Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI EUROPEI


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

Confini e Frontiere.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i croati.

Quei razzisti come i kosovari.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i portoghesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i slovacchi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli inglesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI


 

Quei razzisti come i Sudafricani.

Quei razzisti come i nigerini.

Quei razzisti come i zambiani.

Quei razzisti come i zimbabwesi.

Quei razzisti come i ghanesi.

Quei razzisti come i sudanesi.

Quei razzisti come i gabonesi.

Quei razzisti come i ciadiani.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i tunisini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come i pakistani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i thailandesi.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come gli azeri – azerbaigiani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i giapponesi.


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI OCEAN-AMERICANI


 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Quei razzisti come i salvadoregni.

Quei razzisti come gli ecuadoregni.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come i boliviani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli australiani.

Quei razzisti come i neozelandesi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Altra Guerra.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. UNDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DODICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TREDICESIMO MESE. UN ANNO DI AGGRESSIONE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUATTORDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SEDICESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIASSETTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIOTTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DICIANNOVESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTUNESIMO MESE


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. VENTIDUESIMO MESE


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Giorno del Ricordo.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Migranti.

I Rimpatri.

Gli affari dei Buonisti.

Quelli che…porti aperti.

Quelli che…porti chiusi.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Africa.

Gli ostaggi liberati a spese nostre.

Il Caso dei Marò & C.


 


 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI EUROPEI


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI


 

Antonio Giangrande: Un mondo dove ci sono solo obblighi e doveri. Un mondo dove ci sono solo divieti, impedimenti e, al massimo, ci sono concessioni. Un mondo dove non ci sono diritti, ma solo privilegi per i più furbi, magari organizzati in caste e lobbies. In un mondo come questo, dove tutti ti dicono cosa puoi o devi fare; cosa puoi o devi dire; dove l’uno non conta niente, se non essere solo un mattone. In un mondo come questo che mai cambia, che cazzo di vita è.

Pink Floyd – Another Brick In The Wall. 1979

Part 1 (“Reminiscing”) ("Ricordando")

Daddy’s flown across the ocean – Papà è volato attraverso l’oceano.

Leaving just a memory – Lasciando solo un ricordo.

Snapshot in the family album – Un’istantanea nell’album di famiglia.

Daddy what else did you leave for me? – Papà cos’altro hai lasciato per me?

Daddy, what’d’ja leave behind for me?!? – Papà, cos’hai lasciato per me dietro di te?!?

All in all it was just a brick in the wall. – Tutto sommato era solo un altro mattone nel muro.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

“You! Yes, you! Stop steal money!” – “Tu! Si, Tu! Smettila di rubare i soldi!”

Part 2 (“Education”) ("Educazione")

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We dont need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers, leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei soltanto un altro mattone nel muro.

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We don’t need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei solo un altro mattone nel muro.

“Wrong, Do it again!” – “Sbagliato, rifallo daccapo!”

“If you don’t eat yer meat, you can’t have any pudding. – “Se non mangi la tua carne, non potrai avere nessun dolce.

How can you have any pudding if you don’t eat yer meat?” – Come pensi di avere il dolce se non mangi la tua carne?

“You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy!” – “Tu! Sì, tu dietro la rastrelliera delle biciclette, fermo là, ragazzo!”

Part 3 (“Drugs”) ("Droghe-Farmaci")

“The Bulls are already out there” – “I Tori sono ancora là fuori”.

“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!” – “Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!”

“This Roman Meal bakery thought you’d like to know.” – “Questo è un piatto Romano al forno, pensavo che lo volessi sapere.”

I don’t need no arms around me – Non ho bisogno di braccia attorno a me.

And I dont need no drugs to calm me. – E non ho bisogno di droghe per calmarmi.

I have seen the writing on the wall. – Ho visto la scritta sul muro.

Don’t think I need anything at all. – Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

No! Don’t think I’ll need anything at all. – No! Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

All in all you were all just bricks in the wall. – Tutto sommato eravate tutti solo mattoni nel muro.

Razza: ha insanguinato la nostra civiltà e non è un concetto «umano». Storia di Paolo Fallai su Il Corriere della Sera martedì 14 novembre 2023.

Dopo aver insanguinato la nostra civiltà per secoli, la parola «razza» continua ad essere usata con sconcertante superficialità, molto al di là delle polemiche politiche. La sua stessa origine è stata per molti anni al centro di una violenta disputa tra studiosi accorti e polemisti da strapazzo. La «ratio» non c’entra. E cominciamo a sgomberare il campo da qualcuna di queste stupidaggini. Fino alla metà del Novecento (sì, anche dopo la seconda guerra mondiale e l’orrore dell’Olocausto) era molto diffusa l’ipotesi che la parola derivasse dal latino ratio o generatio, intendendo evocare i significati di «stirpe» e perfino «ragione». Anche importanti studiosi ebrei come Leo Spitzer ne erano convinti e vi facevano riferimento nell’ovvia polemica contro chi la usava in modo discriminatorio. La ricostruzione dell’Accademia della Crusca. In un fondamentale contributo del linguista Lino Leonardi, pubblicato nel 2018, si ricostruisce che «Fu un illustre Accademico della Crusca, Gianfranco Contini, impegnato nel ’44 nella liberazione dell’Ossola, a capovolgere la prospettiva, dimostrando nel 1959 che l’origine era tutt’altra. Razza ha le sue prime attestazioni in italiano antico, da cui si diffonde a tutte le lingue europee, ed è originariamente una trasformazione medievale dell’antico francese haraz, che indica un allevamento di cavalli, una mandria, un branco. Per una delle più vistose parole-simbolo in nome delle quali si era prodotta l’abiezione della ragione, cadeva così l’illustre derivazione da ratio, e veniva riconosciuta “una nascita zoologica, veterinaria, equina” (Contini)». Ulteriori precisazioni. «Toccò di lì a poco a un altro illustre Accademico, poi Presidente e ora Presidente Onorario della Crusca, Francesco Sabatini, portare nel 1962 ulteriori elementi di prova della giustezza di quell’intuizione – prosegue la ricostruzione di Lino Leonardi -, realizzando quell’integrazione della ricerca la cui assenza aveva impedito al celebre linguista Walter von Wartburg di aderire alla tesi di Contini. Con le numerose testimonianze della forma aratia/arazza/razza, con lo stesso significato “animale” e quindi con la stessa derivazione dal francese, rintracciate nel tardo-latino e nel volgare della cancelleria angioina e poi aragonese di Napoli, la storia del termine si veniva chiarendo anche oltre la sua origine, e si confermava pienamente la teoria continiana». Conclusioni lapidarie. Da decenni dunque – conclude Leonardi - la parola razza, marchiata a fuoco dalla peggiore ignominia della storia del Novecento, può e deve essere intesa alla luce del suo significato originario, e dovrebbe essere usata solo per definire un’identità non umana. Nel 1959, quando Contini pubblicò la sua ricerca, un quotidiano nazionale si rifiutò di darne notizia. Nell’Italia di oggi, cinquant’anni dopo, così diversa da quella di allora, c’è ancora bisogno di diffondere, anche sul piano strettamente linguistico, la consapevolezza di quell’aberrazione». Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Da decenni gli antropologi, che studiano l’uomo dal punto di vista biologico, sociale e culturale, si sgolano per ripeterci che il concetto stesso di «razza» non ha alcun valore scientifico: gli esseri umani condividono il 99,9% del patrimonio genetico. Gianfranco Biondi e Olga Rickards, ci hanno scritto un libro fondamentale (L’errore della razza, Carocci, 2011). Ma anche prima di loro un importante docente di genetica Guido Barbujani ha ricostruito la storia delle origini umane, smentendo l’idea ottocentesca che l’umanità sia frammentata in gruppi biologicamente distinti (Guido Barbujani, L’invenzione delle razze , Bompiani, 2006). Una parola che è un problema. Nel 2014, dopo l’ennesima campagna di polemiche «razziste», l’Assemblea nazionale francese approvò l’eliminazione della parola «razza» dalla Costituzione e da ogni altro documento pubblico. Gli antropologi italiani ci provarono anche a Roma: Biondi e Rickards scrissero una lettera aperta alle alte cariche dello Stato (su scienzainrete.it), chiedendo di eliminare il termine dalla Carta e dai documenti amministrativi. La nostra Carta fondamentale. Come è noto, l’articolo 3 della nostra Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Con tutta evidenza, i costituenti citarono la razza solo per ragioni antidiscriminatorie, in un’epoca in cui essa, tuttavia, aveva ancora una certa presunta vitalità scientifica. Che da molto tempo non ha più. Sulla Lettura del Corriere, nel febbraio 2015, altri due importanti antropologi Adriano Favole e Stefano Allovio, rilanciarono il dibattito, pur con tutto il pessimismo del caso: «L’operazione, assai improbabile nel clima politico attuale, sarebbe simbolicamente molto forte come presa di posizione contro ogni forma di razzismo, xenofobia e discriminazione», denunciando la pericolosa assenza nella scuola di un’azione culturale e formativa sui reali motivi di differenze e somiglianze tra società e culture. A quella richiesta nessuno ha mai risposto. Quel vuoto non è mai stato colmato. L’ipocrisia fascista e l’abisso. Nel 1938, il regime di Benito Mussolini approvò le leggi razziali, uno degli abissi di immoralità del fascismo, che schierò l’Italia al fianco delle violente politiche discriminatorie di Adolf Hitler, rendendola di fatto complice dell’Olocausto. Il complesso di norme introduceva precisi divieti per gli ebrei italiani, cacciandoli dalle scuole, dagli impieghi e creando i presupposti perché venissero derubati dei loro beni. Questo complesso di leggi che pesano come una vergogna permanente sulla coscienza di ogni italiano sono passate alla storia – una delle pagine più buie della nostra storia – come «leggi razziali». È ora che cominciamo a chiamarle per quello che furono, «leggi razziste». Presupposto per la tragedia che avrebbe insanguinato il mondo negli anni successivi. Come non si stancano di ripetere gli antropologi italiani «Se il pregiudizio è un virus che può innestarsi su molteplici vettori (anche di tipo culturale), è indubbio che la razza è uno dei più potenti». Non è un problema del passato.

Dove finisce un Paese. Il sistema degli Stati-nazione non può più essere dato per scontato. Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna su L'Inkiesta il 3 Ottobre 2023.

La visione attuale delle frontiere funziona solo se le nazioni sono immaginate uguali e sovrane. Come sostengono Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna nel nuovo saggio “Contro i confini”, una tale presunzione richiede un’amnesia storica sulle politiche di dominio

Cosa fanno i confini? Nell’interpretazione convenzionale, stabiliscono dove finisce un Paese e dove ne inizia un altro. Sono linee su una carta, permanenti e, all’apparenza, razionali. I confini delineano il territorio di una nazione e fanno da filtro agli spostamenti in entrata e in uscita di persone e di beni. Tengono fuori ciò che è proibito: somme di denaro non dichiarate, animali, specie vegetali invasive, malattie, droghe e, ovviamente, persone non autorizzate.

I ricchi abitanti del Nord globale attraversano le frontiere con relativa facilità, salvo il breve fastidio del controllo via scanner dei bagagli e del passaporto, prima del caldo abbraccio con la famiglia lontana e del languore delle vacanze. I viaggiatori rispettosi della legge accettano di buon grado le perquisizioni personali e la scansione a raggi x perché ritengono di non avere nulla da nascondere. E, a dirla tutta, perché hanno un desiderio condiviso di controllo, ordine e sicurezza.

È tale bisogno di controllo e sicurezza a definire le politiche sull’immigrazione, e quindi i titoli sui giornali e i discorsi politici contro i pericoli di un’immigrazione incontrollata. Ma a quanto pare questi confini vengono violati di continuo. Da qui le metafore liquide – “diluvio”, “ondate” o “marea” di migranti – superate soltanto dall’espressione, barbarizzante, “orda”. Gli immigrati vengono di solito messi a fuoco come un assortimento delle loro caratteristiche più minacciose, e il loro arrivo e la loro distribuzione sul territorio – troppi, troppo velocemente e del tipo sbagliato – sono visti soltanto come un rischio, che porta con sé insicurezza e declino di una nazione. 

In un contesto simile, i governi sembrano costretti a impegnare risorse sempre maggiori e tecnologie sempre più sofisticate per rafforzare i propri confini. Il recente aumento di governi di destra è stato accompagnato dal proliferare di muri, reticolati, barriere galleggianti, droni destinati alla sorveglianza dei migranti che attraversano deserti e oceani, respingimenti ai confini dell’Europa e valutazione delle richieste di asilo attraverso campi di detenzione offshore. L’intensificarsi di una politica di frontiera violenta e spettacolarizzata è intimamente connesso all’ascesa di governi razzisti e nazionalisti propria dell’attuale momento storico.

Ma non si tratta di un problema della sola destra. Da tutto lo spettro politico si alzano voci che affermano la ragionelezza e la necessità delle frontiere. Molti partiti e diversi sindacati ritengono che i confini proteggano la classe lavoratrice dall’abbassamento dei salari causati da un surplus di lavoro migrante, che evitino di sovraccaricare l’edilizia pubblica e i servizi al cittadino e preservino lo “stile di vita” e la “cultura nazionale” delle società meta di immigrazione. 

Si ritiene, inoltre, che le frontiere servano da contrasto al traffico di esseri umani e a quello a scopo sessuale, oltre a evitare che i talenti migliori abbandonino i Paesi più poveri. In tutte queste narrazioni, le persone in movimento vengono ridotte a numeri, unità di lavoro, minacce razionalizzate, vittime disperate e categorie legali. La loro umanità viene cancellata e i “fattori di spinta” (pushing factors) che guidano la loro decisione di migrare rimangono sullo sfondo: una sorta di miasma fatto di guerre, persecuzioni e collasso ecologico completamente slegato dagli atti e dalle storie dei Paesi del Nord globale.

Parte del problema è che il sistema degli Stati-nazione viene semplicemente dato per scontato, come se i Paesi e le ineguaglianze fossero naturali e permanenti. La cittadinanza – il sistema politico-legale che assegna gli individui agli Stati – non viene messa in discussione. E non solo: la cittadinanza è vista come un bene universale, segno di inclusione politica e soggettività, e si presuppone che ciascun individuo sia un cittadino a “casa propria”, lì dove ha legami culturali e sociali radicati, un luogo a cui, quindi, “appartiene”. 

In un simile contesto, il controllo dell’immigrazione è percepito come mirato esclusivamente all’applicazione di coerenti distinzioni legali e spaziali tra le varie popolazioni nazionali, tramite meccanismi burocratici quali visti, passaporti, controlli alle frontiere e accordi tra gli Stati. I confini tra gli Stati-nazione sono considerati vitali per la democrazia: delimitano il demos. Per sostenere una simile visione delle frontiere, tutti gli Stati-nazione devono essere immaginati come formalmente uguali e sovrani. Ma una tale presunzione richiede un’amnesia storica per quel che riguarda il colonialismo, e una volontà precisa di non tener conto delle attuali relazioni di dominio economico.

Ovviamente le cittadinanze non sono tutte uguali: i cittadini svedesi, neozelandesi o statunitensi hanno maggiori opportunità di una vita migliore e una ben diversa libertà di movimento rispetto ai cittadini del Bangladesh, della Repubblica Democratica del Congo o del Kirghizistan. Dunque, il controllo dell’immigrazione non si limita a dividere il mondo, ma rafforza distinzioni di spazi e diritti tra popolazioni nazionali estremamente ineguali. 

Da “Contro i confini” di Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna, Add editore, 208 pagine, 17,10 euro.

Nazionali e nazionalismo. Il calcio internazionale europeo è diventato un’arena di rivendicazioni. Valerio Moggia su L'Inkiesta il 16 Settembre 2023

Non è un caso che la Uefa preveda accoppiamenti vietati nei gironi. Fin dalle origini il pallone è espressione di ideali e ambizioni politiche: oggi l’esistenza di una selezione è vista come un prerequisito per affermarsi in quanto Stato

Martedì 12 settembre, mentre l’Italia di Spalletti otteneva la sua prima vittoria sconfiggendo l’Ucraina, a Bucarest la partita tra Romania e Kosovo veniva interrotta già nel primo tempo, a causa delle proteste dei giocatori ospiti verso uno striscione mostrato dai tifosi di casa. «Kosovo è Serbia» c’era scritto, riprendendo una nota rivendicazione dei nazionalisti serbi. Subito sopra, un altro striscione simile recitava «Bessarabia è Romania», paragonando la questione balcanica a quella tra Bucarest e la regione oggi nota come Moldavia. 

Si tratta solo di una partita, eppure i contenuti geopolitici richiederebbero pagine e pagine di approfondimento. Nulla di nuovo, perché ormai da diversi anni il calcio europeo, soprattutto durante la sosta per le nazionali, offre numerosi spunti di dibattito sulla politica internazionale: una rivista come Limes, se volesse, potrebbe dedicare un intero numero anche solo a uno o due turni delle qualificazioni europee, ritrovandosi piena di argomenti di cui discutere. Mentre ancora, in certi ambienti, resiste la retorica secondo cui sport e politica dovrebbero restare separati (come ribadito anche da Fifa e Uefa), la realtà quasi quotidiana racconta una storia ben diversa.

Un calcio figlio del nazionalismo

Non è un caso se, ogni volta che la Uefa deve effettuare un sorteggio dei gironi di qualificazione prevede alcuni accoppiamenti vietati, cioè alcune nazionali che non possono affrontarsi per nessun motivo. Come è immaginabile, tra di esse ci sono Kosovo e Serbia, anche se questo non basta a scongiurare tensioni in altri incontri.

Lo si è visto in Romania lo scorso martedì, ma anche nel 2018 per la gara dei Mondiali tra la selezione di Belgrado e la Svizzera, nella quale giocano diversi immigrati kosovari. L’esultanza di Xhaka e Shaqiri, che mimarono con le mani l’aquila albanese, fece il giro del mondo.

Dal canto suo, il Kosovo è uno Stato che ha costruito un’intera strategia politica sul calcio. Il riconoscimento da parte della Uefa nel 2016 ha aperto un precedente storico, permettendo al piccolo Paese balcanico di acquisire uno status preciso come squadra di calcio prima che come soggetto politico.

Ad oggi, solo centuno membri dell’Onu su centonovantatré riconoscono l’indipendenza di Pristina, che però gode di una posizione molto più solida in ambito sportivo. In poche parole, l’esistenza di una squadra nazionale di calcio è divenuto un prerequisito necessario per affermarsi in quanto Stato-nazione.

In questa strategia riecheggiano le parole dello storico Eric J. Hobsbawm, che già nel 1992 scriveva che «la comunità immaginata di milioni sembra molto più reale quando è incarnata da una squadra di undici». Questo per ricordare come da sempre il calcio per nazionali sia espressione di ideale (e ambizioni) nazionaliste, in quanto figlio della società ottocentesca.

Non è un caso se proprio la prima gara tra selezioni di questo tipo – di cui per altro nell’ultimo turno delle qualificazioni a Euro 2024 si è celebrato il centocinquantesimo anniversario – sia stata Scozia-Inghilterra. Ovvero non la sfida tra due Stati, ma tra due nazioni all’interno di uno stesso Stato.

Lo specchio delle fratture dell’Europa

Le rivalità tra nazionali sono cosa nota, ma la predisposizione dell’Europa a questo tipo di rivendicazioni affonda le sue radici nei travagliati eventi del Novecento. La formazione e la dissoluzione degli Stati multietnici, prima al termine della Grande Guerra e poi alla caduta del comunismo, ha riempito il continente di fratture politiche che non si sono più del tutto rimarginate.

Vale per i tristemente noti Balcani, ma non solo. Tant’è vero che nell’aprile 2021 furono i media spagnoli a rifiutarsi di pronunciare il nome del Kosovo, avversario durante una partita delle qualificazioni ai Mondiali. Nelle grafiche televisive, il nome del paese balcanico venne scritto in piccolo, e non fu mai chiamato «inno» l’inno nazionale kosovaro. Questo perché la Spagna non riconosce Pristina, dato che questo aprirebbe delle controversie in merito all’indipendentismo catalano.

Una situazione simile, ma con altri protagonisti, si è verificata lo scorso 8 settembre a Eskisehir, in Turchia, quando la tv locale ha silenziato l’inno dell’Armenia. I rapporti tra Yerevan e Ankara sono da sempre tesissimi a causa del genocidio commesso dai turchi tra il 1915 e il 1923.

Nella gara di andata, giocatasi a marzo, i tifosi armeni avevano esposto uno striscione con sopra scritto «Nemesis», il nome dell’operazione paramilitare condotta dalla Federazione rivoluzionaria armena tra il 1920 e il 1922, che portò all’uccisione di sette persone, turche e azere, responsabili del genocidio.

Quello tra Armenia e Azerbaijan è un altro fronte aperto, nella politica e nel calcio. Gli ultimi mesi hanno riportato al centro della cronaca estera la questione del Nagorno-Karabakh, il territorio storicamente conteso tra i due Paesi a cui gli azeri hanno imposto un discusso blocco, isolando la comunità armena.

Questo mese, l’Armenia ha siglato un accordo di cooperazione con gli Stati Uniti, vicini all’Azerbaijan, che ha permesso una distensione nella regione, e quasi in contemporanea, lunedì 11 settembre durante Armenia-Croazia, alcuni tifosi di casa sono riusciti a far volare sopra il terreno un drone che sventolata la bandiera dell’Artsakh, il soggetto politico armeno nel Nagorno-Karabakh.

Se la politica internazionale continua a essere co-protagonista di molti match di calcio europeo durante i turni di qualificazione, non va però sottovalutato il recente aumento di queste rivendicazioni, che stanno diventando sempre più frequenti.

I motivi sono senza dubbio molteplici, ma non si può non notare come tutto questo vada di pari passo con il risorgere dei nazionalismi in tutto il Vecchio Continente. E infatti dodici delle cinquantacinque federazioni affiliate alla Uefa rappresentano paesi che in questo momento hanno governi esplicitamente nazionalisti.

Tensioni tra Romania e Kosovo: quando il calcio incontra la politica. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 14 Settembre 2023

La partita di calcio tra Romania e Kosovo, giocatasi martedì sera all’Arena Nationala di Bucarest, era appena iniziata da un quarto d’ora quando l’arbitro ha deciso di richiamare i giocatori negli spogliatoi, sospendendo il match per circa 45 minuti. La causa? I cori e gli striscioni realizzati dai padroni di casa, che hanno portato la politica sugli spalti esibendo scritte eloquenti, come “Bessarabia è Romania” e “Kosovo è Serbia”. Per capirne il legame è necessario tornare al 17 febbraio 2008, quando Pristina proclamò unilateralmente l’indipendenza da Belgrado. La Romania, così come Spagna, Cipro, Grecia e Slovacchia, si rifiutò di riconoscere tale cambiamento nello status quo, preoccupata dalle istanze di autonomia avanzate dalla minoranza magiara. Inoltre, facendo leva su questa interpretazione del principio di integrità territoriale, Bucarest non ha abbandonato le rivendicazioni sulla Bessarabia, regione sotto il controllo di Bucarest tra le due guerre mondiali e oggi coincidente in gran parte con la Moldavia. A fare da sfondo ai cori pro-Belgrado inscenati martedì sera è, infine, la questione religiosa, con Romania e Serbia accomunate dalla fede ortodossa.

I magiari di Romania sono la principale minoranza etnica del Paese, dove si contano circa 1 milione e mezzo di ungheresi (6,5% della popolazione). I magiari vivono principalmente in Transilvania, regione storicamente contesa tra Bucarest e Budapest. A seguito della prima guerra mondiale e del crollo dell’Impero austro-ungarico, la Transilvania venne infatti assegnata alla Romania dal Trattato di Trianon del 1920. Il trasferimento territoriale ha portato una significativa minoranza ungherese all’interno del Paese, che ancora oggi continua a vivere nella regione. Da allora gli ungheresi transilvani hanno sempre avuto un rapporto travagliato con il governo centrale di Bucarest, responsabile di diversi tentativi di assimilazione culturale, perlopiù falliti dal momento che hanno scalfito l’identità della regione solo in minima parte. Gli esecutivi romeni cercano di mantenere il proprio controllo in loco attraverso una forte presenza militare sul territorio e sostenendo le istituzioni ecclesiastiche ortodosse, che agiscono da presidio ideologico nei confronti degli ungheresi, di tradizione cattolica. La maggiore sponda politica della minoranza magiara è l’Alleanza Democratica degli Ungheresi di Romania, che dal 1989 chiede autonomia territoriale per il Székelyföld (o Terra dei Siculi, dove il vive il nucleo principale della popolazione magiara) e autonomia culturale per tutti gli ungheresi del Paese. Istanze che Bucarest respinge, recidendo i rapporti con quelle esperienze estere (come il Kosovo) suscettibili di alimentare l’indipendenza magiara.

La Bessarabia è invece una regione storica compresa tra i fiumi Prut e Nistro, che nel 1918 ottenne l’indipendenza sulle ceneri dell’Impero russo. Nello stesso anno venne assorbita da Bucarest, diventando una provincia orientale della Grande Romania (espressione con cui viene indicato il territorio romeno tra il 1918 e il 1941). Dopo la seconda guerra mondiale, la Bessarabia fu annessa da Mosca, diventando la Repubblica Socialista Sovietica Moldava. Nel 1991, a seguito della dissoluzione dell’URSS, si trasformò nella Repubblica di Moldavia, da cui si sono staccate con un moto secessionista russofono alcune città, dando vita alla Transnistria, uno Stato non riconosciuto a livello internazionale. Oggi gran parte della regione storica della Bessarabia coincide con la Moldavia mentre la restante area meridionale è sotto l’amministrazione ucraina.

Dopo la Rivoluzione romena del 1989, che portò al crollo del regime dittatoriale di Nicolae Ceaușescu, nacque il Movimento per l’unificazione della Romania e della Moldavia, ispirato al periodo interbellico. Raggiunta l’indipendenza, la Moldavia adottò la bandiera romena con uno scudo moldavo al centro e scelse come inno nazionale quello in vigore a Bucarest. Tuttavia, la possibile fusione con la Romania venne frenata dal Fronte Popolare Moldavo, che da movimento di opposizione era nel frattempo salito al potere. Col passare degli anni, il sentimento unionista è scemato, soprattutto a Chisinau, senza però sparire dal dibattito pubblico e dalle agende politiche. I principali movimenti unionisti si chiamano Noii Golani, Deşteptarea e Basarabia – Pământ Românesc. L’unificazione trova sostegno in fette più o meno ampie della popolazione, tanto rumena quanto moldava, variando a seconda del contesto sociale o delle radici familiari. Ad esempio, i moldavi di origine russa, ucraina o gaugaza tendono a essere contrari all’unione con la Romania, preferendo l’attuale divisione. L’unificazione va tenuta distinta dall’irredentismo, che ha invece come base l’elettorato nazionalista romeno (protagonista martedì scorso all’Arena Nationala) e come maggior espressione politica il partito ultra-conservatore Grande Romania.

A destare preoccupazione a Bucarest, in ottica di un’eventuale unificazione con Chisinau, è la situazione della Transnistria, uno Stato non riconosciuto ma indipendente de facto, che si opporrebbe fortemente a un avvicinamento amministrativo tra Bucarest e Moldavia, da cui almeno formalmente dipende. In particolare, preoccupa il rischio che la Transnistria utilizzi il precedente del Kosovo per rafforzare la propria posizione, anche e soprattutto a livello internazionale, dove si gioca l’importante partita del riconoscimento statale. Timori simili sono al centro delle agende politiche di Slovacchia, Grecia, Cipro e Spagna, gli altri Paesi dell’Unione europea che non riconoscono il Kosovo per le conseguenze che tale scelta avrebbe sulle questioni interne secessioniste. Madrid, ad esempio, fa i conti con diversi movimenti indipendentisti, con sede soprattutto in Catalogna e nei Paesi Baschi, per anni associati alle azioni dell’organizzazione armata Euskadi Ta Askatasuna (ETA). [di Salvatore Toscano]

Estratto dell’articolo di Enrico Franceschini per “la Repubblica” sabato 26 agosto 2023.

Uno spettro si aggira per l’Europa ed è bianco come il lenzuolo che ricopre i proverbiali fantasmi. Dietro la benevola immagine di un gruppo di nazioni unite da democrazia, stato di diritto e libero mercato, l’Unione Europea rischia di diventare il custode di un’identità culturale razzista, domani pronta ad accogliere gli ucraini, come ha fatto in precedenza con polacchi, ungheresi e altri popoli dell’Est, perché in maggioranza cristiani e con il nostro stesso colore della pelle, ma determinata a chiudere la porta ad africani, islamici e migranti provenienti dal sud del pianeta, perché considerati “diversi”. 

È la polemica tesi di un libro uscito in questi giorni nel Regno Unito, di denuncia fin dal titolo: Eurowhiteness, (edito da Hurst Publishers), traducibile con “eurobiancore” o anche “europurezza”, termine che risveglia la retorica nazifascista sulla difesa della razza. 

L’autore, Hans Kundnani, ex analista di Chatam House e European Council of Foreign Relations, due prestigiose think tank londinesi di affari internazionali, è di madre olandese e padre indiano, per cui pone un quesito vissuto in prima persona: «È certamente possibile essere un nero olandese o un francese di origine marocchina, ma è possibile per un non bianco sentirsi davvero europeo?». La sua risposta è negativa. 

Kundnani afferma che l’Europa unita, nata come modello universalista di pace e democrazia, in realtà è sempre stata un difensore della propria civiltà contro “gli altri”: una volta il comunismo, oggi l’Islam (e anche, secondo lui, il capitalismo senza regole americano).

Unificate dalla Ue, le ex potenze coloniali europee, accusa il politologo, sono colpevoli di «amnesia imperiale», ignorando le proprie secolari responsabilità verso le ex colonie in Africa e in Medio Oriente, da dove oggi partono i barconi pieni di migranti. […] 

E ci sono sicuramente motivi per non essere d’accordo. Il disincanto provato dall’autore per la Ue lo porta a trascurare gli innegabili aspetti positivi del progetto europeo: che Paesi nemici nelle due terribili guerre mondiali del Novecento siano diventati alleati; che il continente, diviso in due da un muro militare, ideologico e sostanziale dagli accordi di Jalta fra Usa e Urss, mettendo la parte orientale sotto il tallone di ferro del totalitarismo sovietico, sia oggi unito nel segno di libertà e democrazia.

Il suo libro non riconosce, inoltre, che l’Europa odierna è un’unione sempre più multietnica e multiconfessionale: basta guardare le nostre scuole elementari per accorgersene o seguire i mondiali di atletica, come ha notato nei giorni scorsi Emanuela Audisio su Repubblica ,sottolineando che il 50 per cento della nazionale italiana ha nomi come Zaynab, Hassane, Yeman, Ayomide, Osana e radici che vanno dalla Tanzania alla Nigeria, dall’Etiopia al Senegal. 

L’aspetto più sconcertante del volume è presentare la Brexit come un’occasione per la sinistra britannica di diventare più internazionalista, così cadendo nello stesso pregiudizio ideologico di Jeremy Corbyn, leader laburista all’epoca del referendum del 2016 sull’Ue, secondo il quale l’Europa unita era in sostanza un club di banchieri capitalisti impegnato a sfruttare i lavoratori e a proseguire una politica coloniale verso i Paesi emergenti.

«Adesso possiamo avere più immigrati dalle nostre ex colonie e creare una società veramente multietnica», si compiace Kundnani, senza riflettere che anche questa è discriminazione razziale, contro 27 popoli europei. 

Con scarso senso storico e geografico, alla fine l’autore suggerisce che la Gran Bretagna post Brexit, invece di sentirsi parte della civiltà europea, provi a reinventarsi come membro della rete post imperiale dei paesi che appartenevano al British Empire: una rivalutazione del Commonwealth che lascia indifferente la maggioranza degli elettori britannici. […]

Confini e frontiere. Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico - su L'Indipendente il 14 gennaio 2023.

Ho aperto per curiosità il manualetto di “geografia moderna” pubblicato da Giacinto Marietti, Torino 1840. A proposito di migrazioni, sentite le note sui popoli dell’America: “È comune opinione che i primi abitanti dell’America venissero dall’Asia per lo stretto di Bering largo solo da 35 miglia. La gente colà è distinta in varie classi. I bianchi europei occupano il primo grado, gli americani indigeni o indiani il secondo, i mulatti cioè nati da un bianco e da una negra o viceversa tengono il terzo, e l’ultimo è dei neri schiavi trasportati dall’Africa… Parlando dei bianchi si può dire invece che sono molto intraprendenti nel commercio di grano tabacco e cotone che con ingegnosa speculazione sanno prendere e trasportare ove trovino maggior guadagno”.

Sono sempre in gioco due forze antitetiche, una centripeta etnocentrica, in cui prevale il sistema di valori dominante, che punta sulla difensiva e che però, nel caso delle conquiste e dei colonialismo è in grado di respingere ai bordi come stranieri proprio le popolazioni autoctone. Rigoberta Menchú, nel suo libro sui Maya e il mondo (Giunti 1997), reclama che l’ONU debba riconoscere l’esistenza dei popoli indigeni, i loro diritti. E non solo ovviamente di quelli americani: “Anche i popoli del Pacifico, dell’Australia e della Nuova Zelanda sono nostri fratelli, perché hanno subito la colonizzazione, sebbene in epoca più recente della nostra, e appartengono anch’essi a culture di carattere millenario, dalle profonde radici”(p.216). Queste forze centripete, identitarie, dei popoli originari ma anche dei conquistatori e colonizzatori, puntano sulla definizione dei confini. In questo caso prevale il concetto di minaccia, sia a un ordine arcaico, di origini remote, sia ai sovrani confini nazionali, magari ottenuti a scapito della gente del luogo.

L’altra forza è invece quella centrifuga, che ha messo in moto lungo i millenni i popoli, sia quelli conquistatori, sia quelli nomadi, sia quelli che sfuggivano a persecuzioni. Una forza simile a quella che più tardi ha generato e soddisfatto il bisogno sempre crescente di comunicazione, sino a farcene temere l’oppressione e la distruttività. Ma centrifughe, migranti sono anche le correnti di civilizzazione, pensiamo fra tutte alla nostra matrice indoeuropea. Il grande linguista Emile Benveniste così scriveva: “Il miracolo, visto che le fasi di queste migrazioni ci restano sconosciute, è che noi possiamo designare con sicurezza i popoli che hanno fatto parte della comunità iniziale e riconoscerli, a esclusione di tutti gli altri, come indoeuropei. La ragione va cercata nella lingua e soltanto nella lingua” (Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi 1976, p. 3). Le forze centrifughe delle migrazioni agiscono dunque anche sul terreno linguistico, sulla

fondazione dei valori persistenti, tramandati, ereditati e posti in discussione, su quelle che poi chiamiamo tradizioni.

Analogamente, nei tempi moderni, agiscono le esigenze della mobilità. Questa ha a che fare con l’idea di frontiera, di negoziazione, di superamento dell’ignoto. “La frontiera – osserva Marc Augé – ha sempre una dimensione temporale, è la forma dell’avvenire e, forse, della speranza” (Per una antropologia della mobilità, Jaca Book 2015, p. 15). Facciamo davvero i conti, come sostiene Augé, con il divario tra una globalità senza limitazioni e la realtà di un pianeta frammentato, dove sarebbe necessario muoversi fisicamente per conoscerlo e per conoscersi, senza ridurre tutto a messaggi e a immagini. La mobilità, la migrazione possono essere opportunità o condanne, generare aperture o blocchi, circolazione di linguaggi o incomprensione. Franco Ferrarotti osservava che tutto si può sopportare e vincere se si sa dove si è diretti, o come Ulisse o come Abramo, a seconda degli orizzonti, dei compiti e delle responsabilità.

E allora vedremo in gioco i confini, con le loro determinazioni rigide e insuperabili o al contrario le frontiere che continuamente si spostano e si moltiplicano perché attinenti alla conoscenza, alle curiosità, alle nuove visioni, ai bisogni. Ferrarotti parlava dello speciale incontro ad Emmaus con Gesù, narrato dall’evangelista Luca con un piglio perfino giornalistico. Ancora una volta, se vogliamo crederlo o ammetterlo, “il mondo sarà salvato, se sarà salvato, dall’apporto dello straniero” (Partire, tornare, Donzelli 1999, p. 148). La migrazione è legata al cambiamento, alle variazioni di prospettiva, implica, anzi impone, strumenti sempre nuovi di interpretazione.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Su e giù.

Tra le Forze dell’Ordine.

Tra la Scuola e l’Università.

Tra i politici.

Tra la gente.

In Barbaria-po lentonia (di comprendonio).

Al Cinema.

In TV.

Ai Musei.

Nello sport.

Sui Giornali.

Su e giù.

Quesiti linguistici. Si «sale» a Milano e si «scende» a Napoli? Risponde la Crusca. Accademia della Crusca su Linkiesta il 25 marzo 2023.

Dipende tutto dall’origo, ossia dal punto in cui avviene la comunicazione. Ma non sempre è così. E se ci troviamo in Svizzera e dobbiamo andare in piazza Duomo?

Tratto dall’Accademia della Crusca

In questo articolo si cercherà di rispondere a quanti ci chiedono se sia corretto usare i verbi salire e scendere per descrivere uno spostamento che avviene da sud a nord (e viceversa), ossia, ad esempio, se sia corretto dire salire a Milano considerando come punto di partenza un posto situato più a sud della città.

Per rispondere a questa domanda è necessario spiegare brevemente alcuni concetti legati a quella che in linguistica viene chiamata deissi ossia il modo in cui si riflette nella lingua, attraverso strutture linguistiche, la percezione che ha l’uomo del contesto extralinguistico (dal greco δεῖξις ‘dimostrazione’, da δείκνυμι ‘mostrare’, cfr. Levinson 1983, p. 54). Nel nostro caso particolare si parla di deissi spaziale e le strutture linguistiche che descrivono lo spazio, cioè il contesto extralinguistico in cui avviene l’atto comunicativo, sono i verbi salire e scendere. Questi due verbi, come vedremo, rivelano quale sia la proiezione mentale dello spazio reale e concreto in cui si agisce. Vale la pena introdurre inoltre un altro concetto linguistico fondamentale negli studi sulla deissi e cioè quello di origo ossia di ‘origine’ (Bühler 1983). Con origo si intende il centro deittico cioè il punto di riferimento con cui ciascun parlante descrive il contesto extralinguistico. Visto che la comunicazione è di per sé egocentrica, nella maggior parte dei casi l’origo (anche detto zero point, cfr. Lyons 1980) coincide con il parlante. Ma può anche non essere così: infatti se l’origo è diversa rispetto al parlante si parla di oggetto pivot ossia un oggetto che viene usato come punto di riferimento condiviso per descrivere lo spazio circostante. Ad esempio, in “vicino all’armadio c’è un comodino su cui sta il libro”, l’oggetto pivot è l’armadio che viene usato come punto di riferimento condiviso da coloro che partecipano all’atto comunicativo.

Dopo aver precisato questi concetti passiamo a rispondere ai nostri lettori che ci interrogano circa la correttezza d’uso di questi verbi (si tratta dei verbi nel loro uso intransitivo; per gli usi transitivi si legga la risposta di Matilde Paoli). Anzitutto i significati a cui fanno riferimento i quesiti vanno distinti da quelli che assumono questi verbi per descrivere uno spostamento verso (nel caso di salire) o da (nel caso di scendere) una località posta a un’altitudine maggiore rispetto a un’altra. Quest’uso, infatti, è registrato fin dal Tommaseo-Bellini che, citando la Bibbia, riporta a proposito di scendere:

Di chi viene da paese più alto. T. Nel Vang. Scendere a Gerico (da Gerusalemme ch’era in altura). Lo pregava che scendesse e sanasse il suo figliuolo.

E sempre quest’uso, seppur non presente nelle edizioni del Vocabolario degli Accademici della Crusca, è simile a quello che ne fa Dante nella Commedia per indicare lo spostamento verso l’Inferno (collocato sotto la superficie terrestre) e quello verso l’Empireo (il cielo più alto fra tutti quelli che compongono il Paradiso, collocato quindi ad un’altitudine maggiore) o anche per indicare il moto verso o da un colle o una qualsiasi altura. Nel quesito proposto dai nostri lettori, invece, i verbi salire e scendere indicano uno spostamento che non avviene seguendo l’altitudine, ossia la direttrice alto-basso, ma la latitudine cioè quella nord-sud. Inoltre va specificato che quest’ultima accezione è differente anche rispetto a quella che questi verbi assumono quando descrivono lo spostamento di entrata e uscita da un mezzo di trasporto (la barca, la bicicletta ma soprattutto il treno, la metro, il tram) del tipo sono sceso/salito a Milano (ossia ‘sono sceso/salito dal/sul treno alla stazione di Milano centrale’). Invece, come dicevamo, le accezioni che vogliamo trattare si basano su uno spostamento che avviene nel senso della latitudine, quindi da nord a sud o viceversa; esse non sono segnalate esplicitamente né dal GDLI né dal Sabatini-Coletti mentre sono state inserite nel GRADIT (ediz. del 2007 sotto la quarta accezione di salire e scendere) e nel Devoto-Oli 2023 (seconda accezione di salire e settima di scendere):

salire […] 4. v.intr. (essere) spostarsi in un luogo posto più a Nord: da Lecce sono salito a Milano

scendere [..] 4. v.intr. (essere) estens., spostarsi in un luogo posto più a sud: i normanni scesero in Italia

salire. […] 2. Spostarsi verso un luogo più settentrionale (+ a, in, anche + da): Esempi salire da Salerno a Torino, salire in Francia.

scendere […] 7. Recarsi in un posto situato più a sud (+ a, in, anche + da): Esempi scendere in Calabria, da Roma a Palermo. Di eserciti o popolazioni, spostarsi in massa verso sud, calare. Esempi i barbari scesero in Italia.

A livello semantico, ossia del significato, possiamo dunque dire che i verbi salire e scendere usati con le accezioni a cui ci riferiamo, sono ormai entrati nell’uso comune tanto da essere stati registrati dai dizionari contemporanei.

A un livello linguistico differente, ossia tecnicamente pragmatico, i significati dello spostamento lungo la latitudine (nord-sud) rivelano il meccanismo di riproduzione mentale di uno spazio nel cervello umano. Ci spieghiamo meglio: nella comunicazione verbale, l’uomo descrive lo spazio tridimensionale, ossia quello reale, dopo averlo riprodotto virtualmente nella propria mente (spazio odologico, cfr. Mazzoleni 1985). Questa riproduzione è soggetta a scomposizione secondo i piani in cui si divide il corpo umano e si riflette nel linguaggio attraverso alcune strutture linguistiche come ad esempio su-giù, avanti-dietro (le cosiddette preposizioni avverbiali o modificatori avverbiali: Rizzi 1988, p. 508; Vicario 1999, p. 15). I significati che i nostri lettori ci hanno segnalato rivelano che la riproduzione mentale dello spazio reale, soprattutto per le grandi distanze, riflette quella che l’istruzione, attraverso la geografia e soprattutto le riproduzioni cartografiche, ci ha trasmesso; in altre parole nella mente del parlante, quando si parla di uno spostamento tra due città, di solito si riflette la riproduzione cartografica che localizza i due punti. Aggiungiamo inoltre che nel descrivere linguisticamente uno spostamento tra due città, intervengono anche fattori culturali legati al prestigio economico, sociale e linguistico di una località rispetto ad un’altra (infatti per alcuni centri della Tuscia viterbese, ad esempio, Roma si trova su, in alto, mentre cartograficamente è posta a sud, cioè giù). Nel nostro caso i significati di salire e scendere che stiamo trattando nascono soprattutto da una “coscienza” cartografica, basata sulla diversa latitudine, dei punti salienti nello spazio come città, paesi, località. Pensando alla storia delle esplorazioni nel XVI secolo, questa conoscenza cartografica sarà stata più comune presso coloro che avevano accesso alle mappe e alle carte: persone acculturate ma anche navigatori ed esploratori (Cinque 2011). Si sarà consolidata con la diffusione delle raffigurazioni cartografiche dell’orbe e con l’attribuzione del concetto di ‘su’, ‘sopra’ al nord e ‘giù’, ‘sotto’ al sud (si legga la risposta di Claudio Iacobini a proposito di salire su e scendere giù). Non entrando nel merito di questioni geografiche, a livello comunicativo avviene proprio questo: la condivisione di conoscenze diffuse presso la maggior parte della popolazione (la conoscenza cartografica e l’attribuzione del concetto di ‘su, sopra’ al nord e di ‘giù, sotto’ al sud) crea la base necessaria affinché questi significati di salire e scendere risultino trasparenti e condivisibili per la maggior parte dei parlanti.

Passiamo ora al concetto di origo cioè del punto di riferimento dello spazio riprodotto: perché si dice comunemente salire a Milano e non scendere a Milano? Perché si dice più comunemente scendere a Palermo e non salire a Palermo? Dipende tutto dall’origo ossia dal punto in cui avviene la comunicazione. Se ci si trova in un punto situato più a sud di Milano è normale dire salire a Milano e questa situazione è più probabile di quella contraria visto che Milano, nella penisola italiana, è situata a nord. Lo stesso vale per Palermo che si trova a sud: la maggior parte della popolazione italiana vive a nord di Palermo. Negli esempi riproposti dai nostri lettori, il punto di riferimento è il parlante mentre il sistema di riferimento, è l’Italia. Un italiano che abita in Svizzera o in Austria o in Germania non potrebbe dire salgo a Milano, semmai scendo a Milano. Dipende tutto dal sistema di riferimento e dal punto di riferimento che di solito è il parlante. Ma potrebbe anche non esserlo.

Pensiamo a questo esempio: mi trovo in Svizzera per lavoro e sto parlando al telefono con mia madre, che si trova a Bologna, per aiutarla con le indicazioni stradali per raggiungermi in macchina. Pur essendo io il parlante e pur trovandomi io a nord rispetto a Milano, dirò a mia madre che deve salire a Milano e non viceversa. In questo caso l’origo, cioè il punto di riferimento è dislocato sulla persona di mia madre che diventa l’oggetto pivot.

Concludendo, i verbi salire e scendere usati per indicare uno spostamento che avviene lungo la direttrice della latitudine (nord-sud) non sono sbagliati ma anzi rivelano la riproduzione cartografica che avviene nella mente dei parlanti prima che si concretizzi la comunicazione verbale. Questa coscienza geografica condivisa nasce in tempi relativamente recenti e cioè con la diffusione dell’istruzione presso la maggior parte della popolazione; grazie ad essa, una comunicazione che descrive la riproduzione dello spazio mentale, è possibile e soprattutto efficace: perché non usarla?

Tra le Forze dell’Ordine.

Profilazione razziale e maltrattamenti: l’ONU condanna le forze dell’ordine italiane. Salvatore Toscano su L'Indipendente sabato 16 settembre 2023.

In Italia gli abusi e i maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine ai danni delle minoranze sono troppi e troppo frequenti. Lo ha affermato il Comitato ONU per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, il quale ha invitato il nostro Paese ad adottare misure di prevenzione e sanzionare adeguatamente chi si rende colpevole di tali comportamenti. L’organismo delle Nazioni Unite si è attivato su segnalazione dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), prendendo atto di un generale quadro discriminatorio, arricchitosi di una certa tendenza politica a convergere verso un linguaggio razzista e d’odio e di numerose denunce relative a casi di profilazione razziale, il fenomeno per cui l’etnia di una persona influenza in modo spropositato il modo in cui le forze dell’ordine la trattano.

“Il Comitato nota con preoccupazione l’uso di sistemi di riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine che possono colpire in modo sproporzionato alcuni gruppi etnici, come i Rom, i Sinti e i Camminanti, gli africani e le persone afrodiscendenti, così come gli immigrati, e che possono portare alla discriminazione razziale”, ha scritto l’organismo ONU nelle sue osservazioni conclusive, concentrando l’attenzione sulle “informazioni relative ad un elevato numero di casi di abusi razzisti e maltrattamenti” da parte delle forze dell’ordine. Il Comitato ha di conseguenza raccomandato all’Italia di includere nella propria legislazione il divieto di profilazione razziale, di garantire la trasparenza nell’uso degli algoritmi di riconoscimento facciale in modo da non compromettere il principio di non discriminazione e il diritto all’uguaglianza davanti alla legge. Il Comitato ONU ha poi invitato il nostro Paese a “indagare efficacemente e tempestivamente su tutti gli episodi di profilazione razziale, abusi razzisti, maltrattamenti e uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine e garantire che i responsabili siano perseguiti e, se condannati, puniti con sanzioni adeguate”. Indagini che l’Italia dovrebbe estendere anche ai discorsi d’odio, la cui punizione è prevista dal diritto nazionale, come ricordato dagli esperti delle Nazioni Unite.

Soltanto pochi mesi fa, il diciannovesimo Rapporto Antigone aveva fatto luce sullo stato  delle carceri italiane, tracciando un quadro di sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie impossibili, suicidi, violenze e torture. [di Salvatore Toscano]

Tra la Scuole e l’Università.

«Noi, schedati solo perché neri»: la profilazione razziale è una violenza silente, anche in Italia. Prendere di mira persone in base all’etnia senza validi motivi: una pratica di polizia subdola e difficile da dimostrare. Anche perché mancano dati sulla sua diffusione, gli strumenti legislativi per arginarla e il dibattito pubblico sul tema quasi non esiste. Simone Fontana e Anna Toniolo su L'Espresso il 6 Giugno 2023  

«Condanniamo fermamente la profilazione razziale e le molestie subite dai nostri colleghi nel campus». Si apre così la lettera aperta scritta il 4 maggio 2023 da un gruppo di dottorandi dello European University Institute di Fiesole, polo accademico d’eccellenza finanziato dall’Unione europea che ogni anno ospita circa 600 ricercatori provenienti da oltre 60 Paesi.

A inizio maggio, appunto, alcuni ricercatori arrivati in Italia con una borsa di studio spagnola avevano deciso di denunciare la disparità di retribuzione esistente nell’istituto e di sottoporre un report completo della situazione alla vicepremier spagnola Nadia Calviño, che in quei giorni si sarebbe dovuta trovare a Fiesole come speaker di una conferenza annuale organizzata dall’Eui. Ma la presenza di Calviño era saltata all’ultimo minuto, sostituita da un intervento registrato, e i dottorandi avevano dovuto accontentarsi di affiggere il report alle pareti del campus.

Fin qui tutto regolare. Se non fosse che l’azione ha attirato l’attenzione di alcuni agenti della Digos presenti in borghese all’evento, che hanno fermato e identificato sei persone. A finire nel mirino dei poliziotti è stata in particolare una ricercatrice che preferisce mantenere l’anonimato e che, raggiunta da L’Espresso, ha raccontato di aver fornito agli agenti il badge identificativo dell’università (un documento ufficiale rilasciato dall’Ue) senza che ciò servisse a placare la manifesta ostilità nei suoi confronti. Le forze dell’ordine hanno infatti intimato alla donna di mostrare la sua carta d’identità, l’hanno scortata fino alla postazione di lavoro dove teneva il documento e la situazione è tornata alla normalità solo dopo la verifica dei documenti. Quando un agente ha fatto sapere ai suoi colleghi che «sì, purtroppo lei lavora qui». Piccolo particolare: la ricercatrice era anche l’unica persona non bianca presente nella stanza.

È ciò che tecnicamente si definisce profilazione etnica o razziale, una pratica di polizia che consiste nel prendere di mira individui o gruppi specifici di persone in base alle loro caratteristiche e senza un giustificato motivo. Non solo le manganellate del caso di Milano dei giorni scorsi, quindi. Qui si tratta di una forma di discriminazione particolarmente subdola, perché di rado si presenta sotto forma di violenza esplicita, ma si presenta nella maggior parte dei casi come una prevaricazione invisibile e difficile da denunciare.

«Non è la prima volta che mi capita», ha spiegato la ricercatrice a L’Espresso, «ma ci sarà sempre qualcuno che metterà in dubbio che si sia trattato di profilazione razziale e di una discriminazione basata sulla mia provenienza e sul colore della mia pelle». Dello stesso avviso è anche l’avvocato Gilberto Pagani, difensore di alcune persone che hanno provato a denunciare simili abusi: «Dai dati di esperienza risulta che questo fenomeno esiste, ma è molto difficile dimostrarlo». Poiché tutto si fonda sulle testimonianze personali delle vittime. Secondo l’avvocato, la legge italiana non mette a disposizione strumenti adeguati per fronteggiare il fenomeno, che ritiene un problema strutturale delle forze di polizia.

Oltre agli strumenti legislativi, però, a mancare in Italia è anche e soprattutto un dibattito pubblico sul tema. A riempire questo vuoto, da qualche mese, ci pensa un gruppo di ragazzi e ragazze ferraresi che, in collaborazione con la Goldsmiths University di Londra, ha creato il progetto Yaya con l’obiettivo di dare voce direttamente alle vittime. «Molte persone con cui abbiamo parlato riconoscevano l’ingiustizia di essere fermate senza un motivo, ma non sapevano che avesse un nome. E questo è un problema», ha detto a L’Espresso il coordinatore italiano del progetto Shahzeb Mohammad. L’altro problema è l’assoluta mancanza di dati per descrivere il fenomeno, ragione che ha portato alla creazione del sito web del progetto: un enorme database di testimonianze dirette, che raccontano una storia di soprusi troppo spesso normalizzati.

E se i dati forniti direttamente dal ministero dell’Interno britannico (l’altra nazione interessata dal progetto) parlano di una probabilità nove volte maggiore per le persone nere di essere fermate dalla polizia, nel contesto italiano tutto è lasciato alla percezione delle vittime. Secondo un sondaggio realizzato nel 2021 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, il 71 per cento della popolazione immigrata o afrodiscendente in Italia ritiene di aver subito un trattamento irriguardoso dalle forze di polizia; una forma d’abuso che tra gli intervistati bianchi scende al 14 per cento. Un divario di esperienze enorme che, tuttavia, non può essere supportato da alcun numero ufficiale.

Un problema nel problema, perché ciò significa che l’intero discorso pubblico sulla profilazione razziale dipende dalle voci delle persone direttamente interessate, sottorappresentate nei media e molto spesso private di diritti fondamentali. Come testimonia l’esperienza dello stesso Mohammad, 25 anni, arrivato in Italia quando ne aveva 13, eppure ancora privo di cittadinanza. Oggi si batte per dare voce a storie come la sua, come quelle della ricercatrice di Fiesole o di milioni di persone che ogni giorno subiscono questa violenza silenziosa. Storie che si somigliano, perché sono prodotte dallo stesso sistema di potere, e che a oggi rappresentano l’unico strumento per comprendere la reale portata del fenomeno.

Tra i politici.

Da repubblica.it mercoledì 2 agosto 2023.

Siparietto tra un contestatore e il presidente della Regione Veneto Luca Zaia alla festa della Lega Romagna in corso a Cervia. "Vai a lavorare", urla un uomo passando dietro al palco dove parla il governatore. Lui risponde: "E tu che lavoro fai?". Allontanadosi, il contestatore risponde: "Il muratore". Quindi Zaia prosegue rivolgendosi alla platea. "La mia prima partita Iva - dice - l'ho fatta a 18 anni. Sono figlio di un meccanico e di una casalinga che mi hanno educato al rispetto. Questo signore non ne ha". E aggiunge: "Dall'accento non mi pare uno della Romagna, questo".

Sinistra, amnesie storiche: quando il Partito comunista invocava l'Autonomia. Francesco Carella su Il Riformista il 27 giugno 2023

Tra le tante costanti della vita politica del nostro Paese ve n’è una che affonda le radici addirittura nell’epoca preunitaria. Infatti, la riflessione sui rapporti fra lo Stato centrale e il sistema delle autonomie locali è al centro del dibattito fin dal 1851, quando Carlo Cattaneo scrisse che «il federalismo è l’unica via della libertà». Il teorico degli “Stati Uniti d’Italia” ha influito non poco sulla formazione della nostra classe politica dall’Unità ai giorni nostri. In tal senso, si può dire che vi è un lungo filo che parte da Luigi Carlo Farini, esponente di spicco della Destra storica, e raggiunge Roberto Calderoli, padre del Disegno di legge sull’autonomia differenziata.

Il ministro Farini nell’agosto 1860, dopo avere ricevuto l’imprimatur di Cavour, propose di conciliare «l’autorità centrale dello Stato con le necessità dei comuni, delle province e dei centri più vasti». Se, però, per il progetto Farini e subito dopo con quello del suo successore all’Interno Marco Minghetti gli ostacoli che ne impedirono la realizzazione avevano un fondamento storico rilevante (la fragilità di uno Stato giovane e la spinta disgregatrice lanciata nel Mezzogiorno dal brigantaggio) per ciò che riguarda la riforma del ministro Calderoli le ragioni sembrano meno nobili e più legate a un approccio demagogico da parte di una sinistra che ha dimenticato la sua stessa storia. Vale la pena di ricordare a Elly Schlein che la questione dell’autonomia era già al centro dell’attenzione di Palmiro Togliatti ed è sempre stata presente nel dibattito politico interno al Partito comunista. Del resto, già nel lontano 6 novembre 1975 in un’intervista a “La Stampa” il presidente della regione Emilia Romagna Guido Fanti individuava nella «forma decentrata dello Stato l’unica possibilità per il Paese di uscire dalla crisi che stava attraversando».

Egli propose di lavorare attorno a un «progetto di aggregazione tra le cinque regioni della Valle Padana che avrebbero dovuto avere un ruolo fondamentale in una politica di programmazione regionale e nazionale». Un altro leader di primo piano del Pci, Renato Zangheri, nel corso di un dibattito parlamentare sulle riforme istituzionali nel maggio 1988, afferma che «il Pci auspica un energico decentramento legislativo con una reale rivitalizzazione degli organismi locali per mezzo di una concreta autonomia finanziaria e impositiva». Lo spartito non muta con il Pds. Il 12 dicembre 1994, in assemblea, il segretario Massimo D’Alema presenta «il federalismo come l’unico strumento in grado di realizzare una nuova unità del Paese». A rileggere le polemiche delle ultime settimane vengono in mente le parole del meridionalista Guido Dorso: «Occorre augurarsi che non ci siano più cervelli che concepiscano l’unità nazionale, sacra ed inviolabile per tutti gli italiani, come mezzo per continuare con lo sgoverno attuale». Quei cervelli sono ancora in mezzo a noi pronti a fare danni.

Antonio Giangrande: Quelli che…o tutti o nessuno e poi vogliono la secessione!

Lo sproloquio del saggista e sociologo storico Antonio Giangrande. Da far riflettere…

2 e 3 giugno: Si festeggiano il giorno della Repubblica ed il giorno della libera circolazione tra regioni.

Il tutto sotto diktat della Padania.

I Padani hanno voluto l’Unità d’Italia per depauperare l’Italia meridionale.

I Padani comunisti hanno voluto la Repubblica per continuare a saccheggiare l’Italia Meridionale.

I Padani con le sedi legali delle loro aziende nei paradisi fiscali vogliono continuare a dettar legge con la scusa della secessione.

L’Italia divisa in due.

La violenza sulle donne non è una questione geografica. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 03 Giugno 2023.

È facile che nei talk show sfugga una frase infelice. È capitato a Italo Bocchino ospite di «Otto e mezzo». Si parlava dell’omicidio di Senago, della violenza sulle donne, di problemi culturali. Bocchino se ne esce con questa affermazione: «Qualche tempo fa c’era più rispetto per le donne in una società matriarcale come quella del Sud Italia che io conosco bene». 

Il napoletano Bocchino dovrebbe conoscere bene la celebre storia della Baronessa di Carini, prima vittima illustre del delitto d’onore. Dovrebbe conoscere bene la storia di Franca Viola, che nel 1965 fu rapita all’età di 17 anni da un mafioso locale e poi violentata, malmenata e lasciata a digiuno, ma che non accettò la «paciata», il fatto compiuto e le nozze riparatorie. 

Matriarcato o retorica del matriarcato? Dovrebbe sapere che solo nel 1981 sono stati aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, due lasciti legali del Codice Rocco di epoca fascista. Forse il vero rispetto nei confronti delle donne è iniziato con la cancellazione di quelle assurde norme. 

Quanto a violenza, il delitto di Senago ci ricorda che ora non c’è differenza tra Nord e Sud; la differenza, se mai, è tra civiltà e barbarie. Da sempre, e in tutte le culture, la sopraffazione accompagna il mito delle virilità: che è l’ultimo rifugio di chi trasforma la propria miseria in brutalità.

Estratto da lastampa.it il 19 marzo 2023.

«Il caso dell'esclusione da una scuola in lingua tedesca della provincia autonoma di Bolzano di un bambino, a seguito di un test linguistico, entra in contrasto con i principi costituzionali che prevedono l'erogazione dell'educazione scolastica senza limiti e non condizionati da alcun test preventivo ed appare grave che ciò sia avvenuto nell'ambito di una scuola dell'obbligo».

 Lo dichiara il capogruppo di FdI in Commissione affari costituzionali della Camera Alessandro Urzì. In Alto Adige vige il principio dell'insegnamento nella madre lingua (tedesco, italiano oppure ladino). Soprattutto nei centri urbani le scuole di lingua tedesca registrano però un grande afflusso anche di alunni che non sono di madre lingua tedesca.

«Mi sono per questo rivolto al ministro per l'istruzione e il merito Valditara - aggiunge Urzì - per sollecitare una profonda riflessione anche a livello nazionale su quanto accaduto e per accertare responsabilità e conseguenze di questo atto»

 […] «Il tema - conclude Urzì - è impegnarsi acchè siano le scuole in lingua italiana a garantire la più ampia offerta di insegnamento in lingua tedesca offrendosi come luogo di educazione per la formazione completa sul piano anche plurilinguistico degli alunni garantendo la piena risposta a tutta la domanda. In questo senso l'appello al ministro Valditara per studiare di concerto con le autorità locali la più ampia formazione e reclutamento di personale docente plurilingue adeguato alla richiesta altoatesina», conclude Urzì.

Estratto dell'articolo di Pierangelo Sapegno per “la Stampa” il 16 marzo 2023.

Vuoi studiare in una scuola di lingua tedesca a Bolzano? Benissimo, ma potrai farlo solo se superi un esame di ammissione. […], afferma Johanna Ramoser, l'assessore comunale all'Istruzione dell'Svp nella città di Bolzano, […] In provincia di Bolzano esistono tre distinti sistemi scolastici (di lingua tedesca, italiana e ladina), diversi per organizzazione funzionale e amministrativa, in base all'idioma parlato.

 La popolazione scolastica è distribuita per un 72 per cento nella scuola tedesca, 25 in quella italiana e il tre per cento in quella ladina. Ma secondo l'ultimo censimento del 2011, i numeri sono un po' differenti riguardo alla popolazione: oltre i due terzi degli abitanti (69,41%, quindi leggermente inferiore rispetto agli studenti) sono di madrelingua tedesca, il 26,06% italiana (ma con una punta del 73,80% nella città di Bolzano), e il restante 4,53% ladina[…]

I numeri sono cambiati molto nel corso della Storia. Nel 1880 i tedeschi rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione, con il 90,6% degli abitanti, e gli italiani solo una esigua minoranza (il 3,4%), inferiori persino al gruppo ladino (4,3%).

 Queste cifre sono rimaste più o meno invariate sino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando cominciò ad aumentare la percentuale dei nostri connazionali (16,2% nel 1921) per crescere poi considerevolmente con l'italianizzazione voluta dal fascismo, arrivando a toccare il 35% della popolazione.

La situazione si può dire che è rimasta praticamente stabile fini agli Anni Novanta, quando la rappresentanza degli abitanti che parlano la nostra lingua è scesa attorno al 26%, attestandosi da allora sempre su questa linea. […]

 «La lingua tedesca va garantita nelle scuole di lingua tedesca», ha detto l'assessore all'Agenzia Italia, «dove ci sono sempre più classi frequentate da bambini che parlano solo l'italiano, con la inevitabile conseguenza che i docenti sono costretti a rallentare i programmi perché devono prima insegnare la lingua. Non è una questione etnica, ma un problema quotidiano a cui si deve trovare una soluzione».

«[…]E non è un problema che riguarda solo il tedesco. Nelle vallate dell'Alto Adige il livello di conoscenza dell'italiano è molto basso, e anche questo non va bene».  

 Una ragione però ramoser ce l'ha. Gli psicologi Johnson e Newport hanno dimostrato in una loro ricerca che «il bilinguismo viene raggiunto dal bambino solo nel caso in cui l'acquisizione sia avvenuta prima del settino anno». Ma allora non sarebbe meglio, più di un esame di ammissione, realizzare scuole infantili che insegnano il tedesco già nell'età dell'asilo?

Estratto dell'articolo di Marco Angelucci per corrieredelveneto.corriere.it il 16 marzo 2023.

[…] In questi giorni infatti il Consiglio regionale del Trentino Alto Adige sta discutendo la legge che aumenta le indennità dei consiglieri di circa 800 euro al mese. Primo firmatario il presidente del Consiglio Josef Noggler che parla di una legge che vuol far risparmiare le casse regionali eliminando gli adeguamenti automatici all’inflazione.

 Il risparmio però è solo sulla carta: la norma infatti taglia l’indennità tassata (da 10.400 a 7.700 euro mensili) ma triplica i rimborsi spese esentasse. Il risultato è che la Regione spenderà meno di Irpef ma incasserà anche meno visto che, in virtù dell’Autonomia, i nove decimi delle tasse rimangono sul territorio. […]

La ciliegina sulla torta è che il presidente si è scritto una legge su misura. Il ddl, che al momento è in commissione e sarà discusso in aula nella sessione di aprile, infatti individua due categorie di eletti: quelli che vivono a meno di 75 chilometri dalla sede del Consiglio e quelli che risiedono a più di 75 km. I primi hanno diritto ad un rimborso forfettario di 2.100 euro al mese, i secondi di 2.900. Inutile dire che il presidente abita a 80 km dal capoluogo e dunque ha diritto al rimborso più generoso senza nemmeno bisogno di documentare le spese visto che i rimborsi sono forfettari.

 “Una legge truffa, irricevibile” tuona Paul Koellensperger, leader del partito di opposizione team K che si prepara a dare battaglia in commissione […]

Elezioni, clamorosa gaffe di Majorino sulla Calabria. Occhiuto lo spiana: “È un cretino”. Il Tempo l’08 febbraio 2023

Una frase che ha scatenato un putiferio. Pierfrancesco Majorino, candidato presidente della Regione Lombardia per il centrosinistra e M5S nelle elezioni che si terranno nel weekend si è scusato per una gaffe clamorosa sulla Calabria fatta, come lui stesso riferisce, nel corso di una trasmissione televisiva. Da qui un video, diffuso dal suo staff in cui l’ex eurodeputato del Pd fa mea culpa. «Volevo chiedere scusa per una espressione un po’ infelice che ho usato questa mattina in una trasmissione televisiva nella quale parlavamo delle difficoltà della Regione Lombardia, nel quadro di una riflessione sulle politiche di sviluppo e culturali. Ho detto che ‘La Lombardia non è come la Calabria’, ed è sembrato quasi che io mi riferissi, perché l’ho detto male, ai cittadini calabresi, alla loro voglia di fare, ai loro talenti. Ragazzi e amici calabresi, scusate, non intendevo assolutamente offendere la vostra creatività e forza. Anzi - chiude il messaggio di scuse Majorino - credo che Lombardia e Calabria debbano collaborare ancora di più su politiche per lo sviluppo, culturali e su buone politiche sulla sanità per tutti, un tema grandissimo. Ho sbagliato e quindi, chiedo scusa».

Le frasi di Majorino hanno fatto andare su tutte le furie il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, che gli ha risposto per le rime su Facebook: «La Regione Lombardia non è la Calabria, è una regione che ha grandi potenzialità, un sacco di gente che si dà da fare, ha tante persone sul territorio impegnate in progetti sociali, culturali. Questo - dice Occhiuto mentre vede il video del candidato della sinistra - è proprio scemo. Ecco come simili personaggi disprezzano il Sud. Questo è un tale che si chiama Pierfrancesco Majorino, è candidato alla Regione Lombardia ma è soprattutto un cretino, perché non sa che anche la Calabria, come la Lombardia, ha tante opportunità, tante possibilità, e ha tante persone che vanno a lavorare e che meritano rispetto. Meritano anche il suo rispetto, lui non lo sa perché evidentemente è proprio un cretino. Quindi, Majorino, come dicono i miei amici lombardi, lascia stare la politica, va a lavurà».

Pure Franco Lucente, consigliere del gruppo Fratelli d’Italia in Regione Lombardia, si è scagliato sul candidato di Pd e M5S: «Ho sentito le raccapriccianti parole contro la  Calabria e i calabresi da parte di Pierfrancesco Majorino, candidato alla presidenza di Regione Lombardia. Trovo assurdo dovergli spiegare che anche la Calabria è una regione con grandi opportunità e possibilità, che anche i calabresi, esattamente come i lombardi, si impegnano e lavorano assiduamente. Assurdo, ma a quanto pare necessario, date le sue frasi piene di insensati pregiudizi razzisti e antimeridionali. Mi chiedo come si possa anche solo pensare che sia adatto al ruolo di Presidente di Regione Lombardia. Una persona che manca di rispetto senza remore, che denigra senza neanche conoscere la terra e le persone di cui sta parlando, non è una persona che ha i valori giusti per governare e assicurare un futuro ottimale ai cittadini». Una frase infelice che ha fatto finire Majorino al centro del ciclone delle polemiche.

Se anche il dem Majorino scivola sul cliché dei calabresi scansafatiche. Pierfrancesco Majorino, candidato alla presidenza della Regione Lombardia. “La Regione Lombardia non è la Calabria”: il clamoroso autogol televisivo del candidato Pd-M5S. Che poi si scusa pubblicamente. Rocco Vazzana su Il Dubbio l’8 febbraio 2023

«La Regione Lombardia non è la Calabria, è una Regione che ha grandi potenzialità, ha un sacco di gente che si dà da fare, ha tante persone nel territorio impegnate in progetti sociali e culturali». A parlare così in campagna elettorale non è quel Mario Borghezio che nel 2012, dopo una nevicata epocale a Roma, disse: «La caduta della neve non è un fatto così epocale. Da Roma in giù manca la volontà e la voglia di lavorare».

No, il vecchio riflesso leghista anti terùn per una volta non c’entra niente. Perché a scivolare sul cliché del calabrese scansafatiche è nientepopodimeno che Pierfrancesco Majorino, candidato dem (della sinistra dem) alla presidenza della Regione. Una caduta di stile dovuta, si spera, alla stanchezza della campagna elettorale arrivata ormai agli sgoccioli. Un autogol clamoroso, a pochi giorni dal voto, visto che la Lombardia potrebbe definirsi la seconda regione calabrese d’Italia per numero di residenti. Un brutto segnale, in epoca di autonomie differenziate vissute al Sud come un tentativo di cristallizzare per legge la divisione del Paese.

«Volevo chiedere scusa per una espressione un po’ infelice», prova a recuperare dopo il patatrac Majorino. «Questa mattina, in una trasmissione televisiva nella quale parlavamo delle difficoltà della Regione Lombardia, ho detto che la Lombardia non è come la Calabria ed è sembrato che mi riferissi ai cittadini calabresi, alla loro voglia di fare, ai loro talenti», si sforza di spiegare il candidato del Pd e del M5S. «Assolutamente amici calabresi scusate, non intendevo offendere la vostra creatività e forza, e anzi credo che Lombardia e Calabria debbano collaborare di più per buone politiche di sviluppo e culturali, per la sanità per tutti. Ho sbagliato e chiedo scusa», chiosa Majorino, quando ormai però le uova sono tutte rotte nel paniere. E a replicare ci pensa il governatore calabrese Roberto Occhiuto, che su Facebook scrive: «Stavo lavorando e mi sono fermato perché mi hanno portato questo video». E dopo aver lanciato il filmato, Occhiuto commenta senza mezzi termini: «Ma questo è proprio scemo». Poi la battuta finale: «Majorino, come dicono i miei amici lombardi, lascia stare la politica, va a lavura'».

Tra la gente.

Estratto dell’articolo di Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” mercoledì 2 agosto 2023. 

«Dovete tener conto dell’evoluzione dei modelli familiari e sociali e rispettare il principio costituzionale di uguaglianza di genere femminile e maschile». L’ha sancito la Corte d’appello di Venezia con una sentenza che di fatto condanna il maschilismo perdurante in certe montagne venete, dove vengono negati alle donne i diritti sulle proprietà collettive. Parliamo di Regole, di queste antiche istituzioni che nelle Dolomiti governano da secoli i beni fondiari indivisi come boschi e pascoli attribuendo ai soli figli maschi ogni prerogativa ereditaria.

La sentenza riguarda in particolare la Regola di Casamazzagno, nel Comelico, ma stabilisce un principio generale che coinvolge l’intero territorio, compresa l’area più famosa e tradizionalista di Cortina d’Ampezzo che si è sempre opposta a ogni tentativo di emancipazione. «É il momento di cambiare — rilancia ora Stefano Lorenzi, il segretario generale delle Regole ampezzane che da anni vorrebbe adeguare lo statuto all’evoluzione sociale —. Da noi è dura perché c’è uno zoccolo duro di intransigenti. 

Questi regolieri temono che attraverso la donna arrivi il forestiero perché se si sposa con un uomo che non è del luogo, i figli potrebbero portare un cognome non originario. Insomma, qui vogliono evitare il rischio che gli Esposito sostituiscano i Ghedina. Naturalmente è un timore infondato e anacronistico nella società attuale che riconosce oltretutto il doppio cognome. Però questa cosa da noi è ancora un tabù, mi auguro che i nostri si diano una svegliata».

Non è questione di poco conto. Le proprietà delle Regole in quest’angolo paradisiaco d’Italia supera infatti l’80% del territorio e le antiche famiglie, circa 1.100, rappresentano il 40% dell’intera popolazione residente (un secolo fa erano il 95%). «Hanno paura di perdere l’identità e non si rendono conto che invece la perdono se non si adeguano. Il numero dei nuclei storici è infatti in costante calo, visto che si fanno sempre meno figli e che si estinguono quelli senza una discendenza maschile. 

[…] «Il problema è che le Regole non li fanno propri pretendendo una sovranità che non c’è. Loro dicono che le donne sono ammesse ma in realtà è ammessa la partecipazione solo nel caso in cui non si sposino o prendano per marito un residente che deve essere pure regoliere. È mai possibile che una ragazza, se non vuole perdere i diritti, debba sposare un indigeno? E che la Regione […] taccia?». […]

"Razzismo in Italia". Cosa si nasconde dietro la propaganda nordafricana. Fomentare gli animi e suscitare sentimenti vendicativi da sfogare in Italia: sembra essere questo l'obiettivo della propaganda contro l'Italia. Francesca Galici il 27 Giugno 2023 su Il Giornale.

Ci sono molti punti ancora oscuri nella propaganda nordafricana contro il nostro Paese. Se da un lato, infatti, i migranti vengono spinti a raggiungere l'Italia con argomenti capaci di far presa sulla loro cultura, l'Italia viene ripetutamente accusata di razzismo. Critiche, anche forti, al nostro Paese arrivano soprattutto dai migranti subsahariani, secondo i quali l'Italia favorirerebbe quelli magrebini, quindi i tunisini e i libici. Le illazioni contro il nostro Paese sono, ovviamente, frutto di costruzioni falsate della realtà per incutere nelle persone l'idea che nel nostro Paese ci sia un sistema di accoglienza che privilegia gli uni piuttosto che gli altri. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, visto e considerato l'incremento dei reati compiuti da stranieri in Italia.

"Addestrati dall'Italia...". L'ultima bufala della propaganda africana

Durante la conduzione del nostro reportage tra le chat e i gruppi di migranti e trafficanti, da qualche tempo ci imbattiamo in messaggi di questo tipo. Lampedusa sembra essere uno dei bersagli preferiti in questa propaganda, che sembra avere l'obiettivo di fomentare gli animi dei migranti contro il nostro Paese prima della loro partenza. Una strategia quasi martellante, che punta a far nascere in loro, solitamente giovani e particolarmente suscettibili, un sentimento di rivalsa e di vendetta, da portare a termine all'arrivo in Italia.

La strategia sembra essere chiara in questo momento: sull'onda di quanto accade in Tunisia, dove i locali sono esausti dalla presenza eccessiva di migranti sahariani, si cerca di aumentare il sentimento avverso nei loro confronti nei subsahariani, convincendoli che in Italia verranno trattati diversamente dai tunisini e dai libici. In questa costruzione di propaganda pericolosa e falsa, i burattinai che muovono i fili della protesta cadono spesso in errori clamorosi, come quello legato al video in allegato a questo articolo, che vede protagonista la motovedetta Cp 278 della Guardia costiera italiana. Nel commentarlo nel contesto propagandistico, infatti, chi lo pubblica scrive: "Ecco un barcone di migranti tunisini che viene fatto passare dalla Guardia costiera tunisina, che va a intercettare un barcone di subsahariani. Questo è normale?".

Nei commenti, però, viene ribaltata la situazione e a essere accusata di razzismo, stavolta contro i tunisini, sono gli italiani: "Guardate la bandiera issata sulla nave. Sono italiani, hanno salvato prima i neri dei tunisini". E poi ancora: "Razzismo in Italia contro i tunisini, che dev'essere invertito". Tralasciando il verbo "salvare" utilizzato per una barca perfettamente galleggiante, con migranti talmente tranquilli da avere la prontezza di riflessi di riprendere l'intervento della Guardia costiera, il concetto che sta passando è: in Italia c'è razzismo. E lo dicono da un barcone diretto a Lampedusa che qualche minuto dopo ha ottenuto l'intervento dell'assetto italiano. C'è poi la questione Lampedusa, già presa di mira con commenti vergognosi contro l'Italia: "Quello che sta succedendo a Lampedusa nei centri di detenzione è grave. Tunisini e libici sono favoriti rispetto ai subsahariani, che vengono fatti crollare e fanno passare i magrebini". Il fenomeno potrebbe assumere contorni più gravi, con conseguenze irrecuperabili.

Estratto del'articolo di Claudia Brunetto per repubblica.it il 16 maggio 2023.

A metà giugno lascerà il posto di lavoro e la regione che ha amato. Ha cercato di stringere i denti fino all'ultimo, ma alla fine ha firmato le dimissioni. Corrada Ambrogio, 43 anni, medico chirurgo originaria di Avola, da alcuni anni impegnata in un ambulatorio a Villa Ottone, frazione di Gais che conta mille anime in val Pusteria, dice così addio al sogno coltivato da tempo di vivere e fare il suo lavoro in Alto Adige e soprattutto di "sentirsi parte di una piccola comunità in mezzo alla natura, circondata dai caprioli".

L'ha voluto fortemente, ha studiato la cultura e le tradizioni del posto, ha vestito in più occasioni gli abiti tirolesi e ha anche un tatuaggio in lingua tedesca. "Questo non è bastato a farmi sentire una di loro", racconta la dottoressa. 

Ambrogio, cosa è andato storto?

"Pensavo davvero di potermi integrare in un piccolo centro così come avevo sempre desiderato. Ma alla fine mi sono arresa all'evidenza di essere considerata sempre "l'italiana" in un territorio che, invece, troppo spesso pensa di essere fuori dall'Italia. Eppure ho studiato sodo per conquistare un posto da medico di base nella provincia più settentrionale del Paese: due anni di tedesco a Vienna raggiungendo il livello di conoscenza C1 e in più visto che per lavorare negli uffici pubblici serve il patentino di bilinguismo ho dovuto sostenere pure un esame di italiano. Il problema sono stati i dialetti".

In che senso?

"A una mia paziente fortemente malata che parlava soltanto dialetto stretto del posto e con cui non riuscivo a comunicare in alcun modo ho consigliato di cambiare medico, ma proprio per il suo bene, perché potesse trovare qualcuno che riuscisse a seguirla come meritava. Ci ho provato in tutti i modi, ma non riuscivamo a dialogare. Questo episodio, per esempio, è stato strumentalizzato. Mi è capitato anche che alcuni colleghi durante le riunioni parlassero soltanto dialetto stretto. Amo l'Alto Adige, i paesaggi, la cultura del posto, ho partecipato alle feste tradizionali vestita con abiti tirolesi, mi sono sposata a Gais con mio marito originario del Trentino, ho un tatuaggio in lingua tedesca che dice "Ama sopra ogni cosa", ma non è bastato". 

Perché si è innamorata dell'Alto Adige?

"L'ho conosciuto come meta di vacanze e l'ho trovato incantevole. La natura, gli ampi spazi, gli animali che guardi dalla tua finestra, piccole comunità ancora a misura d'uomo. Quando studiavo tedesco a Vienna ho avuto una proposta per lavorare lì, ma desideravo appunto vivere in un piccolo centro e sentirmi parte di una comunità e non ho accettato". 

[…]

"Mi sono ritrovata al centro di articoli delle testate locali tacciata come "l'odiatrice dei tedeschi", "l'italiana dalle aperte simpatie neofasciste per Giorgia Meloni", "l'italiana che nega ai pazienti l'uso della lingua tedesca". Il distretto sanitario ha cominciato a cambiare atteggiamento nei miei confronti fino a consigliare ai miei pazienti di cambiare medico dicendo che io non sarei più tornata quando, invece, ero stata costretta a prendermi un periodo di pausa per malattia. Intanto, però, mi hanno fatto perdere 400 pazienti". 

Ha subito minacce, danneggiamenti?

"Lo scorso ottobre, durante la festa del paese a Villa Ottone, l'ambulatorio che si trova nel seminterrato di una scuola è stato vandalizzato. Ho trovato le piante di limoni sradicate e la terra sulle pareti, i boccali di birra sulle maniglie, i fili della luce tagliati, urina e vomito ovunque. Anche la targa con il mio nome danneggiata. Anche in quel caso ho scritto un post di denuncia su Facebook e la cosa non deve essere stata gradita. […]".

"[…] Se si viene in Alto Adige come turista è tutto bellissimo, tutto pulito e pieno di servizi. Un'altra cosa è viverci e lavorarci soprattutto se si arriva dal profondo sud come me. Adesso mi trasferirò in un'altra regione, probabilmente la Lombardia".

«La vicina a Cremona mi chiama ancora "terrona"», barese insultata scrive di nuovo a Decaro. «È una battaglia contro il razzismo». Il 7 luglio ci sarà l’udienza preliminare a carico dell’anziana vicina che dovrà rispondere di lesioni, violazione di domicilio e atti persecutori. FRANCESCO PETRUZZELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Maggio 2023.

Il caso è diventato ormai virale. Circola sulle principali testate nazionali, alimenta i dibattiti televisivi e muove anche la politica. Il sindaco Antonio Decaro monitora la vicenda non escludendo nelle prossime ore l’invio di una lettera ufficiale con la quale manifestare solidarietà e vicinanza a nome di tutta la città. Non si spengono i riflettori sulla famiglia pugliese (moglie barese, marito tarantino e figlia 21enne) emigrata 22 anni fa a Cremona e da un anno oggetto di atti persecutori e di stalking da parte di una vicina di casa 82enne, che non sopporta più gli inquilini perché «meridionali», invitandoli più volte in modo sprezzante a tornarsene nella loro «Beri».

Una vicenda raccontata in esclusiva e in anteprima dalla Gazzetta del Mezzogiorno lo scorso 12 maggio all’indomani della lettera che la 55enne Vera, nata e vissuta per anni al quartiere Libertà sino al trasferimento in Lombardia, ha inviato nei giorni di San Nicola al sindaco Decaro per manifestare tutto il suo dolore «devastante» nel sentire «sfregiare la mia amata e incantevole città in modo sprezzante da chi non la conosce e al solo scopo di ferirci».

Atti persecutori, aggressioni e insulti iniziati nel marzo di un anno fa, messi a verbale in numerose denunce e che il prossimo 7 luglio apriranno l’udienza preliminare del processo a carico dell’anziana cremonese che dovrà rispondere di lesioni personali, violazione di domicilio e atti persecutori. Un anno insomma di vessazioni, contatti fisici e frasi sprezzanti del tipo «andatevene al Sud che magari con i vostri simili vi capite», «meridionali di m…», «meglio affittare ai cinesi, ai romeni o regalarlo, che non a voi» (la signora è infatti la proprietaria di casa dell’appartamento in cui vive questa famiglia) e che hanno costretto Vera a inviare una mail a Decaro per chiedere giustizia e rispetto per l’immagine di Bari.

«Quando per l’ennesima volta ho sentito dire “Beri” non ci ho visto più. Ho pianto e ho deciso di scrivere al sindaco Decaro, sperando in una sua risposta. E non smetteremo mai di ringraziare la Gazzetta del Mezzogiorno per aver fatto luce sulla nostra storia. Qui al Nord nessuno ci ha dato ascolto», dice Vera assieme al marito Renato in una delle tante telefonate intercorse in questi giorni. La famiglia, perfettamente integrata in una «Cremona che per noi resta accogliente e meravigliosa perché qui c’è tantissima brava gente», ha inviato nelle scorse ore una seconda lettera al primo cittadino di Bari con «l’auspicio – si legge – che questa battaglia contro il becero razzismo non passi in secondo piano, ma serva per tutte le vittime di questo atavico pregiudizio, coinvolgendo gran parte dei cremonesi che non si riconoscono nelle azioni reiterate della signora (la vicina 80enne, ndr)».

Vera e il marito Renato confidano anche in un atto istituzionale di Decaro nei confronti del sindaco di Cremona Galimberti che possa, si legge ancora nella lettera, «fungere da collante tra due città che hanno comunque valori e tradizioni di accoglienza». E anche nella costituzione di parte civile del Comune nei confronti di chi ha leso l’immagine della città visto che nelle carte processuali ci sono numerosi passaggi nei quali si fa riferimento a «Beri».

Intanto ieri pomeriggio la storia è approdata sugli schermi Rai de La Vita in diretta condotta da Alberto Matano. L’inviata del programma ha cercato di parlare con l’anziana 82enne ma è stata presa a ombrellate. Toccante l’intervista a Virginia, la figlia 21enne di questa famiglia. Davanti alle telecamere e tra le lacrime ha raccontato le sue paure quotidiane, le vessazioni subite dai suoi genitori e ha ribadito l’orgoglio per le sue origini meridionali e baresi.

La vicina la insulta perché «di Beri» anche se vive a Cremona: una donna scrive a Decaro. La vittima, suo marito e sua figlia, dicono di essere oggetto di continue discriminazioni e atti persecutori da parte di una vicina di casa e proprietaria dello stabile in cui vivono. FRANCESCO PETRUZZELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 maggio 2023.

Non è una storia di panni stesi male o di classiche liti condominiali per il posto auto, i cattivi odori o la pulizia degli spazi comuni. Né una di quelle che spesso si sentono nei tribunali della tv. È, purtroppo, una storia che porta indietro nel tempo, al più becero dei pregiudizi nei confronti del Sud e della sua gente. Con frasi del tipo «tornatavene nel Meridione», «tornatevene nella vostra “Beri”». Facile poi immaginare i vari epiteti da non ripetere per «mero pudore». E se la propria città viene «ingiustamente sfregiata nel nome» e sentirlo ripetere ogni volta è «devastante», allora bisogna necessariamente farlo sapere al suo primo cittadino.

Nei giorni di San Nicola un postino (virtuale) ha bussato alla porta del sindaco Antonio Decaro con la mail accorata di una 50enne barese, residente da 22 anni a Cremona. La donna, suo marito e sua figlia, dicono di essere oggetto di continue discriminazioni e atti persecutori da parte di una vicina di casa e proprietaria dello stabile in cui vivono. Per la sola colpa, a loro dire, di essere meridionali, pur pagando regolarmente l’affitto e rispettando ogni tipo di dovere e di collaborazione condominiale.

Una vicenda, regolarmente denunciata in Procura, che il prossimo 7 luglio finirà nell’aula di un tribunale, lì in Lombardia, per l’inizio del processo.

E che questa donna emigrata al Nord e «fiera di essere di Bari» ha voluto rendere pubblica al suo Comune d’origine perché «la mia città è incantevole e non merita tutto questo atteggiamento sprezzante», perché il Sud Italia «ha bellezze incantevoli, storia, cultura» ed «un’innata accoglienza e umanità».

Chissà che Decaro non faccia un colpo di telefono a Cremona, anche solo per ribadire che si pronuncia «Bari» e non «Beri».

Cremona, anziana bagna i panni stesi degli inquilini del Sud: «Tornatevene nella vostra "Beri"». E loro scrivono al sindaco di Bari. Francesca Morandi Il Corriere della Sera il 13 maggio 2023.

La proprietaria 82enne rinviata a giudizio per stalking: in un'occasione ha inondato d'acqua i panni stesi al balcone. La mail a Decaro: «Disprezzata la nostra città d’origine»

Ventidue anni fa sono emigrati al Nord, da Bari a Cremona. Hanno preso casa in affitto in un palazzo signorile in via Cadolini, civico 2, centro storico. Proprietaria dell’intero stabile è Giuliana, classe 1940 (gli 83 anni li farà il 13 luglio). Per 21 anni, i rapporti tra gli inquilini - padre, madre e figlia – e l’anziana che nel palazzo abita, sono stati ottimi. Poi, nel 2022, di punto in bianco si sono incrinati. 

«Tornatevene nella vostra "Beri"»; «Andatevene al Sud che magari con i vostri simili vi capite». È la storia di un presunto stalking condito di pregiudizi che si consuma tra panni stesi, scampanellate, intrusioni nell’appartamento, minacce e tirate di capelli. Il caso è finito in tribunale a Cremona e a Bari sulla scrivania del sindaco Antonio Decaro. 

Al Nord, l’ultraottantenne Giuliana è stata rinviata a giudizio: atti persecutori nei confronti di Renato, della moglie Veneranda (detta Vera) e della loro figlia 21enne, famiglia che si ritiene stalkerizzata per la sola colpa di essere meridionale e che si è già costituita parte civile in udienza preliminare con l’avvocato Paolo Carletti. Il processo è fissato al 7 luglio prossimo. 

Al Sud, il sindaco Decaro ha ricevuto una mail. Gliel’ha inviata Veneranda, 55 anni. Trentadue righe in tutto per informarlo dello stato dell’arte («Siamo vittime di stalking»). Poi, lo sfogo: «Non è tollerabile, oggigiorno, che si continui con il pregiudizio, si denigrino e discriminino persone solo perché meridionali, venga disprezzata la città d’origine di una famiglia sempre "puntuale" nell’adempimento dei propri doveri e disponibile per qualsiasi cosa». 

Non ci sta, Veneranda, agli sbeffeggi dell’anziana Giuliana. Perché «la nostra Bari è incantevole. Sentire sfregiare il suo nome in modo sprezzante da chi non la conosce ed al solo scopo di ferirci, perché ci sentissimo diversi è stato davvero devastante». E lo è, incantevole, «il Mezzogiorno con la sua immensa cultura, la storia e le tradizioni millenarie, per non parlare delle bellezze artistiche, delle località stupende e della innata accoglienza ed umanità espressa quotidianamente dall’empatia della sua gente». Firmato: «Vera, fiera di essere barese». 

Porta la firma del pm Vitina Pinto la richiesta di rinvio a giudizio per l’ultraottantenne signora Giuliana che, tra il 20 marzo e l’1 luglio di un anno fa, non avrebbe dato pace alla famiglia, costretta a cambiare abitudini di vita, a non invitare più gli amici a casa, a non uscire sul balcone di giorno. Quattro mesi di andirivieni delle Volanti. Tre pagine di capo di imputazione raccontano delle ripetute lamentele per il bucato steso al balcone, degli appostamenti, di cartelli attaccati sui portoni degli inquilini con le regole da rispettare, della gestione delle abitazioni dove «i panni stesi vanno ritirati, pena l’obbligo di cambiare casa». 

Il 10 maggio l’anziana avrebbe afferrato un tubo e bagnato la biancheria: Renato si precipitò sul balcone: inzuppato. L’anziana lo bagnò dalla testa ai piedi, «dicendogli che l’acqua era santa e gli faceva solo bene». Ma Giuliana avrebbe anche dato a Renato del «dittatore come Putin», a sua moglie della «stregassa» («stregaccia» in dialetto cremonese), ad entrambi dei «meridionali di m…», e quanto all'appartamento «meglio affittare ai cinesi, ai romeni o regalarlo».  

Il video TikTok delle tre studentesse diventa un caso: offese razziste contro una donna cinese. Matteo Castagnoli su Il Corriere della Sera il 26 Aprile 2023

Mahnoor Euceph, regista e influencer Usa, ha ripreso sul treno da Como a Milano tre ragazze italiane che scimmiottavano una donna 

Il video diventa virale subito. In meno di dodici ore si contano sedici milioni di visualizzazioni. O meglio, lo diventa dopo 9 giorni dall'accaduto quando Mahnoor Euceph, influencer e regista statunitense di origine pakistana, lo pubblica sul proprio profilo TikTok. Succede tutto su un treno il 16 aprile scorso, di ritorno dal lago di Como verso Milano. Nel filmato, due sedute più in là da Euceph, vengono riprese tre ragazze che poi si scopriranno essere italiane e studentesse universitarie. Ridono, incrociano lo sguardo dell'influencer che sta riprendendo e ogni tanto allungano la mano quasi ad indicarla. Sono in corso prese in giro poi considerate «razziste», come affermerà la stessa Euceph.

Il video diventato virale

La spiegazione di quegli attimi la fornisce l'autrice stessa del video nella descrizione del post: «Ero in treno con il mio fidanzato, per metà cinese, sua madre, appunto cinese, e suo padre. Ho notato queste ragazze ridere e parlare in italiano. Prima le ho ignorate. Ho fatto un sonnellino ma quando mi sono svegliata lo stavano facendo ancora ma con più aggressività. Allora ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto di no». Ma a quel punto, racconta sempre Euceph, iniziano gli scimmiottamenti accusati di essere discriminatori che deridevano la nazionalità del fidanzato e della madre. Ripetono «Ni hao!» («ciao» in cinese, ndr.) in un modo «odioso e razzista». Le prese in giro si affievoliscono e si trasformano in risate di gruppo solo quando l'influencer estrae il telefono per documentare la situazione, anche se «si possono ancora sentire i "Ni hao"», spiega Euceph. «In vita mia non avevo mai sperimentato un razzismo così palese», conclude.

Le scuse delle ragazze

«Spero che voi italiani possiate trovare queste ragazze». È l'auspicio finale con cui si chiude la descrizione del video su TikTok di Mahnoor Euceph. O almeno era il suo. Perché la rete dei social non tradisce e le tre giovani vengono rintracciate dagli utenti. I loro nomi, profili, università (Bicocca, Cattolica e Iulm) e luoghi di lavoro vengono resi pubblici. Addirittura qualcuno è arrivato a richiederne l'espulsione dagli Atenei. 

Le giovani hanno poi raggiunto l'influencer con un messaggio di scuse. Messaggio che è stato, anche questo, pubblicato su TikTok in un video esplicativo. «Non c'era intenzione di essere razziste e siamo veramente dispiaciute». In un secondo, inoltre, spiegano che aver diffuso quel video abbia attirato bullismo nei loro confronti, «dando alle persone veramente razziste la possibilità di riversare il loro odio su di noi». Ma la risposta è stata lapidaria: «Il fatto che anche dopo essere stata svergognata pubblicamente da milioni di persone, tu stia cercando di manipolarmi mostra non solo che si tratta di scuse completamente false, ma che sapevi esattamente cosa stavi facendo». 

Le reazioni delle università

Sono arrivate nel frattempo le reazioni delle università. La prima in ordine di tempo è stata la Cattolica con un post pubblicato verso le 21 di martedì sera sui propri social, in cui si prendevano le distanze dall'accaduto. «L'Università promuove da sempre il valore del rispetto e condanna ogni atteggiamento razzista e discriminatorio. L'episodio al quale fanno riferimento molti commenti apparsi in queste ore non può essere in alcun modo imputato all'Ateneo che si riserva di compiere accertamenti». Nel frattempo, i commenti sotto il post sono stati disattivati dopo il fiume di reazioni post diffusione video.

Nel pomeriggio di mercoledì, invece, sono state pubblicate le prime parole istituzionali delle altre due università coinvolte, Bicocca e Iulm, che fino a quel punto avevano limitato le interazioni sui rispettivi profili. Gli Atenei, sempre via social, hanno ribadito la loro distanza dall'accaduto, ma nel comunicato della Iulm si chiarisce che le richieste di espulsione per la propria studentessa non sono tollerabili perché «un tale accanimento nasconde in sé il germe altrettanto grave del totalitarismo».

Scandalo al social. La risata di Franti, le ragazze su Trenord e il mercato del moralismo spicciolo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Aprile 2023

Una stronzetta americana dà di razziste a tre ventenni per prendere i like. E naturalmente scatta la gara a distruggere la reputazione 

Oggi è il ventottesimo compleanno di Mahnoor Euceph e, poiché una ragazza deve pur darsi dei traguardi, le piacerebbe che fosse l’ultimo in cui ne ignorate l’esistenza. L’anno scorso soffiava sulle candeline del ventisettesimo compleanno raccogliendo fondi per finanziare il suo cortometraggio, che nel frattempo ha diretto e che sta portando in giro per festival. Ma non basta.

Lo dice Chris Rock in Selective Outrage: per diventare famosi in questo secolo ci sono quattro modi. Far vedere il culo, quello funziona sempre. Commettere un’infamia (Will Smith è più famoso per il ceffone che per qualunque film). Essere eccellenti: Serena Wiliams è l’esempio che fa Rock. Ma l’eccellenza è faticosa, e quindi resta il quarto modo, il più facile: fare la vittima.

Racconta Mahnoor Euceph su TikTok che il 16 aprile era su un treno tra Milano e i laghi. Invece di concentrarsi sull’inefficienza di Trenord, si è concentrata su tre ragazze sedute dall’altra parte del corridoio, di cui otto giorni dopo ha postato un video. Ma partiamo dalla didascalia, più interessante del video.

«Mai, nella mia vita, ho visto un tale ostentato razzismo […] L’America avrà i suoi problemi con la questione razziale, ma l’Europa è vent’anni più indietro». Fa già ridere così. Mahnoor, cittadina americana, dice che l’Europa è ferma a vent’anni fa. A quando, cioè, erano sì e no trentacinque anni che l’America aveva messo fuori legge la segregazione abitativa. Siamo indietro, dice la cittadina d’un paese che fino agli anni Sessanta ha avuto campionati sportivi separati per i giocatori neri.

Ma scusate, non voglio distrarmi borbottando «ma pensa te se dobbiamo stare a sentire una che non solo è nell’età più scema ma è pure americana»: non vi ho ancora raccontato il video.

Nel video ci sono tre ragazze che ridono. C’è una scena di “Sex and the city” in cui Miranda si offende moltissimo perché, quando chiama il ristorante cinese per ordinare, li sente ridere tra di loro. È forse l’unica scena memorabile di “Sex and the city”, perché tutte siamo state così giovani e sceme da non voler passare davanti a un gruppetto, per strada o nei corridoi del liceo, per il terrore che ridessero di noi: noi sole e loro che si danno di gomito, che incubo.

Poi cresci, e capisci due cose. Quella meno importante è che a nessuno importa di te: probabilmente ridono per i fatti loro (come le cinesi del ristorante di Miranda, appunto). Quella più importante è che, se anche ridono di te, chissenefrega: cosa ti cambia? Solo che, appunto, per arrivare a capire che è irrilevante devi crescere, e il mondo in questo secolo ti fornisce un telefono con telecamera ben prima che tu sia cresciuta. Ti fornisce un telefono con telecamera e ti fa capire bene che quel telefono è un’arma.

Mahnoor lo sa, quindi ci dice che era col fidanzato e la suocera, cinesi, e che le ragazze, orrore e raccapriccio, stavano irridendo la parlata cinese. Mahnoor sa ciò che fa, e sa che nel video si vedono solo tre ragazze che ridono con la tipica stupidera delle ventenni, e quindi precisa che non le ha filmate al loro peggio, che in quel video sembrano innocue ma non lo sono (sembrano tre che ridono, ma sono il Ku Klux Klan – altra eccellenza americana). Mahnoor sa ciò che fa, e quindi la chiamata al linciaggio la esplicita: «Spero che voi italiani possiate rintracciare queste ragazze e svergognarle». È mai successo che l’internet non rispondesse a una chiamata a fare il giustiziere dilettante? Certo che no.

Martedì, le ragazze sono già state rintracciate, e la Cattolica e lo Iulm (le università dove studiano) hanno già dovuto non solo compilare i loro bravi comunicati, ma nel caso della Cattolica anche chiudere i commenti, come nei casi gravi.

L’indignazione selettiva non turba coloro che conoscono abbastanza la cultura italiana da ricordare quante volte, per spiegarci che è un infame, Edmondo De Amicis ritiene di precisarci che Franti ride. Non siamo gran patria di cancel culture, ma il livello di gravità di tre che ridono è percepito altissimo, nel paese fondato su quel romanzo la cui morale sta nella frase «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise».

All’altezza di martedì mattina, Mahnoor ripostava gongolante il dissociarsi da una delle ragazze di una ditta produttrice di racchette da padel che la stessa utilizza. Siamo quelli che s’indignano se Franti ride, ma siamo anche quelli della commedia all’italiana: un paese in cui difficilmente perdi il lavoro per aver violato la morale di Instagram, ma in cui le racchette da padel prendono tosto le distanze.

Ci sono molti aspetti di questa storia che sono indicativi dello spirito del tempo. Uno è la curva d’apprendimento piattissima.

Siamo quasi a maggio 2023, sono otto anni da quando Jon Ronson ha pubblicato “I giustizieri della rete“, due da quando io ho pubblicato “L’era della suscettibilità”, tre dal caso di Central Park: non abbiamo ancora capito che linciare la gente on line è quantomeno imprudente.

D’altra parte sono anche dieci anni da stamina, ovvero da quando un programma televisivo non ha esitato a fingere esistesse una cura per una bambina terminale (che cos’è la cialtroneria, se in cambio ti danno lo share); e ne sono passati sei da quando lo stesso varietà ha deciso di demolire la reputazione d’un regista trattato come il mostro di Firenze: più i programmi che s’investono del compito di fare giustizia fanno pasticci, meno capiamo che il metodo «intanto ti lincio e poi si vedrà» non funziona.

E infatti un altro elemento è che Mahnoor mica fa una piazzata a quelle che la irridono, come Miranda al ristorante: Mahnoor prende il telefono e le filma. Giacché, e questo è l’elemento secondo me più interessante, abbiamo convinto intere generazioni che la cosa più grave ch’io possa fare non sia ucciderti ma ridere di te; e la seconda cosa più grave non sia prenderti a cazzotti, ma distruggerti la reputazione.

Prima dei social, l’ultima volta che la reputazione aveva contato tanto era ai tempi della “Lettera scarlatta” – il cui autore, pur scrivendo nell’800, aveva dovuto ambientare il suo romanzo duecento anni prima, ché l’800 era troppo emancipato per le stronzate reputazionali. E infatti in “Via col vento”, ambientato a metà Ottocento, Rossella O’Hara vedova un po’ troppo allegra si preoccupa della reputazione per circa due secondi, poi continua a ballare.

Poi siamo arrivati noi, il secolo più regressivo della storia dell’uomo, e abbiamo convinto le Mahnoor del mondo che, se l’internet si convince che sei razzista, sei rovinata per sempre. E infatti una delle ragazze le scrive, a Mahnoor. Mica chiama un avvocato per sapere se valga la pena fare una rogatoria e denunciare questa stronzetta americana che le dà della razzista per prendere i like, no: le scrive per spiegarle che non è razzista.

Gongolando come chi è in una posizione di forza, Mahnoor pubblica i suoi messaggi, dicendo che ennò, non basta, non sei davvero pentita. Perché non basta mai, che è la ragione per cui non bisogna spiegarsi mai. Ma, soprattutto, non bisogna cedere mai alla tentazione di sentirsi così importanti da pensare che, domani, qualcuno si ricorderà di noi, che l’altroieri eravamo lo scandale du jour.

«“Franti, tu uccidi tua madre!”. Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise». Noialtri ci voltiamo a guardare le tre studentesse che dimenticheremo domani, ma pure Mahnoor, la Meghan Markle dei treni locali. Mahnoor che, se spera di diventare Scorsese (o anche solo la Ferragni) con questi mezzucci, sta fresca: sai quanta concorrenza c’è, ragazza mia, al mercato del moralismo spicciolo e dei sett’etti di gogna per sett’etti di like?

Saletta riservata. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 9 marzo 2023.

La signora Cecilia Bonaccorsi, in vacanza a San Martino di Castrozza con la famiglia, ha raccontato sui social di aver lasciato l’albergo dopo essere stata invitata dalla proprietaria a continuare la cena in una saletta riservata, dal momento che gli altri clienti si erano lamentati di suo figlio Tommaso, disabile cognitivo. L’albergatrice si è poi profusa in sentite scuse, il sindaco ha ricordato che l’inclusività nelle sue valli regna sovrana e tutti si sono giustamente premurati di salvaguardare il buon nome della propria azienda e della propria terra, foriero di fatturati futuri. A me invece incuriosisce di più il punto di vista di chi è rimasto nel cono d’ombra di questa storia, ma ne rappresenta il motore primo: i villeggianti degli altri tavoli che si sono lamentati di Tommaso con l’albergatrice. Non sappiamo che cosa abbia fatto il ragazzo per infastidirli tanto, ma di una cosa sono ragionevolmente sicuro: si saranno sentiti lesi in un loro diritto, quello di passare la sospirata settimana bianca in santa pace. I diritti, quando sono i nostri, vengono prima. Così come i doveri, quando sono quelli degli altri. Quel ragazzo era come un sensore che li riportava alla complessità della vita, mentre loro avevano pagato proprio per lasciarla fuori dalla porta. Vorrei pensare che l’episodio abbia finito col disturbargli lo stesso la vacanza con una punta intermittente di rimorso, ma non ne sono poi così sicuro. 

Estratto dell’articolo di Enrico Ferro per “la Repubblica” il 9 marzo 2023.

Tommaso ama la montagna e, anche se non vede, gioisce quando il cristallo dell’aria si appoggia sul suo viso. Tommaso è un disabile cognitivo, ma ama passeggiare nei boschi insieme a mamma e papà, che ormai faticano a tenere il suo ritmo.

 Tommaso ora sa anche per quale motivo la sua vacanza preferita è terminata dopo soli tre giorni, e soffre come soffrirebbe ogni altra persona. «Alcuni ospiti si sono lamentati di suo figlio a cena, vi va se vi sistemo in una saletta un po’ in disparte?» Trentino, San Martino di Castrozza, anno 2023. L’hotel Colbricon Beauty & Relax, 4 stelle, promette una vacanza di qualità e benessere.

E invece ecco servita una storia di ordinaria disumanità. «Volevano sistemarci in una sala isolata, con i vetri oscurati da un mosaico. Di fronte a una richiesta del genere abbiamo deciso di andarcene, ma voglio anche far sapere cos’è successo.

 Ci metto la faccia perché nessuno subisca più un’umiliazione così», dice Cecilia Bonaccorsi, 67 anni, romana, farmacista in pensione e anima dell’associazione “Con i miei occhi”, che segue i disabili della vista affetti anche da altre invalidità.

 Lei e il marito, Remo Pimpinelli, ingegnere, hanno Tommaso. Ha 24 anni, è il terzogenito, ed è affetto dalla sindrome di Norrie. “E’ un disabile grave ma noi l’abbiamo portato in tutto il mondo e nessuno ci ha mai riservato un simile trattamento”, dice tradendo più amarezza che sete di vendetta.

 […] «La mattina successiva l’albergatrice mi ha preso in disparte. Mi ha detto che una famiglia la sera precedente si era lamentata per la presenza di Tommaso. Anzi, ha detto proprio così: per la presenza di un disabile a tavola. Quindi ci ha proposto una saletta lontana, solo per noi. Ero talmente scossa che sono riuscita solo ad abbozzare».

 Cecilia e Remo ne parlano, ci ragionano e, alla fine, decidono di andarsene senza attendere la fine della settimana. Non cenano il martedì sera e non fanno colazione il mercoledì mattina, prima di ripartire alla volta di Roma. Pagano quindi per i tre giorni in cui sono rimasti e tanti saluti. […]

Trentino, una mamma denuncia: «L'hotel a Primiero ci ha proposto di mangiare in disparte perché mio figlio è disabile». Lorenzo Pastuglia su Il Corriere della Sera il 9 Marzo 2023.

La famiglia era in vacanza in montagna, è polemica. Bufera sulla struttura: «Daremo la nostra versione». La famiglia rifiuta le scuse: «Inaccettabile».

«Sono Tommaso, ragazzo cieco che non parla. Ho ricevuto un atto di pesante discriminazione.... Mi trovavo presso l'hotel Colbricon di San Martino di Castrozza. Degli ospiti della sala ristorante erano infastiditi dalla mia presenza e se ne sono lamentati con l'albergatrice che ha proposto ai miei di prendere i pasti successivi in una saletta separata dai vetri ambrati oscurati. Lo ha proposto a noi e non a loro... Sono stato trattato come un cane non ammesso nella sala ristorante comune». Si apre così un post su Facebook di Cecilia Bonaccorsi, 67enne ex farmacista di Roma in pensione, che insieme a suo marito, Remo Pimpinelli, alloggiava all’hotel dell'alta valle del Primiero, località dove la coppia va in vacanza da oramai da un ventennio. Con loro c'era il figlio Tommaso Pimpinelli, terzogenito di 24 anni, disabile cognitivo perché affetto dalla sindrome di Norrie: una patologia genetica rara caratterizzata da anomalie dello sviluppo della retina associate a cecità congenita. Il gesto dell'hotel ha lasciato sconcertati entrambi i genitori, che hanno deciso di lasciare la struttura e fare ritorno a Roma nonostante una prenotazione che era fissata fino a questo sabato.

Le scuse dell'hotel

Dopo l’uscita di un articolo su La Repubblica, sono subito divampate le polemiche contro i responsabili dell’hotel, che a Bonaccorsi hanno inviato una mail di scuse: «Non lo accetto, mi dispiace — le parole della 67enne — Non hanno fatto niente per trattenerci, troppo facile cercare di sistemare tutto con una e-mail. Io non cerco denaro, non mi interessano i risarcimenti. Sono innamorata di questi luoghi, sono sempre stata trattata bene e ho intenzione di ritornare in Trentino». L'hotel spiega che racconterà la propria versione dei fatti: «Queste sono vicende che non possono passare in maniera indifferente - ha fatto sapere la struttura- sono cose che lasciano il segno. Questo albergo è aperto da quarant'anni ed è una tradizione di famiglia, abbiamo dato mandato al nostro avvocato ed emetteremo un comunicato con il nostro racconto dei fatti».

Il ricavato dell'azione legale a favore di ragazzi disabili

Notizia delle ultime ore, preannunciata dalla donna in risposta a un post polemico su Facebook, è la possibilità di avviare una causa legale contro l’hotel, «con il ricavato che non verrebbe utilizzato dalla famiglia — dice ancora la mamma di Tommaso — ma per programmi che coinvolgano ragazzi con questo tipo di patologie». La donna infatti è presidente dell’associazione romana «Con i miei occhi», nata dalla volontà di alcune famiglie di utenti dell’Istituto Sant’Alessio di Roma, con il fine di tutelare i propri diritti nei confronti delle istituzioni e con l’obiettivo di proporre iniziative rivolte verso i disabili. 

Il sindaco: «Messaggio non rappresenta la comunità»

In risposta alla questione, infine, è intervenuto anche il sindaco di Primiero San Martino di Castrozza, Daniele Depaoli: «Un episodio così grave – spiega il sindaco – non era mai successo. Ma conosco anche bene la famiglia che gestisce questo hotel e posso assicurare che sono sempre stati inclusivi, non ci sono mai stati problemi di questo genere. Per questo non voglio dire altro, perché vorrei prima capire bene cosa è successo. Di certo il messaggio che sta arrivando non è certo quello che rappresenta questa comunità».

L'assessore: inaccettabile

«Quello del personale dell’Hotel Cobricon Beauty & Relax è un comportamento inaccettabile, che non riflette per nulla il valore dell’accoglienza che è innato nei cittadini trentini. Se valutiamo di fare un pensiero nei confronti della famiglia? Certamente, qualcosa faremo, visto che siamo riconosciuti in Italia nel mondo. Ne parlerò anche con l’assessora provinciale alla Sanità, Stefania Segnana». Le parole dell’assessore al Turismo della provincia autonoma di Trento, Roberto Failoni, sono eloquenti. Il presidente dell'Apt San Martino di Castrozza Primiero, Antonio Stompanato si dice sorpreso: «Ho sentito la famiglia - afferma- mi è stato detto che le cose non sono andate nella maniera in cui sono state raccontate». E ancora: «Mi sento di dire che conosco questa famiglia di albergatori e il loro senso dell'accoglienza e devo dire che mi stupisce che sia stato utilizzato questo tipo di comportamento. Hanno sempre accolto persone disabili, per questo resto stupito».

L'hotel di Primiero che ha isolato un disabile: «I clienti si lamentavano delle urla, gli abbiamo dato una sala intima». Lorenzo Pastuglia su Il Corriere della Sera il 10 marzo 2023.

L'albergo aveva chiesto alla mamma di cenare in uno spazio riservato e non insieme agli altri ospiti. La titolare si era scusata e ora fornisce la sua versione

«A oggi, l’Hotel Colbricon si dice estremamente rammaricato per quanto accaduto, ma ci tiene a puntualizzare che nulla è stato compiuto in malafede o con intento discriminatorio». Troppo forte la polemica mediatica perché l’hotel di San Martino di Castrozza non rispondesse.  E infatti l'ha fatto con una nota firmata dalla titolare della struttura Isabella Doff che ha spiegato la posizione della struttura accusata di aver fatto mangiare in disparte una famiglia «colpevole» di avere un figlio disabile. 

La denuncia della mamma

 La polemica è scoppiata questo mercoledì e vede al centro della vicenda Tommaso Pimpinelli, il 24enne romano disabile e cieco (affetto dalla sindrome di Norrie) che avrebbe dato fastidio ad altri clienti durante la cena di lunedì scorso, mentre alloggiava nell’hotel a quattro stelle di San Martino di Castrozza insieme alla sua famiglia: composta da una 67enne ex infermiera in pensione, di nome Cecilia Bonaccorsi, e dal marito Remo Pimpinelli, ingegnere. Le presunte lamentele dei clienti avrebbero portato la titolare della struttura, Isabella Doff, a fare una scomoda richiesta a Bonaccorsi il giorno seguente intorno alle 10, dopo che la famiglia aveva appena fatto colazione: di spostarsi in una saletta privé a lato, normalmente dedicata ai vip e con i vetri oscurati, in modo da non dar fastidio a nessuno. Un gesto per nulla piaciuto né a Cecilia né a Remo, che hanno così deciso di lasciare l’hotel mercoledì intorno alle 7.30, prima di ricevere una mail di scuse dalla struttura intorno alle 11.29. È così bastato un post su Facebook in cui la donna ha denunciato l'accaduto per far divampare le proteste, tanto che anche la ministra alla disabilità, Alessandra Locatelli, ha deciso di metterci la faccia definendo la questione come «inaccettabile e da cambiare». 

La risposta dell'albergo

Il giorno è dopo lo scoppio della polemica è arrivata la risposta della titolare della struttura di San Martino di Castrozza, Isabella Doff, che si lascia andare alla sua testimonianza con una nota: «Dal momento che, come struttura che opera nel settore alberghiero da oltre 40 anni, l’hotel Colbricon ha la priorità di garantire il benessere di tutti i suoi ospiti, alcuni clienti si sono rivolti ai gestori per chiedere una maggiore tranquillità, a causa delle urla nella sala da pranzo — è scritto ancora nella nota — Per tale motivo la proprietaria ha proposto a Cecilia e Remo di spostarsi in una saletta intima, raccolta, in cui spicca come elemento decorativo un mosaico di vetro. Non, come è stato scritto, un vetro oscurato o una stanza in cui isolare Tommaso; al contrario, un luogo nel quale a Tommaso venissero garantite la massima discrezione e la possibilità di esprimersi liberamente». E ancora: «La proprietaria dell’hotel si scusa per il gesto fraintendibile. Non era suo intento offendere la sensibilità di nessuno, motivo per il quale ha subito tentato di aprire un dialogo con le persone coinvolte, per ora senza risultati» La nota finisce quindi così: «Sono moltissime le telefonate e le e-mail, anche da parte di testate giornalistiche, che l’hotel ha ricevuto in questi giorni. L’intero staff dell’Hotel Colbricon rinnovano le proprie scuse alla famiglia di Tommaso e i propri ringraziamenti agli ospiti, ai colleghi e agli amici che li hanno sostenuti in queste ore difficili, in cui sono stati travolti da un’autentica tempesta mediatica e critiche spesso infondate in quanto provenienti da persone estranee ai fatti».

«Attenti agli zingari, attenti agli zingari!»: annuncio choc sulla metro A denunciato su Twitter. Provvedimenti per l'operatore. Erica Dellapasqua su Il Corriere della Sera il 10 marzo 2023.

La giornalista Francesca Mannocchi denuncia sui social la vicenda e Atac rintraccia il responsabile: «Offesa inaccettabile»

«Attenti agli zingari, attenti agli zingari!!!». Una passeggera, nella fattispecie la giornalista Francesca Mannocchi, denuncia su Twitter l'annuncio offensivo sentito in metro e Atac, che legge i social, rintraccia il responsabile che sarà sottoposto a sanzione disciplinare.

E' successo tutto nel giro di poco tempo. La giornalista ha raccontato il caso sul suo profilo Twitter: «Dagli altoparlanti dei vagoni la voce dice: Attenti agli zingari, attenti agli zingari! Poi torna ad annunciare le fermate. Prossima fermata Barberini, uscita lato destro». «Chiedo al sindaco Roberto Gualtieri - ha scritto ancora la Mannocchi - se è ammissibile».

Atac, molto attenta ai social che spesso la subissano di critiche, sempre via Twitter ha subito chiesto informazioni: «Ci dispiace molto leggere - ha scritto l'azienda - preliminarmente ci scusiamo. Per eseguire una verifica, abbiamo bisogno di qualche dato aggiuntivo come la stazione, l'ora (più precisa possibile) e la direzione del treno». E ancora la Mannocchi via Twitter: «Repubblica, intorno alle 14.50 direzione Battistini».

Alle 17,55 è infine arrivata la nota ufficiale di Atac: «Una volta ricevuta la segnalazione - ha scritto - l'azienda si è subito attivata e ha individuato il responsabile dell'annuncio offensivo e discriminatorio emesso in una stazione della metro A. L'annuncio non era ovviamente registrato. Si è trattata di una iniziativa personale che l'azienda giudica inaccettabile. Il responsabile, quindi, sarà sottoposto a provvedimento disciplinare». E' poi intervenuto anche il sindaco Gualtieri, che ha twittato: «E' inammissibile e inaccettabile - ha chiosato -. Bene ha fatto Atac a prendere immediatamente provvedimenti nei confronti di chi si è reso responsabile di un gesto così offensivo e discriminatorio».

La polemica continua sotto, nei commenti. «Spero ci siano provvedimenti seri e non solo una ramanzina - scrive Yuma - certa gente non può lavorare in posti pubblici». Mentre Agata entra nel merito, probabilmente, della vicenda. «Ci sono tanti modi per avvisare i passeggeri rispetto alla pratica del borseggio indipendentemente da chi lo fa: hanno scelto quello sbagliato ed è inaccettabile, a Roma come in qualsiasi altra città». Da un primo racconto sembra infatti che l'operatore di Atac volesse mettere in guardia gli utenti da possibili borseggiatori che, molto spesso purtroppo, affollano le metro di Roma. Toni e modi comunque unanimemente ritenuti «inaccettabili» e che, promette l'amministrazione, saranno puniti.

Razzismo anche più crudele rispetto al pregiudizio che porta alla discriminazione dei neri. Borseggiatrici rom, la caccia alle ‘zingaracce’ con la scusa della ragione umanitaria: il giornalismo d’inchiesta italiano…Iuri Maria Prado su Il Riformista il 7 Aprile 2023

Nel clima di persecuzione che tocca al popolo romanì a pochi decenni dalle politiche profilattiche che ne pianificavano lo sterminio, alcuni, oggi, 2023, in questo Paese che fu alleato della belva nazista che assassinava cinquecentomila esponenti di quella razza di sotto-uomini, hanno la sfrontatezza di spiegare che l’istigazione della furia contro le “borseggiatrici rom” ha dopotutto una specie di ragione umanitaria: e cioè tutelare i bambini che quelle “zingaracce” adoperano nell’accattonaggio e allevano alla scuola del furto. È tutela dell’infanzia, insomma: la cura del bambino tramite l’arresto della madre.

Ma varrebbe la pena di usare gli occhi e il sentimento di quel bambino per esaminare bene la società assediata “dall’emergenza rom”, la società che si protegge avviando inchieste sulla “pista rom”, la società che mette in prima pagina e in prima serata “l’impunità delle zingare in gravidanza”. Da quando è piccolissimo, e appena comincia a capire qualcosa, quel bambino percepisce che i propri genitori sono considerati ladri dalla società circostante, criminali, poco di buono, gentaccia canaglia di cui diffidare e da tenere lontana: percepisce di non essere un bambino, ma uno zingaro.

È una specie di razzismo anche più crudele rispetto al pregiudizio che porta alla discriminazione dei neri: la quale, per quanto ancora esistente e praticata, non è pubblicamente difendibile e anzi è destinataria di comune riprovazione, per quanto spesso solo formale e rituale. Lo zingaro non gode di altrettanta guarentigia civile: è un reietto costituzionale, uno per cui non occorre nemmeno immaginare politiche di respingimento perché nasce respinto, nasce e cresce ai margini della società per cui egli è soltanto quello, uno zingaro. Uno zingaro e dunque un ladro, un ladro in quanto zingaro: uno con la madre depravata, che lo concepisce per evitare la galera e lo partorisce per farne un borseggiatore.

Borseggiatrici della metropolitana di Milano, perché la destra chiede una legge contro i rom che viola il diritto

Ma noi tuteliamo i diritti di questo bambino, quando usiamo gli altoparlanti per avvisare la gente onesta di fare attenzione agli zingari. Tuteliamo questo bambino, quando spieghiamo che magari non tutti i ladri sono zingari, ma tanti zingari e verosimilmente tutti gli zingari (lo dicono le statistiche!) sono ladri. Pensiamo ai diritti di questo bambino, quando facciamo il bel giornalismo d’inchiesta che dà voce ai cittadini per bene, quelli che avranno pure diritto di protestare visto che non tirano la fine del mese mentre gli zingari se ne fregano della legge.

I più compassionevoli indugiano sulla sfortuna capitata a questi innocenti figli di brutte persone: hanno le mamme zingare, poveretti. I più compassionevoli si riferiscono alla miseria e al degrado degli accampamenti in cui nascono e crescono i bambini del popolo romanì, e appunto all’ingiustizia rappresentata dal venir su in una famiglie tanto dissipate. Ma quei bambini soffrono una sfortuna diversa e un’ingiustizia più grande: vale a dire di essere vittime del sospetto, dell’inciviltà, della cattiveria, del razzismo della società che li circonda.

Iuri Maria Prado

Scontro De Gregorio-Storace. Lei: “Non si dice zingari". Lui: "Ma dove vive?" Affari italiani. Domenica, 12 marzo 2023

Sui treni della Metro A di Roma è stato dato qualche girono fa un annuncio particolare, a In Onda su La 7 è subito scontro tra Storace e De Gregorio

Attenti agli zingari, attenti agli zingari”: qualche giorno fa è scoppiata una vera e propria bufera mediatica sull'annuncio razzista avvenuto sulla Metro A di Roma da parte di un dipendente Atac che anzichè elencare le classifiche fermate, si è lasciato andare ad un alert particolare. A denunciare la cosa, è stata la giornalista di La7  Francesca Mannocchi che si trovava alla stazione Repubblica. Nella puntata dell'11 marzo di "In Onda", il programma d'attualità politica condotto da Daniel Parenzo e Concita De Gregorio,  si è tornati sull'argomento. In studio anche l'ex ministro della Salute Francesco Storace. La discussione è fin da subito accesa: De Gregorio fa notare a Storace che la voce della metro ha detto “attenti agli zingari”, non “attenti ai borseggiatori”. Ma lui replica furioso: "E perché, come li chiamano i cittadini? Vivete in un altro mondo". 

Matthia Pezzoni aggredito dalle borseggiatrici in metrò a Milano mentre avverte i passeggeri del rischio di furti. Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 23 Aprile 2023.

Vittima del pestaggio il 34enne presidente del «Comitato Sicurezza per Milano», nato pochi mesi fa per iniziativa di alcuni cittadini. È stato soccorso dal 118 e medicato al Policlinico

Aggredito dalle borseggiatrici che, ormai abitualmente depredano i passeggeri della metropolitana nei corridoi della stazione Centrale di Milano, e da un ragazzino, con ogni probabilità minorenne, loro complice. Vittima del pestaggio il 34enne Matthia Pezzoni, tra i fondatori della pagina Instagram MilanoBellaDaDio, sostenitore della Lega e presidente del «Comitato Sicurezza per Milano», nato pochi mesi fa per iniziativa di alcuni cittadini. Stava filmando il gruppo di ladri. La denuncia è partita dall'ex assessore regionale alla Sicurezza, Riccardo De Corato (oggi vicepresidente della Commissione Affari costituzionali della Camera) e confermata dalla Questura. 

Pezzoni, si legge nella ricostruzione offerta dalla Questura di Milano, «era in un corridoio di interscambio tra la MM3 e la MM1 e stava avvisando i passeggeri della presenza delle borseggiatrici», quando è stato aggredito. Prima da tre donne, e poi da un giovane che era al loro seguito e che lo ha colpito con un pugno all'occhio. La vittima è stata soccorsa dal 118 e medicata al Policlinico in codice «verde». Dopo il pestaggio, i quattro aggressori sono riusciti a scappare, nonostante l'intervento della Polmetro, l'unità di polizia che opera sulle linee della metropolitana. 

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it il 25 Aprile 2023

È stata arrestata 25 volte in 11 anni sempre per furti in appartamento. L'ultimo colpo sabato 22 aprile a San Siro, quando la donna 25enne di origini rom è stata bloccata con altre due nomadi dai carabinieri mentre usciva da un palazzo dopo aver cercato di forzare la porta di un appartamento. La 25enne è stata arrestata perché nei suoi confronti pendeva un ordine di carcerazione definitivo a 7 anni e mezzo, cumulo di una serie di condanne sempre per furto. 

[…] La ragazza ha alle spalle una lunga serie di precedenti e condanne. Tutti furti in appartamento nei quali è stata arrestata da diverse forze di polizia. In molte occasioni aveva fornito generalità diverse da quelle reali per «ostacolare la propria identificazione». 

Nel suo casellario si contano 25 arresti, i primi quando era appena 14enne, soglia dell'imputabilità. Il primo episodio risale a quando era appena 12enne ed era stata fermata nel 2011 a Piacenza e subito rilasciata. Poi una lunghissima serie di episodi in tutta Italia: Brindisi, Firenze, Pescara, Grosseto, Rimini, Venezia, Trieste, Pavia e ad Oristano dove era stata arrestata nel 2013 mentre tentava di rubare nell’appartamento di un parroco.

Tra il 2015 e il 2020 una decina di episodi per furto e possesso ingiustificato di chiavi o grimaldelli, tutti tra Trieste, Mestre e Venezia. Oltre agli arresti, nei suoi confronti erano state emessi diversi provvedimenti di divieto di dimora nei comuni dove è stata fermata, fino ad arrivare all’ultimo episodio di sabato scorso a Milano. La 25enne è ora in carcere a San Vittore. Tramite i suoi legali ha chiesto di essere scarcerata e messa ai domiciliari al campo nomadi di via Monte Bisbino per l'allattamento del figlio neonato. La decisione dei giudici è ancora pendente.

Occhio alla tecnica del "saliscendi": così le borseggiatrici rubano tutto. Vestite alla moda, con zaini e cartine geografiche per fingersi studentesse o turiste. La tecnica del saliscendi per rubare senza essere prese. Ecco come agiscono le ladre della metro a Roma. Federico Garau il 4 Aprile 2023 su Il Giornale.

Le borseggiatrici continuano a fare il bello e il cattivo tempo in metropolitana. Fotografie e filmati, servizi web e trasmissioni televisive non sono serviti a fare da deterrente. Il fenomeno, purtroppo, non si ferma ed è divenuto ormai un problema di proporzioni significative.

Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro e trasmesso su Rete 4, torna sulla questione, particolarmente dibattuta in questi giorni. Un inviato riesce a intervistare un agente della polizia locale, l'agente Milani, che per anni si è dedicato al contrasto del borseggio. Le informazioni fornite dall'agente sono sconcertanti.

"Non rischio nulla". La borseggiatrice si vanta: "Intasco mille euro al giorno"

Attenzione alla tecnica del "saliscendi"

"Da circa quindici anni ho fatto dei servizi specifici, in borghese, sulla metro per andare a cercare di contenere questo fenomeno", racconta l'agente in servizio a Roma. "Ho preso almeno 600 ragazze, quasi tutte di etnia rom".

Principalmente agiscono nella tratta della metropolinata della linea B, nel tragitto che va Termini al Colosseo. Sono "pericolose" tutte le fermate intermedie. Col passare del tempo le ladre sono diventate sempre più scaltre. Sanno come muoversi, come agire senza essere notate. "Uno dei modi più classici con cui agiscono è la cosiddetta tecnica del saliscendi", spiega il poliziotto. "Si posizionano su banchine particolarmente affollate della metropolitana, dove la gente spinge e c'è la calca. Si inseriscono tra le persone e cercano di colpire poco prima della chiusura delle porte, in modo da poter scendere quando il treno parte".

La tecnica è predatoria, non richiede destrezza. La vittima si accorge del furto, ma questo avviene quando ormai è troppo tardi. Le ladre sono già scese dal treno, e le porte si sono chiuse.

Ladre "alla moda"

Persino l'aspetto delle borseggiatrici è cambiato, tanto che ormai non è più così semplice riconoscerle. Non di rado alcuni poliziotti in servizio hanno difficoltà a individuarle.

La spiegazione risiede nel fatto che, ormai, le ladre si vestono come le loro coetanee italiane. A occhi inesperti, appaiono come studentesse o turiste. "Dai vestiti che le rendevano più riconoscibili come ragazze rom, sono passate a vestirsi come le 15enni italiane. Si vestono alla moda, si spacciano per studentesse o turiste, portando con loro cartine geografiche o uno zainetto", spiega l'agente.

Ultimamente, aggiunge il poliziotto, le borseggiatrici tendono a coprirsi il volto, usando un foulard o una mascherina. Può darsi che ciò sia dovuto ai recenti video e foto in cui sono state immortalate. Si tratta, per la maggior parte dei casi, dello stesso gruppo di ragazze. Giovani che sono state prese anche una quarantina di volte, precisa l'agente Milani. Al di sotto dei quattordici anni, tuttavia, non possono essere incriminate. Sopra ai quattordici anni sono spesso incinte, o hanno bambini piccoli in allattamento. E si torna al punto di partenza.

Il Bestiario, la Difensigna. La Difensigna è un animale leggendario che difende i ladri e accusa i derubati. Giovanni Zola il 18 Marzo 2023 su Il Giornale.

La Difensigna è un animale leggendario che difende i ladri e accusa i derubati.

La Difensigna è un mitico essere, che vive rinchiusa all’interno di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, senza nessun contatto con la vita reale. La consigliera del PD, avendo contratto il virus dell’ideologia radical chic, difende la privacy delle povere borseggiatrici filmate in metropolitana da gruppi di crudeli volontari che intendonosottoporle alla pubblica gogna. Le parole esatte della Difensigna sono state: “É squadrismo. La smettano, sia quelli che realizzano i video, sia chi gestisce i canali Instagram che li rendono virali, di spacciare la loro violenza per senso civico”.

Secondo l’autrice, se capiamo bene, le borseggiatrici, essendo in uno stato di bisogno, non dovrebbero essere messe nella condizione degradante di rubare. Sarebbe più dignitoso creare, all’interno delle metropolitane, punti di raccolta dove i passeggeri possano deporre orologi, borsette e oggetti di valore da devolvere direttamente alle borseggiatrici senza doverle far sentire a disagio e in imbarazzo come fossero delle ladre qualsiasi. In nome dell’uguaglianza sociale, inoltre, sarebbe gradito allegare al bene anche un biglietto di scuse per appartenere a un ceto sociale abbiente.

La Difensigna aggiunge anche che: “Nessuno qui nega che esista un problema di sicurezza a Milano, la soluzione non è filmare i volti di queste persone, spesso minorenni, per poi diffondere i video su canali che hanno centinaia di migliaia di visualizzazioni. Non siamo nel far west. Se fanno video li consegnino alle forze dell'ordine”. Il problema è che, come tutti sanno, le borseggiatrici, spesso incinta o con figli molto piccoli, se arrestate vengono rilasciate il giorno stesso. Le forze dell’ordine non possono nulla. Dunque che fare?

Anche in questo caso proviamo a interpretare il pensiero della Difensigna. Immedesimiamoci per un istante in queste madri o future madri che devono sostenere lo stress psicofisico dell’arresto, di un interrogatorio e di una sentenza che, per quanto le lascerà libere, le traumatizzerà per tutta la vita. Possiamo sopportare l’idea che le borseggiatrici vivano tutto questo abbandonate a sé stesse? La proposta potrebbe essere quella che il derubato accompagni la derubante in questura per sostenerla psicologicamente in un momento così difficile. Si consiglia infine di invitarle a casa per farle trascorrere una notte tranquilla regalandole una copia delle chiavi dell’appartamento per non sembrare ostili.

Milano, il video delle borseggiatrici in metrò pubblicato su Internet: «È violenza». «No, senso civico». Chiara Baldi su Il Corriere della Sera il 13 marzo 2023

Insulti e intimidazioni e ora, Monica Romano, consigliera comunale milanese del Pd, valuta la possibilità di denunciare chi da due giorni continua a indirizzarle messaggi al vetriolo per un post critico nei confronti di «Milano bella da dio», account Instagram seguito da oltre 171 mila persone e attivissimo nel denunciare ogni giorno i problemi di sicurezza in città. «Siamo ancora al punto che una donna viene derisa per il suo aspetto quando esprime una opinione», racconta. 

Il video

A scatenare gli hater un post di Romano in cui chiedeva di porre fine alla «gogna social» anche nei confronti delle borseggiatrici del metrò. «Quest’abitudine di filmare persone sorprese a rubare sui mezzi Atm e di diffondere i video su pagine Instagram con centinaia di migliaia di follower è violenza, ed è molto preoccupante», ha scritto la dem venerdì sera su Facebook. Pochi minuti dopo il post è stato ripreso da «Milano bella da dio» e in pochissimo Romano è divenuta bersaglio di commentatori inferociti.

Gli insulti

 «Per la consigliera, il senso civico è tutelare i criminali, molto bene direi», scrive un utente. Non sono mancati insulti a lei e al suo partito, il Pd, «che vive fuori dalla realtà». Perché quello che mostra l’account Instagram è una città in perenne assedio, sebbene i numeri del ministero dell’Interno raccontino altro: oltre alle borseggiatrici di origine rom, anche le molestie sul bus, i ragazzi che fanno indebitamente il bagno nel Naviglio, le risse fuori dalla Stazione Centrale, i furti di cellulari con «la tecnica del foglio». E poi tanti post che attaccano il sindaco Beppe Sala che «nasconde l’emergenza sicurezza». 

Su Instagram

«La pagina è nata ormai più di un anno fa per rispondere alle esigenze dei cittadini, visto che le istituzioni non fanno nulla e anzi, fingono di non vedere che a Milano siamo al limite della sopportazione», racconta il fondatore di «Milano bella da dio», Giovanni, milanese 26 enne che preferisce non svelare il cognome né il quartiere da cui proviene. In tasca ha una laurea in psicologia e un master preso a Cambridge in «Psicologia del consumatore». Oggi lavora ma proprio in questi giorni sta decidendo se diventare «imprenditore digitale» visto il contratto siglato con un’azienda, la Msa Multiservice Ambrosiana, che «crede nel progetto di Milano bella da dio». E di recente ha anche ricevuto offerte politiche: «Fratelli d’Italia mi voleva in lista per le Regionali ma ho detto no». In effetti «Milano bella da dio» è molto vicina al centrodestra milanese — consiglieri comunali e regionali conoscono Giovanni e lo contattano spesso — anche se lui ci tiene a specificare che «la sicurezza non ha colore politico». 

Fino a 100 segnalazioni al giorno

Racconta Giovanni: «Tra Instagram, la chat di Telegram e la mail ricevo fino a 100 segnalazioni al giorno e in media pubblico sei post ogni 24 ore con il materiale che ritengo più interessante. In più gestisco le notizie e monto i video che arrivano perché alcuni sono troppo lunghi». Tra i suoi collaboratori, ci sono l’influencer Giulia Ghezzi — in arte “amo.chemangiamo” — che si occupa dei post sui ristoranti e «alcuni inviati sul campo, un legale e una persona che gestisce le promozioni». A proposito degli insulti alla consigliera Romano, il creatore della pagina spiega che «purtroppo alcuni post hanno un numero ingestibile di commenti ed essendo da solo non riesco a monitorarli tutti, sono davvero troppi. Voglio però dire che mi dissocio da chi usa la violenza. Mentre mi associo a chi segnala le borseggiatrici. A Milano siamo al limite della sopportazione e quando le istituzioni fanno finta di non vedere, allora si mobilitano i cittadini. Ogni giorno ricevo messaggi di ringraziamento per il lavoro che faccio con la pagina e non solo da parte dei cittadini ma anche delle forze dell’ordine, che spesso usano il nostro materiale per lavorare».

Estratto dell’articolo di Chiara Baldi per corriere.it il 13 marzo 2023.

Insulti e intimidazioni e ora, Monica Romano, consigliera comunale milanese del Pd, valuta la possibilità di denunciare chi da due giorni continua a indirizzarle messaggi al vetriolo per un post critico nei confronti di «Milano bella da dio», account Instagram seguito da oltre 171 mila persone e attivissimo nel denunciare ogni giorno i problemi di sicurezza in città. […]

 A scatenare gli hater un post di Romano in cui chiedeva di porre fine alla «gogna social» anche nei confronti delle borseggiatrici del metrò. «Quest’abitudine di filmare persone sorprese a rubare sui mezzi Atm e di diffondere i video su pagine Instagram con centinaia di migliaia di follower è violenza, ed è molto preoccupante», ha scritto la dem venerdì sera su Facebook. Pochi minuti dopo il post è stato ripreso da «Milano bella da dio» e in pochissimo Romano è divenuta bersaglio di commentatori inferociti.

 […]

«La pagina è nata ormai più di un anno fa per rispondere alle esigenze dei cittadini, visto che le istituzioni non fanno nulla e anzi, fingono di non vedere che a Milano siamo al limite della sopportazione», racconta il fondatore di «Milano bella da dio», Giovanni, milanese 26 enne che preferisce non svelare il cognome né il quartiere da cui proviene. […]

 Oggi lavora ma proprio in questi giorni sta decidendo se diventare «imprenditore digitale» visto il contratto siglato con un’azienda, la Msa Multiservice Ambrosiana, che «crede nel progetto di Milano bella da dio».

E di recente ha anche ricevuto offerte politiche: «Fratelli d’Italia mi voleva in lista per le Regionali ma ho detto no». In effetti «Milano bella da dio» è molto vicina al centrodestra milanese — consiglieri comunali e regionali conoscono Giovanni e lo contattano spesso — anche se lui ci tiene a specificare che «la sicurezza non ha colore politico».  […]

Tra gogna e vergogna. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 13 marzo 2023.

La consigliera del Pd milanese Monica Romano ha scritto che chi riprende le borseggiatrici sulla metropolitana e ne diffonde in rete le immagini non dà prova di senso civico, ma incita alla violenza. Il tribunale dell’internet, subito riunitosi in seduta plenaria, l’ha ovviamente condannata ai livori forzati. Invece secondo me la Romano non ha del tutto torto, anche se ha ragione soltanto a metà. Ha ragione quando dice che mettere le ladruncole alla gogna non contribuisce a farle arrestare, ma a titillare i peggiori impulsi dei potenziali giustizieri. Però ha torto quando si dimentica di aggiungere che i cittadini fanno benissimo a riprendere chi ruba sui mezzi pubblici. Purché le immagini vengano consegnate alle forze dell’ordine, anziché essere date in pasto ai social. Questo concetto Monica Romano lo ha precisato in seguito, intervistata dal Corriere. Ma nel suo scritto non se ne trova traccia (anzi, vi si dice che i passeggeri perbene devono invitare gli altri a spegnere le fotocamere…). Intendiamoci, molti l’avrebbero lapidata lo stesso, eppure quel mancato riferimento all’enorme differenza esistente tra il filmare e il postare ha stupito anche me. Critichiamo sempre gli indifferenti e poi, appena qualcuno si mobilita per smascherare un sopruso, lo trattiamo come se ne fosse lui l’autore? Da un politico mi aspetto che chieda ai cittadini di collaborare in modo attivo e non violento con la Legge, non di voltarsi dall’altra parte per paura di sembrare vendicativi.

Ora la sinistra fa scudo alle scippatrici del metrò. Chiara Campo il 14 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il Pd contrario alla pubblicazione dei video minaccia querele. Il centrodestra: "Assurdo"

Sembrava talmente assurda la notizia che in tanti non ci hanno creduto. «Sarà un profilo fake», «sono andato a controllare, non può essere vero» i commenti che giravano ieri su Twitter. E invece. La consigliera comunale del Pd a Milano Monica Romano è scesa in campo giorni fa per difendere la privacy delle borseggiatrici rom, filmate da un gruppo di volontari che ha creato una «squadra anti borseggi» e diffonde sulla pagina social «Milanobelladadio», seguita da oltre 171mila follower, immagini e video delle ladre seriali, per allertare i passeggeri. «É squadrismo. La smettano, sia quelli che realizzano i video, sia chi gestisce i canali Instagram che li rendono virali, di spacciare la loro violenza per senso civico».

Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ieri ha twittato: «Anziché premiare chi aiuta lavoratori e cittadini che ogni giorno rischiano di essere derubati, la priorità della sinistra a Milano e a Roma è proteggere la privacy dei delinquenti. Incommentabile». E pure per il deputato di Azione-Italia Viva Ettore Rosato è «incredibile. Fra poco proporrà di processare le vittime dei borseggi?». L'autrice, appena eletta nell'assemblea nazionale del Pd, ha ribadito invece che «giustificare la giustizia privata è inaccettabile. Nessuno qui nega che esista un problema di sicurezza a Milano, la soluzione non è filmare i volti di queste persone, spesso minorenni, per poi diffondere i video su canali che hanno centinaia di migliaia di visualizzazioni. Non siamo nel far west. Se fanno video li consegnino alle forze dell'ordine».

Non è stata contestata solo da politici del centrodestra. É stata travolta da commenti di elettori Pd («prendersela con chi filma i criminali anziché coi criminali è veramente deludente»), ironie («quando organizzate una fiaccolata», «dove sono i sindacalisti dei borseggiatori?») e vittima di insulti da parte di hater. Il Pd si schiera con Romano, minaccia querele, azioni civili e penali: «Piena solidarietà alla collega bersaglio di una campagna di odio nata da un post sulla sua pagina Facebook in cui si limitava a chiedere che le autrici di borseggi non fossero messe alla pubblica gogna», un «richiamo giusto che nulla toglie alla determinazione nel perseguire i reati ma che pone l'attenzione su modalità comunicative pericolose, che possono generare altra violenza e senso di insicurezza, promuovendo l'idea di una situazione incontrollata e di una giustizia fai da te». Chiude garantendo che «la nostra parte la stiamo facendo fino in fondo, semmai è il governo a dover battere da anni un colpo sul potenziamento delle forze dell'ordine in città». Non fosse che negli ultimi anni al governo per 6 anni in varie sfumature c'è stato il Pd. E non servono i video sui social ad alimentare il senso di insicurezza, giusto ieri il sindacato Rsu denunciava che per gli addetti in servizio alle stazioni della metropolitana milanese minacce e aggressioni «sono diventate una routine».

Il caso ha scaldato ieri anche il Consiglio comunale, i dem che hanno preso la parola in aula per difendere la collega hanno screditato il canale social («ha un ritorno economico», «è connivente con il centrodestra», «fa solo danni, peggiora l'immagine della nostra città»). Il consigliere FdI Marco Bestetti avrebbe gradito «almeno un tentativo di equilibrio da parte di Romano, non avrei mai immaginato che un consigliere si ergesse a sindacalista delle ladre rom, attaccando solo chi mette in guardia le vittime».

Il Pd della Schlein, dalla parte delle borseggiatrici di Milano. Andrea Soglio su Panorama (Di giovedì 23 marzo 2023) 

I dem ritirano le firma da una proposta di legge in cui la maggioranza aveva inserito pene più severe per le mamme anche con figli sotto l'anno di età. La scusa usata dalle ladre delle stazioni di tutta Italia che possono così continuare a rubare indisturbate

Il nuovo corso del Pd targato Elly Schlein, come accade per ogni neo segretario di ogni partito, viene seguito con profondo interesse. perché al di là degli slogan, che valgono il tempo di un lampo, quello che conta per capire come sarà e dove andrà il Partito Democratico sono i gesti concreti. Alcuni esempi li abbiamo già avuti, anche se sono passati sotto silenzio, sovrastati dalle manifestazioni e dalle frasi ad effetto sui figli delle coppie omosessuali e dagli abbracci a Landini. O dagli attacchi a Berlusconi: «Ero milanista - ha raccontato la Schlein - poi ho capito chi era il proprietario e sono diventata juventina…» Settimana scorsa alcuni europarlamentari Dem infatti hanno votato a favore di una proposta di legge che punta a introdurre una Tassa Patrimoniale per i ricchi. Non un parlamentare a caso, ben 7 (oltre a tre grillini). Oggi, ecco l’ennesimo solco sul percorso della nuova sinistra alla Schlein: I parlamentari del Pd hanno ritirato le firme alla proposta di legge a favore delle detenute madri e quindi il provvedimento, essendo stato presentato da loro in quota opposizione, è decaduto. Nel dettaglio: il provvedimento era già stato approvato da un ramo del Parlamento poi la maggioranza (Lega in primis) lo ha modificato inserendo regole più severe verso le mamme che avrebbero potuto così andare in carcere anche con figli sotto l’anno di età.

Una stretta, quella del governo, arrivata in seguito alle note vicende delle borseggiatrici della Stazione Centrale di Milano (e non solo) indisturbate ed impunite Regine del piazzale e delle zone limitrofe che colpiscono alla luce del sole, irridendo la Polizia dato che, anche se colte con le mani nel sacco (nel vero senso della parola) avendo tutte un figlio neonato il giorno dopo tornano sul luogo del delitto a caccia di altre valigie, portafogli, cellulari. I record li conoscete tutti: ci sono ladre con più di centro fermi, arresti e segnalazioni e che in questi giorni di ribalta mediatica hanno spiegato candidamente alle telecamere che «L’Italia è il Paradiso dato che non ti possono fare nulla», soprattutto se hai un neonato in casa. Ad annunciare e motivare il ritiro delle firme del Pd l’on. Alessandro Zan, si, proprio lui, il parlamentare al centro delle note polemiche sul Ddl mai approvato che portava il suo cognome e che chiedeva norme più restrittive contro i reati legati all’omofobia: «Il nostro era un provvedimento che mirava a migliorare le condizioni delle mamme in carcere…questo le peggiora. Non potevamo che ritirarci». Chiaro come il sole. Ecco la nuova linea del Pd targato Schlein: difesa e cura delle donne in galera e non delle persone perbene che attraversano ogni giorno la Stazione Centrale di Milano nella speranza di uscire vincitrici dalla roulette russa del furto e del borseggio. Populismo becero direte voi. Sarà. Ma davanti a questi episodi di criminalità non ci sono vie di mezzo: o si sta da una parte o si sta dall’altra. O si combattono i ladri, difendendo turisti e pendolari, o si proteggono i disonesti, consentendogli di continuare le loro attività. In realtà non dovremmo stupirci più di tanto dato che sul tema delle borseggiatrici qualche giorno fa una consigliera comunale di Milano, sempre del Pd, Monica Romano, aveva scritto che «Diffondere sui social i video di queste persone che rubano è una violenza nei loro confronti». Sembrava la follia di un singolo, ci sbagliavamo di grosso. È la nuova linea del Nazareno. Stasera grazie al Pd le borseggiatrici della Stazione Centrale di Milano, nelle loro case occupate o nei campi nomadi senza bollette da pagare, gentilmente fornite dalla comunità, ringraziano e festeggiano perché sanno che lassù, in Parlamento, qualcuno le ama

Chi sta sempre dalla parte sbagliata. Badate bene, questa storia è assolutamente vera e non è un racconto di fantasia. Francesco Maria Del Vigo il 24 Marzo 2023 su Il Giornale.

Badate bene, questa storia è assolutamente vera e non è un racconto di fantasia. Un brevissimo riepilogo: il centro di Milano, e in particolare la stazione, negli ultimi anni sono divenuti un far west nel quale spadroneggiano criminali di ogni sorta. Un degrado raccontato da tutti i media e da una pagina Instagram che si chiama «Milano bella da dio» e raccoglie più di 180mila follower. Cosa fanno i suoi gestori, alcuni ragazzi sui vent'anni? Il sabato pomeriggio filmano con i loro smartphone gli ordinari crimini che vengono commessi e li condividono sulle reti sociali: per avvisare i concittadini dei pericoli che corrono e per rendere identificabile chi viola la legge. Così alcune ragazze di etnia rom che commettono regolarmente furti finiscono prima nei loro obiettivi, e poi in quelli di Striscia la Notizia. Tutti le conoscono, ma nessuna le arresta, perché molte di loro sono incinta o hanno figli piccoli. Un caso? Non sempre, alcune arrivano addirittura a teorizzare la maternità come un metodo efficace per non finire dietro alle sbarre. Muoviamo subito da due presupposti: 1) la nazionalità di chi commette questi reati è del tutto ininfluente, non ci interessa 2) In un mondo normale non dovrebbero essere i ragazzini a occuparsi della sicurezza, ma le forze dell'ordine e le amministrazioni locali. Ma siccome viviamo in un mondo al rovescio succede che chi cerca di tutelare le legalità viene attaccato dalla politica e chi scippa giovani e vecchiette invece viene difeso, nel nome della privacy, dalla politica stessa. Anche questa storia è arcinota: Monica Romano, consigliera Pd del comune meneghino e vice presidente della commissione pari opportunità (probabilmente le pari opportunità degli scippatori) ha scritto, poi rimosso e poi confermato un post nel quale accusava di violenza (sic) chi immortala i ladri. Avete capito? La devono smettere i cittadini di filmare, non i delinquenti di rubare. I milanesi devono ribellarsi a loro, non a chi cerca di scipparli usando i bambini come scudi contro la polizia. Un problema che non è solo di ordine e sicurezza, ma anche politico. Locale e nazionale. Perché al netto dell'innegabile lassismo dell'amministrazione Sala che, ogni qualvolta si presenta l'occasione, sta sempre dalla parte sbagliata, c'è anche qualcosa che non funziona a livello legislativo. Solo che appena il governo ha provato a inasprire le sanzioni per le donne in stato di gravidanza, proponendo la detenzione in case famiglia o ai domiciliari, la sinistra ha fatto scoppiare il solito casino, accusando la maggioranza di ogni nefandezza. E, quindi, difendendo ancora una volta chi sta dalla parte sbagliata e confermando che viviamo in un mondo al rovescio, dove i cittadini per bene sono sempre gli ultimi, alla faccia dello stato di diritto.

Valerio Staffelli incontra la borseggiatrice, lei lo insulta: «Io faccio il mio lavoro, alla polizia non interessa». Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 14 settembre 2023.

L'inviato di «Striscia» ha trovato di nuovo in centro la stessa ragazza arrestata il giorno prima: dialogo surreale tra i due.  La «tecnica del foglietto» per portare via i telefoni cellulari dai tavolini dei locali

Nuova incursione dell'inviato di «Striscia la Notizia» Valerio Staffelli contro le borseggiatrici in azione a Milano. Durante la realizzazione di un servizio in centro, il conduttore ha incontrato per caso una giovane donna che lui stesso aveva sorpreso a rubare il giorno prima. Surreale il dialogo che segue tra i due. 

«Ma come, il giorno dopo senza problemi si torna subito a rubare?». 

Lei attacca con gli insulti: «Che cosa vuoi da me? Io faccio il mio lavoro». 

«Il tuo lavoro è rubare?», chiede Staffelli.

«Io sì», risponde lei ben convinta. Lo minaccia e gli dice che non le importa niente di lui. 

«Questo l’ho capito - replica Staffelli - ma le immagini sono chiare...». 

Nuovi insulti: «Che ti importa se io rubo?». 

«A me interessa, perché non è corretto che tu vada rubare alla gente. Interessa anche alla polizia anche ai carabinieri», replica l'inviato. 

Ma la ragazza controbatte: «No, non interessa, non gli interessa niente alla polizia», e termina con un'altra sfilza di insulti.

Come spiega Staffelli nell'introduzione del servizio, «con la legge Cartabia le borseggiatrici a Milano sembrano essersi moltiplicate, perché di fatto il reato di furto e borseggio non è più perseguibile tramite denuncia d'ufficio, bensì saranno le vittime a dover querelare le lestofanti e portarle in tribunale. E questo ovviamente accade in rarissimi casi». 

Staffelli ha dedicato ampio spazio nel servizio a mettere in guardia milanesi e turisti da un nuovo furto con destrezza che viene commesso ogni giorno in numerosi locali di Milano: il «trucco del foglietto», ovvero una cartina di Milano spiegazzata che viene posata sui tavolini da ragazzi e ragazze che fingono di chiedere informazioni. Il trucco è posare la cartina sul telefono cellulare della vittima, e mentre questa è distratta allontanarsi portandosi via insieme carta e telefonino. «È accaduto anche a mia figlia», ha spiegato Staffelli, e la ragazza stessa ha raccontato come è riuscita a evitare, per una frazione di secondo, il furto.

Estratto dell’articolo di Lucio Fero per blitzquotidiano.it il 14 marzo 2023.

Non per caso e non per fortuito concorso di circostanze: la storia di Monica Romano consigliera comunale del Pd a Milano e del sito Milano bella da dio illustra nel suo breve e secco dipanarsi cosa è e sempre più sarà il nuovo Pd, il Pd format valori e cultura, pensieri, parole, gesti, azioni e reazioni modello Schlein. Il Pd del prima gli ultimi.

 E la breve storia illustra e documenta anche quanto sia imprevedibile nelle sue architetture, topografie e habitat la strada che porta agli ultimi. Ma ecco appunto la breve ed esemplare storia. […]

Il sito Milano bella da dio di questi video ne ha fatti e ne fa e sopra ci fa anche una campagna d’opinione che a qualcuno appare troppo per così dire securitaria. Ma a Monica Romano consigliera Pd, di un Pd fresco di rigenerazione Sclhein, altro che securitario, il fotografare e ritrarre, il fare video a chi ruba in metro alla consigliera Romano appare niente altro che “violenza”.

 Violenza nei confronti dei ladri. Violenza, gogna mediatica, spegnere le fotocamere sono parole e pensieri della consigliera comunale Monica Romano. Eccola: “Questa abitudine (di realizzare video dei borseggi ndr) è violenza”. Violenza, ci tiene a spiegare la consigliera comunale Monica Romano, imparentata culturalmente con la violenza di Cutro, la violenza di chi non soccorre i migranti e con la violenza squadrista di chi pesta gli studenti.

E’ il nuovo Pd che parla con la voce della consigliera comunale Monica Romano, il Pd che ha come programma politico ed imperativo etico la protezione degli ultimi. Se sei ultimo vai protetto senza tanti se e tanti ma.

 Se borseggi in metro devi, per definizione, essere categoria e identità “ultimi”. Quindi la tua condizione non va esposta alla “gogna”. Ultimi, ultimissimi sono poi i migranti e ogni migrante che muore durante la traversata è colpa diretta di qualche “assassino” che non l’ha voluto salvare. E attenzione a come si parla: nella metro di Roma è stata usata la parola “zingaro”.

Definizione in realtà scorretta e anche volgare. Ma il nuovo Pd, o meglio la sua stampa di riferimento, ne fa manifesto e denuncia indignata di razzismo discriminante ancora una volta ai danni degli ultimi. […]

Da corriere.it il 14 marzo 2023.

Una borseggiatrice in metrò viene bloccata dai passeggeri in attesa dell'arrivo delle forze dell'ordine. È uno dei video pubblicati dal profilo Instagram Milanobelladadio all'origine della polemica scatenatasi sui social a proposito dell'opportunità di diffondere queste immagini in Rete.

Davide Desario per leggo.it il 14 marzo 2023.

Di solito sono i turisti un po' ingenui e un po' distratti ad essere facili prede dei borseggiatori che a Roma fanno il bello e cattivo tempo nelle principali piazze e aree di pregio di Roma. E di solito sono i romani a metterli in guardia, ad aiutarli per evitare di essere derubati. Lunedì invece le parti sono invertite. A subire il furto del proprio portafogli è stato il sottoscritto, reo di essersi distratto per una telefonata proprio mentre attraversava la casbah di Fontana di Trevi all'ora di pranzo. E ad aiutarlo prima una famiglia di americani e poi una ragazza olandese. E quello che è successo ha dell'incredibile.

 Ma andiamo con ordine. Dopo un pranzo di lavoro alle 14,30 esco da un ristorante del Centro e mi dirigo verso la redazione di Leggo in via del Tritone. Invece di conservare il portafogli al sicuro nella tasca interna della giacca lo lascio in quella anteriore del giubbotto. Attraverso piazza di Fontana di Trevi che a quell'ora, complice una spettacolare giornata di sole, era stracolma. Sembrava un alveare attorniato dalle api che girano tutte intorno.

Proprio in quel momento squilla il cellulare. Quell'istante in cui una persona abbassa la guardia anche se in quel momento non avrebbe dovuto. Un maledetto istante. Sento qualcuno che dà una botta. E nonostante il caos istintivamente tocco il giubbotto con la mano e mi rendo conto che il portafogli non c'è più.

 Tremendo: all'interno pochi euro ma i documenti, le carte di credito. Mi guardo subito intorno. Ma niente, non noto nulla di strano. Per fortuna al mio fianco c'è una famiglia americana. La madre e la figlia mi indicano una direzione e mi ripetono a voce alta: «The whiteone, the whiteone» (il bianco, ndr).

Cerco di capire. Di individuare qualcuno che stia scappando. Mi guardo intorno. Ma niente. Chiedo aiuto. Un'altra ragazza, olandese, ha visto tutta la scena e mi indica una persona che si sta allontanando: è un ragazzo, vestito con jeans bianchi, camicia bianca e un maglioncino azzurro poggiato sulle spalle.

 Mi faccio largo tra la gente, lo rincorro. Lo affianco. Lo guardo. E' sicuramente straniero, forse magrebino. Ha la barba curata, i capelli pettinati. Ma con la coda dell'occhio vedo che nella tasca anteriore dei jeans ha un grande rigonfiamento. È il mio portafogli, ne sono sicuro. Lo fermo. Lo afferro per la camicia e gli urlo di ridarmi il portafogli. Non fiata, non si dimena. Mette la mano in tasca e tira fuori il mio portafogli e me lo porge. Lo prendo, lo apro subito per controllare che ci sia tutto. Rialzo lo sguardo ed è già scappato a gambe levate da Fontana di Trevi verso via del Tritone.

In quel momento passa una gazzella dei carabinieri. La fermo, racconto tutto ai militari. Gli fornisco la descrizione del ladro. Loro mi chiedono le generalità, gliele fornisco. Provano a rintracciarlo ma è passato troppo tempo e temo non ci siano riusciti.

 Io, con il cuore in gola, mi giro cerco di rintracciare quei turisti che mi hanno aiutato e mi  hanno evitato non solo di perdere decine di euro ma soprattutto il delirio burocratico di dover rifare documenti, bloccare carte di credito e bancomat. Purtroppo però in quel marasma non li vedo più. Che Dio li benedica. Viva la solidarietà tra persone oneste.

 Una storia a lieto fine che ho voluto raccontare sperando di aiutare chi la legge a stare più attento di quanto lo sia stato io. Perché purtroppo ogni giorno nel centro di Roma sono centinaia le persone che vengono derubate tra piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Colosseo, Pantheon e Vaticano, nelle stazioni e nei vagoni della metropolitana.

«Le borseggiatrici seriali del metrò sono donne sfruttate, riconsegnarle ai parenti non è la soluzione». Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 15 Marzo 2023.

Il giurista Gianluigi Gatta: giusta la detenzione ma in luoghi diversi dal carcere. Serve una legge, chiudere gli occhi non fa bene né a loro né ai cittadini

Esiste un rischio: «Che nell’opinione pubblica montino reazioni violente, che si esprimono nei commenti sui social. Commenti che spesso trascurano la complessità del problema umanitario e alimentano una pericolosa scia di discriminazione». Un pericolo che deriva da una miopia. Quello delle borseggiatrici seriali, che non scontano la pena perché incinte o madri di neonati, è «un problema che coinvolge più vittime: oltre alle persone derubate, i nascituri, i neonati e le stesse madri. Le donne rom vengono mandate a rubare dai gruppi cui appartengono. Sono donne sfruttate», riflette Gianluigi Gatta, ordinario di diritto penale e direttore del Dipartimento di scienze giuridiche «Cesare Beccaria» all’università Statale.

È un tema di sicurezza comune alle grandi città. A Milano si concentra nelle stazioni centrali del metrò. L’analisi è spesso superficiale, ferma a una domanda: perché se vengono arrestate non vanno in carcere? «Finché sono in età fertile, quando dev’essere eseguita la pena cui sono state condannate, queste donne sono spesso incinte o hanno figli piccoli — spiega il giurista —. In questi casi il codice penale prevede, per ragioni umanitarie e di tutela dei bambini, il rinvio dell’esecuzione della pena. Il sospetto è che alcune gravidanze seriali, da parte di donne condannate in modo altrettanto seriale, possano essere strumentali perché consentono di evitare il carcere. È un problema molto serio, anche dal punto di vista etico e morale. Il differimento dell’esecuzione della pena, pur previsto dalla legge, fa sì che queste donne siano riconsegnate ai loro gruppi di appartenenza e da questi inviate di nuovo a rubare, con un circolo vizioso che continua a ripetersi. Del problema deve farsi carico il legislatore. Chiudere gli occhi non è una soluzione».

È il punto chiave. Un principio di cultura giuridica (tutela di madri e bambini) viene distorto con effetti opposti (sfruttamento di madri e soprattutto bambini). «A Milano — ricorda il professor Gatta — alcuni anni fa il Tribunale di Sorveglianza con alcune decisioni innovative aveva disposto, al posto del rinvio o della detenzione domiciliare presso i campi nomadi», la collocazione all’Icam, l’Istituto di custodia attenuata dove madri e figli vivono insieme in un ambiente che, per quanto detentivo, «non ha le sembianze di un carcere e consente ai bambini di uscire per andare a scuola. Nel carcere di Bollate esiste un asilo nido e una sezione dedicata, che cerca di rendere meno drammatica l’esperienza della detenzione per madri e figli. Bisogna tutelare entrambi, senza dimenticarsi dei cittadini derubati sui mezzi pubblici. Rimandare a casa chi è condannato in modo seriale per furti che continuerà a commettere non è una soluzione. Non fa bene a nessuno: nè alle madri sfruttate, nè ai loro figli e men che meno ai cittadini che non vengono tutelati».

Borseggiatrici in metropolitana a Milano: perché non vanno in carcere? Che fine fanno le pene arretrate? Domande e risposte. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 14 Marzo 2023.

L’elemento decisivo sta nell’articolo 146 del codice penale, che stabilisce il differimento della pena per le donne incinte e le neomamme. Le giovani donne sono un anello di una catena criminale che le sfrutta

Oggi borseggiano, oggi vengono fermate da un poliziotto o un carabiniere: perché domani mattina sono di nuovo in metrò a infilare le mani nelle tasche e nelle borse dei passeggeri? Eccola, la domanda chiave intorno a cui ruotano le storie criminali e sociali rilanciate in queste settimane da decine di video delle borseggiatrici rom postati sui social.

Perché non vanno in carcere? 

L’elemento decisivo sta nell’articolo 146 del codice penale. Che stabilisce: «L'esecuzione di una pena, che non sia pecuniaria, è differita: 1) se deve aver luogo nei confronti di donna incinta; 2) se deve aver luogo nei confronti di madre di infante di età inferiore ad anni uno». Dunque se una ragazza è incinta o madre di un bambino molto piccolo il giudice è obbligato a sospendere la pena.

Le giovani borseggiatrici si trovano sempre in condizione da beneficiare del «differimento pena»? 

Quasi sempre è così. Purtroppo le giovani borseggiatrici sono un anello di una catena criminale (anche di sfruttamento delle ragazze) nel quale i clan conoscono le regole basilari del diritto. E quindi, soprattutto in giovane età, fino a oltre i 20 anni, quasi sempre le ragazze si trovano in gravidanza o hanno da poco avuto un bambino. E questo assicura a loro (e ai loro sfruttatori) che pur se arrestate in flagranza verranno rimesse in libertà.

Che fine fanno le pene «arretrate»? 

Di fatto restano congelate, in attesa di esecuzione. E si accumulano. Qualche anno fa nel metrò di Milano è stata fermata una giovane borseggiatrice che, all’età di 26 anni, aveva già a suo carico un cumulo pena definitivo di quasi 25 anni.

Quando sconteranno la loro pena? 

Al momento in cui verranno fermate, o semplicemente controllate dalle forze dell’ordine, e si troveranno nella condizione di non poter beneficiare di un nuovo differimento.

Milano, borseggiatrice in metrò bloccata dai passeggeri

Cosa succede se vengono arrestate in flagranza di reato? 

Per il cumulo pene arretrato vale quanto detto sopra. Per il nuovo reato affronteranno un processo: al termine, se condannate, la pena andrà ad aggiungersi al cumulo che già hanno «maturato». La storia giudiziaria di queste ragazze contiene spesso provvedimenti che, processo dopo processo, aggiornano il cumulo delle pene.

Per scontare la pena devono essere di nuovo arrestate? 

No. Se si trovano nella condizione di poter scontare la pena, basta che vengano semplicemente controllate dalle forze dell’ordine: dai terminali emergerà l’ultimo provvedimento della pena da scontare e quindi può scattare direttamente la reclusione.

Fermate e subito liberate: ecco perché le borseggiatrici non vanno in carcere. Manuela Messina il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto spiega i casi in cui le donne in gravidanza o con bimbi piccoli fino a un anno di età restano libere

Il caso delle borseggiatrici incinte riprese “in azione” su metro e stazioni sta facendo discutere da ore dopo le polemiche suscitate dal post di Monica Romano, consigliera del Pd di Palazzo Marino, accusata di difendere la “privacy” dei delinquenti. L'indiscusso successo di alcune pagine Instagram – “Milanobelladadio” in primis, dove vengono postati video di furti a turisti e pendolari– dimostra che il tema suscita non poca indignazione, anche fuori dai social. Molti cittadini si chiedono se siano quindi efficaci le norme che, anche dopo un arresto in flagranza (leggi: con le mani nel sacco) rimettono immediatamente in libertà donne incinte o con bimbi piccoli al seguito, con il rischio che ritornino a borseggiare esattamente come prima.

L'articolo 146

Francesco Maisto, il garante dei detenuti di Milano, segnala che al momento nel carcere di San Vittore di Milano c'è “una sola donna accusata di borseggio incinta, di etnia rom. Ce n'era un'altra fino a ieri, quando è stata scarcerata”. Sempre il garante prova a fare chiarezza sui casi in cui alle condannate si evita il carcere in virtù del famoso articolo 146 del codice penale. Il “differimento pena”, questo è il nome, è obbligatorio quando la condannata è in gravidanza o deve occuparsi di un bimbo molto piccolo, cioè fino all’anno di età. “Significa che se la persona che deve scontare una pena definitiva è incinta oppure ha un bimbo piccolo fino a un anno di età, questa non entra in carcere”, spiega Maisto. E se il bambino è più grande? “In questo caso il differimento è facoltativo, lo decide il magistrato di sorveglianza di caso in caso”.

Con le mani nel sacco

Diverso è il caso di un arresto in flagranza, spiega Maisto. Qui a segnare il confine tra carcere e libertà è il “rischio di recidiva”. Tradotto: se vi è il fondato timore che l'arrestato in flagranza commetta di nuovo lo stesso reato una volta libero – come succede ad esempio per le borseggiatrici cosiddette “di professione” – allora si resta in cella. E non c'è gravidanza o bimbo piccolo da accudire che tenga: in questo caso il pm di turno è obbligato a tenere dietro le sbarre la borseggiatrice.

Senza rischio di recidiva, invece, continua Maisto “interviene l'articolo dell'articolo 387 bis di codice di procedura penale”. Le forze dell’ordine devono comunicare immediatamente al pm di turno e al procuratore presso il tribunale dei minorenni che l’arrestata è incinta. E una volta arrivata “la comunicazione, questa viene immediatamente scarcerata”.

La circolare che scatenò un putiferio

Nel 2019 l'ex procuratore capo di Milano Francesco Greco aveva firmato una circolare per bloccare il carcere per tutte le donne incinte o con bimbo fino a un anno. In nessun caso – cioè né in caso di esecuzione della pena detentiva e definitiva, né in caso di arresto in flagranza, le borseggiatrici in gravidanza potevano entrare in carcere: una decisione che scatenò un putiferio. E infatti il nuovo procuratore della Repubblica Marcello Viola, l'ha revocata appena si è insediato. Maisto, garante attentissimo ai diritti delle detenute e dei detenuti, precisa: “È vero che in passato si sono verificate situazioni anomali nel reparto femminile di San Vittore, dove c'erano anche 5 donne di etnia rom incinte nello stesso momento. E questo era un problema, anche perché nella casa circondariale di piazza Filangieri il servizio per le donne in gravidanza è inadeguato e non viene assicurato il servizio di ginecologia o ostetricia h24”.

Borseggiatrici, chi sono e da dove vengono: «L’Italia è un paradiso!». A Milano un arresto al giorno. Cesare Giuzzi il 16 Marzo 2023 su Il Corriere Della Sera.

La residenza spesso rimanda a Roma, ma sono stanziali a Milano. Il sistema: le donne rubano, gli uomini organizzano le «batterie» di ladre , gestiscono e spartiscono i guadagni.

«È proprio un paese di handicappati l’Italia. Però è un paradiso per gli zingari!». Risata. «Il paese di divertimento per gli zingari». La conversazione è quasi surreale. Adrijana Omerovic parla con un amico. È l’estate del 2018 e le cimici piazzate dalla polizia captano quello che è una sorta di programma criminale. L’indagine riguarda un gruppo, tutti parenti, che gestisce i borseggi in metropolitana. Un sistema organizzato, secondo gli investigatori, con ruoli e compiti ben definiti: le donne rubano, gli uomini organizzano le «batterie» di ladre nelle zone più affollate, gestiscono e spartiscono i guadagni. 

I reati di destrezza

Quello dei borseggi è uno dei problemi più sentiti dai milanesi. Ma i dati del Viminale dicono che i cosidetti «furti con destrezza» sono in calo nonostante il clamore social: 21.560 nel 2021 contro i 24.556 di dieci anni prima. E fino all’anno del lockdown il numero è sempre rimasto sopra quota 25 mila. Negli ultimi tre mesi dell’anno scorso la sola squadra Mobile, che ha gruppi dedicati alla caccia ai borseggiatori, ha fatto praticamente un arresto al giorno: 84. Nei primi tre di quest’anno, considerato che siamo a metà marzo, i numeri sono sovrapponibili: 75 arresti. Un’analisi dice che solo 14 degli 84 arrestati del 2022 sono stati rilasciati senza misure in attesa di giudizio. Per 15 è stato disposto il carcere, per gli altri i giudici (gip e direttissime) hanno stabilito misure cautelari come obbligo di firma o divieto di dimora.

Le pagine social

Il caso delle ladre immortalate dalle pagine social ha fatto clamore perché le donne sono spesso incinte e incompatibili con la detenzione ma è solo una parte del problema. Molti degli arrestati sono nordafricani (egiziani e marocchini), bulgari e sudamericani. E le aree in cui agiscono sono ben più differenziate rispetto alla sola stazione Centrale o alla metropolitana. Ma cosa c’è dietro le bande di ladre incinte? Il sistema è organizzato, come dimostrato dalle indagini sul gruppo Omerovic. Spesso ad agire sono sorelle, mogli o cugine dei veri «organizzatori». 

I turisti da seguire

Sono gli uomini a indicare le aree da «battere». Di solito si puntano turisti («I giapponesi sono i migliori») e si scelgono aree molto affollate. Tanto che quando arriva l’estate e Milano si svuota, molte «batterie» si trasferiscono al mare, a Firenze, Venezia, Roma. Proprio da qui provengono alcuni dei gruppi di origine bosniaca e serba più attivi. La residenza rimanda spesso ad accampamenti nel Lazio, ma si tratta in realtà di persone stanziali a Milano. C’è chi dice di risiedere nel campo di via Monte Bisbino, ai confini con Baranzate, e chi proprio come gli Omerovic e gli Hrustic, vive invece in case occupate tra il Giambellino e (fino a pochi mesi fa) via Bolla. Appena un ladro riesce a sfilare un portafoglio, subito lo passa al complice che si allontana. Si prendono cellulari e contanti, mentre i documenti finiscono in un cestino o buttati sopra le macchinette automatiche alle fermate. I soldi poi vengono spartiti: si comprano auto, borse o gioielli.

Borseggiatrici di Milano e i video linciaggi: fermare la caccia al rom. Angela Azzaro su Il Riformista il 15 Marzo 2023

A conferma che l’allarme lanciato è giusto, Monica Romano è stata presa a sua volta di mira. Con insulti e minacce. La consigliera milanese del Pd ha osato dire che i video postati sulla pagina Fb e Instagram di “Milano bella da dio” con le immagini di presunte borseggiatrici non dovrebbero stare lì. Che invece di filmare e condividere, alimentando la violenza, si dovrebbe denunciare alle autorità preposte. Bravissima e coraggiosissima, Romano.

«Credo – ha detto in una intervista al Corriere della sera – che chiunque sia in possesso di materiale di questo tipo debba consegnarlo alle forze dell’ordine. Questo è l’unico modo per porre fine alla questione dei furti in metrò. Chi difende questi sceriffi improvvisati dovrebbe seriamente ripassare i fondamentali sulle regole di convivenza civile in uno Stato di diritto». Monica Romano denuncerà gli haters che si sono scatenati contro di lei. I gestori dell’account “Milano bella da dio” hanno condiviso il post in cui lei accusava la pratica – che anche noi definiamo – barbara e sono partite le offese e le minacce. Nel suo caso, gli insulti sono ancora più pesanti: è la prima donna transgender al Consiglio comunale di Milano. Non vedevano l’ora di prenderla di mira anche per questo.

Romano dice di aver paura. Non si sente tranquilla. Siamo andate a vedere anche noi la pagina sotto accusa e siamo rimaste scioccate. I video sono una caccia alla rom. Spesso non si capisce bene neanche che cosa sia accaduto, si vedono gli insulti, le spinte e le donne che vengono accusate di furto che hanno paura. In quelle immagini lo Stato di diritto non c’è, è totalmente fuori campo, sparito dall’inquadratura, defunto. Ciò che resta è la rabbia delle persone, la loro ira che potrebbe sfociare in comportamenti più violenti. Il passo è breve. Se cade lo Stato di diritto, qualsiasi risposta è possibile. Un altro consigliere Pd, Michele Albiani, ha scritto un post molto duro. «Sono mesi che lo dico ovunque (in consiglio, in tv etc), ma evidentemente lo devo scrivere, così faccio prima: #Milanobelladadio, e tutto il sistema che gli gira intorno, fa schifo. Non arriverei a parlare di squadrismo, ma di becera fame di soldi alle spalle della salute mentale della nostra città. Infatti utilizzano materiale girato da cittadini… per ottenere visibilità, pubblicizzare i loro eventi in discoteca…».

Quei video fanno paura. Mostrano una società dove si risponde a un (presunto) reato con la violenza, con il linciaggio. Non è la prima volta che i social scatenano meccanismi di questo tipo, ma si è superato il limite della convivenza civile. Valerio Staffelli di Striscia, che sta facendo una campagna contro chi ruba sui mezzi pubblici a Milano, dica anche lui che non è linciando che si risolvono i problemi. Prenda le distanze da chi sta cavalcando la paura e istiga alla violenza.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

Nicholas Vaccaro, 18 anni: «Filmo le borseggiatrici in metrò mentre il sabato i miei coetanei vanno in discoteca». Luca Caglio il 14 Marzo 2023 su Il Corriere Della Sera.

Il giovane che gira i video-denuncia per la pagina Instagram «Milano bella da dio»: «Ho votato Fratelli d’Italia ma non penso a una carriera politica»

«Sono un ragazzo particolare, lo so, io che ho 18 anni e il weekend lo passo in metropolitana a stanare le borseggiatrici. Molti miei coetanei giocano a calcio, si ritrovano all’oratorio, vanno a ballare. Be’, io preferisco spendermi per la sicurezza della mia città, Milano, documentando scippi e degrado, spaccio e occupazioni abusive». 

Nicholas Vaccaro, voce fiera, è stato il «booster» della pagina Instagram «Milano bella da dio», fondata nel 2019 e decollata con la pubblicazione di video (virali) sui furti ai danni di pendolari e turisti. Quindi svelando ai cittadini volti e nomi delle ladre seriali, impenitenti e impunite. Un metodo che la consigliera comunale Monica Romano (Pd) giudica «violento» e lesivo della privacy, contrario al senso civico che a suo dire prevede la denuncia dei reati alle forze dell’ordine. Mai sui social. 

Vaccaro, com’è nata la sua collaborazione con Milano bella da dio? 

«Grazie ad alcuni miei video-denuncia sullo spaccio di droga a Porta Venezia. Il fondatore della pagina li vede e mi contatta: “Sei in gamba, sei giovane, mandaci qualcosa”. Qualcosa? Bene. Lo invito giù, in metropolitana, dove già conosco la piaga delle borseggiatrici. Pesca grossa. E "Milano bella da dio" inizia a imbarcare follower». 

E lei, Vaccaro, ci guadagna. Follower chiamano pubblicità, soldi. 

«Prego? Io non prendo un euro per i contenuti. Diciamo che sono un volontario per la sicurezza, come altri miei amici che presidiano le stazioni. Il mio guadagno sono i “grazie” della gente, quei cittadini che ora possono difendersi perché informati. Avessero aspettato il vademecum del Comune… Nessun tornaconto personale. E poi io lavoro. Riesco a ritagliarmi quattro giorni a settimana per i sopralluoghi sotterranei». 

Di cosa si occupa? 

«Sono impiegato in una società di sicurezza, guarda un po’, che ha un contratto d’appalto con un’università milanese. Sto alla reception: controllo chi entra e chi esce. Ho fatto l’alberghiero, tre anni al Capac, un istituto professionale. Lo studio, un peso. Però ho scritto un libro autobiografico, "Hotel del futuro", sulla mia infanzia travagliata, la vita in comunità ma non per droga. Colpa di problemi familiari, genitori distanti. È stata dura. Ora vivo con mamma». 

La ritrovata serenità. 

«Insomma. Le borseggiatrici mi minacciano. Soprattutto i loro mariti o compagni».

 Come? 

«Su TikTok. Avevo condiviso un video di un tentato furto, milioni le visualizzazioni. A un certo punto arriva un messaggio: “Sei un figlio di p., hai picchiato mia moglie incinta, il mio bambino, dammi il tuo indirizzo, vedrai cosa ti succede”. E un’altra volta una borseggiatrice mi ha spruzzato in volto spray al peperoncino». 

Avete mai denunciato i furti alle forze dell’ordine, come suggerisce la consigliera Romano? 

«Certo che sì. Scrivendo via email a prefettura e questura, e allegando tutto il materiale. Dicono che ne sono al corrente. Stop. Meglio mi è andata quando ho segnalato il caso dell’ex liceo Manzoni, in via Rubattino, occupato da minori stranieri scappati dalle comunità. Lo scorso novembre è stato sgomberato». 

Altre missioni? 

«Sto aiutando una signora di 58 anni che rischia di finire in strada. Le hanno bloccato il reddito di cittadinanza, così sto cercando di capirne il motivo con l’Inps. Qualche documento mancante, forse. Per ora dorme in un affittacamere a Sesto San Giovanni. Ho promosso una raccolta fondi già arrivata a 900 euro». 

Ha già esercitato il suo diritto di voto? 

«Sia alle politiche sia alle regionali. Ho dato fiducia a Fratelli d’Italia». 

Ambisce a una carriera politica? 

«Per ora no. Rischierei il pregiudizio, quando vorrei solo testimoniare a tutti il lato oscuro di Milano. Avevo la tessera di Fratelli d'Italia, ma ora non più per evitare strumentalizzazioni».

"Filmo il degrado a Milano". La missione del 18enne che non piace al Pd. Nicholas Vaccaro passa i suoi weekend a filmare scippi e borseggi in metro per mettere in guardia i cittadini. Una mission nel segno della sicurezza contestata dalla consigliera Pd Romano. Novella Toloni il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

Tabella dei contenuti

 L'impegno per Milano

 Le minacce delle ladre

 Le denunce rimaste inascoltate

Nicholas Vaccaro ha 18 anni e invece di andare a ballare o al cinema, come tutti i suoi coetanei, trascorre le sue serate a documentare il degrado di Milano: scippi, borseggi in metro, spaccio e occupazioni abusive. Tutto filmato e condiviso sui social network solo per senso civico: "Mi spendo per la sicurezza della mia Milano". Eppure, c'è qualcuno che ha avuto il coraggio di contestare il suo impegno - la consigliera comunale Monica Romano del Partito Democratico - che ha definito il suo operato "violento e lesivo della privacy".

L'impegno per Milano

I suoi video, nei quali mostra ai milanesi i volti e le identità delle ladre seriali, diventano virali in rete e la pagina Instagram "Milano bella da Dio" lo contatta per collaborare. I filmati sui furti ai danni di ignari turisti e malcapitati pendolari hanno milioni di visualizzazioni, ma da questo suo impegno Nicholas non prende un centesimo. "Diciamo che sono un volontario per la sicurezza. Il mio guadagno sono i 'grazie' della gente", ha raccontato al Corriere il 18enne, che oggi gode di un'ondata di popolarità senza precedenti. Nicholas, che lavora come impiegato di reception e ha un passato da militante in Fratelli d’Italia ("Ma ora non più per evitare strumentalizzazioni"), non è solo nella sua missione. "Altri miei amici presidiano le stazioni della metro", spiega, rivelando della rete di controllo messa in atto nel tempo per seguire le borseggiatrici (ma anche spacciatori e immigrati), che delinquono nel sottosuolo cittadino.

"Tu rubi", "Io lavoro". Le parole choc della borseggiatrice a Staffelli

Le minacce delle ladre

I suoi video sono tra i più visti del web e generano un seguito fuori dalla norma, considerando che non si tratta di contenuti ironici né glamour tanto in voga sui social. Nicholas racconta di avere ricevuto pressioni e minacce per il suo impegno. "Le borseggiatrici mi minacciano. Soprattutto i loro mariti o compagni". Su TikTok il 18enne è stato addirittura contattato dal compagno di una delle ladre: "Avevo condiviso un video di un tentato furto, milioni di visualizzazioni. Poi mi arriva un messaggio: 'Sei un figlio di p... hai picchiato mia moglie incinta, il mio bambino, dammi il tuo indirizzo, vedrai cosa ti succede'". Mentre in un'altra occasione una borseggiatrice ha reagito spruzzandogli in faccia spray al peperoncino. Lui però non molla e continua nella sua battaglia per la legalità.

Fermate e subito liberate: ecco perché le borseggiatrici non vanno in carcere

Le denunce rimaste inascoltate

La consigliera Pd Romano ha criticato l'operato di Vaccaro, invitandolo a denunciare invece di pubblicare su Instagram i video. Cosa che il ragazzo ha fatto in più di una occasione: "Ho inviato mail a prefettura e questura, allegando tutto il materiale. Dicono che ne sono al corrente. Stop. Meglio mi è andata quando ho segnalato l'ex liceo Manzoni occupato da minori stranieri scappati dalle comunità. A novembre è stato sgomberato". Impegno e missioni anche sociali, come l'aiuto a una donna di 58 anni che viveva per strada in gravi difficoltà economiche.

«Attenti ai borseggiatori», il cartello indicato dall'elefante allo zoo di Milano: ecco la vigilanza attiva (già) negli Anni '70. Giangiacomo Schiavi su Il Corriere della Sera il 14 Marzo 2023.

Con la proboscide Bombay mostrava al pubblico la scritta, avvisava di fare attenzione ai «borsaioli». E di «fa ballà l’oeucc»: tenere gli occhi ben aperti

Caro Schiavi, grande scalpore e dibattiti si sono scatenati per le riprese con telefonini dei moderni borseggiatori milanesi. Mi fa ricordare quando, ancora negli Anni '70 allo zoo di Milano, la paziente elefantessa Bombay, indicava con la proboscide un cartello con la scritta «Attenti ai borsaioli» per divertire ed avvertire gli spettatori del suo piccolo spettacolo quotidiano. Fortunatamente per Bombay lo zoo non ospitava allora i leoni da tastiera…con buona pace dei borseggiatori. Angelo Comotti 

Caro Comotti, basta e avanza la sua mail per chiudere un’ uscita infelice che non meritava tutta l’attenzione che ha avuto: stare in guardia da ladri e scippatori è doveroso, se qualcuno ci avverte lo ringraziamo, se lo fa con i segnali di fumo, con il fischietto o con lo smartphone è lo stesso. Non c’è nessuna privacy violata, gentile Monica Romano, consigliera comunale pd: si tratta di vigilanza attiva, di controllo del territorio, di un passaparola che si attiva nelle chat di condominio quando si aggirano i falsi esattori della luce… 

Ci dissociamo dagli insulti dei manganellatori da social che navigano nella pattumiera della rete, ma converrà con noi che l’aumento dei reati da strada, cosiddetti «predatori», sono aumentati negli ultimi mesi ed è normale che se ne parli e si chieda un maggior controllo: qualche pattuglia di polizia in più dunque, vigili in strada finalmente, di questo ha bisogno Milano per sentirsi più sicura. Altri lettori ricordano che nelle stazioni del metrò anche l’Atm metteva in guardia i viaggiatori (“ma ora non più”, scrive Giulio Milanesi), e che il livello di furti ha raggiunto il limite di guardia (“nonostante una parte politica tenda a minimizzarli se non quasi scusarli”, scrive Mauro Bettale). Poi c’è l’elefantessa «Bombay» e la sua foto è un cimelio di anni in cui per gli animali non esisteva il politicamente corretto: però ladri e borseggiatori esistevano anche allora e siccome il portafoglio è prezioso, ecco l’invito a tenerlo stretto. Che cosa dovevano fare allo zoo? «Attenti ai borseggiatori» l’hanno indicato con una proboscide: messaggio crudele di involontaria comicità. Un modo per dire quello che vale anche oggi, e che la lingua milanese traduce così: fa ballà l’oeucc 

Milano, la borseggiatrice con 9 figli: «Guadagno fino a 1.000 euro al giorno con i furti, ma ho sensi di colpa». Luca Caglio su Il Corriere della Sera il 17 Marzo 2023

Milano, le confessioni di una 29enne che scippa I passeggeri del metrò. «Ho imparato il mestiere a 13 anni, una delle mie sorelle ha preferito studiare e oggi ha un lavoro. Per me è troppo tardi. Il carcere? Non rischio nulla»   

Le rubo dieci minuti, signora, promesso. 

Ma si può mai «rubare» qualcosa in casa dei ladri — la metropolitana s’intende — foss’anche il tempo per un’intervista, che poi sarebbe la confessione di una borseggiatrice, un diritto di replica, la sua difesa d’ufficio in un processo (mediatico) per I furti ai danni di pendolari e turisti, ovvero la parte civile ma forse un po’ incivile, «violenta» (cit. Monica Romano, Pd) quando la denuncia avviene a mezzo social? Che saga, le borseggiatrici. E che strano averne una qui davanti, ora, nel mezzanino della stazione Centrale. Forse la chiusura di un cerchio, o l’apertura del cerchio per capire le geometrie del gioco sporco, sapere perché lo fa e chi c’è dietro. Quanta vita in dieci minuti. La vita di Ana (nome di fantasia), 29 anni e 9 figli.

I figli vivono con lei? 

«No, tutti in Bosnia, dove sono nata. L’ultimo parto è stato a dicembre. Se ne occupa mio marito, che non lavora. Mantengo io la famiglia: mando I soldi a casa e non sono pochi. È capitato che in un giorno mettessi in tasca 1.000 euro, un’eccezione, perché anche 500 sono una fortuna ora che la gente gira con poco contante. Io però ho pazienza. Sette giorni su sette, dalla mattina alla sera». 

Quando stacca dal «turno» dove va? 

«A casa, zona Niguarda, nell’appartamento comprato dai miei genitori. Lo condivido con amiche e parenti: le mie colelghe di scippi. Io però preferisco muovermi da sola o al massimo in coppia, tra Duomo e Centrale, per non dare nell’occhio. Guardi che affollamento, quante persone: ne studio I volti, le movenze, infine battezzo la vittima». 

Come colpisce in metropolitana? 

«Mi apposto nei pressi dei distributori automatici di biglietti, così posso vedere dove il passeggero ripone il portafoglio. Quando decido di entrare in azione, seguendo il soggetto a mio giudizio più vulnerabile, spesso donne, mi sfilo il giubbotto e me lo porto al braccio, nascondendo la mano con cui frugherò nella sua borsa. Se pesco uno smartphone va bene uguale». 

Ha ereditato l’arte del furto dai genitori? 

«Anche. Loro adesso vivono in Spagna, in una seconda casa di proprietà. Una delle mie sorelle s’è ribellata a questa vita, fuggendo, e so che è diventata parrucchiera. Non abbiamo più rapporti e si vergogna del suo cognome. È stata nostra zia a iniziarci». 

Quando? 

«A 13 anni, ci insegnava il mestiere nella metropolitana di Roma. Tuttora mi onfus tra Milano e la Capitale, dove abbiamo un altro tetto. Mi sposto in treno, non ho la patente né una vita sociale: mio marito è molto geloso. Mi premetto giusto qualche cena al ristorante». 

Non può seguire l’esempio di sua sorella? 

«Troppo tardi, ma se potessi tornare indietro scapperei anch’io. Adesso dove vado, con 9 figli, io che non so fare niente e che sono semianalfabeta? L’unica che mi riesce bene è rubare. A volte ho i sensi di colpa».

Dopo quanto si va in pensione? 

«Credo mai. Mia zia, over 50, è ancora in pista. E so di una veterana attiva che ha 78 anni». 

È a conoscenza dei video sui social che documentano I vostri blitz? 

«Certo e mi dà fastidio. Ma non reagisco quando qualcuno mi riprende. Altre borseggiatrici sono più aggressive. Rubare a Milano è diventato più difficile. I passeggeri ci riconoscono». 

Altri ostacoli? 

«La concorrenza. Ci sono ladre che nel weekend raggiungono Milano in camper». 

Ora non è più incinta. Teme il carcere? 

«Con un bimbo appena nato? Non corro nessu rischio. Non mi portano più nemmeno in caserma. Prima ci finivo anche più volte al giorno: sempre rilasciata perché incinta o in quanto madre di neonati».

Se Ana è sembrata sincera, un’altra borseggiatrice ha preferito negare anche l’evidenza. Mascherina in volto e telefono Nokia preistorico, ha respinto qualsiasi addebito, salvo poi contraddirsi. «Io incinta? Ma va’, sono grassa. Ladra? Mai rubato, lavoro in una scuola. Avete sbagliato persona, anche la polizia una volta s’è confusa. E comunque la smettano, questi ragazzetti, di fare video: perché non inseguono chi ammazza o chi porta via I bambini?». Touché.

Pd, si può mettere alla gogna solo chi è nemico dei dem. Massimo Sanvito su Libero Quotidiano il 17 marzo 2023

Ma come, consigliere Romano? Si è permessa di fare la morale a quei cattivoni che girano in metropolitana per filmare e fotografare le borseggiatrici che ripuliscono i vagoni h24, incassando pure il plauso del Pd, e poi - non più tardi dello scorso novembre metteva alla gogna sui social un suo detrattore? Allora come la mettiamo? La privacy vale solo a corrente alternate?

Quando toccano un esponente di sinistra è giusto pubblicare nome e cognome con relativo commento mentre se si tratta di proteggere pendolari e turisti dalle mani leste delle conosciutissime ladre nomadi è pratica deprecabile mettere i loro faccioni online? Basta intendersi. Il doppiopesismo, però, è sotto gli occhi di tutti.

IL PRECEDENTE Era il 23 novembre, quando Monica Romano - il primo consigliere comunale transgender a Milano, eletto in quota Partito Democratico postava su facebook lo screenshot di un commento ricevuto a un video, da lei pubblicato su TikTok per contestare Checco Zalone «per la sua orribile “satira” ai danni delle persone trans». Due righe che recitavano così: «Quelle come te dovrebbero stare due metri sotto la terra». Una vergogna.

Perché solo così puo definirsi un inequivocabile augurio di morte. Questo è fuori discussione: i social non potranno mai essere considerati una discarica dove poter vomitare di tutto impunemente. E lo stesso, ovviamente, vale anche per gli insulti ricevuti dal consigliere dopo aver bacchettato i giovani che ogni giorno cercano di contrastare le borseggiatrici armati di telefonino.

Però, ed è di fatto innegabile, pubblicando quel commento con tanto di nome e foto ben visibili, l’esponente dem ha fatto la stessa cosa per cui cinque giorni fa si è stracciata le vesti. Un cortocircuito in piena regola.

Con orgoglio, tra l’altro, Romano annunciava sui social che aderiva alla campagna #eiotipubblico, ringraziando l’ideatrice Laura Boldrini per averla coinvolta. L’obiettivo dichiarato, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, era quello di mettere in mot «una catena collettiva di indignazione» e accompagnare ogni post di denuncia con il relativo hashtag.

«Contribuiamo a rendere il web un posto migliore e sicuro»: si chiudeva così il papiro della Boldrini condiviso da parecchie politiche di sinistra contro «una violenza di nuova generazione, che ha il volto del linguaggio d’odio, del sessismo e della misoginia online».

Ma non è tutto. Perché nel recente post in cui il consigliere chiedeva «a quelli che realizzano i video» di smetterla «di spacciare la loro violenza per senso civico», il centrodestra è stato velatamente accusato di lucrare consenso grazie a questa modalità di denuncia online. Scriveva infatti: «Di violenza e squadrismo ne abbiamo già avuti abbastanza davanti a un liceo di Firenze e nelle acque di Cutro».

Quindi, di fatto, sarebbe sbagliato secondo lei usare social e chat rendere virali problematiche che inevitabilmente impattano sul dibattito politico. E allora perché, sul suo profilo facebook, Romano la buttava addirittura sul ddl Zan in merito ai brutti epiteti ricevuti?

ACCUSE POLITICHE - Era l’8 settembre scorso e così scriveva: «Io credo- e nulla me lo toglierà dalla testa che il clima stia cambiando da quando la legge Zan è stata affossata e ancor di più in vista delle prossime elezioni. I geni si sentono al sicuro, sempre più legittimati a esprimere le loro “opinioni”, a offendere e ad aggredire tanto verbalmente quanto fisicamente anche perché sanno che i sondaggi danno le destre in vantaggio». E ancora: «I diritti delle persone Lgbt+, delle donne, delle minoranze etniche o di credo religioso e delle persone con disabilità qui in Italia sono fragili. Mi duole doverlo dire ma l’Italia non è un paese sicuro per noi persone Lgbt+, per le donne e per le minoranze in genere. Stiamo in campana e andiamo tutt* a votare». Con tanto di pugno chiuso e bandiera arcobaleno. Dimenticandosi, oggi come allora, che gli insulti e le minacce sono sempre la strada peggiore da percorrere: non esiste una scala di gravità in base a chi viene colpito, così come non possono esserci due pesi e due misure nel denunciarli. Oppure merita il patibolo social solo chi è nemico del Pd?

99 contro 1: ecco il sondaggio sulle borseggiatrici che annienta la sinistra. Marco Leardi il 17 Marzo 2023 su Il Giornale

Striscia la Notizia interroga il pubblico sui video social che denunciano e smascherano i borseggiatori. Il 99% dei votanti ha bocciato la posizione del Pd: "Una stro..."

Il risultato è stato plebiscitario, schiacciante. Con buona pace della sinistra milanese e della sua battaglia sulla privacy delle borseggiatrici. Secondo il 99% dei partecipanti a un sondaggio lanciato da Striscia la notizia, la consigliera comunale Pd Monica Romano (che aveva criticato i video di denuncia postati sui social) ha detto una fesseria. Anzi di più: "una str*nzata", per usare l'espressione di Rocco Tanica, tastierista del gruppo Elio e le Storie Tese, in aperto dissenso con l'esponente dem.

Il sondaggio di Striscia

Dopo la polemica sorta nei giorni scorsi, il tg satirico di Canale5 - che da tempo promuove una campagna tv contro scippatori e malintenzionati - aveva interpellato il proprio pubblico per capire cosa ne pensasse. La trasmissione Mediaset, in particolare, aveva chiesto ai telespettatori di prendere posizione, stabilendo chi avesse ragione tra la consigliera comunale Pd e il tastierista Rocco Tanica. "Quest’abitudine di filmare persone sorprese a rubare sui mezzi Atm di Milano e di diffondere i video su pagine Instagram con centinaia di migliaia di followers è violenza, ed è molto preoccupante", aveva lamentato l'esponente dem e il musicista aveva le risposto in modo graffiante: "Grazie a Monica Romano per questa grandiosa str*nzata".

Il risultato che stronca il Pd

Il sondaggio, effettuato sul sito internet di Striscia, si è concluso nelle scorse ore il tg satirico ne ha divulgato l'esito finale. Per il 99% dei votanti - questo il risultato - quella proveniente da sinistra era una posizione non condivisibile. Per quanto possa essere rappresentativa una tale consultazione, il risultato la dice lunga sulla (mancata) sintonia della sinistra milanese rispetto alla realtà percepita dai cittadini. I video postati sui social, del resto, non sono altro che una risposta istintiva alla scarsa sicurezza avvertita da chi utilizza i mezzi pubblici o frequenta alcune zone della città battute dai malintenzionati.

"Quello delle borseggiatrici non è un fenomeno che riguarda la nazionalità delle persone coinvolte, né tantomeno può essere ricondotto a un atteggiamento discriminatorio", aveva spiegato nelle scorse ore Striscia, mostrando le immagini di uno scippo su un mezzo pubblico sventato proprio da una donna araba. Il programma aveva poi trasmesso anche il filmato di un borseggio evitato a Venezia da un turista straniero.

Le lamentele espresse dalla consigliera Pd sui video social di denuncia, peraltro, sono sembrate in aperta contraddizione con una campagna anti-hater condivisa dalla stessa Romano nei mesi scorsi. Per svergognare un odiatore che l'aveva gravemente insultata, l'esponente dem aveva pubblicato i riferimenti del bullo da tastiera sul proprio profilo Facebook. Ma in quel caso nessuno si era giustamente lamentato né aveva gridato allo "squadrismo".

Italia, il paradiso (amaro) delle borseggiatrici di Milano. Andrea Soglio su Panorama il 16 Marzo 2023.

Ladre professioniste, che vivono in case occupate abusivamente, arcinote alle Forze dell'ordine, impunite. e che si prendono gioco di noi.

La frase, purtroppo, non è lo slogan del nostro ente del turismo o la recensione Tripadvisor di qualche americano rimasto a bocca aperta davanti alle bellezze di Roma e Venezia. Sono le parole di una delle famose borseggiatrici «nomade» (guai a dire zingare, guai….) che imperversano, anzi, vino felici tra la Stazione Centrale di Milano e le due linee della metropolitana che si incrociano proprio in uno dei principali punti di approdo del capoluogo lombardo. Un paradiso, dice la giovane, alla telecamera che la riprende. E, in effetti, ha tutte le ragioni per sostenerlo. Mettetevi nei miei panni: casa gratis perché la situazione abitativa della giovane e delle sue colleghe nomadi (e non zingare, lo ribadiamo) si divide in due. Da una parte c’è il campo nomadi del Comune che offre struttura, e bollette; in alternativa c’è l’occupazione abusiva di una casa, anche questa del Comune. Per quanto riguarda poi il lavoro, anche qui, nessun problema: ladre professioniste, con una lunga, lunghissima esperienza. Astenersi perditempo.

Un lavoro che, a guardare il codice penale, sarebbe un reato: furto o rapina. Reato che prevede delle pene. Invece qui c’è la falla nel sistema. Perché queste borseggiatrici sono conosciute non solo dalle forze dell’ordine ma persino dagli abituali pendolari della Stazione centrale e sono state fermate decine e decine di volte. Avendo noi gli uffici proprio a due passi dal piazzale e dalla stazione abbiamo visto più volte commettere dei furti, o quantomeno, tentarli; abbiamo sentito le forze dell’ordine avvicinarsi a loro e ammonirle come si fa con il figlio discolo… «dai, ragazze, andate via…». Stop. In realtà le abbiamo anche viste fermate con le mani ne sacco, e non è un modo di dire; prese, fermate, e caricate sulla volante. Il fatto è che il giorno dopo, invece che trovarsi nelle patrie galere, erano nuovamente al loro posto di lavoro, puntuali. Si parla tanto di loro, da giorni, e abbiamo anche imparato che esiste un cavillo legale per il quale non è possibile arrestarle e metterle in un cella: impunità e serene, quindi. Un vero e proprio paradiso. Ma c’è di più. C’è persino chi le protegge, nella persona della consigliera comunale Monica Romano che ha attaccato chi diffondeva i video con le facce delle ladre per cercare di mettere in guardia i viaggiatori, probabili future vittime. «Non si devono sottoporre alla gogna mediatica….» ha detto la Romano, che però poi ha tolto il post dai social, senza in realtà cambiare idea. Anni fa, nel pieno delle crisi legata alle bande delle rapine in villa che colpivano indisturbate, vennero rese pubbliche delle telefonate che i rapinatori facevano ai loro parenti: «Venite qui, tanto anche se ti prendono non ti succede nulla e poco dopo sei libero….». Anni fa durante in viaggio in un emirato, diciamo non troppo democratico, chiesi alla guida quale fosse nel paese lo stato delle criminalità. Lui rise e disse: «Qui non è come da voi; qui non ci provano nemmeno a rubare, altrimenti gli tagliamo la mano…». ecco. Tra la legge del Taglione e l’impunità ci sono delle vie di mezzo che vanno esplorate e che non sembrano nemmeno troppo complesse da mettere in pratica. Siamo il paradiso, siamo il Paese dei balocchi purtroppo però non della gente onesta (che va avanti tra mille difficoltà) ma dei ladri, borseggiatrici o rapinatori che siano. E la cosa peggiore non è la frase in se, ma il tono con cui la nomade borseggiatrice l’ha pronunciata: ridendo, in maniera arrogante, sfidando giornalisti ed agenti, con fare sbruffone. Questo l’Italia non lo può e non lo deve permettere

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it il 16 marzo 2023.

«È proprio un paese di handicappati l’Italia. Però è un paradiso per gli zingari!». Risata. «Il paese di divertimento per gli zingari». La conversazione è quasi surreale. Adrijana Omerovic parla con un amico. È l’estate del 2018 e le cimici piazzate dalla polizia captano quello che è una sorta di programma criminale. L’indagine riguarda un gruppo, tutti parenti, che gestisce i borseggi in metropolitana. Un sistema organizzato, secondo gli investigatori, con ruoli e compiti ben definiti: le donne rubano, gli uomini organizzano le «batterie» di ladre nelle zone più affollate, gestiscono e spartiscono i guadagni.

 […] Le pagine social

Il caso delle ladre immortalate dalle pagine social ha fatto clamore perché le donne sono spesso incinte e incompatibili con la detenzione ma è solo una parte del problema. Molti degli arrestati sono nordafricani (egiziani e marocchini), bulgari e sudamericani. […]

 I turisti da seguire

Sono gli uomini a indicare le aree da «battere». Di solito si puntano turisti («I giapponesi sono i migliori») e si scelgono aree molto affollate. Tanto che quando arriva l’estate e Milano si svuota, molte «batterie» si trasferiscono al mare, a Firenze, Venezia, Roma. Proprio da qui provengono alcuni dei gruppi di origine bosniaca e serba più attivi. La residenza rimanda spesso ad accampamenti nel Lazio, ma si tratta in realtà di persone stanziali a Milano.

C’è chi dice di risiedere nel campo di via Monte Bisbino, ai confini con Baranzate, e chi proprio come gli Omerovic e gli Hrustic, vive invece in case occupate tra il Giambellino e (fino a pochi mesi fa) via Bolla. Appena un ladro riesce a sfilare un portafoglio, subito lo passa al complice che si allontana. Si prendono cellulari e contanti, mentre i documenti finiscono in un cestino o buttati sopra le macchinette automatiche alle fermate. I soldi poi vengono spartiti: si comprano auto, borse o gioielli.

Premessa incriminatrice. Un paese che non si reputa razzista, ma con molte amiche “borseggiatrici rom”. Iuri Maria Prado su L’Inkiesta il 28 Marzo 2023

Per giorni il dibattito pubblico si è concentrato sul tema usando un’espressione aberrante. Nemmeno uno, a destra (figuriamoci) come a sinistra, che abbia fatto notare l’oscenità di certi appellativi

Il solo fatto che per qualche giorno si sia imposto sulle prime pagine dei giornali e nei dibattiti televisivi l’uso di questa dicitura, «borseggiatrici rom», dice molto bene quanto sia andato in desuetudine – sempre che sia mai stato in funzione – il comune dovere di controllo e contenimento dell’aberrazione razzista.

Semmai ci si è divisi in questi altri due fronti. Il fronte di quelli che senza tante storie reclamavano attenzione e provvedimenti speciali per quella notoria categoria delinquenziale, da un lato, e dall’altro lato il fronte di quelli che invece ne proteggevano il diritto alla privacy: brutte sporche e cattive, come negarlo? Ma siamo democratici e quindi non le fotografiamo.

Che tra le tante emergenze italiane che alimentano, e di cui si alimenta, la monnezza giornalistica abbia fatto capolino la “questione rom”, evidentemente, non arreca disturbo a nessuno. Né a chi la pone – questo è chiaro – ma nemmeno a chi se la vede opposta, cioè a dire la sinistra cui si addebita di volerle mandare in giro liberamente, le “borseggiatrici rom”: la sinistra che mica risponde come si deve, e cioè che dire «borseggiatrici rom» è come dire «negri assassini» o «ebrei usurai», e invece replica che non è vero, noi volevamo solo tutelare i i bambini e le gravide in carcere, ma figurarsi se siamo teneri con le «borseggiatrici rom».

Il criterio è pressappoco quello del giornalismo democratico che mette in riga gli antisemiti che prendono di mira il naso di Elly Schlein, volgari mistificatori della verità rino-progressista impegnati a censurare le reali origini etrusche di quella protuberanza ingiustamente incolpata di giudaicità.

E così tutti dentro a discutere dei delitti delle borseggiatrici rom, dei diritti delle borseggiatrici rom, dei figli delle borseggiatrici rom, dei feti delle borseggiatrici rom, del carcere duro o del carcere morbido per le borseggiatrici rom, del pugno di ferro contro le borseggiatrici rom o della rieducazione delle borseggiatrici rom e neanche uno, letteralmente neanche uno, a denunciare che l’uso stesso di quell’espressione è potenzialmente il preludio di una reazione sociale e di una giustizia che indugiano meno sul furto che sulla condizione etnico-razziale di chi lo commette. Con l’inevitabile conseguenza – ed evidentemente neppure questo pericolo è avvertito – che quella condizione diventa una specie di premessa incriminatrice.

E dunque: non fa effetto a nessuno, proprio a nessuno, che a qualche decennio di distanza dai saggi sulla «piaga zingara» qui si discuta senza perplessità del tema delle «borseggiatrici rom»?

Milano, la borseggiatrice choc: "L'Italia è proprio un paese di...". Libero Quotidiano il 16 marzo 2023

"È proprio un paese di handicappati l’Italia. Però è un paradiso per gli zingari!", "Il paese di divertimento per gli zingari": questo lo scambio che una borseggiatrice avrebbe avuto con un suo amico. La conversazione, captata dalle cimici piazzate dalla polizia, risalirebbe all’estate del 2018. L’indagine, in particolare, come riporta il Corriere della Sera, riguarderebbe un gruppo, composto da parenti, che gestisce i borseggi in metropolitana. 

Si tratterebbe di un sistema organizzato, secondo gli investigatori: le donne sarebbero incaricate di rubare, gli uomini invece si occuperebbero di smistare le borseggiatrici nelle zone più affollate e poi di gestire e dividere i guadagni. Al momento, quello dei borseggi è uno dei problemi più sentiti dai cittadini a Milano. Nonostante questo, però, i dati del Viminale dicono altro: i cosiddetti "furti con destrezza" sono in calo, 21.560 nel 2021 contro i 24.556 di dieci anni prima. Stando ai dati riportati dal Corsera, "negli ultimi tre mesi dell’anno scorso la sola squadra Mobile, che ha gruppi dedicati alla caccia ai borseggiatori, ha fatto praticamente un arresto al giorno: 84. Nei primi tre di quest’anno, considerato che siamo a metà marzo, i numeri sono sovrapponibili: 75 arresti".

Questo fenomeno ha avuto un grosso clamore sui social. Molti degli arrestati sono nordafricani, bulgari e sudamericani. E le aree in cui agiscono sono diverse e non limitate alla sola stazione Centrale o alla metropolitana. Ora gli investigatori avrebbero scoperto che spesso ad agire sono sorelle, mogli o cugine dei veri "organizzatori". Sarebbero gli uomini, infatti, a indicare le aree da presidiare. Di solito si puntano turisti e si scelgono aree affollate. 

«Torino città di m...», le scuse di Morando: «Affermazioni dettate dall'ira del momento». Redazione online su Il Corriere della Sera il 9 marzo 2023.

Le parole dell'imprenditore del vino hanno scatenato la rivolta dei ristoratori piemontesi che hanno invitato i locali della città a boicottare i suoi prodotti

«Alla luce di una serata gogliardica, passata con amici, usciti da un noto ristorante (sottolineo non si tratta del ristorante Il Cambio) ho trovato la macchina rigata. La terza volta in tre mesi. Preso dall’ira, sono consapevole di aver utilizzato una frase che assolutamente non penso. “Torino è una città di merda” e ‘"A Torino la ristorazione è di basso livello” sono state esternazioni di un momento di indignazione». Sono le parole di scuse dell'imprenditore del vino e del pet food Franco Morando, finito nella bufera per le esternazioni negative sulla città durante una diretta social con l'avvocato torinese Alessandra Demichelis. Le affermazioni hanno scatenato la rivolta dei ristoratori piemontesi che hanno invitato i locali della città a boicottare i suoi prodotti.

«Vivo, cammino, respiro, mangio e bevo quotidianamente a Torino - ha aggiunto -  La città ha adottato i miei vini e le mie etichette per prima. Non denigrerei mai una realtà simile. Viaggio a testa alta, mi pento e chiedo scusa alle Associazioni di categoria per l’eventuale disagio che le mie parole hanno provocato. Penso che per una battuta infelice esternata esclusivamente per questioni di delusione e sdegno ci sia un eccessivo accanimento nei confronti della mia persona. Fatica, sudore, eccellenza, presenza sul territorio sono state fino ad oggi e lo saranno sempre parole d’ordine e nessun video potrà mai distruggere un sogno chiamato Montalbera».

La studentessa americana: «I miei 6 mesi da incubo a Firenze e l’odio degli italiani». E Amanda Knox le risponde. Jacopo Storni su Il Corriere della Sera il 15 Marzo 2023

La giovane studentessa è tornata negli Stati Uniti e ha scritto un lungo articolo sul suo soggiorno a Firenze. Amanda Knox su Twitter replica (con ironia?): «Ma cosa dici? È meraviglioso studiare all'estero»

«Sono una studentessa della New York University, ho studiato a Firenze per sei mesi e ho odiato ogni aspetto del mio soggiorno». È tornata di corsa in patria Stacia Datskovska - 23 anni, studentessa di giornalismo e relazioni internazionali - dopo il semestre trascorso nel capoluogo toscano, durante il quale ha trascorso quasi ogni giorno a rimpiangere la sua New York. Non si aspettava di trovare quello che ha trovato e, profondamente delusa dal soggiorno, ne ha scritto al suo ritorno sul magazine americano Insider, seguito soltanto su Facebook da oltre 9 milioni di persone. 

Un’esperienza da dimenticare, quella di Stacia a Firenze. 

Delusa da (quasi) tutto, ma soprattutto dalla casa sovraffollata condivisa con sette studentesse, dalle stesse coinquiline che passavano molte sere a festeggiare anziché studiare e poi, nel fine settimana, invece di godersi Firenze, spesso ne approfittavano per una gita fuori porta con i voli Ryanair. E poi, non ultimo, il comportamento degli italiani e dei fiorentini, accusati dalla giovane di guardarla con diffidenza e con una certa ostilità. 

Il tweet di Amanda Knox

Uno spaccato di Firenze, quello descritto da Stacia, a cui risponde via Twitter Amanda Knox, l'americana che fu detenuta per quasi quattro anni a Perugia per l'omicidio di Meredith Kercher prima di tornare libera e quindi venire definitivamente assolta. Con un tweet un po' criptico (considerata la sua esperienza italiana), ha risposto a Stacia sostenendo che, al contrario di quanto affermato dalla ragazza, studiare all'estero è eccezionale. 

La storia di Stacia

Tornando alla storia di Stacia, la ragazza ha abitato in via Tosinghi, in pieno centro storico. Prima di trasferirsi a Firenze, scrive la ragazza nel suo articolo, immaginava divertenti cene alla buona con le coinquiline, avventure estive, gelato e vino italiano da abbinare al prosciutto e ad una bella conversazione. «Ma quando il mio semestre è finito, ho cominciato a disprezzare i panorami, odiare le persone e non vedevo l'ora di tornare a casa nel mio campus di New York». Un giudizio spietato. 

Il suo racconto inizia dalle coinquiline, molte delle quali americane. «Le persone con cui vivevo avevano orari sfalsati rispetto ai miei, questo significava che sarebbero state in giro in vari momenti del giorno e della notte. Alcune prendevano l'autobus per il nostro campus alla periferia della città, mentre altre andavano a piedi al negozio di panini All'Antico Vinaio dopo lezione, tornando a casa saltuariamente per fare i compiti. Molti uscivano fino a tarda notte approfittando dell’età legale per bere in Italia». 

La sua routine si concilia male con quella dei suoi coinquilini coetanei. «Non andavo fuori a festeggiare, lavoravo a casa la maggior parte del tempo ed era diventato difficile concentrarmi sui miei progetti universitari». E poi il comportamento degli italiani che, scrive lei, «vengono spesso descritti come pieni di sentimento e ospitalità, ma potrei fare esempi concreti di ostilità». 

Esempio: «Una volta in autobus due donne stavano parlando di me, mi guardavano dall'alto in basso e mi deridevano». E allora lei, quasi come forma di protesta, ha iniziato a vestirsi con un abbigliamento sportivo di marca americana, con scarpe Nike Air Max 97 e felpe grandi con cappuccio: «Quando passavo per strada, gli italiani storcevano il naso». Atteggiamenti che le fanno scaturire una domanda: «Perché i fiorentini, nonostante i 5mila studenti americani in città, sono ancora arrabbiati per il modo in cui ci comportiamo e disgustati da come ci vestiamo?». 

E insomma, Stacia aveva nostalgia di casa: «Mi sentivo come se stessi perdendo tempo prezioso a Firenze». Poi, alla fine dell’articolo, la precisazione: «Con questo non voglio dissuadere gli studenti ad andare a Firenze. I miei sentimenti non sono l'esperienza di tutti gli studenti universitari, ma non posso pensare di essere l’unica a pensare che studiare all’estero sia un incubo».

Dritto e rovescio, l’immigrato choc: “Perché odio l’Italia”. Libero Quotidiano il 10 marzo 2023

"Io, immigrato, vi spiego perché odio l'Italia". La testimonianza choc è di un ragazzo giovanissimo, di origini extracomunitarie ma italianissimo, che in studio a Dritto e rovescio su Rete 4 illustra con grande calma e pacatezza cosa lo sta allontanando dagli italiani in maniera forse irrimediabile e irreversibile.

"Se tu per tutta la vita lei nel paese in cui sei nato ti senti dire neg***o, marocchino di mer***a o vucumprà e per una vita ti senti insultato dai tuoi stessi amici di classe, io crescendo e arrivando alle medie a un certo punto mi ricordo di te che per 5 anni alle elementari mi dicevi neg***o, marocchino e vucumprà e tutto questo automaticamente alimenta un odio". 

"C'è stato anche un episodio in giro per la città, sull'autobus per esempio. Lo vuoi raccontare?", chiede il giornalista di Rete 4. "C'è stato un periodo nella mia vita in cui io ho addirittura smesso di prendere i mezzi pubblici, perché quando salivo su un autobus la gente mi guardava come se avesse visto um marziano o qualcosa di mai visto".

In studio Paolo Del Debbio e il leghista Alessandro Morelli ascoltano con attenzione la sua testimonianza. "Scene di cui io salgo sul pullman e tutto quanto il pullman si mette a guardarmi, oppure il 'negro' che partono oppure quando mi siedo semplicemente di fianco a una persona e lei si alza...".

«Vai via, negretto», offese razziste al legale in Questura. Lilina Golia su Il Corriere della Sera il 28 febbraio 2023.

A insultare verbalmente l’avvocato Sall Babacar, un addetto all’accoglienza

Quel «vai via, negretto», che brucia come una sigaretta spenta su una mano. Un’offesa a sfondo razziale uscita dalla bocca di un addetto all’accoglienza della Questura di Brescia. «Non un poliziotto — precisa l’avvocato Sall Babacar, destinatario del barbaro invito rivoltogli in via Botticelli — ma un volontario che si dovrebbe occupare di assistere chi arriva all’Ufficio Immigrazione per sbrigare pratiche e ricevere informazioni». La vicenda ha fatto scalpore proprio per i modi a dir poco ruvidi con cui si è consumata, in un luogo che rappresenta uno dei primi contatti per chi, per i motivi più diversi, arriva da lontano nel nostro Paese. Modi che non rendono onore all’alacrità con cui chi, indossando la divisa, si adopera quotidianamente per rispondere alle decine e decine di istanze che arrivano ogni giorno.

Lo sfogo pubblico del legale su Facebook

L’avvocato Babacar qualche giorno fa, come spesso gli capita per lavoro, aveva varcato i cancelli della Questura. Avrebbe dovuto dare comunicazione dell’impossibilità di un suo assistito di rispondere alla convocazione per la registrazione delle impronte digitali perché costretto agli arresti domiciliari. Non aveva ancora raggiunto la porta dell’Ufficio Immigrazione, quando è stato aggredito verbalmente dall’addetto all’accoglienza.«Gli ho chiesto di abbassare la voce», racconta l’avvocato che cercava di spiegare il motivo della sua presenza in Questura. E la risposta è stata quell’agghiacciante «vai via, negretto», pronunciato davanti a diverse persone, rimaste di sasso, davanti alla scena. «Purtroppo c’è da dire che la situazione non è nuova — precisa Sall Babacar — perché è capitato anche a molti miei colleghi di ricevere un trattamento a dir poco sgradevole negli spazi dell’accoglienza, ma con me, in questa occasione, si è andati oltre con un insulto razzista. Una cosa troppo grave per non farla sapere. E così sono stato il primo a denunciare quello che spesso accade in Questura, ma non ad opera degli agenti della Polizia di Stato. Anzi. Negli uffici, a cominciare dalla dirigente, sono sempre tutti cordiali e disponibili per il disbrigo delle pratiche. Negli ultimi tempi è stato fatto un grande lavoro, soprattutto in tema di protezione speciale». Uno sfogo, diventato pubblico, attraverso il quale si spera di «addolcire» l’accoglienza in via Botticelli, da dove qualcuno ha già inviato delle scuse all’avvocato Babacar.

Estratto dell’articolo di Loris del Frate per “il Messaggero” il 6 febbraio 2023.

Un club privato dove per entrare serve una tessera rilasciata personalmente dal titolare e un regolamento buttato giù con troppa disinvoltura. Sono questi gli ingredienti che hanno fatto sollevare una polemica che rischia di sconfinare nella discriminazione razziale.

 Rischia, perché ora toccherà alla Questura di Pordenone capire se effettivamente ci sono gli estremi. L’ultimo atto si è consumato nei giorni scorsi, quando una coppia si è presentata all’ingresso. «Mi dispiace - ha detto l’uomo sulla porta - la signora non può entrare». Solo che la signora era una donna di colore.

La bomba è scoppiata appena la cosa è diventata di dominio pubblico. Prima la “battaglia” sui social, poi l’interessamento della Questura per capire se ci sono reati. A cercare di parare il colpo il titolare del club Piper (questo il nome del locale) di Fontanafredda, Edward Giacomini, che ha portato avanti la tradizione del padre, anche se una delle più importanti discoteche degli anni d’oro della disco music ora è un club privato.

 «Sono amico di persone di razze e religioni diverse, le più disparate. Sinceramente non capisco proprio tutto questo chiasso. Qui non c’è davvero alcun problema di razzismo».

Il problema, però, è il regolamento del Piper per le varie serate, pubblicato sulla pagina social del club. «L’entrata - si legge - è riservata a persone di oltre 40 anni e NATIVI (in maiuscolo, ndr) della zona per poter garantire un pubblico adulto con cui si vuole rivivere la magica atmosfera del revival al “Mitico Piper di Fontanafredda”, locale storico del Friuli Venezia Giulia e del Veneto orientale per i cinquantenni.

Ma è qual “riservato ai NATIVI”, che ha fatto storcere il naso anche al questore di Pordenone, Luca Carocci. «In un club - spiega - è senza dubbio possibile far entrare le persone subordinando l’ingresso all’esibizione di una tessera - spiega il questore - ma la scelta non deve essere assolutamente legata a discriminazioni razziali. Questo non significa solo “se sei nero non entri”, ma resti fuori anche se sei nato a Napoli o a Milano. Quindi quel “nativi della zona”, per di più in maiuscolo, che si legge come lasciapassare al Piper club è illegittimo».

Cosa succede ora? Il questore non lo dice, ma è facile supporre che ci sarà un controllo e non si esclude anche la possibilità che il Piper venga chiuso per alcuni giorni. Sicuramente per riaprire dovrà modificare il regolamento. […]

Estratto dell’articolo di Andrea Mollas per roma.repubblica.it il 30 gennaio 2023.

"Scusami un attimo. Che c'è uno sporco negro che mi disturba". Quando torna a raccontare ciò che gli è successo Adama Doumbia sorride per lasciare che la cattiveria e l'intolleranza con cui ha avuto a che fare qualche giorno fa, scivoli via. "Le avevo solo detto di raccogliere gli escrementi del cane, non pensavo mi aggredisse così".

Dietro quel sorriso gentile c'è la storia di una vita che non si stupisce e neanche si rassegna. In Italia è arrivato tre anni fa dal Mali. Ha trovato lavoro nel bar del Parco Nemorense, un giardino ai Parioli non lontano dalla maestosa Villa Ada. Molta ghiaia a terra, molti cani portati giù dai grandi palazzi che si affacciano su quell'intento di verde.

 Nel bar Adama Doumbia, lavoratore di una cooperativa, presta servizio come manutentore. Tiene pulito il parco.

 Pochi giorni fa mentre è al lavoro chiede a una signora di raccogliere e mettere nella bustina gli escrementi del suo labrador. Lei continua a parlare al telefono, come se lui non esistesse. Lui ripete l'invito. Lei a quel punto interrompe la telefonata stizzita: "Scusami un attimo. Che c'è uno sporco negro che mi disturba".

 Una frase a voce alta, pronunciata di fronte ad altri. Adama si ferma, resta in silenzio, la dottoressa richiama il cane e esce dal parco.

"Sì che ho sentito", dice una testimone. "Ho visto questa donna mentre camminava velocemente parlando al telefono, chiamando ogni tanto il cane per farsi sentire. Dietro lei c'era il signore del bar che le chiedeva di raccogliere i bisogni ma con scarsi risultati. Prima si è voltata verso di lui urlandogli di tacere perché impegnata con un suo paziente in quanto dottoressa, poi, visto che lui insisteva, gli urlato l'insulto razzista".

 "È stato raccapricciante" - afferma la testimone - "Sono andata da lui per rincuorarlo, mi sono vergognata di essere italiana".

 Un episodio vile, così come tanti altri che ha vissuto sulla sua pelle: "Non è la prima volta che mi chiamano così. Ogni giorno cerco di far rispettare le regole, eppure ad altri non importa. Se provo a dire loro qualcosa mi dicono che devo tornare in Africa, oppure che sono negro e non devo parlare perché sono ospite".

 (...)

In Barbaria-po lentonia (di comprendonio).

"Non si affitta a meridionali se non hanno il posto fisso". Come si è concluso il progetto di vita di un uomo del sud e di una piemontese: "Non si affitta a meridionali se non hanno il posto fisso". Giampiero Casoni. Pubblicato il 19 Febbraio 2023

Accade ancora e accade sempre più spesso: “Non si affitta a meridionali” se non hanno il posto fisso.

Lo sconvolgente annuncio è stato diffuso a Carmagnola da una coppia di 20enni in cerca di casa. La vicenda è stata trattata da La Gazzetta del Sud, che spiega come un ulteriore discrimine sia stato quello del contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Non si affitta a meridionali” senza posto fisso

Il media spiega con tristezza che quello che sta riportando è “quanto accade oggi, nell’anno del Signore 2023, a Carmagnola, nel Torinese”.

Ma cosa è accaduto nel pur civilissimo Piemonte? Che stando al resoconto della testata ad incappare in quel “calvario” sarebbe stata una coppia di ventenni. I due stanno assieme da meno di un anno e si sarebbero conosciuti in un ristorante dove lavorano insieme.

La ricerca di una casa e l’amara risposta

Lui è originario di Siderno ed è “cresciuto in una famiglia di sani principi, reduce da un anno di ferma prefissata in Marina Militare dopo aver lasciato l’università per ragioni logistiche”.

E lei? La donna è piemontese “abituata a rimboccarsi le maniche e a lavorare in locali, bar o panetterie”. I due aspettano un figlio e si sono messi in cerca di una casa in affitto e, nelle more di quella ricerca, sono incappati nell’annuncio in questione ed in una risposta molto amara, perciò hanno deciso di renderlo pubblico.

Dagospia il 23 gennaio 2023. Da “La Zanzara – Radio24”

Odio i mafiosi e ho paura dei mafiosi. Quando incontro certe persone al nord mi faccio sempre la domanda: ma non è che questo sarà un capobastone e ce ne accorgiamo dopo un po' di tempo dai giornali? La mafia va sradicata, e lo Stato deve fare scelte radicali. Non si può fare un esercizio di civiltà coi mafiosi. Con gli altri delinquenti si può usare la civiltà e rieducarli, con i mafiosi è stupido, è un atteggiamento che non serve. Non ci vuole né la pena di morte, né il 41 bis, né carcere ordinario. Li rimettiamo in libertà dopo averli lobotomizzati”.

Lo dice l’imprenditore brianzolo Gianluca Brambilla a La Zanzara su Radio 24. “Ho il terrore dei mafiosi – dice ancora – ho paura per me e la mia famiglia. Facciamo già la castrazione chimica e adesso possiamo castrare la violenza con la chimica. Messina Denaro lo consegniamo alla sua famiglia lobotomizzato, così va in giro per il suo paese per strada completamente sedato. Deve essere neutralizzato cerebralmente, e dato ai suoi familiari. O parli ed esci, oppure vieni lobotomizzato se vuoi fare il mafioso fino in fondo. In milioni al nord la pensano come me. Noi al Nord abbiamo paura dei meridionali, e nessuno lo vuole dire, nessuno lo vuole ammettere. I meridionali li incontriamo nella pubblica amministrazione, a scuola, ovunque”.

I meridionali – prosegue – sono diversi antropologicamente, hanno la fissazione del potere. Noi abbiamo come cifra la ricchezza, mentre i meridionali vogliono condizionare gli altri, comandare. Dire a uno terrone significa cretino, deficiente, ritardato, pirla. L’altro giorno Dolce, quello di Dolce e Gabbana, è tornato dalla Sicilia e ha detto: la mia terra è puttana, non sarei mai quello che sono se fossi rimasto in Sicilia.

Io una gelateria in Sicilia? Non lo farei mai, avrei una paura incredibile. Per fare cosa? La fine di Bramini…”. Poi attacca pure il ministro degli interni Piantedosi: “Ma non è nato a Bolzano, l’Italia è stata meridionalizzata. E’ un dramma estirpare la mafi dall’Italia perché la complicità, guarda quanta ce n’era in Sicilia per Messina Denaro…”. Aggiunge Brambilla: “Non bisogna festeggiare dopo la cattura di un latitante dopo trent’anni. Va dato il giusto tributo alle forze dell’ordine, ma il trionfalismo non ha senso. Abbiamo fatto per trent’anni una grandissima figura di merda”

Al Cinema.

E’ un film sulla Danimarca…”. A Venezia il regista smonta la boiata sulla “diversità”. Il botta e risposta tra il giornalista ed il regista, durante il Festival. Redazione su Nocolaporro.it l'8 Settembre 2023.

Sta per volgersi al termine l’ottantesima edizione del Festival del cinema di Venezia, iniziata lo scorso 30 agosto e che si concluderà nella giornata di domani. Dopo il terremoto scatenato dalla parole di Pierfrancesco Favino, in merito al fatto che sia “assurdo” che attori stranieri interpretino personaggi italiani, pochi giorni fa è intervenuto sulla questione anche l’attore Mads Mikelsen, sostenendo la tesi di Favino, ma con una frecciata: “Se in Francia, in Germania, in Italia e in Spagna smettessero di doppiare i film in tutte le lingue, potrebbe costituire un elemento importante per affrontare il problema”.

Un Festival infuocato, che nelle ultime ore ha avuto – ancora una volta – come protagonista l’attore danese, durante la conferenza di The Promised Land, film diretto dal regista Nikolaj Arcel. A sorprendere, in questo caso, è stata la domanda di un giornalista presente in sala, che in modo indispettito ha chiesto all’attore ed al regista perché il cast del film sia interamente nordico, contrario quindi ai principi di diversità.

Peccato che il film ricalchi il periodo storico in Danimarca nel 1750, come sottolineato dallo stesso regista. Il cast, infatti, è ambientato nella brughiera danese del diciottesimo secolo, ma pare che per il giornalista – anche nel racconto storico di tre secoli fa – l’intero film debba essere revisionato attraverso la lente d’ingrandimento politicamente corretta.

Insomma, non sarebbe il primo caso di “revisionismo cinematografico”. A patire questa preoccupante ascesa sono sicuramente gli Stati Uniti, dove negli ultimi anni si è cercato di conformare il mondo del cinema a canoni sempre più progressisti, radical-chic e “rispettosi” delle diversità etniche. Un caso lampante, per esempio, sono i film della Disney.

Il colosso si sta impegnando da tempo in un personalissimo revisionismo storico, decidendo di eliminare dalla sezione dedicata ai bambini ben tre film, colpevoli di diffondere stereotipi dannosi: Peter Pan, Dumbo e Gli Aristogatti. Il motivo? “Questo programma include rappresentazioni negative e/o denigra popolazioni e culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono ancora. Piuttosto che rimuovere questo contenuto, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo”, si legge ora nell’avvertenza che precede i titoli di testa dei film.

Una censura che si è tentata di applicare anche al Festival di Venezia, nei confronti di film la cui unica “colpa” è quella di raccontare ed ambientarsi in Paesi vissuti quasi interamente da bianchi, soprattutto se si parla di tre secoli fa. Eppure, il politicamente corretto non vuole accettare ciò che è stato e ciò che è accaduto: il tentativo è sempre quello di ridisegnare la storia, in nome del preoccupante fenomeno della cultura della cancellazione che piace tanto al mondo progressista. O forse, meglio ancora, della cancellazione della cultura.

Con Favino la gauche italiana si scopre sovranista. Personaggio italiano? Attore italiano. Questo è quanto ora chiedono gli attori del nostro Paese alle produzioni americane. Quindi anche a sinistra conoscono il significato di sovranismo e dimostrano di apprezzarlo. Francesca Galici il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

Pierfrancesco Favino è uno degli attuali interpreti del cinema italiano. Per molti è l'erede dei grandi nomi che nella seconda metà del Novecento hanno contribuito a creare il mito di Cinecittà, della Dolce vita ma, soprattutto, interpreti di quei film straordinari che sono entrati di diritto nelle teche storiche del cinema mondiale. Apprezzato e quasi osannato da "quelli giusti", dai circoli che contano e dalla gauche italiana, consapevole che il suo orientamento politico fosse un plus nella società di oggi, Favino non ha mai fatto mistero di essere un simpatizzante della sinistra ma, soprattutto, di quelle battaglie da copertina che tanto funzionano sui media e per sentirsi in pace con la propria coscienza.

Eppure, all'improvviso, ecco che Pierfrancesco Favino si scopre sovranista. Non in senso lato ma in senso stretto, strettissimo. Alla Mostra del cinema di Venezia, uno degli eventi più radical chic del nostro Paese, c'era anche lui come protagonista di uno dei film in concorso. E così, durante una delle tante tavole rotonde, ecco che arriva il suo affondo. Il pomo della discordia? Il film Ferrari, produzione kolossal americana con attori americani. Ma come? Il protagonista è uno dei baluardi dell'italianità e non viene affidata la sua interpretazione a un italiano? I più maligni sostengono che il rancore di Favino non sia da ricercare in un sentimento patriottico, in quella "appropriazione culturale" che sventola come vessillo, ma nel fatto che a interpretare Enzo Ferrari, o uno degli altri protagonisti, non sia stato chiamato lui.

Favino da Venezia si è fatto portabandiera dell'orgoglio attoriale italico, della lesa maestà delle arti del Belpaese ignorate dalle produzioni internazionali. In coda all'attore si sono messi in tanti, che ora rivendicano il diritto, che sembra essere inalienabile, di essere protagonisti di tutte le produzioni in cui vi sia un personaggio italiano. Abbastanza comodo così, ennesima battaglia personale travestita da battaglia sociale che tanto piace a quelli giusti. Ma come mai si svegliano ora, Favino e soci, quando questa è una battaglia che diversi prima di loro hanno portato avanti nel mondo del cinema, senza mai avere nessun seguito o riscontro. Forse perché non sono parte di quel mondo elitario e ristrettissimo della sinistra culturale italiana? Ah, i misteri di questo Paese.

Alberto Mattioli per il Foglio - Estratti mercoledì 6 settembre 2023.

Prima gli italiani: nei musei, nei teatri e adesso anche al cinema. Non gli spettatori, beninteso, che si sono volatilizzati dal tempo, ma gli attori. Da Venezia, Pierfrancesco Favino si indigna perché nel biopic di Michael Mann su Enzo Ferrari il protagonista non è a chilometro zero come i tortellini, quindi modenese come sarebbe filologicamente corretto (certe “esse”, mi spiace, non si imparano, si succhiano col latte materna) e nemmeno italiano, bensì Adam Driver. 

“Appropriazione culturale”, accusa Favino, che peraltro è anche uno che sa anche recitare, cosa tutt'altro scontata per chi in Italia lo fa di mestiere (e non maramaldeggiamo ricordando quel che diceva uno che un po' se ne intendeva come Orson Welles ).

Segue dibattito, ovviamente. Con Favino, riporta il Messaggero, scendono in campo Alessandro Siani, Pupi Avati, Rocco Papaleo, Enrico Vanzina e addirittura Caterina Murino. Insomma, “fuori i barbari!”, come strillava Giulio II, e giù le mani dai nostri personaggi, Dio ce li ha dati e guai a chi ce li tocca. Inutile ricordare che, mettiamo, Burt Lancaster e Alain Delon non fecero poi così male nel Gattopardo , né Robert De Niro e Gerard Dépardieu in Novecento . Oppure, come spiega sul Corriere uno dei produttori di Ferrari , Andrea Iervolino, che un film con una star hollywoodiana si vende in tutto il mondo, quello con un protagonista che ha come prima e unica lingua il romanesco dentro il grande raccordo anulare (forse). 

Burt Lancaster e Alain Delon non fecero poi così male nel Gattopardo, né Robert De Niro e Gerard Dépardieu in Novecento. Oppure, come spiega sul Corriere uno dei produttori di Ferrari , Andrea Iervolino, che un film con una star hollywoodiana si vende in tutto il mondo, quello con un protagonista che ha come prima e unica lingua il romanesco dentro il grande raccordo anulare (forse) . Burt Lancaster e Alain Delon non fecero poi così male nel Gattopardo, né Robert De Niro e Gerard Dépardieu in Novecento. Oppure, come spiega sul Corriere uno dei produttori di Ferrari , Andrea Iervolino, che un film con una star hollywoodiana si vende in tutto il mondo, quello con un protagonista che ha come prima e unica lingua il romanesco dentro il grande raccordo anulare (forse). 

(...)  La sparata di Favino arriva dopo che Vittorio Sgarbi aveva festeggiato tutto giulivo la prossima espulsione dei tre direttori stranieri dei musei italiani di prima fascia (Brera, Uffizi e Capodimonte), che peraltro a fine anno se ne andranno comunque, in ossequio al decreto Franceschini. 

Poi Sgarbi si è autosmentito dicendo che stava scherzando, cucù, sorpresa (l'opposizione, al solito, sbaglia: questo governo non è una tragedia e nemmeno un dramma, ma una farsa), però è chiaro che riflette una mentalità diffusa. Prima del Meloni I, di sovrintendenti stranieri alla testa di fondazioni liriche ce n'erano quattro: adesso sono due, dopo la cacciata di Alexander Pereira dal Maggio e il decreto ad hoc per sbattere fuori Stéphane Lissner dal San Carlo. 

(...)

Questa voglia di autarchia è l'ennesima conferma che la concorrenza fa paura. 

Da adnkronos.com il 3 settembre 2023.

Attori, registi e doppiatori italiani appoggiano la 'battaglia' di Pierfrancesco Favino, che ha fatto sentire la sua voce dalla Mostra del cinema di Venezia 2023. "Il pubblico italiano tornerà ad avere fiducia nel cinema italiano quando vedrà gli attori italiani entrare nelle produzioni internazionali. È la piccola battaglia che io sto facendo per la quale dico che i ruoli italiani devono essere interpretati da attori italiani", dice l'attore, riscuotendo consenso ampio tra i colleghi. 

"La polemica di Favino io la condivido. Ha pienamente ragione. Visto che capita spesso che gli americani facciano film sugli italiani, ha perfettamente un suo senso che siano interpretati da italiani. Ferrari, un modenese, che viene dal Nebraska, fa un po’ ridere", dice all'Adnkronos il regista Pupi Avati. 

"Quando ho girato il film su Dante Alighieri, noi siamo stati tentati, sedotti dall’idea di farlo interpretare ad Al Pacino -rivela il maestro Avati- Ma per quanto lui sia un italo americano, poi ci siamo ricreduti. E grazie a Dio abbiamo scelto Sergio Castellitto e Alessandro Sperduti, quindi attori italiani. Il film ha avuto un grande successo e questo conferma che con attori italiani il film ha una credibilità assoluta maggiore". 

"Quello che dice Favino è assolutamente giusto: come loro pretendono di far interpretare gli americani agli americani, gli italiani devono essere interpretati d italiani. Anche perché se no la presa diretta, dove gli attori recitano senza essere doppiati, elemento fondamentale per valutare la credibilità dell’attore, come la valutiamo?". 

"Condivido l'invito ad avere un maggiore attenzione nei confronti degli attori italiani. Rispetto a film che raccontano storie di grandi italiani, magari realizzati anche da produttori americani, bisognerebbe considerare l'opportunità di affidare quei ruoli anche a attori italiani. In Italia c'è poca considerazione e si permette un po' tutto; allora c'è bisogno di una maggiore attenzione verso il cinema italiano e quindi andrebbe protetto", afferma all'Adnkronos l'attore e regista Marco Bocci. 

"Il tema posto da Pierfrancesco Favino, che è un mio caro amico, è una questione molto complessa, su cui bisognerebbe riflettere in maniera più approfondita e comunque il fatto che oggi ne stiamo discutendo dimostra l’importanza del tema", le parole all'Adnkronos del regista premio Oscar Gabriele Salvatores. 

"Concordo pienamente con l'esternazione di Pierfrancesco Favino: trovo giusto quello che ha detto. Se si creano due fronti, uno a favore della dichiarazione di Favino e uno contrario, io sono con schierato con il fronte favorevole", dice l'attore e regista Rocco Papaleo. 

"Favino? Ha assolutamente ragione. Noi doppiatori in tempi non sospetti abbiamo fatto uno sciopero a favore di questo tema quando per i 'Promessi Sposi' furono prese persone straniere, tra cui Danny Quinn, e noi abbiamo detto 'grazie no: per i film italiani servono attori italiani'", dice all'Adnkronos Pino Insegno, attore e doppiatore italiano. 

"Come gli americani chiamano gli spagnoli per gli spagnoli, i portoghesi per i portoghesi, i cinesi per i cinesi, così noi italiani almeno per il nostro bagaglio culturale se dobbiamo fare Michelangelo, con tutto il rispetto per Charlton Eston, dovremmo preferire un Favino, o un Santamaria, e così via", sottolinea Insegno. Che per il film 'Ferrari', di Michael Mann, che racconta la parabola verso il successo del modenese Enzo Ferrari avrebbe "chiamato un attore italiano nuovo, bravo, che magari grazie a questa interpretazione diventa un attore famoso. Il problema infatti è che non c'è stato un ricambio generazionale importante", spiega.

"Gli attori si contano sulla punta delle dita purtroppo, ma non è colpa del fatto che non ci sono attori ma del fatto che non c'è un investimento culturale per accrescere le possibilità dei giovani di crescere", prosegue Insegno. E sul protagonista del film, Adam Driver, scherza: "Attore straordinario, ma che c'entra Enzo Ferrari con lui? E' vero che col trucco si fa miracoli, però... qui ci voleva un italiano". 

"Detto che la scelta degli attori la fanno i registi, Favino fa bene a portare avanti gli attori italiani. E se non lo fa lui, che in questo momento ha una grande esposizione, ben venga chi si prende la responsabilità di rompere gli argini della banalità e di raccontare qualcosa che magari si dice in uno stretto giro di persone ma poi nessuno ha il coraggio di dirlo ai quattro venti", osserva Alessandro Siani all'Adnkronos. 

Più tiepida la reazione di Giorgio Tirabassi: "E' vero che per fare grandi personaggi italiani attori bravissimi italiani non mancano certo. E' altrettanto vero che una produzione americana è libera di scegliere gli attori che vuole. Non ho un punto di vista chiaro sul tema sollevato da Favino e tuttavia eviterei di fare discorsi generici su una questione che ha aspetti complessi", dice all'Adnkronos.

Il Sì&No del giorno. Ruoli italiani ad attori stranieri, giusto lo sfogo di Favino? “Sì, la nostra Scuola è un’eccellenza e poi… Italians do it better”

Simona Branchetti (Conduttrice Mediaset) su Il Riformista il 6 Settembre 2023

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito aperto dalle parole di Pierfrancesco Favino che ha contestato l’assegnazione di ruoli di personaggi italiani ad attori stranieri. Abbiamo chiesto un parere sulla questione a Luciano Nobili, esponente di Italia Viva, che ritiene sbagliato lo sfogo dell’attore, e a Simona Branchetti, conduttrice Mediaset, che, invece, ritiene giuste le argomentazioni di Favino.

Qui di seguito, l’opinione di Simona Branchetti.

Pierfrancesco Favino ha lanciato un appello che mi sembra sia stato vittima di una torsione fuorviante: siano gli attori italiani a interpretare i grandi italiani che portiamo sul grande schermo. Ed è stato subito lapidato da chi intravvede in una nota simile del sovranismo. Perché in Italia qualunque cosa deve essere buttata in politica e politichese, e se si afferma qualcosa di simile allora si diventa di destra e dunque da lapidare. Premesso che io nutro i miei dubbi sul fatto che Pierfrancesco Favino, forse il miglior attore italiano, possa essere di destra (né mi interessa saperlo), egli non ha minimamente sostenuto che gli attori italiani debbano prevalere solo perché’ italiani. Ha semplicemente detto che sarebbero più adatti a interpretare personaggi che sono italiani, e che dunque recano con se una certa loro unicità culturale, mimica, valoriale.

Con una battuta rubata al grande Carosone verrebbe da dire “Tu vuo’ fa l’americano”… già ma “si nato in Italy”; e allora perché non usare un attore italiano per valorizzare appieno l’Italianità di uno dei brand più famosi al mondo, cioè Ferrari?

Favino ha ragione nel rivendicare il ruolo degli italiani come protagonisti della fabbrica cinematografica italiana. A maggior ragione per interpretare il ruolo di Enzo Ferrari, un modenese, papà del cavallino simbolo dell’italianità nel mondo. Cosa può raccontare il seppur bravo Adam Driver dal Nebraska, di quel rombo di motori, di quella scuderia, di quella famiglia cresciuta a pane e olio e rombi nel cuore di quella che oggi è la motor valley più famosa e prestigiosa al mondo? Come fa a mettere a fuoco il tessuto culturale, sociale, valoriale che ha portato alla creazione di un mito che è solo, tipicamente e tutto italiano?

Vuoi mettere il trasporto emotivo che avrebbe potuto avere un Gassman, un Favino – per citare solo quelli già citati – nel ruolo del grande patron fattosi grande nella Padania degli anni 60? Lo stesso Pupi Avati con un po’ di ironia ha sorriso di fronte all’idea di un “Ferrari Made in Nebraska” pur ammettendo che anche lui quando ho girato il film su Dante Alighieri, è stato tentato dall’idea di farlo interpretare ad Al Pacino, ma di aver poi fortemente voluto Sergio Castellitto e Alessandro Sperduti.

E passi pure l’ottima esperienza di Lamborghini dove un cast tutto americano e la coinvolgente storia ha avuto il buon effetto di rendere la pellicola internazionale, ma non ha comunque risparmiato lo spettatore dal vivere una sorta di estraneità, di distacco emotivo nel vedere sullo schermo quello che ad alcuni è apparsa un’americanata con qualche salto emotivo, primo fra tutti la mancanza di un timbro decisamente italiano che ti riportasse immediatamente, anche ad a occhi chiusi a quella memoria tutta nostrana. Se il nostro paese ha un valore nel mondo è prima di tutto grazie alle nostre eccellenze, brand come Ferrari, Lamborghini e non solo, ma anche facce e interpreti unici come Totò, Mastroianni, Gassman, Sordi, attrici come Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Monica Vitti, Virna Lisi, che l’America provó a soffiarci senza per fortuna riuscirci.

Abbiamo una scuola cinematografica d’eccellenza che continua a sfornare talenti forse si, un po’ trascurati, ma non certo meno eccellenti di interpreti d’oltreoceano. E allora pellicole come queste non possono che essere occasioni perse per il nostro paese, per riscoprirne l’Italianità, la storia, e per la nostra industria cinematografica che ha talenti tuttora molto da dare, perché “Italians do it better “. Dovremmo ricordarcelo più spesso

Simona Branchetti (Conduttrice Mediaset)

Il Sì&No del giorno. Ruoli italiani ad attori stranieri, giusto lo sfogo di Favino? “No, la storia del nostro cinema più grande non conosce bandiera”. Luciano Nobili su Il Riformista il 6 Settembre 2023

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito aperto dalle parole di Pierfrancesco Favino che ha contestato l’assegnazione di ruoli di personaggi italiani ad attori stranieri. Abbiamo chiesto un parere sulla questione a Luciano Nobili, esponente di Italia Viva, che ritiene sbagliato lo sfogo dell’attore, e a Simona Branchetti, conduttrice Mediaset, che, invece, ritiene giuste le argomentazioni di Favino.

Qui di seguito, l’opinione di Luciano Nobili.

Indispensabile premessa: Pierfrancesco Favino è un attore straordinario. Probabilmente il miglior interprete cinematografico che l’Italia possa vantare oggi. Basterebbero la sua immedesimazione in Tommaso Buscetta ne “Il traditore” di Bellocchio, la sua metamorfosi in Bettino Craxi nel film di Gianni Amelio e la sua struggente interpretazione in “Nostalgia” di Mario Martone – solo per stare ai suoi ultimi successi – per riconoscerlo, senza aprire il dibattito. Così come ha commosso e convinto tutti il “suo” Comandante Todaro che ha aperto l’ottantesima edizione della Mostra del Cinema in corso a Venezia. Favino, peraltro è uno dei pochi volti del cinema italiano che ha riconoscibilità internazionale e che lavora all’estero. Ha partecipato a film di grande successo, da “Una notte al museo” a “Le cronache di Narnia”, da “Miracolo a Sant’Anna” diretto da Spike Lee fino a “Angeli e Demoni” e “Rush” di Ron Howard. Ha persino ricevuto il prestigioso riconoscimento di entrare a far parte del ristrettissimo novero dei giurati italiani dell’Academy, che partecipano all’individuazione dei candidati agli Oscar.

Insomma, possiamo certamente escludere che Favino parlasse pro domo sua o di cose che non conosce quando ha lanciato un pesante j’accuse contro la scelta di un attore americano per interpretare Enzo Ferrari nel film di Mann presentato alla Mostra. Aveva, immagino, l’intenzione di difendere i colleghi e il cinema italiano da quella che ha – addirittura – definito “appropriazione culturale”. Un po’ come l’accusa che colpì la Disney nei confronti del popolo maori per “Oceania”. Nonostante ciò, credo proprio che Favino si sbagli. E non solo perché il cinema italiano, dopo il disastro del Covid, vive una timida fase di ripresa e di ritorno in sala degli spettatori, anche se con trend disomogenei che vanno assolutamente consolidati. Ripresa testimoniata proprio a Venezia dalla presenza di ben sei titoli italiani in concorso. E neanche perché Micheal Mann – che è un regista di livello indiscutibile, uno degli ultimi maestri di cinema del nostro tempo – si è trasferito per mesi a Modena per studiare le radici e lo spirito del Drake e perché la produzione del film porterà un indotto importante a quel territorio e non solo, di cui dovremmo essere felici. O perché un’icona assoluta del nostro paese come Enzo Ferrari è stato interpretato oggi da Adam Driver come lo è stato ieri da Sergio Castellitto e chissà domani chi tornerà a impersonarlo. Ma soprattutto perché la storia del nostro cinema più grande non conosce bandiera, ed è costruita con lo sguardo di grandi cineasti che hanno saputo scegliere, di volta in volta, il meglio per i loro film. E perché ci sono interpreti “stranieri” che sono consustanziali ai grandi capolavori per i quali siamo amati in tutto il mondo.

Cosa sarebbe stato “Il Gattopardo” senza Burt Lancaster e Alain Delon o “Le mani sulla città” senza Rod Steiger? Cosa sarebbe stata “La Strada” di Fellini senza lo Zampanó di Anthony Quinn? Come si fa a pensare a “Novecento” di Bertolucci senza Depardieu e Robert De Niro? Cosa sarebbe stato il cinema di Sergio Leone senza Clint Eastwood? Perché se c’è – piuttosto – una battaglia da fare oggi nel cinema non è quella contro la provenienza di questo o di quell’attore, ma perché si tratti di un interprete in carne ed ossa e non un prodotto dell’intelligenza artificiale, battaglia che stanno conducendo gli attori oltreoceano e che dovrebbe preoccupare anche in Europa. E perché, vivaddio, il cinema è arte, libertà, trasfigurazione. Non ha confini né nazioni.

Torniamo a far grande il nostro cinema, costruiamo uno star system italiano, lavoriamo sulla qualità delle nostre opere cinematografiche lasciando da parte le polemiche. Contrastiamo il sovranismo in politica, ci manca solo di vederlo applicato alla settima arte. Luciano Nobili

Prima Picchio. Meno male che Favino c’è e altre baruffe chiozzotte. L’attore italiano, da Berlino a Venezia, sa come stare sulla scena e come tenere in piedi il mondo dei giornali (peccato che i giornalisti non lo capiscano).  Guia Soncini su L'Inkiesta il 4 Settembre 2023 

Meno male che Favino c’è. Meno male che Pierfrancesco Favino esiste e, oltre all’evidente fighezza, porta in dote anche una dose di mestiere ormai fuori moda.

Meno male che Pierfrancesco Favino non pensa che il mestiere degli artisti non sia porsi il problema di come funziona l’infernale macchina dentro cui si muovono, e quindi si mette una giacca borgogna perché, andando a presentare uno di quei film che in postmodernista si definirebbero «tutti maschi», sa che sul tappeto rosso saranno in dieci con la giacca nera, e sarà visivamente un disastro, e qualcuno con uno straccio di colore ci vuole.

Meno male che Pierfrancesco Favino legge i giornali, sa che devono fare un titolo, e si pone il problema di farglielo fare, problema che di sicuro non si era posta la moderatrice della conferenza stampa di “Adagio”, il secondo film con Favino passato a Venezia in tre giorni. A un certo punto della come sempre noiosissima presentazione ai giornalisti, il regista Stefano Sollima, e uno degli altri attori, Valerio Mastandrea (un altro che sa cosa e come funziona, non per nulla è cresciuto al Maurizio Costanzo Show), cominciano a palleggiarsi un cazzeggio che non sia lo strazio di quanto ci stimiamo e quanto ci è piaciuto fare questo film.

Sollima dice che inizialmente la storia era quella di tre vecchi ex boss criminali, Mastandrea l’avrebbe letto e avrebbe obiettato che mica poteva fare la parte del vecchio, Sollima gli avrebbe suggerito di chiedere al figlio se lo reputasse giovane. Però anche tuo figlio, ma tuo figlio è più grande del mio, e a quel punto Mastandrea dice una di quelle cose che si dicono solo per chiamare i bis, ovvero: «magari di questo dovremmo parlarne dopo». E la moderatrice, adatta al ruolo come io lo sono al balletto sulle punte: magari, sì. E come niente uccide l’unico momento vitale di quella mezz’ora riportandoci alle inquadrature, la trilogia, la tantissima rava e pochissima fava per cui nessuno ma proprio nessuno compra un giornale. Mi piace pensare che qualcuno tra i cronisti pianga sommessamente: e io il titolo come lo faccio?

Mi piace pensare che in quel momento Favino decida d’essere il supereroe che salva i giornali. Che la parte di Enzo Ferrari avrebbe dovuto farla un italiano è un anno che lo ripete, e ogni volta ci fanno il titolo, ma chissà perché giovedì si erano distratti, quando l’aveva detto appena arrivato al festival. Me lo vedo Favino che s’incarica di trovare a tutti noi un titolo, e – poiché probabilmente è anche l’ultimo rimasto che legga i giornali – sa che nulla è più inedito dell’edito, e quindi prende da parte un cronista qualunque, ne basta uno tanto poi tutti ricalcano, e gli dice guarda che nei filmati dell’altroieri e di sei mesi fa puoi trovare la notizia di oggi.

«Quel che sta succedendo è che grandi attori – non parlo di me – non vengono mai considerati per ruoli da italiani che sono i protagonisti della storia. Senza contare il fatto che per me è una novità che Ferrari non parli italiano o che i membri della famiglia Gucci parlassero tra loro in americano. Tutto questo da noi passa sotto silenzio, mentre stiamo assistendo a una sollevazione nel mondo al rispetto delle minoranze, delle specificità, delle nazionalità. Siamo l’unico Paese, non me ne viene in mente un altro: Ridley Scott gira il “Napoleon” in Francia, ma è una produzione inglese, non francese. E so per certo che qualche francese storce il naso. Ma nessuna produzione oserebbe mai chiedere a un attore americano di fare Yves Saint-Laurent».

È quel che ha detto Favino sabato? Macché: è quel che ha detto Favino a febbraio, al festival di Berlino. Lì, passava il film in cui Helen Mirren fa Golda Meir. A Venezia, quello in cui Bradley Cooper fa Leonard Bernstein. In entrambi i casi, ci sono state polemiche per l’antisemitismo (buonanotte) del far interpretare personaggi ebrei ad attori non ebrei. Poiché sognarsi antisemitismo è la forma di suscettibilità che si concedono quelli normalmente non suscettibili, sono due casi in cui ha protestato anche chi aveva trovato ridicole le polemiche per una Cleopatra non africana.

Degli italiani non importa a coloro che non hanno ben capito che il lavoro d’un attore non è fare sé stesso ma interpretare appunto altro da sé, e quindi vogliono il trans per fare il trans, il coreano del sud per fare il coreano del sud (se è del nord è appropriazione culturale), e il paralitico per fare il paralitico (che però se per metà film camminava è un problema: se pensate stia inventando, vi siete dimenticati le polemiche per Eddie Redmayne che interpreta Stephen Hawking).

Ma neppure importa a coloro che si straniscono se Bradley Cooper si mette un naso posticcio per interpretare un direttore d’orchestra ebreo. Degli italiani non importa nulla a nessuno perché, come lamentò Favino a febbraio, ci dicono che non siamo una minoranza; e, come diceva Silvio a Tony nel miglior dialogo dei “Soprano”, a nessuno importa che ai miei nonni sputassero addosso perché erano calabresi.

Sabato, quando Favino ha fatto fare un titolo a tutti i giornali rivendicando posti di lavoro per gli attori italiani i cui personaggi vengono arrubbati da Adam Driver, ai migliori di noi è venuto in mente Gary Cooper – che, ci spiegavano nei “Soprano”, non ha mai sofferto quanto noi italiani. Ma, spiegava il saggio Tony, oggi apparterrebbe comunque, Gary Cooper, a un qualche gruppo identitario dedito al vittimismo, «i cristiani fondamentalisti, i cowboy stuprati, i gay» (ovviamente Silvio non capiva, e chiedeva se Gary Cooper fosse gay).

Quelli che non avevano i “Soprano” nel repertorio delle citazioni hanno detto eh ma però Favino ha interpretato D’Artagnan, scambiando la metastoria di Giovanni Veronesi per un film in cui Favino era davvero un moschettiere. L’opinionismo in mancanza di basi non può salvarlo neanche Favino, che pure coi guai del presente s’impegna assai, tra giornali moribondi ai quali fornisce una sleppa di clic, e posti di lavoro che s’impegna a difendere con un piglio che neanche Di Vittorio.

«Se vieni da noi e hai la possibilità di avere il 40 per cento di tax credit, allora deve esserci una regolamentazione», aveva detto a febbraio. Prima gli attori italiani, intendeva, riuscendo comunque a restare di sinistra, sennò che fuoriclasse sarebbe.

«Una volta Ferrari l’avrebbe interpretato Gassman», ha detto la settimana scorsa. Prima gli attori del Novecento, abbiamo pensato tutti, ma nessuno l’ha detto, tutti impegnati a dire «Picchio, che ce la facciamo una foto?». Una volta Gassman aveva interlocutori all’altezza, Favino ha noialtri e insomma è andata così.

In TV.

Forum Retequattro Mediaset 14 settembre 2023. L’argomento è la lite tra condomini, di fatto è razzismo contro i meridionali. Daniela amica di Antonella: “Ora, c’è questa persona che si sente diffamata e si è offesa perché Antonella ha detto che lei e suo marito sono una coppia diabolica. Eh, ma come dice il proverbio: Errare è umano e perseverare è diabolico. Ed è chiaro che questa coppia continua a disturbare Antonella nonostante i richiami e senza nessun rispetto per lei. Comunque, va bene. La gente del Sud è più rumorosa di quella del Nord. Per esempio, sappiamo tutti che, quanto si usi il clacson da Roma in giù, anche quando non serve. E c’è un sacco di gente che va in giro in motorino senza casco, o in due o in tre sul monopattino e delle regole se ne fregano. Scene che qua al Nord non vedete mai. Ovviamente, anche al sud c’è chi si comporta bene, ma queste cose succedono solo lì. E conoscendo la mia amica, sinceramente non posso credere che ce l’abbia con la gente del Sud. Ce l’ha con queste persone del Sud, non con tutti quelli del Sud. Io credo, invece, che sia scoppiata psicologicamente per la tortura che l’hanno sottoposta questi vicini. Perché la privazione del sonno è una vera tortura, che può fare impazzire la gente. C’è anche il fatto che Antonella è una sensitiva con una sensibilità più acuta rispetto a quella delle persone normali. Lei vede e sente cose che noi non vediamo e non sentiamo, figurarsi lei ad essere sottoposto ad un bombardamento continuo di colpi e rumori, che vanno avanti tutto il giorno e tutta la notte. Chiaro che, ad un certo punto, possa succedere di perdere la lucidità e lasciarsi scappare qualche parola di troppo. Ma chi provoca questa situazione? E’ possibile che nel 2023 ci sia ancora gente, che invece di dimostrarsi collaborativa va alla ricerca dell0oscontro? E sappia solo dire: a casa mia faccio quello che voglio”.

Maria Grazia Landlady

In Mediaset c'è un continuo e strisciante intendo a mettere in cattiva luce il sud, con trasmissioni, oltre a Forum ma anche a C'è Posta per te, ove i protagonisti "coloriti" sono sempre meridionali. Con fiction che oramai hanno stancato, che rappresentano un sud =mafia. 

Pietro Montalbano

Maria Grazia Landlady facciamo una bella petizione.. 

Maria Grazia Landlady

Pietro Montalbano io ho smesso da tempo di guardare c'è posta per te e certe fiction di Mediaset, tipo Maria Corleone, un obbrobrio 

Anto Zanardelli

Non è risentimento si tratta solo di buona educazione,provate ad avere vicini di casa che se né fregano delle regole poi parlate

Giusy DG

Anto Zanardelli E a te chi te lo dice che è vero? Secondo me , dopo aver sentito come ragiona, si capisce perfettamente che la percezione è falsata dalla sua necessità. E non da veri fatti accaduti. È tutto ovvio. La colpa è delle pareti sottili, non di chi vive la vita normalmente 

Anto Zanardelli

Giusy DG ma pensa che il giudice ha detto che è vero il suo problema è stato lo stalking comunque provate ad avere vicini di casa maleducati io ne so qualcosa e siccome con educazione non vogliono capire bisogna fare tutto quello che loro fanno agli altri

Giusy DG

Anto Zanardelli No , il giudice non ha affatto detto questo. Anzi , guardava la signora fattucchiera con una faccia quasi disgustata. Ovviamente non può schierarsi.  

Vincenzo Capurso

La signora meridionale innanzi tutto dovrebbe gesticolare un po' meno e poi...

non è che toccando le corde di uno pseudo razzismo dei settentrionali nei confronti dei meridionali, può giustificare comportamenti a dir poco irrispettosi nei confronti di chicchessia.

Quanto al "voi meridionali" non e del tutto inappropriato perché è il risultato di un'osservazione statistica pari a quella che TUTTI adoperiamo per i migranti anzi invasori (giusto per non prenderci in giro)...

e per statistica bisogna intendere non quanti, fra tutti i migranti sono cattivoni ma, di tutti i reati quale sia la percentuale commessa dai migranti... idem dicasi per i meridionali del mondo o chicchessia.

Spero aver reso l'idea in misura sufficiente da non consentire fraintendimenti.

P.S.

Sono meridionale ma né campanilista né ipocrita sia ove si tratti di "compaesani" che, ancor più, di migranti. 

Arianna Trombini

Forum può ospitare chi desidera, però avallare e promuovere l'opera di questi personaggi lo trovo deplorevole  

Liliana Proietti

io ho girato canale sentire ste cretinate x raggirare la gente mi fa innervosì!!!

Coronavirus, Palombelli: “Al Nord più diffuso perché ligi al dovere”. Asia Angaroni il 21/03/2020 su Notizie.it. Sono le regioni del Nord Italia a essere più colpite dall'allarme Coronavirus: Barbara Palombelli ha dato una spiegazione, ma molti non hanno gradito. Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte: è il Nord Italia a essere più coinvolto dall’emergenza Covid-19. Secondo gli esperti, sono le polveri sottili ad accelerare la diffusione dell’infezione, in particolare nella Pianura Padana. Intervenuta sull’allarme Coronavirus al Nord, Barbara Palombelli ne ha dato una sua interpretazione. In molti, tuttavia, pare non abbiano gradito il suo commento. Spiazzati i cittadini del Sud, che ora fanno appello al marito Francesco Rutelli, affinché prenda le distanze dalla moglie. “Il 90% dei morti è al Nord perché sono tutti ligi e vanno a lavorare”. Con queste parole Barbara Palombelli, nel corso della sua trasmissione Stasera Italia, in onda su Rete 4, ha spiegato qual è per lei il motivo per cui siano più numerosi al Nord Italia i contagi e i morti causati dal Covid-19. Sicuramente la celebre presentatrice, moglie dell’ex sindaco di Roma, si riferiva alla facile trasmissione del virus legata al maggior numero di persone che si muove da una città all’altra. Le cifre, nelle grandi metropoli del Nord, risultano più consistenti. Essendoci più gente che si muove, la rapidità e la facilità del contagio rischiano di salire esponenzialmente. Tuttavia, il Sud non ci sta e attacca: “Non ci sono giustificazioni: è un’infamia“. Per alcuni, simili parole esigevano delle “scuse immediate” da parte della Palombelli. E ancora: “Uno scivolone, anche se intollerabile, può capitare”. Ma a dare l’esempio, secondo il giudizio di alcuni, deve essere il marito Francesco Rutelli. A detta di alcuni, infatti, in nome del suo ruolo istituzionale e del suo passato politico, dovrebbe discostarsi dalle affermazioni della moglie, prendendo le difese del Sud.

Barbara Palombelli, polemica sul coronavirus: "Più morti al nord perché più ligi? E il Sud insorge. Libero Quotidiano il 21 marzo 2020. Barbara Palombelli nel mirino dei social. La conduttrice di Stasera Italia è finita al centro della polemica a causa di una frase sul coronavirus. "Il 90 per cento dei morti è nelle regioni del nord. Cosa può esserci di diverso? Persone più ligie, che vanno tutte a lavorare?" ha chiesto la Palombelli ai suoi ospiti nello studio di Rete Quattro. Una frase che ha immediatamente fatto indignare gli utenti del web che si sono scagliati così: "Un esempio di razzismo, in piena emergenza coronavirus. Seconda la Palombelli, il coronavirus ha fatto più morti al Nord perché lì 'sono più ligi e vanno a lavorare'", è uno dei commenti più leggeri che su Twitter si sono susseguiti. Eppure il contesto era totalmente diverso e la frase estrapolata e interpretata in malo modo.

L’assurda tesi anti Sud della Palombelli: “Al Nord più contagiati perché vanno a lavorare”. «Come il 90% dei morti da coronavirus in Italia si è registrato al nord?”. Barbara Palombelli, giornalista e conduttrice del programma d’informazione, ‘Stasera Italia’ (Rete 4), porge la domanda al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, una delle aree più colpite dal coronavirus. Ma prima di passare la parola al sindaco, Palombelli aggiunge: “Vi sono delle motivazioni particolari? Ci sono delle persone più ligie che vanno sempre a lavorare?”. Redazione de Il Riformista 21 Marzo 2020

Barbara Palombelli nella bufera per battuta sul Sud: «Più casi di coronavirus al Nord perché tutti lavorano?» Il Mattino Sabato 21 Marzo 2020. Barbara Palombelli nella bufera sui social per una domanda sul coronavirus. «È venuto fuori che il 90% dei morti» per coronavirus «è nelle regioni del Nord. Che cosa ci può essere stato di più? Comportamenti di persone più ligie che vanno tutti a lavorare?». Così Barbara Palombelli parlando dell'emergenza coronavirus in Italia durante la trasmissione Stasera Italia su Rete4. La domanda che la conduttrice del programma ha rivolto ai suoi ospiti ha innescato una bufera sui social. «Cara Barbara Palombelli, che brutta caduta di stile. In un momento così difficile per l'Italia intera, lei cosa fa? Squallide insinuazioni»; «Per cotanta bassezza intellettuale provo solo tanta pena»; «Scivolone assurdo di Barbara Palombelli, considerazione spicciola e gretta. Andiamo anche noi terun a lavurà»; «Ma davvero? Ma questa gente non è mai stata a sud di Assago? Ma che credono che noi viviamo sugli alberi? Io non ho parole!!! #barbarapalombelli si vergogni!», sono alcuni dei commenti che si leggono su twitter.

Luca Telese? Vietato dire "indigeni" (ma "terroni" va bene): il mondo al contrario. Claudio Brigliadori  su Libero Quotidiano il 10 settembre 2023

Chi ha paura degli “indigeni”? Luca Telese, sicuramente. Scena surreale a In Onda, su La7, con il padrone di casa che inquietato bacchetta in diretta Francesco Specchia, nostro collega di Libero. Tutto tranne che un pericoloso fascistoide, men che meno razzista. Eppure, meritevole di censura linguistica. Ricapitoliamo. Si parla del caso Caivano, con annessa polemica sul decreto “legge e ordine” varato dal governo e sul maxi blitz al Parco Verde.

«Un ripristino simbolico, una bonifica totale del territorio ma graduale - premette Specchia in collegamento da Milano -. Finora non sono stati ottenuti risultati... I ragazzi di Caivano, lo dicono gli stessi circoli del Pd, hanno applaudito pur in silenzio l’operazione della polizia, per non parlare di Don Patriciello e dei parrocchiani. Quel blitz ci voleva. La Bindi si è dimenticata di dire che i genitori a cui viene revocata la potestà genitoriale perché non mandano i figli a scuola sono quelli camorristi».

Quindi la frase contestata. «Se la camorra utilizza gli indigeni, i ragazzi del territorio...». Telese interrompe Specchia: «Non diciamo indigeni». Francesco sgrana gli occhi: «Indigeni in senso tecnico ed etimologico», si giustifica per spirito di cortesia, visto che non ce n’era alcun bisogno. «Eh lo so ma le parole sono importanti - rincara il conduttore -. Se li definisci indigeni siamo al colonialismo». «Luca, io sono indigeno di Milano e tu sei indigeno di Roma», replica Specchia. Al che a Telese scappa la frizione: «No io sono cittadino del mondo e ultra terrone». Riassumendo: “indigeno” è vietato, “terrone” è lecito. E tutto questo nel magico mondo della sinistra televisiva. 

Il capitale (umano). La guerra impossibile della Lega agli insegnanti terroni. L'Inkiesta il 20 Giugno 2011

Tra le varie categorie di lavoratori non indigeni che rubano il lavoro a quelli padani, da qualche tempo la Lega ha deciso di prendersela con gli insegnanti meridionali. E’ noto, nel settore scolastico importare forza lavoro dall’estero è per ovvie ragioni non facile e dunque la Lega può tornare al suo antico amore: la guerra ai terroni. Il provvedimento varato nel 2009 dal Ministro Gelmini che stabiliva la riapertura delle graduatorie a esaurimento su base provinciale con inserimento in coda degli insegnanti provenienti da altre province, altro non era che un tentativo maldestro di compiacere le istanze leghiste. E il caos conseguente alla prevedibile dichiarazione di illegittimità dello stesso da parte della Consulta è il prezzo che tutto il sistema scolastico paga alle ragioni di una politica che non vuole tenere conto delle condizioni strutturali del nostro paese.

Quello che con toni spesso razzisti la Lega ci ricorda, è che gli insegnanti non sono poi così diversi dagli altri lavoratori. Tant’è che vanno a cercare l’occupazione dove è possibile trovarla.

Nel grafico qui sotto, tratto da uno studio Banca d’Italia in parte pubblicato nel Rapporto sulla Scuola 2009 della Fondazione Giovanni Agnelli, vediamo che i flussi migratori sono essenzialmente unidirezionali. Gli insegnanti del sud si spostano al centro-nord mentre il contrario non è quasi mai vero.

Ma se la scuola è un servizio pubblico presente su tutto il territorio italiano per quale ragione si rende necessario un tale esodo?

È presto detto: come in ogni settore, anche in quello del lavoro scolastico esistono condizioni strutturali e di mercato che creano squilibri e necessità di riallineamento.

La prima condizione di struttura è la demografia: la domanda di servizi scolastici è rappresentata dagli studenti presenti sul territorio, ma nei 10 anni che vanno dal 1997 al 2007, il numero di individui in età scolare è diminuito del 9% al sud, ed è aumentato al centro e al nord rispettivamente del 4% e del 12%. La ripresa nell’Italia centro-settentrionale è dovuta essenzialmente alla presenza di prime e seconde generazioni di giovani immigrati. I significativi flussi migratori degli ultimi vent’anni e le conseguenti regolarizzazioni di massa (che danno stabilità e prospettiva ai progetti di vita dei lavoratori stranieri) comportano ricongiungimenti familiari e picchi nei tassi di fertilità che alla fine si traducono in un maggior numero di “nuovi italiani” e dunque nuovi studenti.

Ma perché la maggior domanda di insegnanti al nord non può essere soddisfatta da forza lavoro locale?

Per una semplice ragione: anche per gli insegnanti esiste una “crisi delle vocazioni” ma, a differenza del sacerdozio, nella scuola la crisi è indotta da più semplici ragioni economiche.

Qui di seguito riportiamo il differenziale salariale a 5 anni dal conseguimento del titolo tra laureati che abbracciano la professione dell’insegnamento e laureati nelle stesse discipline che intraprendono altre strade.

Si osserva come questo sia molto elevato per i laureati del comparto tecnico-scientifico, mentre è abbastanza contenuto per il comparto linguistico-letterario. I primi hanno opportunità lavorative alternative significativamente più redditizie dell’insegnamento. Questa ragione, sommata a quella della precarietà – un insegnante sopporta in media in Italia 10-11 anni di precariato prima dell’inserimento in ruolo – determina il fatto che, al nord, le graduatorie per l’immissione in ruolo nelle materie tecnico-scientifiche siano in molti casi esaurite o in via d’esaurimento (e rendono necessaria l’importazione di altra forza lavoro), mentre quelle delle materie linguistiche-letterarie presentino code d’attesa molto lunghe, che in altre zone d’Italia diventano addirittura chilometriche.

Alcuni direbbero che la ragione della crisi delle vocazioni potrebbero avere a che fare anche con il presunto calo della considerazione sociale per il ruolo degli insegnanti (deficit di status). Ma questo è in parte una conseguenza del relativo svantaggio economico e lavorativo.

Lo squilibrio tra domanda e offerta di insegnanti nelle scuole del nord, dunque, genera la necessità di accogliere nelle graduatorie insegnanti provenienti da altre aree del paese. Il fatto che questi si sobbarchino anche l’onere della migrazione a fronte di trattamenti economici non privilegiati è di per se rivelatore delle inesistenti prospettive occupazionali nelle loro regioni d’origine. Ma il problema della Lega è che essi arrivano al nord con punteggi e anzianità spesso più elevati di quelli dei pochi insegnanti autoctoni in lista d’attesa, sopravanzandoli.

Esistono dunque insegnanti settentrionali le cui aspettative d’ingresso in ruolo sono frustrate dai nuovi arrivi. È un problema serio che però non chiama in causa questioni relative ai livelli di qualificazioni degli insegnanti (la scuola del nord è piena di insegnanti meridionali eppure è quella con risultati migliori) o alle presunte discontinuità didattiche causate dalle domande di trasferimento degli insegnali meridionali desiderosi di tornare verso lidi più caldi (0,6% delle domande accettate su base annua).

Ma ha a che fare, come detto, con fattori strutturali e in parte non malleabili (sviluppo economico e demografia nel mezzogiorno) e con gli incentivi necessari ad attrarre giovani “padani” nella professione insegnante. Tuttavia, se migliorare il trattamento economico degli insegnanti o ridurne la precarietà di certo attrarrebbe più giovani settentrionali nella professione, al contempo finirebbe con l’esasperare i flussi migratori (migliori condizioni di reddito e di lavoro allevierebbero i costi della migrazione). Dunque, agire solo su questa leva non darebbe ai leghisti i risultati sperati.

Il punto cruciale, per uscire da un’ottica di mero antimeridionalismo e abbracciarne una più attenta alla qualità del servizio, è come si determina il match tra singolo insegnante e singola scuola. Il sistema rigido delle graduatorie iper-regolamentate che da quando non si tengono più concorsi è peraltro fortemente slegato dalla qualità professionale, nella pretesa di trattare tutti allo stesso modo in base a criteri “oggettivi”, determina anche grandi iniquità. Ad esempio, un brillante giovane precario sarà sempre discriminato rispetto a un vecchio cattivo insegnante.

Un sistema più flessibile dovrebbe prevedere che, a fronte di una certificazione professionale riconosciuta e con standard qualitativi identici su base nazionale, gli insegnanti possano scegliere le scuole in cui desiderano lavorare e le scuole possano scegliersi gli insegnanti da integrare nella propria squadra. Questo consentirebbe di esaltare il ruolo dell’autonomia scolastica (sancita dalla costituzione) e sposterebbe il focus dai punteggi e dalle provenienze alla mera professionalità degli insegnanti con un guadagno complessivo per l’intero sistema.

Ma si tratta certamente di un argomento complesso sul quale varrà la pena tornare.

Per mettere il razzismo alla berlina serviva l’ondata comica dei nuovi italiani. Nathan Kiboba, Yoko Yamada, Xhuliano Dule. E tanti altri. Sono i nuovi volti di Comedy Central, che ribaltano cliché e ironizzano sui tic. Emanuele Coen su L'Espresso il 3 Agosto 2023

Scontro di civiltà con il microfono in mano, a colpi di risate. È la linea dei comici trentenni, nuovi italiani e figli di migranti, che ironizzano sul razzismo, sui tic di italiani e stranieri, sfatando luoghi comuni e pregiudizi. «L’altro giorno ho visto un politico in tv che diceva: “Ormai in Italia esiste anche il razzismo contro i bianchi”. E c’è gente che ci crede, cazzo», esordisce Nathan Kiboba, originario della Repubblica democratica del Congo, ormai milanese, portato fin da bambino per la comicità e tra i volti di punta di Comedy Central. «Non può esistere il razzismo contro i bianchi. Voi siete troppo forti: siete riusciti a far stare il porno in un cellulare. Chi cazzo può essere razzista contro di voi». E ancora: «In Africa hanno già preso tutto quello che c’era da prendere: le ricchezze, le terre, tutto hanno preso. L’unica cosa che ci è rimasta nella vita è lamentarci del razzismo».

Si muove invece sul terreno della comunicazione e della comprensione Yoko Yamada che, a dispetto di nome e cognome, abita a Venezia ed è nata e cresciuta a Brescia. Madre italiana, padre giapponese. «Fin da piccola ho imparato due lingue diverse. Una con suoni molto armonici, melodici, fluidi, cioè l’italiano; l’altra più dura, austera, con suoni gutturali che quasi incutono timore: il bresciano». E infine Xhuliano Dule, 31 anni, cresciuto in Veneto da genitori albanesi, che prende in giro la sua cultura di origine. «L’unico gesto d’amore che farà un genitore albanese è non abortirti. Da quel momento in avanti sei da solo». E ancora: «Mio padre nella mia vita ha avuto lo stesso ruolo del padre di Bambi nella sua. È comparso un paio di volte a dare pessime notizie. E poi si è dileguato nell’ombra».

Myrta Merlino e il reddito: "Ho sempre difeso i meridionali. Ma..." Libero Quotidiano il 23 gennaio 2023

"Io ho sempre difeso i meridionali dall'accusa di non avere voglia di lavorare, ma in questo caso sono in difficoltà". A L'aria che tira Myrta Merlino alza le mani e manda in onda un servizio, sconcertante, su un signore di Palermo, disoccupato e percettore del reddito di cittadinanza. Davanti alle telecamere di La7, un ristoratore gli offre un posto di lavoro nel suo locale, e gli dà appuntamento per parlarne a quattr'occhi. Lui accetta, sia pur titubante, ricordandogli di non avere esperienza nel settore. "Mi basta che lei abbia voglia di lavorare", gli ribadisce l'imprenditore, che poi chiede: "Quanto prende di reddito?". "1.200 euro". "Le offro la stessa cifra".

Arriva il giorno dell'appuntamento, ma del percettore non c'è traccia. "Secondo lei, prende 1.200 euro al mese e accetta di prenderne altrettanti lavorando?", domanda sconsolato al giornalista di La7 il ristoratore. La Merlino torna alla carica, invita il percettore in trasmissione per ascoltare la sua versione dei fatti. Altro due di picche. "Si è defilato". Poi colpo di scena, il disoccupato telefona per dire la sua: un misto di spiegazioni raffazzonate, cavillose, che spazientiscono tutti. "Non è un bello spot per il reddito di cittadinanza", riconosce addirittura il grillino Michele Gubitosa, tirando in ballo le politiche attive del lavoro, la mancanza di comunicazione e le omissioni dei presidenti di regione. 

Va dritto al sodo invece Gian Luca Brambilla, imprenditore brianzolo anti-reddito: "Myrta, se dico quello che penso temo di passare per razzista. Vuoi la franchezza? Questa storia dimostra che c'è una differenza antropologica tra Nord e Sud. Se mi avessero offerto un posto da lavapiatti e poi chiesto di pulire un polpo, non avrei protestato ma avrei accettato. Mio padre mi avrebbe detto: 'Parti da lavapiatti per diventare uno chef'. Noi qua in Brianza abbiamo come obiettivo quello di 'rubare' il lavoro. Ed è così che abbiamo fatto fortuna".

Ai Musei.

La destra fa confusione fra arabi e maomettani, la sinistra fra egizi ed egiziani. CAMILLO LANGONE su Il Foglio il 23 settembre 2023.

Lo sconto al Museo egizio riservato ai visitatori di lingua araba? Potevano essere anche copti, maroniti, melchiti, tutti arabofoni e al contempo cristiani. Ma la "condivisione con le genti del paese d’origine di quel patrimonio"?

Iside, dea splendida, il caso del Museo Egizio ricorda l’incompatibilità fra precisione e politica. La destra, nella persona di alcuni importanti esponenti, fa confusione tra arabi e maomettani. Accusando il direttore Christian Greco di avere favorito tempo addietro i musulmani con uno sconto riservato ai visitatori di lingua araba. Che però potevano essere anche copti, maroniti, melchiti, tutti arabofoni e al contempo cristiani. La sinistra, nella persona del direttore Greco, a naso un immigrazionista, genera confusione tra egizi ed egiziani. Lo sconto venne ufficialmente motivato come “mezzo per condividere il prezioso patrimonio del museo con le genti del paese d’origine di quel patrimonio”. Come se quelle genti fossero all’origine di quel patrimonio. Gli egizi parlavano l’egizio, gli egiziani parlano l’arabo, imposto dalle spade del califfo. Gli egiziani credono maggioritariamente in Allah e minoritariamente in Cristo, gli egizi credevano in molte divinità fra cui Amon, Osiride e te, Iside. Fosse stato per gli islamici iconoclasti non è difficile immaginare che fine avrebbe fatto la tua bellissima faccia di pietra grigia: molto meglio starsene nel museo di Torino... (Ho parlato per amor di precisione, per avversione verso l’ottuso dualismo destra/sinistra, per attrazione verso i piccoli seni granitici della dea).

Camillo Langone. Vive a Parma. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "Eccellenti pittori. Gli artisti italiani di oggi da conoscere, ammirare e collezionare" (Marsilio).

La Lega attacca Christian Greco (museo Egizio): «Va cacciato, ideologico e razzista con gli italiani». Paolo Morelli su Il Corriere della Sera il 21 Settembre 2023.  

Il vicesegretario del Carroccio, Andrea Crippa, contro il direttore del sito museale torinese: «Nel 2018 decise uno sconto solo per i cittadini musulmani e io chiesi di protestare inondando il centralino di telefonate»

Un altro attacco a Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, ma sempre sul piano politico, questa volta arriva dalla Lega per bocca del vice segretario del partito, Andrea Crippa, intervistato da «Affari italiani». L'oggetto del contendere è ancora quella strategia di marketing che, in passato, ha causato il celebre scontro con Giorgia Meloni. La colpa? Aver promosso sconti «per i musulmani». 

Il caso del 2018

In realtà lo sconto era per chi parlava arabo ed era legato all'origine del museo stesso, perché tutti i reperti arrivano da un Paese arabofono e per il direttore era solamente un «gesto di dialogo» fra le tante promozioni che normalmente si fanno. 

«Qualche anno fa – ha raccontato Crippa – Greco decise uno sconto solo per i cittadini musulmani (arabofoni, ndr) e io chiesi ai cittadini di protestare inondando il centralino di telefonate. Lui mi denunciò, fui condannato in primo grado e assolto in secondo, vincendo la causa». Quel gesto creò non pochi problemi al Museo Egizio, in effetti. «Greco è un direttore di sinistra – ha proseguito Crippa – che ha gestito il Museo Egizio di Torino in modo ideologico e razzista contro gli italiani e i cittadini di religione cristiana. Va cacciato subito, meglio quindi se fa un gesto di dignità e se ne va lui». 

Crippa insiste e accusa Greco di razzismo, poi si rivolge direttamente al Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, che finora non ha mai commentato ma dovrà rispondere a un'interrogazione parlamentare dell''ex sindaca di Torino, oggi deputata 5 stelle, Chiara Appendino. «Faremo di tutto per cacciarlo – ha attaccato – e chiediamo a Sangiuliano di cacciarlo se non si dimette lui». Ma l'unico organo titolato a revocare o confermare la fiducia al direttore è il cda del Museo Egizio.

Gli egittologi per Greco

Gli egittologi italiani non ci stanno. Corinna Rossi, tra le prime firmatarie della lettera in favore di Greco, spiega: «Faccio notare che gli oltre 90 firmatari della lettera aperta corrispondono praticamente alla totalità delle persone competenti in materia Egittologica in Italia. E quindi sono coloro che, più di altri, posseggono strumenti e competenze per esprimere un giudizio obiettivo su Christian Greco. I curricula scientifici seri, peraltro, sono tutti online: basta consultare GoogleScholar o ORCID e paragonare fatti, non chiacchiere. Competenze e risultati sono come la matematica: non sono un’opinione». 

"Ticket solo per islamici". La Lega contro il direttore del museo Egizio: "Razzista con gli italiani". Ora che il contratto del direttore del museo Egizio dev'essere rinnovato, la Lega chieda che Christian Greco venga sostituito dopo l'iniziativa "Beato chi parla arabo". Francesca Galici su Il Giornale il 21 Settembre 2023.  

È scontro aperto tra la Lega e il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco. Il direttore è in scadenza di mandato e la sinistra, così come lo stesso Greco, vorrebbe si procedesse al rinnovo, ma ora la Lega alza le barricate e chiede la sostituzione della dirigenza del museo. "Il Museo Egizio di Torino viene pagato dai cittadini e lui ascolta solo la sinistra. È un razzista contro italiani e cristiani. Si dimetta subito, farebbe più bella figura", ha dichiarato Andrea Crippa, vicesegretario della Lega intervistato da Affaritaliani.it.

Tutto nasce alcuni anni fa, nel 2017, quando Crippa lanciò l'iniziativa "Beato chi parla arabo", con tanto di locandine in lingua araba, destinato esclusivamente ai cittadini stranieri. A loro veniva offerto un ingresso omaggio al museo Egizio dietro l'acquisto di un altro ticket. Un 2x1 che permetteva di risparmiare notevolmente alle famiglie arabe che desideravano visitare il museo di Torino. Iniziativa, dice la Lega, discriminatoria nei confronti degli italiani e dei cattolici. Ai tempi, il museo si difese dichiarando che si trattava di una mera operazione di marketing.

Il direttore la definì come "un mezzo per condividere il prezioso patrimonio del museo con le genti del Paese d'origine di quel patrimonio". Augusta Montaruli, invece, la definì un'iniziativa "assurda, ingiustificabile, discriminatoria nei confronti di chi non è arabo e anche offensiva nei confronti delle donne". Andarono all'attacco dell'iniziativa anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini, ai quali il museo replicò: "Per noi è un'operazione di marketing culturale, non certo politica e ci spiace se il nostro scopo non sia stato capito e che possa venir strumentalizzato".

Oggi che si discute il rinnovo dell'incarico, il tema torna di stretta attualità: "Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, faccia un gesto di dignità e si dimetta. Faremo di tutto per cacciarlo e chiediamo al ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, di cacciarlo se non si dimette lui", continua il vicesegretario della Lega. Greco ha risposto: "Mi valutino con criteri oggettivi. Sono qui da nove anni, puntiamo a un milione di ingressi, stiamo lavorando al bicentenario. Mi lasciano basito gli attacchi della politica". La questione è aperta: da sinistra hanno fatto quadrato attorno al direttore, che anche se dice che non fosse quello l'obiettivo, è evidente che ha scatenato una battaglia politica, che vede da una parte la Lega che considera discriminatoria l'iniziativa del direttore e dall'altra la sinistra da sempre esterofila e distante dal mondo reale.

Sgarbi difende Greco: “Accuse assurde di Crippa, il direttore resterà a vita al Museo Egizio”. La polemica a Torino. "Crippa che esiste la maledizione di Tutankhamon? Con questa sua uscita otterrà l’effetto contrario: il direttore resterà lì a vita". Redazione Web su L'Unità il 22 Settembre 2023 

Per Vittorio Sgarbi le accuse del leghista Andrea Crippa al direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco sono assurde. “Ma visto che parliamo di Egizi, lo sa Andrea Crippa che esiste la maledizione di Tutankhamon? Con questa sua uscita otterrà l’effetto contrario: il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, resterà lì a vita”, ha detto il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi in un’intervista a Il Correre della Sera Roma.

Crippa ha recuperato una polemica scoppiata nel 2018, quando anche l’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni arrivò a Torino per protestare contro la promozione dei due biglietti al costo di uno per i visitatori di lingua araba. Il vice segretario del Carroccio chiese ai cittadini di contattare il centralino del Museo per criticare, venne denunciato, condannato in primo grado e assolto in Appello. “Greco è un direttore di sinistra che ha gestito il Museo Egizio di Torino in modo ideologico e razzista contro gli italiani e i cittadini di religione cristiana. Va cacciato subito”, aveva detto Crippa ad Affari Italiani.

Il vice segretario della Lega aveva sollecitato un’azione al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ma l’unico organo che può sollevare il direttore è il cda del Museo Egizio. La comunità degli egittologi italiani ha destinato una lettera di solidarietà in favore di Greco: oltre 90 firmatari. Sgarbi, nei mesi scorsi arrivato allo scontro duro con Sangiuliano, ha condiviso l’atteggiamento del ministro di non intervenire sul caso.

“L’idea dello sconto a chi parla arabo, nel 2018, fu una precisa scelta di marketing – ha aggiunto Sgarbi – , un’operazione merceologica. Greco, che sa far funzionare il museo perfettamente, guardando le statistiche dei visitatori aveva notato che per il 60 per cento erano americani, poi venivano gli inglesi, i francesi, gli italiani ma nessun arabo. Così, ebbe questa pensata di promuovere gli ingressi delle persone di lingua araba”.

Redazione Web 22 Settembre 2023

Il Sì&No del giorno. Giusto chiedere le dimissioni del direttore del Museo Egizio? “No, sotto la sua direzione è diventato il quinto museo più visitato d’Italia”. Silvia Fregolent (Senatrice Italia Viva) su Il Riformista il 22 Settembre 2023

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla richiesta di dimissioni del direttore del Museo Egizio. Abbiamo chiesto cosa ne pensano ad Andrea Crippa (Vicesegretario Lega), che ritiene giusta la richiesta, e a Silvia Fregolent (Senatrice Iv), che al contrario la ritiene una richiesta ingiusta. 

Qui di seguito l’opinione di Silvia Fregolent.

“La cultura è universale”. Così Christian Greco rispondeva a Giorgia Meloni, che nel 2018 lo accusava di discriminazione nei confronti degli italiani, “reo” di aver promosso l’iniziativa di uno sconto al Museo Egizio di Torino per chi parla arabo. Quella colpa a breve divenne un merito, uno dei tanti tasselli della campagna capillare, volta ad incrementare l’affluenza dei visitatori, che ha portato il Museo dedicato alla civiltà egizia ad essere il quinto museo più visitato d’Italia, con quasi 900 mila ingressi nello scorso anno e una tendenza in crescita per quest’anno.

Siamo nel 2023, nel frattempo quella Giorgia Meloni che l’aveva giurata al direttore, da leader di un partito d’opposizione è diventata Presidente di un governo di destra, sovranista e populista, e le polemiche sulla direzione di Christian Greco sono tornate più vigorose di prima. Dopo le dichiarazioni di Marrone, assessore al Welfare della giunta Cirio, che nei giorni scorsi ha sì riconosciuto a Greco “doti manageriali non comuni”, ma ha anche aggiunto di ritenere che “esistano figure potenzialmente più qualificate che sono state penalizzate”, ieri è arrivata la stoccata scomposta del vicesegretario della Lega Andrea Crippa: “Faccia un gesto di dignità e si dimetta. Faremo di tutto per cacciarlo e chiediamo al ministro della Cultura Sangiuliano di cacciarlo se non si dimette lui”.

Noi ora chiediamo una presa di posizione forte e chiara a favore della gestione di Greco da parte del Ministro della Cultura, del presidente della Regione e del sindaco di Torino, per porre rimedio al silenzio assordante, complice, che stride con le voci di scienziati, egittologi e della stessa amministrazione della Fondazione delle Antichità Egizie in favore del direttore in carica.

Greco, sotto il fuoco di fila degli esponenti della destra, è un’autorità dell’egittologia, riconosciuto a livello internazionale. Per lui parlano i risultati: il museo ha avuto un’impennata di ingressi, risultando tra i primi musei d’Italia e primo in Piemonte, è rimasto aperto durante tutto il periodo di ristrutturazione permettendo di non perdere la continuità turistica, ha accresciuto il prestigio mondiale attraverso collaborazioni atenei e musei internazionali, è divenuto un punto di riferimento del panorama culturale italiano – grazie non solo alle riconosciute competenze, ma anche alla capacità di dialogo e di conoscenza del territorio in cui il museo è innestato -.

Quello che per Crippa è il peccato originale, non solo non ha tolto nulla agli italiani, ma è divenuto in realtà un volano per l’integrazione nella città con la più grande comunità arabofona d’Italia, attraverso giornate di formazione, studio e ascolto, di dialogo interculturale, di confronto sul ruolo dei musei per il cambiamento sociale e il contrasto degli stereotipi. Una piccola rivoluzione partita dalla cultura.

Se la Cultura è universale, e Greco lo rende evidente tutti i giorni con successo, noi scegliamo di fare un passo avanti rispetto alle sue parole e ci spingiamo a dire che la cultura è la prima fonte di integrazione.

Per spiegarlo dobbiamo tornare al 2015, quando l’Europa era sotto scacco di violenti attacchi terroristici di matrice islamista. A dieci giorni dai tragici fatti di Parigi l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi rispondeva alla domanda securitaria con coraggio “Per ogni euro in più investito sulla sicurezza deve esserci un euro in più investito in cultura”.

Fu uno spostamento di paradigma senza precedenti. Oggi purtroppo il governo delle destre sta compiendo pericolosi passi indietro, non riconoscendo il valore che la cultura ha per la crescita e per l’economia e per la stessa sicurezza del Paese. Chi si dice sovranista, chi si riempie la bocca ogni giorno del valore del Made in Italy, non può essere così miope da non vedere che i tagli alla cultura – come l’eliminazione della 18app – e gli affondi verso chi la gestisce in modo così esemplare fanno solo danni, quelli sì che tolgono qualcosa agli italiani. Perché, contrariamente a quanto pensano esponenti della destra, con la cultura non solo si mangia, ma si vive.

Silvia Fregolent (Senatrice Italia Viva)

Il Sì&No del giorno. Giusto chiedere le dimissioni del direttore del Museo Egizio? “Sì, ha fatto scelte ideologiche e razziste contro gli italiani”. Andrea Crippa (Vicesegretario Lega) su Il Riformista il 22 Settembre 2023

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sulla richiesta di dimissioni del direttore del Museo Egizio. Abbiamo chiesto cosa ne pensano ad Andrea Crippa (Vicesegretario Lega), che ritiene giusta la richiesta, e a Silvia Fregolent (Senatrice Iv), che al contrario la ritiene una richiesta ingiusta. 

Qui di seguito l’opinione di Andrea Crippa.

Christian Greco ha gestito il Museo Egizio in maniera ideologica, ha preso delle decisioni alquanto discutibili nel recente passato. Ad esempio ha scelto di fare degli sconti solo per i cittadini musulmani. Ma che senso ha? Il Museo Egizio è un patrimonio di tutti, dato che è anche pagato con i soldi dei cittadini italiani. La sua è stata una gestione ideologica e politica. E quindi, visto che in questo momento c’è un governo di centrodestra, l’obiettivo non è quello di mettere una figura della nostra area politica ma un direttore che faccia gli interessi del Museo Egizio e dei cittadini italiani che pagano.

Detto in maniera franca: mi fa davvero sorridere chi in queste ore mi ha dato del cavernicolo, chi mi ha accusato di essere un fascista, chi addirittura mi ha appicciato l’etichetta di xenofobo. Sono tutte accuse che respingo con fermezza, anche perché vanno al di là del merito della questione. Tengo a specificare che la mia è una battaglia che ha un obiettivo ben definito: cercare di difendere i cittadini cristiani e gli italiani che si sono sentiti offesi dalle scelte del direttore del Museo Egizio. Va cacciato.

Inoltre, come se non bastasse, noto che si continua con la storiella di scelte intraprese a favore di chissà quale inclusione. Ma su questo punto, che a mio giudizio è assolutamente bizzarro e paradossale, mi viene spontaneo rivolgere una domanda. E mi piacerebbe che i miei detrattori mi rispondessero direttamente, senza sviare o ricorrere all’utilizzo dei soliti epiteti. Perché il direttore del Museo Egizio la stessa scelta di inclusione non l’ha fatta per cittadini di altre religioni? Bisogna essere intellettualmente onesti.

È inutile girarci attorno per difendere Greco a spada tratta: se si vuole includere tutti – ma includere veramente tutti, non solo quelli di una determinata religione – allora vanno inclusi anche buddisti e cristiani, giusto per fare un esempio. In generale avrebbe dovuto agire a vantaggio dei cittadini di tutte le altre religioni. Solo allora sarebbe stata una scelta inclusiva, ma lui si è reso protagonista di una scelta razzista nei confronti dei cittadini di altre religioni. Non capisco perché dover prevedere un beneficio e uno sconto solo per i cittadini musulmani, quando il Museo Egizio è un patrimonio di tutta l’Italia.

In sostanza la nostra idea è quella di arrivare a trattare e considerare il Museo Egizio come un vero e proprio patrimonio culturale. Di tutti, non solo del centrodestra o di appartenenza del centrosinistra. Proprio per questo motivo bisogna poter contare su un direttore all’altezza di un prestigioso museo riconosciuto a livello mondiale, che – non va affatto dimenticato – è un gioiello in Italia riconosciuto a livello planetario. Ora con quale coraggio il direttore pretende di rimanere incollato alla poltrona?

Per conseguire tale obiettivo è necessario che Christian Greco faccia un gesto di dignità, a questo punto doveroso: faccia un passo indietro e si dimetta. Ribadisco che la Lega non ha alcuna intenzione di mollare, faremo di tutto per cacciare il direttore del Museo Egizio. È un direttore di sinistra che in questi anni ha gestito il Museo Egizio facendosi guidare dall’ideologia e dal razzismo non solo contro gli italiani, ma anche contro i cittadini di religione cristiana. Dimettersi sarebbe un gesto di dignità. Andrea Crippa (Vicesegretario Lega)

Chi è Christian Greco, il direttore dell'Egizio di Torino che la destra vuole cacciare. Dall’Italia all’Olanda, e ritorno. Per approdare al vertice del museo che in questi anni ha rivoluzionato. Parla quattro lingue, ne legge dieci. Ecco chi è il nuovo nemico del governo in questo ritratto del 2019 realizzato da L'Espresso. Sabina Minardi su L'Espresso il 22 Settembre 2023.  

Il ricordo affiora all’improvviso, come una incidentale senza troppa importanza. Ma mette subito le cose in chiaro: «Un ricordo della mia infanzia? Il gesto di liberare dal cellophane i libri nuovi, all’inizio dell’anno scolastico. È una sensazione viva ancora oggi: mi sembra di risentire quel profumo di carta e di inchiostro che mi investiva. Affondavo in pagine mai aperte, e pensavo con entusiasmo a ciò che di lì a poco avrei scoperto, studiando».È un fil rouge della conversazione la parola “studio”. La bellezza dello studio. Gli anni intensi dello studio. Il desiderio di riprendere a studiare. Lo studio a cui si dedica quando la burocrazia è troppa, gli impegni lo travolgono, le soluzioni non quadrano, e non c’è altra strada da tentare che liberare l’agenda, e rinchiudersi tra i libri. 

Christian Greco, 44 anni, direttore del Museo Egizio di Torino, nominato cinque anni fa a un’età da record per l’Italia, travolge con un impasto di passione, curiosità e talento. Che tuttavia sarebbero impressioni passeggere senza due qualità sempre più desuete, da lui fieramente rivendicate: spirito di sacrificio. E l’ostinatezza di dedicarsi a un sogno: «Ho sempre voluto fare l’egittologo. L’ho desiderato sin da quando avevo 12 anni. I miei genitori mi portarono in Egitto, e lì, davanti all’emozione incredibile della Valle dei Re, guardai mia madre e le dissi: Da grande farò l’egittologo». 

Così è stato. Origini ad Arzignano, Vicenza: «Sono figlio unico, e siccome i miei lavoravano a tempo pieno sono cresciuto coi nonni. Una fortuna: i loro racconti hanno influenzato il mio amore per il passato e per la storia, che è sempre stata la mia materia preferita». Liceo classico a Vicenza, poi l’ammissione al prestigioso Collegio Ghislieri di Pavia. Nel 1999 la laurea in Lettere classiche con una tesi in Archeologia del Vicino Oriente antico: il sogno si va delineando. 

Chiaro, limpido, con quei modi gentili e antichi che hanno reso virale sul web un suo botta e risposta con Giorgia Meloni, che per una promozione verso i visitatori parlanti arabo lo accusava di discriminare gli italiani «a favore di una specifica religione» («Di una lingua, non di una religione: lo sa che in Egitto vivono 15 milioni di copti, che sono cristiani?», le ribatteva), Greco ripercorre gli anni trascorsi fuori dall’Italia dal suo ufficio all’ultimo piano del museo. Dove giganteggia un suggestivo scatto degli scavi di Pompei: anni Trenta, una vasca appena svelata, antichità egizie sul bordo. A sottolineare un gusto diffuso nella Roma del primo secolo dopo Cristo. 

«Sono andato in Olanda a 21 anni per l’Erasmus, pensando di starci 7 mesi, ci sono rimasto 17 anni», racconta: «Anni meravigliosi, e faticosissimi. Appena arrivato a Leiden ho avuto l’incontro che mi ha cambiato la vita: con il professor René Van Walsem. Mi presentai per seguire il suo corso di Cultura materiale. Mi rispose che sarebbe stato impossibile: era avanzato, si svolgeva in olandese, sarebbe iniziato dopo poche settimane. Era il 7 gennaio, il 30 iniziavano le lezioni, mi sono iscritto quel pomeriggio stesso a un corso di olandese e ho studiato giorno e notte: al termine ho ottenuto un punteggio di 9 e mezzo, e il primo giorno di lezione c’ero anch’io: non potevo permettere che l’olandese diventasse l’ostacolo tra me e il mio sogno. Per raggiungerlo, ho fatto tutto con rigore: nei weekend compravo il quotidiano e ne leggevo dieci pagine. Annotavo le parole che non conoscevo e le ripetevo per gli altri giorni della settimana. Frequentavo solo persone olandesi». 

Non a caso, Greco, che di lingue ne parla quattro, e ne legge una decina, pensa e studia nella lingua dei Paesi Bassi: «È quella che conosco meglio. Che canto sotto la doccia. Ma anche quella che uso se devo dipanare questioni complesse. Probabilmente averla acquisita con tanta volontà l’ha resa davvero mia», dice, riconoscendo il sapore delle cose conquistate.

«Ho fatto molti lavori mentre studiavo, incluse le pulizie. Finivo le lezioni, e mi spostavo a lavorare nel campus scientifico. Sono stato portiere all’Hotel Ibis, guida al museo. Quando il mio olandese è diventato buono ho cominciato a dare lezioni di latino e greco». 

Nel frattempo, gli studi proseguono. A Leiden ottiene il Master in egittologia. All’Università di Pisa il dottorato di ricerca. La nomina a direttore del più importante museo egizio fuori dall’Egitto, tra oltre cento candidati, arriva mentre insegna Archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan. 

«Una gioia incredibile. L’Italia mi mancava molto. È vero che avevo coltivato i miei obiettivi con disciplina. Però la nostalgia di casa era tanta. Stare all’estero mi ha insegnato a guardare le cose diversamente. Per esempio, io che in Italia sono considerato un giovanissimo direttore, in Olanda sono sempre stato il più vecchio. A 34 anni ero diventato curatore del museo archeologico di Leiden: chi mi aveva preceduto aveva avuto lo stesso incarico a 23. Dovrebbe essere un obbligo per i giovani trascorrere qualche anno all’estero: apre la mente, insegna la tolleranza. Io che sono cresciuto in Veneto, dagli olandesi ero considerato uomo del Sud. All’inizio non lo capivo: pensavo alla Pianura Padana, alla nebbia, e mi sentivo dire che a Pavia respiravamo l’aria del Mediterraneo. Credo che relativizzare la complicatezza del mondo sia utile per comprenderlo». 

Allontanarsi per vedere meglio. Col risultato di sentirsi cittadino del mondo. Casa dov’è, allora? «Casa è Torino, ma ho tanti luoghi dell’anima. Vicenza, dove ho vissuto per 18 anni. E Pavia: gli anni al Collegio Ghislieri sono stati decisivi per la formazione, ma anche per le mie amicizie. Ovviamente Leiden. E poi l’Egitto. Non so spiegarlo, ma quando arrivo in Egitto, con un volo che atterra tardi, scendo dall’aereo, prendo un taxi e mi sento a casa», dice, sorridendo al richiamo di una terra, colori luce profumi: al fascino di una cultura.

«Su di me l’Egitto ha un potere catartico, mi cura l’anima, mi dà lezioni di convivenza e di vita. Forse perché è un Paese dove si respira ancora una dimensione spirituale, che mi affascina. Il Cairo è una città che adoro, metropoli contemporanea e insieme mediorientale, che nel passato ribadisce la sua identità. Città forte, difficile, con molte sacche di povertà, ma al tempo stesso attratta dall’Occidente e dallo sviluppo tecnologico». 

Città di contrasti, certo. E di fratture clamorose, tra modernità e tradizione, sul fronte dei diritti e dei principi democratici. «È vero. È un Paese che cerca la sua strada, complesso, con una terra coltivabile ridotta, una popolazione concentrata, fasce di povertà estese, che pure riesce a garantire scolarità e sanità a tutti, ad esempio. Ma torno a ciò che ho imparato dai miei 17 anni fuori dall’Italia, nei quali molte volte ho sentito sulla mia pelle il pregiudizio - «Sicuro di essere italiano?», mi dicevano, «lavori come un tedesco!». Non mi piace dare giudizi e criticare una società da fuori. Per me Egitto vuol dire anche Luxor. E la Valle del Nilo, il caldo, la vegetazione che contrasta col deserto. E quei magnifici monumenti che abbiamo la fortuna di avere ancora, che continuano a interrogarci e ai quali cerchiamo di dare risposte. Uno dei luoghi più belli al mondo è Assuan. Da lì puoi arrivare a Philae, e a Kalabsha...». 

Parla, e sorride con gli occhi il direttore. E lo sa: «Ci sono arrivato da bambino, forse mi è rimasto dentro un po’ quel fanciullino: uno stupore che riprovo sempre. Abbiamo la fortuna di avere uno scavo a Saqqara e di collaborare con gli egiziani. C’è un rapporto forte con loro, che va oltre le differenze culturali: siamo tutti lì per fare in modo che questo patrimonio sopravviva». Saqqara, trenta chilometri a sud del Cairo, una piramide a gradoni fatta costruire dal faraone Djoser nel 2650 avanti Cristo all’orizzonte. E un deserto per seppellire gli ufficiali dell’antico Egitto, intorno. L’orgoglio del direttore, che lì torna a fare l’archeologo, grazie alla missione del suo Museo e del Rijksmuseum di Leiden. «Sono fiero di questo scavo», dice, appena reduce dal sito: «La mia settimana di scavi è irrinunciabile. È un momento nel quale riprendo contatto con la disciplina e con la cultura materiale. Ho fatto l’egittologo perché sono curiosissimo di questa civiltà. Voglio studiarla e comprenderla il più possibile», dice, prima di allineare i successi del museo. 

«Sono a Torino da cinque anni, ma mi sento all’inizio del percorso. I risultati sono il frutto di una perfetta coesione tra direzione e presidenza della Fondazione Museo delle Antichità Egizie: Eveline Christillin è una donna che sa fare squadra, e questo ci ha portato a condividere gli obiettivi. Per primo, trasformare questo luogo in un ente di ricerca. Non c’era niente, ora esiste un dipartimento Collezione e ricerca, con dieci curatori. Abbiamo creato la rivista del Museo Egizio, Rime, on line, scaricabile, che riunisce le pubblicazioni scientifiche. Ho firmato oltre ottanta memorandum di intesa con università italiane e straniere: l’ultimo è “Crossing Boundaries”, con Basilea e Liegi, per studiare la nostra straordinaria collezione di papiri. Un museo tanto importante ti consegna un’enorme responsabilità: dobbiamo studiare e conservare. Un principio costituzionale, sancito dall’articolo 9: la Repubblica, cioè lo Stato in tutte le sue articolazioni, cioè noi cittadini, promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca tecnico-scientifica. C’è sempre stata profonda spaccatura tra tutela e valorizzazione, ma la cosa che conta di più è la ricerca. Se non conosciamo il patrimonio non possiamo preservarlo e comunicarlo. Io amo usare la parola cura. Come ci si prende cura del patrimonio? Conoscendolo, conservandolo, comunicandolo». 

Raddoppiato negli spazi nel 2015, rinnovato dopo anni di lavoro, il Museo Egizio incarna oggi una filosofia di apertura alla città. E le politiche di accoglienza che fecero insorgere la leader di Fratelli d’Italia proseguono: «Questo museo appartiene a tutti. Non è un mondo sospeso, è un ente dove ci sono donne e uomini che fanno ricerca. Reattivo a tutti i cambiamenti della società. Se il museo appartiene a tutti, è anche di chi al museo non può venire. Per questo abbiamo stabilito relazioni con l’ospedale pediatrico. E mai avrei pensato di trovare un’alleata importante nella casa circondariale di Torino: il direttore, che ringrazio, mi chiamò per fare una lezione ai detenuti. Da lì è iniziata una collaborazione che ha portato i detenuti a realizzare repliche perfette dei nostri reperti, come questi geroglifici» dice, mostrando un papiro. 

Poi il direttore allinea i suoi desideri: «I torinesi sono il 23 per cento dei visitatori. Ma questo non è il museo da visitare una volta nella vita: vorrei che tornassero almeno una volta all’anno. Vorrei che tutti gli egiziani in Italia sapessero che questo museo esiste, e che qui ci si prende cura di oggetti patrimonio dell’umanità. Vorrei che il Museo Egizio riuscisse a ottenere il riconoscimento di luogo di formazione, come l’École du Louvre. Saldare luoghi della cultura e accademia potrebbe attrarre studenti dall’estero: a Pompei, al Colosseo, all’Egizio. Vorrei coinvolgere di più i giovani. I dati Ocse ci dicono che i musei subiscono un calo d’attenzione tra i 20 e i 45 anni: bisogna farli percepire come luoghi di arricchimento, non stantii». 

Al secondo mandato - «dovrei arrivare al 2024», Greco ha in vista il bicentenario del museo: «Ci stiamo preparando ai festeggiamenti. Due anni prima c’è il bicentenario della nostra disciplina: duecento anni dalla “Lettre à M. Dacier relative à l’alphabet des hiéroglyphes phonétiques”, del 14 settembre del 1822, con la quale Jean-François Champollion ebbe l’intuizione che avrebbe cambiato la comprensione dei geroglifici -«Je tiens l’affaire!», ho la soluzione, gridò. Sempre nel 2022 si festeggerà il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon».

Accordi col Canada, con gli Emirati Arabi, col Sudamerica: viaggia in continuazione, Greco: «Momenti miei? Pochi. Leggo, rileggo. In questo momento “I fratelli Karamazov”, l’analisi psicologica degli scrittori russi è insuperabile. Se col tesoro nel quale vivo ho qualche rapporto speciale? Mi sono occupato di testi cosmografici del Nuovo Regno. Al museo c’è una collezione di sarcofagi gialli interessantissimi. Ma se mi chiede se ho un legame emotivo con un reperto in particolare: sì, è con la tomba di Kha». La tomba di Kha e di sua moglie Merit, ritrovata intatta nel 1906 negli scavi della necropoli di Deir el Medina, Tebe, con le mummie e l’intero corredo funerario. «Se ho avuto una giornata difficile, se sento il peso di una decisione, faccio un giro prima di andare a casa per le gallerie. Passo davanti a questa tomba, rifletto sul messaggio immortale che ci lancia, e vado a casa più sereno». 

Cattolico, socratico. E alle prese col tempo: «So di sapere poco. Ripenso spesso al testamento di Paolo VI, scritto a Castelgandolfo, quando stava iniziando la sua agonia. Prossimo alla fine, il Papa scrive: «Quanto più avrei voluto apprezzare il tempo, per leggere i grandi del passato, per riflettere sui filosofi, ascoltare la musica». Era un uomo di fede: ma prima di arrivare dal Padre, avrebbe voluto capire». 

Nello sport.

Calcio, vietato il numero 88 sulle maglie: "Simbolo antisemita".  Arianna Di Pasquale su Il Tempo il 27 giugno 2023

Nessun calciatore scenderà più in campo con il numero 88 sulle spalle. Questo è quanto è emerso oggi dall'alleanza tra calcio e politica nella lotta all'antisemitismo, sancita con la dichiarazione d'intenti firmata al Viminale dal Ministro per lo Sport e i giovani Andrea Abodi, dal Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi e dal coordinatore nazionale per la lotta contro l'antisemitismo Giuseppe Pecoraro. L'88 è usato nei gruppi neonazisti per simbolizzare il saluto 'Heil Hitler' (l'h è l'ottava lettera dell'alfabeto), pertanto viene allontanato definitivamente dal mondo del calcio.

“Nel codice etico delle società – spiega il ministro Piantedosi – viene recepito il riferimento alla definizione internazionale di antisemitismo. C’è quindi il divieto dell’uso da parte delle tifoserie di simboli che possano richiamare il nazismo; la responsabilizzazione dei tesserati a tenere un linguaggio non discriminatorio in tutte le manifestazioni pubbliche; la definizione delle modalità di interruzione delle partite in caso di episodi di discriminazione".

Una misura rigida che verrà attuata a partire della prossima stagione. "Sarà inoltre valutato positivamente l’atteggiamento proattivo delle società in questo campo“, chiosa il Ministro dell'Interno. Fece già discutere, anni fa, quando scesero in campo con la maglia numero 88 giocatori come Mateusz Praszelik, Gigi Buffon e Marco Borriello, i quali affermarono che non c'era nessuna motivazione politica dietro alla loro scelta. L'anno scorso in Serie A solo due calciatori hanno optato per il numero 88: Mario Pasalic dell'Atalanta e Toma Basic della Lazio. A partire dalla stagione 2023/2024 però non sarà più possibile avere tale numero, nonostante ormai da anni le squadre di calcio permettano la personalizzazione della maglia ai propri tesserati. La volontà è chiaramente quella di combattere l’antisemitismo nel calcio per estirpare un fenomeno ancora oggi troppo presente negli stadi italiani e che di tanto in tanto riemerge con veemenza.

Come si fa a chiamarlo Giro d’Italia se ignora quasi tutto il Mezzogiorno? PIETRO MASSIMO BUSETTA su Il Quotidiano del Sud il 9 Maggio 2023.

Se l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno e l’autostrada del Sole a Napoli perché stranirsi se il Giro ignora il Mezzogiorno?

Sarebbe pensabile un giro d’Italia che partisse da Bologna e si fermasse a Palermo? Sarebbe immaginabile che la Gazzetta dello Sport si presentasse dagli sponsor istituzionali, come Enel e Ferrovie dello stato per esempio, con un progetto di giro che lasciasse tutto il Nord assente dalla più grande competizione sportiva ciclistica italiana?

E perché invece nessuno si stupisce se il Giro lascia lo stivale fuori dalla competizione? Se poco meno di un terzo della popolazione viene privata e non viene toccata dalla gara?

D’altra parte se l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno, se l’autostrada del Sole si è fermata a Napoli perché stranirsi se il Giro mette in vetrina solo una parte dell’Italia, quella che conta secondo alcuni. Eppure è proprio la parte che più ha bisogno di mostrarsi che rimane fuori. Quella che é meno conosciuta dal mondo, quella Calabria che per anni e stata la nostra Amazzonia, abbandonata ai nativi, meglio nella quale “gli indigeni” sono stati, lasciati in mano della criminalità organizzata, dove la sanità è stata commissariata, lasciata nelle mani di manager improbabili, di politici trombati provenienti dalle regioni “brave”.

E d’altra parte qualcuno potrebbe anche sostenere che l’Italia è talmente lunga che può anche essere naturale che in qualche anno si possa farlo passare solo da una parte e che può anche essere opportuno, per motivi organizzativi, che ci si possa concentrare solo in una area del Paese. Tutto logico e comprensibile. Se fosse un fatto che alternativamente riguardasse tutti. Il fatto è che invece vi é una parte che viene sempre compresa ed una che viene lasciata qualche volta fuori. Occasione opportuna per riflettere sull’approccio del Paese con il suo Sud, ritenuto frontiera, spesso sconosciuto e guardato come territorio “d’oltremare”.

Lo stesso atteggiamento che si é avuto per i grandi eventi, che non lo toccano quasi mai, per le agenzie internazionali che non vi vengono localizzate, parte utile per posizionare le raffinirei e l’industria pesante, dal quale attingere capitale umano nei momenti di espansione, e da utilizzare come mercato di consumo interno non solo per i beni ma anche per i servizi, da quelli sanitari a quelli scolastici, se é vero che si mortifica la sanità locale per alimentare i viaggi della speranza o si potenziano le università, compresa quella Cattolica, per attrarre i giovani meridionali, che sostenuti nei costi dalla società di provenienza serviranno ad alimentare il mercato del lavoro della parte ricca, in una operazione di sottrazione di un patrimonio finanziario e di capitale umano che ormai dura da decenni e che ha portato all’ impoverimento non solo di alcune aree ma, in una visione bulimica di una parte, di tutto il Paese.

E il Giro é una visione plastica di un vecchio modello che andrebbe superato ma che invece torna prepotentemente perché é insito in una visione provinciale della parte che conta. E nessuno si straccia le vesti o si rifiuta di sponsorizzare una manifestazione chiamata d’Italia ma che dovrebbe piuttosto essere individuata come il Giro di mezz’Italia o che lascia fuori la colonia. Tale scelta sarebbe assolutamente da non commentare se non fosse un indicatore di un approccio, che riguarda tutta la società italiana che conta, tutte le imprese più importanti partecipate, che hanno guardato a questa parte come residuale, per cui le Ferrovie non vi hanno investito, l’Anas non ha fatto le manutenzioni richieste, la Rai pubblica l’ha guardato per le cronache criminali, tanto la classe politica locale chiedeva altro alla politica ed alla grande impresa: il posto di lavoro per l’amico, mancette per i propri clientes, mai un Ministero delle infrastrutture ma piuttosto quello delle Poste.

Il Giro é l’occasione di una riflessione necessaria per chi ha in mano il volante della guida del nostro Paese, che non sono certamente i rappresentanti eletti del Mezzogiorno, che se non si muovono secondo le logiche e gli interessi prevalenti rischiano la loro stessa esistenza. Come si è visto in Conferenza delle Regioni, nella votazione riguardante l’autonomia differenziata, che ha visto votare a favore i governatori meridionali della maggioranza, per disciplina di partito, tranne poi qualche giorno dopo andare ad Arcore a lamentarsi con il loro capo di una normativa che sottrarrebbe ulteriori risorse. Anche quelli che rappresentano regioni importanti come Occhiuto o Schifani.

Bisogna cambiare cappello e finalmente fare quello che a parole si é sempre dichiarato cioè affermare e partire in ogni decisone dalla centralità del Mezzogiorno, perché tale cambio di paradigma é l’unico che può riportare il Paese ad essere competitivo rispetto ai partner importanti del continente. Convincersi che i fattori che vanno sfruttati per far ripartire il Paese si trovano tutti nel Mezzogiorno, a cominciare da una posizione logistica nel Mediterraneo importante rimasta totalmente non utilizzata. Capire che il nostro Western, verso il quale bisogna muovere risorse e impegno, quello che ha tutti i fattori produttivi inutilizzati, da quelli ambientali a quelli umani a quegli logistici, la nuova frontiera, é pronto a rappresentare il futuro di questo nostro Paese.

La parte che può crescere a tassi da tigre d’Oriente, che può rappresentare la soluzione alla eccessiva antropizzaione di un Nord ormai saturo. Sembrerebbe cosi facile da capire per una società pensante eppure le resistenze continuano ad essere enormi, anche se alcune posizioni recenti, come quella di tutta la destra, ma in particolare della Lega, sul ponte sullo stretto e sulle altre infrastrutture al Sud, mostrerebbero un cambio di passo molto interessante, che fa ben sperare. Vedremo nei prossimi mesi se é strumentale o sincero, mentre la sinistra sembra non capire l’esigenza di un cambiamento che, se non avviene, rischia di far crollare il sistema Paese, sotto le proprie contraddizioni, che possono essere rappresentate da una parte dove lavora una persona su due ed un’altra dove invece ne lavora una su quattro, compresi i sommersi. Riuscire a capire che bisogna dare al Sud una prospettiva di sviluppo concreta, senza chiudersi dietro slogan ed ideologie, è un passaggio che ancora la sinistra non riesce a fare. Eppure i segnali forti che sono venuti dal Sud, compreso il successo dei Cinque Stelle, dovrebbe aver dato segnali importanti, che sembrano non essere stati colti, se le posizioni rimangono vecchie e stantie.

Vlahovic, i cori razzisti in Atalanta-Juventus, l’ammonizione e Gasperini: cosa è successo. Alessandro Bocci, inviato a Bergamo su Il Corriere della Sera il 7 Maggio 2023

Nel finale di Atalanta-Juventus Dusan Vlahovic viene bersagliato dagli ultrà bergamaschi con cori razzisti. Da lì il gol, l'esultanza e il giallo. Poi le parole di Gasperini

Succede ancora. Stavolta non con un giocatore di colore, ma con un giovane serbo. «Sei uno zingaro», urla la Curva Pisani a Dusan Vlahovic nel momento più concitato di Atalanta-Juventus, spareggio per la Champions . Tutto comincia al 90’ quando il centravanti della Juve, entrato a metà ripresa al posto di Milik, allontana il pallone dopo aver subito fallo da Maehle. Koopmeiners e De Roon invitano gli ultrà bergamaschi a fermarsi, ma non succede. Il finale è rovente. Vlahovic è scosso, l’arbitro Doveri ferma la partita per un minuto, l’altoparlante fa il solito annuncio.

Il gol, l'esultanza e il giallo

Poi si riprende e Vlahovic, che qui era stato preso di mira già quando giocava con la Fiorentina, segna il gol del raddoppio mettendosi l’indice alla bocca senza però rivolgersi ai suoi contestatori. Chiesa, che aveva regalato l’assist al compagno, mette le mani dietro le orecchie e i cori maledetti ripartono. L’arbitro ammonisce Vlahovic per esultanza provocatoria e gli fa segno di calmarsi. Sembra la riedizione del caso Lukaku. Anche se il serbo della Juve, non essendo diffidato, non sarà squalificato. Da vedere se la società bianconera farà ricorso: «Questi cori vanno combattuti con forza. Ma chi sta in campo deve far finta di niente quanto più possibile perché solo ignorando certa gente si può risolvere la cosa. Poi tocca a chi di dovere prendere i provvedimenti», il commento di Allegri.

Gasperini: «Razzismo cosa seria, non va confuso»

Assurda la presa di posizione di Gasperini: «Condanno i cori, ma nell’Atalanta giocano Pasalic e Djimsiti e in passato a Bergamo ci sono stati tanti giocatori di quell’etnia. Bisogna differenziare. A volte ci sono insulti per altre cose. Il razzismo è una cosa molto seria e non va confuso. Se fosse razzismo ci sarebbe anche contro giocatori che sono qui…». La Figc, intanto, ha contattato la Juventus per manifestare la sua solidarietà.

Estratto dell'articolo di Matteo De Santis per “la Stampa” il 6 aprile 2023.

Quattro pagine di allegati che si riempiono dall'ottantesimo minuto. Dal fallo di Lukaku su Gatti, il momento preciso in cui cambia in peggio il vento che spira sull'ultimo Juve-Inter, i tre ispettori della Procura Federale annotano di tutto. Il rapporto degli inviati allo Stadium ravvisa che, in concomitanza con il primo giallo a Lukaku, «sostenitori della Juventus occupanti il primo anello della Tribuna Sud intonavano versi di discriminazione razziale» all'indirizzo del numero 90 interista.

«Versi consistenti nella riproduzione del verso della scimmia ("Uhh Uhh") venivano effettuati dalla maggioranza dei 5034 spettatori nel settore e veniva percepito da tutti e tre i delegati della Procura Federale». Realizzato al 94' il rigore del pari, "Big Rom" si rivolge verso la curva «mimando il saluto militare alla visiera con la mano destra e l'invito a fare silenzio con quella sinistra. A seguito di ciò i sostenitori della Juventus occupanti il primo anello della Tribuna Sud intonavano nuovamente versi di discriminazione razziale».

 Dalla Curva Sud, nel frattempo, venivano lanciati «un corpo contundente non identificato all'interno dell'area di rigore e una bottiglietta d'acqua semipiena all'interno del recinto di gioco». Al 95', mentre Lukaku esce per il secondo giallo, «diversi sostenitori della Juventus occupanti il settore 101 del primo anello della Tribuna Ovest intonavano versi di discriminazione razziale consistenti nella riproduzione del verso della scimmia e proferivano ripetuti insulti di carattere discriminatorio quali "Negro di m...."».

Al triplice fischio di Massa, «iniziava un vigoroso confronto al termine del quale Cuadrado colpiva con un violento pugno al volto Handanovic. Si scatenava, di seguito, una "mass confrontation"» che sfociava nell'espulsione dei due protagonisti principali. «Diversi dirigenti e calciatori di entrambe le società non indicati nelle rispettive distinte di gara si introducevano sul campo senza che il servizio di sicurezza intervenisse per impedirlo.

Mentre la quasi totalità si adoperava per cercare di sedare la "mass confrontation"», il dirigente interista «Dario Baccin tentava più volte di arrivare al contatto fisico con l'arbitro. Impedito nell'intento grazie all'intervento di altri dirigenti della propria società proferiva all'indirizzo del direttore di gara ripetute espressioni offensive quali: "Testa di c....", "Sei un pezzo di m...." ». Nessuna traccia, nel resoconto degli 007 federali, di discussioni nel tunnel per gli spogliatoi: probabile che non ce ne sia neanche nel referto dell'arbitro Massa.

Lettera di Antonello Piroso a Dagospia l'8 maggio 2023.

Caro Dagospia,

vedo che hanno provocato sconcerto, critiche e ripulsa le frasi di Gasperini -uno che non è esattamente nel Pantheon delle mie simpatie- sul razzismo negli stadi. Con commenti, intinti nello sdegno, delle "firme" degli (ex) grandi giornali. 

Ma fattelo dire da chi per la Federcalcio ha ideato e realizzato in passato la campagna "Razzisti, una brutta razza", e che per di più è figlio di un calabrese nato in una città, Como, in cui a cavallo tra la fine degli anni 50 e l'inizio degli anni 60 potevi trovare cartelli in cui si annunciava: "Non si affitta ai terroni" (scritto proprio così, mi raccontava mio padre: non "meridionali", ma "terroni", puoi dunque intendere quale possa essere la mia posizione nei confronti di ogni forma di razzismo e xenofobia; una casa poi alla fine ci fu sì affittata, ma da un...veneto): in punta di logica, l'allenatore dell'Atalanta non ha torto. 

Il suo non fluidissimo ragionamento rimanda, senza saperlo -o magari sì, sapendolo; vai a sapere- a Desmond Morris, "La scimmia nuda", do you remember?, del quale mi era sfuggita un'intervista del 2019 che ho recuperato grazie alla ripresa che ne ha fatto proprio Dagospia. 

Intervistato dunque da Marino Niola, non dal primo fesso che scrive sui giornali (antropologo, suggerisco la lettura dei suoi "Miti d'oggi", "Il presente in poche parole" e "Baciarsi"), alla domanda : "Negli stadi italiani imperversano i cori razzisti. C'è anche qui una spiegazione etologica?", Morris così rispondeva, distinguendo tra razzismo e tribalismo, e ovviamente non negando che le offese razziste esistano, eccome: "Più che altro (c'è una spiegazione) sociale. In realtà se a fare goal sono i giocatori di colore della nostra squadra, la tifoseria esulta e li osanna. Mentre insulta quelli delle squadre avversarie. Insomma, il nostro nero è un eroe, il loro è un selvaggio. Ma questo non è razzismo nel senso pieno della parola, è piuttosto un comportamento tribale. Proprio per questo intitolai il mio libro La tribù del calcio. Perché questo sport è l' ultimo rifugio del tribalismo". 

Dopo di che, io ad occuparsi dei teppisti delle curve manderei la Celere, ma questa è un'opinione da boomer, mi rendo conto. 

Ps il "giallo" appioppato a Vlahovic per -almeno così pare (non so ancora nulla del referto arbitrale)- aver esultato reagendo agli insulti pone adesso un problema alla Figc, visto che Lukaku, squalificato dopo un rosso, è stato graziato dal presidente Gravina per aver reagito a "ripetute manifestazioni di odio": il giallo allo juventino rimarrà o no? Quando in tv a Domenica Dribbling ho posto il tema del "precedente", qualche "utonto" dei social mi ha spernacchiato. Ma se gli arbitri devono sanzionare i giocatori che reagiscono agli insulti, quando a replicare non sono solo i neri, ma -per dire- gli "zingari" o i "napoletani", e anche per loro scatta l'ammonizione, potranno tutti contare sul "precedente Lukaku" sì o no? (Per me evidentemente sì, perchè altrimenti saremmo di fronte a un caso di "grazia" discriminatoria...al contrario).

Estratto dell'articolo di Marco Beltrami per fanpage.it l'8 maggio 2023. 

La partita tra l'Atalanta e la Juventus è stata funestata dai cori discriminatori dei tifosi di casa nei confronti di Vlahovic. "Sei uno zingaro" hanno urlato a più riprese i sostenitori atalantini per una situazione che fa il paio con quanto accaduto due stagioni fa quando vestiva la maglia della Fiorentina.

[…] Gasperini ha voluto fare un distinguo. […] ha spiegato che a suo dire c'è la necessità di non fare confusione sulla tipologia degli insulti che spesso arrivano dagli spalti. Per questo Gasperini ha tirato in ballo anche alcuni suoi giocatori: "Condanna dei cori discriminatori a Vlahovic? Sì assolutamente però devo anche evidenziare che nell'Atalanta giocano Pasalic, Djimsiti, Ilicic, Sutalo, tanti giocatori di quella etnia se volete. E quindi bisogna anche differenziare le cose". 

[…]"A volte gli insulti sono legati anche ad altre cose no? Come quando si prendono anche altri tipi di insulti. Il razzismo è una cosa molto seria eh, non va confusa. A volte la confondiamo, poi che vada combattuto non c'è dubbio. Ma non va confuso perché sennò il razzismo riguarda tutti quanti, anche i nostri giocatori. Invece se non è così qualche volta bisogna distinguere". 

[…]"L'insulto è anche quando ti dicono "figlio di p…" o "pezzo di m…". Se un insulto è al singolo o è un insulto razzista. Se è razzismo sarebbe riferito anche a tanti giocatori che sono qua e invece non è così. Va differenziato perché sennò si fa di tutta l'erba un fascio. Poi dopo bisogna combattere il razzismo vero, e non gli insulti individuali. La maleducazione? Questo è un altro discorso, perché va distinta. È più difficile perché è diffusa e generalizzata, combatterla è un'impresa".

Romelu Lukaku e l’espulsione: il paradosso di punire la vittima dei razzisti. Così si è arrivati alla figuraccia. Daniele Fiori su Il fatto Quotidiano il 5 aprile 2023.

Esistono sfumature, interpretazioni avventate e un regolamento troppo generico. Ma c’è una certezza: se una partita finisce con la punizione di un calciatore vittima di razzismo, mentre per gli autori dei beceri cori e ululati viene semplicemente chiesto un “supplemento di indagine” (quindi la sanzione arriverà, chissà, più avanti…) è evidente che il calcio italiano ha sbagliato tutto. Infatti, dopo l’espulsione di Romelu Lukaku nel finale di Juventus–Inter – semifinale di andata di Coppa Italia – tutti cercano di correre ai ripari. “Il razzismo è insopportabile ovunque, tanto più su un campo di calcio su qualunque campo di calcio”, scrive in un tweet il ministro per lo sport Andrea Abodi. Mentre la Lega Serie A in una nota “condanna con fermezza ogni episodio di razzismo e ogni forma di discriminazione. Le Società di A, come sempre hanno fatto, sapranno individuare i colpevoli, escludendoli a vita dai propri impianti”.

Dichiarazioni di circostanza, che però non servono a evitare la figuraccia. La nazionale del Belgio si è subito schierata dalla parte di Lukaku: “No al razzismo“, il tweet accompagnato da una foto dell’esultanza di Lukaku con la maglia dei Diavoli Rossi. Anche il club dove è cresciuto, l’Anderlecht, ha scritto in italiano: “Tutti con te Rom”. I tre principali quotidiani sportivi italiani nelle loro prime pagine in edicola non accennano nemmeno ai buu e ai cori razzisti, mentre la più importante testata sportiva europea – L’Equipe – sul suo sito dedica un articolo alla partita dal titolo: “Romelu Lukaku è stato vittima dei cori razzisti dei tifosi della Juventus”. Non esattamente una bella pubblicità per il nostro calcio. Poi è arrivato pure il comunicato della società che cura l’immagine di Lukaku: la Roc Nation, agenzia fondata da Jay-Z che ha nel suo “roster” musicisti e sportivi di tutto il mondo. “Gli insulti razzisti da parte dei tifosi della Juventus sono stati oltremodo spregevoli e non possono essere accettati”, ha dichiarato Michael Yormark, presidente di Roc Nation. “Le autorità italiane devono sfruttare questa occasione per affrontare il razzismo, piuttosto che punire la vittima degli abusi”, ha aggiunto. Un concetto che è stato ribadito da molti, compreso il deputato Mauro Berruto, ex ct della Nazionale italiana di pallavolo maschile e oggi responsabile sport del Pd: “Di nuovo, il mondo capovolto. Il razzismo e l’antisemitismo sono una piaga da estirpare nel mondo ultras, qualsiasi sia il colore della bandiera. Invece chi reagisce così, con dignità e coraggio, viene espulso. Incredibile”, ha scritto su Twitter.

Perché Lukaku è stato ammonito (e quindi espulso, visto che aveva già ricevuto un cartellino giallo) per aver esultato zittendo i tifosi razzisti? La cronaca dice che al 93esimo minuto viene assegnato un rigore all’Inter. Mentre l’attaccante nerazzurro è sul dischetto pronto per tirare si sentono dagli spalti piovere ululati e altri appellativi razzisti. Lukaku segna e si ferma, portando una mano alla fronte per mimare un saluto militare e l’altra alla bocca, facendo con l’indice il gesto del silenzio. Resta immobile. Tutti interpretano il suo gesto come una risposta alla curva bianconera, ma allo Stadium Lukaku ha esultato esattamente come aveva già fatto in occasione del gol contro la Svezia, quando indossava la maglia del Belgio nella partita giocata lo scorso 24 marzo. Quel modo di festeggiare infatti è un tributo a Jérémy Doku, suo connazionale fermato dall’ennesimo infortunio. Il significato è chiaro: andare avanti senza ascoltare le critiche. O gli ululati. In quel momento, l’esultanza dell’attaccante nerazzurro sembra effettivamente rivolgersi alla curva bianconera, che lo aveva appena apostrofato con appellativi razzisti e appunto i soliti tristi buu.

L’arbitro Davide Massa decide di mostrare il secondo cartellino giallo a Lukaku, ritenendo di applicare la norma presente a pagina 95 del regolamento: in caso di festeggiamento di una rete, il calciatore deve essere ammonito se “agisce in un modo provocatorio o derisorio“. Una regola incomprensibile, perché rischia di sfociare in un’ammonizione ad ogni gol. Il balletto di un calciatore può essere considerato derisorio? Un attaccante che si porta la mano all’orecchio dopo un gol – Luca Toni lo ha fatto per una carriera – è provocazione? Secondo Massa, quindi, Lukaku ha “provocato” i razzisti chiedendo loro di stare zitti. Così a una regola scritta male si è aggiunta un’interpretazione insensata. Innanzitutto perché il direttore di gara non ha tenuto conto del fatto che l’esultanza di Lukaku non era pensata ad hoc per la situazione, ma era un suo modo di festeggiare, già utilizzato di recente. Lo stesso errore fu commesso da Daniele Doveri, che ammonì l’atalantino Lookman per aver esultato mimando il gesto degli occhiali, suo marchio di fabbrica. Inoltre, se è vero che Lukaku ha rivolto la sua esultanza alla curva, Massa non ha valutato il contesto in cui è maturata: il razzismo, appunto. Quando nel 2019 Mario Balotelli, che allora vestiva la maglia del Brescia, fermò il gioco e scagliò il pallone verso i tifosi dell’Hellas Verona per aver sentito versi scimmieschi, non fu ovviamente ammonito. Anzi, la partita fu sospesa per qualche minuto. Un’opzione che gli arbitri hanno sempre a disposizione in caso di cori razzisti tanto quanto i cartellini per le esultanze, ma non utilizzano praticamente mai.

Estratto dell'articolo di Matteo Pinci per “la Repubblica” il 23 marzo 2023.

[…] L’Italia torna a Napoli dopo dieci anni, ma […]quasi nessun giocatore del Sud. Nell’anno in cui il Napoli vincerà lo scudetto senza napoletani, visto che l’unico in rosa, Gaetano, ha giocato 37 minuti, in azzurro non arrivano calciatori nati al di sotto di Roma.

 Tranne due: Gianluigi Donnarumma da Castellammare di Stabia e Domenico Berardi di Bocchigliero in provincia di Cosenza. Ma sono diventati calciatori lontano da casa, in squadre del Nord. […]

Certo manca Immobile, infortunato, ma Ciro ha 33 anni: al prossimo Mondiale ne avrà 36. […] Nel 2006 vincevamo i Mondiali con Cannavaro, ultimo Pallone d’oro d’Italia, Gattuso, Perrotta, Iaquinta e Barone (più Materazzi, nato a Lecce e passato per le giovanili del Messina al seguito del papà Beppe), oggi le grandi di Serie A hanno giusto un paio di giocatori meridionali: Immobile e l’interista D’Ambrosio sono gli unici nelle prime 7 del campionato.

 Il Sud resta la zona con la più alta percentuale di abbandono dell’attività calcistica, soprattutto in adolescenza: tra il 2018 e il 2021, le società dell’area hanno perso il 35% dei tesserati, più di un terzo. Molti si spostano al nord, dove sono migliori le strutture, ma soprattutto dove i club offrono spesso un convitto a chi viene da fuori. La questione chiave però è quella della competitività: nei campionati regionali giovanili, in Lombardia, affronti ogni settimana squadre come Milan, Inter, Atalanta, avversarie che alzano il livello della competizione.

Al Sud, se giochi nella Salernitana sei fortunato se due volte all’anno incontri il Napoli. E questo, a lungo andare, fa sì che aumenti la forbice con chi si confronta con rivali più probanti. «Ma il talento di base è forse più diffuso al Sud», racconta Luigi Maione della Real Casarea, società giovanile napoletana che ha progetti di integrazione calcio-scuola. […]

 «Siamo la seconda regione per società tra attività giovanile e dilettantistica » spiega il presidente del Comitato regionale campano Carmine Zigarelli, «ma ogni campo qui lo dividono tre o quattro società e ognuna ha almeno due squadre»: vuol dire avere a malapena un paio d’ore a settimana di disponibilità per ogni ragazzo. […] Il problema, come sempre, è trovare i soldi, per far sì che il calcio al Sud non sia solo il Napoli senza italiani.

A proposito di Sarri. Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. Gli interisti sono come i comunisti: quando perdono è perchè gli altri rubano (così risuccederà con la Juve) o gridano al "razzista" per farli degradare, come succede al Napoli. Se poi i media sono in mano a giornalisti di sinistra o comunque del nord è tutto dire. I salottieri si scandalizzano del "Frocio" dato a al furbo Mancini, ma si sbrodolano con la parola "terrone" dato a destra ed a manca in ogni tempo e in ogni dove. E' vero che ormai il potere è gay (vedi le leggi in Parlamento) e le femministe si sono prostate all'Islam (vedi le reazioni su Colonia), ma frocio è una offesa soggettiva. Terrone è una offesa ad un intero popolo. Ma tutti tacciono, anche i meridionali coglioni. Se "Terrone" vuol dire cafone ignorante: bèh , non prendo lezioni dai veri razzisti e ignoranti. (Se qualcuno ha qualche commento fuori luogo. Gli consiglio di leggere il mio libro "L'Italia Razzista"!

Estratto dell'articolo di Filippo Femia per “la Stampa” il 15 febbraio 2023.

Un arbitro preso di mira, insultato, per il colore della pelle. È accaduto domenica scorsa a Loria, poco più di 9 mila anime in provincia di Treviso. […] Mamady Cissé, 35 anni e origini della Guinea, ha interrotto la partita tra Bessica e Fossalunga di seconda categoria […] La colpa di Mamady? Aver concesso un rigore contro i padroni di casa.

Poco dopo il pareggio della squadra ospite, all'87', è arrivato l'insulto razzista[…] Il direttore di gara non ha avuto esitazioni: ha fischiato la fine del match in anticipo e senza avvisare i capitani si è diretto verso gli spogliatoi. […]

 […]Ieri è intervenuto anche il presidente Figc Gabriele Gravina, con parole dure: «Io oggi sono Cissé, tutto il calcio e Cissé e deve combattere questa forma di cultura becera che va espulsa dal nostro sistema». […] «Quello che serve è una maggiore collaborazione dei protagonisti mondo del calcio e dello sport con sanzioni più forti. Servono provvedimenti severissimi contro mascalzoni e delinquenti».

Mamady è molto conosciuto nel Trevigiano per il suo impegno nel mondo del calcio. «Essere arbitro mi ha aiutato a integrarmi in una seconda famiglia, a crescere e maturare», aveva detto in un'intervista pubblicata sui canali dell'Associazione italiana arbitri. […] Quello di domenica non è il primo episodio di cui Cissé è vittima: nel 2018 gli insulti razzisti erano arrivati da un dirigente. «Se stavolta ha sospeso il match significa che sono state parole molto gravi o semplicemente non riesce più a sopportare l'idiozia e l'ignoranza», spiega un giocatore che lo conosce bene.

Estratto dell’articolo dui Domenico Zurlo per leggo.it il 26 febbraio 2023.

Razzismo contro i meridionali, nel 2023. Accade a Brescia, dove Luca Guerra, un cronista di Radio Selene che si trovava al Rigamonti per la telecronaca della partita di calcio tra Brescia e Bari, si è visto rivolgere da un tifoso di casa una frase non particolarmente simpatica: «Siete di Bari, siete italiani?».

 Il giornalista era in diretta prima della partita quando un tifoso bresciano gli ha urlato questa frase e lui non ha esitato a rispondere a tono: «Sì, sono italiano deficiente».

 A quel punto per un attimo ha interrotto la sua diretta per commentare a caldo l'accaduto: «Il razzismo territoriale fa parte ancora della testa di qualcuno nel 2023, verrebbe voglia di tornare a casa se qualche deficiente ci chiede, 'siete di bari siete italiani?' - ha detto -. Ma andiamo oltre questi deficienti, che non vi abbiamo mostrato altrimenti sarebbe stato un momento di gloria immeritato per loro».

[…] Sono «50 secondi per capire che c'è qualcuno che ancora è indietro con il cervello di 50 anni. Mi scuso se ho detto tre parolacce in onda, non è nel mio stile. Ma di fronte a delle provocazioni così spicciole si viene colpiti nell'orgoglio - ha poi commentato il cronista sulle sue pagine social -. La persona inutile dall'altra parte aveva più o meno la mia età e ridacchiava, spalleggiato da altri quattro amichetti. Tutti tifosi del Brescia. Ha perso sul campo ma aveva già perso la sua partita con la civiltà. Buona serata e a mai più».

Cronista del Bari insultato a Brescia durante la diretta: «Ma siete italiani?». L'episodio pochi minuti prima della radiocronaca della partita che ieri ha visto la vittoria dei biancorossi. REDAZIONE ONLINE La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Febbraio 2023.

«Siete di Bari, siete italiani?». È la provocazione razzista rivolta a un cronista di Radio Selene che si trovava ieri allo stadio Rigamonti di Brescia per la telecronaca della partita di calcio Brescia - Bari.

Luca Guerra, questo il nome del giornalista, era in diretta prima della partita quando un tifoso bresciano gli avrebbe urlato questa frase e lui non ha esitato a rispondere, «Si, sono italiano deficiente». Per un attimo ha quindi interrotto la sua diretta per commentare a caldo l’accaduto: «Il razzismo territoriale fa parte ancora della testa di qualcuno nel 2023. Verrebbe voglia di tornare a casa se qualche deficiente ci chiede, "siete di bari siete italiani?" - ha detto - ma andiamo oltre, altrimenti sarebbe un momento di gloria immeritato per loro».

L’episodio è stato denunciato sulla pagina Facebook di Radio Selene. «A lanciare la stupida e deprecabile provocazione - spiegano - è stato un tifoso bresciano». Sono «50 secondi per capire che c'è qualcuno che ancora è indietro con il cervello di 50 anni» dicono, poi il cronista si scusa per aver «detto tre parolacce in onda, non è nel mio stile. Ma di fronte a delle simili provocazioni si viene colpiti nell’orgoglio. La persona dall’altra parte aveva più o meno la mia età e ridacchiava, spalleggiato da altri quattro amichetti. Tutti tifosi del Brescia. Ha perso sul campo ma aveva già perso la sua partita con la civiltà». 

Estratto dell'articolo di Marco Azzi per repubblica.it il 21 febbraio 2023.

Cresce l'allarme per l'ordine pubblico a poche ore dalla sfida di Champions League tra Eintracht e Napoli, in programma stasera alle 21 a Francoforte. C'è un intreccio preoccupante legato alle relazioni tra ultrà, con i tedeschi che sono gemellati con quelli dell'Atalanta, nemici giurati della frangia oltranzista della tifoseria azzurra. La polizia locale è in stato d'allerta da giorni e sono state vietate le coreografie nelle curve della Deutsche Bank Arena, in cui non potrà andare in scena il previsto spettacolo pirotecnico.

 In città sono comparsi degli adesivi razzisti ("Terroni di m...") e nella notte prima della partita c'è stata tensione all'esterno di alcuni ristoranti, con un abbozzo di caccia all'italiano. Ma la preoccupazione è destinata ad aumentare con l'arrivo dei voli charter che stanno portando in Germania i 2.600 sostenitori della squadra di Luciano Spalletti, la cui marcia di trasferimento dall'aeroporto allo stadio avverrà con la scorta di un centinaio di agenti, per fugare il timore di agguati.

 (…)

Allo stadio tremila napoletani residenti in Germania

Il Napoli fa sognare e per questo si sono mobilitati anche i tifosi residenti in Germania, con almeno altri tremila sostenitori azzurri che saranno sparpagliati stasera in altri settori dello stadio, mischiati a quelli tedeschi. Pure all'interno della Deutsche Bank Arena lo stato di allerta sarà dunque ai massimi livelli. Ma c'è un ulteriore motivo di preoccupazione: la presenza in città di tanti appassionati senza biglietto, che rischiano di sfuggire al controllo delle forze dell'ordine. Il mercato nero si è risvegliato con il sold out e il prezzo dei tagliandi s'è decuplicato. "Speriamo che sia una bellissima festa", ha detto il tecnico tedesco Glasner. Sui social ci sono però già dei messaggi di fuoco in vista della rivincita del 15 marzo allo stadio Maradona. Fuori dal campo tira una brutta aria.

Estratto dell’articolo di Filippo Femia per “la Stampa” il 16 febbraio 2023.

«Adesso mi sento un po' più leggera, anche se il mio peso è rimasto identico». Martina Scavelli, 34enne di Catanzaro,  non ha perso il sorriso, nonostante poche ore fa abbia preso la decisione più complicata e sofferta della sua vita: dimettersi dal ruolo di arbitro di pallavolo dopo 15 anni. […]

 I controlli sul peso ci sono sempre stati?

«Sì, sono norme federali basate su indicazioni sanitarie. Bisogna rientrare in determinati parametri antropometrici, come il BMI (l'indice di massa corporea) e la circonferenza addominale. Io ho sempre seguito un regime alimentare particolare per rispettarli, se li superavo mi autodenunciavo».

È singolare che un arbitro, che durante le partite non si muove, debba rispettare tali parametri.

«Sono norme intese per tutelare la salute e non le discuto. Ma è paradossale che un giocatore possa essere obeso e che gli allenatori o i dirigenti non debbano rispettare tali parametri. Perché?»

 Nel suo sfogo ha usato termini pesanti. «Non sopporto più di essere pesata come si fa con le vacche», ha scritto.

«Confermo. Ricordo ancora quelle file, decine di persone in attesa: qualcuno si sentiva umiliato. E non parlo solo di donne: anche uomini o persone non binarie».

 […]

Nella sua carriera ha mai ricevuto insulti per il suo fisico?

«In più di un'occasione, soprattutto da parte di genitori dei giocatori: è la categoria che più avvelena lo sport. Ma sa qual è la cosa che fa più male?».

Quale?

«Essere presa di mira per il tuo fisico e non per le tue abilità o gli errori tecnici. Se commetto uno sbaglio perché devo sentirmi urlare che sono "cicciona"?».

[…]

Da ilnapolista.it il 5 gennaio 2023.

Su Le Parisien l’apertura dello sport è dedicata agli ululati razzisti dei tifosi della Lazio nei confronti di Umtiti che è uscito in lacrime alla fine del match che il Lecce ha vinto 2-1 sulla squadra di Sarri. Sull’edizione on line de L’Equipe è la seconda notizia. Inutile dire che non si trova in evidenza su nessun quotidiano on line italiano.

 Scrive invece Le Parisien:

Fedeli alle loro cattive abitudini, i tifosi della Lazio si sono mostrati nel peggiore dei modi. Questa volta a farne spese è stato Samuel Umtiti. Il difensore centrale del Lecce, in prestito dal Barcellona, ha dovuto subire cori razzisti, come il suo compagno di squadra Lameck Banda. L’ex giocatore del Lione ha pianto.

Racconta Le Parisien che dopo il 2-1 il settore dei laziali ha cominciato a intonare cori razzisti nei confronti di Umtiti e del giocatore dello Zambia Banda.

A fine partita Umtiti è scoppiato in lacrime tra le braccia del suo presidente, mentre i suoi sostenitori cantavano il suo nome.

 Prosegue Le Parisien:

Questo tipo di comportamento è diventato un’abitudine in diversi stadi italiani e non è la prima volta per i tifosi laziali. Lo scorso novembre, le autorità sportive italiane hanno annunciato indagini sui cori antisemiti durante il derby contro la  Roma. Nell’ottobre 2021, in Europa League, il calciatore del Marsiglia Bamba Dieng sarebbe stato vittima di versi di scimmia. Nel febbraio 2016, la partita Lazio-Napoli fu interrotta per lo stesso motivo, i versi furono rivolti al difensore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly.

Paola Egonu. Dagospia il 10 marzo 2023. PAOLA EGONU CHIAGNE E FOTTE: DESCRIVE L‘ITALIA COME IL SUDAFRICA DELL’APARTHEID AI TEMPI DI MANDELA MA QUESTO PAESE CONTINUA A PAGARLA BENE – L'ATLETA, DOPO I FALLIMENTI CON L’ITALVOLLEY, I MONOLOGHI SANREMESI E LE BATTUTE A VUOTO SULL’ITALIA RAZZISTA, DICE SI’ A MILANO. GUADAGNERA’ UN MILIONE E RINSALDERA’ IL LEGAME CON ARMANI DI CUI E’ TESTIMONIAL – ALLA FINE NON MALE PER UN PAESE DI COTONIERI CHE LEI RAPPRESENTA COME FOSSE L’ALABAMA DEGLI ANNI ’50…

Estratto dell’articolo di Davide Romani per la Gazzetta dello Sport il 10 marzo 2023.

«Ti aspetterò perché sei tu che porti il sole». Gli appassionati di pallavolo italiana nella scorsa primavera canticchiavano il successo dei Boomdabash “Per un milione”. Il testo della canzone portata a Sanremo nel 2019 rappresentava l’arrivederci a Paola Egonu, pronta ad approdare in Turchia, al Vakifbank Istanbul, con la pancia dai successi a Conegliano impreziositi anche dal record di vittorie consecutive (76 match di fila).

 Dopo una stagione il sole è pronto a tornare: la 24enne opposta – che a Sanremo 2023 è stata una della co-conduttrici della kermesse canora al fianco di Amadeus - ha rotto gli indugi e ha detto sì all’offerta del Vero Volley che dalla prossima stagione giocherà stabilmente a Milano. Un’operazione da circa 1 milione di euro a stagione (800 mila più premi e bonus) senza contare gli effetti collaterali che questa scelta comporterà in termini di visibilità e di opportunità, il legame con Giorgio Armani, di cui è testimonial. Una cifra di poco inferiore a quella percepita quest’anno sul Bosforo.

 (...)

Ufficialità L’annuncio non arriverà in tempi brevi anche perché tra pochi giorni Egonu sarà protagonista dei quarti di Champions League proprio contro il Vero Volley. L’andata a Istanbul è in programma il 15 marzo (ore 17.30) mentre il 21 marzo (ore 20) ritorno all’Allianz Cloud. Un antipasto prima della prossima stagione dove l’attende un’altra “partita” da giocare. Milano aspetta Paola «come i bimbi aspettano il Natale».

 La pallavolo è dunque pronta a riabbracciare la sua giocatrice di punta in attesa di scoprire il suo futuro con la maglia azzurra. Estate con la Nazionale che avrà due appuntamenti importanti: Europei e qualificazioni olimpiche. E nel torneo continentale l’Italia giocherà le prime gare all’Arena di Monza, l’impianto che fino a quest’anno ha ospitato i match della sua nuova squadra prima del passaggio a Milano. Per Paola un bell’antipasto prima dello sbarco nella città.

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “La Stampa” il 14 gennaio 2023.

La pallavolista Paola Egonu la scorsa settimana ha ancora una volta denunciato il razzismo che non risparmia nemmeno chi è nato e cresciuto in Italia ed è un orgoglio nazionale. Lei, dopo gli insulti razzisti, per qualche mese ha preso le distanze dalla Nazionale e solo qualche giorno fa ha detto di essere pronta a tornare a rappresentare l'Italia.

 La giornalista Karima Moual è nata in Italia da genitori del Marocco, ieri dalle colonne della Stampa ha confessato di essersi arresa. «Non saremo mai italiani abbastanza come voi - ha scritto -. I nostri nomi sono troppo stranieri, le nostre facce, i tratti, il colore della pelle, ancora più se è nera, non passa».

 Non passa, no. Lo conferma Maurizio Ambrosini, sociologo e studioso delle migrazioni. «Siamo ancora sotto il duraturo influsso della retorica degli italiani "brava gente", non abbiamo sviluppato anticorpi sufficienti contro il linguaggio, il pensiero e l'approccio razzista. A Milano nel linguaggio corrente si è abituati a chiedere "Quanto guadagna al mese la tua filippina?". Si usa la parola filippina per definire le colf etichettando in modo profondamente razzista chi arriva dalle Filippine.

 Anche il termine badante, che indica un'attività svolta in gran parte da stranieri, ha nella parola un'inferiorizzazione di un lavoro che è molto di più che un semplice badare a delle persone anziane, vuol dire ascoltarle, accompagnarle, assisterle a volte con prestazioni parainfermieristiche. Di Paola Egonu si dice che questo Paese le ha dato la maglia azzurra, non che se l'è conquistata».

 […]

Jean-René Bilongo è originario del Camerun, vive in Italia dal 2000, è responsabile del Dipartimento Politiche Migratorie di Flai-Cgil Nazionale. «In Italia non si vuole affrontare il tema dell'inclusione delle diaspore presenti nel Paese. Abbiamo un modello di inclusione che è in atto ma manca una locomotiva che lo guidi a livello sociale». Che l'Italia sia razzista lo mostrano alcuni indicatori, aggiunge. […]

 Di fronte a tanto razzismo c'è speranza? Secondo Ambrosini ci sarebbe se si desse attuazione alla possibilità di far entrare gli immigrati a pieno ruolo nell'impiego pubblico, che è un ascensore sociale per i gruppi discriminati». Secondo Chef Kumalé «bisogna trovare nella scuola, nello sport e nel lavoro il modo di accorciare le distanze».

Jean-René Bilongo è il meno ottimista.

«C'è speranza? La speranza è sempre l'ultima a morire ma ci vogliono volontà vere a livello nazionale e non mi sembra che ci siano. Qualcuno sa che esiste una Consulta per i lavoratori immigrati e le loro famiglie presieduta dal capo del governo? E qualcuno sa che l'ultima volta che si è riunita è avvenuto nel 2007?».

Dagospia il 14 febbraio 2023.

Caro Dago, ti seguo sempre con interesse, perché riesci a raccontare l’attualità con grande ironia.

 Mi permetto però di scriverti per l’articolo che hai pubblicato su di me, anche se purtroppo non ne hai riportato il contenuto integrale, ed è un vero peccato perché così facendo hai estrapolato un’interpretazione mistificata e falsa di quel che ho scritto ( e l’articolo è per altro libero sul sito della Stampa. qui il link)

Non ho per esempio mai scritto che l’Italia o gli italiani nella loro totalità sono dei razzisti.

Ci ho tenuto molto a scriverlo con chiarezza perché sarebbe ingeneroso, generalizzare ed anche falso.

 Inoltre, io per carattere non frigno. Quanto scritto su La Stampa è un atto d’amore racchiuso in una lunga riflessione che mi costa molto. Vi invito perciò a rileggerla senza mistificare le mie parole.

Credo che almeno voi non abbiate bisogno di costruire nemici immaginari.

Con stima Karima Moual

Estratto dell'articolo di Nina Verdelli per vanityfair.it il 3 Febbraio 2023.

A quattro anni ho capito di essere diversa. Ero all’asilo e, con un mio amichetto, stavamo strappando l’erba del giardino: ci facevano ridere le radici. La maestra ci ha messo in castigo. Per tre volte le ho chiesto di andare in bagno. Per tre volte mi ha risposto di no. Alla fine ci sono andata di corsa, senza permesso.

 Troppo tardi: mi ero fatta tutto addosso. La maestra mi ha riso in faccia: “Oddio, fai schifo! Ma quanto puzzi!”. E, per il resto del giorno, non mi ha cambiata. Ho dovuto attendere, sporca, l’arrivo di mia madre nel pomeriggio. Ancora oggi, 20 anni dopo, fatico a usare una toilette che non sia quella di casa mia».

Italiana di Cittadella, in provincia di Padova, figlia di genitori nigeriani, pallavolista di punta della squadra turca Vak?fBank e, forse, pallavolista più forte al mondo, la 24enne Paola Egonu sceglie con cura le cose da evitare, nel linguaggio e nella vita. Con il razzismo, però, non sempre ci riesce: non vuole nominarlo, perché «quando ne parli qualsiasi cosa dici ti si ritorce contro», ma poi in quella parola inciampa e finisce per snocciolare aneddoti di crudeltà.

Come quello capitato l’estate scorsa quando, al termine di una partita con la Nazionale, si è sfogata con il procuratore minacciando di lasciare le Azzurre: «Mi hanno chiesto perché sono italiana. Sono stanca». Potrebbe succedere ancora a Sanremo, dove sarà co-conduttrice insieme a Chiara Ferragni, Chiara Francini e Francesca Fagnani, qualora sul palco dell’Ariston decidesse di alzare la voce.

 Ci sta pensando?

«Preferisco usare quello spazio per parlare di sensibilità, di empatia, per raccontare chi sono fuori dal campo».

 E non subisce atti di razzismo fuori dal campo?

«A noi atleti conviene essere diplomatici per non infastidire i club, per non creare tensioni nella squadra. Forse quando smetterò di giocare potrò dire tutta la verità».

Quando smetterà di giocare, qualsiasi cosa dirà farà meno rumore.

«Lo so».

 Vuole provare a dirla ora la verità? Per esempio, rispetto a quando è stata maltrattata all’asilo, oggi c’è meno razzismo in Italia?

«No. Capita che mia mamma chieda un caffè al bar e che glielo servano freddo, che in banca lascino entrare la sua amica bianca ma non lei».

 Come è possibile, scusi?

«Sa che in alcune filiali si entra attraverso porte girevoli, aperte e chiuse dagli impiegati all’interno? Ecco, a lei non la aprivano. La cosa che mi fa più male è che non si arrabbia neanche: “È normale”, mi dice».

 Qualche anno fa ha raccontato che i suoi genitori raccomandavano a lei e ai suoi fratelli: «Vi diranno che i neri puzzano, voi fatevi trovare puliti».

«Ci hanno anche insegnato a non mettere mai le mani in borsa dentro a un negozio per evitare di essere accusati di furto. Ancora oggi, se ho il cellulare in tasca e devo mandare un messaggio, aspetto di uscire».

 Mai una reazione impulsiva?

«Alle medie una ragazzina continuava a prendermi in giro perché ero nera. Un giorno l’ho afferrata per i capelli e le ho urlato: “Dillo un’altra volta e ti metto le mani addosso, non ho paura di te”».

 Di questo governo ha paura?

«Più che altro mi suscita una domanda: perché all’apice ci sono persone insensibili che agiscono per il proprio interesse e non per quello del popolo? Quando ho letto alcune dichiarazioni dei sodali di Giorgia Meloni sull’aborto non ci potevo credere. Se un partito guidato da una donna non hai il coraggio di difendere le altre donne, allora non ci sono speranze».

Se la incontrasse, che cosa le vorrebbe dire?

«La stessa cosa che direi a tanti potenti: quando vedete la vostra gente soffrire, come fate ad andare a dormire sereni?».

Lei ci va a dormire serena?

«Più o meno».

[...]

Chi non apprezza?

«Per esempio quelli che mi insultano chiedendo perché sono italiana. Non sanno niente di me, di noi atlete. Non sanno quanto fatichiamo, quanto siamo stanche, quanto non ci sentiamo all’altezza, quanto a volte vorremmo solo prenderci una pausa da tutto, ma non possiamo. Non ho nemmeno il tempo per godermi una vittoria che arriva la sfida successiva: dopo lo scudetto c’è la Champions, e l’Europeo, la Super Coppa, le Olimpiadi. Allora poi succede che qualcuno mi dice la frase sbagliata e io mi domando: perché mai dovrei rappresentare voi?».

[...]

Si vede anche mamma, un giorno?

«Assolutamente sì. Il desiderio ce l’ho da quando sono piccola, ma solo recentemente ho capito che è realizzabile».

In che senso?

«Prima non riuscivo a immaginare che qualcuno potesse volere un figlio con me: non mi vedevo attraente».

 Prego?

«Sono cresciuta in un contesto in cui lo standard di bellezza presupponeva l’essere bianca. E, sa, i ragazzini possono essere molto spiacevoli. Io ero sempre la più alta, ero nera, con questi ricci che odiavo. A un certo punto mi sono rasata a zero. Peccato che poi venivo presa in giro perché non avevo i capelli. La vita era uno schifo. Io mi sentivo uno schifo».

Ora invece?

«Sto imparando che diverso non vuol dire brutto e che, sì, sono un’atleta ma sono anche una donna e che, come tale, posso essere sensuale. Me lo sono persino tatuata sulla coscia, guardi».

 [...]

E del suo fidanzato, il pallavolista polacco Michal Filip, è innamorata?

«Non è il mio fidanzato: ci siamo frequentati per un po’. È già finita».

Adesso è single?

«Sì. Spesso le persone con cui esco mi dicono: “Non sono abbastanza per te”. Ma come, scusa, secondo te io sprecherei il mio poco tempo libero con qualcuno che non è abbastanza? Sarei scema».

[...]

Che cosa cerca in amore?

«Una persona sicura di sé, che mi sappia stare accanto senza paura. Possibilmente non uno sportivo».

Perché?

«Perché gli sportivi tradiscono. Sono tutti sposati con figli, poi vai in trasferta e li becchi a fare serata con altre ragazze. Inconcepibile: investi del tempo per creare un legame con una persona, poi ti viene voglia di sc...re e butti tutto nel cesso? È un inferno per noi donne».

 Anni fa aveva trovato conforto proprio tra le braccia di una donna, la pallavolista Katarzyna Skorupa. I suoi come l’avevano presa?

«Malissimo. Erano preoccupati di quello che avrebbero pensato gli zii o i vicini di casa. Poi hanno capito che la mia non era una scelta. Chi opterebbe per uno stile di vita che ti mette contro tutti? Certe cose capitano e basta».

Dalla società, invece, si è sentita più accettata?

«Mica tanto: io me ne fregavo, baciavo la mia fidanzata anche in pubblico. Le reazioni, però, non sono sempre state gradevoli. Il problema è che la gente non pensa agli affari propri. Io dico, cosa vieni a giudicare me, o una coppia omosessuale che cresce i figli con amore, quando è pieno di famiglie tradizionali disfunzionali? È un mondo di m...da, me lo lasci dire. Spero che presto arrivi l’Apocalisse».

 Non le sembra di essere un po’ catastrofica?

«Sa che a volte con mia sorella ci chiediamo se sia opportuno per noi mettere al mondo dei bambini?».

 Che cosa intende?

«Io so già che, se mio figlio sarà di pelle nera, vivrà tutto lo schifo che ho vissuto io. Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora: lo faranno sentire troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vale la pena, dunque, far nascere un bambino e condannarlo all’infelicità?».

 Da ilnapolista.it il 3 Febbraio 2023.

A noi atleti conviene essere diplomatici per non infastidire i club, per non creare tensioni nella squadra. Forse quando smetterò di giocare potrò dire tutta la verità“. Paola Egonu tra pochi giorni co-condurrà il Festival di Sanremo. E’ è una delle più forti giocatrici di pallavolo del mondo, è nera, è italiana ed è “diversa da quando avevo 4 anni, da quando l’ho capito”. Egonu parla di razzismo (anche) in una lunga intervista concessa a Vanity Fair.

Capita che mia mamma chieda un caffè al bar e che glielo servano freddo, che in banca lascino entrare la sua amica bianca ma non lei. Sa che in alcune filiali si entra attraverso porte girevoli, aperte e chiuse dagli impiegati all’interno? Ecco, a lei non la aprivano. La cosa che mi fa più male è che non si arrabbia neanche: è normale, mi dice. Ci hanno anche insegnato a non mettere mai le mani in borsa dentro a un negozio per evitare di essere accusati di furto. Ancora oggi, se ho il cellulare in tasca e devo mandare un messaggio, aspetto di uscire”.

 “Prima non riuscivo a immaginare che qualcuno potesse volere un figlio con me: non mi vedevo attraente. Non mi vedevo attraente in un contesto in cui lo standard di bellezza è essere bianca.  Sono cresciuta in un contesto in cui lo standard di bellezza presupponeva l’essere bianca. E, sa, i ragazzini possono essere molto spiacevoli. Io ero sempre la più alta, ero nera, con questi ricci che odiavo. A un certo punto mi sono rasata a zero. Peccato che poi venivo presa in giro perché non avevo i capelli. La vita era uno schifo. Io mi sentivo uno schifo”.

Mi chiedo a volte se sia il caso di mettere al mondo dei bambini. Se mio figlio sarà di pelle nera vivrà tutto lo schifo che ho vissuto io. Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora: lo faranno sentire troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vale la pena, dunque, far nascere un bambino e condannarlo all’infelicità?”.

Egonu qualche anno fa ha avuto una relazione con la pallavolista Katarzyna Skorupa. Racconta che i suoi l’hanno presa “malissimo. Erano preoccupati di quello che avrebbero pensato gli zii o i vicini di casa. Poi hanno capito che la mia non era una scelta. Chi opterebbe per uno stile di vita che ti mette contro tutti? Certe cose capitano e basta. Io me ne fregavo, baciavo la mia fidanzata anche in pubblico. Le reazioni, però, non sono sempre state gradevoli. Il problema è che la gente non pensa agli affari propri. Io dico, cosa vieni a giudicare me, o una coppia omosessuale che cresce i figli con amore, quando è pieno di famiglie tradizionali disfunzionali? È un mondo di merda, me lo lasci dire. Spero che presto arrivi l’Apocalisse”.

Avete rotto!”. L’ira di Cruciani su Sanremo che ci dipinge razzisti e sessisti. Il conduttore de La Zanzara senza filtri: “In due giorni di festival è emerso un Paese che non esiste”. Giuseppe Cruciani, su Nicolaporro.it il 10 Febbraio 2023.

Il festival della canzone italiana, meglio conosciuto come Festival di Sanremo. In due giorni cosa è venuto fuori da due pesi massimi di questa kermesse, da alcuni invitati, insomma dalla creme de la creme?

Che l’Italia è un Paese razzista: lo ha detto una persona portata in palmo di mano sul palco. La signora Egonu, portabandiera olimpica, omaggiata e riverita dalla maggior parte delle persone. Sostiene che l’Italia è un Paese razzista.

Ci hanno raccontato da quel palco, che dovrebbe essere un palco nazional-popolare e non raccontare minchiate, che l’Italia è un Paese sessista dove le donne sono considerate più come mamme che come persone e lavoratrici: lo ha detto la signora Chiara Ferragni.

E il marito invece, il signor Fedez, ha esposto la fotografia di un viceministro vestito da nazista, dipingendo il governo come un branco di fascisti.

Abbiamo anche capito che abbiamo una Costituzione da difendere contro i barbari, che non esistono, e che la vogliono cancellare. Il signor Benigni.

Avete rotto il cazzo. È questo il punto: non c’è nulla di vero in tutto questo: è un racconto, ridicolo, penoso e patetico di tutto quello che non è l’Italia.

Giuseppe Cruciani, 10 febbraio 2023

Se l'Italia fosse davvero razzista, la Egonu non sarebbe la Egonu. L'atleta: «So che se il mio bimbo sarà di pelle nera affronterà lo schifo che ho vissuto io» Ma è proprio in questo Paese che la sua famiglia ha trovato accoglienza e lei il successo. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 05 febbraio 2023

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Aveva ventitrè anni Jesse Owens nero dell’Alabama, quando alle Olimpiadi del ‘36 divenne il lampo nel cielo oscuro della Berlino nazista, vincendo quattro medaglie d’oro in un oceano di teste ariane sotto choc. Aveva 24 Jackie Robinson, primo nero della Major League americana di baseball, quando veniva preso a pallate dai lanciatori anche della sua squadra; e, vincendo tutto s’infilò nei libri di storia come il «più grande sportivo americano di sempre». Paola Egonu padovana di genitori nigeriani ha la loro stessa età ma un approccio alla vita più catastrofico.

Paola è probabilmente la più grande pallavolista che l’Italia abbia mai prodotto, vanta una classe agonistica innaturale quanto il palmarès. Ed è ovvio che la sua intervista-provocazione a Vanity Fair,  rimbalzata su tutti i ntg e rotocalchi, astutamente uscita a margine del Festival di Sanremo di cui è una delle conduttrici, stia sollevando sdegno e solidarietà di fan e lettori.

Paola, richiesta di commento su una sua eventuale gravidanza si è pregiata di rispondere, di non volerlo, un figlio in Italia: «Se mio figlio sarà di pelle nera, vivrà tutto lo schifo che ho vissuto io. Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora: lo faranno sentire troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vale la pena, dunque, far nascere un bambino e condannarlo all'infelicità?».

Che è, ovviamente, una domanda retorica.

IL TRAUMA E LA MAESTRA Vale sempre la pena, L’insicurezza sociale di Paola, campionessa dal sorriso carsico, è inversamente proporzionale alla sua altezza (1,93!). Nell’intervista la ragazza racconta il trauma della maestra che alle elementari le impedì di andare in bagno portandola a farsela sotto (e accaduto anche a mio figlio, bianco e biondo, ma finora nessun trauma); per poi darle, con cattiveria della «puzzona, fai schifo» rovinando il suo rapporto con le toilette. E poi, Paola spiega che gli italiani sono inevitabilmente razzisti: «Capita che mia mamma chieda un caffè al bar e che glielo servano freddo, che in banca lascino entrare la sua amica bianca ma non lei».

O parla delle reazioni feroci nei corridoi scolastici: «Alle medie una ragazzina continuava a prendermi in giro perché ero nera. Un giorno l'ho afferrata per i capelli e le ho urlato: “Dillo un’altra volta e ti metto le mani addosso, non ho paura di te”». E, per inciso, Paola ha fatto benissimo: io consiglio sempre ai figli in difficoltà, di assestare ai bulli una testata secca sul setto nasale.

Dopo, però, Egonu carica il racconto. Narra degli estremi sacrifici sportivi a cui è sottoposta, non pensando che c’è pure chi –bianco come un cencio- fa la colf, sta in coda alla Caritas o lavora in miniera. E c’è perfino una discriminazione estetica: «Sono cresciuta in un contesto in cui lo standard di bellezza presupponeva l'essere bianca. Io ero sempre la più alta, ero nera, con questi ricci che odiavo» continua lei «a un certo punto mi sono rasata a zero. Peccato che poi venivo presa in giro perché non avevo i capelli. La vita era uno schifo. Io mi sentivo uno schifo». Certo, osservate dalla visuale dell’adolescente cresciuta in una famiglia di migranti nel profondo nord, le denunce sono comprensibili, e stringono il cuore. Come quando Paola evocò, tra le lacrime, l’episodio in cui un branco di tifosi sbagliati le urlarono di non esser degna di vestire la maglia azzurra. Dolore su dolore. A cui s’aggiunge anche la morte delle sua prima allenatrice Fabiola Bellù. Insomma, sfighe sempre all’orizzonte.

Noi tifosi capiamo tutto. E la abbracciamo dell’abbraccio eterno di quando vinse il suo primo scudetto, o il titolo di miglior giocatrice del continente. Epperò vorremo anche sgravarla di tutto questo dolore. Sottolineando qualche piccolo dettaglio che ne ridimensioni il dramma. Innanzitutto Egonu fa un’intervista a Vanity Fair, una delle riviste più fighette e patinate del mondo; e concede interviste a quotidiani come il Corriere della sera dall’età di 17/18 anni. E le sue speculazioni non riguardano la tecnica del bagher, il cambiopalla o la classifica dei play off. Sono opinioni richiestele in quanto opinion leader, in grado di modificare carichi pubblicitari ed etica delle aziende. Paola, meno di Fiona May (che prima di diventyare una star tv denunciò anche lei epoisodi di razzismo) ma come Andrew Howe, Fausto Desalu e soprattutto Marcel Jacobs, è un’italiana di seconda generazione perfettamente integrata in Italia; e anche la sua famiglia ha avuto identica accoglienza.  E spesso, come lei stessa ammette, per i ragazzini Egonu appare come modello di vita e di sport.

RESPIRO D’ORGOGLIO Pur avendo buttato lacrime e sangue, Egonu non se la passa male. Gli idioti razzisti esistono in ogni dove, cara Paola, basta ignorarli e non farsi sottomettere dalle patetiche minoranze, specie nei social. Quando farai un figlio, instillagli gli stessi respiri di orgoglio, di gioia e di coraggio che ti hanno spinto fin qui. (E se lo fai nascere nel mio Veneto, quei respiri saranno ancor di più i miei...)

Estratto dell'articolo di Giulia Zonca per “la Stampa” il 6 febbraio 2023.

 «Quando sono arrivata a Roma c'erano solo bianchi», Claudia Marthe parla dell'inizio degli Anni 80, di lei quattordicenne, creola, passata dalla multietnica Parigi alla monocromatica Italia. Non troppo tempo dopo, in mezzo al quartiere San Paolo della capitale, si sarebbe innamorata e appena ventenne sarebbe rimasta incinta di Elodie, la cantante uscita da «Amici», diventata ormai famosa e oggi pronta ad esibirsi al suo terzo Sanremo.

Quando la signora Marthe è rimasta incinta, si è preoccupata della sua età, «ero tanto giovane», non certo del colore che avrebbe avuto la pelle della bambina: «Per questo resto disorientata dalle parole della pallavolista Paola Egonu che non voglio affatto giudicare, ma mi piacerebbe capire».

Egonu ha detto: «Mi preoccupa l'idea di far crescere un figlio di pelle nera in questo schifo. E ha aggiunto Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora». Sarebbe il caso di Elodie, lei l'ha mai fatto considerazioni simili?

«No e mi fa proprio strano vederla così. Nei mesi in cui aspettavo Elodie, io e suo padre ci chiedevamo come sarebbe stata la pelle, che lineamenti avrebbe avuto, da chi avrebbe ereditato cosa: ci immaginavamo, come ogni genitore, di passarle i tratti più belli di ognuno e la pensavamo scura con gli occhi chiari. Quando è nata, mio suocero cercava la bambina nera nella nursery, gli ho detto: "È quella, è uscita poco cotta"».

Le è capitato di doverle proteggere da episodi di razzismo?

«L'ho educata a riconoscere l'ignoranza, ad usare l'autoironia che non significa fare finta di niente, ma smontare le reazioni che non sono accettabili. Però a farlo con intelligenza, a distinguere. Spero di averla preparata. Da piccola capitava che le toccassero i capelli straniti, è successo anche a me, lasciavo fare: "Vedete, sono così"».

 Lei si è mai sentita discriminata in Italia?

«Quando mi sono trasferita era un'altra Italia, non parlavo la lingua, mi vedevo l'unica colorata per strada. Ho messo su un carattere forte, ho avuto i miei giorni tosti. Sono andata avanti e ho pure vissuto anni splendidi in un posto che sento casa».

Forse, nel 2023, pure l'Italia dovrebbe essersi evoluta.

«Lo sta facendo, però proprio non potrei definirlo un Paese che discrimina in base alla razza. Ci sono gli idioti, qui e altrove. Sono intollerabili, qui o altrove. E allora? Non facciamo più figli per paura degli stupidi? Tanto ci sarà sempre chi giudica e non solo la provenienza. O sei troppo grasso o troppo sproporzionato, sei sempre qualcosa. Se si dipende dall'approvazione altrui non ci si muove».

 (...)

Egonu ed Elodie, saranno entrambe a Sanremo. Si immagina delle conversazioni?

«Spero si confrontino, si parlino perché Elodie ha vissuto pure lei esperienze negative, tutti abbiamo sofferto, ma bisogna superare. Vorrei dire a questa bellissima ragazza che deve volersi più bene: è splendida, affermata, è italiana e non ha bisogno di essere riconosciuta come tale, lo è. Non si può piacere a tutti, chi non accetta le differenze tra le persone è una minoranza».(...)

Paola Egonu ha veramente rotto le balle. Cara pallavolista: un po’ meno selfie, pianterelli, interviste a Vanity Fair e un pochino più di realtà. Nicola Porro il 4 Febbraio 2023.

Nel giorno in cui l’Economist ci spiega che la nostra democrazia è diventata più fragile per colpa del governo Meloni, dobbiamo sorbirci anche l’intervista di Paola Egonu. La pallavolista, infatti, racconta in prima pagina della sua infanzia tremenda e di come una maestra cattiva le fece fare la pipì addosso: insomma, la sua intervista a Vanity Fair è una lamentela continua.

Egonu dice di aver vissuto di merda in questo Paese: “L’Italia è razzista” e ovviamente la colpa è della Meloni e dei leghisti. Ma l’eroina della sinistra non si ferma qui: dice che non vuole fare un figlio in Italia perché se nasce nero sarebbe un disastro e se invece nasce mulatto non verrebbe considerato fico né dai neri né dei biacchi.

Ragazzi, in un Paese che non vuole avere figli i problemi sono altri. Non una signora di grande successo che fa il suo pianterello su Vanity Fair e tutto il mondo le sta al cospetto.

Ieri, ad esempio, sono andato a presentare il mio libro a Sovico e ho incontrato una signora che mi ha detto che suo figlio invalido al 100% prende €385 al mese di accompagnamento. Ci sono persone che hanno situazioni di disagio mostruose, ma i giornali dedicano le loro prime pagine alla lagna della campionessa Egonu che dice di non volere un figlio nero o mulatto. Ma di che cazzo stiamo parlando?

E nessuno provi a dire che questa signora ha un problemino, perché ogni critica diventa un presupposto per dire che l’Italia è un paese razzista. Qui l’unica cosa razzista è non riconoscere il fatto che, in Italia, ci sono bambini che non sono né neri né mulatti e hanno, ahimè, situazioni disastrose. Eppure i loro genitori sono ugualmente felici della loro esistenza e orgogliosi di averli messi al mondo.

Cara Egonu, un po’ meno selfie, pianterelli, interviste a Vanity Fair e un pochino più di realtà. Per carità, lo dico io che sono completamente scollegato dalla realtà, ma di certo non a questi livelli.

Nicola Porro, 4 febbraio 2023

Paola Egonu e le infermiere. Storie di razzismo e integrazione. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera l’11 Febbraio 2023.

Caro Aldo, l’Italia è razzista? Io rispondo che l’Italia non è razzista anche se ci sono degli ignoranti che manifestano in questo senso. Ho lavorato in sanità, ho conosciuto tante persone di ogni ceto sociale e non ho mai avvertito questo sentimento in maniera generalizzata! Qualche cretino sì! Lei come la pensa? Ermanno Montobbio

Caro Ermanno, La sua lettera mi ha fatto tornare in mente un episodio di fine anni 80, quando ero un giovane redattore delle cronache italiane della Stampa. Quel sabato non doveva esserci proprio nessuno, visto che era toccato a me andare alla riunione per la prima pagina. Anche il direttore, Gaetano Scardocchia — grandissimo giornalista che aveva firmato con Giampaolo Pansa l’inchiesta sulla Lockheed e i furti di Stato — mancava. Il capo della cronaca di Torino, allora considerato il numero 3 del giornale, disse che nel più grande ospedale della città, le Molinette, alcuni anziani pazienti avevano rifiutato di essere assistiti da infermieri dalla pelle nera. Il numero 2 del giornale, il vicedirettore Lorenzo Mondo, disse: «Questa notizia non la mettiamo in prima, la tenete nelle vostre pagine, e guai se la commentate negativamente. Questi vecchietti non fanno così perché sono razzisti. Questi vecchietti fanno così perché hanno paura. E la maggioranza dei nostri lettori la pensa come loro». Neppure Lorenzo Mondo ovviamente era razzista. Era un uomo coltissimo, custode dei diari di Cesare Pavese che avrebbe rivelato pochi mesi dopo, professore di letteratura italiana all’Università di Torino, cresciuto nella cultura azionista che a quarant’anni dalla fine del partito d’Azione era ancora la linea politica della Stampa, quotidiano egemonico in una strana regione dalle province bianche e dal capoluogo rosso. Con quelle sue parole, Mondo ci diede tre lezioni di giornalismo. La prima: sono i lettori che giudicano il loro giornale, non il giornale che giudica i suoi lettori. La seconda: la paura non è il più nobile dei sentimenti, ma non va demonizzata, bensì — come ogni cosa — raccontata e spiegata. La terza: il razzismo non ha colore ideologico, il razzista non è di destra e l’antirazzista non è di sinistra (per questo è sbagliato che ministri in carica chiedano preventivamente a Paola Egonu di non parlare di razzismo). Da quella riunione di redazione sono passati quasi altri quarant’anni. L’Italia sta diventando, come altri Stati europei, un Paese multietnico. Ovviamente il razzismo, come in tutto il mondo, esiste. Nello stesso tempo esistono milioni di persone di cuore, che ogni giorno fanno un gesto anche piccolo per favorire l’integrazione dei nuovi italiani. A volte sono le stesse persone che, in un momento di difficoltà o anche solo di malumore, dicono e fanno cose in cui magari non si riconosceranno. L’integrazione è un processo lungo e complesso; per questo non dovrebbe mai essere strumentalizzato da un partito politico. La destra non dovrebbe additare i migranti come nemici, e la sinistra dovrebbe capire che il prezzo dell’immigrazione lo pagano le classi popolari. Sino a non molto tempo fa, il Regno Unito governava l’India con poche decine di migliaia di soldati, quasi tutti indiani, che con i loro lunghi bastoni soggiogavano i compatrioti; oggi il Regno Unito è governato da Rishi Sunak, premier di origine indiana e leader del partito conservatore, come lo era Churchill che definiva Gandhi un fachiro seminudo. La storia non fa salti; ma cambia con una velocità cui non riusciamo a stare dietro.

Calderoli: «Paola Egonu dice che l’Italia è razzista? Vorrei incontrarla e capire perché». Cesare Zapperi su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

Il ministro commenta le parole di Paola Egonu a Sanremo e le sue riflessioni sul razzismo in Italia: «L’atleta si sarà imbattuta in qualche stupido»

Ministro Roberto Calderoli, cosa pensa delle accuse di razzismo che Paola Egonu rivolge agli italiani?

«Vorrei parlarle per capire le ragioni di quel che dice. Per me l’Italia non è razzista» risponde l’esponente leghista che finì sotto processo per un epiteto rivolto all’ex ministro Cécile Kyenge («di questo, però, non voglio più parlare»).

Come fa a dirsi così sicuro?

«Se si parla di un Paese intero non si può lanciare un’accusa del genere. Può essere, invece, che l’atleta si sia imbattuta in qualche stupido che ha avuto nei suoi confronti un comportamento assolutamente da condannare. Fare differenze sulla base del colore della pelle non è ammissibile».

Voi leghisti, specie agli inizi, siete stati accusati di razzismo, magari più nei confronti dei meridionali che delle persone di colore.

«Questa è un’accusa che sento fare da quando la Lega è nata. Guarda caso, però, proprio noi abbiamo avuto un amministratore locale, che poi è stato eletto senatore (Toni Iwobi, bergamasco d’adozione, a Palazzo Madama nella scorsa legislatura, ndr), di origine nigeriana. Alle chiacchiere noi rispondiamo con i fatti».

Beh, però sull’antimeridionalismo avete puntato molto in passato.

«È sempre stata una narrazione alimentata ad arte per cercare di contrastarci visto che avevamo argomenti validi. La contrapposizione fra Nord e Sud era funzionale a sbarrarci la strada. Ma anche qui, con i fatti, abbiamo dimostrato che perseguiamo una battaglia perché tutto il Paese cresca pur nelle sue differenze».

Si sta riferendo alla battaglia per l’Autonomia differenziata?

«Con quella e con il federalismo fiscale daremo ad ogni Regione la possibilità di svilupparsi secondo le proprie peculiarità e i propri bisogni».

L’accusano di voler spaccare l’Italia. Anche questa una forma di «razzismo» dei ricchi verso i poveri.

«Anche questa la sento dalla prima volta che sono diventato ministro, nel 2004. Vorrei rispondere dicendo che non puoi rompere ciò che è già rotto in almeno 3-4 parti. Ma non mi interessa polemizzare. Lavoro perché il divario si restringa».

Eppure, c’è chi non apprezza lo sbarco della Lega a Sud.

«Sì, qualche borbottio di pancia lo avverto quando vado nel Mezzogiorno. Ma è una visione assolutamente minoritaria e miope che non rappresenta nulla».

Sanremo 2023: Paola Egonu, non siamo razzisti, ma. Beatrice Dondi su L’Espresso il 10 Febbraio 2023.

Le gettano fango, insulti e accuse surreali di ingratitudine. E alla fine la campionessa co-conduttrice (si fa per dire) sul palco dell’Ariston recita un monologo che ha il doloroso sapore delle scuse: «Amo l’Italia e vesto con onore la maglia azzurra che è la più bella del mondo»

Io sono Paola, sono una donna, sono italiana. E sono alta. No, non lo ha detto ma a un certo punto lo avrà pur pensato visto che tutta la sua presenza sul palco della terza serata si sarebbe potuta riassumere con una radiografia del suo metro e novantatrè di splendore con e senza tacchi. Paola Egonu, co-conduttrice, si fa per dire, della terza serata del Festival, è stata presa ed esibita come una statuina, fatta cantare, ballare, giocare, perché incredibile, Paola sei bravissima, Paola non hai sbagliato, Paola, ma come sei bellina, alta e serena, alta e compita, alta e diligente. Una solfa ormai incancrenita con cui generalmente si avvolgono le donne, donne a caso, donne a prescindere, donne come “ci vorrebbe un presidente donna”.

Così dopo scenette varie mal costruite arriva il temuto monologo sui gradini dell’Ariston. Che avrebbe potuto essere contro il becero razzismo di cui questo Paese ancora ostinatamente non si vergogna. E che invece è diventato un messaggio di scuse. «Amo l’Italia e vesto con onore la maglia azzurra che è la più bella del mondo» dice Egonu e pazienza se dopo aver dimostrato di essere la più forte giocatrice del globo se ne è dovuta andare in Turchia. Pazienza se dopo l’annuncio della sua presenza al Festival si è vista tirare addosso una tale cascata melmosa da far piegare le spalle anche alle menti più solide.

«Spero che non venga a fare una tirata sull’Italia razzista, perché gli italiani sono un popolo che accoglie e che allunga la mano a tutti», aveva dichiarato con il consueto interesse sulle questioni festivaliere Matteo Salvini, omettendo che Paola Egonu è italiana quanto lui, nata a Cittadella, nel profondo Veneto, talmente italiana che ha persino ringraziato mamma e papà.

I commenti dopo la conferenza stampa del mattino, poche ore dal debutto, recitavano cose come «Sciacquati la bocca», o meglio ancora «Accusi gli italiani però poi vai a Sanremo con i soldi nostri», che poi sarebbero anche soldi suoi, visto che da buona italiana il canone tocca anche a lei. Fino alla perla del consigliere di Sangiuliano Francesco Giubilei, che dandole del tu con l’eleganza che contraddistingue questo tipo di esternazioni aveva twittato: «Amare l’Italia significa rispettarla e non attaccare la nazione che ti ha offerto molte possibilità tra cui essere a Sanremo quando potrebbero esserci tanti altri atleti di valore al tuo posto. Un po’ di riconoscenza farebbe bene». Riconoscenza, Paola, ingrata che non sei altro.

Dopo alzate di questo tipo poteva schiacciare, potente, come solo lei sa fare. Invece col foglietto stretto tra le mani, l’emozione legittima dei suoi 24 anni ha dovuto giustificare le sue insofferenze, perché è stata fraintesa, non è vero che non vuole avere figli in un Paese razzista, che crescerebbero discriminati, non è vero che non ha rispetto per l’Italia, sono solo accuse di chi crede che il bicchiere colorato contenga acqua da un gusto diverso rispetto a quello trasparente e non è vero che è un’ingrata, anzi, «Ho un profondo senso di responsabilità per questo Paese su cui ripongo le speranze di domani».

Tutto questo con l’emozione stanca, di chi ha dovuto imparare a non mettere le mani in borsa dentro a un negozio per evitare di essere accusato di furto. Perché alla fine come si dice, “non siamo razzisti, però”. E forse, dovremmo chiedere scusa a Paola Egonu per aver dovuto chiedere scusa.

Sui Giornali.

Antonio Giangrande: Catastrofi naturali e salute. Fatalismo e prevenzione.

La demagogia degli scienziati e la sicurezza impossibile.

Prevenzione. Costi e burocrazia: la protezione irrealizzabile.

Antonio Giangrande: Razzismo e Disastri Ambientali.

Disastri Ambientali e Dissesti idrogeologici: morte e distruzione.

Alluvioni, Allagamenti, Smottamenti, Frane.

Per i media prezzolati e razzisti.

Al Nord Italia: Eventi e danni naturali imprevedibili dovuti al cambiamento climatico in conseguenza del riscaldamento globale e causati da Vortici di Bassa Pressione dovuti all'alta Pressione perenne del Sud Italia con i suoi 30 gradi anche ad ottobre.

Al Sud Italia: Disastri meritati dovuti a causa dell'abusivismo; degli incendi dolosi e del disboscamento; dell'incuria e dell'abbandono delle opere pubbliche di contenimento e prevenzione.

“Per fortuna il maltempo si è spostato al sud”: la gaffe del TG5. Da Redazione di Cefalù Web 13 novembre 2014. Elena Guarnieri, presentatrice del TG5 ieri sera si è resa protagonista di una brutta gaffe parlando di maltempo. La giornalista in diretta durante l’edizione serale del popolare tg della rete ammiraglia di Mediaset, parlando della perturbazione che imperversa su tutta la penisola ha affermato: “Il peggio sembra essere passato, la perturbazione si è spostata al Sud“. Forte lo sdegno dei telespettatori soprattutto del meridione che condannano con fermezza l’imperdonabile gaffe.

Feltri: «Pugliesi sfaticati» e da S. Ferdinando parte la battaglia giudiziaria contro «Libero». Il prossimo 12 settembre sarà celebrata davanti al gip l’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione nei confronti del cronista Andrea Morigi, indagato per diffamazione in seguito ad una denuncia presentata dal docente. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 3 settembre 2023.

È finita davanti al Tribunale di Milano la battaglia giudiziaria fra un giornalista del quotidiano «Libero» e il professor Luigi Cassio Telesforo Dipace, originario di San Ferdinando, presidente nazionale dell'associazione «I cittadini contro le mafie e la corruzione». Il prossimo 12 settembre sarà celebrata davanti al gip l’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione nei confronti del cronista Andrea Morigi, indagato per diffamazione in seguito ad una denuncia presentata dal docente.

La vicenda trae spunto da un altro procedimento giudiziario, nato da una querela che sempre lo stesso Dipace aveva presentato contro l’ex direttore Vittorio Feltri, la cui posizione è stata archiviata. Feltri, ospite nel 2018 di una trasmissione su Retequattro aveva detto: «In una regione come la Puglia, ad alto tasso di disoccupazione, i pugliesi invece di stare a grattarsi le palle a casa, andassero a raccogliere le olive e a lavorare la terra». Una considerazione che aveva indotto Dipace a trascinare Feltri in Tribunale per tutelare l’onorabilità di tutti i pugliesi. Ma i giudici hanno ritenuto insussistente la diffamazione. Morigi, a sua volta, è stato denunciato per aver riferito di una richiesta di risarcimento a dire di Dipace mai avanzata. 

Feltri contro i pugliesi: «Andate a raccogliere le olive invece di grattarvi». Le affermazioni shockanti del direttore di Libero ospite su Rete 4 in diretta con il governatore della Puglia Michele Emiliano, hanno acceso la miccia sui social. GRAZIANA CAPURSO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 luglio 2018.

«La Puglia ha un alto tasso di disoccupazione. Allora dico ai disoccupati pugliesi: invece di stare a casa a grattarsi le palle vadano a raccogliere le olive, vadano a lavorare la terra, senza aver bisogno che arrivino dei negri a lavorare per conto loro». Con queste durissime parole Vittorio Feltri in diretta ieri sera a 'Stasera Italia' su Rete 4 ha attaccato i pugliesi. Il direttore di Libero, ospite in diretta con il governatore della Puglia Michele Emiliano, ha letteralmente insultato gli abitanti della nostra regione in attesa di un'occupazione.

«E' una cosa indecente! Non abbiamo lavoro? Lavoriamo la terra. Ma che male c'è - ha continuato - mica è una vergogna lavorare. Fate lavorare i pugliesi, i campani...lavorino tutti invece di chiamare i poveracci che arrivano dall'Africa!».

Affermazioni che fanno male e che sono state ribadite da Feltri anche su Facebook con un post sulla sua pagina ufficiale.  

Un post che ha creato tanta indignazione, scatenando una vera e propria pioggia di insulti sui social. Tra un «Vai a schiacciare i ricci col c...» e un «Sei un trim...» c'è anche chi esige delle scuse: «Lei non si deve permettere - scrivono - chieda scusa a chi ha lavorato anche nei campi, sottopagato e sfruttato e si è stancato di esserlo». «Se ci riesce per una volta, si vergogni - commentano - perché lei, dall'alto della sua poltrona da direttore non ha nemmeno idea di cosa voglia dire lavorare dieci ore sotto al sole cocente per 20 euro al giorno». 

Carceri piene di meridionali: indole criminale o povertà? Antigone ha affrontato un argomento delicato: l'associazione tra le regioni meridionali e la criminalità. Analizzando con profondità questi dati ,evidenzia la necessità di considerare i fattori socio-economici prima di trarre conclusioni affrettate. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 31 agosto 2023

Calabresi, campani, pugliesi e siciliani sono dei criminali per indole? L'Associazione Antigone ha affrontato una interessante argomentazione partendo dal dato che – se visto superficialmente – suggerisce che le persone del Sud siano più inclini al crimine rispetto ai cittadini delle altre regioni italiane. Tuttavia, un'analisi più approfondita di questi dati rivela un quadro più complesso e sottolinea l'importanza di considerare fattori socio-economici e contestuali prima di trarre conclusioni affrettate.

La riflessione dell'Associazione Antigone parte dal seguente dato: al 30 giugno 2023, il 45,2% delle persone detenute in Italia proviene dalle regioni di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Questo dato sembrerebbe suggerire una maggiore propensione al crimine in queste aree. Eppure fa emergere che il carcere è spesso un riflesso dell'emarginazione sociale, della povertà e di altri fattori strutturali. Un punto chiave per contestualizzare i dati carcerari è la correlazione tra povertà e tasso di criminalità. Secondo il ministero dell'Economia e delle Finanze, nel 2020 Calabria, Campania, Puglia e Sicilia si trovavano tra gli ultimi sei posti in termini di reddito medio. Questo legame tra bassi redditi e criminalità è un tema ampiamente riconosciuto dagli esperti di criminologia.

È quindi fondamentale capire che il carcere non riflette solo l'attività criminale in senso stretto. È un luogo in cui si concentrano le conseguenze dell'emarginazione sociale, delle disuguaglianze e della mancanza di opportunità. Molti detenuti provengono da contesti di svantaggio socio-economico, e la loro presenza in carcere è spesso la risultante di una serie di fattori, tra cui mancanza di accesso all'istruzione, disoccupazione e limitate opportunità di riscatto sociale. L'analisi dell'Associazione Antigone sottolinea giustamente che la questione meridionale è prima di tutto una questione sociale. Le politiche mirate al miglioramento del welfare e delle opportunità di lavoro sono essenziali per affrontare le radici della criminalità. Una visione più approfondita del quadro complessivo rivela che calabresi, campani, pugliesi e siciliani non sono necessariamente più inclini al crimine, ma spesso affrontano sfide socio-economiche più grandi rispetto ad altre regioni.

La riflessione dell'Associazione Antigone, che suggerisce un'associazione tra le regioni meridionali e la criminalità, richiede una valutazione critica dei dati e del contesto circostante. La detenzione in carcere è un riflesso complesso di fattori sociali ed economici, e attribuire una predisposizione al crimine a specifiche regioni non tiene conto della natura multifattoriale del problema. È fondamentale affrontare la questione del carcere e della criminalità con una prospettiva più ampia che includa il contesto socio-economico e la necessità di politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità nelle regioni emarginate.

Una analisi che fa il paio con l’ultima relazione al Parlamento da parte del Garante nazionale delle persone private della libertà. Alla presentazione a Montecitorio, il presidente Mauro Palma, evidenziando la tendenza all'aumento del numero di individui detenuti per pene estremamente lievi, ha messo in luce un punto critico: il mancato accesso a misure alternative alla detenzione nei confronti di questi ristretti. Questo problema sembra essere associato a una marginalità sociale che dovrebbe essere affrontata con soluzioni più mirate. Invece di mandare persone con pene brevi in carcere, sarebbe stato necessario trovare risposte che riducessero l'esposizione al rischio di recidiva. La relazione del Garante ha sottolineato come la povertà sia uno dei principali fattori che contribuiscono all'assenza di accesso a misure di comunità e di alternative alla detenzione.

La "questione giovanile". Stupri a Caivano e Palermo: per salvare il Sud meno retorica e musei antimafia. Violenze, bullismo, aggressioni: la gioventù sotto il Garigliano risente di politiche educative fallimentari, di cui il giustizialismo è il perfetto simbolo. Alberto Cisterna su L'Unità il 29 Agosto 2023

C’è nei fatti orribili di Palermo e Caivano qualcosa che si colloca oltre l’evidenza di un rapporto sempre più malato e deteriorato tra adolescenza e sessualità. È chiaro che questa è la chiave di interpretazione più diretta, e anche più semplice, per comprendere l’aggressione in branco di vittime inermi.

Tuttavia la giungla dei social, l’affievolimento delle relazioni parentali (con genitori, talvolta, ancora più dispersi e disorientagli dei figli nella costruzione di stabili punti di riferimento emotivi e sentimentali) non può bastare per spiegare perché anche il Sud d’Italia sia sempre più di frequente attraversato da fenomeni di aggressione a sfondo sessuale da parte di gang di ragazzini alla ricerca di crude conferme delle proprie devianze educative. Il Mezzogiorno del paese, soprattutto le regioni un tempo largamente controllate dalla criminalità mafiosa, necessitano urgentemente di un potente intervento pubblico che prenda in esame proprio la formazione delle giovani generazioni, i loro destini educativi e lavorativi.

In gran parte la “questione giovanile” al Sud può dirsi archiviata e dichiarata fallita dal clamoroso, incessante esodo dei ragazzi verso i poli universitari e le sedi lavorative del Nord e, in modo massiccio, del resto d’Europa. Ad andar via da due decenni ormai sono i giovani di tutte le classi sociali, alla disperata ricerca di un futuro che al Sud promette solo assistenzialismo, clientelismo, redditi di cittadinanza e bassa qualità dell’istruzione e del lavoro.

È una sfida, ripetesi in gran parte persa e di cui sono un doloroso riscontro il crollo dei mercati immobiliari nelle città meridionali, la rarefazione delle iscrizioni universitarie disseminate (per ragioni clientelari) in un pulviscolo di micro facoltà con un numero di docenti sproporzionato rispetto a quello degli studenti, il fallimento dei bonus immobiliari che solo l’insipienza di un ceto politico accecato dal giustizialismo ha potuto dirottare verso gli immobili “regolari” dei ricchi potentati, anziché verso la bonifica delle tante Beirut dell’incompiute dell’abusivismo edilizio. Un territorio devastato in cui, per la prima volta, la cronaca giudiziaria è cronaca di giustizia minorile.

Una svolta probabilmente inattesa per fronteggiare la quale si assiste ancora alla riedizione della patetica politica di allontanare bambini e ragazzi dalle famiglie in odor di mafia, mentre nelle nuove banlieue, assediate dallo spaccio a tappeto delle droghe, le genie si contaminano, i rampolli dei boss bullizzano e violentano insieme ai figli del nuovo proletariato assistito e marginalizzato. Palermo e Caivano, come le risse di strada a Catania o a Reggio Calabria, gli scontri coltello alla mano nei vicoli di Bari o di Napoli ci consegnano un quadro imprevisto e in parte incontrollabile con gli strumenti oggi a disposizione dello Stato.

Avviata alla vittoria la battaglia contro le mafie – messe all’angolo da una repressione capillare e senza tregua – le istituzioni scoprono tragicamente che l’assistenzialismo demagogico ha solo inseminato e fatto da volano a una generazione di adolescenti e di ragazzi vocati alla violenza, disincantati verso la scuola, privi di fiducia per l’avvenire che predano la società e danno la caccia ai più deboli, spesso fragili coetanee, se non bambine. Come agnelli in mezzo ai lupi i più esili soccombono, scompaiono, fuggono quando possono, abbandonando le macerie di una società che ha smarrito ogni condiviso progetto sociale, ogni prospettiva di crescita collettiva per affidarsi a una primordiale legge della giungla.

I predatori si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei bar abbandonati a sé stessi, capaci di commettere ogni genere di gesto violento, ogni tipo di sopraffazione. C’è l’urgenza di una profonda riconversione anche degli apparati di polizia e giudiziari dello Stato nel Mezzogiorno d’Italia. Commissioni parlamentari e regionali, comitati, associazioni e tutto il variegato mondo che si occupa (e solo talvolta si preoccupa) della condizione giovanile al Sud pongano attenzione al rafforzamento delle istituzioni incaricate di prevenire e anche reprimere le devianze giovanili e lo Stato (con il suo ormai vacillante e sbrindellato Pnrr) destini fondi veri a questo scopo.

Si lascino pure marcire i beni di mafia (simulacri di macerie di cui la società spesso non sa che farsi, con il rischio di alimentare il solito assistenzialismo antimafia di una certa politica che dispensa stipendi e sistemazioni per quieto vivere) e si destinino quei fondi al rafforzamento delle politiche educative e scolastiche al Sud. Il Mezzogiorno non ha bisogno di retorici musei delle mafie, ma di gesti concreti che tentino almeno di evitare un’ecatombe generazionale. Forse si sono strappati i figli alle grinfie insanguinate delle cosche per lasciarli soccombere nella disperazione delle gang.

Alberto Cisterna 29 Agosto 2023

Non solo Caivano. Dal Nord al Sud: ecco i fortini dei clan che devono cadere. Periferie di Palermo, Torino, Foggia e pure Aosta: le zone dove le forze dell'ordine non entrano sono note ma adesso si promette un giro di vite Il ruolo delle mafie, delle baby gang e dei trapper. Massimo Malpica l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dal Nord al Sud, da Est a Ovest. Non c'è solo Caivano tra le zone franche alle quali Giorgia Meloni ha dichiarato guerra. Ogni angolo del Bel Paese ha le sue piazze di spaccio, i suoi angoli dove fervono attività illecite alla luce del sole, le sue strade dove si muore ammazzati nonostante lo Stato. Su tutto, ovviamente, c'è spesso il cappello delle mafie italiane - sia quando giocano in casa sia quando proiettano i propri interessi in territori un tempo vergini, come prova la crescente presenza della ndrangheta in Valle d'Aosta e delle organizzazioni criminali straniere. Del tutto intenzionate a mantenere questi pezzi di Italia fuori dalla portata delle forze dell'ordine e della legge.

Luoghi dove tutto è gestito in proprio da chi si è assicurato il controllo del territorio. Come accade nella borgata di Ciaculli, periferia Sud-Est di Palermo, famosa per il suo pregiato mandarino tardivo. Qui lo Stato è assente, in tutti i sensi: un singolo autobus collega il quartiere alla città. La mafia invece qui è stata di casa da tempi remoti: è del 1963 la «strage di Ciaculli», quando un'Alfa Romeo Giulietta ripiena di tritolo esplose uccidendo sette carabinieri. Anche se ora la borgata ospita il «giardino della memoria», dedicato alle vittime di mafia, appena un anno fa un blitz antimafia ha rivelato che qui le cosche si occupavano di governare tutto: oltre a spacciare droga, infatti, vendevano mascherine (rubate) durante l'emergenza Covid, imponevano la propria intermediazione ben retribuita nelle compravendite immobiliari del quartiere, e rivendevano anche l'acqua agli agricoltori della Conca d'oro per irrigare i campi, naturalmente dopo averla rubata agli acquedotti pubblici.

Anche la «quarta mafia», la «società foggiana» in forte ascesa, sa controllare il «proprio» territorio. Se il capoluogo è insanguinato da anni dagli omicidi della guerra tra clan, le sue piazze di spaccio sono spesso inaccessibili e «invisibili» per lo Stato. Pochi mesi fa, solo il lavoro di due agenti sotto copertura ha permesso di scoprire le decine di locali blindatissimi dedicati allo smercio degli stupefacenti nella vicina San Severo. Dove la droga veniva venduta in quartieri dai nomi eloquenti come «Fort Apache» - anche in «coffee-shop» dove i clienti potevano consumarla in loco, senza alcun timore che le forze dell'ordine potessero interrompere la «festa». Che, ovviamente, continua indisturbata altrove. Il tutto per non citare i «ghetti dei migranti» nella Daunia, vittime del caporalato e stipati in queste baraccopoli dove, parola della Dia, «è persistente una situazione di diffusa illegalità, caratterizzata da una costante commissione di delitti di varia natura, talvolta di estrema gravità».

E non c'è solo il Sud, non c'è solo la mafia. Anche la Dia ha sollevato l'allarme per le baby gang, per i comportamenti criminali messi in atto da ragazzi che spesso imitano i comportamenti dei boss e agiscono convinti che il branco garantisca l'impunità, come anche la storia di Caivano conferma. Di zone così, però, ce ne sono ovunque. Anche a Nord, a Torino, Borgo Vittoria. Quartiere settentrionale segnato da risse, furti e appunto dalle violenze delle baby gang, che anche l'ultima relazione della Dia indica come particolarmente attive «in Lombardia e Piemonte». Qui abitano, in un gruppo di case popolari considerate «off limits» per la polizia, anche alcuni dei minori arrestati per aver lanciato, a gennaio scorso, una bici elettrica su Mauro Glorioso, ragazzo palermitano finito in coma per quell'aggressione, e che non hanno mai nemmeno chiesto scusa per il folle gesto.

Ma sono tanti altri i luoghi dove lo Stato è ancora assente. Se davvero non devono esistere zone franche, come dice la premier, in queste aree la legalità dovrà rimettere piede. Per fermare gli orrori e l'omertà di Caivano, ma anche le gang di salvadoregni, di aspiranti baby-camorristi, di trapper italiani, lo spaccio e gli agguati a colpi di pistola in pieno giorno, in Sicilia come in Brianza, e gli affari di una ndrangheta sempre più radicata in tutto il Paese.

Da ilnapolista.it il 30 aprile 2023.

Libero riceve minacce di morte per l’articolo sul reddito di cittadinanza e dà la colpa al Napolista

Libero ieri ha piazzato la festa scudetto del Napoli in prima pagina, scrivendo che è pagata col reddito di cittadinanza. Un articolo in cui il quotidiano riprendeva il servizio di Striscia la notizia (di Luca Abete) che documentava come a Napoli in alcune mercerie vengano acquistate bandiere del Napoli con la tessera di cittadinanza. Articolo per il quale sono fioccate minacce di morte. Oggi, Libero accusa Il Napolista di aver scatenato l’inferno, per il titolo del nostro pezzo: “Libero schiuma di rabbia“. 

Sul quotidiano, Alessandro Gonzato scrive:

“Qualcuno non ha capito. Rispieghiamo. Ieri abbiamo dato conto che nella Napoli ormai prossima al meritato tricolore c’è chi sta acquistando fraudolentemente bandiere e fumogeni col reddito di cittadinanza (tutto documentato da Luca Abete di Striscia la Notizia) ma la traduzione del sito Il Napolista è stata: “Libero schiuma rabbia per lo scudetto”.

Rabbia per cosa? Che poi è dall’inizio che il nostro giornale esalta la squadra di Spalletti, e poi non è che a Libero il calcio sia una ragione di vita. È stata stravolta la realtà, ma non quella che abbiamo descritto, e infatti nessun gentiluomo che sui social ha iniziato a insultarci e peggio ha contestato il contenuto dell’articolo. Hanno scambiato, diciamo così, la denuncia di una truffa ai danni dello Stato – quindi contro tutti gli italiani napoletani perbene inclusi – per un attacco calcistico intriso di razzismo, il che pur avendone viste tante ci ha lasciato basiti”. 

Ancora:

“Dal Napolista l’attacco si è propagato sui social fino alle minacce al sottoscritto, alcune di morte”. 

Minacce che Gonzato elenca:

“Un tale è arrivato a pubblicare su Facebook il mio volto contornato da un mirino. Un altro ha aggiunto il commento «Io l’avrei capovolta», la foto, a testa in giù come i fascisti. Da piazza del Plebiscito a piazzale Loreto”. 

Per concludere:

“Tutto normale? Un altro utente scrive: «Da napoletano spero che sia vero, significherebbe che vi abbiamo fregato due volte», messaggio edulcorato. Ne arriva un altro: «Continua a pagarci le tasse», e di messaggi così me ne arrivano decine. Giù di minacce e offese fino ai bis-cugini laterali. Dai guagliù, festeggiate, senza pazzià”.

Da ilnapolista.it il 30 aprile 2023.

Caro Libero, ti ringraziamo di tanta considerazione. Ora vuoi farci credere che quel bel richiamo in prima pagina “La festa scudetto pagata col reddito di cittadinanza” era un innocente ripresa di un episodio di cronaca documentato da Striscia la notizia. Nella sostanza è così, nella confezione francamente non tanto. Abbiamo qualche anno e ciascun giornale lavora per accontentare la propria platea di lettori. 

E la tua sta osservando quel che sta accadendo a Napoli in queste ore come si farebbe con un documentario del National Geographic sul mondo animale. Il calcio, consentici, non c’entra niente. Sappiamo bene, e lo abbiamo sempre documentato, che Libero si è appassionato (come tutti) al Napoli di Spalletti. Con l’ottimo Savelli e altri. Però proprio tu, che hai quel gigante di Vittorio Feltri in casa, non puoi giocare a buttare la pietra e nascondere la mano.

Non la facciamo lunga perché oggi abbiamo da fare, sempre che tutto vada per il verso giusto. Però una cosa ci teniamo a dirtela. In realtà, caro Libero, noi ti proteggiamo. Ieri avremmo potuto evidenziare una castroneria scritta dal vostro Luciano Moggi, e cioè che i selfie al murales di Maradona sono a pagamento (“Sarà una giornata di grande festa per questa città che ha già preparato striscioni e bandiere e che in un murales ha collocato l’immagine di Diego Maradona con il quale tutti, naturalmente a pagamento, potranno fotografarsi”), e vi sareste beccati l’ennesima shit storm. Non c’è alcun selfie a pagamento. Magari si potrebbe evidenziare che è un tempio dell’economia sommersa. Ma questo è un altro discorso.

È giusto discriminarmi? Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 3 Febbraio 2023.

L’aviazione militare inglese si è imposta di assumere il 40 per cento di donne e neri, con ciò lasciando a terra dei piloti bravissimi che avevano il solo torto di essere maschi e bianchi. A denunciarlo non è stato un membro del KuKluxKlan, ma una donna, ufficiale dell’aviazione, preoccupata per lo scadimento qualitativo del suo reparto. È giusto discriminare una persona per il sesso e il colore della sua pelle, perpetuando uno schema consolidato, sia pure a sessi e colori invertiti? No, non è giusto. Ma potrebbe rivelarsi saggio, se davvero nei prossimi cinquant’anni vogliamo raggiungere l’obiettivo strategico di una società evoluta: l’eguaglianza dei punti di partenza.

Il maschio bianco ha goduto per millenni di condizioni di favore che lo rendono ancora adesso più preparato a occupare certi ruoli. Se però continua a occuparli solo lui, gli esclusi non potranno mai mettersi al suo livello. Come in tutte le cose, servono gradualità e buonsenso, ma per realizzare una giustizia domani, bisogna probabilmente commettere un’ingiustizia oggi. È fastidioso, lo riconosco, specie per chi appartiene alla categoria chiamata a compiere il momentaneo passo indietro. Finché essere maschi e bianchi era un privilegio, a noi sembrava l’ordine naturale: perciò ci sconvolge vederlo trasformarsi adesso in un sopruso. Ma forse è l’unico modo per arrivare, nel volgere di un paio di generazioni, a una società dove tutti abbiano le stesse opportunità e la parola «merito» acquisti finalmente un senso compiuto.

Estratto dell’articolo di Luigi Ippolito per il “Corriere della Sera” il 3 Febbraio 2023.

L’intento era lodevole, il risultato forse un po’ meno. La leggendaria Raf, la Royal Air Force, ossia l’aviazione militare britannica, è finita nella bufera perché si è scoperto che portava avanti una «discriminazione positiva» ai danni dei maschi bianchi: in pratica, pur di arruolare più donne e persone di colore, finiva per bocciare i candidati troppo pallidi e di sesso maschile, anche se erano i più qualificati.

Una politica che, secondo il presidente della Commissione Difesa di Westminster, Tobias Ellwwod, rischiava di avere «un impatto materiale sulla performance operativa della Raf»: in altre parole, di minarne la capacità di combattimento. Addirittura, la persona preposta al reclutamento, che pure era una donna, la capitana di squadrone Elisabeth Nicholl, si è dimessa per il suo disaccordo con queste pratiche, dopo aver identificato almeno 160 casi di discriminazione ai danni di maschi bianchi.  […]

Il pregiudizio razziale dei buonisti. Si chiamano atti di discriminazione razziale, punibili per altro dalla legge Mancino. Luigi Mascheroni il 5 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Si chiamano atti di discriminazione razziale, punibili per altro dalla legge Mancino. Tipo: penalizzare una categoria di persone per il sesso o il colore della pelle. Cose che accadono ancora, purtroppo; a volte in maniera strisciante, altre plateale. Ieri è successo sul Corriere della sera, in prima pagina, rubrica «Il caffè», firma: Massimo Gramellini, dunque la vetrina più bella del woke journalism in salsa Zan. Uno splendido esempio di come si voglia abbattere un pregiudizio razziale con un altro pregiudizio, sempre razziale. L'autore dell'articolo ha provato a giustificare la decisione della Raf, l'aviazione militare britannica, che si è imposta di assumere il 40% di donne e di neri, indipendente dalle capacità e dal valore, a scapito di piloti maschi, bianchi e bravi. Il ragionamento dell'articolo non è solo contorto - se vogliamo in futuro raggiungere l'uguaglianza del punto di partenza per tutti dobbiamo rinunciare ora a essere ugualitari, insomma meglio commettere un'ingiustizia oggi (cioè un atto razziale contro i bianchi) per realizzare una giustizia domani (cioè dare a tutti le stesse chance) - ma è anche terribilmente ideologico. Oltre che inconsapevolmente ironico: Gramellini per coerenza ora dovrebbe lasciare il posto di rubrichista e vicedirettore del Corriere a un giornalista meno bravo di lui e di tanti altri suoi colleghi, purché di colore, o donna, o entrambi, perché così nel volgere di un paio di generazioni le nuove leve di giornalisti avranno - forse - imparato a scrivere e le assunzioni al Corriere risponderanno a specchiati criteri di merito, senza più favorire maschi bianchi torinesi. Speriamo che il Cdr sia d'accordo. Sarà, ma l'idea di arruolare - in qualsiasi settore e professione - più donne e persone di colore finendo col bocciare i candidati di altro sesso o colore della pelle anche se più qualificati, non corrisponde precisamente alla nostra idea di progresso, né sociale né civile. Si potrebbe dire che l'articolo predicando la meritocrazia suggerisce che il metodo migliore sia selezionare per razza e genere sessuale (e chi lo firma è un giornalista razzista e sessista a sua insaputa). Si potrebbe obiettare che, secondo la stessa logica, è giusto mandare avanti chirurghi neri e donne anche se non bravissimi, così con un paio di decenni di macelleria operatoria conquisteremo una società che dà a tutti le stesse chance. O forse si può dire solo che l'eccesso di inclusività, come sempre, sfocia nel peggior fanatismo. Com'era la frase? «Se non vogliamo più il razzismo, serve più razzismo». Ecco.

Antonio Giangrande: A proposito del Titolo di Libero sui “Terroni”.

Gli opinionisti del centro-nord Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Ergo: COGLIONE. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come prossimo passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Antonio Giangrande: Chi dice Terrone è solo un coglione.

La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero.

L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

Così è sempre, così è stato a Pontida il 22 aprile 2017. Sono più di 1500 e molti di loro vestono la t-shirt “terroni a Pontida” o anche “terroni del Nord”. Sono accorsi a Pontida, in provincia di Bergamo, da tutta Italia, ma soprattutto da quella Napoli che l’11 marzo 2017 aveva ospitato Matteo Salvini, leader della Lega Nord che proprio qui a Pontida ha la sua roccaforte. «Abbiamo espugnato Pontida, questa terra considerata della Lega Nord. Siamo qui per raccontare che per noi non esistono i feudi della Lega Nord e del razzismo, vogliamo costruire ponti e lo facciamo con questa festa, che richiama l’orgoglio antirazzista e terrone», ha spiegato Raniero Madonna di Insurgencia a “La Stampa”. E mentre il sindaco di Napoli Luigi De Magistris invita sui social i "terroni" a unirsi da Lampedusa a Pontida si pensa al bis. Il clou del concertone è la canzone "Gente d'ò Nord", brano che i 99 Posse hanno firmato con una serie di altri artisti che insieme hanno inciso un doppio cd con il nome di "Terroni uniti". "C'è tantissima gente. E' un bel posto - ha concluso Luca O'Zulú dei 99 Posse - perché non farlo diventare da simbolo della Lega a sede del Concerto Nazionale Antirazzista Migrante e Terrone?".

Un contro-concertone del Primo Maggio gratuito e dal sapore terrone con 10 ore di musica, interventi e colori degli artisti del Sud, scrive “La Repubblica” il 26 aprile 2017. In scena in piazza Dante, dalle 14 a mezzanotte, il festival dell'orgoglio antirazzista e meridionale che ha iniziato il suo tour a Pontida lo scorso 22 aprile. E in programma c'è una già terza tappa: Lampedusa. L'annuncio è arrivato dalla voce del sindaco de Magistris, durante una conferenza stampa che dal Comune si è spostata in piazza Municipio. "E' un progetto talmente bello - ha detto il sindaco - che lo riteniamo un progetto della città: ogni primo maggio si dovrà tenere nella capitale del Mezzogiorno un concerto che abbia come obiettivo i sud del mondo, i diritti, la solidarietà, l'antirazzismo, il lavoro e la lotta per la liberazione dei nostri popoli". Un Primo Maggio "terrone" perché "i terroni difendono il proprio territorio dai rifiuti, dalla malavita, dallo sfruttamento, dalla finanza predatoria". Ed è proprio sul palco del Primo Maggio che i Terroni Uniti continueranno il loro tour dopo Pontida, perché "a Napoli la festa dei lavoratori diventa la festa ribelle dei lavoratori a nero, dei lavoratori sfruttati, della manodopera dell'informale, delle vittime clandestine del caporalato".

Interverranno anche gli scrittori “Terroni uniti” come Maurizio de Giovanni e Antonello Cilento. Una maratona di musica e impegno sociale che avrà come tema il lavoro, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei disoccupati e delle vittime del caporalato, e l'orgoglio meridionale.

Che figure di merda…più che terroni si è coglioni. Se già da sé ci si chiama terroni, cosa faranno chi li vuol denigrare?

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anzichè essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Il Terrone visto dai Polentoni, scrive Gianluca Veneziani. Dopo Vieni via con me è la volta di Sciamanninn, la versione terrona del programma di successo condotto da Fazio e Saviano. Anche in questo programma ci saranno degli elenchi. Ma non riguarderanno né i valori di destra, né quelli di sinistra, e tantomeno i 27 modi di essere gay. Avranno a che fare, piuttosto, con le caratteristiche tipiche di un meridionale. A stilare la tassonomia ci penserà un padano. Ecco allora il dodecalogo del terrone visto da un uomo del Nord. Terrone è:

Barbuto. Pregiudizio in voga soprattutto nei confronti delle donne. Si perpetua l’idea che le donne meridionali abbiano i baffi. Il pelo nell’ovulo riecheggia lo stato selvaggio e ferino del nostro Meridione.

Barbaro. Il terrone è considerato un ostrogoto. Per due ragioni: è rozzo, incurante di ciò che tocca e vede. E, quando apre bocca, non lo capisce nessuno. Credono che parli ostrogoto.

Barbone. Il meridionale è pensato come un mendicante, uno che questua soldi e vive a scrocco altrui. Magari un finto invalido che si mette agli angoli delle strade durante il giorno e la sera va a ballare con i soldi ricavati dall’elemosina.

Borbone. Pregiudizio storico. Il sudista è ancora assimilato alla vecchia dinastia pre-unitaria. Contribuiscono al cliché i cosiddetti neo-borbonici che, con grande tempismo, si fanno sentire adesso che l’Italia deve spegnere 150 candeline.

Lo sfaticato, che non vuole lavorare. Terrone non indica più la provenienza geografica, ma un’attitudine lavorativa. È terrone non chi viene dal Sud, ma chi sgobba poco. Il fannullone, il perdigiorno, chi lavora con lentezza. Fatto curioso, se si pensa che i terroni vanno al Nord, appunto, per lavorare. Ma il pregiudizio resta. Terùn, va a lavurà!

Il cafone, il tamarro, il che cozzalone. Fare una “terronata” significa fare una pacchianata, qualcosa di kitsch e di trash. Anche se chi la fa è un brianzolo, il nome “terrone” gli si appicca addosso.

Chi a colazione chiede cornetto ed espressino. Il barista lo guarda perplesso, senza capirlo. In Padania si dice brioche e marocchino. Occorre adeguarsi. Altrimenti vieni scambiato per un terrone o, peggio, per un marocchino.

Chi, il venerdì sera, fa il pendolare Nord-Sud e torna a casa in cuccetta, mentre i lumbard escono per fare l’happy hour Il terrone fugge dal Nord nel fine settimana: il sabato e la domenica va a consacrare le feste altrove.

Chi il lunedì mattina torna con lo stesso treno a Nord. Con un bagaglio però, pesante il doppio, perché la mamma lo ha caricato di tutte le sue delizie fatte in casa. Quella che si chiama “roba genuina”.

Chi al rientro in ufficio, offe ai colleghi specialità tipiche del suo Paese (magari le stesse che la mamma gli ha sbattuto in valigia). Una mia collega di Cava de’ Tirreni ci ha offerto mozzarelle di bufala campane. È stata festa grande, quel giorno.

Chi è legato alla terra, come dice il nome. Ama la terra, nel senso dei campi da coltivare: ama la terra, nel senso della propria terra; e ama la Terra, con la t maiuscola, perché il terrone è soprattutto un terrestre. Anche se qualcuno lo considera un extraterrestre.

Chi è legato al cielo. Il terrone è umile, cioè vicino all’humus, alla terra. Ma degli umili è il regno dei cieli.

Da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2010.

C’è sempre, però, chi è più terrone di un altro.

L’infelice battuta di Mandorlini. Il suo Verona giocò e vinse quella finale playoff contro la Salernitana, conquistando la serie B. Nel dopo partita si lasciò andare a frasi poco carine (Ti amo terrone…), che scatenarono una disgustosa rissa in sala stampa. E quando Agroppi, opinionista Rai, lo bacchettò in televisione invitandolo a chiedere scusa per aver offeso il Sud, replicò in modo beffardo: «Tu sei fuori dal mondo». Mandorlini, ravennate di nascita, ha giocato in sei squadre, Ascoli quella più a Sud. E allenato dodici club, più giù di Bologna non è mai sceso. Spesso comportamenti e dichiarazioni sono state tipiche del leghista, il suo capolavoro resta la festa promozione in B, ottenuta contro la Salernitana. Saltellava e ballava con i tifosi gialloblù cantando «Ti amo terrone»: festival del razzismo puro. Travolto da critiche e polemiche, fece spallucce. Qualche mese più tardi ci pensò un napoletano, Aniello Cutolo, a rispondergli per le rime a nome di tutti i terroni: giocava con il Padova, derby veneto a Verona, gol pazzesco del partenopeo da venticinque metri e di corsa ad esultare in faccia a Mandorlini: «Ti amo coglione».

“Ti amo terrone, ti amo terrone, ti amo”. Ve lo ricordate quel coro di Mandorlini? Beh di certo in pochi lo avranno dimenticato. Per questo ieri ne abbiamo scritto. E’ il simbolo di questo Paese dove in uno stadio si canta la Marsigliese per ricordare le vittime degli attentati di Parigi, poi un minuto dopo in quello stesso stadio si consente a quegli stessi tifosi di inneggiare il solito coretto “Vesuvio lavali col fuoco”. Certo, se poi un allenatore del Verona, che lavora in una città ad alto tasso di razzismo, soffia sul fuoco anziché cercare di educare la propria tifoseria, allora la battaglia è proprio persa. “Ti amo terrone”, “Lavali col fuoco”, “Napoli colera”. Per quanto tempo ancora vogliamo andare avanti in questo modo? Fatecelo sapere. Lo capiremo quando anche stavolta, l’ennesima, non arriverà nessuna sanzione realmente incisiva verso chi canta queste schifezze insopportabili.

Giovani padani: "Siamo invasi dai terroni" , scrive Daniele Sensi su “L’Unità”. «Non è giusto, siamo invasi! Ovunque ti giri sei sommerso da ‘sti qui che vogliono comandare loro, mi fanno venire la nausea», sbotta una novarese. «Troppi, ce ne sono troppi, meglio con contarli», ribatte un utente di Mondovì. «Ce ne sono tanti, ma molti dei loro figli crescono innamorati del territorio in cui sono nati e cresciuti», replica un magnanimo iscritto ligure. Ennesimo dibattito su immigrazione e presunte invasioni islamiche? No. Il sito è quello dei Giovani Padani, e l'oggetto della discussione è quanti siano i meridionali residenti nel nord Italia. Non si tratta solo di un divertito passatempo: lamentando la mancanza di dati ufficiali («Purtroppo nessuno ha mai pensato di fare un censimento etnico in Padania, poiché siamo tutti "fratelli italiani"»), sul forum del movimento giovanile leghista con cura e dovizia vengono incrociate fonti diverse per tentare di fornire una risposta all'inquietudine che pare togliere il sonno ad alcuni simpatizzanti. Così, ricorrendo ad una terminologia allarmante e servendosi del censimento del 2001, delle analisi di alcuni studiosi dialettali e di quelle relative alle migrazioni interne del dopoguerra (con una certa approssimazione dovuta all'impossibilità di conteggiare con precisione i «meridionali nati al nord da genitori immigrati o da matrimoni misti padano-meridionali») alla fine, tenendo comunque conto «del tasso di fecondità dei centro-meridionali in base al quale è possibile stimare 3 milioni di discendenti meridionali nati in Padania, compresi i bambini nati da coppie miste», il verdetto è di «9 milioni di individui, tra centro-meridionali etnici e loro discendenti puri o misti». Una stima al ribasso secondo un utente milanese che arriva a denunciare, nelle statistiche, «la mancanza dei clandestini, cioè di quelli che sono qui di fatto ma non hanno domicilio o residenza padane». Dati eccessivamente gonfiati, al contrario, per un altro giovane lombardo, perché «credo proprio che il meridionale al nord, specie se sposato con una padana, figli meno rispetto al meridionale che sta al sud». Una ragazza di Reggio Emilia, invece, pare poco interessata a parametri e variabili: «Non so quanti siano, non mi interessa il numero, so solo che sono troppi e che stanno rovinando una zona che era un'isola felice. Girando per strada difficilmente si incontra un reggiano! Purtroppo stiamo diventando una minoranza e i meridionali la fanno da padrone».

La Lega, si sa, ha oramai ampliato il proprio bacino elettorale, pertanto pure un simpatizzante salernitano si inserisce nella conversazione, e, quasi invocando clemenza («Io sono meridionale ma amo la Lega e odio i terroni che vengono qui al nord per spadroneggiare e per rompere i coglioni»), finisce col cedere allo stesso meccanismo di autodifesa visto attivarsi durante la recente campagna mediatica e politica anti-rom, quando, per riflesso, non pochi cittadini rumeni quasi si sono messi rivendicare distinzioni etniche dai loro connazionali residenti nei campi nomadi, poiché nel gioco all'esclusione c'è sempre chi sta un po' peggio: «Certi meridionali non possono essere espulsi perché italiani, ma, se si potesse fare una bella barca, sopra ci metterei i meridionali che non lavorano e gli extracomunitari, che sono più bastardi dei meridionali». Qualche nordico animatore del forum non indugia nel mostrare comprensione e solidarietà al fratello salernitano, e si affretta a precisare come sia possibile ravvisare differenza tra "meridionali" e "terroni", spiegando che «terrone è colui che arriva e pensa di essere nel suo luogo di origine, e si comporta di conseguenza, tanto che nemmeno si offende se lo chiami terrone». Per taluni, addirittura, il luogo di origine non c'entra proprio nulla, perché «non è la provenienza che fa l'individuo, e nemmeno il sangue o il colore della pelle, ma unicamente l'atteggiamento». L'insistenza dei più ostinati («Se ne dicono tante sui cinesi ma sicuramente li rispetto più di certi meridionali o marocchini o slavi perché almeno lavorano e si fanno i fatti loro») incontra obiezioni dalle quali emergono ulteriori sfumature d'opinione tra i giovani padani, quelli più "cosmopoliti", coinvolti nella surreale disamina, tanto che tra essi diviene possibile distinguere tra filantropi («Di meridionali ne conosco tanti e tanti miei amici sono meridionali, per me un meridionale è colui che è venuto e lavora onestamente»), progressisti («Esempi di integrazione con il passare degli anni si fanno più frequenti, sono esempi da non snobbare ma anzi da far diventare casi di scuola: piano piano li integreremo»), e possibilisti («Un meridionale che lavora e interagisce con gli altri vale quanto un settentrionale»). Su tutti, però, inesorabile cade il richiamo ad un maggior pragmatismo da parte dei realisti: «Siete in ritardo di 40 anni, c'è bel altra gente che invade le nostre città, purtroppo!». Trascorso qualche giorno, sul forum viene avviata una nuova discussione: «Un test per capire a quale sottogruppo della razza caucasica apparteniamo». Un test scientifico, affidabile, perché «per una volta non ci si basa sul colore della pelle, dei capelli e degli occhi, ma sulla forma del cranio».

Non siamo noi razzisti, sono loro che sono napoletani, scrive Francesco Romano su “Onda del Sud”. Trento: “Terrone di merda”. Operaio reagisce all’insulto con un pugno: licenziato. Al centro della discussione fra l’uomo e il caporeparto un ritardo dopo una pausa. Il giudice ha dato ragione all’azienda. “Il Gazzettino.it” di Trento ha riportato la seguente notizia: - Il caporeparto dell’azienda trentina per la quale lavorava lo ha appellato “terrone di merda” e lui, un operaio di origini meridionali, ha reagito all’insulto con un pugno. Per questo è stato licenziato. Al centro della discussione c’era il presunto ritardo dell’operaio dopo una pausa. Al termine dell’accesa discussione, il caporeparto avrebbe mandato via l’operaio dicendo “terrone di merda”. L’operaio avrebbe così reagito sferrando un cazzotto contro il collega, raggiungendolo di striscio. Dopo dieci giorni è arrivato il licenziamento in tronco. Da qui la causa intentata dall’operaio. La sentenza di primo grado del giudice del lavoro di Trento ha dato ragione al caporeparto in quanto «non è possibile affermare anche nei rapporti di lavoro la violenza fisica come strumento di affermazione di sé, anche quando si tratti della mal compresa affermazione del proprio onore». Un concetto ribadito dalla sentenza d’appello che ribadisce come «la violenza fisica non può mai essere giustificata da una provocazione rimasta sul piano verbale». Questo è quello che accade nel profondo Nord. Se non è mobbing questo, che cos’è. “Non siamo noi razzisti, sono loro che sono napoletani” era una vecchissima battuta comica di Francesco Paolantoni. La violenza certamente non ci appartiene ma forse è arrivato il momento di rivoluzionare il significato delle parole. Passare da negativo ad uno positivo. Questa è la cultura leghista che si è affermata al Nord. Dobbiamo subire la discriminazione dell’emigrazione e ci è impedita l’integrazione in questa nazione proprio quando ci apprestiamo a festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso. Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE. 

Chi è Milan Radoicic, l’estremista serbo responsabile dell’attacco a Banjica in Kosovo. Il vicepresidente di 'Lista serba' ha ammesso le sue responsabilità e si è dimesso dal partito. La conferma è arrivata anche dal presidente serbo Vucic. Pristina aveva accusato il governo serbo di aver sostenuto l'attacco. Nello scontro sono morte quattro persone, tra cui un poliziotto kosovaro. Poi i miliziani si erano rifugiati in un monastero. Redazione Web su L'Unità il 29 Settembre 2023 

Si è dimesso dalla carica di vicepresidente del partito Lista serba (gruppo politico rappresentativo dei serbi del Kosovo) Milan Radoicic, accusato dal ministro dell’Interno kosovaro Xhelal Svecla di essere il leader del gruppo armato che ha attaccato domenica il villaggio di Banjica. Lo ha reso noto il presidente serbo, Aleksandar Vucic, in un’intervista ripresa dall’emittente “Euronews“. “Radoicic non vuole danneggiare ulteriormente la Lista serba“, ha sottolineato Vucic, definendo poi preoccupante la situazione in Kosovo. “Non so se quello che è successo sia stato un punto di svolta“, ha detto Vucic in riferimento a quanto accaduto a Banjica. “Sono molto preoccupato perchè so quanto siano aggressivi Albin Kurti e Vjosa Osmani (premier e presidente del Kosovo), soprattutto quando credono di avere molto sostegno da parte della comunità internazionale“, ha aggiunto il presidente serbo. L’ex vicepresidente del partito Lista serba Radoicic si è assunto la “piena responsabilità” dell’attacco. Lo stesso Radoicic ha rilasciato alcune dichiarazioni tramite il suo avvocato Goran Petronijevic e rilanciata dall’emittente televisiva “N1″.

Chi è Milan Radoicic l’estremista serbo responsabile dell’attacco a Banjica in Kosovo

Nella lettera, Radoicic ha spiegato di essere arrivato “insieme ai connazionali” il 24 settembre nel nord del Kosovo al fine di “incoraggiare la popolazione nella resistenza al regime di Albin Kurti“. L’ex vicepresidente di Lista serba ha sottolineato di “aver effettuato personalmente tutti i preparativi logistici” e di “non aver ricevuto alcun aiuto dalle autorità di Belgrado, nè di averle informate delle sue intenzioni“. Radoicic ha spiegato che, secondo le informazioni in suo possesso, il poliziotto kosovaro morto nello scontro “è stato ucciso da un’esplosione e non da un proiettile“, ma che in quel momento lui non era presente. In precedenza, il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal Svecla, pubblicando un video aveva accusato Radoicic di essere il leader del gruppo armato.

Le dimissioni

Radoicic è un personaggio controverso al centro di vicende oscure e al limite della legalità. Il suo avvocato, Petronijevic ha accusato l’Ue, garante degli accordi del dialogo, di non aver preso alcuna misura per indurre Pristina al rispetto di tali intese. Il legale ha ribadito le critiche alle autorità kosovare che non hanno consentito a esperti serbi nè di Eulex di assistere all’autopsia sulle salme dei tre serbi rimasti uccisi negli scontri a Banjska. Cosa questa, ha osservato, che dimostra la volontà di nascondere qualcosa.

Redazione Web 29 Settembre 2023

L'attacco di 30 persone armate: 4 vittime. Attentato contro la polizia, la fine del dialogo (fallimentare) tra Kosovo e Serbia. Federica Woelk su Il Riformista il 28 Settembre 2023 

La situazione intorno al Kosovo diventa sempre più instabile. Tra sabato e domenica sono state uccise quattro persone nel Nord del Kosovo in uno violento scontro a fuoco in cui un poliziotto kosovaro è stato ucciso, un altro è rimasto ferito. Le tensioni fra Kosovo e Serbia si riaccendono, a causa di questa escalation per la quale il governo kosovaro ha attribuito la responsabilità ai serbi accusando il governo serbo di destabilizzare la regione. Ma è davvero così?

Partiamo dai fatti: Banjska, dove è avvenuta la sparatoria, è un villaggio nel Nord del Kosovo, la parte dove la minoranza serba costituisce la maggioranza di popolazione. È un territorio difficile da controllare, perché in quella zona agiscono tanti gruppi criminali. Spesso e volentieri intimidendo i Kosovari Serbi ed impedendo loro di integrarsi e vivere una vita comune con gli albanesi. Inoltre, la Serbia continua a considerare il Kosovo suo territorio/sua provincia, e spesso e volentieri interferisce con la situazione nel Nord del Kosovo (anche tramite gli stessi gruppi criminali) al fine di creare una situazione instabile. La polizia kosovara cerca di mantenere l’ordine, ma a fatica.

Che cosa è successo esattamente? È chiaro che un gruppo di circa trenta persone armate, ben organizzato, ha attaccato la polizia. Nello scontro a fuoco sono rimasti uccisi anche tre degli aggressori. Alcuni di loro avevano sfondato l’ingresso di un monastero della Chiesa ortodossa serba e si erano barricati al suo interno. «Dopo diversi scontri consecutivi», la polizia ha preso il controllo del monastero.

Secondo il primo ministro kosovaro Albin Kurti e la presidente del Kosovo Vjosa Osmani, gli aggressori non erano serbi del Kosovo, ma venivano dalla Serbia (nei video diffusi si sentono gli aggressori parlare serbo con l’accento della Serbia, hanno trovato delle targhe della Serbia nelle macchine dei terroristi), e pertanto la Serbia sarebbe responsabile dell’attacco.

Domenica sera il presidente serbo Aleksandar Vučić, commentando l’accaduto, ha detto che l’omicidio del poliziotto kosovaro «non può essere giustificato» ma che tali violenze costituiscono il risultato della «brutale» repressione che i kosovari di etnia serba subiscono dal governo del Kosovo. Negando inoltre qualsiasi coinvolgimento del governo serbo, Vučić ha definito il primo ministro kosovaro un “terrorista”.

Non ci sono prove concrete che sia stato il governo serbo a mandare i terroristi in avanscoperta. Ma da mesi il governo serbo continua, attraverso la sua politica contro il Kosovo, ad aumentare le tensioni e a impedire un vero dialogo.

Anche il più recente incontro fra il presidente Vučić e il primo ministro Kurti a Bruxelles è stato un completo fallimento, proprio perché la Serbia non intende fare alcuna concessione nei confronti del Kosovo, per quanto riguarda il riconoscimento come stato. Non vuole, e non potrebbe farlo facilmente, perché nella Costituzione della Serbia è scritto che il Kosovo è una provincia serba. Quindi l’UE, che dovrebbe facilitare il dialogo, è arrivata a un punto morto: il Kosovo è disposto a creare l’Associazione dei comuni serbi solo a condizione che ci sia almeno un’apparenza di riconoscimento di esistenza del Kosovo, la Serbia invece insiste sull’Associazione a prescindere, cioè prima del riconoscimento del Kosovo. Un vicolo cieco, una situazione che ha bisogno di essere sbloccata.

È probabile che la Serbia sia implicata nel recente scontro? Le indagini sono ancora in corso. Ma il modus operandi, e il fatto che il presidente Vučić lunedì mattina (25.09) per prima cosa abbia incontrato l’ambasciatore russo per parlare dell’accaduto, sono segnali difficili da ignorare.

Per poter tranquillizzare la situazione, l’Unione europea dovrebbe finalmente prendere sul serio il suo ruolo di mediatrice. Non basta “facilitare” un dialogo fra sordi. Ci vuole una strategia (propria). Che tenga conto del ruolo ambiguo e destabilizzante della Serbia nella regione, non solo in Kosovo. La stabilità nei Balcani non è garantita dalle autocrazie, ma dalla democrazia e lo stato di diritto.

Federica Woelk. Nata a Trento, laureata in Scienze Politiche all’Universitá di Innsbruck, ho due master in Studi Europei (Freie Universität Berlin e College of Europe Natolin) con una specializzazione in Storia europea e una tesi di laurea sui crimini di guerra ed elaborazione del passato in Germania e in Bosnia ed Erzegovina. Sono appassionata dei Balcani e della Bosnia ed Erzegovina in particolare, dove ho vissuto sei mesi e anche imparato il bosniaco.

Serbia, nuova sparatoria vicino Belgrado. Otto morti e 13 feriti. Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023. Il responsabile, un 21enne, sarebbe stato individuato dall’unità antiterrorismo. L’episodio all’indomani di un’altra grave sparatoria in una scuola elementare. 

Nuova sparatoria in Serbia, presso la città di Mladenovac, circa 60 km a sud di Belgrado dove un individuo a bordo di un’auto ha esploso diversi colpi contro un gruppo di persone in strada per poi darsi alla fuga, lasciando dietro di sé almeno otto morti e 13 feriti, secondo France Presse. L’episodio avviene all’indomani di un’altra grave sparatoria in una scuola elementare del paese, dove uno studente di 13 anni ha ucciso otto coetanei e una guardia di sicurezza. Sul posto decine di agenti, soccorritori elicotteri mentre è scattata la caccia all’uomo per cercare di individuare il colpevole. Il ministro dell’interno serbo, Bratislava Gasic ha definito l’episodio un atto di terrorismo. Il responsabile sarebbe stato individuato dall’unità antiterrorismo della polizia serba che ha circondato l’area dove si nasconde il 21enne. La sparatoria si è verificata in due distinti villaggi nei pressi della cittadina di Mladenovac, 50 chilometri a sud di Belgrado. 

Belgrado, 13enne spara in una scuola primaria: 9 vittime e 7 feriti. «Aveva la lista dei bambini da colpire». Giulia Arnaldi su Il Corriere della Sera il 3 maggio 2023.

L’autore dell’attacco, Kosta Kecmanovic, è iscritto nello stesso istituto: ha utilizzato la pistola del padre (che è stato arrestato) e si era portato dietro diversi caricatori. La polizia: progettava l'attentato da almeno un mese. Secondo la legge non è perseguibile.

Sono 9 le vittime di una sparatoria avvenuta nella scuola Vladislav Ribnikar, nel centro di Belgrado, dove un alunno non ancora quattordicenne , Kosta Kecmanović, ha aperto il fuoco con una pistola.

Sono morti 8 bambini e il custode dell’istituto primario (In Serbia il ciclo delle scuole primarie è l’equivalente delle nostre elementari e medie, e dura 8 anni) , mentre altri 6 alunni e un insegnante sono rimasti feriti. Il direttore della clinica pediatrica di Tirsovo Sinisa Ducic ha affermato che tre bambini sono stati ricoverati dopo la sparatoria: due hanno ferite agli arti inferiori ma sono in buone condizioni, mentre una ragazza è stata portata d’urgenza in sala operatoria per gravi lesioni cerebrali. Anche l’insegnante, che ha riportato gravi ferite al bacino, è in pericolo di vita.

La polizia serba ha arrestato il responsabile della strage nel cortile dell’istituto. Il ragazzo si è presentato a scuola stamattina intorno alle 8:40 armato della pistola calibro 9 del padre con alcuni caricatori di riserva, un’altra pistola nello zaino e diverse bottiglie molotov. Sul luogo sono arrivati anche il ministro dell’Istruzione Branko Ružić e la ministra della Salute Danica Grujičić. Secondo le testimonianze di alcuni compagni di classe, si tratta di un «ottimo» ragazzo che si è sempre comportato in maniera ineccepibile.

Alle 13:15 ha avuto luogo, presso la sede del governo serbo, una conferenza stampa straordinaria, dove sono intervenuti il ministro dell’Istruzione Branko Ružić, il ministro della Salute Danica Grujičić e un rappresentante del MUP.

Secondo le informazioni rilasciate dalle forza dell’ordine serbe, l’adolescente stava progettando l’attacco da almeno un mese, e aveva addirittura disegnato degli schizzi delle classi dell’istituto, stilando una lista delle persone che intendeva colpire. Stando alle dichiarazioni del padre di una studentessa della scuola, il ragazzo avrebbe fatto irruzione nell’aula della figlia, colpendo l’insegnante e un altro studente, mentre i compagni si riparavano sotto ai banchi. È stato lo stesso Kosta ad avvertire le forze dell’ordine, una volta conclusa la strage.

Il ministro dell’Interno Bratislav Gasic ha anche comunicato che il padre di Kosta Kecmanovic è stato arrestato: «Le armi erano detenute legalmente ed erano chiuse in una cassaforte — ha dichiarato Gasic — ma, evidentemente, il figlio ne conosceva la combinazione. Il fermo previsto è di 48 ore». In serata la polizia ha arrestato anche la madre. Secondo fonti non ufficiali, il ragazzo andava spesso a caccia insieme al padre, e sarebbe così che ha imparato a sparare. Anche la madre del giovane è stata fermata, anche se ancora non è chiara quale sia l’accusa nei suoi confronti.

Durante la conferenza stampa il ministro dell’Istruzione ha anche confermato che il ragazzo aveva denunciato un episodio di bullismo, aggiungendo però che non si era verificato nella scuola ma durante un corso privato di recitazione, e che quindi non permette di trarre nessuna conclusione riguardo al movente.

Secondo la legge serba, però, Kecmanovic non è penalmente responsabile, perché non ha ancora compiuto 14 anni. Stando a quanto dichiarato a dall’Alta Procura di Belgrado, dopo l’interrogatorio da parte della polizia, avvenuto in presenza di genitori, Kosta potrà essere rilasciato: nei suoi confronti, prosegue la Procura, non si possono adottare provvedimenti penali. Per il momento, riferisce il presidente serbo Aleksandar Vučić, il ragazzo «Verrà portato nella sezione speciale di una clinica neuropsichiatrica», visto anche che entrambi i suoi genitori sono in stato di fermo. Nei suoi confronti è stato anche disposto un prelievo di sangue per l’analisi tossicologica, al fine di determinare se fosse sotto l’effetto di alcol, stupefacenti o altre sostanze psicoattive al momento del reato commesso.

Aleksandar Vucic, il padre della nuova Serbia. Emanuel Pietrobon il 28 Dicembre 2022 su Inside Over.

La Serbia è tornata al centro dell’arena europea, nonostante le ferite della disgregazione iugoslava sanguinino ancora, e le sue aspirazioni di egemonia regionale turbano i sonni delle cancellerie di Unione Europea e Stati Uniti.

La Serbia è tornata al centro dell’arena europea, nonostante sia oggi una piccola porzione di ciò che fu e abbia anche perduto l’accesso (montenegrino) al mare. Ha fame di revisionismo, come quella che muove i suoi due alleati di ferro – Russia e Repubblica Popolare Cinese –, e reclama una revisione del finale delle guerre iugoslave. E se non fosse stato per Aleksandar Vučić, difficilmente avrebbe avuto luogo questa rinascita.

Genesi di un presidente

Aleksandar Vučić nasce a Belgrado il 5 marzo 1970. I suoi avi paterni erano originariamente di Bugojno, Bosnia centrale, e furono espulsi in Serbia nel corso della Seconda guerra mondiale dagli ustascia croati. Gli altri membri della famiglia Vučić, i più sfortunati, furono invece assassinati dagli ustascia.

Le entrate dei genitori, un economista e una giornalista, permisero al giovane Vučić di avere una vita relativamente agiata e di ricevere una formazione invidiabile: prima gli studi in legge a Belgrado, poi lo studio dell’inglese a Brighton. Descritto da chi lo conobbe in gioventù come sfrontato, Vučić riuscì ad entrare nel “sistema” cogliendo orazianamente l’attimo: un’intervista per diventare intimo con Radovan Karadžić, una partita a scacchi per conoscere Ratko Mladić, le partite allo stadio per tifare la Stella Rossa Belgrado e per fare networking coi membri della classe dirigente iugoslava.

Nel 1993, mentre il sogno iugoslavo va cadendo a pezzi, Vučić si iscrive al Partito Radicale Serbo, una forza di estrema destra mirante alla ricostituzione della Grande Serbia, col quale riesce ad entrare nell’Assemblea nazionale alle parlamentari dello stesso anno. Due anni dopo, nel 1995, Vučić “lo sfrontato” avrebbe preso il comando del Partito.

Il 1998 è l’anno della svolta: Vučić entra nel governo Marjanović nelle vesti di ministro dell’informazione. Sarà lui a gestire la strategia comunicativa di Belgrado durante la guerra del Kosovo, introducendo multe per i giornalisti non conformi alla linea dettata dall’esecutivo, censurando la stampa straniera e implementando altre disposizioni – tra cui la confisca delle proprietà ai rei di disinformazione – in quella che è stata definita la legislazione mediatica più restrittiva di fine Novecento.

Nell’immediato dopoguerra, cioè nel 2000, Vučić fu tra i più grandi detrattori della cosiddetta Rivoluzione dei bulldozer che detronizzò Slobodan Milošević, che, vinto sul campo, era stato appena rieletto alle presidenziali. Il tempo avrebbe dato ragione al fronte degli scettici capitanato da Vučić, siccome oggi è fatto noto e comprovato che la deposizione del leader di guerra fu l’esito di una rivoluzione colorata pianificata e finanziata dagli Stati Uniti.

La plateale uscita di scena di Milošević, ad ogni modo, si sarebbe rivelata molto istruttiva per Vučić, che, dopo un silenzio stampa lungo otto anni, nel 2008 annunciò l’entrata nel neonato Partito Progressista Serbo. Primo passo verso il ritorno ai vertici della piramide del potere.

La lunga ascesa al trono di Belgrado

Il 2008 è l’anno del ritorno nella scena politica. Vučić entra nel neonato Partito Progressista Serbo, di cui viene nominato vicepresidente, cominciando contemporaneamente un processo di pulizia della propria immagine pubblica. Condanna del massacro di Srebrenica. Distanziamento dal defunto Milošević. Nessun riferimento alla Grande Serbia. Se il cambiamento di idee sia genuino o meno non è dato saperlo, certo è che gli permetterà di farsi strada nelle stanze dei bottoni della Serbia post-miloseviciana.

Nel 2012, a causa dell’elezione di Tomislav Nikolić alla presidenza del paese, Vučić assume automaticamente la dirigenza del Partito, destinata alla formalizzazione ufficiale qualche tempo dopo. Lo stesso anno, e fino all’estate di quello successivo, Vučić presterà anche servizio come ministro della difesa. L’inizio dell’ascesa.

Nel 2014, in seguito ai risultati delle parlamentari – un exploit eccezionale per i progressisti –, Vučić viene nominato primo ministro. Ma la sua influenza su Nikolić sarebbe stata tale da renderlo un potere dietro il trono. Potere fattosi trono nel 2017, anno delle presidenziali, grazie all’ottenimento del 56% dei suffragi.

Ritorno alla serbosfera

Multivettorialità e neutralità; queste le suadenti parole d’ordine che nel 2017 consentirono a Vučić di magnetizzare il consenso di quasi sei elettori su dieci. Ma il neopresidente non aveva fatto i conti con il peso dell’irrisolta questione kosovara, destinato ad aumentare sensibilmente a causa dell’aggravamento della competizione tra grandi potenze e dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica – Montenegro 2017, Macedonia del Nord 2020.

La Serbia non aveva la stazza per potersi permettere ambiguità strategiche, doppi giochi e non allineamenti. O l’Unione Europea o l’Unione Economica Eurasiatica. Accettare l’irreversibilità della perdita del Kosovo o nulla. Occidente o Russia. La Serbia non era e non è l’abile Turchia, sposa della NATO e amante di Russia e Cina, perciò la sfida della costrizione geografica si è rivelata più ardua di quanto preventivato da Vučić.

Davanti al bivio, memore della Rivoluzione dei bulldozer e di Belgrado ’99, Vučić ha optato – dopo aver flirtato a lungo con l’asse Bruxelles-Washington – per il sodalizio con Mosca e Pechino. Sodalizio che ha assunto le forme dell’accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica del 2018, costatole un’ammonizione ufficiale da parte dell’Eurocommissione, dell’avvicinamento alle Nuove Vie della Seta e del rispolveramento dell’antico gemellaggio politico-culturale con la Russia.

Dopo il breve paragrafo del disgelo dell’era Trump, palesato dagli accordi di normalizzazione parziale con il Kosovo e dalla nascita della mini-Schengen, l’atmosfera nelle terre serbe dell’ex Iugoslavia è andata via via surriscaldandosi – con la complicità e, talvolta, dietro la regia del duo Putin-Vučić. Poiché il ritorno alla serbosfera, realtà pubblicamente rinnegata dal Vučić progressista, ha significato la ricomparsa dello spettro della secessione nella fragile Bosnia ed Erzegovina e il crescendo di escalazioni verbali, diplomatiche e militari con la provincia-divenuta-stato del Kosovo.

L’importanza di chiamarsi Kosovo

Vučić vorrebbe essere ricordato come colui che è riuscito a riscrivere il finale della guerra del Kosovo, aggiungendogli dei termini più favorevoli per la (vinta) Serbia. Consapevole dell’irreversibilità dell’indipendenza del Kosovo, perno della grand strategy degli Stati Uniti nei Balcani, Vučić vorrebbe popolarizzare l’idea di uno scambio territoriale su basi etniche: la valle di Preševo in cambio del Kosovo settentrionale.

La cronicizzazione dello stato di crisi tra Belgrado e Pristina, processo cominciato nel 2021 e accelerato all’indomani della guerra in Ucraina, è da leggersi nel microcontesto del “piano Vučić” per la serbosfera e nel macrocontesto della Terza guerra mondiale a pezzi – dove è il secondo a condizionare il primo.

Chiunque avrà il coraggio di rimettere in discussione il finale delle guerre iugoslave – a suo tempo criticato, tra l’altro, anche da Henry Kissinger – e di andare incontro al presidente serbo, le cui aspirazioni non differiscono molto da quelle dell’omologo kosovaro – essendo entrambi alla ricerca dell’omogeneità etnica nei loro territori –, sarà ricordato come il risolutore definitivo della questione serbo-kosovara. Ma la domanda è se le grandi potenze saranno lungimiranti abbastanza da preferire la diplomazia alle armi.

Pezzi di storia Il Partenone è come la Gioconda, non può essere tagliato a metà tra due Paesi contendenti. L'Inkiesta il 28 Novembre 2023

Il parallelismo è del ministro greco Kyriakos Mitsotakis, discretamente seccato dalla decisione dell’omologo britannico Rishi Sunak di annullare l’incontro voluto per dirimere la lunga disputa su fregi del Partenone conservati a Londra. Si tratta di figure in marmo realizzate dallo scultore Fidia che decoravano il tempio da 2.500 anni

Il parallelismo è del ministro greco Kyriakos Mitsotakis, discretamente seccato dalla decisione dell’omologo britannico Rishi Sunak di annullare l’incontro voluto per dirimere la lunga disputa su fregi del Partenone conservati a Londra. Si tratta di figure in marmo realizzate dallo scultore Fidia che decoravano il tempio da 2.500 anni. Previsto per oggi sul Tamigi, il faccia a faccia è saltato solo poche ore prima, ha detto il capo della delegazione greca, mentre lo staff di Sunak non ha commentato.

A Mitsotakis è stato offerto un colloquio alternativo con il vice di Sunak, Oliver Dowden ma il capo del governo greco l’ha presa male e ha rifiutato, dichiarando di sentirsi «profondamente deluso».

Tra le ipotesi che spiegherebbero la decisione, ci sono le esternazioni di Mitsotakis durante un’intervista realizzata qualche ora fa con Laura Kuenssberg della BBC: «avere alcuni pezzi di Partenone a Londra e il resto ad Atene è come tagliare a metà la Gioconda», ha dichiarato il capo dell’esecutivo ellenico. Indignato, Mitsotakis ha poi commentato che «Chi ha argomentazioni in cui crede non rifiuta il dialogo. Avevo previsto di avviare una discussione con Sunak su questo tema, ma anche su tante altre importanti sfide globali come il conflitto in Israele e in Ucraina, la crisi climatica e migratoria». Avrebbero insomma dovuto essere quarantacinque minuti intensi, un lunch di lavoro, ma secondo fonti vicine al governo inglese anche Sunak sarebbe irritato: «L’incontro è saltato perché la posizione inglese è da sempre che i marmi di Elgin fanno parte della collezione permanente del British Museum e devono rimanere qui. Per noi conservatori non è negoziabile».

Da più parti quella che può apparire come una piccola schermaglia diplomatica non sarebbe da sottovalutare per i risvolti politici. Sostengono infatti i conservatori che l’incontro amichevole e dai toni possibilisti tra Mitsotakis e il laburista sir Keir Starmer, avvenuto in questi giorni, sia stata una scelta sconsiderata. L’idea per i laburisti, sarebbe infatti di non opporsi a un eventuale accordo di prestito tra il British Museum e Atene, iniziativa che non richiederebbe alcun permesso da parte del governo.

Ma l’Esecutivo si fa scudo con il British Museum Act del 1963 che vieta lo spostamento degli oggetti esposti nel noto museo: «Starmer ignora il contributo che generazioni di contribuenti britannici hanno dato per mantenere i fregi al sicuro e mostrarli al mondo», ha fatto sapere un portavoce del partito al governo.

La contesa è stata bollata dai media inglesi come «una bizzarra pièce teatrale a tema culturale». Una guerra che ha per oggetto l’arte e che però apre a un tema piuttosto sentito. Ovvero, l’opportunità che i musei di tutto il mondo debbano restituire ai loro paesi di origine i pezzi frutto di razzie attraverso i secoli.

Muore l’ultimo re greco, Costantino II aveva 82 anni. Il Corriere della Sera il 10 gennaio 2023.

È morto all’età di 82 l’ex re di Grecia Costantino II, fa sapere la tv pubblica greca Ert. L’ex monarca, cugino del re britannico Carlo III, padrino del principe William, fratello della regina Sofia, moglie re Juan Carlos di Spagna e madre del monarca attuale, Felipe VI, è morto in seguito a un ictus in un ospedale di Atene, dov’era stato ricoverato la scorsa settimana. Alle Olimpiadi di Roma del 1960 vinse una medaglia d’oro nella Vela, ha regnato dal 1964 fino alla proclamazione della Repubblica nel 1974, che coincise con la fine della dittatura dei Colonnelli (1967-1974).

Nel 1968, otto mesi dopo il golpe militare, tentò un contro-golpe che fallì, e Costantino fuggì con la famiglia reale a Roma, per poi trasferirsi in Inghilterra nel 1974. In un referendum dopo il ritorno della democrazia, il 70% dei greci votò per l’abolizione della monarchia. Collegata alle monarchie britanniche e danese, la dinastia Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glucksburg, iniziata dal nonno danese di Costantino, Giorgio I, nel 1863, si estingue così con lui.

Da “Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti” l’11 gennaio 2023. 

Costantino II (1940-2023). Ultimo re di Grecia. Ha regnato dal 1964 fino alla proclamazione della Repubblica nel 1974. Cugino del re britannico Carlo III, padrino del principe William, fratello della regina Sofia la moglie del re Juan Carlos di Spagna. Membro onorario del Cio, aveva un particolare legame con l'Italia: da atleta, infatti, era riuscito a vincere le Olimpiadi di Roma nel 1960 nella disciplina della vela. È morto di un ictus in un ospedale di Atene. Aveva 82 anni

Estratto dell'articolo di Eva Grippa per repubblica.it l’11 gennaio 2023. 

Di Costantino II, scomparso all'età di 82 anni ad Atene, si potrebbero dire molte cose. È stato l'ultimo re di Grecia, salito al trono giovanissimo, a 24 anni, e lì rimasto per meno di dieci anni (fino cioè alla proclamazione della Repubblica, nel 1974). Fu uno sportivo, appassionato di vela, che conquistò una medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma del 1960. Fu padre presente per i suoi cinque figli, affezionato amico di suo cugino, re Carlo III del Regno Unito, e padrino del suo primogenito, il principe William. Ma fu soprattutto un uomo innamorato di una sola donna per tutta la vita: Anne-Marie di Danimarca, conosciuta quando lei aveva solo 13 anni. Sposati nel 1964, anno in cui Costantino diventò re, sono rimasti assieme per quasi 60 anni.

La storia d'amore tra l'affascinante erede al trono di Grecia e la più giovane delle tre figlie dei reali danesi inizò con una visita di Stato in Danimarca; re Paolo e la regina consorte Federica di Hannover avevano portato i figli con loro e per premiarli decisero di accompagnarli al circo di Copenaghen. Fu proprio il re di Grecia a notare per primo Anne-Marie, che allora aveva solo 13 anni, e a dire a sua moglie: "Guarda, è leggiadra come una farfalla. Spero che un giorno Tino la sposi".

(…) L'annuncio fu dato il 23 gennaio 1963 a Copenaghen, dove le bandiere danese e greca furono messe a sventolare insieme mentre entrambe le famiglie comparivano sul balcone del palazzo di Amelienborg per salutare la folla.

La data fu fissata al gennaio 1965; due anni di attesa per aspettare che la principessa diventasse maggiorenne, poiché aveva ancora solo 16 anni, mentre Costantino ne aveva 22. Il desiderio di re Frederik era che sua figlia completasse il ciclo di studi prima di sposarsi; era un padre, e un re, alquanto moderno. Così Anne-Marie tornò nel suo collegio in Svizzera, mentre Constantine si tuffò nei suoi doveri ufficiali.

Nel frattempo, il destino si mise di mezzo: a fine gennaio 1964, i medici diagnosticarono a re Paolo un cancro e le sue condizioni peggiorarono nei mesi successivi, finché il 1° marzo fu colpito da un'embolia polmonare che lo portò alla morte, il 6 marzo 1964. Lo stesso giorno Costantino prestò giuramento come nuovo re.

Verso le undici e mezzo del mattino del 18 settembre 1964, centouno colpi di cannone, sparati dal Monte Licabetto e dalle navi da guerra attraccate nel porto del Pireo, salutarono la nuova regina consorte di Grecia. Il re Costantino II, 24 anni, e la principessa Anne-Marie di Danimarca, 18 anni, avevano appena detto di sì in una cerimonia officiata dall'arcivescovo Chrysostomos II nella cattedrale dell'Annunciazione di Santa Maria.  (…)

Nell'aprile 1967 tutto cambia per loro: una giunta militare, inizialmente sostenuta dal re, si impadronisce del potere e, dopo un fallito contro-colpo di Stato, il re e la sua famiglia decidono di andare in esilio; prima a Roma, poi a 'casa' di Anna Maria, in Danimarca, e infine a Londra. Nel giugno 1973 il sovrano è formalmente deposto dalla giunta militare, scelta confermata nel dicembre 1974: è la fine della monarchia in Grecia.

Costantino torna temporaneamente ad Atene nel 2004, durante le Olimpiadi, come membro del Comitato olimpico internazionale, e solo nel 2013 torna a vivere stabilmente nel suo Paese, trasferendosi con la moglie a Porto Heli.

Al suo capezzale, nei giorni precedenti la morte, si sono riuniti tutti, dalla moglie - sempre al suo fianco - ai figli e le sorelle, prima tra tutti Sofia, moglie dell'ex re di Spagna.

Addio Costantino II, ultimo re di Grecia, che per tutta la vita amò solo la sua Anna Maria di Danimarca. Eva Grippa su La Repubblica l’11 Gennaio 2023.

È scomparso all'età di 82 anni l'ultimo monarca greco, dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva a seguito di un ictus. Quando si è spento, era circondato dall'intera famiglia: moglie e cinque figli. Quella che lo legò ad Anna-Marie fu una grande, bellissima storia d'amore, lunga oltre sessant'anni

Di Costantino II, scomparso all'età di 82 anni ad Atene, si potrebbero dire molte cose. È stato l'ultimo re di Grecia, salito al trono giovanissimo, a 24 anni, e lì rimasto per meno di dieci anni (fino cioè alla proclamazione della Repubblica, nel 1974). Fu uno sportivo, appassionato di vela, che conquistò una medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma del 1960. Fu padre presente per i suoi cinque figli, affezionato amico di suo cugino, re Carlo III del Regno Unito, e padrino del suo primogenito, il principe William. Ma fu soprattutto un uomo innamorato di una sola donna per tutta la vita: Anne-Marie di Danimarca, conosciuta quando lei aveva solo 13 anni. Sposati nel 1964, anno in cui Costantino diventò re, sono rimasti assieme per quasi 60 anni.

L'incontro con Anne-Marie e l'inizio della storia d'amore

La storia d'amore tra l'affascinante erede al trono di Grecia e la più giovane delle tre figlie dei reali danesi inizò con una visita di Stato in Danimarca; re Paolo e la regina consorte Federica di Hannover avevano portato i figli con loro e per premiarli decisero di accompagnarli al circo di Copenaghen. Fu proprio il re di Grecia a notare per primo Anne-Marie, che allora aveva solo 13 anni, e a dire a sua moglie: "Guarda, è leggiadra come una farfalla. Spero che un giorno Tino la sposi".

Tino - Costantino - era cugino di terzo grado della principessa; erano tempi quelli in cui le famiglie reali europee erano legate tra loro da legami di sangue e di matrimonio, così che i due ragazzi avevano molte possibilità di incontrarsi.

Il re Paolo e la regina Federica di Grecia con i figli: Costantino, detto Tino, è il secondogenito ma erede al trono. La sorella maggiore è Sofia, che diventerà regina di Spagna a fianco di Juan Carlos, e la minore è Irene, che non si è mai sposata e ha sempre vissuto nel Palazzo reale di Madrid con sua sorella.  Galeotto fu il matrimonio del duca di Kent con Katherine Worsley, nel giugno 1960: durante i festeggiamenti, il principe ereditario telefonò ai genitori ad Atene per metterli in guardia perché il principe spagnolo Juan Carlos di Spagna stava corteggiando sua sorella, la principessa Sofia. I due in effetti convoleranno a nozze due anni dopo (Juan Carlos diventerà re, e nel 2014 abdicherà a favore del figlio Felipe). Oltre a tenere d'occhio sua sorella, però, Tino osservò tutta la sera la quindicenne Anne-Marie. Sua madre, la regina Federica, nei mesi successivi capì che tra i due stava nascendo qualcosa perché dopo quel matrimonio Costantino iniziò a visitare sempre più spesso la fredda Copenaghen. Per non destare sospetti, faceva da accompagnatore a turno per tutte e tre le principesse danesi (Margrethe, oggi regina di Danimarca, Benedikte e appunto Anne-Marie), tanto che la stampa inizialmente sospettava che il principe volesse corteggiare Benedikte.

Il re velista 

L'estate successiva Tino e Anne-Marie si incontrarono ancora in Norvegia, dove lei era in vacanza e lui partecipava a delle regate in yacht, provetto velista. Quando le propose il matrimonio, Anne-Marie accettò felice ma tennero il loro progetto segreto per i successivi sei mesi.

L'annuncio fu dato il 23 gennaio 1963 a Copenaghen, dove le bandiere danese e greca furono messe a sventolare insieme mentre entrambe le famiglie comparivano sul balcone del palazzo di Amelienborg per salutare la folla.

Il fidanzamento ufficiale: Costantino ammira l'anello che ha regalato alla sua Anne-Marie, sotto lo sguardo del re Frederik e della regina Ingrid  

La data fu fissata al gennaio 1965; due anni di attesa per aspettare che la principessa diventasse maggiorenne, poiché aveva ancora solo 16 anni, mentre Costantino ne aveva 22. Il desiderio di re Frederik era che sua figlia completasse il ciclo di studi prima di sposarsi; era un padre, e un re, alquanto moderno. Così Anne-Marie tornò nel suo collegio in Svizzera, mentre Constantine si tuffò nei suoi doveri ufficiali.

Nel frattempo, il destino si mise di mezzo: a fine gennaio 1964, i medici diagnosticarono a re Paolo un cancro e le sue condizioni peggiorarono nei mesi successivi, finché il 1° marzo fu colpito da un'embolia polmonare che lo portò alla morte, il 6 marzo 1964. Lo stesso giorno Costantino prestò giuramento come nuovo re.

Il royal wedding di Grecia

Verso le undici e mezzo del mattino del 18 settembre 1964, centouno colpi di cannone, sparati dal Monte Licabetto e dalle navi da guerra attraccate nel porto del Pireo, salutarono la nuova regina consorte di Grecia. Il re Costantino II, 24 anni, e la principessa Anne-Marie di Danimarca, 18 anni, avevano appena detto di sì in una cerimonia officiata dall'arcivescovo Chrysostomos II nella cattedrale dell'Annunciazione di Santa Maria. Nello stesso tempio ortodosso  due anni prima si era sposata la sorella dello sposo, Sofía, con Juan Carlos, che sarebbe diventato re di Spagna. Gli sposi arrivarono all'altare mossi unicamente dall'amore, non per via di strategie diplomatiche o politiche.

Tino era in alta uniforme e accompagnato dalla madre, Federica di Hannover, mentre Anna Maria arrivò al braccio del padre re Federico IX, con indosso un abito da sposa realizzato dal suo connazionale Jorgen Bender: bianco e ispirato alla moda settecentesca, con taglio impero, scollo a barchetta, maniche a tre quarti, lungo strascico e un velo in pizzo irlandese già scelto da sua madre, la regina Ingrid, e da sua nonna materna, Margherita di Connaught, prima moglie del re Gustavo VI Adolfo di Svezia.

Il corteo delle dame di compagnia era composto da sei principesse; Irene di Grecia (sorellina di Costantino), la principessa Anna del Regno Unito, Cristina di Svezia, Margaret di Romania, Tatiana Radziwill e Clarissa d'Assia. Gli attuali re Harald di Norvegia, Carlos Gustavo di Svezia e Carlo III d'Inghilterra erano incaricati di tenere le corone sulle teste delle parti durante il rito.

La famiglia, la politica

Costantino II e Anna Maria furono sempre una coppia unita, chiamata ad affrontare subito grandi problemi. I figli arrivarono uno dopo l'altro: Alessia, la primogenita, poi Paolo (il nome del nonno re), Nicola, Teodora, Filippo. La famiglia reale trascorreva le sue vacanze con i parenti britannici, il principe Carlo e la principessa Diana, e i loro figli; Costantino fu padrino del principe William.

Tre famiglie reali in vacanza assieme sullo yacht  'Fortuna' a Majorca, Spagna, agosto 1990. Da sinistra: l'ex regina Anne-Marie e l'ex re Costantino di Grecia con la figlia principessa Teodora; lady Diana e il marito, il principe Carlo (oggi re Carlo III del Regno Unito), il re Juan Carlos di Spagna con le figlie Cristina ed Elena, i principi William e Harry con un amico e infine la regina Sofia di Spagna 

Nell'aprile 1967 tutto cambia per loro: una giunta militare, inizialmente sostenuta dal re, si impadronisce del potere e, dopo un fallito contro-colpo di Stato, il re e la sua famiglia decidono di andare in esilio; prima a Roma, poi a 'casa' di Anna Maria, in Danimarca, e infine a Londra. Nel giugno 1973 il sovrano è formalmente deposto dalla giunta militare, scelta confermata nel dicembre 1974: è la fine della monarchia in Grecia.

Il re Costantino con la regina Elisabetta II del Regno Unito 

Costantino torna temporaneamente ad Atene nel 2004, durante le Olimpiadi, come membro del Comitato olimpico internazionale, e solo nel 2013 torna a vivere stabilmente nel suo Paese, trasferendosi con la moglie a Porto Heli.

Al suo capezzale, nei giorni precedenti la morte, si sono riuniti tutti, dalla moglie - sempre al suo fianco - ai figli e le sorelle, prima tra tutti Sofia, moglie dell'ex re di Spagna.

C’è una pista italiana nell’inchiesta sul “Watergate greco”. Elena Kaniadakis da Atene su L’Espresso il 26 Dicembre 2022.

Carte d’identità rubate a Pompei. Utilizzate dall’uomo chiave dello scandalo sul controllo di giornalisti e politici. Che è partner nel suo paese della milanese Rcs Lab

Se venisse rappresentata in un film di spionaggio, la sede dei Servizi segreti greci assomiglierebbe probabilmente a come è in realtà. Un cubo di cemento trapiantato nella periferia di Atene, dove la bandiera greca, unica nota di colore, sventola all’entrata e le finestre degli uffici sembrano scrutare l’esterno come tanti piccoli occhi.

A quattro mesi dallo scoppio del cosiddetto «Watergate greco», l’edificio pare custodire gelosamente molte delle risposte agli interrogativi che stanno mettendo in crisi il governo conservatore di Nea Dimokratia. O forse bisognerebbe cercare quelle risposte lungo la riviera ateniese, nel quartiere esclusivo di Glyfada, presso la sede di Intellexa, l’azienda che ha venduto lo spyware Predator. Ma oggi al suo interno non c’è più nessuno: il personale, dopo una sommaria perquisizione degli uffici da parte delle autorità greche, ha fatto gli scatoloni e protetto dalla stessa riservatezza che ha accompagnato il suo arrivo due anni fa, ha abbandonato Atene. «Finché le autorità greche non condivideranno le informazioni, saremo costretti a comporre il puzzle con il materiale che abbiamo: e l’immagine emersa finora non è confortante», ha dichiarato l’europarlamentare Sophie in ‘t Veld durante una visita ad Atene con la commissione Pega, istituita per fare luce sull’utilizzo di spyware in Europa. E un tassello di questa costruzione in divenire conduce in Italia.

È l’ultimo capitolo di una storia che inizia con il giornalista Thanasis Koukakis, collaboratore del Financial Times, il primo a denunciare nella primavera scorsa di essere stato intercettato dai Servizi segreti greci nel 2020, mentre stava portando avanti indagini sull’evasione fiscale e l’emissione di fatture false in Grecia. Un anno dopo l’intercettazione dei Servizi segreti, Koukakis ha ricevuto un messaggio con Predator: per permettere che tutte le attività del suo cellulare venissero monitorate, è bastato cliccare sul link ricevuto da uno sconosciuto. La stessa trappola è stata tesa, pochi mesi dopo, all’europarlamentare e presidente del partito socialista del Pasok, Nikos Androulakis; vittima dello spyware, infine, è caduto anche il deputato di Syriza Christos Spirtzis: «Attraverso me volevano ascoltare Alexis Tsipras», ha dichiarato dopo avere presentato una denuncia nel settembre scorso.

Il premier conservatore Kyriakos Mitsotakis, responsabile di avere avocato a sé per legge la gestione dei Servizi segreti, ha negato ogni possibile uso di Predator da parte dello Stato e ha promesso di «sciogliere il groviglio di questo centro di spionaggio occulto». Le numerose rivelazioni della stampa greca tratteggiano invece uno scenario diverso: un parastato, vicino al premier, avrebbe utilizzato entrambe le modalità di spionaggio per controllare almeno cento persone tra politici, forze dell’ordine e giornalisti. Sotto la lente di ingrandimento del sito d’inchiesta Insidestory, con cui Koukakis collabora, sono finite due aziende: la già citata Intellexa e Krikel, rifornitrice ufficiale del ministero dell’Interno per quanto riguarda le tecnologie di sorveglianza e di interesse, secondo la stampa greca, dell’uomo d’affari Yannis Lavranos. A evidenziare un rapporto tra le due aziende sarebbe sia il movimento di fondi tra Krikel e Intellexa, nel 2020, sia un servizio di consulenza prestato dall’imprenditore Felix Bitzios, divenuto successivamente azionista di Intellexa, all’azienda rifornitrice dello Stato nel 2018. Secondo il quotidiano greco Efimerida ton syntakton, inoltre, Krikel sarebbe coinvolta in un probabile giro di fatture false, in base alle quali avrebbe effettuato transazioni per 5 milioni di euro con un’altra impresa ma i pagamenti bancari corrispondenti non risultano da nessuna parte.

«Yannis Lavranos appare come una figura mitica, soprattutto per ciò che su di lui non è stato detto», ha riportato il quotidiano: l’imprenditore afferma di vivere a Londra e avrebbe goduto di un accesso privilegiato sia ai precedenti governi di Nea Dimokratia che a quello di Syriza. Nel maggio di quest’anno, in un elegante centro ricevimenti fuori Atene, Lavranos ha organizzato il battesimo del proprio figlio: come padrino ha presenziato il nipote ed ex capo di gabinetto di Mitsotakis, Grigoris Dimitriadis, dimessosi quest’estate a seguito dello scandalo. A rendere il personaggio di Lavranos ancora più misterioso, contribuisce una carta di identità italiana, rubata e poi falsificata con una sua foto, che è stata rinvenuta dal sito d’inchiesta greco Reporters United. L’Espresso ha potuto verificare come il documento, il cui uso rimane sconosciuto, e nel quale Lavranos appare con il nome di Gianni Berti, sia stato rubato a Pompei nel 2012. Altre due carte di identità italiane che risultano rubate nei pressi di Napoli nello stesso anno sono state registrate, con i nomi di Antonio Sassi e Giorgio Antonelli, nel consiglio di amministrazione di un’altra società riconducibile a Lavranos, la Elektroum technologies, che dal 2017 non pubblica il bilancio nel registro delle imprese.

L’Espresso, in aggiunta, ha potuto visionare la copia di altre due carte di identità italiane rubate nel 2012 a Pompei e Ottaviano poi falsificate con le foto di persone ricollegabili alla cerchia di collaboratori di Lavranos.

Interpellata a proposito della vicenda, l’Agenzia delle entrate greca commenta: «La verifica dei documenti di cittadini europei viene effettuata solo in caso di sospetti di reato sulla base di una richiesta scritta alla rispettiva ambasciata». Contattato da L’Espresso, Lavranos afferma di avere presentato denuncia contro ignoti dopo essere venuto a conoscenza della carta di identità italiana con la propria foto e di non avere rapporti di partecipazione con Krikel, mentre a proposito di Elektroum ribadisce di non avere più legami con l’azienda da molti anni.

Un altro legame che sembra emergere tra il misterioso uomo d’affari e l’Italia risale al 2021, quando i Servizi segreti greci firmano un contratto per la fornitura di «sistemi moderni di intercettazione legale» con la milanese Rcs lab, azienda di punta del settore che vanta tra i suoi clienti anche le forze dell’ordine italiane. In base alle testimonianze raccolte da Insidestory di due funzionari che hanno partecipato alle trattative, una figura si sarebbe imposta «a rappresentanza degli interessi italiani»: Lavranos, considerato il «local partner» in Grecia di Rcs lab, mentre Krikel sarebbe stata l’azienda subappaltatrice del contratto.

L’Espresso ha chiesto a Rcs lab di commentare queste affermazioni, e ha ottenuto la seguente risposta: «Esistono specifici obblighi normativi e contrattuali che vincolano l’azienda al riserbo […] in ogni caso, si ritiene opportuno precisare che rientra tra le modalità operative di Rcs lab quella di fruire del supporto di partner tecnici locali per aspetti logistici, implementativi o di manutenzione […] qualora un partner non risultasse più idoneo a svolgere l’incarico, l’azienda provvederebbe alla tempestiva sostituzione». Lavranos, inoltre, ha smentito qualsiasi relazione con Rcs lab e ha denunciato una «spietata guerra di diffamazione del proprio nome».

Una commissione parlamentare d’inchiesta, istituita per indagare sulle intercettazioni, si è conclusa senza una relazione condivisa: l’opposizione ha infatti accusato i deputati di Nea Dimokratia di ostruzionismo, quando si sono opposti alla convocazione di personaggi considerati decisivi per la vicenda, come Lavranos. A seguito della chiamata della Commissione parlamentare per le Istituzioni e la Trasparenza, invece, Lavranos e Bitzios non si sono presentati sostenendo di risiedere all’estero e si sono detti disposti a rispondere per iscritto alle domande. L’unico a essere stato ascoltato è Dimitriadis, il nipote del premier, che ha negato ogni legame con l’utilizzo di Predator.

«Ogni ombra su questo caso deve essere allontanata prima delle elezioni» previste per la prossima primavera, ha invocato l’europarlamentare Sophie in ‘t Veld, ricordando come «sono di interesse non solo nazionale, ma anche europeo». Alla vigilanza di Bruxelles guardano con speranza i reporter greci, costretti a lavorare in un clima di crescenti intimidazioni, e i giovani, tra i più convinti che al pari del suo illustre americano, «il Watergate greco» debba concludersi con la scoperta dei responsabili.

Anche il Wiener Zeitung nato nel 1703. il giornale più antico del mondo dice “addio” alla carta e resta solo online. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Luglio 2023

Il quotidiano austriaco pubblicato per la prima volta nel 1703 non verrà più stampato e sopravviverà soltanto in versione digitale

Sopravvissuto a dieci imperatori e dodici presidenti il Wiener Zeitung, un quotidiano con sede a Vienna, non ce l’ha fatta a restare sostenibile con l’edizione cartacea, a causa dell’aumento dei costi fissi e la diminuzione in picchiata dei lettori e della raccolta pubblicitaria. E dopo 320 anni di pubblicazioni Il giornale più antico del mondo ha stampato la sua ultima edizione cartacea . L’editore ha così deciso di non stampare più il quotidiano, lasciando solo il prodotto on line, sul sito con l’obiettivo di distribuire una edizione cartacea a cadenza mensile.

Il giornale aveva iniziato a pubblicare nell’agosto 1703. Il titolo di giornale più antico del mondo è conteso con la Gazzetta di Mantova, pubblicata per la prima volta nel 1664. Mentre la London Gazette, gazzetta ufficiale del governo britannico che non riporta le notizie, risale al 1665. 

Nel 1768 ll Wiener Zeitung diede notizia ai propri lettori di un concerto particolare, avente come protagonista un bambino di 12 anni “particolarmente talentuoso”. Il suo nome era Wolfgang Amadeus Mozart. E quando l’Austria fu sconfitta nella prima guerra mondiale, il giornale pubblicò un’edizione speciale con la lettera di abdicazione dell’ultimo imperatore asburgico, il Kaiser Karl.

Nella sua ultima edizione cartacea ha pubblicato un editoriale che giudica negativamente la nuova legge sulle inserzioni pubblicitarie voluta dal governo che di fatto ha posto fine alla sua tiratura. “Non è stata una misura tempestiva per il giornalismo di qualità, considerando che su un numero crescente di piattaforme i contenuti seri si rincorrono con notizie false, video di gatti e teorie del complotto”.  La scelta di interrompere la pubblicazione cartacea. infatti è arrivata a seguito di una discussa legge del governo che prevede l’abolizione delle inserzioni obbligatorie: nel caso della Wiener Zeitung, si trattava delle notizie aziendali nella sezione “gazzetta ufficiale”. 

Gli annunci garantivano alla casa editrice 18 milioni di euro all’anno, ma in base a una direttiva dell’Ue – come sottolinea lo Spiegel – questi ora possono essere fatti soltanto in formato digitale. Senza questa fonte di reddito, la principale del giornale, l’editore è arrivato alla conclusione che la Wiener Zeitung non era più redditizia come prodotto stampato. Da qui la scelta di interrompere. Di tanto in tanto, in futuro appariranno anche edizioni cartacee, ma il prodotto e l’intervallo di pubblicazione sono ancora “in fase di sviluppo”, ha detto l’amministratore delegato Martin Fleischacker.

La sua distribuzione contava ad aprile 20.000 copie giornaliere, anche se il numero raddoppiava nei fine settimana. Durante i suoi tre secoli di vita il giornale ha avuto solo una pausa forzata. Dopo che l’Austria fu incorporata alla Germania di Hitler:  il giornale fu chiuso dai nazisti nel 1939. Nel 1945 ricominciò a stampare.  Il Wiener Zeitung non morirà definitivamente, proseguendo la propria attività sulla piattaforma digitale. Anche la redazione subirà un cambiamento, con una riduzione del numero dei giornalisti che scenderà a 20.  Redazione CdG 1947

"Vedova cerca anziano benestante": i soldi, la trappola e la scia di sangue. Almeno dieci vittime, l’ossessione per il gioco d’azzardo e nessun pentimento: la storia della vedova nera austriaca che odiava gli uomini. Massimo Balsamo l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'odio per gli uomini

 L'ossessione per il gioco

 La prima vittima

 Elfriede Blauensteiner, la vedova nera austriaca

 L'arresto

 Il processo e la morte

Si può diventare serial killer anche dopo aver superato i 50 anni. I casi sono pochi, pochissimi, ma sono notevoli. Nell'elenco spicca sicuramente il nome di Elfriede Blauensteiner: l'assassina seriale austriaca è stata tra le vedove nere più spietate in Europa e ha fatto molto parlare di sé, non solo per gli orribili delitti. Dall'ossessione per il gioco d'azzardo alle piazzate in tribunale, passando per le citazioni religiose e i continui cambi di versione: la viennese regalato parecchio materiale per la realizzazione di libri, film e addirittura opere teatrali. Mettendo da parte il personaggio, il bilancio è nitido: condanna per tre omicidi, ma il numero sale (almeno) a 10 vittime tra confessioni e indagini postume.

L'odio per gli uomini

Elfriede Blauensteiner nasce a Vienna il 22 gennaio del 1931 in una famiglia molto povera. I disagi sono tanti, sia per lei che per i cinque fratelli. In realtà della sua infanzia e della sua adolescenza si sa poco, perché le principali informazioni riguardano la seconda parte della sua vita. Come anticipato, la vedova nera austriaca inizia a compiere i primi atti criminali superati i 50 anni, ma in realtà la prima svolta della sua esistenza arriva prima, con la nascita della figlia e la successiva separazione dal primo marito. Sarà lei stessa a confermarlo: "In quel momento ho iniziato a odiare gli uomini".

L'ossessione per il gioco

La rottura con il primo marito segna la sua vita e da quel momento inizia a nutrire un sentimento di disprezzo nei confronti dell'altro sesso, come testimoniato dal bilancio delle sue vittime: tutti uomini, a eccezione di una donna, ammazzata per motivi economici. Meritano di morire, il ragionamento di Elfriede Blauensteiner. Ma non solo: l'altro movente è la necessità di denaro. L'austriaca è ossessionata dal gioco d'azzardo, una fissazione cresciuta in maniera esponenziale con il passare degli anni.

La prima vittima

Elfriede Blauensteiner firma il primo delitto nel 1981. Convolata a nozze con Friedrick Doecker, la donna possiede una casa di vacanze sul lago di Salisburgo ed è lì che commette l'omicidio. In questo caso però non c'è movente economico: la donna ammazza il custode della sua residenza. Il motivo? Gli abusi perpetrati nei confronti della moglie e dei figli. Una rivalsa contro gli uomini, a testimonianza dell'odio provato nei confronti dell'altro sesso a partire dal divorzio con il primo marito. Il primo crimine di una lunga serie.

Elfriede Blauensteiner, la vedova nera austriaca

Sempre più dipendente dal gioco, Elfriede Blauensteiner va spesso a giocare al casinò di Baden-Baden e sfrutta diversi pseudonimi. Una vera e propria patologia che la porta a derubare le vittime di somme sempre più ingenti. Dopo il portiere del suo stabile, inizia a uccidere per soldi: prima falsifica il testamento e poi uccide attraverso arsenico e farmaci antidiabetici una coppia di anziani suoi vicini di casa.

Nel 1992 il secondo marito muore dopo dieci giorni di coma - la serial killer non viene condannata, ma molti non credono al decesso per cause naturali - ed Elfriede Blauensteiner inizia a mettere delle inserzioni sui giornali, proponendosi come governante di uomini anziani e soli. "Vedova sessantaquattrenne, amante casa e giardinaggio, cerca anziano benestante, fine amicizia", il testo di un annuncio riportato da Ruben De Luca nel suo libro "Serial killer".

Poco dopo è il turno di un amico: l'uomo, un sessantacinquenne, viene ucciso in ospedale. Le aveva appena regalato una casa. Poco dopo, sempre nel 1995, è la volta di un altro anziano, il settantasettenne Alois Pichler, questa volta conosciuto attraverso un giornale di annunci personali. Il modus operandi è sempre lo stesso sopra citato: Elfriede Blauensteiner utilizza il farmaco Euguclon combinato con un antidepressivo. Una tecnica particolare ma infallibile.

Milena Quaglini, la storia della vedova nera del Pavese

L'arresto

L'omicidio di Pichler costa caro a Elfriede Blauensteiner. Assetata di denaro, prima di ucciderlo con un mix letale decide di falsificare il suo testamento per intascare l'eredità. Un dettaglio che indispettisce i parenti dell'uomo, in particolare il nipote, che decide di fare chiarezza. Scattata la denuncia, la polizia indaga sulla vicenda e scopre tutto, compreso il testo modificato all'insaputa della vittima. La vedova nera di Vienna viene arrestata l'11 gennaio del 1996.

Il processo e la morte

Il processo contro la serial killer parte un anno più tardi, nel febbraio del 1997. In quel preciso momento Elfriede Blauensteiner inizia a manifestare comportamenti a dir poco strani: prima confessa con freddezza il delitto contestato, poi ne rivela altri, poi smentisce tutto e ritratta. Ma non solo. Alle udienze in tribunale sfoggia mise e atteggiamenti sopra le righe. Esemplare un suo intervento con un crocifisso d'oro al collo: “Lavo nell'innocenza le mie mani”, citando Ponzio Pilato nel Nuovo Testamento.

Il 7 marzo del 1997 Elfriede Blauensteiner viene condannata all'ergastolo. Nel 2001 viene condannata nuovamente per altri due omicidi. Tre in tutto i delitti "ufficiali", ma tra confessioni e ricostruzioni degli esperti il bilancio è almeno di dieci vittime. Nonostante l'atteggiamento spavaldo in tribunale, la donna ammette di sperare di tornare in libertà e, perché no, di trovare un nuovo amore. Non realizzerà nulla di tutto ciò: muore il 18 novembre del 2003 in un ospedale di Vienna a causa di un tumore.

La vera storia del video di Ibiza che fece cadere l’estrema destra in Austria (e il dubbio processo al suo autore). Elena Tebano su Il Corriere della Sera il 25 Aprile 2023

La vendetta di una ex guardia del corpo, una ridicola dimenticanza che fece fallire la prima trappola, l'ingenuità inaudita di un leader di partito: le nuove rivelazioni dietro al video di Ibiza, uno dei più clamorosi scandali politici in Europa degli ultimi anni

La vendetta di un’ex guardia del corpo, un investigatore privato senza scrupoli, una prima trappola fallita per una dimenticanza ridicola, l’incredibile ingenuità di un leader di partito, una dubbia condanna per droga al detective che dava fastidio alla politica austriaca. 

Le nuove rivelazioni sullo scandalo del video di Ibiza mostrano cosa c’era dietro un intrigo senza precedenti nella storia recente dell’Europa. E che a lungo era rimasto un mistero. 

Lo scandalo del video di Ibiza, una trappola che nel 2019 ha portato alla caduta del governo austriaco con l’estromissione del partito di estrema destra FPÖ, allora guidato da Hans-Christian Strache, è stato uno dei più gravi scandali politici europei degli ultimi anni. 

A lungo nessuno era stato in grado di scoprire chi l’avesse organizzato. Poi la rivelazione: l’autore della trappola era l’ex detective privato Julian Hessenthaler, che nel 2017 aveva invitato Strache e uno dei suoi colleghi di partito in una lussuosa villa a Ibiza per l’incontro — da lui filmato di nascosto — con una sedicente nipote di un oligarca russo. 

Il video mostrava Strache, che allora era solo il leader dell’FPÖ, il Partito della Libertà Austriaco, ma che dopo pochi mesi sarebbe diventato vice-cancelliere dell’Austria nel primo governo di Sebastian Kurz (il giovane leader del Partito popolare austriaco, nel frattempo anche lui caduto in disgrazia per accuse di corruzione), mentre parlava di favori in cambio di appalti pubblici con la sedicente nipote dell’oligarca, in realtà un’attrice pagata da Hessenthaler. 

Strache e il suo stretto collaboratore Johann Gudenus le promettevano ricchi appalti statali in cambio del sostegno (illegale) al loro partito e in particolare le chiedevano di comprare il lettissimo tabloid Kronen Zeitung e di usarlo per sostenerli in campagna elettorale. 

Il video venne pubblicato dai media tedeschi Spiegel e Süddeutsche Zeitung due anni dopo la sua registrazione e portò alla crisi del primo governo di Sebastian Kurz. 

Poco dopo il suo autore Julian Hessenthaler è finito sotto inchiesta in Austria per traffico di droga. E il 30 marzo dell’anno scorso è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere sulla base di testimonianze contraddittorie. Adesso è stato rilasciato in libertà condizionata e ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) per ingiusto processo, in cui afferma che «autorevoli funzionari del Ministero degli Interni e del Ministero della Giustizia austriaci» e dell’Ufficio Federale di Polizia Criminale «prima e dopo la pubblicazione del video di Ibiza» hanno tentato di «metterlo a tacere» «perseguendolo per reati legati alla droga». 

Il sito tedesco di giornalismo Correctiv lo ha intervistato subito dopo il rilascio e ha ricostruito la vicenda, trovando elementi critici nel modo in cui la giustizia austriaca ha portato avanti l’indagine e il processo a Hessenthaler. 

Finora nessuno conosceva le motivazioni di Hessenthaler nell’organizzare la trappola. L’idea del video di Ibiza, ha raccontato lui a Correctiv, è nata dall’incontro con l’avvocato di una ex guardia del corpo del leader dell’FPÖ Strache. Il bodyguard si era ammalato di cancro ed era stato licenziato e voleva vendicarsi di Strache. L’investigatore privato Julian Hessenthaler era specializzato in indagini su criminalità organizzata e traffici internazionali per contro di aziende private e autorità statali. «L’avvocato — spiega Correctiv— aveva ottenuto documenti e foto incriminanti dalla guardia del corpo e ora stava cercando altro materiale contro Strache». Per questo aveva contattato Hessenthaler proponendogli di organizzare una messinscena ai danni del leader dell’FPÖ. «Hessenthaler, il detective, avrebbe dovuto tendere una trappola a Strache e al suo entourage per dare maggiore credibilità ai documenti incriminanti della guardia del corpo. Hessenthaler ricorda di aver detto: “Se fai sul serio, devi solo mettere dei soldi”». L’avvocato ha confermato a Correctiv di aver pagato per organizzare il tranello. 

Hessenthaler quindi usa il suo contatto con Johann Gudenus, l’allora vicesindaco di Vienna e sodale di Strache, e gli propone di vendere alla «nipote di un oligarca russo» un terreno di Gudenus a un prezzo gonfiato. La messinscena funziona ma Hessenthaler commette un errore da dilettante: dimentica le schede di memoria nelle telecamere nascoste. 

Decide allora di organizzare in sole 48 ore un altro agguato. «Se siamo riusciti a farlo una volta, potevamo farlo una seconda volta», dice nell’intervista a Correctiv. Prepara tutto il più velocemente possibile, per evitare che Strache e Gudenus facciano dei «controlli». «La nostra messinscena non avrebbe resistito», ammette. Con il senno di poi è questo uno degli elementi più incredibili della vicenda: che Strache, leader di un partito nazionale, già consapevole del fatto che sarebbe stato uno dei vincitori delle successive elezioni, e futuro vicecancelliere austriaco, sia stato così ingenuo da non aver fatto verifiche sulla donna a cui chiedeva soldi e sostegno in cambio di appalti. 

Ma lo è stato: Strache e Gudenus incontrano la sedicente nipote dell’oligarca e cercano di convincerla ad acquistare la Kronen Zeitung. Hessenthaler stavolta non fa errori e registra tutto. Per due anni tiene il video riservato, poi contatta la Süddeutsche Zeitung e lo Spiegel che nel maggio 2019 lo pubblicano, scatenando un terremoto politico. 

Kurz prima licenzia tutti i ministri dell'estrema destra, poi indice elezioni anticipate che stravince (salvo doversi dimettere travolto da un altro scandalo due anni dopo), intanto la carriera politica di Strache è finita e anche il suo partito viene ridotto alla marginalità. 

Rimane inizialmente il mistero su chi ha organizzato la trappola e sul perché abbia rivelato il video solo due anni dopo. 

A Vienna viene istituita una commissione d’inchiesta speciale, la «Soko Tape» per indagare sulla vicenda. In molti temono il coinvolgimento dei servizi segreti stranieri, si ipotizza che poteri forti abbiano voluto estromettere Strache, considerato un elemento di debolezza per il governo conservatore di Kurz e i suoi alleati in Europa. Viene individuato l’investigatore privato Hessenthaler. La verità, secondo quanto dice lui (e conferma l’avvocato che dice di averlo incaricato di organizzare a trappola), sarebbe molto più banale e legata alle rivendicazioni di un ex dipendente dell’FPÖ di Strache licenziato quando era malato. 

Le indagini, inoltre, svelano che Hessenthaler non ha commesso reati secondo la legge austriaca. 

La vicenda sembra conclusa. 

Pochi mesi dopo però la polizia austriaca arresta un uomo che con la compagna viene trovato in possesso di cocaina: è un dipendente di Hessenthaler. I due diventano anche i suoi principali accusatori. «Il testimone dell’accusa Slaven K. era un dipendente di Hessenthaler, ma a quanto pare era anche un informatore dell’Ufficio federale di polizia criminale austriaco —racconta Correctiv —. E aveva ricevuto denaro per raccogliere informazioni su Hessenthaler. Hessenthaler afferma inoltre di aver incontrato più volte Slaven K. in un rifugio bavarese, perché sperava che quest’ultimo potesse passare informazioni sul video di Ibiza alle autorità di Vienna». La polizia austriaca invece accusa Hessenthaler di traffico di droga: lo fa arrestare mentre si trova a Berlino, ne ottiene l'estradizione e lo fa condannare a tre anni e mezzo. 

Il processo, scrive Correctiv, dà adito a molti dubbi. «I verbali degli interrogatori e le motivazioni del verdetto sono contraddittori — spiega il sito di giornalismo investigativo —. Un esempio: la fidanzata di Slaven K., che era la seconda testimone nel procedimento contro Hessenthaler, durante l’interrogatorio ha dichiarato di aver trattato aggressivamente Hessenthaler. Nel verbale dell’interrogatorio, la donna afferma di aver “messo Hessenthaler sotto torchio”. E ancora: “Julian si agitava”. Solo quando la testa di Hessenthaler è diventata “bordeaux”, la donna lo ha lasciato andare, secondo la trascrizione dell’interrogatorio ottenuta da Correctiv. Il giudice ha poi ribaltato la scena nel verdetto: non è stata la donna a bloccare Julian Hessenthaler, ma è stato Hessenthaler a “metterla in guardia e a bloccarla”, secondo le motivazioni del verdetto. Le trascrizioni dell’interrogatorio e le motivazioni della sentenza sono contraddittorie ». Non solo: la corrispondenza tra Hessenthaler e il suo avvocato è stata intercettata dalle autorità mentre il primo si trovava in custodia cautelare in carcere, e poi trasmessa alla Procura. Anche lo studio del suo avvocato berlinese Johannes Eisenberg è stato messo sotto sorveglianza. E adesso Hessenthaler, che è stato rilasciato all’inizio di aprile, ha fatto ricorso alla Cedu perché ritiene violati i suoi diritti alla difesa e a un giusto processo. 

Correctiv ha verificato quello che poteva verificare della versione di Hessenthaler, che ha dimostrato di essere senza scrupoli e di muoversi in una zona grigia della legge. E l’ha trovata credibile («Solo chi si muove negli abissi dello Stato può rivelare al resto del mondo ciò che vi accade» scrivono i giornalisti del sito). Intanto la politica austriaca ha dimostrato di essere teatro di altri intrighi ed episodi di corruzione.

Estratto dell'articolo di Rita Monaldi Francesco Sorti per “la Repubblica” il 5 gennaio 2023.

È l'«estate, fredda, dei morti ». Così viene da ribattezzare, con lugubre parallelo mutuato da Pascoli, la stagione sciistica in corso in Austria. Temperature primaverili, più adatte a molli passeggiate che a slalom sui ghiacciai, dove ormai la neve è all'80% artificiale e, sparata dai cannoni la sera, per il pomeriggio del giorno seguente già scivola verso il centro delle piste e quella poca che resta ai bordi gela, preparando insidie mortali.

Questo inizio 2023 registra la cifra di incidenti letali più alta da dieci anni ad oggi. Numeri terrificanti, li definisce la Orf , la tv pubblica austriaca, mostrando un grafico che confronta i dati di novembre- dicembre dell'ultimo decennio e schizza in alto per il 2022. Il colpo più duro è arrivato il 28 dicembre a Waidring, due passi dalla tirolese Kitzbühel. Due amiche diciassettenni. La curva un po' troppo veloce le ha portate entrambe fuori pista, un volo di 50-60 metri e lo schianto.

Una duplice morte sul colpo. (…)

 Già 13 incidenti mortali, di cui 11 in Tirolo, dall'inizio della stagione sciistica. Le cifre sono «vistose», commenta preoccupato il quotidiano viennese Der Standard (il tutto senza calcolare slavine e cadute degli alpinisti). Fino ad ora tenuti "bassi" dai media, confinando i singoli casi più nella stampa regionale che in quella nazionale, gli incidenti sono quasi vorprogrammiert , fanno quasi parte del programma, ammette Viktor Horvath, dirigente della polizia alpina tirolese.

Ma perché le piste non sono state chiuse di fronte a tante morti? Risposta del soccorso alpino austriaco: «Quando ci sono incidenti in autostrada, si chiude forse il traffico auto?». Ma le autostrade sono infrastrutture essenziali, una sciata con la famiglia invece no. La Ökas, l'osservatorio della sicurezza alpina, cerca di tranquillizzare dando allo Standard le cifre complessive dei morti in montagna, che sarebbero in calo: al 30 dicembre «sono morte 265 persone, l'anno precedente nello stesso periodo erano state 313». (…)

Dove la neve scarseggia, spuntano le rocce. In molte zone è ormai quasi tutta artificiale, sparsa con i cannoni sparaneve. Ma la crisi energetica ha fatto esplodere prezzi di skilift, illuminazione e...cannoni. A Kitzbühel si è proposto di spegnere l'illuminazione pubblica alle 22, e tutti a letto.

Che ci sia qualche ragione economica per la scarsità di neve sulle piste?

La Alpinpolizei intanto indaga sulle troppe morti, si attendono le perizie e i referti medici.

Nuovo inizio. La Croazia cresce perché ha capito che il futuro passa dall’euro e dalla libera circolazione. Riccardo Piccolo su L’Inkiesta il 4 Gennaio 2023.

Zagabria festeggia il 2023 con un doppio traguardo: adozione della moneta unica e ingresso nell’area Schengen. È entrata nell’Ue per ultima, nel 2013, ma le riforme le hanno permesso di superare Paesi più avanti. Ora è chiamata a presidiare (con meno brutalità) i confini esterni dell’Ue

Per festeggiare l’anno nuovo, il primo gennaio, il governatore del principale istituto finanziario croato Boris Vujčić – come ogni banchiere che si rispetti – si è recato in filiale nel centro di Zagabria, e ha prelevato una banconota da cinquanta euro. Ritirandola dal distributore Atm, sorridente davanti alla stampa, ha detto: «In questi tempi incerti l’euro offrirà ulteriore stabilità all’economia croata e faciliterà la crescita».

L’ingresso della Croazia nell’Eurozona e nell’area Schengen è un evento storico per il Paese e rappresenta un importante passo verso una maggiore integrazione europea, che quest’anno festeggia il trentennale del mercato unico. Dopo anni di negoziati e di adempimento dei criteri di convergenza, lo Stato balcanico ha fatto il grande passo adottando la moneta unica – entrata in vigore proprio il primo di gennaio – e potendo accedere all’area di libera circolazione senza controlli alle frontiere.

«Euro e area di libero transito potrebbero aiutare anche le zone arretrate della Croazia, come l’entroterra dalmata», afferma Goran Saravanja, capo economista della Camera di commercio croata, ribadendo che «la prospettiva europea per la Croazia è incredibilmente importante». Infatti economisti e osservatori di Reuters sono concordi nel sostenere che l’euro porterà vantaggi al turismo e ulteriore stabilità all’economia del paese, in una fase di alta inflazione (a novembre era al 19,5 per cento) e tassi di interesse in aumento.

A festeggiare il grande evento c’è anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha detto: «Credo che in questo primo gennaio non ci sia posto migliore in Europa per celebrare un nuovo inizio e un nuovo capitolo se non qui, al confine tra Croazia e Slovenia». Al valico di Bregana-Obrezje, che oggi non è più frontiera, la guida dell’esecutivo europeo è stata raggiunta dal primo ministro croato, Andrej Plenkovic, che le ha offerto un caffè pagando in euro, e la neopresidente slovena, Natasa Pirc Musar.

I nuovi euro croati (foto: Christophe Licoppe/EU)

Sulla nuova moneta da un euro il bel disegno scelto raffigura una martora (tra gli animali simbolo del Paese, che dava il nome alla vecchia valuta) stilizzata su uno sfondo a scacchiera degli artisti Jagor Šunde, David Čemeljić e Fran Zekan. A fare discutere invece è stata la raffigurazione prescelta per le monete da dieci, venti e cinquanta centesimi. Infatti, il profilo di Nikola Tesla tracciato dal designer Ivica Družak ha causato tensioni con la Banca nazionale serba, che ha accusato la controparte croata di «usurpare il patrimonio culturale e scientifico del popolo serbo», poiché Tesla, pur essendo nato in quella che oggi è la Croazia, era però di etnia serba.

Il lungo cammino verso la moneta unica

Tutto è cominciato nel 2000 con l’arrivo al governo a Zagabria delle forze europeiste e democratiche, dopo gli anni Novanta segnati dalla sanguinosa disgregazione della Jugoslavia e la conseguente de-industrializzazione. A peggiorare lo stato delle cose, in quegli anni, contribuirono una forte disoccupazione e l’insufficienza delle riforme economiche. In particolare, preoccupanti erano la stasi del sistema giudiziario e l’inefficienza della pubblica amministrazione (soprattutto in materia di proprietà privata).

Da allora i progressi dal punto di vista economico e sociale sono stati molti. Nel febbraio 2005, la Croazia ha sottoscritto il Patto di Stabilità, Crescita e Sviluppo dell’Ue e ha fatto sostanziali passi in avanti verso la completa adesione. Dopo avere aderito nel 2009 alla Nato, è stata l’ultima new entry dell’Ue, in cui è entrata nel 2013.

Diventa ora il ventesimo membro dell’Eurozona, che si allarga per la prima volta dal 2015, quando vi aderì la Lituania. Come prescrive il trattato di Maastricht, la Croazia, prima di entrare nell’eurozona, ha dovuto soddisfare i criteri di convergenza. L’adesione all’Erm II (il meccanismo di cambio erede del Sistema monetario europeo) il 10 luglio 2020 ha fissato stabilmente all’euro il tasso di cambio della kuna, la vecchia moneta locale.

Da quel momento la prima data consentita per l’adozione dell’euro, che richiede due anni di partecipazione all’Erm, era il 10 luglio 2022. Da subito molte piccole imprese in Croazia hanno cominciato convertire in euro i loro conti e perfino i privati hanno iniziato a utilizzare la moneta europea per la maggior parte dei risparmi e molte transazioni informali.

Un Paese in crescita

«Abbiamo recuperato nei confronti dei Paesi occidentali che hanno aderito all’Ue quasi un decennio prima di noi», ha detto il premier Andrej Plenkovic, aggiungendo che «la Croazia sta ancora cercando di raggiungere gli stessi standard economici e sociali, i livelli di investimento e il clima imprenditoriale delle nazioni più avanzate dell’Ue».

Nel superare le resistenze degli euroscettici, Zagabria, come prima successe per Lubiana, ha potuto contare sulla vicinanza geografica al blocco comunitario, su una società (in larga maggioranza cattolica) più orientata verso Ovest rispetto alla Serbia (ortodossa), oltreché sulla forza del turismo, che vale il venti per cento del Pil e ha garantito, con gli arrivi dall’estero, un costante miglioramento del tenore di vita nel Paese.

Secondo le stime di Reuters la crescita economica del 5,7 per cento prevista quest’anno dovrebbe scendere allo 0,7 per cento nel 2023, mentre il debito pubblico dovrebbe essere ridotto al 67,9 per cento del Pil dal 70,2 per cento di quest’anno. La spesa è fissata a 26,7 miliardi di euro dal governo, in aumento di 2,1 miliardi di euro rispetto a quest’anno, a causa di un aumento dei programmi sociali e di sviluppo degli istituti pubblici. L’inflazione, stimata al 10,4 per cento quest’anno, dovrebbe scendere al 5,7% nel 2023.

Le autorità di Zagabria prevedono una forte crescita economica nei prossimi anni, considerando che attualmente il Paese soffre a causa del deficit della bilancia commerciale e del debito pubblico. Alcune grandi compagnie commerciali hanno già beneficiato della liberalizzazione del mercato croato, mentre si attende una forte espansione della produzione grazie ad un incremento degli investimenti.

Nuovi confini europei

Per il Paese, l’area Schengen significherà anche probabilmente una maggiore pressione migratoria. Riuscire a entrare nella nazione, che adesso è una porta verso il resto dell’Unione, diventerà un obiettivo ancora più ambito. L’avvicinamento a Schengen non è stato semplice per la Croazia, che condivide un confine di mille chilometri con la Bosnia-Erzegovina, in un’area che – come dimostrano le candidature bocciate di Bulgaria e Romania – è attraversata da traffici di persone e droga.

Il problema si concentrerà però soprattutto sul confine con la Serbia. Belgrado ha sottoscritto con diverse nazioni del mondo accordi di liberalizzazione dei visti che ne fanno una meta per accedere in Europa e provare poi a entrare irregolarmente nell’Ue.

Adesso però saranno aboliti tutti i controlli ai confini terrestri con la Slovenia e l’Ungheria, e quelli marittimi con l’Italia, mentre per il traffico aereo si dovrà aspettare marzo. «Questo è un momento storico e va festeggiato», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Goran Grlic Radman, aggiungendo che da oggi la Croazia si assume anche «la grande responsabilità per la protezione di più di 1.300 chilometri del confine esterno dell’Ue».

Chi è Albin Kurti, il Che Guevara dei Balcani: l’attivismo, il carcere e la guida del Kosovo. Federica Woelk su Il Riformista il 6 Novembre 2023

Albin Kurti è il Che Guevara dei Balcani. Basta questo per capire la sua personalità; ma di certo non basta per capire come un attivista politico come lui sia riuscito, nel giro di qualche anno, a diventare primo ministro e ad avere più del 50% dei consensi (dati del 2022). Una popolarità come la sua si vede raramente, soprattutto nei Balcani, soprattutto a livello personale, non solo politico.

Per capire il suo percorso politico, bisogna conoscere il suo percorso personale e le sue posizioni sia sul tema dell’indipendenza kosovara (e della sua sovranità), sia le posizioni cambiate nel tempo (come quello dell’unificazione tra Kosovo e Albania, ad esempio).

Kurti è e rimane un sostenitore dell’autodeterminazione del suo popolo. È conosciuto principalmente per le sue proteste “creative”, e per il suo battersi in prima persona per le battaglie che contano.

Partiamo dall’inizio: Albin Kurti è nato a Pristina nel 1975. Si è laureato nel 2003 in Ingegneria delle telecomunicazioni e informatica presso la Facoltà di ingegneria dell’Università di Pristina. Ha sia la cittadinanza kosovara che quella albanese.

Albin Kurti è salito alla ribalta nell’ottobre 1997, come uno dei leader delle proteste studentesche in Kosovo. Gli studenti albanesi protestavano contro l’occupazione del campus dell’Università di Pristina da parte della polizia jugoslava. L’occupazione era iniziata nel 1991 e aveva portato il personale accademico e gli studenti di etnia albanese a dover utilizzare luoghi alternativi per le loro lezioni, poiché la legge serba vietava loro di utilizzare i locali dell’università per via dell’uso della lingua albanese. Le proteste furono represse con violenza, ma gli studenti e Kurti non interruppero la resistenza e organizzarono altre proteste nei mesi successivi. Nel luglio 1998, Kurti collaborò come assistente del rappresentante politico Adem Demaçi, vicino al gruppo UÇK. Queste azioni lo resero un bersaglio della polizia jugoslava, perché l’UÇK, l’Esercito di liberazione del Kosovo (ELK), è stata un’organizzazione paramilitare kosovaro-albanese e ha oggi una reputazione molto controversa (per il sospetto di coinvolgimento di alcune sue unità in crimini di guerra).

Nell’aprile 1999, durante i bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, Kurti è stato arrestato e duramente picchiato dalle forze jugoslave. In un primo momento è stato inviato alla prigione di Dubrava ma, con il ritiro dell’esercito serbo dal Kosovo, il 10 giugno 1999 è stato trasferito in una prigione di Požarevac. Più tardi, nello stesso anno, è stato accusato di “mettere a repentaglio l’integrità territoriale della Jugoslavia e di cospirare per commettere un’attività nemica legata al terrorismo” ed è stato condannato a 15 anni di carcere.

Molteplici testimonianze di albanesi in prigione con lui raccontano di come fosse coraggioso, e di come lo abbiano torturato quasi a morte per farlo parlare, ma di come non si sia mai piegato. Anche questo lo ha reso così popolare; la sua resilienza e la sua calma sono i suoi tratti caratteristici.

Nel 2000, le manifestazioni a sostegno del rilascio di Albin Kurti dalla prigione di Niš, in Serbia, erano estese. Anche Amnesty International ha rilasciato diverse dichiarazioni a suo sostegno; e anche il Parlamento europeo ha contribuito ad aumentare la pressione per il rilascio.

Fu liberato nel dicembre 2001 dal governo post-Milošević dietro spinta delle pressioni internazionali. Dalla sua liberazione, restò fuori della politica, ma fu un critico severo della Missione di Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) e della corruzione imperante nel paese. Organizzò proteste non violente a sostegno delle famiglie i cui parenti scomparvero durante la guerra e in favore dell’autodeterminazione politica del Kosovo. Fu attivista per la Action for Kosovo Network (AKN), costituita nel 1997, movimento che si dedica a diritti umani, giustizia sociale, istruzione, cultura e arte.

Albin Kurti è anche il leader del movimento Lëvizja Vetëvendosje! (ossia Movimento per l’Autodeterminazione! in albanese, noto come VV o LVV) fondato nel 2005; ha sede a Pristina. È un partito di ideologia radicale, che si oppone alle ingerenze straniere negli affari interni del Kosovo e propone il diretto esercizio della sovranità del popolo come elemento di autodeterminazione.

Si è presentato alle elezioni parlamentari per la prima volta il 12 dicembre 2010, raccogliendo 88.652 voti, pari al 12,69% dei suffragi, divenendo con 14 seggi su 120 la terza forza politica del paese alle spalle del Partito Democratico del Kosovo e della Lega Democratica del Kosovo. Quattro anni più tardi, alle elezioni politiche dell’8 giugno 2014 il partito, guidato da Albin Kurti, ha visto aumentare i propri consensi raccogliendo 99.397 voti, pari al 13,59%, che gli hanno garantito la permanenza in parlamento come forza d’opposizione con 16 seggi. La svolta arriva nel 21 febbraio 2021, quando il partito di Kurti vince le elezioni col 50,28% dei voti.

Questo risultato esprime un collegamento molto forte tra il partito e i cittadini e il forte supporto della popolazione alla persona di Kurti, in forte contrasto con il vecchio sistema politico (e la corruzione che aveva come corollario).

Ad oggi il governo di Kurti ha lavorato tantissimo sullo stato di diritto; di conseguenza, la corruzione, problema cruciale per il paese, è diminuita (secondo la relazione annuale della Commissione europea). Anche l’altra priorità del governo, quella di aumentare l’occupazione, è in piena fase di sviluppo.

Pur essendo primo ministro, Kurti mantiene ancora il suo spirito da attivista; il suo motto, “law and justice”, caratterizza il suo mandato e il suo programma.

Nel dialogo con la Serbia, Kurti ha sempre tenuto una posizione molto dura, comprensibilmente: per “normalizzare” i rapporti fra i due paesi, prima la Serbia deve riconoscere il Kosovo, poi si discuterà del resto. Kurti insiste molto anche sull’ottenere informazioni dalla Serbia sui più di 1.000 kosovari-albanesi scomparsi. Ma la Serbia su questo continua a negare di avere informazioni.

Questo articolo nasce da un mio recente viaggio in Kosovo in cui ho avuto l’onore di incontrare il primo ministro Kurti e di poter confermare l’idea che mi ero fatta di questo politico kosovaro.

Il primo ministro Albin Kurti è già parte della storia del Kosovo; del passato, del presente ed anche del futuro. Tramite le sue lotte per un Kosovo migliore, più giusto, e democratico, è riuscito ad arrivare al governo dove sta attuando alcune riforme che il paese aspettava da tanto. Sta cercando di trasformare il Kosovo per riuscire a prepararlo per l’ingresso nell’Unione europea. La liberalizzazione dei visti, prevista per il 1 gennaio 2024, è una grande conquista. Un altro passo importante, la domanda di adesione al Consiglio di Europa, è a metà strada; se compiuto porta avanti il Kosovo come paese riconoscendo i progress fatti negli ambiti della democrazia, dello stato di diritto, e della visione politica complessiva. L’Unione europea deve decidere se intende premiare questi cambiamenti positivi, oppure se continuare a preferire di dare corda a un autocrate, Aleksandar Vucic, Presidente della Serbia, che va contro i valori europei, con le parole e con le sue azioni.

Albin Kurti ha avuto un passato difficile. Ma ha visione e energia da riuscire a trasformare le sue difficoltà (anche personali) in punti di forza. Da attivista a primo ministro è figura stimata, riconosciuta e sostenuta nel paese. Avremmo bisogno di più politici del genere, nei Balcani, ma anche in Europa.

Federica Woelk.

Nata a Trento, laureata in Scienze Politiche all’Universitá di Innsbruck, ho due master in Studi Europei (Freie Universität Berlin e College of Europe Natolin) con una specializzazione in Storia europea e una tesi di laurea sui crimini di guerra ed elaborazione del passato in Germania e in Bosnia ed Erzegovina. Sono appassionata dei Balcani e della Bosnia ed Erzegovina in particolare, dove ho vissuto sei mesi e anche imparato il bosniaco.

Instabilità cronica. I disordini in Kosovo e il fallimento della politica estera continentale della sinistra europea. Carlo Panella su L'Inkiesta il 31 Maggio 2023

Lo Stato nato nel 2008 su impulso di D’Alema e Steinmeier fa ancora fatica a essere riconosciuto a livello internazionale. Il suo assetto artificiale e il millenario odio tra gli ortodossi serbi e i musulmani albanesi impediscono ogni ricomposizione e convivenza

I venticinque militari della Kfor feriti in Kosovo – quattordici sono italiani – sono l’ennesima prova del fallimento della politica estera continentale della sinistra europea, in particolare delle strategie astratte di Massimo D’Alema e del socialdemocratico tedesco Frank Walter Steimeier. Fallimento che oggi fa il gioco di Vladimir Putin che fa da sponda al nazionalismo serbo e ha tutto l’interesse al precipitare di una crisi nei Balcani.

Gli incidenti di lunedì spiegano perfettamente come la situazione kosovara sia ingestibile: disertate nei mesi scorsi le urne amministrative, la minoranza serba della regione – centomila abitanti contro 1.750.000 albanesi – ha tentato di impedire a Zvecan, cittadina a piena maggioranza serba, che si instaurasse un sindaco di etnia albanese eletto sulla base dei suffragi del solo e misero tre per cento degli aventi diritto al voto.

In questo contesto paradossale e palesemente non democratico, i militari della Kfor hanno applicato le regole d’ingaggio e si sono frapposti a difesa degli albanesi rinchiusi nel municipio, assediati dai cittadini serbi che hanno lanciato molte molotov – che hanno appunto ferito la forza di interposizione della Nato. Invano, nei giorni scorsi, Italia e Germania hanno tentato di fare pressione sul governo di Pristina perché sospendesse la nomina dei sindaci albanesi eletti con una votazione palesemente assurda in comuni nei quali la maggioranza dei cittadini è di etnia serba.

Ancora una volta, l’ennesima, il governo di etnia albanese del Kosovo non ha ascoltato gli appelli europei alla moderazione e al compromesso e ha scelto la strada della provocazione e dello scontro frontale con la minoranza serba. Scontro tentato ancora pochi mesi fa dallo stesso governo di Pristina quando ha messo provocatoriamente fuori legge le vecchie targhe della Serbia delle automobili della minoranza serba nel nord del Paese, col risultato che i cittadini serbi hanno eretto barricate e che la Serbia, a loro protezione, ha spostato truppe e carri armati alla frontiera.

Crisi congelata grazie alla mediazione dell’Europa e dell’Italia. Prova provata comunque del fatto che è ingestibile l’assetto stesso del neonato Stato del Kosovo voluto fortemente nel 2008 appunto da Massimo D’Alema, allora ministro degli Esteri e dal suo collega tedesco Frank Walter Steinmeier. Stato che peraltro non è riconosciuto da tutte le nazioni dell’Unione europea che hanno problemi di scissione delle loro minoranze etniche – Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia – né da ben novantacinque Stati dell’Onu su centonovantatré. Tra questi Russia, Ucraina, Cina, India e quasi tutti gli Stati dell’Asia e dell’America Latina.

La realtà infatti è che, mentre era più che giustificata la guerra dichiarata nel 1998 dalla Nato alla Serbia di Slobodan Milosevic – che stava conducendo una feroce pulizia etnica contro gli albanesi in Kosovo –, dieci anni dopo, nel 2008, la decisione di proclamare l’indipendenza di una regione mai stata storicamente uno Stato, voluta essenzialmente dalla sinistra europea nel nome di suoi principi astratti, è stata più che discutibile e foriera di instabilità cronica.

La ragione di questo rifiuto al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo è duplice. Innanzitutto, quasi la metà delle nazioni del mondo non accetta il principio di creare uno Stato ex novo, mai esistito storicamente, giudicandolo un pericolosissimo precedente per le proprie regioni autonomiste. Una secessione unilaterale di un nuovo Stato non è mai stata infatti accettata dalla comunità internazionale. Unica eccezione, la secessione del Sud Sudan dal Sudan, che però è stata concordata dopo una guerra e una trattativa con lo Stato, il Sudan appunto, che precedentemente vi esercitava la sovranità, mentre la Serbia rifiuta nettamente ogni trattativa al riguardo.

In secondo luogo perché era evidente a molti che sarebbero incontrollabili le feroci e millenarie tensioni e guerre tra i serbi cristiano ortodossi, che avrebbero mantenuto una consistente minoranza in Kosovo, e gli albanesi musulmani che controllano il governo di Pristina. Con una aggravante: durante la guerra del 1998 gli Stati Uniti decisero improvvidamente di levare dalla loro lista delle organizzazioni terroriste l’organizzazione autonomista kosovara Uçk, e di riconoscerla invece, di colpo, come legittimo esercito di liberazione nazionale.

Il risultato di questa mossa è stato disastroso sul lungo periodo. Infatti dopo la saggia leadership nel governo del Kosovo post 1998 dell’intellettuale moderato Ibrahim Rugova, i dirigenti della pur disciolta Uçk sono riusciti a imporsi nel governo di Pristina applicando una politica del terrore e mafiosa, praticando omicidi politici degli avversari e sempre finanziandosi con traffico di eroina, contrabbando e atrocità varie.

Tra questi ex dirigenti della Uçk dalle mani sporche, di nuovo con una scelta improvvida, gli Stati Uniti hanno per un ventennio privilegiato Hasim Taçi, considerandolo il più politico, tanto che questi è riuscito a diventare primo ministro dopo le elezioni del 2007, imponendo a una riluttante Unione Europea la scelta della indipendenza formale (voluta però fortemente ma di nuovo incautamente dagli allora ministri degli Esteri della Germania e dell’Italia Walter Steinmeier e Massimo D’Alema).

Hasim Taçi infine è riuscito addirittura a diventare presidente della Repubblica tra il 2016 e il 2020. Presidenza bruscamente interrotta su mandato del Tribunale Speciale per la ex Yugoslavia dell’Aja che gli ha finalmente contestato assieme ad altri ex dirigenti della Uçk crimini di guerra e contro l’umanità.

Crimini di guerra e contro l’umanità ai danni della minoranza serba che peraltro la pur disciolta Uçk e altre organizzazioni islamiche hanno perpetrato sin dall’indomani della fine della guerra del 1998. La Nato infatti è stata costretta a inviare subito in Kosovo un forte contingente denominato Kfor forte ancora nel 2007 di sedicimila unità – oggi sono 3411 – per proteggere manu militari chiese e conventi serbo ortodossi attaccati freddamente dagli albanesi musulmani con molte vittime. La Nato ha quindi disposto una cintura di sicurezza armata a favore della minoranza serba che risiede nel nord del Kosovo ma anche in alcune enclave.

Fortissima, ma vana, negli ultimi mesi è stata l’attività diplomatica di Antonio Tajani, di Guido Crosetto e dei loro colleghi europei per tentare una mediazione tra il governo del Kosovo di Albin Kurti e quello della Serbia guidato da Alexandar Vucic. È l’assetto artificiale stesso del neonato Stato e il millenario odio e le cento furiose battaglie tra gli ortodossi serbi e i musulmani albanesi a impedire ogni ricomposizione e convivenza.

Il tutto, a favore di Vladimir Putin, alleato storico della Serbia, che ovviamente soffia per il deflagrare di una guerra nei Balcani, con la Nato in totale difficoltà di gestione.

Perché in Kosovo è scoppiata la rivolta dei serbi. Stefano Baudino su L'Indipendente il 30 Maggio 2023.

Ieri pomeriggio, durante le operazioni di contenimento delle manifestazioni dei cittadini di etnia serba che protestavano contro l‘insediamento dei sindaci albanesi nelle aree del Kosovo a maggioranza serba, 14 militari italiani del contingente Nato Kfor (Kosovo Force) sono rimasti feriti. I fatti sono avvenuti a Zvecan, centro situato a 45 chilometri a nord di Pristina, nei pressi di un edificio municipale. I militari della Kfor hanno chiesto ai manifestanti di liberare la strada a due veicoli delle forze speciali di polizia kosovare: di fronte al loro rifiuto, hanno usato gas lacrimogeni e granate stordenti sui dimostranti, i quali hanno risposto lanciando pietre e dando alle fiamme un’auto. Nei tafferugli sono rimasti feriti in tutto una cinquantina di manifestanti e trenta militari Nato. Tra i soldati italiani, tre sono stati portati in ospedale in elicottero, ma non risultano in pericolo di vita.

“A nome mio e del Governo, esprimo i miei più sinceri sentimenti di vicinanza ai militari italiani che sono rimasti feriti durante i disordini in Kosovo – ha scritto su Twitter Giorgia Meloni -. Esprimo inoltre la più ferma condanna dell’attacco avvenuto a danno della missione Kfor che ha coinvolto anche militari di altre Nazioni. Quanto sta accadendo è assolutamente inaccettabile e irresponsabile. Non tollereremo ulteriori attacchi nei confronti di Kfor”.

La situazione si è surriscaldata la scorsa settimana, durante le procedure di insediamento dei sindaci di etnia albanese eletti nella tornata di aprile. Le elezioni – dove solo il 3,47% degli aventi diritto è andato a votare – non sono state partecipate né riconosciute dalla comunità serba presente nel territorio kosovaro. Venerdì, alcuni manifestanti serbi si erano scontrati con la polizia kosovara, che aveva sparato gas lacrimogeni sulla folla per consentire ai nuovi sindaci di accedere agli edifici comunali.

Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić aveva quindi dichiarato di aver messo l’esercito in «stato di massima allerta», ordinando un movimento «urgente» dei soldati vicino al confine e richiedendo alle truppe guidate dalla Nato di stanza in Kosovo di tutelare i cittadini di etnia serba dalla polizia kosovara. In quella occasione, L’Ue, gli Stati Uniti d’America e – con una dichiarazione congiunta – Francia, Italia, Germania e Regno Unito, avevano condannato fermamente le azioni del governo kosovaro. Ma ora, a pochi giorni di distanza, la situazione sembra essersi ribaltata.

Lo scorso gennaio, in seguito ad una escalation di tensioni, la Kfor aveva respinto la richiesta di Belgrado di inviare un proprio contingente a difesa dei serbi in Kosovo sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede che, nel caso in cui la situazione si aggravi, la Serbia possa fare richiesta per inviare una propria divisione da stanziare ai valichi di frontiera, nelle aree a maggioranza serba e nei luoghi religiosi cristiani ortodossi. Adesso, invece, la Kfor è intervenuta senza indugi contro i manifestanti serbi.

I cittadini di etnia serba protestano contro il governo kosovaro per via di una decisione che reputano palesemente incostituzionale: infatti, come sancito dalla Costituzione del Kosovo del 2008, nonché dagli accordi stipulati a Bruxelles per la regolamentazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado nel 2013, il governo kosovaro sarebbe tenuto a garantire alla minoranza il diritto all’autogoverno. Negli anni, invece, la costituzione dell’associazione/comunità delle municipalità a maggioranza serba che dovrebbe tutelare la minoranza in determinate sfere della politica pubblica – come sanità, educazione e sviluppo economico – è rimasta lettera morta.

A marzo, quando il presidente serbo Aleksandar Vučić e il premier kosovaro Albin Kurti avevano accettato una proposta Ue per normalizzare i rapporti tra i due Paesi all’insegna dei concetti di pace e indipendenza, per la prima volta la situazione era parsa in discesa. Ora, invece, si assiste allo scenario opposto: con un’inversione a U, il governo di Pristina ha evidentemente deciso di forzare la mano contro i cittadini di etnia serba e le loro richieste. E, dopo le prese di posizione in ottica anti-Kurti in seguito agli scontri della scorsa settimana, anche la Nato è tornata sui suoi passi.

Questa mattina, i manifestanti si sono nuovamente riuniti davanti ai Municipi di Zvecan, Zubin Potok e Leposavic. In loco è presente una massiccia schiera di poliziotti kosovari e di soldati della Kfor. Srpska Lista, il maggior partito dei serbi del Kosovo, ha dichiarato che i manifestanti continueranno a presidiare i centri finché Pristina non accoglierà due loro specifiche richieste: i nuovi sindaci non dovranno fare ingresso nei palazzi comunali e le unità della polizia kosovara dovranno ritirarsi nel più breve tempo possibile dal nord del Paese. Oggi non si sono verificati scontri fisici, ma, sul versante politico-diplomatico, la situazione resta caldissima. [di Stefano Baudino]

Convertirsi sotto Tito. La storia del monastero di Visoki Dečani è quella dei travagli del Kosovo. Gianluca Carini su L’Inkiesta il 13 Marzo 2023.

Isola serba in mezzo a un territorio a maggioranza albanese, il luogo di culto fu risparmiato durante la guerra. La battaglia legale con Pristina per i terreni lì attorno e quella per la strada verso il Montenegro. «Non vogliamo parlare di politica», ma la politica lo circonda. Il reportage

La strada che porta al monastero di Visoki Dečani, nel Kosovo occidentale, è disseminata di bandiere albanesi e statue dei membri dell’UÇK, il controverso movimento di liberazione kosovaro: eroi partigiani per gli albanesi, l’ex leader (e già presidente del Paese) Hashim Thaçi è però attualmente sotto processo all’Aja per crimini di guerra. L’UÇK combatté i serbi con una guerriglia fatta di attacchi repentini per poi sparire sulle montagne, dove era forte il sostegno della popolazione locale. «Vedi quella casa, lì una famiglia tenne da sola in scacco un intero battaglione di serbi», dichiara la guida mentre passiamo con l’automobile accanto a una delle tante abitazioni che costeggiano queste strade fuori dai centri abitati.

L’altra cosa di cui ci si rende conto girando è il debito di riconoscenza del Kosovo albanese verso gli Stati Uniti. Nella capitale, Pristina, c’è addirittura una statua di Bill Clinton, ma anche più a Ovest molti palazzi espongono vessilli a stelle e strisce. Un adesivo su una macchina recita «Proud to be American». Un aspetto (tra gli altri) che in Kosovo contrappone ovviamente la maggioranza albanese alla minoranza serba, che vede invece negli Stati Uniti la guida della Nato che bombardò Belgrado nel 1999.

L’organizzazione di difesa atlantica però è ancora molto presente in Kosovo attraverso la missione Kosovo Force (Kfor), che protegge anche il monastero di Dečani, poco distante da Peć (Peja in albanese). Un edificio patrimonio dell’Unesco, così come lo è quello di Gračanica (in albanese Graçanicë), più vicino alla capitale Pristina, nel centro del Paese.

«La nostra giornata inizia alle sei con le preghiere e termina con la preghiera delle 20.30», spiega Petr, il monaco delegato all’accoglienza degli ospiti e alla presentazione del monastero. All’ingresso i militari perquisiscono i visitatori, che devono lasciare un documento e il cellulare: vietate infatti riprese o foto. Questo monastero è una sorta di isola serba in mezzo a un territorio a maggioranza albanese. Durante la guerra fu però risparmiato e anzi accolse circa duecento albanesi.

La sua storia racconta molto del travaglio di questa regione. Il monastero di Dečani fu fondato intorno alla metà del 1300 dal sovrano serbo Stefano Uroš, martire e santo per la Chiesa ortodossa e fu completato dal figlio Dušan. Danneggiato nel 1389 dopo la battaglia del Kosovo tra serbi e turchi, nel 1455 cadde definitivamente sotto il dominio ottomano e così rimase fino all’inizio del ventesimo secolo.

Da lì subì una serie di cambi di regime: “liberato” dai montenegrini nel 1912, nel 1915 passò sotto i bulgari e quindi gli austriaci (venendo usato anche come magazzino militare). Nel 1918 ritornò ai serbi che lo restaurarono, ma il 20 aprile 1941 se ne impossessarono i tedeschi, che lo affidarono quasi subito ai carabinieri italiani, i quali lo protessero durante la guerra. In seguito, Tito espropriò molti dei territori circostanti.

«Non vogliamo parlare di politica, l’unica cosa che ci interessa sono i nostri diritti. Non si rispettano troppe leggi in Kosovo», afferma Petr, portando ad esempio una vicenda giudiziaria attualmente in corso: «Qui attorno ci sono ventiquattro ettari di terreno che il Tribunale kosovaro ha riconosciuto essere del monastero, ma le autorità locali non adempiono alla sentenza. Se non rispettano noi che abbiamo dalla nostra avvocati, media e tanto interesse, pensa cosa può fare una normale famiglia serba in Kosovo».

Ma le questioni con la comunità circostante sono anche altre: il 17 febbraio 2022, in occasione della quattordicesima festa dell’indipendenza kosovara, il monastero di Dečani scomparve da Google Maps: seguendo le indicazioni del motore di ricerca, si finiva in una rotonda nel centro della città, riportava Panorama, sottolineando il carattere intimidatorio del gesto.

«Un altro problema è che vorrebbero costruire una strada per il Montenegro facendola passare vicino a questo monastero, ma questo non si può fare per le leggi del Kosovo», aggiunge Petr. Non ci si stupisca quindi se i rapporti con il presidente Albin Kurti non siano idilliaci. «Qui non è mai venuto, anche se avrebbe voluto», afferma Petr. «Ma noi vogliamo i fatti prima, non concedere passerelle».

Petr parla bene un ottimo italiano, frutto delle conversazioni con i carabinieri italiani, che qui si alternano a protezione della struttura, e di un monaco del nostro Paese che ha preso il nome Benedikte: «Era un economista, è venuto qui per la prima volta come turista», racconta Petr. «Era un giovedì, il giorno dell’apertura della tomba di Santo Stefano. Dopo pochi mesi è tornato per restare».

Un caso non comune, quello di un monaco “straniero”. Le chiese ortodosse infatti sono organizzate su base nazionale, con ognuna che celebra e amministra nella propria lingua. Molti di questi monaci poi sono nati sotto il regime di Tito. «La mia generazione è cresciuta sotto il comunismo, per cui non appartengo a una famiglia religiosa», sottolinea Petr. «A vent’anni però ho iniziato a interrogarmi sul senso della vita e della morte. Nel 2002 sono entrato nei novizi ed eccomi qui».

Kosovo. LE FERITE E IL RANCORE, Daniele Bellocchio il 6 Marzo 2023 su Inside Over.

Ci sono storie che per essere narrate bisogna raccontarle incominciando dal finale che però, si badi bene, non corrisponde alla fine. Perché ad ogni ultimo atto di queste storie potrebbe seguirne poi un altro che riporta il canovaccio al punto di partenza; e tutto, di nuovo, potrebbe ricominciare da capo.

Sono le storie di luoghi in cui ferite mai sanate sono divenute feritoie da cui è germogliata la gramigna del rancore, la memoria ha sostituito la storia e il passato non è mai passato del tutto. E quando si parla del Kosovo è inevitabile fare così: iniziare dall’ultimo finale per sapere come potrebbe andare a finire il prossimo inizio.

Tutto è incominciato in Kosovo e tutto finirà in Kosovo”, per anni questa giaculatoria geopolitica ha cercato di riassumere e mettere ordine al disordine balcanico. E di verità nella sua essenza ne contiene molte, troppe.

In queste ore abbiamo assistito all’incontro a Bruxelles tra il presidente serbo Alexander Vucic e il primo ministro kosovaro Albin Kurti per porre fine alla guerra delle targhe e alle diatribe politiche dai toni nazionalistici che negli ultimi mesi hanno fatto temere che il Kosovo potesse di nuovo implodere. Barricate e colpi di arma da fuoco, albanesi e serbi, tre dita alzate e aquile bicipiti, e la comunità internazionale con il fiato sospeso. Ora, nel cuore dell’Europa, ci si lancia in premature esultanze perché, finalmente, si legge, si è arrivati a un passo da una svolta storica. L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Josep Borrell ha annunciato ai giornalisti che manca poco per una stretta di mano tra Belgrado e Pristina grazie a un testo preparato da Bruxelles e basato su 11 punti. È vero che si scorgono punti di intesa, ma ancora non c’è nulla di certo e definitivo perché sulle questioni prioritarie, ovvero il riconoscimento della sovranità del Kosovo da parte di Belgrado e la creazione delle municipalità serbe nel Paese di Pristina, non c’è ancora una risposta. Il “prendere o lasciare” di Bruxelles a Belgrado non è detto che venga accettato o che non provochi rovesciamenti di governo, le cancellerie balcaniche al momento traccheggiano e quindi tutto potrebbe accadere di nuovo proprio là dove la storia ci insegna tutto è incominciato.

È in Kosovo, infatti, che nel 1389, a Kosovo Polije, l’esercito ottomano guidato dal sultano Murad sconfisse le forze cristiane condotte alla battaglia della Piana dei Merli dal leggendario Duca di Lazar. I turchi trionfavano sul campo, i serbi nell’identità facendo della sconfitta la pietra fondante della propria storia. Un malinteso della memoria protratto per secoli e tutt’oggi vivo e pulsante.

Seicento anni dopo, proprio dal Kosovo, Slobodan Milosevic, affondato nei suoi completi anonimi e larghi da zelante banchiere del socialismo reale, gridava ai serbi radunatisi a Pristina: “Nessuno potrà più permettersi di toccarvi”. L’atto di nascita del nazionalismo serbo, il certificato di morte della Jugoslavia: il concepimento del mostro delle guerre etniche.

Sarebbero seguiti, a quelle parole, lager e crimini di guerra, assedi e mattatoi, vergogne internazionali e imbarazzi diplomatici, indignazioni nostrane ed eroismi allogeni. Un ex anteposto alla Jugoslavia ne liquidò sbrigativamente memoria e dottrina e nel mosaico dei nuovi Balcani niente ormai era più al suo posto. Dopo Dayton la Bosnia rimase un artifizio diplomatico di odi congelati e non cancellati e la Serbia invece una nazione ferita alla ricerca di un orgoglio corale con cui lenire la nostalgia di sé stessa. Nulla era finito, non fu un addio alle armi ma un arrivederci.

Kosovo-Methoija, 14 monasteri e chiese ortodosse, terra “sacra” per i serbi ma abitata da secoli da una maggioranza musulmana albanese. Nel 1991 su una popolazione di 2 milioni di persone vivevano oltre un milione 700mila albanesi e dopo l’implosione della Jugoslavia e gli accordi Dayton anche la provincia del Kosmet, com’era chiamata nel linguaggio burocratico, iniziò a invocare diritti e libertà che legittimamente le spettavano. La guerra di nuovo stava per venire.

La fermezza serba nel non fare concessioni alla popolazione albanese, gli schipetari come venivano definiti in modo dispregiativo, le leggi repressive, le persecuzioni quotidiane, gli interrogatori e le torture esasperarono la situazione e la violenza esplose. Si formarono milizie paramilitari e polizie speciali, l’Uck (Ushtria Clirimtare es Kosoves), l’Esercito di Liberazione del Kosovo, diede vita alla rivolta armata albanese, Belgrado reagì con il pugno di ferro potenziando le unità di polizia speciale, inviando truppe regolari, esumando lo scomodo retaggio della Grande Serbia e di nuovo, dal germe di una guerra da poco finita un’altra ne ebbe inizio.

C’è stata la pulizia etnica, il narcisismo delle piccole differenze si è sfogato in massacri a distanza ravvicinata, pogrom ed esecuzioni sommarie, e la guerra, come una cancrena perniciosa, ha poi infettato tutti seppellendo col suo velo di colpevolezza anche l’Occidente pacificatore. Dopo l’estenuante conferenza di Rambouillet, infatti, la dottrina muscolare del segretario di Stato americano Madeleine Albright, che ristrutturò la Nato riformulandola ad alleanza politica su basi militari e facendone lo strumento per far valere la supremazia U.S.A in un mondo unipolare e libera dai vincoli Onu, prese il sopravvento. E così, nel novero delle vergogne del conflitto kosovaro, vanno ricordati anche i massacri dei civili in Serbia, i 78 giorni di bombardamenti su Belgrado, le stragi dell’ambasciata cinese e della televisione di Stato, le bombe all’uranio impoverito e alla grafite e addio ad ospedali, ponti, stazioni, e alla geografia semplicistica delle linee nette tra buoni e cattivi.

E ora, che non sappiamo più nemmeno se la memoria sia un dovere o una condanna, in un’epoca in cui nazionalismi e ideologie si mischiano disordinati nel mazzo di carte dei fanatismi, a 24 anni di distanza da quegli eventi, sospesi sullo spartiacque dei paradossi della storia, come dobbiamo fare per orientarci ed evitare un divenire drammaticamente prevedibile?

Dobbiamo fare una cosa, anche se costa cara agli occhi e fa male al cuore, ritornare a quei giorni del Kosovo e per farlo farci portare là da chi laggiù c’era. Nel freddo, nel fango, sotto i colpi dell’artiglieria e immerso nei fumi dei villaggi dati alle fiamme con i corpi dei civili carbonizzati, come in una Pompei balcanica, dopo il passaggio delle milizie cetniche, il reporter Ivo Saglietti, lui, in mezzo a tutto questo, c’era. Guardiamo le sue foto in bianco e nero scattate sui monti del Kosovo mentre la guerra imperversava. Sono foto che appartengono a un mondo in cui le fotografie venivano ancora scattate a pellicola e l’economia degli scatti imponeva una sacralità dello sguardo. Pochi grandi testimoni per congelare la memoria e renderla indelebile per tutti. Sono foto che non invecchiano, iconografie della storia, l’atto supremo del giornalismo.

Le sue immagini, scattate nel 1998 e nel 1999, sono il racconto di un reporter onesto e dell’onestà di un reporter che ha camminato tra le macerie dei palazzi colpiti e ha visto e fotografato la guerra per quello che è nella sua più vera essenza: il dipinto di una quotidianità dolce e delicata fatta di vestiti, stoviglie, bambole e stufe a legna che viene però interrotta all’improvviso. La muta testimonianza di cos’era la vita sino a un istante prima che tutto finisse. Sino a un istante prima che la guerra iniziasse.

Urlano le diapositive di Ivo, lo fanno mostrandoci carovane di uomini e donne in fuga, ammassati sui camion e che trascinano tutta la loro esistenza in una carriola. Sono foto che ci fanno sentire l’afrore degli incendi nei villaggi albanesi e ci fanno riascoltare i pianti delle madri e delle vedove kosovare ai funerali. Sono il racconto dell’incubo reale, quello della gente comune, che la guerra non la decide ma la subisce, son un omaggio straziante e solenne alle donne affogate nelle loro lacrime, ai vecchi morti di inedia, ai bambini mai cresciuti.

Quanto sono attuali queste foto, quanta Ucraina, Caucaso e Donbass è raccontato in questi scatti.

Il reportage di Saglietti è anche il sacrificio di chi ha speso sé stesso per testimoniare il dolore dei dimenticati infettandosi della sofferenza altrui tra lingue sconosciute e guerre incomprensibili. Oggi ci insegna tante cose Ivo con questo suo reportage, innanzitutto che la pace non è un lieto fine scontato e neppure un diritto acquisito, e che il giornalismo, G maiuscola, probabilmente non sovverte gli ordini del mondo ma, facendo compagnia alle vittime nel loro calvario quotidiano, impedisce che qualcuno poi possa dire “io non lo sapevo”. 

Adesso quindi che la storia è al suo crocevia, sospesa tra una fine e un inizio, prima che il dado venga tratto e la scelta finale sia definitiva, occorrerebbe che chiunque guardasse queste foto, per essere così consapevole di che cos’è stato e cosa potrebbe essere. Poi, decidere. Ma a quel punto, sono certo, avrebbe ragione Ivo che, in una kafana di Sarajevo, in giorni in cui la Bosnia assumeva le sembianze di un Donbass sulla Drina, mi ha confidato, tra una Leica e una rakija, che una bella foto ha un potere che nessuno le potrà mai togliere: quello di riparare i sogni dai torti della realtà.

Riordinare il tempo e il mondo fermando la storia in un’istante: la rivoluzione in un’istantanea di Ivo Saglietti.TESTO DI Daniele Bellocchio

Per la Romania, l'Italia ormai è "il paradiso dei criminali". Decine di colletti bianchi condannati a Bucarest vivono nel nostro Paese e riescono a non essere estradati "grazie" alle pessime condizioni del loro sistema carcerario e ad altri cavilli, ottenendo inoltre pene alternative alla detenzione (non previste in Romania). In quattro anni negate 70 estradizioni. Stefano Vergine su L'Espresso il 20 novembre 2023

L’ultimo caso famoso è quello di Ionel Arsene. Il politico romeno, ex presidente della Provincia di Neamt, è stato condannato in patria a 6 anni e 8 mesi per corruzione. La sentenza della Corte d’Appello romena è del 10 marzo 2023, ma quando i giudici l’hanno letta Arsene non era più in Romania. È riapparso tre settimane dopo a Bari, consegnandosi alla polizia del capoluogo pugliese e chiedendo al tribunale locale di non essere consegnato alle autorità di Bucarest. Alla fine di un lungo iter giudiziario, a inizio novembre la Corte di Cassazione italiana ha deciso di rispedire Ionel in patria, ma quello del dirigente del partito socialdemocratico (Psd) è solo uno dei tanti esempi di politici e imprenditori romeni che, condannati in Romania, si rifugiano in Italia nella speranza di non essere estradati. E spesso ci riescono, evitando di finire in carcere e facendo così infuriare i propri concittadini. 

Sebbene sia poco conosciuto da noi, il fenomeno è molto presente nel dibattito pubblico in Romania. “Italia paradiso dei criminali romeni”, è il titolo scelto dall’edizione locale del settimanale americano Newsweek, in una serie di articoli dedicati al tema. L’ex ministro della Giustizia, Stelian Ion, ha recentemente dichiarato che il suo Paese dovrebbe rivolgersi alla Corte di giustizia europea per risolvere la questione. Sprezzante il giudizio della nota giornalista romena Ioana Ene Dogioiu: «Italia e Grecia sono diventate le mete preferite dei criminali, non solo romeni, perché essendo profondamente corrotte, come la maggior parte del fianco sud dell’Europa, possono fornire vie di fuga». 

Per capire le dimensioni del fenomeno, abbiamo chiesto i dati all’ambasciata della Romania in Italia. Le statistiche più recenti, relative al 2021, mostrano che quell’anno sono stati 158 i mandati d’arresto europei inviati da Bucarest a Roma, ma in 22 casi il nostro governo ha rifiutato la consegna. Le proporzioni sono simili anche per il 2018, 2019 e 2020. In totale, in questi quattro anni l’Italia si è rifiutata di consegnare alla Romania 70 persone, su un totale di 810 richieste.

Tra coloro che sono riusciti a evitare di finire in una prigione romena ci sono alcuni personaggi famosi. Alina Bica, ad esempio, è l’ex capa della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Condannata a novembre del 2019 dalla Corte di Cassazione romena a 4 anni per il reato di favoreggiamento personale continuato nei confronti di un imprenditore, Bica si è trasferita in Puglia circa un anno prima della sentenza definitiva, si è consegnata alle autorità italiane e ha raggiunto il suo obiettivo. A novembre del 2020, la Corte d’Appello di Bari ha negato l’estradizione e ordinato l’esecuzione della pena in Italia. 

Giorni di carcere effettivamente scontati nel nostro Paese? Pochissimi, conferma il suo avvocato, Cristian Di Giusto, che oltre a lei ha difeso diversi altri condannati romeni. In Italia, Bica ha trascorso in carcere «alcuni giorni al momento dell’arresto in esecuzione del mandato d’arresto europeo – spiega Di Giusto – dopodiché ha espiato un periodo di alcuni mesi in regime di arresti domiciliari e successivamente è stata rimessa in libertà fino all’attuale espiazione in regime alternativo», cioè l’affidamento in prova ai servizi sociali, con la possibilità di lavorare e con l’obbligo di non uscire di casa tra le 9 di sera e le 7 di mattina. «Nel febbraio del 2023 – precisa l’avvocato – il Tribunale di sorveglianza di Bari ha accolto la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali per il residuo di pena pari a 3 anni e 9 mesi circa». Non male, considerando che in Romania Bica avrebbe quasi sicuramente trascorso 4 lunghi anni in prigione. Sì, perché un’altra differenza tra i due Paesi consiste nel fatto che in Romania le condanne si scontano quasi sempre dietro le sbarre, anche per pene brevi, mentre in Italia per quelle inferiori a 4 anni non si finisce quasi mai al fresco, ma si beneficia solitamente delle cosiddette misure alternative come, appunto, l’affidamento in prova ai servizi sociali. 

Ma qual è stata la motivazione giuridica con cui la Corte d’Appello di Bari ha negato l’estradizione di Alina Bica e ordinato l’esecuzione della pena in Italia? È la legge 69 del 2005, modificata dal decreto legislativo 10 entrato in vigore il 20 febbraio 2021. Secondo la norma, i tribunali italiani possono rifiutare la consegna di chi «legittimamente ed effettivamente risieda o dimori in via continuativa da almeno cinque anni sul territorio italiano».

Per la stessa ragione ha evitato di finire in una prigione romena un altro condannato eccellente: Dragos Savulescu, imprenditore ed ex azionista di maggioranza della Dinamo Bucarest (tra i club calcistici più titolati del Paese), nonché marito della ex Miss Universo Albania, Angela Martini. Il 7 febbraio del 2019 Savulescu è stato condannato in Cassazione a 5 anni e 6 mesi per associazione a delinquere e abuso d’ufficio per una frode commessa dal 2002 al 2014. Consegnatosi alle autorità italiane il 13 gennaio del 2020, dopo che la Romania aveva spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto europeo, è riuscito nel suo intento: nel settembre dello stesso anno la Corte d’Appello di Napoli si è infatti rifiutata di consegnarlo alla Romania e gli ha concesso di scontare la pena in Italia. Nella sentenza, i giudici di Napoli hanno ricordato che Savulescu è «presente almeno dal maggio 2018» nel nostro Paese, dove ha aperto diverse società, possiede un immobile e vive con la moglie. Motivando la decisione, i giudici italiani hanno scritto che in questo modo il condannato «sarà maggiormente vicino ai suoi affetti e ai suoi interessi», inoltre «potrà vivere l’esperienza detentiva come un momento di maturazione della consapevolezza del disvalore dei fatti commessi, piuttosto che come un momento di aspra punizione scontata molto lontano dal suo contesto familiare». Va ricordato che, come prevede la nostra Costituzione, in Italia la pena deve avere funzione rieducativa, non punitiva. Argomento su cui fanno ovviamente forza gli avvocati di molti condannati in cerca di riparo in Italia. Di contro, è comprensibile l’indignazione di molti romeni che vedono su Instagram le foto di Savulescu sorridente in barca, in aereo, intento a fare shopping a Milano, a passeggiare per le vie di Saint Moritz, a prendere il sole in Grecia assieme a Eros Ramazzotti. Istantanee di un uomo che, in effetti, sembra tutto fuorché un condannato per una frode milionaria. 

La motivazione più frequente con cui i tribunali nostrani si oppongono alle richieste di estradizione di Bucarest non è però quella del radicamento sul territorio italiano: riguarda invece la situazione in cui versano le carceri. Per questa ragione sono riusciti a evitare di essere consegnati alla Romania, tra gli altri, personaggi di spicco come Marian Zlotea, ex parlamentare e capo dell’autorità sanitaria (8 anni e 6 mesi per corruzione di pubblico ufficiale, associazione a delinquere e concussione), e Daniel Dragomir, già ufficiale dei servizi segreti (3 anni e 10 mesi per traffico d’influenze). Nella sentenza su Dragomir, ad esempio, il 6 ottobre del 2022 la Corte d’Appello di Bari ha rifiutato l’estradizione per «seri e concreti rischi di un trattamento carcerario contrario all’articolo 3 della Cedu», la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «In Romania gli istituti penitenziari sono pessimi e mancano le risorse per poter affrontare ogni genere di problema strutturale», riassume l’avvocato Di Giusto, che tra gli altri ha difeso anche Dragomir. 

Le ricerche che definiscono «inaccettabili» le condizioni di detenzione nelle carceri romene abbondano. Nell’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa, pubblicato nell’aprile del 2022, si legge ad esempio che «il sovraffollamento carcerario continua a costituire un grave problema»: le celle vengono descritte come «fatiscenti e prive di mobilio», in alcuni casi per i detenuti è stato riscontrato «uno spazio vitale di 2 metri quadrati», con «materassi e lenzuola consunti e infestati dalle cimici». Va detto che l’Italia non può certo vantarsi delle sue prigioni. L’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, del giugno 2023, calcola che all’interno dell’Ue solo Cipro e Romania hanno tassi di sovraffollamento maggiori del nostro. Inoltre, in metà delle carceri italiane non c’è l’acqua calda, in alcuni casi non funzionano i caloriferi e talvolta i detenuti non hanno nemmeno a disposizione i 3 metri quadrati calpestabili (tra i requisiti minimi previsti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo). 

La Romania è dunque messa peggio di noi, ma anche l’Italia non sempre riesce a garantire ai carcerati delle condizioni di vita dignitose. Perché allora tanti cittadini romeni cercano di scontare in Italia, più che in altri Paesi Ue, pene inflitte dalla Romania? Oltre alla condizione delle prigioni, spiega l’avvocato Di Giusto, «la legge rumena non prevede la possibilità, se non in rarissimi casi, di poter accedere a misure alternative alla carcerazione. Non esiste neppure la liberazione anticipata, dunque l’ordinamento penitenziario italiano offre qualche possibilità in più qualora venga intrapreso un effettivo percorso rieducativo da parte del condannato. In Romania, invece, non vi è alcun genere di vantaggio neppure per un detenuto che si comporti in maniera irreprensibile». Aggiungiamo a questo il fatto che in Italia vive una grande comunità romena, che rispetto ad altri Paesi Ue il clima è mite e i costi della vita (e degli avvocati) sono relativamente bassi, ed ecco spiegate le ragioni per cui il nostro Paese, visto da Bucarest, può apparire effettivamente come un paradiso. Sempre che l’imputato abbia i soldi per pagarsi il viaggio, un bravo avvocato e una casa. E non è da tutti: secondo le statistiche dell’Unione europea, lo stipendio medio in Italia è infatti quasi il triplo di quello che si percepisce in Romania.

Le "cene di addio" e il veleno: il massacro della vedova nera romena. Tra le più famose serial killer della Romania, Vera Renczi uccise almeno 34 uomini ma il bilancio potrebbe essere decisamente più corposo. Massimo Balsamo il 17 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Infanzia e adolescenza

 I matrimoni (e i primi omicidi)

 Vera Renczi diventa Mrs. Poison

 L'arresto e la fine della vedova nera

Vera Renczi è stata una delle prime serial killer donne della storia, nonché una delle più prolifiche. Trovare informazioni affidabili sul suo conto è spesso un'impresa - tant'è che per qualcuno si tratta semplicemente di una leggenda - e in rete non si trovano sue immagini: le uniche due che circolano sono fake. Ma la Renczi è esistita e ha commesso almeno 35 delitti, anche se mai come in questo caso il bilancio è ufficioso: le vittime della furia della vedova nera romena potrebbero essere molte, molte di più.

Infanzia e adolescenza

Vera Renczi nasce a Bucarest nel 1903 da padre ungherese e madre romena. La famiglia è piuttosto ricca e riceve una buona educazione. All'età di 13 anni perde improvvisamente la madre e si trasferisce con il padre a Nagybecskerek (oggi Zrenjanin, Serbia), dove frequenta un collegio, e poi a Berkerekul.

In questa fase inizia ad assumere comportamenti difficili da gestire per i suoi cari, ma anche un interesse quasi malato per il sesso. Il primo rapporto sessuale all'età di quindici anni, seguito da numerosi altri incontri con ragazzi diversi. Una notte viene pizzicata nel dormitorio di un collegio maschile nel pieno della notte. Ribelle, ma anche gelosa e possessiva: segnali d'allarme che nessuno riesce a cogliere.

I matrimoni (e i primi omicidi)

Neanche ventenne, Vera Renczi conosce l'austriaco Karl Schick, uomo d'affari molto più anziano di lei. Un vero e proprio colpo di fulmine, seguito dal matrimonio. Un anno dopo le nozze, nasce il figlio Lorenzo. Ma proprio pochi mesi dopo il lieto evento, la donna inizia a sospettare del coniuge. Ossessionata dalla presunta infedeltà, organizza la prima "cena d'addio": una serata speciale in cui versa dell'arsenico nel vino e lo uccide. Si tratta del primo di una lunga serie di delitti. Per giustificare la scomparsa del coniuge, racconterà di una tragica morte in un incidente stradale.

Vera Renczi inizia a frequentare i locali notturni di nascosto e dopo un anno di "lutto" decide di risposarsi, questa volte con un uomo della sua età. Una relazione molto tumultuosa, un'altra delusione per la romena, che scopre subito dopo le nozze l'infedeltà del marito. Come successo con Schick, decide di eliminarlo: veleno nel vino e corpo nascosto in una bara di zinco conservata nella sua tenuta, precisamente in una panchina. Dopo il secondo matrimonio fallito, decide di non sposarsi mai più e si dà alla pazza gioia. Sia in amore, che nella seconda vita da serial killer.

Vera Renczi diventa Mrs. Poison

Vera Renczi colleziona storie d'amore tra relazioni clandestine con uomini sposati e rapporti fugaci con amanti conosciuti nei locali. L'esito di queste liaison è sempre lo stesso: per la gelosia ossessiva, li avvelena con l'arsenico e ne nasconde i corpi. La romena è alla ricerca di un "uomo perfetto", un'idea romantica ma mai tramutata in qualcosa di concreto. O semplicemente una scusa per continuare a uccidere e trovare nuove vittime.

Aileen Wuornos, la "vendicatrice" che sconvolse la Florida

Vera Renczi continua a fare il bello e il cattivo tempo per diversi anni, fino a quando le autorità non uniscono i punti sull'aumento esponenziale di uomini scomparsi nell'area. L'ultima vittima delle "cene d'addio" della vedova nera è un funzionario di banca di nome Milorad, anche lui avvelenato dopo notti di passione.

L'arresto e la fine della vedova nera

Le autorità scoprono la vera fine dei mariti di Vera Renczi e la arrestano nel 1930. Ma non è l'unica scoperta: la donna aveva infatti ucciso anche il figlio, reo di averla minacciata di denunciarla. Durante il processo, la donna inizia a mostrare i primi segni di demenza, patologia peggiorata progressivamente in carcere. La Renczi viene condannata all'ergastolo - era stata appena abolita la pena di morte per le donne. Muore trent'anni dopo, nel 1960. MARTINA PIUMATTI

La truffa dei tre tronchi, così in Romania guadagnano i trafficanti di legname. Ogni anno, nel Paese, vengono tagliati illegalmente 15 milioni di metri cubi di alberi. Che, in piccole percentuali, vengono trasportati e venduti nascosti in mezzi ai carichi regolari. Con la complicità di guardaboschi corrotti e nell’assenza di norme efficaci. Giulia Marchina su L'espresso il 27 Luglio 2023

Nelle foreste vergini dei Carpazi si consuma da decenni un grosso bluff, come la danza truffaldina della pallina nascosta sotto una delle tre campanelle appoggiate sul tavolino. Il commercio illegale di legname in Romania – che rifornisce pubblici, privati, multinazionali – è tra i fenomeni più diffusi, ma anche più complicati da scovare. Perché il problema sorge nel momento in cui si cercano i colpevoli. Il ministero dell’Ambiente romeno e l’istituto che ha lavorato all’inventario forestale (Ifn) hanno calcolato, con una stima approssimativa, che ogni anno vengono tagliati legalmente circa 20 milioni di metri cubi di alberi, illegalmente, invece, 15.

Ma la percentuale di legname tagliato senza seguire le procedure inserita in ogni carico portato a valle per poi essere venduto, e non controllato dai silvicoltori, è molto piccola. Il meccanismo è giocato su modesti volumi occultati tra i tronchi che viaggiano «con documenti», accatastati sui tir che percorrono lo Stato; a fine anno, però, il traffico presenta un conto complessivo con cifre mostruose. L’inganno è lì, sul crinale: legno con documenti, legno senza documenti. Lo sfruttamento del polmone verde che a occhio nudo pare inesauribile si è innescato a partire dal 1989, con la fine del comunismo: per via degli intensi rapporti commerciali, molte foreste sono state cedute a privati come beni da cui trarre profitto senza che però questi potessero vantarne la proprietà.

A trainare la filiera che coinvolge l’Amazzonia d’Europa – valore stimato: circa 1,5 miliardi di euro – è il taglialegna: il primo a guadagnare, prendendo la cosiddetta stecca, dall’eccesso di tronchi non dichiarati al momento del taglio nei documenti di trasporto. Alcuni, quelli che si affidano solo a metodi legali e che denunciano il disboscamento coatto, vengono picchiati, minacciati, a volte muoiono in circostanze mai chiarite. A godere di questo sistema è anche il guardaboschi, capo del circuito forestale e carica che in Romania assicura grande prestigio.

Tiberiu Busutar, attivista nel Nord del Paese che assieme ad altri cittadini organizza interventi sulle montagne per rallentare i lavori dei trafficanti del legno, racconta che di recente uno di loro ha dichiarato la presenza di seimila metri cubi di legno sulla superficie da lui sorvegliata. In realtà, ce n’erano ottomila. In questo modo ha truffato lo Stato vendendo la differenza al mercato nero. Valore: 100 mila euro. Ogni albero sui 6,5 milioni di ettari totali di foresta è sotto la cura di un silvicoltore: eppure, con milioni di metri cubi di legno tagliato illegalmente ogni anno, non esiste, oggi, un guardaboschi perseguito per complicità nel traffico.

«Solitamente – spiega Busutar – il guardaboschi che ottiene legno illegale in più, facendo accordi coi taglialegna, trasmette le informazioni ad agenti economici affidabili, in modo che, quando si partecipa ad aste con società che vogliono acquistare legname, si sappia che c’è del legno in più, senza documenti, ma più economico. Per depistare eventuali controlli, i metri cubi illegali non vengono trasportati insieme, su un unico mezzo, ma se ne aggiungono alcuni a ogni trasporto con regolare bolla di accompagnamento».

Quando i tronchi arrivano in città e sono pronti per imboccare le strade statali o i vagoni di un treno merci, in sede di controllo è difficile stimare se i documenti siano truccati: il sistema di potere romeno, costituito anche da polizia corrotta che copre i trasporti e guardia forestale connivente, rende vano ogni sforzo di segnalare pratiche scorrette. In Romania, perché il trasporto di legname senza documenti sia ritenuto un atto grave dev’essere di oltre dieci metri cubi: in quel caso avviene anche il sequestro del mezzo. «Chi segnala i carichi sospetti non è ammesso all’atto della verifica – continua Busutar – e capita che venga multato per aver presentato una denuncia ingiustificata. Non ci sono persone contro cui puntare il dito in quanto trafficanti di legno per esclusiva “professione”, ma non ci sono nemmeno persone che lavorano nel settore e che non compiano mai illeciti. L’unica differenza è la percentuale di legname legale e no che trattano».

Dunque, è impossibile sapere con certezza se il legno che arriva in fabbrica sia tagliato legalmente. E dal 2015 la legge limita le grandi aziende: non possono lavorare legno proveniente dalla Romania per più del 30% del volume totale per specie d’albero. Ad esempio, Hs Timber, multinazionale che poteva lavorare oltre 3,5 milioni di metri cubi di legno l’anno, è stata autorizzata ad acquistare meno di 1,5 milioni di metri cubi di legno dalla Romania. La domanda è: quanto del legno che arriva nella fabbrica è stato regolarmente tagliato? Lo stesso vale per Egger Group, multinazionale con sedi in tutta Europa e un immenso stabilimento a Suceava, a poche centinaia di chilometri dalle foreste a Nord. Alla domanda se siano a conoscenza dei traffici e se abbiano mai impiegato legname illegale, non hanno risposto. Poi, un chiarimento: l’azienda «combatte il traffico di legname con politiche di tolleranza zero».

Ikea – che, secondo l’organizzazione ambientalista Earthsight, tra il 2018 e il 2020 avrebbe ottenuto legname illegale – nel 2022 schivava le accuse sostenendo come nessuna indagine interna avesse evidenziato lo sfruttamento di aree boschive. Intanto, ha acquisito quasi l’1% delle foreste in Romania, divenendo la più grande proprietaria di superficie forestale.

Portogallo, errore nelle intercettazioni sul cognome di António Costa (che ormai si è dimesso). Storia di Matteo Castellucci su Il Corriere della Sera domenica 12 novembre 2023.

Il premier ormai si è dimesso, e il Portogallo tornerà al voto il 10 marzo del 2024, ma non era lui l’António Costa citato nelle intercettazioni dell’«Operation Influencer» che ha travolto i Socialisti al governo. Era un quasi omonimo, cioè António Costa Silva, il suo ministro dell’Economia.

La svista nelle carte

A segnalare l’errore ai giudici è stata la difesa di Diogo Lacerda Machado, uno dei fedelissimi del premier tra i 5 arrestati martedì. La procura ha ammesso lo sbaglio nella trascrizione di una telefonata, registrata il 31 agosto 2022, tra Lacerda Machado e un dirigente d’azienda su uno dei progetti (il data center a Sines) su cui vertono le indagini per corruzione. Il testo dell’ordinanza si fermava a «Costa», ma nell’audio si sente il cognome completo.

Nella frase intera, tra l’altro, si rifletteva su quale dicastero sondare: «Se si tratta di Economia, troverò un modo per raggiungere António Costa». Il ministro, ha chiarito Lacerda Machado nell’interrogatorio a Lisbona. Per raggiungere il capo di governo — suo amico personale, da cui in passato ha ricevuto dossier pesanti — gli sarebbe bastata una chiamata. Da qui la formula.

In tv, Costa si è professato innocente e ignaro dell’inchiesta. Si è dimesso di fronte a sospetti che non considera compatibili con il mandato, quando la Corte suprema ha confermato l’esistenza di un fascicolo, per presunto traffico d’influenze, a suo carico. Prima di convocarlo (due volte), martedì il presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa ha ricevuto a Belém la procuratrice generale, Lucília Gago.

Questa, rettificata, sarebbe finora l’unica ricorrenza esplicita del nome del primo ministro nelle carte, anche se vanno ancora sbobinate altre intercettazioni. Tra le 42 perquisizioni, le sedi di due ministeri e la residenza del premier. Qui, a Palacio São Bento, gli agenti hanno scoperto più di 75 mila euro in contanti nell’ufficio del capo di gabinetto di Costa, Vítor Escária. Le banconote nascoste tra i libri e persino dentro casse di vino. Ieri è stato convalidato il carcere preventivo per Escária e Lacerda Machado.

La crisi istituzionale

C’è poi l’altro filone, sulle autorizzazioni per le miniere di litio nel nord del Paese. Se anche finisse tutto con un’archiviazione di Costa (al momento solo indagato), resterebbe il danno d’immagine. La credibilità del governo, e di un sistema di potere, sono compromesse. Tra i 9 imputati c’è anche il ministro delle Infrastrutture, João Galamba.

L’ennesimo scandalo non sarà riassorbito da un rimpasto, anche perché de Sousa ormai ha sciolto il Parlamento. Sabato sera, in un discorso alla nazione, Costa ha scaricato il suo inner circle. Ha parlato di vergogna e fiducia tradita. Ha chiesto scusa ai portoghesi. Sui legami con Lacerda Machado, un tempo definito «il mio migliore amico», ha detto che «un primo ministro non può averne», perché più a lungo governa e meno gliene restano. E lui è al potere dal 2015.

Fino a marzo resterà ad interim, anche per chiudere la finanziaria. È stata esclusa una staffetta con Mário Centeno, ex presidente dell’Eurogruppo. Costa era ritenuto tra i favoriti per la successione a Charles Michel alla guida del Consiglio europeo, al prossimo giro di nomine. «Con molta probabilità non ricoprirò più alcuna carica pubblica», ha detto sabato. Prima dell’ultimo colpo di scena.

Estratto dell’articolo di Matteo Castellucci per il “Corriere della Sera” lunedì 13 novembre 2023.

Il primo ministro ormai si è dimesso, e il Portogallo tornerà al voto il 10 marzo del 2024, ma non era lui l’António Costa citato nelle intercettazioni dell’«Operation Influencer» che ha travolto i Socialisti al governo. Era un quasi omonimo, cioè António Costa Silva, il suo ministro dell’Economia. 

A segnalare l’errore ai giudici è stata la difesa di Diogo Lacerda Machado, uno dei fedelissimi del premier tra i 5 arrestati martedì. La procura ha ammesso lo sbaglio nella trascrizione di una telefonata […] tra Lacerda Machado e un dirigente d’azienda su uno dei progetti (il data center a Sines) su cui vertono le indagini per corruzione. Il testo dell’ordinanza si ferma a «Costa», ma nell’audio si sente il cognome completo.

Nella frase intera […] si rifletteva su quale dicastero sondare: «Se si tratta di Economia, troverò un modo per raggiungere António Costa». Il ministro, ha chiarito Lacerda Machado nell’interrogatorio a Lisbona. Per raggiungere il capo di governo — suo amico personale, da cui in passato ha ricevuto dossier pesanti — gli sarebbe bastata una chiamata. Da qui la formula. 

In tv, Costa si è professato innocente e ignaro dell’inchiesta. Si è dimesso di fronte a sospetti che non considera compatibili con il mandato, quando la Corte suprema ha confermato l’esistenza di un fascicolo per presunto traffico d’influenze a suo carico. […]

Tra le 42 perquisizioni, le sedi di due ministeri e la residenza del premier. Qui, a Palacio São Bento, gli agenti hanno scoperto più di 75 mila euro in contanti nell’ufficio del capo di gabinetto di Costa, Vítor Escária. Le banconote nascoste tra i libri e persino dentro casse di vino. 

Ieri è stato convalidato il carcere preventivo per Escária e Lacerda Machado. C’è poi l’altro filone, sulle autorizzazioni per le miniere di litio nel nord del Paese. Se anche finisse tutto con un’archiviazione di Costa (al momento solo indagato), resterebbe il danno d’immagine. 

La credibilità del governo, e di un sistema di potere, sono compromesse. Tra i 9 imputati c’è anche il ministro delle Infrastrutture, João Galamba. L’ennesimo scandalo non sarà riassorbito da un rimpasto, anche perché de Sousa ormai ha sciolto il Parlamento.

Sabato sera […] Costa ha scaricato il suo inner circle. Ha parlato di vergogna e fiducia tradita. Ha chiesto scusa ai portoghesi. Sui legami con Lacerda Machado, un tempo definito «il mio migliore amico», ha detto che «un primo ministro non può averne», perché più a lungo governa e meno gliene restano. E lui è al potere dal 2015. 

Fino a marzo resterà ad interim, anche per chiudere la finanziaria. È stata esclusa una staffetta con Mário Centeno, ex presidente dell’Eurogruppo. Costa era ritenuto tra i favoriti per la successione a Charles Michel alla guida del Consiglio europeo, al prossimo giro di nomine. «Con molta probabilità non ricoprirò più alcuna carica pubblica», ha detto sabato. Prima dell’ultimo colpo di scena.

Estratto dell’articolo di Elisabetta Rosaspina per il “Corriere della Sera” lunedì 13 novembre 2023. 

Il suo nome è Santos da Costa. António-Luis Santos-da-Costa. Ma è nazionalmente e internazionalmente noto nella forma abbreviata di Costa, António Costa, 119esimo primo ministro del Portogallo. 

Ha ricoperto la carica con indiscussa agilità per quasi otto anni, dei quali non festeggerà l’anniversario per sole due settimane e un banale scambio di persona con il suo ministro dell’Economia, António José da Costa Silva. 

Socialista da quando aveva 14 anni — ora ne ha 62 — il Costa capo di governo è in Parlamento da quando ne aveva 30 ed è stato il sindaco di Lisbona tra il 2007 e il 2015.

Negli anni ha abituato i suoi connazionali a qualche colpo di scena, soprattutto in campagna elettorale.

Come quella volta — era il 1993 — che organizzò una gara di velocità tra un asino e una Ferrari per le trafficate vie di accesso alla capitale. Il bolide su quattro zampe batté quello su quattro ruote, impantanato negli ingorghi, e Costa si guadagnò le simpatie di tutto il Paese, ma mancò, per meno di duemila voti, la poltrona di primo cittadino a Loures, roccaforte comunista nei dintorni di Lisbona. 

La sua corsa politica, comunque, era appena all’inizio. Laureato in Giurisprudenza […], era già membro della Segreteria nazionale del suo partito nel 1995 e ministro per gli Affari parlamentari nel governo di António, nel 1997, per passare due anni più tardi al dicastero della Giustizia, dov’è rimasto fino al 2002. 

Vicepresidente del Parlamento europeo nel 2004, dall’anno seguente era di nuovo ministro dell’Interno nel governo di José Socrates che, nel 2007, patrocinò la sua candidatura a sindaco di Lisbona.

[…] La popolarità di Costa aumentò, ma soprattutto si raffinò il suo fiuto di «animale politico», capace di cogliere e cavalcare gli umori della piazza. Aveva ottenuto quasi il 30% delle preferenze nel 2007, fu riconfermato con oltre il 40% nel 2009 e con quasi il 51% nel 2013. 

[…] Costa capì di avere basi di consenso sufficientemente solide per puntare ai vertici del partito socialista, del quale aveva già presieduto il gruppo parlamentare tra il 2002 e il 2004. Sfidò nel 2014 il segretario António José Seguro e vinse la scommessa. 

Ma è l’anno dopo, nel 2015, che António Costa diventa un modello di strategia, l’architetto delle alleanze impossibili. Accade infatti che a vincere le elezioni sia la coalizione di destra «Portugal a frente» guidata dal primo ministro in carica, Pedro Passos Coelho […].

Costa raduna tutte le forze disponibili a sinistra, i comunisti e il Bloco de Esquerda, che include anche l’estrema sinistra, e riesce a scippare all’avversario l’incarico di formare il governo. Certo, molti portoghesi arricciano il naso di fronte a quel guazzabuglio, soprannominato la «geringonça». 

Ma funziona, regge perfino l’onda d’urto della pandemia, salvo naufragare un anno fa, su diverse questioni: gli stipendi dei dipendenti pubblici, l’aumento del salario minimo, il costo dei trasporti. L’anno scorso il Portogallo riconferma la sua fiducia nel primo ministro, con il 41,7% dei voti. António Costa sarebbe diventato il premier più duraturo dai tempi della Rivoluzione dei Garofani, che aveva posto fine alla dittatura nel 1974, non fosse stato per un’omonimia.

Gli Scandali.

Le tradizioni.

I Serial Killer.

I Politici.

Gli Scandali.

Estratto dell'articolo di Veronica Cursi per ilmessaggero.it lunedì 4 dicembre 2023.

I Windsor (stranamente) questa volta non c'entrano. Il gossip, stavolta, riguarda un'altra famiglia reale: quella spagnola. E più precisamente la regina Letizia Ortiz, protagonista (suo malgrado) di un libro scandalo in cui viene raccontata - con tanto di foto rivelatrici - la lunga storia d'amore che la sovrana avrebbe avuto con il suo ex cognato, Jaime Del Burgo, 53 anni. Relazione che - udite, udite - sarebbe continuata anche quando Letizia era già sposata con Felipe di Spagna, nel 2004. 

La foto scandalo

Sabato scorso, Del Burgo ha pubblicato una foto che ritrae la regina davanti allo specchio mentre si scatta un selfie. Nella controversa fotografia, Letizia è incinta. L'immagine è accompagnata da un testo, digitato dallo stesso Jaime del Burgo nel suo account X, che sembra scritto da Letizia, ma senza alcuna prova a sostegno. Il testo dice: «Amore. Indosso la tua pashmina. È come sentirti accanto a me. Si prende cura di me. Mi protegge. Conto le ore finché non ci rivedremo. Amando Te. Fuori di qui». La foto fa il giro del web. Ma solo 24 ore dopo Jaime cancella il post e il messaggio.

La relazione d'amore

Questo messaggio (e molto altro) è parte del contenuto del nuovo libro di Jaime Peñafiel, dal titolo: ‘Letizia ed io’, in cui viene data voce alla testimonianza di Del Burgo. Una relazione che, come spiegato dallo stesso imprenditore, ha attraversato “quattro fasi” iniziata come “relazione d’amore” dal 2002 al 2004; passando per “amici e confidenti”, dal 2004 al 2010; a riprendere la loro storia d’amore, questa volta più “duratura e continuativa” tra il 2010 e il 2011 fino a diventare “cognati”, dal 2012 al 2016. 

La proposta di matrimonio fallita

Nel 2004, senza sapere che la sua fidanzata giornalista era fidanzata con il principe Filippo, Del Burgo – figlio del politico Jaime Ignacio del Burgo – la invitò a cena nel giardino dell’hotel Ritz per chiederle di sposarsi. «Aveva in tasca un anello di fidanzamento, però non poteva darglielo, perché a quanto pare Letizia gli aveva rivelato di aver incontrato un uomo che le avrebbe cambiato completamente la vita: Felipe di Borbone e di Grecia». Dopo l'annuncio del loro fidanzamento Letizia  chiese a Jaime di essere testimone al loro matrimonio.

L'idea di fuggire insieme

Tuttavia, Jaime afferma di aver avuto una relazione romantica con Letizia anche dopo il matrimonio nel 2004 e afferma di aver conservato come prova "fotografie, video, telefoni cellulari" e messaggi di testo. […] Jaime sostiene che "hanno fatto passi avanti con l'obiettivo di essere liberi", il che ha comportato la ricerca di una consulenza legale (per le figlie di lei) e l'idea di andare negli Stati Uniti. 

Volevano un figlio

Una delle affermazioni più dannose secondo quanto riferito da Jaime è che la regina Letizia ha suggerito di avere un figlio insieme utilizzando una madre surrogata a Los Angeles. […]

Il matrimonio con la sorella della regina

L'anno successivo, nel 2012, Jamie si fidanzò con la sorella minore di Letizia, Telma Ortiz, che lavorava nel comune di Barcellona,dopo soli due mesi di frequentazione. La sorella della regina ha già avuto la figlia Amanda, nata dalla relazione con l'ex compagno Enrique Martin Llop. Il matrimonio tuttavia durò solo due anni, fino al 2014. Un portavoce della famiglia reale spagnola ha detto a FEMAIL: «Non abbiamo commenti da fare al riguardo». 

[…]

Letizia di Spagna: l'ex cognato sostiene di essere stato suo amante. "Sognavamo di scappare insieme". Eva Grippa su La Repubblica il 05 Dicembre 2023.

Un libro uscito in Spagna mette nero su bianco le confessioni di Jaime del Burgo, ex marito di Telma Ortiz e dunque ex cognato della regina Letizia. Che sostiene di essere stato suo amante prima e dopo il matrimonio dell'ex giornalista con il principe Felipe, oggi re

La regina Letizia di Spagna avrebbe avuto una relazione extraconiugale con l’ex marito di sua sorella. Che lo racconta in un libro e fornisce una prova. Si chiama Jaime del Burgo, ha 53 anni e dal Regno Unito, dove vive, ha dato il suo contribuito al libro "Letizia & I" del giornalista Jaime Peñafiel con rivelazioni piuttosto piccanti e pericolose per la casa reale spagnola.

L’uomo sostiene infatti di aver avuto una relazione con l'allora giornalista Letizia Ortiz prima del suo incontro con Felipe, allora principe ereditario, ma, secondo lui, sarebbe stato di nuovo l'amante di Letizia anche dopo il 2004, quando lei era già sposata con Felipe, oggi re di Spagna. Alla richiesta di una dichiarazione ufficiale da parte del Daily Mail, che - come come gran parte della stampa europea si è dimostrato interessato alla storia - la casa reale ha risposto: "Non abbiamo commenti da fare al riguardo".

La portata delle dichiarazioni dell’uomo va perfino oltre l’accusa di tradimento di Letizia; del Burgo sostiene infatti che Letizia gli avesse proposto di fare un figlio insieme con madre surrogata. Ma facciamo un passo indietro per inquadrare i personaggi e ricostruire la vicenda.

Chi è l’ex presunto amante della regina Letizia

Jaime del Burgo Aspíroz, nato a Pamplona nel 1970, è figlio del político Jaime Ignacio del Burgoun e a oggi si definisce imprenditore e investitore. Ha incontrato Letizia Ortiz nel 2000, quando lei lavorava come giornalista per la CNN+. Ufficialmente i due strinsero amicizia e a un certo punto del Burgo iniziò a frequentare Telma Ortiz, sorella di Letizia; i due si sono sposati nel 2012 e hanno divorziato nel 2014, quindi è stato cognato della regina per due anni. La presunta relazione con Letizia, sarebbe stata precedente: intervistato da El Cierre Digitial, l’autore del libro Jaime Peñafiel ha detto che la regina è stata il "grande amore" di del Burgo e che la relazione tra i due si è trasformata in "grande amicizia" quando lei si è innamorata del principe ereditario Felipe.

Il racconto del presunto amante e quella foto che prova la relazione (poi cancellata)

Per confermare la storia della relazione con Letizia, del Burgo ha condiviso su Twitter un'immagine come "prova”: un selfie in cui l’allora giornalista si ritraeva in ascensore con addosso una sciarpa che lui le aveva regalato, accompagnato da un messaggio: “Amore. Indosso la tua pashmina. È come sentirti al mio fianco. Si prende cura di me. Mi protegge. Conto le ore in attesa di rivederti. Ti amo”. Molti utenti hanno subito messo in dubbio la veridicità delle affermazioni, dato che non vi era alcuna prova che quelle fossero davvero le parole di Letizia e, travolto dai commenti, l'uomo lo ha rimosso.

La storia che il libro scandalo racconta: Jaime del Burgo avrebbe incontrato Letizia prima del 2000 e iniziato una relazione durante un viaggio a Venezia: "Sognavamo di scappare sieme". Sarebbe stato sul punto di farle una proposta di matrimonio nel 2002, quando lei durante una cena all'hotel Ritz di Madrid lo avrebbe lasciato perché aveva iniziato a uscire con un misterioso "diplomatico". L'autore del libro Jaime Peñafiel, già autore di altri libri sulla famiglia reale spagnola, sostiene che quella sera del Burgo avesse "un anello di fidanzamento in tasca". Letizia gli avrebbe detto di aver "incontrato qualcuno che l'avrebbe presto costretta a lasciare la sua professione", e da lì si è dedotto che il partner misterioso fosse il principe ereditario Felipe di Spagna.

Letizia - lo ricordiamo - aveva divorziato dal primo marito nel 1999. L’annuncio del fidanzamento con il principe arrivò nel 2003 e lei, stando a quanto scritto nel libro, avrebbe chiesto a Jaime di fare da testimone. L’uomo afferma perfino di essersi occupato in veste di legale dell'accordo prematrimoniale e di aver contribuito a coprire i costi della boda real (matrimonio reale): “Ho dovuto pagare le spese della famiglia di Letizia perché [l'ex re] Juan Carlos si è rifiutato di pagare o di fare a metà con me. Così, con l'aiuto del mio amico Felipe Varela, ho vestito sua madre, sua nonna e le sue sorelle. E con l'aiuto di Jaime Jason, suo padre, i nonni e un cugino”.

Ma c’è di più: sostiene che Letizia abbia voluto vederlo la sera prima del matrimonio nell'esclusivo ristorante El Latigazo di Madrid: “Quando ci siamo visti, lei mi ha preso la mano e mi ha chiesto perché non le avevo mai chiesto di sposarmi. Ovviamente non ho risposto. L'ho incoraggiata come meglio potevo. L'ultima cosa che mi disse prima di salutarci in quel ristorante fu una richiesta: "Non lasciarmi mai".

Quanto al principe, del Burgo lo descrive come un "uomo dal grande cuore": lui e Letizia avrebbero avuto una "relazione difficile” e Felipe lo avrebbe “usato come tramite perché si sentiva incapace di calmarla". Dice anche che Letizia entrò nella famiglia reale come una "volpe in un pollaio" poiché era "più intelligente di tutti loro".

Poi, sgancia la bomba: l’uomo afferma di aver avuto una relazione romantica con Letizia anche dopo il matrimonio reale, nel 2004. E di aver conservato fotografie, video e messaggi di testo come prove. La fotografia che ha condiviso su Twitter sarebbe stata scattata perfino quando Letizia era incinta, tra il 2005 e il 2007, e l’uomo afferma che Letizia gli disse di amarlo ancora una sera, mentre erano sdraiati su un'amaca vicino alla piscina di casa sua, dopo la nascita della principessa Leonor. L’uomo sostiene che la regina Letizia gli abbia suggerito di avere un figlio insieme utilizzando una madre surrogata a Los Angeles.

“’È stato un periodo bellissimo. Non avevo figli e quelle ragazze (le principesse) mi rendevano felice. Durante le mie visite a Madrid andavo spesso al cinema con Felipe, Letizia e alcuni amici. Io e Letizia sedevamo sempre insieme, tenendoci per mano”. Poi, nell'agosto 2011, del Burgo racconta che Letizia avrebbe interrotto bruscamente la loro relazione: "Non possiamo continuare a vederci”. Un'amica comune gli avrebbe detto di mettersi in contatto con la sorella di lei, Telma; l'aveva conosciuta poco tempo prima, durante una serata al cinema trascorsa assieme a Letizia e Felipe. Del Burgo e Telma iniziano a frequentarsi e si fidanzano ufficialmente dopo soli due mesi. L’uomo racconta che la regina sarebbe stata gelosa: “Quando gli ospiti si congratularono con noi, al matrimonio, venne il turno di Letizia che baciandomi sulla guancia mi sussurrò all'orecchio: 'Staremo di nuovo insieme’. Nel 2012 la coppia si trasferisce a New York ma Telma torna presto a Barcellona e annuncia la loro separazione definitiva nel 2014. Negli anni successivi Telma si è risposata e così anche del Burgo, con l'avvocatessa svedese Lucía Díaz Liljestrom da cui ha avuto una figlia, Ulla.

Le conseguenze delle illazioni sulla famiglia reale

Il racconto di del Burgo contenuto all'interno del libro in uscita, "Letizia & I" fa parlare, ma non è stato preso seriamente dalla famiglia reale. Che ha scelto di non commentare alcuna delle affermazioni.

Stessa linea ha mantenuto (per ora) anche la sorella della regina, Telma Ortiz; la donna peraltro ha un trascorso burrascoso con la stampa spagnola, perché negli anni successivi al fidanzamento di Letizia con il principe delle Asturie, la sua vita sentimentale e lavorativa aveva iniziato a riempire le pagine dei tabloid un po’ come accaduto nel Regno Unito a Pippa Middleton, la sorella di Kate, quando è stato annunciato il fidanzamento con il principe William. La persecuzione da parte paparazzi è stata tanto stressante che nel maggio 2008 Telma ha denunciato 57 organi di stampa chiedendo si astenessero dal “catturare, pubblicare, distribuire, diffondere, trasmettere o riprodurre immagini di lei o del suo partner”. Quanto alla famiglia Ortiz, si è sempre tenuta lontano dalla stampa, anche per via di una tragedia vissuta nel 2007, quando Erika, sorella minore di Letizia e di Telma, era morta suicida. Il suo corpo venne trovato senza vita nell’appartamento in cui la ragazza, allora 31enne, viveva: quello lasciato dalla sorella quando si era sposata con il principe Felipe.

Estratto dell’articolo di Elisabetta Rosaspina per il “Corriere della Sera” giovedì 7 dicembre 2023.

L’opinione pubblica spagnola, stavolta, sembra meno disposta a scandalizzarsi di eventuali scappatelle extraconiugali in Casa Borbone; e si schiera massicciamente con la fedifraga, o presunta tale: la regina Letizia. A pochi giorni dalla pubblicazione del nuovo libro di Jaime Peñafiel, giornalista di lungo corso, specializzato in biografie reali, tocca a Jaime del Burgo, sedicente amante segreto della consorte di Felipe VI, nonché «gola profonda» dell’autore, finire alla gogna sulle reti sociali.

Tanto da aver dovuto abbassare, almeno momentaneamente, la saracinesca su alcuni dei suoi profili online, bersagliati da accuse di machismo e violenza sessista.

Di certo c’è solo che l’esuberante protagonista delle rivelazioni contenute nel libro Letizia y yo , Letizia ed io, è il cognato uscente della sovrana, ex marito della sorella minore, Telma Ortiz Rocasolano. […] vent’anni fa […] Jaime del Burgo, attualmente installato a Londra con moglie svedese, assicura di aver avuto una travolgente storia d’amore con Letizia, quando era ancora una rampante giornalista televisiva divorziata e non aveva incontrato il suo principe delle Asturie. 

Ma soprattutto di aver condiviso con lei qualche clandestino ritorno di fiamma quando le nozze reali erano già state celebrate; e, peggio ancora, quando l’allora principessa delle Asturie era in attesa della primogenita, Leonor, oggi diciottenne e, da poco più di un mese, ufficialmente investita del titolo di erede al trono di Spagna.

Per convincere gli increduli, i due Jaime hanno documentato la loro versione con video e messaggi oculatamente archiviati dal destinatario. Tra i più compromettenti, anche se non ancora di certificata autenticità, c’è un selfie allo specchio di Letizia Ortiz, ormai coniugata Borbone di Spagna, avviluppata in uno scialle nero. Testo: «Amore. Indosso la tua pashmina. È come sentirti al mio fianco. Si prende cura di me. Mi protegge. Conto le ore finché non ci rivedremo».

[…] Jaime del Burgo ricostruisce quello che l’autore del libro definisce il «grande amore» della regina, la quale sarebbe rimasta una vivace borghese e l’avrebbe forse sposato se, al momento della proposta, non avesse appena conosciuto il figlio di Juan Carlos I di Borbone, nel 2003. Da allora, assicura il marito mancato, una cordiale amicizia si sarebbe instaurata fra i tre, tanto da essere invitato al matrimonio di Felipe e Letizia. Fino al risveglio dei sentimenti repressi, tra il 2004 e il 2010 o 2011.

Nel 2012 Jaime del Burgo, oggi 53 enne, ha sposato la sorella minore della perduta fidanzata, Telma, dalla quale ha divorziato due anni dopo.

[…] In ogni caso, intervistato da El Cierre Digital , lo scrittore, Jaime Peñafiel, garantisce di aver pubblicato solo l’1% di quanto l’ex cognato reale gli ha confessato: e che non divulgherà il restante 99%, a meno di esserci costretto. Un velato avvertimento ai portavoce della Casa Reale che, in ogni caso, hanno totalmente ignorato la bagarre scatenata da Letizia y yo . Chi non arretra è il loquace amante deluso, ma non pentito, che twitta (sempre che non sia stato hackerato): «Non cambio una virgola dei miei post precedenti. Non serbo rancore a quanti mi hanno minacciato di morte. Però la verità è quella che è. Io riconosco un solo re, sta in Cielo e si chiama Gesù di Nazareth. Lui mi giudicherà». Sempre che anche Lui sia interessato ai gossip di Casa Borbone.

Jaime del Burgo, chi è il cognato e presunto amante della Regina Letizia di Spagna. Le rivelazioni online e in un libro scritto da Jaime Peñafiel dell'ex marito di Telma Ortiz Rocasolano, sorella della sovrana. Andrea Aversa su L'Unità il 7 Dicembre 2023

Terremoto a Madrid, in particolare dentro la famiglia reale spagnola. Jaime del Burgo, cognato della regina Letizia, ha rivelato si essere stato suo amante, prima e dopo il suo matrimonio con Re Felipe. Burgo è l’ex marito di Telma Ortiz Rocasolano, sorella della sovrana e sarebbe stato la fonte del giornalista Jaime Peñafiel che ha scritto e pubblicato il libro Letizia y yo (Letizia ed io). L’autore è un esperto di biografie delle case reali e il suo ultimo scritto ha scatenato la gogna mediatica contro Burgo. Quest’ultimo è stato persino costretto a sospendere l’utilizzo dei suoi profili social, attaccati dagli haters.

Jaime del Burgo: chi è il cognato e presunto amante della Regina Letizia di Spagna

Le accuse sono state di machismo e violenza sessista. Tuttavia, Peñafiel è anche noto per non essere un estimatore della Regina di Spagna. Quest’ultima secondo i racconti sentimentali ed erotici di Burgo, avrebbe avuto con lui un’intensa, focosa e passionale relazione quando ancora non conosceva Felipe VI. Storia che sarebbe stata ripresa in diverse fasi anche quando Letizia e il Re erano sposati e in attesa della nascita della primogenita ed erede al trono Leonor (ovvero nel 2004, nel 2010 e nel 2011). Ciò che è stato raccontato, scritto e pubblicato, è stato a sua volta documentato con video, foto e messaggi. Una corrispondenza che avrebbe avuto per protagonista i due amanti.

“Amore. Indosso la tua pashmina. È come sentirti al mio fianco. Si prende cura di me. Mi protegge. Conto le ore finché non ci rivedremo“, questo il testo che ha accompagnato un’immagine diventata virale sui social: Letizia di Spagna con il capo avvolto, appunto, in una pashmina. Fotografia che per molti sarebbe falsa e che sarebbe stata sviluppata tramite l’intelligenza artificiale. Per Burgo è sempre stato lui il vero amore di Letizia. Lui sarebbe stato anche pronto a sposarla se nel 2001 l’ex giornalista non avesse conosciuto il figlio di Re Carlos I di Borbone. Nel tempo il rapporto ‘a tre’, tra Felipe, la moglie e Burgo è stato caratterizzato dall’amicizia, tanto che la ‘gola profonda’ dello scandalo è stato anche invitato al matrimonio reale.

Burgo, 53 anni e nato a Pamplona, è figlio del politico Jaime Ignacio del Burgoun. Si definisce imprenditore e investitore. Oggi vive a Londra ed è nuovamente sposato con l’avvocatessa svedese Lucía Díaz Liljestrom da cui ha avuto una figlia, Ulla. Il primo matrimonio è stato proprio con Telma Ortiz Rocasolano celebrato nel 2012 e finito due anni dopo. Il rapporto tra le due sorelle è sempre stato al centro delle attenzioni dei media scandalistici spagnola. L’autore del libro, Peñafiel ha dichiarato di aver dato in stampa solo l’1% di ciò che Burgo ha raccontato. Il restante 99% dei segreti dell’ex cognato di corte, resterà tale. Per ora la Casa Reale non ha replicato. Burgo ha invece twittato: “Non cambio una virgola dei miei post precedenti. Non serbo rancore a quanti mi hanno minacciato di morte. Però la verità è quella che è. Io riconosco un solo re, sta in Cielo e si chiama Gesù di Nazareth. Lui mi giudicherà“.

Andrea Aversa 7 Dicembre 2023

Le tradizioni.

Il giuramento dell’erede di Spagna Leonor di Borbone. Le sue parole: «Darò il migliore esempio». Enrica Roddolo su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

Davanti alle Cortes, ma senza re Juan Carlos, alle 11.37 ha pronunciato la formula della Carta Magna. Poi al Palazzo Reale. Solennità e protocollo come per papà Felipe VI 37 anni fa. «Il consenso al 63% per l’erede aiuterà la monarchia spagnola»

Voce sicura, tailleur pantalone bianco, capelli legati indietro, Leonor ha giurato sulla Costituzione, la Carta Magna della Spagna. Oggi a Madrid, Leonor di Borbone giurando davanti alle Cortes riunite in sessione solenne, applaudita dai deputati, ha abbracciato il suo destino. Il destino della figlia di re Felipe VI e Letizia che le hanno dato un bacio affettuoso, dopo il giuramento.

Leonor che più tardi al Palazzo d’Oriente, l’antico palazzo reale della monarchia spagnola, ha pronunciato le sue prime parole da erede: «He contraído una gran responsabilidad con España ante las Cortes Generales, que espero corresponder con la mayor dignidad y el mejor ejemplo». «Assumo una grande responsabilità, spero di farlo con la massima dignità e dando il migliore esempio». Parole che non possono non rimandare alla mente i recenti scandali della monarchia spagnola.

Poi Leonor ha aggiunto: «Chiedo agli spagnoli di fidarsi di me come io ho fiducia nel futuro della Spagna». A rassicurarla le parole del padre re Felipe VI: «Cara Leonor, non sarai sola nel tuo percorso (verso la Corona)».

La giovane principessa da oggi potrà sostituirsi (temporaneamente al padre). E le Cortes Generales sono state generose negli applausi. Lunghi e vigorosi. Applausi dei quali la monarchia spagnola ha grande bisogno dopo gli scandali e in un Paese attraversato da pulsioni repubblicane e indipendentiste.

E mentre la giovane principessa giurava — nell’emiciclo parlamentare gli ex primi ministri Jose Luis rodriguez Zapatero , Jose Maria Aznar , Mariano Rajoy e Felipe Gonzalez — la Guardia Real ha intonato l’inno nazionale mentre davanti alla cattedrale de la Almudena, 19 colpi di cannone hanno segnato il momento storico per la Spagna. Dopo il giuramento, l’erede ha ricevuto le medaglie del Congresso e del Senato.

Poi, su una Rolls Royce Phamton IV, scortata dall’Escaudròn de Escolta Real a Caballo, con misure di sicurezza eccezionali ( 900 agenti della Polizia nazionale e 400 di quella municipale) la famiglia reale ha attraversato Madrid per recarsi al Palazzo d’Oriente, il vecchio palazzo reale che Juan Carlos come pure Felipe VI non hanno mai voluto abitare. Qui la giovane erede riceve il Collar de Carlos III.

Una cerimonia, quella del Collare di Carlo III, che si svolge in presenza dei tre poteri dello Stato: il governo rappresentato da Pedro Sànchez e i ministri (salvo quelli che hanno scelto di non esserci oggi al giuramento), il presidente del Tribunal Supremo e del Consiglio generale del potere giudiziario.

Tutto si è svolto sotto il quadro di re Carlo III, con re Felipe che ha posto al collo della figlia l’onorificenza, prima di dirigersi con gli invitati alla sala del Trono, quindi al pranzo ufficiale.

Il Collare di Carlo III risale al 1771 ed è, con il Toson d’Oro del quale Leonor è già stata insignita nel 2015, la più importante onorificenza spagnola che riconosce cittadini che abbiano svolto «eminentes y extraordinarios servicios a la Nación». Oltre alla famiglia reale, il Collare, può essere attribuito solo a 25 cittadini spagnoli meritevoli.

La principessa Leonor era arrivata stamane alle Cortes al giuramento sulla Rolls con la sorella, l’Infanta Sofia. Preceduta dal re e dalla regina Letizia scortati dalla guardia a cavallo. Accolta alle Cortes da scrosci di lunghi applausi.

«Un giuramento che è espressione pubblica del rispetto alla nostra Costituzione da parte della Corona. Un giuramento che cade nel 45mo anno dall’approvazione della Costituzione da parte delle Cortes Generales», ha detto la p residentessa del Congreso, Francina Armengol, ricordando i «tempi moderni e convulsi».

«Lo stesso giuramento fatto dal padre Felipe il 30 gennaio 1986 quando la Spagna guardava al futuro, nell’Unione europea. Oggi siamo una Spagna con un peso nel mondo, con la presidenza dell’Unione europea. Un Paese rispettoso delle sue diversità, aperto e prospero», ha detto Armengol, evocando un poeta basco, con citazioni anche in catalano e galiziano.

Quasi a voler ricomprendere nel momento solenne dell’erede al trono anche quelle forze indipendentiste che invece hanno scelto di non essere presenti nell’emiciclo delle Cortes riunite in sessione straordinaria. Alla vigilia del giuramento i partiti ERC, Bildu e BNG, dicendo di interpretare il «sentimento di milioni di persone che non riconoscono il sistema monarchico spagnolo» non avevano infatti risparmiato le sferzate alla monarchia colpevole secondo le forze politiche di aver «amaparado sistematicamente la corrupciòn».

Così oggi è «nata» una futura regina, al compimento del suo diciottesimo. Una futura regina che dovrà portare nuova simpatia alla giovane monarchia spagnola. Come quando giurò il padre Felipe, nel 1986 davanti al Parlamento e sotto gli occhi di re Juan Carlos. E la formula del giuramento della figlia di Felipe e Letizia, secondo l’articolo 61 della Carta Magna, è stata la stessa seguita da Felipe: «Juro desempeñar fielmente mis funciones, guardar y hacer guardar la Constitución», giuro di svolgere con lealtà le mie funzioni, preservare la Costituzione.

«Il consenso della principessa è salito al 63%: con la sua giovinezza,gli occhi azzurri, i capelli biondi, complice l’ingresso all’Accademia militare di Zaragoza per il percorso di formazione nell’esercito, Leonor può essere la chiave del rilancio della monarchia. Tanto più in un momento difficile per il governo spagnolo», dice al Corriere, da Madrid, l’ex eurocommissario a Bruxelles con Jacques Delors nei‘90 (e poi ambasciatore a Madrid) Raniero Vanni d’Archirafi.

Rilancio dopo l’esilio volontario dell’ex re Juan Carlos negli Emirati dopo gli scandali finanziari e sentimentali per la relazione con Corinna zu Sayn-Wittgenstein-Sayn.

Da oggi, Leonor potrà sostituirsi al padre, Felipe VI, come reggente. «Accadde nell’agosto 1974, quando il nonno Juan Carlos per 43 giorni si sostituì come reggente a Francisco Franco ricoverato per problemi di salute. Mentre non si è mai presentata l’occasione per l’erede al trono Felipe», ricorda d’Archirafi. «Proprio l’ex re Juan Carlos è il grande assente alle Cortes, e non ci sarà pure al ricevimento al Palazzo reale dove Leonor riceverà il Collar de la Orden de Carlos III».

Ma ci sarà alla cena dei Borbone per i 18 anni di Leonor al palazzo del Pardo, l’ex residenza di Franco ora proprietà statale dove sono ospitati i dignitari stranieri. «E non ci saranno al giuramento di Leonor, i partiti indipendentisti, né basco, né catalano e Podemos — nota d’Archirafi —. Indizio del clima complesso in cui si inserisce il giuramento».

Mentre la Casa reale svela foto inedite dall’album di famiglia: Leonor cullata da Letizia; Leonor che nel 2014 segue papà Felipe all’Accademia di San Javier: primo atto militare della bimba destinata al trono. Un mese dopo Juan Carlos avrebbe abdicato. «Nessuna foto per raccontare i 12 anni di scuola al collegio di Santa Maria de los Rosales della principessa», nota d’Archirafi. Poi Leonor ha studiato all’Atlantic College in Galles, il «collegio dei futuri sovrani».

Ora Leonor è pronta con la sua freschezza a incarnare il futuro di un Paese attraversato da venti repubblicani e indipendentisti.

A 18 anni. Chi è la principessa di Spagna: Leonor di Borbone giura da erede di un trono amato e avversato da indipendentisti e repubblicani. La cerimonia di investitura della figlia di Re Felipe VI e della Regina Letizia davanti alle Cortes riunite. Ha chiesto agli spagnoli "di fidarvi di me, perché ho riposto tutta la mia fiducia nel nostro futuro". La protesta dei partiti indipendentisti e di Podemos. Redazione Web su L'Unità il 31 Ottobre 2023

Leonor di Borbone, principessa delle Asturie e primogenita di Re Felipe VI e della Regina Letizia, ha giurato sulla Costituzione Spagnola davanti alle Cortes riunite in una sessione solenne. È l’erede al trono: potrebbe diventare la seconda Regina della storia della Spagna unificata, l’ultima è stata Isabella II, che regnò dal 1833 al 1868. La principessa ha compiuto proprio oggi 18 anni, ha suscitato un vivace entusiasmo presso una grande parte dei cittadini tanto che si è cominciato a parlare di “Leonor-mania”. Ha chiesto agli spagnoli “che confidino in me, così come io confido pienamente nel nostro futuro”.

La cerimonia di giuramento si è tenuta al Congresso davanti a tutti i deputati e senatori, ex capi di governo e presidenti delle Comunità Autonome ed è stata seguita da decine di persone a Puerta del Sol sui maxischermi. Grandi assenti Juan Carlos, padre di Felipe e re fino all’abdicazione nel 2014, al momento in “esilio volontario” negli Emirati dopo gli scandali finanziari e per la relazione con Corinna zu Sayn-Wittgenstein-Sayn, e doña Sofía. Indizio che l’erede di Spagna avrà l’arduo compito di rivitalizzare un’istituzione molto amata ma anche molto avversata da impulsi repubblicani e indipendentisti.

La cerimonia

Al momento il feedback sulla popolarità della principessa sembra positivo per la Casa Reale. Almeno a giudicare dai social e dai sondaggi ma erano assenti al giuramento proprio i partiti indipendentisti, quelli basco e catalano – IU, ERC, Junts, Bildu, PNV e BNG -, e Podemos. Assenti anche i presidenti autonomi di Catalogna e Paesi Baschi. Le forze indipendentiste catalane, basche e galiziane hanno diffuso un manifesto in cui si afferma che la monarchia costituisce uno dei “massimi simboli della negazione dei diritti civili, politici e nazionali” e la “massima espressione di disuguaglianza, privilegi e impunità contro il resto del mondo”.

In tailleur e pantalone bianchi, capelli legati indietro, Leonor ha giurato davanti ai genitori e alla presidente del Congresso dei Deputati, Francina Armengol. La formula è stata la stessa pronunciata dal padre Felipe nel 1986: “Giuro di svolgere fedelmente le mie funzioni, di preservare e di far rispettare la Costituzione”. Gli applausi al giuramento delle Cortes sono stati generosi. La Guardia Real ha intonato l’inno nazionale, 19 colpi di cannone sono stati esplosi davanti alla cattedrale de la Almudena, l’erede ha ricevuto infine le medaglie del Congresso e del Senato.

Le parole della principessa

Leonor era arrivata alle Cortes con la sorella, l’Infanta Sofia, a bordo di una Rolls Royce Phamton IV. Con la stessa è stata scortata dall’Escuadron de Escolta Real a Caballo verso il Palazzo d’Oriente. Impiegati 900 agenti della Polizia Nazionale e 400 di quella municipale per il servizio di sicurezza. “He contraído una gran responsabilidad con España ante las Cortes Generales, que espero corresponder con la mayor dignidad y el mejor ejemplo”, le sue prime parole da erede al trono al Palazzo d’Oriente, l’antico palazzo reale della monarchia spagnola. “Ho assunto una grande responsabilità con la Spagna, davanti alle Corti Generali, che spero corrisponderò con la massima dignità e il miglior esempio”. Leonor da oggi potrà sostituirsi al padre come reggente.

“Condurrò le mie azioni in tutti gli ambiti della mia vita, tenendo sempre conto degli interessi generali della nostra nazione; osserverò comportamenti che meritano il riconoscimento e l’apprezzamento dei cittadini e adempirò ai miei obblighi con dedizione totale e incondizionata, cercando sempre di crescere come persona con l’amore e il sostegno della mia famiglia”, ha detto la Principessa. “Da oggi sono in debito con tutti gli spagnoli, che servirò in ogni momento con rispetto e lealtà. Non esiste orgoglio più grande. In questo giorno così importante – che ricorderò sempre con emozione – vi chiedo di fidarvi di me, perché ho riposto tutta la mia fiducia nel nostro futuro, nel futuro della Spagna. Grazie mille”.

Il grande assente alla cerimonia di giuramento e alla consegna del Collar de la Orden de Carlos III – davanti al premier Pedro Sanchez, i ministri e il presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio generale del potere giudiziario – , Juan Carlos, parteciperà tuttavia alla cena dei Borboni per i 18 anni della nipote al Palazzo del Pardo. I commentatori hanno fatto notare come la cerimonia sia stata caratterizzata da una maggiore austerità rispetto a quella che aveva designato il padre dell’erede.

Chi è Leonor

Leonor è cresciuta al collegio di Santa Maria de los Rosales e ha studiato all’Atlantic College in Galles, il “collegio dei sovrani”. Suona il violoncello, si interessa di moda mentre le voci di gossip a proposito di una sua relazione sentimentale con il centrocampista del Barcellona Gavi sono cadute nel vuoto. Ha tenuto il suo primo discorso pubblico nel 2018, quando aveva 13 anni, in occasione del 40esimo anniversario della Costituzione spagnola. Ai Premi della Fondazione Principessa di Girona a Barcellona, nel 2019, ha parlato in quattro lingue: spagnolo, catalano, inglese e arabo. Ha consegnato il premio Principessa delle Asturie a Meryl Streep e celebrato l’attrice per come nella sua carriera sia riuscita a “spogliarsi della propria personalità per assumere i più diversi ruoli nel corso di una carriera impeccabile, con libertà, coraggio e sensibilità verso le sfide del nostro tempo”. Redazione Web 31 Ottobre 2023

Estratto dell’articolo di Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera” sabato 15 luglio 2023.

Fatevi un appunto mentale con questo nome: Ardilla. E’ il toro che ha cercato di incornarmi (ma bisogna ammettere che aveva molte buone ragioni per provarci). Ardilla, in castigliano, significa “scoiattolo”. Non dovete meravigliarvi, perché gli allevatori spagnoli danno ai tori i nomi più bizzarri. Comunque ad Ardilla ci arriveremo tra un po’. Ora seguitemi. 

E’ una bella mattina e ci sono alte nuvole bianche sopra le montagne. La notte è piovuto e l’aria è fresca e pulita e lo sguardo scorre sui bastioni di Pamplona, l’antica capitale del regno di Navarra, […] la città che Gertrude Stein - nel 1923 - consigliò di visitare a Ernest Hemingway, facendogli così scoprire la festa di San Firmino e scrivere il suo primo romanzo, che resta anche il più famoso, “Fiesta”, con dentro otto giorni di corride e di corse insieme ai tori, uomini e donne in una rocambolesca gara con la morte e con i tori nei vicoli del centro storico. Un rito medioevale, tragico, spettacolare, misterioso, che trasuda sangue e resiste ancora adesso.

[…] La liturgia è precisa e immutabile. Anche molto coinvolgente. Migliaia di persone indossano l’abito tradizionale, sono vestite di bianco, con pantaloni e camicie bianche e poi, a scelta, ciascuno di loro sfoggia un fazzoletto, una cinta di stoffa, un berretto di colore rosso. Tutti sono vestiti così. I tassisti e i baristi, le anziane signore che escono dall’ufficio postale, gli addetti alla nettezza urbana, gli autisti dei bus e, ovviamente, i turisti. 

La prima […] sensazione è che ci siano molti americani, qualche francese, pochissimi italiani, tantissimi spagnoli. Di ogni età. Comitive di sedicenni marciano verso la città vecchia insieme a coppie di ottantenni: a questi spagnoli piace la morte o, meglio, il rischio mortale. Se morendo non si morisse sul serio, morirebbero tutti i giorni.

Li vedi eccitati e compiaciuti e con quella certa allegria provocata da un elevato tasso di alcol nelle vene. Acquistano e vuotano bottiglioni di plastica pieni di un liquido rossastro che assomiglia alla sangria, certi preferiscono la birra nei bicchieri di plastica, chiunque sbevazza qualcosa mentre si attraversa Plaza del Castillo, dove ci sono ancora due classici luoghi di culto hemingwiano: il Café Iruna, il preferito dallo scrittore, e il Gran Hotel La Perla, con le sue foto alle pareti e la sua stanza meta di pellegrinaggio devoto, la 217; dormì lì anche l’ultima volta che venne in visita, nel 1959, due anni prima di infilarsi le canne della doppietta in bocca. 

Il lancio del “chupinazo” è atteso in un’atmosfera febbrile. C’è gente persino sui balconi e alle finestre (affittate fino a 1500 euro). Il colpo arriva puntuale. La folla ondeggia, si stringe, si gonfia, poi esplode in una strepitosa sarabanda. I più giovani decidono di annaffiarci con il vino rosso. Euforia diffusa e abbracci e baci. […] Si balla ovunque. Comincia la lunga attesa che ci porterà alle 8 di domani mattina, quando partirà la prima corsa: l’”encierro”.

Colpisce che, ancora oggi, i partecipanti a questa “fiesta” si comportino in modo molto simile ai protagonisti del racconto di Hemingway: non fanno niente di fondamentale, non parlano della loro anima, non svelano i loro sentimenti. No: ordinano solo da bere e da mangiare, e se la spassano sotto una cappa mortale, in attesa di vedere qualcuno sbudellato. 

[…] Il percorso si snoda lungo le stradine del centro storico: 850 metri totali, con partenza dalla salita di Santo Domingo per finire la corsa nell’arena di Plaza de Toros. La mandria è composta da sei tori e otto manzi, che hanno il compito di guidare i tori. I quali cambiano ogni giorno, perché la mattanza di una corrida non sai mai come può finire. I tori selvaggi vengono allevati soprattutto tra Andalusia ed Estremadura e vicino a Salamanca.

[…] Quando arrivano qui, trasportati a bordo di camion, sono nel pieno della forza e del nervosismo. Osservarli la sera prima, sentirli sbattere le corna contro le gabbie di ferro, imprigionati, repressi, costretti a caricarsi di cieca cattiveria, e quindi di fatto torturati dentro un destino di primordiale e stupida tauromachia, scatena un istinto battente: tifare per loro. Per i tori. Un sentimento che, all’alba, è ancora più forte. 

[…] L’encierro dura, in media, tre minuti. Ma sono minuti piuttosto lunghi. I tori non muoiono mai durante la corsa: la morte va ad  aspettarli nell’arena, e li affida ai toreri. Qui, a lasciarci la pelle, sono gli uomini. Dal 1922 al 2009, le vittime sono state 15. Il toro Semillero, il 10 luglio del 1947, fece secche due persone a distanza di pochi secondi. Il 13 luglio del 1980, Antioquio lo emulò. Il 9 luglio 1994 si contò il record dei feriti: 107. 

[…] per  i giornalisti e i fotografi ci sarebbe una postazione riservata tra via Mercaderes e via Estafeta. Lì c’è una curva a gomito. E in discesa. I tori tendono a scivolare verso l’esterno, andando a schiantarsi contro le barriere di legno. Possono arrivare a pesare anche 700 chili. La raccomandazione, per gli umani che hanno deciso di correre, è di tagliare la curva all’interno.

Qualunque persona abbia compiuto 18 anni può partecipare alla corsa. Il numero dei corridori oscilla tra i 2 mila e i 3500, come oggi. Al varco di accesso sotto il Museo di Navarra c’è la fila. Impediscono l’ingresso solo a chi è ubriaco, o zoppica, o ha troppi chili addosso. […] 

Da un altoparlante, una voce ricorda, in spagnolo, quanto pericoloso sia partecipare. I più esperti […] spiegano a noi pivelli la regola principale per portare a casa la pelle: se cadi, assumi subito una posizione fetale con le mani in testa. Del rischio di essere incornati, non si parla. E’ un rischio. Punto.

La decisione di stare qui, all’inizio del tracciato, si rivela giusta. Cogli bene tutta l’assurda paura che i partecipanti desiderano sentirsi addosso. Vedi quello che saltella concentrato, per scaldare i muscoli. E quell’altro con la felpa rossa, che progetta di correre davanti ai tori, provocandoli. […] Un ragazzo che indossa la maglia del Barcellona, dove giocava da ragazzo, si fa il segno della Croce per tre volte. Bernard mi abbraccia e indica Camille, che da lassù ci manda un bacio. Molti si scattano selfie. Certi osservano le foto di mogli e fidanzate sul cellulare. Da Roma, pochi minuti fa, è entrato un whatsapp: “Non fare il cretino. Non ti vengo a raccogliere”. 

Adesso, c’è un gran silenzio. Tutti si rivolgono a una immagine di San Firmino, incastonata nel muro. E ripetono: “A San Firmino/ nostro patrono/ chiediamo che ci guidi nell’encierro/ dandoci la sua benedizione”. Gli spari saranno quattro: il primo annuncia che le porte della fattoria di Santo Domingo sono state aperte; il secondo avverte che tutti i tori sono usciti e stanno arrivando; il terzo segnalerà che la mandria è entrata nell’arena; e il quarto che gli animali si trovano nei recinti e che la corsa è terminata.

Avvertenza: il pubblico che aspetta a Plaza de Toros, di solito, accoglie con bordate di fischi chiunque entri nell’arena con troppo anticipo rispetto ai tori. Vabbè, fate un po’ come vi pare. Il problema non si pone. 

Laggiù, sulla destra, a cinquanta passi, c’è l’ingresso di un ristorante: la rientranza appare perfetta per schiacciarcisi dentro e veder sfilare la mandria con la piccola folla di sfidanti. Un’ottima tana da dove poter fare il tifo per i bestioni con le corna. Fiato sospeso. Primo sparo. Secondo sparo. Ma già si sente il rullante rumore degli zoccoli e il din don dei campanacci che i manzi tengono appesi al collo. Eccoli. Ci siamo. 

Un gruppone di corridori è pronto a scattare avanti. Bernard è uno di quelli che cincischia spavaldo. Solo che la mandria, giungendo in velocità, quando avvista la muraglia umanoide di forsennati spacconi, decide di purissimo istinto: e, per aggirarla, si divide. Un congruo numero di animali si butta a sinistra. Un paio di manzi e un toro color cioccolato al latte preferiscono cercarsi un corridoio a destra.

Cioè: scorrono esattamente davanti alla nicchia dove siamo schiacciati. Le corna roteanti del toro ci sfiorano, è possibile sentire il suo odore aspro, scorgere da vicino il suo sguardo più che inferocito, terrorizzato. Nemmeno un secondo, la frazione di un secondo. “Madre de Dios!” - esclama con una punta di eccitazione il tizio qui accanto, un americano con i capelli ricci. 

Arrivano correndo i cosiddetti pastori. Gente che, brandendo corti bastoni, ha il compito di non far restare indietro nessun toro. Hanno l’aria d’essere capacissimi di prenderli per le corna, se solo servisse. L’ultimo pastore è affetto da pinguedine, s’avvicina ansimando, tossisce, ha visto la scena, vede noi ancora impietriti e allora ridacchia divertito: “Ardilla! Ardilla!”. Il toro proviene dall’allevamento La Palmosilla, vicino Cadice. Un toro agile, scattante, imprevedibile. Ma non tra i più cattivi. Buona fortuna, Ardilla, amico mio.

I Serial Killer.

I volti di Psyco. Le "voci" dietro gli omicidi efferati: il serial killer "nato per soffrire". Mendicanti squartati e mutilati, prostitute uccise barbaramente, sesso con i cadaveri: quello del serial killer spagnolo Francisco Escalero è uno dei casi di omicidio seriale più agghiaccianti. Massimo Balsamo il 13 Aprile 2023 su Il Giornale.

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 L'infanzia problematica

 I primi guai con la giustizia