociti per l’imprevisto rovescio del loro protetto Mohamed Bazoum.

Quest’ultimo oggi ha anche firmato uno stranissimo articolo pubblicato sul Washington Post dal titolo: “Presidente del Niger: Il mio paese è sotto attacco e sono stato preso in ostaggio”.

Aggressori e aggrediti

Un articolo che, fin dal titolo (che riecheggia tematiche usati per l’11 settembre), sembra scritto da qualche funzionario del Dipartimento di Stato, sia per i toni che per le argomentazioni, e nel quale, soprattutto, non dice mai ai suoi interlocutori d’Occidente di evitare un intervento armato contro il suo Paese, pur sapendo che sarebbe un bagno di sangue e perseguire vie diplomatiche.

Tale disprezzo per la vita dei suoi connazionali rivela tanto della persona e non ne fa rimpiangere la rimozione. Va da sé che il suo intervento sulla stampa estera evidenzia anche che, nonostante si atteggi a “ostaggio”, non soffre di particolari restrizioni, condividendo, in questo, la nuova libertà di cui possono godere i nigerini, non più sottoposti a un regime di coprifuoco (usuali in tutti i golpe africani, ai quali peraltro erano solite seguire rappresaglie, non registrate in Niger).

Quanto potrebbe avvenire in Niger riecheggia qualcosa di molto familiare, cioè quanto accaduto in Ucraina (tralasciando torti e ragioni e stando solo alla nuda cronaca): nel 2014 in Ucraina c’è stato un golpe, al quale è seguito, dopo anni di guerra aperta e non nel Donbass, l’invasione russa.

Altra analogia, le manifestazioni di piazza che hanno accompagnato il golpe a sostegno dei nuovi padroni del vapore, manifestazioni che si sono registrate, affollate, anche in Niger, solo che lì erano bandiere Ue e Usa, qui russe.

Ciò dà modo di ricordare che un refrain ossessivo della guerra ucraina, servito per tacitare il dissenso, è stato quello della ineludibile distinzione tra aggressore e aggredito. Un refrain che, applicato al caso nigerino, vedrebbe, nel  caso si concretizzasse l’intervento armato, degli aggressori, la Nigeria e i suoi alleati, e un aggredito, il Niger.

La diversità sta tutta nella narrazione, cioè il golpe di Maidan è stato raccontato come una rivoluzione contro un regime oppressivo, quello nigerino come un golpe contro un governo illuminato (forse dalle radiazioni, dal momento che ha lasciato in eredità al Paese 20 milioni di tonnellate di detriti provenienti dalle cave di uranio…).

L’approccio muscolare dell’Occidente

Resta che la contemporaneità tra l’articolo di Bazoum sul Washington Post e la decisione del presidente nigeriano di chiedere l’autorizzazione a un intervento armato non appare affatto casuale.

Da quando c’è stato il colpo di Stato nessun leader della Ue o negli Stati Uniti ha detto una sola parola in favore della diplomazia, da cui si deduce che l’unica soluzione immaginata per la crisi è la resa dei reprobi o l’uso della forza.

Al contrario Russia e Cina, pur chiedendo il ripristino della legalità, hanno esortato a una soluzione politica della crisi.

Ma lo sfoggio muscolare d’Occidente rende la guerra una prospettiva reale (inutile ricordare che il flusso di migranti arriverà al parossismo). E ciò non solo perché l’Occidente reputa inaccettabile perdere la presa sul Niger, ma anche per aprire una nuova stagione africana.

Il punto è che in questi tempi dominati dalla guerra ucraina i Paesi africani hanno dirazzato dalle direttive dei loro vecchi padroni, rimasti ai loro posti di comando, seppure indiretto.

Così la guerra portata a uno dei Paesi più poveri del mondo, se ci sarà, sarà anche un simbolo della nuova determinazione dell’Occidente a contrastare questo vento di libertà, che ha nella Russia un punto di riferimento naturale, quasi obbligato, solo perché potenza antagonista al cosiddetto ordine basato sulle regole che ha reso l’Africa un continente depredato.

Non si tratta di magnificare la Russia, solo di ricordare le tragiche ferite inflitte all’Africa nei secoli recenti, non certo da Mosca, e registrare come il conflitto tra potenze e il contrasto alla prospettiva di un mondo multipolare rischia di precipitare il continente dimenticato in un altro e più oscuro abisso.

Niger: 20 milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi. Piccole Note il 3 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il colpo di Stato in Niger continua a tenere banco. Fortunatamente L’Ecowas, che ha comminato sanzioni e dato sette giorni alla giunta militare per ripristinare l’ordine pregresso, minacciando anche un intervento armato, ha frenato, dichiarando che la guerra è l’ultima opzione.

Un golpe diverso da altri…

Da parte loro, anche i militari nigerini stanno cercando di rassicurare il mondo sulle loro intenzioni, sia mostrando la foto sorridente del presidente deposto, Mohamed Bazoum, sia rassicurando Parigi, che come altri Paesi sta rimpatriando i suoi cittadini, di non avere intenzioni ostili verso la Francia.

I motivi geopolitici della tensione sono evidenti. La Francia ha perso l’ennesima ex colonia, dopo Mali e Burkina Faso, e vede pericoli per l’uranio nigerino necessario alle sue centrali atomiche, comprato a prezzi di favore.

Non solo la Francia. Niamey era una pedina chiave della proiezione africana degli USA, come spiega Joshua Meservey, docente dell’Hudson Institute, a Politico: “Il Niger era il paniere in cui Stati Uniti e Francia stavano mettendo tutte le loro uova”. Infine, resta inaccettabile la propensione verso Mosca della nuova giunta militare.

Da qui le pressioni di UE, USA e ECOWAS, definite “illegali, ingiuste, disumane e senza precedenti” dal capo di Stato ad interim Abdourahmane Tchiani. Non ha tutti i torti: ieri la Nigeria, unico fornitore di energia elettrica del Niger, ha interrotto la fornitura, facendo piombare il Paese nel buio.

Il punto è che quello del Niger “non è un colpo di Stato come altri”, come recita un titolo del New York Times. Infatti, a differenza di tanti altri golpe africani, non è stato patrocinato dai Paesi occidentali (e neanche da Mosca…). Da cui la sua specificità.

Lo stesso Niger ha conosciuto altri golpe in passato e tutti legati all’uranio – la ricchezza sventurata del Niger – estratto dalla multinazionale francese Areva, diventata poi Orano, e da sue controllate.

A spiegare il perverso intreccio tra politica e uranio il dossier L’uranium de la Françafrique“, che interpella anche Raphaël Granvaud, autore del libro Areva en Afrique. Une face cachée du nucléaire français. Riportiamo stralci del dossier.

“Dall’inizio dello sfruttamento dell’uranio del Niger, il suo prezzo è stato ufficiosamente fissato da Parigi. ‘Il controllo dell’uranio, insieme a quello del petrolio e di altre risorse, è stato uno dei motivi  per cui la Francia ha mantenuto un sistema di dominio economico, politico e militare sulle sue ex colonie’, sottolinea Raphaël Granvaud”.

L’uranio e i golpe

“[…] La turbolenta vita politica del Niger è sorprendentemente legata agli alti e bassi del rapporto commerciale con la Francia. Nel 1974, Hamani Diori, il capo di stato in carica, fu vittima di un golpe poco dopo aver avuto l’audacia di chiedere un aumento del prezzo dell’uranio”.

“[…] Trent’anni dopo, il presidente del Niger si chiama Mamadou Tandja. Ha commesso lo stesso errore del suo predecessore, ha chiesto e persino ottenuto un aumento sostanziale dei prezzi nel 2008. È stato rovesciato nel 2010 dai militari. Raphaël Granvaud spiega: ‘[…] Tandja ha solo ritardato [di due anni] il momento in cui ha dovuto pagare l’affronto fatto alla Francia con il suo tentativo di ottenere condizioni più vantaggiose'”.

“Si organizzano le elezioni e un governo eletto democraticamente prende le redini del Paese: alla sua guida, Mahamadou Issoufou, ingegnere minerario formatosi in Francia, che ha lavorato in tutti i settori dell’attività mineraria dell’uranio in Niger” e in buoni rapporti con “molti leader occidentali. Un curriculum vitae ideale per negoziare al meglio con la Francia: ha concluso un accordo nel 2014 che ha modificato le tasse sull’attività mineraria”.

“Questa apparente vittoria, che consente [a Niamey] di recepire aliquote fiscali più dignitose sul minerale estratto, viene rapidamente denunciata dalle ONG che notano che Areva ha molte leve per sfuggire a questa tassa (Areva au Niger – transparence en terrain miné, di Quentin Parrinello)“.

“Senza contare le gratuità di cui beneficia l’azienda per prelevare milioni di litri d’acqua dalla falda di Agadez, in mezzo al deserto: un privilegio spaventoso, purtroppo classico dell’industria mineraria”.

“‘C’è un notevole divario tra il prezzo pagato nel corso della sua storia da Areva e il valore strategico dell’uranio’, commenta Raphaël Granvaud. Da una parte un piccolo paese occidentale, ma dotato di energia atomica, e il cui livello di sviluppo richiede una quantità sempre maggiore di energia elettrica; dall’altra un paese del Sahel due volte e mezzo più grande del primo, ultimo al mondo nella lista dell’indice di sviluppo umano (Rapport sur le développement humain 2019, Onu), dove la maggioranza della popolazione non ha accesso all’elettricità, che viene importata dalla vicina Nigeria’” [che ieri gli l’ha tagliata… ndr].

“L’estrazione dell’uranio in Niger ha anche aggravato la situazione dei nomadi che si sono visti confiscare molte aree atte al pascolo necessarie per l’allevamento. Queste terre sono ora sorvegliate da società di sicurezza private gestite da ex soldati francesi”.

Le montagne di rifiuti radioattivi

Fin qui il dossier, che parla anche della contaminazione radioattiva causata dalle miniere, alcune delle quali sono addirittura “a cielo aperto“. Contaminazione che provoca “malattie ignote” ai minatori e alla popolazione, delle quali, però, non parla nessuno. Per avere un’idea di quanto si è consumato in Niger, la testimonianza della documentarista Amina Weira, sempre nel dossier.

“Arlit è la mia città, è lì che estraiamo la ricchezza del paese. Si chiama ‘Piccola Parigi’. Vorrei davvero che fosse così! Si ha l’impressione che sia circondata da montagne, come quelle vicino alle quali i Tuareg si stabiliscono per proteggersi dal vento del deserto. Ma queste montagne sono state create da zero. Infatti, sono formate dall’accumulo delle scorie radioattive derivanti dall’estrazione dell’uranio”.

A conferma, si può leggere anche una nota di Anadolu del 17 marzo 2023 dal titolo: “20 milioni di tonnellate di rifiuti parzialmente radioattivi alimentano la paura in ​​Niger”; ma anche l’Express, che parla anche del rischio, ovvio, di contaminazione anche dell’acqua potabile.

La Francia sa perfettamente la situazione. Gli USA, spiega la CNN, hanno diverse basi militari in Niger. Possibile che non si siano mai accorti di niente? Tale “il mondo basato sulle regole”, formula cara all’Occidente.

I militari che hanno preso il potere dicono di voler salvare il Paese. Non sappiamo se sia vero né se possano farlo. Ma che il Paese debba essere salvato è un dato. E non può farlo chi lo ha devastato né quanti sono stati conniventi. Al netto di tale considerazione, il vero scandalo è rappresentato da quelle montagne di detriti contaminati più che dall’attentato alla presunta democrazia nigerina.

"Viva Mosca, viva Putin". Il Niger sta con i golpisti e sfila contro la Francia. Il generale Tchiani: "Non arretriamo, sanzioni illegali e ingiuste". E promette nuove elezioni. Fausto Biloslavo il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

«Non cederemo alle pressioni regionali o internazionali» che chiedono a gran voce la liberazione del presidente eletto, Mohammed Bazoum. In un discorso televisivo, il capo della giunta golpista, generale Abdourahmane Tchiani, non arretra di un millimetro e bolla come «illegali, ingiuste e disumane» le sanzioni contro il Niger in seguito al colpo di stato. L'unica apertura un vago richiamo al paese «in cammino verso la democrazia» che dovrebbe portare a «nuove elezioni». Il generale insiste che i cittadini francesi non hanno motivo di lasciare il Niger. Però alla manifestazione di ieri per l'anniversario dell'indipendenza da Parigi del 1960, sono continuati a risuonare slogan contro la Francia. E i golpisti hanno bloccato la diffusione di Radio France Internationale e la tv France 24 in Niger. Centinaia di persone, poi aumentate a migliaia secondo notizie d'agenzia, sono sfilate in corteo nel centro di Niamey. I sostenitori del golpe sventolavano bandiere russe, poco lontani dall'ambasciata francese, ma non ci sono stati assalti come domenica scorsa. Nella piazza della Concertation i manifestanti hanno gridato «abbasso la Francia», «viva la Russia, viva Putin». L'adunata è stata indetta dal Movimento 62, un cartello politico di varie organizzazioni, nato lo scorso anno per chiedere il ritiro delle truppe francesi dal Niger. Sul palco è apparso il suo leader, Abdoulaye Seydou, che si ispira a Che Guevara. In febbraio era stato arrestato e condannato a nove mesi di carcere duro.

«È solo la sicurezza che ci interessa», poco importa che sia fornita da «Russia, Cina, Turchia se ci aiutano», ha sostenuto uno dei manifestanti, Issiaka Hamadou, giovane imprenditore. «Non vogliamo i francesi - ha aggiunto - che saccheggiano dal 1960. Sono qui da allora e non è cambiato nulla». Omar, uno studente, che ha aderito alla manifestazione pro golpe si lamenta: «Non riesco a trovare un lavoro a causa del regime (del deposto presidente Bazoum, ndr) sostenuto dalla Francia. Tutto questo deve finire».

L'ambasciatore nigerino negli Usa, Kiari Liman Tinguir, è convinto che «le sanzioni hanno iniziato ad avere effetto a Niamey. La giunta militare tornerà alla ragione e restituirà il potere per evitare inutili sofferenze al nostro popolo». Il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo del capo dello Stato deposto ha denunciato che a Bazoum «è stata tagliata la corrente elettrica per isolarlo» dal resto del compound presidenziale. L'Alto rappresentante della Ue, Josep Borrell, ha confermato che «le condizioni di detenzione sono sempre più preoccupanti». Anche il presidente americano, Joe Biden, ha chiesto il «rilascio immediato» di Bazoum.

Defence news West Africa, agenzia specializzata nella sicurezza, rivela che «i capi di stato maggiore dell'Ecowas (Comunità degli stati dell'Africa occidentale) optano per un intervento chirurgico rivolto esclusivamente a membri della giunta». Secondo le prime informazioni «sarà effettuato dalle forze speciali dei paesi membri sotto il comando del vice Air Marshall Effiom» dell'aeronautica nigeriana. Senegal e Costa d'Avorio hanno annunciato che invieranno truppe in caso di intervento militare.

Al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva. Al contrario, il presidente della Nigeria, il paese leader dell'Ecowas, Bola Tinubu, ha fatto appello alla delegazione che da domani tratterà con i golpisti a Niamey affinché «faccia di tutto» per garantire una soluzione «amichevole» della crisi.

Estratto dell’articolo di A. Mu. per il “Corriere della Sera” mercoledì 2 agosto 2023.

Venerdì, quando il generale Abdourahmane Tchiani si è autoproclamato sulla tv nazionale nuova guida del Niger, per lui è stato anche il giorno del suo debutto televisivo. E forse anche il suo primo intervento pubblico […] Del resto il generale Tchiani viene descritto come un uomo discreto, taciturno […] Un militare duro e puro: formatosi da ragazzo in un’accademia […] in Senegal, ha svolto diverse missioni di addestramento all’estero, in Francia, Marocco e Stati Uniti — l’ennesimo militare formato dagli americani che si trasforma in golpista — prima di arruolarsi nell’esercito in Niger ed essere poi promosso, nel 2011, capo della Guardia presidenziale.

Niente di più lontano dal profilo di intellettuale aperto, con una laurea in filosofia alle spalle, del deposto presidente Mohamed Bazoum, che Tchiani avrebbe dovuto proteggere. Una cosa però accomuna i due: il legame speciale con l’ex presidente Mahamadou Issoufou, al potere dal 2011 al 2021. Bazoum è stato il suo delfino e Tchiani un suo fedelissimo. È stato Issoufou a volerlo come capo della Guardia presidenziale, consentendogli di accrescere potere e ricchezza. 

Una volta insediatosi, Bazoum avrebbe potuto sostituirlo ma non lo ha fatto. Forse su richiesta di Issoufou, o forse perché in debito di gratitudine: Tchiani era riuscito a sventare un golpe poco prima che giurasse da presidente. Tra i due non c’è mai stato però grande feeling, riferiscono i bene informati. Le tensioni sarebbero diventate palpabili quando Bazoum, dopo i recenti golpe in Mali e Burkina Faso, ha deciso di allentare la sua partecipazione al «G5 Sahel», l’iniziativa militare congiunta di anti terrorismo con i cinque Stati dell’area.

[…] Le divergenze tra i due sarebbero esplose quando le voci di un imminente siluramento del generale si sono fatte più insistenti. A 62 anni, Tchiani […] è andato dal presidente a fare le sue rimostranze e verosimilmente non ha ricevuto le rassicurazioni che voleva. Un acceso confronto verbale si sarebbe così trasformato in un atto di forza.

 L'ultimatum dell’Ecowas scade tra pochi giorni. Perché il Niger è un paese chiave nel Sahel per l’Occidente: il ruolo del Wagner Group e gli affari sporchi di Isis e Al Qaeda. Matteo Giusti su Il Riformista l'1 Agosto 2023 

Il colpo di stato in Niger, adesso guidato da una giunta militare, ha messo fine all’ultimo governo civile della sempre più complicata area del Sahel. Il presidente nigerino Mohamed Bazoum era infatti l’ultimo democraticamente eletto in Africa occidentale ed il suo rovesciamento catapulta la regione nel caos. Bazoum era l’unico interlocutore affidabile per l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che avevano investito centinaia di milioni per lo sviluppo del Niger.

La nuova giunta militare ha sospetti legami con i mercenari del Wagner Group e nelle strade della capitale Niamey sono già apparse bandiere russe e slogan per cacciare i circa 1500 soldati francesi presenti nel paese. Nello scacchiere geopolitico la perdita del Niger è un fatto grave per l’occidente, soprattutto per l’Europa che vedeva nello stato nigerino un alleato affidabile per il controllo dei flussi migratori ed il contrasto alla deriva jihadista che sta sconvolgendo il Sahel.

Nelle vie carovaniere il traffico di esseri umani è soltanto uno dei lucrativi business che arricchiscono i fondamentalisti islamici e le organizzazioni criminali internazionali. Dal deserto transitano anche le armi e soprattutto la droga proveniente dall’America meridionale, soprattutto dalla Colombia. I porti della Guinea Bissau, un autentico narco-stato, sono infatti diventati meta di carichi di droga da oltre oceano e da li prendono la via del deserto per approdare nel Mediterraneo e poi in Europa.

Un giro d’affari enorme che alimenta la guerra religiosa sia dello Stato Islamico che di Al Qaeda, entrambi presenti nel Sahel e che spesso si fanno la guerra fra loro. Dopo i due colpi di stato orchestrati in Mali, gli altri due in Burkina Faso, quello in Guinea ed il tentato golpe in Guinea Bissau, il Wagner Group potrebbe ampliare la sua sfera di influenza. Sia in Mali che in Burkina Faso i miliziani russi sono riusciti a far scacciare i francesi che pezzo dopo pezzo stanno perdendo tutto il loro peso in Africa dove la Francafrique pare ormai un ricordo lontano.

Che dietro al colpo di stato in Niger ci siano i russi è per il momento soltanto un sospetto, ma a maggio il presidente Bazoum aveva lanciato l’allarme su infiltrazioni russe nel suo paese dove erano stati anche effettuati degli arresti. Evgeny Prigozhin è stato il primo a congratularsi con i militari nigerini, mettendo a disposizione i propri uomini per aiutare Niamey a sostituire gli ormai indesiderati soldati di Parigi. Dalla Repubblica Centrafricana, dove il presidente, ben difeso dai Wagner, sta cambiando la costituzione per restare a vita, fino al Mali, passando per il Burkina Faso e l’influenza nel Sudan sconvolto dalla guerra civile, tutto sta a dimostrare come Mosca sia ancora forte e radicata nel continente africano.

Se, come sembra, anche il Niger finirà nell’orbita russa, saranno i Wagner i veri padroni di un’area chiave, ricchissima di materie prime, ma soprattutto strategicamente chiave per influenzare tutto ciò che accade nel Mediterraneo. Fra pochi giorni scadrà l’ultimatum dell’Ecowas (Comunità Economica dell’Africa Occidentale) che imposto al Niger sanzioni economiche e minacciato un intervento militare se non verrà ripristinata la democrazia. La Francia tira le fila da dietro le quinte, ma non potrà intervenire militarmente. Solo gli africani potranno affrontare un problema africano e questa sembra davvero una prova di maturità. 

Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore, collabora con Limes, Domino, Panorama, Il Manifesto, Il Corriere del Ticino e la Rai. Ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Ha pubblicato nel 2021 il libro L’Omicidio Attanasio, morte di una ambasciatore e nel 2022 La Loro Africa, le nuove potenze contro la vecchia Europa entrambi editi da Castelvecchi

Il colpo di Stato dei militari, gli arresti e l’ombra della Wagner: cosa succede in Niger. Mauro Indelicato il 31 luglio 2023 su Inside Over.

Il colpo di Stato in Niger attuato mercoledì 26 luglio dalla guardia presidenziale, potrebbe avere ripercussioni molto importanti sull’intera regione del Sahel. Non solo, ma in gioco ci sono delicati equilibri internazionali che riguardano l’occidente e la Russia. Da qui lo spettro di un nuovo conflitto armato in grado di coinvolgere non solo il Niger, ma l’intera Africa occidentale. Il tutto in un contesto dove già oggi il Sahel si presenta come una delle aree più instabili del pianeta, in cui povertà, terrorismo islamista e organizzazioni criminali stanno prendendo definitivamente il sopravento.

Cosa è successo a Niamey

Tutto è iniziato la mattina del 26 luglio. Fonti locali hanno rivelato la presenza di un gruppo di uomini in uniforme all’interno e all’esterno del palazzo presidenziale di Niamey, capitale del Niger. L’edificio si trova al centro della città, tra le sponde del fiume Niger e il Boulevard de la Republique. Poco dopo, è stato specificato che ad entrare in azione sono stati uomini della guardia presidenziale guidata dal generale Omar Tchiani. Tuttavia, a Niamey la situazione è apparsa tranquilla e con i cittadini che hanno appreso del tentativo di golpe solo dai media. Non sono state segnalate sparatorie e né sono stati registrati momenti di tensione per le strade.

 Intorno a metà mattinata, fonti militari regionali hanno confermato l’esistenza di un tentativo di colpo di Stato. In particolare, membri della guardia presidenziale hanno bloccato gli accessi al palazzo presidenziale e hanno tratto in arresto il presidente Mohamed Bazoum. Quest’ultimo poco più tardi ha aggiornato in prima persona sull’evoluzione della situazione tramite il proprio account Twitter. Ha confermato di stare bene ma ha escluso sia le dimissioni che la possibilità di dialogo con i golpisti. Nel frattempo a livello internazionale Bazoum ha incassato la solidarietà e il sostegno di gran parte dei governi, a cominciare da quelli occidentali.

Quando la situazione sembrava entrare in una fase di stallo, nella tarda serata di mercoledì 26 luglio un gruppo composto da dieci militari è apparso in Tv per annunciare ufficialmente la deposizione di Bazoum. Il giorno seguente, a tenere un discorso televisivo è stato invece proprio Omar Tchiani, considerato come vero architetto del colpo di Stato. Tchiani si è autoproclamato a capo della giunta militare di transizione e ha annunciato di aver agito per salvaguardare la sicurezza nel Paese e per l’incapacità di Bazoum di far fronte alle sfide esistenziali per il Niger. La giunta militare ha inoltre imposto il coprifuoco notturno, così come la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo.

Il 31 agosto in una dichiarazione all’Afp il partito presidenziale ha confermato che quattro ministri, un ex ministro e il leader del partito di Bazoum sono stati arrestati: “Dopo il sequestro del presidente della Repubblica Mohamed Bazoum, i golpisti ci riprovano e moltiplicano gli arresti illegali”, ha denunciato il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo.

Chi sono i golpisti

Non sembrano esserci dubbi sul fatto che il principale artefice del golpe sia proprio Tchiani. Nelle prime ore dell’azione contro Bazoum, cronache locali hanno raccontato della sua personale insofferenza contro il capo dello Stato. Circostanza che deriverebbe dalla volontà di Bazoum di rimuoverlo e di ridimensionare il potere in campo alla guardia presidenziale.

Tuttavia il generale Tchiani non si è mosso da solo. Con lui hanno agito membri di diversi reparti dell’esercito, mentre il giorno successivo all’arresto del presidente Bazoum è stato lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito nigerino, Abdou Sidikou Issa, ad appoggiare l’azione promossa dalla guardia presidenziale. Il golpe ha quindi ricevuto il favore dell’intero quadro dell’esercito del Niger, circostanza rivelatasi decisiva per la sua riuscita.

Chi è il presidente deposto

Mohamed Bazoum è stato eletto nel marzo del 2021, in un contesto comunque tutt’altro che stabile. Se infatti da un lato è vero che in Niger, a differenza che nei Paesi vicini, è stata attuata una transizione pacifica e con delle elezioni che hanno garantito un regolare passaggio di consegne, dall’altro però non sono mancate accuse di irregolarità e corruzione. L’esito di quel voto, secondo diverse formazioni di opposizione, era da ritenersi scontato in quanto Bazoum è il fedelissimo del suo predecessore, Mahamadou Issoufou. Sarebbe stato proprio lui a spianare la strada al proprio delfino e a garantirgli una vittoria elettorale ottenuta poi al secondo turno contro un altro ex presidente, Mahamane Ousmane. Da sottolineare poi come lo stesso Issoufou, a pochi giorni dal definitivo passaggio di testimone, è stato vittima di un tentativo di golpe non andato a segno.

L’operato di Bazoum è da considerarsi in continuità con quello del predecessore, con una politica estera considerata molto vicina all’occidente. A testimoniarlo, tra le altre cose, il via libera alla presenza di diversi contingenti stranieri nel territorio nigerino. Oltre ai militari francesi, qui sono stanziati anche soldati statunitensi, tedeschi, italiani e canadesi. Il motivo di una presenza così importante di contingenti internazionali è dovuto alla posizione strategica del Niger nel Sahel: il suo territorio confina con la Libia ed è una vera e propria cerniera tra il nord Africa e l’Africa sub sahariana. I governi occidentali hanno così avviato operazioni volte ad addestrare le forze locali per contrastare l’emersione dei gruppi jihadisti, dei contrabbandieri internazionali e dei gruppi criminali che sfruttano il traffico di esseri umani.

Il Niger è inoltre un territorio ricco di materie prime, a partire dall’uranio. La Francia, ex madrepatria del Niger, importa più di un terzo dell’uranio che serve ad alimentare le proprie centrali nucleari. La politica di Bazoum vicina all’occidente è stata mal vista dai suoi detrattori, anche in considerazione del fatto che essa si è mossa lungo una linea di discontinuità rispetto ai vicini del Mali e del Burkina Faso. Paesi cioè dove la recente presa del potere da parte di giunte militari ha inaugurato politiche più lontane dall’occidente e più vicine alla Russia.

Il nuovo terreno di contrasto tra l’occidente e la Russia

Proprio alla luce della crescente influenza di Mosca nel Sahel, il golpe in Niger potrebbe far diventare la regione come il teatro di un nuovo scontro tra gli interessi occidentali e quelli russi. La Francia, così come gli Usa e l’Ue, non vedrebbero di buon occhio un tentativo di emulazione delle politiche compiute in Mali e Burkina Faso da parte della nuova giunta militare. Il rischio sarebbe quello di un indietreggiamento molto pericoloso nell’intero Sahel, con lo spettro di perdere ulteriore terreno nell’intera Africa occidentale.

Le bandiere russe sventolate dai manifestanti filo golpisti a Niamey, così come da quelli che hanno assaltato sabato l’ambasciata francese, possono essere considerate come l’emblema dell’attuale situazione. In tutto il Sahel negli ultimi anni, complice l’insuccesso delle missioni francesi nel Mali e l’avanzata del terrorismo, la retorica anti Parigi e anti occidentale ha fatto sempre più presa tra la popolazione. L’opinione pubblica in Niger, così come nei Paesi vicini, considera sempre di più la Russia come principale alternativa per smarcarsi dall’influenza occidentale.

Mosca dal canto suo ha detto di essere favorevole allo Stato di diritto. Quello che accade in Niger, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, è “fonte di grave preoccupazione” e le considerazioni del Cremlino sul Paese “non dovrebbero essere messe sullo stesso piano semantico” di quelle fatte dal leader del Gruppo Wagner Yevgeny Prigozhin. Il leader della milizia nei giorni scorsi aveva plaudito al golpe assicurando che i suoi “possono ristabilire l’ordine”. “Siamo favorevoli al rapido ripristino dello stato di diritto nel Paese” e “alla moderazione da parte di tutti”, “vogliamo che il Niger ripristini l’ordine costituzionale il prima possibile”, ha aggiunto Peskov.

Cosa potrebbe accadere adesso

Lo spettro principale riguarda una guerra interna alla regione del Sahel e dell’Africa occidentale. L’Ecowas, l’organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale di cui anche il Niger è membro, ha espresso condanna all’azione golpista. L’impressione è che i governi dell’area a sud del Sahel vogliano chiudere con la stagione dei colpi di Stato militari, anche a tutela dei propri già fragili sistemi. La condanna espressa dall’Ecowas ha dato modo a Tchiani di parlare di un piano di invasione orchestrato dall’occidente.

Da parte sua, il capo della giunta militare ha provveduto a sospendere l’export di uranio verso la Francia, confermando la sua presa di posizione anti Parigi e contribuendo a fomentare timori per un’escalation. Lo senario più tetro riguarda quindi una guerra tra due coalizioni di Stati africani: quelli filo occidentali da un lato e quelli filo Mosca (ossia Mali, Burkina Faso e Niger) dall’altro.

Ad ogni modo, Bazoum non sembra essere del tutto fuori dai giochi. Domenica sera è apparso in una foto in compagnia del presidente del Ciad, Mahamat Déby, giunto a Niamey per provare una mediazione. La presenza stessa di Bazoum all’interno del palazzo presidenziale, indica la possibilità di un accordo che salvaguardi gli interessi dei vari attori interni ed internazionali.

MAURO INDELICATO

Niger: il golpe che ha fatto notizia. Piccole Note (filo-Putin) il 31 Luglio 2023 su Il Giornale.

Il golpe in Niger è notizia di prima pagina. La destituzione del presidente Mohamed Bazoum da parte dei militari ha suscitato le ire di mezzo mondo, che ha condannato l’attentato alla democrazia e l’instaurazione di un regime autoritario. Nulla che non sia condivisibile in linea teorica.

I golpe africani made in USA

Il punto critico è però l’ipocrisia dispiegata in questa ferma presa di posizione a favore della democrazia del Niger, dal momento la Francia, la più interessata. e quindi più aspra nella condanna, da tempo immemorabile usa di questo Stato africano come una colonia, come d’altronde degli altri Paesi della Françafrique.

Il presidente Emmanuel Macron ha anche ventilato l’ipotesi di un intervento militare, forse ricordando i bei tempi della guerra d’indipendenza algerina (1954-’62) e dei massacri indiscriminati compiuti dalle forze transalpine nell’allora colonia.

Anche Tony Blinken ha dichiarato il “sostegno incrollabile” degli Stati Uniti al presidente deposto, usando una formula assertiva presa in prestito dalla narrativa della guerra ucraina. Ciò vuol dire che Africom, il Comando delle forze statunitensi per l’Africa, è in allerta.

Ma, ovviamente, nel caso in cui la situazione precipiti, non saranno i soldati francesi e americani a morire. L’Africa ha una lunga storia sanguinaria di colpi di Stato gestiti dall’Occidente, che nel migliore dei casi hanno comportato repressioni violente, nel peggiore guerre.

Per fare un piccolo esempio, pubblichiamo l’incipit di un articolo di The Intercept del 9 marzo 2022: “Ufficiali addestrati dagli Stati Uniti nell’ultimo anno e mezzo hanno dato vita a sette colpi di stato in Africa, tra riusciti e non,. […] Il giornalista investigativo Nick Turse descrive nel dettaglio il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle vicende del continente africano. Ufficiali addestrati dagli Stati Uniti hanno tentato molti colpi di stato in cinque paesi dell’Africa occidentale: in Guinea, Mauritania e Gambia una volta e ben tre volte sia in Burkina Faso che in Mali”.

Per i dettagli rimandiamo all’articolo di The Intercept. Si può notare che, mentre il golpe in Niger ha fatto scalpore sui media occidentali, quelli made in USA sono in genere riferiti tra le note a margine. E fanno capire quanto gli Usa abbiano a cuore la democrazia dei Paesi africani.

Nulla importando della democrazia, il punto dolente della vicenda sono i tanti interessi che s’intrecciano nel Niger – crocevia di lucrosi traffici e uno dei più importanti produttori di uranio al mondo – che sono messi repentaglio dal rivolgimento politico.

Ma al di là del particolare, va segnalato che, forte anche della condanna occidentale, l’Ecowas. la comunità degli Stati dell’Africa occidentale, ha intimato ai golpisti di ripristinare l’ordine costituzionale pregresso, riportando al potere il presidente deposto entro una settimana, ventilando la possibilità di un intervento armato.

Le solite accuse alla Russia

A margine va registrato che il colpo di Stato in Niger ha avuto luogo proprio mentre la Russia ospitava il vertice russo-africano, tanto che diversi media hanno annotato la coincidenza come prova di un coinvolgimento di Mosca. Il fatto che la popolazione abbia dato vita a manifestazioni pro-Russia presso l’ambasciata francese sarebbe una conferma di tali sospetti.

In realtà, la Russia è rimasta spiazzata dall’accaduto, come denota la reazione cauta di Mosca, che in un comunicato ha auspicato moderazione e il ripristino della legalità (Reuters). Anzi, il golpe ha avuto un effetto negativo per Mosca, oscurando il summit con i leader africani. Se proprio avessero spinto in tale direzione, avrebbero aspettato qualche giorno in più.

Detto questo, è probabile che gli autori del colpo di stato si sentano portatori delle istanze del popolo contro il neocolonialismo francese e abbiano forzato la mano sperando in un ausilio postumo di Mosca, che però non è arrivato (almeno al momento). E che la mano russa sia stata paventata per criminalizzare ulteriormente i golpisti e far scattare la solidarietà occidentale contro di essi.

D’altronde accusare la Russia di manovre oscure è un esercizio facile e usuale, basti pensare al recente conflitto sudanese, purtroppo ancora in corso, nel quale si disse con ossessione che dietro gli insorti c’era la mano russa tramite i mercenari della Wagner.

Tutto falso, come dichiarò il ministro degli Esteri sudanese – che rappresentava il governo in conflitto con i ribelli – agli ambasciatori di Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, che avevano appunto denunciato le trame di Mosca.

Tali menzogne, aveva aggiunto il ministro, rappresentavano una “palese interferenza” negli affari interni del Sudan e avevano lo scopo di trascinare il Paese a schierarsi nella guerra ucraina (Africanews).

Certo le manifestazioni pro-russe nelle piazze nigerine sono innegabili, ma è altrettanto innegabile che in Africa si sia diffuso un sentimento di simpatia verso Mosca, percepita da tanti come una forza che si oppone ai vecchi padroni neo-coloniali. Né è possibile pensare che il popolo del Niger abbia spiccate simpatie per la Francia.

Al netto degli scenari, resta, però, che l’irrigidimento dell’Occidente e dell’Ecowas può innescare una nuova guerra africana, forse ancora più sanguinosa di quella che si sta consumando in Sudan.

Domenica è giunto in Niger Mahamat Idriss Déby, per aprire un dialogo con i golpisti e cercare una soluzione pacifica. Una mediazione chiesta dall’l’Ecowas, che ha scelto per tale missione il presidente ad interim del Ciad perché figura terza, non appartenendo il suo Paese alla Comunità degli Stati dell’Africa occidentale.

Da notare che anche Déby è giunto al potere e lo conserva (ad interim dall’aprile del 2021…) al di fuori di una legittimità democratica, essendo succeduto al padre, deceduto in battaglia, al posto del legittimo successore, il presidente del parlamento Haroun Kabadi.

Lo sottolineiamo non tanto per muovere una critica a Déby, al quale auguriamo che abbia successo nella sua missione (se essa ha davvero lo scopo di evitare una guerra), quanto per segnalare come il concetto di democrazia sia alquanto relativo quando in gioco ci sono interessi geopolitici.

Le tensioni in Africa. Cosa sta accadendo in Niger, assalto all’ambasciata francese: “Viva Putin”. L’Eliseo: “Pronti a reagire”. L’Ecowas: “Pronti a un intervento militare”. Dopo il colpo di Stato attuato dai militari, la folla si è radunata all'esterno dell'istituzione francese. La nota di Parigi: è allarme in europa per le sorti del paese africano. La Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentali ha minacciato l'intervento militare contro i golpisti. Redazione Web su L'Unità il 30 Luglio 2023

Aumentano le tensioni in Niger dopo il colpo di Stato avvenuto lo scorso 27 luglio. Migliaia di manifestanti pro-giunta si sono radunati stamane davanti all’ambasciata francese a Niamey, la capitale, dopo che Parigi ha sospeso gli aiuti a seguito del golpe. Alcuni hanno anche cercato di entrare nell’edificio, ha riferito un giornalista dell’agenzia Afp sul posto. Altri hanno strappato la targa con la scritta ‘Ambasciata francese in Niger‘, prima di calpestarla e sostituirla con bandiere russe e nigerine. “Viva Putin“, “Viva la Russia“, “Abbasso la Francia“, gridano i manifestanti. Il ministero degli Esteri francese ha condannato “qualsiasi violenza contro le missioni diplomatiche, la cui sicurezza è responsabilità dello Stato ospitante“, mentre migliaia di persone manifestavano davanti all’ambasciata francese a Niamey prima di essere disperse dai lacrimogeni.

Cosa sta accadendo in Niger

“Le forze nigerine hanno l’obbligo di garantire la sicurezza delle nostre missioni diplomatiche e dei nostri consolati come parte della Convenzione di Vienna“, e “le esortiamo ad adempiere a questo obbligo loro imposto dal diritto internazionale“, sottolinea il Quai d’Orsay, la cui ambasciata è stata presa di mira dai manifestanti favorevoli ai golpisti militari che hanno rovesciato il presidente eletto Mohamed Bazoum. La Francia risponderà “immediatamente e con decisione” in caso di attacco contro i suoi cittadini.

Dal golpe all’assalto all’ambasciata francese

Emmanuel Macron “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i suoi interessi” in Niger, si legge ancora nella nota dell’Eliseo nella quale si ribadisce il sostegno a ogni iniziativa per il ripristino dell’ordine costituzionale. “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici o le basi francesi vedrà la Francia reagire immediatamente e con decisione“, si legge. “La Francia sostiene anche tutte le iniziative regionali” volte al “ripristino dell’ordine costituzionale” e al ritorno del presidente eletto Mohamed Bazoum, rovesciato dai golpisti, conclude la nota.

La Comunità internazionale, la Russia e l’Ecowas

Intanto, i militari hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti Prima, alcuni militari sono intervenuti davanti all’ambasciata per calmare i manifestanti. Alcuni hanno insistito per entrare nell’edificio, altri hanno strappato la targa con la scritta ‘Ambasciata francese in Niger‘, prima di calpestarla e sostituirla con bandiere russe e nigerine. L’Ecowas, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, ha dato un ultimatum di una settimana ai golpisti in Niger per il ripristino dell’ordine costituzionale e del governo civile del presidente Mohamed Bazoum, non escludendo l’uso della forza se ciò non accadrà. Lo hanno deciso i leader riuniti a Abuja. L’organizzazione ha anche deciso di imporre sanzioni economiche “immediate” al Niger.

Cosa sta succedendo in Niger. Stefano Piazza su Panorama il 31 Luglio 2023

I video e le immagini dell’attacco all’Ambasciata francese e dell’imponente manifestazione con relativo sventolio di bandiere russe sono stati diffusi di continuo sul canale Telegram della compagnia militare privata Wagner

Si complica di ora in ora la situazione in Niger dove ieri migliaia di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata francese a Niamey, la capitale, prima di essere disperse dai lacrimogeni. Alcuni manifestanti volevano entrare nell'edificio, altri hanno strappato la targa con la scritta «Ambasciata francese in Niger, prima di calpestarla sull'asfalto e sostituirla con bandiere russe e nigerine». La manifestazione era iniziata con una marcia verso l'edificio che ospita l’Assemblea nazionale, con la folla che sventolava bandiere russe e nigerine. Il movimento civile M62, che aveva già protestato contro l'operazione Barkhane dell'esercito francese nel Sahel e nel Sahara, ha chiesto di svolgere ulteriori manifestazioni. I giornalisti francesi presenti sul posto sono stati pesantemente insultati e c’è grande preoccupazione per i circa 600 cittadini francesi che risiedono in Niger. I video e le immagini dell’attacco all’Ambasciata francese e dell’imponente manifestazione con relativo sventolio di bandiere russe sono stati diffusi di continuo sul canale Telegram della compagnia militare privata Wagner: un chiaro segnale di chi sia dietro all’ennesimo golpe nel Sahel dopo quelli in Mali e Burkina Faso dove oggi comandano giunte militari legate a Mosca e alla milizia di Yevgeny Prigozhin che due giorni fa in un'intervista al media africano Afrique Media ha detto: «Non stiamo riducendo la nostra presenza, anzi siamo pronti ad aumentare i nostri vari contingenti». Prigozhin ha inoltre detto che il gruppo Wagner sta adempiendo a tutti i suoi obblighi nel continente ed è pronto a sviluppare ulteriormente le relazioni con i Paesi africani e certamente uno di questi è il Niger che pur essendo poverissimo è ricchissimo di risorse. Il Niger fornisce circa il 5% del minerale di uranio di più alta qualità del mondo, secondo la World Nuclear Association. Nel 1971 iniziò l'attività la prima miniera commerciale di uranio del paese. Nel 2021 il Niger ha prodotto più di 2.248 tonnellate di uranio. Le risorse naturali interessano e molto a Vladimir Putin che ha lanciato da tempo la sua operazione per conquistare cuori e menti della popolazione in Mali, Burkina Faso, Repubblica Centroafricana, Sud Africa, Somalia, Sud Sudan, Eritrea solo per citare alcune nazioni. La narrazione proposta è quella che dice che fino ad oggi i paesi africano sono stati sfruttati dagli occidentali (fatto vero anche se i leader locali hanno dato una bella mano), mentre con la Russia sarà tutto diverso.

La gente per il momento abbocca alle promesse e scende in piazza a protestare con tanto di bandiere russe e magliette con la faccia di Putin stampata. Non è quindi vero che la Russia in Africa conta sempre meno, tuttavia, ora dalle promesse (grano gratis e armi) bisognerà passare ai fatti e nei Paesi africani nei quali la Russia si è inserita fomentando proteste e assistendo i golpisti hanno un bisogno disperato di aiuti che la Russia non può in alcun modo erogare visto che la guerra in Ucraina drena tutte le risorse economiche del Cremlino che già prima della pandemia era in crisi economica.

Abolita la forca. Lo Zambia dice addio alla pena capitale. Sergio D'Elia su Il Riformista il 30 Dicembre 2022

La legge che abolisce per sempre, non solo l’uso, ma il pensiero stesso della forca in Zambia è arrivata come regalo di Natale ai detenuti del braccio della morte. Quale modo migliore per festeggiare la Natività, la venuta al mondo dell’uomo delle buone novelle? “Non giudicare!”, ha detto, per non incatenare vittime e carnefici al ciclo assurdo della vendetta, del delitto e del castigo, della violenza e della pena. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, ha ammonito, per non ridurre i rapporti umani a storie di lapidazioni e il mondo a un mucchio di sassi. “Non uccidere”, ha esortato, neanche in caso di legittima difesa.

L’abolizione della pena di morte segna la vera fine dell’era coloniale. Lo Zambia restituisce al suo conquistatore quel che non era mai stato parte della propria cultura e tradizione millenarie. I coloni inglesi erano arrivati all’inizio del secolo scorso invertendo il senso di marcia, imponendo punizioni corporali, costruendo penitenziari e marchingegni patibolari. Degli usi e costumi dell’epoca rimane ora solo la guida a sinistra sulle strade, mentre il retaggio più sinistro, la forca eretta nel carcere di Mukobeko, è stato smantellato per sempre. “Un inferno in terra” l’aveva definita un Presidente dopo aver visitato la prigione qualche anno fa. Quando l’ho visitata io, nel braccio della morte erano ammassate centinaia di condannati.

Ne ho visti anche sei in una cella destinata in origine a ospitarne uno. Non avevo mai visto concentrato in uno spazio così ristretto e contro le leggi elementari della fisica e sulla dignità umana un tale carico di corpi e di sofferenza. Il pavimento della cella risultava completamente coperto dai due materassi stesi per terra. Dormire lì era una sfida e i detenuti erano costretti a fare i turni. Per la notte come bagno c’era solo un bugliolo da svuotare ogni mattina. Come rancio, una volta al giorno, sempre la stessa “sbobba” di fagioli, riso, polenta o pesce fritto. In una tale promiscuità la malattia di uno – tubercolosi, scabbia o Aids – diventava il destino di tutti. Con l’abolizione della pena di morte è stato abolito anche questo padiglione della morte. Rimane ancora il carcere di Mukobeko. Il nome, nella lingua locale, significa “punizione”. In effetti, varcare la porta del carcere, anche solo per visitarlo, è una pena intollerabile.

Da quando lo Zambia è diventato indipendente nel 1964, sono state impiccate 53 persone. L’ultima volta nel gennaio 1997, quando l’ex Presidente Chiluba mandò alla forca otto detenuti nello stesso giorno. Da allora lo Zambia non ha giustiziato più nessuno grazie a una serie di moratorie e perdoni presidenziali inaugurati da Levy Mwanawasa, un cristiano battista convinto abolizionista. “Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli,” ha detto. Per questo nel 2004 gli abbiamo conferito il Premio “L’abolizionista dell’Anno”. La linea di Mwanawasa è stata poi confermata dai suoi successori Rupiah Banda, Michael Sata ed Edgar Lungu che si sono sempre rifiutati di firmare decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte.

Il dono della vita offerto a Natale ai condannati a morte è anche merito nostro. Come “Nessuno tocchi Caino” e un po’ anche per conto del Signore che “pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”, in Zambia siamo tornati più volte negli anni successivi per sostenere la linea del Governo a favore della moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.

L’attuale Presidente, Hakainde Hichilema, conosce bene il carcere di Mukobeko. Nel 2017, accusato di tradimento, aveva trascorso centoventisette giorni in un camerone con oltre cento detenuti, dormendo sul pavimento e senza accesso a un bagno. Dal sottoterra infernale di Mukobeko è salito al palazzo più alto del Paese, ma non ha dimenticato la straziante situazione dei suoi ex compagni di sventura. Per “contrastare il sovraffollamento delle carceri”, ha preso a graziare condannati e commutare pene.

L’ultima volta, nel maggio scorso, ne ha graziati 2.045 e ne ha commutate 807. Per progredire in direzione dello stato della vita e del diritto aveva promesso anche di chiudere il braccio della morte e di emendare il Paese dalle leggi arcaiche e antidemocratiche. Dopo sei mesi ha mantenuto la promessa. Alla vigilia di Natale ha firmato l’abolizione della pena capitale e cancellato anche il reato “coloniale” di vilipendio nei confronti del capo dello Stato.

È la parabola felice di un Paese dove non abita più Caino. È anche una lezione di civiltà per il nostro dove, invece, si ragiona all’incontrario. Dove si fa di tutto per affollare le carceri, mantenere leggi arcaiche e regredire dallo Stato di Diritto. Dove si ignora l’appello del Papa per un atto di clemenza natalizio e si maledice la Natività carcerando 700 “semiliberi”, ribadendo il “carcere duro” e il “fine pena mai”, la pena fino alla morte. Sergio D'Elia

Il Governo dello Zimbabwe coinvolto nella mafia dell’oro. Martina Melli su L’Identità il 31 Marzo 2023

Uebert Angel, inviato presidenziale e ambasciatore per lo Zimbabwe in Europa e nelle Americhe, è uno dei protagonisti dello scandalo del contrabbando d’oro e del riciclaggio di denaro sporco nell’ex colonia britannica.

In un’inchiesta video di “I”, l’unità investigativa di Al Jazeera, si vede Angel vantarsi di poter spostare facilmente 1,2 miliardi di dollari, grazie alla sua immunità diplomatica.

La serie documentaria in 4 parti, dal titolo “The Gold Mafia”, ha rivelato come enormi quantità di oro vengano clandestinamente contrabbandate ogni mese dallo Zimbabwe a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, favorendo il riciclaggio di denaro attraverso un’intricata rete di società di comodo, fatture false e funzionari corrotti. Angel, uno dei diplomatici di più alto rango del Paese ( nonché pastore evangelico), è stato nominato personalmente dal Presidente Emmerson Mnangagwa nel 2021, e incaricato di attrarre investimenti stranieri.

Abbiamo un uomo di Dio che lavora per noi. È il mio primo ambasciatore itinerante incaricato di promuovere il marchio Zimbabwe”, disse in quell’occasione il Presidente.

Il compito di Angel dunque è trovare soldi. Gente che porti denaro contante nell’ex Rhodesia massacrata dall’iperinflazione e dalle sanzioni internazionali.

Come ha rivelato I-Unit, il governo dello Zimbabwe userebbe bande di contrabbandieri per vendere oro per centinaia di milioni di dollari, aggirando alcune delle conseguenze delle dure sanzioni occidentali imposte al Paese per violazioni dei diritti umani.

Angel ha dichiarato di essere in grado di usare il suo status diplomatico per contrabbandare oro in contanti, con l’aiuto di Henrietta Rushwaya, nipote di Mnangagwa e presidente dell’associazione mineraria dello Zimbabwe.

Durante una telefonata registrata dalle telecamere, Rushwaya ha spiegato lo schema: i riciclatori parcheggiano 10 milioni di dollari di denaro sporco nella raffineria d’oro del governo, la Fidelity Gold Refinery, una filiale della banca centrale dello Zimbabwe.

Di questi, 5 milioni di dollari rimangono in riserva da Fidelity per tutta la durata dell’operazione, mentre il resto viene utilizzato ogni settimana per acquistare oro, che può poi essere venduto a Dubai in cambio di denaro pulito.

Il governo dello Zimbabwe ha bisogno di dollari statunitensi perché la valuta locale non ha alcun valore nel commercio internazionale a seguito di un’iperinflazione sostenuta per molti anni.

L’oro, la più grande esportazione del Paese, è un buon modo per guadagnare dollari. Ma sebbene il commercio dell’oro in sé non sia vietato, le ulteriori sanzioni di controllo imposte ai funzionari dello Zimbabwe soffocano la capacità del governo di effettuare transazioni direttamente nel sistema finanziario internazionale, specialmente in dollari”, ha affermato Karen Greenaway, un ex agente del Federal Bureau of Investigation (FBI) degli Stati Uniti che tiene traccia dei flussi di denaro illeciti.

Quindi devi trovare altri modi per farlo”, ha detto ad Al Jazeera.

Spostare il denaro all’estero, lavarlo e poi riportarlo indietro, è una tecnica di riciclaggio di denaro molto comune”, ha commentato l’esperto di riciclaggio di denaro Paul Holden. “Quello che non ho mai visto è l’uso dell’oro, una tecnica piuttosto interessante”.

Dopo la pubblicazione dei documentari di Al Jazeera, una grande indignazione è scoppiata nell’opinione pubblica dello Zimbabwe: sui social, sulla stampa, per le strade.

Al momento, sono in corso diverse indagini: la Commissione anti-corruzione del Paese sta monitorando da vicino lo scandalo del contrabbando di oro e la cerchia ristretta di Mnangagwa.

Tutte le istituzioni coinvolte hanno negato e respinto le accuse. Angel si è detto vittima di una grande opera di infangamento e diffamazione.

Lo Zimbabwe ha detto basta al saccheggio neocoloniale del Litio. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 2 Gennaio 2023

Lo Stato africano dello Zimbabwe ha deciso di riprendere il controllo della propria economia e vietare tutte le esportazioni di litio dal Paese. L’intenzione del governo è investire nella possibilità di trasformare il minerale direttamente nel territorio nazionale invece che esportarlo come minerale grezzo, dal momento che questa pratica, denuncia il governo, ha già causato alle casse dello Stato una perdita da 1,7 miliardi di euro. Trattandosi di uno delle componenti fondamentali per la fabbricazione di batterie elettroniche per automobili, smartphone e computer, il litio è un elemento fondamentale della transizione energetica. Ribattezzato per questo motivo “oro bianco”, il suo prezzo ha subito un’impennata del 1100% solamente negli ultimi due anni.

Tra i Paesi africani lo Zimbabwe è quello che ne possiede la quantità maggiore: secondo il governo, potrebbe arrivare a soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale. Tale ricchezza di risorse ha attirato l’attenzione delle multinazionali estere, che ogni anno importano il minerale grezzo per poterlo processare nei propri stabilimenti. Il governo ha deciso di invertire questa tendenza, dichiarando l’intenzione di avviare una propria industria di batterie, oltre ad imporre un maggiore controllo sul contrabbando illegale lungo i confini del Paese – diretto in particolare verso il Sudafrica e gli Emirati Arabi. «Nessun minerale di litio, o litio non arricchito, potrà essere esportato dallo Zimbabwe verso un altro Paese se non dietro autorizzazione scritta del ministro» ha decretato la circolare del ministro delle Miniere, Winston Chitando. In questo modo nel Paese potrebbe nasce una filiera industriale completa, dall’estrazione alla raffinazione e alla commercializzazione del prodotto finito, con il conseguente formarsi di posti di lavoro e arricchimento dell’economia locale. «Se continuiamo a esportare litio grezzo non andremo da nessuna parte. Vogliamo che le batterie al litio vengano sviluppate nel Paese» ha dichiarato il viceministro delle Miniere Polite Kambamura,«Lo abbiamo fatto in buona fede per la crescita dell’industria».

Le aziende presenti in Zimbabwe, per la maggior parte cinesi, dovranno così iniziare ad aprire stabilimenti di raffinazione nel Paese o riuscire ad ottenere dal governo l’autorizzazione alle esportazioni per motivi eccezionali. Secondo alcune stime, tuttavia, il processo di apertura dell’intera supply chain in loco potrebbe costare centinaia di milioni di dollari e richiedere almeno due o tre anni per l’entrata in funzione, oltre a comportare un aumento delle risorse tanto del litio quanto degli altri metalli necessari per la transizione energetica (tra i quali il cobalto), soprattutto se altri Paesi dovessero seguire l’esempio dello Zimbabwe. E non si può certo dire che si tratti di un caso isolato: nella primavera dello scorso anno il Messico aveva deciso anch’esso di nazionalizzare il litio e affidarne la lavorazione ad un’impresa pubblica, non senza destare le proteste degli investitori privati.

Il fine, tanto del Messico quanto dello Zimbabwe e di tutti gli altri Paesi che puntano alla nazionalizzazione delle proprie ricchezze (è il caso, per esempio, anche dell’Indonesia con il nichel) è quello di impedirne lo sfruttamento da parte delle grandi multinazionali straniere, le quali acquistano i materiali grezzi a prezzi miseri per esportarne la lavorazione, non creando alcuna ricchezza nel Paese e creando, in alcuni casi, devastazioni ambientali irreparabili. È il caso, per esempio, di quanto sta accadendo in Brasile, dove il miliardario Elon Musk ha siglato un accordo con la Vale S.A. per la fornitura a lungo termine di nichel a Tesla. Le attività estrattive, tuttavia, hanno causato la contaminazione e distruzione del territorio, oltre all’avvelenamento delle popolazioni locali, pagando così un prezzo altissimo senza alcun tipo di compensazione. [di Valeria Casolaro]

Ghana: l’ex stella nascente d’Africa è sull’orlo del collasso. Michele Manfrin su L'Indipendente il 13 Gennaio 2023.

Il Ghana, un paese descritto dalla Banca Mondiale come la stella nascente dell’Africa, oggi non sembra essere più il manifesto economico dell’Africa occidentale. Negli ultimi anni, il Ghana aveva raddoppiato la sua crescita economica e nel 2019 era il Paese con il più alto tasso di crescita economica al mondo. La battuta d’arresto subita negli ultimi due anni, anche a causa della crisi scatenata dall’emergenza pandemica e dal conflitto in Ucraina, rischia non solo di rendere vano quanto di buono fatto in precedenza ma di far affondare l’intera economia.

Dal 2017, con il governo guidato dal Presidente Nana Akufo-Addo, il Ghana aveva abbassato significativamente l’inflazione, dal 15,4% del 2016 al 7,9% alla fine del 2019. Il deficit di bilancio del Ghana, che era di circa il 6,5% del PIL, era stato ridotto a meno del 5% alla fine del 2019. Il Ghana sta ora combattendo la sua peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni, con un’inflazione che si aggira attorno al 50% e con il valore della moneta (il cedi) che si è deprezzato del 57% in un anno. Tra il 2000 e il 2019, il PIL del Ghana è cresciuto a un tasso medio annuo del 6%, mentre adesso, trascinato al ribasso da una contrazione della produzione, si attesta al 2,9% nei tre mesi fino a settembre, in calo rispetto al 4,7% rivisto nel secondo trimestre. Il settore industriale è cresciuto dello 0,9%, quello agricolo del 4,6% mentre quello dei servizi del 3,9%, rispetto all’anno precedente. Come riferito dallo statistico del governo, Samuel Kobina Annim, una contrazione dello 0,9% nel settore manifatturiero è stata la ragione principale del rallentamento della crescita nel settore industriale, che comprende l’estrazione mineraria e l’edilizia. Mentre il governo cerca di frenare la spesa, è probabile che la crescita sia molto esigua nel 2023. Il Ghana sta affrontando una crisi del debito per cui deve raggiungere un accordo di ristrutturazione con i creditori al fine di sbloccare un pacchetto di sostegno da 3 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale.

Oltre ai maggiori costi di importazione, l’aumento del dollaro ha reso più costoso il debito in dollari USA del Ghana, stimato in oltre la metà delle passività totali del paese. Solo lo scorso anno, per il semplice deprezzamento del cedi ghanese, il debito del Paese è salito di 7 miliardi di dollari. Il 19 dicembre scorso, il Ghana ha interrotto i pagamenti agli obbligazionisti esteri (fino a 13 miliardi di dollari). Il Ministero delle Finanze ha sottolineato che è pronto a impegnarsi con i creditori mentre molti analisti credono che il governo voglia che gli obbligazionisti accettino un taglio del 30% sul capitale e rinuncino ad alcuni pagamenti di interessi. La riduzione dei costi del servizio del debito attraverso un piano di ristrutturazione sostenuto dal FMI sarà integrata da dure misure di austerità; mentre l’entità della stretta sarà misurata rispetto alle perdite imposte ai creditori, il FMI ha già prospettato che saranno necessari almeno cinque anni di taglio della spesa pubblica e tasse più elevate per portare il debito del Ghana a livelli ritenuti sostenibili.

I tagli chiesti dal FMI intaccheranno certamente i programmi di riforma sociale ed economica del governo guidato da Akufo-Addo, come l’istruzione gratuita nelle scuole superiori pubbliche o i pasti gratuiti agli studenti delle scuole primarie e secondarie, sanciti nel 2017. Nello stesso anno il Nuovo Partito Patriottico aveva anche eliminato diverse tasse definite “socialmente fastidiose”. Tra il 2017 e il 2018, il governo di Akufo-Addo aveva utilizzato più di 2,1 miliardi di dollari per quella che era stata definita la “pulizia del settore bancario”, la quale sarebbe servita a ridare fiducia nel settore bancario. Lo Stato è il più grande datore di lavoro del Ghana, principalmente nei settori dell’istruzione, della sanità e della sicurezza, spendendo quasi la metà del suo bilancio per i salari dei dipendenti pubblici.

Lo scorso anno, Akufo-Addo ha annunciato l’avvio dell’Agenda 111, «progetto ambizioso che deve essere fatto e che creerà circa 33.900 posti di lavoro per i lavoratori edili e, una volta completato, circa 34.300 posti di lavoro per gli operatori sanitari», per un costo di circa 1 miliardo di dollari e che si concluderà nel 2025. Per far fronte alla forte crisi economica, nel dicembre scorso, il Ghana aveva già annunciato l’intenzione di sganciarsi dal dollaro nelle transazioni per l’acquisto di petrolio, utilizzando il proprio oro, col fine di rallentare il deprezzamento del cedi ghanese. In merito ai piani di costruzione di infrastrutture nel Paese, la Cina, attraverso Power Construction Corporation of China, sta stringendo accordi per la costruzione di infrastrutture per il trasporto. Inoltre, per l’ultimo trimestre di questo anno è atteso il lancio della nuova compagnia aerea di bandiera, Ghana Airlines Limited, la quale opererà inizialmente su tratte nazionali e regionali per poi espandersi a tratte continentali e intercontinentali.

Il Ghana sembra quindi di fronte ad un grande bivio tra una ristrutturazione del debito, che sacrificherebbe le politiche di investimento sociale in favore di una riduzione della spesa pubblica e dell’aumento delle tasse, e il proseguimento della spesa in settori economici che permettano lo sviluppo del paese in termini sociali, oltre che economici. Il FMI, oltre al Ghana, segnala il Kenya, la Nigeria e il Marocco come Paesi prossimi alla sofferenza del debito, così come Tanzania e Benin. Tutti questi Paesi sono visti come recenti storie di successo nel panorama economico africano ma le recenti congiunzioni internazionali, con conseguenza ondata di crisi del debito, possono mettere in discussione l’intero modello di finanziamento dello sviluppo basato sul mercato.

[di Michele Manfrin]

La guerra in Sudan nasce dalla follia neocon. Piccole Note (FiloPutin) il 25 Aprile 2023 su Il Giornale.

Secondo Mk Bhadrakumar, che ne scrive su Indianpunchline, è semplicistico ridurre il conflitto in Sudan a uno scontro tra Abdel Fattah al-Burhan, alla guida dell’esercito regolare, e Mohamed Dagalo, detto Hamedti, a capo delle forze di reazione rapita (RSF).

I semi del conflitto

Per capire la crisi sudanese, che inizia con la caduta di Omar al Bashir nel 2019 e l’insediamento di un governo civile caduto, lo scorso anno, a seguito del golpe dei due generali oggi in competizione, va tenuto presente il processo distensivo che sta attraversando il Medio oriente e che sta portando i Paesi del Golfo, la Turchia e l’Iran a ricalibrare le proprie ambizioni in un quadro di rapporti meno conflittuali tra di essi e a ri-orientarsi verso Cina e Russia.

Così se in precedenza, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano potuto usare dei Paesi del Golfo- cioè delle loro “reti” e delle loro finanze – per rafforzare la loro influenza in Sudan anche in chiave anti-cinese e anti-russa, a seguito della distensione e del ri-orientamento mediorientale sono rimasti privi di tali leve essenziali.

Da cui un ingaggio diretto dell’Occidente “con i generali di Khartoum, affidato ai propri sforzi e alle proprie risorse”. Tale impegno ha prodotto, tra l’altro, “l’accordo faustiano” che ha portato il Sudan ad aderire agli Accordi di Abramo, asse portante della politica neocon nei riguardi del Medio oriente e del Corno d’Africa, regioni per le quali il Sudan riveste un’importanza strategica, anche perché affaccia sul Mar Rosso.

Gli accordi politici immaturi e irrealistici promossi dalle democrazie liberali occidentali [in questi anni] – prosegue Indianpunchline – hanno alimentato in modo significativo le lotte intestine tra i militari”.

Non solo. “L’accordo anglo-americano era in gran parte limitato al Consiglio militare di transizione e alle Forze per la libertà e il cambiamento, una coalizione rudimentale di gruppi sudanesi civili e ribelli selezionati (reg., Sudanese Professional Association, No to Oppression Against Women Initiative, ecc. ) che non rappresentavano affatto le forze nazionali del Sudan. Non sorprende che questi tentativi neocon di imporre strutture del tutto aliene a questa antica civiltà fossero destinati a fallire”. 

Il “fiammifero” dell’ONU

Altro tragico errore, forse decisivo nel far precipitare la situazione, il fatto che l’Onu abbia affidato a  Volker Perth, uomo dell’establishment tedesco “infiammato dall’ideologia neocon”, la gestione della criticità sudanese.

Purtroppo a oggi non c’è nessun compromesso all’orizzonte, secondo Bhadrakumar, come accade usualmente per i conflitti nati dalla follia neocon. E per uscire da questa crisi serve un compromesso, comprensivo delle esigenze di un popolo composito, formato da “400-500 tribù”, e che dia un ruolo, “anche politico”, al generale Hamedti, che il suo rivale, su pressione dei neocon, voleva eliminare dalla scena politica sciogliendo le sue forze di reazione rapida nell’esercito regolare.

Infine, sull’importanza del Sudan per Washington, un’annotazione molto significativa: “L’ambasciata statunitense a Khartoum disponeva di un numero eccessivo di personale – alla pari della missione diplomatica a Kiev – non giustificato dalla portata e dal volume dei legami bilaterali USA-Sudan, portando a ipotizzare che fosse un avamposto chiave dell’intelligence”.

Così, il ritiro precipitoso e massivo del personale e dei cittadini americani dal Paese al quale stiamo assistendo in questi giorni, dà la misura del rovescio che sta subendo Washington.

Estratto dell’articolo di Michele Farina per il “Corriere della Sera” il 25 Aprile 2023.

Il cammelliere che divenne generale e il generale che si volle presidente, il trafficante d’oro del Darfur e l’ex cadetto nato sulle sponde del Nilo, l’arricchito outsider di provincia e il predestinato ufficiale di carriera nel Paese dei 16 colpi di Stato, il protetto del Cremlino contro l’aspirante al-Sisi di Khartum. 

L’inferno del Sudan si deve a due uomini d’armi e ai loro rispettivi clan con Paesi alleati allegati, due incalliti golpisti che più diversi non potrebbero essere. Mohammed Dagalo detto Hemeti (piccolo Mohammed), classe 1974, capo delle Forze di supporto rapido (Rsf) forti di 100 mila miliziani, si è fermato alla terza elementare.

A 13 anni portava cammelli da una parte all’altra del confine con Libia e Chad. La sua autobiografia prevede 10 anni nel Paese di Gheddafi. Torna in Sudan dopo che alla famiglia hanno rubato 7 mila bestie e rapito diversi parenti. È in 2003 in Darfur: il 25 aprile di vent’anni fa comincia una guerra tra etnie locali e arabi appoggiati dal centro. Hemeti si schiera per sei mesi con i ribelli e poi passa ai governativi: sarà un capo Janjaweed, i diavoli a cavallo accusati di crudeltà e massacri. 

Nello stesso periodo anche Abdel Fattah al-Burhan, oggi 62 anni, è da quelle parti: il presidente-dittatore Omar al-Bashir ha incaricato gente come lui della repressione che rasenta il genocidio: generale addestrato in Egitto e Giordania, famiglia del Nord del Paese da dove provengono i quadri dell’esercito sudanese, Burhan torna a Khartum avendo fatto con discrezione il suo sporco lavoro.

Anche il provinciale Hemeti prende la via della capitale: nel 2013 al-Bashir lo chiama a capo di una milizia che ai suoi occhi ha il compito di bilanciare il potere dei militari e fargli da scudo. Uno Stato, due eserciti: la radice dello scontro attuale. Con il perdurare dei moti popolari del 2019, […] Burhan e Hemeti si alleano e mollano al-Bashir. 

[…]  I due golpisti all’apparenza uniti: Hemeti in realtà vuole essere presidente, Burhan vuole neutralizzarlo chiedendo che le sue Forze rientrino nei ranghi di quell’esercito che pure non ha mai visto alla pari «i bifolchi» dell’Rsf.

Le stellette del Nilo contro le ricchezze accumulate da Hemeti grazie ai mercenari forniti ai sauditi in Yemen e all’oro del Darfur da contrabbandare in Russia via Emirati, con le milizie addestrate in Libia dalla Wagner di Prigozhin, lo chef di Putin, all’ombra del generale Kalifa Haftar. Una russian connection per cui oggi il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è detto «molto preoccupato».

[…]. Burhan ha come modello protettore l’omonimo al-Sisi, padre-padrone dell’Egitto che auspica sul confine Sud una replica del suo regime, che magari si schieri con Il Cairo contro la minaccia della diga sul Nilo costruita dall’Etiopia. Certo, gli Emirati amici di Hemeti sono anche finanziatori dell’Egitto a rischio bancarotta. Imbarazzi incrociati. Ecco perché gli stessi sauditi […] vorrebbero un accordo tra i due nemici. Stabilità sempre, democrazia mai.

L'ex cammelliere e il generale amico di al-Sisi. Sudan, chi sono i golpisti Al-Burhan e Hemeti: la loro ‘Russian connection’ che spaventa gli Usa. Riccardo Annibali su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

Mohammed Degalo detto Hemeti, classe 1974, capo delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) che vantano 100 mila miliziani, si è fermato alla terza elementare. A 13 anni portava cammelli da una parte all’altra del confine con Libia e Chad. Ha passato 10 anni nel Paese di Gheddafi. Dopo che alla famiglia hanno rubato 7 mila bestie e rapito diversi parenti torna in Sudan. Il 25 aprile di vent’anni fa è in Darfur dove comincia una guerra tra etnie locali e arabi appoggiati dal centro. Hemeti si schiera per sei mesi con i ribelli e poi passa ai governativi. Diventa un capo Janjaweed, i diavoli a cavallo accusati di crudeltà e massacri.

Abdel Fattah al-Burhan, oggi 62 anni, nello stesso periodo è stato incaricato dal presidente-dittatore Omar al-Bashir della repressione che rasenta il genocidio: generale addestrato in Egitto e Giordania, famiglia del Nord del Paese da dove provengono i quadri dell’esercito sudanese, Burhan torna a Khartum avendo fatto con discrezione il suo sporco lavoro. Nel 2013 al-Bashir chiama Hemeti a capo di una milizia che ai suoi occhi ha il compito di bilanciare il potere dei militari e fargli da scudo.

Con il perdurare dei moti popolari del 2019, guidati anche dalle donne e cominciati con la protesta pacifica per il costo del pane, Burhan e Hemeti si alleano e mollano al-Bashir. Per un brevissimo periodo, l’ex cammelliere sembra l’uomo del popolo e delle periferie, ma i suoi uomini massacrano i manifestanti anche dopo la caduta del dittatore. La pallida transizione democratica dura fino al colpo di Stato del 2021, con la caduta del governo a guida civile.

Hemeti in realtà vuole essere presidente, Burhan vuole neutralizzarlo chiedendo che le sue Forze rientrino nei ranghi di quell’esercito che pure non ha mai visto alla pari: l’Rsf.

Oggi il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è detto “molto preoccupato” del legame tra Hemeti, che ha accumulato ricchezze grazie ai mercenari forniti ai sauditi in Yemen e all’oro del Darfur da contrabbandare in Russia via Emirati, con le milizie addestrate in Libia dalla Wagner di Prigozhin, lo chef di Putin, all’ombra del generale Kalifa Haftar. Una Russian Connection. Riccardo Annibali

Golpe in Sudan: chi sono e cosa vogliono le Rsf. CLARA TREVISAN 19 aprile 2023 su Inside Over. 

Ad appena due anni dall’ultimo golpe, il Sudan vede di nuovo la sua capitale messa a ferro e fuoco dalle forze armate. A seminare il panico sono le Rapid Support Forces (Rsf), che si contendono il palazzo presidenziale e le sedi delle reti delle comunicazioni con l’esercito regolare; gli scontri hanno già causato oltre 180 vittime civili. La prospettiva del passaggio dei poteri ad un governo civile si allontana, mentre il Paese si avvicina pericolosamente sulla guerra civile.

Chi sono le milizie che stanno combattendo in Sudan

Le Rapid Support Forces, che oggi contano circa 100mila combattenti in tutto il Sudan, sono nate nel 2013 come evoluzione della famigerata milizia Janjaweed, che a partire dal 2003 ha combattuto in Darfur per reprimere una ribellione contro il governo di Khartoum. Quelle azioni militari sono valse all’allora presidente Omar al-Bashir e ai leader Janjaweed svariate accuse di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio da parte della Corte Penale Internazionale. Diversi osservatori dei diritti umani affermano che tra il 2003 e il 2008, nell’Ovest del Paese, gruppi militari e paramilitari inviati dal governo hanno saccheggiato e bruciato villaggi interi abitati da comunità principalmente non-arabe. In quel periodo, l’esercito regolare attaccava i ribelli con incursioni aeree e artiglieria pesante. La velocità d’azione da terra era fondamentale negli attacchi nelle aree aride e rurali della regione occidentale; sono così diventate tristemente celebri le immagini dei combattenti Janjaweed prima, e Rsf poi, armati di mitra sul dorso di cavalli o cammelli o nel cassone di pick-up, che miravano a ribelli e civili senza distinzioni. In quell’occasione, la milizia aveva costituito un elemento chiave nella permanenza al potere del governo Bashir.

L’eredità di al-Bashir

Gli eventi di questi giorni sono più facilmente interpretabili rivolgendo lo sguardo al passato recente. Nei suoi ultimi anni al potere, il presidente al Bashir ha fatto quello che Alan Boswell, direttore del Progetto per il Corno d’Africa del Crisi Group, ha definito coup proofing, ovvero “impermeabilizzazione ai colpi di stato”. Per cementare la sua permanenza al potere, preoccupato che gli organi di sicurezza potessero diventare abbastanza forti da sfidarlo, al-Bashir ha permesso la proliferazione di gruppi armati e centri di potere locali che era convinto (ingenuamente, come la storia seguente avrebbe dimostrato) di poter controllare. Così, il rovesciamento del suo regime ha lasciato dietro di sé una grande confusione in termini di corpi armati e istituzioni di sicurezza; il rischio che le diverse componenti si potessero scontrare era infatti preannunciato da tempo.

La dimensione quasi commerciale nella quale si era super-sviluppato l’apparato di sicurezza statale è stato uno dei motivi principali del colpo di stato 2021. Il primo ministro ad interim Abdalla Hamdok, incaricato di traghettare il Paese ad un governo civile, avrebbe dovuto riorganizzare la forze di sicurezza, ma i capi militari che avevano tratto tanto profitto dalla loro posizione non erano pronti a lasciarla.

Il problema che si ripropone oggi è, mutatis mutandis, lo stesso: il nodo principale su cui si scontrano le formazioni rispettivamente fedeli al presidente Abdel Fattah al-Burhan (l’esercito regolare, Sudanese Armed Forces) e al vice presidente Mohamed Hamdan Dagalo – comunemente noto come Hemeti (le Rapid Support Forces appunto) è che per attuare la transizione ad un governo civile promessa dalla giunta di al-Burhan, la riorganizzazione delle forze armate rappresenta una condizione necessaria. Questa comporterebbe l’integrazione delle Rsf nell’apparato di sicurezza statale, ma il disaccordo sul come e quando effettuare questa operazione è tale da trascinare il Paese in una guerra civile.

Chi è il generale Hemeti

Come riportato dal Washington Post, il leader del gruppo armato, Hemeti, è di umili origini, cresciuto come allevatore di cammelli in una tribù del Darfur. Originariamente aveva preso parte alla ribellione lui stesso, per poi passare dalla parte di governo di Khartoum come militare. Sotto la sua guida, le Rsf si sono velocemente trasformate in una potente milizia di mercenari, che negli anni è stata schierata in Yemen nelle fila della coalizione a guida Saudita, e in Libia al soldo degli Emirati Arabi Uniti. L’ambizione di Hemeti a guadagnare influenza a livello regionale lo ha portato a collaborare anche con il gruppo Wagner: la compagnia russa gli ha garantito un dispositivo di sicurezza necessario a proteggere il suo business di estrazione aurifera nel sud del Sudan.

La milizia che fa capo ad Hemeti è cresciuta velocemente negli ultimi anni: presentandosi come protettore dei sudanesi a lungo trascurati dal governo di Khartum, il vice presidente ha condotto una campagna di reclutamento particolarmente fruttuosa nelle aree occidentali del Sudan, in quelle più povere vicine al Mar Rosso e lungo il confine con il Sud Sudan, ingrossando di molto le fila delle Rapid Support Forces. 

L’evoluzione del corpo paramilitare

Già nel 2010, la milizia operava parallelamente alle forze di sicurezza regolari come unità di risposta rapida. Gli ex-Janjaweed venivano inviati dal presidente al-Bashir anche oltre il Darfur per rispondere alle violenze tribali lungo i confini del Sudan. Il corpo ha sempre avuto un’impronta clientelare: per cementare la fedeltà dei combattenti, il presidente era solito ricompensare i comandanti con premi personali, che li hanno resi negli anni molto ricchi e potenti. Tuttavia, le élite militari tradizionali delle Sudanese Armed Forces guardavano ai membri Rsf come rozzi allevatori e combattenti di seconda classe. La competizione per il primato tra le diverse componenti armate era chiara già durante il regime Bashir, ma funzionale agli scopi del Presidente.

Tuttavia, nel colpo di Stato del 2019 che ha rovesciato la dittatura al Bashir le due forze hanno cooperato. E sempre insieme sono stati schierati, sia nel 2019 che nel 2021, per sedare le proteste pro-democrazia che avevano seguito i colpi di stato dell’esercito. Già prima degli scontri di questi giorni, le stime parlavano di più di un centinaio di attivisti uccisi sia dalle Rsf che dall’esercito regolare, e centinaia di altri arrestati e mai condotti a processo. Per quattro anni, i due schieramenti armati sono riusciti a collaborare per mantenere le proprie posizioni di potere, ma il 15 aprile la tensione è infine scoppiata in scontro aperto.

Includendo una forza aerea – seppur esigua – l’esercito regolare sudanese ha un vantaggio materiale sulle Rsf, e a detta degli esperti è meglio posizionato per difendere infrastrutture chiave. Dal momento che le Rsf hanno tradizionalmente combattuto in aree rurali, i suoi combattenti non sono ben addestrati per la guerra urbana in una città densamente popolata come Khartoum. Infatti, già domenica 16 aprile l’esercito regolare sembrava avere la meglio nella capitale, avendo colpito numerosi obiettivi Rsf con raid aerei.

La trappola sudanese

L’esercito regolare e le Rsf sono ora ai ferri corti perché hanno visioni diverse su come consolidare il proprio potere. Secondo Kholood Khair, direttrice di un think tank che studia la transizione sudanese, la realtà è che nessuno nei due è disposto a rispettare forme di controllo democratico né ha intenzione di improntare una riforma della sicurezza, elementi che limiterebbero di molto il loro potere. L’analista politica sudanese aggiunge che è possibile che i due abbiano fomentato l’escalation proprio per ottenere concessioni dalle fazioni pro-democrazia per poi ridimensionare il conflitto con un margine d’azione più ampio di prima, e meno pressione internazionale. CLARA TREVISAN

Gabon: un altro boccone amaro per Parigi. Ernesto Ferrante su L'Identità il 31 Agosto 2023

“Profonda preoccupazione” per quanto sta accadendo in Gabon è stata espressa dagli Stati Uniti, “fortemente contrari alle prese di potere militari o ai trasferimenti di potere incostituzionali”. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Matthew Miller, ha chiesto ai “responsabili di garantire la sicurezza dei componenti del governo e delle loro famiglie” e di “preservare il governo civile”.

L’appello rivolto “a tutti gli attori” è a dare prova di “moderazione e rispetto per i diritti umani” e affrontare “in modo pacifico con il dialogo le preoccupazioni, dopo l’annuncio dei risultati elettorali”. Rispetto al voto, apparso tutt’altro che libero e trasparente fin dalle prime battute, gli Stati Uniti rilevano “con preoccupazione la mancanza di trasparenza e le segnalazioni di irregolarità”.

Nessuna marcia indietro da parte dei militari. Il generale Brice Oligui Nguema, capo della Guardia repubblicana, giurerà lunedì come “presidente della transizione”. Lo ha annunciato l’esercito del Gabon, precisando che la cerimonia si terrà presso la Corte costituzionale.

Con un comunicato stampa, letto sul canale televisivo statale Gabon 24 nella giornata di ieri, gli insorti hanno detto di aver deciso “di difendere la pace ponendo fine all’attuale regime”, “che provoca un continuo deterioramento della coesione sociale e che rischia di portare il Paese nel caos”.

Successivamente, il Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni ha anche annunciato la “chiusura delle frontiere fino a nuovo ordine”.

Il rieletto presidente Ali Ben Bongo, figlio di Omar Bongo, satrapo del Paese dell’Africa centrale per 41 anni, è stato messo agli arresti domiciliari. Anche un figlio dell’uomo al potere per 14 anni è stato arrestato.

Il generale Brice Oligui Nguema, capo della Guardia Repubblicana, è stato portato in trionfo da centinaia di soldati poche ore dopo il colpo di Stato, al grido di “Oligui presidente”.

La Francia, dove i Bongo possiedono da anni conti correnti e proprietà di lusso, ha “condannato il colpo di Stato militare in corso” e raccomandato ai suoi connazionali sul posto di “non uscire di casa”.

Il leader dei radicali di sinistra de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha accusato il presidente Emmanuel Macron di aver “compromesso la Francia” con il suo appoggio al deposto leader gabonese.

Per Mélenchon, “il Gabon ha potuto sbarazzarsi della sua marionetta presidenziale solo con un intervento dei militari”. “Macron, ha aggiunto su X, ha di nuovo compromesso la Francia in un appoggio incondizionato ad un regime insopportabile. Gli africani voltano pagina”.

Le attività del gruppo minerario francese Eramet sono state “interrotte”. Lo ha riferito la società, che esporta metalli in tutto il mondo e ha 8mila dipendenti solo in Gabon.

“In seguito agli ultimi avvenimenti in corso”, la multinazionale ha “messo fine” alle sue attività e “monitora” la situazione per “proteggere la sicurezza del personale e l’integrità delle strutture”. La comunicazione ha fatto crollare le azioni Eramet alla Borsa di Parigi, con un calo dell 18,83% a 61,85 euro intorno alle 9:55.

Il gruppo è presente nella Repubblica Gabonese con due filiali: la società Comilog, con base a Ogooué, specializzata nell’estrazione del manganese, e la Setrag, che gestisce la linea ferroviaria che collega la costa atlantica al sud-est.

I suoi abitanti, grazie ai proventi delle risorse naturali, potrebbero essere molto ricchi. Invece sprofondano nella miseria, mentre i Bongo continuano a fare affari. Negli anni ’90, gli americani avevano trovato nelle loro banche 100 milioni di dollari appartenenti al capostipite, protetto non solo dalla Francia, ma da buona parte di quell’Occidente a cui interessa unicamente spuntare le migliori condizioni nelle relazioni commerciali con l’opaca classe dirigente dello Stato dell’Africa subsahariana ricco di riserve minerarie e forestali, oltre che di gas e petrolio.

Il Gabon sta facendo di tutto per proteggere la sua foresta pluviale. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 30 Dicembre 2022.

C’è un Paese, nel continente africano, che negli ultimi anni si è distinto per gli sforzi ambientali e di conservazione compiuti: il Gabon, una nazione così ricca di flora e fauna selvatica da essere soprannominata “l’Eden dell’Africa”. Le sue foreste – che coprono quasi il 90 percento della sua terra – sono tra quelle che assorbono più CO2 al mondo, processando ogni anno l’equivalente di un terzo delle emissioni di carbonio della Francia. Motivo per cui il Governo e i suoi abitanti hanno deciso di adottare regole rigide per mantenere in piedi la maggior parte degli alberi, cercando di contribuire in maniera sostanziale a limitare i danni di una crisi climatica globale.

Obiettivi che, fino a qualche decennio fa, sarebbero stati impensabili da prefissare. Il Gabon è infatti un piccolo stato la cui economia si è sempre alimentata con il petrolio, di cui un tempo in Africa ne era il quinto esportatore. Da quest’attività proveniva la maggior parte del profitto. Ora, al contrario, il Paese spera di sostentarsi aiutando il mondo a evitare il collasso, adottando una serie di strategie che dovrebbero incoraggiare i paesi più ricchi a pagare quelli più in difficoltà per tenere in vita le loro foreste. Nell’interesse di tutti. «Se fermi la deforestazione, dovresti essere ricompensato per aver rinunciato ad altre forme di sviluppo economico», ha affermato lo scienziato Andrew Mitchell. «Le foreste dovrebbero valere più da vive che da morte». L’argomentazione portata avanti dal Governo del Gabon è semplice. Le foreste pluviali forniscono un “servizio” al mondo, togliendo dall’aria milioni di tonnellate di carbonio. Un “servizio”, però, che non produce alcuna entrata economica. Per questo spesso i paesi più poveri sono spinti ad abbattere le proprie foreste (per ricavarne legname da vendere) piuttosto che proteggerle.

E noi non solo non incentiviamo la loro salvaguardia, ma ne favoriamo la scomparsa. Dati alla mano, da soli gli europei, ad esempio, sono responsabili del 10% della deforestazione globale per via dell’importazione di prodotti agricoli e forestali. «E paesi come il Gabon, che hanno protetto le loro foreste, dovrebbero essere ricompensati per averlo fatto e avranno bisogno di qualche incentivo per continuare su questa strada», ha detto in un’intervista il ministro dell’acqua, delle foreste, del mare e dell’ambiente, Lee White. Infatti, mentre la Repubblica Democratica del Congo perde circa 500.000 ettari all’anno a causa della deforestazione, tra il 2010 e il 2020, il Gabon ne ha tagliati “solo” 12.000, meno dello 0,1% all’anno grazie a «diverse decisioni coraggiose che hanno contraddistinto il Gabon come leader nelle politiche di gestione ambientale e forestale».

Vediamo quali. Di recente, ad esempio, nel paese sono state vietate le esportazioni di legname grezzo (la Francia era uno dei principali acquirenti), tenuto invece in loco per incentivare la lavorazione nelle aziende locali. Attorno al legno, infatti, è nato (grazie a numerose agevolazioni fiscali) un vero e proprio polo industriale specializzato nella costruzione di mobili, compensato e altri derivati, principalmente per creare posti di lavoro ed evitare la migrazione all’estero. Un settore che infatti ora impiega circa 30.000 persone (più del 7% della forza lavoro del paese).

La legge, tra l’altro, prevede che si taglino solo due alberi per ettaro, ogni 25 anni e che ogni tronco sia dotato di un codice a barre di riconoscimento, per combattere il disboscamento illegale. Nel 2018 il Governo ha inoltre stabilito che entro il 2025 tutte le aree adibite al disboscamento (per cui servono delle concessioni) debbano essere certificate FSC – un documento internazionale, indipendente, per i prodotti legnosi e non legnosi derivati dalle foreste. Tale standard globale garantirebbe la sostenibilità di tutto il legno ricavato dalle foreste. Ad oggi il Gabon ha raggiunto 2,4 milioni di ettari di foresta certificata, grazie anche all’istituzione di una stazione di ricerca satellitare per creare un database delle sue aree più degradate, su cui quindi serve intervenire con urgenza. «Non possiamo risolvere da soli tutti questi problemi, ma se non ci sono esempi di paesi in cui si sta cercando di trovare una soluzione, allora da chi impareranno gli altri?», ha detto il Ministro dell’ambiente.

Effettivamente gli sforzi del Paese stanno dando i loro frutti. La deforestazione e il disboscamento illegale sono diminuiti, con vantaggi anche per la fauna. Il numero di elefanti, ad esempio, è aumentato in modo significativo, passando da una popolazione di 60.000 elementi nel 1990 ai 95.000 del 2021. Per White, «Ogni paese che ha perso i suoi elefanti, ha perso le sue foreste», sottolineando lo stretto legame tra bracconaggio e deforestazione, due attività illegali che si alimentano l’un l’altra. L’approccio adottato dal Gabon sta già ispirando alcuni “vicini”. Diverse nazioni del bacino del Congo si sono anch’esse impegnate a vietare l’esportazione di legname grezzo dal prossimo anno e altri due paesi contano di creare un’industria del legno simile.

Non tutti però credono che la nazione possa tollerare a lungo questi ritmi, considerando il Paese inadatto a guidare una “rivoluzione” globale soprattutto per via del suo legame con il petrolio. Per anni il greggio gli ha fornito ricchezza, permettendo al Paese di non sprofondare nella povertà più assoluta, toccata agli altri.

In questo c’entriamo pure noi e le nostre abitudini, che se non cambiano impediranno anche al resto del mondo di cambiare, come dimostrano le parole di Ali Bongo Ondimba, attuale Presidente del Gabon: «Continueremo a consumare gas e diesel per molti anni, almeno fino a quando i paesi più ricchi non faranno di più per aiutare le nazioni più povere a finanziare la transizione energetica». [di Gloria Ferrari]

Il Ciad nazionalizza tutti i beni della multinazionale petrolifera Exxon. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 27 Marzo 2023

Il Ciad sta nazionalizzando tutti i beni della multinazionale petrolifera ExxonMobil, compresi i suoi permessi per l’esplorazione di idrocarburi, grazie a un recente decreto varato dal governo. Lo Stato centrafricano ha iniziato a produrre petrolio nel 2003 con il completamento dell’oleodotto che collega i giacimenti meridionali ai terminali della costa atlantica del Camerun. Su tali riserve energetiche ha investito la multinazionale statunitense Exxon, alla guida di un consorzio composto da Chevron e Petronas. L’ultimo progetto petrolifero gestito dal colosso energetico era quello di Doba, una città nel sud del Paese che di recente aveva scoperto i propri giacimenti. Nei mesi scorsi, la multinazionale statunitense era arrivata a un accordo con Savannah Energy per la vendita delle attività condotte in Ciad e in Camerun. L’intesa da 407 milioni di dollari è stata però contestata dalla giunta militare al governo che ha deciso di ricorrere alla nazionalizzazione.

L’operazione di vendita tra le due compagnie era stata condotta “nonostante le espresse obiezioni del governo ciadiano e in barba al suo diritto di prelazione”, fa sapere l’esecutivo, aggiungendo: “il giacimento Doba e l’oleodotto Ciad-Camerun costituiscono beni vitali e sovrani per il Ciad, non possono essere messi a repentaglio da un’operazione irregolare”. Con la nazionalizzazione di una società privata, uno Stato si appropria dei beni e delle concessioni appartenute a quest’ultima. Le nazionalizzazioni, frequenti negli anni ’60 e ’70, sono diventate una rarità soprattutto nei Paesi poveri o emergenti sia per l’ingente influenza politica detenuta dalle multinazionali sia per gli eventuali contraccolpi sull’economia locale. La decisione governativa potrebbe, infatti, frenare gli investitori privati nella regione nonostante il momento di crescente domanda globale di energia. La sfida più grande sarà la gestione efficiente della produzione petrolifera, nonché un maggior riguardo nei confronti della popolazione che attualmente incontra diverse difficoltà nell’accedere al petrolio e dunque a un approvvigionamento energetico stabile.

L’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite classifica il Ciad come il settimo paese più povero del mondo, con l’80% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. Le accuse sono rivolte sia all’azione esterna, con gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) volti allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi senza alcun riguardo per lo sviluppo socioeconomico del Paese, sia a quella interna, in balia della corruzione e dell’instabilità politica. Il Ciad, che attende le elezioni, è attualmente governato da una giunta militare con a capo Mahamat Deby, succeduto al padre Idriss Deby nel 2021. Il regime autoritario di quest’ultimo è iniziato nel 1990; durante i successivi tre decenni si è assistito a una erosione della democrazia oltre che al dilagare della corruzione e al clientelismo.

Con Idriss Daby al governo, i legami tra il Ciad l’ex colonizzatore francese sono stati sempre stretti, tanto che al suo funerale era presente il presidente Emmanuel Macron. La scomparsa del dittatore ciadiano è stata descritta da Parigi come: «la perdita di un coraggioso amico che aveva cercato pace e stabilità per tre decenni». Nel 2006 e nel 2008 la Francia ha fornito il proprio supporto militare a Deby per salvarlo dai ribelli che stavano per raggiungere la capitale N’djamena. Scenario simile anche nel 2019, quando Parigi non esitò a schierare le truppe dell’operazione Barkhane, utilizzando quindi il pretesto della “lotta al terrorismo”, per evitare il rovesciamento di un governo amico. Supporto dettato dalla volontà di avere ancora voce in capitolo nella regione, sia dal punto di vista geopolitico sia dal punto di vista economico, dal momento in cui il Ciad è uno dei Paesi della Françafrique e utilizza ancora il franco CFA come valuta ufficiale. [di Salvatore Toscano]

In Marocco, tra i villaggi dell’Alto Atlante devastati dal terremoto. Monica Cillerai su L'Indipendente martedì 12 settembre 2023 

Non ha più lacrime per piangere Lhoussain Asoki, classe 1985. Ha perso tutti. Sotto le macerie sono rimaste sepolte sua moglie, Soad Ait, e i tre figli Marwa, Mohamed e Salma. Maewa, la più grande, aveva cinque anni, Mohamed ne aveva tre, mentre Salma, l’ultima arrivata, era nata da appena due giorni. Il terremoto se li è portati tutti via. La casa di terra, mattoni e argilla è crollata troppo in fretta, non sono riusciti a uscire. Lhoussain é l’unico sopravvissuto. Ha una ferita in testa e la morte nel cuore. Non vuole tornare a vedere dove tutto è accaduto. La famiglia è stretta intorno a lui in un accampamento di tende costruito sulla cima della collina. Sono tutti di origine berbera, come la gran maggioranza della popolazione più toccata dal terremoto. Nessuno dorme in casa, la paura di ulteriori scosse è ancora troppo forte.

Il comune rurale di Moulay Brahim, 50 chilometri a sud di Marrakech,è uno degli epicentri del terremoto che venerdì 8 settembre ha sconvolto la regione di Marrakech e i monti sull’Atlante. Il bilancio dei morti continua a salire. Per ora se ne contano più di 2.800, con oltre 2.500 feriti. Ma è destinato ad aumentare. Molte case sono crollate, e i detriti riempiono la visuale ovunque si guardi. La maggior parte delle abitazioni ancora in piedi sono state comunque abbandonate per le numerose crepe che si sono aperte. Non si sa quanti siano i morti nel paese: alcuni dicono 30, altri più di 40. Alcuni corpi restano sotto le macerie. Intanto, si continua scavare.

La strada che arriva a Ijoukak è una fila di macchine infinita. La strada, che è la R203 che porta ai comuni montani a sud di Marrakech, è stata stata riaperta dopo due giorni, ma il percorso è ancora pieno delle rocce cadute durante il terremoto ed é pericolante. La maggior parte degli aiuti umanitari è arrivato solo oggi, ed è ancora completamente insufficiente per aiutare le migliaia di persone che hanno perso tutto. La zona di Ijoukak, 100 chilometri a sud di Marrackech, é una delle più colpite: i morti sono centinaia, qualcuno dice quasi ottocento, nessuno ha un conteggio preciso. L’ultimo censimento contava circa 6.700 persone abitanti in tutto il paese. In alcuni dei centri abitati che compongono la vallata non c’è nessuna casa in piedi. «C’est la dévastation complete», ripetono alcuni dei superstiti. è la devastazione completa.

Intorno, solo macerie. «È crollato tutto. I miei vicini sono tutti morti». Ha perso il fratello Ibrahim Baraka, con la moglie e due dei figli. Solo uno è sopravvissuto. «Vivevano nella casa lì sotto». Non resta più niente. «La casa accanto è semplicemente scivolata giù dalla riva». Ibrahim dorme in una delle tende che ospitano centinaia di sopravvissuti, insieme alla famiglia dell’altro fratello, anche lui vivo. Era via per lavoro. I bambini giocano e ridono nella notte che avanza. «È stato un miracolo. Pensavamo fossero tutti morti, la casa era completamente crollata». Qui intorno, nei villaggi più alti, la situazione è ancora peggiore. «Là nemmeno i soccorsi e gli aiuti arrivano. La situazione è ancora più catastrofica».

Dopo due giorni di isolamento e assenza di aiuti, ora i soccorsi sono all’opera; volontari e pompieri stanno scavando per tirare fuori le decine di corpi ancora sotto le pietre. Le possibilità di trovare qualcuno ancora vivo é scarsa, anche se la speranza muove la pala di chi da una mano. Tra tutti i centri abitati attraversati finora, Ijoukak è nella situazione peggiore. Di una buona parte del paese non restano che macerie. «Per fortuna le persone sono molto solidali tra di loro qui. Tutti si aiutano. E anche dal resto del Marocco sono arrivati aiuti da parte della popolazione civile». Dice Ibrahim. Ma non basta. Ci vorranno anni a ricostruire tutto.

La devastazione è realmente totale e difficile da descrivere. In tutta la provincia di Al Haoz le scene si ripetono: case crollate, detriti ovunque, famiglie spaccate e vite portate via; accampamenti autocostruiti fatti di teli e coperte lontano dalle macerie; feriti con bende di fortuna e persone che cercano di salvare il salvabile dai resti delle proprie case. Ogni tanto c’è qualche tenda messa a disposizione da una ONG o dallo stato, ma la maggior parte degli aiuti sono dati dall’autorganizzazione della comunità e anche dalla solidarietà diretta delle persone che da Marrakech si sono mosse verso le zona più colpite. 

A Tafeghaghte anche gli animali sono morti, togliendo uno dei pochi introiti agli abitanti dei centri più poveri. Camminando lungo la strada si vedono ancora i cadaveri di asini e capre mezzi sepolti e coperti di polvere. Il tanfo di morte impregna l’aria. La povertà uccide due volte. I paesi più colpiti sono infatti quelli meno benestanti, con le case costruite di terra, argilla e qualche mattone. Sono gli stessi centri abitati dove le strade non sono asfaltate e sono poco accessibili. Sono i villaggi dimenticati, proprio perché già poveri. «Qui abbiamo fatto tutto da soli. Abbiamo tirato fuori noi i corpi, nessuno ci ha aiutato. Solo ora arriva qualche aiuto» dicono dal villaggio berbero di Tafeghaghte, altra zona devastata dal sisma. Anche qui sono poche le case in piedi.

Si parla di circa 380.000 persone toccate dal terremoto che hanno bisogno di aiuti. Per ora il Marocco ha concesso solo a quattro stati di mandare soccorsi, ovvero Regno Unito, Spagna, Qatar e Emirati Arabi. Numerosi altri sono in attesa di risposta. «Bisogna continuare a sperare. È triste. Ma come facciamo? Non possiamo fare tornare indietro i morti. Li piangiamo. Abbiamo anche perso tutto. Dobbiamo capire come andare avanti». Ci saluta così Ibrahim, prima di allontanarsi nella notte. Domani, continuano le ricerche. [testo e foto di Monica Cillerai]

La catastrofe. Marocco in ginocchio, oltre 2mila morti per il terremoto: “L’emergenza potrebbe durare anni”. Oltre duemila feriti. E si continua a scavare, il bilancio è provvisorio. Danneggiata la Medina di Marrakech. La Farnesina fa sapere che tutti i 400 italiani nel Paese stanno bene. Redazione Web su L'Unità il 10 Settembre 2023

Si continua a scavare tra le macerie in Marocco, dopo il terremoto che ha colpito il paese nella notte tra venerdì e sabato. Un’ecatombe, una scossa di magnitudo 6.8 con epicentro a 70 chilometri da Marrakech e a una profondità di 10 chilometri. Il bilancio al momento provvisorio è drammatico: oltre duemila morti e duemila (2.012) feriti, di cui mille e quattrocento in gravi condizioni. Danneggiate anche le mura storiche di Marrakech, con il minareto di una moschea che è crollato. Il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che i 400 italiani che si trovavano nel Paese sono tutti in buone condizioni.

Il terremoto si è verificato lungo la catena montuosa dell’Atlante, con un movimento di compressione generato dalla spinta della placca africana verso quella europea. La scossa è durata una trentina di secondi ed è stata avvertita anche in Spagna e Portogallo. Difficile per i soccorsi raggiungere tutte le città e i villaggi rurali e montuosi colpiti dal terremoto. Tantisime persone sono rimaste senza casa. Circa la metà delle vittime è stata registrata nella regione rurale di Haouz, dove le case sono in gran parte fatte di mattini di fango. Le valanghe bloccano diverse strade di montagna, fangose e fragili.

Le zone più colpite sono quelle della zona dell’Atlante, abitate da circa dieci milioni di persone. L’epicentro è stato individuato nel villaggio Tata N’Yaaqoub, nella provincia di Al-Haouz. Re Mohammed VI ha ordinato all’esercito di schierare aerei, elicotteri e truppe dell’esercito per le operazioni di salvataggio. Potrebbe chiedere aiuto anche a Paesi stranieri ma al momento non c’è conferma. Diversi i Paesi che si sono offerti di inviare aiuti umanitari al Marocco tra cui l’Algeria, Israele, la Turchia, la Francia, gli Stati Uniti. Algeri, che da anni ha un rapporto molto complicato con il Marocco, ha riaperto lo spazio aereo a voli che trasportano aiuti umanitari e persone ferite dopo che per due anni era rimasto chiuso sia ad aerei civili che militari.

A Marrakech sono crollati edifici storici, porzioni di mura e il minareto della moschea della famosa piazza Jamaa el-Fna, in una delle zone più trafficate dai turisti. La città è stata attraversata da diversi blackout e le connessioni a internet sono saltate. Il villaggio di Tafeghaghte, 60 chilometri a sud-ovest di Marrakesh, è stato quasi interamente decimato dal terremoto. Pochissimi edifici sono ancora in piedi, mentre le truppe dell’esercito continuano a cercare i corpi sepolti sotto le macerie. L’aeroporto di Marrakech ha ripreso a funzionare regolarmente. Il Re ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

I precedenti più gravi in Marocco risalgono al 29 febbraio 1960, quando un terremoto di magnitudo 5,7 sulla scala Richter distrusse Agadir, sulla costa occidentale del paese, provocando la morte di oltre 12.000 persone, un terzo della popolazione della città e l’epicentro fu collocato proprio sotto la città; e al 24 Febbraio 2004, un violento terremoto di magnitudo 6.4 colpì la località costiera di Al Hoceima. Il bilancio fu di 630 vittime, 926 feriti e circa 15.000 senzatetto. La Croce Rossa Internazionale ha allertato la comunità internazionale sull’importanza degli aiuti per il Marocco: “L’emergenza potrebbe durare mesi se non anni”. La Farnesina continua a monitorare attentamente l’evolversi della situazione. Per qualsiasi emergenza o segnalazione è possibile contattare l’Unità di Crisi al numero +39 06 36225.

Redazione Web 10 Settembre 2023

Sui monti di Marrakech dimenticati dai soccorsi: «Qui non c’è più nulla». Il Corriere della Sera l'11 settembre 2023.

Ma quando arriva la scavatrice? Più o meno ogni mezz’ora, Sanae Ouichn s’alza dal distributore dov’è accampata, proprio di fianco alla montagna di macerie della sua casa, e va dal gendarme royal che in divisa pulita e ben stirata presidia la strada. Lo guarda dritto: «Me lo dici o no, se vengono a tirare fuori i miei morti?». Lui fatica a scavare nelle parole. «Non fa che rispondermi sempre le stesse cose! Che manca la benzina, che non si trovano gli autisti, che le strade sono intasate…». Serve la pazienza d’un sufi. Sanae s’aggiusta l’hijab nocciola, il solo riparo dalla luce feroce. Scrolla il cellulare, la sola fuga dal mondo infame. Torna a sedersi sotto le pensiline verdi della benzina Ziz. Ha 34 anni e più nessuno, terremotata da mille rabbie: «Là sotto — alza l’indice, l’henné decorato e quasi cancellato dall’opaco della polvere — ci sono mia sorella Bouchra, il mio nipotino Jad, mio cognato. Venerdì sera con mia sorella mi stavo messaggiando, mentre cucinavo: dopo la scossa l’ho chiamata, era online, ma non rispondeva più. Jad aveva 6 anni, andava a scuola da una settimana: l’hanno sentito che gridava aiuto. All’inizio speravo di ritrovarli tutt’e tre. Adesso non più. È rimasta viva soltanto la sorellina di Jad. Prego Dio che, almeno, le facciano rivedere suo fratello dentro una tomba».

Non trovano vivo più nessuno. E nessun morto. Tardano: i primi soldati per cercare i sepolti, li hanno visti solo dopo due notti. Pochi, lenti, confusi. Le prime tende gialle per alloggiare i salvati, le hanno piantate la domenica mattina. Su quest’Atlante a un’ora d’auto da Marrakech, ventimila abitanti prima e ora chissà, neppure il più potente terremoto nordafricano degli ultimi centovent’anni ha smosso la coscienza dei burocrati incapaci. Nemmeno se Amizmiz è diventata un oceano di lacrime, per dirla col poeta berbero di qui, Muhammad Awzal. Non c’è casa senza crepa, non c’è famiglia senza lutto. Poco cibo, pochissima acqua, zero speranze. Però abbonda l’orgoglio dell’arroganza. «Non abbiamo bisogno di niente, solo che facciate buona informazione!», ci allontana un funzionario governativo davanti a una tenda scalcagnata che chiamano ospedale da campo: sette letti, quattro barelle, un banchetto con qualche scatola sparsa d’antiemetico Vomistop e d’antipertensivo Amcard, più impiegati che medici a compilare moduli e a fronteggiare doloranti attese. Arriva qualche dottore di Msf, a metà mattina, e una piccola colonna di camion con le coperte per la notte. Ma Amizmiz è un villaggio di vite a perdere: il Marocco inutile, come i francesi chiamavano queste montagne colonizzate, carta straccia sulla mappa dei soccorsi. «Siamo rimasti soli per 36 ore — dice Salah Ancheu, 28 anni —. Non c’era la polizia, non c’erano le ambulanze, i badili. Non c’era nulla!». Nelle quindicimila moschee di tutto il Marocco si recita la janazah, la preghiera dell’assente, e anche ad Amizmiz i pochi funerali possibili si celebrano al tramonto. Vietato cremare per legge, anche se ci starebbe — si sente una gran puzza di morte — e comunque aiùtati che Allah t’aiuta.

Nella spianata delle palme, dove adesso si monta un campo di fortuna e compare la tv di Stato a riprendere la scena, da un camion militare lanciano bottigliette d’acqua agli assetati che s’accalcano. Sugli spartitraffico e sotto gli ulivi e dentro le cave di tufo, ovunque, decine di famiglie si piantano quattro bastoni e un telo sopra: la nuova casa, per quanto tempo non si sa. Una donna agita la mano e fa sciò al randagio che vuole rubarle l’ombra: è l’unico posto che ha. Un bimbo stringe stretta la monoporzione di marmellata avuta dai volontari della Mezzaluna Rossa e piangendo, strillando scappa disperato dal fratellino che ne vorrebbe un po’: è l’unico pasto che ha. «Non so dove andare, come quel cane», piange Hafida, 39 anni, la famiglia sparita. Li chiamavano gli scelocchi, i berberi di questo Marocco inutile: antichi maestri di spada, fieri guerrieri che facevano tremare tutti gl’invasori. Ma è tremata la terra e l’unica guerra è per sopravvivere, per un materasso e un panino, o per cacciare con furia tre americani in quad (ebbene sì) che alle due del pomeriggio salgono fin da Marrakech a regalarsi il selfie sulle macerie, il drammatico video su TikTok, la cartolina dall’inferno.

L’Atlante è una geografia distrutta, le foto aeree spiegano. I villaggi sono chiazze informi di case afflosciate, 1.293 morti nella provincia di Al Haouz, 452 solo a Taroudant, un’ecatombe senza cifre a Moulay Brahim, che è sempre stata la tappa d’ogni turista e ora è risarcita, almeno un po’, dalle guide di Marrakech: tutte insieme han deciso di mollare le visite ai giardini Majorelle o sotto i minareti della Place, per venire a scavare, aiutare, confortare. Dice la Mezzaluna Rossa che ci vorranno anni, perché il Marocco si risollevi. E decenni, per ridare vita a questi cimiteri di montagna. Un vecchio cammina lento tra i cumuli di pietre, verso la piazza centrale d’Amizmiz, ha una borsa e un figlio che l’aspetta su una Skoda: se ne va a Casablanca, lui che può, addio monti e per sempre. Fuggire, se non si vuol morire ancora un po’. «Ero tornato ad agosto per rivedere la mia famiglia», è scioccato Mohamed Ifquirne, 31 anni e da 3 in America, dove campa come tassista Uber: «Sono finito da New York a queste tende, ho appena seppellito mio nonno e ora tutti i miei parenti mi chiedono di portarli via. Io ho solo la green card. Cosa posso fare per loro? Mia mamma, no: lei farà la clandestina, farà con me la fame a New York, ma non la lascio qui a dormire nelle tende. Amizmiz non è più nulla».

Dov’è finito il re del Marocco? L’incredibile assenza di Mohammed VI: «Sta più a Parigi che in patria, e chissà con chi». Storia di Francesco Battistini su Il Corriere della Sera lunedì 11 settembre 2023.

Un video d’un minuto, senza sonoro. Le tv del regno lo mandano a rullo: l’invecchiato sovrano in gellaba e fez, vicino il giovane erede Moulay, davanti la nomenklatura di ministri e generali. «Riunione di lavoro», recitano i sottopancia. E un comunicato ufficiale: «Sua Maestà il Re ha fornito le sue più illuminate istruzioni per condurre con rapidità le operazioni di soccorso approntate sul terreno». Tutto qui? Tutto qui: mentre i leader di tutto il mondo inviano al Marocco messaggi di cordoglio e offerte d’aiuto, a Rabat c’è un monarca che tutti chiamano «il re suo malgrado» e che anche stavolta, più delle altre volte, è un re inesistente. Nei primi tre giorni, nessun discorso al popolo in ginocchio. Nessuna visita nelle zone terremotate, nemmeno a Marrakech. Nessun ringraziamento ai Paesi stranieri. Niente. Mohammed VI proclama il lutto nazionale e invita solo le 15mila moschee del Marocco a recitare la Preghiera dell’Assente, in onore dei 2.500 morti. Amen. Senza sapere che il vero assente è lui. Il re è muto. Il re è stanco. Il re è nudo. E perfino in un Paese poco abituato alle critiche e all’opposizione, nei caffè e negli uffici e nelle stazioni dov’è obbligatorio esporre sempre una foto della casa reale, la domanda si mischia al malumore: ma che fine ha fatto, M6? Dalla grande scossa alla sua prima apparizione nel video della «riunione di lavoro», sabato, sono passate 18 ore di silenzio assoluto. Venerdì notte il re stava, come ormai gli accade spessissimo, a Parigi: fra il suo castello privato e il palazzo di 1.600 metri quadri (e da un milione 800mila euro) sul Campo di Marte, proprio sotto quella Tour Eiffel che domenica notte s’è spenta in segno di lutto. «Ragioni di salute» l’avevano portato in Francia il primo settembre, e in parte è così: M6 soffre di sarcoidosi, una malattia immunitaria che minaccia il miocardio, nel 2018 e nel 2020 ha subìto un doppio intervento al cuore a Parigi e a Rabat. «Ma ormai passa più tempo in giro per il mondo che in patria», dice sottovoce un giornalista marocchino: le campagne francesi, la sua villa in Gabon, le ospitate nel Golfo, mille viaggi top secret, uno strano inner circle fatto di familiari e d’amici campioni d’arti marziali che l’accompagnano ovunque e (si dice) lo influenzino nelle scelte.

Anche durante il Covid, chissà dove stava questo re nascondarello. «Il mistero delle sparizioni di Mohammed VI», ha scritto in aprile The Economist: pure a fine agosto, e per il quarto anno consecutivo, M6 s’è defilato nell’arcipelago delle Alhucemas e non ha voluto né feste, né fuochi d’artificio per il suo sessantesimo compleanno. C’era dunque da sorprendersi della corona desaparecida, lo scorso finesettimana, mentre il Marocco cadeva a pezzi? Sorprende, semmai, che Mohammed fatichi adesso a prendere in mano la situazione. La prima riunione straordinaria di governo s’è tenuta solo 60 ore dopo il sisma e ai mugugni per la grande assenza e per i ritardi dei soccorsi, s’aggiungono le critiche ai grandi rifiuti: solo pochi Paesi sono stati accettati come donatori d’aiuti, e fra questi la Spagna (che s’è recentemente allineata con Rabat nel riconoscimento del Sahara occidentale) e il Qatar (stretto alleato nel lobbismo marocchino, come dimostrato nello scandalo Qatargate al Parlamento europeo). Fa molto rumore lo schiaffo alla Francia, anche se prevedibile: i rapporti con l’Eliseo sono gelidi da almeno due anni, dallo scoppio dello scandalo Pegasus sulle intercettazioni, e a Rabat non c’è un ambasciatore francese. Lo scorso marzo, quando Emmanuel Macron minimizzò e disse che «le relazioni col re Mohammed VI sono amichevoli», M6 rispose duro che nient’affatto, «le relazioni non sono né buone, né amichevoli». A Parigi, tutto questo se l’aspettavano. E la stampa francese, lunedì mattina, non s’è tenuta negli attacchi al monarca. In Marocco, no. Non esiste una vera opposizione e il ventiduesimo monarca della dinastia alawita, lo «sherif» diretto discendente di Maometto, non può essere criticato apertamente: anni fa, quando una rivista lanciò un sondaggio per misurarne la popolarità, intervenne la censura di Stato «perché nessuno dà le pagelle alla più alta autorità religiosa del Marocco». Il malumore è solo un brusìo, al momento. Anche se M6, vicino al quarto di secolo sul trono, appare sempre più distante. L’ombra di quel giovane sovrano che a fine anni ’90 era chiamato «il monarca repubblicano», «il modernizzatore laico», veniva elogiato per i brillanti studi d’economista a Nizza, per la scelta d’una moglie dai capelli rossi e dalla fedina borghese come Salma Benani, per le sue riforme del diritto di famiglia in un Nord Africa tribale, per la difesa delle donne. «Sono il primo servitore dei marocchini», diceva allora, e la sua silenziosa riservatezza («il suo corteo reale rispetta pure i semafori!») è sempre stata considerata una virtù. Che cos’è successo a quel re, riapparso l’altra sera ingrigito, corrugato, quasi piegato? Sulle sue spalle, di sicuro è caduto l’augurio che gli fece il terribile padre Hassan II, prima di morire, quasi una maledizione («spero tu abbia una vita difficile, per poter dimostrare il tuo valore»): dagli anni del qaedismo e degli attentati alle Primavere arabe, dalla crisi climatica alla pandemia, il regno di M6 non s’è fatto mancare nulla. Il vecchio Hassan era famoso per arrivare sempre in ritardo, «un re è più autorevole se arriva dopo». Il figlio Mohammed ha sempre voluto distinguersi per la straordinaria puntualità: non stavolta.

"Tanti hanno perso tutto". La testimonianza del frate a Marrakesh. Fra Manuel Corullon, della parrocchia dei Santi Martiri di Marrakesh, racconta i drammatici momenti del sisma e anche di come la piccola comunità cristiana della città si sta attivando per fornire aiuto alle persone più colpite. Lorenzo Vita l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Si continua a scavare in Marocco. Ore di angoscia e speranza per i soccorritori e per chi attende di avere notizie delle persone rimaste sotto le macerie. I morti sono già oltre i 2100, con altrettanti feriti. Ma la tragica conta delle persone che non ce l'hanno fatta troppe allungarsi nel corso delle prossime ore. Gli escavatori raggiungono con difficoltà i villaggi di montagna e tante case, di fango e pietra, sono state spazzate via dalla furia delle scosse che hanno fatto tremare la catena dell'Atlante e il sud del Marocco.

Tra le città più colpite Marrakesh, uno dei luoghi più famosi del Paese, dove siamo riusciti a contattare padre Manuel Corullon, frate francescano della parrocchia dei Santi Martiri, che da molti anni vive in Marocco.

"Noi siamo nel centro della città e abbiamo sentito tremare tutto... Poi alle 4:30 di sabato una seconda scossa terribile" ci racconta il frate. "La nostra casa parrocchiale e la chiesa sono costruite in pietra e hanno resistito al terremoto, ma tante case sono crollate".

La comunità cattolica di Marrakesh è composta in larga parte di residente stranieri che vivono in Marocco, studenti e lavoratori dell'Africa subsahariana, ma anche dei migranti che percorrono la rotta che dal cuore dellì'Africa tenta di arrivare in Europa attraverso il Paese devastato dal sisma. "Tanti migranti stanno venendo in chiesa perché sono rimasti senza un tetto dove dormire. La Caritas parrocchiale si sta organizzando anche su questo frangente", racconta. È una comunità giovane, ci spiega padre Corullon, con circa 500 e 600 persone che assistono alla messa della domenica in un Paese a larghissima maggioranza musulmana. In tutto sono circa 1.500 i cittadini cristiani di Marrakesh, cui si aggiungono appunto i migranti ma anche i turisti che affollano la perla del Marocco.

Per i cittadini di Marrakesh che hanno perso la casa, ora c'è bisogno di tutto. "La nostra priorità è la distribuzione di cibo e di acqua potabile" ci dice il frate francesco, "ma servono anche vestiti. Tanta gente ha perso tutto e sta per strada senza nulla con cui cambiarsi". Queste ore servono alla parrocchia e alla Caritas per organizzarsi e avviare la sua opera di aiuto. "Per la nostra comunità ma anche in tutti i quartieri più lontani, senza alcuna distinzione, per cristiani e musulmani" sottolineare padre Corullon. Lorenzo Vita

 "Sono stati secondi interminabili". Il terrore degli italiani rientrati dal Marocco. Attimi di puro panico quelli che hanno riguardato gli italiani presenti in Marocco al momento della scossa di magnitudo 6.8. I primi arrivi a Fiumicino in queste ore. Redazione il 10 Settembre 2023 su Il Giornale.

"Ero in casa di alcuni miei parenti a Casablanca quando, all'improvviso ha cominciato a tremare tutto. Sono stati secondi interminabili". Sono queste le parole pronunciate da una ragazza italiana di origini marocchine, rientrata nel Bel Paese a seguito del terremoto che ha flagellato la regione di Marrakech, in Marocco, dove si contano più di 2.000 morti, altrettanti feriti ed innumerevoli danni. La stessa ragazza ha proseguito nel suo racconto: "Mai vissuta prima d'ora un'esperienza del genere. La gente, presa dal panico, si è subito riversata in strada lontana dagli edifici e lì ci ha passato poi tutta la notte. E' davvero terribile ciò che è successo".

A farle eco, c’è una coppia di anziani che, appena atterrati a Fiumicino mediante un volo di linea della Royal Air Maroc, hanno raccontato di essere partiti per il Paese magrebino il 30 agosto per fare più di una settimana di vacanza e per poco non si sono ritrovati nel luogo epicentro del terremoto: "Per fortuna non eravamo lì perché proprio la mattina eravamo partiti per Casablanca. Anche se lontani da lì, lo abbiamo comunque avvertito nitidamente. Ci siamo molto spaventati perché non riuscivamo a comprendere se si fosse trattato di un terremoto oppure no. In quel momento eravamo a letto, mezzo addormentati, e quindi lo abbiamo percepito come un qualcosa di strano. Poi abbiamo capito che si era trattato di un terremoto. Dobbiamo ringraziare il 'Cielo' perchè il rientro in Italia era previsto proprio oggi".

I connazionali coinvolti nella tragedia sono stati contattati, poco dopo l’avvenuta calamità, dall’Unità di Crisi della Farnesina pronta a fornire il numero di telefono dell’ambasciata italiana a Rabat e del consolato a loro più prossimo. Nonostante il tempestivo intervento della Farnesina, alcuni italiani sono ancora bloccati nel Paese in quanto la situazione è talmente grave che i soccorsi procedono a singhiozzi: "Ora la macchina è inutile, spiega, perché "la frana ha bloccato entrambe le vie del passo. Ci troviamo in una zona, il Tizi 'n test dove non ci sono soccorritori, non ci sono autorità, non c'è nessuno, per questo abbiamo deciso di incamminarci a piedi verso Agadir" , ha spiegato una donna che poi ha aggiunto: "Se è prudente incamminarci a piedi? Che altro dovremmo fare, cosa aspettiamo? La mia paura è che venga giù la montagna".

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che, in queste ore, ci sono circa 500 italiani in Marocco ma che stanno tutti bene e che l’Unità di Crisi del ministero a cui è a capo è in contatto costante con tutti loro. Nelle ultime ore, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, hanno espresso solidarietà al Regno del Marocco a nome di tutto il popolo italiano ed offrendo disponibilità per gli aiuti umanitari.

Nel cuore del Marocco distrutto dal sisma: "Nessuno verrà ad aiutarci". Amizmiz, uno dei centri più colpiti dal sisma, è stata rasa al suolo. Gli aiuti faticano ad arrivare e gli sfollati si arrangiano con ripari di fortuna. Stefano Lorusso l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

(Amizmiz) Non ha avuto tempo per uscire di casa. Safa, 78 anni, è rimasta così incastrata nelle macerie mentre suo marito e i suoi figli scappavano mettendosi in salvo dalle scosse di magnitudo 6.8 che tra venerdì e sabato scorsi hanno travolto la provincia di la provincia di Al Haouz, a sud-ovest di Marrakech.

Ad Amizmiz, una cittadina di circa 20.000 abitanti a 50 chilometri a sud di Marrakech e poche migliaia di metri dall’epicentro del terremoto che ha mietuto oltre 2000 vittime, la protezione civile marocchina ha continuato a scavare ininterrottamente notte e giorno per estrarre i corpi dei civili rimasti intrappolati nelle case di pietra di questa zona rurale del Marocco in cui la maggior parte degli edifici è costruita in pietra e non ha resistito allo sciame sismico che le ha ridotte in macerie.

Gli abitanti si sono ritrovati avvolti nella polvere in pochi secondi. “Quando ho sentito le scosse mi sono rifugiata sotto al tavolo con i miei genitori e miei nonni. Ho visto le mura oscillare e le crepe diffondersi nel muro. È stato panico puro” racconta Imen el Rbibe, 19 anni, che non ha fatto in tempo a recuperare le sue scarpe prima di uscire di corsa di casa con la sua famiglia. Circa un centinaio di abitanti si sono temporaneamente trasferiti in un campo improvvisato sulla collina che sovrasta Amizmiz. “Abbiamo costruito tutto da soli. Nessuno è venuto ancora ad aiutarci e temo che nessuno verrà mai”, prosegue Imen mentre aiuta i suoi genitori a caricare l’auto familiare delle coperte e dei vestiti che sono riusciti a recuperare facendosi spazio tra le macerie.

Nonostante il Re Mohamed VI abbia annunciato di aver mobilitato tutte le forze del Regno per assistere la popolazione in difficoltà, ad Amizmiz l’esercito non ha ancora installato delle tende, mentre gli abitanti stanno costruendo delle abitazioni di fortuna con pali di legno, teli di plastica e coperte. Le regioni rurali come questa sono quelle che stanno soffrendo di più a causa della mancanza di infrastrutture adeguate ad assistere la popolazione.

Questo è il sisma più mortifero che il Marocco abbia vissuto almeno dal 2004, quando le scosse nella regione settentrionale del Rif causarono più di 600 morti. Il paese conosce le conseguenze dei terremoti da molto vicino: nel 1960 un terremoto di magnitudo 5.8 rase al suolo Agadir, nel sud del Paese. Le vittime furono 15.000, un terzo della popolazione della città. Le placche tettoniche su cui si trova il Marocco si muovono di circa 4-6 mm all’anno, rendendo i terremoti un avvenimento poco frequente nella zona e difficilmente prevedibili secondo il Centro nazionale per la ricerca scientifica e tecnica di Rabat.

La paura di nuove scosse sta tenendo gli abitanti di Amizmiz in uno stato di paura mista a rassegnazione. Dietro l’angolo di quella che era la piazza principale che adesso è ricoperta di pietre, un uomo sta uscendo da quella che era l’abitazione della sua famiglia. È crollata lasciando sotto le rovine i suoi due figli di 8 e 10 anni. “È muto da due giorni. Non riesce più a parlare, né a guardarci in viso, né a mangiare”, spiega sua moglie Sana. “In pochi secondi la nostra vita è stata frantumata. I nostri figli non ci sono più. Io non so più perché devo essere viva”, prosegue mentre porge una carezza a suo marito. Ai lati della strada, i soccorsi estraggono un’altra vittima. Stefano Lorusso

Rabat ignora Parigi: "Aiuti? Non da voi". Francia pronta a intervenire ma bloccata. Anche se il re del Marocco è in vacanza proprio lì. Francesco De Remigis l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Neppure di fronte al dramma, Rabat chiede aiuto a Parigi, confermando il difficilissimo rapporto tra i due governi. La Francia, in una fuga in avanti fatta dal ministero degli Esteri, si era detta «pronta a intervenire» nel post-sisma. Ma dal Marocco nessuna richiesta è arrivata, neppure ieri, quando è filtrata invece l`accettazione d`aiuto da 4 Paesi: Spagna in primis, oltre a Regno Unito, Emirati Arabi e Qatar.

Da Rabat si sottolinea che (per ora) non hanno bisogno di altri supporti. Imbarazzo palpabile a Parigi: l`offerta è caduta nel vuoto (e nel silenzio), tanto da costringere l`inquilino dell`Eliseo a precisare il comunicato del Quai d`Orsay, giudicato surreale da alcuni media transalpini. Invieremo aiuti quando le autorità locali «lo riterranno utile», ha chiarito Macron al G20, mentre da Parigi si spiegava che la Francia aveva già mobilitato «le squadre tecniche», pronte ad agire. Invece, porta in faccia, a parte per i volontari franco-marocchini pronti a partire da Marsiglia per la «madre-patria».

È solo l`ultima umiliazione per Macron in Africa. Rabat ha scelto Madrid, e il governo spagnolo non ha perso l`occasione di sottolinearlo: «È un segno del senso di amicizia che unisce i popoli di Spagna e Marocco», ha detto il ministro degli Esteri Jose Manuel Albares, precisando d`aver ricevuto ieri mattina una telefonata dall`omologo marocchino che gli chiedeva, per l`appunto, aiuto. Telefonata mai arrivata invece a Parigi, «pronta» a intervenire ma senza via libera. Dopo il terremoto, il gabinetto reale di Mohammed VI ha decretato tre giorni di lutto nazionale: secondo fonti giornalistiche, il Re sarebbe però in vacanza in Francia da giorni, nel palazzo di Betz, nell`Oise, acquistato dal padre negli Anni `70. Un piccolo giallo. Perfino la vicina Algeria, con rapporti burrascosi con il Marocco, ha aperto il suo spazio aereo, chiuso per due anni, ai voli che trasportano aiuti e feriti.

Se Parigi è fuori dai giochi, l`Sos alla Spagna è già operativo. Un aereo militare A400 è decollato da Saragozza con una sessantina di soccorritori diretti a Marrakech per «aiutare nella ricerca e nel salvataggio». Appartengono all`Unità spagnola di emergenza specializzata nella gestione delle catastrofi. Nel dramma, ci sono pure i cocci di una crisi politico-diplomatica irrisolta, per l`Eliseo: dallo scandalo Pegasus, lo spyware con cui gli 007 marocchini avrebbero spiato il telefono di Macron, alle tensioni dovute al pressing di Rabat per spingere Parigi a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

Pochi giorni fa, l`ex presidente Sarkozy suggeriva alla Francia di «non costruire un`amicizia artificiale» con Algeria e Marocco. Invece si è provata l`ennesima forzatura, finché una fonte diplomatica di Rabat non ha svelato i Paesi esclusi dall`Sos, sottolineando che il Marocco sta seguendo un «approccio responsabile, rigoroso ed efficace» per le richieste di sostegno. «Individuata la necessità, comunichiamo con chi ha fatto l`offerta corrispondente per dir loro di fornire l`aiuto». L`anno scorso, il Re è rimasto in Francia quasi quattro mesi, senza essere ricevuto da Macron. E neppure stavolta, nonostante la tragedia, ci sarebbero stati vis-à-vis. Sarebbe a un`ora di auto da Parigi.

Ora i morti sono 2500, soccorsi in ritardo: perché il Marocco non accetta aiuti da tutti. Storia di Mauro Indelicato su Il Giornale lunedì 11 settembre 2023.

Migliaia di vittime, 2.500 per l'esattezza, centinaia di paesi crollati e rasi al suolo, strade interrotte e aiuti che faticano a raggiungere tutte le aree devastate dal terremoto: l'epicentro del sisma di sabato mattina di fatto si presenta, a distanza di 48 ore, ancora in piena emergenza. Eppure il Marocco non ha accettato gli aiuti internazionali. O, per meglio dire, ha accettato l'arrivo di aiuti solo da quattro Paesi: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Spagna e Regno Unito. La vicenda è diventata immancabilmente un caso internazionale.

Aiuti solo da quattro Paesi

La Spagna, Paese europeo più vicino al Marocco, ha già inviato le sue squadre di soccorso. Da Saragozza nel giro di poche ore diversi mezzi della protezione civile spagnola hanno raggiunto alcune delle aree più disastrate. Sempre per via aerea da Abu Dhabi, Dubai e Doha stanno in questo momento decollando molti aerei con all'interno mezzi di ogni tipo e squadre di soccorritori.

Una corsa contro il tempo, come sempre accade in questi casi. Corsa essenziale per salvare altre vite e dare rifugi a migliaia di persone che da due giorni trascorrono le notti all'aperto. Eppure la corsa sembra essere ridimensionata e per volontà dello stesso governo di Rabat. Tanti altri Paesi sono rimasti "fuori". A partire dall'Italia, con il nostro Paese sempre in prima linea nell'aiuto da offrire dopo i disastri naturali per via dell'esperienza maturata negli anni a causa dei tanti terremoti subiti.

Ben 48 unità della protezione civile italiana erano pronte a partire. Tutto è stato bloccato. Rabat non ha voluto, ufficialmente perché, come sottolineato dai media locali, il governo ritiene che l'attuale mancanza di coordinamento rischia di creare ulteriori danni. Ma sotto sembra esserci qualcos'altro. Soprattutto a livello politico.

Francia esclusa

Video correlato: I calciatori della nazionale del Marocco donano il sangue (Dailymotion)

Parigi ad esempio è stata del tutto esclusa dalle autorità di Rabat. Nessuno dal gabinetto di governo del Marocco ha chiamato in direzione dell'Eliseo. Nonostante l'emergenza in corso, l'esecutivo del Paese nordafricano con la Francia ha scelto la via del silenzio. Nessuna richiesta, nessun ccontatto. La scelta sembra di natura più politica che "tecnica".

Non inviare alcuna richiesta nonostante peraltro le offerte da parte di Parigi, potrebbe rappresentare un'autentica umiliazione per il presidente Emmanuel Macron. Del resto, i due Paesi non stanno vivendo il loro migliore momento sul profilo dei rapporti istituzionali. Al contrario, da mesi sono diverse le tensioni in corso su molti temi. A partire dal Sahara Occidentale, passando per lo scandalo Pegasus. Ossia la vicenda relativa alla scoperta di operazioni di spionaggio dei servizi marocchini nei confronti di Macron.

Il sisma, contrariamente alle aspettative, non ha riavvicinato le due parti. Ma è proprio qui che nasce quello che sembra essere un vero e proprio "caso nel caso". I media transalpini hanno rivelato che il Re del Marocco, Mohammed VI, in questi giorni è in vacanza in Francia. In particolare, il sovrano dimorerebbe per adesso nel Palazzo di Betz, monumento acquistato dal padre e predecessore negli anni '70. Eppure, tra Parigi e Rabat il gelo è ben evidente. Tanto più che, per l'appunto, il Marocco l'aiuto internazionale in Europa l'ha chiesto unicamente alla Spagna.

Un Paese cioè con cui i rapporti sono caratterizzati da alti e bassi. La questione di Ceuta e Melilla, il discorso relativo al Sahara Occidentale e non ultima la vicenda immigrazione spesso hanno determinato scontri tra Rabat e Madrid. Ma in questa fase i due governi sembrano andare molto d'accordo. La chiamata effettuata subito dopo il sisma dal ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, al suo omologo spagnolo José Manuel Albares ha certificato il positivo andamento delle relazioni bilaterali. Considerazione quest'ultima che per la Francia suona come ennesimo affronto.

I risvolti internazionali del sisma

Sempre sotto il profilo politico, non sono comunque mancati episodi importanti derivanti dal terremoto. Tra tutti, l'apertura dello spazio aereo dell'Algeria al transito dei voli diretti ad aiutare le popolazioni colpite dal sisma in Maroccco. Rabat e Algeri, per motivi connessi soprattutto alla questione del Sahara Occcidentale, sono da tempo ai ferri corti. I due governi non hanno rapporti e lo spazio aereo algerino è chiuso alle rotte che hanno per oggetto il Marocco. La momentanea concessione da parte di Algeri quindi è da leggersi come un passo in avanti politico.

Il sisma ha invece confermato gli ottimi rapporti di Rabat con Doha e Abu Dhabi. L'immagine simbolica dell'emiro del Qatar che, durante i mondiali di calcio dello scorso novembre, agita la bandiera del Marocco assieme a quella del suo Paese oggi è tornata di grande attualità. Il governo ha accettato gli aiuti qatarioti, un segno di ulteriore vicinanza tra le parti. Un discorso analogo vale anche per i rapporti con gli emiratini. Abu Dhabi e Rabat sono gli ultimi due Paesi arabi ad aver normalizzato i rapporti con Israele, ma anche su altri temi delicati riguardanti il medio oriente le due capitali appaiono molto vicine.

Tuttavia, il via libera agli aiuti accordato solo a quattro Paesi rimane l'elemento politico più clamoroso dell'intera vicenda. Rabat forse vuole evitare eccessive interferenze e prova a sostenere il peso dell'emergenza con le sole proprie forze. Lo stesso mancato intervento dell'Italia, con cui il Marocco ha buoni rapporti, ne è una testimonianza. Anche se su questo fronte, in un'intervista su AgenziaNova l'ambasciatore di Rabat a Roma ha ringraziato l'Italia per la sua disponibilità. "La situazione attuale implica la necessità di individuare e identificare i bisogni concreti sul campo - ha detto - che saranno poi comunicati agli amici italiani”.

In patria però la questione legata ai pochi aiuti stranieri accettati potrebbe accendere non poche polemiche. Specie se il bilancio del sisma dovesse essere più grave del previsto.

"Costretto a scegliere tra mio figlio e i miei genitori". Il racconto drammatico dal Marocco. Il racconto di un pastore di un piccolo villaggio nelle montagne dell'Atlante: "È successo tutto in fretta, non smetto di pensarci". Massimo Balsamo l'11 Settembre 2023 su Il Giornale.

Continua a salire vertiginosamente il bilancio dei morti del devastante terremoto che ha colpito il Marocco. In base all'ultimo reso noto dal ministero degli Interni di Rabat sono 2.681 le persone che hanno perso la vita a causa del violento sisma. Tante le vite spezzate, tante le famiglie divise. Un drammatico racconto arriva da un piccolo villaggio sulle montagne dell'Atlante, dove un pastore è stato costretto a scegliere se salvare la vita al figlioletto di undici anni oppure ai suoi genitori.

La tragica testimonianza dal Marocco

Venerdì sera, quando il Marocco è stato colpito dalla scossa di terremoto più devastante degli ultimi sessant'anni, Tayeb ait Ighenbaz era nella sua piccola casa di pietra insieme alla moglie, i due figli e i genitori. Intervistato dalla Bbc, il pastore ha ripercorso quanto accaduto in quelle ore:"È successo tutto in fretta. Siamo tutti corsi verso la porta. Mio padre stava dormendo, ho urlato a mia madre di venire fuori, ma lei è rimasta indietro ad aspettarlo". Prima del crollo dell'abitazione, solo la moglie e la figlia erano riuscite a mettersi in salvo.

Nel cuore del Marocco distrutto dal sisma: "Nessuno verrà ad aiutarci"

"Quando sono rientrato in casa, era tutto distrutto e vedevo sia la mano di mio figlio Adam tra le macerie che i miei genitori. Dovevo fare in fretta e mi sono diretto prima verso il bambino", ha proseguito Tayeb. L'uomo si è precipitato dal figlio undicenne e ha iniziato a scavare disperatamente tra le macerie per salvarlo. Quando si è girato, ha visto i genitori intrappolati sotto una grande lastra di pietra, ma ormai era troppo tardi. "Ho dovuto scegliere tra i miei genitori e mio figlio", il racconto del cinquantenne tra le lacrime: "Non li ho potuti aiutare perché il muro è caduto su metà dei loro corpi. È così triste. Li ho visti morire".

Il pastore non ha potuto cambiarsi dopo il terremoto e indossa ancora i pantaloni sporchi del sangue dei suoi genitori. L'uomo e la sua famiglia attualmente sono accampati in una tenda poco lontano dalla sua abitazione. Ma la situazione è difficile:"Tutti i nostri soldi sono dentro l'appartamento, tutte le mie capre sono morte - ha aggiunto il pastore - È come nascere di nuovo in una nuova vita. Non ci sono più i miei genitori, la casa, il cibo, i vestiti. Ho cinquant'anni e devo ricominciare tutto dall'inizio". Enorme, inestimabile la gratitudine del figlioletto: "Mio padre mi ha salvato dalla morte", le sue parole mentre corre e gioca con una maglietta da calcio della Juventus, con stampato il nome di Cristiano Ronaldo e il numero 7.

(ANSA l'8 Luglio 2023) - Si apre un nuovo fronte tra Marocco e Algeria. Questa volta, dopo lo zellije, il tradizionale mosaico marocchino, rivendicato da Algeri, e il cous cous, il piatto che in realtà è del Mediterraneo, ecco il kaftano, l'abito femminile per le occasioni, in broccato di velluto ricamato a fili d'oro. 

Un dossier inviato da Algeri all'Onu per ottenere il riconoscimento come patrimonio culturale conterrebbe in realtà la foto dell'indumento marocchino, originario di Fes. Il Marocco se n'è accorto e ora grida all'usurpazione. La battaglia muove da un account di Twitter, Radio Fanida, che di solito promuove la cultura marocchina. Ed è diventato subito l'argomento del giorno sui social maghrebini.

Una "confusione", tuonano gli internauti, "che la dice lunga sulla professionalità e competenza di chi si è fatto carico del fascicolo". Il ricorso di Rabat è già pronto. E, di fatto, questo tipo di kaftano marocchino così come il broccato di Fes sono già depositati all'Unesco a nome del Marocco dal 2022". Perché, secondo gli esperti di broderie, questo lavoro viene dalla tradizione ebraica-marocchina.

In Algeria, invece, ritengono che la tradizione sia nata in patria, come derivazione della cultura ottomana e poi, solo anni dopo, e cioè alla metà del XIX secolo, e con numerose modifiche di stile, quel modo di fare gli abiti fu trasferito a Fes dalle abili mani di artigiani algerini in fuga dalla colonizzazione francese. Chi ha ragione?

Il Marocco ha presentato ufficialmente, due mesi fa, il dossier del caftano da sottoporre all'Onu per il 2025, secondo il rigoroso protocollo Unesco che prevede una proposta ogni due anni. Intanto sul web è stata lanciata una petizione per protestare contro l'uso improprio dell'immagine del "caftano della città di Fes" nel dossier del patrimonio algerino all'Unesco.

In Marocco atto di clemenza di re Mohammed VI per quasi 1.000 condannati. Matteo Angioli su Il Riformista il 22 Gennaio 2023

Lo scorso 11 gennaio il re del Marocco Mohammed VI ha concesso la grazia a 991 condannati, dei quali circa 700 già condannati in via definitiva alla reclusione. L’atto di clemenza è stato deciso per la commemorazione del Manifesto dell’Indipendenza, di cui ricorreva il 79° anniversario un mese prima, l’11 dicembre. Tra i beneficiari dell’amnistia figura anche un condannato a morte la cui pena è stata commutata all’ergastolo.

Un provvedimento che richiama alla mente l’apprezzamento di Marco Pannella per il sovrano marocchino e per le monarchie costituzionali. Mohammed VI ha infatti preso una decisione che in Italia manca dal 1990 e che nel nostro Paese fu invocata da un altro sovrano che di costituzionale non aveva molto, Papa Giovanni Paolo II, in un memorabile intervento a Camere riunite nel 2002 accolto dai parlamentari con un applauso scrosciante. Possiamo constatare come un atto di clemenza del genere – espresso dalla volontà di dare ai cittadini detenuti la possibilità di perseguire il proprio riscatto civile e il reinserimento nella società – accentui i connotati democratici che i monarchi possono contribuire a coltivare. In questo senso il Marocco appare più europeo e moderno di quanto possa sembrare.

Già nel 1987 il Marocco aveva presentato la propria candidatura di adesione alla Comunità Europea. La richiesta, formulata da Hassan II, padre del sovrano attuale, fu respinta perché il Marocco non era uno Stato europeo, almeno geograficamente parlando. Il Paese di Mohammed VI fa comunque parte di una zona di libero scambio con l’UE da quando, nel 2000, siglò l’accordo di associazione UE-Marocco. Dal 2008, inoltre, Rabat gode dello “status avanzato” nei rapporti con l’UE, condizione che punta a rafforzare ulteriormente il partenariato, di cui a oggi godono soltanto altri due Paesi della regione in questione: Giordania e Israele. L’azione modernizzatrice di Mohammed VI è certamente agevolata da una cultura aperta che è espressa dalla Costituzione stessa, nel cui preambolo figurano anche le radici ebraiche che sono un vero e proprio tabù per molti Paesi del mondo arabo. “La sua unità, forgiata dalla convergenza delle sue componenti arabo-islamica, berbere e saharo-hassanide, fu nutrita e arricchita dai suoi affluenti africani, andalusi, ebrei e mediterranei”, recita il testo costituzionale.

Un altro sovrano “illuminato” che non di rado ricorreva negli interventi di Marco Pannella era il Re di Danimarca, Cristiano X, che durante la Seconda Guerra Mondiale contrastò gli invasori nazisti e protesse la minoranza ebraica anche minacciando di indossare la stella gialla con cui si marchiavano i cittadini ebrei. Il sovrano agì in modo tale da incentivare nella popolazione l’avversione al nazismo, al punto che furono pochissimi gli ebrei rastrellati e deportati. Per non parlare poi dell’ammirazione che il leader radicale manifestava per Elisabetta II la quale, prima di concedere come da prassi la prestigiosa onorificenza dell’Ordine della Giarrettiera all’ex Primo Ministro Blair, ha mantenuto il premier laburista in una sala d’attesa di ben 15 anni. Come i suoi predecessori, Blair avrebbe dovuto ricevere l’onorificenza poco dopo la fine del suo mandato nel 2007. Ma la Regina decise di non procedere. Un rifiuto che Marco Pannella spiegava con lo sdegno della “graziosa” sovrana per lo sciagurato attacco militare in Iraq a cui il governo britannico partecipò attivamente.

Dato il modo truffaldino in cui fu concepito e presentato l’attacco nel Regno Unito e alla luce poi delle conseguenze disastrose che esso provocò al funzionamento e alla reputazione della democrazia, negli anni successivi demmo il via con Marco Pannella all’iniziativa per il “diritto alla conoscenza” nella quale, non casualmente, il nostro cammino ha incrociato quello del Marocco. Mancavano infatti pochissimi giorni alla scomparsa di Pannella quando, nel maggio 2016, tenemmo un incontro pubblico al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra sull’erosione dello Stato di Diritto e sul diritto alla conoscenza convocato dalla Rappresentanza Italiana all’ONU. All’evento parteciparono le Rappresentanze permanenti di Irlanda, Canada, Messico e Marocco.

Nel messaggio che Pannella inviò per l’occasione, scrisse: “il diritto deve vivere come legge, non come richiamo astratto di tipo legale. Dove c’è strage di diritto c’è strage di popoli, quindi viva il diritto e non l’eccezione al diritto.” Un provvedimento di clemenza come l’amnistia non è l’eccezione ma uno strumento di governo costituzionalmente previsto che in Italia sarebbe, oltre che efficace nel contrasto alla recidiva, necessario e urgente anche per alleggerire il carico intollerabile di processi che pendono nei tribunali e di vite umane che penano nelle carceri. Matteo Angioli

Aggrediscono donne e bambini piccoli”. È ancora guerra tra tunisini e subsahariani. Francesca Galici il 6 Agosto 2023 su Il Giornale.

I naufragi sono responsabilità dei migranti: così dal Nordafrica si alza la voce contro chi prende il mare con condizioni meteo sfavorevoli, mentre continua la faida tra tunisini e subsahariani

Nonostante le condizioni meteo non ottimali, i migranti non rinunciano a prendere il mare in direzione dell'Italia. Il vento di maestrale che in questi giorni soffia sul Mediterraneo e sulle coste meridionali del Paese è vigoroso e il moto ondoso ben formato, tale da rendere difficoltose anche le operazioni di recupero e ricerca in mare. Sono diversi i naufragi che si sono verificati nelle ultime 24 ore e circa 30 i migranti dispersi. Mentre le organizzazioni puntano il dito irrazionalmente contro l'Italia per i morti in mare, dall'altra parte del Mediterraneo, con maggiore ragionevolezza, sanno chi sono i veri responsabili di queste tragedie.

"Barbari sanguinari". In Tunisia esplodono le proteste contro i subsahariani

"I passeggeri devono assumersi le loro responsabilità. Se vuoi lasciare la Tunisia, non è questo il modo di prendere il mare quando il tempo non è bello: la vita umana vale più di ogni altra cosa, l'Europa no", dice un nordafricano evidentemente lucido nella sua analisi del fenomeno. Ma secondo alcuni la fretta nel voler partire si inserisce nella faida in corso tra subsahariani e tunisini, che si sono stancati di vedere le loro città degradate e in mano alle bande di irregolari che le mettono a ferro e fuoco nell'attesa di prendere il mare. "Vi facciamo venire a casa nostra senza documenti senza niente, lavorate per avere soldi per partire e dopo che arrivate diventate banditi visto che siete in minoranza", scrive un tunisino esasperato rivolgendosi ai subsahariani.

Nel suo messaggio si fa riferimento anche al centro di prima accoglienza di Lampedusa dove, a suo dire, i subsahariani "aggrediscono donne tunisine e bambini piccoli". La violenza dei migranti che provengono dall'Africa nera è quasi una costante nei discorsi dei tunisini ma ora sembra si stia aprendo un nuovo fronte, che va a ricollegarsi anche con i numerosi naufragi e problemi che si stanno verificando davanti alle coste nordafricane. Sembra che gli abitanti delle isole Kerkennah abbiano dichiarato una sorta di "guerra" al transito dei barchini di subsahariani, che stanno ora incontrando molte difficoltà nelle loro partenze da Sfax. "Pensavate che il mare fosse un gioco! E ora non dimenticate che i kerkeniani hanno giurato di non farvi passare nemmeno in mare, quindi affonderete", si legge ancora in un messaggio. Quindi, l'uomo aggiunge: "Ci sono uomini nel nostro mare che possono farvi la guerra se devono. Viva la Tunisia, Sfax e i kerkeniani".

In Tunisia esplode la rabbia contro i migranti, alimentata da governo e polizia. Gloria Ferrari su L'Indipendente venerdì 7 luglio 2023.

Aggressioni fisiche, ronde armate e deportazioni forzate. Son solo alcune delle azioni messe in atto negli ultimi giorni da gruppi di cittadini tunisini ai danni dei migranti subsahariani. A Sfax, la seconda città più grande del Paese nordafricano, considerata un punto strategico per le partenze di chi vuole raggiungere l’Italia via mare – Lampedusa è a circa 130 chilometri di distanza – la tensione è altissima. Una vera e propria guerriglia, che ha raggiunto l’apice dopo la morte di un uomo tunisino di 41 anni, accoltellato probabilmente da alcune persone migranti durante una discussione. «Stiamo per vendicare la sua morte», intonano i cori sollevatisi durante il funerale della vittima. A Sfax le proteste non si sono fermate neppure per un momento. Gli abitanti di diversi quartieri si sono radunati per le strade chiedendo alla polizia di intervenire per sgombrare la città da tutti i migranti irregolari. Richieste in alcuni casi soddisfatte: i video circolati in rete mostrano gli agenti inseguire decine di persone, catturarle e caricarle sulle auto, tra gli applausi dei residenti. In altre immagini si vedono invece dei migranti a terra, con le mani sulla testa, circondati da individui con bastoni in mano.

Non sono mancate perquisizioni, sequestri di telefoni e denaro, allontanamenti e arresti arbitrari, a cui in certi casi hanno seguito, come denunciato da Alarm Phone, rimpatri alla volta di Paesi considerati poco sicuri, come la Libia.

«Un’altra prova che la Tunisia non può essere considerata un paese sicuro», commenta la ONG. L’ennesima, visto che della politica anti migranti portata avanti dal Paese si conoscono i dettagli già da molto tempo.

Sono mesi infatti che Kais Saied – in carica dal 2019 – utilizza i rifugiati come capro espiatorio, nell’eterno tentativo dell’élite di veicolare l’odio delle masse verso il basso, al fine di manipolarle. Il 21 febbraio scorso lo stesso Presidente aveva pronunciato un discorso piuttosto violento, rivolto alla comunità di migranti subsahariani presente sul territorio, accusandola di «portare in Tunisia violenza, crimine e altre pratiche inaccettabili». Saied ha inoltre insinuato che l’arrivo di «orde di immigrati illegali fa parte di un progetto di sostituzione demografica per rendere la Tunisia un Paese unicamente africano, che perda i suoi legami con il mondo arabo e islamico». Un concetto che riprende quella teoria della “grande sostituzione” cara all’estrema destra occidentale.

Strategia, quella di Saied, che a quanto pare sta dando i frutti sperati, alimentando aggressioni a danni di migranti africani nelle strade. Fino ad ora la polizia ha nella maggior parte dei casi lasciato fare, ed anzi ha partecipato alla repressione dei rifugiati. Le forze dell’ordine hanno arrestato decine di migranti trovati senza documenti e persone originarie dell’Africa subsahariana sono state improvvisamente sfrattate dalla casa che abitavano in affitto.

Preoccupa per questo l’ipotesi piuttosto concreta della firma di un memorandum d’intesa tra Bruxelles e Tunisi, che prevedrebbe stanziamenti per un totale di 900 milioni di euro finalizzati a bloccare le partenze alla volta dell’Europa. Un accordo che non a caso ricorda quello che l’Italia stipula da anni con la Libia – e di cui conosciamo bene limiti e conseguenze per i diritti umani. Il trattato, preannunciato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani che l’ha definito, tra le altre cose, «un sostegno contro il traffico di esseri umani», pare possa essere concluso da un momento all’altro. Soprattutto perché, dall’altra parte, c’è un Paese, la Tunisia, che se da una parte non vorrebbe avere a che fare con i migranti e non vorrebbe ‘gestirli’ per conto dell’Europa, come fa la Turchia, dall’altra ha un urgente bisogno di soldi.

Nonostante la Tunisia abbia rappresentato per lungo tempo il volto riuscito di quelle primavere arabe nate per portare democrazia, ad oggi Saied ha instaurato una vera dittatura. Negli anni i Governi eletti liberamente non sono stati in grado di far fronte alle profonde ferite del Paese – tra cui disuguaglianze sociali e corruzione -, e l’elezione del populista e attuale Presidente non ha fatto altro che inasprire la crisi. La sua politica si è infatti principalmente concentrata ad arginare le libertà e i traguardi raggiunti, eliminando l’opposizione, limitando il potere giudiziario e accentrando su di sé tutti gli incarichi di Governo. Lasciando così scivolare ulteriormente l’economia del Paese nel baratro. Il colpo più basso è stato quello che il Presidente ha inferto alla Costituzione, cambiando quella in vigore: il testo, cioè, redatto dopo la Primavera araba del 2011, e per questo portatore di un grande valore simbolico.

[di Gloria Ferrari]

"Barbari sanguinari". In Tunisia esplodono le proteste contro i subsahariani. Storia di Francesca Galici su Il Giiornale il 30 giugno 2023.

In Tunisia proseguono le tensioni a causa della presenza di tantissimi immigrati subsahariani che arrivano nel Paese di Kaïs Saïed, non tollerati dai locali perché accusati di creare caos e disordine, oltre che di aumentare la criminalità. Si sono spesso registrati scontri, soprattutto nelle città di partenza, non solo tra tunisini e subsahariani ma anche tra le diverse etnie di questi gruppi. Sono numerosi i casi di risse segnalati con machete e coltelli per la strada, niente che non si veda anche in Italia, per altro, e ora i tunisini chiedono che le loro città vengano liberate.

"È solo una sensazione di invasione...", si legge in un commento sarcastico sotto uno dei tanti video che arrivano da Lampedusa e che mostra un gruppo di migranti subsahariani. Anche in Tunisia, a quanto pare, esistono i buonisti e devono avere le stesse radici di quelli italiani, secondo i quali non è vero che esiste un'emergenza e che si tratta solamente di una "percezione". Eppure, i numeri parlano chiaro così come le immagini e non è solamente una questione di percezione. Dalla Tunisia, poi, fanno notare che nell'enorme presenza di migranti irregolari mancano le donne e i bambini: "Dove sono?". Anche questa è un'osservazione che viene spontanea da fare anche nel nostro Paese, dove sbarcano prevalentemente uomini giovani e forti. Spesso i buonisti paragonano i migranti del nord Africa con quelli ucraini e fanno leva su un presunto razzismo sistemico nelle differenze di trattamento, ma in quel caso ad arrivare furono soprattutto donne e bambini: gli uomini rimasero in Patria per combattere contro l'invasione. E molti di loro sono già rientrati nel loro Paese, nonostante tutto.

"Bambini e vecchi... Arrivano solo laureati in ogni ambito, soprattutto in crimine", evidenzia con amarezza un altro nordafricano, sottolineando indirettamente l'incremento della malavita nel Paese. Una situazione che è arrivata al limite e rischia di degenerare giorno dopo giorno. "Ecco l'Europa sotto la morsa dei barbari sanguinari che ogni anno arrivano per saccheggiarla, distruggerne la cultura e le consuetudine", si legge in un altro commento. È evidente il sentimento di frustrazione, soprattutto per l'aumentata insicurezza nelle città tunisine, che è la stessa che si respira in Italia. La situazione dall'altra parte del mare è esplosiva tra pirati del mare e criminali che terrorizzano le strade. I tunisini hanno iniziato a cercare vendetta personale e nelle strade esplodono le proteste.

Tunisia, dalla Primavera Araba al collasso economico: la dittatura di Kais Saied e la tentazione di vendersi alla Cina. La rubrica “Mama Africa” di Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore che ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Matteo Giusti su Il Riformista il 6 Giugno 2023 

La Tunisia nell’ormai lontano 2011 era stata la culla delle Primavere Arabe che sembravano poter cambiare tutta una serie di paesi. La cacciata dell’uomo forte di Tunisi Ben Ali, che per 30 anni aveva governato il paese maghrebino, aveva innescato una serie di rivolte in tutto il mondo arabo sconvolgendo un panorama geopolitico consolidato da decenni.

L’Egitto aveva detronizzato Hosni Mubarak, i libici, dietro a forti pressioni internazionali, avevano scatenato la guerra civile per abbattere il regime di Muammar Gheddafi e la Siria e lo Yemen erano finiti in una guerra civile che si trascina ancora oggi. Tutti esempio di successi effimeri e inconsistenti che avevano peggiorato la qualità della vita degli abitanti. Solo la Tunisia sembrava invece incamminarsi sulla via di una vera democratizzazione, ma proprio per questo motivo è forse una delle più grandi delusioni. Oggi il piccolo stato affacciato sul Mediterraneo è governato in maniera dispotica da un presidente autoritario, la sua economia è vicina al collasso e non ha nessuna prospettiva per il futuro del suo popolo.

Kais Saied, il presidente tunisino, ha vinto le elezioni nel 2019 puntando fortemente sull’antipolitica dopo che i suoi predecessori avevano deluso le aspettative nate nelle ormai lontane Primavere Arabe. Professore universitario, giurista, moderato e progressista sembrava la persona giusta per provare a far ripartire il paese, ma dal 2021 Saied ha accentrato su di sé tutti i poteri. Prima ha licenziato il governo, poi ha congelato parlamento e consiglio superiore della magistratura governando a colpi di decreti presidenziali. L’opposizione frammentata e litigiosa ha fatto fatica ad opporsi e quando ci ha provato è finita in prigione così come alcuni giornalisti. A dicembre 2022 la Tunisia è tornata al voto per rinnovare un parlamento che esisteva solo tecnicamente, ma ha partecipato al voto meno del 10% della popolazione e nessun partito di opposizione. Una situazione politica difficile, ma una situazione economica ancora più allarmante.

Tunisi è vicina al collasso finanziario e molto presto potrebbe non avere i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, comprese tutte le forze di sicurezza. Saied si è rivolto al Fondo Monetario Internazionale per ottenere 1,9 miliardi di dollari, ma senza adeguate riforme economiche questo prestito difficilmente verrà concesso. L’FMI chiede alla Tunisia di tagliare i sussidi statali e riformare la sua economia, due mosse che Saied non sembra intenzionato a fare soprattutto perché è il suo elettorato che beneficia di questi sussidi. Italia e Francia, consapevoli del pericolo di implosione dello stato arabo, stanno facendo grandi pressioni sul Fondo Monetario Internazionale per la concessione del prestito, ma sembra improbabile che senza riforme i soldi possano arrivare.

Saied ha minacciato chiunque voglia imporre delle regole al suo paese ed ha aperto la possibilità di guardare altrove per puntellare il suo traballante governo. Il presidente tunisino ha infatti aperto al possibile avvicinamento del suo paese al gruppo BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, che potrebbe concedere il prestito senza le garanzie richiesta dal Fondo Monetario Internazionale. La Cina è molto interessata ad ampliare la Road and Belt africana, la nuova Via della Seta, e una sponda nel Mediterraneo fa gola a Pechino che potrebbe aumentare così la sua pressione sull’Europa

Matteo Giusti, giornalista professionista, africanista e scrittore, collabora con Limes, Domino, Panorama, Il Manifesto, Il Corriere del Ticino e la Rai. Ha maturato una grande conoscenza del continente africano che ha visitato ed analizzato molte volte, anche grazie a contatti con la popolazione locale. Ha pubblicato nel 2021 il libro L’Omicidio Attanasio, morte di una ambasciatore e nel 2022 La Loro Africa, le nuove potenze contro la vecchia Europa entrambi editi da Castelvecchi

Tunisia, l'arresto di Ghannouchi e tutti i rischi per il Paese. Default compreso. Stefano Piazza su Panorama il 19 Aprile 2023

Rached Ghannouchi, leader del movimento tunisino islamo-conservatore Ennahda è stato arrestato lo scorso 17 aprile nella sua abitazione di Tunisi. Qualche giorno prima aveva affermato che la Tunisia sarebbe stata minacciata da una guerra civile «se l'Islam politico fosse stato eliminato»

Rached Ghannouchi, leader del movimento tunisino islamo-conservatore Ennahda, espressione della Fratellanza musulmana e uno dei principali oppositori del presidente Kaïs Saïed, è stato arrestato lo scorso 17 aprile nella sua abitazione di Tunisi. Qualche giorno prima aveva affermato che la Tunisia sarebbe stata minacciata da una guerra civile «se l'Islam politico fosse stato eliminato». Una fonte del ministero degli Interni tunisino ha confermato a France 24 che l'arresto di Ghannouchi è legato a questa incauta dichiarazione. Il vicepresidente di Ennahda Mondher Lounissi ha dichiarato in una conferenza stampa che Ghannouchi era stato portato in una caserma della polizia per essere interrogato e che i suoi avvocati non erano stati autorizzati a partecipare. Ghannouchi, che ha guidato il Parlamento sciolto nel luglio 2021 da Kaïs Saïed, è l'oppositore più importante ad essere arrestato dopo questo colpo di Stato. L'arresto di Rached Ghannouchi è avvenuto in occasione dell'iftar, il pasto di rottura del digiuno del Ramadan e poche ore prima della celebrazione da parte dei fedeli «della notte sacra del destino». Il suo arresto era nell’aria visto che da tempo le tensioni tra lui e il presidente Saïed si erano fatte sempre più forti, tanto che nel febbraio scorso Ghannouchi era stato condotto presso il Centro giudiziario antiterrorismo a seguito di una denuncia che lo accusava di aver definito «tiranna» la polizia. L'oppositore del presidente Saïed era stato anche ascoltato nel novembre 2022 da un giudice del centro giudiziario antiterrorismo per un caso relativo al presunto invio di jihadisti in Siria e in Iraq e a questo proposito, secondo un report del Soufan Group, dalla Tunisia sono partiti oltre 6.000 combattenti che fanno della Tunisia il paese con il maggior numero pro capite di foreign fighters al mondo. Rached Ghannouchi nel luglio scorso è stato anche interrogato con l'accusa di «corruzione e riciclaggio di denaro» legato al trasferimento di fondi dall'estero ad un'organizzazione di beneficenza affiliata a Ennahda e quindi ai Fratelli musulmani.

Dall'inizio di febbraio le autorità tunisine hanno incarcerato più di venti oppositori e personalità tra cui ex ministri, uomini d'affari e il proprietario dell'emittente radiofonica più ascoltata del Paese, Mosaïque FM. Questi arresti, denunciati da ONG locali e internazionali, hanno preso di mira personalità politiche di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), la principale coalizione di opposizione di cui Ennahda fa parte. Il presidente Saïed, ha definito gli arrestati «terroristi coinvolti in una cospirazione contro la sicurezza dello Stato». Dopo il colpo di Stato, il presidente ha fatto rivedere la Costituzione per istituire un sistema ultrapresidenzialista a spese del Parlamento che non ha più poteri reali, a differenza della disciolta Assemblea che è dominata da Ennahda. Ghannouchi già oppositore di primo piano sotto i regimi di Habib Bourguiba e Zine El Abidine Ben Ali, fece ritorno nel paese dopo vent'anni di esilio a Londra in seguito alla caduta del dittatore nel 2011. All’epoca venne accolto con tutti gli onori da migliaia di persone che scandivano il nome poi la sua stella si è progressivamente affievolita e oggi i suoi detrattori lo accusano di essere solo un abile manovratore pronto a tutto pur di restare al potere. Difficile dargli torto visto che nonostante non sia mai riuscito a conquistare la maggioranza assoluta, è sempre riuscito a far sì che Ennahda sia fondamentale per formare le varie coalizioni che si sono succedute negli anni. Lo spregiudicato Ghannouchi per restare al centro della partita politica ha stretto alleanze a dir poco spericolate con il partito liberale Qalb Tounes dell'imprenditore Nabil Karoui, o con l'ex presidente Beji Caid Essebsi, sostenendo sempre «la necessità di un consenso necessario alla transizione democratica». Ghannouchi all'inizio della sua carriera, si è prima ispirato alla Fratellanza musulmana egiziana, prima di rivendicare il modello islamista turco di Recep Tayyip Erdogan che non è altro che la declinazione turca della Fratellanza musulmana a sua volta legatissima al Qatar. Quello che è certo è che l’arresto di Ghannouchi rischia di diventare un problema molto serio per il presidente Saïed sempre più in difficoltà dopo che le trattative per il prestito con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) finora non hanno dato frutti. A questo proposito Mahmoud bin Mabrouk, portavoce del Movimento 25 luglio del presidente Kais Saïed ha dichiarato che il Paese nordafricano sta considerando l'adesione al blocco economico BRICS. Bin Mabrouk, parlando all'Arab News Agency sui negoziati di prestito della Tunisia con il FMI, sabato 8 aprile, ha dichiarato : «Non accetteremo nessun dettame o interferenza negli affari interni della Tunisia. Stiamo negoziando i termini, ma ci rifiutiamo di ricevere istruzioni e l'agenda dell'UE». Poi Bin Mabrouk ha continuato affermando che «I paesi BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica rappresentano un'alternativa politica, economica e finanziaria che consentirà alla Tunisia di aprirsi al nuovo mondo». Con il 31,59% del PIL mondiale nel 2022, la produzione economica totale delle nazioni BRICS ha ora superato quella del gruppo G7, che allo stesso tempo si attestava al 30,39%, in calo rispetto al 50,42% del 1982. Evidente che Tunisi guardi altrove visto che l’FMI non intende erogare un prestito da 1.9 miliardi di dollari ad un paese che non può offrire alcun tipo di garanzie e che non è disposto nemmeno a rimuovere i sussidi statali sui beni di base, in particolare quelli su cibo ed energia. Se la Tunisia che nel 2018, ha firmato un accordo per aderire all'iniziativa Belt and Road, istituita dalla Cina nel 2013, decidesse di candidarsi per l'adesione ai BRICS, diventerebbe il secondo paese nordafricano a farlo visto che l'Algeria, nel novembre del 2022, ha chiesto ufficialmente di entrare a far parte del gruppo economico. Magari il club delle nazioni BRICS accoglierà Tunisi al suo interno tuttavia, difficilmente riceverà quei soldi che gli servono per evitare il default che si avvicina sempre più.

«Ci lanciano pietre, incendiano le nostre case». Gli «invasori» che terrorizzano la Tunisia e salpano per l’Italia. Dopo il discorso del presidente Kaïs Saïed contro i sub-sahariani l’aria è cambiata. L’onda xenofoba che risveglia fantasmi anche in Europa. CorriereTv su Il Corriere della Sera il 14 Aprile 2023

«Facevo il pasticciere, dopo il discorso il capo mi ha detto: non voglio problemi. Mi ha pagato e sono partito», Amadou. «Dopo il discorso mi hanno buttato fuori di casa e hanno picchiato i miei amici, qui si soffre molto», Natasha. «Il discorso» è quello pronunciato dal presidente Kaïs Saïed il 21 febbraio 2023 contro i migranti dall’Africa sub-sahariana. Dove nasce l’onda xenofoba che attraversa la Tunisia?

Vengono per restare

Oggi su una popolazione di 12 milioni – la più anziana d’Africa dopo Mauritius, età media sui trent’anni, disoccupazione al 15%, giovanile intorno al 38% – i sub-sahariani sono oltre 20 mila, in maggioranza irregolari: da Guinea, Sierra Leone, Sudan, Gabon, Camerun, Ciad... vengono per restare ma ora che la morde e la politica li indica come nemico interno, si vedono togliere casa e lavoro. E ripartono. «Ci lanciano pietre, ci derubano, incendiano le nostre case». Per l’Europa e l’Italia scene già viste. (di Maria Serena Natale)

Estratto dell’articolo di Francesco Battistini per il “Corriere della Sera” il 3 aprile 2023.

«Venite in Route Gremda, quartiere Awabed». Certi indirizzi, a Sfax è sempre meglio dimenticarli. E certi maestri d’ascia che ci lavorano, è bene ignorarli. E anche dai loro coxeur , i riempibarche incaricati di staccare i biglietti per l’Italia, è il caso di stare alla larga: a una famiglia che collaborava con la Gendarmerie, mesi fa, hanno affondato il peschereccio.

 […] Certi giorni, però, non c’è scelta. E se deve dimostrare al mondo che qualcosa si fa, per fermare il traffico dei migranti, la polizia tunisina sa come convincere i pescatori: in cambio di quell’indirizzo avrai 150 euro, la paga d’un mese, e comunque addio reti e tonnare, se non mi dici dove si fabbricano i barchini d’acciaio… Come bare Awabed è la nuova fincantieri degli scafisti tunisini. Lo sanno tutti che cosa si costruisce in quei cubi grigi di cemento grezzo, lungo la C81.

[…] L’ultima moda, al salone delle carrette del mare, sono queste vasche ferrose per detriti umani. Sembrano bare, e spesso lo sono. Lamiere sottili e affilate, assemblate alla bell’e meglio e perfette per le traversate low cost , 900 euro fino a Lampedusa, a Pantelleria, alle coste siciliane.

 I nigeriani, i maliani, gl’ivoriani ormai arrivano così: niente barconi, tutti su gusci che la notte sbucano dalle casette di Sfax, che i radar spesso non vedono e che le navi di soccorso non riescono ad abbordare, perché danneggiano i tubolari. Scafi pronti in poche ore, che costano molto meno d’una barca di legno o di resina, possono portare 50-60 africani, sono instabili e galleggiano poco e imbarcano acqua, ma chi se ne frega anche se affondano col loro carico d’umanità, una notte di lavoro e se ne fabbrica un’altra…

Una mattina, i gendarmi convocano un po’ di stampa e si va tutti là, nel quartierino fra la pasticceria Madame Sakka e il supermarket Sorimex, a vedere il cemento dei cubi tirato giù a mazzate e le barche d’acciaio tirate fuori dal buio, dal segreto, dall’omertà. […]

Acciaio, fame, siccità.  È a questa trimurti nera che la Tunisia 2023 deve inginocchiarsi, implorando di sopravvivere. Gli sbarchi coi nuovi barchini di metallo, quadruplicati, sono spinti da una carenza di cibo mai vista: l’inflazione naviga sopra il 10 per cento, l’ortofrutta costa un terzo in più che un anno fa.

 E la fame, con la raccolta del grano calata del 75 per cento, coi carichi importati dall’Ucraina che vengono respinti perché non ci son soldi per pagarli, sgorga da una mancanza d’acqua che in cinque anni ha ridotto anche dell’80 per cento le trenta dighe del Paese.

[…] Le piaghe della Tunisia, abbiamo finto di non vederle per anni. […] Ora è già tardi. E i due miliardi di dollari, che il presidente Kais Saied spera d’incassare dal Fondo monetario internazionale, sono solo un placebo. Le riforme chieste dal mondo, lo stop ai sussidi per benzina e cibo o le privatizzazioni, i tagli alla sanità o l’innalzamento dell’età pensionabile, sono ferite insopportabili.

 […] Saied ha sciolto il governo, ridisegnato la Costituzione, esautorato il Parlamento, depotenziato i magistrati, incarcerato gli oppositori, scatenato la caccia ai neri «che minacciano la nostra identità».

A Tunisi l’applaudono, disperati: nessuno protesta più sull’avenue Bourguiba, la democrazia può restare in frigorifero, hai visto mai che possa funzionare anche qui (stile Erdogan) il ricatto migranti-in-cambio-di-miliardi? A Sfax, hanno bisogni più urgenti: frigoriferi pure qui, ma per conservare i cadaveri ripescati dal mare. E occorre costruire nuovi cimiteri, per evitare di buttarli nelle fosse comuni come s’è fatto a Zarzis. Anche l’obitorio non ha più posto, dicono: fra dieci giorni finisce il Ramadan, e sono già pronti i nuovi barchini d’acciaio.

L'omologo sovranista con cui l'Italia fa patti. Chi è Kaïs Saïed, il Salvini tunisino che fa affari con Meloni: caccia ai migranti, xenofobia e Paese alla fame. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista l’1 Aprile 2023

Un sovranista xenofobo impiantato in Tunisia. Vuole cacciare i migranti subsahariani perché “impuri” etnicamente e per di più non islamici. Ha liquidato ciò che resta della “rivoluzione dei gelsomini” e con la sua politica dissennata si sta rivelando uno dei più efficaci “pull factor” per la fuga di migliaia di tunisini, in stragrande maggioranza giovani, che riempiono, e spesso muoiono, la “rotta mediterranea”.

Si tratta del presidente Kais Saied. L’uomo che così tanto piace ai sovranisti al governo in Italia. Che vedono in lui un gendarme a cui affidare il lavoro sporco al posto nostro. Ma non è solo questo. È che l’ “Orban del Mediterraneo” è anche culturalmente affine al pensiero, più o meno esternato, di premier e ministri insediati a Roma. Ai quali poco o nulla importa che l’autocrate in questione abbia aperto la caccia al migrante, che abbia dato il suo contributo al default finanziario in cui versa il Paese nordafricano. L’importante è l’assonanza nella lotta ai migranti, brutti, sporchi e cattivi.

In Tunisia scarseggiano da mesi beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. I carichi di grano e altri alimenti sono stati spesso rispediti indietro per mancanza di risorse. Il tasso di inflazione viaggia ormai sulla doppia cifra e la disoccupazione giovanile è in sensibile crescita. Di fronte a questa catastrofe sociale, “l’uomo di Roma” trapiantato a Tunisi non trova di meglio (altra assonanza transmediterranea) che fare dei migranti (africani) il capro espiatorio di tutti i mali che investano il Paese (africano). E così il 21 febbraio il presidente Saied si è lanciato in un discorso xenofobo in cui ha parlato di “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” arrivati in Tunisia, portando “la violenza, i crimini e i comportamenti inaccettabili che ne sono derivati”.

Il capo di Stato l’ha definita una situazione “innaturale”, parte di un disegno criminale per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro Stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”, dato che tali migranti sono spesso di religione cristiana. Parole che hanno innescato un’ondata di violenze contro i migranti subsahariani e spinto diversi Paesi dell’Africa occidentale a organizzare voli di rimpatrio per i cittadini timorosi. Molti dei circa 21mila migranti dell’Africa subsahariana che vivono in Tunisia si sono ritrovati senza lavoro e senza casa.

Domanda: ma voi affidereste a un personaggio simile miliardi di euro per risollevare un Paese in ginocchio? La risposta di chi governa oggi l’Italia è “sì, nessun problema”. Lo afferma la presidente Meloni, lo ribadiscono il ministro degli Esteri, Tajani, e il suo collega all’Interno, Piantedosi. «Se la Tunisia crolla del tutto si rischia una catastrofe umanitaria, con 900mila rifugiati, avverte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prendendo la parola al recente Consiglio Europeo». «Gli arrivi sono triplicati, in estate la situazione rischia di essere fuori controllo», ha aggiunto. Nelle conclusioni finali i capi di Stato e di governo hanno deciso di riaggiornare l’argomento al vertice di giugno. Alla faccia dell’emergenza.

«Sono due mesi che stiamo dicendo, in tutti i tavoli internazionali, quello che sta per accadere: dobbiamo aiutare la Tunisia con finanziamenti da parte di Fmi e Banca mondiale, dando almeno i primi aiuti in attesa delle riforme e di una verifica dei passi avanti. Ormai è un cane che si morde la coda, l’emergenza finanziaria alimenta quella dei migranti». Queste le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato dal Corriere della Sera. «Non commettiamo l’errore di lasciare la Tunisia ai Fratelli musulmani», ha aggiunto Tajani. Meglio affidarsi al fustigatore di migranti.

Docente di diritto costituzionale indipendente dai partiti, Saied è stato eletto a palazzo di Cartagine nell’ottobre 2019 con un programma di riforme anticasta e anticorruzione, in nome della democrazia diretta. In tre anni e mezzo di iperpresidenzialismo ha liquidato il vecchio governo, i partiti, parlamento e magistratura, mandando in soffitta la costituzione del 2014 con un referendum poco partecipato e inducendo elezioni parlamentari boicottate dall’opposizione cui ha partecipato solo l’11% della popolazione. Forse a Roma c’è chi è rimasto affascinato dal “presidenzialismo alla tunisina”.

Un altro che è rimasto folgorato sulla via di Tunisi è Matteo Piantedosi. In Tunisia «c’è una grave crisi economica, sociale e di tenuta ma il Paese sta comunque facendo molto per contenere il fenomeno migratorio. Nonostante i numeri siano molto alti, quasi da record, se non ci fosse stata l’attività di prevenzione da parte della Tunisia sarebbero stati quasi il doppio», si lascia andare il titolare del Viminale intervenuto all’evento ‘Legalità Ci Piace!’ organizzato da Confcommercio. Che diavolo stia facendo Saied per contenere il fenomeno migratorio, Piantedosi non lo specifica. E quel che si sa non è proprio edificante. Ma chissene…, pensano i securisti di governo.

Se serve a portare avanti l’esternalizzazione dei confini e alla politica dei respingimenti in mare (modello guardia costiera libica) anche Saied può essere destinatario dei miliardi dell’Europa (come Erdogan) e referente del “Piano Africa” narrato da Palazzo Chigi. Ma l’instancabile ministro una idea, securitaria, sul da farsi ce l’ha. E la delinea nel “Piano d’azione” anti migranti che sta mettendo a punto: potenziare il pattugliamento delle coste tunisine e l’impegno degli 007 per ostacolare la costruzione di navi e barchini. Quanto a Matteo Salvini, resta un po’ defilato anche per non ricadere nella “crisi del citofono”. Di cosa si tratta? Un passo indietro nel tempo. Ventidue gennaio 2020. Da un lancio dell’Agi: «Ha aperto una crisi diplomatica con la Tunisia l’iniziativa di Matteo Salvini che ieri, su segnalazione di alcune famiglie della zona, ha citofonato a una famiglia tunisina nel quartiere Pilastro di Bologna per domandare, accompagnato dalle telecamere e alcuni residenti, se le persone residenti nell’appartamento spacciassero droga. Un exploit che il vicepresidente del Parlamento di Tunisi, Osama Sghaier, in un’intervista a Radio Capital, ha definito «un atteggiamento razzista e vergognoso che mina i rapporti tra Italia e Tunisia».

«Salvini è un irresponsabile», dice Sghaier, «perché non è la prima volta che prende atteggiamenti vergognosi nei confronti della popolazione tunisina. Lui continua a essere razzista e mina le relazioni che ci sono tra la popolazione italiana e la nostra. I nostri paesi hanno ottimi rapporti. I tunisini in Italia pagano le tasse e quelle tasse servono anche a pagare lo stipendio di Salvini. Dunque, si tratta di un gesto puramente razzista». Chissà se il presidente Saied sposerebbe queste considerazioni. Ne dubitiamo.

Oltre 20 associazioni della società civile tunisina capitanate dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) hanno denunciato in un comunicato congiunto gli arresti arbitrari condotti dalle autorità tunisine nei confronti dei migranti subsahariani in Tunisia e chiedono al governo di «aggiornare e sviluppare un quadro giuridico in materia di immigrazione e asilo per allinearlo agli standard internazionali, nonché di dare priorità all’avvio di una strategia nazionale sull’immigrazione che garantisca l’integrazione e la protezione di diritti.  Negli ultimi giorni più di 300 migranti sono stati arrestati, a seguito di un controllo di identità o per la loro presenza in tribunale a sostegno dei loro parenti – scrive il Forum – allo stesso tempo, lo Stato tunisino sta facendo orecchie da mercante all’aumento di discorsi odiosi e razzisti sui social network e in alcuni media, che prendono di mira specificamente i migranti dall’Africa sub-sahariana; questo discorso odioso e razzista è persino portato da alcuni partiti politici, che svolgono azioni di propaganda sul campo agevolate dalle autorità regionali». Siamo in Tunisia. Ma non è che in Italia la musica sia tanto diversa.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Chi era Ben Alì. Mauro Indelicato il 15 settembre 2020 su Inside Over.

Zine El-Abidine Ben Ali è stato presidente della Tunisia dal 1987 al 2011: un lungo periodo iniziato dopo essere subentrato al suo “mentore”, nonché fondatore della Tunisia moderna, Hassan Bourghiba. Ben Ali è rimasto al timone del Paese fino a quando, nel gennaio del 2011, una protesta nelle varie città tunisine generata dal malcontento per l’andamento dell’economia lo ha costretto alle dimissioni. Da quel momento Ben Ali ha vissuto in esilio in Arabia Saudita, Paese in cui è morto il 19 settembre del 2019.

I primi anni di militanza politica

Zine El-Abidine Ben Ali è nato nel governatorato di Susa il 3 settembre del 1936. A quei tempi la Tunisia era una colonia francese, tuttavia al suo interno c’erano già dei primi moti indipendentisti. E quando Ben Ali ha iniziato a frequentare le scuole superiori di Susa, è entrato in contatto con diversi gruppi vicini ad ambienti indipendentistici. In questa maniera, il futuro presidente tunisino ha iniziato a fare attività politica, circostanza quest’ultima che gli sono costate diverse segnalazioni da parte delle autorità di allora.

Da studente si è unito con i giovani del partito Neo Destur, il futuro partito Desturiano e quindi la formazione di Bourghiba destinata ad incidere in buona parte della vita politica della Tunisia indipendente. Per la sua attività è stato anche espulso dalla scuola superiore di Susa e, per qualche periodo, anche imprigionato.

La carriera nell’esercito

Lasciata temporaneamente la politica, Ben Ali dopo aver terminato gli studi superiori una volta riammesso a scuola ha deciso di impegnarsi nella vita militare. È riuscito, in particolare, ad ottenere i gradi per poter entrare nell’Accademia militare di Saint Cyr, la più prestigiosa ed importante della Francia. La sua formazione militare è proseguita anche negli Stati Uniti, lì dove è entrato nella Senior Intelligence School, nel Maryland, e nella School for Anti-Aircraft Field Artillery in Texas.

Nel frattempo la Tunisia era diventata indipendente e guidata da Bourghiba e dal Partito Desturiano. Il Paese ben presto è diventato un faro, assieme all’Egitto di Nasser, per i movimenti panarabi socialisti. L’introduzione di un codice dello statuto della persona, che ha portato all’abolizione del ripudio e della poligamia, così come di altre leggi in senso laico hanno fatto della Tunisia un vero e proprio Paese modello per quei movimenti che portavano avanti il percorso di emancipazione del mondo arabo.

Ben Ali ha partecipato a questa fase storica seppur non da un ruolo politico, bensì militare. È infatti del 1964 l’ingresso ufficiale nell’esercito tunisino con il ruolo di ufficiale. Poco dopo è stato proprio lui a fondare il Dipartimento della Sicurezza militare, di cui è stato direttore per almeno un decennio. Il suo nome quindi è diventato tra i più importanti sotto il profilo della gestione della sicurezza, tanto da essere nominato direttore generale del servizio di sicurezza nazionale nel 1977.

 Gli anni come ambasciatore a Varsavia

Ben presto però, a Ben Ali sono stati assegnati compiti più politici che militari. Una circostanza quest’ultima che ha segnato un progressivo allontanamento dall’esercito, a favore invece di un sempre più importante avvicinamento al mondo politico. È da interpretare in tal senso la sua nomina come ambasciatore tunisino a Varsavia nel 1980. In questa veste, Ben Ali ha iniziato un momento importante sia della sua vita politica che personale: l’esperienza in Polonia è stata infatti molto formativa, specialmente perché giunta in un momento delicato per il Paese dell’est Europa, lì dove i movimenti di protesta contro il Partito Comunista hanno portato ad una forte tensione culminata con l’intervento del generale Wojciech Jaruzelski.

Essere ambasciatore di un Paese arabo in uno Stato dell’allora Patto di Varsavia, per Ben Ali ha rappresentato una prova professionale ed umana molto importante. L’esperienza di rappresentante di Tunisi a Varsavia è finita nel 1984, quando è stato richiamato in patria.

L'ingresso nel governo

Nell’anno in cui è terminato il suo ruolo di ambasciatore in Polonia, Ben Ali ha ripreso i suoi compiti relativi alla sicurezza, seppur da una prospettiva politica. È stato infatti nominato da Bourghiba come nuovo ministro dell’interno, seppur ad interim. La fama di esperto nelle politiche sulla sicurezza ha contribuito all’ottenimento del suo nuovo incarico, in un periodo in cui in Tunisia appariva molto forte il rischio connesso al dilagare del terrorismo islamico. Formazioni islamiste, in particolare, erano molto attive nel Paese nordafricano e molti gruppi sono andati a combattere in Afghanistan durante la guerra contro l’Unione Sovietica.

Nel 1986 Ben Ali è stato nominato ufficialmente ministro dell’interno, abbandonando quindi l’incarico ad interim ed assumendolo per via ufficiale. In questo momento il futuro presidente è diventato un vero e proprio “delfino” di Bourghiba, tanto da essere il politico tunisino più in vista subito dopo il padre della patria. A testimonianza di ciò anche l’incarico quale nuovo primo ministro ottenuto nell’ottobre del 1987: da questo momento è Ben Ali a reggere il timone della Tunisia.

Il "colpo di Stato medico" del 1987

Ma l’incarico quale nuovo primo ministro è destinato in realtà a durare poco: due settimane dopo la nomina quale capo dell’esecutivo, Ben Ali è riuscito ad arrivare alla presidenza al posto del suo mentore Bourghiba. La svolta è arrivata il 7 novembre 1987, quando i medici hanno dichiarato il padre della patria, all’epoca ottantaquattrenne, non più grado di svolgere il suo ruolo per via delle precarie condizioni di salute. A quel punto, Ben Ali ha applicato l’articolo 57 della Costituzione che regola proprio questi casi, subentrando nella carica di presidente.

Il parere dei medici sarebbe emerso non senza pressioni da parte di Ben Ali, appoggiato peraltro da alcuni servizi segreti di altri Paese, tra cui quello italiano. Secondo la ricostruzione fornita anni dopo dall’ex capo del Sismi, Fulvio Martini, Roma avrebbe favorito l’ascesa di Ben Ali quale nuovo leader della Tunisia. Il tutto con le indicazioni dell’allora presidente del consiglio Bettino Craxi. Per tal motivo, quanto accaduto il 7 novembre 1987 è passato alla storia con l’appellativo di “colpo di Stato medico”.

Gli anni della presidenza

Quando Ben Ali è diventato presidente, la Tunisia aveva davanti a sé inside molto importanti. Dal pericolo islamista, passando per un’economia che rischiava il collasso per via di un’alta inflazione e di un alto debito, il Paese viveva uno dei momenti più difficili della sua giovane storia da Stato indipendente. Nel 1988 Ben Ali ha sciolto il Partito Desturiano, fondando invece il Raggruppamento Costituzionale Democratico: si tratta di una formazione politica che ha raccolto l’eredità del partito fondato da Bourghiba, mantenendo l’identità laica e secolare, così come una connotazione interna all’internazionale socialista. Tuttavia, il nuovo corso di Ben Ali ha previsto anche l’inserimento di elementi neoliberali nel programma di governo e di partito, accentuando peraltro un orientamento filo occidentale in politica estera.

Nel corso degli anni ’90, la Tunisia è stata considerata come una delle realtà politicamente più stabili del mondo arabo, mentre in campo economico ha vissuto stagioni di riforme che hanno attutito una situazione piuttosto pesante. Le maggiori contraddizioni hanno invece riguardato il percorso democratico del Paese. Ben Ali, pur se lontano dalla stagione dei “rais” e moderato rispetto a molti suoi omologhi regionali, ha comunque governato senza permettere ad una vera opposizione di svilupparsi. Il suo nuovo partito negli anni della sua presidenza ha raccolto percentuali sempre ben oltre il 90%, lui stesso in tutte le elezioni in cui si è candidato non è mai sceso sotto il 94% dei consensi. In generale, il suo gruppo di potere ed il suo partito hanno dominato la scena, nonostante l’emersione di gruppi editoriali privati e di un clima considerato comunque meno pesante rispetto ad altri Paese dell’area.

La primavera araba del 2011

Il forte potere assunto dal partito di riferimento, una situazione economica gravata a fine degli anni 2000 da una nuova impennata dei prezzi e soprattutto da un’alta disoccupazione giovanile, hanno portato nel 2010 ad un generale e diffuso malcontento contro il governo. A questo occorre aggiungere anche una corruzione avvertita quasi come endemica tra la popolazione tunisina. Sotto accusa era soprattutto la famiglia Trabelsi, a cui apparteneva la seconda moglie Leila Trabelsi, sposata nel 1992 dopo il divorzio dalla prima consorte, Naima Kefi, avvenuto nel 1988 e dunque un anno dopo essere diventato presidente.

Il 17 dicembre 2010 un giovane di nome Mohamed Bouazizi si è dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid. Un gesto figlio della disperazione, che dopo la sua morte ha svolto la funzione di detonatore del malcontento popolare. Sono esplose proteste in tutto il Paese, anche nella capitale Tunisi, lì dove il potere di Ben Ali era più radicato.

Tra il dicembre del 2010 ed il gennaio del 2011, l’intera Tunisia è scossa da un’ondata di manifestazioni che l’apparato di sicurezza non è riuscito ad arginare. In un discorso del 13 gennaio 2011, Ben Ali ha chiesto scusa per le vittime durante le proteste ed ha dichiarato di aver capito le ragioni dei manifestanti. Al contempo, ha promesso riforme ed ha annunciato la sua non ricandidatura nelle elezioni del 2014. Ma il tappo era oramai saltato: il giorno dopo un’imponente manifestazione a Tunisi ha costretto alla fuga Ben Ali, il quale si è dimesso dando tutti i poteri provvisori al suo vice.

L'esilio

La sera stesso del 14 gennaio 2011, l’oramai ex presidente tunisino si trova già in Arabia Saudita. Qui, presso la città di Gedda, ha vissuto il suo esilio dopo l’asilo ottenuto dal governo saudita. Ben Ali è, da questo momento in poi, di fatto scomparso dalla scena politica tunisina. Di lui negli anni si sono rincorse notizie circa possibili malattie ed uno stato di salute non ottimale dopo le dimissioni.

Il 19 settembre 2019, i suoi familiari hanno annunciato la morte avvenuta in una clinica di Gedda dove era ricoverato. MAURO INDELICATO

La crisi in Tunisia e non solo. La realtà che batte le balle. CLAUDIO CERASA il 29 Marzo 2023 su Il Foglio.

Il dossier sull’immigrazione ha ricordato a  Meloni una durissima verità: per risolvere i problemi dell’Italia occorre rimuovere le proprie promesse demagogiche. Le nove svolte necessarie  

Realtà uno, populismo zero. La cosiddetta “emergenza migranti” di fronte alla quale si trova oggi l’esecutivo italiano – negli ultimi 90 giorni sono sbarcate in Italia circa ventimila persone, da inizio anno in Grecia ne sono arrivate 3.216, in Spagna 3.852 – ha avuto l’effetto di mettere di fronte ai principali azionisti della maggioranza di governo alcune realtà, e forse persino alcune verità, difficili da maneggiare ma impossibili da non elencare.

  La prima realtà interessante, utile da inquadrare più dal punto di vista mediatico che da quello politico, è lì a mostrare con chiarezza i limiti di un vecchio sillogismo sovranista, grosso modo così riassumibile: se un paese si ritrova improvvisamente a fare i conti con una “emergenza migranti”, la responsabilità principale di quella emergenza è da individuare nelle autorità del paese che accoglie, autorità che irresponsabilmente hanno creato le condizioni per spingere i migranti a partire dai propri paesi. In altre parole, se al posto di Matteo Piantedosi oggi ci fosse al Viminale Luciana Lamorgese, o qualsiasi altro ministro non facente parte di una maggioranza di governo guidata da Meloni e Salvini, oggi Meloni e Salvini avrebbero chiesto la sua testa, accusando quel ministro di essere responsabile dell’“emergenza” (ed è per questo che in questi giorni il ministro Piantedosi si è sentito in dovere di spiegare che il vero pull factor, nei fenomeni migratori, non è il governo di un paese ma è, udite udite, il sistema mediatico del paese che accoglie, e con questa acrobazia ci aspettiamo da un momento all’altro di veder sfilare il ministro dell’Interno come ospite d’onore di uno spettacolo del Cirque du Soleil).

    La seconda realtà che si presenta in modo traumatico di fronte agli occhi del sovranista di governo, oggi, indica una verità difficile da digerire ma anche qui impossibile da non illuminare. E la realtà è questa. Dinnanzi alla prima vera crisi sistemica legata all’immigrazione, i populisti hanno scoperto che non esiste strategia efficace su questo terreno che non passi dalla rimozione immediata e forzata di alcune promesse elencate in campagna elettorale dai campioni del sovranismo. Non si possono fermare i flussi, come si era detto. Non si possono fermare le partenze, come si era promesso. Non si può bloccare l’immigrazione, come si era sostenuto. Non si possono chiudere i porti, come si era predicato. Non si possono attuare blocchi navali, come avevano vaneggiato. Ma, al contrario, di fronte ai fenomeni migratori l’unico verbo possibile da utilizzare è quello che i sovranisti hanno sempre respinto con violenza: governare, naturalmente. E così, oggi, per governare il fenomeno, per fare i conti in particolare con la crisi sistemica che sta attraversando la Tunisia, diventata la principale rotta marina adottata dai migranti per avvicinarsi all’Europa, il governo Meloni si è ritrovato a fare i conti con una realtà formata da almeno cinque punti.

  Primo: studiare i meccanismi politici di contenimento, collaborando con la Tunisia per rafforzare la Guardia costiera del paese. Secondo: rafforzare gli accordi con la Tunisia  per il rimpatrio dei migranti irregolari, accordi che attualmente prevedono l’invio dall’Italia verso il paese nordafricano di una nave da Genova ogni due settimane e di due voli a settimana. Terzo: offrire alla Tunisia un sostegno non solo logistico ma anche finanziario per dare ossigeno a un paese che con tutti i limiti possibili resta comunque una democrazia. Quarto: costruire, con l’aiuto dell’Unione europea, corridoi umanitari non solo teorici, ma pratici, veloci, efficienti. E, quinto, trasformare i flussi in entrata verso l’Italia anche in un’opportunità economica per il nostro paese, rivedendo al rialzo i flussi regolari in entrata, verso l’Italia, e provando a trasformare il fenomeno in un’occasione per rispondere alla domanda di manodopera molto forte che arriva dalle imprese del paese.

  Passare, a livello nazionale, dalla stagione del populismo a quella del pragmatismo non sarà semplice, ma sarà necessario. E sarà ancora più necessario seguire un approccio nuovo, di discontinuità con il proprio passato, anche su un piano diverso, nel quale il populismo dei sovranisti fatica a passare dalla demagogia alla realtà.

Problema numero uno: come farà Meloni a scommettere sulla relocation in Europa essendo i primi avversari di questa politica due amici del cuore di Meloni e Salvini, come Orbán (Ungheria) e Morawiecki (Polonia)?

Problema numero due: come farà Giorgia Meloni a chiedere maggiore solidarietà all’Unione europea senza aver un’agenda favorevole alla rivisitazione del trattato di Dublino e senza avere intenzione di riprendersi i cosiddetti dublinanti che i paesi che potrebbero collaborare con l’Italia sul fronte della solidarietà chiedono da mesi all’Italia di riprendersi senza successo (Germania, Belgio, Olanda, Francia)?

Problema numero tre: come farà Giorgia Meloni a riattivare la missione europea Sophia se colui che nel recente passato ha preteso e ottenuto la chiusura della missione, accusando l’operazione Sophia di essere un pull factor dell’immigrazione, è stato nientemeno che il numero due di questo governo, ovvero Matteo Salvini?

Problema numero quattro: come si può considerare l’immigrazione solo un problema italiano, “ci hanno lasciato soli”, quando ogni anno in Europa ci sono tre milioni di immigrati che arrivano nel nostro continente e quando circa otto decimi degli arrivi in Italia sono solo migranti di passaggio che attraversano l’Italia per andare in Francia e in Germania (l’Italia è il primo paese di ingresso nella Ue, ma è solo il quinto paese nella Ue come numero di richiedenti asilo: la Germania ne ha tre volte di più, la Francia due)?

  La cosiddetta “emergenza migranti” di fronte alla quale si trova oggi l’esecutivo italiano ha costretto i sovranisti a fare i conti con la realtà, a ragionare sulla propria propaganda, a rimettere in discussione le proprie promesse e a passare, più o meno esplicitamente, dalla stagione del fermare a quella del governare. Non è detto che l’Italia di Meloni e Salvini possa ottenere successi su questi dossier (finora in verità è successo l’opposto). Ma sapere che il governo Meloni ha cominciato a capire che ogni strategia sull’immigrazione deve passare dalla rimozione delle proprie promesse è uno spettacolo per cui vale la pena pagare il biglietto. E chissà che in prospettiva non ci regali qualche soddisfazione. Realtà uno, populismo zero.

Claudio Cerasa DIRETTORE

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

Tutto il mondo è paese. Il populismo xenofobo del presidente tunisino contro gli immigrati. Carlo Panella su L’Inkiesta il 2 Marzo 2023.

Kaïs Saïed, al potere grazie a un colpo di Stato che gli ha permesso di governare come un dittatore, è la dimostrazione che il razzismo verso il diverso attecchisce non solo nella opulenta Europa, ma anche in uno dei territori centrali per le rotte migratorie del Mediterraneo

Una piccola sfida, provate a indovinare chi ha pronunciato queste frasi xenofobe: «Orde di migranti clandestini sono fonte di crimini e atti inaccettabili nel nostro Paese». E ancora: «Ci sono dei partiti che da anni hanno ricevuto ingenti somme di denaro per modificare l’assetto demografico e culturale della nostra nazione!».

No, non le ha pronunciate Èric Zemmour, il leader dell’estrema destra francese che pure denuncia a gran voce il «Grand Remplacement», il sorpasso da parte degli immigrati islamici della componente francese con conseguente subalternità culturale e identitaria degli “autoctoni”. Gran Remplacement che peraltro il sessanta per cento dei francesi, secondo un sondaggio Ipsos, ritiene che sia in atto.

Non le ha pronunciate neanche Marine Le Pen che, in vista di un possibile successo alle prossime presidenziali nelle quali Emmanuel Macron non si potrà presentare, ormai ha abbandonato l’armamentario demagogico delle denunce dei malfatti dell’immigrazione incontrollata per trasformare sé stessa e il suo partito in una moderata e neo gollista forza di opposizione.

Non le ha pronunciate neanche l’impresentabile e sbruffone Mario Borghezio, né nessun altro esponente xenofobo della Lega Nord.

Le ha pronunciate invece – questa è la notizia ghiotta – Kaïs Saïed, presidente della Tunisia e autore il 21 luglio del 2021 di un colpo di Stato strisciante che gli ha permesso di esercitare poteri dittatoriali proprio in uno dei due Paesi dai quali partono i barconi di immigrati verso l’Italia.

E lo ha fatto perché uno dei punti forti del suo discorso politico è la mobilitazione contro gli immigrati subsahariani che penetrano in Tunisia, in parte per poi tentare di arrivare in Italia, in parte per restare come irregolari nel Paese. Non solo, nel suo lessico è continua e martellante la denuncia contro il «grande complotto di iene e sciacalli» che mira a suo dire da una parte a colpire il suo regime con fake news e dall’altra, appunto, a «sovvertire la demografia del paese per attentare al nobile carattere arabo e islamico della Tunisia» favorendo l’immigrazione sub sahariana. Da qui l’ordine alle forze di sicurezza e alla polizia di compiere duri rastrellamenti nelle città per arrestare e imprigionare gli irregolari.

Quel che più è rilevante è che questa mobilitazione xenofoba da parte di un presidente-dittatore trova un eccellente riscontro in una Tunisia nella quale sono continue le violenze di cittadini contro gli immigrati e continue le vessazioni da parte dei municipi che, come rileva Le Monde, coperti dalla legge, sfrattano con la forza dalle loro abitazioni di fortuna gli immigrati senza permesso di soggiorno regolare.

Agli atti dunque un’universalità del populismo xenofobo che attecchisce non solo nella opulenta Europa, ma anche, ed è un paradosso solo apparente, in un Paese africano come la Tunisia. Un Paese dal quale partono i barconi verso Lampedusa, che il regime di Kaïs Saïed non fa nulla per fermare, ma anzi favorisce. Barconi sui quali spesso si imbarcano anche cittadini tunisini.

Tunisia, la rivolta del popolo: a votare non va più nessuno. Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 18 Dicembre 2022.

A 11 anni dalle Primavere arabe solo l’8,8% dei cittadini si è presentato alle urne. Ma il «golpista» Saied è saldo

E adesso spogliati dei superpoteri che ti sei dato. E vattene. Perché la poltrona non ce la si tiene, quando il popolo s’astiene. E se sabato il 91,2 per cento dei tunisini s’è rifiutato d’eleggere un Parlamento che non può essere considerato un Parlamento , dicono le opposizioni, tutto ciò è «un terremoto 8 gradi Richter che avrà gravi conseguenze». E Kais Saied, sciò, deve «dimettersi immediatamente». «Il fallimento», titola Maghreb: non s’era mai vista una partecipazione dell’8,8 per cento, scrive il giornale, che snobbasse fino a questo punto il diritto di voto così faticosamente riconquistato con la Rivoluzione del 2011. Un anno e mezzo fa il presidente s’era trasformato in un presidentissimo? Oggi, commenta il leader del Fronte di salvezza nazionale — il cartello dei cinque partiti che aveva invitato al boicottaggio elettorale, prima fra tutti la fratellanza musulmana di Ennahda —, è chiaro che «pochissimi tunisini sostengono l’approccio di Saied». Non c’è bisogno d’aspettare lo spoglio delle schede, che peraltro rinvia il risultato definitivo ai ballottaggi di febbraio: per Ahmed Chebbi l’astensione di massa è già da sola «un grande disconoscimento popolare del processo» avviato il 25 luglio 2021, da quel «golpe» con cui Saied aveva congelato l’Assemblea dei rappresentanti, azzerato i partiti e dimissionato il governo, avocando a sé ogni potere esecutivo, legislativo e pure giudiziario. Ottocentomila votanti su nove milioni d’elettori hanno parlato col loro silenzio e la risposta popolare, di fronte a candidati che erano perfetti sconosciuti, è arrivata forte: «Il 92% ha voltato le spalle a questo processo illegale che si fa beffe della Costituzione», e per questo ora serve un alto magistrato che regga l’interim e «organizzi nuove elezioni presidenziali», senza aspettare la scadenza del 2024 (e prima che il nuovo Parlamento, disegnato a immagine di Saied, tenti magari di rinviarle…).

Sarebbe tutto logico, in una normale democrazia. E in un Paese talmente malconcio da avere un tasso d’inflazione (9,8%) più alto di quello dell’affluenza alle urne. Ma Saied, lui, evita ogni commento. E raccontano non si consideri sconfitto, anzi: la partecipazione elettorale «modesta però non vergognosa», secondo un suo fedelissimo, si spiegherebbe in realtà col fatto che ormai Ennahda non riceva più i finanziamenti dal Qatar. E sarebbe la riprova che il populismo qualunquista del presidente si fonda su una verità: tutti i partiti spariscono, se non possono foraggiare chi li vota. Tutto sommato poi, questi 161 nuovi deputati ridotti a poco più di un’assemblea di condominio, rientrano nei disegni d’un Saied stravotato tre anni fa proprio perché considerava il Parlamento un inutile orpello. Dopo avere smantellato i contropoteri, il capo dello Stato completa la costruzione d’un regime iper-presidenzialista e non si sente affatto un’anatra zoppa: nella Costituzione che s’è dato non sono previsti strumenti per destituirlo, anche quand’è così delegittimato. E non si vede chi possa farlo dall’opposizione, eternamente divisa fra islamici e laici. Saied ha in realtà un solo avversario: una devastante crisi economica. La disoccupazione e i barconi carichi d’emigranti. Già da oggi, il Fmi avrebbe dovuto prestargli 1,9 miliardi d’euro, ma i soldi sono stati congelati in attesa di riforme vere che non si vedono. Sono arrivati solo 200 milioni della Banca europea e 150 serviranno per comprare subito grano tenero: in questa Tunisia affamata e sfiduciata, il gioco si fa duro.

 (ANSA il 7 Dicembre 2022) Secondo un rapporto della Banca mondiale sul "panorama dell'occupazione in Tunisia" la metà della popolazione attiva nel Paese nordafricano lavora in nero nel settore informale, e dei 2,8 milioni di persone impiegate nel settore privato, 1,55 milioni lavorano nel settore informale, un tasso di quasi il 43% rispetto al 9% delle statistiche del 2019. 

Il rapporto, anticipato dall'agenzia Tap, rileva anche che metà della popolazione attiva non ha lavoro, poiché solo il 47% della popolazione attiva di età superiore ai 15 anni, stimata a 8,7 milioni di persone, è attiva nel mercato del lavoro, mentre il resto, ovvero il 53% (4,6 milioni di persone) non lavora e/o non cerca lavoro. 

La Banca Mondiale stima tuttavia che il tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Tunisia rimanga elevato rispetto alla regione del Medio Oriente e del Nord Africa, con una stima del 43,2% nel 2017, senza tener conto del reddito dei paesi, ma più basso rispetto ai paesi a reddito medio nel mondo (64,9% nel 2017). Per quanto riguarda la percentuale di partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Tunisia, il rapporto rivela che è bassa, non superiore al 26,5%, rispetto al 41,8% degli uomini. Il tasso di partecipazione delle donne che non frequentano la scuola è molto basso e non supera l'8,7% (2017), rispetto al 14,2% del 2014.

Stupri, violenze e razzismo nell’inferno nascosto della Tunisia «Qui ti uccidono e nessuno se ne accorge». Nel 2021 sono arrivate oltre 20mila persone di origine subsahariana. E il deserto al confine con la Libia è l’area in cui accadono le violazioni più gravi. Che le agenzie internazionali non riescono in alcun modo a contrastare. Matteo Garavoglia su L'Espresso il 31 gennaio 2022.

Un inferno nascosto». Bastano tre parole per descrivere la Tunisia oggi, almeno la regione compresa tra Zarzis, Médenine e Ben Gardane, città del sud del Paese tra le più interessate dal fenomeno migratorio al di là del Mediterraneo. A parlare è Afoua, viene dalla Costa d’Avorio e da mesi vive con altre compagne e i rispettivi figli all’interno del centro dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a Médenine, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Tunisia, la nuova Costituzione è legge ma ha votato poco più del 27 per cento dei tunisini. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 26 luglio 2022

Oppositori politici e i partiti hanno scelto la via del boicottaggio per delegittimare il voto. Ma non era previsto alcun quorum e la riforma costituzionale varata dal presidente Saied diventerà legge

Con oltre il 92 per cento dei voti favorevoli, il referendum sulla nuova Costituzione tunisina voluto dal presidente Kais Saied è stato approvato. Non c’erano grandi dubbi sul risultato finale del voto, anche per via del grande astensionismo: di fatto chi era rassegnato dall’attuale scenario politico ed economico del paese ha deciso di non andare a votare. Oppositori politici e i partiti hanno scelto la via del boicottaggio per delegittimare il voto. L’affluenza finale si è attestata intorno al 27 per cento, ma siccome non era previsto un quorum minimo da raggiungere, ora la nuova costituzione sarà legge e il paese intraprende il cammino verso il presidenzialismo.

«La Tunisia è entrata in una nuova fase», ha detto il presidente Saied, ex avvocato costituzionalista e primo promotore della riforma.

Ieri sera dopo la pubblicazione della notizia della vittoria, alcune centinaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba e con bandiere della Tunisia in mano hanno accolto con soddisfazione l’esito del voto. Ma non tutti sono d’accordo e la società civile è seriamente preoccupata per la tenuta democratica del paese. Ora i prossimi passi prevedono nuove elezioni legislative per il 17 dicembre, giorno in cui quest’anno ricorrerà il 12esimo anniversario dall’immolazione di Mohamed Bouaziz, il venditore ambulante che si diede fuoco a Sidi Bouzid dando vita a un movimento di protesta che ha portato alla Rivoluzione dei Gelsomini e alla cacciata del regime autoritario di Ben Ali. 

LE PROTESTE

Nella giornata di ieri il sindacato nazionale dei giornalisti tunisini ha denunciato diversi casi di molestie e violenze contro i giornalisti. Ad alcuni reporter è stato impedito di coprire il voto all’interno di alcuni seggi, mentre ad altri sono stati negati i dati dello scrutinio. 

L’Associazione tunisina per l’integrità e la democrazia delle elezioni (Atide), ha dichiarato che ad alcuni osservatori è stato impedito di svolgere il loro lavoro in libertà. In totale sono stati più di cinquemila gli osservatori locali impiegati e 120 quelli internazionali.

YOUSSEF HASSAN HOLGADO. Giornalista di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso. Fa parte del Centro di giornalismo permanente e si occupa di Medio Oriente e questioni sociali.

La Congiura dell’Harem per far fuori Ramses III: un complotto riuscito solo a metà. Ramses III venne assassinato in un feroce gioco di potere, ma la congiura non ebbe esattamente gli esiti sperati: solo negli ultimi anni, analizzando la mummia del sovrano, è stata ricostruita l’esatta dinamica dei fatti, raccontata nel Papiro della Congiura dell’Harem. Francesca Rossi il 19 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’harem nell’Antico Egitto

 Il regno di Ramses III tra scioperi e devastanti eventi climatici

 La Congiura dell’Harem

 L’epilogo di una tragedia

 Il mistero della mummia di Ramses III

Una moglie che vuole mettere sul trono suo figlio e per farlo è disposta a tutto, perfino a ordinare l’uccisione del marito, il faraone Ramses III (1218/1217 a.C.- 1155 a.C.). Questa è la storia cruenta della Congiura dell’Harem, una sorta di giallo dell’Antico Egitto in cui, però, i personaggi e le vicende sono reali, perfino attuali per certi versi. Ecco perché non è un caso se il complotto colpisce ancora l’immaginario collettivo, a distanza di millenni. Vi ritroviamo, infatti, tutti i sentimenti umani: l’amore, l’odio, la gelosia, la brama di potere.

L’harem nell’Antico Egitto

“Ipet-Nesut” era il nome dell’harem dell’Antico Egitto. Si trattava di una vera e propria istituzione indipendente in cui vivevano centinaia di donne. Non era collegato, dunque, al palazzo del faraone ed era controllato da personale maschile (ma sembra non si trattasse di eunuchi) in cui il sovrano riponeva piena fiducia. Viveva di vita propria, potremmo dire e si amministrava autonomamente grazie a diversi possedimenti, tra cui terre e granai. Nell’harem venivano anche allevati i figli del faraone e per le donne abitarvi rappresentava l’opportunità per diventare Regine, o per dare al faraone un erede al trono.

L’epoca di massimo splendore dell’harem fu il Nuovo Regno (1552 a.C.-1069 a.C.), quando per i faraoni divenne la normalità sposare principesse straniere che garantissero alleanze politiche e diplomatiche con altri regni. Proprio nel Nuovo Regno, per meglio dire nella fase iniziale di declino di quest’epoca e proprio nel gineceo del faraone si svolse l'evento passato alla storia come "la Congiura dell’Harem", che vide protagonisti Ramses III, sovrano della XX° dinastia e una delle sue mogli, Tiye.

Il regno di Ramses III tra scioperi e devastanti eventi climatici

Ramses III fu l’ultimo faraone a governare effettivamente su tutto l’Egitto. Il suo dominio, indebolito da guerre, crisi economiche e una progressiva perdita dell’influenza egiziana sui popoli vicini rappresentò l’inizio della fine per il Nuovo Regno. Per la verità il faraone fu anche un po’ sfortunato: nel 1150 si trovò di fronte a quello che viene definito il primo sciopero della Storia (il primo di cui abbiamo notizia, almeno).

Gli operai e gli artigiani del villaggio di Deir el-Medina, preposti alla realizzazione delle tombe reali, si rifiutarono di lavorare, lamentando il ritardo della paga (a quei tempi consisteva in derrate alimentari) e la mancata consegna di unguenti per proteggersi dal sole cocente. Le maestranze ripresero il loro lavoro solo quando le loro richieste vennero accettate. Non solo: sembra che intorno al 1159 l’eruzione del vulcano islandese Hekla sia stata la causa di carestie che destabilizzarono l’Egitto per una ventina d’anni circa.

La Congiura dell’Harem

In questo clima per nulla tranquillo prese forma la congiura contro Ramses III. A orchestrarla fu una delle sue mogli, Tiye, il cui scopo era eliminare il marito per porre sul trono suo figlio Pentawer. Quest’ultimo, infatti, non aveva alcuna possibilità di diventare faraone, poiché nel 1164 il sovrano aveva già nominato successore il più anziano tra i suoi discendenti ancora in vita, ovvero il futuro Ramses IV, figlio della regina Tity.

Secondo il piano ordito dai congiurati Ramses III doveva essere ucciso mentre si trovava proprio nell’harem. Così avvenne. Tiye fu abilissima: riuscì a convincere diversi funzionari e dignitari di alto rango, servitori, perfino il medico personale del sovrano, ad aiutarla nel colpo di Stato. Addirittura il dispensiere di corte, Pebekkamen, divenne suo fedelissimo alleato e braccio destro. Il coinvolgimento di tutte queste persone era necessario, poiché inviare e ricevere messaggi, comunicazioni fondamentali per organizzare l’intrigo, rimanendo nell’harem non era per nulla semplice.

I congiurati non usarono solo l’ingegno per prepararsi al colpo di Stato, ma anche la magia. Tra i complici, infatti, figuravano dei maghi che, con i loro riti, avrebbero dovuto propiziare il buon esito dell’intrigo. Non è per nulla strano, visto che le pratiche esoteriche erano parte integrante della vita nell’Antico Egitto. Deve far riflettere, invece, la facilità con cui Tiye riuscì a portare dalla sua parte un numero non indifferente di uomini al servizio del faraone emblema della corruzione che regnava a corte.

Ramses III venne ucciso nella primavera del 1155 a.C., ma Pentawer non riuscì a salire al trono. Di fatto la congiura che aveva organizzato era riuscita solo a metà, perché il nuovo faraone, Ramses IV, prese in mano la situazione e punì i congiurati con la morte.

L’epilogo di una tragedia

Ramses IV riuscì a ristabilire l’ordine approfittando della mancanza di vera coesione tra i congiurati. Istituì un processo, condotto da 12 giudici, che coinvolse la corte a tutti i livelli, dagli ufficiali ai dignitari, dalle concubine ai servi. Il castigo fu severissimo: 38 persone vennero condannate alla pena capitale. Sembra che ai funzionari di più alto rango sia stato concesso di suicidarsi, una fine considerata più onorevole.

Nessuno sa con esattezza come morì Tiye, se si tolsero la vita o venne uccisa. Pentawer, invece, sarebbe stato costretto al suicidio. Di certo entrambi furono condannati anche alla damnatio memoriae: le loro tombe furono distrutte e i loro nomi cancellati da qualunque monumento. Un destino forse peggiore della morte, poiché precludeva l’immortalità, vero obiettivo dell’esistenza nell’Antico Egitto.

Se i loro nomi e quelli degli altri congiurati sono arrivati fino a noi è solo grazie al Papiro della Congiura dell’Harem (conservato nel Museo Egizio di Torino), cioè il documento redatto dai magistrati con le conclusioni del procedimento giudiziario. Dettaglio interessante: durante il processo cinque giudici vennero corrotti da alcune delle donne sotto accusa. Queste ultime sarebbero riuscite a sedurli. Ramses IV, naturalmente, non perdonò neanche questo: uno dei magistrati fu indotto al suicidio, tre sfigurati, mentre un altro se la cavò con un semplice rimprovero.

Il mistero della mummia di Ramses III

Fino a pochissimi anni fa non era ben chiara la causa della morte di Ramses III. Gli studiosi pensavano a un avvelenamento, ritenendo che Tiye avesse agito con subdola discrezione. Del resto non vi erano segni evidenti di altre ferite sul corpo del faraone. A insospettire gli scienziati furono le bende avvolte attorno al collo della mummia. Nel 2012, attraverso una tomografia computerizzata, Ashraf Selim e Sahar Salim, professori di radiologia all’Università del Cairo risolsero il mistero, scoprendo che Ramses III era stato sgozzato.

Il taglio alla gola era così profondo, 7 centimetri per la precisione, da raggiungere quasi le vertebre. Gli studiosi concordano sul fatto che nessuno potrebbe sopravvivere a una ferita del genere. Anzi, il taglio avrebbe ucciso il faraone all’istante. Nel dicembre 2012 il dottor Albert Zink, paleopatologo che aveva esaminato la mummia con il celebre egittologo Zahi Hawass, dichiarò alla Bbc: “Prima di questo momento non conoscevamo quasi niente del destino di Ramses III. Le persone che avevano esaminato il suo corpo prima e avevano fatto le radiografie non hanno trovato evidenze di traumi. Non avevano accesso alla tomografia computerizzata come noi oggi”.

Le analisi sul corpo rivelarono anche che l’alluce sinistro di Ramses III venne reciso da un’ascia subito prima della morte. Gli imbalsamatori, per camuffare a ferita, crearono una sorta di protesi usando il lino e la resina. Il lavoro fu talmente ben fatto, ricorda Focus.it, che nel 1800 gli studiosi non riuscirono a rimuoverla. Inoltre sulla trachea e sull’esofago del faraone gli scienziati trovarono altri tagli. Tutte ferite, queste, che farebbero pensare a un’aggressione compiuta da più persone e finita con il taglio alla gola sferrato da qualcuno che si trovava alle spalle di Ramses III.

Sul cadavere furono sistemati anche degli amuleti, probabilmente per garantire guarigione e immortalità nell’aldilà. Il mistero della mummia del faraone e, di conseguenza, della Congiura dell’Harem, è stato svelato grazie alla scienza, ai progressi tecnologici. Ciò che, forse, rimarrà inspiegabile è la forza della malvagità che spinge gli uomini a commettere le peggiori turpitudini in nome del potere.

Estratto dell’articolo di Marta Serafini per corriere.it giovedì 20 luglio 2023.

«E’ uno dei momenti più belli della mia vita, davvero». È libero di essere davvero felice finalmente Patrick Zaki. In auto con la fidanzata Reny, la sorella Marise e l’amica Yousra sta viaggiando verso il Cairo, dopo che è stato rilasciato dal commissariato di Nuova Mansoura, dove è stato trattenuto per 48 ore. Ore davvero convulse. Prima la condanna a 3 anni, poi il nuovo fermo. Il buio. Ma di nuovo la luce: e ora Patrick Zaki è stato rilasciato dopo che il presidente egiziano Al Sisi gli ha concesso la grazia. 

Patrick, come ti senti? Come sono passate queste ore?

«Sollevato, decisamente. Avevo un macigno che mi impediva di respirare. Ci sono stati davvero momenti in cui ho temuto che fosse tutto finito. E, confesso, che l’altro giorno quando mi hanno portato di nuovo via, mi sono sentito perduto. Nessuno poi mi ha detto cosa stesse capitando. Come l’altra volta. Ma ho capito che si stava muovendo qualcosa. Sapevo che i miei avvocati e i miei colleghi della Eipr (la ong con cui Patrick collabora) stavano lavorando pure loro. Ed ero consapevole che tutta la mia famiglia non mi avrebbe abbandonato, come del resto ha sempre fatto. E allora ho pensato che dovevo continuare a lottare e rimanere saldo».

Cosa farai ora, ti sposterai subito in Italia?

«Non ho ancora fatto un piano preciso. So solo che voglio essere in Italia e a Bologna, il prima possibile. Voglio rivedere tutti i miei colleghi dell’Università, i miei compagni, voglio riabbracciare i miei amici. Ho così tanto tempo da recuperare. Come ci siamo detti subito dopo la laurea, voglio continuare il mio percorso accademico, voglio lavorare e scrivere». 

Quale sarà la prima cosa che farai arrivato qui?

«(Ride). Difficile scegliere. Vedere una partita di calcio, mangiare un piatto di pasta. Andare al mare con Reny. E’ un elenco lunghissimo. Ma avremo tempo. Prima di tutto però voglio abbracciare la mia professoressa Rita Monticelli». 

Che effetto ti fa sapere che tutta un’intera città come Bologna ti sta aspettando?

«E’ quello che più di tutto mi scalda il cuore. Sapere che tornerò in piazza Maggiore, dove organizzeremo una grande festa. E’ lì che voglio essere, in una città che mi ha fatto sentire tutto il suo affetto e che mi ha dato così tanto in questi anni, anche da lontano». 

(...)

Il presidente egiziano, Al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Ieri condannato a tre anni di reclusione. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Luglio 2023

Ieri era stato condannato a tre anni di carcere. Tajani: "Grazie alla politica estera del Governo abbiamo dato un contributo decisivo". La decisione all’indomani della condanna a tre anni per diffusioni di notizie false, sulla base di un articolo scritto nel 2019 sulla minoranza copta. Il giovane ha passato la prima notte da condannato in una cella di sicurezza in un commissariato sulla costa

La decisione del presidente egiziano Al-Sisi arriva 24 ore dopo la condanna a tre anni di reclusione per il ricercatore e attivista, due dei quali quasi già scontati. La condanna del tribunale di Mansoura, che riguardava la diffusione di notizie false, era arrivata all’undicesima udienza del processo. A renderlo noto su Twitter era stato Hossam Bahgat, attivista egiziano per i diritti umani e fondatore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights, la stessa organizzazione non governativa con cui ha collaborato Zaki. Secondo Bahgat, la sentenza non era soggetta ad appello. L’attivista era stato arrestato nel 2020 in Egitto.

Lo hanno annunciato anche i media egiziani, secondo i quali è stato graziato anche l’attivista per i diritti umani Mohamed el-Baqer. “Il Presidente Abdel Fattah Al-Sisi usa i suoi poteri costituzionali ed emette un decreto presidenziale che concede la grazia a un gruppo di persone contro le quali sono state pronunciate sentenze giudiziarie, tra cui Patrick Zaki e Mohamed El-Baqer, in risposta all’appello del Consiglio dei segretari del Dialogo Nazionale e delle forze politiche“, ha scritto Mohamad Abdelazi componente del Comitato per la grazia presidenziale egiziano, su Facebook.

Un lungo applauso dal Senato

“In attesa della ufficializzazione della notizia della grazia mi unisco ai sentimenti di sollievo e felicità espressi da tutti i gruppi in Aula, è il ritorno a casa di un a ragazzo che tutti volevano». Così il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, prendendo la parola in Senato. “Questo è un grande successo del governo attuale e di quelli precedenti, grazie al corpo diplomatico che non ha mai smesso di lavorare in silenzio“, aggiungendo: “Siamo di fronte a un grande successo del governo e dell’Italia intera, ora aspettiamo presto Patrick Zaki in Italia“.

Un lungo applauso ha accompagnato le sue parole. Si associa all’applauso il senatore Giulio Terzi a nome di Fratelli d’Italia che intesta al governo il risultato: “Grande soddisfazione – afferma Terzi – per l’importanza di un passo così decisivo“.

“Il presidente egiziano al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Grazie alla politica estera del governo abbiamo dato un contributo decisivo per liberare questo giovane studente. Risultati concreti attraverso il lavoro ed una credibilità internazionale“, ha scritto su Twitter il vicepremier e ministro degli Esteri Tajani.

“Grazia frutto di costante trattativa tra due Governi”

La grazia, a quanto si apprende, è il frutto di “una lunga e costante trattativa tra il governo italiano e quello egiziano”, che ha visto protagonisti il premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che nei mesi scorsi ha compiuto diverse missioni in Egitto, e l’intelligence esterna italiana (Aise).

“L’Egitto ha graziato Zaki. Non è un atto casuale. È il frutto di lavoro, di rapporti, di serietà, di considerazione, di diplomazia, di senso delle istituzioni, di rispetto. Perché c’è chi passa le giornate a criticare e c’è chi lavora“, ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto. 

La felicità del premier Giorgia Meloni

“Domani Patrick Zaki tornerà in Italia e gli auguro dal profondo del mio cuore, una vita di serenità e di successo”, le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in un videomessaggio sul socialnetwork Facebook ha ringraziato Al Sisi.

Le congratulazioni di Renzi

“La grazia a Patrick Zaki è una bellissima notizia. Mi congratulo per la decisione con il presidente Al-Sisi e la Presidente Meloni”. Cosi’ ha commentato il leader di Italia Viva Matteo Renzi sui social.

“Voglio esprimere la gioia di tutto il Senato per questo risultato. Voglio ringraziare tutti quelli che si sono spesi in questi anni per questo risultato. Ci tenevo ad esternarlo all’Assemblea“, ha detto il senatore del Pd Filippo Sensi nell’Aula del Senato per comunicare all’Assemblea la notizia attesa da ieri.

La fidanzata: “Buon anniversario, presto ci sposeremo“

Stamattina la fidanzata di Patrick Zaki, Reny Iskander, aveva scritto una lettera per il quarto anno insieme: “Patrick amore mio, buon anniversario, oggi compiamo il nostro quarto anno insieme. Anni che sono passati con i loro alti e bassi, non so come. Anni di amore, calore e dedizione infinita. Sono molto emozionata per una vita intera con te, con tutte le sue esperienze, difficoltà e agi. Il matrimonio avverrà come previsto e sarà più bello di quanto abbiamo sognato. Celebreremo il nostro amore, sfideremo il destino che è stato così ostinato contro di noi, e vinceremo. Io sono con te e tutto il mondo è dalla tua parte. I tuoi professori di master e di dottorato ti inviano tutto il sostegno e l’amore possibili; i colleghi, i compagni di corso, gli amici e le persone care di tutto il mondo, soprattutto in Piazza Maggiore, sono al tuo fianco. Sii sereno e stammi bene, non sei solo. Ti voglio bene, Reny“, concludeva la lettera. 

Redazione CdG 1947

Patrick Zaki ha ricevuto la grazia dal presidente egiziano al-Sisi. L’ex studente dell’Università di Bologna era stato condannato a tre anni di reclusione. Ora l’intervento di Abdel Fatah al-Sisi. Redazione su L'espresso il 19 luglio 2023. Il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki. Che proprio ieri era stato condannato a tre anni di reclusione, di cui quasi due già scontati, per aver aver  denunciato la discriminazione dei cristiani nel Paese. Con il capo di imputazione di “diffusione di notizie false”. Di fatto di fatto una formula per punirlo, per le sue opinioni espresse online e per aver fatto parte di associazioni per la tutela dei diritti umani.

Sembrerebbe che la grazia sia arrivata anche in seguito alla richiesta di clemenza per il ricercatore presentata dal “Comitato per la grazia”: «Abbiamo ricevuto segnali positivi dallo Stato», aveva scritto su facebook Tariq Al-Awadi, attivista per i diritti umani e membro del Comitato.

«La notizia ci colma di gioia. Dopo l’angoscia di ieri, è un momento di insperato sollievo e di grandissima felicità per tutta l’Alma Mater. Speriamo sia la fine di oltre tre anni di attese e di speranze deluse. Caro Patrick, tutta l’Alma Mater ti aspetta per riabbracciarti!», ha commentato il rettore dell’università di Bologna Giovanni Molari.

Come riporta il quotidiano statale al-Ahram, il presidente egiziano ha concesso la grazia anche a Mohamed al-Baqer, l'avvocato di Alaa Abdel Fattah, il più noto prigioniero politico egiziano.

Affari e diplomazia. Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia, il gesto di clemenza di al-Sisi. Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia: tra pressioni diplomatiche, il caso Regeni e i tanti affari in ballo tra Italia ed Egitto (armi ed energia). Andrea Aversa su L'Unità il 19 Luglio 2023

Finalmente la buona notizia è arrivata. Un annuncio ufficioso, trapelato quasi in silenzio, diventato poi ufficiale. Patrick Zaki è libero. Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha concesso la grazia allo studente laureatosi, a distanza, a Bologna, lo scorso 5 luglio. Un tripudio di gioia per la famiglia Zaki, una grande soddisfazione per la rete civica e sociale che ha portato avanti questa battaglia (in primis da Amnesty International) e un successo diplomatico del Governo italiano. Un successo sviluppatosi su tre direttrici (Palazzo Chigi, Farnesina e Servizi segreti) e che ha la firma di due nomi in particolare: quello della premier Giorgia Meloni e del Ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’avvocato di Zaki ha già dichiarato che il giovane potrebbe essere scarcerato fin da subito.

Perché Patrick Zaki ha avuto la grazia

Proviamo ad analizzare i probabili motivi per i quali il Presidente al-Sisi ha preso questa decisione. È risaputo che il ‘Faraone’ d’Egitto non è noto per i gesti di clemenza. Ma alle volte le necessità della diplomazia, dei rapporti internazionali e soprattutto degli affari, possono avere il sopravvento. Facciamo tre passi indietro, in tre periodi diversi. Il primo ci fa tornare allo scorso 10 marzo. Il nuovo ambasciatore egiziano a Roma, Bassam Rady, ha inviato – per via del suo Presidente – un messaggio al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dove è stata evidenziata l’importanza dei rapporti bilaterali tra Italia ed Egitto.

Italia – Egitto, le tappe più recenti di un fondamentale rapporto bilaterale

A novembre del 2022, la neo eletta Premier Meloni è volata a Sharm el-Sheikh, nota località egiziana, dove è stato organizzato un vertice per il clima. In quell’occasione c’è stato il primo faccia a faccia tra la leader del centrodestra e al-Sisi. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, i temi messi sul tavolo dalle due rappresentanze diplomatiche, sono stati: l’approvvigionamento energetico, le fonti rinnovabili, la crisi climatica, l’immigrazione e i diritti umani. L’incontro, come testimoniato dai resoconti ufficiali e istituzionali di entrambi i paesi, è stato molto positivo. Tante le parole di reciproca stima e rispetto tra i due presidenti.

L’irrisolto caso Regeni

L’ultimo salto nel passato ci porta, purtroppo, nel 2016 anno dell’omicidio di Giulio Regeni. Un evento spartiacque per i rapporti tra Italia ed Egitto. Una vicenda che ancora naviga nel mistero e per la quale né lo Stato italiano, né la famiglia del giovane ricercatore hanno ottenuto giustizia e verità. Un’inchiesta sostenuta solo a parole da al-Sisi dimostratosi ipocritamente disponibile a collaborare con il Belpaese. E forse anche per questo il presidente egiziano ha deciso di concedere la grazia a Zaki (arrestato per aver pubblicato alcuni post e un articolo critici nei confronti del suo governo): un secondo ‘caso-Regeni‘ sarebbe stato insostenibile e avrebbe irrimediabilmente rovinato i rapporti diplomatici ed economici con l’Italia (oltre che minare la credibilità internazionale di al-Sisi).

Affari e diplomazia sulla rotta Roma – Il Cairo

Ma quali sono i principali settori che rendono così speciale il rapporto tra l’Italia e l’Egitto? In realtà prima di tutto viene una disciplina: la geopolitica. L’Egitto si trova di fronte l’Italia. I due paesi possono quasi salutarsi dalle due sponde opposte del Mediterraneo. Le politiche e la presenza in Nord Africa de Il Cairo sono fondamentali, da questo punto di vista, non solo per le rotte commerciali ma anche per quelle dei migranti. In particolare per il contenimento delle partenze clandestine dai porti libici. Non è un mistero l’enorme influenza che al-Sisi ha sul paese orfano di Gheddafi. E veniamo agli aspetti economici.

Armi ed energia

Per l’Egitto, l’Italia è il primo partner economico tra i paesi europei, il terzo nel mondo. Ed è qui che entra in gioco la questione energetica: Il Cairo possiede il più grande giacimento di gas naturale mai scoperto prima nel Mediterraneo (era il 2015). La sua gestione è stata affidata all’italianissima Eni. Un asset strategico divenuto ancora più importante per il Belpaese, in seguito allo scoppio del conflitto tra la Russia e l’Ucraina. Infine, tra Egitto e Italia, vi è un intenso rapporto commerciale nel settore delle armi e dei mezzi da guerra. Era il 2020 quando si è parlato di ‘commessa del secolo‘: una vendita da parte di Roma a Il Cairo di due Fregate, 24 cacciabombardieri Euro Fighter e 24 aerei addestratori M346 (e la ‘lista della spesa’ era molto più lunga), dal valore – secondo Middle East Monitor – di circa 9 milioni di euro.

Diritti umani e ragion di Stato

Dunque, per concludere, torniamo alla fatidica domanda: è giusto trattare, avere rapporti, giungere a compromessi con uno stato autoritario e dittatoriale? Perché in fondo, nonostante l’Egitto è da decenni un partner stabile e affidabile di quella regione, sono anche queste le caratteristiche dello Stato governato da al-Sisi. E purtroppo la risposta è sì. Del resto la ragion di Stato ha spesso la meglio sulle questioni legate ai diritti umani e civili. L’importante è che per questi ultimi non si smetta mai di lottare. Così come è imprescindibile pretendere verità e giustizia per Regeni. Però possiamo ammetterlo, almeno questa volta una vita è stata salvata: quella di Zaki. E ne è valsa la pena.

Andrea Aversa 19 Luglio 2023

Patrick Zaki, l'Egitto concede la grazia: trionfo-Meloni. Libero Quotidiano il 19 luglio 2023

Patrick Zaki graziato. Secondo fonti citate dalla Reuters, il presidente egiziano Al Sisi ha concesso la grazia con effetto immediato al ricercatore condannato dal tribunale a tre anni di carcere. Il giovane egiziano ma laureatosi all'università di Bologna era stato condannato definitivamente a 3 anni di carcere dopo aver già scontato 22 mesi in carcere. L'accusa? La diffusione di notizie false. "Abbiamo ricevuto segnali positivi dallo Stato" sulla richiesta di grazia avanzata per Zaki. Aveva scritto su Facebook Tariq Al-Awadi, attivista per i diritti umani e membro del Comitato presidenziale per la grazia, che aveva presentato una richiesta formale di grazia immediata per l'attivista e ricercatore egiziano.

La stessa Giorgia Meloni, subito dopo la condanna, si era detta fiduciosa. "Il nostro impegno per una soluzione positiva non è mai cessato – aveva detto il premier – continua e abbiamo ancora fiducia". Sulla stessa strada aveva insistito anche uno dei legali che assiste il 32enne, Samweil Tharwat, secondo il quale ci sarebbe stata la possibilità che Zaki possa essere rilasciato dopo un pronunciamento del governatore militare. E così, quello della grazia è un ottimo risultato del governo. Nonostante fino ad oggi Pd e compagni abbiano definito la condanna uno schiaffo all'Italia e al suo esecutivo. 

 Zaki era stato condannato per avere scritto un articolo nel 2019 sulle discriminazioni subite dai copti egiziani. L'avvocatessa di Zaki, Hoda Nasrallah, aveva dichiarato che dalla pena di tre anni sarebbero stati decurtati i 22 mesi già trascorsi dietro le sbarre. "Attendiamo che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi conceda la grazia", aveva affermato Nasrallah. Nell'ambito dello stesso provvedimento, Al Sisi ha concesso la grazia anche a Mohamed Baqer, un avvocato per i diritti umani.

Zaki, Tricarico: “Non era un caso Regeni, basta ipocrisie”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 19 Luglio 2023

“Zaki non era un caso Regeni, basta ipocrisie. Due pesi diversi su Turchia e Egitto”. A dirlo Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e attuale presidente della fondazione Icsa.

Quale la differenza tra il caso Regeni e quello Zaki?

Nel caso Regeni c’era un motivo robusto, ben identificato e condivisibile per pretendere dal regime egiziano la verità. Il comportamento delle autorità egiziane, che allora furono poco collaborative, è completamente diverso da quello di oggi.

Perché?

Stiamo parlando di un egiziano al quale non è stata concessa la cittadinanza italiana. Anche se il Parlamento, all’unanimità, ha dato luce verde a riguardo, nei fatti, Zaki non è ancora un nostro connazionale. Stiamo parlando di chi non parla neanche la nostra lingua. Basta ascoltare qualche sua intervista con la traduzione simultanea. Sono, quindi, ingiustificate e scarsamente comprensibili le prime pagine dei quotidiani o quasi tutti, soprattutto quelli di una certa parte che gridano allo scandalo. Questo ragazzo, poi, ha combinato una pena detentiva di qualche anno per dei fatti che non conosciamo.

Ci sono, però, persone che da anni commentano la vicenda…

Sfido chiunque abbia scritto di Zaki a dimostrare che ha letto le carte, che conosce gli atti del processo, i capi di accusa. Si parla solo per deduzione, perché si vuole accostare a tutti i casi questa storia con quella di Regeni, pur non sapendo nessuno cosa ha fatto realmente Patrick. Non avrebbe avuto verosimilmente quella pena in un Paese libero. Detto ciò, non possiamo dirlo, saperlo, soprattutto se chi oggi grida allo scandalo è un garantista. Questi soggetti, però, non usano lo stesso metro quando a dover godere di queste garanzie è un altro.

Cosa si sente, quindi, di dire a chi grida allo scandalo?

Tutti coloro che oggi gridano scandalizzati dimenticano di appartenere a un Paese dove la giustizia, per altri motivi, è forse peggiore di quella egiziana. Rispetto a ciò, però, c’è più di qualcuno che preferisce tacere. Nel mondo ci sono casi peggiori di quello Zaki, ma nessuno proferisce parola.

A cosa si riferisce?

Il caso più eclatante è quello di Erdogan che ha imprigionato decine di migliaia di giornalisti, avvocati, imprenditori, militari solo perché appartengono a una certa corrente di pensiero. Peggio ancora quanto accaduto qualche giorno fa. La Turchia ha dato l’ok alla Svezia nella Nato in cambio dell’estradizione di persone, che vengono definite terroristi, ma non sono che semplici dissidenti. Stiamo parlando, quindi, di uomini e donne a cui viene negata, a tutti gli effetti, la libertà di pensiero. Nessuno dice niente. Tra l’altro questo patto ha avuto il placet di tutta la comunità internazionale, in primis la Nato e Stoltenberg.

Si tratta, pertanto, dell’ennesima arma utilizzata da una parte politica per far inciampare il governo Meloni?

L’effetto Meloni è collaterale. La verità è che questi signori si sono sempre espressi in questo modo per ideologia. Il problema, però, che tale atteggiamento è irresponsabile. Messa in gioco non soltanto la sorte di Zaki, ma soprattutto i rapporti tra Italia ed Egitto. Questo è un paese strategico per i nostri interessi, non solo di natura commerciale.

Concessa, intanto, la grazia a Zaki…

Come ogni cittadino italiano, plaudo alla decisione del presidente al-Sisi di far tornare Zaki in Italia, in modo che possa continuare gli studi a Bologna.

Estratto dell’articolo di Adriana Logroscino per corriere.it sabato 22 luglio 2023.

Uno sgarbo. Inatteso e che ha provocato «sconcerto»: viene vissuta così a Palazzo Chigi la scelta di Patrick Zaki di non accogliere nessuna delle soluzioni per il suo rientro in Italia che gli erano state offerte dal governo, attraverso l’ambasciatore al Cairo, Michele Quaroni. Tanto più perché le ipotesi messe a disposizione del ricercatore egiziano, subito dopo la grazia del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, sono state tante e diverse. Tutte respinte al mittente.

«Alla Farnesina siamo abituati a tutto», trapela dal ministero degli Esteri. Poi lo stesso ministro Antonio Tajani, sollecitato sul punto, dice: «A noi interessava liberare Zaki e abbiamo lavorato in questo senso. Poi come vorrà tornare in Italia, tornerà. Gli erano state offerte delle possibilità, non un obbligo. La scelta è sua». Tutt’altro tono rispetto a quello adoperato nelle ore immediatamente successive alla notizia della grazia, quando il ministro degli Esteri, aveva festeggiato l’operazione definendola «un grande lavoro di squadra». E in serata il ministro della Difesa Guido Crosetto dice: «È una scelta personale, ci ha anche fatto risparmiare dei soldi, quindi va bene così».

I passaggi della trattativa sulle modalità di rientro di Zaki sono stati addirittura quattro. Prima la disponibilità di un volo di Stato, rifiutata. Quindi la prospettiva di un accompagnamento diplomatico dedicato, respinto. Gli sarebbe stata offerta la possibilità di viaggiare comunque insieme ai parenti. Ma sarebbe stata la photo opportunity — l’eventualità pressoché certa, cioè, che all’arrivo gli venisse scattata una foto con i massimi rappresentanti del governo, Meloni e Tajani, che pure Zaki aveva pubblicamente ringraziato due giorni fa — a far scegliere al ricercatore di optare per il rientro con volo di linea, diretto a Milano per poi proseguire verso Bologna.

Tanti dinieghi pur garbati, lasciano pochi dubbi sull’imbarazzo di Zaki nel comparire accanto a esponenti del centrodestra italiano. Tesi che prova a correggere il portavoce di Amnesty international, Riccardo Noury, che, pur accreditando una valutazione politica, rileva: «La reputazione di un difensore dei diritti umani si basa sull’indipendenza da qualunque tipo di governo».

(...)

Non facciamo di Zaki una Madonna pellegrina. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera sabato 22 luglio 2023. 

Caro Aldo, Zaki, giovane di valore, potrebbe sforzarsi di parlare italiano almeno durante le interviste sui canali tv nazionali, confermando così che rispetto e riconoscenza, moneta rara di questi tempi, sono valori in cui crede anche lui. Che ne dice? Pier Giorgio Cozzi Milano

Caro Pier Giorgio, Patrick Zaki non parla italiano per il semplice fatto che non lo sa. Lo imparerà. In Italia ha studiato per qualche tempo, in Italia tornerà a vivere. La battaglia per lui era diventata una battaglia di libertà e anche di dignità nazionale, perché la sua incarcerazione era diventata una sorta di umiliazione, una prova di protervia esercitata dall’Egitto nei confronti del nostro Paese, dopo quella ancora più grave delle torture e dell’assassinio impunito di Giulio Regeni. Giulio e Patrick sono figli di una generazione globale, che si esprime in inglese, che gira il mondo, e a cui le nazioni stanno strette; figurarsi i regimi. E quello egiziano è un regime. Le primavere arabe sono state un fallimento clamoroso; in particolare quella del Cairo. La caduta di Hosni Mubarak — un uomo che non ha avuto solo demeriti; ad esempio sui passi di Sadat ha spostato l’Egitto dal campo sovietico a quello occidentale — non ha portato alla democrazia, ma prima alla vittoria dei Fratelli Musulmani, poi a un nuovo regime militare, per certi versi peggiore del precedente. Eppure l’Egitto è un Paese importante; e con i regimi a volte bisogna trattare. La liberazione di Zaki è oggettivamente, piaccia o no, un successo del governo. Ora non facciamone né un obiettivo polemico, né una madonna pellegrina. Ci siamo uniti per lui; non dividiamoci un minuto dopo. Già leggo titoli: «Invitiamolo a Siena al Palio dell’Assunta», portiamolo di qui, dedichiamogli questo… Zaki non è un «ingrato», non è un eroe. È un ragazzo che ama l’Italia e in cui tanti suoi coetanei si sono riconosciuti. Lasciarlo tranquillo è l’ultimo servigio che l’Italia potrà rendergli.

Patrick Zaki fa infuriare Nicola Porro: "Ingrato, il suo visto...". Chi tira in ballo. Il Tempo il 22 luglio 2023

Questa storia di Patrick Zaki "è pazzesca". Nicola Porro nella sua consueta rassegna stampa per web e social affronta il tema della grazia all'attivista egiziano per effetto del lavoro diplomatico del governo di Giorgia Meloni. Il giovane viene definito "ingrato" perché ha rifiutato il volo di Stato per il rientro in Italia, dove studiava, il tutto a quanto pare per non farsi fotografare con la premier e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nella Zuppa di Porro di sabato 22 luglio il giornalista attacca: "Questa storia di Zaki è pazzesca. Partiamo da un presupposto: il governo italiano ha fatto bene a fare la sua parte per un ragazzo egiziano che si trova a studiare a Bologna", spiega Porro che però chiarisce: "Ci sarebbe anche Chico (Forti, imprenditore italiano da anni detenuto negli Stati Uniti dopo un processo pieno di anomalie, ndr) e tanti altri italiani in giro per le prigioni di tutto il mondo. E Zaki fa bene a rifiutare il volo di Stato".

Detto questo, Porro fa un appello: "Chiediamo all’ambasciata al Cairo di trattare il suo visto e le sue questioncelle per il rientro in Italia da pregiudicato graziato in modo simile a come vengono trattate per qualsiasi egiziano". Insomma, rifiutato il "passaggio" dello Stato, Zaki faccia la trafila come gli altri, afferma il giornalista.  In realtà c'è stato un cambio di programma. "I documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno. Quindi, dopo dovremo viaggiare per assicurarci che la mia situazione legale sia chiara al 100%. Stai tranquilla Bologna, arrivo tra un paio di giorni, dobbiamo solo aspettare altri due giorni”, ha comunicato Zaki sui suoi canali social. A suo carico c'è ancora un travel ban, un divieto di espatrio, disposto dalle autorità egiziane e che dopo la liberazione dovrà essere cancellato. Ma ci sono tempi burocratici. 

Zaki, Paragone sul volo di Stato: "Mi auguro che abbia la decenza di..." Il Tempo il 21 luglio 2023

"C'è un leggero cambiamento nei piani poiché è venuto alla nostra attenzione che i documenti ufficiali per revocare il divieto di viaggio saranno finalizzati domenica a mezzogiorno. Quindi, dopo dovremo viaggiare per assicurarci che la mia situazione legale sia chiara al 100%. Stai tranquilla Bologna, arrivo tra un paio di giorni, dobbiamo solo aspettare altri due giorni": questo il messaggio pubblicato da Patrick Zaki su Twitter nelle ultime ore. Intanto la vicenda del laureato dell'Università di Bologna, appena graziato dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, continua a essere al centro dei dibattiti televisivi. Questa sera, a commentare le ultime informazioni circolate in merito alla gestione del ritorno in Italia del ricercatore è stato Gianluigi Paragone. Ospite a Controcorrente, il giornalista ha elogiato l'operato del governo Meloni e consigliato a Zaki di essere riconoscente nei confronti della diplomazia italiana.

A riportare in Italia Patrick Zaki, che ha lasciato il carcere in seguito alla grazia concessagli dal presidente egiziano al Sisi, non sarà un volo di Stato, ma un normalissimo volo di linea. Il ricercatore egiziano, infatti, avrebbe rifiutato il volo speciale che era stato messo a disposizione dal governo italiano e non intenderebbe incontrare né farsi assistere da autorità dell'esecutivo di Roma. Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, la scelta di rifiutare il volo di Stato sarebbe dettata da un bisogno di coerenza: "La decisione di prendere un volo di linea che lo porterà a Milano è del tutto corretta. È un difensore dei diritti umani che mantiene la sua indipendenza dai Governi, di qualunque colore siano. Zaki apprezza tutto ciò che è stato fatto per lui: in queste ore lo ha fatto ampiamente ringraziando le istituzioni italiani. Però la decisione di prendere un volo di linea, anziché un volo di Stato, è normale per un difensore dei diritti umani, fa parte del suo essere indipendente. Io avrei fatto la stessa scelta e questo non vuol dire essere contro i governi", ha affermato Noury.

La notizia è stata commentata a Controcorrente da Gianluigi Paragone: "Ci si deve infognare sempre nelle solite polemiche. Non vuole prendere il volo di Stato, va bene. Mi auguro che abbia l'accortezza e un po' anche la decenza di capire che, anche se questo è un governo di centrodestra e magari non è il governo dei suoi sogni, comunque gli ha restituito la libertà".  Per il giornalista sarebbe doveroso da parte di Zaki un ringraziamento: "Quindi forse un passaggio, un riconoscimento espresso, solido, importante nei confronti del governo, che rappresenta quindi le istituzioni di quel Paese che lo sta ospitando e gli ha restituito la libertà, mi sembra sia da parte di Zaki riconosciuto apertamente", ha concluso.

Estratto dell'articolo di Antonio Rapisarda per Libero Quotidiano il 25 luglio 2023.

Massimiliano Latorre è uno dei due “marò” del Battaglione San Marco che insieme a Salvatore Girone è stato vittima dell’odissea giudiziaria intentata dall’India con l’accusa – infondata, come ha stabilito il Tribunale italiano, archiviando il caso – di aver ucciso due pescatori del Kerala durante un’operazione anti-pirateria a bordo della petroliera “Enrica Lexie”. 

A distanza di dieci anni da quel 15 febbraio del 2012, l’inizio di una vicenda che tenne l’Italia per mesi e mesi col fiato sospeso, Latorre ha scelto di raccontare la sua storia in un libro a quattro mani con Mario Capanna: “Il sequestro del marò”. A Libero ha affidato le sue riflessioni: quelle di un soldato rimasto fedele – pagando ciò in prima persona – alla parola data. E che, calato il clamore mediatico, ha visto emergere da certe istituzioni a cui lui ha sempre dato tutto non un briciolo di riconoscenza per il servizio svolto ma, lo dice senza mezzi termini, una crescente «volontà di isolarmi, di ridurmi in silenzio...». Il motivo lo spiega in questa lunga intervista: la storia dei due marò attende ancora una parola chiara. «Si chiama verità».

Latorre, il calvario suo e di Girone è finito solo nel dicembre scorso: archiviazione piena da parte del Gip di Roma. Tutto dopo dieci lunghissimi anni. Cosa resta al termine di questa odissea?

«Restano tante cose: positive e negative. Il bicchiere è mezzo pieno. Volendo vedere solo le positive, posso dire che mi è rimasto il sostegno e l’affetto vero, sincero, della gente che mi sostiene ora come allora». 

La sua vita è uscita stravolta da questa vicenda.

«Per senso di dignità personale non le faccio un elenco. Le posso assicurare, però, che non c’è aspetto sotto cui la mia vita non sia stata stravolta. In particolare la mia salute, fisica e psicologica, è stata segnata da quel vissuto. Mi riferisco all’ictus che purtroppo mi ha colpito e mi ha condizionato per sempre: anche se mi ritengo comunque fortunato per il semplice fatto di esser qui a poter raccontare, nonostante diverse problematiche con cui devo convivere». 

(…)

Il coautore del libro, lo scrittore e storico attivista Mario Capanna, ha riportato le accuse dell’allora ministro, Giulio Terzi, contro la decisione del governo Monti: quando foste rispediti in India nonostante l’allora titolare della Farnesina (che si dimise in polemica per questo motivo) aveva annunciato la volontà di tenervi in Italia...

«L’11 luglio il gruppo parlamentare di Fdi ha organizzato la presentazione del libro con i senatori Malan, Russo e Terzi. Ecco, per me è stata un’occasione importante per l’affetto e il supporto ricevuto dagli organizzatori. 

Ma ancor più importante, anche se frustrante da uomo e da militare, è stato ascoltare le parole dell’ex presidente del Consiglio, Mario Monti, che ha ammesso le motivazioni per cui fummo rispediti in India il 21 marzo 2013, proprio così come fu riferito dall’allora suo ministro degli Esteri, Giulio Terzi, in un’intervista rilasciata dopo anni dalle sue dimissioni. Quando, ricordando le motivazioni giuntegli da Monti e dal ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, spiegò – cito testualmente – che erano “fondate su ragioni di natura economica, dei danni che avrebbero subito le nostre imprese e delle reazioni indiane”...». 

Insomma siete finiti, da innocenti, in un ingranaggio più grande di voi...

«Purtroppo sì. Non mi sono reso subito conto subito di quel che accadeva realmente.

Sopravvivevo grazie alla forza datami dall’innocenza e dalla fiducia che riponevo nei rappresentanti istituzionali di allora dai quali mi aspettavo coerenza ed affidabilità. Invece ho trovato solo l’ordine di obbedire nell’assoluto e rigoroso silenzio chiesto ad un militare, ma per fortuna la gente che ci sosteneva zitta e ferma non è stata».(...)

Proprio l’esecutivo guidato dalla Meloni è stato decisivo per la liberazione di Patrick Zaki. Quest’ultimo ha fatto di tutto per evitare di stringere la mano alla premier e al ministro Tajani. Come giudica questa scelta?

«Io sono un militare: purtroppo questa esperienza mi ha aperto gli occhi su altri aspetti a me prima sconosciuti, ciò non mi consente di giudicare a priori senza conoscere fatti e protagonisti.

Posso dirle che, personalmente, non ne avrei fatto una questione ideologica e politica, mi sarei fatto guidare dal buonsenso, dall’educazione, dal rispetto e soprattutto dalla riconoscenza. 

La stessa per cui oggi sono impegnato nel ringraziare gli italiani nelle varie città: approfittando delle tante occasioni di incontro organizzate da chi allora mi ha sostenuto e che, anche grazie a questo libro, continua a tenere viva l’attenzione sulla vicenda che mi ha coinvolto e a chiedere verità».

Patrick Zaki, veleno-Dagospia: "Ecco chi mi ricorda", fatto a pezzettini. Libero Quotidiano il 25 luglio 2023

Un Gatto Giacomino... scatenato. Si tratta di un lettore di Dagospia, il quale negli ultimi due giorni si è concentrato assai su Patrick Zaki, il ragazzo egiziano tornato in Italia dopo la grazia ricevuta da al-Sisi. Già, proprio quello Zaki al centro di numerose polemiche per la sua scelta di rifiutare il volo di Stato e altre soluzioni per il rientro, per quanto poi abbia rivolto i suoi ringraziamenti al governo Meloni.

Mister Giacomino, alla vigilia, ha scritto a Dagospia per mettere i puntini sulle "i", ricordando come Zaki non sia un "ricercatore", così come viene chiamato dalla stampa italiana ormai da anni. Ma non è finita. Oggi, martedì 25 luglio, ecco una seconda missiva ricevuta e pubblicata sempre dal sito di Roberto D'Agostino, in cui il fedelissimo lettore aggiunge pepe al pepe. 

"Caro Dago, sai che sono molto sensibile al percorso accademico di Patrick Zaki. La domanda di oggi è questa: in cosa s'è laureato il ricercatore egiziano che mai ha fatto ricerca - torna sul punto -?  In ingegneria, matematica, lettere, agraria, medicina, filosofia, fisica, biologia, giurisprudenza...? Niente di tutto questo! Lui s'è laureato in Women’s and Gender Studies. Prospettive lavorative: organizzatore di gay pride", conclude picchiando durissimo.

Ma sempre su Dagospia, ecco una seconda lettera che riguarda il ragazzo, firmata in questo caso da Sergio Tafi, il quale picchia durissimo: "Caro Dago, Patrick Zaki? Sembra uno Danilo Toninelli più giovane e paffuto. Chissà se ha anche la stessa intelligenza...", conclude il lettore con ironia tagliente. 

Patrick Zaki: «Io cristiano e di sinistra con Hamas non c’entro nulla. In carcere? Botte e torture». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2023.

L’attivista e il libro in cui racconta la prigionia in Egitto: non dimenticherò mai le urla di un condannato a morte

Patrick Zaki, sono venuto qui per intervistarla sul suo libro, in cui lei racconta due anni trascorsi senza colpa nelle prigioni egiziane. Sono pagine che confermano la forza morale che noi italiani abbiamo visto in lei, e che ci ha indotti a impegnarci tutti insieme, destra e sinistra, per la sua liberazione. Per questo molti di noi si sono sentiti feriti dalle sue parole contro Israele, che ho trovato inaccettabili.

«Io sono contro l’attuale governo di Israele e le politiche che ha seguito negli ultimi anni. E non sono l’unico a pensarla così: le azioni di questo governo sono state criticate sia in passato sia in questi giorni da diversi Paesi, compresi gli Stati Uniti. Ho già messo in chiaro qual è la mia opinione riguardo l’attuale governo israeliano al Tg1 e nella mia ultima lettera a Repubblica».

Le ultime notizie sulla guerra tra Israele e Hamas, in diretta

La chiarisca anche ai lettori del «Corriere». Cosa le è venuto in mente di definire Netanyahu un serial-killer?

«Cosa mi è venuto in mente? Ho pensato a tutti i civili, a tutte le persone tra cui donne e bambini che sono state uccise a Gaza negli ultimi anni, alla mia cara amica Shireen Abu Akleh, la giornalista che è stata uccisa l’anno scorso da soldati israeliani mentre lavorava in Cisgiordania».

A parte il fatto che Netanyahu è lì perché con i suoi alleati ha vinto le elezioni, cosa che non possiamo dire di nessun leader arabo, non crede che qualsiasi discorso debba cominciare con la condanna del massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas?

«Io sono contro tutti i crimini di guerra. Condanno l’uccisione di civili. L’ho già ribadito più volte in diverse interviste. Sono un militante pacifico per i diritti umani e sono contro ogni forma di violenza. Credo che adesso sia il momento di pensare a come risolvere la situazione e lavorare per la pace in questa parte del mondo».

Quindi lei condanna Hamas?

«Certo. Io non ho nulla a che fare con Hamas! Sono cristiano e sono di sinistra, non sono un integralista islamico. In Egitto quelli come me vengono uccisi dagli integralisti islamici. Nel 2014 raccolsi aiuti umanitari per Gaza ma mi dissero che era meglio che non andassi a portarli, perché non sarei stato il benvenuto. Io sono per la Palestina, non per Hamas. E spero che tutti gli ostaggi siano liberati. Tutti, a cominciare dagli italiani. Non dimentico che l’Italia si è battuta per la mia libertà».

Lei fu arrestato dalla polizia egiziana proprio di ritorno dal nostro Paese, come scrive nel suo libro «Sogni e illusioni di libertà», pubblicato dalla Nave di Teseo.

«Mi aspettavano all’aeroporto del Cairo da due giorni. Mi hanno strappato il permesso per l’Italia, mi hanno rotto gli occhiali. Mi hanno insultato. E hanno iniziato a picchiarmi».

Come?

«Calci, pugni, botte sulla schiena. E minacce: “Non uscirai fuori di qui”, “non vedrai mai più la luce del sole”. Io sono rimasto concentrato. Sapevo come comportarmi: non dovevo mostrarmi debole. Se li facevo arrabbiare, meglio. Se capivano che avevo paura, era la fine».

Come sono le tecniche di interrogatorio?

«Gli interrogatori sono brevi. Ti sballottano di continuo dentro e fuori la cella; e in ogni cella c’è sempre una spia della polizia. Le domande sono sempre le stesse: davvero vuoi farci credere che eri a Bologna solo per un master? Perché parli male dell’Egitto? Poi ti mostrano le foto degli oppositori del regime: li conosci? Vogliono sfiancarti. Per questo rispondevo a monosillabi».

E loro?

«Mi hanno bendato, ammanettato, caricato su un furgone. Essere bendati, non avere il controllo del proprio corpo, è terribile. Dagli odori ho capito che mi portavano nel carcere di Mansura, la mia città. Lì c’erano il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, che mi ha fatto togliere i vestiti, dicendo: “Patrick difende i gay, dobbiamo portargli qualcuno che se lo inculi”».

L’hanno torturata?

«Mi hanno messo un adesivo sulla pancia, non capivo perché. Poi, quando mi hanno applicato gli elettrodi, ho realizzato che serviva a nascondere i segni delle scariche elettriche».

Come sono?

«Terribili. Ma quelli sono professionisti. Sono attenti a non lasciare tracce sui corpi. Sono scomparso per un giorno e mezzo, senza che i miei genitori che erano venuti a prendermi all’aeroporto sapessero nulla. C’era anche Reny, la donna che amo e ora è mia moglie, ma non conosceva ancora i miei, avrei dovuto presentarli… I poliziotti mi facevano in faccia il verso del maiale, come si usa da noi per manifestare disprezzo. Ma la cosa che mi ha fatto più male è un’altra».

Quale?

«Il ragazzo che portava i caffè mi ha dato una gran botta sulla schiena con il vassoio. Ancora mi chiedo perché lo abbia fatto. Non era un poliziotto. Non gli avevo fatto nulla di male. Se un giorno in Egitto faremo la rivoluzione, cercherò quell’uomo solo per chiedergli il perché».

E poi?

«Mi hanno chiuso in una cella con 52 persone. Tra loro c’erano due ragazzini, colpevoli solo di aver girato un video ironico su Maometto; altri ragazzi, musulmani, li avevano scoperti e denunciati. C’erano anche i parenti di un uomo che aveva picchiato la moglie, i cui familiari erano nella cella di fronte: era una rissa continua…».

Lei è stato davvero arrestato soltanto per un post su Facebook?

«Per quello e per la mia militanza nell’Eipr, Egyptian initiative for personal rights. Succede a tanti; ma di solito dopo due mesi escono. Quando però hanno visto che in Italia ci si mobilitava per me, hanno pensato: questo ragazzo per l’Italia è importante. E il mio caso è diventato un modo per fare pressione sul vostro Paese nel caso Regeni. In prigione mi chiamavano il ragazzo italiano».

Come mai?

«Mi confondevano con lui. Qualcuno mi chiamava proprio Giulio. “Io sono Patrick!” rispondevo. Ma Patrick è un nome cristiano, insolito in Egitto anche tra noi copti. Poi uscirono le mie foto sul giornale, e le guardie mi indicavano: quello è uno famoso! Quando Macron e Scarlett Johansson fecero il mio nome, mi chiedevano pure i selfie…».

Le sue condizioni sono migliorate?

«No. Mi hanno tagliato i capelli, e io non ho opposto resistenza, anche se i capelli sono una parte importante della mia identità».

Come ha fatto a resistere?

«Cominciai a dare lezioni di inglese, ma me lo impedirono. Poi mi portarono in un supercarcere, dove tutti avevano una divisa. Io avevo la divisa bianca, da detenuto in attesa di giudizio. I condannati avevano quella blu. I condannati a morte quella rossa. Una mattina alle sei vennero a portare via un prigioniero per l’esecuzione. Cominciò a urlare disperato. Non dimenticherò mai quelle grida».

Poi la trasferirono ancora e la misero in cella con un pazzo.

«Si chiamava Magdi, aveva un negozio di elettronica dove un terrorista dell’Isis aveva comprato un apparecchio che era servito per un attentato. Ma lui mica lo sapeva, era pure copto. Era innocente, e stare in carcere da innocenti può renderti folle. Un giorno mi gettò in faccia l’acqua bollente del tè. Un altro compagno di cella invece insisteva per farmi un massaggio…».

Com’era il suo rapporto con gli islamisti?

«A volte litigavamo. Quando potei vedere i miei genitori, uno mi rimproverò perché mia madre non portava il velo e io avevo bevuto da una lattina con la sinistra anziché con la destra. Mi arrabbiai: siamo in galera, non sappiamo se e quando usciremo, e tu mi rompi le scatole perché bevo con la mano sinistra?!».

E i criminali comuni?

«Ne ho visto uno appeso per i piedi a testa in giù. Ma la cosa peggiore è quando, al ritorno in cella dall’udienza, li costringono a bere un lassativo e li tengono lì, nudi, uno accanto all’altro, finché non evacuano. Lo fanno per controllare che dall’esterno non arrivi niente. E per umiliarli. Anche se poi in carcere i microcellulari entrano, io stesso me ne sono procurato uno. Poi ho avuto anche una radio».

Con cui riuscì a ricevere un messaggio da Reny e da sua sorella.

«Scrissi a Reny e a Maryse per dire che seguivo un programma alle 10 di sera. Una volta sentii: “Reny abbraccia il suo amato fidanzato, Maryse saluta suo fratello…”. È stato un momento molto importante».

Lei scrive che il primo interrogatorio vero arrivò dopo un anno e otto mesi.

«Poi ci fu l’udienza, che durò due minuti e mezzo. Eravamo 450 detenuti in due gabbie, ognuno si agitava per farsi riconoscere dal suo avvocato, invano. Sembravamo scimmie allo zoo».

C’erano gabbie anche in carcere?

«Sì, per isolare i detenuti malati. E c’era la sedia del pianto. Quella l’aveva inventata uno di noi. Se un prigioniero crolla e vuol essere lasciato tranquillo, si siede a piangere, e nessuno può disturbarlo».

Non c’è mai un momento di sollievo?

«Quando uno viene rilasciato, dalle sbarre della sua cella si grida la notizia. Quando liberarono il mio amico Mahmoud diedi io l’annuncio, e tutti i detenuti urlarono: forza Mahmoud, auguri Mahmoud!».

Il governo italiano ha lavorato per liberare lei. Dopo la condanna a tre anni, un colpo durissimo, è arrivata la grazia. Perché ha rifiutato il volo di Stato?

«Perché sono un attivista, e voglio essere libero di criticare qualsiasi governo».

Nel suo libro Giorgia Meloni non è mai citata. Perché?

«Neppure Mario Draghi; e anche il suo governo ha lavorato per la mia liberazione. Ribadisco che sono grato all’Italia per quanto ha fatto per me».

L’hanno criticata anche perché non parla la nostra lingua.

«Ma la sto imparando, grazie anche a Reny che la parla meglio (Zaki passa dall’inglese all’italiano e stringe la mano della moglie)».

E Fazio?

«Nessun problema, andrò una delle prossime domeniche».

PATRICK ZAKI HA FATTO BENE O NO A RIFIUTARE IL VOLO DI STATO? Si & No

Il Sì&No del giorno.

Patrick Zaki ha rifiutato l’aereo di Stato: “Sì, ha fatto bene, ha preferito la sua libertà alle passerelle di qualcuno”. Francesca Sabella su Il Riformista il 25 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla scelta di Patrick Zaki di rientrare in Italia con un volo di linea, rifiutando il volo di Stato. Abbiamo chiesto un parere a Francesca Sabella, giornalista, che ritiene sia stata una scelta opportuna, e ad Andrea Ruggieri, direttore responsabile de “il Riformista”, che, al contrario, ne contesta la scelta.

Qui di seguito, l’opinione di Francesca Sabella.

Libertà, dal latino libertas, a sua volta derivata da liber = uomo legalmente libero cioè il contrario del servus, lo schiavo.

È partito da uomo libero ed è tornato da uomo libero. Libertà, indipendenza, fedeltà ai suoi princìpi: così si spiega la scelta di Patrick Zaki di rifiutare il volo di Stato e rientrare in Italia con un volo di linea. E lo ha spiegato, seppur sibillinamente, in un suo breve scritto sui social: “La sensazione migliore è la libertà”. Certo la libertà di lasciare il carcere egiziano nel quale è stato costretto a vivere dal 2020 a oggi, ma anche la libertà di poter essere ancora chi era quando è partito da Bologna per far visita ai suoi parenti egiziani, prima dell’inizio dell’incubo, prima della detenzione.

Ed è questa la libertà più preziosa: poter riconoscere di essere ancora chi è sempre stato, constatare che la paura, le ingiustizie, il carcere, non lo hanno scalfito, non lo hanno cambiato, non hanno fatto ombra sui suoi valori. Non hanno vinto loro: ha vinto Zaki perché è ancora lui. L’attivista egiziano che ha studiato in Italia, che ha amato questo Paese, ha combattuto da sempre per i diritti umani e chi combatte sì per sé ma anche per tutti quanti gli altri, facendo delle sue azioni una battaglia per la collettività non si piega a un sistema che probabilmente avrebbe voluto strumentalizzarlo. Era solo una questione burocratica di rito? Poco importa, lui ha detto no. A maggior ragione tanto rumore per nulla.

E così Patrick ha rifiutato tutte le proposte per il suo rientro messe sul tavolo dal Governo italiano: viaggiare su un volo di Stato, quindi atterrare a Ciampino e incontrare i vertici di Palazzo Chigi, ma anche viaggiare con la sua famiglia volata in Egitto per riabbracciarlo. No, grazie. Viaggerò su un volo di linea. Niente passarelle, niente foto di rito e strette di mano con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, niente inchini, niente di niente.

E così è tornato in Italia. Patrick è arrivato nel pomeriggio di domenica a bordo di un Boeing 737 di EgyptAir decollato dal Cairo atterrato all’aeroporto di Milano Malpensa.

Poi la conferenza stampa nella sua Bologna: “Sono qui come un difensore dei diritti umani, ho passato tutto ciò che ho passato perché ho difeso i diritti umani e la libertà”. Torna ancora la “libertà” nelle sue parole. La libertà di aver scelto senza creare danno a nessuno. Anzi, a qualcuno sì alla maggioranza del governo che ha visto uno sgarbo nel gran rifiuto di Patrick. E così via alle polemiche: un ingrato, un paraculo, scelta politica… In realtà Patrick ha subito ringraziato le autorità italiane: “Grazie al governo italiano per quello che ha fatto negli ultimi giorni, ho veramente apprezzato tutto quello che hanno fatto – ha detto Zaki – Sono veramente emozionato di essere qui. Un grazie alla diplomazia italiana in Egitto”. Ha ringraziato. Forse il problema di una parte politica è un altro, non la maleducazione dell’attivista egiziano: è che dopo essersi intestata la liberazione di Zaki, per grazia ricevuta dal presidente egiziano Al-Sisi, non ha potuto completare l’operazione facendosi trovare schierata e sorridente all’aeroporto, una sorta di medaglietta solo appoggiata sulla giacca e non fissata bene.

Zaki con il gran rifiuto ha un po’ rovinato la festa. Sorprende, ma neanche tanto in fin dei conti, come il primo pensiero della politica, prima ancora che Patrick toccasse suolo italiano, sia stato attaccarlo. Si è riproposto il meccanismo, tossico, dei social: se non lo riprendi, se non ci sono foto e video a documentare, allora non è successo veramene. Cioè, avete contribuito a farlo tornare qui? Vi siete prodigati con tanti sforzi per la sua liberazione? Bene così, a chi importa di foto e inchini? Nessuno sgarro alla politica italiana, semmai la volontà di non essere strumentalizzato, di non cedere al rito dell’incoronazione del Governo. Patrick Zaki ha preferito la libertà alle passerelle. Tutto qui. Vogliamo condannarlo di nuovo?

Francesca Sabella

Il Sì&No del giorno

Patrick Zaki ha rifiutato l’aereo di Stato: “No, ha fatto male. Ha dimostrato scarso spirito di appartenenza alla comunità italiana”. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 25 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla scelta di Patrick Zaki di rientrare in Italia con un volo di linea, rifiutando il volo di Stato. Abbiamo chiesto un parere a Francesca Sabella, giornalista, che ritiene sia stata una scelta opportuna, e ad Andrea Ruggieri, direttore responsabile de “il Riformista”, che, al contrario, ne contesta la scelta.

Qui di seguito, l’opinione di Andrea Ruggieri.

Patrick Zaki sbaglia grossolanamente perché trasforma una prassi sostanzialmente burocratica, consolidata e tutto sommato scontata, che alla gente interessa molto molto poco peraltro, in un caso, non richiesto da nessuno, di politica e di irriconoscenza percepita, che a quel punto la gente nota eccome, e disapprova facendosi una domanda ordinaria: “Ma che modi sono?”. Questo ragazzo egiziano, dopo mesi di folle detenzione cautelare (lasciamo stare che ci sia parte di questa nazione che si indigna di più per una detenzione cautelare in Egitto, che per le tantissime ingiuste che si consumano in Italia, sorvoliamo per una volta…), si apprestava ad andare in carcere per accuse ridicole e dopo un processo altrettanto farsesco.

Il Governo italiano, prima quello Draghi, poi quello Meloni, si sono impegnati per evitare che accadesse, e – dato di fatto – la Premier Meloni ha risolto il caso con successo. Lui ringrazia, ma dice di non volersi prestare a una strumentalizzazione politica.

Ma di che parla? Davvero, si ritiene una bandiera da sventolare? Davvero crede che gliene freghi più di qualcosa a qualcuno? È veramente il caso di dire che stavolta il peccato, e un pizzico di egocentrismo, è solo negli occhi di chi guarda.

Diciamo la verità: del destino di Patrick Zaki interessava davvero quasi a nessuno. L’attenzione sul suo caso è il risultato di un interesse, rimasto comunque assolutamente minoritario, imposto dalla sinistra che sui diritti civili ha auto decretato una sua titolarità esclusiva, anche se poi snobba quelli di noi italiani come si è visto durante la gestione autoritaria e dirigista della pandemia. Sfido a trovare milioni di italiani che abbiano mai pensato un solo secondo della loro vita, o si siano mai turbati mezzo attimo, pensando a un processo ingiusto a carico di un egiziano che faceva un master in studi di genere a Bologna.

In virtù di questa auto decretata titolarità, sorge un problema se a riportarlo a casa (sempre che sia casa sua) è un Governo di destra. Sorvolo sull’infantilismo di un simile atteggiamento. Ma il punto è che lo Stato non fa solo cose che interessano all’opinione pubblica, e se lavora e risolve un caso spinoso, lo si ringrazia anche osservando quel protocollo che ci può anche fare schifo, ma è ossequioso verso le Istituzioni che si sono interessate a te. Perché quello che avrebbe dovuto riportare in Italia Zaki non era un volo di Governo, era un volo di Stato. E non c’è lo Stato di centrodestra. C’è lo Stato italiano. Composto da decine di funzionari che si sono dedicati alla soluzione del suo caso. È forse lui che confonde attività politica con quella di istituzioni che rappresentano non una parte degli italiani, ma tutti gli italiani.

Per me non si tratta nemmeno di irriconoscenza. Il mio primo commento è stato: “Chi se ne frega, torni come vuole e impari due parole di italiano, che male non fa a chi non sa nemmeno dire: “Ciao” malgrado dica: “Italy is my home”, e viene sostenuto da qualche migliaio di persone che, specie a Bologna, manifestano per lui chiedendone la libertà dopo mesi di ridicola detenzione. Per me si tratta di scarso spirito di appartenenza. A una comunità che, fosse anche solo composta dai manifestanti a suo sostegno e dall’apparato statale italiano che nel silenzio e senza il privilegio di alcuna luce della ribalta lavora per risolvere problemi che per una volta non ha nemmeno concorso lontanamente a creare.

Se non si porta rispetto a chi, italiano, lavora per lo Stato italiano e ti riporta qui, sottraendoti a una ingiusta detenzione, e tu ti metti a lambiccare se sia il caso di farsi mai vedere in una foto con il Premier italiano o col Ministro degli Esteri, dimostri poca appartenenza alla comunità italiana, e considerazione dell’altrui impegno. Detto ciò, siccome io resto favorevole a che i ragazzi sognino come pare loro, e al fatto che pur contestando o sbagliando formino una loro personalità, buona vita (libera) lo stesso.

Andrea Ruggieri

Estratto dell’articolo di Alessandra Arachi per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2023.

Antonio Padellaro, sul «Fatto Quotidiano» lei ha polemizzato per la mancanza di gratitudine per la liberazione di Patrick Zaki. Ieri però il ricercatore egiziano ha ringraziato pubblicamente il governo italiano...

«Ha ringraziato anche il governo italiano e sono contento che finalmente lo abbia fatto in maniera decisa. Ora vorrei che lo seguissero». 

Chi dovrebbe seguirlo?

«Le opposizioni. In questi giorni ho assistito a dei contorcimenti assurdi». 

Contorcimenti?

«Sì, pur di non riconoscere il merito della liberazione di Zaki al governo di Giorgia Meloni. Come se riconoscerlo fosse un cedimento, un venir meno ad un’opposizione dura e pura». 

Ce l’ha con qualcuno in particolare?

«Penso alla timidezza del Pd […] non hanno voluto esplicitare il merito evidente del governo. E poi ho notato un certo imbarazzo». 

Per cosa si sarebbe imbarazzato il Pd?

«Il Pd si sente depositario di tutto quello che riguarda i diritti umani. Questa volta non sono stati loro a tutelarli. Ecco l’imbarazzo». 

Qualcuno del Pd ha detto che la grazia per Zaki era un dovere.

«Appunto. Ma un atteggiamento così non porta da nessuna parte. Io sono il primo ad essere critico nei confronti del governo Meloni, ma quando c’è un merito va riconosciuto. Io sono un utopista». 

Qual è la sua utopia?

«Che si possa arrivare a riconoscere i meriti dell’avversario, che questo avvenga sia da destra sia da sinistra. Sarebbe qualcosa che avvicinerebbe gli elettori alla politica, perché nobiliterebbe gli stessi politici. Come succede nello sport». 

[…] E il comportamento del Pd sul caso Zaki le è sembrato fazioso?

«Mi è sembrato l’atteggiamento del “partito del partito preso”». 

Qualcuno ha detto che la grazia a Zaki è stata barattata con la verità su Giulio Regeni.

«Io non ci credo. E invece penso che dire un grazie deciso al governo Meloni sarebbe un modo per creare un clima di serenità per andare avanti proprio per l’ottenimento della verità su Regeni».

Zaki: "Il giorno più bello della mia vita". Gli affari di Stato sul ritorno di Zaki. Plausi per il volo “senza passerelle” e l’esposto in magistratura. Dubbi e domande sui “costi della liberazione”. Giulio Pinco Caracciolo su Il Riformista il 23 Luglio 2023

Quando le ruote del Boeing 737 della Egyptair MS705 proveniente dal Cairo toccano finalmente la pista dell’aeroporto di Malpensa, pochi minuti prima delle 17, scoppia un lungo applauso liberatorio ad accompagnare l’atterraggio dell’aereo. A battere le mani è una piccola folla di gente che decide in questo modo di salutare il passeggero speciale a bordo di quel volo: Patrick Zaki, tornato in Italia. 

“È il giorno più bello della mia vita”, sono state le prime parole di Zaki uscendo dall’area arrivi di Malpensa, assalito da decine di giornalisti e cameramen che lo attendevano. Accompagnato dalla sorella, Marise, il ricercatore ha aggiunto: “Sono contento di essere in Italia, grazie a tutti, ci vediamo a Bologna”.

“Ben arrivato, Patrick. Il rettore e la professoressa Monticelli accolgono Patrick all’aeroporto di Malpensa, insieme partiranno subito per Bologna. Prima tappa in Rettorato! Qui Patrick Zaki incontrerà la stampa e gli sarà consegnata la pergamena della laurea che ha conseguito a distanza il 5 luglio”. Così sui social l’Alma Mater Studiorum dà il benvenuto all’attivista egiziano, neo-laureato

Il Codacons presenterà domani un formale esposto alla magistratura contabile e una istanza d’accesso alla presidenza del Consiglio per sapere quanto sia costata alla collettività italiana la liberazione del ricercatore.

“Chiariamo subito – spiega il presidente dell’associazione, Carlo Rienzi -che il ritorno in libertà di Zaki è una ottima notizia, e siamo assolutamente felici del positivo epilogo della vicenda, ma da più parti si stanno sollevando dubbi e domande circa le spese sostenute dal Governo italiano per riportare il ricercatore egiziano a Bologna.

Un aereo di Stato messo a sua disposizione e rifiutato per un volo di linea, l’intervento dell’ambasciata italiana al Cairo e altre soluzioni diplomatiche messe sul piatto dal Governo per fornire assistenza e supporto a Zaki, che non è un cittadino italiano, e farlo rientrare in Italia, potrebbero aver determinato spese pubbliche su cui è necessario far luce”. “I cittadini – aggiunge Rienzi -hanno il diritto di sapere se il caso Zaki ha rappresentato un costo per le casse statali, e quanto sia costata in termini economici la sua liberazione”

Adesso il Governo si faccia consegnare gli assassini di Giulio Regeni

“Un grande plauso a Patrick Zaki che, avendo rifiutato il volo di Stato e l’accompagnamento diplomatico, ci ha risparmiato l’ennesima passerella di Giorgia Meloni e del suo governo. Un atto di coerenza che gli fa onore due volte. La prima perché si smarca da un’operazione meramente propagandistica costruita ad arte sulla sua vicenda. Basti pensare allo scarso lasso di tempo passato tra la notizia della sentenza e la decisione della grazia. Tutto casuale? La seconda perché con tale vicenda si scambia la libertà di una persona detenuta ingiustamente con l’omertà su un nostro connazionale torturato e ucciso brutalmente dai servizi di sicurezza egiziani.

Il governo di Giorgia Meloni ha un solo modo di dimostrare che quello che diciamo non sia vero: farsi consegnare gli imputati per l’omicidio di Giulio Regeni o interrompere immediatamente le relazioni diplomatiche ed economiche con l’Egitto”. Lo dichiara Giovanni Barbera, membro del comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista. 

Giulio Pinco Caracciolo

Vittorio Feltri, Zaki nel mirino: "Un bulletto, come ci ha usato". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 23 luglio 2023

A me il celebratissimo Zaki, un signore di professione studente, che in Egitto ha assaggiato la galera per aver scritto delle puttanate sul Paese che lo ospitava, non è mai stato simpatico. In Italia per anni si è parlato di lui come fosse un martire della libertà, quando invece a me sembrava un bulletto capace di tutto e buono a nulla.

Nonostante questa mia opinione, ovviamente discutibile, allorché ho appreso che Giorgia Meloni era riuscita, grazie a lunghe trattative con i capoccioni del Cairo, a ottenere la sua liberazione dei ceppi nonché il suo ritorno a Bologna, ho provato non solo sollievo, dato che sono contrario al fatto che un individuo, benché sprovveduto, finisca dietro le sbarre soltanto perché si esprime contro le idee malsane di un regime. Confesso: la sua liberazione mi ha favorevolmente emozionato. In casa con mia moglie abbiamo addirittura brindato, cosa che comunque avremmo fatto lo stesso poiché ci piace lo champagne, molto più buono della gassosa.

Ora invece, avendo constatato il cattivo comportamento del giovanotto in questione, mi sono ricreduto e non gioisco affatto della sua riconquista del diritto a rientrare in Italia. Egli infatti, invece di ringraziare la presidente del Consiglio che si è impegnata con successo a riportarlo nella nostra Patria, si è addirittura rifiutato di salire sull’aereo di Stato che gli era stato messo a disposizione per raggiungere il capoluogo emiliano. Scandaloso il motivo di tale scelta: temeva di dover stringere la mano del capo del nostro governo, ciò che evidentemente gli fa schifo come a me fa schifo lui.

Sono persuaso che sarebbe stato meglio che Zaki marcisse in una cella egiziana, così avrebbe imparato che la gratitudine è un sentimento che bisogna nutrire nei confronti di chi ti fa del bene. La Meloni è una grande donna mentre questo ragazzotto è un piccolo individuo che non merita rispetto e neppure la minima considerazione. Essendo tale è pronto per entrare con le carte in regola nel Pd, a fare compagnia alla segretaria ridicola del suddetto partito da cui la gente migliore è in precipitosa fuga. Zaki ha perso un’ottima occasione per dimostrare di meritare la libertà, che è un bene prezioso per tutti tranne che per i comunisti e generi affini. Egli in ogni caso non andrà lontano, perché politicamente e umanamente è un nano. Gli auguro di sparire dalla circolazione. Non merita altro. 

Dagospia il 21 luglio 2023. Riceviamo e pubblichiamo:

Non so che milionesima parte delle mie tasse indirettamente finanzierà la liberazione dell’attivista egiziano Patrick Zaki poiché non potremo mai sapere quanto questa vicenda peserà tra i sottintesi di un accordo sui migranti o di un pozzo dell’Eni… ma peserà. E quindi, mentre mi chiedo perché non ci impegniamo a salvare dal carcere anche, che so, l’attivista russo Aleksej Naval’nyj - che, rispetto a Zaki, ha solo il torto di non aver studiato in Italia qualche anno -, mi permetto di far notare alcune cose.

Zaki non era un “caso italiano”. L’aereo di Stato che Zaki ha rifiutato è dello Stato che lo ha salvato (non di chi è pro-tempore al Governo e non gli sta simpatico). Zaki non è italiano e non rilascia interviste in italiano. Tra qualche settimana tornerà in Egitto (per sposarsi, forse per vivere). Zaki non è – come tutti i giornali e le tv si ostinano a dichiarare – un ricercatore, ovvero un dipendente a tempo determinato o indeterminato (Ricercatore di tipo A o B) di una università italiana (dipendente dello Stato). 

Anzi, Zaki non è nemmeno un dottore di ricerca, nemmeno iscritto a un dottorato: è stato uno studente di un assai stravagante programma internazionale Erasmus (il programma “Mundus GEMMA women's and gender studies”) che si svolge in cinque Paesi e lui si è laureato (ovviamente da remoto!) con uno di questi cinque, all’Università di Bologna, il 5 luglio scorso. E veniamo al punto.

Che ragazzi, pieni di ideologiche illusioni combattano astrattamente per ideali di giustizia c’è sempre stato e ci sta. Ma poi ci sono i più o meno buoni o cattivi maestri e, a contrario di una volta, ci sono giornali e tv della borghesia che cavalcano il mainstream ideologico per sentirsi molto adeguati ai tempi e non reazionari. Regeni fu spedito in Egitto da una docente non di ruolo dell’università di Cambridge, Maha Mahfouz Abdelrahman, parente di uno dei Fratelli musulmani, per studi sui sindacati autonomi in Egitto con sostegno di un programma di finanziamento europeo.

Zaki ha fatto i suoi più o meno intelligenti commenti sui “social” mentre era studente. Suoi docenti di tesi sono stati Rita Monticelli, una ordinaria di Letteratura Inglese che, anziché far studiare a memoria Shakespeare si occupa di cose alla moda tipo “trauma studies”, “global novel”, “utopia e distopia” (ma che vor di’?); Adelina Sanchez Espinosa dell’Università di Granada (gli spagnoli non hanno mosso un dito per Zaki), anch’essa docente di Inglese che si occupa di “Gender” e (molto trendy) “Studi di genere” (ma che vor di’?); terza è stata la correlatrice Maria Pia Casalena, una associato/a che non si è mai mossa da Bologna e si occupa di “Scritture femminili”. Come siano andate in cattedra, nello specifico, non lo sappiamo.

I ragazzi che escono da questi “percorsi” (li chiamano così) a volte non sanno scrivere una tesi di laurea né in italiano né in inglese, non sanno fare una bibliografia, non sanno chi siano Dante, Shakespeare e Leonardo… ma li si laurea, a volte spedendoli a fare interviste no-gender oppure a sindacalisti autonomi, infarcendo i programmi di ideologia mainstream non solo perché l’università vuole sentirsi di moda (a quando il corso di laurea in Lgbtq+? E quello in Cancel culture?), ma anche perché i Programmi culturali europei hanno distrutto lo studio individuale per favorire la costruzione di cittadini globali e no-gender. E questi sempre con una milionesima parte anche delle mie tasse.

Auguriamo a Zaki di diventare presto un Parlamentare europeo del Pd di Elly Schlein o, ne siamo certi, di avviare una carriera universitaria che – veloce come quella dell’ex Primo ministro Conte - in quattro anni lo faccia passare da niente (o da cultore della materia) a ordinario. Con buona pace per chi studia da decenni. I giornali lo celebreranno come un grande evento, anche di questo siamo certi. Con buona pace per la verità.

Lettera firmata

Zaki, Senaldi a valanga: "Lui un furbacchione. La sinistra? Meloni in sole 24 ore..." Il Tempo il 19 luglio 2023

Patrick Zaki ha ricevuto la grazia dal presidente egiziano Al-Sisi. La notizia è arrivata a un solo giorno di distanza dalla condanna a tre anni, decisa dal Tribunale di Mansoura con l'accusa di aver diffuso notizie false. La sentenza, arrivata dopo un'infinita serie di rinvii, non era appellabile e l'attivista era stato subito trattenuto dalle autorità e portato via dall'aula. La concessione della grazia, per Pietro Senaldi, è piena dimostrazione dell'ottimo operato del governo Meloni che, a differenza della sinistra, preferisce i fatti alle parole.

Attraverso un video pubblicato sui profili ufficiali di Libero, il condirettore del quotidiano, ha commentato a caldo la notizia che portato oggi gran parte dell'Italia a festeggiare. "Il presidente egiziano, Al-Sisi, ha graziato Patrick Zaki, lo studente egiziano che era stato a Bologna, all'università di Bologna per qualche tempo. E chi se ne importa, verrebbe da chiedersi alla maggioranza, è una vicenda egiziana che si è conclusa. Però, in realtà, non è proprio così", ha premesso Senaldi.

Poi il condirettore di Libero ha continuato: "Zaki è un furbacchione e quando ha capito di avere la malaparata, anziché chiedere aiuto agli egiziani, che se ne fregavano di lui, ha chiesto aiuto agli italiani. Allora la sinistra si è dimenata per tre anni, voleva addirittura dargli la cittadinanza e non ha ottenuto assolutamente nulla". Durissimo l'affondo alla sinistra: "Quando ieri è stato condannato definitivamente, la sinistra, che per tre anni non ha ottenuto nulla, ha detto al governo Meloni 'Beh, insomma, devi far qualcosa, è un'indecenza. Tu hai rapporti con l'Egitto'. Come se prima i governi del Pd non li intrattenessero".

Poi l'elogio al premier: "Bene, detto fatto in 24 ore è arrivata la grazia, che è una grande vittoria di Meloni. Ora vorrei sapere se tutti quelli che l'hanno accusata, adesso ringrazieranno il merito. Se Boldrini, Schlein e vari opinionisti e progressisti diranno 'Però Meloni è riuscita dove noi non siamo riusciti'. Dubito che accadrà. Cosa è successo? Niente, è successo semplicemente che l'Italia di Meloni, per il Medi Oriente, è più credibile dell'Italia di Renzi, di Gentiloni, alla fine anche dell'Italia di Draghi che non avevano ottenuto nulla né per Regeni né per Zaki né se si fossero impegnati per qualsiasi altra cosa". 

"Perché è una questione di politica estera. L'Italia del Pd è a ruota dell'Unione europea, è ritenuta dall'Egitto un Paese da barzellette, da prendere in giro. Questo benedetto piano Mattei, che ancora non è partito ma partirà, le missioni di Meloni a Tunisi, sbeffeggiate dalla sinistra, hanno ottenuto almeno il risultato di salvare la pelle a Zaki. Forse c'è qualcuno che deve prendere lezioni di politica estera", ha concluso il condirettore di Libero.

Patrick Zaki condannato a 3 anni in Egitto e rispedito in carcere: dovrà scontare altri 14 mesi. di Carmine Di Niro su L'Unità il 18 Luglio 2023

Tre anni di carcere. È questa la condanna inflitta dalla “giustizia” egiziana a Patrick Zaki, l’attivista e studente presso l’Università di Bologna arrestato al Cairo nel febbraio del 2020, come riferito da uno dei suoi quattro legali all’agenzia Ansa.

“Patrick Zaki è stato arrestato in tribunale in preparazione del suo trasferimento alla stazione di polizia di Gamasa“, ha scritto su Twitter il suo avvocato Hossam Bahgat. “Urgente: Patrick George Zaki, ricercatore presso l’Egyptian Initiative for Personal Rights, è stato condannato a tre anni di carcere dal Tribunale per la sicurezza dello Stato di emergenza, sulla base di un articolo di opinione pubblicato nel 2020“, precisa il legale.

“Calcolando la custodia cautelare” già scontata, “si tratta di un anno e due mesi” di carcere, ha invece sottolineato all’Ansa l’altro avvocato di Patrick, Hazem Salah: il ricercatore egiziano ha infatti già passato 22 mesi in custodia cautelare in prigione, fino al dicembre 2021.

La legale principale di Patrick Zaki ha annunciato un ricorso contro la condanna a tre anni inflitta oggi al ricercatore e attivista egiziano: “Chiederemo al governatore militare di annullare la sentenza o di far rifare il processo come è avvenuto nel caso di Ahmed Samir Santawy“, ha detto Hoda Nasrallah parlando all’Ansa. “Per tutto il tempo” della procedura necessaria a fare appello al governatore militare Zaki “tornerà in carcere“, ha spiegato una fonte legale qualificata presente a Mansura e al corrente dell’andamento del caso Zaki.

Zaki, 32 anni, era stato accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” per un articolo del 2019 a difesa dei cristiani copti. Era tornato in libertà l’8 dicembre 201 dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere: da allora però era però in attesa di giudizio, senza la possibilità di viaggiare e quindi di rientrare a Bologna.

Al termine dell’udienza tenuta oggi a Mansura, in Egitto, Zaki è stato portato via dall’aula attraverso il passaggio nella gabbia degli imputati tra le grida della madre e della fidanzata Reny che attendevano all’esterno.

Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia che in tutti questi anni è stato in prima linea nel seguire le vicenda di Zaki, quello di oggi è “il peggiore degli scenari possibili”. “Non finisce qui, ora tutte le possibilità per tirare fuori Patrick da questa situazione vanno esplorate. Il governo italiano per cortesia intervenga“, spiega Noury in un video pubblicato su Twitter. “È una notizia terribile quella che arriva dal tribunale di Mansoura, con l’immagine di Patrick che esce da quel tribunale con una condanna a tre anni di carcere, una condanna scandalosa, assurda per un reato che Patrick non ha commesso“, ha detto Noury nel breve filmato pubblicato sull’account Twitter di Amnesty Italia. “Avevamo sempre chiesto di tenere alta l’attenzione su Patrick perché, terminato il periodo di carcere, in molti avevano pensato che tutto si fosse risolto, invece noi avevamo sempre posto l’attenzione sul Patrick imputato, e in Egitto imputato è sinonimo di condannato, come abbiamo visto adesso“, ha denunciato ancora Noury.

Zaki, condannato nel corso dell’11ma udienza del processo che lo vedeva imputato per diffusione di notizie false, solo due settimane fa aveva conseguito la laurea presso l’Università Alma Mater di Bologna, dove studiava prima di essere arrestato al suo rientro in Egitto. Lo studente egiziano è stato proclamato dottore lo scorso 5 luglio in videoconferenza presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture moderne. ”Sono stato fortunato ad essere parte dell’Università di Bologna e del comune di Bologna. Sarò per sempre grato per tutto il supporto e l’affetto che ho ricevuto da tutta l’Italia. Spero di tornare presto a Bologna per completare la mia felicità”, aveva commentato su Twitter nel giorno della sua laurea a distanza.

Carmine Di Niro 18 Luglio 2023

La vicenda. Perché Patrick Zaki è stato arrestato e condannato a tre anni di carcere in Egitto. Lo studente dell'Università di Bologna condannato al tribunale di Mansura. Dovrà scontare altri 14 mesi di carcere Amnesty accusa: "Peggior scenario possibile". Le reazioni di Meloni e Schlein. Antonio Lamorte su L'Unità il 18 Luglio 2023 

Patrick George Zaki dovrà tornare in carcere. Dopo 668 giorni di detenzione dopo essere tornato in libertà nel dicembre 2021. Secondo quanto riferito da uno dei quattro legali all’agenzia Ansa al termine dell’udienza odierna a Mansoura, lo studente egiziano dell’Università di Bologna “è stato condannato a tre anni”. Stando a quanto riferito da una fonte legale “tornerà in carcere per tutto il tempo” della procedura necessaria a fare appello al governatore militare chiedendo l’annullamento della sentenza o il rifacimento del processo. Calcolando la sua detenzione preventiva di 22 mesi, dovrebbe scontare un anno e due mesi di carcere. La legale principale, Hoda Nasrallah, ha annunciato il ricorso.

Zaki era stato arrestato il 7 febbraio del 2020. Era tornato in Egitto dall’Italia per una breve vacanza ed era stato fermato in aeroporto. Aveva 29 anni. A Bologna frequentava un master in Studi di genere e delle donne. È stato accusato di aver scritto contenuti contro il governo egiziano: in particolare di aver prodotto e pubblicato nel 2019 un articolo pubblicato del 2019 sul giornale online Daraj in cui denunciava le discriminazioni che colpiscono la minoranza dei cristiani copti – comunità cui la famiglia di Zaki appartiene – in Egitto. “Displacement, Killing & Harassment: A Week in the Diaries of Egypt’s Copts”. I legali dello studente 29enne hanno insistito su un aspetto: alcuni post incriminati sarebbero stati pubblicati da un account quasi omonimo ma diverso dal quello dello studente.

Zaki era stato traferito al carcere di Mansura, sua città natale, in detenzione preventiva. Il suo avvocato aveva denunciato maltrattamenti ai danni del suo assistito che sarebbe stato bendato, picchiato, spogliato e minacciato. Qualche mese lo studente dopo era stato trasferito alla prigione di Tora, al Cairo, nota per ospitare detenuti politici in condizioni disumane e degradanti. Per mesi gli erano state negate le comunicazioni con l’esterno e le visite della famiglia. La sua legale lo aveva visitato la prima volta il 2 dicembre. Hoda Nasrallah aveva denunciato che il suo assistito dormiva a terra. A causa dei dolori alla schiena lo studente egiziano le aveva chiesto una pomata e una cintura di sostegno.

“Spero che stiate tutti bene. Voglio controllare la salute della mia famiglia e di tutti i miei amici in Egitto. Certo, le recenti decisioni sono deludenti e come al solito, senza alcun motivo comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di forti antidolorifici e rimedi per dormire meglio. Il mio stato mentale non va molto bene dall’ultima seduta. Continuo a pensare all’università e all’anno che ho perso senza che nessuno ne capisca il motivo. Voglio inviare il mio affetto a tutti i miei compagni di classe e amici a Bologna. Mi mancano molto la mia casa, le strade e l’università. Speravo di trascorrere le vacanze con la mia famiglia ma questo non accadrà per la seconda volta a causa della mia detenzione”, si leggeva in un post pubblicato a dicembre 2020 dalla pagina Facebook Patrick Libero. “Noi, la famiglia e gli amici di Patrick, esprimiamo la nostra grave preoccupazione per la salute mentale e fisica di Patrick. Chiediamo il suo immediato rilascio per l’assenza di legittime giustificazioni per la sua detenzione cautelare e per l’impatto sempre più negativo della sua prigionia su di lui”.

Il caso aveva catturato una buona attenzione mediatica in Italia. Un appello alla liberazione era arrivato anche da parte dell’attrice statunitense Scarlett Johansson, che su Youtube aveva pubblicato un video che sollecitava la scarcerazione di quattro membri dell’ong egiziana per la difesa dei diritti civili Eipr, Iniziativa egiziana per i diritti personali. Costanti le accuse di Amnesty International che aveva definito “accanimento giudiziario” la vicenda. Il movimento aveva portato in Italia a una campagna di sensibilizzazione, sfociata in una mozione in Parlamento, per conferire la cittadinanza italiana allo studente. Circa 200 comuni italiani avevano nominato Zaki cittadino onorario. Suo padre aveva raccontato in un’intervista a Il Corriere della Sera di avere origini napoletane.

Le accuse, giudicate false e pretestuose da parte degli osservatori indipendenti, erano di “diffusione di notizie false dirette a minare la pace sociale”, “incitamento alla protesta sociale senza permesso”, “istigazione a commettere atti di violenza e terrorismo”, “gestione di un account social che indebolisce la sicurezza pubblica” e “appello al rovesciamento dello stato”. La detenzione era stata puntualmente e periodicamente prolungata. Si leggeva che le condanne avrebbero potuto portare a una condanna di 25 anni. Il processo è cominciato a settembre 2021 a Mansura.

Zaki era stato liberato l’8 dicembre 2021. Aveva chiesto di poter discutere la sua tesi di laurea a Bologna, un permesso che gli è stato negato – è ancora destinatario di un travel ban che gli impedisce di lasciare il Paese e recarsi all’estero. Si è laureato con 110 e lode in una cerimonia a distanza lo scorso 5 luglio. La sessione che includeva diverse udienze è durata quasi quattro ore. Il portavoce di Amnesty International Italia ha definito la condanna emessa nel Palazzo di Giustizia di Mansura come “il peggiore degli scenari possibili”. Zaki è stato portato via da un’uscita secondaria del tribunale. “Mio Dio me l’hanno preso, mio Dio me l’hanno preso”, le urla della madre citata dall’Ansa. La premier Giorgia Meloni ha assicurato il prosieguo di un impegno “per una soluzione positiva del caso”. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha sollecitato, “di fronte a un verdetto scandaloso”, che “il governo italiano batta ufficialmente un colpo: il Ministro Tajani venga a riferire alle Camere”.

Antonio Lamorte 18 Luglio 2023

Lo studente incarcerato. Zaki laureato all’Università di Bologna, la cerimonia a distanza dall’Egitto: “Lo studio la mia resistenza”. Le autorità egiziane hanno negato allo studente l'autorizzazione a tornare in Italia. "Sembra sempre impossibile finché non viene fatto". Il messaggio di Elly Schlein: "Non ci stancheremo mai di lottare per la tua libertà". Antonio Lamorte su L'Unità il 5 Luglio 2023

Lo studente egiziano Patrick George Zaki – vittima di un calvario giudiziario a dir poco controverso che lo ha portato all’arresto e al carcere per 668 giorni e a una campagna di sensibilizzazione e di solidarietà molto partecipata in Italia – si è laureato con il voto di 110 e lode alla magistrale Gemma in Women’s e Gender studies dell’Università di Bologna. La cerimonia di proclamazione si è tenuta a distanza, in collegamento dall’Egitto. Il ricercatore non ha ottenuto dalle autorità egiziane il permesso per andare a Bologna a discutere la sua tesi come avrebbe voluto.

Zaki si è laureato in Letterature moderne, comparate, post-coloniali, curriculum Gemma, conseguita con una tesi su media, giornalismo e public engagement. Ha tenuto un breve discorso in inglese dopo la proclamazione, ha citato Nelson Mandela. “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto”, ha osservato, una frase che “si avvicina molto al suo caso. Sono grato a tutti, sono fortunato a essere uno studente dell’Università di Bologna e ringrazio le istituzioni, la città, la stampa e tutti coloro che mi sono stati vicini. Spero presto di essere lì con voi”.

Presenti alla proclamazione rappresentanti delle istituzioni locali come la vicesindaca Emily Clancy, la presidente dell’Assemblea legislativa Emma Petitti, la consigliera metropolitana Simona Lembi, mentre il sindaco Matteo Lepore, che si trova a Roma, si è collegato. Infine, hanno partecipato anche l’artista Alessandro Bergonzoni e il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury. “Congratulazioni Patrick per la tua laurea – ha scritto la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein – noi avremmo voluto gridarti ‘dottore, dottore’ sotto i portici di Bologna e ti aspettiamo a braccia aperte. Non ci stancheremo mai di lottare per la tua libertà”.

Zaki, 32 anni, era stato accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” per un articolo del 2019 a difesa dei cristiani copti. Rischia fino a 5 anni di carcere. È tornato in libertà l’8 dicembre 2021. Resta da allora in attesa di giudizio. La tesi riguardava media, giornalismo e public engagement nella regione Mena. “Ho studiato tanto per questo esame finale, tanti i sacrifici, perché ci tenevo a fare bella figura, a presentarmi alla perfezione della preparazione”.

Dall’8 dicembre 2021 è tornato in libertà, dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere: da allora resta in attesa di giudizio senza la possibilità di viaggiare e quindi di rientrare a Bologna. L’ultimo rinvio ha fissato la prossima udienza del processo al 18 luglio. Le autorità egiziane hanno negato al ricercatore la possibilità di discutere in presenza la sua tesi. “Sono emozionatissimo perché la discussione della tesi e la laurea mi hanno dato la forza di non arrendermi nei mesi di prigione. È stato il pensiero della resistenza. È arrivata un po’ in ritardo la fine degli studi, ma come si suol dire per certe cose non è mai troppo tardi”. L’intenzione di Zaki è quella di continuare nell’ambito dei diritti umani e civili. Questa mattina alla stessa Università di Bologna la laurea anche della fidanzata di Zaki, sempre nel curriculum Gemma. La ragazza non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Il rettore di Bologna Giovanni Molari ha parlato di “un percorso lungo e difficile, ma oggi è un giorno di festa anche se la festa vera la faremo quando potrai essere qui con noi”.

Antonio Lamorte 5 Luglio 2023

Egitto, sorge nel deserto la capitale della propaganda del dittatore al-Sisi. «Per decongestionare Il Cairo e dar vita a una città smart e green», sostengono le autorità. Ma dietro si cela una catena produttiva tutt’altro che trasparente e sostenibile. E il desiderio di controllo del dissenso. Gabriele Cruciata, Michele Luppi e Federico Monica su L'Espresso il 21 Aprile 2023. 

A cinquanta chilometri a sud-est de Il Cairo, in direzione del Canale di Suez, sta sorgendo la nuova capitale egiziana. Si tratta di un’area che fino a pochi anni fa era totalmente desertica e che ora sta vedendo sorgere a ritmo forsennato edifici e interi quartieri che andranno a ospitare il nuovo centro di potere egiziano.

L’evoluzione del progetto urbanistico e politico è visibile in modo nitido grazie a immagini e video satellitari che PlaceMarks ha realizzato in esclusiva per L'Espresso e che pubblichiamo per la prima volta.

Dalle immagini si vedono fiorire edifici imponenti, giardini lussuosi imperlati da fontane, grandi viali a sei corsie e l’Ottagono, un’opera mastodontica composta da dieci palazzi di cinque piani ciascuno disposti a forma di ottagoni concentrici che ospiterà il nuovo ministero della Difesa. Un edificio che supera in ampiezza il Pentagono statunitense.

Dietro al progetto c’è ovviamente il presidente egiziano al-Sisi, la cui leadership nel paese è stata definita come autoritaria sia dal Parlamento europeo che da ong come Amnesty International e Human Rights Watch. In quanto comandante in capo delle Forze armate egiziane, nel 2013 al-Sisi ha guidato il colpo di Stato militare che ha destituito l’allora presidente Morsi per poi prendere il potere nel giugno del 2014. Grazie a un referendum popolarissimo, nel 2019 ha ottenuto una riforma della Costituzione che gli ha permesso di estendere il mandato presidenziale attualmente in corso da quattro a sei anni. Grazie allo stesso referendum, al-Sisi potrà anche presentarsi alle prossime elezioni attese nel 2024, bypassando così il limite dei due mandati inizialmente previsto dalla Costituzione.

Nel 2024 al-Sisi, dunque, potrebbe essere rieletto per altri sei anni, e gran parte della sua campagna elettorale si giocherà proprio tra i cantieri della nuova capitale. Già oggi il suo volto appare impresso su manifesti pubblicitari che in ogni angolo di strada presentano in pompa magna il progetto.

Le fasi del progetto

La città è stata ridenominata New Administrative Capital e la sua costruzione è partita nel 2015. Nella vulgata ufficiale l’idea è quella di decongestionare Il Cairo, megalopoli con circa 18 milioni di abitanti e una densità che sfiora i 27.500 abitanti per chilometro quadrato, e dunque spostare tutti i centri amministrativi e politici fuori dalla città.

Sul sito ufficiale del progetto si parla di una smart and green city. Tutto sarebbe pensato per minimizzare il consumo energetico, efficientare i trasporti e aumentare l’impiego di energie rinnovabili grazie a tecnologie modernissime, tra cui un sistema di videocamere di sorveglianza e di sensori di movimento in grado di monitorare ogni singolo spostamento nella nuova città.

A dirigere il progetto c’è l’ingegner Khaled Abbas, già numero due del Ministery of Housing for National Project con delega alla costruzione delle nuove città, una pratica in voga in Egitto almeno dagli anni '70 come antidoto alla crescita demografica. In un’intervista rilasciata il 22 dicembre scorso, Abbas ha affermato che la fase uno della costruzione della Nuova Capitale Amministrativa si sarebbe conclusa alla fine di marzo 2023 e che per ora avrebbe interessato una superficie di 40.000 feddan, circa 16.800 ettari ovvero 168 chilometri quadrati. Una superficie di poco inferiore a quella del comune di Milano.

Le fasi successive invece prevedono un grande ampliamento territoriale e il progressivo arrivo dei dipendenti pubblici e del personale delle ambasciate e di altri centri di potere, che dovrebbero trasferirsi dalla loro attuale sede a Il Cairo. L’obiettivo è che la città arrivi a assorbire nei prossimi 10-15 anni una popolazione compresa tra i 6 e gli 8 milioni di abitanti.

Dietro la propaganda

Secondo Alessia Melcangi, professoressa associata di storia e istituzioni del Nord Africa e del Medio Oriente all’Università La Sapienza di Roma e non-resident senior fellow all’Atlantic Council di Washington, «esiste una grande differenza tra ciò che viene raccontato nella propaganda di al-Sisi e la realtà».

La prima differenza sta nell’impatto ambientale della nuova città. Seppur venga raccontata come una smart and green city, la costruzione della nuova capitale amministrativa ha necessitato di ingenti quantità di cemento e un notevole consumo di suolo. Grazie alle immagini satellitari pubblicate qui è possibile vedere i cementifici che macinano incessantemente rocce calcaree per poi cuocerle in altiforni alimentati a petrolio o gasolio. Alcuni di essi risultano di proprietà dell’esercito egiziano e due sono stati costruiti intorno al 2015, presumibilmente proprio per soddisfare il fabbisogno di polvere grigia della nuova città.

La nuova capitale presenta, inoltre, enormi superstrade a sei o otto corsie, sullo stile di città relativamente nuove come Dubai che si sono sviluppate intorno all’automobile. Dai calcoli effettuati da PlaceMarks nella nuova città sono già stati realizzati oltre 800 chilometri di nuove strade.

Già nel 2019 uno studio scientifico firmato da Yasser El Sheshtawy, docente di architettura alla Columbia, parlava di “dubaizzazione” del Medio Oriente e del Nord Africa, cioè della tendenza nata a Dubai di utilizzare architetture iconiche come l’Emirates Towers, Burj Dubai o le World Map Islands come simbolo di prestigio e potere. Stessa tendenza che troviamo anche nella nuova capitale egiziana, dove costruzioni come la Iconic Tower, la torre più alta del continente africano, assumono valore di propaganda politica. 

Controllo del dissenso

Il vasto impiego di telecamere e sensori rientra a pieno nel discorso pubblico di al-Sisi, fortemente concentrato sul tema della sicurezza. Ma non è solo questione di ordine pubblico. «In Egitto c’è ancora il trauma di Piazza Tahir e delle proteste che hanno riguardato l’intera regione durante il periodo delle cosiddette primavere arabe - spiega Melcangi - e in questo senso spostare i luoghi politicamente sensibili da Il Cairo verso uno spazio ipermonitorato è una sorta di ipoteca di al-Sisi su eventuali proteste future».

Dalle immagini satellitari sono ben visibili le porte della nuova città, enormi strutture monumentali che da un lato enfatizzano l’accesso alla capitale, dall’altro renderanno possibile il controllo ferreo degli ingressi con posti di blocco o addirittura tecnologie di riconoscimento facciale e monitoraggio di spostamenti e assembramenti.

Vi è poi il tema dell'accessibilità e dell'inclusività. Nonostante le promesse iniziali, la città appare come costruita su misura per il ceto medio-alto, tagliando di fatto fuori le classi meno agiate. Per ora non si intravedono i quartieri pensati per i ceti meno abbienti e più propensi a scendere in piazza in caso di disordini politici o economici.

«La nuova capitale sarà probabilmente un centro fatato per ricchi egiziani, gli unici che potranno permettersi un investimento immobiliare nella nuova zona e che lavorando in determinati settori e con determinati redditi difficilmente avranno motivi per protestare», ha concluso Melcangi.

L’Espresso ha contattato ACUD, l’azienda incaricata della costruzione della nuova Capitale, per chiedere un commento su questi punti. L’azienda non ha mai risposto alle nostre domande.

I terreni, i militari e i cinesi

La costruzione della nuova capitale è stata affidata a una società interamente pubblica ridenominata ACUD (New Administrative Capital Company for Urban Development), che per il 51 per cento è di proprietà dell’esercito egiziano e per la restante parte del Ministero dell'Housing, Utilities and Urban Communities.

La società gestisce terreni enormi, sui quali la città sta progressivamente crescendo. Ma le transazioni dietro questi terreni non sono affatto trasparenti. Nella maggior parte dei casi non è la stessa ACUD a costruire, bensì società terze che comprano i lotti per poi edificare e vendere gli spazi finiti. Un business milionario in un paese in cui il mercato immobiliare rappresenta da sempre uno degli investimenti preferiti dagli egiziani e in cui - in accordo con la costituzione - i movimenti di soldi che riguardano l’esercito non sono sottoposti agli stessi obblighi di trasparenza che riguardano altre voci della spesa pubblica.

Ad ogni modo non è una novità che l’esercito egiziano entri a gamba tesa in attività cruciali per la vita dello Stato. E infatti nell’ultimo prestito da 3 miliardi di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha accordato al Paese nel dicembre del 2022, è stata inserita come clausola l’impegno da parte del governo di al-Sisi di disimpegnare l’esercito da asset come la logistica, l’edilizia e la gestione di infrastrutture a favore dell’iniziativa privata, più trasparente e maggiormente capace di attrarre investimenti dall’estero.

Nonostante questo gli investimenti esteri sulla nuova capitale non mancano. E provengono soprattutto dalla Cina, Paese con cui l’Egitto gode di ottimi rapporti fin dagli anni ‘50. È anche grazie ai prestiti concessi da Pechino che il sogno di al-Sisi sta per divenire realtà. Anche se sul futuro della nuova capitale e della leadership egiziana pesa come un macigno la crisi economica che ha travolto il Paese. Gli indicatori economici sono tutt’altro che favorevoli: dall’inizio del progetto ad oggi, la sterlina egiziana ha visto crollare del 50 per cento il proprio valore rispetto al dollaro Usa e Yuan cinese. Una svalutazione che potrà certamente attrarre investimenti ma che rischia di rendere i debiti difficili da pagare.

Il Qatargate, visto dall’Egitto, è tutta un’altra storia («banale e rassicurante»).Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 Gennaio 2023. 

Il fatto che il Qatar, e altri soggetti del mondo arabo, siano in grado di corrompere le istituzioni europee è, per loro, una prova di forza. E apre uno squarcio sulla quarta «primavera» su cui questo mondo ora ripone le sue speranze

 Un viaggio in Egitto mi offre l’occasione per osservare il cosiddetto Qatargate da un’angolatura diversa.

Il fatto che il Qatar – e altri soggetti del mondo arabo – siano in grado di corrompere le istituzioni europee, per loro è anche una prova di forza.

S’inserisce in una fase che alcuni in Nordafrica e in Medio Oriente stanno vivendo come una sorta di «quarta stagione della speranza» per il mondo arabo: dopo i fallimenti del socialismo, del fondamentalismo, e delle primavere arabe. Questa quarta stagione è guidata da modelli come Dubai, vetrina di un nuovo esperimento di modernizzazione laica, e dalle riforme del principe Mohammed bin Salman (MbS) in Arabia saudita.

Uno dei segnali di apertura di questa stagione è stata la firma degli accordi Abramo, con cui un pezzo di mondo arabo ha smesso di strumentalizzare la questione palestinese ed ha avviato rapporti con Israele all’insegna del pragmatismo, cioè del business.

L’Occidente critico sui diritti umani

L’attenzione dell’Occidente in questo momento è monopolizzata dai tragici eventi in Iran, dove la repressione delle proteste non accenna a placarsi, anzi diventa sempre più crudele. L’Iran è la teocrazia sciita che molti dei vicini considerano uno Stato-canaglia, aggressivo, pericoloso, sostenitore di milizie terroriste.

Ma il bilancio per i diritti umani non è positivo neanche in molte nazioni a maggioranza sunnita. Resta fresca la memoria del delitto Regeni che ha inquinato a lungo i rapporti tra l’Egitto e l’Italia; anche se Mario Draghi fu l’iniziatore di un disgelo legato alle forniture di gas. Né è stato dimenticato l’assassinio del giornalista dissidente Khashoggi, ordinato dal principe MbS, ed eseguito come una macabra macellazione dentro una sede diplomatica saudita in Turchia.

Anche qui però la realpolitik sta prevalendo: l’America di Biden, dopo aver trattato a muso duro MbS, ora torna a ricucire i rapporti per il comune interesse a contenere l’espansionismo iraniano (e russo-cinese) in quest’area. Le polemiche sui diritti umani durante i Mondiali del Qatar sono le più recenti.

Il Qatargate dell’Europarlamento ha avuto poca risonanza nel mondo arabo.

Le nuove speranze di progresso, tra Dubai e MbS

Vista dal Cairo, dall’ottica di una classe media che in passato ha visto tradite tante promesse e speranze di modernizzazione, la fase attuale è meno negativa di quanto sembri a noi.

MbS piace perché applica a una superpotenza regionale come l’Arabia saudita il modello Dubai: niente democrazia, né diritti umani paragonabili a quelli dell’Occidente, però è in corso una stagione di riforme che migliorano sensibilmente lo status della donna, riducono l’influenza reazionaria del clero nella vita del paese, investono i flussi di petrodollari in progetti avveniristici. Anche l’aspetto generazionale conta, la giovane età di MbS è un distacco dalle gerontocrazie. Potrebbe essere un leader che cancella gli errori del 1979 (anno-chiave, che ricordo qui sotto), e apre un nuovo capitolo nella storia del mondo arabo? Stiamo assistendo a qualcosa che assomiglia ad una quarta »primavera araba»?

La quarta primavera

Tre primavere arabe, tre disastri. Ora la quarta?

Le delusioni delle prime tre furono tremende. La prima stagione di speranze fu aperta dal colpo di Stato militare che in Egitto portò al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser dal 1954 al 1970. Fu la primavera nazionalista e socialista. Nasser si conquistò un’enorme influenza sul Nordafrica e Medio Oriente, propugnando un nazionalismo pan-arabo. Piaceva a popoli che avevano conquistato da poco l’indipendenza. Portò l’Egitto nella sfera dell’Unione sovietica e tentò una via egiziana al socialismo. L’esperimento coincideva con i primi passi che alcuni paesi dell’area muovevano per prendersi il controllo del proprio petrolio.

La figura di Nasser ispirò altri leader, da Gheddafi in Libia a Saddam Hussein in Iraq. Fallì miseramente per almeno due ragioni: l’ostinazione a combattere Israele (punita dalla sconfitta militare del 1967, a cui ne sarebbero seguite altre) e il disastro di economie socialiste segnate da corruzione e inefficienze spaventose. Mentre il Nordafrica e il Medio Oriente partivano a quell’epoca da livelli di benessere superiori a Singapore e alla Corea del Sud, sarebbero stati incapaci poi di replicare il miracolo economico dei «dragoni asiatici».

La delusione verso il nasserismo, il socialismo e il panarabismo, porterà alla seconda presunta «primavera», quella del 1979: quando grandi masse arabe si rivolgono al fondamentalismo religioso nella speranza che faccia piazza pulita delle classi dirigenti fallimentari. Coincide con due shock petroliferi (1973 e 1979) che arricchiscono a dismisura le élite locali. Fallisce in maniera disastrosa, ma dopo aver seminato distruzione e sangue nel mondo intero, perché i petrodollari hanno finanziato moschee e madrasse che istigano il jihadismo, l’odio per l’Occidente, le stragi terroristiche.

L’errore di Obama

La terza primavera araba è quella a cui noi abbiamo incollato questa precisa etichetta, è la stagione delle proteste democratiche iniziate nel 2011 in Tunisia e poi in Egitto. Viene abbracciata pur con incertezze e riserve da Barack Obama, che «molla» Mubarak, salvo poi pentirsi quando si accorge di aver spianato la strada alla vittoria dei Fratelli musulmani.

L’Egitto sotto la presidenza Morsi si sposta brevemente nel campo fondamentalista, una catastrofe tenuto conto dell’enorme influenza storica che l’università Al-Azhar del Cairo esercita su tutti i religiosi di fede musulmana. (Su questo tema vi consiglio di vedere il film Boy from Heaven – The Cairo Conspiracy, premiato a Cannes nel 2022).

Obama si pentirà del suo errore, l’avvento del generale al-Sisi (foto in alto) chiuderà l’era dei Fratelli musulmani, le primavere arabe democratiche finiranno male un po’ ovunque, Tunisia inclusa. Senza democrazia né diritti umani.

2022, ancora choc energetico (e nuova ricchezza)

Reduci da tante delusioni, i paesi del Medio Oriente e Nordafrica entrano dal 2022 in un nuovo shock petrolifero che fa affluire ricchezze immense nelle loro casse pubbliche (una stima del Fmi parla di tremila miliardi).

I veri padroni delle energie fossili non sono certo le multinazionali occidentali bensì colossi di Stato come l’Aramco saudita. Il Golfo Persico è al centro di dinamiche geopolitiche rilevanti. Se da Dubai si traccia col compasso una circonferenza che abbraccia tutte le aree raggiungibili in cinque o sei ore di volo, si include un’area popolata da oltre mezzo miliardo, che lambisce le coste italiane, quelle dell’India, il Corno d’Africa. Area ricca di opportunità, con alti tassi di crescita economica, e una popolazione giovane.

Come gran parte del mondo arabo, il Golfo Persico non prende una posizione netta contro l’aggressione russa in Ucraina, non aderisce alle nostre sanzioni contro Putin, non si schiera nella nuova guerra fredda che oppone l’Occidente al blocco Cina-Russia.

È un’area in forte crescita, un polo di modernizzazione. Non vuole legare il proprio destino esclusivamente alle energie fossili, anzi investe in tutte le alternative: dal solare all’idrogeno. Però condanna la suprema ipocrisia dell’Occidente che fino a ieri dava le energie fossili per defunte e oggi implora l’Opec di aumentare la produzione di petrolio per compensare l’ammanco di quello russo.

Comprare Bruxelles? Banale e rassicurante

Torno al mio punto di partenza: il Qatargate. Visto con gli occhi di un giovane egiziano del ceto medio, che guarda con speranza agli esperimenti del Golfo Persico, l’episodio di corruzione dell’Europarlamento è al tempo stesso banale e rassicurante.

Banale, perché la corruzione in questa parte del mondo si svolge da sempre, e su scala ben più vasta.

Rassicurante, perché l’identità del presunto compratore d’influenza e l’identità dei presunti corrotti stanno a segnalare nuovi rapporti di forze.

C’è qualche probabilità che l’Egitto segua il modello di modernizzazione del Dubai o di MbS ? Sul fronte della laicità, al Sisi ha messo nell’angolo i Fratelli musulmani e il ruolo della religione è meno invasivo che in Arabia, basta guardare a quante (poche) donne egiziane girano velate al Cairo. Sul fronte economico qualcosa si sta forse muovendo per effetto della semi-bancarotta che ha costretto l’Egitto a chiede un aiuto al Fondo monetario internazionale. Per ottenere questo prestito al Sisi si è impegnato ad aprire ai privati 62 settori di attività.

Uno dei problemi dell’Egitto è il ruolo immenso e soffocante delle forze armate nell’economia. I militari possiedono e gestiscono (male) troppe attività. E’ presto per dire se la recente promessa di Al Sisi al Fmi sarà mantenuta. Per il momento il Fmi ha erogato un prestito di 3 miliardi di dollari, a cui potrebbero seguirne altri 14 miliardi. L’Egitto, con 104 milioni di abitanti, è uno dei paesi più colpiti dall’inflazione delle derrate agroalimentari, in quanto è il più grosso importatore mondiale di grano (in passato, soprattutto dall’Ucraina). L’inflazione ufficiale è al 18% annuo. Tra le condizioni poste dal Fmi c’è la flessibilità del cambio estero della lira egiziana. Questa valuta nel corso del 2022 ha perso di fatto il 60% del suo valore rispetto al dollaro.

Gli aiuti che non arrivano in Siria e le bombe sull'aeroporto di Aleppo. Piccole Note il 23 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alle ore 04:17 di lunedì 6 febbraio 2023, sono bastati quarantacinque secondi per gettare in strada l’intera popolazione di Aleppo…” Inizia così un’accorata lettera aperta inviata dalla Siria il 15 marzo da Nabil Antaki dei Maristi Blu di Aleppo, che descrive il dramma causato dal recente terremoto, che ha devastato il suo martoriato Paese, e la sollecitudine dei tanti, siriani e non, che si sono adoperati con generosità per prestare soccorso alle vittime.

Una lettera tutta da leggere anche perché appare di stretta attualità perché ieri Israele ha colpito un’altra volta l’aeroporto di Aleppo (Timesofisrael), già bombardato il 6 marzo scorso (Timesofisrael). Tale aeroporto è cruciale per far arrivare i soccorsi nelle zone colpite dal sisma, che ha infierito per lo più su quella regione.

Non pubblichiamo tutta la missiva perché lunga e articolata (per la lettura integrale, che consigliamo, rinviamo al sito OraproSiria), ma solo la parte conclusiva, relativa ai soccorsi giunti dall’estero e alle sanzioni che strangolano il popolo siriano.

[…] La solidarietà e la generosità di altre città siriane nei nostri confronti così come quelle dei nostri vicini del Libano e Iraq sono state esemplari. I Siriani della diaspora hanno, dal primo giorno, organizzato raccolte di denaro e materiali e intrapreso iniziative per inviarci fondi. I nostri amici occidentali hanno fatto lo stesso con grande generosità. 

Senza dimenticare il ruolo importantissimo di tanti enti di beneficenza e associazioni di solidarietà internazionale, soprattutto cristiani, che hanno dedicato più tempo che mai a soddisfare i nostri bisogni primari. I Paesi amici hanno inviato squadre di soccorso e rimozione delle macerie o squadre mediche. All’aeroporto di Aleppo sono atterrati circa 100 aerei provenienti da Marocco, Tunisia, Algeria, Giordania, Egitto, Venezuela e persino dal Bangladesh, solo per citarne alcuni.

Poi, l’aeroporto di Aleppo, dove sono atterrati gli aerei che portavano assistenza, è stato bombardato dai nostri vicini a sud (Israele, n.d.t.), rendendolo impraticabile [si riferisce al bombardamento del 6 marzo ndr.].

Mentre centinaia di aerei occidentali hanno portato soccorsi in Turchia, soltanto un aereo europeo è atterrato in Siria. Che peccato!

I governanti dei Paesi dei Diritti umani e della “democrazia” sono convinti che la popolazione colpita della Siria soffra meno di quella della Turchia perché vive in un Paese sotto sanzioni? Non potrebbero annullare le loro sanzioni per fornire assistenza umanitaria a una popolazione colpita da un disastro naturale? È scandaloso a dir poco. 

Avevano affermato per anni che gli aiuti umanitari e le attrezzature mediche erano esenti da sanzioni. In realtà, questa è una menzogna. Se fosse vero, perché hanno allentato le sanzioni per gli aiuti umanitari, durante 180 giorni, se già ne erano esenti? Fortunatamente, gli uomini e le donne di questi Paesi hanno reagito diversamente dai loro governanti e hanno mostrato solidarietà e generosità esemplari. 

Le sanzioni, che i Paesi occidentali impongono alla Siria da oltre 10 anni, sono inefficaci [per portare a termine l’agognato regime-change contro Assad ndr] e ingiuste. Esse hanno impoverito la popolazione, che sta soffrendo una gravissima crisi economica a causa della mancanza di investimenti esteri vietati appunto dalle sanzioni.

Ci fanno patire mettendo un embargo che provoca anche la carenza di olio combustibile, benzina, pane ed elettricità. Le sanzioni uccidono. La maggior parte degli edifici crollati durante il terremoto, ma già gravemente danneggiati dalla guerra (e ce ne sono decine di migliaia), erano abitati da persone che non avevano altra scelta perché non potevano essere ricostruiti, in quanto la ricostruzione è vietata dalle sanzioni. Per non parlare delle decine di persone sepolte vive sotto le macerie e morte perché non soccorse in tempo per mancanza di macchinari pesanti per lo sgombero.

Esattamente 12 anni fa, il 15 marzo 2011, iniziava la guerra. La popolazione siriana da allora ha sofferto abbastanza ed è stremata: la guerra, le sanzioni e la penuria, la crisi economica, il Covid-19, il colera e ora il terremoto. Quante disgrazie su un Paese che un tempo era bello, prospero, sicuro e sovrano.

Sono bastati quarantacinque secondi per mettere in strada l’intera popolazione di Aleppo; una popolazione già a terra dopo 12 anni di tragedie e disgrazie. Ma il popolo siriano è un popolo orgoglioso e dignitoso, anche nelle avversità e non chiede altro che poter vivere, di nuovo, normalmente, in pace. Aiutateci a far revocare le sanzioni.

Grazie per la vostra amicizia e solidarietà.

Fin qui la missiva di Nabil Antaki. 

UN PAESE SOSPESO TRA CRISI ECONOMICA E SOCIALE. Lorenzo Vita il 30 Marzo 2023 su Inside Over.

(Tiro, Libano) La Croce Rossa di Tiro non ha mai ricevuto così tante richieste di aiuto. Prima si avvicinavano al loro centro circa un migliaio di persone al mese: in larga parte gli strati più poveri della città e dei sobborghi vicini. Ora, come raccontano i rappresentanti del centro, le cose sono nettamente peggiorate. Sono infatti circa 15mila le persone che ogni mese chiedono soccorso alla Croce Rossa. Libanesi, in larga parte, di ogni appartenenza, ma anche palestinesi e rifugiati siriani dai campi profughi. Arrivano nel centro vicino al lungomare con ogni tipo di richiesta. Latte per i bambini, cibo, addirittura soldi. Molti provano a ricevere cure per le quali sarebbe necessario il ricovero in ospedale. “Si sopravvive grazie agli aiuti internazionali, specie dell’International Medical Corps”, raccontano, “lo Stato non fornisce aiuti e sono loro spesso a pagare i dottori e i medicinali”.

La crisi che flagella il Paese diventa quindi una terribile manovra a tenaglia. Da un lato debilita lo Stato, che non può pagare i medici, mantenere in piedi un sistema efficiente di ospedali né sostenere le organizzazioni. Dall’altro lato, la crisi porta con sé l’aumento delle richieste di aiuto e anche di nuove o vecchie patologie che sopraggiungono con le pessime condizioni di vita. Il colera, raccontano, è già apparso in alcuni campi profughi siriani.

Non va meglio nel settore scolastico: pilastro per qualsiasi Paese che voglia avere non solo un presente, ma anche, se non soprattutto, un futuro. Gli istituti pubblici sono praticamente fermi da mesi, complice una crisi che rende impossibile anche solo il tragitto che gli insegnanti devono fare da casa a scuola. Lo stesso vale per i bambini, i cui genitori non riescono spesso a permettersi i soldi per la benzina. Si salvano poche scuole private. Ma anch’esse iniziano a pagare il fatto che l’abisso economico del Libano sta erodendo anche il potere d’acquisto della classe medio-alta, quella che preferisce inviare i figli in questi istituti. Un’insegnante che lavora al Mosan Centre, centro specializzato nel sostegno ai bambini e giovani adulti “con esigenze e bisogni di apprendimento speciali” ci racconta che il suo stipendio si aggira ormai intorno ai 20 euro al mese. In sostanza, un lavoro che si è trasformato in volontariato.

L’ente, nato 30 anni fa per aiutare i bambini con disabilità, si regge sulle donazioni private e sull’impegno di volontari e lavoratori che non vogliono abbandonare al proprio destino i figli che il Libano non riesce a proteggere né a educare. I militari di Unifil fanno spesso visita al Mosan fornendo gli aiuti necessari a migliorare la qualità di vita dei suoi ospiti. Una panetteria che sforna ogni giorno dell’ottimo pane conferma che il lavoro continua e la comunità resiste. Gli stessi caschi blu italiani hanno spesso donato beni di prima necessità alla struttura, aprendo anche le porte della base di Shama ai ragazzi che lavorano nel centro come simbolo della costante cooperazione tra militari Unifil e popolazione. Un aiuto che però rischia di non essere sufficiente senza che Beirut riesca a risollevarsi dall’abisso finanziario in cui è caduta, e che sta rapidamente cancellando il sistema sociale e infrastrutturale già fragile del Paese.

Se i casi particolari servono ad avere un’immagine concreta della situazione che vive il Paese, quantomeno a Tiro e nella parte meridionale, sono i dati macroeconomici a confermare il baratro libanese. Da anni il Paese dei cedri non riesce a risollevarsi dal default tecnico. La miseria è ormai dilagante. Una buona parte della popolazione vive delle rimesse degli emigrati e si assiste a un forte aumento delle fasce di libanesi che vivono sotto la soglia di povertà. La lira libanese perde valore di giorno in giorno, al punto che si è deciso di mostrare anche il valore dei beni in dollari. Alcuni canali Telegram indicano quotidianamente il valore delle lire in confronto alle moneta Usa.

Fonti diplomatiche fanno sapere che ormai anche l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale rischia di essere inefficace. La paralisi politica, infatti, non permette l’approvazione del piano. Tuttavia, più passa il tempo e più la crisi aumenta, così che quel piano diminuisce la sua portata. Alla crisi sistemica, si è aggiunta la doppia tenaglia del coronavirus prima e dell’esplosione del porto di Beirut poi. Come ricorda l’agenzia Ice, Banca mondiale, Onu e Unione europea hanno valutato i danni causati dall’esplosione di Beirut tra i 3,8 e i 4,6 miliardi di dollari, cui si devono aggiungere i miliardi persi per il crollo della produzione nei settori economici più direttamente colpiti dalla deflagrazione e dai problemi al porto.

L’emergenza economica e umanitaria si riversa anche sulla possibilità che aumentino i traffici illegali, compresi i flussi migratori irregolari diretti verso l’Europa. Al momento, spiegano persone a conoscenza del dossier, non è ancora possibile parlare di un boom dell’emigrazione clandestina. Tuttavia, alcuni elementi confermano che il rischio esiste, soprattutto perché si uniscono più fattori. Il primo è la presenza di milioni di rifugiati siriani nei campi profughi, di cui molti non sono più registrati ufficialmente in territorio libanese. Il secondo è la povertà che imperversa in tutta la popolazione, e che impatta anche sulle comunità palestinesi presenti da decenni nel Paese. Infine, le fonti sottolineano che Beirut non è attrezzata a gestire e capire un fenomeno nuovo, dovendo fare i conti anche con l’estrema difficoltà di uno Stato in default e senza adeguate strutture e controllo del territorio.

Questo potenziale bacino migratorio composito e impoverito rischia di alimentare la corsa all’Europa per vie illegali, mentre sono tanti i libanesi che ingrossano le file della diaspora attraverso un’emigrazione regolare ma costante.

Un’emorragia di giovani e meno giovani che si riversa sia verso l’Africa, specialmente occidentale, che verso il Vecchio Continente, e che impoverisce inevitabilmente il Libano dei suoi cervelli, della sua forza lavoro ma anche di comunità ormai sempre meno numerose.

Il Libano alla deriva. Eutanasia di una nazione perduta. Marco Valle il 20 Febbraio 2023 su Inside Over.

Un Paese in piena deriva. Questo è il Libano d’oggi. Una terra magnifica ma da oltre trent’anni straziata, impoverita, devastata, umiliata. L’inarrestabile crisi economica e finanziaria ha ridotto l’oltre 80% dei libanesi in stato di povertà: la valuta nazionale è carta straccia – la lira libanese ha perso in tre anni il 98% del suo valore -, i salari sono imbarazzanti, il sistema statuale è collassato. Acqua, elettricità, istruzione, trasporti pubblici, pensioni, sanità sono ormai dei mesti e lontani ricordi. Niente funziona e intanto il colera divampa nelle zone rurali, nelle periferie più disperate. A pagare il salatissimo conto i più poveri. Gli ultimi.

Chi può campa con i dollari o gli euro ricevuti dai parenti scappati all’estero a rinfoltire la sempre più numerosa diaspora libanese sparsa per l’intero globo. Un’elemosina o una solidarietà – chiamatela come preferite – che alimenta un fiume di denaro pari, secondo i calcoli della Banca mondiale sul 2022, al 38% del Pil nazionale.  In più l’implosione del sistema bancario – un tempo fiore all’occhiello dell’antica e defunta Svizzera levantina – ha determinato un’economia basata sul cash, sul contante, sul nero più nero. Tutto è fuori controllo. A Beirut i correntisti disperati assaltano le banche per tentare di recuperare i propri risparmi e intanto ogni transazione, ogni commercio, è divenuto un affare informale, basato esclusivamente sul fruscio di banconote statunitensi o europee. Unica realtà apparentemente solida e coesa rimangono le forze armate nazionali, almeno finché il Qatar e gli americani continueranno a pagare stipendi e materiali. Poi chissà…

Le responsabilità di tale immane disastro vanno equamente ripartite tra le oligarchie politiche e finanziarie che dalla fine della lacerante guerra civile dominano e straziano il Paese. Dal 1990 ad oggi i rapaci e molto corrotti capi delle diverse comunità confessionali – sunniti, sciti, cristiani d’ogni confessione, drusi – hanno distrutto ogni cosa e depredato ogni bene. Senza vergogna e senza rimorsi. Con molti guadagni.

Risultato? La paralisi istituzionale. Imbarazzante ma senza soluzioni. Dal 31 ottobre scorso la repubblica libanese (o ciò che ne rimane) è priva di un presidente. Michel Aoun, rappresentante molto controverso del blocco cristiano maronita, ha esaurito il suo mandato ma nessuno sembra volersi candidare e così tutto rimane sospeso. Il Parlamento, un tempo sapiente alchimia interconfessionale, è di fatto esautorato e nessuno pensa a convocarlo. Tanto a nulla serve e nulla decide. Il Consiglio dei ministri finge di riunirsi ogni tanto per sbrigare gli affari correnti ma, dopo aver finto di litigare, ognuno dei notabili torna a casa per continuare a farsi gli affari propri o, al massimo, quelli della sua comunità. Persino l’approvazione di un disegno di legge per ottenere l’ennesimo prestito del Fondo monetario internazionale è stata sospesa, rinviata, rimandata. Chi se frega…

Insomma, agli avidi padroni del martoriato Libano i problemi reali del Paese e delle sue genti non interessano per nulla, al punto di fregarsene bellamente delle ripetute pressioni internazionali. I vari ras locali hanno incredibilmente snobbato il meeting parigino dello scorso 6 febbraio tra Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto (l’Italia, al solito, era non invitata…) sulla questione libanese. Come se la faccenda non li riguardasse.

Nel frattempo continua la spirale verso il baratro. Nell’apatia e il silenzio della maggioranza dei cittadini. Un dato, un fenomeno, apparentemente inspiegabile ma, a ben vedere, comprensibile. Gli orrori della lunghissima guerra civile hanno lasciato troppe ferite e la paura di una nuova mattanza terrorizza chi è rimasto, chi non può espatriare. Meglio adeguarsi e cercare di tirare avanti. In silenzio. Chi protesta potrebbe finire male come l’intellettuale Lokman Slim, assassinato nel febbraio 2021 per le sue critiche alla casta.

Insomma nessuno è al sicuro come confermano le strambe quanto virulente contestazioni contro il giudice Tarek Bitar, il magistrato che indaga sulla tremenda esplosione del porto di Beirut nel 2020 causata da 3mila tonnellate di nitrato di sodio incredibilmente abbandonate in un magazzino. Il terribile botto ha devastato interi quartieri della capitale con un bilancio di 220 morti e 6500 feriti. Un brutto, bruttissimo affare. Eppure tutti partiti e i tutti loro terminali – nella magistratura, nelle istituzioni, nelle chiese e nelle moschee – hanno cercato e cercano di fermare le indagini di Bitar ponendo continuamente veti e ostacoli o mobilitando le proprie tifoserie. Uno scandalo. Restano solo alcuni coraggiosi – per lo più parenti delle vittime – che si ostinano a chiedere un’inchiesta internazionale sotto il controllo dell’Onu. Nel Paese dei cedri il futuro è sempre più cupo.  

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Le indagini sull’esplosione del porto scuotono ancora Beirut. Mauro Indelicato il 26 gennaio 2023 su Inside Over.

Le indagini per l’esplosione che il 4 agosto 2020 ha coinvolto il porto di Beirut potrebbero essere arrivate a una svolta. Il giudice incaricato dell’inchiesta, Tarek Bitar, ha ufficialmente incriminato 13 persone. Tra queste spiccano l’ex premier Hassan Diab e il procuratore generale Ghassan Oueidat, così come tre magistrati e alcuni ex ministri e funzionari della sicurezza.

Tuttavia il rischio adesso è quello di un nuovo scontro istituzionale. Come del resto prevedibile vista l’importanza dei nomi coinvolti. Lo stesso Oueidat ha infatti reso noto al giudice Bitar che l’indagine da lui curata è considerata sospesa da quasi un anno. E che quindi le convocazioni per gli interrogatori non possono considerarsi valide.

A che punto è l’indagine curata da Tarik Bitar

Era il 4 agosto 2020 quando a Beirut, poco dopo le 18:00, un’esplosione ha devastato sia il porto che gran parte del centro storico della capitale libanese. Le immagini hanno fatto subito il giro del mondo. Una nuvola di fumo ha subito avvolto l’intera area portuale, destando panico tra le persone. Quel giorno la capitale libanese ha contato almeno 215 morti. Una strage che ha in seguito ha creato ulteriori gravi problemi all’intero Paese. L’infrastruttura portuale è diventata infatti in gran parte inutilizzabile, impedendo così a un Libano già finanziariamente al collasso di poter ricevere merci e beni di prima necessità.

Le indagini, affidate al giudice Fadi Sawwan, hanno subito escluso la matrice terroristica. La pista seguita è stata subito quella del tragico incidente. In particolare, l’esplosione sarebbe stata causata da un incendio divampato in un magazzino dove era stoccato dal 2013 del nitrato d’ammonio. Sull’incidente quindi sono subito apparse evidenti le negligenze da parte di chi avrebbe dovuto controllare. E quindi anche degli alti vertici politici libanesi. Per questo Sawwan ha iniziato a interrogare responsabili della sicurezza e membri del governo. Non appena toccati però i piani più alti del potere libanese, il giudice è stato sollevato dall’incarico.

A Sawwan è così subentrato Tarek Bitar. Classe 1974, fama di “incorruttibile”, su di lui l’intero Libano ha riposto molte speranze per accertare la verità. Il sui lavoro ha portato in questi giorni quindi all’accusa contro le 13 persone che a febbraio dovrebbero comparire in tribunale per gli interrogatori. All’ex premier Diab e ai ministri sono state contestate varie negligenze politiche e amministrative. Al procuratore Oueidat invece è stato contestato il fatto di essere al corrente della pericolosità del magazzino esploso già dal 2019.

Le accuse contro il magistrato

Sull’indagine però pende la sospensione decretata circa un anno fa dallo stesso procuratore generale. Molti deputati chiamati a essere interrogati infatti, sul finire del 2021 hanno denunciato Bitar di parzialità e di essere andato troppo oltre rispetto al suo potere. Le denunce hanno portato alla sospensione. Nel frattempo diversi partiti hanno chiesto la rimozione del magistrato. A partire da Hezbollah e da Amal, i due partiti sciiti che nel novembre 2021 sono scesi in piazza contro Bitar. Manifestazioni peraltro che hanno causato la morte di almeno sei persone e gravi accuse reciproche con i miliziani delle Forze Libanesi.

Tra i grandi accusatori del magistrato, c’è Ali Hasan Khalil. Ministro delle Finanze nel momento dell’esplosione del porto ed esponente di Amal, è stata una delle sue denunce a portare alla sospensione del procedimento.

Perché si rischia un nuovo stallo

Nonostante la sospensione però, Tarek Bitar ha continuato con il suo lavoro. Fonti contattate dalla Reuters hanno infatti specificato che il magistrato, forte di un’interpretazione giuridica che contesta le ragioni a monte della sua sospensione, considera ad oggi del tutto valida l’inchiesta. Ghassan Oueidat non è dello stesso avviso ed è per questo adesso che si rischia uno stallo.

Da una parte c’è un magistrato che considera aperta l’inchiesta giudiziaria più importante della storia recente del Libano. Dall’altra invece, c’è il procuratore indagato che ritiene l’indagine ufficialmente sospesa. Nel frattempo, il Libano attende la verità e attende anche la fine dei vari scontri istituzionali che stanno portando verso il baratro il Paese mediorientale.

MAURO INDELICATO

Dalla Apple al trono: Rania di Giordania, la regina tra Oriente e Occidente. Raffinata, colta, elegante, la regina Rania ha saputo coniugare la sua identità araba e islamica con uno stile di vita occidentale, affrontando i momenti sereni e quelli più bui del suo regno con grande tenacia. Francesca Rossi il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Dalla Apple al trono di Giordania

 Un futuro re con la passione per Star Trek

 Amore a prima vista

 Ascesa al trono

 Complotto alla corte giordana

In occasione del matrimonio della principessa Iman, lo scorso 12 marzo, abbiamo visto la famiglia reale di Giordania (quasi) al completo. La storia moderna e contemporanea di questo Paese è affascinante, ma anche molto interessante per comprendere gli equilibri politici del Medio Oriente. La regina Rania, poi, è diventata un personaggio iconico, famoso tanto per le sue iniziative in favore dei diritti delle donne e della tolleranza religiosa quanto per le sue scelte di stile (un esempio su tutti: la clutch blu con su scritto, in arabo “la mia Iman” indossata al royal wedding) che la pongono a metà strada tra Occidente e Oriente.

Dalla Apple al trono di Giordania

Rania al-Yasin è nata in Kuwait da genitori palestinesi, provenienti da Tulkarem. Il suo background familiare l’ha resa un simbolo per la comunità palestinese e, nello stesso tempo, bersaglio di critiche nel contesto più ampio e delicato della questione arabo-israeliana. Rania si è laureata in Gestione di Impresa all’Università americana del Cairo e, prima di incontrare il futuro re Abdallah II, ha lavorato per Citibank e per Apple. La sovrana è celebre per il suo impegno in favore dei diritti delle donne e per essere diventata un’icona di eleganza grazie anche al sapiente mix di moda araba e occidentale su cui ha costruito il suo stile e la sua immagine. Quando salì al trono di Giordania, il 7 febbraio 1999, Rania, appena 29enne, conquistò il primato di regina più giovane al mondo. Nel 2006 il Time la inserì nella lista delle 100 donne più influenti del pianeta e nel 2019 per il magazine CeoWorld era il politico arabo più influente online. Rania è anche “la più bella reale al mondo” secondo una ricerca datata 2020 del dottor Julian De Silva, del Centre for Advanced Facial Cosmetic&Plastic Surgery. La sovrana ha sottolineato diverse volte la sua educazione cosmopolita, dicendo: “Sono araba dalla testa ai piedi, ma parlo un linguaggio internazionale. Non considero più nessuno come uno straniero”.

Un futuro re con la passione per Star Trek

L’attuale sovrano di Giordania è figlio del celebre re Husayn (1935-1999) e dell’inglese Antoinette Avril Gardiner che, dopo il matrimonio, seguendo la tradizione islamica, cambiò nome in Muna al-Husayn. Antoinette e Husayn si conobbero sul set del film “Lawrence d’Arabia”, dove la giovane lavorava come segretaria di produzione. I due si sposarono nel 1961, ma la loro unione fu fortemente osteggiata perché il padre di Antoinette era un ufficiale dell’esercito britannico, la famiglia della sposa era di ascendenza ebraica e la sposa non volle convertirsi all’Islam. Per quest’ultima ragione non divenne regina consorte, ma “solo” principessa consorte, titolo mantenuto, insieme al trattamento di altezza reale, anche dopo il divorzio, nel 1971. Abdallah ha frequentato l’Accademia Militare Britannica (cosa che non piacque affatto al popolo giordano), ha studiato politica del Vicino Oriente al Pembroke College di Oxford e ha ottenuto il Master in Relazioni Internazionali alla Georgetown University. È un grandissimo fan di Star Trek, tanto che nel 1995 comparve addirittura in un episodio della seconda stagione della serie.

Amore a prima vista

Rania e Abdallah si sarebbero incontrati per la prima volta in un negozio della Apple, dove l’allora principe sarebbe entrato per comprare un computer. Però questa storia non è stata mai confermata. Sappiamo, invece, che nel gennaio 1993 la principessa A’isha, sorella di Abdallah, organizzò una festa in casa sua e tra gli ospiti c’era sia il futuro re, sia Rania, amica di uno degli ospiti. Quella sera, come hanno rivelato i due, è scoppiato il classico “colpo di fulmine”. Per il primo appuntamento il giovane principe avrebbe cucinato per Rania piatti tradizionali giapponesi. La proposta di matrimonio è arrivata durante una gita della coppia sul monte Tal al-Rumman ad Amman. Poco dopo, come da tradizione, re Husayn si recò a casa dei genitori della futura sposa per chiedere ufficialmente la mano di Rania. La cerimonia nuziale venne celebrata il 10 giugno 1993. La coppia ha avuto quattro figli: Husayn (28 anni), erede al trono di Giordania, la principessa Iman (26 anni), la principessa Salma (22 anni) e il principe Hashim (18 anni).

Ascesa al trono

Il 7 febbraio 1999 re Husayn morì di cancro. Appena due settimane prima della sua scomparsa il sovrano aveva escluso dalla linea di successione il fratello Hassan, erede apparente al trono dal 1965 e nominato futuro re il figlio Abdallah. Sul letto di morte, però, Husayn fece promettere ad Abdallah di designare come nuovo erede al trono il fratello Hamza, figlio della regina Nur (ovvero Elizabeth Najib Halabi, cresciuta negli Stati Uniti e ultima moglie di re Husayn). Abdallah mantenne la promessa fatta al padre fino al 2004, quando revocò la carica di Hamza, nominando successore il primogenito Husayn ibn Abdallah. Nel comunicato ufficiale Sua Maestà scrisse al fratello: “Detenere questa carica simbolica ha ristretto la tua libertà, impedendoci di affidarti responsabilità che senz’altro saresti in grado di affrontare”. Uno dei punti cardine su cui Rania e Abdallah hanno costruito il loro regno è il dialogo interreligioso, ma non mancano i detrattori che li accusano di aver fortemente limitato la libertà di espressione in Giordania.

Complotto alla corte giordana

Nell’aprile del 2021 il principe Hamza venne accusato di complotto contro lo Stato giordano e posto agli arresti domiciliari: avrebbe tentato di organizzare un golpe per detronizzare e imprigionare re Abdallah con l’aiuto di alcuni dignitari e militari. Una questione non da poco, dal momento che l’equilibrio politico del Paese è fondamentale per la stabilità dell’intero Medio Oriente. In una videochiamata alla Bbc il principe denunciò “l’incompetenza e la corruzione” nella nazione Per alcuni giorni i livelli di sicurezza nel Palazzo reale vennero innalzati ai massimi livelli, limitando fortemente la libertà di movimento della regina Rania e dei suoi figli. Ci furono 16 arresti. Nel marzo 2022 il principe Hamza chiese scusa al fratello, giurandogli fedeltà. Il mese successivo rinunciò al suo titolo dicendo: “Non sono in linea con gli approcci e le tendenze e i metodi moderni” del governo giordano. Re Abdallah chiuse definitivamente la questione con una nota ufficiale del maggio 2022: “…Non permetterò a nessuno di porre i propri interessi al di sopra di quello della nazione…Forniremo a Hamza ciò di cui ha bisogno…ma non avrà più lo spazio di una volta…ha offeso la nazione…”.

L'assurdo caso del giornalista curdo-tedesco arrestato mentre era in vacanza in Italia. Devrim Akcadag è un cronista conosciuto in Germania. È finito in carcere a Sassari perché per la Turchia di Erdogan è un terrorista affiliato al Pkk, ma i giudici di Berlino hanno sentenziato per tre volte che si tratta di un'accusa falsa. Ora è stato scarcerato, ma rischia l’estradizione e 15 anni di galera. Nadia Angelucci e Gaetano De Monte su L'Espresso il 25 Settembre 2023 

È il primo agosto 2023. Devrim Akcadag, cittadino tedesco di origine curda, giornalista e traduttore presso l’Università di Berlino, è nella sua camera nell’Hotel Red Sun Village, in provincia di Sassari. Con lui c’è sua figlia, 11 anni. Stanno programmando una giornata di mare nella splendida Calarossa, a due passi dall’albergo. Alle 9.30 il direttore dell’hotel bussa alla porta e gli comunica che devono cambiare immediatamente camera per una perdita nella stanza al piano superiore e così li accompagna nella nuova abitazione: «Non appena la porta è stata aperta, all'interno c'erano tre funzionari della Digos di Sassari – racconta Akcadag -. Hanno detto che c’era una segnalazione dalla Turchia e che dovevamo recarci alla stazione di polizia. Non abbiamo portato nulla con noi, solo i documenti e i telefoni. Mia figlia aveva con sé solo un costume da bagno e una gonna perché ci hanno detto che sarebbe stata una procedura veloce».  

Arrivati al commissariato di Cagliari invece, dopo ore di attesa, padre e figlia vengono separati. «Hanno allontanato mia figlia e comunicato che l'avrebbero portata in un centro di accoglienza» – prosegue Devrim -. «La bambina era terrorizzata. Nel frattempo hanno anche riferito che avrebbero informato mia moglie, ma non l'hanno fatto. Mia figlia è riuscita a chiamare la madre soltanto due giorni dopo, e solo in questo modo lei ha scoperto dove si trovava».  

Akcadag invece finisce nel carcere di Bancali, nella sezione dei detenuti in attesa di giudizio, in isolamento. «Non riuscivo a credere a quello che mi stava succedendo. La mattina ero in un albergo sul mare e ora mi trovavo in una cella. Non potevo credere di aver subito un simile trattamento in un Paese europeo. Non capivo perché l'Italia fosse stata coinvolta su richiesta della Turchia».  Il 3 agosto, dopo la prima udienza online, Devrim Akcadag viene trasferito in una nuova sezione all’interno dello stesso carcere: «la chiamano ‘sezione del terrore, principalmente per la presenza di militanti islamici radicali, compresi membri dell'ISIS. Mentre mi spostavano mi hanno detto di non parlare con nessuno perché si trattava di persone molto pericolose», conclude l’uomo. Tuttavia, la prima parte di questa odissea finisce il giorno dopo, quando vengono concessi a Devrim gli arresti domiciliari presso l’ASCE (Associazione Sarda Contro l’Emarginazione) di Selargius. Mentre scriviamo, però, la Corte D’Assise di Cagliari, sezione di Sassari, ha appena concesso al giornalista tedesco la libertà. Ma il caso non è chiuso, e la richiesta di estradizione della Turchia, così, è ancora pendente.  

Il caso giudiziario

La questione giudiziaria è tutta esplicitata in un lungo carteggio che l’avvocato dell’uomo, Nicola Canestrini, ha inviato qualche giorno fa al Ministero della Giustizia per chiedere l’immediata scarcerazione di Akcadag in ragione del concreto rischio di persecuzione politica in caso di consegna. L’accusa che la Turchia muove, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, è quella di «partecipazione ad associazione terroristica», previsto dagli articoli 314/2,53,58/9 del codice penale turco e puniti con la pena massima di anni 15 di reclusione. In sostanza si accusa Akcadag di essere affiliato al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e di aver svolto per l’organizzazione che nello stato dell’antica Anatolia è considerata terroristica: «attività di hacker, aver prodotto comunicazioni criptate e aver presenziato in un programma televisivo nell’interesse del partito». 

Nella realtà, invece, come dimostrato da Canestrini con ampia documentazione, l’uomo si è recato spesso come giornalista nei teatri di guerra del Medio Oriente, nell’Iraq del Nord, in particolare, dove ha girato diversi servizi televisivi anche per la Bbc, l’agenzia Reuters e Al Jazeera, oltre che per emittenti televisive belghe e tedesche. Di più: Devrim è entrato ed è uscito più volte dalla Turchia. Fino a quando il permesso gli è stato revocato e, dal 2013, è cominciato per lui un lungo calvario giudiziario. Prima in Germania, dove le indagini per terrorismo richieste da Ankara a Berlino sono state archiviate per ben tre volte, perché non è stato accertato che avesse legami con il Pkk o che fosse stato inviato in Europa dall’organizzazione, come ha riconosciuto nell’ultima sentenza di archiviazione il procuratore capo di Berlino. Dal 2021, di nuovo, le stesse accuse, quelle messe nero su bianco dalla Red Notice dell’Interpol che è alla base della richiesta di estradizione.  

Ma cos’è una Red Notice?  

Una Red Notice è un avviso diffuso dall’Interpol su richiesta di una forza di polizia di uno Stato che serve a individuare ed arrestare una persona ricercata da un determinato paese per metterla a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa di una richiesta di estradizione. «È incredibile che l’Italia non riconosca l'Interpol Abuse, cioè la strumentalizzazione della cooperazione di polizia, continuando ad eseguire Red Notices emesse in stati autoritari in automatico senza alcun vaglio politico, che pure è previsto nella materia estradizionale», spiega a L’Espresso l’avvocato di Ackadag, Nicola Canestrini: «In altri paesi c’è una verifica preventiva che tenta di evitare la persecuzione politica per via giudiziaria: ecco perché abbiamo scritto al ministro chiedendo un suo immediato intervento». Infatti, nella sola materia estradizionale, il ministro ha il potere di ordinare l’immediata liberazione. Anche perché, conclude il legale: «La Turchia purtroppo da tempo ormai non dà alcun affidamento circa il rispetto dei diritti fondamentali, come la stessa Cassazione meritevolmente sottolinea da anni». La Corte di Cassazione infatti con la sentenza 54467/2016, ribadita poi con sentenza 31588/2023, si riferisce alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo turco anche attraverso lo strumento della persecuzione politica degli oppositori attuata dall’emissione di Red Notice Interpol.  

Il silenzio della politica 

In casi di questo tipo, secondo il codice di procedura penale italiano, il ministro della giustizia avrebbe il potere di rifiutare l’estradizione, “tenendo conto della gravità del fatto, della rilevanza degli interessi lesi dal reato e delle condizioni personali dell’interessato”. L'Espresso ha chiesto al guardasigilli Carlo Nordio, e anche al ministero degli Esteri Antonio Tajani, come intendano procedere e quali sono i termini degli accordi con la Turchia in materia di cooperazione giudiziaria. Ma da entrambi i dicasteri abbiamo ricevuto silenzio. Così l’avvocato di Devrim, che rimarca l’assenza della politica in questa storia che si tinge con i contorni del giallo: «Risponde il tribunale e non il Ministro che aveva tutte le prerogative per farlo», dice ancora il legale. Che intanto dovrà tornare tra qualche settimana in aula con il suo assistito, perché la procedura di estradizione, nonostante la liberazione dell’uomo, è ancora in piedi. 

La Svezia indaga sul figlio di Erdogan. Martina Melli su L'Identità il 26 Giugno 2023 

Stati Uniti e Svezia stanno esaminando una denuncia secondo cui la Dignita Systems AB, l’affiliata svedese di una società statunitense, si sarebbe impegnata a pagare decine di milioni di dollari in tangenti se il figlio del Presidente turco, Bilal Erdogan, l’avesse aiutata ad assicurarsi una posizione dominante nel mercato del Paese. Il piano proposto, riportato per la prima volta da Reuters, prevedeva che l’amministrazione di Erdogan approvasse regolamenti che avrebbero incrementato le vendite del prodotto Dignita: etilometri da cruscotto che bloccano l’accensione di un veicolo quando il conducente è ubriaco. Dignita, in cambio di 10 anni di esclusività commerciale, si sarebbe dunque impegnata a pagare decine di milioni di dollari in commissioni di lobbying, tramite una società di comodo, a due istituzioni di cui Bilal Erdogan è un membro del consiglio.

Alla fine, però, queste tangenti non sarebbero mai state pagate: la società svedese ha bruscamente abbandonato il progetto alla fine dello scorso anno (così come ha confermato il proprietario statunitense), affermando di aver appreso di “comportamenti potenzialmente preoccupanti” in Turchia. Bilal Erdogan ha risposto che le accuse di collusione con Dignita “sono completamente false”. È una “rete di bugie”, ha aggiunto il suo l’avvocato. 

Dopo aver ricevuto la denuncia ad aprile, il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti e i pubblici ministeri svedesi hanno incaricato rispettivamente un agente speciale e un ispettore investigativo di condurre indagini preliminari (che non possono portare a indagini formali o accuse), e determinare se eventuali disposizioni delle leggi anti-corruzione americane e svedesi potessero essere state violate. Questa vicenda va a incrinare ancora di più le già tese relazioni bilaterali tra Ankara e Stoccolma: la Turchia, infatti, ha impedito alla Svezia di entrare nella Nato, accusandola di dare rifugio a presunti terroristi.

Estratto dell’articolo di Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 29 maggio 2023.

Polarizzante e popolare, autocratico e paterno, calcolatore e spericolato. Recep Tayyip Erdogan è il politico più camaleontico e più longevo che la Turchia abbia mai avuto.

Nel 2003 ha conquistato il suo popolo facendo della libertà di espressione il suo cavallo di battaglia in modo da superare la laicità esasperata dello Stato, imposta dal fondatore della Repubblica Kemal Atatürk. In quell’epoca […] predicava l’apertura alle minoranze e la tolleranza.

Dieci anni dopo […] ha cambiato […] passo mostrando un volto autoritario e sprezzante. Il punto di non ritorno è stata la rivolta di Gezi Park, […] Quando i ragazzi lo sfidarono […] lui andò su tutte le furie. Si racconta che, durante una riunione di governo, spaccò in due un’ipad imprecando contro quei çapulcu (vandali in turco) che si mettevano sulla sua strada. Allora neanche la sua adorata figlia Sümeyye riuscì a calmarlo. E ancora oggi il Sultano, come è soprannominato dai suoi detrattori per le ambizioni neo-ottomane, fa presidiare Gezi Park dalla polizia nel timore che l’incubo si riaffacci.

[…] Erdogan è il prototipo del self made man. Da ragazzino, per aiutare la famiglia, scendeva in strada a vendere simit, la tipica ciambella turca ricoperta di sesamo. Ha studiato in una scuola islamica e si è affacciato alla politica a 15 anni, affascinato da Necmettin Erbakan, fondatore del Partito dell’Ordine Nazionale (Mnp), avversario dell’occidentalizzazione della Turchia. Nel frattempo perseguiva la carriera calcistica debuttando nell’Erokspor, squadra del suo quartiere di Istanbul. […]

Nel 1994 diventa sindaco di Istanbul con un successo inaspettato. Cinque anni dopo arriva la condanna a 10 mesi di prigione (ne sconterà quattro) per «incitamento all’odio religioso» a causa della lettura pubblica di una poesia islamica. Paradossalmente, è quello che ora sta accadendo all’attuale sindaco della megalopoli turca, Ekrem Imamoglu, cui sono stati comminati quasi tre anni di carcere per «insulto a pubblico ufficiale».

Nel 2002 il suo partito conservatore Akp vince per la prima volta le elezioni e nel 2003 Erdogan […] diventa premier alla guida del primo governo monocolore islamista della Repubblica. Negli anni a venire il Paese vivrà la stabilità e un notevole benessere economico. Ma già allora il premier mostra il suo caratteraccio. Non sopporta le critiche, strappa di mano i pacchetti di sigarette ai cittadini per cercare di costringerli a smettere, rimprovera i giornalisti che fanno domande difficili. Si dice che possa anche essere estremamente giocoso.

Suo nipote Üsame racconta che lo zio fa gli scherzi telefonici chiamando casa con la voce in falsetto. Nel 2014, dopo che un’inchiesta giudiziaria sulla corruzione ha coinvolto anche il suo partito, Erdogan diventa presidente e mostra tutta la sua megalomania facendosi costruire un palazzo presidenziale da 1.125 stanze nel cuore di Ankara. Quando alle politiche del 7 giugno 2015 l’Akp non ottiene una maggioranza granitica e i filocurdi dell’Hdp entrano in Parlamento, lui, che vuole il sistema presidenziale, indice nuove elezioni che vincerà, a novembre, in un clima di tensione per il riaffacciarsi del terrorismo islamico e curdo.

Da allora è tutto un crescendo. Dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016, di cui accusa l’ex alleato Fethullah Gulen, il Reis scatena una repressione feroce con migliaia di arresti e licenziamenti. Il Parlamento viene esautorato con la riforma costituzionale e il potere giudiziario perde la sua indipendenza. Inizia il declino economico, crolla la lira turca, da Bruxelles arrivano critiche per le violazioni dei diritti umani. Erdogan, però, riesce a rimanere una pedina importante sulla scena internazionale: nel 2016 firma un accordo con l’Europa sui rifugiati e, nel 2022, si impone come negoziatore nella guerra in Ucraina strappando l’importante accordo sul grano. E i turchi ancora una volta gli firmano un assegno in bianco. Il funambolo Erdogan è ancora in sella.

Il Sultano e Ankara, 20 anni di strapotere. Storia di Gian Micalessin su Il Giornale il 13 maggio 2023.

La storia difficilmente si ripete. Le sue date sono però simboli potenti. Vent'anni fa il presidente turco Recep Tayyp Erdogan cambiò il volto della Turchia archiviando quel «kemalismo» che ottanta anni prima aveva chiuso per sempre la Sublime Porta e imposto un forzato laicismo ai resti dell'Impero Ottomano. Le elezioni presidenziali di domani - convocate vent'anni dopo la vittoria del 2003 e un secolo dopo la proclamazione della Repubblica di Ataturk - minacciano invece segnare la fine di Erdogan. Ma anche di spingere la Turchia verso un baratro irto d'incognite. La corruzione, messa in luce da un terremoto che ha sbriciolato quartieri costruiti in spregio a qualsiasi norma anti-tellurica, ha messo a nudo l'avidità di un settore edile cresciuto con la protezione del potere. L'economia, dilaniata da un'inflazione che ha superato l'80 per cento, contribuirà a spostare i voti di chi è più sensibile al valore dei risparmi che non alla rinascita islamica promessa dal Presidente. Un paradosso per un Sultano che vent'anni fa trascinò la Turchia fuori dalla crisi regalandole un decennio di eccezionale benessere. L'altro paradosso sono i giovani. Nel 2003 l'aspirante premier prometteva di farli crescere «devoti». Oggi, stando ai sondaggi, solo il 18 per cento di chi ha tra i 18 e i 25 anni vota per lui, mentre una larga maggioranza sogna di abbandonare la Turchia e preferisce i «social» alla moschea. Ma i giovani non sono l'unica sommessa fallita.

Alla fine i gesti simbolo di questo ventennio - come la rimozione del divieto del velo per le donne o la sfida di Santa Sofia ritrasformata in moschea - continuano a soddisfare solo un terzo dell'elettorato a maggioranza musulmana. E non bastano a compensare il crescente disagio generato dalla progressiva soppressione di libertà, diritti civili e regole democratiche. Proprio la pesante repressione ha spinto sei forze d'opposizione assolutamente eterogenee a formare l'improbabile coalizione con cui i repubblicani kemalisti e alcuni gruppi islamisti guidati da fuoriusciti del partito del Presidente sperano di metter fine al regno di Erdogan.

Il tutto sotto la guida del repubblicano Kemal Kilicdaroglu, un ex-funzionario statale che ha trasformato il proprio grigio rigore in un simbolo di moralità da contrapporre agli eccessi di un autocrate sempre più isolato in un palazzo dalle mille stanze. Ma dietro ai fattori interni covano quelli, ancor più pesanti, di un ventennio che ha trasformato un paese chiave della Nato nel miglior interlocutore di Mosca. Il tutto mentre Ankara mandava i suoi soldati a combattere in Libia e Siria e tornava ad alimentare i venti di guerra con la Grecia. Proprio per questo gli Stati Uniti sarebbero i primi a brindare alla una sconfitta dell'«alleato» Erdogan.

E anche l'Europa, costretta a sborsare sei miliardi per non vedersi sommersa dai migranti difficilmente rimpiangerebbe il Sultano. Ma in tutto questo l'incognita più pesante riguarda gli effetti del voto. Un risultato favorevole ad una fragile opposizione non cancellerà il totale controllo che Erdogan esercita su Forze Armate, servizi di sicurezza, magistrati e sistema industriale. Con questi assi in mano e il consenso di chi - non solo a Pechino a Mosca, ma anche in Africa e Medioriente guarda con fastidio alle regole occidentali - il Sultano potrebbe decidere che il voto non va sempre rispettato. E a quel punto c'è da chiedersi chi, da Washington a Bruxelles, si prenderebbe la briga di correre in soccorso di Kilicdaroglu e della sua disparata opposizione.

Estratto dell’articolo di Francesco De Remigis per “il Giornale” il 26 aprile 2023.

L’orologio della democrazia turca corre veloce. Si vota il 14 maggio. E se fino a pochi giorni fa il presidente Recep Tayyip Erdogan continuava a spingere sulle promesse di ricostruzione, visto il sisma che il 6 febbraio ha devastato dieci province dell’Anatolia meridionale spalancandogli la via di una facile propaganda, ieri il sultano ha rispolverato la tattica dell’intimidazione degli avversari, ordinando arresti di massa, anche nelle zone colpite dal terremoto.

Almeno 110 persone fermate in 21 province. Avvocati, giornalisti (11), politici, membri di ong, attivisti, perfino attori. Le famiglie dei fermati hanno respinto l’accusa d’essere «vicini al Pkk», lanciata dal governo per giustificare i blitz. Un classico. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan attivo dal ’78 soprattutto nel Sud-Est della Turchia viene infatti tirato in ballo a ogni emergenza dal sultano, per tamponare le falle nella sua azione politica […]

È però piuttosto la realtà della situazione turca, che vede un tasso medio di inflazione al 72,3% contro il 19,6% del 2021, e una crisi economica profonda a impensierire i cittadini. […] 

Fino a pochi giorni fa anche Erdogan, che i sondaggi danno in affanno/rincorsa sul principale rivale Kilicdaroglu (del Chp), insisteva nel vantare mezzo milione di precari assunti nella pubblica amministrazione e altre promesse: dalla cancellazione dell’età pensionabile per 2 milioni di lavoratori che hanno maturato 20-25 anni di attività (sconfessando i 60 anni per gli uomini e i 58 per le donne), alla rivalutazione dei salari minimi fino al taglio delle bollette di gas e luce.

Lo smacco subìto però nel fine settimana, col successo del video del rivale, che in rete ha superato 110 milioni di visualizzazioni, deve averlo convinto a cambiar strada: non più solo lasciare impuniti gli attacchi contro le sedi Chp, pure ricorrenti. Ma tornare ai blitz di Stato, che Human Rights Watch bolla come «chiaro abuso di potere». […]

Turchia, Erdogan si prepara alle elezioni eliminando l’opposizione: decine di curdi arrestati. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 26 Aprile 2023.

Poco meno di tre settimane separano la Turchia dalle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Complici la crisi economica e le conseguenze del recente terremoto, l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan non può dormire sogni tranquilli, con i sondaggi che profilano un serrato testa a testa con il leader dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu. Erdoğan si prepara all’appuntamento criminalizzando i propri avversari e i partiti a loro vicini: nelle scorse ore è scattata l’operazione “anti-terrorismo” che la polizia ha definito un nuovo colpo al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK. Sono state arrestate 110 persone: ai presunti miliziani si sono aggiunti «venti avvocati, cinque giornalisti, tre attori teatrali e un politico», come riportato dall’Ordine degli avvocati di Diyarbakir, una delle 21 province anatoliche interessate dalla maxi retata. Tra gli arrestati ci sarebbero anche diversi membri del comitato centrale del Partito Democratico dei Popoli (HDP), formazione filocurda nonché terza forza del Parlamento turco. L’associazione no profit MLSA, impegnata nella promozione della libertà di espressione, ha denunciato la presenza di dirigenti di varie Ong tra i fermi della polizia.

Le persone coinvolte nell’operazione sono accusate di aver finanziato il PKK o comunque di aver collaborato con il gruppo che da quarant’anni ha unito le istanze dei curdi chiedendo l’indipendenza del Kurdistan e per questo combatte contro lo Stato turco, che negli anni si è macchiato di discriminazioni e crimini vari. Ankara, così come Washington e Bruxelles, considera il PKK un’organizzazione terroristica, attualmente bandita dalla vita politica del Paese. L’HDP, interessato negli ultimi anni da ondate di arresti che ne hanno decimato i vertici, rischia lo stesso destino proprio per le accuse di legami con il Partito dei Lavoratori. «Avvicinandoci alle elezioni il governo ancora una volta ricorre a operazioni di arresto per il timore di perdere il potere», ha scritto su Twitter il deputato di HDP Tayip Temel. Non stupisce la tensione e la criminalizzazione nei confronti del Partito Democratico dei Popoli, dal momento in cui la formazione filocurda rappresenta il terzo partito in Parlamento e potrebbe canalizzare alle prossime elezioni il 10% dei consensi.

Il prossimo 14 maggio si sfideranno in Turchia quattro candidati per la presidenza del Paese. Erdoğan, con il Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP), guiderà l’Alleanza della Repubblica. Al suo interno, il presidente uscente ha inserito una “carta curda” alquanto ambigua: il Partito della Causa Libera (Hudapar), una formazione politica fondamentalista, molto attiva nel sud-est della Turchia, che ha tra i suoi obiettivi quello di fondare uno stato curdo islamico. Tra le fila dell’Hudapar si contano numerosi iscritti accusati di far parte dell’Hizbullah turco, formazione paramilitare che ha commesso numerosi crimini contro le donne curde femministe, vari intellettuali curdi e alcuni amministratori locali.

Il principale avversario di Erdoğan sarà Kemal Kilicdaroglu: laico, progressista e appartenente all’alevismo, una minoranza profondamente discriminata in Turchia. Il video in cui Kilicdaroglu parla del suo credo religioso è diventato il più visto su Twitter dal 2022 a oggi. Il politico classe 1948 è il leader del Partito Popolare della Repubblica (CHP) e guiderà l’Alleanza del Popolo, una coalizione accomunata più dalla volontà di superare Erdoğan che da un programma omogeneo.

Il terzo candidato alla presidenza è Muharrem Ince, l’ex insegnante di fisica che sfidò Erdoğan nelle elezioni del 2018 conquistando il 31% dei consensi. Leader del Partito della Patria, Ince rappresenta una linea laica, europeista e centrista. L’ultimo candidato è Sinan Ogan e rappresenterà l’Alleanza Ancestrale (Ata), un chiaro riferimento al cognome del padre fondatore della Repubblica, Ataturk. Le posizioni della coalizione fanno leva su una tradizione nazionalista. In totale saranno 36 i partiti a supporto dei candidati presidenti per quello che rappresenta, oggi più che mai, uno snodo fondamentale per il futuro della Turchia. [di Salvatore Toscano]

Guida al voto in Turchia. Andrea Muratore su Inside Over il 18 aprile 2023.  

La battaglia più importante per Recep Tayyip Erdogan si avvicina e le elezioni presidenziali turche, le seconde in cui la popolazione eleggerà un presidente ampie prerogative esecutive garantite dalla riforma costituzionale del 2017, che si terranno il 14 maggio saranno un crocevia decisivo per il suo mandato.

Dopo cinque anni di mandato seguiti alla vittoria del giugno 2018 al primo turno, segnati dalla perturbazione della pandemia, dalla tempesta geopolitica nel quadrante euroasiatico, dalla guerra in Ucraina e da un’inflazione e un’incertezza economica divenute assai vischiose Erdogan alla guida del Partito della Giustizia e dello Sviluppo si giocano il “sorpasso” su Mustafa Kemal Ataturk nel centenario della Repubblica Turca. A fronteggiarlo un’opposizione mai così compatta e riunita attorno ai kemalisti del Chp e all’Alleanza della Nazione, che candidano l’economista Kemal Kiliçdaroğlu.

La Turchia verso uno dei voti più importanti di sempre

L’importante Paese euroasiatico arriva all’appuntamento del voto fiaccato dalla recessione economica e dalla crisi valutaria, contraddistinta da una grave svalutazione della lira turca, e sulle barricate sotto il profilo geopolitico, avendo negli ultimi mesi rilanciato il suo attivismo a cavallo tra Nato, Russia, Cina.

Erdogan è alla guida un  Paese fratturato a metà tra le roccaforti favorevoli alla sua formazione politica, l’Akp, radicate nell’Anatolia profonda ove forte è l’afflato conservatore e il legame al tradizionalismo, e le aree rivierasche ed urbane in cui ha maggior fortuna il nazionalismo civico di derivazione kemalista. A quest’ultima ideologia facevano riferimento nel 2018 i due più seri sfidanti del presidente: Muharrem İnce del partito Chp e l’outsider Meral Akşener, “lady di ferro” della formazione Iyi (“Bene”).

Oggi i due partiti sono coalizzati nell’Alleanza della Nazione. I progressisti del Chp sono la seconda forza in Parlamento controllando 134 seggi, la destra di Iyi controlla 36 seggi e attorno a loro si schierano quattro partiti minori del centrosinistra e delo centrodestra. Non però l’Hdp, il partito curdo. Che però il 22 marzo scorso assieme alla sua formazione di sinistra radicale, l’Alleanza del Lavoro e della Libertà, ha annunciato di non voler schierare un candidato alle presidenziali. Annunciando una desistenza di fatto nei confronti dell’opposizione unita e a suo favore.

Ince ci riprova con la sua nuova formazione, Madrepatria, che critica la presunta assenza di risposte ai limiti delle politiche di Erdogan nel suo ex partito. C’è poi l’Alleanza Ancestrale di estrema destra. Il cui candidato, Sinan Ogan, fu membro del Partito del Movimento Nazionalista, i “Lupi Grigi”, fino al 2015, prima di essere espulso per le sue posizioni troppo radicali. Assieme raggranellerebbero tra il 6 e l’8% dei voti. Abbastanza per precludere a uno dei concorrenti di punta la vittoria al primo turno, in potenza. Questo apre a diverse analisi di scenario.

Le opposizioni pronte alla battaglia finale

Nel 2018 le opposizioni divise si trovavano di fronte a una vera e propria linea del Piave (o una Çanakkale, per usare una metafora attinente alla storia turca): l’obiettivo era portare Erdogan al ballottaggio per poter unire in seguito le forze sul comune terreno programmatico fondato su nazionalismo civico e laicità.

Erdogan sbaragliò questo schieramento vincendo col 52% al primo turno. Oggi più di cinque anni fa il frastagliato campo che unisce secolaristi, curdi e nazionalisti laici ha trovato in Erdogan un motivo d’unione maggiore delle differenze interne.

Oggi Kiliçdaroğlu non si nasconde e punta alla vittoria al primo turno. I sondaggi sono estremamente sul filo del rasoio. La previsione è il classico pronostico da 1-X-2. Ci sono sondaggi che danno l’opposizione a guida Chp largamente in vantaggio e vincitrice di una decina di punti (tra 51-42 a 52-41) al primo turno. Altri danno Erdogan vincitore al 50,6% al primo scrutinio. La maggioranza delle rilevazioni, però, prevede che sarà ballottaggio e assegna a Kiliçdaroglu un lieve vantaggio, capace di amplificarsi al ballottaggio previsto per il 28 maggio fino a oltre 14 punti di scarto.

Il nodo terremoto e le sfide per la vittoria

Il terremoto di inizio anno che ha raso al suolo Gaziantep e diverse aree al confine con la Siria è, in quest’ottica, la partita d’immagine alla cui risposta Erdogan tiene di più per potersi presentare come salvatore della nazione dal disastro del sisma di fronte al recupero dell’opposizione che controlla, soprattutto, le grandi città.

“Quando un forte terremoto scosse la regione di İzmit vicino a Istanbul nel 1999, l’allora primo ministro Bülent Ecevit – paralizzato dall’entità del disastro – fu ampiamente condannato per non essersi mobilitato abbastanza rapidamente”, ha scritto Politico.eu.

Il terremoto ha aggiunto un nodo chiave per Erdogan perché è avvenuto nel cuore politico e identitario del Paese, nel Sud terra di confine con la Siria su cui a lungo sono andate le attenzioni di Ankara, perché ha portato l’attenzione di osservatori e alleati internazionali su Ankara. Il “sogno turco” di Erdogan deve inoltre fare i conti con la sinergia tra tale crisi e un’economia fiaccata da un’inflazione annua giunta all’85% e accelerata dalle politiche finanziarie non ortodosse perseguite da Erdogan sui tassi, tagliati in forma eccessivamente inopinata prima del vento restrittivo iniziato su scala mondiale tra 2021 e 2022.

In un’economia fiaccata il sisma ha aggiunto pensieri a pensieri. “La ricostruzione dovrebbe costare da 10 a 50 miliardi di dollari, anche se la Confederazione turca delle imprese e delle imprese ha avvicinato il totale a 85 miliardi di dollari”, nota il New York Times, che aggiunge il fatto che “oltre 8.000 edifici sono stati rasi al suolo e le infrastrutture della catena di approvvigionamento, comprese le strade e il porto marittimo di Iskenderun, sono state danneggiate”.

Come spesso successo, Erdogan prova a rispondere con l’attenzione sulla politica estera e il nazionalismo. Viene cavalcata la matrice decisiva del ruolo turco nell’allargamento della Nato, si usa la sfida dei roghi del Corano in Svezia come giustificazione per fermare l’adesione di Stoccolma all’Alleanza Atlantica e tenere vivo un argomento retorico, si parla di rilancio degli accordi sul grano ucraino che scadono poco dopo le presidenziali, il 18 maggio, per potenziare l’immagine di Erdogan e Ankara nel mondo. La sfida è a tutto campo. E per Erdogan la partita è davvero al cardiopalma. In oltre vent’anni di potere, il presidente ed ex premier rare volte ha affrontato un redde rationem tanto importante. Il cui superamento lo proietterebbe, una volta per tutte, nella storia turca. Oltre Ataturk e oltre sé stesso e il limite del Centenario della Repubblica. ANDREA MURATORE

Antonio Giangrande: Le Fake News della stampa italiana sulla Turchia.

Ma è vero che in Turchia c’è la dittatura ed un sistema elettorale fondato sui brogli?

Secondo i giornalisti italiani, legittimati dalla legge ad essere i soli a scrivere e ad essere i soli ad essere letti, abilitati per concorso pubblico per raccontare fatti secondo verità, continenza, e pertinenza, sì.

Il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Premesso che proprio gli italiani sui brogli elettorali meglio che tacciano, se già ci furono dubbi sui risultati della consultazione elettorale con il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica italiana.

Poi ci aggiungiamo le accuse periodiche di brogli per ogni tornata elettorale italiana, tralasciando quelle sulle primarie e sui tesseramenti della sinistra: "Noi abbiamo una tradizione molto negativa nel nostro passato circa le votazioni, in molte occasioni ci sono stati sottratti voti per la professionalità nei brogli della sinistra". Lo dice Silvio Berlusconi al Corriere Live spiegando che, senza un metodo tecnologicamente più avanzato, la correttezza del voto non è assoluta: "Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita i brogli sono possibili". Tuttavia, aggiunge il leader di Fi, "ritengo che quando c'è un risultato elettorale, chi perde non può non riconoscere la vittoria dell'altra parte. Poi si possono eventualmente avanzare richieste di riconteggio dello schede, una volta fatte delle verifiche". (02/12/2016 Adnkronos.com).

Broglio, da Wikipedia. La moderna espressione italiana deriva da un analogo termine veneziano. Nell'antica Serenissima era infatti consuetudine per i membri della nobiltà impoverita riunirsi in uno spazio antistante il Palazzo Ducale di Venezia per far commercio dei propri voti in seno al Maggior Consiglio che reggeva la città e nel quale sedevano per diritto ereditario. Tale spazio era allora noto col nome di Brolio dal latino Brolus, cioè "orto", retaggio del fatto che la terra su cui tuttora sorge piazza San Marco era in antico proprietà agricola del vicino monastero di San Zaccaria.

L'accusa di brogli elettorali in Italia è antica. Durante il Risorgimento, le annessioni dei regni preunitari al Regno d'Italia, vennero sempre ratificate mediante plebisciti. Tali consultazioni, a suffragio censitario, si svolsero senza tutela della segretezza del voto e talvolta in un clima di intimidazione. I "no" all'annessione furono in numero irrisorio e statisticamente improbabile. Il procedimento dei plebisciti durante il Risorgimento fu criticato da diverse personalità politiche ed il The Times sostenne che fu «la più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare». Tale evento è stato anche trattato nel romanzo "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Alla nascita della Repubblica Italiana, i monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali. Nella puntata del 5 febbraio 1990 della trasmissione Mixer, condotta da Giovanni Minoli, andò in onda un falso scoop secondo il quale il re avrebbe fatto in modo che il referendum proclamasse la Repubblica per evitare al paese la guerra civile, ma si trattava soltanto di un abile montaggio per esibire quanto la televisione potesse deformare la realtà dei fatti e influenzare il pensiero dei cittadini, e scatenò un mare di polemiche.

Appena conclusesi le consultazioni per il rinnovo del parlamento italiano del 2006 il premier Silvio Berlusconi, primo caso nella cinquantennale storia della Repubblica di una tale grave contestazione da parte di un esponente del governo uscente, ha paventato l'ipotesi di brogli elettorali sebbene il presidente Ciampi e il Ministro dell'interno Pisanu avessero espresso il loro compiacimento per lo svolgimento regolare delle elezioni. Durante i giorni dell'insediamento del Senato della Repubblica della XV legislatura Roberto Calderoli ha continuato ad insistere sulle ipotesi di brogli elettorali, confermando la sua convinzione secondo la quale la Casa delle Libertà è risultata vittima di un complotto che l'ha privata della vittoria elettorale. Piuttosto, forti sospetti ha destato l'insolito comportamento di Pisanu. Mai infatti, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro dell'interno aveva abbandonato il Viminale nel corso delle operazioni di spoglio elettorale. Convocato da Berlusconi, il ministro ha dovuto sostenere un faccia a faccia con quest'ultimo e, cosa ancora più strana, nessuno è a conoscenza di quello che fu l'oggetto della loro discussione. Sulla vicenda dei possibili brogli alle elezioni politiche italiane del 2006 sono anche usciti un romanzo e un documentario: Il broglio di Aliberti editore; Uccidete la democrazia!

Altra cosa è l’accusa di tirannia turca.

Porca miseria, mi spiegate quali poteri prende Erdogan? Si chiede Nicola Porro il 18 aprile 2017 sul suo canale youtube. «Tutti quanti i giornali oggi parlano di Erdogan e la vittoria del referendum di misura del 51%. L’intervista del Corriere della Sera sugli osservatori OCSE che avrebbero contestato e che contestano le elezioni di Erdogan sono fatte da una vecchia conoscenza del Parlamento Italiano: Tana de Zulueta. Ex corrispondente dell’Economist una vita contro Silvio Berlusconi, una parentesi contro Erdogan. Vi leggete l’intervista sul Corriere della Sera e capite che i brogli probabilmente ci sono stati, forse sono stati significativi. Non lo so. Ricordiamo che anche la nostra Repubblica è nata sui brogli. Lì è nata forse una dittatura, dicono gli osservatori più attenti, ma l’intervista di Tana De Zulueta, tutto fa, come rappresentante dell’OCSE, tranne rassicurarci sulla serietà, non solo di Erdogan, ma anche dell’Ocse. Ma questo è un discorso a parte. La domanda, che io mi faccio e che rivolgo a tutti quanti voi, è: quali sono questi poteri che Erdogan avrebbe acquistato dopo i referendum?

Porca miseria: A, B, C, secondo me, del giornalismo. Ma siete tutti quanti voi che comprate i giornali, pochi per la verità, dei fenomeni, degli esperti di geopolitica. E volete tutti vendere commenti, di leggervi Ferrari; di leggervi Sergio Romano; leggervi, son so, Montale; leggervi Kissinger; leggervi Dante Alighieri; o qualcuno di voi alza il dito: scusate, ma quali sono i poteri che Erdogan prende con questo referendum?

Non c’è un porca miseria di giornale che oggi, il giorno in cui passa il referendum, ci scrive con semplicità, quali sono questi poteri dittatoriali che ha preso Erdogan. Li avrà presi sicuramente, non lo metto in dubbio, ma almeno scrivete. Io che sono banalmente uno che legge i giornali, oggi avrei voluto vedere sui giornali che cosa succedeva alla Turchia da domani. Mentre non riesco a capirci nulla. Lego l’intervista al presidente del Parlamento Europeo, e non solo lui, Tajani, che dice “forse farà un referendum per chiedere la pena di morte. Quindi in futuro farà un referendum a cui faranno giudicare i turchi sulla pena di morte. Se dovesse fare, accettare, vincere quel referendum non potrebbe più partecipare alla discussione sull’Europa. Ma oggi, con questo referendum che poteri ha avuto Erdogan? Un solo dettaglio lo leggo.

Erdogan potrà, da presidente della Repubblica turca, potrà anche tornare a diventare segretario della AKP, che è il partito confessionale che lo ha visto leader. Quindi una delle riforme, è che lui potrà fare: Presidente della Repubblica e Segretario del partito. Mi chiedo: ma questa cosa in Italia, per esempio, che non è una dittatura, vi suona familiare? I presidenti del Consiglio che sono anche segretari di partito, non l’avete mai sentita? Lo chiedo. Perché se questa è la riforma che rende dittatura la Turchia, anche noi siamo una dittatura».

PROPOSTA DI RIFORMA COSTITUZIONALE. Da Wikipedia. Descrizione analitica delle modifiche.

1. Articolo 9. La magistratura è tenuta ad agire in condizioni di imparzialità.

2. Articolo 75. Il numero di seggi nel parlamento aumenta da 550 a 600.

3. Articolo 76. L'età minima per candidarsi ad un elezione scende da 25 anni a 18 anni. È abolito l'obbligo di aver completato il servizio militare obbligatorio per i candidati. Gli individui con rapporti militari sono ineleggibili e non possono partecipare alle elezioni.

4. Articolo 78. La legislatura parlamentare è estesa da 4 a 5 anni. Le elezioni parlamentari e presidenziali si tengono nello stesso giorno ogni 5 anni. Per le presidenziali è previsto un ballottaggio se nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo turno.

5. Articolo 79. Vengono istituite le regole per i cd. «parlamentari di riserva», che vanno a sostituire i posti dei deputati rimasti vacanti.

6. Articolo 87. Le funzioni del Parlamento sono: a) approvare, cambiare e abrogare le leggi; b) ratificare le convenzioni internazionali; c) discutere, approvare o respingere il bilancio dello Stato; d) nominare 7 membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri; e) usare tutti gli altri poteri previsti dalla Costituzione.

7. Articolo 98. Il parlamento monitora il governo e il vicepresidente con ricerche parlamentari, indagini parlamentari, discussioni generali e domande scritte. L'istituto dell'interpellanza è abolito e sostituita con le indagini parlamentari. Il vicepresidente deve rispondere alle domande scritte entro 15 giorni.

8. Articolo 101. Per candidarsi alla presidenza, un individuo deve ottenere l'approvazione di uno o più soggetti che hanno ottenuto il 5% o più nelle elezioni parlamentari precedenti e di 100.000 elettori. Il presidente eletto non è obbligato a interrompere la sua appartenenza a un partito politico.

9. Articolo 104. Il presidente diventa sia il capo dello Stato che capo del governo, con il potere di nominare e rimuovere dall'incarico i ministri e il vicepresidente. Il presidente può emettere «decreti esecutivi». Se l'organo legislativo fa una legge sullo stesso argomento di un decreto esecutivo, quest'ultimo diventerà invalido, mentre la legge parlamentare entrerà in vigore.

10. Articolo 105. Il Parlamento può proporre un'indagine parlamentare nei confronti del Presidente con la maggioranza assoluta (301). La proposta va discussa per 1 mese, per poi essere aperta con l'approvazione di 3/5 (360) dei deputati (votazione segreta). Concluse le indagini, il parlamento può mettere in stato di accusa il presidente con l'approvazione dei 2/3 (400) dei parlamentari (votazione segreta).

11. Articolo 106. Il Presidente può nominare uno o più Vicepresidenti. Se la Presidenza si rende vacante, le elezioni presidenziali devono svolgersi entro 45 giorni. Se le future elezioni parlamentari si dovessero svolgere entro un anno, anch’esse si svolgono lo stesso giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Se la legislatura parlamentare termina dopo più di un anno, allora il neo-eletto presidente serve fino alla fine della legislatura, al termine della quale si svolgono sia le elezioni presidenziali che parlamentari. Questo mandato non deve essere contato per il limite massimo di due mandati del presidente. Le indagini parlamentari su possibili crimini commessi dai Vice Presidenti e ministri possono iniziare in Parlamento con il voto a favore di 3/5 deputati. A seguito del completamento delle indagini, il Parlamento può votare per incriminare il Vice Presidente o i ministri, con il voto a favore di 2/3 a favore. Se riconosciuto colpevole, il Vice Presidente o un ministro in questione viene rimosso dall'incarico solo qualora il suo crimine è uno che li escluderebbe dalla corsa per l'elezione. Se un deputato viene nominato un ministro o vice presidente, il suo mandato parlamentare termina immediatamente.

12. Articolo 116. Il Presidente o 3/5 del Parlamento possono decidere di rinnovare le elezioni politiche. In tal caso, il Presidente decade dalla carica e può essere nuovamente candidato. Le nuove elezioni saranno sia presidenziali che parlamentari.

13. Articolo 119. La possibilità del presidente di dichiarare lo stato di emergenza è ora oggetto di approvazione parlamentare per avere effetto. Il Parlamento può estendere la durata, accorciarla o rimuoverla. Gli stati di emergenza possono essere estesi fino a quattro mesi tranne che durante la guerra, dove non ci saranno limitazioni di prolungamento. Ogni decreto presidenziale emesso durante uno stato di emergenza necessita dell'approvazione del Parlamento.

14. Articolo 123. Il presidente ha il diritto di stabilire le regole e le procedure in materia di nomina dei funzionari dipendenti pubblici.

15. Articolo 126. Il Presidente ha il diritto di nominare alcuni alti funzionari amministrativi.

16. Articolo 142. Il numero dei giudici nella Corte costituzionale scende da 17 a 15. Quelli nominati dal presidente scendono da 14 a 12, mentre il Parlamento continua a nominarne 3. I tribunali militari sono aboliti a meno che non vengono istituiti per indagare sulle azioni dei soldati compiute in guerra.

17. Articolo 159. Il Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri viene rinominato in "Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri". I membri sono ridotti da 22 a 13, e i dipartimenti giudiziari scendono da 3 a 2: quattro membri sono nominati dal Presidente, sette dal parlamento, gli altri 2 membri sono il ministro della giustizia e il sottosegretario del Ministero della giustizia. Ogni membro nominato dal parlamento viene eletto in due turni: nel primo necessita dell'approvazione dei 2/3 dei parlamentari, al secondo dei 3/5.

18. Articolo 161. ll presidente propone il bilancio dello Stato al Grande Assemblea 75 giorni prima di ogni nuova sessione annuale di bilancio. I membri della Commissione parlamentare del Bilancio possono apportare modifiche al bilancio, ma i parlamentari non possono fare proposte per cambiare la spesa pubblica. Se il bilancio non viene approvato, verrà proposto un bilancio provvisorio. Se nemmeno il bilancio provvisorio non approvato, il bilancio dell'anno precedente sarà stato utilizzato con il rapporto incrementale dell'anno precedente.

19. Diversi articoli. Adattamento di diversi articoli per il passaggio dei poteri esecutivi dal governo al presidente.

20. Temporaneo articolo 21. Le prossime elezioni presidenziali e parlamentari si terranno il 3 novembre 2019. L'elezione del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri avverrà entro 30 giorni dall'approvazione della presente legge. I tribunali militari sono aboliti con l'entrata in vigore della legge.

21. Diversi articoli. Gli emendamenti 2, 4 e 7 entreranno in vigore dopo nuove elezioni, gli altri emendamenti (tranne quelli temporanei) entreranno in vigore con il giuramento del nuovo presidente.

Se la Turchia è una dittatura, cosa dire di quella tanto decantata democrazia invidiata da tutti?

Potere esecutivo USA, da Wikipedia.

Il potere esecutivo è tenuto dal Governo federale, composto dal Presidente degli Stati Uniti (President of the United States of America), dal Vicepresidente (Vice President of the United States of America) e dal Gabinetto (Cabinet of the United States), cioè il gruppo di "ministri" (tecnicamente chiamati "Segretari", tranne colui a capo dell'amministrazione della giustizia, nominato "Procuratore generale") a capo di ogni settore della pubblica amministrazione, i Dipartimenti. Se, come è ovvio, i Segretari sono di nomina presidenziale, il Presidente e il Vicepresidente vengono eletti in occasione di elezioni presidenziali separate dalle elezioni per il rinnovo del Congresso e che si svolgono ogni quattro anni (con il limite massimo di due mandati).

I poteri del Presidente sono molto forti. Oltre ad essere a capo del governo federale ed essere sia il comandante supremo delle forze armate e capo della diplomazia, il Presidente possiede anche un forte potere di veto per bloccare la promulgazione delle leggi federali emanate dal Congresso (potere superabile soltanto quando la legge viene approvata a larga maggioranza).

Paesi democratici e non tirannici sono naturalmente anche quei paesi, come l’Olanda e la Germania, che hanno impedito i comizi di esponenti turchi presso le loro comunità, ma non hanno potuto impedire a questi (senza brogli) di esprimere un voto maggioritario di gradimento alla riforma del loro paese.

Peluche e cori per le dimissioni. In Turchia l’opposizione a Erdogan rinasce dagli stadi di calcio. Valerio Moggia su L’Inkiesta il 4 Marzo 2023.

Il presidente teme una nuova saldatura tra gli ultras delle squadre di Istanbul come nel 2013, quando i sostenitori di Besiktas, Fenerbahçe e Galatasaray strinsero una tregua momentanea per unirsi alla protesta ambientalista di Gezi Park. I tre club, tuttavia, sono solo una frazione di un sistema profondamente legato al governo, soprattutto a livello dirigenziale

Vietato criticare il governo. Non che sia una novità, nella Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, ma negli ultimi tempi la censura non aveva dovuto lavorare troppo per tenere sotto controllo la situazione. Negli scorsi giorni, invece, ventiquattro persone sono state arrestate per dei post sui social network relativi al terremoto del 6 febbraio, accusati dalla polizia di voler creare «paura e panico tra la popolazione». La versione non ufficiale è che gli arrestati avrebbero apertamente criticato il governo per la gestione del sisma, e d’altronde una simile sorte è toccata anche ad almeno quattro giornalisti che stavano raccogliendo informazioni e testimonianze sui luoghi colpiti dal terremoto.

A quasi un mese dalla tragedia, oggi Erdogan sembra occupato principalmente a evitare che il dissenso si estenda. Soprattutto dopo quanto successo domenica 26 febbraio alla Vodafone Arena, lo stadio del Besiktas, uno dei club con la tifoseria più radicalmente schierata a sinistra in tutto il Paese. Le immagini della partita contro l’Antalyaspor le hanno viste tutti, con la pioggia di peluche per i bambini vittime del terremoto, alcuni morti altri rimasti orfani. Ma oltre a questo gesto, i fan del Besiktas hanno lanciato un coro per chiedere le dimissioni del governo. E non sono stati gli unici: il giorno prima, nella gara contro il Konyaspor, anche quelli del Fenerbahçe avevano lanciato lo stesso grido.

I tifosi (di nuovo) contro Erdogan

«Irresponsabile e incosciente»: così ha definito la richiesta dei tifosi di calcio Devlet Bahçeli, già fondatore del gruppo paramilitare dei Lupi Grigi e oggi leader del partito Azione Nazionalista. Alle elezioni del 2018, il suo movimento ha preso oltre cinque milioni e mezzo di voti, pari all’undici per cento, conquistando quarantanove seggi in parlamento, con i quali appoggia il governo di Erdogan. Il leader dell’ultradestra turca ha anche invitato i club di calcio a prendere misure «urgenti e necessarie» per evitare che si verifichino altri episodi del genere, e pochi giorni dopo il governo ha sancito il divieto di trasferta per i tifosi gialloblù nella prossima di campionato.

Oggi il Fenerbahçe non avrà dunque i suoi tifosi al seguito nella gara in casa del Kayserispor, nella Turchia centrale, in una delle roccaforti dell’Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo. E non è escluso che nuove contromisure possano essere prese nei prossimi giorni: sotto osservazione c’è in particolare l’amichevole del Galatasaray primo in classifica, che gioca contro l’Istanbulspor. I giallorossi avrebbero dovuto affrontare il Gaziantep in campionato, ma l’avversario – che proviene dalla regione colpita dal terremoto – ha deciso di ritirarsi dalla Super Lig, e così il Gala ha riempito la data con un’amichevole.

Il timore principale di Erdogan è che si venga a formare una nuova saldatura tra gli ultras delle tre principali squadre di Istanbul, come già avvenuto nel 2013, quando i sostenitori di Besiktas, Fenerbahçe e Galatasaray strinsero una tregua momentanea dalle ostilità sportive per unirsi alla protesta ambientalista di Gezi Park e proteggere i manifestanti dagli assalti della polizia. Il presidente le ha provate tutte per sconfiggere gli ultras, prima con arresti e repressione e poi supportando l’ascesa di un club “fedele” come il Basaksehir, ma a dieci anni da Gezi Park il calcio turco è ancora un ricettacolo di opposizione politica.

Non ci sono solo i tifosi, per la verità. Alla notizia della trasferta vietata a Kayseri, il Fenerbahçe ha risposto con un duro comunicato: «Non è in alcun modo possibile per noi accettare questa scelta. È una decisione strana, che non ha nulla a che fare con criteri sportivi». La dirigenza del club, in questi ultimi anni, ha spesso preso posizioni critiche verso Erdogan, come nel marzo 2021, quando condannò pubblicamente la decisione del governo di ritirare la Turchia dalla Convenzione internazionale contro la violenza sulle donne.

Dagli stadi alle urne

Problemi che si aggiungono a una situazione generale sicuramente non positiva per Erdogan. La crisi economica appare inarrestabile, e il terremoto ha dato un altro duro colpo alla popolarità del Presidente, al potere ininterrottamente dal 2003. L’opposizione lo accusa di aver favorito le speculazioni edilizie che hanno portato alla costruzione di palazzi non sicuri in zone sismiche, e nonostante il recente arresto di quasi duecento costruttori le critiche verso il governo non si fermano. Già l’8 febbraio, l’esecutivo aveva dovuto bloccare temporaneamente Twitter per limitare la circolazione del dissenso online; due settimane dopo, tre canali televisivi che avevano messo in luce le responsabilità del governo nel disastro sono stati sanzionati.

Le proteste degli ultras sono l’ultimo tassello di un lungo percorso, in cui il terremoto di un mese fa è stato un fattore decisivo. «Il sisma non ha distrutto solo le case, ma anche il regno della paura» ha scritto su Twitter il giornalista Mustafa Hos. Tuttavia, va ricordato che i fan di Fenerbahçe e Besiktas sono solo una frazione di un sistema più ampio che, soprattutto a livello dirigenziale, è profondamente legato a Erdogan.

Il Rizespor, che milita in seconda divisione ed è la squadra della città natale del Presidente, ha condannato i cori antigovernativi come «provocazioni», arrivando a chiamare i contestatori «topi di fogna». Un’altra condanna, anche se dai toni più miti, è arrivata dall’Alanyaspor, club di prima divisione il cui presidente è il fratello del Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu.

Ad ogni modo, la reazione delle principali tifoserie turche racconta un Paese in cui il dissenso è tornato a mostrarsi pubblicamente, e in cui la figura di Erdogan appare oggi molto meno solida rispetto al passato. I cori negli stadi possono essere l’antipasto di un risveglio collettivo dell’opposizione politica, in una fase molto delicata per il Presidente: il 14 maggio la Turchia tornerà infatti al voto.

Repressione e censura. Dopo il terremoto in Turchia si aggrava l’autoritarismo di Erdogan. Futura D’Aprile su L’Inkiesta il 16 Febbraio 2023.

Il presidente ha risposto alla crisi con la stretta sui social media (su tutti Twitter, diventato inaccessibile per ore) e la persecuzione giudiziaria dei giornalisti, a cui viene complicato il lavoro e l’accesso alle aree colpite. Le conseguenze del sisma sono anche sociali e a farne le spese sono i migranti

Il terremoto che ha colpito il Sud della Turchia è stato un evento naturale senza precedenti per la sua intensità, ma lo stesso carattere di novità non si ritrova nella reazione della politica. Anzi, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ancora una volta risposto alla crisi in corso con la repressione delle voci critiche nei suoi confronti attraverso la censura dei social media e la persecuzione per via giudiziaria dei giornalisti.

Un copione già visto, ma che ha avuto effetti negativi anche sull’assistenza ai terremotati, già alle prese con la devastazione causata dal sisma e con le difficoltà imposte dal clima rigido di febbraio.  Il presidente è finito al centro delle polemiche fin da subito a causa del ritardo nei soccorsi, giunti in alcuni paesi solo molte ore dopo le scosse, e per la disorganizzazione dimostrata in alcuni casi dalla macchina degli aiuti.

A lamentare le carenze dell’Agenzia per i soccorsi (Afad) è stato in particolare il sindaco di Hatay, Lütfü Sava, che ha denunciato come i primi operatori siano arrivati solo la mattina seguente, compromettendo così le possibilità di sopravvivenza di coloro che erano rimasti intrappolati vivi sotto le macerie. Il primo cittadino non è stato l’unico a esternare la sua insoddisfazione. In tanti hanno usato i social media – in particolare Twitter – per denunciare ritardi o carenza negli aiuti, dando vita a un’ondata di proteste online prontamente represse dalle autorità.

Nelle ore successive al terremoto Twitter è diventato improvvisamente inaccessibile nel Paese, in un evidente tentativo del governo di arginare le critiche contro il suo operato. Questa mossa però ha avuto degli effetti negativi anche sui soccorsi: in molti hanno usato il social media per segnalare la propria posizione sotto le macerie, nella speranza di ricevere prontamente aiuto.

Alla censura della piattaforma ha fatto presto seguito anche quella dei media mainstream. Diversi giornalisti hanno denunciato episodi di violenza e aggressioni nei loro confronti mentre erano intenti a intervistare le vittime del terremoto o a filmare e fotografare la devastazione lasciata dal sisma del 6 febbraio. Le interviste potevano essere condotte solo sotto l’occhio vigile della polizia, mentre altri giornalisti sono stati fermati con l’accusa di diffondere false informazioni e di incitare all’odio e alla rivolta contro lo Stato.

Ad alcuni è stato persino limitato l’accesso alle zone terremotate a causa dei loro “precedenti”, mentre nella provincia di Diyarbakir sono stati fatti entrare solo coloro che erano in possesso di specifici permessi. Tutte manovre pensate per rendere il più difficile possibile il lavoro dei media locali e internazionali e limitare così la diffusione di voci critiche nei confronti del governo, come già accaduto in passato.

Intanto nelle aree terremotate è stato anche dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi, una decisione necessaria per la gestione della crisi ma che getta un’ombra sulle prossime elezioni. Erdogan aveva annunciato l’intenzione di anticipare le urne a maggio, ma il cambio di data non è stato ancora ufficializzato e sembra sempre più improbabile che ciò avvenga dopo il terremoto.

Garantire il diritto di voto nelle aree colpite dal sisma sarebbe complicato, ma si tratta principalmente di una valutazione politica. Il presidente sta ricevendo numerose critiche non solo per la gestione della crisi, ma anche per il mancato controllo sulla costruzione degli edifici crollati e sui condoni concessi negli ultimi anni – in particolare nel 2018 – e che hanno contribuito a rendere così elevato il numero dei morti.

A peggiorare la situazione per Erdogan sono anche gli effetti del sisma sull’economia turca, già in crisi da anni anche a causa delle politiche monetarie imposte dal presidente. I costi per la ricostruzione e per l’assistenza comporteranno un significativo aumento della spesa pubblica, aumentando così il deficit e aumentando i problemi economici del paese.

Senza contare che ben dieci province non potranno più apportare sostegno al Pil per un periodo di tempo non ben definito. Ma sulla ricostruzione pesa anche l’incremento del prezzo del cemento registratosi subito dopo il terremoto, che avrà inevitabilmente conseguenze sulla spesa pubblica e sulla capacità del governo (e dei privati) di ridare una casa agli sfollati nel più breve tempo possibile.

Ma le conseguenze del terremoto sono anche sociali e a farne le spese sono prima di tutto i migranti. Il sentimento xenofobo è da tempo in crescita in Turchia e alcuni esponenti dell’ultranazionalismo hanno ben presto accusato i siriani di atti di violenza e di saccheggio, aizzando la popolazione locale contro di loro. L’area colpita dal terremoto ospita quasi due milioni di rifugiati provenienti dalla Siria, il che aiuta la diffusione di notizie false ai danni di chi ha ugualmente perso tutto a causa del sisma, oltre che di una guerra che va avanti da più di dieci anni.

A causa del clima di tensione venutosi a creare, i siriani stanno iniziando a spostarsi verso altre aree del Paese ma, come riportato da Middle East Eye, in molti potrebbero dirigersi verso l’Europa o decidere di tornare in Siria. La precarietà delle condizioni di vita in quest’ultimo Stato ha finora limitato il rimpatrio volontario dei profughi, ma la vita in Turchia sta diventando sempre più difficile per i siriani. Di certo Erdogan trarrebbe vantaggio a livello politico da un simile scenario, anche considerando che il progetto di rimpatriare i rifugiati nel Nord della Siria è ormai sfumato.

Nella Turchia post terremoto, dunque, le storture di un Paese sempre più autocratico stanno emergendo con prepotenza, tra repressione del dissenso, censura dei media e odio razziale.

La dottoressa che denuncia i crimini turchi in Kurdistan MURAT CINAR su Il Domani il 14 gennaio 2023

Sebnem Korur Fincanci è stata scarcerata dopo 76 giorni (e subito condannata a due anni) con l’accusa di «propaganda terroristica». Ha mostrato prove di attacchi chimici ad ottobre.

Fincanci, nel suo intervento, da medico legale, utilizzò queste parole: «Per giungere alla diagnosi sono necessarie un’indagine e una documentazione efficaci e indipendenti. Tuttavia, a oggi, sembra che non sia possibile».

La sua organizzazione, Ttb, è conosciuta con le sue sistematiche denunce fatte per difendere i diritti dei lavoratori del campo della sanità e per difendere la salute della società.

Sebnem Korur Fincanci, la presidente del Consiglio centrale dell’unione dei medici di Turchia (Ttb), è stata scarcerata 76 giorni dopo la detenzione e contemporaneamente è stata condannata a 2 anni, 8 mesi e 15 giorni di carcere. Fincanci è accusata di fare «propaganda terroristica» e «umiliare e offendere il popolo turco, lo stato della repubblica di Turchia e le istituzioni e gli organi dello stato» a causa di un suo intervento televisivo rilasciato al canale Medya Tv, nel mese di ottobre, che trasmette dall’estero e anche questo accusato di propaganda terroristica.

Le dichiarazioni di Fincanci riguardano il presunto utilizzo delle armi chimiche da parte delle Forze armate turche (Tsk) sul territorio del Kurdistan iracheno, nel mese di ottobre, durante un intervento militare condotto contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Questa formazione armata, in conflitto con lo stato turco da quarant’anni, viene definita dallo stesso come un «organizzazione terroristica».

Fincanci, nel suo intervento, da medico legale, utilizzò queste parole: «Per giungere alla diagnosi sono necessarie un’indagine e una documentazione efficaci e indipendenti.

Tuttavia, a oggi, sembra che non sia possibile e questo fatto non è accettabile tenendo in considerazione che numerose convenzioni internazionali lo prevedono. Come diagnosi provvisoria posso dire che le persone riprese in questi materiali audiovisivi sembra che abbiano subito l’uso delle armi che hanno degli effetti tossici».

La dottoressa si riferiva a una serie di video diffusi precedentemente da alcuni organi di stampa vicini al Pkk.

GLI ALTRI RISCHI

Ovviamente l’accusa è stata immediatamente rifiutata dal ministero della Difesa e poi da tutti i vertici del governo. Infine il presidente della Repubblica di Turchia in un suo intervento pubblico aveva anche promesso che avrebbe portato avanti una battaglia legale contro coloro che avanzavano quest’accusa. Pochi giorni dopo, il 26 di ottobre, Fincanci è stata arrestata. In un processo avviato immediatamente la dottoressa è stata condannata a 2 anni, 8 mesi e 15 giorni di reclusione ed è stata scarcerata, visti i giorni trascorsi in carcere.

Ovviamente la strada dei ricorsi è ancora aperta ma nel mentre sono stati aperti altri processi che potrebbero togliere a Fincanci i suoi incarichi. Fincanci, ha una lunga carriera di ricerche e denunce sui casi di tortura registrati in Turchia. Ha avuto vari incarichi in numerosi progetti delle Nazioni unite e dell’Organizzazione mondiale della sanità.

È stata anche una dei firmatari dell’Appello per la pace del 2016, è stata processata e condannata a 2 anni e 6 mesi di reclusione, ma nel 2020 è stata assolta.

La sua organizzazione, Ttb, è conosciuta con le sue sistematiche denunce fatte per difendere i diritti dei lavoratori del campo della sanità e per difendere la salute della società. Infatti nel 2018 la Ttb rilasciò un breve comunicato definendo la guerra come una «minaccia contro la salute delle persone». Ttb è stata denunciata con l’accusa di propaganda terroristica e il mondo politico non ha esitato a definire i suoi membri come dei «traditori della patria».

GLI ATTACCHI E LA SOLIDARIETÀ

«L’unione dei medici di Turchia esiste da quasi cento anni e ha il dovere di difendere la salute della società, non solo i diritti delle persone impiegate nel campo della sanità. Nel fare questo ovviamente analizziamo e a volte mettiamo in discussione l’operato dei governi.

Le critiche che avanziamo non piacciono a chi governa questo paese. Per esempio, durante la pandemia c’è stata una cattiva gestione da parte del governo e una parziale trasparenza nella comunicazione dei numeri.

Abbiamo lavorato per denunciare tutto. Questo ha dato fastidio al ministro della Sanità ma anche al presidente della Repubblica», spiega Fincanci. Il regime al potere in Turchia rappresenta una cultura decisamente maschilista e arrogante per cui le persone che «mettono i bastoni tra le ruote» subiscono forti campagne di calunnie e criminalizzazione da parte dei rappresentanti del governo e dai media che lavorano come i mezzi di propaganda del regime. «In Turchia spesso si utilizza l’accusa di “terrorismo” nei nostri confronti nel momento in cui il governo vuole criminalizzarci. I media e i politici vogliono manipolare la società con l’obiettivo di creare un’opinione pubblica negativa nei nostri confronti».

«Ma tutto questo è un’operazione senza successo. La mia scarcerazione è il frutto della solidarietà e ciò dimostra che a livello locale e internazionale la Ttb riceve riconoscimento e rispetto. Oggi le persone che non conoscono mi fermano per strada e si congratulano con me. Sanno che abbiamo sempre difeso i diritti di tutte le persone, anche quelle che potrebbero odiarci.

Abbiamo difeso il loro diritto alla salute». Infatti, oltre agli attacchi del governo e sui giornali, c’è stata anche una reazione di solidarietà in Turchia e all’estero. «In qualità d’intellettuale, la mia richiesta di porre domande e riferire la verità al pubblico non è solo mia responsabilità da scienziata, ma anche responsabilità da cittadina. La medicina riguarda gli esseri umani. Essere medico vuol dire opporsi a tutti i tipi di fattori che danneggiano la salute pubblica, dalla resistenza contro i crimini contro l’umanità alla protezione delle nostre olive e api, dalle guerre al cambiamento climatico», sono le parole di Fincanci pronunciate in una delle udienze del suo processo qualche settimana fa.

Questo sentimento di responsabilità si conclude con un augurio: «In Turchia regnerà di nuovo la democrazia, la giustizia, la libertà e la pace. Altrimenti, senza questi elementi, vivere in questo Paese non sarebbe possibile. So di certo che vivremo tutti insieme e in pace».

Svezia e Nato, nozze a rischio. "Ankara chiede l'impossibile". "La Turchia ci chiede cosa che non possiamo dare". Risponde di sciabola il primo ministro svedese Ulf Kristersson per scoprire ufficialmente il gioco ambiguo di Recep Tayyip Erdogan con la Nato. Francesco De Palo il 9 gennaio 2023 su Il Giornale.

«La Turchia ci chiede cosa che non possiamo dare». Risponde di sciabola il primo ministro svedese Ulf Kristersson per scoprire ufficialmente il gioco ambiguo di Recep Tayyip Erdogan con la Nato. Da un lato il Presidente turco per mesi ha bloccato le richieste di adesione all'Alleanza Atlantica di Svezia e Finlandia, dall'altro ora ha avanzato richieste che la Svezia non può accettare. «La Turchia ha confermato che abbiamo fatto quello che avevamo detto ma vuole anche cose che noi non possiamo e non vogliamo dare», ha precisato Kristersson durante una conferenza sulla sicurezza a cui ha partecipato anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, mentre il ministro degli esteri Pekka Haavisto ha aggiunto che la Finlandia «non ha tanta fretta di aderire alla Nato da non poter aspettare che la Svezia ottenga il via libera».

Ad oggi solo i parlamenti turco e ungherese non hanno ratificato l'ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Stoltenberg ha ricordato una volta di più il dogma dell'alleanza: «In un mondo diventato meno sicuro è ancora più importante che Finlandia e Svezia diventino membri». Anche per questa ragione si è detto convinto che «sottostimare la Russia potrebbe avere le maggiori conseguenze proprio sulla sicurezza della regioni nordiche» europee. Pochi giorni fa la Turchia, per bocca del ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, pur sottolineando le «misure positive» adottate da Stoccolma, ha chiesto «altri passi importanti» per rimuovere le obiezioni. La presa di posizione ad orologeria di Cavusoglu ha seguito di pochi giorni il no della Corte Suprema svedese di estradare il giornalista Bulent Kenes, ricercato da Erdogan perché accusato di essere coinvolto nel golpe farlocco del 2016 e ritenuto vicino al predicatore Fetullah Gülen. Le istituzioni svedesi avevano osservato come alcune delle accuse contro Kenes non fossero crimini in Svezia, il che, insieme alla natura politica del caso e al suo status di rifugiato, ha reso impossibile l'estradizione: «Esiste anche il rischio di persecuzione basata sulle convinzioni politiche di questa persona», disse il giudice Petter Asp.

Il 53enne Kenes, caporedattore del quotidiano Today's Zaman, ora chiuso, venne arrestato nell'ottobre 2015 per «aver insultato il presidente» a causa dei suoi tweet. Rilasciato quattro giorni dopo, nell'ottobre 2016 un tribunale spiccò un mandato d'arresto.

Stallo alla turca. Perché Erdogan sta bloccando l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Carlo Panella su L’Inkiesta il 13 Gennaio 2023.

Tra Ankara e Stoccolma c’è un contenzioso che riguarda l’estradizione del giornalista Bülent Kenes, rifugiato politico. Il caso è un punto centrale nella propaganda politica del Sultano in vista delle elezioni del 18 giugno

Svezia e Finlandia non entreranno, per ora, nella Nato, a causa del veto della Turchia. In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del 18 giugno 2023, Recep Tayyp Erdogan ha tutto l’interesse a tenere aperto il braccio di ferro con Stoccolma su un punto capitale della sua agenda e propaganda politica: la vendetta sui supposti autori del tentativo di colpo di Stato del 2016.

Il contenzioso col governo svedese che ne blocca l’ingresso nell’organizzazione atlantica riguarda appunto il rifiuto della Corte Suprema svedese di concedere l’estradizione in Turchia del giornalista Bülent Kenes, rifugiato politico – dopo che la stessa Corte aveva concesso l’estradizione in Turchia di Mahmut Tat, militante del Pkk reclamato da Ankara, al quale peraltro era stato precedentemente rifiutato l’asilo politico.

La ragione del giudizio difforme della più alta magistratura svedese è semplice: mentre il Pkk è considerato, dall’Unione europea come dagli Stati Uniti, un’organizzazione terrorista; Bülent Kenes è accusato dalla Turchia di reati di opinione. Era infatti redattore capo del giornale Levent Kenes, chiuso d’autorità da una magistratura turca totalmente asservita al governo di Erdogan, perché accusato di fare parte del complotto organizzato dal famoso leader religioso Fetullah Gülen, sfociato nel tentativo di golpe del 2016.

La più spietata persecuzione politica e giudiziaria dei seguaci di Fetullah Gülen è infatti il mezzo col quale Erdogan ha distrutto la democrazia turca, incarcerando decine e decine di migliaia di prigionieri politici, licenziando migliaia di funzionari pubblici, centinaia di magistrati e professori universitari, arrestando migliaia di ufficiali e chiudendo decine di testate giornalistiche.

Dunque, durante la campagna elettorale già iniziata, che si presenta molto difficile per Erdogan – a causa dello stato disastroso dell’economia, l’inflazione è all’83,45 per cento – il battuto e ribattuto appello al voto per proseguire la lotta contro i “gülenisti” sarà centrale, così come la lotta contro tutte le organizzazioni curde democratiche (come il Partito Democratico dei Popoli, o Halkların Demokratik Partisi, Hdp).

Il contenzioso sulla Nato con la Svezia farà quindi parte di questa campagna. Da parte sua, Stoccolma ha agito con linearità democratica, innanzitutto perché l’esecutivo non ha ovviamente fatto pressioni sulla magistratura, come pretende Erdogan, e poi perché quest’ultima ha agito nel pieno rispetto dello Stato di diritto: il premier svedese Ulf Kristersson, conservatore e sovranista, è stato netto: «La Turchia vuole cose che noi non possiamo e non vogliamo darle».

La Turchia mantiene il suo veto sull’ingresso della Svezia nella Nato – la Finlandia intende entrare solo al fianco della Svezia – in uno stallo che potrà essere superato solo da una più che auspicabile, ma assolutamente non certa, sconfitta elettorale nell’estate prossima di Tayyp Erdogan. Avvenimento che sarebbe peraltro più che eccellente per tutto il Mediterraneo, per l’Europa e per la Nato.

Tensione in Iraq: bruciata l'ambasciata svedese. Oggi nuovo rogo del Corano a Stoccolma. Centinaia di manifestanti hanno preso di mira per la seconda volta la sede diplomatica svedese nella capitale irachena. A Stoccolma oggi autorizzato un altro rogo del testo sacro musulmano. Gianluca Lo Nostro il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

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 L'intervento della polizia irachena

 Le ripercussioni internazionali

Nuovo capitolo della saga sul rogo del Corano in Svezia. Stavolta però i fatti non si sono svolti, perlomeno non ancora, nel Paese scandinavo, ma in Iraq. Nelle prime ore del mattino a Baghdad un centinaio di manifestanti legati al leader religioso sciita Moqtata Al Sadr ha dato alle fiamme l’ambasciata di Stoccolma per protestare contro l’imminente rogo del testo sacro islamico autorizzato dalla polizia svedese e in programma oggi nella capitale. Nessun membro del personale diplomatico presente nell’edificio è rimasto ferito, mentre l’incendio è stato domato dopo l’intervento delle autopompe. “Siamo al corrente della situazione. Il nostro personale è al sicuro e il ministro è in costante contatto con loro", dichiara in una nota il ministero degli Esteri della Svezia. Durante la manifestazione organizzata oggi in Europa il rifugiato Salwan Momika, lo stesso che il 28 giugno scorso ha bruciato una copia del Corano davanti alla più grande moschea della città, incendierà anche una bandiera irachena.

L'intervento della polizia irachena

L’Iraq ha schierato agenti antisommossa intorno alla sede dell’ambasciata presa di mira prima dell’alba. I poliziotti hanno disperso la folla usando idranti, ingaggiando poi uno scontro con manganelli elettrici e sassi scagliati direttamente dal corteo. Il governo di Baghdad ha aperto un’indagine per risalire agli autori del caos generato per la seconda volta nelle ultime tre settimane: dimostranti riconducibili sempre ad Al Sadr avevano già assaltato l’ambasciata svedese il 29 giugno in risposta al primo rogo del Corano. Una settimana fa Al Sadr ha radunato i suoi fedeli in piazza per sfogare ulteriormente la loro indignazione e la loro rabbia, calpestando e bruciando bandiere arcobaleno del movimento Lgbtq+. I "sadristi" sono gli stessi che nel luglio del 2022 hanno fatto irruzione nel parlamento iracheno per impedire la designazione di Mohamed Shia Al Sudani per la carica di primo ministro.

Allo stesso tempo, il ministero degli Esteri iracheno ha condannato la decisione delle autorità di Stoccolma di permettere quello che per il mondo musulmano non è altro che l’ennesimo oltraggio nei confronti della religione islamica. “Siamo mobilitati oggi per denunciare il rogo del Corano, che parla di amore e fede", ha detto il manifestante Hassan Ahmed a un corrispondente di Afp. "Chiediamo che il governo svedese e il governo iracheno fermino questo tipo di iniziative".

Le ripercussioni internazionali

Il rogo del Corano ha svelato però un’altra trama internazionale, ovvero il braccio di ferro diplomatico che coinvolge la Svezia e le altre nazioni musulmane, in particolare la Turchia. Ankara non ha ancora ratificato l’adesione alla Nato, ma nella settimana del summit di Vilnius il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di aver fatto cadere il veto, probabilmente in cambio di importanti forniture militari garantite dagli Stati Uniti, che si impegneranno ad ampliare la flotta di caccia F-16 turchi, e di una stretta introdotta dal governo svedese contro i militanti del Pkk curdo considerati terroristi.

Ad ogni modo, dalla Turchia erano già arrivate bordate nel mese di giugno. "Condanno la vile protesta in Svezia contro il nostro libro sacro nel primo giorno del benedetto Eid al. Adha", ha scritto su Twitter il nuovo ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. "È inaccettabile permettere proteste anti-Islam in nome della libertà di espressione".

Ancora più dura invece la reazione dell'Iran, il quale ha congelato la nomina del suo prossimo ambasciatore in Svezia proprio a causa del rogo del Corano. Il regime degli Ayatollah si è spinto oltre, asserendo addirittura che il 37enne Salwan Momika sarebbe un agente sotto copertura del Mossad, i servizi segreti israeliani, dal 2019. L'intelligence militare iraniana ritiene che si sia trattato di uno sforzo comune per distogliere l'attenzione dalle operazioni di Tel Aviv in Palestina, ma nessuna di queste accuse trova riscontro.

Ritirati i passaporti. Mahsa Amini, vendetta iraniana contro i familiari: vietato lasciare il Paese per ritirare il Premio Sakharov. Carmine Di Niro su L'Unità il 9 Dicembre 2023

La famiglia di Mahsa Amini, la 22enne morta il 16 settembre del 2022 mentre era in custodia della polizia morale iraniana che l’aveva arrestata per avere indossato male l’hijab, finisce nuovamente nel mirino delle autorità di Teheran.

Al padre, madre e fratello della giovane curda iraniana è stato impedito la scorsa notte di lasciare l’Iran per recarsi in Francia a ritirare il premio Sakharov, premio istituto dall’Unione Europea per i diritti umani che a ottobre del 2023 è stato assegnato postumo alla ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime teocratico di Teheran.

Secondo quanto riferisce Iran Wire, “madre, padre e fratello di Mahsa Amini si stavano recando in Francia per ricevere il premio Sakharov del Parlamento europeo, ma sono stati tolti loro i passaporti ed è stato detto loro che era vietato lasciare il Paese“. Iran International, citando informazioni proprie, riporta la stessa notizia, precisando che i passaporti sono stati confiscati ai familiari di Amini all’aeroporto Khomeini di Teheran, mentre stavano per lasciare il Paese.

Il premio Sakharov

La cerimonia di consegna del Sakharov è in programma per il 12 dicembre a Strasburgo, alla presenza della presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola.

Il riconoscimento, intitolato alla memoria e in onore del fisico e dissidente politico sovietico Andrei Sacharov, viene assegnato ogni anno dal Parlamento europeo. È stato istituito nel 1988 per onorare le persone e le organizzazioni che difendono i diritti umani e le libertà fondamentali.

La morte di Mahsa

Mahsa venne arrestata il 13 settembre 2022 dalla polizia religiosa nella capitale iraniana, dove si trovava con la sua famiglia in vacanza, a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo. Mahsa venne arrestata mentre era in compagnia del fratello Kiaresh: durante il trasporto alla stazione della polizia fu detto loro che la giovane sarebbe stata condotta in un centro di detenzione per essere sottoposta a un “breve corso sul hijab” e rilasciata entro un’ora

Dopo tre giorni di coma all’ospedale Kasra di Teheran, in “circostanze sospette”, la ragazza morì suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica e proteste di massa che non si vedevano nel Paese da anni, che provocarono oltre 500 morti e 20mila arresti.

Carmine Di Niro 9 Dicembre 2023

Lo rende noto l'agenzia di stampa Irna citando la sentenza emessa da un Tribunale della rivoluzione iraniana. Il Dubbio il 23 ottobre 2023

Le autorità di Teheran hanno condannato rispettivamente a 13 e 12 anni di carcere due giornaliste iraniane, Niloofar Hamedi e Elaheh Mohammadi, con l'accusa di aver collaborato con gli Stati Uniti sul caso di Mahsa Amini e di aver agito contro la sicurezza nazionale. Lo rende noto l'agenzia di stampa Irna citando la sentenza emessa da un Tribunale della rivoluzione iraniana. «Hanno ricevuto rispettivamente sette e sei anni ciascuno per aver collaborato con il governo ostile degli Stati Uniti. Poi cinque anni ciascuno per aver agito contro la sicurezza nazionale e ciascuno un anno di prigione per propaganda contro il sistema», ha riferito l'Irna. Gli avvocati delle giornaliste hanno respinto tutte le accuse, mentre l'Irna spiega che le sentenze possono essere appellate. 

Hamedi è stata arrestata dopo aver scattato una foto ai genitori di Mahsa Amini, abbracciati in un ospedale di Teheran dove la loro figlia giaceva in coma. Mohammadi è stata invece arrestata dopo aver seguito il funerale di Amini nella sua città natale curda, Saqez, dove sono iniziate le proteste. L'agenzia di stampa Mizan precisa che il tempo che le due giornaliste hanno già trascorso nel carcere di Evin verrà sottratto al periodo di detenzione previsto dalla sentenza.

La curdo-iraniana Mahsa Amini, di 22 anni, è morta il 16 settembre dello scorso anno dopo essere stata arrestata dalla polizia morale con l'accusa di aver indossato male l'hijab. Il suo decesso in custodia ha fatto nascere il movimento di protesta “Donna, vita e libertà” che ha portato avanti manifestazioni di protesta contro il regime a livello nazionale.

Iran, la morte di Armita fa poco rumore. La 16enne uccisa per un "no" al velo. Il regime rialza la testa grazie alla crisi internazionale. Gaia Cesare il 29 Ottobre 2023 su Il Giornale.

I capelli come un crimine. Da punire con le botte e seppellire con la morte, se si è avuto l'ardire di non coprirli. Armita è morta per questo a 16 anni, a Teheran, dopo 28 giorni di terapia intensiva. I capelli li aveva tagliati, corti all'occidentale, alle labbra aveva un piercing. Troppo audace per la Repubblica islamica dell'Iran, il regime che manda squadre di «poliziotti morali» a picchiare le ragazze se non indossano il velo, che le punisce fino a ucciderle. Armita Geravand è entrata senza hijab in metropolitana l'1 ottobre, per andare a scuola, con la sfacciataggine e voglia di ribellione dei suoi 16 anni. È stata trascinata incosciente, poco dopo, fuori dalla carrozza. «Nessun conflitto fisico o verbale», dicono le autorità. Eppure è finita in ospedale, in coma, e ieri è morta.

Era già successo a Mahsa Amini, un anno fa, deceduta a 22 anni dopo essere stata fermata dalla polizia morale di Teheran per una ciocca di capelli fuori posto. Il caso aveva dato vita alle più imponenti proteste contro il regime in molti decenni. Ora il copione si ripete. Fonti indipendenti riferiscono che dentro a quel vagone Armita è stata punita dalla «polizia morale» per il suo abbigliamento, perché non rispettava il codice imposto da un Paese in cui il diritto e la religione sono la stessa cosa, in cui la politica e l'islam radicale sono un tutt'uno.

Succede di nuovo, a un anno dal caso Mahsa. Con il solito carico di orrori, la madre arrestata, i parenti costretti a ripetere la versione del regime, è «stato un incidente», una caduta casuale. E con un nuovo carico di timori. Il mondo è sempre più preoccupato, e insieme anche distratto, dalla nuova guerra contro Israele provocata dai tagliagole islamisti di Hamas, foraggiati da Teheran. Il regime sta approfittando della crisi per rialzare la testa contro l'Occidente, aiutare economicamente e militarmente l'universo islamista, mentre continua feroce con la repressione degli oppositori all'interno.

Armita è morta e le autorità iraniane non vogliono concedere alla famiglia nemmeno la sepoltura a Kermanshah, ovest di Teheran, dove la ragazza era nata. Nessuna pietà per la ragazza e le volontà dei suoi cari, nemmeno da morta. È la linea di un Paese che considera gli Stati Uniti «il Grande Satana», che vuole la sparizione di Israele dalle mappe geografiche e foraggia i jihadisti anti-occidentali mentre aiuta sottobanco la Russia di Putin nella guerra all'Ucraina. I capelli scoperti di Armita erano una crimine. Perché la libertà è un crimine in Iran.

«Il sangue gocciola ancora dai foulard che ci avete sempre costretto a indossare nei film, nei bagni e in camera da letto», scrive l'attrice iraniana Taraneh Alidoosti, già finita agli arresti per una foto senza jihab e un cartello con slogan anti-regime «Donna, vita, libertà». Alidoosti resiste, dopo la stretta sul cinema del regime, che vuole bandire le attrici senza velo e minaccia i produttori di non concedere permessi se ingaggeranno artiste senza hijab. «Non indosserò mai quel pezzo di stoffa che ha ucciso le mie sorelle», è la promessa dell'attrice.

Armita resta in coma, e il regime iraniano arresta la madre. La donna voleva entrare nel reparto dell’ospedale di Teheran dove la figlia è ricoverata da domenica scorsa: secondo gli attivisti è stata picchiata dalla polizia morale perché non indossava il velo. Il Dubbio il 5 ottobre 2023

Voleva entrare nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Fajr di Teheran dove la figlia Armita è in coma da domenica scorsa. Ma la struttura, che appartiene all’esercito iraniano, è circondata da un impressionante cordone di polizia e di uomini della sicurezza che l’hanno fermata e messa immediatamente agli arresti.

Lo riferisce la ong per i diritti umani con sede in Norvegia Hengav, la stessa che aveva denunciato il brutale pestaggio della 16enne Armita Garavand da parte della polizia morale iraniana avvenuto lo scorso 1 ottobre. Era stata fermata in una stazione della metropolitana della capitale assieme a tre amiche perché non indossavano il velo islamico; la ragazza avrebbe protestato accesamente con gli agenti e per questo è stata spintonata a terra dove ha battuto la testa subendo un gravissimo trauma cranico.

«È stato un abbassamento di pressione», avevano detto le autorità, negando le violenze e mostrando un video in cui si vede Armita priva sensi sulla banchina del metrò mentre le amiche tentano di rianimarla. Ma l’alterco con la polizia è avvenuto all’interno di un vagone dove non ci sono telecamere a fornire testimonianza.

E aveva destato molto sospetto la docile reazione della famiglia che ha sposato la versione ufficiale parlando di «un malore». Secondo gli attivisti di Hengav gli agenti della polizia morale coinvolti nell’aggressione sarebbero irreperibili e negli scorsi giorni non si sono neanche presentati al lavoro.

Inoltre i familiari di Armita avrebbero subito pesanti minacce da parte del regime che gli ha imposto il silenzio nel timore che il caso possa risvegliare le proteste di piazza come era accaduto lo scorso anno con la curda Masha Amini, anche lei fermata perché non indossava il velo in modo corretto e poi morta in seguito alle percosse della polizia morale. «La storia si ripete, questa è la drammatica realtà che vivono le donne iraniane», ha commentato Sarah Raviani, avvocata iraniano-statunitense che ha npubblicato le immagini della giovane intubata nel suo letto di ospedale.

L’arresto della madre conferma che i parenti di Armita non sono affatto liberi di esprimersi e che le minacce sono dannatamente concrete, altro che propaganda dell’opposizione come sostengono gli ayatollah.

Il sito di opposizione IranWire racconta che anche gli amici i compagni di scuola e persino gli insegnanti della ragazza hanno subito intimidazioni da parte del regime: «Il direttore della sicurezza del ministero dell’Istruzione ha visitato la scuola di Armita Geravand e ha minacciato i suoi insegnanti. La condivisione di qualsiasi notizia o foto della giovane sui social media da parte dei suoi professori avrebbe comportato pesanti multe e la risoluzione immediata dei loro contratti, mentre per gli studenti c’è il divieto totale di condividere informazioni».

La vicenda, oltre a scuotere il mondo della dissidenza iraniana ha varcato i confini nazionali provocando reazioni e dichiarazioni indignate da parte di diversi esponenti politici occidentali, come ad esempio l’inviato speciale americano in Iran Abram Paley il quale si è detto «scioccato e indignato», o la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock che ha definito «insopportabile» l’aggressione della ragazza.

Sprezzante come di consueto la replica del regime sciita: «Invece di fare commenti interventisti e di parte e di esprimere una preoccupazione insincera per le donne e le ragazze iraniane, farebbero meglio a preoccuparsi del personale sanitario statunitense, tedesco e britannico, dei pazienti e di affrontare la loro situazione» ha tuonato il ministro degli Esteri iraniano Nasser Kanani in un post pubblicato su X (ex Twitter) in cui fa riferimento agli scioperi del personale medico attualmente in corso negli stati Uniti, in Germania e in Inghilterra.

La Cia rivela il nome del secondo agente della missione Argo in Iran. Storia di Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera sabato 16 settembre 2023.

Per la prima volta, la Cia ha rivelato l’identità di un secondo ufficiale che ha svolto un ruolo chiave in una missione di salvataggio in Iran nel 1980, proprio nel pieno della rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. L’operazione consisteva nel far uscire dal Paese sei diplomatici statunitensi travestiti da troupe cinematografica. Il gruppo era assistito da due agenti della Cia. La missione fu così rocambolesca che ispirò il film premio Oscar . uscito nel 2012 con protagonista Ben Affleck.

La storia è conosciuta. Con l’aiuto del Canada, i due ufficiali della CIA e i sei funzionari americani finsero di essere alla ricerca di luoghi in cui girare un film di fantascienza di nome Argo. E alla fine riuscirono a sfuggire ai servizi di sicurezza iraniani ed imbarcarsi per Zurigo. Finora si conosceva solo il nome di uno degli agenti, lo specialista in travestimenti e falsificazioni Tony Mendez, morto nel 2019, ma adesso la Cia ha svelato anche l’identità del secondo ufficiale. Si tratta di Ed Johnson, esperto in estrazioni segrete, conosciuto anche dalla moglie di Mendez, Jonna, anche lei agente segreta, che lo ha descritto alla come «linguista straordinariamente abile», esperto nella creazione di documenti falsi. «Sembrava essere perfettamente adatto al lavoro che stava svolgendo», ha raccontato.

La rivelazione è stata fatta lo scorso 14 settembre nell’episodio del podcast «Langley Files», in cui la Cia ha rivelato particolari inediti della missione, forniti proprio da Johnson. La parte più difficile dell’operazione, secondo quanto raccontato, è stata convincere i diplomatici che sarebbero riusciti ad ingannare gli iraniani e a passare per una troupe cinematografica. «Loro erano persone che non erano addestrate a mentire alle autorità» ha detto Johnson. L’agente segreto, che aveva una vasta esperienza del Medio Oriente, parla numerose lingue, tra cui l’arabo, ma non il farsi, l’idioma ufficiale in Iran. Tuttavia gli tornò utile il tedesco quando lui e Mendez si ritrovarono involontariamente, proprio di fronte all’ambasciata americana allora occupata, dove 52 cittadini statunitensi erano stati presi in ostaggio nel 1979 (saranno rilasciati solo nel 1981, dopo 444 giorni). Lì, una guardia iraniana di lingua tedesca aiutò le due spie a trovare un taxi per andare all’ambasciata canadese dove si erano rifugiati anche i sei diplomatici. «Devo ringraziare gli iraniani per essere stati il faro che ci ha portato nel posto giusto», ha detto Johnson nell’intervista alla Cia.

Nel film del 2012, la fuga del gruppo dall’Iran avviene sul filo del rasoio con le truppe iraniane che tentano di inseguire l’aereo. La realtà, ha ricordato Johnson, è stata molto meno movimentata, i diplomatici erano rilassati e «fiduciosi» durante le fasi finali della missione.

(ANSA sabato 16 settembre 2023) - Amjad Amini, il padre di Mahsa, morta esattamente un anno fa a Teheran dopo essere stata messa in custodia dalla polizia morale perché non portava il velo in modo corretto, è stato arrestato mentre lasciava la sua abitazione a Saqqez. Lo fanno sapere la ong 'Hengaw' e vari account di dissidenti iraniani sui social media. Nei giorni scorsi, con l'avvicinarsi dell'anniversario della morte della figlia e delle proteste antigovernative che esplosero subito dopo, l'uomo era stato messo sotto sorveglianza e gli era stato chiesto di non tenere cerimonie per commemorare Mahsa.

Estratto dell’articolo di Massimo Giannini per “La Stampa” sabato 16 settembre 2023.

È passato un anno, e quel 16 settembre 2022 ci è rimasto nella mente e nel cuore. Con il brutale assassinio di Mahsa Amini un'altra "primavera araba" è annegata nel sangue, versato da un regime islamico ottuso e criminale. Quando la Polizia Morale di un Paese che si finge "democratico" massacra una studentessa di 22 anni perché non indossa correttamente il velo, la Storia segna un punto di non ritorno. […] 

Migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi arrestati, torturati, uccisi, solo perché sognano, e gridano "Donna, vita, libertà". Per svegliare le nostre coscienze intorpidite, noi della Stampa lanciammo a gennaio una raccolta di firme, che in pochi giorni diventarono 100 mila, poi 200 mila, poi 300 mila, poi molte di più. 

Aderirono scrittori, intellettuali, artisti, e tanti tanti normali cittadini, indignati come noi di fronte all'orrore perpetrato dai "Guardiani della Rivoluzione", che in seguito alle proteste ormai diffuse in tutto il Paese avevano appena condannato a morte un'insegnante, Fahimeh, madre di due bambini, "colpevole" di non aver obbedito a un ordine durante una manifestazione.

Un'altra mostruosa, disumana follia degli Ayatollah, che nei mesi successivi si sarebbe ripetuta tante e tante volte. Per questo, in un sabato grigio di fine gennaio, manifestammo di fronte all'Ambasciata di Teheran a Roma, insieme alla comunità iraniana fuggita dalla mattanza. Nessuno ci aprì le porte né ci volle ascoltare, come immaginavamo. Ma noi lasciammo lo stesso, davanti alla sede diplomatica, gli scatoloni con le quasi 400 mila firme raccolte. Sparirono in fretta, forse bruciate in un forno, forse buttate in un cassonetto. Da allora quasi nulla è cambiato. La gioventù iraniana ha continuato a protestare e a morire, Ali Khamenei ha continuato ad arrestare e a impiccare. L'Occidente ha continuato a ignorare e rimuovere.

[…] Continuiamo a credere che i capi di Stato e di governo abbiano il dovere etico e politico di non lasciare sole le donne come Mahsa Amini, che continuano a combattere per i loro diritti, la loro dignità. […]

Un anno dopo la morte di Mahsa Amini, in Iran la protesta contro il velo è diventata quotidiana

Le manifestazioni delle prime settimane sono cessate, ma il cambiamento dei costumi e la ribellione a questa imposizione sono entrate nel sentimento comune e nella vita di tutti i giorni. Come dimostrano le immagini delle telecamere di sicurezza installate dal regime e raccolte dall'artista Gaia Light. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 15 settembre 2023  

Più di 500 persone sono morte. Quasi 20 mila sono state arrestate: a un anno dalla morte di Mahsa Amini, il 16 settembre 2022, che ha dato il via all'enorme ondata di proteste che ha scosso l’Iran, forse le più pericolose per la tenuta Governo dalla Rivoluzione islamica del 1979, il bilancio della repressione è triste. Ma controverso.  

Non c’è stato alcun cambiamento politico, la polizia morale è tornata a perseguire le donne che non rispettano il codice di abbigliamento, centinaia di nuove telecamere sono state installate lungo le strade delle città per scovare chi non indossa l’hijab. Oltre agli arresti e alle esecuzioni che sono cresciute del 75 per cento in un anno, le autorità iraniane hanno utilizzato altre misure coercitive per inibire i cittadini, fermare le manifestazioni. Per schiacciare il desiderio di libertà di un popolo costretto da anni a vivere una doppia vita, una privata e l’altra in società: intimidazione via sms, negazione dei dritti civili, chiusura delle attività commerciali che fanno entrare le donne senza il velo. 

Eppure il grido «donna, vita, libertà», non si è spento. Con la morte della 22enne curda arrestata a Tehran per aver indossato in modo improprio l’hijab, avvenuta mentre era in custodia della polizia morale, quello slogan è diventato un movimento che si è diffuso in tutto il mondo. E le proteste scoppiate il giorno del suo funerale si sono trasformate nel simbolo della lotta per la libertà del popolo iraniano. In piazza e su internet. Se da un lato a un anno dall’uccisione di Amini le grandi manifestazioni di piazza non ci sono più - e la repressione da parte del governo della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei aumenta di pari passo con gli arresti, i posti di blocco, il controllo - dall’altro la protesta ha permeato la società iraniana, si è fatta quotidiana. Con decine di azioni di disobbedienza civile che trasformano la realtà di tutti i giorni. Soprattutto grazie alla resistenza delle donne. «Non riesco a rimettere il velo dopo così tante vite perse. Le ragazze adolescenti ci hanno insegnato quanto sia ridicolo accettare i dettami di chi detiene il potere riguardo al nostro abbigliamento. Dire no alla sottomissione inizia con il rifiuto del velo», spiega una nota attrice che preferisce restare anonima, intervistata dal quotidiano francese Le Monde.

La repressione non è stata in grado di fermare il cambiamento culturale in atto: le donne cantano, ballano in pubblico. Bruciano il velo, non si arrendono. Sciolgono i capelli e camminano fiere lungo le strade, come si capisce anche dalle immagini scattate dall'artista Gaia Light che da un anno cattura la vita quotidiana nelle principali città iraniane, accedendo ai circuiti delle telecamere di videosorveglianza che il regime implementa per controllare la popolazione. «Iran Unveiled costruisce una riflessione sulla smania di controllo che caratterizza la contemporaneità per mostrare le falle e le ambiguità del sistema della sorveglianza di massa, rivelandone la debolezza. Evidenziando l’ipocrisia di un regime che vuole sorvegliare e finisce per essere sorvegliato», chiarisce Gaia Light.

Così un sistema pensato per opprimere diventa uno strumento utile nelle mani di chi lotta per abbatterlo. Mette sotto gli occhi di tutti la realtà di un Paese che cambia: migliaia di donne che ostinatamente resistono. E promuovono la trasformazione sociale giorno dopo giorno entrando a scuola, in un centro commerciale, in ufficio, camminando per strada senza velo. Con coraggio.

Mahsa uccisa un anno fa. Gli iraniani senza fede ma il regime è più forte dei sogni di democrazia. L'omicidio della ragazza ha spinto in piazza le folle, oggi solo il 15% crede negli ayatollah, ma Teheran ha stroncato il dissenso: 500 civili uccisi e migliaia di arresti. L'unica crepa: la successione di Khamenei. Gian Micalessin il 15 Settembre 2023 su Il Giornale. 

Cinquecento dimostranti - tra cui ben 71 minorenni - ammazzati come cani. Centinaia di loro compagni feriti, migliaia di arresti e almeno sette dissidenti mandati alla forca. Il tutto mentre sul terreno si raccoglievano i cadaveri di dozzine di esponenti delle forze di sicurezza. È il terribile bilancio dei mesi di rabbia ed esasperazione che hanno sconvolto l'Iran dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne curda ammazzata di botte lo scorso 16 settembre da una pattuglia della «Polizia della Morale». Un assassinio tanto brutale quanto inutile consumatosi durante il trasferimento in caserma della ragazza curda sorpresa senza velo dopo un controllo alle porte di Teheran. Inaspettatamente la morte di quella ragazza innocente, estranea alla politica e mai entrata in contatto con i movimenti di opposizione, spinge in piazza migliaia di dimostranti. E per tre mesi a Teheran e in molte altre città vivono un clima di aperta rivolta. Ad un anno di distanza, però, la rabbia e la voglia di libertà che innescarono quelle proteste sembrano riassorbite. Anche ieri notte, in alcuni quartieri di Teheran, i residenti hanno intonato slogan contro la Repubblica islamica, ma le parole d'ordine «Donna, vita, libertà» e «Morte al dittatore» che spingevano i dimostranti a sfidare morte e repressione appaiono cancellate. La vita resta improntata ai principi dell'Islam sciita. La libertà rimane un sogno. E ovunque regna nuovamente il tetro ordine della legge islamica.

Anche perché la «Polizia della Morale» - ritirata per qualche mese dalle strade - è tornata ad imporre velo e punizioni corporali alle donne. Il tutto mentre il «dittatore» - o meglio la Suprema Guida Alì Khamenei - resta nonostante acciacchi ed età saldamente al comando. Il sistema di potere garante della sua autorità e della sopravvivenza della Repubblica Islamica non è stato, infatti, minimamente scalfito dai moti di piazza. In tutto ciò affermare che rabbia, voglia di libertà e malcontento sono stati completamente cancellati sarebbe, però, un'esagerazione. Secondo un rilevamento su un campione di 158mila residenti in Iran effettuato da Gamaan, un istituto di ricerca basato in Olanda, solo il 15 per cento della popolazione crede ancora nella Repubblica Islamica fondata dall'ayatollah Ruhollah Khomeini. L'81% si dice deciso ad abolirla mentre un 4 per cento resta incerto e dubbioso. Fra quell'81% di potenziali oppositori il 28% sogna una repubblica presidenziale, il 12% la preferirebbe parlamentare e il 25 % invoca un ritorno allo monarchia dello Scià mitigata da riforme costituzionali.

Già le divisioni tra monarchici e repubblicani la dicono lunga sulla difficoltà di dar vita ad un movimento d'opposizione capace di raccogliere i mutevoli consensi della maggioranza silenziosa iraniana. Il tutto in un panorama politico e sociale dove non esistono leader pronti a guidare un'eventuale alternativa al «dittatore» e al suo potere. Anche perché quelli emersi in passato sono spesso reduci dello stesso movimento khomeinista. E in ogni caso a nessuno di loro è concessa libertà di pensiero o azione. L'esempio più rilevante è quello di Mehdi Karroubi. Il religioso, ex-compagno di lotta dell'ayatollah Khomeini trasformatosi nel 2009 in padre spirituale del cosiddetto «movimento verde», è da oltre 12 anni agli arresti domiciliari, ma si è sempre guardato dall'invocare la fine della Repubblica islamica. L'unico ad averlo fatto, proprio dopo gli scontri dello scorso autunno, è stato l'ex primo ministro Mir-Hossein Mousavi, il candidato che nel 2009 sfido il presidente Ahmadinejadi alle presidenziali e guidò con Karroubi la protesta verde. Una conversione di scarso valore pratico visto che pure lui è segregato in casa da oltre un decennio. All'assenza di leader riconosciuti dell'opposizione si contrappongono la sperimentata pervasività e la sinistra efficienza dell'apparato repressivo che da 44 anni garantisce la sopravvivenza del sistema. Al centro di quell'apparato restano i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione tempratesi nelle rivolte contro lo Scià e nella sanguinosa guerra con l'Iraq. I loro capi, seppur stagionati, garantiscono una fedeltà totale alla Suprema Guida e al regime. Fedeltà incarnata anche dai «basiji» le «forze di mobilitazione», articolazione del corpo dei Pasdaran, capaci mettere in campo 600mila volontari e qualche milione di riservisti. Una forza implacabile nel reprimere qualsiasi rivolta interna che - come già nel 2009 quando spazzò via il movimento verde di Karroubi e Moussavi - fa della spietata e incontrollata violenza l'elemento determinante per spegnere la protesta.

In tutto ciò l'ipotesi di un cambio di regime invocata da molti dimostranti resta un sogno lontano. E questo nonostante il peso delle sanzioni, il generalizzato malcontento popolare e le fallimentari politiche del presidente Ebrahim Raisi criticato persino dai conservatori per l'incapacità di tenere a freno inflazione e svalutazione. Anche l'ipotesi di un intervento esterno guidato da un' Israele preoccupata dalla corsa al nucleare di Teheran sta perdendo spessore. La sostanziale alleanza di Teheran con Mosca sul fronte dell'Ucraina, l'atteggiamento molto prudente di Gerusalemme nei confronti di una Russia con cui ha precisi accordi sul fronte siriano e i timori di un'inarrestabile allargamento del conflitto stanno spingendo Washington a riaprire le intese sul nucleare con Teheran. Insomma se vogliamo guardare ai fattori capaci di incrinare la monolitica saldezza dimostrata fin qui dalla Repubblica Islamica bisogna guardare ad un corto circuito capace d'innescare una lotta ai vertici. Su quel fronte il principale appuntamento riguarda la successione all'84enne Alì Khamenei. Una successione che già oggi divide i vertici del clero sciita preoccupati per la possibile scelta della Suprema Guida di lasciare il posto al figlio Mojtaba. Per molti ayatollah quel rampollo 54enne, promosso al ruolo di consigliere del padre dopo gli studi nelle scuole religiose di Qom resta inadeguato a ricoprire la carica di supremo interprete del pensiero politico e religioso. Ma a fronte delle contestate carenze dottrinali Mojtaba Khamenei vanta un solidissimo rapporto con i vertici dell'intelligence e dei Pasdaran. Dunque se la «dottrina» latita, la «forza» è saldamente con lui. E questo in Iran continua a fare la differenza.

Evita la pena capitale ma muore in carcere: la furia dei pasdaran contro l'attivista. Secondo Amnesty International, il 35enne Javad Rouhi sarebbe stato sottoposto in carcere ad abusi e torture di vario tipo, tra cui pestaggi, frustate ed elettroshock. Iran Human Rights chiede un'indagine delle Nazioni Unite. Massimo Balsamo l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

La furia dei pasdaran scuote l'Iran. È morto in carcere l'attivista Javad Rouhi, uno dei manifestanti arrestati nel corso delle proteste per l'assassinio della giovane Mahsa Amini. Il 35enne era stato condannato alla pena capitale per varie accuse relative alla sua partecipazione alle manifestazioni ma lo scorso maggio la Corte Suprema aveva annullato la condanna, chiedendo che il processo venisse svolto nuovamente. Secondo i funzionari iraniani, Rouhi sarebbe morto a causa di"cure ospedaliere inefficaci" dopo aver avuto una "crisi" in prigione, ma gli attivisti puntano il dito contro le autorità.

"Sfortunatamente, Javad Rouhi è morto nonostante l'intervento del personale medico ed è stata avviata un'indagine per accertare le cause della morte", quanto riferito nella giornata di giovedì da Mizan, sito di notizie della magistratura iraniana. Ma, in base a quanto riportato dalla Bbc, già un'ora prima dell'annuncio ufficiale diversi attivisti per i diritti umani avevano annunciato la morte di Rouhi sui social network, accusando le autorità giudiziarie e di sicurezza di"averlo ucciso".

Giudicato colpevole di aver guidato i rivoltosi, distrutto proprietà e apostasia - per aver bruciato un Corano durante una manifestazione - Rouhi aveva ricevuto tre condanne a morte da un tribunale di Nowshahr, una città nel nord dell'Iran. Come anticipato, la sentenza è stata annullata dalla Corte Suprema del Paese a maggio, deferendo il caso ad un altro tribunale per una nuova valutazione. Questo non avrebbe fermato i pasdaran: secondo quanto reso noto da Amnesty International, Rouhi non soffriva di alcun tipo di malattia prima della carcerazione e la sua morte non sarebbe dovuta a cause naturali. E soprattutto il 35enne"è stato sottoposto in carcere ad abusi e torture di vario tipo, tra cui pestaggi, frustate ed elettroshock": "Javad Rouhi ha riportato lesioni alla cuffia dei rotatori, incontinenza urinaria, complicazioni digestive, problemi di deambulazione e gli è stato negato l'accesso a cure sanitarie adeguate".

Il caso di Rouhi deve essere indagato in modo efficace e indipendente secondo la Ong, che ha chiesto inoltre che le autorità iraniane vengano perseguite in quanto "ragionevolmente sospettate di responsabilità penale per crimini previsti dal diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani". Sulla stessa lunghezza d'onda Iran Human Rights: l'organizzazione ha chiesto "alla Missione d'inchiesta delle Nazioni Unite (FFM) di indagare sulla sua morte". Il direttore Mahmood Amiry-Moghaddam ha dichiarato: "La morte di Javad Rouhi deve essere indagata come omicidio extragiudiziale in carcere dalla Missione d'inchiesta delle Nazioni Unite. Ali Khamenei insieme a tutti gli individui e le organizzazioni coinvolte nel suo arresto, nelle torture e nella detenzione sono responsabili della sua morte e devono essere chiamati a risponderne".

Estratto da repubblica.it giovedì 31 agosto 2023.

Squalificato a vita per aver stretto la mano a un avversario. È quello che è accaduto a Mustafa Rajaei, sollevatore di pesi iraniano, solo per essersi complimentato con Maksim Svirsky in un campionato mondiale Master in Polonia.  […] Svirsky è ebreo d’Israele, Paese non riconosciuto dall’Iran. Secondo: per la federazione iraniana aver visto le due bandiere vicine, una accanto all'altra, deve essere stato insopportabile. […] 

La Federazione sollevamento pesi iraniana non si è fermata all’atleta: ha sciolto il comitato per i sollevatori di pesi veterani e licenziato Hamid Salehinia, il capo della delegazione alla competizione in Polonia, colpevole di non aver vigilato a dovere. […]

“Sono scioccato” ha detto Svirsky. L’atleta israeliano ha confessato il suo stupore. “Non avrei mai immaginato che il mio incontro con l’iraniano sul podio avrebbe avuto conseguenze di così vasta portata. È semplicemente stupido. È un peccato che la politica venga trasportata nello sport: non avrei dovuto salire sul podio e stringergli la mano? Ho stretto la mano al vincitore austriaco e anche a Rajaei, che è arrivato secondo”.

Il regime iraniano spegne la voce del cantante rap Toomaj Salehi. L’artista 33enne condannato a sei anni e mezzo per “corruzione in terra”. Nei testi delle sue canzoni le aspre critiche al potere degli ayatollah. Alessandro Fioroni su Il Dubbio l'11 luglio 2023

«Tutto il tuo passato è oscuro ... Quarantaquattro anni del tuo governo, questo è l'anno del fallimento». Così cantava e per questi versi è ricordato e amato da tanti giovani iraniani il rapper Toomaj Salehi.

La sua voce è stata spenta con la forza dalle autorità quando è stato incarcerato il 30 ottobre dello scorso anno per aver partecipato alle massicce proteste di piazza esplose all'indomani della morte di Msha Amini, la ragazza curda morta nelle mani della polizia morale.

Lunedì scorso il rapper 33enne si è visto infliggere una condanna a sei anni e tre mesi di prigione. Le accuse formulate dalla magistratura controllata dagli ayatollah sono quelle che hanno già portato in carcere migliaia di ragazzi e ragazze per la loro opposizione al potere della teocrazia islamica: diffusione di corruzione sulla Terra, aver violato le leggi della Sharia.

E poi cooperazione con stati ostili contro la Repubblica islamica, propaganda contro il sistema, formazione di gruppi illegali per minare la sicurezza, diffusione di menzogne per fomentare l’opinione pubblica attraverso i social network e incoraggiamento verso altre persone a mettere in atto azioni violente.

Un castello accusatorio tale da far rischiare a Toomaj la pena di morte. Il regime infatti ha usato le esecuzioni come deterrente per intimorire la protesta e nelle mani del boia sono finite almeno sette persone accusate anch'esse di aver attaccato le forze di sicurezza.

In molti casi le pene sono state comminate nel corso di processi farsa celebrati in tribunali segreti dove agli imputati è stato negato il diritto di difendersi e di avere un'assistenza legale.

La condanna di Toomaj Salehi rientra nella repressione totale contro chiunque esprima le sue critiche in qualsiasi maniera; l'inquisizione del regime islamico (il ministero della Cultura e della Guida islamica), ha caratteri medievali ma ai censori non sfugge che la pervasività dei versi uniti alla diffusione che corre sui social rappresentano un pericolo soprattutto per l attenzione suscitata nei giovani. Diversi rapper sono stati arrestati negli ultimi anni, mentre altri hanno scelto di vivere in esilio. Come nel caso di colui che è considerato il capostipite della cultura hip hop in Iran, il celebre Hichkas, anche lui fuggito all'estero.

Non a caso Salehi era da tempo nel mirino delle autorità per i suoi testi, nelle sue parole la rabbia per la corruzione, la repressione e ingiustizia in Iran. Già nel 2o21 era stato arrestato e rilasciato dopo pochi giorni su cauzione: al contrario di questa volta, a liberarlo fu una vasta campagna partita dalla società civile. Toomaj non ha mai nascosto di sentire a rischio la propria libertà fin dall'inizio delle proteste, per questo aveva deciso di nascondersi, ma non di lasciare l'Iran.

Infatti venne tratto in arresto nella provincia di Chaharmahal Bakhtiari, la sua sorte era stata immediatamente resa nota grazie a suo zio Iqbal Iqbali il quale aveva fatto sapere che Salehi era stato condotto in un primo momento alla prigione Dastgerd a Isfahan. A quel punto le autorità avevano fatto circolare sui media ufficiali, una foto a scopo propagandistico nella quale si vedeva il rapper bendato e in stato di detenzione mentre veniva caricato su un'autovettura.

Trasferito nel famigerato penitenziario di Evin a Teheran Toomaj era finito nel buco nero della mancanza di notizie, una tecnica gia ben serimentata nei confronti di altri oppositori politici.

Il rapper era ricomparso dopo qualche tempo in un video nel quale confessava le sue presunte colpe in maniera del tutto strumentale.

Nelle immagini diceva di pentirsi e di scusarsi con il popolo iraniano per aver sbagliato. Subito inizio un altra campagna in Farsi, la lingua parlata da 77 milioni di persone in Medio Oriente, per non condividere il filmato.

Iran, polizia "morale" in strada per fermare le donne senza velo. In Iran ristabiliti i pattugliamenti per sanzionare le donne che, sempre più numerose, non portano il velo islamico nei luoghi pubblici. Orlando Sacchelli

il 16 Luglio 2023 su Il Giornale.

Non è cambiato nulla in Iran, nonostante mesi e mesi di proteste. La polizia torna a pattugliare le strade per individuare e punire le donne che non indossano l’hijab. La notizia, comunicata dalla tv di Stato, è stata data dal portavoce della polizia, Saeed Montazermahdi. Queste particolari pattuglie, istituite dopo la Rivoluzione islamica di Khomeyni del 1979, erano scomparse dalle strade dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre la giovane 22enne era tenuta in custodia dalla polizia dopo il suo arresto avvenuto nel settembre 2022. Quella morte aveva scatenato proteste enormi in Iran, attirando l'attenzione dei media di tutto il mondo. Ma la morsa del regime è tornata a stringersi sulla popolazione. "Coloro che non rispettano le regole saranno perseguiti dalla magistratura", ha tenuto a precisare Montazermahdi.

Le manifestazioni di protesta contro il regime di Teheran si sono via via ridotte, col passare dei mesi, ma non per il venir meno del desiderio di lottare da parte degli iraniani. La durissima repressione ha stremato la popolazione: si parla di quasi ventimila persone sbattute in carcere, senza troppi giri di parole e figuriamoci quali diritti di difesa, per non dire degli oltre cinquecento manifestanti morti in piazza. Una vera e propria carneficina. Nonostante questo fiume di sangue molte donne hanno continuato a protestare, in silenzio, camminando per strada senza velo sulla testa. Una sfida insopportabile per il regime, che ora si vendica rimettendo indietro le lancette della storia.

Un'attrice, Azadeh Samadi, ha subito l'oscuramento dai social network. Il motivo? Si era presentata al funerale di un regista con in testa un cappellino da baseball (quindi, a ben vedere, con il capo coperto, anche se non dal velo). Arrestata, insieme alla collega Leila Bloukat, la donna in tribunale è stata definita "affetta da disturbo di personalità anti-sociale".

E pensare che lo scorso dicembre, nel pieno delle proteste, era circolata la notizia secondo cui la "Polizia morale" sarebbe stata presto abolita. Invece, in piena estate, torna a funzionare come e più di prima.

Grido di libertà. Care femministe, non dimenticatevi della protesta in Iran. Golshifteh Farahani su L'Inkiesta l'11 Maggio 2023

Le iraniane stanno combattendo per loro stesse, ma anche per tutte le altre donne. e hanno bisogno di molte più voci che si alzino in loro sostegno. rimanere silenziosi è essere complici

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

Care femministe di tutto il mondo io sono un’attrice e artista iraniana. Vivo in esilio dal 2008 e cioè da quando ho recitato nel film Nessuna verità di Ridley Scott e le autorità iraniane mi hanno accusato di lavorare per la Cia. Scrivo a nome delle impavide ragazze e degli uomini che si stanno sollevando contro l’oppressione e la disuguaglianza in Iran. Da esiliata non ho l’autorevolezza per rappresentare queste rivolte coraggiose. Sto solo cercando di fare da cassa di risonanza dei sentimenti delle mie sorelle e dei miei fratelli per aiutare il mondo intero a comprendere che cosa sta succedendo. Voglio tradurre una lingua straniera – e non solo le parole ma il loro vero significato. Il fatto chi io sia stata in Iran fino a quando ho avuto venticinque anni e che poi abbia vissuto in esilio per i successivi quattordici, mi rende una sorta di ponte tra due culture molto diverse che hanno però più cose in comune di quanti molti in Occidente possano pensare. E questo è particolarmente vero per la Generazione X, il gruppo di giovani che sono nati tra il 1997 e il 2012 e che sono la forza trainante dell’attuale rivoluzione.

Lasciatemi iniziare dicendo che capisco che ci sia voluto tanto tempo perché molti in Occidente si accorgessero della rivoluzione storica che si sta svolgendo nel mio Paese. La mia casa, l’Iran, si trova in una delle zone del mondo più difficili da capire. Giusto e sbagliato spesso trascolorano confondendosi e il mio popolo vive una grave sofferenza. Benché l’Iran sia, per molti versi, la culla della moderna civiltà umana, il suo tessuto politico, culturale, sociale e religioso è il più complesso che si possa immaginare. E in Iran, forse più di quanto non accada in qualunque altro luogo del mondo, le contraddizioni attraversano in profondità le classi sociali, i gruppi di età e persino le stesse famiglie.

Le contraddizioni e la confusione che si trovano nella politica e nella cultura del Medio Oriente non sono altro che un riflesso ingigantito delle contraddizioni e della confusione che dominano ovunque il dibattito per quanto riguarda alcuni importanti temi globali. Invece che di cose giuste e cose sbagliate e di un bianco-e-nero facile da comprendere, il mondo sembra fatto di un infinito spettro di sfumature di grigio – o dei colori di un arcobaleno, come personalmente preferisco pensare. E allora perché questa rivolta è diversa? Perché questa volta non ci sono sfumature di grigio. Quello che la Generazione Z iraniana vuole è molto semplice: la libertà. Libertà di scelta. Libertà per le donne iraniane di comportarsi, di vestirsi, di comportarsi, di camminare e di parlare come vogliono e cioè come fanno gli uomini.

Non c’è il coinvolgimento di una qualche precisa ideologia né di alcun movimento politico formale, di sinistra o di destra. La semplicità della richiesta di libertà è ciò che la rende così potente. Non ci sono due punti di vista diversi. Non c’è nessuna discussione complessa. Non c’è spazio per la confusione. Credo che questa sia la ragione per la quale precedenti rivolte, soppresse con ancor maggiore violenza e brutalità, non hanno avuto successo e non hanno suscitato la stessa attenzione nel resto del mondo. Dal momento che ci sono molte opinioni infondate sulla parte del mondo da cui provengo, scommetto che sia difficile credere che essa possa diventare anche una fonte di ispirazione. Siamo abituati a sentire di terroristi che si fanno saltare per aria. Abbiamo letto delle pratiche medievali dello Stato islamico e dei talebani.

Abbiamo visto reportage in televisione che mostravano donne coperte dalla testa ai piedi, alle quali non era consentito andare in bicicletta o guidare automobili. Quello che in Occidente non vedete è che la nostra Generazione Z è molto simile alla vostra: i ragazzi che ne fanno parte postano video su TikTok, seguono i loro idoli su Instagram e amano cantare, ballare ed essere felici. Cercano un significato spirituale in un mondo che li confonde. E ora ne hanno abbastanza di vivere questa doppia vita – una vita in cui fanno esperienza della libertà soltanto nel mondo virtuale o dietro porte chiuse e in cui le ragazze sono costrette a coprire i loro capelli in pubblico come se vivessero nel Medioevo.

Fin dall’inizio di questa rivoluzione mi sono domandata perché molte importanti femministe occidentali che difendono i diritti delle donne siano rimaste silenziose, come se facessero fatica a esprimere pubblicamente il loro supporto per la nostra rivoluzione. Avendo vissuto in Occidente per così tanto tempo, capisco bene quanto debba essere difficile per queste femministe comprendere la profondità e l’importanza storica di ciò che sta avvenendo in Iran.

Vorrei dare il benvenuto a un vostro cambio di atteggiamento. E mi sento costretta a dirvi che nei primi giorni della loro durissima lotta le mie sorelle si sono sentite abbandonate dalle grandi femministe occidentali. Il silenzio da parte di quelle donne potenti è stato per loro incomprensibile. Si sono domandate come mai degli uomini come Trevor Noah, Justin Bieber o Chris Martin e i componenti dei Coldplay avessero subito manifestato ad alta voce il loro supporto e invece non troppe donne famose avessero fatto altrettanto. Com’e possibile che delle ragazze in Iran – e tra esse la sedicenne Nika Shakarami e la ventiduenne Mahsa Amini – siano state assassinate brutalmente e che molte donne americane, che sono state in prima fila nei più importanti movimenti femministi, siano rimaste in silenzio?

Ciò che sta avvenendo in Iran è una lotta per la libertà e l’uguaglianza. Non è una lotta contro l’hijab o contro gli uomini. È una lotta contro l’ignoranza. E questo è il motivo per il quale è condotta dagli uomini altrettanto che dalle donne. Per molti versi, le mie sorelle stanno combattendo la loro battaglia anche per tutte le altre donne – per i loro diritti e per l’uguaglianza. L’unica differenza è che loro rischiano ogni giorno le loro vite. E potete stare certi che le ripercussioni di questo movimento non si fermeranno ai confini dell’Iran, ma influenzeranno l’intera regione, dando speranza ad altre donne che non possono neppure sognarsi di alzare la loro voce contro tutti i diversi tipi di oppressione con i quali devono misurarsi ogni giorno della loro vita. Ma senza di voi questo movimento andrà in pezzi.

Non abbiamo bisogno di un intervento militare. E molti in Medio Oriente guardano con sospetto persino gli interventi politici. Il ricordo del coinvolgimento degli stranieri nel golpe del 1953 contro il primo ministro iraniano Muhammad Mossadeq è profondamente radicato nella psicologia degli iraniani. Un movimento come questo ha bisogno che si alzino voci in suo sostegno. Rimanere silenziosi è essere complici. Per come la vedo io, se ignorate le donne iraniane e la loro rivolta coraggiosa significa che state voltando la schiena a secoli di lotta delle donne per la libertà e l’uguaglianza.

Quelle donne sottoterra. Mazar-i-Sharif, viaggio nelle aziende segrete dell’Afghanistan. FRANCESCA BORRI su La Gazzetta del Mezzogiorno il  29 marzo 2023.

Dietro il secondo cancello in ferro, non c’è che una scala stretta e ripida, e un po’ scalcinata. E da giù, arriva un suono metallico come di acqua che gocciola. Come di tubi. Ma non sono tubi. Sono Singer. Scosti una tenda rossa: e trovi sei sarte. Trovi una delle aziende segrete dell’Afghanistan.

Quando i talebani sono tornati al potere, Najma Abeel ha chiuso il suo atelier nel centro di Mazar-i-Sharif, e si è trasferita qui: nello scantinato di un anonimo condominio di periferia. Ha iniziato dieci anni fa, con cento dollari, e oggi ha sedici dipendenti. E i suoi abiti sofisticati sono ancora molto richiesti. «Invece che nel mio atelier, e a Kabul, vendo online. Vendo su Instagram. Ma non è la stessa cosa. Non è così facile», dice. Stare sul web implica competenze di marketing che non ha. E tempo, risorse. Ha perso metà del fatturato. «Si parla tanto delle afghane, di solidarietà, ma poi, in concreto, l’unico aiuto è un visto Schengen per andare via. E che aiuto è? Qui mi sono creata un mio spazio. Cosa farei, in Europa? Abiti afghani che nessuno vorrebbe?», dice. «Verrò: ma da stilista. Non da rifugiata».

Mazar-i-Sharif ha l’aria di sempre. Il suo nome significa «Santuario dell’Illustre», più o meno, perché la sua Moschea Blu si dice sia la tomba di Ali, il fondatore dell’Islam sciita: ed è un via vai di pellegrini, tutto il giorno. Tutti i giorni. Solo dopo un po’ noti che per strada, sono tutti uomini. Ma le afghane non sono a casa: sono sottoterra. Negli scantinati, nei sottoscala. In fondo ai cortili, nel retro di un ufficio. Dietro doppie, triple porte. Finte pareti. Islamic Relief, una ONG inglese, ha finanziato 400 imprenditrici con mille dollari l’una. Abbastanza per ricomprare stoffe, telai, concimi, per riadattare uno spiazzo di erba a orto, un magazzino a oreficeria: e ripartire - invece che partire.

Ma in realtà, non è solo questione di talebani. «A leggere la stampa internazionale, il problema qui è il burqa. Ma onestamente, ho l’hijab e basta. Come prima. Come tutte. E se sei in jeans, non è che ti fermano. Il mio primo problema sono le sanzioni», dice Mahbouba Zamani, figlia, nipote e pronipote di tessitori di tappeti. Si è specializzata in Iran, e ha clienti in mezzo mondo. «Ora che tutta l’attenzione è per l’Ucraina, nessuno neppure sa delle sanzioni. Ma il sistema bancario è bloccato. E per me che esporto tutto, è un disastro». Ha traslocato in un seminterrato: ma i suoi sono tappeti da centinaia di dollari al metro quadro. La lana viene colorata con estratti di foglie e fiori, come una volta, per avere tonalità uniche. Per tappeti così, ci vogliono mesi di lavoro. E anni di esperienza. «Pensate all’Afghanistan: e pensate al microcredito per quelli che vendono sciarpe e ciondoli ai diplomatici in visita. Ma le aziende che generano sviluppo e ricchezza sono queste. Aziende vere», dice. «E invece, ora perdo tutto il mio tempo a ingegnarmi per bypassare le sanzioni».

Come Nazia Hidari, un’altra che ha cominciato con cento dollari: e ricominciato con Islamic Relief. Ha sessanta dipendenti. E un socio in Canada. Le sue stoffe sono destinate in larga parte al mercato estero. «L’altro problema, è ovvio, è questo obbligo ora di viaggiare con un mahram. Con un uomo. Soprattutto per il mercato interno: perché è un obbligo oltre i 70 chilometri, e quindi mi è complicato incontrare i clienti, mostrare i campionari. Ma con il sistema bancario bloccato, mi è tutto complicato anche a meno di 70 chilometri», dice. Tra l’altro, dice, alla fine usi il contante, usi l’hawala. O anche il baratto. Cioè, alla fine, bypassi le barriere: ma attraverso mille intermediari che ti erodono il guadagno. «E il danno è per tutti. Per noi, ma anche per la comunità internazionale. Perché le sanzioni o sono rigorose o sono inefficaci», dice. «Non ha senso».

In effetti, non solo le sanzioni non sono a tenuta stagna. Ma arrivano anche aiuti: per il 2023, l’ONU ha chiesto 4,6 miliardi di dollari. La cifra più alta mai chiesta per un Paese. In teoria, anche questo progetto di Islamic Relief non dovrebbe esistere. Perché è consentito solo l’aiuto umanitario, cibo, coperte, medicine, cose così: non l’aiuto allo sviluppo. Per non consolidare i talebani. Ma è quello che è più utile: e esiste. E a spiegarmi tutto è un’economista che si chiama Fereshta Yusufi. Ma le afghane non dovrebbero stare a casa? I talebani hanno vietato alle ONG di avere staff femminile, tranne che per progetti di istruzione e salute. E allora? «Vengo in ufficio comunque».

Mazar-i-Sharif è contraddittoria. Come tutto l’Afghanistan. Con i suoi 500mila abitanti, è una delle cinque maggiori città. La sua università è aperta solo agli studenti, ora, e così i parchi, aperti solo agli uomini. E le palestre. Ma se il bowling, che era il ritrovo per le serate tra amiche, è chiuso, e così molti dei caffè frequentati da musicisti, artisti, scrittori, attivisti, una palestra ha già riaperto alle sue iscritte, e anche alcune scuole, il Rabia Balkhi, una sorta di centro commerciale tutto al femminile, ha ancora le serrande alzate, e in periferia, alcune girano tranquille in bici. Molte sono in nero fino alle caviglie. Altre no. Con i mille dollari di Islamic Relief, Laila Alizada, un’altra che ha cominciato con cento dollari, e oggi tra i suoi dipendenti ha tutti i maschi di famiglia, ha cambiato il sistema di irrigazione delle serre in cui coltiva verdure. Più visibile di così.

Un conto sono scuole e università, su cui i decreti dei talebani sono chiari: un conto è tutto il resto. «Ma perché le nuove norme non si capisce mai se sono obblighi o raccomandazioni», dice Najiba Mateen, che ha trasformato in cucina il ripostiglio di un’agenzia di assicurazioni, e dietro un pannello di plexiglass, gestisce uno dei take away più rinomati, con nove cuoche e un menù lungo quattro pagine. Solo che a differenza di un normale take away, invece dei controlli dei NAS ha quelli della Polizia del Vizio e della Virtù. «I talebani un giorno sono venuti, e mi hanno detto di chiudere. Ma tecnicamente, non hanno mai proibito alle afghane di lavorare. Hanno detto di stare a casa, se non strettamente necessario. E se non lavoro, come campo? E quindi ho risposto che per me campare è strettamente necessario». E come è andata? dico. «Sono tra i miei migliori clienti».

Sono tra i migliori clienti anche di Bibi Munira, che nel suo nuovo pastificio all’interno di un parcheggio ha affisso tanto di insegna. «Spostarmi qui è stato un passo avanti. Non indietro. Prima, ognuna lavorava a casa propria. Perché ora è facile dimenticarlo: ma in Afghanistan si sparava a ogni angolo», dice. E in effetti, colpisce: molti girano con Google Maps, qui. Come se non fossero mai stati dove sono nati. «La verità è che con gli americani, larga parte del Paese ha avuto solo guerra e miseria. Ed è da lì che arrivano i talebani. Non hanno mai avuto niente. Non hanno mai avuto una vita. Si abitueranno: è solo questione di tempo», dice. Di tempo e prospettiva. «Possiamo vederla come uomini e donne, talebani e non talebani: ma anche come madri e figli. Padri e figlie. Fratelli e sorelle. E parlarci». Anche perché prova a parlare con l’ONU. Se sei un afghano comune. Prova, dice. «Con i talebani, non è facile: ma la porta è aperta. All’ONU stanno barricati dietro muri alti sei metri».

Secondo me, molti dei divieti sono più tattica che ideologia, dice - dicendo quello che ti dicono tanti, qui. E tante. Perché al mondo non interessa altro, dice. Solo le donne. E quindi, per i talebani non c’è altra leva contro le sanzioni. Che sono la priorità assoluta, dice: perché il 97% degli afghani ora è alla fame. E il primo dei diritti, è il diritto a restare vivi. «Poi, certo che voglio le scuole aperte. Come tutti. Non siamo pedine. Non siamo una carta da poker», dice. «Ma questo vale per entrambi», dice. «Anche per voi».

Minorenni torturati e violentati dalla polizia degli ayatollah. Dozzine di terrificanti testimonianze nell’ultimo rapporto di “Human Right Watch”. Le forze di sicurezza hanno infranto la stessa legge iraniana sulla protezione dei minori. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 25 aprile 2023

A una ragazzina di 16 anni hanno dato fuoco ai vestiti, spingendola contro un fornello acceso, poi l’hanno picchiata con un manganello sui fianchi e sul collo e infine frustata a sangue durante l’interrogatorio in una caserma di Teheran.

Un altro ragazzino, sempre di 16 anni, è stato violentato nell’ano con un oggetto appuntito e poi colpito in ogni parte del corpo fino ad avere le costole fratturate. C’è poi la storia di altri due minori, torturati per ottenere informazioni sulla loro famiglia o di quel 17enne che ha tentato due volte di togliersi la vita dopo essere stato sottoposto a elettrochoc. Nella città di Zahedan ancora un 17enne è stato seviziato con scariche elettriche e bastonato sotto la pianta dei piedi al punto di non poter più camminare. È rimasto in una cella per settimane completamente bendato e privo di cure mediche, poi lo hanno costretto a confessare un reato che non aveva commesso: incendio doloso. Non ci sono soltanto le violenze fisiche, anzi, il terrore più grande è quando gli agenti minacciano di arrestate e uccidere i familiari dei ragazzi, intimidazioni ripetute 10, 20, 30 volte, con sadismo per far li crollare definitivamente ed estorcere confessioni.

Sono solo alcune cartoline della repressione in corso in Iran, testimonianze dirette della ferocia con cui il regime sta soffocando il dissenso raccolte a dozzine nell’ultimo rapporto di Human Right Watch.

Chi si stia chiedendo che fine abbia mai fatto il movimento di donne e giovanissimi che questo inverno ha scosso le fondamenta della repubblica sciita contestando nelle piazze di tutto il paese un sistema potere liberticida e sclerotizzato, troverà risposta in queste righe: «Le forze di sicurezza iraniane che reprimono le proteste diffuse hanno illegalmente ucciso, torturato, aggredito sessualmente e persino fatto sparire minorenni, molti arrestati senza avvisare le loro famiglie, a volte per settimane. Agli studenti rilasciati dalla detenzione è stato poi impedito di tornare a scuola mentre le autorità hanno interrotto l'assistenza sociale , costringendoli a lavorare», si legge nel rapporto della Ong statunitense. Peraltro le vittime di abusi anche se non hanno subito condanne rischiano danni psicologici di lunga durata come sottolinea il direttore di Human Right Watch Bill Van Esveld.

In questo cono d’ombra va da sé che il diritto alla difesa e all’assistenza legale è il primo a saltare in aria: «Le autorità iraniane hanno anche arrestato, interrogato e perseguito i minori in violazione delle garanzie legali, e i giudici hanno vietato alle famiglie dei bambini di assumere avvocati di loro scelta per difenderli, hanno condannato i bambini con accuse vaghe e li hanno processati al di fuori dei tribunali per i minorenni che hanno l'unico giurisdizione sui casi dei minori».

Già, perché gli interrogatori e le brutali sevizie compiute dalla polizia politica sono illegali per la stesse legge iraniana secondo la quale chi ha meno di 18 anni può essere interrogato soltanto da pubblici ministeri specializzati e processato unicamente davanti ai tribunali per i minorenni.

E invece il capo della magistratura iraniana, l’ultraconservatore Gholamhossein Mohseni Ejei ha nominato un giudice religioso già togato al Tribunale rivoluzionario, come responsabile della giustizia minorile che ha autorizzato tutte queste violazioni. Come spiega Human Right Watch che ha intervistato un avvocato dell’ordine di Teheran «almeno 28 minorenni sono stati di corruzione in terra e inimicizia contro Dio», reati alquanto vaghi ma che portano a punizioni severissime come la pena di morte o l’amputazione della mano destra o del piede sinistro.

Estratto dell’articolo di Greta Privitera per corriere.it il 10 aprile 2023.

Farah è appena tornata da Teheran. Racconta che il colpo d’occhio delle ragazze senza velo è impressionante: «Non lo porta quasi nessuna». Nelle altre città iraniane non è così evidente come nella capitale, ma dall’uccisione di Mahsa Amini, il capo scoperto di una donna, i capelli sulle spalle, gli orecchini in vista non sono più rare apparizioni.

 […] Farah racconta che le ragazze sotto i 30 anni lasciano il velo a casa — «non avete idea di quanto coraggiosa sia questa scelta», dice — quelle un po’ più grandi tendono a tenerlo abbassato sulle spalle. Ma il simbolo dei simboli della dittatura, dell’apartheid di genere, fondamenta principale della repubblica islamica, è caduto.

[…] Per questo che le autorità, incapaci di arginare il cambiamento culturale in atto, le provano tutte. L’ultimo tentativo di controllare la vita, il corpo e le scelte delle donne arriva con l’uso del le telecamere nei luoghi pubblici per identificare quelle che violano la legge sull’hijab.

 «In una misura innovativa e al fine di prevenire tensioni e conflitti nell’attuazione della legge sul velo, la polizia iraniana utilizzerà telecamere intelligenti nei luoghi pubblici per identificare le persone che infrangono le norme», ha affermato l’agenzia di stampa Tasnim, citando la polizia. Funziona così: le donne con il capo scoperto vengono riprese, identificate e poi ricevono un messaggio di avvertimento con l’ora e il luogo dell’avvistamento.

[…] Se l’avvertimento non dovesse essere ascoltato, la donna «criminale» subirà un processo. Qualche giorno fa, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei ha dichiarato: «Non portare il velo equivale a un’espressione di inimicizia verso i nostri valori. Coloro che commetteranno atti così anomali saranno puniti e perseguiti senza pietà». A rafforzare le posizioni della magistratura sono arrivate le parole del presidente Raisi: «Se alcune persone dicono di non credere (nell’hijab) è bene usare la persuasione. Ma il punto importante è che c ’è un obbligo legale e l’hijab oggi è una questione legale».

[…] L’Iran oggi è manifestazioni di piazza e muri che gridano «Morte a Khamenei». Veli scomparsi, ragazze che ballano su TikTok e notti che parlano. «La notte di Teheran è straordinaria . Dai balconi, come fossero bocche del popolo, dopo cena, arrivano slogan contro il regime, si alzano gioiosi inni per la libertà. Succede sempre, per ore: è incredibile», racconta Farah.

Iran, mesi di lotte inutili. Resta l'obbligo del velo: "Nessuna tolleranza". Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 31 marzo 2023.

Nessun passo indietro da parte del regime iraniano. In una nota ufficiale il ministero dell'Interno di Teheran ribadisce che l'hijab obbligatorio per le donne è «uno dei fondamenti della civiltà della nazione iraniana» e «uno dei principi pratici della Repubblica islamica», «non c'è stato e non ci sarà alcun ritiro o tolleranza nei principi e nelle regole religiose e nei valori tradizionali». E ancora: «L'hijab e la castità dovrebbero essere tutelate per rafforzare le fondamenta della famiglia».

Intanto proseguono nel Paese le chiusure di centri e negozi per il mancato rispetto dell'obbligo di dipendenti e clienti. È bene ricordare però che il velo non ha mai avuto una valenza esclusivamente religiosa. È pure un simbolo politico, in passato contro il regime degli scià che voleva imporre un codice di abbigliamento più moderno e occidentale. Dalla rivolta contro il velo è scaturita una feroce repressione che continua ancora oggi. Da anni l'Iran considera Israele suo nemico giurato e insieme agli Stati Uniti, male assoluto. Ora il tribunale di Urmia, nel nord ovest dell'Iran, ha condannato a morte cinque persone accusate di attività di spionaggio a favore dello Stato ebraico, e ad altri cinque è stata inflitta una pena di 10 anni di reclusione per accuse analoghe. I fatti risalirebbero a prima della protesta antigovernativa scoppiata a settembre per la morte di Mahsa Amini. A darne notizia è Hengaw, la Ong con sede in Norvegia che si occupa delle violazioni sui diritti umani dei curdi in Iran. Secondo la Ong, i condannati hanno subito tra il 2021 e il 2022 torture in carcere e sono stati tenuti in regime di isolamento. Alcuni di loro hanno protestato anche con uno sciopero della fame.

Continuano pure ad arrivare le storie dei manifestanti colpiti agli occhi da proiettili pellet, considerati non letali. Sui social è diventata virale la storia di Zaniar Tondro, ferito a un occhio che in seguito ha perso. Il giovane, che ha compiuto 18 anni il 26 marzo scorso, è stato costretto a lasciare l'Iran per motivi di sicurezza. Con il padre, ha cercato di raggiungere l'Europa con una piccola imbarcazione che però è stata rintracciata dalla polizia greca e consegnata alle autorità turche. Ora si trova in un campo profughi nella provincia di Mughla. C'è poi il caso della 26enne Elaeh Tavaklian, madre di due figli piccoli, colpita anche lei da un pellet all'occhio destro durante una manifestazione il 28 marzo. Dopo giorni è arrivata in Italia ed è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla testa a Milano, dove le è stato estratto il proiettile e ora grazie a una campagna di crowdfunding si trasferirà a Roma dove dovrebbe inserire al posto dell'occhio una protesi.

Elaeh è diventata uno dei simboli della lotta al regime. Ha «nascosto» la sua ferita all'occhio con un piccolo cuore bianco, un'immagine che ha fatto il giro del mondo. «Avrei potuto perdere l'occhio destro, e quindi un dono di bellezza a cui tenevo tantissimo, per un incidente. Sarebbe stata una privazione inutile, mentre questo sacrificio ha fatto sì che io diventassi la voce di moltissime persone del mio Paese che stanno perdendo tanto: la vita, la bellezza», ha spiegato l'attivista. Centinaia di iraniani hanno subito gravi ferite agli occhi dopo essere stati colpiti da pallottole, lacrimogeni, proiettili di gomma o altri proiettili usati dalle forze di sicurezza durante la sanguinosa repressione. Ad oggi, sarebbero almeno 580 i manifestanti che hanno perso uno o entrambi gli occhi solo a Teheran e nel Kurdistan. Ma i numeri reali in tutto il Paese potrebbero essere molto più alti.

Donna, vita, libertà. Chi sono i sei leader del nuovo Iran democratico e senza ayatollah. Pegah Moshir Pour su L’Inkiesta il 30 Marzo 2023

I dissidenti che lottano per rovesciare la dittatura sciita hanno presentato a Georgetown una Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà con lo scopo di compattare le opposizioni e far cadere il regime

AP/Lapresse

Sei persone, sei storie, sei lotte per i diritti umani in Iran: Masih Alinejad, Nazanin Boniadi, Shirin Ebadi, Hamed Esmaeilion, Abdulah Mohtadi e Reza Pahlavi. Tutti hanno sperimentato la repressione e l’oppressione del regime islamico dell’Iran, ma hanno deciso di combattere per la libertà, la democrazia e i diritti umani del paese d’origine, Iran.

Masih Alinejad, giornalista iraniano-americana e attivista per i diritti delle donne, è diventata famosa per la sua campagna contro l’hijab obbligatorio. Ha subito diversi tentativi di rapimento e di assassinio da parte del regime, ma ha continuato la sua lotta per la libertà e l’uguaglianza.

Nazanin Boniadi, attrice e attivista iraniana, ha collaborato con Amnesty International per la difesa dei diritti delle popolazioni prive di diritti civili in tutto il mondo, concentrandosi soprattutto sulla condanna ingiusta e il trattamento dei giovani, delle donne e dei prigionieri di coscienza iraniani.

Shirin Ebadi, giudice iraniana e attivista per i diritti umani, ha fondato la Society for Protecting the Rights of the Child e il Defenders of Human Rights Circle. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2003 e ha continuato la sua lotta per i diritti umani nonostante l’esilio forzato.

Hamed Esmaeilion, dentista e scrittore iraniano-canadese, ha perso sua moglie e sua figlia nel tragico incidente del volo PS752. Ha dedicato la sua vita alla ricerca di giustizia per le vittime e ha contribuito a formare l’Associazione delle famiglie delle vittime del volo PS752 in Canada.

Abdulah Mohtadi, segretario generale del Partito Komala del Kurdistan iraniano, ha lottato per un Iran libero e democratico per più di cinquant’anni. Ha guidato molte riforme nei partiti politici curdi e ha lavorato per unire tutti i partiti politici curdi per la formazione del “Centro per la cooperazione del Kurdistan iraniano”.

Reza Pahlavi, principe ereditario dell’Iran e attivista per i diritti umani, è stato costretto a vivere in esilio dopo la rivoluzione islamica del 1979. Mantiene contatti costanti con i suoi compatrioti e gruppi di opposizione, sia all’interno che all’esterno del paese, per chiedere la democrazia laica in Iran.

Sebbene questi sei abbiano storie diverse, hanno in comune una ferma determinazione a lottare per la libertà e i diritti umani dei loro connazionali iraniani. Continuano a lottare per la giustizia, la democrazia e la libertà in Iran, per un futuro migliore per il loro paese e per il loro popolo.

In un evento organizzato dall’Istituto per le donne, la pace e la sicurezza dell’Università di Georgetown, i dissidenti iraniani hanno presentato una Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà, che ha lo scopo di rappresentare le aspirazioni dei manifestanti in Iran e di isolare la Repubblica islamica iraniana. L’Alleanza per un Iran Democratico ha recentemente presentato un programma completo per la trasformazione del regime della Repubblica islamica in un Iran democratico, con l’obiettivo di garantire la partecipazione attiva di tutti i cittadini iraniani specializzati in vari campi per raggiungere una transizione equa e giusta. 

La Carta, anche chiamata Carta di Mahsa, fa riferimento alla morte di Mahsa (Jina) Amini, che ha ispirato la rivoluzione Donna, Vita, Libertà. La Carta sottolinea che l’unione, l’organizzazione e l’incessante continuità nell’attivismo sono elementi chiave per raggiungere l’obiettivo di un Iran libero e democratico. 

Il documento chiede l’isolamento internazionale del governo iraniano come primo passo per un cambiamento democratico e richiede la fine di tutte le condanne a morte e il rilascio di tutti i prigionieri politici senza condizioni. Inoltre, richiede l’espulsione degli ambasciatori del regime e di tutti i suoi dipendenti da parte dei governi democratici e il riconoscimento dell’alleanza delle figure dell’opposizione e del loro statuto. 

La Carta elenca anche 17 valori comuni per un Iran democratico, tra cui la formazione di un governo democratico-laico attraverso un referendum e l’abolizione della pena di morte e di qualsiasi punizione corporale. La Carta richiede inoltre la formazione di un’organizzazione indipendente per la supervisione delle elezioni e l’accettazione del monitoraggio nazionale e internazionale delle elezioni. 

Un punto chiave della Carta è l’abolizione del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche e di tutte le sue filiali. La Carta richiede anche la cooperazione e le relazioni pacifiche con tutti i paesi del mondo e l’adesione alla Corte penale internazionale. In conclusione, la Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà rappresenta un importante passo avanti per l’opposizione iraniana nella lotta per la libertà e la democrazia. 

La Carta rafforza la voce dell’opposizione iraniana e mette in luce le loro richieste per un cambiamento democratico in Iran.

Estratto da “La Stampa” il 14 marzo 2023.

Avevano festeggiato l'8 marzo ballando senza velo sulle note della canzone Calm Down. Ma, come riporta l'account Twitter di Ekbatan, il popolare quartiere alla periferia di Teheran dove vivono, le 5 ragazze sono state fermate per due giorni e sono state costrette al pentimento. Nella fotografia le donne appaiono in piedi con il capo coperto dal velo e vestite con abiti larghi.

 Sullo sfondo gli stessi palazzoni che avevano fatto da cornice al ballo in pubblico, vietato in Iran, inscenato per la festa della donna proprio per sfidare i divieti del regime. Il capo della magistratura dell'Iran, Gholamhossein Mohseni Ejehi, ha annunciato che 22 mila persone arrestate nell'ambito delle recenti proteste sono state graziate. […]

Le proteste sono iniziate a settembre dopo la morte di una ragazza di 22 anni, Mahsa Amini, a seguito del suo arresto da parte della cosiddetta polizia morale per avere indossato male il velo.

 Poi, a novembre, 13 mila le studentesse sono rimaste intossicate quando sono iniziati i primi casi di attacchi nelle scuole femminili con una sostanza ancora non individuata. I casi di intossicazione di massa hanno scatenato proteste dei genitori e degli insegnanti. […]

Iran, le ragazze costrette a pentirsi: «Colpevoli di aver ballato in pubblico senza velo». Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 14 Marzo 2023.

Il video di loro che danzano sulle note di Calm down è diventato subito virale. Le autorità le hanno cercate, identificate, incarcerate e poi costrette a girare un altro video di «pentimento»

Le hanno cercate come si cercano i criminali. Le hanno identificate anche grazie alle telecamere del circuito chiuso di sicurezza. Quando hanno scoperto i loro nomi, le hanno convocate per un avvertimento. Poi, non contenti, le hanno richiamate questa volta per chiuderle due giorni in cella. Alla fine le hanno riprese e, con il capo coperto, costrette a fare una confessione forzata: «Siamo colpevoli di aver ballato».

Questo il «crimine»: Ekbatan, quartiere di Teheran, l ’8 marzo, nella Giornata internazionale della donna, cinque giovani ragazze hanno registrato un video davanti a due palazzoni grigi della periferia, in cui ballavano Calm Down , una hit di Rema e Selena Gomez. Poi, come fanno le adolescenti che vivono in Paesi liberi, lo hanno postato su TikTok. Capelli al vento, ombelico in vista, baci soffiati all’obiettivo, così, le studentesse coraggiose hanno sfidato il regime di Khamenei, le sue torture, le sue impiccagioni. L’hanno affrontato danzando una canzone pop che dice: «Tesoro, calmati. Ragazza, il tuo corpo è nel mio cuore».

In Iran, le donne non possono ballare in pubblico e devono indossare l’hijab. Quindi, a guardar bene, la polizia ha solo applicato la legge e punito le cinque «delinquenti» che, come ormai succede da sei mesi a questa parte, dall’uccisione di Mahsa Amini, affrontano l’ayatollah con metodi e modi opposti a quelli dei pasdaran. Per umiliarle, nel video di «pentimento», girato davanti agli stessi palazzi di quello sotto accusa, le ragazze sono state disposte come nella coreografia.

La repressione del regime, che in certi casi funziona nelle strade e tiene a casa i manifestanti, non riesce a fermare l’onda, anzi la marea, di post sui social contro la dittatura. Anche questa volta, il ballo di Calm Down si è trasformato subito in un’azione virale da ripetere decine, centinaia di volte. Moltissime ragazze, in altre strade, camerette, piazze iraniane hanno ballato e postato le loro danze contro Khamenei.  

«Negli ultimi giorni, le donne sono tornate al simbolo iniziale di queste proteste: il ballo, che è libertà. La Gen Z è pacifica e rifiuta l’ideologia: questo spiazza il regime», commenta Pejman Abdolmohammadi, professore in studi mediorientali all’Università di Trento.

Martedì prossimo, è l’ultimo giorno dell’anno del calendario persiano e questo, per tradizione, è un periodo di festa. Ieri sera, i cittadini hanno colto l’occasione per tornare nelle strade e protestare. Le ragazze bruciavano i veli e tutti, oltre alla fine del regime, chiedevano risposte sulle 5.000 studentesse intossicate nelle scuole. Decine i video che mostrano manifestazioni in tante città e anche a Teheran, proprio nel quartiere Ekbatan. Oggi, è il giorno in cui si celebra il Chaharshanbeh Suri, tra le feste più importanti del capodanno e si attendono altre proteste. Intanto, Rema, il cantante di Calm Down, scrive su Twitter: «A tutte le donne che stanno lottando per un mondo migliore, mi ispiro a voi, canto per voi e sogno con voi».

Iran: estremisti religiosi avvelenano le ragazze per chiudere le scuole femminili. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 4 marzo 2023.

Negli ultimi mesi centinaia di studentesse iraniane (si dice circa 700 ma non ci sono dati certi), di almeno trenta scuole femminili diverse, sono state intenzionalmente avvelenate – come ha confermato qualche giorno fa il viceministro della Salute Younes Panahi – con composti chimici. Secondo i media locali gli episodi di avvelenamento, cominciati a dicembre nella città di Qom e accaduti poi anche in altre zone dell’Iran – si dice circa 15 -, potrebbero essere stati architettati da fanatici religiosi per impedire alle ragazze di frequentare la scuola. Alcune di loro, infatti, dopo una giornata trascorsa in classe, hanno manifestato nausea, mal di testa, tosse, difficoltà respiratorie, palpitazioni e stati di sonnolenza acuta, e per questo sono finite anche in ospedale.

La scelta di concentrare gli attacchi iniziali su Qom, una città che ospita più di un milione di abitanti a poco più di 150 chilometri dalla capitale Teheran, potrebbe non essere casuale. Il suo è considerato un territorio santo per diversi motivi: fra le sue strade sorgono le sedi di molte istituzioni religiose e si tengono periodici seminari per studi teologici sciiti. Dopo gli attacchi, le scuole della città sono state costrette a chiudere per due giorni, principalmente per via della mole di avvelenamenti – anche se Panahi ha detto in conferenza stampa che il ‘veleno’ utilizzato è per lo più trattabile senza particolari interventi – e per la conseguente paura scaturita in alunne e famiglie – che tra l’altro il 14 febbraio hanno protestato davanti all’ufficio del Governatore.

In generale, pare che quello che gli attacchi vogliono mettere in discussione è il ruolo della donna, in questi mesi figura chiave e dominante nello scenario iraniano delle proteste di piazza. Dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane arrestata lo scorso settembre per non aver indossato correttamente il velo e uccisa mentre era in custodia dalla polizia, moltissime ragazze sono scese in strada, si sono mostrate sui social mentre tagliavano i capelli e bruciavano il velo islamico, in un atto di ribellione pieno di frustrazione e malcontento rivolto all’establishment teocratico che da 40 anni soffoca il Paese. Tutte azioni, per interesse e cultura, giudicate intollerabili dalle autorità religiose iraniane. [di Gloria Ferrari]

Estratto da lastampa.it il 26 febbraio 2023.

Un viceministro iraniano ha ammesso che «alcune persone» hanno intenzionalmente avvelenato delle studentesse nella città santa di Qom con l'obiettivo di fermare l'istruzione per le ragazze.

 Lo hanno riferito i media statali. Dalla fine di novembre, centinaia di casi di avvelenamento respiratorio sono stati segnalati tra le studentesse principalmente a Qom, a Sud di Teheran, con alcune di loro costrette al ricovero.

 Oggi, il viceministro della Salute, Younes Panahi, ha implicitamente confermato che gli avvelenamenti erano deliberati. «Dopo l'avvelenamento di diversi studenti nelle scuole di Qom, si è scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, in particolare le scuole femminili, fossero chiuse», ha riportato l'agenzia di stampa statale Irna, citando Panahi, senza aggiungere particolari.

[…] La scorsa settimana, il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un'indagine giudiziaria su questi fatti. Gli avvelenamenti arrivano mentre l'Iran è scosso dalle proteste dopo la morte di Mahsa Amini, in custodia della polizia morale, per una presunta violazione dell'obbligo dell'hijab.

Iran, bambine avvelenate nelle scuole: «È per tenerle a casa». Irene Soave su Il Corriere della Sera il 27 Febbraio 2023

In Iran sono stati segnalati centinaia di casi di avvelenamento di bambine e ragazze a scuola. L’obiettivo? Sembrerebbe quello di non farle più tornare sui banchi

Come in una favola dell'orrore, sono state avvelenate per settimane sui banchi di scuola. Per non farcele andare più.

Centinaia di bambine e ragazze dai dieci anni in su, da fine ottobre, sono state portate all'ospedale con sintomi di intossicazione grave per via respiratoria: è successo a Qom, grande centro a sudovest di Teheran, dove il viceministro della Salute Younes Panahi, ieri, ha convocato una conferenza stampa, e a Borujerd. «Si è scoperto», ha detto, «che alcune persone volevano chiudere le scuole, specialmente le scuole femminili». Come nel vicino Afghanistan.

Ha confermato così i sospetti di centinaia di famiglie, che da novembre hanno visto le figlie bambine o adolescenti rientrare da scuola con nausea, mal di testa, tosse, respiro difficile, palpitazioni, letargia. Le prime bambine, a Qom, erano finite in ospedale in 18, a novembre; undici ci sono finite la scorsa settimana; in mezzo decine e decine di famiglie spaventate, un passaparola che ha fatto chiudere le scuole per due giorni la settimana scorsa. Già il 14 febbraio c'era stato un picchetto di genitori, davanti al governatorato della città, per chiedere spiegazioni. Ieri le hanno avute.

Panahi ha parlato di «avvelenamenti intenzionali». Non virali né trasmissibili, ha aggiunto, e non causati da sostanze di uso militare, anche se non è ancora chiaro che sostanze hanno avvelenato le allieve. «La più parte dei casi è curabile», ha affermato Panahi, aggiungendo che non serviranno trattamenti «aggressivi». I ministeri dell'intelligence e dell'istruzione stanno «collaborando per trovare la fonte dell'avvelenamento».

E anche a Borujerd, altro centro a sudovest di Qom, verso il confine con l'Iraq, 90 studentesse nelle ultime 48 ore sono state portate in ospedale con sintomi identici. Già a dicembre i consigli degli studenti di varie scuole avevano denunciato «focolai di avvelenamento» nelle mense. E a fine ottobre una studentessa universitaria di 21 anni, Negin Abdolmaleki, era morta per un'intossicazione. Un articolo scientifico del 2017 individua nell'avvelenamento «intenzionale o accidentale» la seconda causa di morte in Iran.

Non ci sono ancora arresti, ma tra le autorità e sui media locali tutti puntano il dito verso il fanatismo religioso: Qom, città definita santa, è il centro per eccellenza degli studi sciiti in Iran, e molti sono certi, già da prima dell'annuncio di ieri, che gli attacchi al veleno nelle aule scolastiche siano un modo per scoraggiare le ragazze dall'andare a scuola e all'università, dove si forma l'opposizione e da cui sono nate le proteste che da settembre infiammano il Paese per la morte della giovane Mahsa Amini. «L'avvelenamento delle studentesse è la vendetta del regime terrorista contro le coraggiose donne che hanno sfidato l'obbligo dell'hijab », ha twittato l'attivista iraniana emigrata Masih Alinejad.

Una vendetta che sembra funzionare. A Radio Farda un'insegnante anonima ha raccontato che «delle 250 della mia scuola, continuano a venire in aula in 50».

Iran, morta una delle bimbe avvelenate a scuola. Un altro attivista picchiato e ucciso dalla polizia. Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 28 febbraio 2023.

Una delle ragazze avvelenate a Qom, la città simbolo dello sciismo radicale, non ce l'ha fatta. Si chiamava Fatemeh Rezaei, aveva undici anni. Il suo nome appare in centinaia di hashtag su Twitter e sembra che la sua famiglia sia stata minacciata di non divulgare la notizia, rilanciata però dagli amici della piccola. Lo scorso novembre 18 allieve avevano denunciato di sentire strani odori nelle scuole. Poi avevano cominciato ad avvertire sintomi di nausea, mal di testa, tosse, dolori e intorpidimento agli arti. Da più parti si è parlato di attacchi chimici contro le studentesse iraniane. Ora le autorità sanitarie dicono di non aver riscontrato batteri o virus nel sangue delle bambine. Mentre secondo il ministero della Sanità gli attacchi sono stati organizzati da qualcuno deciso a chiudere le scuole per le ragazze. Come accade già nel vicino Afghanistan. Ma da allora questo incidente è successo diverse volte anche in altre città, come a Borujerd, altro centro a sudovest di Qom, verso il confine con l'Iraq. Ciò ha innescato rabbia e sgomento nella popolazione che teme una vendetta del regime sulle sue studentesse. Gli avvelenamenti sono ritenuti da molti una ritorsione alla ribellione di alcune di queste giovani verso l'hijab obbligatorio e verso la guida suprema Ali Khamenei dopo la morte di Mahsa Amini. Un modo anche per scoraggiare le ragazze dall'andare a scuola e all'università e formarsi una coscienza critica.

Intanto non si fermano le proteste contro il regime in Iran e continua la repressione. Un altro manifestante baluci è morto mentre si trovava sotto la custodia della polizia del 12 distretto di Zahedan. La Ong iraniana Iran Human Rights, con sede a Oslo, vuole vederci chiaro e ha chiesto alle Nazioni Unite di indagare su questo caso «e sugli altri crimini commessi» dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. Quest'ultimo si chiamava Ebrahim Rigi, aveva 24 anni, ed era stato arrestato una prima volta il 13 ottobre durante il cosiddetto «bloody friday» per aver soccorso i feriti durante la violenta repressione di Zahedan. Era stato rilasciato su cauzione lo scorso 1° gennaio, dopo il ritiro della richiesta di pena di morte. Ma il 22 febbraio è stato nuovamente arrestato, «arbitrariamente» secondo l'Ong, e portato alla stazione di polizia. Qui avrebbe subito un pestaggio a morte, anche se secondo le autorità, Rigi è deceduto «senza la presenza della polizia». Un attivista amico di Rigi ha però dichiarato che il suo «corpo è stato consegnato alla famiglia con evidenti segni di tortura».

Oltre che per la dura repressione della protesta, Teheran è nel mirino della comunità internazionale anche per il suo programma nucleare e per la presunta vendita di droni Shahed a Mosca. Secondo la Cia il programma atomico iraniano sta avanzando a un «ritmo preoccupante». Mentre il Wall Street Journal fa sapere che il capo dell'Aiea Rafael Grossi sarà presto a Teheran. Ma il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian ha commentato: «Alcuni Paesi occidentali sollevano soltanto accuse senza presentare prove».

Cosa sappiamo sulle studentesse avvelenate in Iran. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 27 febbraio 2023

Circa duecento studentesse negli ultimi giorni sono state avvelenate di proposito dagli estremisti religiosi. Dietro i casi c’è anche il ruolo che le giovani iraniane hanno nelle proteste di piazza degli ultimi mesi

A pochi mesi dallo scoppio delle proteste in Iran legate alla morte della giovane Mahsa Amini, uccisa mentre era in custodia della polizia morale che l’aveva arrestata per non aver indossato correttamente il velo islamico, si sono diffusi in alcune città iraniane casi di avvelenamento che hanno colpito soprattutto giovani studentesse.

Negli ultimi giorni i casi sono aumentati a dismisura, soprattutto nelle città di Qom e Borujerd dove oltre duecento studentesse di 14 scuole diverse hanno riportato sintomi di avvelenamento da agenti chimici.

IL MOVENTE

Gli avvelenamenti sono frutto di azioni «intenzionali», ha spiegato il viceministro della Salute Younes Panahi ma non ha fornito informazioni riguardo a eventuali arresti da parte delle forze di polizia. «È stato scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, specialmente quelle femminili, fossero chiuse».

Non è un caso, infatti, che parte dei casi si sono registrati nella città di Qom, la città sacra iraniana al centro della rivoluzione islamica degli ayatollah del 1979 e che conta ancora un vasto numero di fedeli conservatori ostili ai diritti civili, umani e politici per le donne.

LA PERICOLOSITÀ DEGLI AVVELENAMENTI

«È stato rivelato che i composti chimici usati per avvelenare gli studenti non sono prodotti chimici di guerra, e che gli studenti avvelenati non hanno bisogno di cure specifiche, e che una grande percentuale degli agenti chimici usati sono curabili», ha detto il viceministro.

Gran parte di loro hanno riportato sintomi comuni: nausea, mal di testa, tosse, difficoltà respiratorie. Benché i pericoli per la salute delle giovani studentesse non siano elevati, gli avvelenamenti vengono utilizzati come un gesto intimidatorio per ostacolare il loro diritto all’istruzione. Negli ultimi giorni i loro genitori sono scesi in strada per chiedere più tutele da parte delle autorità locali e nazionali.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLE PROTESTE DI MASSA

Gli avvelenamenti sono collegati anche al ruolo di riferimento che hanno le giovani iraniane da quando sono iniziate le proteste di piazza lo scorso settembre. La morte di Mahsa Amini ha dato vita a un movimento che si è espanso in quasi tutto il paese.

Sui social sono circolate foto e video in cui le iraniane si tagliavano i capelli e bruciavano il velo islamico, in segno di protesta per la morte della loro connazionale. Gesti considerati un affronto nei confronti degli ayatollah e della cultura islamica radicale del paese.

Le forze di polizia hanno represso le manifestazioni con la violenza causando anche centinaia di morti (sono 481 secondo le ong del paese) e migliaia di arresti (cento persone rischiano anche la pena di morte). In tutto il mondo, invece, si sono svolte manifestazioni in sostegno e solidarietà delle giovani iraniane che sfidano il regime di Teheran.

YOUSSEF HASSAN HOLGADO. Giornalista di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso. Fa parte del Centro di giornalismo permanente e si occupa di Medio Oriente e questioni sociali.

Iran: studentesse avvelenate “per fermare l’istruzione delle donne”. La “confessione” del ministro dell’istruzione dopo la segnalazione di centinaia di casi nella città di Qom. Morto un altro manifestante di 24 anni: “Pestato dalla polizia”. Il Dubbio il 27 febbraio 2023

Il vice ministro dell'istruzione iraniano, Younes Panahi, ha confermato che l'avvelenamento di alcune studentesse nella città religiosa di Qom è stato "intenzionale". Lo riporta Iran International. "Si è scoperto che alcune persone volevano che tutte le scuole, in particolare quelle femminili, fossero chiuse", ha detto. La notizia è stata confermata anche da Homayoun Sameh Najafabadi, membro della commissione sanitaria del parlamento iraniano.

Dalla fine di novembre, centinaia di casi di avvelenamento respiratorio sono stati segnalati tra le studentesse principalmente a Qom, a Sud di Teheran, con alcune di loro costrette al ricovero. Oggi, il il viceministro della Salute ha implicitamente confermato che gli avvelenamenti erano deliberati. 

Finora ci sono stati diversi arresti legati agli avvelenamenti. Il 14 febbraio, i genitori delle ragazze che si erano sentite male si erano riuniti fuori dal governatorato della città per "chiedere spiegazioni" alle autorità. Il giorno successivo il portavoce del governo, Ali Bahadori Jahromi, ha detto che i ministeri dell'Intelligence e dell'Istruzione stavano cercando di determinare la causa degli avvelenamenti. La scorsa settimana, il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un'indagine giudiziaria su questi fatti.

Gli avvelenamenti arrivano mentre l'Iran è scosso dalle proteste dopo la morte di Mahsa Amini. “L'avvelenamento delle studentesse è la vendetta del regime terrorista della Repubblica islamica contro le coraggiose donne che hanno sfidato l'obbligo dell'hijab e scosso il muro di Berlino di Khamenei”, ha commentato su Twitter la nota attivista iraniana emigrata all'estero Masih Alinejad, “vogliono fermare la rivoluzione Donna, vita, libertà”.

Intanto la Ong iraniana con sede a Oslo, Iran Human Rights, denuncia la morte di un altro manifestante di 24 anni, Ebrahim Rigi, mentre si trovava sotto la custodia della polizia del 12 distretto di Zahedan. La Ong chiede alla missione delle Nazioni Unite di indagare su questo caso "e sugli altri crimini commessi" dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. Rigi, 24 anni, era stato arrestato una prima volta il 13 ottobre per aver soccorso i feriti durante la repressione di Zahedan, nel cosiddetto "bloody friday", il 30 settembre. Rilasciato su cauzione lo scorso 1 gennaio, dopo il ritiro della richiesta di pena di morte, il 22 febbraio è stato nuovamente arrestato, "arbitrariamente" secondo l'Ong, e portato alla stazione di polizia: qui avrebbe subito un pestaggio che ne ha provocato il decesso, ma secondo le autorità, Rigi è morto "senza la presenza della polizia". Mohammad Saber Malek Raisi, attivista per i diritti umani baluci e membro di Hal Vash, ha dichiarato a Iran Human Rights: "Alle 14 del 24 febbraio, il corpo di Ebrahim Rigi è stato consegnato alla famiglia per la sepoltura. Sul suo corpo c'erano evidenti lividi e segni di ferite dovuti alle percosse ricevute alla stazione di polizia del 12 distretto".

In seguito alla richiesta della famiglia, è stato assicurato che l'Organizzazione Medica Forense procederà a un'autopsia e che entro 5 mesi i suoi parenti avranno informazioni su quanto accaduto. Proprio l'analogo caso di una giovane morta mentre si trovava in custodia, Mahsa Amini, aveva scatenato lo scorso settembre l'ondata di proteste contro il regime iraniano che dura ancora oggi.

I giovani iraniani tornano a riempire le piazze. Roghi e strade bloccate, ma il regime reagisce. Finita la tregua seguita alle due esecuzioni di gennaio. Ancora proteste. Chiara Clausi il 18 febbraio 2023 su Il Giornale.

Il popolo iraniano è tornato nelle piazze. A 40 giorni dall'esecuzione di due giovani dimostranti, Mohammad Mahdi Karmi e Mohammad Hosseini, dopo che per alcune settimane le manifestazioni erano diminuite, le strade si sono nuovamente riempite e sono tornate a divampare le proteste. Ci sono state dimostrazioni giovedì sera e nella notte a Teheran, Arak, Isfahan, Izeh nella provincia di Khuzestan e Karaj. Chi era in strada ha intonato cori contro il leader della Repubblica islamica, Ali Khamenei, e ne ha augurato la morte. Uomini e donne insieme cantavano gli slogan che hanno segnato la rivolta: «Donna, vita, libertà», «Morte a Khamenei» e i nomi dei due uomini giustiziati perché accusati di aver ucciso un membro delle forze paramilitari Basij durante una protesta a novembre. Nel frattempo, il collettivo di attivisti dell'opposizione 1500 Tasvir ha condiviso un video da Mashhad in cui si vede un gruppo di persone gridare: «Mio fratello martire, vendicheremo il tuo sangue».

In alcune città i manifestanti hanno appiccato il fuoco e bloccato le strade. E ci sono immagini che mostrano la polizia in assetto antisommossa. Il gruppo per i diritti curdi Hengaw ha pubblicato filmati che, a suo dire, fanno vedere persone che bruciano pneumatici per bloccare una strada principale a Sanandaj, uno degli epicentri dei disordini. Finora, almeno 529 manifestanti sono stati uccisi e quasi 20mila messi in prigione, secondo l'agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani. Quattro sono stati impiccati da dicembre, mentre altri 107 sarebbero stati condannati a morte o accusati di reati capitali. Le Nazioni Unite hanno denunciato i processi iniqui basati su confessioni forzate. Le manifestazioni sembravano rallentare nelle ultime settimane, in parte a causa delle esecuzioni e della repressione, anche se di notte in alcune città si potevano ancora sentire grida di protesta. Il regime intanto va avanti con la propaganda e si ostina a sostenere senza offrire prove, che le dimostrazioni sono un complotto straniero. Unica concessione, la grazia concessa a una coppia di blogger iraniani (Astiaj Haghighi, 21 anni, e Amir-Mohammad Ahmadi, 22), condannati a 10 anni e mezzo di carcere per aver pubblicato un video del loro ballo in piazza Azadi (Libertà) e rilasciati ieri.

Gli attivisti non demordono e condividono spesso video in cui si sentono persone che cantano slogan antigovernativi di notte o si vedono graffiti realizzati con vernice spray che contestano la dittatura degli Ayatollah. Inoltre, le donne continuano a essere fotografate mentre rifiutano di rispettare le rigide leggi sull'hijab nei luoghi pubblici. Come Zainab Kazempour, donna ingegnere che ha lanciato il velo per protestare contro il divieto alla sua ammissione in un'assemblea professionale a causa del suo «uso non corretto del hijab». Dal palco ha preso la parola e ha detto: «Non è accettabile che all'assemblea non facciano entrare un ingegnere donna a causa del suo hijab». Poi però il microfono le è stato spento, e lei ha abbandonato il palco lanciando l'hijab in segno di protesta.

Liberato dopo 6 mesi il regista Rasoulof. Storia di Redazione su Il Giornale il 14 febbraio 2023.

Teheran ha rilasciato Mohammad Rasoulof, il regista vincitore del Festival di Berlino con «There is No Evil», dopo sei mesi di carcere. Rasoulof era stato arrestato a luglio per aver criticato la repressione sulle proteste ad Abadan ed è stato «recentemente rilasciato», riporta Shargh, quotidiano vicino al movimento per le riforme, senza citare la data. A inizio di febbraio, Teheran ha rilasciato anche il regista Panahi, fermato sempre a luglio dopo essere andato alla prigione di Evin per chiedere informazioni di Rasoulof e di un altro registra fermato, Mostafa Al-Ahmad.

Nonostante l'apparente segnale di apertura, la represssione non si ferma contro i contestatori del regime in Iran. E sul piano degli equilibri internazionali, comincia oggi una giornata importante. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, sarà in visita in Cina fino al 16 febbraio, per la prima missione nel gigante asiatico da quando ha assunto il ruolo di capo di Stato della Repubblica islamica, nell'agosto 2021. Raisi - che sarà a capo di una folta delegazione - incontrerà l'omologo cinese, Xi Jinping, con l'obiettivo di rafforzare l'intesa tra Pechino e Teheran, in chiave anti-occidentale. L'ultimo incontro tra i due capi di Stato risale a settembre scorso, a Samarcanda, in Uzbekistan, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization. Nei mesi scorsi, la Cina aveva rimarcato il suo sostegno all'Iran contro le interferenze straniere e a salvaguardia della propria sovranità e dell'integrità territoriale, oltreché della dignità nazionale, in un apparente riferimento al sostegno di Pechino alla Repubblica islamica rispetto alle proteste anti-governative nel Paese, che hanno attirato la condanna dell'Occidente. Dalla visita è attesa la firma di accordi di cooperazione: la Cina è il primo partner commerciale dell'Iran, che assorbe gran parte dell'export di greggio di Teheran (la Repubblica islamica è il terzo fornitore di greggio alla Cina, dietro Russia e Arabia Saudita).

Nel corso della visita sono previsti colloqui anche su questioni internazionali di comune interesse, tra cui la stabilità in Afghanistan e la sicurezza regionale. Raisi sarà accompagnato anche dal capo negoziatore di Teheran per la questione nucleare iraniana, Ali Bagheri Kani, un segnale che i colloqui per il ripristino dell'accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) potrebbero avere un posto alto in agenda.

Teheran si riprende le piazze: "Proteste fallite". Ma gli hacker interrompono il discorso di Raisi. A migliaia per l'anniversario della rivoluzione. Blitz durante la diretta tv. Fiamma Nirenstein il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Che cosa conferisce all'Iran tanta spudoratezza da festeggiare il 44esimo anniversario della rivoluzione in piazza con festoni, parata di armi e guardie, sfide urlate all'America e a Israele, mentre mezzo mondo biasima i suoi delitti contro le donne e tutto il suo popolo?

L'Iran che vuole la libertà dal regime degli Ayatollah si batte disperatamente da cinque mesi, ma Ibrahim Raisi ieri ha reso piazza Azadi a Teheran il paradossale palcoscenico di un trionfo della rivoluzione clericale del '79, con grandi ritratti degli Ayatollah Khamenei e Khomenei. E così, mentre la folla urlava «morte all'America» e «morte a Israele», la vibrante disperata protesta - in cui almeno 530 persone fra cui 73 bambini sono stati uccisi, in cui circa 20mila persone, specie le donne, sono finite in galera fra botte e stupri, in cui 100 ribelli fra cui molti giovanissimi sono stati condannati a morte perché manifestavano per la libertà - è diventata nelle sue parole una congiura. La gente, ha detto Raisi, famoso per la facilità lungo tutta la carriera, nel condannare a morte decine di migliaia di oppositori, sa benissimo che gli scontri sono opera di agenti stranieri sobillatori; altrimenti la folla sarebbe entusiasta del regime. Il sobillatore propugna la peggiore specie della volgarità umana, l'omosessualità, ha detto, una bestemmia per chi ha negli occhi l'immagine dei corpi dei giovani appesi alle gru. Ha indicato a chi cerca remissione dopo 5 mesi di rivolta: «Venite e sarete accolti». Ma non gli è andata benissimo: per 44 secondi il gruppo di hacker «Edalate Ali», o «Giustizia di Alì», è entrato con un video sulla sua diretta chiedendo di partecipare alla protesta di massa la prossima settimana e di ritirare i soldi dalle banche. Alcune testimonianze parlano di grida di protesta anche dalla folla irreggimentata.

La domanda adesso è su che base il regime sfoggia la veste festiva e fa sfilare i droni Shahed 136 e Mohajer, quelli con cui Putin attacca gli ucraini, e sfoggia i missili balistici Emad e Sejjil. L'Iran è in un momento fragile e minaccioso, si è affidato ormai all'alleanza con la Russia, da cui ha acquistato aerei da combattimento e il sistema di difesa S400, e cerca 'di terrorizzare e indurre al silenzio, e di minacciare con la futura bomba atomica. Grossi, il capo dell'Aeia, ha testimoniato che in questo periodo l'Iran ha intensificato l'arricchimento dell'uranio al 60%, e che ormai ne usa una quantità sufficiente per diverse bombe. Mentre la posizione degli Usa e dell'Europa rimane cauta, perché un rinnovo del Jcpoa (l'accordo sul nucleare) servirebbe a sollevare da sanzioni e quindi a rinvigorire l'economia iraniana e a rinforzare il regime, la voce di Joseph Borrell, capo della politica estera europea, spinge a cercare un accordo, e negli Usa Robert Malley, il rappresentante per l'Iran, torna alla carica con la stessa proposta mentre Ong potenti e ben finanziate, sostengono il punto. Ciò vorrebbe dire dare fiducia a un regime che fomenta odio e terrore in tutto il mondo mentre combatte al fianco di Putin. Ma la paura non è mai un buon consigliere, né l'Iran un interlocutore attendibile.

La «grande amnistia» di Khamenei. Gli attivisti: «È solo propaganda». Storia di Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 5 febbraio 2023.

Ridono tutti, nei limiti del consentito. Gli attivisti, i comuni cittadini. Alcuni rispondono ai messaggi con la faccina gialla che sogghigna. Nessuno di quelli con cui parliamo crede alle parole di , che ieri, ai sensi dell’articolo 110 della costituzione iraniana, ha detto chea centinaia di migliaia di prigionieri, tra cui alcuni manifestanti arrestati negli ultimi cinque mesi. Lo fa su richiesta del capo della magistratura perché da quando le proteste sono diminuite, dice, «un gran numero di persone che ne hanno preso parte si saranno pentite delle loro azioni». «Faccio lo spelling: p-r-o-p-a-g-a-n-d-a», ci dice Mahmood Amiry-Moghaddam, fondatore della Ong Iran Human Rights di Oslo. «Non è una cosa nuova per il regime fare azioni di questo tipo soprattutto vicino alle ricorrenze (l’11 febbraio è l’anniversario della Rivoluzione antimonarchica, ndr.). Di certo non lo fa per pietà. Il motivo principale è economico: le carceri sono zeppe e costano troppoi rischiano le rivolte». L’attivista aggiunge che con l’amnistia l’ayatollah cerca di placare la popolazione e convincerla a smettere di protestare. Vuole dire «sono anche buono». «E poi c’è un messaggio all’Occidente, perché allenti la pressione. Ma niente cambierà, libereranno una quota che non considerano minacciosa. In cinque mesi ne hanno arrestati più di ventimila», conclude l’attivista. L’amnistia arriva con una lunga lista di eccezioni. Sarai liberato se: non hai commesso spionaggio a vantaggio di stranieri, non hai avuto rapporti diretti con i servizi segreti stranieri, non hai commesso omicidi o lesioni, non hai distrutto o dato fuoco a strutture governative, militari e pubbliche, non sei stato querelato da un privato e non hai la doppia cittadinanza. Rimarranno in carcere anche tutte le persone accusate di reati per cui è prevista la pena di morte e in più sembra che sia necessario un documento dove chiedi perdono e prometti che non violerai ancora la legge. Lo spiega bene un tweet di Saeed Hafezi, giornalista iraniano in Germania: «Date un’occhiata ai termini dell’amnistia di Khamenei. Non include la condizione di nessuno dei prigionieri! Sapete perché? Perché sotto tortura sono costretti a confessare tutti quei reati». Fariba vive a Qom, ha 30 anni, fa l’architetta: «Ce ne freghiamo dell’amnistia ipocrita del dittatore, non abbiamo fatto niente. Siamo noi che dovremmo decidere se perdonarlo, e di sicuro non vogliamo. Gli attivisti come mia sorella rimarranno dentro, non abbiamo sue notizie da un anno. A Mashhad costruiscono un nuovo carcere con 15 mila posti: le celle sono strapiene». Conferma tutto Mohsen, 21 anni, appena uscito da una prigione di Teheran. «Nelle celle la situazione è disumana, in alcune ci sono anche venti persone. Sono stato dentro due mesi e non posso più frequentare l’università». La notizia dell’amnistia arriva mentre l’ex premier Mousavi, riformista leader della rivoluzione verde, ai domiciliari da 12 anni, parla per la prima volta di riscrivere la costituzione e di referendum. E, paradossalmente, arriva con l’arresto di Elnaz Mohammad, giornalista del quotidiano Ham-Mihan, gemella di Elaheh, stesso lavoro: in carcere per aver scritto del funerale di Mahsa Amini.

L'Iran grazia migliaia di detenuti. Ma esclude i capi della rivolta. Storia di Chiara Clausi su Il Giornale il 5 febbraio 2023.

La nuova tattica del regime iraniano: il perdono. La Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, ha deciso di graziare «decine di migliaia» di detenuti, compreso un numero «significativo» di manifestanti arrestati durante le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Le manifestazioni sono scoppiate lo scorso settembre in seguito alla morte in custodia di Mahsa detenuta dalla polizia morale iraniana. I media iraniani ieri hanno affermato: «I prigionieri che non sono accusati di spionaggio per conto di agenzie straniere, contatti diretti con agenti stranieri, omicidio, distruzione e incendio doloso di proprietà appartenenti allo Stato saranno graziati». La decisione è stata annunciata per celebrare l'anniversario della rivoluzione del 1979.

I manifestanti arrestati durante le proteste antigovernative potranno ricevere la grazia, e quindi saranno scarcerati, però solo se firmeranno una «dichiarazione di rimorso e un impegno scritto a non ripetere un simile reato doloso». Chi è accusato di reati più gravi - come spionaggio per conto di agenti stranieri, omicidio o distruzione di proprietà demaniali - invece non sarà graziato. La misura non si estenderà inoltre a eventuali cittadini con doppia cittadinanza ancora detenuti. Secondo la Human Rights Activists News Agency sono circa 20mila i manifestanti che sono stati arrestati per le proteste scaturite dalla morte della giovane curda Mahsa a settembre.

Il regime ha descritto le proteste come «rivolte» sostenute dall'estero e a volte hanno risposto con forza letale. Le Ong per i diritti umani affermano che più di 500 manifestanti sono stati uccisi, tra cui 70 minorenni, e circa 20mila sono stati arrestati. Ma le manifestazioni sono notevolmente rallentate dall'inizio della prima impiccagione, mentre la stretta degli Ayatollah non si placa. Le autorità hanno arrestato la giornalista iraniana Elnaz Mohammadi, del quotidiano riformista Hammihan, dopo averla interrogata al carcere di Evin in Iran. Lo ha riferito suo marito Saeed Parsaei in un messaggio su Twitter, citato dal quotidiano riformista Shargh. La reporter si era recata nell'ufficio del procuratore del penitenziario «per fornire alcune spiegazioni». Il motivo dell'arresto non è stato specificato. L'organizzazione Reporter sans frontières ha chiesto il suo immediato rilascio e ha spiegato che la sorella della giornalista Elahe Mohammadi, anche lei reporter, è in carcere dal 29 settembre dopo aver seguito il funerale di Mahsa. Elahe Mohammadi è stata accusata di «propaganda contro il sistema e di cospirazione contro la sicurezza nazionale». Tutti reati che in Iran sono punibili con la pena di morte.

Ma non finisce qui. I media locali riportano anche la notizia della condanna a un anno di reclusione e il divieto di lasciare il Paese per due anni per il manager del sito «Mobin-24» e del canale di informazione Iran Times, Hossein Yazdi. Yazdi è stato arrestato nella sua casa a Isfahan all'inizio di dicembre per aver sostenuto le proteste. L'Ong Iran Human Rights con sede a Oslo stima che almeno su 100 persone detenute pende una condanna a morte. Tutti gli imputati sono stati «privati del diritto di accedere al proprio avvocato e a un giusto processo». Quattro persone sono già state giustiziate per reati legati alle proteste. A gennaio due uomini sono stati impiccati per aver ucciso un membro delle forze di sicurezza iraniane. Questi in punto di morte hanno rivelato anche di essere stati torturati.

L’Iran e la rivoluzione (in)compiuta. Emanuel Pietrobon il 28 Gennaio 2023 su Inside Over.

Lo spettro dell’ayatollah Khomeini continua ad aggirarsi per il Medio Oriente, minacciando di dar vita a poltergeist distruttivi dalla Mesopotamia al Levante. È in crisi, con una società in fermento e i gangli del potere popolati di quinte colonne, ma non demorde. Perché ha dei sogni reconditi da realizzare: la costruzione del cosiddetto Asse della resistenza, cioè un corridoio iranocentrico esteso da Teheran a Tartus, e l’ingresso nel club delle grandi potenze.

Il tempo sembra scorrere contro il regime rivoluzionario, ferito da omicidi eclatanti, sanzioni taglienti e sabotaggi alle infrastrutture, eppure è ancora lì. Mentalmente rimasto al 1979, l’anno della rivoluzione conservatrice, e col dente avvelenato per il Secolo delle umiliazioni, iniziato con la battaglia di Herat del 1856 e terminato con l’operazione Ajax del 1953.

L’Iran degli anni Venti del XXI è profondamente polarizzato, in parte un lascito dell’operazione Ajax, dove alle élite liberali e secolarizzate delle metropoli si contrappongono gli abitanti conservatori del Paese profondo. E sarà questo alto tasso di polarizzazione sociale, più che le pressioni provenienti dall’esterno – la competizione tra grandi potenze e la guerra con l’intesa arabo-israeliana –, a rappresentare la grande variabile da monitorare per capire quello che potrebbe essere il futuro dell’ultima espressione imperiale di Persia.

Lo scontro tra linee temporali

La grande sollevazione delle élite urbane e delle minoranze etniche dell’ultimo quarto del 2022, scaturita da un caso di brutalità poliziesca che ha privato della vita Mahsa Amini – l’incarnazione degli ultimi: giovane, donna e di una minoranza etnica –, è destinata a lasciare dei tagli profondi nel volto e nell’anima della Rivoluzione khomeinista.

Non è stata la prima volta che le masse universitarie, l’imprenditoria urbana, le donne e le minoranze etniche sono scese per le strade delle grandi città per reclamare maggiori libertà individuali, maggiore democraticità del sistema politico e l’allentamento della legislazione religiosa. Ma è stata una prima volta sensazionalistica, di gran lunga superiore all’Onda verde del 2009-10, per quello che concerne arresti, copertura internazionale, durata, feriti, morti e profanazioni di simboli.

Perché in Iran non sarà rivoluzione

1979 contro 2022. In Iran, all’indomani della morte di Mahsa Amini, si sono affrontati gli abitanti e le rispettive visioni delle due linee spaziotemporali che lo caratterizzano, passato e presente, e che lo rendono una sorta di multiverso altamente infiammabile ed estremamente vulnerabile. Perché, storia alla mano, le continue ricerche di emancipazione geopolitica dell’Iran sono sempre naufragate contro il Kang di turno, ieri russi e britannici e oggi statunitensi e loro alleati, in grado di navigare tra le linee e di manipolarne gli eventi. Ajax docet.

Nel 2022, nonostante analisi e grande stampa abbiano ritenuto quasi certo un cambio di regime dal basso, la linea del passato ha prevalso su quella presente. Minoranze e ceti urbani hanno perso perché nessun Kang è venuto in loro soccorso, complice anche il disinteresse degli Stati Uniti – la paura di creare un vuoto di potere imprevedibile e ingestibile –, perché Russia e Cina hanno offerto expertise in materia di controinsorgenza, come già accaduto durante l’Onda verde e le proteste del 2011, e perché il paese profondo si è mobilitato en masse a protezione dell’ordine khomeinista – anacronistico, certamente, ma sinonimo di stabilità.

Alla ricerca di un posto nel mondo

La rivoluzione iraniana è un lavoro incompiuto, un cantiere in corso, perché il processo di istituzionalizzazione del carisma nel dopo-Khomeini non è riuscito ad imporre i valori del ’79 e la fede nello sciismo duodecimano all’intera nazione. Mai.

La linea del ’79 è stata vittima di un crescendo di incursioni dalla linea dell’anti-rivoluzione ed è stata esposta in maniera permanente ad un regime sanzionatorio che ha avuto successo laddove ha inibito la corsa dell’Iran alla grandezza economica e a una Guerra Fredda che ha privato la piramide del potere di generali e cervelli, sullo sfondo dei continui tentativi delle potenze rivali di diffondere valori ostili al khomeinismo nella società. Impossibile, o meglio molto difficile, convertire le masse al credo dei padri fondatori in una situazione del genere.

Oggi come ieri, anzi più di ieri, l’Iran è in lotta contro se stesso e contro le grandi potenze che aspirano all’egemonia su Grande Medio Oriente e Asia centromeridionale. Il tempo e le risorse da dedicare alla nazionalizzazione in senso conservatore dei persiani sono insufficienti. La Rivoluzione resiste, ma non può procedere nelle direzioni desiderate. Il fantasma di Khomeini continua a far paura, in special modo a Israele e potenze wahhabite, ma le sabbie mobili bloccano i suoi passi.

Il regime rivoluzionario ha resistito all’insurrezione del 2022, ne ha persino approfittato per operare un repulisti nei gangli del potere politico, dello spionaggio e della giustizia, ma la finzione che sia tutto sotto controllo non potrà durare ancora a lungo. Ne va della sopravvivenza del khomeinismo nel corso del XXI secolo, che vedrà un aggravamento progressivo della competizione tra grandi potenze e, di conseguenza, un aumento significativo delle pressioni multidirezionali sull’Iran.

L’insofferenza delle minoranze etniche, dai curdi agli azeri, se ignorata, potrebbe un giorno essere strumentalizzata da menti raffinate per balcanizzare il Paese. Le quinte colonne nelle istituzioni e nella sicurezza, se non stanate, potrebbero un giorno produrre un cambio sistemico dall’interno. E la tanto trascurata secolarizzazione di Millennials e Zoomers, crescente ed ormai estesa a livelli oltremodo lapalissiani, potrebbe un giorno essere il carburante dell’abbattimento della linea del ’79, segnando la fine della Rivoluzione infinita e ridisegnando enormemente i rapporti di forza tra i blocchi nello scacchiere mondiale. I sogni multipolari dell’asse Mosca-Pechino sono appesi (anche) ad un filo chiamato Iran.

EMANUEL PIETROBON

Come la repressione iraniana utilizza IA e riconoscimento facciale. di Walter Ferri su L'Indipendente il 27 Gennaio 2023

Poco importa che l’Amministrazione di turno sia al potere in un Paese democratico o meno: il riconoscimento biometrico e quello facciale sono il sogno in Terra dei Governi di ogni angolo del globo, strumenti idilliaci per garantire alti tassi di sorveglianza che possono esercitare un controllo capillare del territorio, il quale a sua volta dovrebbe tradursi in alti tassi di sicurezza. Tra le entità che più recentemente hanno promosso la loro dedizione alla causa tech figura l’Iran, nazione che già da tempo sfrutta le potenzialità dell’intelligenza artificiale per sopprimere la dissidenza e ottimizzare il settore della Difesa.

Istituto di ricerca delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione di Teheran ha definito già nel novembre del 2021 un percorso ambizioso che, almeno stando alle previsioni degli accademici, dovrebbe elevare entro il 2032 la Repubblica Islamica nella lista dei dieci Poteri più avanzati nel settore degli strumenti d’intelligenza artificiale, tuttavia già ora la nazione si dimostra un polo di discreta eccellenza. Per foraggiare questo balzo tecnico, il regime iraniano ha preventivato una spesa iniziale di 8 miliardi di dollari, quindi un investimento annuale del 12% del PIL nazionale, tuttavia stando alla rivista Nature, nel 2021 l’Iran si posizionava già al tredicesimo posto nella lista delle pubblicazioni scientifiche a tema IA, uno spaccato che rivela quanto l’establishment sia effettivamente interessato a ottimizzare gli apparecchi a sua disposizione.

Non c’è bisogno di vagare con l’immaginazione per scoprire come l’intelligenza artificiale possa tornare utile a un Governo tanto notoriamente autoritario: a gennaio il Comandante del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, Hossein Salami, ha reiterato in una conferenza stampa che le truppe di Teheran sono già in possesso di droni dotati di IA, la quale è sfruttata con attenzione per perfezionare la precisione di puntamento del sistema di controllo. Stando alla retorica adottata dal militare, i programmi di navigazione sarebbero a questo punto in grado di offrire agli armamenti una precisione assoluta, una qualità che andrebbe ancor più a valorizzare degli strumenti di morte che sul Mercato delle armi sono già ambiti per il loro costo contenuto.

Dove non arriva ancora con i mezzi propri, l’Iran si dimostra pronta ad appoggiarsi ai talenti esteri. Ciò è particolarmente vero per i sistemi di sorveglianza di massa alimentati da tecnologie di riconoscimento facciale, i quali rientrano per vie traverse al punto 14 del trattato di cooperazione Joint Statement on Comprehensive Strategic Partnership siglato nel 2016 tra Teheran e Beijing. Nel passaggio in questione, si tiene aperta la porta a “collaborazioni pragmatiche” atte a combattere “terrorismo, estremismo e separatismo”, derive che vengono etichettate esplicitamente come “grandi mali” a prescindere che vedano a delineare attentati sanguinosi o la pacifica dissidenza civile.

Grazie al sostegno delle industrie estere, le Guardie della Rivoluzione Islamica sarebbero già in grado di mappare decine di città grazie a una rete di sorveglianza la cui portata potrebbe secondo alcune stime già contare le 15.000 unità, occhi privi di palpebre che inviano un flusso costante di dati ai server iraniani, ma anche a quelli cinesi. Huawei è stata più volte accusata dagli Stati Uniti della violazione delle sanzioni imposte a Teheran al fine di mercanteggiare apparecchi tecnologici, ma la parte del leone sembra averla Tiandy, una compagnia di Tianjin che si ipotizza possa avere avuto un ruolo determinante nel monitoraggio, nell’identificazione, nella cattura e nell’incriminazione di molti dei partecipanti alle manifestazioni avvenute negli ultimi mesi. [di Walter Ferri]

Da video.corriere.it il 26 gennaio 2023.

Quando è entrato nella stanza di Palazzo Reale per incontrare i monarchi spagnoli in occasione dell’incontro con il Corpo diplomatico accreditato in Spagna, l’ambasciatore iraniano Hassan Ghashghavi ha strinto la mano solo al re Felipe VI. Davanti alla regina Letizia lo si vede portare la mano al petto e fare un cenno al capo per poi uscire. Le immagini sono state pubblicate dal canale ufficiale della Casa Real spagnola. Ma il gesto di Ghashghavi non è casuale.

 Dalla rivoluzione islamica del 1979, per motivi religiosi e culturali gli uomini iraniani non possono toccare in pubblico donne che non facciano parte della propria famiglia. Eppure sui social il video è diventato virale e sono scattate le polemiche. Per molti si tratta di: «un’autentica mancanza di rispetto».

 Dalla reazione della regina si suppone però che fosse stata avvisata di ciò che sarebbe successo. Dicono i giornalisti del programma radiofonico spagnolo Hoy por Hoy : «È vero che neanche lei allunga la mano, non fa il gesto sicuramente perché avvertita che l’ambasciatore non volesse salutarla». E poi aggiungono: «Hanno evitato che quel momento diventasse ancora più imbarazzante. Sarebbe stato molto peggio se la regina avesse dato la mano, invece lo segue con lo sguardo che...bene». Avanti il prossimo o la prossima.

Imponiamo il rispetto della nostra identità. Storia di Gian Micalessin su Il Giornale il 27 gennaio 2023.

Gli spagnoli, noi italiani e il resto degli europei facciamo bene a stupirci per le immagini di Hassan Ghashghavi, l'ambasciatore iraniano a Madrid felice di stringere la mano al re Felipe VI, ma pronto ad evitare come il peccato quella della regina Letizia riservandole soltanto un modesto cenno del capo. Lo stupore per quella mancanza di rispetto dell'essere femminile imposta da un Islam fattosi Repubblica diventa però caricaturale se dimentichiamo d'indignarci per la barbara tragedia di Algeciras. In quella città della provincia di Cadice, a distanza di poche ore, un migrante marocchino ha fatto irruzione al grido di Allah Akbar (Allah è grande) in due chiese uccidendo a colpi di machete un sagrestano, ferendo un parroco e vari fedeli. Mentre la mancata stretta di mano dell'ambasciatore iraniano ha sollevato migliaia di commenti tra il popolo dei social, la barbarie di Algeciras è passata inosservata, liquidata in breve dai media di un'Europa ormai tranquillamente assuefatta alla notizia di un migrante islamista pronto a sgozzare gli «infedeli» cristiani. Ora, diciamolo forte e chiaro, la mancanza di rispetto per l'essere femminile imposta nel nome di Allah è intollerabile. Ma è chiaro che l'ambasciatore della Repubblica Islamica non può sottrarsi a quelle regole. Lo comprova la vicenda dell'ex-presidente riformista iraniano Mohammad Khatami denunciato nel 2016 al tribunale religioso della città santa di Qom da una ventina di studenti di teologia per aver stretto la mano ad alcune donne durante una visita in quel di Udine. Spetta dunque alle istituzioni europee fissare protocolli che invece di prevedere supinamente, come successo a Madrid, il rifiuto del saluto al gentil sesso, impongano l'esclusione dai ricevimenti ufficiali di chi quell'atto di rispetto non lo vuole o non lo può dare. Anche perché in molte società l'eccesso di tolleranza viene interpretato non come rispetto, ma come mancanza di attenzione per la propria identità trasformandosi quindi in sinonimo di debolezza. L'abbiamo visto nella vicina Svizzera dove nel 2016, sull'esempio del protocollo diplomatico seguito a Madrid, una scuola media di Basilea ha permesso ai propri alunni musulmani di negare la stretta di mano alle professoresse. Nel relativismo di quella scuola pronta a piegarsi all'ideologia di qualche padre islamista deciso a pretendere i diritti, ma non i doveri della nazione in cui era ospitato c'è il sonno della ragione che spinge il giornalismo europeo a non indignarsi per la profanazione di una chiesa, l'assalto ai suoi fedeli e l'atroce assassinio di un religioso. Se vogliamo ridestarci da quel sonno dobbiamo imporre il rispetto della nostra identità a chiunque frequenti le nostre istituzioni. Altrimenti anche profanazione di chiese e sgozzamento di cristiani diventeranno abitudini giustificate e politicamente corrette. Come già sembrano esserlo per tanti miei indifferenti colleghi.

Governo, Pasdaran e Ayatollah: come cambia il potere in Iran. Andrea Muratore il 26 gennaio 2023 su Inside Over.

Le proteste di piazza da mesi scuotono l’Iran, il governo degli Ayatollah si è trovato pressato da più direttrici alla luce delle richieste della piazza di un allentamento del controllo sociale e nella Repubblica Islamica è decisamente cambiata la traiettoria dell’architettura di potere.

L’Iran sotto assedio interno e esterno

Mentre la nazione vive, di fatto, uno stato d’assedio sul piano politico interno ed internazionale, mentre le sanzioni tornano a mordere ferocemente l’economia nazionale e non si trova soluzione alla crisi aperta da Donald Trump disconoscendo l’accordo sul nucleare nel 2019 anche gli apparati di Teheran si riorganizzano.

A quasi due anni dall’alternanza al potere presidenziale tra Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi possiamo notare una riduzione del peso decisionale dell’autorità presidenziale di fronte al condizionamento della Guida Suprema, Ali Khamenei, e soprattutto delle Guardie della Rivoluzione (Irgc, i Pasdaran). Che guidano assieme al giro di vite sulle proteste aperte dalla morte di Masha Amini ad opera della polizia anche un trinceramento intransigente del potere nazionale.

La “militarizzazione” della figura della Guardia Suprema

La filosofia politica dominante nel pensiero dell’anziano 83enne Ali Khamenei è stata plasmata negli anni a partire dal principio del primo Ayatollah dell’Iran post-rivoluzionario, Ruhollah Khomeini, il cosiddetto velāyat-e faqih. Tale principio prescrive il “potere del giurisperito” nella legge islamica, dunque l’autorità come conseguenza della padronanza delle leggi profonde dei codici islamici e della loro interpretazione secondo i dettami dell’Islam duodecimano dominante in Iran. Ideologia, questa, che nel 1979 fu la molla per il crollo del regime Reza Pahlavi perché capace di dare organicità e, apparentemente, distacco dall’arbitrio.

Ma nel corso degli anni la visione politica degli Ayatollah, Khomeini prima e Khamenei poi, si è “secolarizzata” e ha preso il via un controllo sostanziale della Guida Suprema sugli apparati militari e di sicurezza. Dalla potestas all’imperium, insomma.

Una visione, questa, “modellata e rafforzata da tre notevoli crolli autoritari”, ricorda il New York Times: “la caduta della monarchia iraniana nel 1979, la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e le rivolte arabe del 2011. La sua conclusione da ciascuno di questi eventi è stata quella di non scendere mai a compromessi sotto pressione e di non farlo mai sui principi. Ogni volta che Khamenei si è trovato di fronte a un bivio tra riforma e repressione, ha sempre raddoppiato la repressione”.

Così è stato nel 2009, durante le proteste contro Mahmoud Ahmainejad; così si è replicato durante la crisi economica del 2019. E così è a cavallo tra 2022 e 2023. Per il Nyt “a rigidità dei sostenitori della linea dura iraniana è guidata non solo da convinzioni ideologiche, ma anche da una profonda comprensione dell’interazione tra governanti e governati. Come ha detto Alexis de Tocqueville, del resto il momento più pericoloso per un cattivo governo è quello in cui cerca di riparare i suoi modi”.

Il ruolo dei Pasdaran

E per un governo che da tempo si è arroccato su una posizione oltranzista verso le rivendicazioni della piazza e in cui le forze di polizia e gli apparati di sicurezza sono vicini ai livelli di arbitrio della Savak, la polizia segreta dello Scià, è difficile tornare indietro. Notevole, in quest’ottica, la mobilitazione dei Pasdaran. Il moto del 2022-2023, lo ha ricordato Foreign Policy, è tutto fuorché rivoluzionario o capace di ribaltare la Repubblica Islamica. Ma orfani di Qasem Soleimani, pressati nella loro proiezione oltreconfine in Siria e Libano dalla “guerra-ombra” di Israele, frenati nei loro affari economici dal ritorno delle sanzioni i Pasdaran hanno bisogno di legittimarsi come forza di potere. E il legame diretto con l’Ayatollah è valorizzato con la partecipazione entusiasta dell’Irgc alla reazione in cui sono morte 400 persone per mano delle forze di sicurezza da settembre a oggi.

"La presa di potere militare dei guardiani della rivoluzione", nota l'analista Paolo Raffone su Limes, fa sì che l’Iran potrebbe in futuro "restare Repubblica Islamica”, ma "di fatto diventerebbe una dittatura militare". L'alto ufficiale Hamid Abazari ha di recente, come ricorda il Jerusalem Post, invitato in tal senso il comandante dell'Irgc, generale Hossein Salami, a fare piazza pulita dai ranghi degli ufficiali non fedeli alla linea di Khamenei. Alla cui successione molti alti papaveri dei Pasdaran iniziano a pensare. Sperando che la transizione, dopo la morte della Guida Suprema, coincida con una "trincerocrazia" che premi i veterani di Siria, Yemen, Libano e Iraq con una conferma delle posizioni di vertice.

La presidenza, un potere in declino

Più a ruota, ma non decisivo, il presidente Raisi. Considerato un "conservatore" nella semplificatoria retorica occidentale sul potere iraniano, Raisi si è trovato sul fronte interno schiacciato sulle posizioni della Guida Suprema di fronte alle proteste. E ne è uscito sminuito, tanto che ora i potenti clan Khomeini e Rafsanajani sono pronti a incunearsi tra il capo formale dello Stato e la Guida Suprema per condizionare il processo di successione a Khamenei a svantaggio di Raisi. Il quale insegue spazi di autonomia laddove ha più discrezione operativa: e la politica estera è uno di questi settori. Di fatto, nelle cuspidi del potere iraniano, la Guardia Suprema sembra nell'ultimo biennio aver assunto potestà assoluta sulle vicende interne, mentre maggior discrezione è lasciata al capo dello Stato in materia di esteri.

In quest'ottica, chiaramente, la posizione degli oltranzisti anti-occidentali prende piede a scapito del partito della diplomazia targato Rouhani e che oggi è messo ai margini. La visione millenarista, reazionaria e "dura e pura" degli oltranzisti sul fronte interno si riflette in una politica estera muscolare, fatta di confronti a viso aperto con i rivali regionali.

La nascita di un governo simmetrico a quello iraniano in Israele, con gli ultranazionalisti alleati di Benjamin Netanyahu, e la cordata di Stati con esecutivi guidati da orientamenti anti-iraniani in Occidente può aprire allo sdoganamento del braccio di ferro. Regno Unito, Italia e Polonia hanno preso posizione in forma molto simile a quella americana sulle prospettive future del regime. E in un circolo vizioso notevole, il ritorno delle proteste ha sdoganato la mano libera concessa dagli Ayatollah ai boia di Stato. L'impiccagione, senza regolare processo, di Ali Reza Akbari, ex viceministro della Difesa accusato di essere una spia di Israele, in scia alle proteste segnala la saldatura tra paranoie del regime per l'assedio internazionale e giro di vite interno. Il vero punto di caduta per l'arroccamento di un potere in cui gli equilibri tra "turbante" (potere religioso), "spada" (potere militare) e "corona" (autorità formale politica) stanno vedendo una saldatura tra i primi due blocchi che inaugura la seconda fase della Repubblica Islamica. Oramai Stato-caserma in guerra contro la sua stessa società.

Le vere radici della crisi in Iran. Mauro Indelicato il 25 Gennaio 2023 su Inside Over.

La protesta in Iran iniziata nel settembre 2022 è stata spesso descritta come una rivolta delle donne. È partita in effetti dopo la morte di Mahsa Amiri, ragazza di origine curda deceduta dopo essere stata arrestata a Teheran per non aver indossato correttamente l’hijab. Ma l’episodio in questione ha in realtà fatto detonare una situazione già molto grave.

La notizia della morte della giovane ha come scoperchiato un vaso di Pandora tenuto faticosamente coperto dalle autorità della Repubblica Islamica: le stesse che vegliano sulla rivoluzione del 1979. Nel giro di poche settimane, sono uscite fuori le istanze della popolazione più povera, delle minoranze etniche e di giovani generazioni lontane, anagraficamente e non solo, dalla rivoluzione di 44 anni fa.

La crisi economica che attanaglia il Paese

Quella partita a settembre non è certo la prima rivolta che ha sconvolto l'Iran dall'inizio dell'era degli ayatollah. Alla fine del 2019, importanti proteste sono esplose in diverse città. Non solo nella capitale, ma anche nelle aree più remote. In quel caso si trattava di manifestazioni successive all'annuncio del raddoppio del prezzo della benzina e del razionamento nella distribuzione dei carburanti.

Circostanza che ha scatenato un'ondata di collera sociale. In diverse parti dell'Iran sono stati assaltati anche i distributori, con scene da vera e propria rivolta popolare. La situazione è rientrata dopo alcune settimane. E questo sia per via della riposta della polizia, ma anche perché con l'aumento delle tasse sulla benzina il governo ha potuto dedicare risorse alle classi meno abbienti. Con le primavere arabe nate sull'onda del malcontento dei ceti più poveri, la tassazione della benzina è servita per redistribuire reddito ai cittadini meno agiati. La rivolta è stata così gradualmente silenziata.

Ma il malcontento non è stato estirpato, soltanto mantenuto più in profondità. I leader della repubblica islamica hanno sperato poi nell'evoluzione del contesto internazionale e, in particolare, nella fine delle sanzioni a carico dell'Iran. Il coronavirus prima e i mancati accordi sul nucleare dopo, non hanno scalfito la situazione. Per questo il Paese è rimasto stretto nella morsa di una crisi sempre meno gestibile. Sono poche le entrate e il petrolio e le altre risorse di cui è ricco il territorio iraniano non possono essere vendute all'estero: la cinghia del bilancio si è così fatta sempre più stretta.

Se le sovvenzioni al momento riescono a tenere ferme le masse meno abbienti, la classe media invece sta patendo una situazione sempre più grave. Ed è l'agitazione di questa classe al momento a spaventare maggiormente i vertici del potere iraniano.

Giovani generazioni lontane dalla rivoluzione islamica

Alla classe media appartengono molti degli studenti scesi in piazza in questi ultimi mesi. Da parte loro è emerso un nervosismo legato al proprio futuro e alla fatica di trovare lavoro. Preoccupazioni in grado di aprire la strada a un altro genere di rivendicazioni. Quelle di natura sociale. E qui a fungere da detonatore è stata la questione anagrafica. L'età media della popolazione iraniana è molto più bassa di quella europea e occidentale. Anche se nell'ultimo decennio la crescita demografica ha subito un vistoso rallentamento, l'età media dell'intera popolazione è di 31 anni. In Italia, per avere un'idea, è di 46.

Vuol dire quindi che c'è un'ampia fetta di cittadini non ha mai toccato con mano la rivoluzione islamica del '79. Le condizioni disagiate a livello economico e i contatti con l'estero anche tramite i social (nonostante i frequenti blocchi), stanno aumentando tra i giovani, studenti e non, la percezione di essere ingabbiati in un sistema da loro non voluto e da loro non compreso.

Le ragazze che in piazza hanno tolto il velo come gesto di provocazione, hanno voluto esprimere la sensazione di ritrovarsi all'interno di un contesto anacronistico. Ed è la trasposizione in piazza di quanto già da tempo avveniva all'interno delle case. Negli anni molti giovani sono stati sorpresi a organizzare feste private, con alcool e comportamenti ritenuti immorali. Una vita, quella del giovane medio iraniano, molto diversa da quella concepita da chi ha fatto la rivoluzione del 1979.

E questo non solo per via dell'inevitabile cambiamento dei tempi. Anche negli anni '80, al fianco di giovani che hanno partecipato alla nascita della Repubblica Islamica, c'erano giovani che hanno vissuto in modo distaccato gli eventi. La rivoluzione è stata accettata da tutti in nome del superamento del regime dello Scià Rheza Palevi e per via dell'attacco iracheno nella guerra sviluppatasi tra il 1980 e il 1988. Oggi, con una certa lontananza dai dettami del 1979 e con condizioni economiche sempre meno promettenti, al distacco si è aggiunta l'insofferenza.

Minoranze discriminate

La morte di Mahsa Amiri ha catalizzato l'attenzione anche delle minoranze. È un'altra questione mai del tutto chiusa dai vertici della Repubblica Islamica. La ragazza deceduta a Teheran era di origine curda. Questo ha creato le basi per importanti manifestazioni tenute nella provincia del Kurdistan iraniano. In scia, le altre minoranze hanno iniziato a portare in piazza il proprio malcontento. A partire dagli azeri, minoranza turcofona che vive nel nord del Paese in regioni importanti come quelle di Tabriz.

La questione azera è sempre stata molto delicata. Lo dimostra il fatto che nel novembre 2015 importanti manifestazioni sono esplose nelle regioni a maggioranza azera dopo uno sceneggiato televisivo. Si trattava di un programma dedicato ai bambini dove una famiglia azera veniva descritta con stereotipi negativi, seppur in chiave comica. Dopo la puntata, in migliaia hanno protestato per le strade. Segno di un'insofferenza latente e mai sopita.

Più a sud a partecipare alle manifestazioni degli ultimi mesi sono stati anche i baluci. Membri cioè di una minoranza di religione sunnita, la quale ha sempre percepito la teocrazia sciita come lontana e discriminatoria. A fine settembre a Zahedan, capoluogo della provincia del Balucistan, si sarebbe consumata una delle peggiori stragi dall'inizio delle manifestazioni di settembre: durante gli scontri tra gruppi locali e poliziotti, sarebbero morte almeno 80 persone.

Una retorica che non fa più presa

Giovani lontani dalla rivoluzione del 1979, economia sempre meno solida e minoranze etniche e religiose mai pienamente integrate nel contesto sociale e politico del Paese. La fragilità interna dell'Iran è emersa con forza subito dopo lo scoppio delle proteste di settembre. Una fragilità figlia delle tante contraddizioni del Paese, tenute faticosamente unite e nascoste dallo spettro, perennemente e sapientemente alimentato dalle autorità, dell'esistenza di nemici esterni. Nel primo decennio di vita della Repubblica Islamica, è stata la guerra contro l'Iraq a rinsaldare la società. In seguito, sono state le sanzioni a far percepire all'opinione pubblica di essere sotto attacco esterno.

La retorica però adesso non fa più presa. Il collante che ha tenuto unito l'Iran non riesce più a far incastrare il variegato mosaico sociale. Nemmeno la recente scomparsa dal generale Soleimani, ucciso da un raid Usa nel gennaio 2020, è riuscita a riunificare il Paese. Dopo i primi giorni di lutto nazionale molto partecipato, la crisi generata dal coronavirus e le tensioni nate negli ultimi mesi hanno fatto dimenticare l'esistenza di martiri e di attacchi esterni. Fino alla detonazione di tutte le varie tensioni faticosamente tenute nascoste dai massimi dirigenti della Repubblica Islamica. MAURO INDELICATO

L'Iran del terrore è figlio del pensiero teocratico nato in Occidente. Otello Lupacchini su Il Tempo il 14 gennaio 2023

Non v'è dubbio che in Iran sia in atto una vera e propria rivolta: da settembre, il popolo lotta contro un regime oscurantista e sanguinario. Uccisi nelle strade, morti nelle mani della polizia ed esecuzioni capitali, sono inequivocabile indice della durezza del braccio di ferro tra regime e piazza: tutto quel che è diverso dall'omologazione imposta e, dunque, rappresenta e insegue il sogno della libertà, è represso e sterminato dal regime. Simbolo del crollo di consenso popolare nei confronti della teocrazia islamica iraniana, le donne scendono in piazza, si strappano platealmente il velo e lo sventolano al mondo intero, si tagliano pubblicamente ciocche di capelli; e muoiono: in strada sotto i colpi degli sgherri degli ayatollah, nei posti di polizia per le torture loro inflitte, per mano del boia, in un Paese in cui la forca miete vite come in nessun altro luogo al mondo: vite di donne, vite di ragazzi minorenni, vite di persone la cui unica colpa è di essere o sentirsi diversi dal modello imposto da una visione distorta della fede e delle sue regole.

È senz'altro doveroso che i nostri Governi, vieppiù dopo le numerose esecuzioni capitali di giovanissimi, tutti accusati di muharebeh, ossia di fare «guerra contro Dio», facciano sentire forte la loro voce di condanna per le violenze e le repressioni di persone inermi; che venga sospeso ogni accordo con il regime teocratico, nucleare compreso; che venga inasprito l'embargo economico-commerciale; che vengano sanzionati i membri della struttura di potere della Repubblica islamica in Iran, che siano attivate le procedure giudiziarie internazionali per procedere nei confronti di coloro che si macchiano di crimini contro l'umanità; che non abbiano paura, se del caso, di richiamare gli ambasciatori.

Altrettanto importante, però, è capire e denunciare, senza alcuna ipocrisia, come in Iran accada né più né meno quel che è tipico di tutti i regimi che, in qualche modo, nel corso della storia, sentendosi investiti da Dio, si sono lasciati andare a ogni sorta di nefandezze. Un male di cui la civiltà occidentale, non è restata immune: solo in tempi relativamente recenti le nostre società sono faticosamente riuscite a distinguere tra Dio e Cesare, tra politica e religione, riducendo al minimo e non senza strascichi le interferenze reciproche

. Per rendersene conto basterà ripartire dalla Lettera ai Romani di san Paolo che, nei primi due versetti del 13° capitolo, raccomanda: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c'è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno sudi sé la condanna».

La visione paolina del mondo segna il vertice del quietismo reazionario: rinnegato il nazionalismo della teocrazia giudaica, San Paolo conserva il principio teocratico identificando tanti mandati terreni di Dio quanti sono sulla crosta terrestre i governi in arcione. Dicendo che l'autorità viene da Dio, Paolo si colloca nel punto in cui il cinismo quietistico confina con l'infatuazione teocratica, cioè li combina: il cinico fa il verso della scimmia se le autorità lo prescrivono, pur di lucrare un vantaggio o scongiurare un danno; il fanatico, invece, o affronta il patibolo o ci manda gli altri piuttosto di disubbidire al comandamento piovuto dal cielo. Su questo terreno, anche nel nostro presente, si colgono rigurgiti di «terrore giudiziario meritorio».

Del resto, che la ferocia giudiziaria piace in ogni tempo e a ogni latitudine ai patiti del principio teocratico, lo dimostra la famosa pagina sul boia, in cui Joseph de Maistre, nel bodoire di Saint-Pétersbourg, espone i meccanismi repressivi occulti o almeno discreti, che società chiuse lavorano nelle società chiuse: nessun elogio morale può essere tributato al boia, «perché ogni elogio morale presuppone un rapporto con gli uomini, mentre egli non ne ha alcuno; ogni grandezza, ogni potere, ogni subordinazione dipendono, però, da lui: egli è l'orrore e il legame dell'associazione umana; togliete dal mondo questo agente incomprensibile, e nello stesso istante l'ordine lascia il posto al caos, i troni si inabissano e la società scompare. E ogni luterologo sa quali conclusioni ne siano state dedotte sulla pelle dei contadini ribelli: mentre un assassino offende questo o quel membro della società, il rivoltoso aggredisce il fondamento stesso della convivenza sociale; col primo bisogna rispettare le regole del gioco, processo e garanzie della difesa, il secondo va abbattuto sul posto come un cane idrofobo, se no ammazza te e tutto un Paese: «Non si deve attendere che l'autorità giudichi e agisca, visto che non è in grado di farlo (...) ogni suddito fedele deve andarle in soccorso pugnalando, decapitando, sgozzando, e arrischiando corpo e beni per salvarla» (Lutero, Lettera sul libretto contro i contadini, in Scritti politici, Torino 1959, 322); perché niente eguaglia un rivoltoso quanto a veleno diabolico: in tempi convulsi, «un signore si guadagna il cielo versando sangue», meglio che se pregasse. Inutile dire che la rottura rivoluzionaria e il conseguente incivilimento dei costumi hanno avuto un'impronta antiecclesiastica: in Germania, a chiedere per primi l'abolizione della pena di morte, furono i contadini in rivolta; in Francia fu con la rivoluzione che sopravvenne la condanna del sadismo giudiziario.

Quando c'è di mezzo la salute dell'anima, il rogo, la ruota lo squartamento, i mille modi d'infierire su un poveraccio inerme sono espedienti pedagogici appena adeguati. Bisogna poi tener conto della malignità naturale dell'uomo di chiesa e del gusto festoso dello spettacolo: la gente va all'esecuzione in piazza come andrebbe a teatro. Se ne prenda atto senza ipocrisie e non si potrà allora restare inerti, silenti, indifferenti, di fronte al grido che proviene dalle strade e dalle piazze iraniane, lasciando che Khamenei ed i suoi scagnozzi si sentano liberi di procedere «nel nome di Dio» con il terrore, le violenze, gli stupri e le esecuzioni di massa.

Iran, otto anni di carcere all’uomo che ha decapitato la moglie 17enne (e rideva per strada). Irene Soave su Il Corriere della Sera il 18 Gennaio 2023.

Il processo per l’omicidio di Mona Heidari, sposa bambina, a febbraio 2022, si è chiuso ora con una pena detentiva. Ben diversamente, cioè, dai processi-lampo che mandano i dissidenti alla forca

L’Iran che manda alla forca i suoi ragazzi, dissidenti, dopo processi da meno di un mese, usa con altri rei differenti riguardi. Passerà otto anni in carcere Sajjad Heidarnava, un uomo che ad Ahvaz, nell’Iran sudoccidentale, ha decapitato sua moglie ed è uscito per strada ridendo con la testa di lei in mano. La moglie, Mona Heidari, aveva 17 anni; si erano sposati che lei ne aveva 12, e avevano un figlio di 3.

Il caso ha sconvolto il Paese: il video è emerso sui social ben dopo l’omicidio, avvenuto a febbraio 2022, e ha scatenato un’ondata di dolore e indignazione, oltre a una campagna delle principali organizzazioni per i diritti umani per l’aumento dell’età minima per contrarre matrimonio, fissata ora a 13 anni per le ragazze. Heidarnava ha agito insieme al cognato, cioè al fratello di Mona; anche per il concorso di colpa, la condanna è stata di appena sette anni e mezzo per omicidio, più otto per aggressione. Senza appello: la famiglia della sposa bambina — e del complice dell’assassino, Heidar Heidarnava, fratello di lei — aveva «perdonato» l’assassino anziché chiedere qesas, una punizione più severa ai sensi della legge islamica. Una sorta di patteggiamento. Heidar Heidarnava, il complice, starà in carcere per 45 mesi. Il processo si è svolto regolarmente, e ha avuto una durata congrua: undici mesi.

Lo stesso non si può dire per le confessioni estorte e i processi lampo che hanno portato all’impiccagione già quattro ragazzi, tra i manifestanti coinvolti nelle proteste scoppiate dopo la morte il 16 settembre di Mahsa Amini. Curda, 22 anni, è stata arrestata per una presunta violazione del codice di abbigliamento femminile del Paese. È morta dopo due giorni per le percosse della polizia. Da allora le proteste non si fermano: 19 mila gli arresti, quasi 500 manifestanti hanno perso la vita e soprattutto ci sono state quattro esecuzioni capitali lampo, dal sapore di punizioni esemplari. Altri venti sono già stati condannati a morte, e potrebbero essere impiccati da un momento all’altro.

Da open.online il 12 gennaio 2023.

L’Iran si prepara a eseguire una nuova condanna a morte: questa volta di un cittadino di nazionalità anche britannica. Sembra infatti imminente l’esecuzione di Alireza Akbari, ex viceministro della Difesa iraniano ai tempi della presidenza di Seyyed Mohammad Khatami (1997 – 2005), condannato a morte nel 2019 da una Corte Rivoluzionaria di Teheran con l’accusa di spionaggio per conto del Regno Unito. Lo ha raccontato la moglie dell’ex funzionario iraniano Maryam alla Bbc Persian, affermando di essere stata convocata nella prigione, dove si troverebbe Akbari, per «un ultimo saluto».

 La Bbc in lingua farsi ha inoltre diffuso la registrazione di un messaggio audio attribuito all’ex viceministro in cui Akbari – che ha un secondo passaporto britannico – afferma di esser stato torturato e costretto a confessare davanti alla telecamera crimini mai commessi. Non solo. L’ex funzionario racconta anche di esser arrivato in Iran su richiesta di un alto diplomatico iraniano coinvolto nei colloqui sul nucleare con potenze mondiali. Una volta raggiunto il Paese, aggiunge Akbari, sarebbe stato accusato di aver ottenuto informazioni top secret dall’allora segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani «in cambio di una boccetta di profumo e di una maglietta». Alireza Akbari ha prestato servizio sotto Shamkhani quando quest’ultimo era ministro della Difesa, sempre sotto la presidenza riformista di Khatami.

Ore dopo la pubblicazione del messaggio da parte dell’emittente, l’agenzia stampa iraniana Mizan – fa sapere Bbc – ha confermato per la prima volta dopo anni che Akbari era stato ritenuto colpevole di spionaggio e che la Corte Suprema aveva respinto il suo appello. Una portavoce del ministero degli Esteri di Londra ha da parte sua assicurato che il Foreign Office continuerà a «sostenere il signor Akbari e la sua famiglia», nonché a «sollevare insistentemente il suo caso di fronte alle autorità» di Teheran. Nel frattempo, il Regno Unito ha chiesto ai vertici iraniani il «rilascio immediato» dell’ex viceministro» e «l’accesso consolare urgente per poterlo visitare in prigione».

  Mattarella striglia il neo-ambasciatore di Teheran

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è tornato a far sentire la propria voce contro la repressione da parte delle autorità iraniane nei confronti dei manifestanti che da oltre quattro mesi infiammano le piazze del Paese. Nel pomeriggio di oggi, mercoledì 11 gennaio, infatti Mattarella ha ricevuto al Quirinale il nuovo ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri, al quale – si legge nella nota della presidenza della Repubblica – ha ribadito la «ferma condanna dello Stato italiano e la sua personale indignazione per la brutale repressione delle manifestazioni, per le condanne a morte e l’esecuzione di molti dimostranti». Per il presidente ora è necessario «porre immediatamente fine alle violenze rivolte contro la popolazione» poiché «il rispetto con cui l’Italia guarda ai partner internazionali e ai loro ordinamenti trova un limite invalicabile nei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo».

Fatemi vedere per l’ultima volta mia figlia prima dell’esecuzione”, il dramma di un condannato a morte. Prof. Roberto Castelli su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

Il Cuore dell’Iran presenta una ferita profonda e sanguina di sangue innocente, sangue dei suoi figli che vengono mandati a morire innocenti come “nemici di Dio” perché protestano contro la Repubblica Islamica. Nel settembre 2022 dopo la morte violenta di Mahsa Amini, detenuta e violentata in un carcere di Teheran perché non indossava correttamente il velo, sono state migliaia le persone a scendere in piazza contro il regime islamico. Queste proteste sono costate al popolo iraniano, finora, oltre 500 morti e migliaia di arresti, di sparizioni in carceri dove studenti liceali e universitari subiscono violenze, torture, sevizie. Quattro uomini, di cui due poco più che ventenni, sono stati impiccati per aver “mosso guerra a Dio”.

In questo contesto si iscrivono le storie di Hassan Firouzi e Mohammad Ekhtiarian. Hassan, 34 anni, è stato arrestato nel novembre 2022 ed è stato condannato alla pena di morte da eseguire appena si sarà rimesso dalle ferite subite in carcere, perché per una perversa e tragica ironia si deve essere “sani”, almeno in apparenza, per morire nella “guerra contro Dio”. Detenuto nella prigione di Evin, tristemente nota per le frequenti denunce di violazione dei diritti umani, è stato sottoposto a tortura al fine di estorcergli una falsa confessione di colpevolezza. Non gli è stata concessa alcuna assistenza legale ed è stato condannato dopo un processo sommario alla pena capitale. Il 16 gennaio 2023, prima di essere riportato dall’ospedale in prigione senza le necessarie cure, Hassan ha lanciato un appello al popolo iraniano.

Le sue parole sono dettate dalla disperazione di chi è ben conscio di stare per morire e che dovrà lasciare il mondo senza più vedere la “cosa” che egli ama di più, sua figlia: “Chiedo una sola cosa al popolo iraniano: fate qualcosa perché io possa vedere mia figlia per l’ultima volta. Che io firmi o meno la confessione mi uccideranno. Il mio unico desiderio è di vedere per l’ultima volta mia figlia prima che uccidano me. Dopo 10 anni, Dio finalmente ci ha dato una bambina e io ho potuto vederla solo per 18 giorni prima di essere arrestato”. Noi tutti proviamo un profondo senso di impotenza di fronte al suo appello e al suo dramma e per quello di centinaia di persone detenute e seviziate nelle carceri iraniane. Morire in nome di Dio, ma in verità per mano di un regime che non rispetta né Dio né l’uomo, è un prezzo troppo alto da pagare e un insostenibile paradosso. Paradosso non meno tragico è associare il nome di Dio, “il clemente, il misericordioso”, il Dio “con i nomi più belli”, come si legge nel Corano, alla morte: alla morte degli altri, di quelli che pensano diversamente.

Rapporti del 23 gennaio scorso di attivisti iraniani per i diritti umani indicano che Hassan, a causa delle gravi lesioni riportate durante l’interrogatorio e l’assenza di cure mediche, sia entrato in coma. Durante gli interrogatori sarebbe stato duramente picchiato con una sedia e l’assenza di cure mediche avrebbe determinato una grave emorragia con perdita della funzionalità di un rene.

Analoga tragica sorte è quella di Mohammad Ekhtiarian, altro giovane manifestante iraniano arrestato nel corso delle proteste. Di lui non abbiamo dichiarazioni dirette, e anche le notizie sulla sua situazione sono frammentarie, ma non per questa ragione la sua storia è in secondo piano. Durante l’arresto, gli sono state provocate gravi ferite forse d’arma da fuoco a una gamba e ora, a cause di infezioni gravi, anche lui sarebbe entrato in coma.

Al momento attuale, la storia dell’Iran è fatta da centinaia di casi come questi. I ragazzi dopo l’arresto spariscono, subiscono torture e pestaggi, muoiono senza che di loro si sappia più nulla. Ora Hassan e Mohammad stanno morendo a cause di brutali sevizie e torture o sono in condizioni di pericolo di vita, privati delle cure necessarie. Diamo voce alla voce di Hassan e di Mohammad e a quella di centinaia di ragazzi incarcerati, torturati e messi a morte solo perché hanno il coraggio di alzare la testa contro un regime che li schiaccia, li opprime, offende i loro diritti di essere umani. La loro voce è soffocata dalla sofferenza, dalla paura, dal dolore o ridotta a un lieve labile tremante sospiro. Abbiamo il coraggio di urlare al loro posto che la vita umana e i suoi diritti, sono un valore irrinunciabile, non possono essere calpestati e vilipesi e, chissà, riusciremo a fermare la mano del boia. Se non arriveremo a tanto, almeno avremo provato a non allinearci all’indifferenza e all’individualismo. Chiediamo a tutti i governi del mondo libero, alle organizzazioni umanitarie, e al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di intraprendere azioni urgenti per fermare l’esecuzione di Hassan e Mohammad e tutti i crimini in corso in Iran. Prof. Roberto Castelli

L'Iran sdegna il mondo: l'ex vice ministro Akbari impiccato per spionaggio. Era nel governo riformista di Khatami. Parigi e Londra: "Barbarie che non resterà senza risposta". Gaia Cesare il 15 Gennaio 2023 su Il Giornale.

In un messaggio audio diffuso dal canale in persiano della Bbc, mercoledì, lo si sentiva denunciare di essere stato torturato e costretto a confessare crimini mai commessi. Eppure, neanche per lui, Alireza Akbari, 61 anni, ex vice ministro della Difesa iraniano durante l'epoca riformista del presidente Mohamed Khatami (1997-2005), c'è stato nulla da fare, come per i 4 manifestanti impiccati per le proteste anti-governative in corso in Iran e per altri 4 accusati di aver passato informazioni ai servizi segreti israeliani. Con l'accusa di essere una spia, anzi di essere «uno dei più importanti agenti dell'intelligence britannica in servizio in Iran» consueta imputazione usata da Teheran contro chi è considerato nemico della Repubblica islamica l'ex numero due della Difesa iraniana è stato impiccato per «corruzione sulla terra e per aver danneggiato la sicurezza interna ed esterna del Paese attraverso la trasmissione di informazioni». Tra le prove esibite dal regime c'è un video, in cui Akbari confessa di essere una spia, salvo poi denunciare nell'audio della Bbc che la confessione gli è stata estorta.

Arrestato nel 2019, Akbari si trovava già nel braccio della morte, ma la notizia ha scioccato la comunità internazionale e in particolare Londra, che ha imposto sanzioni al procuratore generale iraniano, Mohammad Jafar Montazeri, per sottolineare il «disgusto» del governo britannico, che ha anche convocato l'ambasciatore iraniano. Il premier inglese Rishi Sunak si è detto «sconvolto» e ha definito l'esecuzione «un atto crudele e codardo», dichiarazione che - in una sorta di ribaltamento dei ruoli - ha spinto Teheran a convocare l'ambasciatore inglese. Akbari era anche cittadino britannico (ma l'Iran non riconosce la doppia cittadinanza) e sia gli Stati Uniti che il Regno Unito avevano chiesto due giorni fa di fermare l'esecuzione. «Accuse motivate politicamente» quelle contro di lui, secondo Washington, che aveva denunciato il trattamento subìto da Akbari, «drogato, torturato durante la detenzione, interrogato per migliaia di ore e costretto a rilasciare false ammissioni».

Dagli Stati Uniti alla Francia alla Germania, le cancellerie occidentali reagiscono all'orrore. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di «atto atroce e barbaro». Parigi ha espresso «indignazione» per l'esecuzione, ha convocato l'incaricato iraniano e promesso con Londra che «le ripetute violazioni del diritto internazionale non rimarranno senza risposta». Berlino ha parlato di «ulteriore atto disumano» del regime.

La tempistica dell'esecuzione di Akbari, secondo l'avvocato per i diritti umani, Saeid Dehghannon, non sarebbe casuale. Coincide con la valutazione del Parlamento inglese per inserire il Corpo delle Guardie rivoluzionarie nella lista dei gruppi terroristi. Ma per altri analisti l'esecuzione sarebbe un segnale a un ramo dei servizi segreti iraniani, a causa della vicinanza di Akbari ad Ali Shamkhani, segretario dal 2013 del Consiglio nazionale supremo, che lo aveva invitato in Iran - secondo il fratello di Akbari, Mehdi - per il suo ruolo di consigliere nei negoziati sul nucleare.

Anche Amnesty International, che ha definito «ripugnante» l'impiccagione, ha ricordato come Akbari sia stato sottoposto a torture. Nell'audio della Bbc, l'ex viceministro spiegava: «Mi hanno dato vestiti nuovi e mi è stato chiesto di tingermi i capelli per essere rilasciato, ma poi sono stato portato in uno studio cinematografico e minacciato con una pistola di confessare il falso».

Iran: "Giustiziato l'ex viceministro Akbari". Era accusato di essere una spia britannica. La Repubblica il 14 gennaio 2023.

Pochi giorni fa la moglie era stata convocata in prigione "per un ultimo incontro", il che aveva fatto temere che la condanna potesse essere eseguita a breve

Pochi giorni fa la convocazione della moglie in prigione per un "ultimo saluto" e un audio diffuso dalla Bbc in cui Alireza Akbari si accusava di aver ottenuto informazioni segrete grazie a: "profumo e magliette" aveva fatto temere, o capire, che ci sarebbe stata a breve l'esecuzione. E oggi l'Iran ha annunciato di aver giustiziato un cittadino iraniano-britannico che una volta lavorava per un suo ministero.  Lo hanno annunciato fonti giudiziarie, lo conferma l'agenzia di stampa iraniana Mizan, associata alla magistratura del paese, che parla di impiccagione. Non è stato detto quando, solo che è successo. Tuttavia, si vocifera che sia stato giustiziato già dopo la visita della moglie.

Alireza Akbari era stato viceministro della Difesa tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, da molti anni non ha più ruoli operativi all'interno dell'amministrazione. L'Iran aveva accusato Akbari, senza offrire prove, di essere una spia dell'agenzia di intelligence britannica MI-6. Anzi era considerato in Iran una "spia chiave" per l'"importanza della sua posizione", addirittura come "uno dei più importanti infiltrati nei centri sensibili e strategici del Paese".

 Estratto dell'articolo di Gabriella Colarusso per “la Repubblica” il 15 Gennaio 2023.

«Sono stato accusato di aver ottenuto informazioni top secret dal capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano in cambio di una bottiglia di profumo e una maglietta». Le ultime parole note di Alireza Akbari erano state diffuse pochi giorni fa dalla Bbc in lingua farsi, un messaggio audio registrato in cui l'ex viceministro della difesa iraniano denunciava di essere stato torturato perché confessasse colpe non sue.

 Akbari è stato impiccato con accuse di spionaggio, in quella che tuttavia sembra essere anche una resa dei conti all'interno del sistema di potere di Teheran e che ha suscitato l'ira del premier inglese Sunak e della comunità internazionale. Akbari aveva infatti doppia cittadinanza, iraniana e britannica.

[…] Il governo iraniano l'ha accusato, senza fornire evidenze, di aver passato a paesi stranieri informazioni sensibili sulla Difesa e sul programma nucleare iraniano, compreso alcuni dettagli sul lavoro di Mohsen Fakhrizadeh, forse il più importante scienziato iraniano, padre del programma nucleare militare, ucciso il 27 novembre 2020 non lontano da casa sua a Teheran. Il giorno dell'agguato, Akbari era già in carcere.

C'è una lunga scia di casi di cittadini con doppia nazionalità che sono stati accusati in Iran di spionaggio e spesso usati come merce di scambio nei negoziati con paesi stranieri. I processi quasi sempre vengono celebrati a porte chiuse per sicurezza nazionale e i gruppi per i diritti umani denunciano violazioni gravi dei diritti della difesa. […]

 La segretezza e l'opacità che hanno circondato il suo caso sollevano molte domande. Akbari è cresciuto politicamente con Ali Shamkhani, […] Ma Akbari è stato vicino anche ad Ali Larijani, […] descritti dalla stampa indipendente che ha base fuori dall'Iran, ma buone fonti all'interno, come fautori di una linea più moderata, di dialogo con i manifestanti e di apertura alle riforme. 

Larijani si è espresso anche pubblicamente contro l'obbligatorietà del velo, Shamkhani ha incontrato alcuni esponenti riformisti chiedendo loro, senza successo, di collaborare per sedare le manifestazioni di piazze. L'ex viceministro ha pagato anche la sua vicinanza al fronte moderato? Per Abdolrasool Divsallar, analista e studioso di affari militari iraniani, che oggi vive in Italia, ma che ha lavorato alla Difesa, le accuse contro l'ex viceministro «sono tutte falsità». 

 «Akbari era un brillante analista ed è stato critico nei confronti delle strategie regionali e di difesa dell'Iran come l'eccessivo coinvolgimento in Siria ed era fautore di una linea di appeasement con gli Stati Uniti nel Golfo. La sua esecuzione è un messaggio: non c'è spazio politico per ogni idea che si allontana dalla visione della leadership». […]

L'Iran ora sfida l'Italia: "Non prendiamo lezioni". Ipotesi nuove sanzioni. Braccio di ferro sulla repressione di Teheran. L'ambasciatore attacca. Tajani: stop violenze. Massimiliano Scafi il 13 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Roma. Irritato. «Non accettiamo lezioni, letture politiche e ingerenze. Respingiamo la pretesa di alcuni Paesi di imporre la loro cultura e il loro stile di vita». Irridente, persino. «La Repubblica islamica condivide il diritto internazionale e rispetta i valori umani». Inverosimile, pure: «L'Iran tutela i diritti delle donne e tiene processi equi». Si, sembra davvero incredibile, ma sono proprio queste le parole del nuovo ambasciatore di Teheran, appena strapazzato da Sergio Mattarella durante la consegna delle credenziali. Mercoledì il capo dello Stato gli ha parlato fuori dai denti, esprimendo «la ferma condanna italiana e la mia personale indignazione per la brutale repressione delle manifestazioni di protesta». E il giorno dopo Mohamad Reza Sabouri replica con affabile durezza. «Roma per noi è la porta di accesso all'Europa, però non scambieremo la nostra indipendenza e la nostra sicurezza con niente». Così tocca ad Antonio Tajani fare il punto, davanti alle commissioni congiunte Affari esteri. «Speravamo che ci fosse un cambiamento, dopo la liberazione di Alessia Piperno, ma quel segnale non ha avuto seguito. Il ricorso arbitrario alla pena capitale rende sempre più difficile un dialogo costruttivo».

Quasi 20mila in galera, 500 morti negli scontri di piazza, oltre cento le condanne capitali dopo processi lampo. E violenze sessuali quasi sistematiche contro le manifestanti arrestate. «La repressione in Iran ci lascia sgomenti - dice Tajani - La nostra posizione è chiara e netta. In linea con il Parlamento e con le parole del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, chiediamo la cessazione immediata dell'oppressione e una moratoria della pena di morte». I rapporti sono al minimo storico, però «per uno stop alle relazioni diplomatiche con Teheran occorre un'intesa con gli alleati». Situazione comunque pesantissima. E non basta «la cieca repressione del dissenso», o la «linea rossa superata» da tutti quei ragazzi mandati a morte dai tribunali. Il governo, spiega il ministro degli Esteri, «è molto preoccupato anche per il progressivo allineamento dell'Iran alla Russia, con la fornitura di droni utilizzati nel conflitto con l'Ucraina». A questo punto serve una risposta europea, infatti «stiamo lavorando a un quarto pacchetto di sanzioni Ue per continuare a lanciare un messaggio inequivocabile di condanna».

L'Italia inoltre «si augura» che possa ripartire presto il negoziato «per il ripristino dell'accordo sul nucleare, che rappresenterebbe una conquista importante nel contrasto alla proliferazione» di armi atomiche. Vista l'aria che tira, è meglio non coltivare troppe speranze. In ogni caso, assicura il ministro degli Esteri, «non baratteremo il nucleare con i diritti umani», però «non possiamo dire non parliamo di nucleare finché l'Agenzia internazionale per l'energia atomica punta a controllare quanto succede in Iran: il mondo intero sta dialogando, non solo noi, non è una posizione di debolezza».

La trattativa langue ma per Sabouri «se ci fosse una reale volontà, un accordo sarebbe a portata di mano». Quanto ai droni ai russi, sì, è vero, ma non sono quelli di cui si parla. «Anche noi abbiamo protestato con Mosca e ci hanno risposto che non sono stati usati in Ucraina. Noi non stiamo ne con l'Est ne con l'Ovest». L'ambasciatore nega pure tutto il resto. Le proteste? «Sono ammesse purché pacifiche». Il dissenso? «La libertà di parola e di pensiero è uno dei valori dell'Islam». I processi? «Sono regolari. A chi non può permetterselo viene fornito un avvocato». Le vittime? «Solo 300». Gli stupri? «Il procuratore generale ha disposto indagini». I rapporti con l'Italia? «Pure noi compiamo errori. L'Iran è pronto ad accogliere know how e tecnologia, però ci aspettiamo un atteggiamento più costruttivo».

Iran, cinque anni di carcere per l’ex figlia del presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. A settembre i media iraniani avevano scritto che la ragazza, attivista per i diritti delle donne, era stata arrestata «per incitamento ai disordini» durante le proteste per la morte di Mahsa Amini. Il Dubbio il 10 gennaio 2023

La figlia dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani è stata condannata a cinque anni di prigione. Lo ha reso noto il suo legale, senza dare alcun dettaglio sui motivi della condanna di Faezeh Hashemi, ma, ha ricordato l'agenzia di stampa Isna, la procura di Teheran l'aveva incriminata per «propaganda contro il sistema».

A settembre i media iraniani avevano scritto che la figlia di Rafsanjani, attivista per i diritti delle donne, era stata arrestata «per incitamento ai disordini» durante le proteste per la morte di Mahsa Amini.

Iran a rischio esecuzione oltre cento manifestanti. L'Ue: "È ora di fermarsi". "Dal Kurdistan a Teheran, la mia vita per l'Iran", gridano nel distretto di Ekbatan, zona ovest della capitale. "Libertà, libertà, libertà". Gaia Cesare il 10 Gennaio 2023 su Il Giornale

«Dal Kurdistan a Teheran, la mia vita per l'Iran», gridano nel distretto di Ekbatan, zona ovest della capitale. «Libertà, libertà, libertà», invocano gli studenti dell'università di Teheran, battendo rumorosamente i piedi per farsi sentire. «Ucciderò chi ha ucciso mio fratello. Questo è l'ultimo avvertimento», ma anche «la patria non sarà nostra, finché i mullah non saranno rimossi», dicono a decine di fronte al carcere Rajai Shahr, nella città di Karaj, per chiedere di fermare l'esecuzione imminente di altri due manifestanti, dopo che sabato è salito a quattro il numero di rivoltosi impiccati per le proteste anti-regime.

A quattro mesi dall'inizio della rivolta, dopo almeno 19.290 arresti e 519 morti accertati tra i civili, compresi 70 minori (ma le vittime sono certamente molte di più, secondo l'organizzazione per i diritti umani Hrana, che ha diffuso il dato aggiornato e conta inoltre 68 uccisi tra i membri delle forze di sicurezza), la popolazione iraniana non smette di scendere in piazza e ribellarsi come può, nonostante il bagno di sangue. Quattro manifestanti sono già stati impiccati finora dal regime a causa delle proteste antigovernative e adesso altri due giovani sono stati trasferiti nel braccio della morte. La loro fine potrebbe essere questione di ore. Si tratta di Mohammad Ghobadlou, 22 anni, e Mohammad Boroughani, 19 anni. Ma sono 17 gli iraniani condannati a morte, prevalentemente ventenni, che rischiano l'esecuzione da un momento all'altro e 111 i manifestanti arrestati «sotto la minaccia imminente» di finire al patibolo, gli ultimi quattro nella sola giornata di ieri, tre dei quali per una manifestazione a Isfahan in cui furono uccisi tre membri delle forze di sicurezza. Nello stesso processo, ha scampato per un soffio la pena capitale l'ex calciatore Amir Nasr Azadani, condannato invece a 26 anni. Ne dovrà scontare invece 5 Faezeh Hashemi, la figlia dell'ex presidente Akbar Rafsanjani, condannata ieri in via «non definitiva» per «propaganda». Le sentenze delle autorità iraniane arrivano all'indomani della presa di posizione di un altro noto calciatore, Mehdi Taremi, centravanti del Porto e della nazionale iraniana, fra i giocatori più rappresentativi del Paese, che in un post su Twitter ha condannato la repressione: «Non si fa giustizia con il cappio. Quale società raggiunge la pace con spargimenti di sangue ed esecuzioni ogni giorno?», ha scritto l'asso del calcio.

Per protestare contro le esecuzioni, chiedendone lo stop immediato, le cancellerie europee fanno una mossa diplomatica simbolica, mentre Papa Francesco condanna la pena di morte in Iran e altrove: «Va abolita in tutti i Paesi del mondo». I ministeri degli Esteri francese, norvegese e tedesco, così come l'Unione europea, tramite il Segretario generale del Servizio europeo per l'azione esterna, Stefano Sannino, a nome dell'Alto rappresentante per la Politica Estera dell'Ue, hanno convocato l'ambasciatore iraniano e il Regno Unito l'incaricato d'affari iraniano, il diplomatico più alto in grado a Londra. Ma il regime non mostra alcun segno di cedimento.

Al contrario, l'ayatollah Khamenei, Guida Spirituale e più alta carica religiosa della Repubblica islamica, ha esortato di nuovo le autorità nelle scorse ore «a punire i rivoltosi in modo serio ed equo», definendo il loro un «tradimento», che «non mira a contrastare la gestione e le debolezze economiche del Paese» ma cerca di «fermare la produzione e il turismo in Iran». Un'analisi totalmente scollegata dalla realtà, mentre il Paese chiede la sua testa o quanto meno la sua uscita di scena. E ora anche Meta, la società che detiene Facebook, Whatsapp e Instagram autorizza, tramite il suo Oversight Board, l'organismo per il controllo dei contenuti, lo slogan «Morte a Khamenei». «Non viola la regola contro le minacce violente - dicono dall'azienda di Mark Zuckeberg - perché ormai l'espressione è usata con il significato di «abbasso Khamenei».

Reza, il figlio dell'ultimo Scià. "Questo regime va rovesciato". "Questo regime deve essere rovesciato". Lo ha affermato Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi e della sua terza moglie Farah Diba. Redazione il 10 Gennaio 2023 su Il Giornale

«Questo regime deve essere rovesciato». Lo ha affermato Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi e della sua terza moglie Farah Diba, in un messaggio su Twitter in cui ha sottolineato come «milioni di iraniani sono preoccupati per le vite di Mohammad Ghobadlou e Mohammad Broghani, altri due giovani patrioti che potrebbero essere giustiziati dalla Repubblica islamica in qualsiasi momento». Ieri mattina presto, decine di iraniani si sono radunati davanti al carcere nella città di Karaj, dopo notizie della probabile esecuzione dei due giovani manifestanti condannati a morte per aver preso parte alle proteste in corso da quasi quattro mesi in Iran.

Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo Scià di Persia e della sua terza moglie Farah Diba, ha condannato dall'esilio le due esecuzioni compiute in Iran sabato mattina. «Mohammad Hosseini e Mohammad Mahdi Karmi non sono stati giustiziati. Piuttosto, sono stati uccisi da un regime terroristico - ha denunciato su Twitter -. Giuro sul sangue puro di Mohammad e Mahdi che continueremo questa rivoluzione più determinati di prima fino al giorno della vittoria».

Anche secondo il grande pianista iraniano Ramin Bahrami il regime ha le ore contate e sarà «il popolo che lo farà cadere, da solo», per mezzo di «una rivoluzione che non è più solo femminile, ma riguarda l'intera popolazione». E lo farà, ecco la critica al mondo libero, «nel silenzio assordante dei politici e delle autorità» dell'Occidente, dove «non c'è una partecipazione veramente importante» rispetto al «momento tristissimo» dell'Iran. Come se «il sangue iraniano fosse meno rosso di quello ucraino, o di quello russo, congolese, iracheno, siriano. Questo fa male».

Iran, condannato a 26 anni di carcere il calciatore Azadani. Il calciatore iraniano Azadani condannato a 26 anni di carcere. L’atleta riconosciuto colpevole dell'assassinio di tre uomini della milizia paramilitare e di altri due reati commessi durante le proteste che scuotono il Paese da metà settembre. Il Dubbio il 9 gennaio 2023

In Iran è stato condannato a 26 anni di carcere il calciatore Amir Nasr Azadani, riconosciuto colpevole dell'assassinio di tre uomini della milizia paramilitare e di altri due reati commessi durante le proteste che scuotono il Paese da metà settembre. Azadani, che ha giocato nelle squadre di calcio Rah-Ahan, Tractor e Gol-e Rayhan, è stato arrestato il 24 novembre scorso mentre partecipava alle proteste a Isfahan, la sua città natale.

Altri tre coinvolti nella morte dei tre “basij” sono stati condannati a morte e un altro a più di due anni di prigione. Il caso dell'atleta 26enne, costretto a fermarsi nei mesi scorsi dopo essersi infortunato, è diventato virale e scatenato critiche in tutto il mondo quando si era temuto che fosse stato condannato a morte.

L'alba di libertà della rivoluzione Z. Storia di Vittorio Macioce su Il Giornale il 9 gennaio 2023.

I sogni non muoiono all'alba. Non sempre. I corpi sì, appesi, nel piazzale di cemento di un carcere, con un cappio che pende dalla gru. È lì che a Karaj, a quarantadue chilometri da Teheran, i sacerdoti e i guardiani della rivoluzione khomeinista cercano di fermare il tempo. Così è stata battezzata nel 1979. Rivoluzione. Nel nome di Allah e contro lo scià. La rivoluzione costruisce una repubblica, che sulla carta sembra perfino avere una architettura platonica. Ci sono i saggi della fede e i guardiani che la difendono dai miscredenti: gli ayatollah e i pasdaran. La legge e l'ordine. Sono ancora lì, ma non hanno nulla di santo e di sacro. Sono le maschere di una teocrazia. Non hanno mai avuto così paura. È per questo che impiccano, senza senso, con processi farsa, senza diritto. Le condanne a morte arrivano una dopo l'altra per colpire un'altra rivoluzione, senza armi e senza violenza, di ragazze e ragazzi che sfilano in piazza con la consapevolezza di essere agnelli che vanno al macello. È così da Nord a Sud, un'onda che si allarga, e batte i piedi. Non sanno quando finirà e quanti morti dovranno contare, finora nelle strade e nelle prigioni sono più di cinquecento e settanta sono bambini. Chi si ribella è colpevole di fare guerra a Dio. Non sanno, qualunque sia il suo nome, che con quei cappi lo stanno impiccando. Dio è morto, come Mohsen e Majidreza, 23 anni, come Seyed Mohammad, 26 anni, e Mehdi di 21. Questa è la rivoluzione della generazione Z, i figli del nuovo millennio, che altrove è in cerca di un destino e qui lo sta affrontando, a costo della vita.

Mehdi Karami è un ragazzo curdo e ha scelto di dire «no», di scendere in piazza, il giorno che a Karaj i «guardiani» hanno ammazzato una sua coetanea con sei proiettili alla testa. Si chiamava Hadis Najafi e la sua colpa era mostrarsi su Tik Tok senza veli. Tutti e due sognavano un futuro migliore, come Mahsa Amini, la prima martire di questa storia. Le ragazze una dopo l'altra si sono tolte il velo, tagliandosi ciocche di capelli. È così che tutto è cominciato. Hadis raccontava questo nei suoi video: «Quando ci guarderemo indietro, tra qualche anno, saremo felici di vedere che tutto è cambiato in meglio». Mehdi la ascoltava, lasciando per un attimo gli allenamenti di palestra e gli incontri di karate. Le sue ultime parole sono state per il padre: «Mi hanno condannato a morte, ma non dirlo alla mamma».

Mohsen Shekari è stato il primo ribelle a essere giustiziato. Era l'8 dicembre. Tanti lo conoscevano per i suoi canti di rivolta, da rapper. Il processo è durato dieci giorni. Poi è toccato il 12 dicembre a Majidreza Rahnavard, di professione wrestler. Lo hanno giustiziato nella pubblica piazza. Mohammad Hosseini, maestro e allenatore di bambini, è morto lo stesso giorno di Mehdi, come in una preghiera di gennaio, anche lui curdo, anche lui violentato e torturato, come accade a tutti quelli che finiscono nelle celle della repressione, uomini e donne, madri o adolescenti. Il prossimo potrebbe essere Mansour Dahmardeh, ventiduenne e disabile, reo di aver dato fuoco a una gomma. L'accusa è «corruzione del genere umano».

Greta Privitera per corriere.it il 7 gennaio 2023.

Molti dei tweet che lo annunciano, cominciano così: Buongiorno mondo, il regime iraniano ha impiccato altri due ragazzi, Mohammad Mehdi Karami, 22 anni, e Mohammad Hosseini, 26. 

 Ma non solo sui social gira la notizia della terza e quarta impiccagione di manifestanti dall’inizio delle proteste, anche la Nuova agenzia giudiziaria dei pasdaran conferma la morte e fa sapere che sarebbero stati giustiziati all’alba, prima della preghiera.  Come per gli altri casi -Mohsen Shekari e Majidreza Rahnavard - entrambi sono stati accusati di «inimicizia contro Dio», e, riportano gli attivisti, non hanno mai visto né un avvocato, né un processo giusto. 

 Bbc Persian scrive che Mohammad Mehdi Karami e Mohammad Hosseini sarebbero stati arrestati mentre protestavano a Karaj, vicino a Teheran, durante la cerimonia del 40esimo giorno dalla morte di Najafi , una ventenne anche lei vittima della violenza del regime , simbolo delle proteste che dal 16 settembre, dal giorno dell’uccisione di Mahsa Amini, infiammano il Paese . La magistratura li avrebbe condannati per la morte di un miliziano Basij, Ruhollah Ajamian, citato come «martire» dall’ayatollah Khamenei in uno dei suoi ultimi discorsi. 

 La prima condanna del tribunale è arrivata il 4 dicembre e il 3 gennaio la Corte suprema ha confermato la sentenza. Come è successo per gli altri due manifestanti impiccati, nei giorni scorsi anche Mehdi Karami e Hosseininei sono apparsi in un video nella tv di stato dove confermavano con frasi spezzettate la partecipazione alle proteste: «Una confessione estorta dal regime», scrivono gli attivisti che non hanno dubbi dell’inequità dei metodi usati dalle autorità iraniane. 

Secondo Mohammadhossein Aghassi, indicato da Karami come suo avvocato ma rifiutato dalla corte, Karami aveva iniziato uno sciopero della fame in carcere per protestare contro il «no alla mia richiesta di averti come avvocato», gli avrebbe detto il giovane al telefono. L’avvocato ha riferito inoltre che a Karami non è stato permesso di vedere la famiglia prima della morte.

 Le esecuzioni sono arrivate nonostante una intensa campagna delle Ong che chiedeva a Teheran di revocare le sentenze. A metà dicembre, il padre di Mehdi, Mashallah Karami, ha pubblicato un video sui social media in cui lui e la moglie imploravano le autorità di annullare la condanna a morte del figlio. Mashallah Karami aveva detto ai media locali che l’avvocato della famiglia non è stato in grado di accedere al fascicolo di suo figlio descritto con questa parola: «Torturato».

 «Impiccano i ragazzi e le ragazze che hanno ferito o ucciso le loro guardie, anche per dare un segnale alle forze di sicurezza, stanche di rischiare la vita nelle strade», ha raccontato al Corriere Mahmood Amiry-Moghaddam, fondatore della Ong Iran human rights di Oslo. «Se la comunità internazionale non reagisce in modo forte, sarà una catastrofe. Il rischio sono le esecuzioni di massa». 

 Secondo la Ong, dall'inizio delle proteste sono stati arrestati circa 20 mila manifestanti e uccisi almeno 476. Cento rischiano l'esecuzione.

Iran, Khamenei cambia il capo della polizia per reprimere con più violenza le proteste. YOUSSEF HASSAN HOLGADO su Il Domani il 07 gennaio 2023

Nato a Isfahan nel 1963 Radan non è un volto nuovo per gli apparati della sicurezza iraniana. È stato vicecomandante della polizia nazionale fino al 2014 e già capo della polizia di Teheran. Ha avuto un ruolo chiave nella formazione della polizia religiosa ed è stato già sanzionato da Usa e Ue

A circa quattro mesi di distanza la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha deciso di inasprire ancora di più la repressione nei confronti dei manifestanti che protestano contro il regime. L’ayatollah ha nominato ieri Ahmadreza Radan come nuovo capo delle forze di polizia. Radan prenderà così il posto di Hossein Ashtari, che lascia la guida dopo otto anni di servizio. Il suo operato non era più gradito a Khamenei che lo ha criticato per non essere riuscito a gestire le proteste che imperversano nel paese da settembre.

Nato a Isfahan nel 1963 Radan non è un volto nuovo per gli apparati della sicurezza iraniana. È stato vicecomandante della polizia nazionale dal 2008 al 2014 ed è stato anche capo della polizia di Teheran. Nella capitale è diventato famoso per la sua repressione nei confronti di chi non rispettava i codici vestiari della legge islamica imposti nel paese e i dettami della polizia morale. Radan ha avuto anche un ruolo nella “politica estera” iraniana dato che si è occupato dell’addestramento delle forze anti terroristiche irachene contro l’Isis.

LE SANZIONI

Negli anni Radan è stato sanzionato più volte sia dal governo degli Stati Uniti sia dall’Unione europea. In un report per il Congresso americano pubblicato lo scorso maggio, Radan è stato inserito nella lista di persone «funzionari del governo iraniano o che agiscono per conto del governo iraniano, responsabili o complici, o responsabili di ordinare, controllare o dirigere in altro modo la commissione di gravi abusi dei diritti umani contro cittadini iraniani o loro familiari».

Secondo il governo americano, Radan ha avuto un ruolo essenziale nelle proteste in occasione delle elezioni presidenziali del 2009, che sono state represse con la violenza dalla polizia ed è anche considerato uno degli uomini chiavi nella formazione della «polizia della moralità», istituita dall’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad nel 2005.

Negli anni, la polizia della moralità è stata accusata di aver violato i diritti delle donne e di applicare una legge che lede i diritti e le libertà dei cittadini. Da settembre gli iraniani chiedono l’abolizione della polizia religiosa dopo le accuse di aver ucciso la giovane Mahsa Amini morta mentre era in custodia di alcuni agenti che l’avevano arrestata per non aver indossato correttamente il velo islamico, come invece previsto dalla legge nazionale fin dal 1983.

LE ESECUZIONI

«Mohammed Mahdi Karami e Seyyed Mohammed Hosseini, i principali responsabili del crimine che ha portato al martirio di Ruhollah Ajamian, sono stati impiccati questa mattina». Con un comunicato lapidario l’agenzia di stampa giudiziaria Mizan Online ha pubblicato nella mattinata di ieri la notizia dell’esecuzione della condanna a morte di altri due manifestanti. I due sono stati uccisi dopo un processo sommario a dicembre che li ha condannati a morte per aver assassinato un membro delle forze di sicurezza di Teheran a novembre. Ajamian, infatti, era un membro della milizia Basij incorporata alle Guardie rivoluzionarie e sarebbe morto lo scorso 3 novembre a Karaj mentre i manifestanti partecipavano a un picchetto in ricordo della morte di un altro manifestante.

Con le esecuzioni di Mohammed Mahdi Karami e Seyyed Mohammed Hosseini salgono a quattro le persone giustiziate dall’inizio delle proteste, mentre sono sono 14 i manifestanti condannati a morte dalle autorità religiose. Per due di questi la sentenza è stata confermata dalla Corte suprema, due invece hanno fatto ricorso in appello mentre i restanti detenuti sono in attesa di un nuovo processo. Ma con la nomina di Radan c’è il rischio che una nuova ondata di repressione colpisca i manifestanti, è quello che chiede l’Ayatollah insoddisfatto della violenza degli ultimi quattro mesi. YOUSSEF HASSAN HOLGADO

Da corriere.it il 4 gennaio 2023.

Il settimanale satirico «Charlie Hebdo» ha pubblicato una serie di caricature sulla guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei, scatenando l’ira di Teheran, che ha promesso una reazione dura.

 In uscita sul numero speciale di oggi ci sono infatti 35 vignette satiriche, le migliori tra centinaia scelte dalla redazione nell’ambito di un concorso internazionale indetto a sostegno del movimento di contestazione popolare in Iran, sulla scia dell’uccisione lo scorso 16 settembre della giovane curda iraniana Masha Amini.

 Il numero speciale in edicola oggi, intitolato «Mullah, tornate da dove venite» e dedicato appunto all’Iran, commemora inoltre l’ottavo anniversario dell’attentato alla redazione di «Charlie Hebdo», avvenuto il 7 gennaio 2015. Costò la vita a 12 persone. Gli aggressori affermarono di agire per conto di al-Qaeda, per vendicare la decisione del giornale di pubblicare caricature blasfeme del profeta Maometto.

«Vogliamo sostenere ciò che sta accadendo in Iran. E, vedendo Ali Khamenei, un personaggio che compare spesso sui media, abbiamo pensato che fosse un buon soggetto per una caricatura. Il leader supremo, a differenza di Maometto, non è un profeta, quindi possiamo disegnarlo quanto vogliamo» ha riferito al quotidiano «Liberation» il direttore di «Charlie Hebdo», Riss.

Charlie Hebdo e la copertina contro Khamenei. Scoppia la crisi diplomatica tra Iran e Francia. Storia di Gaia Cesare su Il Giornale il 4 gennaio 2023.

In copertina, decine di ayatollah marciano verso il grembo di una donna a gambe aperte. «Mullah, ritornate da dove venite», recita il titolo. All'interno un'altra donna, di cui si vedono solo le gambe, urina addosso al Leader Supremo. E lui, mentre cammina fra i corpi penzoloni dei manifestanti impiccati per le proteste, dell'odore di morte che lo circonda si chiede: «Sono io? Oppure è puzza di piedi?». Ridicolizzato da Charlie Hebdo, che con le sue vignette sostiene la rivolta in corso in Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran e massima carica religiosa del Paese, è stato ieri protagonista di un'altra giornata di battaglia sul tema delle libertà, in patria e all'estero. Teheran ha infatti deciso di convocare l'ambasciatore francese per le caricature a lui dedicate dalla rivista satirica francese nell'ottavo anniversario degli attentati islamisti del 7 gennaio 2015, 12 morti.

La Repubblica islamica non ha digerito le immagini del suo più alto rappresentante religioso ridicolizzato in 35 vignette, pubblicate ieri in un numero speciale dal settimanale francese dopo essere state scelte tra le centinaia inviate per un concorso internazionale indetto dalla rivista parigina a sostegno della rivolta anti-regime. Inaccettabile per una teocrazia in cui potere politico e religioso sono tutt'uno. «Un atto offensivo e indecente», lo ha definito il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, promettendo che non resterà «senza una risposta efficace e decisa»: «Non permetteremo al governo francese di oltrepassare il limite. Hanno preso la strada sbagliata».

La scelta di Charlie Hebdo diventa dunque un caso, oltre che l'occasione per il direttore Laurent Sourisseau, in arte Riss, di ricordare nel suo editoriale come l'integralismo religioso sia una degenerazione e «il disegno satirico, guida suprema della libertà». «A differenza di Maometto - spiega Riss - Khamenei non è un profeta, possiamo disegnarlo quanto vogliamo».

Proprio ieri, in vista della festa della mamma in Iran, la Guida Suprema ha incontrato un gruppo di donne «delle élite femminili», ha sollecitato una maggiore partecipazione in ambito politico e invitato a «non accusare chi non porta il velo in modo integrale di essere contro la Rivoluzione islamica». Parole irrealistiche, parte di una strategia per contenere la rabbia della piazza, che ribolle da 4 mesi e piange 600 manifestanti uccisi. Parole smentite da nuovi attacchi agli occidentali: «Sottopongono le donne a schiavitù e traffico sessuale, in società che hanno legalizzato l'omosessualità».

Non è un caso che, appena uscita dal carcere di Evin a Teheran, la nota attrice Taraneh Alidoosti, rilasciata su cauzione dopo tre settimane, abbia sfidato di nuovo il regime mostrandosi senza velo. Nelle stesse ore un altro manifestante è stato condannato a morte. E l'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha criticato la repressione: «I soldi andrebbero spesi per i problemi del Paese».

(ANSA il 5 gennaio 2023) – Hackerato in Francia il sito di Charlie Hebdo. A quasi otto anni dall'attentato contro la redazione del giornale satirico, il 7 gennaio 2015 nel cuore di Parigi, e in piena polemica con Teheran per le ultime caricature riguardanti il leader supremo Ali Khamenei, la giustizia francese ha aperto oggi un'inchiesta riguardante l'attacco informatico di cui è stato oggetto il sito web del giornale. La denuncia è stata presentata alla giustizia francese dalla stessa direzione di Charlie Hebdo

 Questo pomeriggio, il sito del giornale risultava accessibile ma non la sua boutique on-line.Intervistato ieri da France Inter, Riss, il direttore del settimanale tra i pochi scampati all'attacco jihadista del 2015, aveva riferito di aver già subito "attacchi informatici dal Pakistan. Ma è un po' un classico per Charlie, dovevamo aspettarcelo. Se ormai è solo questo, non è tanto grave".

(ANSA il 5 gennaio 2023) - Minacce social che hanno riguardato un vignettista italiano della provincia di Arezzo, autore di una delle immagini pubblicate nell'ultimo numero di Charlie Hebdo, hanno indotto le autorità ad alzare i livelli di vigilanza intorno a lui. L'uomo, 59 anni, è uno dei 35 vincitori del concorso bandito dalla pubblicazione francese e una sua vignetta è stata pubblicata nel numero dedicato al regime iraniano che ha suscitato forti reazioni a Teheran. Secondo quanto appreso le forze dell'ordine hanno avviato misure a tutela della sicurezza personale dell'uomo.

Danilo Ceccarelli per lastampa.it il 5 gennaio 2023.

Continuano le tensioni tra Francia e Iran dopo che ieri Charlie Hebdo è uscito in edicola con delle caricature dell'Ayatollah Ali Khamenei. Le autorità di Teheran hanno chiuso l'Istituto francese delle ricerche in Iran (Ifri), uno dei centri di studio più importanti e più antichi che Parigi ha nel Paese.

 Ad annunciarlo il ministero degli Esteri della Repubblica islamica con un comunicato, dove si spiega che questa è solamente la «prima tappa». L'Ifri aveva riaperto durante la presidenza di Hassan Rohani dopo essere rimasto chiuso per molti anni proprio con l'obiettivo di rilanciare i rapporti tra i due Paesi.

L’escalation

La decisione arriva dopo l'escalation di tensione di ieri, esplosa a causa delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo. In occasione dell'anniversario degli attentati jihadisti che il 7 gennaio del 2015 colpirono la sua redazione, il celebre settimanale satirico ha lanciato un concorso internazionale il mese scorso invitando disegnatori di tutto il mondo ad inviargli delle vignette dell'ayatollah iraniano.

Un modo anche per esprimere solidarietà con la proteste che vanno avanti ormai da quasi quattro mesi, scoppiate dopo che una ragazza, Mahsa Amini, è morta durante un fermo scattato perché non indossava correttamente il velo. Il giornale ha ricevuto circa 300 opere provenienti da ogni parte de mondo, anche dall'Italia, realizzate soprattutto da disegnatori dissidenti.

Nell'edizione speciale uscita ieri ne sono stati pubblicate 35, dove la guida religiosa viene raffigurata in caricature di ogni tipo. Khamenei appare con un turbante formato da cappi, per ricordare le recenti esecuzioni, mentre affoga in un mare di sangue o lapidato da alcune donne nude.

 La furia del regime

Un'iniziativa che ha mandato su tutte le furie il regime di Teheran, che ha considerato il governo francese responsabile di questo «atto odioso» e «ingiustificato». L'Iran non accetta in nessun modo l'insulto ai suoi valori”, ha fatto sapere Nasser Anani, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, dove è stato convocato l'ambasciatore di Francia per chiedergli spiegazioni. Il capo della diplomazia Hossein Amirabdollahian, ha promesso una risposta che sarà data in modo deciso ed efficace”.

Il pugno duro

Intanto, la Repubblica islamica continua a mantenere il pugno duro contro le contestazioni. Un ragazzo di 18 anni, Arshia Takdastan, è stato condannato a morte per «inimicizia con Dio» e «corruzione sulla Terra» da un tribunale di Sari, nel nord del Paese.

 L'ayatollah Khamenei cerca però di mascherare la repressione, dando timidi segnali di apertura: «Non è giusto che alcune donne non osservino l'hijab integrale, ma non dobbiamo dire che sono contro la religione o la Rivoluzione islamica. Sono le nostre figlie, ha detto ieri durante un incontro pubblico organizzato in occasione della Festa della Mamma. Ma il leader religioso ha subito corretto il tiro sostenendo che le donne contrarie all'obbligo di indossare il velo devono comunque «essere corrette».

(ANSA il 5 gennaio 2023) -  Il ministero degli Esteri della Francia non è stato informato ufficialmente della chiusura dell'istituto francese di ricerca (Ifri) in Iran in rappreseglia alle caricature di Charlie Hebdo sulla guida supema della Repubblica islamica Ali Khamenei. Se confermato, l'annuncio sarebbe tuttavia "deplorevole". "Per ora - ha affermato la portavoce del ministero, Anne-Claire Legendre - non abbiamo ricevuto informazioni ufficiali riguardo gli annunci fatti a mezzo stampa dalle autorità iraniane relative alla chiusura dell'Istituto francese di ricerca Ifri".

 "Se confermati, questi annunci sarebbero ovviamente deplorevoli", ha proseguito la portavoce aggiungendo che l'Ifri è un "luogo importante di cultura e di scambi", nato dalla fusione - nel 1983 tra la Délégation Archéologique Française in Iran creata nel 1987 e l'Institut Français d'Iranologie di Téhéran fondato nel 1947 dal filosofo orientalista francese, Henry Corbin. In precedenza, la ministra francese degli Esteri, Catherine colonna, ha ricordato l'esistenza della libertà di stampa in Francia. (ANSA).

Da open.online l’11 gennaio 2023.

«I mullah non capiscono decisamente nulla di donne». Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese, non lascia ma raddoppia, e torna alla carica – col suo stile dissacrante – contro il regime iraniano, da mesi sotto pressione per le proteste di piazza dopo la morte della giovane Mahsa Amini.

 Nel nuovo numero in edicola in Francia da oggi, Charlie mette di nuovo in prima pagina i mullah iraniani, sotto al titolo irriverente citato, nell’atto di uscire a fatica dalla vulva di una donna dai capelli blu che se la ride di gusto.

  «C’abbiamo messo una settimana a trovare l’uscita», sospira nella vignetta l’ultimo dei quattro mini-mullah a rivedere la luce fuori dall’utero femminile. Nel tweet di lancio del nuovo numero, Charlie rincara la dose preannunciando, tra i contenuti dell’edizione, un ricco pacchetto di «mullah caricaturati loro malgrado».

Marco Bresolin per “La Stampa” l’11 gennaio 2023.

Olivier Vandecasteele è un cooperante belga di 42 anni che lavorava per il Norwegian Refugee Council. Nel febbraio dello scorso anno è stato arrestato in Iran e da allora si trova in carcere. A dicembre, Teheran ha reso noto di averlo condannato a 28 anni di carcere, senza fornire ulteriori spiegazioni. Una settimana fa l'agenzia iraniana Tasnim ha reso noti i motivi della condanna: è accusato di spionaggio, di aver agito contro l'Iran in collaborazione con gli Stati Uniti e di riciclaggio di denaro.

 Accuse che farebbero salire a 40 anni il totale degli anni di carcere, anche se a quanto pare dovrebbe scontarne 12 e mezzo. Ma non è tutto: essendo accusato di contrabbando, le pene accessorie prevedono anche 74 frustrate. Ieri la ministra degli Esteri Hadja Lahbib ha convocato l'ambasciatore iraniano in Belgio.

«Condanniamo questa detenzione arbitraria e stiamo facendo di tutto affinché termini» ha detto la ministra. Bruxelles non crede alle accuse mosse nei suoi confronti e lo considera «un ostaggio diplomatico», visto che Teheran starebbe usando la sua detenzione per chiedere la liberazione di Assadollah Assadi. Si tratta di un diplomatico iraniano condannato in Belgio nel febbraio 2021 a 20 anni di reclusione per aver progettato un attentato contro alcuni oppositori iraniani nei pressi di Parigi.

 L'anno scorso il governo belga aveva negoziato con l'Iran un trattato che prevede la possibilità di effettuare scambi di detenuti, ma l'iniziativa è stata bloccata dalla Corte costituzionale belga il mese scorso in attesa di un giudizio sulla sua legittimità.

Intanto da Teheran arrivano dure minacce all'indirizzo di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese già colpito da un attentato jihadista nel 2015. Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha invitato «chi insulta le santità islamiche a pensare al destino di Salman Rushdie», lo scrittore accoltellato la scorsa estate a New York, «punito più di trent'anni dopo aver insultato il Sacro Corano e il Profeta dell'Islam».

 La scorsa settimana Charlie Hebdo aveva pubblicato un numero speciale dedicato alle proteste in Iran con alcune vignette che prendevano di mira Ali Khamenei e i mullah con allusioni di tipo sessuale sul loro rapporto con le donne. Sul numero in edicola oggi ci sono nuove vignette dello stesso tenore.

Iran, 30enne muore dopo 20 giorni di torture: aveva studiato a Bologna. Monica Ricci Sargentini su Il Corriere della Sera l’1 Gennaio 2023.

Mehdi Zare Ashkzari, 30 anni, è entrato in coma e dopo venti giorni è morto. A dare la notizia il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury.

La repressione iraniana fa l’ennesima vittima. Si tratta di un giovane poco più che trentenne, Mehdi Zare Ashkzari, che 20 giorni fa era entrato in coma a seguito delle torture subite in carcere e alla fine è morto.

Il giovane nel 2015 aveva studiato Farmacia a Bologna, dove aveva lavorato anche nella pizzeria d’asporto Ciao per mantenersi gli studi.

Due anni fa era tornato a Yazd, una città dell’Iran centrale, a causa della morte della madre e in questi mesi aveva preso parte alle proteste del movimento Donne Vita Libertà.

La notizia è stata data dal portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury, al quotidiano Domani.

Mehdi è stato torturato «tanto, al punto che dopo 20 giorni di coma è morto», secondo quanto riferito a Noury da una sua fonte in Iran. Il giovane sarebbe stato rilasciato dopo i pestaggi per evitare si sentisse male mentre era in cella, ma subito dopo è entrato in coma.

La morte dell’ex studente ha sconvolto gli studenti e gli accademici dell’Università di Bologna che già si erano mobilitati per far rilasciare Patrick Zaki dal carcere in Egitto cosa che è avvenuta l’8 dicembre del 2021, anche se il ragazzo non è ancora libero di viaggiare. Lo studente egiziano, che è ancora sotto processo per reati d’opinione, ha voluto manifestare il suo cordoglio per la morte di Ashkzari con un post su Twitter: «Il nuovo anno inizia con questa notizia terribile per darci un avviso sulle violazioni dei diritti umani che si verificano nella regione di Swana e in particolare in Iran. Unibo ha ora una nuova vittima della libertà di espressione. Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo. Tutte le mie condoglianze alla sua famiglia e a noi per questa grande perdita».

Oggi l'Università @unibo ha ricevuto una notizia orribile. Mehdi Zare Ashkzari, che aveva studiato farmacia due anni fa all'unibo, è appena morto dopo essere stato in coma per 20 giorni. Dopo aver partecipato alla manifestazione iraniana.

La morte del ragazzo è stata commentata anche alla Marcia della Pace che si è tenuta domenica pomeriggio nel capoluogo dell’Emilia Romagna. «Da Bologna mandiamo un pensiero molto forte alla famiglia di Mehdi Zare Ashkzari, torturato e morto in Iran dopo 20 giorni in coma. A tutta quella popolazione che lotta per quella libertà di donne e uomini in Iran. Mandiamo un forte abbraccio di fratellanza e sorellanza alla comunità iraniana che vedo qui» ha detto la vicesindaca Emily Clancy. Un concetto ribadito dalla professoressa Rita Monticelli, coordinatrice del Master Gemma, frequentato da Patrick Zaki, delegata del sindaco ai diritti umani e al dialogo interreligioso e interculturale: «Abbiamo appreso con dolore e profondo sconcerto da Amnesty International che un nostro studente iraniano, Mehdi Zare Ashkzari, che aveva studiato farmacia a Bologna, è morto a seguito di torture in Iran. Sembra fosse andato a trovare la madre in fin di vita. Esprimiamo tutta la nostra indignazione, sconcerto e dolore con lui e per tutti gli studenti iraniani che hanno perso la vita per la libertà di tutti. L’università e la città di Bologna continueranno a chiedere giustizia e l’intervento delle istituzioni».

È dal 16 settembre che gli iraniani scendono in piazza per protestare contro la morte a Teheran della 22enne curda, Mahsa Amini, a seguito del suo arresto da parte della polizia morale iraniana per non aver indossato il velo in modo corretto. Secondo l’Iran Human Rights, sono stati uccisi quasi 500 manifestanti, tra cui 70 minori (l’ultima la dodicenne Saha Etebari). Due ragazzi sono stati giustiziati e altri cento sarebbero in attesa di esecuzione.

A fine dicembre, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva convocato l’ambasciatore iraniano designato Mohammad Reza Sabouri per esprimergli «preoccupazione e indignazione per quel che sta accadendo in Iran» chiedendo lo stop alla pena di morte e repressione verso i manifestanti. Teheran ha risposto il giorno dopo convocando l’ambasciatore italiano a Teheran Giuseppe Perrone.

Da “la Stampa” il 31 Dicembre 2022.

Lo scrittore e illustratore iraniano Mehdi Bahman è stato condannato a morte in Iran per aver concesso un'intervista a una tv israeliana. È stato accusato di spionaggio a favore e "tradimento". Bahman è stato arrestato in ottobre dopo aver parlato con il canale Channel 13 ed espresso critiche al regime islamico iraniano, all'inizio delle proteste. Bahman è detenuto nel reparto di sicurezza 209 della famigerata prigione di Evin, dove vengono rinchiusi i dissidenti. L'autore dei racconti Bone-Burning Cold è stato privato del diritto di avere un avvocato.

È solo l'ultimi giro di vite nella terribile repressione delle proteste, che però non ferma le manifestazioni. Ieri la foto della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei è stata bruciata in piazza durante le proteste antigovernative seguite alla preghiera del venerdì a Zahedan, nella provincia del Sistan-Balucistan dove vive la comunità baluchi che professa l'Islam sunnita. Il canale Bbc Persia ha pubblicato a conferma immagini e video della manifestazione. «L'esercito commette crimini, Khamenei lo sostiene» gridavano i manifestanti. Anche le scorse settimane, dopo la preghiera del venerdì la gente era scesa in piazza.

Dalla A di Amini alla Z di Zelensky: la doppia cover di 7. Dedicata a Mahsa, uccisa in Iran, e al leader ucraino. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 30 Dicembre 2022.

Dopo le rivolte scoppiate in seguito all’omicidio di Masha, migliaia di ragazze e ragazzi sono stati imprigionati nel Paese degli Ayatollah, quasi 500 uccisi. Escono di casa e salutano come se non dovessero tornare più

Una manifestazione in memoria di Mahsa Amini: al momento in Iran sono quasi 19 mila i ragazzi e le ragazze rinchiusi in prigioni dove si viene torturati e stuprati

Questo servizio, che è stato pubblicato sul numero di 7 in edicola il 30 dicembre, ha dato vita ad una parte della doppia copertina che il magazine del Corriere ha dedicato all’anno appena trascorso, con una carrellata di personaggi e storie - dalla A di Amini alla Z di Zelensky - che raccontano, con un alfabeto di persone e parole, eventi e protagonisti del 2022. Lo proponiamo online per i lettori di Corriere.it

A casa la chiamavano Jina, che ha la stessa radice etimologica di “jin” e “jiyan” (donna, vita), anche se è diventata nota in tutto il mondo con il suo nome persiano, Mahsa. Sappiamo poco di quel 13 settembre 2022, ma sappiamo che Mahsa Amini voleva finire i suoi studi e avere una vita, invece è diventata una martire. È morta a 22 anni, dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta polizia della morale in una strada di Teheran, accusata di indossare il velo in maniera impropria, anche se il fratello supplicò che la lasciassero andare, erano curdi in visita dalla provincia e non conoscevano bene le regole della città.

A COME AMINI: LA MORTE DI UNA RAGAZZA DI 22 ANNI E QUELLA RIVOLUZIONE DEI CAPELLI CHE SVELA UN ALTRO IRAN. Z COME ZELENSKY: IL PRESIDENTE CHE RIFIUTO’ DI DIRIGERE UN GOVERNO IN ESILIO. SU 7 LE STORIE DI UN ANNO DI EVENTI E PROTAGONISTI NEL MONDO: UN ALFABETO DI PERSONE E PAROLE CHE RACCONTA IL 2022

Sappiamo che entrò in coma e che morì tre giorni dopo, mentre si trovava ancora sotto custodia della polizia, e che le autorità hanno cercato di dare spiegazioni naturali per la sua morte, ma le TAC filtrate fuori dall’ospedale mostrano il cranio fratturato, un edema cerebrale ed emorragie che sembrano confermare che, come dicono i familiari, sia stata picchiata con violenza. Sappiamo anche questa non è una cosa del tutto inusuale in Iran, ma stavolta è stato diverso: due giornaliste coraggiose e presto arrestate, Niloofar Hamedi e Elahe Mohammadi, hanno raccontato la sua storia.

MAHSA AMINI AVEVA 22 ANNI QUANDO FU ARRESTATA: ERA IL 13 SETTEMBRE, MORÌ TRE GIORNI DOPO E LA NOTIZIA INNESCÒ LE PROTESTE. IRANIANA DEL KURDISTAN, ERA IN VISITA A TEHERAN ED ERA STATA ARRESTATA PERCHÉ NON INDOSSAVA CORRETTAMENTE L’HIJAB: DAL VELO SFUGGIVA UNA CIOCCA DI CAPELLI